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Diego Silvio Novo

ATLANTIDE IN SARDEGNA?
Appunti, ipotesi e suggerimenti
per una ricerca storica sul mito di Atlantide

edizione per Internet a cura di:


Dicembre 2004
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ATLANTIDE IN SARDEGNA?
Diego Silvio Novo per Edicolaweb

ATLANTIDE IN SARDEGNA - Diego Silvio Novo


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È plausibile collocare l'isola di Atlantide nel Mediterraneo invece che nell'Oceano Atlantico? Come
e cosa potrebbero aver fatto scomparire l'isola e la sua mitica civiltà? Il Diluvio, la fine di Atlantide,
l'era glaciale e l'Età dell'Oro mitologica potrebbero essere eventi e circostanze collegabili? Queste
alcune delle domande a cui tenterò di fornire un'ipotetica risposta.

Diego Silvio Novo

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Introduzione
La mitica isola di Atlantide, sommersa dalle acque 9000 anni prima che venisse raccontata da
Platone (427-347 a.C.), nel Crizia e nel Timeo, è stata di volta in volta collocata un po' ovunque.
Il mare indicato da Platone, per bocca del vecchio sacerdote egizio di Sais che riferisce la
leggenda a Solone (630-560 a.C.), amico di Dropite, bisnonno di Crizia, è l'Oceano Atlantico, così
definito dal nome dell'isola stessa. In effetti potrebbe essere l'isola a prendere il nome dall'Oceano,
ma la sensazione che il nome Atlantide sia nato prima rimane molto forte.
Su questa collocazione, non dovrebbero esserci dei dubbi. Platone, per rendere più sicura la
localizzazione, ci dice che l'isola si trovava di fronte alle Colonne d'Ercole. Quindi non dovrebbero
esserci dei dubbi circa la sua antica posizione nell'Oceano Atlantico, di fronte allo stretto di
Gibilterra. Eppure forse è possibile che le cose non stessero proprio così.
Con questa dissertazione sul mito atlantideo, non cercherò di travisare le parole di Platone, ma se
mai di darne un'interpretazione diversa e verificare la rispondenza con quanto supposto dal
giornalista di Repubblica Sergio Frau.

Per completezza, cercherò di valutare i pro e i contro della collocazione di Atlantide anche in altri
siti storici, e su di essi cercherò di fare delle ipotesi plausibili. Questi sono ormai diventati molti
nel corso di anni di speculazioni più o meno feconde: Santorini, isola effettivamente distrutta da un
cataclisma assieme alla sua civiltà (di cui parlerò anche in merito alla Sardegna); le isole Azzorre
e le Canarie che appartengono ad una vasta regione sottomarina vulcanica (le Canarie erano
anche abitate da misteriosi nativi di pelle chiara, i Guanci, pur essendo prossime all'Africa); il Mar
dei Carabi e le civiltà precolombiane (gli Aztechi nei loro miti provenivano da Aztlan); il Pacifico
con la leggenda di Mu e lo strano caso dell'isola di Pasqua; l'Antartide, ritenuta recentemente
idonea ad ospitare una civiltà in un'epoca in cui era parzialmente sgombra dai ghiacci.
L'elenco potrebbe essere quasi completo (Lemuria appartiene ad un'altra epoca del mondo), anche
se questo tende ad allungarsi con il passar del tempo poiché sempre nuove ipotesi più o meno
logiche vengono formulate. Più avanti analizzerò solo alcune di queste possibili localizzazioni,
rapportandole con quella coincidente con la Sardegna.
Oltre allo studio della localizzazione dell'isola mitica tenterò anche di formulare ipotesi che
potrebbero essere spunti da approfondire, per giustificare i miti dell'Età dell'Oro, dei diluvi, in
rapporto alle glaciazioni preistoriche.

La tesi
Ogni collocazione su menzionata appare affascinante, misteriosa ed esotica. Invece affermare che
Atlantide potrebbe essere stata in tempi arcaici la Sardegna, può apparire un po' riduttivo, quasi
una forma di rivendicazione nazionalistica o di campanilismo protostorico. Sembra una forzatura
eccessiva, collocare sull'isola di misteriosi pastori costruttori di nuraghi, una civiltà il cui splendore
si immagina più simile a quello dell'Egitto, o della Mesopotamia, o delle civiltà precolombiane, o
addirittura superiore alla nostra attuale.
Ma l'immagine della Sardegna antica che ci portiamo dietro, è un'immagine giusta?
Gli abitanti dell'isola in mezzo al Mediterraneo sono sempre stati popoli chiusi nelle loro tradizioni,
con una cultura limitata alla pastorizia, sempre timorosi e succubi degli invasori provenienti dal
mare?
Cercherò con questa analisi, grazie anche soprattutto ai documenti interessanti sparsi per la rete
da altri autori, di rendere della Sardegna protostorica ed antica un'immagine ben diversa da quella
che solitamente siamo abituati a considerare.

La tesi di Sergio Frau, sicuramente già conosciuta da molti, che vorrebbe far coincidere Atlantide
con la Sardegna, è molto articolata, e si basa innanzi tutto sullo studio dei miti classici e
sull'evoluzione della terminologia geografica nel corso dei millenni dell'antichità. Non mi è possibile
in poche righe riassumere le argomentazioni e le profonde analisi di Frau (che peraltro non sono in
grado di confutare), tenterò comunque di sintetizzare le sue affermazioni e poi di arricchire tale
tesi con nuove idee, non presentate da Frau. La sua tesi è pressappoco la seguente:

1. I Greci arcaici, prima di Platone, chiamavano Mediterraneo solo la parte orientale di questo
mare. Per ragioni commerciali, a loro era vietato navigare nell'attuale Mediterraneo occidentale

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(cioè compreso tra Italia, Francia, Spagna, Marocco, Algeria e Tunisia) che era dominio fenicio.
Per i greci arcaici tale mare (Okeanos) era quasi incognito.

2. Pertanto le Colonne d'Ercole erano da posizionare, in quei tempi, come immaginario confine
delle terre conosciute, o nel Canale di Sicilia, o nello stretto di Messina. Platone ai suoi tempi,
non sarebbe stato al corrente di questo cambio di denominazione, e forse nemmeno il vecchio
sacerdote egiziano che ne raccontava a Solone.

Quando ho letto questa ipotesi per la prima volta, l'ho ritenuta poco valida, in quanto le Colonne
d'Ercole non potevano essere contemporaneamente in due punti. Poi nel caso del Canale di Sicilia
(tra Sicilia e Tunisia) non si può neppure parlare di un vero canale di comunicazione, semmai di un
restringimento del Mediterraneo, che forse in tempi così antichi non era neppure percepito così
come siamo abituati a vederlo oggi sulle carte geografiche.
Ma poi, leggendo un testo che è poco più di una guida turistica, mi sono imbattuto in un'ipotesi
riguardante la provenienza delle popolazioni che andarono ad abitare il delta del Nilo. Si ipotizzava
che tali genti provenissero da nord, dalla Sicilia e dall'Italia addirittura, quando fra il 5.000 ed 8.000
a.C. il livello del mare più basso consentiva più facilmente il passaggio tra continente europeo ed
Africa. Con tale affermazione si voleva giustificare probabilmente l'appartenenza di quelle genti ad
una razza non autoctona dell'Africa continentale.

La teoria del livello del mare più basso in quelle epoche, credo presentata anche da Frau, ma che
sul momento avevo sottovalutato, rimette completamente in discussione e riveste di nuova dignità
l'ipotesi di Atlantide=Sardegna e Canale di Sicilia=Colonne d'Ercole. Facendo nuove ricerche ho
notato che tale particolare non era sfuggito a molti altri appassionati della materia: si può quindi
ritenere che in linea di massima non sia un'idea da scartare e valga la pena approfondirla.
Si ritiene che il probabile abbassamento del livello del mare sia dovuto al fatto che si era alla fine
dell'Era glaciale e quindi una buona parte dell'acqua dell'idrosfera terrestre doveva essere
ghiacciata ai poli. A causa della glaciazione perciò il mare doveva avere un livello più basso di 130
m ma forse anche di 200 m (vedere capitolo "Età dell'oro"). A prima vista sembrano pochi, ma
osservando meglio le carte geografiche riportanti la profondità dei fondali, ci si rende subito conto
che le terre emerse erano molto più estese in certi punti.

Italia nel periodo neolitico


www.edicolaweb.net/atla01_g.htm

Uno di questi è proprio il Canale di Sicilia, che era molto meno largo poiché la Tunisia attuale
continuava per diversi chilometri verso la Sicilia (se il mare fosse stato più basso di 200 m,
all'Africa si sarebbero aggiunti almeno 40.000 Km2 di terraferma in più nel Golfo di Gabes), ed
inoltre la Sicilia sarebbe giunta a lambire l'isola di Pantelleria che doveva avere un'estensione 2 o 3
volte l'attuale. Più a sud-est anche Malta doveva essere unita alla Sicilia.
Inoltre l'abbassamento marino risolve anche il problema dello stretto di Messina, in quanto con il
mare più basso di 150-200 m, tale canale diventa un istmo. Rimane un solo passaggio al quale
assegnare la funzione di Colonne d'Ercole, un braccio di mare stimabile in circa 50 Km, ma che
forse poteva essere più stretto se consideriamo che un improvviso innalzamento del livello marino
avrebbe potuto provocare l'erosione delle pareti di quella stretta vallata marina: l'attuale Canale di
Sicilia.
Per quanto riguarda la fine dell'era glaciale i geologi la collocano attorno all'8.000 a.C., però questa
potrebbe essere finita in modo brusco con un evento disastroso che si può collocare tra il 9.500
a.C. (probabile scomparsa di Atlantide secondo Platone, cioè stimando il periodo in cui Solone
udì il racconto) e il 9.000 a.C. circa (epoca di grandi estinzioni di animali mastodontici), per
comodità più avanti sceglierò la data del 9.500 a.C. È quasi inutile aggiungere che tale evento

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disastroso potrebbe essere lo stesso Diluvio raccontato dalla Bibbia e dalla mitologia di altre
civiltà antiche (per es. Greci, Sumeri e Cinesi).

In quell'epoca il limite dei ghiacci polari, affermano gli specialisti, doveva trovarsi all'altezza
dell'attuale Inghilterra. Anche le Alpi godevano di un clima più rigido e probabilmente enormi
ghiacciai scendevano fino ai limiti della pianura Padana, che forse era una tundra desolata
ospitante betulle nane e conifere, ora flora tipica di ambienti artici.

Per quanto riguarda la Sardegna, questa doveva essere più estesa, ed era unita alla Corsica,
formando un'unica isola molto grande, la più grande del Mediterraneo (la Sicilia non era più
un'isola). Il suo clima era molto più umido, un po' più freddo, ma comunque temperato e mitigato
dal mare. Probabilmente era coperta da foreste di essenze che attualmente crescono rigogliose
alle latitudini fra il 45° e il 50° parallelo.

Le coste dell'era glaciale


Ma come è possibile oggi avere un'idea della linea di costa dell'epoca?
Ho scoperto che è abbastanza semplice. I continenti attuali sono bordati da una piattaforma
continentale che è praticamente alla stessa profondità sottomarina su tutto il globo (circa 200 m al
massimo). È molto strano che i continenti di tutto il mondo abbiano in comune questa
caratteristica.

Ma i dubbi vengono subito fugati quando si cerca di capire la genesi di tale territorio sottomarino.
Se da un lato viene definito come il naturale declivio della parte emersa dei continenti, una analisi
più approfondita dimostra che tale piattaforma, se non tutta almeno in parte, doveva trovarsi
all'asciutto in epoche remote (circa 10.000 anni fa e più).
Fisicamente la piattaforma continentale ha una pendenza costante fino a 200 m circa sotto il
livello del mare, poi scende quasi bruscamente a 1000 m metri e via via di nuovo più dolcemente
fino alle profondità maggiori degli oceani.

Piattaforma continentale
www.edicolaweb.net/atla02_g.htm

Geologicamente la piattaforma risulta formata da depositi fra cui anche sedimenti fluviali,
alluvionali e morenici, chiaramente non dovuti all'azione del mare. In molti casi è possibile
osservare sul fondo marino la prosecuzione delle valli fluviali (per es. la Senna nel Canale della
Manica) e sono addirittura riscontrabili presenze di torbiere sottomarine (Mare del Nord). La torba
è un combustibile fossile di pessima qualità, pieno d'acqua e formatosi in epoca quaternaria (da 2
milioni di anni fa ad oggi) dalla copertura con detriti alluvionali di vegetazione lacustre che
cresceva presumibilmente in zone paludose, ma sicuramente non sommerse da decine di metri di
acqua salata.

Non fa invece fede il ritrovamento di riserve petrolifere sulla piattaforma continentale, che furono
originate da microrganismi marini coperti di sedimenti, ma in un'epoca posteriore. Tali depositi si
trovano oggi anche sulla terra ferma, come risaputo, ad una profondità variabile di 15-20 Km e
risalgono ad un'epoca compresa tra 600 e 300 milioni di anni fa. La torba si trova in giacimenti più
superficiali ad una profondità che non supera i 3 m.

Le piattaforme continentali hanno un'estensione molto variabile, in alcuni casi sono appena
accennate e scendono subito a dirupo, soprattutto se la costa superiore è scoscesa; in altri casi
hanno estensioni enormi, anche di centinaia di chilometri. Per esempio in Europa:

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• La piattaforma sotto l'Adriatico arriva fino all'attuale Albania. Se tale terra fosse emersa la
pianura Padana aumenterebbe la sua estensione di almeno il doppio e di conseguenza il
Po potrebbe gareggiare per portata con il Nilo.
• La piattaforma che sorregge la Gran Bretagna e l'Irlanda, verso sud supera la Bretagna
francese e si conclude nel Golfo di Biscaglia a nord della Spagna. Inoltre se l'oceano si
abbassasse di 200 m l'intero canale della Manica si prosciugherebbe, né la Gran
Bretagna, né l'Irlanda sarebbero più delle isole. A tal proposito è sintomatica la leggenda
della Cornovaglia (la penisola che si protende proprio verso la piattaforma sud) che narra
di una terra perduta oltre ed attorno alle isole Scilly a cui di recente è stato assegnato dai
poeti il nome di Lyonesse, la terra natia del Tristano di Re Artù. Tale leggenda parla di
un'inondazione, un diluvio improvviso, che solo un uomo al galoppo sul suo cavallo poté
evitare. Tale leggenda ha un corrispettivo con un'altra della Bretagna francese che parla
della città di Ker-Is sommersa nell'attuale baia di Douarnenez.
• Anche il mar Baltico scomparirebbe nel caso di abbassamento del livello marino. In
queste regioni scandinave, anzi, è rintracciabile un'altra prova del fatto che l'oceano nelle
ere glaciali era più basso. Infatti i fiordi, ora invasi dal mare, sono stati scavati da enormi
ghiacciai allo stesso modo delle valli alpine. Se ci fosse stato il mare alla quota attuale, il
ghiaccio si sarebbe sfaldato a contatto con l'acqua, come avviene attualmente sulla costa
ovest dell'Alaska, perdendo tutta la sua forza d'erosione.

Europa nel periodo neolitico


www.edicolaweb.net/atla03_g.htm

Per quanto riguarda la Sardegna, la sua piattaforma continentale è comune a quella della Corsica
e ciò fa presumere che in epoca glaciale formassero un'unica isola Sardo-corsa. Inoltre, le aree
ora sommerse avrebbero potuto raddoppiare o quasi le superfici pianeggianti attuali, permettendo il
sostentamento di una fauna e una flora rigogliose. Tali pianure sarebbero state percorse da fiumi
più generosi degli attuali a causa del clima diverso e al fatto che i monti si elevavano 150-200
metri in più sul livello marino.

Sardegna nel periodo paleolitico


www.edicolaweb.net/atla04_g.htm

Benché l'ipotesi Sardegna=Atlantide sia intrigante, sempre supponendo che il sacerdote egizio,
Solone, e poi il bisnonno ed il nonno di Crizia abbiano fatto confusione tra la denominazione
arcaica e quella a loro (e a noi) nota dell'oceano Atlantico, permangono comunque dei dubbi
quando si rilegge il Crizia ed il Timeo.

Gli Atlantidei (Crizia e Timeo)


Ecco come viene descritta Atlantide da Platone.
La città principale era probabilmente elevata su "un monte, di modeste dimensioni da ogni lato" e
protetta da fortificazioni circolari. Essa era collocata "Vicino al mare, ma nella parte centrale

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dell'intera isola" in "una pianura, che si dice fosse di tutte la più bella e garanzia di prosperità,
vicino poi alla pianura, ma al centro di essa, a una distanza di circa cinquanta stadi" (9 Km circa)
c'era il monte dove venne edificata la città fortificata da Poseidone per la sua sposa Clito, la
progenitrice mitica degli Atlantidei:

"Ben fortificata la collina nella quale viveva, la fece scoscesa tutt'intorno, formando cinte di mare
e di terra, alternativamente, più piccole e più grandi, l'una intorno all'altra, due di terra, tre di mare,
come se lavorasse al tornio, a partire dal centro dell'isola, dovunque a uguale distanza, in modo
che l'isola fosse inaccessibile agli uomini".

Quando venne fondata la città, Platone afferma che non esisteva ancora la navigazione.
Quando la potenza dell'isola aumentò, vennero costruiti dei ponti per superare i canali circolari. Il
palazzo reale, come l'acropoli di una città antica, venne eretto nella parte centrale "fin da principio
in questa stessa residenza del Dio e degli antenati, ricevendolo in eredità l'uno dall'altro, e
aggiungendo ornamenti a ornamenti cercavano sempre di superare, per quanto potevano, il
predecessore, finché realizzarono una dimora straordinaria a vedersi per la grandiosità e la
bellezza dei lavori."

Platone fornisce anche una descrizione della città, con relative misure:

• Il porto canale principale che collegava la città circolare al mare doveva avere una
larghezza di 90 m, una profondità di 30 m ed una lunghezza di circa 9 Km (50 stadi). Si
tratta di un'opera veramente grandiosa per l'epoca, di cui si stenta a credere potesse
essere completamente artificiale;
• I canali circolari dell'isola avevano sponde così alte da permettere il transito di una trireme
sotto un tetto appositamente costruito fra i canali radiali di collegamento tra un cerchio e
l'altro;
• Il canale circolare più esterno era largo circa 530 m (3 stadi);
• La "cinta di terra a ridosso" era anch'essa larga circa 530 m;
• Il secondo canale era largo 2 stadi, quindi circa 350 m;
• La "cinta di terra" successiva era larga di nuovo 350 m;
• "di uno stadio era invece la cinta di mare che correva intorno all'isola stessa, nel mezzo"
vale a dire circa 177 m;
• "L'isola, nella quale si trovava la dimora dei re, aveva un diametro di cinque stadi" vale a
dire circa 885 m a cui si accedeva tramite un ponte largo ben 30 m;
• Ogni anello era protetto da mura possenti e torri a protezione di ponti e varchi. La cinta
muraria più esterna era rivestita da bronzo. Poi quella mediana da un intonaco di stagno
fuso. Quella interna era rivestita da un metallo sconosciuto: l'oricalco.
• Sull'isola centrale vi era il santuario dedicato a Clito e Poseidone, i progenitori degli
Atlantidei. Tale zona doveva però rimanere inaccessibile per rispetto alla sacralità del
luogo. Al tempio provenivano le offerte delle 10 regioni amministrative di Atlantide. Questo
era di dimensioni non dissimili dai più grandi templi dell'antichità: in pianta circa 90 x 170
m (il tempio di Artemide ad Efeso, una delle sette meraviglie dell'antichità, era di 73 x 141
m) ma Platone afferma nel contempo che "aveva nella figura un che di barbarico".
Probabilmente l'architettura atlantidea non era così sviluppata come quella greca o, come
penso io, si trattava di architettura megalitica. Descrive comunque un tempio finemente
decorato con oro ed avorio, contenente oltre alle statue delle divinità anche quelle di tutti i
re che la governarono.
• Sull'isola centrale sgorgavano delle sorgenti. Secondo Platone una di acqua fredda e una
di acqua calda. Probabilmente si trattava di acque termali, infatti Platone ci informa che
venivano usate per i bagni d'inverno, sia per il re e separatamente per uomini e animali.
Tale caratteristica fa sospettare che Atlantide fosse un'isola di natura prettamente
vulcanica, anche se di questo Platone non ne accenna. Anzi, menziona sempre soltanto
dei vaghi monti. Inoltre l'acqua "che sgorgava da qui la portavano fino al bosco sacro di
Poseidone, alberi d'ogni sorta, che avevano, grazie alla virtù della terra, bellezza ed
altezza straordinarie, e facevano scorrere l'acqua fino ai cerchi esterni attraverso
canalizzazioni costruite lungo i ponti. E qui erano stati costruiti molti templi, in onore di

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molte divinità, molti giardini e molti ginnasi, alcuni per gli uomini, altri per i cavalli, a parte,
in ognuna delle due isole circolari." Gli Atlantidei avevano già domato i primi cavalli: "al
centro dell'isola maggiore, per sé si erano riservati un ippodromo, largo uno stadio (177 m)
e tanto lungo da permettere ai cavalli di percorrere per la gara l'intera circonferenza" (2,78
Km). Ciò significherebbe che l'addomesticamento di questo animale è da far risalire ad
almeno sette-otto millenni prima di quel che si ritiene attualmente (Mesopotamia II
millennio a.C.)
• Riassumendo, la città murata aveva quindi un diametro di circa 4,75 Km e una superficie
di 17,70 Km2 totali, di cui però solo 5,85 Km2 abitabili. Per l'epoca di Platone era una città
di dimensioni monumentali di tutto rispetto. Per comparazione la Roma imperiale (mura
Aureliane) pur avendo un'estensione di poco inferiore aveva sicuramente una superficie
abitata maggiore (circa 10 Km2). Ma più avanti Platone afferma che la città si ampliava
oltre gli anelli "aulici" con una cinta muraria distante 8,85 Km circa dal primo anello e
"Tutta questa estensione era coperta di numerose e fitte abitazioni", in tal modo la parte
abitata della città raggiungeva la superficie record di 383 Km2 pari a quella di una moderna
città (per es. Contea di Londra 300 Km2 oppure due volte Milano - 181 Km2).

Il centro di Atlante: la laguna circolare


www.edicolaweb.net/atla05_g.htm

La città di Atlante nel suo complesso


www.edicolaweb.net/atla06_g.htm

La forma circolare della città atlantidea adagiata sui canali potrebbe suggerire la sua edificazione
all'interno di un cratere di un antico vulcano spento, il cui bordo era di poco più elevato del livello
marino dell'epoca. Del resto Platone afferma che la città non era di fondazione umana, ma venne
realizzata dal dio Poseidone, che potrebbe anche essere un modo implicito per dire che gli
abitanti della città trovarono il territorio già preparato dalla natura. Quindi se così fosse, la natura
dell'isola potrebbe essere stata di tipo vulcanico e questo spiegherebbe anche la descrizione
lussureggiante e fertile dell'isola, nonché la presenza di acque termali sull'acropoli. Una tale
situazione, a ben vedere deporrebbe più a favore di una collocazione sulla Dorsale Medio-Atlantica
di Atlantide, che non nel Mediterraneo occidentale. Anche se nel Tirreno esistono alcuni coni
vulcanici sommersi, naturale prosecuzione della "linea di fuoco" rappresentata da Etna, Vulcano e
Vesuvio. Tali vulcani potrebbero anche essere stati responsabili dei maremoti che colpirono l'isola
sarda in epoche storiche, di cui verrà detto più avanti.

A esser precisi, però, una caldera vulcanica non è mai perfettamente circolare, anche se non si
può escludere a priori. Può darsi che il vecchio sacerdote egizio avesse semplificato un po' il
discorso, nel senso che la città era sì rotonda ma non un cerchio perfetto.
Oppure potremmo supporre che si trovasse all'interno di un cratere da impatto meteoritico, del tipo
con materiale accumulato nel centro a formare un piccolo monticello. Questo tipo di cratere si può
osservare anche sulla Luna e su Marte. Il suo tipico profilo potrebbe coincidere con quanto ci ha
tramandato Platone sulla capitale di Atlantide: un cerchio perfetto, con un monte centrale che
divenne l'acropoli. Questa struttura se invasa dall'acqua del mare, formerebbe una laguna circolare

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con isola centrale. Se il fondo del cratere fosse irregolare ed ondulato, si avrebbero isolotti anulari
ed equidistanti dal centro. Tale laguna, modificata dall'opera dell'uomo, potrebbe trasformarsi in
una spettacolare e perfetta "Venezia tonda".

Sezione del cratere


www.edicolaweb.net/atla07_g.htm

Quindi se volessimo rintracciare la capitale di Atlantide, per aiutare la fortuna, potremmo


cominciare a cercare fra antichi crateri sommersi posizionati sulla piattaforma continentale.
Nel caso della Sardegna, essa non pare avere attività vulcanica recente, ma conoscendo quanto
accade nella vicina Sicilia e nel mar Tirreno non dovrebbe stupire l'esistenza di un vecchio vulcano
ora sommerso lungo la costa sarda.
In pieno Tirreno si ergono solitari sul fondale il monte Vavilov e Marsili, ex vulcani sottomarini, che
vanno ad aggiungersi a quelli emersi: Etna, Vesuvio e Vulcano.
Nel golfo di Cagliari, le strutture sommerse che non superano i 200 m di profondità, rivelano un
paio di vaghe forme semicircolare. Queste baie sommerse potrebbero essere delle ottime
candidate per ospitare una città arcaica ed il suo porto.

Platone ci informa poi che il primo re di cui si ha memoria di quell'isola fu Atlante, governante
l'omonima città capitale. Ma l'isola era probabilmente divisa in tempi arcaici in due parti. Infatti si
afferma che il gemello di Atlante governava "l'estremità dell'isola verso le Colonne di Eracle, di
fronte alla regione oggi chiamata Gadirica dal nome di quella località, in greco era Eumelo, mentre
nella lingua del luogo Gadiro, il nome che avrebbe appunto fornito la denominazione a questa
regione".
Tale discorso sul nome del secondo re, fa presumere che Atlantide si trovasse effettivamente di
fronte a Gibilterra, e più esattamente di fronte alla Gadir fenicia, oggi Cadice in Spagna. Ma su
questo nome si possono fare infinite elucubrazioni (vedere capitolo "Gadirica").

Nel periodo di massimo splendore l'isola era forse divisa in 10 amministrazioni, che si presume
prendessero il nome dai mitici re generati due a due da Poseidone e Clito: Atlante, Gadiro,
Amfere, Egemone, Mnesea, Autoctone, Elasippo, Mestore, Azae, Diaprepe. I nomi sembrano
greci, ma come si giustifica Platone nella sua opera, così come il vecchio sacerdote li aveva
tradotti in egizio, altrettanto fece Solone riportandoli in greco.

L'economia dell'isola, nel periodo di massimo splendore, doveva essere di tipo mercantile-
imperiale, simile a quella del ben più recente Impero Britannico fra '700 e '800. Gli Atlantidei "essi
stessi e i loro discendenti, per molte generazioni abitarono qui, esercitando il comando su molte
altre isole di quel mare, ed inoltre, come si disse anche prima, governando regioni al di qua, fino
all'Egitto e alla Tirrenia".
Questa affermazione depone a favore della posizione di Atlantide nel Mediterraneo occidentale,
infatti parlando delle "regioni di qua" (est) si salta subito all'Italia ed all'Egitto, trascurando tutte le
estese terre tra Italia e Atlantico (Spagna, Francia e nord Africa). Questo può voler dire che o
Atlantide era nel Mediterraneo occidentale o che i Greci ignoravano la posizione ed estensione
delle terre poste oltre l'Italia.

La capitale rotonda era collegata al mare dal canale già accennato e provvista di ben tre porti,
dove si svolgevano i principali commerci di Atlantide infatti "il canale e il porto maggiore
pullulavano di imbarcazioni e di mercanti che giungevano da ogni parte e che, per il gran numero,
riversavano giorno e notte voci e tumulto e fragore d'ogni genere".

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Platone riferisce che "molte risorse, grazie al loro predominio, provenivano loro dall'esterno, ma la
maggior parte le offriva l'isola stessa per le necessità della vita: in primo luogo tutti i metalli, allo
stato solido o fuso, che vengono estratti dalle miniere, sia quello del quale oggi si conosce solo il
nome - a quel tempo invece la sostanza era più di un nome, l'oricalco, estratto dalla terra in molti
luoghi dell'isola, ed era il più prezioso, a parte l'oro, tra i metalli che esistevano allora".
Tale metallo rimane sconosciuto, ma è presumibile che fosse una lega tenuta segreta dai fabbri di
Atlantide, facendo credere all'esterno si trattasse di un metallo misterioso. I costruttori dei nuraghi
erano abili nel lavorare il bronzo. Ma dato che questa lega è citata nel racconto, era probabile che
l'oricalco fosse un altro tipo di lega. Platone riferisce che i suoi riflessi erano simili al fuoco.
In seguito (periodo ellenistico e romano) una lega di bronzo con tale nome è stata effettivamente
utilizzata, il suo nome presumibilmente significa "oro di monte". Attualmente una lega con questo
nome è una variante di bronzo contenente zinco.
Se tale misterioso metallo era all'epoca atlantidea una lega con zinco, ma è una questione del
tutto ipotetica in quanto non provabile e Platone non aiuta a chiarire la cosa, ciò depone per una
localizzazione di Atlantide nel Mediterraneo occidentale. Attualmente, o comunque in tempi
recenti, sono esistite miniere di zinco nell'Iglesiente (S. Giovanni e Iglesias) e nell'attuale
Grossetano (quindi nell'antica Tirrenia, a portata di trireme atlantidee).
L'estrazione e purificazione dello zinco è attualmente un procedimento complesso, una civiltà che
fosse stata in grado di applicare tecnologie del genere, era sicuramente di alto livello tecnologico.
Se qualcuno si chiedesse per quale motivo una civiltà come quella degli Atlantidei non
conoscessero il ferro, la risposta potrebbe anche non essere così scontata come si può pensare
in un primo momento. Pare infatti che il ferro fosse conosciuto in antichità ben prima della sua
"scoperta" e del suo uso che ha contraddistinto un epoca. Il ferro probabilmente agli inizi era
ritenuto un metallo di "seconda scelta" e venne utilizzato quando divenne sempre più difficile
reperire lo stagno per formare la lega di bronzo. Perciò l'uso del ferro si può ritenere un ripiego in
un periodo di impoverimento delle risorse naturali.

Il clima di Atlantide doveva essere sufficientemente umido, come ipotizzato in precedenza, poiché
Platone la descrive coperta di foreste. I foraggi erano così abbondanti da permettere il
sostentamento di elefanti selvatici.
Platone descrive anche il resto dell'isola:
"In primo luogo tutto quanto il territorio si diceva che fosse alto e a picco sul mare, mentre
tutt'intorno alla città vi era una pianura, che abbracciava la città ed era essa stessa circondata da
monti che discendevano fino al mare, piana e uniforme, tutta allungata, lunga tremila stadi (530
Km) sui due lati e al centro duemila stadi (355 Km) dal mare fin giù. Questa parte dell'intera isola
era rivolta a mezzogiorno e al riparo dai venti del nord. I monti che la circondavano erano rinomati
a quel tempo, in numero, grandezza e bellezza superiori ai monti che esistono oggi, per i molti
villaggi ricchi di abitanti che vi si trovano e d'altra parte per i fiumi, i laghi, i prati, capaci di nutrire
ogni sorta di animali domestici e selvaggi, per le foreste numerose e varie, inesauribili per
l'insieme dei lavori e per ciascuno in particolare".

Di questa parte del Crizia si devono fare alcune importanti osservazioni confrontandola con quanto
riportano oggi le carte geografiche di Sardegna e Corsica. Il territorio Sardo, considerando anche
la piattaforma continentale ora sommersa, risulta più scosceso sulla costa est, mentre a sud ed a
ovest, pur essendoci delle zone montane sembra digradare in una breve (20-30 Km) ma dolce
pianura. L'isola corsa, risulterebbe unita attraverso una stretta pianura (50 Km) con la Sardegna,
ma per il resto le sue coste est, nord e ovest rimarrebbero scoscese.
L'unica pianura di una certa estensione, effettivamente affacciata a mezzogiorno è la piana del
Campidano. Con l'aggiunta delle parti costiere attualmente sommerse potrebbe quasi raddoppiare
la sua estensione, ma di sicuro il rettangolo che formerebbe (150 x 30 Km) non raggiungerebbe le
misure tramandate da Platone.
Anche se questi si fosse sbagliato e avesse voluto tramandare le misure dell'intera isola Sardo-
corsa invece della sola pianura, si è ancora ben lontani: lunghezza 425 Km e larghezza 150 Km
circa.

Le misure di Platone sembrano perciò suggerire, se sono quelle vere, una collocazione in un'altra
posizione di Atlantide.

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Per esempio, sulla Dorsa Medio-Atlantica, se lo zoccolo sottomarino (-200 m) dell'arcipelago delle
Azzorre (e forse qualcosa di più) fosse emerso si potrebbe sfruttare una terra ferma di almeno
200-300 Km di lunghezza. Ma bisogna raggiungere la profondità di almeno 1500-2000 m per
ottenere un'isola di tutto rispetto: 1000 Km x 500 Km circa. A meno che non ci siano stati enormi
movimenti tettonici in questa parte di fondale oceanico, non sembra un'ipotesi plausibile. Altre
localizzazioni, invece, come l'Antartide, permetterebbero di rintracciare superfici di quel genere.
Platone continua la sua descrizione dell'isola dicendoci che era grande quanto la "Libia e l'Asia
messe assieme" intendendo però con questa frase la denominazione geografica dell'epoca.
Presumibilmente si riferiva alla fascia costiera del nord Africa e a quella del Medio Oriente attuale,
che sommati sono molto più estese della Sardegna più Corsica.
Della pianura di Atlantide, fornisce ulteriori misure della sua estensione, quando ne descrive la
suddivisione in lotti di 10 stadi per 10 (3,15 Km2) per un numero totale di 60.000 lotti (189.000
Km2) tutti a disposizione della sola capitale. Tale suddivisione era di carattere militare-
amministrativo in quanto ogni lotto doveva fornire un comandante e un certo numero di guerrieri in
modo da formare un esercito di questa entità totale:

• 10.000 carri da combattimento;


• 120.000 cavalli e cavalieri;
• 60.000 bighe senza sedile con due cavalli;
• 120.000 opliti (fanteria pesante);
• 120.000 arcieri;
• 120.000 frombolieri;
• 180.000 soldati con armamento leggero;
• 180.000 soldati con giavellotto;
• 240.000 marinai;
• 1.200 navi da guerra.

In tutto la sola capitale era in grado di muovere un esercito di più di un milione di uomini. Poi
fornivano uomini ed armamenti anche le altre nove province dell'isola. Che questo conteggio sia
realistico o meno, mette in evidenza il fatto che Atlantide fosse una macchina da guerra e che il
suo modello era quello imperial-militare, simile a quello di tante altre civiltà umane. Ed inoltre rivela
che l'isola aveva grandi risorse economiche poiché poteva contare su una produzione agricola
imponente.

L'organizzazione amministrativa descritta da Platone, assomiglia vagamente a quella degli imperi


precolombiani. Ognuna delle nove province aveva un suo re, ma solo quello della capitale contava.
Probabilmente, come avveniva nell'America dei Maya o degli Aztechi, i re delle città satelliti erano
imposti come vassalli dal centro dell'impero. Comunque questi governanti si riunivano
periodicamente ed attraverso una complessa cerimonia rinnovavano un patto di federazione scritto
su una stele posta sull'acropoli della capitale. Quindi gli Atlantidei avevano una forma di scrittura,
ma Platone non ci spiega quale fosse l'alfabeto o a quale lingua conosciuta assomigliasse.

Ritornando alle misure di Atlante e a quelle di tutta l'isola, la loro conversione in metri produce
senz'altro nel lettore stupore per le dimensioni esagerate di opere artificiali e terre. È vero che i
miti vanno presi così come sono, ma un minimo di speculazione andrebbe fatta, anche se
potrebbe sempre rimanerci il dubbio di fondo che le intenzioni di Platone fossero quelle di indicare
le misure di una città ideale per le sue elucubrazioni e non qualcosa di realmente esistito.
Leggendo però il Timeo ed il Crizia il racconto di Atlantide appare quasi come qualcosa di
estraneo al resto dei dialoghi che ha un contenuto puramente filosofico: sembrerebbe che Platone
avesse voluto inserire un racconto spettacolare per richiamare l'attenzione del lettore verso un
testo che è tutt'altro, una specie di stratagemma editoriale per attirare pubblico.
Quindi se supponiamo che non avesse avuto intenzione di prenderci in giro, allora come già
segnalato, si deve anche valutare la modalità già accennata di traduzione: Platone afferma infatti
di aver grecizzato i nomi dei re dell'isola. Si potrebbe quindi supporre che questa forma di
traduzione attuata per favorire il lettore greco abbia interessato anche altre parti del racconto.
E se Solone/Platone avesse tradotto anche le unità di misura in greco senza eseguire le
conversioni in modo preciso? A questo punto dovremmo chiederci se anche il sacerdote egizio le

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avesse tradotte in unità di misura egizie da quelle atlantidee, e quindi non conoscendo queste
ultime saremmo nell'impossibilità di valutare il grado di precisione delle conversioni fra unità di
misura di Atlantide, egizie e greche.

Ma se ammettessimo che, a causa del modo in cui la storia di Atlantide è stata tramandata
(Crizia l'ha appresa a dieci anni da suo nonno, che l'ha appresa dal bisnonno di Crizia, che l'ha
appresa da Solone, che l'ha appresa da un sacerdote egizio…) qualcosa sia stato falsato o
dimenticato, allora potremmo anche presumere che il sacerdote egizio avesse le idee chiare, ma
non fosse riuscito a far comprendere a Solone le misure effettive. O che Solone non fosse riuscito
a tramandare agli antenati di Crizia le misure giuste, poi adattate al mondo ellenico. I Greci erano
abituati a ragionare in "piedi" (0,296 m), "pletri" (= 100 piedi = 29,6 m) e "stadi" (= 600 piedi = 6
pletri = 177,6 m), mentre gli egizi avevano come unità base il "cubito" (misura che sembra più
antica quindi di quelle greche).
Gli egizi usavano il cubito corto, uguale a quello ebraico/mesopotamico (= 0,44 m) ed il cubito
reale (= 0,523 m). Erodoto ci fornisce un sistema di conversione tra cubito corto e piedi attici,
informandoci che uno stadio è formato da 6 pletri e 100 orge:

stadio = 177,6 m = 100 orge; 1 orgia = 1,77 m

e quindi che 1 orgia poteva essere divisa in 6 piedi (0,296 cm) o in 4 cubiti (0,444 m) e questo
sistema era evidentemente utilizzato per effettuare le conversioni tra unità metriche ellenistiche ed
egizie.

Ritornando al cubito reale egizio, questo aveva dei multipli:

Khet (canna) = 100 cubiti (= 52,3 m);


Iteru (fiume) = 5.000 cubiti (= 2,61 Km) o 20.000 cubiti (= 10,46 Km) se usato in cartografia.

Per le superfici si usava il sethat = khet quadrato.


Le misure egizie, rendono subito evidente che le due più semplici da visualizzare sono il cubito e il
khet, mentre l'iteru, per la sua doppia valenza è un'unità di misura ambigua e si prestava
facilmente a confusione.
Quindi se si immagina che il vecchio sacerdote egizio abbia riportato le misure nella sua lingua,
possiamo pensare che abbia utilizzato quelle a lui più famigliari: cubito e khet.
Se utilizzassimo il khet al posto dello stadio, allora avremmo una città di Atlante più a misura
d'uomo antico:

• il porto canale lungo 50 khet è pari a 2.615 m. Per larghezza e profondità il rapporto
proposto da Platone è di 3:1, se fosse profondo 10 cubiti e largo 30 avremo un canale di
circa 15,00 m x 5,00 m di profondità;
• il primo canale ad anello avrebbe una larghezza di 157 m;
• il primo anello di terra avrebbe ancora una larghezza di 157 m;
• il secondo canale ad anello avrebbe una larghezza di 105 m;
• il secondo anello di terra avrebbe ancora una larghezza di 105 m;
• il terzo canale ad anello avrebbe una larghezza di 52 m;
• l'isola centrale con l'acropoli avrebbe un diametro di 260 m;
• Il diametro totale della città lagunare sarebbe di circa 1,41 Km, la superficie totale di 1,56
Km2 di cui abitabili 0,66 Km2. Con l'aggiunta delle mura poste a 50 khet (2,62 Km)
dall'ultimo canale, il diametro della città diverrebbe di 6,61 Km e la superficie abitata di
33,83 Km2, che è una dimensione più che ragguardevole per una città antica (3 volte la
Roma imperiale).

Con una configurazione del genere, anche la pianura di Atlante assumerebbe dimensioni più
ridotte di 3000 x 2000 khet, pari a 156 Km x 105 Km, che la renderebbero più simile al Campidano
sardo almeno per la lunghezza (considerando anche la piattaforma continentale in caso di
abbassamento del livello del mare). I lotti amministrativi della pianura avrebbero una dimensione di

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520 x 520 m circa e quindi un'area di 270.400 m2 pari a circa 27 ettari che rappresenta una
azienda agricola di prim'ordine ancora oggi.
Naturalmente si tratta di speculazioni che snaturano il racconto di Atlantide. Non è possibile in
alcun modo valutare l'attendibilità delle misure di Platone, a meno che un giorno vengano ritrovati i
resti di questa città. Ad ogni modo le misure tramandate da Platone in piedi e stadi lasciano
perplessi: propongono una città di dimensioni tali che sarebbe difficile da gestire anche oggi,
figuriamoci con le tecnologie che il testo platoniano ci fa intravedere.
I problemi non si presenterebbero tanto nella città lagunare servita da imbarcazioni, quanto
piuttosto nell'ampliamento di 377 Km2 sulla pianura dove una popolazione numerosa avrebbe
dovuto spostarsi ed approvvigionarsi di merci. Il sistema di trasporto interno doveva essere ben
organizzato ma anche molto complesso per l'epoca, se solo lo rapportiamo con quello di una città
attuale come Londra avente un'estensione simile.

Gadirica
Sulla fama di questa regione o località, c'è da chiedersi se questa fosse nota al tempo di
Atlantide, o al tempo del vecchio sacerdote di Sais, o al tempo di Platone (427-347 a.C.).
In ogni caso si può supporre una certa persistenza del nome nel tempo. Oltre alla Gadir fenicia in
Spagna, il cui significato pare sia quello di "fortezza" e citata anche da Giulio Cesare nelle sue
"Guerre Civili" come Gades (forse un altro modo di pronunciare tale nome), ci sono nel
Mediterraneo altre località con radice "gad".

Gad, innanzi tutto, era una divinità semitica, comune al pantheon di vari popoli (per esempio i
Camiti) fra cui anche i Fenici. Probabilmente era una divinità molto antica, ma non era certo fra le
principali fenice. Fu sia divinità maschile che successivamente femminile. I Greci la assimilarono
alla loro dea della fortuna Tyche, in quanto "gad" in ebraico significava fortuna. In una
rappresentazione a noi nota di tale divinità, rinvenuta a Palmira (nel deserto siriano) è raffigurata
seduta fra due leoni.

Gad è anche una delle 12 tribù di Israele che lasciarono l'Egitto con Mosè.

Gadara è invece il nome di due città della Palestina antica, una facente parte della "decapoli",
citate in documenti fra il I sec. a.C. ed il I sec. d.C.
Una delle due, che fu assegnata da Augusto ad Erode togliendola al controllo siriano, era famosa
per le sorgenti di acqua calda. Essa era edificata in prossimità del territorio assegnato alla tribù di
Gad.

Tornando alla geografia odierna, nel Canale di Sicilia e dintorni troviamo altre testimonianze simili.
Sull'isola vulcanica di Pantelleria (Kossyra per i cartaginesi, con radice "ir" all'interno come Gad-ir-
ica) troviamo la località ed il golfo di Gadir (come l'antico nome fenicio di Cadice), il cui nome
sembrerebbe derivare dall'arabo e significa "sorgente di acqua calda". Infatti in quella località
esiste una sorgente termale ancora oggi.
La lingua araba è una lingua semitica che assieme all'aramaico ed all'ebraico deriverebbe da una
comune lingua "aramea".
Dall'analisi degli alfabeti antichi, pare che quello arabo ed ebraico derivino dal fenicio che nella sua
configurazione matura era composto da 22 caratteri tutti consonanti (caratteristica comune ad
arabo ed ebraico). Le vocali furono aggiunte dai Greci classici e poi adottate dai Latini.
Curiosamente questi ultimi preferirono utilizzare un alfabeto straniero, piuttosto che quello
autoctone Etrusco, che invece denota una maggior somiglianza e parentela con il primo alfabeto
fenicio.
Ritornando ai Fenici, secondo Erodoto essi provenivano dal "Mare Eritreo" quindi è molto probabile
che la loro etnia fosse la stessa degli arabi attuali, e parole e concetti usati dai fenici nell'antichità,
siano rimasti immutati presso i popoli della penisola araba fino ai giorni nostri. Se questa
premessa fosse vera parole con radice "gad" in arabo conserverebbero l'antico significato in
fenicio, anche se questo avesse subito un'evoluzione successiva presso questo antico popolo.

Sulla costa africana, proprio sulla piattaforma che se prosciugata diverrebbe la sponda sud delle
Colonne d'Ercole arcaiche (a nord ci sarebbe Pantelleria), troviamo la città ed il golfo di Gabes

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(Piccola Sirte). La città tunisina sorge sull'antica Tacape romana, ma prende il nome dal fiume
Oued Gabes. Il suo nome ha quindi a che fare con l'acqua. Tale nome appare diverso da Gadiro,
ma colpisce per la somiglianza con il modo di pronunciare la città di Cadice dei latini: Gades. Il
che fa presumere che ci sia un significato comune fra i due termini (anche se potrebbe essere un
coincidenza fortuita).

In Sicilia, provincia di Agrigento, nell'entroterra della costa sud-ovest troviamo il monte denominato
Pizzo Gadinica, non molto lontano dalle colonne d'Ercole presunte nel Canale di Sicilia.

Le isole Egadi, in provincia di Trapani, rivolte verso la Sardegna, potrebbero contenere nel nome la
radice "gad" benché il loro nome abbia subito diverse varianti nei secoli. Il fatto che il nome inizi
con una vocale, potrebbe essere il retaggio di un articolo, come molte parole derivate dall'arabo
(ad es. Alambra, Alchimia ecc.), quindi riferirsi ad una parola simile ad e-gadi(r).

Sono interessanti anche i nomi di:

Gadamesh, oasi in pieno Sahara (750 Km dalla costa nord africana) detta la "perla del deserto",
posta tra Tunisia ed Algeria lungo una pista che si inoltra nel deserto. Un'oasi, come si sa, è una
sorgente.
Agades o Agadez, in Niger, anch'essa situata nei pressi del Sahara meridionale in una
depressione e quindi avente a che fare con una sorgente o la presenza di acqua.

Interessante anche il fatto che alla Gadir fenicia in Spagna, si contrapponga la moderna Agadir in
Marocco (che ripropone ancora l'ipotesi dell'aggiunta di un articolo: a-Gadir) sulla costa atlantica,
posta sulla foce del fiume Uadi Sous. Entrambe ci portano lontano dalla Sardegna, ma fanno
sospettare che di regioni e località Gadir(o/ica) fosse pieno il mare dominato dai Fenici e dai
popoli che li precedettero nella loro egemonia.

Alla luce di questo breve elenco, ma già significativo, si possono fare alcune ipotesi:

• il termine Gadiro ha a che fare con il significato di "fortezza";


• con la divinità Gad;
• con la presenza di acque sorgive o termali;
• oppure i tre significati in qualche modo si sono fusi con il passare del tempo.

Se i nomi con radice "gad" si riferiscono alla divinità semitica, probabilmente non furono i Fenici
ad assegnarli, poiché i loro dei maggiori erano altri. La loro divinità protettrice delle acque era la
dea Ishtar o Ashtar, di derivazione Sumerica, adottata anche dagli Ittiti e successivamente dai
Greci come Astarte. Ma se fossero stati loro a costruire le colonie fortificate, si ritornerebbe
all'idea che i Fenici fossero gli unici dominatori dell'Okeanos, il Mediterraneo occidentale.
Trovo molto più significativo il fatto che il termine "gad" sia associato spesso alle sorgenti o
comunque all'acqua dolce. Infatti, per un popolo di navigatori, sarebbe stato più importante avere
delle località di approdo dove trovare acqua dolce, piuttosto che il tempio di Gad.

In questo senso la Gadirica potrebbe essere stata una regione con intense attività sorgive, forse
termali. Ma ad assegnare i nomi con radice "gad" potrebbero essere stati popoli antecedenti i
Fenici, come per esempio i temibili "popoli del mare" che infestarono il Mediterraneo tra il 1700
a.C. e il 1200 a.C. Purtroppo di loro non si conosce molto, per cui rimane un'ipotesi senza prove.
Ma in tal caso avremmo avuto tutto il tempo necessario per far confondere e riunire i vari significati
riscontrati nel termine Gadiro: gli insediamenti erano creati la dove c'era disponibilità di acqua
potabile presso sorgenti e fiumi; i colonizzatori costruivano ivi il tempio dedicato alla loro divinità
preferita non distante delle sorgenti; i templi erano probabilmente le costruzioni più importanti e
robuste, tanto che con il passar del tempo vennero occasionalmente impiegati come fortificazioni
per difendersi dagli assedi nemici, così la "casa di Gad" finì con il significare anche "fortezza".
Probabilmente il culto alla fine scomparve, soppiantato da nuovi dei, ma il significato di "fortezza"
rimase ad indicare l'insediamento murato.

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Non è da escludere che la divinità Gad sia nata, in questi periodi non documentati, come
protettrice delle sorgenti. Allora potremmo avere un collegamento fra i termini sorgente e fortuna:
le due cose potrebbero non autoescludersi, visto che trovare una sorgente poteva essere per quei
popoli un evento fortunato.
Tesi che potrebbe essere tutt'altro che strampalata, una prova potrebbe giungere dalle rovine del
tempio della Fortuna Primigenia di Palestrina (Lazio). Tale divinità pare avesse questo appellativo
poiché già molto antica all'epoca della costruzione del santuario. È sintomatico il fatto che siano
state trovate tombe con suppellettili Sumere nelle necropoli vicine al tempio. Il santuario era
realizzato secondo il sistema a terrazzamenti adottato per le prime costruzioni dei Latini, quindi
tipicamente italico. Ma le terrazze, le rampe e le scalinate erano percorse da ruscelli, pozzi e
cascatelle artificiali che fanno presumere come la presenza e l'insistenza di acqua nel santuario
non fosse un elemento decorativo, ma piuttosto un elemento appartenente al culto stesso della
dea. Potrebbe non essere sbagliato quindi assegnare alla dea fortuna anche la protezione delle
fonti.
Il culto, persosi in altri luoghi del Mediterraneo, potrebbe essere rimasto nel Lazio antico per la
conservazione di tradizioni molto più tarde, o perché in tale località vi era una colonia di popoli
provenienti da fuori (Sumeri?).

Va comunque anche valutata un'altra possibilità sulla radice "gad": secondo un autore (Rosario
Vieni), in realtà la parola "Gadirica" non sarebbe affatto in lingua del luogo come afferma Platone,
ma sarebbe un termine in greco arcaico (dorico) che suonava come "Gadeiron" e dal significato
simile a "catena di isole/terre rocciose". In questo caso non ci sarebbe nessun riferimento alle
sorgenti ed alle divinità, ma piuttosto ad una conformazione della costa.

Il termine con cui viene indicata questa regione in greco, Eumelo (Eumelon), pare significhi invece
"ricchezza/moltitudine di pecore" e quindi sembra rimandarci ad una caratteristica della fauna
locale. La città di Cadice non pare avere nella sua storia un ricordo particolarmente importante di
un tale allevamento, ma visto che è posizionata sulla costa andalusa, una terra con una
vegetazione non particolarmente beneficiata dalle precipitazioni, potrebbe essere stata in passato
sede di notevoli allevamenti di pecore. Infatti questo animale si adatta meglio dei bovini ai suoli
difficili. Ma questo è vero anche la costa sud della Sicilia e la costa nord dell'Africa.

Esiste un'altra possibilità riguardo al termine Eumelo. Infatti Eumelo Falevo, secondo una
leggenda (ed un'iscrizione nella chiesa di S. Eligio a Napoli), fu importante condottiero dell'isola di
Eubea, re di Fera in Tessaglia (a nord dell'isola), padre di Partenope e fondatore dell'omonima
colonia greca in Campania, attualmente incorporata nel territorio di Napoli. In realtà gli storici
fanno risalire la fondazione di Partenope al VII sec. a.C. per opera di coloni greci della vicina
Cuma. Cuma a sua volta fu fondata dai greci provenienti da Calcide capoluogo dell'isola di Eubea
nell'VIII sec. a.C. Ma è significativo il fatto che proprio questa città, nel VII sec. a.C., alleata con
Corinto e Samo, fosse in guerra contro Eretria, Mileto, Egina e Megara. Quando una polis greca
era sottoposta a una certa pressione demografica, o quando si era in un periodo di povertà e
carestia era abitudine dei giovani principi abbandonare la città d'origine e andare a fondare una
nuova colonia con il proprio clan al seguito. Eumelo potrebbe essere quindi uno di questi antichi
principi greci che abbandonò la sua città natale (o ospitante) Calcide, in un periodo di carestia e
guerre, per fondare una nuova colonia in Campania. Probabilmente non giunse sulle coste italiane
a caso, ma ben conoscendo la rotta seguita dai colonizzatori di Cuma un secolo prima. Secondo
la leggenda la città assunse il nome di Partenope, in onore di sua figlia che a seguito di una pena
d'amore si suicidò giunta in Campania. Quindi, ricapitolando e miscelando leggenda e storia si
potrebbe avere la seguente sequenza temporale della fondazione di Napoli:

• VIII sec. a.C. fondazione di Cuma ad opera di cittadini di Calcide dall'isola Eubea;
• VII sec. a.C. fondazione di Partenope ad opera del condottiero Eumelo proveniente da
Eubea in un periodo sfavorevole per questa terra, con l'aiuto determinante dei Cumani;
• V sec. a.C. fondazione dell'insediamento denominato Neapolis.

Solone e il vecchio sacerdote di Sais potrebbero aver conservato ricordi relativamente freschi degli
avvenimenti legati ad Eumelo e nominare la zona di influenza di questo sovrano con lo stesso

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nome, invece di quello della città di Partenope. Inoltre la costa partenopea era ed è tuttora,
interessata da fenomeni di tipo termale e vulcanico, e questo aspetto sembrerebbe confermare e
dare maggior risalto a uno dei possibili significati di Gadiro/Gadirica. In questo caso, comunque si
renderebbe ancor più evidente l'ignoranza dei Greci e degli abitanti del Mediterraneo orientale al
riguardo della geografia delle sponde occidentali di tale mare. Infatti se si da credito a tale ipotesi,
Solone e il vecchio sacerdote egizio per prima cosa non avrebbero scorto la differenza tra le coste
della Campania e quelle della Sicilia nord-occidentali prossime alle colonne d'Ercole arcaiche
(attuale Canale di Sicilia); per seconda cosa la confusione tra attuale oceano Atlantico e
Mediterraneo occidentale si deve far risalire ad un'epoca quasi contemporanea a Solone e il suo
interlocutore egizio. Ed in effetti queste sono argomentazioni che rendono l'ipotesi al riguardo di
Eumelo Falevo alquanto fumosa benché affascinante.

I Greci, avversari degli Atlantidei (Crizia e Timeo)


La terra attorno ad Atene novemila anni prima di Platone produceva frutti in quantità oltre che in
qualità. Il clima di questa regione era diverso.
Platone così spiega il motivo per cui la terra di allora era più fertile:

"La parte di terra che in questi anni e in tanti accidenti si è staccata dalle alture non accumulava
sedimenti di terra di una certa consistenza, come in altri luoghi e, scivolando giù in un processo
continuo tutt'intorno, scompariva nella profondità del mare; dunque, come avviene nelle piccole
isole, a confronto con ciò che c'era a quel tempo, le parti che oggi restano sono come ossa di un
corpo che è stato colpito da una malattia, perché la terra intorno, ciò che di essa era grasso e
molle, è scivolata via, ed è rimasto soltanto, della regione, l'esile corpo".

Quindi aggiunge, sulla conformazione del suolo di 11.500 anni fa:

"A quel tempo invece, quando era integra, aveva per monti colline elevate e ricche di terra grassa,
le pianure oggi dette di Felleo, e sui monti aveva vasti boschi, dei quali sussistono testimonianze
visibili ancora oggi."

Il clima della Grecia di 11.500 anni fa era molto più umido, infatti Platone afferma che:

"Inoltre ogni anno godeva dell'acqua che veniva da Zeus, e non la perdeva, come avviene ai nostri
giorni, quando scompare defluendo via dalla terra spoglia fino al mare; poiché ne aveva in
abbondanza la accoglieva nel suo seno, la teneva in serbo nella terra argillosa e impermeabile,
lasciando poi cadere l'acqua dall'alto dalle alture fino alle cavità, offriva dappertutto abbondante
flusso di sorgenti e di fiumi, e i santuari che ancora oggi rimangono presso le sorgenti che
esistevano un tempo sono una testimonianza del fatto che i racconti odierni su di essa
corrispondono a verità."
La terra "era tenuta in bell'ordine, da veri agricoltori, che facevano proprio questo mestiere, amanti
del bello e dotati di buone qualità, disponevano di terra eccellente, acqua in notevole abbondanza
e, su quella terra, godevano di stagioni decisamente temperate".

La stessa città di Atene dovette subire danni ingenti nell'epoca dell'immane disastro planetario, se
Platone ricorda che:

"La parte dell'acropoli non era allora come è oggi. Ci fu infatti una sola notte di pioggia, in cui
piovve più di quanto la terra potesse sopportare, che l'ha liquefatta tutt'intorno e resa oggi
terribilmente spoglia, e nello stesso tempo vi furono terremoti e una straordinaria alluvione, la
terza prima della catastrofe di Deucalione" (il Noè greco).

Per quanto riguarda la potenza dei Greci arcaici, il vecchio sacerdote di Sais afferma:

"Prima dell'immane rovina causata dalle acque, la città degli Ateniesi era la migliore in guerra e,
soprattutto, sotto ogni punto di vista, era governata da ottime leggi: ad essa si attribuiscono le
imprese più belle e le costituzioni migliori fra quelle di cui noi abbiamo accolto la tradizione sotto
il cielo".

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Parole che furono certamente di grande consolazione per i contemporanei di Platone a cui
evidentemente doveva anche vendere un prodotto con tecniche che oggi chiameremo di marketing.

La fine di Atlantide (Timeo)


La fine di Atlantide potrebbe anche essere la fine di varie civiltà appartenenti ad ere diverse e
distrutte da disastri ciclici, o quella di varie civiltà contemporaneamente esistite sulla superficie del
globo terrestre all'epoca del Diluvio. Le parole del vecchio sacerdote egizio si prestano a molte
interpretazioni e comunque prove di cataclismi nel Mediterraneo se ne hanno anche in epoca
storica, anche se ancora poco documentate. Il vecchio sacerdote di Sais riferisce:

"Molte sono e in molti modi sono avvenute e avverranno le perdite degli uomini, le più grandi per
mezzo del fuoco e dell'acqua, per moltissime altre ragioni altre minori. Quella storia che presso di
voi si racconta, vale a dire che un giorno Fetonte, figlio del Sole, dopo aver aggiogato il carro del
padre, poiché non era capace di guidarlo lungo la strada del padre, incendiò tutto quel che c'era
sulla terra, e lui stesso fu ucciso colpito da un fulmine, viene raccontata sotto forma di mito, ma
in realtà si tratta della deviazione dei corpi celesti che girano intorno alla terra e che determina in
lunghi intervalli di tempo la distruzione, mediante una grande quantità di fuoco, di tutto ciò che è
sulla terra."

La prima frase sembra far presagire una serie di grandi disastri storici, ma quello riferito ad
Atlantide potrebbe essere legato indissolubilmente alla caduta del corpo celeste detto "Fetonte". Il
mito di Fetonte è ripreso anche in quello degli Argonauti che attraversando la zona in cui giaceva il
suo corpo furono investiti dall'olezzo delle carni in putrefazione. Questa particola di mitologia mi
porta a considerare l'etimologia delle parole italiane "fetido", "fetente", "fetore" ecc.
Si tratta di parole derivanti dal latino che indicano appunto di qualcosa che puzza, e "Fetonte", ma
più in particolare gli effetti della sua caduta, dovettero odorare maledettamente per diversi secoli,
se rimasero a marcire sotto le coste ettari ed ettari di organismi viventi vegetali ed animali a
seguito dell'aumento del livello marino di 130-200 m. Tale parole potrebbe essere nata dal ricordo
degli eventi poco piacevoli subiti dai sopravvissuti all'inondazione?

Il mito di Fetonte può essere inteso in vari modi, ma il fatto che ci si riferisca ad un meteorite è
abbastanza evidente, è lo stesso Platone a chiarircelo. Però possiamo interpretare quest'evento
citato nel Timeo in modi diversi:

• un mito nato dall'osservazione della caduta di meteoriti nella notte dei tempi che non ha
nulla a che fare con il Diluvio che distrusse Atlantide;
• oppure come il racconto della caduta di un grande corpo celeste che devastò la Terra
sollevando enormi maree, forse facendo sciogliere i ghiacci perenni con innalzamento del
livello marino, l'estinzione di alcune specie (vedere più avanti i Mammut) e probabilmente
provocò anche un riposizionamento dell'asse terrestre. In questo caso però parlare di
catastrofi cicliche non ha molto senso, poiché questo corpo avendo impattato per "puro
caso" con la Terra, non sarebbe più un pericolo in avvenire.
• oppure il mito di Fetonte nasconde un avvenimento ciclico come quello del passaggio
delle comete, cioè l'attraversamento della Terra di uno sciame meteorico a periodi
regolari. Quindi sulla Terra sarebbero caduti più meteoriti, come del resto si afferma nel
Timeo, che descrive un disastro "che determina in lunghi intervalli di tempo la distruzione,
mediante una grande quantità di fuoco". Secondo uno studio molto recente il numero di
comete non ancora identificate nel sistema solare sarebbero addirittura 400 volte quelle
conosciute.

Alcuni considerano possibile anche l'eventualità che il sistema solare sia stato investito dai residui
dell'esplosione di una supernova. Le supernova storicamente avvistate ed accertate in questo
secolo (poiché possono trasformarsi in stelle di neutroni, pulsar o buchi neri) si trovavano a
distanze siderali considerevoli (minima di 3000 anni luce per la supernova del 1006 d.C.) tali da
rendere impossibile la contemporaneità dell'avvistamento e la caduta di meteoriti provenienti da
queste.

ATLANTIDE IN SARDEGNA - Diego Silvio Novo


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Le meteoriti non possono raggiungere la velocità della luce (300.000 Km/sec), le più veloci
raggiungono l'atmosfera terrestre ad una velocità dell'ordine dei 70 Km/sec. (252.000 Km/h!). Per
fare un paragone, se esplodesse una supernova alla distanza di Proxima Centauri (la stella a noi
più vicina, 4,3 anni luce), mentre l'evento verrebbe registrato dopo 4 anni dagli osservatori, un suo
frammento raggiungerebbe la Terra in 18.500 anni circa.
La supernova Keplero recentemente studiata ed esplosa circa 400 anni fa, ha attualmente formato
una nube di gas e polveri con un diametro di 14 anni luce (132.000 miliardi di Km circa), il che
equivale a dire che tale materia ha viaggiato ad una velocità media di 37,8 milioni di Km/h! In tal
caso i residui di una supernova esplosa alla distanza di Proxima Centauri ci raggiungerebbero in
122 anni! Ma a quella velocità probabilmente il sistema solare verrebbe spazzato via e noi non
potremmo oggi fare ipotesi sulla scomparsa di Atlantide.

La prova della eventuale caduta di uno sciame meteorico, a mio avviso, andrebbe più facilmente
cercata in cielo che sulla Terra. Per esempio osservando i crateri lunari e quelli marziani potrebbe
essere possibile stabilire se in certe epoche c'è stato o meno un aumento del numero di impatti
significativi, poiché questi astri privi o quasi di atmosfera e acqua non sono in grado di nascondere
i segni del tempo.
Purtroppo non pare semplice reperire un catalogo astronomico con la suddivisione dei crateri
lunari e marziani in base alla loro età. Tale carenza credo sia imputabile anche ad una mancanza
di studi in questo campo.

Se "Fetonte" è stato la causa prima degli eventi che portarono alla distruzione di Atlantide, la
conseguenza della sua caduta fu una serie di disastri naturali: "Dopo che in seguito, però,
avvennero terribili terremoti e diluvi, trascorsi un solo giorno e una sola notte tremendi, tutto il
vostro esercito sprofondò insieme nella terra - dice il vecchio sacerdote riferendosi agli Ateniesi - e
allo stesso modo l'isola di Atlantide scomparve sprofondando nel mare".

Quindi l'isola sarebbe sprofondata. Anche questo passo, considerando che in epoca glaciale il
livello marino era più basso, potrebbe essere interpretato in modo diverso. Quindi non l'isola, ma il
mare si sarebbe potuto elevare, ma con un'onda molto alta che avrebbe raggiunto un'altezza ben
maggiore dell'isola stessa. Il mare sarebbe poi ritornato nel suo bacino naturale, strappando
durante il ritiro delle acque brandelli di territorio fertile, come del resto riferisce Platone per quanto
riguarda Atene arcaica.
Il mare si ritirò come riferito dai miti del Diluvio diffusi in molte civiltà, ma non allo stesso livello
precedente, lasciando gran parte della terra pianeggiante in prossimità delle coste sommersa e
distruggendo una civiltà sì evoluta, ma concentrata unicamente nella fascia costiera pianeggiante
dei mari.
Il disastro, come appare dal testo platoniano, lasciò il mare di Atlantide impraticabile per molto
tempo. Ancora al tempo del sacerdote egizio di Sais, si credeva che "perciò anche adesso quella
parte di mare è impraticabile e inesplorata, poiché lo impedisce l'enorme deposito di fango che vi
è sul fondo formato dall'isola quando si adagiò sul fondale".
La melma di Fetonte che doveva rendere grandi tratti delle nuove coste assai "fetidi"...

Quanto potrebbe essere stata grande l'ondata che sommerse l'isola di Atlantide?
Se rimaniamo in Sardegna possiamo trovare la prova di un immenso maremoto avvenuto nel 1200
a.C. provocato da un sisma che potrebbe essere conseguenza di un'esplosione vulcanica
sottomarina nel Tirreno (Monti Vavilov o Marsili?). Tale maremoto avrebbe provocato l'inondazione
dell'intero Campidano (la pianura meridionale sarda) e i segni di tale evento sono riscontrabili sulle
rovine dei nuraghi in gran parte crollati verso sud-est, provocando forse la scomparsa della loro
civiltà (vedere il capitolo "Una possibile ricostruzione storica").
In particolare il complesso dei nuraghi di Barumini è stato praticamente coperto da detriti
alluvionali, della torre più alta di 20 m almeno 7 erano interrati. Inoltre dal ritrovamento di arnesi per
lo scavo, dalla successiva fasciatura delle murature e rifacimento in altra posizione dell'ingresso a
una quota di 7 metri rispetto al precedente se ne deduce che tale complesso dovette essere
restaurato, ma non raggiunse più l'imponenza dell'epoca precedente l'inondazione.

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Ora, se consideriamo che Barumini si trova a circa 60 Km dalla costa est e ad una quota di circa
200 m s.l.m. l'onda che l'investì dovette avere dimensioni veramente bibliche. Qualcuno sospetta
che il ricordo di tale distruzione permanga del Timeo sotto forma di mito a cui sono state aggiunte
invenzioni mirabolanti, come colossali città circolari, che invece erano dei nuraghi, e pianure
immense che invece era il Campidano, e flotte invincibili, che invece erano gli eserciti di popoli del
Mediterraneo vissuti in epoche storiche.

Ma se invece questo disastro di Barumini fosse uno dei tanti "secondari" avvenuti nel
Mediterraneo, magari in qualche modo collegato o quasi contemporaneo a quello di Santorini, ma
comunque non quello legato alla caduta di "Fetente", allora dobbiamo immaginare nel 9.500 a.C.
circa una catastrofe ancora più incredibile, dove un'onda di 200 metri d'altezza al paragone non è
che uno schizzo in una tinozza.
Per avere un'idea delle dimensioni dell'inondazione che sommerse Atlantide ci si può affidare alla
mitologia del Diluvio, prendendo ad esempio i racconti dell'area mediterranea:

• il Noè della Bibbia si arenò con l'arca sul monte Ararat, la cui quota attuale è di 5.165 m
s.l.m.
• il Deucalione greco si areno sul monte Parnaso in Grecia la cui quota è di 2.450 m s.l.m.
ma che non era completamente ricoperto dalle acque.
• Nella saga di Ghilgames, l'immortale mesopotamico Ut-napishtim non viene detto su
quale monte si arena, ma le catene montuose attorno al Tigri e all'Eufrate raggiungono i
4.000 m s.l.m.

In ogni caso un innalzamento dei mari di proporzioni medie così gigantesche potrebbe
sommergere qualsiasi montagna sia della Sardegna che della Corsica. La dimensione dell'onda
che potrebbe aver investito la terra ferma, dipende dalla distanza a cui si trovava dal luogo di
impatto della meteorite (se ne è la causa prima, più avanti avanzerò un'altra teoria) e dalla
conformazione dei continenti che possono averla rallentata, per cui potrebbe essere stata diversa
da località a località. Un'onda del genere avrebbe una forza di pressione enorme, sotto 2000 m
d'acqua c'è una pressione pari a 200 Kg per cm2 a cui deve sommarsi la pressione generata dalla
corrente che spingeva l'onda da una terra all'altra. Per avere un'idea di questa velocità, possiamo
riferirci al mito della terra di Lyonesse, dove l'eroe che si salvò dall'inondazione sfuggendo all'onda,
corse via su un cavallo bianco al galoppo. Un cavallo può raggiungere la velocità di 70 Km/h e più.
Praticamente un'onda del genere avrebbe schiacciato qualsiasi manufatto umano, anche quelli più
resistenti in pietra.

Ma tale onda di marea potrebbe anche essere stata provocata da un movimento improvviso della
Terra che modificava brutalmente l'assetto del suo asse di rotazione, più che dallo scioglimento
istantaneo dei ghiacci polari o dalla caduta in mare di "Fetonte". Forse la Terra sobbalzò a causa
dell'impatto con grandi meteoriti, spostandosi sul suo asse. Ma alcuni di questi avrebbero potuto
anche colpire le calotte polari facendo volatilizzare enormi quantità di ghiaccio che sarebbero
ricadute come pioggia successivamente e per diversi giorni, senza peraltro essere responsabili
diretti della formazione di onde alte migliaia di metri.
Se un pianeta è brutalmente scosso da un evento esterno può succedere, soprattutto se tale
movimento è brusco, che le parti liquide ed aere ruotino sulla sua superficie con velocità diverse
dalla parte rocciosa. Per esempio questo fenomeno avviene normalmente in certe situazioni anche
non in presenza di eventi catastrofici: le nubi esterne di Venere ruotano attorno al pianeta in pochi
giorni (3,9), ma il pianeta roccioso ruota su se stesso in circa otto mesi terrestri. Non si deve
nemmeno dimenticare che gli strati esterni della Terra (Mantello e Crosta), "galleggiano" su un
nucleo liquido di metallo fuso. La Terra è un meccanismo delicato che ruota su un perno
sottilissimo… probabilmente è sufficiente un "piccolo colpetto" per generare enormi cataclismi.
Credo quindi che il Diluvio si possa attribuire più verosimilmente a gigantesche ondate di marea
generate da un cambio di direzione e velocità di rotazione del pianeta. Per quanto possa esser
piovuto, sulla Terra non c'è una riserva idrica sufficiente per far raggiungere agli oceani la quota del
monte Ararat.

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Si potrebbe quindi ipotizzare che i bacini del mare fossero stati sbatacchiati dall'impatto con
"Fetonte" (inteso come un generico agente disturbante esterno), e le masse d'acqua degli oceani
fossero sobbalzate sulle terre emerse, per poi ritornare più o meno nella loro posizione
precedente. L'impatto potrebbe aver modificato l'inclinazione dell'asse terrestre e forse anche la
velocità di rotazione della Terra sulla sua orbita e su se stessa. Se le regioni polari vennero
spostate brutalmente più a sud (vedere simulazione nel capitolo "Età dell'Oro"), le masse d'acqua
dell'oceano potrebbero essere balzate velocemente verso nord: questo spiegherebbe perché certe
terre vennero colpite dal Diluvio e altre no. Infatti in questo caso:

• l'Oceano Atlantico avrebbe invaso con un'alluvione alla velocità di un "cavallo al galoppo"
le terre a sud della Gran Bretagna (terra di Lyonesse e isole Scilly sulla piattaforma
continentale); Per capire a quale velocità potrebbero essere avanzate le acque basti
pensare che un punto del globo posto all'equatore ruota attorno all'asse terrestre alla
velocità di 1667 Km/h circa, mentre uno al 45° parallelo ruota a 1170 Km/h circa. Se
immaginiamo che un corpo meteorico abbia colpito il globo in direzione sud-est
producendo uno spostamento da 3000 a 6000 Km in "un solo giorno e una sola notte
tremendi" (quindi in 24 h) , significa che un punto preso lungo tale direttrice si è spostato
alla velocità tra 125 e 250 Km/h verso sud-est; se ciò avvenne, in altri punti della Terra
questa velocità fu inferiore ma comunque potrebbe essersi generata una notevole
differenza tra la velocità di spostamento dei fondali marini e quella delle masse d'acqua
sovrastanti, tale da formare una gigantesca onda di marea in direzione opposta.
• Sia l'isola Sardo-corsa che l'Atena arcaica sarebbero state battute e sconvolte dalle
acque del Mediterraneo;
• Anche il Mar Nero sarebbe stato invaso rapidamente da un'onda di marea giunta dal
Mediterraneo, facendo scomparire i villaggi costruiti lungo le valli che vi si affacciavano, e
solo recentemente riscoperti sotto 90 m d'acqua;
• Il Diluvio non avrebbe risparmiato nemmeno la Mesopotamia dei Sumeri o loro
predecessori, in quanto questa terra piana si affaccia a sud sull'Oceano Indiano;
• L'Egitto, e in generale la costa nord dell'Africa, avrebbero visto dapprima le acque ritirarsi
verso nord. Invece del Diluvio avrebbero subito in seguito un'onda di ritorno quando le
acque fossero ritornate nel loro bacino naturale. Ma probabilmente l'Egitto, in linea di
massima, sarebbe stato risparmiato dal Diluvio come sostenuto dal vecchio sacerdote di
Sais, non avendo grandi mari a sud (solo il mar Rosso a est, che probabilmente doveva
anche essere molto più corto dell'attuale).

A questo proposito, trovo illuminante una leggenda Cinese riferita al mostro Kung Kung, da non
confondere con il gorilla gigante della moderna arte cinematografica. Questo mostro cinese pare
molto più simile al carro di "Fetonte" che precipita:

"In tempi remoti Kung Kung lottò con Chuan Hsu per l'Impero.
Incollerito, egli percosse la Montagna che non ruota,
i pilastri del cielo si ruppero, i legami con la Terra si spezzarono,
il cielo si inclinò a nord-ovest;
così il sole, la luna, le stelle e i pianeti si spostarono,
e la terra si svuotò a sud-est."

Tentare di dare un significato coerente alla mitologia antica è sempre difficile. Esistono molti altri
racconti di diluvi e distruzioni cosmiche in ogni antica civiltà spesso nascosti in racconti di lotte
tra dei, ma in questo caso la traduzione del mito di Kung Kung mi è parsa così esplicita da non
aver necessità di stravaganti spiegazioni:

In pratica il "mostro" percosse una montagna (la Terra che non ruota, infatti era il cielo che ruotava
per gli osservatori antichi), provocò una crisi tra i legami di cielo e terra (tra cui il principale è l'asse
di rotazione, in altre mitologie definito come "albero della vita", mentre i pilastri del cielo sono
spesso da intendersi come cloruri equinoziali), la terra spostandosi verso sud-est fece muovere il
cielo verso nord-ovest. Di conseguenza, la terra a sud-est si svuotò, cioè o fu bombardata dal

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"mostro", o i mari balzarono a nord-ovest. Se questo mito riflette qualcosa di reale, ci informa
anche della direzione di caduta di "Fetonte" che era all'incirca verso sud-est.

Ipotesi della Terra prima del Diluvio e spostamento delle terre emerse provocato dalla
caduta di Fetonte
www.edicolaweb.net/atla08_g.htm

Ma dove potrebbe aver impattato "Fetonte"?


La superficie terrestre non presenta oggi dei segni evidenti di un impatto così catastrofico avvenuto
11.500 anni fa. Questo non esclude che un corpo celeste abbastanza grande da influenzare
l'orbita terrestre possa essere passato molto vicino al nostro pianeta e aver provocato un
improvviso cambiamento di inclinazione del suo asse. "Fetonte" potrebbe essere un corpo celeste
del sistema solare con un'orbita molto irregolare che ad intervalli di tempo lunghissimi (vari
millenni), transita nelle vicinanze della Terra, interferendo con l'orbita del nostro pianeta e
provocando eventi distruttivi di varia natura. Questo corpo, potrebbe essere il mesopotamico
"Nibiru", il decimo pianeta. Potrebbe anche essere accompagnato nella sua orbita da uno sciame
di meteore, alcune delle quali sarebbero cadute prima o durante il Diluvio, come ci viene
tramandato dal vecchio sacerdote di Sais. Inoltre non sempre i meteoriti lasciano al suolo dei
segni duraturi nel tempo del loro impatto. Per esempio il corpo celeste che cadde in Siberia nella
Tunguska nel 1908 esplose in atmosfera provocando l'abbattimento degli alberi della sottostante
foresta per 2000 Km2, ma lasciò al suolo solo pochi e piccoli crateri provocati dai frantumi della
meteora. Se poi "Fetonte" fosse caduto sui ghiacci della calotta polare o nell'oceano,
probabilmente non avrebbe lasciato nessun segno sulla crosta terrestre. Più oltre continuerò
comunque, per semplicità, a parlare di caduta di "Fetonte" riferendomi in generale ad un evento
cosmico catastrofico non meglio identificato, benché le ipotesi su questo oggetto possono essere
varie.

Nel Timeo non si parla di esplosioni vulcaniche che invece potrebbero avvalorare la tesi dello
sprofondamento effettivo dell'isola. Un'isola vulcanica può effettivamente sprofondare in un giorno e
una notte, ma se l'isola è grande quanto la "Libia e l'Asia messe assieme" è molto difficile credere
che ciò possa essere avvenuto a causa dell'azione vulcanica o dell'erosione di una grande onda di
marea.
Il vecchio sacerdote prosegue affermando che a proposito dell'Egitto:

"In questa regione né in quel tempo né mai l'acqua scorre dalle alture ai campi arati, ma, al
contrario, scaturisce per natura tutta dalla terra. Di qui e per queste ragioni si dice che siano state
conservate le più antiche tradizioni, ma in realtà in tutti i luoghi in cui il freddo eccessivo o il calore
soffocante non lo impedisca, sempre esiste, ora di più ora di meno, la stirpe degli uomini. E tutte
quante le cose che sono accadute presso di voi o qui o in altro luogo di cui abbiamo sentito
notizia, se ve ne sia qualcuna che sia onorevole, o grande, o che si sia distinta per qualche altra
ragione, sono state scritte qui nei templi e vengono conservate".

A parte la strana idea che in Egitto le acque non scendano dai monti (forse dovuta al fatto che in
passato esistevano molte più regioni paludose e lagunari in zone ora desertiche), dal resto si
deduce che gli egizi non furono toccati o quasi dalla catastrofe. Forse vi furono conservate le più
antiche tradizioni, in quanto l'Egitto fu una delle regioni dove si rifugiarono i primi superstiti.

In effetti Erodoto nelle sue storie afferma che il primo re dell'Egitto fu "Mina", e a quell'epoca il
territorio percorso dal Nilo era completamente paludoso. Inoltre afferma che:

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"Dall'epoca del primo re fino a questo sacerdote di Efesto, ultimo regnante, si erano avvicendate
341 generazioni umane e che in tale lungo arco di tempo altrettanti erano stati i sommi sacerdoti
e i re. Ora, siccome tre generazioni compongono un secolo, 300 corrispondono a 10.000 anni; le
41 restanti (oltre le 300), corrispondono a 1340 anni;"

quindi all'epoca di Erodoto (485-425 a.C.) l'Egitto era già vecchio di 11.340 anni! Ciò vorrebbe dire
che la civiltà dell'antico Egitto risalirebbe al 13.500 a.C. circa, ben oltre il 4.000 a.C. oggi
accettato dall'archeologia, ma è una data che ci avvicina a quella del probabile disastro del Diluvio.
Se la civiltà atlantidea scomparve intorno al 9.500 a.C. si può ritenere che gli egizi assistettero a
tale evento e accolsero anche dei superstiti. Se invece i sacerdoti egizi che parlarono con Erodoto
furono un po' larghi di manica nel computo del tempo, allora potremmo pensare ad una continuità
tra civiltà atlantidea ed egiziana.
Ma non voglio approfittare del mistero emanato dall'antico Egitto con i suoi rituali e monumenti per
rendere più affascinante l'argomento come viene fatto molto spesso. In effetti, se proprio si
dovesse cercare una civiltà antica in continuità con quella atlantidea, forse sarebbe meglio
rivolgere l'attenzione ai Sumeri, che fra l'altro hanno tramandato il ricordo del Diluvio.

Poi il vecchio sacerdote di Sais nel testo platoniano avverte della ciclicità di questi cataclismi:

"Ma non appena presso di voi e presso altri popoli viene inventato l'uso della scrittura e di tutto ciò
che serve per la città, ecco che di nuovo, nel solito spazio di anni, come una malattia giunge il
terribile diluvio dal cielo…"

Tale affermazione sembra confermare quanto, secondo alcuni autori catastrofisti, scaturisce da
miti e scritture sacre, secondo cui il conteggio delle ere precessionali serviva a calcolare ed
avvertire gli uomini del futuro dell'arrivo della nuova catastrofe.

Per il vecchio sacerdote egizio i Greci di Solone erano una civiltà troppo giovane:

"Perché in primo luogo voi ricordate un solo diluvio della terra, mentre in precedenza ve ne sono
stati molti".

Questa affermazione, secondo il mio parere, sembra confermare l'ipotesi moderna di continui
passaggi da climi temperati a climi glaciali avvenuti nel periodo precedente e successivo il 9.000
a.C. con conseguenti disastrose alluvioni, che hanno di fatto impedito alla civiltà umana di
progredire in modo continuo.
A tal proposito ritengo, che seppur la teoria evoluzionistica di Darwin sia giusta e suffragata da
numerose prove in ambito naturalistico, non si possa trasporre in modo perfetto all'evoluzione
umana. Probabilmente la nostra storia non ha seguito una linea evolutiva costante ed ininterrotta.
Infatti se la Terra fu sconvolta da eventi disastrosi ad intervalli ciclici, l'evoluzione delle specie
umana venne spesso interrotta bruscamente e si dovette ricominciare da capo. Del resto questo è
avvenuto molte volte in natura (estinzione dei grandi animali preistorici dai dinosauri ai
mastodonti), non si comprende perché invece non debba essere accaduto lo stesso alla storia
dell'umanità.

I sopravvissuti (Crizia e Timeo)


Dice il vecchio sacerdote egizio che quando giunge il terribile Diluvio:

"Di voi lascia coloro che sono inesperti di lettere e di arti, sicché diventate di nuovo dal principio
come giovani, non sapendo nulla né di ciò che accadde qui, né di ciò che accadde presso di voi,
e che avvenne in tempi antichi."

Per Crizia i sopravvissuti:

"Trovandosi, essi e i loro figli per molte generazioni, sprovvisti dei beni di necessità, rivolgendo la
mente a ciò di cui mancavano, e a questo dedicando inoltre i loro discorsi, non si curavano dei
fatti avvenuti nei tempi precedenti e anticamente. Il racconto e la ricerca degli avvenimenti antichi

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infatti entrano nelle città insieme con il tempo libero, quando si comincia a vedere qualcuno già
rifornito dei beni necessari per vivere, prima no."

Qui Platone parla dei Greci sopravvissuti alla catastrofe del Diluvio che distrusse Atlantide in
termini realistici. Egli ci informa in definitiva che il mondo atlantideo non era tutto civilizzato
uniformemente, ma come del resto avveniva nell'antichità storica, si trattava di una civiltà costiera.
Distrutte ed inondate le coste, rimanevano nell'entroterra solo rozzi ed ignoranti abitanti,
"montanari ed illetterati", e quelli sopravvissuti dovevano innanzi tutto pensare a riempirsi la pancia
per sopravvivere, solo successivamente pensarono di ricostruire la civiltà. Solo dopo millenni,
sembra di capire, ci si preoccupò di recuperare i vecchi racconti e la cultura andata perduta.
Questa situazione è evidenziata soprattutto nel Timeo quando il vecchio sacerdote egizio tacita il
greco Solone che pensava di avere grandi conoscenze storiche:

"Solone, voi Greci siete sempre bambini, e non esiste un Greco vecchio … Siete tutti giovani …
nelle anime: infatti in esse non avete alcuna antica opinione che provenga da una primitiva
tradizione e neppure alcun insegnamento che sia canuto per l'età. … Quando invece gli dèi,
purificando la terra con l'acqua, la sommergono, i bifolchi e i pastori che sono sui monti si
salvano, mentre coloro che abitano nelle vostre città vengono trasportati dai fiumi nel mare. … ma
voi lo ignorate perché i superstiti per molte generazioni morirono muti per non conoscere le
lettere".

Quindi, quando pensiamo ad Atlantide non ci troviamo forse di fronte ad una civiltà super
tecnologica com'è la nostra attuale, ma ad una di tipo antico. Gli abitanti dell'entroterra
rimanevano ignoranti e bifolchi, diversamente dagli abitanti delle zone costiere. Ecco quale
potrebbe essere la ragione dell'oblio e del mistero che hanno sempre circondato i miti di Atlantide
e del Diluvio.

Anche se, ritrovamenti archeologici e tradizioni mitologiche antiche sembrano smentire ciò che
cerca di tramandare Platone, e paiono invece raccontarci della presenza sulla Terra, in un periodo
ante Diluviano, di civiltà dotate addirittura di cognizioni tecniche superiori alle nostre. È il caso del
dissotterramento della città indiana Mohenjo-Daro (dal significato di "luogo della morte") tra le cui
rovine sono state ritrovate tracce di radioattività e di metalli fusi da una potente energia che hanno
fatto addirittura pensare ad una esplosione nucleare. Oppure è il caso del testo mitologico
sanscrito del Vymaanika-Shastra (Scienza dell'Areonautica) che racconta delle tecniche di
pilotaggio delle macchine volanti Vimana. Nel caso poi di certi monoliti in pietra pesanti centinaia
di tonnellate, come per esempio quelli delle fondamenta del tempio di Baalbek, non si comprende
come possano essere stati spostati, visto che sarebbe quasi impossibile farlo anche oggi. Per
non parlare di quelle ceramiche precolombiane che paiono riprodurre modellini di aviogetti moderni
con ali a delta. E l'elenco di stranezze archeologiche potrebbe continuare...
In tutti questi casi ci troveremmo di fronte ad una civiltà completamente stravagante rispetto a
quelle conosciute nei periodi storici documentati: una civiltà con tradizioni antiquate, come per
esempio quelle legate alla lavorazione della pietra, ma dotata di alcune conoscenze avanzatissime
che permettevano loro di realizzare macchine volanti da guerra dotate di ordigni che sarebbero
devastanti ancora oggi. Una civiltà piuttosto difficile da comprendere per noi oggi, una via di mezzo
tra i Flintstone e Star Trek...

Altre localizzazioni
Se si cercasse a tutti i costi di posizionare Atlantide nell'Oceano Atlantico, proprio di fronte allo
stretto di Gibilterra, si dovrebbero superare molte difficoltà tecniche per sostenere la presenza di
terra emersa in quella zona in epoche antiche.
È pur vero che l'arcipelago delle Azzorre e quello delle Canarie potrebbero essere i resti del
continente perduto, ma la teoria della deriva dei continenti non lascia spazio alla presenza di altre
terre. Infatti facendo combaciare le piattaforme continentali di Africa, Europa e Americhe non
rimane un ettaro libero.
Se si presume che Atlantide fosse la parte più elevata della grande catena montuosa chiamata
Dorsale Medio Atlantica, si deve assumere che:

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• o il livello del mare era molto più basso, almeno 1000 m in meno, ma tale eventualità pare
eccessiva;
• o la dorsale in quell'epoca era molto più elevata e si presume fuoriuscisse dall'oceano
formando un grande arcipelago. Non certo un'isola grande quanto la "Libia e l'Asia messe
assieme". Geologicamente non è impossibile, soprattutto in quell'area dominata dal
vulcanesimo, che isole emergano e si inabissino in un giorno e una notte.
• oppure si può immaginare che l'isola fosse il frutto di un evento del tutto fortuito, come
l'abbassamento del livello marino a causa dell'era glaciale (-200 m) e l'innalzamento
contemporaneo della dorsale. In questo caso, l'isola di Atlantide era un non-continente, un
ambiente geologicamente giovane ma anche tremendamente fragile. Le sue pianure erano
sicuramente molto fertili, questo è indubbio, ma i suoi monti dovevano essere pericolosi
vulcani. Se rimaniamo a quanto riporta Platone, la fine di Atlantide può essere imputata
alla caduta del meteorite "Fetonte". Tale evento cosmico avrebbe liberato un'energia
enorme, soprattutto se avvenuto nei pressi dell'isola, ed avrebbe potuto provocare:
• un'impressionante escalation vulcanica che potrebbe aver minato le fragili
fondamenta dell'isola atlantica;
• una gigantesca onda di marea che avrebbe sommerso le coste atlantiche e di
mezzo mondo;
• il sollevamento di una gigantesca nube di vapore che avrebbe provocato
interminabili piogge in tutto il mondo;
• un surriscaldamento improvviso del globo e il conseguente scioglimento dei
ghiacci polari, provocando il passaggio ad un'altra era temperata.

Fondale marino tra penisola Iberica e arcipelago della Azzorre


www.edicolaweb.net/atla09_g.htm

Sarebbe ben più semplice trovare posto ad un'Atlantide caraibica, essendo questo mare molto
spesso poco profondo. Le isole più grandi di questo mare, riunite assieme a causa
dell'abbassamento del livello marino, formerebbero terre emerse più grandi circondate dal Golfo del
Messico. In particolare aumenterebbe di estensione l'isola di Cuba verso sud, per esempio a sud
dell'Avana si avrebbe una pianura di un centinaio di chilometri con l'abbassamento del livello del
mare di 200 m circa. Alcune isole dell'arcipelago delle Bahama formerebbero un'unica grande isola
di 300 x 200 Km. Ma anche la Florida e lo Yucatan raddoppierebbero la loro estensione.
Nel Golfo del Messico esiste già l'impronta di un cratere da impatto, ma questo pare molto più
antico e responsabile della scomparsa dei dinosauri. Ma non si può escludere che un altro evento
disastroso abbia colpito la zona in tempi successivi.
A favore di una possibile collocazione nei Caraibi ci sarebbero le poco chiare origini delle civiltà
precolombiane. Queste paiono nascere con cognizioni astronomiche mature, con capacità
architettoniche ed artistiche notevoli già fin dall'inizio, cioè presumibilmente dall'epoca dei
misteriosi Olmechi le cui origini controverse risalirebbero al primo millennio a.C.
Inoltre non vanno tralasciate le leggende, da quelle sul diluvio a quelle degli Aztechi che facevano
provenire i loro antenati da Aztlan (dal significato di luogo circondato dalle acque). Benché la
datazione delle loro migrazioni non coincidano con il presunto disastro di Atlantide, il loro potrebbe
essere un ricordo atavico tramandato di generazione in generazione.

Se invece si deve dare retta alle leggende degli Incas, che ricordano un mitico eroe di carnagione
chiara e barba rossiccia proveniente da sud, chiamato Quetzalcoatl, allora possiamo rivolgere la
nostra attenzione anche al continente antartico. Quetzalcoatl avrebbe portato la civiltà agli
amerindi insegnando loro l'agricoltura, l'allevamento, l'artigianato e le buone maniere (un po' come
fece Thot con gli egizi).

ATLANTIDE IN SARDEGNA - Diego Silvio Novo


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Anche in Antartide non ci sono problemi a trovare le superfici di suolo indicate da Platone, benché
per immaginarle libere dai ghiacci e abitabili si deve considerare una serie di situazioni
astronomiche diverse dalle attuali.
Infatti si deve ipotizzare, che prima della caduta di "Fetonte", l'asse di rotazione terrestre avesse
un'inclinazione differente, con i poli posizionati a migliaia di chilometri da quelli attuali. Si può
anche immaginare che l'asse di rotazione terrestre non avesse nessuna o quasi nessuna
inclinazione rispetto al piano dell'eclittica.
Se il polo sud fosse stato spostato verso l'India o l'Oceania e il polo nord verso il Canada o
l'Atlantico di una ventina o trentina di gradi, probabilmente la parte di costa antartica prossima alla
Terra del Fuoco, sarebbe stata priva di ghiacci. Sembra infatti che il ghiaccio di quella parte di
continente sia più recente.
Il clima sarebbe potuto essere più temperato in quella regione a causa di qualche corrente simile
a quella del golfo odierna. L'equatore sarebbe passato sull'oceano Atlantico pressappoco
all'altezza dell'attuale Rio de Janeiro, quindi la parte meridionale di questo mare sarebbe stata
molto più calda di oggi.
Il golfo del Messico essendo meno profondo e collocato ad un'altra latitudine, non avrebbe prodotto
una corrente calda in grado di sciogliere i ghiacci che si sarebbero spinti fino a coprire l'intera
Scozia (molto più vicina al polo, latitudine di circa 70° corrispondenti all'attuale Capo Nord
norvegese).
Il mare e l'aria sono dei fluidi influenzati dalle radiazioni solari, per cui al variare di queste
(latitudine diversa) possono variare notevolmente le correnti marine e le perturbazioni.
La Terra di Graham (in Antartide, prossima alla Terra del Fuoco) si sarebbe trovata in una zona
temperata, attorno al 45°-50° parallelo sud, l'attuale polo sud si sarebbe trovato sulla linea del 75°-
80° parallelo sud attuali, cioè al limite dei ghiacci polari odierni. La civiltà antartica sarebbe stata
quindi anche una civiltà atlantica, ma nello stesso tempo avrebbe circumnavigato tutto il globo
dalla sua posizione strategica rivolta su più oceani.
Il clima di tale latitudine sud (45° -50°) sarebbe però stato più mite, solo se si considerasse la
Terra lontana da un'epoca glaciale? Probabilmente no, e lo spiegherò nel prossimo capitolo,
proponendo una simulazione con asse terrestre privo d'inclinazione.
Ritengo superfluo trattare la collocazione di Atlantide nel Pacifico, in quanto far confondere a
Platone Mediterraneo occidentale con Atlantico è una cosa, ma Atlantico con Pacifico mi pare
eccessivo.

Età dell'Oro
Al di la della possibile collocazione di Atlantide in Antardite o altri luoghi, l'asse terrestre avrebbe
potuto avere un'inclinazione diversa comunque, prima della caduta di "Fetonte"; è un'ipotesi che si
concilierebbe anche con la tesi di Atlantide=Sardegna. Questa si può formulare in base ad alcuni
indizi, ed a mia sorpresa, anche per le implicazioni climatico-astronomiche che ne deriverebbero.
Gli indizi non sono prove, ma l'ipotesi appare tutt'altro che remota.
In realtà le ipotesi sono più d'una: la prima prevede solo lo scivolamento dei poli. La seconda
anche la mancanza di inclinazione dell'asse terrestre prima del Diluvio. Se infatti l'asse della Terra
avesse avuto un'inclinazione differente, in modo che fosse nulla o quasi nulla rispetto al piano
dell'eclittica, il mondo non avrebbe conosciuto le stagioni come sono attualmente. In un certo
senso si potrebbe parlare di un'Età dell'Oro essendo il clima così condizionato unicamente dalla
latitudine.

Alle latitudini temperate si sarebbe vissuti in un'eterna primavera, un vero eden, dove la
vegetazione fioriva e fruttificava senza sosta, fornendo il nutrimento a vaste mandrie di animali
selvatici (elefanti, mammut e altri grandi erbivori scomparsi) e quindi anche all'uomo che non
avrebbe avuto problemi di cibo o carestia. Platone infatti, nella descrizione di Atene arcaica, e
della pianura di Atlantide, afferma che il clima era migliore e più adatto all'agricoltura di quello del
suo tempo.
Una umanità del genere, molto più serena di quella successiva al Diluvio alle prese con i rigori
invernali e il caldo estivo, avrebbe potuto coltivare senza problemi le scienze e le tecnologie non
dovendosi preoccupare principalmente del suo sostentamento.
Ma nello stesso tempo, un clima immutabile avrebbe permesso alle tribù distanti dalla civiltà
costiera di prosperare serenamente cacciando i grandi animali delle praterie e raccogliendo i frutti

ATLANTIDE IN SARDEGNA - Diego Silvio Novo


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costantemente prodotti dalla natura. Quindi un'Età dell'Oro non escluderebbe il fiorire di una
grande civiltà costiera e cosmopolita, con il perdurare di sistemi di vita più tradizionali tipici del
neolitico preistorico legati alla caccia e raccolta, in regioni continentali non a contatto con le città
costiere.

A sostegno della differenza del clima nel periodo precedente il 9.500 a.C. ci sono anche i non
ancora risolti dubbi sui ritrovamento dei grandi animali estinti in quest'epoca. Il rappresentante più
illustre è senz'altro il mammut. Questi animali dalla lunga pelliccia (30 cm) parenti dell'elefante
africano ed indiano odierni, vivevano in un clima sicuramente freddo, ma non tanto quanto quello
delle località dove sono stati rinvenuti i primi esemplari.
Proprio trattando del luogo di ritrovamento degli esemplari meglio conservati, la Siberia, c'è subito
da valutare il modo in cui questi animali sono morti, cioè di un congelamento quasi istantaneo.
Alcuni esemplari congelati avevano ancora un boccone di fieno in bocca. Dai resti ritrovati nello
stomaco si è desunto che i bestioni si nutrivano delle stesse erbe presenti oggi in zona, ma per
qualche motivo il clima doveva essere più temperato, altrimenti il territorio non avrebbe sostenuto
mandrie che dovevano essere numerose. Si pensi che nelle sole isole Ljachov nell'oceano Artico,
dove l'omonimo commerciante d'avorio ebbe il permesso dagli Zar di estrarre zanne di mammut, a
tutt'oggi sono stati rinvenuti i resti di circa 20.000 esemplari! I tasti di pianoforte di mezzo mondo
sono in realtà fossili di mammut.
Subito si è pensato che questi animali compissero delle lunghe migrazioni stagionali verso sud
alla ricerca di pascoli migliori. Ma come potevano migrare i mammut che vivevano su un'isola in
mezzo all'oceano? Allora si deve presumere che il livello del mare fosse molto più basso in
quell'epoca, e che le isole fossero solo promontori sul mare. Ma affermare che il livello marino era
più basso vuol dire anche sostenere che all'epoca molta acqua del mare era accumulata ai poli
sotto forma di ghiaccio, ma se ciò è vero allora anche quelle zone erano coperte di ghiaccio…
Quindi cosa ci facevano 20.000 mammut (solo quelli ritrovati) in una regione coperta dai ghiacci
dell'era glaciale se li non potevano sopravvivere? Si erano persi, come le balene di oggi che si
arenano sulle spiagge perdendo la rotta? È chiaro che il caso dei mammut delle isole Ljachov è
sintomatico di una scarsa conoscenza delle condizioni ambientali dell'epoca.
Cercare una giustificazione ai ritrovamenti, è complicato se non si valutano anche profondi
cambiamenti astronomici.
Sarebbe invece molto più semplice pensare che il polo nord, prima del disastro di "Fetonte", fosse
spostato più a occidente e più a sud. Se lo spostiamo a sud di 20-30° circa di latitudine verso il
Canada ed eliminiamo l'inclinazione sull'eclittica, rendendo la differenza stagionale trascurabile,
otteniamo l'allontanamento della Siberia attuale dal circolo polare artico ed inoltre una regione con
una stagione pressoché unica tutto l'anno, dove l'erba sarebbe cresciuta regolarmente e di
continuo e avrebbe fornito il sostentamento dei grossi animali senza imporgli grandi migrazioni.
Ma i resti di mammut e di elefanti non sono stati ritrovati solo in Siberia, ma un po' ovunque in
tutto il mondo. Per esempio in Italia centrale (Lazio), in Francia del sud, in Sicilia, in Sardegna.
Platone ci ricorda che su Atlantide pascolavano grandi mandrie di elefanti, anche per tale motivo si
è sempre pensato che quell'isola dovesse essere vicina all'Africa.
Ebbene, anche in Sardegna sulla costa ovest a S. Giovanni in Sinis sono stati rinvenuti resti di
elefanti di una specie endemica denominata Mammuthus lamarmorae (notizie apprese dagli atti
del convegno "La terra degli elefanti" tenutosi a Roma nel 2001), come già erano stati ritrovati in
Sicilia e altre località italiane.
Ma a parte questa notizia interessante ed inerente la Sardegna, i ritrovamenti di resti di mammut
che più incuriosiscono, sono quelli dei giacimenti messicani. Penso si possano considerare dei
ritrovamento fuori posto, quasi degli OOPArts: cosa ci facevano degli animali in pelliccia in un
clima torrido come quello messicano? Si erano persi anche questi? O dobbiamo ritenere il
mammut un animale adatto a tutti i climi e tutte le stagioni?

Nel caso del Messico, la prima valutazione evidente, è che li il clima dovesse essere più rigido
dell'attuale, all'epoca della scomparsa di quei mastodonti. Attualmente Città del Messico si trova
ad una latitudine nord di circa 20°. Spostando il polo nord, come su detto, la sua posizione
potrebbe essere compresa tra 40° e 50° di Lat. Nord, in una posizione più consona per quegli
animali.

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Inoltre sono significative le modalità di ritrovamento delle ossa di questi animali: si trovano in
grossi giacimenti che all'inizio si riteneva fossero delle specie di "cimiteri degli elefanti" ma che
successivamente si è compreso essere ammassati così da un'alluvione improvvisa. Gli animali
rinvenuti sono di taglia ed età differenti, ed inoltre fra le ossa di mammut si ritrovano anche quelle
di altri animali, probabilmente tutti trascinati assieme dalle acque. Pare che questi animali si
siano estinti a causa di una sciagura improvvisa, esattamente come quelli siberiani furono
congelati quasi all'istante. Tra le ossa di mammut sono state spesso rinvenute quelle di elefanti
preistorici coevi, forse a testimonianza del fatto che il Messico era ad una latitudine di confine fra
l'habitat dei mammut e quello degli elefanti.

Se l'estinzione improvvisa degli animali preistorici potrebbe essere una prova di una sciagura
improvvisa provocata forse dalla caduta di un meteorite che ha sconvolto il clima, i mari e la terra,
un'altra prova indiretta potrebbe essere ricercata nella cultura mitologica antica. Senza voler
entrare nel merito dei vari miti appartenuti a tutte le culture della Terra, un cataclisma del genere
potrebbe spiegare la ragione dell'ossessione quasi maniacale che gli antichi popoli avevano per la
misura del tempo.
Se consideriamo che in un modo a noi ancora ignoto alcuni popoli erano giunti persino ad
individuare il movimento impercettibile della precessione degli equinozi (Von Deched, De
Santillana), e il cambiamento della stella polare nel corso dei millenni, incorporando queste
conoscenze nella mitologia, significa che culture neolitiche (definite primitive dall'archeologia
attuale) dedicarono molto energie nel corso di secoli e secoli ad osservare e catalogare i
movimenti celesti.
La ragione potrebbe essere trovata nella modifica del tempo astronomico terrestre dopo la
sciagura del Diluvio. Se immaginiamo una Terra con un asse di rotazione quasi privo di
inclinazione, allora ci troveremo su un pianeta senza stagioni, e quindi senza riferimenti temporali
legati all'anno, se si eccettua lo spostamento della volta stellata.
In pratica per degli uomini vissuti su un tale pianeta, il passare degli anni sarebbe un avvenimento
secondario rispetto ad altri movimenti astronomici più evidenti come il giorno o come le fasi lunari.
Infatti se l'asse di rotazione è poco inclinato, l'ombra proiettata dagli oggetti illuminati dal sole
varierà di pochissimo durante l'anno e la sua estensione sarà unicamente in relazione con la
latitudine della località. Invece oggi, grazie ad equinozi e solstizi possiamo verificare con
precisione il passaggio delle stagioni e quindi degli anni.

Una civiltà abitante in un mondo senza stagioni, avrebbe dovuto utilizzare un sistema di riferimento
temporale diverso: ad esempio fasi lunari, transiti di pianeti evidenti (Venere) o di stelle di
riferimento riconoscibili (Sirio - Sotis).
Gli ebrei, che sono sempre stati un popolo piuttosto tradizionalista, difesero finché poterono il loro
calendario basato sul mese lunare, benché fosse altamente scomodo e non coincidente con il
solare. Questa loro ossessione potrebbe essere il riflesso di una tradizione così antica da essere
precedente il Diluvio o la caduta di "Fetonte"? Del resto il popolo ebraico discende da Abramo,
che verosimilmente era di origine mesopotamica. Infatti proveniva da Ur dei Caldei. È probabile che
Abramo non provenisse dall'antico popolo sumero, ma bensì da un popolo seminomade immigrato
od invasore della Mesopotamia: gli Amorrei. Comunque la "mitologia" ebraica dovrebbe aver
risentito della cultura sia sumerica che amorrea che erano entrambe molto antiche.
Inoltre nella Bibbia, appaiono in descrizioni di periodi antichi, personaggi come Matusalemme che
vissero centinaia di anni. Viene da pensare che nei tempi arcaici il termine che poi ha assunto il
significato di "anno solare", significasse invece "mese lunare". Si potrebbe supporre che tale
termine sia rimasto immutato nei secoli, poiché il suo significato era quello di "unità temporale
base", ma ad un certo punto fu trasferito per motivi ignoti dal mese all'anno solare. Fra i
personaggi biblici, Abramo sembra essere quello che segna un cambiamento nel conteggio del
tempo, infatti visse per un periodo paragonabile ad 1/5 della media degli anni vissuti dai precedenti
(Noè visse 950 anni). Quindi si potrebbe ipotizzare che il cambiamento nell'uso di unità di misura
temporale sia avvenuto durante la civiltà sumera e non subito dopo la sciagura del Diluvio.

Se gli uomini hanno assistito 11.500 anni fa ad un disastro cosmico che ha modificato il tempo
astronomico, allora non stupisce il fatto di trovare in ogni angolo della terra santuari ed osservatori
monumentali per la misura degli equinozi. Non si tratterebbe soltanto di una questione agricola per

ATLANTIDE IN SARDEGNA - Diego Silvio Novo


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la determinazione del periodo della semina. In effetti parrebbe esagerato costruire un santuario
come Stonehenge solo per seminare frumento, quando da sempre i contadini sanno per
esperienza in quali tempi svolgere le loro attività. Io penso che le motivazioni per sollevare megaliti
di 26 tonnellate siano altre e più profonde.
Se fossimo i sopravvissuti di una catastrofe planetaria che ha modificato il clima ed il
comportamento del sole e degli altri astri, dopo lo shock iniziale, cercheremo in tutti i modi di
capire quello che è successo e di misurare ogni movimento astrale maniacalmente, anche nel
tentativo di capire se il tempo terrestre è ritornato stabile. Ecco che allora la misurazione delle ere
precessionali plurisecolari (2160 anni circa) per ogni segno zodiacale (il ciclo intero dovrebbe
essere di 25.920 anni, ma non è certo) può avere un senso.

Ma c'è anche un altro problema climatico-astronomico da risolvere. Questo capitolo è stato


intitolato "Età dell'oro" e tale definizione per un'era che si presume gelida, pare cozzare con ogni
buon senso. Sembra in effetti che posizionare l'era atlantidea prima del 9.500 a.C. in piena era
glaciale non abbia senso ripensando a quanto ci ha tramandato Platone sul clima migliore di
quell'epoca. Con le conoscenze attuali, quando Platone afferma che in quest'epoca il clima era più
umido e favorevole all'agricoltura, pare prenda un grosso abbaglio. Ma le due cose sono veramente
incompatibili?
A prima vista, pareva anche a me inconciliabile ciò che affermano i geologi con quanto
generalmente riferiscono i miti delle antiche civiltà, che sempre ci ricordano l'esistenza di una
mitica Età dell'Oro. Ma se si fa uno sforzo di ricostruzione della Terra come doveva essere nel
caso dell'asse di rotazione non inclinato, pur con tutte le semplificazioni possibili in questa sede,
si raggiungono risultati inaspettati.
Premetto che la simulazione del clima da me proposta è grossolana, non tenendo conto di
variabili quali le correnti marine che invece sono fondamentali. Basti pensare che l'influenza della
Corrente del Golfo del Messico interessa le regioni scandinave, impedendo per esempio alla
banchisa polare di raggiungere Capo Nord in Norvegia (Lat. 71° nord) anche nel periodo invernale.
Quindi, pur maneggiando i risultati con tutte le cautele possibili, risulta subito evidente che il clima
terrestre di questa simulazione era più stabile. La simulazione proposta prevede di posizionare il
polo Nord tra Groenlandia e Canada, e il polo Sud sulla costa antartica dell'Oceano Indiano. La
posizione, come già detto, è stata scelta per dare un habitat uniforme ai mammut che vivevano in
diverse parti del mondo. Potrebbe essere una posizione errata, ma non di molto, infatti è stata
scelta anche cercando di andare incontro ai poli nord e sud magnetici, la cui posizione attuale
potrebbe essere un ricordo che la Terra ha conservato della posizione originaria dei poli nord e sud
astronomici prediluviani.

Questa simulazione presuppone che a causa della caduta di "Fetonte" la Terra abbia subito un
movimento in due fasi con l'inclinazione dell'asse terrestre accompagnata da uno slittamento dei
poli:

• ci fu uno scivolamento della posizione dei poli (nel nostro emisfero dalla Groenlandia al
Mar Glaciale Artico) che ha comportato un movimento della crosta terrestre in direzione
opposta;
• ci fu un'inclinazione dell'asse di rotazione rispetto al piano dell'eclittica terrestre.

I due movimenti hanno comportato uno spostamento effettivo del polo di circa 20° nel primo caso e
di 22° nel secondo caso.

Fasi dell'inclinazione dell'asse terrestre


www.edicolaweb.net/atla10_g.htm

ATLANTIDE IN SARDEGNA - Diego Silvio Novo


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Una volta tracciati i cerchi dei paralleli attorno agli antichi probabili poli nord e sud, il passaggio
successivo è stato quello di individuare una temperatura media per ogni latitudine, senza
considerare la presenza di eventuali correnti calde o fredde. Come già affermato, un pianeta privo
di inclinazione rispetto al piano dell'eclittica, non avrebbe stagioni. Quindi per la Terra la
temperatura media per ogni latitudine, si potrebbe ricavare facendo la media delle attuali
temperature massime estive e minime invernali. Tali temperature sarebbero costanti tutto l'anno e
variabili solo in funzione di perturbazioni di passaggio, o a causa della presenza di correnti, o di
grossi bacini d'acqua (mare e laghi).
In realtà, trovare queste temperature per tutto il globo, non è semplice, ma pur indicando un
margine di errore fra 5° e 10° centigradi per ogni parallelo, si notano immediatamente situazioni
interessanti.
La Terra priva di inclinazione sull'asse avrebbe delle calotte polari più estese. Attualmente a causa
delle fluttuazioni stagionali, i ghiacci perenni rimangono confinati fra le latitudini di 70° e 80° (sia a
nord che a sud). Ma se raddrizzassimo l'asse terrestre, nella posizione della simulazione, i
ghiacci perenni si estenderebbero tra il 60° e 70° parallelo (nord e sud) aumentando di moltissimo
la quantità di idrosfera ghiacciata.

Polo Nord
www.edicolaweb.net/atla11_g.htm

Per avere un'idea del clima terrestre nel caso della simulazione prediluviana si può pensare che le
temperature fossero distribuite in questo modo:

• Latitudine 80° nord e sud: temperatura di -20° C costanti tutto l'anno. Da qui fino ai poli
probabilmente le precipitazioni sarebbero quasi nulle. Ma nel caso ci fossero, lo scambio
sarebbe a senso unico, dalle zone temperate a quelle polari con conseguente costante
accumulo di neve e ghiaccio. La Terra priva di inclinazione avrebbe una maggior
estensione di zone desertiche artiche, e una minore estensione di quelle tropicali.
• Latitudine 70°: temperatura compresa tra -10° e 0° centigradi. Si potrebbe considerare
una temperatura più mite sulle coste e più rigida nelle regioni continentali. A cavallo di
questo parallelo le precipitazioni potrebbero essere più intense, ma raramente il ghiaccio
si scioglierebbe.
• Latitudine 60°: temperatura compresa tra 0° e 5° centigradi. Si tratterebbe di un'area di
passaggio tra l'acqua allo stato liquido e quella allo stato perennemente solido. Sarebbe
una zona influenzata maggiormente dallo scambio di umidità: precipitazioni sia sotto
forma di neve che di pioggia e distacchi di iceberg che vanno a sciogliersi verso l'equatore.
• Latitudine 50°: temperatura tra 5° e 15° centigradi. Queste regioni potrebbero essere i veri
paradisi dei mammut, dove l'erba cresce abbondante tutto l'anno. Potrebbero essere
regioni coperte da vaste praterie e foreste di conifere.
• Latitudine 45°: temperatura intorno ai 20° centigradi. I territori estesi tra le latitudini 45°
nord e 45° sud potrebbero essere quelli interessati da una grande civiltà umana. La
temperatura sempre mite, renderebbe queste regioni simili a paradisi, pur essendo i
ghiacci perenni molto più a sud. Con il polo nord posizionato come nella simulazione, i
ghiacci perenni lambirebbero la Scozia e la Scandinavia. Anche le Alpi sarebbero
percorse da enormi ghiacciai terminanti nella pianura Padana (considerando il gradiente
termico di 1° ogni 100 m di altitudine, a 1000 m s.l.m. si avrebbe una temperatura
costante compresa tra -5° e 5°C). Come si vede dallo schema, il 45° parallelo nord
attraverserebbe anche il Sahara africano, che come ormai risaputo, 10.000-11.000 anni fa
era abitato dall'uomo e ricoperto da una prateria che forniva il nutrimento ai tipici animali
africani della savana riprodotti nei graffiti rupestri della regione dell'Hoggar. Attualmente la

ATLANTIDE IN SARDEGNA - Diego Silvio Novo


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latitudine di 45° nord corrisponde alla mezzeria della pianura Padana, che non si può
certo definire una regione dal clima mite (inverni gelidi ed estati afose).
• Verso le latitudini tropicali ed equatoriali, invece le temperature non sarebbero molto
diverse dalle attuali.

Polo Sud
www.edicolaweb.net/atla12_g.htm

Sempre facendo dei calcoli semplici, si può avere un'idea della quantità di acqua ghiacciata ai
poli. Nella simulazione, le calotte polari formate da ghiacci perenni avrebbero avuto un'estensione
di 24 milioni di Km2 circa, ben superiore alle attuali che hanno un'estensione media di 8.7 milioni
di Km2.
Infatti, considerando la calotta attuale limitata al 75° parallelo, questa avrebbe un raggio in
proiezione di 1.669 Km (10° di latitudine corrispondono a 1.113 Km circa). Una calotta simulata
estesa fino al 65° parallelo avrebbe un raggio in proiezione di 2.782 Km.
L'estensione dei ghiacci polari sarebbe stata 2,8 volte quella attuale, e sarebbe equivalente a circa
14 milioni di Km cubi di ghiaccio in più per ogni polo, considerando uno spessore medio di questi
di 900 m.

Lo spessore medio della calotta lo si può dedurre dai dati attuali. Lo spessore attuale è in parte
sottoposto a variazioni stagionali, ma forse non molto influenti per questo calcolo semplificato. Al
polo Sud esatto di oggi si ritiene che lo spessore dei ghiacci sia tra i 2000 e 2500 m. Ma se in
certe zone dell'Antartide si ritiene che lo spessore medio sia intorno ai 1000 m, si calcola anche
che tutto il ghiaccio del polo sud, se si sciogliesse, innalzerebbe il livello del mare di 60 m.
Questo dato corrisponde a 21,6 milioni di Km cubi di ghiaccio e ad un loro spessore medio di 1,8
Km.
Al Polo Nord invece questi spessori si riscontrano solo sulle terre emerse: Groenlandia e terre
artiche di America e Asia. Il mare Glaciale Artico è ricoperto dalla banchisa polare che
mediamente è spessa 3 m, con massimi di 10 m.
Considerando che spostando i poli come nella simulazione, si avrebbero calotte posizionate sul
50% di mare e 50% di terre emerse circa, è pertanto lecito considerare che lo spessore medio
della calotta sarebbe da prendere tra quello dei ghiacci su terraferma (1800 m) e dei ghiacci
galleggianti (3 m): quindi circa 900 m.
Questo significa che complessivamente si avrebbero sulla Terra 28 milioni di Km cubi di ghiaccio
in più fra polo nord e sud, che trasformati in acqua darebbero qualche Km cubo in meno, a causa
dell'aumento di volume del ghiaccio rispetto all'acqua liquida. Si può però anche ritenere che tale
aumento di volume venga compensato dalle enormi pressioni a cui viene sottoposto il ghiaccio
negli strati inferiori, quindi si possono considerare i Km cubi di ghiaccio corrispondenti a quelli di
acqua.
Se si sottraggono i 28 milioni di Km cubi di acqua da quelli che si ritiene oggi formino i mari (361
milioni di Km2 x 3,8 Km di profondità media = 1.371 milioni di Km cubi di acqua nei mari) si
produrrebbe un abbassamento del livello dei mari di 77 m circa. Ma è sufficiente lo spostamento di
un paio di gradi di latitudine della calotta ghiacciata (63°) per ottenere un ulteriore abbassamento
di 20 m del livello marino. Inoltre lo spessore medio delle calotte su calcolato, potrebbe variare di
pochi metri in più per produrre ulteriori effetti di abbassamento del mare.
Lo spessore dei ghiacci potrebbe essere stato maggiore in queste condizioni astronomiche, in
quanto nelle regioni polari prive di stagioni, si avrebbe un limitato scambio di umidità con le regioni
temperate. L'acqua evaporando dalle zone calde si spingerebbe verso località con pressione
barometrica inferiore, cioè i poli, depositandosi sotto forma di neve non sostituita allo stesso ritmo
con il ghiaccio che si scioglie in mare. Se si accumulasse ogni anno uno strato medio di 50 cm di

ATLANTIDE IN SARDEGNA - Diego Silvio Novo


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neve nelle regioni polari, in mille anni (un tempo irrisorio per le ere geologiche) si avrebbe uno
strato di 500 m.
Inoltre maggiore è lo spessore delle calotte ghiacciate, più il livello del mare si abbassa, più
estese sono le pianure artiche che possono essere perennemente innevate (per esempio nel
Canada del nord).
Per arrivare ad un abbassamento record di 200 m del livello del mare, si deve presumere che
almeno 72,2 milioni di Km cubi di acqua fossero ghiacciati ai poli, e lo spessore medio delle
calotte fosse di circa 1.500 m. Oppure che la calotta si estendesse fino alla latitudine nord e sud
di 58° con uno spessore medio di 900 m.

A suffragio dell'ipotesi su esposta, la geologia fornisce una prova non da poco. Infatti se si osserva
l'immagine sottostante estratta da una comune enciclopedia, si può osservare che la coltre dei
ghiacci dell'era glaciale, secondo i geologi, nell'emisfero nord era spostata molto verso il
continente americano ed europeo. Per quale ragione il ghiaccio avrebbe dovuto preferire certe
longitudini rispetto ad altre (l'America e la Gran Bretagna rispetto alla Siberia) se non si
presuppone una posizione diversa del polo nord?

Emisfero Nord: coltre dei ghiacci dell'era glaciale secondo i geologi


www.edicolaweb.net/atla13_g.htm

Malgrado la su esposta teoria sia affascinante, e considerato che i geologi ancora non conoscono
le cause delle glaciazioni, bisogna comunque tener presente che attualmente si può già elaborare
un abbozzo di teoria su queste.
Secondo il dott. G. Bonacina, esperto di fisica solare, le glaciazioni sono da mettere in rapporto
con l'attività solare. Il suo studio si applica in particolare alle così dette "piccole glaciazioni",
quelle fluttuazioni climatiche storiche responsabili anche dello sviluppo o meno delle attività
umane, in quanto produttrici di benessere o di carestie.
Il dott. Bonacina ha riscontrato in tre epoche dei minimi solari detti di Wolf (1280-1340), di Sporer
(1420-1540) e di Maunder (1645-1715) in cui il sole ha perso macchie solari e brillamenti che
solitamente seguono cicli undecennali. L'ultimo periodo è quello maggiormente documentato, sia
per quanto riguarda l'attività solare, che per gli abbassamenti di temperatura (Tamigi ghiacciato per
mesi, nevicate a maggio e giugno…).

Quindi in conclusione, almeno per le piccole glaciazioni, sembra che responsabile sia l'attività
solare. Potrebbe essere anche questa la causa delle grandi glaciazioni? Alcuni sostengono di sì.
Comunque, nel caso dell'asse terrestre privo d'inclinazione, come proposto nella simulazione,
risulta evidente che minime variazioni climatiche dovute all'attività solare, provocherebbero lo
spostamento del parallelo dei zero gradi centigradi a sud o a nord di molti chilometri. Con
conseguenze disastrose, come per esempio grandi alluvioni costiere dovute allo scioglimento di
grandi masse ghiacciate.
Si potrebbe poi anche valutare l'ipotesi che la caduta di "Fetonte" abbia provocato solo lo
slittamento dei poli, e non l'inclinazione dell'asse che era già presente. In questo caso lo scenario
prevederebbe lo scivolamento del polo nord e sud a causa di un disastro cosmico, alla fine di
un'era glaciale provocata da un diminuzione dell'attività di irradiazione del sole. Il repentino
scioglimento dei ghiacci e la caduta di un asteroide che distrusse la vita sulla Terra in questo
caso sarebbero solo una tragica coincidenza. Però questa situazione a mio parere è ancora più
inverosimile dell'ipotesi esposta nella simulazione prediluviana precedente.

È da rilevare inoltre, che i miti di antiche popolazioni, analizzati da G. De Santillana e H. Von


Dechend sembrano ricondurre l'inizio dell'epoca post-diluviana e la fine dell'Età dell'Oro, nell'era
precessionale dei gemelli, che dovrebbe corrispondere circa al periodo compreso tra il 6.640 a.C.

ATLANTIDE IN SARDEGNA - Diego Silvio Novo


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ed il 4.480 a.C., oppure del leone, signore del cielo, corrispondente al periodo tra il 10.960 a.C. ed
il 8.800 a.C. che sembra più vicino alla datazione platoniana della distruzione di Atlantide (9.500
a.C. circa).
Lo studioso G. Terzoli, convinto assertore della maggior antichità della Sfinge di Giza rispetto alla
civiltà egizia (assieme a G. Hancock), riprende la tesi secondo cui tale monumento non sarebbe
altro che una lancetta dell'orologio precessionale che segna misteriosamente la data del 10.450
a.C. circa. In tale periodo il leone di pietra vedeva sorgere il sole all'equinozio di primavera nel
segno del leone. Per la determinazione della data esatta però devono concorrere anche le tre
piramidi con il fiume Nilo che sembrano rispecchiare in terra la posizione delle tre stelle della
Cintura di Orione, sia per magnitudo che per posizione e la Via Lattea nell'epoca suddetta.
In effetti però la loro edificazione sembrerebbe essere più tarda (2.500 a.C. secondo l'archeologia
ufficiale), anche se permangono grandi dubbi. Le piramidi della piana di Giza in effetti sono state
attribuite a Cheope, Kefren e Micerino attraverso il resoconto di Erodoto. Questi ne fornisce anche
una datazione che è ancora più recente di quella ufficiale e che pertanto non accettata. Ma
Erodoto in effetti lascia notevoli dubbi poiché nella sua breve descrizione della costruzione delle
piramidi spiega il tempo impiegato e le dimensioni per la costruzione della strada sacra, poi cita in
modo confuso il sistema di macchine posizionate su ogni gradino delle piramidi per il
sollevamento dei massi, lasciando il dubbio nel lettore che delle piramidi gradonate esistessero
già all'epoca di Cheope.

Comunque, anche se le piramidi sono databili intorno al 2.500 a.C., per G. Terzoli questo non
implica che la loro presenza sia slegata dal messaggio della Sfinge. Anzi, pare proprio che la loro
posizione temporale corrisponda ad una distanza di 111,1 gradi precessionali. Numero che
contiene in se qualcosa che ha che fare con i grandi cicli dell'attività solare.
Può sembrare strano che a distanza di 8.000 anni permanga in un popolo il ricordo e l'urgenza di
realizzare dei monumenti simili, come sostiene Terzoli. Eppure tutti, istintivamente, proviamo una
strana sensazione di mancanza di proporzioni umane nell'osservare questi edifici, che non hanno
eguali anche nel resto dell'Egitto. Le altre piramidi egizie sono meno aggraziate e molto spesso
costruite in modo approssimativo rispetto a quelle di Giza.
Inoltre lascia meravigliati lo sforzo che gli Egizi proferirono nel realizzare queste opere. Erodoto è
molto eloquente al riguardo:

"Fino al regno di Rampsinito, mi dicevano i sacerdoti, l'Egitto godette di una ottima


amministrazione e di una grande prosperità; ma Cheope, che regnò dopo di lui, gettò il paese in
una gravissima situazione; per prima cosa Cheope chiuse tutti i templi e vietò i sacrifici, poi
costrinse tutti gli Egiziani a lavorare per lui. Ad alcuni impose di trascinare pietre dalle cave
situate nelle montagne d'Arabia fino al Nilo; ad altri assegnò di ricevere le pietre, trasportate su
navi attraverso il fiume, e di trainarle a loro volta fino al monte chiamato Libico. Ai lavori
partecipavano sempre 100.000 uomini per volta in turni di tre mesi. In termini di tempo ci vollero
dieci anni di duro lavoro collettivo per la costruzione della strada su cui trainare le pietre, opera a
mio parere che ha poco da invidiare alla piramide stessa (è lunga cinque stadi [888 m], larga dieci
orgie [18 m], l'altezza nel punto più elevato raggiunge le otto orgie [13 m], è realizzata con pietre
levigate e vi sono incise figure animali). Dieci anni occorsero per la strada e per l'allestimento
delle camere sotterranee nell'altura su cui sorgono le piramidi: Cheope si fece costruire queste
camere come sepoltura per sé in un'isola ricavata con un canale derivato dal Nilo."

Un vano sotterraneo è stato scoperto recentemente, ma non sotto la piramide. Al riguardo della
reticenza del racconto di Erodoto si valuti anche la mancanza di proporzioni nei tempi: per
realizzare la strada sacra (pari a circa 100.000 mc di materiale lapideo) gli egizi impiegarono 10
anni; quindi per edificare la piramide di Cheope che consiste in 2.600.000 mc di blocchi di pietra
avrebbero dovuto impiegare 260 anni, invece:

"Per edificare la piramide occorsero venti anni: ognuna delle sue quattro facce ha la base di otto
pletri (230 m), e altrettanto misura in altezza; essa è completamente fatta di blocchi di pietra
levigati e perfettamente connessi fra loro: nessuna delle pietre misura meno di trenta piedi (8,80
m). … Una iscrizione in caratteri egizi sulla piramide dichiara quanto fu speso in rafani, cipolle e
aglio per i lavoratori e, se ben ricordo le parole dell'interprete che mi lesse l'iscrizione, la cifra

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ammontava a 1600 talenti di argento. Se questa cifra è esatta, quanto altro denaro deve essere
stato speso per i ferri di lavoro, per il mantenimento e per le vesti degli operai? Tanto più che se
impiegarono il tempo suddetto per la realizzazione delle opere, altro ne occorse, io credo, per
tagliare le pietre, per il loro trasporto e per lo scavo sotterraneo. Cheope in difficoltà economiche
sarebbe giunto a tanta infamia da mandare la figlia in un postribolo con l'ordine di incassare una
determinata cifra di denaro; non ne conosco l'entità perché i sacerdoti non me lo riferirono; la
ragazza ricavò la somma richiesta dal padre e per conto suo pensò di lasciare memoria di sé,
chiedendo a ciascuno dei suoi clienti di donarle una pietra: con queste pietre, a quanto mi
dissero, si fece costruire la piramide posta in mezzo alle altre tre e di fronte alla più grande; ogni
lato di essa misura un pletro e mezzo (45 m)."

Questo faraone, così come descritto da Erodoto, sembrerebbe stato colto da una specie di delirio
di onnipotenza, da una strana pazzia… Uomini di governo così li abbiamo conosciuti anche nella
nostra epoca (Hitler, Stalin…) e sempre in loro c'era l'idea di perseguire un progetto folle. Ma
quello che qui colpisce è che anche il successore non fu da meno:

"Gli Egiziani mi dissero che Cheope regnò sull'Egitto per cinquanta anni; alla sua morte il potere
passò nelle mani del fratello Chefren. Chefren si comportò esattamente come il suo
predecessore: fra l'altro si fece costruire anche lui una piramide, ma non delle dimensioni di quella
di Cheope (noi l'abbiamo personalmente misurata): non possiede vani sotterranei e non c'è un
canale che porti fino ad essa le acque del Nilo come accade per l'altra piramide; … Mi dissero che
Chefren regnò per 56 anni. E calcolano così a 106 gli anni di totale miseria per gli Egiziani: inoltre
per tutto questo periodo i templi che erano stati chiusi non vennero mai riaperti. Gli Egiziani non
amano ricordare il nome di questi due re, tanto è l'odio che nutrono verso di loro; persino le
piramidi le chiamano dal nome del pastore Filiti, che all'epoca faceva pascolare le sue greggi da
quelle parti. Dopo Chefren regnò sull'Egitto Micerino, figlio di Cheope; a Micerino non piaceva
l'operato del padre: allora riaprì i templi e consentì al popolo, ormai ridotto alla estrema miseria,
di tornare ai propri lavori e alle proprie pratiche religiose;"

Chi o cosa impose ai due faraoni Cheope e Chefren di giungere al limite della distruzione del loro
regno e alla più estrema impopolarità per realizzare i loro presunti sepolcri? Sembra quasi che
l'edificazione di questi monumenti sia stata un pesante fardello imposto da qualche entità
superiore, o da qualche imprescindibile progetto superiore a cui il popolo egizio non poteva
sottrarsi…

Una possibile ricostruzione storica


Valutata la possibile situazione astronomica della Terra prima del Diluvio, esaminati i pro e i
contro dell'eventuale coincidenza di Atlantide con la Sardegna, sarebbe interessante, sulla base
del racconto di Platone e sull'esperienza di altre grandi civiltà antiche conosciute, tracciare per
sommi capi una ricostruzione quanto più realistica della possibile storia di Atlantide prima e dopo
il Diluvio. Per questa parte prenderò spunto a piene mani, per le epoche post diluviane, dai testi di
C. De Tisi che a sua volta è stato illuminato dallo storico L. Melis.

L'isola Sardo-corsa, posizionata al centro del Mediterraneo occidentale prima del 9.500 a.C. circa,
ospitava una civiltà che potremmo chiamare atlantidea, benché il termine Atlantide sia di origine
greca e tramandatoci da Platone millenni dopo. Ma probabilmente il suo nome in lingua originale
non doveva suonare in modo molto dissimile se i Celti raccontano dell'isola iperborea di Avalon; i
Fenici della leggenda di Antilla; gli Aztechi collocano oltre l'Atlantico il luogo mitico di Aztlan; i
Berberi parlano di Attala; i vichinghi di Atli, sede del Valhalla germanico; i Baschi di Atlaintika; gli
Indù di Attala e di Atyantika; i Babilonesi di Arallu, paradiso occidentale; gli Egizi di Amenti,
dimora dei morti ad occidente. Nomi evidentemente simili che iniziano con la stessa vocale e
spesso contengono la radice iniziale "atl".
Si trattava di una civiltà fiorente beneficiata da un clima mite, nata probabilmente dall'unione, dalla
federazione o dalla stipula di un patto fra le 10 maggiori polis dell'isola. Si può anche presumere
che vennero via via annesse dalle due maggiori città (Atlante e Gadiro, delle specie di Atene e
Sparta), ma poi fra le due prevalse la maggiore: Atlante.

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Tale città stato era forse posizionata nella parte meridionale dell'isola, al fondo di una pianura
fertile che gli permetteva di avere le risorse necessarie per le spedizioni militari contro gli altri
centri isolani.
La città, non pareva opera dell'uomo, infatti la sua forma circolare dava adito a pensare ad un
intervento divino. Ma in realtà era stata fondata per motivi difensivi all'interno di un cratere
(vulcanico o di impatto?) invaso dal mare. Infatti al centro del cratere c'era un monte/isola, che
divenne da subito l'acropoli di Atlante, naturalmente difesa dagli attacchi esterni dai canali circolari
della laguna. Il suo nome probabilmente aveva il significato di "luogo circondato dalle acque"
(come nelle leggende Azteche).
Ma quando Atlante era divenuta capitale dell'isola intera, allora aveva cominciato ad espandersi,
ed i suoi abitanti, scesi dall'acropoli che non aveva più funzioni difensive, avevano bonificato la
laguna naturale costruendo opere sugli isolotti a forma di mezza luna appena affioranti dall'acqua.
A poco a poco realizzarono una città dalla strana ed unica forma ad anelli di mare e di terra
concentrici e alternati.
Quando l'unificazione dell'isola fu compiuta sotto la guida dei re di Atlante, questi dovettero
intraprendere nuove campagne militari verso l'esterno, poiché l'economia rapace della città
guerriera non avrebbe sopportato la stagnazione del tempo di pace. Nuove guerre permettevano di
mantenere occupati i suoi abitanti nella costruzione di eserciti e flotte, ed inoltre permettevano
l'arricchimento dei nobili tramite la depredazione del nemico.
Atlante per sopravvivere aveva bisogno di continue nuove guerre per rifornire di oro e altri preziosi le
sue casse, un po' come sarebbe avvenuto per la Roma imperiale millenni dopo.
Fu così che il regno di Atlantide divenne un impero, grazie a varie campagne di conquista lungo le
coste dei continenti che la circondavano. Ben presto le sue flotte sottomisero popoli in tutto
l'occidente a partire dai Tirreni (Italia), fino alla Spagna, all'Africa e alla terra del nord forse
identificata anticamente come Lyonesse (piattaforma continentale sud della Gran Bretagna),
l'ultima terra abitata prima dei ghiacci perenni.
Il suo impero era prospero e vasto. I popoli assoggettati pagavano cospicui tributi. L'economia
dell'isola ad un certo punto ebbe la sua evoluzione da quella della guerra di rapina, a quella dei
fiorenti commerci con le colonie e i popoli non assoggettati. La sete di conoscenza dei marinai, la
ricerca di nuove rotte commerciali portò forse gli atlantidei a solcare tutti gli oceani e ad interagire
con popoli di ogni parte della Terra: dalle coste dell'America centrale e meridionale, fino alla terra
antartica, compiendo anche la circumnavigazione dell'Africa.
La capitale Atlante, ormai non riusciva più ad essere contenuta tutta nell'antica laguna. Flotte
interminabili di navi commerciali si affollavano lungo le banchine del suo porto canale, attorno alle
cui sponde era cresciuta la città nuova, quella del popolo dei commerci. Invece quella della laguna
era divenuta la città degli aristocratici e del re.
Ad un certo punto si decise di realizzare una nuova cinta muraria, che però non aveva
propriamente funzioni difensive, ma bensì quella di divisione amministrativa fra campagna e città
che cominciavano a compenetrarsi pericolosamente.
Infatti la pianura era divisa in lotti assegnati ai maggiori aristocratici di Atlante. Ogni lotto forniva
per legge cibo e uomini armati. Non era cosa buona che i commercianti andassero ad acquistare
e costruire le loro residenze nei lotti con amministrazione militare.
Per questo si realizzò una cinta muraria che inglobava il porto canale e dava nuovo respiro e
sviluppo alla città imperiale. Probabilmente il re o l'amministrazione municipale assegnarono ad un
agrimensore o un architetto il compito di redigere un piano regolatore, come avverrà
successivamente nella Grecia antica o nel mondo romano.
La tecnologia dell'isola, non era quella fantascientifica che molti credono, ma comunque
consentiva agli atlantidei di realizzare navi in grado di solcare con sicurezza i mari. Le loro
conoscenze erano superiori a quelle di altri popoli. Forse giunsero fino alle coste americane dove
cercarono di incivilire i selvaggi di quelle terre insegnando loro la coltivazione, l'allevamento e
qualcosa sull'artigianato. Su certe tecnologie furono molto reticenti invece, forse per proteggere la
loro supremazia commerciale e militare.
Per esempio erano ottimi fabbri. Avevano scoperto delle leghe metalliche che rendevano le loro
armi migliori. Su una di queste, però, vigeva il divieto assoluto di divulgazione poiché rendeva i loro
armamenti più resistenti di quelli nemici: l'oricalco. Si trattava di una lega prodotta con un minerale
(da cui si estrae lo zinco) che si poteva trovare solo sull'isola atlantidea. Più complesso era invece
reperire lo stagno che andava cercato nelle miniere di lontane terre del sud (Zimbawe odierno) e

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dell'ovest (Lyonesse). Le regioni africane erano presumibilmente colonie strategiche, ferocemente


conquistate e difese.
Per raggiungerle gli atlantidei dovevano aver cercato diverse strade, sia via terra che via mare
circumnavigando l'Africa.
La situazione di Atlantide pareva idilliaca, ma per qualche motivo ad un certo punto le cose non
dovettero più andare bene.

Qui possiamo fare varie ipotesi.


L'impero si avviava verso una grave crisi economica, poiché spingere le navi sempre più lontano da
Atlante non era conveniente. Come in tutti gli imperi, esaurita la ricchezza rapinata ai popoli
sottomessi in guerra, insufficienti i tributi delle colonie per sostentare i dissoluti atlantidei, ma
anche per sostenere i bisogni degli abitanti delle province che cominciavano ad avere uno stile di
vita simile agli isolani, con in più magari problemi e costi enormi per mantenere il controllo militare
sui popoli ribelli, le casse dello stato andavano esaurendosi.
In più l'impero atlantideo aveva una spina nel suo fianco orientale: gli amici/nemici Greci che
avevano come capitale Atene arcaica. Questi controllavano militarmente il Mediterraneo orientale,
che per un atlantideo poteva anche essere visto come un altro mare. Probabilmente questi Greci
erano anche in parte discendenti da atlantidei (i Pelasgi di Erodoto?) che erano stati esiliati dalla
loro isola. I Greci comunque erano prodi guerrieri e la loro organizzazione politico-sociale, la loro
tecnologia non erano inferiori a quelle di Atlantide.
Il re di Atlantide, dovette probabilmente in questo frangente decidere di intraprendere un grande
campagna militare contro i Greci con il duplice obiettivo di incamerare le loro ricchezze e di
prendere possesso delle loro rotte commerciali.

Oppure, variando lo scenario, l'impero atlantideo non era affatto in crisi economica. Anzi, le nuove
terre scoperte all'estremo occidente, benché lontane, potevano fornire grandi quantità di oro e
ricchezze, e quindi i re di Atlante furono tentati di finanziare la costruzione di un'impressionante
flotta da guerra per conquistare la Grecia e i popoli attorno al mare orientale, una volta per tutte.

Oppure, ancora, i Greci avevano conquistato e buttato fuori dalle colonie dello stagno dell'Africa
orientale gli Atlantidei, rompendo un patto di non belligeranza e mettendo in grave pericolo
l'industria metallurgica di Atlantide, su cui essa fondava gran parte della sua potenza militare. Era
un pericolo mortale per Atlantide. I suoi re, riluttanti o meno che fossero, non poterono sottrarsi al
conflitto con i popoli dell'est.

O forse era desiderio degli Atlantidei prendere il controllo delle rotte commerciali via terra,
attraverso l'Africa del nord-est (Egitto), per raggiungere l'ambito stagno senza dover circumnavigare
il continente africano con le flotte commerciali. Ma tali passaggi erano sotto il controllo dei Greci
ed il conflitto con loro fu inevitabile.

In un modo o nell'altro scoppiò una guerra, che oggi potremmo definire di rilevanza mondiale. Ma
la campagna militare atlantidea non procedeva come progettato. Gli Atlantidei erano diventati un
popolo altezzoso, borioso, vizioso, consapevole di appartenere ad una grande civiltà planetaria che
aveva navigato in tutti i mari. Erano ormai ben lontani dagli uomini di tempra spartana degli inizi
della loro storia.
Il loro esercito si era inflaccidito e non era ben comandato. I generali si affidavano più sulla
potenza del numero smisurato di uomini, sulla supremazia dell'oricalco che sulla strategia
militare.
La campagna militare fu un grande fiasco.
I Greci ed i loro alleati, al contrario, erano più motivati poiché rischiavano di perdere la loro
indipendenza e quindi combattevano con ardore e con astuzia, anche quando qualcuno degli
alleati preferiva ritirarsi o arrendersi agli Atlantidei.
Gli Atlantidei rimasero così impantanati in una guerra senza sbocco, quando gli dei decisero di
rivoltare terra e mare.
Si possono immaginare i contrasti a corte fra i generali, fra i re governatori dell'isola che si
accusavano l'un l'altro di incapacità. Forse alcuni trescavano alle spalle del re di Atlante una
congiura per rovesciarlo e sostituirlo con un altro più abile. Anche fra i nemici ed i coloni

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dell'impero cominciò a spargersi la voce dei dissidi fra gli aristocratici. Ma un giorno infausto, lo
stesso di una pesante sconfitta militare di Atlantide, la cui notizia non giungerà mai in patria, si
vide in cielo un nuovo e luminoso astro.
I re non fecero in tempo ad avere un responso dai sapienti dell'isola, che l'astro scomparve con la
sua lunga scia oltre l'orizzonte nord-ovest in un bagliore accecante. Ma ben presto altri frammenti
di stelle più piccole si videro cadere dal cielo in ogni direzione.
Passò forse mezza giornata o qualche ora e la terra di Atlantide, e con essa il mondo intero,
venne scossa da tremendi terremoti. I bei palazzi di Atlante e delle altre polis crollarono
provocando numerose vittime. La gente in preda al panico si riversava nelle strade. Ma la terra non
smetteva di tremare ed Atlante divenne un cumulo di macerie.
Gli atlantidei superstiti erano scioccati e sbigottiti: l'ordine naturale si era infranto, anche il sole
pareva deviare dal suo corso abituale. Per un paio di giorni il sole e le stelle si mossero in maniera
insolita. Molti, colti dal panico, si imbarcarono sulle navi ormeggiate in porto e tentarono la fuga via
mare, alla ricerca di una terra dove rifugiarsi. Ma anche il mare si ribellò, un maremoto terrificante
si riversò sulla fertile pianura di Atlante, distruggendo il porto e quello che ancora non era stato
abbattuto dal terremoto. Ormai la capitale dell'impero atlantideo non esisteva più, ma non era
ancora avvenuto il peggio, l'evento che avrebbe anche cancellato la speranza di una sua
ricostruzione.
Mentre i notabili ed i sacerdoti superstiti recatisi sull'acropoli sacra, compivano sacrifici per
placare il dio Poseidone, ormai pioveva da ore con un'intensità mai vista prima, i fiumi ed i canali
della pianura si erano ingrossati fino a traboccare, ma l'alluvione appena iniziata non era ancora
nulla rispetto al disastro successivo.
Il mare a sud est si stava gonfiando paurosamente, aveva già inghiottito i resti dei villaggi costieri
ed avanzava altissimo come una catena montuosa d'acqua, verso la pianura e contro i monti
battuti dalla pioggia dirompente.
In pochi minuti giunse all'altezza di Atlante, seppellendo definitivamente le sue macerie e continuò
verso nord ovest inghiottendo il resto dell'isola.
Quei pochi fortunati che riuscirono a sopravvivere al maremoto, e alla nuova gigantesca onda di
marea che rovesciava le imbarcazioni lungo la sua rotta, mentre erano in navigazione al largo di
Atlantide in cerca di salvezza, videro il profilo dell'isola scomparire sotto il mare.
Le tipiche navi commerciali degli Atlantidei erano in legno catramato, ma sufficientemente robuste
per la navigazione oceanica. Avevano la chiglia alta per resistere alle tempeste dell'oceano. Una
comune nave commerciale aveva queste misure: lunghezza 130 m, larghezza 22 m, altezza 13 m
(misure e caratteristiche dell'Arca di Noè). Erano navi compartimentate, realizzate su tre ponti
sovrapposti. L'ultimo ponte era coperto da un tetto. Erano probabilmente provviste di propulsione a
vela o a remi disposti su più ordini. L'ingresso ai ponti avveniva con una porta laterale per agevolare
il carico dal molo del porto.
Le imbarcazioni dei sopravvissuti vennero sollevate dalla incredibile marea, ma per gli osservatori a
bordo, pareva fosse l'isola a scomparire sotto il mare. Deve essere stata una visione
agghiacciante, qualcuno piangeva osservando la scena dal pontile, ma le lacrime erano confuse
con le gocce di pioggia sferzante. In poco tempo l'isola si trasformò in arcipelago: spuntavano dal
mare solo i monti. Dovevano già essere morte milioni di persone, quasi tutto il popolo discendente
da Poseidone. Rimanevano solo i montanari: i superstiti sulle navi pregavano che almeno quelli si
salvassero, ma fu una speranza vana. In pochi minuti il mare inghiottì anche quelle nuove isole
formate dalle cime dei monti, o forse no (ma la vista dell'orizzonte era offuscata dalla fitta pioggia).
Il mondo era diventato un mare senza sponde.
I superstiti sulle navi, forse poche centinaia di persone, rimasero per giorni e giorni ad osservare
l'orizzonte piatto del mare e la pioggia che cadeva incessantemente. Avrebbero già dovuto
raggiungere la terraferma da giorni, invece niente. Il mare aveva inghiottito ogni landa. I più deboli
si lamentavano e paventavano l'ipotesi che la nave non avrebbe raggiunto più nessun porto. I più
forti invitavano a pregare e sperare negli dei.
Sulle navi più fortunate c'erano discrete scorte di cibo, forse anche animali vivi. Chi vi era
imbarcato era meno preoccupato del suo futuro, almeno nei primi giorni. Poi si dovette razionare il
cibo non sapendo per quanto tempo sarebbe durata la navigazione.
Alcune navi probabilmente trasportavano gabbie con colombi: quando smise di piovere si decise di
liberarne alcuni per verificare se vi erano terre emerse e quindi spingere la nave in quella direzione.
Ma nei primi giorni gli animali ritornavano sempre sulla nave. Poi finalmente, dopo più di un mese

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di mare infinito, i colombi non tornarono. Si spinse la nave nella direzione in cui gli animali
scomparvero.
All'orizzonte apparve un'isola, poi un arcipelago sconosciuti. Ma quando la nave si avvicinò, ci si
rese conto di essere arrivati sulla cima di un monte: l'erba e gli alberi continuavano sott'acqua.
All'inizio non ci si fidò a scendere dalla nave, ma già il giorno seguente, si notò che l'isola era
cresciuta in altezza. Dopo poche ore la nave si ritrovò incagliata su un altipiano, fra i rami e i
tronchi di una foresta di conifere abbattute dalla pressione dell'acqua.

I primi tempi post Diluvio furono probabilmente terribilmente duri per tutta l'umanità. La terra era
spesso scossa da terremoti. Fauna e flora erano stati distrutti e si stavano trasformando. Anche le
regioni del mondo non coperte dall'onda di marea anomala erano gravemente danneggiate da altri
disastri naturali.
Il mare ritornò abbastanza velocemente nel suo bacino abituale, trascinando con se ogni albero,
animale, uomo e anche zolla fertile, facendo franare monti, seppellendo ogni prova dell'esistenza
della civiltà umana.
Le città vennero trascinate via dalle fondamenta, quelle costiere non riemersero mai più. Il livello
del mare definitivo si sollevò di decine di metri, poiché la gigantesca onda di marea aveva anche
provocato la fusione improvvisa dei ghiacci artici. Tonnellate di sedimenti seppellirono e
cancellarono per sempre splendide città costiere.
Il medioevo europeo che seguì l'epoca classica, non fu che una passeggera sospensione del
progresso civile, rispetto alla completa distruzione di tutte o quasi le conoscenze umane
provocate dal Diluvio/"Fetonte" in pochi giorni o mesi.
Per centinaia di anni, l'umanità dovette pensare unicamente alla propria sopravvivenza: ogni forma
di cultura fu spazzata via dalla barbarie. Nel nuovo ordine naturale del mondo non c'era posto per i
raffinati, solo i duri e i tenaci sopravvivevano. Era un mondo ostile.
L'Età dell'Oro era finita brutalmente per sempre. Anche la coltivazione della terra non era più
un'attività semplice e redditizia come prima, quando la pianura di Atlante era ben irrigata, il clima
mite, i raccolti potevano essere tagliati più volte l'anno. La terra allora poteva sostenere milioni di
individui e animali domestici.
Dopo il Diluvio il clima era cambiato, il sole ballonzolava sull'orizzonte in modo impressionante,
per un periodo dell'anno era caldo ed implacabile, tanto da inaridire i fiumi ed il suolo, per un altro
periodo correva lontano sull'orizzonte, tanto che si temeva scomparisse per sempre: le ombre
erano lunghe e l'aria freddissima. Erano nate le stagioni. Fauna e flora cominciarono a ripopolare
le regioni devastate, ma la loro composizione era variata: i grandi animali delle praterie e i loro
giganteschi predatori (mammut, elefanti, tigri dai denti a sciabola...) erano scomparsi. Nessuno
vide più mammut e mastodonti e altri animali giganti.

Le stelle non seguivano più lo stesso corso che percorrevano prima del Diluvio. Alcune erano
nuove per quei cieli, altre erano scomparse. Fra le tribù dell'entroterra, non colpite direttamente
dalle inondazioni del mare, i sapienti per molti secoli non faranno altro che osservare e annotare
tutti i nuovi movimenti degli astri. Ma non saranno lasciati soli in questa loro mania, anche i re ed
il popolo li seguirono e li aiutarono nell'osservazione erigendo per loro monumentali osservatori in
pietra. Questi santuari serviranno a misurare il susseguirsi delle stagioni, il nuovo movimento del
sole che si spostava su e giù rispetto all'orizzonte durante l'anno.
Tutta la Terra era stata interessata dal disastro, anche i popoli che non erano stati cancellati dal
Diluvio, erano stati colpiti da terremoti, da meteoriti, da alluvioni locali, ed avevano osservato nel
cielo le nuove strane evoluzioni degli astri.
La misura del movimento celeste era importante anche per verificare che tutti gli astri tornassero a
muoversi in modo ciclico come era sempre stato. La ciclicità del loro movimento assicurava la
stabilità del nuovo universo creato dal Diluvio. Dopo secoli di accurate osservazioni i sapienti
appurarono che il movimento degli astri era tornato ciclico e preciso, ad eccezione
dell'impercettibile movimento precessionale. Gli uomini furono rincuorati da questo nuovo stabile
assetto del mondo, così a poco a poco le misurazioni cessarono. Queste conoscenze vennero poi
inserite nei culti e nelle mitologie dei popoli che con il passare dei secoli divennero incomprensibili
ai più.
Per esempio nel nord Europa, forse non colpito dal Diluvio, nacque il culto dell'adorazione degli
alberi che fa capo al mito di Yggdrasill (antenato del nostro "albero di Natale"), il frassino

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sempreverde che sostiene la volta stellata ed è l'asse del mondo. Questo albero risulta sempre
minacciato da strani animali (costellazioni?) che cercano di abbatterlo. Infatti gli antichi abitatori di
quelle terre avevano osservato il cambiamento della stella polare, l'asse del mondo si era spostato
a causa dei "giganti" (meteoriti?).

Solo dopo alcuni millenni (4 o 5), si ricominceranno a costituire nuove nazioni con un ordinamento
amministrativo simile a quello della civiltà atlantidea. Nasceranno però in luoghi diversi, luoghi che
non conserveranno più nessuna traccia della grande civiltà precedente. Di questa rimarranno solo
più vaghi racconti e registrazioni quasi incredibili nei luoghi di sapere, nelle biblioteche dei re e nei
templi.

Anche l'isola di Atlantide riemerse dopo il Diluvio, ma probabilmente i suoi pochissimi superstiti e
quelli che erano fuggiti non poterono più ricostruire l'antica potenza marinara. Chi era fuggito in
altre terre non sarebbe più tornato all'isola a causa dell'impraticabilità delle melmose e putride
coste. Inoltre il profilo costiero dell'isola era cambiato a causa del repentino innalzamento del
livello dei mari, nessun navigatore esperto avrebbe più riconosciuto quell'isola.
Inoltre il Diluvio l'aveva completamente modificata: subito dopo il disastro si presentava distrutta e
sconvolta, monti e colline spianati, pianure coperte di detriti, foreste e vegetazione quasi
scomparsi. In seguito, a causa dei cambiamenti climatici, la fauna e la flora che la ripopolarono
furono ben diversi da quelli conosciuti in epoca atlantidea.
L'umanità dovette reinventare, in questi millenni, tutto quello che era già stato inventato nell'Età
dell'Oro. Alcune conoscenze comunque probabilmente si dovettero conservare: per esempio quelle
inerenti la metallurgia. Potrebbero essere state conservate da alcune tribù che un tempo furono in
contatto con la precedente civiltà antidiluviana. I più antichi reperti metallici a noi giunti sono quelli
Sumeri del III millennio a.C., questi misteriosi popoli furono gli inventori della civiltà o i conservatori
di antiche conoscenze pre diluviane?

Per uno strano scherzo della storia, l'isola di Atlantide venne riscoperta e abitata da nuovi popoli.
Furono forse i "Popoli del mare", i dominatori del Mediterraneo del II millennio a.C., i nuovi padroni
della Sardegna?
È probabile che la Sardegna fosse, se non la terra d'origine di questi misteriosi marinai-guerrieri
che giunsero ad invadere e governare l'Egitto, almeno uno dei loro possedimenti più importanti. I
"Popoli del mare" furono quindi probabilmente i costruttori delle torri nuragiche. I Greci che non
conoscevano bene i mari al di là del Canale di Sicilia li chiamarono Tirreni (costruttori di torri). Poi
tale nome probabilmente fu esteso anche agli abitanti dell'Italia centrale.

È la suggestiva ipotesi di L. Melis e C. De Tisi: i Shardana si possono identificare come "Popoli


del mare" poiché dai documenti egizi risultavano provenire dalle isole al centro del Mediterraneo
occidentale. Il nome Shardana significa "principi di Dan", come gli Atlantidei che ritenevano di
discendere da Poseidone, adoravano il loro eroe capostipite avente lo stesso nome, Shardana. Di
questo eroe ci sono giunte le raffigurazioni in bronzo che paiono tramandarci le sembianze di un
inquietante esploratore spaziale:

"Ha quattro occhi (che sembrano quasi occhiali da motociclista) come Marduk, quattro braccia
come Apollo a Sparta, la testa circolare sembra contenuta in un casco ed è sormontata da due
antenne (come gli dei Mesopotamici) terminanti con due pomelli con tanto di avvitatura, indossa
una specie di tuta attillata che termina a girocollo in alto e con due stivali in basso. Porta due
scudi con al centro due punte dalle quali partono raggi, e all'impugnatura degli scudi partono due
strani tubi che gli terminano dietro la nuca."

I produttori di cartoni animati nipponici non avrebbero saputo far di meglio...


Anche i "Popoli del mare" come gli atlantidei di Platone lavoravano i metalli. Per procurarsi lo
stagno sembra giungessero o fino in Cornovaglia (la Lyonesse degli Atlantidei), o in Zimbawe
circumnavigando l'Africa. Come potevano conoscere la posizione di queste miniere i barbari
"Popoli del mare"?
Io ritengo che si possano fare due ipotesi:

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• Erano eredi diretti di alcune tribù discendenti dagli Atlantidei superstiti. Per tale motivo
avevano conservato gelosamente le tecnologie e conoscenze antiche; con le loro navi
dopo millenni giunsero nuovamente ai luoghi remoti delle miniere;
• Vennero a conoscenza delle miniere dai Sumeri, che avevano colonie in Sardegna e
avevano conservato nei loro archivi le conoscenze tecniche della civiltà prediluviana.

Le loro navi, di cui si sono ritrovati modelli in bronzo, dovevano essere molto strane anche per noi.
Infatti erano molto allungate (raggiungevano anche 40 m) e presumibilmente veloci, ed inoltre
munite di un albero provvisto di anello sormontato da due corna.
Purtroppo non si conosce l'uso di un simile attrezzo:

"Poteva servire all'inserimento di un albero trasversale che sosteneva una vela che cadeva con
due triangoli ai lati dello scafo, che la rotazione dell'anello avrebbe spostato consentendo alla vela
una manovra spedita senza uso di remi né timone. Una seconda interpretazione più azzardata ma
affascinante, in base a incisioni su una stele Cartaginese, vede nella mezzaluna un magnete e
quindi nell'intera struttura addirittura una bussola con un sestante..."

A proposito di tecnologie, furono gli Hyksos (popoli identificabili o alleati con i "Popoli del mare")
ad introdurre in Egitto il carro da guerra, e quindi la ruota, quando occuparono il paese del Nilo nel
1770 a.C.
Quando l'Egitto riconquistò l'indipendenza, alcuni di questi guerrieri rimasero come mercenari al
servizio dei Faraoni.
Rimasero in Egitto probabilmente come Shardan fino alla fuga degli Ebrei. Secondo Melis infatti i
Dan formavano la dodicesima tribù di Israele, che ebbe probabilmente incarichi prettamente militari
di difesa delle retrovie del popolo ebraico in fuga.
Ma la tribù di Dan scompare nel corso dei secoli, probabilmente perché rimase fedele ai culti
pagani e non si sottomise mai al culto del Dio unico ebraico: una parte andò ad occupare il paese
di Lais che poi si chiamerà Dan; una parte tenterà di insediarsi in Palestina, ma poi andrà ad
occupare la terra di Lashem; un'altra parte arrivata a Sidone si imbarcherà alla ricerca della loro
terra d'origine, la Sardegna. Della dodicesima tribù non rimarrà più traccia in seguito, e sparirà
anche dalla Bibbia.

Ma in questi secoli i Shardana e gli altri popoli del Mediterraneo occidentale loro alleati
spadroneggiano e si scontrano con i popoli del Mediterraneo orientale:

• La civiltà Minoica di Creta venne definitivamente conclusa dalla loro invasione nel 1.400
a.C., pochi anni dopo l'eruzione di Santorini;
• I Shardana, con altri popoli potrebbero essere i fondatori della civiltà Micenea in Grecia,
anche se appare strano che i Greci in seguito non conoscessero con precisione le coste
Sarde;
• Intorno al 1200 a.C. si ha una grande controffensiva in oriente dei Shardana e dei loro
alleati. Ritornano a minacciare l'Egitto, si scontreranno con gli Ittiti e i Micenei ponendo
probabilmente fine al loro regno. Il 1200 a.C. è anche la probabile data della sciagura già
citata a proposito di Barumini che vide la Sardegna devastata da un potente maremoto.
Tale disastro naturale pose probabilmente fine alla potenza marinara dei Shardana.

I Shardana, dopo questa data, vedranno tramontare lentamente la loro egemonia, ma rimarranno
padroni del Mediterraneo occidentale fin tanto che conserveranno le conoscenze tecniche nella
fusione del bronzo. Quando gli Etruschi scopriranno le miniere di ferro, l'egemonia Shardana verrà
soppiantata dai nuovi protagonisti della storia che conosciamo: Fenici, Etruschi, Greci, Latini,
Celti...
Probabilmente la Sardegna può ancora dirci molto al riguardo dei Shardana o "Popoli del mare" o
costruttori di nuraghi, se come si presume, molte testimonianze di quel lontano passato si trovano
ancora sepolte sotto i detriti alluvionali del disastro del 1.200 a.C. nella piana del Campidano.

È interessante anche l'ipotesi di C. C. Bettini che può farci capire quale potrebbe essere stata la
base culturale dei "Popoli del mare" sardi e quali i loro veri padri. Infatti la Sardegna conserva nella

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sua toponomastica e nei suoi dialetti parole molto probabilmente derivate dal sumerico. I Sumeri
nel IV millenio a.C., ma forse anche prima, furono la più grande potenza della regione
mediterranea. Probabilmente furono i veri eredi degli Atlantidei. Navigarono e tornarono a riscoprire
le loro terre d'origine molti secoli dopo il disastro planetario del Diluvio.
Si può presumere che avessero in Sardegna delle basi mercantili e scambiassero con altri popoli
provenienti da nord (costruttori di dolmen e menir), e con gli indigeni locali, mercanzie di vario
genere. I Shardana potrebbero essere il prodotto di questo strano miscuglio culturale avvenuto
sull'isola sarda. Le capacità organizzative dei Sumeri e quelle di innalzare megaliti dei popoli del
nord, potrebbero essersi fuse ed aver creato un nuovo popolo costruttore di torri, di valenti
navigatori e terribili guerrieri.

Ecco alcuni esempi significativi di fonemi dialettali sardi riconducibili al sumerico (C. C. Bettini):

BURRUMBALA, in sardo , significa comportamento confusionario; deriva dal sumerico


Bur+Bala = residuo di taglio, cosa di poco conto

KARRAXIU (sardo) = disordine


Karrasu (sumerico) = disordine

KUKKURU (sardo) = monte


Kur+Kuk+Ru (sumerico) = altura-monte

KOKKOI (sardo) = pane


KUKKU (sumerico) = pane

KORONGIU AKKA (sardo) = nome di uno spettacolare rilievo roccioso nelle campagne di
Villamassargia dove nidificano i gheppi
KURUNNU+AKU (sumerico) = la roccia del dio Luna

LAUNEDDA (sardo) = antichissimo strumento musicale a fiato


LABUN+ED (sumerico) la grande vescica si gonfia

UNA XEDD' 'E GENTI (sardo) = molte persone


KESDA (sumerico) = molte persone

SOLINAS (sardo) = è un cognome molto comune


SUL+I+NA (sumerico) = colui che appartiene al dio Sole

Conclusione
In questa breve ricerca ho tentato di analizzare la collocazione di Atlantide, cercando i possibili
indizi a favore o contro la sua coincidenza con la Sardegna o con altri luoghi del nostro pianeta.
Ma potremmo anche considerare Atlantide un non luogo: non fu in Sardegna, né nell’Oceano
Atlantico, né in altri luoghi ma un po' ovunque. Forse sarebbe meglio cercare le tracce di una Età
Atlantidea, in cui più popoli vissero, prosperarono e si scontrarono per il dominio delle risorse
naturali come poi fecero altri successivamente nella storia conosciuta.

La storia degli atlantidei fu invece probabilmente collocata temporalmente in un’Età dell’Oro


perduta. Fu una storia cancellata e negata da un evento terribile di cui abbiamo un vago ricordo.
Un ricordo rimasto sotto forma di mito, un tipo di linguaggio a cui l’uomo scientifico del XXI secolo
non intende dar credito ritenendolo poco più di un passatempo da cantastorie: il Diluvio, che viene
considerato come un romanzo redatto da antichi e ignoranti popoli perduti. E degli atlantidei non
rimangono tracce visibili, o forse quelle poche rimaste non siamo ancora in grado di vederle ed
apprezzarle come tali.
Ma al di la della reale localizzazione di Atlantide, l’impressione che diviene sempre più forte con il
passare del tempo, con l’aggiungersi di scoperte sconcertanti (manufatti sommersi, agglomerati
sempre più antichi che retrodatano la civiltà ecc.), con il continuo formarsi di teorie sulla mitica
isola scomparsa, è che la nostra conoscenza del passato è interrotta e incompleta. Per quale

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motivo non si dovrebbe credere al Diluvio come evento disastroso planetario, quando la leggenda è
diffusa in ogni parte del mondo?
Cosa ci vieta di pensare che l’homo sapiens abbia assistito e registrato gli eventi tragici che
hanno visto nel neolitico la scomparsa dei grandi animali mastodontici?
La collocazione temporale non pare in effetti un problema, come invece sostengono gli storici.
L’homo sapiens compare sulla Terra presumibilmente intorno a 40.000 anni fa.
Mi pare riduttivo collocare l’inizio di una forma di organizzazione civile al IV millennio a.C.. Ciò
significherebbe che la nostra specie ha “inventato” la prima forma di aggregazione civile solo nel
suo ultimo periodo equivalente al 10-15% della sua esistenza.
Possono essere passati interminabili e quasi inutili 34.000 anni in cui l’umanità non ha mai tentato
di manifestare un grado culturale diverso da quello preistorico? Nessuna civiltà può essersi
formata in così lungo tempo?
Un altro problema che si rinfaccia a chi da credito alla storia di Atlantide, è la mancanza di reperti
archeologici di quest’epoca remota.
Innanzi tutto si dovrebbe rivalutare la datazione di molti reperti e strutture archeologiche che gli
studiosi posizionano in un’epoca piuttosto che in un’altra per pigrizia, per difendere la storiografia
ufficiale o per mancanza di dati. Molti siti megalitici in tutto il mondo, pongono notevoli difficoltà di
datazione poiché attualmente non si dispone di una tecnologia adatta e sicura per datare
manufatti in pietra. Quelle in uso fanno affidamento sui ritrovamenti negli stessi siti di vasellame
(suddivisione delle epoche in base agli stili, o esami di termoluminescenza) e di materiale
organico (esami al radiocarbonio). Ma questi tipi di datazione, pur essendo precisi, non ci
informano dell’eventuale riuso delle rovine nel tempo ad opera di una civiltà successiva.
L’elenco dei siti archeologici dubbi diventa sempre più lungo, senza scomodare poi i ritrovamenti
di OOPArts o quelli di strutture sottomarine artificiali (come quelle che si stanno scoprendo in
Giappone e Corea; è incredibile che molti studiosi si rifiutino addirittura di prendere in
considerazione una loro analisi). Anche di quelli di cui si credeva di avere certezza, permangono
dei dubbi.
Ecco due esempi, fra i più noti:

• Si è già detto dei monumenti della piana di Giza: le piramidi sono attribuite a Cheope,
Kefren e Micerino sulla base degli scritti di Erodoto che le colloca nel II millennio a.C.. Ma
secondo gli storici moderni, quei faraoni sono vissuti nel III millennio a.C., quindi collocano
la grande piramide nel 2500 a.C. circa. Le analisi al radiocarbonio condotte invece sulla
malta impiegata nella grande piramide la daterebbero intorno al 3500 a.C.; il documento
rinvenuto sulla “stele dell’inventario” sembra narrare la storia parallela di due faraoni con il
nome Cheope, ma scritti con geroglifici diversi. Se fosse vera questa ipotesi avremo un
Cheope antico (quanto?) realizzatore della piramide e un Cheope più recente (quello di
Erodoto) restauratore. Rimane tuttora il mistero dell’utilità effettiva di queste costruzioni,
visto che non furono mai trovate mummie al loro interno. Inoltre non si possono ignorare le
probabili linee d’erosione sul dorso della Sfinge che la collocherebbero in piena “età
atlantidea” (11.000-13.000 anni fa). Il tempio alla base della piramide di Kefren detto
tempio della Sfinge, è realizzato con una muratura poligonale più simile a quella
megalitica di Machu Pichu, o al muro dei Giganti di Cuzco, che alle tecniche costruttive
egizie.
• Rivolgendo lo sguardo all’America, le rovine portuali di Tiahuanaco (o Tiwanacu) sul lago
Titicaca in mezzo al massiccio andino, sembrano collocarsi ad una quota incoerente con
la datazione accertata dall’archeologia (circa 1500 a.C.). Infatti le banchine del porto
sembrano trovarsi ad una quota che il lago Titicaca aveva circa 10.000 anni fa. Nulla si sa
di quelle popolazioni pre-incaiche e della loro improvvisa scomparsa. Erano adoratori
probabilmente di Kon Tiki Viracocha, un dio bianco e barbuto, munito di tridente come
Nettuno (Poseidone atlantideo?). Su un monumento della città, la così detta “Porta del
sole”, sono raffigurati un toxodonte (un ippopotamo preistorico) e un proboscidato
preistorico, vissuti almeno 12.000 anni fa. La datazione astronomica di alcuni monumenti
porterebbe la loro retrodatazione a 15.000 anni fa. E’ probabile che gli abitanti di questa
città siano stati spazzati via dal Diluvio di Atlantide di 11.500 anni fa circa?

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Si dovrebbe inoltre comprendere in modo più preciso la causa dell’estinzione dei mastodonti e altri
animali preistorici di grandi dimensioni scomparsi nel neolitico. Se quest’evento disastroso è
quello fin qui descritto, un’onda di marea in grado di sommergere un’isola come l’Atlantide di
Platone, deve aver distrutto e sepolto sotto tonnellate di detriti qualsiasi manufatto umano. Non ci
si deve illudere di ritrovare molte tracce di un’eventuale civiltà atlantidea.
Inoltre, se come ipotizzato, il livello del mare si è sollevato di decine di metri, le difficoltà di
recupero di reperti archeologici divengono enormi.
L’archeologia subacquea attuale non è ancora attrezzata per fare ricerche su larga scala nei
fondali marini di tale profondità. Semplicemente perché nessun archeologo andrebbe a cercare, a
causa delle proprie convinzioni in merito alle datazioni ufficiali, una città scomparsa sott’acqua.
Infatti le indagini storico/archeologiche sottomarine compiute nell’ultimo secolo, si possono
suddividere in due categorie, ma comunque tutte orientate alla ricerca di relitti navali (se si
esclude le recenti ricerche condotte nei fondali del Mar Nero o del Giappone):

• quelle condotte su fondali poco profondi da subacquei dotati di bombole e respiratori,


rivolti alla ricerca di relitti dell’antichità (per es. navi romane cariche di anfore) o relitti
appartenenti ai secoli della pirateria caraibica, o all’indagine di relitti di navi contenenti
“tesori” conosciuti. La ricerca di galeoni affondati, carichi d’oro e argento, è diventata più
che un’attività archeologica, un’attività commerciale che si autofinanzia. Anche se,
bisogna ammetterlo, che in alcuni casi si è trattato invece di recuperi condotti con fondi
pubblici. Di queste ricerche, il ritrovamento più spettacolare (con finanziamento pubblico),
fu quello del vascello seicentesco Vasa nel porto di Stoccolma negli anni ‘50, che poi
venne fatto riemergere e restaurato con resine speciali. È tuttora visitabile ed esposto
nell'omonimo museo sul porto di Stoccolma.
• Quelle condotte con batiscafi pressurizzati ed attrezzati con tecnologie avveniristiche,
nelle profondità oceaniche alla ricerca di relitti più recenti (il caso più noto è sicuramente il
ritrovamento del Titanic). Batiscafi con persone a bordo, o telecomandati sono l’unico
mezzo per raggiungere certe profondità. Vengono utilizzati anche per indagini
naturalistiche e geologiche. Queste tecnologie sono molto costose, per questo le ricerche
storiche in mare con questi mezzi hanno spesso fini commerciali: recupero di oggetti
destinata all'asta e vendita dei diritti dei filmati subacquei. Se non ci fosse un ritorno
economico non verrebbero condotte.

Cercare reperti a profondità comprese tra 100 e 200 metri, non rientra nel primo tipo di archeologia
subacquea, a meno che si abbia la fortuna di trovare resti archeologici più superficiali. Se si
cercassero eventuali agglomerati costieri del neolitico, si dovrebbe indagare a profondità dove la
pressione (a 100 m la pressione è di 10 Kg/cm2) non consente la permanenza di uomini in tuta da
sub. Indagare a profondità di 100 m e più non è facile. Su questi fondali giunge a malapena la luce
del sole.
Probabilmente un ministero o un ente pubblico non potrebbero sostenere i costi dell’utilizzo delle
tecnologie necessarie per raggiungere queste profondità.
Presumibilmente sarebbe più semplice e proficuo iniziare le ricerche con tecnologie diverse. Con
l'ausilio di tracciati radar e sonar registrati da navi e satelliti si potrebbero eseguire le prime
indagini a tavolino. Solo nel caso di ritrovamenti di indizi di possibili strutture artificiali si andrebbe
a procedere con mezzi di rilevamento più costosi direttamente sui fondali marini.

Per quante ipotesi si potrà fare in futuro sulla possibile collocazione di Atlantide, penso che la
scienza ufficiale non darà credito a queste speculazioni, fin tanto che non avverranno i primi
ritrovamenti su larga scala.
Infatti se questi avvengono solo in zone circoscritte, come per esempio nel Mar Nero, gli storici
continueranno a costruire teorie strampalate pur di non dover ammettere l'esistenza di una civiltà
protostorica. Secondo l’archeologia ufficiale i resti dei villaggi trovati sott'acqua nel Mar Nero (91
m) proverebbero che alla fine del neolitico l’aumento di livello del Mediterraneo avrebbe provocato
una enorme cascata nell’attuale stretto dei Dardanelli e poi nel Bosforo.
Ma se questo fosse vero, anche se il riempimento del Mar Nero potrebbe essere durato pochi
mesi, è molto strano che gli antichi abitanti dei villaggi sommersi abbiano dovuto abbandonare i
loro attrezzi nelle abitazioni. Avendo mesi di tempo li avrebbero portati via con il lento sollevarsi

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delle acque (se il riempimento fosse durato 6 mesi, l'acqua si sarebbe sollevata di 50 cm al
giorno, 2 cm ogni ora).
Lo scopritore R. Ballard divenuto famoso con il ritrovamento del Titanic ha affermato: “È una
scoperta incredibile, i manufatti del sito sono chiaramente ben conservati, ci sono travi, rami e
utensili di pietra lungo tutta la matrice di fango della struttura” e manufatti di ceramica sparsi sui
pavimenti. In questo caso, mi pare più probabile che le acque si siano sollevate molto più
bruscamente di quanto il passaggio dei Dardanelli faccia presumere. Le suppellettili e gli attrezzi
in quell'epoca dovevano essere oggetti abbastanza preziosi (non si trovavano facilmente nei
supermercati), probabilmente vedendo le acque salire le avrebbero recuperate e trasportate al
sicuro.

Già la scienza si è affrettata ad affermare che la mitologia del Diluvio biblico discenderebbe da
quell’evento.
Mi chiedo allora: come fece la notizia ad arrivare, non dico presso i Sumeri, ma fino in Cina e in
America precolombiana? Possibile che il resoconto di un evento circoscritto al Mar Nero abbia
fatto il giro del mondo? In questo caso, il neolitico non sarebbe stato così come viene descritto
dagli storici, ma il contesto di una civiltà planetaria in grado di coinvolgere tutti i continenti e
trasportare notizie di una regione in luoghi molto lontani, fino a renderne partecipe tutto il mondo.
Come si vede c’è qualcosa che non sta in piedi, eppure non ci si fa scrupolo di diffondere teorie
parziali come queste, contenenti anche affermazioni illogiche, pur di negare il fatto che la nostra
protostoria ha ancora bisogno di indagini e ricerche accurate.
Probabilmente quella della ricerca delle civiltà prediluviane sarà la frontiera dell’archeologia del
nuovo secolo, non appena i baroni di questa disciplina saranno sostituiti da nuove leve guidate da
una maggior sensibilità, o non appena avverranno scoperte veramente sensazionali.
A tal riguardo giunge proprio in questi giorni la notizia di sondaggi sonar eseguiti al largo delle
coste cipriote, che avrebbero rilevato la presenza dei resti di una città sommersa. Lo scopritore
Robert Sarmast si è affrettato ad annunciare la riscoperta di Atlantide, ma credo si dovrebbe usare
più cautela in questi casi (Cipro non ha una collocazione che rispetta la descrizione di Platone).
Se la scoperta, per ora rappresentata solo da un tracciato sonar che lascia ancora molti dubbi,
fosse autentica, a parer mio sarebbe più giusto parlare di resti di civiltà atlantidea.
Come già ho avuto modo di specificare in precedenza, Atlantide era probabilmente un grande
impero con proprie colonie e città nemiche che sicuramente avevano una cultura e un grado di
civilizzazione simile. Atlantide non era un'isola "isolata" al centro del mondo, ma sicuramente
interagiva con il resto del mondo. Credo che resti di città sommerse ne debbano esistere molti
adagiati sui fondali marini.

Diego Silvio Novo

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Bibliografia minima

AA.VV., "Atlante dei luoghi misteriosi", 1988


AA.VV., "Cronologia Universale", 1987
G. Agrati, M. L. Magini, "Miti e saghe vichinghe", 1990
Atti del 1° convegno internazionale “La terra degli elefanti”, 2001
Davies N., "Gli Aztechi, storia di un impero", 1999
H. McCall, "Miti mesopotamici", 1990
Kohler P., "Atlante dell’Universo", 1984
Santillana G., Von Dechend H., "Il Mulino di Amleto", 1969-2003
Terzoli G., "Il Codice degli Dei", 2003
www.lamiasardegna.it a cura di C. De Tisi
www.repubblica.it (pagine relative a S. Frau)
www.sardegnadelsudovest.it a cura di C. C. Bettini
Altri autori sono citati direttamente nel testo.

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INDICE:

Introduzione 5
La tesi 5
Le coste dell'era glaciale 7
Gli Atlantidei (Crizia e Timeo) 8
Gadirica 15
I Greci, avversari degli Atlantidei (Crizia e Timeo) 18
La fine di Atlantide (Timeo) 19
I sopravvissuti (Crizia e Timeo) 26
Altre localizzazioni 27
Età dell'Oro 29
Una possibile ricostruzione storica 37
Conclusione 44

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