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Giorgio Agamben: "Il vero Karma 1,7mila

dell'Occidente"
Nel suo nuovo libro, Karman, il filosofo affronta il tema del rapporto
tra unazione e le sue conseguenze. Un saggio che analizza i fondamenti
delletica e del diritto, della teologia e delle filosofie orientali

di CHIARA VALERIO

27 agosto 2017

Se, in questa vita, rispondiamo


delle nostre azioni attraverso il
sistema delle leggi, e nell'altra ne
rispondiamo, secondo il
buddismo, attraverso
reincarnazioni successive, il
motivo sta - scrive Giorgio
Agamben nel saggio Karman -
nel fatto che morale religiosa,
diritto ed etica fondano sul
principio per cui ogni azione
legata alle sue conseguenze, e
noi, a tale principio, soggiaciamo.
Giorgio Agamben Qualche anno fa Agamben ha
diviso il mondo in due gruppi. Gli
esseri viventi e l'insieme di istituzioni, saperi e pratiche che controllano e
orientano i gesti e i pensieri degli esseri viventi: i dispositivi.

Professore, il diritto - le cui porte, se fosse un edificio sarebbero la causa


e la colpa - un dispositivo al quale sottrarsi?
"Il diritto una parte troppo essenziale della nostra cultura perch ci si possa
semplicemente sottrarre a esso. Altrettanto vero , per, che la nascita del
cristianesimo coincide con una critica implacabile della Legge. difficile
immaginare una obiezione pi radicale di quella contenuta nelle affermazioni
di Paolo secondo cui senza la legge non ci sarebbe stato il peccato e il messia
la fine e il compimento (il telos) della legge. E, tuttavia, come lei sa, la
Chiesa ha pazientemente ricostruito quell'edificio della legge che il
cristianesimo primitivo intendeva mettere in questione, anche se puntualmente
fenomeni come il francescanesimo hanno rivendicato ogni volta la possibilit
di una vita al di fuori del diritto. Io penso che una societ vivibile possa
risultare solo dalla dialettica di due principi opposti e, in qualche modo,
coordinati: il diritto e l'anomia, un polo istituzionale e uno non 1,7mila
istituzionale o
anarchico - o, per usare le sue espressioni, gli esseri viventi e i dispositivi
storici. Ci evidente nel linguaggio: una lingua viva risulta dalla relazione
armonica fra spontaneit (il "parlar materno" di Dante) e regola (la lingua
"grammatica" di Dante). Mi sembra che oggi questa dialettica sia dovunque -
nella lingua come nei rapporti sociali - distorta o spezzata".

Lei scrive " la volont agisce come un dispositivo il cui scopo quello di
rendere padroneggiabile ci che l'uomo pu fare". Anche la volont un
dispositivo al quale sfuggire?
"Nel libro ho cercato appunto di mostrare che il concetto di volont (quasi
sconosciuto al mondo antico) il dispositivo attraverso il quale la teologia
cristiana ha inteso fondare l'idea di un'azione libera e responsabile e quindi
imputabile a un soggetto: il "libero arbitrio", che definisce l'azione umana non
meno di quella divina (il Dio cristiano non agisce per necessit, come il dio di
Aristotele, ma per arbitrium voluntatis). La volont il mistero insondabile che
sta alla base di quel concetto di azione legalmente sanzionabile (il crimen-
karman) senza il quale l'etica e la politica moderna crollerebbero. Se l'uomo
antico un uomo che pu, l'uomo moderno invece un uomo che vuole. Nel
mio libro la critica del primato del concetto di azione procede pertanto di pari
passo a una critica del concetto di volont. Mi ha sempre stupito che da
Aristotele a Hannah Arendt l'idea di azione sia sempre rimasta
immutabilmente al centro della tradizione dell'occidente.
Non so se ci sono riuscito, ma ho comunque provato a spostare altrove il
luogo dell'etica e della politica".

Restiamo sull'evoluzione de " l'uomo che pu" ne " l'uomo che vuole".
Marina Cvetaeva osservava "Non posso" il superamento di tutti i miei
"non voglio", il correttivo di tutti i miei voleri. Che rapporto dovrebbe
esserci tra volont e potenza, oggi?
"Le rispondo con le parole di un'altra grande poetessa russa. Anna Achmatova
racconta che mentre negli anni delle persecuzioni faceva da mesi la fila
davanti alla prigione di Leningrado dove era recluso suo figlio, una donna un
giorno la riconobbe e le chiese: "pu dire questo"? La poetessa tacque per un
istante e poi, senza sapere come e perch, sent affiorarle alle labbra la
risposta: "s, io posso". Che cosa intendeva dire? Non certo che aveva un cos
grande talento o una cos grande padronanza della lingua da poter dire tutto
ci che voleva dire. Quell'"io posso" non si riferiva ad alcuna certezza o abilit
e tuttavia la impegnava e metteva integralmente in gioco. qualcosa del
genere che aveva in mente Spinoza quando definisce la letizia pi grande
accessibile a un uomo come la contemplazione di ci che egli pu fare. Per
questo la trasformazione cristiana e moderna della potenza in volont mi
sembra deleteria".
Landau ne " La Fisica per tutti" osserva " Se all'improvviso il fermacarte
fa un salto, penserete di avere le traveggole. Se si ripete, 1,7mila
vi metterete di
lena a cercare la causa che toglie questo corpo dallo stato di quiete.
Perci naturale considerare razionale il punto di vista secondo cui i
corpi in quiete non si spostano senza l'intervento di una forza".
razionale pensare che i corpi umani non si spostino, non compiano
azioni, senza l'intervento di un fine?
"Nel libro la critica del fine inseparabile da quella dell'azione. Uno dei
presupposti che siamo abituati a dare per scontati che ogni azione sia rivolta
a un fine e che questo fine sia il bene che l'agente ogni volta necessariamente
si propone. In questo modo, poich il fine concepito come qualcosa di
trascendente o comunque di esterno, il bene viene separato dall'uomo. Come
mi sembra pi convincente l'idea epicurea secondo la quale nessun organo
del corpo umano stato creato in vista di un fine e ogni cosa che nasce
genera nell'uso il suo bene! A furia di gesticolare, la mano trova la sua delizia
e il suo uso, l'occhio a furia di guardare si innamora della visione e le gambe,
piegandosi a tentoni, inventano la passeggiata. Del resto quel che vediamo
avvenire nei bambini ed quello che ci suggeriscono le arti come la danza,
che non hanno altro fine che la pura esibizione di un gesto, di ci che un corpo
pu fare. Per questo ho cercato di sostituire al paradigma dell'azione rivolta a
un fine quella del gesto sottratto a ogni finalit".

Un filosofo ha detto che definire i termini il momento poetico del


pensiero. Come definirebbe il fine?
"Le d una risposta insieme stoica e zen: il fine ci che si raggiunge solo a
condizione di non porselo mai".

Se "agisce contro la legge, chi fa ci che la legge proibisce" e se " non


c' pena senza colpa", cos' nata prima, la colpa, la legge o la sanzione?
"Come Paolo aveva capito ("la legge venuta perch la colpa abbondasse"),
ogni giurista intelligente sa che il principio secondo cui "non c' pena senza
colpa" va in realt rovesciato in quello secondo cui "non c' colpa senza
pena". "Non c' pena senza colpa" significa che la pena pu essere inflitta
solo in conseguenza di un certo atto, ma la colpa esiste solo in virt della pena
che la sancisce. La sanzione non accessoria alla legge: la legge consiste
essenzialmente nella sanzione".

Ne "Il Nome della Rosa", Eco racconta che il volume riguardante la


commedia di Aristotele non ci mai giunto perch trattava del riso e il
riso crea disordine. In "Karman", lei (come gi Guglielmo da Baskerville)
lo deduce dal volume sulla tragedia e ipotizza pure che Aristotele non lo
abbia mai scritto per muovere una critica a Platone. Quale?
"In Grecia il concetto di un'azione colpevole viene elaborato per la prima volta
attraverso una riflessione sull'eroe tragico. quello che fa Aristotele nella
Poetica quando scrive che la felicit consiste nell'azione e che nella tragedia
gli uomini non agiscono per imitare i caratteri, ma assumono liberamente il loro
1,7mila
personaggio attraverso le azioni. Anche se Aristotele non ha completato la sua
trattazione della commedia, possiamo dedurne che il personaggio comico
agisce invece per imitare il suo carattere e che per questo le sue azioni non
possono essergli mai imputate come una colpa. Platone, che teneva sotto il
cuscino non le tragedie, ma i mimi di Sofrone, fa dire al suo eroe antitragico,
Socrate, che "nessuno fa il male volontariamente", il che implica l'impossibilit
della tragedia".

La filosofia s'interessa prima di tutto dell'essere, ma l'essere appare


subito con le sue "qualit": possibilit, contingenza e necessit. Lei
osserva che necessario riflettere sull'utilizzo che la filosofia fa dei verbi
modali: " posso", " voglio", " devo". Mi segua in un passaggio di certo
azzardato. La lingua della politica, aderendo (talvolta pure nei corpi) a
quella televisiva, ha progressivamente abolito le subordinate, le "
qualit" della frase: modali, temporali, causali. Senza queste "qualit"
siamo costretti a un parlare ( e a un agire) privi di conseguenze. C'
modo di mantenere la complessit del linguaggio e non rimanere chiusi
nel presente indicativo (e televisivo) dello stare al mondo?
"Se la sua domanda di ordine poetico-letterario, allora le rispondo con le
tarde poesie di Hlderlin, in cui i nessi sintattici sono aboliti e sospesi e nel
verso sembrano sopravvivere solo i nomi nel loro isolamento (a volte, anche
solo una particella: aber, che significa "ma"). Vi nella poesia una tradizione,
da Arnaut Daniel a Mallarm, che tende ostinatamente non alla frase, ma al
nome - anzi, forse in ultima analisi ogni poesia non che una tensione verso il
nome, che per definizione sottratto a ogni articolazione modale. Se la sua
domanda di ordine etico-politico, le risponderei allora che si tratta di disfare il
nesso perverso tra i tre verbi modali che Kant ha messo a fondamento della
sua etica: "si deve poter volere". Questa frase mostruosa il condensato
parodico dei dispositivi che il mio libro cerca di disattivare".

Sulla quarta di copertina si legge "Giorgio Agamben ha insegnato


Filosofia teoretica... stato visiting professor...". Se le chiedessi cenni
biografici al tempo presente?
"Le risponderei spinozianamente:
"contempla ci che pu e ci che non pu fare". Ho sempre amato il motto
meraviglioso di van Eyck: "Als ich kann", "come posso". Conoscere i propri
limiti significa conoscere la misura della propria potenza e della propria
impotenza".