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COLIN WARD
LO SGUARDO ANARCHICO

eluthera
Traduzione dallinglese di Guido Lagomarsino
2003 David Goodway, Colin Ward
ed Eluthera editrice
Copertina: Gruppo Artigiano Ricerche Visive

il nostro sito www.eleuthera.it


e-mail: info@eleuthera.it
INDICE

Presentazione 7
di Goffredo Fofi

Introduzione 15
I . Una storia anarchica 35
II. Lavventura di Anarchy 65
III. Architettura, insegnamento, scrittura 81
IV. Influenze intellettuali 103
V. Truppe dassalto e capri espiatori 123
VI. In un nuovo secolo 149
PRESENTAZIONE
di Goffredo Fofi

Lanarchia, dice Colin Ward, una teoria dellorganizzazio-


ne. E cita Kropotkin: il nome dato a un principio o a una teo-
ria della vita e del comportamento in base alla quale la societ
concepita senza governo: larmonia al suo interno si ottiene non
per sottomissione alla legge o per obbedienza a una qualsivoglia
autorit, ma per libero accordo stipulato fra vari gruppi, territo-
riali e professionali, liberamente costituiti per fini di produzione
e consumo, come pure per la soddisfazione dellinfinita variet
di bisogni e di aspirazioni di un essere civile. Cita per anche
Dwight Macdonald, pi vicino a noi, per il quale il compito
dellanarchia riaffermare lindividuo e la comunit, cose
poco pratiche, magari, ma necessarie, cio rivoluzionarie.
Poco pratiche e molto difficili, sempre pi difficili via via
che la societ di massa perfeziona i suoi strumenti di controllo
detti democratici, manipola pi efficacemente il consenso, si
serve di una industria della coscienza onnipresente e, nei
Paesi pi fortunati, offre ampie possibilit di consumo agli strati
della popolazione che, cadute le antiche e fortissime distinzioni
in classi, sono in queste societ quelli che pi contano, e talora i
pi numerosi. lo stesso Ward, con tanti altri, a vedere un limi-
te al pensiero di Kropotkin in quelleccesso di ottimismo che
gi criticava il nostro Malatesta, e pu allora convincerci di pi
unaltra pi sintetica definizione, quella che Colin Ward dette
a voce a noi che gliela chiedemmo al termine di un sereno ed

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esaltante incontro romano di qualche anno fa: Lanarchia una
forma di disperazione creativa.
Disperazione creativa: i due termini sono oggi pi legati
che mai, io credo, e forse non possono pi risultare divisibili.
Se, insomma, un tempo era possibile partire dalla proposta
positiva implicita nel termine stesso di anarchia, oggi bisogner
adattarsi a una visione dellaltro tipo, che parta (camusianamen-
te o capitinianamente a seconda della propensione pi indivi-
duale o pi collettiva di ciascuno) dalla coscienza dei limiti
non solo delluomo ma di ogni societ, e in particolare del pecu-
liare istinto di morte che sembra muovere dal profondo le socie-
t contemporanee per affermare nonostante tutto, e anche contro
tutto, il nostro rifiuto. Si tratter allora di accogliere pi tran-
quillamente che in passato il tanto di presunta irrazionalit che
questo rifiuto comporta, sfidando la realt con proposte attive,
concrete, inventive, creative e fondative di una diversa realt.
I campi in cui esercitare questa creativit certo non mancano,
e proprio Colin Ward, in questa intervista, li passa in rassegna a
partire da quelli nei quali ha esercitato con maggior approfondi-
mento la sua: Larchitettura e lurbanistica, lambiente fisico
urbano e rurale, linfanzia e listruzione, lorganizzazione del
lavoro, la teoria e la pratica dei gruppi senza leader. grazie
al lavoro di persone come lui, intellettuali concreti e disposti a
mettersi in gioco nelle pratiche, nella trasmissione, nella solle-
citazione dei talenti individuali e delle potenzialit di gruppo e
collettive, che il bilancio delle nostre esistenze pu non essere
del tutto pessimista: Lesistenza nelle societ occidentali
diventata immensamente pi libera nel corso della mia vita
adulta, dice Colin Ward. E ricorda per esempio la liberazione
delle donne, la fine della criminalizzazione dellomosessualit,
le informazioni sul sesso date ai giovani, la fine delle punizio-
ni corporali nelle scuole, ma non pu neanche dimenticare, al
negativo, la recente vanificazione di molte conquiste sindacali e
sociali o, in campo pedagogico, la vanificazione delle conquiste
di appena ieri, o i grandi disastri in campo ecologico, dal trionfo
dellautomobile e del modello di sviluppo a essa legato, agli
abusi dellera della chimica, eccetera. pi vivibile, forse, la
citt di oggi di quella di ieri?
proprio sui due terreni pi cari alla tradizione anarchica

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lurbanistica e la pedagogia, in fin dei conti che possiamo
misurare il fallimento di molte speranze della nostra epoca, o
pi in generale la preoccupazione, da cui Colin Ward sembra
troppo difendersi, dei grandi rischi per la sopravvivenza della
vita sul pianeta, per non parlare della sopravvivenza delluomo,
quantomeno nelle sue definizioni attuali.
Si pu rimproverare a Ward quel che Malatesta rimproverava
a Kropotkin, un eccesso di ottimismo? possibile, ma questo
non pu cambiare il nostro giudizio su di lui e laffezione che
portiamo al suo pensiero e alle sue attivit. Nella nostra societ
gli anarchici godono di un certo valore in quanto sono rari,
egli dice, e gliene diamo atto ben volentieri. Egli uno dei rari
pensatori del nostro tempo la cui opera possiamo mettere a fianco
non solo di quella dei grandi anarchici del passato, ma dei maggiori
pensatori contemporanei, sia che essi si definissero come anarchici
sia che non se ne curassero: Dwight Macdonald e Paul Goodman
(forse il pensatore che gli pi vicino), Herbert Read e Lewis
Mumford, Alex Comfort e Alexander S. Neill, George Woodcock
e Murray Bookchin, e ovviamente gli amici e maestri Vernon
Richards e Maria Luisa Berneri, ma anche Weil, Orwell, Camus,
Bettelheim, Caffi, Chiaromonte, Morante, Pasolini, Arendt, Chom-
sky e antenati come Herzen, Buber o Landauer, oltre ai citati,
e ovvi, Kropotkin e Malatesta... Una pleiade di intelligenze attive
e fattive, speculatrici e concrete, pienamente dentro i dilemmi del
loro tempo e luminosamente refrattarie alle ideologie dominanti
spesso anche a costo della stessa esistenza.
La parte forse pi affascinante dellintervista di Goodway
quella sugli anni di formazione di Ward, che ricostruiscono
unepoca e un percorso attraverso gli incontri con persone dec-
cezione, in anni assai bui ma anche retti dalla convinzione di un
futuro tutto da inventare. Quali che fossero i limiti interni di un
movimento, le sue divisioni e la sua pletora di egocentrismi (in
Italia, soprattutto, le sue pervicaci tentazioni della superficialit
e della violenza, in una sorta di sottocultura soddisfatta della
sua primariet...), vi erano al suo interno esempi di pensatori e
sollecitatori di straordinaria lucidit, al cui livello, in Italia, mi
permetto di iscrivere solo Carlo Doglio e Lamberto Borghi, e se
ci aggiungiamo De Carlo e, per altri versi, Capitini, si torner a
constatare come lurbanistica e la pedagogia, la citt e linfanzia

9
(o I bambini e la citt, come recita sinteticamente il titolo italia-
no di un grande saggio di Ward) siano il terreno di riflessione
privilegiato dai pensatori anarchici non a caso. Cio: la convi-
venza umana, e il futuro, le nuove generazioni, i nuovi nati, e in
definitiva la liberazione del presente e del futuro ma con la per-
suasione che solo in questo modo si libera anche il passato, si
d dignit e riscatto a tutte le vite che la storia e il potere hanno
impedito, castrato e massacrato.
Il presente, per. Quel presente che esige la sua centralit.
ancora lHerzen del fondamentale Dallaltra sponda a parlare
per bocca di Ward: Un obiettivo che sia infinitamente distan-
te, non un obiettivo, un inganno. Ed chiaro che si sta
polemizzando con quel pensiero marxista e comunista che ha
avvilito la storia del movimento operaio di due secoli portando
ai disastri che si sanno, e sui quali, forse, visti i risultati, ormai
superfluo insistere anche se il suo spettro continua ad affliggere
molti almeno in Italia, e forse non finir mai di far danni.
Lo statalismo efferato della tradizione comunista , ovvia-
mente, uno degli obiettivi polemici centrali del pensiero anar-
chico, ma mai come oggi esso sembrato cos terribile e
infausto, nella decadenza di ogni sua giustificazione di fronte
ai problemi posti, nel bene e nel male, dalla globalizzazione.
La scelta tra soluzioni libertarie e soluzioni autoritarie avviene
in ogni istante e in ogni forma. E si torna irresistibilmente al
cuore della preoccupazione e dellinsegnamento di Colin Ward,
alla convinzione che una societ anarchica, una societ che si
organizza senza autorit, esiste da sempre, come un seme sotto
la neve, sepolta sotto il peso dello Stato e della burocrazia, del
capitalismo e dei suoi sprechi, del privilegio e delle sue ingiu-
stizie, del nazionalismo e della sua lealt suicida, delle religioni
e delle loro superstizioni e separazioni. questo linizio di La
pratica della libert, Anarchia come organizzazione, nellorigi-
nale Anarchia in azione, o in atto.
Si tratta allora di liberare la societ dalle sue storture, di
riconquistare e valorizzare le sue tensioni migliori alla coope-
razione, al libero accordo, al mutuo soccorso, alla solidariet
attiva, e di metterle in luce poich lapparato dello Stato e dei
media cospira a nasconderle, a sottovalutarle. Un esempio italia-
no, per tutti: la dimensione della piccola imprenditoria emiliana

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o marchigiana e veneta stata osteggiata dal gruppo Fiat e dai
suoi giornali (pressoch tutti), dalla tradizione comunista, e
finanche sindacale, e dallo Stato con il suo intralciante e obbli-
gante bagaglio di norme e di leggi, fino al punto di regalarla alla
destra, fino al punto di farne il campo di rapina per la parodia
di liberalismo e federalismo e autonomia che sono Berlusconi
o la Lega salvo, una volta al potere, cercare anchessi di farsi
Stato, di occupare lo Stato a proprio vantaggio.
proprio sugli esempi italiani che talvolta, nel corso di que-
sta intervista, possono nascere nel lettore alcuni dubbi: non sar
davvero troppo ottimista, rispetto al nostro carattere e alla nostra
(sconsiderata, caotica) creativit, Colin Ward? Non tender
anche lui a idealizzarci un tantino?
Pi in generale, non sar anche quello della societ civile
un terreno ormai pi scabroso di quanto non fosse ieri, quando
essa davvero avanzava proposte e correttivi efficaci e salutari
al dominio della politica? Qui in Italia, quantomeno, abbiamo
dovuto scontare nel corso degli anni Novanta molte illusioni
sulla positivit di per s della societ civile, frammentata in
interessi corporativi e di gruppo e in nuove finzioni retoriche
anche nei suoi settori pi vitali, quali le associazioni (di servizi,
anzitutto, nello smantellamento del Welfare, ma anche di produ-
zione e consumo, anche di formazione e cultura).
Queste sono per osservazioni decisamente secondarie rispet-
to alla variet di insegnamenti che possibile ricavare dalla
ricca storia di Colin Ward, dallesempio di inesausta dedizione
e creativit della sua biografia. Un aspetto in particolare mi ha
personalmente toccato di questa intervista, ed il discorso sulle
riviste, e in particolare sullesperienza di Anarchy, 1961-
1970, 118 numeri, una rivista che ho seguito con passione e
verso la quale, come verso poche altre, ho un grandissimo debito
di riconoscenza perch, nella sua bellissima grafica (le copertine
di Rufus Segar!) e nei franchi approfondimenti dei suoi numeri
monografici come nelle sue pieghe e rubriche, cerano gli anti-
doti indispensabili alla pesantezza marxista di tante altre, alla
pesantezza leninista dei gruppi politici che hanno soffocato
il 68 e anche alle ambiguit del cosiddetto marxismo critico
della rivista, pur bella, Quaderni piacentini, di cui in quegli
anni io ero responsabile con altri, e anche rispetto a quellecces-

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so di tatticismo che per non isolarsi troppo dal movimento,
per non farsi isolare dai gruppi ha limitato le aperture e le
innovazioni di una rivista come Ombre rosse.
anche da artefice di riviste, oltre che da membro di gruppi
culturali o di intervento sociale, che ho letto queste Conversa-
zioni, con lammirazione per un modello ineguagliabile quale
fu Anarchy grazie al suo formidabile direttore! Ma natural-
mente non c stato solo questo, e la vitalit di questo libro, il
suo aiuto a far germogliare i semi nascosti sotto la neve, anche
di un nostro presente italiano forse pi sgraziato e sfasciato che
cupo, ci rende chiari limiti e forza della nostra azione, ma non
ci fa disperare a causa del loro scarso successo. Se vero, per
esempio, che Anarchy non ha mai superato le tremila copie,
posso ben accontentarmi della met raggiunta dalla rivista che
attualmente coordino!
Sono uno stimolo perch si insista e non ci si fermi, le rifles-
sioni ed esperienze di Colin Ward, perch non ci si deprima per
la nostra inadeguatezza e per la pesantezza dei problemi che il
presente e la storia ci presentano.
Il pensiero libertario rientrato da anni, come Colin Ward
andato sempre auspicando, nel flusso vitale dellintellettualit;
nel campo delle idee che sono prese sul serio. E sono davvero
tanti i campi in cui questo avviene. Non basta, naturalmente, e
nella esplorazione dei rapporti tra le persone e lambiente che
le circonda occorre, sullesempio di persone come Colin Ward,
considerare lesplorazione come esperienza e sperimentazione
nonostante tutto, nonostante il nostro maggiore o minore grado
di disperazione, accogliendo la sfida del non accetto, chieden-
do a noi stessi la pratica pi cosciente di una forma di dispera-
zione creativa.

Roma, marzo 2003

Nella pagina seguente: 1990. Harriet e Colin Ward

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I testi in corsivo sono di David Goodway,
i testi in tondo sono di Colin Ward
INTRODUZIONE

Colin Ward una delle principali figure del pensiero radi-


cale degli ultimi quarantanni, ma la sua attivit ha inciso in
modo sotterraneo. Il suo nome raramente citato dai commen-
tatori politici e perfino nel Paese dove nato, la Gran Breta-
gna, poco noto alla cerchia pi ampia del pubblico meglio
informato. Un chiaro indizio di questo suo stare ai margini
del mondo intellettuale e istituzionale dato dal fatto che non
ha nemmeno un editore ufficiale. Nel volume Richer Futures:
Fashioning a New Politics (1999), destinato a rimediare almeno
in parte a questa situazione, il curatore, Ken Worpole, riesce
a mettere in luce come gli interessi di Colin Ward coincidano
con le principali tematiche contemporanee. Io ho il sospetto
che Ward sosterrebbe che tale relazione potrebbe esser fatta
soprattutto in ragione del buonsenso, del realismo, del carat-
tere necessitante propri al pensiero anarchico in quanto tale (e
non alla sua particolare versione), se solo la gente riuscisse a
rendersi conto dellevidente rapporto tra proposta anarchica e
bisogni del nuovo secolo: tutte osservazioni che troverebbero in
gran parte daccordo anche me. Ma detto questo non possibile
confutare lautentica originalit della sua opera.
Colin Ward nasce il 14 agosto 1924 a Wanstead, una citta-
dina dellEssex. Suo padre Arnold fa il maestro e sua madre,
Ruby West, lavora come stenografa. Frequenta la County High
School for Boys di Ilford (che come unica altra gloria vanta

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il fatto che un insegnante di inglese l in servizio per trentotto
anni il padre della poetessa e saggista Kathleen Raine, che
scriver con toni velenosi ed estremamente snob di lui, della
scuola e di Ilford nel primo volume della sua autobiografia,
Farewell Happy Fields). Ma Colin non si dimostra uno studente
brillante e a quindici anni lascia la scuola.
Arnold Ward, insegnante elementare, alla fine viene nomi-
nato direttore di una scuola a West Ham che, pur essendo al
di fuori della circoscrizione amministrata dal London County
Council, ha al suo interno situazioni di estrema miseria come
quelle di Canning Town e di Silvertown. Arnold sempre stato
un sostenitore del partito laburista e lautomobile di famiglia
sempre in giro nei periodi elettorali. Per un bambino, crescere
in un ambiente fortemente impegnato come quello degli anni
Trenta non rende certo ottusi, come attesta Colin Ward: nel
1938, ha la possibilit di partecipare a un comizio di Emma
Goldman nella grande manifestazione del Primo maggio a
Hyde Park, e nellaprile del 1939 assiste alla Queens Hall,
nellambito del Festival di musica popolare, allesecuzione
della Ballad of Heroes, ballata in onore dei caduti delle Brigate
Internazionali composta da Benjamin Britten, con libretto di W.
H. Auden e Randall Swingler, e diretta da Constant Lambert.
Ricorda anche i gettoni-latte, i contributi volontari sul prezzo
del latte a favore della Spagna repubblicana su iniziativa della
London Cooperative Society.
Lesperienza che, per, segna in profondit le sue scelte
quella della seconda guerra mondiale. Il suo primo impiego
lo vede al lavoro in una ditta che costruisce (in modo peraltro
fraudolento) rifugi antiaerei. Poi assunto presso lufficio tec-
nico del comune di Ilford, un posto che gli fa aprire gli occhi sul
trattamento ineguale ricevuto dagli inquilini delle case comu-
nali: alcuni vedono immediatamente soddisfatte le richieste di
riparazioni, mentre altri che si trovano agli ultimi posti di una
gerarchia non dichiarata devono aspettare uneternit. Succes-
sivamente Colin va a lavorare nello studio dellarchitetto Sidney
Caulfield, entrando cos in un rapporto vitale con lArts and
Crafts Movement. Caulfield, infatti, ha svolto il suo apprendista-
to con John Loughborough Pearson (collaborando al progetto
della cattedrale di Truro), ha studiato grafica con Edward John-

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son ed Eric Gill e ha avuto prima come insegnante alla Central
School of Arts and Crafts e poi come collega W. R. Lethaby, per
il quale nutre una sconfinata ammirazione. Lethaby, grande
teorico dellarchitettura oltre che architetto egli stesso, una
delle nove persone citate da Ward nel suo Influences (1991). Al
numero 28 di Emperors Gate, proprio accanto al suo studio,
Caulfield (tra laltro cognato dellunico pittore futurista inglese,
C. R. W. Nevinson) ha affittato un appartamento a Miron Grin-
dea, un romeno che dirige una piccola rivista destinata a una
lunga esistenza, Adam. Grazie a Grindea, Ward si accosta
alla grande letteratura: Proust, Gide, Mann, Brecht, Lorca e
Canetti.
Nel 1947, alla smobilitazione dellesercito, Ward riprende
a lavorare per Caulfield per diciotto mesi, prima di passare
allArchitects Co-Partnership (costituito prima della guerra
con il nome di Architects Co-operative Partnership da un
gruppo di comunisti che erano stati compagni di studi alla
Architectural Association School). Dal 1952 al 1960 Ward
primo assistente dello studio Shepheard & Epstein, che si occu-
pa della progettazione di edifici scolastici e di case popolari,
poi lavora per tre anni come direttore della ricerca allo studio
Chamberlin, Powell & Bon. Passato allinsegnamento nel 1964,
ritorna allarchitettura e allurbanistica nel 1971, divenendo
il responsabile allistruzione della Town and Country Plan-
ning Association (fondata da Ebenezer Howard con il nome di
Garden City Association), per la quale cura le pubblicazioni di
bee (Bulletin of Environmental Education). Lascia lim-
piego nel 1979, per trasferirsi in campagna, nel Suffolk, dove si
dedica esclusivamente allattivit di saggista.
Torniamo agli anni Quaranta. Ward chiamato alle armi nel
1942 ed allora che entra in contatto con gli anarchici. Desti-
nato a Glasgow, l che riceve una vera istruzione, grazie
allutilizzo di uneccellente biblioteca, la Mitchell Library, e
grazie al fatto che, trovandosi nellunica citt britannica che
abbia prodotto un movimento anarchico autenticamente locale
(a differenza di Londra, dove alimentato dagli esuli europei e
dagli ebrei immigrati), pu ascoltare i brillanti oratori anarchici
che parlano nel Glasgow Green, nelle riunioni tenute in una
stanza sopra il pub Hangmans Rest (Il rifugio dellimpicca-

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to) in Wilson Street e nella libreria di George Street1. Ward
soprattutto influenzato da Frank Leech, un ex minatore che
gestisce un negozio, il quale lo sollecita a inviare articoli alla
rivista War Commentary di Londra: il primo, dal titolo Allied
Military Government, sul nuovo ordine che si vuol dare allEu-
ropa liberata, esce nel dicembre 1943. Dopo una visita in carce-
re a Leech (in sciopero della fame dopo essere stato condannato
per non essersi registrato nel servizio anti-incendi e per non
aver voluto pagare lammenda relativa), visita cui si presenta in
uniforme non avendo altri indumenti, viene trasferito alle isole
Orcadi e Shetland fino alla fine della guerra.
Nellaprile 1945, ormai vicini alla conclusione del conflitto,
quattro membri della redazione di War Commentary sono
incriminati con laccusa di fomentare il malcontento tra le forze
armate, in quanto sul giornale prefiguravano una situazione
prerivoluzionaria paragonabile a quella della Russia o della
Germania alla fine della prima guerra mondiale. E difatti il
titolo di un loro articolo esortava a non mollare i fucili.
Ward uno dei quattro militari abbonati alla rivista chiamati a
testimoniare dallaccusa. Nonostante tutti e quattro testimonino
di non essere diventati ostili alle forze armate dopo la lettura
del giornale, John Hewetson, Vernon (Vero) Richards e Philip
Sansom restano in prigione per nove mesi. Solo Maria Luisa
Berneri, la quarta persona incriminata, rilasciata perch non
perseguibile in quanto moglie di Richards.
Lanno successivo Ward, sempre nellesercito ma ora nellIn-
ghilterra meridionale, riferisce ampiamente sul movimento di
occupazione delle case in nove articoli pubblicati su Freedom
(testata originale che riprende il posto di War Commentary).
Quando finalmente congedato, nellestate del 1947, gli viene
offerto di entrare nella redazione della rivista, alla quale dal
1945 collabora anche George Woodcock. il primo contatto
con quelli che sono destinati a diventare i suoi amici pi vicini e
cari, come racconta nel primo capitolo di queste conversazioni.
Al gruppo di Freedom Press non mancano di certo talento e
vivacit, e anche se nel 1949 Maria Luisa Berneri muore e Woo-
dcock emigra in Canada, il gruppo editoriale riceve il contributo
di importanti autori anarchici come Herbert Read (poi tenuto
a distanza dal 1953 per avere accettato il titolo di sir) e Alex

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Comfort, di politologi come Geoffrey Ostergaard, di simpatiz-
zanti come Gerald Brenan2. Le annate di Freedom tra gli ulti-
mi anni Quaranta e i primi anni Cinquanta offrono un numero
impressionante di articoli significativi. Se negli anni Quaranta
War Commentary prima e poi Freedom escono ogni due
settimane, dallestate del 1951 la scadenza diventa settimanale.
La maggior parte degli articoli prodotta dalla redazione: nel
1950 Ward ne scrive circa 25, ma lanno seguente arriva a 54,
poi la frequenza tende a ridursi, i testi si allungano e spesso sono
pubblicati a puntate in cinque o sei numeri. A partire dal maggio
1956 fino alla fine del 1960, nella rubrica People and Ideas sono
ben 165 gli editoriali scritti da lui. Dato che questo fittissimo
apprendistato giornalistico svolto nei ritagli di tempo, non
deve sorprendere il fatto che i testi ricorrano spesso a lunghe
citazioni in parte parafrasate.
Allinizio degli anni Cinquanta cominciano a emergere le
tematiche caratteristiche di Ward: labitare, lo spazio urbano, il
controllo operaio e lauto-organizzazione in fabbrica, i metodi
per rendere economicamente sostenibili le attivit agricole, la
decolonizzazione. Attento a ogni manifestazione delluniverso
intellettuale, pronto a segnalare quanto avviene al di fuori
della sfera anarchica, per esempio seguendo gli sviluppi della
ricerca sociologica, o scrivendo critiche favorevoli a Bertold
Brecht (5 agosto e 1 settembre 1956), o ancora recensendo con
entusiasmo la pubblicazione su Encounter delle conversazioni
radiofoniche di Isaiah Berlin, sul terzo programma radiofonico
della bbc, sul tema degli intellettuali russi tra il 1838 e il 1848,
la decade sublime, che poi saranno raccolte nellantologia
Russian Thinkers (1955).
Ma chi sono i suoi lettori? War Commentary era andato
relativamente bene in tempo di guerra, grazie alla solidariet
e agli intensi rapporti con i piccoli gruppi contrari al conflitto,
soprattutto con Peace News, ma anche con lIndependent
Labour Party e il suo organo New Leader. Alla fine della
guerra e dopo il trionfo elettorale dei laburisti nel 1945, gli
anarchici sono destinati a un periodo di forte isolamento:
Freedom Press fermamente ostile ai governi laburisti e alle
loro riforme sul Welfare. Ward ricorda un commento di Maria
Luisa Berneri alla fine degli anni Quaranta: La rivista diventa

19
sempre pi bella e sempre meno gente la legge!. Lisolamento
e lirrilevanza numerica degli anarchici inglesi contrassegnano
tutti gli anni Cinquanta.
Per uscire dallingrata routine della scadenza settimanale,
Ward comincia a premere in favore di unedizione mensile e pi
meditata di Freedom; alla fine i suoi compagni di redazio-
ne gli affidano la responsabilit di una nuova testata mensile,
Anarchy, che parte nel marzo 1961, mentre loro continuano
a far uscire Freedom come settimanale altre tre volte al mese.
Ward, in realt, avrebbe voluto che il suo mensile si chiamasse
Autonomy: A Journal of Anarchist Ideas, ma i suoi compa-
gni, pi tradizionalisti, non sono disposti a un cambiamento del
genere (gi tacciato di revisionismo3, lo si critica in specifico
per volersi discostare dalla taumaturgica definizione di anar-
chico). Rimane per, ora del tutto ridondante, il sottotitolo
giornale di idee anarchiche. Usciranno 118 numeri, fino al
dicembre 1970, con una serie di splendide copertine disegnate
da Rufus Segar, che sarebbe poi diventato un famoso grafico.
Nel fare un bilancio degli anni Cinquanta e un piano dazione
personale per il successivo decennio, Ward osserva4:

Non si pu proprio dire che in questi dieci anni il movimento anar-


chico di tutto il mondo abbia accresciuto la sua influenza [...]. Eppure
le idee anarchiche non sono mai state cos importanti. Lanarchismo
in sofferenza, come lo sono tutti i movimenti minoritari, perch la
debolezza del numero ne inibisce la forza intellettuale. La cosa pu
non essere rilevante dal punto di vista di un approccio individuale alla
vita, ma lo se guardiamo alla sua funzione in quanto teoria sociale,
come uno dei possibili metodi per affrontare i problemi della societ.
proprio questa carenza che si ha in mente quando si lamenta il fatto che
dai tempi di Kropotkin la teoria anarchica non ha fatto un passo avanti.
Le idee e non gli eserciti cambiano la faccia del mondo, e nellambito di
quelle che chiamiamo ambiziosamente scienze sociali, troppo pochi tra
coloro che esprimono idee originali le coniugano con un atteggiamento
anarchico. Per gli anarchici il problema degli anni Sessanta sempli-
cemente questo: far rientrare lanarchismo nel flusso vitale dellintellet-
tualit, nel campo delle idee che sono prese sul serio.

Nella sua funzione di redattore di Anarchy, Ward ha poi

20
ottenuto qualche successo nel fare appunto rientrare lanar-
chismo nel flusso vitale dellintellettualit soprattutto grazie
a una mutata situazione politica e sociale, che presenta aspetti
sempre pi favorevoli. Lavvento della Nuova Sinistra e del
movimento per il disarmo nucleare, alla fine degli anni Cin-
quanta, che favoriscono il radicalizzarsi delle lotte studentesche
e il generale atteggiamento libertario degli anni Sessanta, fanno
emergere un nuovo pubblico pi ricettivo nei confronti delle
proposte anarchiche. Il mio stesso caso personale lo esemplifica.
Nellottobre del 1961, gi abbonato alla New Left Review (il
cui primo numero era uscito alla fine dellanno precedente) e di
nuovo a Londra per comparire a Bow Street, dopo il mio arresto
nel corso del sit-in del Comitato dei 100 del 17 settembre, ho
comprato una copia di Anarchy 8 nella libreria di Charing
Cross Road. Avevo appena compiuto diciannove anni e da quel
momento non mi sarei pi staccato dal movimento. Dodici mesi
dopo, ormai iscritto alla Oxford University, sono stato tra i fon-
datori dellOxford Anarchist Group, e uno dei primi oratori che
ho invitato a intervenire stato proprio Colin Ward (per una
conferenza su anarchismo e Welfare, tenuta il 28 ottobre 1963).
Del gruppo anarchico oxoniense facevano parte Gene Sharp,
Richard Mabey, Hugh Brody, Kate Soper e Carole Pateman5.
Anche Raphael Samuel, lo studioso marxista di storia sociale,
mi ha poi raccontato di aver preso parte a qualcuna delle nostre
riunioni. Finalmente, nel 1968 lo stesso Ward pu affermare in
unintervista radiofonica6: Credo che ci sia stato un cambia-
mento negli atteggiamenti sociali [...]. Forse lanarchismo oggi
sta diventando di moda. Mi pare che lo si avverta nellaria....
Il successo di Ward anche merito della limpida qualit di
Anarchy. Che certo non va sopravvalutata, perch ci sono stati
anche alti e bassi. La cura dei testi, secondo un collaboratore
amico, che per non risparmiava le critiche [Nicolas Walter],
minima: non si riscrive niente, non si cambia niente. Colin
non faceva quasi nessun intervento. Non voleva stare a perdere
tempo, non gli importava gran che di rivedere le bozze. Ficca-
va tutto nellimpaginato e lasciava che la rivista venisse fuori
automaticamente7.
Ward mette insieme gli articoli a casa sua, sul tavolo di
cucina. Spesso scrive gran parte dei pezzi, firmandosi con vari

21
pseudonimi (John Ellerby, John Schubert i nomi delle strade
dove abitava e Tristram Shandy) o pubblicandoli senza firma.
Anche i contenuti si differenziano poco dalle sue collaborazioni
per Freedom del decennio precedente, anzi c un continuo
riciclaggio di spunti. Il numero tanto apprezzato sui campi-
gioco (settembre 1961), per esempio, stato preceduto da un
articolo simile su Freedom (6 settembre 1958). Le vendite
non superano mai le 2.800 copie: nessun progresso rispetto alle
2-3.000 di Freedom.
La qualit, invece, rimanda a diversi aspetti. Lanarchismo
di Ward non pi sepolto tra i resoconti di conflitti sindacali
e i commenti sullattualit politica nazionale e internazionale.
Si regge sulle proprie gambe e con il sostegno di contributi con
analogo orientamento. Anarchy trasuda vitalit, in sintonia
con le tendenze dellepoca, si rivolge ai giovani. Le tematiche
di cui si occupa sono soprattutto quelle relative alle abitazioni
e alloccupazione di case, alla scuola, al controllo operaio (un
argomento caro anche alla Nuova Sinistra), al sistema penale.
Sulle sue pagine compaiono infatti le firme di tutti i principali
esponenti della New Criminology, David Downes, Jock Young
(che da studente diffonde Anarchy alla London School of
Economics), Laurie Taylor, Stan Cohen e Ian Taylor. La rivi-
sta anche la prima a ospitare i saggi di intensa originalit di
Murray Bookchin (inizialmente con la firma di Lewis Herber):
Ecology and Revolutionary Thought (novembre 1966), Towards
a Liberatory Technology (agosto 1967) e Desire and Need (otto-
bre 1967), poi raccolti nel volume Post-Scarcity Anarchism8
pubblicato a Londra nel 1974. Da allora Bookchin si imposto
come una importante voce di collegamento tra anarchismo e
movimento ecologista.
stata proprio la direzione editoriale di Anarchy a far
uscire Ward dallombra di Freedom e della Freedom Press
e a farlo conoscere. Nel corso degli anni Sessanta comincia a
ricevere richieste di collaborazione da parte di altre riviste, non
solo nellambito del dissenso come Peace Now e Liberation
di New York, ma anche di testate come The Twentieth Century
e New Society. Con questultimo periodico collabora stabil-
mente dal 1978 per la rubrica Stand, e quando New Society si
fonde, dieci anni dopo, con New Statesman rimane come com-

22
mentatore nella nuova rivista, New Statesman and Society,
con una rubrica settimanale intitolata Fringe Benefits (fino alla
sua brusca interruzione, per decisione del nuovo direttore, nel
1996). I suoi primi libri, Violence e Work, escono solo nel 1970
e nel 1972. Sono testi rivolti a lettori adolescenti e fanno parte di
una collana della Penguin Education curata da Richard Mabey.
Il terzo libro di Ward, che vede la luce nel 1973, il primo
destinato a un pubblico adulto e, fino a oggi, lunico sulla teo-
ria anarchica, anzi, lunico direttamente ed esplicitamente
sullanarchismo9. anche quello pi tradotto, perch, come
ha osservato George Woodcock, una delle opere teoriche pi
importanti sullanarchismo10. Ward avrebbe voluto intitolarlo
Anarchy as a Theory of Organization, riprendendo il titolo di un
articolo pubblicato nel 1966 su Anarchy 62, ma gli editori,
Allen & Unwin, optano per Anarchy in Action [La pratica della
libert. Anarchia come organizzazione].
In questo testo Ward esplicita in modo complessivo quellori-
ginale concezione anarchica che ha caratterizzato la sua attivit
pubblicistica e le collaborazioni ad Anarchy del precedente
decennio. Le parole di apertura, che alludono a uno splendido
romanzo di Ignazio Silone, Il seme sotto la neve (1943), letto
da Ward mentre torna in treno alle Orcadi dopo una licenza a
Londra, sono state pi volte citate:

Questo libro vuole dimostrare che una societ anarchica, una


societ che si organizza senza autorit, esiste da sempre, come un
seme sotto la neve, sepolta sotto il peso dello Stato e della burocrazia,
del capitalismo e dei suoi sprechi, del privilegio e delle sue ingiustizie,
del nazionalismo e della sua lealt suicida, delle religioni e delle loro
superstizioni e separazioni.

Il suo anarchismo,

lungi dallessere una visione speculativa di una societ futura []


la descrizione di una modalit di organizzazione degli esseri umani,
che affonda le radici nelle esperienze della vita quotidiana e che opera
accanto alle tendenze autoritarie che dominano nella nostra societ, e
nonostante queste11.

23
Ladesione a questo principio di fondo non solo uno straor-
dinario strumento di liberazione intellettuale, ma ha anche conse-
guenze decisamente concrete e pratiche: Quando si comincia a
guardare la societ umana da unottica anarchica, si scopre che
le alternative ci sono gi, sono qui, tra gli interstizi della struttura
di potere dominante. Se si vuole costruire una societ libera, tutti
i mezzi sono a portata di mano12. Sta qui la soluzione a interro-
gativi in apparenza insolubili con cui si sono sempre scontrati gli
anarchici (e i socialisti). Il primo questo: se lanarchismo (o
il socialismo) tanto auspicabile quanto realizzabile, come mai
non si mai affermato o durato solo pochi mesi (o anni)? Ward
risponde che lanarchismo gi parzialmente presente e che egli
in grado di vederlo in azione. Il secondo riguarda la possibi-
lit per gli esseri umani di apprendere la cooperazione, in modo
da consentire una transizione dallordine presente alla societ
cooperativa che si vuole raggiungere. Ward sostiene che gli esse-
ri umani sono collaborativi per natura e che le stesse strutture
e istituzioni sociali esistenti, per capitaliste e individualiste che
siano, si disintegrerebbero letteralmente se non esistesse la forza
aggregante del mutuo appoggio e della consociazione, pur tanto
sottovalutati oggi. E la societ non si trasforma alla stregua dei
salti climatici millenari, ma in ragione di una situazione prolun-
gata di doppio potere nel corso della lotta epocale tra tendenze
autoritarie e tendenze libertarie, dove del tutto improbabile la
vittoria schiacciante e definitiva delle une o delle altre.
Secondo questa concezione dellanarchismo, come osserva
George Woodcock,

gli anarchici non mirano a [...] distruggere lordine politico esisten-


te per sostituirlo con un sistema di organizzazione migliore [...] ma
piuttosto a liberare la struttura esistente dallingombro di istituzioni
coercitive, in modo che la societ naturale di epoche passate pi libere,
che sopravvissuta seguendo percorsi in gran parte sotterranei, possa
liberarsi e rifiorire in un futuro diverso. Gli anarchici non sono mai
stati nichilisti, non hanno mai voluto distruggere da cima a fondo la
presente societ e sostituirla con qualcosa di nuovo [...]. Gli anarchici
hanno sempre giudicato positivamente il persistere di impulsi sociali
naturali e delle istituzioni volontarie da questi prodotte: tutti i loro
sforzi sono orientati a liberare la grande rete della cooperazione tra gli

24
esseri umani che ancor oggi si distende a tutti i livelli della nostra esi-
stenza, e non a creare o a immaginare chiss quali nuovi mondi. Ecco
perch sono cos pochi i testi utopici di autori anarchici: essi sono sem-
pre stati convinti che sia possibile affidarsi agli istinti sociali, una volta
resi liberi, per adattare la societ in forme auspicabili e pratiche, senza
piani precostituiti, che sono sempre [costrizioni]13.

In sintesi, gli anarchici perseguono il fine della cooperazione


e del mutuo appoggio volontari ricorrendo ai mezzi dellazione
diretta, organizzandosi in modo libero. Ward soprattutto inte-
ressato alle forme di azione diretta, qui e subito, forme che libe-
rano la grande rete della cooperazione tra gli esseri umani.
Gi nel 1973 ritiene che: La crescita dello Stato e della buro-
crazia, di mega-imprese di dimensioni colossali, del privilegio
gerarchico [] fanno sorgere organizzazioni parallele, contro-
organizzazioni, organizzazioni alternative, che esemplificano il
metodo anarchico. E prosegue elencando il risorgere di riven-
dicazioni per il controllo dal basso, del movimento di descola-
rizzazione, dei gruppi di self-help terapeutico, dei movimenti di
occupazione delle case, delle cooperative di inquilini e di quelle
di consumo, dei sindacati autonomi, delle organizzazioni comu-
nitarie di ogni immaginabile tipo14. Nei successivi trentanni ha
poi richiamato lattenzione sulle attivit di autocostruzione (in
particolare su quanto si realizzato nelle baraccopoli dei Paesi
poveri dellAmerica Latina, dellAfrica e dellAsia), su ogni
sorta di cooperative, sulleconomia informale e sui progetti per
il commercio locale (lets, Local Exchange Trading Schemes).
Spuntano in continuazione nuove attivit auto-organizzate. Il
Fai-da-te lessenza dellazione anarchica, quante pi perso-
ne lapplicano a ogni livello, a scuola, nei luoghi di lavoro, in
famiglia, tanto meno efficaci si rendono le strutture restrittive e
tanto pi la dipendenza sostituita dalla fiducia in s dei singoli
e delle collettivit. Questa unaltra citazione del compianto
George Woodcock, che stato il critico che pi apprezzava e
meglio comprendeva Ward: altrove il dibattito sui suoi scritti
presenta notevoli limiti, forse perch sono stati considerati
carenti dal punto di vista teorico15.
La visione anarchica di Ward, come molte delle sue idee
operative nel campo dellarchitettura e dellurbanistica, spiega

25
come mai egli si sia concentrato sulle applicazioni o soluzioni
anarchiche alle questioni immediate in cui probabile un
coinvolgimento concreto della gente16. Nel 1977 mi aveva detto
che secondo lui tutti i suoi libri non sono che unesplorazio-
ne delle relazioni tra le persone e lambiente che le circonda
(intendendo lambiente edificato e non quello naturale): questo
evidente per i nove decimi della sua produzione, ma mi pare
invece (come egli stesso ha detto trentanni dopo) che tutte
le sue pubblicazioni osservino la vita da un punto di vista
anarchico17. Cos le applicazioni anarchiche riguardano
ledilizia abitativa: Tenants Take Over (1974), Housing: An
Anarchist Approach (1976), When We Build Again: Lets
Have Housing That Works! (1985) e Talking Houses (1990);
larchitettura e lurbanistica: Welcome, Thinner City (1989),
New Town, Home Town (1993), Talking to Architects (1996)
e Sociable Cities (con Peter Hall) (1998); leducazione e lam-
biente: The Child in the City (1978)18 e The Child in the Country
(1988); la scuola, il lavoro e le abitazioni: Havens and Springbo-
ards (1997); i trasporti: Undermining the Central Line (con Ruth
Rendell) (1989) e Freedom to Go (1991)19; e lacqua: Reflected
in Water (1997).
Come arrivato Ward a elaborare queste tesi? Chi sono i
pensatori e quali le tradizioni che ne hanno formato la visio-
ne? Una cosa va detta subito: qualcuno potrebbe affermare
che non c originalit nel suo pensiero, che tutto era gi stato
detto prima da Ptr Kropotkin e da Gustav Landauer. Non si
pu negare affatto il considerevole debito di Ward nei con-
fronti di Kropotkin. E infatti ne sottolinea linfluenza in campo
economico, si definito anarco-comunista nella tradizione di
Kropotkin e, considerando Fields, Factories and Workshops
[Campi, fabbriche, officine] una di quelle grandi opere profe-
tiche del diciannovesimo secolo la cui ora deve ancora venire,
ne ha fatto una versione aggiornata col titolo Fields, Factories
and Workshops Tomorrow (1974)20. Kropotkin, poi, nel suo
grande saggio Mutual Aid [Il mutuo appoggio] dimostra come
la cooperazione sia diffusa ovunque tanto nel mondo animale
che tra gli esseri umani, fornendo nel capitolo conclusivo alcuni
esempi di associazioni volontarie, come la Lifeboat Association.
Ward, con la sua tipica modestia, scrive che in un certo senso

26
La pratica della libert soltanto una nota a pie di pagina, pur
ampliata e aggiornata, a Il mutuo appoggio di Kropotkin21. E
tuttavia questultimo prospettava una violenta rivoluzione socia-
le, mentre Ward va ben oltre nelle tipologie dei gruppi coope-
rativi che individua nelle societ moderne e nella centralit che
attribuisce a questi nella trasformazione anarchica.
Ward ancora pi vicino a Landauer, tanto da spingersi al
punto da affermare che la sua non una nuova versione della
teoria anarchica. Gustav Landauer laveva gi prefigurata, ma
non come fondatrice di qualcosa di nuovo, bens come attua-
lizzazione e ricostituzione di qualcosa che sempre stato pre-
sente, che esiste accanto allo Stato, sia pur sepolto e negletto.
Una delle citazioni da lui preferite, e che giustamente considera
un contributo essenziale nella sua semplicit allanalisi dello
Stato e della societ condensato in ununica frase22, tratta da
un articolo di Landauer del 1910:

Lo Stato non una cosa che si pu distruggere con una rivoluzione,


ma una condizione, un certo modo di mettersi in relazione tra esseri
umani, una manifestazione del loro comportamento; lo distruggiamo
stabilendo relazioni diverse, comportandoci in un altro modo.

Una visione che avrebbe portato Landauer a promuovere la


nascita di cooperative di produzione e di consumo, ma soprat-
tutto di comuni agricole, con accentuazioni per diverse da
quelle messe invece da Ward sulle soluzioni anarchiche alle
questioni immediate. In ogni modo, Ward sapeva di Landauer
solo quello che aveva letto nel libro di Martin Buber, Paths in
Utopia [Sentieri in Utopia]23 del 1949. Anche a Buber, che era
stato amico di Landauer, ne aveva pubblicato gli scritti e ne
condivideva le idee riguardo al rapporto tra societ e Stato, ma
che, pur nutrendo simpatia per gli anarchici, non era un anar-
chico, Ward riconosce una certa influenza per quanto riguarda
il sociale.
E a me sembra un fatto straordinario che Ward coltivasse la
sua versione dellanarchismo allinterno del gruppo di Freedom
Press, i cui membri si richiamavano invece ai consigli di ope-
rai e soldati della Rivoluzione russa e di quella tedesca e alle
collettivit della Rivoluzione spagnola. Lui non credeva, vice-

27
versa, nella rivoluzione imminente. Non proprio la mia idea
di anarchismo. Penso che sia fuori della storia [...]. Dubito tu
possa trovare in qualcuno dei miei scritti su Freedom accenni
che rimandino, anche solo alla lontana, a una rivoluzione attesa
per la settimana prossima. Quando cerca di coinvolgere i suoi
compagni, verso la fine degli anni Quaranta, nella stesura di
un opuscolo sul movimento degli squatters (e per convincerli fa
addirittura un collage con ritagli dei suoi articoli), ricorda che
gli altri erano convinti che la cosa non avesse alcun rapporto
con lanarchismo. Se quel gruppo va comunque apprezzato per
avergli dato la possibilit di percorrere la sua strada con Anar-
chy, solo dopo il successo di Tenants Take Over, uscito per i
tipi di Architectural Press nel 1974, che la redazione di Freedom
Press gli propone di pubblicare un libro. Il risultato Housing:
An Anarchist Approach che, in certa misura, riprende i suoi arti-
coli di War Commentary e di Freedom sulle lotte per la casa
dellimmediato dopoguerra.
La diversit di Ward spiegabile in parte col fatto che si
avvicinato allanarchismo avendo alle spalle una formazione
nel campo dellarchitettura e dellurbanistica, lesperienza del
movimento delle Citt-Giardino (non difficile vedere il lega-
me tra Ebenezer Howard e Kropotkin) e della pianificazione
del territorio. stato anche influenzato notevolmente da Patrick
Geddes (come riconosce in Influences), da Lewis Mumford e
dallapproccio regionalista. Anche William Morris ha avuto
una certa importanza nella sua formazione, ma non per le con-
ferenze politiche, che non rispondono alle inclinazioni di Ward,
quanto attraverso la mediazione dellArts and Crafts Movement
(il suo primo datore di lavoro, Sidney Caulfield, conosceva
Morris di persona) e soprattutto di Lethaby24. Tuttavia colui che
secondo Ward ha pi segnato la sua formazione politica non
un anarchico, bens Alexander Herzen:

Un obiettivo che sia infinitamente distante non un obiettivo, un


inganno. Un vero obiettivo deve essere piuttosto vicino: come minimo
il salario per loperaio o il piacere per un lavoro eseguito. Ogni epoca,
ogni generazione, ogni esistenza ha avuto o ha una sua esperienza e il
fine di ogni generazione deve essere suo proprio25.

28
Dallaltra parte dellAtlantico due sono stati i periodici
per lui importanti, entrambi reperibili nella libreria di Free-
dom Press. Il primo politics (1944-49), diretto da Dwight
Macdonald negli anni del suo passaggio dalle file marxiste
al pacifismo anarchico, che Ward considera il mio ideale di
rivista politica e di cui ammira il respiro, lo stile asciutto e
raffinato (Macdonald lavora a Londra negli anni Cinquanta e
Sessanta, ma Ward lo incontra solo un paio di volte). Il secondo
Why? (1942-47), poi diventato Resistance (1947-52), la
cui redazione comprende David Wieck e Paul Goodman. David
Wieck (1921-1997) e la sua compagna Diva Agostinelli sono
ricordati da Ward come anarchici americani con una visione
non dissimile dalla sua. Le riflessioni di Wieck sullazione diret-
ta, in un articolo pubblicato su Anarchy nel 1962 (The Habit
of Direct Action), sono state riprese dalla stampa anarchica di
tutto il mondo. Goodman, che collabora anche con politics,
un altro degli autori che lhanno maggiormente influenzato, in
particolare con Communitas (1947), il classico sulla progetta-
zione scritto con il fratello Percival, ma anche per la concezione
anarchica, vicina a quella di Ward, che comincia a esporre da
The May Pamphlet in avanti, senza omettere Art and Social
Nature (1946). Goodman collabora spesso con Anarchy, e La
pratica della libert dedicato alla sua memoria. Eppure Ward
riesce a incontrarlo una sola volta, in occasione della parteci-
pazione di Goodman alla conferenza su Dialectics of Liberation.
Su Anarchy 33 Ward mette in luce le analogie tra Goodman
e Alex Comfort, e proprio il Comfort di Authority and Delin-
quency in the Modern State26 (1950) e di Delinquency (1951),
dove auspica che lanarchismo possa diventare una sociologia
dellazione libertaria, lultimo degli autori che hanno inciso in
modo significativo sulla visione anarchica di Ward.
Ward se la prende, a ragione, con lossessione che gran parte
degli anarchici nutre per la propria tradizione, gloriosa o infau-
sta che sia: Io credo che il vizio inveterato degli anarchici sia
quello di restare troppo attaccati al proprio passato27. Eppure,
nonostante continui a evidenziare il qui e ora e il futuro, ha
scritto tre libri di argomento storico: due con Dennis Hardy,
Arcadia for All: The Legacy of a Makeshift Landscape (1984) e
Goodnight Campers! The History of the British Holiday Camp

29
(1986), e uno con David Crouch, The Allotment: Its Landscape
and Culture (1988). Un testo magistrale come quello di Arcadia
for All, storia della lottizzazione dellInghilterra sud-orientale,
non che un naturale allargamento al recente passato delle sue
tematiche sullautocostruzione e loccupazione delle case, argo-
menti trattati anche in The Allotment. In Goodnight Campers! si
ritrovano le origini dei campeggi per vacanze agli albori del xx
secolo e dei pioneer camps, in cui un ruolo decisivo era svolto
dalle organizzazioni di mutuo soccorso della classe operaia,
dalle cooperative e dai sindacati. Limportanza storica che que-
ste istituzioni hanno avuto nellassicurare servizi sociali e nel
preservare un legame solidale, da questo libro in poi stato uno
dei temi sempre pi trattati nellopera di Ward.
Ne parla in un breve e acuto articolo del 1987, The Path Not
Taken, ma la sua analisi degli ultimi quindici anni si fatta
pi corposa e ha sviluppato argomenti da tempo meditati. Fin
dalla fine dellOttocento la tradizione di associazioni frater-
ne e autonome che sorgevano dal basso ha lasciato a poco a
poco il posto a istituzioni autoritarie dirette dallalto28. Ward
scorge una sinistra alleanza tra fabiani e marxisti che, creden-
do entrambi implicitamente nello Stato, supponevano di poter
diventare llite in grado di prenderne il controllo. Questa
alleanza si coniuga con una certa efficacia con laltrettanto
sinistra alleanza tra burocrati e professionisti: le classi dei
pubblici funzionari e dei professionisti inglesi, con il loro mal-
celato disprezzo per le forme con cui si organizza il popolo.
Ecco quello che ne risulta: La grande tradizione di autonomia
e solidariet della classe operaia stata cancellata non tanto
perch irrilevante quanto perch considerata un ostacolo con-
creto dagli architetti, in senso politico e professionale, del
Welfare State [...]. Il contributo di chi avrebbe dovuto benefi-
ciarne [...] stato ignorato come un vero e proprio elemento
di disturbo29. Richiamandosi a varie e recenti opere storiche,
Ward in grado di mostrare come le scuole elementari del xix
secolo, create dai genitori della classe operaia per i figli della
classe operaia e sotto il controllo di questultima, dopo il 1870
siano state soppiantate dalle scuole-convitto, e come organiz-
zazioni analoghe per la sanit, le associazioni mediche opera-
ie, siano scomparse con la costituzione del Servizio sanitario

30
nazionale. Ward vede anche, nel campo che meglio conosce,
come le societ edificatrici operaie abbiano perso a poco a
poco ogni elemento di mutuo appoggio e come questa degenera-
zione sia avvenuta nonostante lesistenza di una tradizione, per
le case popolari comunali, nettamente contraria al principio del
controllo da parte dei residenti.
Ci viene offerta qui unanalisi quanto mai feconda del disa-
stro cui arrivata la moderna politica sociale in Gran Bretagna,
ma non solo, con indicazioni sulla strada da seguire se si vuole
conservare una qualche possibilit di ricostituire le perdute
esperienze di organizzazione autonoma e di mutuo appoggio. La
stessa argomentazione ripresa in Social Policy: An Anarchist
Response [La citt dei ricchi e la citt dei poveri]30, che racco-
glie le conferenze da lui tenute nel 1996 alla London School of
Economics, in cui sono riassunte le sue tematiche pi importanti.
Per Colin Ward, le prospettive pi promettenti per lanarchi-
smo nellimmediato futuro stanno nel movimento ambientalista
ed ecologista. Ma uno dei suoi maggiori rimpianti che solo
pochissimi anarchici seguano il suo esempio e applichino i
propri principi alle discipline che meglio conoscono. Nel suo
caso sono larchitettura, lurbanistica e tutte le tematiche legate
allabitare. Ma dove sono, si domanda, gli anarchici esperti di
pratica medica, per esempio, o di servizi sanitari, di agricoltu-
ra, di economia?

Note allIntroduzione

1. Tutte le citazioni che non hanno altra indicazione si riferiscono a una


conversazione con Colin Ward del 29 giugno 1997.
2. Herbert Read (1893-1968), poeta e critico darte, ha scritto fra laltro
Poetry and Anarchism (1938) e The Philosophy of Anarchism (1940). Alex
Comfort (1920-2000), poeta, romanziere e ricercatore medico, lautore del
libro di fama mondiale The Joy of Sex (1972) [trad. it.: La gioia del sesso,
Bompiani, Milano, 19844]. Geoffrey Ostergaard (1926-1990), studioso e docen-
te della Birmingham University, autore di saggi sul sindacalismo e il controllo
operaio (per Freedom e per Anarchy), sul movimento delle cooperative

31
in Gran Bretagna e sul movimento indiano Sarvodaya. Gerald Brenan (1894-
1987), membro del gruppo di Bloomsbury, vissuto per gran parte della sua
lunga esistenza in Spagna, dove ha scritto un fondamentale testo storico, The
Spanish Labyrinth (1943) che analizza le origini della guerra civile spagnola.
3. Colin Ward, Notes of an Anarchist Columnist, The Raven, n. 12 (otto-
bre-dicembre 1990), p. 316.
4. Colin Ward, Last Look Round at the 50s, Freedom, 26 dicembre 1959.
5. Gene Sharp si distingueva dal resto del gruppo perch, oltre a essere ame-
ricano, era pi anziano (essendo nato nel 1928) ed era un ricercatore post-laurea
che aveva gi pubblicato parecchi interventi sullazione diretta nonviolenta, come
avrebbe continuato a fare, per esempio con un libro che merita di essere ricor-
dato come The Politics of Nonviolent Action (1973). Richard Mabey, dopo aver
lavorato in editoria, curando diversi libri di Colin Ward, diventato un autore di
successo con i suoi libri sulle piante e la natura di taglio nettamente alternativo,
come Food for Free e The Unofficial Countryside. Hugh Brody si occupato di
tante cose diverse, ma stato soprattutto un antropologo, unautorit sugli Inuit
canadesi e un sostenitore dello stile di vita dei popoli di cacciatori-raccoglitori;
il suo ultimo e rinomato libro sintitola The Other Side of Eden. Kate Soper,
approdata al pensiero marxista, lautrice di On Human Needs e fa parte della
redazione della New Left Review, ma anche lapprezzata traduttrice inglese di
Cornelius Castoriadis. Carole Pateman, che ai tempi era assistente nelloriginale
Oxfam shop, oggi una nota pensatrice libertaria e femminista che vanta la pub-
blicazione di vari saggi, tra cui The Problem of Political Obligation, The Sexual
Contract e The Disorder of Women, oltre ad avere una cattedra allucla.
6. Richard Boston, Conversations about Anarchism, Anarchy, n. 85,
marzo 1968, p. 74.
7. Raphael Samuel, in un giudizio estremamente generoso espresso su New
Society, 2 ottobre 1987, in occasione della pubblicazione di A Decade of Anar-
chy, citava lanarchico inglese Nicolas Walter (1934-2000), il cui saggio About
Anarchism, uscito una prima volta sul numero 11 di Anarchy, stato tradotto
in varie lingue e pubblicato in molti Paesi del globo.
8. Murray Bookchin, Post-Scarcity Anarchism [trad. it.: Post-Scarcity Anar-
chism, La Salamandra, Milano, 1979].
9. Colin Ward, I think thats a terrible thing to say!. Elderly anarchist hack
tells all, in Freedom: A Hundred Years, edizione per il centenario di Free-
dom, ottobre 1986, p. 63.
10. George Woodcock, Anarchism and Anarchist: Essays, Quarry Press,
Kingston, Ontario, 1992, p. 231. Il contributo di Woodcock alla diffusione delle
idee anarchiche affrontato nella prima di queste conversazioni.

32
11. Colin Ward, Anarchy in Action, 1973, p. 11 [trad. it.: La pratica della
libert. Anarchia come organizzazione, Eluthera, Milano, 1996].
12. Ibid., p. 13.
13. George Woodcock, Anarchism and Anarchist: Essays, cit., p. 231.
14. Colin Ward, Anarchy in Action, cit., p. 137.
15. George Woodcock, Anarchism: A History of Libertarian Ideas and
Movements, Penguin Books, Harmondsworth, 19862, p. 421 [trad. it.: Lanar-
chia, storia delle idee e dei movimenti libertari, Feltrinelli, Milano, 1966].
16. David Goodway (a cura di), For Anarchism: History, Theory and Practi-
ce, Routledge, London, 1989, p. 14; Colin Ward (a cura di), A Decade of Anar-
chy, 1961-1970: Selections from the Monthly Journal Anarchy, Freedom Press,
London, 1987, p. 279.
17. David Goodway, For Anarchism: History, Theory and Practice, cit., p.
21, n. 52.
18. Colin Ward, The Child in the City [trad. it.: Il bambino e la citt, LAn-
cora del Mediterraneo, Napoli, 2000].
19. Colin Ward, Freedom to Go: After the Motor Age [trad. it.: Dopo lauto-
mobile, Eluthera, Milano, 19972].
20. Richard Boston, Conversation about Anarchism, cit., p. 65; Ptr Kro-
potkin, Fields Factories and Workshops Tomorrow [trad. it.: Campi, fabbriche,
officine, a cura di Colin Ward, Antistato, Milano, 1975].
21. Colin Ward, Anarchy in Action, cit., p. 8.
22. Ibid., pp. 11, 19.
23. Martin Buber, Paths in Utopia [trad. it.: Sentieri in Utopia, Comunit,
Milano, 1967].
24. William Richard Lethaby (1857-1931), architetto inglese, fu curatore della
Fabbrica dellAbbazia di Westminster, docente al Royal College of Arts e fra i fon-
datori della Central School of Arts and Crafts, di cui fu preside dal 1893 al 1911.
25. Citato in Colin Ward, Anarchy in Action, cit., p. 136.
26. Alex Comfort, Authority and Delinquency in the Modern State [trad. it.:
Potere e delinquenza, Eluthera, Milano, 1995].
27. Colin Ward Interview, Freedom, giugno 1984.
28. Colin Ward, The Path Not Taken, The Raven, n. 3, novembre 1987, p.
195; ove dice che queste frasi, gi presenti in Anarchy in Action, p. 123, erano
state precedentemente pubblicate nel 1956 su Freedom (ma la versione origi-
nale in realt allinterno di una lunga lettera del 30 giugno 1960 al Listener).
29. Colin Ward, The Path Not Taken, cit., p. 196.
30. Colin Ward, Social Policy: An Anarchist Response [trad. it.: La citt dei
ricchi e la citt dei poveri, e/o, Roma, 1998].

33
1948. Anarchist Summer School: a sinistra Colin Ward, al centro con la barba Philip Sansom, a destra Frank Leech
I
UNA STORIA ANARCHICA

Prima di tutto vorrei farti la domanda pi ovvia: raccontami


come sei diventato anarchico.

Provengo da una famiglia di laburisti della periferia orientale


di Londra, e dellesistenza di un movimento anarchico ho saputo
ai tempi della guerra di Spagna. Mio padre era lultimo di dieci
figli: la sua famiglia stava nella East India Dock Road dove suo
padre era definito un grossista. Da adolescente era stato uno
studente-insegnante nella scuola che frequentava e poi aveva
ottenuto una borsa per un college dove si formavano i maestri.
Dopo la Grande Guerra, mentre insegnava in una scuola del
quartiere dei docks a Londra, si era laureato in geografia alla
London School of Economics, uno dei pochi istituti che consen-
tivano di studiare e lavorare insieme. Mia madre era figlia di un
carpentiere della stessa zona della capitale.

35
Quanto a me, pur avendo superato lesame di ammissione
alla locale scuola superiore, a quindici anni, nel 1939, avevo
lasciato gli studi. Temo di avere deluso i miei e sono sicuro che
mio padre pensasse che, se non ero in grado di affrontare il dop-
pio impegno che egli aveva imposto a se stesso, non valesse la
pena di spronarmi a farcela. Da ragazzo una delle cose che pi
mi appassionava era la stampa (nella forma ormai superata con i
caratteri mobili in piombo). Mi ero comprato un tornio a pedale
e un amico di mio fratello che lavorava per un quotidiano mi
portava pacchi interi di vecchi caratteri in piombo. Pi tardi,
quando avrei voluto mostrargli i risultati della sua gentilezza, ho
saputo che era morto durante un bombardamento aereo.
Di trovare lavoro in una tipografia non ci fu verso, ma nel
1941, al mio terzo impiego, fui messo al tavolo da disegno nello
studio di un anziano architetto con trascorsi professionali che
risalivano allultimo decennio del xix secolo, ai tempi di Wil-
liam Morris e dellArts and Crafts Movement. La sua attivit si
era ridotta ai restauri provvisori delle fabbriche dellEast End
londinese, una zona che conoscevo molto bene e che era stata
devastata dal blitz aereo del settembre 1940.
Come qualsiasi ragazzo che lavorava nel centro di Londra
per la prima volta, passavo un sacco di tempo a esplorare la
City. Mi ricordo di avere scoperto il Socialist Book Centre
di Essex Street, ai margini dello Strand, che era gestito da un
amico di Orwell, Jon Kimche. l che ho scoperto le opere di
Orwell, che non era facile trovare in altre librerie, e riviste come
Tribune e New Leader.
Alla pari di tutti i miei coetanei (non conoscevo ancora
nessun obiettore), a diciottanni fui arruolato nellesercito (era
il 1942) e, dato che lavoravo in uno studio di architettura, fui
immediatamente destinato al corpo dei genieri. Mi insegnarono
a costruire ponti e a farli saltare, ma ci deve essere stata unim-
provvisa carenza di disegnatori perch, secondo quel sistema
fantastico con cui funziona la strategia militare, fui destinato
alla Army School of Hygiene, per fare gigantografie di latrine
e insetti velenosi come guida per chi costruiva accampamenti e
impianti igienici.
Poi, nellautunno del 1943, la stessa insondabile strategia
militare mi fece trasferire in Scozia, a Glasgow, per lavorare in

36
una tenuta requisita in Park Terrace, con una splendida vista sulla
citt fumosa sotto di noi, dove, per la prima volta dalla fine della
prima guerra mondiale, lindustria pesante era in piena espansio-
ne. La domenica avevo un permesso e lo utilizzavo girando per
la citt o passando ore alla Mitchell Library, la bellissima biblio-
teca pubblica aperta la domenica, fino al momento in cui potevo
andare ad ascoltare i comizi politici in piazza. A Glasgow cera
una lunga tradizione in questo campo e, allepoca, lanarchismo
era rappresentato da due oratori particolarmente brillanti e spiri-
tosi, Eddie Shaw e Jimmie Dick. In quelle occasioni si distribu-
ivano volantini che invitavano nella libreria anarchica di George
Street e nella adiacente sala riunioni sopra il pub Hangmans
Rest di Wilson Street.

Suppongo fossero operai che riuscivano a coniugare ideolo-


gicamente lindividualismo alla Stirner con il sindacalismo.

S, hai ragione. Tutti e due i personaggi che ho citato riuni-


vano in s le versioni dellanarchismo in apparenza pi incom-
patibili. Lanarchico di Glasgow che pi mi affascinava era
per Frank Leech. Era un irlandese, ma non veniva dallIrlanda,
bens dal Lancashire, ed era stato campione di pugilato della
Marina nella prima guerra mondiale. Aveva una posteria in uno
di quei quartieri residenziali ai margini della citt. L ospita-
va profughi dalla Germania e dalla Spagna e lavorava con un
tornio a stampa. Quando gli parlai delle pubblicazioni ufficiali
americane, da me lette alla Mitchell Library, che descrivevano i
piani per lEuropa del dopoguerra, mi sollecit a condensarli in
articoli per la rivista londinese War Commentary for Anar-
chism e a spedirli alla signora M. L. Richards. Gli diedi retta e
il materiale fu pubblicato, mi pare, nel dicembre del 1943.
In quel periodo Leech ebbe guai con la legge e decise di dar
vita a unazione di propaganda iniziando uno sciopero della
fame nel carcere di Barlinnie. Era un personaggio assai popo-
lare e i suoi amici, preoccupati per la sua salute, mi spinsero a
fargli visita in prigione per cercare di convincerlo a desistere
(pensando che un soldato in uniforme, con un accento londinese
e non scozzese, avesse pi probabilit di avere un permesso dal
direttore del carcere). La mia visita fu evidentemente notata,

37
perch subito dopo lesercito mi trasfer in ununit addetta alla
manutenzione sulle isole Orcadi e Shetland, nella zona remota
allestremo nord-est della Scozia.
In questa vicenda c un aspetto ironico: la mia sospetta inaf-
fidabilit mi ha tenuto lontano dai guai per il resto della guerra,
mentre molti altri coscritti della mia generazione sono caduti in
battaglie dimenticate e senza senso nel Sudest asiatico.
Ma quegli anarchici impegnati e autodidatti di Glasgow mi
avevano ormai conquistato alla causa anarchica, facendomi
conoscere la loro libreria, vendendomi tutta la stampa anarchica
che avevano a disposizione e mettendomi in contatto (postale,
per il momento) con Freedom Press a Londra.

Che cosa ti attraeva dellidea anarchica in unepoca in cui


lentusiasmo per il comunismo sovietico era allapice?

Non sono del tutto sicuro di come io sia riuscito a non essere
infettato dallidolatria per Stalin che affliggeva la sinistra britan-
nica. Ma tra le pubblicazioni in vendita nella libreria anarchica
di Glasgow cerano gli scritti di Emma Goldman e di Alexander
Berkman. Frank Leech stesso aveva stampato e pubblicato il
pamphlet di Emma Goldman Trotsky Protests Too Much. Mi
avevano colpito, molto presto, anche le opere di Arthur Koestler
e di George Orwell. Lilian Wolfe, una veterana dei primi anni di
Freedom Press, aveva messo il mio nome nellelenco dei desti-
natari di vari giornali del dissenso, per esempio di politics,
che Dwight Macdonald pubblicava dal 1944: tutte quelle pubbli-
cazioni avevano come tratto comune una dichiarata avversione
nei confronti dello stalinismo onnipresente sulla stampa della
sinistra regolare. Sempre nel 1944 Freedom Press aveva pub-
blicato il libro di Maria Luisa Berneri, Workers in Stalins Rus-
sia, che avrebbe visto pi ristampe negli anni del dopoguerra. Vi
si sosteneva che il criterio fondamentale per giudicare qualsiasi
regime politico era: In che condizioni si trovano gli operai?, e
che, secondo questo criterio, il regime sovietico era un disastro,
con gli stessi estremi di ricchezza e di povert del mondo capita-
lista. Il libro era uscito in un momento in cui, per tacito accordo,
la stampa britannica non criticava lUnione Sovietica. Sono sicu-
ro che le generazioni a venire non riusciranno mai a capire fino

38
a che punto le idee marxiste e staliniste abbiano condizionato le
teorie degli intellettuali inglesi ed europei.

Come spiegheresti questa infatuazione quasi religiosa?

Per molti stata una specie di conversione: la ricerca di cer-


tezze estreme. Forse stato Orwell che lha definita patriotti-
smo dislocato, riferendosi con questo a quanti, avendo abiurato
a una lealt incondizionata per il Paese di nascita, landavano
applicando, come un cerotto, a un altro Paese. Lo abbiamo visto
bene nei decenni del dopoguerra in cui i marxisti inglesi, delusi
dallo stalinismo, hanno offerto la loro lealt prima alla Jugosla-
via di Tito e, delusi ancora una volta, sono poi passati immedia-
tamente alla Cuba di Castro. Non conosco armi capaci di scon-
figgere questa tendenza, se non quella del ridicolo.

Come definisci lanarchismo? Sei socialista? Il tuo essere


anarchico include quello dei sindacalisti, degli individualisti,
dei pacifisti...?

Per dare una definizione di anarchismo ricorro sempre alle


parole di apertura di un articolo scritto da Kropotkin per lundi-
cesima edizione dellEncyclopedia Britannica nel 1905, in cui
spiega che

il nome dato a un principio, o a una teoria della vita e del comporta-


mento in base alla quale la societ concepita senza governo: lar-
monia al suo interno si ottiene non per sottomissione alla legge o per
obbedienza a una qualsivoglia autorit, ma per libero accordo stipulato
tra i vari gruppi, territoriali e professionali, liberamente costituiti per
fini di produzione e consumo, come pure per la soddisfazione dellinfi-
nita variet di bisogni e di aspirazioni di un essere civile.

Io sono completamente daccordo con questa definizione,


che poi Kropotkin estende. Ci significa che io sono, per defi-
nizione, un socialista o quello che Kropotkin avrebbe definito
un anarco-comunista. Ma allo stesso modo sottolineo sempre
che esiste un terreno comune per persone che sono arrivate a un
approccio anarchico attraverso percorsi differenti. Credo che il

39
gruppo di Freedom Press degli anni della guerra riunisse perso-
ne che esprimevano tutte le tendenze che citavi e che questa sia
stata una caratteristica di quelli legati alla testata Freedom per
tutto il periodo della sua storia.
E in effetti non mi fido di quegli anarchici che passano il
tempo a demolire le posizioni di unaltra frazione anarchica.

Capisco ci che vuoi dire, ma devo insistere su un aspetto. Io


non vedo alcun riferimento al socialismo (la propriet comune
dei mezzi di produzione, di distribuzione e di scambio) nella
definizione che hai preso da Kropotkin.

Perch la maggior parte delle versioni del socialismo che


conosciamo implicano lattivit di un governo centrale o locale.
Ma il movimento cooperativo mette in campo in tutto il mondo
una molteplicit di forme di propriet comune dei mezzi di pro-
duzione, di distribuzione e di scambio, senza dipendere dallo
Stato.

Certo, ma ritengo che la definizione di Kropotkin attenga


allo specifico campo dellanarchismo e non del socialismo,
anche se ha forse implicazioni socialiste. In che rapporto ti
metti, personalmente, con il sindacalismo?

Mi sembra che il controllo operaio della produzione indu-


striale sia lunico approccio compatibile con lanarchismo, per
questo sono automaticamente un sostenitore degli obiettivi del
sindacalismo. Tuttavia, ho visto spesso come una minoranza
militante tentasse di alimentare conflitti di importanza seconda-
ria fino a farli diventare lotte estreme, perdendo inevitabilmente
lappoggio della maggioranza e facendo s che i normali operai
temessero limpegno militante. I sindacalisti, come i roman-
zieri e i sociologi, tendono a sopravvalutare la presenza delle
grandi fabbriche fordiste, organizzate con precisione militare,
nel settore manifatturiero, quando, come Kropotkin rilevava
un secolo fa, il posto di lavoro tipico in una piccola officina.
Forse, quando i sindacalisti riusciranno a fare a meno di un
certo romanticismo storico, sapranno sfruttare appieno le nuove
tecnologie della comunicazione per combattere il capitalismo

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internazionale su scala globale.
E lindividualismo?

Non c bisogno che ti dica che le persone pi individualiste


che ho conosciuto erano tra quelle che respingevano lideologia
dellindividualismo e credevano fermamente nel comunismo
anarchico. Non una battuta, ma unosservazione che faccio
quasi ogni giorno.

E il pacifismo?

Anche qui ho potuto osservare varie generazioni di anarchici


che hanno avuto posizioni diverse riguardo alla violenza e alla
nonviolenza. Mi ricordo di un simpaticissimo vecchio irlande-
se, un anarchico dei tempi andati, Matt Kavanagh, che ripeteva
spesso (parlando di persone che tu e io conosciamo bene): Il
guaio dei pacifisti che ti mollerebbero un bel pugno sul naso
senza starci a pensare due volte!. Ma a chi considera ingenuo o
semplicistico il pacifismo contemporaneo, io consiglierei di leg-
gere il libro del mio amico Michael Randle, Civil Resistance1,
che discute le potenzialit e i limiti dellazione pacifista.
Sono sicuro che George Orwell il quale durante la seconda
guerra mondiale ha dedicato tantissimo tempo ad attaccare la
posizione pacifista dei suoi amici Alex Comfort e George Woo-
dcock osserverebbe, nonostante tutto, che coloro che sono pi
proni a criticare lideologia della nonviolenza sono anche quelli
che hanno meno dimestichezza con la natura orribile, squallida
e arbitraria della violenza.

Per tutta la tua vita di adulto sei sempre stato legato alla
stessa casa editrice di Londra, Freedom Press. Mi vuoi raccon-
tare qualcosa della sua storia?

Il primo numero di Freedom usc nel 1886, curato da una


donna straordinaria, Charlotte Wilson, che era in corrispondenza
con Kropotkin e con sua moglie Sophie. Fu lei che li spinse a
trasferirsi in Inghilterra dopo che Kropotkin era uscito dal carce-
re in Francia, nel gennaio 1886. La notoriet di lui e la capacit
organizzativa di lei produssero una rivista che prendeva le mosse

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dallesperienza ginevrina di Kropotkin con Le Rvolt, nel
1878, e da quella parigina de La Rvolte, nel 1885.
Il periodico da loro fondato riusc a sopravvivere, nonostante
le irruzioni della polizia e le incarcerazioni nel corso della prima
guerra mondiale, fino al 1928. In quellanno Tom Keell, che ne
era stato lo schivo direttore editoriale dal 1907, lasci Londra
con la sua compagna Lilian Wolfe alla volta della Whiteway
Colony, una comune tolstoiana dellInghilterra occidentale che,
fin dalla sua fondazione nel 1898, era diventata lospitale rifugio
di molti anarchici.
Keell continuava a pubblicare un Freedom Bulletin per gli
abbonati rimasti e intanto cercava di scorgere i segnali di una
ripresa della attivit anarchica. Questi si presentarono nel 1936,
quando fu interpellato da Vernon Richards, figlio di un vecchio
anarchico italiano trasferitosi a Londra, Emidio Recchioni (1864-
1934), il quale aveva un noto negozio di alimentari, King Bomba,
al 37 di Old Compton Street, a Soho. Vero, come si chiamava
in realt e come lo chiamavano gli amici, aveva fondato una
rivista, Free Italy, che dopo gli eventi del 1936 fu rimpiazzata
da Spain and the World. E Tom Keell si rallegr del fatto che
ci fosse un nuovo spazio per ospitare le idee e i vecchi opuscoli
che aveva tenuto da parte. Quando la guerra di Spagna savvi
alla sua triste conclusione, nel 1939, la rivista cambi ancora
nome, prima con Revolt! e poi con War Commentary for
Anarchism, per poi ritornare alla testata originale, Freedom,
nel 1945. Nel 1943 Lilian Wolfe, che aveva nel frattempo gestito
un negozio di alimentari a Stroud, nel Gloucestershire, lo lasci
allet di sessantasette anni, per gestire lufficio di Freedom Press
a Londra. morta nel 1974, a novantotto anni, e Nicolas Wal-
ter racconta: Per oltre venticinque anni Lilian Wolfe stata la
colonna dellamministrazione di Freedom Press nelle varie sedi
che la casa editrice ha avuto a Londra. Era lei la persona da cui
dipendeva tutta lorganizzazione: la persona di assoluta fiducia
che fa andare avanti lufficio, apre e chiude il negozio, risponde
al telefono e alle lettere, tiene la contabilit e mantiene i contatti.
Era in rapporto personale con migliaia di lettori della rivista [...].
Il che era senzaltro vero anche nel mio caso. Quando le scrivevo
in modo vago da un indirizzo militare, mi rispondeva sempre
e mi mandava copie di riviste straniere, come La Protesta di

42
Buenos Aires e LAdunata dei Refrattari di New York.
Ho ragione di pensare, per, che tu abbia incontrato il grup-
po di Freedom Press per la prima volta sul banco degli imputati
della Central Criminal Court di Londra, mentre stavi tra i testi-
moni daccusa?

S, vero. Di tutti i Paesi europei coinvolti nel conflitto


mondiale, la Gran Bretagna era quello dove era meno difficol-
toso sopravvivere per chi si opponeva alla guerra. Pi tardi, nel
dopoguerra, gli anarchici francesi, olandesi e italiani che ho
conosciuto si meravigliavano della tolleranza nei confronti di chi
dissentiva che cera qui da noi. Come chiunque sia stato costretto
alla coscrizione obbligatoria, io avevo ben poche informazioni
al riguardo, anche se poi ho conosciuto renitenti alla leva che
per questo erano soggetti a continue incriminazioni e arresti. I
giornali che si opponevano recisamente alle finalit belliche del
Paese erano pochissimi, perci War Commentary era loggetto
scontato delle attenzioni della Special Branch (la polizia segreta
del governo britannico), ma le incriminazioni pi serie comin-
ciarono solo nellultimo anno di guerra. Nel novembre 1944 fu
arrestato John Olday, il vignettista del giornale, e dopo un lungo
processo fu condannato a dodici mesi di prigione per essersi
appropriato di una carta didentit smarrita (essendosi rifiutato
di giustificarne il possesso era stato di conseguenza condannato).
Uno dei lettori, tale T. W. Brown, era stato arrestato in preceden-
za per avere distribuito volantini sediziosi. Al momento della
sentenza del tribunale penale, il pubblico ministero aveva messo
in evidenza il fatto che in base alla legge in vigore avrebbe potu-
to essere condannato a quattordici anni di carcere.
Il 12 dicembre 1944, alcuni agenti della Special Branch fecero
irruzione negli uffici della redazione di Freedom Press e nelle case
di redattori e simpatizzanti. Agivano ai sensi di una norma della
legge marziale, la Defence Regulation 38b, la quale stabiliva che
proibito a chiunque distogliere i membri delle forze armate dal
proprio dovere. Alla fine di dicembre, altri agenti della polizia
segreta, guidati dallispettore Whitehead, perquisirono gli effetti
personali di un certo numero di soldati in varie zone del Paese.
Caso volle che in quel momento mi trovavo in un carcere militare
(il mio crimine era di non avere ubbidito a un ordine, ma in

43
realt si trattava di un conflitto di competenze, come lo defini-
rebbe oggi un sindacalista. Mi avevano chiesto di fare un lavoro
che in genere veniva svolto da una persona qualificata, cosa che
io non ero, e quindi mi ero rifiutato. Solo per dar fastidio al mio
comandante, avevo spinto la cosa fino alla corte marziale!).
Ma la detenzione non fu sufficiente e infatti venni portato, sotto
scorta di due guardie armate della polizia militare, dal campo di
prigionia sullisola di South Ronaldsay alla mia compagnia di
stanza nelle Orcadi, a Stromness. Pareva la storia del Buon Solda-
to Schweik. In mia presenza il comandante frug tra le mie cose e
la mia posta, sequestrando vari libri e parecchie carte.
Quando fui rilasciato, inoltrai subito una richiesta formale per
riavere indietro quanto mi avevano portato via. Il mio comandan-
te dichiar di non essere autorizzato a restituirmi niente e pochi
giorni dopo fui mandato dallispettore Whitehead per essere
interrogato. Scrissi a Lilian Wolfe raccontandole quanto mi era
successo, ma la posta dalle Orcadi era censurata e (come seppi
poi) gran parte di quello che avevo scritto era stato cancellato
dalla censura. Avevo allora scritto unaltra lettera, convincendo
un civile a impostarla dalla terraferma in Scozia. Questa lettera
mi fu poi mostrata per conferma quando testimoniai al processo
contro Freedom Press. Anni dopo la stessa lettera e altri oggetti
che mi erano stati sottratti, compresi i numeri incriminati della
rivista, mi furono restituiti. Ecco quanto scrivevo a Lilian:

Whitehead mi ha messo davanti larticolo All Power to the Soviets


del numero di novembre di War Commentary e una copia della Let-
tera aperta alle Forze Armate di Freedom Press della stessa data, chie-
dendomi se li avevo letti. Ho detto di s. Mi ha indicato un capoverso
dellarticolo, che parlava delleffetto rivoluzionario dei Consigli dei
soldati nella Russia del 1917, e un paragrafo della Lettera che doman-
dava ai destinatari, in termini generici, dellesistenza e dellattivit di
Consigli dei soldati. Mi ha chiesto che idea mi fossi fatto dalla lettura
dei due articoli insieme e se li considerassi unistigazione allammuti-
namento. Ho risposto quanto pi vagamente possibile...

Intanto, nel gennaio 1945, Philip Sansom, uno dei redattori


di Freedom, era stato incarcerato per due mesi perch trova-
to in possesso di un impermeabile dellesercito e per non aver

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notificato un cambio dindirizzo. Cera la chiara intenzione di
tenere fuori circolazione i redattori della rivista. Il 22 febbraio
Maria Luisa Berneri, Vernon Richards e John Hewetson furono
arrestati alle sette e mezza di mattina e accusati di violazione delle
norme delle Defence Regulations. In tribunale si trovarono accan-
to a Philip Sansom, che era stato tradotto dal carcere di Brixton.
Dovettero comparire quattro volte davanti alla Magistrates Court,
prima del processo penale che dur quattro giorni alla Central Cri-
minal Court. Presiedeva un noto magistrato, sir Norman Birkett,
e laccusa era condotta dallAttorney General in persona. Erano
gli ultimi giorni di guerra: Richards, Hewetson e Sansom furono
giudicati colpevoli e condannati a nove mesi di prigione ciascuno.
Maria Luisa Berneri venne assolta e liberata grazie a certi cavilli
legali che la resero furibonda: avendo sposato Vernon Richards
(per acquisire il diritto di risiedere in Gran Bretagna), il suo legale
aveva semplicemente ricordato che secondo la legge inglese, poi-
ch marito e moglie sono giuridicamente una persona, la moglie
non pu essere accusata di cospirare con il marito!

Ma erano o no colpevoli di qualche reato?

Tutto il processo si basava sullipotesi accusatoria dellispet-


tore Whitehead, che metteva in collegamento la Lettera inviata a
un centinaio di militari abbonati a War Commentary con vari
articoli sulla storia dei Consigli dei soldati, sorti in Russia e in
Germania tra il 1917 e il 1918, e sulla situazione dei movimenti
di resistenza europei ai quali, con lavanzare delle forze allea-
te nel 1944, veniva detto di deporre le armi consegnandole ai
governi imposti dalla forza degli eserciti. Uno dei titoli di testa
su War Commentary incitava per esempio a non mollare i
fucili!. Laccusa lo utilizz per dimostrare che la rivista sobil-
lava i militari a non restituire le armi e a utilizzarle per uneven-
tuale azione rivoluzionaria. In realt larticolo (come si evinceva
chiaramente dal contesto) era rivolto alla resistenza belga, dopo
che lesercito tedesco si era ritirato e prima che simponesse un
nuovo regime. Tutte le prove presentate dallaccusa erano
altrettanto inconsistenti. I quattro soldati (me compreso) convo-
cati dallaccusa per provare di avere ricevuto il materiale illega-
le, testimoniarono per la difesa affermando di non essere stati

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influenzati negativamente.
I redattori imputati (che fra laltro riuscirono a dimostrare di
non essere, per ragioni di stile, gli autori delle circolari inviate ai
soldati) non erano contenti della linea di difesa adottata. Ma se
lo scopo del processo era di mettere a tacere Freedom Press, non
sarebbe stato saggio assumere un atteggiamento intransigente
e di conseguenza subire condanne molto pi pesanti. Il reato di
fomentare il malcontento tra i militari prevedeva infatti una pena
fino a quattordici anni. Per come andarono le cose, i redattori
furono condannati a pene pi lievi rispetto a T. W. Brown e a
John Olday, i cui reati erano pi insignificanti. In effetti Maria
Luisa e George Woodcock riuscirono a non interrompere le pub-
blicazioni del giornale mentre i compagni restavano in prigione.
In Gran Bretagna esisteva unorganizzazione, il National
Council for Civil Liberties, che fungeva da gruppo di pressione
in casi analoghi al processo contro Freedom Press, ma in quel
particolare periodo della sua storia era finito sotto il controllo
dei comunisti ed era soprattutto impegnato a chiedere che fosse
nuovamente arrestato sir Oswald Mosley, il capo dei fascisti
britannici, che era rimasto per quasi tutta la guerra in prigione.
Cos si organizz un Freedom Press Defence Committee su ini-
ziativa dellartista surrealista Simon Watson Taylor, che ottenne
il sostegno di personalit pubbliche, fra le quali Bertrand Rus-
sell, George Orwell e Benjamin Britten. Poi il comitato non
si sciolse, ma prese il nome di Freedom Defence Committee,
occupandosi per esempio della difesa dei disertori e dellinterna-
mento dei fuorusciti spagnoli trattati come prigionieri di guerra.
Grazie al comitato, gli spagnoli furono rilasciati.

Sei stato congedato in ritardo dallesercito, solo nel 1947,


e ti hanno chiesto immediatamente di entrare nella redazione
di Freedom Press. Quali erano le personalit pi importanti di
quel gruppo straordinario e come ti hanno influenzato?

Indubbiamente era un gruppo dotato di grande talento: mi


avevano colpito profondamente e sono diventati miei amici
per tutto il resto della vita. Ho avuto la possibilit di incontrare
lintero gruppo in occasione dei festeggiamenti per il rilascio dei
redattori condannati. Gi nel 1946 ero stato trasferito dalle Orca-

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di (non costituendo pi un pericolo per la sicurezza nazionale) a
unaltra unit del genio insediata in un campo di polo nellarea
sudorientale di Londra. Le nostre mansioni consistevano nello
scavo di latrine per i fanti, i marinai e gli avieri che dovevano
partecipare alla parata per la vittoria in Hyde Park (il parco reale,
in pieno centro di Londra, che era stato trasformato in un pascolo
per le pecore durante la guerra). Fu per me loccasione per scri-
vere una serie di articoli sul nascente movimento delle famiglie
di senzatetto che occupavano gli accampamenti militari ormai
vuoti, ma anche per prendere parte alle riunioni organizzate dal
London Anarchist Group e dal Freedom Defence Committee per
richiamare lattenzione sullo stato in cui versavano almeno un
centinaio di reduci della guerra di Spagna, che in Francia erano
stati costretti ai lavori forzati durante loccupazione tedesca e che
ora erano trattati dagli inglesi come prigionieri di guerra e rin-
chiusi in un campo di concentramento nel Lancashire.
Le personalit centrali erano senza dubbio Vero e Maria
Luisa, anche per il semplice fatto che partecipavano da tempo
alla redazione del giornale: Vero fin dal 1936, quando aveva
ventun anni, e Maria Luisa dal suo arrivo in Inghilterra nel 1937,
quando era diciottenne, dopo che suo padre Camillo Berneri era
stato ucciso a Barcellona. La conoscenza che avevano del movi-
mento anarchico internazionale, delle tendenze e dei principali
esponenti, nonch la capacit di utilizzare pi lingue, facevano s
che le loro opinioni fossero le pi ascoltate.
Vero era dotato di grande fascino e si dedicava con diletto
allarte culinaria, preparando piatti deliziosi con semplici ingre-
dienti. Aveva studiato ingegneria civile e fino al suo arresto
aveva lavorato nelle costruzioni ferroviarie. Era avvincente
ascoltarlo quando parlava di treni e stazioni, ma non ha scritto
mai niente sullargomento. Purtroppo morto, a ottantasei anni,
proprio nel corso di queste nostre conversazioni. Mi sempre
dispiaciuto di non essere riuscito a convincerlo a scrivere di vari
aspetti della sua vita, magari dellinfanzia urbana, delle strade
ferrate o di orticoltura, tutti argomenti di cui aveva unesperien-
za diretta e cose importanti da dire.
Poi cera Maria Luisa di cui, inutile dirlo, tutti erano innamo-
rati. Un famoso giornalista inglese, Frances Partridge, la descrive
cos raccontando di una visita fatta, il 22 gennaio 1941, allo

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scrittore Gerald Brenan e a sua moglie: Avevano come ospite in
casa una loro amica, lanarchica italiana Maria Luisa, che aveva
sposato il figlio di King Bomba, il droghiere di Soho. Credo che
sia la ragazza pi bella che io abbia mai visto, e la sua bellezza si
accompagna a unestrema dolcezza, a una voce bassa e roca e a
unevidente intelligenza. E quando Lewis Mumford, anchegli
autore di uno studio sulle utopie, scrisse la recensione del libro
di Maria Luisa, Journey through Utopia2, trov che fosse un
libro che solo unintelligenza audace e uno spirito ardente sono
in grado di produrre.
Ho pochissimi ricordi personali di Maria Luisa. Uno riguarda
loccasione in cui abbiamo pranzato insieme in una modestissi-
ma trattoria greca, mangiando un piatto di moussaka e discuten-
do dellimportanza di William Morris. Si comportava come se
quel normalissimo pasto fosse unoccasione speciale, come in
effetti lo era per me. La conoscevo solo da due anni e spesso mi
sono chiesto quali e quanti libri avrebbe potuto scrivere, se non
fosse tragicamente morta a soli trentun anni, nel 1949.
Un altro membro della redazione di Freedom Press che ha
dato un contributo immenso in quei giorni era George Woo-
dcock. Era nato in Canada, nel 1912, ed era stato portato in
Gran Bretagna da bambino. E in Canada ritorn nel 1949, affer-
mandosi come uno dei pi noti autori del Paese. Allo scoppio
della seconda guerra mondiale assumeva una posizione pacifista
e iniziava, nel 1940, la pubblicazione di una rivista di letteratu-
ra, Now, ma nel 1942 entrava nellindaffaratissima redazione
di War Commentary.
Era di gran lunga il pi prolifico dei nostri polemisti, scriven-
do una serie di pamphlet nel campo in cui la propaganda anarchi-
ca in inglese (e forse anche in altre lingue) era debolissima: quel-
lo dellapplicazione delle idee anarchiche ad aspetti specifici del
sociale. Ero stato attratto dai suoi scritti perch tra questi cera il
saggio Railways and Society, sullo sviluppo della rete ferroviaria,
e un suo pamphlet, Homes or Hovels?, sul problema degli allog-
gi. Ma per me ebbe soprattutto importanza il suo studio sul regio-
nalismo, uscito in una serie di articoli per Freedom (e pi tardi
incluso, mi pare, nella sua biografia di Kropotkin), dove metteva
in collegamento, tramite Kropotkin e Patrick Geddes, i geografi
regionalisti francesi come Rclus con le tesi sul decentramento

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di Ebenezer Howard, con la Regional Planning Association of
America e con lopera di Lewis Mumford. George morto nel
1995 a Vancouver.
John Hewetson (1913-1990) era arrivato allanarchismo
passando dal Forward Movement, nato dalla scissione di unas-
sociazione pacifista, la Peace Pledge Union, e aveva cominciato
a scrivere su War Commentary nel 1942. Faceva il medico
e al momento del suo arresto era primario di traumatologia
allospedale di Paddington. Uscito di prigione, per il resto della
sua vita ha fatto il medico generico nei quartieri poveri di Lon-
dra. stato tra i primi a battersi per la contraccezione gratuita e
per laborto e ad avere un atteggiamento aperto nei confronti dei
consumatori di droghe.
Philip Sansom (1916-1999) proveniva dalla mia stessa zona
di Londra e insegnava grafica pubblicitaria al West Ham Tech-
nical College. Lavorava i campi, da coscienzioso obiettore del
servizio militare, quando nel 1943 scopr gli anarchici e i surre-
alisti di Londra. Su War Commentary e poi su Freedom si
occupava del mondo sindacale, ma disegnava anche vignette di
grande forza satirica. Sono sue le copertine di molti titoli pub-
blicati da Freedom Press, dal saggio Ill-Health, Poverty and the
State di John Hewetson in poi, e ritroviamo la sua grafica magi-
strale anche su vari opuscoli di Freedom Press. Nel dopoguerra
lavor nella tipografia che stampava la rivista, e io conservo un
vivido ricordo delle due occasioni in cui mi telefon al lavoro
per chiedermi il permesso di tirare copie in pi di miei articoli
per distribuirli come volantini dal suo palco di oratore a Hyde
Park. Io, inutile dirlo, fui enormemente lusingato dalla sua
richiesta e lo fui ancora di pi quando mi domand di scrivere
la prefazione del suo opuscolo Syndicalism: The Workers Next
Step. Il tratto principale del suo carattere era una generosit
senza riserve, e di lui mi restano nella memoria le franche risate
e le canzoni improvvisate.
Quando entrai nella redazione di Freedom Press, vi faceva
parte anche John Olday (1904-1977), le cui illustrazioni per la
rivista sono raccolte nel volume The March to Death, corredate
da notizie e articoli del tempo di guerra scelti da Maria Luisa
Berneri. La prima edizione di questo libro del 1943, ma
stato ristampato di recente. Olday aveva trascorso linfanzia ad

49
Amburgo suo padre era inglese e sua madre tedesca (il suo
vero nome era Arthur William Oldag) e nella Germania prima
del nazismo aveva fatto parte di un movimento giovanile simile
a quello dei Wandervogel, partecipando poi alle lotte contro il
nazismo. Le autorit tedesche non ignoravano le sue attivit ed
egli sfrutt la doppia nazionalit per riparare in Gran Bretagna nel
1938. Qui pubblic la sua autobiografia, Kingdom of Rags, e nel
1939 si arruol volontario nellesercito britannico. Quando poco
dopo decise di disertare, altri compagni del gruppo di Freedom
ebbero il compito ingrato di gettare il suo fucile (un Lee-Enfield
a canna lunga) in un canale vicino senza farsi vedere. Erano gli
stessi messi in prigione per aver incitato i soldati a tenersi le armi!
Olday era un uomo di grande fascino. Ricordo che mi raccontava
aneddoti folcloristici sui rivoluzionari tedeschi, come Max Hlz,
e mi ha insegnato persino qualche accordo di chitarra. Conosceva
uno splendido repertorio di canti popolari della Germania set-
tentrionale, che non avrei pi riascoltato per quarantanni, fino a
quando ci sono stati riproposti da Ruth, la compagna tedesca di
mio figlio Tom. Allinizio degli anni Cinquanta John Olday emi-
gr in Australia, ma dopo ventanni ricomparve portando in giro
sulla scena gay inglese e tedesca un suo spettacolo di cabaret.
Un altro membro del gruppo era Gerald Vaughan, che avreb-
be dovuto fare il contadino data la competenza con cui scriveva
la rubrica Land Notes per Freedom. Mi pare che abbia inter-
rotto la collaborazione verso la fine degli anni Quaranta (e infat-
ti successivamente in questa rubrica compaiono alcuni pezzi
scritti da me nella mia funzione di redattore factotum per le
emergenze). Lo ricordo sempre insieme alla pittrice Pip Walker,
che rivedo con la banda dei suoi bellissimi bambini in un angolo
idilliaco di Londra, il Vale of Health di Hampstead. Pi tardi
Pip stata la compagna del poeta, stampatore ed editore Asa
Benveniste, di cui proprio tu ci hai mostrato la tomba a Hepton-
stall, nello Yorkshire, con quel commovente epitaffio: Ebbe la
sfortuna di essere un poeta.
Dopo di me fu invitata a entrare nella redazione di Freedom
Press Rita Milton. Lei e io siamo coetanei e ormai restiamo, tri-
stemente, gli unici sopravvissuti del gruppo. Rita la figlia di un
noto nazionalista scozzese di sinistra, Alexander Inglis Milton,
e come me si era avvicinata al movimento anarchico grazie ai

50
comizianti di Glasgow, Eddie Shaw e Jimmie Dick. Lei raccon-
ta di essere venuta da lass fino a Londra per una scuola estiva
sullanarchismo, di avervi conosciuto Philip Sansom e di avere
deciso di rimanere. Come Philip, stata unoratrice brillante e
ha fatto frequenti comizi a Hyde Park e a Tower Hill. Mentre era
attiva nel secondo di questi pulpiti allaria aperta un famoso espo-
nente cristiano-sociale, Donald Soper, lha definita la sua anar-
chica preferita. Rita e io ci siamo dati per anni il cambio, prima
ogni quindici giorni poi settimanalmente, nel compito di stampare
sulle fascette di Freedom gli indirizzi degli abbonati, una di
quelle mansioni di routine che stata eliminata dai computer.
I colleghi della redazione di Freedom hanno avuto una
forte influenza su di me, non solo nellinterpretazione dellanar-
chismo, ma in tanti altri aspetti. Non dimenticarti che dai diciot-
to ai ventitr anni ero stato nellesercito, per lo pi in localit
remote, e di punto in bianco mi sono ritrovato in un ambiente
che ai miei occhi appariva raffinato e cosmopolita. Fra le nuove
gioie che potevo gustare cera quella del cibo, soprattutto la
cucina italiana e francese. E ovviamente, lavorando nel centro
di Londra, avevo fatto conoscere ai miei colleghi dello studio di
architettura il King Bomba, dove un sempre sorridente Eugenio
Celoria forniva a tutti suggerimenti gastronomici mentre impac-
chettava le vivande.
Un altro godimento era la musica. Come molti giovani inglesi
della mia generazione ero stato iniziato alla musica dalla bbc, ed
era una gioia avere accanto amici come Vero e John Hewetson
che amavano discutere con immenso entusiasmo della musica
da camera di Beethoven, Haydn e Mozart, delle opere di Verdi,
precipitandosi al grammofono e alla loro ricca collezione di
settantotto giri per meglio spiegare il loro punto di vista. Diver-
samente da loro, io e Philip eravamo anche cultori del jazz di
New Orleans. Verso il 1950 Philip lavorava part-time, insieme
al cantante di jazz e blues George Melly, per il mercante darte
surrealista E. L. T. Mesens, alla London Gallery di Brook Stre-
et. George Melly, che ha la stessa mia et, fa ancora piacevoli
esibizioni jazz, durante le quali non manca mai di render pubbli-
ca la propria adesione allanarchismo, al quale si era avvicinato
grazie a un opuscoletto di George Woodcock, What is Anarchi-
sm?, letto quando era arruolato in Marina.

51
Forse, per, la traccia pi profonda che mi ha lasciato il grup-
po di Freedom Press viene dal suo atteggiamento di libert e di
apertura nei confronti del sesso. Non c dubbio che nessun altro
gruppo politico avesse nel suo programma qualcosa del genere,
men che meno i marxisti. Larticolo di Maria Luisa Sexuality
and Freedom, uscito su Now (n. 5, 1945), stato tra i primi
ad aprire sulla stampa inglese il dibattito sulle teorie di Wilhelm
Reich. E John Hewetson stato un pioniere, tra i medici di sesso
maschile, della contraccezione gratuita e dellaborto volontario.
Anchegli, come Maria Luisa, era interessato alle implicazio-
ni sociali delle tesi di Wilhelm Reich. Uno dei suoi colleghi
nellambulatorio del Servizio sanitario nazionale a Londra era il
dottor Robert Ollendorf, cognato di Reich.
Nei primi mesi del 1951, in una riunione di redazione, si era
posta la questione riguardo al modo in cui un giornale anarchico
dovesse affrontare un argomento che riempiva le prime pagine
della stampa popolare: una serie di infanticidi con addentellati
sessuali. John si prese lincarico di scrivere una serie di artico-
li sul tema della libert sessuale per i giovani, che furono poi
raccolti e ristampati in un opuscolo di Freedom Press dal titolo
Sexual Freedom for the Young.
John sosteneva la tesi, ben nota a molti di noi, secondo la
quale dietro a un criminale adulto condannato per delitti tremen-
di c un bambino solo, non amato e sessualmente represso. La
cosa pi notevole del suo scritto la data. Non facile far com-
prendere ai lettori del xxi secolo che nella Gran Bretagna degli
anni Cinquanta il sesso era ancora un argomento tab e che se si
parlava della sessualit dei bambini si rischiava di essere incri-
minati per oscenit. Questo d in parte la misura della strada che
abbiamo percorso da allora, perch oggi sembra assurdo che
questo volumetto, come quello di Alex Comfort, Barbarism and
Sexual Freedom, pubblicato da Freedom Press nel 1948, siano
state considerate pubblicazioni a rischio.
Molti anni dopo John ha evocato lo spirito che animava a
quei tempi il gruppo di Freedom Press, scrivendo a Philip San-
som nei primi mesi del 1990, lanno della sua scomparsa:

Devo proprio scriverti qualche riga sulla caduta di Ceausescu. Gli


avvenimenti degli ultimi sei mesi in Europa sembrano incredibili:

52
abbiamo brindato augurandoci la caduta e la scomparsa di questi regi-
mi marxisti-leninisti per tutta la vita, dai tempi di Maria Luisa. Orwell
addirittura pensava che fossero difesi con tale crudelt che sarebbe
stato impossibile abbatterli, e adesso crollano di colpo come le mura di
Gerico!
Che festa faremmo se fossimo ancora tutti insieme come negli anni
Quaranta. E come sarebbe bello essere l, sorridenti ed emozionati
insieme a Maria Luisa...
Bevi un bicchiere con me e George, non solo alla dannazione della
merda stalinista, ma ai vecchi tempi che erano cos dolci!

Mi daresti unidea di come viveva il gruppo? Penso a come


si faceva Freedom, a come la si vendeva, alle assemblee
pubbliche e ai comizi, alle amicizie e alle relazioni, alle scuole
estive, ai campeggi e alle vacanze, ai bambini, le famiglie e
leducazione, e alla relazione tra il nucleo centrale e il gruppo
pi ampio di sostenitori e di simpatizzanti.

Quando mi hanno invitato a entrare nel gruppo di Freedom


Press, nel 1947, la libreria nel centro di Londra era stata data in
affitto e si era acquistata la tipografia Express Printers, in una
traversa di Whitechapel High Street, nellEast End. Le riunioni
quindicinali di redazione si tenevano nella stanza sul retro della
libreria, o a casa di Vero e Maria Luisa a Chalk Farm, o ancora
in quella di John Hewetson e Peta Edsall, prima a Hampstead e
dopo il 1948 in Vauxhall Bridge Road, e infine in Southwark
Bridge Road, sopra lambulatorio di John. Le riunioni erano
allegre occasioni dincontro. Lilian Wolfe, che gestiva la libreria
e curava la corrispondenza, cercava sempre di convincere qual-
cuno della redazione a rispondere a qualche lettera che richiede-
va un commento che lei non era in grado di fare, o sollecitava
ad accettare o cestinare gli articoli proposti per la pubblicazione.
Si discutevano i fatti del giorno e ai vari redattori si affidavano
gli articoli sui temi del momento.
Quasi tutti sapevamo (o imparavamo) come si segna il mate-
riale per il compositore, come si correggono le bozze, come si
incollano le strisciate sul menab da dare al signor Anderson,
lanziano linotipista che inseriva i titoli, e a Ben Chandler, il
macchinista che stampava il giornale con una macchina vetusta

53
che Freedom Press aveva comprato nel 1942, quando si era fatto
pi difficoltoso trovare una tipografia disposta ad assumersi
questo rischio. Allinterno del gruppo cera una fiducia assoluta.
Nessuno leggeva i contributi degli altri per controllare se fosse-
ro ideologicamente compatibili.
Avevamo quasi tutti anche una certa pratica come conferen-
zieri e comizianti, ma i due oratori che si distinguevano allin-
terno del gruppo erano Philip e Rita, mentre a Hyde Park Lilian
e gli altri amici diffondevano il giornale lungo la strada. Cerano
riunioni settimanali al chiuso, organizzate dal London Anarchist
Group, perch, come hai detto, la presenza di una libreria con
un fondo di classici del pensiero anarchico, di un quindicina-
le (settimanale dal 1951) e di abili comizianti, voleva dire che
esistevano reti di anarchici in una metropoli delle dimensioni di
Londra, capaci di impegnarsi nelle attivit di Freedom Press o di
starsene ben lontani...

Interessante! Chi intendeva starsene ben lontano?

Pi che interessante lo credo inevitabile. Per chi ne ester-


no, lanarchismo, come il trotzkismo, si rende ridicolo a causa
della frammentazione ideologica. Mi viene in mente Dwight
Macdonald quando raccontava dei dissidenti marxisti di New
York che erano divisi in un esercito di minuscole sette, fra le
quali cera quella dei weisbordiani, che a uno a uno perse tutti
i suoi sostenitori fino a che la Lega Rivoluzionaria dAmerica
(un nome che non consentiva ulteriori contrazioni nel numero) si
ridusse al leader del gruppo e a sua moglie. Poi ci fu un divorzio
e lavanguardia della rivoluzione si concentr, come un dado per
brodo, nella modesta persona di Albert Weisbord....
Molti individualisti della vecchia leva mantenevano le distan-
ze da noi perch i resoconti delle manifestazioni e delle lotte sin-
dacali fatti da Philip e da diversi autentici lavoratori urtavano
il loro individualismo. Parecchi sindacalisti ignoravano Fre-
edom per ragioni simili, anche se Philip Sansom realizzava,
finanziava e curava un supplemento della rivista intitolato The
Syndicalist.
Vernon Richards, da parte sua, non teneva rapporti con i
vecchi anarchici ebrei del gruppo Workers Friend di East Lon-

54
don perch questi si erano schierati con Rudolf Rocker, il quale
aveva sostenuto la causa anglo-americana nel conflitto mondiale.
Daltro canto Philip, Rita e io avevamo sempre accettato i loro
inviti. Mi ricordo di avere parlato alla celebrazione del settan-
tacinquesimo compleanno di Rocker e poi per il centenario. La
tipografia Express Printers, daltronde, era una delle poche che
ancora disponeva dei tipi per la lingua yiddish e noi nutrivamo
unamicizia calorosa, per esempio, con il poeta Avram Stencl.
La rivista Workers Friend non usciva pi, ma tanto loro quan-
to noi di Freedom Press diffondevamo il giornale di New York
Fraye Arbeter Shtimme, che spesso riportava i miei articoli
pubblicati su Freedom.
Un altro dissidente nei confronti di Freedom, arrivato in
tempi successivi, stato Albert Meltzer che, quando lavevo
conosciuto, era uno splendido conversatore, pieno di arguzia e
informatissimo, ma che poi ha sviluppato una forma di egoma-
nia (una patologia ricorrente tra gli anarchici, a quanto dicono i
nostri critici).

Raccontami qualcosa di pi della cultura anarchica degli


anni Quaranta e Cinquanta.

Negli anni Cinquanta si era pensato di costituire un circolo


anarchico nel pieno centro di Londra: allinizio cera uno scanti-
nato a Holborn, non lontano dalla libreria di Freedom. Nel 1954
il circolo si trasferito, con il nome di Malatesta Club, in Percy
Street, nei pressi di Tottenham Court Road, una zona in cui quasi
cento anni prima si erano insediati molti anarchici tedeschi, russi e
italiani. Lo stesso Errico Malatesta, il pi noto anarchico italiano,
aveva abitato qui lavorando come elettricista. Il club ospitava con-
certi di jazz tradizionale e una lunga serie di oratori interessanti.
Ci che ricordo con pi piacere sono certe canzoni satiriche scritte
e cantate da Philip, che si accompagnava con un tamburo fatto
con una scatola di cartone. Dopo quattro anni il club fu costretto a
chiudere a causa dellaumento degli affitti in centro citt.
Non cera ancora lusanza di occupare edifici vuoti per farne
centri sociali (lunica eccezione era il Tenants Corner, un
palazzo occupato nella zona sud di Londra, che per ventanni ha
offerto consulenze agli inquilini delle case comunali sui metodi

55
per realizzare cooperative locali).
Poi cerano le scuole anarchiche e le Summer Schools...

S, cera la scuola progressista di Burgess Hill, nella zona nord


di Londra, che tra il personale docente aveva molti anarchici:
Tony Weaver, Tony Gibson, Marjorie Mitchell. Per quanto mi
ricordi, l si tenuta la prima scuola estiva anarchica, nel 1947,
seguita da unaltra a Liverpool nel 1948 e a Glasgow e sullisola
di Arran (nellestuario del fiume Clyde, in Scozia) nel 1949. Vari
anni dopo uno degli anarchici di Glasgow della mia generazione,
Robert Lynn, ha organizzato una scuola estiva a scadenza annua-
le in quella citt.
Uno degli organizzatori della prima scuola estiva anarchica
cui ho partecipato era lo psicologo Tony Gibson (1914-2001),
che insegnava alla Burgess Hill School, il quale continu a orga-
nizzare campi estivi per bambini e adulti dal 1946 al 1957. A
Londra, in effetti, tra gli anarchici cera una vita sociale piuttosto
intensa, ma chi doveva utilizzare le domeniche per scrivere arti-
coli non aveva la possibilit di partecipare a tutte le iniziative.
Per me la persona pi simpatica tra i superstiti della prece-
dente generazione anarchica era il gi citato Matt Kavanagh,
che, come Lilian Wolfe, era entrato nel gruppo di Freedom
fin da prima della Grande Guerra e che, inutile dirlo, aveva par-
lato dallo stesso palco con Malatesta, Kropotkin, Emma Gold-
man e tutta una schiera di mitici oratori anarchici. Allo scoppio
della seconda guerra mondiale, Matt viveva a Southend-on-Sea,
nellEssex, dove faceva regolarmente comizi (minacciato in
continuazione dalla polizia per violazione delle leggi di guerra
che imponevano la soppressione di ogni attivit sovversiva).
Due ragazzini del posto, Norman Potter e suo fratello, che
aveva assunto lo pseudonimo di Louis Adeane, si avvicinarono
allanarchismo grazie a Matt. Louis divent poeta e scrittore, colla-
borando alla rivista di George Woodcock, Now. Nellimmediato
dopoguerra mi incontravo spesso con lui e con la sua compagna,
Pat Cooper, ma nel 1951 si trasferirono in Cornovaglia e il povero
Louis mor ancora giovane poco tempo dopo.
Norman Potter si dedic al design e alla produzione di mobili.
lautore del libro What is a Designer?, che considerato un
testo fondamentale in materia. Negli anni Quaranta mi ritro-

56
vavo spesso con Norman e Caroline nella ospitale casa degli
Hewetson, ma in seguito lho visto solo a intervalli di dieci anni,
quando cercava di blandirmi perch accettassi di fare il discorso
inaugurale ai suoi studenti di Londra, di Bristol o di Plymouth.
Quando morto, nel 1995, i necrologi hanno messo in evidenza il
debito che aveva, come me, nei confronti del gruppo di Freedom
Press. Lautore di uno di questi articoli, Robin Kinross, ha scritto:

Dal movimento anarchico inglese egli attinse una serie di idee e


convinzioni che avrebbe conservato per tutta la vita. Si trattava di quel
movimento colto e internazionalista fatto di personalit del calibro di
John Hewetson, Maria Luisa Berneri, Vernon Richards e George Woo-
dcock.

Nel mio ruolo di divulgatore anarchico da molti anni minteres-


so della sociologia dei gruppi autonomi e quello di Freedom Press,
come lho conosciuto allinizio, mi sembra un esempio interessan-
te, in quanto aveva una solida rete interna, basata sullamicizia
e sulla condivisione delle competenze, e una serie di reti esterne
con contatti in diversi ambienti. Uno di questi, grazie a John
Hewetson, era quello della sperimentazione nel campo della medi-
cina sociale, con il centro sanitario di Peckham, nella zona sud di
Londra; un altro riguardava la sperimentazione didattica, con la
Summerhill School di A. S. Neill, sulla quale Maria Luisa aveva
fatto un reportage fotografico, e con la Burgess Hill School.
Proprio alla Burgess Hill School ho conosciuto Herbert
Read, che era uno dei direttori della scuola. I suoi Poetry and
Anarchism, uscito in prima edizione per i tipi della Faber nel
1938, e The Philosophy of Anarchism, pubblicato dalla Freedom
Press nel 1940, sono tra quei testi fondamentali la cui influen-
za ha spinto a definirsi anarchici tanti della mia generazione e
qualcuno un po pi anziano di me. Il che vale per svariati suoi
lettori, compreso Murray Bookchin. Negli anni Trenta, quando
Philip Sansom era ancora uno studente a West Ham, lui e i suoi
compagni furono molto colpiti dalla lettura del libro di Read Art
and Industry, uscito nel 1934. Poco prima che Philip morisse gli
avevo mandato la raccolta di saggi di Read da te curata, Herbert
Read Reassessed3, e mi telefon per ribadirmi che quando era
entrato nel movimento anarchico, nel 1943, era rimasto sorpreso

57
scoprendo che anche il suo maestro di design era un anarchico.
Alex Comfort lho conosciuto invece nel 1946, quandero
ancora sotto le armi, anche se ormai libero di partecipare alle
riunioni della domenica sera del London Anarchist Group, men-
tre George Orwell lho incontrato nellanticamera della Holborn
Hall di Grays Inn Road, dove stava sorseggiando il suo t, una
volta che George Woodcock laveva convinto a intervenire a una
riunione per chiedere la liberazione di quegli sfortunati fuorusciti
spagnoli ancora internati in un campo di concentramento nel
Lancashire.

Read e Comfort erano gli anarchici inglesi pi noti allepoca.


Che impressione ti facevano come persone? E che giudizio dai
delle loro opere?

Read era un tipo tranquillo e gentile, ma quando ci incrocia-


vamo, esitavo a rivolgermi a lui perch sapevo che era importu-
nato in continuazione da aspiranti poeti e romanzieri che solle-
citavano il suo aiuto per far pubblicare i loro capolavori. A me
interessava solo chiedergli il permesso di pubblicare il testo di
una sua trasmissione su Freedom o su Anarchy.
Stimavo Read perch la sua attivit di promozione dellanar-
chismo raggiungeva un pubblico molto pi vasto di quello che la
maggior parte di noi poteva sognarsi. Il suo Education through
Art [Educare con larte]4, insieme allopuscolo pubblicatogli da
Freedom Press, The Education of Free Men, erano importanti
non tanto per il contenuto ma perch davano un riferimento di
tutto rispetto a quegli insegnanti che gi si battevano perch si
riconoscesse il ruolo dellarte nelleducazione. Verso la fine
degli anni Settanta ho avuto, tra le altre cose, il compito di
diffondere il ricorso allespressione artistica nelleducazione
ambientale e ho potuto riscontrare che gli scritti di Read godeva-
no ancora di unalta considerazione in campo intellettuale.
La cosa potr farti sorridere, ma allepoca questo riconosci-
mento mi stato daiuto.
I rapporti con Alex Comfort erano pi semplici, perch aveva
un carattere allegro e scherzoso. Come sai, la sua prima presa di
posizione pubblica a favore della libert sessuale si trova nel libro
che gli aveva pubblicato nel 1948 Freedom Press, Barbarism and

58
Sexual Freedom, basato sulle conferenze che teneva al London
Anarchist Group. Nessun lettore di oggi, dopo oltre mezzo seco-
lo, in grado di capire quanto fosse soffocante il clima sessuale
in quei giorni e gli sarebbe difficile valutare appieno la sottile
intelligenza di Comfort, che ricorreva al ridicolo per mettere a
nudo e smontare gli atteggiamenti autoritari. Ma per me stato
importante anche il metodo aperto con cui illustrava a noi tutti i
temi centrali della sociologia.
Non ho detto niente di Read e di Comfort come romanzieri e
poeti perch la loro importanza, per me, sta nei testi che hanno
affrontato le tematiche sociali e non nelle opere di creazione.
Comunque, se sono entrato a far parte delle reti di relazioni
e di dibattito che comprendevano anche loro, questo lo devo, in
fondo, alliniziativa che lallora ventunenne Vernon Richards
aveva avviato alla fine del 1936 per far rinascere la stampa
anarchica a Londra. Sul numero che celebrava i cento anni di
Freedom, Philip Sansom ha scritto:

Se Richards non avesse dato il via a Spain and the World, tutta
la storia del movimento anarchico inglese moderno sarebbe stata non
dico diversa, ma inesistente, perch da quel primo seme che nata.
E il movimento odierno, con tutte le sue diramazioni, si sviluppato in
gran parte grazie ai vari gruppi ispirati da Freedom Press.

Ricordo che mi hai detto come anche un piccolo gruppo


possa avere uninfluenza del tutto sproporzionata rispetto al
numero dei suoi aderenti. Mi sorprende che a questo proposito
tu abbia citato gli impressionisti francesi. Ti spiacerebbe spie-
garmelo meglio?

Mi stavo riferendo a un suggerimento di Alex Comfort, il


quale esortava gli anarchici a imparare dalla sociologia. Un sug-
gerimento che ho preso molto pi sul serio di tanti suoi ammira-
tori. Uno dei testi che ho studiato stato il bollettino americano
Autonomous Groups, che nelledizione del 1959 (lultima)
conteneva un articolo di Maria Rogers, The Batignolles Group
Creators of Impressionism, e uno di Charles Kitzen, The Old
Gang, Nucleus of Fabianism.
Gli impressionisti francesi erano un gruppo di pittori, in

59
gran parte esclusi dal Salon parigino, al quale appartenevano
anarchici come Pissarro e conservatori come Dgas. Insieme
costituivano una rete informale che ruotava intorno ai cafs da
loro frequentati.

Negli incontri al Caf Guerbois, i pittori si esprimevano liberamen-


te, illustravano a turno le proprie finalit, idee, teorie e tecniche, elabo-
ravano criteri per giudicare i propri contemporanei, andavano insieme
alla ricerca di nuovi influssi.

Il gruppo, che allargava sempre pi le proprie sfere di


influenza, si dissolse solo dopo aver conquistato il mercato
dellarte ed essersi guadagnato un pubblico riconoscimento: era
questo lo scopo che aveva riunito allinizio artisti anche diversi.
In Gran Bretagna il soprannome di Old Gang venne dato a
un gruppo del quale facevano parte George Bernard Shaw, Sid-
ney e Beatrice Webb, Sidney Olivier e Graham Wallas. La Old
Gang ebbe un ruolo determinante nellorganizzazione socialista,
la Fabian Society, dal 1886 al 1911 e defin le caratteristiche
che il Partito laburista avrebbe conservato per quasi un seco-
lo. Allinizio la Fabian Society aveva avuto una visione meno
ristretta del socialismo e aveva accettato al suo interno lanar-
chica Charlotte Wilson, fondatrice nel 1886, con Kropotkin,
della rivista Freedom. Inutile dire che in quanto anarchici noi
deploriamo la concezione statalista e burocratica del socialismo
che la Old Gang ha lasciato in eredit alla Gran Bretagna. Ma
anche questo gruppo si form, avvi un programma e si separ
solo dopo avere raggiunto il proprio obiettivo originale.
Come gli impressionisti, anchesso esercit uninfluenza che
andava ben oltre il numero dei suoi aderenti. Entrambi, pur se in
ambiti affatto diversi, si sono dimostrati gruppi autonomi estre-
mamente efficaci.

E qual la loro importanza per gli anarchici?

Tradizionalmente gli anarchici hanno concepito lorganizza-


zione sociale nel suo insieme come una serie di reti intercon-
nesse di gruppi autonomi. In questo senso dobbiamo dedicare
molta attenzione agli studi sui gruppi che funzionano meglio. La

60
mia personale esperienza delle dinamiche dei gruppi autonomi
stata quella di un osservatore ravvicinato delle cooperative
di inquilini degli anni Settanta e di membro attivo del grup-
po di Freedom Press tra la fine degli anni Quaranta e gli anni
Sessanta. Su Anarchy ho messo per due volte in evidenza le
specifiche ricerche in questo campo5, riassumendo tra laltro
le conclusioni di Dorothy Blitzen riprese dal citato bollettino
Autonomous Groups.
Dorothy Blitzen distingueva i gruppi autonomi da altre forme
di organizzazione basate su rapporti gerarchici, su una rigida
divisione del lavoro e su norme e procedure codificate. E osser-
vava invece in questi gruppi un certo grado di autonomia del
singolo, la fiducia totale nella reciprocit delle scelte operative
che riguardano tutti, caratteristiche che non esistono in orga-
nizzazioni pi grandi, e la presenza di uno slittamento continuo
della leadership da un componente del gruppo a un altro. Met-
teva poi in evidenza il fatto che sarebbe difficile immaginarsi
un gruppo volontario che non sia composto da pari. Le disugua-
glianze tra i membri non possono essere troppo nette. Anche nel
caso in cui si associno volontariamente un insegnante e i suoi
studenti, questi devono possedere in certa misura le stesse capa-
cit del maestro, devono avere un livello dintelligenza prossimo
se non uguale a quello dellinsegnante e, con landar del tempo,
devono ridurre la distanza che esiste tra loro e lui.
Blitzen notava inoltre che entrambi i gruppi studiati, quello
degli impressionisti e la Old Gang, erano nati e morti sotto il
segno dellamicizia, mentre la coincidenza di interessi, obiet-
tivi, capacit e talenti di per s non comporta lassociazione.
Spesso dimentichiamo il semplice fatto che le persone devono
trovarsi tra loro. Al che aggiungeva: Mi colpisce che i gruppi
autonomi non favoriscano pi di tanto le amicizie e i sentimenti
affini quando le circostanze li mettono insieme o quando par-
ticolari obiettivi impongono la formazione di un gruppo. Alla
fine, quando il gruppo non esister pi, resteranno gli individui
con le loro amicizie.
Una delle caratteristiche di questi due gruppi dissimili con-
sisteva nel fatto che i singoli membri assicuravano ulteriori col-
legamenti grazie a una serie di reti che li mettevano in contatto
con altri specialisti e gruppi dinteresse. Il gruppo di Freedom,

61
quando mi invitarono a farne parte, aveva per esempio un rap-
porto con il mondo letterario grazie a George Woodcock, con
quello dellemergente servizio sanitario e con chi si occupava
di contraccezione e di politiche sessuali tramite John Hewetson,
con redazioni e case editrici anarchiche in altre lingue tramite
Maria Luisa e Vero, con il mondo operaio e sindacale o con il
mondo della scuola grazie a molti di noi e, attraverso di me, con
quello dellarchitettura e dellurbanistica.
Questi legami sono stati sempre importanti per me e non c
dubbio che abbiano lasciato il segno sulla qualit di Freedom
e dei libri che pubblicavamo.

Note al capitolo

1. Michael Randle, Civil Resistance, Fontana, London, 1994.


2. Maria Luisa Berneri, Journey through Utopia [trad. it.: Viaggio attraverso
Utopia, coop. Tipolitografica, Carrara, 1981].
3. David Goodway, Herbert Read Reassessed, Liverpool University Press,
Liverpool, 1999.
4. Herbert Read, Education through Art [trad. it.: Educare con larte, Comu-
nit, Milano, 1976].
5. Anarchy, n. 8, ottobre 1961, pp. 230-231, e n. 77, luglio 1967, pp. 206-
208.

62
1948. Maria Luisa Berneri, fotografata da Vernon Richards
1952. Giovanna Berneri e Colin Ward tra i bambini
II
LAVVENTURA DI ANARCHY

Prima di affrontare lavventura di Anarchy, c un aspetto


che mi interessa sottolineare. Mi sembra che hai sviluppato una
forte empatia nei confronti dellItalia. Come mai?

Ho gi raccontato come il mio legame con gli anarchici di


Glasgow fosse dovuto al fatto che dal 1943 fino ai primi mesi
del 1946 ero stato assegnato alla Compagnia manutenzione del
genio di stanza alle isole Orcadi e Shetland. Le Orcadi erano
strategicamente importanti perch circondano e proteggono
un tratto di mare dalle acque profonde, lo Scapa Flow, dove la
Marina britannica aveva la sua base principale durante la prima
guerra mondiale. Allinizio del secondo conflitto mondiale,
erano penetrati in quelle acque diversi sommergibili tascabili
tedeschi, con risultati disastrosi. Si era allora deciso di bloccare
laccesso a est dello Scapa Flow con una serie di dighe fran-

65
giflutti che collegavano quattro isole a quella principale (cosa
che port grossi vantaggi agli agricoltori dellarcipelago dopo il
1945). Non ti sorprender sapere che questopera fu battezzata
Churchill Barriers. Nei lavori furono impegnate varie compa-
gnie del genio. La mia aveva il compito di allestire o smontare
nei campi le baracche del tipo Nissen: le ben note baracche
dellesercito con tetti a botte di acciaio ondulato su unimpal-
catura di metallo, in genere di 11 metri di lunghezza per 5 di
larghezza. Continuammo a montare e smontare queste baracche,
ma mi sono dimenticato di prendere nota delle date di questi
eventi memorabili per le sorti della seconda guerra mondiale.
Ora, gran parte della manodopera addetta alla costruzione
delle barriere che bloccavano laccesso orientale a Scapa Flow
e al montaggio-smontaggio dei baraccamenti era composta da
prigionieri di guerra italiani. Erano stati catturati in Nord Africa
e portati in queste isole brulle e senza alberi, nellangolo pi
remoto della Gran Bretagna. Tutti quelli che ho conosciuto pro-
venivano dalle campagne del meridione o da Napoli. Portavano
tute da combattimento stinte del nostro esercito. Gli ufficiali
(che non si vedevano mai sui luoghi di lavoro) indossavano
invece divise eleganti e ben tagliate. La prima domanda quando
un camion li scaricava al campo era sempre la stessa: E quan-
do finir questa guerra?. Le baracche erano riscaldate con stufe
a carbon coke e una di queste, riempita con legna di scarto, era
utilizzata per lessare le patate e le rape, insaporite con lerba
che cresceva ai margini delle strade, e per preparare il caff di
cicoria. Gli italiani sapevano medicare le pecore con lallume
e il salnitro, qualcuno raccoglieva pezzi di alluminio con cui
faceva accendisigari che vendeva per mettere insieme qualche
soldo con cui acquistare, nelle due cittadine dellarcipelago,
Stromness e Kirkwall, tutto ci che non era possibile inventarsi
da soli. A me insegnarono le parole delle canzoni damore napo-
letane che i tenori cantano ai bis, nonch un intero vocabolario
di parolacce e di interiezioni blasfeme.
Per inciso, devo per ammettere che gli italiani alle Orcadi
sono diventati famosi non per le bestemmie ma per la fede.
Sullisoletta di Lamb Holm, alla fine del primo tratto della
barriera frangiflutti, i prigionieri del Campo 60 innalzarono da
cima a fondo due di quelle vecchie baracche Nissen per fare una

66
cappella, dipinta a trompe-loeil sugli intonaci interni e riccamente
decorata. Nel 1945, allispiratore di questopera, Domenico Chic-
chetti, imbianchino nella vita civile, fu permesso di rimanere sul
posto per qualche settimana al fine di completare i lavori anche
dopo che gli altri prigionieri erano stati rimpatriati. Dopo la guerra
ritorn pi volte con la famiglia, per i lavori di manutenzione e,
quando morto nel 1999, i giornali hanno riferito che la cappella
era visitata da 75.000 persone allanno, un numero quattro volte
superiore a quello degli abitanti delle Orcadi...
Durante la guerra ero diventato un appassionato lettore dei
romanzi di Ignazio Silone. Come redattore di Freedom, nel
1948 avevo recensito la traduzione di Cristo si fermato a Eboli
di Carlo Levi; nel 1956 avevo scritto una recensione del suo Le
parole sono pietre e nel 1959 ne avevo segnalato la traduzione
inglese. Non difficile immaginarsi che dopo la guerra il cine-
ma neorealista italiano abbia suscitato in me un forte interesse.
Ricordo di avere conosciuto lallora corrispondente da Londra
del quotidiano La Stampa, Riccardo Aragno, che mi fece
notare la stranezza del fatto che i poveri stavano in coda davanti
ai cinema dellEast End per vedere brutti film sui ricchi, mentre
i ricchi stavano in coda davanti ai cinema del West End per
vedere bei film sui poveri.
Nel 1946 bevvi avidamente il resoconto di Maria Luisa sul
viaggio che lei e Vero avevano fatto in Italia, dove aveva ritro-
vato sua madre Giovanna, dopo quasi dieci anni durante i quali
la vedova di Berneri era stata imprigionata prima dai francesi,
poi dai tedeschi e infine dai fascisti italiani. A Napoli avevano
anche incontrato Cesare Zaccaria, che aveva fondato con lei
Volont, e a Milano linteressante gruppo della nuova genera-
zione, con Giancarlo e Giuliana De Carlo e Carlo Doglio.
Nel 1948 tradussi (malamente) larticolo di Giancarlo appar-
so su Volont che illustrava i problemi dellabitazione in
Italia. Uno dei miei lettori era uno studente di architettura, John
Turner, e quando lui, De Carlo e io cincontrammo a Venezia
nel 1952, discutemmo delle domande cruciali dellarchitettura
e dellurbanistica: Chi regolamenta e chi decide?. Ho cono-
sciuto personalmente anche Doglio e Ugo Fedeli, come pure
larchitetto Ludovico Quaroni e altri impegnati nella riqualifica-
zione dei Sassi di Matera, di cui parla Carlo Levi. A Napoli ho

67
incontrato Giovanna e Cesare e sono stato con loro alla colonia
per bambini di Sorrento intitolata alla memoria di Maria Luisa.
Potr sorprendere, ma non sarei pi ritornato in Italia fino al
1984, in occasione del grande raduno anarchico di Venezia, cui
partecipai insieme alla mia compagna Harriet, a Philip Sansom
e a David Koven, uno dei veterani delle riviste di New York,
Why? e Resistance (avevamo, ovviamente, ricevuto visite
dei nostri amici meno insulari di Milano, che annoveriamo tra
quelli pi cari).
Hai dunque perfettamente ragione a dire che sento una forte
empatia verso certi aspetti della vita italiana. Uno riguarda
latteggiamento nei confronti dei bambini. Un mio vecchio
amico, Joe Benjamin, che stato un pioniere degli adventure
playgrounds in Gran Bretagna, diceva sempre: I bambini sono
uninvenzione moderna. Una volta erano parte della famiglia.
Di sicuro conosci lo scrittore inglese Tim Parks, che ha abitato a
lungo a Verona ed lautore di un libro, My Italian Education1,
dove fa un confronto tra lessere bambini in Italia e in Gran
Bretagna arrivando a questa conclusione: Sono convinto che i
bambini stanno meglio qui [in Italia] e che la loro adolescenza
pi divertente. Di sicuro non ho mai visto persone tanto a proprio
agio e piene di fiducia in se stesse e nella propria giovinezza.
Avrebbe potuto aggiungere che nei Paesi anglosassoni gli adole-
scenti sono visti come una minaccia per il mondo degli adulti.
Un altro aspetto dellItalia che trovo affascinante, nel con-
fronto con il crollo dellindustria manifatturiera qui da noi,
acceleratosi in modo drammatico dopo il 1980, leconomia
delle piccole imprese che possiamo osservare in regioni come
lEmilia Romagna e che ho avuto la possibilit di studiare e di
descrivere nel mio libro Welcome, Thinner City.
Questi due aspetti che apprezzo della vita italiana sono stati
evidenziati entrambi da uno storico mio amico, Paul Thompson.

Lo conosco bene: stato il mio tutor per un semestre a


Oxford.

Allora sarai al corrente del suo interesse per la storia orale


e per leredit di William Morris. Nel 1991, in una sua confe-
renza alla William Morris Society su Creativit umana e futuro

68
dellambiente, ha parlato dello studio comparato che stava svol-
gendo sulla vita nei luoghi di lavoro e in famiglia a Coventry e a
Torino, due citt che hanno vissuto il crollo delleconomia della
grande impresa, ovvero il modello e larchetipo dellindustria e
della produzione di massa dellultimo secolo:

Ho notato che, mentre la citt inglese davanti alla crisi sembra-


va depressa e senza speranza, quella italiana era sorprendentemente
ottimista, anzi con un fiorire di nuove aziende a tutti i livelli sociali,
dalla progettazione tecnica alle officine meccaniche, alla produzione
orticola abusiva. Una volta di pi mi ha colpito levidente rapporto tra
quelladattabilit inventiva e il modo in cui si crescono i figli nelle due
citt. A Coventry, forse a causa del lavoro in fabbrica per pi di tre
generazioni, le interviste ci hanno dato un quadro che evidenzia una
socialit molto rigida. In numerose famiglie ci si aspetta ancora che i
bambini, per esempio ai pasti, se ne stiano zitti, anzi non ci si immagi-
na nemmeno che possano chiacchierare o discutere con i genitori. Que-
sti sembrano incapaci di trasmettere ai figli le proprie idee, le speranze,
le competenze, ma spesso sottomettono i piccoli a una disciplina rigida.
A Torino, invece, i bambini sono educati con manifestazioni di affetto
pi esplicite e raramente si fa ricorso alle punizioni corporali, mentre
le discussioni a tavola sono un momento assolutamente fondamentale
della vita familiare [...]. Il caso di Torino non cos originale: unevo-
luzione economica analoga si riscontra in modo ancor pi netto in Emi-
lia Romagna, dove la notevole prosperit odierna della regione si fonda
in gran parte sulle cooperative [...]. Uneconomia manifatturiera cos
democratica non ha paralleli nel nostro Paese.

Da quanto emerso sinora mi sembra evidente che la tua


concezione personale dellanarchismo si distingueva senzaltro
da quella del resto del gruppo di Freedom Press. Come sei arri-
vato a svilupparla? E il tuo modo di vedere le cose ti ha creato
problemi in seno al gruppo?

Ognuno di noi aveva un suo modo di riflettere sulle cose. Il


mio ha avuto i suoi limiti e i suoi vantaggi. Tendo a pensare in
termini di esempi pratici o di esperienze concrete e non sulla
base di teorie o di ipotesi. Il che ha certamente i suoi aspetti
utili, ma implica anche che trovo troppo noiosi un buon numero

69
di testi teorici. Un altro aspetto del mio modo di pensare, che un
po contraddice quanto ho appena detto, fa s che, pur non aven-
do alcuna formazione sociologica, guardo quasi ogni cosa con
locchio del sociologo. Ovvero, sono particolarmente interes-
sato alla sociologia della musica, della politica o dellinfanzia.
Ora, la mia conoscenza della sociologia dei gruppi autonomi
mi dice che sempre pi sensato e producente per lefficacia
di tali gruppi mettere in luce nellattivit di propaganda i tanti
terreni di convergenza piuttosto che concentrarsi sugli aspetti
divergenti.
Due testi che hanno fortemente inciso sulla mia formazione
negli anni Cinquanta sono stati il saggio di Martin Buber Society
and the State, pubblicato in inglese nel 1951, e quello di Alexan-
der Herzen Dallaltra sponda, tradotto in inglese nel 19562. Altri
autori per me importanti sono stati i gi citati anarchici americani
Paul Goodman e David Wieck, che hanno messo in relazione le
teorie anarchiche con le scelte comuni della vita di ogni giorno
nelle riviste Resistance, Liberation e, prima ancora, poli-
tics.
Riflettendo su un libro che non c, nellarticolo intitolato
The Unwritten Handbook, uscito su Freedom del 28 giugno
1958, scrivevo:

A mio modo di vedere, la caratteristica pi saliente del libro che


non c sul movimento anarchico del xx secolo non dovrebbe tanto
essere il superamento delle concezioni proprie ai pensatori classici
dellanarchismo, Godwin, Proudhon, Bakunin, Kropotkin, ma la riela-
borazione che ne stata fatta, la loro estensione ad ambiti pi vasti. Si
trattato di un processo selettivo che ha respinto il perfezionismo, la
fantasticheria utopistica, il romanticismo cospirativo, lottimismo rivo-
luzionario, prendendo dai classici dellanarchismo le idee pi valide,
non quelle pi discutibili. A queste ha aggiunto i contributi pi sofisti-
cati di pensatori successivi (e dimenticati perch non tradotti in inglese)
come Landauer e Malatesta. E vi ha infine inglobato lapporto concreto
offerto dalle scienze sociali del nostro secolo, in particolare dalla psico-
logia e dallantropologia, oltre che dallevoluzione tecnica.
sempre un anarchismo della protesta permanente sui problemi
contemporanei (e come potrebbe essere altrimenti negli attuali frangen-
ti?), ma anche un anarchismo consapevole che la scelta tra soluzioni

70
libertarie e soluzioni autoritarie avviene in ogni istante e in ogni forma.
Nella misura in cui anche nei piccoli problemi noi optiamo per la
soluzione autoritaria, o laccettiamo, o la diamo comunque per buona,
ovvero quando non abbiamo la fantasia e linventiva necessarie per
scoprirne le alternative, noi finiamo inesorabilmente per diventare vitti-
me inermi anche nelle questioni pi importanti. Non troviamo la forza
per cambiare il corso degli eventi riguardo alla corsa agli armamenti
nucleari, allimperialismo e via discorrendo, proprio perch abbiamo
ceduto su tutto il resto...

Non credo che i miei compagni del gruppo di Freedom Press


trovassero discutibile questa mia opinione da un punto di vista
anarchico.

Non conoscevo questo articolo sul libro che non c. Il


passo che citi davvero notevole e stimolante. Oltre ai nomi
che hai citato, si nota anche linfluenza di Alex Comfort.

Hai proprio ragione. I redattori, per, sono sempre alla merc


degli autori. Quando mi stata offerta lopportunit di far usci-
re la rivista Anarchy, il primo autore che ho interpellato per
chiedergli una collaborazione alla nuova rivista stato proprio
Comfort. Sono andato a trovarlo nel suo studio in un semin-
terrato dellUniversity College di Londra e gli ho detto quanto
fossero importanti per me le sue idee. Abbiamo riso assieme
delle tante assurdit dellesistenza in quegli anni Sessanta, ma
larticolo che mi ha poi mandato riguardava il sesso e la vio-
lenza nella narrativa contemporanea: era ironico e intuitivo,
ma non era esattamente quello che mi serviva per lanciare una
rivista anarchica.

Anarchy comunemente (e giustamente) considerato uno


dei migliori periodici anarchici mai pubblicati in tutto il mondo.
Come ha fatto a conquistarsi un tale prestigio?

Sei molto gentile a dire questo, ma credo che sarebbe pi cor-


retto affermare che come diverse riviste anarchiche del passato
ha rappresentato la risposta giusta in un particolare periodo e
in un particolare clima sociale. Potremmo dire la stessa cosa per

71
Les Temps Nouveaux ai suoi tempi in Francia e per la Revi-
sta Blanca in Spagna. Con gli occhi di oggi gli anni Sessanta ci
appaiono un periodo propizio per un periodico anarchico. Quei
dieci-quindici anni, diciamo dalla met degli anni Cinquan-
ta, hanno visto le lotte contro il colonialismo, la Rivoluzione
ungherese soffocata dai carri armati sovietici, linvasione anglo-
francese di Suez, la campagna per il disarmo nucleare con le sue
propaggini pi radicali, le rivolte studentesche. Solo pi tardi,
nei primi anni Settanta, sono arrivati altri nuovi movimenti come
quelli di liberazione delle donne e degli omosessuali.
La rivista nata perch io mi battevo, sia nella redazione di
Freedom sia nelle riunioni del gruppo di Freedom Press, per
una periodicit mensile e non pi settimanale. Citavo a mio soste-
gno il numero di settimanali che avevano cessato le pubblicazioni
in Gran Bretagna negli anni Cinquanta sottolineando come quelli
pi seri (per esempio lo Spectator e il New Statesman)
sopravvivevano ma con una diffusione molto ridotta. Di conver-
so, cera stato un aumento del numero dei mensili. Tra laltro,
uno studio della personalit anarchica condotto dallo psicologo
Tony Gibson aveva messo in luce che i lettori di Freedom si
potevano definire persone di cultura elevata che pensano.
Sul numero di Freedom del 10 dicembre 1960 avevo scrit-
to che la periodicit settimanale comportava grossi svantaggi
per quanti facevano la rivista:

Molti dei loro sforzi sono assorbiti in mansioni puramente meccani-


che da ripetere ogni settimana, cos che non resta il tempo per selezio-
nare i contenuti, per impaginarli in modo gradevole, per dibattere con i
potenziali collaboratori, per affrontare alcuni particolari argomenti trat-
tati sul giornale con persone estranee al nostro movimento ma interes-
sate a questi, per pubblicizzare luscita di certi numeri nei posti giusti,
per realizzare nostri reportage diretti, insomma per tutte quelle attivit
essenziali che servono a produrre quel buon materiale di cui dovrebbe
esser fatta una rivista, per mondarlo da tutti i vecchi stereotipi e dalle
frasi fatte, per discutere seriamente dei problemi dellanarchismo.

Ribadivo che se vogliamo davvero trasformarci da setta


a forza sociale, abbiamo bisogno di rivitalizzare Freedom
e che se le cose stavano cos era perch non siamo riusciti a

72
formulare alternative anarchiche nei campi pi prosaici come
in quelli pi importanti dellesistenza, tanto che le persone che
potrebbero dare nuova linfa alle nostre attivit non sono indotte
a prenderci sul serio3.
Avevo perfino realizzato un menab pilota della mia proposta
per far vedere come doveva essere la rivista che avevo in mente.
I miei colleghi di Freedom Press reagirono pacatamente e con
grande disponibilit dissero: Chi vuole il settimanale continui a
farlo e chi vuole il mensile lo faccia. Si decise cos che il men-
sile sarebbe uscito la prima settimana di ogni mese al posto del
settimanale e che il formato non sarebbe stato in quarto (A4),
come avevo pensato per una versione mensile di Freedom,
ma in ottavo (A5). Oggi penso che sia stata una buona idea,
perch ancora adesso quando vado a casa di qualcuno mi tirano
fuori le copie della rivista, che hanno conservato proprio perch
la dimensione si adatta allo scaffale di una libreria.
Trovandomi di colpo davanti allimprevista esigenza di
trovare un titolo, avevo scelto Autonomy, con il sottotitolo
giornale di idee anarchiche. Era la testata di uno dei primis-
simi periodici anarchici pubblicati in Gran Bretagna. Mi fecero
pressioni per cambiarlo in Anarchy, cosa che rese del tutto
superfluo il sottotitolo, che per rimase fino al numero 27, dopo
di che mi pare sia stato eliminato dal grafico che disegnava la
copertina, Rufus Segar, e non da me.
Io in realt avevo pensato a un Freedom mensile. Il mena-
b che avevo presentato alla riunione di redazione ricordava
infatti politics di Dwight Macdonald. Mi ritrovai a fare una
rivista completamente diversa, della quale ero lunico redatto-
re. Era una situazione di assoluto privilegio: una volta presa la
decisione, mi fu data una totale autonomia. Nessuno metteva
in discussione quello che si pubblicava su Anarchy. Altri del
gruppo si erano assunti il compito di gestire gli abbonamenti, gli
ordinativi della distribuzione, le affrancature e la spedizione.

Come definiresti le caratteristiche della rivista? E il suo suc-


cesso si pu spiegare soltanto in base a queste caratteristiche o
cerano altri fattori in gioco? Infine, di quali aspetti vai pi fiero?

Penso che la caratteristica pi importante di Anarchy con-

73
sistesse nel fatto che partiva dal presupposto che lanarchismo
fosse una componente presente in ogni aspetto della vita e per
questa ragione lo si dovesse prendere sul serio. Ecco perch
The Times sostenne che lesistenza di Anarchy altro non
se non unavventura intellettuale, e lo scrittore Colin MacIn-
nes, che si sempre impegnato al massimo per pubblicizzarla
sulla stampa non anarchica, fu cos gentile da scrivere che era
il mensile pi originale tra quelli che conosco, grazie alla capa-
cit di percepire le tendenze al cambiamento in seno alla nostra
societ. La linea scelta, quella cio di dedicare ogni numero a
un argomento specifico, fece s che la stampa specializzata in
una serie di discipline (dalleducazione fisica alla gestione dim-
presa) non poteva non segnalare la rivista ai propri lettori.
Ci sono stati altri fattori che hanno inciso favorevolmente.
Uno era il clima di quel decennio, di cui abbiamo gi parlato.
Un altro era il fatto stesso di essere una rivista nuova, senza il
peso di un passato con cui fare i conti. Un altro ancora era la
grande attrattiva delle copertine.
Il mio maggior motivo di orgoglio sta nellaver fatto una
rivista che costringeva la gente a prendere sul serio le idee anar-
chiche e a non liquidarle sbrigativamente come lespressione di
una frangia di stravaganti fuori di testa o di una setta. Il che
valeva anche per quei collaboratori pi esterni che avevo con-
vinto a scrivere per la rivista, i quali scoprirono che la propria
esperienza e le proprie competenze personali si adattavano a un
modello coerente di relazioni con il mondo.

A chi stai pensando in particolare? Ai criminologi pi radicali?

S, anche a loro. Ma pi in generale, quando venivo invitato,


da outsider, a parlare nelle universit e nei politecnici, ero colpi-
to dal marxismo di maniera, meccanicistico, che caratterizzava
gli atteggiamenti di insegnanti e studenti. Credo che per molti di
loro lanarchismo sia apparso come unideologia liberatrice.

Ci sono aspetti di Anarchy che ti lasciano qualche rim-


pianto?

Ce ne sono tanti. Il primo, ovviamente, di non essere riusci-

74
to a far crescere la diffusione dalle 2.000 alle 4.000 copie, che
erano il mio obiettivo. Il secondo riguarda gli argomenti che la
rivista non riuscita ad affrontare. Per celebrare luscita del cen-
tesimo numero di Freedom, mi avevano chiesto di commenta-
re questa mia esperienza editoriale4 ed ecco che cosa scrivevo:

Sono convinto che il modo pi efficace per diffondere lanarchismo


tramite una rivista mensile sia quello di prendere lintero ventaglio di
questioni parziali, frammentarie, ma immediate, dalle quali probabile
che la gente sia concretamente presa e ricercare soluzioni anarchiche,
invece che abbandonarsi a vacui esercizi retorici sulla rivoluzione. Un
obiettivo che infinitamente distante, diceva Alexander Herzen, non
nemmeno un obiettivo, ma un inganno. Daltro canto, queste priorit
hanno portato a trascurare tutta una serie di argomenti che Anarchy
ha ignorato. Dov, per esempio, unanalisi approfondita e comples-
siva delle trasformazioni in campo economico e industriale del nostro
Paese? Non in Anarchy, temo.

Come mai Anarchy sopravvissuta solo dieci anni? Per-


ch ha chiuso? Il duro compito di seguirne ogni mese la reda-
zione ha ostacolato o favorito la tua attivit di saggista e la
produzione di nuove idee?

Nel maggio 1970 annunciavo agli altri membri del gruppo


che intendevo interrompere la cura della rivista entro la fine
dellanno. Una persona che lavorava alla Freedom Bookshop
era pi che disponibile ad assumersene la gestione dal gennaio
1971 e la cosa fu approvata. La nuova serie cominci a uscire
con il marchio di Freedom Press, poi se ne stacc e per un po
apparve con periodicit piuttosto irregolare.
Io avevo spiegato cos la mia decisione: Far uscire una rivi-
sta per dieci anni un impegno eccessivamente lungo anche per
il pi straordinario dei redattori. Inesorabilmente cominciano a
subentrare soluzioni di routine e formule preconfezionate. Ero
convinto di quel che dicevo. Con la linea editoriale scelta, che
imponeva di incentrare ogni numero su argomenti monografici,
se qualcuno non mandava il suo testo in tempo, per non uscire
in ritardo mi toccava scrivere vari articoli sotto pseudonimo.
Oltretutto gli anni Sessanta sono stati il decennio pi denso di

75
avvenimenti per la mia vita personale. Ho cambiato mestiere,
passando dallarchitettura allinsegnamento, e nel frattempo ho
conosciuto la mia compagna Harriet, che era rimasta vedova
con due bambini piccoli. Ero cos diventato il tutore dei due
ragazzi e alla fine del decennio Harriet e io abbiamo avuto un
altro figlio nostro.
In effetti per me stato un vero sollievo ritirarmi dalla reda-
zione di Anarchy. Tra laltro, nel dicembre 1970 era apparsa
sul Times Educational Supplement uninserzione che offriva
un posto alla Town and Country Planning Association (unor-
ganizzazione autonoma di vecchia data) per creare una rivista
rivolta agli insegnanti che promuovesse leducazione ambienta-
le. Risposi allinserzione e ottenni il posto, chiamando bee la
rivista, sigla di Bulletin of Environmental Education. La paro-
la bee, che in inglese significa ape, ispir anche il simbolo del
giornale.
Gli amici mi prendevano in giro dicendo che mi illudevo di
essere ancora il redattore di Anarchy, ma la grande differenza
era che adesso facevo la rivista in orario di lavoro.
Spesso mi viene da pensare a come sarebbe stato molto pi
semplice se avessi dovuto pubblicare oggi una rivista del tipo
di Anarchy, dopo la rivoluzione che c stata nel mondo della
stampa. Ho lasciato a Rufus Segar, il grafico che disegnava le
copertine, il compito di descrivere, in uno degli ultimi numeri, il
processo di produzione, che era ancora un girovagare dal centro
di Londra alla periferia:

Il modo in cui si mette insieme la rivista ridicolo, terrificante e,


per un giornale del dissenso, troppo vulnerabile. I testi sono riuniti
dal redattore e trasmessi a un compositore professionista a Stepney.
Le bozze sono montate sul menab a Putney. I caratteri in piombo dei
titoli sono assemblati a Whitechapel. Limmagine della copertina rea-
lizzata a St. James e inviata allo zincografo per il clich a Clerkenwell.
Il clich viene portato da un tipografo di Bishopsgate, che stampa le
copertine. Gli interni e le copertine sono messi insieme e consegnati al
legatore di Fulham, che piega gli interni, cuce le copertine e taglia le
copie. Le riviste tornano a Whitechapel per la spedizione. Certe volte
la rivista vi arriva in ritardo. Tutto il procedimento degno dei tempi
della regina Vittoria...

76
Rufus si era dimenticato di citare unaltra fase del procedi-
mento, quella della correzione delle bozze. Contrariamente alle
voci messe in giro dal mio caro amico Nicolas Walter, le bozze
erano lette, ma non cera modo di verificare che le correzioni
fossero inserite. Una volta soltanto (sul numero 35, del gennaio
1964), le correzioni non furono inserite affatto!
C stata anche una volta in cui uno dei collaboratori pi assi-
dui, Robert Ollendorf, boicott, giudicandola frivola, la coperti-
na di Rufus Segar per un numero su Wilhelm Reich, mentre il
legatore la boicott affermando che era oscena. Unaltra volta
la copertina non arriv in tempo dal tipografo e dovetti fornirne
allistante una a mano per il numero sullindustria della pesca.
La mia attivit di autore di libri cominci solo al termine di
quella di redattore di Anarchy (non cera mai tempo per pen-
sare a un libro), ma senza dubbio quellesperienza mi ha molto
aiutato. Diversi miei libri pubblicati negli anni Settanta sono il
frutto diretto delle richieste di editori che avevano letto gli arti-
coli da me scritti su Anarchy nel decennio precedente.

E per quanto riguarda le tue idee e la tua concezione dellanar-


chismo, i dieci anni di Anarchy ti sono stati utili a svilupparle o
erano gi completamente formate, come parrebbe, sin dalla fine
degli anni Cinquanta?

Come gran parte delle persone, probabilmente non noto con-


sapevolmente i cambiamenti nel mio modo di vedere. Quello
che invece ho notato quanto accadeva quando si discuteva di
anarchismo. In genere cerano due reazioni di tipo diverso. Una
portava ad affermare: Bene, se lanarchismo quello che hai
appena descritto, io sono stato sempre anarchico senza saperlo.
Laltra portava a dire: Il modo in cui gli autori di Anarchy
hanno illustrato il sistema per bande degli operai auto-organiz-
zati nellindustria manifatturiera, o le modalit con cui le piccole
aziende di trasporto familiari si redistribuiscono tra loro le conse-
gne, mi fa venire in mente il caos organizzato, cio lanarchia
del posto dove lavoro. Questi ultimi scoprivano quello che ho
sempre sostenuto, ovvero che lanarchismo una teoria dellor-
ganizzazione.

77
Tutti questi confronti sono certamente serviti ad ampliare il
mio modo di interpretare e diffondere le idee anarchiche.

Note al capitolo

1. Tim Parks, My Italian Education [trad. it.: Leducazione italiana, Bom-


piani, Milano, 1996].
2. Alexander Herzen, From the Other Shore [trad. it.: Dallaltra sponda,
Adelphi, Milano, 1993].
3. Freedom, 3 dicembre 1960.
4. Freedom, 14 giugno 1969.

78
1954. Colin Ward mentre pone la simbolica ultima pietra del camino
in un cantiere di case popolari
1978. Colin Ward durante una conferenza a favore della trasformazione
delle case popolari comunali in cooperative di inquilini
III
ARCHITETTURA, INSEGNAMENTO,
SCRITTURA

Per gran parte della tua vita ti sei occupato di architettura e


di urbanistica. Come mai?

Ho gi raccontato che quando avevo sedici anni ero andato


a lavorare da un architetto che si era formato sotto linflusso
dellArts and Crafts Movement. Di questo movimento facevano
parte persone da lui conosciute, un secolo fa, alla Central School
of Arts and Crafts di Londra, come Edward Johnson ed Eric Gill,
e soprattutto il preside di quella scuola, il teorico dellarchitettura
W. R. Lethaby. Quando finalmente fui congedato dallesercito,
ritornai a lavorare da lui, ma ben presto passai in studi di proget-
tazione architettonica e urbanistica pi convenzionali. Il primo fu
lArchitects Co-partnership e poi, per dieci anni, lo studio She-
pheard ed Epstein, infine quello di Chamberlin, Powell e Bon che
lasciai, quandero direttore della ricerca, nel 1964.

81
Il lettore che conosce il mondo dellarchitettura sa bene che
i vari studi di progettazione londinesi del dopoguerra avevano
concezioni completamente diverse, e tuttavia anche numerosi
tratti in comune. Lattivit negli anni Cinquanta e Sessanta
era soprattutto rivolta alla progettazione di alloggi, scuole e
ospedali commissionati da enti pubblici. Quella generazione di
architetti cresciuta e ha lavorato grazie allo Stato sociale, di
cui condivideva lideologia, compresi, ovviamente, anche i suoi
principi paternalistici.

Queste diverse concezioni della progettazione in che cosa


differivano da uno studio allaltro?

LArchitects Co-partnership era uno studio composto da un


gruppo di giovani architetti di sinistra che operavano seguendo
la via maestra del Movimento moderno. Ledificio pi noto da
loro progettato la fabbrica di gomma di Brynmawr, realizzata
per offrire unalternativa occupazionale in una zona mineraria
molto depressa del Galles meridionale. La struttura, che pre-
sentava una serie spettacolare di volte in cemento armato, non
consegu per il suo scopo sociale. I progetti di Peter Shepheard
puntavano invece a realizzare edifici modesti e semplici, che
sarebbero invecchiati con grazia, a differenza di molti palazzi
del dopoguerra. Chamberlin, Powell e Bon avevano infine una
concezione molto pi assertiva della funzione del progettista.
Di sicuro conosci le loro opere per la Leeds University e per la
New Hall di Cambridge. Il loro progetto pi famoso quello per
il vasto complesso del Barbican, nella City, un esempio di quella
che suppongo si debba definire come la nuova monumentalit.
Davanti agli edifici concreti, frutto di questi tre diversi
approcci allarchitettura moderna, stenta comunque a farsi stra-
da quandanche si abbia a che fare con professionisti meno
determinati una riflessione sociale sul ruolo degli architetti nel
campo delle abitazioni e delle scuole. Un mio amico, larchitetto
Steve Musgrave, ha analizzato in che misura le scelte progettua-
li, per quanto riguarda le abitazioni, dipendano dagli architetti o
dagli utenti, e ha scoperto che invece di incontrare di persona
i clienti per capirne le esigenze e le preferenze [...] queste sono
mediate da altri uffici e dal governo centrale, peraltro del tutto

82
incapaci di stabilire un contatto sistematico con gli inquilini.
Per me stato ben presto evidente che da un punto di vista
anarchico il controllo degli abitanti il primo principio per una
politica della casa.

Raccontami qualcosa della tua vita lavorativa, prima negli


studi di architettura, poi come insegnante di didattica e infine
come responsabile allistruzione della Town and Country Plan-
ning Association.

Il nostro comune amico Vernon Richards, luomo che ha


ridato vita alla stampa anarchica nel 1936, ripeteva sempre, fino
alla sua morte nel 2001, che uno dei libri che sperava di scrivere
si sarebbe intitolato A Working Life [Una vita di lavoro]. Gli
ultimi anni mi diceva spesso che il libro si sarebbe aperto con
il racconto della sua infanzia a Soho, dove, fin dai primissimi
anni, poteva godere della libert della strada, e poi avrebbe
descritto la sua vita di ingegnere civile, interrotta quando i redat-
tori di Freedom furono arrestati nel 1945 e lui fu condannato
a nove mesi di prigione. Mentre stava rinchiuso in carcere si era
reso conto che non aveva senso perseguire quella carriera pro-
fessionale, e cos il suo libro mai scritto avrebbe raccontato le
successive avventure per guadagnarsi da vivere come droghiere
(gestendo la bottega dei suoi, il King Bomba), come fotogra-
fo (diversi suoi libri di foto sono stati pubblicati da Freedom
Press negli anni Novanta), come guida turistica nella Spagna di
Franco e nellUnione Sovietica di Breznev (era convinto che i
viaggi turistici avrebbero fatto cadere le frontiere pi chiuse), e
come coltivatore di alimenti organici in un campo di un ettaro
per oltre ventanni, fino a quando non ne comp ottantadue. In
quegli stessi ventanni ha anche distribuito a domicilio i giornali
della domenica in una vasta zona di campagna (cosa che gli
consentiva di leggere tutti i quotidiani, di trovare un mercato per
i suoi ortaggi e di mantenersi lautomobile).
Tutte queste attivit, chiaramente, venivano dopo quelle che
erano davvero importanti per lui: di redattore, di autore e di
editore anarchico. Ho spesso discusso con lui, sostenendo che la
maggior parte di noi non era abbastanza capace o versatile per
dedicarsi a occupazioni cos diversificate e nello stesso tempo

83
potersi mantenere, ma a posteriori devo ammettere che anchio
ho fatto alcune importanti svolte occupazionali che si sono
riflesse sul mio livello di vita.
Ho gi descritto come sia entrato nel mondo dellarchitettura
quandero un ragazzo, cosa che oggi sarebbe impossibile, per-
ch la formazione monopolio delle scuole di architettura ed
dominata dalle qualifiche professionali. Io ho potuto godere
dellatmosfera libertaria e non gerarchica che cera negli studi di
progettazione in cui ho lavorato negli anni Cinquanta, tanto che
i miei datori di lavoro sono stati e sono rimasti miei cari amici.
Il nostro lavoro in quei giorni era rivolto alla progettazione oltre
che delle abitazioni anche delle scuole, e cos ho potuto prende-
re coscienza dei grossi cambiamenti che stavano avvenendo in
campo educativo.
Negli anni Sessanta, proprio quando larchitettura cominciava
a perdere il suo fascino e quando le commesse agli studi comin-
ciavano a riguardare la costruzione di uffici e non pi di case,
scuole e ospedali, e tutto questo mentre nel tempo libero curavo
la pubblicazione di Anarchy, presi a coltivare la speranza di
poter passare allinsegnamento. Non avevo per una qualifica
per diventare insegnante, giacch avevo lasciato la scuola a quin-
dici anni senza un titolo di studio, n potevo permettermi di vive-
re da studente, senza reddito, per pi di un anno. Mi fu offerta,
comunque, una strada: quella di un corso annuale per qualificare
uno come me, che aveva alle spalle anni di lavoro con funzioni
tecniche, per diventare insegnante in quella che in Gran Bretagna
chiamata further education [istruzione integrativa].
In Gran Bretagna abbiamo scuole elementari per la fascia
di et dai cinque agli undici anni, scuole medie dagli undici ai
sedici o ai diciotto anni e, prima del livello universitario, i Fur-
ther Education Colleges, che allepoca erano prevalentemente
frequentati da giovani lavoratori che venivano al college un
giorno alla settimana con un permesso giornaliero. Era un
ingranaggio assai interessante della macchina scolastica e i gio-
vani che avevano abbandonato la scuola vi trovavano il modo di
riqualificarsi come studenti di college, e non come scolari.
Poco dopo il 1960 una relazione sulle carenze dellistruzione
tecnica in Gran Bretagna aveva concluso che linsegnamento
tecnico era troppo limitato e che andava liberalizzato. Curio-

84
samente, alcune delle pagine pi interessanti di Kropotkin, tanto
della sua autobiografia come di Campi, fabbriche e officine,
riguardavano proprio la liberalizzazione dellistruzione tec-
nica1. Ma la decisione finale era stato un tipico compromesso
burocratico, limitandosi ad aggiungere una materia, naturalmen-
te obbligatoria, al curriculum e a darle il nome di Liberal Stu-
dies. Il contenuto del corso sarebbe stato deciso dallinsegnante.
Il mio corso di un anno per diventare insegnante al Garnett
College di Londra, nellanno scolastico 1964-65, fu piacevo-
le, un po perch avevo lasciato la scuola da molto tempo, nel
1939, ma soprattutto perch fra i compagni di corso cera Har-
riet, che da allora sarebbe stata la mia compagna di vita.
Dopo lanno al Garnett College, Harriet and al Kingsway
Day College, un famoso college sperimentale del centro di
Londra, dove insegnava storia, e io prima al Croydon Tech-
nical College e poi al Wandsworth Technical College, dove
avevo proprio la responsabilit dei Liberal Sudies. E visto che
il college era poco disposto ad assumere un numero adeguato
di insegnanti di ruolo per questa materia cos sospetta, io ebbi
lopportunit di coinvolgere un sacco di persone interessanti che
offrivano lezioni part-time.
Quello che insegnavo era determinato dalle esigenze espresse
da quei giovani apprendisti elettricisti o meccanici e riguardava
quegli argomenti sui quali ritenevano di sapere troppo poco.
Come puoi bene immaginarti, i temi erano quelli dei rapporti
sessuali, del bere senza rovinarsi la salute, della polizia e dei loro
diritti e cos via. Io, proprio come chiunque altro, incontrando
tanti giovani operai ero stupefatto per la mancanza delle pi
semplici informazioni mostrata dai miei studenti, dopo dieci anni
di obbligo scolastico, e per come fossero impreparati ad affron-
tare la vita adulta. Ma altri insegnanti furono ancora pi audaci.
Venimmo a sapere delle coraggiose iniziative dellIpswich Civic
College e di unesplosione di nuovi scrittori tra gli ex studenti
sfornati dallo Yeovil Technical College dellInghilterra occiden-
tale, mentre gli allievi della Albert Hunt mettevano in scena la
Rivoluzione russa nelle strade di Bradford. La libert non sog-
getta a regole di questa piccolissima parte dellorario di studenti
part-time era troppo bella per durare e, nel 1970, c stata una
svolta politica che ha imposto un programma di studio e il cam-

85
biamento del nome della materia stessa: non pi Liberal Studies,
ma Communication Studies o Technical Writing.
Ma a quellepoca, come ti ho gi detto, la Town and Country
Planning Association era alla ricerca di un responsabile per
leducazione ambientale con il compito di fornire un servizio,
tramite la pubblicazione di un mensile, agli insegnanti che desi-
deravano introdurre le tematiche ambientali nellinsegnamento.
Come mio assistente fu nominato Anthony Fyson perch aveva,
come me, sia una formazione in architettura e urbanistica sia
unesperienza dinsegnamento. Inviammo il primo numero del
Bulletin of Environmental Education a tutte le scuole del
Paese. Fortunatamente i tempi erano maturi. Le discussioni sulla
crisi ambientale e sui metodi per uscirne, sollecitate dai redattori
dellEcologist con il libro A Blueprint for Survival (1972),
erano state liquidate bollandole di allarmismo, ma proprio in
quellanno un forte aumento del prezzo del petrolio provocava
una recessione mondiale e faceva nascere nuovi dubbi sulla
disponibilit perenne delle risorse e sulla nostra dipendenza dai
combustibili fossili.
Per tutti gli anni Settanta non facemmo che andare da una
scuola allaltra, incontrando insegnanti e allievi e riportando le
loro esperienze su bee. Ma questo continuo viaggiare costava
e Anthony Fyson e io dovevamo trovarci lavori di consulenza
per permettere ai nostri datori di lavoro di pagarci lo stipendio.
Uno degli incarichi pi interessanti riguardava un progetto dal
titolo Art and the Built Environment [Larte e lambiente edifi-
cato] nel quale ero impegnato insieme a Eileen Adams, una
brillante insegnante darte a indagare sul ruolo dellarte, come
materia scolastica e come attivit umana, nel nostro modo din-
tendere lambiente.
Di quegli anni ho il ricordo di una fase splendidamente crea-
tiva, che si ritrova nel libro scritto insieme a Eileen2, in Talking
Schools3 e nellarticolo Educazione alla conoscenza per la tra-
sformazione dellambiente che Giancarlo De Carlo ha pubblicato
su Spazio e Societ4.
Ovviamente, pubblicando un giornale destinato agli inse-
gnanti, i nostri referenti erano quelli tra loro pi attivi e pi
interessati alle tematiche ambientali, ma io ero profondamente
colpito dai tanti insegnanti conosciuti in quegli anni che presta-

86
vano attenzione allambiente locale, spesso su ispirazione dei
propri allievi.
Che cosa ti ha spinto a fare il grande passo e a dedicarti a
tempo pieno alla scrittura? Te ne sei mai pentito?

Tante ragioni. Una era di natura banale e familiare: Harriet


e io desideravamo trasferirci in campagna (sperando che l la
vita fosse meno cara) e lestate 1980 era un ottimo momento per
lasciare la citt, perch i nostri figli pi grandi avevano finito gli
studi secondari e il pi piccolo stava passando dalle elementari
alle medie. Poi cera il fatto che la situazione economica della
Town and Country Planning Association era molto incerta
allepoca e io non avrei certo trovato un altro impiego altret-
tanto soddisfacente. Sono profondamente daccordo con certi
psicologi del lavoro che sostengono che la soddisfazione sul
lavoro direttamente proporzionale al margine di autonomia,
ovvero alla quantit di tempo in cui il dipendente libero di
prendere decisioni sue. Lo considero un parametro importante
per misurare il piacere e la soddisfazione sul lavoro. Io ho godu-
to di un margine di autonomia ben superiore al normale in quasi
tutta la mia vita lavorativa e soprattutto quando ero impiegato
alla Town and Country Planning Association. Dopo aver lascia-
to questo impiego, cio dal 1979, ho sempre tenuto una rubrica
mensile sul suo giornale Town and Country Planning. Si
chiama People and Ideas lo stesso titolo della rubrica settima-
nale che curavo su Freedom negli anni Cinquanta.
Ha influito inoltre il fatto che nei dieci anni precedenti avevo
avuto finalmente il tempo per scrivere dei libri. La mia produ-
zione sembrava fenomenale, ma era solo dovuta al fatto che ho
cominciato tardi (avevo quarantasei anni nel 1970) e avevo in
testa tanti libri che aspettavano solo di essere scritti. I miei primi
due volumetti, Violence (1970) e Work (1972), erano libri scola-
stici, vivacemente illustrati, destinati a lettori pigri tra i quattor-
dici e i sedici anni e pubblicati in una collana curata da Richard
Mabey per Penguin Education che puntava molto allinnovazio-
ne. Utopia (1974) stato scritto per unaltra collana, Human
Space, che mirava a rivoluzionare linsegnamento della geo-
grafia nelle scuole medie. Ma il libro era appena uscito che la
propriet della casa editrice pass ad altri, i quali per prima cosa

87
chiusero la collana Penguin Education. Cos mi comprai circa
duemila copie del libro e ogni volta che andavo in visita in una
scuola me ne portavo dietro un pacco.
Anarchy in Action [La pratica della libert], una specie di
manuale di applicazioni anarchiche, era, come sai, il frutto della
mia attivit di redattore di Anarchy. Il libro scritto con Antho-
ny Fyson, Streetwork: The Exploding School (1973), riprendeva
le idee sulleducazione ambientale che illustravamo su bee.
Nel 1973 mi chiesero di curare il libro Vandalism, ispirato a
un numero di Anarchy sul vandalismo creativo che avevo
pubblicato nel 1966, mentre il libro Tenants Take Over (1974)
riprende gli argomenti di un mio articolo dallo stesso titolo
uscito su Anarchy nel 1968. Lo scalpore suscitato port alla
richiesta di curare per Freedom Press un altro testo che racco-
gliesse miei articoli e conferenze sul problema delle abitazioni:
Housing: An Anarchist Approach (1976). Intanto altri editori mi
chiedevano di curare nuove edizioni dei classici di Kropotkin:
Campi, fabbriche, officine (1974) e Memorie di un rivoluziona-
rio (1978). Il libro che chiudeva quellintenso decennio stato
Il bambino e la citt (1978), un testo che continua a seguirmi
(ledizione italiana uscita nel 2000).
Tutti questi libri sono stati scritti quando avevo ancora un
impiego a tempo pieno: si capisce allora, visto che c un nume-
ro fisso di ore nella giornata, perch non potevo non diventare
un autore a tempo pieno. Sapevo che il mio reddito si sarebbe
ridotto ai minimi termini, una volta presa questa decisione, ma
una cosa di cui non mi sono mai pentito.

In molti dei libri da te scritti si conferma il tuo interesse per la


pianificazione. In effetti non ho mai capito bene il rapporto che
vedi tra questa e lanarchismo. La pianificazione non autorita-
ria e fonte di controllo? Le New Towns non sono pi compatibili
con la logica statuale che con il socialismo libertario?

Per molti inglesi la pianificazione del territorio urbano o rura-


le una funzione del governo locale, il quale concede le neces-
sarie autorizzazioni per qualunque intervento si voglia fare su un
lotto di terreno o su un edificio esistente (oltretutto pagando una
cifra consistente per la richiesta). Ci sono 21 leggi del parlamen-

88
to, 223 atti giuridici e pi di 1.000 pagine di procedure ufficiali
che regolano la materia e di cui bisogna tenere conto quando si
prende in considerazione una domanda. Il governo centrale deli-
nea la sua politica in materia accettando o respingendo i ricorsi
contro le decisioni degli enti locali, ricorsi che vengono pre-
sentati solo dai testardi e dai ricchi e che fanno la fortuna degli
avvocati. Il sistema corrotto nel suo insieme, non tanto per una
pratica di tangenti, ma perch favorisce le ricche imprese immo-
biliari e penalizza i poveri che sono invariabilmente le vittime
della pianificazione.
La cosa drammatica di fronte a questa corruzione che per le
collettivit, urbane o rurali che siano, pianificare luso futuro del
territorio una cosa sensata e necessaria. importante sottoline-
are il fatto che in Gran Bretagna, dopo la pubblicazione del libro
di Ebenezer Howard, Garden Cities of Tomorrow5, un secolo
fa, la pianificazione del territorio stata vista come una crociata
popolare, non come unattivit di governo. Peter Hall, il nostro
pi noto storico dellurbanistica, si spinto anche pi in l. Nel
suo libro Cities of Tomorrow6, che ripercorre la storia della
pianificazione urbana nel ventesimo secolo, esamina una serie
di prefigurazioni sul futuro dellambiente urbano verificandone
poi lincidenza su quanto effettivamente accaduto. A pagina
tre del libro, nel paragrafo Le radici anarchiche del movimento
urbanistico, Hall spiega:

In particolare, il libro sosterr che in questo processo che tardiva-


mente traduce lideale in realt si verificata una perversione alquanto
mostruosa della storia. Laspetto che davvero colpisce che molte,
anche se certo non tutte, delle prime concezioni dellintervento sul terri-
torio sono state prodotte dal movimento anarchico, che era nel suo pieno
vigore nel periodo a cavallo tra lOttocento e il Novecento. Lo si pu
affermare per Howard, per Geddes e per la Regional Planning Associa-
tion of America, come per molte sue filiazioni nellEuropa continen-
tale (cosa che senza dubbio non vale per Le Corbusier, che aveva una
visione autoritaria e centralizzatrice, e per gran parte degli esponenti del
movimento City Beautiful, fedeli servitori del capitalismo finanziario e
delle dittature totalitarie). La visione di queste avanguardie anarchiche
non prevedeva semplicemente una forma alternativa del costruito, ma
una societ alternativa, che non fosse n capitalista n burocratico-

89
socialistica: una societ basata sulla cooperazione volontaria di uomini e
donne che operavano e vivevano in piccole comunit autogovernate.

Peter Hall ha nuovamente messo in luce le derivazioni anar-


chiche dellintervento popolare in materia di soluzioni abitative
e di pianificazione territoriale in una relazione a un convegno
tenutosi ad Amsterdam7 e nellindirizzo di saluto che era stato
invitato a pronunciare per la 75 conferenza del Royal Town
Planning Institute, nel novembre 1989, dove ha scelto di eviden-
ziare il fatto che

negli ultimi cinque anni c stata unondata largamente favorevole a


quella che potremmo chiamare la tradizione neo-anarchica nellurbani-
stica: la tradizione che si rif direttamente a Patrick Geddes e a Ebene-
zer Howard e, ancor prima, ai loro padri spirituali, Kropotkin, Bakunin
e Proudhon.

Non sapevo che Howard, in particolare, avesse una qualche


relazione con il movimento anarchico. proprio vero?

No, ma cera un apprezzamento reciproco delle rispettive


opere tra lui e Kropotkin ed probabile che luno sia stato
presente alle conferenze dellaltro. Howard non nutriva alcuna
fiducia nello Stato e le sue citt giardino erano state concepite
come societ solidali e auto-organizzate.
Pi in generale, quando mi hanno chiesto di commentare su
Freedom quellinfluenza che Peter Hall generosamente ha
attribuito a John Turner e a me, ho osservato che: Se si ficcano
le mani in quello che attualmente avviene sulla scena della pro-
gettazione urbana e abitativa, non si pu evitare di sporcarsele
con compromessi di ogni sorta.
E hai perfettamente ragione a dire che le New Towns sono
pi compatibili con un socialismo di Stato che con un sociali-
smo libertario. Le due Garden City iniziate da Howard ricevono
finanziamenti irrisori e le New Towns finanziate dal governo
britannico dopo la seconda guerra mondiale sono ben lontane dal
suo ideale. Ciononostante io le difendo, come ho fatto nel mio
New Town, Home Town (1993), perch hanno comunque dato
migliori risultati rispetto alla serie di disastrosi interventi pubbli-

90
ci per i centri storici o per lo sviluppo urbano delle periferie. Le
New Towns sono state le uniche che hanno offerto alle famiglie
operaie la possibilit di unirsi allesodo dai vecchi centri storici
sovraffollati, che Howard aveva correttamente profetizzato. Sta
qui la ragione di un certo disprezzo snobistico per le New Towns
che spesso si nota in persone che non si sognerebbero mai di
andarle a visitare.
Sono per daccordo con te sul fatto che i difetti del progetto
delle New Towns vadano messi appunto in relazione con un
socialismo di Stato paternalista, e infatti in quellambiente sono
conosciuto come un sostenitore di un approccio pi anarchico
e non certo come un apologeta del socialismo di Stato. Nella sua
storia della Town and Country Planning Association8, Dennis
Hardy spiega:

Colin Ward ha svolto una funzione centrale nelle prime fasi del
movimento revivalista, e se esiste una data che ne segni linizio,
quella della presentazione di un testo pieno di inventiva come The Do-
it-yourself New Town a una conferenza del 1975. In quellintervento
Ward sosteneva una nuova concezione di comunit edificatrici, nella
quale gli stessi residenti erano direttamente impegnati nella pianifica-
zione, progettazione e costruzione delle proprie case e dei propri quar-
tieri. Il ruolo degli enti locali doveva invece limitarsi a fornire il terreno
e i servizi basilari. Le sue idee nascevano da una serie di esperienze che
segnalavano come da un lato il programma delle New Towns ufficiali
stesse perdendo colpi e dallaltro come andassero affiorando prove
dellesistenza di un vitale movimento alternativo che rivendicava il
contare su se stessi.
Nel corso dellanno successivo la proposta di Ward, esposta in varie
pubblicazioni e iniziative (come quella che celebrava i settantacinque
anni della formazione di Letchworth), si conquist a poco a poco un
favore sempre pi ampio.

Non c contraddizione con limportanza che tu hai attribui-


to, fin dagli anni Quaranta, allo squatting?

No. In Gran Bretagna, al contrario di come la raccontano il


governo e la stampa popolare, lo squatting quasi invariabil-
mente loccupazione, da parte di senzatetto, di edifici di proprie-

91
t pubblica che sono rimasti vuoti per un tempo notevole. Per
questo io lho sostenuto quando occupava gli immobili vuoti sia
delle New Towns sia dei vecchi centri storici. Penso che le occu-
pazioni di case, oltre ad assicurare un tetto a chi non lo ha, abbia-
no una valenza simbolica in quanto sfida al concetto di propriet
e per leffetto che hanno su chi vi prende parte. Come affermo
nel libro La pratica della libert, lo squatting evidenzia molto
bene la differenza che corre tra le condizioni psicologiche legate
a unazione libera e spontanea e quelle prodotte da uno stato di
dipendenza e dinerzia: la differenza tra chi assume liniziativa e
coloro invece ai quali le cose semplicemente succedono.

Come si mette questo in relazione con il controllo da parte


degli abitanti di cui parlavi prima e che ripeti sempre essere
una caratteristica essenziale di una societ libera?

Considero il controllo da parte degli abitanti lideale rispetto


al bisogno universale di abitazioni, proprio come vedo nel con-
trollo operaio lideale rispetto alla fabbrica. E il primo anche
molto pi facile da ottenere. Nei diversi Paesi si sono sviluppate
forme diverse di regime abitativo. Nel 1914 in Gran Bretagna
il 90 per cento delle famiglie, ricche o povere che fossero, era
in affitto presso proprietari privati e circa il 9 per cento aveva
unabitazione di sua propriet. Nel 1974, solo il 14 per cento
era in affitto da privati, il 53 per cento viveva in una casa di
sua propriet, mentre il 33 per cento pagava un affitto a un ente
pubblico.
Nel 2000 la percentuale di alloggi di propriet pubblica in
affitto si ridotta per le politiche avviate dalla Thatcher e pro-
seguite dal governo laburista. Le case di propriet sono salite al
68 per cento. Nei Paesi scandinavi una grossa percentuale delle
abitazioni appartiene a cooperative. Nonostante lidea che la
Gran Bretagna sia la patria del movimento cooperativo, quando
scrivevo Tenants Take Over, nel 1974, esistevano solo due o tre
cooperative dabitazione in tutto il Paese. Oggi ce ne sono circa
mille: una cifra ancora penosamente scarsa.
Tenants Take Over sosteneva che ledilizia di propriet comu-
nale era in crisi a causa di tre fattori: una gestione lontana e pater-
nalista, la mancanza di manutenzioni, la cultura della dipendenza

92
forzata. Sosteneva anche che la propriet e la gestione avrebbero
dovuto passare nelle mani di cooperative di affittuari. Dopo
luscita del libro uno dei risultati pi evidenti fu quello di ricevere
innumerevoli inviti a intervenire in assemblee di inquilini e a riu-
nioni di commissioni sugli alloggi. Il libro ha anche avuto effetti
benefici a Liverpool, nel breve periodo in cui lamministrazione
comunale era in mano ai liberali, ispirando diversi casi non solo di
passaggio del controllo delle abitazioni esistenti agli inquilini, ma
di realizzazione di nuovi alloggi destinati agli abitanti di case vec-
chie e degradate, i quali potevano concorrere allidentificazione
del sito in cui costruire e alla progettazione dellalloggio insieme
a un architetto da loro scelto. La cooperativa di Hesketh Street e
quella di Weller Street, in una zona molto povera della citt, die-
dero ottimi risultati. C stato un episodio che mi ha reso partico-
larmente orgoglioso del mio ruolo di sostenitore di una politica di
edilizia popolare: quando il presidente della cooperativa di Weller
Street, Billy Floyd, mi present a unassemblea sventolando una
copia logora di Tenants Take Over ed esclamando ecco luomo
che ha scritto il Vecchio Testamento... ma noi abbiamo costruito
la Nuova Gerusalemme!.
In ambito politico, i laburisti affermavano che non esisteva
una crisi nella gestione e nella manutenzione degli alloggi, men-
tre i conservatori avevano letto il libro con interesse. I liberali,
invece, sostenevano la mia posizione. Quando sal al potere la
Thatcher, il caposaldo della sua politica della casa fu la svendita
a prezzi di saldo delle abitazioni comunali ai singoli inquilini
che le occupavano. Il mio libro, che aveva un capitolo intitolato
Ognuno per s o tutti insieme, laveva previsto.

Significa che tu sei un sostenitore della privatizzazione delle


case comunali?

Io direi che il passaggio degli alloggi del comune agli inqui-


lini la migliore garanzia della loro sopravvivenza. Il declino e
il degrado delledilizia pubblica sono sotto gli occhi di tutti. Le
persone pi attente ragionano sul fatto che ledilizia pubblica
lunico settore del mercato in cui le case hanno una vita limitata.
Gli alloggi di propriet resistono uneternit. Sono oggetto di
migliorie, di ampliamenti, di adeguamenti da una generazione

93
allaltra. Il controllo da parte dei residenti, sia individuale sia
collettivo, fa s che un gigantesco investimento del passato nella
costruzione di alloggi sia salvato e non vada disperso.
Non mi stanco mai di citare il messaggio che John Turner ha
riportato dalla sua esperienza in America Latina: quella che
chiamo prima legge di Turner sulla casa:

Quando ai residenti spettano le decisioni pi importanti ed essi sono


liberi di dare un proprio contributo alla progettazione, alla costruzione
e alla gestione dei propri alloggi, la pratica e la situazione ambientale
che ne derivano favoriscono il benessere dei singoli e della societ nel
suo insieme. Quando invece non hanno la possibilit di esercitare un
controllo, quando non hanno responsabilit nelle scelte fondamentali,
lambiente abitativo pu trasformarsi in un ostacolo alla realizzazione
individuale e in un peso per leconomia.

Credo che se prendiamo questa affermazione e lapplichiamo


ad altri aspetti importanti della nostra esistenza, per esempio al
mondo del lavoro o della scuola, arriviamo a una definizione di
anarchismo.

S, sono daccordo. Ricordo che stato William Hague a pro-


nunciarsi a favore, in una conferenza del partito conservatore,
di un arretramento delle frontiere dello Stato. Immagino che
la maggior parte degli anarchici abbia reagito positivamente a
questo slogan. Ma qual stata la tua reazione quando i governi
conservatori hanno denazionalizzato il gas, lelettricit, lacqua,
oltre che lindustria del carbone, dellacciaio e le ferrovie?

Non credo che molti anarchici abbiano simpatizzato per la


sedicente politica libertaria della destra o la giudichino qualcosa
di diverso dalladorazione delleconomia di mercato. Prima del
piano di nazionalizzazioni del governo laburista nel dopoguerra,
il gas e lelettricit erano per lo pi in mano ad aziende muni-
cipali ed erano una fonte di reddito per gli enti locali, quindi
unutile risorsa per le autonomie locali. I settori del carbone e
dellacciaio, come quello delle ferrovie, erano al limite della
bancarotta quando il governo laburista li nazionalizz, e si era
ritenuta indispensabile una gestione pubblica per assicurarne

94
quello svecchiamento che i capitalisti privati non erano stati
capaci di fare. Il governo Thatcher ha patrocinato la virtuale
estinzione dellindustria del carbone e dellacciaio, condannate
in quanto non pi redditizie. La vendita delle reti idriche a specu-
latori privati stata una iattura, descritta nei particolari nel primo
capitolo del mio libro Reflected in Water9. La vendita della rete
ferroviaria ha reso oltretutto i treni britannici i meno affidabili
dEuropa.
In pratica, i governi conservatori degli anni Ottanta e Novan-
ta hanno fatto avanzare le frontiere dello Stato, da molti punti di
vista. Hanno ridotto grandemente le entrate e la libert dazione
degli enti locali; hanno limitato lautonomia degli insegnanti
e delle scuole che, per la prima volta nella storia, sono state
costrette ad attenersi ai programmi del national curriculum. La
politica in campo penale e le scelte rispetto alle libert civili
sono state pesantemente punitive e impositive.

cos, senza ombra di dubbio. Ma mi aspetto ancora una tua


risposta riguardo a certe posizioni libertarie di destra. Le con-
sideri del tutto negative o hanno qualcosa di positivo?

Mi pare che gran parte di questi libertari di destra, di cui ho


letto qualcosa sulla stampa o che ho sentito alla radio, non si
renda conto che viviamo in una societ divisa in classi, dove le
opportunit sono immensamente ineguali. Devo per aggiun-
gere che nel 1995 ho conosciuto David Green, dellInstitute of
Economic Affairs (che considerato la fucina dellelaborazione
teorica dei libertari di destra) e come ho spiegato nel mio libro
La citt dei ricchi e la citt dei poveri lho scoperto critico nei
confronti del thatcherismo e non un suo fautore, come era chia-
ramente critico, al pari di me, nei riguardi delle ipotesi meccani-
ciste della sinistra e della fede di questa nello Stato.

Adesso i governi laburisti di Tony Blair portano avanti progetti


di semiprivatizzazione e di pubblico-privato: cos per i tra-
sporti di Londra, per il servizio sanitario, perfino per la scuola.
Come timmagini che una societ anarchica organizzi i trasporti?

Certo, assistere al trionfo finale dellideologia thatcheriana

95
non mi ha fatto piacere. Non potr fare a meno di sogghignare
la Thatcher per come ha conquistato i suoi successori laburisti al
culto del mercato e per come riuscita a inserire nel linguaggio
quotidiano il gergo dei corsi per manager.
Per quanto riguarda i trasporti, li voglio vedere gestiti dalle
comunit e dai lavoratori del settore. Nel mio La pratica della
libert faccio vedere come una tradizione accentratrice e una
decentratrice abbiano inciso diversamente sulla rete dei trasporti
ferroviari. In Gran Bretagna e in Francia la rete ferroviaria fa capo
a Londra e a Parigi. Invece in Svizzera la rete ferroviaria pi fitta
del mondo arriva nelle pi piccole localit, nelle valli pi remote.
Questo grazie allesistenza di una struttura politica decentrata e, ai
tempi della creazione delle ferrovie, di un movimento ferroviario
democratico.

Davvero interessante. Puoi raccontarmi qualcosa di pi


rispetto a questo movimento?

Solo quello che ho saputo, molti anni fa, dallarchitetto Chri-


stof Bon e da Herbert Luethy: mi hanno spiegato che era sorto in
seguito a una dura contestazione da parte delle piccole comunit
locali, le quali, prefigurando un futuro straordinariamente modi-
ficato dallavvento delle ferrovie, sostenevano che, dovendo
partecipare alle spese per costruire ponti e gallerie in un territo-
rio tutto montagnoso, intendevano spartire anche i benefici, per
poco economico che questo fosse per le societ ferroviarie con
sede nelle grandi citt. Anche noi oggi, in Gran Bretagna, avrem-
mo bisogno di un movimento democratico per le ferrovie. Mi
pare che la cosa che pi gli assomiglia sia la proposta del nostro
amico Paul Salveson, del Transport Research and Information
Network10, che riesce a vedere oltre il marasma attuale e, lungi
dal suggerire un ritorno al monolitismo centralizzato della Bri-
tish Rail, vuole un sistema di trasporti controllato dalle comunit.

Secondo te, una societ anarchica come potrebbe organiz-


zare i servizi medici e sanitari, o quelli per listruzione? E a
tuo avviso, lo Stato sociale del nostro Paese ha avuto aspetti
positivi?

96
Il Servizio sanitario nazionale in Gran Bretagna stato isti-
tuito nel 1948, ma chiaramente, fin da molto tempo prima, la
maggior parte dei lavoratori dipendenti (ma non le loro fami-
glie) godeva di assistenza medica gratuita grazie a una rete di
societ di mutuo soccorso che erano nate nellOttocento come
organizzazioni autonome della classe operaia. Alcune di queste
gi assicuravano le cure mediche e ospedaliere a chiunque abi-
tasse in un quartiere. Avremmo quindi potuto avere un servizio
sanitario gestito dal basso.
In Gran Bretagna abbiamo un sistema scolastico finanziato
dalle imposte che comprende anche gli istituti gestiti da vari
enti religiosi nonch un settore privato dove i genitori pi
ricchi pagano una retta. Lesempio pi calzante di una possi-
bile alternativa al sistema britannico (senza aspettare lavvento
di una societ anarchica) il sistema danese, che funziona sul
presupposto come spiega Robert Powell nel suo opuscolo The
Danish Free School Tradition11 che le famiglie stesse e non
il governo centrale [sappiano] che cosa sia meglio per i propri
figli. La Danimarca ha centinaia di piccole scuole create da
gruppi di insegnanti e genitori, che ricevono il 75 per cento dei
propri finanziamenti dal bilancio nazionale per listruzione.
Laspetto positivo della legislazione sul Welfare sta nel fatto
che, in contraddizione con letica capitalista, esso attesta la soli-
dariet tra gli uomini. Quello negativo che per lappunto un
braccio dello Stato. Mi capita in continuazione di citare la chiu-
sa di Modern Science and Anarchism [La scienza moderna e
lanarchia] di Kropotkin: La liberazione economica e politica
delluomo dovr creare nuove forme per manifestarsi nella vita
al posto di quelle stabilite dallo Stato [...] inducendoci a trovare
nuove forme organizzative per le funzioni sociali che lo Stato
svolge tramite la burocrazia.

E per quanto riguarda unagricoltura anarchica?

La mia guida in questo senso sempre stato il Kropotkin di


Campi, fabbriche e officine, un libro che ho avuto il piacere di
curare per il lettore moderno. Le argomentazioni di questo libro,
scritto pi di un secolo fa, sono quattro di numero. La prima
sostiene che esiste una tendenza dellindustria manifatturiera a

97
decentrarsi in tutto il mondo e che la produzione per un mercato
locale un fatto razionale e auspicabile. La seconda osserva
come questo fatto implichi che ogni regione del globo debba
potersi alimentare da sola e che unagricoltura intensiva e non
estensiva possa far fronte ai bisogni essenziali di un Paese den-
samente popolato come la Gran Bretagna. La terza afferma che
anche la dispersione dellindustria su piccola scala e la sua inte-
grazione con lagricoltura sono scelte razionali e auspicabili. La
quarta evidenzia lesigenza di unistruzione che sappia coniuga-
re il lavoro manuale con quello intellettuale.
Oggi nel mondo sono presenti alcune tendenze che conferma-
no le tesi di Kropotkin e altre che le contraddicono. Leconomia
globale fa s che i supermercati europei siano zeppi di cibi che
provengono dai luoghi pi remoti della Terra, ma resta pur vero
che le derrate che nutrono le grandi citt del Sud-est asiatico
sono coltivate nelle citt stesse12. La visione di Kropotkin ha un
enorme rilievo per chi oggi alla ricerca di alternative ai metodi
di sfruttamento esistenti.

Sei vegetariano?

Non ideologicamente, ma in pratica lo sono stato per lunghi


periodi per il semplice fatto che nella nostra famiglia la genera-
zione dei figli vegetariana.

Che ne pensi della liberazione degli animali?

Cinquantanni fa avevo conosciuto un anarchico serbo, Ivan


Avakumovic, che era convinto che dopo la liberazione della
razza umana sarebbe cominciata lera dellanarco-animalismo.
Quello che oggi si sa del modo in cui lindustria agroalimentare
tratta gli animali pi che sufficiente per renderci tutti fautori
della liberazione degli animali.

E degli esperimenti sugli animali in nome della scienza medica?

Tutti i medicinali che utilizziamo per combattere le malattie o


per alleviare il dolore sono stati testati in origine sugli animali e
io sono antropocentrico quanto basta da preferire che non lo siano

98
sugli esseri umani. Daltro canto sono contento di apprendere che
i test sugli animali si sono ridotti della met negli ultimi ventanni,
grazie alle campagne promosse dagli animalisti. Come sempre i
pi fanatici hanno gettato il discredito sullintero movimento, per
esempio minacciando di morte alcuni ricercatori in campo farma-
cologico, fra cui quello che pi avanti nella terapia dellasma, un
campo della medicina che minteressa personalmente.
Va per fatto rilevare che la causa pi comune di malattie nel
mondo sia lacqua sporca e che la seconda causa di morte tra
i bambini sia la diarrea, che pu essere facilmente prevenuta e
curata.

Lacqua un argomento sul quale hai scritto da un punto di


vista globale, cosa insolita per te.

Sono stato molto contento di avere avuto la possibilit di


scrivere un libro sullacqua per una collana editoriale su temi
globali. Ma hai ragione, ho difficilmente lopportunit di affron-
tare un argomento su scala globale, e finisce sempre che quando
un mio libro viene tradotto in unaltra lingua, sento di dovermi
scusare per un certo anglocentrismo.
Nella politica inglese, quello dellacqua non un settore
nazionalizzato dai laburisti. stato un governo conservatore
che ha sostituito una miriade di piccole aziende locali con enti
regionali per lacqua. E nel 1979, quando andato al potere il
governo Thatcher, nessuno poteva immaginarsi che una delle
sue prime imprese sarebbe stata quella di trasformare la natura
dellacqua da bene di uso comune a merce. Uno dei risultati di
questa operazione stato che, nonostante la risoluzione dellonu
che stabilisce che tutti devono avere accesso allacqua, nel 1994
da noi lerogazione idrica stata staccata a 12.500 famiglie che
non potevano pagare le bollette.
Poter affrontare un argomento su scala globale stato un
grande vantaggio perch mi ha permesso di evidenziare come
la costruzione di grandi dighe sia legata alleradicamento non
solo delle popolazioni locali ma anche delle economie locali a
vantaggio di chi gi possiede la ricchezza. Sono stato altres in
grado di illustrare il ruolo delle donne nelleconomia dellacqua
in tutto il mondo e di descrivere come le coltivazioni destinate

99
allesportazione siano irrigate sottraendo acqua a quelle destina-
te al consumo interno.
Mi ha fatto soprattutto piacere poter discutere in unottica
anarchica la tesi di Garrett Hardin sulla tragedia dei commons
[usi civici comuni], sottolineando come la strada migliore per
evitarla sia quella di un controllo popolare e come in tutta la
loro storia le comunit locali si siano inventate sistemi per assi-
curarsi unequa spartizione delle risorse vitali e limitate.
Spiegheresti ai tuoi lettori che cosa sintende per tragedia
dei commons?

Garrett Hardin, che insegna biologia alla University of Cali-


fornia, nel 1968 ha pubblicato un saggio nel quale ci chiedeva di
immaginare un antico terreno in comune sul quale tutti i pastori
portavano i propri animali a pascolare. La cosa funzionava abba-
stanza bene, spiegava Hardin, perch guerre, pestilenze e malattie
mantenevano il numero degli esseri umani e quello degli animali
ben al di sotto delle potenzialit dei terreni.

Alla fine, per, arrivato il giorno in cui il tanto auspicato obiettivo


della stabilit sociale diventato realt. A questo punto, la logica intrin-
seca dei terreni comuni ha prodotto inesorabilmente la tragedia.

La ragione, argomentava Hardin, stava nel fatto che ciascun


pastore inizi a perseguire il suo interesse incrementando il
numero dei propri capi, e i pascoli comuni finirono devastati per-
ch eccessivamente sfruttati.
Va da s che questa argomentazione sia stata colta al balzo
dai fautori delleconomia di mercato e dai sostenitori delle disu-
guaglianze che la propriet privata dei terreni comporta. Cos, in
un quadro in cui lacqua appare come una risorsa scarsa, sono
stato contento di citare esempi di tante parti del mondo in cui
le comunit ne hanno assicurato un equo accesso. Uno di que-
sti il ben noto Tribunal de las aguas di Valencia, che ormai
diventato unattrazione turistica, dove i contadini si incontrano
una volta alla settimana per stabilire la distribuzione dellacqua,
giudicare le violazioni e comporre le liti riguardo alla rete di
canali, condotte e scarichi di un ampio territorio.

100
Non ci sono avvocati, non c il ricorso ad alcuna legge dello Stato.
I procedimenti sono solo verbali e non si mette niente agli atti. Qualche
volta si comminano multe, che sono regolarmente pagate. Si dice che il
tribunale sia in funzione da sempre, fin dalla sua costituzione al tempo
dei Mori, nel 960.

Puoi capire come mai consideri il mio libro sullacqua un


testo di propaganda anarchica.
Io giudico Arcadia for All uno dei tuoi libri pi riusciti, ori-
ginali e di alto livello. Com nato?

Da una collaborazione con Dennis Hardy, che aveva scritto in


precedenza una storia degli insediamenti utopici in Gran Breta-
gna. una storia dellautocostruzione operaia nellInghilterra sud-
orientale, negli anni tra il 1900 e il 1939, quando nel corso di una
lunga fase di crisi agricola, i terreni erano venduti a piccoli lotti a
persone di basso reddito che cercavano una casa per le vacanze,
un rifugio per i week-end o un luogo dove tenere un pollaio per
lautosussistenza. La storia dello sviluppo di queste costruzioni e
dellopposizione che incontrarono presenta aspetti affascinanti.
stata una bellissima ricerca, perch eravamo capaci, quan-
do incontravamo qualche sopravvissuto di quellesperienza o
scovavamo un vecchio documento, di saltare sul primo treno e
raccogliere anche le minime informazioni. Avevamo un finan-
ziamento che ce lo permetteva.

Hai avuto coautori in varie opere, tra cui Dennis Hardy,


appunto, David Crouch e Peter Hall, oltre alla scrittrice Ruth
Rendell. Ti piace scrivere in coppia?

Queste collaborazioni, indubbiamente, sono andate bene.


Dennis, David e Peter sono tutti e tre geografi e le nostre ricer-
che tendevano tutte a esplorare un uso popolare e non ufficiale
dellambiente. Sempre con Dennis Hardy ho studiato la storia
dei campi estivi inglesi, mentre con David Crouch quella degli
orti urbani e la loro importanza. Peter Hall, che ha da tempo
riconosciuto il contributo delle esperienze anarchiche, poi il
nostro maggiore esperto di geografia urbana, ed stato un pia-
cere lavorare con lui per il libro Sociable Cities che celebrava i

101
cento anni del testo di Ebenezer Howard, Tomorrow: A Peaceful
Path to Real Reform, pubblicato nel 1898.
Nel pieno del periodo thatcheriano un editore inglese inter-
pell diversi noti scrittori per realizzare opuscoli di opposizione
al regime. Tra questi cera Ruth Rendell che, dato che abitava
nel villaggio accanto al nostro, mi chiese di collaborare descri-
vendo la vita dei nostri due villaggi nel secolo futuro in un
libretto dal titolo Undermining the Central Line13. Ci ha molto
divertito il fatto che i lettori abbiano in generale pensato che i
suoi capitoli fossero stati scritti da me e viceversa. Le collabora-
zioni sono sempre state un piacere per me.

Note al capitolo

1. Cfr. Michael P. Smith, Educare per la libert, Eluthera, Milano, 1990.


2. Eileen Adams, Colin Ward, Art and the Built Environment, Longmans,
London, 1982.
3. Colin Ward, Talking Schools, Freedom Press, London, 1995.
4. Colin Ward, Educazione alla conoscenza per la trasformazione dellam-
biente, Spazio e societ n. 4, dicembre 1978.
5. Ebenezer Howard, Garden Cities of Tomorrow [trad. it.: Lidea della citt
giardino, il Mulino, Bologna, 1972].
6. Peter Hall, Cities of Tomorrow, Blackwell, Oxford, 1988.
7. La relazione stata pubblicata in italiano, con il titolo Le contraddizioni
dellautocostruzione, su Volont, n. 1-2, 1989, pp. 111-122.
8. Dennis Hardy, From New Towns to Green Politics: Campaigning for
Town and Country Planning 1946-1990, London, 1991, p. 173.
9. Colin Ward, Reflected in Water: A Crisis of Social Responsibility, Cassell,
London, 1997 (di prossima pubblicazione presso Eluthera).
10. Il Transport Research and Information Network ha sede presso il Brian
Jackson Centre, New North Parade, Huddersfield, HDI 5JP, UK.
11. Robert Powell, The Danish Free School Tradition, pubblicato dalla asso-
ciazione Human Scale Education di Bath.
12. Cfr. Urban Agriculture: Food, Jobs and Sustainable Cities, New York,
United Nations Development Programme, 1996.
13. Ruth Rendell, Colin Ward, Undermining the Central Line, Chatto &

102
IV
INFLUENZE INTELLETTUALI

Sei daccordo se dico che il tuo principale debito teorico e


politico nei confronti di Kropotkin?

S. Kropotkin ha avuto tantissimi meriti nel diffondere lanar-


chismo. Scriveva in modo semplice, chiaro e logico, e per que-
sto i suoi opuscoli e il suo manuale per una societ rivoluziona-
ria, The Conquest of Bread [La conquista del pane], erano letti a
voce alta e poi discussi da gruppi di contadini in tutta la Spagna
e in America Latina. Il suo trattato sullorganizzazione della
societ, Il mutuo appoggio, servito anche a confutare luso
indiscriminato delle teorie darwiniane sulla selezione naturale
per giustificare lo sfruttamento capitalistico e la concorrenza.
Come ho spiegato nelledizione da me curata di Campi, fabbri-
che e officine, quel testo straordinario ha espresso diverse fun-
zioni essenziali del suo sistema teorico. In primo luogo combat-

103
teva la tesi secondo cui ci sarebbero state ragioni tecniche nella
tendenza a una crescita sempre pi estesa delle strutture agricole
e industriali nella societ moderna, una tesi normalmente uti-
lizzata per contrastare le idee anarchiche e decentraliste. In
secondo luogo affrontava, in tema di strategia rivoluzionaria,
il problema posto dalla dipendenza nei confronti delle impor-
tazioni di prodotti alimentari, cosa che implicava il fatto che un
Paese in rivolta poteva essere ridotto alla fame e dunque indotto
a sottomettersi. In terzo luogo promuoveva una produzione
territorialmente diffusa per il consumo locale, adeguata al tipo
di societ che aveva in mente e con lo scopo ultimo di negare
che la disumanizzazione del lavoro fosse il prezzo da pagare per
arrivare a una societ industriale moderna.
Ci detto, sono anche consapevole dei limiti di Kropo-
tkin. Malatesta ha parlato delleccesso di ottimismo del suo
vecchio amico in un celebre articolo che pure ne riconosceva
limmenso contributo. Sempre Malatesta stato molto attento a
ricordarci che noi siamo solo una delle forze che operano nella
societ, e la storia andr avanti come sempre in direzione della
risultante di tutte le forze. Per questo, aggiungeva, noi dobbia-
mo trovare il modo di vivere tra i non anarchici il pi anarchi-
camente possibile.

Quali altre influenze importanti desideri citare?

Come ho gi detto prima, il mio modo di accostarmi alla


propaganda anarchica ha un debito nei confronti di Alexander
Herzen e di Martin Buber. Ho in mente soprattutto il saggio di
Herzen Laltra sponda e la sua critica di quei fanatici che accet-
tavano la tesi, poi accolta dai bolscevichi in Russia e dai loro
portavoce altrove, secondo la quale una generazione dovrebbe
rinunciare alle proprie aspirazioni in nome del futuro. Herzen a
questi ribatteva:

Se il fine il progresso, per chi stiamo operando? Chi quel Moloch


che, quando i lavoratori gli si avvicinano, invece di compensarli, non fa
che recedere e, per confortare le moltitudini stremate e afflitte che grida-
no: I morituri, ti salutano, sa solo rispondere beffardamente che dopo la
loro morte tutto sar bellissimo sulla Terra? Volete davvero condannare

104
tutti gli esseri umani oggi viventi al triste ruolo di cariatidi che sostengono
il pavimento su cui altri danzeranno un giorno... o di schiavi miserabili in
catene, immersi nel fango fino alle ginocchia, che trascinano una grossa
barca carica di misteriosi tesori e con le rassegnate parole Il progresso
nel futuro scritte sulla chiglia? Un obiettivo che sia infinitamente distante
non un obiettivo, un inganno. Un fine deve essere pi vicino dovreb-
be essere, almeno, la retribuzione o il piacere per il lavoro fatto. Ogni
epoca, ogni generazione, ogni esistenza aveva e ha una sua pienezza.

Anche Buber stato importane per me, non solo per il suo
Sentieri in Utopia, un testo sullevoluzione del socialismo liber-
tario, ma soprattutto per la conferenza su societ e Stato da lui
tenuta nel 1950 allUniversit Ebraica di Gerusalemme, dove
era docente di Filosofia sociale. In questa esposizione ripercorre
il pensiero da Platone a Bertrand Russell per evidenziare la con-
fusione tra sociale e politico, individuando il sociale nelle fami-
glie, nei gruppi informali, nei sindacati, negli enti cooperativi e
nelle comunit, e il politico nel potere, nellautorit, nello Stato.
Per Buber,

il fatto che ogni popolo si senta minacciato da altri d allo Stato la sua
forza unificante, e questo rimanda allistinto di conservazione della
societ stessa; la crisi esterna latente permette allo Stato, quando neces-
sario, di mettere mano nelle crisi interne.

Lamministrazione nella sfera del sociale, dice Buber,


lequivalente del governo nella sfera del politico. E aggiunge:

Tutte le forme di governo hanno questo in comune: ognuna dispone


di un potere maggiore di quello che sarebbe richiesto dalle condizioni
date; in pratica, questa capacit in eccesso di produrre disposizioni
ci che noi intendiamo per potere politico. La misura di tale eccesso,
che definisco surplus politico e che, ovviamente, non si pu calco-
lare con precisione, rappresenta lesatta differenza tra amministrazione
e governo. La sua giustificazione deriva dallo stato di crisi latente tra
le nazioni e allinterno di ciascuna di esse [...]. Il politico, rispetto al
sociale, sempre pi forte di quanto non richieda la situazione. Ne
deriva una continua riduzione della spontaneit sociale.

105
Da quando ho letto per la prima volta queste parole, ho sem-
pre considerato la terminologia di Buber pi valida per spiegare
i fatti del mondo reale di tante conferenze di teoria politica o di
sociologia. Si possono ritrovare i processi che descrive in ogni
parte del mondo, e in particolare si adattano straordinariamente
ai regimi totalitari del xx secolo, che invariabilmente hanno cer-
cato di distruggere tutte le istituzioni sociali che non sono stati
capaci di dominare direttamente. Ho notato, molti decenni dopo
Buber, luso da parte dei teorici della politica del termine socie-
t civile per definire ci che egli chiamava societ, applican-
dolo soprattutto nelle discussioni sul crollo delle istituzioni del
Partito comunista nellex impero sovietico. E questo ci riporta
alle tesi di Kropotkin citate prima, secondo le quali saremo
indotti a trovare nuove forme di organizzazione per le funzioni
sociali che lo Stato svolge attraverso la burocrazia.

C qualche autore contemporaneo, o qualche evento, che ti


hanno influenzato?

Sono sempre stato aperto alle influenze esterne, soprattutto


per gli aspetti specifici dellesistenza umana che pi minteres-
sano come larchitettura e lurbanistica, lambiente fisico urbano
e rurale, linfanzia e listruzione, lorganizzazione del lavoro, la
teoria e pratica dei gruppi senza leader. Un paio di autori che
si sono occupati di tutti questi argomenti sono Paul e Percival
Goodman. Il loro libro Communitas1 (1947) a mio avviso uno
dei testi pi stimolanti dellultimo secolo.
Sono stato inoltre ispirato da una serie di architetti, come
John Turner, che dopo avere lavorato per anni nelle barriadas di
Lima ha riportato in Europa lesperienza dellemisfero meridio-
nale in materia di abitazioni realizzate dai residenti, o come un
altro caro amico, larchitetto Walter Segal. Segal era nato nella
colonia anarchica di Monte Verit nel Canton Ticino ed era arri-
vato in Gran Bretagna come profugo per sfuggire al nazismo. A
lui va il merito di avere elaborato un metodo edificativo molto
semplice, ma di grande qualit, che permetteva ai pi poveri e
svantaggiati di costruirsi direttamente unabitazione, se riusci-
vano a evitare gli intoppi burocratici.
Tra gli esperti di pedagogia, ho un forte debito nei confronti

106
di vari insegnanti, come A. S. Neill e Dora Russell, che hanno
avuto il coraggio di lasciare liberi i bambini, o come Joe Ben-
jamin, luomo che ha introdotto lAdventure Playground in Gran
Bretagna e che ripeteva sempre, come ho gi detto: I bambini
sono uninvenzione moderna. Una volta erano parte della fami-
glia.
Altri debiti devo riconoscere a vari amici che operano nel
campo della sociologia e della criminologia. Uno di questi
David Downes, un acuto critico del sistema penale inglese.
Un altro Ray Pahl, che mette continuamente in discussione
le nostre tesi sulla vita quotidiana. Poi c Stanley Cohen, un
altro veterano della sociologia della devianza, che nel suo libro
Visions of Social Control (1985) afferma: Il mutuo appoggio,
la fratellanza, i rapporti di buon vicinato continuano a essere pi
apprezzati della dipendenza dalla burocrazia e dagli specialisti.
Il suo testo pi recente, States of Denial (2001), indaga un tema
fra i pi penosi: come mai popoli e governi negano lesistenza
di atrocit, torture e omicidi legalizzati?
Ti ho gi raccontato come, grazie a Lilian Wolfe della Free-
dom Bookshop, ho letto fin dai primi numeri la rivista newyor-
chese di Dwight Macdonald, politics, che ha inciso grande-
mente sulle mie concezioni.
Alcuni intellettuali di New York hanno sostenuto che Mac-
donald abbia vissuto pubblicamente, sulle pagine della sua rivi-
sta, la sua evoluzione da un marxismo dissidente a un implicito
anarchismo. Uno dei suoi collaboratori regolari era Paul Good-
man, ma Macdonald si distingueva da tanti altri responsabili di
riviste americane per la sua attiva ricerca di collaboratori euro-
pei. Alcuni, come George Orwell, George Woodcock e Alex
Comfort erano inglesi, altri erano esuli dagli orrori dellepoca,
come Hannah Arendt e Bruno Bettelheim. Sempre su politics
ho letto per la prima volta Andrea Caffi, Nicola Chiaromonte,
Albert Camus e gli scritti politici di Simone Weil.
Una decina danni pi tardi, nel 1956, chiesi a Macdonald per
quale ragione avesse cessato le pubblicazioni della rivista. Mi
rispose semplicemente che aveva una famiglia da mantenere.
Ma al Malatesta Club una volta dichiar che se qualcuno voleva
discutere con lui di qualcosa che avesse scritto, non era mai in
riferimento a un suo articolo uscito sul New Yorker nellulti-

107
ma settimana, ma a quello che aveva scritto anni prima su poli-
tics, con una circolazione che variava dalle 2.000 alle 5.000
copie. Nel 1957 comparve su Encounter, in una nota a pie di
pagina, quello che sarebbe poi stato il suo testo pi citato:

Lalternativa rivoluzionaria allo status quo oggi non la propriet


collettiva amministrata da uno Stato dei lavoratori, quale che sia il
significato attribuito a questo concetto, ma una specie di decentramento
anarchico che frammenti la societ di massa tra comunit nelle quali gli
individui possano convivere come un insieme variegato di esseri umani e
non come unit spersonalizzate sommate in una massa. La superficialit
del New Deal e del regime laburista della Gran Bretagna postbellica
messa in chiara luce dallincapacit di migliorare alcunch delle cose che
davvero contano nellesistenza: i rapporti concreti sul lavoro, il modo di
usare il tempo libero, di crescere i figli, il sesso, larte. Tutto questo
oggi viziato da una vita massificata e da uno Stato che tiene insieme i
pezzi dello status quo. Il marxismo glorifica le masse e offre il suo
avallo allo Stato. Lanarchismo riafferma lindividuo e la comunit, cose
poco pratiche, magari, ma necessarie, cio rivoluzionarie.

E quel prolifico autore che Lewis Mumford, cos vicino al


movimento delle citt giardino, ha avuto qualche influenza su
di te?

Gli articoli sul regionalismo che George Woodcock aveva


scritto nel periodo bellico mi fecero conoscere il libro di Mum-
ford The Culture of Cities2, lattivit della Regional Planning
Association of America e le idee di Patrick Geddes: perci ho
un grosso debito anche nei confronti di Mumford. In The City in
History (1961)3 c un riconoscimento dellimportanza di Kro-
potkin che ho riportato integralmente nella mia introduzione a
Campi, fabbriche e officine.
Gi nel 1948 gli avevo scritto per chiedergli unintroduzione
alla nuova edizione del Mutuo appoggio di Kropotkin per Freedom
Press, e mi rispose: Sar molto fiero di avere un mio testo pubbli-
cato per i tipi di una casa editrice che Kropotkin ha contribuito a far
nascere. Purtroppo la nuova edizione del libro usc solo nel 1987,
con unintroduzione di John Hewetson e non di Mumford.
Per, quando Freedom Press ha celebrato il suo centenario,

108
nel 1996, Vernon Richards ha deciso di ricordare loccasione,
insieme ai novantanni di Mumford, con una ristampa della
seconda parte del suo libro del 1934, Technics and Civilisation4.
A me fu chiesto di scrivere unintroduzione di quattordici pagine
sullimportanza dellopera di Mumford, che citasse anche i suoi
commenti su The Myth of the Machine (1967)5 a proposito delle

atrocit di massa perpetrate a sangue freddo con il napalm e i defolianti


dalle forze militari degli Stati Uniti su una popolazione di contadini
inermi nel Vietnam: gente innocente, sradicata, terrorizzata, avvelenata
e bruciata viva nel futile tentativo di dare credibilit alle fantasie di
potere delllite militare-industriale-scientifica americana.

Mi confortava il pensiero che Mumford riuscisse a far arrivare


un messaggio simile al mio a un numero assai pi vasto di lettori.

E riguardo agli eventi?

Uno dei problemi di un giornalista anarchico sta nel fatto


che le sue reazioni agli eventi non sono spontanee, come quella
che ti ricordavo del mio amico John Hewetson alla caduta di
Ceaucescu. Sono tutte condizionate dallidea di sviscerare ogni
accadimento dal punto di vista anarchico. Innumerevoli eventi
sono stati importanti per il semplice fatto che sono successi:
per esempio, il graduale arretramento della potenza britannica
dallex impero coloniale, il lento declino dellimpero sovietico.
Posso certamente dire di aver condiviso il sollievo di chi si
sentito liberato dalla morte di Franco o di Stalin e dal definitivo
crollo del Muro di Berlino.

Quali sono stati i punti di convergenza con i tuoi contempo-


ranei? Ho sempre pensato, per esempio, che tu e Michael Young
avete molto in comune.

Michael Young (1915-2002) era il sociologo che ha fondato


e diretto fino quasi alla sua scomparsa lInstitute of Community
Studies di Londra. linventore del termine meritocrazia usato
in un noto testo satirico pubblicato nel 1958, The Rise of the
Meritocracy6, la cui edizione italiana nel 1963 ha vinto un pre-

109
mio per il miglior saggio satirico. Il libro proietta in un immagi-
nario futuro la dottrina delle pari opportunit, di cui ripercorre la
storia risalendo dalla rivoluzione del 2033 al periodo immedia-
tamente successivo alla seconda guerra mondiale, quando due
principi contraddittori di legittimazione del potere erano tra loro
in conflitto: quello della stirpe e quello del merito. Alla fine
il merito ha il sopravvento e, con il perfezionamento dei test
dintelligenza e quindi con una selezione sempre pi precoce,
si forma unlite non ereditaria composta dal 5 per cento della
popolazione che sa che cosa vuol dire 5 per cento. I posti di
lavoro migliori vanno ai migliori cervelli e il sistema di retri-
buzione per merito (secondo la formula M = IQ pi impegno)
allarga il gap tra chi sta in alto e chi sta in basso. Questi ultimi
non solo sono trattati da inferiori, ma sanno di essere inferiori.
Tuttavia, selezionare i pochi vuol dire escludere i molti e nella
societ meritocratica del futuro sorgono nuove tensioni socia-
li. La nuova classe operaia non ha pi uomini di straordinarie
capacit intellettuali, che sono stati scremati dalla selezione,
ciononostante nasce un movimento populista composto da intel-
lettuali dissidenti, donne in maggioranza, che nel Manifesto di
Chelsea del 2009 dichiarano:

La societ senza classi sarebbe quella societ che possiede una plu-
ralit di valori e agisce in conformit a essi. Qualora dovessimo valu-
tare qualcuno, non in base alla sua intelligenza o alla sua istruzione, al
suo lavoro o al suo potere, ma per la sua gentilezza e il suo coraggio, la
fantasia, la sensibilit, la simpatia, la generosit, le classi non esistereb-
bero pi. Chi potrebbe infatti sostenere che lo scienziato sia superiore
al facchino, padre ammirevole, o che il funzionario pubblico abilissi-
mo nel guadagnarsi premi sia pi apprezzabile del camionista che sa
coltivare le rose come nessuno? La societ senza classi sarebbe anche
una societ tollerante, nella quale le differenze individuali sarebbero
attivamente incoraggiate o passivamente tollerate, nella quale sarebbe
finalmente dato pieno significato alla dignit delluomo. Ogni essere
umano avrebbe allora pari opportunit, non per ascendere nel mondo in
base a qualche criterio matematico, ma per sviluppare le proprie speci-
fiche capacit e condurre unesistenza ricca.

Questa posizione viene ovviamente tacciata di eccessivo

110
sentimentalismo dai meritocrati del futuro, fino allinsurrezione
populista del 2033...
Michael Young ha vissuto abbastanza per vedere la parola da
lui coniata adottata in tante lingue e per osservare che: Troppo
di quello che avevo predetto diventato orribilmente vero7.
E ha descritto come llite finanziaria e professionale abbia
trovato una serie di nuovi sistemi per accumulare denaro, spa-
lancando un abisso sempre pi vasto tra ricchi e poveri, mentre
da parte del governo laburista, pieno com di esponenti della
meritocrazia, non si sente una parola di critica.

Tutto questo mi fa venire in mente il consiglio che hai scel-


to di mettere nellantologia Seize the Day8.

Va spiegato che si trattava di un libro sponsorizzato dallIn-


stitute for Social Inventions, per il quale si era chiesto a 366
persone famose e straordinariamente normali di proporre un
pizzico di saggezza per ogni giorno dellanno. A me era toccato
il giorno del compleanno di Harriet, e cos il mio saggio detto
era in realt unosservazione che lei aveva fatto trentanni prima:
Quanto pi si alza il livello delle competenze, tanto pi si allar-
ga lo spazio dellinadeguatezza. A questo aggiungevo un com-
mento che era proprio quello che avrebbe fatto Michael Young
sullabisso sempre pi vasto tra i ricchi e potenti e i poveri e
inermi: Oggi devi essere molto pi in gamba per farcela, e se
non lo sei, saranno i tuoi figli a pagarne le conseguenze.
Nel caso in cui chi comprava quel libro avesse perso i contatti
con la realt sociale, a pie di pagina avevo messo un richiamo che
indicava come un terzo dei bambini britannici crescesse in povert,
con tutto quello che ci comporta riguardo alle loro ambizioni,
ai comportamenti, agli atteggiamenti, mentre il baratro tra redditi
e opportunit dei ricchi e redditi e opportunit dei poveri non ha
mai cessato di approfondirsi negli ultimi ventanni. Il numero di
persone che vivono in famiglie con un reddito di meno della met
di quello medio, in questi stessi anni, passato da quattro a undici
milioni. Intanto i competenti e gli adeguati possono rallegrarsi di
poter comunicare allistante via fax o e-mail. Cos a loro permesso
ignorare questi concittadini che non hanno un telefono o un conto in

111
banca, n alcuna presa nel mondo che i primi danno per scontato.
Michael Young per noto anche per altri motivi in Gran
Bretagna.

S, a lui va il merito di aver dato il via a nuove organizzazioni


non ufficiali che, per usare le parole di Kropotkin, rappresenta-
no una rete interconnessa, composta da una variet infinita di
gruppi e di federazioni di ogni dimensione e grado [...] tem-
poranei o in certa misura stabili [...] per finalit di ogni genere
[...]. Young ha fondato la Consumers Association e lAdvi-
sory Centre for Education. Ha avuto un ruolo di primo piano
nella nascita della Open University ed stato impegnato in una
serie di iniziative che hanno avuto risultati meno vistosi. Una
di queste stata la costituzione del Mutual Aid Centre, creato
con lintenzione di applicare i principi di Robert Owen e di Ptr
Kropotkin in una serie di progetti dimostrativi. Nel suo libretto
del 1980, Mutual Aid in a Selfish Society, scriveva:

Sono nate una cooperativa di meccanici che offre le attrezzature pi


moderne del Paese per ripararsi le automobili da soli, una cooperativa
genitori-insegnanti in una scuola rurale vicino a Cambridge, un centro
di mutuo soccorso per lo scambio di servizi tra inquilini di un grande
condominio di Birmingham, con una propria radio di quartiere. Esiste
anche una cooperativa che ripara gli elettrodomestici a Shrewsbury. I
progetti hanno tutti dimensioni limitate, ma quelli che vanno a buon
fine possono servire a indicare la direzione in cui possono procedere le
cooperative di consumo nel nostro Paese.

Michael Young e io ci siamo incrociati pi o meno una volta


ogni dieci anni, per questo le nostre conversazioni vertevano di
solito sulle ultime cose che avevamo scritto. Mi ricordo che una
volta ci siamo per caso incontrati sullo stesso treno in viaggio dal
Devon, dove io andavo a trovare le mie nipoti, a Londra. Quando
siamo arrivati, unaltra persona che stava seduta accanto a noi sul
treno ci ha detto: Vogliate perdonare la mia curiosit, ma i libri
di cui parlavate sembrano cos interessanti che vi sarei grato se
poteste indicarmi i titoli e gli autori.
Glieli abbiamo detti, vergognandoci un po di non averlo
coinvolto nelle nostre discussioni. Michael si sentiva ancora

112
pi in colpa di me, perch il primo opuscolo pubblicato dal suo
Mutual Aid Centre era intitolato Go to Work on a Brain Train
[Va al lavoro su un treno intelligente], in cui si racconta come
i pendolari avessero fondato circoli cooperativi dapprendi-
mento attivi durante le ore di viaggio.

Io considero te, insieme a Noam Chomsky e a Murray Boo-


kchin, tra i pi importanti pensatori libertari viventi. Qual il
tuo giudizio sugli altri due?

Devo ribadirti ancora una volta che non mi ritengo un pen-


satore. Mi limito ad applicare poche e semplici idee anarchiche
alle normali situazioni dellesistenza. Molte delle tesi di Chom-
sky e di Bookchin per me sono incomprensibili, anche quando
discutono di qualche cosa di semplice come lanarchismo. Ma
sono entrambi unici, almeno per larea anglofona, per il fatto
che, a differenza di tanti altri, hanno rotto la barriera del suono
che impedisce agli anarchici di arrivare al vasto pubblico. Sono
riusciti ad aprirsi un varco e a raggiungere una fetta di lettori
sempre minoritaria ma molto pi vasta.
Non ho mai incontrato Chomsky di persona, ma negli anni
Sessanta stato cos gentile da accordarmi il permesso di ripub-
blicare i suoi testi su Anarchy, e una sera di trentanni fa ho
partecipato con lui a un lungo dibattito radiofonico. Una sta-
zione radio australiana aveva dedicato una serata a uninchiesta
sullanarchismo, intervistando Noam a Boston e me a Londra.
Cerano lunghi intervalli in cui la radio mandava in onda altro
materiale, mentre lui e io restavamo collegati e parlavamo di
libri e di persone che sono state per noi rilevanti. Mi piace
immaginarmi Chomsky da ragazzo che prendeva il treno per
New York per recarsi presso la redazione o la libreria del giorna-
le anarchico yiddish Fraye Arbeter Shtimme, sul quale usciva
a puntate il libro di Rudolf Rocker Anarcho-Syndicalism che
dava una interpretazione della guerra di Spagna e della rivolu-
zione diversa da quella della stampa marxista e liberale. Il libro
di Diego Abad de Santilln, After the Revolution, pubblicato a
New York nel 1937, alla base di questa riflessione di Chom-
sky: Ci che personalmente mi attira dellanarchismo sono le
tendenze al suo interno che tentano di affrontare il problema

113
organizzativo delle societ industriali complesse in un contesto
di libere istituzioni e strutture. Il suo campo di propaganda
stato diverso. diventato famoso in tutto il mondo per la critica
devastante della politica interna ed estera dei governi degli Stati
Uniti, del loro spaventoso record di interferenze nei Paesi pove-
ri, del modo in cui llite di governo, associandosi al complesso
militare-industriale, ha saputo schierare dalla sua parte i media e
il mondo accademico nella fabbrica del consenso.
Chomsky dice che gli interdetto laccesso alle pagine dei
principali giornali americani, ma la cosa non conta molto, per-
ch un ampio numero di periodici e di editori minori non chiede
di meglio che intervistarlo e far conoscere le sue opinioni. Ha
saputo rompere la barriera di esclusione delle voci di dissen-
so. Nel 2001 la sociologa Laurie Taylor ha riferito, nel corso
del suo programma radiofonico alla bbc, Thinking Aloud, che
Noam Chomsky allottavo posto tra gli autori pi citati di
tutti i tempi [...]. Se si scrive il suo nome su internet, escono gli
indirizzi di 58.700 siti. una dimostrazione impressionante del
riconoscimento attribuito a Chomsky per il suo impegno attento
e costante nel far conoscere la verit sulla politica estera e inter-
na dei vari governi americani che si sono succeduti.

E Bookchin?

Quando Murray Bookchin fece una fragorosa irruzione nel


nostro soggiorno, trentacinque anni fa, simile a un guerrigliero
urbano, il suo aspetto sembrava smentire il suo messaggio, e
cio che tutte le varie ondate di sinistrismo alla moda non erano
riuscite ad affrontare il problema della crisi delle aree metro-
politane statunitensi. Ancor pi dei fiori della met degli anni
Sessanta affermava, i pugni chiusi incazzati alla fine di quel
decennio hanno completamente fallito nel tentativo di farsi capi-
re da un pubblico sempre pi allarmato e sconcertato. Gli ero
molto grato, in quegli anni, per avermi dato il permesso di pub-
blicare su Anarchy alcuni suoi saggi importanti, per esempio
Ecology and Revolutionary Thought.
Mi va bene che i nostri incontri avvengano pi o meno ogni
quindici anni, perch cos chiediamo notizie sulla salute e la
famiglia e non parliamo di quegli argomenti che possono unirci

114
o dividerci. Ho infatti notato come altri anarchici che non condi-
vidano le sue opinioni, in una qualche fase della loro evoluzio-
ne, siano fatti a pezzi dalla sua vis polemica, confermando cos
al mondo esterno lidea che gli anarchici sarebbero gente priva
di spirito, piena di s e settaria.
Tuttavia, nella mia ottica di divulgatore dellanarchismo, valuto
gli altri divulgatori per quanto sono capaci di conquistare alla pro-
spettiva anarchica persone politicamente non impegnate. In questo
campo Murray insuperabile. Molti di noi sono convinti che le
tematiche che si possono brevemente riassumere in termini come
verde, ecologico, ambientale o sostenibile saranno al centro delle
scelte politiche del xxi secolo, e quindi abbiamo bisogno di sentire
voci anarchiche convincenti nei dibattiti su questi temi. appunto
quello che Murray fa da quarantanni conquistandosi un pubblico
che, anche se rappresenta una piccola minoranza, si esteso ben
oltre il raggio dazione tradizionale dei sostenitori dellanarchi-
smo.
George Orwell citava spesso i tanti a lui ben noti che in una
decade auspicavano a gran voce lavvento della rivoluzione
mondiale e nella decade successiva, per dirla come lui, alza-
vano lodi a Dio nei loro completi di velluto a coste. Tantissimi
americani sono passati da un impegno nel sociale a unidealiz-
zazione sentimentale e privilegiata della natura incontamina-
ta e dellambiente, con conseguenti forme di misantropia nei
confronti dei propri simili. Lopera di Bookchin una splendida
sfida a questo ecologismo che dimentica le tematiche sociali.
Il fatto che fin dai suoi primi libri abbia studiato le questioni
ambientali, di cui pochissimi, tranne Rachel Carson, si occupavano
negli anni Cinquanta e Sessanta, lo conferma come un pioniere
dellemergente movimento verde americano, che lui ricollega alla
tradizione anarchica autoctona. Come ha spiegato (non ricordo pi
dove):

Quello che cerchiamo di fare di recuperare certi aspetti del Sogno


Americano. Di sogni americani, certo, ce ne sono tanti: uno quello alla
John Wayne, del cowboy che parte alla conquista del West e di tutta
la tradizione individualista dei pionieri; un altro il sogno degli immi-
grati, della terra delle opportunit con le strade lastricate doro. Ma ce
n un terzo, il pi antico di tutti, che risale allepoca dei Puritani e che

115
vuol dire comunit, decentramento, autosufficienza, mutuo appoggio e
democrazia diretta.

qui che Murray entra in conflitto con un altro mito ameri-


cano. Infatti, man mano che la coscienza ecologica si diffusa
tra i rampolli delle famiglie benestanti, il senso di colpa per il
genocidio dei popoli indigeni ha portato a esaltare il buon sel-
vaggio e a provare disgusto per i comuni mortali che non hanno
recepito il Messaggio. Lecologia profonda diventata di moda
tra chi abbastanza ricco da starsene fuori da tutto e correre
dietro a ogni sorta di fede mistica. Murray reagisce a tutto que-
sto con lintento di salvare da se stessa la coscienza ecologica,
riaffermando con fermezza il concetto di ecologia sociale, che
punta a lanciare una seria sfida alla societ con il suo ramificato
apparato statale gerarchico, sessista, classista e con la sua storia
militarizzata.
Ho incontrato ancora Murray nel 1984 alla grande manifesta-
zione anarchica di Venezia9, e lultima volta che lho visto stato
nel 1992 quando, grazie allimpegno tuo e di Gideon Kossoff,
venuto a parlare di ecologia sociale in un giro di incontri a Cam-
bridge, Leeds, Bristol e Londra. A differenza di tante iniziative
anarchiche, cera una notevole presenza di pubblico attento, for-
mato soprattutto da giovani che su altre tematiche non sarebbero
mai venuti a un incontro anarchico. E i suoi libri hanno venduto
tantissimo!
Se rifletto su Chomsky e Bookchin e sulla loro capacit di
conquistare la gente allidea anarchica, mi viene da chiedermi
che cosa abbia spinto loro a entrare nel movimento anarchico.
Nel caso di Chomsky, il merito va al tedesco Rudolf Rocker,
redattore del giornale yiddish di Londra Der Arbeterfraynd
prima della Grande Guerra, portavoce degli anarco-sindacalisti
tedeschi fino al 1933 e poi grande vecchio della stampa yid-
dish del Nord e del Sud America. Ho gi ricordato di avere parla-
to a Londra alle celebrazioni per i settantacinque anni di Rocker
e poi alla commemorazione per il suo centenario, e mi vengono
in mente alcune persone vecchissime con le lacrime agli occhi
che mi dicevano: Tutto quello che sono lo devo a Rocker. Nel
caso di Bookchin, lui stesso che ce lo racconta10:

116
Il fatto che Kropotkin non ha avuto alcuna influenza nel mio
passaggio dal marxismo allanarchismo n, peraltro, lhanno avuta
Bakunin o Proudhon. stato il libro di Herbert Read, The Philosophy of
Anarchism, che ho trovato utilissimo per dare un pedigree libertario
alle opinioni che ero andato pian piano sviluppando nel corso degli anni
Cinquanta e Sessanta. Di qui nasce la notevole attenzione che gli ho
dedicato nel mio saggio del 1964, Ecology and Revolutionary Thought.
Per strano che possa sembrare, sono state la mia reazione alle critiche
allanarchismo di Marx ed Engels, le mie letture sulla polis ateniese, la
storia dellanarchismo di George Woodcock, la mia stessa passione di
biologo dilettante, le mie ricerche sulla tecnologia che hanno concorso
a formare le tesi espresse nei miei primi saggi, e non una lettura appro-
fondita delle opere dei padri dellanarchismo.

La ragione per cui mi soffermo su questi ricordi sta nel fatto


che nessuna storia accademica dellanarchismo si soffermereb-
be su personaggi come Rocker o Read, che per hanno saputo
toccare una corda sensibile di personalit ben pi note come
Chomsky o Bookchin. Mi viene anche in mente che, negli anni
Cinquanta, lo psicologo Tony Gibson aveva condotto uninchie-
sta tra i lettori di Freedom, chiedendo loro come fosse nato
linteresse iniziale nei confronti delle idee anarchiche. Un lettore
rispose che linteresse gli era nato dalla frequentazione di un
amico con il quale condivideva la passione per i crisantemi.
La probabilit che i semi cadano su un terreno fertile dipende
certo in parte dalle dimensioni della superficie su cui sono sparsi.
Chomsky in unarea della critica e Bookchin in unaltra hanno
raggiunto un pubblico piuttosto vasto. Dovremmo sforzarci di
imparare da loro (e nello stesso tempo renderci conto che, anche
se linglese ormai un linguaggio globale, c una notevole let-
teratura anarchica mai tradotta da altre lingue).

Colin, tu sei una persona davvero generosa, sempre restia


a criticare i tuoi compagni anarchici (e per questo ti ammiro).
Eppure lasci capire che ci sono cose che ti dividono da
Murray. una sottile questione di teoria, di stile o di opinioni
che cambiano, tutte cose cui accennavi, o ritieni che ci siano
aspetti pi di fondo che distinguono la tua e la sua concezione
dellanarchismo, entrambe originali?

117
Non si tratta di gentilezza o di generosit. Solo che io prendo
molto seriamente il mio essere un militante anarchico. Non c
niente che ci rende pi ridicoli agli occhi del mondo esterno
quanto le dispute intestine che tanto piacciono a qualcuno di
noi. Io cerco di evitarle.
Come metti in rapporto lanarchismo, lecologia sociale e
lambientalismo?

Ho gi ricordato con che piacere avevo curato nel 1974 ledi-


zione aggiornata di Campi, fabbriche e officine di Kropotkin.
Mi ero proposto in particolare di far rilevare il fatto che quando
il libro era stato ristampato per lultima volta, alla fine della
prima guerra mondiale, una nota introduttiva spiegava: [Que-
sto libro] auspica una nuova economia che controlli le energie
necessarie a far fronte ai bisogni della vita umana, poich questi
bisogni crescono e le energie non sono inesauribili.
Non mi viene in mente nessun altro studioso della societ che
a quei tempi esprimesse in questi termini la crisi delle risorse e
il consumismo. Lo stesso Kropotkin era stato criticato, a ragio-
ne, da Malatesta per la tesi secondo la quale la redistribuzione
della ricchezza avrebbe risolto i problemi di una societ rivolu-
zionaria. Vernon Richards, nellantologia di scritti malatestiani
da lui curata11, osserva che Malatesta

sottolineava sempre che la caratteristica del capitalismo la sottopro-


duzione e non la sovrapproduzione e che era un errore credere che le
riserve di cibo e di beni essenziali nelle metropoli fossero sufficienti a
nutrire la popolazione per pi di qualche giorno. Sollecitato da Malate-
sta ad analizzare la situazione reale, Kropotkin, che in tutti i suoi scritti
sullargomento era stato un sostenitore dellipotesi di prise au tas [presa
dal mucchio], scopr che se si fossero bloccate per quattro settimane le
importazioni alimentari in Gran Bretagna, lintero Paese sarebbe stato
ridotto alla fame e che, nonostante tutti i magazzini di scorte presenti a
Londra, la capitale non aveva mai riserve per pi di tre giorni.

Negli ultimi anni della sua vita, una volta tornato in Russia,
Kropotkin avrebbe abbandonato quella visione ottimistica, e
infatti cos scriveva in una postfazione redatta nel dicembre

118
1919 per ledizione russa del suo Words of a Rebel [Parole di
un ribelle], poi uscita nel 1921:

Dato che pi di un terzo della popolazione della Russia e della Sibe-


ria da sempre in uno stato di povert e anzi non ha nemmeno il pane
per tre o quattro mesi allanno [...] e dato che finora un buon terzo della
popolazione europea ha vissuto nella miseria e ha patito la mancanza di
vestiti e di altri beni essenziali, la rivoluzione porter inevitabilmente a
un aumento dei consumi. La domanda di beni crescer mentre ci sar un
calo della produzione, e alla fine ci sar carestia, carestia di tutto, come
avviene oggi in Russia. C solo un modo per evitarla. Dobbiamo ren-
derci conto tutti che non appena inizia un movimento rivoluzionario in
un Paese, questo potr avere una sorte favorevole solo se gli operai delle
fabbriche e delle officine, i contadini e tutti i cittadini prenderanno fin
dallinizio nelle proprie mani tutta leconomia della nazione, se si orga-
nizzeranno e sapranno dirigere i propri sforzi verso un rapido aumento
della produzione. Ma non potranno essere convinti di questa necessit
se tutti i problemi generali che riguardano leconomia di un Paese, oggi
riservati per lunga tradizione a una schiera di ministri e commissioni,
non siano presentati in forma semplice a ogni villaggio e a ogni citt, a
ogni fabbrica e a ogni officina, in quanto faccenda che li riguarda diret-
tamente ora che hanno finalmente la facolt di gestirsi da s.

I corsivi sono di Kropotkin e ci ricordano che, mentre noi


prefiguriamo una societ post-consumista in cui ogni famiglia
riduca la sua domanda nei confronti del sistema produttivo,
anche i Paesi pi ricchi del mondo hanno un gran numero di
famiglie che vivono in povert. Il crollo dellUnione Sovietica
negli anni Novanta ha comportato che milioni di cittadini russi
che non hanno avuto la possibilit di accedere alla nuova econo-
mia imprenditoriale (e che spesso erano vissuti per anni in uno
status di non-persone, se non addirittura di prigionieri o esuli
interni) sono sopravvissuti nella nuova economia di mercato,
gestita da imprenditori spregiudicati che in molti casi erano gli
stessi apparatchnik oppressori del vecchio regime, solo grazie
alle patate raccolte nel proprio orticello.
Io ritengo di essere stato ben consapevole, nella mia militan-
za anarchica, delle tematiche ecologiche. Su Freedom ho per
esempio, scritto articoli sullimportanza dellenergia solare, eolica

119
e delle maree fin dal 1957-58, quando chi non era uno specialista
del campo doveva scovare certe informazioni esoteriche da quei
pochi inventori eccentrici che si occupavano delle fonti di energia
rinnovabili. Poi, per tutti gli anni Settanta, ho avuto la grandissima
fortuna di essere pagato per curare il mensile Bulletin of Envi-
ronmental Education destinato a insegnanti e studenti. Ho gi
ricordato come fosse stato utile, allepoca, Blueprint for Survival
(1972), poi ristampato in edizione economica. Il trascorrere degli
anni non ha evidenziato molti difetti in questo testo, ma ci ha con-
fermato che leconomia del capitalismo globale non ammetter
mai che esistano limiti alla crescita economica.
Le persone che nel corso degli anni hanno partecipato ai
gruppi ecologisti possono certamente apprezzare la distinzione
che Murray Bookchin fa tra lecologia profonda e lecologia
sociale. Ci stato spesso raccontato di come i teologi medie-
vali si perdessero in interminabili discussioni sul numero di
angeli che poteva danzare sulla capocchia di uno spillo, e mi
purtroppo capitato di dovermi sorbire certi amanti del parados-
so che si deliziano a discettare su quale tipo di comunicazione
elettronica consumi meno risorse naturali, come se questo fosse
un aspetto determinante del comportamento umano. Considero
puerili le discussioni di questo genere rispetto ai reali dilemmi
sullambiente che ci troviamo davanti. Nei primissimi tempi di
bee, uno dei nostri collaboratori pi stimolanti era un giovane
pieno di spirito e dinventiva, Peter Harper, che nel 1975 se ne
and nel Galles per unirsi a un gruppo di entusiasti che stava
aprendo il Centre for Alternative Technology (cat) nel Llwyn-
gwern Quarry, a Machynlleth, in un paesaggio di desolazione
industriale... Oggi quellimpresa (una cooperativa con ventotto
soci) riceve circa ottantamila visitatori allanno, tra cui ventimi-
la allievi delle elementari, ed famosa in tutto il mondo quale
centro dimostrativo di produzione di energia, di costruzioni edili
e di smaltimento dei rifiuti realizzati in sintonia con lambiente.
Non solo, ma produce il 90 per cento dellenergia che consuma
utilizzando fonti rinnovabili: sole, vento e acqua.
Peter Harper lavora al cat da pi di un quarto di secolo e
ha risposto a infinite domande di studenti, bambini e visitatori
curiosi. Mi ha particolarmente colpito una risposta che ha dato
nel 1998 a un intervistatore12:

120
La mania dellautosufficienza e del piccolo bello passata. Non
cercate di fare tutto da soli. Cominciate da quelli che sono i vostri punti
di forza, non da dove siete pi deboli. In una societ moderna voi vendete
le vostre capacit commerciabili e comprate il resto: esistono infiniti
specialisti in ogni campo. Non cercate di produrre da soli lenergia che vi
serve, provate a risparmiare quella che consumate. La partita si giocher
soprattutto nelle grandi citt in cui vivr la stragrande maggioranza della
popolazione e, smentendo le precedenti ipotesi di una nuova Arcadia, l
che si potranno affermare pi facilmente stili di vita moderni e sostenibili.

Una lunga esperienza di sondaggi sulla coscienza ambientale


dei nostri concittadini lo ha indotto a fare una distinzione diversa
rispetto a quella tra ecologia profonda ed ecologia sociale. Peter
divide gli ambientalisti tra verdi leggeri (con pi soldi che
tempo) e verdi profondi (forse con pi tempo che soldi). I primi
si occupano di nuove tecnologie: riscaldamento solare, combusti-
bili efficienti, automobili leggere, consumi sostenibili. I secondi,
invece, ripongono la propria fiducia nelle case piccole e ben iso-
late, nelle biciclette e nei trasporti pubblici, nellautoproduzione
di alimenti, nel riciclaggio e nelle riparazioni, nelle valute locali e
nel baratto.
Intanto, sostiene Harper, il resto della societ continua ad
aderire alla cultura del sempre di pi:

La gente aspira a maggiori comodit, a godere di pi spazio per s, a


spostarsi con facilit, ad avere possibilit sempre pi vaste. il proget-
to del moderno consumismo: quello che caratterizza le societ moder-
ne. La tesi portante delle teorie economiche e politiche prevalenti che
le aspirazioni consumistiche non siano realmente a rischio. Anzi, il
messaggio ufficiale che implicitamente si comunica : Dateci dentro:
ci pensiamo noi. Lo slogan centrale brutalmente semplice: di pi!

Qualcuno di noi, ha osservato Harper nel corso di una con-


ferenza da lui tenuta a Bristol nel 2001, ha visioni apocalittiche
di catastrofi incontrollabili dovute a unattivit economica indi-
scriminata. Ma lui pi ottimista: dopo decenni di impegno per
dimostrare le possibilit dimpiego delle tecnologie alternative,
pensa che quando la qualit della vita peggiorer per tutti, si

121
scoprir che i verdi profondi hanno risolto quello che chiama
il grande rompicapo di riconciliare modernit e sostenibilit:
Vivranno palesemente una vita migliore, comoda, con unesi-
stenza variata e con meno stress, sana e conveniente, avendo
riscoperto i valori elementari della sobriet e dellequilibrio.
Questi verdi profondi appaiono diversi dagli ecologisti pro-
fondi di Murray Bookchin, ma forse anche a loro manca quella
dimensione sociale che vitale per promuovere la difesa dellam-
biente, perch leconomia di mercato capitalista e lo spirito di
avidit che la nutre sono proprio i nemici delle virt elementari
della sobriet e dellequilibrio che sia Peter sia io speriamo si riaf-
fermino.

Note al capitolo

1. Paul e Percival Goodman, Communitas: Means of Livelihood and Ways of


Life [trad. it.: Communitas, il Mulino, Bologna, 1970].
2. Lewis Mumford, The Culture of Cities [trad. it.: La cultura delle citt,
Comunit, Milano, 1999].
3. Lewis Mumford, The City in History [trad. it.: La citt nella storia, Bom-
piani, Milano, 1977].
4. Lewis Mumford, Technics and Civilisation [trad. it.: Tecnica e cultura, Il
Saggiatore, Milano, 1968].
5. Lewis Mumford, The Myth of the Machine [trad. it.: Il mito della macchi-
na, Il Saggiatore, Milano, 1969].
6. Michael Young, The Rise of the Meritocracy [trad. it.: Lavvento della
meritocrazia, Comunit, Milano, 1963].
7. The Guardian, 29 giugno 2001.
8. AA.VV., Seize the Day, Chatto & Windus, London, 2001.
9. Venezia 84, incontro internazionale anarchico, organizzato dal Centro
Studi Libertari/Archivio G. Pinelli di Milano, in collaborazione con il Centre
International de Recherches sur lAnarchisme (cira) di Lausanne.
10. Murray Bookchin, Deep Ecology, Anarchosyndicalism and the Future
of Anarchist Thought, in Deep Ecology and Anarchism: A Polemic, Freedom
Press, London, 1993.
11. Vernon Richards, Errico Malatesta: His Life and Ideas [trad. it.: Malate-

122
V
TRUPPE DASSALTO E CAPRI ESPIATORI

Pensi che sia concretamente possibile realizzare una societ


anarchica e, se s, come immagini possa essere in pratica oppu-
re la questione di arrivare a una societ pi libertaria, meno
gerarchica? Sei daccordo nel ritenere che la societ occidentale,
sia diventata quantomeno pi libera nel corso della tua esistenza?

Gli economisti parlano di concorrenza perfetta come ideal-


tipo e io suppongo che possiamo concepire una cooperazione
perfetta come ideal-tipo di una societ anarchica. Ma non credo
che una societ anarchica sia una possibilit pratica e la mia
diffidenza non ha niente a che vedere con la fattibilit dellanar-
chismo, ma concerne la natura stessa delle societ umane, perch
qualsiasi societ possiamo immaginare nel mondo moderno non
pu che essere una miscela di tendenze diverse e spesso in con-
traddizione tra loro.

123
Per esempio, prima del crollo dellUnione Sovietica sostene-
vo che la cosa che rendeva la vita sopportabile in quel Paese era
lesistenza di elementi non ammessi di mercato privato, dove si
potevano acquistare frutta fresca o lamette da barba, e che, di
converso, ci che rende lesistenza sopportabile per milioni di
persone negli Stati Uniti sono i suoi elementi non capitalistici.
L, contrariamente a quello che si racconta, gli amici mi dicono
che se svieni per strada lospedale ti ricovera prima di informar-
si se sei o no assicurato. Per molti versi lesistenza negli Stati
Uniti, come dovunque, ruota intorno al lavoro volontario e alle
organizzazioni di mutuo soccorso.
E poi s, lesistenza nelle societ occidentali diventata
immensamente pi libera nel corso della mia vita adulta. Ho gi
ricordato la famosa frase di Dwight Macdonald su quello che
conta nella vita: I rapporti concreti sul lavoro, il modo di usare
il tempo libero, di crescere i figli, il sesso, larte. Tutte cose che
sono profondamente diverse rispetto a quando ero giovane. Non
mi tanto facile fare una classifica, in ordine dimportanza, degli
ambiti che negli ultimi quarantanni hanno visto un ampliamento
della libert nelle societ occidentali. Comunque ci provo.
Il primo, senza dubbio, quello della liberazione delle donne,
con le molteplici questioni sessuali che comporta, come lacces-
so alla contraccezione e allaborto. Ma mi pare che il movi-
mento delle donne abbia avuto implicazioni ancora pi vaste.
Quellatteggiamento antisociale che fa s che i nostri concittadi-
ni siano restii ad accettare una societ anarchica ha infatti con-
notazioni prevalentemente maschili. Un secondo ampliamento
dello spazio di libert riguarda la fine della criminalizzazione
dellomosessualit, mentre nel corso della mia vita ho visto
tante ingiustizie e crudelt perpetrate in nome di una presunta
moralit o legalit.
La terza grande rivoluzione nei comportamenti riguarda le
informazioni sul sesso date ai giovani. In questo hanno svol-
to un ruolo importante anarchici come Alex Comfort e John
Hewetson, mettendo in ridicolo certi miti sulla masturbazione e
fornendo utili consigli sulla gravidanza e sui sistemi per evitarla.
Un confronto tra le statistiche sulle gravidanze indesiderate tra
le adolescenti inglesi e quelle, per esempio, dellOlanda, della
Danimarca e della Svezia, sembra indicare che la rivoluzione

124
nel campo delleducazione sessuale ha ancora molta strada
davanti, ma chi abbastanza vecchio da ricordare il silenzioso
orrore che in questi casi le ragazze dovevano affrontare in pas-
sato sa che un bel passo in avanti stato comunque fatto.
Lo stesso, pi o meno, vale per la fine delle punizioni corpo-
rali nelle scuole. Perfino gli inglesi sono diventati pi civili, e
questo anche grazie allattivit degli anarchici.

Non sei, per, daccordo nel ritenere che per molti altri
aspetti ci sono buone ragioni per non essere ottimisti?

Certo. Sempre pensando a quella frase di Dwight Macdonald,


riguardo ai rapporti reali sul posto di lavoro, va detto che se sono
migliorati questo il risultato di un secolo di lotte e agitazioni
delle organizzazioni sindacali e operaie. Si ridotta cos la durata
dellorario e sono migliorate le condizioni di lavoro. Ma negli
ultimi ventanni del secolo che si da poco chiuso molte conqui-
ste sindacali sono andate perdute con la crescita della disoccupa-
zione. Gli imprenditori inglesi, tedeschi, francesi e italiani pos-
sono acquistare manodopera a prezzi pi bassi in Cina, Malesia,
Vietnam o Indonesia, pagandola una cifra infinitesimale rispetto
ai salari occidentali e senza dover rispettare le condizioni per
le quali si erano battute generazioni di lavoratori. Le statistiche
indicano che in Gran Bretagna come negli Stati Uniti le persone
passano molto pi tempo sul posto di lavoro. Si sottrae tempo alla
famiglia, a causa della pressione sul lavoro, e ovviamente ancor
pi penalizzato il tempo dedicato alla collettivit, come ha sot-
tolineato il sociologo americano Robert Putnam.
Ti ho gi detto di quanto sono stato fortunato negli anni di
piena occupazione del dopoguerra, quando sono potuto passare
da un lavoro interessante a un altro pur avendo scarsissime quali-
fiche, e di come abbia maturato la convinzione che la felicit sul
lavoro sia legata allo spazio di autonomia lasciato al singolo
lavoratore. Per tutta la vita ho visto che la maggior parte delle
persone aveva lavori che comportavano noia, fatica, ore intermi-
nabili, e per resistere si fabbricavano una corazza di autodifesa
e di compensazione. Ho limpressione che gli impieghi di basso
livello oggi, in Gran Bretagna come in Italia, non dispongano pi
di questi fattori che ne cambiano la natura.

125
La faccenda resa ancora pi complicata dalle migrazioni
internazionali, a proposito delle quali lopinione degli anarchi-
ci inevitabilmente tuttaltro che popolare...

Hai ragione. Un secolo fa, quando una bella fetta del globo
era stata colonizzata dagli inglesi, un gran numero di abitanti del
nostro arcipelago decise che avrebbe potuto avere migliori pro-
spettive di vita emigrando in Canada, in Sud Africa, in Australia
o in Nuova Zelanda. LItalia arrivata tardi nella corsa allespan-
sione imperiale, ma tanti contadini affamati di terra emigrarono
in Eritrea e in Libia, e un numero di gran lunga maggiore cerc
di rifarsi una vita negli Stati Uniti o lavor in condizioni estreme
nella costruzione delle ferrovie in Sud America.
Le rimesse degli emigranti che arrivavano in Gran Bretagna,
in Irlanda o in Italia, avevano una funzione importante nelleco-
nomia delle famiglie povere. Oggi il flusso delle migrazioni si
invertito. Chi, pieno di speranze, aspira a entrare nella roccafor-
te europea paga somme ingenti alla criminalit internazionale
e affronta terribili sofferenze. Le vicissitudini di questa gente
diventano note solo quando assurgono a notizia, come suc-
cesso nel giugno 2000, quando cinquantotto immigranti cinesi
che cercavano di entrare clandestinamente in Gran Bretagna dal
Tunnel della Manica sono morti in un container.
Gli anarchici, che non credono alla validit delle frontiere
statali, sono tenuti a sostenere la libert di movimento da un
Paese allaltro, e spesso trovano conferma alle proprie tesi dai
risultati economici delle migrazioni internazionali. Tra laltro,
la rapidit con cui i nostri concittadini sono diventati xenofobi
ancor pi imbarazzante se consideriamo la situazione in cui
si sono trovate tante famiglie di origine africana o asiatica da
tempo legalmente insediate in Gran Bretagna.
Nella vita quotidiana presente una latente ostilit nei con-
fronti di chi ha un colore della pelle differente, che spinge
ragazzi di pelle bianca a provocare incendi dolosi e perfino ad
ammazzare coetanei per strada. Ho cercato di analizzare la que-
stione trentanni fa in un libro che ho curato, Vandalism, dove
avanzavo lipotesi che in tutto il mondo, in situazioni di violenza
urbana o di tensione religiosa o razziale, i giovani non sono

126
semplicemente i capri espiatori, ma anche le truppe dassalto
dei pi anziani: I rassegnati, i vecchi, se ne stanno a casa colti-
vando lodio, mentre i giovani, che non hanno ancora appreso la
rassegnazione e la prudenza, che non sanno cos la responsabi-
lit n se ne fanno carico, stanno sulla strada a picchiarsi.
Le imprese e i capitali si spostano liberamente in tutto il
mondo, da un continente allaltro, e un secolo fa gli europei
emigravano dappertutto alla ricerca di una vita migliore, ma se
un lavoratore oggi cerca di spostarsi con la famiglia da un Paese
povero a uno ricco, prima finisce nelle grinfie di spietati con-
trabbandieri di carne umana, poi trattato come un delinquente,
e infine viene sfruttato e maltrattato da padroni privi di scrupoli
sotto la minaccia di deportazione. Per giunta, i suoi figli sono
esposti alle continue persecuzioni o peggio dei loro coetanei
indigeni.
Per gli anarchici sarebbe assurdo sostenere una qualsiasi
politica governativa che voglia impedire la libert di movimento
degli esseri umani. Se i nostri concittadini considerano folle tale
posizione, questo dimostra una volta di pi quanto siamo lontani
dallaver dato alla societ unimpronta anarchica. Ma nel secolo
che cominciato, probabile che alle voci anarchiche si uniscano
quelle di uomini e donne che, arrivando nel nostro Paese da bam-
bini e crescendo in un clima di pericolo, di ostilit, di costante
insicurezza, dovranno aprirsi lottando una loro strada che potr
incrociare le nostre tradizioni libertarie.

Non posso che essere daccordo sulla validit nulla delle


frontiere di Stato, ma daltro canto ritengo che la difesa della
libert di movimento nel xxi secolo sia destinata a essere del
tutto irrealistica anzi una pazzia! Mentre nel xix e nel xx
secolo gli europei emigravano in regioni scarsamente popo-
late (una scarsa densit demografica accentuata da crudeli
genocidi), oggi stiamo probabilmente entrando in unera di
spostamenti di popolazione ancora pi massicci, ma adesso
dallEuropa orientale, dallAsia e dallAfrica verso le piccole e
affollate nazioni dellEuropa occidentale. Mi pare possa essere
questa, insieme allintolleranza religiosa, la principale causa di
conflitto nei prossimi decenni del secolo. Per inciso, trovo biz-
zarro che tanti scelgano come destinazione del loro migrare la

127
Gran Bretagna: se fossi un emigrante, io opterei per la Spagna
o lItalia, con una migliore qualit di vita e un clima pi mite,
anche se con meno vantaggi economici!

Il problema non tanto la difesa della libert di movimento o


lostilit popolare, quanto gli atteggiamenti punitivi dei governi.
Infatti, tra i governi dellEuropa occidentale c quasi una gara
nello sforzarsi di dimostrare agli elettori di essere i pi decisi
e i pi spietati nellescludere gli immigranti. E gli ultimi a pre-
tendere che gli immigranti debbano stabilirsi da qualche altra
parte sono ovviamente gli anarchici.
Lo sfruttamento, i pericoli, le sofferenze cui sono soggette le
famiglie di emigranti e lesistenza di sinistri contrabbandieri di
carne umana sono gli amari frutti dei controlli sullimmigra-
zione imposti dai vari governi.

Immagino che tu, come me, sia estremamente incoraggiato


dallemergere di movimenti antiglobalizzazione e anticapitali-
sti. Come ti poni rispetto ai suoi margini violenti apparentemen-
te inevitabili? Non c il rischio che lanarchismo del xxi secolo
sia nuovamente associato alla violenza e alle devastazioni,
proprio come quello del xx secolo non riuscito a scrollarsi di
dosso la nomea di movimento terrorista acquisita nellultimo
decennio dellOttocento? Come allora, limmagine pubblica
dellanarchismo non finir per alienare la massa di quelli che
sarebbero i suoi sostenitori naturali, cio la gente comune spes-
so di indole pacifica?

Sono completamente daccordo nel ritenere una bella noti-


zia il fatto che ogni riunione della Banca Mondiale, del Fondo
Monetario, della wto e dei caporioni politici dei principali
Paesi industriali coincida con manifestazioni anticapitalistiche
e antiglobalizzazione. Anchio noto lesistenza di inevitabili
frange violente. Il primo ministro inglese, Tony Blair, ne d
la colpa a un circo itinerante di anarchici che si sposta da un
summit allaltro, ma la maggior parte degli osservatori la vede
come unescalation legata alla decisione della polizia di tenere a
distanza i manifestanti da chi governa la politica e leconomia.
Sul Guardian del 3 luglio 2001, per esempio, si leggeva: I

128
metodi repressivi della polizia diventano sempre pi violenti.
Si fatto ricorso ai cani, ai cavalli, ai gas lacrimogeni. Alla
manifestazione di Gteborg tre dimostranti sono stati feriti dalla
polizia a colpi darma da fuoco. E il 20 luglio 2001, a Genova,
i carabinieri hanno sparato e ucciso un giovane dimostrante di
ventanni.
In preparazione della protesta di Genova, il mensile milanese
A allegava un inserto bilingue (italiano/inglese) curato da
Adriano Paolella e Zelinda Carloni1. Questo testo era in totale
sintonia con le tue e mie opinioni sul circo itinerante capitalista
che si sposta da un summit allaltro, e aveva cose importanti da
dire sulla violenza che troverebbero daccordo sia te che me. Vi
si osservava come tutti ci si senta giustamente oltraggiati per il
modo in cui un pugno di persone condiziona ogni minimo detta-
glio dellesistenza quotidiana, controllando il nostro futuro con
assoluta arroganza. I curatori dellinserto, ben comprendendo
come tutti noi vorremmo avere la possibilit di manifestare la
nostra opposizione, aggiungevano che chi non riesce a control-
lare la propria rabbia farebbe meglio a starsene a casa, in quanto
le azioni violente riducono il significato dellopposizione e in
quanto il comportamento violento

nocivo perch spesso desiderato, voluto, supportato, difeso, pro-


mosso dai governi che gi in passato, e in modo particolare in Italia,
hanno sperimentato il vantaggio ricavabile dallo spostare largomento
del contendere sul confronto violento.

Anche questo caso, per, ci mette davanti a un dilemma.


Nellottobre e nel novembre 2001 una serie di manifestazioni
hanno attraversato il centro di Londra per opporsi ai bombar-
damenti anglo-americani sullAfghanistan. Il primo di questi
grandi cortei, con la presenza di una vasta gamma di forze di
opposizione, passato del tutto sotto silenzio, stampa di sinistra
e Guardian compresi. I lettori hanno protestato e alla seconda
manifestazione, anchessa senza alcun incidente con la polizia,
quel giornale ha dedicato un articolo risibile. Se durante il corteo
fosse stata spaccata la finestra di un ministero o una sola vetrina
di un McDonalds, le manifestazioni sarebbero diventate notizie.
Entrambi abbiamo potuto constatare una stessa censura sulle pro-

129
teste non settarie nellIrlanda del Nord o su quelle del movimento
per la pace in Israele. Non abbiamo una risposta a questo proble-
ma, anche se alcuni navigatori di internet sono convinti di s.

Eppure nella testa di tanta gente comune si nuovamente for-


mata lidea che c un legame tra anarchia e violenza.

La gente comune forse non riesce nemmeno a concepire per-


ch qualcuno dovrebbe avere da ridire sulle attivit del Fondo
Monetario o della Banca Mondiale. E infatti, tutti i miei anni
di militanza hanno mirato a cambiare il modo di pensare della
gente normale.

Una volta mi hai detto che tutte le tue pubblicazioni guarda-


vano la vita da un punto di vista anarchico. Poi ricordo che ti
sei presentato (al Laboratorio di Storia della Salford Universi-
ty) come un propagandista anarchico. Pi di recente mi pare
che tu abbia modificato la tua posizione, affermando che tutti i
tuoi libri hanno un filo comune: lesplorazione dei rapporti tra
le persone e lambiente che le circonda. C una contraddizio-
ne o sottoscrivi tutte e tre queste asserzioni?

In effetti ho dimenticato le occasioni in cui le ho pronunciate,


ma sono tutte e tre vere. La prima indiscutibilmente corretta,
perch nello spettro tra autorit e libert in cui tutti possiamo
essere collocati in base ai nostri atteggiamenti sullesistenza e
sui problemi che ci sottopone, i miei libri si pongono allestre-
mit libertaria. La seconda non pu che essere vera, perch tutti
questi libri, come quelli di qualunque autore, vogliono convin-
cere il lettore a essere daccordo con me. E la terza una defini-
zione precisa del tipo di libri che scrivo.
I miei libri esistono perch mi sono stati commissionati da un
editore o da un ente di ricerca, ma sono senza ombra di dubbio
opera di un anarchico. In Gran Bretagna esiste, per esempio, un
club del libro che pubblica edizioni molto ben curate, soprattut-
to di classici, che si chiama The Folio Society. Per questo club
ho curato e scritto le introduzioni di varie opere, dalle Memorie
di Kropotkin a Huckleberry Finn. Una volta allanno il club
pubblica per gli associati un libro originale e splendidamente

130
illustrato. Nel 1985 mi hanno offerto 2.500 sterline per scrive-
re i testi di uno di questi libri-strenna sulla costruzione della
cattedrale di Chartres (oltretutto, Harriet e io abbiamo fatto
due piacevolissimi viaggi in Francia per vederla). Il libro che
ne uscito (ormai esaurito) conforme a tutte e tre quelle mie
affermazioni contraddittorie. La citt medievale vista, secondo
la caratterizzazione che ne dava Kropotkin, come unarte che
emerge dalla vita sociale urbana. Il testo inoltre si richiama alla
celebrazione, fatta da pensatori come William Morris, dellorga-
nizzazione artigianale di chi costruiva le citt. E conclude con
un elogio a un moderno artista naf, un uomo che aveva il com-
pito di spazzare i viali del cimitero di Chartres e che si chiamava
Raymond Isidore (1900-1964). Nellultima pagina racconto che:

Nel 1928 si era costruito con le sue mani la casa in rue de Rapos,
poi aveva provveduto a ricoprirne le pareti, allesterno e allinterno, con
mosaici fatti di frammenti di vetro, porcellana, ceramica o di qualsiasi
materiale resistente, formando una serie elaborata di immagini e forme,
per lo pi della cattedrale, con scene di vita quotidiana e di devozione. A
suo modo rispecchia la stessa imponente pienezza della cattedrale. I vici-
ni lo avevano soprannominato Picassiette, che significa ladruncolo.

La maggior parte dei miei libri, compresi quelli fatti in colla-


borazione con Dennis Hardy e David Crouch, tende a esplorare
lambiente non ufficiale in cui si riafferma la sovranit popo-
lare.

Sono felice che tu abbia finalmente trovato un editore per Cot-


ters and Squatters. Come mai incontri tante difficolt con gli edi-
tori? E puoi spiegarmi di che cosa parla Cotters and Squatters?

Questo libro sispira a una tradizione popolare che si ritrova


in Europa (anche nelle regioni dellex impero ottomano) in base
alla quale, se si erige una casa tra il tramonto e lalba, ponendo
di primo mattino una pentola a bollire sul fuoco, gli occupanti
non possono esserne cacciati. In Italia questa tradizione ha ispi-
rato il famoso film di Vittorio De Sica Il tetto (1956). Per questo
libro ho raccolto per molti anni materiale sulle case occupate
in Inghilterra e nel Galles, anche se non potevo permettermi di

131
spendere troppo per i viaggi e le ricerche darchivio sul posto. Il
libro fa rivivere un capitolo dimenticato della storia popolare ed
esplora ancora una volta lintervento non ufficiale e dal basso
sullambiente, come tanti altri miei libri, a partire da Vandalism
e Il bambino e la citt.
Almeno dieci grossi editori me lhanno rifiutato, ma usci-
r presto grazie a un amico che, dopo aver gestito per diversi
anni una libreria alternativa a Nottingham, ha creato in quella
citt una piccola casa editrice, Five Leaves Publications. Sono
sicuro che uno dei motivi per cui gli editori considerano i miei
libri un problema semplicemente dovuto al fatto che ci vuole
molto tempo prima che si vendano bene! Poi c il fatto che non
facile prevedere su quale scaffale finiranno, in libreria come
in biblioteca. I miei libri di solito ricevono un buon numero di
recensioni favorevoli, ma si vendono poco e fanno guadagnare
ancor meno. Per i libri, per il semplice fatto di durare molto pi
a lungo dei giornali, trovando posto sugli scaffali delle librerie o
delle biblioteche, sono un mezzo straordinario per raggiungere
le persone anche a distanza di anni. Ti far un esempio.
Ho gi accennato che negli anni Sessanta la Penguin aveva
creato un suo marchio scolastico, che nel corso del decennio
successivo era stato liquidato. Eppure in quei dieci anni la Pen-
guin Education aveva pubblicato alcune collane intelligenti e
innovative di testi scolastici, come la collana Connexions curata
da Richard Mabey, destinate a promuovere la lettura tra i giova-
ni dai quattordici anni in su, in genere recalcitranti di fronte alla
pagina scritta. Mabey mi affid due dei temi pi difficili, quello
della violenza e quello del lavoro. Violence e Work sono stati
letti da moltissimi ragazzi, anche pi giovani o pi vecchi di
quelli della fascia det cui erano destinati, e sono stati ristam-
pati dalla Penguin fino alla fine degli anni Settanta. Io ero solito
dire che ritenevo il mio libretto sul lavoro lunico testo scolasti-
co onesto su questo tema che fosse stato pubblicato allepoca.
Per i successivi trentanni ho incontrato tante persone che
conoscevano il mio nome grazie a quel libro e la mia faccia per
la foto che cera sul risguardo della copertina. Nel 1980 un tizio
che aveva letto il mio libro sul lavoro, non uno studente bens
un adulto, un lavoratore dipendente, mi scrisse una lettera nella
quale mi diceva che quella lettura gli aveva cambiato la vita

132
e che da quel momento non aveva pi lavorato. Avrei dovuto
sentirmi gratificato, sgomento o colpevole? Quello che in effetti
intendeva era che non aveva pi lavorato per un padrone, ma
solo per s e per la sua famiglia. In ogni modo la sua lettera mi
rammentava seccamente di quali responsabilit si carica chi
vuol fare propaganda politica.
Nel 1998 ero intervenuto a un incontro organizzato a Trieste
dal gruppo che pubblica in quella citt la rivista Germinal.
Loccasione era la pubblicazione, da parte di Eluthera, della
seconda edizione del mio libro Dopo lautomobile. Nonostante
lapproccio ahim anglocentrico, questo libro stato tradotto in
italiano nel 1992, in francese nel 1993 e in spagnolo nel 1996. In
quellincontro triestino parlavo della comparsa in Gran Bretagna
di un movimento di azione diretta contro le strade. Su altri temi
la protesta popolare forse sopita dicevo, ma i progetti di
nuove strade hanno spinto gruppi a scavare gallerie e a costruire
case sugli alberi per impedire alle ditte appaltatrici di lavorare.
Poi spiegavo che lazione di alcuni giovani ingegnosi (anche se
un po bizzarri) aveva cominciato a modificare lopinione gene-
rale su questo problema. Pur presentandosi con nomignoli come
Animal o Swampy, erano presi sul serio diventando per un po
personaggi di primo piano sulla stampa popolare e alla televi-
sione. Si trattava di una tendenza significativa? Quando si chie-
se ai presenti di quellincontro di esprimere il proprio parere,
un uomo fece un intervento appassionato del quale non riuscii
a capire niente. Il mio gentile interprete, Giorgio Cingolani, mi
spieg che quel nuovo amico non parlava affatto di trasporti, ma
di come qualche anno prima, dopo aver comprato il mio libretto
sulla violenza, su cui cera una mia foto con un neonato sulle
spalle, avesse per sempre cambiato il suo atteggiamento nei
confronti delleducazione dei bambini.
I libri hanno conseguenze che non ti aspetti!

Dimmi qualcosa dei libri che avresti voluto scrivere e che


non hai scritto.

La gente come noi dovrebbe sempre tenere a mente che nella


nostra societ gli anarchici godono di un certo valore in quan-
to sono rari: qualcuno, me compreso, se lo dimentica spesso

133
e spreca troppo tempo in questioni marginali solo perch si
tratta di temi che trovano un certo ascolto. Lo so bene di aver
dedicato pi energie del ragionevole cercando di cambiare lat-
teggiamento ufficiale rispetto al problema degli alloggi. La sola
soddisfazione che ne ho ricavato di sentir spesso affermare
che il principio del controllo da parte degli abitanti un princi-
pio anarchico legato al nome di John Turner e al mio.
Un libro che mi sarebbe piaciuto che qualche editore mi
avesse commissionato sarebbe stato un saggio sugli adolescenti
maschi. In seguito alla pubblicazione del mio libro Il bambino e
la citt, nelle due edizioni del 1979 e del 1990, mi stato chie-
sto in continuazione di intervenire a incontri e dibattiti con edu-
catori e sociologi, e qui ero costretto a dissimulare la mia igno-
ranza sui vasti risultati conseguiti dalle ricerche sulla differenza
sessuale. Proprio per questo ho accettato la sfida intervenendo
alla Fiera del libro anarchico di Londra, nel 1997, con una rela-
zione dal titolo Bad Boys: Anarchism and Gender Assumptions
[Ragazzacci: anarchismo e presupposti di genere]. Ma ormai
troppo tardi per effettuare una ricerca di questa portata.
Se mi fossi organizzato meglio, mi sarebbe anche piaciuto
scrivere un libro anarchico sul federalismo. Probabilmente tu
condividi la mia stessa esperienza. Siamo decisamente critici
nei confronti dei cosiddetti eurocrati e ben consapevoli che
i nostri politici semplicemente ignorano i principi del federali-
smo, cosa che ci lascia per in compagnia di un nutrito gruppo
di reazionari che blaterano sulla Gran Bretagna. Esistono inve-
ce tantissime riflessioni anarchiche sul tema del federalismo,
a partire da Camillo Berneri fino allanarchico olandese Thom
Holterman, le cui analisi attuali ho cercato di far conoscere su
Freedom e The Raven. Mi piacerebbe quantomeno pub-
blicare unantologia in inglese che raccolga in modo semplice e
accessibile il dibattito anarchico su questo argomento.

Mi sorprende che tu non abbia citato il nome di Proudhon.

Be, non ti stupirai se dico che lo trovo un autore difficile, anche


letto in inglese. Comunque, una quindicina danni fa ho scoperto
una traduzione di Du principe fdratif [Del principio federativo],
pubblicata nel 1979 dalla University of Toronto Press, che mi ha

134
indotto ad affrontare largomento con un taglio moderno.
Dunque possiamo ancora aspettarci un saggio sul federali-
smo? E ci sono altri tuoi libri che possiamo sperare di leggere
in futuro?

Non dico di no, perch, nellimprobabile caso che un editore


mi commissioni un libro sul federalismo, probabile che accet-
ti. Vernon Richards, invece, mi sollecitava sempre a raccogliere
i testi delle mie conferenze per Freedom Press, ritenendo che
questo non avrebbe richiesto molto lavoro.

Come mai citi sempre altre persone?

In genere trovo che qualcuno abbia espresso questa o


quellidea molto meglio di come potrei fare io, per cui mi fa
piacere citarlo, sempre con il giusto riferimento. Magari stavo
dormicchiando il giorno in cui a scuola insegnavano larte del
riassunto, che ho sempre trovato difficile da praticare. Comun-
que, nessuno ha mai sostenuto che non sia bene citare altri auto-
ri. Non attribuisco un grande valore alloriginalit, e in quanto
propagandista per me limportante individuare e trasmettere
unargomentazione convincente. Come diceva Montaigne: Cito
gli altri solo per esprimermi meglio.

Una splendida giustificazione di una cattiva abitudine!


Hai mai pensato di darti alla narrativa?

Avrai notato che sono un autore alquanto prosaico, anche se


ogni tanto mi viene unidea che potrebbe essere un ottimo spun-
to per un romanzo. Ho conosciuto diversi autori di romanzi, da
Colin MacInnes a Ruth Rendell, e se avessi mai detto a uno di
loro: Ho una bellissima storia per te: cera questuomo che...,
mi avrebbero guardato con commiserazione e avrebbero rispo-
sto: Colin, sei un vulcano di idee, ma non hai la minima idea di
come lavora un romanziere.
Comunque, c stato un romanzo che ho covato nel retro
della mia mente per molti anni. la storia di un uomo che
stato rilasciato da un manicomio criminale inglese: lo psichiatra
gli suggerisce di praticare il collezionismo a scopo terapeutico.

135
Ci sono collezionisti di ogni genere: di libri, francobolli, mone-
te, tappi di birra eccetera. Luomo decide di essere il primo al
mondo a collezionare bustine di semi, perch da bambino gli
erano sempre piaciute le illustrazioni stampate sulle bustine.
Comincia dunque ad andare da un giardiniere allaltro per chie-
dere questi oggetti effimeri, e il libro sarebbe un resoconto pica-
resco di questo vagabondaggio tra serre e giardini.
Ma basta quello che ti ho raccontato del mio romanzo mai
scritto per capire quanto poco adatto sarei a trasformarmi in nar-
ratore: magari ci sono gli antefatti, ma non c una trama!

Se non erro la vicenda si apre in un luogo preciso: il manico-


mio criminale di Grendon Underwood. Come mai?

Gli anarchici si interessano da sempre dei sistemi carcerari,


un po perch spesso ne sono stati vittime, un po perch hanno
osato diffondere lidea di societ umane senza sanzioni penali,
suggerendo metodi alternativi ai propri scettici lettori. Le espe-
rienze di carcere hanno prodotto alcuni classici del pensiero
anarchico come In Russian and French Prisons [Le prigioni] di
Kropotkin (1887) e Prison Memoirs of an Anarchist [Un anar-
chico in prigione] di Alexander Berkman (1912).
La mia esperienza diretta in materia limitata a un breve sog-
giorno (56 giorni) in un campo di detenzione militare sulle isole
Orcadi per una ridicola violazione dei regolamenti dellesercito.
I miei compagni di galera, come scoprii ben presto, rispondevano
perfettamente allo stereotipo delle vittime, essendo tutti troppo
tardi o maldestri per tenersi lontani dai guai. Certi erano irlandesi
che si erano arruolati nellesercito inglese ancora ragazzi (lIr-
landa era un Paese neutrale nella seconda guerra mondiale) per
sfuggire da qualche orfanotrofio gestito dai Christian Brothers.
Mi sarei aspettato che le precedenti esperienze avessero insegnato
loro a non cacciarsi nei guai, ma in realt sembravano proprio le
vittime predestinate della macchina militare.
In Gran Bretagna tra i maggiori fautori della riforma car-
ceraria ci furono gli obiettori al servizio militare della prima
guerra mondiale, i quali, condannati (anche pi volte) a lunghe
detenzioni nelle prigioni ordinarie, si sarebbero poi tenacemente
battuti per trasformare il sistema carcerario da istituzione puni-

136
tiva a istituzione terapeutica. Molti, e mi ci metto anchio, riten-
gono impossibile una trasformazione del genere, ma nello stesso
tempo hanno osservato con grande interesse gli esperimenti
fatti, proprio perch proponevano funzioni pi civili rispetto a
quelle barbare e punitive delle carceri.
Gli anarchici hanno sempre mostrato interesse per i numerosi
esperimenti intrapresi da eroici pionieri che puntavano a far svi-
luppare nei giovani devianti lautonomia e la capacit di auto-
organizzarsi. Di qualcuno di questi ho parlato nel mio libro La
pratica della libert, dove fra laltro citavo la paradossale scelta
delle forze armate inglesi e australiane che hanno adottato pro-
prio la tecnica dei gruppi senza leader allo scopo per di indi-
viduare i leader emergenti, tecnica poi ripresa dai teorici della
scienza del management. E sono sicuro che anche gli psichiatri
del manicomio criminale che era il punto di partenza del mio
romanzo mai scritto sono alla ricerca di ogni mezzo atto a favo-
rire lo sviluppo di personalit autonome. Qualcosa del genere si
ritrova nel libro che mi stato dedicato e del quale sei coautore.

Si tratta di Richer Futures: Fashioning a New Politics2, che


vuol esprimere il desiderio comune a tante persone che opera-
no in campo educativo, sociale e ambientale di offrire un tributo
allo scrittore Colin Ward. Che impressione ti ha fatto?

Ovviamente sono stato enormemente gratificato da questo


Festschrift, soprattutto perch tra i contributi ci sono quelli di
autori che ammiro da anni ma con i quali non ho mai avuto
rapporti personali o epistolari, e che invece affermano di consi-
derarmi un amico. Per me stata una splendida rivelazione. Uno
degli autori, il professor Tim Lang, unautorit nel campo della
politica e delletica alimentare, ha scritto:

Perfino in questera televisiva il rapporto tra lettore e autore pu


essere intenso e intimo. Anzi, in un mondo che si dice individualiz-
zato, atomizzato, socialmente frammentato, la relazione lettore-autore
acquista una nuova pregnanza. una delle grandi relazioni anonime
del mondo moderno.

Per me stato anche interessante leggere le recensioni a

137
questo libro, come quella apparsa su una rivista che si chiama
Therapeutic Communities a firma del responsabile di psico-
terapia del Retreat di York. Si tratta di un esperimento famoso
di deistituzionalizzazione nel trattamento delle malattie mentali,
fondato da William Tuke nel 1792 (e da me citato nel capitolo
xii della Pratica della libert).
Il recensore scriveva di avere avuto la sensazione di imbat-
tersi in persone che scavavano una galleria in direzione della
comunit terapeutica partendo da un altro spazio sociale, ma
con la stessa idea di fondo in mente. Poi proseguiva spiegan-
do come la mia concezione anarchica fosse tutta orientata a
individuare i metodi che permettono a ognuno di decidere della
propria esistenza e di partecipare ai processi decisionali che lo
riguardano in materia di istruzione, abitazione, ambiente edifi-
cato o naturale, alimentazione e perfino uso dellacqua.
Senza dubbio, sono stato molto gratificato dal fatto che final-
mente fossero riconosciuti, al di fuori degli ambienti anarchici, i
collegamenti che mi sforzavo di individuare su Anarchy negli
anni Sessanta, e pi tardi con La pratica della libert, tra lideo-
logia anarchica e lesperienza di chi era abbastanza coraggioso da
lasciare che i giovani devianti si organizzassero da soli senza
ricorrere a strumenti punitivi. Ho tra laltro scoperto che esiste un
archivio in cui si tiene memoria di tutti questi esperimenti3.

Dei milioni di parole che hai scritto (o citato) nel mezzo


secolo trascorso, molte hanno assunto la forma di rubriche
periodiche. Mi vuoi dire qualcosa di questa tua attivit giorna-
listica?

Temo di aver impiegato anni nel tentativo di trovare la forma


giusta per i miei contributi a Freedom, e devessere stato
dopo il passaggio da quindicinale a settimanale, nel 1951, che
mi sono stabilizzato su un lungo articolo settimanale di taglio
riflessivo, che pochi anni dopo si trasformato nella rubrica
People and Ideas. Tra laltro, grazie ai periodici stranieri che
arrivavano alla Freedom Bookshop, mi accorgevo che allepoca
la mia rubrica era spesso tradotta su riviste come LAdunata
dei Refrattari e la Fraye Arbeter Shtimme di New York o
La Protesta e Dos Fraye Vort di Buenos Aires.

138
Allora non sapevo, come ho saputo pi tardi, quanto attesta-
to dalle ricerche di mercato sulla stampa, secondo le quali la
maggior parte dei lettori guarda per prima cosa le rubriche. Una
rubrica regolare non cera n su Anarchy negli anni Sessanta
n su bee nel decennio successivo, ma in quel periodo tenevo
rubriche fisse su periodici non anarchici. Il pi importante di
questi era il settimanale New Society, con il quale avevo otti-
mi rapporti fin dal suo primo numero, allinizio degli anni Ses-
santa, e con il quale ho collaborato per anni con articoli sui temi
dellistruzione, della devianza, delle abitazioni, dellurbanistica.
Negli anni Settanta sono stato felicissimo di entrare a far parte
della rosa di collaboratori per il suo paginone Stand. comin-
ciato cos un lungo dialogo con un pubblico di lettori intelligenti
e bene informati, una collaborazione che ha portato a stimolanti
scambi epistolari e a numerosi inviti come conferenziere che
mi hanno messo in contatto con persone sempre pi numerose
e diverse. La fortunata collaborazione continuata anche quan-
do, nel 1988, New Society stata assorbita dal New State-
sman, un vecchissimo e affermato periodico socialista, con la
nascita di New Statesman and Society. Anche qui mi stata
offerta la possibilit di tenere una rubrica settimanale dal titolo
Fringe Benefits, che mi ha dato un pubblico vasto come non lo
avevo mai avuto (raddoppiando oltretutto le mie entrate settima-
nali). Ho resistito per 400 settimane, sotto tre direttori, ma nel
1996 la rivista ha cambiato proprietario e, insieme a gran parte
dei collaboratori regolari, sono stato immediatamente congedato
dal nuovo direttore.
Nel frattempo avevo collaborato a molte altre riviste: in pi
occasioni avevo scritto per una delle pi antiche e affermate
riviste di architettura, il settimanale Architects Journal, e dal
1979 curo una rubrica mensile, anche in questo caso intitolata
People and Ideas sulla rivista Town and Country Planning.
Infine dal 1993 al 1999 ho curato con regolarit un Anarchist
Notebook (un taccuino anarchico) sul quindicinale Fre-
edom. Devo dire che molto spesso largomento delle varie
rubriche a me affidate coincideva perch, secondo me, i vari
giornali arrivavano a un pubblico del tutto diverso.
Nelle mie intenzioni, facevo conoscere un approccio anar-
chico tramite rubriche e articoli pubblicati su periodici che si

139
occupavano di architettura, di territorio, di abitazioni, e speravo
sempre di trovare una nicchia del genere anche su riviste specia-
lizzate nella scuola e nellistruzione. In effetti, per circa ventan-
ni ho recensito migliaia di libri per una delle principali riviste
per insegnanti, il Times Educational Supplement, ma non
ero mai riuscito a ritagliarmi uno spazietto tutto per me. Il mio
scopo era, come sempre, quello di far prendere sul serio il punto
di vista anarchico in ogni campo della vita sociale. Volevo che i
cittadini in ogni angolo del Paese fossero al corrente delle posi-
zioni anarchiche e non le liquidassero come curiosit divertenti
di una corrente politica marginale.

Non una situazione che riguarda molto pi la Gran Breta-


gna, dove lanarchismo ha avuto uninfluenza minima, che non
la Francia, la Spagna o lItalia, che hanno tutte visto movimenti
anarchici di massa e dove gli anarchici e le loro opinioni politi-
che e sociali sono per questo presi pi sul serio?

Non so dirti. Sarebbe interessante sapere che cosa ne pensano


gli editori di questo libro!

Nei dieci anni in cui hai fatto uscire Anarchy, non hai mai
pubblicato un racconto, poco o niente di quella che si potrebbe
definire critica letteraria e solo su un numero hai ospitato
delle poesie. Hai qualche prevenzione nei confronti della lette-
ratura?

No. Ma saprai che chiunque diriga una rivista specializzata,


fossanche di giardinaggio o di calcio, assediato da poeti, che
magari gli sottopongono dieci sonetti sul profumo dei fiori o su
portieri e centravanti... A un redattore anarchico toccherebbe poi
lingratissimo compito di valutare il quoziente di anarchia del
materiale inviato, ben sapendo oltretutto quanto scadente sia di
solito la poesia politica.
Nellunica occasione in cui un numero di Anarchy stato
dedicato alla poesia, si trattava di componimenti fatti uscire di
nascosto da un carcere, scritti da un giovane il cui delitto era di
avere dato fuoco allImperial War Museum di Londra. Dovrei
per aggiungere che questo museo della guerra ospita anche

140
testimonianze dellopposizione ai due conflitti mondiali.
Ma le tengono ben nascoste!

vero. Per quanto ne so, comunque, la sua nastroteca con-


serva le testimonianze registrate di John Hewetson, di Philip
Sansom e forse di altri anarchici, me compreso.
In ogni modo, per me stata una cosa sensata evitare la
scrittura creativa su Anarchy. Con una rivista con quel
titolo, gli autori mi avrebbero inondato di testi davanguardia,
con lintento di pater le bourgeois ma senza tenere conto del
fatto che artisti dogni sorta sono andati avanti per cento anni a
scandalizzare i borghesi mentre tutti gli altri facevano fatica a
trattenere gli sbadigli.
Forse avrei potuto essere meno dottrinario con la poesia, ma
in tal caso mi sarei trovato ad affrontare lodioso compito di
decidere che cosa pubblicare e che cosa no. Tu e io siamo pro-
babilmente daccordo nel ritenere che il maggiore poeta inglese
del dopoguerra sia stato Philip Larkin, le cui opinioni politiche
per, non erano solo riprovevoli, ma ripugnanti. Spesso alla fine
di un articolo cera una mezza pagina da riempire: lo spazio
sufficiente per una poesia. Ma sono stato punito per questa mia
politica: non sono mai riuscito a togliermi dalla mente una strofa
di quattro versi che mi aveva mandato la poetessa Donagh Lahr
e che io avevo automaticamente respinto. Diceva:

One who on hard beds


Slept long and deep
Now on a softer bed
Cannot sleep4.

Facevo meglio a pubblicarla!

Conosco abbastanza bene Donagh e credo che questa stro-


fa venga da una delle sue formule magiche nate durante le
manifestazioni del Comitato dei 100 contro le armi nucleari.
Comunque, quali sono i tuoi gusti in letteratura, poesia o
narrativa? Hai finalmente tempo di leggerla, o devi sempre
seguire la saggistica professionale? E il teatro di prosa o
il cinema hanno avuto qualche importanza per te? So che un

141
tempo eri un appassionato frequentatore delle sale cinemato-
grafiche.
Non devi dimenticarti che il militante politico non un buon
critico. Per quasi trentanni, dalla fine della guerra fin verso al
1970, se leggevo un romanzo, ascoltavo una poesia, vedevo
una commedia o un film, inconsciamente ne misuravo il qa (il
quoziente danarchia) e pensavo a come utilizzarlo nella mia
attivit di propaganda. Negli anni Settanta a questa valutazione
ho aggiunto il qe (quoziente decologia) sempre in modo stru-
mentale.
Ma avendo avuto la fortuna di avere figli portati alla musica,
siamo spesso andati insieme ai concerti o li abbiamo ascoltati
suonare con i loro amici. Negli ultimi ventanni, abitando in
mezzo alla campagna, siamo invece andati raramente a teatro:
guardiamo la televisione, come tutti. Ma per Harriet e me un
gran piacere prendere lautobus e andare allIpswich Film The-
atre (gestito dal consiglio comunale della vicina cittadina) per
vedere quei film di ogni parte del mondo ignorati dai cinema
commerciali. Ci hanno molto emozionato, per esempio, le pelli-
cole dellultimo cinema iraniano, in cui i registi sono alla ricerca
dei limiti verso cui possono spingersi nella scelta dei temi.
I romanzi che prendo in prestito dalla biblioteca pubblica
locale sono probabilmente quelli che leggi anche tu: per esem-
pio i libri di Rose Tremain, di Ian McEwan o dellirlandese
Bernard MacLaverty.

Sei sempre stato un oratore impegnatissimo: lo si capisce


anche dalla serie di libri di Freedom Press che raccolgono i
testi delle conferenze che hai dato in diversi Paesi e in varie
occasioni, per esempio Talking Houses, Talking to Architects e
Talking Schools.

Non sono un grande conferenziere, ma conosco qualche


regola fondamentale: parlare ad alta voce, ripetere i fatti essen-
ziali, fare in modo che ognuno dei presenti abbia un foglio con
qualche riferimento. Dunque mi preparo sempre un testo, anche
se in certi casi non lo seguo poi alla lettera. Come chiunque
parli spesso in pubblico, riprendo pi volte la stessa conferenza
con alcune varianti. cos che ho accumulato una serie di testi

142
che, quando Freedom Press mi chiede un libro, si possono sem-
pre mettere insieme.
Mi pare che Kropotkin abbia scritto da qualche parte che
leconomia larte della massima utilizzazione. Io mi sforzo di
utilizzare al massimo tutto quello che ho scritto o detto davanti
a pubblici diversi e in diverse occasioni.
Noi anarchici dobbiamo far correre la nostra piccola carriola
piena di propaganda, come ha detto qualcuno (era Herbert Read
o George Orwell?) e scaricarla dove potr essere meglio sfruttata.
Anche tu, come ogni altro oratore anarchico, avrai vissuto la
mia stessa esperienza: dopo qualche anno qualcuno ti avvicina
e ti dice: Quello che hai detto stato molto importante per me,
perch mai prima avevo sentito opinioni del genere. E allora
pensi, come credo fanno tutti: Se solo lavessi saputo, mi sarei
espresso meglio!.
In ogni modo, dar voce alle proprie opinioni infinite volte,
davanti ad audience limitate, oggi tanto importante quanto lo
sempre stato nella storia della propaganda anarchica.
Io invece non sono mai stato bravo, nemmeno quando facevo
linsegnante, a ottenere il massimo della partecipazione da un
gruppo. Un mio amico americano, Taylor Stoehr (il curatore
delle opere di Paul Goodman) mi ha spiegato in una lettera
recente la tecnica che usa per insegnare:

La mia strategia di cominciare ogni lezione con ununica domanda


scritta che mi pare vada al nocciolo della questione. Chiedo agli stu-
denti di rispondere per iscritto in dieci minuti, poi li divido in gruppi di
quattro per discutere i vari interrogativi che emergono confrontando le
risposte. Dopo mezzora nella classe c un bel ronzio, perch tutti si
misurano con i problemi reali che hanno messo a nudo. Tutti parteci-
pano: con questo sistema nessuno se ne rimane zitto in fondo allaula.
E siccome mi spoglio della mia autorit e mi metto seduto a un banco a
origliare, tutti possono arrivare al livello e al tipo di comprensione delle
idee adeguato alle loro reali capacit, e in questo riescono molto meglio
ad aiutarsi tra loro di quanto non possa aiutarli io.

Stoehr prosegue esprimendomi la convinzione che si impara


davvero e per sempre in situazioni come questa, mentre, a suo
dire, pochissimo si ricava da una conferenza o anche da una

143
buona discussione di gruppo, che invariabilmente esclude la
maggior parte dei presenti. Avrei voluto avere questo suggeri-
mento e averne preso buona nota allepoca in cui iniziavo a fare
linsegnante e a tenere conferenze. Quando me lo concedono,
una cosa che mi piace dire a chi mi ascolta che voglio ribaltare
la solita procedura, cominciando dalle domande e concludendo
con la conferenza. Immancabilmente a una domanda ne segue
unaltra e il dialogo prende del tutto il posto della conferenza
con gran soddisfazione (se la sala acusticamente adatta) di tutti
i presenti. Certo, pi grande la sala, meno possibilit ci sono di
instaurare un vero dialogo. Paul Goodman ha scritto un notevo-
le saggio sulla disposizione dei posti a sedere, intitolato Seating
Arrangements: An Elementary Lecture in Functional Planning,
che una volta ho presentato insieme al poeta Adrian Mitchell
alla televisione, facendo spostare tutto il pubblico dello studio.

Hai detto che per almeno un quarto di secolo sei stato invi-
tato a tenere conferenze sul tema Il bambino e la citt in base al
libro che hai scritto. Ma in questo lasso di tempo le esperienze
dei bambini e le tue osservazioni non sono cambiate?

In effetti ho avuto occasione di parlare di questo libro con i


pubblici pi diversi, da un gruppo di poliziotti a una classe di
quattordicenni che ovviamente si sbellicavano dalle risate per
labbigliamento e le pettinature dei loro coetanei di ventanni
prima, ritratti nelle splendide foto di Ann Golzen pubblicate
sulledizione originale. Ero certo che le foto avrebbero comuni-
cato con maggiore efficacia del testo lintensit, la variet e lin-
gegnosit delle esperienze dei bambini e delle bambine di citt.
Nellintroduzione alla seconda edizione inglese ho spiegato che,
discutendo del libro con insegnanti e operatori sociali, avevo
scoperto che lo percepivano pi come un repertorio sulle depri-
vazioni della vita urbana che come lesaltazione che intendevo
fare dellintraprendenza dei bambini. Ma il libro ha comunque
avuto vaste ripercussioni. Oltre a ispirare libri simili in Giappo-
ne e in Spagna (come mi hanno dichiarato gli stessi autori) e ad
avere avuto diverse traduzioni, nel 1999 stato utilizzato come
testo di base per un corso del Dipartimento di Antropologia
sociale della University of Manchester. Sono stato invitato, con

144
il regista cinematografico Mike Dibb, a parlare ai partecipanti al
corso e a ritornare dopo sei mesi per esaminare il loro lavoro.
stato l che mi sono scontrato in maniera netta con i cambiamen-
ti occorsi ai bambini di citt da quando il libro era stato scritto.
E questo anche se avevo gi previsto lerosione della libert dei
pi piccoli a causa degli interventi di sviluppo urbano a van-
taggio della speculazione immobiliare e degli automobilisti che
vivono fuori citt. Uno studente aveva monitorato per le strade
di Manchester la presenza dei bambini, e aveva scoperto che
a parte i neonati in carrozzella non se ne vedevano affatto. Un
altro studio avanzava la tesi secondo la quale i luoghi preferiti
dai bambini, oltre ai centri commerciali, sarebbero gli ambienti
interni delle abitazioni. I ricercatori non hanno potuto far altro
se non concludere che il bambino del nuovo secolo un bambi-
no indoor, da ambienti chiusi. In una situazione climatica come
quella inglese, dunque, un riscaldamento pi efficiente allarga
lo spazio interno utilizzabile, mentre laumento della motorizza-
zione privata riduce quello esterno.
Il mio libro in origine aveva un capitolo intitolato The Girl in
the Background in cui si osservava che i ragazzi facevano espe-
rienza dellambiente, lo esploravano, lo sfruttavano molto di pi
delle ragazze. Viceversa, un gruppo di ricerca aveva confrontato
le capacit di servirsi della zona commerciale del centro, metten-
do in mano a gruppi di ragazze e ragazzi di tredici o quattordici
anni delle videocamere. I risultati dellesperimento dimostravano
una notevole mancanza di coesione tra i maschi e una capacit
assai pi grande di arrivare a unintesa nel gruppo e di utilizzare
al meglio quello che offriva lambiente tra le femmine. I riscontri
emersi nella ricerca mi hanno dunque segnalato che qualcosa
cambiato tra i giovani di citt da quando avevo scritto il libro.
Ma questa esperienza mi conferma anche che i libri, una volta
lanciati, diventano punti di riferimento e sono in grado di con-
durre una vita propria. Non pare anche a te che un libro, grazie
allesistenza delle biblioteche pubbliche e delle librerie specializ-
zate, abbia possibilit continue di circolazione?

Credo che, perlomeno oggi, succeda soprattutto che chi ha


letto qualcosa dinteressante lo raccomandi o lo presti agli
amici. Mi dispiace dirlo, essendo uno che da ragazzo era un

145
assiduo frequentatore della biblioteca locale, ma secondo me le
biblioteche pubbliche sono entrate in una fase di agonia termi-
nale. E le piccole librerie indipendenti sono schiacciate da un
lato dai multistore (come Waterstones in Gran Bretagna, per
esempio) nelle grandi citt e dalla vendita su internet dallaltro.
Internet una minaccia anche per le librerie di seconda mano,
che una dopo laltra chiudono e riaprono solo on-line. Che
genere di librerie specializzate hai in mente? Una la Freedom
Bookshop, immagino, e unaltra la Intermediate Technology
Bookshop di Londra, da te lodata su Reflected in Water. Ma c
un numero significativo di librerie del genere?

Sono costretto ad ammettere che il numero si va restringen-


do. Quando una decina danni fa andavo in giro per il Paese per
qualche conferenza, conoscevo tante librerie alternative, ma so
che oggi ne sopravvivono solo poche.
Non sono invece pessimista come te sulle biblioteche pub-
bliche che, come te, frequentavo da ragazzo. Se sei in grado di
programmare le tue esigenze, le public libraries inglesi riescono
a procurarti qualsiasi titolo reperibile tramite il prestito interbi-
bliotecario e il British Library Lending Department. Per vero
che le statistiche sullacquisto di libri da parte delle biblioteche
pubbliche e universitarie indicano un continuo calo.

Non mi sorprende che tu, che non usi mai il computer, non
ti sia mai misurato con la straordinaria rivoluzione elettroni-
ca degli ultimi ventanni. Qualche anarchico ne entusiasta,
e anchio ci vedo molti aspetti positivi. Ma nel complesso mi
allarma la disponibilit mostrata da tanti a diventare schiavi
della tecnologia, senza ricordarsi dei terribili errori della prima
rivoluzione industriale n del rischio, a causa del computer, di
un declino dei rapporti diretti e personali. Qual il tuo pensie-
ro su quello che molto probabilmente il pi importante cam-
biamento di questo periodo?

Per me la rivoluzione pi grossa nel campo delle comunica-


zioni lha prodotta la fotocopiatrice! Quando gli amici sorridono
vedendomi battere sulla tastiera della mia macchina da scrivere
portatile, faccio sempre notare che ciononostante ho un output

146
di pagine superiore al loro. Le ragioni per cui non mi adatto alla
pi recente rivoluzione informatica sono queste: sono vecchio,
sono povero e ho priorit differenti. Sembra invece che i nostri
nipoti sappiano usare il computer fin dalla nascita. Ci detto, se
fossi un redattore anarchico oggi, sarei ben contento della pre-
senza della stampa anarchica di tutto il mondo su internet, e in
particolare del fatto che sul sito di una rivista italiana come A
io possa leggere una presentazione in inglese di ogni numero
uscito dal febbraio 2000. Dal punto di vista del giornalismo
anarchico, mi sembra che uno strumento del genere, diffuso in
tutto il mondo, sia esattamente quello di cui avevamo bisogno
una quarantina o cinquantina di anni fa.

Note al capitolo

1. Adriano Paolella, Zelinda Carloni, Globalizzazione. Idee per capire, vive-


re e opporsi al nuovo modello di profitto, A, n. 274, estate 2001.
2. Ken Worpole (a cura di), Richer Futures: Fashioning a New Politics, Ear-
thscan, London, 1999.
3. Si tratta del Planned Environment Therapy Trust, Church Lane, Todding-
ton, Cheltenham GL54, 5DQ, UK.
4. Chi su duri giacigli / Un sonno profondo gust / Ora su un soffice letto /
Prendere sonno non pu.

147
1970. Colin Ward con il figlio Ben
VI
IN UN NUOVO SECOLO

Credo che dovremmo discutere dellimportanza e dellinci-


denza dei fatti dell11 settembre 2001. Ricorderai che quando
hai indicato questo tema per le nostre conversazioni, io lho
messo bruscamente da parte come se si trattasse di un fatto di
cronaca qualunque. Oltre a essere stufo della costante attenzio-
ne dei media, la mia era una decisa reazione alla tesi per cui il
mondo non sarebbe pi lo stesso dopo il crollo delle Torri.
Poi, per, la guerra in Afghanistan e la decisione del gover-
no Bush di abbandonare una linea isolazionista schierandosi
per un intervento globale degli Stati Uniti di dimensioni mai
viste in tempo di pace, nonch le controversie ancora accese tra
chi sostiene e chi critica la politica estera americana, mi hanno
dimostrato che almeno in parte sbagliavo.
Sarei pi contento se potessi credere che l11 settembre
abbia modificato nellopinione pubblica americana la consa-

149
pevolezza che ha della situazione mondiale e dellinfluenza
devastante che gli Stati Uniti esercitano su tale situazione. Ma
gli americani, incapaci di capire come mai sul piano interna-
zionale siano tanto odiati quanto amati, continuano a ritenersi i
buoni e a considerare i loro avversari i cattivi.
Ben al contrario, ritengo che gli Stati Uniti avrebbero dovu-
to mettere in conto quanto successo dato che di fatto sono
in guerra da cinquantanni con i popoli dellAmerica Latina,
dellAsia e dellAfrica. A differenza di tanti altri Paesi, per,
non hanno dovuto subire disastri e devastazioni al loro interno
fin dai tempi della guerra di Secessione (1860-65), eppure il
governo e il capitalismo americani si sono macchiati di crimini
tremendi e hanno provocato la morte di decine di migliaia di
persone, o pi probabilmente di centinaia di migliaia.
Ci detto, devo anche aggiungere che, malgrado il loro
impero del male, molti, anzi la maggioranza degli america-
ni mi risulta simpatica, soprattutto per il calore che esprime
nei rapporti personali e per la lealt democratica. Ho vissuto
e lavorato per un anno negli usa, e per me quella stata una
bella esperienza che mi ha arricchito. In particolare ho apprez-
zato il rapporto con i pi maltrattati, gli afroamericani, mentre
mi hanno sempre irritato la crassa ignoranza e il gretto sciovi-
nismo dellamericano medio.

Mi ricordo come, alla fine della seconda guerra mondiale e


dopo le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, nei circoli
pacifisti e anarchici si discutesse se le armi nucleari, lanciate a
distanza dagli aeroplani, avessero reso impossibile la resistenza
alla tirannia. Orwell pensava di s, mentre Alex Comfort espres-
se unopinione diversa nel suo pamphlet Peace and Disobedien-
ce, che nel 1946 mi colp molto e che tu non a caso hai ripropo-
sto nellantologia di scritti politici di Comfort1.
Vi si leggeva:

Una caratteristica essenziale dei nuovi strumenti di guerra sta nel fatto
che sono indiscriminati e possono essere usati solo contro una collettivit
[]. Gli Stati che sono in grado di produrre e utilizzare armi atomiche
sono per singolarmente molto vulnerabili, a causa della loro comples-
sit, alla sfida posta della disobbedienza individuale []. Lavvento

150
delle nuove armi ha rafforzato e non indebolito le modalit operative
dellanarchismo.

E Comfort proseguiva affermando che: Il governo mega-


lopolitano assolutamente deficitario: manifesta una tendenza
irrefrenabile al conflitto, bench le sue citt siano sempre meno
difendibili.
Dopo pi di mezzo secolo da quando Comfort scriveva que-
ste frasi, possiamo leggerle come unanticipazione di quelle
attivit di guerriglia che hanno caratterizzato le lotte contro
limperialismo europeo e americano. Ma guardando la cosa
retrospettivamente, possiamo interpretare le parole che ho appe-
na citato anche come una profezia di eventi quali lattacco alle
Torri gemelle del World Trade Center dell11 settembre 2001.
Per oltre mezzo secolo i governi degli Stati Uniti hanno
imposto la propria volont su tutto il mondo, insediando gover-
nanti locali compatibili con gli interessi commerciali americani
e utilizzando le proprie forze aeree per infliggere devastazione e
morte tra civili inermi. Discutendo di tutto ci nel 1994, il com-
mediografo inglese Harold Pinter ricordava i bombardamenti
sul Laos, la Cambogia e lIraq, gli interventi nella Repubblica
Dominicana, a Grenada e a Panama, la morte di centinaia di
migliaia di persone in Indonesia, Guatemala, Nicaragua, Cile,
El Salvador, Angola, Filippine, Turchia, Haiti e Timor Est. Il
lavoro sporco aggiungeva, affidato di solito a forze locali,
chiaramente, ma i soldi, le risorse, il materiale (di ogni genere),
le consulenze, le informazioni, il sostegno morale, sono arrivati
dalle varie amministrazioni americane2.
A confronto di tutto ci, un altro lavoro sporco come latten-
tato alle Torri gemelle ha solo richiesto la decisione di un pugno
di giovani di gettare la propria vita, senza alcuna complessa
strumentazione, ad eccezione di poche semplici armi per terro-
rizzare i passeggeri e gli equipaggi degli aerei, pur se con unat-
tenta preparazione per imparare a pilotare e probabilmente a
leggere le carte di volo. A me tutto questo fa orrore perch, pro-
prio in quanto affermo il diritto alla vita di tutte le vittime della
politica estera americana, lo affermo anche per i passeggeri di
quegli aerei, e avrei augurato una vita pi utile anche ai giovani
che hanno reso tanto spaventosi i loro ultimi minuti. Ma la terri-

151
bile verit che pochissimi americani fanno un collegamento tra
questo evento sensazionale, letale e isolato, e la politica estera
che non sono riusciti a contrastare da tanti decenni.
La scorsa estate Harriet andata a trovare alcuni suoi amici di
vecchia data negli Stati Uniti ed tornata con le stesse appren-
sioni che hai tu riguardo allo sciovinismo dominante degli
americani rispetto a questi eventi. Il cittadino medio non si rende
conto di quali siano gli effetti della politica estera del suo Paese
e quindi sconcertato per lodio che genera. N gli anarchici n
gli altri gruppi minoritari americani hanno trovato il modo di
ottenere un ascolto pi ampio, nonostante qualche esperimento
notevole di radio alternativa e, negli ultimi tempi, lesteso acces-
so a internet.
Probabilmente la maggior parte dei tuoi amici doltreoceano,
proprio come i miei, fa parte di quella tenace minoranza che da
una vita si oppone alla politica interna ed estera di tutti i governi
americani, repubblicani o democratici che siano. stata la loro
influenza sullopinione pubblica o il numero crescente di caduti
che alla fine ha portato al ritiro delle truppe americane dal Vie-
tnam?
Lislamismo militante di oggi una creazione americana, ha
spiegato Arundhati Roy su una rivista alternativa3:

Nel 1979, dopo linvasione sovietica dellAfghanistan, la cia e i


servizi segreti pakistani dellisi avevano lanciato la pi grande opera-
zione segreta nella storia dello spionaggio americano. Lo scopo era di
stimolare le energie della resistenza afghana e di trasformarla in una
guerra santa, una jihad islamica che avrebbe fatto rivoltare gli stessi
Paesi islamici allinterno dellUnione Sovietica al fine di destabilizzare
il regime comunista. Nel corso degli anni, tramite lisi, la cia finanzi e
reclut quasi centomila mujaheddin in quaranta Paesi islamici, facendo
loro combattere la guerra per procura degli Stati Uniti. Le truppe dei
mujaheddin non erano consapevoli di partecipare a una jihad che in
realt era condotta per conto dello Zio Sam. Lironia della vicenda
che nemmeno gli americani si rendevano conto di finanziare una futura
guerra contro loro stessi. Nel 1989, dopo aver versato molto sangue in
un estenuante conflitto decennale, i russi si ritirarono, lasciandosi alle
spalle una civilt ridotta in macerie.

152
S, ho molto apprezzato gli ultimi scritti di Roy su questo
argomento (e anche la sua attivit militante in India). Avevo spe-
rato che gli attentati dell11 settembre potessero, quantomeno,
indurre gli Stati Uniti a insistere con Israele perch dimostrasse
pi rispetto per la vita e la libert dei palestinesi. Ma lavere
sconfitto facilmente il regime dei talebani e latteggiamento
supino di gran parte dei governi musulmani hanno permesso,
negli ultimi tempi, la sanguinosa occupazione delle citt della
Cisgiordania, mentre lo Stato dIsraele anzi la stessa societ
israeliana ha perso tutto il credito morale che gli restava.
Cerano gi chiari segni di crescita di un violento antisemi-
tismo tra i musulmani di ogni parte del mondo a causa dellat-
teggiamento israeliano nei confronti dei loro correligionari. Da
anni sento che il famigerato falso ottocentesco, il Protocollo degli
Anziani di Sion, circola negli ambienti islamici. Lho visto con i
miei occhi in Indonesia, quando ci sono andato con la mia com-
pagna Che Mah (che come sai malese e di famiglia musulmana).
Nella libreria del piccolo aeroporto di Kuala Terengganu, capita-
le del piccolo ma ricchissimo Stato di Terengganu, che insieme al
Kalantan fa parte della regione tradizionalista islamica del nord-
est del Paese, cera in vendita il Protocollo in unedizione sudafri-
cana dalla vistosa copertina (che comprendeva anche il testo di
Henry Ford, The Universal Jew). Ero tentato per pura curiosit di
comprarlo, ma ci ho rinunciato. Era esposto, vorrei aggiungere,
su uno scaffale tra i libri di devozione islamici.

Ho notato che perfino gli anarchici possono cadere nellerro-


re di presumere che la gente coincida con i governi dei territori
in cui vive o con le fazioni politiche legate alle sue origini etni-
che. Gran parte di questi errori sono frutto della mortifera eredi-
t dellimperialismo europeo, come molti dei conflitti territoriali
in Africa, in Indonesia, o tra lIndia e il Pakistan. Dalle nostre
parti le faide banditesche tra cattolici e protestanti sono
parte della stessa eredit. Io, per esempio, ho amici protestanti
dellIrlanda del Nord che sono convinti di poter diventare citta-
dini della Repubblica dIrlanda e amici di origine cattolica ai
quali non interessa niente di unIrlanda unita. E anchio, come
te, ho tanti amici nati nel nord o nel sud dellisola per i quali la

153
nazionalit del tutto irrilevante.
E la stessa cosa vale per Israele. Ovviamente, noi tendiamo
a simpatizzare per chi la pensa come noi, e devo dire che tutti
i miei amici israeliani sono sostenitori dei diritti dei palestinesi
e, in certi casi, si espongono a rischi personali per questo. Sono
abbastanza vecchio da avere amici cresciuti nei kibbutz ai tempi
del mandato britannico e che cercano ancora oggi una soluzione
comune con gli arabi di Palestina. E ormai giunti in tarda et,
sono sconvolti come lo sono io nel vedere che uno Stato nazio-
nale fondato da socialisti atei abbia leggi promulgate da una
minoranza religiosa e non solo sulle questioni che riguardano la
natalit, il matrimonio, il divorzio e la sepoltura, ma addirittura
per quelle che definiscono chi sia ebreo e chi quindi abbia il
diritto di cittadinanza.
un fatto tragico per Israele quanto lo lascesa del fonda-
mentalismo islamico in altri Paesi del Medio ed Estremo Oriente,
anche quelli che vantano secoli di armonia e di scambi tra comu-
nit che nominalmente erano ebree, cristiane o musulmane.
Sono ormai passati ottantanni da quando Martin Buber met-
teva in guardia i suoi compagni sionisti affermando che se gli
ebrei di Palestina non avessero trovato il modo di convivere con
gli arabi e accanto a loro, si sarebbero trovati a vivere in conflit-
to con loro. Quando hanno chiesto a un mio amico israeliano,
Akiva Orr, che cosa trovasse di cambiato dopo aver trascorso
ventisei anni allestero, ha risposto: Il primo cambiamento che
ho notato quando discuto di politica in Israele che lumanesi-
mo inteso come principio per cui tutti gli esseri umani, quali
che siano le differenze tra loro, devono essere trattati da uguali
se era un fatto scontato per la maggioranza degli israeliani
fino al 1967, oggi sostenuto solo da una minoranza. E ha poi
aggiunto: Un secondo cambiamento che si nota subito questa
netta svolta religiosa....

Una brutta notizia per chiunque, ma soprattutto per gli anar-


chici.

S, vero. Proprio in ragione di questo inedito culto per lo


Stato-nazione, importante ricordare ai nostri lettori che molti
dei kibbutznik erano socialisti e atei, non avevano alcuna sim-

154
patia per il nazionalismo e non chiedevano altro che vivere in
pace con i propri vicini. Mi ricordo del padre del mio vecchio
amico Gabriel Epstein che mi diceva con tristezza: Abbiamo
gi un centinaio di Stati-nazione. Non una barzelletta arrivare
a centouno?.
Da quei giorni, in un modo o nellaltro, la storia stata
riscritta e ci hanno convinto che lebraismo tradizionale preten-
desse, con motivazioni sacre, la rioccupazione della Palestina.
Gli anarchici, anche quelli israeliani, si rifiutano di accettare
questo punto di vista.

Quando curavo ledizione di Against Power and Death, mi ha


colpito scoprire che Alex Comfort collaborasse con una rivista
che si chiamava New Israel, sulla quale scriveva: Come mai
sono cos a disagio rispetto allo Stato ebraico? Perch provo lo
stesso disagio riguardo a qualsiasi Stato. Non sono mai disposto
ad accettare acriticamente la nascita di una nuova autorit [...].
Il popolo ebraico si dimostrato straordinariamente capace di
convivere in una comunit non coercitiva, difendibile, socializ-
zata. Se il suo carattere originale stato sostituito da un modello
ortodosso, con tanto di governo, ministri, parlamenti, presidenti
e prigioni, non sar a rischio il futuro di libere istituzioni che
si collochino allesterno rispetto allebraicit convenzionale?.
Avevo pensato che questa riflessione fosse tipica delloriginalit
di Alex, e non mi ero reso conto che altri, anche tra gli stessi
ebrei, allepoca facessero ragionamenti simili.
Pensi che la religione sia loppio dei popoli?

No, pi che uno stupefacente uno stimolante. Infatti proprio


come fa il nazionalismo, stimola lostilit e laggressivit nei
confronti degli altri. In tanti hanno notato che persone gentili e
attente al prossimo nelle relazioni personali possono trasformar-
si in massacratori sotto il vessillo di Dio e dello Stato.
I primi anarchici e il movimento socialista in generale presu-
mevano che ci saremmo sbarazzati di Dio e delletnocentrismo,
ma non andata cos. Poco tempo fa mi sono imbattuto in un
testo, dal titolo Trait des trois imposteurs: Moise, Jsus, Maho-
met, scritto da uno pseudo-Spinoza, pubblicato la prima volta
a Rotterdam nel 1712 e messo pi volte al bando o al rogo.

155
Quale sarebbe leffetto di uno scritto polemico di questo genere
oggi? Tu e io ci divertiremmo a leggerlo, ma i credenti di questo
o di quel profeta si sentirebbero rafforzati nella propria fede,
minacciati da questo attestato di incredulit.
In Gran Bretagna sono ancora in vigore le antiche leggi
contro la bestemmia, che sono state sempre criticate e messe in
discussione dal nostro comune e rimpianto amico Nicolas Wal-
ter, autore di una storia della bestemmia4. Queste leggi, ovvia-
mente, riguardavano solo la religione cristiana, ma nel 2001 il
governo britannico ha cercato di estenderle a tutte le religioni
ipotizzando il reato di istigazione allodio religioso. Il sindacato
cui appartengo, la Society of Authors, e altre organizzazioni si
sono decisamente opposte e la proposta di legge stata ritirata.

Curiosamente gli americani che vanno in chiesa sono percen-


tualmente molto pi numerosi rispetto agli inglesi, ai francesi o
agli italiani, eppure i governi e il capitalismo degli Stati Uniti
hanno commesso crimini tremendi in tutto il mondo. E cos tor-
niamo a parlare di quella societ temibile eppure affascinante
doltre Atlantico. Che cosa si pu fare per resistere allimperia-
lismo informale degli americani, al loro irresistibile predominio
culturale su tutto il globo, Europa compresa? Non fraintendermi
per: amo la musica americana, il jazz, il blues, la sua tradizio-
ne classica, e mi appassiona la letteratura americana.

Mi trovo esattamente nella tua situazione. Per esempio, ho dei


carissimi amici americani, come David Koven e Audrey Good-
friend, veterani della stampa anarchica di laggi, o come Taylor
Stoher, curatore delle opere di Paul Goodman, che appartengono
allo stesso milieu culturale mio e degli editori di questo libro. E
ancora, il romanzo che amo di pi, da una vita, Huckleberry
Finn e uno dei saggi che pi mi piaciuto Walden di Thoreau.
Non sono dunque nella posizione di poter criticare limperiali-
smo culturale americano, cos come devo accettare che la lingua
globale sia linglese, anche se per me dovrebbe essere lo spa-
gnolo, una lingua molto pi dolce e, se si pensa a certe assurdit
dellinglese, con regole ortografiche molto pi logiche. Come
tanti altri appassionati che hanno riscoperto qui in Gran Bretagna
il jazz tradizionale, per esempio Humphrey Lyttleton e lanarchi-

156
co George Melly, io mi sono innamorato della musica di New
Orleans e del blues grazie a certe produzioni discografiche
di nicchia distribuite dalla Parlophone o dalla collezione Race,
razza (per intendere musica nera), della Brunswick quando
non avevo che quattordici anni, nel 1938. Quellanno, alla radio,
linossidabile Alistair Cooke presentava una trasmissione indi-
menticabile della bbc dal titolo I hear America singing [Sento
cantare lAmerica], una citazione di Walt Whitman. da allora
che amo la musica americana.
Il dilemma che hai posto sullAmerica esiste dal 1840, anno
in cui Alexis de Tocqueville completava la sua riflessione sulla
Democrazia in America. Sotto la superficie di quella che sem-
brava unevoluzione mirabile, anzi stupefacente delle istituzioni
politiche e sociali dei giovani Stati Uniti, Tocqueville aveva
scorto una tendenza al conformismo che deplorava: Poich
ogni cittadino assimilato a tutti gli altri, perso nella folla e
nulla resta di significativo, se non la grande, imponente imma-
gine del popolo nel suo insieme. E concludeva, come hai detto
anche tu oggi: Non conosco alcun Paese in cui vi sia una tale
carenza di pensiero indipendente e di reale libert di discussione
come lAmerica.
Ma se ripensiamo a quegli autori americani del xix secolo
che oggi potremmo annoverare tra coloro che pi hanno dato
alla letteratura mondiale, due cose saltano agli occhi. In primo
luogo, evidente che come individui essi contraddicono in
pieno la generalizzazione di Tocqueville, e infatti ognuno di
loro dimostra unautonomia di pensiero sbalorditiva. In secon-
do luogo, altrettanto evidente che, per parte loro, avrebbero
confermato il giudizio di Tocqueville. Hawthorne, Melville,
Whitman, Twain. Whitman cantava spesso le lodi della demo-
crazia americana, ma la sua visione era quella di una democra-
zia di individui autonomi. Ha scritto: un grande mondo, la
cui storia, credo, ancora da scrivere, perch ancora da fare.
Mark Twain, nonostante il suo enorme successo mondiale e la
sua popolarit, affermava sarcasticamente che lunico coman-
damento che Adam non sarebbe mai stato capace di infrangere
era: Sii debole, sii informe, sii senza carattere, sii facile da con-
vincere. Per diventare uomo, se non addirittura uomo virtuoso,
il protagonista del capolavoro di Mark Twain doveva rompere

157
ogni legame con la civilt americana.
La grazia salvifica degli Stati Uniti che ogni generazione
produce i suoi pi acerrimi critici.

Quando parlo di imperialismo culturale americano non


penso tanto al dominio crescente della lingua inglese, per signi-
ficativo e preoccupante che sia, quanto al prevalere di Hollywo-
od sui cinema nazionali (pensiamo alleclisse dellindustria
cinematografica italiana, un tempo superba), dei fast food tipo
McDonalds o Kentucky Fried Chicken che spuntano nelle citt
di tutto il mondo (perfino a Kuala Terengganu, dove Che Mah
mi ha detto che devono utilizzare carne halal, cio pura secondo
i criteri islamici, avendo una clientela locale e non di turisti),
della musica pop e dellabbigliamento che rappresentano un
richiamo irresistibile per i giovani di qualsiasi angolo del
globo.

So esattamente che cosa vuoi dire. Qualsiasi genitore europeo


al corrente del prezzo grottesco degli sneakers, probabilmente
fatti da manodopera infantile in Estremo Oriente. Nostro figlio
minore, Ben, aveva vinto una borsa per un corso di jazz in una
famosa scuola di musica del New Jersey. Spostandosi dallae-
roporto alla stazione degli autobus a Newark, un altro giovane
in attesa dellautobus, indicando le scarpe di Ben, gli ha detto:
Non puoi farcela in questo Stato con quelle ai piedi.
N tu n io abbiamo idea di come cambiare la cultura gio-
vanile. In Gran Bretagna tante persone hanno fatto volantinag-
gi davanti ai McDonalds per denunciare il caso McLibel
[McCalunnia]. Due anarchici, Helen Steel e Dave Morris,
erano stati citati per diffamazione dalla McDonalds nel 1990
per avere diffuso volantini di Greenpeace che criticavano la
McDonalds, lindustria alimentare e le multinazionali in gene-
rale, accusandole di promuovere cibi malsani, di danneggiare
lambiente, di monopolizzare le risorse, di sfruttare i lavoratori,
di sfruttare i minori come lavoratori e come clienti, e di infliggere
sofferenze agli animali.
La denuncia della McDonalds diede il via, nel giugno 1994,
al pi lungo processo della storia giudiziaria inglese, essendo
durato ben trecentoquattordici giorni. La McDonalds spese,

158
secondo le stime, una somma intorno ai dieci milioni di sterline
per portare in tribunale i due anarchici, che per vinsero la causa
ottenendo un risarcimento di sessantamila sterline, poi ridotto
a ventimila in appello. Sulla rivista anarchica The Raven,
Dave Morris e Helen Steel hanno poi raccontato5: Due giorni
dopo la sentenza, nel corso di una giornata per celebrare la vit-
toria (promossa dalla McLibel Campaign Support), sono stati
distribuiti pi di 400.000 volantini anti McDonalds davanti a
tutti i fast food della catena presenti in Gran Bretagna, mentre si
svolgevano manifestazioni di solidariet in tutto il mondo. Era
entusiasmante. Data la nostra esperienza di campagne politiche,
sapevamo benissimo che ci che conta davvero il giudizio
dellopinione pubblica e la determinazione dei militanti a non
farsi tappare la bocca per fare in modo che una legge oppressiva
diventi inapplicabile grazie a una sfida di massa coordinata.
appunto quello che successo in questo caso.
Una cosa che non sappiamo, per, se il caso McLibel abbia
avuto qualche effetto sulla giovane clientela britannica dei
McDonalds.

Torniamo alla musica. Mi pare che per te sia la pi impor-


tante tra le arti. So che i tuoi tre figli Barney, Tom e Ben
sono tutti musicisti. E una volta non hai scritto un articolo in
cui sostenevi che ogni giorno di scuola dovrebbe cominciare
cantando e ballando?

vero. Ma se mi chiedi come mai mi piaccia tanto la musica,


ti dir che forse perch non sono costretto a scriverne. Per anni,
quando leggevo un libro o guardavo uno spettacolo teatrale
comprese importanti messe in scena come quella della tourne
londinese del Berliner Ensemble negli anni Cinquanta o, pi
tardi, il Marat/Sade di Peter Weiss e le performance di Dario Fo
era per fare intelligenti commenti anarchici. Per la musica sono
sempre stato libero da questobbligo!
La mia formazione musicale non deriva da studi fatti, ma va
completamente a merito della bbc, che allinizio della seconda
guerra mondiale arrivava all80 per cento delle famiglie inglesi.
Ora c labitudine di criticare lelitarismo della bbc danteguer-
ra, ma chi era bambino negli anni Venti o Trenta non condivide

159
questo giudizio. Jonathan Rose, autore di uninteressantissima
ricerca storica sulla vita culturale della classe operaia inglese6,
ricorda come la funzione di educare alla musica della bbc fosse
lodatissima nei ricordi dei lavoratori di ogni categoria e con-
dizione. Io stesso ho goduto di questo privilegio. Ricordo che
andavo ai famosi Promenade Concerts della Queens Hall negli
anni Trenta, prima con i miei genitori e poi con mio fratello
maggiore, dove ascoltavo solisti che oggi sono leggendari.
Decadi dopo, la Pimlico School di Londra ha preso la deci-
sione coraggiosa di tenere corsi speciali per giovani musicisti:
quando Barney e Tom hanno finito le elementari, li hanno fre-
quentati, con grande soddisfazione di tutti per questa esperienza
musicale incredibilmente ricca. Il minore, Ben, ha frequentato
le elementari in citt e le superiori in campagna, senza riservare
una speciale attenzione alla musica, ciononostante ha poi con-
seguito un diploma di conservatorio come strumentista. Mi ha
colpito, in tutti loro, la versatilit nelluso degli strumenti e nel
genere di musica che suonano. E ho notato che sono in grado
di apprezzare le opere di repertorio, da Bach a Britten, molto
meglio di me per il semplice fatto che suonandole le conoscono
dallinterno.
Io invece devo ringraziare la bbc per la formazione musicale
che mi ha offerto e che mi ha permesso di conoscere Britten, il
giovane e brillante compositore del quale valeva la pena seguire
levoluzione. E ho sempre pensato che, comera un privilegio
per i contemporanei di Beethoven seguire le sue opere nel corso
degli anni, fino agli ultimi grandi quartetti, anche a noi veniva
data lopportunit, nel corso della vita, di assistere a qualche
nuovo trionfo di Britten. Era una sorta di gratificazione antici-
pata sulla sua produzione futura, nonostante il carattere rimu-
ginante e ossessivo di gran parte dellultimo Britten, come ha
scritto il suo biografo Humphrey Carpenter. Ricordo che quando
Britten morto, nel 1976, Vernon Richards mi ha scritto osser-
vando che la sua Serenata per tenore, corso e archi era la pi
bella composizione del Novecento e che il sodalizio tra Britten e
Pears era stato il connubio pi prolifico del secolo!
In effetti citavo Yehudi Menuhin quando ho scritto: Ogni
giorno di scuola, in ogni parte del mondo, dovrebbe cominciare
con danze e canti. In quellarticolo parlavo delle teorie pedago-

160
giche dellutopista francese Charles Fourier. Nella sua comunit
ideale, Armonia, i primi anni di scuola avrebbero avuto al cen-
tro larte culinaria e il melodramma, attivit che si supponeva
sviluppassero ogni tipo di arte e di capacit umana e non si
affidavano allo studio libresco. E che erano oltretutto divertenti.
Lo scrivevo in un momento in cui con un candore devastante il
governo Thatcher dava la colpa della perdita dei mercati esteri al
sistema scolastico, accusato di perdere tempo con larte invece
di formare esportatori. Come spiegavo:

davvero una barzelletta, perch se valutiamo le scuole in base ai


soldi che gli studenti sono poi capaci di fare, le scuole darte, sfornando
in continuazione musicisti che disprezzano i valori ufficiali, hanno pro-
curato a questo Paese con le esportazioni molti milioni di sterline in pi
rispetto alle somme che sono in grado di raccogliere tanti preparatissi-
mi industrial designer.

Come ben sai, avendo curato gli scritti di Herbert Read, il suo
libro Educare con larte, pubblicato nel 1943, stato un testo
fondamentale per gli insegnanti britannici, non tanto per quello
che diceva quanto per gli ideali che promuoveva. Nellintrodu-
zione dellantologia7 hai citato una sua frase che dice:

Spesso non ci si rende conto di quanto profondamente anarchico


sia lorientamento [...] di Educare con larte, e lo intenzionalmente.
Certo umiliante dover ammettere che il suo successo (e si tratta del
mio libro che pi di ogni altro ha lasciato un segno) si consolidato a
prescindere da questo aspetto.

Come racconta George Woodcock, il libro aveva un formi-


dabile arsenale di autorevoli rimandi psicologici, antropologici
e pedagogici e, secondo ammissione dello stesso Read, era
troppo difficile per le persone che pi avrebbero potuto trarne
vantaggio. Il paradosso che questo aspetto non cont per
niente, perch Read era riuscito a dare spessore intellettuale agli
insegnanti che sapevano quanto fossero importanti le arti creative
nella formazione dei bambini. Un mese dopo luscita del libro,
uninserzione a pagamento su un settimanale invitava a parteci-
pare a un incontro per discutere la costituzione di una Associa-

161
zione per leducazione attraverso larte, che esiste ancora oggi.

Questo ci riporta al grande tema delleducazione. Io tendo


ad affermare che il cuore del processo sociale sta nelle forme in
cui attuare la socializzazione e passare le conoscenze alle gene-
razioni future, leducazione per lappunto. Tra gli anni Quaran-
ta e gli anni Settanta sembrava ci fossero sviluppi promettenti
nella scuola, perch in tutto il sistema della pubblica istruzione
si inserivano elementi delle sperimentazioni libertarie dinizio
secolo. Ma adesso siamo ritornati a una pedagogia dellet
della pietra. Sei pessimista o, proprio come sei capace di fare in
altri campi, trovi anche qui qualche segnale di speranza?

Il nostro Paese, come molti altri, ha vari sistemi educativi


in concorrenza. Per i ricchi che possono pagare cospicue rette
scolastiche per i propri figli, ci sono le preparatory schools fino
ai tredici anni e le cosiddette public schools dai quattordici anni
in su. Per il resto della popolazione, che paga listruzione con le
imposte statali e locali, ci sono le primary schools tra i cinque
e gli undici anni e le secondary schools dagli undici in su. Di
queste si parla come di state schools, anche se fin dal 1870 sono
gestite non dallo Stato ma dagli enti locali. Esiste poi una pic-
cola rete di progressive schools, tra le quali quella che vanta la
maggiore anzianit Summerhill. Ci sono infine alcuni genitori
che esercitano il diritto di educare i propri figli a casa.
Sono daccordo con te nel ritenere che il primo governo
Thatcher, nel 1979, ha riportato la scuola alla preistoria. Ha
introdotto il national curriculum, che per la prima volta nella
storia del nostro Paese specifica punto per punto che cosa si
deve insegnare a scuola, e ha sommerso gli insegnanti di modu-
li da compilare per attestare che cosa hanno fatto loro e i loro
allievi. Ha inventato le league tables, che indicano quali scuole
danno buoni risultati (quelle nelle zone abitate dalle classi medie
e anglosassoni) e quali funzionano male (quelle nei quartieri
a basso reddito, con alti tassi di disoccupazione e con figli di
immigrati arrivati di recente da ogni parte del mondo). La colpa
del crollo delleconomia industriale britannica stata attribuita,
ridicolmente, alla superficiale ideologia progressista che sareb-
be stata insegnata nelle facolt di Pedagogia negli anni Sessanta.

162
Ho, per, molti motivi per non disperare. Il primo , lo so per
certo, che quanti se la prendono con gli insegnanti non sapreb-
bero che pesci pigliare se si trovassero davanti a una classe di
quindicenni che rifiutano i meccanismi scolastici. Questa gente
non ha mai riflettuto sul fatto che la nostra cultura profonda-
mente antieducativa e non ha la minima idea di come relazio-
narsi con i giovani.
Il secondo motivo di ottimismo che gli insegnanti, confron-
tandosi quotidianamente con il problema di avvicinare i giovani
al valore e ai valori delleducazione, sono per questo stesso fatto
automaticamente sovversivi. Cosa che spesso consente loro di
conquistare la simpatia della classe. Molti di noi hanno cono-
sciuto persone che sono andate a scuola nella Germania di Hitler
o nella Russia di Stalin e che ricordano con affetto quegli inse-
gnanti che, in modo inpercettibile ma costante, prendevano le
distanze dal regime e conquistavano cos la fiducia degli allievi.
Comunque, gli insegnanti di altri Paesi interessati ad apprende-
re qualcosa dal sistema scolastico inglese non si sognerebbero mai
di rivolgersi al nostro ministero della Pubblica istruzione, bens si
rivolgono a organizzazioni come la Human Scale Education8.

Questo stato un periodo triste per te. Nel corso delle


nostre conversazioni sono scomparsi Vernon Richards, Micha-
el Young, il tuo vecchio datore di lavoro e amico, larchitetto
Peter Shepheard, e adesso morto un altro tuo caro amico, il
geniale scienziato di origine argentina Csar Milstein.

Hai ragione. Quando mi hanno invitato a entrare nel gruppo


di Freedom Press, nel 1947, ero il pi giovane e adesso sono
lunico sopravvissuto di quei tempi. Quello che mi rattrista di
pi stata la morte precoce di alcuni amici, come Maria Luisa
Berneri, che non hanno avuto la fortuna di invecchiare e la pos-
sibilit di dare quel contributo al pensiero anarchico che era nelle
loro potenzialit.
Csar Milstein, che quando morto, nel marzo 2002, stato
definito uno dei pi apprezzati e importanti scienziati del xx
secolo, era un biochimico, come sua moglie Celia, e si era gua-
dagnato una fama mondiale come padre degli anticorpi mono-
clonali, ricevendo il Nobel nel 1984 e tanti altri riconoscimen-

163
ti. La mia amicizia con i Milstein nata molti anni fa grazie alla
rete internazionale formata dalla stampa anarchica. Negli anni
Cinquanta loro traducevano per il periodico argentino La Pro-
testa la mia rubrica su Freedom e il padre di Csar, Lzaro
Milstein, la traduceva in yiddish per Dos Fraye Vort.
I Milstein sono venuti a Cambridge una prima volta nel 1958
per poi fermarsi definitivamente nel 1962 dopo uno dei putsch
militari argentini. Uno dei miei pi bei ricordi di quegli anni
un concerto della Cambridge University Madrigal Society
al quale mi avevano invitato, con i cantanti che si esibivano
su chiatte illuminate da lanterne, lungo il fiume, eseguendo
madrigali inglesi del Seicento. Celia e Csar si ricordavano di
aver cantato le stesse canzoni anni prima allUniversit di Bue-
nos Aires e io ero incantato dal fatto che i compositori inglesi
di madrigali, come Dowland, Weelkes e Wilbye, erano noti e
apprezzati oltreoceano.
Il padre di Csar era arrivato dallUcraina in Argentina quando
aveva quattordici anni, senza sapere una parola di spagnolo, ed
era andato in una colonia agricola anarchica dellinterno, dove
aveva imparato a leggere e a scrivere tramite le letture e le discus-
sioni pubbliche di libri come La conquista del pane di Kropotkin.

Milstein era un biochimico poi passato al ramo dellimmunolo-


gia. Da molto tempo sono affascinato dal fatto che gli intellettuali
anarchici non hanno teso ad occuparsi di ambiti quali la giuri-
sprudenza, leconomia, la storia, discipline tanto importanti per
altri movimenti socialisti. Invece lanarchismo ha ricevuto con-
tributi enormemente superiori da intellettuali attivi nelle scienze
della vita, nella geografia, nelle arti e in ambiti simili. Paul Good-
man lha colto molto bene in un testo che mi hai fatto conoscere:
Kropotkin era un geografo e un agronomo. Reclus un geografo,
Fanelli un architetto, Pelloutier un avvocato specializzato in casi
di lavoro e di libert civili, Malatesta aveva studiato medicina,
Morris era un artista-artigiano, Ferrer un educatore innovativo.
Queste vocazioni umanistiche e, per dir cos, ecologiche sono
molto diverse dalle professioni di economista, avvocato-politico,
docente universitario, tecnologo.

Mi viene in mente almeno una dozzina di tuoi e miei amici

164
anarchici che rientrano nelle categorie di Goodman. Pensa a
biologi come Harold Sculthorpe, a grafici come Donald Rooum
e Clifford Harper. Oppure a quelli che ho avuto la fortuna di
conoscere nellambito dellarchitettura. Ho gi citato Walter
Segal, ma penso anche a Giancarlo De Carlo che, quando
venuto a Londra per ritirare la medaglia doro per larchitettura,
ha ricordato il suo primo incontro, nel 1945, con gli anarchici,
persone eccezionali, che sono stati gli incontri pi importanti
della mia vita.

Nel passo citato9, Goodman dice anche: Si spesso fatta


unosservazione analoga [...] sulla differenza fra i sindacati
anarchici di mestiere e quelli marxisti. I sindacati anarchici
organizzavano lavoratori altamente qualificati, come gli oro-
logiai o i tipografi, oppure mestieri rischiosi o faticosi, come
quelli dei pescatori, dei taglialegna, dei minatori, dei braccianti
agricoli. In entrambi i casi i lavoratori erano convinti di potersi
gestire benissimo senza una direzione dallalto e non temevano
di impegnarsi in prima persona per la libert.

Questa analisi di Goodman certamente interessante e sug-


gestiva, ma con uno sguardo rivolto al passato: agli orologiai
che Kropotkin aveva incontrato nella regione del Giura tra il
1880 e il 1890 o il sindacato americano iww fiorente nel West
fino agli anni Venti. Con la crisi delleconomia basata sulle
grandi fabbriche e la crescita di unaltra fatta di piccole imprese,
si delineano categorie diverse dellanarchico tipico, pur sempre
capaci di gestirsi senza direzione dallalto e prontissime a impe-
gnarsi in prima persona per la libert.
Oggi le persone che pi di tutte incarnano queste caratteri-
stiche sono quelle che operano nelle piccole imprese, anche se
noto una certa riluttanza tra gli anarchici a condividere questa
opinione. Un sociologo mio amico, Ray Pahl, ha studiato atten-
tamente il cambiamento in atto nel mondo del lavoro10, e prima
di lui una coppia di ricercatori, Richard Scase e Robert Goffee,
aveva scritto un libro sui titolari delle piccole imprese11, sco-
prendo che chi si mette in proprio, lungi dal voler diventare un
capitalista, in realt respinge esplicitamente letica capitalistica.
La strada indipendente che ha scelto, infatti, gli consente di

165
sottrarsi ai vincoli gerarchici, alle relazioni basate sul rapporto
salario-profitto e ad altri gravami del lavoro dipendente.
I tanti amici anarchici che hanno reso ricca la mia esistenza
sono persone che hanno vissuto ai margini delleconomia, ma
che si sono costruiti la propria esistenza in base alle proprie
scelte.
Note al capitolo

1. Alex Comfort, Against Power and Death, a cura di David Goodway, Free-
dom Press, London, 1994.
2. Harold Pinter, lettera alla New York Review of Books, giugno 1994.
3. Arundhati Roy, The Algebra of Infinite Justice, Peacework, novembre
2001.
4. Nicolas Walter, Blasphemy Ancient and Modern, Rationalist Press Asso-
ciation, London, 1990.
5. The Raven, n. 43, vol. 11, 2002.
6. Jonathan Rose, The Intellectual Life of the British Working Classes, Yale
University Press, 2001.
7. David Goodway (a cura di), Herbert Read: A One-Man Manifesto and
Other Writings, Freedom Press, London, 1994.
8. La si pu contattare a questo indirizzo: Unit 8, Fairseat Farm, Chew
Stoke, Bristol, BS40 8XF, UK.
9. Recensione al libro di James Joll, The Anarchists, in Peace News, 12
febbraio 1945.
10. Ray Pahl, Divisions of Labour, Blackwell, Oxford, 1984.
11. Richard Scase, Robert Goffee, The Real World of the Small Business
Owner, Croom Helm, London, 1980.

166
1985. Festa di compleanno di Vernon Richards (al centro) in casa Ward. A sinistra Philip Sansom; a destra Nicolas Walter
Finito di stampare nel mese di maggio 2003
presso Grafiche Vadacca, Vignate, su carta Bollani,
per conto di Eluthera, via Rovetta 27, Milano