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ISSN 1120-6756

Caleidoscopio

www.medicalsystems.it ISSN 1120-6756 Caleidoscopio Letterario Roberto Pozzoli La prostituzione nelle società antiche tra

Letterario

Roberto Pozzoli

La prostituzione nelle società antiche

tra mito, culto e piacere

29

Direttore Responsabile Sergio Rassu

Direttore Culturale Maria Teresa Petrini

Via Rio Torbido, 40 - Genova (Italy) Tel. 010 83.401 Stampato a Genova 2001

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La prostituzione nelle società antiche tra mito, culto e piacere

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Caleidoscopio Letterario Roberto Pozzoli La prostituzione nelle società antiche tra mito, culto e piacere 29 Direttore

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La prostituzione nelle società antiche

tra mito, culto e piacere

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Via Rio Torbido, 40 - Genova (Italy) Tel. 010 83.401 Stampato a Genova 2001

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Editoriale

D opo aver letto lo scritto del collega Roberto Pozzoli mi ha colto una gran- de malinconia, perché lo scritto era terminato e antiche Religioni scom-

parse. Ma tutti gli addii vengono mitigati perché ci lasciamo per sempre i ricordi, che talvolta divengono esperienze e altre volte storie. Questo suo lavoro è un grande studio sulla storia delle religioni che, nate agli albori dell’uomo, sono state praticate fino al Medio Evo. Questo saggio è un excursus storico visto da una particolare angolatura: talvolta ad ampio raggio che avvolge religioni sopravvissuti per millenni, talvolta visioni filosofiche chiarificanti e talaltra piccoli particolari che però ci fanno entrare dentro l’animo e comprendere il comportamento di questi nostri lontani antenati. Perché l’uomo è sempre uguale con le sue virtù, ma anche con i suoi difetti o meglio con le sue passioni, e, proprio perché così è, spesso ha cercato di rendere sacra questa sua umanità, anche quella più deteriore. Ecco quindi tutta una serie di deità: sensuali, libertini, e se non ladri e delinquenti almeno protettori di queste categorie. Assistia- mo nel leggere questo saggio, che ci scorre davanti come un bellissimo film, ad avvenimenti che si snodano in sontuosi santuari dove dei sacerdoti – guerrieri non si limitano a praticare la cura delle anime e dei corpi, o “leggere” gli oroscopi, ma lot- tano, combattono, fanno prigionieri e questi immolano a degli dei assetati di sangue. Vi è in questo saggio uno studio accurato della prostituzione nell’antichità, che dà un ulteriore spessore a questo lavoro, perché mette a nudo attraverso i secoli e i millenni in questa passione umana, che l’uomo ha tentato di ingentilire trasforman- dola in manifestazione culturale. Questo anelito di Religiosità, che ha tentato di sacralizzare le passioni umane, è un preludio alla visione più teologica della divinità che troverà riscontro nelle grandi Religioni della Parola: ebraica, cristiana e musulmana, come ben esprime, in un nuo- vo altamente lirico, un nuovo rapporto tra l’uomo e Dio, nel salmo:

“Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi. Sulle loro mani ti porteranno Perché non inciampi nella pietra il tuo piede. Camminerai su aspidi e vipere Schiaccerai leoni e draghi”.

Maria Teresa Petrini

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Prefazione

La stesura di questo lavoro ha conosciuto una doppia genesi. La prima ragione del suo essere trova fondamento nell’affezione dell’autore per la sto- ria e l’archeologia. I viaggi intrapresi per appagare le sue curiosità storiche hanno sempre pri- vilegiato quelle terre che conservano ancora le impronte di quei popoli pro- tostorici e storici la cui eredità culturale ha segnato in modo determinante lo sviluppo delle splendide civiltà che sono fiorite attorno al Mediterraneo. Costante è sempre stata la finalità di chi scrive di venire a conoscenza diretta delle testimonianze degli albori della loro esistenza sociale, politica e religiosa per poterne fare utile tesoro da utilizzare come tracce da cui pren- dere l’avvio per ulteriori approfondimenti atti a soddisfare ancor più le pro- prie necessità culturali e le proprie curiosità aneddotiche. Consapevole che niente eleva di più lo spirito umano dell’attendere alla storia e al pensiero delle genti antiche. Le argomentazioni del libro riconoscono, infatti, come oggetto aspetti par- cellizzati, ma strettamente interdipendenti, di quei mondi passati. Quali il mito che rispecchiava l’innata feconda fantasia di quei popoli pri- mitivi e le religioni nel loro evolversi dalle forme più semplici quali l’animi- smo e il naturismo a quelle politeiste pregne di divinità le cui leggende per- sonali erano state assunte come fondamento per la comprensione e la spiega- zione di tutti i fenomeni naturali, fino a quelle rigorosamente monoteiste nate dalla dissoluzione delle precedenti ormai prive di credibilità e il cui pensiero spirituale si era fatto talmente sterile che i fedeli non ne potevano trarre più alcuna garanzia di protezione e di conforto. La seconda ragione che ha influito sulla decisione di elaborare questo scritto è figlia della prima. Risiede nell’abbondante materiale letterario che l’autore aveva ereditato da un suo precedente lavoro “Le Malattie a Trasmissione Sessuale: una lunga e vecchia storia”, un excursus sulle malattie sessualmente trasmesse nel corso della storia dell’uomo, cui si rimanda per i riferimenti specifici che non sono stati oggetto di trattazione nel presente libro. In particolar modo egli ha potuto contare su una messe di riferimenti lette- rari e documentazioni sull’esercizio della prostituzione nell’Antichità che gli erano stati indispensabili per tracciare una mappazione delle infezioni ses- suali dalle primitive genti storiche ai nostri giorni, in quanto essa era consi- derata anche allora la causa prima di quest’ultime. Cominciando a metter mano a questi dati ha avuto modo di accertare nei

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fatti come le diverse forme di prostituzione trovassero la loro giustificazione e la loro radice nelle cause non solo sociali e culturali, ma anche religiose dei popoli in cui tale pratica era diffusa. Questo a giustificazione del perché il nucleo principale della trattazione, improntato sull’esercizio del meretricio, sia stato corredato da capitoli ine- renti le abitudini popolari e le tradizioni cultuali dalla cui conoscenza non si può prescindere se si vuol avere una corretta comprensione di questo feno- meno. La vastità della materia in oggetto motiva, inoltre, la voluta limitazione dell’esposizione, contenuta dalle origini dell’uomo agli albori del medioevo. Il presente scritto, quindi, si propone non già come un saggio sul costume dei popoli antichi, ma più semplicemente come una sintesi della storia della prostituzione nell’antichità in appendice a quello in precedenza edito. Ecco l’uomo primitivo affacciarsi alla storia vivendo l’esperienza terro- rizzante dell’ignoto e l’ignoranza angosciante delle cause prime dei fenome- ni naturali e astrali, eccolo darsi un senso religioso della realtà materiale che lo coinvolge, crearsi un pantheon inventando la relativa teonomastica, rela- zionare con le sue entità superiori per conoscerne i voleri attraverso la divi- nazione e i riti religioso-iniziatici. Il disattenderli avrebbe significato ingenerare castighi terrificanti, come l’avvento del diluvio universale, che tutti distrusse salvo i pochi eletti che si sentirono investiti del potere e del dovere di insegnare ai loro discendenti le leggi cui conformarsi, i riti religiosi da celebrare per ottenere il favore divino per la fertilità della terra e per la fecondità della donna, garanzia di una discendenza numerosa. Nacquero, quindi, i rituali propiziatori per la Dea-Madre, la Grande Madre Terra, si celebrarono feste alle dee protettrici dei campi e delle gravi- danze che degenerarono sovente nell’esaltazione dell’osceno e comparve una particolare forma religiosa di prostituzione, quella sacra, testimoniata in moltissimi popoli appartenenti ad aree geografiche anche molto distanti le une dalle altre che generò a volte, anche se più spesso convisse, quella profa- na, più vile e ancor più diffusa. Le grandi città del peccato, la sumerica Uruk, l’anatolica Afrodisia, le gre- che Corinto e Atene, le italiche Erice e Roma, l’indiana Khajuraho erano anche i più grandi centri di culto, mete di incessanti pellegrinaggi di fedeli provenienti da ogni parte. L’esercizio del meretricio nell’Antichità è indubbiamente materia molto accattivante e di indubbia importanza, ma che si risolverebbe in sterile curio- sità se non venisse recepita come un peculiare aspetto del sociale, capace di farci avere una più completa comprensione della vita di quei popoli da noi tanto lontani nel tempo, ma ancora così vicini per averne ereditato gli aspetti letterari, intellettuali, politici e di costume.

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Non sono estranei al libro alcuni aspetti particolari del piacere che trovano la loro traduzione in pulsioni sessuali non tradizionali, quali l’omosessualità maschile e femminile, di cui ne viene sottolineato lo spirito educativo, intel- lettuale o mercenario con cui di volta in volta erano vissuti. Va sottolineato come la pederastia in alcune civiltà arcaiche fosse intesa esclusivamente in senso pedagogico, finendo poi per assumere un significato più elitario e letterale quando vennero a cadere i valori sodali e guerreschi per guastarsi definitivamente sconfinando nel semplice edonismo e nel vol- gare mercimonio. Le pratiche lesbiche erano altrettanto diffuse, anche se vissute in modo più discreto, a volte circoscritte solo a piccoli gruppi di donne come le fanciulle del tiaso istituito a Lesbo dalla dolce poetessa Saffo, o condivise tra amiche nella riservatezza delle proprie case. A rivoluzionare la visione del piacere sessuale pagano, sarà l’avvento del Cristianesimo che inneggiando alla castità o accettando l’unione di coppia unicamente all’interno dell’istituto del matrimonio per i soli fini procreativi, condannerà, spesso più a parole che con i fatti, ogni forma di fornicazione, massimamente la prostituzione.

L’autore

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L’uomo primitivo e il senso del divino

La condizione costante dell’uomo primitivo, prima che egli scrivesse con le sue azioni la storia, è la sofferenza. Soffre la fame, soffre la sete, il clima, la paura degli animali predatori, sof- fre la belluinità dei suoi simili, soffre di un timore reverenziale verso tutto ciò che gli è ignoto, prima fra tutto teme la natura che gli appare temibile e incomprensibile. Egli la osserva incuriosito e nello stesso tempo timoroso, valuta le manife- stazioni e gli “oggetti” con cui in modo fausto o violento essa a lui si manifesta. Le leggi naturali che sottendono alla nascita di un albero, al germogliare delle messi, allo scorrere dei fiumi, al ritorno ciclico delle stagioni gli sono sconosciute e misteriose. Ignora il ciclo vitale delle nascite, crede nella reincarnazione degli esseri viventi. L’invisibile che penetra e permea la natura in tutte le sue forme e che si rende visibile attraverso i suoi fenomeni e le sue creature all’inizio lo spa- venta e lo atterrisce. Cerca un contato con lei, un rapporto per rendersela favorevole e la comu- nione la media creando i primi abbozzi di riti cultuali. Il culto delle ossa degli animali uccisi perché crede che si possano reincarnare nelle fiere con cui lotta quotidianamente la cui carne e il cui pellame gli consentono di vin- cere la fame e il freddo, il culto dei propri morti il cui viatico in una dimen- sione non di perdita definitiva, ma di sopravvivenza è accompagnato da offerte che possono tornar utili al defunto per una sua successiva reincarna- zione. Con l’evolversi dello stadio di aggregazione umana, dalla fase dei piccoli clan a quella dei primi raggruppamenti tribali più numerosi e ai veri e pro- pri gruppi sociali l’oscurità impenetrabile che avvolgeva la natura a poco a poco si dilegua, l’invisibile si fa sempre più comprensibile e il timore lascia il posto al rispetto. Nasce la consapevolezza che in essa vi sia la presenza di qualche cosa di superiore, di un’entità soprannaturale: il divino. E a questo viene reso omaggio. Con preghiere e doni l’uomo adora il sor- gere del sole, la comparsa nel cielo notturno della luna, il manifestarsi del bagliore accecante del fulmine che distrugge. Deifica la flora, la fauna e le forze cosmiche percependo nei venti impetuosi gli aneliti del divino. E gli dà anche una forma, inizialmente femminile, l’antropomorfizza nelle sembianze opulente di una donna dai grandi seni e dal ventre adiposo ad enfatizzarne

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gli attributi fertili che esprime in piccole sculture. Esse sono la rappresenta- zione visiva dell’idea della Grande Madre Natura cui l’uomo paleolitico deve la propria vita, la possibilità di mantenerla e di trasmetterla. Verso l’ottavo millennio prima di Cristo l’uomo ha ormai abbandonato del tutto la transumanza e si è fatto stanziale, esercita ancor la caccia, ma ha ormai soppiantato la donna nella cura dei campi. Ha appreso la divina arte dell’agri-

coltura e ne è divenuto il signore. Coltiva l’orzo e il grano che conserva in reci- pienti di ceramica che egli stesso modella, alleva greggi e per tutto questo rende grazia al dio sconosciuto innalzandogli preghiere e sacrifici. Pochi popoli come i Celti, antico ceppo indoeuropeo che si diffuse intorno

al VIII°-VII° secolo prima di Cristo per tutta l’Europa Occidentale e da qui

lungo direttrici diverse verso la nostra penisola, i Balcani e la Turchia, avver- tirono il preistorico anelito divino nella natura che ancora pulsava negli animi delle popolazioni autoctone alle quali andavano sovrapponendosi. Essi consideravano la natura come la madre di tutte le forme di energia esistenti e ricercavano in tutte le manifestazioni materiali le divinità, perché credevano che esse presiedessero il tutto, il cosmo come la terra. Pertanto, innalzavano suppliche agli astri, veneravano il Sole e il Cielo con tutti i fenomeni che lo caratterizzavano anche i più terrificanti e nel contem-

po cercavano il contatto con il divino venerando le manifestazioni telluriche.

Sacri erano i laghi e i fiumi i cui benefici influssi protettivi confidavano potessero essere trasfusi alle armi e agli ornamenti che vi immergevano prima di essere indossati o che consegnavano come doni votivi per le pre- ghiere esaudite. Altrettanta devozione era riservata ai boschi, alle radure attigue, agli antri sotterranei che credevano assorbissero l’essenza energetica cosmica e alle grotte che, come molte altre popolazioni primitive, supponevano essere la porta d’ingresso per l’oltretomba. In questi luoghi come fossero templi all’aperto avvertivano la presenza del divino che nelle forze che si sprigionavano dalla natura sentivano immanen- te su di loro. E qui si raccoglievano in preghiera e innalzavano sacrifici a Lug, il padre degli dèi, a Karidwen, la Grande Dea Madre, ad Epona dea della fertilità e delle acque sotto gli insegnamenti dei druidi, il collegio di sacerdoti dediti al culto, allo studio degli astri e all’interpretazione delle cose divine. Ai Celti erano care tutte le specie di piante perché le consideravano mezzo

d’unione del cielo con la terra, un ponte tra le forze astrali e quelle telluriche

di cui assorbivano le energie; con le fronde l’aria e la luce, con le radici

l’acqua e gli alimenti. Ma sopra tutte adoravano la quercia, emblema della forza e della vitalità e il vischio, simbolo della continuità della vita riproduttiva e della perennità dell’energia generante perché il solo albero fra tutti a germogliare d’inverno.

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Degradante verso le viscere della terra e risalente verso la sommità dei cieli era, quindi, l’anelito religioso con cui l’uomo celtico cercava di entrare in simbiosi anche attraverso i misteriosi megaliti a lui di molto preesistenti. Dal nord Europa a Malta, dal medioriente all’isola di Pasqua la presenza dei cromlech, dei menhir e dei dolmen sembrano attestare la memoria di una civiltà megalitica sviluppatasi a macchia di leopardo in tutto il mondo la cui origine (fine del neolitico, IV° millennio a.C.) è, in ogni caso, avvolta nel mistero. Così come è misteriosa la funzione di queste ciclopiche costruzioni. I cromlech con la loro disposizione a cerchio sembrano indicare primitivi “osservatori” astrologici dove veniva venerato il sole, i menhir dalle alte pie- tre squadrate infisse quasi magicamente nel terreno da un mitico gigante preistorico, richiamano luoghi di culto e di devozione e i dolmen le cui pie- tre orizzontali gravano fuori dal tempo su blocchi di supporto verticali rie- vocano crudeli altari su cui venivano sacrificati vittime animali e umane o arcane tombe collettive dove trovavano sepoltura capi e sacerdoti. Alla presenza di questi monumenti i druidi di fronte a tutta la loro gente invocavano i loro dèi e a loro eseguivano sacrifici, qui sceglievano tra i più forti e coraggiosi uomini il loro valente capo e condottiero, qui i bardi into- navano canti misteriosi mentre le sacerdotesse invasate esercitavano la loro arte di maghe e di indovine. E’ qui che Veleda, l’ardita profetessa germanica (I° secolo d.C.) arringava i suoi guerrieri, i valorosi Batavi a ribellarsi sotto la guida di Giulio Civile alle truppe di conquista romane inviate dall’Imperatore Vespasiano. Infelice Veleda, che fatta prigioniera, venne deportata in Italia, dove ad Ardea nelle vicinanze di Roma concluse la sua orgogliosa vita esercitando la difficile arte della divinazione. Sempre qui la regina celtica Boadicea anch’essa strenua avversaria dei Romani raccolse attorno a sé truppe ingenti che piegarono inizialmente le ginocchia all’Impero infliggendogli sconfitte talmente pesanti da convincere anche l’imbelle Nerone ad impegnare tutte le sue forze militari dislocate in Britannia per aver ragione della sua resistenza, che venne meno solo con la sua uccisione e lo sterminio della sua gente avvenuti nelle vicinanze di Londra. Chi, oggi, osserva dal lato del Parlamento sulla riva sinistra del Tamigi il Westminster Bridge può scorgere sulla destra un gruppo scultoreo in marmo opera di Thomas Thornycroft (1902) eretto a memoria della coraggiosa con- dottiera che la rappresenta stante con una lancia in mano su un carro da guerra celtico trainato da due fieri destrieri in corsa. Indecifrabili pietre, mistici corsi d’acqua, enigmatici antri, oscuri boschi. Le leggende bretoni ci parlano di fantastiche visite di fate e di streghe. Merlino, il mago, che prese sotto la protezione dei suoi incantesimi Artù

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(VI° secolo d.C.) e lo istruì a diventare il leggendario re della Tavola Rotonda, ma soprattutto il primo eroe nazionale bretone, difensore dell’amata Britannia dall’invasione delle popolazioni germaniche.

E Melusina, la fata metà donna e metà serpente; triste il giorno in cui

l’amato sposo, il bel principe Raimondino, figlio del re dei Bretoni contrav- venendo al giuramento fatto la spiò mentre bagnandosi in una tinozza si tra- sformava in rettile. Lei lo privò del suo corpo e del suo amore, scomparendo.

Lo stesso stretto contatto con la natura e le sue manifestazioni vegetali e astrologiche, espressione di un irrazionale che associa la materia vivente con

la sua idea, la vita quotidiana con le misteriose vicende divine che la sotten-

dono si ritrova in Oriente, in India presso le antiche popolazioni degli Ary che si sovrapposero alle genti indigene dravidiane. Non a caso, poiché que- ste popolazioni che provenivano dalle steppe meridionali della Russia appartenevano allo stesso ceppo etnico iniziale che era migrato ad Occidente invadendo due mila anni prima dell’era cristiana l’Europa. Ancora oggi in tutta la regione indiana del Rajastan sono sparsi centinaia

di semplici e modesti tempietti animisti risalenti a migliaia di anni fa dove

gli abitanti dei villaggi si raccolgono in preghiera. Essi venerano la natura nel suo insieme e le loro suppliche sono rivolte in particolare all’albero il cui

culto è tra i più antichi praticati da queste tribù, qualsiasi sia la loro religione

di appartenenza.

Sia induisti che jaina venerano il Kalpa Uriksha o Albero della vita che tro- viamo riprodotto nei suggestivi dipinti di argomento mitologico e nelle raffi- nate sculture dei templi. Atri alberi erano oggetto di divinizzazione come il pipal (Ficus religiosa) che nel periodo protostorico delle civiltà dell’Indo di Harappa (III° millennio a.C.) era considerato sacro o come il bo o fico del banyan (Ficus indica) sotto le cui fronde il Buddha raggiunse l’ispirazione. Una simbiosi con le forze naturali che ritroviamo ancora nei riti di fertilità degli indiani Hopi dell’Arizona dove più che mai pressante è la necessità di

procacciarsi il cibo e dove il concetto di fecondità in ogni suo aspetto, anima-

le, vegetale e umano rappresenta la garanzia della continuazione della vita.

Il misterioso popolo indiano Hopi, il cui ceppo originario si perde nella

preistoria americana, è distribuito in una manciata di villaggi lungo la parte nord orientale dell’Arizona, sulla Black Mesa, terra inospitale e desertica. Gente pacifica ed estremamente credente, è dedita a cerimonie religiose che si protraggono per molti mesi l’anno, dall’inverno all’estate. Con esse, a dispetto della sterilità della terra da loro abitata, esprimono rispetto e ringra- ziamento agli spiriti per quello che hanno loro concesso. Ringraziano il dio Maasawu per il dono della terra su cui vivono quello che

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essi considerano il loro Quarto Mondo, iniziato dai loro antenati che, secon-

do la leggenda, sono risaliti dagli antri sotterranei del Gran Canyon.

Le danze propiziatorie compiute indossando multicolori costumi e i canti

che innalzano al cielo sono i richiami che indirizzano agli spiriti sovrannatura-

li, le Katsina, perché scendano tra loro a proteggere la loro difficile esistenza.

A loro che controllano gli elementi e i fenomeni naturali, gli Hopi deman-

dano le esigenze e i desideri del vivere quotidiano, supplicano l’invio della

pioggia tanto benefica per la terra arida, necessaria per fertilizzarla a garan- zia di un buon raccolto che consenta la sopravvivenza.

Il contatto, quasi fisico, con le Katsina è assicurato dalle maschere cerimo-

niali di concezione quasi astratta o surreale indossate da uomini che personi- ficano gli stessi spiriti e da manufatti, soprattutto le splendide bambole di piccola fattura ricavate dalle radici del pioppo, che vengono regalate ai bam- bini come iniziazione alla dimensione sovrannaturale. Anche nelle tribù dell’Africa Nera il rapporto tra il quotidiano e il divino è mediato dai grandi totem di legno scolpiti seguendo i rigorosi cerimoniali degli avi, non dissimilmente da quanto avveniva tra i Celti che adoravano i grandi alberi e gli dèi che credevano in loro albergassero. Questi simulacri unitamente alle espressive maschere sono concepiti come tramite tra l’uomo e lo spirito, tra gli accadimenti che accompagnano i singoli momenti della vita terrena e quella soprannaturale. Maschere simboliche recanti sulla sommità una figura femminile che incarna la Dea della Terra sono indossate durante le cerimonie o poste nei

campi a scopo apotropaico, a protezione dai mali e a propiziarne la fertilità. Alcune di queste maschere si protendono verso l’alto con la raffigurazione

di un uccello da lungo collo che ricurvo sembra penetrare con la testa nella

maschera stessa. Esso rappresenta lo spirito animistico del divino o degli antenati che comunica con chi l’indossa, una linea diretta al di fuori del tempo e dello spazio tra l’ultraterreno e il quotidiano. Così come la fecondità della donna è esorcizzata dalla presenza nelle capanne di statue di donne i cui elementi formali sono esagerati negli attri- buti significanti la gravidanza, ventre prominente e seni gonfi.

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Gli dèi hanno un nome e una forma: ana- logia dei loro attributi nelle diverse re- ligioni antiche

L’uomo impara, quindi, nel corso del tempo a pregare, a invocare, a sacrifi- care e in questo modo egli tende a farsi amici gli elementi, legandosi ad essi con un vincolo forte d’amore e di sottomissione perché in ognuno di essi sup- pone la presenza di un’anima, di una parte del divino che a tutto presiede. Ormai aggregato in comunità sempre più numerose sente il senso religio- so impossessarsi del suo animo ed egli “inventa” la religione inizialmente animista e subito dopo naturistica; le più semplici, le più genuine in grado di dare per prime una risposta ai suoi molteplici interrogativi sulla nascita della vita e sulla sua fine. L’alternarsi ciclico di vita e di morte viene considerato come un accadi- mento ineluttabile, così come il ciclo delle stagioni, facente parte di quel grande disegno cosmico che il divino comanda e determina. In questa fase di sviluppo della sua personalità, ancora infantile, l’uomo evoca la divinità, la sua epifania attribuendole un nome. Ma questi nomi rappresentano entità ancora astratte, atte a significare uni- camente alcune “facoltà” peculiari delle entità divine. Il fatto stesso di “ chiamarla” significava attestarne l’esistenza, voleva dire entrare in più stretta, ma devota familiarità, sollecitarne più intimamente i favori, preservarsi dalle sue pericolose ire. Questa fase politeista coincide con la nascita del mito. L’uomo opera un’azione di zoomorfizzazione delle mille divinità cui è devoto, attribuisce loro fattezze e qualità di animali che conosce e teme o addirittura che fanta- stica. Lo stadio successivo è quello della piena e totale antropomorfizzazione: gli dèi hanno le fattezze squisitamente umane. L’uomo li crea a propria imma- gine, anche se talora li rappresenta in forme ibride conferendo loro particola- ri di divinità animali che stentano ad estinguersi completamente, forgiando così fantastiche chimere dotate di qualità sovrumane. Attribuisce loro una teogonia e con essa cerca di spiegare l’origine del mondo e la propria, investe ogni singolo dio di qualità benefiche o malefiche tentando così di giustificare la presenza del bene e del male. La metamorfosi dell’idea originale del divino trova, infatti, riscontro nelle raffigurazioni delle divinità di tutte le più arcaiche civiltà storiche che risul- tano associate da strette analogie. Negli dèi locali delle prime città-stato

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sumeriche innalzate intorno al 3000 a.C., nel Pantheon egizio e delle splendi- de civiltà che si svilupparono nelle fertili piane del Tigri e dell’Eufrate, dap- prima, intorno al 2500 a.C., sotto l’impulso unificatore del grande re accadico Sargon e in seguito dall’arrivo di altre genti semitiche quali gli Amorrei, gli Aramei, i Cananei che ininterrottamente già dalla fine del terzo millennio prima di Cristo migrarono dal deserto arabico verso la Mesopotamia, l’Egitto e le fertili coste orientali del Mediterraneo. Spesso alcune divinità, numi tutelari di un popolo, per la fama acquisita venivano adottate da altri contribuendo in tale modo a creare una commi- stione di nomi, una sovrapposizione di aspetti aventi però come minimo comune denominatore l’identità di funzioni. Il dio sumerico del cielo Anu che dalla volta celeste sovrintende a tutti gli altri dèi è lo stesso che viene adorato dagli Assiri e l’Assiria adotta anche le altre due divinità della triade cosmica sumerica, Enlil il dio della tempesta che diventerà il Baal dei Cananei e degli Aramei e Enki, signore della terra identificato in Ea dai Babilonesi. Queste triadi si rispecchiano nelle figure divine egizie dal corrispondente carattere cosmico: Nut la dea celeste con il cui corpo aveva avvinto in un abbraccio fatale il dio Geb, la terra, rischiando di soffocarlo e pertanto venne da lui sollevata ad arco e separata dall’aria Shu. Ma, nell’Oriente antico le manifestazioni cosmiche, come del resto la vita terrena erano regolate dall’attività delle divinità astrali. Altre triadi vengono così a sovrapporsi e a coincidere.

I nomi sumerici di Nanna la luna, Inanna la stella Venere, Utu il sole, hanno

i loro corrispettivi nelle divinità assiro-babilonesi di Sin, di Ishtar e di

Shamash e in quelle egizie di Osiride simbolo della rinascita perché resuscita- to dalla devota sposa-sorella Iside, di Hathor dall’aspetto di mucca il cui culto si sviluppò soprattutto nel tempio di Dendera, nell’Alto Egitto e di Ra/Horo, figlio ieracocefalo di Iside e Osiride adorato nel Delta, nato postumo. Secondo la teogonia egizia, infatti, Osiride, figlio di Nut e di Geb, il cielo e la terra, venne ucciso durante un banchetto con un perfido inganno dall’infi- do fratello Seth, dio della distruzione, che ne smembrò il corpo e lo disperse. La fedele sposa Iside chiamò a suo soccorso il dio sciacallo Anubi custode dei morti e il dio Thot dalla testa di babbuino, dio tutelare della medicina e della magia. Iside si mise alla ricerca delle diverse parti del corpo del suo diletto sposo e nei luoghi in cui riuscì a rinvenirle eresse un tempio a lui dedicato.

I tre dèi riuscirono dopo indicibili peripezie a ritrovare tutte le membra di

Osiride, fatta eccezione del pene che venne inghiottito da un pesce e ritenuto nelle acque del Nilo a significare la fecondità eterna del fiume che con le sue inondazioni rendeva fertile l’Egitto. Essi, quindi, ridiedero forma al corpo

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mutilato che, ricomposto, risorse e incarnò il dio che risiede ad Occidente, cioè nell’al di là e fecondò Iside da cui nacque Horo, il dio falco. Dopo una lotta che si protrasse per ottanta anni e che si consumò nelle più atroci violenze e mutilazioni reciproche (Seth strappo un occhio a Horo e que-

sti tagliò i testicoli all’avversario) il giovane nipote ebbe ragione definitiva- mente dell’irriducibile zio che gli contestava l’eredità paterna. Horo da tutti gli altri dèi riconosciuto come sovrano del mondo, così come

lo era stato suo padre prima di essere assassinato, incarnò Ra, il dio Sole, il

primitivo dio della teologia eliopolita, colui che si era creato da sè e che con

il suo sperma frutto di un atto masturbatorio aveva dato origine alle altre

otto divinità che avevano costituito l’Enneade adorata a Eliopoli. Il suo atto creativo originò prima Shu, l’aria, e Tefnut, l’umidità, dalla cui unione nac-

quero Geb, la terra, e Nut, il cielo, che a loro volta generarono quattro figli, due di sesso maschile, Osiride e Seth e due femminile Iside e Nefti. Horo assurse così a dio simboleggiante la luce, la ragione e la civilizzazione

e avrà in Thot, il sommo tra i medici, lo strumento per combattere il disordi-

ne e le malattie inviate da Seth a vessare la terra.

E’ facile con l’evolversi delle civiltà scorgere nel pantheon greco e romano

le analoghe divinità cosmiche e astrali menzionate, ormai completamente

antropomorfizzate. L’idea cosmica del cielo rappresentata da Urano si trasfonde nel proprio figlio Crono che dopo averlo evirato ne assume le piene funzioni di dio dell’Universo e si formalizza definitamente nelle sembianze di Zeus, il dio supremo dell’Olimpo greco, che sottratto alla furia antropofoga paterna, armato di fulmini presiede ai fenomeni atmosferici.

La religione romana deifica Crono nelle vesti dell’antico dio dei campi Saturno, istituisce a ricordo della felice e mai più tornata ”età dell’oro” da lui presieduta, in cui tutti gli uomini vivevano in pace e prosperità, i saturnali, festività invernali caratterizzate da scambi di doni augurali, anticipazione del Natale cristiano.

E Zeus si fa Iuppiter fulgator, elicius, lucetius, attributi delle sue principali ma-

nifestazioni, di fulmine, pioggia e luce con cui il popolo romano lo pregava.

Il culto di Febo Apollo il dio solare greco si diffonde per tutta la Magna

Grecia e conquista Roma, Selene la dea lunare che stante su un carro trascina-

to da quattro giovenche percorre nottetempo il cielo diventa la Diana romana

e in Afrodite e in Venere, troviamo le stesse proprietà, non ultima quella di

presiedere all’amore e alla sessualità, conferite prima ad Inanna, a Hathor, ad Ishtar e ad Astarte. Gli dèi romani si presentano, quindi, come riproposte di divinità proprie

di

altre religioni anche più antiche; sono rappresentazioni spesse volte ibride

il

cui aspetto e il cui significato risentono dell’influenza dei credi e dei miti

soprattutto greci e etruschi. E’ indubbio il debito che la religione romana

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deve a quella del popolo che di volta in volta assoggetta e annette, quasi un lento, ma inesorabile processo di trasfusione dell’una nell’altra. Così anche nella coppia celeste Giove-Giunone rivivono gli animi di quella etrusca Tinia-Uni, e il sacro corteggio degli dei che fa loro da cornice nel Campidoglio costituito da Diana, Minerva, Apollo, Nettuno richiama l’affollato pantheon etrusco delle rispettive divinità Artumes, Menerva, Aplu, Nethunus.

rispettive divinità Artumes, Menerva, Aplu, Nethunus . Iside, Horus, Sekhmet (Amuleti egizi. Nuovo Regno 1575-1087

Iside, Horus, Sekhmet (Amuleti egizi. Nuovo Regno 1575-1087 a.C)

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Il Diluvio Universale: misteriosa memo- ria comune a tutti i popoli

Dell’uomo gli dèi hanno le stesse passioni; come lui amano e odiano, man- giano e si ubriacano, temono, ingiuriano, tradiscono, violentano, puniscono

e uccidono. Ma essi in più hanno il potere assoluto che sfruttano tenendo il genere umano sotto il loro giogo. L’uomo diventa l’esecutore dei loro voleri cui non può ribellarsi pena la condanna.

Deve solo sperare di accattivarsi la loro simpatia, assicurarsi la loro prote- zione attraverso oblazioni, preghiere, inni e processioni. Non può permettersi di sbagliare, perché il peccato avrà come subitanea conseguenza l’inevitabile punizione. Il dio provvederà a castigarlo personal- mente con le sofferenze, le malattie, la morte e lo abbandonerà a se stesso o peggio ancora in balia dei demoni. Già una volta il genere umano tentò di sollevarsi contro gli dèi, ma venne

il Diluvio a punirlo e lo distrusse.

E’ interessante notare come l’episodio di questo devastante cataclisma si ritrovi nelle narrazioni degli albori di tutte le civiltà caratterizzate da lin- guaggi e tradizioni diverse. Quasi fosse un patrimonio anamnestico comune, una memoria che abbraccia tutto il genere umano da un continente all’altro senza soluzione di continuità, tramandata in forma orale o scritta. Come se dall’Egitto all’Etiopia, dal vicino Oriente alle civiltà dell’Indo, dalle fredde terre degli Iperborei che ebbero nei Celti dai lungi e incolti capelli rossi i propri eredi al mesoamerica preistorico abitato da una razza rossa, tutti i popoli fossero stati percorsi contemporaneamente dalla stessa tragica esperienza. E ne conservassero inalterato lo stesso ricordo: quello del Diluvio Universale.

Il diluvio nella tradizione sumerica e biblica

Noi ancora oggi rimaniamo colpiti dalla descrizione di questa immane punizione divina che apprendiamo dalla lettura dei testi biblici come proba- bilmente rimasero un tempo atterriti i popoli di paesi e colture diverse, ma solo apparentemente lontane dalla nostra, da narrazioni analoghe e parallele:

<<Noè aveva 600 anni quando venne il diluvio e le acque inondarono la terra. Noè, insieme coi suoi figli e alla moglie e con le mogli dei suoi figli, entrò nell’arca prima che irrompessero le acque del diluvio…in quel giorno tutte le fonti del grande

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abisso irruppero e le cateratte del cielo si aprirono, e la pioggia cadde sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti … E le acque aumentarono sempre più sopra la terra, e tutte le più alte montagne, che sono sotto il cielo, furono coperte… Tutto quello che era sulla terra asciutta e aveva alito vitale nelle narici, morì. Il Signore

Iddio fece sparire tutti gli esseri che erano sulla faccia della terra, dall’uomo fino alle bestie, ai rettili e agli uccelli del cielo; essi furono sterminati dalla faccia della terra:

non scampò che Noè con quelli che erano insieme con lui nell’arca>> (1) (Genesi 7,

6-23).

L’episodio della costruzione di una grande nave, l’arca, dove Noè su con- siglio di Dio ricovera la propria famiglia e le coppie di animali presenti sulla terra consentendo la sopravvivenza dal diluvio e la propagazione delle spe- cie ricorre più o meno identica in molti altri racconti. E’ già presente in un poema epico scritto in caratteri cuneiformi accadici risalente alla fine del secondo millennio prima di Cristo rinvenuto nella Biblioteca d’Assurbanipal (668-626 a.C.) a Ninive che vede come protagoni- sta il mitico eroe sumerico Gilgamesh, re di Uruk.

I Sumeri, razza non semitica, costituirono l’antica civiltà stanziata in

Mesopotamia più di 3500 anni prima dell’era cristiana. La loro storia ci è nota soprattutto dalla decifrazione di frammenti di descrizioni in caratteri cuneiformi presenti su migliaia di tavolette d’argilla rinvenute nel corso delle diverse campagne di scavi, intensificate negli ultimi cinquant’anni, nella bassa Mesopotamia, nell’area di Shatt-al-Arab prossima alla confluenza del Tigri e dell’Eufrate, prima che i due fiumi in un unico corso sfocino nel Golfo Persico. Ma conoscenze ancor più complete sulla loro letteratura, sulle antiche città

e sulle imprese dei loro sovrani ci sono pervenute da tavolette in argilla assi- ro-babilonesi scritte in accadico che a volte sono riedizioni o revisioni corret- te e ampliate di narrazioni sumeriche. Alcune di queste raccontano proprio del Diluvio, inserito nella più vasta epopea di Gilgamesh, la versione più completa della quale è appunto quella ninivita in accadico. Anche in questo caso, come nella Genesi, il cataclisma rappresenta una Nemesi degli dèi che condannano alla distruzione il genere umano, pentiti d’averlo creato perché si era dimostrato non devoto e irrispettoso del loro sonno che molestava con inutili grida.

I più convinti sostenitori del pandemico castigo sono Anu, il padre degli

dei, Enlil, loro prode sovrano che sovrintende all’uragano e alle piogge e Ninurta, il dio della guerra. Solamente Ea, il dio delle acque già signore della terra con il nome di Enki presso i Sumeri, prova un po’ di pietà verso il fedele Utnapishtim e gli consi- glia di abbattere la casa e con il legname così ottenuto di costruire una gran- de barca salvifica per sé, per i suoi cari e per il bestiame.

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E sarà di Utnapishtim, il sopravvissuto, il più saggio tra gli uomini, il più

antico di essi perché gli dèi gli avevano fatto dono dell’immortalità, che Gilgamesh andrà alla ricerca, con l’animo distrutto dal dolore per la morte dell’amico Enkidu, compagno di molte avventure e di pericolose imprese. Dal grande saggio sentirà la narrazione del diluvio, per l’amico del cuore chiederà la restituzione della vita, per sé di eludere la morte. Invano.

Il Diluvio nelle “Metamorfosi” di Ovidio

Un’arca simile verrà costruita anche da Deucalione su consiglio del padre Prometeo in un'altra Genesi questa volta di tradizione greca. Secondo questa mitologia si sono succedute quattro età del mondo (un altro affascinante e curioso parallelismo con la ben lontana storia maya, come vedremo). L’età d’oro in cui gli uomini vivevano nella più completa armonia e piena

felicità. A loro era ignota la violenza e il male e la morte si manifestavano come un dolce trapasso nella quiete del sonno.

A questa seguì l’età d’argento caratterizzata da una minor perfezione del

genere umano, che viveva fino alla morte in una sorta di eterna fanciullezza, ma non sapeva onorare gli dèi e per questo Zeus lo distrusse. La terza età fu quella di bronzo. Gli uomini si erano votati alla violenza, ignoravano il senso dell’amicizia e della lealtà, erano inclini alla guerra e questa li annientò. L’ultima fu l’età del ferro, la più decadente, la più abominevole nella cor- ruzione dei costumi e la più sanguinaria. E’ a questa che Zeus pose fine inviando il Diluvio. In questa narrazione mitica è, infatti il dio del cielo, nelle Metamorfosi ovidiane romanizzato in Giove, che dapprima squarcia il cielo con folgori e tuoni e poi rovescia per nove giorni e nove notti sulla terra piogge tali da sommergere interamente tutto e tutti: (2)

Poena placet diversa, genus mortale sub undis Perdere et ex omni nimbos demittere caelo …………………………………………… Utque manu late pendentia nubila pressit, Fit fragor; hinc densi funduntur ab aethere nimbi …………………………………………… Exspatiata ruunt per apertos flumina campos; Cumque satis arbusta simul pecudesque virosque Tectaque cumque suis rapiunt (Ovidio, Le metamorfosi, Libro I, v.260-287)

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(Decide un diverso castigo, distruggere il genere mortale sotto le onde e precipitare giù da ogni parte del cielo scrosci di pioggia…E tosto che di sua mano strinse le nubi gravide, il fragore si manifesta e quindi dall’etere si rovesciano dense piogge …Per gli spaziosi campi irrompono fuori dall’alveo

i fiumi; con i raccolti trascinano via arbusti, greggi, uomini e case…) (t.d.a.). Solo Deucalione riesce a salvarsi e con lui sua moglie Pirra. Insieme immo- lano sacrifici alla dea della Giustizia Temi e pregano Zeus di rigenerare l’umanità.

Le suppliche sono recepite benignamente nell’Olimpo e viene loro ordina-

to di raccogliere le ossa della loro Grande Madre. Ma quale madre potevano avere in comune loro due, i soli superstiti, se non la terra e quali potevano esserne le ossa se non le pietre che la ricoprivano?

Così i due sposi raccolgono le pietre e le gettano alle loro spalle: da quelle lanciate da lui nasceranno nuovi maschi, da quelle di lei nuove femmine. Ovidio, sempre nelle Metamorfosi (Libro VIII, 611-724), fa un secondo favoloso riferimento ad una catastrofica alluvione che colpì la Frigia allor- quando narra il commovente episodio che vede come protagonisti due anziani coniugi, Filemone e Bauci, di pari età che erano invecchiati nella povertà che avevano reso lieve e serena con il loro reciproco amore. Cercando rifugio per riposare le loro stanche membra un giorno fecero loro visita Giove e Mercurio sotto le spoglie di due mortali viandanti.

Di mille case avevano in precedenza bussato la porta, ma invano perché

sorde alle loro suppliche erano state le orecchie di chi ci abitava. Solo Filemone e la sua sposa Bauci li accolsero con gioia mettendo a dispo- sizione sulla loro traballante mensa quel poco di cibo che avevano nella dispensa: qualche legume e una piccola porzione di maiale che era loro avanzata e che pendeva da una trave annerita. Sul loro umile letto stesero un giaciglio di morbide foglie che ricoprirono con la sola coperta che possedevano e che nei lunghi anni passati insieme

erano stati soliti stendere unicamente nelle ricorrenze festive e vi fecero ada- giare gli dèi.

In un rozzo cratere versarono un po’ di vino, di quello mediocre, il solo

che potevano permettersi e lo offrirono con piacere agli ospiti celesti e gran- de fu la loro meraviglia nel vedere il vaso riempirsi spontaneamente quando il vino era sul punto di finire. Esterrefatti dal miracolo innalzarono preghiere e stavano per sacrificare la sola ricchezza che possedevano, un’oca, quando gli dèi lo impedirono e manifestandosi li esortarono ad abbandonare la loro casa e a rifugiarsi sul vicino monte perché di li a poco tutto attorno a loro sarebbe stato sommerso dalle acque e tutti sarebbero periti per l’iniquità che avevano dimostrato. Quando a stento, sorreggendosi ed aiutandosi a vicenda i due vecchi rag- giunsero la sommità dell’erta si volsero a guardare nella valle e videro atter-

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riti <<et mersa palude cetera prospiciunt…>> che tutto era stato ricoperto da un’immensa palude. Solamente la loro povera dimora aveva resistito alla furia dell’inondazio-

ne, ma si era trasformata per incanto in uno splendido tempio dal tetto dora-

to e dalle colonne di marmo.

Allora Mercurio misericordioso e riconoscente chiese loro quale desiderio volevano che fosse esaudito e come risposta all’unisono i due coniugi rispo- sero di poter vivere gli ultimi anni della loro vita come sacerdoti del tempio e di non vedere mai l’uno la morte dell’altra. E così avvenne che quando la vita stava per sfuggire dai loro cuori Filemone scorse la sua dolce sposa Bauci mettere le fronde e lei si accorse che il corpo dell’amato compagno si stava facendo tronco e mentre si scambiavano l’estre- mo addio le loro bocche si ricoprirono di corteccia e per sempre tacquero. Oggi in quel luogo una quercia e un tiglio si ergono tanto vicini che sem- brano uniti in un tenero e perenne abbraccio.

Il racconto presso l’induismo e il madzeismo

La cosmologia indiana così affollata di dèi ed eroi non poteva non averne uno proprio. L’unico uomo sopravvissuto al Diluvio in questo caso è Manu

ed è anche il primo uomo dell’attuale razza umana.

Secondo la concezione cronologica dell’India vedica (1500 a.C.) esisteva al

di là della dimensione temporale degli uomini (Yuga) anche un tempo che

misurava la vita degli dei e un tempo (Kalpa) proprio del dio Brahma, colui che presiede a tutte le cose, a ciò che è stato e che sarà, il padrone assoluto dei cieli, degli dei, dei semidei, degli uomini e degli animali, il primo dio della Trimurti indù. Un kalpa di Brahma coincide ad un giorno della sua vita e a circa 4.320.000.000 anni umani ed egli vive cento anni. Le età dell’uomo sulla terra sono quattro, tre passate Krita-Yuga, Treta Yuga, Dvapara-Yuga, l’attuale chiamata Kali-Yuga è l’età oscura che va decli- nando e Manu è il suo primo uomo, il superstite dell’ultimo disastro delle acque, il Noè biblico. Queste quattro Yuga hanno la durata complessiva di 12000 anni e costitui- scono una grande Yuga o Mahayuga. La credenza del ciclo continuo delle rinascite e della metempsicosi, origi- nale innovazione della religione creata dai Brahamani postvedici, fa sì che i Kalpa e gli Yuga si ripresentino ciclicamente. E similmente i Manu. Alla fine di ogni Kalpa diurno dove la vita è manifesta segue un Kalpa not- turno dove essa si riassorbirà nel sonno del dio e la fine dell’era più misera e

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oscura dell’uomo, Kali-Yuga, sarà segnata dalla distruzione del genere umano dalla quale sopravviverà solo il nuovo Manu. L’attuale è il settimo dei quattordici determinabili, salvato da Vishnu (il se- condo dio della Trimurti, il terzo è Shiva) che a lui si presenta con le sem- bianze di Matsya, il grande pesce, il primo dei suoi dieci Avatara, le sue in- carnazioni. Manu lo aveva appena pescato quando si sentì dire: << Se mi fai salva la vita, conservandomi in un vaso colmo di acqua io ti salverò dalla violenza della stessa che si manifesterà come un immane diluvio. Tu solo sopravviverai mettendoti in salvo all’interno di una grande arca che costruirai>> Manu ubbidì e quando il Diluvio sommerse tutta la terra il piccolo pesce si era trasformato in uno gigantesco che prese sul suo dorso l’arca e la depositò sulle alte cime de monti del Nord. Questa è la versione che vede il dio Vishnu nel ruolo di creatore e salvatore del genere umano all’inizio di ogni nuovo Kalpa presente nella raccolta di testi antichi, i Purana (a partire dal VI° secolo d.C.) e nel più grande poema epico indiano, il Mahabharata (II° secolo d.C.). Ritroviamo nell’Avatara Matsya il recesso delle antiche divinità uomo/ani- male di cui la religione prima vedica e quindi induista è pregna. Poche altre religioni politeiste ospitano nel loro pantheon tante divinità le cui caratteri- stiche zoomorfe permangono in qualche modo nonostante le raffigurazioni vadano gradualmente assumendo nel corso dei secoli una umanizzazione. Le antiche forme di culto dei dravidiani, gli indigeni primitivi dalla pelle scura abitanti delle antiche civiltà dell’Indo, rivolte all’adorazione di dei astrali e naturali verranno contaminate e trasformate dal matrimonio con le divinità dei popoli Ary, di razza bianca che, come detto, si diffonderanno in- torno al 2000 a.C. verso gli altipiani iraniani, il Pakistan e la penisola indiana. Gli Ariani erano culturalmente simili ai popoli che avevano invaso l’Europa nello stesso periodo, il che rende ragione dell’identità di alcune divinità indo-ariane con quelle mitologiche celtiche, greche e romane. Il Signore Cielo è il vedico Dyaus assimilabile a Zeus e a Giove, così come si può leggere nelle divinità pastorali di Surya e di Agni le personificazioni del dio sole e del dio fuoco presenti in altre religioni primitive quali indispensa- bili entità fonti di calore, di luce, di vita. In India si assiste ad una continua modificazione dei canoni liturgici e ad una costante modulazione delle figure divine come risposta alle professioni delle religioni e allo sviluppo degli ideali delle popolazioni locali. Il risultato è una miscela omogenea di culti, un impasto di sette e dottrine che ha impresso il proprio profondo imprinting su tutta la complessa e varie- gata cultura indiana, soprattutto sulla letteratura filosofica e religiosa codifi- cata nei Veda, i più antichi testi rivelati degli Ary in India (1500-1800 a.C.), nei Purana e nei grandi poemi epici del Mahabharata e del Ramayana.

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Tra le molteplici religioni professate ancora ai nostri giorni nel subconti- nente indiano, tali da renderlo il più recettivo, aperto e tollerante fra tutti vi è anche il mazdeismo praticato dai Parsi, un’etnia assai numerosa, stanziata- si nel VII° secolo d.C. per sfuggire alla colonizzazione islamica, composta da ricchi commercianti che opera e vive a Bombay. Sono i più genuini discendenti degli antichi Ary che, da dominatori, con- quistarono lungo due diverse direttrici l’Iran e l’India producendo le meravi- gliose letterature persiana e vedica. Oggi come allora, essi come i loro antenati, si rifanno all’Avesta, il libro sacro inizialmente composto in 21 parti che la tradizione vuole sia stato rive- lato al proprio profeta Zarathustra o Zoroastro (VI° secolo a.C.) dal creatore del mondo Ahura Mazdao. All’origine naturistico e politeista il mazdeismo divenne sotto la divulga- zione di Zarathustra rigorosamente monoteista. Solo in seguito alla sua morte i discepoli, per accordare la nuova religione alle antiche credenze popolari, pervennero ad una forma di compromesso trasformandolo in culto dualistico dove il Bene e il Male si scontravano. L’Avesta, a noi pervenuto in forma frammentaria e lacunosa e ridotto a solo quattro parti (Yasna, Vispered, Vendidad e Yasht) rappresenta una rac- colta enciclopedica del sapere di quei remoti tempi, i cui argomenti spaziano dalla religione alla morale, dalla medicina alla giurisprudenza, dall’epica alla lirica. E proprio nel Vendidad redatto per combattere il malvagio operato dei demoni che capeggiati dal loro dio Anra Maynu infestano il mondo e vessano gli uomini con malattie e peccati si accenna al diluvio. Anche in questo caso il creatore del mondo condanna il genere umano allo sterminio, ma fa salvo il virtuoso Yima, figlio del mitico re Vivanhant cui si deve la diffusione in terra della fede e l’insegnamento dell’agricoltura, e con lui i migliori uomini e i più forti animali del creato. Ahura Mazdao non li salva rifugiandoli in un’arca come avviene in altre epopee, ma suggerisce a Yima di costruire un grande recinto di cui il dio stesso traccia il disegno con precise misure e di accogliere a coppie maschi e femmine di uomini e di armenti (3) (Vendidad II, v. 42-96).

A Yima allor così dicendo, o Yima,

Aura Mazda si volse, o Yima, o Bello,

Figliuol di Vivahvante, ecco! Sventura D’intemperie a venir già s’appresta Nel terren mondo, e turbine di neve

A principio cadrà là sovra i monti

Che più alti sono, e giù nelle bassure Dell’ardue regioni, allora, o Yima, Terza una parte degli armenti in questa

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Terra morrà, di quei che stanno in luoghi Più perigliosi, e di quei che stanno alle alture

………………………………………………

Un recinto farai. Quello farai

Lungo ciascun de’quattro lati suoi Quanto la corsa d’un cavallo, e dentro

E

d’armenti e di bovi ogni semenza

E

d’uomini e d’augelli accoglierai.

Racconti mitici che hanno come oggetto l’antica religione cinese mischiano dottrine cosmologiche a fenomeni soprannaturali magici e ci parlano di un dio creatore del mondo che sotto le spoglie di un leggendario gigante, P’An- ku, separa il cielo dalla terra nel grande brodo primordiale. E di un dio del male, Kung-Kung, dal corpo di serpente e dalla testa umana che cacciato dalla terra così formata dal dio del fuoco si ribella e con i suoi turbolenti movimenti genera il devastante diluvio (4).

L’immane inondazione che sconvolse la terra dei Maya

I parallelismi tra le divinità e i miti fino ad ora considerati sono plausibil- mente giustificabili dalla relativa vicinanza dei popoli che li hanno originati

o ancora meglio dalla possibilità che tra questi si sia potuto sviluppare lungo

varie direttrici un felice e proficuo scambio non solo politico e commerciale ma anche di idee.

Di più difficile chiosa è la constatazione che alcuni di questi episodi mito-

logici si possano riscontrare in popoli geograficamente distanti e in culture

apparse ed evolute in modo apparentemente autonomo.

La narrazione del Diluvio si può, infatti, rintracciare anche in documenti e

racconti delle terre mesoamericane. Nel XVIII° secolo venne scoperta e tradotta in spagnolo dal linguaggio delle tribù guatemalteche Quichè, molto affine a quello delle antiche popola- zioni maya che avevano abitato la penisola dello Yucatan in Messico, una

raccolta di scritti di argomento religioso, rituale, storico e cosmogonico, il “Popol Vuh.

In questa opera, una sorta di Antico Testamento del popolo maya, risalen-

te al 1550 circa, sono narrati la cosmogonia del mondo maya, la nascita

dell’uomo e le primitive vicende che lo hanno visto interprete e tra queste vi

è il ricordo di una drammatica catastrofe provocata da una immane inonda-

zione, il Diluvio. Questo riferimento viene ribadito dalla traduzione di alcuni glifi del Codex dresdensis uno dei tre libri maya (gli altri sono il codice di Parigi e di

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Madrid) risalenti probabilmente al Periodo Classico che va dal III° secolo d.C. al IX°, sopravvissuti alla furia distruttrice dei conquistadores e dei preti spagnoli. Anche per i Maya il nostro creato aveva vissuto e sofferto periodiche distruzioni e ricostruzioni: quattro come le età che si sono succedute nella mitologia greca.

Il serpente dalle splendide piume, Tepeu Gucumaz, il dio creatore dell’uni-

verso che racchiude in sé il principio sia maschile che femminile, dopo aver

chiamato a consiglio Huracan, cuore del cielo, decise di creare la terra e la popolò di animali.

A loro gli dèi imposero di onorarli e di invocarli con il linguaggio delle

loro specie, ma dalle bocche degli animali non salirono al cielo che rauchi e incomprensibili versi. E perciò li annientarono. I due dèi si consultarono ancora e decisero di creare degli esseri che sapes- sero pronunciare il loro nome e lavorare i campi. Crearono così gli uomini impastandoli con acqua e argilla. Ma questi si dimostrarono fragili, incapaci di qualsiasi pensiero e preghie- ra e pertanto furono sciolti nelle acque. Tepeu Gucumaz e Hurucan si consultarono con il dio sole opossum Ixpiyacoc e con il dio sole coyote Ixmucane e decisero di dar vita ad una nuova genera- zione di uomini, intagliandoli nel legno. Gli uomini di legno si diffusero per la terra, sapevano parlare, ma non sapevano rivolgersi ai loro dèi con preghiere e voti, non avevano sangue né cuore. Nel “Popol Vuh” si narra che proprio per questo Huracan, il dio rappre- sentato con una sola gamba e dai cui movimenti vengono generati gli uraga- ni, agitò a tal punto le acque che esse inondarono la terra mentre una pioggia incessante avvolse in un buio assoluto tutto il cielo. Inutilmente gli uomini cercarono scampo arrampicandosi sui tetti delle case, nelle caverne o sulle colline. Ancora una volta tutto il genere umano fu sommerso tra urla di terrore e di dolore. Solo allora gli dèi riuscirono a procreare l’ultima generazione di uomini, modellando le membra, le vene, il cuore di quattro di loro con un impasto di mais. Gli uomini plasmati sapevano pensare, parlare e con le parole si rivolgeva- no agli dèi per ringraziarli perché potevano sentire tutto, vedere tutto e conoscere tutto. Gli dèi si allarmarono per tanta perfezione e velarono la loro coscienza immergendoli in un sonno profondo durante il quale posero al loro fianco quattro splendide donne, le loro mogli. Al risveglio i primi quattro uomini della terra si sentirono pervadere da una grande gioia e un improvviso desiderio d’amare si impossessò di loro

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alla vista delle bellissime donne e con esse giacquero. Dalla loro unione nac- quero figli e da questi altri figli che si unirono in gruppi, dapprima piccoli e poi sempre più numerosi che disperdendosi su tutta la terra la popolarono per intero. Un analogo racconto è presente nella tradizione culturale delle popolazio-

ni andine dell’impero incaico (metà XV°– metà XVI° secolo d.C.). Senza dubbio gli Incas ereditarono la loro concezione cosmogonica dal

popolo Maya o ne subirono il forte influsso. Anche per loro si sono succedu-

te quattro età del mondo (l’attuale è la quinta) caratterizzate da diverse crea-

zioni umane. Una di queste, crudele, malvagia e irriconoscente venne distrutta da Viracocha, il grande creatore, ancora con il diluvio. I miti indios affermano che dopo il castigo dalle acque del grande lago Titicata il dio si manifestò in forma di uomo, dall’alta statura, dalla folta barba e dalla car-

nagione bianca. All’inizio creò gli astri e poi direttosi a Cuzco ridiede vita al genere umano al quale fece dono della sua opera civilizzatrice. Huracan non è il solo dio cosmico presente nel pantheon maya, ma in esso troviamo una volta di più ad abitarlo molte divinità legate ai fenomeni meteorologici che vengono sorprendentemente a sovrapporsi a quelle descritte nelle altre civiltà e religioni prese prima in considerazione.

Vi possiamo riscontrare Hunab, il dio più antico creatore del mondo,

Chaac, il dio della pioggia dal naso adunco e gli occhi attorniati da anelli,

Itzamna il dio-dragone, principio vitale, signore del cielo e della terra, del giorno e della notte, Carabacan dio dei terremoti che vengono prodotti dai sui passi sulla terra. Nel maestoso tempio dei guerrieri che si staglia nella piana di Chichén Itzà, splendida città maya rifondata dagli Itzà dopo che era stata abbandonata a metà del VII° secolo d.C. è diffusa la raffigurazione del serpente piumato. Esso simboleggiava il dio del vento e delle energie maschili e femminili, incarnazione divina del loro grande condottiero e signore Kukulcan che nell’immaginario popolare richiamava il semidio tolteco Quetzalcoatl che presiedeva alla conoscenza e alla saggezza. Assenti sono gli dèi frutto di un processo d’astrazione, la rappresentazione grafica e figurativa si impone sul puro concetto al punto che anche l’azione del porre volontariamente fine alla propria vita, l’idea del suicidio, ha una sua traduzione glifografica nella figura della dea Ix Tab.

La maggior parte degli dèi incarna qualità concrete, proprietà particolari

facilmente riscontrabili nelle leggi dei fenomeni naturali e nei principi cosmi-

ci e cosmogonici.

Da qui la teoria di divinità uomo-animale o totalmente zoomorfe che pre- siedono ogni attività e ogni momento dell’esistenza dell’uomo maya. Il dio solare Kinich Ahav si metamorfizza in continuo in animali secondo il suo significato: in giaguaro quando indica il sole nella fase notturna, in coli-

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brì quando assume il valore fecondante e in aquila quando indica il percorso diurno dell’astro.

Il popolo maya aveva stretto un patto con il mondo naturale e con gli dèi

che su di esso incombevano e il suo senso del concreto era tale da divinizza- re anche i prodotti della terra. Prima della mietitura invoca il dio Ah Uaxacyol Kauil dal viso di giovane adornato con pannocchie di mais. Il dio ha fattezze squisitamente umane

perché gli uomini nell’ultimo stadio della genesi avevano la carne e il sangue formati proprio con la farina di mais.

E quando si reca ai mercati per vendere il raccolto di cacao ringrazia Ek

Chuah, la divinità con il corpo ricoperto dai semi della prelibata bevanda, ricercata dai signori e dai sacerdoti. Significativa è l’analogia di figure, di simboli e valenze attribuiti alle divi- nità di tutte le religioni antiche. Quasi che queste fossero accomunate dalle stesse identiche esigenze, quelle di cercare delle risposte agli stessi esisten- ziali interrogativi superando il limite della dimensione temporale e spaziale o meglio come se esse non esistessero per nulla, come se tutti i popoli all’ini-

zio della storia dell’uomo si rifacessero ad una stessa fonte dell’idea del divi- no o che questa a tutti si fosse irraggiata e tutti avesse pervaso. Sintomatico è il patrimonio comune di un episodio ancestrale quale il Diluvio che tutti popoli sembrano conservare nella loro tradizione letteraria e la cui memoria è filtrata fino a noi tramandata di generazione in generazione. Per dare una spiegazione a queste singolari circostanze si possono invocare alcune argomentazioni scientifiche e rifarsi a suggestive ipotesi geologiche.

Il Pleistocene, periodo del neozoico in cui fa la sua comparsa l’uomo è

caratterizzato da un abbassamento generale della temperatura e dall’esten- dersi della superficie dei ghiacci con la conseguente unione di vaste zone continentali. Questo aveva originato la saldatura attraverso lo stretto di Bering dell’Asia con l’America e l’emergere di nuove terre, di grosse isole se non addirittura d’interi continenti che andarono a costituire, seconda ipotesi affa- scinanti bisognose però di definitive conferme scientifiche, dei ponti di pas- saggio tra i vari continenti: la favolosa Atlantide descritta da Platone (427- 347 a.C.) nei suoi celebri dialoghi nel “Timeo” e nel “Crizia” e posta dai più nell’Oceano Atlantico, ad Ovest delle attuali Azzorre, a cavaliere tra L’Europa, l’Africa e le Americhe e l’ancor più mitico continente Mu, forse già presente in epoca mesozoica, nel Pacifico. Attraverso il passaggio di Bering sarebbe avvenuto la transumanza di popoli asiatici in America con la colonizzazione del Nord e successiva migrazione nel mesoamerica, per alcuni studiosi completamente disabitati o secondo altri sovrapponendosi alla preesistente popolazione aborigena e uno scambio di genti, culture ed esperienze religiose tra l’Atlantico e il

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Pacifico si sarebbe instaurato proprio attraverso questi ponti di terre emerse. Lo scioglimento delle calotte polari alla fine della quarta glaciazione, quel- la di Wurm, l’ultima che il nostro continente ha conosciuto circa 13000 anni fa con il conseguente innalzamento del livello dei mari accompagnato da devastanti fenomeni bradisistici, avrebbe determinato quell’avvenimento universalmente conosciuto e tramandato come Diluvio e avrebbe comporta- to l’inabissamento di vaste estensioni di terre tra cui Atlantide e Mu (5).

di vaste estensioni di terre tra cui Atlantide e Mu (5). Diluvio universale (Formella policroa. Abbazia

Diluvio universale (Formella policroa. Abbazia Mont Saint-Michel. XI°- XIII° sec. d.C.)

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Gli dèi parlano agli uomini

L’arte divinatoria

Gli dèi sanno essere benevoli con chi è devoto e vendicativi con chi non lo

è, gli dèi concedono la loro protezione a chi li onora con offerte e preghiere e

puniscono chi li oltraggia fino a sterminare, furiosi, il genere umano se cade nell’abominio. Ma gli dèi sono anche salvifici e avvertono dei loro disegni di condanna i pochi meritevoli della grazia, comunicano con l’uomo giusto ricordandosi che ogni uomo è in fondo un loro figlio.

E’ come se tra l’uomo e la divinità si instaurasse un tacito accordo, un

patto di mutua assistenza. Il mortale assiste, nutre, venera l’immortale e da questi ne è ripagato con la vita. Ma non sempre con il benessere e con la salute. E’ per questo che ci si rivolge al dio, per avere consigli e segnali che consentano di capire in che cosa è stato offeso e in che modo la sua ira possa essere placata.

La vita dell’uomo all’inizio della storia è dominata dal timore verso il suo dio e dalla necessità di capire le sue volontà. Nasce l’esigenza di interrogarlo

e

poterlo fare. Spetta a chi è investito del potere religioso, a colui cui il popolo ha demandato l’autorità di sentire e dialogare con l’entità sovrannaturale. I sacerdoti sono gli intermediari tra il divino e il popolo e a loro questi si rivolge per conoscere i voleri celesti, sui quali adeguare le azioni da intra- prendere per costruire a poco a poco la propria storia.

A volte, come lo sciamano maya o il re-sciamano, incarnano la stessa divi-

nità zoomorfa che mimano indossandone le variegate piume e le preziose pelli, calcando la maschera che ne riproduce la faccia. Per la comunità è il segno della metamorfosi completa del sacerdote nell’animale-dio dei cui pieni poteri prende possesso. Che sono sovrannaturali come sovrannaturale è nell’immaginario popola- re la sua capacità di trasmutarsi, strabiliante magia, fisicamente nell’animale;

nel giaguaro e manifestare tutta la sua forza nella caccia, nell’aquila e solcare veloce il cielo, nel serpente e acquisirne tutta l’astuzia e la saggezza.

Il sacerdote può far affidamento su un solo mezzo per interagire con il

cielo, avvalersi della divinazione. Egli deve trascendere il reale, superare la dimensione tempo-spazio, deve entrare in contatto con la divinità o mediante stati di trance o atteggiamenti orgiastici. Come la Pizia, la pitonessa, sacerdotessa greca di Apollo a Delfi che seduta su un tripode tra i fumi che uscivano dal ventre della terra vaticinava oracoli

di interpretare le sue “parole”, ma non è dell’uomo comune la facoltà di

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che i sacerdoti del tempio e i fedeli stessi ritenevano emanati dal dio, allo stesso modo i sacerdoti maya sotto l’effetto allucinogeno del peyotl, il fungo divino, si autosacrificavano.

Si ferivano con lische di pesce le parti più sensibili del corpo, le orecchie, la lingua e soprattutto i genitali in modo da far sgorgare sangue copioso da offrire agli dèi attraverso il fumo della sua combustione.

I bassorilievi illustranti centinaia di teschi presenti sulle mura del

Tzompantli, una costruzione tolteca prossima al Juego de la Pelota a Chichèn Itzà, ci parlano di rituali che avvenivano anche con sacrifici umani. Non certo quelli dei sacerdoti, ma dei prigionieri di guerra cui veniva strap- pato il cuore ancora palpitante per offrirlo agli dèi o delle donne e dei bam- bini che venivano immolati feriti mortalmente o gettati vivi in grandi e profondi pozzi, come il cenote ancora oggi visibile in questa splendida loca- lità messicana in cui vennero rinvenuti i resti ossei dei sacrificati. Il dio parla attraverso un proprio linguaggio fatto di presagi. Può interve- nire anche direttamente sulla mente dell’uomo mandandogli sogni e avverti- menti premonitori che però questi non sa interpretare e deve, perciò, ricorre-

re a colui che sa “sentire” la voce divina, a colui che sa “vedere la divinità”. Nei riti delle popolazioni mesopotamiche era il <<baru>> che presiedeva alle pratiche mantiche, era alla sua preziosa opera che re, principi e popolo ricorrevano per conoscere il proprio destino. Dietro pagamento di una modica cifra destinata come offerta alla divinità del tempio cui era addetto, egli invocava il dio Adad e interpretava i signifi- cati reconditi dei loro sogni. Gli antichi Egizi potevano disporre perfino di una sorta di code-book che permetteva loro di decodificare il sogno attribuendogli un significato felice o foriero di sventura, una prognosi fausta o infausta. Ma il tutto era visto in un’ottica dinamica. Il sogno era solo una proiezione della divinità sul mondo terreno, una sorta di avvertimento per l’uomo che con le pratiche magiche poteva, però, modificare e con gli esorcismi addirittura ribaltare. Esisteva per ogni male un antidoto, una specifica prescrizione fatta di pre- ghiere a Iside, la dea maga per eccellenza, affinchè intervenisse a favore del sognatore, di invocazioni alla sua divina figura e perfino di ingiurie da lan- ciare contro i demoni, i veri responsabili dei cattivi sogni. Alla stessa stregua operavano i sacerdoti greci preposti al culto di Asklépios (Esculapio) nel famoso e frequentatissimo santuario sorto ad Epidauro, nella lussureggiante vallata dell’Argolide. Famosissimo come luogo di culto e soprattutto di cura, vide il suo mag- gior fulgore nel periodo ellenistico (IV° secolo a.C.).

I malati si affollavano a centinaia lungo il portico dell’Heraion dove in

sogno attendevano nottetempo l’apparizione miracolosa del dio, che risulta-

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va benefico solo se l’infermo aveva in precedenza offerto come vittima sacri- ficale un animale e si era avvolto nella sua pelle. La pratica del versamento dell’obolo ai sacerdoti del tempio era regolata in questo caso da precise regole, il rapporto tra l’officiante e fedele avveniva su un piano di assoluta concretezza. Era conseguente solo alla guarigione che veniva salutata e ricordata dalla dedica al dio di un ex voto in pietra o in cotto riproducente la parte sanata. Questi manufatti costituiscono una curiosa collezione aperta al pubblico in una sala del piccolo, ma interessante museo di Epidauro. L’oniromanzia non era la sola forma con cui gli dei comunicavano con gli uomini. Spesse volte il presagio era letto nelle viscere degli animali o meglio era scritto nel fegato (epatoscopia). Per gli antichi, dagli Egizi ai Mesopotamici, dai Greci e dagli Etruschi ai Romani, questo rappresentava l’organo più importante del corpo perché in esso era riposta l’essenza dei più forti sentimenti, il soffio della vita stessa. Nella seconda metà dell’Ottocento a Piacenza fu rinvenuto un reperto etrusco in bronzo raffigurante il fegato di una pecora (fegato di Piacenza) diviso in settori dettagliatamente incisi con iscrizioni che ricalcavano la cor- rispondente suddivisione della struttura del cielo e divina e che serviva da modello per l’esame epatoscopico. Secondo gli Etruschi, infatti, ogni organismo vivente rappresentava un microcosmo che rifletteva l’ordinamento universale del macrocosmo. Esaminare le interiora delle vittime sacrificali voleva dire indagare e rico- noscere i segni delle corrispondenze celesti e i voleri degli dèi che su ciascu- na di esse aveva potere e competenza. L’aruspice era in grado di ricavare, così, responsi benevoli o avversi dal colore del fegato e della cistifellea, da anomalie della loro superficie o dal loro volume. In base alla sezione del fegato anomala egli traeva indicazioni su quale divinità doveva indirizzare le sue suppliche e le sue preghiere per modifica- re i presagi sfavorevoli, in quanto essa presiedeva specificamente la corri- spondente parte celeste. Tutto il preciso e complesso rituale divinatorio (haruspicina) su cui si basava in età protostorica la religione etrusca (VII° secolo a.C.) era scandito dai Libri Tagetici, raccolta di istruzioni per l’esame di tre particolari fenome- ni: le viscere ( exta) delle vittime sacrificali, soprattutto il fegato, le manifesta- zioni prodigiose (monstra) e i fulmini (fulgura). Secondo la tradizione i precetti raccolti nei Libri erano stati rivelati da Tagete, un fanciullo che nato improvvisamente da un solco tracciato in un campo da un contadino presso Tarquinia, insegnò agli etruschi accorsi al prodigio l’arte divinatoria, scomparendo poi nello stesso giorno. Primo depositario di questo patrimonio divinatorio fu l’eroe di Tarquinia

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Tarconte che, si dice, lo avrebbe ricevuto direttamente da Tagete e in seguito sarebbe stato custodito gelosamente dai Lucumoni, i primitivi re etruschi eletti da apposite assemblee cittadine che ricevevano dagli aruspici che li affiancavano anche l’investitura di sommi sacerdoti, il tramite tra gli umani e le divinità. L’arte divinatoria etrusca venne in seguito assorbita dai Romani, le princi- pali divinità Tinia e Uni si assimilarono a Zeus e ad Era e i sacerdoti della Roma dei re e poi repubblicana presero il posto del Luchumon etrusco. Solamente nella fase di decadenza dell’Impero sull’onda delle mode di importazione dei culti e delle divinità mediorientali gli aruspici vennero soppiantati dagli astrologi caldei, presso i quali l’extispicio (osservazione delle viscere) era conosciuto e applicato già molti secoli prima.

A Roma la cura delle cose sacre aveva raggiunto un tal grado di specializ-

zazione che venivano nominati sacerdoti per ogni tipo di ufficio. Così per la divinazione si poteva contare sui viri sacris faciundis, un colle-

gio di quindici sacerdoti (quindicemviri) cui spettava la cura e l’interpretazio- ne dei libri Sibillini. Introdotti da Tarquinio il Superbo essi contenevano i responsi in lingua greca della Sibilla di Apollo e venivano consultati in casi eccezionali per avere indicazioni su come placare lo sdegno divino incom- bente sulla città e sui cittadini preannunciato da avvenimenti eccezionali.

E’ in questi libri che per la prima volta si palesa il suggerimento di ricorre-

re all’ossequio di culti di divinità greche ed orientali che verranno adottate in seguito e che comporteranno una commistione e una sovrapposizione di dèi etruschi, italici, romani, greci e orientali. Accanto a questi sacerdoti esercitavano la loro professione gli augures, il cui compito era quello di interpretare i segni con cui gli dèi rispondevano in modo favorevole o sfavorevole su una determinata azione che si doveva intraprendere e per la quale erano stati invocati: da quelle più semplici come l’iniziare un viaggio, a quelle più importanti, come l’intraprendere una cam- pagna bellica, l’optare per una scelta politica, il presentare la propria candi- datura al senato, l’opportunità di consacrare qualche bene (non diversamen- te da ciò che si fa oggi consultando l’originale e improvvisata compagnia di giro dei sedicenti maghi e divinatori). Gli auspici interpretati potevano essere espressi sotto forma di volo di uccelli, fenomeni atmosferici quali tuoni e lampi, dei quali rivestiva signifi- cativa importanza lo spazio da cui avevano avuto origine (se a ciel sereno o provenienti da sinistra erano di buon augurio). Un terzo sacerdozio era rappresentato dagli haruspices che come detto sono di derivazione etrusca. Non va peraltro dimenticato che accanto ai rituali divinatori dettagliata- mente descritti nei culti ufficiali, l’arte della predizione era esercitata più o meno clandestinamente da una pletora variopinta di persone che abbraccia-

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vano le prostitute e i saltimbanchi, i biscazzieri e i maghi e che faceva da cor- nice all’intensa attività pubblica del civis romano. Abbiamo visto come i monstra, i fenomeni straordinari con i quali la natura spesso si sbizzarrisce nel manifestarsi agli uomini fossero indagati presso gli Etruschi e i Romani, così come gli avvenimenti o segni inconsueti erano oggetto di considerazione e di interpretazione. La nascita di animali bicefali o con una zampa soprannumeraria fu sempre vista come un accadimento preoccupante se non infausto. Gli dei erano intervenuti a modificare il corso naturale della vita, avevano forzato la natu-

ra

facendo partorire dei “fenomeni” come avvertimento dell’appropinquarsi

di

un avvenimento catastrofico, forse come monito per la cattiva condotta

degli uomini, ereditando in questo le valenze interpretative delle popolazio-

ni mediorientali che avevano percorso le fertili vallate del Tigri e

dell’Eufrate. La morte di Cesare, ci racconta Svetonio, fu preannunciata da evidenti presagi: alcune mandrie di cavalli che Cesare aveva consacrato al dio del fiume quando aveva varcato il Rubicone, pochi giorni avanti il suo assassi-

nio avevano rifiutato il cibo e il giorno precedente le Idi di Marzo un passero che stringeva nel suo becco un ramoscello di lauro fu inseguito e ucciso da rapaci proprio sulla Curia di Pompeo, luogo dell’efferato assassinio. Altrettanto infausti furono i presagi avvertiti prima della morte di Augusto: una folgore aveva strappato via la prima lettera del suo nome scrit-

to sulla sua statua e per questo gli indovini vaticinarono che egli non sarebbe

vissuto più di 100 giorni. Lo scellerato Caligola, assassinato dal suo tribuno Cassio Cherea, coman-

dante di una coorte pretoria, non volle prestare fede ai responsi delle Fortune di Anzio, le sibille che gli avevano predetto l’uccisione, confermata anche dall’astrologo Silla. Ma non volle credere neppure a se stesso, o meglio al sogno che per tutta

la

notte precedente la sua morte lo aveva ossessionato. Sognò che era asceso

al

Cielo, al fianco del trono di Giove e che questi lo aveva cacciato brusca-

mente via precipitandolo sulla terra con il grande alluce del suo piede.

E anche l’assassinio del suo successore, il balbuziente e imbelle zio

Claudio, tradito pubblicamente dalla sua prima moglie, l’impudica

Messalina, e ucciso dalla seconda, l’astuta Agrippina, venne preannunciato

da chiari segni celesti quali l’apparizione di una cometa e la caduta di un ful -

mine sulla tomba di suo padre Druso.

Nella mantica antica veniva indagato tutto, perfino gli spiriti dei defunti (necromanzia).

Si faceva ricorso ad ogni materiale e si osservava ogni fenomeno, anche

quello procurato in modo artificioso. Sopra l’acqua contenuta in un bacile si versavano poche gocce d’olio e si

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davano interpretazioni sul modo con cui esso si distribuiva e su come for- masse segni premonitori oppure in un braciere si osservava il colore delle fiamme o la loro direzione ricavandone buoni o cattivi auspici. La manifestazione del dio ai suoi figli è un patrimonio comune di tutte le religioni anche se differente è il mezzo con cui essa è tradotta e illustrata. Il Dio d’Israele è un dio completamente diverso dagli dèi delle religioni politeiste. Egli è un Dio universale, unico che stabilisce un rapporto biunivo- co con la sua gente. Ma anche egli si rende manifesto, non già con fenomeni

astrali o atmosferici, non necessita di aruspici o maghi per farsi intendere, egli per essere ascoltato ha i suoi messaggeri e i suoi interpreti. Il suo volere,

i suoi avvertimenti, le sue punizioni sono veicolate e portate al suo popolo

eletto attraverso uomini particolari, dotati di spiccata fede che li rende veg- genti: i profeti o nabhi. Non appartengono a particolari caste sacerdotali come lo ierofante profeti- co dell’antico Egitto, il baru mesopotamico, l’aruspex romano, la medium greca o i druidi celtici dalle candide vesti; essi si relazionano con Dio attra- verso un canale preferenziale ed esclusivo. E’ Dio che elegge liberamente e personalmente colui che sarà la sua voce presso il popolo e perciò gli conferisce il potere di esortare, avvertire, con- dannare. E’ il suo braccio, il suo esecutore che fa intervenire per controllare e guidare costantemente il suo popolo, è il garante della sua fede. Egli sceglie Mosè per manifestarsi come Unico e Signore di tutto il creato <<Io sono colui che sono>> e per stabilire, suo tramite, un’alleanza e un patto con Israele <<Vi ho visitati; e ho visto quanto viene fatto contro di voi in Egitto; perciò ho deciso: Io vi trarrò dall’afflizione in Egitto, per condurvi nella terra del Cananeo…>> (1) (Esodo, 3). Quando gli anziani d’Israele chiesero a viva voce un re è Samuele, il giudi- ce veggente, che ancora su scelta di Dio indica e consacra Saul ma è lo stesso che gli predice la destituzione e la fine perché si era ribellato alla volontà del Signore (1) (I° Libro di Samuele, 9-15). Dio aveva consegnato al popolo d’Israele una monarchia che era stata capace di sconfiggere i nemici della sua fede, i Filistei, i Moabiti, gli Ammoniti e gli Edomiti. Da una confederazione di tribù sparse e spesso in contrasto le une con le altre aveva gettato il seme di un grande nazione e anche se il suo re si era dimostrato indegno di guidarla, questa non poteva rimanere senza un capo. E’ ancora Samuele che visitato dal Signore si recherà presso la casa di Isai

a Betleem e riconoscerà in David il prescelto, l’unto, il successore di Saul:

<<Il Signore disse: orsù ungilo, perché è lui (1) (I° Libro di Samuele, 16). Così come sarà un profeta, Isaia a predire l’invasione del regno d’Israele da parte delle truppe assire e la capitolazione della sua capitale Samaria (722 a.C.) per i peccati commessi (Isaia, 5-7). L’altro regno in cui lo Stato d’Israele

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era stato suddiviso alla morte di re Salomone (X° secolo a.C.), quello di Giuda a sud con capitale Gerusalemme, durerà solo 136 anni in più (586 a.C.). La sua tragica fine culminata con la distruzione del Tempio ad opera di Nabucodonosor re dei Babilonesi, potenza emergente nello scacchiere meso- potamico che aveva preso il posto degli Assiri << … e i Caldei, di ritorno, attaccheranno questa città la prenderanno e la daranno alle fiamme>> venne ripe- tutamente paventata come castigo divino da un inascoltato Geremia. Le parole del profeta vennero irrise e lui stesso dileggiato dal re Sedecia, accusato di disobbedienza alle parole del Signore, che lo imprigionò in una cisterna piena di fango. A lui non fu dato ascolto neppure quando predisse la più tragica delle calamità, la deportazione in schiavitù del re, dei suoi familiari e di tutto il popolo di Dio a Babilonia: <<Sì, tutte le tue mogli e i tuoi figli saranno condotti ai Caldei e tu non scamperai dalle loro mani, ma sarai fatto prigioniero dal re di Babilonia, e questa città sarà distrutta dalle fiamme>> (1) (Geremia 34-39). Parole vane, parole sorde alle orecchie di chi non voleva sentire la voce del Signore.

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Le dee madri e i riti della fertilità

La Grande Dea, la Dea Madre

Tutte le religioni arcaiche ammettono l’esistenza di un’entità suprema, creatrice del tutto, ma essa almeno inizialmente nella maggior parte delle società protostoriche, animistiche e naturistiche è una pura astrazione. Una costante che misteriosamente una volta di più le accomuna è la singo- larità della sua forma, squisitamente femminile. La figura preminente del loro pantheon, infatti, incarna la Grande Dea, la Dea Madre che è venerata come incarnazione della Grande Madre Natura, della Dea Madre Terra. Ne è una diretta testimonianza la presenza di un’arte naturalistica che si diffuse durante il Paleolitico superiore in coincidenza del fiorire delle culture dell’Aurignaciano e del Perigordiano, dai nomi delle regioni francesi che le svilupparono attorno al 15000 a.C. Dalle terre franco-ispaniche a quelle che si affacciavano sul Mediterraneo, dal Centro-Est europeo alla Siberia questa arte si caratterizzò per la produ- zione di sculture in pietra o più raramente in osso e avorio riproducenti le cosiddette “Veneri”, figure di donne completamente nude, dal volto appena abbozzato, dai grossi seni cascanti e dai larghi fianchi che a fatica erano sostenute da piccole e tozze gambe prive di piedi. Esse rappresentavano l’idea primigenia che quelle popolazioni del Paleolitico avevano della Grande Madre, della generatrice di tutte le forme viventi, della protettrice della forza riproduttiva. Attraverso esse tendevano una correlazione tra la materia e la sacralizzazione delle sue forze naturali, tra l’usuale quotidiano e il mistero che lo regolava. Grande importanza aveva l’elemento terrestre, sia come humus benefico e fertile per la vegetazione che come ultimo ricettacolo di ogni forma vivente. Sì perché nella terra si compiva l’intero ciclo di vita e di morte; il vigore della vita aveva inizio nel suo grembo, ma nel suo grembo si concludeva anche. In questo principio naturistico trovava giustificazione nel neolitico l’inu- mazione dei morti nella caratteristica posizione contratta, riproducente quel- la fetale quasi a segnare il ritorno dell’uomo alla fine della sua esistenza ter- rena nel ventre della Dea Madre Terra. Non poteva, d’altra parte che essere indirizzato al femminile il loro concet- to del divino. Chi, infatti, per prima percepisce il senso del mistero presente nella natura, chi interagisce con l’occulto, chi avverte l’invisibile presenza del divino o lo interroga è la donna, perché nessun essere più di lei è vicino ai cicli naturalistici, all’alternarsi delle stagioni e alla forza generatrice.

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La donna è fertile come la terra e come questa porta in sé il mistero unico della sua fecondità. Il maschio subisce il fascino del femminino, avverte la presenza nella donna di questa forza misteriosa e potente a lui preclusa e la stessa identica forza la intravede nella natura: quella che presiede al ritorno ciclico dei mesi, al maturare delle messi, alla nascita delle piante è la stessa che permette alla donna di generare e di garantire la perpetuazione della specie. Lungi dalla sua mente di poter in qualche modo intervenire nella fase riproduttiva inizialmente fa della donna il centro della società arcaica, è a lei che demanda il compito di intrattenere i rapporti con il misterioso presente nella natura ed è, pertanto, istintivo che in una figura femminile intraveda il divino. La donna si crea sacerdotessa dei primi rituali naturistici, interpreta con vaticini la voce degli dei nascosta negli elementi e nei fenomeni che incom- bono sull’uomo. E’ lei che presiede all’agricoltura, alla coltivazione dei campi relegando il proprio compagno alla funzione di procacciatore di cibo per il suo sostenta- mento e per quello dei suoi figli. Solamente quando l’uomo comincerà ad intuire l’importanza del suo ruolo nella riproduzione la funzione preminente della donna nell’ambito della comunità sarà ridimensionata. Egli la soppianterà completamente nella gestione dei campi, segnando il passaggio da una società a stampo matriar- cale ad una del tutto patriarcale e la limiterà anche nelle sue prerogative mantiche. Dall’esercizio di queste essa non verrà però completamente esautorata, solo la sua posizione privilegiata sarà circoscritta e controllata. Ecco allora la Pizia delfica, le altre Sibille, la sacerdotessa druida, interpre- tare ancora il soffio divino, profetizzare il volere da cui dipenderanno le decisioni dei re e dei sacerdoti. L’idea astratta della Dea Madre Terra dell’India dravidiana (2800 a.C.) la ritroviamo rappresentata nel periodo vedico dalla dea Aditi, l’incommensura- bile, la grande madre progenitrice della stirpe divina degli Aditya, i primi dèi dell’infinito cielo e dei fenomeni che lo solcano, tra cui rifulge Surya, il dio-Sole con la testa fiammeggiante per il disco solare che gli fa da aureola rap- presentato alla guida di un carro d’oro trascinato da un cavallo dalle sette teste. Da sempre il popolo indiano pre-Arya e Arya ha coltivato, come del resto tutte le altre civiltà naturistiche primordiali, il culto del sole. In questo si può scorgere senza dubbio una stretta analogia con l’adorazio- ne del Mitra avestico, il dio-Sole e della luce della religione zoroastriana degli antichi Irani che senza dubbio ebbe una notevole influenza sovrappo- nendosi ai vicini culti locali dravidiani.

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Influenza che successivamente si diffuse ad occidente a tal punto che i Romani durante l’Impero coltivarono la venerazione di questo dio, colto nell’iconografia pittorica e scultorea nell’atto di uccidere il toro il cui sangue rappresentava la forza generatrice di ogni cosa, attraverso la celebrazione di

misteri aperti ai soli iniziati che si svolgevano in segreti e sotterranei templi. Nel dio-Sole il popolo indiano vedeva uno dei più importanti dèi, il crea- tore della luce, il generatore del giorno, il cui sorgere portava conforto e fiducia all’uomo dopo il terrore e l’ignoto notturno, la forza fertile per le piante e che dà vita a tutti gli animali. Meraviglia e commozione pervadono oggi la nostra vista e il nostro animo, quando mischiati in devoto e colorato corteggio con la popolazione locale e proveniente da tutto il Rajasthan ci si reca presso lo splendido lago Nakki in cui si rispecchiano le verdi colline sovrastate dal Tood’s Rock, la roccia del rospo.

Il lago scavato secondo la leggenda dagli dèi con le unghie (Nakki in indi

significa appunto unghia) si sviluppa alle pendici di Mount Abu, meta di

pellegrinaggio tra le più frequentate da jainisti dove salendo tra alberi di mango, melograno e cedri si giunge ai meravigliosi templi di marmo di Dilwara, opera massima e insuperabile dell’architettura religiosa jaina.

A sud est del lago alcuni gradini si inerpicano tra le verdi colline e condu-

cono ad un’ampia terrazza che domina una lussureggiante vallata. Qui ogni domenica si raccoglie un’incredibile folla di bambini dagli occhi neri come la pece e lucenti sotto il segno netto del kajal, di donne splendenti nei mille colori dei loro sontuosi costumi e di uomini dall’aspetto fiero per

pregare devota il sole al tramonto e ringraziarlo del voler ancora mostrarsi ai loro occhi ogni mattino; atto devozionale dimenticato da noi occidentali ormai così lontani dal sentire il mistero della natura.

E tale è il credo nell’astro celeste e il senso di riconoscenza per il suo appa-

rire mattutino che a lui i fedeli edificano sontuosi templi. Come quello che sorge sulla sommità della gola di Galta che scende a strapiombo dai monti Aravalli a pochi chilometri da Jaipur, sempre nella parte nord-orientale del Rajasthan. Una stretta strada in terra battuta conduce i devoti indigeni, cui solo ecce-

zionalmente si mischia qualche solitario turista (la meta è fuori dagli itinera-

ri turistici classici), all’ingresso del complesso templare dove ad attenderli

accorrono decine e decine di scimmie che scendono dai pendii che incastona-

no il tempio, richiamate dalla loro innata curiosità e dai dolci con cui ogni pomeriggio i sacerdoti le nutrono. Qui agli occhi dello spettatore si presenta una composizione architettonica

di rara bellezza, impossibile da dimenticare.

Il complesso costituito da diverse stazioni templari si sviluppa tutto in

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salita seguendo una ripida scalinata che si inerpica lungo la stretta gola e che conduce al vero e proprio tempio del dio del Sole, posto sulla sommità. Per tutta la lunghezza dell’ascesa le scale sono fiancheggiate da vasche degradanti riempite dalle calme acque curative del Gomuk che dai monti, come per magico incantesimo, fuoriescono attraverso la bocca spalancata di una mucca in pietra. In queste piscine i dediti al culto, piccoli e grandi, giova- ni e anziani divisi per sesso, si immergono per procurarsi benessere e salute. Nel vedismo la gran dea Aditi incarna ancora il concetto di divinità naturi- stica totipotente, ma assumerà la vera rappresentazione di Dea Madre Terra incarnandosi in Privti, ora solo dea della terra, congiunta con il dio-Cielo Dyaus. Coppia divina unita seppur divisa in due dimensioni distinte, in due mondi lontani: l’una governa i boschi, i fiumi, le montagne, i campi, l’altro il firmamento e tra loro, secondo la concezione cosmogonica dei Veda un terzo mondo intermedio, quello fenomenistico a separarli, ma non completamen- te, non perennemente. Dalla loro unione sarà generato Agni bicefalo, doppio nel volto come duplice è la sua valenza ontologica, di dio del fuoco sorgente di vita, ma elargitore anche di morte e di dio della luce che trapassa i mondi per vivifi- care gli uomini, e in questo stretto fratello di Surya. Nell’alto medioevo le prerogative di apportatrice di fecondità e fertilità unitamente a quelle più terrifiche incarnate dapprima nella figura della dea Durga verranno passate a Parvati, la compagna di Shiva, che verrà ad acquisi- re pertanto la facoltà di totipotenza generante. Dal IV° secolo d.C. lo Shaktismo, la corrente induista del tantrismo, innalzerà la Dea, cioè la Shakti, a somma divinità la cui energia femminile verrà considerata come la proiezione di quella cosmica.

Inanna, la dea sumerica

Connotazione identica di dea della fertilità la troviamo già molto prima nella figura di Inanna, la dea sumerica che incarna l’ubertosità dei campi e la fecondità dei greggi. A presiedere a quest’ultima, in realtà, è Dumuzi, il re pastore, amante tra- dito della spietata Signora. Differenti sono le versioni che narrano il mito del loro amore, molte sume- riche e alcune accadiche (in queste Inanna diventa Ishtar e Dumuzi si trasfigu- ra in Tammuz). Al di là del diverso tipo di tono, ora elegiaco ora devozionale ora liturgico tutte però coincidono a grandi linee nel canovaccio. Nel poema sumerico “La discesa di Inanna agli Inferi” (6) (cap. IX, par.14),

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Inanna per ampliare il proprio potere decide di scendere nel regno dei tra- passati su cui regna sovrana Ereskigal. La dea infernale intuisce le intenzioni

di Inanna e le impone di superare le sette porte d’accesso innalzate a difesa

della città dei morti. Man mano che Inanna supera le singole porte perde gradualmente le sue forze così che alla fine le vengono meno tutti i poteri che possedeva sulla

terra e che con astuzia, ricorrendo alla sua bellezza e al vino aveva ottenuto come munifico dono da Enki, il Signore dell’apsu, il grande abisso di acque

su cui galleggiava il mondo.

Perse le sue facoltà Inanna è uccisa e sarebbe condannata a giacere per sempre con tutti gli altri morti se non intervenisse Enki, che avvisato e sup- plicato da Ninsuburg, la fedele ancella della dea, ottiene che Inanna riabbia la vita e lasci il regno dell’oltretomba.

Crea all’uopo dalla raschiatura delle sue unghie due strani personaggi, una sorta di travestiti, di effeminati, presenza che troviamo spesso nei ceri- moniali religiosi sumero-babilonesi, che con blandizie e scaltrezza connatu- rati al proprio essere riescono a portare via Inanna. Ma ad un patto. La condizione che Ereskigal detta è che le sia dato un corpo in sostituzione di quello perso e che questo corpo debba essere quello

di un familiare di Inanna o di una persona cui sia legata da forti affetti.

Inanna tornata sulla terra nello scorgere il bel Dumuzi presso il suo ovile <<comodamente seduto su un podio maestoso>>, per nulla preoccupato della sua assenza, quasi non si fosse accorto della sua dipartita è colta da una terribile collera e indica ai guardiani infernali che l’avevano seguita nella persona dell’amato il corpo da ricondurre agli Inferi.

Dumuzi in preda alla disperazione prega e supplica l’amante e tutti gli altri dèi di salvarlo, ma solo la sorella Gestinanna ci riuscirà, parzialmente, ottenen-

do di sostituirsi a lui per sei mesi all’anno nel profondo regno dell’al di là.

In questa come in altre narrazioni incentrate sullo stesso episodio mitico non si legge alcun rimpianto della dea per la perdita dell’amato, come se la collera avesse definitivamente sostituito la passione e la vendetta il ricordo. Solo in alcuni frammenti staccati Inanna piange, tardivamente, il suo amore scomparso (6) (cap. IX, par.17, v.1-27):

Come Inanna piange amaramente il suo sposo Come la regina dell’Eanna piange amaramente il suo sposo ……………………………………………………………. Ecco scomparso il mio sposo, il mio bello sposo! Scomparso il mio diletto, il mio adorabile diletto! Il mio sposo è svanito come i primi germogli! Il mio diletto è svanito come gli ultimi germogli! Partito a cercar piante, Il mio sposo è stato tramutato in pianta!

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Partito a cercar acqua, Il mio sposo è stato precipitato nell’acqua!

E’ chiaro il significato agreste del racconto. L’alternarsi del ritmo stagiona- le, alla fioritura della vita nei campi coincidente in questa regione con il clima mite invernale-primaverile subentrava la totale sterilità causata dall’arsura e dal calore estivo che iniziava proprio nel mese di Dumuzi, giugno, in cui si celebrava la sua scomparsa. Il suo corpo per sei mesi non era più sulla terra e in questo periodo la terra soffriva perché non poteva godere dell’energia vitale che Inanna su di lei riversava ogni qual volta si congiungeva con il suo amato. Una volta sola Ishtar viene rifiutata da un mortale, in una sola occasione il suo fascino divino non riesce ad ammaliare un uomo e a perderlo. Gilgamesh l’eroico re di Uruk della cui bellezza si era infatuata la dea le si sottrae. A nulla valgono le promesse di farlo suo sposo, di donargli un coc- chio di lapislazzuli, con ruote d’oro, di farlo l’uomo più ammirato e riverito sulla terra, di rendere i suoi animali prolifici oltre misura e i suoi cavalli i più veloci. Gilgamesh è irremovibile, non solo si nega, ma anzi le rinfaccia la fine miserabile di tutti i suoi precedenti amanti, di come abbia un cuore che facil- mente si inaridisce e che come un braciere si spenga prestamente al freddo. Paventa anche che se lui fosse divenuto suo amante, se le avesse concesso il suo corpo avrebbe seguito la stessa funesta sorte degli altri. Il suo è quindi un rifiuto netto, tanto che suona come un insulto. La dea irata si rivolge allo- ra a suo padre, ad Anu il dio del cielo, perché per vendicarla le conceda il Toro del Cielo che lei stessa avrebbe condotto ad Uruk per distruggere Gilgamesh e portare siccità alla città per sette lunghi anni. Anu, solo dopo essersi sincerato che il re aveva già messo da parte grano per la gente e fieno per il bestiame sufficiente per tutto questo tempo, le affida il Toro. Tremendo è il suo apparire e terribili le conseguenze. Un primo soffio uscito dalle narici apre la terra in mille fenditure che ingoiano cento giovani e un secondo soffio ne fa precipitare duecento. Enkidu, per niente atterrito, gli si fa incontro e prende il Toro per le corna mentre l’amico inseparabile Gilgamesch lo prende per la coda e gli conficca la sua spada nella testa, ucci- dendolo. Alte si levano allora le lamentele di Ishtar e mille sono le maledizioni che rivolge al valoroso re. Per tutta risposta Enkidu, irriverente e irridente, strap- pa la coscia destra del Toro del Cielo e con veemenza la scaglia sulla faccia della dea.

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Le dee greche, italiche e romane

Gli antichi culti greci, italici e romani investivano alcune loro divinità fem- minili di una funzione ambivalente espressa dai rispettivi duplici attributi. Ecco, quindi, Gea, la terra nata per prima dal Caos primigenio, madre e amante di Urano e di Ponto dalla cui unione incestuosa ebbero origine i Titani, i Ciclopi, i Centimani, i giganti dalle cento braccia, e Nereo, il mare, configurarsi presso i Greci come divinità sì agreste, ma anche ctonica, in quanto sovrintende il Tartaro, il regno dei morti. Questa figura perderà poi a poco a poco i suoi precisi connotati per confondersi con divinità di altri culti in cui è trasfusa più spiccatamente la sola funzione generatrice. Gea viene riconosciuta nella dea Tellus degli italici, in Rea sorella-amante di Crono e madre di Zeus adorata a Creta e soprattutto in Cibele, la Grande Madre venerata dai Frigi e da molte popolazione dell’Asia Minore e adottata dai Romani come Magna Mater (7) (Lucrezio: De rerum natura, II libro, 3.2,

v.610-613).

Vari popoli, che ancor seguono riti antichi, la invocano Madre Idea, e le schiere di Frigia le attribuiscono come compagni, perché da quelle terre dicono che iniziarono per l’orbe del mondo a diffondersi le messi

L’adozione di divinità orientali coincise, non casualmente, con i disastri

conseguenti alle guerre puniche, in particolar modo alla seconda (219 a.C.). Annibale dopo aver espugnato Sagunto in Spagna, varcava le Alpi e si dirigeva su Roma. A niente valse l’opposizione dell’esercito romano al Nord sul Ticino e sul Trebbia, perse anche sul Trasimeno, ma soprattutto conobbe

la più ignominiosa giornata a Canne dove fu messo completamente in rotta.

Il terrore causato da queste iniziali vittorie di Annibale si impossessò dei

Romani e i loro cuori vennero gettati nel più cupo sconforto. Gli antichi dèi non li proteggevano più e come sempre avviene quando il terrore predomina sulla ragione fa breccia la superstizione. Essi non senten-

dosi più sufficientemente protetti abbandonarono i rigidi culti dei loro padri per sostituirli con quelli provenienti dall’Oriente, che nel loro immaginario scaramantico meglio potevano operare una più incisiva opera di soccorso e

di salvezza.

Queste cause associate alla forte e pressante influenza della cultura greca e orientale che conquistava sempre più Roma portò alla diffusione nell’urbe e nell’Italia tutta dei cerimoniali religiosi dei popoli di quelle terre.

A Cibele erano cari la quercia, il pino e i leoni e, infatti, veniva rappresenta-

ta stante alla guida di un carro trainato da due di essi.

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Famoso è il mito del suo amore per Attis, che essa volle sposare presa d’ardore per il suo fascino e la sua bellezza. Ma terribile fu anche la sua collera quando il giovane la tradì e la abban- donò per unirsi in matrimonio con la figlia del re Mida di Pessinunte. Paurosa fu la comparsa della dea durante il banchetto di nozze dei due e tra- gica fu la sua conclusione. Attis, infatti, sconvolto dalla vista della dea scappò sui monti dove nel più

disperato terrore trovò la morte, secondo alcune versioni evirandosi e secon- do altre ucciso da un cinghiale, ricongiungendosi così al mito di Adone e Afrodite. Proprio Pessinunte era la città dove più di ogni altra era venerata Cibele e dove era celebrato il suo culto durante l’equinozio primaverile. In quei giorni i sacerdoti della dea, i Coribanti, correvano invasati nei boschi alla ricerca del suo amato e fingendo di ritrovarlo morto si abbando- nano ad una musica strepitosa e a scene orgiastiche in cui si ferivano a san- gue, a volte fino al punto di evirarsi ad emulazione di Attis. Al giorno del dolore e del compianto succedeva quello della gioia per la resurrezione del corpo; le scene di disperazione dei sacerdoti lasciavano il posto a quelle di felicità che culminavano in una processione che avanzava

al suono sfrenato di timballi, cembali, tamburelli, corni e flauti. Anche qui ritroviamo palese il rito agrario dell’alternanza delle stagioni. Il

risveglio di Attis simboleggia la sua rinascita e il rifiorire della natura dopo

la sospensione della vita invernale. La morte lascia il posto alla ritrovata vita

come la sterilità dei campi cede il passo al rigermogliare della vegetazione. L’offerta di sangue dei Coribanti racchiudeva in sé un complesso mosaico

di

significati. Rappresentava, innanzi tutto, un atto di simbiosi dei sacerdoti

di

Cibele con Attis, il loro sacrificio si sovrapponeva a quello dell’amante che

aveva immolato la propria virilità per espiare la colpa e il tradimento negan- dosi, nel contempo, la potenzialità della fertilità. Il loro però era anche un atto di amore verso la propria dea cui si legavano vicariando la persona dell’amante, una sorta di ierogamia sostitutiva. L’immolazione sanguinaria aveva anche la finalità di sollecitare la Grande Madre ad indulgere benignamente verso l’umano genere, a non privarlo del ciclo delle generazioni naturali.

Si può leggere in questo cerimoniale una sorprendente analogia con i culti celebrativi di altre religioni, distanti per cultura e per dimensione temporale e spaziale. Con l’omaggio, per esempio, del liquido sacro versato dal proprio corpo dai sacerdoti maya, di cui si è già fatto cenno, che veniva raccolto in coppe per essere bruciato e asperso sulle immagini delle divinità in modo da entra-

re con esse in più intima connessione. Alla stessa stregua e con lo stesso

scopo dei Coribanti che raccoglievano i loro miseri orpelli per deporli in un’apposita stanza nuziale ricavata nel tempio dedicato alla dea.

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Il rito metroaco di Cibele fu importato a Roma a metà del secondo secolo

a.C. dai quindicemviri. La Grande Madre frigia divenne la Magna Mater lati- na, fu conservato lo stesso mito, mentre il cerimoniale assunse un carattere meno ricco di connotazioni orgiastiche. I quindicemviri ritennero più oppor-

tuno, e li si può ben comprendere, che il rituale dell’autosacrificio dei sacer- doti fosse sostituito con l’evirazione di un toro i cui organi recisi erano offer- ti alla dea nel suo tempio edificato sul Palatino, vicino a quello di Apollo.

A Roma questa era la più importante celebrazione agreste, ma non l’unica.

La città adottò all’inizio della sua storia antichissimi culti italici di divinità dei boschi e della campagna, alcuni esclusivi delle donne e ai quali era rigo- rosamente vietato agli uomini partecipare. Tale era la festa laziale che si svolgeva tra il 3 e il 4 Dicembre di Bona, la dea buona, la dea sotto il cui auspicio sottostavano i prodotti della terra, la dea che guardava con occhio benevolo la castità delle giovani e alla cui pro- tezione si rivolgevano in preghiera le donne desiderose di aver figli. Altra primitiva festività italico-romana era rappresentata dai Cerealia, dedicata alla dea delle messi Cerere e veniva celebrata in Aprile. Le celebra- zioni conoscevano il loro apice nel corteo ieratico che accompagnava all’alta- re un animale da sacrificare, ornato con ghirlande di frutta a simbolo della fertilità e nei giochi cui prendeva parte tutta la popolazione. Questo culto in seguito confluì in quello di Demetra e le due divinità ven- nero a coincidere quando ancora i quindicemviri decisero di accogliere in base ai libri sibillini questa dea greca. Demetra divenne in tal modo la principale divinità che incarnava la fertilità della terra e fu preposta alla protezione dell’agricoltura che, la tradizione vuole, insegnò agli uomini trasformandoli da nomadi cacciatori in stanziali contadini raggruppati attorno al focolare domestico. Centro del suo culto in Grecia era Eleusi, cittadina dell’Attica che si affac- cia sul golfo Saronico, dove oggi una piccola zona archeologica rimane a ricordo di come già in età preellenica ogni anno erano celebrati i misteri eleu - sini, riti misteriosofici esclusivi cui potevano partecipare solo gli adepti, mentre parallelamente come manifestazioni collettive di letizia e di fasto tutta la popolazione prendeva parte alle feste Eleusine, con giochi, gare, danze e canti. Le celebrazioni religiose dei misteri si richiamavano al mito della scom- parsa di Persefone (o Cora) figlia di Demetra, rapita da Ades (o Plutone), re degli Inferi. La leggenda narra che mentre Persefone, disattendendo i consigli della madre a non allontanarsi, era intenta sola a cogliere dei fiori in un campo Ades le apparve innanzi sbucando improvvisamente dal profondo della terra. Invaghitosi perdutamente della bella giovane la rapì incurante delle

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sue suppliche e delle sue lagrime e la trascinò con sé nel perduto mondo sot- terraneo per farla sua sposa. Disperato fu il grido di dolore che Demetra innalzò al cielo, a Zeus il padre degli dèi, sodale complice del fratello. Per giorni e notti senza posa cercò invano la figlia scomparsa, non le furono di ostacolo né le alte montagne, né i vasti oceani, presso tutti i popoli rovistò, ma senza risultato alcuno. Non vi era traccia della figlia, nessuno l’aveva vista o più ancora tutti tacevano. Solamente Elio, il Sole, che ogni giorno lucente su un carro trascinato da quattro magnifici cavalli porta la luce al mondo ebbe pietà della sua dispera- zione e le rivelò tutta la verità. Se forte era stata la sofferenza di Demetra ancor più terribile fu la vendetta. Non partecipò più al convivio degli dèi, disdegnò l’Olimpo, punì Zeus punendo ancor più gli uomini. Il suo isolamento portò la sterilità nei campi che non diedero più le messi, gli alberi avvizzirono privando gli uomini dei dolci frutti, una grande paura si impossessò del genere umano che si vedeva ormai avviato alla fame più disperata e ad una imminente tragica fine. Solo a questo punto Zeus capì il suo errore, gli uomini rischiavano l’estin- zione e lui fu obbligato a mandare il proprio figlio, il fidato messaggero Ermes negli Inferi per convincere Ades a restituire Persefone. Ma questa non poteva ritornare in modo definitivo sulla terra, non avreb- be potuto gioire costantemente tra le braccia di sua madre perché aveva già gustato il melograno, il frutto dell’amore e della sessualità. Essa ottenne di tornare ogni anno solo per nove mesi, dalla primavera alla fine dell’autunno, ma i restanti mesi avrebbe dovuto passarli nel regno dell’oltretomba al fianco del suo sposo. E’ per questo che nei nove mesi terreni la natura gioisce e con lei gioiscono tutti gli uomini, la vegetazione rinasce, le messi crescono e maturano per essere colti nella tarda estate, mentre durante i tre mesi invernali tutto sem- bra morire. Sempre a Roma nel periodo Repubblicano esercitava le sue funzioni un altro antico collegio sacerdotale, i dodici Arvales. Con il capo cinto da una corona di spighe essi offrivano annualmente un sacrificio alla fertilità dei campi. La festa che si continuò a svolgere anche in età imperiale si svolgeva con banchetti, giochi e sacrifici offerti da un flamen tra musica e canti.

L’ambivalenza delle dee primitive

Il concetto di fertilità che abbiamo visto essere correlato all’elemento terra, non poteva essere disgiunto proprio per la natura di questa dall’immagine dell’acqua.

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Non è forse l’acqua che irriga i campi, non è forse l’abbondanza di questa che consente alla vegetazione di essere rigogliosa, non è l’acqua che sprofon- dandosi nelle viscere della terra la rende feconda e fertile? E’ naturale, quindi, che la rappresentazione della Dea Madre a volte assu- messe i connotati anche di questo indispensabile elemento, sotto le differenti immagini allegoriche di fiume, lago, stagno, mare, acqua piovana. Le acque generose, le acque che irrigavano e rendevano feconda la terra presso gli assiro-babilonesi erano personificate dalla dea Ardvi Sura Anahita che fu poi assimilata dalle genti iraniche. Ardvi Sura Anahita come molte delle primitive divinità femminili della natura viene rappresentata con una doppia iconografia. Quella della Grande Madre dai seni gonfi ad esprimere l’abbondanza e la fecondità, donatrice di vita nel mondo terreno e protettrice del parto (3) (Yasna, LXIV, v.11-15).

…e l’alvo per il parto alle femmine tutte ella fa puro che figliar denno. Un partorir felice dà alle donne feconde, e l’opportuno ritual latte a quante già figliaro.

e anche, come è presente nell’Avesta, di donna belluina, vestita con pelle di un animale feroce recante sulla testa un diadema e nelle mani un fascio di verbena. Simbologia della duplice essenza a volte trasfigurata in un feroce leone con cui erano ritratte nel Medio Oriente Isthar e Cibele o in docile vacca come gli Egizi raffiguravano Hathor, la dea della fertilità, ma all’uopo anche della distruzione che si veniva a confondere con un’altra dea egizia dagli stessi attributi, Sekhmet dalla testa di leonessa che attentò addirittura all’umanità. Ra era adirato con questa perché pervasa da cattivi pensieri e malvagie azioni e convocò al suo cospetto la dea perché la punissse. Sekhmet portò allora la distruzione e la morte tra gli uomini, ma eccitata dal sangue che copioso bagnava la terra sembrava inarrestabile nella sua opera di massacro e metteva in serio pericolo tutto il mondo. Ra avvertì il pericolo di sterminio che incombeva sull’uomo e con uno stratagemma placò la furia della dea. Si fece portare una grande quantità di ocra rossa che miscelò con la birra così da simulare il sangue umano. Riempiti enormi orci fece versare la bevanda sui campi dove la dea aveva intenzione di completare la sua carneficina. Quando essa giunse sul luogo lo vide tutto invaso da quello che credeva fosse sangue e ne fu soddisfatta a tal punto che trovato un orcio ancora ricolmo e scambiatolo per un recipiente di birra bevve fino a sazietà, ubriacandosi. Risvegliatasi al mattino dopo si era

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ormai del tutto calmata e completamente dimendicata del genere umano che in questo modo fu salvato. Tale ambivalenza era incarnata anche dalla greca Artemide, la Diana romana. Dea della caccia che scortata dalle sue fedeli ninfe percorreva indomita i boschi e le pericolose selve inseguendo cervi e antilopi per poi trovare risto- ro presso una fonte d’acqua dove soleva immergere il corpo completamente denudato. Riposo che non doveva essere disturbato, intimità che non dove- va essere violata, pena un’atroce morte. Quella che colpì lo sfortunato Atteone, il bel cacciatore che inseguendo una preda la scorse nella sua splendida nudità mentre si bagnava. Ella se ne avvide e vendicativa dopo averlo trasformato in un superbo cervo lo fece inseguire a lungo per i boschi dai suoi cani che alla fine si avventarono su di lui ormai sfinito e lo dilaniarono orribilmente. Molto diversa era l’altro aspetto di questa divinità, quello che la rappre- sentava come dea benefica della natura, apportatrice di fertilità come l’acqua che irriga i campi. La stessa valenza naturistica che ritroviamo nella dea Epona venerata dai Celti proprio nelle sembianze di un fiume che straripando rende fertili i campi. In armonia con la loro credenza a considerare l’intervento del divino attuato attraverso due vie, la via che tendeva all’infinito spazio e che li met- teva a contatto con le divinità celesti e quella che li penetrava nella materia sottostante e che consentiva loro di interagire con gli dei tellurici. Personificazioni proprie del favoloso popolare che si coniuga con il devo- zionismo religioso e che sopravvive presso gli induisti nella dea Ganga in cui si rispecchia il loro amato Gange.

nella dea Ganga in cui si rispecchia il loro amato Gange. Dea Madre amorrea (II° millennio

Dea Madre amorrea (II° millennio a.C.)

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Le dee protettrici della fecondità della donna

Le Veneri paleolitiche

Le divinità al centro dei riti di fertilità agreste ed animale assumono con- temporaneamente i contorni di entità che sovrintendono anche alla fecondità della donna e vigilano sul suo atto riproduttivo. Le dee siro-cananee Reshef, Anath e soprattutto Astarte, che compendiano inscindibilmente nella loro natura i simboli della fecondità, dell’amore e della guerra sono ormai accolte nel pantheon egizio accanto alla dea Hathor come protettrici degli organi genitali. Reshef tutela la vagina, Hathor le nati - che e i mortali le invocano unitamente a Horo protettore del fallo, per tener lontani i mali. Questo sincretismo simbologico è reso molto bene dal racconto accadico ritrovato nella biblioteca di Assurbanipal della discesa agli Inferi di Ishtar, una sovrapposizione al poema sumerico di ugual tematica che come abbia- mo descritto vedeva protagonista l’analoga dea sumerica Inanna. Allorquando Ishtar superate le sette porte infernali perde tutti i suoi poteri con cui imperava sul regno dei vivi ed è condannata a morte da Ereskigal, la terra viene squassata da catastrofi immani. Gli animali non si coprono più e gli uomini sembrano abbandonati dal dio dell’amore (6) (cap. IX, par.18,

v.77-80):

Ecco nessun toro montava più una vacca Nessun asino fecondava più un’asina Nessun uomo ingravidava più una donna a suo piacimento:

Ciascuno dormiva solo nella sua stanza E ciascuno si coricava da una parte!

La sterilità condannava ormai la terra e gli uomini e solo con la rinascita di Ishtar, con la sua ricomparsa sulla terra la vita sarebbe ripresa fertile e feconda. Nessuna raffigurazione era più prossima all’idea che i popoli antichi ave- vano della funzione feconda e riproduttiva di quella espressa dai seni fem- minili. A volte appena abbozzati come si possono osservare nelle “belle signore”, figurine in ceramica modellate a mano che sono state rinvenute nelle necropoli diffuse per tutto l’altopiano centrale del Messico, ma soprat- tutto abbondanti a Tlatilco nelle vicinanze di Città del Messico e risalenti al periodo preclassico medio (1600 a.C.). Il modello è quello di donna dalle pic-

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cole braccia spesse volte aperte a croce che sembrano sostenere quasi senza l’intermediazione del collo una voluminosa testa in cui spiccano i caratteri- stici occhi a mandorla. Il petto stretto è caratterizzato dalla presenza di pic- coli seni e contrasta in modo palese con i larghi fianchi che sembrano cadere sulle tozze e corte gambe. Rappresentano segni votivi offerti in occasione di cerimonie riguardanti i culti di fertilità e fecondità come testimoniano anche i soggetti di maternità che queste figurine non infrequentemente riproducono. Seni minuti, ma più frequentemente grandi e gonfie mammelle identifica- vano la Dea Madre che tutelava la funzione generatrice della donna. Gli scavi archeologici eseguiti nel corso di due grosse campagne, la prima negli anni ’30 del nostro secolo e la seconda negli anni 1954 e 1972, nell’anti- co sito della città mesopotamica di Mari, l’odierno Tell Hariri, hanno portato alla luce nello splendido palazzo reale un patrimonio di reperti di inestima- bile valore. Accanto ad un ricco archivio di 200000 tavolette d’argilla scritte con carat- teri cuneiformi, sono stati rinvenuto altri manufatti di ancor più antica data- zione e tra questi alcune statuette in terracotta raffiguranti il corpo nudo di una donna dai lunghi capelli a boccoli a far da cornice ad un gentile volto, che con le proprie mani sorregge i pesanti seni. In considerazione del fatto che Mari fu la capitale di un importante stato amorreo fondato dalle prime popolazioni nomadi semitiche giunte in Siria intorno al 2000 a.C. queste statuette vanno posizionate circa a metà del III° millennio a.C. Rappresentano le prime raffigurazioni sicuramente a carattere devoziona- le domestico della divinità che presiedeva alla fecondità tenuta in casa come simbolo apotropaico, una sorta di talismano che doveva assicurare alla fami- glia abbondanza di raccolti e di figli.

La donna egizia iperprotetta

Così nelle loro abitazioni a Dendera le donne egiziane non facevano mai mancare alle statue che ritraevano la dea Hathor, dalla testa di vacca, pre- ghiere perché le proteggesse e le spose ancora sterili del Delta pregavano Iside, la dea che era riuscita a partorire il diletto figlio Horo rimanendo in cinte con il seme postumo di Osiride, di favorire una loro gravidanza. Con la finalità di tener lontano influenze malefiche le donne dell’antico Egitto adornavano il loro collo con amuleti in “faiance” rappresentanti Thueris, la dea ippopotamo protettrice delle donne gravide. A lei innalzavano odi per una felice gravidanza e a Nut chiedevano mam- melle gonfie di latte, mentre tenevano stretto al corpo un altro amuleto, quel-

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lo del dio Bes, il curioso nano dalla testa grottesca e dal viso irsuto, il goffo dio dalle corte e tozze gambe, protettore dei matrimoni e, insieme alla dea Meskhenet, del parto. Curioso come nella religione egizia ogni fase della vita dell’uomo fosse protetta da un dio peculiare. L’azione benefica di Bes si esaurisce, infatti, al momento della nascita, in quanto la forma del nascituro si credeva fosse modellata con l’argilla dalle abili mani del dio Khnum, dalla testa d’ariete, sul suo tornio di vasaio mentre la moglie, la dea Heket dalla testa di rana ali- tava il soffio della vita. Un grande numero di figure femminili nude dai grandi seni flaccidi che cadono sul grasso ventre e sui larghi fianchi si possono osservare al museo archeologico di Ankara. Risalgono al grande (1550-1500 a.C.) e al nuovo impero ittita (1400-1200 a.C.) e sono le Grandi Madri Natura delle tribù autoctone che questo fiero e bellicoso popolo proveniente dal Caucaso prese a prestito, non avendone di proprie; sono le Dee della fecondità dei primitivi pastori locali che gli Ittiti già conoscitori del ferro e del carro da guerra assimilarono e invocarono. Pregavano Hepat insieme al dio Telipinu che muore e risorge con i cicli delle stagioni, sovrapponendosi così agli analoghi miti naturistici menzionati. Ad Efeso, in Asia Minore, uno dei principali centri del culto di Artemide, la dea preposta alla fertilità della natura era anche concepita come Dea Madre vergine protettrice della fecondità e della riproduzione. E proprio perché più concretamente potesse assolvere questo suo fonda- mentale ruolo presso le genti una copia d’epoca romana del suo simulacro ospite nel museo archeologico della città la ritrae con il corpo adorno di testi- coli di tori castrati. Nel loro immaginario, i devoti ritenevano che per qualche influenza magi- ca lo sperma contenuto nei testicoli la fecondasse e che tale fecondità potesse essere trasfusa dalla dea in chi la adorava e nelle donne che toccavano la sua effigie. La devozione delle donne che avevano portato a buon fine la gravidanza trovava una tangibile forma di ringraziamento nella dedica alla divinità di ex voto personali o corali, anche di grandi dimensioni. Tali si possono considerare le Madri di Capua, gigantesche statue tufacee una volta decorate dalla bella policromia, riproducenti madri maestose regal- mente sedute che portano sulle loro braccia, aperte a semiciclo, i loro numerosi neonati, anche dieci o quindici insieme. Sono state rinvenute a metà del secolo scorso a S.M.Capua Vetere, l’antica Capua degli Etruschi, passata poi sotto i Sanniti e quindi alleata con Roma a metà del IV° secolo a.C. Mentre le donne d’oggi le possono ammirare presso il Museo Campano, le loro antenate le frequentavano in un tempio della fertilità attivo tra il VI° e il III° secolo a.C. dopo averle donate a scioglimento di un voto per aver avuto una prole sana e numerosa.

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Compressi in una sola dimensione erano quindi i primitivi riti naturistici, supplica di fertilità per ogni forma del creato e non ultima per la fecondità muliebre, che andarono in seguito a ridefinirsi nei culti misterici parallela- mente al passaggio dell’aggregazione tribale a quella civile dell’uomo, quan- do il suo agire non doveva sottostare più alla presenza indefinita di un’entità divina astratta, ma era ormai stabilmente correlata alla presenza di un dio ben definito nell’aspetto e nella funzione con cui interagiva intimamente.

Le feste popolari e i culti misterici

La divinità simboleggiava la forza riproduttiva e l’unione con essa era spesso prerogativa di pochi iniziati e veniva celebrata nella più impenetrabi- le segretezza dei culti misterici, quali quelli di Iside e Osiride, di Dioniso, di Orfeo o quelli eleusini dedicati a Demetra e a Persefone. Accanto alla religione ufficiale praticata dai più, quella misteriosofica accoglieva solo i pochi prescelti che tendevano attraverso la sua professione a raggiungere la salvezza della propria anima. Per perseguire tale fine si sottoponevano a prove iniziatiche gravose atte a comprovarne l’assoluta purezza d’animo e la totale rettitudine morale ed entravano in uno stato estatico nel quale si compiva la transustanziazione tra la loro anima e l’essenza divina. Educati dai loro maestri, ne seguivano scrupolosi i dettami così come osservavano diligenti i protocolli cerimoniali dei vari gruppi sacerdotali associandosi ad essi anche nelle manifestazioni estreme culminanti in veri e propri deliri orgiastici durante i quali rivivevano il mito della divinità cui le celebrazioni erano dedicate. Il momento culminante dei misteri dionisiaci, che si svolgevano ogni due anni, vedeva protagoniste esclusivamente le donne dette Menadi o Baccanti che nottetempo nei boschi rischiarati dalle loro fiaccole si abbandonavano a scene lascive. Seminude, con il corpo ricoperto solo di serpi al suono ossessi- vo di tamburelli e siringhe correvano in ogni dove innalzando lodi e invo- cando ritmicamente il nome del dio. All’apice del loro stato convulsivo rincorrevano un animale sacrificale, un capretto solitamente, che uccidevano con le loro mani divorandone le carni sanguinolente ancora calde. Volevano cosi richiamare lo scempio che la stagione invernale compiva sulla natura, mentre altri riti erano celebrati in primavera in onore del rinato rigoglio della vegetazione. In una delle principali festività pubbliche, le grandi Dionisie, celebrate in primavera ad Atene e in tutta l’Attica in onore del figlio di Semele che Zeus

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sotto forma di pioggia d’oro rese gravida, la cerimonia più significativa era rappresentata da una colorita e festante processione durante la quale era portato in trionfo il simulacro ligneo del dio che era posto nel tempio. Qui veniva celebrata l’allegorica unione della moglie del re che, dopo aver

compiuto un sacrificio, trascorreva tutta la notte sdraiata accanto alla statua

di Dioniso.

Una ierogamia simbolica avente la finalità di indurre per via simpatica la fertilità nei campi e la fecondità negli animali e negli uomini che analoga ritroviamo anche nelle Grandi Eleuisine, dedicate al culto di Demetra e Persefone. In tali feste, celebrate nel mese di Boedromione (tra la metà e la fine di Settembre) e che duravano nove giorni, era stigmatizzato il ritorno di Persefone agli Inferi cui corrispondeva sulla terra il sopimento di tutta la natura durante l’inverno. Era un ricco e complesso cerimoniale cadenzato da programmi dettagliati che venivano fatti rispettare dagli ierofanti e da altri ufficianti. Nei primi giorni erano trasportati da Eleusi ad Atene i misteriosi oggetti

sacri del culto, da identificarsi forse in cereali o in attributi sessuali trattan- dosi di un rito agrario propiziatore insieme della fecondità dei campi e della fertilità degli animali e degli uomini. Questi oggetti ritornavano poi nel santuario sacro di Demetra ad Eleusi attraverso un lungo festante corteo che per alcuni giorni percorreva il lungo tratto che separava le due città e terminava nella celebrazione della ieroga- mia propiziatrice di benessere tra la sacerdotessa del tempio e il sacerdote a ricordare l’unione di Demetra con il fratello Zeus, del seme con la luce da cui nacque Persefone, la vegetazione. L’officio ierogamico non era però patrimonio esclusivo dei riti misterici, essendo presente ancor prima in una delle principali festività agrarie pubbli- che sumeriche cui partecipava tutto il popolo, atta a simboleggiare la rinasci-

ta della vitalità naturale, il ritrovato risveglio dei campi e della vegetazione

dopo il sonno sterile dell’inverno e l’auspicio per una rinnovata fecondità animale e umana. Durante il rituale si facevano rivivere le nozze di Dumuzi e Inanna attra- verso l’unione simbolica (all’origine probabilmente realistica) del re della città con la prima sacerdotessa della dea. La ierogamia era consumata in una vera e propria stanza nuziale debita- mente approntata e ricavata in un’ala del tempio della dea cui non si faceva- no mancare né cibo né bevande. Anche a Babilonia una festa celebrata in onore di Marduk, il dio protettore della mitica città posto dai sacerdoti babilonesi a sovrintendere tutti gli altri dèi che assunsero pertanto un’importanza secondaria, aveva la sua più importante ritualità in una ierogamia del dio (8).

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Secondo un racconto cosmogonico di cui il popolo babilonese si era impossessato ai tempi di Hammurabi (1792-1750 a.C.) Tiamat, la dea-caos, aveva creato gli dèi, ma ben presto essa si pentì del suo operato e cercò la loro distruzione. Disperati, imbelli e impotenti questi chiesero a Marduk di prendere la loro difesa ed egli li salvò affrontando Tiamat e separandola in due parti che divennero il cielo e la terra. E’ questo mitico atto di forza e di coraggio che la cerimonia celebrava e terminava nell’unione nella cella nuziale del tempio dei simulacri del dio e della dea a significare il ritrovato vigore della natura sulla terra in ogni aspetto e forma. Come ogni matrimonio la ierogamia compendia in sé due aspetti fonda- mentali. Essa rappresenta sì un’unione sacra ma assume anche una valenza contrattuale. La congiunzione rituale è senz’altro la parte culminante di una rappresen- tazione sacra, ma la liturgia trasfonde in una dimensione più concreta, quella della richiesta in cambio di atti devozionali dei fedeli di un benessere reale che essi auspicano conseguire sotto forma di campi sempre più ubertosi, di messi abbondanti e di una prole numerosa necessaria per raccoglierle. Lo stato gravidico e la fase del parto da sempre si è creduto fossero gran- demente influenzati dal ciclo lunare ed è per questa ragione che troviamo in tutte le religioni manifestazioni delle dee preposte sotto forma dell’astro not- turno e delle sue fasi. Non va d’altronde dimenticato che alla luna era stata attribuita agli albori della storia dell’uomo una natura diversa, opposta; essa aveva una connota- zione maschile e si credeva custodisse il seme che tutto rendeva fecondo. Nelle glaciali terre del Nord una dea, Karidwen, si manifesta addirittura in tre forme femminili riproducenti tre fasi lunari: come vergine simbolo della luna nuova, come madre, la luna piena, come vecchia, la luna calante (9). E, curiosamente, in due forme è vissuta presso il lontano popolo maya anche Ix Chel la dea protettrice del parto, venerata come giovane e fertile o vecchia e sterile, rispettivamente nelle fasi di luna piena o nuova. In Grecia e a Roma Artemide-Diana, in cui furono identificate la primitive

dee Selene greca e Luna dei popoli autoctoni dell’Etruria e del Lazio, è effigia-

ta come luna recante nella propria faretra i raggi benefici.

Nei primi due secoli dopo Cristo in Occidente vanno sempre più diffon- dendosi nella cultura classica, anche perché ardentemente sostenuti dagli

stessi imperatori romani, i culti solari orientali in particolar modo quello di Osiride, assimilato a Serapide dalla dinastia macedone dei Lagidi. Essa introdusse tale culto già con Tolomeo Sotere, figlio di Lago generale

di Alessandro, che regnò in Egitto dal 304 a.C operando un processo di sin-

cretismo tra le divinità User (Osiride) e Api, il dio toro venerato a Saqqara. Parallelamente al culto di Serapide si andò estendendo sempre più quello

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di Iside che fu assimilata a Selene ed effigiata con la luna crescente posta sulla

testa. Poche divinità femminili come Iside sono state protagoniste di così fre- quenti opere di assimilazione. Dea dell’amore e pertanto in simbiosi con Hathor, Iside è protettrice della donna e portatrice di fecondità. In quanto madre amorosa di Arpocrate (Horo bambino) è il simbolo per eccellenza della maternità (sovente è, infatti, rap- presentata nell’atto di allattare il figlioletto che tiene sulle ginocchia in un’iconografia che sarà cara al cristianesimo e sarà identificata nella Madonna e nel Bambinello). Nell’Egitto tolemaico è rappresentata nuda e venerata come Afrodite. La sua iconografia ci è pervenuta tramite le consuete statuette votive che la effi- giano con tratti ellenizzanti che emanano una profonda sensualità mentre sulla costa fenicia e in Siria la si ritrova sempre rappresentata con il corpo nudo e viene associata ad Astarte. In Grecia diviene una dea dal significato agreste e confusa con Demetra, nel periodo imperiale i Romani la pregano come Cerere/Demetra e ad onorare la dea egizia in questa sua accezione ven-

nero in queste terre innalzati gli Isei, templi a lei dedicati, ed ebbe vasta riso- nanza il suo culto. Proprio sotto i regni dei Lagidi assurse a simbolo di elargitrice di fecondità venendo assimilata alla dea dei campi Renenutet e si metamorfosizzò in Iside- Thermutis, rappresentata come una divinità ibrida, dalla bella testa femmini-

le incorniciata da lunghi capelli a boccoli cadenti sulle spalle e recante sul

capo il basileion (disco solare della dea Hathor racchiuso dalle corna bovine e sormontato da piume di falco e di struzzo ricurve) e dal corpo costituito da una lunga coda attorcigliata di serpente. Il culto pagano degli dèi che presiedevano al concepimento e alla gestazione non era meno sentito e praticato tra le antiche genti italiche.

Di essi ce ne parla S.Agostino (354-430 d.C.) nel Libro VII° del “De civitate

Dei” (10) quando, nell’intento di dimostrarne la falsità, fa riferimento all’opera di Marco Varrone (116-27 a .C.) che tratta della teologia. L’erudito romano la distingue in mythicon, favolosa, trattata dai poeti nella

mitologia, physicon, naturale, oggetto della speculazione dei filosofi che dis- sertano su chi siano gli dèi, quale sia la loro natura, se esistano da sempre o

se furono creati nel tempo, e civile, propria del popolo, amministrata dai cit-

tadini e soprattutto dai sacerdoti nelle città, che detta le regole su come e su

quali dèi si debbano onorare pubblicamente e delinea quali siano le “sacre”, cioè i cerimoniali e i sacrifici propri di ogni culto (cap. V).

Al mitico Numa Pompilio si fa risalire l’istituzione di queste festività reli-

giose rurali. E considerato il loro carattere misterico, ispirato secondo Agostino dai demoni che fecero apparire al secondo re di Roma con una pra- tica di idromanzia le immagini degli dèi nell’acqua, non volendo egli inse-

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gnarle ad alcuno, né al popolo, né al Senato né ai sacerdoti seppellì in un campo i libri che le descrivevano. Solo dopo anni il bifolco di un tal Terenzio arando il suo campo li portò alla luce e li consegnò al Senato che giudicatoli pericolosi e pieni di ammoni- menti viziosi li fece ardere (cap. XXXIV-XXXV). Varrone nel trattare la teologia civile menziona come protettori della ferti- lità della donna gli Dii selecti, divinità che godevano dei maggiori tributi dal popolo per i più alti officii che recavano al mondo e perché maggiormente manifesti. La fecondità femminile era accompagnata in ogni sua fase dalle rispettive divinità protettrici: Dea Mena, che presiede ai flussi mestruali, Giano che favorisce l’entrata del seme maschile, Saturno il seminatore, Libero (Liber Pater), che rende fecondo il seme una volta emesso, Libera o Venere che sovrintende al concepimento, Vitunio che insuffla la vita al frutto del conce- pimento durante il puerperio, Sentino che gli dà il sentimento e Giunone che nutre i fanciulli (cap. II). A questi dei si può assimilare un altro nume pastorale italico, Faunus- Lupercus, protettore dei campi e difensore del bestiame dall’aggressione dei lupi. Proprio in questa sua veste gli erano dedicati i Lupercalia, antichissime feste propiziatorie per la fertilità istituite all’origine della storia di Roma e celebrate nel mese di Febbraio. Durante la cerimonia i sacerdoti preposti al culto si precipitavano giù dal Palatino dove sorgeva l’antro in cui, secondo la leggenda, la Lupa aveva allattato i gemelli Romolo e Remo e fustigavano le donne che incontravano per le strade della città al fine di propiziarne la fertilità.

le strade della città al fine di propiziarne la fertilità. Bes, Thueris (Amuleti egizi. Nuovo Regno.

Bes, Thueris (Amuleti egizi. Nuovo Regno. 1575-1087 a.C.)

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L’ ”osceno” nei riti di fertilità e di fecondità

Le rappresentazioni primitive

I riti sacri della fertilità e della fecondità trovavano la loro più materiale espressione nelle allusioni sessuali e nelle rappresentazioni estremamente veristiche degli organi riproduttori. Noi cosi’ lontani da quelle celebrazioni pagane manchiamo della capacità

di percepire il messaggio religioso che tali simboli emanavano in modo così

spesso ostentato. Ma gli antichi, ricchi di una conoscenza più genuinamente naturalistica, avevano estrapolato dal corpo umano questi organi che più di altri richiama-

vano le funzioni fertili e li avevano innalzati a forme di culto. Scorgevano, infatti, in essi quella innocente spiritualità che noi costretti in rigidi codici morali abbiamo del tutto perso. Ciò che per noi sconfina nell’immorale e nella pornografia per loro rappre- sentava l’essenza stessa della potenza della natura, raffigurata negli atti di fecondità. Gli aspetti per noi osceni erano assunti a simbolo del vigore naturale, del rinato rigoglio dei campi, della rinascita dopo la morte.

E questa “vis naturae” era talmente presente nei loro animi che la rappre-

sentavano personificandola in divinità fallomorfe.

Il fallo e la vagina rappresentavano per loro la sorgente di vita, avvolta

ancora nel mistero e nell’ignoranza fisiologica ormai disvelate alle nostre conoscenze di uomini moderni.

E allora perché non sposare la tesi avanzata da alcuni studiosi di identifi-

care i menhir, i megaliti neolitici infissi nel suolo che si stagliano verso il cielo come simboli fallici? Un attestato realistico della forza dell’organo riproduttore dell’uomo la cui importanza fisiologica nell’atto del concepimento iniziava, dopo la fase matriarcale, a farsi strada nel convincimento maschile. Queste pietre infitte nella terra ne mimano l’atto fecondante alla stessa stregua dell’atto sessuale consumato con la donna.

E in che cosa cercare allora agli albori della storia dell’uomo il corrispetti-

vo simbolo femminile? Forse nelle “Veneri” paleolitiche dai ventri adiposi e

dai grossi seni cadenti o nelle “statuette” ittite e mesopotamiche femminili, leggermente più tarde ma talmente simili alle “Veneri” da far pensare ad una consegna nella memoria del tempo senza soluzione di continuità dell’universale idealizzazione della forza generatrice della natura ? Non infrequenti sono le rappresentazioni in terracotta sia nell’Occidente ellenistico e romano che nelle terre del Mesoamerica che sottolineano

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l’emblema fecondante di queste divinità, ormai incarnate nelle dee dell’amore protettrici dei rapporti sessuali, enfatizzandone le dimensioni dei genitali. Questi sono, così, ostentatamente posti in bella mostra, evidenziati dal

colore rosso e spesso in posizione frontale, distorcendo a tal fine la naturale sede e i precisi rapporti anatomici con il resto della figura, per meglio rimar- care il loro valore sessuale. Certo è che le immagini sessuali le ritroviamo a volte parte integrante dell’architettura templare e fanno da cornice a quasi tutte le cerimonie di carattere agreste che sconfinavano in eccessi orgiastici.

A Delo, la rocciosa isoletta delle Cicladi sede religiosa fin dall’età arcaica,

nel complesso archeologico del Santuario di Apollo (V° secolo a.C.) sono

visibili i resti del santuario dionisiaco con rilievi coregici e simboli sessuali chiaramente evidenziati da due enormi falli in pietra che appoggiano su due bassi pilastri.

Si ricollegano all’antica festa misterica dedicata a Dioniso, frutto dell’unio-

ne di Zeus con la mortale Semele e portato dal padre degli dèi appena nato cucito in una sua coscia nella terra degli Etiopi (13) (Libro II, 148), dove nella fase orgiastica facevano la loro comparsa falli lignei sorretti in processione da adepte con la precisa finalità di ingraziarsi il dio perché concedesse ricchi raccolti. Analoghe processioni erano celebrate anche in Egitto in onore di Iside e Osiride, la divinità analoga a Dioniso collegato all’alternarsi continuo della vita alla morte. D’altra parte amuleti a forma di fallo o di vagina erano indossati a scopo apotropaico, per allontanare i malvagi influssi e per favorire gravidanze nelle donne sposate. Un curioso amuleto adornava il collo delle belle Egizie e rappresentava il buffo dio itifallico Min. Le donne coniugate lo accarezzavano per favorire una felice gravidanza e le sterili lo ponevano sul loro ventre perché accor- dasse loro il suo favore e le rendesse fertili. Era il più venerato dalle donne ormai sposate così come il dio nano Bes dalla grossa testa e dal grande ventre era il più invocato dalle nubili perché procurasse loro un marito. Nel panorama generale delle testimonianze attestanti la diffusione nel bacino mediterraneo degli Isei significato particolare e per certi versi ancora oscuro assume in Italia, in età romana, la rappresentazione della cysta

mistica, cesta cilindrica in vimini recante l’effigie della luna crescente e con il coperchio sormontato da un serpente arrotolato su sé stesso.

A questo recipiente fa riferimento con il nome di urnula anche Apuleio alla

fine del suo godibilissimo ”Asino d’oro” quando descrive la processione del Navigium Isidis.

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Era la principale festa periodica celebrata all’inizio di marzo e solennizza- va la ripresa annuale della navigazione.

Il lungo corteo avanzava verso la riva del mare con in testa << donne splen -

dide nelle loro candide vesti, tutte liete dei loro svariati ornamenti, e inghirlandate di corone primaverili, andavano lanciando fiori dal grembo sì da cospargere tutto il ter - reno per cui avanzava il sacro corteggio. Altre tenevano degli splendidi specchi arro - vesciati dietro la schiena, per mostrare alla dea sopravveniente l’omaggio della folla accorsa; altre reggendo in mano dei pettini d’avorio, col movimento delle braccia e le articolazioni delle dita davan le viste di attendere all’acconciatura e alla pettinatura della chioma regale…>>

A queste seguivano giovani che recavano fiaccole, lucerne e ceri che innal-

zavano lunghe fiamme al cielo e gli iniziati ai misteri di Iside, uomini e donne, giovani e vecchi tutti raggianti nelle loro bianche vesti di lino. Per ultimi i sacerdoti con la testa rasata che accompagnati dal suono dei sistri portavano, incedendo solenni nei loro candidi lini, le insegne delle divinità: una lucerna tutta d’oro, una palma con le foglie lavorate in oro, il caduceo di Mercurio, un setaccio per il grano composto da piccoli rametti d’oro intrecciati, le effigi degli dei, un vasetto d’oro a foggia di mammella, simbolo della maternità di Iside, che distillava latte e l’urnula << una piccola urna intagliata con arte finissima, dal fondo circolare ed istoriata all’esterno con mirabili figure all’uso egiziano. Il suo orifizio non era situato tanto in alto, ma spor - geva in fuori in un lungo canale che si rastremava a forma di beccuccio; dalla parte opposta era applicato un manico che si incurvava in un’ampia ansa e su di essa s’avvinghiava in tortuose spire l’aspide dalla pelle squamosa, che levava in aria il collo rigonfio e striato >> (11). Una volta giunta al mare la processione si arrestava e i sacerdoti consacra- vano a Iside una nave quivi ormeggiata che lasciavano libera senza nocchiero alla mercé dei venti e delle acque. La cysta era uno degli oggetti più sacri di Iside sempre presente nelle ceri- monie in suo onore e che si suppone contenesse l’acqua del Nilo e il sacro fallo dello sposo Osiride, a simbolo dell’intatta e sempiterna fertilità. Fallo, quindi, in possesso di tutti i connotati di mistero e di sacralità che il rito richiedeva, gli stessi attributi che ritroviamo negli oggetti trasportati in un’analoga cesta da Eleusi ad Atene nei primi giorni delle Grandi Eleusine a propiziare una diffusa e generalizzata fecondità. Che tali oggetti fossero una riproduzione di organi genitali è plausibile per analogia con altre festività dedicate a Demetra, le Haloa, celebrate nel mese di Poseideone (Gennaio-Febbraio) e riservate esclusivamente alle donne. Erano contraddistinte da canti licenziosi e motti scurrili che si lanciavano tra loro le partecipanti e dalla presentazione degli organi riproduttori maschili e fem- minili in cotto e in altri materiali (12). Rappresentazioni sceniche che avevano gli stessi contenuti di grande osce-

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nità delle Haloa caratterizzavano anche alcuni primitivi ludi romani quali i Floralia (II° secolo a.C.) che facevano parte del culto della dea Flora, antica divinità sabina dei fiori, della primavera e della gioventù, celebrati dal 28 Aprile al 3 Maggio. Un riferimento indiretto al carattere lascivo di queste feste ci viene dato dalla biografia dell’imperatore Eliogabalo (204-222 d.C.). Esempio di dissolu- tezza e di perversione sessuale, la sua fama ci fu tramandata così negativa anche per l’inclinazione che aveva verso i bei giovani e in particolar modo per la passione che provò nei confronti di uno schiavo della Caria, Ierocle, tanto incontrollata che lo portava a baciare pubblicamente ogni parte del corpo del suo amante in maniera oscena, adducendo il pretesto che in tal modo voleva celebrare i sacri riti di Flora (38, cap. VI). All’origine circoscritte ad Atene e in seguito diffuse in tutta la Grecia e nella Magna Grecia sempre riservate alle sole donne si festeggiavano le Thesmophoria, cerimonie religiose ancora in onore di Demetra, seppure di importanza inferiore alle Eleusine, che ricorrevano nel mese di Pyanespione, nei giorni cioè che andavano dalla fine di Ottobre ai primi di Novembre. Nell’ultimo giorno della festa tra un banchetto e l’altro si inneggiava agli organi sessuali femminili che venivano esposi accompagnati da allusioni e frasi licenziose che volevano ricordare l’episodio di Iambe, una vecchia donna di Eleusi che riuscì, mostrando il proprio sesso, a strappare un sorriso alla dea affranta dal rapimento della figlia Core. Erodoto (13) (Libro II, 171) le dice originarie dell’Egitto e introdotte in Grecia dalle Danaidi che le insegnarono alle antiche donne dell’Argolide.

Le cinquanta figlie di Danao, infatti, avevano seguito il padre esule ad

Argo dopo che era venuto a contrasti con il fratello Egitto, omonimo della terra su cui regnava, padre a sua volta di cinquanta figli. Il mito racconta che, dopo che Danao venne riconosciuto re di Argo, i cin- quanta nipoti imposero allo zio di dare in moglie a ciascuno di loro le sue figlie. Danao a malincuore acconsentì, ma diede ad ognuna di esse un pugnale perché durante la prima notte di nozze uccidesse il proprio marito. Tutte ubbidirono tranne Ipermnestra che innamorata di Linceo lo rispar- miò. Il padre furibondo con la figlia la incarcerò, ma sbollita l’ira le perdonò

la disubbidienza e riconciliatosi anche con il nipote superstite lo dichiarò suo successore sul trono di Argo. Erodoto ci informa che con l’arrivo dall’Est dei Dori che invasero tutto il Peloponneso il rito delle Thesmophoria scomparve da quasi tutta la Grecia, sopravvivendo solo presso le popolazione dell’Arcadia.

Di un’altra “sacra”, i Liberalia, celebrata il 17 Marzo dagli antichi italici in

onore del dio Libero (Liberus Pater), poi assimilato a Dioniso, ci porta testimo- nianza S. Agostino sempre nel suo “De civitate Dei” (10) (Libro VII, cap.

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XXI): <<Tra l’altre cose, ch’io son constretto di lasciare però che son molte, nelle capi d’Italia dice che furon celebrate alcune sagre di Libero con tanta libertà di diso - nestate, che a onor suo furono cultivati li membri genitali, et al meno non con qual - che poco di segreto vergognoso, ma pubblicamente et a scoperto allegrandosene la nequizia. Però che questo disonesto membro per più dì di feste di Libero con grande onore essendo posto in una carretta, primamente nelle principali ville, dappoi si por - tava dentro nella cittade e nel castello di Lavino, ove si festeggiava tutto un mese a Libero: nelli cui dì ogni uomo usava parole scelleratissime, per infino che quel mem - bro portato per piazza si riposava nel luogo suo: al cui membro disonesto convenia che una matrona onestissima dinanzi a ogni uomo gli porgesse una corona in capo>>. Si trattava, dunque, di un lungo festeggiamento che aveva come oggetto

di culto il membro di Libero che ostentatamente era portato per piazze e città

e durante il cui cerimoniale, non dissimilmente dalle Dionise e dalle Eleusine, ma tuttavia senza uguagliarne gli eccessi, era consentita ogni forma di licenziosità, non ultima quella di convincere un’onesta sposa e madre di famiglia a rendere omaggio al membro divino. Tutto con l’unico fine di ingraziarsi i favori del dio e scacciare la sfortuna che poteva accanirsi contro la fertilità dei campi. Ma ad intrattenere i molteplici e intricati rapporti con il mondo naturale e umano non poteva mancare la presenza di un dio protettore polivalente,

Ermes, alla volta messaggero dei disegni degli dèi, psicopompo delle anime dei morti nell’al di là, datore di fecondità agreste e di prosperità commercia-

le

Proprio a garanzia della sicurezza di quest’ultimi ancora una volta era evocato l’emblema fallico: ai crocevia delle strade e anche in prossimità delle porte di alcune case erano, infatti, collocate le erme, cippi in pietra che effi- giavano nella parte superiore la testa del dio e in quella inferiore il suo enor- me fallo in erezione.

e patrono dei viandanti.

Priapo

I primitivi riti campestri e silvani che, avvolti nel mistero dei loro cerimo-

niali, vedono protagonista una divinità itifallica a simbolo della forza pro- creatrice hanno la loro massima espressione nella celebrazione di un dio di origine orientale ed ellenistica, Priapo, il cui culto ben presto assumerà una valenza universale sovrapponendosi ad alcuni di carattere elitario come quello misteriosofico dionisiaco o sostituendosi ad altri di origine e di natura schiettamente popolari, come quello italico-romano di Mutunus Tutunus o di Faunus-Lupercus e di Pan, tutte divinità boschive e protettrici dei pastori. All’origine Priapo è una divinità squisitamente della Natura

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Priapo, ti consacro questo bosco con la legge che osservano i tuoi templi a Lampsaco ed a Priapo. Poiché te sopra tutti, nelle sue città, dell’Ellesponto venera la riva ricca d’ostriche più di ogni altro lido…

Catullo (14) si uniforma al mito e lo fa nascere sull’Ellesponto e precisa- mente a Lampsaco, frutto dell’amore di Afrodite e di Dioniso. Qui è onorato come simbolo della forza generatrice dei campi e dei pascoli, protettore degli armenti e della pesca, guardiano irreprensibile dei giardini e delle vigne. Il suo simbolo, il fallo, è presente addirittura sui monumenti funerari stan- te ad indicare il genius del defunto, cioè la forza vitale che soparvvive alla morte e al disfacimento del corpo. Un inno anonimo lo saluta, infatti, <<Salve, sancte pater Priape rerum, Salve>> santo, padre delle cose << O Priape potens amice, salve, / Seu cupis

genitor vocari et auctor / Orbis aut Physy ipsa Panque, salve / Namque concipitur tuo vigore / Quod solum replet, aethera atque pontum>> (Potente protettore Priapo salve, sia che tu voglia essere detto padre e protettore del mondo o natura delle cose medesime o Pan, salve. Poiché raccogli in te col tuo vigore ciò che riempie la terra, l’aria, il mare) (14). In questi versi egli è accostato ad un'altra antichissima divinità greca delle selve, Pan, venerato dai popoli dell’Arcadia e che trova il suo corrispettivo nel dio italico Fauno-Luperco. Uno dei tanti miti sulla sua origine fa Pan figlio di Zeus e della ninfa dei boschi Callisto, che lo abbandonò appena nato atterrita dal suo aspetto: fac- cia barbuta, testa provvista di corna, naso schiacciato, gambe e piedi caprini

e lunga coda. Raccolto da Ermes che lo portò sull’Olimpo divenne una divinità fallica collegata con il mondo silvestre e famosa per le sue scorribande erotiche che compiva in compagnia di Dioniso. Proprio per sfuggire alle sue mire lascive la ninfa Pitis si trasformò in un pino e la ninfa Siringa in canne palustri che Pan plasmò con cera ricavandone il suo strumento musicale. Il culto di Priapo ben presto si diffonde in tutta l’Asia minore, in Grecia e quindi a Roma, ma ormai ha perso molto del suo contenuto di sacralità. L’antropomorfizzazione del fallo intesa come esaltazione raffigurativa del concetto di fertilità universale perde poco a poco la sua primitiva essenza,

diviene sempre più oggetto di lazzi farseschi, di motteggi lubrici, il dio della fecondità patrimonio della schiettezza popolare lascia il posto all’idolo rozzo

e dileggiato, a lui i contadini non fanno salire più preci e inni per ingraziarsi

i favori, ma solo canti scurrili.

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Ero un tronco di fico, legno inutile Allorché un falegname, incerto se Fare di me uno sgabello o un Priapo

scelse il Dio. E da allora sono un dio, il terrore dei ladri e degli uccelli.

I

ladri li spaventa la mia mano

e

il palo rosso oscenamente eretto

sull’inguine; sgomentano gli uccelli importuni le canne che ho legate sulla testa, impedendo che si posino sui nuovi orti coltivati.

Questa è ormai l’immagine che del dio ci offre Orazio in una sua satira (15) (Libro I, VIII). Priapo è divenuto un vile feticcio di legno, capace solo di tener lontano i

ladri e gli uccelli e <<Tu qui pene viros terres et falce cinedos…>> di terrorizza- re, secondo Marziale, con il grosso fallo gli uomini e con la falce gli omoses- suali (16) (Libro I). Priapo rimane il protettore degli orti, sue rozze statue sopravvivono erette nei campi e piccoli templi gli vengono ancora dedicati. Ma non è più l’arcaica divinità agricola popolare, originariamente adorata come personificazione dell’energia fecondante, ha perso la sua dignità di dio agreste invocato dal popolo contadino, ormai è solo l’allegoria di un enorme

e

rosso fallo, di legno, di marmo, di creta infisso nella terra che ladri e aman-

ti

furtivi dileggiano e di cui si prendono gioco. Quel poco che rimane della sua essenza di dio propiziatorio della fertilità

della donna è ormai svilito a basso gioco erotico che vede la novella sposa nel corso della cerimonia delle nozze costretta a sedersi sopra il suo grosso fallo. Scherzo apotropaico, ben augurante per una precoce e felice filiazione. E tale è il significato che sempre più va assumendo. Le donne lo invocano

e adornano il loro collo con amuleti che lo riproducono per propiziarsi un

amante o per allontanare influssi infausti e la sua presenza anche in rappre- sentazioni estreme e caricaturali non mancano nelle case romane. Pompei, famosa per la sua opulenza e per i suoi vizi, distrutta dall’eruzio- ne del Vesuvio nel 79 d.C. le ha conservate per noi intatte e le ha tramandate nella loro ricca e curiosa iconografia, non sempre squisitamente erotica, ma spesso anche ironica e parodica. Nell’uomo di Pompei sempre aleggiava uno spirito ludens, il gioco e il divertimento essendo costituente esenziale della sua stessa natura. L’immagine di Priapo o del fallo che lo rappresenta ci viene raffigurato sotto gli aspetti più diversi: come tintinnabulum, campanello bronzeo che

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pende dal soffitto per scacciare il malocchio, configurato a forma di lucerna, stilizzato in un placentarius porta focacce, antesignano dei nostri servi muti, fuso in bronzo a costituire i tre piedi itifallici di un tripode (17). Adorna gli ambienti intimi pompeiani come soprammobile scaccia guai in forma di statuette caricaturali riproducenti le goffe sembianze di un nano danzante o cavalcante il proprio fallo. Se leviamo in alto il nostro sguardo mentre percorriamo alcune delle vie della splendida città lo possiamo scorgere, come fallo murario ad indicare non soltanto il vicolo del lupanare, sede del più celebre postribolo di Pompei, quello di Victor e Africanus, ma anche come insegna di una bottega

di artigiano o di una casa gentilizia.

La sua presenza ha quindi assunto un valore esclusivamente scaramanti- co, rappresenta una sorta di grosso amuleto la cui funzione è quella di tener lontano la sfortuna e di favorire la ricchezza. Non ha nulla di sensuale né di osceno, questo fallo, in stucco, in cotto, in pietra, a volte persino provvisto di ali. Tutta Pompei risalta per queste raffi- gurazioni che stanno semplicemente a significare il tentativo da parte dei

suoi cittadini di accattivarsi la protezione del dio e l’auspicio di ottenere pro- sperità. Come il celeberrimo affresco dello stipite destro della porta d’ingresso della splendida casa dei Vettii riproducente Priapo nell’atto di pesare il suo enorme fallo sul minuto piatto di una bilancia che porta come contrappeso sull’altro piatto una borsa di monete, simbolo di abbondanza e di benessere. Caduto nell’oblio è lo schietto significato di forza generatrice anche se a Pompei, come in altre parti d’Italia, Priapo è ancora celebrato con feste in cui il suo enorme fallo è venerato e portato in processione e che culminano in scene di massa lussuriose. Ora viene ricordato soprattutto come un dio-portafortuna cui rivolgersi per propiziarsi benessere e allontanare il male, da tenere costantemente pre- sente nella vita affettiva e in quella sociale, un talismano come uno dei tanti

in voga ai nostri giorni.

L’adorazione del lingam e della yoni in India

Il culto di una divinità fallomorfa o itifallica, simbolo dell’onnipotenza fecondante naturale, è una delle molte costanti che accomuna tutte religioni antiche più o meno coeve e in alcuni casi, sopravvivendo al tempo, si perpe- tuano anche nei riti d’oggi. Nello stato indiano di Rajaputana a Nord Est della splendida Udaipur, che come gemma incastonata nei verdi rilievi degli Aravalli si specchia nelle lim- pide acque del lago Pichola, sorge il villaggio di Kailashpuri famoso per i suoi 108 templi jaina circondati da alte mura fortificate.

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L’intero complesso è meglio conosciuto come tempio di Shi Eklingji e fin dai tempi antichi è considerato un luogo sacro, associato al dio Shiva le origi- ni del cui culto si perdono nell’India pre-vedica delle religioni dravidiane associate alle civiltà di Mohenjio-Daro e Harappa (2700 a.C.). Dio originariamente naturistico era venerato come Shiva-Pasupati, dio delle fiere, come Rudra, l’urlante che comanda gli elementi e solo più tardi viene ad essere rappresentato con un’iconografia che raffigura la sintesi della sua polivalenza, dei suoi molteplici poteri. Dio dell’energia incontrollata e devastante, simboleggiata dalla posizione tantrica di “Sommo Yogin” che assume sulla pelle di tigre con il corpo cosparso di cenere, dio della distruzione come testimonia la lunga collana di teschi che gli adorna il collo, dio dominatore del tempo incarnato nei lunghi serpenti Naga che scendono sul suo petto, dio dell’eterno ciclo delle nascite, samsara, dell’alternarsi continuo della vita e della morte che manifesta nella forma di Shiva Nataraja, il signore della danza che esegue su un demone prono personificazione dell’illusione fenomenistica, la maya, che obnubila la vera conoscenza cui dovrebbe tendere l’uomo e lo costringe nelle continue incarnazioni del samsara. Ma egli è anche il dio della fertilità sessuale e come tale è onorato sotto le sembianze di lingam, un fallo nero che viene custodito nei templi a lui dedi- cati dai suoi numerosi seguaci che qui si riuniscono in preghiera e i cui ingressi portano scolpita l’effigie del toro Nandi, il suo veicolo, immagine della vigoria fertile animale. Il tempio di Shi Eklingji è in marmo e granito e ha una grande sala con colonne decorate (mandap), sovrastata da un tetto a piramide. Nel santuario interno la gente prega e adorna con variopinte ghirlande di fiori profumati il grande lingam in marmo nero, mentre pregiate miniature lo raffigurano come lingam dalle quattro facce. La devozione riverente che viene tributata al grande lingam non è una peculiarità dei soli suoi adepti, ma è largamente diffusa tra tutta la popola- zione. Piccole icone e altarini schivaiti abbelliti con petali di fiori rossi, gialli e bianchi sono in bella mostra anche nelle povere case e sono oggetto di osse- quio quotidiano da parte di tutti i familiari. Essi si rivolgono con preghiere al dio, alla semente della loro esistenza e ne invocano la forza vitale. Ma il principio maschile non poteva che essere visto in modo sincretico unito a quello femminile, alla yoni, la vulva e con esso adorato. Oggetti di culto raffigurano, infatti, il lingam inserito in una base che raffi- gura il simbolo genitale femminile a ribadire ancora una volta la sua funzio- ne procreatrice unitamente a quella della yoni. Il dualismo lingam/yoni si esaurisce nella loro unità, nell’unione del dio con la dea, di Shiva con la compagna Parvati a simboleggiare la nascita della vita.

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La yoni rappresenta il retaggio ancestrale della Grande Dea Madre, princi- pio divino della capacità generatrice di ogni forma di vita terrena. Essa, la dea delle grandi foreste, delle sacre acque, primitivo elemento di vita, la protettrice dei campi e degli armenti aveva demandato alla donna la potenza riproduttiva umana La yoni è così inizialmente avvolta in un alone di misteriosa sacralità, asso- ciata al simbolo primordiale del principio germinante, all’energia cosmica che rende pregna la natura in ogni sua forma. Nel Tantrismo (IV° secolo d.C.) che si espresse attraverso due correnti principali, la prima evoluzione del Vajrayana buddista o “Veicolo di dia- mante” e l’altra, lo Shaktismo, espressione estrema e tarda dell’Induismo, la yoni diverrà elemento di vitalità sessuale e la sua reale venerazione sarà uno dei momenti più importanti del complesso rituale che terminerà con il rag-

giungimento della beatitudine attraverso il maithuna, l’unione mistica dei due principi, quello maschile e quello femminile, la dualità fatta uno, il lin - gam/yoni. Il tantrika, l’adepto, tende ormai al superamento della concezione esclusi- vamente sacrale e naturistica del rapporto sessuale degli ultimi libri vedici e

ha

del tutto rigettato la rinuncia ascetica propugnata dal buddismo ortodos-

so

brahamanico.

Egli vede nell’unione dei corpi un rito estatico che culmina in una forma

di sublimazione se compiuto in modo armonioso e percepisce l’unione ses-

suale come il solo mezzo per pervenire alla salvezza. Van Gulik nel trattare l’antico misticismo sessuale indiano e cinese (18) (appendice I) rimarca che ogni uomo aveva in sé la percezione della Verità Assoluta cui doveva attendere solo attraverso pratiche di spiritualismo ses- suale, mediate da unioni che culminavano in ripetuti esercizi di coitus reser - vatus. Solo in tale maniera sarebbe egli riuscito a superare la dualità sessuale che lo compenetrava e si sarebbe riunito in un tutt’uno con la divinità. Per il sistema filosofico tantrico ciascun essere umano cela, infatti, una parte del suo opposto; così l’uomo nasconde una parte del femminino e la donna porta nel proprio essere una parte maschile. Il trascendere questa ambivalenza sessuale condurrà alla sublimazione verso la configurazione dell’ermafrodito assoluto che rappresenta la forma umana più prossima alla divinità. Ciò è reso possibile dall’attivazione nel tantrika della componente femmi- nile operata dall’unione sessuale con la donna o meglio da rapporti multipli senza emissione del liquido spermatico che trattiene in sé l’energia creatrice. Le due forze sessuali risiedono in due emisferi nervosi che corrono lungo il midollo spinale attraverso due canali energetici: a destra quello femminile, ida, generatore e a sinistra quello maschile, il seme fecondo, pingala.

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L’energia maschile sollecitata dalle secrezioni vaginali femminili assorbite con il maithuna è compressa perché attuando il coitus reservatus non viene dispersa. Essa si unisce a quella femminile per sublimarsi in una forma di energia nuova totipotente che nella rappresentazione grafica dello yantra (il disegno prettamente geometrico del cosmo impiegato dai praticanti il Tantrismo per evocare le forze energetiche e per comunicare messaggi) viene riassunta nel simbolo del bindu, il punto in cui alberga la divinità. Esso simboleggia anche l’Assoluto, l’Uno dove convergono lo spirito e la materia, ciò che si rende visibile e ciò che è immanifesto. Nello Shaktismo, comparso più tardivamente del Vajrayana dal quale derivò, la dea, la Shakti, rappresenta la più alta espressione del divino e in tale ambito il rapporto erotico assurge a valenza magica ed esoterica. L’unio- ne con la propria donna, dopo averne adorata la yoni mima ancora l’unione con la dea, ma si riallaccia solo in parte al cerimoniale ierogamico con la Grande Dea Madre, sorgente di energia vitale, già presente negli antichi riti naturistici espressi dagli Upanishad, i libri canonici composti tra il IX° e il VI° secolo a.C. Nei cerimoniali del Tantrismo la donna è divenuta soprattutto donna- oggetto, il suo corpo è ricercato in modo ossessivo in quanto sorgente di vita e fertilità, incarnazione dell’energia totipotente della dea, così come il suo orgasmo. Forte è la convinzione nel tantrika che attraverso l’orgasmo femminile egli possa appropriarsi di tale energia presente nelle secrezioni della compagna che contribuiranno a prolungare la sua esistenza terrena. La ricerca di questo continuo arricchimento energetico lo porta, pertanto, a consumare l’atto erotico con fanciulle giovani e vergini perché, incontamina- te, meglio conservano la forza vitale primigenia della dea, e a prolungarlo il più a lungo possibile per finalizzarlo al conseguimento di più orgasmi da parte della compagna evitando di provocare il proprio. La perdita dello sperma lo priverebbe dell’energia in esso contenuta com- promettendo la sua vitalità. Egli, di conseguenza, controlla la sua emissione con pratiche yoga che governano i centri respiratori e dominano le pulsioni. Attraverso il coitus reservatus si innesca il risveglio dell’energia totipotente assopita, Kundalini, che come un serpente avvolto sulle sue spire dorme tra i genitali e l’ano, all’imbocco del sushunna, il canale vertebrale e che impedisce alle correnti energetiche ida e pingala di fondersi. Kundalini ravvivata dal coito e da tecniche yoga misteriose (hatayoga) di cui è depositario il guru, il maestro, consente l’unione di queste e il loro flui- re nel sushunna. Esse ascendono da lei stimolate la colonna vertebrale attra- verso diversi livelli energetici chiamati chakra, posti in corrispondenza delle

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rispettive sezioni metameriche del corpo che assorbono la nuova energia for- matasi, fino al cervello sede del nirvana-chakra, dove si attuerà l’unione com- pleta delle due entità sessuali, dove si compirà l’atto sessuale tra Shiva e Parvati, dove l’adepto si unirà definitivamente alla dea pervenendo ad uno stato di felicità assoluta, il nirvana (18) (19). Solo nelle forme più eccessive del Tantrismo si assiste al perseguimento esasperato dell’esperienza erotica attraverso l’attuazione di pratiche estreme

di accoppiamento, vissute nell’ottundimento della mente e nella scelta dege-

nerata di compagne reclutate tra le più dissolute e impure con cui unirsi in ripetuti rapporti. Uomini e donne si assoggettano a rituali mistico-sessuali dove nel cuore

della notte si danno all’alcol e alle droghe e recitando formule esoteriche ren- dono dapprima omaggio alla yoni per poi concedersi l’un l’altra al più sfre- nato commercio carnale; una complessa liturgia che il tantrika deve osservare

in cui il maithuna non è che l’atto finale, l’ultimo dei cinque elementi o delle

cinque cose di cui si deve nutrire insieme all’alcol, alla carne, al pesce e ai cereali. Se la componente erotica è pulsante nella concezione filosofica del Tantrismo, altrettanto viva la troviamo espressa nell’iconografia con cui si esprime tutta la religione induista e trova la sua massima espressione nella realizzazione di quei capolavori allo stesso tempo architettonici e scultorei che sono i templi di Khajuraho. Era rimasto per secoli un anonimo villaggio nello stato indiano del Madhya Pradesh e poteva rimanerlo per lungo tempo ancora se T.S. Burt, un ingegnere inglese valente ma oltremodo bacchettone, non vi fosse incappato per caso nel 1838. La sua, infatti, non fu una reazione propriamente entusiasta. Di fronte alla bellezza di quei monumenti in marmo di cui ancora oggi possiamo goderne

la vista, finemente e riccamente decorati da migliaia di sculture raffiguranti

coppie di amanti in differenti posizioni di unione sessuale, il suo solo com- mento fu teso a sottolinearne il carattere estremamente indecente e offensivo. La fortuna in questo caso non venne in aiuto ad una mente preparata. La sua fu miopia assoluta. Gli sfuggi l’importanza storica di una tale scoperta, non riuscì a leggere la misticità religiosa derivante dalla perfetta fusione di architettura e scultura, non si interrogò sul recondito racconto che i diversi elementi iconografici potevano descrivere. Degli 85 templi conosciuti costruiti sotto la dinastia dei re guerrieri Chandela (IX°-XII° secolo d.C.), che qui avevano posto la capitale del loro regno, ne rimangono attualmente solo 20 e di questi il Kandariya Mahadev è senza dubbio quello meglio conservato. Lungo le sue colonne marmoree che mani valenti di grandi maestri hanno cesellato e nelle piccole edicole poste sulle basi da cui prendono slancio i tetti

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conici dei templi aggettanti verso il cielo si succedono, in un’ininterrotta teo- ria di fotogrammi, vivaci scene erotiche di amanti a raffigurazioni di dei e dee del pantheon indiano in estatica postura, scabrosi rapporti consumati con animali a curiosi personaggi zoomorfi. L’origine del complesso templare si perde nel mito popolare che lo farebbe risalire al matrimonio del dio Shiva con la bella Parvati la cui unione, secon- do la concezione religioso-filosofica induista, avrebbe generato tutta l’ener- gia presente nel cosmo. Le rappresentazioni erotiche del tempio rappresenterebbero null’altro se non una manifestazione celebrativa di tale unione divina. A questa leggenda se ne sovrappone una seconda che parla di una splen- dida vergine di nome Hemvati. Una notte mentre si bagnava nuda nelle acque di uno stagno di loto fu scorta dal dio della luna che se ne invaghì. Perdutamente innamorato della sua bellezza prese le forme umane, scese dal cielo sulla terra, la rapì e abusò

di lei.

Solo più tardi, pentito, cercò di fare ammenda annunciandole che avrebbe partorito un figlio maschio il quale avrebbe governato su Khajuraho e edi- ficò gli splendidi templi. A suggellare tale promessa, infatti, volle che fosse celebrato un sacrificio il cui rituale avrebbe compreso anche la realizzazioni delle figure in posizioni erotiche per liberare Hemvati da ogni colpa. Al di fuori della leggenda, per dare una plausibile spiegazione a questa sensuale forma celebrativa del divino che apparentemente sembrerebbe una giustapposizione paradossale di religiosità ed erotismo bisogna considerare

che essa era già presente in molti templi induisti risalenti a secoli prima della nostra era, molto prima, quindi, di Khajuraho. La si deve inserire nel contesto dell’antica visione della vita dell’uomo letta alla luce delle scritture vediche secondo le quali questa si sviluppava attraverso fasi ben determinate. Nell’età infantile fino a 5 anni l’educazione del bambino avveniva nella propria casa, affidata ai genitori e poi era com- pletata fino ai 25 anni lontano dalla propria famiglia, a scuola sotto l’inse- gnamento dei brahmani. L’uomo si riappropriava della propria entità fisica e psichica dai 25 ai 75 anni dedicandosi alla costituzione di una propria intimità familiare e alla procreazione dei figli che abbandonerà per dedicarsi alla vita contemplativa ed estatica nella foresta fino alla fine dei suoi giorni L’educazione formativa impartita dai brahmani ai discenti spaziava in ogni ambito della conoscenza umana e comprendeva anche l’educazione sessuale attuata proprio attraverso le scene erotiche che in questo contesto rappresentavano una sorta di “materiale didattico” oggetto delle lezioni. Non quindi esclusiva adorazione lasciva delle figurazioni, atte a suscitare

in chi le guardava solo desideri lussuriosi e blasfemi, ma contemplazione di

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immagini illustranti momenti di quotidianità della vita nella cui splendida fattura l’adepto poteva intravedere il sacro che vi era nascosto, lo spirito della divinità che le aveva permeate. L’erotico non in contrapposizione al senso religioso, ma sua forma di espressione, seppur estrema.

Le rappresentazioni erotiche dei popoli andini

Il tema delle rappresentazioni fallomorfe o di carattere comunque erotico

sono riscontrabili in maniera più che mai vivace e diversificata anche nei rituali della fertilità delle popolazioni andine precolombiane che basavano la loro sussistenza su un’attività strettamente di tipo agricolo. Tumaco, in Colombia e la vicina isola Tolita, apparentati dalla medesima area culturale che ha portato i loro abili artigiani ad esprime manufatti cera-

mici di alta fattura contraddistinti dall’identico stile, spiccano per le centi- naia di reperti di scavo, vasi e figurine, che avevano per tema proprio scene erotiche (20). Vasi decorati con raffigurazioni riproducenti le posizioni amorose di coito e soprattutto sculture di personaggi reali o fantastici dagli evidenti membri in erezione si ricollegano ai culti propiziatori apotropaici più antichi che abbiamo già descritto in altre civiltà sviluppatesi in regioni geograficamente molto lontane da queste. Ancora più evidente e peculiare è il tema amatorio presente nell’arte eroti- ca moche, che ebbe il massimo sviluppo nei primi secoli dopo Cristo nella costa settentrionale del Perù precolombiano e che costituisce un repertorio unico del mondo andino per le tante rappresentazioni giunte in nostro pos- sesso sotto forma di pittogrammi o di manufatti statuari.

In tutti predominano le scene di unione sessuale, diversificate nelle molte-

plici posizioni che le coppie, rappresentate sempre con grande espressività, assumono. Accanto al coito vaginale palesato dalla posizione delle figurine faccia a faccia sono presenti posizioni a posteriori o di fianco. Sempre più frequenti sono, inoltre, le raffigurazioni di coito anale confermando come questo tipo di rapporto fosse molto diffuso tra la popolazione del centroa- merica.

Il repertorio erotico cui ricorrevano i moche è vastissimo e vario, una vera

antologia dell’arte amatoria cui non potevano mancare raffigurazioni di rap- porti orali e scene di masturbazione.

A rendere ancor più esplicito il senso erotico i vasi sono foggiati frequente-

mente a guisa di fallo o di vagina o rappresentano personaggi maschili e femminili che espongono ritti o sdraiati, solitari o in coppia, in modo palese i loro enormi organi genitali che, maliziosamente, vanno a costituire il collo

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stesso del vaso che necessariamente deve essere portato alla bocca da chi beve. Tra le più curiose rappresentazioni spiccano le scene di unioni bestiali tra donne e animali o tra donne e figure umane dalla testa zoomorfa. Il loro significato troverebbe spiegazione in quella diffusa pratica religiosa di unio- ne tra un mortale e l’entità divina e si innesterebbe ancora una volta nella pratica della ierogamia mimica consumata per ingraziarsi la benevolenza della divinità agreste o cosmica sotto forma di dio-animale. D’altra parte l’enfasi quasi sfacciata con cui le scene erotiche sono propo- ste nelle opere ceramiche di queste genti rientrerebbe nella loro attitudine a rappresentare ogni tipo di momento della vita giornaliera, sociale o celebra- tiva, pubblica o privata ivi inclusa quella affettiva e amatoria.

pubblica o privata ivi inclusa quella affettiva e amatoria. Priapo (Terracotta romana policro - ma. Magna

Priapo (Terracotta romana policro - ma. Magna Grecia. III° sec. a.C.)

romana policro - ma. Magna Grecia. III° sec. a.C.) Lingam nero (Tempio Shi Eklingji. Rajaputana -

Lingam nero (Tempio Shi Eklingji. Rajaputana - India)

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La prostituzione sacra

Le Ierodule

Si è detto come già fin dal periodo sumerico e poi assiro-babilonese le ceri-

monie religiose inerenti i riti di fertilità e fecondità avessero il loro momento focale nella unione ierogamica del sacerdote o del re con la grande sacerdo- tessa del tempio. Questo rapporto fecondante consumato al fine di evocare per via simpatia

la fertilità dei campi, degli armenti e dell’uomo, non è escluso che divenne

del tutto simbolico solo in un secondo tempo, mentre all’inizio, quando

cominciava a farsi strada nell’uomo il senso del religioso, fosse interpretato

in modo del tutto realistico.

A tale fine sarebbe stato preposto un collegio di sacerdotesse consacrate

alla divinità, quasi sempre femminile in quanto incarnante la funzione di dea dell’amore e delle unioni (fa eccezione il culto di Marduk, il sommo dio protettore di Babilonia), che diedero forma a quell’istituzione nota come “prostituzione sacra”. Le fanciulle-prostitute, chiamate dai Greci “Ierodule”, esercitavano in appositi ambienti annessi al tempio la loro professione in onore della dea cui erano consacrate e cui andavano i doni e le offerte in denaro dei fedeli. L’esistenza di questa forma di culto ai primordi della storia dell’uomo

trova conferma nelle iscrizioni in eblaitico presenti su alcune delle migliaia

di tavolette cuneiformi rinvenute durante gli scavi effettuati in Siria nella

Biblioteca del Palazzo Reale del sito archeologico di Tell Mardikh, la mitica Ebla che visse i suoi splendori di importante centro culturale e commerciale tra il 2400 e il 2250 a.C. Questo ricco patrimonio di tavolette in argilla sopravvissute ad un deva-

stante incendio che distrusse la città testimonia uno spaccato importante della vita, dei costumi e degli usi dei suoi abitanti. Infatti, i contenuti fanno riferimento a trattati economici e alleanze politiche stipulati con le vicine città e a celebrazioni di festività religiose e cerimonie devozionali dei popoli semitici, tra le quali risalta proprio la pratica dell’amore sacro. D’altra parte, le stesse dee cui il culto era consacrato venivano sovente evocate con appellativi che alludevano alla finalità per la quale le loro sacer- dotesse erano istruite.

In alcuni poemi sumerici (II° millennio a.C.) riportati nello splendido libro

“Uomini e dei della Mesopotamia” di Bottero e Kramer (6) la dea dell’amore sessuale e della guerra Inanna è chiamata “Ierodula” e si fa cenno in modo palese alle celebrazioni licenziose istituite in suo onore cui partecipavano cinedi, travestiti e prostitute. (Vittoria di Inanna sull’Ebih, cap. IX, par.10)

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Ancora più eloquente è la funzione di Inanna nel poema tramandatoci sempre su tavolette cuneiformi che vede la dea ottenere da Enki, signore della terra e delle acque del grande abisso Apsu su cui galleggiava il mondo, suggeritore di saggezza e di operosità e creatore del genere umano, dei doni con cui arricchire la città di Uruk di cui è la protettrice. Solo con la sua avvenenza coniugata alla sottile astuzia che le è propria riesce a convincere il grande dio, ormai confuso dai fumi delle copiose liba- gioni da lei sollecitate durante il banchetto che il dio ha approntato in suo onore, a cederle i suoi “Poteri Culturali”. Sono regalie che nei propositi della dea dovrebbero apportare una grande ricchezza culturale alla sua città, attuando una profonda trasformazione delle sue attività ancora primitive ed esclusivamente agresti. Nel lungo elenco dei doni acquisiti figurano anche attributi della sua figu- ra di Ierodula (6) (cap. IX, par.11, v.61-70):

<<Per il mio prestigio! Per il mio Apsu! Alla santa Inanna, mia figlia, offro,

Senza che nulla mi trattenga, Lo Stendardo, la Faretra, l’Erotismo, il Baciare amoroso La Prostituzione e il Far-veloce>>

E Inanna li prese.

<< Per il mio prestigio! Per il mio Apsu! Alla santa Inanna, mia figlia, offro, Senza che nulla mi trattenga, La Schiettezza, l’Ipocrisia, l’Adulazione,

Lo Stato di oblata d’Inanna e la santa Taverna>> << Per il mio prestigio! Per il mio Apsu! Alla santa Inanna, mia figlia, offro, Senza che nulla mi trattenga,

Il santo Nigingar, il….divino, la Ierodulia celeste,

L’Orchestra sonora, l’Arte del canto e l’Ufficio degli Antichi>>

E Inanna li prese.

Viene considerata, quindi, come facente parte della civilizzazione, dell’arricchimento culturale l’acquisizione da parte dei cittadini di Uruk di pratiche quali l’erotismo, il baciare amoroso, la prostituzione e l’istituzione della ierodulia. Del suo ruolo di divinità che sovrintende ai rapporti amorosi si fa cenno anche in alcuni “coni di fondazione”, iscrizioni a carattere devozionale incisi su coni d’argilla che venivano inseriti nelle fondamenta degli edifici sacri eretti dai re agli dei.

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In uno di questi di 12 cm di altezza facente parte della splendida collezio-

ne Michail, e risalente al periodo di Isin (1950-1850 a.C.), la mitica città dell’Eufrate sorta tra Uruk e Babilonia sede di un potente regno indipenden- te di origine semitica, è ripetuta per nove volte una dedica in caratteri

cuneiformi redatta dal suo re Lipit-Eshtar. Egli nella sua munificenza si autoproclama “re delle quattro parti del mondo

e

Nanaya chiamandola “figlia di Inanna, la dea dell’amore”.

A conferma ulteriore dell’introduzione della prostituzione sacra ritrovia-

il prescelto nel cuore di Inanna” e annuncia l’erezione di un tempio alla dea

mo ribadite le caratteristiche di Inanna nei componimenti in accadico dedica-

ti alla dea Ishtar, che viene ad assumere anche le qualità peculiari di divinità

protettrice degli amori licenziosi e dei rapporti sessuali finalizzati al solo raggiungimento del piacere fisico Al suo culto, infatti, erano consacrate le harimati, un particolare gruppo di sacerdotesse che praticavano la prostituzione all’ombra dei suoi templi per- seguendo una duplice finalità, quella di mimare l’unione ierogamica dei fedeli con la divinità e quella di apportare ricchezza al luogo di culto.

E’ una di queste donne lascive che Gilgamesh, all’inizio della sua epopea,

manda incontro a Enkidu per fargli abbandonare lo stato selvatico in cui

viveva nella foresta, accanto alle bestie a loro difesa contro i cacciatori. Creato dalla dea Aruru con l’argilla ad immagine di Anu, Enkidu è di nobile

e duro aspetto, con i lunghi capelli ondeggianti al vento, valoroso e forte

come un dio della guerra. In lui vi è la bontà originaria dell’uomo primitivo,

non ancora contaminato dalla civiltà, ignorante dei piaceri e dei lussi della

città e delle sue perversioni. Vive felice con la moglie e i figli a contatto con la natura, anzi è parte di essa e niente conosce delle malie delle donne. Perciò e facile preda della prostituta. Sedotto dalla sua arte giace con lei per sei giorni e sette notti nelle vicinanze di uno stagno dove lei gli si era presentata completamente nuda. Dimentico delle sue colline e della sua casa impara a conoscere l’amore. Ormai non è più il selvaggio puro e immacolato, lo sanno le belve una volta sue amiche che ora lo sfuggono e lo sa il suo corpo improvvisamente lento e molle, capace solo di seguire la prostituta in città, al sacro tempio di Ishtar, ad Uruk dove regna Gilgamesh di cui diverrà suo inseparabile amico

e compagno di avventurosi episodi dopo essere stato battuto in un combatti-

mento leale e duro. Solo in punto di morte Enkidu sembra rinnegare il suo stato di uomo civi- lizzato e maledice la prostituta. Le augura di non avere un tetto al riparo del

quale svolgere il suo meretricio; che la sua sola compagnia siano gli ubriaco- ni, che il suo giaciglio sia un mucchio di letame, che i suoi piedi siano piagati da ferite. Ci vuole l’intevento del Dio del Sole per calmare l’animo iracondo

e triste di Enkidu e per convincerlo a mutare il suo biasimo in lodi alla

donna in auguri per una vita serena e felice. Ma i Peana hanno un che di for-

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zato, escono dalla bocca di un uomo con la mente ormai ottenebrata dalla malattia, un uomo già visitato dalla morte.

Lo strano voto delle donne assiro-babilonesi

Una dettagliata descrizione in forma di moderno reportage di questa pra-

tica diffusissima nel V° secolo a.C. è fornita dallo storico greco Erodoto (484- 430 a.C.) ne “Le Storie” (13) (Libro I, 199). In un apposito luogo sacro, adiacente al simulacro della dea dell’amore, almeno una volta nella vita ogni donna assiro-babilonese esercitava la pro- stituzione sacra giacendo con uno straniero. Le più abbienti sdegnando di mischiarsi con quelle di più bassa estrazione

si facevano portare sul luogo da un carro coperto accompagnate da un cor-

teo di servi e ancelle. Qui, in un recinto, le donne con il capo fasciato da una treccia di corda

sedevano in attesa di essere scelte dagli stranieri che le potevano ammirare

in ogni direzione percorrendo stretti corridoi delimitati da funi tese tra le

stesse.

Una sorta di passerella attraverso il recinto sacro che precorreva di millen-

ni quella analoga che consentiva ai clienti di sfilare attorno al quadrato delle

prostitute nelle “case chiuse” del nostro secolo. La donna-prostituta non aveva modo di rifiutare nessuno e tratteneva

qualsiasi somma di denaro che lo straniero le gettava sul grembo al momen-

to della scelta mentre pronunciava la formula rituale “Invoco per te la dea

Militta”. Ogni dono era accettato e ogni azione era compiuta in onore della sacralità

di questa dea cui corrisponderà la greca Afrodite. Solamente dopo aver consumato il rapporto mercenario ed essersi purifi-

cata compiendo un sacrificio espiatorio la donna poteva ritornare dai propri familiari. E da questo momento nessun uomo poteva più possederla a dispetto di tutte le ricchezze che le poteva offrire. Come sempre, anche in questo rituale in onore di Militta veniva privilegia-

ta la bellezza, in quanto erano le donne più avvenenti quelle che per prime

venivano scelte e che per prime potevano far ritorno a casa, mentre le meno graziose o quelle decisamente più brutte per ottemperare a questa legge potevano aspettare persino 3 o 4 anni. Risalta evidente l’affinità del culto di questa divinità con quello ancora più arcaico, cui si è accennato, di Inanna, la dea sumerica dell’amore sessuale, venerata dai Babilonesi come Ishtar. Nessun espediente per procacciarsi denaro raggiunse comunque l’eccen-

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tricità del grande faraone Cheope (2625 a.C.) che, a detta di Erodoto, per coprire l’immane spesa di 1600 talenti d’argento necessari per la costruzione della sua straordinaria piramide a Giza, non ebbe alcuna remora a indurre la propria figlia a prostituirsi in un postribolo (13) (Libro II, 126). La figlia, da parte sua, si dimostrò degna di tanto padre e assecondando forse la sua naturale inclinazione al vizio, sfruttò al meglio l’imposizione facendosi donare come sovrapprezzo da ciascun avventore una pietra squa- drata che utilizzò per edificare a sua memoria una, seppur più piccola, pira- mide accanto a quella imponente paterna. Lo storico greco omette, forse per discrezione, di menzionare quante pietre furono all’uopo necessarie. L’unica parziale attenuante che avrebbe potuto invocare il grandissimo Faraone è che non poteva ricorrere alla prostituzione sacra in quanto non era ammessa nei templi. Lo afferma ancora una volta Erodoto (13) (Libro II, 64), secondo il quale gli Egiziani erano stati i primi ad imporre il divieto di

accoppiarsi all’interno dei templi e di entrarvi dopo un rapporto senza esser-

si prima purificati.

A comprovare la sua asserzione concorrono i molti papiri ritrovati nei sar-

cofagi che segnavano il viatico del defunto nel Mondo che è ad Occidente

Questi papiri, che formano il Libro dei Morti, rappresentano un formula-

rio magico che doveva essere recitato per garantirgli un sicuro e felice cam- mino nell’Altro Mondo, un salvacondotto per essere accettato nel regno di Osiride e il privilegio di identificarsi in lui. Nel suo lungo viaggio il defunto arriva nella “Sala della Verità” dove il suo cuore è pesato dalla dea Maat sulla bilancia contro la piuma della verità

e davanti ai 42 consiglieri di Osiride, che devono giudicare il suo operato in

vita, egli deve esporre l’elenco dei peccati che non ha commesso. Nella lunga confessione egli nega esplicitamente di aver mai offeso il pro- prio Dio con atti impuri: << Non ho fornicato né mi sono mai masturbato nei san -

tuari del Dio della mia città>> (Libro dei Morti, papiro di Nu) (J.Kaster: La sag- gezza dell’antico Egitto. Newton e Compton Editori, 1998). Ciò non impediva però che qualche prostituta profana contribuisse con i propri guadagni alla costruzione dei monumenti sacri.

E’ quello che fece Rodopi, la più nota cortigiana dell’Egitto di quei tempi.

Erroneamente i Greci le attribuirono la costruzione della piramide di Micerino (2560 a.C.), la più piccola della piana di Giza.

In realtà la bellezza di Rodopi, a sentire Erodoto, (13) (Libro II, 134-135)

rifulse molto più tardi di questo Faraone, sotto il regno di Amasi (586-526 a.C.). Di stirpe tracia condivise in gioventù la propria schiavitù con quella di Esopo, il più illustre dei favolisti, e giunse in Egitto al seguito di Xanto di Samo per praticare la professione di cortigiana. Riscattata da questa sua vile condizione da Carasso, fratello della celebre e

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discussa poetessa Saffo, divenne molto ricca professando in proprio la pro- stituzione. Non costruì alcuna piramide, ma volle lasciare a sua memoria in Grecia al tempio di Delfi, sotto forma di donazione, numerosi spiedi di ferro che ai tempi di Erodoto erano ancora ben visibili dietro l’altare e di fronte alla cella del tempio.

L’ira del Signore nella Bibbia

Tra le testimonianze ancora oggi documentabili inerenti la forma di prosti- tuzione sacra quella più concreta ci è offerta dalla più antica città del mondo secondo la leggenda araba, la fenicia Baalbeck, nel Libano orientale, la cui fondazione viene fatta risalire, dalle più antiche leggende, allo scellerato Caino che vi avrebbe trovato rifugio nel tentativo di sfuggire alla maledizio- ne e alla collera divina. Tutt’oggi sull’Acropoli che occupa buona parte del centro della cittadina sorge un ciclopico monumento, l’antico tempio di Baal, il dio siro-fenicio, Signore del Cielo. Varcati i larghi propilei che per grandiosità nulla hanno da invidiare a quelli di Atene, cui si accede salendo una lunga e monumentale scalinata, si giunge ad un primo e ampio cortile di forma esagonale che antecede il Tempio del dio e l’altare sacrificale dove, la leggenda sostiene, venivano immolate anche vittime umane. In questa ampia area veniva esercitata la prostituzione sacra da sacerdo- tesse che erano ricercate e frequentate dai numerosi pellegrini prima di esse- re ammessi alla consacrazione solenne che si svolgeva nel grande Tempio. Questa divinità pagana era già adorata in particolar modo dai Moabiti e dai Madianiti, e dalle altre antiche popolazioni che abitavano la terra di Canaan, la terra promessa per gli Israeliti e il suo culto cui essi si votarono è alla base dell’episodio biblico dell’idolatria di Israele e dell’atroce castigo patito dagli idolatri e dai Madianiti (1) (Numeri 25,1-8): <<Israele aderì al culto di Baal-Fegor, tanto che l’ira del Signore s’accese contro di lui. Il Signore disse a Mosè: Raduna tutti i capi del popolo e fa impiccare i colpevoli davanti a me, alla vista di tutti, e l’ardente ira del Signore sarà distolta da Israele>>. All’adorazione di questo dio cananeo, ai sacrifici umani, soprattutto infan- tili, a lui offerti e alla prostituzione sacra praticata ai piedi del suo simulacro dal grande fallo in erezione (immagine che precorre quella greco-romana di Priapo) che si svolgeva con eccessi lascivi consumandosi tra pratiche erotiche oscene e bestiali si diede, infatti, una parte cospicua del popolo d’Israele nelle terre aride del Moab, ad est del fiume Giordano. La collera del Signore cessò cosi come questo atto di apostasia alla sua reli-

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gione, ma i morti tra i figli d’Israele furono 24000 e ancor più numerosi furo- no tra i Madianiti: <<Poi il Signore parlò a Mosè, e disse: Fate guerra ai Madianiti

e massacrateli, perché sono essi che vi hanno attaccati per primi con le loro insidie, ordite contro di voi per mezzo di Fegor…>>. Questo non fu l’unico atto di idolatria cui il popolo eletto indulse nella sua lunga e tormentata storia biblica e Baal non fu certo il solo idolo che venerarono. Praticarono il culto di Melcom o Moloc cui sacrificavano neonati, “labomi - nevole idolo dei figli di Ammon” con il capo adornato da una corona di circa 50 chili d’oro e tempestata da gemme preziose, alcune delle quali andarono a finire nel diadema di re Davide, venerarono Camos, altro idolo dei Moabiti, idolatrarono la dea fenicia Astarte al pari dei Sidonii e frequentarono le pro- stitute sacre care alla dea Ascera: <<I figli d’Israele avevano compiuto ciò che è

male al cospetto del Signore, dimenticando il Signore, loro Dio, per servire a Baal e alle Ascere>> (1) (Giudici 3,7). Ascera era una dea adorata sui monti attraverso banchetti e aveva come simulacro un palo sacro oggetto di preghiere da parte dei sacerdoti e delle prostitute che praticavano la ierodulia.

E proprio per rinnovare l’Alleanza con Dio dopo averla ancora una volta

disattesa il re di Giuda Giosia (640-609 a.C.) distrusse il tempio di Baal bru-

ciando tutti gli oggetti che servivano al suo culto, scacciò i sacerdoti idolatri, fece portare fuori da Gerusalemme il palo della dea Ascera che ridusse in cenere e <<Demolì la casa di prostituzione attigua al Tempio del Signore, dove le donne tessevano tuniche per Ascera>> (1) (Secondo Libro dei Re 23,4-7).

Il pericolo incombente dell’idolatria che minacciava il popolo eletto, portò

il Signore per bocca di Mosè ad ammonire duramente Israele: <<Tra le figlie e

i figli d’Israele, non ci sia nessuna prostituta né alcun prostituto. Non portare nella

casa del Signore, Iddio tuo, il guadagno di una meretrice, né la mercede d’un prosti -

tuto, per qualsiasi voto, perché ambedue sono abominevoli davanti al Signore, Iddio tuo>> (1) (Deuteronomio, 23, 18, 19).

Il culto dell’amore sacro fiorì anche in Occidente seguendo il flusso dei

rapporti commerciali con le città dell’Oriente e numerosi sorsero i templi che

in Asia Minore, in Grecia, nella Magna Grecia furono dedicati alle dee pro-

tettrici, prima fra tutte ad Afrodite, la più bella tra le dee che a Roma e presso

i popoli latini catturati dalle cultura ellenica venne a sovrapporsi e a personi- ficare un’antica divinità italica, Venere. Colei che nacque dalla bianca schiuma del mare di Cipro, che giunse dall’Oriente come iniziale simbolo celeste dell’aurora assurse ben presto a divinità della bellezza e dell’amore sensuale.

Venne ad incarnare, così, gli equivalenti attributi delle divinità dell’amore e della fecondità che venivano celebrate nei rituali propiziatori delle antiche tra- dizioni agresti, quali la sumerica Inanna, la fenicia-cananea Astarte, la mesopo- tamica Ishtar o l’egizia Iside tutte accomunate dall’esercizio della prostituzione

a loro consacrata e dalle ingenti ricchezze accumulate nei loro santuari.

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Copiosi, infatti, arrivavano i regali e le offerte e i devoti giungevano all’eccesso di offrire, in seguito ad una grazia ottenuta, un certo numero di

giovanette da avviare alla prostituzione il cui organico in carica diventava,

in

definitiva, essere in funzione del benevolo agire della divinità. Una sorta

di

primitivo e rozzo ex-voto devoluto in esseri umani.

Poche donazioni, comunque, eguagliarono quella generosissima di Senofonte, il celebre atleta vincitore nel 464 a.C. di due gare olimpiche. Cento etère furono quelle che egli, in caso di vittoria, aveva promesso di far omaggio come ringraziamento a uno dei templi più famosi di Afrodite, quello di Corinto che poteva contare a quei tempi su un “personale femmini- le” costituito da più di 1000 unità. La celebrazione di questo evento ci è pervenuta sotto forma di un “enco- mio” composto da poeta greco Pindaro (518-438 a.C.), un vivace canto che evoca l’antico rituale della prostituzione sacra in onore della bella dea, amministrato dalla sua ancella Persuasione attorniata dalle giovinette iero- dule, il cui numero lievitò considerevolmente di una greggia di cento capi, come il poeta definisce le nuove acquisite (21).

Giovinette dagli ospiti molti, ministre di Persuasione nell’opulenta Corinto, voi che vaporate lacrime bionde di verde incenso,

- e vola frequente alla madre celeste di amori Afrodite il vostro pensiero-

a voi senza biasimo è dato

in amabili letti, o fanciulle, mietere il frutto della molle stagione. …………………………………… Qui, regina di Cipro, al tuo bosco lieto Senofonte dei voti colmi ha recato una greggia pascente di cento capi.

E davvero ricco doveva essere il famoso santuario di Afrodite/Venere Erycina, che sorgeva sulla sommità del monte Erice in Sicilia, se riuscì a figu- rare nell’elenco di templi saccheggiati da quel mostro di cupidigia di Verre, propretore dell’isola nel I° secolo a.C., accusato e fatto condannare da Cicerone per malversazione. L’improbo uomo politico romano sfruttò la sua posizione e la connivenza

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con il questore del monte Erice Nevio Turpione, suo protetto, per sottrarre alla dea il pagamento di una forte ammenda che un certo Dione doveva versarle. Questi era entrato in possesso di una cospicua eredità a patto di far erigere nel Foro delle statue, altrimenti sarebbe incorso nel pagamento di una penale da versare secondo la legge, al tempio di Venere Erycina. Ebbene, Verre con un sotterfugio, nonostante Dione avesse, in effetti, fatto innalzare le statue, si fece dare il dovuto dell’ammenda invece di versarlo a Venere (22). In Caria, nella città di Afrodisia, a lei dedicata e già primitivo luogo di culto della dea Ishtar, a Corinto, ad Argo, nei suoi templi di Afrodite Ciprigna nell’isola di Cipro, di Afrodite Citera a Citera e in quello di Afrodite Erycina la dea veniva solennemente celebrata durante le feste afrodisie e adonie. Con esse si voleva ricordare il mito del suo perduto amore per il bellissi- mo Adone ucciso da un cinghiale durante una battuta di caccia. Il destino del giovane era stato scritto dal fato già prima della sua nascita nel nome di Afrodite. La dea per vendicarsi dell’affronto portatole da Cencride che aveva osato reputare superiore la bellezza della figlia Mirra alla sua aveva fatto morbosa- mente innamorare del proprio padre Cinira, re di Cipro, la giovane che sotto mentite spoglie si unì più volte con lui. Quando il padre si rese conto dell’inganno tentò di uccidere la figlia che però riuscì a sfuggire alla morte rifugiandosi in Arabia dove gli dèi resi pie- tosi dalle sue preghiere la trasformarono nell’omonima pianta profumata che partorì dalla corteccia il frutto del suo amore incestuoso, Adone. Afrodite, causa prima della sua infelice nascita, si invaghì in seguito del bellissimo giovane e lo amò passionalmente da vivo come lo pianse dispera- tamente da morto. Tale era l’avvenenza di Adone che del suo corpo si innamorò anche Persefone, quando egli approdò nel mondo dei trapassati su cui la potente dea regnava. Il desiderio divampava così forte nel suo animo che si rifiutò di riportarlo alla vita terrena a dispetto delle imposizioni dettatele da Zeus, mosso a compassione dalle disperate lagrime della dea dell’amore. Il padre di tutti gli dèi, allora, risolse che per una parte dell’anno Adone sarebbe rimasto nel mondo degli spiriti per poi ritornare a rivivere nella restante parte. Secondo Ovidio, invece, l’amore di Venere fu così grande che ella, per tenerlo sempre accanto a sé, mutò il rosso sangue del suo amante <<at cruor in florem mutabitur>> in uno splendido fiore, l’anemone (2) (Le metamorfosi, Libro X, 718). Ancora una volta si ripropone nella leggenda la simbologia dell’alternarsi delle stagioni rappresentate dal giovane, che ritornando alla vita riporta la fertilità nella primavera dopo la sterilità invernale. Le festività erano dunque di carattere agreste tese a sottolineare la funzio-

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ne di forza generatrice della dea, ma nel corso delle celebrazioni il significato si estendeva andando a ricoprire altri aspetti altrettanto importanti che i fedeli attribuivano alla dea, quali la rappresentazione della bellezza, dell’amore e del desiderio sessuale che venivano esaltati e resi concreti dall’esercizio della ierodulia, attuato dal corteo di giovani all’uopo preposte, al fine non ultimo, di raccogliere offerte per la loro Signora. Questa è la celebrazione che veniva officiata in onore di Afrodite, nel suo aspetto di Pandemos, la protettrice dell’amore materiale, espresso anche attra- verso i rapporti considerati volgari sia etero che omosessuali miranti alla pura soddisfazione del piacere fisico, alla soddisfazione del primitivo impul - so sessuale. Il suo culto raggiungeva a volte eccessi di autentico fanatismo erotico. Celebre è l’episodio che vide come oggetto la celebre Afrodite di Prassitele (IV° secolo a.C.), la statua in candido marmo di starordinaria bellezza che ritraeva la dea completamente nuda e che era venerata nel Santuario di Cnido in Caria, andata distrutta, in seguito, da un incendio a Costantinopoli dove era stata portata. Tale era la sua avvenenza e tanto perfette erano le sue forme che di essa si innamorò follemente un giovane della buona società. Non passava giorno che egli non le facesse visita e non le sussurrasse estasiato dolci parole d’amore. Più il tempo trascorreva più la sua devozione si manifestava in modo psicotico. L’assurda passione aveva ormai lasciato il posto alla pura demenza. Delirante ad ogni passo pronunciava appassionato il nome della dea e lo scriveva in ogni dove. Era il primo ad arrivare al tempio e l’ultimo ad uscirne, e sempre più con riluttanza. Una sera, al calar del sole quando come d’uso il santuario veniva chiuso egli decise di nascondersi all’interno e con la statua trascorse una notte di folle amore. Nulla si seppe più del giovane innamorato; si pensa che per la vergogna abbia cercato la morte precipitandosi giù da una rupe.

Le Devadasi indiane

Finalità educative, come si è accennato, avevano invece le raffigurazioni erotiche presenti nei templi di Khajuraho, in India, dove meglio di altre rap- presentavano l’esaltazione della gioia di vivere le dinamiche sculture delle danzatrici che, isolate o allacciate languidamente, ritmavano con pose sen- suali il suono dei timpani e dei flauti davanti agli occhi ammirati dei discenti e dei fedeli. Da sempre la figura delle danzatrici è associata alla prostituzione, e nel periodo classico le Devadasi, le schiave del Dio, danzavano nei templi brah- manici e si prostituivano con i fedeli.

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Le prostitute sacre indiane non si sposavano mai, innalzavano inni agli dèi e a loro devolvevano le oblazioni che accettavano dai fedeli, dai nobili e dai principi in cambio dei loro servigi sessuali consumati in abitazioni prossime ai templi. La nudità dei loro corpi che oscillavano alla melodia cadenzata della musi- ca non aveva niente di osceno. Era lontano dai cuori semplici di quelle antiche popolazioni il concetto di nudità vista come impudicizia. Al contrario in essa scorgevano i riflessi della bellezza universale della natura e questa astrazione perpetuandosi nel tempo la ritroviamo nelle figure delle Apsaras, le danzatrici celesti, le ninfe che volteggiavano nude nelle immobilità delle selve. Tale tradizione sopravvive in alcune danze propiziatorie che ancora oggi vengono celebrate da alcune tribù indi. Come quelle della regione Koch- Bihar, nell’Assam, dove nel corso della “danza della pioggia” alcune fanciul- le ballano nude nella foresta al chiaro di luna.

fanciul- le ballano nude nella foresta al chiaro di luna. Tempio di Baal (Palmira - Siria

Tempio di Baal (Palmira - Siria I° sec. d.C.)

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La prostituzione profana

La prostituzione in Medioriente e nell’Egitto dei Faraoni

Accanto alla prostituzione sacra viveva e proliferava quella profana. E’ azzardato affermare che la seconda abbia preso origine dalla prima,

perché le due coesistevano con tutta probabilità fin dai tempi protostorici, ma è in dubbio che questa proliferò maggiormente dove quella era celebrata.

E della commistione tra sacro e profano vi è la testimonianza di un tempio

che sorgeva ad Abido in Asia Minore dedicato ad Afrodite Porne, Afrodite

la prostituta, attribuita da Ateneo (II°-III° sec.d.C.) a Pamfilo (23) (Libro XIII,

pag. 572).

Nelle città che erano luogo di culto delle dee dell’amore le due forme fini- vano per confluire l’una nell’altra o almeno vi era una stretta comunione tra

le due attestata dal fatto che molte volte le prostitute volgari devolvevano

parti del loro guadagno mercenario al tempio della dea per assicurarsi prote- zione e benevolenza e per rendere agli occhi dei governanti e del popolo la loro professione più tollerabile. Questo atteggiamento devozionale rappresenta un minimo comun deno- minatore che accumunò le prostitute in tutte le epoche e venne in parte taci- tamente accolto da alcuni Padri della Chiesa e da molti prelati, fino ai nostri giorni. Emanuele Cortesi (L’Edicola del Sepolcro in <<Le Sette Chiese>>, anno I, n°3, 1995-1996, pp.32-33) riferisce di un avvenimento annuale che riguarda- va le prostitute di Bologna e che si era mantenuto fino a non molte decine di anni fa. La mattina della Domenica di Pasqua all’alba si poteva assistere ad uno strano corteo di donne che con il capo velato si indirizzava verso il complesso basilicale di S.Stefano, detto delle Sette Chiese o la Nuova Gerusalemme in Bologna. All’apertura del portale della Chiesa principale, queste figure si tra- scinavano in ginocchio fino alla Chieda del Santo Sepolcro (XI°-XII° secolo d.C.), la seconda Chiesa che si apriva a sinistra e alla fine di quella d’ingresso. Una volta entrate silenziosamente all’interno queste donne aprivano un foglietto di carta e leggevano una preghiera che solamente loro conoscevano. Erano le prostitute della città che come tante Maddalene facevano atto di penitenza e di amore verso il Cristo che ra risorto. Più frequentemente, però, le prostitute sfruttavano questi luoghi sacri per contare su un maggiore afflusso di possibili clienti. Questa era almeno la cer- tezza di Giovenale <<ché del resto in quale luogo sacro non ci sono donne a prosti - tuirsi?>> (24) (Satira IX, 24).

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La prostituzione nelle società antiche tra mito, culto e piacere

Comunque fosse, alle sacerdotesse-prostitute dei templi di Inanna e di Isthar giungevano copiose offerte dalle colleghe profane sumeriche e babilo-

nesi che contribuivano in tal modo ad incrementare fattivamente le ricchezze

di quei luoghi.

I templi di Afrodite a Corinto, a Cipro, ad Argo, a Cnido conobbero per secoli una fama universale che richiamava fedeli sempre più numerosi da Oriente e da Occidente proprio grazie alla presenza e all’attività delle meno ossequiate prostitute vili.

Corinto era così celebre per le sue cortigiane che il verbo fornicare, korinthiazesthai, aveva la sua radice nel nome della città e la città di Comona nel Ponto sul mar Nero meno ricca di fama ma altrettanto dotata di prostitu-

te con orgoglio si faceva chiamare <<la piccola Corinto>>.

D’altra parte le Istituzioni non avevano mai posto un qualche chiaro veto all’esercizio della professione, anzi spesso il mercimonio era sollecitato per- ché, in quanto tenuto sotto stretto controllo fiscale, rappresentava una non indifferente fonte di entrate per le scarne casse dell’erario. La legge dello Stato era, a volte, opportunamente invadente e interveniva nella sfera del privato anche per favorire i matrimoni. Lo dimostra l’usanza che Erodoto definisce la più saggia in vigore presso i Babilonesi. Una volta l’anno in ogni villaggio si conducevano nella piazza principale al cospetto degli uomini le donne in età da marito e venivano vendute all’asta all’unico scopo nuziale. (13) (Libro I, 196) Per prime venivano ovviamente esitate le più avvenenti, acquistate dai più facoltosi babilonesi a cifre anche molto ele- vate, mentre le meno dotate di attrattive e quelle che soffrivano di qualche difetto fisico venivano ricercate dagli uomini meno abbienti a modiche cifre. In pratica il banditore poteva aggiudicare anche queste ultime giocando sulla plus valenza di denari guadagnati dalle vendite delle più belle che in definitiva contribuivano ad accasare le loro compagne più sfortunate. Ma questa nobile iniziativa con la caduta in disgrazia di Babilonia e la rovina economica dei suoi abitanti fu presa a pretesto da parte di alcuni genitori poveri per prostituire le figlie. Uno scotto a volte le prostitute lo dovevano pagare. Appartenendo ad una categoria di donne socialmente emarginate dovevano essere facilmente rico- noscibili e ben differenziabili da quelle oneste. In Mesopotamia una legge Medio Assira ritrovata nella biblioteca del potente re Tiglatpileser, ma considerata la copia di una ancor più antica, forse datata dalla seconda metà alla fine del secondo millennio prima di

Cristo, proibiva alle prostitute di coprirsi la testa per poter essere facilmente distinte dalle donne per bene che giravano per le strade velate (25). Coloro che contravvenivano alla disposizione erano condannate a subire

la punizione di 50 vergate e il versamento sul capo di bitume, ma in cambio

potevano conservare i propri gioielli.

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Una pena altrettanto severa raggiungeva chi le vedeva con il velo e non le denunciava: alle 50 vergate si assommavano la perdita dei vestiti e la foratu-

ra delle orecchie attraverso i cui fori veniva fatta passare una fune che era legata dietro la testa (par. 40).

Il capo nudo rappresentava un contrassegno allora avvilente come l’obbli-

go per le meretrici romane di indossare in pubblico una tunica corta, o come

il nastrino rosso (aguillietto rougeon) che gli statuti di Giovanna I d’Angiò (1326-1382) imponevano che le prostitute dei bordelli d’Avignone portassero

sulla spalla sinistra o come la lettera A scarlatta che le adultere, considerate a tutti gli effetti delle sgualdrine, dovevano cucire in bella vista sui loro abiti nella Nuova Inghilterra puritana secentesca.

O come la vergognosa “bassa di passaggio”, che ancora accompagnava nel

nostro civile Paese le “Signorine” 42 anni fa, fino a quel memorabile 20 Settembre 1958 che segnò la chiusura definitiva nel nostro paese delle “case chiuse” in applicazione alla legge Merlin.

“ La bassa” era una sorta di documento d’identità in triplice copia, una per

la casa da cui usciva, la seconda per quella di nuova destinazione e la terza

per la Questura che veniva imposto alla prostituita di portare sempre con sé nelle sue peregrinazioni da un bordello ad un altro, di città in città dove il tenutario li aveva dislocati. Una forma neanche tanto subdola di schedatura delle donne di vita. Continuamente, quindi, questa popolazione femminile o almeno una parte

di essa, quella considerata infima, è stata oggetto di una sistematica ghettiz-

zazione e costante è stata la sua esclusione da qualsiasi attività sociale. Tuttavia, in Mesopotamia alcune normative di legge garantivano a queste donne e ai loro figli una qualche protezione di carattere civile. (25)

Il Codice Lipit-Eshtar, il re sumerico che regnò su Ur all’inizio del secondo

millennio prima di Cristo, imponeva ad un uomo, che non aveva avuto figli legittimi dalla propria moglie, ma li aveva generati da una prostituta, di provvedere al mantenimento di questa con orzo, olio e lana, anche se le era negato il diritto di convivenza nella casa e di considerare i figli avuti come suoi eredi (par. 32). Un altro articolo dello stesso codice (par. 35) pur ribadendo il divieto di un uomo di sposare la prostituta gli concede la facoltà di convivenza dopo aver ripudiato la moglie versandole un indennizzo in denaro. Alcuni ordinamenti giuridici erano stati introdotti anche a tutela dell’inte- grità fisica della prostituta; uno di questi, Medio Assiro, condannava l’uomo che aveva percosso la donna fino a procurarle un aborto a subire <<tanti colpi da far compensare la vita con la vita>> (par. 52). Le donne di malaffare erano reclutate tra le più disperate, tra le schiave o tra le vedove che venendo meno la figura del marito erano state private del quotidiano punto di riferimento economico che avevano riposto in lui.

Caleidoscopio Letterario

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Roberto Pozzoli

La prostituzione nelle società antiche tra mito, culto e piacere

Proprio per scongiurare questo pericolo e per porre freno, quindi, al proli- ferare della prostituzione l’usanza ebraica, testimoniata da molti episodi della Bibbia, imponeva ad una vedova senza prole la legge del levirato, l’obbligo cioè di sposare, anche contro la sua volontà, il fratello minore del marito e di considerare i loro figli come propri del marito defunto. Ad una donna in gramaglie così come ad una divorziata rimanevano, infatti, ben poche altre scelte: o tornare in seno alla propria famiglia se accet- tata o diventare una concubina se desiderata o andare ad accrescere la già folta schiera di meretrici che battevano le strade adescando i viandanti o che esercitavano al riparo e al sicuro in case più o meno chiuse delle città della Palestina. Ambiguo è l’atteggiamento degli antichi Ebrei nei riguardi della prostitu- zione (1). Da una parte la legge mosaica facendo chiaro riferimento sia a quella fem- minile che a quella maschile la condannava senza mezzi termini << Tra le

figlie d’Israele, non ci sia nessuna prostituta né alcun prostituto. Non portare nella casa del signore, Iddio tuo, il guadagno di una meretrice, né la mercede d’un prosti - tuto…>> (Deuteronomio, 23, 18-19), vietava ai padri di prostituire le proprie figlie <<Non profanare la tua figlia col prostituirla, così il paese non si darà alla dissoluzione e non si riempirà di turpitudini>> (Levitico: 19,29) e catechizzava i figli a non cadere in tentazione <<Figlio mio, sta’ lontano da ogni fornicazio - ne…>> ( Tobia: 4,12).

Il Signore per bocca di Ezechiele (16: 20-25) considera la conversione di

Gerusalemme all’idolatria del dio Moloc e le prostituzioni che accompagna- vano il suo culto come la causa principale della sua caduta in mano ai

Babilonesi << Ti parevano poco le tue prostituzioni…su ogni piazza ti sei prepara - ta una tenda di peccato, e ti sei costruita un alto luogo; all’inizio di ogni strada ti sei edificata un luogo di peccato e hai disonorato la tua bellezza offrendoti a qualunque passante e moltiplicando le tue fornicazioni>>.

E tanto grande è la collera di Dio verso le perversioni omosessuali e il

meretricio in cui vivevano Sodoma e Gomorra <<Il clamore che giunge a me da Sodoma e Gomorra è grande e il loro peccato è gravissimo>> che non esita a distruggerle con zolfo e fuoco (Genesi: 18,20). Dall’altra parte a questa censura per l’esercizio della prostituzione non corrispondeva un’adempienza assoluta. Il popolo d’Israele opponeva un atteggiamento spesso conciliante e di indulgente accettazione nella pratica della vita quotidiana. Più volte la figura della meretrice è presa ad esempio per sottolineare che i disegni imperscrutabili del Signore erano indirizzati a convertire alla sua fede anche le persone più abbiette, se meritevoli di essere redente. Così Giosuè mette a ferro e fuoco Gerico e tutta la sua popolazione, ma salva la vita di Rahab, la prostituta, premiandola per aver nascosto i messi che egli aveva mandato ad esplorare la città (Giosuè, 6,25).

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La prostituzione nelle società antiche tra mito, culto e piacere

E non è forse vero che Dio comanda al profeta Osea di prendere in moglie

la prostituta Gomer al fine toglierla dal peccato e di segregarla in una casa

per esemplificare la Sua condotta verso il popolo d’Israele che lasciò fosse

deportato in esilio per allontanarlo dall’idolatria in cui era caduto, per avere adorato gli idoli di legno, per essere caduto nella fornicazione e nell’adulte- rio? (Osea, 3,1-3).

E Cristo, suo Figlio in terra, fattosi uomo non intrattenne sovente rapporti

con le meretrici per insegnar loro la via della conversione? Non lo fece con Fotina, la samaritana, non prese le difese dell’adultera, non liberò la Maddalena dai suoi costumi dissoluti?

La condanna della prostituzione era, quindi, più formale che sostanziale,

un’attività comportamentale che seppur abominevole era più tollerata di altre giudicate ancor più gravi perché contro natura come l’adulterio, la pederastia, i rapporti bestiali e l’incesto, aborrite e condannate senza pietà. Tali colpe perpetrate contro la famiglia e la comunità sono dettagliatamen- te codificate nel Levitico che rappresenta una delle più antiche raccolte di regole delle abitudini e dei culti presenti presso i p