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Nicola Spinosi

Talismani
La verità è che sulla Terra nulla mi giovò. (Die Wahreit ist, dass mir auf Erden nichts
zu helfen war – da E. von Kleist).

Ognuno per sé e Dio contro tutti (Jeder fuer sich und Gott gegen alle. Da “Kaspar
Hauser”, di W. Herzog).

La routine e l'improvvisazione sono due nemiche mortali dell'arte (La rutina y la


improvisacion son dos enemigos mortales del arte - scritta murale letta e riletta, nei
primi anni del nuovo secolo, in via B. Fortini, Firenze, sulla parete esterna di un
convento di suore). Non solo dell'arte, però.

“Mutismo interiore” (udii qualcuno prodursi in tale metafora, non ricordo quando,
né ricordo se fosse un modo nuovo di significare la “repressione” freudiana:
notevolissimo).

Hai il muro macchiato o screpolato, non puoi imbiancarlo, ci metti sopra qualcosa
come un quadro o un manifesto, o un mobile, se non ci dipingi sopra. Col tempo
non ricordi più la macchia, la screpolatura, sai solo cosa ci sta sopra.

“Non sono preparato, sono affascinato”, scrissi una volta a proposito de L'amante
inglese di Marguerite Duras. Ma mi è capitato spesso.

“Venga a mangiare le patate da me”. Di ignoto - rilevato nel 1999.

San Giorgio, lasci vivere il drago! (1987).

Il personale è parletico (1978).

“Dio è una donna invisibile.” (G. B. - ospite d'un manicomio, il 3 Maggio 1977).

La letteratura è quella maniera di dire che dice mediante la maniera.


Molto, dai primi anni sessanta fino al 1995 circa, ho usato quaderni di scuola,
in genere di normale formato, per scrivere appunti di vario genere, perfino per
fare i miei conti di spesa. Tolti dalla cassa dentro cui sono (e resteranno)
riparati dalla polvere, li ho esaminati sfogliandoli con una certa cura, con
curiosità. Alla ricerca di talismani.
Qui ho ricopiato e appena corretto solo le pagine, al 99% inedite, che ritengo
d'interesse diciamo pubblico, lasciando da parte la consistente quantità di
commenti a miei sogni, forse la principale presenza nei quaderni, che del
resto contengono anche moltissimi ritagli di giornale, e qualche illustrazione.
Senza contare le prove di lettere non so più se poi ricopiate e spedite.
Dal 1995, iniziando io nella primavera di quell'anno a usare il computer per
scrivere, quindi dal 2004, con l'uso di Internet, infine dal 2007, cominciando a
tenere dei blog, il numero dei quaderni e taccuini usati da me è diminuito
molto, ma non del tutto. Anzi, di recente ho ripreso a tenerne uno nello zaino.
Com'è naturale, essendo in questione, in ballo magari, più di cinquanta anni
di quaderni, ho trovato pagine di cui non mi ricordavo affatto e rinvianti a
situazioni dimenticate, a nomi sbiaditi eccetera. Ragione per cui, è ovvio,
questa cassa piena di quaderni è una supplente della mia memoria, che del
resto lavora o sciopera per conto suo.
S'inizi da dove si vuole, a leggere, ma l'ordine dei brani scelti è cronologico; si
comincia dal 1974, si perviene al 2013. Buona lettura.
James Hillman (Rivista di Psicologia Analitica, 1971, pp. 177/199) afferma che il
tradimento è necessario a chi viene tradito per superare la sua condizione di fiducia
“edenica” nell'altro – padre, madre, maestro, amante – e per maturare la possibilità di
un confronto con tutte le situazioni non protette della vita “vera”. Il tradimento sta
alla fiducia in un rapporto di necessità: essendo la fiducia un “contratto” “sulla
parola”, staccato dalla vita “vera”, essa ha come necessità, logica prima che fatale, il
tradimento; e il tradimento non è possibile senza fiducia.
Dallo scritto di Hillman emerge anche che la necessità del tradimento è non solo
ineluttabilità logica, ma anche esigenza pratica, quasi una mossa pedagogica. Così il
maestro tradisce la fiducia dell'allievo non solo perché non può non farlo, ma anche
perché vuole farlo; la storiella ebraica con cui Hillman apre il suo discorso ci mostra
un padre che spinge il figlio a saltare dai gradini d'una scala – dal secondo, poi dal
terzo e così via salendo – assicurandogli, dandogli la sua “parola” che ogni volta lui,
il padre, sarà pronto a braccia tese, lo accoglierà, affinché non cada. Quando il figlio,
forte della sua fiducia nel padre, ha il coraggio (Hillman però nega che si tratti di vero
coraggio) di saltare dal gradino più alto, suo padre disarma le braccia e il figlio cade
ferendosi.
M' interessa chiedermi se quest'esempio di tradimento deliberato sia “sano”. Forse
perché non sono “sano”, non mi sento di condividere la mossa di quel padre. E' un
atto d'amore il tradimento deliberato? Certo non d'amore “materno”. La madre
convenzionalmente si occupa della salute e del benessere del figlio, della “casa” e
non della “patria”, della sua propria concezione della “giustizia” (v. alla voce
“Antigone”) e non della “legge”. Comunque sia, io considero quel padre un cattivo
maestro non perché ha tradito, ma perché ha tradito deliberatamente., tradendo la sua
propria umanità. Suggerisco l'idea che lui “scelga” il tradimento perché a sua volta è
stato tradito, nella vita “vera”.
In un'altra sezione dello scritto di Hillman, egli annota la gamma delle “scelte
sbagliate” che fa colui che è stato tradito. Gli si produce una reazione svalutativa di
tutto quel che lui aveva in comune con il traditore, le cose “belle” tornano a essere
banali come se appartenessero a estranei, il proprio impegno affettivo viene
cinicamente ridotto a dabbenaggine, infine il tradito tradisce il traditore e se stesso,
per esempio confidandosi con una terza persona, dicendo tutto il male possibile
dell'altro, infangando l'esperienza passata – infangando se stesso.
Se è vero che noi mutiamo contegno al variare dell'interlocutore e della “situazione
sociale”, ancor più vero dev'essere che a una persona cui ci sentiamo affettivamente
vicini riveliamo ciò che a nessun altra in quel momento riveleremmo; così possiamo
essere traditi e traditori ogni giorno. Se Anassagora dice, o meglio rivela, a Beata
cose che non direbbe a Calliope (ma che potrebbe dirle), Anassagora tradisce
Calliope, se Anassagora parla di Calliope con Beata con accenti di rifiuto, ed è legato
a Calliope da un rapporto di fiducia, allora la tradisce. Ma anche Calliope può tradire
Anassagora con Beata, e Beata li può tradire entrambi con Diotima, o Calliope con
Anassagora, o Anassagora con Calliope.
Ho portato il discorso sul piano del comunicare contenuti personali e voglio, mi pare,
demistificare il tradimento amplificandone la concezione. In realtà dentro un gruppo
o dentro una coppia la fiducia consiste anche nella sicurezza reciproca di lealtà, e la
lealtà viene puntualmente tradita dentro altri gruppi, con altri compagni. Sembra
quasi inutile far riferimento al fenomeno della maldicenza, che è tradimento di chi ne
è oggetto. E di chi parliamo male, se non di chi ha un qualche rapporto con noi? In
una sorta di oblio vogliamo piacere all'altro, il “nuovo” altro, e non sappiamo far
meglio che mostrargli il nostro cinismo verso qualcuno, magari il “nostro” qualcuno.
Avremo mai la possibilità di mostrare a qualcuno affetto senza dover tradire qualcun
altro e noi stessi?
Ma Hillman è nel giusto: nel momento in cui il circuito chiuso delle confidenze viene
spezzato, tradito, magari vilipeso, la nostra delusione che spinge a tradire a nostra
volta apre uno spiraglio di luce alla nostra esistenza di individui socialmente situati. Il
clima soffocante della coppia protettiva si rompe, le confidenze, i segreti, una volta
traditi, divengono terreno comune di partecipazione, vengono socializzati.
Il figlio tradito dal padre riuscirà a vedere in lui le due facce che, come figlio, lui ha
sempre vissuto in sé. Il volto di traditore del padre finalmente è venuto alla luce, e noi
andremo in giro a darne notizia. E non saremo più bambini.(1974).

Con la cronaca nera il giornale attiva la moralità del lettore con effetti di inibizione di
atti che fuoriescano dall'ordine vigente, sia personale che famigliare, che politico. Si
uccide – il giornale dà la notizia, la riprovazione dell'accaduto è implicita. Sappiamo
tutti che non si deve uccidere.
E' un trucco. Come se Emmanuelle fosse racchiuso in una copertina dal titolo
Emmanuelle, testimonianze sulla crisi di una coppia.
Il titolo dell'articolo sull'omicidio promette al lettore qualcosa di eccitante, sesso,
violenza eccetera. C'è attrazione, ma senza compromissione del lettore. Con tal
salvacondotto il lettore può immergersi nel “bagno di sangue”, nella città post
terremoto, nella stanza teatro dello stupro, nella via disseminata di cadaveri. Lui ne è
fuori.
A un tipo di riprovazione convenzionale segue un qualcosa, di personale, di
profondamente intimo, che consente la lettura e il godimento, che è il vero scopo
della lettura, o meglio la soddisfazione mediata del desiderio evocato dal
titolo/richiamo. Ma come può questo desiderio evocato essere soddisfatto, se
socialmente e personalmente è deprecabile e deprecato? Bisogna che resti inconscio.
Come? Dev'essere proiettato sulla cronaca che si legge. In questo modo l'io del lettore
è al sicuro, o meglio, il lettore è al sicuro da perturbanti irruzioni nella sua mente,
nella sua vita, nel suo equilibrio personale, famigliare, politico. L'articolo
“succulento” è uno schermo su cui avvengono inconscia identificazione e inconscia
proiezione.
L'illecito godimento è giustificato dal fatto che si tratta d'altri, non di sé. Anzi,
proprio l'aspetto drammatico della cronaca costituisce una barriera che impedisce al
lettore di impadronirsi, di assumere su di sé - problematicamente - i temi della
cronaca letta. Non c'è dunque solo il meccanismo oscuro della proiezione a difendere
il lettore da quanto nella cronaca riguardi lui, a permettergli di convogliare nella
riprovazione convenzionale i suoi desideri di violenza - ma anche di liberazione. C'è
anche l'aspetto vietante insito nella cronaca, armonico alle fantasie inconsce che
vietano (“finirai in galera o all'ospedale”, dice il Grillo parlante) di produrre pensieri
coscienti contro l'ordine vigente. Vera pubblica sicurezza. (25 Gennaio 1978).

Diffondere l'informazione che anche l'alcol è una droga (una sostanza psicoattiva),
che lo è anche il Valium, non credo che incida sull'immaginario, che consente di
proiettare sui cosiddetti drogati, emarginati, “diversi”, ciò che è insopportabile
riconoscere come proprio. Alla droga è legato il tema del godimento, dell'uscita
dall'ordine del lavoro, della famiglia. Il “viaggio” fa paura. Ecco perché la droga è
vietata. Ecco perché il drogato è disprezzato e perseguito, anzi, perseguitato, non
certo per il suo bene. Sono le connotazioni della droga a essere perseguitate. Chi usa
psicofarmaci lo fa anche per restare dentro, per potere dormire e poi alzarsi e
lavorare, in casa o fuori. Anche l'alcol, come droga, forse ha connotazioni di uscita
dall'ordine: dimenticare la realtà della propria vita per uscirne, oppure per restarci.
Tuttavia l'alcol è legale, sostenuto, pubblicizzato. Riguarda sì la ricerca di godimento,
ma recuperata dal sistema. (27 Gennaio 1978).
Idea per un racconto: un uomo ammogliato ha un'altra donna; la porta a casa;
convivenza a tre; le due donne si “alleano” e divengono assolutamente identiche; lui
non può più distinguerle. Solo se passa da una stanza all'altra riesce ad esser certo che
le donne sono due e non una; non sa più con quale delle due parlare – il suo gioco era
parlare con l'una dell'altra. Quando le due sono presenti insieme lui ha la sensazione
di stare per soccombere. (Agosto 1978).

La fantascienza realizza le metafore, le rende materiali e le fa camminare mettendone


in rilievo la “scomodità”, così facendo realizza i desideri che hanno dato luogo alle
metafore. (18 Gennaio 1979).

H.P. Lovecraft è un autore modesto. La paura, suo obbiettivo, è irreperibile nei suoi
scritti. HPL descrive, appone cartelli, foglietti con su scritto “orribile”, “nauseante”,
“blasfemo”, “inumano”, ma è incapace di rappresentare tali qualità. Ne La mala ora
di Marquez il protagonista combatte la perdita della memoria applicando agli oggetti
dei cartellini con il loro nome. Noi che leggiamo HPL non abbiamo bisogno di tutte
le sue indicazioni, non abbiamo perduto la memoria, non ci servono foglietti.
Sembrerebbe utile, a un autore di racconti “gotici”, il coinvolgimento del lettore,
ebbene: HPL coinvolge il lettore mettendo tra lui e le cose le descrizioni e le
aggettivazioni, lo coinvolge per mezzo della frustrazione della voglia di vedere.
(1981).

Mio “fratello”, questo flemmatico eroe da biblioteca, mi teneva la mano


conducendomi verso l'albergo del Bambin Gesù. Io continuavo a pensare al mio
lavoro a maglia. Posso dirlo: sono Penelope. Quest'uomo, mio “fratello”, è un intruso
che adesso finge di proteggermi da quelli che hanno occupato la mia casa. Come se
anche lui non fosse un usurpatore. Dove sei, marito mio? Dove sei, mio Ulisse?
All'albergo mi riconobbero subito, sorvolando con tatto comprensibile sulle
generalità dichiarate da Julio: Julio Cortàzar e Irene Cortàzar, roba da ridere. Io non
mi chiamo affatto Irene, né Cortàzar, ma Penelope, Penelope Bloom. Non potevo
contrariarlo, quest'uomo gelido e permuroso, entrante come l'aria fredda di settembre
<siamo in Argentina, amico lettore!>, implacabile nella sua presunzione di essere
degno di me. Alloggiammo in due camere non comunicanti, per fortuna, la centouno
e la centoventitré, e nonostante il disagio e l'incertezza per la perdita della casa, ebbi
una notte serena, solitaria e serena. Pensavo al mio lavoro a maglia, a tutto il mio fare
e disfare lungo gli anni. Azzurri, rosa, grigi, rossi, blu, bianchi, crema, cremisi, quanti
chilometri di pazienza avevo sprecato! Adesso mi trovavo senza una dimora. Dove
avrei potuto attendere il ritorno di mio marito; come fargli sapere, e dove, che ero
nelle mani di un folle usurpatore, tanto attaccato a me da lasciare agli altri Proci la
casa, la nostra casa? Julio Cortàzar, da dove sei uscito, uomo di pietra, chi ti ha
mandato da me a sorvegliare la mia attesa?

Ulisse una mattina luminosa di febbraio era uscito di casa, come sempre, per i suoi
giri di uomo onesto, meditativo, premuroso. Non doveva andare forse a un funerale?
Sì, sì, il funerale d'un conoscente, cosa doverosa. Ulisse: era fatto così, poteva
rispettare le convenzioni senza essere convenzionale. Aveva in sé un centro burroso
di forza che lo soccorreva nella vita. Come un cuore, ma situato altrove. E non era più
tornato. Al posto suo questoJulio Cortàzar. Ricordo che aprì la porta di casa nostra
come se fosse lui il padrone, lui, un uomo di carta.
La mattina successiva, nell'albergo del Bambin Gesù, venne da me per avvertirmi che
avrebbe chiamato i “nostri” curatori per l'acquisto di una casa nuova per avvisarli che
non “ci” avrebbero trovato più al vecchio indirizzo. “Prenderemo una casa più
piccola, per noi due, Irene, andrà tutto alla perfezione, vedrai.” Era evidentemente
pazzo: Intendeva rinunciare alla casa, lasciarla ai Proci usurpatori che l'avevano
occupata. Sperava di piacermi, per caso, con tale debolezza? Sì, davvero dovevo
fronteggiare le stravaganze di un pazzo. Se solo ritornasse mio marito.
Adesso siamo nella nuova casa, Julio sottilmente, subdolamente m'imprigiona, mi
parla di “nido”, sono sicuro che insiste a dirsi mio fratello, invece che mio marito, per
non doversi mettere di fronte al fatto che è con una femmina che ha a che fare. Ulisse,
se solo potessi tornare a liberarmi da questa larva, per ritornare nella nostra casa, nel
nostro ardore! (Febbraio 1982).

“Chi vespa mangia le mele” è un “proverbio” della fine degli anni sessanta, e viene
da chiedersi se gli slogan pubblicitari a carattere sentenzioso non siano tutti proverbi
del tempo attuale. “Chi vespa ...” è una sentenza inventata da pubblicitari, il successo
del veicolo, dovuto o no alla pubblicità, è sotto gli occhi di tutti. Qui m'interessa il
successo dello slogan. Lo considero per ora senza tener conto del fatto che esso non è
una creazione della “saggezza popolare”, ma della scaltrezza pubblicitaria, cioè che
ha avuto uno scopo preciso (mutare l'immagine del veicolo presso il pubblico).
Propongo alcuni proverbi veri e propri che hanno una costruzione simile o uguale per
esemplificare l'idea che “Chi vespa ...” sia un proverbio.
“Chi semina vento raccoglie tempesta”; “Chi ben comincia è a metà dell'opra”;
“Chi di spada ferisce di spada perisce”. Osservandoli si capisce che quello piaggesco
è più una caricatura di proverbio, quasi un nonsense travestito da proverbio. Ha la
forma del proverbio, ma non ha senso comune, non sembra venir di lì, come sono
adibiti a fare invece i proverbi. Raccogliere tempesta è la conseguenza del seminare
vento, dice il senso comune in modo meno metaforico, senso comune che non dice
affatto che per mangiare le mele bisogna vespare, o forse lo dice, ma non come senso
comune, anzi!
Seminare vento sta forse per far qualcosa in modo conflittuale, competitivo, litigioso,
“vespare” sta per cosa? E mangiare le mele che cosa metaforizza?
Metafore misteriose, no? Ma “vespare” molto più che una metafora (perché tale
diventa solo di riflesso con “mangiare le mele”, così come “dormire” diventa
metaforico solo di riflesso con il “non pigliar pesci”) è un verbo inventato, che prima
non esisteva. Trasformare un nome in verbo è una possibilità della lingua, beninteso:
uccello dà uccellare, velo velare, maschera mascherare.
Lo slogan piaggesco ha in comune, dunque, parecchie cose con i proverbi, e usa i
trucchi della lingua, ma con materiali non comuni, e pervenendo a un esito
nonsensico.
Vespare sembra una parola gergale, ma, a quanto se ne sa, di gergo inventato, non
raccolto presso una minoranza. A questo punto devo ritornare al contesto
commerciale dello slogan.
La campagna della Piaggio tende a cambiare l'immagine della Vespa, si tratta di
schiodarla da connotazioni di necessità per conquistargliene altre, di libertà.
L'immagine consolidata fino agli anni sessanta è quella d'un veicolo utilizzabile in
mancanza dell'auto, o meglio perché non si ha l'auto, intanto che tuttavia l'auto è
divenuta un mezzo alla portata di molte più persone rispetto al dopoguerra, quando
nasce la Vespa, e rispetto agli anni cinquanta. Gli adulti tendono a comprare utilitarie,
e addio Vespa: nessuno vuol più bagnarsi né far la figura del povero cristo. Quindi
bisogna giovanilizzare l'immagine, conquistare il mercato dei giovani. E' necessario
spostare l'immagine dal suo senso comune a un senso non comune, per far della
Vespa qualcosa che porti nel magico mondo delle “mele”. La Vespa, la sua immagine
tradizionale anzi, appartiene al mondo dei proverbi, alla saggezza popolare, al mondo
dei bisogni, al mondo delle formicuzze, bisogna conquistarle il mondo dei sogni,
delle cicale, del nonsense. “Chi vespa mangia le mele” serve allo scopo. Ridicolizza
la saggezza popolare facendone insensatamente il verso, pone come valore
l'enigmatico “mangiare le mele”. E' l'immaginazione al potere, uno slogan che alla
fine degli anni sessanta si è scritto sui muri, prima a Parigi, poi dappertutto. (29
Marzo 1982).

Gli individui differiscono tra loro; Luigi Pintor sul Manifesto scrive che è abituato a
distinguere gli oppressi dagli oppressori. E' un metodo nobile, per quanto poco
elastico. Di sicuro è più nobile del metodo di distinzione razziale o religioso. E' facile
distinguere un europeo da un africano, o da un asiatico, è difficile distinguere un
cattolico irlandese da un irlandese protestante, e anche distinguere un italiano ebreo
da un italiano cattolico. Tanto più che molti italiani non sono né ebrei né cattolici, in
altri termini della mercanzia religiosa se ne fregano. Gli ebrei, come tutte le
minoranze tengono molto alla loro differenza, perché essa può servire a produrre e a
confermare l'identità (questo in genere). Per me ciascuno è “libero” di identificare se
stesso come meglio crede, inghiottendo ostie, facendo circoncidere i neonati di sua
pertinenza, travestendosi da Che Guevara, o da Carlo Debenedetti. Sarei cattolico,
secondo la mia storia famigliare, ma, a parte qualche porcheriola che certo mi sarà
rimasta in testa, non mi identifico come cattolico. Se fossi nato in una famiglia di
ebrei magari anch'io mi servirei dell'immagine della “terra perduta d'Israele” per
esprimere la mia difficoltà di stare nel mondo, questo mondo. Ora, bisogna dire che
scambiare il simbolico per il reale può produrre davvero dei disastri, così il tema del
Ritorno è stato svolto in modo concretistico dagli ebrei, facilitati in ciò dai sensi di
colpa dell'Europa. Come è noto le terre immaginarie raramente corrispondono con
quelle reali. Oltretutto non si può tornare indietro nel tempo - ahimè, non si può. A
me piacerebbe che il mio maniero maremmano fosse tutto mio, che ancora avesse le
sue sale, le sue mura ricoperte di rampicanti, che fosse armonioso e non diviso,
com'è, in tanti appartamenti occupati da brava gente - e da tanti decenni, oramai. Mi
devo accontentare di quel che mi è rimasto, convivere con gli altri, diversi da me,
questi “palestinesi”! Lo Stato d'Israele è nato sotto il segno dell'abbaglio e
dell'ingiustizia. Prospera grazie all'ingiustizia e alla sopraffazione. Gli ebrei se lo
devono mettere in testa: “per una volta” l'ingiustizia non l'hanno patita, ma l'hanno
commessa, o meglio è stata commessa da loro simili. E si devono mettere in testa che
non esiste zona dell'umano che non possa esser criticata. Porsi come tabù è ridicolo,
fa intravedere “rappresentazioni collettive” dove l'immagine dell'ebreo perseguitato è
sostituita da quella dell'ebreo popolo eletto, speciale capro espiatorio di Dio e simili
amenità. Ha detto un noto esponente della comunità ebraica, Zevi, che l'attentato
avvenuto a Roma in zona sinagoga è dipeso dall'accoglienza fatta ad Arafat da molti
uomini politici e di Stato italiani: è una idiozia. Intanto dimostra che si trascura la
responsabilità del governo israeliano nella sua pratica politica da “soluzione finale” ai
danni dei palestinesi, che, tramite le loro organizzazioni, si difendono come possono,
magari con il cosiddetto terrorismo. “L'odio contro l'ingiustizia stravolge il viso”,
scrisse Brecht. Anni e anni ancora vedremo vendette e controvendette. E i palestinesi
si comporteranno per secoli come ebrei, guardandosi indietro, a torto o a ragione. Che
noia! (12 ottobre 1982).

Non c'è qualcosa di sinistro nel fatto che un processo abbia luogo all'interno di un
carcere? Non è sinistro che nessuno lo trovi sinistro? “Ai terroristi di Prima Linea è
stato concesso di scegliersi la gabbia.” (Tele Nazione). Inno alla capacità di
adattamento. (7 Ottobre 1982).
Uno. Il protagonista della storia qui trascritta possiede una casa di campagna e una
nonna di città. La nonna del protagonista possiede a sua volta un nipote di città e una
casa di campagna. L'intreccio non manca. A complicare la storia contribuisce il fatto
che s'ignora se si tratta di una casa sola o di due.
Tra la nonna del protagonista e il protagonista c'è una differenza di cinquant'anni. Il
problema: quanti chilometri dista la casa di campagna (se è una) del protagonista e di
sua nonna dalla città? Quanti chilometri di tempo? Fingiamo di sapere che il
protagonista e sua nonna abbiano in comune, oltre alla casa di campagna, la città di
appartenenza. Una cosa per volta, diceva mio nonno (ma questa è un'altra storia).
La nonna del protagonista è nata, per l'appunto nella sua casa di campagna, nel 1896.
Il protagonista è nato, nipote dalla nascita, non in una casa di campagna, è nato in
città, la città che fingiamo di sapere che sia la stessa dove abita la nonna del
protagonista. Lasciamo perdere l'abitare, e a proposito: chi è che dice “mio nonno”?
L'autore? Attenti, abbiamo due nuovi personaggi.
Il protagonista è nato nel 1947. Ora, 1947 meno 1896 non dà cinquanta, ma
cinquantuno. Di tale discordanza possiamo dare due cause. O il protagonista si
aumenta l'età di un anno, o sua nonna si toglie un anno dalla sua. Chi dei due bara
non lo sapremo mai. E difficilmente giungeremo alla conoscenza del chilometraggio
esatto della distanza temporale tra la casa di campagna e la città. Distanza temporale?
Ma è ora di passare al secondo capitolo.
Due. Il secondo capitolo manca, non possiamo leggerlo.
Tre. I tarli del tempo tarlano da tanti e tanti e tanti anni le travi di almeno una delle
stanze della casa di campagna del protagonista e di sua nonna. Tale affermazione si
fonda sul ritrovamento di spruzzatine di polvere rossastra sul pavimento, sui mobili e
(orrore) sulla sovraccoperta bianca ricamata che adorna un certo letto. Il protagonista
giura che tale coperta appartiene a sua nonna, lui se ne ricorda, perfino di Tamari si
ricorda, che tutto quanto ci si avvoltolava dentro per dispetto. L'autore gli fa notare
che la sovraccoperta della nonna non è la casa della nonna in campagna. La parte non
sempre implica il tutto, sospira l'autore, ma ammette che sì, è possibile che i tarli
tarlino le travi della casa di campagna della nonna, se macchiano di polvere rossastra
la di lei sovraccoperta bianca. E sorvola con tatto encomiabile su Tamari: di
avvoltolamenti non ne vuol sapere di più. Il protagonista, restituito alla certezza della
sua comproprietà, contempla le spruzzatine di polvere rossastra in stato di ebetudine.
Una donna presente sulla scena suggerisce l'ipotesi che esse derivino dal soffitto,
come limatura dell'incessante (?) lavoro dei tarli nella travatura del tempo.
Antichissima. Non stupisca che i due facciano ipotesi sulle spruzzatine: noi (noi?) lo
sappiamo, ma loro, “in quel momento”, mica lo sapevano ancora, dei tarli! Previdente
ed esperta, la donna, appena introdotta, con un colpo di mano dell'autore, nel
racconto, consiglia di lasciare nella casa un prodotto antitarli in tante scatoline
rotonde di metallo, prodotto, pare, micidiale (per i tarli). Chi è questa donna? Il
lettore si accontenti in negativo: non è la nonna del protagonista. Crescono i
personaggi e i problemi. L'idea del prodotto antitarli rimane allo stadio suo proprio,
cioè non viene condotta a misurarsi con i fatti. Passano i mesi. I tarli non si sa che
cosa facciano. Lasciamoli a scavare gallerie nella trama del racconto.
Quattro. Il capitolo quarto c'è, quindi possiamo leggerlo. All'autore, nonostante
alcune piccole e precarie certezze, si pone il compito di manovrare questa trama,
questo complotto (alcuni umani, un numero imprecisato di animaletti, una città o due,
una casa di campagna sull'orlo dello sdoppiamento, l'autore stesso (stesso?), un
prodotto micidiale per gli umani e forse anche per i tarli, cinquantuno anni travestiti
da cinquanta, il racconto stesso (stesso?), Tamari. Ma le spiritosaggini non bastano,
dov'è l'indagine psicologica? Dov'è almeno l'azione? Si potrebbe introdurre un
fantasma, la casa è antica, potrebbe ospitarne uno, anche piccolo. (Segue un elenco di
piccoli fantasmi).
Una scena amorosa e acerba in una stanza sotto la torre.
Un gioco infantile di simulazione di pergamena antica con su tracciata mappa di
tesoro.
Una scena di bieco adulterio dello sguardo.
Una sfrenata festa abbagliata dal fuoco del camino.
Una luce bianchiccia improvvisamente roteante nella notte.
Un numero imprecisato di fischi del vento sulle mura secolari.
Un cane, Tamari, che abbaia dal balcone della torre.
Un tramonto dell'Orsa Maggiore.
Una memorabile notte insonne, ma fresca.
Un film “Nosferatu”, di tale Murnau, visto dal protagonista nel 1962 alla tv nella casa
del racconto qui diramato, settembre, in compagnia di una fanciulla. Fanne qualcosa,
amico lettore, di questi piccoli fantasmi. L'autore passa al capitolo quinto.
Cinque. Tornato in città, assicuratosi dell'esistenza e della disponibilità del quinto
capitolo, il protagonista viene raggiunto da una telefonata: una voce contraffatta
mormora che la casa di campagna del racconto è scomparsa. Il protagonista rimane
perplesso, costernato anzi. Vaga per la città chiedendo istrionico se per caso non si sia
vista una casa di campagna così e così. L'autore gli telefona ingiungendogli di farla
finita. Il protagonista insiste e fa pubblicare, a spese dell'autore, un avviso sul
giornale più diffuso: “Cospicua mancia a chi saprà dare informazioni sulla scomparsa
di una casa di campagna”, seguono i dati (non semplici da dare): “telefonare ore
notturne al numero seguente”, segue il numero telefonico dell'autore, ignaro (non
onnisciente).
L'autore riceve telefonate di persone in affanno, non è detto che si tratti di
perditempo; gli telefona anche la nonna del protagonista. Scambio gelido di battute.
La donna (la nonna) afferma di aver fatto scomparire la casa di campagna per
vendetta contro il nipote, l'autore la punisce, primo per la di lei improntitudine,
secondo perché ha detto, la nonna, il falso sapendo di dirlo: la fa sparire dal racconto.
Lui solo può far sparire elementi del racconto.
Telefona al protagonista. (Segue dialogo telefonico, registrato dall'autore ed
approvato dal protagonista – o viceversa).
Salve, sono l'autore di questo racconto. Devo darle una notizia buona e una cattiva,
ma la cattiva forse le sembrerà buona e la buona cattiva.
Mi aspettavo una sua nuova telefonata (calca su “nuova”, ma nessuno sa dire perché
dice “nuova”): avanti con la buona notizia.
Ho fatto sparire sua nonna dal racconto.
Ah! E a farle scrivere un testamento ha pensato?
No!
E ora come faccio a prendere possesso legale di casa mia?
Ma la casa è scomparsa!
La ritroveremo
Chi?
Lei ed io, naturalmente.
Non raccolgo la provocazione e passo alla notizia cattiva. Ho deciso di far scomparire
dal racconto anche lei!
La telefonata ovviamente s'interrompe, ed è tempo di leggere il sesto capitolo.
Sei. La distanza città-casa di campagna, se ancora ce ne fosse una, sarebbe di
centodieci chilometri di tempo. Oramai è fatto deserto di tutto. Chi è l'assassino? E'
possibile rilanciare. Ma l'autore non ha letto il seguito del racconto, e non sa cosa
scrivere. Nominiamo una commissione, grida qualcuno.
Ecco il settimo capitolo. Il relatore, nominato dall'autore, prende in esame le
incongruenze logiche del racconto. Gli pare però centrale la frase “oramai è fatto
deserto di tutto”: la chiave del mistero. I commissari (i tarli?) ascoltano la relazione e
deliberano. Il secondo capitolo è sequestrato, neppure all'autore può esser dato in
lettura. Nei passaggi di mano dell'incartamento da commissario a commissario
l'autore intravede alcune parole dell'inizio del secondo capitolo. Legge svelto: “il
secondo capitolo manca.”: subito la pesante cartella di celluloide si chiude sulla
pagina.
In un momento di debolezza l'autore introduce il nonno di cui al primo capitolo.
“Aveva sempre detto che le fin di settimana a Valdombra lo avrebbero portato alla
morte: ancora oggi la diabolica vecchia (la bugiarda consapevole) lo rammenta,
attribuendo però la morte prematura del nonno alla Grande Guerra.” Ma oramai è
fatto deserto di tutto. L'autore, interrogato dai commissari, risulta incolpevole. Lo si
consiglia tuttavia di leggere con più accuratezza i racconti che vuole scrivere. Tutto
viene fatto improvvisamente sparire. (1982).
Uno dei responsabili della morte di Rosaria Lopez (v. il “delitto del Circeo”) è stato
arrestato in Argentina da agenti dei quali uno si chiama Rosario Lopez.
(1 Febbraio 1983).

Il lavoro del rapinatore è molto più pericoloso e faticoso di tanti altri. Ciò che lo
rende detestabile ai più, almeno in superficie, è, oltre alla sua violenza, il fatto che
non ha utilità che per il rapinatore. Mi sembra una constatazione intelligente. Dovrei
trovare l'esempio di altri lavori che non sono utili che a chi li esercita. Non ne trovo.
Ma cos'è un lavoro? Per esempio, una persona che vive da sola e pulisce casa sua
compie un lavoro che serve solo a lei. Ma neppure lede qualcun altro. Quindi, oltre al
fatto che un lavoro dev'essere utile a chi non lo svolge, deve anche soddisfare la
condizione di non essere lesivo. Ora, indubbiamente rapinare banche nonché essere
inutile socialmente, è dannoso. Quindi se lavoro è quello che ho appena detto, il
rapinatore non lavora.
D'altra parte è a stento che il lavoro domestico di una persona per sé viene
considerato lavoro. E non viene pagato.
Il lavoro dev'essere una vendita di qualche merce materiale o immateriale (“servizi”).
Quello del rapinatore risulta ripugnante in quanto consiste nel sottrarre denaro o
merci senza vendere nulla. Manca uno dei due momenti, quello della vendita,
sostituito dal mitra o dalla pistola. (11 Aprile 1983).

Guardando le smorfie di mio figlio appena nato, o meglio le espressioni del suo viso,
se non addirittura quel che fanno le sue mani, tendo spontaneamente a interpretarle
come se fossero espressioni d'un adulto. In un secondo momento mi trovo a criticare
l'interpretazione in chiave adulta (foss'anche quella scientificamente accolta di
“sorriso sociale”) e a pensare che invece si tratti di espressioni che hanno un
fondamento tutto biologico che io ignoro. Si parla di contrazioni del viso che sono
interpretate dall'adulto diciamo ingenuo come sorrisi. Abbiamo bisogno che
quest'individuo, abbastanza alieno, ci sorrida, ci confermi che esiste un rapporto
reciproco. Eppure le espressioni di mio figlio (meno di sei settimane dopo la nascita –
sta per neonato in genere) sono piuttosto simili a quelle d'un adulto. Dicono fastidio,
disgusto, soddisfazione, quiete, interrogazione, interesse eccetera. Se introduco tra le
sue labbra il ciuccio asciutto, direi secco, nonostante che lui lo voglia, la sua bocca
s'increspa disgustata. D'altra parte si richiude vogliosa quando, dopo che gli è caduto,
gli rimetto in bocca il ciuccio.
Ora, le espressioni del volto adulto sono ricche d'apprendimento. Tanto che abbiamo
espressioni diverse al variare dei mondi, degli ambienti, delle culture. Ma ce ne sono
alcune – ripeto – che somigliano a quelle di mio figlio. La differenza sta nel fatto che
quelle adulte sono culturali, oltre che biologiche. Se mettiamo nel caffè il sale invece
che lo zucchero, la reazione dell'adulto è la stessa, più o meno, di quella di mio figlio,
quando gli verso un po' di succo di limone in bocca contro il singhiozzo (?). La bocca
dell'adulto s'increspa indignata come quella di mio figlio. Ecco, l'indignazione è già
qualcosa di culturale, di adulto. Infatti un adulto può increspare la bocca disgustato
non per qualcosa che abbia ingerito, ma per qualcosa che ha udito dire, qualcosa
d'incongruo o indegno: come sale nel caffè. Un cane è stato gettato nella macina della
nettezza urbana, sente dire l'adulto, e increspa la bocca disgustato, indignato.
Noi adulti dobbiamo proprio capire quel che esprime il piccolo, e ci risulta comodo
attribuirgli i nostri sentimenti, le nostre reazioni. Ciò è irrazionale, ma fonda il nostro
rapporto con il piccolo introducendolo nel nostro mondo. Voglio dire: è assurdo
compiacersi dei sorrisi di mio figlio, ma così gli vogliamo bene e gli sorridiamo e lo
trattiamo con tenerezza. Lui, è come se sorridesse, dal nostro punto di vista, come se.
In realtà sta facendo una cosa che ha la forma, non il contenuto del sorriso adulto.
L'adulto sorride come se, abbiamo visto che fa boccacce come se gli avessero dato il
caffè salato. Il sorriso adulto tende ad essere “metaforico”, traslato dal suo
fondamento, dalla sua causa concreta, biologica. Le espressioni di mio figlio sono
adesso concrete, le mie, le nostre, tendono ad essere traslate. In mio figlio il traslato
(la cultura?) è a venire, in noi il concreto è presente , ma molto nascosto. (30 Maggio
1984).

Qualcuno si sarà domandato che cosa avviene ai non vedenti, riflettendo alla teoria
lacaniana dello “stadio dello specchio”. E che n'è dei figli d'una madre che non allatti
al seno e nutra invece il figlioletto con il biberon alternandosi con il padre del
bambino? - si domanda chi rifletta sui “seni” kleiniani o sugli idilli dello sguardo tra
il piccolo e la madre – fornariani. E che n'è di quei maschietti sfortunati che non
abbiano sorelle, che vivano in un appartamento dotato quanto basta di stanze per cui
di adulti svestiti non se ne vedono?- si chiede chi rifletta sulla teoria della castrazione
freudiana. Queste e altre domande i meno fessi credo che se le facciano, in segreto
almeno accusando la psicanalisi di essere una congerie di fanfaluche.
I problemi che con insolenza propongo effettivamente ci sono, lo provano le
cosiddette resistenze alla psicanalisi. Non è scientificamente valida, dicono i seguaci
di Popper, gli sperimentalisti, i cognitivisti, i comportamentisti, gli etologi. Le sue
basi sono falsificabili, sono verificabili? Gli etnologi ghignano sulle pagine di Totem
e tabù. Fortunati che han soggiornato nei “mari del sud” ci rassicurano: l'Edipo non è
universale. Povero Freud, che ha scritto del mondo primitivo (dal nostro punto di
vista), stando alla scrivania, come del resto Frazer. Invece Totem e tabù è un bel libro,
ma da non prendere come oro colato. In esso si racconta l'emozione provata da un
uomo ingegnoso davanti a una raccolta di storie dal titolo favoloso, Il ramo d'oro. Tal
uomo ingegnoso s'avvede che quelle storie assomigliano alle storie che lui è abituato
ad ascoltare nel suo studio di medico di gente con i grilli per la testa. Coglie gli
elementi concordanza tra i due tipi di storie, storie per lo più di divieto, e si picca di
spiegare o illuminare le prime con le seconde. Prevaricatorello com'è cerca di
sistemare nel suo lettino procustiano il vasto mondo primitivo, e questa mossa
imperdonabile dovremmo invece perdonarla prendendoci il gusto di vedere illustrate
le nostre storie europee di nevrosi con storie esotiche di divieti – tra tigri e palmeti
(rima voluta).
Qualcuno, quando gli appare la natura romanzesca della psicanalisi, prende un'altra
strada; qualcun altro accatasta congetture che talvolta hanno la lucidità e la logica del
delirio; qualcuno esce dalla psicanalisi tentando di verificarla. Spitz e Bowlby mi
sembrano due buoni esempi, ma stanno fuori dalla psicanalisi.
Chi se ne uscito dal tetto, per dir così, è Jung. Con lui la dose fantastica e romanzesca
è cresciuta; come dicon le fanciulle, “Jung va oltre”. La mitopoieticità della
psicanalisi con Jung viene potenziata, il pedale metaforistico è premuto alla disperata.
Un manicomio medievale, ha detto non so più chi della psicologia junghiana. (1984).
Ho visto ieri sera in tv uno scontro tra madre e figlia ripreso dall'aula dove si svolge il
processo a Mamma Ebe. La figlia era una delle “monache” seguaci di ME, la madre
una delle cosiddette parti lese in causa. Scontro vivace, interessante ma così
drammatico e pieno di risonanze personali da risultare offeso dalla ripresa televisiva e
dalla trasmissione. La madre di spalle andava dicendo con tono di rimprovero
violento che quello di ME non è un convento ma un casino, marcando il fatto della
comunità tra donne e uomini e la disinvoltura di Me. La figlia, di fronte alla madre,
alla giustizia, alla tv, vestita di scuro, in effetti una suorina, magra e all'apparenza
soccombente davanti alla mole materna, piccolina e ostinata, ripeteva: “sono
maggiorenne e faccio quello che mi pare.” Dolorosamente la camera tv ha frugato in
una scena famigliare bruciente. La madre che si appella alla morale, la figlia che si
appella alla legge. Ma poi è venuto fuori altro, dalla figlia, un racconto breve e rotto
di una maternità non voluta, di un padre che getta la figlia sopra la stufa. La madre
non ha risposto, poi nell'intervista che ha rilasciato a parte ha parlato di invenzioni. Si
capisce perché questa ragazza segua ME, al di là di quel che potrà decidere il
tribunale (“non mi toglierò quest'abito”): perché ha voglia di una madre che la ami,
ha voglia di essere desiderata, non rivendicata, e non conta se davvero sia stata
gettata su una stufa, se sia stata voluta davvero (pare che il padre abbia preso la
madre a calci durante la gravidanza). Non contano le ragioni della madre, della
famiglia, della morale, della giustizia, del giornalismo, contano invece gli atti e le
parole, l'immagine, il carisma di qualcuno, il calore di qualcosa. Conta qualcosa di
“pulito” in cui credere, dice la ragazza, conta credere: un bisogno bambino di
genitori, un bisogno che non finisce di avere punti di riferimento, un bisogno di fede.
E una fede può costare anche la libertà, un amore può costare l'identità. Non basta
prendersela con ME (a letto con il segretario e due bottiglie di champagne, sta madre
puttana! Evidentemente è meglio una madre puttana di una non madre. So che quella
donna urlante in faccia alla figlia era una cattiva madre, che avrebbe accettato la
spartizione in un giudizio salomonico. ME, orrenda regina delle tenebre, sfruttatrice,
millantatrice, eppure mamma, evidentemente, per tanti. Prende via i figli, via da dove
essi non appartengono. (12 Luglio 1984).
Mamma Ebe è una donna bruna, capelli ondulati e piuttosto lunghi, giovanile se non
giovane, grandi occhiali da vista. Non brutta, ha una bocca dal labbro inferiore
leggermente sporgente e un mento troppo pronunciato. E' l'impressione di chi come
me ha visto solo una testa parlante in tv, per pochi minuti. L'intervista è stata
annunciata dal giornalista Mario Pastore in modo da presentare Ebe Giorgini come
una persona degna di ludibrio. I miracoli di ME, secondo il giornalista, consistono nel
far sparire le accuse che a lei vengono fatte, le sue ricchezze, ogni altro addebito.
Impostazione cosiddetta laica, in realtà banalmente antireligiosa. Penso che ME
rappresenti per il TG 2, notoriamente “socialista”, il bersaglio debole su cui scaricare
l'odio anticlericale che deve essere represso e anzi sublimato al cospetto delle figure
importanti della religione e della Chiesa. Penso ai panegirici letti con voce
appassionata in merito alle imprese di Babbo Woytila. Deboli con i forti, forti con i
deboli. Invece l'impostazione laica è aperta, non pregiudiziale, non antireligiosa, ma
areligiosa. Non si neghi che di ME la connotazione principale è quella religiosa.
Intervista tranquilla. Si contestano a ME le sue proprietà, l'acquisto di una barca di 10
metri, i suoi rapporti sessuali con i ragazzi della comunità, la sua santità e le sue
visioni. ME nega di sapere perché sia imputata, afferma di non essere ricca, di aver
comprato la barca non per sé ma per i suoi assistiti, di non avere avuto rapporti
sessuali con i suoi ragazzi (“me ne porti uno”). Riguardo alle stimmate e alle visioni
la donna, piuttosto padrona di sé, dice delle cose interessanti. Sulle stimmate: “non
dico nulla, guardate voi”. L'intervistatore le prende le mani, così, senza chiederle il
permesso, la fruga e la espone. Le visioni: ME fa un'affermazione intelligente: non si
può dire di aver visto la Madonna, si tratta di cose personali, soggettive.
L'intervistatore poi si riferisce alla qualità dell'abito di ME: è un bel vestito! Lei
ribatte che non è firmato, non è da ricchi. Incredibile volgarità. Dell'intervistatore.
ME nega tutto, forse la follia dei suoi accusatori alimenta la sua.
Su Repubblica leggo che, riguardo ai quaderni che riportano gli “exploit erotici” degli
adepti con ME, costei afferma trattarsi di “esercitazioni oniriche, fantasie espresse per
iscritto come se fossero state vissute”. Afferma “di aver sottovalutato il pericolo che
una sorta di carisma potesse suscitare infatuazioni profane, dovute certamente all'età,
ai sogni, e, perché no?- alle rinunce conseguenti al voto di castità”.
ME si presenta come una terapeuta che usa la religione per “guarire” nevrosi e
psicosi – dice di essere una guaritrice. (14 Luglio 1984).

Mamma Ebe è stata condannata a 10 anni di galera. Tra gli altri suoi seguaci è stato
condannato a due anni e due mesi di arresti domiciliari un certo Abate che la sua
famiglia aveva cercato di “riaccogliere nel suo seno”. Ha preferito, Abate, restare in
prigione. (25 Luglio 1984).

Sembra esserci un accordo tra i commentatori: nelle storie diciamo non realistiche il
sotterraneo “rappresenta l'inconscio”. Così un certo Mosig nel suo commento a
L'estraneo, di H.P. Lovecraft, così un certo St.Armand a proposito de I ratti nel muro,
altro racconto memorabile di HPL. Nella rivista americana Gothic, l'articolo di
apertura, nel primo numero, insiste sull'immagine del castello, sul simbolo della casa.
A proposito de Il gatto nero, di E.A. Poe, leggo: “The basement of the house, the
equivalent of twisted and dark Gothic catacombs, is emblematic of the speaker's own
evil depths.” Le “profondità” individuali sono simboleggiate da profondità
architettoniche. St. Armand ricorda l'analogia tra la visione lovecraftiana della
caverna sottostante al castello ne I ratti nel muro e il sogno di cui scrive Jung in
Ricordi, sogni, riflessioni, sogno di discesa da un piano all'altro, da un'era all'altra, di
una casa, giù fino alla caverna primordiale. In effetti la concezione junghiana
dell'inconscio consente una rappresentazione quale s'incontra nella narrativa non
realistica. Ma anche la concezione freudiana, più laica, non rifugge dalla metafora
dello scavo, dall'immagine archeologica (per esempio in Costruzioni nell'analisi).
L'inconscio freudiano è meno “nobile” di quello junghiano, molto più disteso lungo
la superficie della quotidianità, più “comune”, ma certo, anch'esso, è situato nel
“profondo”.
Che la narrativa non realistica sia la casa più ricca dell'inconscio, la più generosa,
credo che sia innegabile. Che l'indagine letteraria della soggettività sia spesso più
credibile dell'indagine che si vuole scientifica - lo afferma Freud stesso nel commento
al racconto di genere fantastico Gradiva, di Jensen - è pensabile. Tutto ciò potrebbe
però aver creato una tendenza a semplificare che danneggia sia la narrativa non
realistica, riducendone la portata, sia la stessa psicanalisi, sclerotizzandola.
Una delle caratteristiche della letteratura non realistica, secondo Tzvetan Todorov (La
letteratura fantastica), e anche una delle caratteristiche probabili del sogno e del
motto di spirito, è quella che consiste nel trattare le parole, le metafore, i modi di dire,
come se fossero cose, prendendoli alla lettera e per dir così concretizzandoli. Luigi
Malerba in un suo breve racconto maneggia il modo di dire “far fischiare le orecchie”
mettendo all'opera un gruppo di cittadini scontenti del loro sindaco: si riuniscono e,
con le loro maledizioni portano alla esasperazione l'udito e la mente del sindaco.
Parte della comicità di Totò sembra derivare da equivoci sul significato delle parole,
delle metafore abituali del linguaggio parlato, prese però alla lettera. La ricchissima
ingenuità dei sogni traduce per esempio l'espressione “toccare con mano” con
l'immersione di una mano nelle immagini vitree del televisore.
Ora, nel linguaggio quotidiano effettivamente esiste la tendenza ad attribuire alla
soggettività più nascosta una posizione “sotterranea”. Si parla per esempio di
“subconscio”, si esagera metaforizzando “abissi” dell'inconscio, della psiche. Si usa
riferirsi alla soggettività come a qualcosa che abbiano “dentro”. Anche il termine
“introspezione” conferma la tendenza. Si può affermare che nella nostra cultura la
storia individuale, i suoi contenuti, sono “dentro”, e “sotto”.
La letteratura non realistica, lavorando come fa alle metafore con il suo metodo di
concretizzazione, ci dà dei veri interni, case, castelli, veri sotterranei, con una
ricchezza forse impossibile da quantificare. Ciò, insieme all'affermarsi della cultura
psicanalitica, sembra autorizzare i commentatori a interpretare tali luoghi interni e
sotterranei come nomi dell'inconscio. Costoro riferiscono il testo narrativo a un altro
testo, quello psicanalitico, una narrazione a un'altra. Tale ricorso non è soddisfacente,
sembra che costoro avvisino: hic sunt leones, qui c'è l'inconscio. Ma cos'è mai
l'inconscio?
Percorrendo la difficoltà di questa domanda voglio esaminare da vicino un racconto
che ha come immagine centrale il sotterraneo e la sua esplorazione. Si tratta di
Secondo turno di notte, di Stephen King, facente parte d'una raccolta in Italia
pubblicata con il titolo Qualche volta ritornano.
I punti di riferimenti di King, che si muove direi tra horror e science fiction, sono
dichiaratamente Poe, ma anche Lovecraft. Nei racconti in cui King rappresenta la
sovversione da parte delle macchine contro gli uomini viene invece da ricordarsi il
film “Duel”, di Spielberg, sceneggiato da Richard Matheson. Il protagonista de La
casa della follia, dello stesso Matheson, che viene annientato dagli oggetti in rivolta,
è del resto uno scrittore in crisi come il protagonista di Shining, di King. King e
Matheson hanno molto in comune, sono autori di successo, professionisti della
tastiera, qualche volta si ha l'impressione che il loro prodotto sia offerto, prima che al
lettore, all'editore, un tanto a parola.
Secondo turno di notte è la storia di una esplorazione, di una disinfestazione. I topi
che annunciano, con la loro presenza ai piani superiori, il dominio totale che hanno
del sotterraneo della filanda, ricordano molto i topi che disturbano le notte del
protagonista del racconto di HPL I ratti nel muro: sono richiami a una situazione che
non può più esser trascurata, che deve essere conosciuta e mutata.
Questa è una storia di operai, di fabbrica, un andare indietro nel tempo (1897, 1841),
c'è qualcosa di sporco sotto la filanda. “Qui non c'è nessun sindacato a dettar legge,
non c'è mai stato, dice il caposquadra Warwick, che rappresenta l'ordine. La filanda è
andata sviluppandosi nel tempo, accumulando resti, rottami, nei suoi scantinati. E'
piena di topi da cima a fondo, vi regna un ordine: quello dei topi, del caposquadra,
della produzione, l'ordine del precariato tipico dei lavoratori americani. “Se ora
timbrate il cartellino d'uscita, quello d'entrata non lo timbrerete più. Parola di
Warwick.”
Forse la “magna mater” che Hall, il protagonista, e Warwick, trovano nel sotterraneo
sottostante al sotterraneo, un gigantesco animale mutante, talpa immensa, grossa
“come un vitello” (che ricorda la talpa gigante in un racconto di Kafka intitolato Il
maestro di villaggio), forse è il capitalismo pienamente sviluppato, un mostro di cui
nessuno, neppure Warwick, che pure è un servitore fedele, sospettava l'esistenza.
Mostro vorace.
King rivela qui una inclinazione alla denuncia, il suo protagonista, un outsider, un ex
studente frustrato, in bilico tra intellettualità e proletariato, parente stretto di Jack
Torreance, lo scrittore/custode in Shining, si fa paladino della giustizia, vorrebbe
smascherare la porcheria che c'è “sotto”; ma è un paladino che manca di lucidità, il
suo odio lo acceca e lo perde. Muore soverchiato dai mostri del sotterraneo, come ha
costretto Warwick a morire. I motivi personali sono più forti dei motivi sociali. Da
ultimo tutti insieme gli operai scendono ad affrontare il mostro.
Manifestamente la storia riassunta ha un significato sociopolitico. Hall è un
estremista, un ribelle che si nutre della sua ribellione. Gli si oppone Warwick, sono
uno il negativo dell'altro, due facce dell'autoritarismo. Ma cos'è la magna mater?
Ho dato una risposta politica, ma il racconto mostra che qui l'azione politica è
innervata dai motivi personali che dividono i due rivali. Che genere di “inconscio” è
mai questo sotterraneo? Che sia “inconscio” e “rimosso” è fuori questione; lo è alla
lettera, nessuno infatti ne sa o ricorda l'esistenza, ed è scoperto per caso (una botola).
Non serve la psicanalisi per capirlo. Quali sono i contenuti di questo sotterraneo
dimenticato?
Nel racconto l'inconscio è un sotterraneo dimenticato, la prospettiva che
propongo leggendolo rovescia quella solita, non cerco di spiegare qualcosa di
concreto con qualcosa di astratto, ma faccio il contrario - con l'autorizzazione di
Stephen King. (1984).

Gentile Signora, sono un lettore del giornale dove Lei scrive e mi trovo nella
condizione di scorrere i Suoi scritti che, probabilmente, non avrei altrimenti
occasione di trovare, così mi succedeva per esempio tempo fa: che io inciampassi
negli scritti di Alberto Ronchey, commentatore politico distante dai miei interessi.
“Egregio signore”, Lei potrebbe rispondere, “diriga lo sguardo altrove, il giornale è
vasto.” No no, in realtà io sono molto attratto dalle Sue composizioni, tanto piene di
slancio e d'impegno, tanto tese, intransigenti. Mi immagino, mi sforzo d'immaginare,
Signora, com'è il Suo viso, la Sua persona, quale sia la Sua età. Qualcosa di Lei so: è
una docente di antropologia culturale alla Sapienza, certo di grado alto o medio alto,
lo ricavai tempo fa dal Suo sdegno verso i cosiddetti ricercatori, secondo Lei
alquanto scioperati. Intransigente, ecco, di sicuro Lei lo è, a proposito del lavoro,
della psicanalisi, sui temi che riguardano “le donne”, sull'astrologia. Lei ha il Suo
destino nel cognome, Magli, come del resto l'ho io, Spinosi. Perché non cerca di
rilassarsi un po'? In un Suo recente articolo Lei scrive di “immaginario maschile”
proiettato eccetera. Guardi, che questa è robaccia psicanalitica, signora, attenta a non
contaminarsi. Per altro Le suggerirei che di immaginario v'è anche quello femminile.
O le donne non l'hanno? Lei di sicuro lo ha, e molto rigoglioso.
Le donne, Lei scrive, sono stufe di essere associate alla natura. Qui Lei ha un uomo
stufo di essere confuso con le belve, i barbablu e gli stupratori che Lei alberga nella
Sua testa. Lei usa l'ascia, anzi il maglio. C'è del malanimo, del risentimento
personale, nei Suoi scritti. La saluto. (24 Aprile 1985).

La visione di vecchi film italiani (anni quaranta, cinquanta, sessanta), sempre


piacevole per molti motivi, mi aggrada non tanto per le storie che vi si narrano,
quanto per il tipo di lingua italiana che in essi (penso ai più vecchi) si parla e si legge,
prima cosa. Mi piace leggere per esempio “registrazione effettuata presso gli
stabilimenti di”; mi piace quell' “effettuata”, la lentezza della frase, la sua compassata
completezza. E' un italiano messo davvero in pratica.
Il motivo maggiore del mio piacere di guardare i vecchi film sta comunque nella
gioia di poter vedere l'Italia com'era prima dell'automobile e della televisione.
Ricordo le immagini stupende, a tratti oniriche di “Una di quelle”, con Totò,
Peppino, Lea Padovani, un viaggio notturno in taxi per una Roma vuota, stupenda,
libera, ampia. Ogni scorcio di città mi attira, so che i miei occhi hanno visto
trentacinque, trentotto anni fa, immagini del genere. Me ne manca la memoria,
dunque questi film la sostituiscono.
I Film dei sessanta, degli ultimi cinquanta, molti dei quali si rivelano molto
intelligenti e avvertiti, hanno avuto – vedo ora – la funzione di segnalare i veleni che
stavano assalendo la nostra vita insieme alla ricchezza; soprattutto i più scherzosi,
anche commerciali, hanno un posto - in vista della storia d'Italia. Essi tuttavia mi
riportano immagini di anni che ho vissuto da adolescente, che mi ricordo. Mi parlano
di cose che conosco, forse mi mostrano la mia partecipazione allo sfacelo. Vi è, in
essi, qualcosa di antipatico, un “come eravamo” che preferirei non vedere. Stavamo
distruggendo il corpo della madre - e si scherzava.
Non mi riferisco al cinema d'autore, che resta troppo deliberato per essere preso in
considerazione. Mi riferisco alla cosiddetta commedia che rivela molto, al di là delle
sue intenzioni di intrattenimento. Mi ricordo de “L'ombrellone”, con E.M. Salerno,
che tra l'altro mi ha mostrato un attore bravo e una storia interessante, chi l'avrebbe
mai creduto? - con quel titolo da gelatai.
Nei vecchi film si rivela il paesaggio, un paesaggio, soprattutto urbano, che oramai è
perduto. Ricordo “Roma”, di Fellini, un film degli anni settanta, che tenta di mostrare
la città che a Fellini era apparsa da giovane, venuto dalla provincia: tavolate di
popolo per strada, sotto casa, vicino alle rotaie del tram. Un mondo simile, ma vero,
non finto pro memoria, ci fanno vedere i film degli anni quaranta e cinquanta, largo,
non occupato dalle auto, dove una strada era una strada e una piazza una piazza, non
uno stolido orrido parcheggio di carrette; un mondo povero (“Guardie e ladri”), di
padri coperti in cappottoni magari rovesciati, di donne ampie e splendide.
In “Ossessione” trovo campagna e città, strade vuote, la pompa dell'acqua, arriva un
camion, una bicicletta, scarpe impolverate; e l'intermezzo stupendo di Ancona.
In questi film vi sono prima di tutto i nomi dei luoghi d'Italia, delle città, i nomi sono
detti e talvolta le città appaiono, ma sono i nomi a colpirmi. Ora non ci sono più, ho
questa impressione, le città sono scomparse. Perché?
I personaggi dei vecchi film viaggiano in treno, o in auto, o in bicicletta, gambe
giovani, abiti leggeri – certo viaggiano meno di oggi. Pochissimi avevano l'auto, poco
tempo libero, si battevano in molti contro la fame. Se andavano, per dire, “a
Livorno”, lo facevano con tutti i sentimenti, pochi chilometri, ma che razza di
chilometri. Densi. Si andava poco lontano, a Roma da Firenze si arrivava dopo ore,
come a Genova, le strade attraversavano i paesi, si guardava a destra e a manca, ci si
fermava e si sentiva un altro accento. Oppure si viaggiava in treno seduti accanto a un
connazionale che veniva da lontano, magari da un luogo mai sentito. L'Italia esisteva,
nei due sensi, da Milano a Canicattì - e ritorno; il treno conservava in vita noi, i nostri
nomi, le nostre lingue, i nomi li dicevamo con il gusto con cui si dice il nome di una
persona amata.
Se invece come oggi voliamo in autostrada i nomi sono solo scritte su cartelli, solo
possibili mete, l'autostrada, automobilizzazione assoluta, ha abolito le città, i luoghi,
ci ha reso stranieri a casa nostra, in cambio della mobilità. Ci muoviamo e siamo
fermi - perché l'autostrada è tutta uguale. (1988).

Che cosa rappresentano, certe persone? E che cosa invece sono? Ho ripensato
stamani a una contraddizione che mi è apparsa più volte, quella tra la bontà di ciò che
esse rappresentano in fatto di cultura, come mondo, costumi, e la loro probabile non
bontà come individui quotidiani empirici. Per essere sicuro che si tratti di
contraddizione dovrei però essere in possesso di certezze circa ciò che queste persone
rappresentano e ciò che sono. Diciamo che, se non oggettivamente, è per me che la
contraddizione esiste e si presenta.
Mi piace vedere questi uomini sui cinquanta/sessanta, qui in campagna, con le loro
auto da pochi soldi - di minimo valore di scambio, cioè, di massimo valore d'uso, del
resto come sono loro – che se ne vanno “al campo” a fare i loro lavori agricoli, vestiti
modestamente, con le loro facce serie e oneste di gente concreta e pratica. Mi pare
che rappresentino un modo di vivere buono, basato su certezze, su dei “diamine”
esclamativi che sottolineano via via una di quelle certezze. Ma, certezze a parte, ciò
che m'immagino come una tradizione da non disperdere mi sembra apparire sulle loro
facce. Rappresentano una tradizione di non scialo che mi pare diverga dallo scialo
attuale, ecco che cosa mi piace di loro (o di qualcosa che in loro vedo). Ma, mi
domando, nello specifico questi uomini della tradizione che gente saranno, giorno
dopo giorno: averli come padri che cos'è?
Ecco delineato il mio problema: tra rapporto fantasmatico con il padre e rapporto
reale con il padre. Detto in altri termini: perché un vecchio rompiscatole rappresenta
oggettivamente un tesoro da conservare gelosamente? Forse perché la tradizione deve
essere e rimanere qualcosa di astratto; forse perché i miei bravi uomini tutti insieme
sono un tesoro, ma singolarmente sono uno strazio. Forse perché rappresentare è tutta
un'altra cosa rispetto ad essere. Sono personaggi di un testo (la tradizione), ma poco
interessano come interpreti. (7 Agosto 1991).

La ricca e all'apparenza competente documentazione (“realismo tecnico”) fornita in


merito alla diagnosi di tubercolosi incipiente e rovinosa di Luigi Pessina, ne La
Meccanica, non stupisce per la sua qualità e va inserita nel quadro dell'amore di
Gadda per l'esattezza, per il lavoro ben fatto (da cui deriva però il rischio di non
finirlo). Dopo la lettura del Taccuino di Caporetto tale competenza trova un
fondamento drammatico e diviene privilegiata nel senso che è personale. Alle pagg.
129/130 si legge che durante una visita medica a Celle, dov'era prigioniero, Gadda
ebbe l'impressione che il medico potesse sospettare una sua malattia polmonare. Ne
venne un patema che durò poco – vista la rassicurazione avuta da parte del sanitario,
ma forse tale patema poté lasciare una traccia che ne La meccanica si ritrova
dispiegata a carico del personaggio Pessina.
Il parallelo in tal modo istituito tra Pessina, che di Tbc muore (mi riferisco alla
versione completa del romanzo, da un paio di anni disponibile), e Gadda, può dare
adito ad una rilettura de La meccanica nella direzione di una probabile polarità tra il
personaggio Paolo Velaschi e Luigi Pessina, messi alla prova dalla presenza della
bella Zoraide. Sappiamo come finisce la storia, fino a poco tempo fa ritenuta
incompiuta: Pessina, malato terminale, si reca in una casa per incontrare finalmente
Zoraide, sua moglie, e la trova, ma tra le braccia del rivale ignoto, Paolo. Si fa poca
fatica a concludere che Paolo rappresenta il polo grandioso dell'animo gaddiano,
quanto alla vita. E che il Pessina rappresenta il lato depressivo.
Nel rileggere le prime pagine del romanzo ho notato che a Zoraide ripugna il popolo,
il gorgonzola, preferisce i borghesi, i signori, quelli “col termosifone”; a Zoraide
piacciono gli studenti. Così Gadda odia il popolino e il “croconsuelo” (v. La
cognizione del dolore). In lui v'è un po' di Zoraide. Notoriamente gli piacciono i belli,
i forti. Ne La meccanica agisce una psicodinamica interna all'animo di Gadda nel cui
ambito vive il tema del borghese e del proletario, dell'amante, e l'anima (Zoraide) si
accompagna con il triste Luigi Pessina, ma si scioglie con il sicuro e baldo Paolo.
(1992).

Nell'ultimo anno trascorso (“92/”93) i media hanno riferito di alcuni casi di suicidio
coronato da successo avvenuti in un ambiente a quanto ne so io estraneo a tale nobile
pratica di autocondanna e catarsi. Mi riferisco all'ambiente dei professionisti della
politica, caratterizzato dalla tendenza alla autoassoluzione rigorosamente impura, da
pragmatismo ottimistico e comunque incommensurabile con la gravità, serietà e
squisita semplicità del suicidio. Nell'apprendere tali buone nuove dal fronte della
politica italiana non ho potuto evitare di ricordarmi di un articolo pubblicato parecchi
anni fa da Guido Ceronetti (“Suicidi sperati invano” ne La vita apparente,1982, pagg.
223/228). In esso scriveva di trovare “piuttosto sorprendente … che il suicidio non
abbia assolutamente corso tra gli uomini investiti dalle massime responsabilità della
nostra vita pubblica … il suicidio per crollo di ubi consistam, per scoperta di aver
adorato e servito un Dio che ha fallito, per vergogna di azioni proprie a danno della
collettività”. Riferendosi all'affare Lockheed Ceronetti trovava poi incredibile che tra
personaggi assai importanti del governo accusati di “essersi fatti, per incassare
tangenti, corrieri e commessi di una ditta americana di aeroplani ...non si sia fatta
luce l'idea “ del suicidio. Adesso Ceronetti sarà contento. Io comunque lo sono. Non
so se gli autocondannati recenti hanno visto di colpo un fallimento loro e della loro
parte, o se si sono trovati coinvolti in quello che il fin qui non suicida Craxi ha una
volta denominato “clima infame”, creato secondo lui dalle indagini sul mercato
politica/imprenditoria, tra capitale e lavoro politico, si potrebbe dire. Alcuni hanno
preso il fucile, o la rivoltella e hanno coraggiosamente volto la canna su di sé. Uno di
loro mi ha colpito in particolare, infatti ha eseguito il gesto nel chiuso della sua Land
Rover. La famosa griffe ha tra gli altri il significato di “avventuriero di terra”, o
“pirata”, che a me pare molto adeguato all'argomento in questione. (1993).

L'uso di non poche donne di casa di esporre lenzuola e coperte, o sovraccoperte, alla
finestra, appoggiandole sul davanzale, ha un'ovvia ragione paragonabile alla ragione
dell'uso di dare aria alle stanze. Ipotizzo però che solo le donne maritate, in un
villaggio come questo, in Maremma, dove trascorro qualche settimana all'anno,
abbiano quest'abitudine, e che essa abbia a sua volta significati di
purificazione/esibizione. Si tratterebbe dunque di un dire: io sono sposata, dormo con
un uomo, ho rapporti sessuali con un uomo; ne vado fiera e infatti espongo questi
involucri, ma insieme sopporto l'uomo, sopporto le sue esigenze di maschio, i suoi
secreti, quindi ho bisogno di procedere a questa purificazione. Se poi si dovesse
accertare che l'uso è praticato anche dalle donne non accompagnate da un uomo:
pace.
Ho pensato in realtà all'abitudine meridionale, credo del passato, di esporre il
lenzuolo macchiato del sangue della deflorazione, dopo la prima notte di nozze. (24
Luglio 1994).

Giorni fa sul bordo della strada ho guardato per qualche decina di secondi due farfalle
che svolazzavano insieme. Facevano qualcosa come una lotta o un gioco o un
amoreggiamento. Non abituato a guardare farfalle, dico che non avevo mai visto
prima uno spettacolo simile, che magari è comune. Comunque erano di un colore
giallo che mi ricordava qualcosa come il colore d'un biglietto o d'uno stampato, forse
una banconota del Monopoli: non solo non conosco le farfalle, non so nemmeno dire
il loro colore: giallo cromo? Per quel che mi permetteva la mia vista ricordo che le ali
erano ornate di disegni neri, grandi e anche minuscoli, sia a strisce sia puntiformi,
poteva averle dipinte Paul Klee, erano provviste di simmetria. Banconote ludiche
svolazzanti. Quanto precede pone dei problemi, infatti la mia proposta di paragonare
a banconote del Monopoli le ali delle due farfalle non è meno esagerata di quella di
paragonare il loro volo a due a una lotta, gioco o amoreggiamento. Molto bello il volo
a due, o meglio lo sfarfallamento, magari senza meta, come il volo di rondini che
qualche volta ho seguito nel suo roteare tribale.
Gli animali lottano e anche si uccidono, giocano e amoreggiano come gli uomini, che
sono animali speciali, pare. Poteva quello essere una lotta scambiata per un gioco o
per amoreggiamento, o un gioco scambiato per lotta, eccetera. Poteva essere però
qualcos'altro, scambiato per lotta, gioco, amoreggiamento: magari un saluto.
Anni fa Rorty a Firenze tenne una conferenza sul tema “E' naturale la scienza
naturale?” La cultura ha bisogno della natura, la natura no, ma per farla parlare serve
la cultura. Per descrivere questa mia osservazione delle due farfalle devo far ricorso a
una serie di riferimenti culturali, e anche a uno pittorico. Siamo nel campo delle
analogie, però l'influenza della cultura sulle due farfalle è nulla. Svolazzerebbero
anche senza me e il mio linguaggio, anche senza che un solo umano stesse a
guardarle, anche se nessun umano avesse mai abitato la Terra (utinam!). Mi torna in
mente l'argomento “esse est percipi” secondo cui uno schianto di castagno fulminato
in un bosco durante un temporale non esiste senza testimone. Si crede che lo schianto
del castagno sia irrilevante, come il volo delle due farfalle, senza la testimonianza
umana? Si pensi piuttosto all'irrilevanza del testimone umano per quanto riguarda la
vita del castagno schiantato, o delle due farfalle. Si muovevano a pochi decimetri dal
suolo vicino a una siepe costeggiante la strada, ai miei occhi erano indistinguibili,
volitavano affiancate, poi si toccavano come due esquimesi che sfregano i loro nasi
insieme, poi si separavano di qualche decimetro per un attimo, infatti subito si
sarebbero ritrovate. Mi torna qui in mente il clima dei film sulla natura che decenni fa
e poi dopo ha prodotto la Disney. Mi pare di ricordare che il “fare” animale lì veniva
senz'altro riportato (magari per i bambini) a termini umani, e spesso nei documentari
sulla natura si sente parlare degli animali come se si trattasse di umani. Non sono
d'accordo. Certo noi siamo animali; certo non sono uomini, gli animali.(Agosto
1994).

Una ragazza, orfana di entrambi i genitori, fa i lavori pesanti in un ospedale


dell'Ungheria dei primi anni cinquanta: messasi in luce durante un'assemblea con la
denuncia delle pratiche diciamo controrivoluzionarie dei dirigenti dell'ospedale, viene
inserita in una scuola di partito che serve alla formazione di dirigenti del comunisti. Il
film (“Angi Vera”) racconta di tale scuola per dirigenti politici. Vera riesce a far bene,
a superare le prove che i responsabili del corso propongono agli allievi allo scopo di
farne dirigenti fedeli alla linea del partito. Il metodo usato per superare atteggiamenti
e comportamenti considerati nocivi al partito e alla causa diciamo rivoluzionaria è
quello delle riunioni collettive, sorta di terapia politica di gruppo nel corso della quale
i responsabili invitano i corsisti a fare autocritica dopo aver fatto loro notare con
fermezza gli atteggiamenti giudicati errati. Di solito viene rimproverato l'errore
dell'individualismo e dell'eccessiva considerazione di sé come militanti politici. In tal
modo maturi ex combattenti contro il nazismo occupante, ad esempio, dirigenti amati
e rispettati, sono invece attaccati e rimproverati perché non sanno adattare il loro
entusiasmo alle esigenze nuove d'una organizzazione che non è più di opposizione
clandestina, ma è di potere. La tendenza dominante, stando al film e al poco che so,
sembra essere il cosiddetto stalinismo. La didattica consiste altresì in lezioni di
economia politica, di marxismo leninismo eccetera, ma mi sembra più interessante
guardare all'indottrinamento tramite la critica e l'obbligo all'autocritica. Quest'ultima
a me pare un'ottima cosa in ogni ambito, solo che mi sembra di poter dire che essa
vale se è autonoma, per non dire spontanea; quando è obbligatoria essa perde le sue
qualità intrinseche e diviene indottrinamento. Ciò significa, per tornare al film di Pal
Gabor, che coloro i quali non fanno autocritica nel senso imposto dai capi perdono il
diritto di diventare dirigenti, cioè non fanno carriera. Si ha ragione di sospettare che
oltre a non far carriera in avanti costoro la possano fare a ritroso, magari finendo in
galera come “individualisti socialdemocratici antipartito”. In tal seno la scuola di
partito può esser vista come un gioco dove si deve vincere, perché perdere può aver
conseguenze molto serie, come la prigione. Vera, ragazza carina, rifiuta guarda caso il
corteggiamento d'un compagno di corso, simpatico baffone piuttosto riottoso, e
invece si innamora di uno degli insegnanti – lo seduce passandoci una notte
clandestina - dove? Nella di lui stanza. Il docente s'innamora più del dovuto, diciamo,
comunque più di quanto non sia innamorata Vera, e pare deciso a sacrificare la sua
carriera in nome di tale suo innamoramento. Chiede alla bella di passare un'altra notte
insieme a lui, ma lei ne viene impedita da una compagna che non a torto nella
relazione clandestina tra i due vede un gran pericolo. Alla fine del corso, e alla
presenza di un alto dirigente del partito, Vera fa aperta autocritica spontanea in
relazione al suo rapporto con il docente. Trattasi di una mossa di autoaccusa che in
realtà consente a Vera un balzo in avanti. La sua autodenuncia di fatto denuncia il
docente di “abusi” ovviamente incompatibili col suo ruolo di formatore di militanti.
Autodenunciandosi Vera mostra fedeltà alla scuola e al partito. Il docente a sua volta
ammette la sua diciamo colpa, ma non fa autocritica, anzi, rivendica la bontà del suo
agire nel nome dell'amore. Sparisce dalla scuola. Il film termina con Vera in viaggio
al calduccio su un'auto, condizione all'epoca non comune in Ungheria, diretta verso il
suo futuro di dirigente.

Ne “La confessione” (di Kosta Gavras) vediamo un altissimo dirigente politico con
incarico governativo, in Cecoslovacchia negli anni cinquanta, che viene
improvvisamente chiamato a una rapida carriera a ritroso. Incarcerato, spogliato e
tormentato, se non torturato - comunque distrutto nell'identità sua, privato del sonno e
dell'autonomia. Di tempo in tempo viene interrogato. Mentre i militanti, in “Angi
Vera”, sono educati, qui il dirigente è coartato, costretto a ridefinire tutta la sua
vicenda politica tramite la riscrittura coatta, sorvegliata dal commissario politico e
investigatore, diciamo, della sua biografia. Si veda Buio a mezzogiorno di Koestler. Il
tempo, i tempi degli accadimenti, sono mescolati, piegati alle esigenze della linea
politica che vince nell'ambito del partito (pp. 254/255 in Koestler). Se per esempio il
protagonista ha avuto in anni lontani rapporti con una persona in seguito schieratasi
con gli imperialisti, ecco che la di lui attività precedente viene letta come cospirativa.
Il cedimento, cioè la confessione, alla fine è totale, per stanchezza, per perdita
d'identità. Si pensa anche a Goffman, ai concetti di “spoliazione” e di “conversione”,
mi pare in Asylums.

Di lavaggio del cervello più radicalmente tratta in un suo punto “L'ultimo


imperatore” di Bernardo Bertolucci. Sua altezza, dopo la vittoria del partito
comunista contro l'invasore giapponese (seconda guerra mondiale) e contro i
nazionalisti del Kuomintang, è incarcerato e rieducato in un carcere che ospita
criminali politici, diciamo. Chi fin lì era stato prigioniero della sua alta carica
ereditaria, l'imperatore stesso, diviene di nuovo prigioniero. In effetti gli insegnano a
fare ciò che fin lì non è mai stato lasciato libero di fare, cioè gestirsi senza servi umili
e soffocanti. Diventa un giardiniere, un modesto personaggio della Cina comunista.
Carriera di sicuro a ritroso! Considerando anche il suo ruolo di collaboratore dei
giapponesi nella creazione di un “Impero di Manciuria” tutto subordinato ai
giapponesi stessi. Eppure la sua consistenza d'individuo è certo cresciuta, almeno
pare capace di star dentro la sua sconfitta, darle un senso. Interessante anche vedere
la carriera del suo rieducatore politico, attaccato (anni sessanta) dalle cosiddette
guardie rosse come elemento reazionario e antipopolare, preso a spintoni in pubblico
con in testa un cappello da asino.

Un professore di liceo, riconosciuto come capace ghostwriter, cioè scrittore segreto al


posto d'altri, è assunto da un potente ministro diremmo socialista, in Italia, come
membro del di lui staff e come preparatore di discorsi e interventi pubblici,
propaganda inclusa. Il film è intitolato “Il portaborse”, di Daniele Luchetti, tra gli
altri con Silvio Orlando e Nanni Moretti. L'entusiasmo politico del professore, che
crede nelle idee innovative del “socialismo” italiano, è premiato con denaro e
privilegi (bella casa a Roma, bella auto, trasferimento a Roma della fidanzata
insegnante eccetera). Carriera! Pian piano il professore si rende conto però che il
ministro Botero è un corruttore, avido del denaro che gli serve per accrescere il suo
potere politico e per accumulare altro denaro, in un gioco senza fine che in pubblico è
venduto come modernizzazione del Paese. Notevolmente il professore, “all'apparir
del vero”, rinuncia a tutti i suoi successi e collabora allo smascheramento di brogli
elettorali pagati in passato da Botero, e in modo teatrale distrugge la fiammante Bmw
rossa che il ministro gli ha donato. Ragione per cui, dopo aver fatto carriera, la disfa.
(Fine 1994).

Strano continuare a leggere pagine che dopo poco si comprende che non porteranno
nient'altro che se stesse, fino all'ultima, fitte fitte. Così ho passato due o tre ore
davanti a questa elencazione minimalistica scritta dalla Meticolosa, catturato non so
da che cosa; è chiaro, non certo dall'azione, dalla trama (è un testo pur sempre
narrativo, genere diario: quattro giornate tipiche nella vita della Meticolosa), o dalle
spiegazioni, dalle interpretazioni, dalle riflessioni (è un testo pur sempre scaturito dal
lavoro per una tesi di laurea). Nel capolavoro della Meticolosa non c'è quasi azione,
di trama, di riflessione, di interpretazione, di spiegazione. Immaginate di aprire
l'obbiettivo della videocamera sulla vostra vita visibile dal momento del risveglio, o
per essere più precisi dal momento in cui vi alzate dal letto, al momento in cui vi fate
ritorno. Immaginate che una voce tranquilla, se non fredda, lasci cadere nel filmato
qualche nota aggiuntiva per rinforzare il racconto delle immagini là dove queste
devono arrendersi e lasciare il posto alle parole. Si tratta di giornate tipo, come
avverte la Meticolosa, significa giornate normali, prese in periodi diversi, tra il 1984
e il 1993, durante le quali non succede niente di speciale, non c'è nulla di speciale da
raccontare. Ho così segnalato due aspetti del capolavoro della Meticolosa: non v'è
traccia di spiegazioni; non succede nulla. Una lettura noiosa, ce ne sono tutte le
premesse. Dopo poche righe mi sono chiesto se il materiale, lasciatomi sul tavolo da
un collega, io lo avrei letto. Certamente no, troppo noioso. Eppure ho continuato a
leggere, senza fermarmi (appena una sosta per il mio sonnellino pomeridiano), fino
alla fine. Mi è successo come quando si resta a guardare il fuoco nel caminetto, o il
mare dalla riva. Il mare e il fuoco sono sempre uguali, ma con quel tanto di variazioni
nell'identità che trattengono, insieme alla luce, al bagliore di cui entrambi sono
prodighi. Le forme dell'identità, la vita dell'identico mi hanno trattenuto sulle pagine
della Meticolosa. Ho paragonato il suo capolavoro al fuoco e al mare, nientemeno.
Eppure le quattro giornate tipo sono anguste, non certo larghe e aperte come il mare;
non bruciano, non abbagliano come il fuoco. Il paragone si giustifica per l'effetto su
di me delle pagine - vita del ripetitivo e ripetitivo della vita.
Altri perché che tento di trovare: guardare dentro un'altra vita, senza spiegazioni, ma
studiarla solo in base alle percezioni. La vita dei nostri simili è banale come la nostra,
le trame, gli intrecci, spiegati, sono banali. Mi piace la ricostruzione in base ai segni,
spazio della fantasia. Non datemi spiegazioni, lasciatemi divertire. Ora, la Meticolosa
mi accontenta moltissimo su questo piano. Lei lavora in base al principio, che io le
attribuisco, che esse est percipi: precisamente nelle pagine non c'è nulla al di fuori del
percepito e ricordato dalla Meticolosa. Devo confessare che il collega m'aveva in
precedenza reso velocemente edotto circa il problema della Meticolosa, chiedendomi
se la cosa m'interessava; la verginità del mio occhio di lettore non era completa, anzi
il pregiudizio “diario d'una anoressica” minacciava la riuscita della lettura. Pesava
anzi come un macigno sul futuro della mia lettura. Io non conto nulla per il mondo,
ma come lettore, ai miei propri occhi, conto moltissimo, non mi passa incolume sotto
gli occhi di tutto. E la Meticolosa m'ha avvinto, lei sa scrivere, amici, ha talento, ha
talento letterario, se fossi un editore non aspetterei un attimo a proporle di pubblicare
le sue quattro giornate tipo.
La Meticolosa vive o viveva in un paese a nord di Firenze; questo si riflette nel
lessico del testo, a momenti paesano (“le legna”, “gli scuretti”, “la ramina”, “la
maglina”, “la coltella”, “il culacciotto”), credo spontaneamente, non studiatamente,
ecco il talento. Vive in una casa non piccola, pianterreno, cantina e primo piano; ha
un padre, una madre, un cane di nome Pongo, un cagnolino di peluche che lei tiene
con sé nel letto; un impianto stereo nella sua stanza, dove ha anche un televisore; non
sembra essere una lettrice, e ciò, se vero, lascerebbe ancora più stupiti riguardo alla
sua sapienza narrativa. Ho letto una volta il testo, racconto le mie impressioni ben
sapendo che mi riferisco a un materiale che nessuno conosce e forse mai conoscerà; il
mio impegno è farlo amare senz'altro riferimento al di fuori di questa “recensione”.
La Meticolosa sente freddo, traffica con stufe, radiatori, “calzine” da letto, piumoni.
Stolidamente mi dico che il posto dove abita, diciamo appenninico, ben si presta a dar
luogo a freddolosità; anche più stolidamente propongo che non mangiando, nelle
prime 24 ore dettagliate, che una fettina di polente, la Meticolosa certo può soffrire il
freddo. Comunque in questa fase la piccola fa una vita siffatta: il risveglio avviene
alle 13,20, la giornata si conclude nel cuore della notte, dopo lunghe ore solitarie
davanti alla tv, nella casa silenziosa. Racconta di barcollare, appena alzata, nel
corridoio verso il bagno; barcolla, ha freddo, soffre d'insonnia, non mangia quasi
nulla, non fa niente, né scuola né lavoro; esce, prende l'autobus a scende nel
capoluogo, trascorre il pomeriggio guardando le vetrine dei negozi; presso un'edicola
acquista una rivista specializzata nello sport che lei ama. Passa da una sartoria dove
s'intrattiene con amiche lì impiegate; poi ritorna al paese, accanto a lei siede una
signora con la borsa piena di spese alimentari, guardata “di traverso” dalla
Meticolosa. Interessante: tiene la sua camera rigorosamente chiusa a chiave, è tutto
un leva e metti, con la chiave nella “serratura interna”, poi nella “serratura esterna”.
La scrittura, rincorrendo gli accidenti quotidiani senza apparentemente perderne uno,
è dettagliatissima: impresa eroica, eroicamente futile, ma letterariamente molto
valida. La piccola sembra esser capace di imporre il suo stile di vita alla famiglia. Più
avanti la vedremo esplicitamente occupata a tenere sotto controllo il peso corporeo
con pesapersone e “bilancine” atte a misurare le rare cibarie. Adesso la vediamo
signoreggiare in casa (ma la chiusura della sua stanza lascia indovinare un timore
d'invasioni). Ha messo babbo e mamma in riga. Tenera la scena del padre chiamato su
in camera tramite campanello elettrico a farle compagnia nel buio, accanto al letto.
Segretamente la piccola, atteso che i genitori si siano ritirati nella loro camera, scende
in cucina e celebra in solitudine il suo compromesso con il mondo: una fettina di
polenta. Poi tv, talk show e film. In me gioca anche la voglia di guardare nella camera
d'una ragazza, del guardarla mentre si spoglia, si toglie i collant e il body, per poi
infilarsi le “calzine” da notte, la “maglina”, la “felpa”. L'interesse è tutto preso dalle
manovre rituali, dalle sottili differenze tra pantofole e ciabattine, dal cagnolino di
peluche il cui nomignolo, volendo, rinvia al controllo del peso: Piuma. All'interno
delle circa cinquanta cartelle del capolavoro della Meticolosa, in quelle della prima
giornata o “primo periodo di crisi”, trovo un accenno, primo e ultimo, all'analista:
quale pudore, quale ritegno, quale economia! Segreti del talento letterario della
Meticolosa, forse fondato sul suo “problema”. Mi pare che si debba a Proust il
paragone tra lo stile letterario e due strumenti che servono per vedere, il microscopio
e il telescopio. La Meticolosa usa il microscopio, e non può fare altrimenti, vista la
sua passione per i dettagli. Le ultime tre o quattro pagine del testo sono però scritte in
armonia con l'immagine del telescopio, sono cioè panoramiche, danno spiegazioni,
introspezioni, significati, e non valgono una riga sola del resto dell'opera. C'è da
credere che la piccola, forse oggi non più tanto piccola, sia guarita? Mi faccio
l'obbiezione che il genere delle ultime pagine è una sorta di postfazione; ma mi
chiedo se lo stile del testo non sia una funzione del problema, l'anoressia. Guarita
dall'anoressia, mi dico, la Meticolosa non più tanto meticolosa, avrà perduto il suo
talento? Nelle ultime pagine si racconta che la piccola ha dovuto fare molta fatica per
terminare la scuola, che a causa della malattia ha dovuto tre volte interrompere gli
studi . C'è da pensare che si sia diplomata più che ventenne. La prima giornata tipo
del “periodo di crisi” è appunto una di quelle senza scuola. Vuota. La relazione così
microscopicamente dettagliata serve a riempire forse il tempo. Forse una giornata
vuota e tipica diventa eccezionale se si ha la capacità di raccontarla tutta quanta.
Nella seconda giornata tipo ecco la piccola tornata a scuola - indubitabilmente ha
cominciato a nutrirsi in modo molto meno ascetico, non solo, ma davanti a babbo e
mamma presenti in cucina. A questo miglioramento della sua salute sembra
accompagnarsi un peggioramento dei rapporti descritti tra babbo e mamma. Forse
sono usciti dal dominio esercitato su di loro dalla figlia? Nella prima giornata tipo il
babbo è alla lettera un pezzo di pane; nella seconda viene descritto come impaziente,
brontolone (con la mamma). Mi pare però, a proposito di crisi del dominio e dominio
delle crisi, che la camera della piccola sia ancora meticolosamente chiusa e richiusa a
chiave. Qualcosa è cambiato, sono passati circa due anni, l'abilità dell'autrice sta nel
rendere evidenti le cose mutate senza fare altro che il suo lavoro di descriverle
dettagliatamente. Il dominio qui continua a funzionare. Piccoli segni risaltano nel
fuoco e nel mare della scrittura. Naturale capacità dell'autrice di giocare le sue carte
narrative. Il periodo intermedio termina, la piccola ricomincia a sentire il bisogno di
dominare il suo peso. Non racconta più di lanciarsi veloci occhiate allo specchio in
casa o nelle vetrine del capoluogo, dove si reca a dormire durante il giorno da una
parente, e a passeggiare. Ora racconta di guardarsi tutta quanta allo specchio, di
vedersi con “una pancia enorme” per quanto le ossa del bacino riesca a vederle
ancora, trattenendo il respiro. Il dominio sul peso, totale all'epoca della quotidiana
fettina di polenta, indebolito nel periodo dei pasti presi in presenza dei genitori,
ritorna al lavoro in questa fase in cui l'esigenza del dominio convive (si compromette)
con il nutrirsi (vario, se non cospicuo). Nella prima giornata stupendamente ci viene
sbattuta in faccia la fettina di polenta consumata clandestinamente nella notte. Nessun
accenno al peso, chili, numeri. Nella terza giornata si mangia sfiziosamente, ma di
sera in camera, ci si pesa e ci si assicura che l'indicazione corretta provando il
pesapersone con dei pesi che si tengono sotto il letto, uno da un chilo, uno da due
chili. Il rituale non è semplice, meticoloso, ossessivo. Ci pesiamo, senza dare alcuna
indicazione al curioso lettore; proviamo la validità del pesapersone con i tre chili; poi
saliamo di nuovo sulla pedana, confrontiamo il peso ottenuto con quello di prima (più
tre chili); togliamo i pesi e ci ripesiamo di nuovo, non si sa mai. In questa giornata
nelle ossa e nelle gambe c'è meno freddo, forse il cibo assunto scalda meglio la
magrezza di Elda, che sento meno fredda, in senso metaforico. Giù in cucina, di
nuovo di nascosto, mangiamo verdura saltata in padella e castagnaccio, beviamo il
nostro latte dopo averlo misurato in un nostro recipiente che sappiamo non può
contenere più di 150 mlt, ma sulla “bilancina” pesiamo castagnaccio e verdure.
Beviamo anche camomilla, poi su, in camicia, a vedere sul pesapersone quanto ha
inciso il pranzo, non si sbaglia, sapevamo il nostro peso prima, non dobbiamo aver
sforato più del peso delle cose ingerite. Durante il giorno emerge un'altra grossa
novità, la gola di Elda, il gusto per certi cibi. Vaga per il capoluogo e passa da una
pasticceria, da un panettiere. Ama un tipo di “schiacciatina” (focaccia) che dev'essere
molto “screpolata”, compra panini e “cazzottini” (pagnotte che ricordano pugni
chiusi), anche con dentro la soia. Dimenticavo le operazioni serali per asciugare il
grasso delle verdure saltate in padella. Elda prova disgusto per il grasso, la sera. Ma
di giorno acquista la “schiacciatina” all'olio, che le unge le dita. Offre al babbo i
panini, tornata a casa, quel che ne resta. Adesso si occupa della faccenda del cibo, del
mangiare, anche lei, come le altre persone, può tornare a casa la sera con il sacchetto
della sua personale spesa. La quarta e ultima giornata si svolge quasi tutta a Firenze. I
punti di riferimento sono: il distributore di bevande della facoltà dove Elda studia; il
distributore analogo, con in più i “toffies”, che si trova nel sotterraneo della
Biblioteca Nazionale; il bar pasticceria “Giacosa” in via Tornabuoni; e uno o due altri
negozi, pasticcini e panetteria. Con il pretesto dello studio, abbandonato il corso di
studi di anni prima, aborrito, Elda fa un suo giro a piedi nel centro che più centro non
si può di Firenze, come se fosse un'ape che si ferma su questo o quel fiore. Conosce i
negozianti, i commessi, mostra una conoscenza toponomastica invidiabile. La
passeggiata universitario-ghiottonesca è molto bella e, mi pare, meno punteggiata di
semafori, meno rotta da attraversamenti suicidarii delle strade, rispetto alle
passeggiate nel capoluogo. Trova il verde più spesso, Elda. Il testo si conclude, ho
scritto sopra, con una sorta di postfazione nella quale Elda, lasciato il microscopio, si
permette di dare delle spiegazioni e di fornire delle visioni telescopiche della sua vita
- dal 1984 al 1993, anni rispettivamente d'inizio e di termine del suo racconto.

Nelle società relativamente prospere come la nostra il cibo, come tutte le altre merci è
disponibile in abbondanza per i più. Si può fare l'ipotesi che per molti il cibo sia una
presenza scontata e dovuta; anzi, il cibo e l'alimentazione in molti casi diventano un
problema nel senso che si cerca di limitarli. Le diete rappresentano un rimedio a un
male sociale e collettivo, il troppo cibo, il che non significa che una persona che si
mette a dieta può esser vista come un testimone critico del nostro sistema
sociale/economico basato sui consumi e sullo spreco. Una persona si mette a dieta
semplicemente perché ritiene di essere sovrappeso. Si potrebbe dire che si tratta di
una “scelta” individuale, sennonché sappiamo bene che nel nostro mondo non solo
c'è abbondanza di cibo e di provocazioni pubblicitarie al mangiare e al bere, ma c'è
anche tutto un fluire di messaggi che esplicitamente o implicitamente ci dicono
d'esser magri, scattanti, di non ingrassare. Lo stesso sistema socio/economico che ci
consente di aver tutto il cibo che vogliamo al contempo ci propone modelli (modelle)
di magrezza. La “scelta” di mangiare troppo non è individuale, allora, non è tutta
individuale. Quando mangiamo troppo ci comportiamo da bravi consumatori. Almeno
il 30% di quel che mangiamo è un regalo che facciamo al consumismo. La “scelta” di
astenersi dal mangiare troppo, abbiamo accennato, a sua volta non è tale, ma risponde
a modelli che tv, pubblicità eccetera ci propongono. Probabilmente un
comportamento alimentare davvero libero consisterebbe nel mangiare quanto ci
basta, quando vogliamo e come vogliamo. Ma come trovare l'equilibrio? Gli eccessi
relativi al mangiare vanno in due opposte direzioni, il troppo, in forza di una fame
esasperata e priva di fondamento: ciò si chiama bulimia. L'altro estremo sta nel
mangiare troppo poco, quasi niente, fare la fame: si chiama anoressia ed è (era) il
caso di Elda, la meticolosa. La fame esasperata e il digiuno esasperato appartengono
alla nostra mente, anche se si riflettono nel nostro corpo. La nostra mente però non è
del tutto libera, è nutrita (!) di valori, di significati, di messaggi che le provengono
dalla società in cui essa vive. La bulimia e l'anoressia possono così esser viste come
disturbi che “legano” il nostro corpo alla nostra società, molto più chiaramente di altri
disturbi in cui i fattori socio/ambientali sono importanti. Un elemento mediatore tra la
società e la nostra mente è la famiglia in cui viviamo e siamo cresciuti. Si può dire
che la famiglia è una società in miniatura, certo; ma soprattutto la famiglia interpreta
la società. Quando una madre troppo preoccupata con la nutrizione dice al suo
bambino di mangiare, quando insiste che mangi proprio tutto, quando lo insegue con
il cucchiaio pieno di pappa, certo non sospetta di farsi interprete di un valore
consumistico. Quando un genitore insiste perché il figlio, oramai fattosi grande,
faccia sport, certo per il suo bene, certo non a torto, forse non sa di farsi interprete di
valori come la forza, l'agilità e la magrezza. Il “mangia e sta' in forma” vale anche
nell'ambito stretto della famiglia. In esso, con più forza che nell'ambito sociale in
genere, questi messaggi che al limite sono in contraddizione acquistano forza per il
fatto di esseri emessi da persone, i genitori, cui i figli sono molto legati. Il cibo da una
parte, il corpo magro e forte, si legano agli affetti, all'amore tra genitori e figli. Il
cibo, quindi, il mangiare, il far dieta, il digiunare, lo stramangiare, il far palestra, il
corpo infine, divengono oggetti affettivi, oggetti che rientrano nella relazione mutua
dei figli con i genitori. In questo senso il cibo e il mangiare sono anche momenti di
scambio: tutti sappiamo che a tavola con amici non stiamo solo per mangiare. Il
mangiare è relazionale; in tal senso il non mangiare può essere un modo per ribellarsi
a quella madre che si è preoccupata un po' troppo di noi e che ancora ci tratta come
bambini. Il digiunare può essere un modo di rifiutare quella tavola cui sono seduti i
genitori. E' un atto di autonomia che disgraziatamente si ritorce soprattutto contro il
digiunatore; il quale magari in qualche momento non ne può più, e si butta a
mangiare. La maggioranza delle persone che hanno problemi di alimentazione
appartiene al sesso femminile e ha un'età che va dai 14 ai 35 anni, proprio come nel
caso di Elda, la meticolosa. Si può dire che la persona con problemi di alimentazione
è una giovane, bianca, con molto cibo a sua disposizione, che vive in un Paese del
ricco “occidente”. Profilo generico. Che la maggioranza di chi ha problemi di
alimentazione sia di sesso femminile pone un problema qui finora non toccato. Negli
ultimi decenni la donna è stata chiamata nel nostro mondo a ruoli nuovi, a nuovi
impegni prima solo maschili. Quando io ero bambino, dunque negli anni cinquanta,
non era davvero facile vedere donne in pantaloni. Se non mi si prendesse troppo alla
lettera potrei continuare dicendo che ai pantaloni certe morbidezze e rotondità
femminili si addicono meno delle gonne. I ruoli femminili sono cambiati, se prima la
donna era chiamata a far la madre e la casalinga, adesso, oramai da decenni, la si
chiama fuori di casa, al lavoro, al protagonismo nella vita, nella stessa misura
dell'uomo. Il mutamento è avvenuto velocemente, troppo, ha prodotto una
rivoluzione che come tutte le rivoluzioni ha messo in moto progressi e disagi. Se il
ruolo femminile è in crisi, la madre, la donna “larga”, può darsi che come immagine
sia rifiutata in nome di modelli agili, snelli, efficienti, battaglieri, competitivi con gli
uomini su terreni che erano maschili. Di qui la corsa, raccomandata dal mondo delle
immagini pubblicitarie e simili, alla magrezza femminile. L'attrito tra la tradizione,
entrata in crisi da troppo poco tempo per esser completamente dimenticata, e la
modernità, può creare incertezza, mancanza di prospettive, disordine, cose che
qualche ragazza può tentare di vincere cercando almeno l'ordine e il dominio sul suo
corpo. Mantenersi snella, magra, esser capace di digiunare, può diventare un modo di
padroneggiare almeno qualcosa, nella confusione dei messaggi cui si accennava
prima. Il mangiar troppo, il buttarsi sul cibo come se si avesse una gran fame, la gola
senza freni, mi pare che in genere servano a colmare nel modo più banale un vuoto
che si ha dentro di sé. Si stramangia per noia, per disperazione, per solitudine, per
compensazione. Poi magari ci si provoca il vomito, mettendo d'accordo l'esigenza di
riempire il vuoto con quella di conservare la linea. Si mangia e si digiuna nello stesso
arco di tempo, se non si provoca il vomito per punirsi, per aver perso il controllo. E le
diete? Vengono seguite bene o male, comunque inducono a un eccesso di passione
per la magrezza. L'autonomia che il digiuno suggerisce, come idea, non è del tutto
autonoma: sotto c'è il potere della moda che tiene il comando delle operazioni.
(1995).
“Questa città quanto costerà?”, chiede un bambino in strada alla nonna o a chi per lei.
(5 Settembre 1999).

Chiude gli occhi mentre parla, o parla mentre chiude gli occhi?
Lente di ingrandimento. Quisquilie oceaniche, affoga in una goccia di bicchier
d'acqua. Chiude gli occhi per non vedere le persone vere, solo così egli può parlare.
(1999).

Tutta una famiglia, direi allargata, si mobilita allo scopo di recuperare l'auto finita
fuori strada, adagiata in un buco scosceso, siamo in collina. Alla guida c'era il
ragazzo di casa con la fidanzata. Non sembra che si senta in difetto, beato deficiente.
Armati sono anche d'un verricello, tutti insieme. Commovente solidarietà e spirito di
risparmio – il carro attrezzi costa moltissimo. (1999).

Un errore di lettura mi provoca questo stupefacente aforisma: “tutti i medici erano


fantasmi di persone già morte”. (A.B. Casares, Il lato dell'ombra, p. 74). Dovevasi
leggere “tutti i miei amici”. (1999).

Qualsiasi cedimento rispetto alla posizione di rifiuto di “costruire” è colpevole, se si è


convinti che è assurdo costruire. (1999)

La psicanalisi – arte del potente di convincere il non potente che il desiderio del
potente appartiene al non potente. Una volta Freud lo ha confessato: io ti amo
diviene, negato perché “sconveniente”, non io ti amo, che equivale a: tu ami me.
(2000).
Verità e metodo. Paradosso: non sei entrato nella stanza dove ti trovi, infatti non
avevi la chiave per aprirne la porta d'ingresso. In Usa le prove ottenute in modo
illegale non valgono, indipendentemente dal fatto che siano “buone”. (30 Marzo
2002).

Il sospetto che molti studenti facciano comporre la loro tesi di laurea da altri, diciamo
professionisti, rinforza l'idea critica che impone di separare l'autore dall'opera. Di
trattare l'opera unicamente in quanto testo. (2002).

Leggendo L'uomo e il cane di Cassola trovo un dialogo dove da parte di una madre,
rivolta alla figlia (ambiente contadino), si afferma che gli uomini non vanno in
chiesa, e mi viene da pensare che la Chiesa cattolica sia un'organizzazione di uomini
soprattutto costruita per tenere a bada le donne con la religione. Se avessero ragione
quelle femministe che affermano il mondo essere maschile, anche la Chiesa lo
sarebbe, ecco perché “gli uomini non vanno in chiesa”. (27 Ottobre 2002).

Ne La versione di Barney di M. Richler (p. 130) trovo un accenno, grottesco eppure


suggestivo, alla miopia di certi autori impressionisti - come sostanza dello stile nuovo
da loro inventato. (18 Gennaio 2003).

Giuliano Ferrara, il giornalista, giorni or sono ha raccontato di aver fatto l'informatore


per la Cia. L'oggetto dell'informazione era Craxi. Penso che probabilmente la Cia non
ci credesse, a un politico socialista così di destra, e che Ferrara avesse la funzione di
convincere gli americani: non è un trucco, davvero la pensa così, Bettino - keep calm.
(20 maggio 2003).
Visti cuccioli in gabbia, cani soprattutto, con il prezzo (fino a 350 euro) bene in vista
- brutto vedere. Sensazione che, esaminata, si rivela fondata su illusioni, eppure resta
una tristezza, forse è il contesto della fiera – merci d'ogni tipo, inanimate, intorno.
Contrasto tra merce viva e merce inanimata, o morta, tra la natura viva e la natura
morta, a colpirmi. Dice: e gli uccellini? Lo so, ma i cagnolini sono un'altra cosa, sono
come bambini. (18 Ottobre 2003).

L'espansione della pubblicità televisiva perfeziona l'idea che essa, la pubblicità voglio
dire, ambisca a rappresentare il mondo intero, la vita intera, dopo averlo “interrotto”,
per cui la vecchia idea satirica, che i film in realtà interrompano la pubblicità, diventa
una prospettiva di rivolta. (2003).

Certi bicchieri d'acqua si trasformano nel Triangolo delle Bermude. (13 Maggio
2006).

I numeri elettorali, anche stavolta, come avviene da anni, occultati dalla loro
traduzione in percentuali, mostrano che gli astenuti, senza contare chi lascia la scheda
in bianco e chi la annulla, sono milioni. Tra costoro, di cui ho fatto parte molte volte,
anche voi del PMLI, legittimamente propagatori dell'astensionismo. Sottolineo
“anche”, infatti penso che tra i milioni di elettori che si astengono vi siano alcune
differenze di motivazione. Noto invece che voi, nelle pagine del vostro settimanale, Il
Bloscevico, tendete a una attribuzione causale tutta politica dell'astensione. In altri
termini, colorate di rosso una superficie che è, penso, arcobaleno. Tra chi si astiene,
penso, ci sono posizioni lontanissime dalla vostra, e di essa totalmente ignare. Molto
di destra, e moltissimo qualunquista. Non solo non è vero che chi si astiene “voti” per
voi (infatti potrebbe “votare” per chi secondo voi è esecrabile, tra anarchia e
trotzkismo), ma “vota” per il disperato e disperante menefreghismo familistico
italiano, un vero buco nero.
D'altra parte è ragionevole che i milioni di astenuti possano essere visti come un
territorio interessante da valorizzare anche in direzione comunista. E' un lavoro che
voi state facendo, ma non c'è da cantare alcuna vittoria, pena il ridicolo. Quanto al
prossimo referendum del 25 giugno, mi fa piacere leggere che siete per il voto,
ovviamente per il No, ma non mi è chiaro con quale coerenza chi, come voi, ha
propagato l'astensionismo alle elezioni politiche, adesso sta per il voto. Si tratta di
due No, al berlusconismo anticostituzionale il 25 giugno, al berlusconismo
governativo in aprile. Si tratta di far fronte al danneggiamento sociopolitico in atto,
insieme anche a chi non è affatto comunista, come ai tempi della lotta antifascista. So
bene che votare No non è la stessa cosa che votare magari per Rifondazione
comunista.
Dispiace favorire carriere unte di denaro pubblico, ma, se è per togliere le unghie al
berlusconismo, il sacrificio merita. Secondo me la difesa della costituzione
democratica borghese, che voi adesso sostenete con il No, equivale alla difesa del
parlamento democratico borghese. Auguri. (Giugno 2006).

“Principio giuda” al posto di “principio guida”, in un testo sul lavoro precario, o


flessibile (Manifesto). (5 Luglio 2006).

Tristano, di Th. Mann mette in scena un patetico corteggiamento da sanatorio, rotto


da sbocchi di sangue da parte di “Isotta” e dalla vigorosa replica del di lei marito alla
provocazione epistolare di Spinell, “Tristano”. Mi pare che la replica di K, il marito,
alla lettera di Spinell sia troppo puntuale, documentata e competente, per essere
realistica. Dunque, delle due l'una. O la provocazione è riuscita e Spinell ha colpito,
oppure K rappresenta un'istanza (dunque non è solo un personaggio) che si oppone a
un'altra istanza, rappresentata da Spinell, ragione pratica contro ragione poetica.
K mostra nei fatti di aver letto e studiato il testo di Spinell, il che contrasta con il
personaggio. (Luglio 2006).
Greville Fane, di Henry James, mette in scena il tema vita/opere. La scrittrice GF,
autrice di romanzi rosa ambientati nell'alta società si chiama in realtà Stormer; a tratti
il narratore, uno scrittore non all'ingrosso, la chiama con il suo nome d'arte, a volte
come signora Stormer. Mi ha fatto pensare, quel passo dove il narratore segnala la
discrepanza tra lo scrivere di intrighi amorosi e il badare una famiglia, al film
“America oggi”, di Altman, dove la madre di famiglia si occupa del suo lattante
intrattenendosi in una telefonata erotica a pagamento.
(Greville Fane si trova nella raccolta garzantiana La bestia nella giungla. James vi
finge un io narrante che racconta di una sua conoscente che fa, con il nome d'arte GF,
la scrittrice eccetera. Alla signora Stormer corrisponde James, a GF corrisponde il
narratore di GF?) (Luglio 2006).

Al pronto soccorso vedo uno straniero, sembra Derzu Uzala, chiedere da mangiare
agli addetti, magari pane, ma gli rispondono che non ne hanno. Pronto soccorso, ma
non alimentare. (19 Luglio 2006).

(Rai 3 – Report, h. 21) “Confronting Evidence” in merito alle incongruenze delle


versioni ufficiali sui fatti dell'11 Settembre 2001 in Usa. Ne risulta una versione che
sostiene 1) che gli aerei sono arrivati sui loro obbiettivi in quanto molte esercitazioni
aeree nel Paese avrebbero creato la confusione necessaria; 2) che il crollo dei
grattacieli sarebbe avvenuto secondo modalità simili a quella dei crolli provocati di
edifici da abbattere (implosione); 3) che il danno all'edificio del Pentagono non è
armonico, nelle dimensioni, con quelle di un aereo di linea. (24 Settembre 2006).
Mi è ormai chiaro che la mia lettura dei vari Fenoglio, Calvino, Tobino, Mazzantini,
Vittorini (sul “43/”45), ha a che fare con un mio bisogno di entrare in contatto con
mio padre. Anche la lettura, mesi or sono, circa il coinvolgimento dei monaci zen
nella politica di espansione imperialistica nipponica serve, oltre che a riflettere sullo
zen, a sapere della giovinezza di mio padre – sì, pensando all'asse Roma Berlino
Tokio. Inoltre, leggendo Deakin (Storia della repubblica di Salò) mi aiuto a riflettere
sul fascismo come terza via nazionalsocialista. Deakin cita Mussolini a proposito
dell'alleanza tra “demoplutocrazie” e comunismo – M afferma di non stupirsi di tale
legame. Il nazionalsocialismo è una opposizione al materialismo capitalistico e
comunistico e all'internazionalismo? Al cosmopolitismo? Alla “globalizzazione”?
Il nazismo e il comunismo hanno tentato, senza riuscirci, di opporsi al capitalismo
mondiale in nome del nazionalismo e del razzismo (in senso “positivo” - v. Céline).
Perciò, credo, oggi vengono accomunati. Queste idee mi vengono, anche
inquietandomi, oggi, quando l'impero americano si allarga, oggi, quando rinnego la
caduta dell'Italia nelle mani dei liberatori, rivedendo nella “liberazione” dell'Iraq un
modello di quanto avvenne oltre sessanta anni fa. I liberatori erano e sono
conquistatori. Anni fa raccolsi un volantino antiamericano, mi trovai piuttosto
d'accordo con quel che leggevo (“contro l'Ulivo mondiale”), poi mi sorpresi a
scoprire che il volantino proveniva da un'organizzazione di estrema destra. I nemici
dei miei nemici non sono miei amici, ma li leggo. (21 Giugno 2007).
Sulla Stampa di ieri (12 Luglio 2007) lo scrittore israeliano Yeoshua sostiene che la
prima guerra di Israele contro il Libano (“Pace in Galilea”, potenza degli slogan) fu
cattiva e lui, Y, non volle parteciparvi dimettendosi dal ruolo di retore probellico.
Invece la seconda, quella di un anno fa (2006), sostiene Y, sarebbe stata buona,
meritevole della denominazione “Pace in Galilea”. Y sostiene che Israele fu aggredito
dagli Hezbollah sparatori di missili (otto soldati israeliani uccisi, due “rapiti”), e che
quindi la distruzione di gran parte del Libano da parte dell'esercito israeliano sarebbe
stata una buona mossa per la “pace in galilea”. Dimentica, Y, che Israele poco prima
si era prodotto nell' ”arresto” di non pochi parlamentari palestinesi regolarmente eletti
(Hamas), e che l'attacco degli Hezbollah fu una risposta araba all'ennesima
prepotenza israeliana. Y è come un commerciante che dopo aver regalato una
confezione stantìa di biscotti fa pagare il doppio del suo prezzo la pagnotta che ti
serve fresca. Un ipocrita, e agli ipocriti io preferisco chi non ha peli sulla lingua e si
fa mille ragioni dei suoi diecimila torti. Pace in Galilea? Sì, e Arbeit macht frei. (13
Luglio 2007).

Ne Il Gattopardo (p.184) il narratore dichiara di non sapere che cosa senta o pensi
Tancredi, nella sua stanza, di Concetta, mentre afferma che la governante francese,
nella sua stanza, si stringe i seni invocando Tancredi, e il Principe. Certo,
l'invocazione si ode e l'autoerotismo è visibile, mentre il sentire/pensare non lo sono,
ma qualcosa non mi torna. (Luglio 2007).

L'inconscio freudiano ha a che vedere con l'etica, nel senso della tensione tra le
norme sociali e la “costituzione pulsionale”. La lettura del lacaniano J.A.Miller,
secondo cui il freudismo non deresponsabilizza, ma responsabilizza invece oltre i
confini dell'io, va raccordata alla formula freudiana “dov'era l'Es, sia l'Io”. Opera
etica.
L'uomo non è padrone a casa sua (Freud), ma, attraverso il lavoro psicanalitico, può
divenire “più padrone” a casa sua, allargando l'area della coscienza a discapito del
mare dell'inconscio e del rimosso in cui la coscienza galleggia. Ciò che Freud
dunque indica, secondo J.A.Miller, è un allargamento della “responsabilità”
attraverso la psicanalisi. Eppure io credo che di responsabilità si possa sempre parlar
poco. Diminuire la irresponsabilità. Edipo uccide il padre e sposa la madre senza
sapere chi essi siano – è responsabile di omicidio, non di parricidio, si sposa, non sa
di entrare nell'incestuosità. Accecandosi allude alla sua condizione trascorsa più che
non progettare una fine del vedere. Si acceca per dichiarare a sé e al mondo che era
cieco. Irresponsabile. (Luglio 2007).

L'analisi faceva negli anni settanta parte del movimento che lavorava a cambiare la
società; finito quel movimento, finita l'analisi – rimane l'osso della “professionalità”,
della “tecnica”. (25 Dicembre 2007).

Il crescente potere di comando del denaro fa scemare i valori morali tradizionali, il


bene non è il contrario del male, ma è ciò che non ostacola la vita del denaro (libero
mercato, concorrenza). In questa cornice velocemente ogni sovversione dei costumi
sarà praticabile. (13 Giugno 2008).

Quando Céline protesta, in una sua lettera dopo la fine della guerra, che il massacro
(da cui il titolo del suo famigerato pamphlet, Bagatelles pour un massacre) non è di
ebrei, ma di francesi, in un'eventuale guerra contro la Germania (siamo nel 1937),
fomentata secondo Céline da ebrei, ebbene, dice il vero. Basta leggere (p. 68, 75, 77,
82, 84, 89, 93, 94, 95, 96, 99 – ed. italiana). Céline teme (come dargli torto?) una
guerra peggiore della prima, cui ha preso parte riportando danni fisici. BPUM è un
titolo che pare un ossimoro, infatti un massacro non è una bagatella, e viceversa.
Costituisce un contrasto. Compreso dunque che il massacro non è quello venturo di
ebrei, ma quello risultante da uno scontro francese contro i tedeschi, le bagatelle forse
sono quelle che vorrebbero, secondo Céline, giustificarlo. Bagatelle ebraiche,
comuniste, massoniche. (estate 2008)

Il libro di Durrel, La mia famiglia ed altri animali, equipara gli animali agli umani, e
viceversa. Ricorda però Lessico famigliare, di Natalia Ginzburg, contiene ampi
campioni di umorismo britannico ovvero di patata, immette nostalgia per Corfù in chi
non c'è mai stato, e finisce come Gianburrasca. Un narratore ricorda quando si
trovava sulla soglia dell'adolescenza, zoofilo e carceriere di animali di ogni tipo,
salvo i gatti. E' il punto di vista di un bambino fortunato di poter tiranneggiare la sua
famiglia per mezzo della passione zoofila. Dall'introduzione o dal paratesto apprendo
che la vicenda dovrebbe essersi svolta tra il “35 ed il “40, a guerra incombente.
Sessualità zero. (estate 2008).

Alla nascita un qualsiasi essere umano è una creatura naturale nel complesso
straordinaria. Quel che siamo a pochi anni (mesi?) dalla nascita è invece molto
ordinario. La natura è sempre più distante. La festa di compleanno è dunque una
ricorrenza luttuosa travestita. L'intenerimento che i piccini suscitano è fatto della
stessa pasta. (21 Febbraio 2010).

La cameriera di una “mantenuta” tiene in un angolo della cucina due romanzi


popolari, Eterne catene, e: Passioni perse, che Pietro prende in mano osservandone la
copertina. Sono i titoli segreti del romanzo di Moravia che sto leggendo, Le
ambizioni sbagliate, che, da questo punto in poi , devo guardare anche come un
romanzo popolare stampato su carta poco pregiata e letto dalla cameriera della
mantenuta, Andreina, amante di Matteo, amante di Pietro, già amante di Stefano.
Andreina, credendo che l'uomo introdotto dalla cameriera in camera sua sia Pietro, lo
invita, dopo essersi liberata della pelliccia e di una spallina della sottoveste, a baciarla
lì, sulla spalla. L'uomo non è Pietro, è il padre di Andreina. Che giace a pancia sotto
sul letto, con il viso premuto nell'oscurità del cuscino. (29 Marzo 2010).

Nella mia adolescenza la città mi teneva come fosse il mondo, ero contenuto, e
contento della città. Mi sosteneva generosamente, mi sentivo protetto e a casa mia,
più di quanto non mi sentissi nella mia propria casa. La mia adolescenza è stata
felice, in fatto di cittadinanza. Città, famiglia e scuola, seconda e terza produttrici di
infelicità (con la mia collaborazione), avevano in comune una compattezza e una
credibilità forti. Avevo insomma a che fare con interlocutori validi. Ma la madre era
la città. (13 Giugno 2010).

Sto terminando di leggere Il comitato clandestino al lavoro, di A. Fiodorov, un grosso


libro sulla resistenza contro i tedeschi in Ucraina durante la seconda guerra. Se ne
ricava che i tedeschi avevano il progetto di sostituire il sistema sovietico con un altro
sistema da loro dominato. Data l'estensione del territorio da conquistare i tedeschi
dovevano lasciarsi alle spalle, avanzando, una rete di controllo formata da personale
politico/amministrativo facile da coinvolgere, ciò che non doveva essere troppo
arduo, dato che il sistema dei soviet e dei colcos aveva pestato i piedi a molti. I
partigiani comunisti lavoravano a disturbare la rete costruita dai tedeschi, quindi il
loro lavoro era insieme militare e politico, in quanto dovevano organizzare il dissenso
antitedesco tra i contadini, dei quali molti non erano affatto comunisti. Da non
dimenticare che si è in Ucraina. I partigiani comunisti lavoravano contro la polizia
militare (Ordnungpolizei) organizzata dai tedeschi (con ungheresi e locali). Il fronte
della guerra vera e propria era distante, i collegamenti scarsi.
Il libro, scritto da un ucraino comunista fedele alla linea stalinista, dà una
rappresentazione di che cos'era all'inizio degli anni quaranta l'Urss in una situazione
di assoluta gravità. Significa che l'Urss funzionava e soprattutto che il socialismo
aveva radici profonde tra la popolazione, e aveva avversari, nemici eccetera. Nella
situazione della guerra funzionano, in Urss (e in Ucraina) due fattori, quello
patriottico e quello della organizzazione dei comunisti.
L'attacco tedesco era di conquista (per il petrolio) ed eversivo in rapporto al
comunismo: lotta tra nazionalsocialismo e socialismo comunista. (27 Agosto 2010).

Specie in inverno lo sguardo coglie individui mascherati da escursionisti alpini,


eppure stanno soltanto portando a spasso il cagnolino. Berretta da sciatori, giaccone
imbottito, zainetto, scarponi, gli manca il binocolo e l'Alpenstock. Ripenso con
tenerezza agli inverni della mia infanzia, quando intorno a me vedevo cappotti,
sciarpe, cappelli, indossati da uomini e donne che non simulavano l'avventura.
(Febbraio 2011).

Un modo utile per inventare storie potrebbe essere quello di inserire, in un contesto
vero, un personaggio/situazione finti. (15 Luglio 2011).

Die Verwandlung di Kafka, che ho riletto dopo parecchi anni, resta, nonostante la sua
pericolosissima fama e diffusione nella scuola, un capolavoro. Due parole sul titolo
che in italiano si è affermato, La metamorfosi, ineccepibile, ma aulico. Verwandlung
significa trasformazione, mutazione. Un bravo giovane lavoratore che mantiene
genitori e sorella è costretto a perdere la sua occupazione a causa di una
trasformazione in animale che lo relega nella sua stanza. Il racconto appartiene al
genere soprannaturale, non a quello fantastico, direi con Todorov (La letteratura
fantastica); significa che il protagonista è senza dubbio diventato un insetto gigante,
non c'è esitazione né alcuna crepa nella trama. Ciò dà luogo alla trasformazione del
lettore in un cacciatore di significati, se non crede al soprannaturale. In un interprete.
La mostruosità della trasformazione del protagonista è paragonabile alla perdita di
umanità del malato inguaribile agli occhi dei suoi famigliari. (15 Ottobre 2011).

Nel capitolo X dei Promessi sposi brilla l'analisi della “sventurata”, che diviene
cultrice “del matto” (come secondo Agnese sono i signori: matti), ma nel senso del
sapere che v'è una penombra dove le certezze si confondono. Toccata dai desideri e
toccatili, Gertrude ne diviene una conoscitrice. (21 Novembre 2011).

Potrei scrivere su “I soliti ignoti” - a proposito della perdita di tempo che le dispute
amorose causano alle pratiche criminali (due fidanzati discutono sotto il lucernario
percorso dai ladri, costretti a fermarsi in attesa che i due la smettano di rinfacciarsi la
loro “insincerità”). Nel film “L'emmerdeur” un fesso in crisi con la moglie impedisce
al killer, affezionandoglisi, di sparare. Del resto potrei includere nel “tempo perso per
amore” anche Rohmer con i suoi film di parola, in cui la disputa dei fidanzati di cui
sopra diventa arte. Dobbiamo esser grati alle gabole amorose? (2012).

Dispositivi anticritica che si assomigliano sono quello consistente nel tacciare di


antisemita chi critica la politica “estera” di Israele, e quello che riferisce a
“resistenze” le critiche a questo o quel punto della teoria e pratica psicanalitica. In
comune hanno la svalutazione pregiudiziale e ideologica della critica. Tendono a
cambiare l'oggetto della discussione rifacendosi a caratteristiche di chi critica. (2013).

Il termine razza, usato da tutti fino a qualche decennio fa, è divenuto infrequentabile
e indicibile dopo l'esplosione di razzismo avvenuta secondo il progetto politico
nazionalsocialista e culminato con l'eliminazione di milioni di ebrei. Si dice che le
razze umane non sussistono, che la divisione in razze è inconsistente dal punto di
vista scientifico. Tuttavia sono evidenti le differenze somatiche per es. tra un
senegalese preso a caso e un finlandese preso a caso, eccetera. Sono differenze che
riguardano il colore della pelle, il tipo di capigliatura, i lineamenti, se basta. E'
probabile che queste innegabili differenze non corrispondano a gruppi precisi e
omogenei, ma ci sono. L'antirazzismo, pur animato da buone intenzioni, è stupido
come il razzismo, del resto il razzismo deriva ideologicamente dal debole concetto di
razza. Razzismo non significa razza, razza non significa razzismo. Vi sono grandi
differenze e piccole differenze. In nome delle seconde non si possono negare le
prime. (2013).

spinnic@libero.it