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Patrizia Falleni

UN OBIETTIVO IMPLICITO
DELLA POLEMICA ANTIASTROLOGICA DI PICO:
I COMMENTI ARISTOTELICI DI ALBERTO MAGNO

Le argomentazioni filosofiche della polemica pichiana contro l'astrolo


possono essere lette nel loro complesso come tese alla negazione delle
tese della concezione astrologica medievale di configurarsi come scie
inconciliabili con il modello epistemologico e i contenuti della fisica ar
telica. L'analisi di alcuni passi dei commenti di Alberto Magno ad Ar
tele fa emergere come tale critica curivi implicitamente ad investir
berto stesso come fautore di tale connubio tra fisica ed astrologia.
L'accettazione dell'astrologia nella cultura filosofica medievale coinc
in gran parte con la sua interpretazione razionalistica, che concepisce
flusso celeste come un'azione fsica che agisce sulle propriet naturali
corpi. La fsica aristotelica degli elementi e delle quattro qualit fonda
tali costituisce il quadro concettuale all'interno del quale sono colloca
principi e le tecniche di indagine astrologica: la configurazione del cie
le posizioni dei pianeti sono considerate indurre sulle materie terrestr
terminate modificazioni attraverso l'azione della qualit primarie.
Tutti i pianeti sono considerati dotati di peculiari caratteristiche e p
zialit, in virt delle quali si differenziano qualitativamente le forze v
late dalla loro luce: ad ogni pianeta sono attribuite determinate coppi
qualit primarie (per esempio freddo/secco a Saturno, caldo/umi
Giove ecc.) attraverso le quali esso agisce sui corpi terrestri, provocan
terazioni del loro stato fisico.
Tale saldatura tra astrologia, fisica e cosmologia aristotelica, che sostiene
la concezione medievale dell'astrologia, diverge dall'immagine del cosmo
aristotelico, diviso dalla sfera della Luna in due regioni qualitativamente
distinte. In esso le qualit primarie, responsabili della generazione, della
corruzione e delle varie affezioni delle sostanze, caratterizzano esclusiva
mente la regione sublunare; la regione celeste costituita interamente di
etere, un elemento ingenerabile, incorruttibile e soggetto ad un solo tipo di
cambiamento, il moto circolare uniforme. L'astrologia tolemaica quella
della Tetrabiblos, che, insieme all'Introductiorum maius di Albumasar e al De
radiis di al-Kind, costituisce una delle fonti principali della concezione
astrologica medievale risolveva la questione considerando, invece, pro
prio l'etere come l'elemento di continuit in grado di rendere possibile l'a

1. Vd. G. Pico della Mirandola, Disputationes adversus astrologiam divinatricem, a


cura di E. Garin, Vallecchi, Firenze 1946-1952, 2 voli.

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zione celeste in generale2. In questo conte


mento alle diverse propriet attribuite ai p
vece, soltanto in rapporto ai diversi effet
nei corpi inferiori3. La soluzione per evita
qualit in grado di negare la sua natura i
una formula che ricorre pi volte nelle tr
astrologico: i pianeti contengono le qualit
terialiter, ossia sono dotati di efficienza q
qualitativamente caratterizzati.
I libri naturales di Aristotele non offrono u
dante la natura e l'estensione della causalit
indicazioni sparse da porre in relazione p
Al di l dell'azione motrice universale ese
lit celeste in Aristotele sembra limitarsi esclusivamente all'azione del Sole
e della Luna, che con il loro movimento determinano i ritmi vitali degli es
seri inferiori, variando la loro distanza dai diversi punti della Terra e con
essa l'intensit della loro luce e la quantit di calore da essa emanata. Nella
visione aristotelica gli altri pianeti sembrano non svolgere altra azione se
non quella di partecipare con le loro sfere al movimento globale del si
stema. L'unico passo aristotelico che sembra riconoscere, in qualche mi
sura, a tutti gli astri le virt dei luminari De caelo II, 7, dove si affronta la
questione della natura da attribuire agli astri. Ogni corpo celeste da rite
nersi formato dal medesimo elemento di cui costituito il luogo all'interno
del quale si trova a muoversi, ossia da quel corpo che per natura dotato
di moto circolare perpetuo. Aristotele ammette che dagli astri sia prodotto
calore e luce non in virt della loro natura ignea, ma per l'incendiarsi del
l'aria in conseguenza dell'attrito che essa subisce con il loro movimento.
Questo fenomeno, si sottolinea, risulta con la massima evidenza nel caso
del Sole e, comunque, non tocca gli astri che non possono incendiarsi, in
quanto si muovono ciascuno nella propria sfera. Appare evidente come, in

2. C. Tolomeo, Le previsioni astrologiche (Tetrabiblos), a cura di S. Feraboli, Mon


dadori, Milano 1985, p. 11: a tutti evidente, senza particolari dimostrazioni, che
una certa forza si diffonde e propaga dalla sostanza aeriforme ed eterna sull'intera
superfcie terrestre che in tutto e per tutto soggetta a cambiamenti: i primi ele
menti sublunari, infatti, il fuoco e l'aria, sono compresi nell'etere e vengono modifi
cati dal suo movimento, mentre a loro volta comprendono e modificano tutti gli al
tri elementi: la terra, l'acqua, le piante e gli animali.
3. Cfr. ivi, I, 4, pp. 32-35: L'influsso dei pianeti.
4. De caelo, II, 3 (286 b 2-5) e II, 7; De generatione et corruptione, II, 10 (336 a 15
336 b 25); Metaphysica, XII, 6 (1072 a 9-18); Meteorologica, I, 2; De generatione anima
lium, IV, 10 (777 b 17-778 a 9); Physica, II, 2 (194 b 10-15); Metaphysica, XII, 5 (1071
a 14-17). Cfr. T. Litt, Les corps clestes dans l'univers de Saint Thomas d'Aquin, Lovanio
1963, pp. 269-276 (cap. XIII, Les sources de la thorie mtaphysique des corps clestes.
Aristote).

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ogni caso, a deter


ogni singolo corp
ferenziata ed ina
lit motrice degli
particolari sui cor
all'azione di fattori accidentali terrestri.
Le premesse teoriche fondamentali di gran parte della tradizione astro
logica sono, invece, sostanzialmente accolte nell'ottica con la quale Al
berto guarda al rapporto fra mondo celeste e sublunare: i corpi celesti agi
scono sui corpi terrestri, non solo in senso generale (come in Aristotele il
primo cielo agisce su tutti i movimenti terrestri), ma si trova ammessa an
che la ripartizione di tale causalit fra i vari pianeti ed in base ad essa la di
versificazione dei loro effetti sul mondo inferiore. Per Alberto, quindi, il
fattore principale di influenza sui fenomeni terrestri la natura qualit
dei singoli pianeti. Egli non accetta per la spiegazione che delle qualit
dei corpi celesti fornisce la tradizione astrologica. Al contrario, nei suoi
commenti aristotelici emerge come interesse primario la spiegazione fisica
dell'origine della variet delle virtutes planetarie.
Anche in Alberto, al fine di mantenere saldo il principio dell'inalterabi
lit fisica dei cieli, l'attribuzione di coppie di qualit ai pianeti resta sog
getta ad ima clausola imprescindibile, secondo la quale in nessun modo si
pu intendere che i corpi celesti siano in se stessi caratterizzati da tali
qualit5.
La luce riconosciuta come lo strumento che veicola la virt dei pianeti,
ma il Sole a costituire l'unica fonte della luce celeste. Questo assunto ri
sulta evidente in base ad un argomento di natura metafisica6: se qualcosa
esiste in molte cose nello stesso modo, prima di tutto dovr esistere in una
di esse che funger da causa per tutto il resto. Se, come ritiene Alberto, la
luce un esempio di questo principio, allora deve esserci un'unica fonte
che sia causa di luce in ogni altra cosa ed il Sole in questo caso risulta l'ipo
tesi pi probabile.
Il problema che si pone quello di spiegare quale sia il fattore responsa
bile della differenziazione della luce dei vari pianeti. Alberto non pu am
mettere che i pianeti siano materialmente costituiti dalle qualit primarie e
che il predominare in essi delle une delle altre possa essere l'origine
delle loro diverse virt; risolve, pertanto, la questione introducendo fra i
corpi celesti, senza mettere in discussione la loro natura eterea, un ele
mento di distinzione, con il quale spiegare innanzitutto il dato pi evi
dente, ossia il fatto che ogni astro emette una luce visibilmente diversa. So
stiene, infatti, che i pianeti differiscono nella loro capacit di ricevere la

5. De caelo II, tr. 3, cap. 2 (ed. col. V, 1, p. 146, 5-7). V. anche De caelo I, tr. 1, cap.
11 (ivi, p. 29, 24-27).
6. De caelo II, tr. 3, cap. 6 (ed. col., V, 1, p. 153, 83-93).

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luce a seconda della loro natura: riescono


luce del Sole quanto pi sono nobili e pu
purezza come grado di trasparenza del
della sua permeabilit interna, grazie alla
rivolto al Sole riesce ad arrivare immedi
piendo cosi l'intero corpo come fa la luce
dela7. Soltanto Giove dotato di una nat
mare in alcun modo la luce solare, come
Marte che la altera verso una tinta rossa
sce per Saturno che tende ad oscurarla8
natura terrestre, come aveva dichiarato A
netrare al suo interno ed per questo
mente illuminata e mostra delle fasi9. Pr
contraddistingue i vari pianeti ritenut
zione qualitativa degli effetti della luce da
viene trasformata ed assume qualit dive
viene incorporata10.
Alberto espone nel suo commento alla M
dei pianeti, che costruisce in base all'att
lit. Le sfere dei sette pianeti governano
stri, che sono costituiti da una mistione
delle virt dei pianeti segue l'ordine del
qualit ed illustra le virt che caratteriz
La coppia freddo/secco attribuita a Sat
giormente contrarie alla generazione, in
soluzione delle misture terrestri. Per questo
tutti i pianeti Saturno si trovi ad occupa
Terra e che il suo moto sia il pi lento. Fr
a Venere, ma in forma diversa: quello de
che per poter avere un qualche effetto ri
gno della massima vicinanza alla Terra
quali agisce per esempio sull'andamento
invece direttamente collegata alla vita (u
della sua azione vitale - che Alberto senza
alla sua natura complexionale - coopera co
Giove si trova immediatamente sotto Sa
effetti mortiferi; le sue qualit sono, inf

Ivi, p. 154, 43-47.


Ibid., 26-40.
Ibid, 47-55.
De caelo I, tr. 1, cap. 11, p. 29, 58-62.
Metaphysica XI, tr. 2, cap. 25 (ed. col., XVI, 2, p. 515, 44-93).

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indispensabili p
condivise da Mar
analoghi. In Mart
Sole, posto subit
maturazione sulla
dover essere post
mente sotto Giov
degli altri pianet
stione, ha effett
moti complessi,
Terra i particolar
Quello che appar
tario il fatto che la scelta di determinate caratteristiche da associare a cia
scun corpo celeste non viene giustificata se non riferendosi ad alcuni ele
menti che appaiono fssati aprioristicamente, e che in realt coincidono
con quelli con i quali la tradizione astrologico-tolemaica giustificava l'in
flusso dei pianeti. Come gi Tolomeo, anche Alberto non fornisce alcuna
motivazione del criterio in base al quale determinate qualit siano asso
ciate a particolari pianeti; l'impressione quella che si operi in base ad un
principio di natura analogica, che riferisce ai vari pianeti quegli aspetti che
ricordano le divinit con le quali condividono il nome. Saturno, per esem
pio, in quanto pianeta tradizionalmente considerato negativo, se non addi
rittura malefico, non pu, per Alberto, che emettere una luce cupa dotata
di influenza mortifera (la freddezza e la secchezza); o, ancora, il calore di
Giove, pianeta benefico in assoluto, non pu confondersi con l'ardore di
Marte e viene allora definito come pi temperato; per tutti gli altri pianeti
valgono rilievi analoghi.
Si pu affermare che, sotto il profilo teorico tutt'altra questione sono i
procedimenti pratici di previsione , Alberto sia un rappresentante autore
vole di quella fusione tra fisica aristotelica e concezione astrologico-tole
maica che sar tanto criticata da Pico della Mirandola, anche se le Disputa
tiones non si riferiscono mai ad Alberto in questi termini13.
Il problema delle procedure pratiche di previsione trattato a conclu
sione della digressione che segue il capitolo di Metaphysica XI sopra analiz
zato e affronta alcune questioni da esso sorte. Il potere previsionale degli
astrologi consisterebbe nella capacit di riconoscere dalla posizione degli
astri quella forma che la luce di essi veicola e render in atto trasmetten

12. Ivi, p. 516, 1-5.


13. Pico non crede che ad Alberto siano attribuibili scritti astrologici, Spculum
astronomiae incluso (vd. G. Pico della Mirandola, Disputationes, cit., I, pp. 66-68 e 94
96), e giustifica con la giovane et e l'atmosfera culturale dell'epoca l'eventualit
che Alberto possa inizialmente aver accolto alcune dottrine magico-astrologiche
(ivi, II, p. 28).

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dola alla materia dei corpi inferiori. Non risu


stellarum14 ci si riferisca al luogo occupato d
stema delle sfere concentriche (fattore qu
zazione qualitativa della sua luce), oppu
vanti dalle varie posizioni e interrelazion
mono nel corso del loro moto e quindi, in
ruolo di aspetti, case e segni. Non si trat
importanza; accettare la seconda ipotesi si
Alberto ammette come validi non solo
stanno alla base della concezione astrolog
procedure di cui l'astrologia si serve tecni
suoi pronostici e che sono del tutto estran
con essa del tutto incompatibili.
Per quanto dimostri grande interesse te
sembra tuttavia porsi sempre come osserv
gia. Questo atteggiamento caratterizza il
questione delle procedure astrologiche di p
ne tratta mai in modo esplicito e mai pon
sue digressioni, sebbene esistano alcuni b
modo, sia nel De natura loci15, sia nel com
tele sulla questione delle comete, che seco
loro passaggio sarebbero state indice di g
Insomma, Alberto anche quando sembra
logiche, resta molto attento a precisare la
stica dei fenomeni in questione, che veng
condotti alle loro cause immediate. Qu
zione degli astri, si tratta di un loro ricon
sali e remote dei fenomeni terrestri sui qu
senso del tutto generale, in modo che risu
lare i loro effetti concreti.
In questo senso l'astrologia in Alberto si presenta come una scienza es
senzialmente fsica che si serve soltanto indicativamente dei calcoli mate

14. Ivi, cap. 26, p. 516 (87-88): ... sapientes astronomi per haec principia quae
sunt loca stellarum, pronosticantur de effectibus, qui luminibus stellarum inducun
tur rebus inferioribus.

15. De natura loci, in Opera omnia, Editio Coloniensis, V/II, Miinster 1980, tr. I,
cap. 5: De communibus proprietatibus locorum, in quibus sunt commixta ex quattuor
elementis.

16. Le comete hanno cause naturali, che in nessun modo possono essere poste in
relazione con la morte di un essere umano. Tra il loro apparire e la morte dei so
vrani non pu esserci relazione nemmeno di tipo segnico, poich i due eventi non
presentano n corrispondenze n analogie. Cfr. De meteoris I, tr. 3, cap. M, Et est di
gressio quare cometae signifcant mortem potentum et bella (ed. Borgnet, pp. 507-508).

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matici, propri de
ruolo della mediaz
meno adeguatamen
esiti in misura co
rare la portata di
zione di quelle pr
come probabile: .
mis, quae non ind
cessarium, sed con
in causis secundis

17. Super ethica, II

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