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Lingua parlata

Enciclopedia dell'Italiano (2010)

di Miriam Voghera

1. Definizione

Lespressione lingua parlata identifica un insieme di caratteristiche strutturali e funzionali che si


manifestano primariamente, ma non in modo esclusivo, quando si usa la lingua attraverso il canale
fonico-uditivo in condizioni naturali e spontanee. La lingua parlata quindi costituita da un insieme di usi
linguistici prodotti dalle specifiche condizioni enunciative del parlare, non (o solo parzialmente)
osservabili in altre modalit di trasmissione (per es., nella lingua scritta).

La lingua parlata ha unampia gamma di registri e non si manifesta solo nei registri informali o trascurati.
Tuttavia spesso lespressione lingua parlata usata per identificare la lingua colloquiale o informale (
colloquiale, lingua) o variet diastratiche basse ( variazione diastratica). Lidentificazione di lingua
parlata e registri informali o variet basse induce fraintendimenti e confusioni tra piani di variazione
diversi. bene dunque distinguere le propriet generali della lingua parlata da quelle che derivano da
fattori di variazione diafasica o diastratica.

2. Propriet generali

Gli studi sulla lingua parlata concordano sul fatto che gli enunciati (o testi) parlati hanno in tutte le lingue
caratteristiche simili, che li rendono diversi da quelli prodotti attraverso altre modalit di trasmissione, per
es. nella comunicazione scritta. Le differenze registrate tra parlato e scritto non dipendono tuttavia da
grammatiche diverse, come nel caso, per es., della differenza tra enunciati italiani e tedeschi, ma dal
fatto che, data la diversit delle condizioni in cui generalmente si parla e si scrive, si scelgono le strutture
che sono meglio compatibili con le diverse situazioni enunciative. Ci significa che non si pu
propriamente parlare di una grammatica del parlato opposta a una grammatica dello scritto, ma che
meglio parlare di usi linguistici tipici e preferiti nelluna o nellaltra modalit di comunicazione. Una
piena comprensione delle strutture della lingua parlata deve quindi necessariamente fare riferimento alle
pi generali condizioni di produzione e ricezione dei testi parlati.

Nei paragrafi seguenti saranno esaminati i fattori enunciativi che pi fortemente condizionano la
fisionomia della lingua parlata in contesti naturali e spontanei, evidenziandone la relazione con le
strutture linguistiche pi comuni dei testi parlati.

2.1 Il sistema fonico-uditivo

Le propriet del sistema fonico-uditivo che in modo pi evidente condizionano la testualit e le strutture
della lingua parlata sono:

(a) lorganizzazione temporale del segnale;

(b) la non-ripetibilit e permanenza del segnale;

(c) la contemporaneit tra produzione e ricezione del segnale.

Nel sistema fonico-uditivo i suoni si susseguono nel tempo invece di essere simultanei nello spazio (come
nella lingua scritta). Tutti i parametri connessi ai fenomeni temporali ( ritmo, velocit e durata)
permeano lintero processo di produzione e ricezione della parola, a livello sia segmentale sia prosodico
(prosodia), tanto che ne sono condizionate le unit linguistiche di tutti i livelli (cfr. 3.2.5).
Le produzioni foniche sono effimere: non si pu tornare su un enunciato appena detto come si pu con un
enunciato scritto, poich le tracce acustiche non permangono. Tale evanescenza non permette quindi n
allemittente n al ricevente di avere di fronte il testo prodotto nella sua interezza, ma costringe a seguire
via via lo svolgersi dellenunciazione (cfr. 3.1.2, 3.2.3, 3.2.4). La contemporaneit di emissione e
ricezione dei segnali fa s che le sequenze di produzione articolatoria e ricezione uditiva dei suoni
coincidano, diversamente da quanto avviene quando si scrive. Ci incide direttamente sulla velocit e sul
tipo di pianificazione, costringendo lemittente a un ritmo di produzione pi veloce di quello usato
quando si scrive, e imposto dallesterno. evidente tuttavia che il solo uso del canale fonico-uditivo non
sufficiente a definire un testo come parlato: un testo letto ad alta voce, bench sia trasmesso attraverso il
canale fonico-uditivo, non parlato.

2.2 Il processo produttivo e ricettivo

In condizioni naturali, la lingua parlata prodotta e ricevuta in tempo reale. Ci comporta un basso grado
di progettazione da parte dellemittente e un basso grado di attenzione selettiva da parte del destinatario.
A ci si aggiunge che i parlanti devono gestire lintero processo senza il supporto di una memoria esterna,
per es. un testo gi pronto (cfr. 3.2.1). I gradi di pianificazione linguistica e di attenzione sono in parte
interdipendenti, ma non c una necessaria corrispondenza tra i due versanti del processo.

2.3 La relazione tra elementi verbali e non verbali

Qualsiasi testo parlato integra in modo sistematico elementi verbali e non verbali. Ci avviene facendo
appello agli elementi della situazione comunicativa e utilizzando altre modalit di comunicazione:
mimica, gesti, movimenti del corpo. La condivisione della situazione rende pi comodo e immediato
riferirsi al contesto piuttosto che tradurre esplicitamente in parole il riferimento agli elementi della
situazione: non solo si possono usare i deittici (passami quello di contro a passami il quaderno; cfr.
3.2.2), ma si possono integrare gli enunciati indicando oggetti o persone. La possibilit di riferimenti
diretti agli elementi del contesto accelera e ottimizza i tempi di produzione e ricezione dei messaggi,
fattore determinante nel caso di unelaborazione linguistica in tempo reale, in cui a parit di condizioni
vantaggiosa la brevit.

La forte interazione tra elementi verbali e luso di espressioni facciali, gesti e movimenti del corpo
permette al parlante di comunicare su pi piani contemporaneamente. Luso di questi elementi non solo
accompagna la sequenza verbale, ma produce significati aggiuntivi, divenendo parte integrante
dellenunciazione (Magno Caldognetto, Ursini & Poggi 2004). Il ruolo di questi fattori talmente
rilevante nei dialoghi spontanei che si suole definire la comunicazione faccia-a-faccia una comunicazione
multimodale.

2.4 La struttura dellinterazione verbale

Il modello primario della lingua parlata il dialogo ( conversazione): impariamo a parlare dialogando
con gli altri e la maggior parte delle nostre produzioni parlate avviene in contesti dialogici. Al contrario,
la scrittura prevede di solito un contesto monologico.

Ci determina numerose differenze tra i due tipi di produzione linguistica. Nel parlato c maggiore
vicinanza comunicativa tra gli interlocutori, il che consente una comunicazione carica di coinvolgimento
emotivo. Questa dimensione interattiva coinvolge la testualit e le strutture del parlato in modo pervasivo,
tanto che secondo alcuni autori da ritenersi un elemento distintivo primario del parlato rispetto allo
scritto (Koch 1988).

Dalla dialogicit del parlato deriva inoltre un diverso grado di libert nella programmazione e durata dei
propri enunciati rispetto allo scritto. Mentre chi scrive ha normalmente la libert di decidere la lunghezza
e la struttura dei propri enunciati, nel dialogo il parlante deve tener conto del fatto che il destinatario pu
a sua volta prendere la parola. Lalternanza di turni di parola lelemento che pi direttamente influenza
le strutture linguistiche del parlato, poich il dialogo per definizione costituito da porzioni brevi di testo:
interruzioni, cambi di progetto, sovrapposizione di turni di parlanti diversi, ecc., sono caratteristiche
normali dei dialoghi spontanei.
Lalternanza di turni, lungi dallessere un fattore di disturbo, invece la cornice pi funzionale per
lelaborazione linguistica in tempo reale. Il turno un meccanismo di controllo per il processo di
produzione e ricezione in tempo reale poich consente la produzione e la ricezione di porzioni di testo
adeguate al carico di memoria possibile nella condizione data. Al contrario il monologo, se si escludono i
parlanti professionisti allenati, rende pi difficile un buon equilibrio tra progettazione e produzione. Ne
consegue che i monologhi parlati spontanei sono spesso pi frammentati e ripetitivi e presentano una
maggiore occorrenza delle cosiddette disfluenze (cfr. 3.1.2) dei testi dialogici.

Un altro elemento che condiziona i testi parlati il maggiore o minore grado di libert di presa di parola
da parte dei partecipanti al discorso. Mentre in una conversazione tra amici si liberi di intervenire in
qualsiasi momento, ci non possibile in un colloquio di lavoro o in un dibattito. Queste diversit
condizionano la durata dei turni e quindi anche il loro grado di pianificabilit, con conseguenze decisive
per la loro struttura linguistica (De Mauro et al. 1993).

2.5 Le condizioni di coerenza e coesione

Un testo parlato il risultato di un processo cui contribuiscono tutti gli attori dellevento, il prodotto di
pi autori, che cooperano nella costruzione del senso (Nencioni 1976). La coerenza ( coerenza,
procedure di) e la coesione (coesione, procedure di) non solo derivano dallintervento di pi autori, ma
nel parlato sono per definizione in fieri. Infatti, mentre in un testo scritto la coerenza e la coesione
derivano normalmente da unattivit di progettazione che precede la stesura, nel parlato sono il risultato
di un processo aperto anche al ricevente.

2.6 Gestione e controllo degli elementi enunciativi

Se si escludono le propriet del sistema fonico-uditivo che rimangono necessariamente invariate, gli
elementi appena elencati possono realizzarsi in modi diversi in rapporto a situazioni comunicative diverse
e alle competenze comunicative specifiche di ciascun parlante. possibile quindi distinguere le varie
manifestazioni di parlato sulla base dei valori assunti da ciascuno degli elementi indicati. Abbiamo infatti
parlati pi o meno pianificati, pi o meno dialogici, con maggiore o minore partecipazione di pi autori,
ecc.

Una conversazione tra familiari presenter il minimo grado di pianificazione e attenzione selettiva, il
massimo grado di dialogicit, la massima integrazione tra elementi verbali e non verbali, la massima
vicinanza comunicativa e sar il prodotto di tutti i partecipanti. Al contrario una lezione sar in parte
pianificata, avr un maggior grado di attenzione selettiva da parte dei destinatari, un minor grado di
dialogicit, di integrazione tra elementi verbali e non verbali, una minore vicinanza comunicativa e sar
sostanzialmente il prodotto di un unico parlante.

3. Tratti linguistici della lingua parlata

La variabilit di ciascuno degli elementi caratterizzanti della lingua parlata produce varie strutture testuali
che presentano tratti linguistici in parte coincidenti e in parte diversi. Esaminiamo qui i tratti linguistici
tipicamente associati agli usi pi frequenti e comuni della lingua parlata: ci che, dal classico saggio di
Nencioni (1976) in poi, si chiama, nella tradizione italiana, parlato-parlato. Quando rilevante, saranno
anche segnalate le principali differenze tra i tratti linguistici del parlato-parlato e quelli di altri tipi di
produzione parlata. Tutti gli esempi, se non altrimenti specificato, sono tratti dai due maggiori corpora di
parlato oggi disponibili, raccolti in varie zone dItalia (corpora di italiano): LIP (De Mauro et al. 1993)
e CLIPS (Albano Leoni 2006; Savy & Cutugno 2010). I testi sono riportati in trascrizione integrale e
senza nessun intervento di normalizzazione. Il simbolo # indica pausa e le doppie sbarre // indicano
confini prosodici.

Le principali costanti linguistiche che ricorrono con sistematicit nel parlato si possono raggruppare in tre
categorie: caratteristiche foniche; caratteristiche testuali; caratteristiche lessicali e sintattiche.

3.1 Caratteristiche foniche


3.1.1Bassa specificazione del segnale. Quando si parla si normalmente pi concentrati su ci che si
vuole comunicare e si presta poca attenzione al livello di accuratezza della realizzazione fonica. Nel
parlato spontaneo il parlante tende ad articolare quel tanto che necessario alla comprensione di ci che
sta dicendo, ma elimina ogni gesto articolatorio che non sia esplicitamente necessario (Brown 1990 2). Ci
produce un basso grado di specificazione segmentale del segnale (Albano Leoni & Maturi 1992; Savy
1999, 2001), che pu dar luogo a fenomeni diversi. Si riportano a titolo di esempio alcuni esempi di
parlato di milanesi analizzati in Savy (1999):

(a) fenomeni di fusione derivanti da coarticolazione e/o indebolimento delle articolazioni consonantiche
(per queste due tabelle realizzato come [perkwesdtabj]);

(b) elisione di foni o di sillabe (dalle pellicole realizzato come [dalepelik]);

(c) mutamenti di timbro delle vocali (pagina nuova realizzato come [painnwvo]).

bene sottolineare che non si tratta di fatti sporadici limitati a tipi di parlato particolarmente trascurato e
diafasicamente basso n a particolari variet diatopiche. La maggior parte del parlato presenta i fenomeni
descritti in proporzioni tali da poterli definire la norma nel parlato spontaneo.

3.1.2 Disfluenza. La necessit di organizzare il discorso in tempo reale produce numerose interruzioni del
flusso verbale, chiamate disfluenze. In senso lato, si tratta di momenti di pausa necessari al parlante come
meccanismo di controllo della pianificazione del discorso, i quali sono tanto pi numerosi quanto
maggiore la durata dellenunciazione.

I fenomeni di disfluenza, di vario tipo, possono incidere sulla sequenza verbale in modi molto diversi. Si
possono distinguere le disfluenze fonetiche da quelle testuali. Le prime interrompono o alterano la catena
fonica, ma lasciano inalterata la sequenza verbale: appartengono a questo primo tipo le pause piene
realizzate con laringalizzazioni, nasalizzazioni, allungamenti di vocali o consonanti, vocalizzazioni varie
(Pettorino & Giannini 2005). Le disfluenze testuali, invece, non necessariamente alterano la catena
fonica, ma interrompono la sequenza verbale, richiedendo, di norma, unoperazione di ricostruzione
testuale da parte dellascoltatore: appartengono a questo tipo le false partenze, le autocorrezioni, le
autoripetizioni.

Essendo legati a momenti di esitazione nella pianificazione, i due tipi di disfluenza spesso occorrono
insieme, come si pu vedere nel testo qui di seguito (da una trasmissione radiofonica inclusa nel corpus
CLIPS; si segnalano tra parentesi uncinate le disfluenze fonetiche e in sottolineato le disfluenze testuali):

(1) A. la canzone Losing my religion proprio cos la stata sssicuramenteee la canzone che ha
caratterizzato la mia adolescenza con cui inspirazione che legata soprattutto questa canzone a # ad una
ragazza ovviamente quindi insomma una cosa abbastanzaaa.

3.2. Caratteristiche testuali

3.2.1Discontinuit. Sebbene i testi parlati siano il prodotto di un processo fisicamente continuo, di fatto la
loro struttura mostra una forte discontinuit: false partenze, interruzioni, cambi di progetto sono comuni a
tutti i testi di parlato spontaneo:

(2) A. s per io lascereiii sono problemi # delle cose private del del delle specialmente le le cose #
inspirazione diciamo cos fra virgolette le disgra+ non le metterei mai in # prima pagina comunque
vabb lasciamo stare

Al contrario la scrittura, che un processo per definizione discontinuo, produce di fatto testi continui. I
testi parlati, non solo i dialoghi, sono di norma costituiti da una successione di brevi porzioni di testo. I
testi scritti, invece, sostenuti come sono da una memoria esterna, possono presentare porzioni di testo pi
lunghe e gerarchicamente organizzate. Ci naturalmente vero per i testi pi tipicamente parlati e scritti:
testi parlati fortemente pianificati, per es., una conferenza, o testi scritti come note o appunti non
presentano queste caratteristiche.
3.2.2Uso della deissi. La forte integrazione tra elementi verbali e contestuali si manifesta a livello testuale
con un uso frequente di deittici: pronomi personali, possessivi, marche di prima e seconda persona,
dimostrativi, indicazioni temporali. Si possono ricondurre a fenomeni di tipo deittico anche alcune forme
di ellissi (Berretta 1994). Parliamo in questo caso di enunciati in cui lellissi va ricondotta non
necessariamente al gi detto, ma al gi noto o presente ai partecipanti alla comunicazione. Si veda il
dialogo seguente tra un impiegato e un utente in un ufficio pubblico; i deittici sono sottolineati e gli
enunciati ellittici sono in corsivo:

(3) A: dichiaro e gli faccio compilare questo

B: poi deve intanto si faccia firmare questo che qua

A: gi che son qui mi faccio firmare questo e poi dopo quando tutto

B: consegna gi in segreteria

A: non devo pi tornare qui

[]

A: per devo in corso Porta Romana dopo

B: dopo

I testi parlati spontanei usano spesso, e quasi obbligatoriamente, elementi deittici (Givn 1995). Se
provassimo infatti a sostituire gli elementi deittici, per es. nel testo (3), avremmo un effetto quasi
inaccettabile.

Alla stessa esigenza si possono ricondurre anche i casi di riduzione e troncamento, per es. delle cifre dei
prezzi: due e cinquanta pu infatti significare a seconda dei contesti anche duecentocinquanta o
duecentocinquantamila.

3.2.3 Ridondanza. Date le condizioni di costruzione e ricezione dei testi il parlato ha bisogno di molta
ridondanza, essendo pi esposto dello scritto al rumore.

La prima potenziale fonte di disturbo la quasi contemporaneit tra la produzione e la ricezione del testo.
Sia nei testi parlati sia in quelli scritti si registra una distribuzione dellattivit semiotica tra produttore e
ricevente. Ma, mentre la ricezione di un testo scritto avviene con tempi e modi indipendenti dalla
produzione, nel parlato la ricezione di norma simultanea alla produzione. Ne consegue che chi scrive
pu essere meno ridondante perch trasferisce un maggiore carico di lavoro sul lettore del testo che ha
tempo per ricostruire la rete di relazioni semantico-sintattiche. La ridondanza si registra, prima ancora che
a livello di strutture linguistiche, a livello dellandamento tematico, che raramente ha una progressione
lineare e spesso viene sviluppato attraverso un parziale ritorno sul gi detto. Ci avviene in generale in
tutti i testi parlati, ma naturalmente il fenomeno pi accentuato nei testi argomentativi rispetto a quelli
narrativi (Sornicola 1981).

La ridondanza tematica pu produrre strutture testuali varie e non si associa automaticamente alla
ripetizione o reduplicazione delle strutture linguistiche, ma pu essere prodotta da varie strategie testuali.
Tra queste la pi comune senzaltro la parafrasi (Sornicola 1981), cio il progressivo ampliamento del
tema attraverso un processo di riformulazione:

(4) insomma ormai le cose # ce le abbiamo tra le mani le sappiamo le dovremmo sapere dovremmo averle
tra le mani
Unaltra fonte di rumore lavvicendamento dei turni, che pu determinare sovrapposizioni dei
partecipanti alla comunicazione e, quindi, la parziale o totale perdita di informazione. La ridondanza
una delle strategie riparatrici per evitare che ci accada.

3.2.4 Ripetizione. Nel parlato spontaneo c unalta percentuale di ripetizioni. Esistono vari tipi di
ripetizione, che si possono ricondurre a due macrocategorie (Bazzanella 1992; Voghera 1992):

(a) ripetizione di enunciati altrui per dare coerenza e coesione al discorso;

(b) autoripetizione di tipo automatico come meccanismo di controllo della programmazione del discorso.

Luso dellautoripetizione (o della ripetizione di enunciati altrui) dipende strettamente dal tipo di testo:
maggiore la frequenza di scambio comunicativo minore sar lautoripetizione. La quantit di
autoripetizione sembra infatti proporzionale alla durata dellenunciazione, poich una della sue funzioni
principali quella di guadagnare tempo per la progettazione e, implicitamente, per lelaborazione:

(5) A. # questo giocatore eeh secondo me uno dei pi forti secondo me dai eeh non facciamo gli
ipocriti # sicuramente uno dei pi forti # uno dei pi forti che c che c sicuramente

Naturalmente, in molti casi la ripetizione usata come espediente stilistico di rafforzamento o enfasi.
Queste sue funzioni sono indipendenti dalle condizioni enunciative e quindi si realizzano sia nei testi
parlati sia in quelli scritti.

3.2.5 Prosodia come strumento di coesione testuale. La prosodia interagisce in modo complesso sia
con il livello fonico segmentale sia con livelli superiori (sintattico, semantico e testuale). Tutti i parametri
prosodici svolgono una funzione linguistica. Per la costruzione del significato sono pertinenti non solo il
livello tonale degli enunciati, ma anche la segmentazione in unit prosodiche e i fenomeni legati al tempo
dellenunciato. La velocit imposta al nostro eloquio non solo funzione di stati danimo o di
atteggiamenti del parlante, ma anche della scansione testuale. Di fatto si imprime una velocit diversa a
parti diverse del testo a seconda che vogliamo metterle in primo o secondo piano, o far aumentare o
diminuire lattenzione dellascoltatore (Savy & Cutugno 1999).

Le unit prosodiche rappresentano il dominio per unampia serie di fenomeni, e in particolar modo per i
fenomeni di focus ( focalizzazioni) e pi in generale per il rapporto tra contenuto proposizionale,
distribuzione dellinformazione e ordine dei costituenti. attraverso la scansione prosodica che , per es.,
possibile distinguere le diverse interpretazioni da assegnare a una stessa sequenza verbale, come nella
distinzione tra (6) a. e (6) b.:

(6) a. [la vecchia porta] [la sbarra]

b. [la vecchia] [porta la sbarra]

mettere in rilievo parti dellenunciato:

(7) non senti NULla diciamo

o segnalare le relazioni tra diverse porzioni di testo, per es. un inciso o un commento:

(8) // richiede // cosa che importantissima// la solidariet prima di tutto//.

3.2.6

Marcatori di discorso. Quando si parla si devono fornire non solo informazioni sufficienti perch il
contenuto arrivi al destinatario, ma anche una griglia per lelaborazione del testo. Si deve, cio, aiutare il
destinatario a riconoscere le varie porzioni del testo e le connessioni tra di esse. Ci avviene
essenzialmente in due modi: attraverso luso di indici prosodici e attraverso luso di marcatori del
discorso (segnali discorsivi).

Questi sono di vari tipi e possono avere una funzione pragmatica e/o testuale. Nel primo caso il loro uso
legato alla necessit di tenere sotto controllo lo svolgersi del discorso in rapporto allinterlocutore e alla
situazione enunciativa. Si tratta di unesigenza di tutti i testi parlati, sia dialogici sia monologici, che non
sembra avere un corrispettivo negli usi scritti, anche informali. Alla stessa funzione possono essere
ricondotti gli usi dei marcatori del discorso come riempitivi di pausa, che consentono al parlante di
prendere tempo senza perdere il turno di parola: bene ricordare che lassenza di un supporto esterno per
seguire landamento del discorso condiziona non solo lelaborazione dei testi parlati, ma anche la loro
progettazione.

Accanto a questi usi pragmatici, troviamo usi pi propriamente testuali. Un testo parlato per definizione
un testo aperto. Chi parla raramente produce un testo coerente dallinizio alla fine, molto pi spesso il
parlante deve rimotivare e dare coerenza a ci che ha detto in corso dopera. I marcatori del discorso
possono svolgere questo compito. In alcuni casi quindi i marcatori del discorso assolvono alla stessa
funzione della punteggiatura nello scritto: ritagliare porzioni testuali e tematiche riconoscibili da parte del
destinatario, senza per questo creare delle rotture discorsive. Si veda luso di cio nellesempio seguente:

(9) e poi volevo fare unaltra domanda eh anche se forse sarebbe opportuno farla domani eh cio
labbozzo semplicemente cio vorrei cercare di capire eh capire che tipo di configurazione si vorrebbe
dare a questo centro multiculturale cio deve essere un centro multiculturale ...

3.3 Caratteristiche lessicali e sintattiche

3.3.1Uso di lessico e strutture polisemiche. La lingua parlata caratterizzata da una forte preferenza per
strutture polisemiche. Ci dipende dal fatto che si deve parlare e progettare contemporaneamente e che
non si ha sempre tempo sufficiente per cercare le parole o le strutture pi elaborate. La preferenza per
strutture polisemiche si manifesta a tutti i livelli.

A livello lessicale si preferiscono i sinonimi di maggiore ampiezza semantica: macchina al posto di


automobile, fare al posto di eseguire, dire al posto di affermare, dichiarare, asserire, ecc. Lo stesso vale
anche per le parole grammaticali: si preferisce infatti usare ma invece di tuttavia o sen(n)onch, cio
invece di ossia, anche se al posto di quantunque, bench o sebbene, e cos via (De Mauro et al. 1993;
Berretta 1994).

Generalmente i testi parlati prediligono luso di connettivi che possono svolgere funzioni diverse. I tipi di
subordinatori pi frequenti hanno infatti in comune due propriet: capacit di modificare costituenti di
frase morfologicamente e funzionalmente diversi, e ampiezza (o vaghezza) dei valori semantici. Queste
due propriet sono rappresentate in modo esemplare sia dai pronomi relativi ( relativi, pronomi) sia
dalla congiunzione che, i quali occupano i primi posti in ordine di frequenza tra i subordinatori dei testi
parlati (Voghera 1992). Nelle frasi relative ( relative, frasi) infatti pu essere ripreso da un pronome
relativo qualsiasi elemento nominale (soggetto, oggetto, sintagmi preposizionali) e si pu avere luso di
indicativo, congiuntivo, condizionale e infinito.

A queste due caratteristiche si aggiunge la possibilit della relativa di inserirsi tra i costituenti di una
frase. La congiunzione che mostra una flessibilit sintattica ancora maggiore (che polivalente).

Infine, anche nelluso dei verbi si tende a usare quanto pi possibile tempi e modi polivalenti: nei primi
dieci verbi del LIP in ordine di frequenza, il presente indicativo copre circa il 60% delle occorrenze (De
Mauro et al. 1993).

3.3.2Bassa densit lessicale e frequenza delle parti del discorso. Luso di strutture non marcate o
polifunzionali e di deittici fa s che linformazione sia spesso diluita e passi piuttosto attraverso
lintonazione e i segnali non verbali. Ci determina la bassa densit lessicale del parlato, cio il maggior
numero di parole funzionali vuote rispetto a quelle piene (Halliday 1985): il parlato ha in particolare un
maggior numero di congiunzioni e pronomi (Voghera 2004).

La maggiore quantit di pronomi nel parlato legato a vari fattori, tra i quali bisogna almeno ricordare
i seguenti:

(a) il gi menzionato uso dei deittici;

(b) luso di catene anaforiche (anaforiche, espressioni);

(c) luso di dislocazioni, a destra (lo compro io il giornale) e sinistra (il giornale lo compro io) con
riprese pronominali;

(d) luso di verbi pronominali (me ne vado; pronominali, verbi).

Il maggior numero di congiunzioni attribuibile al fatto che il parlato preferisce una sintassi in cui il nodo
centrale un verbo, con frasi connesse tra loro attraverso congiunzioni. Lo scritto, invece, preferisce una
sintassi pi compatta in cui le valenze dei verbi sono saturate da sintagmi complessi, connessi tra loro da
preposizioni. Alla diversit di strategie sintattiche riconducibile anche una minore frequenza dei nomi
nel parlato rispetto allo scritto (Cresti & Moneglia 2005; Voghera 2005). Nel parlato infatti le valenze dei
verbi (argomenti) possono essere saturate da pronomi o sintagmi nominali semplici, poich le relazioni
sintattiche possono essere spesso facilmente ricostruite facendo appello al contesto. In tal modo, i parlanti
possono sostituire i nomi con espressioni deittiche o persino ometterli.

3.3.3Uso di sintassi additiva. La concatenazione di frasi la forma sintattica pi congeniale alla struttura
informativa del parlato, per vari motivi. La pianificazione in fieri del parlato favorisce una progressione
sintattica additiva pi che la creazione di rapporti gerarchici tra frasi. In tal modo la sequenza delle frasi
tende a riprodurre la sequenza degli eventi (tecnicamente, tende a presentarsi come pi iconica rispetto
alla realt riferita: mangio e poi esco al posto di esco dopo aver mangiato; Berretta 1994). Ci consente
una programmazione e produzione parallele, che facilitano i processi elaborativi, grazie a un minor carico
di memoria per il destinatario. Al contrario una sintassi fortemente gerarchizzata richiede maggiore
prepianificazione e la necessit da parte sia del produttore sia del ricevente di tenere sotto controllo ampie
porzioni di testo.

Il parlato ha una sintassi di tipo concatenativo, con minor numero di subordinate e con un tipo di
subordinazione che tende a conservare la progressione dellinformazione e successione delle frasi.

Lelemento che pi caratterizza il parlato non tanto la scarsa subordinazione, ma altri parametri quali:
lordine rispettivo di principale e subordinata; il grado di dipendenza della subordinata dalla principale; il
rapporto tra concatenazione degli eventi e sequenza delle clausole; il grado di specializzazione semantica
del connettivo.

3.3.4 Frasi senza verbo. Unaltra caratteristica sintattica della lingua parlata (cfr. Berretta 1994; Cresti &
Moneglia 2005), lampio uso di frasi senza verbo ( stile nominale). Si tratta di strutture molto diverse
dal punto di vista sintattico, sul cui statuto teorico il dibattito aperto.

Bisogna distinguere le frasi senza verbo dalle frasi ellittiche ( ellittici, enunciati), costituite da strutture
che sono inserite in un turno di risposta:

(10) A: quando arriva Giovanni?

B: luned, ma chiss a che ora

o da clausole generalmente coordinate o subordinate a frasi enunciate in turni precedenti:


(11) A: Giovanni non viene solo

B: ma Mario s

Le frasi senza verbo non sono esclusive del parlato, ma nel parlato possono assumere forme condizionate
dalla struttura dellenunciazione (Giordano & Voghera 2009). Troviamo, per es., frasi senza verbo che
esprimono una predicazione di un soggetto presente in un enunciato diverso:

(12) A1: ho incontrato Maria

B1: lho vista anchio

A2: sempre bella

Lespressione sempre bella nel turno A2 una predicazione il cui soggetto Maria in A1. Nel parlato si
ha spesso il caso in cui il soggetto della predicazione non espresso verbalmente ma presente nel
contesto:

(13) sempre bella! [indicando una foto]

Frequenti sono le frasi senza verbo che esprimono argomenti:

(14) A: non so proprio a chi chiederlo

B: a Maria?

Possono infine considerarsi frasi senza verbo a pieno titolo quelle espresse da marcatori del discorso (s
insomma), formule (mille grazie) e fonosimboli (ahah), quando occorrano isolati.

4. Litaliano parlato

Gli usi parlati, in quanto manifestazione primaria della lingua di una comunit (De Mauro 1971),
esibiscono pi di quelli scritti i tratti di variazione diatopica, diafasica e diastratica ( variazione
linguistica; Berruto 1993). Ci avviene per tutte le lingue, ma assume nellitaliano parlato caratteristiche
proprie.

Solo fino a qualche decennio fa, litaliano era prevalentemente una lingua scritta conosciuta e usata dagli
strati pi istruiti della popolazione, mentre la lingua parlata per eccellenza era il dialetto. La diffusione
dellitaliano in tutte le zone del paese e in strati sempre pi larghi della popolazione di tutte le condizioni
sociali quindi un fatto relativamente recente ( sociolinguistica). Ci ha aperto spazio a processi che si
manifestano con laumento della diversificazione interna allitaliano contemporaneo, non solo parlato,
legata a usi e pratiche sociali diverse, alla variet degli utenti reali e/o potenziali, ai contesti e alle
modalit comunicative.

La variazione diatopica si manifesta attraverso forti tracce del sostrato dialettale, almeno a livello
fonologico, ma spesso anche nel lessico e nella morfosintassi. Dal punto di vista diafasico e diastratico (
variazione diafasica; variazione diastratica), la variet delle condizioni duso e degli utenti ha
determinato la diffusione di usi linguistici che prima erano marcati come informali, familiari o
appartenenti a registri bassi. Si pensi alla realizzazione del relativo con il che invariabile anche per i casi
obliqui, come in un fabbricato che il proprietario il Comune di Roma (da un radiogiornale) o alla
ripresa pronominale dopo il pronome relativo obliquo, come in un segnale politico del quale bisogna
tenerne conto (discorso politico; esempi in Berretta 1994).
Ma la diffusione dellitaliano come lingua parlata ha altre conseguenze di carattere pi generale. Il fatto
che sia usato anche come lingua parlata ha cambiato il rapporto tra utenti e lingua nazionale, che
divenuto diretto e che non ha bisogno della mediazione della scrittura: basti pensare al numero sempre
crescente di persone che hanno litaliano come madrelingua o come una delle lingue materne.

Tutto quanto ha innescato un processo di normalizzazione dellitaliano parlato. Ci significa, da un lato,


che questo sta diventando per un numero sempre crescente di cittadini il modo normale di comunicare, e,
dallaltro, che il parlato entrato a far parte della norma linguistica, in quanto porzione del sistema di
riferimento basilare, anche per gli usi non parlati. Tutto ci emerge, tra laltro, dal fatto che anche in
situazioni parlate formali (per es., nel linguaggio politico; politica, linguaggio della) o nella scrittura
contemporanea (per es., nei giornali, ma anche nella narrativa) emergono tratti del parlato.

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