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NOTE DISCUSSIONI E RASSEGNE

GIOBBE E LE OMBRE: NOTA SU DUE FONTI DEL


TRACTATUS DE NATURA BONI DI ALBERTO MAGNO

Nel T ractatus de natura boni 1 di Alberto Magno la trattazione dell


nit, una delle virt in cui si divide la temperanza, comprende un excu
ampiezza invero eccezionale, dedicato a Maria vergine.
Quando ho iniziato a tradurre queste pagine2, mi sono chiesta se la l
di questo primo saggio di mariologia albertina possa essere interessante
non solo per il teologo e per lo storico dell'esegesi biblica, ma anche per lo
storico della filosofia. Giunta ora al termine del lavoro mi sembra di poter dare
una risposta affermativa a questo interrogativo.
Nel tessere le lodi e illustrare le virt della Vergine infatti Alberto Magno
segue, vero, uno schema ed espone una dottrina conformi alla tradizione, ma
non utilizza soltanto del materiale per cos dire classico , come possono essere
i commenti scritturali (le Glosse, ordinaria e interlineare), le opere dei Padri
e i testi liturgici, non solo ricorre ai topoi della omiletica medioevale3, ma
arricchisce, ove possibile, il suo discorso con note e osservazioni che provano
la sua conoscenza di opere scientifiche 4 e la sua attenzione alla letteratura con-
temporanea5 e alle recenti traduzioni6.
Una paziente, attenta ricerca degli autori e delle opere citati, esplicitamente
e implicitamente in queste pagine, di argomento teologico e di tono devozionale,
fornisce dunque allo storico della filosofia elementi utili per delineare con mag-
gior precisione il quadro delle conoscenze di Alberto Magno in un momento

1 Ed. coloniense, t. XXX/I.


2 Di prossima pubblicazione presso l'editore Rusconi.
3 Ricorda (n. 192, p. 78, rr. 53-57), per esempio, la leggenda di Teofilo, che si trova
come exemplum nella letteratura omiletica dalla fine del sec. X. Cfr. J. Th. Welter,
L'exemplum dans la littrature religieuse et didactique du moyen age , Paris-Toulouse
1927, pp. 21, 22, 41, e F.C. Tubach, Index exemplorum. A Handbuch of Medieval Religious
Tales , Helsinki 1969, n. 3572.
4 Oltre alle opere scientifiche di Aristotele, lo pseudo-aristotelico De plantis, tradot-
to in latino dall'arabo da Alfredo di Sareshel attorno al 1210, e la Historia naturalis
di Plinio.
5 La descrizione dell'ago attratto dal magnete (p. 56, n. 140, rr. 68-70) simile a
quella che troviamo nella cosiddetta Bible de Guiot (v. 635 ss.), composta intorno al
1200. Cfr. J.F. Wolfart-San Marte, Das Guiot von Provins bis jetz bekannte Dichtungen,
Halle 1861, pp. 50 ss.
6 Per esempio quella, compiuta da Burgundio Pisano verso la met del secolo XII,
del De fide orthodoxa di Giovanni Damasceno, e quella, ricordata sopra, del De plantis .

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Su due fonti del Tractatus di Alberto Magno 107

ben preciso della sua vita e della sua formazione, quando era lettore di teolog
nel convento domenicano di Ratisbona e non era ancora stato a Parigi, a stu-
diare teologia.
Quanto segue vuol essere appunto un modesto contributo in questa direzione.

Alberto Magno contempla l'eccellenza della verginit di Maria commentando


il saluto dell'angelo, che poi l'inizio dell'Ave Maria. La prima parte di questa
preghiera si conclude, come noto, con le parole di Elisabetta: benedetto il
frutto del tuo ventre 7. Alberto Magno si sofferma anche su questa benedizione,
che cade direttamente sopra il figlio e attraverso lui si rivolge al grembo
materno e spiega che Ges benedetto perch in Lui sono stabilite e con-
fermate per gli uomini le benedizioni fatte ad Abramo 8.
Secondo un modo di procedere tipico degli esegeti medioevali, Alberto Magno
passa ora ad illustrare ciascuna di queste benedizioni, richiamando, ove possi-
bile, personaggi ed episodi della storia sacra. E ti render grande 9 dice Iddio
ad Abramo, e il pensiero di Alberto corre immediatamente a Giobbe, di cui si
dice appunto che era un uomo grande fra tutti i figli d'Oriente 10. La grandez-
za di Giobbe quella di colui cui l'onore del secolo arride cos da non irriderlo,
sollevatolo nella superbia , quella di chi la fortuna opprime e getta nelle
avversit, ma non riesce ad allontanare dalla pazienza e dalla sapienza n. ,
insomma, quella che noi chiamiamo magnanimit.
Queste note sulla magnanimit di Giobbe sono in realt una citazione di
un'opera famosa, cui Alberto Magno si era gi riferito nel Tractatus , iniziando a
parlare delle quattro virt civili 12 e le ritroviamo anche nel De bono 13, scritto
circa un decennio dopo il Tractatus . I primi due articoli della questione sulle
parti della fortezza trattano proprio della magnificenza. Per spiegare la definizio-
ne di Cicerone: La magnificenza consiste nel considerare e nel compiere cose
grandi ed eccelse con un certo ampio e splendido intendimento dell'animo 14,
Alberto Magno ricerca innanzi tutto quali cose si possono definire grandi. A que-
sto proposito ricorda che nel De consider atione, il famoso trattato che S. Ber-
nardo dedic ad Eugenio III, suo discepolo e amico, si dice: grande colui
cui l'onore del secolo, se ha arriso, non ha irriso, e non pi piccolo di chi,
imbattendosi in avversit, non si allontanato, o si allontanato di poco dalla
sapienza 15 e osserva che S. Bernardo intende parlare della grandezza spiri-
tuale, proprio nel senso in cui Giobbe detto grande fra tutti i figli di
Oriente 16.

Ritorniamo all'angelo. Per descrivere il modo in cui Maria concepir il figlio


di Dio, dice che lo Spirito Santo sopraggiunger in lei e la virt dell'Altissi-
mo l'adombrer . Alberto Magno illustra quest'ultima frase rifacendosi alla

7 Luca 1, 42.
8 Tractatus. ed. cit., n. 157, p. 66, rr. 70-77.
9 Genesi 12, 2.
10 Giobbe 1. 3.
n Tractatus, ed. cit., n. 161, p. 68, rr. 13-17.
12 P. 39. n. 95. r. 53: p. 41. n. 98. r. 1.
13 Ed. coloniense t. XXVIII.
14 De invertitone, 1. 2, c. 54, n. 163.
15 De consider atione, 1. 2, c. 12 (PL 182, 756).
16 De bono, tr. II q. II a. 1 punto (1), n. 152 e 155, ed. cit., p. 99, rr. 16-20 e p. 100,
rr. 23-31.

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108 A. Tarabochia Caavero

natura e alle propriet dell'ombra 17 e osserva, fra l'altro, come l'immagine del-
l'adombramento, riferita al velarsi della luce della divinit per l'opacit del
corpo umano, descrive, in modo simbolico, il rapporto fra la natura umana e
la natura divina in Cristo.
Per spiegare questa sua osservazione ricorda che: I filosofi distinguono
tre tipi di ombra, a forma di cilindro (cilindroide), di canestro (calatoide) e
di cono (conoide). Poich infatti l'ombra risulta dal fatto che un corpo opaco
si oppone alla luce, il corpo oscuro e la luce possono essere di quantit uguale
o ineguale; se ineguale, allora (il corpo oscuro) maggiore o minore. Se dunque
il corpo opaco e la luce sono di quantit uguale, allora l'ombra generata detta
cilindroide, perch quell'ombra si distende per linee uguali, per quanto dista
dalla luce, n diminuisce. E cilindro chiamata la figura, che cresce per linee
uguali. Se poi il corpo oscuro maggiore della luce, allora l'ombra generata si
chiama calatoide, perch in greco calato la figura che da piccola e stretta
diventa larga. Se poi il corpo oscuro pi piccolo della luce, allora l'ombra si
chiama propriamente conoide, perch allora l'ombra portata, rispetto alla luce,
si restringe sempre pi, quanto pi si allontana dalla luce 18.
Tutto ci si compiuto dunque, simbolicamente, in Cristo. In lui infatti la
divinit e l'umanit, presenti entrambe non come abiti o apparenze , n
mescolate e confuse, ma nella loro verit, si rapportano in modo da proiettare
sulla Vergine e su di noi un'ombra a seconda dei casi cilindroide, calatoide,
conoide. Cilindroide, in quanto Cristo possedette in egual misura gli attributi
della divinit e quelli dell'umanit; calatoide se consideriamo tutto quello che
Cristo soffr per noi in quanto uomo, quando, nella passione, fu manifesta solo
la debolezza della carne e la luce della divinit si ritrasse per non salvare l'uomo
con un miracolo. Se infine si considera la dignit delle due nature, allora la luce
della divinit incomparabilmente supera l'opaco dell'umanit e dalle due nature
si genera quindi l'ombra detta conoide19.
Alberto Magno attribuisce questa distinzione delle ombre a dei filosofi e,
a questo proposito, la nota a pie' pagina rimanda a un capitolo del De motu
circulan corporum caelestium di Cleomede20 e a un capitolo della Historia
naturalis di Plinio il Vecchio21.
Nel capitolo in questione22 Cleomede dimostra che le eclissi di Luna si
hanno quando questa passa nell'ombra della Terra e che solo se quest'ombra
a forma di cono, e non di cilindro o di canestro, si spiegano le differenze fra
le varie eclissi.
Per il contenuto, ed anche per i termini usati, l'opera di Cleomede poteva
senz'altro essere la fonte di Alberto Magno, ma era scritta in greco e nell'intro-
duzione lo Ziegler non parlava di traduzioni latine medioevali.
Di Cleomede si sa invero ben poco, e questo attraverso l'unica opera che

17 Non cos nella Postilla a Isaia, scritta dopo il 1250, e nel Commento al vangelo
di Luca, composto dopo il 1262. In entrambi i casi, seguendo Origene, spiega questa
espressione osservando che con il termine ombra non si intende l'oscurit, che non
pu in alcun modo derivare dalla somma luce di Dio, ma l'immagine riflessa come da
uno specchio, che Dio form in un corpo di bambino, per rendere tutta l'immagine
della sua maest divina. Cfr. Super Isaiam, VII, 14, ed. col. t. XIX, p. 110, rr. 4-10;
Super Lucam 1, 35, ed. Borgnet, t. XXII, pp. 101-102.
18 Tractatus. ed. cit.. n. 188, p. 77. rr. 16-35.
19 Tractatus. ed. cit.. nn. 189-190. t>. 77. rr. 36-92.
20 Cleomedes, De motu circulari corporum caelestium, 1. 2 c. 6, nn. 119-120.
21 Plinius. Historia naturalis . 1. 2 c. 8.
22 Ed. H. Ziegler, Leipzig 1891, p. 214, r. 27-p. 218, r. 7.

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Su due fonti del Tractatus di Alberto Magno 109

di lui ci rimane, il De motu circulan corporum caelestium , appunto. Era quel


che si dice un volgarizzatore, ci ha lasciato infatti non un trattato originale,
un compendio, di tipo scolastico, in cui espone, con intonazione polemica anti-
epicurea, le teorie astronomiche degli stoici. Dibattuta e, sembra, insolubile,
la questione dell'epoca in cui questo scritto fu compilato, in quanto l'unico punt
di riferimento certo che posteriore a Posidonio, di cui l'autore stesso dice
di riportare, assieme a quelli di altri, le dottrine. E non bastano certo il caratte
compilatorio dell'opera e la lingua usata a fissare con certezza la data di compi
lazione, che alcuni (P. Duhem, G. Sarton 23 ) sono inclini a porre nel I secolo a.C.,
altri (A. Mieli, A. Rehm, J. Beaujeu24) nel II secolo d.C.
Per quel che riguarda la diffusione di quest'opera nell'Occidente latino me-
dioevale, risulta che nelle biblioteche europee sono conservati parecchi codici
greci: lo Ziegler ha stabilito la sua edizione sulla base di tre codici conservati
a Firenze, a Lipsia e a Norimberga, databili fra il XII e il XIV secolo; nella
Bibliographie gnrale de l'astronomie jusqu'en 1880 25 si ricorda che ci sono
dei manoscritti greci alla Vaticana, all'Ambrosiana di Milano, alla Biblioteca di
Torino, alla Nazionale di Parigi, all'Universit di Oxford, alla Biblioteca imperiale
di Vienna. Dal Catalogue of Incipits of Mediaeval Scientific Writings in Latin
di L. Thorndike-P. Kibre26 risulta per che non si conoscono traduzioni latine
anteriori a quella del piacentino Giorgio Valla, medico e letterato del XV secolo.
La sua traduzione fu stampata per la prima volta a Venezia nel 1498 ed ebbe poi,
nel corso del XVI secolo, numerose ristampe, con il testo originale greco, a Ba-
silea, a Parigi, ad Anversa27. Nelle edizioni greco-latine di Bordeaux (1605) e di
Lione (1820) la traduzione del Valla sostituita da quella del filosofo scozzese
Robert Balfour, che riportata dallo Ziegler nella edizione della Teubneriana.
Il De motu circularium corporum caelestium ebbe dunque una diffusione
discreta fra i latini, ma a partire dal XV secolo e che lo stoico Cleomede sia
il filosofo cui alludeva Alberto Magno dunque quanto meno poco probabile.
La nota dell'edizione coloniense rimanda anche alla Historia naturalis di
Plinio il Vecchio: era in quest'opera che Alberto Magno aveva letto che le
ombre si dividono in cilindroidi, conoidi e calatoidi? In effetti, sempre a propo-
sito delle eclissi di Luna, Plinio il Vecchio parla dei tre tipi di ombra, ma non li
definisce con gli aggettivi che ricorrono nell'opera di Cleomede e nel Tractatus
Forse era un'altra l'opera in cui Alberto Magno aveva trovato questa di-
visione delle ombre.
Nel Thesaurus Latinae Linguae cylindroides , conoides , calathoides
i tre aggettivi usati da Alberto Magno per definire i tre tipi di ombra, risultan
degli apax , usati solo, riferiti a umbra , da Calcidio nel capitolo 90 del s
Commento al Timeo platonico29.

23 P. Duhem, Le systme du monde, t. I, Paris 1913, pp. 310-313; G. Sarton, Intro-


duction to the History of Science, vol. I, Baltimora 1927, pp. 202 e 211-212.
24 A. Rehm, Kleomedes, in Pauly-Wissowa, Real-Encyclopdie der classischen Alter-
tumswissenschaft, vol. XI/1, Stuttgart 1921, coll. 679-694; A. Mieli, Manuale di storia
della scienza . Antichit, Roma 1925, pp. 380-381; J. Beaujeu, La science hellnistique et
romaine, in R. Taton, Histoire gnrale des Sciences. I, La science antique et mdivale,
Paris 1957, p. 361.
25 Bibliographie gnrale de l'astronomie jusqu'en 1880, par J.C. Houxeau - A. Lan-
caster, t. I, I et II p., nouv. d. par D.W. Dewhirst, London 1964, p. 424.
26 London 1963, col. 321.
27 Bibliographie..., cit., p. 424.
28 Ed. J. Beaujeu, Paris 1950, p. 23.
29 Thesaurus Latinae Linguae, vol. IV, col. 1586 e 346, vol. III, col. 125.

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110 A. Tarabochia Caavero

In queste pagine30 Calcidio, concludendo un lungo excursus (cc. 58-91) de


stellis ratis ed errantibus , compreso nella parte dedicata all'armonia fra il
corpo e l'anima del mondo (cc. 56-97, in relazione a Timeo 36d8-37c3), giunge a
parlare delle eclissi di Luna. Le osservazioni e il ragionamento sono gli stessi
di Cleomede, e cosi pure la descrizione dei tre tipi di ombra, che ben conosciamo.
Nelle note a pie' pagina del Commento di Calcidio sono continuamente citate
frasi dell' E xposit io rerum mathematicarum ad leendum Platonem utilium 31 di
Teone di Smirne. Si tratta di un collega di Cleomede, vissuto nel II secolo
d.C., autore anch'egli di un'opera di volgarizzazione, assai utile alla ricostruzione
del testo del Commento di Calcidio in quanto entrambi si sono riferiti al com-
mento al Timeo del peripatetico Adrasto, per noi perduto. E nelle frasi riportate
in nota dal Waszink ritroviamo il solito discorso sulla eclissi di Luna e sulle
ombre.

A questo punto ragionevole pensare che la divisione delle ombre in


cilindroide, conoide e calatoide, dottrina diffusa fra gli astronomi dell'et elle-
nistica (l'uso degli aggettivi originali pi frequente, anche se sempre solo
in riferimento alle ombre) 32, e nota anche ai latini, Alberto Magno l'abbia cono-
sciuta forse attraverso Plinio il Vecchio, sicuramente attraverso Calcidio.

Dopo aver contemplato il mistero ineffabile della incarnazione compiutosi


nel purissimo grembo di Maria, Alberto Magno passa a spiegare, in un suggestivo
susseguirsi e sovrapporsi di immagini, quale sia stata l'utilit della grazia e della
purezza della Vergine (nn. 222-268). Nella maggior parte dei casi gli esempi e
i paragoni sono tratti dalla sacra scrittura, ma non mancano osservazioni di
carattere scientifico, lessicale ed anche filosofico. Per mostrare che Maria
utile come una citt , la citt del re della giustizia, di cui nell'Ecclesiastico
la Sapienza, figlia di Dio, dice: Riposai nella citt santificata, la mia potenza
in Gerusalemme 33 Alberto Magno si rif, fra l'altro, ai filosofi : anche
una citt per la costruzione. Dicono infatti i filosofi, che anticamente una citt
si costruiva cos, che nel mezzo si poneva la reggia del re, attorno alla quale
c'erano le case dei principi, che partecipavano ai consigli, attorno ad essi poi in
giro c'erano gli artigiani meccanici, che facevano le cose per l'uso dei cittadini,
nelle parti pi esterne poi la dimora dei soldati, che respingessero le offese
alla citt e fossero per gli altri come un muro; e cos si vede che costituito
anche il corpo umano, nel cui centro posto il cuore, quasi come un re, e attorno
ad esso la ragione, l'ingegno, i sensi, quasi come consiglieri, a attorno ad essi
le mani e i piedi e gli occhi e le altre membra di tal genere, quasi come artigiani,
che lavorino, e all'esterno poi si trovano la pelle e le ossa e alcune parti dure,
quasi come difesa.
Cos fu edificata anche la beata Vergine...
Anche in questo caso il riferimento di Alberto Magno vago e mi sono
chiesta se possa essere in qualche modo precisato.
noto che Platone nella Republica 35 prospetta una citt ideale che, irrealiz-

30 Platonis Timaeus a Calcidio translatus commentarioque instructus, J.H. Waszink


ed.. ed. altera. Londini et Leidae 1975. pd. 141-143.
31 Ed. E. Hiller, Lipsiae 1878.
32 Cfr. Thesaurus Graecae Linguae, vol. IV, col. 859, 2094, 2203.
33 Ecclesiastico 24, 15.
34 Tractatus, ed. cit., n. 263, p. 98, r. 88; p. 99, r. 9.
35 Republica, 1. III passim, 1. IV 441b, 1. IX 591c-592b.

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Su due fonti del Tractatus di Alberto Magno 111

zabile storicamente, per modello dell'anima virtuosa e beata, e a questa p


famosa potrebbe essersi ispirato Alberto Magno. Ma poteva conoscerla? Anc
in questo caso, come in quello precedente, si pone il problema, fondamentale
e inevitabile quando si tratta della conoscenza di opere greche da parte di latini
vissuti nel medioevo, del tramite attraverso cui possono essere venuti a co-
noscerle.
Ho fatto alcune ricerche in questa direzione, ma non sono state fruttuose:
Cicerone, Boezio, Isidoro - di cui poco sotto36 Alberto Magno ricorda l'etimo-
logia di citt - non parlano, per quel che sono riuscita a vedere, della citt
in questi termini. N i vari lessici e manuali mi hanno fornito indicazioni in
qualche modo utili. Non mi resta che sperare che altri riescano a trovare la
risposta al mio interrogativo.

Alessandra Tarabochia Caavero *

36 Tractatus, ed. cit., n. 265, p. 99, r. 48.


* Universit Cattolica di Milano.

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