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Ted Benton

Ian Craib

LA FILOSOFIA ANTICA
Itinerario storico e testuale

A cura di
Lorenzo Perilli, Daniela P. Taormina

Con contributi di:


Keimpe Algra, Eugenio Benitez, Marta Cristiani, Monique Dixsaut,
Dimitri El Murr, Therese Fuhrer, M. Laura Gemelli Marciano,
James Lennox, Dominic J. OMeara, Jrgen Mejer,
Georg Petzl, Umberto Roberto, Paolo A. Tuci

e interventi di
Luca Canali, Tiziano Dorandi, Paolo Zellini

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CAPITOLO 14

La filosofia a Roma
Therese Fuhrer

Con filosofia a Roma si intende essenzialmente filosofia greca adattata al mondo romano
e trasposta in lingua latina. Linteresse delllite politica e sociale per una formazione filoso-
fica coincide da un lato con il prepotente interesse per la cultura greca in generale presente
gi dallinizio dellet repubblicana; dallaltro, le posizioni sostenute nellambito delle diverse
scuole filosofiche sembrano essere state intese anche come proposte per la definizione di
norme etiche e quindi di un orientamento dellagire nella societ e nella politica. Gli ambizio-
si testi di Cicerone, Lucrezio e Seneca pongono al centro quelle stesse questioni di rilievo fi-
losofico-morale che erano state discusse nellambito della Stoa, del Kepos e del Peripato; la
fisica epicurea e stoica, la logica stoica, la gnoseologia epicurea, stoica e scettica vengono
considerate come fondamento o punto di partenza per letica. Indicativa per la filosofia ro-
mana anche la marcata interdipendenza di filosofia e politica, quale si manifesta non da ulti-
mo nel fatto che una serie di politici di rango avevano ad un tempo un interesse filosofico, e
viceversa i filosofi pi in vista nel caso di Cicerone e di Seneca persino ai vertici della gerar-
chia politica erano attivi anche sul piano politico.

La storia della filosofia a Roma non pu essere lesposizione dello sviluppo di una se-
rie di dottrine filosofiche, ma piuttosto parte della storia della cultura e delleducazione
dei romani. Filosofia a Roma di regola qualcosa che si pratica , non da ultimo con
lintento di conquistarsi allinterno della societ un profilo di sostenitore di una determi-
nata posizione etica, politica o sociale. Scrivere dunque la storia della filosofia romana si-
gnifica anche porre al centro non scuole o dossografie, quanto piuttosto delle personalit
che in determinate condizioni politiche e in un determinato ambiente culturale hanno pra-
ticato studi filosofici e hanno redatto scritti filosofici, nei quali espongono o sostengono
essi stessi la dottrina di una scuola filosofica. Attraverso la presentazione letteraria e talo-
ra retorica, e in parte grazie anche allorientamento sulla situazione sociale e politica di
Roma, questi autori riescono a dare una nuova impronta al discorso filosofico di scuola e
fornire a determinate dottrine, in particolare quella stoica e quella epicurea, un orienta-
mento nuovo e pi vicino alla vita concreta.


14.1 Limportazione della filosofia greca a Roma

La filosofia a Roma come la letteratura e in larga parte larte figurativa merce dim-
portazione di provenienza greca. Gi in una delle prime testimonianze letterarie in lingua
latina, alla fine del IV sec. a.C., le sentenze del patrizio Appio Claudio Cieco colui al

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quale si dovette la costruzione della via Appia si trovano tracce del pensiero filosofico
greco. Sotto forma di sistemi teorici tuttavia la filosofia fu portata a Roma solo molto pi
tardi, attraverso alcuni dei rappresentanti delle scuole di Atene. Nel 155 a.C. giunse a Ro-
ma una delegazione di tre capiscuola delle pi significative scuole filosofiche, inviati dal-
le autorit ateniesi per intavolare una trattativa a proposito di unammenda inflitta da Ro-
ma agli Ateniesi. La delegazione era costituita dallaccademico Carneade, dallo stoico
Diogene e dal peripatetico Critolao. I filosofi in missione politica riportarono un succes-
so: lammenda venne ridotta da 500 a 100 talenti. Gli Ateniesi evidentemente sapevano
come far colpo sui Romani: facendo mostra di cultura.
Nel corso del II sec. a.C., il bisogno di educazione filosofica si accrebbe. I nobiles ro-
mani fecero arrivare a Roma a bella posta insegnanti privati greci, e in questo modo lo
stoico Panezio di Rodi giunse nellambiente di Scipione Africano Minore, il conquistato-
re di Cartagine, prima di recarsi ad Atene nel 129 come caposcuola della Stoa. Non pi
tardi del I sec. a.C., linsegnamento della filosofia greca faceva parte di ogni educazione
che si volesse di un certo livello. I giovani appartenenti alllite romana viaggiavano in
direzione di Atene o di altri centri culturali greci, per ascoltare le lezioni dei capiscuola o
di altri dotti (come era il caso di Posidonio a Rodi).
Una possibilit di entrare in contatto con la filosofia greca si offriva anche a teatro, sot-
to forma di messe in scena di rielaborazioni latine di drammi greci. Quinto Ennio passa
per poeta filosofo , anche perch egli, pi spesso di quanto non fecero altri drammatur-
ghi romani, tradusse o adatt opere di Euripide, il filosofo in scena , che metteva in
dubbio le questioni sociali, religiose ed etiche della tradizione. I frammenti delle tragedie
di Ennio contengono con sorprendente frequenza osservazioni su questoni filosofiche: sul
senso dellesistenza umana, sul rapporto delluomo con gli di, sullautonomia delluo-
mo, sul potere del destino, sul rapporto tra bene e male e cos via. Cos, inserite allin-
terno dellazione tragica e con un linguaggio poetico e talora patetico, le dottrine filosofi-
che potevano essere discusse sulla scena e penetrare in larga misura nella coscienza del
pubblico romano.
I Greci e tutto ci che fosse greco , tuttavia, non erano a Roma benvenuti senza riser-
ve. Nella letteratura latina spesso individuabile anche una avversione contro i Graeculi,
gli intellettuali greci, che si aggiravano per Roma, con barba e pallium, il mantello da filo-
sofi, e andavano annunciando ambiziose dottrine di filosofia morale senza per condurre
una vita ad esse corrispondente n adoperarsi per dare alla loro dottrina una rilevanza per
la vita concreta, per essere dei filosofi ex cathedra (Seneca, Dialoghi 10,10,1: cathedra-
rii philosophi). Limmagine negativa dei filosofi trova espressione nelle ripetute messe al
bando collettive di filosofi, a cominciare dalla prima espulsione di filosofi e retori greci nel
161 a.C., dal bando di Alceo e Filisco, che insegnavano a Roma la filosofia epicurea (155
o 173 a.C.) e a cui veniva rinfacciato che avrebbero traviato i giovani con la loro dottrina
del piacere (cfr. Gellio, 15,11), e dai diversi esilii comminati a filosofi o senatori filosofi
sotto Vespasiano e Domiziano (cfr. pp. 422ss.). Anche la gi ricordata delegazione di filo-
sofi inviata a Roma nel 155 a.C., e in ispecie i discorsi del caposcuola accademico Carnea-
de di fronte al popolo romano in favore e contro la giustizia, dovettero suscitare in alcuni
romani precise paure: Catone il Vecchio avr spinto per la riduzione dellammenda inflitta
da Roma proprio al fine di sbarazzarsi al pi presto dei filosofi. La nota vicenda illustra in
ogni caso la discrepanza tra linteresse per la filosofia greca come patrimonio culturale del
quale llite romana si faceva bella, e il timore per il potenziale sovversivo che veniva dif-
fondendosi insieme con i contenuti dottrinali. La dicotomia tra ammirazione per la grande
tradizione e avversione per qualcosa di estraneo si fa ben riconoscibile nella persona di Ci-
cerone: egli da un lato si prende gioco della levitas propria Graecorum (Pro Flacco, 57;

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De re publica 1,5), la leggerezza dei Greci, dallaltro fa mostra di una notevolissima soler-
zia nellapprendimento della retorica e della filosofia greche.


14.2 La tradizione delle scuole ellenistiche di filosofia a Roma

Le scholae ad Atene, gli edifici scolastici dellAccademia, del Peripato e della Stoa furo-
no chiuse allinizio del I sec. a.C. Come motivazione viene di norma addotta la devasta-
zione della citt da parte di Silla nel corso della Prima guerra mitridatica (87-6 a.C.). Co-
me istituzione, alla cui guida continuamente si alternavano capiscuola diversi, continu
ad esistere soltanto la scuola epicurea di Atene. A quanto apprendiamo da una iscrizione
risalente allanno 121 d.C., Plotina, la vedova di Traiano, si adoper presso Adriano af-
finch limperatore acconsentisse a che un tal Popilio Teotimo, un cittadino romano, as-
sumesse la guida degli epicurei (Inscriptiones Graecae II 2, 1099,16); e ancora per via
epigrafica attestata la notizia che Adriano concesse aiuto finanziario al successore di
quello, Eliodoro (SEG 3,226; IG 1097). Roma aveva evidentemente interesse a tenere
sotto il proprio controllo questa prestigiosa istituzione culturale greca. Nel 176 d.C. Mar-
co Aurelio istitu ad Atene quattro cattedre di filosofia, assegnate ciascuna ad una delle
quattro grandi scuole.
A Roma esistevano istituzioni corrispondenti. La tradizione di insegnamento delle
scuole (le sectae) prosegu infatti anche al di fuori di Atene. Nei tardi anni Ottanta del I
sec. a.C., a Roma, Cicerone ascolt lepicureo Fedro e lo scettico accademico Filone di
Larissa. Entrambi erano a capo delle loro scuole ad Atene Filone ultimo di una lunga
tradizione ma erano fuggiti a Roma per sottrarsi ai disordini della Guerra mitridatica.
Durante il suo viaggio di formazione in Grecia e Asia Minore negli anni 79-77, Cicerone
ascolt regolarmente ad Atene Antioco di Ascalona, dapprima membro dellAccademia
e poi fondatore di una nuova scuola, che egli, per distinguerla dallorientamento scettico
del capofila dellAccademia Filone, chiam Accademia antica . Ad Atene Cicerone
ascolt poi di nuovo lepicureo Fedro e lallora caposcuola il penultimo Zenone di Si-
done. Da Atene Cicerone raggiunse Rodi e ascolt l lo stoico Posidonio, allievo del ca-
poscuola Panezio, che aveva trascorso molto tempo a Roma (cfr. p. 418).
I filosofi greci attivi a Roma avevano spesso interrotto ogni legame con le istituzioni
ateniesi, come il caso dello stoico Epitteto (cfr. pp. 422ss.), del retore e filosofo platoni-
co Apuleio di Madaura o di Plotino. I cosiddetti Sesti, Quinto Sestio padre e figlio, che
professavano una filosofia vicina a quella della Stoa e orientata alla prassi, radunarono at-
torno a s un gruppo di allievi, per i quali essi formularono delle regole di vita ispirate al
pitagorismo, tra le quali era lastenersi dal mangiare carne, lo stare seduti su supporti du-
ri, il quotidiano esame di coscienza (Seneca, Epistole, 108,18; Dialoghi, V 36,1). Degli
allievi dei Sesti facevano parte i maestri stoici di Seneca, Sozione e Papirio Fabiano, non-
ch Seneca stesso, che ci testimonia anche della fine di questo gruppo o scuola :

La setta dei Sesti, nata di recente e dal vigore tipicamente romano, dopo il grande impulso ini-
ziale si estinse quando appena cominciava a vivere.
(Seneca, Naturales quaestiones VII 32,2)

Una filosofia concepita come ars vivendi fu quella trasmessa dallo stoico Attalo, che
fu a sua volta tra i maestri di Seneca a Roma.

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I filosofi romani , ovvero gli estensori di scritti filosofici (cfr. p. 425), non furono a
capo di scuole e non ne fondarono di proprie. Essi sostenevano piuttosto le posizioni for-
matesi nelle scuole greche: Cicerone lo scetticismo accademico, Seneca e Marco Aurelio
la dottrina stoica, Lucrezio quella di Epicuro. Cicerone, Seneca e Marco Aurelio furono
allo stesso tempo anche figure di spicco attive nella politica romana.


14.3 Il rilievo della filosofia per la vita concreta

I membri della lite politica romana avevano con ogni evidenza fatto propria lantica
prassi dei sovrani ellenistici di impiegare presso di s dei maestri in esclusiva (o filosofi
di famiglia), i quali potevano rivestire la funzione di persone di fiducia e padri spirituali
per i diversi familiari, ed eventualmente incaricarsi anche della educazione dei figli, non-
ch attestare lo sforzo del capofamiglia per ottenere una formazione filosofica e appro-
fondire la cultura greca. Nella letteratura, Catone il Giovane viene spesso rappresentato
in compagnia di filosofi greci, tanto dei due stoici Atenodoro Cordilione e Apollonide
quanto del peripatetico Demetrio. Cicerone ospitava in casa presso di s a Roma lo stoico
Diodoto; il suocero di Cesare, Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, ospitava a Ercolano le-
picureo Filodemo; Ottaviano Augusto gli stoici Atenodoro di Tarso e Ario Didimo in
qualit di maestri privati e anche di consiglieri politici.
Fu in particolare la dottrina stoica a trovare anche al di fuori dellinsegnamento segua-
ci importanti, poich letica che essa professava rispondeva bene alle convenzioni roma-
ne soprattutto nella forma pi tarda che essa assunse grazie a Panezio: come etica della
razionalit e delladempimento del dovere, che richiede a chi si dedichi seriamente alla
filosofia una partecipazione alla comunit, legittima filosoficamente le istituzioni statali
della repubblica, approva la religione di stato e d una spiegazione razionale delloperato
degli di e con ci stesso della divinazione. Con i principi stoici possono essere messi in
relazione, in et repubblicana, Scipione Africano Minore, Catone il Giovane e Marco
Giunio Bruto, il futuro assassino di Cesare. Nella prima et imperiale la Stoa arriv ad es-
sere lideologia dellopposizione senatoria contro le tendenze assolutiste della corte im-
periale.
Al contrario, molto della dottrina epicurea contraddiceva le concezioni della classe di-
rigente romana: lidea che gli di fossero distanti dagli uomini, che non pretendessero n
preghiere n offerte e che la loro volont non si lasciasse afferrare mediante pratiche di-
vinatorie, oppure lidea che la partecipazione alla vita pubblica fosse cosa da sciocchi,
difficilmente potevano accordarsi con esperienze caratterizzate dalla religione di stato e
con le ambizioni orientate dal cursus honorum di un senatore romano. La scuola aveva
tuttavia a Roma esponenti di spicco: il caposcuola Fedro teneva lezioni ed ebbe Cicerone
tra i suoi uditori. Filodemo di Gadara (ca. 150-135 a.C.) si sforz di adattare la dottrina
epicurea alle esigenze della vita di un nobilis romano e divenne in questo modo, per cos
dire, il Panezio degli epicurei. I suoi scritti ci sono stati per la gran parte tramandati nei
papiri ritrovati nel XVIII secolo a Ercolano nella Villa di Lucio Calpurnio Pisone ( Villa
dei Papiri ). Cicerone sottolinea nella sua invettiva Contro Pisone del 55 a.C. lo stretto
rapporto tra Filodemo e Pisone, che egli per questo accusa di edonismo (In Pisonem 68-
72). Al centro degli scritti di Filodemo (redatti in lingua greca) non sta per la teoria epi-
curea del piacere, piuttosto la discussione verte tra laltro attorno a temi di filosofia dello
stato cos nello scritto Il buon re secondo Omero , di retorica, musica, poetica, gram-
matica, vale a dire temi che fino ad allora nella scuola epicurea erano stati marginali, e

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che facevano per parte del curriculum formativo romano. Nel I sec. a.C. vi fu una serie
di senatori attivi politicamente che si riconoscevano nella filosofia di Epicuro: il principa-
le fu Pisone, da ricordare anche Caio Cassio Longino, futuro uccisore di Cesare. Lami-
co di Cicerone, ed editore, Marco Pomponio Attico si teneva da buon epicureo lontano da
ogni attivit politica, non invece da quelle culturali: egli si adoper tra laltro, insieme
con Cicerone e su richiesta del caposcuola Patrone, affinch la casa di Epicuro ad Atene
fosse salvata dalla distruzione per mano proprio di quel Caio Memmio che fu il destina-
tario del poema didascalico di Lucrezio (Cicerone, Epistole ad Attico 5,11,6; Epistole fa-
miliari 13,1).
I testi di Cicerone, come anche, e soprattutto, quelli dei poeti augustei, danno lim-
pressione che verso la met del I sec. a.C. in Campania si fossero formati dei circoli filo-
sofici, che si radunavano intorno ai loro maestri epicurei: cos per Filodemo nella Villa di
Pisone a Ercolano e per Sirone a Napoli, presso il quale visse per qualche tempo lo stesso
Virgilio (Appendix Vergiliana, Catal. 5). I poeti Lucio Vario Rufo e Plozio Tucca, in se-
guito editori dellEneide, sono insieme con Virgilio i destinatari di tre scritti di Filodemo
tramandati nei papiri di Ercolano (PHerc. 1082 col. 11, PHerc. 253 frg. 12, PHerc. Paris.
2). Orazio sembra aver avuto a sua volta rapporti con questa cerchia (cfr. Orazio, Satire I
5,39-42; dubbia la menzione di Orazio in PHerc. 253). Egli stesso si definisce, in una
delle sue Epistole (1,4,16), come Epicuri de grege porcus. In che misura origine e pubbli-
cazione del poema di Lucrezio siano da ricondurre a questo contesto non chiaro (cfr.
pp. 425-428). Le dottrine stoica ed epicurea riscossero successo tra le classi romane pi
elevate non da ultimo perch il legame con la tradizione religiosa si era fatto pi debole,
sicch le risposte agli interrogativi circa il modo di affrontare la vita e la fine della vita ve-
nivano ricercate sempre pi anche nella filosofia. Rivolgersi alla filosofia dovette talvolta
assumere il carattere di una conversione (cfr. Tacito, Agricola IV 3). Lentusiasmo per la
filosofia traspare anche nei ritratti di quei maestri che di volta in volta erano fatti oggetto
di ammirazione, quali si possono vedere oggi in notevole quantit nella Stanza dei Filo-
sofi nei Musei Capitolini a Roma. Il cosiddetto Mosaico dei Filosofi proveniente dalla
Villa di Tito Siminio Stefano a Pompei, che si trova oggi nel Museo Archeologico Nazio-
nale di Napoli e risale al II-I sec. a.C., era ancora in et imperiale evidentemente un ca-
polavoro della casa. La biblioteca della Villa dei Pisoni a Ercolano, che era ricca soprat-
tutto di scritti di Filodemo, era ancora intatta ben cento anni dopo la morte di Filodemo
(79 d.C.).


14.4 Filosofia e politica

Cicerone si lamenta spesso, nei proemi delle sue opere filosofiche, della situazione politi-
ca del tempo e della sua esclusione voluta dai potenti, e attribuisce alla sua frequentazio-
ne della filosofia un effetto consolatorio (ad es. De natura deorum I 9-10; Tusculanae III
6 e V 121). Egli delinea cos nei suoi dialoghi nei quali raffigura personaggi di spicco
della Roma antica, di norma suoi contemporanei, che dibattono dottrine filosofiche dei
mondi alternativi letterari, ai quali per, data identit e autorevolezza dellautore e dei
protagonisti dei dialoghi, era impossibile restare del tutto privi di riferimenti alla politica.
Come ebbe ad osservare lo storico Hermann Strasburger, Cicerone fa s che i suoi perso-
naggi comunichino implicitamente anche dei messaggi politici, da leggersi come appel-
li contro il potere di Cesare .
Anche la risolutezza e la caparbiet di Catone nella difesa dellantica res publica con-

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tro le tendenze monocratiche di Cesare e il suo suicidio a Utica si lasciano interpretare e


non solo in senso colloquiale come un atteggiamento stoico.
Nella Roma dellet imperiale il significato della filosofia era connesso alla sua fun-
zione e al modo in cui essa veniva percepita alla corte imperiale e tra i senatori: a seconda
del favore o dellavversione del princeps, della sua famiglia o degli alti funzionari di cor-
te, essa svolgeva il consueto ruolo di strumento di formazione, o invece quello di una
ideologia della resistenza. Augusto aveva presso di s come persone di fiducia gli stoici
Ario Didimo e Atenodoro, e di essi si serv anche nella sua politica orientale. Tiberio ave-
va presso di s lo stoico Nestore. Per un esponente della scuola stoica era relativamente
facile trovarsi daccordo con la forma di governo rappresentata dal principato. Stando al-
la raffigurazione platonica di un re filosofo, il predominio di un monarca dalla moralit
integra corrispondeva alla forma ideale di governo, come risulta chiaro da scritti del ge-
nere dei ( Sulla regalit ) o anche dal trattato Sulla clemenza di Seneca.
Agrippina si risolse a far chiamare Seneca come educatore del principe non da ultimo for-
se proprio per procurare al figlio, in quanto futuro sovrano, una legittimazione filosofica.
In questo compito Seneca fall (cfr. p. 435), ma riusc forse con i suoi scritti filosofici a far
s che la discussione sulla questione della posizione dellindividuo in una monarchia as-
soluta fosse condotta nei circoli senatoriali sempre pi sulla base delletica stoica.
La seconda met del I sec. d.C. comunque lepoca e si pu dire il periodo di mas-
sima fioritura della cosiddetta opposizione stoica, i cui esponenti di maggior spicco era-
no Rubellio Plauto, Trasea Peto, Elvidio Prisco, Barea Sorano, Aruleno Rustico e Eren-
nio Senecione, i quali sotto Nerone, Vespasiano e Domiziano furono accusati di opposi-
zione contro limperatore e condannati, esiliati, costretti al suicidio o assassinati, come
informa Tacito nei libri II e IV delle Storie e nel libro XVI degli Annali (cfr. Cassio Dio-
ne 61-62). Non erano filosofi nel senso di chi elabora un proprio sistema teorico, ma co-
me gli interlocutori dei dialoghi ciceroniani senatori che si presentavano come sosteni-
tori della posizione stoica, o con essa quantomeno simpatizzavano. Alcuni si ritirarono
del tutto dalla politica: esempi illustri sono quelli dei poeti Marco Anneo Lucano (39-65
d.C.), nipote di Seneca, e Aulo Persio Flacco (34-62 d.C.), che sotto il principato di Ne-
rone fu vicino ai senatori stoicheggianti, come ad esempio Trasea Peto. Persio aveva pre-
so lezioni di filosofia stoica da Lucio Anneo Cornuto (Satire 5) e a lui lasci in eredit
una biblioteca ricca di letteratura stoica, tra cui circa settecento opere di Crisippo (Vita
Persi p. 32 Clausen).
Sotto Nerone e gli imperatori Flavii vi fu una serie di messe al bando rivolte a singoli
filosofi di professione attivi a Roma, e tre espulsioni generalizzate (nel 72 sotto Vespasia-
no e nell89 e 94-5 sotto Domiziano). Tra i personaggi di maggior spicco coinvolti furono
il cinico Demetrio e gli stoici Cornuto, Musonio Rufo ed Epitteto, appartenenti alla cer-
chia dei nobiles romani. Cornuto, dal sapere universale, fu bandito da Nerone nel 66 o nel
68; a lui si dovette la redazione del Theologiae Graecae compendium, opera che si con-
servata e che in debito con la tradizione delle interpretazioni etimologiche e allegoriche
della Stoa. Demetrio ricorre piuttosto spesso nelle opere filosofiche di Seneca come incar-
nazione della sobriet e della schiettezza cinica (Epistole 20,9; De beneficiis VII 3,1, e al-
trove). Stando a Tacito (Ann. XVI 34), egli fu presente in casa di Trasea Peto al momento
del suicidio al quale costui fu costretto; in seguito, fu espulso da Roma per ordine di Ne-
rone. Rientr sotto Vespasiano, ma fu condannato alla relegatio in insulam a causa dei
suoi attacchi contro limperatore. Musonio Rufo (ca. 30-100 d.C.) fu bandito sotto Nero-
ne nellambito della congiura di Pisone, fece ritorno a Roma nel 69, forse sotto Galba, ma
venne di nuovo esiliato sotto Vespasiano. Di lui si conservano estratti di lezioni, che in-
tendevano diffondere regole di comportamento e anche regole per laspetto esteriore del-
luomo. Anche Epitteto di Ierapoli (ca. 55 - ca. 125 d.C.), schiavo di Epafrodito, liberto di

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Nerone, fu allievo di Musonio e impart a sua volta, una volta diventato liberto, lezioni di
filosofia, ragion per cui nell89 o nel 94 fu colpito dalla espulsione di massa dei filosofi
decretata sotto Domiziano. Prosegu la sua vita a Nicopoli, dove insegn fino alla fine dei
suoi giorni. A questo periodo della sua vita, dunque non al periodo romano, risalgono an-
che gli appunti delle sue lezioni messi per iscritto dallallievo Arriano (Diatribe), che in-
fluenzarono con ogni evidenza Marco Aurelio, cos come il suo Enchiridion ( Manualet-
to di etica stoica ).
Dopo lassassinio di Domiziano sopraggiunse un mutamento di clima, chiaramente vi-
sibile nellatteggiamento dei sovrani nei confronti del Senato e di conseguenza nei con-
fronti anche della filosofia. La corte di Nerva e di Traiano era frequentata da Dione di
Prusa (Crisostomo), oratore e filosofo cinico-stoico che era stato bandito da Domiziano e
contava ora invece persino tra gli amici di Nerva. Adriano, con il suo filellenismo, si in-
teressava anchegli alla filosofia, e le fonti illustrano questo aspetto ricordando le sue re-
lazioni personali con Epitteto (Historia Augusta XVI 10). Al culmine di questo sviluppo
sta un imperatore che, come gi Adriano, portava una cosiddetta barba da filosofo e vole-
va essere considerato filosofo: Marco Aurelio (121-180 d.C., imperatore a partire dal
161). Il suo scritto, che nel corso della tradizione acquist il titolo di A se stesso o Rifles-
sioni con se stesso ( ), consiste in appunti o piuttosto frammenti di pensieri in
greco, che non erano destinati alla pubblicazione. In essi si riflettono temi come quello
del dovere di un giusto trattamento e delladempimento dei propri compiti, la consapevo-
lezza dellimperfezione delluomo e di se stessi, dellimmutabile valore della virt, da an-
teporsi a ogni altro bene, anche al potere politico (cfr. VI 30: Bada di non cesarizzarti ).


14.5 I concetti filosofici latini

La lingua filosofica, fino al I sec. a.C., fu quasi esclusivamente il greco, e anche dopo i
notevoli sforzi di Cicerone per assicurare lidentit di una letteratura filosofica latina, il
greco rimase presente a Roma come lingua dellinsegnamento e della letteratura. La dif-
ficolt di creare una lingua tecnica latina atta ad esprimere lo strumentario concettuale fi-
losofico sviluppatosi nel corso di oltre cinque secoli fu spesso lamentata dai romani (Lu-
crezio I 136-145; I 830-33; III 258-261; Cicerone, De finibus III 3-5), ma fu nel comples-
so superata con successo: nei secoli che seguirono dalla tarda antichit allinizio delle-
t moderna il latino divenne la lingua quasi esclusiva della filosofia europea.
possibile distinguere le seguenti strategie per la costruzione di una lingua tecnica
della filosofia:

1. Adozione di parole greche: ad es. philosophia, philosophus, aer, aether, harmonia


ecc. Philosophia viene talora reso con studium sapientiae o con amor sapientiae, phi-
losophus a sua volta con studiosus o amator sapientiae. Cicerone intende il concetto
nel senso dellinterpretazione platonica come ricercare e sforzarsi di raggiungere la
sapienza (Cicerone, De officiis II 2-6, sulla scia di Platone, Fedro 278d: = amor
ovvero studium).
2. Concetti specialistici vengono espressi mediante neoformazioni in analogia con il gre-
co (calchi): ad es. qualitas dal pronome qualis, in analogia con il greco da
, in-dif-ferens per analogia con il greco --.
3. Significati propri di un termine greco vengono recuperati (calco semantico, neoforma-
zione semantica): ad esempio, il termine elementum, che come il greco vale

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inizialmente solo lettera dellalfabeto , acquista anche il significato di sostanza


fondamentale, componente di base ; comprehendere e percipere, in origine come il
greco con il senso di prendere saldamente con le mani, afferrare , ri-
cevono il significato di capire, comprendere .
4. Concetti della lingua duso latina, e concetti dotati di un significato corrente gi con-
solidato proprio dellambito sociale e politico, sperimentano un ampliamento dei con-
fini semantici e diventano termini specialistici della filosofia (imprestiti semantici ro-
manizzati). Cos officium, carica ufficiale, dovere dufficio , diventa il corrispon-
dente del greco nel senso di dovere etico pratico (in luogo del letterale
conveniens); honestum, onorevole , diventa il corrispondente del greco , nel
senso di moralmente buono (in luogo del letterale pulchrum). Analoghi imprestiti
semantici sono anche virtus per , ratio per , finis per , voluptas per
. In alcuni casi vengono utilizzati pi concetti in parallelo, come accade con spe-
cies, figura, forma per e ; coniunctio, consensus, convenientia, societas per
ecc.

Lucrezio opera ricorrendo a traduzioni, come primordia rerum, particulae, corpora


prima o corpuscula invece di atomus (dal gr. ), che tuttavia in seguito non riesco-
no ad imporsi.
Cicerone privilegia, nella costituzione di una lingua specialistica della filosofia, il cal-
co semantico alla neoformazione (traduzione mediante calco): egli preferisce con ogni
evidenza fare ricorso a un termine gi disponibile, che si sia sviluppato a partire dal pen-
siero romano, evitando in tal modo il rischio che un concetto formulato ex novo non rie-
sca ad imporsi. Cos ad esempio individuum (corpus) per atomus, concentio o concentus
per harmonia, veriloquium per etymologia non ebbero successo. Eppure alcune neofor-
mazioni avrebbero durevolmente influenzato la lingua filosofica, come qualitas (a partire
da Vitruvio anche quantitas) ed essentia per , che Seneca attribuisce a Cicerone. Pi
tardi furono coniate in modo analogo substantia o subsistentia, e anche existentia (a par-
tire da Mario Vittorino).
Una fondamentale difficolt consiste nel fatto che alla lingua latina mancano quegli
elementi della costruzione della parola e della frase che sono invece i presupposti del lin-
guaggio specialistico greco. Questo diviene chiaro nella traduzione proposta da Cicerone
per la prova ontologica dellimmortalit dellanima dal Fedro di Platone (245c-e = Cice-
rone, De re publica VI 27-8):

1. Le possibilit della composizione e combinazione verbale non possono essere ripro-


dotte: nam quod semper movetur (= -), aeternum est.
2. Composti mediante laggiunta di prefissi e suffissi sono meno facilmente costruibili:
quod autem est animal (= -), id motu cietur interiore et suo.
3. Data lassenza dellarticolo, viene meno per il latino la possibilit della sostantivazio-
ne di diversi tipi di parole; si aggiunga, che la possibilit di costruzioni participiali
limitata (mancando il participio presente passivo), e si costretti a ricorrere a perifrasi
costruite con proposizioni relative: quod autem motum adfert alicui (=
) quodque ipsum agitatur (= ) abunde, quando finem habet mo-
tus, vivendi finem habeat necesse est. principio autem nulla est origo (= ). Per
questa stessa ragione, anche la possibilit di astrazione concettuale limitata. Cos an-
che (lessente, lente) viene tradotto da Cicerone con id quod est, sebbene gi
Cesare nello scritto De analogia avesse prospettato una traduzione con ens (in analo-
gia con potens in quanto participio di potesse = posse). Solo nel VI sec. le forme ens e
entia saranno introdotte nella lingua specialistica della filosofia, come accade in Boe-

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La filosofia a Roma 425

zio e poi nella Scolastica dellAlto Medioevo. Altrettanto vale per , che Cice-
rone traduce con quod fieri potest, e che pi tardi viene reso invece con il concetto, im-
portante per la Scolastica, di possibilis.


14.6 I grandi autori della filosofia romana:
Lucrezio, Cicerone, Seneca

Alla domanda, che cosa sia la filosofia romana , unanimemente si risponde nei manua-
li che essa fu solo ricettiva, e dunque non vide la maturazione con leccezione della fi-
losofia di Agostino di unoriginalit concettuale o sistematica. Incontestato resta per il
fatto che i testi della filosofia romana rivelano unalta qualit letteraria, e questo significa
anche che i loro autori possono essere considerati come dei letterati, che non temevano il
confronto con i loro predecessori greci e arrivarono ad esprimere la pretesa di essere a lo-
ro superiori (Cicerone, De finibus III 3-5; Tusculanae I 1). Ad eccezione di Lucrezio, i
pi importanti tra gli autori della letteratura filosofica romana Cicerone, Seneca, Marco
Aurelio giocarono nella vita culturale e politica di Roma un ruolo significativo, talora
presentandosi anche come letterati in senso lato: Cicerone come estensore di orazioni, Se-
neca come autore di tragedie e della satira Apocolocyntosis. I personaggi a cui si dovette
la letteratura filosofica latina avevano quindi un ruolo di spicco anche indipendentemente
da questa produzione, sicch si pone non la domanda, come mai perseguissero anche altre
attivit oltre a quella di autori di scritti di filosofia, ma semmai laltra, che cosa li spinse a
redigere opere di letteratura filosofica, tanto pi che, come si visto, la filosofia a Roma
era una eredit importata dalla Grecia e non veniva apprezzata a priori. Proprio per questo
tuttavia peculiare per il destino della filosofia a Roma il fatto che fossero personalit
di spicco a dare rilievo alla filosofia o meglio, al filosofare. Per far questo ci vollero un
console (Cicerone), un ministro alla corte imperiale (Seneca), un imperatore (Marco Au-
relio) o un poeta come Lucrezio, che con il perfezionamento della lingua poetica e delle-
sametro latino influenz in modo duraturo la poesia augustea.

14.6.1 Lucrezio
Tito Lucrezio Caro visse allincirca tra la met degli anni Novanta e la met degli anni Cin-
quanta del I sec. a.C. Di lui si conserva un poema didascalico in latino in sei libri, il De re-
rum natura, scritto in esametri dattilici, nel quale egli espone in modo sistematico la fisica
epicurea e con ci la teoria della percezione ( Canonica ), la teologia e la cosmologia, non-
ch, come conseguenza di questi presupposti fisici, letica di Epicuro. Fondamento teorico ne
la teoria atomistica, che permette di spiegare i fenomeni del mondo come aggregati casua-
li di atomi o come effetto del loro movimento nel vuoto. La interpretazione razionalistica della
natura vuole liberare luomo dalla paura della morte e delle potenze divine, e far s che egli
possa trovare la strada per una vita nella atarassia.

Il titolo del poema, De rerum natura, del quale non si pu dire con certezza che sia ori-
ginale, rinvia allo scritto di Epicuro (Sulla natura). opinione di alcuni stu-
diosi, che lepos di Lucrezio altro non sia che una traduzione in forma poetica dello scrit-
to epicureo. Se nel confronto con i presocratici Lucrezio senza dubbio si rif ad Epicuro,
la polemica implicita ma evidente contro gli stoici porta al di l del modello (cfr. ad es. I
1052-1082; II 167-182 e V 146-23, contro la concezione stoica di una teleologia e di una

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forza divina operante nella natura). Anche scegliendo il genere della poesia epica dida-
scalica Lucrezio si rif a una tradizione non di scuola, ma pur sempre antica: la resa poe-
tica di contenuti naturalistici rinvia a Empedocle, mentre lingua e forma dellesametro la-
tinizzato indirizzano in direzione di Ennio. Lucrezio motiva la forma poetica ricorrendo
alla metafora di una coppa ricoperta di miele, nella quale si porge agli uomini, tormentati
dalle loro paure, una medicina amara ma efficace, la dottrina epicurea (doppia redazione,
I 936-950 e IV 11-25).
Della vita di Lucrezio sostanzialmente nulla ci noto, solo pochi elementi si lasciano
estrapolare dalla sua opera e da altre fonti. Cicerone, in una lettera al fratello Quinto del
febbraio del 54 a.C., menziona i carmina di Lucrezio, quellepos didascalico che aveva
evidentemente davanti a s (Ad Quintum fratrem 2,10 (9),3); dal passo viene dedotto che
a quel tempo Lucrezio non era pi in vita. Informazioni di dubbia attendibilit abbiamo
da una notizia di Girolamo nei Chronica (p. 149 H.): nella cronaca riferita allanno 94
a.C. (il 96, secondo alcuni manoscritti) lanno di nascita, dunque si legge che Lu-
crezio sarebbe diventato pazzo a causa di un filtro damore, e che avrebbe composto poe-
sia nei momenti di lucidit (per intervalla insaniae); Cicerone si sarebbe poi occupato
della pubblicazione del poema. Allet di 44 anni (quindi nel 50 a.C.), si sarebbe ucciso.
Ulteriore testimonianza quella della Vita di Virgilio di Donato (6), che fa coincidere la
morte di Lucrezio con la data in cui Virgilio prese la toga virile (15 ottobre del 55 a.C.).
Punto di riferimento importante la dedica del poema da parte di Lucrezio ad un certo
Memmio, che pu essere verosimilmente identificato con Lucio Memmio, pretore nel 58
e propretore nel 57-56 nella provincia Bitinia-Ponto, come si ricava da Catullo. diffici-
le tuttavia considerare Memmio un convinto epicureo: Cicerone riferisce dei suoi piani di
far abbattere la casa di Epicuro ad Atene (cfr. p. 421). possibile che la posizione sociale
di Lucrezio forse un liberto, condizione di cui il cognomen Carus ( diletto ) potrebbe
essere un segno rendesse consigliabile, o necessaria, la protezione di un patrono, alla
quale il poeta con la dedica a Memmio si candidava.
I sei libri si possono considerare articolati in tre coppie, dedicate alla teoria atomistica,
allantropologia e alla cosmogonia:

Libri 1 e 2: Dottrina atomistica


1: Inno a Venere; Movimento degli atomi nello spazio vuoto
2. Processi di generazione e corruzione
Libri 3 e 4: Antropologia
3: Dottrina dellanima
4: Teoria della percezione; gli impulsi appetitivi, listinto sessuale
Libri 5 e 6: Cosmogonia
5: Apoteosi di Epicuro. Tesi: il mondo nato per caso
Polemica contro la teoria di una creazione divina del mondo
Concezione dellorigine della civilt: lorientamento verso lutile stimola la tecni-
ca e la formazione delle comunit
6: Fenomeni naturali: meteorologia; descrizione della peste

La struttura appare accuratamente meditata. Dapprima vengono illustrati i fondamenti


fisici di tutto ci che esiste, quindi la condizione e le capacit delluomo, infine tutti i fe-
nomeni del mondo visibile e invisibile. I singoli libri sono collegati luno allaltro me-
diante riprese tematiche. Si pu tuttavia supporre che al testo, nella sua forma attuale,
manchi lultima revisione: e in questo senso si possono addurre le ripetizioni testuali di
lunghi passi (ad es. I 926-950 e IV 26-53), le risposte annunciate e mai date a questioni
che restano aperte (ad es. V 155), nonch la conclusione ex abrupto della trattazione del-
la peste. Ma questi stessi elementi possono essere visti anche nella loro funzionalit: alle

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ripetizioni pu essere attribuita una motivazione didattica, alle questioni aperte e alla pro-
blematica conclusione pu essere assegnata la funzione di una sollecitazione intellettuale.
Fondamento della trattazione di Lucrezio la teoria atomistica di Leucippo e Demo-
crito, secondo la quale tutti i fenomeni visibili e invisibili che si verificano nel mondo so-
no costituiti da atomi (primordia rerum, corpuscula, particulae, corpora prima) in conti-
nuo eterno movimento, dotati di caratteristiche diverse (I 483-634). Queste composizioni
si determinano casualmente mediante la deviazione dei singoli atomi dal loro movimento
di caduta verticale verso il basso nello spazio vuoto (II 254: clinamen), e di nuovo si di-
sgregano (II 581-699); una teoria atomistica in nuce si trova nel quinto libro:

Cos numerosi e in tanti modi i corpi elementari della materia (primordia rerum),
da tempo infinito sospinti dai colpi
e dal loro stesso peso, sogliono muoversi e aggregarsi
e sperimentare tutto ci che possono produrre
con lincessante combinarsi fra loro.
(Lucrezio V 187-191)

Poich questi aggregati di atomi si costituiscono casualmente, deve di conseguenza es-


sere negata ogni creazione e ogni controllo divino. Assumere una teleologia voluta dal
dio piuttosto, come Lucrezio non si stanca di ribadire, follia (desiperest), poich il
mondo sotto ogni aspetto difettoso (I 167-183; I 1091-1104; IV 823-857; V 110-234).
Generazione e corruzione, forze della natura, fenomeni meteorologici hanno una spiega-
zione puramente fisica (VI 43-95). La fede degli uomini nella onnipotenza degli di e la
paura del loro intervento che ne deriva, insieme alla venerazione del culto (V 1156-1167:
da dove ancor oggi sinsinua nei mortali il terrore, che innalza su tutta la terra nuovi
templi agli di e costringe la folla a frequentarli nei giorni festivi ), si deve al desiderio
degli uomini di spiegare la causa delle forze della natura (V 1161-1240):

n potevano comprendere per quali ragioni questo accadesse.


Non avevano dunque altro scampo che affidare ogni cosa agli di
e pensare che tutto obbedisse a un loro consenso.
(Lucrezio V 1185-1187, cfr. anche VI 379-422)

Una descrizione della natura degli di che stando alla dottrina epicurea sono costitui-
ti da atomi finissimi e vivendo lontano dagli uomini negli spazi tra un mondo e laltro (in-
termundia) non possono degli uomini influenzare la vita viene promessa in V 155, e tut-
tavia manca. Il fatto che il poema esordisca con un inno a Venere, progenitrice dei Roma-
ni (Aeneadum genetrix), che risveglia in primavera la forza produttiva degli esseri viven-
ti (I 1-61), si pu interpretare come una concessione motivata retoricamente, allinizio
del poema alle tradizionali rappresentazioni romane, e/o come raffigurazione allegorica
dei processi generativi della natura.
Anche luomo consiste di atomi di varia natura (III 94-416), che si disgregano dopo la
morte; e cos lanima, formata dagli atomi pi fini (III 417-829). La paura della morte e
dellaldil quindi immotivata e anzi folle (III 830-1094). La percezione umana, stimo-
lata dallazione esercitata sui sensi dalle raffigurazioni (simulacra) generate dagli ato-
mi, funziona in modo attendibile: anche gli inganni dei sensi addotti dagli scettici per la
sua inclinazione allerrore trovano una spiegazione in senso fisico (IV 1-822). Da questa
antropologia sensista viene fatta derivare unetica per una vita rivolta al presente, nella
quale con una accorta ponderazione dei pro e contro delle diverse sensazioni di piacere
un calcolo del piacere che ammette anche lamore a pagamento si deve cercare di evita-

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re dolore, paura, amore passionale (IV 823-1287), e di raggiungere invece la pace della-
nima (atarassia) e la gioia del piacere (cfr. soprattutto II 1-61)

(la natura umana) rimosso laffanno e il timore, nello spirito goda di piacevoli affetti.
(Lucrezio II 18s.)

Cos come gli uomini, anche il mondo nel quale essi vivono e oltre al quale altri
mondi ancora esistono (II 1023-1147) ha avuto unorigine e avr una fine (V 91-508).
Al centro la Terra, sulla quale piante e animali (V 772-924) e uomini si sono sviluppati,
e le specie migliori sono sopravvissute (V 855-877). Luomo ha potuto costantemente
migliorare le sue condizioni di vita orientandosi a ci che fosse a lui vantaggioso (utili-
tas), donde la civilt umana con i suoi vantaggi e svantaggi si evoluta fino al punto pi
alto (V 1457: cacumen), vale a dire il linguaggio (V 1028-1090, soprattutto 1028s.: la
natura costrinse a emettere i diversi suoni del linguaggio, e il vantaggio produsse il nome
delle cose ), lintroduzione del fuoco, la elaborazione di leggi, la religione, la lavorazio-
ne dei metalli (anche per la realizzazione di armi), la tessitura, la musica, la navigazione
ecc. (V 925-1457).
Alla cosmologia pertiene anche la spiegazione dei fenomeni celesti (VI 96-534: tuono
e fulmine, vento, nuvole, pioggia, neve, grandine, gelo) e delle forze naturali operanti sul-
la terra (VI 535-1137: terremoti, eruzioni vulcaniche, sorgenti dacqua, magnetismo). Il
fenomeno delle malattie viene illustrato mediante una descrizione della peste di Atene
durante la Guerra del Peloponneso, che con la sua esattezza clinica e la spaventevole ric-
chezza di dettagli psicologici e patologici trasmette al poema una nota conclusiva di pes-
simismo (VI 1138-1286). La disturbante conclusione si pu intendere come un appello al
lettore, affinch questi si sforzi di riconoscere lazione della natura al fine di contrapporre
allarbitrio della natura una illuminata razionalit.
Dal poema risulta con chiarezza quanto segue: lautore dispone di un alto livello cultu-
rale, conosce in ogni dettaglio la dottrina di Epicuro, conosce la tradizione di poesia dida-
scalica di un Empedocle, conosce la lingua poetica latina. Fa parte dunque con ogni evi-
denza dellambiente culturale della Roma del tempo. Si voluto ricondurre Lucrezio alla
cerchia di Pisone e di Filodemo, non da ultimo perch si creduto di poter identificare nei
frammenti dei papiri di Ercolano anche parti del De rerum natura. Non comunque possi-
bile, sulla sola base della presenza dello scritto nella biblioteca della Villa dei Papiri nel 79
d.C., anno delleruzione del Vesuvio, affermare la presenza di Lucrezio stesso a Ercolano.
Ma come spiegare il fatto che un poeta latino presenti in modo sistematico a un pub-
blico romano una dottrina filosofica che interpreta il cosmo e con esso anche di e uomini
come aggregati di atomi, e intenda con ci svuotare di senso tanto la paura degli di e
dellaldil quanto lidea che culto della divinit e fede nellaldil abbiano un valore? La
risposta la d il testo stesso: la dottrina epicurea deve preservare gli uomini da una falsa
religio, e con ci dalla superstitio; essa deve essere la loro arma contro la paura della
morte e di un castigo nellaldil. Contro tali false credenze Epicuro offre una spiegazione
razionale e scientifica del mondo, egli un liberatore dalla superstizione e un salvatore
dalla paura degli di, un illuminista (I 62-67; III 1-30; V 1-54; VI 1-34):

purific dunque i cuori con veritiere parole,


e stabil un termine alla cupidigia e al timore
ed espose quale fosse il sommo bene cui tutti tendiamo,
e mostr la via per la quale con breve sentiero
possiamo giungere a esso con diretto percorso.
(Lucrezio VI 24-28)

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La filosofia a Roma 429

14.6.2 Cicerone
Marco Tullio Cicerone nacque nel 106 a.C. ad Arpino, e fu assassinato nel 43, nel corso dei
disordini seguiti alla morte di Cesare. Oltre allattivit di avvocato e politico, fu autore di una
serie di scritti filosofici, nei quali espone i temi centrali delle scuole filosofiche ellenistiche,
vale a dire il Kepos, la Stoa e il Peripato, discutendole criticamente, di norma dalla prospetti-
va dellAccademia scettica. I due dialoghi filosofici degli anni Cinquanta sono dedicati a que-
stioni di teoria dello stato, mentre i dialoghi e i trattati degli anni Quaranta affrontano questio-
ni di teoria della percezione, etica (dottrina del bene, degli affetti, dei doveri) e teologia (es-
sere degli di, divinazione, dottrina della provvidenza e del fato).

Cicerone ebbe la sua formazione in retorica e filosofia a Roma, Atene e Rodi (cfr. p.
419), a seguito della quale si rivolse allAccademia scettica, di cui era sostenitore il suo
maestro Filone di Larissa. Gi sotto Silla registr i primi successi come avvocato. La sua
carriera politica raggiunse il culmine con il consolato ottenuto nel 63, e con la repressione
della congiura di Catilina. Lesecuzione della pena capitale contro i complici di Catilina
condusse nel 58, lanno del consolato di Pisone, futuro destinatario dello scritto In Piso-
nem (cfr. p. 420), alla sua messa al bando. Dopo il ritorno, nel 57, Cicerone fu sempre pi
costretto allisolamento politico da parte dei Triumviri, e in particolare da Cesare.
Questo otium forzato port alla produzione del dialogo di teoria retorica De oratore
(55 a.C.) e dei dialoghi filosofici De re publica (54-51) e De legibus (52-51). Nel De re
publica Cicerone raffigura Scipione Africano Minore (Scipione Emiliano) nellanno del-
la sua morte, il 129 a.C., mentre partecipa ad un dibattito nella cerchia dei suoi amici in-
torno alla questione relativa alla miglior forma di governo (I 39: definizione della res pu-
blica come res populi), e gli affida la difesa della posizione secondo la quale lideale sa-
rebbe rappresentato da quella forma mista tra monarchia, aristocrazia e democrazia che
sarebbe stata in atto in quel momento a Roma, e nella quale la res populi non venga mai
messa a rischio. Dei sei libri dellopera, i primi due (quasi per intero) e ampi frammenti
del terzo ci sono conservati da un palinsesto. Il resto ci giunto attraverso rare citazioni
della tradizione indiretta, la conclusione del sesto libro, il Somnium Scipionis, in una linea
separata di tradizione: qui Scipione riferisce dellapparizione in sogno del nonno adottivo
Scipione Africano Maggiore, nel quale alluomo di stato ideale, che nella vita si dedica
alla filosofia nel senso di ricerca della sapienza (studium sapientiae) e che prende co-
me riferimento nella sua attivit per lo Stato lidea platonica del Bene, viene profetizzata
la vita eterna in cielo :

ed ottime attivit sono quelle che concernono la salvezza della patria, e da queste sollecitata ed
esercitata lanima pi rapidamente trasvoler a questa sua propria sede ed abitazione; e ci rag-
giunger pi prontamente, se gi fin da quando racchiusa nel corpo si sporger fuori contem-
plando quelle cose che ne stanno allesterno si astrarr, per quanto pi sar possibile, dal corpo.
(Cicerone, De re publica (Somnium Scipionis) VI 33)

Come la Repubblica di Platone era integrata dalle Leggi, cos Cicerone fa seguire al
De re publica un dialogo in tre libri (in origine forse cinque) conservato solo parzialmen-
te, il De legibus, nel quale egli discute insieme con lamico Attico e con il fratello Quinto
la questione del radicamento della legislazione (romana) nel diritto di natura.
Alla fine degli anni Cinquanta Cicerone pot far ritorno alla politica attiva, dapprima
come proconsole nella provincia della Cilicia (dal 1 maggio 51). Nel conflitto che si an-
dava profilando tra Pompeo e Cesare, egli si mise dalla parte di Pompeo. Nel 47 fu tutta-
via graziato da Cesare, ma dovette astenersi dalla politica. Ci condusse a una seconda

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fase della sua produzione filosofica. Risultato ne furono i seguenti scritti, che hanno per
la maggior parte forma di dialogo:

Brutus (46) Dialogo (teoria retorica)


Orator (46) Trattato (teoria retorica)
Paradoxa Stoicorum (46) Trattato (in forma di domanda e risposta)
Consolatio (45) Trattato (perduto)
Hortensius (45) Dialogo (perduto)
Academica Priora (45) Dialogo (conservato: libro II di due = Academica II o
Lucullus)
Timaeus (45) Dialogo (traduzione di Platone, Timeo 27d-47b)
De finibus bonorum et malorum (45) Dialogo
Academica Posteriora (45) Dialogo (versione rielaborata di Academica II;
conservato: libro I di quattro, incompleto =
Academica I)
Tusculanae disputationes (45) Dialogo
De natura deorum (44) Dialogo
De fato (44) Dialogo
Topica (44) Trattato (teoria retorica)
Cato maior de senectute (44) Dialogo
Laelius de amicitia (44) Dialogo
De officiis (44) Trattato
[perduti: De gloria, De virtutibus, e altri]

In questa fase, filosoficamente molto produttiva, si verificarono oltre allastinenza for-


zata dalla politica anche altri eventi poco piacevoli: la separazione dalla moglie Terenzia
dopo ununione durata trentanni, il matrimonio infelice con una quindicenne (nel 46) e
la morte della figlia Tullia (febbraio 45). Cicerone viveva cos, nel momento in cui svi-
luppava questa sua notevolissima produttivit letteraria, una crisi sia politica che perso-
nale. Il ritorno allattivit politica dopo luccisione di Cesare offr spazio solo per succes-
si di breve durata: il 7 dicembre del 43 Cicerone fu ucciso per iniziativa di Marco Anto-
nio, che egli aveva in precedenza combattuto nel modo pi aspro nelle sue Filippiche.
Alla base dellimpresa di rendere la filosofia greca in lingua latina e con una forma let-
terariamente elevata, era evidentemente un programma preciso. Cicerone medesimo a
esplicitarlo nel proemio al secondo libro del De divinatione (div. II 1-4). Il gruppo di
scritti dallHortensius al De fato sono a loro volta sistematicamente intrecciati luno con
laltro.
LHortensius inteso come motivazione del fare filosofia, dunque un Protrettico. Ci-
cerone nel dialogo mette in scena se stesso insieme con loratore concorrente Ortensio,
che egli riesce a persuadere della superiorit della filosofia rispetto allarte oratoria.
Dellopera si conservano soltanto frammenti di tradizione indiretta, in particolare attra-
verso citazioni da parte di Agostino.
Le due redazioni degli Academica affrontano invece questioni fondamentali di gnoseo-
logia, con le quali Cicerone apre la serie degli scritti teorico-sistematici: possibile per-
cepire (comprehendere, percipere) in modo attendibile qualcosa, un dato di fatto o la sua
apparenza (visum)? possibile, dunque, un sapere certo? LAccademia scettica, o Nuo-
va Accademia, fondata da Arcesilao e proseguita poi con Carneade e fino a Filone di
Larissa, si richiamava a Socrate, e contestava proprio questo assunto, il che portava con
s precise conseguenze nella trattazione di questioni filosofiche: se luomo non pu rag-
giungere nessuna conoscenza certa (nihil percipi / sciri potest), al fine di evitare false opi-

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La filosofia a Roma 431

nioni (falsa opinio) ed errori (error) egli deve sospendere il giudizio (lassenso, adsensio,
affirmatio) su qualsiasi problema, persino sulla questione se il sapere sia possibile:

Arcesilao dunque diceva che non cera niente che potesse essere conosciuto, neppure quel resi-
duo che Socrate si era lasciato, di sapere di non sapere nulla; cos nelloscurit riteneva che tutto
fosse nascosto e che non vi fosse nulla che potesse essere percepito o compreso, e che per queste
ragioni non bisogna dichiarare n affermare qualcosa n approvarla dando il proprio assenso.
(Cicerone, Academica I 12,45)

La trattazione di questo genere di questioni gnoseologiche fu evidentemente ritenuto


da Cicerone fondamentale per affrontare gli altri aspetti della filosofia, e ci ha nel siste-
ma ciceroniano tanto pi senso, in quanto non soltanto egli si fa personalmente sostenito-
re del punto di vista scettico, ma d alla positione scettica un ruolo determinante anche
per lorganizzazione degli altri suoi scritti filosofici: le diverse dottrine delle scuole filo-
sofiche vengono poste a confronto, valutate, e mentre i Dogmatici restano ancorati a una
opinione che potrebbe dimostrarsi falsa, lo Scettico cerca di portare alla luce quello che a
lui appare verosimile (probabile, veri simile):

Di queste cose andr dunque in cerca il vostro sapiente, e il nostro, qui, ma il vostro per poter
assentire, credere, affermare, il nostro con il timore di farsi delle opinioni avventate e con la
convinzione che tutto vada egregiamente una volta che in questioni del genere abbia trovato
qualcosa che sia simile al vero.
(Cicerone, Academica II [Lucullus] 41,128)

Lorientarsi verso ci che appaia a lui plausibile gli consente anche di agire nella vita
quotidiana:

In verit, ritenendo che chi si trattiene dal dare lassenso a qualunque cosa comunque si muova
e compia delle azioni, rimangono delle impressioni sensibili (visa) tali da spingerci allazione.
(Cicerone, Academica II [Lucullus] 32,104)

Questo metodo decostruttivo porta con s leffetto, costruttivo, per cui dapprima ven-
gono presentate le dottrine delle altre scuole principalmente il Kepos, la Stoa e il Peri-
pato , e poi a queste si fa seguire la controargomentazione, che non devessere necessa-
riamente scettica, ma pu anche fornire il punto di vista di una scuola filosofica rivale (in
utramque partem disserere o semplicemente contra dicere, De finibus II 2; De natura
deorum I 11; De oratore III 80; Tusculanae I 8; II 9, ecc.). La contrapposizione di dottri-
ne diverse, ovvero la loro confutazione, diventa elemento costitutivo anche per la costru-
zione di alcuni dei dialoghi di Cicerone (De finibus, De natura deorum, De divinatione).
Il De finibus bonorum et malorum (I limiti del bene e del male) introduce ai fondamen-
ti delletica: in una successione di tre diversi dialoghi, variamente localizzati e datati, e
con protagonisti differenti, viene affrontata la questione del sommo bene e del pi gran-
de male (cos da tradurre il titolo, con le sue tre forme al plurale). Lattenzione mag-
giore viene riservata alla individuazione del sommo bene, il finis bonorum, o summum
bonum, che nelle diverse scuole filosofiche veniva diversamente caratterizzato.

De fin. 1 e 2: Letica epicurea


Scena: alla fine del 50 a.C., nella villa di Cicerone a Cuma, detta Cumanum
Personaggi: L. Manlio Torquato, C. Valerio Triario, Cicerone
Libro 1: Proemio. Torquato espone le tesi epicuree
Libro 2: La critica scettica di Cicerone

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432 La filosofia antica

De fin. 3 e 4: Letica stoica


Scena: nel 52 a.C., nel Tusculanum (la residenza al Tuscolo) di Lucullo
Personaggi: M. Porcio Catone Uticense, Cicerone
Libro 3: Proemio. Catone espone le tesi stoiche
Libro 4: La critica scettica di Cicerone
De fin. 5: Letica peripatetica; controargomenti
Scena: nel 79 a.C. (al tempo degli studi di Cicerone) ad Atene, nel giardino
dellAccademia abbandonata
Personaggi: M. Pupio Pisone Frugi, Attico, Cicerone, il cugino di Cicerone Lu-
cio e il fratello Quinto
Pisone espone le tesi del Peripato; la critica scettica di Cicerone

Nel primo libro viene esposta la dottrina epicurea dellamicizia e del piacere, nel terzo
la dottrina stoica della virtus e dei beni, nella prima parte del quinto libro la dottrina peri-
patetica dei tre beni, che viene riproposta nella configurazione che essa ricevette da parte
del platonico Antioco, gi maestro di Cicerone. Cicerone da parte sua sostiene la posizio-
ne dellAccademia scettica e confuta queste dottrine nellordine in cui le ha esposte (libro
II, libro IV e V 76-95). La dottrina epicurea riceve il minor credito; alla concezione stoica
viene almeno riconosciuto rigore logico; quella peripatetica o, secondo Antioco,
dellAccademia antica viene contrassegnata come sintesi moderata, poich epicurei e
stoici avevano dato troppo peso rispettivamente al corpo e alla ragione per quanto riguar-
da il significato da essi assunto in relazione al fine pi elevato:

Ma allora, dirai, come potr essere vero che tutte le cose si riferiscono al sommo bene, se le
amicizie, se le parentele, se tutte le altre cose esterne non sono comprese nel sommo bene?
(Cicerone, De finibus V 69)

I cinque libri delle Tusculanae disputationes (Discussioni di Tuscolo) offrono per dir
cos la trasposizione delle teorie discusse nel De finibus a problemi di ordine pratico (li-
bro 1: La paura della morte; libro 2: Il rapporto con il dolore fisico; libro 3: Il rapporto
con il dolore psichico; libro 4: Lideale della libert dalle passioni; libro 5: Il compito del-
la virt). Nelle Tusculanae disputationes va in scena, ambientato nella sua propriet al
Tuscolo, un dialogo fittizio tra Cicerone e un suo anonimo allievo, con una peculiare
struttura: in ogni dialogo, o libro, lallievo espone una tesi (I 9: a me sembra che la mor-
te sia un male ; II 13: considero il dolore il pi grande di tutti i mali ; III 7: mi sem-
bra che il saggio si lasci cogliere dallafflizione ; IV 8: non mi sembra che il sapiente
possa essere immune da ogni passione; V 12: non mi sembra che la virt possa bastare
per vivere felice . Cicerone pratica il metodo, da lui definito come socratico, del contra
dicere (I 8), e si fa sostenitore, nella misura del probabile (IV 7), dellideale stoico della
libert dalle passioni e del primato della virtus (V 16s.).
Il dialogo Sulla natura degli dei (De natura deorum), primo di un gruppo di tre scritti,
affronta uno specifico campo dello studio della natura: la questione dellessere degli di,
la teologia, dunque. Il senatore Gaio Velleio sostiene la posizione epicurea, secondo la
quale gli di non avrebbero alcun influsso sul destino degli uomini; essi non sarebbero re-
sponsabili neppure delle carenze presenti nel mondo, che sarebbero invece da ricondurre
esclusivamente a cause di ordine naturale (I 18-56). Quinto Lucilio Balbo, invece, nel li-
bro 2 a favore della rappresentazione stoica dellordinamento divino (II 51: mundi or-
natus come traduzione di ) e della provvidenza (II 13-168) e fa rimprovero di atei-
smo alloratore che lo aveva preceduto:

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La filosofia a Roma 433

e non fa molta differenza, se la nega (lesistenza degli di) o se li priva di ogni intervento prov-
videnziale e di ogni azione; a me infatti sembra che un essere del tutto inattivo non esista affatto.
(Cicerone, De natura deorum II 44; cfr. anche I 123)

A questo punto, la confutazione scettica non intrapresa da Cicerone in persona, ma


viene affidata al capo della religio romana, il Pontifex Maximus C. Aurelio Cotta, che si
esprime sia contro la teologia epicurea, che sarebbe letale per la morale e la religione (I
57-124), sia contro le pretese dimostrazioni stoiche (libro III, con lacune dovute a una tra-
dizione difettosa). Cicerone partecipa al dialogo senza sostenere una specifica posizione,
ma limitandosi al finale commento dautore, secondo cui la concezione stoica degli di
sarebbe la pi verosimile (III 95: ad veritatis similitudinem propensior). In quanto scetti-
co, Cicerone pu s esprimersi circa la verosimiglianza di una tesi (I 10-12), non per cir-
ca la sua verit.
Il De divinatione affronta in due libri il tema della divinazione come specifico settore
della teologia. Qui Cicerone fa esporre al fratello gli argomenti stoici in favore della pos-
sibilit del presentire e conoscere in anticipo eventi futuri (I 1: praesensio et scientia fu-
turarum rerum), e riserva a se stesso, in quanto scettico, quelli contrari.
Lo scritto De fato, conservato solo parzialmente, era progettato stando a De divinatio-
ne II 3 come completamento dellinsieme delle questioni teologiche. Viene sollevato il
problema della compatibilit di una provvidenza ineluttabile e del libero arbitrio. Cicero-
ne fa sostenere allamico Irzio la tesi stoica della determinazione causale di ogni accadi-
mento, che egli poi critica dal suo posto dosservazione scettico. Verso la fine egli riferi-
sce del paragone proposto da Crisippo tra leffetto del fato sugli uomini e la spinta di un
rullo o di un cilindro su una superficie inclinata: proprio come il cilindro che predispo-
sto per rotolare, luomo che sia in grado di agire deve ricevere una spinta , in modo da
poter effettivamente agire, e ci accade mediante una impressione sensibile (visum);
l assenso (adsensio) a questo ricade per nella sua discrezionalit, ed egli lo concede
conformemente alla sua condizione (vis et natura) (41-43):

Allo stesso modo, disse, in cui una persona che ha spinto in avanti un cilindro gli ha dato un
principio di movimento, ma non gli ha dato la facolt di rotolare, cos una impressione visiva
lascer la sua impronta e per cos dire imprimer il proprio sigillo sulla mente, ma lassenso sa-
r in nostro potere, e, come s detto a proposito del cilindro, pur ricevendo una spinta dalle-
sterno, per il resto si muover per la propria forza e natura.
(Cicerone, De fato 43)

Causa prima o principale (42: causa perfecta et principalis) del rotolare, o di una azio-
ne, la forma geometrica del rullo o cilindro, ovvero la facolt razionale della persona
che agisce; la spinta data dal fato soltanto una causa aggiuntiva, o prossima (adiuvans
et proxima), che non determina cause ulteriori, di modo che lagire non pu dirsi determi-
nato dal fato (su questo passo, si veda anche al capitolo sulla filosofia ellenistica, p. 352).
La critica di Cicerone, che rivolta anche contro lassunzione epicurea della deviazione
casuale degli atomi dalla loro traiettoria, non si conserva integralmente e non quindi
comprensibile appieno.
Il trattato De officiis orientato alla dottrina stoica dei doveri di Panezio, che allagire
moralmente perfetto ( o honestum) delluomo saggio affianca lagire, confor-
me al dovere ( o officium), del non-saggio, ovvero delluomo comune. Cicerone,
sulla base tra laltro di Posidonio, riporta al centro la questione dellordine gerarchico dei
doveri luno rispetto allaltro, e dellutile rispetto al giusto, laddove egli menziona come

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criterio per assegnare alluno la priorit sullaltro la lex naturae, che vieta di recar danno
agli altri per il proprio vantaggio:

siamo tutti legati da ununica e medesima legge di natura, e cos stando le cose certamente la
legge della natura ci proibisce di far violenza luno allaltro.
(Cicerone, De officiis III 27)

Specifici temi etici sono oggetto della trattazione dei due brevi dialoghi Cato maior de
senectute e Laelius de amicitia. Da ricordare sono ancora gli scritti perduti De gloria e De
virtutibus, redatti come integrazione del De officiis, nonch la traduzione eseguita da Ci-
cerone dei dialoghi platonici Timeo e Protagora; si conserva solo parte del Timeo.
Nel complesso, gli scritti filosofici ciceroniani degli anni Quaranta possono essere in-
tesi come una sorta di summa delletica delle scuole filosofiche ellenistiche. La scienza
della natura affrontata solo per settori: la gnoseologia negli Academica e la teologia nel
De natura deorum, De fato e De divinatione. Mancano temi come De mundo, De caelo o
la trattazione di fondamentali questioni di fisica (De natura rerum) e di psicologia (De
anima). Un contributo alla logica quello fornito dallo scritto di teoria retorica Topica,
nel quale Cicerone descrive la tecnica della individuazione degli argomenti convalidan-
dola con numerosi esempi; nel proemio dei Topica egli informa che avrebbe voluto scri-
vere anche una dialettica sistematica in senso stretto, intento a cui per ha poi rinunciato.
Si pu comunque affermare che Cicerone abbia praticato egli stesso la dialettica nei pro-
pri scritti, non tanto nella forma del dialogo propria del metodo socratico, quanto piutto-
sto con il ricorso alla logica degli enunciati nellambito di discorsi continui.
Nelle lettere e nei proemi, Cicerone ripetutamente sottolinea quanto importante e uti-
le sia la sua impresa di avvicinare alla filosofia greca i Romani, e in particolare i giovani
romani, nella loro propria lingua, fondando cos una tradizione romana di letteratura filo-
sofica. Egli ascrive cos alla filosofia anche un valore terapeutico: essa animi medicina
(De natura deorum I 9s.; Tusculanae III 1-6) e vitae dux (Tusc. V 2), che procura a Cice-
rone, nel suo isolamento politico e nel malessere per gli sviluppi della situazione politica
cos come negli affanni della sua vita privata, salute e consolazione. Anche come ars vi-
tae essa ha una precisa utilit (Tusc. III 1: utilitas), da un lato per la situazione dellin-
dividuo, dallaltro per anche per la popolazione romana. La motivazione che lo ha indot-
to alla stesura di scritti filosofici, e la giustificazione del suo punto di vista scettico, egli le
ha chiaramente anticipate in un insieme di testi da lui utilizzati come proemi, il volumen
prohoemiorum (Lettere ad Attico XVI 6,4).
Al servizio della trasmissione del sapere anche la sua concezione metodologica, che
prevede di non prendere personalmente posizione rispetto alle voci delle diverse scuole
filosofiche, se non dal posto di osservazione dello scettico che formula o affida ad altri
partecipanti al dialogo la confutazione di una tesi. A Cicerone stato rimproverato di aver
meramente giustapposto tra loro le sue fonti, tra le quali anche molto materiale dossogra-
fico, spesso persino senza tener conto del contesto argomentativo e delle posizioni interne
alle varie scuole. Tuttavia, Cicerone stesso a dire di non essersi limitato a copiare i testi
di cui ha preso visione, ma di averli selezionati e combinati secondo determinati criteri,
vale a dire ordo scribendi et iudicium (De finibus I 6); e questo pu essere riferito tanto
alla disposizione del contenuto e alla conseguente presentazione della materia in modo da
facilitare il lettore, quanto alla scelta funzionale dei testi in vista della idoneit di unar-
gomentazione che si configuri come discorso o come replica. In tale imparziale combina-
zione di argomenti pro o contro una dottrina possibile riconoscere il personale contribu-
to di Cicerone. A differenza di Lucrezio, che fornisce una esposizione dogmaticamente
prestabilita dei fondamenti della fisica e delletica epicuree, quelli di Cicerone sono in li-

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nea di principio scritti privi di dogmatismo; con la esposizione delle concezioni delle di-
verse scuole filosofiche non solo in ogni singolo scritto, ma anche nellintera serie dei suoi
scritti, il lettore (romano) riesce effettivamente ad acquisire familiarit con le scuole pi
importanti. Anche la forma mette in chiaro la differenza di intenti: Lucrezio, per esporre
lunica dottrina valida, ha redatto un solo scritto nella forma incalzante di un poema dida-
scalico; Cicerone, al contrario, scrive unintera serie di opere in prosa, orientate a una
grande oggettivit. La presentazione di Cicerone si fa tuttavia anche suggestiva nella mi-
sura in cui porta sulla scena, in un contesto familiare, personaggi pubblici romani, dando
una connotazione pi o meno positiva, intima o emotiva a determinate posizioni.

14.6.3 Seneca
Lucio Anneo Seneca, nato sul volgere del secolo, dopo essere stato esiliato da Claudio fu at-
tivo negli anni tra il 49 e il 62 come precettore del giovane Nerone, e in seguito come perso-
na di fiducia e ministro dellimperatore; si ritir in seguito dalla corte imperiale e nel 65 d.C.
fu costretto al suicidio. Scrisse le sue opere filosofiche in parte parallelamente alla sua atti-
vit politica, in parte durante lesilio o dopo essersi ritirato a vita privata. Basandosi sulletica
e sulla fisica degli stoici, egli si occupa delle possibilit per luomo di accostarsi allideale
della perfezione morale e della saggezza, discutendo le questioni relative alla dottrina dei be-
ni, delle passioni e del destino non in modo sistematico, ma in vista della loro rilevanza pra-
tica per i destinatari dei suoi scritti e per se stesso, e traendone linee guida comportamenta-
li. Accanto allideale della sapientia ricopre importanza il concetto del progresso etico.

Seneca, figlio del retore omonimo, nacque a Cordoba in Spagna. A Roma si un alla
scuola filosofica dei Sesti (cfr. p. 419). Dopo un soggiorno in Egitto a seguito di una ma-
lattia, torn nel 31 d.C. a Roma e ricopr le prime cariche politiche. Morto Caligola, fu
coinvolto nelle lotte per il potere tra Claudio, insieme con Messalina, e le sorelle di Cali-
gola: ne consegu, intorno al 41 d.C., un esilio in Corsica. Dopo la caduta di Messalina
(49 d.C.), la nuova moglie di Claudio, la sorella di Caligola Agrippina minore, richiam
Seneca dallesilio e gli affid lincarico di precettore del figlio Nerone presso la corte im-
periale. Dopo la presa del potere da parte di Nerone nel 54, Seneca assunse anche linca-
rico di scrittore di discorsi e ministro. Insieme con il prefetto della guardia del corpo im-
periale, Afranio Burro, per anni Seneca secondo limmagine trasmessaci dalla storio-
grafia romana condivise la responsabilit delle decisioni della casa imperiale o dellim-
peratore, quindi anche quelle relative alla uccisione del padre (adottivo), del fratello, del-
la moglie e della madre di Nerone. Fu e rimase nel corso della sua vita uno degli uo-
mini pi ricchi di Roma. A partire dal 58 il suo influsso a corte venne meno, e nel 62 si
ritir. Nel 65 fu accusato di aver preso parte alla congiura dei Pisoni e venne costretto al
suicidio dagli sgherri di Nerone. Tacito tratteggia la sua morte come la tipica morte del
filosofo, nella tradizione di Socrate (Annali XV 60-64).
Dellesteso corpus di scritti filosofici, quindici sono conservati in tutto o in buona par-
te, mentre di una serie di opere si conservano soltanto brevi frammenti o unicamente i ti-
toli. La datazione degli scritti conservati in parte incerta e quindi controversa; essi tutta-
via non si distinguono gli uni dagli altri in misura tale da far ritenere che una pi precisa
cronologia della loro stesura potrebbe giocare un ruolo fondamentale per la interpretazio-
ne. Il pi antico testo conservato, uno scritto consolatorio alla figlia dello storico A. Cre-
muzio Cordo, Marcia (Ad Marciam de consolatione), ricade nellepoca di Caligola. Al
periodo dellesilio risalgono gli scritti consolatori alla madre (Ad Helviam matrem de
consolatione) e a Polibio, il potente liberto di Claudio (Ad Polybium de consolatione), di
fatto un elogio dellimperatore Claudio, con il quale Seneca cercava di ottenerne la gra-

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zia. Alla stessa epoca risalgono forse anche i tre libri De ira, discussione contro la teoria
peripatetica delle passioni ed esposizione della dottrina stoica. Negli anni di Claudio, Se-
neca scrisse il De brevitate vitae e il De tranquillitate animi, subito dopo lascesa al pote-
re di Nerone il manuale per il principe De clementia nonch il De constantia sapientis,
dopo il 58 il De vita beata e il De beneficiis, mentre a dopo il suo ritiro da corte (62) risal-
gono il De otio e il De providentia, e certamente dopo il 62 si collocano le Epistulae mo-
rales ad Lucilium e le Naturales quaestiones.
Dei quindici titoli, dieci sono contrassegnati come dialoghi e numerati progressiva-
mente come dodici libri, compresi i tre del De ira (Dialoghi I-XII):

I. De providentia
II. De constantia sapientis
III-V. De ira
VI. Consolatio ad Marciam
VII. De vita beata
VIII. De otio
IX. De tranquillitate animi
X. De brevitate vitae
XI. Consolatio ad Polybium
XII. Consolatio ad Helviam

I trattati De clementia e De beneficiis (sei libri), come anche i sette libri di Naturales
quaestiones, non si distinguono dal punto di vista formale dai cosiddetti dialogi. Si ag-
giungono le 124 Epistulae morales ad Lucilium. La denominazione di dialogi risale a
quando i dieci scritti furono raccolti insieme ed editi nel VI secolo nellabbazia benedet-
tina di Montecassino; da allora, la selezione si tramand sotto il titolo di dialogi. Il con-
cetto di dialogus aveva del resto, almeno a partire da Quintiliano, il significato di scritto
filosofico (Institutio oratoria X 1,129). Esso assume anche il significato di dialogo
solo nella misura in cui gli scritti di Seneca acquistano spesso la forma di una cosiddetta
diatriba, si rivolgono cio nel dialogo fittizio al destinatario dello scritto o a un interlocu-
tore immaginario, che con le sue osservazioni contribuisce al procedere del dibattito. Tal-
volta prevale il carattere di epistola letteraria, e oltre alle Epistulae morales anche il De
tranquillitate animi si presenta sotto forma di lettera.
La posizione di Seneca, nei suoi tratti fondamentali, pu essere definita come in linea
con lo stoicismo ortodosso antico, e rivela nellintera sua opera una quasi costante unita-
riet e coerenza. Caratteristica resta la chiara distinzione tra la vita moralmente perfetta
del saggio (il sapiens), e lo sforzo del non-saggio (linsipiens o stultus) per il progresso
morale. Il sommo bene (summum bonum) la perfezione morale (perfecta virtus), che si
identifica volta per volta con la saggezza (sapientia) e la vita felice (beata vita). A questa
regula deve orientarsi colui che intende progredire:

una volta per sempre scegli una norma di condotta e ad essa conforma tutta la tua vita.
(Seneca, Epistole 20,3)

La condizione del saggio in realt come per gli stoici in ultima istanza inattingi-
bile, poich luomo nella vita terrena si trova sempre a dover lottare con la condition hu-
maine (dial. VII 16,3: lottando tra le debolezze umane, fino a che non scioglie comple-
tamente quel nodo e ogni vincolo con le cose mortali ). Il sapiens, che nella tradizione
romana viene designato anche come vir bonus, resta cos, a differenza delluomo comune
che Seneca raffigura a tinte forti con tutti i suoi errori in diverse varianti, un costrutto teo-

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La filosofia a Roma 437

rico, rappresentando tuttavia un modello che pur con tutta la sua astrattezza presenta con-
torni chiaramente delineati, e si presta quindi in modo particolare a fare da schema di ri-
ferimento. A questo modello normativo vengono commisurati tutti gli eventi concreti, le
azioni e i personaggi addotti come esempi.
Seneca, sulla base del concetto stoico di progresso etico, definisce pi gradi sul per-
corso verso il fine pi elevato della sapientia, che si distinguono soprattutto per la misura
della loro libert dalle passioni (cfr. ad es. epist. 71,34 e 75,8-15). Per colui che progredi-
sce (proficiens) su questa via egli formula sempre regole di vita e norme di comportamen-
to (praecepta). Ci accade nel modo pi chiaro nel corpus delle Epistulae morales ad Lu-
cilium. Il destinatario, attraverso il quale ci si rivolge ad un tempo a una precisa classe di
lettori, viene caratterizzato come un giovane di successo nella vita pubblica che mira a
una carriera politica, interessato alla educazione e alla filosofia ed particolarmente in-
cline alla concezione epicurea. In questo modo egli soddisfa gi uno dei presupposti pi
importanti, imprescindibile per un progresso: si occupa di filosofia ed anche disposto a
mettere in atto i praecepta filosofici. Seneca lo invita alla osservazione di s e al quotidia-
no esame di coscienza (epist. 28,9s.): Lucilio dovrebbe ogni giorno rendere conto a se
stesso delle sue attivit, delle sue reazioni, dei suoi progressi, dovrebbe prefigurarsi
(praesumere) tutte le possibili avversit e malanni a cui destinato, sottoporsi per un cer-
to tempo alla povert, ritirarsi in solitudine, prepararsi alla morte, e cos via (epist. 91,3-8,
cfr. epist. 18,5-12 e dial. V 36,1-3):

perci nulla deve giungerci inaspettato; dobbiamo preparare lanimo a tutti gli eventi e pensare
non a ci che suole, ma a ci che pu accader;
Immagina in anticipo che dovrai sopportare molte cose.
(Seneca, Epistole 91,4 e Dialoghi 37,3)

Con lesercizio quotidiano (exercere, per il greco ) si dovrebbe anche cercare di


ridurre al minimo la discrepanza, tipica delluomo in quanto essere razionale, tra il cono-
scere il fine pi elevato e le esigenze che devono essere soddisfatte per una vita felice, e
lagire, che con questo sapere spesso non coincide:

beato non colui che conosce tali cose, ma chi le compie.


Finora mi esorto a seguire i principi che approvo, ma non riesco ancora a convincermene: ed
anche se me ne fossi convinto, non li avrei ancora presso di me n mi sarei tanto esercitato da
far s che mi si offrissero spontanei in tutte le circostanze.
(Seneca, Epistole 75,7 e 71,30)

Allorigine di questo paradossale comportamento sono gli influssi esercitati dallam-


biente, ai quali luomo esposto a partire dalla nascita, e che lo inducono a perseguire fi-
ni sbagliati, invece di vivere seguendo la natura razionale (epist. 90,46; 31,8 ecc.). Pre-
scrizioni e consigli hanno la funzione di allontanare passo dopo passo da questo errore, e
di agire in modo conforme al sapere trasmesso dalla filosofia. Il fine raggiunto, se il sa-
pere determina interamente latteggiamento interiore, se il sapere stesso diventato habi-
tus, sicch volere e agire coincidono necessariamente con questo sapere:

La volont non sar onesta, se non sar onesta la disposizione dellanimo: da questa infatti pro-
viene la volont. Inoltre la disposizione dellanimo non sar perfetta, se esso non avr conosciu-
to le leggi di tutta quanta la vita ed esaminato che giudizio bisogna dare di ciascuna cosa, se non

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avr considerato ogni cosa nel suo vero aspetto. Non si potr godere la tranquillit se non si in
possesso di un costante e sicuro criterio di giudizio;
In che cosa consiste la saggezza? Nel volere e nel non volere costantemente le stesse cose.
(Seneca, Epistole 95,57 e 20,5)

Chi abbia raggiunto questo fine non soltanto accetta tutte le condizioni della vita, ma
ne fa loggetto del suo volere:

a nulla sono costretto, nulla subisco contro la mia volont, e neppure sono schiavo di dio, ma d
il mio assenso.
(Seneca, Dialoghi I 5,6)

Si realizza cos il concetto della piena autonomia e indipendenza dalle avversit della
sorte:

ma il sapiente non pu perdere nulla; tutto egli ha riposto in se stesso, nulla affida alla fortuna,
i beni suoi li ha al sicuro, contento della virt, che non ha bisogno di cose offerte dalla fortuna,
e perci non pu avere n accrescimenti n perdite.
(Seneca, Dialoghi II 5,4)

Proprio allora viene raggiunta anche larmonia (concordia, congruentia, convenientia)


tra ragione divina universale e natura umana individuale, e il comportamento dellindivi-
duo corrisponde in tutto alle prescrizioni della perfezione morale (epist. 73,30: la virt
si fonda sullarmonia: tutte le sue opere sono con essa concordi ed armoniche ; dial. VII
8,5s.: una forza e una potest concorde, e si avr quella ragione ferma ).
Questo sapere, la cui trasposizione in atto bisogna perseguire, non una sorta di con-
creto sapere enciclopedico (cfr. epist. 88), ma sapere filosofico, pi in particolare nella fi-
sica e nelletica (epist. 74,29 ecc.: scientia divinorum humanorumque). La spiegazione
dei fenomeni naturali, che sono al centro delle Naturales quaestiones, permette di pene-
trare nellordinamento divino del mondo. Letica abbraccia i campi del sapere che rien-
trano nella dottrina dei beni, delle passioni e dei doveri, i quali sono cos strettamente ar-
monizzati luno con laltro, che soltanto un sapere che si estenda a tutti pu condurre al
comportamento moralmente perfetto:

un animo che sa scorgere la verit, che sa quel che si deve fuggire e quel che si deve ricercare,
che assegna alle cose un valore non secondo lopinione comune ma secondo la loro natura, che
penetra nel mondo intero e ne osserva tutte le manifestazioni, che vigila sui pensieri e sulle
azioni allo stesso modo, magnanimo ed energico, fermo ugualmente di fronte ai maltrattamenti
ed alle lusinghe, che non si lascia vincere dalla fortuna n favorevole n avversa, superiore agli
eventi ed alle vicissitudini, bellissimo, perfettamente dotato di grazia e forza, sano e temperan-
te, impassibile e intrepido, che nessuna violenza scoraggia, che i casi della fortuna non esaltano
n abbattono: in tale disposizione danimo consiste la virt.
(Seneca, Epistole 66,6)

Con il suo ceterum censeo, con il quale egli continuamente richiama alla memoria dei
suoi lettori la perfezione morale come unica valida linea guida, cos letteralmente inci-
dendo dentro di loro questo ideale, Seneca segue rigorosamente la rigida dottrina della
Stoa antica criticando ogni deviazione da essa, quale rappresentata ad esempio dalla dot-
trina peripatetica dei beni e delle passioni: soltanto la virtus un bene in senso stretto, ac-
canto alla quale non possono esistere altri beni, n la salute n lagiatezza, e solo quando

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La filosofia a Roma 439

la virtus perfetta si pu parlare di una vita beata. Seneca si rivolge in particolare contro
la definizione peripatetica dei gradi della felicit, che si pu dire perfetta solo quando
comprende i beni del corpo e quelli esteriori (epist. 85,19s.); e polemizza al tempo stesso
contro la concezione della metriopatia, che individua nella moderazione degli affetti la
condizione ideale (dial. III; epist. 85,5s.). Sebbene Seneca si conceda, in alcuni casi par-
ticolari, delle deviazioni dalla ortodossia stoica, queste tuttavia non arrivano mai a sfiora-
re il dogma della autarchia della virtus.
I trattati filosofici di Seneca si inscrivono nel discorso politico contemporaneo in ma-
niera diversa rispetto ai philosophica di Cicerone. Contrariamente alla rappresentazione
ciceroniana di concezioni filosofiche diverse, alle quali egli contrappone generalmente la
posizione accademico-scettica, gli scritti di Seneca collocano al centro la posizione stoica
(decreta o placita). Mentre Cicerone affronta in modo sistematico oltre alletica anche la
gnoseologia e la teologia, Seneca non scrive trattazioni sistematiche, anche se titoli come
De vita beata o De providentia sembrano suggerirlo. I suoi scritti offrono un sapere etico
sotto forma di prescrizioni fortemente orientate alla prassi (praecepta o consilia). Le sue
parenesi, esortazioni che si presentano come riferite a un destinatario e con ci stesso in
parte anche a determinate situazioni, si rifanno allesperienza vissuta, ovvero offrono a
illustrazione di tesi filosofiche una raffigurazione di esperienze possibili (exempla),
spesso con formulazioni efficaci, ora in forma di sentenze semplici, ora nello stile del rac-
conto. I trattati filosofici e le lettere di Seneca attuano la psicagogia, la guida dellani-
ma , conducendo il lettore verso la cura di se stesso (come vogliono Pierre Hadot e
con lui Michel Foucault), con il fine ultimo della indipendenza anche dalle concrete con-
dizioni di vita e dalla realt storica.

Bibliografia
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