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ARCHITETTURA E TECNOLOGIA

NELLA CORTE CORNARO

Maurizio Berti
PENSIERI SOPRA LE LESIONI DI UNA
VOLTA A SCHIFO

...Quattro squadre di laton, tra


gran de e pizzole. Una scattoletta
con colori.Una tascha con una cen-
tura. Un pezzeto in tella a guazo di
Sodoma. Pezzi 8 di dissegni delle
cose diVerona. Pezzi 4 di dissegni
delle cose de Puola . Peci 20 di de-
segni da Roma. Una busta ferada
con desegni drento de pitura.
(dall’inventario delle cose lasciate
ai vivi l’otto di gennaio del 1535,
giorno della morte, da Giovanni
Maria Falconetto)

Come è stata costruita la Loggia

... et maggior errore è quello di quelli che in simili edifitij mette-


no colonne al primo ordine, che sustentano li volti, et nel secon-
do similmente metteno colonne, che sustentano il tetto, et perchè
conoscono che tal opera non durerebbe se non la legasseno, però
la legano con catene di ferro, et per ogni via, o ver verso et è un
manifesto segno che tal opera non è durabile perchè ha bisogno di
esser conservata da tal catene, ma perchè simili catene o per terre-
moto, o per longhezza di tempo vengono a meno (,) la opera a forza
dà a terra, et però di simil opere non si vedeno in antico perchè
come è detto son ruinate che li ferri, che le conservano son venuti
a meno, ma quelle che furono fatte senza ferri et sopra pilastri sono
integre, ...

Il brano è parte della terza regola del Trattato d’ar-


chitettura del magnifico messer Alvise Cornero. Prima
Editione ed è stato oggetto, con il corpo degli scritti
apografi sull’architettura del Cornaro, di una resti-
tuzione critica, nel 1980, dello storico Paolo Carpeg-
giani.

Interno della Loggia Cornaro


Il breve testo cornariano, contrapposto alle
prime restituzioni rinascimentali del trattato di Vi-
 - A. CORNARO, Scritti sull’architettura, a cura di P. CARPEGGIANI,
Padova 198O, pp. 48-49.
truvio, riesce ad ergersi per caratteri del tutto propri
che vengono qualificati nella storiografia più recente
con il termine di empiría. E’ stato però dimostrato
che gli scritti sull’architettura del Cornaro, al di là
del loro chiaro intento apologetico, sono da connet-
tere strettamente a casi sperimentati negli edifici del-
la Corte al Santo. L’osservazione del dissesto causato
dalle catene alla volta della loggia è stato un primo
caso, presente nel monumento, che ha fatto pensare
a questi scritti come ad una sorta di diario o ricordo.
L’invettiva contro l’utilizzo dei ferri sembra di per
sè riferibile ad un caso specifico in quanto l’uso del-
le catene era pratica diffusa ed incontrastata alme-
no fino a che, dal 1562, iniziò a diffondersi la Regola
delli cinque ordini d’architettura di Jacopo Barozzi che
definiva la pratica degli incatenamenti un’imperfe-
zione ideologica della struttura di una fabbrica. Per
la verità la questione delle catene è vista dal Corna-
ro all’interno di un tema più ampio, già esplorato a
fondo da Leon Battista Alberti: l’uso strutturalmente
appropriato delle colonne e dei pilastri. Dunque sa-
rebbe questo un tema riconducibile agli interessi an-
tiquari e trattatistici che coinvolsero in gran numero
architetti, committenti e dilettanti durante la prima
metà del Cinquecento. Ma un’appendice tecnologi-
ca, quale è il legamento di un arco o di una volta,
sembra appartenere più al costruttore che al dilet-
tante d’architettura. Infatti la valutazione dell’effet-
to di una catena in una struttura edile è possibile se
si ha la cognizione esatta del relativo apparecchio;
e ciò può avvenire solo durante la costruzione o la
demolizione di un edificio. E’ inoltre necessario aver
osservato dal vero gli effetti di una catena mal riposta per saper-
ne dire come fa il Cornaro.
Queste considerazioni sono state sollecitate da un’anali-
si pubblicata nel 1980 Giulio Bresciani Alvarez. Lo storico
dell’arte si propose di confrontare i materiali storico-ico-
nografici disponibili con le stratificazioni edili riconoscibili
nella Corte al fine di comprenderne l’evoluzione costrutti-
va. Oltre alle varie tappe che segnarono la costruzione del-
la Corte interessava, anche al fine di un miglior restauro

Prospetto della Loggia Cornaro

del monumento, approfondire la conoscenza dei dati tec-


noligici e materiali connessi all’ evoluzione del complesso
dal 1524, data scolpita sull’architrave della Loggia, al 1535,
data presunta d’inizio della costruzione dell’Odeo.
E’ stato abbastanza agevole ampliare la ricerca par-
tendo da quell’anomalia già segnalata da Bresciani:
lo stacco della muratura della Loggia da quella che
sostiene il pianerottolo per l’accesso alla sala del se-
condo ordine della Loggia stessa. Dall’osservazione
comparata dell’intera muratura d’ambito retrostante
alla Loggia, ormai del tutto priva d’intonaco, e del-
l’estradosso della volta a schifo, da cui era stato aspor-
tato ogni materiale che costituiva il pavimento della
sala, è stato possibile ricostruire assieme al quadro
fessurativo la dinamica del dissesto. Delle quattro
catene estradossali, la seconda da ovest è spezzata.
L’intradosso della volta è segnato longitudinalmen-
te da una fessura centrale alla quale corrispondono
altre, all’estradosso, disposte in serie parallele lungo
i quattro fianchi arcuati. Inoltre, un’importante fes-
surazione corre lungo la controfacciata del secondo
ordine della Loggia ad un’altezza di circa 80 centi-
metri dall’estradosso della volta.

Una volta incatenata

Una catena applicata ad un sistema strutturale a vol-


ta mette in vicendevole contrasto i piedritti di soste-
gno provocando l’ annullamento delle spinte oriz-
zontali che però diventano la tensione della catena.
Che lo scopo della catena sia sempre stato ben inteso
lo dimostra il fatto che fin da epoche altomedioeva-
 - G. BRESCIANI ALVAREZ, Le fabbriche di Alvise Cornaro, in AA.VV.,
Alvise Cornaro e il suo tempo, Padova 1980.
li le catene venivano fissate alla testa del piedritto
ossia all’intradosso della volta. La pratica consueta
dell’incatenature non si prefiggeva affatto di conte-

labbri di apertura delle


lesioni della volta

tirante in ferro forgiato


áncora

tta
sae

chiodatura

fascia esterna di mattoni rossi

pietra tenera di Nanto

muratura

Sezione schematica della volta a schifo con le linee di dissesto

nere le spinte della volta ma semplicemente di an-


nullarne gli effetti. Vi sono esempi, ai nostri giorni,
di riassetti di volte dissestate mediante incatenature
estradossali, allestite con barre, tiranti e travi a dop-
sala superiore

sezione longitudinale verso nord


sezione orizzontale secondo ordine
linee di lesione

catena
frenelli spezzata

sezione longitudinale verso sud


pio T. Tali sistemi, che però riducono quasi del tutto
l’azione della volta sull’intero sistema, possono per-
mettere un assetto statico efficiente. Grosse travi a
doppio T vengono annegate verticalmente nel pie-
dritto ed emergono dal livello dell’estradosso della
volta sicchè sulla loro testa possa essere fissata una
trave orizzontale che costituirà la struttura di un so-
vrapposto nuovo solaio.
L’ancoraggio estradossale della volta a schifo del-
la Loggia è solo apparentemente simile ai presidii
d’epoca attuale come s’è accennato. Questi, in un
certo senso, annullano il sistema voltato trasforman-
dolo in quello “trilitico”. Nella Loggia, invece, si ri-
conosce il tentativo di contenere le spinte orizzontali
con quattro catene che agiscono sulla sola porzione
voltata della struttura. Le catene estradossali sono
state una pratica diffusa e sperimentata durante il
primo Rinascimento italiano. Esse sono associate al-
l’adozione delle volte ribassate, a schifo o a sezione
elittica, che per la verità ebbero incerta ispirazione
a modelli architettonici classici ma costituirono una
geometria ideale alla composizione di partimenti
decorativi in stucco e pittura, questi sì, di sicura ispi-
razione antiquaria.
Il caso dell’apparecchio padovano è ritenuto, dalla
scienza delle costruzioni, tipicamente fallimentare.
Il tirante orizzontale ammorsato con capichiave nel-
la muratura verticale di sostegno è sottoposto a tra-
zione in due punti intermedi dalle due saette che vi
 - Si veda l’argomento, con esempi, in G.A. BREYMAN, Costruzioni civili.
Costruzioni in pietra, Testo, Milano 1926.
sono chiodate. Le saette, a loro volta, sono racchiuse
nella muratura dei frenelli di rinfianco e fissate alle
stesse ancore o capichiave cui è collegato il tirante.
Il dissesto in atto è l’effetto tipico causato da questo
sistema: depressione in chiave ed impennamento sui
fianchi. E’ una sorte inevitabile in quanto i carichi, che
altrimenti verrebbero ripartiti lungo tutta la sezione
dell’arco, vengono qui concentrati in corrisponden-
za dei due punti di chiodatura che, nel nostro caso,
corrispondono all’inizio del settore più debole della
sezione: il piano dello specchio.
Ci sembra che la volta a schifo padovana possa essere
il risultato di una sperimentazione dovuta a due per-
sonalità distinte per formazione e sapere: Giovanma-
ria Falconetto ed Alvise Cornaro. Mentre sappiamo
con certezza che la Loggia fu costruita su progetto,
e probabilmente anche su direzione, del Falconetto;
dobbiamo ritenere, al contrario, che il contributo del
Falconetto per la ralizzazione dell’intera Corte si sia
limitato all’ideazione del programma proporzionale
e, forse, alla redazione di un accurato progetto, non
essendo possibile invece la sua presenza alla ripresa
della costruzione, nel 1535, data in cui concordemen-
te gli storici ritengono sia potuto iniziare il cantiere
dell’Odeo, poichè egli in quello stesso anno spirò.
E pertanto restano credibili le testimonianze di Ser-
lio, Vasari, Marcolini che assegnano il merito della
 - Sull’argomento: G. GIOVANNONI, La tecnica della costruzione presso i
Romani, Roma 1925, pp. 33-70; J. CLAUDEL, Pratique de l’art de construi-
re. Voutes, Paris 1870; S. MASTRODICASA, Dissesti statici delle strutture
edilizie, Milano 1993, pp. 616-633.
costruzione dell’Odeo ed il conseguente completa-
mento della Corte al solo Cornaro.

Le volte di Francesco di Giorgio

Dunque anche la costruzione della volta a schifo


della Loggia potrebbe essere conseguenza di un per-
sonale pensiero del Cornaro probabilmente ispirato
solo per via letteraria da una copia degli scritti di
architettura di Francesco di Giorgio Martini. Sap-
piamo infatti che un codice con scritture in volgare
sull’architettura era presente a Padova presso il calli-
grafo Bartolomeo Sanvito. Ma questo, relativamente
al Cornaro, potrebbe essere del tutto insignificante.
Mentre di un certo interesse può essere il ricordare
che Francesco di Giorgio tratta delle volte antiche e
moderne descrivendo, per quelle moderne, il siste-
ma dell’incatenamento estradossale. Abbiamo moti-
vo di credere, confrontando gli argomenti del tratta-
to del Martini con quelli del trattato cornariano, che
il Cornaro agli scritti di Francesco di Giorgio si sia
ispirato davvero. Probabilmente la presenza del Fal-
conetto, attentissimo osservatore dei particolari co-
struttivi dei monumenti rilevati, avrebbe orientato
l’adozione di una tecnica più appropriata a voltare
la Loggia, ma ciò non fu e pertanto l’apparecchio al-
lestito non potè che avere un carattere sperimentale
con il rischio di un clamoroso fallimento, cosa che
appunto accadde.
 - Si veda: S. DE KUNERT, Un padovano ignoto ed un suo memoriale
de’ primi anni del Cinquecento (1505-1511), con cenni su due codici mi-
Quasi tutte le tecniche descritte dal Martini furono
sperimentate dal Cornaro, probabilmente in suc-
cessione, valutandone le attitudini e l’efficienza. Si
va quindi dalle volte incatenate all’estradosso, alle
leggere con getti in pietra pomice (apprezzate anche
niati, in “Bollettino del Museo civico di Padova”, X (1907), pp. 1-16, 64-
73; P.SAMBIN, Briciole biografiche del Ruzante e del suo compagno d’arte
Marco Aurelio Alvarotti (Menato), in “Italia medioevale e umanistica”, IX
(1966), pp. 265-293; F. DI GIORGIO MARTINI, Trattati di architettura in-
gegneria e arte militare, a cura di Corrado Maltese, 2 vv., Milano 1867. In
particolare si fa riferimento alla trascrizione del codice Saluzziano 148 (con
varianti dell’Ashburnhamiano 361).

Le successioni delle fasi costruttive della Loggia e del passaggio


sopraelevato
dal Cornaro nel proprio trattato e forse dallo stesso
realizzate), alle volte con riempimenti dei rinfianchi
con vasi di terracotta (ne abbiamo la testimonianza
del Serlio sulla volta dell’Ottagono), alle volte in in-
cannicciato stuccato appese a solai in travatura di
legno. Quest’ultima tecnica fu la più utilizzata dal
Cornaro essendo ritenuta la più affidabile e la più
economica. Essa fu fatta addottare, dal Cornaro in
quanto amministratore del cardinale di Padova, an-
che nella costruzione del duomo.

Le ricognizioni

Durante il lavoro diagnostico necessario all’appron-


tamento di una parte del progetto di restauro, è stato
possibile riconoscere le tracce dei successivi cantieri
che, dal Cornaro, furono allestiti per la costruzione
della Loggia, della volta ribassata, del passaggio so-
praelevato tra l’Odeo e la sala superiore della Log-
gia.
L’accertamento delle fasi di costruzione di questa
volta hanno portato nozioni utili all’opera di conso-
lidamento e restauro ma anche hanno permesso di
dare alcune conferme sulla figura di Alvise Cornaro
architetto dilettante e filosofo umanista.
La ricognizione visiva e ragionata ha per oggetto il prospetto
nord, quello sud e la sezione trasversale della Loggia.

Il prospetto nord

I tamponamenti delle quattro ancore corrispondono


a relative aperture predisposte in opera esattamente
in corrispondenza dell’attacco della saetta all’àncora
verticale o paletto. Il tamponamento di tali aperture
sul vano di alloggiamento delle catene, essendo stato
composto il fianco della volta ed il relativo conglo-
bamento della saetta in ferro, potrebbe far pensare
ad un’eventuale tiraggio o rilascio della saetta a fine
d’opera, ribattendo lo spessore a cuneo collocato tra
l’occhio della saetta e l’àncora.
In corrispondenza dell’attacco dell’àncora con il
tirante muro è perfettamente sigillato: ciò fa sup-
porre che quel tratto di muratura d’ambito sia stata
costruito successivamente al disarmo della volta e
pertanto durante la formatura della volta le quattro
catene siano state avvolte dalla muratura solo per la
metà inferiore della loro altezza.
La fascia omogenea di sette corsi di mattoni di co-
lore rosso, che si estende per tutta la lunghezza del
prospetto posteriore della Loggia fino alla muratu-
ra che sostiene l’accesso laterale alla sala superio-
re, starebbe ad indicarci che l’approntamento della
volta è accaduto prima che la Loggia fosse collegata
all’Odeo ma in una fase distinta da quella della co-
struzione del primo ordine della Loggia stessa. Sono
visibili due coppie di buche pontaie, rispettivamente
allineate al primo ed al terzo corso dei mattoni di
colore rosso: se il ponte di lavoro avesse avuto due
piani praticabili distinti si potrebbe pensare che la
volta sia stata composta in due metà, nel senso della
lunghezza.
Il chiaro segno di separazione tra la massa muraria
dell’arco per l’accesso laterale al piano superiore e
quella del prospetto posteriore della Loggia vera e
propria scompare al primo corso inferiore della fa-

Il prospetto verso nord dell’edificio della Loggia prima dei restauri

scia omogenea di colori di color rosso. Oltre, verso


l’alto, la tessitura murale è continua ed uniforme per
ambo le parti fino al marcapiano in pietra di Nanto.
Questo può, verosimilmente, indicare che la volta è
stata costruita durante lo stesso cantiere in cui è stato
costruito il passaggio sopraelevato e quindi ad edifi-
cazione già ultimata del primo ordine dell’Odeo.

Il prospetto est

Sotto il grande arco, fino all’altezza della fascia di


mattoni rossi c’è separazione tra la muratura del pie-
dritto dell’arco e quella del lato breve ad est della
Loggia, più su le due compagini sono tra loro am-
morsate ed i relativi ricorsi sono complanari.
La quota del camminamento sui due archi che col-
legano Odeo e Loggia è la stessa della cornice del
fronte della Loggia.
Il raccordo tra la soglia del fornice nord della log-
gia dell’Odeo e l’inizio del passaggio sui due archi
è palesemente irrisolto e l’arco in aggetto è traccia o
recupero di una precedente, ignota soluzione archi-
tettonica.

La sezione trasversale

Sull’intradosso della volta è possibile osservare che,


in corrispondenza degli ispessimenti di sezione
della stessa volta che separano le tre specchiature,
maggiore è la separazione dei labbri di fessurazione
rispetto a quella sugli specchi. Questo, dal punto di
vista geometrico, è un fenomeno determinato dalla
diversità dello spessore lungo la linea della fessura:
la sezione degli ispessimenti misura circa il doppio
di quella degli specchi. La volta, perciò, agisce come
un insieme di zone che hanno sollecitazioni e reazio-
ni tra loro differenti. Particolare importanza hanno
gli ispessimenti, cui sono immerse o sormontate le
catene che costituiscono, sul piano formale e struttu-
rale, la costolatura muraria della volta.
Procedendo da ovest, sull’estradosso, si può agevol-
mente osservare che il secondo tirante è spezzato e
che il terzo ed il quarto tirante successivi sono allog-
giati, in chiave, nella muratura: una palese anomalia
che fa pensare ad una sperimentazione costruttiva.
COPIA PER IMMAGINI O PER TECNO-
LOGIE: DA MANTOVA A PADOVA
...et per giovare dopo morte anco-
ra, comise che lo suo corpo fusse
aperto aciochè si conosese che la
sua vita sobria havea conservato
bene tute le sue interiore.
(Alvise Cornaro)

E’ noto che una copia della decorazione della Sala dei


Cesari di palazzo Te è stata fatta a Padova nella casa
di Alvise Cornaro. Si ritiene che essa sia stata pos-
sibile per una descrizione del Cornaro stesso oppu-
re per una trascrizione di Tiziano Minio. Un’attenta
osservazione dei partimenti degli angoli permette di
riconoscere, per le due volte, differenti applicazioni
tecnologiche. Il diverso sistema di lavoro con cui si
sono costruite le decorazioni sono un’interpretazio-
ne differente di uno stesso archetipo. Fu questo un
disegno contenuto nell’Hypnerotomachia Polyphili?
Mentre è riconoscibile nello schema decorativo del-
la volta del vestibolo dell’Odeo il modello presente
nella volta anulare del mausoleo di S. Costanza, in-
dagato da pittori ed architetti già dalla fine del Quat-
trocento (Codex Excurialensis) e propagato, dal 1540,
ad opera del Serlio, lo schema degli angoli della volta
della cosiddetta Sala d’Ercole resta senza un modello
antiquario diretto a noi noto; tuttavia l’aver ricono-
sciuto tale schema noscosto tra le xilografie del ro-
manzo di Francesco Colonna induce a fissare qualche
ragionamento, utile alla comprensione delle vicende
della Corte al Santo e dell’indole del suo proprieta-
rio ed animatore.

Aldo Manuzio, Pietro Bembo, Raffaello Sanzio


e altri

Forse non è indispensabile ricercare a Roma la pre-


senza di Aldo Manuzio tra il 1499, anno di edizione
dell’Hypnerotomachia Polyphili, ed il 1515, anno
della sua morte, per ipotizzare che già nei primi
anni del Cinquecento circolasse in ambiente roma-
no la copia del Polifilo. Le invenzioni proposte nelle
tavole dovevano considerarsi soggetti interessanti,
in ambito antiquario, sollecitando la curiosità per i
giochi compositivi eseguiti con vario materiale anti-
quario ma in modo davvero nuovo.
Qualsiasi riferimento romano di Manuzio non
può prescindere dalla figura del Bembo. Quando
Pietro Bembo approda stabilmente a Roma, nel 1512
presso la residenza del cardinale Federico Fregoso,
era già autorevole membro tra gli umanisti della cor-
 - Nella scelta tra le due principali tesi, oggi avanzate, sull’identità di Fran-
cesco Colonna sarebbe stato più conveniente ai ragionamenti del testo quella
del Colonna prenestino, inserito nella vita politica ed umanistica della Roma
di fine Quattrocento. Ma è assai più convincente la ricostruzione fatta del fra-
te Colonna, domenicano tra Venezia e Padova, anche se così resta più proble-
matico individuare il grado di penetrazione del Polifilo in ambiente romano.
L’identità veneziana del Colonna interessa anche per le vicende dell’editore
della sua opera, Leonardo Grassi, la cui presenza è attestata dallo storico
Sambin nella casa del giovane Ruzante.
M. CALVESI, Il sogno di Polifilo prenestino, Roma 1980; F. COLONNA,
Hypnerotomachia Poliphili, a cura di G. Pozzi e L.A. Ciapponi, 2 vv., in
“Medioevo e Umanesimo”, Padova 1980; P. SAMBIN, Briciole, cit., pp.
267-268.
te papale. Egli vi arrivava edotto, ma anche noto, per
un precedente lungo soggiorno quando, diciottenne
al seguito del padre Bernardo in missione diploma-
tica, fu a Roma dal novembre 1487 all’ottobre del
1488; per un secondo soggiorno, nel 1502, con l’ami-
co Vincenzo Querini; per un terzo, nel 1505.
Durante la lunga e problematica residenza ad Urbi-
no, sotto la protezione dei Della Rovere dal 1506 al
1512, Bembo diverrà la figura del nuovo pedagogo
per il perfetto cortigiano, così come fu poi ritratto,
nel 1528 nel IV de Il libro del cortegiano di Baldassar
Castiglione. Non trascurabile argomento di conscen-
za tra i due fu, nel 1505, Gli Asolani che il Bembo
pubblicò per i tipi di Manuzio. Ma con Manuzio il
Bembo aveva pubblicato prima, nel 1495, il giovani-
le De Aetna e poi, almeno fino all’arrivo ad Urbino,
aveva con lui collaborato con continuità alla cura di
varie produzioni editoriali.
Così, quando nel 1516 Bembo con Navargero, Ca-
stiglione e Raffaello partecipa alle esplorazione ar-
cheologiche nella campagna romana poteva essere
un sicuro propagatore della produzione aldina; nè
è credibile che il capolavoro tipografico di Manuzio
fosse, proprio in quest’ambito, trascurato.
La composizione delle epigafi per la tomba, nel Pan-
theon, di Raffaello (1520) e di quella, in S. Maria
delle Grazie a Curtatone, per Castiglione (1529-30)
è il segno di una significativa frequentazione. In re-
centi studi di Nicole Dacos su Giovanni da Udine è
ricostruita la vicenda della costruzione della Stufetta
del Bibbiena in Castel Santangelo. Nel 1519 il Bem-
bo seguì, per conto dell’amico cardinale in missione
diplomatica in Francia, la realizzazione di tale am-
biente ideato e decorato da Raffaello con l’aiuto di
Giulio Romano e Giovanni da Udine.
La presenza del “romanzo” del Colonna a Roma può
rappresentare per noi poco più che un pretesto per
cercar connessioni tra la bottega di Raffaello e Man-
tova, Venezia, Udine, Vicenza e Padova. Un sem-
plice modello di partimento decorativo osservato a
Mantova, Padova e, mimetizzato, in una xilografia
del Polifilo è ovviamente assai meno suggestivo del
ritratto di Pietro Bembo accanto allo stesso Raffaello
nella regale rappresentazione della “Scuola d’Ate-
ne”. Tuttavia anche aspetti minori dell’arte possono
offrire argomenti utili a stabilire la qualità delle rela-
zioni tra i protagonisti della cultura ufficiale romana
che, ben presto travolti dalla Riforma protestante,
sarebbero stati obbligati ad una rigenerativa diaspo-
ra controriformistica.(7)

Il cantiere di Giulio Romano

Nel 1989 veniva compiuto il restauro di Palazzo


Te. I restauratori, durante i lavori, trovarono ampie
conferme e qualche novità sul modo di operare nei
cantieri di Giulio Romano. Anche la decorazione
della volta della Sala dei Cesari fu realizzata con la
particolare organizzazione del lavoro che l’allievo di
Raffaello inventò per poter dirigere personalmente
tutta la vasta e complessa costruzione del Te senza
dover trascurare i numerosi altri pubblici cantieri
che Federico II gli aveva affidato a Mantova. Il la-
voro di decorazione era preordinato da ben defi-
nite fasi di lavorazione tra loro in successione che
permettevano alla stessa “impresa” di maestranze
ed artisti una produzione continua passando da un
luogo all’altro della stessa fabbrica o a fabbriche di-
verse. Nello stesso Palazzo Te è possibile il raffronto
tra due stadi differenti di questo particolar modo di
costruire e decorare: quello della volta della loggia
del prospetto nord del palazzo e quello della volta
della loggia contigua e comunicante che dà verso il
cortile. Nella prima i cassettoni sono portati ad uno
stadio di intonacatura sottile, rifiniti sulle bordure
e così lasciati; nella seconda, invece, quest’identica
condizione, architettonicamente sufficiente, è porta-
ta ad uno stadio successivo mediante l’applicazione
delle decorazioni a stucco e delle pitture.
Questo procedimento è stato adottato anche per la
realizzazione delle decorazioni agli angoli della vol-
ta della Sala dei Cesari, escludendovi così la tecnica
dell’affresco sia per dar pittura ai fondi dei compar-
timenti ottenuti e sia per pigmentarne i rilevi in stuc-
co.

Il settore dell’”Amoenissima insula”

A Mantova, come a Padova, lo schema decorativo


corrisponde ad una delle due matrici estrapolabi-
li da un modello contenuto nell’Hypnerotomachia. Il
settore dell’Amoenissima insula che si prende in esa-
me è composto dall’intreccio di due sviluppi deco-
rativi indipendenti: quello considerato è costituito
da una matrice avente, per semi grafici elementari,
un ottagono, quattro esagoni ed un quadrato; l’altro
sviluppo, anch’esso applicato in altre vicine sale sia
a Mantova che a Padova, è costituito dall’ottagono e
dal quadrato.
Sappiamo che, nel Rinascimento, allo studio dei com-
partimenti delle decorazioni delle architetture è data
un’attenzione perlomeno pari alla pittura prospetti-
va. La scelta del modello contenuto nel Polifilo tro-
va giustificazione per il fatto di essere adattabile ad
una superficie curva anche con raggio di curvatura
variabile. La xilografia, per la verità, rappresenta un
settore piano avente il perimetro di forma trapezoi-
dale con i lati paralleli curvi. Quanto induce a pensa-
re che tale modello decorativo possa adattarsi bene
sia ad una superficie concava che ad una convessa
è l’essere comprimibile o dilatabile, per fasce paral-
lele, nei suoi semi elementari; il modello decorativo
si presenta come una distorsione di uno schema la
cui origine è geometricamente sviluppata lungo assi
ortogonali di simmetria. inquadratura di campo non
ortogonale. Ma per tradurre la decorazione da una
condizione bidimensionale a quella spaziale si è do-
vuto, nei due casi considerati, cercar soccorso nel-
l’invenzione di una tecnica applicativa. Il pensiero
va per analogia, ma solo per inciso, ai temi della rap-
presentazione topografica e geografica di particolare
attualità a cavallo dei secoli XV e XVI a causa dei
viaggi transoceanici e, per quanto più ci riguarda,
per la presenza vicino a Bembo e Raffaello, durante
le eplorazioni antiquarie, del cartografo Giovanbat-
tista Ramusio.

La volta della Sala dei Cesari

La tecnica adottata nelle ripartizioni d’angolo della


volta mantovana non ha portato a soddisfacenti esi-
ti formali, in particolare per il mancato allineamento
del disegno alla base della cornice perimetrale. E non
poteva essere altrimenti poichè la decorazione è otte-
nuta mediante la sagomatura a rilievo della rete de-
gli ottagoni. Venivano composti, a partire dall’asse di
simmetria geometrica del campo d’angolo, di volta in
volta dei mezzi esagoni di stucco ottenuti dal riempi-
mento di una controforma di tavolette di legno. Con
il ribaltamento della stessa controforma in legno si
poteva riempire d’impasto l’altra metà dell’esagono
e così via. Il risultato sarebbe stato, ogni otto appli-
cazioni della controforma, di ottenere la formazione
dell’ottagono avente il quadrato (o rombo) al centro.
Questi piccoli getti erano preceduti dall’infissione
di chiodi nell’intonaco sottostante in modo da dare
struttura e sostegno al al nuovo stucco.
Fin tanto che l’impasto di stucco restava modellabile
venivano impresse sui bordi del getto le cornici di
unghie o palmette. Giunzioni e bordature venivano
poi, alla fine, ripassati regolando il tutto con spatole
di ferro. Il fondo degli esagoni era già predisposto,
secondo la pratica accennata del cantiere giuliano,
alla decorazione pittorica; eseguita la quale, al centro
dei quadrati, era applicata la rosellina dorata. (8)
La volta della Sala d’Ercole

Il passaggio alla realizzazione padovana, nella salet-


ta dell’Odeo di casa Cornaro, è stato più volte con-
siderato dagli storici dell’arte come opera di copia
della decorazione mantovana, stabilendo così una
conseguenza temporale nella relizzazione delle due
opere: a Padova i lavori non possono che essere ini-
ziati dopo Mantova, ossia dopo il 1530-32. Ma l’inter-
dipendenza delle due realizzazioni non si dovrebbe
dedurre tanto dai disegni in se stessi, che potrebbero
indipendentemente derivare da uno stesso modello
quale quello del Polifilo, quanto dall’impianto gene-
rale delle ripartizioni delle due volte e ancor più dal-
la posizione degli stemmi gentilizi agli angoli.
La realizzazione della decorazione padovana, anche
se più discreta rispetto alla magnificenza della Sala
dei Cesari offre spunti nuovi di conoscenza delle
innovazioni introdotte nel cantiere rinascimentale.
Il raggiungimento della compiutezza formale della
decorazione è qui dovuto all’adozione di una tecnica
che apporta un’evoluzione tecnologica alla realizza-
zione di stucchi o grottesche osservati e copiati tra i
ruderi antichi. Si tratta, in definitiva, dell’applicazio-
ne, anche nelle decorazioni, di quel concetto plinia-
no di economia già osservato nella conduzione del
programma edilizio padovano. Nella decorazione a
stucco della sala dell’Odeo l’adozione dello stampo,
tecnica elementare e ripetitiva, permette di compiere
tutte le fasi necessarie all’intera opera, ad esclusione
della pittura. E’ anche questo un modo di procedere
nell’astrazione progettuale. Durante il Rinascimento
diventa pratica diffusa e corrente anticipare la co-
struzione della fabbrica da elaborati disegni o mo-
delli. (9)
La figura elementare prescelta per comporre l’intera
maglia decorativa è ancora l’esagono. Ma, a Padova,
esso viene eseguito con uno stampo che riproduce
intero, sullo stucco fresco, il sottile rilievo del peri-
metro esagonale e ne deprime il campo interno. Con
tale procedimento l’ottagono ed il quadrato centrale
della matrice polifiliana si compongono come risul-
tato di quattro impressionioni dello stampo avente
inciso il perimetro dell’esagono.
Pare evidente, nella sala padovana, l’obiettivo di re-
stituire, attraverso una tecnica “economica” di de-
corazione a rilievo, un modello bidimensionale: ri-
portare ad uno stesso piano percettivo un ottagono,
quattro esagoni ed un quadrato. Che vi fosse comun-
que intenzione di dare alla realizzazione un’adegua-
ta incorniciatura lo dimostra il fatto che, dei quattro
angoli della volta, solo l’ultimo (quello con lo stem-
ma del Bembo) è il tentativo portato a buon esito
formale. Qui infatti, contrariamente al risultato man-
tovano ed ai tre altri tentativi nella medesima sala
dell’Odeo, l’ordito finalmente riesce ad ottenere una
forma coerente sia alla superficie concava del fondo
che alla cornice perimetrale del partimento d’ango-
lo. Ne vien sacrificata, certo, la regolarità del tratto
che disegna la maglia, che in alcuni casi si dilata ed
in altri si restringe. L’effetto generale risulta comun-
que, a colpo d’occhio, accettabile. E non è così affer-
Ma se ben il povero mangia se non
pane e panatella e ovo, non bisogna
che mangi se non la quantità che può
digerire
(Alvise Cornaro)
mato uno dei principali precetti della decorazione
alla romana?
LA SCELTA TECNOLOGICA COME “RAGIO-
NE D’ARCHITETURA”

Il progetto del cortile

Il sostegno letterario di cui la Loggia e l’Odeo del pa-


lazzo di Alvise Cornaro hanno goduto fino ad oggi
ha, in qualche modo, oscurato alcune prerogative
schiettamente architettoniche e struttive dell’insie-
me della Corte. Un’attenta osservazione dei luoghi
ha potuto discernerle e riproporle all’attenzione. La
tradizione ha molto aiutato, anche negli studi più
recenti, a privilegiare l’interpretazione della loggia
sul fondo del cortile quale scaenae frons per il teatro
del Ruzante e l’edificio sul lato destro quale luogo
di riunioni musicali, ma a chi attendeva l’inizio dei
lavori di restauro, interessava di più capire una pos-
sibile idea generale dell’assetto del palazzoe della
sua Corte.
Sarebbe stato probabilmente difficile riconoscere lo
schema generale del progetto originario di Giovan-
maria Falconetto se per la valutazione di questi stessi
luoghi ci si fosse basati su un rilevamento compiuto
con il sistema metrico decimale.
Il riconoscimento del progetto di un cortile di
casa all’antica, problematicamente ascrivibile ai ca-
noni vitruviani, è avvenuto sulla ricostruzione delle
progressioni simmetriche dell’architettura; una rico-
struzione decifrata nella “modulazione” del piede
veneziano, sia relativamente al gioco numerico del-
le modanature architettoniche che ai rapporti fra le
misure di sintesi quali la riquadratura del cortile o
l’elevazione dei prospetti.
Si fissa ora l’attenzione sui due prospetti che sono
di maggior evidenza nel cortile del palazzo Cornaro
al fine di enucleare alcuni spunti relativi al supera-
mento di una tecnologia costruttiva accaduto fra gli
anni venti e trenta del Cinquecento, cioè durante il
periodo trascorso nella realizzazione di questo pa-
lazzo. L’oggetto del superamento è la pietra di cava,
la pietra tenera dei colli Berici che viene soppiantata
per il migliore favore goduto dalla pietra cotta. E si
stima che ciò sia accaduto a Padova con qualche an-
ticipo sulle consuetudini costruttive generali.
Nonostante questa mutazione tecnologica fosse acca-
duta, sarebbe comunque stato rispettato l’originario
progetto falconettiano, ma con notevoli conseguenze
sull’ordinamento del cantiere, sulle concezioni strut-
turali via via adottate, sulla spesa e sulla durabilità
dei manufatti.
Se allo storico capitasse di ritovare fra le fonti le car-
te del progetto falconettiano, anche il modello, forse
potremmo capire se il Falconetto intendesse affidare
la realizzazione dei paramenti della propria architet-
tura alla pietra di cava oppure al mattone intonaca-
to; o all’una e all’altro assieme. Ma su questo argo-

Loggia Odeo
profilo sezione profilo sezione

pietra
di Nanto

mattoni

secondo ordine architettonico della Corte Cornaro

pietra di Nanto mattoni


Ottagono
Loggia

arcate

basamento del primo ordine della Corte


mento può essere utile ricordare la testimonianza di
un inconfessato estimatore del Falconetto: il Serlio.
Sebastiano Serlio, nel settimo libro del suo trattato,
concludendo l’esposizione della decimaottava habita-
tione fuori della Città ci dice che un progetto costituito
di un prospetto e due sezioni, certo proporzionato
ma di sommaria descrizione, può essere esauriente
per condurre l’edificio a termine. Egli ci dà così una
preziosa indicazione sulla relativa importanza che il
progetto disegnato aveva nell’economia generale di
un’opera architettonica.
I ruoli concorrenti all’architettura rinascimentale:
l’architetto, il disegno, i muratori, i lapicidi, i deco-
ratori ed il committente, costituiscono un capitolo
della conoscenza complesso e per tanti aspetti an-
cora aperto. Nel nostro caso ci è facile, essendovene
materia, indagare sul ruolo e la personalità del com-
mittente dell’opera, Alvise Cornaro.

Ragione d’architetura

L’espressione ragione d’architetura, che ritroviamo


negli scritti del Cornaro, può essere letta come la
speciale consapevolezza che egli, dilettante, poteva
avere nella pratica d’architettura, o meglio, nell’at-
tività edificatoria. L’espressione sembra assumere
particolare significato nell’esordio del suo trattato
d’architettura dove, oltre al divino Vitruvio, è citato il
gran Leon Baptista Alberti. Ma in quale misura l’espli-
cito riferimento all’Alberti può costituire un segno
elettivo del Cornaro? (10)
Già Falconetto aveva portato da Roma a Padova la
verifica critica del testo vitruviano, attraverso i rilie-
vi dei monumenti romani, per cui l’interesse verso
Vitruvio era ampiamente assicurato. Sui rilievi di
anticaglie eseguiti dal Falconetto si è indotti ad at-
tribuire un’attenzione strutturale o tecnologica su-
periore a quella che nelle stesse circostanze adottò
il Palladio. (11)
Ed è in qualche modo cosa abbastanza insospettabi-
le se si pensa alla formazione dei due architetti. Pal-
ladio fu lapicida, e Falconetto, fino a cinquant’anni,
pittore. (12)

Mattoni e cieli di cannicci intonacati

Il tema tecnologico al quale l’empiria del Cornaro


si è rivolta ha ampio e diffuso riscontro nel De re
aedificatoria dell’Alberti. Sul tema delle murature il
Cornaro orienta gran parte delle sue meditazioni
architettoniche: così nel suo trattato d’archittettura,
nella relazione sulla fabbrica del Duomo di Padova,
nei riferimenti alla copertura della cappella dell’arca
del Santo.
La convenienza economica è una virtù ricercata e
Cornaro lo dichara. Se nella relazione sulla fabbri-
ca del Duomo egli prospetta una riduzione di spesa
di due terzi sul costo dell’opera preventivato, ciò è
dovuto all’adozione di una particolare tecnica mu-
raria: l’uso generalizzato del mattone cotto. Inoltre
la sostituzione delle volte in muratura con volte in
incannicciato stuccato e l’uso ampio degli stucchi
a fini prevalentemente decorativi sono effetti diret-
ti dell’abbandono dell’uso della pietra di cava. Una
tecnica e un principio, questi, ripresi alla lettera nel
suo progetto di riordino del bacino di S. Marco; par-
ticolarmente per la erezione del Theatro. (13)
I motivi che il Cornaro adduce a sostegno della scel-
ta, per i volti di copertura del duomo di Padova, dei
cannicci intonacati piuttosto che i mattoni, sono sia
il vantaggio derivato dal minor tempo richiesto per
la costruzione che il vantaggio economico deriva-
to dall’impiego di minor quantità di materiale. Ma
l’eliminazione della pietra di cava era un’operazione
che comportava da sola la riduzione di ben un terzo
della spesa complessiva per l’opera architettonica.
Havandosi fabricare la chiesa del duomo di questa città di
Padova, et essendo calculato sopra il modello che la spesa
debba esser duc. 6O M. il qual denaro sia trazersi 2/3 dal
R.mo Vesc.o et l’altro terzo dalla chiesa, cioè canonici et
altri beneficiati, et vedendosi che questa è una gran quan-
tità di danari et che ella non se potrà trarre in manco di
2O anni a d. 3 M. all’anno, et così chi la principiarà potrà
poco sperare di goderla. Per la qual cosa colui farà mal
volentieri tal spesa la qual pur farebbe quando conoscesse
che se potesse finir inanzi et con la spesa delli d. 3 M. soli
all’anno. et acciocche questa si veda, et che la si possa far
con lo terzo solo della spesa disegnata, io Alvise Cornaro.
a ricordo il modo, (...) l’opera di scarpello si de fuggirla
perchè si avanza un terzo della spesa, et così de d. 6O m.
la se serà in 4O m., delli quali se ghe leverà ancora la
metà, facendo li volti di essa chiesa di cannevere, quali
per la sua gran leggerezza non havaranno bisogno se non
della metà delle grossezze delli fondamenti delli muri, et
così tal volta costerà meno la metà di quello che costerà
uno di pietra, et battuti duc 2O m. di 4O m. resteranno
2O m. soli et questi sono calculi che non possono errare.
potendosi dunque far tal chiesa con spesa di duc. 2O m.
soli, perchè volesse spendere 6 m. et che poi la non sia più
bella, ... (14)

Durevole ma di poca spesa

L’attenzione alle soluzioni costruttive non può


che essere una naturale manifestazione della colti-
vata sensibilità del Cornaro all’uso del denaro. E si
parla di una sensibilità educata all’impresa econo-
mica, cosa del resto già rivendicata da lui stesso in
una lettera allo Speroni (15): una condizione che gli
permette un competente ruolo anche nelle cose del-
l’architettura. Il Cornaro può dimostrare adeguata
competenza, non nell’idealità espressa dal modello
del Falconetto o nelle decorazioni, bensì là dove vi
è ragione d’architettura; là dove l’architettura signi-
fica giustapposizione di fasicostruttive; fasi che del
modello traducano una realizzazione economica
conveniente.
La spesa, i tempi di realizzazione delle opere, l’af-
fidabilità statica, la durabilità dei manufatti archi-
tettonici sono le categorie che egli più afferma nei
propri scritti e che ritroviamo anche nel trattato al-
bertiano. Attraverso la promozione di una tecnica
piuttosto che di un’altra il Cornaro può condiziona-
re lo spirito filologico del Falconetto e dare così una
sua interpretazione ai diligenti rilievi falconettiani
dell’architettura antica.

Il gran Baptista Alberti

Due rilevanti argomenti fanno intendere in Alberti


la riforma del cantiere ed entrambi privilegiano l’uso
della muratura in mattoni. Nel libro terzo del tratta-
to sull’architettura, l’Alberti teorizza l’importanza
di riservare la massima cura alle cantonate degli edi-
fici e, come secondo argomento, la trasformazione
tecnica degli elementi portanti puntiformi, il passag-
gio cioè dalle colonne ai pilastri.
Oltra di questo le Cantonate per tutto lo edificio, percioche
elle debbono essere oltra modo gagliardissime, si debbono fare
di muraglia saldissima: Ciononsia certamente, che se io ne giu-
dico bene, ciascuna Cantonata è la metà del tutto dello edificio.
Per che il mancamento di una cantonata non può succedere
senza il danno di amenduoi gli lati. Et se tu consideri questo, Tu
troverai senza dubbio che quasi nessuno edificio è cominciato a
rovinare per altro, che per il difetto delle Cantonate. (16)
Nel Libro settimo ricorre l’artificio del pilastro so-
prattutto in relazione alle volte e agli archi. Va detto
però che nel trattato albertiano colonna e pilastro si
differenziano tra loro solo per la forma della sezio-
ne orizzontale: circolare per la colonna, quadrilatera
per il pilastro. Non è pertanto esplicitamente det-
to che la funzione propria di un pilastro a sezione
complessa è di rispondere con maggior efficacia alla
compressione ed alla spinta orizzonatale generate
dall’appoggio di un arco. Da un lato, secondo la tec-
nologia medioevale, Alberti risolve la convergenza
di più archi su di un unico sostegno costituito da una
colonna e ordina la massima cura alla disposizione
del concio in chiave, ma anche di quel concio che co-
stituisce il piede o l’origine di più archi convergen-
ti, tralasciando di considerare però gli effetti delle
spinte sui piedritti. (17)
D’altra parte, sempre probabilmente derivando
dalla tecnologia medioevale, l’Alberti molto spesso
chiama le colonne o i pilastri ossa e ossami intenden-
do con essi una parte costitutiva della muratura: si
tratta della concezione di una vera e propria strut-
tura (semicolonne e lesene + architravi e cornici) che
consolidi e nello stesso tempo alleggerisca la massa
muraria. (18)
L’importanza e la cura costruttiva delle cantonate
nell’impianto portante di un edificio è tipica della
tradizione costruttiva in diverse aree geografiche,
sia che si tratti di edilizia ordinaria che di edilizia
monumentale. Alla cantonata di una costruzione è
riservata la funzione di concatenazione delle mura-
ture d’ambito. A riprova di tale grande attenzione si
ricorderà come in costruzioni tardomedioevali, ma
anche nel XVI e XVII sec., continui l’uso di “canto-
nare” le fabbriche in muratura di mattoni con conci
squadrati in pietra di cava. Nè è difficile intendere
quale significato didascalico continui a manifesta-
re l’uso stilistico che, degli spigoli, si è fatto talvolta
in epoca tardo barocca, allorquando il bugnato
d’angolo è stato reso con muratura di mattoni scol-
pita in riquadri ed intonacata o stuccata a simula-
zione di conci in pietra di cava.
Al riconoscere le proprietà meccaniche dello spigolo
nell’assemblaggio delle murature, consegue l’im-
piego del pilastro a sezione complessa e l’uso del-
lo svuotamento della muratura per migliorarne le
attitudini statiche.

Oltre il divino Vitruvio

A lato dei temi formali, nell’impianto architettonico


dell’Odeo, è possibile leggere il recupero dell’anti-
ca tecnologia. In esso le concavità delle quattro nic-
chie sul perimetro ottagonale raddoppiano l’azione
degli otto spigoli già presenti nella massa muraria,
rendendo in un ambiente intero quanto nell’unità
è reso dal pilastro barocco. (19)
Per quanto concerne invece il progressivo abban-
dono dell’uso della colonna a rocchi monolitici, le
cause possono essere non solamente stilistiche: arco
su pilastro o architrave su colonna; neppure sempli-
cemente statiche, come sintetizza il Cornaro nella
sua prima regola del trattato.
... et così non si vegono più edificij porteghi o ver lozze
sustentante da colonne tonde, ma da Pilastri quadri, sì perchè
le colone non possono durare a sustentar altro, che Architravo
friso, et cornison, et frontispicio, come si vede al portico della
Rotonda in Roma, et se si meteno a sustentare edificio ruinano
in breve tempo, et per non si vedono tal opere in antico le
quali in tutto biasmo, se ben di quelle ne è stato scritto dalli
Architetti, i quali se ora fussero vivi sarebbeno della mia opi-
nione, perchè non vedrebbono in essere tal sorte di opere. (20)
Le ragioni di questa trasformazione saranno anche
cantieristiche. L’enciclopedico Scamozzi ne avvertirà
la necessità soprattutto nell’area padana, ove abbon-
dano le argille per ottimi mattoni. Lo stesso Palladio
non rinunciò alla colonna a tutto tondo a favore del
pilastro. Egli spesso con un raffinato uso del matto-
ne non solo costruirà le colonne ma riuscirà a gettare
sui capitelli architravi e piattabande in altre epoche
scolpiti in monolite.
Gli architravi , utilizzati dal Palladio per i colonna-
ti delle logge, ebbero vari esiti. In particolar modo
la fiducia riposta allora negli architravi costruiti in
mattoni si giustifica oggi per la durata del sistema;
sistema costruttivamente efficace almeno quanto lo
è l’adozione delle travi lignee con funzione di ar-
chitrave. Gli architravi in mattoni del Palladio sono
in realtà delle piattabande private della curvatura
e, nelle “aspirazioni” tecnologiche, esse dovrebbero
funzionare come una volta (i remenati). Ma si tratta
di funzionalità imperfetta poichè Palladio arma le
piattabande di catene metalliche aventi funzione di
contrasto alle spinte orizzontali. (21)
La tradizione cantieristica medioevale aveva molto
coltivato la tecnologia della pietra di cava al punto
da portare, attraverso l’opera dei lapicidi, il lavoro
dei conci a limiti virtuosistici. Proprio quel cantiere
aveva attuato la scomposizione delle forze inerenti
all’equilibrio statico di una fabbrica nelle due
componenti, verticale ed orizzontale; affidando
pertanto la stabilità verticale alle sole catene.

La docile pietra dei colli

Diversamente da quanto teorizzato dall’Alberti e


dallo stesso realizzato per esempio nella trasposi-
zione tecnologica e tipologica dell’arco di Augusto
di Rimini sulla facciata del Tempio Malatestiano,
il recupero dell’uso edile della pietra di cava avvie-
ne in Padova con spinto interesse economicista. Nel
primo ordine della loggia la docile pietra dei Berici
ha funzione portante esclusiva: essa è utilizzata per
comporre i pilastri, gli archi, l’architrave, i fregi e
la cornice; forse il piano attico preesistente alla
sopraelevazione, secondo l’interpretazione del Bre-
sciani. (22)
Fra i vari tipi di pietra per usi edili l’Alberti conosce-
va l’impiego delle pietre tenere. Nel Geneovese, & nel
Venetiano, & nel Ducato di Spuleto, & nella Anconitana,
& appresso la Borgogna, si truova una Pietra bianca, la
quale si può facilmente segare con sega a denti, & piallare
ancora e se non chè ella per altro, è di natura debole e
frale, sarebbe nelle opere di ognuno uscita fuori; ma dalle
brinate, dal ghiaccio, & dalle spruzzaglie, si rompe, & non
è gagliarda contro i Venti di mare. (23)

I mattoni

Nel piano superiore della loggia, una seconda fase


del cantiere, la portanza è assicurata dalla muratura
in mattoni mentre la pietra tenera, tagliata in lastre
relativamente sottili, è utilizzata come rivestimento.
Ma il più evoluto riscontro alla lezione albertiana è
assicurato, in un’ulteriore fase, dagli archi di passag-
gio dall’odeo alla loggia e dall’impianto dell’odeo
stesso; opere ove è quasi del tutto abbandonato
l’uso, anche in funzione di rivestimento, della pietra
da taglio e dove alla muratura si sovrappongono, a
simulazione della pietra viva, l’intonaco e lo stucco.
Ed anche così il modello antico, proposto dal Falco-
netto, era stato rispettato.
A questo punto la trasformazione del cantiere è av-
venuta. La riduzione del ciclo di produzione a fasi
costruttive di più semplice esecuzione conteneva gli
elevati costi richiesti dall’impiego di lapicidi che
lavorassero la pietra da cava per funzioni portanti e
nello stesso tempo evitava gli sprechi 3di materiale
lapideo connessi al lavoro di sbozzo o finitura ese-
guiti in cantiere.
L’abbandono della pietra di cava è dunque l’effetto
di una riforma cantieristica che trovò nello spirito
di imprenditorialità del Cornaro non solo la giusta
interpretazione ma anche sicura conoscenza. Egli
comprese che la tecnica della muratura in cotto oltre
ad essere di poca spesa avrebbe conferito all’opera
grande durabilità e facile manutenzione.

NOTE

1 - A. CORNARO, Scritti sull’architettura, a cura di P.


CARPEGGIANI, Padova 198O, pp. 48-49.

2 - G. BRESCIANI ALVAREZ, Le fabbriche di Alvise


Cornaro, in AA.VV., Alvise Cornaro e il suo tempo, Pa-
dova 1980.

3 - Si veda l’argomento, con esempi, in G.A. BREY-


MAN, Costruzioni civili. Costruzioni in pietra, Testo,
Milano 1926.

4 - Sull’argomento: G. GIOVANNONI, La tecnica della


costruzione presso i Romani, Roma 1925, pp. 33-70; J.
CLAUDEL, Pratique de l’art de construire. Voutes, Paris
1870; S. MASTRODICASA, Dissesti statici delle strut-
ture edilizie, Milano 1993, pp. 616-633.

5 - Si veda: S. DE KUNERT, Un padovano ignoto ed


un suo memoriale de’ primi anni del Cinquecento (1505-
1511), con cenni su due codici miniati, in “Bollettino
del Museo civico di Padova”, X (1907), 1-16, 64-73; P.
SAMBIN, Briciole biografiche del Ruzante e del suo com-
pagno d’arte Marco Aurelio Alvarotti (Menato), in “Italia
medioevale e umanistica”, IX (1966), pp. 265-293;
F. DI GIORGIO MARTINI, Trattati di architettura in-
gegneria e arte militare, a cura di Corrado Maltese, 2
vv., Milano 1867. In particolare si fa riferimento alla
trascrizione del codice Saluzziano 148 (con varianti
dell’Ashburnhamiano 361).

6 - Nella scelta tra le due principali tesi, oggi avan-


zate, sull’identità di Francesco Colonna sarebbe sta-
to più conveniente ai ragionamenti del testo quella
del Colonna prenestino, inserito nella vita politica
ed umanistica della Roma di fine Quattrocento. Ma è
assai più convincente la ricostruzione fatta del frate
Colonna, domenicano tra Venezia e Padova, anche
se così resta più problematico individuare il grado di
penetrazione del Polifilo in ambiente romano. L’iden-
tità veneziana del Colonna interessa anche per le vi-
cende dell’editore della sua opera, Leonardo Grassi,
la cui presenza è attestata dallo storico Sambin nella
casa del giovane Ruzante.
M. CALVESI, Il sogno di Polifilo prenestino, Roma 1980;
F. COLONNA, Hypnerotomachia Poliphili, a cura di G.
Pozzi e L.A. Ciapponi, 2 vv., in “Medioevo e Uma-
nesimo”, Padova 1980; P. SAMBIN, Briciole, cit., pp.
267-268.

7 - G.C. MAZZACURATI, Pietro Bembo, in “Storia


della cultura veneta: Dal primo Quattrocento al Con-
cilio di Trento”, a cura di G. Amaldi e M.P. Stocchi,
vol. II, Vicenza 1980, pp. 1-59; N. POZZA, L’editoria
veneziana da Giovanni da Spira ad Aldo Manuzio. I centri
editoriali di Terraferma, in AA.VV. Storia, cit., pp. 215-
244;
N. DACOS e C. FURLAN, Giovanni da Udine 1487-
1561, Udine 1987, pp. 35-37; Ma da pagg. 32-33: “Ar-
tisti, letterati e poeti discutevano frequentemente i
loro problemi nei cenacoli ove si riunivano. Quello
d’Ermolao Barbaro doveva trasformarsi in accade-
mia e attorno alla bottega di Aldo Manuzio gravita-
vano, tra gli altri, il poeta Andrea Navagero, l’uma-
nista Pietro Bembo, tutti e due spesso a Roma sotto il
pontificato di Leone X, e il cartografo Ramusio.
Lungi dall’essere confinati nei loro studi, questi uo-
mini frequentavano gli artisti con la competenza di
veri e propri conoscitori. Pietro Bembo mise insieme
a Roma un’importante collezione di libri, monumen-
ti antichi, medaglie antiche e moderne, che avrebbe
spedito nella sua villa di Padova (il Noniano)”.

8 - Per l’interpretazione delle tecniche di decorazione


utilizzate da Giulio Romano mi sono avvalso delle
approfondite conoscenze passatemi dal restauratore
della Sala dei Cesari, il dott. Gianfranco Mingardi;
con lui ringrazio il dott. Carlo Micheli ed il dott. Gian
Maria Erbesato, custodi e studiosi di Palazzo Te.

9 - L. FRANZONI, Antiquari e collezionisti nel Cinque-


cento, in AA.VV. Storia, cit., pp.208-266; G. FIOCCO,
Alvise Cornaro, il suo tempo e le sue opere, Padova 1965;
W. WOLTERS, La decorazione interna della Loggia e del-
l’Odeo Cornaro, in AA.VV., Alvise, cit. pp. 72-79.

10 - L’espressione è contenuta nell’Elogio di Al-


vise Cornaro (Autoelogio): ... e fabricò poi per sè uno
casamento comodo e proprio alla agricoltura fato con ra-
gione di architetura che uno sì bello forte non vi è in que-
sti contorni. (dalla trascrizione del Carpeggiani in A.
CORNARO, Scritti, p. 72; e ancora nel Trattato de la
vita sobria del Magnifico M. Luigi Cornaro nobile vini-
tiano: ... et nelle mie stanze, le quali, oltre che sono nella
più bella parte di questa nobile et dotta città di Padova,
sono anchora veramente belle e lodevoli et di quelle che di
più non sono state fatte alla nostra etade, con una parte
delle quali mi difendo dal gran caldo, con l’altra dal gran
freddo, perchè io l’ho fabbricate con ragion d’Architetu-
ra, la qual ci insegna come s’habbia ciò a fare; (in M. MI-
LANI, Alvise Cornaro. Scritti sulla vita sobria. Elogio e
lettere, Venezia 1983, p. 95).
La prima trascrizione del trattato è in G. FIOCCO, Al-
vise Cornaro e i suoi trattati sull’architettura, “Accade-
mia Nazionale dei Lincei. Classe di Scienze Morali.
Memorie”, vol. IV, serie VIII, fasc. 2, pp. 195 - 222.
Considerazioni circa la datazione degli scritti del-
le due edizioni del trattato sono in P. CARPEG-
GIANI, G.M. Falconetto. Temi ed eventi di una nuova
architettura civile, in AA.VV., Padova. Case e Palazzi
a cura di L. Puppi e T. Zuliani, Vicenza 1977, p. 76
nota) e in A. CORNARO, Scritti, p. 15,16, 17 e 19.

11 - Il giudizio espresso da Lionello Puppi sulle at-


tribuzioni dei rilievi architettonici delle raccolte del
RIBA e del Museo di Vicenza rende problematico
l’utilizzo dell’edizione di Giangiorgio Zorzi. Per-
tanto conscio della ‘querelle’ esistente tra gli storici
mi sono limitato a confrontare solo quelle coppie di
disegni che hanno per oggetto uno stesso reperto (L.
PUPPI, Andrea Palladio, Milano 1986, p. 13 e nota n.
57): Porta del Leoni a Verona. Parte antica (fig.
13 e 12); Porta dei Leoni a Verona. Parte moder-
na (fig. 15 e 14); Particolari del rilievo della Porta dei
Leoni a Verona (fig. 17 e 16, 19 e 18); Arco di Giove
Ammone a Verona. Metà destra del prospetto (fig.
25 e 24); Arco dei Gavi a Verona (fig. 26 ... 32); Arco
dei Sergi a Pola (fig. 69, 7O, 72); Terme di Dioclezia-
no a Roma (fig. 126...135); Foro di Nerva e Tempio di
Minerva a Roma (fig. 147...15O); Tempio di Venere e
Roma a Roma (fig. 169 e 169); più difficile una valu-
tazione comparata sui rilievi dei teatri ed anfiteatri
in Roma, Pola e Verona (G.G. ZORZI, I disegni
delle antichità di Andrea Palladio, Venezia 1959).
Gli elementi che maggiormente diversificano i
rilievi di architetture antiche attribuiti al Falconetto
rispetto a quelli del Palladio sono la registrazione
delle tecniche murarie e le indicazioni sui tipi di
materiali riscontrati. Mentre il tipico prospetto di
un’architettura rilevata da Palladio è un contorno
bidimensionale, in Falconetto al prospetto è asso-
ciata una sezione assonometrica oppure una sezio-
ne prospettica. Questo espediente rende possibile al
Falconetto la rappresentazione del taglio volumetri-
co dei conci in pietra e nello stesso tempo la geome-
tria della massa muraria eventualmente accordata
alla pietra.
Purtroppo, più avanzata in senso critico, la recente
restituzione dei disegni custoditi al Museo di Vi-
cenza non può soccorrere poichè i disegni che qui
interessano sono nella raccolta del RIBA di Londra:
L. PUPPI, Palladio. Corpus dei disegni al Museo Civico
di Vicenza, Vicenza, 1989.
L’osservazione dei disegni attribuiti al Falconetto mi
fa credere che nell’invenzione della pilastrata della
corte Cornaro vi sia stato qualcosa di più che un’ispi-
razione al secondo ordine del teatro di Marcello. In-
dizio ne siano le figurette in chiave degli archi, non
visibili nell’attuale rudere, che sono registrate sia nel
rilievo del Falconetto nella raccolta del RIBA, sia nel
rilievo del Serlio nel terzo libro del suo trattato e sia
nel teccuino di disegni di Giuliano di Sangallo.
12 - Per quanto qui interessa e per l’attività di Fal-
conetto pittore valga G. VASARI, Le vite de’ più
eccellenti etc, a cura di G. MILANESI, Firenze 19O6,
Vol. V, pp. 318 - 325; G. FIOCCO, Le architetture di
G.M. Falconetto, “Dedalo”, pp. 12O2 - 1241, 1931; G.
FIOCCO, Alvise Cornaro. lI suo tempo e le sue opere,
pp. 6O - 66; G. SCHWEIKART, La cultura archeolo-
gica di Alvise Cornaro, in AA.VV. Alvise, pp. 64 - 71;
W. WOLTERS, La decorazione, cit., pp. 72 - 79. Credo
non trascurabile per l’attività pittorico-decorativa
del Falconetto -come per quella di architetto, del
resto- la presenza della bottega. Ma a questo scopo
sono attese le indispensabili ricerche su contratti e
pagamenti con l’amministrazione della città per es.,
così come lo sono i documenti notarili ed ammini-
strativi per i lavori fatti dal Falconetto e dalla sua
bottega per la volta della cappella dell’Arca (si veda
in A. SARTORI, Documenti di storia e arte francesca-
na, I, a cura di G. Luisetto, Padova 1983, pp.
363 - 364).

13 - Adunque per fuggire questi errori si farà un Theatro


di pietra grande, ma non di pietra da scarpello: ma di
cotta, che non costerà la metà, e sarà opera durabile
come di pietra da scarpello: perchè la cotta ora che si ha
trovato il stucco la si instuccherà; e come si vede tal stuc-
co si converte in sasso; L’aricordo cornariano è datato
dal Tafuri intorno al 156O, ben dopo le esperienze
padovane. Questo passo è ripreso dalla trascrizio-
ne del Tafuri stesso. M. TAFURI, Scrittura di Alvise
Cornaro sul bacino marciano, in Venezia e il Rinascimen-
to, Torino 1985, pp. 242 - 243.

14 - G. BRESCIANI ALVAREZ, Alvise Cornaro e la


fabbrica del Duomo di Padova, in AA.VV. Alvise, pp. 48
- 62; e ancora: “AL M. M.CO S.RE EL PADRON MIO
EX. IL S. GIOVA. BATT.A BAILE VEN.A S. CAS-
SANO”, La fabbrica del Duomo di Padova di Alvise
Cornaro, in G. FIOCCO, Alvise, p. 155.

15 - C. BELLINATI a cura di, Lettera di Alvise Cornaro a


messer Sperone Speroni, in Alvise, p. 146.

16 - L.B. ALBERTI, L’architettura, Venezia 1565, Libro terzo,


p. 73.

17 - L.B. ALBERTI, L’architettura, pp. 86 - 87.

18 - L.B. ALBERTI, L’architettura, p. 188.

19 - Con riferimento al Pantheon Alberti mette in relazione


le sollecitazioni di una cupola con l’elaborazione di una mura-
tura di sostegno appropriata: Chi pensa che per arrogere dignità
a un Tempio si debbino far’le mura grossissime si inganna.
Percioche chi è quello, che non biasimasse quel’corpo, che
havesse qual che membro enfiato oltra modo? Oltre che per fare
le mura troppo grosse si impediscono le commodità de lumi.
Nella ritonda quello eccellentissimo Architettore havendo
bisogno di muro grosso, si servì solamente degli ossami, &
lasci§ stare gli altri ripieni, & quei vani, che in questo luogo
i poco accurati harebbono ripieni, occupò egli con zane, &
altri vani; & in questo modo spese manco, resse la mole-
stia del peso, & fece l’opera più graziosa. (L.B. ALBERTI,
L’architettura, p. 237).
Per un riordino sistematico sul tema dei soste-
gni puntiformi bisognerà attendere il primo libro del
trattato sull’architettura del Palladio dove gli ordini
hanno definitivamente la doppia risoluzione: archi-
trave su colonne, arco su pilastri. Esplicitamente
l’Alberti associa il pilastro all’arco solo nell’ana-
lisi dell’architettura teatrale antica e della tipologia
dell’arco trionfale, per poi contraddirsi quando, nel
capitolo XV, alla necessità di opporre maggior re-
sistenza alle logge voltate propone l’aumento del
numero delle colonne (L.B. ALBERTI, L’Architettura,
p. 258).Nella successione delle date relative all’opera
dell’Alberti si riconosce però come le tecniche di mu-
ratura abbiano avuto impiego sempre più esclusivo
al punto da esaudire persino quelle esigenze stilisti-
che collegate all’impiego degli ordini architettonici
classici nello stesso momento in cui rispondevano
perfettamente alla necessità statica di controspinta
alle coperture voltate. Se pertanto nel De re aedifi-
catoria la funzione teorica del pilastro non è ancora
ben focalizzata (il manoscritto è degli anni intorno al
1452), nella fabbrica del Tempio Malatestiano a Rimi-
ni, tra il 1450 ed il 1468, quest’artificio costruttivo è
correttamente allestito.

20 - A. CORNARO, Scritti, p.45.

21 - Personalmente ho osservato l’applicazione dell’architrave in


mattoni armati nella loggia interna del palazzo Porto Barbarano
in Vicenza.
22 - G. BRESCIANI ALVAREZ, Le fabbriche, p.48.

23 - L.B. ALBERTI, L’architettura, p.50.