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LAUTORITRATTO

Un dialogo

Roberto Morpurgo
c/o Rossella Mazzeo
via C. Battisti, 5
22070 Bulgarograsso (CO)
031 - 930 871; 340 150 71 87
robmorp@fastwebnet.it

Personaggi: Walter, giovane visitatore; Egon, cieco, uomo di mezza et, affaticato.

Scena: interno fiammingo, intimo come una visione interiore; ampia enfasi sui due volti, forti penombre, rade luci dalla fonte
indiscernibile; arredo scarno con qualche evocazione espressionista. Linsieme della scena - e soprattutto la parte di scena
verso la quale guarda Walter - dovr allusivamente ricordare un dipinto, la cui statica sar raffigurata dalla configurazione
iniziale e finale, e la cui dinamica (nel corso della azione dialogica) sottolineata dalle garbate variazioni dellintensit e del
calore delle luci.

Illuminazione: ampie zone della scena sono in ombra, ma via via che il colloquio procede si illuminano a tema, come se una
torcia seguisse ora questa ora quella zona dellinterno. I colori dellambiente sono scuri, gradazioni del colore del legno
intervallate da chiazze biancastre, e faciliteranno limpressione di penombra lentamente e sempre imperfettamente penetrata.

Abiti: il pi possibile anonimi e non identificanti unepoca. Avvolto in una coperta sino alla pancia Egon, in un cappotto o
mantello Walter.

Azione: Egon seduto in poltrona verso la quinta destra; Walter gi in scena, verso il fondo, accosto alla quinta sinistra; si
avvicina durante la prima battuta e resta in piedi al centro del proscenio, dapprima porgendo a Egon il fianco sinistro e
guardando il pubblico, quindi volgendo corpo e sguardo verso di lui; si muover poco e molto lentamente, quasi nel timore che
sia identificata la sua posizione nello spazio.

Walter: la vedo un po stanco, stasera. Ha forse qualche motivo di tristezza, o di noia?

Egon: di noia, forse.

Walter: capisco bene il suo stato. Non c nulla di peggio che una serata noiosa: tutto sembra non passare mai e

Egon: non poi cos grave. Per me, almeno, labitudine. Sento parlare di cose che non vedo e non vedo le cose di cui parlo.
Il mio tempo, per cos dire, ne esce raddoppiato.

Walter: non sono certo di comprenderla sino in fondoLe confesser anzi che non mia abitudine soffermarmi su certe
questioni e che quando mi capita di doverlo fare ne traggo ben poco giovamentodiciamo pure che anzi un certo genere di
riflessioni mi turba e un poco

Egon:.la indispone.

Walter: gi. Ha intuito alla perfezione un sentimento che pensavo ben occultabile.

Egon: non mi forse riservata levidenza dellanimo?

Walter: lei vuol dire


Egon: che mi preclusa quella del mondo.

Walter: gi, certo, lei intende riferirsi alla sua condizione

Egon: a nessuna condizione particolare intendo riferirmi. Bens a una condanna: la cecit.

Walter: s, a questo intendevo alluderevorrei dirle che pu contare su di me per qualsiasi cosa e

Egon: la intenerisco?

Walter: forse, ma non volevo dir questo.

Egon: dica allora quel che voleva dire.

Walter: non so nemmeno io con precisione quel che volessi direvede, tutto un po ovattato, come se uno spettro aleggiasse
sulla nostra conversazione

Egon: la prego, continui.

Walter: forse ho esagerato, non intendevo uno spettro propriamente, diciamo piuttosto una presenza incombentequalcosa
che mi impedisce di sentirmi del tutto a mio agio.

Egon: credo di comprenderla perfettamente. Lei non pu sapere di cosa si tratta, e ne ha qualche ragione; ma potrei
confermarle che in un certo senso una presenza incombe sulla nostra conversazione. O, come ha voluto esprimersi lei: aleggia.

Walter: e in che modo potrebbe confermare, posso chiederle?, una mia personale sensazione?

Egon: indicandogliene la causa oggettiva, quantunque, per cos dire, necessariamente inconsapevole; o, se preferisce
unespressione un po scherzosa, pudica a rivelarsi.

Walter: pudicauna causaa rivelarsinon riesco a seguirla, mi creda

Egon: non ha notato nulla di nuovo?

Walter: no, non mi pareo almeno, non ci ho fatto caso.

Egon: eppure lei ha occhi.

Walter: certo, e ben funzionanti! Ma normale - ne converr - non accorgersi delle cose a cui si fatta labitudine.

Egon: delle cosea cui si fatta labitudine

Walter: per lappunto.

Egon: si direbbe allora che lei abbia realizzato cos a fondo questo tratto della nostra natura da aver contratto anche
labitudine a non accorgersi delle cose nuove.

Walter: lei un fine dialettico.

Egon: eppure dico le cose come stanno. O pretende che la sua abitudine la giustifichi anche quando non si accorge di cose di
cui in nessun caso potrebbe aver fatto labitudine?

Walter: non riesco a seguirla. Mi permetta di chiederle pi semplicit.

Egon: come desidera. Vede la parete che le sta di fronte?

Walter: Ebbene?

Egon: c un quadro: oggi per la prima volta pende a quel chiodo, a quella parete, dove lei ora sta presumibilmente
indirizzando lo sguardo.

Walter: vero. E vero: non lavevo notato.

Egon: lho appeso io stesso, poco prima che lei arrivasse. La sorprende?

Walter: nientaffatto. O meglio, mi incuriosisce.

Egon: proprio come immaginavo.

Walter: gi, lo immaginava...lei, non il quadro, mi sorprende. Mi riferisco alla sua capacit di intuire in anticipo gli altrui stati
danimo.

Egon: non esageri. Lei mi onora di una virt che non ho affatto dimostrato: solo in una circostanza, poco fa, lei ha confermato
la validit della mia intuizione a proposito di quel sentimento al quale ho creduto di poter alludere con le parole Ci la
indispone.

Walter: vero. Tuttavia sono disposto a credere che questa sua inclinazione sia una effettiva capacit, piuttosto che il frutto di
una banale coincidenza. Propendo a vedervi una virt stabile.

Egon: si sente a suo agio, nelle parole. Ma ora - mi accorder questo innocente favore? - vorrei metterla un po alla prova.

Walter: prego. Ma non credo di aver afferrato appieno le sue intenzioni.

Egon: capir. Vede ancora il quadro alla parete?

Walter: certamente.

Egon: se la sentirebbe di...descriverlo?

Walter: di...descriverlo...? Maperch no?

Egon: faccia attenzione: intendo, non una descrizione sommaria - e men che meno un commento - perdoni la secchezza della
mia esortazione, diciamo cos, estetico. Intendo ottenere da lei precisamente una descrizione, la pi fedele e dettagliata
descrizione che possa fornire di ci che avr visto.

Walter: naturalmente. Mi conceda per di cogliere questa occasione per confessarle che lei tocca cos un tasto dolente. Un
argomento doloroso.

Egon: ora lei a doversi spiegare pi chiaramente.

Walter: in giovent, dipingevo.

Egon: dipingeva, davvero?

Walter: ebbene, cos. Ma con scarsi risultati, e ancor pi magre soddisfazioni.

Egon: naturale.

Walter: in che modo, mi scusi, sarebbe naturale dipingeree addirittura trarne magre soddisfazioni?

Egon: lei vede, o sbaglio? Dunque in un certo modo naturale che abbia almeno una volta avvertito limpulso a testimoniare
quel che vedeva lasciandosi prescrivere dalla natura di ci che andava osservando larte pi appropriata al suo scopo: e poich
vedeva immagini, non poteva che dedicarsi alla pittura.

Walter: gile sue sono parole che sorprendono. Le cose stanno per lappunto nel modo da lei or ora intuito. Dipinsi per un
periodo con lanimo colmo di quellaspirazione che lei ha sapientemente evocato. Ero mosso da speranze e convincimenti
incrollabilipoi, non so come, tutto si perse.

Egon: pi che naturale smarrirsi lungo il cammino dellarte.

Walter: lei trova naturali cose che a me appaiono invece strane e inquietanti. Non so perch dovetti smarrirmi, allora, ma so
con certezza che fu una perdita di cui tuttora soffro.

Egon: capir anche questo, se avr il coraggio di lasciarsi guidare.

Walter: cosa intende dire?

Egon: nulla che lei per primo non possa intendere e non abbia forse gi compreso. Posso giovarmi dunque per un poco della
sua cortesia e chiederle di cominciare?

Walter: Lei intende direcominciare a descriverle il dipinto, suppongo.

Egon: s. Devo tuttavia pregarla - sono certo che vorr perdonare linsistenza di questo mio invito - devo pregarla insomma di
attenersi strettamente allevidenza di ci che verr osservando sulla tela.

Walter: far del mio meglio.

Egon: cominciamo, allora.

Walter: su fondo scuro, grigio direi per le parti superiori della tela, pi sul marrone, forse ocra scuro, per le inferiori

Egon: tralasci i dettagli.

Walter: come desidera. Da un fondo oscuro emerge sulla destra il profilo obliquo di un volto virile.

Egon: cosa significa profilo obliquo? Un mezzo profilo, un volto non del tutto raffiguratodiciamo preso di tre quarti?

Walter: per lesattezza.

Egon: bene, procediamo.

Walter: il volto quello di un uomo affaticato, quasi malatosi confonde a tratti con lintorno cromatico

Egon: intorno - cromatico? Ma cosa mai va dicendo? Descriva con fedelt ci che vede!
Walter: fedele, le posso assicurare, la mia descrizione.

Egon: fedele, una descrizione confusa? Lei non sa cosa significhi fedeltma tralasciamo, non volevo trascendere, la prego di
scusarmi, e poi non questo ci che pi mi sta a cuore. Avr modo di perfezionarsi in altre occasioni. Prosegua pure.

Walter: il volto mostra, come posso direesibisce una bocca contratta, abnorme, quasi irreale e deformeuna prominenza
chiara che contrasta con il colorito ombroso delle guanceno, non colorito ombroso

Egon: voleva dire il bruno circolo delle orbite - non cos?

Walter: ecco, proprio questo, si direbbe che lei

Egon: lasci andare, prosegua piuttosto. Io lho interrotta.

Walter: in questo contrasto la bocca risalta con la violenza di un effetto innaturale, improvvisa come una scogliera lungo un
litorale piatto e uniformema brutta, ripugnante.

Egon: badi, non di un litorale marino che stiamo parlando, bens di una bocca: una bocca chiara, grossa,, deforme,
malamente incastonata in un volto scuro, particolarmente scuro allaltezza delle orbite e degli zigomi.

Walter: s, eccoil chiarore quasi lunare di questa bocca richiama quello del drappoun drappo

Egon: ebbene? Un drappo?

Walter: ecco, non osavo dirloun drappo bianco, sporco di qualcosa che potrebbe anche essere sangue onon so.

Egon: un drappo bianco sporco di rosso? Un fazzoletto? Un tovagliolo? Una - benda, forse?

Walter: non proprio. Un drappo, semplicemente, con una macchia diffusa al centro, non so dire con precisionecerto qualcosa
di informe

Egon: e il drappo - la macchia informedove si trova?

Walter: sulle ginocchia delluomo.

Egon si assesta sulla poltrona e scosta leggermente la pesante coperta che gli avvolge le gambe. Erge leggermente il busto
prima semidisteso e guadagna il centro esatto del seggio. Si aggiusta la revere del panciotto. Dopo una breve pausa.

Egon: al centro del quadro.

Walter: al centrocome ha fatto a indova intuire?

Egon: la macchia dunque rossastra?

Walter: rossastra, s, o forse di un colore misto, indefinibilesembra che dipenda dalla luce

Egon: si accenda una luce pi forte.

Pausa. A discrezione del regista far seguire linvito di Egon da una azione corrispondente, letterale o simbolica.

Walter: ecco, ora vedo meglio. Una macchia bianca, pardon, rosso-giallastra, nel centro del drappo bianco, sulle ginocchia
delluomo piegate per via della sua posizione: egli - sedutosu una poltrona.

Egon: su di una poltrona.

Walter: s, un po come lei ora siede sulla sua poltrona.

Egon: continui.

Walter: dalla finestra che occupa la parte superiore sinistra della tela una luce opaca, ma chiara

Egon: ma chiara?

Walter: striata, sembrerebbe, come una nube; una luce innaturale illumina debolmente il drappo e il panciotto delluomo. Fa
il tris con il drappo e la bocca: hanno allincirca lo stesso colore.

Egon: la luce, il drappo, la bocca. Non vede nientaltro?

Walter: non mi pare.

Egon: guardi meglio.

Walter: forsevedo una certa irregolarit nella disposizione degli oggetti e delle figuresebbene con ogni probabilit una
determinata intenzione abbia guidato la mano di chi ha dipinto la telavedo la testa delluomo china sul drappo, uno dei due
occhi guarda, cos sembra almeno, verso la finestra - e il raggio di luce lo colpisce.

Egon: e laltro?
Walter: chino sul drappo. Si direbbe trattarsi di una rappresentazione eccessivamente enfatica di quel fenomeno a tutti noto
come strabismo.

Egon: si direbbe che lei propenda in modo morboso per i verbi al condizionale. Io desidero sapere com il dipinto, non come
potrebbe dirsi che sarebbe.

Walter: lei ha certo tutte le ragioni, ma

Egon: lei descrive unimmagine in movimento!

Walter: il fatto chevia via che procedo nellosservazione, il quadro mi rivela nuove cose, particolari, sfumatureluomo
mostra un profilo abnorme, come dicevo, ma in effetti non poi cos mostruososi distinguono entrambi gli occhi: il destro
appena al di l del naso, oltre la zona chiara.

Egon: come pu scorgersi locchio destro? Non ha detto pocanzi che il volto esposto di profilo? E anche che uno dei due
occhi rivolto al drappo, cio - allin gi?

Walter: s certamente, ma anche di sbieco, obliquamente rispetto allosservatoree se mi consentito, qui il pittore sembra
aver perso di vista i giusti rapporti prospettici delle figure per abbandonarsi a una rappresentazione quasi astratta, o in ogni
modo distorta, della realt. Cos almeno mi pare.

Egon: le parele pare. Veda, si limiti a vederelasci stare ci che le pare di vedere. Si concentri.

Walter: certo. Dal drappo biancastro, sporco, simbolico centro del quadro...

Egon: perch ha detto simbolico?

Walter: non lo so. E una illegittima intromissione, lo ammetto, del giudizio nella descrizione. Eppure per la prima volta sentivo
di poter asserire con sicurezza qualcosa di questo quadro: il drappo ha certamente il valore e la funzione di un simbolo

Egon (con sarcasmo ma sottovoce): valore funzione...

Walter: ... il significato nascosto dellopera.

Egon: va bene, va bene; ma andiamo avanti. Io non vedo, non posso sapere nulla del simbolico prima di essermi fatto unidea
chiara e completa della tela. Non tralasci dunque nulla - e naturalmente, non aggiunga nulla.

Walter (con velata e timida ironia): naturalmenteuna richiesta curiosa, a dir poco

Egon: superflua?

Walter:...superflua, s.

Egon: non si offenda e non me ne voglia. Locchio ingrato o abituato a vedere - ormai dovrebbe sapere che sono sinonimi -
tradisce le migliori intenzionima lasciamo da parte queste considerazioni estrinseche e torniamo a noi.

Walter: dal drappo dunque si dipartono schegge di luce, minuscole macchie di colore chiaro, diciamo verderame, verso il volto
delluomo e verso la finestra. Vedo - me ne accorgo ora soltanto - che la finestra chiusa da sbarre deformi, oblique, luna che
ne unisce approssimativamente langolo destro superiore e il sinistro inferiore, laltra, pi irregolare, che partendo dalla met
del lato superiore scende di sghimbescio fino ai tre quarti del bordo inferiore.

Egon: dunque la finestra quasi frontale.

Walter: precisamente.

Egon: altrimenti lei non avrebbe potuto notare con tale accuratezza la posizione delle sbarre che la chiudono, n tantomeno il
loro andamento irregolare.

Walter: s. E quasi frontale. Ci daltronde contrasta non poco con il resto della prospettiva, voglio dire con la prospettiva
dinsieme dellambiente; posto che sia una stanza - cosa che non si desume se non per induzione - lambiente ove ritratto
luomo.

Breve pausa. Egon ruota il collo irrigidito e si tira su la coperta. Walter quasi lo imita: inoltra un timido sguardo a perlustrare
lambiente quasi del tutto avvolto nellombra.

Egon (con tono sicuro ma pi ancora distaccato, come se recitasse a memoria la stanca poesia di un esame): con un occhio
luomo guarda la finestra, dalla quale entra una luce biancastra, simile alla macchia che insozza il drappo, posto sulle sue
ginocchia, meta osservativa del secondo occhio. Non cos?

Walter: pressappoco. Ma tutto oltremodo confuso. Non potrei sottoscrivere pienamente la sua descrizione

Egon: la sua descrizione! Io mi sono limitato a sintetizzarla!

Walter: s, lo riconosco: la descrizione mia. Ma il suo resoconto troppo preciso e solo con una certa forzatura potrebbe
attagliarsi al dipinto che ho davanti agli occhi. Non saprei come meglio descrivere questo stato se non dicendole che il suo
quadro sembra alludere a qualcosa che non gli riesce di rappresentare come vorrebbe.

Egon: non le ho chiesto una critica. Semmai lei a alludere a una fuggevole deficienza della rappresentazione.
Walter: si sbaglia, io la dichiaro a tonde lettere. Io mi limito a registrare una caratteristica del dipinto, che lei per primo si
sbilanciato a definire -deficienza.

Egon: non il caso di disputare. Proceda pure.

Walter: le sbarre oblique lasciano dunque filtrare una luce irregolare, irreale, quasi lugubreche va a cadere sulle ginocchia
delluomo eora vedo che anche le scarpe e il fregio della poltrona sono lambiti dal tenue raggioora vedo pi chiaramente.

Egon: si direbbe che lei stia riacquistando la vista in mia vece.

Walter: ora vedo che i fregi della poltrona indicano una ennesima stranezza: la parte superiore della poltrona moderna, di un
unico colore, mentre linferiore, dal fondale alle zampe, pi antica, simile per certi aspetti a talune parti dei corali lignei da
chiesa.

Egon: cosa raffigura il dipinto della parte lignea della poltrona?

Walter: non si riesce a vedere...assolutamente non riesco a...limmagine tropo scura in quel punto, e talmente minuto il
tratto...

Egon: accenda la terza luce.

Breve pausa. Come nellazione precedente, il regista potr far eseguire linvito di Egon o adottare soluzioni diverse, ivi
compresa la scelta di far cadere la battuta nel vuoto.

Walter: ora distinguo qualcosail fregio raffigura una specie di uomo, met uomo e metmet

Egon: un angelo, vuol dire?

Walter: nientaffatto. Un animale, semmaiha ali, ma anche zampe

Egon: guardi bene, osservi: sia scrupoloso.

Walter: s, un animale, sembra, mitologico, un angelo pagano, se mi concede unespressione non del tutto ortodossa. Ha le ali
piegate, bianche.

Egon: bianche?

Walter: come il drappo, sporche. Non vedo altro.

Egon: si avvicini, o si allontani. Lei deve trovarsi in una posizione alquanto sfavorevole per una corretta valutazione del
contenuto della tela.

Walter: curioso che io mi lasci guidare da lei in questa grottesca impresa.

Egon: perch non presta maggiore attenzione a ci che vede e si attarda in considerazioni disdicevoli e fuorvianti?

Walter: come vuole...mi sono avvicinato, secondo il suo consiglio (fa un passo in direzione della poltrona); la luce sufficiente,
ma il tratto cos minuto da non rivelar altro che

Egon: sul comodino c una lente. La prenda.

(accanto alla poltrona c effettivamente un tavolino con alcuni oggetti da notte. Walter pu eseguire il consiglio di Egon
oppure fingere di farlo e limitarsi a lasciar scorrere il tempo corrispondente alla ipotetica azione)

Walter: vedo bene, finalmente. Un angelo assai simile a un animale mitologico, o meglio a una figura mitologicamet uomo e
met bestiainsomma una creatura strana, indefinibile

Egon (come prima, sgranchisce e distende il collo): ebbene?

Walter: sembra allungare il collo verso qualcosa, la testa piegata leggermente allindietro, gli occhi sbarratima il luogo verso
il quale protende tutto se stesso cancellato da una scrostatura della vernice

Egon: del colore.

Walter:...del colore, s. Il legno nudo, mi perdoni, la tela, in quel punto, nuda.

Egon: perch ha detto il legno?

Walter: pensavo al fatto che nel dipinto la parte inferiore della poltrona, su cui luomo ritratto siede, di legno e

Egon: e le parso legno il punto dove guarda la figura del fregio.

Walter: s, mi sembrato legno, perch una piccola macchia color del legno. Ma ovviamente tela.

Egon: ovviamente?

Walter: poich la vernice, mi scusi, il colore, saltatoo forse no, non saltato e invece un effetto voluto, non saprei
Egon: fa differenza?

Walter: una domanda ben strana, non le pare? Comunque stiano le cose, non possibile vedere cosa vede langelo. Tela o
legno che sia quel puntino

Egon: fa differenza, invece, e profonda pi che lei non possa immaginare. Il legno rappresentato nel dipinto: la tela ci su
cui e grazie a cui il dipinto rappresenta il legno.

Walter: capisco, certo, non del tutto irrilevante.

Egon: langelo della poltrona - come ormai tacitamente abbiamo convenuto di chiamarlo - guarda il legno o la tela?

Walter: le ripeto, non posso decidere. E impossibile stabilirlo a occhio nudo.

Egon: sullo scaffale c un microscopio. E pratico?

Walter: ho fatto qualche anno in biologia.

Egon: bene, se ne serva pure.

(Pausa. Walter gira intorno alla poltrona, raggiunge una zona in ombra della scena dove si pu presume che sia lo scaffale.
Rientra lentamente in luce. Ancora dietro la spalliera:)

Walter: tela (guadagna nuovamente il proscenio). La figura del fregio guarda verso un luogo cancellato, dove ora c soltanto
tela.

Egon: perch dice soltanto?

Walter: perch non c pi il quadro, ovvero ci che in quel punto il dipinto rappresentava stato cancellato, strappato, e al
suo posto rimasta la tela: una piccola zona vuota che lascia trasparire la tela grezza.

Egon: ne assolutamente certo?

Walter: assolutamente.

Egon: riponga il microscopio. Non le servir pi.

Walter: come pu esserne cos certo? Potrebbe esservi un altro punto in analoghe condizioni, o anche

Egon: non capisce? Siamo giunti al termine.

Walter: devo confessare di non capire le sue intenzioni. Siamo forse giunti al termine della descrizione per il solo fatto che in
un punto del dipinto traspare la materia su cui il dipinto stesso stato realizzato? Un punto, del resto, del tutto insignificante

Egon: questo conferma la sua ingenuit, o al contrario la sua malcerta scaltrezza. Quel punto per contro decisivo.

Walter: un punto, mi creda, piccolissimo, tant che per averne chiara visione abbiamo...ho dovuto avvalermi di un
microscopio. E semplicemente il luogo dove sembrerebbe guardare quel che sembra un angelo, figura ambigua, relegata nella
parte inferiore della poltrona: una ubicazione non certo casuale. Inoltre non possiamo essere certi del fatto che si tratti di un
angelo, n potremmo garantire per unintera serie di cose che per il momento abbiamo dovuto lasciare in sospesose volesse
acconsentire a unespressione un po irriverente, il tutto sembra uno stillicidio di apparenze indecidibili

Egon: su questo, lei lo sa bene, a me non concesso di giudicare: se non di riflesso, dalle pieghe e dalle ombre della sua
descrizione, ovvero dalla sua interna coerenza. Posso soltanto trarre conclusioni indirette - indirette, signore, non - infondate.

Walter: non mi ha mai chiamato signore. Le ispiro dun tratto un inedito ossequioso rispetto? Non mi d pi ordini?

Egon: riponga la lente.

Walter: insisto. Non ho ancora terminato la mia descrizione. Mi permetto di ricordarle lirremovibilit con cui allinizio mi esort
alla completezza e alla fedelt pi assolute.

Egon: vede dunque dellaltro?

Walter: non propriamentenon di vedere si tratta. Eppure senza ci che scopro adesso soltanto, sarebbe incompleto e direi
quasi falsante il resoconto che sin qui ho potuto fornire.

Egon (pi ansioso e leggermente meno sicuro di s): si spieghi, sia meno allusivo. Non dimentichi che dalle sue parole dovr
rifulgere per me la luce, non leterna penombra delle cose incerte.

Walter (simmetricamente meno insicuro e quasi presago di una inaspettata posizione di dominanza): incerte e indecidibili.
Gie tuttavia temo che cadranno in questo limbo le mie prossime osservazioni

Egon: le ho chiesto, non lo dimentichi, se dunque ha visto dellaltro dopo aver stabilito la natura del luogo verso il quale la
figura del fregio sembra come lei stesso ama esprimersi - guardare.

Walter: le ripeto che non esattamente di guardare o di vedere si trattanon perlomeno cose nuovepiuttosto, luomo
Egon: luomo?

Walter: mi appare pi vivo, pi presentenon saprei come meglio esprimermi.

Egon: spenga la terza luce.

Walter: s, loscurit del quadro, quel fondo insondabile alla luce, che pareva sfuggirmi allinizio, ora come ravvivato, forse
proprio grazie al suo suggerimento di spegnere la terza luce come posta in evidenza la suala sua

Egon: spenga la seconda luce.

Walter: ecco. Ora vedo soltanto lombra del profilo delluomo ritratto, il drappo, la luce biancastra, la bocca spalancata

Egon: prima non era spalancata!

Walter: sul vuoto circostante, appena marcata contro lo sfondo nero.

Egon: nero.

Walter: s, ora appare nerola luce cos bassanon vedo quasi pi nientaltroanche il fregio della poltrona praticamente
scomparso con tutto ci che raffiguravama luomo seduto ora in un modo pi familiarecircondato da una luce pi vera,
sebbene fioca, faticosa a sopportarsi dapprima, ma pi vera, ecco. E, si direbbe, lui stesso.

Egon: la luce fioca: la affatica?

Walter: un poco, ma

Egon: non si preoccupi, so bene che sta parlando della luce dipinta e non di quella reale.

Walter: mi affatica anche la realt della luce fioca, realt che non potremmo negare a quella rappresentata, dal momento che
come laltra cade sotto i nostrisotto i miei occhi.

Egon: comprensibile, lei non

Walter: capisco a cosa intende riferirsi, ma non sono convinto che si tratti semplicemente di una circostanza fisiologica. E
invece a una pi chiara possibilit di intendere il dipinto che pensavo prima, alludendo alla fiochezza, alla fatica ma anche alla
migliore comprensione.

Egon: lei non ha affatto alluso, ma finalmente si espresso in modo schietto e non equivoco. Lei ha detto: luomo seduto
ora in una luce pi vera, sebbene fioca, faticosa dapprima a sopportarsi, ma pi vera! Queste sono le sue parole.

Walter: non le ricordavo certo con la sua stessa sicurezza.

Egon: pi che naturale. La parola il suo abitudinario contendere alla luce levidenza della verit. Ci nonostante ha fatto
progressi.

Walter: in quale direzione?

Egon: spenga la luce.

Walter: io, veramenteva bene, se lo ritiene opportuno. Ma cos non vedr pi nulla.

Egon: ne cos certo?

Walter: ebbenequalcosa si staglia ugualmente, debole e impreciso, al di l dei miei occhilasci che il buio si abitui a mee io
a vedere poco, quasi nulla

Egon: la sua gratitudine deve tornare a destarsi come quando dipingevalei sfiora in questo momento il dono pi prezioso cui
possa ambire creature vivente, vedere il buio

Walter: certo un elegantesodalizio di parole!

Egon: non le consiglierei di prendere cos alla leggera questo frangente. Osservi a caso, dove crede.

Walter: a dir poco incredibile, vedo ancora il suo quadroquasi nulla rimasto della sua ricchezza di particolari, solo quella
luce fioca, irrealequella macchia che sporca il drappoma ecco! Di quel colore era la tela, ne sono persuaso, la tela nuda
sotto la vernice!(azione facoltativa: Egon a fatica si alza e si accosta a Walter) ma cosa fa, lasci la mia spalla! (se Egon non si
alzato Walter pu anche dire: lasci la mia giacca!)

Egon: si volti.

Walter: mi voglia perdonareloscurit mi rende nervososono stato forse un p brusco.

Egon: non fa niente, si volti, ora. (nel caso si sia alzato: torna a sedersi in poltrona)

Walter: vedo anche lei adessonella poltrona buio, non si vede quasi nulla, solo unombra fioca, deboleprossima a
scomparire nelle tenebre
Egon: continui.

Walter: eccoin un certo senso riesco a vederlasento la sua mano stringersi e allentarsi sulla mia spallama lei sedutoio
la vedo evedo il quadroancora per un pocola luce biancastra che lo traversa la stessadiola stessa luce che ora le
inonda il voltoeeluomo in poltrona, luomo del quadro siede con la sua stessa terribile immobilit!

Egon: io sono cieco.

Walter: eppure sembra vedere cosespaventevolimi lasci, la prego!

Egon: non la sfioro nemmeno. Non ha ancora capito? Io sono cieco e

Walter: no, prima lasci che accenda la luceper me non la stessa cosa.

Egon: questo non posso consentirlo, se ne faccia una ragione. La luce mi disturba profondamentela sento, come sento il suo
vedere, intuisco e avverto la presenza visibile di tutto ci che mi preclusole sembrer inconcepibile, ma cosnessuno
credo potr mai spiegarmi perch proprio la cecit mi renda cos sensibile alla lucecos vulnerabile alla sua presenzacerto lei
sta pensando che io vaneggi, eppure in nessun altro modo mi sarebbe concesso di spiegarlema le mie parole sono destinate
a ciechi, lei non pu intenderle, evidenteio lho interrotta.

Walter: il dipinto emana una luce fioca, unaura flebile come la voce di un morente, una sagoma informe stenta a distinguersi
dal magma scuro e infernale del fondo, dove, come in una cella, solo da una finestra inaccessibile giunge un raggio incredulo,
irreale

Egon:le tenebre

Walter: e un uomo strano siede trattenendo la testa, quasi potesse cascargli da un momento allaltroora ricordo, meglio
che se vedessitiene gli occhi presso di s, come non fossero suoiuno allin gi verso il drappoun uomo singolare..laltro
allin su verso la finestra cos lontana

Egon:un cieco

Walter: un uomo deforme dalla bocca prominente sembra guardare verso la luce, come langelo o lanimale del fregio...ma
tutto cos assurdo...ricordo queste cose come se le avessi presenti allo sguardo, sebbene non veda altro che tenebre nella
fioca luce che mi concessa...e non distinguo ci che vedo dalle immagini che sento affiorare dentro di me...ha qualcosa di
orribile tutto ci...ora comprendo la sua condanna e capisco che lei abbia voluto condividerla per un poco con mema ora
basta.

Egon: ...langelo guarda la tela...cosaltro potevo fare?

Breve pausa. Walter scruta lambiente come se non vedesse pi Egon, seduto in poltrona con le mani sui braccioli e la testa
immobile leggermente flessa allindietro.

Walter: cosaltro poteva...fare...come, vuol dire che lei...

Egon: davvero non ha riconosciutonon ha pensatonemmeno per un istanteche luomo del quadro

Walter: che luomo del quadro?

Egon (porta le mani al volto e schermisce gli occhi e la bocca; soffocato esce il suo grido): potessi essere io!

Walter (ricomposto, distante): luomo del quadro - lei?! Cosa significa tutto ci?

Egon: il dipinto che ha descritto sinora: il mio autoritratto.

Walter: il suo.autoritratto?!

Egon: certamente, il mio autoritratto. Lei non pu crederlo, o forse non vuole. In fondo sono la stessa cosa. La buona fede
ormai interamente nelle sue mani. E io a quella buona fede devo ora affidarmi, come le mie mani al buio hanno dovuto
chiedere la luce per poter dipingere!

Walter: spaventosospaventoso

Egon: certo spaventoso lautoritratto di un cieco. Ma forse lei recita il terrore: in questo caso sapeva sin dallinizio che avrei
infine implorato la sua buona fede

Walter: non capisco cosa intenda diren dove lei voglia arrivarenon sapevo nulla, assolutamentenulla.

Egon: che avrei dovuto chiedere a lei di fare le veci della luceo forse invece non sapeva, e allora lei annoverabile fra
quegli ingenui che condividono con i crudeli il destino di diventaretorturatori

Walter: spaventosole sue parole sono terribili, e ionon so proprio perch mi sia lasciato intrappolare cos ingenuo! Idiota
che sono stato! Cosa pu avermi spinto a accettare il suo invito

Egon: ad accollarsi la descrizione dellautoritratto di un cieco? Cio di un folle, se ha lardire di connettere le due circostanze,
dipingere senza vedere! Invece lei vede, ma stato tradito dal suo stesso elemento, la lucelei un pittore fallito, lo si
avverte dalleloquio tentennante con cui ha tenuto sospesa fra erudizione e cecit la sua gracile testimonianzadalla quale
tuttavia dipende la mia vitala mia vita orribile il solo pensieroappesa alla decisione di un pittore - fallito!

Walter: lei completamente pazzo!

Egon: forsenessuno potr mai convalidare n infirmare il mio dubbio, che lei sospettasse tutto sin dallinizioe abbia taciuto
e mai potr stabilire se la sua descrizione si sia avvalsa di unosservazione reale o se viceversa lei non abbia inventato tutto!
Tutto sin dal primo momento!

Walter: questo dovrebbe saperlo: non forse lautore del quadro?

Egon: s! Io! sono lautore del quadro! Ma sono cieco! Cieco, capisce? Non posso essere certo se ci che allora guidava la mia
mano sia rimasto fedelmente impresso in ci che lei ha detto di aver vistonon posso n mai potr giudicare!se non
confrontando le sue parole, sulle quali pende comunque il sospetto di non essere il frutto di una testimonianza fedele, con il
mio pensieroci che con unespressione grottesca dovrei forse nominare come la mia immagine interioresolo cos potrei
giudicare.

Walter: giudichi, dunque.

Egon: non di fronte a lei! Non davanti a colui che sospetto, che sono costretto a sospettare di aver inventato tutto, di non aver
osservato nulla di quanto gli stava dinanzinessuno sapr mai cosa avevo intenzione di rappresentare quando stendevo il
colore sulla tela!

Walter: questo non pu pi affermarlo. Entrambi sappiamo per sua stessa ammissione che lei intendeva ritrarre se stesso:
ossia eseguire il suo autoritratto dipinto.

Egon: vero, ma c un segreto, lei lha intuito, un segreto che voglio conoscere...lei lha intuito proprio ora, o forse da pi
tempo, non ha importanza...cosa volessi rappresentare nel quadro lha voluto ricordare lei stesso: ma...come io volessi
rappresentare quella cosa

Walter: quella cosa che lei in persona.

Egon:...come io volessi rappresentarla...non potr mai saperlo nessuno!

Walter: vero, nessuno: lei compreso.

Egon: ed proprio questo a tormentarmi da allora... unambizione che mi divora, sapere come il quadro...non so nulla di pi
di quanto gi non sapessi allora! La sua descrizione ha lasciato ogni cosa al punto di partenza!

Walter: questo doveva pur prevederlo. Dal momento che lei cieco.

Egon: s, a causa di ci non posso confrontare le mie intenzioni con quel che gli altri vedono...non volevo dire le mie
intenzionima ci che solo io vedo, le mie immaginiperci le ho chiesto di descrivere il dipinto, per ascoltare dalla voce di un
altro la descrizione di ci che avevo fatto e che mai per avrei potuto osservare

Walter: ma c una cosa in particolare che lei non potr mai osservare, ed la cosa che pi le sta a cuore.

Egon: certo che c una cosa che mi sta a cuore pi di ogni altra! Ma non voglio chiederla, non voglio doverla chiedere!
perch lei lha intuita da solo e forse sin dal primo momentoe ora dovrebbe finalmente parlarecome finora non ha fatto
sinceramente

Walter: sarebbe inutile. Potrebbe sempre non credermi. Tuttavia, ad onta della sua violenza, sono disposto a ascoltarla.

Egon: as-col-tar-mi? A tanto si spinge la sua generosit?

Walter: sino ad ascoltarla.

Egon: ma io non intendo affatto essere ascoltato! E invece voglio sapere, io voglio ascoltare da leilei sa cosalei sa ormai
cosa mi assilla, cosa da allora mi toglie il sonno e mi divora!

Walter: lei chiede una cosa impossibile. Del resto ne era ben consapevole poco fa, quando ha giustamente constatato di
dovermi sospettare in ogni caso: e proprio perch non potrebbe comunque confrontare le mie parole con il dipinto, ed questo
che veramente e pi intimamente le sta a cuore: vedere, cio - sapere. Alle mie parole potrebbe soltanto credere o non
credere.

Egon: s, cos! Voglio sapere! Voglio sapere se quelluomonel quadroluomo ritratto nel dipintoluomo che lei ha
descrittoo forse inventato! luomo che forse non allora nel quadroluomo che la sua immaginazione ha scolpito in parole
per indulgere al patetico desiderio di un vecchio ciecovoglio sapere se quelluomo - sono io! Se sono io

Walter: impossibile saperlo. Credere o non credere, questo il suo destino. Tacendo, le risparmio almeno la beffa di sentirsi
fare da un altro, cui ingenuamente aveva chiesto soccorso, quel che da sempre fa su se stesso: tormentarsi con una domanda
inesaudibile.

Egon: Tacendo lei si vendica! Si vendica della mia inferioritnegandomi la sua parola lei si vendica del mio desiderio di
conoscerla pur sapendola vana

Walter: lei non pu ambire a quel che solo gli occhi rivelano. E mi ha adoperato per un fine meschino, un desiderio vanitoso
che io mi sono ormai lasciato alle spalle: contemplare le proprie creature.
Egon: la sua crudelt sconfinatail suo fallimento era deciso, un fatto ormai consegnato ai sigilli della sua storiamentre le
sue parole attuali, solo che potessi credervipotrebbero donarmi un motivo per continuareun metro per giudicare il lavoro di
tutti questi anni! Lei non stato privato di quel metro assoluto che sono gli occhi, ma del dono di usarli per creare! E ora si
vendica del suo fallimento, si vendica su di mesu un cieco.

Breve pausa. Immobilit e luce che flebilmente rivela una nuova zona della scena. Walter china appena la testa.

Walter: non avrebbe mai dovuto chiedermi di descrivere un capolavoro per aver dipinto il quale avrei dato dieci anni della mia
vita.

Egon: non il capolavoro che mi tormenta ma

Walter: le ripeto che impossibile. Quandanche io le dicessi quel che vuole sapere, si lacererebbe nel dubbio che io abbia
mentito: un dubbio, devo ammetterlo, pi che mai ragionevole, data la sua condizione. E lei chiede a se stesso di
soprassedere a un simile dubbio, e a me di guardare in sua vece! Dopo quanto le ho rivelato di me stesso, come pu pi
fidarsi dei miei occhi?

Egon: voglio farlo! Devo farlo! E lunica strada che mi rimanela prego, la scongiuromi dica finalmente se sono io
quelluomose ho eseguito il miocome ho eseguito il mio autoritrattose nel buio della cecit sono riuscito a carpire un
segreto alla luce! Dica qualunque cosa, che sono riuscito o che invece ho fallitoma qualcosanon mi lasci cos, senza poter
credere e senza poter sapere!

Walter: impossibile. Le ho gi detto tutto quel che avevo da dire. Ho descritto fedelmente il quadro, su questo ha la mia
parola. Altro non posso aggiungere. Addio, signore.

Egon: non mi abbandonimi dia una speranza per continuare da solo, per immaginare una corrispondenza

Walter: addio. La lente sul comodino, il microscopio sullo scaffale. Solo la prima luce accesa: fra non molto spegner anche
quella.

Egon: la pregomi riveli il mio segretoche io da solo non posso conoscereil mio volto il mio segreto! Ma sento che
divenuto anche il suo: so che lei ha potuto vedere pi di quel che ha raccontatomi riveli allora il nostro comune segreto! Cosa
ha visto una volta per tutte nel mio autoritratto?

Walter: quel che le ho descritto.

Egon: non ha detto tutto - lo sa bene!

Walter: come potrebbe un pittore fallito - cos lei stesso ha voluto definirmi rivelare un segreto a un cieco, se questi ha
dimostrato di poterlo superare dipingendo un quadro straordinario, perfetto, sublime?

Egon: ma voleva essere nientaltro che un fedele autoritratto!

Walter: lo so. Ma questo esula dalle competenze che lei stesso poco fa mi ha assegnato - non mi aveva forse esonerato dal
compito di esprimere giudizi e commenti, e pi ancora, dalla possibilit di interpretare il dipinto? Non mi ha forse ordinato di
attenermi in modo scrupoloso a quanto poteva vedersi sulla tela, e a riferirgliene in modo freddo e circostanziato?

Egon: s!

Walter: orbene, sulla tela c un uomo seduto su una poltrona, con un drappo bianco macchiato sulle ginocchia, lo sguardo
diviso fra la sorgente di un raggio penetrato sino a lui per le sbarre storte di una finestra, e la macchia informe che occupa il
centro del drappo, dello stesso identico colore della tela, visibile in un unico punto nella parte inferiore del dipinto, per
lesattezza quella che raffigura un fregio dove una sorta di angelo guarda verso lalto, proprio come uno degli occhi delluomo.
Questo e nientaltro c sulla tela. Questo mi ha ordinato di riferirle e questo io le ho riferito.

Egon: cosnon volevo offenderla con lordine di attenersi scrupolosamente a ci che vedevama solo essere certo che
prima di ogni altra cosa lei descrivesse lintero dipinto, cos che non potesse sospettare il fine del suo lavoro.

Walter: evidentemente lo ritiene un fine ignobile, se ha prodigato tante precauzioni nel tenerlo nascosto.

Egon: s, lo ritengo un fine ignobileindegno di un vero artistaunimperdonabile debolezza duomodi un uomo cieco.

Walter: non le credo. Se cos fosse, non avrebbe dipinto un capolavoro. In realt lei ha dubitato fin da subito della mia buona
fede, e in ogni momento ha temuto che io potessi alterare o addirittura inventare il contenuto del dipinto.

Egon: verola cecit insegna a diffidarenon potevo essere certo che lei non si sarebbe sottratto alla mia richiesta, di
pronunciarsi su una cosa ben altrimenti grave che la semplice rappresentazione di una telauna cosa che sulla tela non c e
mai avrebbe potuto esserci.

Walter: lei sospetta, lo sta confessando, di avere un aspetto mostruoso: un volto disumano.

Egon: venga meno per una volta al suo dovere di fedele descrittore, anche se sono stato io a commettere lerrore di
prescriverglielovenga incontro al desiderio di un uomo tormentato da semprelei ha capito da cosami dica, la scongiuro, se
il ritratto fedele! Mi riveli cosa vedono i suoi occhi fra il quadro e il mio volto!

Walter: il buio.

Egon: la sua crudelt non che invidiacosa importa se ho dipinto un capolavoro, dal momento che lunica cosa che mi stava
a cuore era questo istante, il momento della verit? La fedelt del mio autoritratto?

Walter: la fedelt di un autoritratto non nel dipinto, n sul volto ritratto. Non c: in nessun luogo della realt potrebbe
incontrarlaquesto me lo ha insegnato lei.

Egon: mi tradisca, dimentichi infine un insegnamento impuroso bene come la fedelt e la sincerit non abitino il mondo ma
soltantoattendono che qualcuno abbia il coraggio di dar loro un volto, di nominarlesi sbilanci oltre ci che vede con gli occhi
quegli occhi che io non ho! - e riveli ci che vede con lo sguardo al quale quelli sono solo strumentoquello sguardo del
quale anchio sono capacemi manca solo la conferma di quel vile strumento che la vistalaiuto che mai avrei voluto
invocare, laiuto di ci che non possiedo e che pure indispensabilemi riveli cosa vedono i suoi occhi l dove i miei non
vedono che la tenebra!

Pausa. Walter si sbottona il cappotto, estrae un portasigarette e un elegante accendino. Illumina con questo una porzione di
spazio, osserva per un attimo il volto di Egon, quindi si accende una sigaretta. Dopo la prima, voluttuoso boccata:

Walter (scandisce le parole quasi sillabandole): un uomo seduto terribilmente immobile(Egon si accascia nella poltrona)un
drappo biancastro (Egon porta verso il volto la sua coperta, ora pienamente in luce: bianca, macchiata)un fregio ligneo
abitato da una specie di angelo(Egon passa e ripassa la mano sinistra, rivolta alla platea, sulla struttura lignea della poltrona)
un animale che vorrebbe essere chiss chi altri (Egon si schermisce il volto con entrambe le mani; Walter tira una boccata
dalla sigaretta)un debole raggio di luce fra le sbarre(La luce entra a illuminare la scena secondo le parole di Walter, che
finisce la sigaretta, la getta fra i piedi di Egon, la spegne con meticolosa compostezza, si abbottona e alza il bavero).

Walter esce da dove entrato, la luce ora normale illustra la scena intera: n pi n meno che il dipinto descritto dal giovane.
ROBERTO MORPURGO