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RENAISSANCE AVERROISM AND ITS AFTERMATH:

ARABIC PHILOSOPHY IN EARLY MODERN EUROPE

di Marco S garbi *

L'obiettivo del colloquio Renaissance Averroism and its Aftermath , organi


Anna Akasoy e Guido Giglioni presso il Warburg Institute (20-21 giugno 200
to quello di determinare in quali modi e per quali vie la corrente averroistic
occupato un posto significativo all'interno del dibattito filosofico rinascime
continuato a sopravvivere all'interno della filosofia moderna.
La categoria dell'averroismo ha animato uno dei pi fecondi e vivaci dibatt
riografici degli ultimi decenni, all'interno degli studi medievali e rinascimental
blema di definire adeguatamente il fenomeno dell'averroismo riconducibile
noto, al saggio di Ernest Renan, Averros et l'averroisme (1852) e ha trovato ne
di del primo Novecento di Pierre Mandonnet e Fernand Van Steenberghen du
paradigmi interpretativi. Per Mandonnet la corrente averroista era un moment
mentale dell'elaborazione di una schema concettuale che poneva al centro l'ar
smo cristiano di Alberto Magno e Tommaso d'Aquino; l'averroismo, invece, a
a Van Steenberghen una inefficace etichetta storiografica, che faceva perdere d
vero intento dei maestri delle arti cosiddetti "averroisti": quello cio di interpr
modo genuino il pensiero di Aristotele.
Al centro del dibattito storiografico stata posta la capacit stessa di misura
delmente con il testo e la dottrina di Averro da parte dei pensatori occident
in questo caso, soprattutto dagli studi medievali sono arrivati interessanti spun
neutici. Da una parte l'averroismo sarebbe, come ha detto Ren- Antoine Gaut
paradossale invenzione di autori latini come Alberto Magno e Tommaso d'A
quali, leggendo tendenziosamente i testi di Averro, hanno creato il proprio n
combattere; dall'altra, il principale problema dell'averroismo, quello dell'uni
l'intelletto, sorgerebbe soprattutto dall'esigenza teoretica di assumere con co
dottrina dell'immaterialit dell'intelletto, come ha recentemente sostenuto Ant
tagine.
Per altro, da Bruno Nardi ad Alain De Libera, non sono certo mancati gli studiosi
che hanno considerato quelle vertenti su immaterialit e unicit dell'intelletto due tra
le questioni centrali nel dibattito filosofico fra il XIV e il XVI secolo, in particolare
nelle universit italiane di Padova e Bologna. Eppure, anche in questo caso, tali pro-
blemi non sono sempre parsi come peculiari dell'averroismo. Paul Oskar Kristeller ha
preferito parlare perci di "aristotelismo italiano laico", ritornando a una interpretazio-

* marco.sgarbi@univr.it.

Rivista di storia della filosofia, n. 4, 2009

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822 Marco Sgarbi

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correnti sotterranee dell'averroismo nella filosofia moderna?
Partendo dalle linee del dibattito storiografico che abbiamo, per quanto molto sche-
maticamente, illustrato e nel tentativo di rispondere alle domande sopra riportate, i re-
latori del convegno londinese hanno cercato di ripercorrere la storia della tradizione
averroistica dal Rinascimento sino al XX secolo.
Amos Bertolacci (Scuola Normale Superiore di Pisa), nella relazione Averroes'
Criticisms of Avicenna' s Philosophy in Latin Philosophy and Historiography , ha ana-
lizzato l'influenza della critica averroistica ad Avicenna in Ruggero Bacone, Alberto
Magno e in Tommaso d'Aquino. Bertolacci ha esaminato in dettaglio tutte le citazioni
di Avicenna fatte da Averro e la ripresa di questi passi negli autori latini. Questo la-
voro di comparazione ha dimostrato come l'interpretazione averroistica di Avicenna
abbia contribuito alla creazione, tra i pensatori medievali, di una certa immagine nega-
tiva della filosofia avicenniana.
L'intervento The Giuntine Aristotle -Averroes Edition (1550-1552) di Charles Bur-
nett (The Warburg Institute) ha delineato l'impatto esercitato dall'esegesi e dalla spe-
culazione di Averro attraverso l'edizione Giuntina del 1550-1552. Quest'opera fu
senz'altro uno dei maggiori vettori di diffusione dell'averroismo e impose Averro,
nonostante le condanne, come il pi importante commentatore di Aristotele. Il contri-
buto tende ad avvalorare le tesi gi sviluppate pi di trent'anni fa da Charles Schmitt in
Renaissance Averroism studied through the Venetian Editions of Aristotle-Averroes.
Particolarmente innovativo apparso il contributo di Craig Martin (Oakland Univer-
sity), in Super-Commentaries. The Renaissance Resurgence of Commentaries on Aver-
roes , il quale ha posto una particolare attenzione non tanto sui commenti di Averro al
testo aristotelico, quanto ai commenti sulle opere averroistiche, i quali hanno goduto di
una estesa disseminazione: se ne contano, dal 1500 al 1580, almeno ventiquattro di no-
tevole interesse, fra i quali quelli di Agostino Nifo, Simone Porzio e Girolamo Baldui-
no. Secondo Martin furono questi commentari su Averro, pi che l'edizione Giuntina
ad essere i testi base della corrente averroista. Emanuele Coccia (Albert-Ludwigs Uni-
versitt Freiburg) nel suo intervento ha analizzato il codice marciano Lat. IV 105, il
quale conterrebbe il primo trattato averroistico di Nicoletto Vernia. Il testo, ritrovato
da Bruno Nardi e identificato da Giulio Pagallo, dimostrerebbe una forte influenza del-
l'interpretazione di Jean de Jandun che all'epoca, pi di Paolo Veneto, doveva essere il
punto di riferimento dell'averroismo a Padova. Rimanendo all'interno della scuola pa-
dovana, nella sua relazione Leen Spruit (Universit "La Sapienza" di Roma) ha mo-
strato come Agostino Nifo fu il primo a difendere la concezione averroistica della bea-
titudine intellettuale intesa come copulatio dell'intelletto umano con quello agente.
Sempre nell'ambito della filosofia rinascimentale, sono da ricordare il contributo di
Michael Alien (University of California, Los Angeles), che ha esaminato le ragioni
delle decise prese di posizione anti-averroistiche di Marsilio Ficino soprattutto nella
Theologia platonica , e di Guido Giglioni (The Warburg Institute), che ha trattato del
problema dell'interpretazione averroistica dell'immaginazione, sia dal punto di vista

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logico che fisiologico, e della sua importanza nelle discussioni sull'immaterialit del-
l'anima soprattutto nel XV secolo.
Gregorio Piaia (Universit di Padova) ha esaminato la figura di Averro nelle trat-
tazioni storico-filosofiche del XVII e del XVIII secolo: furono queste a mantener viva
da una parte la conoscenza delle dottrine averroistiche sino al XIX secolo, e dall'altra
a rimarcarne gli aspetti di "empiet" e "ateismo". A partire dal Syntagma philosophi-
cum di Pierre Gassendi, per passare attraverso Louis Moreri, Daniel Georg Morhof,
Laurent Bordelon, Georg Volckmar Hartmann, le dottrine averroistiche furono sempre
criticate e spesso associate all'accusa di ateismo. Carlos Fraenkel (McGill University)
si soffermato in modo particolare su gli elementi averroistici di Spinoza, attraverso
l'analisi del Tractatus theologico-politicus , e ha rintracciato in Elia Del Medigo, uno
dei pi importanti averroisti ebrei del XV secolo, la sua pi probabile fonte. Chi scrive
ha tentato di contestualizzare l'accusa di averroismo rivolta a Immanuel Kant da
Johann Gottfried Herder, ricostruendo il background delle teorie kantiane e le f
averroistiche nella prima Aufklrung. Per quanto risulti improbabile che Kant si f
misurato o direttamente ispirato con la filosofia di Averro, si sono mostrate alcune
gioni per le quali le sue dottrine poterono plausibilmente venir interpretate co
"averroistiche".
Anna Akasoy (University of Oxford) in Was Ibn Rushd an Averroist ?, John Ma-
renbon (Trinity College, Cambridge) in Latin Averroism: From Myth to History to
Fiction , e James Montgomery (Trinity Hall) in Leo Strauss and Arabic Philosophy. A
Peculiar Historio, graphical Moment hanno discusso i problemi legati alle varie inter-
pretazioni storiografiche dell'averroismo medievale e rinascimentale del XIX e XX
secolo.
I risultati del convegno londinese mostrano l'esistenza di un Averro sotterraneo,
mai completamente dimenticato, ma nemmeno mai preso completamente di petto dopo
la sua parabola discendente nel Rinascimento. Averro e il pensiero averroistico si pre-
sentano perci durante i secoli in forme nettamente differenziate e sicuramente lontane
da quello che erano originariamente, ed forse stato questo il motivo che ha spinto la
storiografia, a partire dall'Ottocento a cercare etichette e nomi differenti per classifi-
carle, giustificarle e dar loro un senso.

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