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CARDINALI VESCOVI E GOVERNATORI DI OSTIA E VELLETRI

Fu il famoso Cardinal di Trani, il primo ad essere nominato governatore con mero e misto impero di Ostia e Velletri. Ma
in verità Paolo II nel 1470 aveva concesso al Cardinale Guglielmo d’Estouteville il titolo di Protettore di Velletri. Questo
titolo in origine comportava solo la protezione e la tutela dell’autonomia comunale, che venne non poco limitata
dall’ingerenza politica del Cardinale. Con la bolla di Paolo III del 1548 che concedeva il titolo di governatore al
Cardinale Vescovo, Velletri vide scomparire per sempre la sua autonomia di piccolo stato.

GUGLIELMO D’ESTOUTEVILLE dal 1461 al 22 Febbraio 1483 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri

Monaco cluniacense era nato in Normandia, fu Vescovo di diverse chiese di Francia, tra le quali Rohan. Cardinale
presbitero dei Santi Silvestro e Martino ai Monti venne creato da Eugenio IV il 22 Febbraio 1483. A lui si deve la
costruzione del Palazzo Vescovile e del Convento degli Agostiniani a Cori, detto il Rotomagese donò alla Cattedrale
molti oggetti sacri.

GIULIANO DELLA ROVERE dal 1483 al 1503 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri

Nato in Albizola nella terra di Savona. Religioso dell’ordine dei Minori Francescani. Nipote di quel grande che fu Sisto
IV. Creato dallo zio, Cardinale di S.Pietro in Vincoli il 15 Dicembre 1471. Nel 1483 venne chiamato alla cattedra di
Ostia e Velletri. Fu Penitenziere Maggiore. Fece fare a sue spese la Sacrestia della Cattedrale e la Cappella
dell’Immacolata Concezione con la spendida tavola di Antoniazzo Romano. Venne eletto Papa nel 1503 regnò col nome
di Giulio II .

OLIVIERO CARAFFA dal 1503 al 1511 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri Con l’elezione al trono di
Pietro del Cardinale della Rovere venne trasferito alla nostra Cattedra il Cardinale Oliviero Caraffa già insignito del titolo
presbiterale dei SS. Pietro e Marcellino. Fu un celebre letterato morì a Roma Decano del Sacro Collegio il 20 Gennaio
1511.

RAFFAELE GALEOTTO RIARIO dal 1511 al 1521 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri

Chiamato alla Cattedra Suburbicaria di Ostia e Velletri nel 1511 era nato a Savona. Creato Cardinale Diacono di S.
Giorgio al Velabro a soli 17 anni. Fu Vescovo di molte sedi. Vice Cancelliere e Camerlengo di S. Chiesa. Passato al
titolo di S. Lorenzo in Damaso, rifece dalle fondamenta sia la Basilica che il Palazzo della Cancelleria. Morì a Napoli il 6
Luglio 1521.

BERNARDINO CARAVAJAL dal 1521 al 1523 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri

Spagnolo nato in Placenzia. Tenne molte legazioni della Santa Chiesa. Amministrò molte cattedre. Creato da Alessandro
VI Cardinale dei SS Pietro e Marcellino il 21 Settembre 1493 venne trasferito ai titoli di Santa Croce in Gerusalemme e
di S. Marcello. Morì a Roma Decano del Sacro Collegio il 21 Settembre 1493

FRANCESCO I SODERINI dal 1523 al 1524 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri

Nato in Firenze creato Cardinale presbitero di Santa Susanna da Alessandro V. Morì a Roma Decano del Sacro Collegio
il 17 Maggio 1524 governò la nostra cattedra per soli cinque mesi.

NICOLO’ FIESCHI dal 1524 al 1534 cardinale vescovo e governatore di Ostia e Velletri

Chiamato alla Cattedra di Ostia e Velletri nel 1524,creato Cardinale Prete di S. Prisca. Morì decano del Sacro Collegio il
14 Giugno 1524 dopo aver governato la nostra sede per solo un mese.

ALESSANDRO FARNESE dal 1524 al 1534 cardinale vescovo e governatore di Ostia e Velletri
Di antichissima famiglia romana nato secondo alcune fonti in Diocesi di Canino in Toscana e per altre in Viterbo. Aveva
25 anni quando fu da Alessandro VI creato cardinale Diacono dei SS Cosma e Damiano. Fu Vescovo di Monte Fiascone
e Parma. Amministrò in commenda undici chiese e sostenne varie legazioni. Incoronò Leone X che lo promosse Vescovo
Suburbicario di Frascati. Clemente VII lo fece Vescovo di Sabina, quindi di Palestrina e di Porto. Come Decano del
Sacro Collegio il 15 Giugno 1524 prese possesso della Cattedra di Ostia e Velletri. Venne eletto Papa col nome di Paolo
III.

GIACOMO PICCOLOMINI dal 26 Febbraio 1535 al 21 Novembre 1537 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e
Velletri

Di origini senesi venne chiamato a reggere la Cattedra di Ostia e Velletri nel 1535. Nipote dei Pontefici Pio II e Pio III fu
Arcivescovo di Siena, quindi Cardinale di Santa Sabina, poi di S. Baldina. Morì dopo aver patito duramente il Sacco di
Roma del 1537.

GIOVANNI DOMENICO DE CUPIS Il Cardinal di Trani dal 28 Dicembre 1537 al 10 dicembre 1553 Vescovo e
Governatore di Ostia e Velletri

Il famoso Cardinal Di Trani che nel 1541 volle la riforma degli statuti comunali. Si tratta della promulgazione di un
codice che dava alla nostra città un governo autonomo nonostante il controllo dell’autorità ecclesiastica.

GIOVANNI PIETRO CARAFFA dal Dicembre 1553 al 23 Maggio 1555 Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri

Chiamato alla Cattedra Suburbicaria di Ostia e Velletri nel 1553 Decano del Sacro Collegio. Fu Cardinale Presbitero del
titolo di S. Clemente creato e pubblicato da Paolo II il 22 Dicembre 1536. Lo stesso Pontefice lo trasferì al titolo di Santa
Maria in Trastevere. Fu Arcivescovo di Chieti e di Napoli. Tenne le Cattedre Suburbicarie di Albano, della Sabina e di
Frascati. Fu uno dei fondatori della Congregazione dei Teatini. Salì al trono di Pietro col nome di Paolo IV. La
Confraternita di S. Antonio da Padova

Le origini

Nella prima metà del XVII secolo, nella Basilica romana dei Santi XII Apostoli, sotto la guida spirituale dei Padri Minori
Conventuali, alcuni fedeli presero a riunirsi con lo scopo di fondare un sodalizio in onore della Vergine e di S. Antonio
da Padova. Innocenzo X con un breve dato a Roma il 15 Giugno 1649 eresse l’ unione in Confraternita. Subito dopo i pii
uomini presero a ricostruire la Cappella del Santo nella Basilica romana dove ebbero sede fino ai primi del ‘700 quando
la cappella stessa venne demolita e ricostruita a spese del principe Livio Odescalchi nel 1703. Al sodalizio appartenevano
molti nobili romani che in aggiunta agli scopi iniziali praticavano molta beneficenza in vari modi. Innocenzo XI il 7
Settembre 1684 elevò la Confraternita al rango di Arciconfraternita e l’arricchì di molte indulgenze. Quando lasciarono la
Cappella di S. Antonio i sodali ebbero dai Frati Minori un oratorio sotto il Convento dal lato che guarda Piazza della
Pilotta. Nel 1801 l’ oratorio venne soppresso e il locale venduto. Il 30 Giugno 1801 grazie all’ interessamento del
Principe Odescalchi duca di Ceri, la Confraternita ebbe l’ Oratorio della Chiesa di S. Eustacchio, ormai chiuso da anni.
Dopo i necessari restauri l’ oratorio venne inaugurato il 15 Agosto 1801. Cinque anni più tardi venne di nuovo
abbandonato. La storia qui segna numerose altri sedi fino a quella di S. Nicola in Carcere dove la Confraternita si trova
tutt’ora. Gli statuti vennero approvati per la prima volta nel 1750, lo furono successivamente nel 1775 e nel 1900. I
Fratelli vestono di nero e cordone bianco quasi a richiamare l’ abito dei Minori Conventual

La Confraternita veliterna

Venne eretta nel 1513 da P. Domenico da Ferentino. Vestivano i confratelli di color cenere non godeva di nessuna
aggregazione particolare. Solennizzava la festa del Santo il 13 Giugno. Ricostituita per volere di alcuni devoti ad Antonio
con decreto del Vescovo Erba oggi svolge la sua attivitá di culto nella Chiesa di S. Lorenzo. Essa peró non é una
confraternita di fatto ma una associazione di fedeli che ne usa il nome. Questo in base alla normativa vigente che indica
la data del 7 Giugno 1929 quale termine ultimo per ottenere l´iscrizione nel registro delle persone giuridiche ed essere
riconosciuti come Ente con finalitá di culto.I sodalizi sorti dopo detta data sono associazioni di fatto che possono si
chiedere l´iscrizione ma non hanno la possibilitá di essere riconosciute come Ente Ecclesiastici. Quindi é opportuno piú
che creare nuove confraternite,far rivivere quelle esistenti. Tenendo conto i sodalizi di sciolgono dopo cento anni di
inattivitá e per mancanza di soci.

La Chiesa di S. Antonio da Padova

Sempre con la nostra ideale macchina del tempo entriamo nella Chiesa di S. Antonio da Padova che sorgeva vicino al
complesso monumentale di S. Francesco. Le poche notizie su questa chiesa le troviamo nel volume II della Storia di
Velletri del Canonico Tommaso Bauco. S. Antonio da Padova venne eretta nel 1513 ed officiata dalla Confraternita dello
stesso nome. Nel 1870 a causa della rovina totale dell´edificio la statua del Santo venne trasportata con gli ex voto e gli
arnesi della Confraternita a S. Antonio Abate dove é ancora possibile vederla. Il locale che un tempo era chiesa ai tempi
del Tersenghi era ridotto ad una stalla.

La Confraternita dell’ Immacolata Concezione

Le Origini

E’ difficile stabilire quale sia stata l’ Arciconfraternita romana che ha dato origine al titolo confraternale dell’ Immacolata
Concezione, percchè nella storia dei sodalizi romani se ne trovano alcuni con lo stesso titolo. Quindi andando per
esclusione parleremo del più antico, cioè l’ Arciconfraternita dell’ Immacolata Concezione e dello Stellario della
Beatissima Vergine. Ebbe sede in Santa Maria in Aracoeli, abbiamo poche tracce archivistiche, possiamo dire che essa
aveva solo scopi religiosi. Fondata per divulgare la pratica dello Stellario dell’ Immacolata Concezione della Beatissima
Vergine. Si trattava di una sorta di novena di ringraziamento al Signore per i quattro privilegi concessi all’ Immacolata.
1) Ab aeterno predestinata Madre di Dio 2) Concetta senza peccato originale 3) Piena di grazia, et con l’ uso della
ragione dal primo instare della sua vita; 4) Senza fomite neanche al peccato veniale

La Confraternita veliterna

Prima di parlare di questo sodalizio, dobbiamo fare una breve ma necessaria premessa per poter far comprendere meglio
l‘evento che ne ha determinato la fondazione. Era Vescovo il Cardinale Giuliano Della Rovere quando nel 1486 la nostra
città venne sconvolta da un contagio di peste. Unanime e sincero fu il voto all’ Immacolata Concenzione affinchè il
contagio cessasse. Venne così eretta nella Cattedrale di S. Clemente una grande cappella dedicata alla Senza Macchia.
Sull’altare campeggia la bellissima tavola della Madonna con il Bambino opera firmata e datata da Antonio Acquili detto
Antoniazzo Romano. Proprio in questa cappella aveva sede la Confraternita che sicuramente venne fondata nel periodo
del contagio. Fu aggregata all‘Arciconfraternita dell‘Immacolata Concezione in Roma. I confratelli vestivano di colore
bianco ed avevano per stemma la Madonna Ssma a mezzo busto splendente di luce. Eleggevano gli officiali il giorno
della festa. Aveva sede nella seconda Cappella a destra della Basilica di S. Clemente. Eretta durante l’episcopato del
Cardinale Giuliano Della Rovere è la più antica della Cattedrale. Fondata quale ex voto in ringraziamento per lo
scampato pericolo durante una pestilenza. L’altare è composto da quattro colonne con capitelli corinzi che sorreggono un
timpano spezzato sul quale è impostata un’altra edicola con timpano curvo che racchiude la rappresentazione scultorea
del Battesimo di Cristo. Sotto l’architrave si apre una cornice marmorea che contiene la copia della tavola di Antoniazzo
romano oggi nel Museo Diocesano. L’altare è stato restaurato nel 1986 da Edomondo Campana, al centro del pavimento
lo stemma del Cardinale Alderano Cybo che in origine era al centro della navata e fu qui trasferito nel 1822.

La Chiesa di S. Giovanni in Plagis

Alcuni storici di Velletri dicono che essa prenda origine dal tempio di Ercole al quale accenna anche Tito Livio. La prima
notizia certa che abbiamo di questa Chiesa è la bolla di Alessandro II del 1065 che la cita come Arcipretura con chierici.
Nel 1400 essendo in cattive condizioni fu ceduta alla Confraternita del Gonfalone che iniziò a ripararla tenendola in piedi
il più possibile. Nel 1449 i fratelli si decisero a riedificarla dalle fondamenta nello stesso luogo e nello stesso spazio. La
Visita Gesualdo ci dice che era abbastanza grande aveva cinque altari oltre al maggiore con appesi gli strumenti della
Passione di Cristo usati in precedenza per le Rappresentazioni in Piazza Caduti sul Lavoro. Nel lato destro all’ingresso
della Chiesa c’era un urna cineraria antichissima sulla quale era scritto:

Dis Manibus Secundae


Il Visitatore scrupoloso ordinò che fosse tolta però i fratelli del Gonfalone sembra che non eseguissero l’ordine tanto che
Teoli nel 1644 la trovò ancora al suo posto. Nel 1727 P. Volpi dice che l’urna era in una casa privata. Cardinali nel 1823
dice di averla cercata senza riuscirvi. Nel XVII secolo S.Giovanni ebbe bisogno ancora di lavori tanto che nel 1614 fu
rifatta dalle fondamenta e a memoria di quell’ avvenimento venne murata sulla porta d’ingresso una iscrizione
commemorativa. Durante la peste del 1656 la Chiesa divenne un lazzaretto si parla di un pozzo fondo 70 palmi con grotte
sotto dove vennero gettati centinaia di cadaveri. Nuovamente danneggiata

I Padri della Dottrina Cristiana

Entrarono in città ai tempi del Cardinale Alessandro Farnese e presero possesso della Chiesa dei SS Pietro e Bartolomeo.
Il Cardinale applicò loro anche numerose cappellanie e chiericati. Molto ben visti dalla popolazione iniziarono ad
insegnare gratuitamente. Si prestavano anche per l’insegnamento della Dottrina ai Fanciulli. Conosciuti anche come i
Dottrinari sorsero dopo il Concilio di Trento con lo scopo precipuo di insegnare la Dottrina Cristiana ai piccoli, agli
ignoranti, ai poveri, perché tale era la condizione di parte della popolazione. Se il fine era quello catechistico morale
l’educazione del fanciullo veniva formata anche con nozioni di matematica ,di grammatica, di storia e di geografia. A
loro vennero affidate le scuole pubbliche dove insegnavano gratuitamente supplendo il comune con una pensione annua
di scudi 360. Tennero anche un convitto dove educarono molti scolaretti. La Chiesa dei Santi Pietro e Bartolomeo

Di origine antichissima fu parrocchia fino al 1583 quando venne concessa ai Padri della Dottrina Cristiana e il suo
territorio venne annesso a quelle limitrofe. I frati dopo aver compiuto sulla chiesa una serie di lavori decisero di
riedificarla dalle fondamenta e chiamarono per ciò l’architetto veliterno Nicola Giansimoni.La nuova chiesa venne ideata
a tre navate con facciata decorata. La chiesa di fattura settecentesca non conserva niente di artistico. Al suo interno ci
sono due altari uno dedicato a S. Bernardino da Siena con il quadro di S. Eligio e l’altro a S. Filippo Neri,mentre
sull’altare maggiore troneggia una bella tela della Madonna tra i Santi titolari. Con l’annessione dello Stato Pontificio al
Regno d’ Italia i Dottrinari dovettero lasciare il Convento e la Chiesa che venne concessa all’ Arciconfraternita di Maria
SS.ma del Gonfalone che ancora oggi vi ha sede. Durante danneggiata dalla seconda guerra mondiale venne
ostinatamente tenuta aperta dai pochi confratelli rimasti tra essi ricordiamo Augusto Montagna e Francesco Bianchini.
Essi nonostante l’impoverimento materiale e spirituale del sodalizio sono riusciti a non far disperdere il grande
patrimonio di fede e tradizione che da secoli custodivano. La chiesa dovettero attendere anni prima di vedere partire i
necessari interventi di restauro che potessero vedere cicatrizzate le ferite della guerra. Nel 1981 la Confraternita
supportata da un comitato cittadino con il contributo della Banca Popolare del Lazio riuscì ad eseguire i primi interventi
necessari ad arrestare il pauroso distacco della timpano dalla facciata e a ricomporre l’intera orditura del tetto. Nel 1988
Mons. Fernando De Mei a sue spese fece rifare i transetti laterali. Il maestro Tullio Cipollari mise a disposizione la sua
abilità artigianale per il recupero degli stucchi interni. Nel 1985 l’ architetto Lamberto Zaccagnini disegnò le nuove
finestre della navata centrale ripristinate a cura della Confraternita. Nel 1994 sono partiti i lavori a cura della
soprintendenza che hanno visto il recupero totale della chiesa riaperta al culto nel 2001 il giorno dei Santi Pietro e Paolo.

Il Convento

L’ attuale edificio che ospita gli uffici comunali merita la nostra attenzione perché esso è stato nella storia un importante
luogo di studio. I frati fin dal loro ingresso in città attesero alla regola insegnando la dottrina cristiana, più tardi come
stipendiati comunali iniziarono ad insegnare grammatica e filosofia. Questo loro lavoro venne ferocemente contrastato ai
confratelli degli ardini religiosi presenti in città. Quindi l’ insegnamento venne affidato a turno prima ai Somaschi, poi a
Minori Conventuali e poi ai Minori Osservanti. Nel 1798 nonostante i moti repubblicani i Dottrinari continuarono a
dirigere le scuole pubbliche inserendovi personale laico. Nel 1799 con il ripristino del governo papale i frati vennero
reintegrati nel loro ruolo e in S. Pietro aprirono anche un convitto reso fiorente da un grande numero di giovani forestieri.
Tra il 1809 e il 1814 il periodo dell’ occupazione Napoleonica i frati di nuovo con l’ausilio di personale laico
continuarono a svolgere il loro ministero. Intanto lo studium diventava una sorta di università con cattedre di Diritto
Romano e Francese. Medicina e Giurisprudenza. Nel 1850 con l’ingresso a Velletri dei Gesuiti i religiosi persero il loro
ruolo rimasero in città fino al 1874 quando le soppressioni li costrinsero ad abbandonare Velletri.

La Confraternita del Sangue e la lacrimazione della Vergine a Velletri nel 1516


Eretta nel 1517 secondo gli atti della Visita Spinelli ebbe come primo titolo quello di Confraternita della Beata Vergine
del Sangue, sorta l’anno seguente alla lacrimazione della piccola Immagine della Vergine che diede origine alla
costruzione del Tempietto di Piazza Cesare Ottaviano Augusto. Aggregata in seguito all’ Arciconfraternita romana della
Ssma Trinità dei Pellegrini e Convalescenti ne assunse titolo e statuti. Riconosciuta dal Cardinale Vescovo di Velletri
Alessandro Farnese. I Confratelli vestivano di rosso e come stemma avevano una Madonna che piange sangue con il
figlio in braccio. Gli officiali venivano eletti il primo Maggio con l’ assistenza di Mons. Vicario Generale.
Solennizzavano le Feste della Ssma Trinità dove il Magistrato offriva la cera, della Madonna del Sangue e di S. Filippo
Neri. Essi usavabno portare in processione ogni sette anni il Venerdì Santo il grande Crocefisso riconosciuto come Padre
Provvidentissimo di Velletri. Il 6 Giugno 1576 un fatto miracoloso sconvolge la vita tranquilla di una città di provincia
come poteva essere Velletri nel XVI secolo. Una immagine della Madonna dipinta a “fresco” in una edicola nei pressi del
Palazzo Comunale pianse lacrime di sangue. In città si riversò una gran folla di pellegrini che voleva venerarla. In seguito
si decise di erigerle un grazioso tempietto la costruzione iniziò nel 1524. I lavori si interruppero nel 1527 a causa del
Sacco di Roma per riprendere nel 1537. La Chiesa venne consacrata nel 1579 nel giorno sacro alla memoria dei Santi
Innocenti. Sull’altare maggiore del tempio il grandioso Crocefisso eletto il 7 Luglio 1794 Padre Provvidentissimo di
Velletri mentre sul primo altare a sinistra si venera l’immagine del prodigio essa è un buon lavoro sia per espressione dei
volti che per i colori. Nella Chiesa si venerava il corpo di Santa Vittorina Martire dono del Cardinale Stefano Borgia. Nel
1923 la Chiesa divenne sacrario delle vittime veliterne della grande guerra. Restaurata dopo le rovine della guerra dal
Prof. Giuseppe Zander è stata riportata alla fattura originaria con l’abolizione del tamburo giudicato posticcio secondo
quando riferisce la visita Altieri.

I Minori Cappuccini

Gli unici che ancora sono presenti in città. Giunti nel 1550 ebbero la Chiesa di Santo Stefano da dove nel 1609 si
trasferirono nel convento che oggi occupano. Anche la casa Cappuccina ha visto illustri religiosi tra i quali ricordiamo
Fra Clemente Calcagna. Oggi i buoni frati svolgono un importante ministero nella comunità veliterna come Cappellani
del Cimitero e della Clinica Madonna delle Grazie nonché validi formatori nelle Parrocchie della città.

Il Vescovo Cardinale Giuliano Della Rovere

Nel 1483, optò per la nostra Diocesi il Cardinale di S. Pietro in Vincoli Giuliano Della Rovere. L’ episcopato che andava
ad iniziare è uno dei più importanti della storia che vi stiamo raccontando. Il Cardinale Della Rovere si trovò ad
affrontare subito degli eventi storici di notevole importanza,il primo fu la traslazione dalla chiesa della Portella a quella
di S. Martino dell’ antica immagine della Sacra Famiglia oggi trafugata Il 31 Ottobre 1503 saliva al trono di Pietro il
nostro Vescovo Giuliano persona di grande prestigio, venne eletto grazie all’appoggio che abilmente si era riuscito a
creare in conclave con promesse che mai mantenne. Lo stato pontificio quando egli veniva incoronato si trovava in totale
disfacimento. L’opera avviata da Pio II era naufragata nella potenza dei Borgia. Giulio doveva quindi ricominciare da
capo. Il papa inizia a condurre personalmente una serie di lunghe battaglie che gli valsero l’ appellattivo di Papa
Guerriero. Le guerre ridiedero alla Sede Apostolica un territorio degno di un vero trono, Giulio II convocò il Concilio
Lateranenze V che trattò aspetti prettamente poltici. Quell’assemblea approvò anche la bolla contro la simonia emanata
dal pontefice tre anni dopo la sua elezione. Qui si perdette l’ultima occasione per evitare la frattura con Lutero che
scoppierà qualche tempo dopo. Giulio II curò molto l’abbellimento di Roma .Fu lui a chiamare Donato Bramante per
affidargli il rifacimento della Basilica di S. Pietro, Raffaello Sanzio per affrescare le stanze del suo appartamento privato
e il grande Michelangelo al quale affidò la decorazione della volta della Cappella Sistina fatta erigere dallo zio Sisto IV
(della Rovere). Morì nel 1503 ed è sepolto nello splendido monumento funebre che Michelangelo gli eresse nella
Basilica di S. Pietro in Vincoli. Giulio II viene ricordato nella storia cittadina per aver salvato Velletri da sicura
distruzione. Carlo VIII Re di Francia in viaggio verso Napoli con al seguito il Duca Cesare Borgia legato pontificio volle
fermarsi a Velletri per riposare. Notte tempo con l’ausilio della nobiltà cittadina il Valentino che in verità era prigioniero
del Re riuscì a fuggire. Carlo VIII venuto a sapere della fuga diede ordine di bruciare la città, il Cardinale Giuliano usò
parole persuasive con il Re che tornò su suoi passi revocando l’ordine di distruzione. Si dice che il futuro papa arrivò a
pregarlo in lacrime.Giuliano era figlio di un fratello di Sisto IV. Da suo zio, che lo prese sotto la sua speciale custodia,
venne educato tra i Francescani, e successivamente andò in convento a La Pérouse, con lo scopo prefissato di
approfondire la conoscenza delle scienze. Non appare comunque che si sia unito all'ordine di San Francesco, ma che sia
rimasto parte del clero secolare fino alla sua elevazione, nel 1471, a vescovo di Carpentras, in Francia, poco dopo la
nomina dello zio a pontefice. Biografia Nello stesso anno venne promosso cardinale, prendendo lo stesso titolo che era
stato retto in precedenza dallo zio: Cardinale di San Pietro ai Vincoli. Con lo zio ottenne grande influenza, e in aggiunta
all'arcivescovato di Avignone, resse non meno di altri otto vescovati. In qualità di legato pontificio venne inviato nel
1480 in Francia, dove rimase per quattro anni, acquistando presto una grande influenza nel Collegio dei Cardinali,
influenza che aumentò, piuttosto che diminuire, durante il pontificato di Innocenzo VIII.Una rivalità comunque si era
sviluppata tra lui e Rodrigo Borgia, e alla morte di Innocenzo VIII, nel 1492, il Borgia, per mezzo di un accordo segreto
con Ascanio Sforza, riuscì a venire eletto, spuntandola su della Rovere con una larga maggioranza, e assumendo il nome
di Alessandro VI. Della Rovere si decise a cercare rifugio a Ostia, e dopo pochi mesi si spostò a Parigi, dove incitò Carlo
VIII ad intraprendere la conquista di Napoli.Accompagnando il giovane Re nella sua campagna, entrò a Roma con lui, e
si impegnò a istigare la convocazione di un concilio che indagasse la condotta del Papa, in vista di una sua deposizione,
ma Alessandro, essendosi fatto amico un ministro di Carlo, Briçonnet, con l'offerta del cardinalato, riuscì a contrastare le
macchinazioni del rivale. Alla morte di Alessandro nel 1503, Della Rovere appoggiò la candidatura del Cardinale
Piccolomini di Milano, che venne consacrato con il nome di Pio III, ma che già soffriva per una malattia incurabile, della
quale morì poco più di un mese dopo. Della Rovere riuscì quindi, con un abile azione diplomatica, ad ottenere l'appoggio
di Cesare Borgia, e venne eletto Papa con il voto unanime dei cardinali. I rapporti con gli Orsini ed i Colonna Fin
dall'inizio del pontificato Giulio II si predispose con un coraggio e una determinazione raramente uguagliate, per disfarsi
dei vari poteri che sopraffacevano la sua autorità temporale. Per mezzo di una serie di complicati stratagemmi riuscì
innanzitutto a rendere impossibile ai Borgia di restare negli Stati Pontifici. Usò quindi la sua influenza per riconciliare le
due potenti famiglie degli Orsini e dei Colonna, e, con decreti fatti nel loro interesse, riuscì a legare a se il resto della
nobiltà romana. Essendo ora sicuro a Roma e nel territorio circostante, si mosse per estromettere i veneziani da Faenza,
Rimini, e dalle altre città e fortezze d'Italia che avevano occupato alla morte di Alessandro VI. Trovando impossibile
spuntarla sul Doge con le rimostranze, nel 1504 favorì un unione degli interessi contrastanti di Francia e Germania, e
sacrificò temporaneamente in qualche misura l'indipendenza dell'Italia, allo scopo di concludere con loro un'alleanza
offensiva e difensiva contro Venezia.Questa fu comunque, inizialmente poco più che nominale, e non fu immediatamente
efficace, spingendo i veneziani a cedere solo pochi e non molto importanti luoghi della Romagna; ma con una brillante
campagna Giulio nel 1506 riuscì a liberare Perugia e Bologna dai loro despoti, e riuscì a portarsi ad un tale livello di
influenza, da rendere la sua amicizia di primaria importanza sia per il Re di Francia che per l'Imperatore. La lega contro
la Repubblica veneziana Anche gli eventi giocarono a suo favore, tanto che nel 1508 fu in grado di costituire con Luigi
XII di Francia, l'Imperatore Massimiliano I e Ferdinando II d'Aragona, la famosa Lega di Cambrai contro la Repubblica
veneziana. Nella primavera dell'anno seguente la Repubblica venne posta sotto interdetto. I risultati ottenuti dalla Lega
andarono oltre le intenzioni di Giulio. Con la sola battaglia di Agnadello tutti i domini di Venezia in Italia vennero
praticamente persi; ma poiché né il Re di Francia, né l'imperatore erano soddisfatti dal semplice aiutare gli scopi del
Papa, quest'ultimo trovò necessario entrare in contatto con i veneziani per difendersi da quelli che fino a poco prima
erano stati i suoi alleati.I veneziani, con un atto di umile sottomissione, vennero assolti all'inizio del 1510 e poco dopo la
Francia venne posta sotto il bando papale. I tentativi di portare ad una rottura tra Francia e Inghilterra si rivelarono senza
successo; d'altra parte, ad un sinodo convocato da Luigi a Tours nel settembre 1510, i vescovi francesi si ritirarono
dall'obbedienza papale, e si risolsero, con la cooperazione di Massimiliano, a cercare la deposizione di Giulio. Nel
novembre 1511 un concilio si riunì a tale scopo a Pisa.A questo punto Giulio entra nella Lega Santa, con Ferdinando II
d'Aragona e i veneziani, contro la Francia. Alla Lega si aggiunsero successivamente anche Enrico VIII d'Inghilterra e
l'Imperatore Massimiliano I. Giulio riunì anche un concilio generale (in seguito diventuto noto come quinto concilio
laterano) che si tenne a Roma nel 1512, il quale, in base al giuramento fatto al momento dell'elezione, egli aveva
promesso di convocare, ma che era stato ritardato, come affermò, a causa dell'occupazione dell'Italia da parte dei suoi
nemici. Nel 1512 i francesi vennero scacciati oltre le Alpi, ma al prezzo dell'occupazione da parte delle altre potenze, e
Giulio, benché si fosse assicuato stabilmente l'autorità papale negli stati immediatamente attorno a Roma, si trovava più
lontano che mai dalla realizzazione del suo sogno di un regno italiano indipendente. Fu a questo punto che morì, a causa
della febbre, nel febbraio 1513, venendo sepolto nella Basilica di San Pietro in Vincoli. Gli successe Papa Leone X.Le
capacità e le ambizioni di Giulio erano regali e militari piuttosto che ecclesiastiche. Fu più preoccupato per la sua fama
personale come membro della famiglia della Rovere che per l'avanzamento dell'influenza e dell'autorità della Chiesa. Il
suo spirito audace, la sua maestria nello stratagemma politico, e la sua indifferenza morale nella scelta dei mezzi, lo
rendono la principale figura politica del suo tempo. Mentre, ad ogni modo, le sue conquiste politiche e militari lo
candiderebbero da sole a figurare tra i più notevoli occupanti dello scranno di San Pietro, il suo principale titolo d'onore è
da ricercarsi nel patrocinio delle arti e della letteratura. Giulio II fece molto per migliorare ed abbellire Roma; nel 1506
posò la prima pietra della nuova Basilica di San Pietro; fu amico e patrono del Bramante, di Raffaello, e di Michelangelo.
Quest'ultimo dipinse per lui il soffitto della Cappella Sistina.
Il Papa che fondò la guardia svizzera

Ogni giorno, invariabilmente, gruppi di persone sostano per pochi minuti o per qualche buona mezz'ora - avanti al
Portone di Bronzo. È gente che sempre si rinnovella, mutevole e incerta, di spiccato colore esotico, che resta in
contemplazione e poi esprime la propria meraviglia in tutti i più varii idiomi del mondo. I forestieri sostano lì sorpresi
dall'avvincente idea di trovarsi sul limitare dell'immenso e sconosciuto mondo

vaticano. Ma il loro stupore essi l'esprimono in una maniera ben caratteristica: nell'ammirare, con una specie di affettuosa
compiacenza, la guardia svizzera che passa e ripassa sotto l'arco, nell'andito grandioso, e attende con austera tranquillità
allo svolgersi del proprio turno. E ben fanno gli esteri, dacchè la guardia svizzera è da secoli il simbolo verace della
fedeltà che vigila armata le soglie auguste della dimora papale. Le origini della guardia svizzera sembrano controverse, e
in realtà più voci dicono che Sisto IV, il grande papa che affermò a Roma, vittoriosamente, lo spirito alacre e rinnovatore
del Rinascimento, fosse stato proprio il primo ad assoldare la guardia svizzera. Ritengono infatti che Sisto IV nel 1476
inviasse un legato a Basilea e nel 79 si collegasse con gli elvetici. Da ciò l'idea del primo arruolamento. Spettava però a
Giulio II, il secondo papa della Rovere, iniziare la tradizione gloriosa delle guardie svizzere. Giulio II nel 1503, nell'anno
stesso in cui fu eletto, invitò i cantoni dell'Elvezia a spedire a Roma deputati per addivenire ad un trattato, che però fu
concluso solo nel I505, anno in cui il papa ottenne una compagnia permanente di 200 svizzeri per guardia della sua
persona e dei suoi successori. Ciò avveniva nel 1506, proprio quando veniva posta la prima pietra della nuova basilica di
San Pietro. Possiamo immaginare con quale viva curiosità essi fossero accolti! Infatti l'ingresso di centocinquanta uomini
armati ci è ricordato in uno dei più curiosi documenti storici del l'epoca; vogliamo dire il Diario di Giovanni Burcardo, il
celebre maestro delle cerimonie di Alessandro VI e Giulio II: Iovis XXII circa XXIII, intrarunt per portam de Populo CL
Svitenses, de mandato D. N. per d. p. de Hertenstein, cubicularium, cano nicum constantiensem, in Alemania et circa
conducti, omnes vestitisque ad calceos inclusive divisa expensis D. N.; quorum capitaneus fuit d. Gaspar de Silinen.
Intrarunt per portam de Populo, campum Flore ad plateam sancti Petri, ubi D. N. stans super lobias Pauli papae, benedixit
eis; deinde intrarunt eorum habitationem extra palatium pro custodia palatii deputatam. Dal dimesso latino del
cerimoniere famoso apprendiamo dunque che l'ingresso avvenne in un giovedì 22 gennaio quasi al tramonto. Entrarono
in 150 per porta del Popolo dopo essere stati arruolati da von Hertenstein cubiculario pontificio e decano del capitolo
lucernese. Erano già vestiti a spese del papa e loro capitano era Gaspare de Silenen patrizio di Lucerna. In bel corteo, per
Campo de' Fiori, se ne andarono a S. Pietro a ricevere la prima benedizione pontificia. Dopo ciò poterono prendere
possesso di quanto era già stato per loro apprestato. Sappiamo anche che il denaro occorrente per le prime spese,
ammontate a 490 ducati larghi e a 970 ducati comuni, era stato anticipato dalla celebre ditta bancaria dei fratelli Fugger.
Burcardo nulla ci dice riguardo alla divisa di questi primi 150 svizzeri senza dubbio perché essa in nulla si distingueva
dal costume in vigore a quel tempo né c'era allora tra vestimento civile e militare una differenza regolamentare. Ma per la
guardia svizzera molti ripetono la vecchia storiella che il costume lo avrebbe suggerito Michelangelo in un momento di
esaltazione estrosa o di ironica malignità. Secondo altri il disegno sarebbe stato dato dal divino Raffaello, il quale poi
sarebbe proprio l'inventore della caratteristica manica larga a sbuffi. In questo ha forse contribuito il vivo ricordo del
gruppo di cinque guardie svizzere nel Miracolo di Bolsena; ma non si può trarre la conseguenza che quel costume, caduto
in disuso nella prima metà dei 500 sia proprio da credersi una sua invenzione. Del resto con l'attribuire ai più grandi
artisti la concezione di un costume particolarmente felice nelle sue linee e nel colore, si veniva a

proclamare che una tale opera apparteneva alla fioritura artistica del migliore rinascimento. In verità - come ha benissimo
dimostrato il Colonnello Repond nel recente e splendido volume: "Le costume de la garde suisse" - il primo documento
iconografico che noi possediamo sull'argomento, è una miniatura che orna un poema manoscritto del poeta Michael
Nagonius raffigurante il ritorno trionfale a Roma di Giulio II il 28 marzo 1507 dopo la spedizione di Bologna. Nella
scorta si scorgono de' prigionieri e alcune guardie pontificie, tra cui il capitano Gaspard de Silenen riconoscibile dalla
catena d'oro e dal bastone, emblemi del comando insigne. Giulio nel suo amore e nella sua stima per gli svizzeri non si
accontentò solamente della guardia del corpo. Egli ottenne anche truppe di combattimento mercè l'opera del bellicoso
vescovo di Sion, Matteo Schinner, cui diede poi la porpora; e a meglio mostrare l'animo suo grato, nel I512, inviava alla
confederazione lo stocco e l'elmo, onori riserbati ai principi. E agli svizzeri stessi accordò il titolo ambito di defensores
libertatis Ecclesiae. Ma una lode così alta doveva suscitare ire e invidia. Ne troviamo un'eco clamorosa e cattiva nel
famoso libro dei Nuptiali di Marcantonio Altieri. Certo la spiccata predilezione di Giulio II verso le milizie straniere e la
conseguente esclusione dei romani dalla «guardia di palazzo solito fra gli altri custodirsi per la maggior parte da gli
Romani meritevoli » spiegano anche nella loro ingiusta veemenza le crucciose parole dell'uomo che si sente offeso nella
suscettibilità stessa della stirpe: «senza ragione ne cavaste li Romani e... che ci metteste? Ii svizari, homini Barbari,
homini senza fede; havidi et alieni d'ogni humanità, e nemici capitali di Roma e del nome Italiano.» Con Giulio II
comincia dunque la storia della guardia svizzera: Leone X nel 1514 confermava la Pretoriam cohortem, ma essa doveva
assurgere a una grande importanza morale sotto il terzo comandante e cioè sotto Gaspard Roust. Premettiamo che una
fortuita circostanza e cioè un affresco votivo raffigurante la crocifissione ed esistente nel Campo Santo Teutonico ( giusta
l'interpretazione fatta nel 1908 da Robert Durrer) ci ha conservato il suo ritratto e la sagoma della sua armatura. Con
Gaspard Roust noi entriamo di colpo in una delle pagine più sanguinose e delle scene più drammatiche della storia di
Roma Papale. Come è stato con giusto sentimento di riconoscenza ricordato in questi ultimi tempi, il 6 maggio 1527
all'inizio dello sciagurato sacco di Roma, la guardia svizzera si sacrificò totalmente nel difendere l'accesso del Vaticano.
Dell'intero corpo, solo quarantadue uomini (che erano di servizio quel giorno lì nel palazzo apostolico) sfuggirono al
massacro seguendo il papa in Castel S. Angelo. Dopo l'eccidio di tutti i soldati di guardia, mentre per il corridoio il papa
si metteva al sicuro, gli svizzeri ancora resistevano, difendendo S. Pietro. Alla loro testa era il capitano Roust di Zurigo.
Le orde non rispettarono il luogo santo; feroce si riaccese la mischia. Tutti caddero fino all'ultimo e con essi la consorte
del Roust, mutilata prima delle braccia, poi uccisa sul cadavere del marito... Il 7 giugno Clemente VII capitolava e
sostituiva la sua guardia svizzera con 200 lanzichinecchi che cominciavano a essere i suoi carcerieri. Passata la terribile
bufera del Sacco, Clemente VII fu più volte sollecitato dai romani a ricostituire la fedele guardia: anzi essi offrirono di
contribuire alla spesa dell'ingaggio. Ma il papa Mediceo trasse la cosa in lungo, senza mai effettuarla e in realtà i
maneggi di Carlo V si opponevano al ritorno degli svizzeri a Roma. La situazione doveva mutare col successore di papa
Clemente. Nel 1542, prima ancora di averla rotta con l'imperatore, Paolo III, riprendeva al suo servizio 600 confederati e
li ripartiva ugualmente tra Roma, Firenze, Bologna e Ancona. Tali svizzeri non erano però arruolati che per tre anni e
quindi non si trattò di un vero e proprio ripristino della guardia del papa. La ricostituzione veniva però decretata da Paolo
III il 3 febbraio 1548 con un effettivo di 225 uomini in un momento di tensione assai inquietante delle relazioni tra il
papa e Carlo V.

ATTRAVERSO I SECOLI

Nel 1555 Marcello II, appena eletto, voleva licenziare la guardia svizzera, per lo specioso argomento che il papa non
aveva bisogno d'armi per sua difesa. Al contrario, nel 1561, tra Pio IV e la guardia svizzera vennero stabiliti i Capitala
capitanorum Castodiae Helveticoraum il cui inizio è di questo preciso tenore: «Il nobile e valoroso signor Cav. Gaspare
Sillano, cittadino di Lucerna, odierno capitano del Corpo degli Svizzeri di V. S. e tutto il corpo tota cohors ossia società
di duecento e uno, supplicano umilmente che vengano riconfermate le precedenti condizioni». Il primo articolo parla
degli stipendi e del soprassoldo sia nel caso di viaggi di S. S., sia nel caso di guerra; si fa cenno del mantenimento di
stipendio durante le malattie e si regola il congedamento, e il vestimento. Pio V volle affermare la grande importanza che
annetteva alla lotta contro la mezzaluna, facendovi partecipare la stessa sua guardia del corpo. Un primo drappello di
dodici uomini partì per Cipro e quasi tutti vi morirono da eroi; un altro drappello seguì a Lepanto Marcantonio Colonna e
undici ne tornarono partecipando al suo trionfo. E' doveroso ricordare che il loro capo Hans Rolli aveva strappato al
nemico due stendardi che vennero portati a Roma e da Roma vennero poi donati all'arsenale di Lucerna ed oggi ancora si
conservano nel museo federale di Zurigo. Sappiamo che Pio V nel 1568 fece edificare presso i quartieri degli svizzeri del
Vaticano la chiesa dei loro protettori SS. Martino e Sebastiano. Sisto V mostrò una particolare benevolenza verso la
guardia svizzera. Si legge nelle "Relazioni degli Ambasciatori veneti al Senato", nel rapporto dell'amb. Lorenzo Priuli: «
Si trattiene con gli svizzeri, ai quali fa scriver lettere amorevoli dal capitano di quella guardia. Mostra verso di loro
ottima volontà...». E grazie a questo favore pontificio, ci sono conservate molte figurazioni delle guardie svizzere
soprattutto negli affreschi della Bibl. Vaticana e così per mezzo di essi, ci è possibile misurare esattamente l'evoluzione
compita dal costume della fedele guardia svizzera da Clemente VII a Sisto V, evoluzione felice e tale che dimostra come
la corte del papa, sapesse mantenere il gusto squisito creato dalla rinascenza. Un grande quadro ad olio dovuto
probabilmente al pennello di Antonio Tempesta e conservato nel Palazzo Mattei mostra il solenne ingresso che 1'8
maggio 1598 Clemente VIII compì in Ferrara. Una relazione del tempo ci desume: « veniva N. Sig. vestito
pontificalmente col regno in testa... portato sopra una sedia da otto Palafrenieri... Intorno Sua Santità erano altri
Palafrenieri, et dalle bande andava la solita guardia degli sguizzeri ». Anche nel seicento e nel settecento la fedele guardia
continuò a godere il favore e le cure dei pontefici: Urbano VIII al lato destro del portone di Bronzo eresse il baluardo
tuttora esistente con artiglierie. Su di esso nelle solennità s'inalberava la bandiera della guardia. Inoltre costruì il quartiere
e le case per le guardie stesse nell'angolo orientale del palazzo. Ma questo ampio quartiere fu ristretto da Alessandro VII
nel costruire il colonnato. Sotto lo stesso papa, nel giugno 1656, Cristina di Svezia, sdegnata con gli spagnoli che
avevano dato aiuto contro il re di Svezia suo fratello, licenziò la loro guardia che teneva al suo servizio e prese dei
perugini che fece vestire come gli stessi svizzeri ma con abito, calzoni e calza rossa e nera. Nel 1660 sotto Clemente IX
la guardia fu ridotta a 120 individui: sotto Clemente XI risalì a 170. Assai grazioso è l'episodio che ci riporta un detto
arguto di papa Ganganelli . Nel 1769 dopo la funzione della sua coronazione, Clemente XIV rimarcò d'averla goduta
comodamente, laddove nel 1758, per quella del suo immediato predecessore, Clemente XIII, essendo egli allora semplice
religioso, si era visto mandare indietro dagli svizzeri. Di lì a pochi decenni la guardia svizzera era destinata a raffigurare
in tutto il susseguirsi degli avvenimenti di Roma pontificia. Come nel 1527, di fronte alla più grande sciagura del
pontificato, essa seppe resistere e morire, così quando giunsero i tempi calamitosi dell'occupazione francese su Roma
mostrò coraggiosamente il suo spirito di sacrificio e di fedeltà. Nel 1798 in seguito all' invasione francese e alla prigionia
di Pio VI, fu dispersa; venne ricostituita nel 1800 e con le corazze fece buona figura, il 22 novembre 1801, quando Pio
VII in solenne corteo andava a S. Giovanni Laterano per prendere possesso. Ciò avvenne sotto la guida di Carlo Pfyffer
d'Altishofen di Lucerna, ma in modo un po' ristretto con costo di 55.000 scudi. Il corpo constò di 64 individui, un
capitano, un tenente, 2 aiutanti, 2 sergenti, 3 caporali, un tamburo, un piffero e 52 svizzeri. Dopo nuove sciagure, Pio VII
torna nel 1814 e riaffida al colonnello Carlo Pfyffer d'Altishofen l'incarico di ricostituire il corpo. Più volte nel comando
si succedettero di padre in figlio i Pfyffer d'Altishoten, di Lucerna, stirpe di guerrieri che diede alla Francia il celebre
colonnello, cui Carlo IX, nell'ardita ritirata su Meaux, fu debitore se potè sfuggire di mano agli Ugonotti. Leone XII ne
consolidò l'assetto nel 1824 con una convenzione col governo di Lucerna per la quale la Guardia fu portata a 200 uomini.
Tale convenzione con lievi modificazioni vige tuttora. Sarebbe cosa non facile ricordare a proposito dei paurosi torbidi
svoltisi a Roma nel novembre del 1848 quante volte la guardia Svizzera dovesse prodigarsi in una difesa piena di
abnegazione e di pericoli. Giovanni Marfurt e Giacomo Marmatt nel fatale 15 novembre, che vide l'eccidio di Pellegrino
Rossi, essendo ti sentinella al Quirinale, corsero serio pericolo di essere fatti a pezzi dalla plebaglia. Il comandante
Saverio Meyer di Schauensee per vero miracolo potè essere salvato.

LA GUARDIA E LE SUE MANSIONI

La « Cohors pedestris Helvetiorum a sacra custodia Pontificis » dipende dal Prefetto dei Sacri Palazzi Apostolici e dal
Prelato Maggiordomo del Papa. A preferenza delle altre guardie - dice il Moroni - presta non interrotto servizio sì di notte
che di giorno. Si compone di svizzeri scelti e cattolici, comandati dal Capitano. Hanno chiese, quartiere e abitazione al
Vaticano e al Quirinale (Questa ultima notizia per i tempi moderni ha bisogno di qualche... limitazione ). Ma
proseguiamo a spigolare nel "Dizionario di erudizione storico ecclesiastica". "Avendo custodia della sacra persona del
papa, gli uffiziali hanno luogo nelle sue intime camere e gli altri in alcune di esse, dette perciò "degli Svizzeri". Ad essi è
affidata pure la custodia delle porte e di altri luoghi di detti palazzi papali. La guardia svizzera accompagna a piedi il
Papa dalla sala alla porta del palazzo dove risiede, quando esce e quando vi ritorna, l'accompagna alle Cappelle per le
feste dell'Annunziata, di S. Filippo, del la Natività, di S. Carlo e per la Coronazione e il Possesso. La guardia svizzera,
interviene anche alle consacrazioni dei vescovi e alle vestizioni di monache che si fanno dai cardinali e ai loro possessi
nei titoli, diaconie e protettorie nonché ad alcune solenni feste nelle chiese di Roma, per accrescerne il decoro, pel
dignitoso vestiario che indossano e per le antiche armi che usano. Antica arma degli Svizzeri è, ad esempio , l'alabarda,
già propria dei longobardi, detta anche scure danese perché da questo popolo ne passò l'uso nella Scozia, Inghilterra,
Francia, Svizzera, e quindi in Italia. Nel possesso di Pio IX l'8 novembre 1846 il comandante Martino Pfyffer a cavallo in
corazza e bracciali di acciaio dorato, con fregi arabescati e dorati, veste a maglie di ferro, ed elmo con pennacchio
bianco, attorniato da sei svizzeri in corazza ed elmi di ferro, precedeva il corteggio, mentre quattro guardie svizzere che
fiancheggiavano la carrozza papale, portavano le celebri e storiche alabarde della famiglia Borghese, concesse per quella
circostanza straordinaria dal principe Don Marcantonio Borghese. Oltremodo interessante è seguire il contegno della
guardia svizzera durante i periodi di" Sede Vacante", che una volta erano brevi e gioconde parentesi di anarchia. Ancora
oggi si prescrive che, quando il Card. Camerlengo ha verificato la morte del Papa, il capitano delle guardie svizzere in
nome dei suoi dipendenti rimetta al Cardinale Camerlengo una istanza, con la quale offrono i loro servizi al sacro
collegio e ne domandano il corrispettivo compenso. Il Cardinale accetta la domanda e ordina che siano immediatamente
pagati del mese che incomincia con quel giorno. Dopo di che, nei tempi passati si aveva il tipico episodio che nel
momento in cui il Camerlengo usciva dal Palazzo Apostolico, gli svizzeri ne circondavano la carrozza e preceduti dal
tenente al cavallo, l' accompagnavano al suo palazzo e vi montavano la guardia, senza tralasciare per questo la custodia
dei Sacri Palazzi. L'universale concetto che la guardia svizzera sia una speciale prerogativa del Santo Padre è
contraddetto da alcune eccezioni che meritano di essere ricordate. Fino al pontificato di Pio VI, anche i Cardinali Legati
(le legazioni erano le province di Bologna, Ravenna e Ferrara) e i Prelati che avessero il titolo di vice legati, tenevano
con loro la guardia svizzera. Questo si verificava per tutti í domini temporali della Santa Sede e quindi anche per la
lontana e storica città di Avignone, che col contado venosino e la città di Carpentras faceva parte integrante dello stato
pontificio. A noi interessa assai più conoscere quel che sotto un tale aspetto riguarda Roma. Troviamo qui una serie di
tradizioni curiose, oggi del tutto dimenticate. Il Monte di Pietà, per esempio, a maggior sicurezza dei molti oggetti
preziosi e dei depositi, tenne per lunghissimo tempo a sua disposizione una piccola scorta di sette guardie svizzere. Esse
erano somministrate dal comandante della guardia svizzera e al pari degli svizzeri del papa usavano l'alabarda e le
sciabole. Si distinguevano però nei colori del vestito che era nero e paonazzo. Per conto suo, anche la Depositeria
generale della Camera Apostolica teneva a sua disposizione altre cinque guardie svizzere e una, infine, ne troviamo
presso la zecca Pontificia. In questi tre luoghi gli svizzeri dipendevano, come è logico supporr dai superiori dei rispettivi
stabilimenti.

LA GUARDIA TRA LA CRITICA E LA SATIRA

Una ricerca interessante sarebbe quela di seguire le varie impressioni che della guardia svizzera riportarono i viaggiatori.
Stendhal, ad esempio, non si mostrò entusiasta nè della guardia svizzera nè del suo costume. Ecco come racconta la sua
visita del 7 marzo 1828 al Vaticano: «...a l'extrémité de la partie ronde de la colonnade à droite, je vis certaines figures
grotesques, vêtus de bandes de drap jaune, rouge et bleu; ce sont de braves Suisses, armés de piques et habillés comme
on l'était au quinzième siècle» Qualche decennio più tardi, nel 1864 il Taine vede le guardie svizzere alla Sistina e
acidamente le trova "bariolés" e "vetus d'un costume opéra". Ma molto più interessante sarebbe evocare tutte le satire, più
o meno felici, che di secolo in secolo sono state composte nei riguardi di una così cara e tradizionale istituzione. Si può
dire che - come, del resto, avviene in ogni umana contingenza - la satira nasce col nascere della Guardia Svizzera. Ne
troviamo traccia fin dalla prima metà del 500. Nella sua magnifica opera, il colonnello Repond riproduce una fine
incisione del Du Pérac che ci ha conservato l'effigie minuscola, ma netta, della guardia svizzera di Paolo III. Tale stampa
rappresenta la Festa di Testaccio e dove essere disegnata mentre era ancor vivo Paolo III. Quindi la data dell'incisione è
compresa tra il marzo 1548 in cui la guardia fu ricostituita e il 10 novembre 1549 data della morte di Paolo III. Non senza
malizia, Du Pérac ha messo in evidenza, al primo piano, un alabardiere svizzero che porta ai suoi camerati un bel boccale
di vino. Dunque già nel secolo della Rinascenza si amava scherzare a Roma sui vizi nazionali degli svizzeri e su la loro
presunta inclinazione al bere.... come se ciò potesse essere una loro strana e perfida prerogativa. Bernardo Navagero,
ambasciatore veneto, nel rapporto che indirizzava nel 1558 al suo governo sugli eccessi commessi durante il pontificato
di Paolo IV loda ironicamente gli svizzeri, dopo aver con brutti colori dipinto i mercenari di altra origine: «Di queste
genti... la guascona, siccome non si può negare, ch'era agile e pronta alle fazioni, così era tanto insolente contro l'onor
delle donne e nel torre la roba di quelli che potevano manco..." La gente italiana (il che mi dispiace dire perché son pur
nato italiano, e vorrei vedere questa provincia padrona del mondo, come è già stata) era tutta intenta a rubare le paghe,
servendosi, al tempo delle mostre dei passatori... La gente svizzera, siccome era assai modesta, così era disarmata; l'armi
sue erano fiaschi e boccali, ch' ognuno ne portava quattro, e molti sei..... Anche i poeti non sono stati da meno dei
disegnatori e degli storici. Per non citare che cose ben note, la sguaiata ottava del Tassoni mostra un'acrimonia tutta
impastata di livore calunnioso: "che un ubriaco svizzero paria di quei che con villan modo insolente sogliono, avanti al
Papa, il dì di festa rompere a chi le spalle e a chi la testa". Eppure proprio in quel tempo, in mezzo alla guardia svizzera
c'era qualcuno non destituito di capacità, di gentilezza e di cultura. Basta accennare qualche cosa della sua molteplice
attività, per sbugiardare l'allegro poeta modenese. Più fonti storiche ci ricordano con lode il soldato Giovanni Grosso di
Lucerna, che più tardi si appellò Giovanni Alto, nome più sonante. Grosso, faceva da guida ai forestieri. Guida non
ordinaria, e lo prova il fatto che nel 1641 egli pubblicò una raccolta delle vedute di Roma col titolo interessante:
"Splendore dell'antica e moderna Roma". Roma, nella stamperia di Andrea Fei MDCXLI. Nel frattempo egli era divenuto
ufficiale della guardia svizzera e dedicava le sue ore di ozio a riprodurre a colori, di sua mano, degli stemmi stranieri che
sono stati riuniti in quattro bei volumi, che costituiscono un tesoro della biblioteca Chigi... "Stemma varie
transmontanarum familiarum nobílium elegantissime et munifice miniata." Sulla copertina si legge: « Giovanni Alto,
Svizero de Lucerna, uficiale della guardia di N. S.». Riguardo alle dicerie e alle malignità che più volte si ventilarono
intorno alla nostra guardia, vogliamo qui riferire un caso curioso. Nel 1850, dopo il ritorno da Gaeta, di Pio IX il cappello
di feltro nero con penne rosse, adottato sotto Gregorio XVI, venne mutato con un elmo a punta. Fin qui nulla di male:
dispiacque però il fatto che gli elmi erano quelli... dell'abolita Guardia Civica, i quali per di più non avevano alcuna
analogia col resto dell'uniforme ! E la ragione della curiosa innovazione? «E' che trovandosi inoperosi, in buon numero,
presso il cappellaio Antonini al Corso, questi, a cavarne partito, ne propose e riuscì a farne accettare l'acquisto». Il nome
di Gregorio XVI ci riporta spontaneamente al Belli e ai suoi saporosi e frizzanti sonetti romaneschi. A dire il vero, il Belli
non nomina che poche volte, cinque o sei, gli svizzeri, ma si giova qua e là delle loro parole e delle loro figure. Basta
ricordare il verso (vol. I; pagina 16, ed. Morandi). "Tu me spenni pe'gurde e pe' maiocchi", dove la parola "gurda"
significa "scudo" ma è diretta derivazione dal tedesco "gulden", fiorino, e che fu di certo importata dagli Svizzeri della
guardia pontificia « quando erano Svizzeri autentici e genuini» come nota malignamente il Morandi. Una infatti delle
voci più malevole e più infondate è sempre stata quella di pensare che gli svizzeri non siano... svizzeri. Anche il
notissimo, e volgaruccio , sonetto di Olindo Guerrini termina con la curiosa apostrofe: "Tu, villano, esser nato in un
Cantone; mia cittade star bella e star craziose: so frascatano, so, brutto. " Ma torniamo - che è molto meglio - al Belli a
cui lo Svizzero ha dato lo spunto al sonetto alquanto plebeo, ma interessante riportato dal Morandi al vol. I, pag. 68, nel
quale si ricorda anzitutto che Leone XII aveva destinato uno svizzero della sua guardia per ognuna di varie chiese, onde
armato di alabarda presiedesse nell'interno al rispetto del culto e al discacciamento de' cani, e fuori impedisse le indecenti
soddisfazioni de' bisogni naturali. Pericoloso sarebbe riportare il titolo del sonetto. Tralasciamo del pari quel che successe
allo screanzato che stava appunto contravvenendo a queste severe disposizioni: "lì a lo scuro tra Madama Lucrezia e tra
san Marco". D'un colpo lo svizzero vigilante gli è sopra: "quann'ecchete affiarato com'un farco un sguizzero del Papa
duro duro" I' altro fugge: e lo svizzero l'insegue e lo chiama e a lui si raccomanda ". . . Tartaifel, sor paine pss, nun
currete tanto che so stracche..." Il contravventore seguita a fuggire nonostante che l'ottima guardia gli gridi dietro di
fermarsi e di andare con lui a stipulare un'immediata e cordiale conciliazione in qualche simpatica bettola romana: "che
peveremo un pon picchier te vine".

OGGI (1928)

Nel 1878 Leone XIII fissò l'effettivo del corpo a 123 uomini. Secondo tale disposizione si ebbe un capitano col grado di
colonnello, un sottotenente col grado di maggiore, un cappellano col grado di capitano di prima classe -che ha il titolo di
monsignore e la dignità di prelato domestico - una guardia mastro segretario capitano, giudice capitano, un tenente
capitano, un sergente maggiore col grado di tenente, sette caporali, due sergenti maggiori, due portinai, cento alabardieri
e due tamburi. Il corpo ha la sua banda musicale composta di una ventina di giovanotti dai polmoni di eccezionale
gagliardia. Nella fausta circostanza del giubileo di Leone XIII, il 3 marzo 1903, la guardia svizzera rivestì le armature di
ferro, corazze, bracciali ed elmi che non aveva più indossato da trentadue anni, e cioè dalla festa di S. Pietro e Paolo del
1870, ultimo pontificale solenne pubblicamente celebrato da Pio IX. Sugli elmi vi era il pennacchio in crine rosso
piovente dal centro. Il sergente, sull'uniforme rossa e nera, portava anch'esso la corazza, come gli uomini di truppe e
sull'elmo il pennacchio in crine bianco. Quattro ufficiali, compreso il comandante, indossavano le corazze d'acciaio
brunito ed arabescate in oro. Tal corazze provenivano dai loro antecessori nel corpo delle guardie. Basta ricordare che tra
essi il Maggiore Pfyffer portava quella di Martino Pfyffer già comandante della medesima guardia. Gli elmi, i quali non
erano mai in antecedenza portati dagli ufficiali, eccetto che dal comandante nella solenne cavalcata del "Possesso" erano
stati fatti nuovi su disegno di quello esistente presso la famiglia Pfyffer ed appartenuto a Martin Pfyffer d'Altishofen:
dalla parte bassa dell'elmo sorge una penna rossa che giunge fino alla parte più alta dello stesso. Il comandante l'ha
bianca. Si ripristinò in quella circostanza anche l'uso che quando il papa va in sedia gestatoria ovvero sul "talamo" per le
processioni del Corpus Domini, sia preceduto dal capitano e dagli ufficiali delle guardie svizzere, lateralmente da 6
sottufficiali che sulle spalle dovessero sostenere gli spadoni, due dei quali hanno la forma serpeggiante. Questi
sottufficiali rappresentano i Cantoni svizzeri cattolici che si segnalarono nella difesa della S. Sede. Nel volgere dei secoli
l'uniforme e specialmente il copricapo, aveva subìto varie modificazioni. Durante il pontificato di Gregorio XVI gli
svizzeri avevano un cappello alla Guglielmo Tell, di gusto molto discutibile, nei primordi del pontificato di Pio IX
riebbero l'elmo, ma un elmetto moderno, poco confacente con lo stile dell'uniforme. Ma nel 1908, per iniziativa di società
cattoliche della Germania, che ne fecero dono al Papa, vennero rimessi in onore per l'uniforme di parata, gli antichi elmi
del cinquecento, di bellissimo effetto, con le magnifiche corazze di acciaio, (le quali erano state abbandonate da oltre un
secolo) rabescate e damascate, che cingono sino ai fianchi tutto il corpo del soldato. Tale ritorno all'antico riuscì
perfettamente intonato all'ambiente grandioso del Vaticano, dove tutto è tradizione. I giornali cittadini riportavano
appunto in data 22 novembre 1908: "Ieri il picchetto di guardia degli svizzeri al portone di bronzo del palazzo vaticano,
era formato di militi aventi il nuovo copricapo sull'antico modello disegnato da Michelangelo. Tanto questo picchetto,
quanto l'altro al portone di via delle Fondamenta sono sempre armati di alabarde. La sentinella compie il suo ufficio con
l'alabarda, lasciando il fucile nella rastrelliera, non essendo il fucile consono con la ripristinata antica uniforme.» Ma è
ora - dopo questa parte ufficiale - di avvicinarsi di più a questi ottimi figli della generosa Elvezia e di domandare loro
come sappiano passare le ore e i giorni sotto il bel cielo di Roma. Non mancano fra i "Gardisten" quelli che abbiano
dieci, quindici ed anche venti anni di servizio, ma la maggior parte sono di età fra i venti e i trenta. Fior di gioventù,
vengono tutti dai cantoni della Svizzera e sono tutti di buona famiglia. E' molto comune la tradizione di approfittare del
soggiorno di Roma per perfezionare la propria cultura. Più di un magistrato, più d'un avvocato e più d'un professore e di
un'artista svizzero, ha vestito per un periodo più o meno lungo la pittoresca uniforme a strisce rosso nere gialle. La
guardia Svizzera abita nel quartiere che si allarga sotto il torrione di Martino V, lungo il colonnato berniniano, dietro al
tratto del muro che giunge sino di fronte alla chiesa di S. Anna. Gli ufficiali e il cappellano dimorano in appartamenti
speciali. C'è l'armeria, con un centinaio di "Mauser" ed altrettante alabarde, più un'ottantina di corazze di acciaio, le quali
per la prima volta dopo il 1870 tornarono a far mostra di gala in S. Pietro nel marzo del 1903 pel giubileo pontificale di
Leone XIII. C'è la sala di lettura con una quantità notevole di testi cattolici svizzeri. Un accenno speciale merita il
simpatico "bettolino", giustamente ricordato in qualche fine descrizione letteraria. E' un mondo a parte, che bisogna
conoscere e dove con qualche riserva, si può essere ammessi. Sono tre stanzoni: alle pareti si osservano tra l'altro due
grandi quadri rappresentanti la cappella di Guglielmo Tell sul lago dei Quattro Cantoni e il Leone di Lucerna del
Thorwaldsen. Naturalmente la cucina è tedesca, ma riguardo a bevande, il vino è in assoluta prevalenza italiano anzi dei
Castelli! La guardia, come è ben naturale, non manca di una propria cappella. Essa, come abbiam detto, si trova quasi a
ridosso del contrafforte del palazzo, tra questo e il colonnato berniniano, nel tratto compreso tra il portone
dell'Elemosineria e il Portone di bronzo. Dopo il 1870 lo separa dal colonnato un grosso muro, alto oltre due metri. La
cappella è di linee architettoniche assai semplici. Sull'altar maggiore è un bell'affresco attribuito al Maratta (alquanto
però deteriorato) raffigurante l'Annunciazione; ai lati sono altri due affreschi, San Sebastiano e San Martino, i due santi
soldati. Ma, sia pure con fuggevole accenno, è doveroso accennare alla storica chiesa di S. Pellegrino presso l'antica
Porta Viridaria (ora nel territorio vaticano dietro la chiesa di S. Anna) che ceduta dal Capitolo di S. Pietro nel 1656, fu
per due secoli la chiesa nazionale degli svizzeri. In essa e nel piccolo cimitero contiguo sussistono importanti iscrizioni
storiche. La guardia non manca nemmeno di una propria bandiera; che è un drappo assai ampio, con cinque bande
alternantesi orizzontalmente, azzurre, rosse, gialle, con lo stemma del Pontefice regnante, quello di Giulio e nel mezzo,
l'arme del colonnello comandante. Il 22 gennaio 1906 la Guardia celebrò con gran pompa il quarto centenario della
propria fondazione, il 20 ottobre 1927 nel cortile delI'Elemosineria apostolica è stato inaugurato il monumento, opera
dello scultore Zimmerman, zurighese, che ricorda l'eroico sacrificio dell'alba triste del maggio 1527. Date eloquenti, che
ricordano nella loro sublime semplicità come la fedele Guardia Svizzera sia collegata strettamente a tutti gli avvenimenti
tristi o lieti che da quattro secoli accompagnano la storia varia e complessa del Papato. In questo è il più alto elogio di
"cette petite troupe d'élite". Piccolo esercito, eppure, come giustamente si è espresso uno scrittore straniero, è da credere
che non esista al mondo un altro corpo militare che goda una popolarità talmente estesa. In realtà la sua uniforme arcaica,
dai colori vistosi, getta una nota pittoresca e squisitamente caratteristica nei solenni cortei e nelle sontuose cerimonie
papali.

La Roma nuova e la prima pietra del nuovo San Pietro Ma a Roma e in Italia Giulio II non era stato soltanto un politico
infido e machiavellico, o un papa spadaccino (che, per altro verso, come guerriero, incuteva tutto il rispetto di un audace
e geniale uomo d'armi): era anche stato un grandissimo mecenate e l'entusiasta rinvenitore del Laocoonte, del torso
d'Ercole, del Tevere (oggi ai Musei Vaticani), dell'Arianna coricata e di altri molti preziosi reperti archeologici. Il
trinomio di artisti che maggiormente illustra il suo pontificato è costituito, come tutti sanno, da Raffaello Sanzio,
Michelangelo Buonarroti e Donato Bramante. Giulio II non aveva nessuna idiosincrasia per gli umanisti e tantomeno si
era prefisso di dar loro l'ostracismo. Anzi, ne onorò alcuni—il Sadoleto e il Bembo in particolare—impegnandoli nel
servizio della Curia e dell'università romana. Semplicemente, non era uomo di formazione umanistica, tanto meno da
scrittoio o, peggio, da biblioteca. Naturalmente irrequieto, si placava solo con l'azione. E per lui era azione anche
sommuovere la topografia di una città, abbattere vecchi monumenti ed erigerne nuovi, o anche solo restaurarli e
affrescarli. A patto che tutto ciò non comportasse indugi e attese che gli erano incomprensibili; a patto, anzi, che egli
potesse intervenire di continuo con cambiamenti e integrazioni di progetti o, almeno, con vigilanti controlli. Ed è
interessante notare come in questi settori dell'arte recuperasse quella sicurezza istintiva di giudizio e di gusto che lo
caratterizzava nell'azione politica. Perciò sotto di lui Roma assunse più che mai l'aspetto di un cantiere. Non nuovo—date
le non poche opere intraprese simultaneamente da qualche suo predecessore—ma certo febbrile. Solo Sisto V, verso la
fine del secolo, avrebbe portato a un limite frenetico questo attivismo urbanistico-architettonico. Ma, fatalmente, con
papa Giulio ciò presentò anche lati negativi, dovuti in parte alla frenesia degli interventi, in parte alla smania di dare vita
al nuovo per il nuovo, senza il dovuto rispetto per quanto preesisteva e, magari, contrastava in qualche modo con le
nuove realizzazioni. In materia, s'intende, la responsabilità maggiore non fu di Giulio II, ma degli artisti a cui aveva
affidato l'esecuzione di particolari progetti.Tuttavia, non si può negare né sottovalutare la sua corresponsabilità. Il rullo
compressore numero uno di tanti monumenti, vetusti o recenti, fu Donato Bramante, tanto come urbanista quanto, e
soprattutto, come progettatore della nuova basilica sampietrina ed esecutore del riassetto del complesso dei Palazzi
apostolici del Vaticano. Quanto alla necessità di abbattere la vecchia basilica, era una convinzione che si tramandava dai
tempi di Niccolò V. L'edificio costantiniano aveva da tempo superato il millennio e, ovviamente, accusava l'età; inoltre,
sembrava che il crollo della parte a sud fosse, per progressivo cedimento del terreno, ormai solo questione di tempo.
Spendere in restauri sembrava una prodigalità folle. Occorreva il coraggio d'imbracciare il piccone e di costruire dalle
fondamenta un edificio adeguato alla grandezza della Chiesa e, soprattutto, alle speranze per il suo avvenire. Per quanto
cadente, però, il vecchio tempio era pur sempre estremamente affascinante: in un certo senso, proprio la fatiscenza ne
accresceva suggestione e venerabilità. Niente, soprattutto, poteva sostituire quella stratificazione di ricordi che, uno dopo
l'altro, i secoli avevano depositato sulle cinque navate e sul suo imponente transetto, specie sull'arco trionfale con
l'iscrizione di Costantino " Quod duce te mundus surrexit in astra triumphans", dov'era custodita la leggendaria fossa
sepolcrale dell'apostolo Pietro. Centinaia di migliaia, anzi milioni di pellegrini avevano riportato nei loro paesi il fascino
di quella sacra penombra dorata nell'interno del grande tempio; ma soprattutto nella fantasia di quanti non avevano mai
potuto raggiungere Roma si era impressa l'immagine, decantata dai pellegrini, del "paradiso": e cioè l'ampio
quadriportico convergente verso il cantaro, formato dalla pigna dantesca e dai pavoni, sormontato dai mosaici sfolgoranti
ai primi raggi del sole e arricchito dalle tarsie marmoree, dagli affreschi, dalle tombe d'illustri papi e imperatori (come il
sarcofago di porfido rosso di Ottone), dalle cinque grandi porte d'ingresso alla basilica, fra le quali dominava quella
centrale, l'"argentea". Abbattere un simile monumento storico sembrava rompere una continuità, osare un sacrilegio,
infrangere il simbolo di una delle più rassicuranti eternità terrene. Più che muri fatiscenti, il piccone sembrava dovesse
colpire un ideale imponderabile condiviso dalla cristianità di ieri, di oggi e, perché no?, anche di domani.Forse fu anche
per questo che papa Giulio, una volta addossatasi la responsabilità dell'impopolare decisione, volle che si procedesse il
più rapidamente possibile, senza perdere tempo in inventari e nella scelta delle memorie da salvare. Temeva che, se si
fosse accettato un criterio opposto, si sarebbe finito per rimandare all'infinito l'esecuzione. Ciascuno avrebbe avuto la sua
pietra da raccomandare, il suo oggetto da difendere: ciò che significava, in un tempio zeppo fino all'inverosimile di
ricordi, finire col salvare tutto. Naturalmente qualcosa fu risparmiato, ma più per caso che per proposito: e i frammenti di
altari, di cibori ecc., ancora conservati nelle grotte vaticane, sono soltanto briciole a confronto di quanto in ogni caso si
sarebbe dovuto tentare di salvare. Persino le tombe degli antichi papi non furono risparmiate, e neppure quelle più
recenti, dovute per esempio a un Mino da Fiesole. Anche quella di Niccolò V venne fatta a pezzi. Inoltre, secondo Egidio
da Viterbo, più volte il Bramante avrebbe tentato (inutilmente) di ottenere da Giulio II il consensa spostare la presunta
tomba dell'apostolo San Pietro. Ciononostante, bisogna riconoscere che i romani del tempo non ebbero del tutto torto nel
bollare il Bramante col soprannome di "Ruinante". Per suprema ironia tutto ciò fu fatto invano: almeno per quanto
riguarda l'ambizioso progetto dell'architetto urbinate che prevedeva un tempio a croce greca dominato al centro da una
cupola più imponente di quella del Pantheon e sorretta da una corona di colonne, fiancheggiata da quattro cupole minori,
mentre ai quattro angoli esterni dell'edificio dovevano svettare quattro campanili. Un sincretismo che voleva simbolizzate
l'incontro delle architetture di tutti i popoli della cristianità. E non doveva limitarsi a essere un prodigio estetico, doveva
anche costituire un prodigio d' imponenza: infatti, il nuovo tempio avrebbe dovuto occupare una superficie di ben 24.000
metri quadrati. Questo, almeno, fu il primo progetto bramantesco—il famoso "piano di pergamena" del 1505—seguito
poi da altri. Per Giulio II il nuovo tempio avrebbe dovuto essere tale da cancellare il passato, da scoraggiare ogni
tentativo futuro. Non possediamo di lui alcuno scritto in proposito, ma sono abbastanza eloquenti le affermazioni sulla
cappella Giulia contenute nella bolla del 19 febbraio 1513: "Noi reputiamo esser nostro dovere di promuovere il culto
divino non solo con statuti, ma altresì col buon esempio. Fin da quando eravamo semplice cardinale abbiamo in molti
luoghi e specialmente a Roma in parte restaurato e in parte costruito nuove chiese e nuovi conventi. Dopo la nostra
elevazione alla Santa Sede abbiamo intrapreso simili opere con tanto maggiore zelo e liberalità, quanto più estesa è la
cura a noi affidata per la cristianità. Il saggio Salomone, sebbene non illuminato dalla luce del cristianesimo, non
risparmiò alcun sacrificio onde edificare al Signore Iddio una casa degna di lui. Anche i nostri predecessori e innanzi
tutto nostro zio Sisto IV si adoperarono a tale intento". E' evidente che papa Giulio si era imposto il compito di superare,
ricostruendo la basilica sampietrino non solo l'antico Salomone ma anche Costantino e successori. Ce lo conferma il
Vasari in un passo famoso: "Risoluto il papa di dar principio alla grandissima e terribilissima fabbrica di San Pietro, ne
fece rovinare la metà e postovi mano con animo che di bellezza, arte, invenzione et ordine, così di grandezza come di
ricchezza et ornamento, avesse a passare tutte le fabbriche che erano state fatte in quella città dalla potenza di quella
repubblica e dall'arte et ingegno di tanti valorosi maestri".Proprio per questo non può essere dimenticata la data della
posa della prima pietra del monumento: 18 aprile 1506. Una data storica nel senso più vero dell'espressione perché
ricorda—oltre all'inizio di quanto per tutta l'età moderna è rimasto per antonomasia simbolo del cattolicesimo romano e
del primato papale—anche le conseguenze, fatali per la storia religiosa dell'Occidente; connesse alla concessione della
famosa indulgenza ai sostenitori della sua edificazione. Ed è il caso di ricordarla con un testo scarsamente noto, dovuto al
maestro delle cerimonie pontificie di Giulio II e di Leone X, ma che in quell'occasione, e naturalmente con suo grande
disappunto, si vide sostituito nello stabilire le rubriche per lo svolgimento del rito da un rivale, il vescovo d'Orte.
L'ordine, naturalmente, era stato dato dallo stesso Giulio; ma, al momento opportuno, lo svolgimento della funzione,
fissata per le nove di sera (almeno secondo Giacomo Grimaldi), risultò troppo lungo ed elaborato. Giulio II, tutt'altro che
paziente per natura, non tardò a innervosirsi e, a un certo punto, cominciò ad accorciare tutto, oremus, benedizioni,
litanie: anzi, giunse a ridurre i salmi a un solo versetto. Ciò avrebbe dovuto dar piena soddisfazione al De Grassis, che,
invece, non se ne accontentò e nel suo diario si fece portavoce della diceria secondo la quale il suo rivale, "uomo rapace",
avrebbe sottratto una delle dodici medaglie durante il rito. Ma ecco il testo del documento: "Sabato in Albis MDVI il
papa ha detto di voler mettere la prima pietra, proprio oggi, a una delle quattro colonne che dovranno sostenere il coro,
ossia il ciborio della basilica del principe degli Apostoli. Terminata la Messa, col solito ordine, tutti andarono dall'altare
verso l'Egitto (la chiesa degli Abissini), attraverso la cappella di Santa Petronilla ch'era dove oggi è l'oratorio dei SS.
Simone e Giuda. Era stata approntata una strada con tavole e palanche per permettere la discesa fino alla base della
colonna. Ma, attesa la larghezza e la profondità, molti, specialmente il papa, temevano di far un capitombolo. Perciò il
papa a quelli che stavano sull'orlo della fabbrica gridava che si togliessero di Iì... Nessun cardinale scese con il papa
all'infuori dei due cardinali diaconi assistenti. E con noi si calarono giù alcuni muratori e un orefice che recava dodici
monete nuove ovverosia medaglie larghe come un'ostia da messa e di spessore come la lama di un temperino comune. Da
una parte della medaglia c'era la immagine di papa Giulio con su la scritta: 'Julius Lig. Pont. Max. Anno sui pont. II
MDVI' e dall'altra c'era il disegno del tempio o edificio ch'egli voleva fabbricare con questa scritta: 'Instauratio Bas.
Apost. Petri et Pauli per Julium II Pont. Max.' e sotto si leggeva questa parola 'Vaticanus'. Due di queste monete erano
d'oro... e le altre di similoro e si misero in una scodella di vile terracotta. La pietra che fu posta era di. marmo bianco
larga due palmi comuni e lunga quattro e spessa quasi 25 dita. Da una parte l'epigrafe: 'Aedem Apost. in Vaticano
vetustate et situ squalentem e fundamentis restituit Julius Lig. Pont.Max. Anno MDVI'. Dall'altra non c'era niente, e
questa pietra non fu posta coricata ma diritta aderente alla parete....A cerimonia finita, e risalito nella parte restante della
vecchia basilica, Giulio II proclamò la tristemente famosa indulgenza. Quel mattino vi aveva ascoltato, circondato da 33
cardinali, l'ultima messa, celebrata nel vecchio tempio dal cardinal Soderini. Gli scavi erano avviati da tempo quando
cominciarono le prime difficoltà, data la friabilità del terreno. Comunque, ben presto, attorno alla vecchia basilica, che
veniva abbattuta un poco alla volta per assicurare la continuazione dell'ufficiatura, cominciò ad accumularsi il materiale
destinato al nuovo edificio: calce che proveniva da Monte Celio, pozzolana dall'agro romano, travertino dai dintorni di
Tivoli, marmo da Carrara e altri materiali da molto più lontano, come lo stagno per le coperture che veniva fatto venire
dall'Inghilterra

Con la triade Bramante, Michelangelo e Raffaello Bramante non fu impegnato da Giulio II soltanto per la fabbricazione
di San Pietro. Nel 1505, aveva edificato sul Gianicolo—là dove allora si credeva che fosse stato crocifisso San Pietro —
un tempietto circolare. Incaricato di vari lavori di riassetto in Vaticano, intervenne nel Belvedere, nel cortile di San
Damaso, nel chiostro di Santa Maria della Pace e in altri monumenti come la tribuna di Santa Maria del Popolo, il
palazzo dei tribunali, la casa di Raffaello ecc. In particolare Giulio II gli commissionò il riassetto urbanistico di alcune
zone della città, dove parecchie strade vennero rettificate e allargate. Le più famose sono via della Lungara e quella che
ancora oggi si chiama via Giulia. Il Bramante fu certamente l'artista che meglio seppe convivere (lo seguì, nella morte, un
anno dopo) con un papa dal difficile carattere come Giulio II, tanto da esercitare su Roma, con lui, una specie di dittatura
artistica. E ciò non può meravigliare, a prescindere dal fatto che a sua volta egli era scostante e antipatico, oltre che
moralmente sospetto. In realtà, Bramante univa un'estrema arrendevolezza nell'adeguarsi alle richieste dei suoi
committenti a una straordinaria genialità e fertilità di idee; inoltre, era estremamente sollecito nell'esecuzione dei lavori:
ciò era tutto (o quasi tutto) quello che un uomo impaziente e dispotico come Giulio II poteva desiderare. Certo, egli non
poteva rendersi conto che, sul piano dell'arte, il Bramante era un artista di crisi nel quale, com'è stato giustamente detto,
"classicismo, manierismo e barocco sono compresenti" in una forma di evasione e di deviazione che costituisce "una
rinuncia a portare avanti il messaggio di Brunelleschi e dell'Alberti". Ma più confusamente intuì che il Bramante, con le
sue realizzazioni artistiche, personificava come nessun altro il suo tempo perché la sua opera era uno spettacolo, un
allestimento "che voleva esibire un'illusoria stabilità, una sicurezza apparente ma che esplicitava, insieme, una realtà
minata da travagli interni, minacciata da imminenti catastrofi; e, pur impegnata in un impulso di espansione, fatto di bluff
e di colpi di mano, di viltà e di feste, di celebrazioni trionfali, di interessi culturali, di operazioni politico-finanziarie e di
astuzie diplomatiche. Un mondo nel quale la finzione era fondamentale elemento costitutivo della realtà". Quello che
soprattutto attirò Giulio II verso il Bramante fu la sua tensione verso "il tempo nuovo", lo spasimo di voler ricostruire
tutto con "nuova proporzione", tagliando corto con ogni compromesso col passato, "modellando nello spazio" la Roma
dei secoli futuri: immense cupole sospese, simili agli archi dell'iride nel cielo, colonne e capitelli possenti ecc. Fatalmente
diversi, e cioè esplosivi, burrascosi, dovevano invece essere (e lo furono) i rapporti di Giulio con Michelangelo,
incontrato per la prima volta nel 1505 in occasione dell'insediamento della Pietà nella cappella di Santa Petronilla nella
basilica vaticana. Quella Pietà, Michelangelo l'aveva realizzata sei anni addietro (e cioè verso la fine del suo primo
soggiorno romano: giugno 1496-inizio del 1500), tra i 23 e i 24 anni, per il cardinale Giovanni de Bilhères di Lagraulas;
ma allora il Della Rovere era assente dalla città per la sua opposizione ad Alessandro Borgia. Un filo, questo
dell'opposizione al Borgia, che legava già due grandi e che per Michelangelo era stato tessuto addirittura dallo stesso
Savonarola, di cui il fiorentino era stato per anni, dai 16 in poi, un ascoltatore fedele, tanto da non dimenticarne più il
timbro della voce." Non fu, comunque, questa comune ostilità a legare il grande papa ligure al gigantesco artista
fiorentino, ma qualcosa di molto più profondo e importante. Infatti, Giulio fu colpito dal modo con cui il giovane autore
della Pietà aveva scolpito la morte: un modo sereno e vittorioso nello stesso tempo, pacato e trionfale, il modo ideale, a
suo giudizio, per celebrare il trionfo imperituro di un papa. Fatto è che commissionò subito al Buonarroti il progetto del
proprio sepolcro, da realizzarsi entro 5 anni. Giulio II era, allora (marzo del 1505), papa da appena un anno e mezzo e
che già pensasse a immortalarsi nella sepoltura può stupire soltanto chi ignora l'importanza che gli uomini del
Rinascimento davano non solo a una "bella" morte, ma anche alla glorificazione personale attraverso i monumenti
funebri (del resto, si è visto come il Della Rovere si sia preoccupato di proteggere la propria fine dagli sciacalli che si
erano accaniti su tanti suoi predecessori). E, se per le sue gesta da vivo aveva cercato l'immortalità di statue che le
ricordassero e tramandassero alla storia, niente di più logico che pensasse alla glorificazione globale della sua opera e
della sua persona. Che poi nel papa, di fronte alla morte, ci fosse soprattutto un'esaltazione naturalistica, se non pagana, e
nel giovane artista, invece, soprattutto un dramma spirituale ("Non nasce in me pensiero che non vi sia dentro sculpita la
morte"), costituisce una cruda ironia per l'inversione dei valori nelle due personalità. Ma il contrasto non elimina il punto
di convergenza, l'importanza e la fecondità dell'incontro. Basti dire che nella fantasia di Michelangelo il monumento
richiestogli divenne qualcosa di favoloso: l'inizio di quella " tragedia della sepoltura" che doveva durare all'incirca 40
anni, fino al 1543. Subito egli pensò a qualcosa che avrebbe dovuto far sbiadire la memoria delle sepolture faraoniche e
dei mausolei cesarei; e, da parte sua, il papa si esaltò fino al punto da decidere che, per un monumento come quello,
destinato inizialmente a sorgere nel costruendo presbiterio del San Pietro rosselliniano, l'antica basilica vaticana era
inadeguata, incapace di contenerlo e di intonarvisi: pertanto doveva necessariamente venire abbattuta e sostituita con una
nuova, capace di ospitarlo degnamente (sembra in una delle absidi dei suoi capicroce). Ma era destino che proprio con
Giulio si aprisse il primo atto di quella "tragedia". Infatti, appena avuto l'incarico, Michelangelo si era recato nelle cave
di Carrara a commissionare marmo per 2 mila quintali: aveva finito per restarvi circa 8 mesi percorrendone ogni meandro
per assicurarsi il materiale più adatto, il migliore, e per sovraintendere al suo taglio. Una volta tornato a Roma, però,
trovò che il pattuito anticipo mensile di 100 ducati gli era stato sospeso e che le sue ripetute rimostranze non avevano
eco. Pertanto, chiese udienza a Giulio qualche giorno precedente la posa della prima pietra del nuovo San Pietro (aprile
1506). Vistasela negare, esplose in uno dei suoi proverbiali scatti d'ira e di punto in bianco partì per Firenze. Invano vari
messi pontifici cercarono di convincerlo a ritornare a Roma. Soltanto nel novembre successivo, e per interposizione della
Signoria, accettò di incontrarsi col papa a Bologna: e fu uno degli incontri più originali, stupefacenti e imprevedibili che
si possano immaginare. Il cardinale Soderini, infatti, volendo fungere da pacificatore e, soprattutto, propiziarsi il papa di
cui ben conosceva il carattere, spiegò il comportamento di Michelangelo come quello di uno zotico che non sa nulla al di
fuori della propria arte. Zotico e ignorante, sbottò Giulio II, era invece lui, il Soderini; e lo licenziò bruscamente,
dimostrandosi poi di una insospettata affabilità verso Michelangelo, cui commissionò la famosa statua in bronzo da
collocare sulla facciata di San Petronio. Quando questa fu pronta e inaugurata (1508), Giulio II ebbe una commissione
ben più eccitante e grandiosa per l'artista fiorentino: l'incarico di dipingere l'intero soffitto della Cappella Sistina. Le
pareti erano già state istoriate dai grandi maestri del Quattrocento che vi avevano rappresentato, a riscontro, le storie di
Mosè e di Cristo. Michelangelo, perciò, pensò di rappresentarvi, da una parte, tutti i grandi preludi cosmici dalla
creazione al peccato e al diluvio e, dall'altra, le promesse della futura redenzione personificate dai profeti e dalle sibille
oltre che dalle vicende dell'intera stirpe di Davide. Un poema eccezionale in cui riunì ben 340 figure e che realizzò quasi
completamente da solo perché scontento degli aiuti fatti venire da Firenze. Un lavoro insonne che— si può dire—non
conobbe tregua se non in occasione delle frequenti e impazienti visite del papa, il quale soleva raggiungerlo sulle
altissime impalcature volanti attraverso le normali scale a pioli fino sul ponte terminale. Secondo l'umore, Giulio II era
entusiasta del lavoro, oppure aggrediva l'artista sollecitandolo a terminare l'opera: in questo caso, quasi sempre la visita si
trasformava in uno scontro e terminava nei più fieri e pittoreschi diverbi. Una delle ultime date previste per la fine
dell'impresa fu la festa dell'Assunta del 1512, ma il soffitto fu cosa compiuta solo per la successiva festa d'Ognissanti.
Nonostante— anzi proprio per quei fieri e pittoreschi diverbi—la volta della Sistina fu creata all'unisono (si può ben dire)
da due spiriti titanici che si erano inaspettatamente scambiate le parti: Michelangelo, con un rovello interiore che lo
incalzava come un aculeo nell'immaginazione e nell'esecuzione dei suoi grandi temi, e Giulio II che, sfiorando appena la
potente drammaticità di quegli enigmi soprannaturali, non vedeva nella loro realizzazione che una trasposizione delle
lotte politiche e religiose in cui gli era così caro lasciarsi travolgere (vincitore o vinto, poco importava). Naturale e
soprannaturale, umano e divino, i due poli di quelle creazioni artistiche erano così, ancor prima, i poli dei rispettivi
ispiratori che si attiravano e respingevano con la fatalità di due forze cosmiche sentendosi sempre vicini e necessari l'uno
all'altro quanto più dovevano allontanarsi e contraddirsi per meglio riconciliarsi.Niente di simile nei rapporti di Giulio II
con Raffaello, venuto a Roma a soli 25 anni e già famoso nel settembre del 1508. Era stato presentato dal Bramante —
che gli era un po' parente e, soprattutto, era molto amico del suo maestro, il Perugino —come colui che meglio d'ogni
altro avrebbe potuto affrescare la sala della Segnatura e quella adiacente e aveva, quindi, ottenuto l'incarico senza
difficoltà. I temi degli affreschi erano stati programmati da alcuni umanisti, tra cui Baldassarre Castiglione, che avevano
scelto i più ardui e astratti: gli aspetti naturali e soprannaturali del Vero, del Buono e del Bello; in altre parole teologia e
filosofia, virtù e giustizia, musica e poesia. Le rispettive figure allegoriche furono situate nel soffitto sotto forma di
medaglioni: sulle pareti corrispondenti Raffaello dipinse le grandi scene della Disputa del S. Sacramento e della Scuola
d'Atene, di Gregorio IX che consegna le Decretali e di Giustiniano imperatore che consegna le pandette, nonché il
Parnaso, seguite, nella stanza attigua, dalla Cacciata di Eliodoro dal tempio e dalla Messa di Bolsena. L'opera superò ogni
aspettativa e il papa fu il primo ad apprezzarla, anche se la bellezza olimpica dell'esecuzione era, per così dire, fissata in
una staticità fuori dal tempo, come si addiceva del resto alla tradizione e all'illustrazione di concetti astratti e di simboli.
Raffaello aveva toccato senz'altro il limite nel dare corpo a un nominalismo seducente quanto inafferrabile, riuscendo per
di più a storicizzare, nel rapporto dialettico tra naturale e soprannaturale, il superamento decantato della fede fra i tempi
precristiani e quelli successivi alla redenzione. Ma per questo i temi non avevano perduto nulla della loro fondamentale
astrazione e quella placidità contemplativa, quella sicurezza trionfante e definitiva era decisamente lontana tanto dalla
drammaticità della storia in azione di Michelangelo quanto da quella di Giulio. Pertanto, col giovane urbinate il papa
scopriva un'arte di valore certamente eccezionale, di una indiscutibile bellezza ma, tutto sommato, fredda e siderea,
troppo lontana dalla sua natura in continua ebollizione e movimento. Di qui la sua più naturale convivenza con Bramante,
dalla genialità dispersiva e inesauribile, ma autentico nella sua meschinità di uomo pronto a ogni compromesso pur di
carpire ordinazioni, di essere onnipossente, di cacciare nell'ombra ogni rivale, di trasformarsi nell'arbitro di ogni
iniziativa artistica in Roma e nello Stato della Chiesa; e soprattutto con Michelangelo, il suo grande opposto, l'unico
capace di dargli il brivido dei grandi misteri e dei grandi conforti dell'umano e del divino. L'unico, anche, da cui si
sentisse realmente compreso. Giulio II che non vide il mausoleo destinatogli dal Buonarroti—idea che probabilmente
finse di accantonare dietro il paravento di prevalenti ragioni concrete, come la precedenza da dare ai lavori per la nuova
basilica e le necessità finanziarie della guerra, perché convintosi che la sua vera realizzazione non poteva aver luogo se
non dopo la sua morte—non vide neppure il poderoso Mosè in cui praticamente l'artista lo ha effigiato e immortalato,
anche se nello spirito e nel carattere più che nel fisico. Il Mosè michelangiolesco ha certamente, più che il suo modello,
un'aureola soprannaturale che ricorda il profeta e, in particolare, l'uomo privilegiato che nel roveto ardente ha visto e, per
così dire, toccato il mistero di Dio. Ma ha quel "più" solo per il minimo indispensabile, come del resto l'autorità
pontificale doveva in qualche modo trasparire anche dal volto e dal comportamento di papa Della Rovere. Il Mosè è,
soprattutto, l'immagine del condottiero, l'uomo che per l'autorità ricoperta viene effigiato seduto, ma con un ginocchio già
proteso, pronto ad alzarsi in tutta la sua maestà per impartire ordini e a dare il via all'azione. Un condottiero sicuro di se e
ancora calmo, ma pronto a trasformarsi in un'energia frustrante ed eccitante, entusiasta e collerica insieme, per trascinare
tutti nell'impeto della conquista. Anche la scelta della personificazione simbolica non è casuale: è l'esaltazione ma,
insieme, il giusto ridimensionamento dell'uomo ammirato ma non idolatrato. Per un seguace del Savonarola come
Michelangelo, per un inguaribile " piagnone " come il creatore del Giudizio universale, Giulio II non poteva costituire
l'ideale come pontefice. Egli non era certo l'ignominioso Alessandro Borgia, ma la sua scarsa sensibilità spirituale lo
poneva in un limbo quasi precristiano e la sua azione essenzialmente temporalistica lo tratteneva al di qua dell'autentica
terra promessa dei veri seguaci di Cristo. Di qui la scelta del condottiero Mosè per illustrarlo, ma anche per giudicarlo.
Gli storici si sono sbizzarriti nel qualificare un uomo e un pontificato come quelli di Giulio II, ma in genere, proprio
perché dominati dall'indiscutibile e prepotente fascino della sua figura, hanno teso a giustificarlo. In fondo, non si può
discordare dal Gregorovius quando dice che, sulla cattedra di San Pietro, Giulio II "fu uno dei più profani e
antisacerdotali tra i pontefici, appunto perché fu uno dei principi più eminenti del suo tempo". Certo, quell'
"antisacerdotale " è eccessivo. Semmai, Giulio II fu "asacerdotale": e proprio per la ragione da lui addotta, che, tuttavia,
non può trasformarsi in giustificazione. Ci sono spiegazioni che giustificano; altre che condannano, sia pure in modi e in
misure diversi. Certo, come ha scritto Pastor, papa Della Rovere "ci sta innanzi come uno dei più poderosi pontefici dopo
Innocenzo III, per quanto non fosse un ideale di papa" per le sue tendenze esclusivamente politiche e per la sua
passionalità e intemperanza. Ma non è lecito aggiungere subito dopo che "forse richiedevasi appunto un tale personaggio
per diventare il salvatore del papato in un'epoca di prepotenza, quale era il principio del secolo XVI", giacché, in
definitiva, Giulio II salvò il papato dallo "scendere ancora una volta nelle catacombe" e Roma, secondo Rohrbacher, dal
"convertirsi in un'Avignone con tutte le tristi conseguenze che quest'ultima ha portato alla Chiesa". Un non-cattolico
potrebbe rispondere che proprio nella fine del papato si sarebbe verificata la salvezza della Chiesa, ma anche un cattolico
potrebbe dissentire da così facili giudizi, come ne ha dissentito Duhr: "Non è questa un'apologia eccessiva?
L'indipendenza del papa e il consolidamento dello Stato pontificio non sono due cose diverse? Non sarebbe stato
onorevole per il papato e salutare per la Chiesa un rinnovato periodo delle catacombe, anziché il secolo della vergogna
dei papi del rinascimento, le molte considerazioni politiche, gli alterchi nei conclavi e i tristi nepotismi?". Ci sarebbe,
semmai, da chiedersi se—una volta posto il principio dell'autorità pontificia e giustificato per giunta il suo sdoppiamento
in suprema autorità religiosa e civile (sia pure nell'orbita di un modesto Stato)—si possano evitare interpretazioni del
papato come quelle deplorate del periodo del Rinascimento (e non solo di esso). Lo storico, comunque, non deve
guardare soltanto al "dover essere" delle istituzioni di cui scrive, ma anche al loro essere state in concreto, soprattutto per
rendersi conto degli sviluppi successivi. Ora, dopo quanto si è ammesso sui limiti religiosi e spirituali di papa Giulio II—
al quale, d'altra parte, si deve, sia pure per necessità polemica, la riunione di uno dei più notevoli concili ecumenici della
Chiesa occidentale—, non si può non rilevare che da lui il papato è stato rafforzato in modo notevole (anzi, decisivo) sia
all'interno che all'esterno della Chiesa e nel suo duplice aspetto di istituto ecclesiastico e di istituto statale. Basterebbe
ricordare il rinnovo della scomunica ai violatori del libero esercizio del potere papale e a chi avesse osato fare appello al
concilio contro il papa: due decisioni non soltanto autorevolmente "bollate", ma tradotte in vittoriosa attuazione contro il
concilio pisano e i suoi ispiratori conciliaristi; basterebbe ricordare la bolla stessa contro la simonia nelle elezioni papali,
dichiarate nel caso nulle, insieme al decadere da ogni dignità e beneficio di tutti i responsabili. Giulio II ribaldì anche il
carattere internazionale del papato in quanto legislatore della cristianità, stabilendo sanzioni contro il presunto diritto di
spoglio dei naufraghi e tentando di rilanciare la crociata antiturca. Ma è fuori di dubbio che il suo impegno primario fu
volto alla restaurazione della potenza politico-territoriale del papato, e cioè al consolidamento, sia bellico che
amministrativo, dello Stato della Chiesa. "Questa restaurazione dello Stato pontificio Giulio II la concepì—come è stato
ben scritto—secondo l'esempio delle grandi monarchie d'Occidente: all'interno come reintegrazione dell'autorità del
principe sui sudditi, ceti e magistratura, e sui territori abusivamente occupati da altri; all'esterno come inserzione attiva
nelle rivalità dei potenti per salvaguardare lo Stato pontificio e gli interessi superiori del papato. I potenti baroni di Roma
e della Campania furono ridotti alla disciplina sia con parentadi sia con manifestazioni di forza; la difesa personale del
papa, ed indirettamente la tutela suprema dell'ordine pubblico in casi di emergenza, fu affidata alla Guardia svizzera
(1506)—novità, questa, assoluta—; le magistrature della città e dello Stato furono sottoposte a controllo amministrativo;
e pure riordinata venne l'amministrazione della giustizia. Alla stessa direttiva tipicamente moderna dello Stato forte, con
amministrazione accentrata e pianificata, appaiono ispirati il riordino delle finanze con una più realistica ripartizione dei
tributi ed una più efficiente esazione, la reintegrazione del tesoro papale spogliato dalle prodigalità di Alessandro VI, il
rigido controllo di entrate e spese, la stessa riforma monetaria che introdusse le monete d'argento (i giulii!) sia pur
attingendo largamente alle entrate straordinarie (le eredità dei cardinali e degli alti dignitari che fossero deceduti in Curia,
i proventi delle confische, ma soprattutto la sconcertante vendita degli uffici in luogo del loro appalto e la pubblicazione
di indulgenze e giubilei), per alimentare guerre e opere mecenatesche. Agricoltura ed industria (specie del l'allume)
ebbero appoggio, come la distribuzione del grano fu assicurata dalla creazione di 114 presidenti dell'Annona". E si
devono aggiungere i numerosi provvedimenti presi da Giulio II per garantire la sicurezza dello Stato e dei cittadini contro
ladri e pirati, violatori della giustizia di ogni genere, assassini e perturbatori della quiete pubblica. Non tutti gli obbiettivi
furono — come è logico—raggiunti. La morte sorprese Giulio II quando la sicurezza del suo Stato, la completezza dei
suoi confini e, soprattutto, la situazione generale della penisola non erano ancora pienamente consolidate. Se Luigi XII si
era deciso a venire a trattative con lui, restava, tuttavia, la rivalità tra veneziani e imperiali per Storia dei Papi e del
Papato l'attribuzione dei territori del Friuli e l'occupazione da parte dei secondi di Vicenza; restava la richiesta degli
svizzeri che approfittavano dell'evacuazione della Lombardia da parte dei francesi per compiervi estorsioni; restava,
infine, la spina del duca di Ferrara che il papa non era riuscito a punire come avrebbe desiderato. Nel congresso di
Mantova, tenuto dai partecipanti alla Lega santa nell'agosto 1512, si era concordata la restituzione di Firenze ai Medici
(per punire la Signoria sia a causa dei suoi rapporti con la Francia sia per aver ospitato il concilio scismatico pisano) e
quella di Milano a Massimiliano Sforza; si erano soddisfatte alcune richieste degli imperiali che avevano portato al
riavvicinamento dei veneziani ai francesi; infine, il papa era stato costretto a rinunciare a punire gli estensi. Ma il
meccanismo ormai messo in moto avrebbe potuto raggiungere le mete stabilite, tanto più dopo il successo del concilio
Lateranense V, che aveva visto il netto vantaggio del pontefice sui francesi attraverso l'abolizione della prammatica
sanzione di Bourges e il riconoscimento del papa da parte dell'imperatore Massimiliano. Ma tutto ormai dipendeva dal
nuovo pontefice.

Beato Bonaventura Torrecchia Laico Professo dell’Ordine dei Minori Osservanti di S. Francesco

Bonaventura da Velletri fu laico professo dell’ordine dei Minori Osservanti di San Francesco. Visse la sua santità a Roma
dove riposa nel Convento di Santa Maria in Aracoeli. Fece una vita taumaturga e tutti correvano da lui a chiedere
miracoli, ha risanato corpi e resuscitato animi morti nella colpa. Lavorò l’ orto, stette in cucina e alla porta. Chi parlava
con lui era sempre unito con Dio dava consigli ai grandi teologi e edificava con la sua parola principi e baroni. Morì nel
1526 Velletri avrebbe voluto il suo corpo ma i frati non vollero rinunciarvi.

Il saccheggio del Vaticano da parte dei Colonna e la Battaglia di Marino

I primi giorni del mese di Luglio del 1526 furono presagi di tristi avvenimenti per la nostra città. Arrivarono notizie che
nei possedimenti della famiglia Colonna si stavano ammassando truppe in armi. Il 3 Luglio 1526 venne riunito il
Consiglio cittadino con lo scopo di trovare alleanze e viveri per fronteggiare una guerra che ormai sembrava imminente.
Si cercò anche un alleanza con il popolo di Cori al quale la nostra città era unita per un’antica confederazione. Ai
preparativi di guerra si aggiunsero i sospetti per un contagio di peste. Vennero quindi messe in atto tutte le misure
sanitarie necessarie. Il 29 Luglio Velletri era ben difesa grazie alle forze di Ottavio Caetani e Ranuccio Farnese. Quella
guerra che in principio si pensava rivolta a Velletri invece era per Roma. Le truppe entrano nella città eterna il 20
Settembre ( che strana coincidenza) del 1526.Il papa non cadde prigioniero perché riuscì ad entrare in Castel
Sant’Angelo. Poco dopo però arrivò la risposta del Papa che forte delle sue città fedeli scatenò una guerra contro i feudi
Colonna. Velletri attaccò e distrusse Marino prendendo come bottino una campana della Chiesa Collegiata che fino ai
bombardamenti dell’ ultima guerra stava sulla specola del Palazzo Comunale

Paolo III Paolo III, nato Alessandro Farnese (29 febbraio 1468 - 10 novembre 1549), fu Papa dal 1534 al 1549. Fu lui a
convocare il Concilio di Trento nel 1545.Nato come Alessandro Farnese, a Canino, nell'Alta Tuscia Laziale (oggi
provincia di Viterbo), discendeva da parte di madre dalla famiglia Caetani, dalla quale discendeva anche Papa Bonifacio
VIII.Alessandro ricevette la sua istruzione a Roma e Firenze da distinti umanisti, e divenne protonotaio della curia sotto
Papa Innocenzo VIII. Da Papa Alessandro VI ricevette una rapide promozione, divenendo cardinale nel 1493. Fu vicino a
succedere a Papa Leone X e a Papa Adriano VI.Sotto Papa Clemente VII divenne vescovo cardinale di Porto (Ostia) e
diacono del sacro collegio, ed alla morte di Clemente VII, nel 1534, venne eletto Papa.Le sue prime nomine al
cardinalato, in 18 dicembre 1534, resero chiaro che il nepotismo era di nuovo alla ribalta; poiché il copricapo rosso andò
a posarsi sulle teste di Alessandro Farnese ed Ascanio Sforza, suoi nipoti, dell'età di quattordici e sedici anni
rispettivamente. Tra le nomine successive troviamo Gasparo Contarini, Sadoleto, Pole, e Giovanni Pietro Carafa, futuro
Papa Paolo IV.Paolo III era coinvolto seriamente nello sforzo di migliorare la situazione ecclesiastica, ed il 2 giugno
1536 emise una bolla che convocava un concilio generale a Mantova nel 1537. Ma sin dall'inizio gli stati tedeschi
protestanti rifiutarono di inviare delegati ad un concilio in Italia, e lo stesso Duca di Mantova fece richieste tali che Paolo
III inizialmente rinviò di un anno, e poi annullò l'intero progetto.Nel 1536 Paolo invitò nove eminenti prelati, che si
distinguevano per erudizione e pietà, ad agire in comitato e relazionare sulla riforma e ricostruzione della Chiesa. Nel
1537 essi presentarono il loro celebrato Concilium de emendenda ecclesia (in J. le Plat, Monumenta ad historiam Concilii
Tridentini, ii. 596-597, Lovanio, 1782), esponendo gravi abusi nella Curia, nell'amministrazione della Chiesa e nelle
celebrazioni pubbliche; e profferendo molte parole oneste e coraggiose a favore dell'abolizione di tali abusi. Questo
rapporto venne stampato non solo a Roma, ma anche a Strasburgo e altrove.Ma ai protestanti ciò non sembrò abbastanza;
Martin Lutero mise come prefazione alla sua edizione (1538), una vignetta che mostrava i cardinali mentre pulivano le
Stalle di Augia con le loro code da volpe, invece che con delle vigorose ramazzate. Eppure il Papa era onesto quando
affrontò il problema della riforma. Egli percepiva chiaramente che l'imperatore non avrebbe avuto riposo fino a quando il
problema non fosse stato affrontato sul serio, e che il modo più sicuro per convocare un concilio, senza pregiudizio per il
Papa, era tramite una procedura inequivocabile che non lasciasse spazio al dubbio sulla prontezza del Papa a fare
ammenda. Ciononostante è chiaro che il concilio non portò frutti nell'attuale situazione, e che a Roma nessun risultato
fece seguito alle raccomandazioni del comitato.D'altra parte, gli eventi generarono gravi complicazioni politiche. Allo
scopo di investire il nipote Ottavio Farnese del Ducato di Camerino, Paolo strappò questo con la forza al Duca di Urbino
(1540). Egli inoltre si trovò in uno stato di guerra virtuale con i suoi sudditi e vassalli, a causa dell'imposizione di pesanti
tasse. Perugia, che rinunciò all'obbedienza, venne assediata da Pier Luigi e perse completamente la sua libertà al
momento della resa. I cittadini di Colonna vennero prontamente sconfitti, ed Ascanio venne bandito (1541). Dopo questi
fatti sembrò il momento giusto per eliminare definitivamente l'eresia.Mentre non era ancora prevedibile nella Roma del
1540, quando la Chiesa riconobbe ufficialmente la giovane società formata da Ignazio di Loyola (vedi: Gesuiti), quale
grande risultato questa nuova organizzazione era destinata ad ottenere; prendeva piede proprio in quel periodo una
deliberata e graduale azione contro il protestantesimo. Il secondo stadio visibile di questo processo venne segnato nel
1542 dall'istituzione, o riorganizzazione, del Santo Uffizio (vedi Inquisizione).D'altra parte, l'imperatore insisteva che
Roma dovesse portare avanti il progetto di un recupero pacifico dei protestanti tedeschi. A questo scopo il Papa inviò il
nunzio Morone a Hagenau e Worms, nel 1540; mentre, nel 1541, il Cardinale Contarini prese parte ai procedimenti della
Conferenza di Regensburg. Fu Contarini che portò alla formulazione di una definizione, in connessione con l'articolo di
giustificazione, nel quale si trova la famosa formula "dalla sola fede siamo giustificati", alla quale venne combinata,
comunque, la dottrina Cattolica Romana delle opere buone. A Roma, questa definizione venne rigettata nel concistoro del
27 maggio, e Lutero dichiarò che poteva accettarla solo a patto che gli oppositori ammettessero di aver insegnato in
maniera differente da quanto indicato nella presente istanza.Il risultato generale della conferenza e l'attitudine della Curia,
compreso il rifiuto delle proposizioni di Contarini, mostra un deciso allontanamento dal tentativo di comprensione con i
Protestanti. Tutto ciò che ci si poteva qundi aspettare dal Papa era che avrebbe cooperato con la repressione violenta
degli "eretici" in Germania, così come aveva fatto in Italia, creando per la loro annichilazione un braccio della
rivitalizzata Inquisizione.Eppure, anche ora, e in particolare dopo che la Conferenza di Regensburg si era dimostrata
inutile, l'imperatore non finì di insistere per la convocazione di un concilio. Il risultato finale della sua insistenza fu il
Concilio di Trento il quale, dopo numerosi rinvii, venne infine convocato con la bolla Laetare Hierusalem, del 15 marzo
1545. Nel frattempo, dopo la Pace di Crespy (settembre 1544), la situazione si era configurata in modo tale che Carlo V
iniziò a reprimere il protestantesimo con la forza. Pendente la dieta del 1545 a Worms, l'imperatore concluse un accordo
di azione congiunta con il legato pontificio, Cardinale Alessandro Farnese. Il Papa avrebbe aiutato nella guerra progettata
contro i principi e i territori evangelici. La pronta accettazione del progetto di guerra da parte di Paolo III fu
probabilmente basata su motivazioni personali. Il momento gli sembrò opportuno, dato cher l'imperatore era
sufficentemente preoccupato dai reami tedeschi, per acquisire per suo figlio Pier Luigi i ducati di Parma e Piacenza.
Anche se questi appartennevano agli Stati Pontifici, Paolo pensò di avere la meglio sulla riluttanza dei caridnali
scambiando i ducati con i meno preziosi domini di Camerino e Nepi. L'imperatore accettò, a causa della prospettata
ricompensa di 12.000 unità di fanteria, 500 cavalieri e una considerevole quantità di denato.In Germania la campagna
iniziò ad occidente, dove i movimenti protestanti operavano nell'arcivescovato di Colonia dal 1542. La Riforma li, non
era stata un successo completo, poiché il consiglio cittadino a la maggiornaza del capitolo gli si opposero; perciò il 16
aprile 1546, Herman di Wied venne scomunicato, le sue truppe lo abbanddonarono, ed egli, nel febbraio 1547, venne
costretto ad abdicare dall'imperatore.Allo stesso tempo la guerra aperta era scoppiata contro i principi e i territori
evangelici, e le città loro alleate nella Lega di Smalcalda (si veda: Filippo d'Assia). Per la fine del 1546, Carlo V era
riuscito a soggiogare la Germania meridionale, mentre la vittoriosa battaglia di Muhlberg, il 24 aprile 1547, stabilì la sua
sovranità imperiale in Germania e consegnò nelle sue mani i due capi della Lega.Ma mentre a nord delle Alpi
l'imperatore era stato strumentale al recupero della Germania al cattolicesimo romano, il Papa si distaccò da lui poiché
l'imperatore stesso si era tenuto distante nella questione del riconoscimento di Parma e Piacenza a Pier Luigi, e la
situazione giunse ad una rottura totale quando il vice-reggente imperiale, Ferrante Gonzaga, procedette all'espulsione
forzata di Pier Luigi.Il figlio del Papa venne assassinato a Piacenza e Paolo III credette che ciò non potesse essere
accaduto all'insaputa dell'imperatore. Nello stesso anno, comunque, e dopo la morte del Re di Francia Francesco I, con il
quale aveva cercato un'allenaza, le circostanze spinsero il Papa a fare la volontà dell'imperatore e ad accettare le misure
ecclesiastiche adottate durante l'Interim. In riferimento all'eredità del principe assassinato, la restituzione della quale
Paolo III richiese apparentemente in nome e per il bene della Chiesa, i progetti del Papa vennero ostacolati
dall'imperatore, che si rifiutò di cedere Piacenza, e dall'erede di Pier Luigi a Parma, Ottavio Farnese.In conseguenza di un
violento alterco a questo riguardo con il Cardinal Farnese, il Papa, ad ottantun anni d'età, ne venne così agitato da cadere
in una malattia per la quale morì il 10 novembre 1549. Paolo III si dimostrò incapace di sopprimere la riforma
protestante, anche se fu durante il suo pontificato che vennero gettate le fondamenta per la controriforma. Il Concilio di
Trento Concilio di Trento XIX concilio ecumenico della Chiesa cattolica, che, in reazione alla Riforma protestante,
deliberò una riforma generale del corpo ecclesiastico e ridefinì i dogmi. I decreti conciliari ratificati da papa Pio IV il 26
gennaio del 1564 costituirono il modello della dottrina di fede e della pratica della Chiesa cattolica fino alla metà del XX
secolo. Benché fin dal tardo XV secolo la convocazione di un concilio fosse stata sollecitata da più parti, sia all'interno
sia all'esterno della Chiesa, in particolare da Martin Lutero nel 1520, l'idea di un nuovo concilio trovò riluttante papa
Clemente VII, che temeva di avallare indirettamente il principio secondo cui al concilio – e non al papato – sarebbe
spettata l'autorità suprema della Chiesa (vedi Conciliarismo). Inoltre, le difficoltà politiche che il luteranesimo aveva
creato all'imperatore Carlo V fecero sì che gli altri sovrani europei, specialmente Francesco I di Francia, evitassero
qualsiasi provvedimento che potesse rafforzare o favorire l'imperatore.Fu papa Paolo III che nel 1542 convocò il
concilio; tuttavia esso si aprì a Trento solo il 13 dicembre 1545, articolandosi in tre sessioni.Risolte le questioni
procedurali, l'assemblea si rivolse alle fondamentali problematiche dottrinali sollevate dai protestanti. Uno dei primi
decreti affermò che la Scrittura doveva essere interpretata secondo la tradizione dei padri della Chiesa: un rifiuto
implicito del principio protestante della "sola Bibbia". Il lungo e complesso decreto riguardante la giustificazione
condannava il pelagianesimo detestato da Lutero, ma tentava contemporaneamente di conferire un ruolo alla libertà
umana nel processo di salvezza. Questa sessione affrontò inoltre questioni disciplinari, come l'obbligo dei vescovi di
risiedere nelle loro diocesi. Dopo un'interruzione provocata da una profonda incomprensione di natura politica tra Paolo
III e Carlo V, la seconda sessione del concilio, convocato nuovamente dal neoeletto papa Giulio III, rivolse la sua
attenzione soprattutto ai sacramenti. La sessione, alla quale parteciparono alcuni luterani, fu boicottata dai rappresentanti
francesi.La terza sessione del concilio dibatté prevalentemente questioni disciplinari, in particolare il problema irrisolto
della residenza episcopale, da molti considerata la chiave di volta della riforma ecclesiastica. Nel 1564 Pio IV proclamò
la professione di fede tridentina (da Tridentum, l'antico nome romano di Trento) che sintetizzava le decisioni
dell'assemblea in materia dottrinale. Tuttavia il concilio non affrontò mai una discussione riguardante il ruolo del papato
nella Chiesa, questione sollevata ripetutamente dai protestanti. Tra i teologi che parteciparono al concilio, si ricordano in
particolare Girolamo Seripando, Reginald Pole, Diego Lainez, Melchior Cano e Domingo De Soto. Oltre a risolvere
questioni dottrinali e disciplinari di grande rilievo per i cattolici, il concilio diede alle autorità ecclesiastiche la percezione
di una coesione e di una prospettiva unitaria essenziali per la nuova vitalità della Chiesa durante la Controriforma; alcuni
storici moderni gli attribuiscono tuttavia minore importanza per il processo di rinascita cattolica rispetto ad altri fenomeni
di rinnovamento più spontanei. Nondimeno, l'utilizzo dell'espressione "età tridentina" per definire l'epoca della storia
della Chiesa cattolica dalla metà del XVI secolo fino al concilio vaticano II riflette l'influenza decisiva delle decisioni
tridentine sul cattolicesimo moderno.

La Cappella Paolina La Cappella Paolina, situata nei Palazzi Vaticani a Roma, si trova a lato della più famosa Cappella
Sistina con la quale comunica attraverso l'Aula Regia. Fu commissionata da papa Paolo III Farnese all'architetto Antonio
da Sangallo il Giovane, e costruita nel 1537. Antonio da Sangallo il Giovane (1483-1546) fu architetto civile e militare, e
si formò nella celebre bottega fiorentina condotta dagli zii, Giuliano (1443/45-1516) e Antonio da Sangallo il Vecchio (c.
1455-1534). Nel 1503 si recò a Roma, dove rimase praticamente per tutta la vita, assieme allo zio Giuliano, per porsi al
servizio dei pontefici di casa Medici, Leone X (1475-1521, Papa dal 1513) e Clemente VII (1478-1534, Papa dal 1523).
Gli furono affidati incarichi di primaria importanza, come la direzione della fabbrica di S. Pietro (come successore di
Raffaello, nel 1520), la costruzione di Palazzo Farnese (poi portato a termine da Michelangelo), quella della chiesa di S.
Maria di Loreto al Foro Traiano (1507), la Sala Regia (1537) e la Cappella Paolina in Vaticano, oltre a vari altri edifici
pubblici e privati, come la Zecca (ora Banco di S. Spirito), Palazzo Baldassini e il Palazzetto Le Roy. Come architetto
militare progettò le fortificazioni urbane di Roma, la fortezza di Caprarola (1515), poi trasformata in villa dal Vignola, la
Fortezza da Basso di Firenze (1534-1537) e quella di Ancona (1537) Nella Cappella Paolina, Michelangelo, dipinse due
grandi affreschi (entrambi misurano 6,25 metri per 6,61 metri) il cui soggetto fu tratto dagli Atti degli Apostoli
concludendo, idealmente, il ciclo pittorico biblico-evangelico così grandiosamente rappresentato col Giudizio Universale
nella vicina Cappella Sistina. Nella “Conversione di Saulo” la scena si concentra tutta nel gesto di quest'ultimo,
persecutore convertito che rinasce ad una nuova vita. Nella “Crocifissione di San Pietro” la luce colpisce in pieno San
Pietro e l'erezione della croce simboleggia la fondazione stessa della Chiesa. In tutto questo Michelangelo ha inteso
celebrare la conversione ed il martirio come momenti decisivi della vita di un cristiano.

L’ ArcICONFRATERNITA DELLA CARITA’ orazione e morte

Le origini . Nel 1448 in Roma nella zona della “Regione dei Fiorentini” operava la Compagnia della Pietà presso la
Chiesa di S. Pantaleo al Tevere dove curava gli appestati. Questo sodalizio era composto da circa cinquanta persone e
prese a modello la Misericordia fiorentina. Cosa faceva la Misericordia nella città gigliata? Curava a tempo pieno e
gratuitamente malati, moribondi e morti. Il sodalizio pochi anni prima della morte di Dante sorse in Firenze nel pieno
bailamme delle contese tra le famiglie potenti che risiedevano nel capoluogo ad opera di un religioso dei frati predicatori.
La Misericordia di Firenze ( perdonatemi la divagazione) ebbe cominciamento per lo padre Messer Santo Pietro Martire
l’ anno 1244 nella vigilia dell’Assunzione della Beata Vergine Maria a dì 14 Agosto al contrario di quello che
asseriscono le leggende popolari che la vorrebbero fondata da Pietro di Luca Borsi, capo dei facchini dell’ arte della lana,
grazie alle multe pagate dai colleghi per ogni bestemmia detta. Ma dalla nobile Florenza torniamo a Roma dove la già
citata Compagnia della Pietà aveva lavoro a volontà tra coltellate giustiziati, malattie endemiche ed esantematiche non
facevano mancare il lavoro a cerusici guaritori e becchini, la compagnia aveva a iosa materiali e opportunità con cui
santificarsi praticando la sua opera di carità Nel 1519 nasce a Roma la Compagnia di Carità che raccoglieva e seppelliva i
morti abbandonati, dando un buon esempio ai qualunquisti che indifferenti continuavano a lasciare il loro e gli altri morti
insepolti per le strade. Era uso, in quei tempi quando capitava di imbattersi in un cadavere per strada o sul greto del
fiume, scavalcarlo e proseguire avendo cura di non sporcarsi. Quel cadavere come tutto ciò che c’era a Roma
apparteneva al Papa ed era lui a doversene occupare ed a lui
spettava fare pulizia. Nel 1538 sotto il Pontificato di Paolo III ( Farnese già Vescovo di Ostia e Velletri) nasce un’
aggregazione di romani: La Compagnia della Morte detta anche della “ Buona Morte” oppure dei Fratelloni. Ancora una
volta si sa poco di questo nuovo sodalizio si collegava ai precedenti e ciò fin al 1551 tutto ha inizio durante l’ avvento del
1538 quando un Cappuccino durante la sua predica in S. Lorenzo in Damaso riesce a descrivere la tragica realtà dei
dissepolti e la ricchezza d’ animo di coloro che li raccoglievano e li seppellivano. Quelle parole fecero animare i cuori dei
Fedeli che sentendosi coinvolti presero ad interessarsi fattivamente alla questione. Nel Natale del 1551 nella Cappella
della Concezione di S. Lorenzo in Damaso la compagnia inizia a fare l’ esposizione del SS.mo Sacramento con grande
concorso di popolo nasce così la pia pratica delle Quarantore. In archivio ci sono molti registri con le ore dei turni di
veglia e di preghiera qui questi fedeli devoti vengono appellati con nome di Numero della Notte e si poneva al pari dei
compagni o confratelli sotto l’ assistenza di San Michele Arcangelo. Inizia sotto il pontificato di Paolo III la storia
documentabile della Compagnia della Morte che ha sede e chiesa alle spalle della casa avita del Pontefice e ad essa si
collega con lo splendido ponte che ancora oggi unisce i due edifici. Giulio III approvando il sodalizio decretò che al titolo
della Morte si aggiungesse quello dell’ Orazione in ricordo della pratica delle Quarantore. Molte confraternite per non
perdere il titolo di fondazione aggiunsero la parola Orazione dopo quella della Morte. Solo Roma rispettò la pontificia
volontà e si definì Orazione e Morte. Paolo IV ( Carafa già Vescovo di Ostia e Velletri) elevò il sodalizio al rango di
Arciconfraternita con la bolla “ Divina Disponente Clementiae” del 17 Novembre 1560. Il Pontefice gli concede il
privilegio di trasferirsi in qualsiasi chiesa e di avere facoltà di erigere in proprio una chiesa ed oratorio per la
celebrazione dei Divini Uffici.

IL SACCO NERO

In questo momento le domande di aggregazione alla Confraternita sono numerosissime tutti con la voglia di fare i servizi
con la massima pietà e modestia, decidono per questo i confratelli di indossare come abito sociale un sacco nero di foggia
fratesca, un cingolo di corda nera alla vita a cui è agganciata una catena del Santo Rosario con una “capocchia di morto”
a dividere i grani dalla Croce. Al collo avrebbero portato un semplice colletto ad alette o facciola ( detta dai romani
braciola e da noi veliterni bavarola). IL distintivo in segno di povertà fu di pezza. In servizio in città e in campagna era
vietata l’ ostentazione di anelli bracciali o oggetti di valore; anzi nei momenti culminanti si sarebbe indossato il
cappuccio così da rendersi irriconoscibili.”Quando fai il bene, che la tua destra non sappia cosa fa la sinistra”

ENTRANO LE DONNE

E’ storicamente accertato che le prime donne aggregate all’ Arciconfraternita di Santa Maria dell’ Orazione e Morte
compaiono nel 700 ma con funzioni di supporto ovvero la responsabilità di mantenere la Chiesa. Nel 1552 la
confraternita si trasferisce in Santa Caterina da Siena. Pio V concesse alla Confraternita il privilegio di liberare un
condannato a mortenell’ ottava del Corpus Domini e concesse in oltre il “diritto di sepoltura”, di bussolaggio nei cimiteri
di Roma e dell’ Agro e nelle Chiese. Nel 1586 venne benedetta la prima chiesa in Via Giulia di proprietà della
Confraternita. Su questa Ferdinando Fuga architetto membro della Confraternita eresse quella che oggi vediamo.

LE AGGREGATE

Nel periodo che va dal 1555 al 1930 un numero impensabile di confraternite italiane e straniere hanno chiesto alla madre
di assumere i titoli di Orazione e Morte. All’ Arciconfraternita romana risultano aggregate a tutt’ oggi 950 confraternite
italiane e circa 200 estere. Tra questi luoghi impensabili quali: Machao, Toronto, paesini della Nuova Zelanda, del Cile e
dell’Africa. Per gentile concessione del governatore dell’ Arciconfraternita madre di Santa Maria dell’ Orazione e Morte
Fr. Alfonso Sapia possiamo pubblicare di seguito l’ elenco completo con vicino la data di aggregazione.

1547 SALA CONSILINA 1563 ANCONA COMP. DELLA MISERICORDIA 1563 CAGLIARI 1563 FERRARA
COMP. DELL'OSPEDALE 1563 MAGLIANO SABINA 1563 MATTARELLA 1563 RECANATI 1563 TALAMELLO
1564 AQUILA 1564 MESSINA 1564 OSIMO 1565 AVERSA COMP. DI S. CROCE 1566 FOLIGNO 1567 SPELLO
COMP. DELLA PIETA' 1568 ALGHERO 1568 PIGNA COMP. DEI SS BARTOLOMEO E ANTONIO DI PADOVA
1568 SASSARI 1570 ARPINO 1570 ASSISI COMP. DELLA CARITA' E MORTE 1570 LORETO 1570 PERUGIA
1570 SARMANO 1570 TARANO COMP. DI S. GIOVANNI BATTISTA 1571 FINALE NELL'EMILIA 1571
PALERMO 1572 ORISTANO 1572 TERMOLI 1574 BERTONA 1574 BITONTO 1574 CASTROVILLARI 1574
MONTEPULCIANO COMP. DELLA MISERICORDIA 1574 MONTERIVOSO - FERENTILLO 1574 PADOVA
COMP. DI S. GIOVANNI E DELLA MORTE 1574 PANICALE CONFR. DELLA MORTE 1574 TORGIANO 1574
VALLECORSA DI FROSINONE COMP. DELLA MISERICORDIA 1575 NOCERA 1575 ACQUAPENDENTE
COMP. DELLA MISERICORDIA 1575 APPIGNANO DEL TRONTO 1575 CASTIGLIONE FIORENTINO 1575
FROSINONE 1575 GENNAZZANO 1575 MONTELEONE DI SPOLETO 1575 MONTENOVO dioc. Di Senigallia
1575 MONTEROTONDO 1575 PAGANICA 1575 PISA 1575 SEZZE 1575 VITERBO 1576 ALVITO 1576 BORGO S.
SEPOLCRO COMP. S. MARIA DELLE GRAZIE 1576 COSTACCIARO - PG COMP. DI S. MARIA DELLA
MISERICORDIA 1576 GONNOSCODINA - CAGLIARI 1576 MARSCIANO 1576 MELFI 1576 MONT' ALBODDO
1576 PESCARA 1576 VASTO COMP. DELLA CARITA' 1576 VEROLI 1577 BASTIA 1577 CANNARA COMP. DI
S. FRANCESCO 1577 FANO COMP. DEL BUON GESU' 1577 FILOTTRANO - AN 1577 MONTEFORTINO
D'ARTENA 1577 ORTONA A MARE 1577 PARMA 1578 ANDRIA 1578 BANCO COMP. DELLA PIETA' 1578
CASTELPLANIO 1578 CERQUETO 1578 FRATTE 1578 GUASTALLA 1578 MONTE GIORGIO - AP CONGR.
DELLA SS CROCE 1578 OFFAGNA 1578 PADULA 1578 PAPIANO 1578 S. GIOVANNI IN GALILEA 1579
ARITZO 1579 BOSCO 1579 CAMPOBASSO COMP. DEL SS CORPO DI GESU' 1579 CANTALICE COMP. DELLA
MISERICORDIA 1579 CASTELFIDARDO 1579 CASTIGLIONE FOSCO 1579 CHIANCIANO 1579
CUPRAMONTANA - JESI COMP. DEI POVERI O DELLA MORTE 1579 GUALDO TADINO 1579 ISOLA
MAGGIORE 1579 LUCCO 1579 LUCERA 1579 MONTALTO PAVESE dioc. Piacenza 1579 MONTECOSARO 1579
MONTELEONE DI SPOLETO 1579 PESARO COMP. DELLA MORTE 1579 PIACENZA 1579 URBANIA -
PESARO 1579 VENOSA DI POTENZA 1580 CASALMAGGIORE DI CR COMP. DELL'ANNUNZIATA 1580
CONZA DELLA CAMPANIA 1580 CORCIANO DI PERUGIA 1580 GAIGHE DI PERUGIA 1580 MONTECALVO
IRPINO 1580 PONZA 1580 ROCCA CONTRADA 1580 S. DONATO COMP. DELLA PIETA' 1581 CASTELLO DI
S. AGNESE 1581 COL DI PONTE 1581 FANANO 1581 LAVELLINO 1581 MONGIOVINO 1581 PESCOPAGANO
1582 AVELLA 1582 CAPOSELE 1582 DIANA 1582 MILANO 1582 PIEGARO 1582 PISTOIA ARCICONFR.
DELLA MISERICORDIA E DELLA MORTE 1582 RIMINI COMP. DI S. ROCCO 1582 S. MARCELLO 1583
CASALE MONFERRATO COMP. DELLA MISERICORDIA 1583 CATANIA 1583 CIVITELLA D'AGLIANO - VT
1583 MONDAVIO 1583 MONTE BIBIANO 1584 BARI COMP. DELLA MORTE 1584 CASTELLO DELLE FORME
1584 LODIVECCHIO 1584 MANFREDONIA 1584 MONTE MURRO 1584 MONTE S. ANGELO 1584
PUTIGNANO 1584 SIGILLO 1584 SONNINO 1584 URBINO 1584 VICO DI PUGLIA 1585 AGIRA 1585 AMELIA
1585 CASTEL D'EMILIO (AN) 1585 CIBOTTOLA 1585 MILANO PORTA NUOVA 1585 MONTE S-. GIULIANO
1585 TRASANO 1586 CAPUA 1586 CHIUSI COMP. DI S. MARTA 1586 DERUTA 1586 PIETRA SANTA 1586
SORRENTO COMPAGNIA DELLA MORTE 1587 GAETA 1587 MUSCIANO 1587 NAPOLI COMP. DI S. MARIA
DELL'ORAZIONE E MORTE 1588 PASSIGNANO 1588 PETRIGNANO COMP. DELLA CARITA' E MORTE 1588
PETTORANO SUL GIZIO 1588 S. SEVERO COMP. DI S. MARIA DELLE GRAZIE 1589 ALANNO COMP. DI S.
SEBASTIANO 1589 AMANDOLA COMP. SS TRINITA' 1589 AUGLIANO COMP. SS TRINITA' 1589 CASCIA
1589 GIANO NELL'UMBRIA COMP. DI S. MARIA DEI MORTI 1589 MOLE DI GAETA 1589 MONTECASSIANO
DI MACERATA 1589 PRATO 1589 S. ANGELO COMP. DELLA MISERICORDIA 1590 ASPRA SABINA 1590
CIVITELLA D'AGLIANO COMP. DELLA MISERICORDIA 1590 COLLODI DI PESCIA COMP. DELLA
MISERICORDIA 1590 LAMANTIA 1590 POLVERIGI 1590 SEGNI 1591 ANZIO COMP. DI S. LUCIA 1591
ATESSA 1591 GENOVA 1591 NARNI COMP. DI S. GIOVANNI DELLA MISERICORDIA 1592 BERGAMO
COMP. DI S. MARIA DELLO SPASIMO 1592 MODICA 1592 MONZA COMP. DI S. GERARDO 1592 POZZUOLI
1592 S. CROCE DELLA CARCA 1592 S. VITTORE 1592 SONCINO 1599 PICINISCO 1601 TENDA COMP. DEL
SUFFRAGIO 1606 ALA 1606 BASSANO TEVERINA 1606 GRAGNANO 1606 MONREALE COMP.
DELL'ORAZIONE E MORTE 1606 MONTE S. POLO 1606 PALAZZO 1607 ASCOLI PICENO 1607 BAGNOREA
COMP. DI S. MARIA DELLA MISERICORDIA 1607 CASTIGLIONE IN TEVERINA COMP. DI S. GIOVANNI
BATTISTA DECOLLATO 1607 GRADOLI 1607 MAGLIANO DEI MARSI 1607 POGGIO S. MARCELLO 1607
POLLA 1607 ROCCASECCA 1607 SERRA CAPRIOLA COMP. DELLA CARITA' E MORTE 1607 TRINO COMP.
DI S. MARIA DEGLI ANGELI 1607 VIGEVANO 1608 ANDRIA COMP. SS TRINITA' 1608 LANCIANO 1608
LIBURNO 1608 LUCCA COMP. DEL SS NOME DI GESU' 1608 RIPATRANSONE COMP. DELLA
MISERICORDIA 1608 VALLE DI FABRICA 1609 BAROLI 1609 CASTELFRANCO DI SOPRA (FI) COMP. DI S.
PIETRO IN VINCOLI 1609 COLLENISE COMP. DELLA PIETA' 1609 FERMO 1609 GOVONE COMP. DELLA
MISERICORDIA 1609 MAGIONE 1609 MAGLIO DI GOITO COMP DELLA S.MA PIETA' 1609 PESCIA COMP.
DELLA MORTE 1609 POLIZZI GENEROSA COMP. DI S. PANCRAZIO 1609 TREVISO 1610 CAPRANICA DI
SUTRI COMP. DI S. VINCENZO 1610 CAPURSO 1610 CEFALU' 1610 MONTE SAN VITO - ANCONA COMP.
DEL SS NOME DI DIO 1610 SELCI IN SABINA 1610 TERMINI IMERESE 1611 MONTE ROBERTO DI ANCONA
1611 S. LORENZELLO 1611 SEMINARA 1611 VALENTANO COMP. DELLA MISERICORDIA 1611 VOLTRI
COMP. DELLA PIETA' 1612 CIVITAVECCHIA 1612 MASSAFRA 1612 MONDOLFO DI PESARO 1612
MONTECALVO IRPINO COMP. DI S. CATERINA 1612 MONTODINE COMP. DI S. GIACOMO MAGGIORE
1612 PIEDIMONTE D'ALIFE 1612 S. MARGHERITA LIGURE COMP. DI S. MARIA DEL SUFFRAGIO 1612
SOLOFRA 1612 VERONA 1613 BOLOGNA COMP. DELLA B. V. MARIA 1613 FIRENZE COMP. DI S. ALBERTO
1613 LEOPOLA 1613 MONTERIVOSO - FERENTILLO 1613 PONTEFELCINO 1613 RAVENNA COMP. DELLA
CONSOLAZIONE 1614 ALBENGA COMP. DI S. ANTONIO ABATE 1614 ALESSANDRIA COMP. DI S.
BARNABA 1614 CAMPAGNA COMP. DELLA MORTE 1614 CASTEL S. ANGELO 1614 CERRETO 1614 LA
SPEZIA COMP. DI S. GIOVANNI BATTISTA 1614 MOLFETTA 1614 POPOLI COMP. DELLA PIETA' 1614
PROCENO COMP. DELLA MISERICORDIA 1614 TRIVENTO 1615 PENNA S. GIOVANNI 1615 PIZZOLI COMP.
DEL SEPOLCRO 1616 ALTAMURA COMP. DI S. VITO 1616 CAMPI SALENTINA 1616 LUCERNA ARC. Di s.
Maria della Misericordia sotto il titolo della morte 1616 MARSICO 1616 MONTE S. MARTINO 1616 NOVARA 1616
PENNA IN TEVERINA COMP, DELLA MISERICORDIA 1616 S. MARTINO IN CAMPO 1617 BOVINO COMP.
SS. ANNUNZIATA 1617 FIORENZUOLA D'ARDA COMP. DEI DISCIPLINATI 1617 NOLA COMP. DELLA
PASSIONE 1617 PELLIO INTELVI 1617 SALERNO 1617 SANNICANDRO GARGANICO 1618 CASTEL S.
GIOVANNI 1618 ITIELI DI NARNI 1618 SUESA,HOMINIANO,SORCILI 1619 BUCCELLA 1619 CHIETI 1619
DELICETO DI FOGGIA 1619 LECCE 1620 CAIANO 1620 CASTELNUOVO 1620 COPERTINO 1620
FRANCAVIALLA COMP. DELLA MORTE 1620 LATERZA COMP. DI S. CARLO 1620 MONTEFORTINO 1620
MORTARA COMP. DELLA BEATA VERGINE MARIA 1620 PALLANZA 1620 S. AGATA DI PUGLIA COMP. DI
S. MARIA DELLA MISERICORDIA 1620 S. ANTONIO 1620 S. MARIA DELLA CATENA 1621 ALESSANO 1621
CASTELVECCHIO SUBEQUO 1621 LAUREA 1621 MARSALA COMP. DELLA CARITA' 1621 MISTERBIANCO
COMP. DELLA CARITA' 1621 MONTECASTELLO VIBIO COMP. DELLA MISERICORDIA 1621 MORCONO IN
BENEVENTO 1621 OCCIMIANO 1621 S. TERENZIO COMP. DELLA B. V. MARIA 1621 VIGNERIA 1622
CASTELLANETA 1622 CUSANO MUTRI COMP DI S. MARIA DE' LIBERI E DE' MORTI 1622 MONTE MURRO
COMP. DEL MONTE DEI MORTI 1622 MORROVALLE 1622 SESTRI PONENTE 1623 BORGO TICINO 1623
CANLETTO COMP. DELLA CONCEZIONE 1623 FUCECCHIO COMP. S.GIOVANNI BATTISTA ORAZIONE E
MORTE 1623 NIZZA 1623 OZZANO 1623 S. VITO DEI NORMANNI 1623 VERONA 1624 ALATRI 1624
MESSINA COMP. DI S. MARIA CONSOLATRICE 1624 TRECATE 1624 VALLE DI CILENTO 1624 VOLTAGGIO
DI ALESSANDRIA 1625 ACQUAVIVA PICENA 1625 ALBARO GENOVA 1625 CALLALTA COMP. DI S.
ANTONIO 1625 CALVELLO 1625 CASALE DEI CORNUTI 1625 CHIUSI 1625 MILETO 1625 MONGIOVINO
1625 MONTEFORTE CILENTO 1625 ORVIETO COMP. DI S. GIACOMO MAGGIORE 1625 QUARTO 1625
ROCCA MONFINA 1625 S. DONA' DI PIAVE 1625 SERRAVALLE DI CHIENTI COMP. DELL'OSPEDALE 1625
URZANO COMP. DI S. MARIA DELLA MISERICORDIA 1626 CHIAVARI COMP. DEGLI SCHIAVI
INCATENATI 1626 ESTE 1626 FUBINE 1627 ALCAMO 1627 MONCALVO DI CASALE MONFERR. 1627
OFFANENGO COMP. OVVERO OSPEDALE DE' MORTI 1627 PONTESTURA 1628 CERIGNOLA 1628 EUMENA
1628 PONTE SATTOLI 1628 S. GIOVANNI IN MARIGNANO COMP. DELLA B. VERGINE DELLA
MISERICORDIA 1629 ANVERSA COMP. DELLA BEATA VERG. CONSOLATR 1629 CAPRACOTTA COMP.
DELLA VISITAZIONE 1629 CAROTTO 1629 CUCCIO COMP. DI S. CARLO 1629 LATISANA 1629 S. MARIA
MAGGIORE COMP. DELLA B.V. DELLA REDENZIONE 1629 UZZANO COMP. DI S. MARIA DELLA NEVE
1630 COLLIANO 1630 GRADISCA 1630 LIVORNO COMP. DEI SS. COSIMO E DAMIANO 1630 MARCIANISE
1630 MINORI COMP. DI S. MARIA DELLA REQUIE 1630 S. PIETRO INFINE COMP. DI S. ANTONIO DA
PADOVA 1631 CESI COMP. DI MARIA VERGINE SS.MA 1631 NASO COMP. DI S. MARIA DI PORTO SANTO
1631 RAPALLO 1632 CAMAIORE 1632 NOVI LIGURE COMP. DELLA MISERICORDIA 1632 PALERMO COMP.
S. MARIA DEGLI AGONIZZANTI 1632 SAMBUCA DI SICILIA COMP. DI S. FRANCESCO 1633 ARENZANO
1633 CARPASIO COMP. DELLA B. V. DEL CARMINE 1633 CASTEL DI S. BIAGIO 1633 PETRIOLO COMP.
DELLA MORTE 1633 PIETRA LIGURE 1633 RECCO COMP. DELL'ANGELO CUSTODE 1633 SOTERA 1633
TERMOLI 1633 VALDUGGIA DI VERCELLI 1634 ANTESSANO 1634 BORGOMANERO 1634 GALLIATE DI
NOVARA COMP. DEI SS DIONISIO E ANTONIO 1634 MELEGNANO COMP. DEI VIVI E DEI MORTI 1634 S.
SEBASTIANO COMP. DEL SUFFRAGIO DEI MORTI 1634 TRENTO 1635 ATRIPALDA COMP. DEL MONTE
DEI MORTI 1635 BELVEDERE 1635 CASALE SAN CIPRIANO 1635 CASANDRINO COMP. DELLA NATIVITA'
DELLA B. VERGINE 1635 CASTEL NUOVO SCRIVIA 1635 COSENZA 1635 FROSOLONE 1635 LANCUSIO
S.SEVERINO-SALERNO 1635 LOGGIO E DRAMO 1635 MONTE DEI SOLDATI 1635 S. AGATA DEI GOTI
COMP. DI S. GIACOMO 1635 S. ROMOLO 1635 ZEVIO DI VERONA 1636 ACQUAVIVA DELLE FONTI 1636
BISTAGNO 1636 MOMBARACCIO - PESARO COMP. DEL SUFFRAGIO 1637 ACERNO 1637 CANEPA 1637
CITTA' DI CASTELLO COMP. DI MARIA SS DEL POPOLO 1637 META DI SORRENTO COMP. DEL MONTE
DEI MORTI 1637 NOIA COMP. DEL MONTE DEI MORTI 1637 POTENZA COMP. DEL MONTE DEI MORTI
1637 S.AGATA FELTRIA COMP. DI S. ORSOLA 1637 SORRENTO COMP. DELLE ANIME DEL PURGATORIO
1638 CASTIGLIONE DELLE STIVIERE COMP. DEL SUFFRAGIO DE' MORTI 1639 ANAGNI 1639 CODOGNO
1639 COMPIGNANO 1639 CORIGLIANO D'OTRANTO 1639 MORMANNO DI COSENZA COMP.
DELL'IMMACOLATA CONCEZIONE 1640 APUANIA COMP. DEL MONTE DEI MORTI 1640 BORGO
CANOBIO COMP. DEI VIVI E DEI MORTI 1640 BRESCIA COMP. DELLA B.MA V. MARIA 1640 CASAL
MONFERRATO COMP. DELLA MORTE 1640 CROCE fraz. Monte Colombo _ Rimini COMP DI MARIA VERGINE
1640 GARBANA - TORTONA COMP. DEL SUFFRAGIO 1640 GESUALDO D'AVELLINO COMP. DEL MONTE
DEI MORTI 1640 GUBBIO 1640 LOANO COMP. DI S. MARIA DEL SUFFRAGIO 1640 MAIORI 1640
MONTELLA COMP DEL MONTE DEI MORTI 1640 POSITANO 1640 QUINTO COMP. DI S. POTITO 1640
VENEZIA COMP. DEL SS CROCEFISSO 1641 BRINDISI 1641 FRANCAVILLA 1642 CAVI 1642 COLLIANO
COMP. DEL MONTE DEI MORTI 1642 DUZZACO 1642 MONTEROSSO AL MARE 1642 ORIA 1642 ORIOLO
COMP. DEL MONTE DEI MORTI 1642 POGGIO NATIVO COMP. DELLA MISERICORDIA 1642 ROCCA COMP.
DI S. ORSOLA 1642 SORESINA 1642 SPINUZIO 1642 VERCELLI COMP. DEL SUFFRAGIO DEI MORTI 1643
IACI AQUILEA 1643 PORTO VENERE 1643 SERPIANO 1643 TERLIZZI COMP. DELL' IMMACOLATA
CONCEZIONE 1643 TRECASE COMP. DELLA BUONA MORTE 1643 VENTIMIGLIA COMP. DI S. SECONDO
1644 CASTIGLIUONE A CASAURIA COMP. DEL SUFFRAGIO 1644 GAZZANICA 1644 MELZO 1644 S.
SALVATORE 1645 BORGHETTO S. SPIRITO 1645 ISOLA LIRI 1645 MONSELICE 1645 MONTASOLA 1645
QUARTO OLGIATO COMP. DELLA CARITA' E DEL SUFFRAGIO 1645 SALUZZO COMP. DI S. GIUSEPPE 1645
SIPONTO 1645 TORRE MAGGIORE 1645 VIGGIANO DI POTENZA COMP. DI S. NICOLO' 1646 GODILIASCHI
1646 SERINA 1646 TRECASTAGNI COMP. DI S. ANTONIO ABATE 1647 LAVAGNA 1647 SALETTO 1647
STIGLIANO COMP. DEL MONTE DEI MORTI 1647 VALLE REGIA 1648 BOLLATE COMP. DI S. BERNARDO
1648 BREGNANO COMP. DEL SS. SACRAMENTO 1648 ULMETTA COMP. DEL SUFFRAGIO 1649
ROMAGNANO SESIA 1649 SURISELE COMP. DEL SUFFRAGIO 1650 CASTELLO DI S.APOLLINARE 1650
COMIANO COMP. DEI DISCIPLINATI 1650 LEFFE DI BERGAMO 1650 SCHILPARIO O SCUPARIO COMP.
DEL SUFFRAGIO DEI MORTI 1650 SOMMA 1651 ABBIATEGRASSO COMP. DELLA CARITA' 1651 AGNONE
1651 CASTEL S. CASSIANO COMP. DEL SUFFRAGIO 1651 FOGGIA 1651 ORCIANO URCIANO 1651 TORICE
1652 ADIRA COMP. DEL MONTE DEI MORTI 1652 MILIONCINI 1652 PANICALE COMP. DELLA MORTE 1652
URGUANO COMP. DEL SUFFRAGIO DEI MORTI 1653 ATRANI 1653 LATIANO DI BINDISI COMP. DELlA SS
ANNUNZIATA 1653 S. MARCO COMP. DI S. MARIA DELLE GRAZIE 1655 COMO COMP. DI S. SEBASTIANO
1657 BARZIO COMP. DEI VIVI E DEI MORTI 1657 TORRICE 1659 POLA 1660 COLLE DI VAL D'ELSA 1660 S.
STEFANO 1661 BIBBIENA COMP. DELLA MISERICORDIA 1661 FABRIANO CONGREGAZ. DEI SACERDOTI
1661 FONDI COMP. DELLA MISERICORDIA 1662 NICOSIA 1662 PONTECORVO COMP. DELLA MADONNA
DELLA MISERICORDIA 1663 VENEZIA 1664 CAGLIANO VARANO CONGREGAZIONE DELLA MORTE 1664
CATANZARO COMP. DELLA SS CONCEZIONE 1664 VENEZIA COMP. DEL SUFFRAGIO DEI MORTI 1665
CASAL MONFERRATO COMP. DI S. ANTONIO DA PADOVA 1665 CASTELFRANCO EMILIA COMP. DEL
SUFFRAGIO 1665 DISO Diocesi di Castro 1665 FONTANELLE - S.SECONDO PARMA COMP. ANIME DEL
PURGATORIO 1665 LACO 1665 SAMPIERDARENA COMP. DEI CINTURATI 1665 SESSA AURUNCA COMP.
DI S. MICHELE ARCANGELO 1666 IMOLA COMP. DEI 60 LAICI E 12 SACERDOTI 1666 PERI 1666
PIEROSARA COMP. DEL SUFFRAGIO 1666 S. COLOMBANO AL LAMBRO 1666 VEROLENGO COMP. DELLA
MADONNA SS DEL SUFFRAGIO 1667 PROTTE COMP. DI S. MARIA DI LORETO 1667 TOMBA COMP. DEL
SUFFRAGIO DEI MORTI 1668 ADRARA S. MARTINO COMP. DEL SUFFRAGIO DE' MORTI 1668 GAMBOLO
COMP. B.MA V. MARIA DEL SUFFRAGIO 1668 NOVENTA VICENTINA 1668 OSSANESGA COMP. DEL
SUFFRAGIO DE' MORTI 1668 OSTUNO COMP. DEL MONTE DE' MORTI 1668 TORINO COMP. DI S. ROCCO
1668 UDINE COMP. DEL SUFFRAGIO 1669 BLANZONE DI TERZIERO COMP. DEL SUFFRAGIO 1669 CASAL
LUCA COMP. DELL'AGONIA 1669 GRUMELLO 1669 LERICI 1669 NAPOLI COMP. DEL SS SACRAMENTO
1669 NAPOLI COMP. DELLE ANIME DEL PURGATORIO 1669 TORRE - PADOVA 1670 RONCIGLIONE COMP.
DELLA SS ANNUNZIATA 1670 RUBILONT O ROBURENT COMP. DELLA MADONNA DEL SUFFRAGIO 1670
SAROLA COMP. DEL SUFFRAGIO 1670 TIRANO TERZIERO COMP. DEL SUFFRAGIO 1671 MALAMOCCO -
VE COMP. DI S. GIOVANNI BATTISTA 1671 MARTEMISIO 1671 MONDOVI' COMP. DELLA B.VERGINE
DELLA CARITA' 1671 REZZATO COMP. DELLA B.M.V. DEL SUFFRAGIO 1671 STRADELLA 1672
CAMPOROSSO COMP. DEL SUFFRAGIO DEI MORTI 1672 CAPITRISIO COMP. DEL MONTE DEI MORTI 1672
COMO COMP. DELLE ANIME DEI DEFUNTI 1672 LECCO 1672 MIRA COMP. DELLA DECOLLAZIONE DI S.
GIOVANNI BATTISTA 1672 PISTOIA COMP. DI S. ANTONIO DA PADOVA 1672 POLAGIA COMP. DEL
SUFFRAGIO 1672 PREDO O PREDARIO 1672 S. POLO DE' CAVALIERI COMP. DI S. NICOLA DI BARI 1672
SARONNO 1673 MISTRETTA DI MESSINA 1673 TRESCHIETTI 1674 COLONGRA O COLENGA COMP. DI S.
PIETRO D'ALCANTRA 1674 MONTEFIORE 1674 PETROIA 1674 RIVELLO COMP. DEL SUFFRAGIO 1674 S.
BENEDETTO 1675 CAPRIANO VERONESE 1675 PIRANO COMP. DELLE ANIME DEL PURGATORIO 1676
SPOLETO COMP. DELLA MISERICORDIA 1677 CASAPE 1678 RUBEGO COMP. DEL SS SACRAMENTO 1679
CERRETO ALTO COMP. DEL SUFFRAGIO 1679 RIVAROLO COMP. DEL SS SACRAMENTO 1679 SERIATE
COMP. DEL SUFFRAGIO DEI MORTI 1679 SURLI 1681 BAVONE 1681 MAIDA COMP. DELL'IMMACOLATA
1681 SESTRI LEVANTE 1681 TAGGIA DI IMPERIA COMP. DEI MORTI 1681 TREPUZI CONFR. DELLE ANIME
SANTE DEL PURGATORIO 1682 MONTICELLI FONDI DI ROMAGNA 1682 SIRACUSA COMP. DELLE ANIME
DEL PURGATORIO 1683 CASNIGO COMP. DEL SUFFRAGIO 1683 CASTEL DI SANGRO 1683 MARGNO - CO
COMP. DEL SUFFRAGIO 1683 ORNOVAGIA 1683 PIOLTELLO 1683 VERZINO DI CATANZARO COMP. DI S.
MARIA DELLA PIETA' 1684 CALUSO COMP. DI G. DECOLLATO 1684 CATANZARO COMP. DEL MONTE DE'
MORTI 1685 CASSANO IRPINO 1685 MADRIGNANO COMP. DEL SUFFRAGIO 1685 PORLEZZA COMP. DEL
SUFFRAGIO DEI VIVI E DEI MORTI 1685 ROVETTA COMP. DEL SUFFRAGIO DEI MORTI 1686 CASALE DI S.
ANASTASIO CONGREGAZ. DELLE OPERE DELLA MISERICORDIA 1686 COMENDUNO - BG COMP. DEL
SUFFRAGIO DEI MORTI 1686 MERATE 1686 RIETI 1686 SCILLA COMP. DELLE ANIME DEL PURGATORIO
1687 ARCE 1687 BORSO S. DONNINO 1687 BRACCA COMP. DEL SUFFRAGIO DEI MORTI 1687 BRACCELLI
COMP. DEL SUFFRAGIO 1687 FATTUCCHIA 1687 ORIAGO COMP. DEL SUFFRAGIO DE' MORTI 1687 VADO
LIGURE COMP. DI S. SEBASTIANO 1688 CASTEL FRANCO 1688 CICOLA 1688 CORNOCCHIO GOLESE 1688
S. BUONO COMP. DEL SUFFRAGIO DEI MORTI 1688 S. MICHELE 1689 CASTELFRANCO VENETO 1689
CUCCARO VETERE COMP. DEL MONTE DEI MORTI 1689 VILLA LEMINE 1690 BIELLA 1690 BRESCIA
COMP. S. BRIGIDA 1690 CARRASCOSA COMP. DELLE BENEDETTE ANIME DEL PURGATORIO 1690
MAIOLATI DIOCESI DI IESI 1690 PESCOPENNATARO 1691 CAPRIANO 1691 CASTEL DEL PIANO COMP. DI
S. GIOVANNI BATTISTA 1691 MOIZI - LANZATA COMP. DEL SUFFRAGIO 1691 SAVONA 1691 SPECIA 1691
SPECLA 1692 CAGLI 1692 CAPITELLO COMP. DEL MONTE DEI MORTI 1692 REVIGLIASCO D'ASTI COMP.
DEL SUFFRAGIO 1692 SEDRINA 1693 ARISCHIA COMP. DEL SUFFRAGIO 1693 CASTRO DEI VOLSCI 1693
NARDO' 1694 INSAGO COMP. DELLA CARITA' 1694 MORI DI TRENTO 1694 POLLICA COMP. DEL MONTE
DEI MORTI 1695 CEREDANO COMP. DEL SUFFRAGIO 1695 FALCIANO 1695 FRASCATI 1695 META 1695
PORTO MAURIZIO 1695 SORDEVOLO COMP. DELLA LEGA SPIRITUALE 1696 FABARIA 1696 FINALE
MARINA COMP. DI S. MARIA MADDALENA DE' PAZZI 1696 MOTTA DE' CONTI IN VERCELLI COMP. DI S.
GIOVANNI DECOLLATO 1696 S. LEONARDO 1696 TAGLIACOZZO COMP. DELLA MISERICORDIA 1696
TERRANOVA BRACCIOLINI 1697 COLLE DI BENEVENTO COMP. DI S. GIORGIO MARTIRE 1697 APICELLA
COMP. DEL SUFFRAGIO DE' MORTI 1697 CASELLE A FIORENZUOLA D'ADDA 1697 CASTELPAGNANO
COMP. DEL MONTE DE' MORTI 1697 NUSCO 1697 VILLA DI VILLA-CORDIGNANO (TV) COMPAGNIA
DELLA BUONA MORTE 1698 CASTAGNETO COMP. DEL SUFFRAGIO 1699 CASALE DI S. ERASMO COMP.
DEL MONTE DEI MORTI 1699 MANTOVA 1699 MARTIRANO 1699 POTIVARINO COMP. DEL SUFFRAGIO
1699 SIGUENZA 1699 VERNAZZA DI LA SPEZIA COMP. DI S. ROCCO 1700 GRASCACAVALLO COMP. DEL
SUFFRAGIO 1700 LUZZI DI COSENZA 1702 COMPIANO - PARMA COMP. DELLE ANIME DEL PURGATORIO
1702 S. AMBROGIO DI VALLE POLLICELLA 1703 BIBIANA COMP. DEL SUFFRAGIO 1703 CASSINE 1703
CIRI - CZ COMP. DELLE ANIME DEL PURGATORIO 1703 TEORA 1703 VALLESECCA COMP. DELLA
BUONA MORTE 1704 BENEVENTO COMP. DELLA MORTE 1704 CANTARIA COMP. DEL SUFFRAGIO DEI
MORTI 1704 CASTELLEONE DI SUASA 1704 PALAIA COMP. DELLA MISERICORDIA 1704 PUBLICI COMP.
DI S. MARIA DEL SUFFRAGIO 1704 SOGLIANO AL RUBICONE COMP. DI S. MARIA DELLE RONDINI 1704
SONDRIO 1705 ACQUAFREDDA 1705 CASTELLETTO SCAZZOSO COMP. DEL SUFFRAGIO 1705
ISCHITELLA 1705 NOLLARA COMP. DEL SUFFRAGIO 1705 PEDANA COMP. DI S. ANTONIO ABATE 1705
ROMAGNESE 1706 CASORATE PRIMO CONGR. DE' VIVI E DE' MORTI 1706 LIONI 1706 PIAZZA 1707
CASTIONE DI PRESOLANA 1707 S. AGATA DEI GOTI COMP. DELLA BUONA MORTE 1707 SIGILLINO
COMP. DEL SUFFRAGIO 1709 CASTILENTI 1709 MONTE FUSCO COMP. DEL MONTE DEI MORTI 1709
OZASIO 1710 LARINO DI CAMPOBASSO 1710 OTRANTO COMP. DEL MONTE DELLA PIETA' 1710 S.
MINIATO COMP. DEL SUFFRAGIO 1711 CASAPULLA 1711 CASELLE COMP. DEL MONTE DEI MORTI 1711
FAENZA COMP. DEL SUFFRAGIO 1711 SOMMA CAPO DI PIEVE COMP. DELLA CARITA' 1712 BORGO A
BUGGIANO COMP.S.ANTONIO AB. E SS CROCEFISSO 1712 CARRU' COMP. DEL SUFFRAGIO 1712 CASALE
SCIANO 1712 CASTELLETTO SI ABBIATEGRASSO COMP. DELLA CARITA' DE' VIVI E DE' MORTI 1712
CASTIGLIUONE D'ADDA 1712 CONTRONE SALERNO 1712 NOCERA DEI PAGANI COMP. DEL MONTE DEI
MORTI 1712 RECCO COMP. DEI STRETTI 1712 S. ARCANGELO COMP. DEL MONTE DEI MORTI 1713
CASALE NOVO 1713 PONTE DECIMO COMP. DI S. GIACOMO 1714 TAVOLETO DI PESARO COMP. DEL
SUFFRAGIO 1714 ZENZON DI PIAVE 1715 BOARDO COMP. DI S. ANNA 1715 PORTO RECANATI COMP.
DELLE ANIME DEL PURGATORIO 1715 ROCCADASPIDE COMP. DEL MONTE DEI MORTI 1715 VICO DI
PUGLIA COMP. DEI MORTI 1716 MONEGLIA 1716 QUAGLIETTA 1716 QUINTO AL MARE ORATORIO DI S.
ERASMO 1716 S. GIORGIO LA MOLARA COMP. DEL MONTE DEI MORTI 1717 CALCINATO 1717 MONTE
MARCELLO 1717 MORBELLO COMP. DELLA SS ANNUNZIATA 1717 PIEVE DI CADORE COMP. DI S.
FRANCESCO SAVERIO 1718 BONITO CONFR. DELLA MORTE E ORAZIONE 1718 CAMASCO COMP. DEL
SUFFRAGIO 1718 SIGNA 1719 AGRIGENTO COMP. DELLA PENITENZA 1720 ROSETO VALFORTE 1721
CENEDA COMP. DI S. PAOLO 1721 TRIVILIO 1722 TROINA 1723 VALLESPINA COMP. DI S. MICHELE
ARCANGELO 1725 GAVI 1725 MONTAGNANA 1725 S. GIOVANNI ROTONDO 1725 SOMMA CAMPAGNA
1725 TAURIANOVA 1726 CESENA COMP. DI S. OMOBONO 1726 RIGNANO 1727 CAMPOFREDDO COMP.
DEI SS SEBASTIANO E ROCCO 1727 INTRA COMP. DEL SUFFRAGIO 1727 MOSCIANO - SCANDICCI 1728
ORSARA 1728 TROIA - FOGGIA 1729 PARLASCIO E CEPPATO 1730 BUSSETTO COMP. DEL SUFFRAGIO
1730 MASSERANO DI VENEZIA COMP. DELLO SPIRITO SANTO 1731 BOVINO 1731 BROZZI COMP. DI S.
ELISABETTA 1731 RODI 1732 ANDORNO COMP. DEL SUFFRAGIO DE' MORTI 1732 BRUSNENGO COMP. DI
SS GIUSEPPE E ANNA 1732 ZIGNAGO COMP. DELLA BEATA VERGINE DEL ROSARIO 1733 ACCADIA 1733
CASTELLI 1733 MILANO COMP. DEL SUFFRAGIO 1733 TERRACINA 1734 CREMENA - CO COMP. DEL
SUFFRAGIO 1734 PIEVE DI TECO COMP. DELLA PENITENZA 1734 VERDEGO' DI COMO 1735 ALBERONA
1736 LAVELLO DI POTENZA 1737 MONTECASTRILLI 1738 ADRO COMP. DELLA BEATA VERGINE 1738
GRAVINA COMP. DELLE ANIME DEL PURGATORIO 1740 GORLA MAGGIORE COMP. DEL SUFFRAGIO
1740 SALO' COMP. DEL SUFFRAGIO 1741 GHIRLA - MI COMP. DEI SS GIUSEPPE E CRISTOFORO 1741 S.
LORENZO IN CAMPO 1742 OTTOVILLE COMP. DEL SUFFRAGIO 1743 PONTIROLO NUOVO COMP. DI S.
GIUSEPPE 1744 ZUVINO COMP. DEI SS AMBROGIO E CARLO 1745 CAVA DEI TIRRENI COMP. DELLA SS
CONCEZIONE 1745 PALAZZOLO 1745 VIETRI COMP. DEL MONTE DEI MORTI 1746 ACIA COMP. DELLA
MAD. SS DELLA MISERIC. 1747 CASTELLUCCIO VALMAGGIORE 1747 ORTELLE COMP. DELLE ANIME
DEL PURGATORIO 1747 S. MARTINO 1747 VELLETRI COMP. DELLA B. VERGINE DELLA CARITA' 1749
BORGOMANERO 1749 COLLIANO -SA 1749 GALLIPOLI COMP. DI S. MARIA DELLA MISERICORDIA 1749
PIETRO MONTECORVINO COMP. DI S. ANNA 1750 S. PADRE COMP. DEL MONTE DEI MORTI 1751
CASTELNUOVO DI CONZA COMP. DEL PIO MONTE DE' MORTI 1751 SUPINO 1752 FALMENTA COMP. DEL
SUFFRAGIO 1752 MONTELEONE DI PUGLIA COMP. DELLA MADONNA ADDOLORATA 1752 SESTO COMP.
DI S. GIOVANNI DECOLLATO 1753 BRESCELLO COMP. DELL'IMMACOLATA CONCEZIONE 1753
SARAGNANO COMP. DI S. MARIA DELL'ASSUNTA 1754 BAGNOLO SUPERIORE 1755 ASCOLI SATRIANO
1755 DIANO CASTELLO Albenga 1755 PONTEDECIMO 1755 S. NICOLA DEL VAGLIA COMP. DELLA
MADONNA DELLE GRAZIE 1755 SIDERNO COMP. DI S. CARLO BORROMEO 1756 BAGNOLO INFERIORE
1756 CAMOGLI COMP. DEI SS PROSPERO E CATERINA 1757 TAGGIA COMP. DELLA MADONNA DELLA
MISERICORDIA 1758 GROTTAMMARE-RIPATRANSONE COMP. DI GESU' CRISTO MORTO E
ADDOLORATO 1759 BRESCIA COMP. DEL SUFFRAGIO DEI MORTI 1759 FORLIMPOPOLI 1760 CALVI
COMP. DELLA MISERICORDIA 1760 ROCCHETTA 1761 ROCCHETTA DI VARA COMP. DI S. ANTONIO DA
PADOVA 1762 PIGNONE COMP. DELLA MADONNA DEL CARMINE 1762 VASTOGIRARDI DI
CAMPOBASSO COMP. DEI MORTI 1763 CASERTA COMP. DELLA SS CROCE 1763 CORNETO COMP. DEL SS.
SAGRAMENTO 1763 LAMPORECCHIO - PISTOIA 1763 PIEVE DI S. MARTINO COMP. DEL SUFFRAGIO 1763
TIVOLI COMP. DELLA CARITA' 1764 PONTEVICO COMP. DI TUTTI I SANTI 1766 ALBISOLA SUPERIORE
1767 SESSA COMP. DEL SS ROSARIO 1768 VALLATA DI AVELLINO COMP. DELLA BEATA VERGINE DEL
ROSARIO 1769 S. ROMOLO A GAVILLE 1772 TORRIGLIA DI GENOVA COMP. DEI DISCIPLINATI 1774
LAURENZANA COMP. DEL SUFFRAGIO 1776 BARBANO ROMANO COMP. DEL SS NOME DI DIO 1776
BUSALLA COMP. DI S. BERNARDO ABATE 1777 FIANO 1778 AFRAGOLA COMP. DI S. GIUSEPPE 1778
VERCIANO COMP. DI MARIA SS DEL BUON CONSIGLIO 1779 MASSALUBRENSE 1779 PRIVERNO 1780
TERNI 1780 VERDASIO 1781 APPIGNANO DI MACERATA 1781 FALVATE COMP. DI S. ROCCO 1781 NORMA
1783 APIRO COMP. DEL SS CRISTO MORTO 1783 PIETRADEFUSI COMP. DELLE ANIME DEL PURGATORIO
1784 TAGLIOLO CONFR. DI S. NICOLO' 1785 CASANOVA (SV) 1785 S. MARZANO CONFR. DEGLI
AGONIZZANTI 1786 CARPINETO 1787 NERVI COMP. DELLA COLONNA 1788 S. LORENZO 1789
BENEVENTO COMP. DELLA B.MA V. ASSUNTA IN CIELO 1789 PATRICA 1791 AGELLO COMP. DI S.
MICHELE 1791 FICULLE 1791 LEVANTO COMP. DELL'ORAZIONE E MORTE DI S. ROCCO 1791 S.BIAGIO DI
CIVITELLA BENAZONE 1792 AREZZO COMP. DELLA MISERICORDIA 1792 GRAGNANO COMP.
DELL'IMMACOLATA CONCEZIONE 1792 ROCCAGORGA 1792 VOLTERRA COMP. DI S. GIOVANNI
DECOLLATO 1793 BROZZI COMP. DEL SS. SACRAMENTO 1793 VETRALLA COMP. DELLA MISERICORDIA
1794 CECCANO 1795 CIVITA CASTELLANA COMP. DEL SS. SACRAMENTO 1795 FRANCOLINO - FERRARA
COMP. DEL SS SACRAMENTO 1796 BARBARA 1796 COLLELONGO 1801 CAPRAROLA CONFR. DELLA
MORTE E ORAZIONE 1802 S. ELPIDIO A MARE 1803 AQUI CONFRAT. S.ANTONIO ABATE 1803 ROVERE
VERONESE COMP. DELLA SS NATIVITA' 1804 MONTEROSI 1804 NAPOLI COMP. DI S. MARIA DELLA
PIETA' 1807 FABRICA DI ROMA 1807 LABRO - RIETI 1808 ARRONE 1808 CAPRANICA DI SUTRI COMP.
DELLA B.V. DELLE GRAZIE 1812 POFI COMP. DI MARIA SS ADDOLORATA 1815 CISTERNA 1815
FIBBIANA COMP. DEL SS SACRAMENTO 1816 CARPI COMP. DELLA BUONA MORTE 1817 MOROLO 1820
FILETTINO 1821 CHIARAVALLE 1822 MONTEFIASCONE COMP. DELLA MISERICORDIA 1822 ROCCA DI
PAPA 1824 TOLENTINO CONFR. DI S.M. DEL SOCCORSO 1825 MAENZA 1826 MONTE PETROLIO 1826
MONTELANICO dioc. di Segni 1826 POGGIO MIRTETO COMP. DELLA MISERICORDIA 1827 VERNOLE DI
LECCE COMP. DELLA BUONA MORTE 1828 LUCITO - TERMOLI 1829 MONTEFANO dioc: di Osimo COMP.
DELLa SS TRINITA' 1829 POLI COMP. DEL SUFFRAGIO 1829 RONCIGLIONE COMP. DELLA MISERICORDIA
1830 BASSIANO 1830 CHIARI DI BRESCIA 1830 MONTE SAN VITO COMP. DELLA BUONA MORTE 1830 S.
LORENZO CONFR. DEL PURGATORIO 1831 GENZANO 1832 GENOVA-S.FRANCESCO D'ALBARO COMP. DI
N.SIGNORE DI MONTE ALLEGRO 1833 BRACCIANO CONFR. DELLA MISERICORDIA 1833 MONSANPAOLO
DEL TRONTO 1833 OTRICOLI COMP. DI S. GIUSEPPE DA LEONESSA 1834 COMUNANAZA DI A.P. COMP.
DELLA BUONA MORTE 1836 BARGA COMP. DELLA MISERICORDIA 1836 CASATELVECCHIO - RIETI 1836
CASTELVECCHIO - SENIGALLIA 1836 GIULIANO DI ROMA 1838 COLLI DI FROSINONE 1839
CASTELLAMMARE COMP. DI S. CATERINA VERGINE E MARTIRE 1842 POTENZA PICENA 1842 S.
VENERIO CONFR. DEI VERBERATORI 1842 SCAVOLO COMP. DELLA BUONA MORTE 1851 NORCIA COMP.
DI MARIA SS DEL CARMINE 1851 ROCCA PRIORA ORATORIO NOTTURNO DEL P. CARAVITA 1852
ARNARA 1852 S. ANGELO IN VADO 1854 COTTANELLO DI RIETI COMP. DEL SUFFRAGIO 1854
VALLERANO COMP. DI S. GIOVANNI DECOLLATO 1855 CAMERATA PICENA 1855 ROCCARAIUOLA 1855
S. MARIA DEGLI ANGELI 1856 MODIGLIANA COMP. DELLA MISERICORDIA 1856 RASSINA COMP. DELLA
CARITA' 1856 TORRICELLA 1857 GAVIGNANO 1857 RONTA CONFR. DELL'IMMACOLATA CONCEZIONE
1859 CANOSA DI PUGLIA COMP. DEL PURGATORIO 1859 MINERVINO DI BARI CONFR. DEL PURGATORIO
1859 ORSOGNA 1860 COLLEPARDO CONFR. DI S. ROCCO 1860 FORSIVO - NORCIA PIA UNIONE PER
SUFFRAGARE I DEFUNTI 1860 VICO NEL LAZIO 1864 MONTELUPONE PIA UNIONE DELLA BUONA
MORTE 1864 PADOVA PIA UNIONE DELLA BUONA MORTE 1864 SIRA 1869 PETRIOLO COMP. DELLA
BUONA MORTE 1870 PIANZANO 1871 MARTANO COMP. DEL SANTO ROSARIO 1872 CISTERNINO
COMPAGNIA DELLE ANIME DEL PURGATORIO 1872 FRASSO SABINO 1874 VILLA S.STEFANO DI
FROSINONE 1875 COLMURANO CONFR. DELLA BUONA MORTE 1876 FEZZANO DI LASPEZIA COMP. DI N.
SIGNORE DEL CARMINE E BUONA MORTE 1877 EMPOLI PIA UNIONE DI MARIA SS DEL TRANSITO 1878
CHERASCO COMP. DELLA BUONA MORTE 1879 CASTEL VITTORIO CONGR. DELLA MISERICORDIA E
DELLE ANIME PURGANTI 1879 MONTECOMPATRI 1881 CODEMENDO CONFR. DELLA BUONA MORTE
1883 MARANO EQUO 1883 PALAGONIA 1883 PORTO FERRAIO 1883 SURBO COMP. DELLE ANIME SANTE
DEL PURGATORIO 1883 TORRITA TIBERINA CONFR. DELLA BUONA MORTE 1884 CANDELA
CONGREGAZIONE DEL PURGATORIO 1885 BARLETTA 1885 CESANO 1887 ALBANO LAZIALE 1887
CASTEL MAGGIORE PIA UNIONE DELLA BUONA MORTE 1887 NICOLET 1887 TREPPIO 1888 SOLETO
CONGR. DI MARIA SS DEL ROSARIO E DEI MORTI 1889 AVENTIDA 1889 MONTEFALCIONE SODALIZIO
DEL SANTO MONTE DEI MORTI 1890 GORGA DI ANAGNI 1890 LUCCA 1890 PONTE A ENNA 1890 TORRE
ANNUNZIATA 1891 CAGLIARI ARCICONFR. DEL S. SEPOLCRO 1892 TERAMO 1892 VIAREGGIO CONFR.
DELLA MISERICORDIA 1893 CORTONA COMP. DELLA BUONA MORTE 1894 ACQUASANTA 1894
PAGGESE 1894 TORRACA 1897 FAENZA CONFR. DEL SUFFRAGIO DELLE ANIME DEL PURGATORIO 1897
GALLIPOLI COMP. DELLE ANIME DEL PURGATORIO 1897 IMOLA PIA UNIONE PER SUFFRAGARE I
DEFUNTI 1897 INTRA 1897 MONREALE Comp. Di S.Antonio Ab. e dell'Or. e Morte sub titolo de'Neri 1897
NAPOLI Comp, della Salvazione dei Bianchi e della Morte 1897 OSTRA 1897 PESARO CONFR. DEL SS NOME DI
DIO 1897 PIAZZA BREMBANA E LEMMA COMP. DI S. MARTINO 1897 PONTE DECIMO 1897 S. ILARIO
LIGURE ORATORIO DI S. ERASMO 1897 VICO DEL GARGANO 1898 ZAGAROLO
1899 PONTEDERA 1901 VALDIPINO DI SPEZIA 1902 SERAVEZZA CONFR. DELLA MISERICORDIA 1903
PIOMBINO 1904 PESCIA ARC. DELLA MISERICORDIA 1905 QUARATICA 1912 BARI CONFR. DELLA
MORTE ED ORAZIONE 1912 PASTENA 1913 ROTELLA 1916 NAPOLI S. MARIA IN CARAVAGGIO 1917
GIOVINAZZO 1918 MARINO 1933 COLLI CAMPANO 1936 VALLE ROTONDA DI FROSINONE data incerta
ACUTO data incerta BAGNOLI IRPINO data incerta CAMPAGNANO CONFR. DELLA MISERIC. E BUONA
MORTE data incerta CASORATE PRIMO COMP. DEL SUFFRAGIO data incerta IESI data incerta PIPERNO data
incerta SENIGALLIA data incerta SIENA ARCICONFR. DELLA MISERICORDIA data incerta TIBERIACO

Aggregazioni: America - faldone 884

1. Vancouver, Canada; data incerta 2. Valparaiso (Confraternita dell'Orazione e Morte, 1879) 3. Villa Maria, Canada
(Compagnia della Morte, 1730).

Aggregazioni: Asia - faldone 885

1. Antequera (Compagnia della Gloriosissima Vergine Maria della Solitudine, 1662); 2. Antequera (Compagnia del S.mo
Rosario, 1756); 3. Han-tchung (Confraternita di S. Maria dell'Orazione e morte 1884); 4. Machao (Compagnia delle
Anime del Purgatorio, 1626); 5. Orizana (Compagnia delle Anime del Purgatorio, 1705).

Aggregazioni: Austria - Germania, Belgio, Dalmazia Asia - faldone 886

1. Aquisgrana (1889); 2. Eniponte (Compagnia delle Anime del Purgatorio, 1665); 3. Erbipoli (1627); 4. Gratz (1669); 5.
Haburg (1684); 6. Innsbruck (Compagnia delle Anime del Purgatorio, 1659); 7. Iettíng (1625); 8. Lauda di Brisgovia,
Friburgo (1883); 9. Ludivier (Compagnia della Misericordia 1633) 10. Otting (1881); 11. Razins (Compagnia dei SS.
Giuseppe ed Apollonia, 1720) 12. Reichesperga (Compagnia dei fedeli defunti, 1648); 13. Ressa (Compagnia di S.
Giuseppe 1663); 14. Rogereto (1699) 15. Sekirchen (Compagnia di tutti i Fedeli Defunti 1637); 16. Tonella (Compagnia
della Beata Vergine e S. Giuseppe, 1635); 17. Tragessente (Compagnia di S. Lazzaro 1641); 18. Vienna (1638); 19.
Geystingen (1888); 20. Malbodío (1662) 21. Masny ompagnia di tutti i fedeli defunti,1645); 22. Mons (Compagnia della
misericordia, 1631); 23. Pottest (Compagnia della Stazione di Nostro Signore Gesù Cristo, 1671); 24. Verviers
(Compagnia dei Fedeli, 1876); 25. Arfanta (1646); 26. Nerezzi (Compagnia del Suffragio, 1767); 27. Pagi (Compagnia
delle Anime del Purgatorio, 1669); 28. Zara (Compagnia della Concezione, 1609).

Aggregazioni: Francia – faldone 887

1. Aboncourt (Compagnia dei fedeli defunti, 1749); 2. Aiaccio (1644); 3. Aouze (1735); 4. Aurelle (Compagnia della
Madonna del Suffragio, 1665); 5. Abapissa (Confraternita di S. Carlo, 1644); 6. Arras (1732) 7. Bain (1742); 8. Balarin
(1888); 9. Bauvon (1879); 10. Barleduc (Compagnia della Beata Vergine del Suffragio, 1670); 11. Bastia (Compagnia
del Purgatorio, 1815); 12. Besançon (1888); 13. Bouzemont (1732); 14. Chapelle (1751); 15. Chutad (Compagnia della
Madonna, 1647); 16. Coissy (1734); 17. Conmercii (1706); 18. Corpeau (1882); 19. Derbamont (1744); 20. Dommartin
Le Remiremont (Compagnia della Madonna del Suffragio, 1749); 21. Dommartin sur Vraine (1743); 22. Fecocourt
(1718); 23. Fanieres (Compagnia Beata Vergine del Suffragio, 1711); 24. Fleurs en Forest (1686); 25. Fontenois de
Chateau (1730); 26. Gerardmer (1770); 27. Giurauval (1735); 28. Guenronet, Nantes (1895); 29. Gurs (1907); 30. Hadols
(1752); 31. Harreville (1730); 32. Le Monestrier (1896); 33. Levalloi Perret (1897); 34. Isola Rossa (Compagnia della
Misericordia, 1825); 35. La Navas de S. Stefano del Porto (Compagnia delle Anime del Purgatorio, 1696); 36. La Turbie
(1837); 37. Leon le Saunier (1662); 38. Mascon (Compagnia del Suffragio, 1679); 39. Matigues (Compagnia' della
Madonna S.ma del Suffragio, 1649); 40. Montique (Compagnia dei Fedeli Defunti, 1625); 41. Mont Justin (1669); 42.
Mont Heureux sur Saò (1726); 43. Montellier (Compagnia della Madonna del S.mo Suffragio, 1670); 44. Nancy
(Compagnia della Madonna del S.mo Suffragio, 1672); 45. Nantes (1883); 46. Nizza (1633); 47. Oufieres (1906); 48.
Pampaleone (Compagnia del Suffragio, 1712); 49. Pila e Canale (Compagnia dei SS. Giuseppe e Antonio da Padova,
1710); 50. Poligny (Compagnia delle Anime del Purgatorio, 1668); 51. Praye (Compagnia della Commemorazione dei
Defunti, 1782); 52. Rembervilles (1697), 53. Santusia (1640); 54. Sant'Arne (1668); 55. Saint' Omer (Compagnia di Tutti
i Fedeli Defunti, 1642); 56. Urecout (Compagnia dei Fedeli Defunti, 1749); 57. Urzemain (1737); 58. Valenciennes
(Compagnia della Misericordia, 1648); 59. Vícherez (1747); 60. Ville Franche (Compagnia della Madonna del S.mo
Suffragio, 1771).
Aggregazioni: Malta, Polonia, Portogallo, Repubblica S. Marino, Romania, Spagna e Svizzera – faldone 888

1. Burmula (1618); 2. Malta (Compagnia di S. Vincenzo, 1577); 3. Malta (Compagnia di Maria S.ma della Pietà, 1670);
4. Calissi (Compagnia della S.ma Trinità, 1649); 5. Bragha (Compagnia di S. Michele Arcangelo, 1609); 6. Lisbona
(1691); 7. Lisbona (Compagnia della Beata Vergine Madre di Dio, 1738); 8. Tanquos (Compagnia delle Anime del
Purgatorio, 1609); 9. Acquaviva (Compagnia del Purgatorio, 1894); 10. Saxlen (1691); 11. Aleira (1667); 12. Almudabar
(Compagnia di S. Maria della Solitudine, 1625); 13. Burgos (Compagnia della Solitudine, 1584); 14. Cadíge (Compagnia
delle Anime del Purgatorio, 1729); 15. Castello della Plana (Compagnia di Tutti i Santi, 1681); 16. Gerona (Compagnia
della Beata Vergine dei Desolati, 1657); 17. Granada (Compagnia della Solitudine, 1591); 18. Guimaraiz (Compagnia di
S. Maria della Consolazione, 1613); 19. Herez de la Frontera (1577); 20. Lorca (Compagnia delle Anime del Purgatorio,
1692); 21. Luzena (Compagnia della Santa Vera Croce, 1757); 22. Madrid (Compagnia della Visita a Maria S.ma, 1678);
23. Madrid (Compagnia del S.mo Crocefisso, 1704); 24. Madrid (Ospedale della S.ma Passione, 1579); 25. Madervello
(Compagnia della B.ma Vergine dei Rimedi, 1588); 26. Maiorca (Compagnia di S. Giuseppe, 1624); 27. Marquina
(Compagnia di S. Pietro, 1652); 28. Medina di Rio Seco (Compagnia di S. Maria di Loreto, 1611); 29. Merida (1915);
30. Modigliano (Compagnia di S. Giuseppe, 1623); 31. Rebenga (Compagnia delle Anime del Purgatorio, 1672); 32.
Siguenza (Compagnia della Pietà e Morte, 1642); 33. Siviglia (1725); 34. Toro (Compagnia di S. Bartolomeo, 1759); 35.
Ubeda (1591); 36. Valenza (Compagnia sotto il Titolo delle Pene di N.S. Gesù Cristo, 1580); 37. Valladolid (1768); 38.
Vilasar (Compagnia del Sangue di N. S. Gesù Cristo, 1623); 39. Vittoria (1879); 40. Emne (1841); 41. Lugano
(Compagnia di S. Marta, 1609); 42. Riamo (1729); 43. Roncart (1908).

L’ Arciconfraternita veliterna

Sembra ormai una forma anacronistica dell’associazionismo cattolico quella delle confraternite. Alcuni preti le hanno
definite pezzi di archeologia sacra, retaggi insignificanti del rinascimento della chiesa. Ebbene, alla luce del terzo
millennio, queste voci male auguranti posso essere tranquillamente smentite. Le confraternite pur nella loro straordinaria
diversità di titoli, di abiti e di insegne sono ancora oggi, nella pastorale post Vaticano II, uno dei fondamenti della chiesa.
Appartenere oggi ad una confraternita significa fare una scelta di vita, ma sopratutto votarsi al sacrificio verso gli altri.
Infatti quella che nel gergo chiamiamo aggregazione non è un semplice e puro atto formale ma un voto che ci impegna
per tutta la vita. Essere oggi una confraternita attiva nella chiesa del terzo millennio‚ un impegno costante e consapevole
del lavoro e del significato che oggi viene dato al laicato cattolico. Far parte di uno dei nostri sodalizi non è come stare
nell’azione cattolica o negli scout (senza offendere nessuno), con noi bisogna prima compiere un cammino chiamato
noviziato che forma il proprio carattere fino al giorno della vestizione solenne. Il sacco rimane solo della cruda e nuda
stoffa se non lo si considera qualcosa di vero, il simbolo di un impegno preso. Aderire ad un fenomeno o struttura
associativa, anche se particolarmente affascinante come quella confraternale, non può essere ancora una volta forma
passiva. Oggi l’attività di un cattolico impegnato nelle confraternite (quasi assimilabili in debite proporzioni e a ben
diverso livello agli ordini religiosi) è una missione: cioè un incarico che accettiamo di svolgere con la chiesa e per la
chiesa dal momento in cui chiediamo l’aggregazione con spirito di sacrificio e di abnegazione. Quindi aggregarsi non è
un semplice atto ma un vero e proprio voto aiutato dalla promozione e da una accurata informazione preventiva sulle
nostre origini, sulle nostre finalità e sul nostro impegno per perseguirle in modo da avere adesioni convinte disponibili
per l’attività religiosa, sociale e culturale dei nostri sodalizi. E poi, più è solida l’adesione e più compatta sarà la
confraternita. Quando all’interno del sodalizio si svolge una pastorale vera, consolidata il valore della confraternita si
proietta sul nostro ambiente di vita e di lavoro, sulle nostre parrocchie attraverso il nostro comportamento, la nostra
disponibilità e la nostra comprensione per i bisogni degli altri con una delicata e intelligente opera di richiamo ai valori
della fede e dell’uomo. Presenza cristiana, carità e sostegno devono essere il nostro vero abito di sempre, un abito ispirato
ai rispettivi modelli storici, dove i differenti colori possono rappresentare i diversi modi di essere confraternita ma con
una stoffa nuova che rappresenta l’aggiornamento del nostro essere nel sistema della struttura socioeconomica nella quale
viviamo. Essere membro di una confraternita è assumere un impegno in modo aggiornato ed efficace come forse si
aspetta la società da un sodalizio. Per questo nel solco delle nostre tradizioni dobbiamo realizzare un rinnovato apostolato
a favore dei bisogni sociali. Con una fraterna e solidale partecipazione con il mondo del lavoro. Senza corporativismi e
senza protagonismi. Essere consapevoli delle difficoltà che incontreremo, di ogni tipo: organizzativo, economico,
psicologico forse anche politico.

La chiesa di S. Stefano: luogo delle origini


Sul limitare di viale Regina Margherita si trova via S. Stefano in ricordo di una piccola chiesa che ivi esisteva. Essa è di
notevole importanza per stabilire con certezza assoluta le origini dell’arcisodalizio. Per questo ci affidiamo allo studioso
veliterno Augusto Tersenghi attingendo notizie dal suo “Velletri e le sue contrade” edito nel 1910. L’illustre bibliotecario
comunale ci dice che la chiesa esisteva fino al 1613, dedicata prima al primo martire romano e poi a S. Rocco (arch. not.
Vo l.572, pag.1102). Bonaventura Teoli nel “Teatro historico di Velletri” dice che nel 1429 aveva rettore e chierici, ma
nel 1505 essendovi stata fabbricata in occasione della peste una cappella in onore di S. Rocco prese questo nome. Proprio
da questa cappella alcuni autori cittadini fanno risalire le origini non documentate dell’arciconfraternita della Carità,
Orazione e Morte. Alcuni uomini in occasione del citato contagio presero a riunirsi nella detta cappella con lo scopo di
esercitare opere di misericordia. Nel 1550 S. Stefano venne concessa all’ordine dei Frati Minori Cappuccini che faceva il
suo ingresso a Velletri. Per quei pii uomini iniziarono tempi di sventura, i frati osteggiarono non poco la loro attività
tanto da rendere impossibile la convivenza nella stessa chiesa.

Il trasferimento a S. Martino

Non potendo più andare avanti chiesero a don Marco Ciampone rettore della chiesa di S. Martino di accoglierli nella sua
chiesa, questi non ebbe nulla in contrario e così nel 1569 avvenne il trasferimento. I cappuccini restarono a S. Stefano
fino al 1613 quando demolirono la chiesa per ricostruire con lo stesso materiale il convento dove oggi risiedono. Don
Ciampone volle dare a quell’unione spontanea di fedeli una sorta di ufficialità e così il 25 febbraio dello stesso anno si
riunì in capitolo con i beneficiati Lucio Panoti, Evangelista De Antonellis, Fabio Panoti, Emanuele De Musis, Francesco
Quarto per istituire la Società della Carità. Fu il notaro Ottaviano Della Porta cancelliere vescovile a rogare l’atto di
fondazione. La società venne costituita per gli esercizi di misericordia e per aiuto alla parrocchia. Nello stesso documento
(secondo quanto riporta P. Italo Laracca nell’interessante monografia pubblicata nel 1967 sulla chiesa di S. Martino)
venne concessa alla società e per essa a Domenico camerlengo e Ponziano Passeri mansionario una cappella sotto
l’organo con l’immagine della Beata Vergine Maria, S. Martino e S. Antonio da Padova. La concessione della cappella
prevedeva anche una certa autonomia nelle celebrazioni. Infatti le carte d’archivio dicono che la compagnia poteva
liberamente “in praesenti et in futuro” celebrare e nei giorni festivi dopo l’Ave Maria e poteva “suonare 30 tocchi e
adunare li fratelli per recitare i setti salmi penitenziali con le litanie e preci per i fratelli defunti”. Il 18 agosto dello stesso
anno 1569 don Suplizio Serafi donò in perpetuo alla confraternita un sepolcro di marmo munito di armi e segni. Durante
il giubileo del 1600, secondo quello che ci riferisce Alessandro Borgia nella sua “Istoria della chiesa e città di Velletri”
(Nocera 1733), diedero asilo a ben 19.000 romei diretti a Roma per far visita alle tombe dei Santi Pietro e Paolo. Non era
poco per quei tempi. Fu Clemente VIII a maggio del 1599 a proclamare i giubileo che venne aperto il 31 dicembre e non
a Natale per una indisposizione del pontefice. Clemente VIII fu generosissimo fece preparare in Vaticano una mensa per
nove pellegrini uno per ogni anno del suo pontificato e ogni giorno volle al suo tavolo dodici poveri. Incontrò i
partecipanti alla processione della Madonna del Rosario, circa cinquantamila pellegrini. Questo giubileo è ricordato per
la grande folla che arrivò a Roma tra la quale nobili e cardinali che facevano le loro pratiche vestiti di sacco. Il 1
dicembre 1616 don Giovanni Battista De Rubeis di Cori rinunciò, dopo quindici anni, alla parrocchia in favore dei
chierici regolari di Somasca che ne presero canonico possesso l’8 marzo 1617. Nel 1621 i padri fecero rifondere le
campane con l’aiuto del comune e della confraternita che si riservò di suonare i trenta tocchi per adunare i confratelli
quando era necessario andare a prendere i morti o quando dovevano riunirsi per partecipare alle sacre processioni. I
confratelli, dovendo i religiosi insegnare, gli cedettero le loro proprietà attigue alla chiesa di S. Martino per metterli in
condizioni di farlo in locali sani e ben illuminati.

L’Arciconfraternita di S. Girolamo della Carità in Roma

Nel 1621 la società della Carità di Velletri si aggregò all’arciconfraternita di S. Girolamo della Carità in Roma
assumendone statuto, privilegi ed indulgenze. Riportiamo di seguito alcune brevi note sul sodalizio romano per poter far
comprendere al lettore di cosa stiamo disquisendo. Intorno al 1518 il cardinale Giuliano De Medici (futuro Clemente VII)
riunì intorno a se un certo numero di prelati e di eminenti cittadini allo scopo di dedicarsi ad opere di bene per alleviare le
sofferenze del prossimo. Nel giro di un anno la pia unione aveva già allargato i suoi orizzonti e contava ottanta membri
appartenenti quasi tutti alle più alte cariche di curia. Papa Leone X con la bolla “Illius qui Charitas” del 28 gennaio 1520
eresse in sodalizio in arciconfraternita. Gli statuti del 1536 tracciarono il campo dell’esercizio della carità con termini
generici. Nel 1694 altri statuti, più particolareggiati, dicono che i confratelli a spese proprie distribuivano ai poveri pane
ed altri alimenti. Visitavano le prigioni, seppellivano i morti. Il cardinale Giuliano appena eletto papa concesse alla sua
confraternita la chiesa di S. Girolamo annessa ad un convento dei Frati Minori. Il primo scopo di questa confraternita era
l’elemosina del pane (che lo statuto dice si praticasse fin dalla fondazione) veniva fatta “alle famiglie povere e
vergognose di tutti li rioni di Roma ripartiti con tale ordine in tre parti che la distribuzione in ciascun quadrimestre si
faccia per turno ad una di dette tre parti di Roma”. Per evitare frodi i confratelli andavano a visitare le famiglie per stilare
una specie di censimento. Importante fu anche la presenza nelle carceri. Anche quest’opera di carità risale ai tempi della
fondazione del sodalizio e in quell’epoca era veramente necessaria per le condizioni di corpo e di spirito in cui versavano
i detenuti. Pio IV affidò il 20 giugno 1563 al sodalizio le carceri nuove. Qui i fratelli oltre all’assistenza spirituale
curavano anche quella materiale garantendo un infermeria completa di personale e di medicine. Col passare del tempo
l’arciconfraternita assunse il totale controllo dei luoghi di detenzione romani tanto da poterne appaltare la gestione.
L’azione dei confratri continuava anche negli ospedali e nel dare sepoltura ai morti. Estraevano la dote per le zitelle
povere per farle più facilmente maritare. Con questo spirito la confraternita della Carità di Velletri svolgeva la sua attività
benefica diventando un vero punto di riferimento nella società del tempo.

Dal sacco turchino a quello nero

Il primo abito dell’arciconfraternita della Carità, Orazione e Morte fu di color azzurro con un quadrifoglio con la scritta
Charitas per stemma. Durante l’anno 1747 mentre era vescovo di Ostia e Velletri il cardinale Tommaso Ruffo venne fatta
istanza di aggregazione all’arciconfraternita di Santa Maria dell’Orazione e Morte di Roma che venne accolta il 31
dicembre 1748. Questa fu una data fondamentale nella storia che vi stiamo narrando perché comportò un cambiamento
radicale nella struttura e nell’attività del sodalizio. Il sacco turchino venne dismesso per far posto a quello nero che è
attualmente in uso. Al glorioso titolo della Carità si associò quello dell’Orazione e Morte e lo scopo primario diventò la
sepoltura dei cadaveri. Si trattò di veri e propri servizi di polizia mortuaria che venivano affidati all’arciconfraternita
dalle autorità cittadine e che venivano svolti in modo assolutamente gratuito. Il provveditore dei morti era il confratello
addetto a tale incombenza, egli era il “deus ex machina”, stabiliva se era necessario andare a piedi o usare un mezzo di
trasporto. Doveva aver presente se il cadavere era a disposizione dell’autorità giudiziaria o se era deceduto per cause
naturali. Nel primo caso non poteva procedere “more solito”, doveva accelerare i tempi facendo un invito ristretto alla
fratellanza e andare a prenderlo nel modo più anonimo possibile. Addirittura se era suicida o non cattolico si andava in
borghese con i portatori, fermo restando i canoni del diritto. Durante il trasporto del “de cuius” si recitavano preci e
salmi. Nel fondo archivistico dell’arciconfraternita di Santa Maria dell’Orazione e Morte di Roma si trova una
informativa relativa al funerale di Belardino Giorgi che venne estorto all’arciconfraternita veliterna dal sodalizio della
Concezione avente sede nella cattedrale di S. Clemente. Belardino Giorgi di Filettino morì nella propria capanna distante
quattro miglia da Velletri. Era persona conosciuta dall’arciprete della cattedrale che fece associare il cadavere alla
Concezione senza aspettare che il tribunale facesse la propria ispezione. Apriti cielo. Veniva così usurpato un diritto
dell’arciconfraternita della Carità, Orazione e Morte che secondo i privilegi di statuto attendeva l’ordine del tribunale per
rimuovere il corpo. Il contenzioso, che venne diramato dalla banca dell’arciconfraternita madre, nacque dal fatto che
pochi giorni prima era stato associato il cadavere di Lorenzo Iacobelli, ciociaro, morto miserabile. Questi non aveva
rendite e quindi non interessava all’arciprete Cella ne tanto meno ai guardiani della Concezione. Nonostante le richieste
al tribunale e al vicario generale nessuno volle riconoscere i nostri diritti su quel cadavere. La banca romana rispose che
l’arciprete della cattedrale non aveva il diritto di commettere l’associazione del Giorgi alla Concezione perché era un
privilegio dello statuto dell’arciconfraternita della Carità, Orazione e Morte. Altro sodalizio, nel caso specifico la
Concezione, poteva procedere legittimamente alla rimozione del Giorgi solo se il servizio era a pagamento e in questo
caso lo eseguiva chi chiedeva di meno.

Il cardinale Stefano Borgia

Il cardinale veliterno Stefano Borgia, prefetto della sacra congregazione di Propaganda Fide, nel 1792 adempiendo ad un
suo voto che prevedeva il dono dei corpi di sette santi martiri alle chiese di Velletri, donava all’arciconfraternita il corpo
di S. Zosimo Martire con la lapide sepolcrale scavata nel cimitero di S. Santurnino. Dall’epistolario privato dell’Em.mo
leggiamo cosa accadde. E’ lo stesso Borgia a parlarne in una lettera inviata a fratello Giovanni Paolo il 7 gennaio 1792
“(...) Quanto poi al corpo del santo martire Zosimo è troppo necessario di consegnarlo per formale istromento, e ne
manderò procura. Ma prima di donarlo desidero di sapere sotto quale altare sarà collocato in S. Martino, mentre, non
collocandosi immediatamente sotto dell’altare, non intendo di donarlo e ne farò altro uso. In secondo luogo bramo che la
confraternita della Carità si assuma l’obbligo di tenerlo sotto dell’altare esposto per la festa sua principale, per quella di
S. Martino, di tutti i Santi e di Pasqua. Debbo anche mandare l’iscrizione greca del santo martire da collocarsi a lato
dell’altare, e vorrei che voi ne riconoscete il sito, e sotto questa iscrizione parrebbe che convenisse metterne altra breve a
memoria del dono e del donatore. Pare e a me che si doni senza esserne neppur ringraziato(...)”. E così fu, venne scolpita
in marmo la seguente iscrizione che oggi si trova murata sul pilastro di destra dell’altare maggiore della chiesa di S.
Apollonia sotto la lapide in greco di cui fa menzione il Borgia nella lettera sopra riportata

TITULUS S.ZOSIMI MART. CUIUS CORPUS EX COEMET - S.SATURNINI IN PATRIAM TRANSTULIT E ET R


PRINCEPS STEPHANUS S.R.E CARD.BORGIA ET VEN SODALICIO B.VIRGINIS CARITATIS MORTIS ET
ORATIONIS NUNCUPATO DONO DEDIT ANNO MDCCXCII

Il cardinale nel suo epistolario privato fece altri due riferimenti importanti all’arciconfraternita della Carità, Orazione e
Morte: il primo fu nella lettera del 26 maggio 1792 diretta sempre a Giovan Paolo Borgia: “(...) Attendo i due gessi, per
spedir col ritorno della soma il corpo di S. Sevirino, o Severino, per S. Lorenzo con la sua iscrizione; ed attendo anche
copia di quella, che fu fatta per memoria del dono a S. Martino, onde volermene per altra consimile memoria in S.
Lorenzo (...)”. Il 30 maggio del 1792 tornò a scrivere al fratello in questi termini: ”(...) Voi mi avete mandata copia della
procura, ma io richiesi copia della breve iscrizione latina, che fu fatta per scolpirsi in marmo per memoria in S. Martino.
L’attenderò in appresso(...)”.

L’assistenza acondannati a morte

Nel 1810 le leggi di soppressione schiacciarono la confraternita della Misericordia che aveva sede nella chiesa di S.
Antonino al Carmine. L’arciconfraternita della Carità, Orazione e Morte ottenne il privilegio di assistere i condannati al
patibolo. S. Antonino, citata nel celebre breve di Alessandro II del 1065 con un arciprete e clero ed aveva una cura
d’anime, essendo chiesa parrocchiale. Nel 1533 era tenuta da un rettore che a causa della povertà delle rendite la cedette
al sodalizio proveniente da altra chiesa. I confratri la tennero per circa quarant’anni e infatti nel 1573 si trova l’atto di
concessione ai padri Carmelitani che da poco avevano fatto il loro ingresso a Velletri. I confratelli però tennero per i loro
bisogni spirituali una cappella della chiesa che venne dedicata a S. Giovanni Decollato allorché chiesero l’aggregazione
all’arciconfraternita fiorentina dello stesso titolo. I carmelitani restaurando il complesso isolarono la cappella facendone
una chiesetta indipendente e è qui fino al 1810, quando venne soppressa la confraternita, che vi si seppellivano i cadaveri
dei giustiziati. Il condannato più famoso che la storia dell’arciconfraternita ricordi fu il brigante Vincenzo Giovanni
Battista Vendetta conosciuto nella storia come Cencio Vendetta. Le gesta di questo famoso veliterno sono state raccolte
dal prof. Giovanni Ponzo nel volume “Cencio Vendetta, il brigante della Madonna” edito da Ve.La nel 1992. Vendetta
dopo una criminoso inizio con l’accoltellamento di una donna alla fontana di piazza del Trivio per una questione di
precedenza per prendere l’acqua, uccise sotto palazzo Graziosi (oggi Maggiorelli) in via del Comune il maresciallo dei
carabinieri generali. Ormai per lui era pronta la mannaia. Escogitò un piano azzardato ma logico nella sua follia. Rubò
l’immagine della Madonna delle Grazie nella basilica cattedrale di S. Clemente e con essa ricattò il governo pontificio
per ottenere la grazia per lui, per il fratello Antonio e una pensione di cento scudi al mese per aprire un banco al mercato.
Le trattative per la restituzione della sacra immagine iniziarono subito dopo il furto, fu il delegato apostolico mons. Luigi
Giordani a trattare con il brigante. La notizia del furto arrivò fino al pontefice che disse che avrebbe concesso la grazia
solo dopo la restituzione della Madonna. Il brigante si irrigidì e solo dopo una sommossa popolare consegnò al vescovo
suffraganeo Vitali la Madonna venendo arrestato sotto il portone del palazzo dei Conservatori in piazza del Comune. Il
tribunale criminale di Roma il 25 agosto 1858 lo condannò alla pena capitale perché responsabile di altri reati, ma
principalmente dell’omicidio del maresciallo Antonio Generali. Il ricorso immediatamente presentato dalla difesa venne
respinto il 27 novembre, vano fu l’appello alla sacra consulta che il 22 luglio 1858 confermò la condanna di primo grado.
Venne tentato anche il ricorso al sommo pontefice ma questi rifiutò la grazia. La mannaia cade sulla sua testa il 29
ottobre 1859 in piazza del Trivio per mano del famigerato boia Mastro Titta. Vendetta aveva rifiutato in carcere i conforti
religiosi dei confratelli della buona morte che accettò solo qualche minuto prima della sua esecuzione.

I giorni nostri

Pesante l’eredità che viene dal glorioso passato che vi abbiamo raccontato. Traendo spunto da esso fin dai primi anni
novanta è partito un cammino di rinnovamento e di rinascita che ci ha portato ai traguardi odierni. Quando lo scrivente è
stato aggregato anche l’arciconfraternita veliterna, stava per essere schiacciata da quella fase di oblio iniziata come
abbiamo detto dopo il 1870. La perdita dei beni e la morte degli aggregati ci ha fatto trovare il sodalizio amministrato da
un gruppo di benemeriti confratelli che con tenacia e abnegazione lo avevano traghettato fuori dalle rovine della guerra e
nonostante la loro non più giovane età continuavano in attesa di consegnarlo alle future generazioni. Così è stato dopo il
7 agosto 1988 quando padre Italo Mario Laracca mi impose l’abito arrivarono le adesioni convinte e fattive di Stefano
Scopino (1989), Emanuele Vidili (1990), Umberto Galante (1992), Teodoro Beccia (1994), Andrea Zaccagnini e
Emiliano Battisti (1995), Paolo Cellucci (1996). Le fila cominciavano a rinvigorirsi e i nostri grandi vecchi con gli occhi
velati dall’emozione iniziavano ad istradarci lungo il cammino di una vita confraternale consapevole e responsabile .Ci
diedero subito la massima fiducia cominciammo subito a fare esperienza esercitando alcuni incarichi che poi divennero
nostri una volta avuti i requisiti necessari. Ricordo come grazie al Fr. Quirino Gasbarri, oggi guardiano ad onorem,
imparai a fare il maestro dei novizi. Fu lui ad insegnarmi tradizioni, consuetudini e regole che sono il tesoro della nostra
nobile istituzione. Momenti indimenticabili, emozioni irripetibili che cercherò di raccontare con l’ausilio del libro degli
atti.

1991: V° Centenario della Sacra Immagine della Madonna della Carità

Per ricordare il mezzo millennio da quel 10 maggio 1491 quando fu commissionata ad Antoniazzo Romano la sacra
immagine della Madonna della Carità si organizzarono dei solenni festeggiamenti ai quali fu presente il compianto
cardinale Ugo Poletti, all’epoca arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore in Roma. Alla processione fu presente
S.E mons. Andrea Maria Erba vescovo diocesano e per la prima volta il gonfalone della città accompagnato
dall’assessore Luciano Vittucci in rappresentanza del sindaco Maurizio Zannola.

1991: Decennale della scomparsa di Ferruccio Tata- Nardini

Il vescovo mons. Andrea Maria Erba con mons. Franco Risi vicario generale e P. Italo Mario Laracca celebrarono la
santa messa in suffragio del geom. Ferruccio Tata Nardini aggregato nel 1952. Presente la vedova signora Caecilia
Saraceni e i figli Francesco, Marcello e Nicoletta.

1992: La Madonna della Carità, accompagna Giovanni Paolo II a Luanda

Per interessamento di Silvio Mattacchioni e con la collaborazione di Egidio Caporali l’immagine della Madonna della
Carità fu stata pubblicata su tutto il materiale divulgativo del viaggio di Giovanni Paolo II a Luanda, capitale dello stato
dell’Angola.

1994: Il Fr. Edmondo Trivelloni lascia l’incarico di Camerlengo al quale era stato eletto nel 1950

Durante la congregazione segreta del 9 gennaio il Fr. Edmondo Trivelloni rassegnò le dimissioni dall’incarico di
camerlengo, a succedergli fu chiamato il Fr. Giulio Mingarelli. La consegna della carica avvenne durante la festa di S.
Apollonia alla presenza del parroco di S. Martino P. Roberto Petruziello.

1994: Ricordato il 50 anniversario del trasferimento a San. Martino della Sacra Immagine della Madonna della Carità

Il 12 maggio 1994 con una solenne concelebrazione fu ricordato il cinquantesimo anniversario del trasferimento della
sacra immagine della Madonna della Carità a S. Martino per salvarla dai pericoli della guerra. P. Italo Mario Laracca
scrisse sul libro degli atti: “Auguro ai buoni fratelli della buona morte di continuare a crescere nella devozione alla
Madonna e di essere sempre pronti a qualsiasi sacrificio quando si tratta dell’accrescimento della fede, della pratica della
vita cristiana e di essere sempre pronti per il bene del prossimo, di essere sempre apostoli del bene con l’esempio della
vita”.

1994: Muore Edmondo Trivelloni

Il 1994 fu l’anno della morte del Fr. Edmondo Trivelloni, benerito camerlengo del nostro sodalizio. Le esequie furono
celebrate nella nostra chiesa gremita fino all’inverosimile. Si era aggregato nel 1928, venne eletto camerlengo nel 1950
succedendo ad Antonio Felici.

1994: L’ Abate di S. Paolo fuori le Mura celebra a S. Apollonia


La santa messa dell’esposizione della sacra immagine della Madonna della Carità fu celebrata da don Luca Collino abate
ordinario della basilica di S. Paolo fuori le Mura che scrisse sul libro degli atti: “Con gioia ho accettato l’invito di
celebrare la santa messa nella ricorrenza della festa della B.V. Maria della Carità. Invoco da Dio, per intercessione della
SS.ma Madre del suo figlio, le più larghe ed efficaci benedizioni sulla Ven. confraternita che da lei prende il titolo e che è
impegnata a diffondere il culto a lei e al figlio di Dio e suo che è l’incarnazione della stessa carità di Dio”.

1995: Gemellaggio con la Confraternita di Sant’Antonio da Padova di Tremonti

Il 20 agosto una delegazione della confraternita ha preso parte alla processione in onore dei santi patroni di Tremonti
(AQ) gemellandosi con la locale confraternita di S. Antonio da Padova alla quale fu donata una copia della sacra
immagine della Madonna della Carità. La confraternita abbruzzese restituì la visita in occasione della processione in
onore della Madonna della Carità.

1995: Visita Pastorale di S.E Mons. Andrea Maria Erba

Il 12 novembre il vescovo mons. Andrea Maria Erba ha svolto la visita pastorale alla nostra Ven. confraternita dove è
stato illustrato all’eccellentissimo presule lo stato del sodalizio.

1996: P. Ernesto Rusconi c.r.s Rettore della Chiesa di S. Apollonia

Il 23 marzo il vescovo mons. Andrea Maria Erba ha nominato con proprio decreto P. Ernesto Rusconi dei padri Somaschi
rettore della chiesa di S. Apollonia che all’atto del suo insediamento ha scritto sul libro degli atti: “Con ringraziamento a
S.E. il vescovo per avermi nominato rettore di questo santuario lodo il Signore invocando celeste benedizione su tutti”.

1996: Primo Incontro Mariano delle Confraternite dell’ Orazione e Morte

Il 1996 sarà ricordato nella storia della nostra confraternita per il primo incontro mariano tra confraternite dell'Orazione e
Morte al quale hanno aderito ben nove sodalizi provenienti da molte regioni italiane: l’arciconfraternita di S. Filippo Neri
sotto il titolo dell'Orazione e Morte di Lanciano con il priore Roberto Valerio, l’arciconfraternita dell'Orazione e Morte di
Cerignola con il priore Pinuccio Patruno, l’arciconfraternita dell'Orazione e Morte di Sorrento con il priore Pasquale
Ferraulo, la confraternita dell’Orazione e Morte di Massa Lubrense con il priore Vincenzo Carratà, la confraternita
dell’Orazione e Morte di Castel di Sangro con il priore Nicola Carruso, la confraternita Pio Monte dei Morti di Venosa
con il priore Savino di Mantova. I confratelli sono giunti alle 10.30 e dopo il saluto del guardiano Luigi Capretti è partita
la sfilata verso la basilica di S. Clemente dove il vescovo ha concelebrato con mons. Sebastiano Corsanego e il primicerio
della confraternita di Sorrento, la sera si è svolta per le strade cittadine la Via Matris che ha chiuso la manifestazione.

1997: Ci lasciano i Guardiani Italo Laracca e Luigi Capretti

Il 14 febbraio muore alle 3 del mattino P. Italo Mario Laracca guardiano ecclesiastico della confraternita, una
delegazione ne ha portato a spalla la bara da S. Martino fino alla Basilica di S. Clemente e da S. Clemente fino a Piazza
Garibaldi, mentre il 4 marzo ci ha lasciato Luigi Capretti guardiano dal 1996. Le esequie sono state celebrate dal vescovo
mons. Andrea Maria Erba nella nostra chiesa di S. Apollonia.

1999: Il Cardinale Vincenzo Fagiolo celebra a S. Apollonia

La festa della Madonna è stata allietata dalla presenza del cardinale Vincenzo Fagiolo del titolo di S. Teodoro al Palatino
grande studioso delle confraternite che ha celebrato la santa messa ed ha accompagnato per un tratto la Madonna in
processione scrivendo sul libro degli atti: “La Madonna della Carità benedica la Ven. confraternita della Carità, Orazione
e Morte, la città e diocesi di Velletri, il vescovo ed i ministri sacri, i religiosi e le religiose tutto il popolo santo di Dio; e
tutti noi che veneriamo ed amiamo con amore filiale Maria, madre di Dio e della chiesa”.

2004: Commemorazione del Terzo Centenario della nascita del Ven. Filippo Visi
La festa di S. Apollonia è stata la felice occasione per commemorare il terzo centenario della nascita del Ven. Filippo
Visi da Velletri. La solenne santa messa è stata presieduta dal vescovo di Anagni - Alatri mons. Lorenzo Loppa alla
presenza del gonfalone della città di Velletri e di una delegazione dell’arciconfraternita madre. Dal libro degli atti: “Ai
confratelli della venerabile confraternita veliterna auguriamo sapienza e prosperità nel giorno dedicato alla memoria del
venerabile Filippo Visi da Velletri si sono confermati i legami di affetto e di comuni intenti nel servizio e nella preghiera.
Ad Majora. Alfonso Sapia, governatore di S. Maria dell’Orazione e Morte di Roma”. 2004: Elevazione ad
Arciconfraternita

Il vescovo mons. Andrea Maria Erba con proprio decreto ha elevato la confraternita della Carità, Orazione e Morte al
titolo di Arciconfraternita in riconoscenza del servizio reso alla chiesa veliterna nei quattro secoli di vita. L’annuncio è
stato dato durante il solenne pontificale della festa della Madonna della Carità.

La Cappa o Abito Perché i Confratelli la indossano? SIGNIFICATI Mettere la cappa non é un gesto superato, superfluo
od inutile, ma segno (ossia SIMBOLO che produce determinati EFFETTI) e testimonianza di una presenza cristiana che
ha una definizione ed una collocazione precise, perché: la cappa é il segno e la manifestazione dell'appartenenza ad una
Confraternita e della partecipazione alla sua azione. Poiché é una azione ufficiale della Chiesa, prima di tutto occorre
pertanto recuperare e rafforzare la propria appartenenza, compartecipazione, corresponsabilità, innanzitutto alla, con e
per la Chiesa Cattolica (e poi alle sue emanazioni: NON si é cristiani in quanto appartenenti ad un certo gruppo
ecclesiale!). Un Confratello da solo non rappresenta nulla (= la Confraternita ha una struttura organizzata, non é un
semplice gruppo di persone che, a parte le loro attività comunitarie, restano considerate individualmente), perciò egli non
può pensare di indossare la cappa solo per una dimostrazione parziale o individuale di attività, né di utilizzarla
saltuariamente o comunque arbitrariamente o di usarne una qualsiasi, propria. Essa é personale sia in vita che in morte,
dev'essere benedetta e consegnata ufficialmente con l'apposito Rito di Vestizione, dev'essere conservata con cura e
portata con dignità da ogni Confratello e Consorella regolarmente iscritti e solo da essi: pur se può essere un gesto di
amicizia o può servire ad avvicinare potenziali "novizi", non si deve farla mettere a chi non é o non é ancora iscritto, solo
per incrementare il numero di presenze "in abito"; la cappa é abito per il servizio liturgico, indica che si vuol partecipare
attivamente alla Sacra Liturgia e che si vuole esprimerla esemplarmente sia nel rito che nella vita. Il fine peculiare delle
Confraternite é l'incremento del culto pubblico (che esse compiono in nome della Chiesa, da cui ne ricevono il mandato
ufficiale e diretto) al quale si deve provvedere con l'esattezza liturgica prevista e necessaria. Poiché l'abito per questo
servizio é la cappa, essa deve essere messa in tutte le funzioni in cui la Confraternita é presente, sia nelle forme solenni di
celebrazione (Messe, Officiature ...) che nelle manifestazioni di pietà popolare (processioni, pellegrinaggi ...): NON si
tratta di un "accessorio" che indossano solo coloro che portano i simulacri, limitatamente alle processioni, o il cui uso é
lasciato all'arbitrio o alla voglia dei singoli iscritti; la cappa é un richiamo, ricorda la veste del Battesimo e quindi la
dignità sacra di ogni battezzato e il compito che la Chiesa gli riconosce nell'esercizio del culto liturgico, che dà mandato
ufficiale di compiere. Essa é anche richiamo alla fine della vita terrena: i Confratelli defunti venivano (e dovrebbero
essere tuttora) rivestiti con la cappa (é un atto assolutamente non anacronistico e mai abrogato da nessuno, anzi fu una
delle prime regole ad essere fissata, in segno di uguaglianza davanti a Dio, alla fine della vita terrena che si lascia,
lasciando assieme ad essa tutte le distinzioni ulteriori di stato sociale, ecc.): questo lodevole e significativo atto, ove sia
stato tralasciato, va seriamente recuperato e meditato. Inoltre la cappa é un continuo invito a proseguire nella via di pietà
dei fondatori delle Confraternite, che vollero rivestirsi di quest'abito per devozione, penitenza, impegno di vita migliore,
e non solo per semplice tradizione: indossando la cappa, i Confratelli ricordino che si sono rivestiti di Cristo e gli
appartengono, non ci deve dunque più essere mancanza di sintonia tra spirito e vita; la cappa é distintivo (vedi il primo
paragrafo di pagina 11) di carità e di amore verso i più bisognosi ed, in certi casi, anche abito di servizio (ad es. per le
sepolture od i soccorsi: quindi, per praticità alcune cappe sono o erano di tela cerata). Essa indica lo spirito di sacrificio
con cui i Confratelli sono tenuti ad affrontare il dovere di solidarietà, compiendo il proprio servizio nelle molteplici
forme di volontariato secondo lo spirito cristiano (non semplicemente secondo una più o meno accentuata ispirazione agli
ideali cristiani) di cui le Confraternite sono state precursori ed in cui possono e devono essere continuatrici (beninteso,
sempre unitamente al peculiare scopo di culto). N.B.: tutte le cappe dovrebbero avere il cappuccio (anche simbolico, non
importa se grande o piccolo, se da usare sempre o no, ma é importante che ci sia e che sia visibile), segno di umiltà e di
nascondimento; quando questo è calato sul volto non permette di essere riconosciuti, indicando l'anonimato delle buone
opere (nessuno sa perciò chi deve ringraziare per il bene ricevuto) e l'annullamento della differenza di classe sociale
(sono accumunati il ricco col povero, l'istruito col meno colto...). E' così stimolata e continuamente richiamata la fedeltà
alle esortazioni di Gesù: "Non sappia la tua sinistra quel che fa la tua destra." (alcune cappe hanno perfino una manica
più lunga dell'altra per ricordarlo!), nonché: "Guardatevi dal fare le vostre opere buone per essere visti dagli uomini, il
Padre vostro che vede nel segreto vi ricompenserà.". Nella simbologia del cappuccio si può notare un ulteriore
significato, apparentemente contraddittorio con qunto appena esposto: il cappuccio nasconde la persona, ma questo non
avviene per mascherarne l'identità, ma per rafforzare ulteriormente l'annullamento della differenza di classe sociale:
dietro il cappuccio ci possono stare tutti e può esserci chiunque, non solo qualcuno che non vuole svelarsi od ha paura o
fastidio di farlo. La cappa é dunque emblema significativo per la decorosa e pubblica espressione del culto e per il
generoso servizio di carità, e quindi abito coessenziale all'associazionismo confraternale: pertanto non é possibile
abbandonarla (non é lecito né legalmente e né pastoralmente). ELEMENTI Essa é innanzitutto uguale per tutti (non é
ammissibile "personalizzarla": le differenziazioni, quando ci sono, servono solo per distinguere i dirigenti
dell'associazione o chi ha qualche incarico), indica che tutti i Confratelli (= "come-fratelli" ovvero "con-i-fratelli") sono
uguali tra loro, sono tutti figli di Dio (si pensi inoltre al nome "Compagnia" dato alle prime Confraternite, che deriva da
"cum-panis", ossia colui o coloro con cui si divide il pane), inoltre ricorda che l'ordinamento dell'associazione é
democratico e gestito comunitariamente, NON egemonicamente. E' errato e molto negativo il pensare che rivestirsi della
cappa sia qualcosa da ostentare, sia all'interno che all'esterno della Confraternita (così come é altrettanto errato e
fortemente negativo ostentare il non volersela mettere per ragioni più o meno opinabili che celano vergogna o rispetto
umano fine a sé stesso o, quantomeno, mancanza di convinzione, fatto tanto più preoccupante in materia di fede prima
che di appartenenza a qualsiasi gruppo). Quanto all'abito ed ai distintivi dei dirigenti o di chi ha qualche incarico
nell'associazione, si tenga sempre presente che tali mansioni sono un onere prima che un onore (sono l'espressione di un
servizio, non di un potere) e che non é rifiutando di indossare le relative insegne che si cresce in umiltà. Così facendo si
crea solo indefinitezza nell'individuazione di chi ne é titolare e diminuzione della reverenza che tutti, a cominciare da chi
le ricopre, devono a ciò che queste mansioni rappresentano, piuttosto che a chi le ricopre. NON si tratta solo e/o
semplicemente di una "sopra-veste" più o meno munita di "accessori" o essa stessa "accessorio". La cappa serve per atti
specifici, é quindi provvista di annessi (NON sono "complementi" più o meno facoltativi) determinati sia per ciò che
simboleggiano che per le funzioni a cui assolvono. Ogni sua parte é, per questo, complementare con e alle altre, metterne
genericamente solo alcune non ha nessun significato, é un comportamento arbitrario, cioé contrario alle norme, al buon
senso ed all'educazione, ossia al rispetto degli altri Confratelli e della stessa associazione. Avendo chiaramente presenti
tutti questi aspetti si può qui come e perché essa é composta in un certo modo, iniziando da ciò che ordinariamente
indicano i colori della stoffa di cui é fatta: il bianco richiama il colore delle prime cappe indossate dai Flagellanti
medievali (vedi il secondo paragrafo di pag. 9), così furono e sono confezionate le cappe della maggior parte delle
Confraternite, a cominciare dall'Arciconfraternita-Madre del Gonfalone, la cui struttura sarà poi adottata da tutte le altre
Confraternite sorte in seguito. N.B.: su questo abito sono quindi stati inseriti o aggiunti diversi altri elementi (es. classico:
la mantellina). Spesso si é salvaguardato, però, almeno un richiamo al colore originario (ad es. si adottano cappe di colore
diverso, le quali presentano tuttavia colletto, risvolti o fodera bianchi, per ricordare le origini); oppure, per contro, per
non toccare del tutto l'originario abito bianco, su di esso sono inseriti solo dei piccoli, semplici annessi colorati (ad es.
nastri o fregi); il grigio ricorda la tela grezza, di simile colore, dell'umile saio dei primi Frati dell'Ordine Francescano:
l'uso di una cappa simile indica le Confraternite (ed i legami tra esse e tale Ordine) sorte al seguito dei "Fratelli e Sorelle
della Penitenza" nati dall'esperienza di San Francesco;il rosso é il colore caratteristico della Confraternita della Trinità dei
Pellegrini, fondata da San Filippo Neri, ed indica l'effusione dello Spirito Santo ed il fuoco della carità che deve
infiammare il cuore di chi é iscritto a questa associazione nell'esercitarne lo scopo: la glorificazione della Trinità
attraverso l'azione di liberazione del prossimo dalle emarginazioni e dalle schiavitù. Non poteva essere scelto colore
migliore, visto che il rosso simboleggia la divinità; il marrone ed il giallognolo richiamano rispettivamente la tonaca o il
mantello dei religiosi dell'Ordine Carmelitano (i cui primi eremiti, e non solo essi, adottavano vesti di tinta affine, tessute
con peli d'animale) e indica una Confraternita della Madonna del Carmine; ma questo colore (indipendentemente
dall'Ordine religioso di aggregazione) potrebbe anche semplicemente indicare Confraternite nate dal Movimento
Penitenziale medievale, i cui primi membri, come si é detto, vestivano rudi tuniche di Teladi sacco l'azzurro é il colore
mariano per eccellenza: é il colore del cielo, prefigura la Gloria Eterna (per cui simbolicamente indica la divinità) in cui é
già stata assunta la Madonna. Esso fu assegnato alle Confraternite del Rosario dai Padri Domenicani, i quali ne zelarono
l'erezione un po' ovunque, tanto che la fondazione di queste Confraternite, assieme a quelle consimili del Santissimo
Sacramento, era auspicata in ogni Parrocchia; questo colore (usato sia per la cappa che per la mantellina) indica
comunque una nfraternita mariana (o anche una Confraternita delSantissimo Sacramento legata ai Domenicani, mentre
quelle legate alla Basilica del Laterano sulla cappa bianca portano invece la mantellina di colore rosso, e chi, ad es., ha
una doppia aggregazione, potrebbe avere cappa azzurra e mantellina rossa); il verde é innanzitutto il colore
dell'Arciconfraternita di San Rocco e, di conseguenza, delle sue aggregate; esso riprende il colore delle vesti con cui
questo santo pellegrino viene effigiato nell'iconografia tradizionale e invita alla speranza durante il pellegrinaggio
terreno, prefigurazionequello verso l'Eternità: il verde simboleggia la stagione della rifioritura, del ritorno della vita, e
quindi l'umanità; il nero, il colore simbolico della terra, da cui ha principio la vita, alla quale torna con la morte, é
adottato, per questi motivi, dalle Confraternite della Buona Morte ("buona" nel senso cristiano del termine, sia
innanzitutto dal punto di vista di una adeguata preparazione ed assistenza spirituale, che da quello del provvedere ai
servizi necessari ai diversi atti e situazioni che accompagnano quest'ultimo momento della vita): in senso lato il nero é
stato quindi inteso come indicatore di lutto, ma non é questo il suo significato originario o comunque principale; altri
colori o combinazioni di colori usati o usabili possono derivare dall'iconografia con cui é tradizionalmente effigiato un
Santo Patrono (ad es. il viola del mantello di San Giuseppe, chepotrebbe indicare anche Confraternite penitenziali); dalla
carica da evidenziare (ad es. il giallo-oro, colore della solennità, in genere usato per gli ornamenti delle cappe e/o delle
mantelline dei responsabili della Confraternita, non importa di che tipo); o anche dalla semplice affinità col colore
stabilito (ad es. il blu anziché il nero, per distinguere due Confraternite di titolo diverso entrambe con abito scuro,
esistenti nella stessa località, o limitrofe, o che hanno avuto vicende particolari riguardo all'aggregazione. nulla vieta che
per motivi attinenti la devozione ad un determinato santo o mistero si adotti un colore che lo richiama, es. azzurro per la
Madonna, rosso per un Martire ... salvo sempre, ovviamente, non andare fuori dal seminato N.B.: quest'ultima é una
situazione particolare ma non rara, che può presentarsi per tutte le Confraternite, così che ci possono essere più elementi
distintivi, sia sull'abito e sia sullo stemma confraternale, a motivo di più aggregazioni o loro rinnovi ad una od a più di
un'Arciconfraternita-Madre. Il titolo di una Confraternita é un po' il suo "biglietto da visita" e quindi richiede un minimo
di precisione nel definirlo e nel presentarlo. Può capitare che al accanto al Santo o Mistero titolare originario
dell'associazione si affianchi il titolo della relativa "casa-madre" (non é detto che sia una sola), o che questo lo
sostituisca, oppure può darsi che sia indicato anche il titolare dell'Oratorio che é sede della Confraternita: si possono così
avere più contitolari (che non necessariamente sono i Patroni, e viceversa). Occorre fare un po' di attenzione per non
confondere queste identità e per non creare disguidi che hanno una loro rilevanza. In tutto o in parte ciò si riversa di
conseguenza anche sull'abito della Confraternita, che é il primo evidente segno identificativo con cui essa si presenta.
Così, ad es., ci può essere una Confraternita al cui titolo non corrisponde il colore previsto per la cappa e viceversa. Ogni
Confraternita é unica nel suo modo di essere (compresa l'adozione di un certo tipo di abito) però le norme generali che
attribuiscono determinati colore e forma ad un dato tipo di Confraternita non possono essere disattese, travisate, o
comunque applicate in maniera autocefala (si può dare solo una parziale originalità applicativa). Una Confraternita che,
data la sua origine, porta cappa bianca, dovrebbe mutarne il colore, aggregandosi alla propria casa-madre (salvo che
anch'essa abbia per colore il bianco); a volte ciò non avviene, si integra solo la mantellina del colore richiesto, finendo
per sembrare Confraternita di tipo diverso.Così, considerando alcuni esempi notevoli, le aggregate all'Arciconfraternita
della Morte che aggiungono mantellina nera e mantengono cappa bianca, potrebbero essere scambiate per Confraternite
del Suffragio; le Trinitarie che di colore rosso adottino solo la mantellina, potrebbero sembrare Confraternite del
Sacramento (viceversa, quelle del Sacramento che abbondassero facendo rossa non solo la mantellina ma tutta la cappa,
sembrerebbero Trinitarie; lo stesso vale per quelle dedicate alla Passione del Signore o ad un Martire, per le quali però il
rosso simboleggia il sangue); le aggregate ai Francescani che assumono il colore marrone (come l'attuale saio dei frati)
potrebbero essere scambiate per Confraternite del Carmelo (le quali, in quanto dedicate alla Madonna, sopra la cappa
potrebbero pure portare mantellina azzurra); infine, le aggregate ai Passionisti o all'Arciconfraternita del Crocifisso (le
quali hanno cappa nera) potrebbero essere scambiate per Confraternite della Misericordia se non recassero come
distintivi quelli della Passione, propri delle rispettive "case-madri": in questi casi il nero (che a suo tempo era il colore
liturgico del Venerdì Santo) va inteso non come colore della morte in generale (vedere il penultimo paragrafo di pag. 7),
ma della Morte e Sepoltura (in alcuni casi é detto: "del Sacro Interramento") del Cristo, che é anche il titolo di alcune
Confraternite che adottano questo colore. Tutto ciò accade, principalmente, per differenziare Confraternite simili, anche
se la procedura regolare é diversa (e queste eccezioni la confermano). Anche l'abito é un distintivo, per essere
riconoscibili sia nella massa di tutte le Confraternite e sia localmente, dove ce ne potrebbero essere altre con cui
confondersi a causa di un abito affine (questa situazione si risolve anche applicandovi il proprio stemma). Ecco gli unici
casi che giustificano l'adozione di cappe parzialmente (SOLO parzialmente) diverse dal modello stabilito: altrimenti, a
prima vista, si potrebbe dire di essere in presenza di una Confraternita di titolo diverso, o legata ad un Ordine religioso o
Arciconfraternita determinati mentre invece fa capo ad un'altro/a. Come si vede, se non si conoscono né comprendono gli
abbinamenti, si fa presto a fare delle "arlecchinate"! Ecco perché, lungo i secoli, i colori ed i loro significati sono stati
definiti in modo preciso, e non si prevede di aggiungerne altri in modo libero ma se e solo se ce ne fosse eventualmente
una fondata utilità Tutte le cappe sono o dovrebbero essere munite di un cordone per cingere i fianchi (e/o, a seconda dei
modelli delle cappe, anche di un collare): é un richiamo alle funi con cui fu legato il Signore e quindi a sentirsi strinti a
Lui, alla Sua legge, e ad avere autocontrollo morale. A volte il cordone ha dei nodi (in genere 3, 5 o 7) che ricordano
alcuni momenti della Passione (ad es.: le 3 cadute sulla via del Calvario, le 5 Sante Piaghe del Crocifisso, le Sue 7
effusioni di Sangue) e invitano ad atti di devozione. Quello che ora é un semplice cingolo, anticamente terminava con dei
veri e propri flagelli (= frustini con frange in metallo o pietra), usati pubblicamente dai primi Confratelli (ecco perché
venivano detti anche "Flagellanti" o "Battuti") per colpirsi sulla nuda carne per concreto atto di penitenza (per decenza,
per non scoprire il busto, essi portavano cappe con un buco sul dorso, qualcuna foggiata così si trova ancora); alcuni
cingoli non sono di corda di cotone ma di canapa, e terminano con simbolici flagelli intrecciati, ad indicare l'anzianità
dell'associazione e la sua origine penitenziale. Tutte le cappe, infine, dovrebbero avere sul lato del cuore un distintivo,
detto "impronta", con l'effigie o lo stemma del Santo o Mistero titolare della Confraternita o della relativa "famiglia" (a
volte é una croce o un medaglione, attaccato magari al collare, dove si usa). Esso indica che i Confratelli appartengono
alla stessa "casàtia" ossia ambito familiare del Santo o Mistero di Fede cui é dedicata la loro rispettiva associazione di
appartenenza: il nome "casàccia" con cui venivano anticamente chiamate le Confraternite, ha proprio questo significato.
nota caratteristica 1: sulle cappe dei Confratelli che andavano pellegrini (o delle Confraternite che si occupavano dei
pellegrini) venivano messi (ed in alcuni casi vengono o possono tuttora essere messi) degli appositi distintivi del pio
viaggio, in seguito presi ad emblema della Confraternita, i quali, in origine, assolvevano anche a funzioni pratiche (ad es.:
il copricapo ripara dal sole, una piccola zucca cava fa da bottiglia, la conchiglia serve da bicchiere o cucchiaio, il bastone
é contemporaneamente mezzo di appoggio e di difesa ... ). Così chi si recava a Roma indossava il cappello a larga falda
dei "Romei", poi entrato a far parte dell'abito di alcune Confraternite; chi andava a visitare la Terra Santa metteva come
distintivo un rametto di palma preso in quei luoghi; chi, ancor oggi, compie a piedi il "cammino" di San Giacomo di
Compostela, riceve come segno del pellegrinaggio la conchiglia appositamente benedetta (che fu la prima forma di
"souvenir" di chi visitava le coste atlantiche dove vennero sbarcate le reliquie dell'Apostolo); qualche Confraternita dei
Pellegrini porta ancor oggi una simbolica bisaccia a tracolla, o la citata zucca come ornamento del bastone. nota
caratteristica 2: tra gli annessi che spesso accompagnano l'abito confraternale ce ne sono pure alcuni che non tutti i
Confratelli e Consorelle hanno (o hanno più), ma che vengono usati o indossati solo da alcuni di essi a motivo della
carica ricoperta o del servizio che assolvono in una determinata circostanza. E' il caso del bastone: in origine era uno
degli emblemi del pellegrinaggio e simbolicamente lo é sempre (richiamo al "pellegrinaggio" dell'esistenza umana su
questa terra); in seguito qualcuno é stato differenziato (in genere secondo la forma e gli ornamenti) e serve da emblema
dell'autorità dei superiori della Confraternita (é una "autorità" che vuol dire innanzitutto unità dell'associazione, la figura
simbolica che viene richiamata é quella del pastore che raduna e conduce il gregge) e per rendere visibile il conferimento
ed il passaggio delle cariche (tant'é vero che nel Rito di Insediamento degli Officiali si prevede la consegna degli
emblemi delle rispettive cariche); serve inoltre per renderli riconoscibili; serve, infine, da emblema della mansione di
rendere e tenere ordinato lo svolgimento delle processioni (in questo caso appositi Confratelli incaricati portano
determinati bastoni, diversi da quelli degli Officiali, con i quali, come si é detto, si richiama la figura del pastore che
conduce il gregge e contemporaneamente, di conseguenza, il servizio di regolare lo svolgimento delle funzioni). Alcune
mantelline hanno le stesse funzioni distintive, e per questo presentano apposite differenze (bordi più o meno ricchi e
lavorati, ecc.). Anche i guanti possono essere uno dei distintivi degli Officiali, ma oltre che da essi, spesso sono messi dai
Confratelli e Consorelle che portano i simulacri, in segno di rispetto e riverenza per oggetti sacri o benedetti che non si
vuole o non si ritiene di toccare indebitamente a mani nude. Per ragioni di uniformità dell'abito, alcune Confraternite
prevedono anche l'uso di apposite scarpe (durante i Riti della Settimana Santa o in certe Celebrazioni penitenziali non é
fuori luogo, invece, camminare a piedi scalzi, portando indosso alcuni simboli della Passione quali la corona di spine o i
flagelli, oppure calare il cappuccio sul volto, ecc.). nota caratteristica 3: come si é detto, la cappa é e deve essere una
"sopra-veste", quindi già negli statuti confraternali più antichi si aveva cura di prevedere anche il tipo di abito da
indossare sotto la cappa stessa, la quale NON serve a nascondere il vestito. A questo proposito si possono richiamare
anche oggi due semplici norme dettate dal buon gusto e dal buon senso: A) sotto la cappa vanno evitati abiti e scarpe di
colore e forma troppo vistosi od originali (pantaloncini corti, minigonne, sandali, scarpe da ginnastica e simili sarebbero
ovviamente da non prendere neppure in considerazione); B) nessun presunto motivo di praticità giustifica l'uso di "mini-
cappe", né vanno usati abiti confraternali ridotti o ridimensionati in nome del fatto che quel che conta é dare un segno di
presenza (non importa di che fattezza o dimensione) e che tutto il resto é in aggiunta (ciò é solo una veloce liquidazione
dell'argomento, in aperta contraddizione con quel che si é detto circa i significati delle parti della cappa): anche la
decenza estetica ha un suo ruolo. Si deve prestare la massima attenzione a non cambiare la cappa per "moda", comodità,
gusto di novità ad ogni costo, perché si é visto fare da altri, perché ci si é affidati a scelte arbitrarie o personali, ignorando
(pur in buona fede) caratteristiche ben più importanti e profonde ed una storia plurisecolare. Gli stessi stemmi per essere
tali devono rispettare determinate e ben precise regole di araldica. L'improvvisazione, la fantasia e la troppa originalità in
questo campo devono essere bandite. L'abito di molte Confraternite é spesso un'opera d'arte e comunque é un segno
materiale di rilievo di una storia ben precisa, percui sono veramente da fuggire interventi estemporanei o privi di
competenza. Certo, in qualche caso esso può sembrare uno strano indumento (non é detto che tutte le divise siano di buon
gusto) di cui, forse, potrebbe esser riveduto qualche particolare (anche per aggiungere qualcosa, e non solo per togliere!),
poiché nella Chiesa si deve volere il buon gusto e la bellezza. Ma, ad es., un abito confraternale seicentesco é portatore di
una testimonianza definita, iniziata in un dato periodo e tuttora vivente. Sarebbe fuori dal tempo indossare tutti i giorni un
capo del genere, però non si chiede di usarlo sempre (cosa che fa veramente essere fuori dalla realtà corrente). D'altra
parte nulla vieta che per una nuova Confraternita si possa adottare un abito che, tenuto conto del titolo dell'associazione,
sia adatto al tempo ed al luogo ma senza rinnegare l'antica esperienza, le norme di base e la Tradizione. Ovviamente (e
questo vale per tutti) la cappa NON può essere sostituita da nessun "surrogato" (medaglia, fascia al braccio o a tracolla,
ecc.) da mettere da solo, e le misure, fattezze e materie con cui é fatta devono comunque essere appropriate e decenti.
N.B.: a parte i momenti in cui é previsto l'uso dell'abito confraternale, sarebbe bello ed auspicabile (come accade in
moltissimi altri gruppi), che anche chi é membro di una Confraternita avesse un piccolo distintivo di essa (o della
rispettiva "famiglia" confraternale) in segno di appartenenza a tale associazione nonché di riconoscibilità del suo esserne
parte, da mettere nelle circostanze in cui non si indossa la cappa. Per tutta questa serie di motivi non é comprensibile non
usare la cappa "... perché il suo uso é ormai superato, perché é altro la testimonianza che si deve dare, perché ormai la
divisa non la mette più neppure chi é tenuto ad indossarla ...": queste giustificazioni giustificano maldestramente solo le
situazioni in cui non si vuole testimoniare in modo vivo, visibile e preciso ciò di cui si intenderebbe essere portatori. Se
non si vede il segno di quel che si é e che si fa, non si distingue nulla, e questo vale sia per chi porta un emblema di
riconoscimento, divisa, o qualsiasi altro distintivo, e sia comunque e soprattutto per chi non lo porta, perché prima o poi
dovrà in ogni caso esprimere il segno materiale e tangibile (distintivi a parte) che intende lasciare (ammesso che voglia
lasciarlo). VALORI I valori spirituali contenuti nel segno della cappa sono così profondi da meritare tuttora molta
considerazione, non certo da abbandonare in nome di ragioni diverse. L'abito esteriore deve essere segno dell'abito
interiore, morale, dei Confratelli. La cappa cioé riveste il corpo così come lo spirito di un Confratello dovrebbe sempre
essere rivestito dei sentimenti dell'umiltà, della concordia, della penitenza del cuore, del sacrificio, della preghiera,
dell'anonimato del bene (sentimenti simboleggiati tutti dagli elementi della cappa). Queste esortazioni trovano il loro più
caloroso assertore e propagatore in San Carlo Borromeo, riformatore delle Confraternite, che per esse, e soprattutto per i
loro membri, stese una apposita "Regola" in cui sono contenute numerose e preziose indicazioni, tuttora valide ed attuali,
cui il presente testo accenna, ma esse andrebbero periodicamente riproposte all'attenzione di ogni Confratello e
Consorella, per verificare se, quanto e come le abbiano praticate, le pratichino e le vogliano continuare a praticare.
L'abito confraternale, quindi, non può essere assunto superficialmente: il Rito della Vestizione, che deve essere celebrato
secondo quanto prevede la Liturgia, dà il giusto rilievo al ricco significato dell'abito ed ai valori profondi che esprime.
Senza volerne esagerare il ruolo, portare la cappa é, insomma, un modo non generico per dare testimonianza visibile di
culto e carità. Non c'é quindi da vergognarsi di indossarla pubblicamente, ricordando che non si può dire buon cristiano
chi ha vergogna a testimoniare pubblicamente la propria fede, anche partendo da gesti simbolici (pure qui tutto é segno,
ossia simbolo che produce un determinato effetto) come é, in questa fattispecie, il mettersi la cappa, poiché una fede
vissuta privatamente resta un fatto individuale che non produce gli effetti indicati e voluti dal Vangelo. In una frase: in
quest'ottica la cappa indica pubblica manifestazione della propria fede e richiama quindi l'impegno a vivere
cristianamente e coerentemente con le promesse fatte. E' necessario, ogni tanto, pensare a queste cose, e domandarsi se
ed in che modo si dà questa testimonianza! - abiti tradizionali divenuti cappe e viceversa - pettorina - crocesignati
(apparizione della Madonna, cronaca di Luca Dominici e richiamo al segno tau dei salvati biblici in un momento storico
di sconvolgimenti) é meraviglioso notare come alcuni Titoli o aspetti di Confraternite riescano efficacemente a presentare
e trasmettere aspetti biblici e teologici in maniera semplice ed accessibile al grande pubblico rosso = regalità verde =
umanità azzurro = divinità l'uniformità della cappa privilegia l'appartenenza ed il rafforzamento dell'appartenenza ad un
gruppo piuttosto che la figura del suo singolo appartenente, ecco perché farla diversa é un po' come far capire che si
vuole mettersi in evidenza risp. al gruppo. CORONE

L’uso di contare (e di usare strumenti per contare) le preghiere non fu una novità cristiana. Fu semmai innovativo averle
debitamente suddivise per non ridurle a semplice ripetizione più o meno continua di formule, ed averle intercalate con
altre preci o riferimenti alla Parola di Dio ed alla vita di Gesù per stimolare la meditazione sul Mistero celebrato. Questi
usi però furono importanti fonti di devozioni. A parte (ovviamente!) il Rosario, é solo il caso di ricordare che
l’Arciconfraternita Madre di Morte e Orazione istituì la corona dei 100 Requiem (che i suoi iscritti recitavano
pubblicamente ogni lunedì) e che l’Arciconfraternita di San Giuseppe dei Falegnami di Roma definì le Litanie di San
Giuseppe. Quanto all’Arciconfraternita Madre della Misericordia di Firenze, del suo abito confraternale fa tuttora parte (e
viene regolarmente portata) la corona del Rosario che al posto del Crocifisso ha una medaglia raffigurante la Madonna
della Misericordia. L’Arciconfraternita del Santissimo Crocifisso in San Marcello (sempre in Roma) contribuì invece a
diffondere la corona c.d. “del Cristo” di origine monastica e strutturata su un numero di preghiere (e quindi anche di
“grani” che compongono la corona stessa) riferito ai 33 anni della vita terrena di Dio Figlio. San Francesco dispose che
chi entrava a far parte dell’Ordine da lui fondato ma non sapeva leggere, recitasse determinate preghiere (che potevano
essere imparate anche a memoria e contate con l’aiuto di una corona) in luogo della Liturgia delle Ore (che presupponeva
l’uso dei testi liturgici). Sulla scìa di queste disposizioni, anche in diverse Confraternite (non importa di che specie o
titolo) si poteva distinguere tra Confratelli “da coro” (cioè coloro che erano capaci di leggere e quindi di cantare la
Liturgia delle Ore) e Confratelli “da corona” (che, non sapendo leggere, erano tenuti a pregare recitando, in sostituzione,
innanzitutto il Rosario). Come il suo Padre Fondatore, anche San Bonaventura da Bagnoregio (VT) istituì una apposita
corona (che di conseguenza da lui prese nome) per i Confratelli e le Consorelle dell'Arciconfraternita del Gonfalone
(delle quale compose il primo Statuto). Essa consiste complessivamente di 60 grani (25 + 1 + 25 + 1 + 7 + 1), suddivisi
in 2 poste di 25 grani ed un ulteriore grano ciascuna (25 + 1), ed inoltre di 7 grani ed un ulteriore grano nella parte
terminale (7 + 1). La corona è completata dalla croce e da un caratteristico fiocchetto che la rende simile alle corone
orientali. La sua recita comprende, dopo il segno della Croce e l'Invitatorio, 25 Padre Nostro ed un Gloria, quindi 25 Ave
Maria ed ancora un Gloria, infine 7 Padre Nostro ed Ave Maria; si conclude con un Eterno Riposo e con un'orazione
tratta dalla Liturgia dei Defunti, in suffragio per tutti essi. La pia pratica di questa corona prevedeva che la si recitasse
tutti i giorni, correlandovi determinati benefici spirituali, tuttora in vigore benché da rivedere secondo quanto previsto
dalla Norma n.° 14 della vigente Costituzione Apostolica sulla Dottrina delle Indulgenze. Per illustrarla e spiegare il
modo di recitarla, in alcuni documenti confraternali ne é addirittura riportato il modello e l'indicazione delle relative
preci. Quello qui riprodotto é tratto da un "Sommario delle Indulgenze dell'Arciconfraternita del Gonfalone", del quale
furono stampati esemplari diversi dal XVII sec. in poi, che venivano inviati alle Confraternite aggregate. Alcune
Confraternite la portano ancora, appesa al cordone dell'abito confraternale, anche se non sempre ne ricordano
chiaramente l'origine. Ovvio che nulla vieta di riprenderne l’uso, valorizzando anche in questo caso tutta la ricchezza
spirituale relativa. Dovrebbe comunque essere chiaro il significato di un simile simbolo (= segno che produce un
determinato effetto) come pure di altri oggetti del genere: si tratta di “corone” e cioè di formare con la loro recita una
ideale corona di preci e di lodi ai Misteri della Vita, Morte e Risurrezione del Signore e di onore a Maria Santissima e di
sentirsi “legati” con questa “catena” al progetto di Dio sul mondo e su ogni uomo, corrispondendovi con fede, in modo
responsabile e coerente.

Ancora sul significato dell’ abito Coerentemente con lo spirito originario che animò le prime forme di associazionismo
confraternale, primi Confratelli e Consorelle, per manifestare pubblicamente il loro impegno di espiazione per i peccati
del mondo e di pacificazione sociale, si vestirono con rozze tuniche di lino o di juta (richiamo alle vesti di penitenza di
biblica memoria), che erano le stoffe più comuni e povere dell'epoca. Quando essi definirono la propria struttura, l'abito
confraternale (in alcune zone chiamato "cappa", altrove detto "sacco", "veste", ecc.) divenne uno dei principali simboli
identificativi, tipici e caratterizzanti di queste associazioni, della loro presenza e dei relativi servizi socio-religiosi, e lo é
tuttora. L’abito indossato dai Confratelli fu realizzato nella forma a càmice tuttora nota, per richiamare la tunica indossata
da Gesù nella Sua Passione Redentrice (la spiritualità confraternale delle origini fu fortemente improntata alla Passione
del Signore e per alcuni aspetti lo é anche adesso); la cappa delle Consorelle richiama invece il mantello, simile a quello
dei frati, portato dalle prime donne che affiancarono i Penitenti del Medioevo, quando questi si erano ormai organizzati e
spiritualmente uniti agli Ordini religiosi. La cappa di alcune Confraternite riprende infatti alcune componenti delle
tonache (colore, forma o qualche annesso). Anche la forma ed il colore della cappa non sono casuali né arbitrariamente
cambiabili o abbandonabili, perché servono ad indicare e permettono di riconoscere un certo tipo di Confraternita, il suo
servizio ed i suoi legami (in termine tecnico si dicono aggregazioni) che esistono (anche dal punto di vista legale) con
altre della stessa specie oltreché, ovviamente, con tutte quelle dello stesso territorio, con la relativa Arciconfraternita
ossia “casa-madre”, con una "famiglia", ossia con la comunità composta da tutti coloro che si riconoscono nel nome,
nello spirito, nel carisma o nelle opere di un Ordine, Congregazione o Istituto religioso della Chiesa Cattolica, nonché,
naturalmente, con gli organi confraternali competenti, ai vari livelli. Se non in limitatissimi particolari od in altrettanto
limitatissimi casi, non c'é invece nessun richiamo ai paramenti sacri o alla divisa di alcuni ordini cavallereschi. Mettere la
cappa non é un gesto superato, superfluo od inutile, ma segno (ossia simbolo che produce determinati effetti) e
testimonianza di una presenza cristiana che ha una definizione ed una collocazione precise, perché la cappa: - é il segno e
la manifestazione dell'appartenenza ad una Confraternita e della partecipazione alla sua azione; - é abito per il servizio
liturgico (non è un "accessorio" che indossano solo coloro che portano i simulacri, limitatamente alle processioni, o il cui
uso é lasciato all'arbitrio o alla voglia dei singoli iscritti); - é un richiamo alla veste del Battesimo (e quindi alla dignità
sacra di ogni battezzato) ed alla fine della vita terrena: i Confratelli defunti venivano (e dovrebbero essere tuttora)
rivestiti con la cappa (é un atto assolutamente non anacronistico e mai abrogato da nessuno, anzi fu una delle prime
regole ad essere fissata, in segno di uguaglianza davanti a Dio, alla fine della vita terrena che si lascia, lasciando assieme
ad essa tutte le distinzioni ulteriori di stato sociale, ecc.); - é un continuo invito a proseguire nella via di pietà dei
fondatori delle Confraternite, che vollero rivestirsi di quest'abito per devozione, penitenza, impegno di vita migliore, e
non solo per semplice tradizione: indossando la cappa, i Confratelli ricordino che si sono rivestiti di Cristo e gli
appartengono, non ci deve dunque più essere mancanza di sintonia tra spirito e vita; - la cappa é distintivo di carità e di
amore verso i più bisognosi ed, in certi casi, anche abito di servizio (ad es. per le sepolture od i soccorsi: quindi, per
praticità alcune cappe sono o erano di tela cerata). Tutte le cappe dovrebbero avere il cappuccio, segno di umiltà e di
nascondimento; quando questo è calato sul volto non permette di essere riconosciuti, indicando l'anonimato delle buone
opere (nessuno sa perciò chi deve ringraziare per il bene ricevuto) e l'annullamento della differenza di classe sociale
(sono accumunati il ricco col povero, l'istruito col meno colto...). E' così stimolata e continuamente richiamata la fedeltà
alle esortazioni di Gesù: "Non sappia la tua sinistra quel che fa la tua destra." (alcune cappe hanno perfino una manica
più lunga dell'altra per ricordarlo!). Nella simbologia del cappuccio si può notare un ulteriore significato, apparentemente
contraddittorio con quanto appena esposto: il cappuccio nasconde la persona, ma questo non avviene per mascherarne
l'identità, ma per rafforzare ulteriormente l'annullamento della differenza di classe sociale: dietro il cappuccio ci possono
stare tutti e può esserci chiunque, non solo qualcuno che non vuole svelarsi. La cappa é dunque emblema significativo
per la decorosa e pubblica espressione del culto e per il generoso servizio di carità, e quindi abito coessenziale
all'associazionismo confraternale. Essa é innanzitutto uguale per tutti (non é ammissibile "personalizzarla": le
differenziazioni, quando ci sono, servono solo per distinguere i dirigenti dell'associazione o chi ha qualche incarico,
espressione di un servizio, non di un potere), indica che tutti i Confratelli (= "come-fratelli" ovvero "con-i-fratelli") sono
uguali tra loro, sono tutti figli di Dio (si pensi inoltre al nome "Compagnia" dato alle prime Confraternite, che deriva da
"cum-panis", ossia colui o coloro con cui si divide il pane), inoltre ricorda che l'ordinamento dell'associazione é
democratico e gestito comunitariamente, non egemonicamente (a differenza di quelle organizzazioni nelle quali
l’uniformità della divisa rafforza il concetto dell'appartenenza ad un gruppo piuttosto che la figura del suo singolo
appartenente). Avendo presenti tutti questi aspetti si può quindi esaminare come e perché essa é composta in un certo
modo, iniziando da ciò che ordinariamente indicano i colori della stoffa di cui é fatta: - il bianco richiama il colore delle
prime cappe indossate dai Flagellanti medievali e così furono e sono confezionate le cappe della maggior parte delle
Confraternite, a cominciare dall'Arciconfraternita-Madre del Gonfalone, la cui struttura sarà poi adottata da tutte le altre
Confraternite sorte in seguito. Su questo abito sono quindi stati inseriti o aggiunti diversi altri elementi (es. classico: la
mantellina); - il grigio ricorda la tela grezza, di simile colore, dell'umile saio dei primi Frati dell'Ordine Francescano:
l'uso di una cappa simile indica le Confraternite (ed i legami tra esse e tale Ordine) sorte al seguito dei "Fratelli e Sorelle
della Penitenza" nati dall'esperienza di San Francesco; - il rosso é il colore caratteristico della Confraternita della Trinità
dei Pellegrini, fondata da San Filippo Neri, ed indica l'effusione dello Spirito Santo ed il fuoco della carità che deve
infiammare il cuore di chi é iscritto a questa associazione nell'esercitarne lo scopo: la glorificazione della Trinità
attraverso l'azione di liberazione del prossimo dalle emarginazioni e dalle schiavitù. Non poteva essere scelto colore
migliore, visto che il rosso simboleggia la divinità; - il marrone ed il giallognolo richiamano rispettiamente la tonaca o il
mantello dei religiosi dell'Ordine Carmelitano (i cui primi eremiti, e non solo essi, adottavano vesti di tinta affine, tessute
con peli d'animale) e indica una Confraternita della Madonna del Carmine; ma questo colore (indipendentemente
dall'Ordine religioso di aggregazione) potrebbe anche semplicemente indicare Confraternite nate dal Movimento
Penitenziale medievale, i cui primi membri, come si é detto, vestivano rozze tuniche di tela di sacco; - l'azzurro é il
colore mariano per eccellenza: é il colore del cielo, prefigura la Gloria Eterna (per cui simbolicamente indica la divinità)
in cui é già stata assunta la Madonna. Esso fu assegnato alle Confraternite del Rosario dai Padri Domenicani, i quali ne
zelarono l'erezione un po' ovunque, tanto che la fondazione di queste Confraternite, assieme a quelle consimili del
Santissimo Sacramento, era auspicata in ogni Parrocchia; questo colore (usato sia per la cappa che per la mantellina)
indica comunque una Confraternita mariana (o anche una Confraternita del Santissimo Sacramento legata ai Domenicani,
mentre quelle legate alla Basilica del Laterano sulla cappa bianca portano invece la mantellina di colore rosso, e chi, ad
es., ha una doppia aggregazione, potrebbe avere cappa azzurra e mantellina rossa); - il verde é innanzitutto il colore
dell'Arciconfraternita di San Rocco e, di conseguenza, delle sue aggregate; questo colore richiama quello delle vesti con
cui questo Santo pellegrino viene effigiato nell'iconografia tradizionale e costituisce un richiamo ed un invito alla
speranza durante il pellegrinaggio terreno, prefigurazione di quello verso l'Eternità. Il verde allude alla stagione della
rifioritura, del ritorno della vita, e quindi richiama simbolicamente l'umanità in cammino; - il nero, il colore simbolico
della terra, da cui ha principio la vita, alla quale torna con la morte, é adottato, per questi motivi, dalle Confraternite della
Buona Morte ("buona" nel senso cristiano del termine, sia innanzitutto dal punto di vista di una adeguata preparazione ed
assistenza spirituale, che da quello del provvedere ai servizi necessari ai diversi atti e situazioni che accompagnano
quest'ultimo momento della vita): in senso lato il nero é stato quindi inteso come indicatore di lutto, ma non é questo il
suo significato originario o comunque principale; Altri colori o combinazioni di colori usati o usabili possono derivare
dall'iconografia con cui é tradizionalmente effigiato un Santo Patrono (ad es. il viola del mantello di San Giuseppe, che
però potrebbe indicare anche Confraternite penitenziali); dalla carica da evidenziare (ad es. il giallo-oro, colore della
solennità, in genere usato per gli ornamenti delle cappe e/o delle mantelline dei responsabili della Confraternita, non
importa di che tipo); o anche dalla semplice affinità col colore stabilito (ad es. il blu anziché il nero o l’azzurro, per
distinguere due Confraternite di titolo diverso, entrambe con abito scuro, esistenti nella stessa località, o limitrofe, o che
hanno avuto vicende particolari riguardo all'aggregazione. Così ci possono essere più elementi distintivi, sia sull'abito e
sia sullo stemma confraternale, perché ci possono essere più aggregazioni oppure più contitolari. Tutte le cappe sono o
dovrebbero essere munite di un cordone per cingere i fianchi (e/o, a seconda dei modelli delle cappe, anche di un
collare): é un richiamo alle funi con cui fu legato il Signore e quindi a sentirsi strinti a Lui, alla Sua legge, e ad avere
autocontrollo morale. A volte il cordone ha dei nodi (in genere 3, 5 o 7) che ricordano alcuni momenti della Passione (ad
es.: le 3 cadute sulla via del Calvario, le 5 Sante Piaghe del Crocifisso, le Sue 7 effusioni di Sangue) e invitano ad atti di
devozione. Quello che ora é un semplice cingolo, anticamente terminava con dei veri e propri flagelli (= frustini con
frange in metallo o pietra), usati pubblicamente dai primi Confratelli (ecco perché venivano detti anche "Flagellanti" o
"Battuti") per colpirsi sulla nuda carne per concreto atto di penitenza (per decenza, per non scoprire il busto, essi
portavano cappe con un buco sul dorso, qualcuna foggiata così si trova ancora); alcuni cingoli non sono di corda di
cotone ma di canapa, e terminano con simbolici flagelli intrecciati, ad indicare l'anzianità dell'associazione e la sua
origine penitenziale. Si deve prestare la massima attenzione a non cambiare la cappa per "moda", comodità, gusto di
novità ad ogni costo, perché si é visto fare da altri, perché ci si é affidati a scelte arbitrarie o personali, ignorando (pur in
buona fede) caratteristiche ben più importanti e profonde ed una storia plurisecolare. Gli stessi stemmi per essere tali
devono rispettare determinate e ben precise regole di araldica. L'improvvisazione, la fantasia e la troppa originalità in
questo campo devono essere bandite. L'abito di molte Confraternite é spesso un'opera d'arte e comunque é un segno
materiale di rilievo di una storia ben precisa, per cui sono veramente da fuggire interventi estemporanei o privi di
competenza. Certo, in qualche caso esso può sembrare uno strano indumento (non é detto che tutte le divise siano di buon
gusto) di cui, forse, potrebbe esser riveduto qualche particolare (anche per aggiungere qualcosa, e non solo per togliere!),
poiché nella Chiesa si deve volere il buon gusto e la bellezza. Ma, ad es., un abito confraternale seicentesco é portatore di
una testimonianza definita, iniziata in un dato periodo e tuttora vivente. Sarebbe fuori dal tempo indossare tutti i giorni un
capo del genere, però non si chiede di usarlo sempre (cosa che fa veramente essere fuori dalla realtà corrente). D'altra
parte nulla vieta che per una nuova Confraternita si possa adottare un abito che, tenuto conto del titolo dell'associazione,
sia adatto al tempo ed al luogo ma senza rinnegare l'antica esperienza, le norme di base e la Tradizione. Ovviamente (e
questo vale per tutti) la cappa NON può essere sostituita da nessun "surrogato" (medaglia, fascia al braccio o a tracolla,
ecc.) da mettere da solo, e le misure, fattezze e materie con cui é fatta devono comunque essere appropriate e decenti.
N.B.: a parte i momenti in cui é previsto l'uso dell'abito confraternale, sarebbe bello ed auspicabile (come accade in
moltissimi altri gruppi), che anche chi é membro di una Confraternita avesse un piccolo distintivo di essa (o della
rispettiva "famiglia" confraternale) in segno di appartenenza a tale associazione nonché di riconoscibilità del suo esserne
parte, da mettere nelle circostanze in cui non si indossa la cappa. I valori ed i significati contenuti nel segno della cappa
sono così profondi da meritare tuttora molta considerazione, non certo da abbandonare in nome di ragioni diverse. L'abito
esteriore deve essere segno dell'abito interiore, morale, dei Confratelli. La cappa cioé riveste il corpo così come lo spirito
di un Confratello dovrebbe sempre essere rivestito dei sentimenti dell'umiltà, della concordia, della penitenza del cuore,
del sacrificio, della preghiera, dell'anonimato del bene (sentimenti simboleggiati tutti dagli elementi della cappa). Queste
esortazioni trovano il loro più caloroso assertore e propagatore in San Carlo Borromeo, riformatore delle Confraternite,
che per esse, e soprattutto per i loro membri, stese una apposita "Regola" in cui sono contenute numerose e preziose
indicazioni, tuttora valide ed attuali, cui il presente testo accenna, ma esse andrebbero periodicamente riproposte
all'attenzione di ogni Confratello e Consorella, per verificare se, quanto e come le abbiano praticate, le pratichino e le
vogliano continuare a praticare. L'abito confraternale, quindi, non può essere assunto superficialmente: il Rito della
Vestizione, che deve essere celebrato secondo quanto prevede la Liturgia, dà il giusto rilievo al ricco significato dell'abito
ed ai valori profondi che esprime. Senza volerne esagerare il ruolo, portare la cappa é, insomma, un modo non generico
per dare testimonianza visibile di culto e carità. Non c'é quindi da vergognarsi di indossarla pubblicamente, ricordando
che non si può dire buon cristiano chi ha vergogna a testimoniare pubblicamente la propria fede, anche partendo da gesti
simbolici (pure qui tutto é segno, ossia, come è già stato ricordato, simbolo che produce un determinato effetto) come é,
in questa fattispecie, il mettersi la cappa, poiché una fede vissuta privatamente resta un fatto individuale che non produce
gli effetti indicati e voluti dal Vangelo. In una frase: in quest'ottica la cappa indica pubblica manifestazione della propria
fede e richiama quindi l'impegno a vivere cristianamente e coerentemente con le promesse fatte.

La sacra immagine di Nostra Signora della Carità


La bella immagine della Madonna della Carità fu fatta dipingere dalla N.D. Agnese di Castelluzio per volontà
testamentaria. Il suo esecutore Angelo Sorci il 10 maggio 1491 diede commissione alla bottega di Antonio Aquili meglio
conosciutocome Antoniazzo Romano. Il popolo veliterno prese subito a venerarla e col passare del tempo, identificandola
col titolo del sodalizio, prese a chiamarla Madonna della Carità. Padre Italo Mario Laracca nella sua interessante
monografia sulla chiesa di S. Martino dice che in precedenza questa immagine era posta sull’altare maggiore dove fu
tolta nel 1547 per fare posto al tabernacolo di marmo per il SS.mo Sacramento. La festa era fissata la “Domenica in
Albis” (la prima dopo Pasqua) e si celebrava con grande solennità.Nel 1838 il cardinale Bartolomeo Pacca vescovo e
governatore di Ostia e Velletri riformò la festa e la spostò alla prima domenica di settembre con la processione alla
vigilia. In questa occasione venne realizzato il meraviglioso trono processionale ligneo oggi perduto.

Il presunto movimento degli occhi

Nel 1796 dovrebbe essere accaduto qualcosa di straordinario nella chiesa di S. Martino. Perché tra le lettere componenti
l’epistolario privato del cardinale Stefano Borgia si trova menzionato un presunto movimento degli occhi della sacra
immagine. Ma il grande porporato veliterno invitava alla prudenza dicendo che poteva essere un riflesso del cristallo che
proteggeva l’immagine.

Dall’epistolario del cardinale Stefano Borgia

A Giovanni Paolo Borgia, Roma 27 luglio 1796

Caro Fratello, Vi ringrazio della indicazione del numero delle confraternite. Questa mattina il sig. Giuseppe Calcagna,
che è stato da me per licenziarsi, mi ha detto che l’immagine di S. Martino, che si suppone abbia mossi gli occhi, non è
della Pietà, ma della Carità. Su questi prodigi non so se siasi praticata qualche legale inquisizione per asserirli con
certezza. Nella mia badia di Rossilli seguì lo stesso, e vi fu grande concorso da Segni, Gavignano e tutti dicevano di aver
veduto. (…..) Vedete per tanto quanto conviene andar cauti, se poi le immagini fossero munite di cristalli, potendo questi
ingannare i sensi (….).

Da sempre gli autori di storia locale si sono abbandonati in lunghe disquisizioni sull’attribuzione della tavola di Maria
SS.ma della Carità al grande maestro romano che fu Antonio Aquili meglio conosciuto come Antoniazzo Romano. Nella
bottega di piazza della Cerasa si lavorò in serie perché, utilizzando come linea guida il prezioso lavoro del prof. Antonio
Paolucci edito nella collana “I gigli dell’arte”, si resta ammutoliti davanti alle straordinarie similitudini iconografiche tra
la tavola di Velletri ed altre dell’artista. Proprio da questa stranezza, inizieremo questo tentativo di comparazione per
arrivare a dimostrare, se i fatti ci daranno ragione, che la Madonna della Carità è il prodotto di uno splendido lavoro di
copiatura in serie. La prima opera con cui porremo a confronto la Madonna di Velletri è l’affresco di Santa Maria del
Bonaiuto a Roma. Si tratta di un’opera di recente sottoposta a restauro ma in povere condizioni di conservazione.
Quest’affresco, datato 1476, rappresenta una tappa importante della vita artistica di Antoniazzo, qui secondo a quanto
dice Francesco Negri Arnoldi si vedono le prime influenze di Domenico Ghirlandaio. Nonostante le consistenti
incongruenze cromatiche la composizione stilistica e strutturale riporta d’impatto alla tavola di Santa Apollonia.
Differenziando solo nell’espressione del viso, siamo davanti ad un Bambino con la stessa capigliatura bionda con
boccoli, guance paffute e occhietti vispi, il piccolo di Santa Maria del Bonaiuto non ha il velo che copre il ventre ma una
tunichetta che lo riveste. La Madonna invece ha gli occhi aperti e non socchiusi come la Vergine della Carità ma la stessa
composizione del viso così anche quella delle mani che tengono il piccolo ritto sulle ginocchia. Identica la mano destra
che cinge le spalle del bambino. La mano sinistra differisce solo dalla posizione delle dita. Completamente diverse le
mani del Bambino, nella tavola di Velletri il Cristo tiene la mano sinistra benedicente e la destra poggiata su quella della
madre, nell’affresco romano tiene la destra poggiata al ventre e con la sinistra prende una sorta di velo che cinge le spalle
della madre. L’affresco di Santa Maria del Bonaiuto potrebbe essere il cartone originale con cui Antoniazzo ha lavorato
producendo in serie delle Madonne con Bambino praticamente identiche. Ci potrebbe smentire la sola esistenza di opere
precedenti al 1476, ma conoscendo l’oculatezza del prof. Antonio Paolucci francamente ne dubitiamo. Scorrendo il
catalogo artistico di Antoniazzo dobbiamo fermarci a considerare l’affresco staccato di San Nicola in Carcere databile
intorno al 1484. Francesco Negri Arnoldi considerava quest’affresco importantissimo per ricostruire il percorso pittorico
di Antoniazzo, qui il compianto critico vedeva influenze toscane riconducibili al pennello del Beato Angelico e di Piero
della Francesca. Importante è per la nostra comparazione perché in questa occasione si possono riscontrare similitudini
iconografiche e compositive. Siamo ugualmente in presenza di un trono dove la Vergine vi è seduta tenendo sulle
ginocchia il figlio. Le differenze saltano agli occhi alla prima superficiale osservazione. L’affresco di S. Nicola in
Carcere presenta una vergine con il viso praticamente identico alla Madonna veliterna, gli occhi sono rivolti verso il
basso quasi a contemplare il bambino, le mani al contrario della Madonna della Carità sono aperte, l’una sulle ginocchia
che sfiora il piede sinistro del piccolo e l’altra la tiene sulla schiena a differenza del piccolo di Velletri, questo è
imbracato ed ha una capigliatura diversa da quella del Bambino veliterno, più riccia e più folta. Anche l’espressione del
viso è diversa. Sono simili però i panneggi sulle ginocchia della madre e la composizione del manto è la stessa.
Straordinariamente simile alla Madonna deCarità, quasi identica, è la Madonna in trono fra i Santi Pietro e Paolo
riconducibile al 1488 tre anni prima dell’esecuzione della tavola di Velletri. Mettendo a confronto le due opere si resta
letteralmente allibiti dalla loro somiglianza se non fosse per qualche divergenza cromatica e qualche lieve differenza
iconografica, potremmo dire che una delle due è stata copiata dall’altra. La mano di Antoniazzo inizia a maturare dopo
aver acquistato esperienza e sapienza tecnica, in questa tavola assistiamo ad un mutamento stilistico del maestro che in
precedenza si era fatto influenzare nella sua pittura dal linearismo un po’ aspro di Benozzo Bozzoli, alla misura astrattiva
di Piero della Francesca oppure dal naturalismo di Domenico Ghirlandaio, fino ad adottare la tenerezza sentimentale
degli umbri. Proprio quest’ultima sembra calzare a pennello per la Madonna della Carità che al solo sguardo trasmette
tenerezza e la comprensione di una madre. La Madonna in trono e la Vergine veliterna presentano praticamente lo stesso
panneggio sulle ginocchia, fino a raggiungere l’identica cromatura. Nei due quadri le ombre coincidono perfettamente
sembrano fatte nello stesso momento. La Madonna ha un manto bordato con una greca che cade nello stesso modo di
quello della Madonna della Carità formando le stesse pieghe sulla fronte. Stessa è la composizione del viso. Lo sguardo
rivolto verso il bambino con materna bontà mentre le mani cingono le spalle del figlio nello stesso modo differenziandolo
solo dall’apertura delle dita. Il piccolo è molto più alto di quello veliterno, guarda chi ha di fronte con gli occhietti ben
aperti e le guance rosse e paffutelle. Il bacino è coperto con un velo trasparente tenuto a fiocco dalla Madre con la sua
mano sinistra. La destra del piccolo è benedicente mentre la sinistra è infilata sotto il manto della madre. Continuando ad
esaminare il catalogo delle opere di Antoniazzo si trovano sempre delle straordinarie similitudini con la tavola di Velletri.
Quindi l’unica conclusione plausibile che la Madonna della Carità sia opera del grande maestro del quattrocento romano.

Paolo IV Papa Paolo IV, nato Giovanni Pietro Carafa (Capriglia Irpina, 28 giugno 1476 - 18 agosto 1559), fu papa dal 23
maggio 1555.Nacque da una nobile famiglia napoletana, i conti Carafa di Montorio; suo mentore fu un suo parente, il
potente Cardinale Oliviero Carafa, che lo introdusse nella Curia Romana e al quale successe come vescovo di Chieti nel
1505. Sotto il pontificato di Leone X fu ambasciatore in Inghilterra e in SpagnaComunque, nel 1524, Clemente VII
permise a Carafa di rinunciare ai suoi benefici e di entrare nell'Oratorio del Divino Amore, a Roma: qui conosce San
Gaetano di Thiene, con cui decide di fondare l'ordine dei Chierici regolari Teatini (dal nome latino della città di Chieti,
Teate). Dopo il Sacco di Roma del 1527, l'ordine si trasferì a Venezia. Carafa però venne richiamato a Roma da Paolo III
per sedere nel comitato di riforma della Corte Papale.Nel dicembre 1536 divenne vescovo di Napoli e Cardinale.
Riorganizzò i tribunali dell'Inquisizione, prima gestiti dalle singole diocesi, creando la Congregazione del Sant'Uffizio (di
cui fu il primo Prefetto) col compito di coordinarne l'azione. Fu anche tra i promotori dell' Indice dei Libri Proibiti.Fu una
scelta a sorpresa la sua elezione a successore di Marcello II: il suo carattere rigido, severo e inflessibile, combinato con la
sua età e il suo patriottismo facevano pensare infatti che avrebbe declinato l'offerta. Accettò invece, forse anche perché
l'Imperatore Carlo V si era opposto alla sua ascesa.Come papa il suo nazionalismo fu una forza trascinante, usò l'Ufficio
per preservare alcune libertà dello Stato pontificio di fronte ad una quadrupla occupazione straniera. Gli Asburgo non
amavano Paolo IV ed egli si alleò con la Francia, forse contro gli interessi stessi del papato. Si alienò inoltre l'Inghilterra
e rigettò la pretesa alla Corona inglese da parte di Elisabetta I. Il rafforzamento dell'Inquisizione continuò e la dirittura di
Paolo IV implicò che pochi potessero ritenersi al sicuro, in virtù della sua spinta a riformare la Chiesa; anche i Cardinali
che gli erano invisi potevano venire imprigionati.Nel 1555 emise un canone (legge papale) che istituiva la creazione del
Ghetto di Roma; gli ebrei vennero quindi costretti a vivere reclusi in una specifica zona della città. Il Papa successivo
avrebbe rafforzato la creazione di altri ghetti in molte città italiane.Come per altri Papi rinascimentali, Paolo IV non
mostrò ritrosia nel promuovere e preferire i suoi parenti: un suo nipote fu nominato Cardinale e consigliere capo, altri
parenti ricevettero favori e tenute, spesso sottratte a chi sosteneva gli spagnoli. Ad ogni modo, alla fine della disastrosa
guerra contro Filippo II, nell'agosto 1557, il Papa svergognò in pubblico il nipote e lo bandì dalla Corte.Fu seppellito a
San Pietro, ma le sue spoglie furono in seguito traslate a Santa Maria sopra Minerva. Aveva sviluppato molto
l'inquisizione e per questo fu odiato dai romani, che gli dedicarono questa pasquinata: Carafa in odio al diavolo e al cielo
è qui sepolto col putrido cadavere; lo spirito Erebo ha accolto. Odiò la pace in terra, la prece ci contese, ruinò la chiesa e
il popolo, uomini e e cielo offese; infido amico, supplice ver l'oste a lui nefasta. Di più vuoi tu saperne? Fu papa e tanto
basta.
La Chiesa Parrocchiale di S. Lucia V. M

La chiesa di S. Lucia V.M venne fondata nell’ XI secolo fu Leone II Vescovo di Velletri a consacrarla nel 1032. Dovette
conservare il suo aspetto originario almeno fino al XIV secolo. Infatti la visita fatta da Ludovico Boido per oordine del
Cardinale Alfonso Gesualdo Vescovo di Ostia e Velletri nel 1595 la descrive ad una sola navata con il soffitto di nuda
travatura. Dell’antica chiesa oggi sono visibili due feritoie lungo la parte di destra e la muratura esterna dell’abside. La
visita Gesualdo è la fonte più antica per la descrizione dell’edificio. Vi era un monumentale altare maggiore con ciborio.
Sotto di esso vi era una tavola rappresentante la Vergine con il bambino tra i Santi Giovanni Evangelista e Lucia. Priva di
rendite per mantenere il parroco venne “accorpata” alla cura dell’ Arciprete del SS.mo Salvatore era il 24 Gennaio 1593.
S. Lucia venne così affidata al coadiutore dell’ Arciprete del SS.mo Salvatore che con il titolo di Rettore ne curava
l’officiatura. Nel XIX secolo la chiesa versava in condizioni “deleterie” tanto da rendere necessaria la sua riedificazione.
Il Cardinale Vincenzo Macchi a sue spese fece sistemare la chiesa,fornendola anche di una cantoria e fece porre nel
soffitto una tela dipinta con S. Lucia. Gli altari furono abbelliti grazie al contributo di privati. Gregorio XVI (Cappellari)
nel 1835 con una propria bolla restituisce a S. Lucia il suo titolo di parrocchia. Nel 1869 crollò il campanile che venne
ricostruito nel 1890 sotto il cardinale Raffaele Monaco La Valletta. Nel periodo che va dal 1935 al 1940 la chiesa fu
oggetto di radicali interventi. Il rinnovo del pavimento la nuova sistemazione dell’altare maggiore, la creazione delle
cappelle di sinistra causarono la dispersione degli antichi altari e del patrimonio pittorico originale. Nel 1954 è stato
costruito il salone parrocchiale. Il 20 Febbraio 1986 alle ore 12.20 il campanile ricostruito nel 1890 cade rovinosamente a
terra fortunatamente con causando vittime. Si deve all’ attuale parroco Mons. Eugenio Gabrielli un progetto di recupero e
risanamento che ha restituito alla città del tele del Mariani nella loro autentica bellezza,la casa parrocchiale ha di nuovo
un aspetto degno della sua storia,il tetto è stato rifatto nuovamente e sono state riscoperte le capriate. L’ultimo grande
recupero è il restauro del catino absidale.Opera interamente finanziata dalla provincia di Roma ed inaugurata il 13
Dicembre del grande giubileo del 2000 dal presidente Silvano Moffa.

I Carmelitani

Entrati in città ai tempi del Cardinale Vescovo Giovanni Morone sotto il Pontificato di Gregorio XIII. Il primo guardiano
fu Padre Giovanni Portico da Montefiascone. Il Convento ospitò numerosi religiosi di elevata dignità morale e di alta
cultura partirono da Velletri dopo il 1870.

La Chiesa e il Convento del Carmine

La bolla di Alessandro II del 1065 cita la Chiesa di S. Antonino come arcipretura con chierici e annessa cura d’anime.
Nel 1553 era officiata da un Rettore , il quale forse per la povertà delle rendite la cedette alla Confraternita della
Misericordia. I confratelli nel 1573 la cedettero ai Padri Carmelitani di antica osservanza che da poco tempo avevano
fatto ingresso a Velletri. I confrati nell’atto di cessione mantennero per i loro scopi l’uso di una cappella che intitolarono
nel 1600 a S. Giovanni decollato, allorché si aggregarono all’Arciconfraternita fiorentina dello stesso titolo. I Padri
eressero vicino alla chiesa un convento che man mano ampliarono fino a ridurlo nella forma attuale. La Cappella dei
fratelloni venne isolata dalla chiesa di S. Antonino quando quest’ ultima venne restaurata dai carmelitani. Qui i
confratelli seppellivano i condannati a morte e ciò fino al 1835 anno in cui la confraternita venne soppressa. Dice il
Tersenghi che ai suoi tempi la piccola chiesa era ancora ben visibile con il suo unico altare e la tomba al centro. La
Chiesa di S.Antonino venne devastata dai repubblicani che nel 1849 avevano trasformato il convento in uno ospedale
militare. Ritornati i frati la chiesa e il convento vennero restaurati e riaperti al culto. Nel 1870 i carmelitani lasciarono
Velletri perché colpiti dalle leggi di soppressione,il convento divenne una caserma e poi sede degli uffici governativi. Ora
dopo anni di abbandono attende i tanto sospirati lavori di restauro.

La Chiesa

Dopo il passaggio di proprietà del Convento al Demanio dello Stato la Chiesa rimase abbandonata a se stessa tanto che
pian piano cadde rovinosamente. I quadri furono trasferiti a S. Teresa. Tersenghi dice che ai suoi tempi ancora era
possibile vedere un bellissimo soffitto ad imitazione di quello di S. Clemente.

La Confraternita della Misericordia


Aveva sede nella Chiesa di S. Antonino dei Padri Carmelitani. Aggregata all’ Arciconfraternita romana di S. Giovanni
Decollato, nell’anno 1600 e confermata nel 1613. I confrati assistevano i condannati al patibolo seppellendoli nella loro
cappella. Solennizzavano la decollazione di S. Giovanni avevano come stemma la testa di S. Giovanni in una tazza
vestivano di color nero. Gli officiali venivano eletti il primo Maggio con l’ assistenza del Vicario Generale.

GIOVANNI DI BELLAY dal 29 Maggio 1555 al 16 Febbraio 1560 cardinale vescovo e governatore di Ostia e Velletri

Dopo essere stato Vescovo per molti anni nella natia Francia venne creato Cardinale di Santa Cecilia dal Pontefice Paolo
III il 21 Maggio 1535.Morì in Roma il 16 Febbraio 1560.

FRANCESCO DI TOURNON dal 13 Marzo 1560 al 12 Aprile 1562 cardinale vescovo e governatore di Ostia e Velletri

Di origine francese esponente della nobile famiglia dei Conti di Bessaglione. Fu Canonico Regolare di Sant’ Antonio di
Vienne. Clemente VII il 19 Maggio 153° lo chiama a Roma dalla Francia per crearlo Cardinale Presbitero del titolo dei
Santi Marcellino e Pietro. Morì in Parigi il 12 Aprile 1562.

RIDOLFI PIO DI CARPI dal 18 Maggio 1562 al 18 Maggio 1564 cardinale vescovo e governatore di Ostia e Velletri Fu
creato Cardinale del titolo di S. Pudenziana da Paolo III il 22 Dicembre 1536.Dopo aver retto varie cattedre morì a Roma
il 22 Maggio 1564.

FRANCESCO PISANI dal 19 Maggio 1564 al 18 Giugno 1570 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri

Di origine veneziane, morigerato nella fede e nei costumi venne creato Cardinale Diacono del titolo di S.Teodoro al
Palatino. Morì a Roma Decano del Sacro Collegio il 18 Giugno 1570. Intervenne ad otto conclavi e fu lodato per la sua
integrità morale. La Cattedra di Ostia e Velletri gli venne concessa da Paolo V e con essa il privilegio di tenere a Velletri
un suffraganeo che supplisse alla forzata assenza del Vescovo impegnato nella Curia Romana. Il primo Vescovo
suffraganeo fu il domenicano Lorenzo Bernardini Vescovo in patribus di Crotone.

GIOVANNI MORONE dal 4 Giugno 1570 al 4 Dicembre 1580 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri

Milanese è una delle figure più importanti nella storia della Cattedra Suburbicaria di Ostia e Velletri. Egli venne
chiamato alla nostra sede nel 1570. Fu Nunzio in Francia, Boemia, Ungheria. Divenuto Cardinale di S. Vitale da Paolo
III venne mandato a meditare in Castel S. Angelo perché sospettato di favorire i protestanti. Liberato da Papa Pio IV
venne totalmente riabilitato in pieno concistoro. Nel 1563 viene scelto come primo legato al Concilio Tridentino. Dopo
aver retto molte legazioni morì a Roma Decano del Sacro Collegio di anni 72 dopo 35 anni di cardinalato.

ALESSANDRO FARNESE JR dal 5 Dicembre 1580 al 2 Marzo 1589 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e
Velletri

Creato Cardinale all’età di quindici anni con il titolo di S. Angelo dallo zio Paolo III. Sostenne molte e importanti
Legazioni. Fu Vice Cancelliere di S.R.C e Arciprete della Patriarcale Basilica di S. Maria Maggiore e poi di S. Pietro.
Resse più di dodici cattedre. Morì a Roma il 2 Marzo 1589.

GIOVAN ANTONIO SERBELLONI dal 16 Marzo 1589 al 18 Marzo 1591 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e
Velletri Nipote di Pio IV occupò la Cattedra Vescovile di Ostia e Velletri dopo essere stato creato Vescovo di Foligno.
Cardinale del titolo di S. Giorgio al Velabro. Morì a Roma il 18 Marzo 1591.

ALFONSO GESUALDO dal 2O Marzo 1591 al 14 Febbraio 1603 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri

Originario di Napoli venne promosso alla Cattedra Suburbicaria di Ostia e Velletri il 20 Marzo 1591.Morì a Napoli dove
è stato Arcivescovo il 14 Febbraio 1603.Assistette a sette conclavi. La sua visita pastorale è la più antica esistente
nell’Archivio Vescovile risale al 1595.Riposa nel Duomo di Napoli.

TOLOMEO GALLO dal 19 Febbraio 1603 al 3 Febbraio 1607 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri
Fu Segretario del Cardinale de Medici che divunto Papa lo fece Vescovo di Maratora e quindi Arcivescovo di
Manfredonia.Nel 1565 venne elevato al titolo di S. Teodoro al Palatino. Tenne le sedi Suburbicarie di Albano e della
Sabina. Prefetto del Concilio e dei Riti fu Segretario di Stato di Gregorio XIII. Morì a Roma come Decano del Sacro
Collegio nel 1607.

DOMENICO PINELLI dal Febbraio 1607 al 9 Agosto 1611 cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri

Papa Sisto V il 18 Dicembre 1685 lo creava Cardinale di S.Lorenzo in Paneperna e dopo aver retto molte cariche in
Roma venne mandato alla Chiesa Arcivescovile di Fermo, Prefetto di Consulta, Arciprete della Basilica Patriarcale di
Santa Maria Maggiore. Morì il 9 Agosto 1611.Autorizzò la costruzione del Santuario della Madonna delle Grazie.

FRANCESCO DI GIOIOSA dal 17 Agosto 1611 al 23 Agosto 1615 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri

Di nobili origini francesi, venne creato Cardinale del titolo di S.Silvestro in Capite da Gregorio XIII. Fu Arcivescovo di
Narbona. Morì in Avignone il 27 Agosto 1615 da Decano del Sacro Collegio

ANTON MARIA GALLO dal Settembre 1615 al Marzo 1620 cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri

Osimano ebbe il governo della Cattedra di Ostia e Velletri il 9 Settembre 1616.Fu Vescovo di Perugia. Sisto V lo crea
Cardinale prete di S.Agnese a Piazza Navona. Morì a Roma Decano del Sacro Collegio il 30 Marzo 1620

ANTONIO MARIA SAULI dal 6 Aprile 1620 al 24 Agosto 1623 cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri

Genovese dalla Chiesa di Porto venne trasferito alla nostra sede dopo essere stato Nunzio del Regno di Napoli ed in
Portogallo. Fu Arcivescovo di Genova. Creato Cardinale Prete del titolo di S. Vitale dal Pontefice Sisto V. Morì in Roma
Decano del Sacro Collegio il 24 Agosto 1623.

FRANCESCO MARIA BORBONE DEL MONTE dall’Ottobre 1623 al 17 Agosto 1626 cardinale Vescovo e
Governatore di Ostia e Velletri

Della Real Casa dei Borbone,era nato a Venezia. Eletto Cardinale Diacono di S. Maria in Domnica il 15 Luglio 1588.Fu
Prefetto dei Riti. Morì a Roma il 17 Agosto 1626.Fece erigere l’organo della Cattedrale e celebrò un Sinodo Diocesano.

OTTAVIO BANDINI dal 7 Settembre 1626 al 31 Luglio 1629 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri

Fiorentino fu Arcivescovo di Fermo e dopo aver sostato in numerosi governi fu creato Cardinale presbitero di Santa
Sabina da Clemente VIII. Morì improvvisamente il 1 Agosto 1629.A lui era dedicata Via Luigi Novelli.

GIOVANNI BATTISTA DETI Dal 3 Settembre 1629 al 13 Luglio 1630 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e
Velletri

Fiorentino, venne creato Cardinale di Velletri il 3 Settembre 1629 la sua elezione si deve a Clemente VIII suo zio che il 3
Marzo 1609 lo decorò col titolo di S. Adriano. Morì il 13 Luglio 1630.

DOMENICO GINNASI dal 30 Luglio 1630 al 12 Marzo 1639 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri Nato
a Castel Bolognese nella Diocesi di Imola. Fu Vescovo di Ostia e Velletri dal 3° Luglio 1620.Fu Arcivescovo di
Spiponto, creato Cardinale di S. Pancrazio da Clemente VIII il 17 Settembre 16°3.Morì a Roma il 13 Marzo 1639.Fece
erigere la Cappella dei Santi Protettori in Cattedrale.

CARLO EMANUELE PIO DI SAVOIA Dal 28 Marzo 1639 al 1 Luglio 1641 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia
e Velletri

Di origine ferrarese, fu Cardinale Diacono di Sant’ Adriano Vescovo di Porto Morì il 1 Luglio 1641.
MARCELLO LANTE dal 1 Luglio 1641 al 29 Aprile 1652 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri

Di origine romana venne creato Cardinale presbitero del titolo dei Santi Quirico e Giulietta da Papa Paolo V .Morì a
Roma il 29 Aprile 1659.

GIULIO ROMA dal 10 Maggio 1652 al 19 Giugno 1666 cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri

Di nobili origini milanesi, dopo aver sostenuto varie cariche nella curia di Roma, da Paolo V venne creato Cardinale di
Santa Maria Sopra Minerva. Morì il 16 Settembre 1652.

CARLO DE MEDICI Dal 1652 al 1666 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri

Dei Gran Duchi di Toscana venne creato Cardinale diacono con il titolo di Santa Maria in Domnica da Papa Paolo V. Il 2
Dicembre 1615.Morì il 19 Giugno 1666. A lui si deve la ricostruzione della Basilica di S. Clemente dopo il crollo del
campanile del 1656.

Bonaventura Teoli dei frati minori conventuali Arcivescovo di Mira

Nasce a Velletri il 14 Maggio 1596 nella cura d´anime della Parrocchia della Cattedrale di S.Clemente.Venne battezzato
il 16 dello stesso mese.I suoi genitori Marc´antonio e Aurelia Mandrelli morirono quasi subito e a lui come ai fratelli
mancó il necessario per vivere.Giovanni Battista queto era il suo nome al secolo si manifestó subito incline alla vita
religiosa,cosí anche Marzia sua sorella che vestí l´abito delle Terziarie di S.Francesco.Giuseppe e Chiara invece rimasero
nel secolo e quest´ultima sposó Lorenzo Lauri.Giusepp non si sposó mai e morí prima di Giovanni Battista.Nel 1612
quest´ultimo veste l´abito religioso a Viterbo con il nome di Fra Bonaventura.A Urbino e Bologna studia teologia e il 29
Maggio 1618 consegue il baccalaureato.Nel 1620 giá sacerdote ottiene la facoltá di confessare e predicare.Si laurea in
teologia il 17 Febbraio 1623,mentre tre anni dop é reggente degli studi a Perugia e nel 1627 a Ferrara.Nel 1629 predica la
quaresima a Monclavi e l´anno seguente é a Torino.Per tutto il periodo della peste é a Le Lanche presso i Marchesi
Scarampi,nel 1632 é visitatore generale degli studi per la Provincia delle Marche.Nel 1634 predica a Viterbo,l´anno dopo
il Capitolo generale lo elegge Segretario dell´Ordine,nel 1636 é Commissarius ubique locurum nella Provincia di
Calabria.Cura l´edizione della Philosophia Naturals di Ockam nel 38 é ancora Segretario generale e viene eletto Ministro
Provinciale della Provincia Romana.Commissario della stessa provincia nel 1640 applica 300 scudi annui per la
Biblioteca del Convento di Velletri e nel 1644 é nominato Bibliotecario della stessa Biblioteca.Pubblica il Teatro
Historico di Velletri e da alle Stampe l´apparato Minoritico della Provincia di Roma.Nel 16650 é costituito Socius et
Adsistens Ordinis nello stesso anno é Provinciale titolare della Terra Santa,nel 1651 viene iviato Visitatore Generale in
Polonioa e Russia.Nel 1653 é nominato Reggente del Convento dei SS Apostoli di Patriarcale di
Costantinopoli.Riconsacra la Cattedrale di S.Clemente muore nel 1670 a Velletri dove viene sepolto nel Convento di
S.Francesco oggi conosciuto come la Casermaccia.

Lorenzo Landi Vescovo di Fossombrone

Figlio di Ascanio primo storico di Velletri,fu Canonico della Cattedrale ed entrato nelle grazie della Casa Barberini
divenne Vescovo di Fossombrone.In questa veste consacró la Chiesa e il Convento dei Cappuccini di Velletri dove si
vede una epigrafe commemorativa dell´evento.Riposa nella Chiesa veliterna di S.Lorenzo dove si vede sulla parete di
destra un bellissimo monumento funebre.

Benedetto Landi Vescovo di Fossombrone

Figlio di Ascanio diviene Vescovo di Fossombrone e contribuisce alla conquista del Ducato di Urbino da parte della
famiglia Barberini

Giancarlo Antonelli Vescovo di Ferentino


Nasce nel 1611 da Giovanni Battista Antonelli e Cornelia De Paulis ambedue di nobilissime origini veliterne.Egli fuori
alcun dubbio é il piú grande ornamento della sua famiglia.Giovanissimo si laurea in Giurisprudenza presso l´Ateneo
romano dove conseguí anche il titolo in Teologia.Canonico della Cattedrale ebbe la prebenda teologale.Per non lasciare i
suoi studi rifiutó l´arcipretura.Vicario Generale del Cardinale di Albano celebró in suo nome addirittura un sinodo
diocesano.Vicario di Gubbio,Vice governatore del Cardinale Barberini venne consacrato Vescovo da Innocenzo XI e
mandato a Ferentino dove rimase per oltre 18 anni e qui concluse la sua esistenza il 20 Aprile 1694.

Alessandro Borgia Arcivescovo e Principe di Fermo

Alessandro Borgia nasce a Velletri il 7 Novembre 1682 da Clemente Erminio e Cecilia Carbone.Aveva tredici anni
quando lascia il palazzo di Velletri per Roma dove nella casa dello zio canonico di S.Giovanni in Laterano studia
discipline sacre e profane.Era ancora giovane quando per la sua vasta cultura e per la sua meravigliosa erduzione venne
mandato uditore di nunziatura a Colonia.Elevato al cardinalato il Nunzio Bussi tenne quella Nunziatura con la qualifica
di pro - nunzio rivestendo un ruolo predominante nella lotta contro le eresie.Nel 1722 Innocenzo XI lo destina alla sede
di Nocera da qui pubblica la monumentale Istoria della Chiesa e Cittá di Velletri era il 1723.Clemente XI lo vuole Legato
a Latere in Cina.Ma una grave malattia lo costrinse a rinunciare all´incarico.Nel 1735 viene nominato Arcivescovo e
Principe di Fermo governó la prestigiosa cattedra fino alla morte avvenuta il 14 Febbraio 1764.Riposa nella Chiesa
metropolitana di Fermo per sua volontá testamentaria.

Dalle memorie di Alessandro Borgia

Colonia

Per seguitar il lodevole esempio dei miei antecessori benché da qualche tempo intralaciato corro in nota la relazione di
quanto mi é accaduto di fare in servizio della Santa Ad nel ministero Apostolico che ho esercitato in questa amplissima
nunziatura dal tratto del Reno (Germania Inferiore) da i 2 Settembre dell´anno 1706 che qui giunsi fin´ora che qua si
scorse nel biennio del ministero accioché monsignor mio successore possa da qui apprendere i lumi e notizie necessarie
per il buon regolamento delle sue incombenze,quanto perché possa comparire quel poco che si é fatto da mé,e con la sua
prudenza e vigilanza supplire in ció che io ho mancato.In primo luogo per maggior istruzione di monsignor mio
successore gli faró consegnare le relazioni lasciate dagli altri Nunzi antecedenti le quali sono del Cardinal Tanara di
Monsignor Visconti,di Mons.Davia e del Cardinal Paulucci.Oltre a queste si consegneranno anche alcuni frammenti di
relazione fatta dalla S.M di Alessandro VII quando fu Nunzio in queste parti.Il Cardinal Carafa che parimente eresse
questa Nunziatura fece distendere un ampia relazione pubblicata alle stampe e l´originale si trova nell´Archivio.Ne fuori
de sopravennati si tropva altri racconti di questa Nunziatura se non che ......... che fu uditore la Chiara Memoria del
Card.Pallavicino......de suoi viaggi ha raccolte molte notizie che riguardano questo ministero

Cap. Primo Dell´Estenzione della Nunziatura e delle facoltá

L´estenzione di questa Nunziatura si puó vedere ne citati fragmenti di Alessandro VII.A me peró é occorso notare che se
bene in essi il Vescovado di Augusta si ripone sotto la Nunziatura di Vienna tuttavia dalla Sacra Congregazione di Roma
é stato chiesto a me di prendere su qualche affare di quella Diocesi e perció gli altri argomenti che si possono addurre
credo che quel vescovado vada considerato come soggetto a questa Nunziatura.Li vescovadi di Metz,Tull e Verdura
doppo la cessione fattane dalla Germania alla Francia e venissimo,che si sono (come ne detti frammenti di legge) a poco
a poco sottratti da questa giurisdizione apostolica,pure in tempo mio é venuta da quelle parti l´istanza di qualche
materia.L´istesso si puó dire del Vescovo d´Argentina,Strasburg doppo che anche questo passó in potere della Francia
nella pace di Rystrick del 1697 benché essendo questa cessione ancor fresca non ha per ora operato una totale sottrazione
bisogna per tanto invigilare,lasciare alcuna congiuntura di ......L´autoritá anche ne detti Vescovati.Nella Diocesi di
Colonia vi é Kergen e Lommer e forse qualche altro piccolo luogo che dipende dal ducato di Brambata,onde quegl
´ecclesiastici hanno preteso d´essere sottoposti solamente all´Internunzio di Bruselle ma in mio tempo essendo stata
questa controverzsia esaminata all´occasione d´una lite del Capitolo di Kerpen giudica che dette dipendenze come
comprese nella Diocesi di Colonia appartenghino a questa nunziatura:e il mio giudicato fu poi approvato dalla Segreteria
di Stato in Roma e avendo io spedite le requisitionali del Serenissimo Elettor Palatino questi mi diede il braccio forte con
cui si procede all´esecuzione contro quel capitolo il quale si riconobbe la giurisdzione di questa nunziatura. Le facoltá del
Nunzio si contengono in due brevi,oltre de quali sará bene di ricorrere alla S.Congregazione del S.Offizio e alla
Penitenzieria per la communicazione dell´altre facoltá............Sará anche bene d´ottenere la lettera della Segreteria di
Stato sopra l´esigere gl´emolumenti le dipendenze matrimoniali da applicarsi in usi piú,poiché secondo il rigore delle
parole del breve si dovrebbero le dette dipendenze concedere affatto.Grandi in vero sono le facoltá e vasto ancora e il
territorio di questa Nunziatura non peró da per tutto é n vigore la giurisdizione apostolica come dovrebbe essere.Piú che
altrove si é conservata in Liegi a cagione che il clero primario e secondario di quella Diocesi ch´é composto dal Capitolo
della Cattedrale di tutti gl´altri capitoli e abbadie é esente dallÓrdinario e non riconosce altro superiore che il
Nunzio.Anche in Colonia la residenza continua che vi hanno fatta i nunzi é in vigore la giudicazione e cosí anche a
Munster e af Asnaburg come vescovadi suffraganei di Colonia.In Trevesi si conserva la giurisdizione Apostolica ma in
Magonza,Etropoli,Paderbona,Dormazia,Spira,Bamberga si trova la detta giurisdizione quasi affatto oppressa dalla
potenza degli ordinari e si puó dire sciarante se non estinta.Io ho fatto tutto quello che per le vie canoniche puó far
rifiorire in queste parti l´autoritá della Santa Sede e raccomando questo punto a Monsignor mio successore come
importantissimo a capo e fondamento di tutti l´altri.Era in questa Nunziatura ridotta quasi ad esser priva di
Tribunale,onde io procurarai di ristabilirlo con due costituzioni con una ordinai le udienze giuridiche da tenersi dal mio
uditore il Lunedí Mercoledi e Venerdí di ciascuna settimana e con l´altra distinzi i giorni festivi dai giuridichi.In oltre
deputai un promotor fiscale generale oltre a quello che la Nunziatura ha ed ha avuto sempre in Liegi sotto il nome del
qual promotore sono corsi gli atti alla giornata mi é occorso di fare per sostenere l´autoritá apostolica,l´immunitá e libertá
ecclesiastica.

Fabrizio Borgia Vescovo di Ferentino

Nasce a Velletri nel 1689 é morto nel 1754,fu Vescovo di Ferentino venne consacrato dal fratello Alessandro fu membro
del Collegio degli Assistenti al Soglio Pontificio.Nel fondo antico della Biblioteca Comunale si conservano opere a
carattere ascetico e religioso tra le quali alcune omelie,tra i manoscritti a lui appartenuti si trovano 57 lettere originali di
S.Paolo della Croce fondatore dei Passionisti.Dopo il 1750 sentendo prossima la fine si fece erigere un monumento
funebre nella sua cattedrale dov´é sepolto.Fu canonico del Rev.mo Capitolo della Basilica di S.Clemente.

- Osservazione fatta sopra del corpo defonto dell´Ill.mo e Rev.mo Monsignor Fabrizio Borgia Vescovo della Cittá di
Ferentino e sua Diocesi = anni 25 del suo Vescovado quale morí li 2 Settembre 1754 alle ore 22 in circa di anni 65 =

Di temperamento sanguigno pletorico,mediocre di statura di carne pieno,gioiale di viso,florido di colore,moderato di


vitto,di vita sedentaris,e di moto assai pigro;Quali cose tutte operavano á conseguire una mala e prava digestione di
stomaco,ed un cibo grosso che impuro invece di dar ristoro al sangue ne viene puttosto oppresso e caricato d
´impuritá;Poiché li muscoli destinati al moto delle membra,e di non agitare di giorni in giorno le viscere del
bassoventre,e di non scuoterle con moderato:fa che li fluidi unti non promossi li loro condotti e non ...... Fá che non
deponghino le loro impuritá nelle glamdole a ció destinate,ed in oltre fá ancora che non tramandino liberamente da se
quei sughi idonei le buone digestioni á se salutifire;dimaniera da vasi gorossi ed impuri, vie piú si alternino e si
corrompino con vedersi magiorni agri maligni e nemefichi,possono facilmente esalare e ristagnarsi in diverse parti del
corpo; da dove ne possono insorgere piú e diverse acute,ansi acutissime malatie,ó altre male indispositioni; come nella
giornata se ne vedono li effetti siccome al pnte si é verificato nella buona memoria del Monsignor Vescovo Borgia morto
di colpo apopletico quale doppo d´aver esercitato lietamente e vivacemente tutte le sue funzioni......tre hore in circa
doppo suo pranzo,e fatta la solita ordinaria udienza ai suoi reverendi,in fine di essa gli convenne licenziarsi,essergli
sopraggiunto un certo doloretto di intestini acuto,accompagnato ancora con qualche distenzione di corpo; se ne andiete
sollecitamente a buttarsi sopra del suo letto con alcuni lamenti insoliti al suo generoso e naturale spirito obbligando la di
lui servitú a dargli presto aiuto e precisamente con un ordinario lavatino quale effettuato perde unita con la loquela in
senso ed il moto.........In questo stato di cose si spaventose sopraggiunse il m.Rev.do P.Maestro residente in questo
convento dei Padri Conventuali........la salvezza dell´anima sua con dargli qualche segno di compunzione gli strinse la
mano......L´assoluzione sacramentale e subitamente l´estrema unzione,terminó in si poco spazio la vita con veder l´anima
sua benedetta all´Altissimo Dio.Non si mancó ancora frá questo poco spazio di tempo tanto del Chirurgo,che dal
Sig.Medico dotti di somminitrargli quei piú ......Da tutti fu giudicato esser stato questo un fortissimo incidente apoplettico
chiamato volgarmente goccia;causato da umore grosso acre,tenace,maligno e venefico sublimato e ristagnato nelli
ventricoli del cervello dove ......Come all´apertura del craneo e del cervello furono osservate alcune poche goccie di
sangue nero,tenace e grosso ingrunito alli ventricoli del cervello;.....L´apertura del suo corpo.....Le viscere tutte
animali,che vitali e naturali ed imbalsamarlo:come per ordine espresso datomi dall´Ill.mo Signor D.Clemente Borgia suo
degnissimo Nipote,nelle quali viscere si vitali che naturali non vi fu riconosciuto difetto,ne lesione alcuna........
Note ......... I puntini segnano le parti dove il manoscritto é illegibile e per tanti aspetti incomprensibile

Trattandosi di un vero e proprio referto autoptico alcuni aspetti di esso sono prettamente tecnici e quindi si trovano molti
termini espliciti della medicina del tempo.

Istromento redatto in occasione della tumulazione del corpo di Fabrizio Borgia Vescovo di Ferentino

In Dei Nomine Amen Anno D.ni 1754 Pontus SS.mi in Apto Pris et Dni N.D Benedicti P.P. XIV.Anno eius
XV.Ind,Romana 2a Die verso questa Mensis Settembris

Essendo che insotto il di 2 del corrente Settembre passasse da questa a miglior vita la Chiara Memoria dell´Ill.mo e
Rev.mo Fabrizio Borgia Patrizio Veliterno e Vescovo degnissimo di questa cittá di Ferentino e dovendosi ora dare
onorevole e decente sepoltura al di lui cadavere,é stata fatta istanza presso di me sotto notaro di ridarre in pubblica forma
l´atto della di lui umazione affinché questo perpetuamente apparisca,essendo questo il costume dell´Ill.ma e Nobilissima
Casa Borgia esercitare tali pubblici atti nell´umazione de loro parenti_ Quindu dando esecuzione a quanto mi é stato
incaricato dico ed espongo che nella Chiesa Cattedrale de SS Gio. e Paolo di detta Cittá di Feretino avanti il proprio
deposito nobilmente e riccamente costituito et ornato con proprio denaro di detto Ill.mo e Rev.mo Monsignor Vescovo
Borgia da alcuni anni a questa parte esposto nel Presbiterio di detta Cattedrale prima di giungere al corno destro della
Tribuna dell´altare maggiore dirimpetto alla Cattedra Pontificale alla mia preseza e de dei testi infrascritti é stato fatto
uno scavo ad uso d´arte di profonditá cinque palmi in circa di larghezza circa palmi tre di lunghezza palmi otto dal capo
mastro muratore Giuseppe Zaccardi del Regno di Napoli residente in Ferentino;Quindi poi é stato preso il nobilissimo
cadavere di anzi aperto e balzamato di degnissimo prelato ancora poposamente espostyo in mezzo alla pubblica chiesa
colle seguenti vestimenta e paramenti sagri cioé Mitra di lama d´argento bianca con papal;ina di damasco paonazza,stola
e manipolo simili dalmatiche di seta dello stesso colore camici di cambraria con merletti,amitto simile arredi,cingolo di
filo bianco,rocchetto di cambraria con merletti arricciato veste lunga di saia paonazza,sandali di seta paonazzi,croce sul
petto ed anello al dito con guanti di seta paonazzi ricamati di oro e cosí Pontificalmente vestito é stato il cadavere avvolto
con un panno bianco fino e posto entro di una cassa di legno decentemente fabbricata e cosí poi collocato entro il
sopradetto scavo e lateralmente a detta cassa di legno sono state poste due vettine di creta cotta entro delle quali si
conservano l´intestini del sagro corpo di degnissimo pastopre ed anche é stato apposto nella parte sinistra della testa
dentro di detta cassa un cannello di latta entro il quale vi é stato posto un pezzo di carta pergamena colla seguente
iscrizione = In dei Nomine Amen = Anno D.1754 Ponths SS.mi D.N PP Benedicti XIV,die questa 7mbris= Hic iacet
corpus Ill.mi et Rev.mi D.Fabrity Borgia Patriti velliternis huius Sancatae Ferentiny Ecclesiae Episcopi erat á Sancata
Mem.Benedicti XIII sub die 23 xmbris Anno 1729,et Animam Deo reddit die Lung 2a 7mbris hora XXII cum dimidia
circeter,anno sui episcopales XXIV expleto et humathes fuit saprad die quarta 7 mbris prope hanc urnam proprio gre
constituetem ex decoratem per roghiem D.Benedicti Triulity publici ciustats Ferentins Notary preuyi Solemni
Processione at Funerabilibus Solemnibus = Indi poi é state serrata e chiusa la sopradetta cassa e rimurato parimente ed
usi d´aste dal prenominato capo mastro Zaccardi

Alessandro Macioti Arcivescovo di Colossi e Nunzio Apostolico in Svizzera Sotto Datario di S.R.C

Mons.Alessandro Macioti ricopre un ruolo determinante nella concessione delle Santarelle alla Cittá di Velletri.Che
furono consegnate all´Arciprete Luigi Landi Vittori nel 1839 e collocate nella Cappella della Madonna delle Grazie il 31
Maggio 1840.

Domenico Pietromarchi Vescovo di Anagni

Il nobile veliterno é stato l´ultimo concittadino ad essere elevato alla dignitá episcopale.Fu Arciprete della Cattedrale
assistendo da protagonista agli eventi drammatici conseguenti il furto della Sacra Immagine della Madonna delle Grazie
operato da Cencio Vendetta nel 1858.

La Confraternita di S. Giuseppe
Idealmente con la nostra macchina del tempo seguendo la nostra illustre guida Augusto Tersenghi entriamo nella Chiesa
di S. Giuseppe. Anche questa era di antica origine. Fu consacrata da Oddone Vescovo di Velletri nel 1085. All’ingresso
della chiesa c’era una iscrizione maromorea che ricordava l’evento eccone il testo:

Anno Domini millesimo octuagesimo quinto, indictione V. mens Iuli ,Die XX. Odo episcopus dedicavit ecclesiam beati
silvestri

Nel 1610 la Chiesa venne ceduta all’ Università dei Falegnami che vi pose il quadro del suo protettore S. Giuseppe
questo denominò un mutamento di titolo. Tersenghi afferma che già ai suoi tempi dell’ antica chiesa non rimaneva nulla
a causa dei continui rimaneggiamenti a cui era andata soggetta. Tommaso Bauco parla di una ricostruzione fatta alla metà
del XIX secolo dalla Confraternita di S. Giuseppe. Fu sempre rispettato cosa insolita un antico muro dice Tersenghi
visibile all’ esterno. Esso fatto di grandi massi di peperino sovrapposti senza cemento fa pensare ad un frammento di
mura romane. Esso formava due pareti della Chiesa. Sicuramente esso era un frammento delle mura di cinta dell’ antica
arx veliterna

IL SANTUARIO DI MARIA SS.MA DELLE GRAZIE

Il Rev.mo Capitolo della Cattedrale di S. Clemente è anche il custode del Santuario di Maria Ssma delle Grazie. Le
costituzioni capitolari prevedono al Capitolo IV un canonico custode del Santuario che veniva eletto ogni anno il 31
Dicembre durante le elezioni che si tenevano nell’aula capitolare. Questo canonico doveva provvedere al culto e al
decoro della Cappella ed aveva a disposizione tutte le entrate del Santuario che annotava in un apposito registro. Questo
capitolare era anche il custode di tutti i doni preziosi e non fatti alla Madonna dai fedeli catalogandoli in un apposito
registro. Dell’origine del culto della Vergine delle Grazie si sa pochissimo ma lo si può far risalire certamente ai tempi
più antichi. Della Sacra Immagine abbiamo pochissime notizie, alcuni nostri storici l’hanno attribuita a Lello da Velletri.
La tesi che sembra più attendibile è quella che scrive Bonaventura Teoli nel suo Teatro Historico di Velletri edito nel
1644.L’arcivescovo veliterno afferma che la Madonna venne donata insieme all’immagine del Ssmo Salvatore a
Giovanni II nostro Vescovo nel 736 d.C da un confratello greco conosciuto durante un concilio romano. Il Teoli per
confermare questa tesi parla di un marmo che si trovava presso l’altare di San Sebastiano in cattedrale oggi perduto. Il
primo documento d’archivio che ne parla è la Visita Gesualdo del 1595 e la chiama antica “Altare B.Mariae Gratiarum
habet iconam vetustam” I carteggi seguenti la chiamano sempre antica così si trova anche nei documenti conservati
presso l’Archivio Capitolare Vaticano quando si fece richiesta per la sua incoronazione. Le Visite Pastorali seguenti e
quella del Cardinale Gesualdo la chiamano antica “antiquissima Imago B:M iugi popolarum devotione ac miraculis
celeberrima”. Quando la Madonna arrivò in Cattedrale non ebbe subito una definitiva collocazione a differenza del Ssmo
Salvatore che venne posto in Sagrestia. L’immagine della Madonna venne messa su una colonna della navata dove il
popolo in virtù dei tanti favori ricevuti per sua intercessione prese a chiamarla Madonna delle Grazie. Compare così la
scritta “Mater Divinae Gratiae Ora Pro Nobis” Dopo essere stato in numerose cappelle e visto il continuo accrescere della
devozione la popolazione sentì il bisogno di darle cappella propria. Il 10 Febbraio 1607 la cittadinanza veliterna fece
richiesta al Cardinale Domenico Pinelli nostro Vescovo per erigere in Cattedrale una cappella dove esporre l’immagine.
Anche il consiglio comunale si espresse favorevole alla proposta dai registri delle deliberazioni leggiamo: 1597: li 24 di
Marzo a chi pare e piace che si applichino le limosine di scudi 10 onde aiutare l’opera della Cappella della Madonna
delle Grazie in Velletri. 1607: li 13 di Maggio sono ricorsi molti cittadini e fatta istanza si facci qualche bona e larga
limosina per la fabbrica da farsi nuovamente nella Cappella della Madonna delle Grazie in San Clemente per molti favori
e grazie che tutta la cittadinanza ottiene e principalmente nell’ottenere acqua in tempo di secca e ottenere sereno in tempo
di grand’acqua. 1607: che si suplichino l’Ill.mi Signori superiori per la licenza di poter spendere per la fabbrica che si
farà alla Cappella della Madonna delle Grazie scudi 3000 con licenza dell’Ill.mo Cardinale nostro, la città pigli
devozione il primo di di Maggio e si porti la cera conforme alle altre chiese e cappelle nella Chiesa Cattedrale dove oggi
si trova. 1608: li 24 Aprile a chi pare e piace che la festa della Madonna delle Grazie si debba celebrare la 1°Domenica di
Maggio di ciascun anno essendo che per il 1 di Maggio come l’aveva stabilito il consiglio non si possa fare perché vi è la
festa del Santo Particolare. 1629: li 10 di Marzo a chi pare e piace che alla Madonna delle Grazie si diano elemosine di
scudi 100 1624: li 26 Gennaio alla Madonna delle Grazie si donino scudi 100 per ridurre a perfezione la fabbrica. La
Cappella di Nostra Signora delle Grazie è una stupenda esplosione di barocco, fu terminata nel 1637 ha una cupola divisa
in cinque ordini di vario formato nel primo sono rappresentati angeli musicanti nel secondo i simboli della Madonna
intercalati da fiori dorati nel terzo teste di cherubini nel quarto altri attributi della Vergine. Nella volta della lanterna è
rappresentata la colomba della Spirito Santo, mentre nei pennacchi sono rappresentati i Santi protettori di Velletri.
L’altare principale è molto bello si presenta con due colonne di marmo antico con capitelli corinzi dorati, il tutto poggia
su un gradino decorato ad intarsio marmoreo con motivi geometrici. Al centro una cartella di marmo bianco esibisce in
rilievo una testa di cherubino corona la cornice che inquadra la teca dov’è custodita la tavola con l’Immagine della
Madonna. L’altare fu completato nel 1682 con la costruzione dello splendido paliotto marmoreo con le insegne araldiche
dell’Arciprete Silvestro Cinelli. La Sacra Immagine

La Sacra Immagine della Madonna delle Grazie è dipinta su due grosse tavole di noce unite come fossero una, misura un
metro e mezzo per settantuno centimetri. I colori sono posti sopra ad un intonaco somigliante a stucco. La parte superiore
è centinata. L’usura del tempo non faceva tenere più insieme le tavole e fu necessario incastrarle in un tavolone di rovere
e fissarle con delle rozze grappe di ferro. Questo appesantì l’immagine tanto che i canonici deputati lo trasportavano a
fatica il giorno della festa. Come abbiamo già detto i nostri storici erroneamente l’attribuiscono a Lello da Velletri ma in
verità poco sappiamo della sua origine del suo autore quindi ogni informazione è da prendere con il beneficio del dubbio.
Recenti studi ancora inediti mettono in dubbio la già esposta tesi della provenienza dall’oriente bizzantino. Se è pur vero
che il Ssmo Salvatore presenta forti influenze bizzantine e le bruciature possono provare che fosse sfuggito alla lotta
iconoclasta di Costantinopoli, la Madonna delle Grazie è ben lontana dagli stilemi dei monaci di Bisanzio. Quindi
possiamo affermare che propabilmente quella tavola che Giovanni II ebbe in dono non fu la Madonna patrona di Velletri
ma altra immagine. Le poche notizie che ci tramandano le Visite Pastorali a nostra disposizione e i documenti per la sua
incoronazione ci fanno supporre che la tavola si possa inquadrare alla fine del XIV secolo attribuendola alla Scuola
Umbro Senese. Questo spiega l’enigma dell’autore anche perché il detto filone pittorico era l’unico che potesse
rispondere ad una commessa degna della nostra Cattedrale. Se accettiamo quanto detto possiamo supporre che la tavola
della Madonna delle Grazie sia stata realizzata per la nostra Basilica quale ex voto. Questo spiegherebbe il fatto che in
origine non avesse cappella propria e che fosse coperto dagli sportelli detti dei Santi Protettori. Ma lasciamo alla Dr.ssa
Sara Pontecorvi queste considerazioni e noi occupiamoci dettagliatamente della Sacra Immagine. La Regina di Velletri

Lo scrittore anonimo della Compagnia di Gesù autore della prima storia del Santuario presentata al Gonfaloniere di
Velletri il 27 Novembre 1854 pubblica una bellissima descrizione della Sacra Immagine che volentieri riportiamo
integralmente: ”Il fondo del quadro è in oro chiarissimo. La Vergine rappresentata quasi al naturale sta seduta portando
una veste di rosso corallo e un manto azzurro, che dalla fronte le scende sulle spalle ricoprendola per tutta la persona.
Sulle ginocchia le si avvolge il manto con belle cadenze e leggiadre piegature scendendo fino a ricoprire i piedi nascosti
tra i lembi della veste compariscono appena scoprendo le punte. L’estremità della veste come il manto che la S. Vergine
indossa serrato al petto da un fermaglio d’oro, sono guarnite da galloncini dorati. Di sotto agli orli delle maniche e dello
scollo si vede un sottilissimo merletto bianco che le gira morbidamente intorno al volto. La fodera del manto è d’un verde
cupo che si mostra come rimboccato sulle ginocchia. Il sembiante della Madonna è celestiale e spira un aria di paradiso.
Ha gli occhi pietosamente rivolti verso i fedeli con un atteggiamento soave che intenerisce a guardarla. Un aureola d’oro
fineemente raggiata e composta di rosso rubino intornia la sommità della testa. Con la mano sinistra tiene in braccio il
Divin Figlio rivestito da una tunica di porpora rabescata a fiorami uniformi d’oro. Il viso del Bambinello è una perla
occhietti vivacissimi labbra semichiuse e fresche tra le quali si vedono i candidi dentini, capelli biondi e ricciutelli dentro
l’aureola d’oro a forma di croce.”

La pettina

Nel 1685 per coprire i danni causati al dipinto dall’uso di addobbarlo con drappi e per coprire i continui e necessari
ritocchi con la pietà del popolo venne realizzata la veste d’argento che attualmente ancora la copre. Essa è lavorata a
sbalzo e riproduce fedelmente la tavola sottostante. Si compone di tre parti smontabili: la prima è il fondo dove è
contenuta la raggiera, poi il sembiante della Madonna che a sua volta si compone in due parti precisamente all’altezza
delle ginocchia e il braccio del Bambinello unica parte dell’opera realizzata a fusione. Ai piedi lo stemma della città di
Velletri. Restaurata dal maestro Mario Cipriani e dal suo collaboratore Ettore Nardini non è stato possibile datarla con
certezza a causa della completa assenza di una punzonatura. E’ stato possibile però avvicinarla alla Scuola degli
Argentieri Romani.

L’ Incoronazione

Il Conte Alessandro Sforza morendo ha lasciato al Capitolo Vaticano una rendita con la quale fare delle corone d’oro
purissimo per le immagini della Madonna dentro e fuori Roma. Crescendo la devozione alla Vergine delle Grazie il
Capitolo veliterno fece richiesta a quello vaticano affinchè si degnasse di incoronare la Sacra Immagine. Il 9 Luglio 1681
giunse la notizia che i Canonici di S. Pietro avevano concesso alla nostra Madonna tale onore. La cerimonia avvenne
durante la festa del 1682.D.Giulio Ricci delegato del Capitolo Vaticano con atto notarile consegnò all’Arciprete e ai
Canonici veliterni le due corone e il Capitolo si impegnò solennemente a mantenerle in eterno. Nel 1809 però i soldati
della Repubblica Francese le trafugarono e d’allora in testa alla Madonna e al piccolo Gesù ci sono due frammenti di
modanatura in metallo dorato. Molto presto sarà posto riparo a quel sacrilego gesto perché il maestro Mario Cipriani sta
preparando il bozzetto per le nuove corone che saranno offerte alla Madonna dalla “sua” Città di Velletri.

Dal nome adorato il turco spietato sconfitto restò

Antonio Blasi mentre combatteva contro i turchi sotto le mura di Vienna il 12 Settembre 1683 riuscì a strappare al
nemico la bandiera che poi offrì come ex voto alla Madonna delle Grazie su quel vessillo c’è scritto ”dà la buona novella
ai credenti o Maometto noi vinciamo per te una vittoria splendida”

“Sui cardini erranti dal cupo profondo scuotevasi il mondo la terra tremò”

Lo scrittore anonimo che come abbiamo detto scrisse per primo la storia del Santuario parla ampliamente dei terremoti
che per intercessione della Madonna sono stati resi innocui per la città e per la popolazione:

1703:li 4 Gennaio la terra tremò improvvisamente due scosse gettarono tutti nella paura e nello sgomento. Il popolo
ricorse all’intercessione della Madonna delle Grazie e il pericolo cessò. Il 2 Febbraio tornò a scuotersi la terra ci fu un
grande ricorso alla potente intercessione della Madonna delle Grazie, dice il Gesuita che davanti alla Sacra Immagine
ardevano mazzi di ceri offerti dalle Confraternite, dagli Ordini Religiosi, dalle Corporazioni, dalle Parrocchie di Velletri
e del territorio limitrofo. 1806:li 26 Agosto un terremoto scosse la città per 28 secondi. Fu terribile caddero alcune chiese
e alcune vecchie fabbriche del centro storico. Il ricorso all’intercessione di Maria Ssma delle Grazie fu immediato e
continuo. Il gesuita anonimo scrive che l’intera città si riversò nella Cappella della Madonna e immediata fu la decisione
di fare un triduo e una processione di ringraziamento. Vi prese parte anche uno squadrone di soldati di stanza a Velletri
che nell’incedere destò commozione e ammirazione. Il nobile Nicola Cesaretti volle che per questa processione la
Madonna avesse una macchina può suontuosa. La cera delle limosine gli fruttò 17.000 scudi venne così realizzata la
Macchina ancora in uso. 1829: Pochi giorni dopo la Festa della Prima Domenica di Maggio alcune scosse di terremoto
turbarono la quiete cittadina. Mons. Francesco Ciotti Vicario Generale in una lettera scritta al Cardinale chiede
l’autorizzazione a fare un triduo alla Madonna per essere liberati dal flagello del terremoto. Il Cardinale il giorno
seguente risponde favorevolmente. Il 27 Maggio viene scoperta la Sacra Immagine e si continuò a pregarla per tutto il
mese di Giugno. Venne fatta anche una processione straordinaria che fece avere un sopravanzo di 126,04 libbre di cera
che indica per allora una grande partecipazione.

”Maria col suo cenno tempeste cadendi in aria fermò”

Maria Ssma delle Grazie è anche conosciuta come la Signora delle Tempeste, ci sono state nella storia tantissime
occasioni in cui per intercessione della Vergine si è avuto il sereno o la pioggia. Molte volte la Madonna è stata portata in
processione verso mare per implorare la pioggia e verso i monti per implorare il sereno. Basti dire che non si ricordano
processioni del primo Sabato di Maggio rimandate a causa di pioggia. 1682:Anno della sua incoronazione. Dalla
primavera durava una grandissima siccità che aveva messo in ginocchio l’economia cittadina. Il 25 Aprile la Sacra
Immagine venne condotta in processione verso mare quando il cielo si rannuvolò e cadde pioggia abbondante mischiata a
grandine che non arrecò alcun danno. 1703:La Madonna seda una tempesta di vento 1708:Un inverno piovoso si scopre
la Sacra Immagine e le piogge si fermano 1710:La mietitura è in pericolo per le troppe piogge si scopre la Madonna e la
tempesta è sedata 1711:Maggio rovesci d’acqua e venti freddissimi gelano le piantine ancora tenere dei seminativi e delle
vigne. Si scopre l’immagine e il tempo torna stabile 1712:Piogge per molti giorni, si scopre l’Immagine ma neanche
questo serve a calmare la forza della natura. Il 12 Giugno processione straordinaria. Fuori Porta Romana le nubi
rimangono sospese in aria cariche di pioggia, dopo tre giorni si dissolvono. 1714:Inveno mite con una precoce fioritura.
In primavera si scatena la forza della natura, si scopre l’immagine e il tempo si rasserena. 1835:un giorno di Luglio
subito dopo mezzogiorno il cielo si rannuvola e scoppia all’improvviso un temporale. L’Arciprete ordina lo scoprimento
della Madonna e un raggio di sole illumina il Santuario. Il temporale è cessato 1853:Inverno con pioggia, grandine e
bufere. Si scopre l’immagine ed i rovesci si abbattono sui paesi vicini Velletri resta immune. 1880:Un uragano distrugge
l’intera campagna veliterna ma per intercessione di Maria Ssma non si hanno perdite umane.

Il Miracolo del Fulmine

1882: Secondo Centenario della sua Incoronazione Un fulmine entra in una casa scatenandosi in modo da incenerire gli
occupanti. Uno cade a terra tramortito, un altro è sbalzato da una parte all’altra della Casa. Una parete viene scheggiata
tutta intorno al ritratto della Madonna che rimane intatto.

“LA GUERRA E LA PESTE ESTINSE E FUGO’”

La storia del culto della Sacra Immagine della Madonna delle Grazie è fatta di momenti lieti e dolorosi anche durante le
epidemie di peste e di colera non mancò l’intercessione della Vergine. Nel 1854 il flagello del colera minacciava la
nostra città immediato fu il ricorso alla gloriosa intercessione di Maria. Il 18 Dicembre 1854 il Gonfaloniere Baldassare
Negroni si rivolge al Vicario Generale per chiedere lo scoprimento della Sacra Immagine per implorare la cessazione del
pericolo. Il colera si allontanò da Velletri e il Consiglio Comunale decretò una pubblica festa. Venne fatto un triduo e il
Vescovo Suffraganeo Gesualdo Vitali Pontificò la Santa Messa con l’offerta dei Ceri.

LA MINACCIA SPAGNOLA

Dopo la proclamazione a Re di Napoli di Carlo infante di Spagna, l’esercito iberico si mosse verso la Lombardia per
andare in rinforzo alle milizie di Carlo VI. Sulla fine del 1734 questi soldati passarono per Velletri. La città aveva
preparato le proprie caserme per accoglierli. Ma essi neanche vi entrarono pretendendo di alloggiare nelle abitazioni
private. Dopo la fine delle ostilità Filippo V di Spagna nel licenziare l’esercito del figlio si assegnò due raggruppamenti
di sceltissima cavalleria. Arrivati a Valmontone il 13 Aprile 1736 arrivarono a Velletri per cercare foraggio per i loro
animali. La città si rivoltò contro i gli spagnoli e neanche il Cardinale Barberini venuto da Roma riuscì a calmarli. Si
scoprì la Sacra Immagine e tutti corsero a pregarla. Gli Spagnoli ricevuta la notizia presero a marciare su Velletri per
distruggerla Mentre il Cardinale faceva l’estremo tentativo di calmarli le preghiere alla Madonna delle Grazie fecero il
loro effetto d’un tratto cominciarono a deporre le armi, ad aprire le porte e a liberare la città dal terrore. LA
DEVOZIONE ALLA MADONNA SI DIFFONDE FUORI VELLETRI

Bonaventura Teoli quando scrive il suo Teatro Historico nel 1644 era da poco tempo che si festeggiava la Madonna il
primo Sabato di Maggio eppure scrive che una grande mole di forestieri venivano a pregare la Madonna nella sua
Cappella. Il primo a far uscire da Velletri il culto della Madonna delle Grazie fu Mons. Giovanni Carlo Antonelli uomo
di spirito e di Lettere e Vescovo Suffraganeo di Velletri, nel suo Riflessioni e Preghiere per le Sette Principali Feste della
Madonna antepone un breve cenno storico sul Santuario. Lo segue Mons. Stefano Borgia che in occasione del primo
centenario dell’incoronazione pubblica con un sunto storico sulla Sacra Immagine le omelie sul Regno di Maria dello zio
Alessandro. Anche i soldati di stanza a Velletri portarono nelle terre d’origine la devozione alla Madonna delle Grazie.
Nel 1770 Mons. Borgia Segretario de Propaganda Fide fece andare in ogni parte del mondo attraverso i suoi missionari la
Sacra Immagine accompagnata da una breve presentazione nella lingua locale. Nel Museo di Casa Borgia c’era una copia
in vetro della Madonna lavorata in Cina.

IL FURTO DELLE LAMPADE

Nella notte del 14 Luglio 1855 da alcuni ladri vennero rubate quattro delle lampade d’argento che pendevano nella
cappella,dalle nicchie vennero anche trafugati i doni votivi dei fedeli, oro, pietre, perle e argento. Dopo aver in principio
accusato i gesuiti venne scoperto che il ladro era un certo brigante di Albano Francesco Scialiante. La popolazione persa
la speranza di ritrovare le lampade le rifecero. Il Capitolo offrì duecento scudi, mentre Ferdinando II Re delle di Napoli
ne inviò trecento. Chiusa la raccolta con le offerte del popolo e del Cardinale Antonelli venne incaricato l’argentiere
romano Francesco Borgognoni che dopo aver restaurato quelle vecchie fuse quelle nuove la più grande delle quali venne
donata dai fratelli Camillo e Filippo Corsetti. Su disegno di Girolamo Romani il fabbro Paolo Mancini fece il cancello
che venne dorato da Vincenzo Vita. Il Cardinale Macchi donò in riparazione del furto la sua croce pettorale.

LA MADONNA OGGETTO DI UN RICATTO AL PONTEFICE PIO IX


Cencio Vendetta ruba la Sacra Immagine

Quella che vi andremo a raccontare è una storia ancora avvolta nel mistero più assoluto è un giallo ancora irrisolto per i
modi e le circostanze con cui il brigante Vincenzo Giovanni Battista Vendetta meglio conosciuto come Cencio ardì
trafugare dal Santuario la Sacra Immagine e il suo tesoro. Procediamo con ordine.

In Casa di Francesco Tosti

Nella notte tra il 1 e il 2 Aprile 1858 mentre pioveva a dirotto il sagrista del SS.mo Salvatore Francesco Tosti si trovò
nella sua camera da letto Cencio Vendetta che gli indusse di seguirlo immediatamente. Il Tosti che lo conosceva bene
impaurito dal suo fare minaccioso rifiutò. Ma Cencio lo rassicurò dicendo che doveva solamente consegnare una lettera
al suo Arciprete il Rev. do Don Pier Luigi Ronci.

La Madonna non è più al suo posto

Quella lettera conteneva una notizia sconvolgente che avrebbe messo dopo poche ore in subbuglio la città intera: ”La
Madonna Ssma delle Grazie nostra Patrona non è più al suo posto bensì in mio possesso. Recatevi subito da Monsignor
Delegato per avere un salvacondotto per otto giorni ad effetto di abboccarmi con lui e restituire la Madonna senza la
mancanza di una spilla ritornatemi indietro il presente Vendetta”

Iniziano le frenetiche trattative

Così il clero veliterno venne a sapere del furto della Sacra Immagine. Si attuava in questo modo la seconda fase dello
scellerato piano del brigante veliterno che con quest’azione cercava di salvare la testa del fratello Antonio e quella sua
sicuramente già condannata alla mannaia per l’omicidio del Maresciallo Generali sotto Palazzo Graziosi in Via del
Comune.

Come arrivò alla Sacra Immagine?

Resta un mistero afferma Giovanni Ponzo nel suo “Cencio Vendetta il Brigante della Madonna” come sia potuto arrivare
dietro l’altare. Per togliere l’Immagine dalla nicchia bisognava passare ben quattro porte ed usare ben otto chiavi.
Vendetta non svelò mai il nome dei complici mantenendo sempre la versione che la Vergine l’aveva recuperata in mano
ai ladri. Una versione fantasiosa che costringe scrive Ponzo a fare ipotesi ma solo due degne di riflessione Il Ruolo dei
Canonici La prima è che Cencio o qualcuno dei suoi complici abbia potuto procurarsi le chiavi originali e ne avesse fatto
fare una copia. La seconda invece è che gli stessi canonici fossero complici del Brigante e che dopo avergli fatto prendere
la Madonna avrebbero rimesso le chiavi a loro posto

La Casa del Viceprete La terza considerazione è quella che emerge dagli atti archivistici cioè che il Vendetta sia venuto
in possesso delle chiavi del Santuario e di quelle della Basilica, rapinando la casa di Don Francesco Falconi il Vice Prete
che le aveva in custodia le lasciava sempre in una borsa di pelle in una stanza sempre aperta per permettere al chierico
che suonava l’Ave Maria e a quello che suonava l’Angelus di prenderle comodamente. Ma a conti fatti sembra troppo
anche per uno come Cencio riuscire a fare tutto da solo, prendere la Sacra Immagine, rimettere tutto a posto e andare dal
Sagrestano del Ssmo Salvatore a mezzanotte. Meno impossibile scrive Ponzo sarebbe stato per il Vendetta procurarsi le
chiavi in copia una alla volta e per ultimo quelle della Basilica di San Clemente. E’ impossibile quindi che il brigante
abbia preso le chiavi in casa del Vice Prete è certo però che ebbe dei complici non soltanto per portare a termine
l’impresa ma anche tra chi aveva in custodia sia la Basilica che il Santuario. Dopo l’arresto di Cencio gli inquirenti
dichiarano inspiegabile i modi con cui entrò in Basilica.

L’Arciprete Ronci e quello strano biglietto

Abbiamo lasciato Don Pier Luigi Ronci con quel biglietto in mano. L’Arciprete aspettò l’alba per andare dal Canonico
Sagrista Maggiore della Cattedrale D. Filippo Bianchi per comunicargli la notizia
La Cappella è vuota

L’anziano monsignore non volle credergli e lo accompagnò a San Clemente per fargli costatare che la Vergine era al suo
posto. Invece poterono vedere che del contenuto dell’altare non erano rimasti che pochi stracci. Cadono nel terrore

Immaginate lo sbigottimento ma anche il terrore che investì i due sacerdoti che pur avanti nell’età percorsero di gran
carriera Via Borgia per arrivare a Palazzo dei Conservatori nella Piazza del Comune per comunicare a Mons. Luigi
Giordani Delegato Apostolico l’accaduto. La Reazione della Legge

Il delegato dopo un momento di comprensibile smarrimento vide il biglietto del Vendetta e si rifiutò di trattare. Ma sia
l’Arciprete che il Canonico Bianchi lo convincono a farlo anche perché Pasqua era vicina. Il Delegato messo da parte lo
sdegnò religioso rilasciò il salvacondotto incaricando D. Ronci di farlo recapitare al Vendetta.

A grazia pè mi e pè fratemo N’Togno Con fare spavaldo Cencio si presentò a Palazzo e raccontò al Delegato la favola dei
ladri e per restituire la Sacra Immagine chiese la grazia per se per Antonio suo fratello e una pensione di dieci scudi al
mese.

Le trattative Inizia da questo momento un drammatico braccio di ferro. Il Delegato disse che non era in suo potere
concedergli quanto richiesto e che solo Pio IX poteva farlo. Cencio a suo malgrado dovette dargli ragione e promise di
restituire la Sacra Immagine se il delegato si fosse impegnato per iscritto ad intercedere per lui presso il Papa. Mons.
Giordani non ebbe nulla a dire quell’impegno gli imponeva solo di riferire e non di ottenere. Lo scambio

Vendetta resosi conto della leggerezza commessa chiese in cambio dell’immagine l’ostensorio donato alla Madonna
qualche anno prima da Re Ferdinando II Mons. Giordani fu di una fermezza impressionante non poteva concedere il
prezioso oggetto si sarebbero incrinati i rapporti con il monarca napoletano.

L’appuntamento a Porta Napoletana Cencio di fronte a questo rifiuto decise di restituire la Madonna a mezzanotte a Porta
Napoletana all’arciprete Ronci e al canonico Pietromarchi. L’accordo venne raggiunto alle undici di sera scredita la realtà
dei fatti perché quello che venne assicurato dai due prelati risulta impossibile perché per andare a prendere la Madonna a
Porta Romana ci sarebbe voluta più di un ora .

L’arresto sotto il Portone del Palazzo dei Conservatori Cencio una volta sceso dall’appartamento delegatizio venne
arrestato dagli uomini del maresciallo Capanna. Le autorità cercarono di convincerlo che quell’arresto era avvenuto in
completa buona fede. Il brigante si irrigidì e rimandando l’impegno scritto al delegato disse che avrebbe restituito la
Madonna solo dopo l’arrivo del rescritto di Pio IX.

Mons. Giordani va dal Papa è il 3 Aprile 1853 Il 3 aprile mattina il delegato si recò a Roma per riferire al Pontefice
mentre il Vescovo suffraganeo Mons.Vitali raggiunse con il Vendetta un ulteriore accordo la Sacra Immagine in cambio
della veste d’argento. Il delegato tornato da Roma gli disse che Pio IX non gli avrebbe negato la grazia a patto che prima
avesse restituito la Sacra Immagine. Le trattative stavano naufragando e i Sacri Bronzi annunciavano l’alba del giorno di
Pasqua.

Il tumulto di Pasqua Esso è forse la più eclatante espressione della filiale devozione del popolo di Velletri verso la sua
celeste signora. Fin dalla mattina di Pasqua 4 Aprile 1858 il mugugno popolare contestava ai canonici il fatto che la Sacra
Immagine era velata. Nel pomeriggio sfondarono le porte della Basilica e giunti al Santuario lo trovarono vuoto. Gesti
inconsulti grida che rasentarono il sacrilegio echeggiarono tra le navate della Cattedrale. Una voce tra il popolo accusò i
Gesuiti che abitavano in quello che è oggi il Seminario Diocesano. Il collegio venne preso d’assalto alla ricerca della
Madonna che non trovarono. Quest’attacco venne ordito per allontanare i figli di Sant’Ignazio da Velletri che gravavano
sulle pubbliche finanze a causa del loro insegnamento. Nessun religioso potè farla franca Padre Missir rischiò il
linciaggio sui gradini dell’altare della Madonna. Mons. Gesualdo Vitali denuncia il furto

Quando ormai la rivolta si era estesa per tutta la città Mons. Gesualdo Vitali Vescovo Suffraganeo di Velletri scese in
Cattedrale a denunciare il furto. Mentre parlava dal pulpito Antonio Vicario che trascinava Padre Missir vi passò sotto. Il
Gesuita chiese la benedizione del Vescovo perché per lui era la fine. Il Vescovo riuscì a gridare raccogliendo tutte le
forze di lasciarlo libero perché era innocente.

L’arrivo di Cencio Saputo del tumulto il Vendetta si recò in Cattedrale e salito sul pulpito calmò gli animi dicendo che la
Madonna era in suo possesso e che egli con il suo pugnale l’aveva recuperata da un gruppo di banditi che dopo averla
rubata l’avevano nascosta nel cimitero di San Giovanni.

Il giorno di Pasquetta Il giorno dopo Vendetta fece sapere che avrebbe pagato le spese del viaggio al delegato purchè
questi lo avesse accompagnato dal Papa per esporgli personalmente le sue richieste.

Il Delegato chiude le trattative Mons. Giordani fece sapere di non essere più disposto a parlare con Vendetta e fece
rafforzare la sorveglianza a Palazzo e in città. Intanto aveva chiesto ad alcuni contadini di Lariano di essere pronti ad
intervenire al suo cenno.

Si va verso la fine Il gonfaloniere Giuseppe Filippi, i canonici Benedetto di Lazzaro e Domenico Pietromarchi si recarono
dal Papa per avere disposizioni. Ma Pio IX ormai si era irrigidito.

La Sacra Immagine viene restituita A Velletri l’atmosfera si faceva incandescente sotto casa del Brigante gli abitanti di
Lariano minacciavano ritorsioni verso la sua famiglia se non avesse restituito la Sacra Immagine Cencio era allo stremo e
riconsegnò la Madonna che solennemente venne ricondotta in Cattedrale. L’arresto Cencio il giorno seguente venne
invitato a Palazzo dei Conservatori ed ebbe un duro scontro con il Delegato che lo fece arrestare. La condanna a morte fu
pronunciata dal Tribunale dal Tribunale di Roma il 25 Agosto 1858 e venne eseguita in Piazza Cairoli dal famigerato
boia Mastro Titta.

FINIVA COSI’LO SCELLERATO PIANO DI VICENZO GIOVANNI BATTISTA VENDETTA DETTO CENCIO

Che brutta matinata I processi a carico di Vincenzo Vendetta iniziarono il 6 Maggio 1858 e terminarono il 27 Novembre
dello stesso anno. Le imputazioni mossegli passarono al giudizio di due tribunali quello di Velletri e quello di Roma. La
corte veliterna aveva emesso alcune sentenze nei confronti di suo fratello Antonio e dei Nardini di Artena. Essi insieme a
delle pene minori furono condannati a morte per omicidio

Il Tribunale di Roma La corte romana invece si occupò delle accuse più gravi cioè l’omicidio del maresciallo Generali e
del furto della Madonna delle Grazie. Una commissione subito dopo l’arresto di Cencio aveva raccolto a Velletri ogni
elemento di prova. Il processo fu celebrato a Palazzo Madama. Cencio era difeso dall’avvocato Giovanni Battista Gorga.
Antonio Elisei uno dei complici maggiormente indiziati venne difeso da un giovane avvocato veliterno Basilio Magni.
Decine di testimoni furono ascoltati ma non fu possibile ricostruire con assoluta certezza ciò che accadde il 4 Aprile ma
soprattutto le modalità del furto della Sacra Immagine. Tre interrogativi mai chiariti 1) Non si è mai scoperto chi fosse
l’uomo che tentò di gettare dalla finestra del Collegio il Rettore dei Gesuiti pur conoscendo i nomi di quelli che
riuscirono ad impedirglielo, non si riuscì a sapere il nome di colui che doveva essere una persona colta e informata, non
solo picchiò un gesuita dentro il collegio, ma pronunciò un infuocato e circostanziato monologo contro il clero e i
Gesuiti. 2) E’ rimasto sconosciuto l’ultimo che dentro il Santuario estratta la pistola per poco uccise Padre Missir 3)
Come Cencio sia venuto in possesso della tavola e del tesoro. I giudici infatti non avevano soltanto indizi e ipotesi.
Quindi il suo arresto era stato arbitrario e “illegale” dal momento che quando venne preso il salvacondotto non era
scaduto. Il furto della Madonna non valse la sua testa Anche se il furto della Sacra Immagine della Madonna delle Grazie
è l’evento più eclatante della vita di Vendetta tale reato gli valse la condanna all’ergastolo. La condanna a Morte Il
tribunale di Roma il 25 Agosto 1858 lo condannò a morte perché responsabile dell’omicidio del maresciallo Generali.

Nasce una bambina Un mese dopo essere stato condannato a morte Cencio diventa padre. Sua Teresa alle 4 del mattino
alle carceri nove da alla luce una bambina. Tutti sapevano che i due se la facevano e quindi non c’erano dubbi. Il parto
venne giudicato illegittimo e di conseguenza la piccola venne affidata ad un orfanotrofio e da qui se ne perdono le tracce.

I complici scarcerati Il padre di Cencio Giuseppe, Natalina, Teresa ed Antonio Elisei vennero rimessi in libertà
provvisoria perché i giudici ritennero di non poterli incriminare per mancanza di prove. Quindi secondo il tribunale
Cencio rubò la Vergine da solo.
I ricorsi Il 29 Gennaio 1859 Cencio ricorse in appello alla Sacra Consulta che il 27 Luglio aveva confermato la condanna
così come avrebbe fatto il tribunale di revisione il 12 Settembre.

Il ricorso al Papa Cencio come ultima spiaggia prima della mannaia si rivolse al Pontefice per ottenere la grazia

Il tentativo di suicidio Alle cinque del pomeriggio del 28 Ottobre 1859 Cencio si tagliò le vene in carcere a Velletri,
mentre attendeva la risposta del Pontefice. Il tempestivo intervento del chirurgo Raffaele Bellucci che gli medicò il
braccio fece si che Cencio ascoltasse l’ultima brutta notizia il Pontefice Pio IX gli aveva rifiutato la grazia. E’ la fine
Cencio ascoltò la lettura del documento pontificio impietrito poi fu preso dalle convulsioni e dai conati di vomito rimase
in quelle condizioni per qualche minuto insensibile alle premure dei padri confortatori e dei confratelli della Buona
Morte. Rifiutò tutti i conforti religiosi e non volle confessarsi passò la notte a maledire la chiesa e i suoi ministri. La
mattina del 29 Ottobre 1859 mentre lo trasferivano a Piazza del Trivio aveva un fare spavaldo solo quando giunse in
Piazza accettò i conforti religiosi e quindi con il parere di Mons. Luigi Giordani alle sette del mattino la mannaia cadde
per mano di Mastro Titta sulla testa di Vincenzo Giovanni Battista Vendetta detto Cencio BRIGANTE.

1882: Secondo Centenario della sua incoronazione

Il Capitolo fin dal 1880 iniziò a raccogliere insieme ad un comitato le offerte per realizzare un grande programma di
festeggiamenti che tra l’altro riuscì solennissimo. Le Missioni Popolari vennero predicati dai Padri Passionisti mentre i
Gesuiti predicarono il triduo. La processione registrò una grandissima partecipazione mentre il Cardinale Camillo Di
Pietro celebrò il Pontificale della Domenica.

La guerra e lo sfollamento della Sacra Immagine

I tragici dieci lunghi mesi di fronte che ridussero Velletri ad un cumulo informe di macerie resero necessario dopo il
bombardamento del 22 Gennaio il trasferimento a Roma della Sacra Immagine della Madonna delle Grazie. Fu il
Cardinale Enrico Gasparri Vescovo di Velletri a disporre che la venerata tavola raggiungesse la Chiesa del Gesù a Piazza
Venezia. Fu Padre Bitetti a venirla a prendere il 20 Marzo 1944 e dopo averla ricevuta dalle mani di Mons. Ettore Moresi
e di Padre Italo Mario Laracca la portò in Via degli Astalli dove venne collocata nella Cappella dei Ritiri e li rimase fino
alla prima Domenica di Maggio quando con grande solennità venne collocata sull’altare maggiore dello splendido tempio
farnesiano dove fu celebrata la sua festa. Qui per la prima volta l’Arcivescovo Clemente Micara conobbe Velletri e la sua
Madonna delle Grazie. Anche a Velletri nonostante l’infuriare della guerra la festa venne celebrata non in Cattedrale ma
nelle grotte ovunque manifestazioni di grande devozione e di amore filiale verso colei che è la Madre nostra. Mons.
Salvatore Rotolo Vescovo Ausiliare volle compiere ugualmente il giro della processione e lo fece con Mons. Moresi,
Padre Michele Pietrangelo, Padre Italo Laracca. La prima Domenica di Maggio registrò una grande affluenza a tutte le
Sante Messe celebrate nel territorio veliterno. La Sacra Icona rimase un mese esposta sull’altare maggiore della Chiesa
del Gesù dove non fu mai lasciata dai veliterni sfollati nella capitale. Pio XII accoglie la Sacra Immagine in Vaticano

Il 23 Settembre del 1944,prima di riportare la Sacra Immagine a Velletri ,i rappresentanti della Diocesi e quelli dei
comuni del territorio vennero ricevuti in Vaticano da Pio XII. Mons. Celestino Amati Canonico della Cattedrale portò la
Sacra Icona nella Sala del Trono dell’appartamento pontificio. Papa Pacelli dopo aver sostato in preghiera davanti alla
Madonna delle Grazie si rivolse ai presenti con parole di conforto e di incoraggiamento per intraprendere l’opera di
ricostruzione di Velletri. Andate ricostruite le case ma anche le anime disse il Defensor Urbis ai nostri concittadini e così
fu.

L’arrivo a Velletri

Intorno alle 15.30 il convoglio di macchine partito da Piazza San Pietro arrivò a Velletri. Piazza Garibaldi era in festa alla
vista della Sacra Immagine un ovazione sincera di Evviva Maria. Si avvia la processione tra le macerie di Velletri fino in
Cattedrale dove Padre Bitetti tenne il discorso di circostanza.

Il restauro che le tolse le stelle


Mentre era Parroco della Cattedrale Mons. Eteocle Trocchi si notò che le due tavole su cui era dipinta la Sacra Immagine
si venivano allargando mettendo in serio pericolo l’integrità del dipinto. Con l’autorizzazione del Capitolo la Venerata
Icona venne affidata all’Istituto di Restauro della Sovrintendenza alle Belli Arti di Roma.Naturalmente non venne data
comunicazione alcuna dell’assenza della Sacra Immagine da Velletri conoscendo la gelosa mentalità dei veliterni.
Quando Mons. Trocchi e l’Arciprete Mons. Ciardi aprirono il pacco sigillato videro un immagine completamente diversa
dal manto erano scomparse le stelle i volti erano eccentuati tutto era cambiato. La paura della reazione dei veliterni
indusse a tenere la Sacra Immagine nascosta solo nel 1974 Mons. Angelo Lopes divenuto Canonico Parroco della
Cattedrale la presentò ai veliterni.

Giovanni Paolo II visita il Santuario

Il 7 Settembre del 1980 dopo oltre un secolo e mezzo dall’ultima visita di Pio IX Giovanni Paolo II venne in visita a
Velletri. Fu una serata meravigliosa ed indimenticabile. Il Pontefice venne ricevuto in Piazza Cairoli dal Sindaco Patrizio
Saraceni dopo i saluti di rito arrivò in Cattedrale per adorare il Ssmo Sacramento, poi seguendo l’esempio di alcuni suoi
predecessori sostò in preghiera davanti alla Madonna delle Grazie. Durante la Santa Messa pronunciò la famosa frase ”I
valori di questo popolo sono famiglia lavoro e Madonna delle Grazie”

1982:Terzo Centenario della sua incoronazione

Intanto è passato un altro secolo da quel 1682 quando la Sacra Immagine venne incoronata e il Capitolo avvalendosi di
un valido comitato composto da laici mise in piedi un fitto programma di festeggiamenti. La processione fu solennissima
con tutti i Sindaci della Diocesi e in via straordinaria le Santarelle.

1985:Nasce l’Associazione dei Portatori

Dopo il furto dell’oro della Madonna avvenuto nel caveau della Banca Pio X in Via del Comune nasce l’Associazione
Portatori Maria Ssma delle Grazie con la piena approvazione del Vescovo Martino Gomiero e con l’interessamento dei
Canonici Angelo Lopes e Giuseppe Centra che ne dettò lo statuto. Il 4 Luglio con la prima assemblea questa benemerita
istituzione ha iniziato a collaborare con il Capitolo per la divulgazione del culto della nostra Madonna delle Grazie.

1988:Pellegrina a Lariano

In occasione dell’anno mariano la Sacra Immagine accompagnata di Mons. Angelo Lopes Canonico Parroco si è recata
pellegrina a Lariano dove venne accolta dal Sindaco Tiberio Bartoli e dal Parroco Vincenzo Molinari. Stette per due
giorni nella Chiesa di Santa Maria Intemerata e dopo la Messa celebrata dal Cardinale Sebastiano Baggio fece ritorno a
Velletri visitando per la prima volta l’Ospedale.

1994:Visita la zona 167

Il 24 Giugno in occasione della consacrazione della Chiesa di San Giovanni Battista nella zona 167 la Sacra Immagine
con l’autorizzazione del Capitolo venne portata in processione fino alla Chiesa dove fu accolta dal Parroco d. Dario
Vitali. Al ritorno sosta all’Ospedale Civile.

2000:Pellegrina a Lariano e al Monastero a lei dedicato

Il grande Giubileo del 2000 ha visto nuovamente Maria Ss.ma delle Grazie pellegrina, infatti si è recata a Lariano e al
ritorno percorrendo a piedi la Via Ariana ha sostato al Monastero di Clausura a lei dedicato.

2004 - 2005

La Dr.Laura Ferretti restaura la Sacra Immagine

Dopo la festa del Patrocinio dell’Agosto 2004 la Madonna delle Grazie è stata prelevata dal suo Santuario per essere
portata a Roma presso lo studio della Dr.ssa Laura Ferretti in Via Gregorio VII dove è stata sottosposta ad un delicato
intervento di restauro che ha contribuito a ricondurla al suo originale splendore.Laura Ferretti non è nuova a questo tipo
di lavori e già intervenuta sulla Sacra Immagine della Madonna della Carità.Quello operato dalla professionista romana è
il terzo intervento che la tavola subisce.Il primo fu realizzato da Filippo Zucchetti nel 1703, il secondo nel 1968 di cui
parla il Prof.Enrico Mattoccia nella recente biografia di Mons.Giuseppe Centra. Quello appena terminato come abbiamo
detto è stato eseguito dalla Ferretti e diretto dalla Dr.ssa Dora Catalano. Al termine è ricomparsa l’immagine nella sua
forma primitiva come fu dipinta alle origini.Il restauro su un quadro così prezioso e vetusto è come per l’uomo un
intervento chirurgico,il suo risultato quindi rimarrà nel tempo solo se le condizioni di conservazione della tavola saranno
idonee.Se in futuro vorremmo ancora godere dello sguardo materno della nostra Regina occorre evitarle traumi tali da far
rendere inutile l’intervento stesso.Per ottenere questo risultato è necessario bonificare la nicchia climatizzarla e dotarla di
un impianto di illuminazione a luce fredda lo stesso impianto dovrà essere istallato sulle macchine.Come tutti sanno la
Sacra Immagine è costituita su due tavole di legno di pioppo,con colori a tempera stesi su una preparazione molto
chiara.Durante l’intervento del 1969 le due tavole erano state assicurate nella loro stabilità con sottili traverse di
alluminio.Ora invece è stata applicata una nuova parchettatura a sostegno del supporto formata da traverse in scatolato di
ottone sorrette da ponticelli eseguiti in faggio.Tutta la superficie è stata reintegrata con delle stuccature a mestica (colla
vinilica e segatura).Sono state poi rimosse le due sovrapposizioni di fattura moderna quella nella centina e la scritta
Mater Divinae Gratiae Ora Pro Nobis è stata riprodotta su un cartiglio più stretto fissandola alla cornice con viti ad
occhiello.La superficie pittorica dopo gli interventi di pulitura ha visto l’eliminazione della vernice alterata e la rimozione
dei vecchi ritocchi.Altro intervento è stato quello per l’eliminazione delle vecchie stuccature che sono state prima
ammorbidite con un tampone inumidito e poi rifinendo la superficie con l’uso del bisturi.Per il ripristino del fondo d'¢ro è
stato necessario procedere ad una stuccatura per ridare all’intera tavola una struttura omogenea prima dell’applicazione
della foglia d’oro zecchino.

I romani pontefici e la Madonna delle Grazie

Pio VII La proclamazione della Madonna a Patrona di Velletri

Il 26 Agosto 1806 un violento terremoto scosse per 28 secondi la nostra citt .Immediato fu il ricorso alla gloriosa
intercessione della Madonna delle Grazie non ci furono vittime solo qualche danno alle cose.Dopo un’ora si ripetè la
scossa di intensità minore e meno spaventosa.La popolazione si riversò tutta nella Cappella della Madonna; si decise
scrive il gesuita anonimo di fare un triduo e una processione che riuscì tanto devota.Oltre a parteciparvi il clero,la
magistratura,la nobilità e le milizie cittadine,vi prese parte anche un buon numero di soldati francesi,che qui stanziavano i
quali procedettero così composti che eccitarono a lacrime di tenerezza.Il nobile veliterno Nicola Cesaretti ebbe l’idea di
realizzare una nuova macchina per portare in processione la Sacra Immagine raccolse 1.700 scudi.La macchina è quella
che ancora è in uso.Il Consiglio Comunale decise di dare uno speciale attestato di gratitudine verso la Madonna per lo
scampato pericolo.Un altra seduta consiliare che trattò lo stesso argomento si trova l’11 Settembre dello stesso anno
quando venne indetto un vero e proprio referendum popolare tramite i parroci per conoscere la volontà della popolazione
affinchè la Vergine venisse dichiarata protettrice e Patrona di Velletri e che si facesse voto di digiunare in perpetuum il
giorno precedente la festa. La rispota fu un si plebiscitario che Pio VII confermò con un suo rescritto del 3 Gennaio
1807.Il consiglio comunale istituì la Festa del Patrocinio della Madonna delle Grazie ogni anno il 26 Agosto.La prima
edizione nell’Agosto del 1807 riuscì solennissima vi prese parte il neo cardinale di Velletri Leonardo Antonelli che da
S.Martino dove attese la Madonna portata processionalmente per la città accompagnò la Regina di Velletri fino in
Cattedrale.Per la prima volta la processione arrivò fino al monastero di S.Chiara e venne ad uscire alla Madonna del
Buon Consiglio a Porta Romana.Prima del 1807 faceva il giro breve intorno alla Parrocchia di S.Clemente fino alla
Chiesa della Trinità

Gregorio XVI e le santarelle

Nel 1839 Gregorio XVI tornó nuovamente a Velletri,in quel periodo grazie all´Arciprete del Rev.mo Capitolo Luigi
Landi Vittori il Santuario della Madonna delle Grazie era stato riportato agli antichi splendori quale forma di
ringraziamento per lo scampato colora nel 1837.Venne rifatto l´altare sostituendo l´antico in legno con quello che oggi
vediamo,vennero rifatti anche gli altarini laterali dove si lasció un posto vuoto.L´arciprete chiese al Papa i corpi di due
Sante Vergini e Martiri delle catacombe romane per essere collocate a gloria della Vergine sotto i detti altari dedicati a
S.Giuseppe e a S.Nicola.Gregorio annuí benignamente e per una sollecita realizzazione venne interposta la persona
autorevole di Mons.Alessandro Macioti veliterno che in quel tempo dimorava a Roma ricoprendo l’alto ufficio di Sotto
Datario di S.R.C e che poi fu Arcivescovo di Colossi e Nunzio in Svizzera.

- Le piccole martiri arrivano a Velletri -

Papa Gregorio XVI aveva ordinato fin dai primi tempi del suo pontificato l´esecuzione di scavi nelle catacombe di Roma
affidandoli a valenti architetti.Lavori del genere furono eseguiti nel 1834 nel cimitero di Callisto in Via Appia ed altri in
quello di Priscilla sulla Salaria.Furono in questa occasione scoperti numerosi corpi di martiri che dopo la ricognizione
canonica furono messi sotto la vigile custodia dei Sacri Palazzi Apostolici.Mons.Macioti quindi nel 1839 chiese al
Sagrista dei Palazzi secondo il beneplacito papale e l´approvazione del Card.Pacca i corpi di due fanciulle martiri
rinvenuti di recente per essere collocati nella Cattedrale veliterna.Mons.Castellani si affrettó ad esaudire il desiderio dell
´insigne prelato e prese dal Cimitero di Priscilla il corpo di una fanciulla ritrovato il 10 Gennaio 1839 con l´ampolla del
sangue di anni sei e mesi otto e di nome Annia Prima,mentre dal Cimitero di Callisto prese Gerontide di anni
nove.Mons.Macioti scrisse immediatamente a Mons.Landi Vittori la seguente lettera:

Gentilissimo Sig.Arciprete

Roma 29 Luglio 1839

Non ho dimenticato le premure che Ella mi fece di avere due corpi di Sante Martiri per collocarli sotto i piccoli Altari
delle due Cappellette che sono nella Cappella della Madonna delle Grazie.Ne ho fatto a tempo debito la domanda,ed ho
avuto in dono i corpui di S.Annia di proprio nome con l’´ampolla e lapide di marmo portante questa iscrizione

ANNIA.PRIMA. QVE VXIT.ANNIS SEX. MENSES.VIII. DEPOSITIO. V.ID.IVLIAS:

e di S.Gerontide egualmente con ampolla e lapide di marmo portante l´iscrizione GERONTIDE con sotto una colomba
che porta un piccolo ramoscello in bocca. Sono queste due martiri di tenera etá,poiché tanto l´una che l´altra hanno
vissuto sette anni circa: ma per due piccoli altari mi sembrano adatte.Io pertanto intendo farne dono alla Basilica cui ho
appartenuto,ed attendo un suo cenno perché conoscer possa a chi debbo consegnarli; seppure Ella non vorrá farli vestire
qui in Roma,ció che a mio credere sarebbe miglior partito.

Mi raccomandi al Signore e mi creda sempre aff.mo obbl.mo Servo ed Amico Alessandro Macioti

Mons.Landi - Vittori ai primi di Agosto del 1839 si recó a Roma per rilevare i Sacri Depositi sigillati dal Sacrista
Apostolico furono portati a Velletri incognito la sera del 12 Agosto 1839.In casa dell´Arciprete si fecero le debite
ricognizioni. Un documento scritto in lingua latina da D.Salvatore Pasqualini cerimoniere pontificio riferisce che all
´arrivo delle reliquie era presente il Vescovo Suffraganeo Mons.Franci che fece aprire alla presenza di quattro testimoni e
del citato D.Pasqualini le due cassette per la ricognizione canonica.Verificato che tutto era conforme a quanto dichiarato
nel testimoniale di Mons.Castellani fece richiudere e sigillare di nuovo,rinviando al giorno seguente la ricognizione
scientifica alla presenza di un medico.

- La ricognizione -

Il 13 Agosto 1839 nella Casa Arcipretale furono riaperte di nuovo le cassette per consentire al Prof.Domenico
Giovannetti medico chirurgo di compiere la ricognizione canonica della quale alla presenza dell´Arciprete Landi Vittori e
del Cerimoniere Pasquali fu stesa la seguente relazione:

A di 13 Agosto 1839

Descrizione del Corpo di Sabta Gerontide V.M fatta dall´Ecc.mo Signor Dottor Domenico Giovannetti Chirurgo
Primario in presenza del Rev.mo Sig.Arciprete D.Luigi Landi Vittori e del cerimoniere infrascritto:

1. 72 pezzi formanti il Cranio con varii frammenti 2. Mascella inferiore con tutti i denti,cioé sei molari e quattro
incisivi.Tale mascella peró trovasi mancante dell´apofisi condiloide e coronoide del lato sinistro.Nella mascella superiore
tre denti incisivi il quarto dimezzato egualmente che un molare.Le ossa componenti questa superiore mascella sono in piú
frantumi. 3. n 57 pezzi spettanti alle vertebre cervicali,dorsali e lombari,con varii altri frantumi 4. n 6 pezzi componenti l
´osso dello sterno 5. n.74 pezzi appartenenti alle costole in un con altri frantumi 6. Due clavicole,una cioé intera e l´altra
in piú pezzi. 7. Due scapole in piú pezzi. 8. Due omeri e radio ed ulna degli avambracci in piú frantumi 9. Due femori,il
destro ridotto in piú frammenti,il sinistro con la sola epifisi distaccata 10.Due rotelle 11.Due tibie coi loro condili
frantumati 12.n.8 frammenti spettanti alle ossa del bacino o pelvi 13.n.18 frantumi spettanti ad ossa spugnose ed
epifisi,con altri varii pezzi. 14.n.14 pezzi appartenenti alle mani e piedi con altri tritumi Quali ossa tutte di una fanciulla
appena decenne,riconosconsi aver subita l´azione del fuoco in tutte le parti Inoltre un´ampolla in varii pezzi,uniti ad un
piccolo massa di calcina

Una volta riposte nella cassetta le reliquie della piccola Gerontide venne fatta la ricognizione sul corpo di Santa Annia
eccone la descrizione

Decrizione del corpo di S.Annia Prima fatta successivamente dal medesimo Professore:

1.n.72 pezzi appartenenti alle ossa componenti il cranio,violentemente fracassato,con altri tritumi.L´osso parietale e
temporale del sinistro lato intero, e vedesi ancora gran parte del parietale destro, e porzione dell´osso occipitale
2.n.8.frantumi appartenenti alle ossa della faccia 3.Due pezzi dell´inferiore mascella con l´apofisi condoloide in
frantumi,scorgendosi tre denti molari,un canino e tre incisivi. 4. Numero nove dent,quattro cioé molari,con altri molari
dimezzati,due canini,ed uno incisivo dimezzato 5.Due clavicole 6.Due scapole,la sinistra mancante delle cavitá glenoide
7.Tre ossa appartenenti allo sterno 8.n.16 vertebre ed altri 22 frammenti spettanti alle vertebre. 9.n.47 pezzi ossei spettant
alle costole,con altri tritumi 11.n.6 pezzi spettanti al pube e all´ischio 12.Due femori,essendo un piú pezzi il sinistro ed
ambedue coll´epifisi distaccate 13.Due rotelle 14.Due tibie e due fibule coll´epifisi distaccate 15.n.17 frantumi
appartenenti alle inferiori estremitá ossia i tarsi 16.n.33 pezz spettanti alle falangi ed ai metacarpi 17.n 14 frammenti di
ossa spugnose. Un'ampolla in piú pezzi uniti ad un masso di calcina.Quali ossa sono state riposte nella medesima cassetta
colla quale vennero da Roma e poi suggellate. Questo inventario si é fatto nella Residenza del R.mo Signor Arciprete
dove esistevano le cassette dei corpi delle sudette Sante Maretiri Salvatore Pasqualini Sacerdote Certifico io sottoscritto
Chirurgo di avere riconosciute e divise le sudescritte ossa spettanti ai nominati due corpi Domenico Giovannetti ch.rgo

- La composizione -

I simulacri dove ancora oggi sono conservate le reliquie delle due piccole martiri furono fatti realizzare dalla famiglia
Borgia che li espose nella propria Cappella nel Palazzo di Velletri in attesa che vi venissero collocate le reliquie.Il 29
Aprile 1840 secondo una relazione conservata nell´Archivio Capitolare.La prima ad essere composta fu Annia Prima
secondo quanto segue: 1.Nella testa:Un tubo con la maggior parte del cranio 2.Nel collo:Un involtino sigillato con la
mandibola inferiore e denti. 3.Sotto il busto a destra:Un involtino con parte del cranio tutto in un pezzo. 4.Nel petto: Un
tubo con scapole ileo,ischio, e pube in sei pezzi e le vertebre 5. Quattro tubi di vetro:due nelle braccia,due nelle
coscie:con tutte le ossa delle tibie,femori,rotule,omeri,falangi,metacarpi:divise nelli detti quattro tubi rispettivamente
sigillati tutti con cera lacca e fittuccia rossa di seta,con coperchi di ottone. Quali tubi tutti sono stati inseriti e cuiciti nel
corpo (artificiale) preparato per S.Annia Prima nobilmente vestito dall´Ill.ma Sig.a Contessa Adelaide Quasinson Borgia
ed Almena Borgia Cumbo sua figlia.Il giorno seguente 30 Aprile 1840 é stata composta S.Gerontide come segue: 1.Nella
teta:Un tubo con il cranio nella massima parte. 2 Nel petto:Un tubo con le costole,clavicole,ileo,frantumi di
epifisi,vertebre e pezzi dello sterno,e pezzi delle scapole,la mandibola inferiore coi denti e porzione del cranio. 3 Nel
braccio destro: Un tubo con omero ed osso dell´avambraccio 4 Nel braccio sinistro:Un tubo con parte dell´omero ed ossa
dell´avambraccio 5 Nella coscia destra: Un tubo con il femore,tibia,fibola e rotule 6 Nella coscia sinistra:Un tubo con l
´altro femore,tibia e fibola. Quali tutti sono stati inseriti nel corpo(artificiale)preparato per S.Gerontide V.M.nobilmente
vestito dalle Signore Borgia

- Si prepara la Solenne traslazione in Cattedrale -

Dopo la sistemazione delle reliquie nei due simulacri di cera,si pensava come esporle solennemente alla venerazione.Il
Capitolo predispose per il 31 Maggio Domenica a chiusura del mese di Maggio del 1840 una solenne processione per le
strade cittadine per condurre i corpi in Cattedrale dove rimasero esposti per otto giorni sull´Altare Maggiore.L´arciprete
chiese la necessaria autorizzazione al Cardinal Vescovo Pacca che non venne negata.Gregorio XVI concesse addirittura l
´indulgenza plenaria.Mons.Landi Vittori nonostante fosse malato di gotta lavoró incessantemente affinché tutto riuscisse
alla perfezione.Da una memoria autentica del Carimoniere Pasqualini leggiamo:

30 Maggio 1840

1.Il giorno innanzi alla festa,cioé il 30 Maggio,si osserverá dai fedeli il digiuno liturgico,e nel medisimo giorno saranno
suonate a festa,a mezzo giorno e all´Ave Maria,tutte le campane delle Chiese della cittá. 2.In detto giorno al pomeriggio
saranno trasportati in forma privata i Corpi delle due Sante dal Palazzo Borgia alla Chiesa pubblica delle Carmelitane di
Santa Teresa per la dovuta ultima ricognizione canonica. 3.Conforme ai regolamenti rituali,i Canonici della Cattedrale,la
sera dello stesso giorno,si recheranno nella detta Chiesa delle Carmelitane,ed ivi vestiti gli indumenti
capitolari,assisteranno alla verifica delle urne contenenti i corpi delle Sante fatta dal Vescovo Suff,con atto del
Cancelliere di Curia e al giuramento del Professore Chirurgo,che ha eseguita l´enumerazione delle ossa: e,dopo il canto
dell´antifona Filiae Ierusalem si celebreranno dal Capitolo dinnanze alle dette urne i Vesperi solenni de Communi
SS.Virginum et Martirum. 4.Dopo gli anzidetti Vesperi,i Corpi delle Sante Martiri rimaranno esposti alla pubblica
venerazione dei fedeli e durante l´intera notte successiva si faranno le sacre veglie da parte delle Religiose Carmelitane.

- La processione -

Il 31 Maggio 1840 alle ore 17 dalla Basilica Cattedrale di S.Clemente si mosse il sacro corteo diretto alla Chiesa del
Gesú per rilevare le due piccole martiri. Eccone la descrizione fatta in un piccolo manoscritto dell´Archivio Capitolare:
Tra il festivo suono delle Campane e lo sparo dei mortaretti,precedevano le Confraternite cittadine,in un completo
stragrande numero di soci,disposte secondo il grado di precedenza:

1. La Confraternita del Suffragio 2. quella della Morte 3. quella della SS.ma Trinitá 4. quella di Sant´Antonio di Padova
5. quella della Pietá 6. quella delle Stimmate 7. quella del Gonfalone

tutte in divoto portamento e cantando salmi. Seguivano due nobili fanciulle vestite alla foggia delle SS.Martiri,e due
nobili fanciulli vestiti in seta rossa recanti le une e gli altri corone di rose su guantiere d´argento.Teneva loro dietro il
distinto Collegio dei Padri Dottrinari col magnifico Labaro dal monogramma Costantiniano.Seguivano gravi e devoti gli
ordini religiosi:

1. Cappuccini 2. Carmelitani 3. Conventuali 4. Somaschi 5. Minori Conventuali

Venivano poi le bande musicali della cittá,e quindi il Clero secolare con il Corpo dei Parroci,e con la Schola Cantorum in
veste talare e cotta cantando inni,musicati per la circostanza dall´esimio Maestro Tuschi Poi dietro l´ombrellone
Basilicale e la Croce Capitolare incedevano solennemente i Chierici del Ven.Seminario,i beneficiati e Canonici della
Cattedrale in sacri paramenti rossi

• Mons.Luigi Landi Vittori Arciprete • Mons.Angelo Argenti Canonico • Mons.Antonio Barbetta Canonico •
Mons.Gerolamo Pasquali Canonico • Mons.Carlo Prosperi Canonico • Mons.Nicola Piernicoli Canonico • Mons.Angello
Santurri Canonico • Mons.Luigi Caiola Canonico • Mons.Giovanni Santurri Canonico • Mons.Francesco Giansanti
Canonico • Mons.Saverio Nardi Canonico • Don. Salvatore Pasqualini Beneficiato • Don. Pasquale Scoppetti Beneficiato
• Don. Luigi Pietropaoli Beneficiato • Don. Gioacchino Trenta Beneficiato • Don. Giuseppe Colabona Beneficiato • Don.
Vincenzo Mazzani Beneficiato • Don. Benedetto Di Lazzaro Beneficiato • Don. Giuseppe Taddei Beneficiato • Don.
Ettore Novelli Beneficiato • Don. Nicola Mammucari Beneficiato • Don. Pietro Fabbri Beneficiato • Don. Giuseppe
Piazza Beneficiato

e da ultimo il Vescovo Suffraganeo,pontificalmente vestito in mezzo ai Ministri,Diacono e Suddiacono.Tutti i


componenti il Clero senza eccezione alcuna recavano in mano ceri accesi e cantavano inni e cantici rituali. Giunta la
processione nella Chiesa del Gesú,si fa sosta.Il Vescovo ed il Clero entrano in Chiesa; e,fatta breve orazione e incensati i
sacri corpi nelle loro urne,colocate su di un letto magnifico,coperto di ricchissimo drappo damascato rosso,quattro
beneficiati in dalmatica rossa prendono sulle spalle il prezioso sarcofago,mentre quattro dignitá del Capitolo,in piviale
rosso,sorreggono ai quattro angoli i lembi di damasco e tutti si accodano al corteo processionale,che prosegue il giro
della cittá conforme al giro della processione del Corpus Domini,tra gli osanna incessanti dell´immenso popolo devoto e
commosso fino alle lagrime. Sono attorno alle Santarelle fanciulle della 1 comunione che con dei mazzi di fiori in
mano,cantano inni alle loro antiche sorelle S.Annia e S.Gerontide,come sanno cantare gli angeli terreni dell´innocenza
cristiana. Giunti in Cattedrale i due corpi furono esposti sull´altare maggiore ove rimasero fino al 7 Giugno 1840 quando
dopo il Te Deum di ringraziamento furono collocate nella Cappella Santuario della Madonna delle Grazie.

La chiesa di S. Apollonia

Nel limitare della Decarcia di S. Maria nel centro storico di Velletri si trova la bella chiesa di S. Apollonia V.M., una
vera meraviglia del barocco. Le notizie su questo grazioso edificio sacro risalgono alla prima metà del XVII secolo
quando essa venne eretta dai frati del Terzo Ordine di S. Francesco. P Benigno Di Fonzo nel suo intervento sul numero
unico “Velletri Francescana” (1961) parla dell’ordine dei Terziari datandone l’ingresso a Velletri nel 1621. Dimorarono
prima a qualche miglio dalla città presso la chiesetta di S. Maria degli Angeli, concessa loro dalla confraternita della
Misericordia, nella quale secondo la tradizione si era fermato S. Francesco di passaggio nella nostra città . Il titolo stesso
di S. Maria degli Angeli e la festa che si celebrava il 2 agosto (Perdono di Assisi) starebbero ad indicare l’origine
francescana della chiesetta. Sotto Urbano VIII nel 1631 i Terziari si portarono nel convento di S. Apollonia per la cui
costruzione lo stesso papa aveva fatto devolvere le entrate che appartenevano al convento dei PP. Trinitari di S. Lucia di
Palestrina. Nessuna scrittura di archivio di fornisce il nome dell’architetto che curò la fabbrica. Ma sappiamo bene però
l’autore delle pregevoli decorazioni a stucco che Ettore Novelli ricondusse a Paolo Naldini,lo stesso stuccatore della
galleria dell’ormai distrutto palazzo Ginnetti in piazza Cairoli. Novelli, secondo Tersenghi, desunse questa notizia dalle
“Vite di pittori” del Pascoli il quale parla della presenza del Naldini a Velletri per una commessa ricevuta dal cardinale
Ginnetti nel suo palazzo. La fonte settecentesca parla di una chiesa all’interno della quale Naldini lavorò dopo aver
realizzato quella meraviglia che era la galleria Ginnetti. Ettore Novelli confronta gli stucchi perduti con quelli di S.
Apollonia e vista la straordinaria somiglianza li assegna con certezza allo stuccatore romano che dovrebbe averli eseguiti
contemporaneamente a quelli del palazzo Ginnetti, tra il 1647 e il 1648. La chiesa venne benedetta e consacrata il 15
agosto 1633 dal vescovo Giuliano Viviani suffraganeo del cardinale Domenico Ginnasi vescovo di Ostia e Velletri dal
1630 al 1639. I padri, prima di prendere possesso della nuova chiesa, ricevettero in dono dal loro generale P. Ludovico
Ciotti una bellissima immagine della Madonna con il Bambino che venne tolta dalla basilica romana dei SS. Cosma e
Damiano. Essa venne posta sul terzo altare a destra di chi entra e venerata con il bellissimo titolo di Madonna della Vita.
Si tratta dell’unica opera rimasta del periodo romano del grande maestro marchigiano Gentile da Fabriano. Nel 1913 per
preservarla da eventuali furti venne portata nell’aula capitolare ed oggi esposta nelle sale del museo diocesano. Il primo a
scrivere su questa tavola fu Bonaventura Teoli nel suo “Teatro Historico di Velletri”. L’arcivescovo veliterno dice di
essere stato presente alla cerimonia di consacrazione della chiesa di S. Apollonia avvenuta come abbiamo detto il 15
agosto 1633 e di aver assistito alla donazione della tavola. Il Teoli data la tavola dal 1526, la stessa a cui si riferisce il
mosaico absidale della chiesa dei Santi Cosma e Damiano sotto la committenza di Felice IV. Alessandro Borgia nella sua
“Istoria della chiesa e città di Velletri” (1723) conferma le conclusione del Teoli. Tersenghi nel 1910 mette in dubbio tali
conclusioni e pone la tavola tra i secoli XIV-XV. Lionello Venturi, il primo studioso a ricostruire le vicende della tavola,
spiegò l’errore in cui erano caduti sia il Teoli che il Borgia ingannati dall’iscrizione che venne posta dopo la stesura
pittorica. Venturi stendendo il catalogo di Gentile da Fabriano datò l’opera collocandola al periodo in cui il grande lavorò
a Roma (1426-1427), di questo soggiorno sono andati perduti gli affreschi del Laterano e la Madonna di Velletri resta
l’unica testimonianza. La critica artistica successiva conferma le conclusioni del Venturi, ma Christian nel 1982 fornisce
un tassello in più nella storia dell’immagine ipotizzando che questa fu commissionata a Gentile per il IX centenario della
consacrazione della chiesa dei SS. Cosma e Damiano. De Marchi nel 1922 contraddice quanto sopra esposto dicendo che
a suo avviso una commissione del genere prevederebbe una mentalità antiquaria non molto plausibile. Dalle scritture
notarili si evince che la Madonna aveva una grande devozione perché numerose furono le donazioni. Nel 1683, il 26
dicembre, il notaio Carlo Vergati rogò l’atto di donazione di sei candelieri in argento da parte di padre Michele Baronio.
Nel 1795 il notaio Gregorio Fortuna rogò l’atto di concessione in juspatronato della cappella della Madonna della Vita ai
fratelli Giovanni e Pietro Corsetti la cui sepoltura è sita sul pilastro di destra della stessa cappella con lo stemma
nobiliare. Il 4 luglio 2004 grazie alla disponibilità del maestro Ezio De Rubeis e della sua bottega è stato possibile, dopo
più di ottant'anni dal trasferimento della tavola nella collezione diocesana, di porre sull’altare una copia fedele del
prezioso manufatto restituendo così alla città una importantissima pagina del suo passato. La copia è stata benedetta dal
rettore P. Evangelista Zinanni. La facciata della chiesa secondo alcuni studi recenti è invece riconducibile al 1762 ed è
inquadrata da un timpano e da lisce paraste ai lati, presenta un portale con timpano curvilineo sormontato da un
finestrone. Esternamente semplice e povera di decorazione ben si accorda con la regola di povertà dell’ordine
francescano per cui venne eretta. Per tradizione vi celebrò S. Giovanni Bosco in visita a Velletri. La navata è unica
mentre la pianta è longitudinale. La chiesa presenta sette altari che nel corso dei secoli hanno più volte mutato
dedicazione. Il più antico documento di archivio in nostro possesso è un inventario manoscritto redatto in occasione della
visita pastorale del cardinale Ludovico Micara. L’autore dice che tre altari erano concessi in juspatronato, uno ai Corsetti
come abbiamo detto dedicato alla Madonna della Vita, il secondo ai Comparetti dedicato a S. Domenico ma senza
l'immagine del santo e il terzo ai Pietromarchi dedicato a S. Antonio mentre gli altri quattro erano di proprietà della
confraternita della Carità, Orazione e Morte che, come vedremo, succederà ai frati nell’officiatura della chiesa. Nel 1842
Costantino Campori lasciò un terreno alla confraternita affinché, con i suoi fruttati, si commissionasse una statua di S.
Giuseppe da collocare in una delle cappelle di proprietà della confraternita e la stessa dovesse essere sistemata per
accogliervi la statua con le stesse citate rendite. Per tutto era deputato sig. Casimiro Pietromarchi, il quale dopo tre anni
che amministrava le rendite diede rinuncia all’incarico. L’incarico fu portato a termine da Gioacchino Favale che quando
terminò la statua fece anche la prima processione con la macchina donata dal Campori. I registri delle deliberazioni
consiliari portano numerose tracce del fattivo contributo del comune per il completamento della chiesa: 1670 - vol 56 li
26 febbraio: si accordano scudi 50 ai PP. di S. Apollonia per la fabbrica della chiesa. 1673 - vol 56 li 13 marzo: si donino
scudi 50 ai PP. di S. Apollonia per la fabbrica della chiesa. 1677 - vol 56 li 17 gennaio: si accordano altri scudi 50 ai PP.
di S. Apollonia per terminare la chiesa. 1688 - vol 57 li 2 luglio: si risolve di pagare la spesa del soffitto della chiesa di S.
Apollonia man mano che si far a condizione di apporvi l’arme della comunità. 1725 - vol 60 li 29 aprile: si accordino
scudi 20 ai frati di S. Apollonia per il coro e l’organo. 1726 - vol 65 li 17 luglio: si accordino scudi 70 ai PP. di S.
Apollonia per la facciata della chiesa. A causa delle soppressioni del 1810 dovute all’occupazione dello stato pontificio
da parte delle truppe di Napoleone i Terziari dovettero lasciare il convento e la chiesa di S. Apollonia. Questa rimase così
vacante fino al 1814 quando il parroco di S. Martino chiese al cardinale Alessandro Mattei di concedere alla confraternita
della Carità, Orazione e Morte la detta chiesa per le congregazioni generali essendo l’oratorio di S. Martino ormai troppo
stretto. Il cardinale Mattei il 9 novembre 1814 la concesse in forma provvisoria con l’unica clausola che le ore delle
funzioni fossero concordate con il parroco di S. Martino. Il 16 luglio 1816 il notaro cancelliere vescovile Vincenzo
Pagnocelli stese l’atto di donazione perpetua della chiesa di S. Apollonia alla confraternita. “Essendo come per verità si
asserisce che fin dall’anno 1569 fosse concessa dal parroco rettore della Chiesa di S. Martino alla V. Compagnia della
Carità l’altare della B.ma Vergine di questo nome retto in detta chiesa ed abbia perché, detta compagnia continuato nel
possesso fino a questi ultimi tempi di detta cappella. Per le varie vertenze per altro insolite fra la compagnia e li padri
Somaschi (...)”. Il S.P. ossia la sacra congregazione dei vescovi sin dal 3 marzo 1809 ordinò la traslazione di detta
compagnia in altra chiesa da destinarsi all’Em.mo ordinario protempore. Nonostante la concessione di una chiesa propria
alla confraternita fosse stata stabilita molto tempo prima non si poté procedere prima perché gli eventi non lo permisero
ma sopratutto perché non c’erano gli spazi adeguati. Con la soppressione del Terziari le cose divennero più facili. “Per
mancanza di un congruo locale che di presente ritrovarsi nella chiesa di S. Apollonia la quale possedevasi in avanti dai
PP. del Terz’Ordine di S. Francesco (...) che patirono come gli altri conventi religiosi la soppressione nell’epoca del
sovrano francese che dal 1809 durò fino al 1814, sebbene siano stati ripristinati dal sommo glorioso nostro pontefice Pio
VII felicemente regnante (...) ad ogni modo i religiosi dell’ordine non sono più ristabiliti in questa nostra città e perciò la
detta chiesa col convento, e beni sono stati concessi con breve del 1 settembre 1815 all’Em.mo cardinale Alessandro
Mattei ordinario di Velletri (...)”. Il cardinale Mattei quindi poteva disporre del complesso di S. Apollonia a suo
piacimento garantendone una degna ufficiatura. “Per provvedere esenziando alla manutenzione della sudetta chiesa siasi
degnato di concedere alla detta V. compagnia la sudetta chiesa con tutto ciò che era proprio dei sudetti religiosi del
Terz’Ordine ma che attualmente esiste nella chiesa medesima ed altresì la sagrestia ivi annessa con due stanze superiori
con la stanza terrena contigua che ha la sortita per il cortile che deve essere chiusa nonché la stanza terrena che ha
ingresso per la via Bandina colla stanza superiore detta Brugiada”. Il parroco di S. Martino nel meglio consentire il
trasferimento della confraternita a S. Apollonia concesse ai fratelli la tavola della Madonna della Carità e il corpo di S.
Zosimo con la lapide sepolcrale. “Ed altresì il parroco rettore della chiesa di S. Martino perché, più facilmente riuscisse
una tale traslazione gli accorda di portar via la Madonna SS.ma della Carità e il corpo di S. Zosimo ivi collocato per dono
fatto alla confraternita dalla chiara memoria del cardinale Stefano Borgia nostro velletrano colla lapide già indicata ed
altro amovibile di pertinenza”.

I confratelli cedettero in proprietà ai padri Somaschi l’oratorio, la cappella che avevano in S. Martino e tutte le loro
proprietà intorno alla chiesa di detta compagnia, la quale viceversa “rilascia pure in proprietà alla detta chiesa di S.
Martino e l’oratorio ivi annesso per farne l'uso che più gli aggrada riservata a favore della V. confraternita la fabbrichetta
tra la chiesa e la posta che resterà in assoluta proprietà della confraternita”. L’atto conservato presso l’archivio vescovile
di Velletri è firmato per la confraternita dal guardiano Fr. Paolo Pietromarchi, dal camerlengo Fr. Stefano Scolari e da
Ottavio Maria Paltrinieri parroco di S. Martino e vicario generale dei PP. Somaschi. Da questo momento la confraternita
si stabilisce definitivamente a S. Apollonia dove ha ancora la sua sede. Quando vi entrò l’antico sodalizio la chiesa non
aveva certo l’aspetto attuale in special modo il presbiterio. Grazie al contributo del generoso nobile veliterno Romano
Romani venne eretto il bellissimo tempietto che oggi ospita la sacra immagine della Madonna della Carità opera preziosa
di Antoniazzo Romano. Dall’8 settembre 1943 al 2 giugno 1944 la nostra città subì gravi e pesanti bombardamenti che
non risparmiarono la chiesa di S. Apollonia. La sacra immagine della Madonna della Carità venne portata nella chiesa di
S. Martino in salvo grazie a P. Italo Mario Laracca, padre Michele Pietrangelo, Spartaco Vita, Pietro Fede ed Augusto
Rossetti. Il 16 aprile 1950 venne eletto camerlengo della confraternita Edmondo Trivelloni chiamato a succedere ad
Antonio Felici, a lui va ascritto il merito di aver avviato i lavori di restauro e di ricostruzione della chiesa di S. Apollonia.
Fu invece Edmondo Trivelloni a portarli a termine con notevole sacrificio ed abnegazione. I registri dei verbali della
congregazione segreta della confraternita sono pieni di delibere che lo vedono impegnato per volontà dei confratelli a
portare a termine lunghe ed estenuanti battaglie burocratiche per ottenere i finanziamenti necessari per coprire le spese
dei lavori. La confraternita provvide a sue spese al restauro di alcuni altari laterali tra i quali quelli di S. Giuseppe e di S.
Apollonia, mentre quello attualmente dedicato a S. Pio X fu voluto dall’omonima banca che, fino alla fusione con la
Popolare di Terracina, qui faceva celebrare la santa messa in suffragio dei soci defunti. Nel 1969 in occasione del IV
centenario della fondazione della confraternita venne realizzato il pavimento in marmo oggi in chiesa, mentre nel 1991 in
occasione del V centenario della Madonna fu realizzato quello del coro. Il confratello Paolino Ricci, a sue spese, fece
restaurare l’altare di S. Maria Goretti. Nel 1952 grazie alla perizia del confratello ing. Ferruccio Tata Cardini, ispettore
onorario alle antichità e belle arti, la sacra immagine della Madonna della Carità fu sottoposta ad un intervento di
restauro curato dalla dr.ssa Luisa Mortari e dal dr. Emilio Lavagnino. Nel 1957 la sacra immagine venne trasferita a S.
Martino a causa dei pericoli di crollo della chiesa, poté tornare solo nel 1959 a lavori ultimati. Ultimamente sono stati
eseguiti nuovi interventi di restauro che hanno mirato al consolidamento della facciata, del tetto e delle coperture
sottostanti. Opere realizzate con finanziamenti comunali e con il contributo di privati.

La Confraternita delle Stimmate di S. Francesco

Le origini

A Roma alcuni devoti del Santo di Assisi, desiderosi di seguire la regola per quanto consentito dalla loro condizione
laica, Federico Pizzi “chirurgo in Campo dei Fiori”, Prospero Peroni, Claudio Palombari di Bergamo,Aniello Palombi di
Napoli con il consiglio e la guida spirituale di Padre Pietro Paolo del Convento di S. Pietro in Montorio decisero riunirsi
in Confraternita. Con l’approvazione del Cardinale Vicario Rustucucci presero a riunirsi nella Chiesa del Gianicolo era il
21 Agosto 1594. Un anno più tardi l’ 11 Agosto 1595 Clemente VIII eresse formalmente la Confraternita con una sua
bolla. La sede del sodalizio venne stabilita nella Chiesa dei Quaranta Martiri di Sebaste nel rione “Pigna”. Il 20 Ottobre
1596 furono pubblicati i primi statuti, invece nel 1602 Clemente VIII concesse con un breve alla Confraternita di poter
liberare un condannato a morte nella Festa di S. Francesco. Nel 1673 la Confraternita già eretta da Paolo V in
Arciconfraternita, operò una revisione dei propri statuti per renderli più adeguati ai tempi, lo stesso venne fatto nel 1936.
La Chiesa ormai piccola per accogliere tutti i sodali venne demolita e il 23 Settembre 1714 venne posta la prima pietra di
quella attuale consacrata cinque anni dopo dal Cardinale Corsini poi Papa Clemente XII. L’ Arciconfraternita gode di
numerosi privilegi spirituali accordati dai numerosi Pontefici e dai diversi generali delle famiglie dell’ Ordine di S.
Francesco

La Confraternita veliterna

Eretta in Velletri in occasione del Giubileo del 1600 venne confermata da Clemente VIII e aggregata all’
Arciconfraternita romana dello stesso titolo. Celebrava solennente le feste del Perdono di Assisi e di San Francesco. I
Confratelli vestivano di sacco incappucciati visitavano le osterie e le bettole predicando contro la bestemmia. Vi
facevano parte professionisti e personalità cittadine solo per citare gli ultimi ricordiamo il colonnello Giovanni Battista
Amati, l’Avvocato Gaspare Bernabei, l ‘ Ing. Felice Remiddi e il Dr. Pietro Fantozzi famoso era il presepe che i fratelli
allestivano con personaggi a grandezza naturale usando anche splendi fondali opera del maestro Aurelio Mariani. La
distruzione della Chiesa alla metà degli anni sessanta ha causato la dispersione dei fratelli e la fine della Confraternita.
Resta nel Museo Diocesano lo splendido stendardo processionale opera di Giuseppe Della Valle che raffigura S.
Francesco in atto di ricevere le Stimmate e Francesco presso Innocenzo III per l’ approvazione della regola.

La Chiesa di Santa Maria della Neve o delle Stimmate di S. Francesco


La Chiesa delle Sacre Stimmate di S. Francesco, si trovava ai confini tra la Parrocchia della Cattedrale e quella di S.
Michele Arcangelo. Di origine antichissima era appellata in principio come Chiesa della Madonna della Neve o di Santa
Valle. Rettoria con chierici fino al 1497 periodo in cui vi fu beneficiato Ruggero Giovannelli. Nel 1602 viene concessa
alla Confraternita delle Sacre Stimmate di S. Francesco ed in tale occasione il popolo prese a chiamarla col titolo del
sodalizio. Prima di entrare in Chiesa si salivano otto gradini di peperino, tutti contornati ed infine vi nasceva un loggiato
che circondava tutto il rimanente della facciata della chiesa e dell’ oratorio anch’ esso di peperino. La Chiesa era tutta
pavimentata a quadroni di lato all’ ingresso vi erano due pregevoli confessionali con due acquasantiere. Nel pavimento si
aprivano quattro sepolture, le prime due vicine all’ ingresso erano riservate ai confratelli, mentre le altre due vicino alla
balaustra ai sacerdoti membri della Confraternita e per le consorelle. Nella chiesa vi erano tre altari compreso il
presbiterio, tutti con il quadro. Il presbiterio era chiuso da una balaustra con colonette di marmo bianco e sportelli di
noce. Nei quattro angoli dell’ altare maggiore c’erano colonne di marmo pregiato con capitelli in marmo bianco. L’ altare
maggiore era isolato e consisteva in due gradini con il tabernacolo in mezzo la cui porticina era ricoperta in lastra di rame
dorato. Aveva il paliotto in marmo con al centro la nicchia per il corpo di Santa Euticchia donato dal Cardinale Stefano
Borgia con atto del notaro veliterno Angelo Collinvitti. Dall’ epistolario privato del grande veliterno leggiamo:

28 Agosto 1782 Caro fratello Vi accludo il mandato di procura per donare alle Stimmate il corpo di Santa Euticchia.
Godrò poi di sentire diligentemente descritto il rito della traslazione dalla Trinità alle Stimmate (….) 19 Settembre 1782
(…) Mi piacque la relazione del trasporto di Santa Euticchia che vedo eseguito con molta decenza. Suppongo che avrete
anche distribuita l’indicata elemosina (…) Dietro l’ altare vi era uno spazio sufficiente che serviva al coro dei fratelli, qui
essi cantavo l’ officio, vi era un quadro di S. Francesco in atto di ricevere le Stimmate incorniciato da marmi preziosi.
Nel cornicione sopra il presbiterio vi era collocata l’ immagine della Madonna della Neve con il figlio in braccio. La
Vergine era coronata con diademi d’argento e aveva stelle sul manto. Le stazioni della Via Crucis erano in coro? Gli
altari laterali invece erano dedicati ai Santi Filippo Neri e Francesco di Sales sotto quadro c’erano due ovali con il Sacro
Cuore e San Giuseppe. In sagrestia si accedeva dal lato destro del presbiterio, essa era composta da tre stanze. Nella
prima si poteva leggere un’iscrizione incisa su un elegante tavola lignea del seguente tenore: “ Vetustissima dieparae
Virginia Imaginem cui iam inde a seculis templum hoc sub nivis nomine dicatum est miraculis fratiisque apud velitris
celebrem jamdiu abscuro humilique loco posita, hic donec alidi decentiuy collecetur sac S.P Francisci stimatum
confraters religione debita supplices posvere anno ab eisdem Virginia partu MDCCLVI. Nella stessa stanza vi era un
credenzone dove venivano conservati i paramenti per la Santa Messa e gli abiti per i Confratelli. Sul lato sinistro del
presbiterio si accedeva ad un’altra piccola stanza dove erano conservati gli utensili della Chiesa e da dove si usciva negli
orti della Confraternita. Sempre sul lato sinistro c’era l’ingresso all’ Oratorio dove si vestivano i Confratelli vi era in esso
un altare di legno con sopra l’Immacolata Concezione da un lato c’era una porticina che metteva in chiesa sulla quale era
murata un’iscrizione in lingua latina. Dal detto oratorio si accedeva in Chiesa per una comoda porticina, invece una scala
a chiocciola portava alle stanze superiori e all’ appartamento del custode. Agli inizi degli anni ‘ 60 l’ intero complesso
venne demolito per cercare di costruire al suo posto un albergo ma fortunatamente a causa degli importanti ritrovamenti
archeologici effettuati il progetto venne bloccato dalla soprintendenza.

I Chierici Regolari di Somasca

Nel 1617 entrarono a Velletri i Chierici Regolari di Somasca prendendo possesso della Chiesa di San Martino a loro
concessa da Papa Paolo V con lo scopo di aprire una scuola oltre che predicare ed amministrare sacramenti. L’ordine fu
fondato dal nobile veneziano S. Girolamo Miani con il titolo iniziale di Compagnia dei Servi dei Poveri nel clima della
restaurazione cattolica per l’esercizio della Carità verso gli orfani e le orfane. Nel 1595 dopo aver accettato la cura di
collegi ed accademie nobiliari si diedero anche loro una ratio studiorum come i Gesuiti. Sembra però che dopo aver
ottenuto la procura delle scuole pubbliche per Velletri per cui erano pagati dal Comune 50 scudi l’anno abbiano
trascurato l’insegnamento. Il Conte Camillo Borgia in una lettera diretta al Cardinale Vescovo si lamenta a nome della
comunità di questa situazione e chiede che i religiosi rispettino le obbligazioni della Bolla di Paolo V che gli obbligava
anche ad istituire una Scuola di Teologia. Nel 1686 si trova in Consiglio Comunale un contenzioso che vede i Dottrinari
contendersi con i Somaschi la procura per l’insegnamento, la questione si incentrava sul fatto che i figli di Girolamo
Miani pur essendo obbligati ad insegnare gratuitamente pretendevano lo stipendio vinsero i dottrinari e nel 1700 le scuole
vengono definitivamente affidate ai Padri della Dottrina Cristiana e ai Somaschi uno stipendio annuo di scudi 60. Non
abbiamo notizie di come si sia arrivati all’accordo visto che il Consiglio Comunale non voleva riconoscere a quest' ultimi
uno stipendio. I Somaschi hanno curato la ricostruzione della Chiesa di S. Martino affidandola all’architetto Nicola
Giansimoni veliterno, hanno fondato un orfanotrofio continuando a promuovere il bene della gioventù veliterna secondo
il carisma di Girolamo. Ancora oggi svolgono un importante ministero con attività a favore dei giovani. Ricordiamo
alcuni dei padri che hanno soggiornato a Velletri lasciando un segno nella storia della casa religiosa Padre Pasquale Gioia
parroco poi Vescovo di Molfetta consacrato nella Basilica di S. Clemente dal Cardinale Basilio Pompili. Padre Italo
Mario Laracca autore del famoso diario di guerra Tra Le Rovine di Velletri una cronaca dettagliata della tragedia bellica
di Velletri da lui vissuta in prima linea vicino alla popolazione sbandata e raminga nelle grotte del territorio. Padre Luigi
Laracca fratello del Padre Italo apostolo della Campagna fondò numerose edicole della Madonna nel territorio rurale
della Parrocchia, creò la Processione del Cristo Morto oggi sostituita dalla Via Crucis cittadina. Padre Stefano Pettoruto
parroco che ha realizzato le due cappelle in campagna dedicate ai Santi Girolamo e Luigi e a Santa Chiara, Padre Roberto
Petruziello che ha iniziato l’opera di restauro del complesso di San Martino e delle cappelle in campagna. La Chiesa di S.
Martino Vescovo

Le origini della Chiesa Parrocchiale di S. Martino sono molto antiche. Una bolla del Pontefice Alessandro II data nel
1065 la cita come presbiterale con chierici. Divenne parrocchia intorno al 1483 quando andò in rovina la chiesa della
Madonna della Portella. Dalla venne traslata a S. Martino la tavola della Sacra Famiglia con una solenne processione a
cui partecipò il Cardinale Giuliano Della Rovere ( il futuro Giulio II) appena nominato Vescovo d’ Ostia e Velletri. Dell’
antica struttura non restano che pochissime tracce. Padre Andrea Sofia nelle sue “annotazioni” ci riferisce che la Chiesa
aveva un altare tipo quello di S. Clemente cioè una tribuna coperta da cupola e su di esso era posta la Sacra Famiglia
proveniente dalla Portella. La detta tavola venne tolta dall’altare maggiore per far posto alla Madonna con il Bambino
fatta dipingere da Antoniazzo Romano per volontà testamentaria di Donna Agnese da Castelluzio. Era il 1491. Secondo
Padre Sofia la Madonna venne tolta dalla tribuna per far posto al tabernacolo marmoreo per il SS.mo Sacramento era l’
anno 1547. Nel 1569 D. Marco Ciampone accolse la Compagnia di S. Rocco proveniente dalla Chiesa di Santo Stefano e
il 25 Febbraio dello stesso anno con istromento del notaio Ottaviano della Porta la eresse in Confraternita dandole il titolo
della Carità. Al nuovo sodalizio fu assegnato l’ altare sotto l’organo dove era posta la già citata Madonna con il bambino
di Antoniazzo Romano che il popolo prese a chiamare in virtù del titolo della Confraternita Madonna della Carità. D.
Giovanni De Rubeis nel 1616 rinuncia alla parrocchia per consentire l’ ingresso a Velletri dei Chierici Regolari di
Somasca chiamati dal Cardinale Anton Maria Gallo. La Parrocchia venne loro concessa da Paolo V con propria bolla del
28 Novembre 1616 e vi presero canonico possesso il 21 Aprile 1617. Essi organizzarono le prime scuole a Velletri con
metodi didattici in uso nei loro collegi. Per avere maggiore disponibilità di locali acquistarono dalla Confraternita il
piccolo ospedale costruito vicino a S. Martino pochi anni prima. La chiesa all’ arrivo dei Somaschi era in pessime
condizioni, furono fatti alcuni lavori per ridarle prestigio e decoro. Nel 1621 viene eretto l’ altare dell’ Angelo Custode e
pochi anni dopo viene affidato a Nicola Giansimoni veliterno il progetto di ricostruzione dell’ intero edificio. Durante i
lavori venne alla luce un prezioso affresco della Madonna con Bambino attribuito a Mastro Cola che venne appellato col
titolo di Madonna Regina Pacis. La nuova chiesa venne consacrata il 7 Febbraio 1779 dal procuratore generale P.
Giacomo Pisani senza la facciata che venne realizzata nel 1820 da Matteo Lovatti. Nel 1899 fu eretto l’ altare maggiore
d’ impianto monumentale con preziosi marmi su disegno di Enrico Pascetti. Nel 1779 viene postacatino dell’ abside la
splendida tela di Anton Maria Garbi che rappresenta S. Martino nell’ atto di resuscitare un morto. Nel 1817 arriva la
tavola della Madonna dell’ Orto che viene posta sull’ altare dove fino al 1815 era posta la Madonna della Carità. Nel
1827 Vincenzo Vita veliterno decorò la cupola mentre P. Massetti somasco dipinse quattro figure simboliche ai lati dell’
altare maggiore scomparse ad inizio secolo. Nel 1856 viene completata la decorazione con i quattro evangelisti della
cupola. Danneggiata dai bombardamenti dell’ ultima guerra viene restaurata grazie all’ opera dell’ indimenticato Padre
Italo Mario Laracca ed inaugurata nel 1966. Di recente grazie all’ impegno del Padre Roberto Petruziello è stata
restaurata la facciata e la cupola.

Il Cardinale Marzio Ginnetti

Il 6 Aprile 1585 da Giovanni Battista Ginnetti e Olimpia Ponzianelli nasce a Velletri un maschio che il curato di Santa
Maria in Trivio battezzò col nome di Marzio. Dopo le scuole elementari e gli anni di frequenza del seminario diocesano,
il piccolo Marzio passò al collegio romano dove studiò belle lettere, poi teologia diritto canonico e civile sotto celebri
maestri. San Pio V lo fece camoriere e da qui inizia a salire i più alti gradi della carriera ecclesiastica occupando
importanti cariche come quelle di Uditore del Cardinale Camerlengo, di presidente del Vescovo della Sabina. L’elezione
al soglio di Pietro di Urbano VIII (Maffeo Barberini) spianò la strada al nostro Marzio che divenne Maggiordomo dei
Sacri Palazzi e Segretario della Consulta. Nel concistoro del 30 Agosto 1627 venne creato cardinale col titolo di Santa
Maria Nuova, ebbe anche i titoli di Sant’ Angelo in Peschiera 1634,S.Eustacchio 1644,Santa Maria degli Angeli
1644,San Pietro in Vincoli 1646,Santa Maria in Trastevere 1652.La sua elevazione alla porpora fu motivo di giubilo per
la città di Velletri che mandò gli ambasciatori al Pontefice e donò seimila scudi al novello porporato. Venne deliberato di
erigere ad Urbano VIII un monumento in Piazza Cairoli. Nel 1629 il Cardinale Ginnetti venne eletto Vicario di Roma,
nel 1636 fu mandato dal Papa legato a latere a Colonia per mettere in nome del romano pontefice pace fra i principi
cristiani. Nel suo viaggio venne ricevuto con tutti gli onori dalla Serenissima, dall’Arciduca d’Austria e dallo stesso
imperatore. Giunto a Colonia attese invano che il Congresso si riunisse, nel 1640 fu richiamato a Roma per essere inviato
Legato a Ferrara, di nuovo Vicario di Roma fu Vescovo Suburbicario di Albano nel 1653,Vescovo di Sabina nel 1666 e
Vescovo di Porto. Sarebbe stato anche Vescovo della sua Velletri se la morte non lo colse il 1 Marzo 1671 riposa a Sant’
Andrea della Valle nella splendida Cappella di famiglia.

Sua Eminenza e la statua il colosso del Bernini in Piazza Cairoli

Il comune di Velletri quasi in ringraziamento per aver elevato alla porpora Mons.Marzio Ginnetti decretò di fare erigere a
quel Barberini che fu Urbano VIII un monumento nella Piazza Cairoli. L’incarico venne dato al grande Gianlorenzo
Bernini che accettò di buon grado perché sua figlia Angelica aveva sposato un Landi. La grande statua con misure
colossali rapì dalla realtà fermandolo nel tempo Papa Urbano VIII in trono con abiti pontificali e tiara in testa in atto
benedicente. La fusione venne fatta da Gregorio De Rossi. Difficile fu il suo trasporto a Velletri stante il peso. L’Appia
non c’era in quei tempi o meglio era stata aperta solo nel trattoche collega Roma ad Albano. La consolare che
attraversava la Faiola era simile ad una mulattiera e quindi non era consona al trasporto dell’opera. Quindi il colosso da
Roma arrivò ad Albano e per Campomorto fu portato a Velletri. Si rese necessario adattare allo scopo alcune strade.
Tutto costò al pubblico erario 12.000 scudi romani. La statua arrivata a Velletri venne eretta sul basamento di fini marmi
preparato in Piazza del Trivio e venne inaugurata il 10 Febbraio 1633.Ma i venti repubblicani del 1798 colpirono quella
grandiosa statua distruggendola a colpi di maglio. Nel 1802 tornata la calma i rappresentanti della cosa pubblica chiesero
al principe Ginnetti – Lancellotti di vendere alla città la copia in marmo della statua che stava nell’atrio del suo Palazzo.
Il principe disse che invece di venderla l’avrebbe donata lui stesso alla città. Ma mai fece quei pochi metri che
separavano il basamento dal portale del Palazzo. Ora resta di quel monumento solo una copia in piccolo sul monumento
funebre del Papa in S. Pietro.

Il Cardinale Giovanni Francesco Ginnetti

Nasce a Velletri da Giovanni Ginnetti e Lorenza Toruzzi il 2 Dicembre 1626 fu Direttore Generale delle Armi, Tesoriere
Pontificio, Castellano di Castel S. Angelo. Papa Innocenzo XI lo crea Cardinale il 1 Settembre 1681 con il titolo di S.
Angelo in Peschiera ebbe anche quello di S. Nicola in Carcere, fu Arcivescovo di Fermo. Muore a Roma il 17 Settembre
1691 riposa a Sant’ Andrea della Valle.

La Cappella del Sacro Cuore

Conosciuta anche come cappella Ginnasia venne fatta erigere dal Cardinale Domenico Ginnasi Vescovo d´Ostia e
Velletri dal 1630 al 1639 per essere dedicata alla Madonna di Costantinopoli e ai Santi Protettori,infatti nel 1840
Domenico Tojetti di Rocca di Papa dipinse la tela oggi nel Museo Diocesano.La Cappella venne originariamente
decorata a fresco dalla nipote del citato Cardinale Caterina.Il Cardinale Pacca nel 1833 affidó líncarico di ridecorare la
cappella a Vincenzo Vita,ma trovando il risultato non di suo gradimento ordinó la cancellazione degli affreschi. Il
Cardinale Basilio Pompili oltre a cambiarne la dedicazione commissionó ad Aurelio Mariani il ciclo degli affreschi
attuali e il tondo del Sacro Cuore che ha sostituito la pala del Tojetti.Nei quattro pliastri della cappella i Santi Patroni con
quattro Sante devote al Sacro Cuore mentre nei pennacchi della cupola troviamo angeli pensanti con strumenti della
passione.La cupola vede rappresentati angeli pensanti con strumenti della Passione.

- La Confraternita del Suffragio -

Aveva sede nella cappella in questione fondata dal Cardinale Ginnasi nel 1633 venne posta sotto la protezione della
Madonna di Costantinopoli.Aggregata in seguito al Monte di Pietá Ginnasio aveva la sua festa nel giorno di
S.Gregorio.Maritava quattro zitelle l´anno.Celebrava continuamente Messe in suffragio dei fratelli defunti.I confrati
vestivano di color bianco e mozzetta turchina con il cappuccio nero.Per stemma avevano la Madonna di Costantinopoli
con le anime purganti.Gli officiali venivano eletti il giorno di Pentecoste con l´assitenza di Monsignor Vicario Generale.
La Basilica di S.Clemente I P.M

La chiesa cattedrale della Diocesi Suburbicaria di Velletri é la prima di tutto l´ orbe cattolico,dopo quella di S. Giovanni
in Laterano cattedrale di Roma,e ció perché fino al 1914 (1) il suo Vescovo era sempre il Cardinale Decano del Sacro
Collegio,la piú alta autoritá gerarchica dopo la persona del Pontefice.Tanto che se nell´ occasione di consacrazione e
incoronazione di un papa,il Vescovado di Velletri fosse vacante per la morte del Cardinale Decano,le veci di questo che
ha il diritto d´ incoronare e consacrare il Pontefice verrebbero disbrigate dall´ Arciprete della Cattedrale di S.
Clemente,come infatti é avvenuto.

- La fondazione - - Stabilire con certezza assoluta l´epoca che i nostri padri fondarono la Chiesa madre di Velletri é
praticamente impossibile,chi ha scritto prima di noi si é accontentato di dirci che essa poggia su un tempio dedicato a
Marte e che nel I secolo d.C ai tempi di Costantino imperatore venne trasformato ed adibito al culto cristiano,cioé il
tempo in cui la storia testimonia che la Chiesa veliterna ebbe i suoi primitivi vescovi quanto Adedodato 465 d.C -
Bonifacio 487 d.C - Clelio Bonifacio 499 d.C.Questa tesi é meno impropabile m documento,o almeno l´indizio che
comprova quanto appena detto.Bonaventura Teoli nel suo Teatro Historico di Velletri 1644 e Alessandro Borgia poi nella
sua monumentale Istoria della Chiesa e Cittá di Velletri affermano che mentre si fondava il Palazzo Episcopale venne
alla luce un antico marmo corroso dal tempo sul quale si poté leggere a fatica

M.DVRMIS.....SACRIFICI.LAVATIONEMQVE. ...

Questo ritrovamento gli fece pensare che siccome Svetonio attesta che in Velletri nel tempio dedicato a Marte si
compivano cruenti sacrifici forti del marmo trovato misero in relazione i due fattori,poi lavorando di fantasia affermarono
che il Tempio di Marte era il primo di tutta la nazione Volsca e che dopo l´evangelizzazione di Velletri sul quel tempio si
fondó la prima Chiesa della Diocesi dove il Vescovo mise la sua Cattedra tutto sotto l´invocazione del martire Clemente.
Tutto questo scaturisce dal ritrovamento di un sasso!.Prendiamo per buono che il marmo ritrovato testimoni l´esistenza in
loco di un Tempio ove si celebravano cruenti sacrifici chi ci dice che fosse dedicato a Marte piuttosto che ad Ercole o
addirittura al Sommo Giove.Una ipotesi vale l´altra;non merita menzione l´ipotesi che che Marte era prima divinitá del
popolo volsco col ricontro di Clemente primo protettore di Velletri perché essa é il frutto della retorica mente
seicentesca.Clemente Cardinali afferma che S.Clemente non fu mai un tempio pagano ma allora la sua fondazione a che
epoca risale? Nel 1784 venne a Velletri il valente archeologo Abate Luigi Lanzi che su un muro vicino la Cattedrale ebbe
a scoprire un peperino molto corroso e mutilato sul quale a fatica poté leggere queste tronche parole

....s.m.e.....

....i.Dam.....

...q.ad.basil.

Lanzi dedusse subito che quelle lettere si riferissero ai resti di un antica Basilica Veliterna, l´abate archeologo basó le sue
deduzioni sul frammento della parola basil,come pure dalla grandezza dei peperini e dalla forma delle lettere scolpite in
uno di essi,ne dedusse anche l´epoca rapportandola al VI secolo con un giudizio molto azzardato,poiché sappiamo che
Roma stessa non ebbe Basilia prima del 566 e fu la Porcia costruita da Catone. Tersenghi nel suo Velletri e le sue
Contrade del 1910 afferma che il frammento in questione era capovolto per farlo sembrare piú antico quando venne
intonacato il muro che fa angolo tra Via Metabo e precisamente a sinistra di chi guarda la chiesa e rispettivamente alla
destra andando verso la stazione ferroviaria.

- L´abate Lanzi -

Torniamo alla partenza della nostra narrazione cioé sulla fondazione di S.Clemente e discutiamo un poco sulla scoperta
del Lanzi,ma sopratutto com´era una Basilica ai tempi romani?Si trattava di un vasto edificio dalle grandi
proporzioni,dove si amministrava la giustizia e si trattavano i pubblici affari vi si raccoglievano i mercanti per esercitarvi
il commercio.Erano a tre navate divise da due file di colonne.La navata centrale terminava con fondo curvilineo,mentre
le laterali erano coperte da due gallerie o corridoi che mediante un secondo ordine di colonne sostenevano il soffitto.In
fondo alla navata si erigeva la tribuna dove c´era la sedia curule con gli scranni per i giudici.Tutta la superficie era alzata
dal piano della Basilica da alcuni gradini in segno di superioritá dell´organo giudiziario.L´etimologia della parola
Basilica viene dal greco basilicí che significa casa reale perché un tempo questi edifici venivano realizzati nei palazzi
reali.Teoli nel Teatro Historico ipotizza che il Tempio di Marte scambiato per la Basilica era vicino alla Regia di Metabo
nella contrada Matano luogo dove si sacrificavano le vittime.I raffronti architettonici e di ubicazione della moderna
S.Clemente corrispondono perfettamente alla struttura originale della basilica,tre navate formate da due file di
colonne,tribuna semicircolare presenza in Chiesa di molte epigrafi romane tutto questo non va che a vantaggio della
nostra tesi.Ora resta di stabilire quando la Basilica divenne cristiana,Alessandro Borgia dice nel IV secolo d.C ai tempi di
Costantino.Ma sará vero?Quello che dice l´Arcivescovo di Fermo é fuori alcun dubbio logico peró é supponibile che sia
venuto in epoca posteriore all´Imperatore perché il paganesimo non scomparve di botto subito dopo l´Editto di Milano
del 513 d.C.Quindi é discutibile la datazione del grande veliterno perché ci puó dirci se nel IV secolo d.C la Basilica non
fosse fatiscente e abbandonata.

- La cripta -

Nulla di documentato esiste circa la forma architettonica della Cattedrale al monento del fondamentale passaggio tra l
´uso pagano e quello cristiano.La prima data quasi certa storicamente puó darcela la cripta chiamata anche
confessione.Tersenghi dice essere una istituzione puramente cristiana introdotta per ricordare le antiche
catacombe,quindi questa non esisteva sicuramente ai tempi della Basilica d´impianto pagano,quindi i cristiani dovettere
abbattere l´antica tribuna per costruire la cappella sotteranea ed erigere sopra di questa una ulteriore tribuna.Esaminare
oggi quest´affascinante spazio ci porta ad una datazione tra l´XI e il XII secolo d.C,mentre l´abside vista dall´esterno si
puó tranquillamente riferire tra la metá del XIII secolo e la prima metá del XIV.Nulla resta dell´antica basilica,nel 1595 il
Cardinale Alfonso Gusualdo

nella sua visita pastorale(2)ci dice che la chiesa era a tre navate di cui la media a colonne.Teoli é piú dettagliato
affermando che di queste erano dodici per parte classificandole grandi,antiche,di marmo e porfido.Ambedue le fonti ci
dicono che la tribuna era sollevata dal piano della Chiesa e che la pavimentazione era a mosaico.Le colonne dopo la
demolizione della Chiesa a causa del crollo del campanile vennero vendute al Cardinale Ginnetti.

- Il medioevo -

Sebbene pochi siano i documenti a nostra disposizione dobbiamo partire dal presupposto che se la cripta viene eretta tra l
´XI o XII secolo,la chiesa superiore potrebbe aver avuto l´importanza del tempo.Peró potremmo smentirci da soli perché
la Chiesa superiore poteva conservare almeno in parte,le linee della vecchia basilica,variata solo dalla costruzione della
detta cripta.La visita Gesualdo ci dice che nel 1595 la tribuna riceveva luce da quattro finestre di forma acuta mentre le
altre tredici lungo la navata erano di forma allungata,obiculari invece erano presenti sulla facciata.Siamo davanti ad una
strana situazione una struttura con tre stili diversi si tratta di un anacronismo che non possiamo ammettere.Si puó invece
dire che la costruzione dell´abside attuale del XIII o XIV secolo con stile gotico non comportó un mutamento nel corpo
centrale dell´edificio in stile lombardo del quale era anche la facciata con le belle obiculari e i portali.Quindi si puó ben
dire che la Chiesa Cattedrale di S.Clemente nel suo primo periodo pur conservando qualche testimonianza della sua
origine mantenne uno stile lombardo.In un secondo periodo invece quello che trionferá é il gotico di cui resta l´abiside e
parte del campanile,nel terzo periodo lo stato della Chiesa é descritto nella Visita Gesualdo ed infine la forma attuale
dopo il crollo del 1659.Ecco una descrizione sommaria desunta dalla citata visita: In questa epoca adunque aveva le tre
navate come oggi,peró quella di mezzo era a colonne,di cui se contavano 12 per parte.La nave maggiore aveva 13
finestre,cioé sette a sinistra di chi entra,ed una di meno a destra a causa del campanile che ne occupava la luce pel suo
addossamento alla chiesa.L´abside semicircolare coperto da mezza calotta sferica aveva quattro finestre a sesto acuto che
furono ridotte quadrate come oggi le vediamo.Non esisteva soffitto,vedendosi solo il tetto nudo con capriate.La
pavimentazione era a marmi scritti e mosaici molto guasti in alcune parti.Nell´abside antiche pitture scolorite del
Salvatore e Santi che il Cardinale fece sostituire con gli affreschi del Balducci oggi perduti.Il pulpito era in marmo
scolpito elevavasi dal lato dell´Evangelo nella metá della chiesa.Il coro in noce era quello andato perduto durante l´ultima
guerra.L´altare maggiore stava come ora sotto l´arco trionfale ed aveva l´identica forma attuale,peró non era il medesimo
e sopra non c´era il baldacchino che si trovava sopra il trono episcopale.La facciata principale era semplice a due
spioventi con tre rosoni uno piú grande in corrispondenza della nave maggiore,gli altri due piú piccoli nelle navate
laterali.L´ingresso con il portico era dello stesso stile della facciata,altre due porte esistevano oltre alla maggiore una
immetteva sulla piazza come oggi e l´altra che si apriva difronte alla cattedra vescovile immetteva al campanile.

- La sera del 23 Maggio 1656 -

Il 23 Maggio 1656 é una data indelebile nella storia della Chiesa di S.Clemente un fulmine si abbatté sul campanile
facendolo cadere rovinosamente sulla Cattedrale tanto che essa venne quasi interamente demolita.Rimase illesa l´abside e
parte delle navate laterali.Il Cardinale Carlo De Medici fiorentino in quel tempo sulla cattedra clementina provvide subito
alla ricostruzione della Cattedrale facendola riedificare nella forma attuale.Anche il campanile venne ricostruito dal punto
in cui si spezzó.I lavori nel 1660 erano finiti quattro anni piú tardi nel 1664 l´arcivescovo Bonaventura Teoli per mandato
dello stesso Cardinal - Vescovo poté riconsacrare la chiesa.Dei lavori si trova memoria in marmo sul lato destro dell
´altare maggiore,mentre della solenne cerimonia di riconsacrazione di trova memoria nel pilastro esterno della Cappella
del SS.mo Sacramento.

- I Barberini e la Cattedrale di Velletri -

Il Cardinale Vescovo Francesco Barberini nel 1679 rimosse l´altare isolato in mezzo alla tribuna come lo volle il
Cardinale Gesualdo per erigervi quello attuale.Furono erette su basi di antichi e preziosi marmi con le api simbolo del
nobile casato quattro colonne di granito orientale che sorreggono il baldacchino,il reliquario cosmatesco venne posto alla
sommitá di questo.Esso é riconducibile al XIV secolo é un tempietto lavorato a mosaici ed oro,con colonnine a spirale ed
eleganti pinnacoli.Nel fronte e nel retro si vedono due figure di Santi con il pallio.Le colonne che sorreggono il tavolo di
marmo dove oggi é il tabernacolo in origine facevano parte del reliquario d´altronde “Quod non fecerunt barbari fecerunt
barberini”

- Il Cardinale Alderano Cybo -

Nel 1689 fu il Cardinale Cybo a volere altri interventi di restauro e abbellimento di S.Clemente.Il Vescovo fece smurare l
´antico e consunto pavimento in mosaico per sostituirlo con uno a mattoni quadri e fasce di marmo con al centro il suo
stemma(oggi nella cappella della Concezione). L´antico pavimento secondo Tersenghi venne lasciato sotto quello citato
perché egli dice prima del 1689 i documenti dicono che per salire al Presbiterio si montavano quattro gradini che dopo
quella data divennero tre e lo sono ancora.Nel 1712 a causa dell´ampliamento del Seminario la facciata della Cattedrale
sparí totalmente perché vi venne addossata la nuova fabbrica di quest´ultimo.Rimase in vista il grande obiculare centrale
in corrispondenza dell´organo che veniva usato come una porta di collegamento che poi venne chiuso essendo motivo di
danno per ambedue gli edifici secondo quello che scrive il canonico Gagliardi.

- Il soffitto -

Nel XVIII secolo la Cattedrale subí un ulteriore determinante cambiamento venne realizzato il grande soffitto a
cassettoni opera di Carlo Stefano Fontana iniziata nel 1722 e terminata nel 1726 grazie al contributo del Comune di
Velletri pari a scudi 4170.Per questo in corrispondenza dell´organo si vede lo stemma cittadino.Lavorarono al soffitto gli
ebanisti Antonio Magni di Velletri e Domenico Catullo di Albano,il muratore Odardo Santocchi di Velletri,gli intagliatori
Giuseppe Soglia,Sebastiano Stella e Giuseppe Corbi,il doratore Bernardino d´Antonio,il pittore degli ornati Francesco
Alippi e Giovanni Odazi che eseguí il grande affresco andato perduto durante l´ultima guerra lungo 14 metri e largo sei
per il prezzo di 460 scudi.

- Gli interni -

Il portale laterale

Il nostro itinerario inizia dal portale minore della Basilica che si apre nella piazza oggi dedicata dall´amministrazione del
Sindaco Bruno Cesaroni all´indimenticato Vescovo Cardinale Clemente Micara.Il portale si puó tranquillamente far
risalire alla mano del maestro Trojano da Palestrina che ne eseguí gli stpiti nel 1572.L´opera presenta arredi liturgici
intervallati da teste di cherubino,mentre sull´architrave compare la scritta DOM ET CLEMENTI (A Dio ottimo e
massimo e a S.Clemente).Ai lati del portale si vedono due stilofori consunti dagli anni,essi sicuramente provengono dal
portale maggiore dell´antica cattedrale o dal suo pulipito.Erano in origine due leoni,simbolo mistico ed allegorico usato
prima dai Gentili,in seguito se ne servirono i cristiani per adornare le Chiese,sulla loro groppa si scorge chiaramente l
´avanzo della base di una colonna.Allora come giá affermato dovevano essere posti a guardia della porta maggiore o
come fieri sorreggitori del pulipito.Se premdiamo in considerazione la prima ipotesi dobbiamo pensare che questa fosse
strombata con vari archi a pieno centro che impicolivano gradatamente;oppure rettangolare con architrave,con un arco
superiore di scarico,e i simbolici leoni con le colonne sul dorso sostenenti il protiro,in stile lombardo.Se invece erano
usati per sorregere il pulpito questo doveva quadrato,e quindi i leoni dovevano essere quattro.

- Il Battistero -

Entrando nella Basilica ci si sofferma subito ad ammirare il fonte battesimale chiuso da una bella ed elegante balaustra
marmorea sicuramente proveniente dall´antico altare di S.Giovanni Evangelista.Il fonte vero e proprio é un sarcofago dell
´etá Giulio - Flavia con il mito di amore e psiche ed é chiuso da un coperchio formato da marmi antichi e ornato dal
blasone Toruzzi,splendido é il battesimo di Cristo posto sulla sommitá del monumento.

- Il monumento funebre a Nicola Toruzzi -

Addossato alla parte di fondo della navata di sinistra si trova un bellissimo esempio di monumento funebre.Esso é
dedicato all´Arciprete Nicola Toruzzi.Di chiara foggia barberiniana presenta il busto dell´alto prelato con le dignitá
capitolari,ovvero cappa d´ermellino e veste corale sotto di esso l´elogio funebre in latino.

Navata di sinistra

- La cappella di S.Geraldo -

Il primo altare dedicato a Geraldo era situato in fondo della navata di destra propabilmente dove oggi si trova la porta del
campanile quindi in cornu epistolae dell´altare maggiore.Un sito eminente a livello del presbiterio appoggiato al muro del
campanile,dentro il quale muro alla profonditá di un palmo era incavata in una nicchia antichissima la pittura del Santo.
La distruzione della cattedrale a causa del crollo del campanile nel 1656 vide la demolizione di parte del citato altare
questo portó alla luce il sarcofago marmoreo con il corpo del Santo Vescovo. Questo diede origine alla costruzione della
magnifica Cappella che é architettonicamente parlando la piú imponente della Cattedrale.Dopo la cessazione del contagio
di peste scoppiato nello stesso anno del crollo del campanile il consiglio comunale deliberó di erigere al Santo Vescovo
una meravigliosa cappella ove sistemare degnamente le sue reliquie.La mancanza di fondi e l´incertezza sull
´individuazione del sito fecero ritardare non poco i lavori.Il Cardinale Alderano Cybo mise fine a questo contenzioso
autorizzando la demolizione degli altari della Santa Croce e della Madonna di Loreto.

Dalle deliberazioni consiliari leggiamo:

1660 15 Settembre Nel principio del contagio di peste fu per consiglio pubblico fatto voto di solennizzare la festa del
glorioso S.Geraldo nostro protettore e d´applicare per la fabbrica della cappella da farsi scudi 50 del pubblico e perché la
morte del Sig.Curzio Albrizi giá cancelliere non fu detto consiglio esteso.

1676 27 Dicembre A chi pare e piace che alli scudi 500 destinati per la fabbrica della Cappella di S.Geraldo nostro
protettore se ne aggiungano altri 700 affinché si possa avere una fabbrica piú decorosa con iscrizioni che ricordino l
´intervento della cittá.

1693 27 Dicembre In conseguenza del voto fatto fin dall´anno 1656 per decorare la cappella del glorioso S.Gerarldo,in
conseguenza di tanta grazia e sopratutto di essere stati liberati dalla peste,si assegnano scudi 800 dei sovravanzi con
licenza.

1697 10 Dicembre Terminata la cappella di S.Gerarldo ed é esaurito il fondo assegnato dal consiglio.Peró a chi pare e
piace si diano per perfezione di detta cappella 500 scudi con licenza.
Mentre la cappella era in costruzione il Cardinale Alderano Cybo si preoccupó di far comporre il Sacro cadavere in modo
che potesse vestire gli abiti pontificali.Per far ció mandó a Velletri Sebastiano Bonifacio Ippoliti che poco prima aveva
composto in Roma le reliquie del Santo Pontefice Pio V.Il Vicario Generale con l´intervento dei Canonici fece di nuovo
togliere i sigilli dall´arca marmorea del Santo e rinnovata la scomunica contro chi avesse ardito toccare sottraendole le
reliquie,le tolse per riporle in tre cassette chiuse e accompagnato dai detti canonici le portó in certe stanze del Palazzo
Vescovile e le consegnó al detto Ippoliti con un atto notarile del cancelliere Paolo Lelli. Al termine delle operazioni di
componimento il corpo venne riconsegnato al Vicario Generale con un atto notarile.Il Cardinale Alderano Cybo aveva
preparato nei minimi particolari per la festa di S.Clemente una serie di eventi destinati a rimanere nella storia tra essi il
Sinodo Diocesano e la traslazione del corpo di Geraldo nella nuova Cappella.Ma la sua stanca e malferma salute gli
impedí di essere presente.A Velletri per l´occasione venne il fratello il Patriarca Ortodosso di Costantinopoli Odoardo
Cybo.Il Cardinale per far si che la traslazione si svolgesse nei modi e nelle forme piú solenni volle invitare i vescovi
limitrofi di Terracina - Anagni e Sora che furono alloggiati nel Palazzo Ginnetti mentre i sinodali vennero sistemati al
Convento di S.Francesco.La Festa di S.Clemente venne celebrata con una straordinaria solennitá,la chiesa parata a spese
del Cardinale e i Pontificali vennero celebrati con l´assistenza del magistrato da Mons.Giulio Marzi Vescovo Suffraganeo
di Velletri.Il patriarca invece intimó la prima sessione del sinodo,la traslazione del Santo avvenne il 24 Novembre con
annessa indulgenza plenaria concessa da Innocenzo XII.Memorabile la processione per le strade della cittá.Precedeva lo
stendardo del magistrato con l´immagine dei Santi Protettori,portato dai nobili della cittá,fra tamburini e trombettieri in
livrea,scortavano il vessillo ventotto consoli dell´arte con torce accese.Seguivano con numerosissimi confratelli le
confraternite cittadine

• S.Giovanni Decollato • S.Maria di Costantinopoli • Le Sacre Stimmate • S.Maria del Sangue • La caritá dei Carcerati •
S.Antonio di Padova • La Pietá di S.Maria in Trivio • L´Immacolata Concezione • La Caritá,Orazione e Morte • Il
Gonfalone

Con torce accese seguivano le Confraternite gli ordini religiosi cioé

• Pp Cappuccini • PP del Terz´Ordine di S.Francesco • Pp Somaschi • PP Carmelitani • Pp Minori Conventuali • Pp


Minori Osservanti • Pp Agostiniani

Dietro i detti religiosi seguivano 40 nobili cavalieri della cittá tra cui il Conte Filippo Adami di Fermo governatore in
armi di Marittima e Campagna,il conte Alessandro Pieghini ed il Cav.Paolo Del Cinque tutti vestiti con le loro
insegne.Seguivano la Croce Capitolare i numerosi sinodali con il Capitolo e le dignitá della Cattedrale che intonavano le
antifone proprie.Infine seguiva Mons.Patriarca vetito degli abiti pontificali.Il corpo del Santo era portato in trionfo
attorniato dagli Ecc.mi Vescovi presenti e dal magistrato cittadino.La processione dopo aver girato l´intera cittá torno in
Cattedrale e mentre veniva intonato il Te Deum il corpo di S.Geraldo veniva riposto nella nuova cappella.L´edicola della
stessa ha un frontone classico con cornice spezzata nella parte orizzontale,l´altare é ornato da quattro colonne di conatello
con capitelli corinzi.Sugli spioventi del timpano siedono due angeli lignei adoranti la croce.Le colonne sono un dono del
Cardinale Francesco Barberini al Capitolo per il ciborio dell´altare maggiore.Pregevoli opere marmoree sono l´urna delle
reliquie del Santo e il paliotto dell´altare.Nel 1858 Ippolito Zapponi dipinge la pala d´altare che rappresenta il Santo in
preghiera implorando la salvezza della cittá dall´assedio dei Brettoni.Durante il terremoto del 26 Agosto 1806 la cupola
subí dei danni,tanto che nel 1842 fu necessario incaricare Vincenzo Vita di decorarla di nuovo. Un intervento che vede la
partecipazione del Comune con un contributo i 800 scudi.Edmondo Campana ripristinó la decorazione danneggiata dagli
eventi bellici,intervento voluto dal Dr.Marcello Pellegrini grazie all´intervento lanciato dal Canonico Parroco
Mons.Angelo Lopes.

- La Cappella della Madonna delle Grazie -

E´una splendida esplosione di barocco fu terminata nel 1637,ha una cupola decorata a stucco in cinque ordini diversi.Nel
primo sono rappresentati angeli musicanti,nel secondo i simboli della Madonna intercalati da fiori dorati,nel terzo teste di
cherubino,nel quarto altri attributi della Vergine,nella volta della lanterna si trova la Colomba dello Spirito Santo,mentre
nei pennacchi sono raffigurati i Santi Protettori di Velletri,L´altare principale é molto bello si presenta con due colonne di
marmo antico sormontate da due capitelli corinzi dorati,il tutto poggia su un gradino decorato ad intarzio marmoreo con
motivi geometrici.Al centro una cartella di marmo bianco esibisce in rilievo una testa di cherubino e la colomba dello
Spirito Santo.Un´altra testa di cherubino corona la cornice che inquadra la teca ove si conserva l´immagine della
Madonna.L´altare fu completato nel 1682 con la costruzione dello splendido paliotto marmoreo recante le insegne
araldiche di Silvestro Cinelli Arciprete del Capitolo.

- Transetto di sinistra -

Saliti i gradini che dal piano della Basilica portano al presbiterio troviamo un pregevole affresco,forse l´unico rimasto del
ciclo che copriva la navata di sinistra prima della costruzione dele grandi cappelle.Si tratta di un dipinto risalente alla fine
del XV secolo con forti influenze della bottega di Antoniazzo Romano esso rappresenta la Madonna con il bambino tra i
Santi Sebastiano,Giovanni Evangelista,Antonio Abate e Rocco.

-La Sagrestia - - L´aula della Sagrestia venne fatta erigere dal Cardinale Giuliano Della Rovere Vescovo di Ostia e
Velletri dal 1483 al 1503 eletto Papa col nome di Giulio II.L´arme di questo illustre prelato si trova sull´architrave del
portale d´ingresso con il titolo di S.Pietro in Vincoli basilica romana che ne ospita la tomba vegliata dal magnifico Mosé
di Michelangelo.Gli stipiti del portale veliterno sono interamente decorati a fogliame,le due ante lignee restaurate in
occasione degli interventi promossi per il Giubileo del 2000 sono databili al XIV secolo e chiudevano in origine il
campanile.La grande aula un tempo era interamente decorata é coperta con volta a crocera arredata con i mobili fatti
realizzare dal Cardinale Vincenzo Macchi restaurati anch´essi di recente grazie al Dr.Marcello Pellegrini il cui stemma
gentilizio si trova a destra di chi entra.Sull´altare dove oggi troneggia uno splendido Crocefisso seicentesco si conservava
chiusa da due sportelli la splendida icona del SS.mo Salvatore oggi nel Museo Diocesano.Si tratta di una delle repliche
laziali piú antiche dell´immagine di Cristo in trono derivata dall´acheropita del Sancta Santorum del quale ripete non solo
le forme ma anche le finalitá liturgiche.La visita Gesualdo del 1595 é il primo documento che attesta la presenza dell
´antica tavola in Cattedrale posta sull´altare oggi dedicato a San Sebastiano portata in processione magna populi
devotioni il 14 Agosto.La visita Altieri non fa riferimento all´icona.Teoli nel 1644 la dice conservata in sagrestia
continuando l´arcivescovo veliterno dice che un tempo era conservata presso l´altare di S.Sebastiano affermando che
secondo la tradizione vi era arrivata nell´VIII secolo ad opera di Giovanni II.Questa affermazione é confermata anche
dagli autori successivi compreso il Tersenghi.La tavola nel 1958 lascia la Sagrestia per essere posta in Museo.Il Salvatore
é inserito in una tavola rettangolare che su tre lati reca un motivo policromo simile ad una croce.Il Cristo é in trono su un
fondo dorato la mano destra é benedicente mentre la sinistra reca un libro aperto

- La sagrestiola -

Attraverso una piccola porta lignea si entra nella sagrestiola dove si trova il monumentale lavabo che Fausto Ercolanio
assegna ad Andrea Bregno con l´arme del Cardinale Della Rovere.

- L´altare di S.Sebastiano -

Esso si trova sul prospetto della navata di sinistra,venne eretto per ricordare con titolo e benefici una antica abbazia
esistente nel territorio diocesano.Nel XVIII secolo il Cardinale Magalotti lo restaura e lo riduce alla forma
attuale,interventi completati dal suo successore nel possesso del titolo abbaziale Giuseppe Assalone.Il privilegio di
nominare l´abbate era dell´Arciconfraternita della Caritá,Orazione e Morte,l´altare é architettonicamente molto
semplice,esso presenta due colonne in stucco che sorreggono un timpano triangolare spezzato.Sull´arco lo stemma
Magalotti mentre ai lati l´arme Assalone.Il quadro fatto restaurare dal canonico parroco Mons.Angelo Lopes rappresenta
il martirio del Santo ed é opera del XVII secolo.

- Il Presbiterio -

La sistemazione attuale della superficie del presbiterio risale agli interventi di restauro promossi nell´immediato
dopoguerra dal Vescovo Cardinale Clemente Micara e diretti dall´Architetto Giuseppe Zander.Al centro si trova il
magnifico altare con il baldacchino sorretto da quattro splendide colonne di granito orientale con capitelli in bronzo
dorato voluto dal Cardinale Francesco Barberini senior Vescovo di Ostia e Velletri dal 1666 al 1679.Infatti i pilastri che
sorreggono le colonne recano ad intarzio di marmo giallo l´ape barberina.Sul baldacchino si trova lo splendido
tabernacolo cosmatesco(XIV sec).Esso si presenta in forma rettangolare e cuspidata ai lati con colonnine tortili intarziate
a mosaico.L´altare o la tribuna é formato da pregevoli marmi(lastre di alabastro fiorito)mentre nel cielo del baldacchino é
dipinta una gloria di angeli rifatta nel 1950 sullo schema di quella originale.La cattedra vescovile a sinista del
baldacchino é lo scranno arcipretale dell´antico coro ligneo adattato allo scopo dal cardinale Clemente Micara.Il
candelabro per il cero pasquale é attribuito al Sansovino ed é dono del Cardinale Stefano Borgia.Con le distruzioni
belliche vengono posti in risalto gli affrchi venuti alla luce nel 1918 e di recente restaurati a cura della soprintendenza.Si
tratta di frammenti risalenti al XIV - XV secolo. Le vetrate dell´abiside sono opera di Giovanni Haynal ee furono volute
dal Cardinale Clemente Micara insieme al grande mosaico dell´Abside che rappresenta il Cristo Pantocrator tra gli
Apostoli Pietro e Paolo e i Santi Pier Damiani e Clemente. Sul lato destro le epigrafi che ricordano la distruzione della
Cattedrale sotto il Cardinal Medici e sotto il Cardinal Micara.La balaustra che chiude il presbiterio é stata costruita tra il
1761 e il 1763 ai tempi del Vescovo Cardinale Giuseppe Spinelli.

Navata di destra

- Transetto di destra -

- La Cappella di S.Pier Damiani -

Prima di scendere di nuovo sul piano della Basilica per percorrere la navata di destra,troviamo la cappella di S.Pier
Damiani giá juspatronato di casa Fiscari.Questa in origine era dedicata alla Madonna del Rosario.Sull´altare vi era un
antica tela di Sebastiano Conca (oggi nel Museo Diocesano).Fu il Cardinale Tommaso Ruffo a ordinarne la relazzizaione
perché la precedente era ormai consunta e lacera dagli anni.La cappella era sede della Confraternita del Rosario come
testimoniano le visite pastorali coeve.La pala del Conca rimase in Cattedrale fino al 1962 quando il Cardinale Clemente
Micara volle dedicare l´altare al Santo Vescovo di Ostia ponendovi il quadro di Mazzoli.

- Madonna del Rosario con i Santi Domenico,Caterina da Siena e Giovanni Battista - 1741 olio su tela 225 x 141 cm

Il dipinto opera di Sebastiano Conca non viene citato nelle monografie sull´artista.La prima traccia la si trova nel
Dizionario del Moroni alla voce Velletri.Poi bisognerá attendere lo studio della Dr.ssa Luisa Mortari per trovare una
nuova citazione.La studiosa colloca la tela al periodo del soggiorno romano dell´artista e precisamente tra il 1706 e il
1750. Fausto Ercolani nel 1988 traducendo la Visita Ruffo fissa un lasso di tempo molto piú breve e precisamente tra il
1721 e il 1728 confermando la commissione della famiglia Fiscari nella persona di Benedetto come testimonia lo stemma
in basso a destra.La Visita Ruffo fornisce altri dati.Il Cardinale intimó al Fiscari di rifare il quadro entro tre mesi.Il
Fiscari dovette sollecitare i confratelli del Rosario ad accogliere l´invito.Evidente peró che non lo fecero perché la tela
porta lo stemma del nobile casato.La scelta dell´artista é fuori alcun dubbio riconducibile al Cardinale Vescovo che era
stato in precedenza mecenate del Conca avendolo chiamato a lavorare per se a Roma.

- La Cappella di S. Vincenzo De Paoli -

La prima che si incontra scendendo sul piano della Basilica,é quella un tempo dedicata alla Visitazione di Maria SS.ma
con l´antica tavola di Bicci di Lorenzo e databile al 1435.La visita Gesualdo(1595)ci riferisce che la tavola era posta sull
´altare della famiglia Gallinella passato poi alla casa Borgia.La Cappella non conserva piú nulla della sua decorazione
antica solo la mostra dell´altare con le colonne corinzie di finto marmo ricordano il passato.Sull´architrave campeggia la
scritta Magnificat anima mea dominum.Intorno al 1937 forse a causa dell´estinsione della famiglia Borgia venne disposta
la ridedicazione della cappella a S.Vincenzo De Paoli ponendovi un bellissimo quadro di Aurelio Mariani,mentre l´antica
tavola di Bicci di Lorenzo trovó posto nell´aula capitolare.Dal 2002 nella camera sepolcrale sotto di essa riposano le
spoglie del Cardinale Stefano Borgia giunte dalla primiziale di Lione.

- Visitazione - 1435 tempera su tavola 193 x 67

La tavola é documentata dalle fonti d´archivio piú antiche.La visita Gesualdo dice essere presso l´altare dei Gallinella poi
dei Borgia,cosí anche le visite successive.Gugliemo Della Valle attribuisce l´opera al pennello di Luciano da Velletri.La
tavola sicuramente é la parte centrale di un trittico smembrato,essa faceva parte integrante della collezione Borgia peró si
conservava nella cappella di famiglia in Cattedrale.Il luogo di conservazione e l´attribuzione é confermata dal Tersenghi
e da tutti gli autori seguenti.Berenson attribuisce l´opera al grande Bicci di Lorenzo.Sul fondo in oro sono ritagliate le
due figure di Santa Elisabetta e della Vergine che solleva le braccia verso la Santa.Nella parte alta un tondo con il busto
di David che suona l´arpa.
- La Cappella del Sacro Cuore -

Conosciuta anche come cappella Ginnasia venne fatta erigere dal Cardinale Domenico Ginnasi Vescovo d´Ostia e
Velletri dal 1630 al 1639 per essere dedicata alla Madonna di Costantinopoli e ai Santi Protettori,infatti nel 1840
Domenico Tojetti di Rocca di Papa dipinse la tela oggi nel Museo Diocesano.La Cappella venne originariamente
decorata a fresco dalla nipote del citato Cardinale Caterina.Il Cardinale Pacca nel 1833 affidó líncarico di ridecorare la
cappella a Vincenzo Vita,ma trovando il risultato non di suo gradimento ordinó la cancellazione degli affreschi. Il
Cardinale Basilio Pompili oltre a cambiarne la dedicazione commissionó ad Aurelio Mariani il ciclo degli affreschi
attuali e il tondo del Sacro Cuore che ha sostituito la pala del Tojetti.Nei quattro pliastri della cappella i Santi Patroni con
quattro Sante devote al Sacro Cuore mentre nei pennacchi della cupola troviamo angeli pensanti con strumenti della
passione.La cupola vede rappresentati angeli pensanti con strumenti della Passione.

- Madonna con il Bambino detta di Costantinopoli e i santi Eleuterio,Clemente,Ponziano e Gerardo - olio su tela 295 x
184 in basso a destra D.Tojetti F.1840

L´ opera raffigura in primo piano a sinistra S.Clemente,inginocchiato in preghiera e S.Ponziano,seduto sulla destra con
un libro aperto sulle ginocchia,mentre in piedi alle loro spalle verso i margini del quadro troviamo rispettivamente Sant
´Eleuterio con libro,abito pontificale e pastorale greci,e San Geraldo con abiti pontificali e pastorale latino che addita
verso la Madonna.Assisa su uno strato di nubi e circondata da un circolo di luce,questa volge lo sgardo verso San
Clemente accerazzando la spalla del bambino benedicente.Sullo sfondo al centro si intravedono le anime purganti,una
delle quali sta ascendendo al cielo.Stilisticamente l´opera si inserisce nell´ ambito del purismo accademico romano,ed é
considerata un bell´esemplare il migliore quadro del Tojetti.

- La Confraternita del Suffragio -

Aveva sede nella cappella in questione fondata dal Cardinale Ginnasi nel 1633 venne posta sotto la protezione della
Madonna di Costantinopoli.Aggregata in seguito al Monte di Pietá Ginnasio aveva la sua festa nel giorno di
S.Gregorio.Maritava quattro zitelle l´anno.Celebrava continuamente Messe in suffragio dei fratelli defunti.I confrati
vestivano di color bianco e mozzetta turchina con il cappuccio nero.Per stemma avevano la Madonna di Costantinopoli
con le anime purganti.Gli officiali venivano eletti il giorno di Pentecoste con l´assitenza di Monsignor Vicario Generale.

- La Cappella dell´Immacolata Concezione -

Eretta durante l´episcopato del Cardinale Giuliano Della Rovere eletto Papa col nome di Giulio II.La Cappella é la piú
antica della Cattedrale.Fondata quale ex voto in ringraziamento alla Vergine per lo scampato pericolo durante una
pestilenza.L´altare é composto da quattro colonne con capitelli corinzi che sorreggono un timpano spezzato sul quale é
impostata un´altra edicola con timpano curvo che racchiude la statua del battesimo di Cristo.Sotto l´architrave si apre una
cornice marmorea che contiene la copia del quadro di Antoniazzo Romano oggi nel Museo Diocesano. L´altare venne
restaurato nel 1986 da Edmondo Capana al centro del pavimento lo stemma marmoreo del Cardinale Alderano Cybo che
in origine era al centro della navata e fu qui trasportato nel 1822.Durante gli interventi promossi in occasione del
Giubileo del 2000 sono venute fuori sotto la pittura della volta delle testimonianze seicentesche che hanno fatto scoprire
una integrale decorazione ad affresco dell´ambiente.

Antonio Aquili detto Antoniazzo Romano Madonna con Bambino 1486 tempera su tavola 211 x 101

La tavola puó essere riconosciuta come una copia fedele della Madonna bizzantina nella Chiesa di S.Agostino a
Roma.Essa é una delle piú belle e vaste testimonianze dell´attivitá di Antoniazzo Romano come copista di icone
mariane.La tavola firmata Antoniatius Romanus e datata 1486,l´iscrizione posta nel cartello sul piedistallo della Vergine
spiega che l´opera venne realizzata quale ex voto per la fine della peste che aveva flagellato Velletri tra il 1483 e il 1486.

- La Cappella del SS.mo Sacramento -


Il lavoro per la costruzione della Cappella del SS.mo Sacramento inizió nel XVII secolo,ma venne completato nel secolo
seguente con abbellimenti e decorazioni volute dall´anima munifica del Cardinale Gian Francesco Albani.I terremoti del
1800 e del 1806 danneggiarono alquanto la cupola che venne consolidata e rinforzata con la tamponatura dei due
finestroni del tamburo.Nel 1870 vennero rinnovati gli stucchi e vennero realizzati gli evangelisti dei pennacchi della
cupola rimasti incompiuti a causa della presa di Roma.Il Cardinale Albani fece erigere anche l´altare in marmi preziosi e
fece dipingere in affresco la mostra architettonica con le allegorie della fede e della caritá.Splendida é la raggera con i
due cherubini che tengono alzata una pesante tenda che apre la visione dell´ambiente retrostante.Ubaldo Romanelli
realizza gli affreschi in chiaroscuro del miracolo della manna e del ritorno degli esploratori dalla terra promessa.Sono
attribuibili al pennello di Ermenegildo Costantini le due tele lateral con la moltiplicazione dei pani e l´ultima
cena.Edmondo Campana nel 1981 ha restaurato la cappella per volere di Mons.Quinto Ciardi arciprete del
Capitolo,mentre in occasione degli interventi promossi per il giubileo del 2000 la cupola é stata nuovamente consolidata.

- La Confraternita del SS.mo Sacramento -

Aveva sede nella Cappella in questione,i fratelli vestivano di bianco ed avevano come stemma un calice con l´ostia
sopra.Aggregata all´Arciconfraternita del SS.mo Sacramento di Roma celebrava il Giovedí Santo quando tutti i sodali si
radunavano per ricevere la comunione.Solennizavano anche la festa del Corpus Domini e nell´ottava eleggevano gli
officiali.

- La cappella di S.Eleuterio -

Si tratta dell´ambiente piú suggestivo della Cattedrale essa venne eretta nel XII secolo per accogliere le reliquie dei Santi
Ponziano ed Eleuterio.Singolare é la sua architettura con volte a crocera irregolari sostenute da pilastri e colonne di varie
epoche che sembrano sorgere dal pavimento.Gli affreschi dell´ambiente contribuiscono a rendere la cappella suggestiva e
misteriosa.La cripta subí momenti di abbandono e di splendore,basti ricordare che per un certo periodo si persero
addirittura le sepolture dei Santi conpatroni.Oreste Nardini curando alcuni lavori di risanamento dell´ambiente promossi
dal Capitolo scopri i due sepolcri svelando il mistero delle colonne emergenti dal pavimento.Gli affreschi costituiscono
quanto di medioevale é rimasto in cittá e si possono dividere in tre cicvli meritano memzione il Santo Stefano,la
traslazione dei Santi Eleuterio e Ponziano nonché l´Agnus Dei.L´altare é a due mense quella anteriore é di porfido mentre
il baldacchino é sostenuto da colonne di marmo antico. Importantissimo é il fusto dell´acquasantiera riconducibile ad un
candelabro del II secolo.

- Madonna con Bambino - tempera su tavola 124 x 91 cm

Sull´altare della cripta alla quale si accede dalle scale ai lati del presbiterio della Cattedrale c´era la bella immagine della
Madonna con il Bambino venerata col titolo di Madonna del Soccorso opera di Antoniazzo Romano.Databile ai primi
anni ottanta del XV secolo costituisce il prototipo della Madonna di Santa Maria del Bonaiuto presso Santa Croce in
Gerusalemme a Roma,ma sopratutto é assolutamente compatibile con la tavola centrale del trittico dei Santi Maria e
Biagio a S.Angelo Romano.Oggi dopo un restauro la tavola si trova esposta al Museo Diocesano.

- Il Soffitto -

Fu il cardinale Sebastiano Tanara a volere il magnifico soffitto a cassettoni.L´opera venne affidata all´architetto Carlo
Stefano Fontana che la ideó sul modello esistente nella Basilica Clementina di Roma.I lavori furono eseguiti tra il 1722 e
il 1726,esso é composto da cassettoni a forma ottagonale in legno dorato e intagliato.I bombardamenti dell´ultima guerra
colpirono violentemente la cattedrale distruggendo l´affresco dell´Odazi con la gloria dei Santi Protettori e gran parte del
soffitto stesso.Da una lettera di Mons.Moresi a Felice Remiddi leggiamo:Come avrai saputo la chiesa é stata colpita due
volte:i danni non sarebbero gravissimi quantunque un tratto del soffitto (mq 25) non sia venuto giú.Il 7 Giugno 1944
Felice Remiddi torna a Velletri con il figlio Augusto tra i suoi appunti troviamo scritto:Costatai che in S.Clemente
limitatamente alla Cappella della Madonna io danni erano lievi e limitati(...)sempre che si fosse provveduto alla piú
gravosa riparazione del tetto della navata centrale.Il soffitto venne ripristinato durante gli interventi promossi dal
Cardinale Micara,di originale restano gli stemmi dell´arco trionfale,che sono del Cardinale Sebastiano Antonio
Tanara,del Cardinale Fabrizio Paolucci e del Pontefice Innocenzo XIII.Perduto l´affresco di Odazi dopo regolare
concorso venne dato l´incarico al pittore Angelo Canevari di colmare quel vuoto con la Gloria dei Protettori e l´allegoria
della resurrezione di Velletri con Pio XII e il Vescovo Micara.Le vetrate della navata centrale rappresentano i dodici
apostoli sono opera di Giovanni Haynal e si possono collocare nelo pieno degli anni sessanta.

- L´organo -

Sulla porta maggiore si trova il monumentale organo che venne realizzato dal Cardinale Del Monte il cui stemma si vede
sull´arco centrale.La cantoria invece é una pregevole opera lignea ed é stata voluta dal Cardinale Pietro Ottoboni il cui
stemma si vede sotto quello del Capitolo

FRANCESCO BARBERINI dal 11 Ottobre 1666 al 10 Dicembre 1679 Cardinale vescovo e governatore di Ostia e
Velletri

Creato Cardinale Diacono del titolo di S.Adriano dallo zio Urbano VIII. Fu Arciprete della Basilica Lateranze e di quella
Vaticana. Bibliotecario e Vice Cancelliere di S.R.C. Fu Prefetto di Signatura. Morì IL 10 Settembre 1678. A lui si deve la
costruzione della Tribuna della Basilica di S. Clemente.

CESARE FACCHINETTI dall’8 Gennaio 1680 al 30 Gennaio 1683 cardinale vescovo e governatore di Ostia e Velletri

Pronipote di Innocenzo XI venne a reggere la Chiesa di Ostia e Velletri il 14 Gennaio 168°.Creato Cardinale Presbitero
dei Santi Quattro Coronati da Urbano VIII. Resse le Chiese di Senigallia e Spoleto. Morì il 30 Gennaio 1683.

NICOLO’ ALBERGATI dal 15 Febbraio 1683 al 9 Agosto 1687 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri

Nicolò IV Albergati Ludovisi dopo aver occupato numerose ed importanti cariche nella Curia romana, fu creato
Cardinale Presbitero di S. Agostino da Innocenzo X. Il 6 Marzo 1645,fu penitenziere maggiore, Morì a Roma il 9 Agosto
1687.

ALDERANO CYBO dal 1° Novembre 1687 al 29 Luglio 1700 cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri

Figlio di Carlo principe di Massa e Carrara. Prese Possesso della Cattedra Clementina l’11 Novembre 1687. Fu prima
maggiordomo del papa, poi Cardinale Presbitero di Santa Pudenziana il 6 Marzo 1645.Fu Legato Apostolico a Urbino, in
Romagna e Ferrara. Segretario di Stato di Innocenzo XII. Morì a Roma il 29 Luglio 1700.

EMANUELE TEODOSIO DI BUGLIONE cal 15 Dicembre 1700 al 2 Marzo 1715 cardinale Vescovo e Governatore di
Ostia e Velletri

Creato Cardinale Presbitero di S.Lorenzo in Paneperna da Clemente IX ,era di nobili origini francesi. Il Re di Francia lo
nominò suo ministro a Roma. Morì a Roma il 2 Marzo 1715.

NICOLO’ACCIAIOLI Dal 18 Marzo 1715 al 23 Febbraio 1719

Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri Di origine fiorentina, sostenne in primis molte commissioni del
Sommo Pontefice, quindi creato Cardinale diacono dei SS Cosma e Damiano ai 5 di Agosto del 1669 dal Pontefice
Clemente XI. Legato di Ferrara. Morì a Roma Decano del Sacro Collegio il 23 Febbraio 1719.

FULVIO ASTALLI dall’Aprile 1719 al 23 Febbraio 1721 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri

Nominato Decano del Sacro Collegio e di conseguenza Vescovo di Ostia e Velletri da Clemente XI era nato a Sambuci
feudo della sua casa nella Diocesi di Tivoli. Dopo aver retto varie cariche nella corte pontificia venne insignito del titolo
diaconale di San Giorgio al Velabro. Fu Legato Apostolico ad Urbino e Ravenna. Morì il 23 Febbraio 1721

SEBASTIANO ANTONIO TANARA dall’8 Marzo 1721 al 4 Maggio 1724 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e
Velletri
Nato a Roma dopo aver sostenuto numerosi incarichi nelle legazioni dello Stato venne creato Cardinale presbitero dei
Santi Quattro Coronati. Prefetto dell’Immunità. Morì a Roma il 5 Maggio 1724.

FRANCESCO DEL GIUDICE ddal Giugno 1724 al 10 ottobre 1725 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri

Di origine genovese nato a Napoli dai Duchi di Giovenazzo. Fu Legato di Tre Pontefici. Alessandro VIII lo crea
Cardinale Presbitero di Santa Maria del Popolo. Muore il 10 Ottobre 1725

FRANCESCO PAOLUCCI Dal 19 Novembre 1725 al 19 Giugno 1726 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e
Velletri

Forlinese dei Conti Calboli. Fu Vescovo di Macerata e Tolentino, Nunzio in Colonia e Polonia. Creato Cardinale dei SS
Giovanni e Paolo da Innocenzo XIII. Decano del Sacro Collegio il 19 Luglio 1726.

FRANCESCO BARBERINI JR Dal 1 Luglio 1726 al 17 Agosto 1738 Cardinale vescovo e governatore di Ostia e
Velletri

Romano pronipote di Urbano VIII creato cardinale diacono di S. Angelo in Peschiera da Alessandro VIII il 13 Novembre
169°.Fu Prefetto della Congregazione dei Vescovi Regolari. Morì il 17 Agosto 1739.

PIETRO OTTOBONI Dal Settembre 1738 al 28 Febbraio 1740 Cardinale vescovo e governatore di Ostia e Velletri

Veneziano successe alla Cattedra di Ostia e Velletri il 3 Settembre 1738 creato Cardinale di S. Lorenzo in Damaso da
Alessandro VIII. Fu Arciprete di Santa Maria Maggiore e di S. Giovanni in Laterano. Morì il 28 Febbraio 1740.

TOMMASO RUFFO Dal 1740 al 16 Febbraio 1753 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri

Nel 1740 venne chiamato alla cattedra “clementina” il Cardinale Tommaso Ruffo napoletano. Dopo aver sostenuto
numerose cariche nella corte romana venne creato cardinale presbitero col titolo di S. Lorenzo in Panesperna.
Arcivescovo di Ferrara Morì il 16 Febbraio 1753.

La Confraternita degli Amanti di Gesù e Maria

Per desiderio di S. Leonardo da Porto Maurizio nel 1737 si inizia la questua per erigere un oratorio da affidare alla
Congregazione della Coroncina. I lavori si svolgono in due riprese per il periodo che va dal 1740 al 1753 a causa della
mancanza di fondi. Nel 1753 si inizia la nuova Chiesa la pratica della Via Crucis,mentre nel 1790 l’edificio era in totale
abbandono. Un gruppo di devoti e di benefattori nel 1809 ricostruisce l’ Oratorio che nel 1814 è affidato alla
Confraternita degli Amanti di Gesù e Maria. Nel 1915 il Cardinale Diomede Falconio concede la Chiesa per ingrandire
l’ospedale militare collocato a S. Lorenzo con l’ordine di togliere le pietre sacre e i paramenti. Nel 1919 la Coroncina
viene riaperta al culto mentre nel 1923 è concessa ai Frati di S. Lorenzo. Danneggiata dai bombardamenti dell’ ultima
guerra viene parzialmente restaurata e concessa per un periodo che dal 1961 arriva al 1965 alla Provincia di Roma quale
edificio scolastico. Nel 1969 un temprale fa crollare il tetto e inizia la serie di progetti per la ricostruzione ma nulla arriva
al compimento. Nel 1976 un incendio la riduce allo stato attuale e decreta la muratura della porta

Ven. Filippo Maria Andrea Visi

Storia della famiglia

Intorno alla metá degli anni trenta del XVI secolo venne ad abitare a Velletri da Capraica nella diocesi di Otranto, Vito
Visi di professione ferraro. Il Visi si stabilì nella parrocchia di S. Martino al numero 1 di via della Trinitá. Compró una
casa che confinava con i beni dell’universitá dei falegnami. Qui impiantó anche una bottega che poi passò al figlio
Giovanni Lorenzo. Vito conobbe una ragazza di appena quindici anni, Eugenia Politi, figlia di Giuseppe e Caterina che
sposò il 3 settembre 1646 per mano del parroco di S. Martino padre Andrea Sofia su licenza del vicario generale D. Carlo
Antonelli. Il 27 settembre 1655 nacque il loro primo figlio, un maschio, che il curato di S. Martino padre Gregorio
Grumello battezzò con i nomi di Giovanni Lorenzo. I due vivevano la loro vita coniugale come una comune coppia del
XVI secolo, dedita al lavoro, timorata di Dio e con l´alto senso della famiglia che divenne ancor più importante con la
nascita di Giovanni Lorenzo che per uno strano destino rimase orfano di madre quando aveva anno. Eugenia muore il 17
ottobre 1656 nella grande epidemia di peste che in quell’anno, oltre al crollo del campanile della cattedrale, sconvolse la
nostra città. Vito il 18 aprile 1657 sposò in seconde nozze Caterina Centurione di anni 44. Il loro matrimonio non fu
molto prolifero, il 14 febbraio 1658 nacque la loro primogenita che il curato di S. Martino battezzò con il nome di Anna,
ma la gioia della nascita si trasformò subito nel dolore della morte perché Anna morì lo stesso giorno e venne sepolta nel
tumulo degli infanti della parrocchia di S. Martino. Vito e Caterina desiderosi di avere un erede ci riprovano e il 21
febbraio 1659 venne portata al fonte battesimale un’altra bambina che il curato battezzò con il nome di Antonia ma anche
lei morì lo stesso giorno venendo sepolta nel tumulo degli infanti della chiesa di S. Martino. In Vito e Caterina il
desiderio di avere un figlio diventò sempre più forte e così il 16 agosto 1660 venne portata al fonte battesimale un’altra
femmina che il curato battezzò con i nomi di Eufemia Antonia. Questa volta la felicità arrivò in premio per il tanto
dolore. Eufemia crebbe bene e conobbe il giovane Francesco Antonio Montagna della parrocchia di S. Martino che sposò
il 2 febbraio 1687 a S. Martino per mano del parroco P. Francesco Malsanti su licenza del vicario generale don Francesco
De Masciarelli. Dalla loro unione nacquero cinque pargoletti: Cecilia che mai contrasse matrimonio, Angela Antonia
battezzata il 3 agosto 1680, Nicola Mattia battezzato il 24 settembre 1682, Giulia Annunziata battezzata il 24 marzo
1683, Carlo Gregorio battezzato il 18 novembre 1699 che morì a soli quattro anni il 26 ottobre 1703 venendo sepolto nel
tumulo degli infanti a Santa Maria in Trivio. I loro genitori tornarono al padre con quarant’anni di distanza: il primo fu
Francesco Antonio che morì il 18 ottobre 1703 venendo sepolto nel tumulo della confraternita della Pietá in S. Maria in
Trivio dove il 2 gennaio 1743 lo raggiunse Eufemia. Restò in vita solo Giovanni Lorenzo che come abbiamo detto
nacque il 27 settembre 1655 e morì il 10 gennaio 1733 venendo sepolto nel tumulo della confraternita della Carità in S.
Martino. Egli sposò il 15 febbraio 1688 Giulia Rosina Pietrosanti dalla quale ha il 18 dicembre 1688 Francesco Saverio
che il curato di S. Martino battezzò in pericolo di vita infatti morì lo stesso giorno venendo sepolto nel tumulo degli
infanti a S. Martino. Il 30 maggio 1692 anche Giulia Rosina rese l’anima a Dio. Passarono otto anni e Giovanni Lorenzo
sposò in seconde nozze Caterina Salvatori Bauco che gli diede il 3 marzo 1704 un bellissimo maschietto che il curato di
S. Martino P. Francesco Spelta battezzò il giorno seguente con i nomi di Filippo Maria Andrea. Caterina morì dopo più di
un anno il 26 settembre 1705 e venne sepolta nel tumulo della confraternita della Caritá in S. Martino. Filippo era un
bambino che portava in se uno straordinario disegno di Dio destinato per volere dell’Altissimo a diventare quella grande
figura dell’Ordine Minore di S. Francesco.

Il figlio del manescalco

Questa che inizia è la vita di un povero frate di S. Francesco che per sua scelta trascorse tutta la sua esistenza nei così
definiti conventi di ritiro dove la regola del poverello era osservata alla lettera. Capisaldi della vita religiosa in questi
luoghi erano la preghiera, la penitenza, il silenzio, la povertà, lo studio e il lavoro. Filippo Maria Andrea Visi figlio del
maniscalco Giovanni Lorenzo e di Caterina Bauco nacque a Velletri in via della Trinità n 1 alle 11 del mattino del 3
marzo 1704. Il giorno seguente fu portato al fonte battesimale della chiesa di San Martino. Suoi “compari” furono
Antonio Galli e Anna Fabri, lo battezzò padre Francesco Spleta. Il piccolo rimase ben presto orfano di madre perché
Caterina morì subito dopo averlo dato alla luce. La sua educazione fu quindi interamente sulle spalle del padre Giovanni
Lorenzo che faceva il maniscalco nella bottega sotto casa dove commerciava d’arte bianca. Filippo crebbe tra le stradine
che circondano il palazzo Borgia fino alla chiesa di S. Martino. Questi luoghi lo hanno visto bambino e qui il Signore ha
manifestò in lui i segni della sua grandezza. Comparve in lui il desiderio di condurre una vita di contemplazione e di
consacrazione a Dio. Fuggiva le compagnie dei suoi coetanei, preferiva la solitudine al gioco, soffriva nel sentire i
ragazzini della sua età bestemmiare e dire parolacce.

Il collegio dei Dottrinari

Giovanni Lorenzo anche se non disponeva di grandi ricchezze volle assicurare al figlio almeno una basilare istruzione,
quindi lo iscrisse al collegio dei padri della dottrina cristiana ai Santi Pietro e Bartolomeo. I religiosi venuti a Velletri nel
1581 insegnavano la dottrina ai “figli dei poveri” e per far loro meglio capire la verità della fede davano lezioni di lingue,
storia e geografia nonché di matematica e insegnavano a chi non lo sapesse fare anche a leggere. Filippo frequentò con
profitto la scuola, gli piaceva studiare tanto che molto presto divenne maestro elementare e aprì nella casa di via della
Trinità una scuola dove formava l’animo dei piccoli al sapere e alla bontà ma soprattutto al timore di Dio. Ricevette
quando aveva undici anni il sacramento della Confermazione e poi gli ordini minori ovvero la Sacra Tonsura
La scuola di via della Trinità

Il processo di beatificazione è pieno di deposizioni sulla scuola che Filippo aveva aperto in casa a via della Trinità dove
insegnava ai suoi fanciulli con cuore di padre e di apostolo. Voleva che essi ascoltassero ogni giorno la santa messa e che
nell’entrare in classe salutassero col dire “sia lodato Gesù Cristo”. Ai suoi ragazzi oltre le lettere e la grammatica
insegnava cos’è la modestia e l’umiltà. Non esitava però a castigare ogni loro difetto. Era così modesto e verecondo che
fuggiva ogni volta che udiva parole oscene. Dopo la scuola serale amava fermarsi nella bottega di orefice di Carlo Sellini
poco distante da casa sua, bastava anche una bestemmia per farlo andar via. Quelli della bottega una volta capito cosa lo
faceva andare via, quando volevano liberarsi di lui pronunciavano qualche frase oscena tanto che si allontanasse
immediatamente. Di questo però si pentì lo stesso Carlo Sellini (come egli ha confessato nel processo di beatificazione)
subito dopo la morte di Filippo affermando che ci provava gusto a farlo scappare come un lepre senza sapere che giocava
con un santo.

La chiesa di S. Martino La parrocchia somasca di S. Martino Vescovo rappresentò un cardine fondamentale nella vita del
Ven. Filippo. Qui il nostro trascorreva gran parte delle sue giornate festive. La mattina sedeva all’organo per la messa
cantata e recitava l’officio nell’Oratorio della Carità, la sera recitava il rosario in chiesa, cantava vespro e insegnava il
catechismo ai bambini. Aveva una profonda venerazione del padre e nonostante avesse, come abbiamo detto, gli ordini
minori non disdegnava di battere la mazza nella bottega paterna. A chi gli chiedesse il perché si sottoponesse a tale fatica
rispondeva “è meglio ubbidire che santificare”. Lo faceva con letizia negli occhi col solo intento di soddisfare il padre
che essendo povero non poteva permettersi un garzone. Michelangelo Ruggeri ha testimoniato che non arrossiva a fatto
nel farsi vedere compiere tale atto, per lui la fatica era un modo per glorificare Dio.

Precettore di Maria Laudonia Toruzzi

La sua fama di maestro e la morigeratezza dei suoi ragazzi indusse il nobile Giuseppe Felice Toruzzi ad affidargli il
delicato incarico di precettore di sua figlia Maria Laudonia. La piccola aveva otto anno e al nostro Filippo venne chiesto
di impartirgli lezioni di letteratura e di scrittura. Furono tali le insistenze del nobile Toruzzi che Filippo non poté esimersi
da accettare l’incarico. Il delicato compito fu svolto con somma compostezza smuovendo nella piccola la vocazione
religiosa. Infatti appena ebbe l’età Maria Laudonia entrò nel monastero di S. Ambrogio in Roma dove divenne suor
Costanza Vittoria.

La confraternita della Carità, Orazione e Morte

Filippo era molto devoto alla Vergine SS.ma, tanto che ogni sera cantava le litanie lauretane inginocchiato davanti
all’immagine della Madonna dei Sette Dolori posta sopra la bottega di Michelangelo Ruggeri. Questa devozione lo portò
ad aggregarsi alla confraternita della Carità che all’epoca ancora officiava nel primo altare a destra della chiesa di S.
Martino. Filippo era il più esemplare tra i confratelli, era il primo ad arrivare in oratorio e l’ultimo ad andarsene. Era
attento che tutte le regole del sodalizio venissero rispettate e che i confratelli recitassero tutti l’officio per maggior gloria
di Dio e della Vergine SS.ma della Carità

Viene eletto camerlengo

Tommaso di Silvio nei processi di beatificazione ha lasciato una bellissima testimonianza di come Filippo venne eletto
camerlengo ovvero amministratore dei beni della confraternita. Di Silvio che era anche lui un aggregato al sodalizio
conosciuto ai nostri giorni come confraternita della Carità, Orazione e Morte, racconta che l‘oratorio di S. Martino rimase
chiuso per ordine del cardinal vescovo a causa di alcune discordie tra i confratri e il camerlengo in carica. Il nostro, che
soffriva per questa situazione, si adoperò con tutte le sue forze per riunire i confratelli e cercare di appianare le discordie.
Una volta disse: “se noi lasciamo la Madonna SS.ma, la Madonna SS.ma non si curerà che la lasciamo ma se la Madonna
lascia noi, guai a noi”. Capito che il solo motore delle discordie era il camerlengo tutti i confratelli furono unanimi nel
chiedere agli imbussolatori Giuseppe Toruzzi e Carlo Gregna di proporre al Visi il delicato incarico. Filippo rispose che
avrebbe accettato l’officio ma solo dopo che il padre avesse acconsentito. Giovanni Lorenzo non ebbe alcuna difficoltà a
farlo e così Filippo Maria Andrea Visi venne eletto camerlengo della confraternita della Carità, Orazione e Morte. Tenne
il suo officio con somma dignità e trasparenza tanto che nessuno poté muovergli accuse. Infondeva nei confratelli
modestia e umiltà e li incitava alla frequenza dell’oratorio nonché all’osservanza delle pratiche devozionali. Quando li
sentiva litigare per questioni di precedenza nelle processioni diceva: “Fratelli miei viva per amor di Dio non angustiatevi:
l’abito non fa il monaco, non vi curate di precedenze. Tutti siamo uguali sotto questo sacco. Questo è l’abito della
Madonna Santissima a cui serviamo”. Sapeva dire le cose con dolcezza e pacatezza che anche i più “bellicosi”
prendevano posto nelle fila. Una volta per rimettere pace fra due confratelli con il sacco indosso e il cordone intorno al
collo si inginocchiò dicendo che non si sarebbe alzato fino a che non avrebbero fatto la pace, i due commossi si
abbracciarono.

La morte di Giovanni Lorenzo Visi

Filippo, fin dalla sua adolescenza, manifestò sempre al padre il desiderio di entrare nell’ordine dei Frati Minori di S.
Francesco egli infatti si intratteneva molto spesso con i buoni padri di S. Lorenzo. Ebbe a confidare a mons. Cesare
Gregna canonico di S. Clemente che ogni volta entrava nella bella chiesa posta sul punto più alto della città si sentiva
infiammato di Spirito Santo. Lo stesso mons. Gregna deponendo al processo di beatificazione ha riferito le strane
circostanze in cui morì Giovanni Lorenzo Visi proprio mentre Filippo si avvicinava all’età massima per entrare in
convento. Filippo aveva sempre rimandato la sua decisione per non abbandonare il padre vecchio e solo. Una sera nella
cucina della casa di via della Trinità, Filippo disse al padre che temeva di non poter entrare in convento perché stava
raggiungendo i limiti d‘età. L’anziano manescalco anche un poco irritato gli rispose: “Ti farai quando sarò morto”. Nella
stessa sera un accidente colpì Giovanni Lorenzo e qualche giorno dopo venne portato al sepolcro. Filippo colpito da
questo evento corse a confessare tutto a padre Tommaso da Velletri, suo padre spirituale, che dopo averlo rassicurato gli
fece capire che quella era volontà di Dio che si facesse frate. Prima di entrare in convento mise in vendita la casa di via
della Trinità destinandone il ricavato alla biblioteca del convento di S. Lorenzo. L’edificio venne comprato da Carlo
Adami secondo quando deposto nei processi da D. Vincenzo Fagliocchi beneficiario della cattedrale.

Novizio a S. Francesco di Cori

Finalmente libero da ogni vincolo secolare Filippo bussò alla porta del convento di S. Francesco di Cori chiedendo di
vestire l’abito del Poverello d’Assisi il 3 giugno 1733. Padre Clemente Maria da Limano che fu suo maestro dei novizi
nei processi di beatificazione depose su come Filippo si distinse nel noviziato. Egli era il più esemplare tra tutti, non fu
mai necessario riprenderlo per qualcosa anzi la sua condotta veniva posta a modello per gli altri. Una volta mentre i
novizi erano riuniti nella “comune” del convento gli venne chiesto quante volte era stato “penitenziato”, egli rispose che
non era mai accaduto. Un vero esempio di umiltà e di sottomissione al valore dei superiori. Secondo le rigide regole del
tempo per far professare un novizio bisognava raccogliere per tre volte i voti favorevoli del capitolo della casa. Per
Filippo Visi ci fu l’unanimità in tutte tre le volte. Un caso rarissimo, i padri di S. Francesco di Cori avevano capito che
erano davanti ad un vero figlio del Serafico di Assisi, ad una vocazione prediletta dal Signore, ammiravano in lui la sua
probità. L’attenzione con cui curava il servizio di Dio ma soprattutto la sua straordinaria capacità di mortificare se stesso,
disarmava la gioia con cui faceva le cose anche quelle più umili. Spesso si confessava anche per le cose più strane che
non giustificavano neanche l’assoluzione. “Fra Clemente nella deposizione riferì che quando gli comunicò che poteva
professare la regola egli si sentì tentato di non farlo più perché in casa sua sarebbe stato felice in anima e corpo, la
religione è fatta di tanti voti e di tanti pesi”. Il maestro lo invitò ad andare in cella e a pregare. La mattina seguente aveva
riacquistato la serenità d’animo ed era entusiasta anzi non vedeva l’ora di professare la regola serafica. A Fr. Luigi da
Roma confessava molto spesso il dolore e l’imbarazzo che provava nel sentire offendere il Signore come quando a
Cisterna vide due malviventi che strapazzavano un sacerdote. Per maggiore gloria di Dio volle studiare teologia morale,
cosa che fece con molto profitto.

Il ritiro di S. Francesco a Bellegra

Fra Filippo Visi venne mandato a compiere l’anno di recollazione nel convento di S. Francesco di Civitella, l’odierna
Bellegra. Si tratta di un luogo dove la spiritualità di Francesco d’Assisi si tocca con mano. Qui la regola viene osservata
scrupolosamente “sine glossa, sine glossa”. I religiosi non si sottomettevano solo alla regola, ma applicavano alla lettera
le costituzioni dell’ordine com’era d’obbligo per tutti i religiosi della provincia dimoranti negli altri conventi, ma anche
quelle dei dimoranti negli altri conventi e quelle del ritiro. A San Francesco di Civitella la vita era basata su questi
principi preghiera, penitenza, silenzio, povertà, studio e lavoro. Il convento di Civitella, definito di decollazione, apriva
automaticamente le sue porte agli aspiranti religiosi francescani. Questo è confermato dalla prima struttura famigliare che
si componeva di due chierici: Silvestro da Caprarola e Arcangelo da Paliano. Per i novizi c’era ancora da attendere. Il
capitolo generale dell’ordine celebrato presso l’Aracoeli nel 1676 decise che nelle provincie dell’ordine Minore fossero
istituite le case o conventi di recollazione. Qui i frati potevano ritirarsi per meglio curare la vita religiosa e progredire
osservando fedelmente la regola sull’esempio di San Francesco. Si viveva un momento particolarmente difficile, c’era un
lassismo generale procurato da numerose uscite per entrare in movimenti riformatori insorgenti qua e là per seguire più
fedelmente l’ideale francescano. Quel capitolo volle dare a questa situazione una forte risposta con l’istituzione delle case
di recollazione. Tale decisione, come del resto tutti gli atti di quella seduta, dovevano avere l’approvazione della santa
sede che arrivò solo il 22 novembre 1679. Solo nel 1684 però San Francesco di Civitella acquistò la qualifica di “nova
recollectio”. Il primo guardiano fu Giustino Capretti da Cori al quale solo due anni dopo successe Tommaso Placidi
nobile figlio dell’alma terra lepina. I religiosi dimoranti a S. Francesco di Civitella iniziarono una vita più rigida tanto che
la fama della loro santità valico i confini della provincia romana e il convento venne chiamato “sacro ritiro”. Ritiro non
era un nome nuovo, in quel periodo nella provincia romana dei riformati era stata introdotta l’esperienza dei ritiri, solo
che i ritiri del Beato Bonaventura da Barcellona rivendicavano una certa autonomia dal ministro provinciale. Per i
religiosi di San Francesco di Bellegra non fu così, essi riconobbero sempre l’autorità del provinciale. Anche se ad erigere
fondamentalmente il ritiro fu Vincenzo da Bassiano la sua nascita invece si deve a San Tommaso da Cori. L’illustre
figlio di San Francesco fu presente già nella prima famiglia e in seguito venne più volte chiamato a reggere Bellegra
come guardiano. Le sue guardianie furono propizie affinché la struttura si consolidasse e muovesse bene i primi passi.
Tommaso a questo scopo dettò le “ordinazioni per i ritiri di Civitella e di Palombara” che poi con qualche ritocco furono
estese a tutti i conventi dell’ordine dal capitolo generale di Murcia (Spagna). Tommaso aveva stabilito le regole, ma lo
scopo principale era l’osservanza della regola di Francesco con fedeltà scrupolosa “sine glossa, sine glossa”. Una vita che
portava verso la perfezione dello Spirito, ma anche del corpo. S. Francesco di Bellegra grazie a questa sua particolare
struttura fu una vera fucina di santi, la piccola chiesa che ne custodisce le spoglie è un vero tesoro per l’ordine di San
Francesco. La preghiera era come l’aria che il religioso respirava e gli permetteva di vivere spiritualmente. Si cercava un
contatto con Dio attraverso la preghiera personale (in cella o altrove) e attraverso quella comunitaria in coro nei momenti
del giorno e della notte. Pregare doveva essere la massima aspirazione del “ritirato”, la lode a Dio doveva fiorire sulle
labbra sia che stesse lavando i piatti in cucina o i piedi ai suoi confratelli o che stesse scaldandosi al fuoco comune. La
penitenza veniva praticata coi frequenti e prolungati digiuni e astinenze. Tre erano i momenti di digiuno nel corso
dell’anno: il primo dalla festa di Ognisanti fino a Natale, il secondo era la benedetta cioè dall’Epifania per quaranta
giorni consecutivi. Al termine il superiore impartiva una speciale benedizione ai religiosi che l’avevano praticata. Il terzo
era quello che si usa in tutta la chiesa nei quaranta giorni prima di Pasqua. I religiosi dei ritiri usavano praticare anche
altre forme di mortificazione come mangiare in ginocchio, lavare e baciare i piedi ai confratelli e la disciplina da farsi tre
volte alla settimana. Il silenzio si divideva in rigoroso e meno rigoroso, esso doveva regnare sovrano nel ritiro, la sua
infrazione era una colpa di cui accusarsi nel capitolo delle colpe. Raramente veniva concesso di parlare e quando lo si
poteva fare bisognava farlo a voce bassa in modo da non turbare il religioso raccoglimento, il vero clima che si respirava
a San Francesco di Bellegra. La povertà, la più grande eredità rispettata con il distacco spirituale delle cose, ma anche
dalla materiale, privazione di esse. Rientrava nella pratica della povertà il rifiuto del denaro. Lo studio era
importantissimo per la formazione del religioso, esso prendeva parte alle “lezioni spirituali” che si tenevano tre giorni
alla settimana sulla regola, sulla mistica e sulla morale. Mentre ai giovani veniva insegnata anche la grammatica e il
catechismo. Il lavoro veniva effettuato da tutti, dai sacerdoti particolarmente nell’impegno dell’apostolato e della
preghiera, nel servizio pastorale nella chiesa del ritiro e delle parrocchie vicine. Importante anzi fondamentale fu quello
svolto dai fratelli laici nel servizio della questua, nella pulizia del convento, nella cura dell’orto e della cantina.

La recollezione accoglie Fra Filippo Visi

Nel 1734 dopo aver compiuto l’anno di noviziato a Cori, Fra Filippo Visi da Velletri venne mandato a fare il secondo
anno, quello della recollazione, nel convento di Civitella, oggi Bellegra. Anche qui il nostro Fra Filippo diede
dimostrazione della sua umiltà e della sua straordinaria modestia. Osservava fedelmente tutti i comandamenti di Dio e le
costituzioni del ritiro. Tantissime volte lamentava la sua sofferenza nel vedere offendere il Signore. Era un ottimo oratore
ma le sue condizioni di salute (la tisi iniziava a minare il suo corpo) gli impedivano molto spesso di dire messa in
pubblico e quindi svolgeva il suo ministero nel confessionale. Molto spesso venne incaricato di predicare gli esercizi
spirituali nei ritiri. Chi riceveva da lui gli esercizi si è sempre dimostrato straordinariamente affascinato dalla sua umiltà e
modestia. Michelangelo Ruggeri ha deposto nei processi che quando andava a Civitella a visitarlo Fra Filippo si dimostrò
sempre attento al bene delle anime. Infatti più volte disse: “Il Signore Dio ci fa tanto bene e noi ingrati sempre
l’offendiamo, però conviene pentirci sempre di tutto cuore”. Sempre Michelangelo Ruggeri nei processi riferisce che il
venerabile era di una carità straordinaria. Una volta mentre si recava alla fiera di Farfa passò a visitarlo a Palombara ed
egli lo obbligò a riposare dandogli alloggio. Era zelantissimo nell’osservare le costumanze del ritiro e si opponeva ad
ogni abuso. Come quando era guardiano a Palombara e riuscì a togliere l’abuso della celebrazione della festa della
Madonna della Neve nella chiesa del convento da parte del clero secolare. Questo perché dava fastidio ai suoi frati la
parte civile della manifestazione che comprendeva pranzi e banchetti all’interno del ritiro. Egli con la sua morigeratezza
riuscì a raggiungere un accordo.

Guardiano di Palombara e Valentano

Padre Filippo Visi venne chiamato superiore nei ritiri di Palombara e Valentano perché questi si consolidassero nel
rispetto della tradizione e delle regole stabilite da quel grande che fu San Tommaso Placidi da Cori. I processi di
beatificazione, conservati nella Biblioteca Comunale di Velletri (fondo antico), ci tramandano numerose testimonianze di
questo capitolo della vita del semplice frate di San Francesco. Fra Antonio da Pisciano ci racconta che un giorno il padre
Visi comandò un religioso che portasse “certe sandale” nella camera delle cose comuni. Quel religioso non uddibì. Allora
il venerabile chiese di farlo al detto Fra Antonio e in refettorio mortificò non poco il religioso che non aveva rispettato il
voto dell’obbedienza dicendo: “Padri e fratelli miei preghiamo Iddio per questo nostro fratello che ha un demonio che lo
tenta”.

Le penitenze e le privazioni

Padre Filippo (di questo ne sono certa testimonianza i processi di beatificazione) faceva asprissime penitenze e
mortificava se stesso con grandi privazioni. D. Vincenzo Spieghi ha deposto che nonostante i medici gli avessero
ordinato di mangiare carne anche il venerdì egli se ne privava nel rispetto delle leggi della chiesa. Quando il guardiano
gli faceva preparare qualche cibo in quei giorni egli ne prendeva per non violare il voto d’obbedienza. Egli si umiliava in
refettorio prostrandosi e baciando i piedi a tutti i religiosi. Da superiore invece mostrava una straordinaria dolcezza nel
correggere i difetti che aveva sempre la sua efficacia. Si infervorava quando parlava nella domenica di Passione e nel
giorno di Natale. Sentiva in modo particolare ogni festa della Beata Vergine Maria. Chi lo ascoltava ne rimaneva colpito
e ogni volta che usciva a predicare consegnava al suo ritorno nelle mani del sindaco apostolico cospicue elemosine. Egli
rifiutava il superfluo nel rispetto della santa umiltà e della santa povertà. Mostrava una straordinaria rassegnazione in Dio
accettando con letizia le sue infermità per le quali aveva un solo dispiacere, quello di non poter fare tutto ciò che nei ritiri
era d’uso e di dare fastidio ai confratelli che lo assistevano. Quando fu guardiano ebbe sempre come prima intenzione la
carità ai poveri che “bussavano” alla porta del convento. Fra Antonio da Piasciano ha deposto che il venerabile faceva la
Via Crucis con una corona sulla testa e una Croce sulle spalle. Il venerabile Visi aveva un dono particolare, quello della
parola, egli sapeva infondere tranquillità e coraggio a chi gli poneva per un consiglio il peso delle sue angustie e
preoccupazioni. Quando era in confessionale rivolgeva lo sguardo a Dio come fosse in preda ad una visione. La santa
messa era per il padre Visi un momento particolare della sua giornata.

La santa messa

Per padre Filippo la messa era qualcosa di sublime, egli celebrava con straordinaria devozione rimanendo quasi estasiato
davanti al mirabile sacramento dell’Eucarestia. Donna Maddalena Micarelli ha deposto che quando egli si trovava in casa
sua ebbe modo di vedere con quanto raccoglimento recitava il breviario. Rimase colpita da come rivolgeva gli occhi al
cielo mentre con la medaglia di San Diego benediva l’acqua per gli infermi. Infatti egli ogni otto giorni si recava a casa
della nobildonna per visitarne la madre inferma. Nonostante che la strada per arrivare a palazzo Micarelli fosse lunga ed
angusta e che il cammino non faceva certo bene alla sua salute egli non disdegnava di farlo per confessare l’inferma e
comunicarla. Ogni volta che qualcuno poneva in luce i suoi meriti egli rispondeva: “Ah, poveretto me, che do sempre
ammirazione”. Quasi tutti i testimoni ascoltati dal tribunale ecclesiastico misero in luce la sua straordinaria umiltà e il suo
saper osservare la regola serafica nel pieno rispetto delle clausole dettate da S. Francesco. Soffriva nello stare lontano dal
ritiro e ne parlava con tutti. Parlava con il cuore in mano del modo in cui si viveva e del suo desiderio di terminare lì la
sua vita. Forse l’unica cosa che non accettò mai fu l’imposizione (per ubbidienza) che i superiori gli fecero di lasciare
Bellegra per S. Angelo Romano a causa delle sue precarie condizioni di salute.

Le virtù
La fede

Il venerabile Visi esercitò in modo eroico questa virtù come testimoniano i processi di beatificazione. Qui Fra Leonardo
da Palombara depose che il Visi sia a Bellegra che a Valentano condusse una vita santa e moralmente ineccepibile. E’
padre Luigi da Roma a fornirci più dettagliatamente notizie, egli testimonia che mai udì dire a padre Visi parole contro la
fede, non accettava che si mettessero in dubbio punti dogmatici legati alla tradizione. Una volta mentre era a S. Angelo
Romano nell’udire una persona mettere in discussione una pia credenza andò via dicendo che non voleva più sentire certi
argomenti. Una volta sempre a S. Angelo non riuscendo a far capire ad un fedele una questione di fede si consigliò se
non era il caso di denunciare il fatto al S. Uffizio. Non soddisfatto del suggerimento di padre Luigi da Roma andò a piedi
a Palombara per consultare padre Giovanni Bianchi, un illustre teologo del proprio ordine che li era per prendere “aria
buona”. Devotissimo del SS.mo Sacramento, quando il suo ufficio lo permetteva trascorreva molto tempo in orazione
davanti all’Eucarestia che visitava anche subito dopo pranzo e dopo cena. Osservò alla lettera le rubriche e quando fu
superiore volle che i suoi religiosi facessero lo stesso, se qualcuno non era istruito in tal senso non trovava pace finché
non gli aveva insegnato tutto ciò che sapeva. A mons. Giovanni Cesare Gregna confidò che prima di professare la regola
venne indotto in tentazione contro la fede. Una crisi di spirito che lo dilaniò per circa due anni. Lo disse al prelato una
volta a S. Martino con queste parole: “Io invidio la vostra divozione, ed il non essere voi disturbato dalle tentazioni
intorno alla fede come son io”. La celebrazione della santa messa ci riferisce Fra Leo da Palombara lo impegnava per
molto tempo, anteponeva ad essa una lunga preparazione e dopo l’ “ite missa est” si fermava per lungo tempo a fare
ringraziamento. Diceva che un sacerdote deve almeno stare un quarto d’ora a rendere lode al Signore per il dono
dell’Eucarestia. Dava un grande esempio ai suoi confratelli e li correggeva dicendo tal volta: “Ah, poveri noi, come
anderà il tribunale di Dio”. Nel periodo di Natale trascorreva ore davanti al presepio in fervente preghiera alternata con
lodi al bambino. Era inflessibile sulla conservazione della tradizione, quando alcuni chierici moderni ponevano in
discussione fatti come la venuta di Pietro a Roma o il trasporto della santa casa, ne soffriva. Se vedeva qualche villano in
chiesa col capo coperto o che creava disturbo non riposava se prima questi non si erano calmati. La sua devozione alla
Passione di Gesù lo portava ogni giorno a compiere il pio esercizio della Via Crucis, mai lasciava quest’abitudine se non
per cause dovute al suo officio. Lo faceva nella parte interna del convento a piedi nudi con una Croce sulle spalle e in
testa una corona di spine. D. Vincenzo Spighi ha deposto durante il processo di beatificazione che passando nel coro del
ritiro di Bellegra lo vide con le braccia aperte e gli occhi fissi davanti all’immagine dell’Immacolata, non rispose neanche
alla domanda che il detto religioso gli pose. Rimase per qualche minuto in quella posizione. Dopo un poco parlava
normalmente come niente gli fosse successo. Una visione? Non sta certo a noi stabilirlo.

La speranza

La speranza ha un ruolo predominante nella vita del padre Filippo, le opere di carità sono una costante nella sua breve
vita religiosa: quand’era superiore a Palombara non volle che il sindaco del convento accettasse “limosine” dai
benefattori, rifiutò perfino dodici rubbie di grano lasciate ai suoi padri da Antonio Petrucci per volontà testamentaria.
Dopo essere entrato nell’ordine di Francesco tornò qualche volta a Velletri prendendo alloggio nel convento di San
Lorenzo. Non voleva niente dai suoi parenti rifiutò, come vedremo, per fino delle uova che Cecilia Montagna, sua
cugina, voleva dargli. Non disdegnava le fatiche, nonostante fosse malato e di corporatura gracilina, di porsi sulle spalle
grosse fascine di legna e di fare il bucato per la comunità, lavare e spazzare il convento, lavare i piedi agli ospiti, rifare la
cucina. Non gli pesava, lo faceva con cristiana rassegnazione.

La carità

La virtù della carità fu alla base di tutta la vita di padre Filippo Visi da Velletri, tutto quello che fece fu fatto per il bene
delle anime e a maggior gloria di Dio. Stava sempre attento a non commettere alcuna colpa, era assiduo alla frequenza
del coro, mancava solo quando era in pessimo stato di salute. Anche negli ultimi anni della sua vita nonostante sputasse
sangue, non rinunciava al coro e quando il suo stato di salute gli impedì di salmodiare con i confratelli andò ugualmente e
restando seduto li recitava come poteva. Una volta riprese Fr. Luigi da Roma perché in preda al sonno sbadigliava in coro
e anche quando non era superiore voleva che il Signore venisse servito esattamente. Padre Antonio da Lucimasco ha
deposto che il venerabile Filippo faceva orazione mentale ogni momento giornata. Oltre all’ufficio del giorno recitava
quello della Beata Vergine con una terza parte del Rosario, ogni venerdì faceva la Via Crucis e ogni notte recitava
l’officio dei morti per le anime sante del purgatorio: usciva a portare esempio ai suoi penitenti e ai sacerdoti che da lui
prendevano gli esercizi spirituali, le figure e l’opera dei Santi Tommaso da Cori e Teofilo da Corte. Padre Filippo
visitava frequentemente gli infermi senza guardare alla sua salute, ma si preoccupava di quella degli altri. Fr. Luigi da
Roma ha deposto che avendo saputo che il padre Filippo era a Civitella carico di fatiche lo esortò a scemarle per paura
che ammalandosi non potesse più perseverare nei conventi di ritiro. Padre Giuseppe da Montecompatri ha deposto che
padre Filippo mangiava poco. Per ordine del medico doveva mangiare carne anche nelle vigilie, questo gli dava timore e
imbarazzo e diceva agli altri: “Beati voi che la potete osservare”. Egli infatti molto spesso non potendo fare vita comune
preferiva non scendere in refettorio. Per non dare incomodo ai superiori e ai confratelli spesso scendeva in cucina e si
preparava da solo i suoi miseri pasti. Una volta venne rimproverato dal guardiano perché andava in cucina a prendersi il
cibo senza aspettare che gli venisse mandato. Ne soffrì molto.

L’incontro con la cugina a S. Lorenzo di Velletri

La bella chiesa di S. Lorenzo tenuta dall’ordine dei Frati Minori Osservanti di San Francesco fino al 1988 fu la cornice
sublime e mistica per un incontro che Filippo ebbe con sua cugina Cecilia Montagna. E’ D. Basilio Suzzi confessore del
padre Visi a testimoniarlo nei processi. Il venerabile su licenza dei superiori era nel convento di S. Lorenzo per respirare
“aria buona“ e qui andò la cugina a visitarlo per raccomandargli una nobildonna. Padre Visi rispose che volentieri
avrebbe pregato per lei ma ogni uno doveva portare la sua croce. Nella stessa occasione D. Basilio gli riferì che sua
cugina Cecilia voleva vederlo e che era in chiesa ad aspettarlo. Padre Filippo all’inizio fu restio ad incontrarla ma poi
scese in chiesa. D. Basilio si mise dietro il banco del magistrato ad ascoltare cosa si dicevano. L’incontro avvenne nella
cappella di S. Rosa. Cecilia una volta visto l’illustre cugino si lamentò di essere sola. Padre Filippo rispose: “Come sei
sola ? E’ teco Gesù Cristo e la Madonna ma se brami altra compagnia, poi entrare nel Conservatorio della Madonna
SS.ma della Neve di questa città”. La donna gli disse che aveva portato con se quattro uova ma il venerabile rispose: “Io
non voglio ova, ma unicamente quello che da la tavola del padre S. Francesco”. La cugina pur di averlo qualche ora tutto
per lei lo invitò a pranzo dicendo che aveva pronta una gallina. Padre Filippo rispose: “Io non mangio fuori del
Convento, mi contento della tavola di S. Francesco, della gallina fatene quel che volete”. Allora la donna lo pregò di
orare per lei e gli rispose: “Questo lo farò volentieri ma aiutatemi ancor voi e non vi fidate totalmente delle mie
orazioni”. Detto questo si abbassò il cappuccio e tornò in convento lasciando la cugina in lacrime. D. Basilio rimase
edificato nel vedere tanto distacco dai propri parenti, segno che ormai egli apparteneva solo a Dio e a San Francesco.
Anche Cecilia Montagna rese testimonianza nel processo dell’incontro confermando quanto già deposto da don Basilio.
Fr. Ignazio Maria da Carciano ha deposto per testimoniare con quanta gioia tornava nei conventi di ritiro ogni volta che i
superiore gli davano licenza di farlo. Nonostante la tisi che ormai lo stava uccidendo, egli si batteva regolarmente tre
volte la settimana. Tanta era la sua devozione alla Passione di Nostro Signore che si sottoponeva a grossi sacrifici
corporali nel periodo di Pasqua.

La Passione di Gesù

Padre Francesco da Carfagna ha deposto con quanta immedesimazione vivesse la settimana santa. Portava a piedi scalzi
due travicelli legati a forma di Croce con i quali faceva la Via Crucis in chiesa. In quaresima lo stesso atto di penitenza lo
faceva nella selva dietro il convento. Nonostante fosse sacerdote faceva con letizia di Spirito i lavori propri dei fratelli
laici. Andava a fare la cerca in paese. Amava la solitudine fatta eccezione della ricreazione in comune dopo pranzo e
dopo cena. Negli altri momenti della giornata stava sempre ritirato o a leggere o a pregare. Quando venne mandato di
famiglia a Talentano, mentre ancora il convento era in costruzione, trovò tanto disturbo alla sua quiete che chiese di
essere trasferito in altro luogo. Fr. Benedetto da Cerano ha deposto che mentre era col padre Filippo a Palazzolo per il
capitolo generale egli manifestò il suo desiderio di tornare a Velletri. Mentre erano in viaggio un violento temporale li
bloccò a Nemi. Padre Visi disse: “E’ segno che Dio non vuole che andiamo a Velletri”. Cessata ogni pioggia non volle
più proseguire.

Quella Crostata

Fr. Jacopo da Terratia ha deposto che dopo la sua professione accompagnò il venerabile al ritiro di Valentano dove era
stato nominato vicario. A Viterbo un benefattore del convento diede a padre Filippo mezza crostata. Egli la prese non
certo per se stesso ma per il giovane fratello che era con lui. Poche miglia dopo la città incontrarono un poveretto, un
mendicante molto anziano e malconcio di salute. Padre Visi dopo averlo salutato e abbracciato disse: “Frate Jacopo noi
stiamo bene, chi sa come starà questo povero uomo, ha più bisogno di noi diamogli quella crostata”. Fra Jacopo con
molta consolazione gliela diede. Il poveraccio restò molto allegro e nel lasciare il padre Filippo disse: “Dio vi
accompagni, siate benedetto, pregate Dio per me”. Fr. Pietro da S. Damiano invece ha deposto che il Visi era premuroso
e affabile con i suoi religiosi tanto da capire quando questi erano in grave crisi o tentati. Una volta fu lo stesso venerabile
ha confidare al citato Fr. Pietro di essere stato tentato: “Vedi Fra Pietro io provo tentazioni grandi, ma bisogna avere
pazienza e confidare in Dio, fatevi animo, state allegramente”. Una volta Fr. Pietro andò a trovarlo in cella per
confidargli un suo stato di salute morale e padre Visi gli rispose dicendo: “Questa mattina anche sull’altare mi son venute
brutte tentazioni: ti dico queste cose acciò ti facci animo”.

L’apostolo del confessionale

Il padre Filippo era un vero apostolo del confessionale egli vi trascorreva gran parte della sua giornata. Di questo sono
concordi quasi tutti i testimoni che hanno deposto al suo processo di beatificazione. Molti erano i penitenti che amavano
confessarsi da lui perché riusciva con paterne parole a correggere gli errori. Tutti rimanevano affascinati dalla sua
oratoria. Anche i frati del convento, quand’era superiore, rimanevano estasiati dal modo con cui faceva loro l’orazione
spirituale in capitolo. Una volta durante la messa della notte di Natale al ritiro di Palombara infervorò talmente la gente
che usci dalla chiesa con le lacrime agli occhi e come aveva detto loro tornarono nelle loro case recitando il rosario.
Mentre era a San Angelo Romano l’arciprete D. Generoso De Martinis si sentì male e un suo novizio corse a chiamarlo
affinché gli amministrasse l’olio santo. Padre Filippo nonostante la sua salute gli avesse sfiancato notevolmente le forze
non lasciò che quel sacerdote morisse senza il sacramento. Poi rivolto al novizio disse: “Sii benedetto, sii benedetto”. Il
segno evidente della sua carità e di quanto gioisse di aver mandato in cielo quell’anima benedetta dalla grazia di Dio.

Gli ultimi anni a S. Angelo Romano

Il venerabile Visi, ha sempre esercitato in grado eroico la virtù della prudenza, egli badava che dalla sua bocca non
uscisse mai parola che potesse offendere o scandalizzare il prossimo. Il governatore di Palombara faceva tesoro dei
consigli di padre Filippo. Quand’era superiore fu sempre amato e stimato dai suoi frati che lo giudicavano un santo
uomo. Una volta mentre la comunità stava per andare a pranzo venne una persona a chiedere di andare ad associare un
cadavere. I frati si rimisero al giudizio del guardiano. Padre Filippo diede in escandescenza e poi dopo aver fatto la
benedizione della tavola rimase in ginocchio al centro del refettorio per accusare la colpa. Riprese il cucinaro che in
tempo di digiuno aveva dato i fagioli per minestra. Una volta in tempo di carnevale bussarono al Convento per dare delle
“limosine” in cose commestibili. Il Visi le prese ma poi gli sembrò di averle accettate in abbondanza e si consigliò con i
religiosi se doveva mandar via quelle cose. Era di un umiltà edificante e quando parlava con una donna, una sua penitent,
lo faceva sempre ad occhi bassi con la faccia rivolta altrove. Quando doveva riprendere qualche religioso lo chiamava nel
capitolo delle colpe. Non mancava mai agli atti comuni e a volte per accusare le sue colpe tardava ad andare in refettorio
e poi compariva con la mordacchia alla bocca o con una macinella di pietra legata al collo.

Il convento di S. Angelo Romano

Padre Filippo Visi quando aveva ormai cinquant’anni venne mandato dai superiori nel convento di S. Angelo Romano
perché la tisi polmonare di cui soffriva da anni si stava ormai acutizzando facendo presagire ormai prossima la fine. Era
l’anno 1750 quando il nostro venerabile concittadino lasciò Civitella per raggiungere la terra di Tivoli. Qui soffrì la sua
malattia con una cristiana rassegnazione e fino a quando rimase nei ritiri rispettò sempre per intero le mortificazioni, le
discipline, i digiuni e le astinenze comuni. Finché il suo stato di salute lo permise egli volle dormire con indosso l’abito
religioso, quando il male lo soffocava diceva: “lasciamo fare a Dio”. Soffriva la sua malattia offrendola al Signore e mai
volle togliersi di dosso il saio fino a quando il Signore lo chiamò a se il 19 maggio 1754. Faceva delle penitenze
asprissime, a tavola arrivò perfino a mangiare carne guasta. Questo accadde quando era di famiglia a Bellegra, a chi gli
domandasse come potesse rispose: “Vermini con vermini, così si castiga la golaccia”. A volte per rendere più disgustoso
il cibo usava porvi della cenere. La sua scodella era stomachevole anche a lavarla. La cella di padre Filippo era
poverissima, non vi stava nulla di superfluo. Una volta restituì al guardiano un calamaio d’ottone che pure gli
apparteneva essendo la sola cosa che era rimasta della sua vita secolare perché lo riteneva troppo lussuoso. Fr. Luigi da
Roma nei processi di beatificazione ha deposto che dopo la sua morte aveva chiesto un paio di mutande per conservarle
come reliquie. Gli venne dato un frammento di esse cucito con tre pezze, una sopra l’altra, segno tangibile della sua
straordinaria povertà. Rinunciava alle cose del mondo, per lui la povertà era di una straordinaria, determinante
importanza. Se qualche benefattore gli mandava qualcosa da mangiare la offriva al superiore perché ne godessero tutti i
religiosi. Fra Leone da Palombara ci racconta un episodio commovente. Una sera passando davanti alla cella del
venerabile Filippo vide che questa era al buio e volendo accendere il lume si sentì rispondere dal Visi: “No Fra Leone
mio, io mo non ho portato lume in stanza e non ho da render conto a Dio dell’oglio consumato la notte”. Era gelosissimo
della povertà, voleva che i religiosi osservassero le costumanze del ritiro secondo egli esempi di San Tommaso da Cori e
di Teofilo da Corte. Non voleva che i suoi frati cercassero le “limosine” se non quelle necessarie. Una volta mentre era a
Palombara i cercatori facevano la “questua” del vino. Egli informatosi di quanto ne bastava per i bisogni del comunità
ordinò che si sospendesse ogni cerca. La sua umiltà lo portava a pregare il Signore affinché non gli dessero cariche
all’interno della comunità, faceva del tutto per nascondere le sue doti. Una volta mentre egli era al centro dell’altare
intento a presiedere una funzione per l’Immacolata, un sacerdote nonostante che egli avesse intonato l’oremus gli impedì
di recitarlo precedendolo dal coro. Finita la funzione in sagrestia incontrò quel sacerdote chiamandolo per nome, si
dogliò di questa mancanza aggiungendo che per lo più il servizio era anche in pubblico. Quel sacerdote si mostrò molto
alterato nel dire che non sapeva che il padre Filippo era già al centro dell’altare per recitare l’orazione. La mattina
seguente padre Visi volle riconciliarsi con quel religioso per lo scrupolo di averlo offeso e non volle salire all’altare
prima di averlo incontrato. Questi quando vide il padre Visi in lacrime che lo pregava di perdonarlo rimase estasiato da
tanta umiltà e delicatezza di coscienza. Una volta si inginocchiò davanti ad un fratello laico perché, al contrario di un
altro, aveva dato un giusto consiglio in merito ad una fabbrica da farsi in convento. Frate Benedetto da Gerano ha
deposto nei processi che mentre era internamente tentato di lasciare Palombara per Valentano padre Visi gli disse: “Fra
Benedetto tu sei tentato dal demonio, qualche tentazione ti va per il capo, tu mi vuoi lasciare ed andare in Valentano. Fa a
mio modo non partire da Palombara”. Il venerabile non sapeva niente delle intenzione del suo confratello. Ormai siamo
alla fine, la tisi è ad uno stadio gravissimo. Padre Filippo è spesso privo di forze. I superiori decidono di trasferirlo
nell’infermeria dell’Aracoeli dopo un breve soggiorno nel convento di Valmontone. Partendo da S. Angelo Romano,
congedandosi dai confratelli, disse che non sarebbe più tornato in quel convento. Infatti morirà dopo pochi giorni dal suo
arrivo a Roma.

Muore all’Aracoeli il 19 maggio 1754

La morte del padre Filippo Visi è testimoniata nei processi dal padre Maurizio da Pianisi che all’epoca era studente in
teologia nel convento di Santa Maria in Aracoeli. Il detto religioso andò a fare assistenza al venerabile sostituendo un
confratello impedito a farlo. Padre Visi gli chiese di raccomandarlo a Dio e di pregare nella messa per l’ anima sua
essendo il corpo ormai una schifezza. Mentre lo assisteva, padre Maurizio gli suggerì qualche sentimento spirituale, si
riposava e poi pregava con grande ansietà che gli venisse suggerito altro intendimento. Quattro ore prima di morire disse
che gli veniva sonno, il religioso che assisteva i moribondi disse che era il sonno della morte. Gli venne dato il viatico e
prima di ricevere il sacramento chiese perdono a tutti. Quando un confratello lo confessò aveva gli occhi rivolti al cielo,
con la bocca ridente baciando devotamente il Crocefisso. Morì in pace il 19 maggio 1754 all’ età di 50 anni.

I suoi funerali

Secondo l’uso dell’ordine Minore, il cadavere venne subito rivestito dell’abito e portato nella cappelletta dell’infermeria.
Aveva un labbro gonfio, aveva un bel colorito e una posizione che ispirava devozione. Il corpo non manifestò mai il rigor
mortis e la faccia più passava il tempo e più assumeva un colorito bellissimo. Padre Giovanni Battista ha deposto che
appena il corpo del padre Visi fu portato nella basilica di Aracoeli, la gente lo circondò di affetto e devozione, gli baciava
le mani e dava altri segni della loro privata devozione. Due ragazzi che nessuno vide più gli tagliarono un pezzo del
cordone e uscirono per Roma gridando: “all’Aracoeli è morto un santo”. Crebbe tanto il concorso di popolo che fu
necessario chiudere il cadavere in una cappella con il cancello per evitare che restasse nudo. Il corpo venne rimesso in
chiesa il giorno seguente ma fu necessario richiuderlo nuovamente nella stessa cappella per salvarlo dalla folla che
tagliava i pezzi del suo abito per averne delle reliquie. Venne rivestito di nuovo. Dal giorno della sua morte fino alla
sepoltura si ottennero per sua intercessione numerose grazie e miracoli. Frate Francesco dalla Garfagnana ha deposto che
mentre il padre Visi era esposto in chiesa delle persone gli asciugavano il sudore che prodigiosamente gli usciva dalla
fronte. Mentre il corpo era ancora disteso in chiesa una donna gli baciò i piedi e lo pregò per il figlio “cionco”. Il piccolo
cominciò subito a camminare. Una ragazza che camminava con le stampelle si distese sopra il cadavere del venerabile e
dopo averlo baciato per due volte fu subito sanata dalle sue infermità. Padre Giuseppe da Roma ha deposto nei processi
che quando si avvicinò al cadavere del padre Filippo per tagliargli un pezzo del cappuccio lo trovò ancora caldo
nonostante fossero passate circa otto nove ore dalla morte. Padre Filippo venne sepolto davanti alla cappella di San
Giacomo vicino alla scala del pulpito. Anche dopo la morte e la sepoltura il concorso di popolo nella basilica di Santa
Maria in Aracoeli durò a lungo per implorare dal padre Visi grazie e miracoli che non tardarono ad arrivare.
Torna a Bellegra

L’ 8 luglio 1972 da Santa Maria in Aracoleli il corpo del venerabile Filippo venne portato a Bellegra e consegnato al
guardiano del ritiro. Erano presenti il promotore della fede padre Rafel Perez, l’abate ordinario di Subiaco D. Egidio
Gavazzi, il cancelliere abbaziale D. Benedetto Cacchioni e altre autorità dell’ordine Minore e dell’ex diocesi di Subiaco.

TRADUZIONE DELLA TARGA DI MARMO CHE CHIUDE IL SEPOLCRO DEL VEN VISI A BELLEGRA

“Qui riposa il Ven. P. Filippo Visi O.F.M., che incontrò la morte a Roma nel convento di Aracoeli il 19 maggio 1754 e il
cui corpo fu trasportato in questo sacro ritiro nel quale da vivo dimorò per qualche tempo mentre avrebbe voluto
dimorarvi per tutta la vita. 8 luglio 1972”

Grazie e miracoli dopo la sua morte

Dopo la morte del padre Filippo si sono verificati molti e strani prodigi che hanno determinato l’indizione del processo
canonico per il riconoscimento eroico delle virtù. Nel settembre del 1754 padre Filippo apparve ad una terziaria del
convento veliterno di San Lorenzo. Questa si chiamava Anna Caterina Vasconi. Il confessore di questa giovanetta padre
Pio da Poggio gli consigliò di ricorrere alle preghiere del padre Visi per fugare le sue tentazioni contro la fede, la purità e
la bestemmia. Una mattina mentre era ancora a letto ma sveglia vide entrare un religioso francescano il quale la salutò
dicendo: “Deo Gratis” poi domandò “Mi conoscete?”. La Vasconi esclamò: “Siete il padre Filippo, oh pregate Dio per
me, che ne ho tanto bisogno…”. Padre Visi gli fece un segno di Croce verso la gola che istantaneamente guarì e
continuò: “Sorella questa è la volontà di Dio, che queste cose patiate e state preparata a maggiori combattimenti. Ma siate
certa che la grazia di Dio non vi mancherà ogni qualvolta cercate di amarlo. Patite pure allegramente che quanto più si
patisce quaggiù tanto più grande è il premio che vi preparato in paradiso… Così è accaduto a me. Se mentre ero al mondo
ho sofferto infermità e altre tribolazioni ora ne sto godendo il premio lo stesso accadrà a voi”. La Vasconi allora gli
chiese cosa avesse potuto fare per amare maggiormente il Signore, padre Filippo gli raccomandò l’esercizio eroico delle
virtù in particolare quella dell’umiltà. Dopo averla benedetta scomparve non prima di avergli vietato di manifestare la
visione. Gli apparve di nuovo nel 1755 e nel 1756 per salvarla dalle suggestioni diaboliche. Nel mese di luglio del 1754
Antonia Ricci, moglie di Nicola Valeri, mentre stava vedendo la processione della Madonna del Carmine venne colpita
da un grave malore. Il dr Pier Paolo Manciocchi che la visitò la giudicò affetta da febbre acuta con convulsioni
epilettiche. Gli prescrisse dei salassi ma non accadde niente. Dopo dieci giorni era in fin di vita, il marito si fese dare da
Cecilia Montagna una lettera scritta di pugno dal padre Filippo. Dopo averla applicata con fede all’inferma vide che
questa guarì miracolosamente. Il medico la mattina seguente la trovò guarita e in ottimo stato. Nei processi il dr
Manciocchi disse: “la scienza non trova spiegazione alcuna”. Giuseppe Greco guarì da un erpete fierissimo alla coscia
che i medici avevano dichiarato inguaribile. Fu padre Bernardino da Velletri a invitarlo a pregare il padre Visi. Il
prodigio avvenne dopo che questi aveva inghiottito nell’acqua alcuni filamenti del saio di padre Filippo e applicata sulla
parte malata la lettera autografa in possesso di Cecilia Montagna. Il figlio di Ponziano Calderoni non prendeva il latte
dalla balia e i medici avevano fatto un cattivo pronostico per questa malattia. Ma venne pregato il Ven. Visi e dopo
l’applicazione di un pezzo del suo mantello sul piccolo questi prese a succhiare il latte. Padre Francesco da Vallico
mentre dimorava nel convento di San Lorenzo di Velletri cadde procurandosi una brutta frattura con la rottura di una
arteria. I medici invano cercavano di bloccare l’emorragia, tanto che stavano per ricorrere al rimedio del fuoco. Padre
Demetrio da Roma applicò con fede sulla parte offesa un pezzo dell’abito del padre Visi e il sangue cessò di uscire. Padre
Francesco in pochi giorni tornò alla vita normale anche se i medici dicevano che ci sarebbero voluti mesi. Teresa Ferrari
affetta da emorragia uterina era ormai prossima alla morte. Per suggerimento del marito pregò il padre Filippo e in quel
momento guarì. Loreta Caiola affetta dalla stessa malattia guarì dopo che il venerabile gli apparve ponendole una mano
sulla fronte. Colomba Ferrari affetta da ulcere alla gola guarì dopo l’applicazione di una lettera del Visi una paralisi nello
stesso modo anche Caterina Ferrari.

Il Cardinale Stefano Borgia faro della cultura del XVIII secolo

Quando si scrive di un personaggio, si cerca di scoprirne gli aspetti personali e privati, alla fine dopo aver consultato tutto
ciò che gli è appartenuto si ha la sensazione di averlo conosciuto e di aver intrattenuto con lui lunghi colloqui. Il
Cardinale Stefano Borgia per molti aspetti non mi ha dato molto spago ma non si è nascosto alla mia voglia di conoscerlo
e di apprezzare la sua vastissima cultura faro degli intellettuali del XVIII secolo. Stefano Borgia stupisce ancora oggi,
nonostante siano trascorsi più di due secoli dalla morte, per la sua straordinaria cultura che è stata veramente
un’avanguardia,per i suoi contemporanei. Siamo davanti alla vita di un uomo, di un principe della chiesa, che nel XVIII
secolo, quando il Pontefice deteneva ancora il potere temporale, parlava di diaoplogo tra le culture del nuovo mondo e la
chiesa cattolica. Di due secoli venivano anticipati i dettami del Concilio Vaticano II. Velletri grazie alla “tigna” del Dr.
Luca Leoni è riuscita a riavere dopo due secoli le spoglie di questo grande uomo che dal 29 Novembre 1804 riposavano
nella cripta della Cappella del Sacro Cuore della primiziale di Lione. Un privilegio che pochi hanno capito, e che pochi
hanno apprezzato. Si è trattato di un avvenimento memorabile che ha posto fine ad un “esilio” in terra straniera di un
uomo che a Velletri. ha dato lustro a livello europeo. Mercoledì 13 Febbraio 2002, quando a bordo del furgone di
Graziano Comandino, il feretro del Borgia è tornato nella sua terra natia, un fremito ha attraversato il corpo di chi oggi
scrive. Il “ figliol prodigo” tornava Velletri vedeva tra le sue mura il corpo di quel grande,che nel XVII secolo,aveva fatto
del palazzo di famiglia ( lungo l’ attuale Via Borgia) una vera fucina di studi, attorno alla celebre collezione antiquaria.
Stefano Borgia tornava a casa ad accoglierlo il Sindaco Bruno Cesaroni,una sparuta rappresentanza di cittadini e
consiglieri comunali. Tornava un principe, e la città non era a riceverlo. Sono rimasto veramente allibito. Poi, invece, nei
giorni successivi nel Tempietto di Santa Maria del Sangue ininterrotto è stato il pellegrinaggio dei veliterni. Tutti
desiderosi di sapere, di conoscere la vita dell’illustre. Un privilegio toccato a chi scrive e all’amico Giorgio D’Urso. Di
questo ringrazierò per sempre l’amico Luca Leoni. A Lui dico che la buon anima è stata zitta ma ha parlato attraverso i
suoi manoscritti e queste pagine che non vogliono essere certamente il frutto di un professionismo borgiano sono il mio
tributo di ammirazione per il nostro cardinale. Ho cercato di raccontarlo come uomo e non come studioso, spero di aver
fatto cosa gradita ma soprattutto lungi da me irritato chi del cardinale si fa bandierache nemmeno ha avuto il coraggio di
firmare il registro dei visitatori al tempietto del Sangue dove la salma è stata esposta dopo il suo ritorno in patria.
L’amata patria diceva il Borgia e proprio la sua gente gli ha dato il caloroso benvenuto. Come ripeto mi sono interessato
a Stefano Borgia per ultimo e forse sono arrivato troppo tardi. Ma credo e lungi da me il peccare di presunzione di aver
trovato nell’uomo Borgia un modello ancora attuale. Una concezione di pensiero che va al di là delle concezioni del suo
tempo. Il Cardinale mi ha stupito e continuerà a stupirmi perché egli parlava già della necessità di ordinare nei luoghi di
missione vescovi locali. Siamo davanti ad una meta raggiunta solo dopo il Vaticano II esattamente due secoli dopo nel
sistema evangelizzatore della Chiesa di Roma. Sicuramente per il suo modo di pensare e le sue ampie vedute il Borgia
all’interno del Sacro Collegio fu definito dai suoi nemici “ o’ matto de Velletri”. Siamo certi che tra lui e Pio VI
( Braschi) non corresse buon sangue. Di questo il Borgia non era preoccupato a fatto, anzi ne faceva lo sprone per andare
avanti e non si fermava certamente quando altri cardinali si scandalizzavano nel vederlo con idoli indiani in casa. Uno
che aveva visto tutto e subito era il Cardinale Borgua, questo affascina maggiormente di lui. La biblioteca comunale di
Velletri “ la pubblica libreria” come veniva chiamata dal Cardinale conserva nel suo fondo antico,una cospicua mole di
manoscritti e di documenti che permettono di definirne la complessa personalità. Di questo dovremmo essere grati ad
Augusto Tersenghi che riuscì a farsi donare l’archivio di famiglia dall’ultimo Borgia per versarlo nel fondo della
Biblioteca di cui era direttore. Il fondo rivela una personalità straordinaria ma per tanti aspetti difficile da interpretare. Mi
spiego. L’ultimo periodo della sua vita il Cardinale Stefano Borgia lo trascorse esule nel settentrione d’Italia, fu costretto
a lasciare Roma e la Congregazione de Propaganda Fide a causa dell’ occupazione francese dello stato pontificio. Visse
dal 1798 al 1801 nella più completa miseria e solitudine. Questo inasprì non poco il suo carattere, poi il viaggio verso
Parigi che gli costò la vita.Mentre sul trono di Pietro,sedeva Clemente XII (Lorenzo Corsini),a Velletri Maddalena
Gagliardi moglie del Conte Camillo Borgia il 3 Dicembre 1731 dava alla luce un maschio che il curato di S.Clemente
battezzó col nome di Stefano.Il piccolo venne istradato dal padre,al culto delle lettere e alla passione per l´antiquaria,che
sviluppó come vedremo nella raccolta di famiglia iniziata sul finire degli anni ottanta del XVII secolo da Clemente
Erminio suo nonno.

Dallo zio Alessandro a Fermo

Nel 1740 il piccolo Stefano che aveva appena nove anni viene mandato dallo zio l´arcivescovo Alessandro a Fermo.Qui
viene formato allo studio delle littere e inizia ad occuparsi di storia redigendo la sua prima opera,il Monumento a
Giovanni XVI che viene dato alle stampe nel 1750 mentre Stefano diviene membro dell’Accademia di Cortona che due
anni piœ tardi lo elegger suo lucumone.Nel 1751 anche l’Accedemia di Fermo fondata dallo zio lo iscrive tra i suoi
membri.Nel 1755 lo far anche l´Accademia di Palermo.Completa i suoi studi teologici e nel 1752 consegue la laurea.Il
suo corso prosegue con il Diritto Canonico che nel 1757 gli fará conseguire il dottorato alla Sapienza.Assume dopo aver
istruito il processo per la sua nobiltá assume lïabito prelatizio e con sommo decoro fu iscritto fra i presuli della chiesa
romana.Da questo almo collegio vengono scelti i Nunzi apostolici,i pretori della cittá,i prefetti dell´erario pontificio,i
moderatori del governo delle cittá di S.Pietro,i curatori delle vie consolari,i prefetti dell´annona,ed altri pubblici rettori.

Governatore di Benevento

Nel 1759 Benedetto XIV lo nomina Prefetto dellïUrbe e lo invia governatore di Benevento é questo il suo primo incarico
ufficiale preludio di una luminosa carriera fino all´elevazione alla porpora con il titolo presbiterale di S.Clemente.Qui
non trascura le sue passioni infatti redige e consegna alle stampe le Memorie Istoriche della Pontificia Cittá di Benevento
dal secolo VIII al secolo XVIII.Inizia anche il lungo epistolario,oggi prezioso strumento di studio per capire la complessa
personalitá dell´illustre veliterno.Promosse e valorizzó l´agricoltura e il grano che sono le risorse della provincia
beneventana.Amministró con parsimoia e dilegenza tanto che durante una forte carestia che mise in ginocchio perfino
Napoli il suo territorio non ebbe alcun problema distruendo con saggezza i viveri allontanó dalla cittá la fame.Con un
editto ordinó ai fornai di non vendere pane fresco ma bensí quello che estratto prima dal forno si era indurito.Con questo
modo di fare egli arrestó la voracitá del popolo,e il desiderio di mangiare pane,senza sottrarre l´alimento necessario per la
vita,ma lasciandolo assolutamente immutato.Promosse a Benevento molti restauri di monumenti.Era qui quando a Fermo
moriva suo zio Alessandro una perdita che lo colpisce profondamente sono proprio riferite a questo lutto le prime lettere
private giunte fino a noi.Leggendole si tocca con mano il dolore del giovane governatore per la perdita della sua guida
morale e spirituale chiede di far stampare una orazione funebre a nome del fratello Riccardo dice di aver fatto celebrare
3660 Messe e di stare organizzando un solenne pubblico funerale.In altre lettere chiede un bozzetto della testa per fare il
ritratto dell´illustre Arcivescovo e dice di volerne iniziare la vita.

Viene richiamato a Roma

Nel 1764 Stefano Borgia viene richiamato a Roma per volere di Papa Clemente XIII.Appena arrivato nella cittá eterna
viene nominato segretario della Congregazione per le indulgenze e delle SS.Reliquie.Il nuovo incarico a cui é chiamato é
meno faticoso del precedente,questo gli permette di dedicarsi di piú alla sua passione letteraria e pensa ad una
monumentale opera ed inizia a raccogliere materiale per realizzare la Storia Nautica della Dominazione Pontificia lavoro
che non vedrá mai la luce tanto che Paolino da S.Bartolomeo nella Sinossi dice di aver visto in due volumi il materiale
raccolto.Nel 1765 viene iscritto all´Accademia di S.Luca pur non essendo un pittore l´antico sodalizio romano lo accolse
per lo zelo con cui seguiva le arti,fu cesore dell´Accademia Teologica Romana,nel 1769 pubblica il terzo volume della
storia di Benevento.Nel 1770 viene nominato Segretario della Congregazione de Propaganda Fide quest´ulteriore
incarico cambió la sua vita,il lavoro lo assorbe totalmente ma nello stesso tempo studia l´enorme archivio della
Congregazione.Studia facilitato dal suo ruolo il mondo orientale e tramite i missionari incrementa la raccolta di famiglia
pubblica nello stesso periodo numerose piccole opere divulgative dei reperti in essa contenuti.Nel 1788 per esplicita
richiesta di Pio VI pubblica la Storia del Dominio della Sede Apostolica nei regni delle due Sicilie.

Creato Cardinale

Il 30 Marzo 1789 Stefano Borgia viene creato cardinale col titolo presbiterale di S.Clemente da Pio VI. Dopo l´uscita
della sua Difesa del Dominio Temporale della Santa Sede Apostolica nelle due Sicilie in risposta alle scritture pubblicate
in contrario cade malato in casa Cambiasi vicino al Quirinale.Il suo fu un forte mal di petto causato dall´umiditá
proveniente dal giardino sottostante.Borgia ebbe febbre altissima tanto che il medico personale De Massimi ebbe molto
da fare per placarla.P.Paolino da S.Bartolomeo gli amministró il viatico,dopo venti giorni il morbo iniziava a
calmarsi.Pio VI dopo la morte del Cardinale Francesco di Carrara di Bergamo gli conferí la sorveglianza su tutti gli
orfanotrofi dello stato.

L´occupazione francese e l´esilio

Nel 1797 i contrasti tra la Santa Sede e la Repubblica di Francia divennero piú accesi poiché era stato ucciso in una
rivolta popolare il Tribuno Duphaut,Pio VI affidó il governo di Roma in questo particolare periodo al Cardinale Stefano
Borgia.Il 20 Febbraio del 1798 il Papa abbandona Roma mentre Borgia ed altri cinque porporati vengono arrestati alle
Convertite,non prese niente al momento dell´arresto ma solo una vecchia moneta che aveva comprato per il museo
veliterno.Dopo due giorni vennero condotti in un convento di Padri Predicatori a Centocelle e d´allora sia Borgia che gli
altri porporati furono isolati.Il 28 Marzo del 1798 furono liberati a patto che lasciassero lo Stato Pontificio.Stefano
Borgia fece vendere molti oggetti della sua camera romana e con il ricavato andó avanti ma non toccó mai il museo di
Velletri che protesse sempre cercando di salvaguardarne l´integritá

Padova

L´esilio inizió in mare su una fragile imbarcazione che lo portó nel porto di Livorno dopo non poche peripezie.A
rieceverlo alcuni amici e dei mercanti danesi che gli offrirono oro e denari.Borgia non prese nulla confidando che i 300
denari d´argento inviategli dall´amministrazione di casa a Centocelle bastassero per il viaggio verso Padova.Si diresse a
Firenze dove visitó alcuni confratelli di sventura e il Museo del Gran Duca D´Etruria.Dalla cittá gigliata si diresse a
Bologna e da qui a Rovigo,durante il viaggio non gli furono risparmiati insulti e vessazioni.Il Cardinale dovette
addirittura nascondersi sotto il nome di Abate Borgia per attraversare alcuni gruppi di soldataglia.Ferrara gli fece
conoscere la prigione,un soldato avido di denaro lo rapisce per rinchiuderlo in un tugurio.A Padova poté di nuovo
dedicarsi allo studio delle lettere,riprese anche il suo lavoro curando con sollecitudine le Sacre Missioni di tutto il
mondo.Il Re di Danimarca gli invia a Padova mille denari d´argento in moneta locale.

Il Conclave di Venezia

Morto Pio VI (Gianangelo Braschi) i Padri Cardinali dovettero riunirsi a Venezia per dargli un successore.Il Conclave fu
lungo e duro tanto che dopo tre mesi ancora non c´era l´accordo su un nome.Stefano fu tra i papabili piú favoriti tanto che
raggiunse i 17 voti.Venne peró eletto il Cardinale Luigi Barnaba Chiaramonti che regnó col nome di Pio VII era il 14
Marzo 1800.Il 29 Giugno dello stesso Festa dei Santi Pietro e Paolo il Papa é di nuovo a Roma e con lui anche il
Cardinale Borgia.Il nostro venne messo a capo della Congregazione Economica,venne nominato Prefetto della
Congregazione dell´Indice e nel 1802 Prefetto della Congregazione de Propaganda Fide.

Gli ultimi anni

Nel mese di Ottobre del 1804 Pio VII lo invita mediante lettera ad accompagnarlo a Parigi per l´incoronazione di
Napoleone Bonaparte.Accolse l´invito con gioia scrive P.Paolino nella sinossi ma consapevole di non tornare disse
bisogna dare la pelle al Papa.Partirono il 3 Novembre con lui oltre Pio VII anche il Cardinale Antonelli,Braschi degli
Onesti,Fesch ed altri.Viaggiavano su seggi provvisti di tettoia,Borgia iniziava a soffrire le angustie del viaggio,l´umiditá
dell´aria fu la sua peggior nemica tanto che a Torino inizió ad accusare dolori.Non volle fermarsi ma sopratutto non volle
alcun medico.Si portó la malattia addosso fino a Lione,qui cadde malato e fu costretto a mettersi a letto.Intervennero i
medici del Papa si tentó di tutto per far scendere la febbre,ma ormai era grave catarro e liquido polmonare gli bloccavano
il respiro e la voce era in chiaro pericolo di morte.Pio VII venne informato immediatamente.Muore il 23 Novembre 1804
giorno sacro al Pontefice Clemente I

Copia delle lettere autentiche contenute nella cassa plumbea che racchiude il corpo dell´eminentissimo Cardinale Borgia

Nell´anno del Signore millesimo ottocentesimo quarto,nel giorno vigesimo ottavo di novembre,Noi sottoscritti Vicari
Generali dell´Eminentissimo Cardinale Fesch,arcivescovo di Lyon,Vienne ed Ebrodun,abbiamo chiuso in queste teche
plumbee il corpo,il cuore e le viscere dell´Eminentissimo Cardinale Stefano Borgia il quale,diretto a Parigi insieme al
Sommo Pontefice Pio VII,fu colpito da grave morbo a Lyon,e nel Palazzo Arcivescovile cessó di vivere il giorno
vigesimo terzo dello stesso mese,all´incirca alle ore sei pomeridiane.Portate a termine le consuete cerimonie
ecclesiali,abbiamo munito le suddette tre teche del sigillo arcivescovile e le abbiamo deposte nella cripta di una cappella
della Chiesa Metropolitana che é la quarta sulla sinistra contanto dall´ingresso principale,da tempo dedicata a S.Michele
Arcangelo.

Benaud,Vicario Generale Courbon,Vicario Generale

- Il ritorno a casa -

Nel 1995 il Vescovo Mons.Andrea Maria Erba durante una conferenza sulla figura del Borgia espresse il desiderio che la
salma tornasse a Velletri.Appello raccolto dal Sindaco Bruno Cesaroni dopo che Sua Eccellenza lo ha lanciato di nuovo
in occasione dell´inaugurazione della mostra borgiana nel 2001.Tutto é stato affidato al Dr.Luca Leoni che con
caparbietá mi sia consentito forte della tigna velletrana ha iniziato un lungo cammino burocratico per arrivare alla
meta.Non é stato facile,ma nel mese di Febbraio del 2002 grazie al contributo determinante di Graziano Comandini la
salma del Borgia é stata estumulata dalla primiziale di Lione e condotta a Velletri dove ad attenderla c´era il Sindaco
Cesaroni e una spauita rappresentenza della cittá.Il 24 Febbraio del 2002 il Vescovo Andrea Maria Erba ha celebrato una
Solenne Santa Messa in suffragio del Borgia il cui feretro qualche giorno dopo é stato tumulato nella camera sepolcrale
della Cappella di S. Vincenzo De Paoli una volta di juspatronato della famiglia Borgia.Ora riposa davanti alla sua e
nostra Madonna delle Grazie.

Relazione giunta da Lione della malattia,morte e funerali di Sua Eminenza il Signor Cardinal Stefano Borgia

Sua Eminenza,giunse a Lione ammalata il Lunedí 19 Novembre 1804.Ricevé dalle mani di Sua Eminenza il Signor
Cardinale Antonelli il Santissimo Viatico nel giorno seguente Martedí e l´estrema unzione dalle mani del Reverendissimo
P.Fontana suo confessore,il quale gli diede ugualmente la benedizione papale con l´indulgenza plenaria il giovedí
susseguente.Sua Eminenza é stata in sentimento fino all´ultimo respiro;non si é lasciato di sfuggire alcun segno d
´impazienza,di disgusto,né di rincrescimento di morire.Tutto in Lui há manifestato la sua intiera rassegnazione ai decreti
della Divina Provvidenza.Le parole edificanti che gli dicevano gli Ecclesiastici che lo assistevano producevano gli la
serenitá del suo volto:rispondeva a tutto colla maggior presenza di spirito,ed aggiungeva sempre alle parole della Sagra
Scrittura che si andavano a Lui suggerendo,altre parole analoghe.Mezz´ora prima di spirare.benché avesse da molte ore
perduta la favella,conobbe Mons.Vescovo di Chamberü,e si fece forza di corrispondere con un sorriso che strappó le
lacrime di questo prelato,e di tutto gli astanti.Morí in pace il Venerdí 23.verso le sei pomeridiane.Né fu annunziata
immediatamente la morte al suono della Campana maggiore della Chiesa Metropolitana e cagionó una generale
costernazione nella cittá.Sua Eminenza fu inbalzamato il Sabato 24,ore dopo morto e ne furono esposti il Cuore e le
Viscere,chiusi in due Scattole di piombo dorato assieme col cadavere in una cappella illuminata,tutta parata di rosso,nel
Palazzo Episcopale,dalla Domenica dopo mezzogiorno fino al Mercoledí,giorno delle Esequie.Sono state celebrate
moltissime Messe per Lui in questo intervallo nella Cappella illuminata e nella Chiesa metropolitana ed é stato
straordinario il concorso dé Fedeli;ció non osotante la folla non ha alterato in minima parte la quiete,né disturbato la
divozione.Il Clero di tutte le parrocchie,i corpi costituitivi,e i cittadini notabili sono andati successivamente a dargli l
´acqua santa:le campane della metropolitana hanno suonato tre volte il giorno Sabato,Domenica,Lunedí e Martedí;e tutte
le Campane della Cittá,il Materdí sera,il Mercoledí mattina,e per tutto il tempo della funzione.I Corpi militari,i
tribunali,gli amministratori della Comunitá e degli Ospedali,e tutto il Clero della Cittá e dé Sobborghi hanno assistito alla
pompa funebre.La processione é partita sulle nove ore dal Palazzo Archiepiscopale;é passata pel piccolo ponte di
legno,lungo la Sonna per ponte di pietra,e per la strada di S.Giovanni,ed terminata alla Metropolitana ove é stata cantata
la Messa solenne;recitato l´Elogio Funebre dal Signor Canonico Bonnevie e fatte le assoluzioni.La funzione é terminata a
un´ora dopo mezzo giorno.Sua Eminenza é stata rivestita dell´Abito Cardinalizio,finché é stata esposta nel Palazzo;e
degli abiti sacerdotali e Pontificali,nel giorno della Sepoltura.E´stato portato il Cadavere da otto Ecclesiastici in camice,e
Dalmatica nera sopra un Letto di parata,coperto di uno strato di velluto cremisi con gallone,e nappe d´oro.Dopo l´uffizio
é stato esposto in Chiesa fino alla notte,nella quale é stato posto co´suoi stessi abiti cioé Rocchetto,Stola,Manipolo e la
Pianeta violacea con gallone d´argento,una croce di piombo,p[iena di aromi,chiusa ermeticamente.Sono state deposte
immediatamente sú i piedi le Lettere autentiche in velino sigillate con sigillo Archiepiscopake,trá due lastre di
vetro.Questa cassa é stata chiusa in un´altra di legno di quercia.Le scattole contenenti il Cuore e le Viscere sono state
poste sopra questa Cassa,con iscrizioni sigillate e tutto chiuso nella sepoltura della Cappella dedicata a S.Michele,della
Chiesa metropilitana che é la quarta a sinistra,contando dalla porta principale.I Vicari Generali sottoscritti sono stati
personalmente presenti a tutto,anche alla deposizione nella sepoltura. Fatto a Lione il 29.Novembre 1804

Testamento del Cardinale Stefano Borgia

Istituisco e nomino mio erede universale di tutto quello c'é dentro e fuori Roma la Sacra Congregazione de Propaganda
Fide,si dei beni patrimoniali o acquisiti.Secondo istituisco miei eredi fiduciari Avvocato Filippo Invernizzi mio uditore e
Luigi Francescangeli mio maestro di casa,i quali dovranno eseguire la mia volontá giá loro presentata.Terzo voglio e
intendo che si dia a tutta la mia famiglia nelle solite forme l´ordinaria distribuzione corruccio e quarantena,e li soliti
duemila scudi come gli altri Eminentissimi Cardinali.Quarto lascio ai miei famigliari di ruolo la mezza mesata loro vita
durante di quella che loro avevano.Idem lasciato per legato parziale a quelli che mi hanno seguitato a Parigi oltre la
mezza paga stabilita scudi trenta per ciascuno.Idem lascio in legato alli miei fratelli tutti gli argenti dorati che si trovano
esistenti nella mia casa.Idem intendo lasciare il Museo Borgiano nella casa di Velletri a mio fratello Gio.Cav.Borgia e ai
suoi discendenti primogeniti.Idem lascio all´Ospedale Santo Spirito di Roma la volta di dieci scudi.Idem lascio a carico
dell´ereditá di pagare il viaggio di ritorno per Roma a tutti quelli dé miei famigliari che sono venuti in Francia per mio
servizio.

Nell´arcivescovado di Lione questo 22 novembre 1804

loco + sigilli sottoscritto Stefano Borgia

PIETRO LUIGI CARAFFA dal Febbraio 1753 al 15 Dicembre 1755 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia

Napoletano nel Febbraio del 1753 occupò la Cattedra di Ostia e Velletri dopo aver esercitato numerose cause nella Curia
Romana. Nunzio Apostolico fu creato Cardinale presbitero di S. Lorenzo in Panisperna da Benedetto XIII. Morì il 15
Dicembre 1755.

Note: Creato Cardinale da Benedetto XIII nel concistoro del 20 Settembre 1728, Arcivescovo di Larissa, opta per Santa
Prisca, Vescovo Suburbicario di Albano e Porto Santa Ruffina

RANIERO D’ELCI dal Gennaio 1756 al 21 Gennaio 1761 Cardinale vescovo e governatore di Ostia e Velletri

Di origine fiorentina. Con molta reputazione e disimpegno tenne numerose cariche nella corte romana. Venne creato
cardinale presbitero di Santa Sabina da Clemente XII il 17 Gennaio 1735. Fu Prefetto de Propaganda Fide. Morì da
decano del Sacro collegio il 15 Dicembre 1755.

Note: Arcivescovo di Rodi (sotto il dominio degli Infedeli) Vescovo Suburbicario di Sabina e Poggio Mirteto e Porto
Santa Ruffina

CARLO ALBERTO GUIDOBONO CAVALCHINI dal 16 Marzo 1763 al 17 Marzo 1774 Cardinale vescovo e
governatore di Ostia e Velletri

Di origini piemontesi venne a reggere la nostra cattedra dopo aver tenuto numerose legazioni nella Corte Romana.
Benedetto XIV lo eleva alla Porpora con il titolo di Santa Maria della Pace. Prefetto dei Vescovi morì a Roma il 17
Marzo 1744.

Note: Creato Cardinale nel Concistoro del 9 Settembre 1743, Arcivescovo di Filippi ( sotto il dominio degli Infedeli ).
Vescovo Suburbicario di Albano

FABRIZIO SERBELLONI dal 1774 al 1775 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri

Cardinale Presbitero di Santo Stefano a Monte Celio venne elevato al titolo da Benedetto XIV. Morì l’8 Dicembre 1775.

Note: Creato cardinale nel concistoro del 26 Novembre 1753, Arcivescovo di Patrasso, opta per Santa Maria in
Trastevere, Vescovo Suburbicario di Alban

GIAN FRANCESCO ALBANI dal 19 Dicembre 1775 al 15 Settembre 1803 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e
Velletri

Nominato Decano del Sacro Collegio e Vescovo di Ostia e Velletri non volle optare per la nostra cattedra perché per
ordine di Clemente XIV era priva della giurisdizione temporale.Fu Arciprete Liberiano e Prefetto della Concistoriale.

Note: Creato Cardinale da Benedetto XIV nel concistoro del 10 Aprile 1747 chierico della Reverenda Camera
Apostolica, Presbitero di S. Cesareo in Palatio, opta per S. Clemente, Vescovo Suburbicario di Sabina e Poggio Mirteto,
Porto e Santa Ruffina
SUA ALTEZZA REALE IL CARDINALE ENRICO BENEDETTO MARIA CLEMENTE DUCA DI YORK Vescovo e
Governatore di Ostia e Velletri dal 27 Settembre 1803 al 13 Luglio 1807

Il 27 Settembre 1803 prese possesso della Cattedra “clementina”il Cardinale Enrico Benedetto Clemente Duca di York.
Figlio secondo genito di Re Giorgio III d’Inghilterra. A 22 anni fu creato Cardinale Diacono di S. Giorgio da Benedetto
XIV. Il 3 Luglio 1747 venne nominato Vice Cancelliere di S. Chiesa. Sommista Arciprete della Basilica di S. Pietro.
Prefetto della Fabbrica. Note: Creato Cardinale da Benedetto XIV nel concistoro del 3 Luglio 1747, opta per Santa Maria
in Portico, per i Santi Dodici Apostoli, per Santa Maria in Trastevere Vescovo Suburbicario di Frascati commendatore di
S. Lorenzo in Damaso

LEONARDO ANTONELLI dal 3 Agosto 1807 al 23 Gennaio 1811 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri

Di Senigallia fu Assessore del Sant’ Uffizio Prefetto della Stamperia, fu elevato al titolo presbiterale di Santa Sabina da
Pio VI nella sua prima creazione cardinalizia. Penitenziere Maggiore Arciprete della Basilica Lateranense, Segretario del
Sant’Uffizio, Prefetto della Stamperia di Propaganda Fide e della Congregazione sopra la correzione dei libri orientali
della chiesa. Fu Segretario dei Brevi. Morì a Senigallia il 23 Gennaio 1811.

Note: Presbitero di Santa Sabina, Vescovo Suburbicario di Palestrina e Porto Santa Ruffina

VACATIO SEDIS DAL 23 GENNAIO 1811 AL 26 APRILE 1814

ALESSANDRO MATTEI dal 1814 al 20 APRILE 1820 Cardinale Vescovo e Governatore di Ostia e Velletri Romano
dei Duchi di Giove, fu Arcivescovo di Ferrara, poi creato Cardinale Presbitero di S. Maria in Aracoeli il 22 Maggio 1782
da Pio VI Arciprete della Basilica Vaticana. Fu Prefetto del Cerimoniale, della Fabbrica di S. Pietro e Pro Datario di Sua
Santità. Fece un sinodo diocesano morì il 2O Aprile 1820. Note: Creato in pectore nel concistoro dell’ 11 Dicembre 1780
e pubblicato in quello del 22 Maggio 1782, Arcivescovo di Ferrara, Presbitero di Santa Maria in Aracoeli, Vescovo
Suburbicario di Palestrina, Sabina e Poggio Mirteto

GIULIO MARIA ANGUILLARA CAPECE DELLA SOMAGLIA dal 29 Maggio 1820 al 2 Aprile 1830 Ultimo
cardinale vescovo e governatore di Ostia e Velletri

Piacentino fu l’ultima creatura di Pio VI che lo promosse al titolo di S. Sabina il 1 Giugno 1795.Vicario di Roma,
Prefetto della Congregazione dei Riti, Arciprete della Basilica di S. Giovanni in Laterano, fu anche Vice Cancelliere di
Santa Romana Chiesta Sommista e Segretario di Stato di Leone XII. Morì a Roma il 20 Aprile 1830.

Note: Creato Cardinale da Pio VI il 1 Giugno 1795, Patriarca di Antiochia, opta per Santa Maria sopra Minerva, Vescovo
Suburbicario di Frascati, commendatore di S. Lorenzo in Damaso, Vescovo Suburbicario di Porto e Santa Ruffina