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Confini marittimi
Solo una trentina di stati al mondo (Bolivia, Paraguay, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Svizzera,
Austria, Ungheria, Lussemburgo, Lichtestain, Macedonia, Bielorussia, Armenia, Moldovia, Azerbaija, Mali,
Burkina Faso, Niger, Ciad, Repubblica Centro Africana, Uganda, Ruanda, Burundi, Malawi, Zambia,
Zimbabwe, Etiopia, Botswana, Swaziland, Lesotho, Afganistan, Kazakistan, Uzbekistan, Kirkisistan,
Tagikistan, Nepal, Bhutan, Laos, Mongolia) non hanno sbocco al mare. Alcuni di essi risentono di una
situazione di estremo disagio. La Repubblica Ceca non si affaccia sul mare ma il suo isolamento assai
attenuato da una fitta rete di collegamenti fluviali e comunicazione di superficie. Di riscontro la Bolivia ha
sofferto molto dopo che in seguito ad una guerra le stato vietato di usare i porti sulla costa del Pacifico.
Mongolia e Nepal si trovano in una condizione di estremo isolamento aggravato dalla concomitanza di una
grande distanza e di scarse vie di comunicazione. In Africa, il continente con il maggior numero di stati
senza sbocco al mare, i problemi sono generalmente acuti. Gli stati Sahel (Mali, Burkina Faso, Niger, Ciad)
hanno scarsi e non sempre sicuri sbocchi al mare. LUganda ha un collegamento ferroviario con la costa, ma
Ruanda e Burundi soffrono di una situazione di isolamento cronica. Lo Zimbabwe ha accesso al mare
attraverso la repubblica Sud Africana ed il Mozambico ma Zambia e Malawi risentono dellinstabilit
politica dei paesi rivieraschi confinanti.
Nel sedicesimo secolo alcuni paesi europei iniziavano la loro espansione sulle nuove terre scoperte al di l
degli oceani. Dopo limpresa di Cristoforo Colombo Spagna e Portogallo si trovarono costrette a
confrontarsi sul problema dellutilizzazione dei mari. Per regolare la situazione papa Alessandro VI,
considerato unico potere universale, interveniva con la Bolla Inter Coetera (1493) che attribuiva alla
Spagna le terre scoperte e da scoprire ad occidente di una linea reale tracciata da nord a sud a cento leghe ad
ovest delle isole di Capo Verde. Le terre ad oriente di tale linea erano appannaggio della corona portoghese.
Un anno pi tardi la suddetta linea chiamata raya, fu spostata a 370 leghe ad ovest della pi occidentale delle
isole di Capo Verde con il trattato di Torvesillas. Tale iniziativa fu per contestata da altre potenze europee.
Il mare cominciava a diventare allora un soggetto economico di fondamentale importanza e pertanto
cominci ad entrare prepotentemente nella politica degli stati. Lidea che uno stato costiero potesse
estendere sul mare prospiciente e le sue coste un qualche tipo di sovranit risale forse al basso Medioevo a
seguito delle rivendicazioni di Venezia sul mar Adriatico e di Genova sul mar Ligure per contrastare
pirateria e contrabbando. La raya, seppur i termini un po generali, rappresenta il primo tentativo di
delimitazione del mare. Le prime pretese sulla sovranit sui mari prospicienti gli stati entrarono nel dibattito
giuridico della seconda met del sedicesimo secolo. I termini mare adiacente ad esempio fu creato da Baldo
Degli Ubaldi cos come quello di mare territoriale appare la prima volta nel trattato De Jure Belli di Alberico
Gentili del 1598. Nel 1609 era pubblicato il celebre trattato Mare Liberum del giurista olandese Ugo Grozio
il quale asseriva che nessun stato poteva rivendicare alcuna sovranit sul mare a causa, in primo luogo
dellimpossibilit di occupare e delimitare un qualcosa di spazialmente sconfinato come gli oceani. Grozio
naturalmente difendeva gli interessi della compagnia olandese delle Indie Orientali di fronte alle pretese,
ancora in atto, di Spagna e Portogallo. La pi nota ma non unica risposta arriv dallinglese John Selden che
nel suo trattato Mare Clausum Seu de Dominio Maris del 1635, ove affermato che il mare, al pari delle

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terre emerse suscettibile di appropriazione. Cos alla corona inglese sarebbe spettato il controllo e la
sovranit dei mari circostanti larcipelago. Tale pretesa era naturalmente rivolta a limitare lazione olandese,
nei mari prossimi alla Gran Bretagna, interdicendo loro dallattivit di pesca in tali acque. Nel 1702 un altro
giurista olandese Cornelio Van Bynkershoek, nel suo trattato De Dominio Maris Dissertatio, bilanciava in
un certo senso gli interessi della sicurezza con quelli della libert di dominazione. Il controllo effettivo del
mare a suo parere poteva essere esercitato soltanto: ubi finitur armorum vis, cio solo tenendo conto del
limite di tiro delle artiglierie del tempo. Se lidea di un mare territoriale, nettamente distinto da un alto mare,
ove avrebbe dovuto vigere un regime di libert, era cos ratificata, la sua estensione era oggetto di dibattito e
trovava sostegno e/o giustificazione nei limiti pi disparati. Il giurista Locenius sosteneva una distanza dalle
coste tale da poter essere coperta in due giorni di navigazione. In molti altri casi veniva occasionalmente
utilizzato il limite fissato dallorizzonte visivo. Ma lidea di una fascia larga quanto la gittata dei cannoni
dovette prevalere e la sua definizione quantitativa, tre miglia marine, si deve allitaliano Ferdinando
Galliani, che nel suo volume De Doveri dei Principi Neutrali verso i Principi Guerreggianti del 1782,
proponeva lintroduzione di tale limite, distanza che: sicuramente era maggiore ove con la forza della
polvere finora conosciuta si possa spingere una palla o una bomba. Tale limite trov numerosissime
conferme nella pratica internazionale cos come in quasi tutta la dottrina dal diciottesimo allinizio del
diciannovesimo secolo. La sua consacrazione si ebbe con Territorial Water Girisdiction Act del 1878 con il
quale il Regno Unito definiva ufficialmente la sua giurisdizione sul mare a tre miglia marine della linea della
bassa marea. Lestensione di tre miglia marine non fu per mai universalmente accettata, essendo via via
rivendicate da vari paesi misure diverse: quattro miglia per Svezia e Norvegia, sei miglia per Spagna e
Portogallo, dodici per la Russia, ecc.
Agli inizi del secolo scorso i molteplici interessi economici riposti sul mare cominciarono a riflettere
linadeguatezza delle varie misure introdotte dalla prassi che avevano poi evidenti ricadute in una grande
confusione sia nella dottrina che nella pratica. Accanto alle abituali materie (navigazione, pesca, protezione
doganale) cominciavano ad affermarsi nuove attivit come lo sfruttamento degli idrocarburi o la ricerca
scientifica e si manifestavano nuove preoccupazioni, come la protezione dellambiente marino. Nellintento
di adattare le norme giuridiche internazionali a queste nuove esigenze, nel 1930 lallora societ delle nazioni
convocava una conferenza allAja con lo scopo primario di codificare i principi generali che si potevano
desumere dalla prassi. La conferenza non riusc nel suo intento. In particolare si pot solo prendere atto delle
divergenze di opinione sullampiezza del mare territoriale e senza fornire una soluzione definitiva ma solo
con la generica affermazione che: la sovranit dello stato si estende ad una zona di mare adiacente alle sue
coste, designata con il nome di mare territoriale. In una successiva conferenza delle Nazioni Unite, tenutasi a
Ginevra nel 1958, erano adottate una serie di convenzioni, riguardanti il mare territoriale e la zona contigua,
lalto mare, la pesca, la piattaforma continentale. Il limite massimo attribuito al mare territoriale non poteva
oltrepassare le dodici miglia, limite massimo entro il quale potevano essere esercitati controlli in materia di
polizia doganale, fiscale, sanitario o di immigrazione. In altre parole lestensione delle acque territoriali
rimaneva un problema aperto. Basti pensare che alcuni paesi latino americani (in particolare Cile, Ecuador e
Per) rivendicavano un ampliamento dei termini della sovranit esclusiva sulle acque comprese entro le
duecento miglia dalla costa, e ci per: asegurar a sus pueblos las necesarias condiciones de subsistencia y

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procurarle los medios para su desarrollo economico. Nel 1960 era convocata Ginevra unulteriore
conferenza sul diritto del mare nel corso della quale non si riusc a trovare la necessaria intesa. Per porre
rimedio a questa situazione lassemblea generale delle Nazioni Unite stabiliva la convocazione di una
ulteriore conferenza che si riuniva per la prima volta a Caracas nel 1973, e dopo undici sessioni concludeva
i suoi lavori a Montego Bay in Giamaica nel 1982. La convenzione, composta da 320 articoli e 9 allegati
non otteneva ovviamente il consenso generale per le problematiche e le rivendicazioni specifiche proposte
da alcuni paesi, ed entrava ufficialmente in vigore nel 1994. Le disposizioni fondamentali sono le seguenti:
acque territoriali: sono una zona di mare prospiciente il territorio sulle quali lo Stato esercita la propria
sovranit nelle condizioni previste dal diritto internazionale. Lestensione delle acque territoriali fissata dai
vari stati prospicienti, ma non pu superare le dodici miglia marine. Tali acque sono misurate a partire da
una linea di base normale identificata come la linea di bassa marea. Numerose per sono le eccezioni a tale
criterio, che dipendono da particolari condizioni della costa. Se questa infatti ha andamento sufficientemente
rettilineo non vi sono particolari difficolt, ma se essa particolarmente frastagliata o se esistono isole nella
sua immediata prossimit normalmente applicato il metodo delle linee di base rette che congiunge i punti
pi sporgenti o capisaldi. Un metodo specifico per la delineazione di tale linea quello degli archi di
circonferenza. In questo caso si considerano i punti pi sporgenti dalla costa e facendo centro su di essi si
tracciano cerchi di ampiezza pari allestensione delle acque territoriali. Il limite totale cos dato dai
segmenti di retta che congiungono gli apici dei singoli archi. Una linea cos costruita pu sembrare
artificiosa, se pensata in termini di terra ferma, ma estremamente semplice in termini di navigazione. Il
marinaio dovr puntare il compasso sul suo punto nave aprendolo quanto lestensione del mare territoriale, e
cos potr immediatamente verificare eventuali intersezioni con la linea di base;
zona contigua: tale fascia di mare trova un suo lontano antecedente in alcune prese di posizione della Gran
Bretagna che nel diciottesimo e diciannovesimo secolo esercitava de facto controlli fiscali e doganali sulle
navi dirette verso i suoi porti entro la distanza di dodici miglia dalla costa. Analoghe pretese erano avanzate
dagli Stati Uniti dopo la proclamazione di indipendenza e poi negli anni del proibizionismo per reprimere il
commercio di bevande alcoliche. Lestensione massima della zona contigua fissata entro un limite
massimo di dodici miglia dal limite esterno delle acque territoriali. Entro tale zona lo stato costiero pu
esercitare il controllo necessario per prevenire e/o reprimere le infrazioni alle sue leggi fiscali, doganali,
sanitarie e dimmigrazione. Allinterno di essa le navi e le aeromobili di tutti gli altri paesi hanno diritto di
navigazione e di sorvolo e pu essere esercitata liberamente la pesca almeno che lo stato costiero non abbia
identificato e proclamato zone riservate in favore dei propri cittadini. Le stesse navi da guerra possono
svolgervi attivit operative ed addestrative, compreso luso di armi senza che lo stato costiero possa
pretendere di intervenire;
zona economica esclusiva: trova i suoi precedenti nelle gi ricordate rivendicazioni di Cile, Ecuador e Per
cos come nella cosiddetta dichiarazione Truman, che nel 1945 annunciava: il governo degli Stati Uniti
considera le risorse naturali nel sottosuolo e nel fondo marino della piattaforma continentale, appartenenti
agli Stati Uniti, soggette alla loro giurisdizione ed al loro controllo. Da ricordare che la dichiarazione
americana era immediatamente confermata dal vicino Messico e dallArgentina che, un anno pi tardi,
estendeva analoghe pretese anche sulle acque soprastanti la piattaforma continentale. La zona economica

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esclusiva pu estendersi fino ad un massimo di duecento miglia marine dalla linea di base. Si tratta di
unarea adiacente alle acque territoriali in cui lo stato costiero ha la prerogativa di esplorare, sfruttare e
conservare le risorse naturali nellacqua, nei fondali marini e nel sottosuolo. Agli altri stati spettano invece
la libert di navigazione, di sorvolo e di posa di cavi e condotte sottomarini, oltre la libert di utilizzare il
mare ad altri fini internazionalmente leciti. La previsione di attivit diverse che possono svolgersi nella
stessa zona ad opera di stati diversi richiede la predisposizione di una scala di priorit. Anche se non
mancano regole specifiche in generale la convenzione dispone che sia lo stato costiero che quelli tersi
debbano tenere conto dei diritti altrui entro la zona economica esclusiva. Tale regime si ispira ad un
esclusivismo in un certo modo attenuato che pur lasciando allo stato costiero la priorit, o se cos si pu dire,
il ruolo da protagonista persegue anche lobbiettivo di impedire che le varie riserve, in special modo
alimentari, vadano perdute per mancanza di una loro utilizzazione ottimale. Lo stato costiero fissa il volume
delle catture e prende le misure appropriate per evitare che le risorse siano compromesse da uno
sfruttamento eccessivo. Qualora le sue capacit di sfruttamento siano inferiori al volume ammissibile delle
catture, lo stato costiero autorizza altri stati ad accedere al volume di pesca residuo. Gli stati ammessi di
riscontro devono conformarsi alle misure di conservazione ed alle altre condizioni fissate dalle norme dello
stato costiero. Quando ci sono meno di quattrocento miglia nautiche tra un paese e laltro, in modo che
nessuno dei due pu estendere univocamente la zona economica esclusiva a duecento miglia, si fa ricorso al
cosiddetto principio della linea mediano o di equidistanza. Gli stati che si trovano su coste prospicienti si
dividono in tal modo le acque stabilendo un intricato sistema di confini marittimi che molto spesso, come
nel caso del mare del Nord, ha dato origine a complesse dispute confinarie;
la piattaforma continentale: le terre emerse sono circondate, al di sotto del livello del mare, da un uno
zoccolo o piedistallo continentale che si inabissa con un angolo di pendenza cos debole da passare quasi
inavvertito. Ad una profondit di circa duecento metri langolo di pendenza aumenta e il pavimento
sottomarino scende bruscamente verso gli abissi. A tale zona di scarsa pendenza, considerata piatta nei
confronti della successiva scarpata oceanica, stata attribuita la denominazione di piattaforma continentale.
Questa orla quasi tutti i continenti e presenta variazioni di ampiezza di fatto variabili tra dieci ed oltre mille
chilometri. Le piattaforme costiere pi estese si riscontrano in Europa settentrionale, dove isole come
lIrlanda e la Gran Bretagna potrebbero essere saldate al continente, sia a sud che ad est, solo che il livello
del mare si abbassasse di un centinaio di metri. Il mar Glaciale Artico ha una vasta orlatura anulare dalla
quale emergono grandi isole come la Nuova Zemlya, la Nuova Siberia, Wrangler e gran parte del vasto
arcipelago canadese. La piattaforma continentale che contorna lAntartide invece alquanto ristretta. Una
piattaforma cospicua orla lAsia sud orientale, ove si pu notare la contiguit con larcipelago malese. Altra
zona di ampia piattaforma quella antistante lArgentina, dalla quale emergono le isole Falkland o Malvine,
rivendicate dallo stato sud americano proprio in ragione di tale situazione geomorfologica. La genesi della
piattaforma continentale trova ragione nei processi di ingressione e regressione marina dal quale sarebbero
state interessate le zone costiere continentali almeno dalla fine del Miocene. Si tratta pertanto di un prodotto
di preminente abrasione marina alternativamente costituita da pause subaeree durante le quali il
modellamento stato di tipo continentale. I fattori che hanno contribuito alla formazione di norme
consuetudinarie in tema di piattaforma continentale sono derivati dai progressi tecnici che hanno aperto

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significative prospettive per lo sfruttamento delle risorse minerarie (soprattutto idrocarburi) contenute nei
fondali marini di ridotta profondit adiacenti alle masse continentali di cui costituiscono il prolungamento
ed estesi anche oltre i limiti della acque territoriali. La piattaforma geologicamente una continuazione dei
continenti, composta dallo stesso tipo di rocce con buona probabilit contiene gli stessi minerali. Il metodo
pi efficace per raggiungere tali risorse quello di gettare sonde dalle acque sovrastanti tramite navi o
piattaforme galleggianti. Oggi vengono estratti in questo modo solo materiali fluidi come petrolio e gas
naturali, ma non c alcun motivo per escludere una successiva estrazione di altri minerali. Nel 1942 lisola
di Trinidad, rappresentata dalla Gran Bretagna, e Venezuela concludevano un trattato per la delimitazione
dei fondali marini nel Golfo di Paria, al di l delle rispettive acque territoriali. Nel 1945 gli Stati Uniti con il
gi ricordato proclama Truman, assoggettavano alla propria giurisdizione le risorse del sottosuolo e del
fondo della piattaforma continentale poste in alto mare ma contigua alle coste statunitensi. A tale
dichiarazione facevano seguito le rivendicazioni di unaltra ventina di paesi che in buona parte avevano
motivo di ritenere che al largo delle loro coste fosse possibile estrarre petrolio. Alcuni in particolare non si
limitavano al solo diritto di utilizzare le risorse minerarie, ma pretendevano la sovranit. Il Messico ad
esempio affermava i suoi diritti su tutta la piattaforma continentale adiacente le sue coste e su tutte le
ricchezze naturali in essa contenute e che in essa sarebbero state successivamente scoperte. Analoghe
pretese erano avanzate da Argentina, Cile e Per,. LEcuador rivendicava il diritto di sovranit fino a
duecento miglia dalla costa anche se la piattaforma continentale prospiciente le sue coste non si estende in
media oltre le quaranta miglia. Tali rivendicazioni non erano naturalmente dettate dalla convinzione
dellesistenza di sacche petrolifere. LArgentina ad esempio riproponeva lannessione delle isole Falkland,
gi da lungo tempo rivendicate. Cile e Per, in linea di massima, tendevano ad affermare il loro controllo
esclusivo sui pescosi mar prospicienti. Alla conferenza di Ginevra del 1958 il problema, rivolto in particolar
modo alla definizione della profondit alla quale la piattaforma continentale lascia il posto alla scarpata
oceanica, fu oggetto di prolungate discussioni. La cifra adottata nella convenzione fu quella di duecento
metri e si rifaceva ad un criterio batimetrico in alternativa al limite della sfruttabilit, definendo come
piattaforma continentale: il letto del mare ed il sottosuolo delle regioni sottomarine adiacenti alle coste, ma
situate al di fuori del mare territoriale fino ad una profondit di duecento metri o, al di l di questo limite,
fino al punto in cui la profondit delle acque sovrastanti permette lo sfruttamento delle risorse naturali delle
predette regioni. Se la profondit di duecento metri sembrava allepoca una misura difficilmente
raggiungibile, il limite della possibilit di sfruttamento costituiva un elemento di instabilit e determinava la
possibilit di ulteriori rivendicazioni. Cos Arabia Saudita, Repubblica Araba Unita e quasi tutti gli stati
prospicienti il golfo persico rivendicarono il loro diritto di sovranit sulle rispettive aree adiacenti della
piattaforma. Nel Golfo Persico per non esiste una piattaforma in senso stretto dal momento che non esiste
n scarpata continentale n platea. I confini tra le aree di rispettivo sfruttamento furono perci lasciati alle
decisioni di quegli stessi stati.
Dopo la conferenza di Montego Bay i diritti spettanti allo stato costiero nella sua zona economica esclusiva
erano estesi anche alle risorse sottomarine determinando confusione, totale o parziale, fra piattaforma
continentale e fondo della zona economica esclusiva. Di riscontro considerato che i fondali marini posti al di
fuori della giurisdizione dei vari paesi rientrano nellarea ove si applica il regime del patrimonio comune

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dellumanit era necessario porre un limite che distinguesse in modo preciso due spazi sottoposti a regimi
diversi. La definizione recepita si basa sul concetto di margine continentale, posto in alternativa con il
limite delle duecento miglia: la piattaforma continentale di uno stato costiero comprende i fondi marini ed il
loro sottosuolo al di l del suo mare territoriale, per tutta lestensione del prolungamento naturale del
territorio di questo stato fino al bordo esterno del margine continentale o fino a duecento miglia marine dalle
linee di base a partire dalle quali misurato il mare territoriale quando il bordo esterno del margine
continentale si trova ad una distanza inferiore. In tal modo anche i paesi meno favoriti geologicamente,
dotati cio di un margine continentale di dimensioni ridotte, possono comunque avvalersi di diritti sovrani
sui fondi marini prospicienti i loro territori entro il limite di duecento miglia corrispondente allestensione
della zona economica esclusiva. Nel contempo onde evitare un eccessivo ampliamento nei fondi marini
previsto che il limite esterno della piattaforma non possa eccedere e trecento cinquanta miglia dalle linee di
base o le cento miglia dallisobata dei duemila cinquecento metri.
Le risorse naturali della piattaforma comprendono le risorse minerarie e gli organismi viventi appartenenti
alle cosiddette specie sedentarie. Nella piattaforma come nella zona economica esclusiva lo stato costiero ha
il diritto esclusivo di costruire o regolamentare la costruzione e lutilizzazione di isole artificiali,
installazioni e strutture destinate a fini economici o che possono interferire con lesercizio dei diritti dello
stato costiero. Dettagliate prescrizioni riguardano i potenziali conflitti fra i diritti degli stati costieri e la
libert di navigazione. Isole artificiali, installazioni e strutture non possono essere collocate ove rechino
intralcio alluso di percorsi riconosciuti essenziali per la navigazione internazionale. Allo stesso tempo
installazioni e strutture abbandonate devono essere rimosse per assicurare la sicurezza della nazione. I diritti
dello stato costiero sulla piattaforma non pregiudicano il regime giuridico delle acque sovrastanti o dello
spazio aereo al di sopra di tali acque. Tali prerogative non devono pregiudicare la navigazione o i diritti
riconosciuti agli altri stati n intralciarle. In particolare lo stato costiero non pu impedire la posa o la
manutenzione di cavi ed oleodotti sottomarini previa la verifica dei processi di inquinamento prodotti dagli
stessi.

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2. Definizione di isole ed arcipelaghi
Come gi detto, unisola considerata unestensione naturale di terra, circondata dal mare che resta emersa
durante lalta marea. Nel corso dei vari incontri della conferenza di Mantego Bay fu anche proposto di
considerare lisola come territorio continentale quando la sua estensione superava il 10% del territorio di
appartenenza, oppure il 10% della popolazione. Unaltra ipotesi fu quella di determinare una distanza
minima dalla costa per distinguere i due regimi giuridici. Tutto ci per rimase a livello teorico e dopo la
conferenza di Montego Bay solo gli scogli non adatti a stanziamenti umani permanenti o allespletamento di
attivit economiche non sono tenuti in conto ai fini della delimitazione del mare territoriale. Se lisola
abbastanza grande da offrire la possibilit di tracciare una linea di base normale propria essa viene dotata di
un mare territoriale nello stesso modo che per la terra ferma. Se al contrario lisola piccola e con linea di
costa irregolare possibile delimitare il mare territoriale con gli archi di circonferenza. Il termine arcipelago
significava in greco mare principale, che a quellepoca era il nome del mar Egeo. Essendo questo mare
disseminato di isole, il termine divenne sinonimo di mare costellato di isole. Levoluzione del temine ha poi
portato allodierno significato di gruppo di isole. Fino ai primi decenni del secolo scorso sia la dottrina che
la prassi non prestarono molta attenzione agli arcipelaghi relegando i problemi al buon senso degli stati
interessati. Laffermarsi dellutilizzo delle linee di base per il calcolo dellestensione delle acque territoriali
doveva per costringere la giurisprudenza a vagliare se e come la linea di base arcipelagica potesse essere
compresa entro la linea di base dello stato costiero. In altre parole era necessaria una regolamentazione per
disciplinare gli spazi marini tra le isole arcipelagiche e tra larcipelago e la terra ferma. Una prima proposta
insisteva sul fatto che il mare territoriale di un arcipelago doveva essere calcolato partendo dalla linea di
base congiungente le isole pi esterne se queste non distavano tra loro pi del doppio dellestensione del
mare territoriale. Tale spazio marino diventava cos parte integrante delle acque territoriali. Nel 1930 Boggs
suggeriva unulteriore metodo per definire il mare territoriale di un gruppo di isole eliminando le sacche di
alto mare. Ci era ottenuto prendendo come limite definitivo la linea di unione degli archi di circonferenza
pi esterni delle varie isole.
Il moderno concetto di arcipelago manca ancora di una definizione che potremmo dire consuetudinaria. In
senso generale vi accordo sul concetto di gruppo di elementi naturali che sono oggetto di un regime
giuridico proprio. In primo luogo per deve essere chiarito in termini numerici lo stesso termine gruppo. In
secondo luogo rimane ancora aperto il problema di quali elementi naturali si possano enumerare nella
definizione di gruppo: solo isole oppure isole, scogli e bassifondi?
Lo stesso collegamento tra i vari elementi del gruppo pu essere inteso solo geograficamente o tenendo
anche conto di aspetti sociali, economici, storici. La convenzione di Montego Bay riconosce questo criterio
pi aderente ala realt in quanto identifica come arcipelago: un gruppo di isole ivi incluse parti di isole, le
acque comprese ed altri elementi naturali, che siano cos strettamente interconnessi tra loro da formare un
unico insieme geografico, economico e politico, oppure siano storicamente considerati come tale. La
formazione di stati arcipelago ha comportato anche la creazione delle acque arcipelagiche che esternamente
sono delimitate da una linea di base arcipelagica. Per quanto riguarda le acque interne la sovranit sulle
acque arcipelagiche non totale. Infatti lo stato arcipelago deve rispettare i diritti di altri stati derivanti da

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accordi precedenti o che riguardano gli interessi di pesca e permettere il transito inoffensivo delle navi
straniere nonch il cosiddetto passaggio arcipelagico che si svolge su corridoi prestabiliti che collegano zone
di alto mare.

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3. Definizione di baie storiche
La nozione di baia storica non codificata nel diritto internazionale. La normativa vigente prevede infatti
che baie storiche costituiscano una eccezione al principio secondo cui lo stato costiero ha il diritto di
indicare come acque interne le insenature aventi una superficie almeno uguale a quella del semicerchio il cui
diametro sia costituito dalla linea di base non eccedente le ventiquattro miglia tracciata tra i punti di entrata,
o le profonde frastagliature allinterno di un sistema complessivo di linee di base anche mediante il
tracciamento di linee di entrata superiori alle ventiquattro miglia. In assenza di norme specifiche pertanto
necessario rifarsi ad una prassi generale che annovera numerosi esempi di baie proclamate storiche come
quella Hudson (cinquanta miglia di apertura), quella di Pietro il Grande (centododici miglia di apertura), il
Golfo di Taranto (sessanta miglia), il Golfo della Sirte (trecentosei miglia) o lo stesso Mar del Plata. Il
termine fu usato per la prima volta alla fine del diciannovesimo secolo nel corso di una riunione dellIstituto
di Diritto Internazionale ove fu riconosciuta come legittima la proclamazione di sovranit su una baia purch
supportata da un uso costante e secolare da parte del paese interessato. Successivamente la nozione fu
applicata dalla corte di giustizia dellAmerica centrale nel caso della rivendicazione del Golfo di Fonseca da
parte di.. considerata lesistenza di tutte le condizioni necessarie ed il consenso da parte delle altre nazioni
e la necessit degli stati costieri di possedere le acque del golfo per le proprie esigenze vitali.
Un esempio significativo di baia storica potrebbe essere quello del Golfo di Venezia, termine con cui la
Serenissima indicava lintero Adriatico su cui pretendeva di esercitare giurisdizione marittima esclusiva
interdicendo laccesso di navi da guerra e mercantili stranieri non autorizzati. La pretesa veneziana era
teorizzata da Paolo Sardi e pi tardi ridimensionata dal Cussy che pi realisticamente limitava il Golfo di
Venezia alla parte pi settentrionale dellAdriatico tra la foce del Po e lIstria.
Altro caso emblematico pu essere considerato quello del Golfo della Sirte chiuso dalla Libia nel 1973
tramite il tracciamento di una linea di base di trecentosei miglia tra le citt di Bengasi e Misurate. La
superficie dellarea, nettamente inferiore a quella del semicerchio avente come diametro la linea di chiusura
e le stesse connotazioni generali della costa fanno si che linsenatura non possa definirsi baia n dal punto di
vista giuridico n da quello geografico. Per questi motivi gli Stati Uniti eccepivano la risoluzione sin dal
primo momento per passare poi tredici anni pi tardi alla nota fase di confronto militare che vedeva
contrapposti i due paesi. Le pretese libiche si rifacevano in parte allaffinit con il prospiciente golfo di
Taranto e allesercizio della giurisdizione sullarea nel periodo della dominazione italiana quando, furono
emanate disposizioni intese a regolamentare la pesca delle spugne al di l del limite delle acque territoriali,
estese allora a tre miglia. In relazione a queste premesse opinione quasi generale che la chiusura del golfo
della Sirte, riconosciuta formalmente solo da Siria e Sudan, sia illegittima.
Il golfo di Taranto chiuso da una linea della lunghezza di sessanta miglia tracciata tra Capo di Santa Maria
di Leuca e Punta Alice. Le sue dimensioni sono tali da legittimarie la qualificazione, in senso giuridico, cos
come la sua particolare conformazione, ne rende evidente la sottoposizione al dominio terrestre che uno
dei presupposti fondamentali per lesercizio dei diritti esclusivi di sovranit. Gli elementi su cui si basa la
storicit non sono per altro mai stati indicati dal nostro paese, tanto che non poche sono state le riserve
avanzate da parte della dottrina internazionalistica ed in particolare dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna.

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Di riscontro, la storicit del Golfo di Taranto meno evanescente di quanto affermato da gran parte della
dottrina internazionalistica. La chiusura del Golfo rappresenta infatti un punto di arrivo di un millenario
processo storico nel corso del quale, a pi riprese, vi stata coscienza e volont di considerare il Golfo
come area di esclusivo dominio.

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4. Definizione di frontiera
I territori degli stati sono separati tra loro da confini che sulle carte appaiono talvolta rettilinei, talvolta
sinuosi e aderenti alle emergenze geomorfologiche del territorio. Il confine, costituito da una serie di punti
uniti da segmenti di retta, non per soltanto una linea tracciata sul terreno, un piano verticale che taglia
entro limiti ben definiti il sottosuolo fino al centro della terra e lo spazio aereo sino ad una certa altitudine. I
confini che noi vediamo sulle carte rappresentano quindi lintersezione di questo piano sulla superficie
terrestre.
Il confine indica un limite comune, una separazione tra spazi contigui: un modo per stabilire in via pacifica
il diritto di propriet. E quindi la materializzazione dei limiti dello Stato e la sua articolazione si basa su
accordi internazionali che ne impediscono i cambiamenti unilaterali. Ben diverso il significato di frontiera
che, a seconda dei luoghi e dei tempi, pu assumere via via valori diversi. Litaliano frontiera, come lo
spagnolo frontera, il francese frontier o linglese frontier, racchiudono nella loro etimologia lidea di essere
di fronte a qualcuno o a qualcosa. Tale fronte lascia anche intendere lidea di mobilit, di costante
trasformazione: la frontiera in effetti trova il suo fondamento pi nelle aspirazioni di una comunit che non
in motivazioni strettamente geografiche. Come scriveva Lattimore: solo dopo che, in una comunit, si
formata lidea di una frontiera, questa pu essere ricollegata ad una certa configurazione geografica. La
coscienza di appartenere ad un gruppo il quale include certe popolazioni e ne esclude altre, precede le
consapevoli rivendicazioni di quel gruppo. Per Ratzel la frontiera costituita dagli innumerevoli punti sui
quali un movimento organico si arresta per la reazione di una forza contraria o per la volont di non
procedere oltre. Il fronte, come in gergo militare, quindi il luogo dove forze contrapposte si scontrano; non
disegna una linea, ma definisce piuttosto una fascia pi o meno ampia che dipende dai rapporti che
intercorrono tra una parte e laltra.
In alcune lingue (come italiano e francese) i due termini sono spesso usati come sinonimi, in altre (inglese)
mantengono una distinzione assai netta. Generalmente la frontiera diventa confine quando un paese
raggiunge i suoi limiti naturali, evita cio di ingrandirsi ulteriormente, segno che ledificazione territoriale
per i pi acquisita. Frontiera e confine manifestano in tal senso la loro caratteristica pi distintiva. La
frontiera qualcosa in continua evoluzione, instabile, e queste incertezze si percepiscono non solo a livello
spaziale, ma anche nella lingua e nelle consuetudini di una societ. Stabilire un confine significa invece
definire uno spazio da cui partire ed a cui fare riferimento, una linea sicura e stabile almeno fino a quando
non si modifichino le condizioni che lhanno determinata. In altre parole il confine separa due entit in
maniera pi netta di quanto faccia la frontiera: il primo ha un andamento ben definito e deciso, la seconda
con le sue frange, grandi o piccole, crea spazi che il confine tende a ridurre al minimo.

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5. La terra di nessuno
Oltre tali limiti si apre la terra di nessuno, ci che sta tra le due sponde, tra i margini di due paesi, tra due
differenti realt. Si tratta di una fascia marginale, per lo pi disabitata ed inutilizzata, in cui le due parti che
vi si affacciano possono addentrarsi di tanto in tanto, ma che non viene reclamata o controllata n dalluna
n dallaltra. E il luogo ove le norme e la prassi stabilite dalla confinistica non valgono pi. A volte la terra
di nessuno la semplice conseguenza dellimpossibilit di determinare limiti in zone desertiche, forestali o
palustri. In altri casi pu essere uno spazio neutrale che due o pi parti stabiliscono reciprocamente e la cui
dimensione varia in funzione dei rapporti tra loro esistenti. Pi grande la tensione o il sospetto nei
confronti dellaltro, maggiore sar la sua profondit. Si tratta di un concetto di confine assai rozzo che nel
passato, come osservava Ratzel, dovette spesso risultare rischioso e talvolta letale per la sopravvivenza di
molti popoli. Lutilizzazione di terre di nessuno una consuetudine che ancor oggi pu trovare riscontro in
alcune zone della terra ove le tensioni tribali sono forti ed incontrollabili da parte del potere centrale. In
Somalia, ad esempio, molti gruppi etnici erano, e sono soliti frapporre tra i loro territori zone neutre,
costituite da aree aride ed incolte, chiamate genericamente haud, cio deserto.

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6. L'uso di confini in una prospettiva storica
Le testimonianze delluso di confini sono antiche quanto le stesse civilt, ma la loro natura e lo stesso
significato del termine sono mutati col trascorrere del tempo. Alcuni fanno riferimento allantico Egitto, al
mondo greco o a quello romano ove, in molti casi, le delimitazioni territoriali venero ad assumere anche un
carattere tecnico. In linea di massima si trattava per di confini interni, ragionati soprattutto in funzione
della propriet terriera; quanto pertinente allesterno era cosa ben diversa. Un qualcosa pi assimilabile alla
frontiera, che separava da un mondo esterno, , poco conosciuto ma soprattutto diverso e spesso considerato
ostile; e ci anche quando tali limiti erano manifestati da opere architettoniche come i limes romani o la
stessa Grande Muraglia Cinese. I romani infatti erano soliti fissare i limiti del loro impero lungo i fiumi
(Reno e Danubio in particolare), integrandoli con mura e terrapieni, o valli. Opere di tal genere non erano
certamente molto efficaci dal punto di vista militare, ma lo scopo prioritario era quello di monitorare le trib
barbare che si trovavano dallaltra parte. Anche la Grande Muraglia, seppur molto pi strutturata ed efficace
in termini difensivi, aveva la funzione di dividere inequivocabilmente quanto era territorio, e civilt, cinese
da ci che non lo era.
Allo stesso tempo, malgrado sia spesso evidenziato come il trattato di Verdun, stipulato tra Ludovico il
Germanico, Carlo il Calvo e Lotario nella prima met del nono secolo, sia il primo esempio di una divisione
territoriale tra grandi unit politiche, bisogna ricordare che il concetto di sovranit nella societ feudale era
assai diverso dal nostro. Il sovrano medievale non aveva infatti unidea precisa dellentit e delle
configurazione del suo territorio, quanto piuttosto delle popolazioni a lui fedeli che lo abitavano. I confini
erano tracciai con chiarezza solo a tratti, laddove cio si rendeva necessaria una maggiore precisione per
qualche speciale motivo. Come ben osserva Pounds: una caratteristica propria della geografia politica
dellepoca feudale era la sua carta politica a chiazze; le propriet frammentate erano comunissime ed erano
rese possibili dalla natura decentrata del potere.
Un approccio nuovo verso la confinistica inizia quando, allaffacciarsi dellidea di coscienza nazionale, i
vari stati moderni cominciano a costituirsi in modo sistematico e sono quindi attenti a definire in termini
puntuali i limiti del loro territorio.

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7. Definizione, delimitazione e demarcazione dei confini
Le trattative per la costruzione di un confine comprendono varie fasi che, a grandi linee, possono essere cos
riassunte: definizione, con la quale si individua la scelta del luogo, in genere definito zona di frontiera, ove
far passare il confine. La sua istituzione si attua con una sorta di trattato, frutto degli accordi tra le parti in
causa, nel quale si descrivono gli elementi concreti del paesaggio o quantomeno si determinano i riferimenti
astronomici (latitudine e longitudine) di alcuni punti. Il secondo passo la cosiddetta delimitazione, ossia la
trascrizione di quanto sopra in termini cartografici. Loperazione presenta, come ovvio, problematiche
differenti specialmente in relazione alla maggiore o minore conoscenza e relativa copertura cartografica dei
territori in questione, che comunque, anche quando minuziosa e corretta, non pu rappresentare in assoluto
tutte le realt presenti. La terza fase consiste nella demarcazione, ossia nella verifica e concretizzazione sul
terreno di quanto precedentemente stabilito. Questo compito spetta ad una commissione costituita da
rappresentanti governativi delle parti in causa, topografi e in alcuni casi militari con il compito di scortare il
gruppo. Dalla prassi possibile individuare alcune situazioni specifiche di delimitazione:
delimitazione completa: descrizione puntuale della linea di confine per cui la successiva demarcazione
diventa spesso una automatismo. Tale procedura non elimina del tutto la difficolt di identificare sul terreno
i punti prestabiliti, specialmente nel caso di confini estesi e definiti prima di avere una buona conoscenza del
territorio (ad esempio quello tra Stati Uniti e Canada che segue per quasi 2.000 chilometri un arco di
parallelo);
delimitazione completa con possibilit di deviazione: la commissione incaricata della demarcazione pu
effettuare, senza particolari formalit, variazioni del tracciato per risolvere specifici problemi (tale
condizione fu prevista ad esempio agli inizi del secolo scorso dagli accordi tra Argentina e Cile e qualche
decennio pi tardi in quelli tra Lettonia ed Estonia, in relazione al principio di omogeneit delle aree
economiche);
delimitazione dei punti di vertice: la pratica pi comune che consiste nellindividuazione di punti precisi,
prima riconosciuti e successivamente definiti attraverso le coordinate geografiche;
delimitazione delle caratteristiche geomorfologiche del terreno: consiste nellutilizzazione di riferimenti
geomorfologici del territorio. Pur essendo teoricamente preciso, il metodo presenta non pochi problemi nella
pratica, non essendo i supporti cartografici perfettamente rispondenti alla realt territoriale.
Anche la confinistica, come altre materie, stata oggetto di classificazioni che tengono conto ora del punto
di vista morfologico, ora della valenza, ora dellevoluzione e della genesi dei confini.
Anche unocchiata superficiale alla complessa situazione generale mette in rilievo che nel mondo i confini
presentano condizioni geografiche, ma anche evoluzioni storiche e funzionalit differenti. Alcuni confini
seguono linee rette che possono essere evidenziate da opere delluomo, altri archi di meridiani e/o paralleli,
altri ancora si conformano a tratti del paesaggio naturale come fiumi, monti, laghi. Per questa ragione, una
delle pi datate, e direi consueta, classificazione quella che ripartisce gli attuali confini in due tipologie:
quella dei confini fisici o naturali, che tendono cio a conformarsi con evidenti richiami del territorio, e
quella dei confini artificiali altrimenti definiti come geometrici, astronomici, matematici, che poggiano
invece su costruzioni teoriche. Va da s che non si pu propriamente parlare di confini migliori o peggiori,

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di confini perfetti o di confini incerti, quando la definizione degli stessi comunque opera di societ umane
tra loro correlate. La bont e la sicurezza di un confine dipendono infatti prima di tutto dal grado di
relazione che intercorre tra i paesi che lo adottano.

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8. Classificazione morfologica dei confini: confini naturali
La teoria dei confini naturali nasceva nellOttocento dalla convinzione che la natura stessa potesse fornire
agli uomini i limiti e le direzioni entro cui muoversi. I confini naturali erano insomma un qualcosa di
predestinato, un ideale da conquistare e realizzare quasi fosse un dono divino. Tale concezione dominava il
pensiero del tempo facendo credere a lungo che i confini, o le frontiere, potessero trovare la loro vera
origine e la loro applicazione ideale nelle barriere fisiche disseminate sulla Terra dalla natura. Cos i Pirenei
o le Alpi (per quanto riguarda lItalia) furono considerati uno dei migliori esempi di confine. In base ad
analoghe considerazioni, agli inizi del diciannovesimo secolo, Malte Brun assegnava ai monti Urali il ruolo
di limite orientale dellEuropa, limite che, come noto, trova modestissimi riscontri in termini geografici,
culturali, politici e che soprattutto non fu mai universalmente accettato se non nelluso didattico.
Radicato saldamente alle fattezze del terreno il confine naturale il pi evidente, quello a cui ci si affida con
maggior sicurezza, quello che pare meno discutibile, che pi evidente a chi sta dallaltra parte e che meglio
pu dissuadere da un eventuale passaggio. La storia passata e recente ha comunque sempre dimostrato che
nessuna barriera naturale non pu essere violata. Gli stessi deserti, che separano in modo netto i territori
fertili che si trovano ai loro margini, non hanno impedito una pur difficoltosa sopravvivenza e comunque il
transito di popolazioni nomadi. Le catene montuose che si oppongono agli spostamenti umani in modo
maestoso, sono in alcune parti del mondo (Ande peruviane) luogo di popolamento e di sviluppo di civilt.
Le stesse Alpi italiane, con il loro dedalo di valli e crinali, sono il luogo dei Walser e dei Mocheni,
popolazioni di origine e lingua germanica, che nel momento della loro massima espansione occupavano una
porzione montana estesa dalla Savoia al Tirolo. Di riscontro i fiumi, che pur hanno rappresentato una sorta
di confine ideale nel passato ed ancora oggi svolgono tale ruolo in molte parti del mondo, rappresentano in
un certo senso un anacronismo confinario. Il fiume infatti ha sempre rappresentato un motivo di coesione
piuttosto che un elemento di stacco o separazione. Le antiche civilt si svilupparono sui fiumi, ed in ragione
della presenza di acqua. Lo stesso bacino idrografico, il complesso cio delle., fu assunto da molti
geografi del passato come esempio probante di regione naturale omogenea.

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9. Classificazione morfologica dei confini: monti
Le montagne rappresentano laspetto pi imponente della morfologia terrestre e anche un elemento di
grande utilit dal punto di vista della confinistica. I rilievi infatti presentano nel loro insieme almeno tre
buoni motivi per essere assunti come elemento confine: sicurezza contro improvvisi e/o massicci attacchi
nemici, ambiente di difficile popolamento ed infine semplicit nella loro designazione. Punti notevoli dei
monti sono le vette per cui un primo criterio per il tracciamento del confine potrebbe essere quello del
congiungimento di quelle pi alte (linee di vetta o di cresta). Tale procedura per potrebbe non conformarsi
con lutilizzazione dei terreni montani per il pascolo e/o delle risorse idriche, non soddisfacendo pertanto il
requisito dellunit economica delle zone confinarie. Per questi motivi pi utilizzata normalmente la linea
spartiacque o displuviale, definita come la linea topografica pi elevata esistente tra due sistemi drenanti non
comunicanti. La linea spartiacque non comunque sempre facilmente individuabile dal momento che le
catene o i massicci montuosi presentano, oltre che una lunghezza,banche una larghezza che non permette
lesistenza di ununica linea di cresta. Esempi importanti di problematiche legate alla spartizione di sistemi
montuosi sono riscontrabili nelle controversie tra Argentina e Cile per la spartizione delle Ande (fine del
diciannovesimo secolo) motivate dalla definizione non univoca di linea di cresta e di linea spartiacque e tra
Cina e India a proposito del confine del Tibet, noto come linea Mac Maon (inizi del ventesimo secolo), la
cui materializzazione sul terreno non fu mai effettuata. .

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10. Classificazione morfologica dei confini: fiumi
A prima vista i fiumi soddisfano i requisiti della facile identificazione e della facile sorveglianza. Nei
territori non ben conosciuti il fiume era altres un elemento di chiara identificazione del territorio, cos come,
dal punto di vista militare, i confini fluviali assolvevano nel passato il compito di interrompere la continuit
del terreno impedendo una rapida avanzata degli eserciti nemici. I problemi, come gi si detto, sorgono
dalla constatazione che quasi mai vi coincidenza tra fiumi e divisione etnica, linguistica, culturale o
comunque economica. I fiumi inoltre sono elementi soggetti a regimi di forte instabilit (erosioni, piene,
catture, deviazioni) che n e determinano variazioni, pi o meno marcate del corso. In termini pratici i
principali metodi per tracciare un confine fluviale sono quelli delle:
linea mediana: consiste nellindividuazione dei punti equidistanti dagli elementi pi sporgenti delle due rive
per poi unirli con segmenti rettilinei;
linea del talweg: il primo accenno a tale linea lo si trova nel trattato per la spartizione del Reno tra Francia e
Germania nel corso della pace di Westfalia (1648). Il termine, di origine tedesca, deriva dal latino filum
aquae, ossia linea di impluvio o di massima profondit. La definizione pratica della linea del talweg
comporta non poche difficolt. Nella prassi il suo riconoscimento ottenuto attraverso tre differenti
metodologie: la prima si riferisce alle imbarcazioni discendenti il fiume e consente lindividuazione di una
fascia piuttosto che di una vera e propria linea. La seconda, che si incontra per la prima volta nel progetto
internazionale di regolamentazione della navigazione fluviale, adottata dallIstituto di Diritto Internazionale
nel 1887, individua il talweg nella linea mediana di tale canale. La terza lo identifica nella linea di massima
profondit relativa ai dati idrogeologici, che comunque devono essere soggetti a periodiche operazioni di
verifica. Dal 1920 la linea del talveg quella normalmente utilizzata in presenza di fiumi navigabili;
linea lungo la riva: si stabilisce che tutto lo specchio dacqua del fiume competa ad uno solo dei due paesi
confinanti. Nella prassi tale metodo accompagnato da una serie di tutele riguardanti lutilizzazione della
via dacqua o la costruzione unilaterale di infrastrutture (come i ponti). Un esempio significativo di tale
modalit confinistica offerto dal vecchio confine tra Iraq ed Iran sullo Shatt el Arab, corso dacqua
formato dalla confluenza del Tigri e dellEufrate. Dal Golfo Persico il confine seguiva per circa settanta
chilometri la sponda sinistra del fiume rendendo estremamente difficile, in caso di tensione o di conflitto, il
raggiungimento del porto petrolifero iraniano di Abadan. La stessa identificazione delle rive pu rilevare
ambiguit: bisogna infatti tener conto delle non sempre regolari variazioni del regime delle acque. Inoltre
sono sempre possibili modificazioni degli alvei fluviali che debbono essere previste in fase di accordo.
linea lungo le due rive: viene tracciata una doppia linea di confine. La sovranit degli stati confinanti si
arresta lungo le rispettive sponde, per cui le acque del fiume diventano res communis. Tale tipo di
delimitazione fu occasionalmente adottato per alcuni tratti della Mosa e della Mosella in altrettanti trattati tra
Lussemburgo e Francia e Lussemburgo e Germania.
Per la delimitazione dei confini fluviali sono indispensabili dati precisi sulla conformazione planimetrica e
batimetrica del letto e delle sponde. Tali informazioni diventano per obsolete anche in breve tempo dal
momento che i regimi fluviali in generale sono caratterizzati da unelevata irregolarit. La variazione
dellalveo costituisce uno dei maggiori se non il principale problema. A priori non infatti possibile

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prevedere n localizzazione n tempi di tali contingenze: a fronte di questa eventualit gli accordi tra le parti
possono prevedere che ogni cambiamento lasci invariata la linea di confine o che questa si adatti invece alla
situazione contingente. Il Rio Grande, che separa gli Stati Uniti dal Messico, un classico esempio della
prassi oramai quasi universalmente seguita in caso di variazioni del corso dei fiumi: il trasferimento dei
confini sulla linea mediana del nuovo percorso praticato solo quando lo spostamento molto accentuato ed
improvviso. Agli inizi del secolo scorso il Giuba, che segnava il confine tra la Somalia italiana ed il Kenya
britannico, cambiava improvvisamente corso andando a sfociare in territorio inglese. Una serie di
discussioni apertesi tra i due paesi portarono alla conclusione che il confine dovesse essere spostato in
relazione alla circostanza. Un altro aspetto che ha determinato molte controversie quello delle isole fluviali
che affiorano stagionalmente o che si formano e scompaiono per situazione particolari. Un esempio quello
del trattato del 1733 tra Canada e Stati Uniti con il quale il fiume San Lorenzo veniva diviso con una linea
mediana e le possibili isole sarebbero state sotto la sovranit dello stato che ne avesse avuto il possesso
della superficie maggiore. Analoga prassi fu adottata tra Cina e Russia nel 1858 relativamente ai fiumi Amur
ed Ussuri, anche se, come noto, proprio le divagazioni di questultimo e la conseguente formazione di isole
fluviali fu la causa di un periodo di fortissima tensione tra i due paesi.

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11. Classificazione morfologica dei confini: laghi
Per i confini lacustri si sceglie di solito la linea mediana che gi di per se suscettibile di diverse
interpretazioni. Si tratta infatti di stabilire se questa debba dividere il lago in due parti uguali, o congiungere
una serie di punti equidistanti dalle sponde o ancora unire i punti centrali di un certo numero di linee tirati da
una riva allaltra. Un problema particolare anche determinato dalla formazione di laghi artificiali, etc.

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12. Classificazione morfologica dei confini: deserti e paludi
I deserti sabbiosi hanno il vantaggio di costituire aree spopolate e quasi sempre prive di significativi
interessi economici, ma generalmente non presentano morfologie stabili tali da potervi demarcare una linea
di confine. In quelli rocciosi loperazione risulta pi semplice, anche se alcuni elelementi geomorfologici
possono essere modificati con il passare del tempo ed a causa dellazione erosiva del vento. La
delimitazione e la demarcazione dei confini in questi ambienti generalmente effettuata tramite
lindividuazione di punti di vertice ed il successivo appoggio a segmenti di paralleli e/o meridiani.

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13. Classificazione morfologica dei confini: le paludi
Le paludi, che spesso separano tra di loro zone di intenso insediamento, risultano una buona terra di nessuno
piuttosto che unarea ove tracciare linee confinarie. I problemi relativi alla sovranit su tali zone sono
sempre stati e sono in genere insignificanti, anche se in taluni casi (si pensi ad esempio agli acquitrini del
basso Reno e della Mosa, tra Belgio ed Olanda) essi influenzarono azioni militari per la rettifica dei confini
politici. Essi diventano importanti quando la zona paludosa si prosciuga naturalmente o bonificata. Un
caso del genere si verificava nel 1965 per la rivendicazioni delle paludi di Runn of Cutch da parte di India e
Pakistan, che furono composte solo tre anni dopo inseguito ad un arbitrato.

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14. Confini artificiali
Il criterio di far passare i confini su determinati meridiani e/o paralleli o su linee che uniscono punti noti
molto lontani tra loro, era generalmente conseguente allignoranza geografica dei territori, per cui la
sistemazione dei confini veniva quasi sempre a precedere leffettiva conoscenza dei luoghi. Durante la
conferenza di Berlino (1884-1885) le grandi potenze europee si spartivano il continente africano in base a
criteri quantitativi e di reciproco equilibrio, tracciando confini rettilinei tra un punto noto ed un altro o
seguendo magari i contorni di oggetti geografici considerevoli che trovavano un qualche riscontro sulle
imprecise carte del tempo. In tal modo non si teneva in alcun conto la realt antropica di quei luoghi. Gruppi
etnicamente omogenei erano divisi cos come trib ostili erano magari forzosamente messe insieme; molte
popolazioni finirono per essere separate dalle proprie zone di pascolo cos come dalle risorse idriche che in
alcune regioni (Africa orientale ad esempio) costituivano lelemento pi critico delle economie locali.
Il confine tra Stati Uniti e Canada, tracciato e modificato da successivi accordi tra la fine del diciottesimo e
la prima met del diciannovesimo secolo (e pressoch tutti i confini degli stati della confederazione
americana), fu tracciato prima di un sostanziale insediamento stabile dei coloni: questi si adattarono cos
senza grandi difficolt ad una situazione gi determinata. Dove per nuovi confini furono imposti a gruppi
umani preesistenti, le difficolt non furono poche (si pensi ai riflessi di tali circostanze in Kenya, in Somalia,
in Namibia, in Nigeria, in Camerun, in Ghana e nel Togo).
Tali tipi di confine, che non poggiano su elementi naturali del paesaggio geografico sono generalmente
definiti come confini geometrici, matematici o secondo alcuni arbitrari.
Tra i confini artificiali alcuni sogliono anche includere quelli materializzati da opere umane, come ad
esempio i gi ricordati valli romani o la Grande Muraglia Cinese.

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15. Classificazione genetica dei confini
Un altro modo di classificare i confini prende in considerazione la loro formazione relativamente allo
sviluppo del paesaggio umano esistente sul territorio.

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16. Confini antecedenti
Confini antecedenti: quelli cio tracciati in zone spopolate o non ancora popolate che comunque precedono
lo sviluppo della maggior parte delle caratteristiche del paesaggio antropico. I gruppi umani stanziativisi
successivamente si adeguavano pertanto senza difficolt alla linea di confine. Gli esempi pi classici di tali
tipi di confini sono quelli tra Stati Uniti e Canada (ove erano allora presenti pochi coloni ed alcune trib
indiane), tra Alaska e Canada che furono posti su territori completamente spopolati, ma anche quelli tra
Malaysia ed Indonesia (nellisola di Borneo) che per la massima parte attraversano la foresta pluviale;

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17. Confini susseguenti
Confini susseguenti: che sono tracciati quando gi si formato un paesaggio culturale, senza per
stravolgere in maniera drastica le realt socio economiche esistenti. Ne sono esempio quello tra India e
Pakistan che corrisponde con buona approssimazione ad una divisione culturale preesistente o ancora quello
tra Cina e Vietnam, frutto di lunghi processi di adattamento e modificazione;

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18. Confini relitti
Confini relitti: non rivestono alcun interesse politico se non curiosit per quanto riguarda la variazione del
paesaggio antropico e dei modelli insediativi. Tali confini possono per riemergere quando vengono
enfatizzati per rivendicazioni territoriali accompagnate da sentimenti nazionalistici. Al momento del loro
tracciamento, essi furono anche accompagnati da significativi spostamenti della popolazione residente. Ne
possono essere esempi classici quello tra Vietnam del nord e Vietnam del sud che ha status di relitto dal
1976 (ossia dal momento della riunificazione), o quello tra Germania e Polonia, ove ancor oggi si notano
significativi cambiamenti del paesaggio agrario.

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19. Confini controversi
Come osserva Holdich, esperto di questioni confinarie: nella storia recente la maggioranza dei conflitti
importanti e delle controversie internazionali per le quali sembrava inevitabile scendere in guerra, sono nate
a causa di confini controversi.
Obiettivo dei vari paesi infatti quello di assicurarsi confini che includono, allinterno dei rispettivi territori
popolazioni culturalmente omogenee e allo sesso tempo ne escludono le altre. Nei negoziati di Parigi,
successivi alla prima guerra mondiale, lideale imperante era quello di istituire confini che avessero una
spiccata valenza antropica in modo da armonizzare le diverse nazionalit. La lingua in particolare era
generalmente considerata uno dei criteri migliori per la delimitazione dei confini a fronte di un ormai
inadeguato riferimento alle fattezze fisiche del territorio. Dopo il secondo conflitto mondiale la questione
cominci a prendere una piega diversa. Gli interessi economici cominciarono ad avere sempre pi peso nelle
questioni confinarie cos come tutta una serie di processi politici avvenuti negli ultimi decenni non hanno
fatto altro che acuire problematiche che parevano da lungo tempo obsolete. Come si detto, i confini
rappresentano la materializzazione dei limiti dello stato. Il principio di inviolabilit e di intangibilit del
territorio di uno stato si estende cos ai suoi confini che, essendo in comune con un altro paese, sono
regolamentati da accordi internazionali che ne impediscono cambiamenti unilaterali. La Convenzione sul
Diritto dei Trattati del 1969 stabilisce che : un cambiamento fondamentale delle circostanze che portarono
alla stipula di un accordo sui confini non pu essere addotto a motivo di recessione da essa.
Del resto la stessa formazione dei confini, frutto di una complessa serie di procedure giuridiche non sempre
ben definite o di situazioni politiche contingenti, che il tempo viene poi a modificare, o ancora di
contingenze geomorfologiche che vanno ad incidere sul paesaggio geografico, continuano a provocare
revisioni e dispute di confine. Queste possono riguardare gli aspetti giuridici dellaccordo (dispute di
definizione). Ad esempio la definizione che fa coincidere il confine con la linea mediana di un fiume pu
essere compromessa da una variazione delle acque anomala a fronte di situazioni particolari. Tale
contingenza pu significare a volte anche spostamenti di centinaia di metri sul terreno, abbastanza per
causare controversie e stati di tensione. Altre riguardano invece sia la delimitazione che la demarcazione dei
confini (dispute di localizzazione). I problemi sono per lo pi determinati da questioni relative alla
demarcazione della linea di confine. Ad esempio, quando molti territori coloniali diventarono stati
indipendenti, sorsero complicati problemi relativi alla delimitazione interna dei rispettivi territori che erano
stati trascurati dalle varie potenze in quanto facenti parte di un medesimo ambito coloniale. Quando due
paesi confinanti si accordano per effettuare controlli reciproci, ad esempio in tema di immigrazione o di
contrabbando, il confine funziona bene, ma se uno dei due paesi vuole imporre limiti non accettati dallaltro,
non infrequente lapertura di controversie (dispute di gestione) che necessitano spesso di un arbitrato da
parte di terzi o di organizzazioni internazionali. Contestualmente allintensificazione della ricerca e della
scoperta di risorse naturali si stanno oggi moltiplicando tutta una serie di problematiche relative alle aree
confinarie (dispute di ripartizione). Molte controversie in tal senso riguardano il mare e la piattaforma
continentale (per la presenza di sacche petrolifere sottomarine) cos come le acque interne, vuoi per
lapprovvigionamento idrico che per la salvaguardia del loro stato (si pensi ad esempio alle problematiche

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relative alle popolazioni vallive ed a quelle a monte lungo il corso di uno stesso fiume).

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20. Densit della popolazione mondiale
Densit della popolazione mondiale
Densit (ab./kmq) della popolazione per grandi aree geografiche
Aree Geografiche Densit
Asia 111,4
Europa 101,7
Africa 24,3
America del Sud 18,3
America del Nord 15,9
America Centrale 4,3
Oceania 3,0
Mondo 43,7

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21. I paesi pi popolati nel mondo
I venti paesi pi popolati nel mondo agli inizi del XXI secolo
Paesi Aree Geografiche % sulla popolazione mondiale
per paese / cumulativa

Cina Asia 21,41 21,41


India Asia 16,30 37,71
Stati Uniti d'America America Settentrionale 4,69 42,40
Indonesia Asia 3,41 45,81
Brasile America del Sud 2,76 48,57
Federazione Russa Europa/Asia 2,71 51,28
Giappone Asia 2,27 53,55
Pakistan Asia 2,22 55,77
Bangladesh Asia 2,07 57,84
Nigeria Africa 1,73 59,57
Messico America Settentrionale 1,63 61,20
Germania Europa 1,47 62,67
Vietnam Asia 1,30 63,97
Filippine Asia 1,17 65,14
Iran Asia 1,14 66,28
Turchia Europa/Asia 1,10 67,38
Egitto Africa 1,06 68,44
Francia Europa 1,05 69,49
Italia Europa 1,05 70,54
Regno Unito Europa 1,05 71,59

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22. Distribuzione della superficie delle terre emerse
Aree Geografiche superficie (migliaia di Km2) % sul totale delle terre emerse
Asia 49.983 33,5
Africa 30.293 20,3
Americhe 40.226 26,9
Antartide 13.177 8,8
Oceania 8.537 5,7
Europa 4.877 3,3
Groenlandia 2.176 1,5
Totale mondiale 149.269 100,0

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23. Superficie, popolazione e densit di popolazione nei sistemi
montuosi e negli altipiani del mondo
Regioni Superficie Popolazione Densit
montuose (migliaia di kmq ) (milioni) (ab./kmq)

Altipiani e sistemi
montuosi siberiani 3.813 1,7 0,5
Himalaya 3.400 121,0 35,5
Sistemi montuosi
e tavolati africani 3.000 100,0 33,3
Altopiano del Tibet 2.500 6,4 2,6
Cordigliera
delle Ande 2.000 65,0 3,3
Catena dell'Alaska 1.060 0,2 0,2
Montagne Rocciose 2.183 6,7 3,1
Kazakistan 522 11,0 21,1
Catena costiera
californiana 380 17,1 45,0
Altopiano
del Messico 897 47,1 52,5
Altopiani
del Brasile 300 25,0 83,3
Alpi 240 11,2 46,7
Caucaso 179 7,7 43,0
Appalachi 176 10,0 56,8
Totale 20.650 430,1 20,8

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24. Popolazione urbana per grandi aree geografiche
Aree Geografiche 1980 2000
milioni % milioni %
America anglosassone 196 79 256 86
Europa occidentale 268 74 321 83
Oceania 17 73 26 78
America latina 237 64 464 75
Europa orientale
ed ex-URSS 243 62 344 74
Africa del Nord
e Medio Oriente 112 48 243 50
Africa Subsahariana 83 23 234 45
Asia Orientale 358 33 591 43
Asia Meridionale 199 22 210 37
Sud Est Asiatico 90 22 441 31
Mondo 1.803 40 3.130 51

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25. Evoluzione della citt e della popolazione urbana dal 1960 al 200
Aree Geografiche Numero di citt Milioni di abitanti
1960/1980/2000 1960/1980/2000
Asia Meridionale 17 39 106 35 116 341
America del Sud 10 19 37 26 67 141
America del Nord 19 32 38 57 87 109
Asia Occidentale 2 10 22 3 22 63
America Centrale 0 4 14 0 21 51
Europa Meridionale 8 13 16 19 34 45
Africa Settentrionale 3 6 12 6 16 42
Africa Orientale 0 3 12 0 4 35
Europa Occidentale 9 11 11 27 33 33
Africa Occidentale 0 5 12 0 8 25
Europa Settentrionale 8 9 10 24 24 24
Africa Centrale 0 3 7 0 5 21
Europa dell'Est 6 7 10 9 13 19
Oceania 2 4 6 4 8 13
Africa Meridionale 1 3 7 1 4 11
Totale 85 168 320 211 462 973

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26. Percentuale della popolazione urbana
Paesi % Paesi %
Kuwait 100 Malesia 57
Belgio 97 Marocco 54
Argentina 90 Algeria 49
Regno Unito 89 Sudafrica 45
Germania 86 Costa Rica 45
Australia 85 Egitto 44
Giappone 78 Zaire 41
Brasile 78 Indonesia 39
Stati Uniti
d'America 75 Nigeria 36
Francia 74 Cina 31
Russia 73 India 28
Italia 67 Kenia 20
Spagna 64 Afganistan 20
Equador 63 Etiopia 15
Tunisia 61 Nepal 11
Grecia 59 Ruanda 5

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27. I maggiori agglomerati urbani
1960
1 New York 14,8
2 Tokio 13,6
3 Londra 11,5
4 Conurbazione della Ruhr 10,4
5 Mosca 7,9
6 Parigi 7,8
7 Osaka-Kobe 7,6
8 Shanghai 6,9
9 Chigago 6,8
10 Buenos Aires 6,8
11 Los Angeles 6,8
12 Calcutta 6,3
13 Pechino 5,4
14 Citt del Messico 5,0
15 Rio de Janeiro 4,7
16 Bombay 4,7
17 San Paolo 4,4
18 Filadelfia 4,3
19 Berlino 4,2
20 Conurbazione del Randstad 4,0
Totale 143,9

1980
1 Citt del Messico 18,1
2 Tokio 17,2
3 San Paolo 15,9
4 New York 15,3
5 Calcutta 11,9
6 Shanghai 11,8
7 Buenos Aires 10,9
8 Rio de Janeiro 10,4
9 Seul 10,2
10 Bombay 10,1
11 Los Angeles 10,0
12 Londra 9,8
13 Pechino 9,2

130
14 Conurbazione della Ruhr 9,2
15 Parigi 8,9
16 Mosca 8,7
17 Il Cairo 8,5
18 Osaka 8,0
19 Jakarta 7,9
20 Tianjin 7,8
Totale 219,8

2000
1 Citt del Messico 26,3
2 San Paolo 24,0
3 Tokio 17,1
4 Calcutta 16,6
5 Bombay 16,0
6 New York 15,5
7 Seul 13,5
8 Shanghai 13,5
9 Rio de Janeiro 13,3
10 Nuova Delhi 13,3
11 Buenos Aires 13,3
12 Il Cairo 13,2
13 Jakarta 12,8
14 Bagdad 12,8
15 Teheran 12,7
16 Karachi 12,2
17 Istanbul 11,9
18 Los Angeles 11,2
19 Dacca 11,2
20 Manila 11,1
Totale 291,5

130
28. La distribuzione della popolazione
Grazie alla sua grande capacit di adattamento alle differenti situazioni ambientali luomo si diffuso su
quasi tutte le terre emerse. Queste occupano solo una parte, circa un terzo, del pianeta e presentano estreme
variabilit in termini di condizioni climatiche e di possibilit di essere permanentemente abitate. Vero che
luomo in un certo senso ubiquitario, e per tutta una serie di contingenze si avventurato anche in territori
o in aree repulsivi (regioni artiche, foreste pluviali, deserti, ecc.) ove ancor oggi presente in piccoli gruppi.
In altre zone, grazie alla possibilit di ricavare prodotti alimentari in quantit utile, la popolazione
diventata sempre pi numerosa. In tal senso le terre emerse vengono convenzionalmente divise in ecumene,
che rappresenta la parte abitata in modo permanente, in anecumene, la parte che non pu essere abitata se
non in condizioni e con accorgimenti particolari, e per taluni anche in subecumene, la parte abitata
saltuariamente. Difficile il computo esatto circa lestensione di tali zone: le aree anecumeniche ad esempio
potrebbero aggirarsi intorno ad un 18% del totale delle terre emerse. Secondo altri lanecumene in senso
stretto (calotta artica, Antartide, grandi deserti) registrerebbe un valore di circa il 10%, mentre il
subecumene, che comprenderebbe anche aree marginali alle prime ma raggiunte ed in qualche misura abitate
dalluomo (territori subartici come lo scudo canadese, grandi steppe siberiane, zone forestali), avrebbe un
valore prossimo al 40%, mentre lecumene vero e proprio si estenderebbe per un 50%.
Le lunghe e complesse fasi del popolamento della terra hanno oggi determinato una situazione assai
particolare per quanto riguarda la distribuzione umana. Infatti questa non in alcun modo omogenea e per
quanto riguarda la stessa ecumene vede lalternarsi di zone fittamente abitate a zone che presentano valori di
popolamento estremamente pi bassi. In altre parole si pu parlare di una distribuzione quasi a macchia di
leopardo, che vede una serie di territori fortemente abitati ed altri assai scarsamente popolati. La carta
rappresenta uno dei criteri con i quali si pu illustrare cartograficamente, anche se in termini quanto mai
schematici ed approssimati, la distribuzione della popolazione mondiale. Si tratta di un cartogramma a punti
ove ogni punto rappresenta in questo caso un addensamento pari ad un milione di abitanti. E ovvio che
aumentando la dimensione delle aree rappresentate si pu restringere il valore dei punti di riferimento ed
effettuare osservazioni pi analitiche o scrupolose. Ragionando in termini mondiali va da s che il margine
di approssimazione necessariamente aumenta e la rappresentazione in grado di offrire unimmagine del
popolamento per vaste aree geografiche.

130
29. Densit grezza e densit fisiologica
Le lunghe e complesse fasi del popolamento della terra hanno oggi determinato una situazione assai
particolare per quanto riguarda la distribuzione umana. Infatti questa non in alcun modo omogenea e per
quanto riguarda la stessa ecumene vede lalternarsi di zone fittamente abitate a zone che presentano valori di
popolamento estremamente pi bassi. In altre parole si pu parlare di una distribuzione quasi a macchia di
leopardo, che vede una serie di territori fortemente abitati ed altri assai scarsamente popolati. La carta
rappresenta uno dei criteri con i quali si pu illustrare cartograficamente, anche se in termini quanto mai
schematici ed approssimati, la distribuzione della popolazione mondiale. Si tratta di un cartogramma a punti
ove ogni punto rappresenta in questo caso un addensamento pari ad un milione di abitanti. E ovvio che
aumentando la dimensione delle aree rappresentate si pu restringere il valore dei punti di riferimento ed
effettuare osservazioni pi analitiche o scrupolose. Ragionando in termini mondiali va da s che il margine
di approssimazione necessariamente aumenta e la rappresentazione in grado di offrire unimmagine del
popolamento per vaste aree geografiche.
Altra cosa la densit che esprime il numero di abitanti che in media vive in un chilometro quadrato di
superficie. La densit calcolata in questo modo pi propriamente detta densit grezza o aritmetica, in
quando non esprime situazioni reali, ma valori teorici. Essa viene calcolata tenendo conto di limiti politici o
comunque amministrativi che, come ovvio, inglobano al loro interno situazioni geomorfologiche ed
ambientali talvolta estremamente differenziati. Tanto per fare un esempio la popolazione egiziana, che oggi
sfiora i settanta milioni, pressoch tutta concentrata nel delta e lungo la bassa valle del Nilo, ma la
superficie del paese pari a circa un milione di chilometri quadrati, cosicch la densit media al di sotto
dei settanta abitanti per chilometro quadrato. La valle del Nilo, secondo alcune stime, rappresenterebbe
poco pi del 3% della superficie totale dellEgitto, cosicch se si calcolasse un densit rapportata ad una
superficie realmente fruita (ad esempio in rapporto alla terra agricola produttiva), questa raggiungerebbe un
valore enormemente pi elevato, in questo caso pari a oltre cinque volte quello precedente. Esempi analoghi
potrebbero essere fatti riferendosi a particolari regioni allinterno di vari stati. Si pensi a due regioni italiane
quali la Liguria e la Valle dAosta che, pur in situazioni geografiche diverse, vedono un forte addensamento
di popolazione lungo piccole percentuali del territorio (rispettivamente la costa e la valle centrale). Alcuni
hanno perci proposto un conteggio pi calibrato detto densit fisiologica, che dovrebbe tener conto del
numero di abitanti per unit di superficie agraria produttiva. Ma anche questi calcoli sono suscettibili di
errori e comunque di grandi margini di discutibilit. In ogni paese o regione del mondo ci sono terre pi o
meno produttive, alcune danno rese abbondanti mentre altre forniscono una produzione minima o comunque
sono marginali ed adatte solo al pascolo. La produttivit agricola inoltre strettamente correlata con
laffollamento della popolazione e lo sviluppo tecnologico che consente di ottenere rese sempre pi elevate.
Si pensi ancora allincidenza odierna delle popolazioni urbane che oggi, pur con considerevoli variabili tra
paese e paese, superano il 40% di quella totale.
I disequilibri nella distribuzione demografica nello spazio si manifestano anche se sono osservati sotto la
prospettiva della densit di popolazione secondo i valori per continente (tabella n 1). Ancora una volta
appare evidente la sproporzione del continente asiatico che ancor pi espressiva se consideriamo che questo

130
Filippo Amelotti Sezione Appunti
continente il pi grande in quanto a superficie territoriale. LEuropa il secondo continente per densit.
Per nelle zone interne dellAsia, cos come in tutti i continenti, si registrano valori bassi e le densit
demografiche variano molto da zona a zona allinterno di uno stesso continente. Per questo motivo la densit
media per continente ed ancor pi quella mondiale, quarantaquattro abitanti per chilometro quadrato, non
hanno grande interesse se non come indicatore del fatto che risulta difficile giustificare il
sovrappopolamento del mondo.
Comunque si osservi la situazione sono evidenti una serie di concentrazioni umane localizzate per lo pi
nelle aree di pi antico popolamento (regione cinese, penisola indiana, Europa occidentale) o, per quanto
riguarda zone di popolamento recente, il nord est degli Stati Uniti dAmerica ed in generale le coste orientali
del Nuovo Continente. Allinterno di queste grandi aree si possono per altro rilevare zone abbastanza
ristrette in cui si radunano elevate percentuali del genere umano. La regione pi popolosa quella cinese che
ha superato il miliardo di abitanti, statisticamente distribuiti su oltre nove milioni di chilometri quadrati, ma
concentrati in alcuni settori del paese a riscontro di altri (come linospitale deserto di Gobi) pressoch
disabitati. La regione indiana ospita oggi quasi un miliardo di abitanti ed caratterizzata da impressionanti
concentrazioni localizzate intorno al basso corso dei grandi fiumi e comunque lungo le coste. NellEuropa
occidentale vivono oltre cinquecento milioni di persone pi o meno capillarmente diffuse e in grandissima
percentuale distribuite in grandi e medi centri urbani. In Gran Bretagna o in Francia, ad esempio, circa il
20% delle rispettive popolazioni sono concentrate nelle affollate capitali o nei loro hinterland. Cos nel nord
est degli Stati Uniti dAmerica si venuto a costituire un immenso agglomerato urbano, definito megalopoli,
comprendente le citt Boston, Washington, New York, Filadelfia e Baltimora che oggi si estendono
praticamente senza soluzione di continuit e registrano complessivamente circa cinquanta milioni di
abitanti, poco meno di un quinto di quella di tutto il paese. Sud America, Africa Nera ed Australia hanno
invece basse, se non minime, densit di popolazione. I quasi seicento milioni di abitanti dellAfrica sub
sahariana presentano solo qualche concentrazione nella regione nigeriana e negli altipiani orientali e sud
orientali, mentre in Sud America, ove la popolazione aborigena stata quasi del tutto sostituita da quella
emigrata dallEuropa (a partire dal sedicesimo secolo), linsediamento si concentra in larga misura lungo le
coste orientali in una vasta fascia a cavallo del Tropico del Capricorno e, in prossimit dellequatore, lungo
la stessa Cordigliera delle Ande. Laltitudine infatti assai importante per linsediamento, presentandosi allo
stesso tempo e a seconda delle latitudini, come fattore di repulsione o di richiamo. In molte aree
intertropicali ad esempio essa presenta il vantaggio di modificare favorevolmente le condizioni climatiche
che a quote basse sono caratterizzate da temperature elevate accompagnate da altissimi tassi di umidit e
favoriscono la persistenza di emergenze patologiche come la malaria o la tripanosomiasi.
Assai modesta invece lattuale popolazione, sia in termini assoluti che relativi, dellOceania. Al di l delle
peculiari situazioni dei vari arcipelaghi che per ovvie ragioni non hanno mai costituito aree di
concentrazione, la stessa Australia, vuoi per le condizioni generali del territorio (presenza di un grande
deserto che ne occupa quasi tutta la parte centrale), che per la recentissima colonizzazione da parte degli
europei, registra oggi una delle densit pi basse del mondo e presenta ben pochi poli di insediamento,
localizzabili nei territori costieri del sud est in concomitanza con le pi popolose citt del paese (Sidney,
Melbourne, ecc.).

130
30. 4 zone di concentrazione umana
Oggi si pu constatare lesistenza di quattro grandi zone di concentrazione umana, cio estese aree nelle
quali la densit della popolazione supera la densit media mondiale. Sono zone nelle quali sono numerose le
grandi citt e dove il paesaggio naturale stato fortemente trasformato ad opera delluomo.

130
31. Asia del sud est
Cina, soprattutto il suo settore sud orientale per anche Corea, Vietnam ed i molti arcipelaghi del lontano
oriente, tutti molto popolati, come Malesia, Tailandia, Indonesia, Filippine e Giappone, con zone rurali di
alta densit e soprattutto con le loro citt plurimilionarie.

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32. Asia centro meridionale
Parte del Pakistan e buona parte dellIndia, soprattutto la zona del Golfo del Bengala, includendo il delta del
Gange ed la maggior parte dei paesi della zona come Sri Lanka, Bangladesh e Birmania, che registrano
imponenti contingenti demografici in aree tanto rurali quanto urbane.

130
33. Europa occidentale
Europa occidentale
Soprattutto la parte chiamata triangolo dello sviluppo nelloccidente del continente, ove confluiscono e
sboccano i grandi fiumi come la Senna, la Mosella, il Reno e la Ruhr. Olanda Belgio, Germania e Francia,
per anche pianure sedimentarie come nel nord Italia e specialmente le coste, soprattutto quelle che si
affacciano nel mar Mediterraneo e nel mare del Nord, e il sud est del Regno Unito intorno alle grandi citt
inglesi.

130
34. Megalopoli nord americana
Cos chiamata da Gottmann nel 1961 una regione quasi esclusivamente urbana che include le principali
citt della costa nord orientale degli Stati Uniti. Dal nord di New York fino a Boston ed a New England ed
al sud fino alle agglomerazioni intorno Washington e Filadelfia e verso linterno fino al confine con il
Canada e la regione dei grandi laghi.

130
35. Poli secondari di concentrazione demografica
Questi quattro grandi punti di concentrazione assommano una quantit sproporzionata di abitanti, oltre il
settantacinque percento della popolazione mondiale. Tuttavia opportuno individuare altri poli secondari di
concentrazione demografica. Si tratta normalmente di zone pi compatte, in generale circostanti grandi
metropoli che ostentano diversi gradi di supremazia soprattutto nei paesi meno sviluppati:
Costa californiana: nellAmerica del nord, con una corona di grandi citt da Sacramento sino alla
conurbazione, San Diego, Tijuna, includendo San Francisco, Okland, Los Angeles.
Grandi aree metropolitane dellAmerica Latina: intorno a citt plurimilionarie come Mexico, Bogot,
Caracas, San Paolo, Rio de Janeiro, Lima, Santiago del Cile, Buenos Aires.
Golfo di Guinea: in Africa, dal Senegal fino al Gabon ed al Congo, accorpano una quindicina di paesi come
la Nigeria e la Costa dAvorio con importanti citt e zone costiere ad alta densit demografica.
Delta del Nilo e Medio Oriente: soprattutto intorno a il Cairo e la costa egiziana in Africa settentrionale, ma
anche includendo parte di Israele, Giordania, Siria, Iraq ed Iran (e Turchia, che in termini strettamente
geografici, non appartiene al medio oriente per per la sua posizione si pu considerare appartenente a
questa zona).
Africa centrale ed orientale: nelle zone interne di Uganda, Kenya, Ruanda, Zaire, Burundi, Tanzania e
Mozambico, nelle citt come Kampala, Nairobi e Dar es Saalam.
Africa del sud: intorno alle coste e soprattutto alle grandi citt come Citt del Capo, Johannesburg, Durban e
Pretoria, ma anche in estese zone minerarie e rurali pi allinterno.
Costa meridionale ed orientale dellAustralia: di forma discontinua, per con forti concentrazioni intorno
alle principali citt, da Adelaide e Melbourne, fino a Canberra, Sidney e Brisbane nel sud est e lisola di
Tasmania intorno alla sua capitale, Hobart.
Da tutto ci risulta chiaro che la distribuzione della popolazione mondiale quanto mai eterogenea e che la
sua descrizione in termini di disuguaglianza si conforma pienamente con la realt. Tali differenze sono
ancor pi evidenti se consideriamo questa distribuzione per stati ove i disequilibri si manifestano in tutta la
loro forza.
La tabella n 2 assai espressiva nel senso che lascia intravedere immediatamente il fatto che un solo paese,
la Cina, con oltre un miliardo e duecento milioni di abitanti rappresenta un po pi della quinta parte della
popolazione mondiale. Assommando la Cina al secondo paese pi popolato, lIndia, con poco pi di un
miliardo di abitanti, si arriva a quasi il quaranta percento del totale della popolazione mondiale.
Aggiungendo a questi altri quattro paesi, Stati Uniti, Indonesia, Brasile e Federazione Russa, che insieme
raggiungono gli ottocento milioni di abitanti, gi si supera la met della popolazione mondiale. I venti paesi
elencati nella tabella superano insieme il settanta percento della popolazione del pianeta.
Al margine di questa considerazione il dato della densit media di ciascuna regione, sebbene eloquente,
meno espressivo del disequilibrio demografico evidenziato dai numeri assoluti o dalle percentuali di
popolazione viventi nelle varie regioni del mondo.
Come si detto lo spazio fisico impone una serie di condizionamenti allinsediamento umano. La tabella n
3, contiene dati riferiti alla superficie delle terre emerse in ciascuna delle grandi regioni del mondo, dai quali

130
emerge come la dimensione delle terre disponibili gi di per se stesso impone differenziazioni. Ci
nonostante pi che la quantit di terra, quello che importa sono le caratteristiche delle terre ed in questo ci
sono grandi differenze. In primo luogo non una casualit che la massima parte della popolazione
mondiale, intorno all80% vive tra il ventesimo ed il sessantesimo grado di latitudine nord. Questa fascia,
chiamata zona temperata, presenta, dal punto di vista delle condizioni bioclimatiche ed altri fattori fisici, le
migliori condizioni per linsediamento della popolazione. Ci applicabile soprattutto alla fascia compresa
tra il ventesimo ed il quarantesimo parallelo nord dove insediata circa la met della popolazione mondiale.
La zona tropicale e la zona artica dellemisfero nord riuniscono una popolazione che non raggiunge il dieci
percento del totale mondiale. Lemisfero nord raggiunge quindi il novanta percento della popolazione
mondiale lasciando a quello sud solo il restante dieci percento che in gran parte concentrato in area
tropicale. Il fatto che lemisfero nord contenga la maggior parte delle terre emerse, non per sufficiente a
spiegare un disequilibrio tanto elevato nella distribuzione della popolazione. Bisogna tenere conto di altri
fattori condizionanti come ad esempio il clima e laccessibilit. Dal punto di vista climatico alcune zone, in
qualche misura registrano estremi climatici di temperatura e precipitazioni che rendono difficile, o di fatto
impossibile lo sviluppo di una vita normale. Ci non per gli estremi in se stessi, ma perch detti estremi
originano condizioni di vita estremamente difficili dovute a fattori come aridit, freddo, caldo e umidit che
a loro volta si ripercuotono sullambiente impoverendolo a tal punto da creare gravi carenze per lesistenza
umana. Comunque le zone anecumeniche non sono del tutto spopolate, registrano in generale densit
demografiche assai basse e al loro interno contengono ampie estensioni completamente spopolate. Nella
maggior parte dei case le modeste popolazioni ivi presenti sono nomadi o seminomadi e vi quasi una
completa assenza di grandi citt. Solo lesistenza di risorse minerarie o di atre fonti di ricchezza o la
pianificazione da parte degli stati (costruzione di Brasilia nel cuore del Brasile ed il popolamento
programmato nella Siberia), hanno determinato lafflusso di popolazioni in questi luoghi, per mai in
numero elevato.

130
36. Le zone meno popolate
Le principali zone del mondo che mostrano tali condizioni e che perci hanno debolissimo popolamento
sono:
zone polari: tanto nellemisfero nord che in quello sud, cio in Artide ed Antartide, e specialmente in
questultima nella quale il freddo, linclemenza del clima, la neve perpetua e la scarsa vegetazione
costituiscono un ostacolo praticamente insormontabile;
alte latitudini: quanto sopra, seppur in misura minore, applicabile in generale alle alte latitudini, nelle zone
della tundra (pianure prive di alberi dellAmerica e dellEurasia settentrionali, situate in prevalenza intorno
al circolo polare artico e a nord delle foreste di conifere) e della taiga (foresta di conifere della Siberia. Vi
crescono principalmente pini, abeti e larici, contiene molte zone paludose), nei territori settentrionali
dellAmerica del Nord (Scudo Canadese), dellEuropa settentrionale e della Siberia, cos come alle terre
australi praticamente spopolate del Cile e dellArgentina in quella parte chiamata cono sud;
foreste pluviali: sono presenti nelle aree equatoriali e subequatoriali dei tre continenti attraversati
dallequatore. LAmazzonia nellAmerica meridionale, la foresta congolese in Africa e le enormi estensioni
di foreste degli arcipelaghi del Pacifico in Asia, come di Giava, Borneo, Sumatra e Nuova Guinea ed i
territori settentrionali dellAustralia. Registrano temperature elevate e soprattutto un altissimo grado di
umidit cui si aggiunge la povert dei suoli e soprattutto la mancanza di accessibilit e di penetrabilit, tra
gli altri fattori negativi.
deserti: luoghi dove praticamente impossibile sviluppare condizioni accettabili di vita a causa dellaridit,
la scarsa vegetazione ed il calore estremo: nel sud ovest degli Stati Uniti (deserto dellArizona), in parte
della costa peruviana dellAmerica meridionale, nel Sahara, nel Kalahari e nella Dancalia in Africa, in
Arabia e nel Gobi in Asia, e nel Gran Deserto in Australia;
zone di alta montagna: le Montagne Rocciose e la Sierra Madre nellAmerica del Nord, le Ande
nellAmerica del Sud, lAtlante nel nord Africa, i Pirenei e le Alpi in Europa, lHimalaya in Asia, cos come
la maggior parte delle catene montuose o massicci del mondo che sono generalmente disabitate per una
molteplicit di ragioni.
Se ponessimo una carta contenete le caratteristiche fisiche del territorio sopra quella della distribuzione della
popolazione potremmo facilmente vedere come gli elementi pi sfavorevoli dellambiente coincidono quasi
perfettamente con le zone di bassa densit. Di riscontro la carta della distribuzione della popolazione mette
in evidenza un altro elemento che balza immediatamente alla vista, cio il fatto che le zone costiere
attraggano la popolazione e siamo di norma assai popolate, mentre quelle interne, in media, siamo meno
abitate. In ci esercita una certa influenza la particolare localizzazione delle aree anecumeniche che
occupano grandi estensioni allinterno dei vari continenti.
Ci sono naturalmente altri motivi che rendono le coste luoghi idonei allinsediamento permanente. In linea
di massima si pu dire che la distribuzione della popolazione mondiale, riguardo la cosiddetta continentalit,
ossia alla distanza dalla costa, mostri un andamento del tutto evidente: quasi il settanta per cento della
popolazione mondiale vive a meno di cinquecento chilometri dal mare, e ci sia che si ragioni in termini
assoluti quanto in termini di densit. Le maggiori concentrazioni sono infatti comprese entro una fascia che

130
non supera i venti chilometri dalle coste.
Salvo condizioni eccezionali, come terre paludose, deserti costieri, presenza di insetti e parassiti, i litorali
hanno sempre esercitato un forte fattore di attrazione. Tale attrazione in primo luogo dovuta al grande
livello di accessibilit che stato particolarmente importante nei periodi delle grandi conquiste o dei
movimenti migratori di massa. A ci si pu aggiungere la situazione geografica strategica in molti suoi
aspetti, ad esempio geopolitico militare, cos come i modi di vita rapportati al mare come ad esempio la
pesca e la navigazione. Allo stesso tempo le localit costiere offrono microclimi che attenuano i rigori
climatici tipici delle aree interiori continentali.
Lo stesso discorso si potrebbe estendere alle isole, tanto che si pu parlare non solo di litoralit ma anche di
insularit come fattore di attrazione. Non pochi stati sovrani, come Regno Unito, Giappone, Nuova Zelanda,
Indonesia, Filippine, Irlanda, Islanda si sono sviluppati in ambienti insulari o arcipelagici.

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37. Popolazione e altitudine
Altro elemento di osservazione pu essere la relazione tra linsediamento della popolazione e laltitudine.
Tale relazione naturalmente nettamente inversa rispetto a quella precedente. C da segnalare che monti e
zone interne dei continenti zone solite coincidere in modo che questa relazione correlata con la precedente
considerazione relativa allo spopolamento delle parti interne dei continenti. Eccezioni a questa regola
generale sono lAfrica centrale ed orientale, dove risiede molta popolazione insediata nella regione interna
dei grandi laghi e dellaltipiano etiopico o nella parte settentrionale della cordigliera andina. La relazione tra
densit demografica ed altitudine evidente quanto ovvia nelle alte latitudini piuttosto che nelle basse.
Infatti nella fascia intertropicale laltitudine e conseguentemente le parti interne dei continenti, possono
essere trasformarsi in un fattore favorevole se si tengono in conto le generali condizioni bioclimatiche della
zona. Mentre lungo le coste tropicali lalto grado di umidit e le elevate temperature possono presentarsi
come fattore negativo per un insediamento permanente, linterno e nello specifico le terre pi elevate
offrono condizioni pi gradevoli: clima pi secco e temperature pi miti. Oggi ad esempio abbiamo molti
casi di citt interne, alcune delle quali molto grandi ed a quota altimetrica elevata, in America settentrionale,
America del sud ed Africa: Mexico, Quito, La Paz, Addis Abeba e Nairobi. La tabella n4 contiene dati
statistici relativi ad alcune regioni montane ed al loro popolamento umano. Si tratta nel complesso di
superficie relativamente elevate rispetto al totale di quelle delle terre emerse, quasi il quindici per cento. La
popolazione ivi insediata rappresenta invece il sette per cento circa del totale mondiale, mentre la densit, di
circa venti abitanti per chilometro quadrato meno della met della media mondiale. La pendenza e
lasprezza della morfologia montana e soprattutto la stessa massa montuosa svolgono un ruolo
preponderante nella restrizione dellaccessibilit, dellabitabilit e delluso delle zone alte del mondo.
Daltra parte ad eccezione di strette valli o pianure sedimentarie ubicate tra i massicci montuosi, i suoli non
offrono grandi possibilit per le coltivazioni, pu scarseggiare lacqua e laltitudine di per se stessa, molto
spesso impone problemi fisiologici agli uomini. Comunque alcuni fattori economici, come lesistenza di
giacimenti minerari o di terre fertili (ad esempio nelle zone vulcaniche dellAmerica latina e dellAsia), o
particolari circostanze, come la fuga dalle coste nel periodo dello schiavismo, hanno fatto si che al di l di
fattori reali alcune terre alte diventassero abbastanza popolate. I casi del Messico, Per, Ecuador e Bolivia
dimostrano di riscontro come nel corso dei secoli si siano potute sviluppare civilt emergenti e assai
sofisticate in quelle terre alte ed interne persino a quote superiori ai duemila e tremila metri di altezza. Le
valli e le pianure al contrario sono tradizionalmente luoghi di insediamento. Tra gli altri fattori favorevoli si
pu anche in questo caso segnalare laccessibilit favorita dal modellamento dolce dei rilievi, dai valichi
nelle zone montuose e dai corsi dacqua molto spesso navigabili, cos come lesistenza di microclimi
favorevoli, abbondanza di acque e terre alluvionali fertili. Un caso interessante pu essere considerato il
fattore di insediamento che esercitano le aree di contatto tra rilievi montuosi e pianure, vale a dire le zone
pedemontane. Ci sono molti esempi nel mondo di zone di questo genere che sono diventate importanti fulcri
di popolamento. Una zona assai rappresentativa la famosa fall line nord americana, alle falde orientali
degli Appalachi dove si sono sviluppate grandi citt (per esempio Atlanta) ad una distanza notevole dalla
costa che dalla Carolina fino alla florida praticamente spopolata. Anche in vari paesi dEuropa, ai piedi

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Filippo Amelotti Sezione Appunti
delle Alpi o dei Pirenei si trovano citt di notevoli dimensioni e zone altamente popolate.

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38. Popolazione e ambiente
Lattuale distribuzione della popolazione il risultato finale, come gi si detto, non tanto dei
condizionamenti imposti dallambiente naturale, ma delle risposte che luomo ha dato nel corso dei secoli in
relazione al modo pi razionale si sfruttare lambiente quando questo ricco di elementi favorevoli o di
superare i suoi inconvenienti in caso contrario. In questo plurisecolare processo di decisione sono
certamente intervenuti i fattori fisici, ma a fianco di altri propriamente umani. Tra questi sono certamente di
fondamentale importanza quelli economici, sociali e politici, tutti in modo varie e spesso interconnesso,
hanno influito sulla distribuzione della popolazione in infiniti modi che gli storici della demografia hanno
studiato con attenzione. Ad esempio dal punto di vista economico gi stata ricordata la fondamentale
importanza di quanto, in termini di modelli di vita, come lagricoltura o la pesca in tempi passati o di risorse
naturali in tempi pi recenti intorno ai quali gli uomini hanno potuto organizzare la loro vita sociale. A
partire da una certa dispersione provocata da modelli agricoli tradizionali, si passati alla concentrazione
intorno alle attivit industriali e soprattutto al settore dei servizi che incontrano nelle grandi citt
lespressione geografica pi idonea per il loro sviluppo. Quando inizi la prima rivoluzione industriale in
Europa allinizio del diciannovesimo secolo la popolazione urbana nel mondo raggiungeva malapena il
cinque percento della popolazione totale. Un secolo pi tardi essa si avvicinava la quindici per cento e nel
1950 aveva superato il trenta per cento. Nel 1980 pi del quaranta per cento della popolazione mondiale era
urbana, con una divisione tra paesi sviluppati (con un settanta per cento della loro popolazione classificata
come urbana) e paesi sottosviluppati (con un trenta per cento).
Alle soglie del terzo millennio circa lottanta per cento dei paesi sviluppati urbana cos come poco meno
un quaranta per cento di quelli sottosviluppati. Secondo una recente proiezione delle Nazioni Unite si stima
che entro una generazione la popolazione urbana in America anglosassone, Europa, America latina ed
Oceania si stabilizzer intorno allottantacinque per cento mentre in Asia ed in Africa raggiunger il
cinquantacinque per cento di quella totale. La tabella n 5 mostra la recente evoluzione di tale fenomeno
disgregata per grandi regioni. Come si pu osservare, in tutte le parti del mondo il processo di
urbanizzazione continua a svilupparsi riducendo via via le differenze tra zona e zona di ventanni fa.
Comunque anche oggi si pu notare una correlazione abbastanza chiara tra livello di sviluppo e processo di
urbanizzazione. In America settentrionale ed Europa occidentale la popolazione urbana supera l'ottanta per
cento del totale. In Oceania, America latina e Federazione Russa si colloca intorno al settantacinque per
cento, mentre il resto del mondo si attesta su valori pi ridotti, compresi tra un cinquanta ed un trentuno per
cento.
In linea generale chiaro che esiste una corrispondenza diretta tra sviluppo economico ed urbanizzazione e
ci anche in relazione al fenomeno della terziarizzazione delleconomia, ma non bisogna generalizzare
troppo perch, ciascun paese e ciascun sistema urbano ha delle connotazioni particolari e proprie ed una sua
specifica realt economica e sociale. La tabella n6 evidenzia levoluzione della situazione delle citt con
oltre un milione di abitanti in varie regioni del mondo negli ultimi quarantanni. Come si pu osservare
mentre queste sono quasi quadruplicate la popolazione in essa contenuta aumentata di oltre quattro volte e
mezzo. Questo eccezionale sviluppo si riscontra soprattutto nelle aree del terzo mondo dove, a parte

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lelevato tasso di crescita naturale della popolazione, si aggiunge lesteso fenomeno dellesodo rurale, o
immigrazione di massa dalle campagne alle citt, il che in molti paesi ha creato gravi problemi.
Grandi differenze esistono anche tra paesi e paesi di uno stesso continente o di una stessa grande regione
geografica. La tabella n 7 mostra la percentuale di popolazione urbana in alcuni rappresentativi paesi del
mondo. Al di l di casi eccezionali, come quello del Kuwait, che praticamente una citt stato (ma nel
mondo vi sono altri esempi di tal genere relativi a paesi di piccole dimensioni, come ad esempio il
Principato di Monaco) gli indici pi elevati di popolazione urbana corrispondono ai paesi pi sviluppati, cos
come quelli pi bassi a quelli sottosviluppati, specialmente africani.

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39. Agglomerati urbani nel mondo
Un altro dato interessante quello relativo allo sviluppo del numero degli abitanti dei grandi agglomerati
urbani mondiali nel corso degli ultimi quarantanni (tabella n 8). La popolazione vivente nelle venti pi
numerose citt era pari nel 1960 a circa il due per cento della popolazione mondiale, mentre oggi ha
raggiunto il cinque per cento. E altrettanto significativo notare come quarantanni fa undici citt tra le prime
venti appartenessero a paesi sviluppati contro nove di paesi sottosviluppati, oggi solo tre citt plurimilionarie
sono nei paesi del primo mondo, mentre altre diciassette appartengono al terzo. In particolare le prime due
citt della lista, Mexico e San Paolo, sono in latino America e costituiscono autentiche regioni urbane di
proporzioni gigantesche con una popolazione stimata di oltre venti milioni ciascuna. Da notare ancora come
dieci di queste citt siano situate in Asia centro orientale (e ben tre in India), tre in Medio oriente e Turchia,
due in America del nord, una in Africa. LEuropa che nel 1960 contava ben quattro citt o agglomerati
urbani tra i venti pi popolate del mondo, oggi non appare nella lista. Questo fatto lascia intendere tra le
altre cose che il rallentato sviluppo demografico europeo ha portato con se un freno al processo di
inurbamento nei grandi agglomerati del vecchio continente, anche se in ci hanno un ruolo anche altri
fattori. Tra gli altri fattori che hanno dato luogo a concentrazioni di popolazione in determinate aree, e non
solo urbane, vi sono i fenomeni relativi ai distinti sistemi di valori che hanno spinto verso una crescita
demografica accelerata come in molti settori del mondo sottosviluppato. Dal punto di vista politico ed
economico sono stati prodotti e continuano a prodursi grandi discrasie spaziali relative alle migrazioni di
massa, gli esuli ed i rifugiati politici, la globalizzazione delleconomia mondiale ed uninsieme di
circostanze che incidono sul rapporto popolazione spazio.
Dal punto di vista spaziale, importante segnalare che oggi si stanno producendo due processi relativi
allubicazione geografica delle persone e alle attivit economiche, processi propri delleconomia
postindustriale e spinti dai nuovi mezzi di comunicazione e di trasporto. Tali processi sono contrapposti e
non ancor chiaro quale dei due andr ad imporsi come tipico del ventunesimo secolo:
processo di concentrazione della popolazione in grandi agglomerati urbani accentratori di uomini e di
attivit economiche. Tale fenomeno, tipico dei paesi meno sviluppato chiamato effetto back wash;
processo di dispersione della popolazione verso zone rurali e citt medio piccole come risultate
dellevoluzione delle grandi citt. Tale fenomeno tipico dei paesi sviluppati si chiama effetto spread.

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40. Documentazione statistica
Come si visto i censimenti della popolazione sono la fonte pi completa dei dati socio demografici ai quali
se affiancano altri relativi ad esempio agli aspetti economici e produttivi dei vari paesi.
La loro importanza risiede nella loro ampiezza universale, nel largo spettro di elementi raccolti, e nella
possibilit di incroci geografici in relazione alle specifiche caratteristiche della popolazione. Gli svantaggi
maggiori sono costituiti dal fatto che essi sono poco frequenti e dalla grande mole di informazioni che non
ne permette una gestione rapida e viceversa provoca alti costi e difficolt di manipolazione. Nei rapporti
ufficiali le Nazioni Unite suggeriscono di ricorrere alluso di risultati di rilevazioni gestite in modo
campionario. In altre parole, un set di micro dati che consentano una restituzione rapida di informazioni e
che si pongono come base per lapprofondimento di determinati temi dindagine.
Senza entrare in merito alla complessa variet delle rilevazioni campionario intercensuarie usate, o
comunque raccomandate, si pu comunque ricordare che tali informazioni possono essere qualificate come
informazioni di fonte amministrativa e dati amministrativi non ufficiali.

Informazioni di fonte amministrativa, le amministrazioni pubbliche raccolgono istituzionalmente una vasta


gamma di informazioni sociali ed economiche. La registrazione pi comune e sperimentata dai singoli paesi
quella che riguarda le statistiche demografiche relative cio a natalit, mortalit, matrimoni, ecc. dei
cittadini di un paese. Tali rilevazioni comprendono per anche i numeri indici di uneconomia quali ad
esempio quelli relativi alla produzione, al reddito, alla spesa, ai prezzi, agli scambi internazionali e simili. Il
problema che sorge quello del loro uso, e talvolta quello della loro attendibilit, in quanto il coordinamento
di queste statistiche in un quadro generale di sintesi crea molti problemi legato in particolare
allapplicazione di definizione e classificazioni comuni.
Dati amministrativi non ufficiali, sono costituiti dalle informazioni raccolte ed elaborate da enti non
governativi. Anche queste fonti, al di l dei problemi relative alla riservatezza dellinformazione, presentano
difficolt dovute alla scarsa sistematizzazione delle procedure ed alla disparit delle classificazioni, in
misura anche maggiore dei sistemi formativi delle amministrazioni pubbliche.

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41. Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU)
Le Nazioni Unite producono una gamma molto ampia di pubblicazioni di carattere statistico, sia
direttamente presso lo Statistical Office, che attraverso i suoi vari organismi, agenzie, dipartimenti, quali:
Department of Econmic and Social Affairs (DESA), Food and Agriculture Organization (FAO), United
Nations Intustrial Development Oraganization (UNIDO), etc. Le pubblicazioni rivestono carattere sia
generale che tematico ed hanno per oggetto ambiti territoriali differenti.
Alcuni annuari riportano dati relativi alla totalit o alla quasi totalit dei paesi del mondo, altri si riferiscono
a raggruppamenti precisi di stati o a particolari aree geografiche. Fra i primi si pu ricordare lo Statistical
Year Book, affiancato da un bollettino mensile e prodotto dal 1947. Riporta dati generali relativi a circa 250
paesi del mondo. Altri annuari di respiro internazionale sono quelli relativi a: statistiche demografiche,
statistiche commerciali, statistiche di contabilit nazionale(con tavole in moneta locale ed altre comparative,
con valori espressi in dollari), statistiche industriali, statistiche sulla produzione agraria.
Accanto agli annuari sono anche prodotti una vasta serie di rapporti, analisi e commenti dei dati, sia
periodici che occasionali. Le commissioni regionali che configurano aree di interesse di ambito continentale
(Europa, Africa, Asia e America Latina) pubblicano dati su aree pi circoscritte. Le produzioni presentano
per notevoli differenziazioni: la Economic Commition for Europe, fornisce infatti una gamma di dati
vastissima, mentre minori e soprattutto pi irregolari informazioni arrivano dallAfrica.

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42. Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico
(OCSE)
Unaltra organizzazione che pubblica dati statistici a livello internazionale lOCSE che comprende oltre
venti paesi. La principale serie pubblicata Main Economical Indicators che documenta sistematicamente
gli andamenti, gli sviluppi ed i cambiamenti economici dei singoli paesi membri. Lorganizzazione
suddivide le proprie pubblicazioni in dodici temi per ognuno dei quali produce dossier statistici ed altri di
commento dei dati o di analisi pi generali ed articolate.

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43. Banca Mondiale (BM)
La Banca Mondiale, cui aderiscono 151 paesi costituita dalla International Bank of Reconstruction and
Developement e dalla International Development Association ed ha come scopo statutario quello di
promuovere il progresso economico e sociale dei paesi in via di sviluppo.
Da questo punto di vista la Banca Mondiale raccoglie, studia ed analizza una notevole variet e quantit di
dati economici e sociali che vengono poi pubblicati. I principali repertori sono costituiti dai rapporti generali
che hanno cadenza annuale e tracciano una panoramica della situazione economica mondiale, con
particolare riferimento ai paesi in via di sviluppo ed alle aree critiche del pianeta. Riportano una serie di
tavole con dati statistici molto spesso non altrimenti recuperabili.

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44. Fondo Monetario Internazioale (FMI)
Il Fondo Monetario Internazionale unistituzione fondata nel 1947 con lo scopo principale di stabilizzare i
tassi di cambio e facilitare le compensazioni multilaterali dei paesi membri, eliminando restrizioni nei
commerci e svalutazioni monetarie. Con il tempo si venuta sempre pi configurando come unistituzione
di supporto e assistenza ai paesi in crisi.
Le statistiche prodotte dallente sono fondamentalmente di carattere finanziario, con lannuario e il mensile
di statistiche finanziarie, delle bilance dei pagamenti, del commercio e dei dati economici pi generali degli
stati membri.

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45. EUROSTAT
E lufficio statistico della Comunit Europea. La quasi totalit delle statistiche si riferisce ai paesi membri,
alcune tavole tuttavia riportano dati anche su altri stati a scopo comparativo. Oltre alle statistiche generali,
che comprendono anche delle serie regionali, anche lEUROSTAT produce statistiche tematiche relative ad
economia e finanza, popolazione e condizioni sociali, energia ed industria, agricoltura, silvicoltura e pesca,
commercio estero, servizi e trasporti, temi tutti per i quali vengono fornite informazioni secondo uno schema
di pubblicazioni a periodicit diversa.

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46. Istituti Centrali di Statistica dei singoli paesi
Gli Istituti Centrali di Statistica (ma non tutti gli stati del mondo ne sono dotati) producono in varia misura
statistiche generali e/o settoriali relative a vari aspetti e condizioni dei diversi paesi.
E ovvio che pi un sistema di raccolta, produzione, organizzazione e fornitura del materiale efficiente e
consolidato, maggiore la gamma delle informazioni fornite, pi ampio il ventaglio dei temi trattati, pi
affidabili e sicuri i risultati prodotti.
Si passa quindi dalle statistiche, ad esempio dei paesi pi industrializzati, complete e tempestive organizzate
e distribuite anche in forma automatizzata a d altre meno puntuali ed esaustive e talvolta, anche assai meno
attendibili.

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47. Definizione di lingua
La lingua un sistema di simboli che non si identificano con gli oggetti e con i concetti cui sono riferiti, ma
sono capaci di evocarli. Gli organi fonatori umani sono atti a produrre determinati suoni (fonemi)
nettamente articolati e distinti luno dallaltro, i quali, riunendosi in vario modo danno luogo ad una serie
pressoch infinita di combinazioni (sillabe, parole, frasi). E solo nella mente delluomo che ha luogo la
riunione fra loggetto o il concetto e la sua rappresentazione fonetica. Tale rapporto non dettato dalla
natura, ma deriva da una convenzione sociale. La lingua infatti non innata, appresa dallambiente in cui
lindividuo vive. I fonemi pronunciati dal parlante si manifestano come fenomeni acustici che sono
ritrasformati in simboli dellascoltante quando la lingua di chi ascolta la stessa di chi parla o per lo meno
gli nota. Se la lingua non la stessa, o anche solo se la parola pronunciata dal parlante non nota a chi
ascolta, lassociazione con limmagine non si forma. La lingua quindi un prodotto psichico e sociale e, pur
essendo formata da tanti contributi individuali, ha una sua unit pi o meno estesa nellambito di una
famiglia, di un gruppo, di una regione, di una nazione: essa non mai immobile e rigidamente fissa, ma
muta pi o meno rapidamente nel tempo.

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48. Le linge nel mondo
A detta degli esperti le lingue oggi parlate nel mondo sono circa tremila e presentano una distribuzione non
uniforme sui diversi continenti. La frammentazione si presenta pi forte in Africa, in Asia ed in Oceania. Le
lingue che hanno una scrittura e sono diffuse in pi paesi non superano il centinaio. Alcuni idiomi hanno in
comune analogie pi o meno accentuate di fonetica, grammatica, vocabolario o parentela accertata, altre
presentano spiccate divergenze, sia nella forma scritta che in quella orale. In altre parole siamo di fronte ad
una babele linguistica sulla cui genesi ben poco si sa. Se possibile identificare con estrema facilit alcuni
idiomi tra loro imparentati, come ad esempio quelli neolatini (derivati cio dal latino), altrettanto
complesso ricostruire levoluzione storica, anche non troppo antica, del panorama linguistico attuale.

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49. La classificazione delle lingue
La classificazione delle lingue un problema che appassiona gli studiosi da oltre due secoli, cos come le
metodologie di indagine proposte sono sempre state molte e relative a svariate discipline. Esistono ipotesi di
classificazione su base morfologica, attente cio alle differenze strutturali delle varie parlate. Allo stesso
tempo una prospettiva diacronica, che studia i vari strati di una lingua, tende a mettere in luce
sovrapposizioni ed incroci avvenuti in periodi pi o meno lunghi.
Il criterio della classificazione morfologica si basa sulla forma che presentano le strutture delle singole
lingue: non poggia dunque su considerazioni storiche, ma su aspetti pi o meno evidenti che spesso possono
dimostrarsi accidentali e transitori. Esso fu introdotto per la prima volta dai fratelli Schlegel agli inizi del
diciannovesimo secolo e riproposto poi da altri glottologi come ad esempio Pott e Schleicher ,che ripartiva
le lingue esistenti in isolanti, agglutinanti e flessive, classificazione ancor oggi ricordata in molti testi
scolastici. A questo criterio di classificazione se ne aggiunse ben presto un altro, quello psicologico, che fu
di gran lunga meno fortunato. La sua formulazione si deve a Humboldt che proponeva di dividere le lingue
del globo in due grandi gruppi: quello delle lingue meno complete e quello delle lingue pi complete.
Un tentativo di classificazione di un certo interesse ancor oggi quello genealogico. Nellintenzione dei
primi sostenitori, questo metodo avrebbe dovuto portare alla definizione di un antico e primario linguaggio
comune, unico per tutta lumanit ed anteriore alla mitica divisione biblica. Tralasciando gli aspetti pi
utopistici di tale iniziativa, una definizione evolutiva delle lingue presenta comunque interesse per la sua
rispondenza allattuale frazionamento territoriale in regioni culturali e linguistiche. Tramite questo modello
di indagine si considerano affini o imparentate due lingue, quando luna storicamente la continuazione
dellaltra. Tre secoli or sono linglese Jones intraprendeva lo studio del sanscrito, antica lingua dellIndia, e
ne ipotizzava una forte somiglianza lessicale e grammaticale con il greco antico ed il latino. Secondo lui le
tre lingue sarebbero scaturite dalla stessa fonte che da tempo immemorabile non esisteva pi. Un secolo pi
tardi Jacob Grimm, filologo e noto narratore, sosteneva che i cambiamenti fonetici avrebbero potuto
dimostrare le relazioni tra lingue in maniera scientifica. Dalle ipotesi dei due derivava la prima grande teoria
linguistica sullesistenza di una parlata indeuropea ancestrale, generatrice, tra le altre lingue antiche, del
latino, del greco e del sanscrito. Lindoeuropeo avrebbe cos dato origine ad un complesso linguistico che,
secondo alcuni studiosi, raggruppa oggi oltre quattrocento idiomi, parlati da circa met della popolazione
mondiale e ripartiti in nove sottogruppi: albanese, armeno, baltico (lettone, lituano), celtico(bretone, cornico,
gaelico, gallese, irlandese), ellenico, germanico (danese, fiammingo, inglese, islandese, norvegese, svedese,
tedesco), indo iranico (comprende oltre trecento lingue tra cui: bengali, curdo, hindi, persiano, urdu),
neolatino (castigliano, catalano, francese, italiano, ladino, occitano, portoghese, rumeno), slavo (bielorusso,
bulgaro, ceco, macedone, polacco, russo, serbo-croato, slovacco, sloveno). I vari idiomi sono cos
raggruppati in famiglie in base al loro grado di affinit dovuto alla derivazione storica ed allevoluzione
comune.
Quanto alla loro distribuzione territoriale due o pi lingue simili tra loro sono solitamente contigue, ma i
movimenti espansionistici e le migrazioni dei popoli talvolta hanno portato ad ampliare molto la loro
distanza geografica. Per misurare il grado di affinit o parentela tra due o pi lingue si usa un criterio

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statistico. Si tiene conto delle parole pi comuni dei vari idiomi e si raffronta il tasso di derivazione da una
lingua originaria comune a tutte. Ad esempio litaliano ha in comune con il latino classico oltre l80% delle
parole di base, percentuale che scende al 70% tra francese o rumeno e latino. Se tale indice di parentela
supera l80% si di fronte a due parlate contigue o a varianti della stessa lingua. Tra l80% ed il 30% le
lingue si possono considerare appartenenti alla stessa famiglia. Al di sotto di tale quota, ma a fronte di
significative somiglianze, le lingue vengono incluse in famiglie diverse ma entro lo stesso ceppo o gruppo di
famiglie. Una suggestiva immagine figurata di tale complessa evoluzione suggerita dallo stesso Schleicher
che, nella seconda met dellOttocento, sotto linfluenza delle teorie naturalistiche allora dominanti,
paragonava le famiglie linguistiche del mondo ai rami frondosi di un grande albero. Da una base o tronco
comune le lingue si sarebbero ramificate in dialetti che avrebbero subito ulteriori processi di
differenziazione a causa dellisolamento, fino a trasformarsi con il passare del tempo in lingue a se stanti. Al
di l di tale teoria c per da evidenziare un rilevante fattore di complicazione, legato alla mobilit umana.
Contestualmente alla differenziazione linguistica anche molti popoli si spostavano dai loro territori per
raggiungerne altri, portandosi dietro le loro parlate. Tali circostanze mettevano cos in contatto lingue isolate
da molto tempo e provocavano il cosiddetto fenomeno della convergenza linguistica. Allo stesso tempo
lingue di gruppi numericamente inferiori e tecnologicamente poco sviluppati erano soppiantate da quelle
degli invasori. Si pu in questo caso parlare di sostituzione linguistica, fenomeno che si pu riscontrare
anche in tempi recenti. La mobilit umana e le complicate vicende storiche e politiche hanno spesso
determinato anomalie territoriali, provocando ad esempio la contiguit di parlate appartenenti a famiglie tra
loro assai lontane. Lungherese, circondato da territori indoeuropei, appartiene alla famiglia uralica. Il
finlandese unaltra lingua parlata in Europa ma non indoeuropea, cos come il basco, diffuso oggi in alcune
province della Spagna e della Francia, rappresenta forse il caso pi emblematico della situazione europea. Si
tratta infatti di una sorta di isola linguistica sopravvissuta, per una molteplicit di ragioni non sempre
facilmente spiegabili, ad una lunga serie di successive ondate di colonizzazione linguistica.
In tal senso, come gi suggeriva Schmidt alla fine del diciannovesimo secolo: non bisogna richiedere alla
classificazione genealogica pi di quanto essa pu dare. Egli, criticando in particolare la teoria dellalbero
genealogico e rifacendosi alle lingue indoeuropee, propugnava unaltra teoria, chiamata poi teoria delle
onde, in cui sosteneva che le innovazioni linguistiche si erano diffuse a guisa di onde che, partendo da vari
centri, si intersecavano tra loro. In tal modo le varie lingue rimanevano collegate, finch il predominio di
alcune faceva scomparire quelle vicine, mettendo a contatto idiomi che prima erano lontani. Tale ipotesi
permette di spiegare alcune innovazioni che, sviluppatesi in centri diversi, confluivano in alcuni punti senza
per sovrapporsi mai in modo perfetto.

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50. Gruppi linguistici
Secondo una delle varie e pi accreditate classificazioni attualmente in uso, i grandi gruppi linguistici cui
afferiscono le famiglie e le singole lingue del mondo sono sette. Il pi numeroso quello indeuropeo, che
annovera circa la met della popolazione mondiale. Il secondo quello sino tibetano, che conta oltre un
miliardo e duecento milioni di parlanti, mentre il gruppo uralo altaico comprende meno di un decimo degli
abitanti del pianeta. Gli altri quattro austronesiano, niger kordofan, afro asiatico e dravidico, hanno invece
una consistenza pari o inferiore al 5%. Alla suddetta classificazione sfuggono ovviamente numerose forme
linguistiche di origine incerta, parlate per da piccoli gruppi, come ad esempio le lingue caucasiche o quelle
degli indiani dAmerica.
Un altro suggestivo obiettivo di indagine da lungo tempo la scoperta del luogo o dei luoghi di origine dei
vari ceppi originari o addirittura della stessa lingua madre. Le ricostruzioni, sviluppate da parte di studiosi di
varie discipline, pur con presupposti e metodi assolutamente diversi, hanno spesso dato risultati
straordinariamente simili. Secondo alcuni le cosiddette protolingue erano dotate di parole chiave per
designare gli elementi fondamentali del territorio e del paesaggio. Tali informazioni permettono di
identificare lambiente nel quale una lingua si sviluppata, anche se le variazioni climatiche e le
modificazioni ambientali finiscono spesso per complicare il quadro generale ed i campi pi specifici
dindagine.
Il mosaico territoriale delle lingue complesso: in esso si possono comunque distinguere alcune vaste zone
omogenee ed altre notevolmente frammentate. Le quantit numeriche relative ai vari gruppi sono quanto mai
approssimative, ma definire cifre precise relativamente alle singole lingue un problema ancor pi
complesso. Solo alcuni stati (come ad esempio India e Svizzera) rilevano le attitudini linguistiche dei loro
abitanti. Nella maggioranza dei casi sono enunciate percentuali che rappresentano sostanzialmente stime o
rilevazioni assai generiche. Vero per che, almeno per le lingue maggiori, numero di parlanti ed aree di
diffusione possono essere definiti in termini ragionevolmente credibili. Le lingue infatti hanno una valenza
territoriale ed una numerica, ma non detto che le due circostanze debbano necessariamente coincidere. Il
cinese ad esempio la lingua che conta il maggior numero di parlanti nel mondo (oltre un miliardo), la sua
diffusione per ristretta alla sola regione cinese propriamente detta. Lhindi usato da circa quattrocento
milioni di individui, ma limitato al solo subcontinente indiano e nello specifico alla sua porzione centro
settentrionale. Di riscontro linglese e lo spagnolo, che sono comunque lingue numericamente assai forti,
hanno unestesissima diffusione territoriale. In linea generale si pu dire che una dozzina di lingue (cinese,
inglese, hindi, spagnolo, russo, arabo, bengali, portoghese, indonesiano, giapponese, francese e tedesco)
superino i cento milioni di parlanti, trascurando il fenomeno del sempre pi crescente uso di una seconda
lingua per consuetudini diverse da quelli abituali e familiari. Ad esempio il numero dei parlanti francese, che
in taluni casi stimato in novanta milioni di persone, pu essere ragionevolmente ampliato quando si pensi
che in molti paesi che lo hanno adottato come lingua ufficiale esso anche utilizzato, e da alcuni consistenti
gruppi, come lingua abituale, specie per ragioni culturali.

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51. Diffusione della lingua inglese
Linglese di certo lidioma oggi pi diffuso ed utilizzato al mondo. E lingua madre di circa sessanta
milioni di persone in Europa, di oltre duecento settanta milioni nellAmerica anglosassone, e di alcune
decine di milioni in Oceania e nellAfrica australe. Allo stesso tempo lingua ufficiale, oltre che dei paesi
aderenti al Commonwealth, di numerosi stati africani ed asiatici ove sempre pi diffusamente usato anche
come lingua abituale.
Linglese inoltre divenuto il primo mezzo di comunicazione a livello internazionale specialmente
nellambito degli affari, e per i pi cos utile che la difesa ad oltranza del proprio idioma o altre
considerazioni culturali passano in secondo piano. Il governo malese, dopo lindipendenza, promuoveva la
lingua locale (malese), anche per ostacolare la crescente diffusione del cinese parlato da circa un terzo della
popolazione. Nel 1994 per i corsi universitari di discipline scientifiche e commerciali erano tenuti in
inglese, ritenuto dalle autorit essenziale alla competitivit economica del paese. Cos, dopo duecento anni
di colonizzazione britannica, linglese era visto come lingua dei dominatori dallIndia indipendente e la
costituzione dello stato, emanata nel 1950, lo affiancava per soli altri quindici anni allhindi, prescelto come
lingua nazionale. Ma linglese in India molto di pi di una lingua superficialmente acquisita. In molte
regioni del paese la sua penetrazione simbolo di evoluzione economica e quindi di nuove individualit.
Inoltre esso, oltre che strumento di divulgazione scientifica e tecnica, rappresenta anche un elemento per
cos dire di prestigio, legato allo sviluppo delle nuove aree industriali, dei traffici e dellinsediamento
urbano, divenendo, in molti casi, strumento di unit contro i compartimenti stagni che limpiego degli
idiomi regionali avrebbero inevitabilmente finito per accentuare.

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52. Diffusione dello spagnolo
Lo spagnolo, ma pi propriamente bisognerebbe parlare di castigliano, lingua, oltre che della Spagna, di
quasi tutti i paesi della cosiddetta America Latina. A seguito dei recenti movimenti migratori degli ispanici
(soprattutto messicani), la sua area di diffusione si per allargata. In meno di trentanni, gli stati compresi
tra la Florida e la California, cos come parte dei territori del nord est statunitense (New York) hanno visto
una sensibile crescita di parlanti spagnolo che, tra pochi anni, diventeranno la prima minoranza del paese.
Con laumento della presenza ispanica lo spagnolo ha acquistato importanza in molti luoghi del paese che
pi di tutti si pu considerare lartefice dellaffermazione internazionale della lingua inglese. Ci, a partire
dagli anni Novanta, ha innescato un serrato dibattito culturale. Un argomento tra i pi ripetuti ricorda agli
americani la tradizionale ammissioni di immigrati di lingua straniera. Ma il problema ispano americano
assai pi complesso. Questa comunit infatti aumenta di numero con velocit superiore a quella di ogni altra
e la sua concentrazione in alcuni stati del sud, sia ad est che ad ovest, di fatto ha ridefinito etnicamente la
fascia meridionale degli Stati Uniti. In gioco non c soltanto lorgoglio etnico. Gli oppositori alla
concessione di uno stato speciale per lo spagnolo fanno leva sui problemi che affliggono i paesi plurilingue.
I fautori invece sostengono che attraverso la libert linguistica si possono preservare e proteggere le
comunit etniche pi deboli. Bisogna ricordare che la questione ha spaccato anche le stesse comunit
ispaniche. Molti infatti rilevano come la scarsa conoscenza dellinglese dovuta ad uneccessiva persistenza
della lingua di origine ha determinato e potr ancora determinare un insufficiente inserimento nelle strutture
economiche e sociali del paese.

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53. La lingua franca
Molti secoli prima della globalizzazione delleconomia e della diffusione dellinglese come prima lingua del
commercio internazionale, uomini provenienti da paesi diversi furono quasi costretti ad escogitare un modo
semplice ma efficace per comunicare. Nel mar Mediterraneo, divenuto un centro nodale del commercio nel
periodo successivo alle crociate, si formava cos una lingua spontanea, convenzionalmente detta franca,
utilizzata da marinai e mercanti.
Il nome deriva appunto da franchi, termine con il quale nel mondo arabo erano genericamente identificati gli
europei, anche se altri lo fanno derivare dallestensione della denominazione franco, intesa come godente di
particolari franchigie. In tale processo di convergenza, le varie parlate (francese, italiano, greco, spagnolo,
arabo, ma anche portoghese) si mescolavano tra loro dando origine ad un idioma convenzionale duso che
per secoli doveva caratterizzare i rapporti marittimi e commerciali del Mediterraneo. Oggi con lingua franca
si designa qualsiasi mezzo di comunicazione in comune tra genti di lingua diversa.
Per assurdo larabo pu essere considerato lingua franca durante il lungo periodo di espansione islamica,
cos come linglese in epoca coloniale e per molte aree. Ma la definizione pi appropriata per lingue che
sono frutto di convergenza, come lo swahili (parola di origine araba che significa: dalla costa), originato da
antiche iterazioni tra linguaggi bantu, arabo e persiano e che oggi pu considerarsi la principale forma di
comunicazione di una vasta regione che va dal Kenya alla Tanzania, allUganda, al Mozambico, al Ruanda,
al Burundi, al Malawi ed in parte allo Zaire orientale. E parlato da circa trenta milioni di persone per la
maggior parte dei quali (circa venticinque milioni) costituisce la seconda lingua. Tedeschi ed inglesi,
durante il periodo della loro dominazione, contribuirono molto allo sviluppo della lingua nelle zone di loro
competenza (in particolare in Tanganika, ove lo swahili era usato come mezzo di amministrazione e di
educazione primaria).

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54. Lo swahili
Oggi lo swahili lingua nazionale in Tanzania, Kenya ed Uganda ed la lingua africana pi insegnata a
livello universitario. Conta di una ricca ed antica tradizione letteraria. Esistono raccolte di narrativa orale in
cui si riconoscono sia la tradizione arabo indiana che quella autoctona. Anche nel sistema di scrittura
riflessa linfluenza islamica: i primi testi scritti in lingua swahili sono in caratteri arabi con adattamenti alla
fonetica locale. Oltre che nel sistema di istruzione e nella produzione letteraria lo swahili usato da mezzi di
comunicazione internazionali come Voice of America, BBC, Radio Vaticana, Radio Moscow International,
Radio Japan International. La canzone Liberian Girl di Michael Jackson ha alcuni versi in swahili cos come
in swahili sono molti nomi dei personaggi del famoso film di Disney Il Re Leone e la stessa canzone
Hakuna Matata (ossia: non ci sono problemi, va tutto bene).

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55. Lhausa
In un vasto territorio compreso tra Nigeria settentrionale, parte del Ciad, Niger, Bukina Faso e Mali orientale
ancora usato lhausa, nato nel periodo in cui fiorirono i regni interni dellAfrica occidentale, importanti
nodi commerciali tra larido nord e lumida costa di Guinea, cos come lungo le coste di Nigeria, Dahomey,
Togo, Costa dAvorio, Ghana e Liberia ancora discretamente diffuso lweskos.

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56. Il creolo
Il termine creolo, derivante dallo spagnolo criadillo (nativo del luogo) successivamente contratto in criollo,
era in origine riferito ai nati nelle colonie da genitori spagnoli per poi estendersi al dominio linguistico di
tutti i linguaggi di origine europea in America, Asia ed Africa che hanno in comune lesigenza della
comunicazione tra persone di origine diversa. In tal senso si possono oggi distinguere tre principali aree
linguistiche del creolo: quella francese, che comprende Caraibi, Guyana, Antille, Mauritius, Reunion e
Seychelles, quella inglese, relativa a Caraibi, Guyana, Belize, Sierra Leone, Nigeria e Nuova Guinea, quella
portoghese, relativa a Antille, Angola, Goa e Macao. Il creolo sostituisce le lingue preesistenti fino a
divenire lingua madre tanto che non mancano esempi in cui esso raggiunge dignit di lingua scritta come nel
caso del papiamento, derivante dallo spagnolo con influenze portoghesi ed olandesi, oggi lingua ufficiale di
Curaao e parlato nelle isole di Aruba e Bonaire. Il creolo un fenomeno linguistico di rilevante importanza.
Nella struttura dei loro lineamenti morfologici, nella loro minore o maggiore differenziazione dalle forme da
cui derivano, le lingue creole riflettono la natura e la consistenza dei rapporti umani che hanno modellato nel
tempo il quadro geografico in cui si sono venute formando. Tra esse si possono ricordare il tagalog delle
Filippine, il sango della Repubblica Centroafricana ed il crio della Sierra Leone anche se il creolo pi
importante certamente quello francese delle Antille (Haiti, Guyana, Guadalupa, Martinica). Il tagalog, oggi
lingua ufficiale delle isole Filippine, parlato da oltre la met della popolazione locale (oltre trenta milioni
di persone). Esso fu scelto come lingua nazionale alla fine della seconda guerra mondiale quando gli Stati
Uniti dAmerica concessero allarcipelago lindipendenza. Lingue di educazione e di prestigio erano state lo
spagnolo, e poi a partire dalla fine del diciannovesimo secolo linglese, oggi usate a scopo commerciale
(inglese), o come retaggio dellantica penetrazione missionaria (spagnolo). Il sango lingua nazionale di un
paese grande poco meno della Francia, ma abitato da appena tre milioni di persone. Esso rispecchia, in un
lessico di prevalente estrazione indigena, le forme rurali cui si ispirano i generi di vita della regione, mentre
trae dal francese quello relativo alle attivit industriali e commerciali, allorganizzazione religiosa e
scientifica che la colonizzazione ha ivi introdotto.

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57. I pidgin
I pidgin sono invece linguaggi nati dalla mescolanza fra linglese, o altre lingue europee, e gli idiomi
indigeni che hanno unutilizzazione legata ai rapporti tra persone che in ambito familiare conservano luso
della lingua originaria. Essi sono generalmente caratterizzati da un vocabolario assai limitato,
leliminazione di molte differenziazioni grammaticali, come il numero ed il genere, e dalla drastica
riduzione di forme sintattiche complesse. In altre parole possono essere considerati come lingue di
mediazione: la stessa parola pidgin nasce dalla pronuncia deformata dellinglese business e ne indica
appunto lorigine commerciale. La loro stessa esistenza perci breve. Il linguaggio tende a scomparire
allorch vengono a mancare le motivazioni che lo hanno generato. Come stato osservato, lunico modo di
sopravvivenza quello della trasformazione in una lingua creola. Un esempio significativo di pidgin pu
essere considerato il bichelamar della neo repubblica del Vanuatu: si tratta di un arcipelago melanesiano di
circa quaranta isole su cui vivono poco pi di centocinquanta mila abitanti che parlano un centinaio di
dialetti e la cui comunicazione reciproca avviene solo grazie ad un pidgin.

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Sezione Appunti

58. Lingua artificiale


Con lespressione lingua artificiale, ma per alcuni conlang (abbreviazione gergale dellinglese constructed
languages), planned languages, lingue inventate, o ancora, facendo un suggestivo riferimento allhobby del
modellismo, model languages, si indicano le lingue create consapevolmente dalluomo per i pi svariati
scopi e introdotte nelluso corrente dopo essere state progettate e definite a tavolino. Alcuni precedenti,
stimolati dalla crescita delle conoscenze del mondo e dallo sviluppo dei traffici commerciali si possono
riscontrare gi nel diciottesimo secolo, con lipotesi di una langue nouvelle, ventilata dal francese Faiguet, o
nella curiosa solresol, lingua in cui le parole avrebbero dovuto essere costituite da sequenze delle sette note
musicali in varie combinazioni e con vari accenti proposta ancora da un francese, Sudre. Un secolo pi tardi
si sviluppavano alcuni progetti organici allo scopo, almeno teorico, di: creare nuove lingue capaci di
diffondersi in tutto il mondo e di essere apprese da persone di tutte le nazioni. Tra di esse, anche definite
come International Auxiliary Languages si possono ricordare il volapc (che deriva dalle parole inglesi
world e spaek e significa: lingua del mondo) elaborato alla fine dellOttocento dal sacerdote tedesco
Schleyer, ed il coevo e pi noto esperanto, frutto del lavoro del di un oculista polacco di origine ebraica
Zamenhof.

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59. L'esperanto
Lidea di base dellautore era quella di un idioma universale che facilitasse la comunicazione ed appianasse
le incomprensioni tra gli uomini; il nome deriva dallo pseudonimo dello stesso Zamenhof che amava
definirsi doktor esperanto (ossia: dottore speranzoso). Lesperanto dest notevole interesse e nel periodo tra
le due guerre molti paesi ne caldeggiarono lidea favorendo listituzione di apposite societ, ma lo stesso
fatto che questa lingua era applicabile solo in un circoscritto ambito linguistico ne limit assai la diffusione.
La moltiplicazione dei circoli e delle associazioni esperantiste cre un grande movimento internazionale
entro il quale, parallelamente a proposte di riforma e miglioramento dellesperanto (tra le quali lido che non
a caso significa: discendente) nacquero nuovi e sempre pi numerosi progetti di lingue internazionali
ausiliarie. Tra essi si possono ricordare: il latino sine flexione del matematico italiano Giuseppe Peano
(1903), loccidental (1922), il novial (1928), linterglossa (1942) ed infine linterlingua della International
Auxiliary Language Association (il cui dizionario Interlingua-Inglese, contenente 27.000 parole e la
grammatica dellinterlingua, fu pubblicato nel 1951).

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60. Lingue e potere
Come osserva Raffestin, il linguaggio finisce per avere funzioni di relazioni politiche, economiche, sociali, a
pi breve o ampio raggio, non tanto per il mero fatto linguistico, quanto piuttosto sulla base di rapporti di
potere che si stabiliscono tra i gruppi umani. La lingua inoltre ha diverse funzioni che Gobard raggruppa in
quattro tipi fondamentali: linguaggio vernacolare, o locale, parlato spontaneamente e legato allesigenza di
un gruppo di sentirsi in comunione; linguaggio veicolare, imparato per necessit e destinato alla
comunicazione a scala regionale o nazionale; linguaggio referenziale, legato alle tradizioni culturali, orali o
scritte, espressione di continuit di valori, mantenuta viva attraverso la rivitalizzazione della cultura;
linguaggio mitico, apparentemente incomprensibile, espressione di sacralit. Ogni lingua pu espletare da
sola tutte queste funzioni cos come anche vero che ogni lingua pu essere al contrario portatrice di una
sola di queste. Indipendentemente dalle funzioni svolte la lingua comunque un sistema utilizzato come
mezzo di espressione, sottoposto a vari condizionamenti e a notevoli variazioni sia in senso sincronico che
diacronico.
Le lingue sono infatti soggette a continui cambiamenti lessicali e morfologici attraverso processi di
semplificazione ed arricchimento. In linea di massima esse sono interessate da due tendenze opposte: la
differenziazione dialettale, riconducibile ad un fenomeno di dispersione nel corso del tempo; lunificazione
spinta da esigenze di rapporti sociali e relazioni su pi vasto raggio. Tali modificazioni possono anche
portare a forme di diglossia tra la lingua colta ed il modo di parlare popolare che, se portato avanti in modo
accelerato, pu anche portare alla fossilizzazione della lingua colta. Le cause che portano alla scomparsa di
una lingua sono varie e per lo pi di natura extralinguistica, come nel caso della prevalenza di un gruppo su
un altro (sia per motivi culturali che numerici), della dipendenza economica, dellimposizione politica, ecc.
Di fronte alla scomparsa di una lingua altre se ne affacciano, sono le lingue cosiddette emergenti,
espressione di gruppi che raggiungono lindipendenza e che promuovono a lingue ufficiali parlate locali
attraverso una politica linguistica volta alla loro unificazione, alla loro standardizzazione ed al loro
adeguamento alla complessit del mondo contemporaneo. A questa tendenza si contrappone talvolta quella
tesa alleliminazione di apporti dovuti ad unaltra cultura dalla quale ci si vuole differenziare. Le lingue si
diffondono o regrediscono nello spazio e nel tempo per assimilazione, per colonizzazione in una evoluzione
continua che ne porta alcune a scomparire, altre a nascere, altre a diffondersi. In un ambiente chiuso i
linguaggi tendono a conservarsi ed a modificarsi pi lentamente mentre assai rapide sono le modificazioni
delle aree soggette a pi intense relazioni, economico commerciali. Le stesse lingue pure sono in realt
frutto di mescolanze e non hanno caratteristiche tali da dover essere collocate ad un livello culturale pi alto
ma molto spesso sono semplicemente lingue di un potere centrale che ne impone luso ad una popolazione
pi vasta. La lingua quindi espressione dei rapporti di forza simili a quelli che si instaurano tra i popoli. E
al centro di relazioni, assicura la mediazione tra i modi di produzione ed il consumo, impone non solo
modelli culturali ma anche interessi economici e politici. In tal senso la lingua pu essere considerata uno
strumento di potere ed il potere pu attualizzarsi nella lingua dal momento che intere comunit possono
essere tributarie di una lingua dominante. Essendo il linguaggio espressione di potere, esso muta con il
mutare delle relazioni: gli stessi conflitti linguistici esprimono conflitti di altra natura, manifestano relazioni

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dissimmmetriche e la coercizione linguistica rappresenta una oppressione esercitata tramite la lingua.
Indipendentemente dal numero dei parlanti, alcune lingue, saranno in futuro destinate a scomparire a causa
del mutare delle relazioni di cui sono espressione. Altre prenderanno il loro posto. La massiccia diffusione
dei mezzi di comunicazione di massa avr il suo peso, specialmente nei confronti delle lingue non
stabilizzate attraverso qualche forma di scrittura. Nei paesi industrialmente avanzati linformatica ed i media
in generale contribuiranno a semplificare ed a mescolare ancor di pi le lingue attuali. Quasi tutti i paesi del
mondo sono ricorsi a politiche linguistiche, a volte palesi, a volte no, a volte imposte alle popolazioni, a
volte stabilizzate nel corso di lunghissimi anni. Gli obiettivi di tali politiche sono vari e spesso contrastanti:
dallintendimento di privilegiare luso di una lingua a discapito di unaltra alla riduzione delle differenze
allomogeneizzazione della popolazione, alla semplificazione dello stesso controllo politico e sociale. Le
politiche linguistiche sono state e sono diverse da paese a paese. Il quadro pi semplice, con le dovute
eccezioni, quello dellEuropa occidentale ove il processo di unificazione politica stato accompagnato da
un costante processo di unificazione linguistica ormai consolidato. Eppure nello stesso ambito geografico
esistono tensioni in cui le lingue vengono assunte come espressione di una identit ritrovata e comunque
rivendicata. Nei paesi in via do sviluppo o negli stati plurinazionali il problema si presenta naturalmente
assai pi articolato e complesso.

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61. Le lingue in Africa
In Africa nera ad esempio la grande frammentazione linguistica e lazione colonizzatrice che ha favorito una
specifica formazione culturale delle lite locali, ha portato spesso ad una spiccata discrasia tra una lingua di
comunicazione e luso vernacolare delle lingue o dialetti locali, che comunque difficile elevare a lingua di
cultura specie, quando non presentano forma scritta.
Se la Tanzania, fin dalla propria indipendenza nel 1961, ha dichiarato lo swahili lingua ufficiale facendo
grandi sforzi perch tutti i suoi cittadini potessero parlarlo, altri paesi africani, come il Gabon (una
quarantina di lingue per un milione e mezzo di abitanti) o il Camerun (un centinaio di lingue per otto milioni
di abitanti) hanno optato per una lingua ufficiale europea. Nel Madagascar il magascio, lingua ufficiale,
insegnato in tutte le scuole, ma il francese viene conservato dalla classe dirigente espressa dal gruppo etnico
merina, come lingua duso privilegiata, insegnata nelle scuole frequentate dallalta borghesia. Luso di una
seconda lingua finisce cos per essere percepito come forma di discriminazione ed espressione della
conservazione del potere.

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62. L'indonesiano
In Indonesia fu sperimentata la possibilit di far convergere le lingue locali verso una lingua comune
semplificata e comprensibile da tutti, il bahasa Indonesia . Tale lingua lunica ad essere insegnata a scuola
e ad avere una letteratura scritta. Ci ha portato alla lenta erosione delle lingue vernacolari anche senza una
deliberata politica di soffocamento da parte del governo che diversamente agisce nei confronti dei papua
della Nuova Guinea e dei polinesiani di Timor.

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63. Il turco
Decenni or sono Ataturk contrasta larabizzazione diffusa in Turchia imponendo come lingua nazionale il
turco e contemporaneamente procedendo ad una sua semplificazione per una scolarizzazione di massa.

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64. La lingua araba
La stessa lingua araba, pur avendo nella religione islamica il suo punto di riferimento unitario trovava
proprio nella sua diffusione un elemento di stabilit a causa delle pur modeste differenze dialettali che
andavano assumendo sempre pi importanza nel tempo.

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65. Interventi di assimilazione linguistica
Esempi di interventi volti allassimilazione sono quelli della germanizzazione bismarkiana delle popolazioni
polacche, la sinizzazione delle minoranze in Cina, o la russificazione condotta dagli zar e poi
sostanzialmente continuata in Unione Sovietica.

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66. Politiche demografiche
Lo sviluppo economico stato un importante fattore nel processo di riduzione della natalit mondiale degli
ultimi decenni. Ci non avviene perch lo sviluppo economico di per s sia correlato alla riduzione della
fecondit, ma perch implica nuovi modelli di vita che in modo quasi consequenziale spingono alla
denatalit. Labbassamento della fecondit si accompagna senza dubbio ad altri elementi meno naturali che
in qualche misura spiegano perch in Occidente non si ha avuto solo una riduzione della natalit, ma un vero
e proprio tracollo della fecondit. Uno di questi il cambio di mentalit che porta alladozione di nuovi
valori che relegano ad un livello secondario quelli tradizionali della procreazione e della famiglia. La
contraccezione stata lo strumento pi utilizzato al momento della messa in pratica delle conseguenze
logiche derivate da questo cambiamento di valori. La forte riduzione della fecondit non sarebbe per
possibile se non agevolata da misure ufficiali che hanno giocato e continuano a giocare un ruolo chiave nei
cambiamenti comportamentali che hanno condotto al tracollo della fecondit.
Queste misure ufficiali (cio linsieme di disposizioni e leggi che hanno come finalit il cambiamento degli
assetti demografici attraverso mutamenti comportamentali degli individui) sono conosciute con il nome di
politiche demografiche, oggetto di attenzione e di studio, sotto diverse prospettive e differenti punti di vista,
da oltre venticinque anni. I vari governi nel corso del tempo hanno elaborato e messo in atto programmi di
diversa natura allo scopo di incidere sui fenomeni e sui comportamenti demografici. Per a partire dal
secolo scorso, ed in particolare dagli anni Settanta, che le azioni e le misure governative in materie
demografiche si sono andate diffondendo e sono state accettate in quasi tutto il mondo. Sebbene tali
iniziative ufficiali si applicano a tutti gli ambiti delle societ umane, la maggior parte delle politiche
demografiche degli ultimi decenni del secolo scorso si sono concentrate soprattutto verso la cosiddetta
esplosione demografica. A tale scopo le azioni intentate hanno teso ad incidere negativamente sul tasso di
natalit e sugli indici di fecondit. Ci ha avuto significativi risultati e ne va costantemente conseguendo in
sempre pi vaste zone del mondo. Lanalisi dellattuale situazione demografica, che esercita tanta influenza
nellambito delleconomia e della societ, sarebbe pertanto incompleta se non prendesse in considerazione
anche le relative politiche demografiche.

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67. Tipi di politiche demografiche
Queste, dal punto di vista della forma e dellambito di applicazione, possono essere:
dirette: si applicano, come indica lo stesso nome, allo scopo di produrre unalterazione nei fenomeni
demografici rispetto ad una data situazione in determinati luoghi e periodi. Sono mirate direttamente alla
natalit, alla mortalit o ai movimenti migratori, con lobiettivo di aumentare o ridurre, intensificare o
rallentare, perpetuare o interrompere modelli e comportamenti gi esistenti;
indirette: hanno la stessa finalit ed i loro effetti sono i medesimi, anche se non si applicano in campo
demografico nel significato pi stretto, ma in altri ambiti relazionati come per esempio in quelli dei servizi
sociali, della residenzialit, dellassistenza sanitaria, delleducazione o della fiscalizzazione.
Si potrebbe dire che dal punto di vista temporale le politiche demografiche dirette raggiungono i loro effetti
nel breve periodo, mentre quelle indirette in tempi pi lunghi.
Dal punto di vista della loro finalit, possono darsi motivazioni assai varie:
nei riguardi della mortalit, con leccezione dellaborto, delleutanasia e della pena di morte, le politiche
demografiche hanno normalmente provocato un effettivo abbassamento del fenomeno, che di fatto quanto
stato conseguito nel mondo intero negli ultimi secoli;
nei riguardi delle migrazioni, a seconda delle varie situazioni, le politiche demografiche possono
incentivare, dissuadere, attrarre o sviare, come nel caso dei flussi immigratori, o stimolare, ridimensionare,
proibire o proteggere, come nei casi della emigrazione o degli esuli e dei rifugiati politici;
nei riguardi della natalit non sono stati ottenuti elevati livelli di consenso generale, tanto che le politiche
demografiche sono solite essere attivate attraverso due varianti, spesso radicalmente opposte. Si tratta di
politiche cosiddette pronataliste o antinataliste. La seconda met del secolo scorso ha visto la diffusione di
questo secondo tipo di politica che ha contribuito a far scendere drasticamente i livelli di fecondit.
Dal punto di vista del loro modo di applicazione, le politiche demografiche possono essere:
non intrusive, scevre cio da ingerenze o pressioni formali da parte dei governi e delle autorit pubbliche
interessate;
intrusive, applicate cio tramite ingerenze o pressioni da parte dei governi e delle autorit pubbliche
interessate.
Le politiche intrusive sono state e continuano ad essere quelle pi ricorrenti nei paesi del Terzo Mondo,
dove in assenza di reali democrazie e di una appropriata cultura da parte della popolazione, i governi hanno
spesso avuto meno riguardi cos come meno opposizioni al momento di imporre leggi demografiche.

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68. Politiche demografiche in Cina
Il caso pi conosciuto quello della Cina dove la politica del figlio unico, che proibisce di procreare pi di
un figlio salvo che in circostanze eccezionali, suole essere applicata con rigidit, per lo meno fino al
momento attuale, in flagrante violazione del diritto inerente la libera volont della persona. La obbligatoriet
legale del figlio unico ha motivato il desiderio tanto da parte della futura madre che del futuro padre di una
discendenza esclusivamente maschile, che vista come lunica risorsa o garanzia per la vecchiaia, perch la
figlia unica, una volta sposata, secondo i costumi di quel paese, si dedicher alle necessit dei suoceri
piuttosto che dei genitori. Ci ha prodotto un fenomeno inquietante. Nei centri ospedalieri, con
lapprovazione dei genitori, negli ultimi decenni sono stati praticati numerosissimi infanticidi femminili,
registrati come mortalit infantile, il che da diritto ai genitori di procreare unaltra volta, con la speranza che
li nascituro sia finalmente maschio. Paradossalmente lo sviluppo della scienza, in questo caso lintroduzione
della diagnosi precoce della maternit tramite lecografia, ha ridotto sensibilmente linfanticidio, per ha
provocato un aumento astronomico nel numero degli aborti, che si praticano spesso se gli esami mostrano
che il nascituro sar femmina. Tale contingenza, poca nota in Occidente, fu comunque portata interamente
alla luce durante Conferenza Internazionale sulla Donna di Beijng del 1995 come un modello da non imitare
negli altri paesi del mondo. Negli ultimi tre decenni del secolo scorso sono state esercitate forti pressioni ti
tipo antinatalista intrusivo nei paesi del Terzo Mondo da parte organismi internazionali come molte
Organizzazioni Non Governative (ONG) pi o meno vincolate alla Federazione Internazionale per la
Pianificazione Nazionale (IPPF)o alle Nazioni Unite, cos come indirettamente da parte di alcuni governi
occidentali. Tali pressioni sono state esercitate nellottica di ridurre molte disfunzioni e problemi del
sottosviluppo intervenendo per prima cosa sulla fecondit.

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69. Politiche demografiche nei paesi poveri
Per quanto riguarda i paesi poveri, ladattamento ad un modello di fecondit ridotta si diffuso in un
numero sempre pi elevato di classi sociali, con un conseguente aumento del carattere volontaristico del
controllo delle nascite. Allo stesso tempo i paesi in via di sviluppo hanno dimostrato sempre minor
disponibilit ad ingerenze esterne di qualsiasi tipo, in confronto almeno ad alcuni decenni prima. Le Nazioni
Unite hanno fatto propri i timori suscitati nel mondo dalla prospettiva di uno sviluppo demografico
incontrollato e, a partire dagli anni Sessanta dello scorso secolo, hanno svolto un ruolo rilevante nella
diffusione di una nuova mentalit mondiale nei riguardi della natalit.
Uno degli strumenti maggiormente utilizzati a tale scopo stata lorganizzazione di una serie di conferenze
che, a partire dal 1965 (Belgrado), si sono svolte con una cadenza decennale. Le ultime tre edizioni, tenute
rispettivamente a Bucarest (1974), Ciudad de Mexico (1984) ed a Il Cairo (1994), hanno sollevato ampio
interesse trovando eco nei media di tutto il mondo. La stessa Organizzazione delle Nazioni Unite ha
organizzato, con una certa periodicit, altre conferenze mondiali su aspetti relazionati al problema, tra le
quali di notevole importanza sono state la gi ricordata conferenza sulla donna (Beijng, 1995), e quella sullo
sviluppo (Copenaghen, 1996). Con un contenuto un po scostato dai temi fondamentali della demografia
mondiale (anche se sono stati presentati molti interventi riguardanti largomento) sono state svolte le
conferenze mondiali su Ambiente e Sviluppo, la prima delle quali ebbe luogo a Stoccolma nel 1972 e le
ultime, ed assai pi pubblicizzate, a Rio de Janeiro (1992) e Kyoto (1997).
In questi ultimi anni, per quanto riguarda lambito delle politiche demografiche, si registrato un cambio di
tendenza. In linea generale tale cambio rappresenta un certo scostamento da posizioni inflessibili che
attribuivano alla forte natalit la responsabilit del sottosviluppo, ed un accostamento a posizioni pi
flessibili che incorporano altri elementi in un contesto di maggior comprensione della dinamica e delle realt
demografiche attuali. Ci ha avuto come effetto la riduzione delle incidenza delle politiche demografiche di
carattere intrusivo. LIndia fu il primo paese sottosviluppato ad adottare una politica antidemografica
presupponendo effetti a breve termine, a partire dagli anni Cinquanta. Da allora altri governi hanno attivato
politiche demografiche, per lo pi antinataliste, che al termine del secolo scorso finivano con linteressare
quasi due terzi della popolazione mondiale ed oltre quattro quinti di quella dei paesi sottosviluppati. Nella
maggioranza dei casi, e soprattutto quando erano praticate politiche intrusive, ma anche quando le azioni
erano limitate a moderate incentivazioni di carattere economico che lasciavano la porta aperta allesercizio
della libert individuale, da parte di molti stato denunciato lincremento ingiustificato di un potere
arbitrario governativo su ambiti del tutto individuali.

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70. Politiche demografiche in India: la Rivoluzione Verde
Nel caso dellIndia, ad esempio, fu piuttosto la cosiddetta Rivoluzione Verde, e non le varie campagne
antidemografiche, peraltro tutte fallite, che allentarono la grande fame del subcontinente ed aiutarono il
paese a tentare un nuovo sviluppo economico e sociale. In altre parti del mondo, e specialmente in
Occidente, davanti al timore provocato dalla cosiddetta sclerosi demografica ed al crescente
invecchiamento, sono state poste in essere misure pronataliste, come per esempio la politica del terzo figlio,
attivata in Francia negli anni Ottanta. Queste iniziative frequentemente poggiano sullincentivazione fiscale
e sul sostegno alla famiglia allo scopo di aumentare la natalit, e sono ovviamente volontaristiche. I risultati
sono stati per ora modesti e ci da mettere in relazione con due situazioni concomitanti: da un lato le
strutture demografiche delle societ in cui sono state applicate (generalmente caratterizzate da forti
percentuali di popolazione anziana), dallaltro la situazione conflittuale con un clima generalizzato ed ormai
radicato di comportamenti antinatalisti che possono trovare unespressione sufficientemente chiara in molti
costumi e pratiche della societ moderna.

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71. La popolazione mondiale
Dal momento della sua comparsa sulla Terra, la popolazione umana ha continuato a crescere, ora lentamente
ora pi velocemente, in seguito a fenomeni naturali, disponibilit di cibo, epidemie, sino a raggiungere e
superare i sei miliardi. Tale aumento, al di l delle varie e contrastanti teorie sullorigine delluomo, mostra
almeno unevidenza: a migliaia e migliaia di anni in cui lo sviluppo della popolazione mondiale progrediva
in termini mediamente costanti ma contenuti, ha fatto poi seguito, a partire dalla seconda met di due secoli
or sono, un aumento sempre pi forte e contratto nel tempo. Basti pensare che, secondo almeno certe stime,
la popolazione mondiale raggiungeva il miliardo di abitanti nel 1820 per toccare i 2,5 nel 1950, i cinque nel
1987, i 6 nel 1999.
A questo si pu aggiungere che la popolazione mondiale non distribuita in modo uniforme ed omogeneo: a
zone vuote o scarsamente popolate, fanno riscontro aree in cui sono concentrate eccezionali masse di
popolazione, e, come ovvio, gli aumenti pi sensibili sono mediamente riscontrabili nelle aree gi pi
fortemente popolate.
I punti chiave della questione possono quindi ricondursi ad una serie di problemi relativi alla distribuzione
della popolazione, ai motivi di tale contingenza, alle percentuali di incremento, ed alle previsioni
sullandamento del fenomeno.

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72. Incertezza dei dati: computo della popolazione e prospettive di
sviluppo
Cerchiamo di ragionare in termini pi cauti sul problema. La cifra di sei miliardi di abitanti, che secondo le
Nazioni Unite, sarebbe stato raggiunto nellottobre del 1999, del tutto aleatorio e potrebbe variare da fonte
a fonte. Contare la popolazione di un territorio relativamente piccolo o comunque facilmente controllabile
cosa abbastanza semplice, censire tutta la popolazione del pianeta invece qualcosa di estremamente
complesso e comunque difficilmente controllabile.
Nei paesi europei, come in tutti quelli del cosiddetto mondo sviluppato, il computo della popolazione
effettuato attraverso controlli sistematici e periodici, detti censimenti, che sono fatti con cadenza decennale e
offrono risultati con un minimo margine di errore.
In altre parole i vari controlli demografici che i paesi sviluppati effettuano sistematicamente sulla
popolazione residente, fotografano realt sufficientemente esatte che sono in grado di fornire quadri
demografici realisticamente attendibili. Esistono inoltre uffici pubblici ove sono registrate nascite, morti,
entrate ed uscite dal paese, tutto quanto insomma costituisce il cosiddetto movimento demografico della
popolazione.
In molti altri paesi, ma si pu ragionevolmente dire nella maggioranza degli stati del mondo, questo non
avviene: non vi sono uffici anagrafici e non vengono effettuati censimenti n regolari controlli della
popolazione. Soltanto negli ultimi decenni si sono tentate valutazioni con criteri, e ovviamente, risultati
diversi. Uno di questi, ad esempio, la stima, che si effettua prendendo a campione una od alcune porzioni
del territorio, generalmente le aree urbanizzate, valutandone lentit della popolazione ed estendendone poi
il valore medio a tutto il paese. I risultati sono consequenziali alla bont delle tecniche di rilevazione, alla
conoscenza reale del territorio e molto spesso alla volont politica di fornire dati veritieri. Alcuni governi dei
paesi sottosviluppati o di quelli in via di sviluppo hanno talvolta promosso censimenti, come ad esempio
quello cinese nel 1953, quattro anni dopo la creazione della Repubblica Popolare.
Le difficolt ed i costi di mettere in atto indagini sistematiche ha fatto s che queste fossero sostituite da
proiezioni statistiche. Assumendo come base di partenza i dati di rilevazioni precedenti, siano essi derivati
da censimenti o da stime, ed attraverso una serie di elaborazioni matematiche (tenendo conto dei movimenti
naturali e migratori e/o dellevoluzione dei possibili tassi di crescita) si prospettano valutazioni sulle
dimensioni della popolazione. Va da s che queste proiezioni possono contenere scarti di errore anche molto
elevati a seconda dell attendibilit della base di partenza e dei parametri usati.

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73. La popolazione nel passato
Se difficile quantificare la dimensione della popolazione attuale evidentemente assai pi complessa una
stima, anche approssimata, della popolazione del passato e delle suo sviluppo nel corso dei tempi.
Ci applicabile alla popolazione di un passato lontano cos come a quella di un passato anche prossimo.
Non esistono infatti documenti certi su cui basare tali ricostruzioni se non per particolari e ristrette aree
geografiche e per periodi storici relativamente recenti. I primi censimenti della popolazione realizzzati con
criteri in un certo senso moderni furono effettuati in alcuni paesi del nord Europa solo a partire dalla fine del
diciottesimo secolo. I vari rivolgimenti storici del Vecchio Continente hanno portato ad una configurazione
politica abbastanza simile a quella attuale solo nella seconda met dellOttocento, tanto che la
confrontabilit dei dati per produrre e riuscire a comprendere realisticamente delle serie storiche si pu dire
ragionevole solo a partire da allora. Vero che gi con la nascita degli stati moderni era sorta lesigenza di
precise rilevazioni demografiche, ma la sporadicit di tali operazioni, la frammentariet e linadeguatezza
dei metodi di rilevamento, le variabilit territoriali e a volte le stesse discriminazioni sociali, hanno prodotto
un universo di micro osservazioni che, gi deboli per i singoli casi, non possono essere certamente
assommate per un tentativo di proiezioni.
In altre parole anche per lEuropa Occidentale, che parrebbe il campo di osservazione pi ricco di
informazioni e quindi pi ragionevolmente affrontabile, qualunque tentativo di stima porterebbe con s
grandi inesattezze. Immaginiamoci allora quello che pu essere unosservazione a ritroso per ambiti
geografici in cui le informazioni geografiche, pi o meno approssimate, sono solo un fatto recentissimo e nei
quali le stesse vicende storiche relative alla popolazione nel suo complesso sono incerte. Immaginiamo ad
esempio estesi territori come lAfrica Nera o le estese pianure dellAsia centro settentrionale o ancora i vasti
complessi arcipelagici del Pacifico che hanno visto straordinari spostamenti di intere popolazioni in secoli
anche non molto lontani da oggi.
Allo stesso modo assai discutibile calcolare con procedimenti matematici lammontare della popolazione
del passato partendo dallentit e dagli indici di sviluppo di quella attuale. Se, per esempio, si considerassero
i ritmi di accrescimento odierni anche ragionevolmente riponderati facendo un calcolo a ritroso, risulterebbe
che la popolazione mondiale avrebbe avuto un valore prossimo allo zero intorno ad un migliaio di anni fa.
La specie umana attuale compariva invece sulla terra, sempre secondo la formulazione ufficiale delle
Nazioni Unite, tra i cinquecento e seicentomila anni fa, subendo solo differenziazioni somatiche conseguenti
forse alladattamento a climi ed ambienti diversi e aumentando costantemente. Un solo dato quindi certo:
che lo sviluppo della popolazione mondiale avveniva con ritmi moderati per migliaia e migliaia di anni per
poi registrare incrementi sempre pi forti negli ultimi due secoli ed in particolare nellultimo cinquantennio.
Tutto ci, a partire dallinizio degli anni Settanta, quando il problema dellaumento della popolazione
mondiale cominciava ad essere osservato con un certa perplessit, ha determinato poi tutta una serie di
allarmismi, talvolta esasperati e poggianti su proiezioni un po esagerate, ma che comunque partivano da
elementi di osservazione realistici. La popolazione mondiale, come si detto, raggiungeva il miliardo
intorno ai primissimi decenni del 1800 per raddoppiare dopo un secolo, raddoppiare ancora dopo meno di
cinquantanni e lasciar supporre unulteriore raddoppio in circa altri trenta.

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Per questo motivo si cominci a parlare della questione come di un incombente problema mondiale
utilizzando in proposito una terminologia ridondante quanto ricca di effetto: esplosione demografica, boom
demografico, ecc. Lelemento principale di preoccupazione era comunque legato non tanto al numero degli
abitanti di per se stesso quanto al loro rapporto con le risorse, specialmente alimentari, ed al fatto che i pi
forti incrementi di popolazione si registravano nelle aree pi popolate e pi povere del mondo.

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74. Popolazione e risorse
Inquietudini per un incontrollato incremento della popolazione erano gi state espresse ben prima che si
avesse unidea di questa generalizzata esplosione demografica. Alla fine del diciottesimo secolo
leconomista inglese Malthus pubblicava un famoso Saggio in cui esponeva alcune teorie sullaumento
della popolazione mondiale e sui gravi problemi che questo avrebbe comportato. Egli sottolineava che
mentre la popolazione si sviluppava in proporzione geometrica, o esponenziale, la produzione alimentare
aumentava in termini aritmetici, o lineari. Cos si sarebbe creato un disequilibrio tra risorse e popolazione
che non avrebbe potuto trovare entro pochi decenni sufficiente sostentamento. Losservazione di Malthus si
basava su quanto stava accadendo nellEuropa occidentale in quel periodo. In seguito a tutta una serie di
miglioramenti socioeconomici (in particolare il controllo delle grandi malattie epidemiche), veniva
abbassata bruscamente la mortalit, il che determinava nel breve periodo un aumento della natalit. In altre
parole il rapporto tra nati e morti, che era rimasto pi o meno costante per secoli, si andava bruscamente
alterando e ci lasciava supporre un aumento demografico sempre pi forte quanto accelerato nel tempo.
Agli occhi di Malthus la circostanza, che non pareva accompagnata da un parallelo sviluppo delle tecniche
produttive, sembrava quanto mai catastrofica. Pur partendo da considerazioni oggettive, egli commetteva
una serie di errori di valutazione, non tenendo ad esempio conto delle capacit di sviluppo tecnologico,
specialmente in campo agricolo, che i vari paesi sarebbero poi stati in grado di sviluppare, della
colonizzazione di nuove aree e di altre variabili economiche. Comunque i principi generali delle sue ipotesi
trovano ancora oggi spazio nellosservazione e nella valutazione delle cause di taluni fenomeni, come ad
esempio il sottosviluppo, tanto che si pu ragionevolmente parlare di teorie neomaltusiane.

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75. Movimento naturale della popolazione
Soffermiamoci ad esaminare alcuni parametri sui quali si basano le osservazioni sullandamento
demografico. La popolazione mondiale aumenta o diminuisce in ragione della differenza tra nati e morti.
Questi due valori, che in termini statistici sono definiti indici o tassi di natalit e di mortalit, sono espressi
solitamente in termini di numero di individui ogni mille. I due coefficienti misurano infatti il rapporto tra il
numero totale delle nascite e dei decessi in una popolazione duranti il periodo di tempo considerato e
lammontare medio della popolazione dello stesso periodo. Di norma la popolazione media data dal valore
medio matematico tra la popolazione presente in un determinato territorio allinizio dell'anno e quella
presente alle fine dello stesso anno.
La loro differenza, o saldo naturale della popolazione, esprime quindi genericamente la potenzialit di
aumento. E noto come tali tassi sono molto vari nel mondo cos come possono subire discrete variazioni
anche nel breve periodo. Secondo gli ultimi dati i paesi sviluppati registrano saldi naturali estremamente
deboli: una trentina di stati europei ad esempio hanno una popolazione che non cresce o addirittura
diminuisce. Allo stesso tempo i paesi del Terzo Mondo, e specialmente alcuni di quelli africani, registrano
saldi naturali assai elevati. Ma si pu anche osservare come la popolazione europea quadruplicasse tra gli
inizi del diciannovesimo secolo e la met di quello successivo per rimanere poi stazionaria ed avviarsi verso
un decremento. Al contrario quella dellAfrica Nera non doveva registrare significativi sviluppi sino almeno
a cinquantanni or sono per mostrare poi segni di eccezionali aumenti e mostrare ancora, negli ultimissimi
anni, uninversione di tendenza.
Se nel passato questi scostamenti si verificavano in termini temporali estremamente lunghi, oggi la
situazione mutata: molte variabili possono infatti concentrarsi in periodi relativamente brevi in ragione di
unaccelerazione dei processi economici globali, della maggiore sensibilit delle popolazioni ed allo stesso
tempo delladeguamento dei vari governi verso lelaborazione di politiche di sviluppo demografico
razionalizzate alle loro esigenze e comunque ad una visione pi globale del problema.
Le variazioni del saldo naturale della popolazione, che molto spesso indicato come tasso di crescita, non
sono quindi legate ad una sola causa, ma ad una serie di variabili complesse. Mentre facilmente intuibile
come la mortalit sia generalmente conseguente ad un miglioramento delle condizioni sanitarie e socio
economiche, non altrettanto evidente quanto la natalit non dipenda soltanto da un adeguamento culturale
dei vari gruppi umani.
Infatti lattuale andamento demografico che contraddistingue nettamente i paesi a sviluppo avanzato da
quelli del cosiddetto Terzo Mondo, al di l di tutta una serie di differenti implicazioni sociali, anche
giustificabile da due elementi per cos dire strutturali. Il primo legato alla composizione della popolazione
per fasce det: il recente e forte aumento di natalit nei paesi poveri, accompagnato da una contrazione
della mortalit infantile, ha provocato un forte ringiovanimento ed un considerevole aumento degli individui
in et riproduttiva. Il secondo, correlato al primo, riguarda i tempi in cui possono verificarsi variabili di
rilievo tenuto conto di una certa situazione di partenza: supposto che due popolazioni disomogenee per
quanto riguarda la struttura per et adottassero analogo atteggiamento demografico, impiegherebbero tempi
assai diversi nel raggiungimento di un medesimo obiettivo. In altre parole, ragionando in termini meramente

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aritmetici, una popolazione anziana, con percentuali cio significative di individui al di sopra dellet
mediamente considerata riproduttiva, necessita di un certo numero di anni per raddoppiare mentre una
popolazione giovane in grado di registrare un raddoppio in tempi assai inferiori. Ad esempio un tempo di
raddoppio oggi ragionevolmente stimabile osservando i tassi di incremento medio in alcuni paesi europei,
pu essere intorno ai centoquaranta centocinquantanni, di circa la met in alcuni paesi a sviluppo
demografico medio (Cina, Brasile) e tra i venti venticinque anni in altri a forte tasso di incremento (Nigeria,
Yemen).
I dati proposti dagli organizzazioni internazionali che si occupano di monitorare laccrescimento della
popolazione confortano tali ipotesi. Infatti le pi recenti proiezioni, diversamente da quelle di qualche
decennio fa, indicano anche per i paesi a forte incremento demografico il raggiungimento del cosiddetto
livello di popolazione stazionaria entro e non oltre lattuale secolo. Secondo questa prospettiva ci
significherebbe un adeguamento della popolazione di quasi tutti i paesi mondiali al modello europeo, fine
dellesplosione demografica e semmai aumento di importanza dei problemi legati allinvecchiamento.
Se ad esempio la Banca Mondiale alla fine degli anni Ottanta prevedeva che le popolazioni di Cina e India si
sarebbero stabilizzate, rispettivamente nel 2090 e nel 2150, alla soglia di 1.400 milioni e 1.600 milioni di
abitanti, oggi quelle cifre non sembrano realistiche. La popolazione cinese ha infatti superato i 1.200 milioni
nel 1994, mentre quella dellIndia ha raggiunto i 1.000 nel 1998. Se proiettassimo un calo ottimistico dei
tassi di crescita dei due paesi, la prima si stabilizzerebbe a 1.700 milioni nel 2010, mentre la seconda a 2.000
nello stesso anno. Ma lincremento demografico un fenomeno ciclico e complesso: i cali complessivi
nascondono infatti frenate e balzi in avanti ancor pi evidenti quando si va ad analizzare i diffusi divari
regionali.

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76. Tassi di fecondit e fertilit
Altri parametri relativi alla potenzialit riproduttiva sono gli indici di fecondit e di fertilit. Il primo si
riferisce al numero dei figli in rapporto agli individui di sesso femminile. Va da s che la natalit
comunque condizionata dal numero di donne fertili presenti nella popolazione. Ad esempio in un paesino
delle nostre montagne ove siano presenti soltanto anziani o comunque individui prevalentemente di et
avanzata, evidente che il tasso di fecondit sar bassissimo se non nullo. Viceversa in ambienti ove la
popolazione generalmente giovane ed ove quindi percentualmente maggiore lincidenza di donne in et
fertile questo sar proporzionalmente maggiore. Tale indice pu essere pertanto dimostrativo di una certa
situazione, soprattutto in termini generali e/o statistici, ma non di tendenze comportamentali. Per questo
motivo pare estremamente utile losservazione dellindice di fertilit che tiene conto del numero dei figli in
relazione alle donne in et fertile. E ovvio che anche riguardo a questaspetto entrano in gioco numerose
variabili locali, come ad esempio la composizione per classi det o la diversa attitudine nuziale, il livello di
istruzione e di impegno economico della donna, nonch lo stesso sviluppo biologico femminile. Lindice
comunque significativo specie per un confronto fra vari paesi e per quanto riguarda le sue linee tendenziali
nel corso del tempo. Ad esempio in alcuni paesi dellAfrica Nera (come il Kenya) il numero medio di figli
per donna in et feconda era 8,1, oggi sceso al 5,4. In Cina solo trentanni fa era 6, oggi 1,8. Negli ultimi
decenni lindice di fertilit calato in quasi tutti i paesi del mondo, fatto che giustifica lottimismo di molti
demografi. Per citare i casi di alcuni paesi a forte incremento demografico, in India esso passato da 5,8 a
3,4 , in Egitto da 7,2 a 3,6, in Brasile da 6,3 a 2,5, in Messico da 6,7 a 3,1. Valori superiori a 6 si possono
ancora riscontrare in talune contrade africane (Nigeria, Etiopia o alcune regioni del Kenya) o asiatiche
(Pakistan, cos come, in ambito pi settoriale, alcune componenti etniche quali ad esempio i palestinesi).
I paesi a sviluppo avanzato per ovvi motivi continuano a registrare indici estremamente modesti, spesso al di
sotto di quello che normalmente definito tasso di ricambio generazionale (ossia 2,1 figli per donna): in
Italia ad esempio, e con modestissime variazioni regionali, il parametro si attesta intorno a 1,2 figli per
donna.

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77. Mortalit infantile e speranza di vita
Aspetti molto importanti per la comprensione delle condizioni di vita sono il tasso di mortalit infantile e la
speranza di vita. Il primo indica la percentuale di bambini morti nel primo anno di vita su mille nati durante
il medesimo anno. In generale pi le condizioni socioeconomiche di una popolazione sono basse pi tale
rapporto aumenta. Nellultimo scorcio di secolo la mortalit infantile europea si attestata su valori medi
che vanno dal 5 al 20 (gli indici pi elevati si riscontrano nellEuropa orientale). In molti paesi del
Terzo Mondo, e soprattutto in Africa Nera, per ogni mille bambini nati ne muoiono anche pi di cento. Cos
come variano i tassi, anche la cause della mortalit sono differenti da zona a zona. In vaste aree ad alta
concentrazione di umidit, ad esempio, le malattie infettive e di conseguenza le epidemie non sono ancora
del tutto controllabili. Le cause di morte pi frequenti sono le gastroenteriti dovute principalmente ad
assunzione di acqua non potabile. Cos ancora elevata lincidenza sui bambini di denutrizione e mal
nutrizione. A di l della mancanza di cibo, anche gli squilibri alimentari possono avere gravi conseguenze
nella prima infanzia. La carenza di proteine cos come quella di taluni apporti vitaminici possono infatti
provocare danni permanenti o comunque altamente lesivi per la salute. Secondo lOrganizzazione Mondiale
della Sanit, ad esempio, la carenza di vitamina A la causa principale di cecit in India, Indonesia,
Nordeste del Brasile e El Salvador: nella sola Asia orientale sarebbero circa centomila i bambini che ogni
anno perdono la vista.
La speranza di vita esprime let che un individuo pu sperare di raggiungere al momento della nascita.
Come si detto insieme alla mortalit infantile costituisce uno dei parametri pi significativi delle
condizioni sociali, economiche e sanitarie di un paese, configurandosi quindi non solo come un indicatore
demografico, ma anche del livello di sviluppo di un paese. Essa varia non solo da luogo a luogo, ma anche
nel corso del tempo in uno stesso luogo.
Mentre soltanto un secolo fa essa era ovunque bassa, oggi il divario tra i paesi sviluppati e quelli del Terzo
Mondo aumentato moltissimo. NellOttocento la speranza di vita in Europa occidentale era di poco
inferiore ai quarantanni, nei primi decenni del secolo successivo era raggiunta la meta dei cinquanta, oggi il
valore medio si attestato intorno ai settantacinque. Nei paesi sottosviluppati essa rimane invece inferiore ai
cinquantanni, pur con sensibili variazioni tra regione e regione e tra le diverse classi sociali. La speranza di
vita, per quanto significativa, comunque un dato teorico che presuppone un calcolo piuttosto complicato,
essa determina infatti: let media alla quale morirebbe una generazione di nuovi nati se subisse, fino
allestinzione, la legge di mortalit per let dellanno considerato.

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78. La transizione demografica
Come gi accennato, gli elevati tassi di crescita oggi rilevabili in molti paesi sottosviluppati non dureranno
per sempre. Ci pu essere confortato, pur con le dovute cautele, dallosservazione del trend europeo nel
corso degli ultimi due secoli. La popolazione del Vecchio Continente passava infatti da un regime secolare
di relativa stabilit ad una fase di forte sviluppo demografico per mostrare successivamente, pur in termini
assai differenti da quelli di partenza, unulteriore fase di scarsa crescita demografica. Questo passaggio da
un regime demografico antico ad un regime demografico moderno, caratterizzato da una situazione
caratterizzata da forti variabili nel tasso di mortalit ed ancor pi in quello di natalit, ad una certa
stazionariet normalmente chiamata transizione demografica. Bisogna specificare che la transizione
demografica europea ha presentato caratteristiche che non sono confrontabili con una presunta transizione
demografica dei paesi sottosviluppati. Se qualche analogia si pu riscontrare questa riguarda labbattimento
del tasso di mortalit, il conseguente aumento di quello di natalit e quindi un consistente incremento
demografico, almeno sino ad un certo punto, ma il modello demografico europeo stato concomitante con
un particolare sviluppo economico a sua volta causa di determinati comportamenti demografici (come la
forte riduzione della natalit). A partire dagli inizi del diciannovesimo secolo una serie di innovazioni in
campo sanitario (vaccinazione contro le malattie epidemiche), igienico (sistemazione delle reti fognarie,
diffusione dellacqua per uso personale), alimentare o comunque relative al welfare, determinavano un
sensibile abbassamento dellindice di mortalit e specialmente di mortalit infantile. Conseguenza diretta,
dopo un necessario lasso di tempo, un discreto aumento della natalit. Il divario tra i due indici, dapprima
assai modesto, raggiungeva cos livelli notevolmente elevati. Tradotto in termini numerici questo significava
un fortissimo aumento della popolazione che quadruplicava nel corso di circa un secolo e mezzo, passando
dai circa 150 milioni degli inizi dellOttocento ai 600 milioni della met del secolo successivo. Se teniamo
conto che allinterno dello stesso lasso di tempo si verificarono forti correnti migratorie dallEuropa verso
altri continenti (e particolarmente verso le Americhe) quantificabili intorno ai 50/60 milioni di individui e se
si considera che questi flussi erano costituiti da popolazione giovane, si pu facilmente dedurre che tipo di
incremento demografico il Vecchio Continente avesse vissuto.
Tali vicende demografiche furono per accompagnate da uno sviluppo economico senza precedenti, fattore
che determinava eccezionali rivolgimenti nelle strutture sociali e quindi in una lunga serie di modelli
culturali. La conseguenza demografica pi rilevante fu labbassamento dellindice di natalit legato ad una
serie di concause di ordine socioeconomico (urbanizzazione, costi sociali dellindividuo, inserimento delle
donne nei sistemi economici produttivi) e demografici (generale invecchiamento della popolazione).
Nei paesi in via di sviluppo quello che possiamo individuare come primo momento o fase di transizione
collocabile introno alla met del secolo scorso, quando la tecnologia, specialmente in campo sanitario, dei
paesi sviluppati in qualche misura aveva effetti sullindice di mortalit. Questo fatto determinava
ovviamente un conseguente aumento della natalit, al quale non ha fatto per seguito una modificazione di
comportamenti demografici giustificata da spinte di ordine economico. In altre parole la popolazione di
questi paesi registrava forti tassi di natalit legati prima di tutto ad un generale abbassamento della mortalit
specialmente infantile, ma non raggiungeva livelli economici tali da provocare incidenze sulle nascite.

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Labbassamento dellindice di fertilit infatti pare piuttosto imputabile, almeno in molti casi, a politiche di
pianificazione governative ed a interventi di controllo internazionale, piuttosto che da ragioni
socioeconomiche intrinseche alla stessa popolazione.
I demografi, pur con talune differenze, sono soliti ripartire la transizione in quattro fasi di cui la prima e
lultima rappresentano il regime iniziale e quello finale, detti stazionari o di crescita demografica scarsa, la
seconda e la terza scandiscono invece in maniera quasi simmetrica il momento espansivo e quello
regressivo, ovvero di passaggio da uno stadio demografico di aumento ad uno stadio demografico di
diminuzione.

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79. Le religioni nel mondo
Lingua e religione sono gli elementi culturali pi importanti, si pu dire costituiscano i fili essenziali del
tessuto sociale. La religione come la lingua, anche se in modo diverso, conferisce identit. Allo stesso
tempo, come le lingue, le religioni sono in costante trasformazione. La loro penetrazione nel tessuto sociale
pu subire accelerazioni o rallentamenti o comunque processi di stagnazione. Il nuovo clima politico dei
paesi dellex Unione Sovietica ha aperto la porta al proselitismo laddove, fino ad una decina di anni fa, la
pratica religiosa era spesso clandestina. La pratica religiosa segna anche il paesaggio culturale, si esprime in
molte consuetudini di vita come nel modo di vestire o nellalimentazione ed ancor pi in quelle pi
propriamente legate alla vita di relazione o culturale.
Forte elemento di unione, la religione stata ed attualmente anche fonte di divisione e conflitti, come nel
caso dellIrlanda del nord, della ex Yugoslavia, dellIndia, di alcuni paesi del Medio Oriente, dellAsia sud
orientale ed altrove.
Lattuale quadro distributivo delle religioni affonda le sue radici in una complessa gamma di motivazioni
storiche, sociali, psicologiche, spesso strettamente connesse alle condizioni dallambiente geografico che,
pur senza influenzarne deterministicamente genesi e sviluppo, contribuiscono a delimitare ed a caratterizzare
lestensione di ciascun credo. Tale ripartizione non si configura affatto in maniera statica, sia perch quasi
impossibile procedere ad una chiara e definita classificazione a causa della presenza di numerose sette e di
non poche deviazioni dottrinali. Daltronde la stessa area delle grandi religioni non neppure storicamente
stabile, ma sottoposta allinflusso di molteplici eventi che hanno provveduto ad ampliarla e/o a restringerla.
Si pensi ad esempio alle conversioni operate dallislam nellAfrica tropicale o a quelle realizzate dai
missionari cristiani, o alla stessa diaspora ebrea o ancora popolamento del nord America ove il cospicuo
afflusso di immigrati irlandesi, italiani e polacchi ha posto il cattolicesimo al vertice nel quadro complessivo
dei movimenti confessionali statunitensi. Gli spazi geografici delle diverse confessioni possono sovrapporsi
o intrecciarsi variamente o rimanere nettamente distinti tra loro. Cos mentre i paesi scandinavi sono luterani
quasi al cento per cento, nella Svizzera coesistono cantoni protestanti accanto a cantoni cattolici, in
Germania si alternano regioni a maggioranza cattolica ed altre a maggioranza protestante. Il Libano a sua
volta presenta una struttura chiaramente policonfessionale (sunniti, sciiti, wahhabiti, cristiani maroniti),
spiegabile in gran parte con le numerose invasioni subite nel corso della tormentata storia. N occorre
trascurare quelle aree contrassegnate da una diffusa indifferenza o del tutto prive di qualsiasi impronta
religiosa, ampiamente sostituita dalla pratica pi o meno fideistica di una ideologia filosofico politica.
Ci sono stati periodi scanditi dalla grande forza espansiva di talune religioni che spesso si sono trovate in
antitesi con altre e momenti caratterizzati da maggior equilibrio. Il quadro attuale pu essere considerato
relativamente statico. Due fenomeni sono i pi significativi: il primo determinato dal grande movimento di
fedeli islamici relativo allimmigrazione terzomondista verso i paesi sviluppati. Il secondo un marcato
processo di laicizzazione che caratterizza molte aree in varie parti del mondo.
Mano a mano che luomo ha progredito nel suo plurimillenario processo di incivilimento, la religione ha
sempre partecipato oro a caratterizzare certi comportamento, ora a qualificare determinate culture, ora a
plasmare in modo peculiare molteplici e vasti paesaggi geografici. Linfluenza esercitata dalla religione sul

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territorio e sulle comunit umane dunque senzaltro notevole. Ci stato evidenziato da vari autori che
tuttavia si sono soffermati maggiormente sugli aspetti esteriori e visibili, a volte trascurando il ruolo,
rilevante e decisivo, che le confessioni religiose hanno esercitato sulle condizioni socioeconomiche degli
uomini. Cos di volta in volta stata data grande importanza a taluni elementi formali concernenti ad
esempio la disposizione della casa , linserimento dei monumenti sepolcrali nel paesaggio, i tipi di edifici
religiosi, la pianta rituale delle citt, e si magari trascurata la distribuzione spaziale degli uomini e delle
loro attivit, legate in parte allorigine religiosa di numerose citt (si pensi alle cosiddette reducciones create
dai missionari in America Meridionale), alle migrazioni di profughi, agli interventi sulla procreazione,
nonch a taluni dettami incidenti sulleconomia (si pensi al divieto delluso della carne suina e del vino
presso i musulmani, al divieto di uccisione di animali sacri quali i bovini presso gli induisti o a quello
relativo allastinenza dalla carne ogni venerd o dal lavoro nei giorni festivi presso i cattolici). Allo stesso
tempo bisogna ricordare taluni generi di vita, temporanei o definitivi, profondamente radicati nella religione
e incentrati sui determinati spostamenti di persone legati ad importanti pellegrinaggi che alimentano una
vasta gamma di attivit di lavorazione e di vendita degli oggetti sacri, originando talvolta veri e propri centri
manifatturieri e commerciali di rilevante interesse. Un esempio significativo in tal senso pu essere prodotto
dallIslam che, nonostante la marcata variet del suo modello comportamentale, ha sempre conferito una
peculiare impronta al generale processo di civilizzazione nel quale un peso sempre determinate assunto
dalla citt, nodo basilare della vita religiosa e sociale, nonch teatro esclusivo di quellintenso dinamismo
commerciale che trova nel bazar il suo fulcro vitale. Al contrario scarso risultato per il mondo islamico
linteresse offerto dallambiente rurale a causa, da un lato, della complessit e della precariet del rapporto
di propriet che hanno contribuito a far disaffezionare lindividuo alla terra, dallaltro al divieto concernente
luso di taluni generi alimentari che si accompagnato non solo ad una cospicua contrazione della
viticoltura, ma anche ad un forte disboscamento del manto forestale dei massicci mediorientali sottoposti
allazione devastatrice dellallevamento ovino e caprino.
La valutazione numerica degli adepti di ciascuna confessione religiosa una valutazione difficile e
comunque molto approssimativa. In molti paesi tutti i cittadini vengono dichiarati appartenenti alla religione
dominante e ci sia in stati con scarsa attenzione per i diritti delle minoranze, che in altri in cui c libert di
culto. Proprio per questo motivo non si fanno statistiche ufficiali in merito, n durante i censimenti si
richiede di dichiarare lappartenenza a questa o quella fede.
Le religioni sono cos numerose e tra loro differenti che ogni tentativo di catalogarle potrebbe portare ad una
eccessiva frammentazione o allincompleta interpretazione di tutta quella vasta gamma di elementi
strutturali e contingenti che convergono a formare ed a caratterizzare un determinato credo. Comunque, in
termini spaziali (per quanto almeno riguarda lorigine) possibile prospettare una tripartizione delle
principali religioni che interessano oggi la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Nel primo
gruppo si possono includere le confessioni originarie dellAsia sud occidentale, rappresentate dallebraismo,
dal cristianesimo e dallislam. Queste sono rigidamente monoteistiche, egualitarie nelle loro implicazioni
sociali, etiche nel loro insegnamento e in genere improntate ad una visione ottimistica della natura e delle
finalit delluniverso. Gli scritti sacri possono essere intesi a fondo solo rapportandoli alla struttura
dellambiente fisico e culturale delle terre aride e semi aride ove si sono avvicendate civilt pastorali e

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nomadi, espressioni tipiche della vita socioeconomica di quel mondo. In tutte queste fedi posta una forte
enfasi sullassoluta sovranit divina, enfasi che talvolta scivola verso laccettazione incondizionata o lo
stesso fatalismo. Due religioni di questo gruppo, ebraismo e cristianesimo, hanno rappresentato le basi
spirituali della cultura del mondo occidentale, giocando un ruolo assai importante nella caratterizzazione
della filosofia, del pensiero e delletica. La terza, ossia lislam ha prodotto una propria sfera culturale chiusa
e quasi antitetica nei confronti di quello stesso mondo occidentale da cui fu sempre a sua volta scarsamente
compresa nella propria essenza intrinseca. Il secondo gruppo include le religioni originarie del subcontinente
indiano: induismo, buddismo, giainismo, sikhismo. In esse si possono facilmente distinguere due diversi
livelli di culto: il primo di carattere mistico e filosofico, il secondo impregnato di una notevole dose di
ritualismo e magia. Questo secondo livello ha naturalmente maggiore importanza nella formazione culturale
e nella caratterizzazione dei paesaggi umani.
Tutte queste religioni sono politeistiche, ricche di implicazioni sociali, classiste e castiste (ad eccezione del
sikhismo), scarsamente etiche nei loro insegnamenti ed in genere improntate ad una visione pessimistica
delle finalit della natura e delluniverso. Gli scritti sacri sono per lo pi poco noti ai seguaci, ai quali
pertanto offrono scarso conforto metodologico e modesto appoggio spirituale.
Il terzo gruppo comprende le religioni originarie dellestremo oriente (confucianesimo, taoismo e
scintoismo) che a rigore non dovrebbero essere considerate religioni in senso stretto, considerato il loro
debole legame con il sovrannaturale ed il forte collegamento con un certo modo di vivere terreno.
Linclusione di queste filosofie di vita tra le religioni si pu giustificare per il fatto che esse si sono
sviluppate in un contesto di pratiche confessionali molto antiche che, attraverso un lungo processo
evolutivo, sono state via via assorbite insieme alloscuramento dei loro insegnamenti etici e morali. Nelle
loro forme pi popolari queste religioni tendono ad essere politeistiche, fortemente nazionalistiche, ed in
genere improntate ad una ottimistica visione della natura e delluniverso. Tra i loro seguaci pi evoluti
culturalmente c scarsa preoccupazione per il sovrannaturale, mentre tra le masse si nutre forte rispetto per
la divinit i cui favori vanno conquistati con sacrifici e riti propiziatori. Tali religioni prospettano una sorta
di sopravvivenza dopo la morte senza per delineare mai in modo chiaro e netto le caratteristiche peculiari
di tale esistenza. In aggiunta a questi tre grandi gruppi esistono molte religioni locali o tribali in varie parti
del mondo. Si tratta delle cosiddette religioni primitive che presentano un contenuto scarsamente filosofico e
riservano molto spazio ai problemi contingenti della sopravvivenza in un mondo per lo pi concepito come
luogo di perenne scontro tra spiriti buoni e cattivi. Il punto di riferimento di tali pratiche viene ad essere
quasi sempre luomo che pu controllare autonomamente gran parte dellinfluenza degli spiriti. La sua
responsabilit sta quindi nel manipolare le forze soprannaturali per il perseguimento di fini personali o
collettivi. Esempi di religioni primitive possono trovarsi in Africa Nera, Melanesia, Polinesia, Indonesia e
America Latina.

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80. Il Cristianesimo
Secondo le pi accreditate fonti statistiche il culto maggiormente diffuso e praticato al mondo,
comprendendo oltre un miliardo e mezzo di adepti, di cui 950 milioni circa di cattolici, 450 milioni di
protestanti ed 180 milioni di ortodossi. Il cristianesimo la religione prevalente in ben 116 paesi, distribuiti
in tutti e cinque i continenti. I cattolici sono soprattutto concentrati nellEuropa sud occidentale, mentre i
protestanti in quella settentrionale. Lest europeo, con leccezione della Polonia cattolica, registra invece la
massima diffusione degli ortodossi.
Il Cristianesimo nacque in Palestina duemila anni fa, in seguito alla predicazione itinerante di Ges di
Nazareth. In breve tempo egli raccolse intorno a s un movimento composto dai pi diversi strati della
popolazione ebraica e da un ristretto nucleo di discepoli. Immediatamente dopo la sua morte questi ultimi
diedero vita ad una attivissima predicazione che in pochi decenni si irradi in molte parti del mondo antico.
Nonostante alcune fasi di pesanti persecuzioni da parte delle autorit politiche il Cristianesimo si diffuse
capillarmente in tutto il mondo romano sino ad ottenere, agli inizi del quarto secolo, la libert di culto da
parte dellimperatore Costantino. Da quel momento in poi, nel corso di poco pi di duecento anni, si pu
dire si attuasse una progressiva quanto completa cristianizzazione dellimpero romano. A partire dagli inizi
del sedicesimo secolo, grazie allespansione coloniale delle potenze europee, le diverse forme del
Cristianesimo si radicarono in molte parti del mondo e specialmente in quei territori (come le Americhe,
lAustralia o la Nuova Zelanda) che videro eccezionali ondate migratorie da parte di individui provenienti
dal Vecchio Continente.
Pur essendo una religione unitaria, perch sorretta dalla comune fede in Ges Cristo, Il Cristianesimo si
presenta oggi frammentato in varie chiese che si possono schematicamente ripartire in tre grandi gruppi:
quello cattolico, che trae origine dalla chiesa di Roma e rappresenta la cosiddetta forma di culto latina;
quello ortodosso, entro il quale si distinguono le chiese storicamente riconducibili al patriarcato di
Costantinopoli e a quello di Mosca, cos come quella apostolica armena o quella copta (Etiopia); ed infine
quello protestante, nato da una serie di scissioni allinterno della chiesa di Roma a partire dagli inizi del
sedicesimo secolo.
Il Cristianesimo una religione monoteista come lEbraismo da cui sorto. Tutti i cristiani credono infatti
che esista un solo Dio creatore dellUniverso e a cui tutto sottomesso. Dio non solo domina il creato, ma
interviene nelle vicende umane guidandole ed orientandole verso il bene supremo. Pur essendo uno solo,
Dio si manifesta in tre persone eguali e distinte: Padre, Figlio e Spirito Santo. Di questa dottrina fa parte
anche la credenza forse pi caratteristica del Cristianesimo, quella della doppia natura, umana e divina, di
Ges, che nel corso dei secoli ha dato origine a numerose discussioni, e divergenze, riconducibili alle
difficolt nel mettere daccordo le figure umana e divina di Cristo. La rivelazione di Dio ha un contenuto
essenzialmente morale che si riassume nei Dieci Comandamenti contenuti nella Bibbia: ladorazione di un
solo Dio e lamore per il prossimo sono spesso presentati come la sintesi cristiana di questi precetti. Il
Cristianesimo insiste per anche sul principio secondo cui bisogna invocare da Dio la forza per compiere il
bene: in generale tutte le forme di culto affermano la libert delluomo e la buona inclinazione della sua
volont, anche se non mancano concezioni pessimistiche sulla effettiva possibilit degli uomini di dominare

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gli istinti malvagi della propria natura. I principi dellunicit di Dio, della bont della creazione e dellamore
universale portano i cristiani allidea delluguaglianza tra tutti gli uomini. Scopo della vita infatti
partecipare alla vita stessa di Dio: luomo non termina la sua esistenza con la morte terrena, ma destinato,
subordinatamente ad un giudizio che riassume tutte le sue azioni, ad unirsi a Dio in una condizione di
felicit eterna.

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81. L'Islam
Tra le grandi religioni mondiali quella che cresce pi velocemente. Conta oggi un miliardo e trecento
milioni di praticanti distribuiti in una ampia fascia estesa dalle coste nord occidentali dellAfrica fino al
Bangladesh per spingersi poi verso sud in Malesia, Indonesia e Filippine. Comunit islamiche sono anche
presenti in Africa occidentale (Senegal, Gambia, Niger, Nigeria, Sierra Leone), lungo le coste dellAfrica
orientale (Eritrea, Somalia) e nellEuropa balcanica (Albania, Turchia europea).
In quarantacinque paesi del mondo lislam rappresenta la religione maggioritaria, con fortissime
concentrazioni particolarmente in Indonesia (170 milioni), Pakistan (136 milioni), Bangladesh (106 milioni)
ed India (103 milioni).
LIslam che letteralmente significa arrendersi alla volont di Dio, ha le sue origini nella penisola araba
allinizio del settimo secolo d.C. Suo fondatore fu Maometto, appartenente ad una agiata famiglia de La
Mecca al quale apparve larcangelo Gabriele che gli chiese di recitare alcuni versi della rivelazione,
rendendo Maometto il tramite umano della parola divina. La predicazione di Maometto fu osteggiata dai
capi locali, tanto che il profeta decise di emigrare a Medina ove fece costruire la prima moschea. Pochi anni
pi tardi Maometto ritorn trionfalmente a La Mecca dando vita al primo vero e proprio stato islamico.
Attraverso i suoi successori lIslam varc i confini dellArabia per espandersi rapidamente ad ovest e ad est.
Tutti i musulmani del mondo fanno propri alcuni concetti fondamentali ed imprescindibili, ma ciascuno li
mette in pratica in base alle tradizioni ed alle condizioni della regione in cui vive. La dottrina islamica pu
essere sintetizzata in quelli che vengono comunemente chiamati arkan al islam, ossia: i cinque pilastri
dellislam: la professione di fede; la preghiera rituale che deve essere recitata cinque volte al giorno rivolti a
La Mecca; lelemosina sociale e purificatrice; il digiuno nel mese di ramadan, nono mese del calendario
lunare; il pellegrinaggio a La Mecca almeno una volta nella vita. LIslam si pone per definizione come
lultima e definitiva religione rivelata quindi come suggello delle altre religioni monoteistiche. In tal senso
ebrei e cristiani, definiti genti del libro, sono tollerati e rispettati in quanto possiedono scritture rivelate. Nei
confronti di altre confessioni lIslam invece assai meno permissivo: la gihad, ossia la lotta contro i
politeisti comunque stata interpretata da alcuni elementi estremistici come uno sforzo contro tutti i non
musulmani.
La successione di Maometto provoc una divisione allinterno dellIslam in due gruppi: sunniti e sciiti.
Secondo i sunniti la carica di califfo (succesore di Maometto) doveva essere riservata al parente pi
prossimo del Profeta, discendente in linea maschile della stirpe dei qurays. Essi si mantengono fedeli alla
sunnah, o tradizione, ed ancor oggi costituiscono circa l83% di tutti i musulmani. La sunnah, costituente la
pi antica raccolta di norme etiche e morali stabilite sulla base dei detti e delle azioni di Maometto,
rappresenta infatti (insieme al Corano) la base normativa di comportamento per ogni credente. I sunniti si
considerano musulmani ortodossi e ritengono veri e propri errori dottrinari (definendoli come bida, o
innovazioni) tutte le modifiche alle regole dettate dalla tradizione. Al loro interno, in seguito a pur modeste
divergenze interpretative, si crearono alcune scuole giuridiche, quattro delle quali sopravvivono ancora:
malikiti (Africa settentrionale ed occidentale), sciafiti (Sud Est asiatico), hanifiti (Anatolia e penisola
balcanica), hanbaliti (Arabia). Dapprima in competizione, queste scuole di pensiero riuscirono in seguito a

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Filippo Amelotti Sezione Appunti
convivere senza tensioni, considerandosi espressioni di una comune eredit religiosa.
Sono chiamati sciiti i seguaci, o shia, di coloro che considerano legittimi successori di Maometto solo Al
(quarto califfo dellIslam) ed i suoi discendenti, o imam. Dal punto di vista dottrinale, la principale
differenza con i sunniti consiste nel fatto che gli sciiti aggiungono alle cinque verit fondamentali una sesta,
la figura appunto dellimam, cui si riconosce unautorit assoluta perch e custode diretto del sapere di
Maometto. Anche tra gli sciiti sono presenti varie correnti; le principali sono quelle degli imamiti (Iran, Iraq,
Libano, Pakistan e India), degli ismailiti ( India ..) e degli zaiditi (Yemen).
In tempi diversi si verificarono altre divisioni in gruppi che normalmente sono considerati costituire i
cosiddetti scismatici islamici, tra i quali i kharijti, gli wahabiti (Arabia Saudita), gli yazidi (Curdistan), i
drusi (Siria), ed infine gli ahmadiadi (Pakistan).

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82. L'Induismo
Con i suoi 780 milioni di adepti (o 550 milioni, secondo fonti pi caute, quale il World Christian Trends),
linduismo la terza religione del mondo per numero di aderenti. A differenza del Cristianesimo e
dellIslam, lInduismo politeistico, frammentato in innumerevoli culti e privo di un testo sacro guida come
la Bibbia ed il Corano. Inoltre linduismo concentrato in un ristretto ambito geografico: la stragrande
grande maggioranza degli induisti vive infatti in Asia meridionale ed in particolare in India, Nepal,
Bangladesh, Sri Lanka, Buthan, Malesia, Singapore, Indonesia. Vi sono modeste comunit induiste in
Africa (Mauritius), in America (Guyana, Trinidad, Stati Uniti), in Melanesia (isole Figi) ed in alcuni paesi
Europei.
Linduismo non ha un fondatore, pi che ununica religione pu considerarsi linsieme di movimenti diversi
accomunati da alcuni principi fondamentali. Secondo alcuni studiosi le origini dellinduismo risalirebbero ad
oltre tremila anni fa a seguito dellinsediamento di gruppi indo ariani nellIndia settentrionale. Altri invece
ritengono che linduismo abbia unorigine autoctona risalente a quattromila anni or sono. In ogni caso la sua
storia pi antica normalmente divisa in due fasi, quella vedica, caratterizzata dal culto di un numero assai
elevato di divinit e in quella brahamanica, in cui, scomparse molte divinit, prende forma il dio creatore
Prajapati chiamato Brahman, cio lassoluto. Il termine indu trae la sua origine dalla parola sanscrita sindhu
(fiume, corso d'acqua, con riferimento all'Indo), corrispondente all'iranico hind e al germanico inden, con
cui si indicavano le terre ad oriente del grande impero persiano. In seguito, attraverso vari passaggi dal greco
fino al latino indus, si giunti al neologismo hindu, mediante il quale si soliti indicare l'insieme di usanze
e convinzioni condiviso dalla maggior parte degli abitanti delle regioni ad est del fiume Indo. Gli
appartenenti alla religione, per identificarsi, preferiscono usare il termine dharma, che significa legge,
giustizia, dovere.
Le divinit non sono tanto esseri superiori, quanto rappresentazioni delle forze della natura. Nel corso dei
secoli, due di queste, Vishnu (dio benefico e solare) e Shiva (dio creatore e distruttore), hanno acquistato
particolare rilievo ad altrettanti correnti: il vishnuismo e lo shivaismo (seguiti rispettivamente dal 70% e dal
25% degli adepti). Altre correnti sono costituite dallo shaktismo (venticinque milioni di praticanti), dal neo
induismo o induismo riformato (ventidue milioni di praticanti) anche se i diversi movimenti non si
escludono a vicenda, dal momento che uno degli aspetti caratteristici comuni laccentazione dellesistenza
di diverse vie per raggiungere la salvezza finale e per il fatto che tutte concordano su alcuni punti
fondamentali come il samsara (o ciclo della rinascita), la moksha (o liberazione) consistente nella scoperta
dellidentit del proprio nucleo pi profondo con lassoluto (o brahaman che pervade tutto luniverso) ed il
karma, secondo cui ogni azione che lindividuo compie nella vita avr ripercussioni nelle sue vite future.
Linduismo prevede la divisione della societ in gruppi sociali o caste e in una grande quantit di sottocaste.
Lappartenenza ad una casta piuttosto che ad unaltra messa in relazione al proprio karma e prevede
adempimenti di specifici doveri per ottenere una rinascita migliore. A causa della concezione secondo cui le
vie che conducono allassoluto sono molte e non si escludo a vicenda linduismo mostra notevole tolleranza
nei confronti delle altre religioni. E invece rifiutata lassolutizzazione di qualsiasi forma particolare di
culto, cos come assai raramente si dato corso ad azioni di proselitismo.

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83. Il Buddismo
oggi minoritario in India (circa 7 milioni di praticanti) dove nato, ma ancora capillare in Asia sud
orientale, Cina, Giappone, Corea. Anche la dimensione del buddismo, che conta oltre trecento cinquanta
milioni di aderenti ha uno spiccato carattere regionale. Le varie scuole buddiste si dividono in due principali
tradizioni che si differenziano nellinterpretazione della dottrina del Buddha: il theravada, corrispondente
alla dottrina antica e praticato soprattutto in Birmania, Laos, Cambogia, Sri Lanka e Bangladesh, e il
mhayana, diffuso in Cina, Giappone, Mongolia, Corea, Vietnam e Tibet (caratterizzato da una tradizione
propria o vajrayana, ai vertici della quale il noto Dalai Lama).
Il buddismo fu fondato da Siddharta Gautama vissuto in India tra il sesto ed il quinto secolo a.C. Secondo la
tradizione, egli dopo aver condotto unesistenza molto agiata abbandon tutto vivendo sei anni
nellascetismo assoluto e raggiungendo infine lo stato di suprema coscienza che fece di lui il Buddha (o
risvegliato). Dal proselitismo dei suoi primi seguaci si form una comunit estranea al sistema delle caste,
che gradualmente si separ dallinduismo.
Partendo da alcuni concetti propri dellinduismo (pur drasticamente riformati) come quelli della samsara e
del karma, il buddismo pone al centro del suo insegnamento la via per raggiungere la fine della sofferenza e
la fine delle trasmigrazioni di esistenza in esistenza. Il nucleo centrale della dottrina si articola in quattro
nobili verit: luniversalit della sofferenza, linteriorit della sofferenza, il fatto che si possa porre fine alla
sofferenza solo imparando a liberarsi dalla scala di valori ingannevole e la strada da intraprendere per
avvicinarsi al nirvana (estinzione del ciclo delle nascite). Per propria natura intrinseca il buddismo pu
coesistere con altre religioni adattandosi ai diversi contesti culturali in cui di volta in volta inserito e spesso
integrandosi profondamente con la cultura preesistente. Secondo il buddismo tutte le pratiche religiose
hanno come obiettivo il progresso dellumanit verso il bene, cos come le strade che portano alla salvezza
possono essere molteplici e non escludersi a vicenda.
Scintoismo: pu considerarsi una specie di culto nazionalistico giapponese che pu essere praticato insieme
ad altre religioni. Le cifre relative ai seguaci sono estremamente variabili e dipendono dalla definizione di
scintoismo: i praticanti ufficiali sono poco pi di 3 milioni, ma alcune pubblicazioni giapponesi parlano di
45 milioni di seguaci.
E una religione autoctona e non ha un fondatore vero e proprio. Lo scintoismo infatti pu considerarsi
frutto di convergenza di miti, credenze, riti, usi e costumi profondamente radicati nella vita quotidiana del
popolo del paese del sol levante. Il nome, che significa via degli dei, fu coniato nel periodo dellavvento del
buddismo in Giappone, in modo da poter distinguere i due culti.
Dopo una lunga coesistenza, le due religioni in pratica si fusero. Pi tardi si combin ad esse anche il
confucianesimo. Il pensiero filosofico scintoista ruota intorno alla concezione che esiste una profonda
armonia tra gli esseri umani, la natura e le numerose divinit che popolano luniverso. Gli esseri divini sono
generalmente benevoli e proteggono chi si rivolge loro. Spesso si identificano con elementi della natura
(monti, fiumi, animali, piante), o con alcuni personaggi mitici, o con gli stessi antenati. La famiglia
imperiale ad esempio discenderebbe direttamente dalla dea del sole Amaterasu, considerata capostipite. Lo
scintoismo non ha preclusioni verso le altre religioni, anche se non incoraggia il proselitismo perch

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considera le sue regole ed i suoi modelli di vita inadatti ai non giapponesi.

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84. Il Confucianesimo
Sopravvive oggi in Cina e nella Corea del sud, anche se non esistono dati attendibili sul numero degli
aderenti (stimati in circa 5 milioni). Il termine fu introdotto per la prima volta dai Gesuiti nel diciassettesimo
secolo e deriva dal nome del fondatore del credo, Kongfu Tsu, vissuto in Cina tra il sesto ed il quinto secolo
a.C. Attento studioso delle antiche tradizioni locali Confucio decideva di trasmettere ai giovani la saggezza
degli avi attraverso la sistematica raccolta ed un riordinamento dei testi antichi, anche se egli non scrisse poi
nulla di quanto insegnava. I suoi principi ci sono giunti attraverso i discepoli che trascrissero le sue parole e
quanti approfondirono ed integrarono i suoi insegnamenti.
La dottrina di Confucio verte soprattutto sulle norme comportamentali che ogni individuo tenuto a seguire
dopo averle apprese attraverso studi rigorosi. Luomo deve praticare nei confronti dei suoi simili la
rettitudine, lumanit, la piet filiale e adempiere ai riti che scandiscono i rapporti tra il mondo terreno ed il
cielo. Non esiste la concezione del bene e del male fine a se stessi, cos come non esistono il concetto del
peccato o quelli di un essere trascendente e di un mondo ultraterreno. Esiste invece la societ nella quale si
vive nei riguardi della quale bisogna comportarsi in maniera appropriata in ogni occasione, non contrastando
larmonia che deve esistente in ogni ambito. Confucio si diceva non contrario a particolari pratiche di culto
indirizzate al cielo, inteso come essere immateriale e quindi garante dellarmonia universale che al cielo
venisse indirizzato il culto. Malgrado per un breve periodo dopo la morte egli fosse considerato quasi alla
stregua di una divinit, la dottrina si oppone ad ogni forma di culto popolare presentandosi piuttosto come
una vera e propria religione civile, caratterizzata da feste ed incontri che si svolgono periodicamente. Anche
se il confucianesimo fu oggetto di dure critiche e di contrasti da parte dei dirigenti della Repubblica
Popolare Cinese, continua a sopravvivere in vari strati della popolazione.
Come si detto il confucianesimo non pu considerarsi una vera e propria religione: per questo motivo ha
sempre convissuto in modo pacifico, pur senza integrarvisi, con confessioni religiose quali buddismo e
taoismo.

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85. L'Ebraismo
Pur contando poco pi di 14 milioni di aderenti distribuito in un centinaio di paesi del mondo ed in tutti i
continenti. Lunico stato in cui lebraismo costituisce la religione maggioritaria Israele (4.400.000). Al di
fuori di esso le comunit ebraiche pi numerose si trovano negli Stati Uniti (5.600.000), Russia (1.500.000),
Francia (640.000), Canada (350.000), Regno Unito (320.000), Argentina (250.000) e Brasile (150.000). E
la pi antica delle religioni monoteiste, nata quando, secondo le sacre scritture, Dio si rivolse ad Abramo per
stingere unalleanza con il suo popolo. Come noto, le vicende storiche del popolo ebraico sono raccontate
nella Bibbia che costituisce in un certo senso una sorta di cronologia che va dalle origini alla ricostruzione
del secondo tempio di Gerusalemme. La storia degli ebrei fu sempre tormentata e soggetta alla dominazione
di vari popoli che talvolta li deportarono dalla loro terra dando origine alla cosiddetta diaspora, ovvero alla
dispersione del popolo ebraico nel mondo. Gli ebrei, sparsi in vari paesi come gruppo religioso di
minoranza, furono spesso obbligati a risiedere in quartieri separati, o ghetti, che venivano chiusi di notte e
riaperti la mattina. Tra la fine del diciannovesimo e la prima met del ventesimo secolo gli ebrei furono
anche oggetto di prevaricazioni e vaste persecuzioni, come quella attuata dai nazisti, quando milioni di ebrei
furono privati dei loro beni, deportati e sterminati. In questo periodo si and affermando il sionismo,
movimento politico culturale il cui scopo era quello di ricondurre gli ebrei nella terra di Israele per
ricostituirvi una comunit nazionale, fatto che avvenne dopo la seconda guerra mondiale.
Il principio fondamentale della religione ebraica la credenza in un solo Dio che, dopo aver creato il
mondo, si manifestato agli uomini attraverso una rivelazione, tramandata per mezzo dei libri sacri. Altro
principio fondamentale, strettamente collegato al primo quello dellalleanza tra Dio ed il popolo ebraico.
Attraverso questa alleanza stretta da Dio con il patriarca Abramo, gli ebrei si impegnavano a riconoscerlo e
a rispettare le sue leggi. In altre parole gli ebrei ritengono di essere stati designati da Dio per testimoniare
agli altri popoli, attraverso lesempio delle loro azioni la sua presenza sulla terra. Alla base del sistema etico
ebraico ci sono dieci comandamenti, consegnati direttamente da Dio a Mos sul monte Siani e
seicentotredici precetti (di cui trecentosessantacinque divieti e duecentoquarantotto obblighi) che regolano la
vita quotidiana di ogni praticante e che comprendono norme relative a tutti gli aspetti della vita sociale, dal
matrimonio alle procedure cerimoniali, nonch diverse norme e divieti alimentari. Un aspetto rilevante della
religione ebraica limportanza attribuita alla lettura dei testi sacri: non si pu essere un buon credente se
non si studia e non si interrogano incessantemente i testi, ricercandone tutti i significati possibili.
Attualmente lebraismo si suddivide in diversi movimenti religiosi. I tre rami principali sono: quello
riformato, che lascia ai singoli credenti libert nellinterpretare gli insegnamenti della Bibbia e
nellosservare le leggi rituali, quello ortodosso, per il quale le leggi rituali e cerimoniali vanno considerate
come immutabili e quello conservatore che caratterizzato da unortodossia pi attenuata.
La religione ebraica non interessata al proselitismo attivo e non incoraggia, anche se non esclude del tutto,
le conversioni. Tuttavia lebraismo prevede rapporti di collaborazione interreligiosa in campo sociale e
morale. Lebreo deve rispettare le leggi del paese in cui vive.
Taoismo: praticato da circa 20 milioni di adepti, concentrati soprattutto a Taiwan. La tradizione attribuisce
la nascita del pensiero taoista ad un personaggio leggendario, detto Lao Tze, o vecchio maestro, al quale

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anche attribuita la compilazione di uno dei principali testi del taoismo filosofico. Come religione organizzata
il taoismo documentato solo a partire dal secondo secolo d.C. e la sua diffusione sistematica risale a due
secoli pi tardi, durante un periodo di estrema instabilit politica della Cina. A partire dal quinto secolo
anche documentata lesistenza di quello che popolarmente fu definito il papa taoista, figura che
nellorganizzazione politica cinese non ha mai avuto particolari riconoscimenti.
Come i confucianisti, anche i taoisti credono in unarmonia universale che abbraccia tutti i livelli del
cosmo:terra, uomo e cielo. Il principio su cui si fonda questa religione il tao, termine di difficile
interpretazione che pu considerarsi come il flusso vitale che ha dato origine a tutto e che scorre
incessantemente, mutando sempre e rimanendo sempre lo stesso. Associata al tao la concezione dei
principi yin e yang: yin il principio femminile, passivo ed oscuro, identificato con la luna; yang quello
maschile, attivo e luminoso, identificato con il sole. I due principi sono opposti ma complementari tra di
loro, relativi ma non antitetici ed il loro alternarsi determina tutte le cose. Lobiettivo del taoismo la
santit, lo stato di perfetta armonia con il mondo naturale che si acquista uniformandosi ad esso tramite la
meditazione che permette lidentificazione con il tao. Come religione popolare il taoismo suggerisce diverse
pratiche per potenziare il corpo (come diete alimentari di vario tipo), tecniche respiratorie (come lo yoga
cinese), ginniche, sessuali e contemplative. Come dottrina filosofica il taoismo in antitesi rispetto al
formalismo del confucianesimo. Nella pratica, in buona parte dei credenti operata una commistione tra le
due dottrine e lo stesso buddismo.

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86. Il Gianismo
I gianisti, 5 milioni circa, sono concentrati soprattutto nellIndia nord occidentale. E una religione molto
antica che affonda le proprie radici nella tradizione induista, dalla quale si distinse in seguito ad un
movimento riformista. I grandi maestri riconosciuti dalla religione giainista sono ventiquattro, lultimo dei
quali visse pi o meno contemporaneamente a Buddha. Come gli induisti ed i buddisti i giainisti credono
nella reincarnazione e nel ciclo delle rinascite, come nella liberazione dal proprio karma per raggiungere lo
stato di quiete eterna. Il giainista tenuto ad osservare cinque voti: rispettare ogni forma di vita, dire la
verit, non rubare, essere monogamico se laico o casto se monaco, non acquisire pi di ci che necessario
per sopravvivere giornalmente. Il principio delletica giainista legato profondamente al karma: quando si
infliggono danni ad unaltra creatura, anche involontariamente, si accumulano negativit che si
ripercuoteranno sulle esistenze successive. Secondo la tradizione, vi sono otto milioni e mezzo di anime
nelluniverso tra animali, vegetali e particelle minerali. Perci i giainisti sono vegetariani, devono solo acqua
gi usata per cucinare (in modo che la responsabilit delluccisione dei micro organismi ricada su di loro),
camminano a piedi nudi e talvolta spazzano la terra di fronte a loro per non calpestare inavvertitamente un
insetto. Il giainismo ha molti punti in comune con linduismo di cui per rifiuta alcune concezioni, come ad
esempio la divisione della societ in caste.

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87. Sikhismo
Conta circa 20 milioni di praticanti, concentrati per oltre il sessanta per cento nella regione del Punjab (alta
valle delIndo). Al di fuori dellIndia esistono comunit sikh in Gran Bretagna (cinquecentomila) in Canada
(centosettantamila) e negli Stati Uniti (centomila). Fondatore della religione Nanak, che visse in India tra il
quindicesimo ed il sedicesimo secolo, percorrendo il paese e recitando poesie religiose da lui stesso
composte. Attorno a Nanak si raccolse una comunit di discepoli (sikh) tra i quali egli scelse il proprio
successore. In tutto i successori furono dieci, dal momento che a partire dagli inizi del diciottesimo secolo
lautorit religiosa fu trasferita al testo sacro. Il sikhismo, pur essendo una religione del tutto particolare, si
ispira ad alcuni principi dellinduismo e dellislam. Dalla prima trae la credenza del samsara e del karma.
Lobiettivo finale interrompere il ciclo delle rinascite, ma non tramite un annullamento di se stessi bens
attraverso un ricongiungimento alla divinit che una ed indivisibile. Come i musulmani i sikh credono che
Dio abbia creato il mondo e che governi ogni cosa con il suo volere. Di fronte a lui tutti gli esseri umani
sono uguali: ci implica il rifiuto delle caste, la abolizione del clero e la parit tra uomini e donne, che
possono anche guidare la congregazione in preghiera. Contrario ad ogni forma di ascetismo, al celibato, al
culto delle immagini, il sikhismo spinge i suoi seguaci a perseguire un equilibrio tra obblighi temporali ed
obblighi spirituali. Malgrado il sikhismo sia assai critico nei confronti delle altre religioni, i testi sacri
proclamano la libert religiosa, in quanto ci che pi conta sono la condotta morale che lindividuo mantiene
nel corso della sua vita terrena e la sua fede in Dio. In altre parole possibile raggiungere la salvezza
dellanima pur rimanendo allinterno della propria religione.

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88. Religioni tradizionali e sciamanich
Persistono in vaste zone dellAfrica nera, dellAmerica meridionale, della Siberia del Sud Est Asiatico e
dellAustralia. Lo sciamanesimo la religione di una comunit nella quale lo sciamano capo religioso,
guida spirituale e spesso veggente e guaritore. Si tratta di comunit piccole e relativamente isolate. Le
religioni tradizionali comprendono la credenza in un dio creatore, in divinit pi o meno antropomorfe, in
spiriti e nella vita ultraterrena.
Sulla distribuzione geografica generale delle religione c da aggiungere unimportante considerazione.
Esistono due fondamentali tipi di fede: le une che per loro natura tendono ad espandersi ed a conquistare
nuovi spazi e nuovi seguaci. Le religioni pi diffuse sono naturalmente quelle universali che non
distinguono popoli o individui da convertire. Cristianesimo e islam abbracciano popoli di tutte le etnie,
culture e parti del mondo. Altre religioni potrebbero essere invece definite etniche, limitate cio a qualche
gruppo culturale specifico. Lebraismo pu essere definito cos poich ebreo solo chi nato da madre
ebree e se in teoria accettata anche la conversione di estranei in pratica ci non avviene quasi mai. Anche
linduismo stato fino ad oggi la religione dei soli ind malgrado alcune correnti interne tendono ad
esportarla ma in forma modificate ed anche in altri paesi.

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89. Definizione di Stato
E' noto che nell'ambito della comunit internazionale la quasi totalit delle relazioni intercorre fra
enti,rivestiti di talune caratteristiche, che vengono chiamati "Stati". La nozione di "Stato", quale ci fornita
dalla dottrina generale del diritto (e non da un particolare ordinamento giuridico) ed alla quale fa pure
riferimento la geografia politica, quella di "organizzazione politica indipendente (o sovrana) assunta da
una comunit umana (popolo) stabilita su di un determinato territorio". Con questa definizione si intende
porre in rilievo non soltanto la presenza di una societ umana residente in un determinato spazio
geografico, ma particolarmente di un' organizzazione la quale si manifesta con una propria potest di
impero (sovranit) non delegata da altra istituzione ad essa superiore, efficiente nei suoi comandi e nelle
sue coercizioni in oggetto alla societ ed al territorio ad essa sottostanti. Attualmente la totalit della
superficie terrestre ricade sotto la sovranit dei 193 Stati quali risultano dalla sua suddivisione. Esistono,
vero, territori appartenenti ad entit non sovrane le quali, tuttavia, non potendo definirsi Stati proprio in
mancanza del suddetto requisito, dipendono, in misura pi o meno ampia, da uno di essi.
La stessa Antartide,sebbene formalmente non possa considerarsi rientrante sotto la giurisdizione di alcuno
Stato,risulta,di fatto, suddivisa e amministrata da un ben preciso numero di Paesi.
Dal punto di vista del diritto internazionale (e quindi anche da quello della geografia politica che ad esso si
richiama), lo Stato tale non perch cos definito dal suddetto diritto, ma in quanto realizza in s le
caratteristiche di fatto che gli enti destinatari di norme internazionali devono possedere.
Tanto ci vero che una secolare e mai smentita prassi diplomatica accerta la seguente situazione: allorch
una collettivit umana si organizza con carattere di stabilit su di un dato ambito geografico e riesce a
divenire e a mantenersi indipendente, nella sua costituzione interna e nella sua attivit esterna, nei confronti
delle altre consimili collettivit, essa viene considerata idonea a partecipare, su di un piede di
uguaglianza,alla vita di relazione internazionale.
Sulla base di quanto esposto,si pu affermare che lo Stato deve considerarsi esistente, e pertanto soggetto di
diritto internazionale ipso iure, perch integra in s quegli elementi di fatto che l'ordinamento internazionale
richiede per attribuire la propria personalit.
Riguardo al cosiddetto riconoscimento, atto con il quale gli Stati gi esistenti accolgono tra loro, per cos
dire, il nuovo arrivato, deve precisarsi che a detta della dottrina (alla quale si aderisce) si tratta di un atto di
natura "accertativa". Secondo tale tesi lo Stato gi soggetto internazionale al momento in cui sorto
all'indipendenza ed il riconoscimento degli Stati terzi "accerterebbe" unicamente la sua esistenza ed
indipendenza.
Coloro i quali (invero attualmente nessuno) sostenevano la natura "costitutiva" del riconoscimento si
richiamavano al fatto ce il nuovo Stato divenisse tale in virt di un atto volontario effettuato dagli Stati
preesistenti.
Tale tesi (sorprendentemente accolta anche da alcuni geografi politici, cfr. GLASSNER, Manuale di
geografia politica) non pu essere accettata sia perch l'atto di riconoscimento per essere
internazionalmente valido presupporrebbe la soggettivit di entrambi gli Stati contraenti (mentre al
momento della stipulazione lo Stato da riconoscere non avrebbe ancora la personalit internazionale e

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Filippo Amelotti Sezione Appunti
pertanto non sarebbe in grado di manifestare alcuna volont; cd. riconoscimento bilaterale), sia perch
anche il riconoscimento unilaterale, per essere valido dal punto di vista del diritto internazionale, dovrebbe
venir indirizzato ad uno Stato gi esistente mentre lo Stato destinatario di tale atto al momento della
ricezione non lo sarebbe ancora. Senza considerare inoltre che, in quest'ultima ipotesi, qualora gli Stati
esistenti fossero soltanto due ve ne sarebbe pur sempre uno nei confronti del quale mancherebbe il
riconoscimento e di cui, quindi, non se ne spiegherebbe l'esistenza.
Dato che, come detto, affinch esista uno Stato sono necessari un popolo,un territorio ed una capacit di
emettere norme e farle rispettare (cd. sovranit), ci si soffermer brevemente su tali requisiti.
La parola popolo esprime, nella sua pi immediata e generale manifestazione,una collettivit di persone.
Sotto il profilo giuridico, tuttavia,tale termine fa riferimento al complesso di persone che, in base al diritto
positivo di uno Stato determinato, risultano essere cittadini dello Stato medesimo, sia che vivano all'interno
dei suoi confini sia che risiedano all'estero.
E' bene poi tenere distinto il termine popolazione da quello di popolo poich il primo esprime un concetto
aritmetico che serve a designare la massa degli individui viventi in un dato momento in uno Stato,
indipendentemente da ogni rapporto etico, politico o giuridico che fra essi possa intercorrere (per esempio il
censimento stabilisce quanti individui, sia cittadini, sia stranieri, sia apolidi, si trovano in un dato momento
entro i confini dello Stato).
Il territorio quella parte delimitata della superficie terrestre sopra la quale uno Stato esercita
esclusivamente la propria sovranit.Si precisa che con tale termine si fa riferimento, come noto,anche al
soprasuolo, al sottosuolo ed al mare territoriale.
L'estensione di tale territorio, dal punto di vista giuridico, irrilevante perch per quanto grande o piccolo
che sia lo Stato, come tale, permane sempre. Naturalmente, sotto il profilo geografico o politico,la cosa
cambia aspetto;tanto l'espansione territoriale quanto l'arretramento dei confini possono rappresentare
problemi di capitale importanza.
In ordine all'ultimo elemento costitutivo, ossia la sovranit, al Bodin (Cfr. I sei libri dello Stato, Lib. I, pag.
276: "La citt pu esser completa sotto tutti gli aspetti, aver diritto di cittadinanza e di universit, esser ben
regolata con leggi e magistrati, e tuttavia non essere uno Stato: non sono Stati, per esempio, le citt soggette
alle signorie di Venezia o alle signorie svizzere,come non erano Stati le citt soggette e tributarie di Roma
antica, perch non disponevano di diritti sovrani nei riguardi dei particolari sudditi ma questo spettava solo
alla citt di Roma."Ma vedi, pi diffusamente, il CAP. VIII, Lib. I, pagg. 345-406.) che si deve riconoscere
di aver adottato per primo tale termine, intendendo con esso il potere assoluto e perpetuo dello Stato. Sar
poi con il Trattato di Westfalia (1648) che, in armonia con queste idee, si riconosceranno la parit giuridica
e la reciproca indipendenza di tutti gli Stati e si getteranno le basi della Comunit Internazionale.
La potest dello Stato originaria e trova la sua fonte nella stessa volont dello Stato. Trattandosi di
concetto giuridico al diritto che deve farsi riferimento al fine di cercare di spiegarne la sua natura.
La sovranit, pertanto, consiste nel potere di emanare comandi e di farli attuare coattivamente;si tratterebbe
quindi di una potest spettante allo Stato,sia in ordine alle persone sia riguardo al territorio.
Anche gli Stati, cos come tutte le istituzioni umane, nascono, vivono modificandosi, muoiono. Sulla nascita
dello Stato, di cui si gi diffusamente trattato, si precisa che, non essendovi attualmente territori "di

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nessuno",non pi possibile una creazione originaria di Stati, potendosi avere soltanto formazioni derivate,
cio disannessione di territori e di popolazioni da Stati preesistenti con la formazione in oggetto ai medesimi
di nuove organizzazioni statali indipendenti. A questo proposito gli ultimi quindici anni sono stati fecondi di
esempi di questo tipo.
Dalla dissoluzione della Unione Sovietica sono sorti infatti quindici Stati sovrani e cio: Armenia,
Azerbaigian, Bielorussia, Estonia, Georgia, Kazahkistan, Kirghizistan, Lettonia, Lituania, Moldavia
(Moldova), Russia, Tagikistan, Turkmenistan, Ucraina e Uzbekistan.
Lo stesso a dirsi per la Jugoslavia, da cui sono derivati cinque nuovi Stati: Bosnia/Erzegovina, Croazia,
Macedonia, Serbia e Montenegro (comprensivo delle entit autonome di Vojvodina e Kosovo, quest'ultima
dal regime giuridico attualmente in via di definizione) e Slovenia. E poi ancora, dallo smembramento della
Cecoslovacchia sono nati la Repubbl. Ceca e la Slovacchia;e tramite distacco dall'Indonesia giunto
all'indipendenza Timor Est (ultimo arrivato nella Comunit Internazionale).
A questo proposito non assume importanza il modo, pacifico o violento, legale o illegale, previsto
internazionalmente da apposito trattato o spontaneo, della costituzione; ci che importa, si ripete, l'effettiva
esistenza ed indipendenza dell'apparato statale nell'ambito di una societ umana sottostante.
Si tenga, tuttavia, presente che nelle creazioni statali derivate non per sempre facile accertare (come
peraltro i sopramenzionati casi hanno ampiamente dimostrato) quando la disannessione dal preesistente
Stato si sia realizzata e presenti carattere di effettivit e di stabilit; pu perdurare per molto tempo ancora la
lotta di indipendenza tra Stato nuovo disannesso e Stato vecchio amputato di parte della sua popolazione e
del suo territorio. Di qui la grande discrezionalit di valutazione della raggiunta indipendenza e della sua
stabilit da parte di Stati terzi; gli apprezzamenti al riguardo, spesso pi politici che obiettivi,dai quali
scaturiscono i riconoscimenti (si ricorda giuridicamente irrilevanti) cosiddetti prematuri o tardivi.
Lo Stato si estingue quando viene meno uno dei suoi elementi costitutivi; per esempio si distrugge il suo
intero territorio in seguito a cataclisma;il suo popolo in seguito ad eccidio totale o deportazione; la sua
organizzazione politica in seguito a perdurante anarchia.In questi casi - essenzialmente ipotetici venendo
meno il sostrato di fatto dell'ente "Stato" ne consegue pure l'estinzione del soggetto internazionale in esso
impersonato.
Si precisa che, al pari della nascita, anche l'estinzione dello Stato un procedimento di fatto. Data la variet
delle fattispecie estintive, la dottrina internazionalista ha proposto una classificazione distinguendo:
A) le estinzioni per disgregazione (frazionamenti estintivi o smembramenti) in base al quale uno Stato:
si fraziona in una pluralit di Stati tutti nuovi (casi, come visto, dell' Unione Sovietica, della Jugoslavia e
della Cecoslovacchia);
si fraziona in pi parti che si annettono a Stati gi esistenti (caso della Polonia nel 1793/95,che non diede
origine ad alcun Stato indipendente in quanto le sue parti vennero integralmente annesse dall'Austria, dalla
Prussia e dalla Russia);
B) le estinzioni per aggregazione che si verificano allorch:
lo Stato si estingue venendo annesso da uno o pi Stati preesistenti che continuano a sussistere
ingrandendosi (incorporazione - es.: Germania Est a Germania Ovest);
lo Stato si estingue fondendosi con uno o pi Stati che, nel medesimo insieme ugualmente si estinguono,

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dando origine ad uno Stato nuovo (fusione - es: Tanganica con Zanzibar, da cui sorse la Tanzania).

Riguardo i territori, cui sopra si accennava, cosiddetti dipendenti in quanto privi del requisito della
sovranit, si rileva che si tratta, prevalentemente, di entit per le quali il processo di decolonizzazione
previsto dalla Carta delle Nazioni Unite non si ancora compiuto vuoi, in taluni casi, per volere dello stesso
popolo a cui indirizzato (es.: Samoa Americane, isole Bermuda),vuoi, nella maggior parte delle ipotesi,per
"resistenza"pi o meno palese, dello Stato amministrante (es.: isola di Guam, Nuova Caledonia).
Come pu notarsi dall'elenco di cui infra si tratta di territori di non eccessive dimensioni (tranne la
Groenlandia e il Sahara; territori,peraltro,difficili da abitare date le loro caratteristiche geomorfologiche),
popolati, tuttavia, da un discreto numero di persone; prevalentemente ci che resta delle conquiste dei secoli
scorsi da parte delle potenze marinare olandese, britannica e francese.
La geografia politica, accanto agli Stati sovrani, si occupa pure dello studio di tali entit le quali,
ovviamente, in un futuro pi o meno prossimo potrebbero conseguire l'indipendenza.

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90. Territori dipendenti
La geografia politica, accanto agli Stati sovrani, si occupa pure dello studio di tali entit le quali,
ovviamente, in un futuro pi o meno prossimo potrebbero conseguire l'indipendenza.
Sedici dei sotto menzionati Paesi sono inseriti nell'elenco dei Territori non autonomi stilato dalle Nazioni
Unite fin dal 1946 in forza del quale lo Stato amministratore ha l'obbligo di provvedere ad avviare il
processo di autodeterminazione previsto dalla Carta affinch la popolazione locale decida liberamente del
proprio futuro, sia politico sia economico.
Sup.Kmq - Abit. - Stato ammin
GROENLANDIA 2.175.600 56.000 Danimarca
SAHARA OCCIDENTALE 252.120 306.000 Marocco
GUYANA FRANCESE 83.534 166.000 Francia
NUOVA CALEDONIA* 19.058 217.000 Francia
FALKLAND (Malvine)* 12.173 3.000 Regno Unito
PORTORICO 9.104 3.847.000 Stati Uniti
POLINESIA FRANCESE 4.000 235.000 Francia
RIUNIONE 2.510 733.000 Francia
GUADALUPA 1.703 431.000 Francia
FAER OER 1.399 46.000 Danimarca
MARTINICA 1.128 387.000 Francia
ANTILLE OLANDESI 800 217.000 Olanda
GUAM* 541 158.000 Stati Uniti
MARIANNE SETTENTRIONALI 477 75.000 Stati Uniti
TURKS e CAICOS* 430 17.000 Regno Unito
SANT'ELENA, ASCENSIONE *, TRISTAN da CUNHA 419 7.000 Regno Unito
MAYOTTE 374 156.000 Francia
VERGINI Americane* 347 122.000 Stati Uniti
Isole CAYMAN* 259 39.000 Regno Unito
NIUE 259 2.000 Nuova Zelanda
WALLIS e FUTUNA 255 15.000 Francia
SAINT PIERRE e MIQUELON 242 7.000 Francia
Isole COOK 240 20.000 Nuova Zelanda
SAMOA Americane* 199 68.000 Stati Uniti
ARUBA 193 104.000 Olanda
VERGINI Britanniche* 153 21.000 Regno Unito
CHRISTMAS 135 1.500 Australia
MONTSERRAT* 98 5.000 Regno Unito
ANGUILLA* 96 10.000 Regno Unito
BERMUDA* 54 65.000 Regno Unito

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TERRIT.BRIT. dell'OCEANO INDIANO (isole CHAGOS ed altre) 46 Regno Unito
PITCAIRN* 38 44 Regno Unito
WAKE e dipendenze 23 1.000 Stati Uniti
COCOS 14 620 Australia
TOKELAU* 10 1.000 Nuova Zelanda
GIBILTERRA* 6 27.000 Regno Unito
Totale 2.568.037 7.657.164
* Territori inseriti nell'elenco delle N.U.

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91. Definizione di Nazione
Sebbene non sia semplice definire brevemente, e con esattezza, il concetto in oggetto, data la sua evidente
complessit che lo fa rientrare nella sfera di indagine di parecchie scienze,pu definirsi azione", una
comunit di individui aventi razza,lingua, religione, storia e tradizioni comuni e con la coscienza, requisito
quest'ultimo essenziale ai fini di potersi ritenere tale, di costituire un'unit etico-sociale proprio in virt della
sussistenza di siffatti identici caratteri distintivi.
In assenza di tale consapevolezza pi appropriato parlare di gruppo etnico, il quale si differenzia dalla
nazione proprio perch i suoi membri non sono coscienti di questa appartenenza.
Tuttavia gli elementi suddetti se,globalmente considerati,possono concorrere a circoscrivere il menzionato
concetto, isolatamente presi non sono n tutti necessari, n tutti sufficienti. Cos, per esempio, mentre il
criterio della comune origine etnica pu spesso riuscire di difficile determinazione a causa delle numerose
sovrapposizioni di stirpi e fusioni di razze, la diversit di religione, talvolta acuita per giunta da profondi
dissidi, non ha mai potuto cancellare fra i Tedeschi la ferma coscienza di costituire una sola nazione.
Proprio riguardo alla non tassativit degli elementi suddetti pu essere interessante notare come nelle
singole epoche storiche e nei diversi Paesi ci si sia in vario modo soffermati sull'uno o sull'altro di tali
requisiti per delineare il concetto in questione secondo le proprie contingenti finalit politiche (cos la
Germania nazionalsocialista aveva posto il carattere essenziale della nazione, aderendo alle pi estreme
correnti razziste, nella "identit del sangue", usando in proposito l'espressione volk,ossia popolo).
Quindi, poich l'essenza della Nazione una questione di atteggiamento, le manifestazioni tangibili della
distinzione culturale sono significative solo nel grado in cui esse contribuiscono al senso di unicit. Tuttavia
tale unicit pu emergere anche in assenza di caratteristiche culturali importanti e significative di una natura
distintiva come starebbero a dimostrare le esperienze etno-psicologiche dei coloni americani, degli
Afrikaaner sudafricani, dei Taiwanesi nei riguardi delle loro precedenti identit britannica, olandese e han
cinese.
Deve essere precisato che il concetto in oggetto non si andato sviluppando, ovviamente, negli ultimi
duecento anni essendo esso gi presente in epoca preromana. Tuttavia, mentre antecedentemente alle
rivoluzioni borghesi si dava particolare rilevanza ai fattori etnico-culturali (pur non pretermettendo
completamente l'elemento soggettivo), nell'uso contemporaneo ricorre, in modo pi o meno esplicito, il
problema del rapporto tra il dato "naturalistico" di nazione ed il vincolo politico-giuridico.
In sostanza, l'impiego antico del concetto tendeva ad identificarlo con quello di popolo; l'accezione
contemporanea, enfatizzando l'autodeterminazione della collettivit nazionale, tende a rendere inscindibile il
nesso tra nazione e territorio ed a ritenere ineliminabile la sua organizzazione politica, trasformando cos la
nazione in Stato-comunit.
Esaminando il concetto di nazione da un punto di vista storico si ritiene che sia gli Ebrei sia i Greci avessero
acquisito piena coscienza della loro identit nazionale e culturale e che entrambi i popoli disponessero di
profondo senso della propria storia, derivante per i primi da un intenso fervore religioso e per i secondi
essendosi andato sviluppando gradualmente e definitivamente consolidatosi durante le guerre persiane.
Tuttavia sia per gli uni sia per gli altri,l'insieme delle manifestazioni di sentimento nazionale non andarono

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mai al di l della contrapposizione di un popolo eletto ad una generica ed indifferenziata umanit di
"barbari".
Lo stesso a dirsi per i Romani. Appare indubbio, infatti,che la cultura romana disponesse, sin dalle origini,
di uno spiccato senso della propria individualit a fronte di altre collettivit etnico-tribali.
A partire dalla caduta dell'Impero Romano d'Occidente sorgono interpretazioni assai diverse circa
l'applicabilit a questa fase storica dell'idea di nazione considerata la nascita di strutture politico-istituzionali
completamente prive di qualunque coincidenza geografico-territoriale con l'elemento etnico. E' noto, infatti,
come il termine venisse impiegato, almeno sino al '400,per indicare la comune provenienza di gruppi di
individui da etnie o zone geografiche, ma anche la identificazione in comunit qualificate per costumi od
altri elementi di affinit, con particolare riguardo all'ambiente universitario.
I secoli tra il '400 e la Rivoluzione Francese si caratterizzano per un uso ancora diverso del concetto in
esame.
La frammentazione politica dell'et intermedia cede gradualmente il posto a strutture governative
centralizzate che consolidano le loro prerogative su ambiti territoriali compattati e conseguono, nei rapporti
reciproci, il privilegio della sovranit. Appare chiaro, in questo contesto, che la progressiva organizzazione
di sistemi politici statali dotati di forte capacit coercitiva nei confronti delle collettivit organizzate avviene
con riferimento solo parziale alle identit etnico-culturali e, di regola, anche a prescindere da esse.
Il processo di formazione dello Stato, pertanto, indipendente dal processo di formazione della Nazione e,
anzi,il primo precede il secondo, se non altro negli ordinamenti che conseguono l'unit politica prima della
Rivoluzione Francese.
Ci precisato, necessario tuttavia evidenziare che molti Stati di recente formazione proprio sul concetto
di cui qui si discute che hanno fatto leva per poter divenire tali, avvalendosi al riguardo di quanto previsto
dalla Carta delle Nazioni Unite circa il cosiddetto diritto di autodeterminazione dei popoli.
Una spiegazione, seppur sintetica, di tale principio appare utile al fine di cogliere maggiormente la
differenza tra i concetti di Stato e Nazione.
In senso lato il principio in esame indica la libert di scelta, da parte di un determinato popolo, del regime
politico, economico e sociale e in primo luogo naturalmente, al pari del principio di nazionalit,la libert di
accedere all'indipendenza come Stato separato oppure di distaccarsi da uno Stato per aggregarsi ad un altro.
Si precisa, peraltro, che tale concetto viene in rilievo:
a) dal punto di vista interno, in quanto ogni Stato tenuto ad assicurare al popolo non solo la effettiva
possibilit di dar si una costituzione ma altres la possibilit di modificarla, cos come di stabilire il proprio
regime economico, sociale e culturale;
b) da quello esterno, poich proclamando che il beneficiario dell'autodeterminazione il popolo, si
sottolinea il dovere degli altri Stati di rispettare le scelte di tale popolo.
Proprio in relazione a quanto detto sub b), una notazione particolare si impone in tema di
autodeterminazione delle minoranze e delle singole etnie di Stati plurinazionali (es.: Svizzera, Russia,
Sudafrica, etc.).
Tanto nelle ipotesi di minoranze relativamente esigue entro uno Stato altrimenti omogeneo (es:Curdi
all'interno della Turchia; Corsi all'interno della Francia), quanto nei casi di etnie diverse di dimensioni

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comparabili in uno Stato plurinazionale (es:Valloni e Fiamminghi in Belgio; Fang, Bamileke, Duala, Fulbe
in Camerun) l'obbligo posto allo Stato di assicurare l'autodeterminazione dei popoli non viene inteso, di
regola, come obbligo di acconsentire alla secessione. Si ritiene, infatti, ragionevole che il principio in
oggetto imponga allo Stato:
I) di assicurare alle collettivit di cui si tratta l'autodeterminazione "interna", ossia la partecipazione al
regime rappresentativo in piena uguaglianza con il resto della popolazione unitamente, beninteso,alla
garanzia di ogni altro diritto o libert fondamentale;
II) di consentire a tali collettivit le preservazione delle loro caratteristiche razziali, delle loro tradizioni,
della lingua, etc. Solo nelle ipotesi in cui quanto suddetto venisse disatteso si potrebbe ammettere
l'eventualit di una secessione internazionalmente "legittimata": in tali casi si attenuerebbero o verrebbero
meno gli obblighi degli altri Stati attinenti al rispetto dell'integrit territoriale dello Stato inadempiente (es.:
secessione dell'Eritrea dall'Etiopia).

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92. Autodeterminazione dei popoli
Nell'applicazione concreta il principio di autodeterminazione dei popoli risente pi di altri, a causa della sua
natura e della contraddittoriet con i principi di "conservazione" dello Stato, della carenza di organi preposti
all'attuazione del diritto delle relazioni internazionali.
Nel periodo successivo alla fine del secondo conflitto mondiale, ci si avvalsi di tale principio, oltre che
nelle situazioni di tensione connesse con il processo di decolonizzazione,anche in numerosi casi di diversa
natura.
In tema di decolonizzazione baster ricordare che le Nazioni Unite, le quali nel 1959 contavano 83 membri,
attualmente ne registrano 191 su 193 (non ne fanno parte Citt del Vaticano e Taiwan).
Fra i Paesi pervenuti all'indipendenza (o comunque creatisi),dopo la fine della II guerra mondiale, sotto gli
auspici (se nonper effetto) del principio in esame vanno annoverati:
DATA STATO STATO AMMINISTRATORE
1) 17/08/1945 INDONESIA Paesi Bassi
2) 01/03/1946 GIORDANIA Regno Unito
3) 17/04/1946 SIRIA Francia
4) 12/06/1946 FILIPPINE Stati Uniti
5) 18/07/1947 PAKISTAN Regno Unito
6) 15/08/1947 INDIA Regno Unito
7) 04/01/1948 MYANMAR (fino al 1989: Birmania) Regno Unito
8) 04/02/1948 SRI LANKA (fino al 1972: Ceylon) Regno Unito
9) 14/05/1948 ISRAELE Regno Unito
10) 15/08/1948 COREA DEL SUD Giappone
11) 08/09/1948 COREA DEL NORD Giappone
12) 08/12/1949 TAIWAN (fino al termine della II guerra mon -
diale sotto amministrazione giapponese;quindi occupata dal-
le forze cinesi anticomuniste);
13) 24/12/1951 LIBIA (fino al termine della II guerra mon iale sotto amministrazione italiana; quindi
britannica);
14) 20/07/1954 CAMBOGIA Francia
20/07/1954 LAOS Francia
16) 01/01/1956 SUDAN Regno Unito/Egitto
17) 28/03/1956 MAROCCO Francia
18) 20/07/1956 TUNISIA Francia
19) 06/03/1957 GHANA Regno Unito
20) 31/08/1957 MALAYSIA Regno Unito
21) 02/10/1958 GUINEA Francia
22) 19/02/1959 CIPRO Regno Unito
23) 27/04/1960 TOGO Francia

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24) 26/06/1960 MADAGASCAR Francia
25) 30/06/1960 REP.DEM.CONGO Belgio
(dal 30/6/60 al 26/10/71: CONGO/KINSHASA; dal 27/10/71 al
16/5/97: ZAIRE; dal 17/5/97 con il nome attuale)
26) 01/07/1960 SOMALIA Italia
27) 01/08/1960 BENIN (fino al 1974: Dahomey) Francia
28) 03/08/1960 NIGER Francia
29) 05/08/1960 BURKINA FASO Francia
(fino al 3/8/1984: Alto Volta)
30) 07/08/1960 COSTA D'AVORIO Francia
31) 13/08/1960 REP.CENTRAFRICANA Francia
32) 15/08/1960 CONGO Francia
33) 17/08/1960 GABON Francia
34) 19/08/1960 CIAD Francia
35) 11/09/1960 SENEGAL Francia
36) 22/09/1960 MALI Francia
37) 01/10/1960 NIGERIA Regno Unito
38) 28/11/1960 MAURITANIA Francia
39) 01/04/1961 SIERRA LEONE Regno Unito
40) 19/06/1961 KUWAIT Regno Unito
41) 01/10/1961 CAMERUN Regno Unito/Francia
42) 01/01/1962 SAMOA Nuova Zelanda
43) 01/07/1962 BURUNDI Belgio
01/07/1962 RUANDA Belgio
45) 03/07/1962 ALGERIA Francia
46) 06/08/1962 GIAMAICA Regno Unito
47) 31/08/1962 TRINIDAD e TOBAGO Regno Unito
48) 09/10/1962 UGANDA Regno Unito
49) 12/12/1963 KENYA Regno Unito
50) 25/04/1964 TANZANIA (dalla fusione di Tanganica - in
amministrazione fiduciaria al Regno Unito - indipendente
dal 9/12/1961, con Zanzibar - protettorato britannico -
indipendente dal 10/12/1963);
51) 16/07/1964 MALAWI Regno Unito
52) 21/09/1964 MALTA Regno Unito
53) 24/10/1964 ZAMBIA Regno Unito
54) 18/02/1965 GAMBIA Regno Unito
55) 26/07/1965 MALDIVE Regno Unito
56) 09/08/1965 SINGAPORE (fino al 1963 colonia britannica,

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dal 1963 al 1965 facente parte della federazione malese);
57) 26/05/1966 GUYANA Regno Unito
58) 20/09/1966 BOTSWANA Regno Unito
59) 04/10/1966 LESOTHO Regno Unito
60) 30/11/1966 BARBADOS Regno Unito
61) 31/01/1968 NAURU Australia
62) 12/03/1968 MAURIZIO Regno Unito
63) 06/09/1968 SWAZILAND Regno Unito
64) 12/10/1968 GUINEA EQUATORIALE Spagna
65) 04/06/1970 TONGA Regno Unito
66) 10/10/1970 FIGI Regno Unito
67) 17/12/1970 OMAN Regno Unito
68) 14/08/1971 BAHREIN Regno Unito
69) 03/09/1971 QATAR Regno Unito
70) 02/12/1971 EMIRATI ARABI UNITI Regno Unito
71) 16/12/1971 BANGLADESH (in forza del distacco dal Paki-
stan, di cui costituiva la parte orientale);
72) 10/07/1973 BAHAMA Regno Unito
73) 07/02/1974 GRENADA Regno Unito
74) 10/09/1974 GUINEA BISSAU Portogallo
75) 25/06/1975 MOZAMBICO Portogallo
76) 05/07/1975 CAPO VERDE Portogallo
77) 06/07/1975 COMORE Francia
78) 12/07/1975 SAO TOME' e PRINCIPE Portogallo
79) 16/09/1975 PAPUA NUOVA GUINEA Australia
80) 11/11/1975 ANGOLA Portogallo
81) 26/11/1975 SURINAME Paesi Bassi
82) 29/06/1976 SEICELLE Regno Unito
83) 02/07/1976 VIETNAM (in seguito alla riunificazione di
Vietnam del Nord e Vietnam del Sud - colonie francesi -
indipendenti dal 20/07/1974);
84) 27/06/1977 GIBUTI Francia
85) 07/07/1978 SALOMONE Regno Unito
86) 01/10/1978 TUVALU Regno Unito
87) 03/11/1978 DOMINICA Regno Unito
88) 22/02/1979 SAINT LUCIA Regno Unito
89) 16/07/1979 KIRIBATI Regno Unito
90) 27/10/1979 SAINT VINCENT e GRENADINE Regno Unito
91) 18/04/1980 ZIMBABWE Regno Unito

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92) 30/07/1980 VANUATU Regno Unito/Francia
93) 21/09/1981 BELIZE Regno Unito
94) 01/11/1981 ANTIGUA e BARBUDA Regno Unito
95) 19/09/1983 SAINT KITTS e NEVIS Regno Unito
96) 01/01/1984 BRUNEI Regno Unito
97) 21/03/1990 NAMIBIA Sudafrica
98) 22/05/1990 YEMEN (dalla fusione di Yemen del Nord, in-
dipendente dal 27/09/1962 e Yemen del Sud, indipendente
dal 20/11/1967, gi protettorato britannico);
99) 22/12/1990 MARSHALL Stati Uniti
22/12/1990 STATI FEDERATI di MICRONESIA Stati Uniti
101) 25/04/1993 ERITREA (tramite distacco dall'Etiopia)
102) 01/10/1994 PALAU Stati Uniti
103) 20/05/2002 TIMOR EST (tramite distacco dall'Indonesia)

Al di fuori del contesto anticolonialistico, il principio stato invocato anche nelle recenti formazioni degli
Stati (vedi sopra) nati dalle dissoluzioni di Cecoslovacchia, Jugoslavia e Unione Sovietica.
Fra le questioni internazionali aperte e nelle quali l'autodeterminazione richiamata da popoli o Stati
figurano,oltre alla ben nota questione palestinese, fra le tante, quelle relative alle isole Falkland ed a
Gibilterra (possedimenti britannici) al Sahara Occidentale (annesso unilateralmente dal Marocco al
proprio territorio), all'isola di Guam (ammininistrata dagli Stati Uniti), alla Cecenia (repubblica compresa
nella federazione russa), ai Curdi, ai Kosovari, ai Baschi, etc.

Riassumendo si pu classificare il principio di autodeterminazione dei popoli in cinque specie di casi


internazionalmente rilevanti:
1) decolonizzazione;
2) ipotesi nelle quali uno Stato non consenta ad una parte della popolazione di partecipare al governo della
cosa pubblica;
3) ipotesi nelle quali un popolo intenda unirsi ad uno Stato ad esso etnicamente affine;
4) ipotesi nelle quali un popolo tende ad emanciparsi dallo Stato entro i cui confini racchiuso al fine di
erigersi in Stato separato;
5) ipotesi nelle quali si chiede l'instaurazione di una data specie di organizzazione politico-sociale in uno
Stato esistente.
Anche la forma di governo che uno Stato assume pu, in qualche modo collegarsi al concetto di nazione
(sebbene non solo a quello).
Accade, infatti, specialmente negli Stati di grandi dimensioni,che per meglio tutelare le minoranze presenti
sul territorio, si faccia ricorso ad una struttura di tipo federale.
Non facile definire il concetto in esame (tra gli stessi giuristi non vi concordia di opinioni); tuttavia, ai
fini che qui rilevano, si pu affermare, in senso lato,che attraverso tale forma di governo allo Stato centrale

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riservata l'amministrazione di determinate materie (es.:politica estera e controllo della moneta), mentre le
restanti vengono gestite dagli enti sottostanti.
Peraltro necessario precisare che tra le attuali federazioni esistenti, alcune si sono formate attraverso
cessione di parte della propria sovranit da parte delle entit che le compongono (es.: Stati Uniti, Svizzera),
altre per decentramento dei poteri operato dal governo centrale a favore degli enti periferici (es.: Canada,
Belgio), altre ancora si definiscono tali pur non essendole nella realt in quanto lo Stato centrale mantiene
una forma, sostanzialmente, unitaria (es.: Venezuela, Argentina, Nigeria, Sudan, Russia).
Si pu affermare che, al fine di tutelare il pi possibile le diverse nazioni presenti all'interno del proprio
territorio, si siano dati tale forma di governo:
1) il Belgio (Fiamminghi e Valloni);
2) l'Etiopia (divisa, nel 1994, in 9 stati-regioni: Tigr, Afar, Ahmara, Oromia, Somalia, Benshangui,
Gambela, Harar e Popoli del Sud - quest'ultimo riunisce 45 gruppi etnici minori; tra i giuristi si dubita che
possa parlarsi di federazione in senso stretto visto che la Costituzione prevede anche un teorico diritto di
secessione);
3) l'India (composta da 28 Stati e 7 Territori);
4) la Bosnia/Erzegovina (con struttura costituzionale piuttosto complessa essendo costituita da: Federazione
croato-musulmana, a sua volta suddivisa in 10 cantoni assolutamente autonomi,e Repubblica serba; tale
suddivisione al fine di garantire una pacifica convivenza tra Croati, Serbi e Musulmani);
5) la Serbia e Montenegro, in relazione alla quale pi che lecito chiedersi fino a che punto si possa ancora
parlare di federazione considerato che le due repubbliche dispongono ognuna di una propria Costituzione, di
un proprio bilancio nonch di una propria moneta (il dinaro per la Serbia; l'euro per il Montenegro).
Delle restanti federazioni presenti sulla superficie terrestre si pu dire che la loro origine scaturisca dalle pi
svariate motivazioni essendo dipesa talvolta da situazioni di tipo geopolitico (es.: Germania, al fine di
attenuare le sue aspirazioni egemoniche sull'Europa), in altri casi da circostanze storico-reali (es.: Emirati
Arabi Uniti, apparendo inevitabile tale assetto al fine di riunire in un'unica entit i sette emirati di Abu
Dhabi,Dubai,Sharjah,Ajman,Umm-al-Qaiwain,Ras-al-Khaymah e al Fujayrah;lo stesso a dirsi, mutatis
mutandis,per la Malaysia).

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