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Università della Calabria

Facoltà di lettere e Filosofia

Corso di laurea in
Filosofia e scienze della comunicazione e delle
conoscenze

Lo spazio e il tempo dell‟Esodo


Produzione e sfera pubblica

Relatore Studente

Paolo Virno Domenica Pungitore

Anno Accademico
2008/2009
Indice

0. ABSTRACT p. 4

0. INTRODUZIONE p. 5

1. LINGUAGGIO E PRODUZIONE p. 6

1.1 La produzione virtuosa p. 8

1.2 La qualità totale p. 14

1.3 Il candidato ideale p. 19

1.4 Analisi linguistica della produzione


p. 22
post-fordista

1.5 La crisi come motto di spirito p. 26

2. ALLE RADICI DELL‟ETICA POSTMODERNA p. 30

2.1 Il kanban come dispositivo partecipativo p. 31

2.2 La negoziazione come imposizione


p. 34
discorsiva del comando

2.3 La dicotomia divisone-condivisione p. 36


2.4 Il ritorno della dipendenza personale p. 38

3. L‟ESODO p. 41

3.1 La retribuzione del non lavoro p. 42

3.2 L’ambivalenza del lavoro atipico e la p. 44

2
redistribuzione del lavoro socialmente
necessario

3.3 Il reddito garantito: alla ricerca di nuove


p. 47
forme di vita.

CONCLUSIONI p. 50

BIBLIOGRAFIA p. 52

3
Abstract

This paper collects the reflections arising from the commitment to


radically rethink some main categories of a society based on the
concept of work, that are: the forms of subsumption of the social
body in to the capital and the dynamics that the politician takes in
the production process. The first chapter exposes how, in the
current configuration of the production cycle, the language ascends
to be a productive force and a source of surplus value. Labour as an
immaterial, virtuos, creative, intellectual and expressive labour. Is
the political essence of the human animal that is set to work.
Subsequently, in the second chapter investigate the dynamics that
emerge from the sharing of generic cognitive and linguistic al skills
within the production process, and their consequent echoes in the
public sphere.
Finally, in the third chapter I approach sketchily the complexity of
the contemporary economic crisis as the crisis of a society based on
the concept of labour , proposing some petitions to go beyond the
current configuration of the social system.

4
Introduzione

Questo scritto raccoglie le riflessioni scaturite dall‟impegno di


ripensare radicalmente alcune categorie cardine della società del
lavoro, ovvero, le forme di sussunzione del corpo sociale al capitale
e la dinamica che il politico assume all‟interno del processo
produttivo.
Nel primo capitolo espongo come nell‟attuale configurazione del
circuito produttivo è il linguaggio ad assurgere a forza produttiva e
fonte di plusvalore. Il lavoro è lavoro immateriale, virtuoso, creativo,
intellettuale ed espressivo; è la politicità dell‟animale umano che
viene messa a lavoro. Di seguito, nel secondo capitolo, indago le
dinamiche che scaturiscono all‟interno del processo produttivo dalla
condivisione di generiche doti cognitive e linguistiche e le
conseguenti ripercussioni nella sfera pubblica. Infine, nel terzo
capitolo, affronto a grandi linee la complessità della crisi economica
contemporanea, in quanto crisi della società del lavoro, proponendo
istanze di superamento all‟attuale configurazione del sistema sociale.

5
Dico che la storia vi attraversa.
entrambi vi sorvola la parola.
entrambi vi scruta il silenzio,
all'albeggiare dei vuoti spazi.

qui sosta la menzogna


tradizione occidentale.

qui medita il vero,


grandioso, nell'inganno.

1. Linguaggio e produzione

«Il diventar mondo della falsificazione era anche un di ventar-


falsificazione del mondo». Ecco come Guy Debord, nel Commento
alla società dello spettacolo, riassume il processo di
spettacolarizzazione del reale che nei vent‟anni successivi al secondo
dopo guerra si manifesterà su scala planetaria. Si tratta di un‟estrema
trasformazione della vita politica e sociale in un‟acco zzaglia di
spettacoli. E‟ la prassi sociale globale che si allontana in immagine.

Lo spettacolo non coincide (…) semplicemente con la sfera delle


immagini o con ciò che chiamiamo media: esso è <<un rapporto
sociale fra persone, mediato attraverso immagini>>, l‟espropriazione
e l‟alienazione della stessa società umana. ( Agamben 1999:11)

E‟, dunque, nelle luci e nei lustrini della società spettacolare che
Debord scorge gli sviluppi dell‟odierna realtà immateriale. E‟ la

6
profezia di una comunicazione pervasiva, di un teatro
economicamente rilevante, di una spettacolarizzazione generalizzata
frutto del modo di produzione esistente.

Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni


moderne di produzione si presenta come un‟immensa accumul azione
di spettacoli. (Debord 1987: 53)

Si tratta di un Détournament 1 della facoltà di linguaggio, della


comunicazione umana, ad opera del sistema di produzione vigente;
una ristrutturazione del processo produttivo, in esibizione di
produzione, un teatrino in cui «a dar spettacolo, per così dire, sono le
stesse forze produttive della società» (Virno2003: 54). La fabbrica
cessa di esistere come luogo spaziale e temporale della
concentrazione del lavoro e della produzione e apre le porte allo zoon
politikon. Ora, la sfera pubblica, il luogo della costruzione delle
soggettività collettive pubbliche, investita dal regime di fabbrica non
può che soggiacere alle specifiche regole dei rapporti di produzione
capitalistica dando alla luce un parto mostruoso, lo spettacolo che
altro non è che «la comunicazione umana divenuta merce »
(Virno2001:35).

Lo spettacolo, per l‟appunto, inserito all‟interno del sistema di


produzione consiste in un settore separato e particolare. Questo
settore separato e particolare altro non è che l‟economia, che domina
su tutti gli altri aspetti della società, «manipolando la percezione
collettiva e la comunicazione sociale per trasformale [ a loro volta] in
un'unica merce spettacolare» (Agamben1999: 9). Dunque, allo stesso
tempo, lo spettacolo si presenta anche come strumento di
unificazione, ossia in quanto totalità reale.
Dominati dal flusso delle immagini che ormai si sono sostituite al
reale, ogni aspetto dell‟esistenza umana è esperito da spettatore e

1
Il sottrarre consapevolmente oggetti o concetti dal loro contesto abituale
inserendoli in una nuova inconsueta relazione.

7
consumatore. Inevitabilmente si guarda alla realtà attraverso l‟ottica
deformata della società spettacolare.
Tutte le esperienze vengono sussunte dal capitale – lo spettacolo- e
successivamente restituite alla collettività come variabile dipendente
per la stessa produzione e riproduzione del capitale stesso.
Questo avviene perché le condizioni della produzione - fin dalla
costituzione del capitale - sono allo stesso tempo le condizioni della
riproduzione. Ossia, non si dà produzione capitalistica se non
avviene la riproduzione del rapporto capitale-lavoro salariato. L‟
implicazione teorica che ne consegue è che la riproduzione dei
rapporti di produzione include pratiche, istituzioni, credenze, norme
e valori. In breve, il vivere diviene qualcosa di funzionale alla
riproduzione del sistema di produzione. Coniugando tutto ciò con la
crescente politicità che investe i luoghi del lavoro, attraverso la
recente messa alla catena della facoltà di linguaggio e dell‟attitudine
alla socialità degli uomini, il risultato è una massa amorfa di
individui alienati e spoliticizzati che guardano alla « propria facoltà
comunicativa, il proprio aver-linguaggio, ridotti a lavoro salariato»
(Virno 2001:39)

1.1 La produzione virtuosa

Sull‟onda di una nouvelle vogue 2 negli anni novanta si annette al


termine fordismo il suffisso post per definire un insieme di
caratteristiche economiche, sociali e istituzionali del presente,
avvertite come profondamente diverse rispetto al recente passato.
Tracciando una linea temporale fittizia il termine post non si colloca
in un punto direttamente conseguente al termine ora ma si tratta

2
In effetti il suffisso post è entrato nella nostra cultura negli anni '80 attraverso il
movimento architettonico del post modernismo, e ha, in seguito, colonizzato gli
ambiti più diversi. Si è parlato di postmoderno in ambito filosofico, di
postindustriale, postcomunismo etc etc.

8
piuttosto di un cambiamento di rotta, un'inversione di tendenza.
Questa inversione di tendenza si configura all‟interno del processo
produttivo come una vera e propria messa in discussione dei metodi
di produzione. Dunque, mentre il regime di produzione del fordismo
consiste in un sistema dove la fabbricazione è altamente
standardizzata e caratterizzata da una particolare divisione del lavoro
in cui lavoratori non specializzati eseguono operazioni semplici e
ripetitive e in cui l‟unica forma di comunicazione tra le varie parti
della catena di montaggio – i lavoratori - sono i prodotti che
scorrono sulla linea di assemblaggio. Contrariamente con l‟avvento
del post-fordismo 3 alla standardizzazione si contrapporrà la
flessibilità delle mansioni, scompare la catena di montaggio
tradizionale definita nella sua lineare progressione spaziale e
temporale e al suo posto viene sostituito un sistema reticolare nel
quale le informazioni relative ai tempi e modi di produzione, molto
diversi tra loro e spazialmente dislocate, viaggiano e vengono
integrate in tempo reale. Anche la tangibilità e la consistenza del
lavoro viene meno. Infatti, in questa nuova organizzazione del
sistema di produzione i lavoratori si rapportano gli uni con gli altri
non in virtù della materialità di un prodotto – la produzione
immediata di oggetti, difatti, viene demandata al sistema di macchine
automatizzato – ma si tratta di un‟ attività che mette in rapporto gli
uomini direttamente, senza la mediazione di oggetti materiali, e
anche perchè il loro processo di lavoro e di collaborazione ha per
oggetto informazioni e conoscenze. Si tratta di lavoro immateriale
creativo, intellettuale ed espressivo articolato sulla facoltà di
linguaggio. E‟ il linguaggio, qualcosa di specificatamente umano,
che assurge a forza produttiva e fonte di plusvalore.

3
Tengo a precisare che l‟avvento del post fordismo non avviene, secondo
me, con la messa in crisi del fordismo a causa di forze antagonistiche –
ritengo questo un fattore secondario e comunque incisivo – bensì, penso
che la nascita di nuove esigenze di mercato –in un mercato ormai saturo
di merci - abbiano guidato il capitalista a sperimentare nuove forme di
produzione.

9
Necessariamente, il lavoro immateriale riflette le caratteristiche
peculiari del virtuoso, dell‟artista esecutore, la cui

attività trova il proprio compimento (ovvero il proprio fine) in se


stessa, senza oggettivarsi in un‟opera durevole senza depositarsi in un
“prodotto finito”, ossia in un oggetto che sopravviva all‟esecuzione.
(Virno2001: 42)

Consiste, perciò, in un’ attività che esige la presenza altrui, poiché


chiaramente, non ingombrando il contesto in cui ha luogo con
ulteriori manufatti

La performance ha senso solo se vista o ascoltata. (…) il virtuoso ha


bisogno della presenza di un pubblico, proprio perché non produce
un‟opera, un oggetto che se vada in giro per il mondo allo rché
l‟attività è ormai cessata. (ibidem)

Concludiamo, dunque , che è l‟esperienza linguistica a porre alla


stessa stregua di un musicista o di un ballerino, il lavoratore
postfordista, 4 poiché è solo includendo agire comunicativo che
l‟attività del lavoratore diviene virtuosa. E come gli artisti esecutori
si esibiscono in spazi a struttura pubblica, per lavorare, nel
postfordismo, è anche necessario uno spazio a struttura pubblica che
in Marx diventa cooperazione. In Marx, seguendo la rilettura di
Virno, la cooperazione sociale ha due accezioni, una oggettiva, in
cui le diverse mansioni dei lavoratori vengono messe in relazione a
un livello superiore da un ingegnere, e una soggettiva «che prende
corpo quando una parte consistente del lavoro individuale consiste
nello sviluppare, affinare, intensificare la cooperazione stessa».
Ed è quest‟ultima forma di cooperazione che innerva il sistema di
produzione post-fordista.
Facciamo il punto. Si configura una nuova organizzazione aziendale
sulla base del cooperare a mezzo di comunicazione. Al centro della

4
Che però a differenza del lavoro post -fordista è un‟attività improduttiva
che non produce plusvalore

10
riorganizzazione del processo produttivo si collocano la
comunicazione creativa, organizzativa e formativa, le capacità
relazionali e il lavoro cognitivo. Articolate in team, le soggettività -
precedentemente avvilite dall‟organizzazione scientifica del lavoro 5-
divengono con l‟avvento della produzione snella la principale fonte
di ricchezza. «Oggi, tutto il lavoro, salvo eccezioni, è lavoro
cognitivo» (Boutang 2002: 23). Abiurando al credo fordista, dunque,
in cui la comunicazione era giustapposta al processo produttivo, nel
post fordismo si assiste alla sovrapposizione di comunicazione e
produzione.
Le origini di questa ristrutturazione del processo produttivo sono da
ricercarsi nell‟industria culturale, termine coniato da Adorno ed
Horkeimer per definire la produzione del materiale d‟intrattenimento
della società massificata.
Ed è proprio nell‟industria culturale, il luogo della produzione di
comunicazione a mezzo di comunicazione, che l‟attività senz‟opera
del virtuoso e la struttura del lavoro salariato coesistono nel lavoro
massificato. «È lì che il virtuoso ha iniziato a timbrare il cartellino.»
(Virno2001:32)
L‟industria culturale come anticipazione e paradigma dell‟industria
tradizionale rappresenta il dissendium, formula magica per mezzo
della quale tutti i passaggi segreti si rivelano. Segretamente
l‟industria culturale e l‟industria tradizionale spartiscono la
medesima essenza : il linguaggio, o meglio lo spettacolo.
È necessario non essere parsimoniosi e rivolgerete attenzione al
concetto. Si tratta di un concetto coniato dai situazionisti 6 negli anni

5
«Voi siete pagati per lavorare, non per pensare; c'è qualcuno che e pagato per
questo» [1911, Frederick Winslow Taylor] rispose l‟ingegnere minerario alle
domande di un operaio. Ecco la riduzione del lavoro umano alla disumanità di
processi uniformi e ripetitivi, costretti al servizio della macchina.
6
Movimento rivoluzionario in campo politico e artistico, con radici nel
marxismo, nell'anarchismo e nelle avanguardie artistiche dell'inizio del
Novecento. Formatosi nel 1957, restò attivo in Europa per tutti gli anni

11
sessanta. E‟ l‟espropriazione e l‟alienazione della socialità umana ad
opera delle fabbriche dello spirito, l‟industria culturale. Lo
spettacolo è «la comunicazione umana divenuta merce ». In effetti, lo
spettacolo consiste proprio nell‟esposizione della facoltà umana di
comunicare, nell‟esibizione del linguaggio verbale. Ed in quanto
merce spettacolare «la comunicazione umana (…) è sprovvista di
speciali blasoni o prerogative». (Virno 2002: 105) Consta, inoltre di
una doppia natura

Si tratta del prodotto particolare di un' industria particolare, quella


culturale dotata di sue tecniche peculiari. Per un altro verso, però, lo
spettacolo oltrepassa il proprio ambito settoriale, coinvolgendo
l‟intera produzione sociale>>.
(ibidem)

Particolare e universale allo stesso tempo, lo spettacolo – in quanto


merce – fagocita, dunque, l‟intera produzione sociale. E dunque, sul
modello ambiguo dell‟industria culturale che nel post moderno si
sviluppa l‟industria tradizionale.

A dar spettacolo per così dire, sono le stesse forze produttive della
società in quanto esse coincidono, in misura sempr e maggiore, con le
competenze linguistico - comunicative e con il General Intellect.
(virno 2001: 54)

Il lavoro vivo assomiglia sempre di più ai virtuosismi dell‟artista


esecutore mentre le operazioni energy intensive, ossia la produzione
immediata, la produzione materiale di oggetti, è demandata al
sistema di macchine automatizzato, dicendolo con Marx, «l‟attività
lavorativa si colloca accanto al processo di produzione immediato
anziché esserne l‟agente principale».

'60, aspirando ad importanti trasformazioni sociali e politiche.


(fonte:wikipedia)

12
A rimarcare considerevolmente l‟ambiguità dello spettacolo, la sua
doppia natura, è la forte analogia tra industria culturale e l‟industria
dei mezzi di produzione, ossia l‟industria che produce i mezzi da
impiegare nei diversi settori produttivi.

L‟industria culturale produce (innova, sperimenta) le procedure


comunicative, che sono destinate poi a fungere da mezzi di
produzione anche nei settori più tradizionali dell‟economia
contemporanea. Ecco il ruolo dell‟industria della comunicazione, una
volta che il post fordismo si è affermato pi enamente: industria dei
mezzi di comunicazione. (Virno2001:56)

L‟analogia ci suggerisce, dunque, che in entrambi i luoghi di


produzione vengono elaborati strumenti che troveranno applicazione
nell‟intero processo lavorativo sociale. Ancora una volta, lo
spettacolo è sia prodotto particolare di un‟industria particolare,
l‟industria culturale, sia l‟essenza dell‟industria tradizionale.
Sia nello spettacolo, inoltre, che nella macchina è oggettivato il
sapere sociale complessivo, il General Intellect. La sola differenza
consiste nella natura del corpo in cui il General intellect si
oggettivizza. Mentre nelle macchine il General intellect è dotato di
un corpo pesante di rombante metallo, il capitale fisso.

L‟accumulazione della scienza e dell‟abilità, del le forze produttive


generali del cervello sociale, rimane così, rispetto al lavoro assorbita
nel capitale, e si presenta perciò come proprietà del capitale, e più
precisamente del capitale fisso, nella misura in cui esso entra nel
processo produttivo come mezzo di produzione vero e proprio. (Marx
:392)

nello spettacolo – delle forze produttive - l‟intelletto generale


consiste piuttosto nel brusio della cooperazione di soggetti, in un
furente chiacchiericcio produttivo, nel lavoro vivo, nella prestazione
virtuosistica dell‟intelletto.

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A questo punto dovrebbe essere chiara la forte identità tra l‟agire
politico e la produzione industriale contemporanea, anche se
enfatizzando toni e portando agli estremi la corrispondenza,
potremmo individuare nelle logiche della produzione un ulteriore ed
inquietante aspetto che associa la produzione alla prassi pubblica. Il
just in time ( espressione inglese che significa appena in tempo)
consiste in una politica della gestione delle scorte. Occorre produrre
solo ciò che è stato venduto o che si prevede di vendere in tempi
brevi, questo è l‟assioma generale, fondamental e. Il just in time
anima il Kanban 7, macchina linguistica che detta i tempi di
produzione, e che si muove a partire dalle esigenze di mercato per
poi percorrere a ritroso l‟intera catena di produzione coordinando le
operazioni delle varie posizioni lavorative. Dunque, il Kanban
fornisce tempestivamente le comunicazioni sulle quantità di pezzi da
produrre riducendo al minimo le scorte di materie prime e di
semilavorati necessari alla produzione.
Just in time si risponde, dunque, alle esigenze del mercato,
affermando filosofia del zero-stock, quasi come se in preda a una
crisi schizofrenica la produzione volesse emulare, ancora una volta,
la prassi pubblica, rinnegando il suo aspetto materiale. Il magazzino,
luogo in cui la produzione rivela il suo carattere materiale, consiste
in un testimone scomodo. L‟assenza di scorte, al contrario, rende
difficile l‟identificazione di un prodotto con il luogo di produzione.
E‟ come se la produzione volesse occultare, disfacendosene
rapidamente, il volgare risvolto della sua cooperazione: le merci.

7
è un termine giapponese che letteralmente significa cartellino, indica un
elemento del sistema Just in time di reintegrazione delle scorte mano a
mano che vengono consumate.

14
1.2 La qualità totale

Il sentire, l‟imprevisto, la contingenza, la chiacchiera, il cinismo e


l‟opportunismo, da sempre tramano lontano dalle strutture lavorative,
oltre l‟orario di lavoro. Da sempre sostano nelle mense; impazienti
attendono la pausa pranzo. Da sempre, ma non ora, non nel post
moderno. La vita, ora, assurge, a forza produttiva.

Agenzia leader nel settore, causa rapidissima espansione e per


ampliamento proprio organico, seleziona il candidato ideale tra
giovani fortemente motivati, automuniti, con cultura superiore, bella
presenza, ambiziosi, determinati, dinamici, intraprendenti, entusiasti,
dotati di buona dialettica e comunicativi, flessibili, dotati di forte
spirito imprenditoriale, di capacità di problem solving e di stress
tolerance, sicuri di sé, fuori dal comune, alla ricerca di sfide
continue, in grado di lavorare per obiettivi e in team, desid erosi di
realizzarsi e con spiccata predisposizione ai rapporti umani.
Si richiede impegno full-time e disponibilità immediata. Si offre di
lavorare in un ambiente giovane e dinamico con uno stipendio
proporzionato alle effettive capacità e all‟impegno. Si assicura un
fisso mensile e provvigioni di sicuro interesse. Chiamate al nostro
numero solo se pensate di avere tutti i requisiti richie sti!
(fonte:
http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=2743)

La comunicazione efficace d‟impresa, ossia, in questo caso, lo


sbrodolare di lusinghe la massa disperata di disoccupati alla famelica
ricerca di un‟occupazione, ci pone dinnanzi a una serie di bizzarri
requisiti. In ordine: giovani fortemente motivati, ambiziosi, dinamici,
intraprendenti, bella presenza, spiccata predisposizione per i rapporti
umani, e via dicendo, tutto ciò concorre fare di un uomo comune il
candidato ideale. In realtà, ironia della sorte vuole che sia proprio
l‟uomo comune ad essere il candidato ideale. Uomo comune dotato
di alcuna specifica competenza, ma semplicemente della propria

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predisposizione biologica a comunicare e relazionarsi con i suoi
cospecifici.
Alla base del processo di socializzazione vi è un intreccio
inscindibile di meccanismi biologici - come le tendenze innate e le
predisposizioni ad apprendere - e di fattori culturali – le coercizioni,
la morale -. L'acquisizione delle competenze sociali di base come la
capacità comunicativa e la capacità di entrare in relazione con gli
altri avviene nella società, l‟ambiente naturale della socialità umana.
La socializzazione che interviene successivamente permette
l'acquisizione di competenze sociali specifiche, legate alla scelta dei
ruoli che l'individuo assumerà nella società.
E‟, dunque, mediante il processo di socializzazione, che si esperisce
il mondo e si guarda a noi stessi, ed è proprio il processo di
socializzazione che permette all'individuo di entrare effettivamente a
far parte della società in cui è nato.
I meccanismi che però connotano la socialità, e dunque la sfera
pubblica, consistono in una prepotente contingenza e
imprevedibilità. Imprevedibilità perché «non esiste alcuna relazione
umana che non sia condizionata o che non condizione l‟agire altrui».
Nessuno è mai solo colui che agisce ma sempre anche colui sul quale
si riflettono le azioni altrui, proprio perché l‟agire umano si fonda
sull‟intersoggettività: ciascun individuo agisce sempre in relazione
agli altri. Proprio come accade al impiegato sognatore di
Dostoevskij nel Le Notti Bianche, il cui monotono scorrere della vita
viene interrotto dall‟improvvisa comparsa di una donna, Nàstenka.
Le passeggiate notturne e solitarie lungo il Nevskij, lasciano il passo
– anche se solo per quattro notti – a una nuova e inaspettata
relazione, a fiduciose confidenze. È inevitabile che l ‟agire
intraprenda un percorso opposto a quello previsto. Mentre, la
contingenza, consiste nella possibilità di agire altrimenti, quindi
incertezza e circostanza, determinata sempre dal fatto che l‟agire è
consegnato come direbbe la Arendt al brusio della moltitudine.

16
Nel post moderno, l‟attività lavorativa acquisendo i caratteri della
prassi, fa si che processo di socializzazione divenga una sorta di
palestra preliminare all‟immissione nel mondo del lavoro.
Inserito all‟interno di trame intessute di rapporti, il lavoro vivo oggi
consiste sempre di più in un‟attività di sorveglianza coordinamento e
cooperazione. Il concetto cooperazione, per l‟appunto, ha la sua
origine non nella sfera lavorativa, bensì nell‟attività dello spirito e
nella relazione con la presenza altrui. Riprendiamo nuovamente il
concetto di cooperazione. Il termine consta di due accezioni, una
oggettiva e una soggettiva, possiamo dire che mentre la prima è data
dallo svolgere, all’interno di un’industria, specifiche mansioni,
diverse per ciascun individuo, sotto la supervisione di un capo
fabbrica. Dunque, l’attività sta al di sopra degli individui e non crea
connessioni tra i loro operati. La seconda è presente quando le
attività individuali hanno la funzione di intensificare e di
incrementare la cooperazione stessa. Nel post-fordismo, come si è
detto precedentemente, prevale questa seconda accezione. Si
coopera agendo di concerto, interagendo linguisticamente. Non è un
lavoro monologico, ma politico e pubblico, perché necessita della
presenza altrui, di quello spazio a struttura pubblica in cui
riconoscersi reciprocamente.
Di conseguenza, anche la fragilità dell‟agire, ossia la contingenza e
l‟imprevisto, prerogative dell‟agire politico, vengono sussunte
all‟interno della sfera lavorativa. L‟imprevedibilità e la contingenza
riversandosi all‟interno delle collaborazioni lavorative si tradurrà in
contratti a progetto, un recente vizietto dell‟economia mondiale.
Vizietto che consiste nel mantenere in una condizione di costante
insicurezza i lavoratori. Si tratta di una mancanza di continuità del
rapporto di lavoro e di conseguenza di una mancanza di un reddito
adeguato su cui poter contare per pianificare la propria vita presente
e futura.
L‟evidente fine perseguito mediante la politica del precariato -
«l‟antico motto del nuovo regime» (John Haertfiled) - è la
massimizzazione dei profitti. Le contrattazioni atipiche, in effetti,

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consentono alle imprese di ottenere profitti mediante l‟uso flessibile
della forza-lavoro, comprimendo i salari e i costi connessi alla tutela
dei diritti dei lavoratori. In pratica, il lavoro diviene merce da fittare
a seconda delle esigenze mutevoli del mercato. L‟ideologia
fondamentale sul quale si regge il processo di precazizzazione,
difatti, è la competitività a livello globale. Bisogna inoltre precisare
che la flessibilità non è richiesta solo al momento dell‟immissione
nel mondo del lavoro ma anche nel breve periodo di permanenza
all‟interno del circuito produttivo. Flessibilità significa manodopera
capace di passare agilmente da una mansione ad un‟altra differente,
capace di stare al passo con l‟incessante innovazione tecnologica,
attento osservatore dei cangianti bisogni dell‟impresa.
Ora, portando ad esempio, come caso emblematico, i gettonatissimi
dal mercato, gli ingegneri gestionali, intendo costruire un‟immagine
generale dei rapporti flessibili di lavoro, ossia che vada al di là della
specificità dell‟operato dell‟ingegnere. L‟intera produzione sociale,
in vero, si basa su alcune attitudini professionalizzate nel ruolo
dell‟ingegnere gestionale.
La figura professionale dell‟ingegnere gestionale nella
riorganizzazione del processo produttivo coincide con la figura del
tecnico specializzato a capo di una cella produttiva, organizzata in
team, che corrisponde all‟Unità Tecnologica Elementare.
L‟ingegnere non interviene nel processo produttivo immediato, ma
interviene nelle relazioni sociali del team, dunque il suo lavoro non
ingombra il contesto con ulteriori manufatti ma modifica in contesto
stesso in cui opera mediante il coordinamento e l‟intensificazione
del processo produttivo.
Coordinamento e intensificazione esigono l‟auto-attivazione, ossia il
gusto per l‟azione. Il gusto per l‟azione è dato dal sentire i problemi
aziendali come problemi personali del lavoratore, consiste nella
capacità degli operai di attivarsi in prima persona, senza attendere
ordini per segnalare eventuali errori e consigliare miglioramenti. Il
lavoratore agisce spontaneamente, mettendo in atto facoltà personali
- e magari con una certa apprensione - al fine di mandare avanti il

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baraccone con il quale vive in simbiosi e con il quale vige un
inquietante rapporto di fiducia reciproca.

per dirlo nei termini della Fiat, il capo Ute svolge un ruolo più
imprenditoriale e meno gerarchico: deve assicurare la costante
coerenza della attività della Ute con quelle dell'Unità Operativa in cui
essa è collocata, e sapere delegare e motivare i collaboratori (sic!),
che sono i primi realizzatori della nuova logica di gestione basata
sulla prevenzione, sulla qualità del processo, sul bu on funzionamento
degli impianti. (Fiocco, La cellularizzazione della forza lavoro e le
forme di resistenza alla Fiat di Melfi , n° 6-7 (98-99), Intermarx)

Ma si da il fatto che non tutti gli operai si identifichino con


l‟impresa, e che dunque possano sorgere problemi di integrazione. In
questo caso ecco che ritorna la facoltà comunicativa e relazionale
dell‟ingegnere gestionale che risolve tutto attraverso il dialogo, la
negoziazione, e chiaramente, tenendo a debita distanza il sindacato.

1.3 Il candidato ideale

L ‟opportunista, bieco e vile, come vuole la morale, riscatta se


stesso dalle secolari ingiurie mettendo alla catena proprio il suo
modo, moralmente dubbio, di agire. L‟opportunista si costituisce
fattore produttivo.

Opportunista è colui che fronteggia un flusso di possibilità


interscambiabili, tenendosi disponibile per il maggior numero di esse,
piegandosi alla più prossima e poi deviando repentinamente dall‟una
all‟altra. (Virno2002: 33)

Acquisendo valore tecnico, l‟opportunismo diviene addirittura la


qualità indispensabile che delinea il profilo professionale dell‟uomo
di successo. Non singolare prerogativa del direttore aziendale,
dell‟ingegnere, del manager bensì indispensabile dote di chiunque si

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aggiri per i perigliosi interstizi del mercato del lavoro. Con la
scomparsa degli uffici di collocamento, luoghi adibiti alla gestione a
livello provinciale del mercato del lavoro, e con la crisi della
contrattazione collettiva, viene meno quella mediazione che
consentiva all‟individuo di non esporsi direttamente nelle
8
contrattazioni. Infatti, i centri per l‟impiego , rendendo legalmente
superflua l‟iscrizione a liste di collocamento, introducono la
chiamata diretta da parte dell‟ azienda 9 . Alla chiamata diretta, come
ho già detto, si affianca la crisi della contrattazione collettiva -
progressivamente conquistata con la costituzione dei sindacati dei
lavoratori in sedi istituzionali libere e indipendenti, al fine di tutelare
i diritti dei lavoratori - e il conseguente proliferare di contrattazioni
individuali. Con la contrattazione individuale i diritti garantiti dalla
contrattazione collettiva vengono gestiti in contenziosi lavoratore -
azienda, rendendo sempre più necessarie le relazioni pubbliche
informali che molto spesso esigono una forte dose di opportunismo.
L‟opportunismo che è l‟atteggiamento di chi si adegua di volta in
volta alle circostanze cercando di sfruttarle a proprio vantaggio,
rivendica un suo ruolo predominante fin dall‟immissione all‟interno
della sfera lavorativa. Qualcuno in passato disse che le capacità
manageriali passano anche attraverso la capacità di condurre
positivamente una contrattazione individuale. Si tratta di un chiaro
caso di opportunismo precontrattuale in cui una delle due parti,
dettando i termini della contrattazione e occultandone altri, trarrà
evidenti vantaggi dalla stipulazione del contratto. La forza-lavoro
viene, oggi, reclutata nello stesso modo degli artisti, è all‟estro
individuale che si affidano le imprese. In casting psicologici, i
selezionatori mettono alla prova le capacità contrattuali
dell‟individuo.

8
Soppiantano gli uffici di collocamento, con il D. Lgs. 23 dicembre
1997, n. 469, attuativa della legge Bassanini .
9
Fanno eccezione le fasce protette: disabili, lavoratori in mobilità,
lavoratori dello spettacolo.

20
A contratto stipulato, il lavoratore si trasforma in funambolo con
spregiudicate abilità acrobatiche.
Opportunità senza contenuto e sempre nuove vuote possibilità
allestono gli spazi del lavoro virtuoso. Per meglio dire, le situazioni
a cui il lavoratore deve far fronte nelle sue spettacolari giornate di
lavoro sono solo delle mere astrazioni di possibilità, occasioni e
opportunità senza contenuto, virtuali. La sua attività si fonda
essenzialmente sulla capacità di speculare, ossia di prevedere eventi
non determinabili a priori, si occupa delle condizioni incerte del
futuro. Il suo successo o insuccesso dipende dalla correttezza della
sua anticipazione di eventi incerti. Se sbaglia nella sua comprens ione
delle cose a venire, è spacciato.
Con sintomatico cinismo il lavoratore si affretta nel suo agire
periglioso e inconsistente, mentre con deliziosa inquietudine guarda
ai movimenti di scena rincorrendo l‟innovazione del processo
produttivo. La costante innovazione del processo produttivo
sottopone il lavoratore alla logica della formazione permanete
dispensata sul luogo del lavoro.
La formazione, quella tradizionale, sviluppata in lunghi periodi di
apprendimento scolastico e professionale, che in passato era
sufficiente per l‟intero periodo di permanenza all‟interno del ciclo
produttivo, non è più adeguata per stare sul mercato che richiede
flessibilità, adattabilità al mutare delle tecnologie e delle
conoscenze. Anche perché in un‟economia basata sull‟informazione,
sulla comunicazione e, quindi, sulle idee, la capacità di innovarsi e di
innovare diventa più importante della capacità di produrre. Dunque,
per sopravvivere e svilupparsi in questo nuovo sistema di
produzione, occorre che gli individui dispongano di una formazione
attenta al soggetto, che prosegua lungo tutto l'arco della vita
lavorativa. Ecco, dunque, il training on the job, che consiste
nell‟affiancamento di un docente durante l‟attività lavorativa e nel
mettere subito alla prova e le conoscenze appena acquisite. Questa
formazione di carattere operativo e specifico, è affiancata da
interventi di sviluppo personale in cui i lavoratori vengono

21
periodicamente coinvolti in sessioni formative nell‟area linguistica
nelle quali vengono impartiti i principi e tecniche della
comunicazione interpersonale, della comunicazione telefonica
efficace, dell'ascolto attivo e della negoziazione.
Nella logica della formazione permanente, dunque, il sapere non è un
qualcosa di necessariamente intrinseco al momento dell‟inclusione al
lavoro, bensì qualcosa di estemporaneo da acquisire just in time, per
poter affrontare e superare gli ostacoli in tempo reale con flessibilità
operativa e la maggiore reattività.
Duttilità e flessibilità, assenza di abitudini, mancanza di scopo,
vocazione sperimentale , e formazione permanente sono, dunque,
caratteri neotenici 10 che connotano il lavoratore post-fordista.
D'altronde, l‟ abitudine consiste nell‟atrofia della lean production,
che necessita al contrario individui altamente polivalenti e con
particolare attitudine alla mobilità, capaci di trascorrere [con
duttilità] dall’uno all’altro gruppo di regole e di restare al passo con
le più brusche riconversioni.

Un inciso. Luogo comune vuole che il passaggio dalla gio vinezza


all‟età adulta sia segnato dall‟ingresso nel mondo del lavoro, dunque
reddito, casa, famiglia. Oggi le diverse forme del lavoro atipico non
consentono la piena immissione dei giovani 11 nel mondo del lavoro.
Gli atipici sostano sulla soglia.

1.4 Analisi linguistica della produzione post-fordista

In questo paragrafo intendo costruire d‟azzardo una trama teorica su


come alcuni concetti-chiave, che plasmano il buon oratore, introdotti
da Aristotele nell‟Etica a Nicomaco, possano essere agilmente

10
La neotenia, detta con Gould è «la persistenza di tratti giovanili anche
in soggetti adulti, dovuta ad un ritardamento nello sviluppo somatico».
11
Al di là della soglia saranno adulti.

22
applicati al sistema di produzione post-fordista. Questi concetti sono:
la phrónesis, che consiste nella sagace perspicacia di agire
efficacemente nelle diverse circostanze, la percezione del kairós che
è il momento ideale dell‟agire, l‟orthós lógos, che è la norma a cui
devono rifarsi tutti i discorsi per essere efficaci, infine, gli éndoxa,
ossia le opinioni condivise da una comunità.
Intendo, effettivamente , condurre un‟analisi linguistica della
produzione post fordista articolata su concetti operativi che vengono
usati per descrivere una particolare situazione dialogica, ossia
l‟irrompere del motto di spirito nella sfera pubblica, al fine di
dimostrare l‟estrema identità tra produzione e prassi.
Innanzitutto il motto di spirito, ossia la battuta, è un azione pubblica
- pubblica poiché necessita non solo di un motteggiatore e di un
motteggiato, bensì anche di un terza persona che inserisca il motto
nella dimensione pubblica- che può esser compiuta solo attraverso il
linguaggio verbale. Il motto di spirito consiste in un‟azione
innovativa che mette in campo delle doti particolari dell‟oratore,
quali innanzitutto la phrónesis.

Un motto di spirito riuscito attesta la presenza, in chi l‟ha creato, di


una dote o abilità difficile da classificare. (…) Una azione pubblica,
il cui fine coincide in tutto e per tutto con la sua esecuzione , richiede
piuttosto quel tipo di perspicacia che Aristotele chiamava phrónesis.
(…). La phrónesis è la capacità di valutare che cosa sia opportuno
fare in una circostanza contingente. (Virno 2005: 24)

Saggezza è il termine che tradizionalmente i traduttori accostano al


termine phrónesis, in realtà ciò che distingue la Phrónesis dalle altre
competenze pratiche e dalla saggezza stessa, è il fatto che essa non si
limita a seguire una norma data ma istituisce di volta in volta la
norma adeguata in relazione alla situazione concreta. Aprendo gli
spazi del lavoro all‟iniziativa individuale, ossia, formulando una
richiesta di partecipazione attiva agli obiettivi d‟impresa da
raggiungere, il post-fordismo pone il lavoratore alla stessa stregua
del motteggiatore.

23
In effetti, al lavoratore post-fordista, l’uomo d’occasioni, è richiesto
un agire flessibile, che si pieghi alle mutevoli esigenze del contesto
economico. Dunque, ecco che il lavoratore ricorre alla phrónesis, la
capacità di reinventare, all‟occorrenza, le norme connotando di volta
in volta il proprio agire di intensa indeterminatezza. Invece di
predisporre dei modelli di comportamento, occorre prevedere e
anticipare futuri problemi, esigenze e cambiamenti . Un quinto senso
e mezzo 12 dunque, che nel gergo aziendale si tradurrà un po‟ più
grottescamente col termine proattività. «La persona proattiva deve
saper operare senza attendere che qualcosa accada; deve saper
prendere l'iniziativa per realizzare ciò che è giusto e necessario » 13. Il
principio della proattività contempla in sé dunque l‟assunzione del
rischio, l‟innovatività, ossia produrre idee, visioni delle cose e
approcci che siano nuovi; sia l‟adattabilità al cambiamento e il
pensiero strategico che consiste nel guidare e prendere decisioni
chiare veloci tempestive e pertinenti che possano anche comprendere
scelte difficili e rischi calcolati, governandone le conseguenze.
La phrónesis si traduce, dunque, in intraprendenza e gusto per
l‟azione, e richiede a sua volta prontezza di riflessi nel cogliere il
momento ideale dell‟agire, il kairós. La sensibilità a intuire il kairós
corrisponde nella filosofia industriale al just in time.
Il just in time (dall‟inglese appena in tempo) è una logica – un
sistema - di controllo e pianificazione della produzione che consiste
nello gestire le istanze di produzione in tempo reale. Le istanze
vengono just in time condotte da una postazione – occupata da
lavoratori – all‟altra. Ogni individuo incluso nel processo produttivo
deve replicare a tempo debito (tempestivamente) alle istanze di
partecipazione proprio come in un motto di spirito in cui «se
l‟arguzia non è pronunciata a tempo debito va a vuoto» (Virno
2005:28).

12
Una sorta di capacità premonitoria che guida l‟intraprendente
indagatore dell‟incubo Dylan Dog – protagonista dell‟omonimo fumetto -
nella risoluzione dei suoi casi.
13
Fonte: http://www.kvalue.biz/servizi_formazione_prof.htm

24
Dunque, la phrónesis coniugata alla sensibilità nella percezione del
kairós sono requisiti indispensabili che il lavoratore deve
necessariamente possedere per poter tempestivamente valorizzare il
capitale con arguzie finanziarie.
Inoltre il just in time e la phrónesis inseriscono la produzione in
una dimensione partecipativa in cui vale il concetto arendtiano della
terza persona. Ogni individuo è indotto a partecipare in prima
persona alla produzione e, proprio come nella prassi pubblica, le sue
istanze sono visibili agli altri collaboratori, i quali tempestivamente
replicheranno all‟istanza. Il lavoratore è posto in vetrina affinché
«tutte le informazioni circolanti possano essere captare al momento
opportuno» (Marazzi1999: 17) e ogni svista o errore soggettivo possa
essere, per tempo, ripreso e corretto.

Ma la phrónesis e la percezione del momento ideale dell‟agire


devono sempre e comunque rifarsi a un discorso corretto, l‟orthós
lógos che nella organizzazione del sistema produttivo corrisponde al
kanban, la macchina linguistica che muovendosi a partire delle
esigenze del mercato e intrecciandosi nella catena produttiva, detta i
giusti parametri della produzione.
«Il kanban è un meccanismo che coordina le operazioni delle varie
informazioni che si muovono orizzontalmente, in avanti e indietro,
senza bisogno di ricorrere a una programmazione centrale»
(Marazzi1999: 16 ). Sono, difatti, le singole istanze coordinate dei
lavoratori che programmano, passo dopo passo, il sistema, esponendo
just in time i parametri – le norme corrette - della produzione. Si
tratta, in definitiva, di un dispositivo partecipativo che rispecchia,
dunque, perfettamente, il rapporto circolare tra phrónesis e orthós
logos, in cui la norma non solo non può essere dissociata dalla
phrónesis, ma addirittura si fondano a vicenda. «Vi è saggezza a
condizione che vi sia enunciazione della norma adeguata; ma vi è
enunciazione della norma adeguata a condizione che vi sia saggezza »
(Virno 2005: 27). È sì, la norma a guidare l‟azione, dunque, ma è

25
l‟azione che, di volta in volta, enuncia la norma. «L‟arguzia riuscita
è orthós logos» (virno2005:27)

1.5 La crisi come motto di spirito

Il motto di spirito è il diagramma logico -circolare delle intraprese


che, in occasione storica o biografica, interrom pono il flusso
circolare dell‟esperienza (...). [In esso] si danno nitidamente a vedere
quei mutamenti di direzione argomentativa e quegli spostamenti di
significato che, nel macrocosmo della prassi umana, provocano la
variazione di una forma di vita. (Virno2005:10)

Il motto di spirito è, dunque, un‟azione innovativa che


inaspettatamente irrompe nella sfera pubblica deviandone la
direzione dialogica, divertendo la regola. Un gioco linguistico che
dissemina crisi mettendo in discussione le credenze condivise di una
comunità variandone il corso vitale. Beffarda come un motto di
spirito ecco profilarsi, dunque, la crisi economica odierna il cui agire
provocatorio ricalca quello del motto stesso.
Intensificando al massimo la produzione per l'ottenimento del massimo
profitto si va incontro, infatti, a quella è l‟odierna crisi di
sovrapproduzione, ossia il portare alle estreme conseguenze l‟istanza
di produzione provocando il deprezzamento della merce 14. Alla
stessa maniera il motto di spirito porta alle estreme conseguenze un
affermazione, un credo, al solo fine di svalutarlo.
A perdere valore, oggi, è il concetto di lavoro storicamente
determinato come fondamento della società 15.
Il lavoro consiste nel principio fondante l‟intera società. Si tratta di
un principio che media i rapporti sociali e legittima i legami di

14
La crisi di sovrapproduzione non è altro che l‟ideologia del lavoro
spinta al limite.
15
Non è un caso in effetti che l‟articolo primo della costituzione italiana
sancisca che «l'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro».

26
cittadinanza . «Un principio così radicato da costituire il presupposto
implicito di ogni tipo argomentazione» (Virno2005: 30). La crisi non
fa altro che portare alla luce le contraddizioni insite all‟interno di
questo concetto. Infatti , in realtà il diritto al lavoro non è un dato di
fatto, un diritto garantito, bensì una finzione giuridica, un
desiderio che può realizzarsi solo a determinate condizioni. Le
condizioni di esistenza consistono, sostanzialmente, nel potere di
assorbimento dei lavoratori da parte del mercato. Allorché queste
condizioni vengono meno, il diritto non è più garantito . La crisi
economica che stiamo attraversando è dunque, in definitiva, la crisi
della società del lavoro; condizioni oggettive fanno emergere e
rendono evidente l‟impossibilità che la società possa continuare a
riprodursi sulla base del principio del lavoro. Grazie anche
all‟innovazione tecnologica, infatti, il mercato del lavoro non riesce
più ad assorbire l'intera forza-lavoro prodotta dalla società, come
testimonia l‟alto tasso di disoccupazione, ma preleva solo la piccola
parte che necessita per riprodursi come capitale.

Nonostante la natura fallace del concetto di lavoro in quanto diritto


e nonostante l‟oggettiva impossibilità del sistema produttivo di
impiegare l‟intera forza- lavoro, ugualmente il lavoro consiste in un
convincimento collettivo pressoché inquestionabile, un‟éndoxa. «Gli
éndoxa [sono] le opinioni e le credenze condivise da una comunità.
(…) Nel gergo di Wittgenstein si potrebbe dire che gli éndoxa sono
la grammatica di una forma di vita» (Virno2005: 30)
Si tratta di un ostacolo epistemologico, ossia, costruito da un
insieme di proposizioni che frenano la trasformazione di determinati
quadri teorici l'apertura di nuove prospettive, e alimentano fallacie
argomentative quali la detassazione degli straordinari, aumento
dell‟età pensionabile, l‟allungamento dell‟orario di lavoro 16. La

16
Nel 2008 l‟Unione Europea promulga una nuova diret tiva che prevede
l‟allungamento delle ore lavorative da sessanta ore settimanali a sessantacinque.
Anche questa direttiva sembra paradossale allorché in tutti i paesi europei ad
economia avanzata si riscontra un tasso di disoccupazione elevato. Un

27
detassazione degli straordinari «disposizione urgente per
salvaguardare il potere d‟acquisto delle famiglie», introdotta nel
maggio 2008, consta di due fallacie essenziali, infatti la normativa
prevede tra le altre disposizioni «misure sperimentali per
l‟incremento della produttività al lavoro». Seguendo un filo logico,
in una crisi di sovrapproduzione, in cui dunque le merci sul mercato
sono in eccesso, non penso che un ulteriore incremento della
produttività sia l‟immediata soluzione, semmai il suo esatto
contrario. In secondo luogo, il provvedimento è anche
diametralmente opposto ad una politica dell‟occupazione poiché
promuovendo una permanenza (temporale) aggiuntiva nei luoghi del
lavoro di soggetti già occupati impedisce di conseguenza l‟impegno
di nuova manodopera 17. Allo stesso modo l‟allungamento dell‟orario
di lavoro e l‟aumento dell‟età pensionabile impediscono l‟ingresso di
nuovi soggetti del circuito produttivo.
Nonostante dunque le evidenti fallacie legislative l‟opinione pubblica
fatica a prendere coscienza, poiché frutto dell‟éndoxa del lavoro è
anche la cecità di fronte alla crisi.
Istanze di lavoro occupano quotidianamente il dibattito pubblico:
lavoratori, esponenti di sindacati, deputati e giornalisti si battono
incessantemente nei talk show per garantire il loro sacrosanto diritto
alle otto ore di lavoro quotidiano. Considerare opportunità
alternative vorrebbe significare rinnegare il benessere garantito per
anni dalla società del lavoro. Rinnegare innanzitutto i valori
democratici che nel secondo dopoguerra sono venuti affermandosi,
primo fra tutti Arbeit macht frei. Tanto meno si prefigura alcuna

allungamento dell‟orario di lavoro è possibile quando l‟impresa ha una


fluttuazione della produzione tale da richiedere un‟intensificazione del lavoro,
ipotesi improbabile nel contesto attuale. Dunque l‟ipotesi più probabile è che
queste fluttuazioni vengano simulate ad hoc dalle imprese per sfruttare il ciclo
continuo della forza lavoro flessibile e per abbassare il costo del lavoro.
17
Ad essere favorite dal provvedimento sono le sole imprese che
trarranno profitto dallo sfruttamento dei dipendenti, non occupando nuovi
soggetti e quindi non pagando nuovi diritti

28
interfaccia conflittuale (Virno) in movimento globale, forza
produttiva antagonistica capace di destrutturate l‟ordine economico
vigente.
Ma nonostante le resistenze ideologiche collettive è inevitabile: la
società non può più continuare a riprodursi sull‟éndoxa del lavoro, la
crisi motteggiandolo prefigura vie alternative, quali il reddito
sganciato dal lavoro che sfata il concetto di lavoro come condizione
di cittadinanza e propone un nuovo assetto sociale in cui ad essere
valorizzati sono gli individui in quanto tali.
L‟opinione pubblica guarda alla crisi come un fattore negativo
anziché intravedere l‟esodo.

29
2. Alle radici dell‟etica postmoderna

La crisi della politica cui assistiamo è molto più pr ofonda di quanto,


a volte, non si creda. Non consiste nella perdita di ideali o nello
scardinamento della prassi politica, ma dal venir meno della
dimensione pubblica, lo spazio della politica. All‟inizio dell‟
Ottocento Hegel definisce una sostanziale differenza logica tra
l‟agire strumentale proprio dell‟ universo lavorativo e l‟agire
comunicativo proprio della sfera politica, la Res-pubblica. Mentre
nel primo caso si ha un insieme di uomini dediti al lavoro c he
agiscono con uno scopo, ossia seguendo un progetto prestabilito, in
cui si ha una comunicazione di tipo monologico - dal progetto al
prodotto- e un agire meccanico e silenzioso. Nel secondo caso l‟agire
comunicativo consiste per Hegel nelle fondamenta dello «spirito di
un popolo», si tratta di una pubblica riflessione tra individui
appartenenti ad una stessa società. Una riflessione che fa riferimento
a bisogni collettivi e interessi generali, atta dunque, a migliorare
l‟intera società. Hegel guardando alla sua contemporaneità ossia alla
nascita degli opifici e del lavoro salariato, in maniera ferma e decisa,
situa l‟agire politico al di fuori dei luoghi del lavoro, gli spazi
produttivi. Oggi la filosofia aziendale quasi facendosi gioco del
pensiero hegeliano consegna la produzione alla comunic azione, al
linguaggio che diviene la principale fonte di plusvalore. Allorché,
infatti, con la fabbrica integrata postfordista il linguaggio diventa lo
strumento di valorizzazione del capitale si assiste alla
giustapposizione dell‟agire strumentale e dell‟agire comunicativo,
quindi alla coincidenza di produzione e comunicazione.
Con l‟ingresso nei luoghi di produzione della comunicazione, del
general intellect, ossia sapere, intraprendenza soggettiva, forza -
invenzione si ha il divenir struttura immediatamente sociale della
fabbrica, uno spazio entro cui si danno relazioni sociali informali. La

30
logica della fabbrica si traduce, dunque, in legislazione, formazione,
discorso, linguaggio. Si assiste alla creazione di una sfera pubblica
non statale. Una dimensione in cui la pubblicità dell‟intelletto si
espone lontano dalla tutela dello stato, lontano dalla sovranità.
Si crea un luogo alternativo della produzione di nuova etica, i cui
valori peculiari sono l‟individualismo e la competitività. Inoltre tale
coincidenza tra comunicazione e produzione «rende complesso il
passaggio istituzionale dagli interessi individuali agli interessi
collettivi» (Marazzi1999: 32). Chiaramente non potrebbe essere
altrimenti, in quanto se «l‟apprendimento delle tecniche
comunicative [avviene] all‟interno del processo lavorativo-
produttivo [il suo fine ultimo sarà quello di] (…) salvaguardare i
propri interessi» (ibidem). Ma cosa accade ora, dunque, alla sfera
pubblica statale? E inoltre, visto che «è evidente che questa
condivisione di generiche doti cognitive e linguistiche all‟interno del
processo di produzione reale non diventa sfera pubblica, non diventa
comunità politica, principio costituzionale. Che cosa accade
dunque?» (Virno 2001: 20)

2.1 Il kanban come dispositivo partecipativo

«Se la pubblicità dell‟intelletto non si curva in una sfera pubblica, in


uno spazio politico in cui molti possano curarsi degli affari comuni,
essa produce effetti terrificanti» (Virno 2001: 20).
La fittizia democratizzazione del processo produttivo, ostentando i
caratteri della prassi, ricostruisce un‟ingannevole sfera pubblica. Una
nuova fabbrica caratterizzata da suoi valori collettivi, la cui morale e
le cui norme definirebbero una vera comunità, nuova cultura
d‟impresa, in cui il senso d‟appartenenza è ottenuto attraverso la
produzione dell‟identità dei progetti dell‟impresa con quelli dei
salariati. «L‟impresa tende ad essere percepita dagli attori come
comunità di produttori, governata da rapporti sociali consensuali e
fini comuni» (Linhart, 1995).

31
Innanzitutto, la sfera pubblica all‟interno del processo produttivo è
garantita mediante politiche di ristrutturazione delle funzioni ideative
ed esecutive dell‟attività lavorativa. Si fanno convergere le funzioni
ideative ed esecutive in un solo soggetto, dunque l‟operaio non si
occuperà più soltanto del prodotto del suo lavoro ma anche
dell‟innovazione continua del prodotto/processo. In tal modo
l‟operaio si percepirà come soggetto nell‟esecuzione della propria
mansione, e i tempi e i modi del proprio impegno lavorativo saranno
apparentemente il frutto della propria libera scelta 18.
L‟agire dell‟operaio sulla linea non è, però, isolato, ma deve essere
necessariamente combinato armonicamente con quello degli altri per
realizzare sinergicamente la produzione materiale. La collaborazione
all'interno del gruppo è mediata attraverso il meccanismo di
negoziazione, che permette il confronto e il passaggio dal punto di
vista dei singoli individui ad un punto di vista comune e condiviso
per realizzare al meglio gli obiettivi previsti. Attraverso dunque il
confronto in sede di produzione nascono le modalità legittime
dell‟agire e criteri normativi.
«I criteri normativi dei comportamenti individuali non appaiono
fissati autoritariamente dall‟alto, ma sembrano essere originati
all‟interno del gruppo stesso, dal collettivo dei pari» (Commisso
1999: 44). La specificità di questa modalità di esercizio del potere è
dunque quella di occultare le direttive e i principi normativi in gruppi
di lavoro.
L‟esercizio del comando, quindi, non è più veicolato attraverso la
gerarchia dei ruoli, ma si origina spontaneamente dal contesto
produttivo, proprio come in una vera collettività si vengono a creare
norme di costume non stabilite da alcun diktat legislativo.
In realtà, quella del contesto produttivo è una dimensione molto
contraddittoria, in cui l‟illusoria libertà di parola e di agire sono

18
Sopprimendo tra l‟altro l‟antagonismo insito nel mero assolvimento di compiti
concepiti da altri (manager).

32
soggiogate dal sistema informativo di controllo 19 – il kanban - in
virtù di un profitto. In effetti, una piccola sottigliezz a mi suggerisce
che la libertà di parola consiste nel potenziale atto di parole
mediante il quale ci si inserisce nella sfera pubblica, mentre
all‟interno dei luoghi di produzione acquisisce i caratteri propri
dell‟assoluzione di un obbligo. Si tratta di un'istanza di parola
indotta.

Se l‟auto attivazione non scatta autonomamente, cioè se i lavoratori


resistono al comando veicolato dal sistema informativo, l‟apparente
oggettività di dati rilevati dai display diventa un‟arma usata dai capi
per indurre discorsivamente l‟aumento del flusso della produzione.
(Fiocco, La cellularizzazione della forza lavoro e le forme di
resistenza alla Fiat di Melfi , n° 6-7 (98-99), Intermarx)

Ne consegue che l‟applicazione di questo tipo di sistema informativo


di controllo produce un effetto di occultamento del potere, per cui
funziona da dispositivo normalizzante. L'ordine imposto è pensato
come un ordine delle cose, un ordine oggettivo e neutrale. Il processo
produttivo assume la forma di un flusso che si autoregola attr averso
la catena degli ordini che i clienti a valle trasmettono ai propri
fornitori. Dunque ciascuna stazione a monte risponde alle pressioni
del proprio cliente. Il kanban, dunque è produttore di effetto
d‟irrealtà, ossia opera in modo tale da far sembrar e vero che «i
lavoratori possano iniziare autonomamente il loro lavoro e decidere
la regolazione della linea, l'orario ed - eventualmente - le ore di
straordinario da effettuare» (ibidem)

Quel che fa sì che il potere regga, che lo si accetti, ebbene, è


semplicemente che non pesa solo come una potenza che dice no, ma
che nei fatti attraversa i corpi, produce delle cose, induce del piacere,
forma del sapere, produce discorsi; bisogna considerarlo come una

19
Dicendolo con Foucault, in realtà i dispositivi disciplinari, arma in mano ai
capi, occultano la vera identità del potere, trasponendola alla necessità
tecnica di gestione del flusso, al mercato. In definitiva ad agenti esterni e
inquestionabili.

33
rete produttiva che passa attraverso tutto il corpo s ociale, molto più
che come un‟istanza negativa che avrebbe funzione di reprimere.
(Foucault 1977: 13)

Si assiste ad un occultamento del comando della direzione e alla


fittizia affermazione di «una fabbrica come struttura oggettiva entro
cui gli uomini lavorano armoniosamente come un corpo autodiretto ».
(Fiocco, La cellularizzazione della forza lavoro e le forme di
resistenza alla Fiat di Melfi , n° 6-7 (98-99), Intermarx)

2.2 La negoziazione come imposizione discorsiva del comando.

Occultando il piano reale dei legami di forza - il peso della gerarchia


- all‟interno di una fabbrica si pone un sistema di imposizione
discorsiva informale sugli operai, si sviluppa una forma
comunicativa sulla base della quale si costruiscono legami amicali,
dunque, interpersonali e informali. La soluzione delle tensioni è
prevista e affrontata direttamente nelle Ute attraverso il dialogo e la
negoziazione im-mediata. Ne consegue che il processo di
democratizzazione della fabbrica include una strategia di
marginalizzazione delle strutture di rappresentanza sindacale 20, o
meglio il tentativo di cooptazione dell‟istituzione sindacale

20
Nel tentativo di visitare i luoghi di produzione della Fiat di Melfi, lo
stabilimento Fiat più tecnologicamente avanzato, la fabbrica modello, la
fabbrica integrata, decisi tempo addietro di mettermi in contatto telefonico
con un responsabile della rappresentanza sindacale Fiom. Chiaramente la mia
richiesta fu gentilmente respinta. Ciò che però mi destò enorme stupore
furono le motivazioni che il responsabile apportò al rifiuto. Mi disse
candidamente che in base ad un contratto stipulato sedici anni addietro, prima
che la fabbrica Fiat si materializzasse nella fertile piana di San Nicola, era
negato l‟accesso ai luoghi di produzione a qualsiasi rappresentanza sindacale,
poiché la linea di produzione accogliendo macchine altamente tecnologiche
qualsiasi tipo di interferenza poteva mandare in panne l‟intero processo
produttivo. Rimasi troppo sgomenta per continuare la conversazione.

34
all‟interno della fabbrica mediante l‟istituzione di figure similari
come il gestore operativo e il responsabile del settore operativo
(REPO), il responsabile in sede di produzione delle relazioni
sindacali. E‟ necessario che la gestione dei contenziosi tra lavoratore
e azienda rimangano e vengano risolti efficacemente all‟interno delle
mura della fabbrica. L‟inserirsi di istanze esterne – i sindacati - nella
dimensione dialogica della produzione mettono il pericolo la pace
sociale e dunque la produttività del lavoro. Non si tratta
semplicemente una necessità funzionale di gestione tecnica del
personale, ma costituisce piuttosto la modalità gener ale di estrazione
del potenziale produttivo del lavoro cooperativo. In effetti bisogna
sottolineare che

La microconflittualità non solo è prevista dal modello, ma è anche


sussunta nelle relazioni sociali interne; occultata dalla forma -gruppo;
e affrontata gestendo le tensioni palesi come se fossero normali
disfunzioni operative del lavoro in cooperazione.
(Fiocco, La cellularizzazione della forza lavoro e le forme di
resistenza alla Fiat di Melfi , n° 6-7 (98-99), Intermarx).

In effetti qualsiasi criticità che alteri o rallenti il flusso produttivo è


gestito come se fosse un problema eminentemente tecnico su cui
agire con strutture di cui il sistema si è preventivamente dotato. Così
come si provvede a riparare attrezzature ed impianti allo stesso
modo, mediante il supporto di figure tecnico-specialistiche, quali il
Repo e il gestore operativo 21, si affrontano le criticità che presentano
un grado maggiore di complessità, poiché coinvolgono le soggettività
operaie 22. I conflitti potenziali o in atto, all‟interno delle unità
tecnologiche elementari, sono gestiti come «un processo di

21
Mentre il gestore operativo si occupa della dimensione più tecnica nella
linea di produzione, dunque del piano operativo finale, il Repo è la figura
centrale per quanto riguarda la gestione del personale.
22
La maggiore complessità è dovuta chiaramente al fatto che gli uomini, a
differenza delle macchine, pensano, si affaticano e alcune volte si
arrabbiano(!)

35
ricomposizione dei singoli segmenti produttivi» (Commisso 1999:
43) cioè ricondotti a parametri di prevedibilità meccanica. Queste
strategie automatiche e tecniche consistono nella gestione delle
risorse umane 23, ossia, nella rotazione delle mansioni per superare le
criticità che porta con se la routine delle stesse, e nelle promozioni
nel caso in cui la criticità nasca dalla sottostima delle capacità
dell‟operaio. E‟ la figura del Repo che si aggira sulla linea di
produzione e controlla le relazioni nelle diverse cellule produttive e
se il capo ute riesce a motivare gli operai della sua linea.

Se è il capo ute a non saper gestire i rapporti con gli addetti,


provocando contrasti, il Repo si mette in mezzo tra gli addetti - linea
e il capo, dialogando con gli uni e insegnando all‟altro come si
gestiscono i rapporti senza provocare tensioni. Io stesso ho sentito
dire ad un Repo: „Se il Capo Ute vuole gestire bene la propria Ute
deve sempre parlare con le persone, deve cercare di prevenire il
malumore, non deve far vedere che è superiore (CPI Montaggio,
intervista n° 4) (Fiocco, La cellularizzazione della forza lavoro e le
forme di resistenza alla Fiat di Melfi , n° 6-7 (98-99), Intermarx).

2.3 La dicotomia divisone-condivisione

Con l‟imporsi di una struttura di produzione basata sulla


cooperazione e sulla condivisione di generiche doti linguistiche e
cognitive si rinnegano i precetti dell‟ingegner Taylor secondo cui
occorreva manodopera parcellizzata e specializzata che eseguisse
compiti isolati e ripetitivi.
In effetti, nel sistema produttivo post-fordista l‟operaio non è più
ridotto a mera appendice della macchina, ma è proprio la soggettività
operaia a determinare e valorizzare la produttività. Innanzitutto, la
condivisione di doti linguistico – cognitive diviene il fattore
produttivo essenziale nella nuova ristrutturazione del processo
23
Terminologia che ha già in se qualcosa di terrificante.

36
produttivo, sono proprio le attitudini generiche dell‟animale umano
ad assurgere a requisito tecnico.
La centralità del linguaggio nella produzione post-fordista e la messa
a lavoro delle proprietà cognitive della forza-lavoro comporta
inevitabilmente la crisi della gestione delle mansioni, è la divisione
del lavoro che viene destrutturata nel lavoro in team che si articola
sulla circolarità della comunicazione, sulla partecipazione attiva, e
non sulla semplice interazione ma su una vera e propria integrazione
che consiste nella condivisione di bisogni ed esigenze. Nessuno
svolge un ruolo specifico e riconosciuto sotto la guida di un leader
ma tutti collaborano per realizzare al meglio gli obiettivi previsti.
Con la crisi della organizzazione gestionale, le nuove strategie
adottate dalle imprese sono l‟organizzazione destrutturata o
evanescente o per obiettivi. Mediante meccanismi di
interscambiabilità, e multifunzionalità – ossia il ricorso alla mobilità
interna - che fanno leva sulla motivazione individuale, sì da più
enfasi alla modularità e alla duttilità gestionale. Grazie alla
condivisione di doti linguistico cognitive il capitale può assicurasi
forza-lavoro reattiva, tempestiva nel reagire all‟innovazione
altamente polivalente e dotata di un alto grado di adattabilità alle
variazioni di mansioni e ritmo.
In questa nuova configurazione del sistema produttivo il capitale si
trova nell‟assoluta impossibilità di definire a priori norme di
performanza mediante le quali dirigere le forze produttive e
assegnare loro specifiche mansioni, dunque resta solo una possibilità:
quella di assegnare degli obiettivi a delle entità e di giudicarle a
posteriori. Dunque nell‟organizzazione del lavoro di ogni giorno si
lasciano sempre meno definiti i confini delle mansioni, in modo da
far crescere il livello di discrezionalità, di responsabilizzazione, di
delega e autonomia della persona.
Infine, se ne deriva che «la condivisione, in quanto requisito tecnico
si oppone alla divisione del lavoro, la sgretola, la contraddice»
(Virno 2001: 20).

37
In realtà bisogna precisare che a venir meno non è tanto la divisione
del lavoro o la sua parcellizzazione, quanto i criteri oggettivi, tecnici
in base ai quali veniva effettuata la segmentazione delle mansioni. In
definitiva, la divisione del lavoro, nella fabbrica postfordista,
dipende da criteri arbitrari reversibili e cangianti, dicendolo con G.
de Terssac si ha una «gestione esplicita della flessibilità», in cui la
struttura organizzativa viene costruita di volta in volta in relazione
agli obiettivi programmati e viene eliminata quando gli obiettivi
vengono raggiunti.

2.4 Il ritorno della dipendenza personale

«Gerarchie proliferanti, minuziose, personalizzate: ecco [ un altro]


risvolto negativo della pubblicità/condivisione dell‟intelletto» (Virno
2001: 21).
Mentre il fordismo prevedeva una struttura gerarchica e opp ressiva
riconosciuta unitariamente dall‟intero corpo di lavoro, nel
postfordismo si rinuncia alla gerarchia -con ciò non vuol dire che si
rinuncia al potere, bensì che lo si sta esercitando in forma diversa –
in quanto struttura oggettiva e si assiste alla proliferazione di forme
di sottomissione informali. In effetti, nonostante la fabbrica integrata
post fordista consti di una struttura gerarchica essenziale costituita
dal capo unità che riferisce direttamente alla direzione, e che ha sotto
di lui altre tre figure quali, il responsabile di produzione, il gestore
operativo e il capo ute 24, in realtà si vengono a creare ulteriori
rapporti di subordinazione informali. All‟interno di un‟unità
25
tecnologica elementare la proliferazione dei rapporti di
sottomissione deriva direttamente dal fatto che l‟operato del
lavoratore non è definito in rigide mansioni, ma tutto è lasciato

24
Una sorta di capo squadra che gestisce la produttività del la sua unità operativa.
25
Cellula produttiva di base

38
all‟iniziativa personale, all‟intraprendenza del singolo, ne consegue
un clima di competizione in cui si manifesterà la supremazia di un
soggetto su un altro soggetto. In un articolo di Laura Fiocco, La
cellularizzazione della forza lavoro e le forme di resistenza alla Fiat
di Melfi, interessanti sono alcuni stralci di interviste effettuate agli
operai della Fiat di Melfi, dai quali si evince con chiarezza il forte
spirito di competizione che anima la produzione

Alcune persone facevano di tutto per farsi notare dal Capo Ute. A noi
altre dava fastidio che queste persone si comportassero così solo per
ottenere la benevolenza del capo. Erano disposte a fare di tutto. Per
esempio quando eravamo fermi in pausa perché non c'erano scocche
su cui lavorare, loro, le solite persone, si mettevano in movimento per
far vedere che facevano cose, anche le più inutili. (Fiocco, L a
cellularizzazione della forza lavoro e le forme di resistenza alla Fiat
di Melfi, n° 6-7 (98-99), Intermarx)

Ottenere la benevolenza del capo Ute significa stabilire un rapporto


privilegiato sulla base del quale si viene a formare una nuova fittizia
figura gerarchica. Si tratta di una finzione che porta gli operai a
riconoscere in un individuo con il loro stesso status una figura
superiore generando l‟interiorizzazione una parallela forma di
sottomissione. Sarà, infatti, questa nuova e informale figura
gerarchica a fare da intermediario in caso di eventuali richieste da
parte degli operai con il capo ute, sarà la stessa figura a mediare i
conflitti a blandire le proteste con il responsabile della produzione e
il gestore operativo.
E‟ sulla base della personale antipatia o simpatia che vengono a
configurarsi i nuovi rapporti di gerarchia. «Ci sono operai che, secondo
dell‟ute in cui sono, amano il capo Ute e odiano il CPI, o viceversa; e c'è chi
ritiene che il Repo sia bravo e gentile, mentre a altri è antipatico» (ibidem)
«Si dipende dalla persona di questo o di quello, non da regole dotate
di anonimo potere coercitivo» (Virno 2001: 21).
In effetti, il superamento della prospettiva taylorista non avviene
solo a livello di produzione ma anche a livello amministrati vo si

39
assiste ad un forte decentramento del potere decisionale.
Sostanzialmente si chiede agli operatori di diversi settori e livelli di
partecipare in condizioni differenti alla produzione di norme di
esecuzione e di formulare consigli tecnici per potenziare il processo
produttivo. Si dissolve in questo modo il confine tra innovazione e
esecuzione.
L‟intento evidente della delega decisionale spostata verso i livelli
inferiori della produzione dunque era quella di lasciare spazio a una
produzione di regole più vicina ai luoghi dell‟esecuzione.

40
3. L‟esodo

Ai miei tempi… non si incontrava mai nella buona società nessuno che lavorasse
per vivere. Era considerata una cosa sconveniente.
(O. Wilde)

Di fronte all‟annichilimento della dimensione politica ad opera del


sistema di produzione vigente propongo, infine, in questo ultimo
capitolo, una sostanziale fuga dai luoghi di produzione, un esodo, che
riscatti la condizione umana dalle logiche di mercato, che riscatti la
facoltà di linguaggio dai luoghi di produzione. Visto che è evidente che
l‟attuale modello di distribuzione della ricchezza socialmente prodotta
incide negativamente sul sistema delle libertà individuali, l‟esodo è da
me prefigurato, in questo scritto, attraverso le diverse forme di reddito
indipendente dal lavoro formulate negli anni da filosofi e sociologi . Si
tratta, sostanzialmente, dell‟istituzione di una nuova dimensione
d‟esistenza in cui gli individui possano riconoscersi in quanto tali e non
in funzione del loro status lavorativo (occupazionale) e che consiste,
dunque, in un‟istanza tesa a garantire certezza e dignità all'esistenza
dell'individuo post-moderno, lo ius vitae.
Non si tratta di una forma di elemosina legalizzata alle famiglie,
bensì si tratta piuttosto di mettere in crisi il principio cardine
dell‟odierna società capitalistica, il lavoro. O per meglio dire si
tratta di prendere coscienza della crisi che il concetto di lavoro sta
attraversando. Il reddito sganciato dal lavoro, si prefigura c ome
un‟istanza diametralmente opposta all‟istanza di lavoro.
Infatti, è necessario ai fini dell‟argomentazione considerare il reddito
sganciato dal lavoro non come un‟ulteriore istanza di politiche
assistenziali, proprie della società del lavoro (nonost ante

41
l‟orientamento politico generale, oggi, tenda a riformare le garanzie
dello Stato Sociale) , ossia l‟erogazione di prestazioni monetarie o
servizi a chi non è in grado per vecchiaia, invalidità, mancanza di
lavoro o per particolari situazioni soggettive di ottenere un reddito
adeguato - quindi la retribuzione in funzione di un‟ inabilità al
lavoro 26- bensì di un sostanziale cambiamento di rotta, si tratta del
riconoscimento - etico prima che economico - di una sfera d‟esistenza
indipendente dalla sfera produttiva.

3.1 La retribuzione del non lavoro

Ai fini della nostra argomentazione innanzitutto bisogna prendere


coscienza del fatto che con il nuovo modello di sviluppo capitalista va
in crisi il quadro fordista in cui la divisione tra lavoro e tempo liberato
dal lavoro e quindi tra occupati e disoccupati era definita
oggettivamente. Nelle società occidentali a capitalismo avanzato il
modo di produzione è divenuto immateriale - linguistico, cognitivo,
simbolico etc - ed è dunque ragionevole affermare che non è più
possibile tracciare un confine netto tra attività lavorativa e tempo libero
(anzi il tempo libero, si potrebbe dire, è la continuazione dell'attività
lavorativa al di fuori dei luoghi della produzione); e quindi che anche la
distinzione tra lavoratori e lavativi tende a farsi più sfumata.
Virno riprendendo la differenza tra tempo di lavoro e tempo di
produzione che Marx espone nel secondo libro del Capitale analizza
l‟articolazione della giornata di lavoro del lavoratore post fordist a.
Visto che il modello di produzione capitalistico odierno affonda le sue
radici nella messa al lavoro del general intellect il tempo di produzione
nel post fordismo, afferma Virno, include la cooperazione sociale,
ossia, il tempo del non-lavoro; mentre il tempo del lavoro, ovvero il

26
Si afferma, dunque per negazione la condizione normale di occupazione che
sta alla base dei rapporti tra cittadino e stato.

42
tempo di permanenza degli individui nei luoghi della produzione si
riduce a miserabile residuo.

« Chiamo quindi “tempo di produzione” l‟unità indissolubile di vita


retribuita e di vita non retribuita, lavoro e non lavoro, cooperazione
sociale emersa e cooperazione sociale sommersa. “Il tempo di
lavoro” è solo una componente, e non necessariamente la più
rilevante, del “tempo della produzione”». (Virno 2001: 74)

A questo punto il plusvalore non è più determinato solo dal tempo del
lavoro propriamente detto ma dall‟insieme della cooperazione sociale
esterna ai luoghi di produzione e dunque dal non-lavoro (che in epoca
post fordista diviene estrinsecamente produttivo, anche se la sua
produttività non riconosciuta attraverso misure di retribuzione) e dalla
cooperazione sociale interna ai luoghi del lavoro.

Lavoro e non lavoro- scrive Paolo Virno - sviluppano un'identica


produttività, basata sull'esercizio di generiche facoltà umane:
linguaggio, memoria, socialità, inclinazioni etiche ed estetiche,
capacità di astrazione e di apprendimento.
Dal punto di vista del "che cosa" si fa e del "come" lo si fa, non v'è
alcuna differenza sostanziale tra occupazione e disoccupazione.
Viene da dire: la disoccupazione è lavoro non remu nerato; il lavoro a
sua volta è disoccupazione remunerata [...] L'antica distinzione tra
"lavoro" e "non lavoro" si risolve in quella tra vita retribuita e non
retribuita. Il confine tra l'una e l'altra è mutevole, soggetto a
decisione politica. (Virno 2001:72)

In quest‟ottica di pensiero non sono più i lavoratori attivi la fonte di


plusvalore bensì l‟intero contesto sociale, la metropoli, che diviene una
grande fabbrica sociale senza più fuori (Tarì)
e che dunque funge da moltiplicatore della ricchezza. Infatti, continua
Virno «poiché la cooperazione sociale precede ed eccede il processo
lavorativo, il lavoro post-fordista è sempre, anche, lavoro sommerso»,
intendendo con il termine lavoro sommerso la vita non retribuita ossia
«la parte di attività umane che, si omogenea in tutto a quella lavorativa,
non è però computata come forza produttiva». (Virno 2001:72)

43
A questo punto, Negri propone il diritto «ad un salario medio sociale,
equamente distribuito a tutti i cittadini, lavoratori o meno» poiché
ovviamente se tutti contribuiscono a produrre allora tutti devono essere
retribuiti.

3.2 L’ambivalenza del lavoro atipico e la redistribuzione del


lavoro socialmente necessario

La società del lavoro come storicamente prefigurata dopo l‟avvento


del fordismo, ossia la società del lavoro garantito (se non garantito,
era almeno altamente probabile), del lavoro a tempo indeterminato,
vede oggi il suo declino nelle nuove forme di lavoro atipico. Il
lavoro atipico e flessibile è l‟unica forma di lavoro possibil e allorché
il mercato del lavoro non riesce ad assorbire l‟intera forza -lavoro
prodotta dalla società come testimonia l‟alto tasso di disoccupazione,
ma preleva solo la piccola parte che necessita per riprodursi come
capitale sfruttando in circolo il lavoro precario 27.
È all‟ordine del giorno stilare statistiche sul tasso di disoccupazione
nei Paesi europei, ma i tempi cambiano e le statistiche farebbero
bene a stargli dietro. Infatti, molti istituti censiscono basandosi sul
concetto fordista di disoccupazione (laddove tra occupazione e
disoccupazione non esistevano zone grigie) tra i disoccupati anche
quella percentuale di lavoratori che usufruisce di contratti a tempo
determinato, ossia i lavoratori a progetto. In realtà, dunque, non si ha
davanti una massa di disoccupati nel senso classico del termine ma
un composto di lavoratori atipici e flessibili. Talvolta, al contrario,
gli indicatori statistici censiscono i lavoratori intermittenti tra gli
occupati, rendendo così evidente il carattere fortemente arbitrario

27
I lavoratori precari , infatti, sono fortemente ricattabili. Oltre a l fatto che le
condizioni di precarietà permettono di abbassare il costo del lavoro, la loro esperienza
nei luoghi di produzione consiste nel dare tutto ciò è nelle loro possibilità nel più breve
tempo possibile, per poi lasciare il posto al prossimo lav oratore precario, e così
all‟infinito.

44
dei criteri in base ai quali gli istituti svolgono le loro indagini
statistiche. Ciò accade non perché non siano ancora stati formulati
indicatori statistici adeguati, ma a causa del mancato riconoscimento
di questa nuova figura lavorativa, il lavoratore flessibile e atipico.
Dinnanzi dunque all‟ affermarsi di politiche di precarizzazione del
lavoro non resta che dare il commiato al concetto classico di lavoro
e quindi di conseguenza al sistema classico di distribuzione del
lavoro. Ma dalla crisi di un tempo, di un paradigma, facilmente ne
nascono ventate di nostalgia che non permettono di guardare al
presente con taglio critico, e di conseguenza escludono futuri nuovi
orizzonti.
Dicendolo con Gorz «la società del lavoro, la società salariale sta
crollando in modo irreversibile sotto i nostri occhi senza che ce ne
accorgiamo, incapaci come siamo di immaginare o volerne il
superamento».
Se si consultano quotidiani e riviste, se si segue un qualsiasi
programma di approfondimento politico, nella confusione generale,
è possibile riscontrare una forte cecità di fronte alla crisi. Cecità
dovuta alle resistenze ideologiche collettive che guardano al lavoro,
nonostante la crisi, come all’unico legame sociale possibile, l’unico
saldo fondamento della società. Si tratta dunque, come detto
precedentemente, di un ostacolo epistemologico che non permette il
superamento della crisi e di conseguenza l’apertura di nuove
prospettive. Innanzitutto visto che il lavoro a tempo determinato,
atipico e flessibile va imponendosi nell’orizzonte futuro come lo
status lavorativo dominate urge conferire uno status specifico a
queste nuove forme di lavoro; e il mancato riconoscimento di queste
forme di prestazione lavorativa implica la mancanza di garanzie
adeguate per essa.
1
In Lavoro senza futuro Giovanni Mazzetti evidenzia proprio la
mancanza di tutele per i lavoratori atipici, il cui eventuale stato di
disoccupazione è imputato unicamente alla loro pigrizia e alla
eccessiva rigidità.

45
Se un soggetto non ricerca l‟occupazione in maniera sufficientemente
attiva, cioè non ha fatto qualche azione concreta negli ultimi trenta
giorni, anche se è disoccupato, il suo stato viene imputato alla sua
passività, e quindi non viene conteggiato tra i disoccupati ufficiali.
(Si tratta nel 2006 di ben un milione e centomila persone.) Se poi
non si dichiara disposto ad accettare qualsiasi lavoro in qualsiasi
posto la sua situazione viene imputata a questa sua rigidità, anche in
questo caso con l‟esclusione dai disoccupati uf ficiali. (Si tratta di
altre quattrocentocinquantamila persone.) (Mazzetti 2008: 41)

Affinché la riproduzione del benessere sociale non poggi, come oggi


accade, sulle spalle di pochi fortunati che a turno alimentano il
circuito produttivo, accanto alla regolamentazione delle prestazioni
del lavoro atipico, occorre una redistribuzione del lavoro socialmente
necessario, da attuarsi mediante una politica di riduzione dell‟orario
di lavoro 28 - ossia, portare la giornata lavorativa da otto a cinque
ore 29 - affinché nessuno venga escluso dal processo produttivo, tutti
possano contribuire alla riproduzione dello Stato, la riproduzione
della necessità, e allo stesso modo tutti possano vivere il tempo
liberato dal lavoro. «L‟uomo è infatti libero, e vive una esi stenza
piena, soddisfatta e compiuta, quando nella sua vita c‟è ciò che gli
appare come necessario» (Mazzetti 1997: 249).

28
Paradossalmente le istanze legislative vanno nel verso opposto con la normativa
del maggio 2008 sulla detassazione degli straordinari , con la direttiva dell‟ Unione
Europea del 2008 che prevede l‟allungamento del le ore lavorative da sessanta ore
settimanali a sessantacinque, e con l‟aumento dell‟età pensionabile.

29
La riduzione dell'orario di lavoro deve essere repentina e drastica: già oggi 35 ore
sono una richiesta insufficiente, perché con una crescita della p roduttività intorno al
4% (nel metalmeccanico, anche del 5-6%), nel giro di due anni, la riduzione a 35 ore
di lavoro non produce nuova occupazione. E' necessario quindi scendere almeno a 30 -
32 ore settimanali, quindi un obiettivo molto diverso da quello i mplicito nei contratti
di solidarietà o nel contratto Wolkswagen in Germania, che trattano di riduzioni di
orario e riorganizzazioni dei turni esclusivamente finalizzati al mantenimento
dell'occupazione attuale, non ad un suo incremento: una logica di inte rvento molto
diversa. (Fumagalli 1998: 8)

46
Affinché dunque si possa godere della libertà è necessario riprodurre
quel benessere al quale l‟uomo sente di non poter rinunciare per
vivere. Al fine di istituire uno spazio dell‟ esistenza e ricostruire una
sfera pubblica è necessario riprodurre il regno delle necessità
(Mazzetti 1997: 250).

3.3 Il reddito garantito: alla ricerca di nuove forme di vita.

Ora, analizzando il concetto di redistribuzione del lavoro sociale non


possiamo fare a meno di coglierne gli evidenti limiti. Le politiche di
redistribuzione del lavoro socialmente necessario 30 sono, infatti, da
considerarsi come uno strumento d’intervento parziale. Le sole
politiche di redistribuzione del lavoro consistono in uno strumento
logicamente fallace perché (anche se in maniera differente),
riproducono il concetto di lavoro come valore e legame sociale e
dunque innanzitutto in quanto fonte di diritto ad avere diritti .
A mio parere le teorie sulla redistribuzione del lavoro tendendo a
focalizzarsi solo sul piano economico tralasciando il piano etico 31,
sottovalutano l’esigenza della società di modificare l’organizzazione
assiologica capitalistica. In realtà, in concomitanza a queste misure
politico economiche occorre introdurre istanze di carattere etico,
quali il reddito sganciato dalle prestazioni lavorative 32 - il quale
proprio in quanto reddito e non salario permette di riconoscere

30
Il termine lavoro necessario, comporta logicamente anche l‟abolizione di tutte
le forme di lavoro superfluo.
31
Proprio perché non si tratta di un a crisi economica ma di una sostanziale crisi
della società del lavoro non si può sottovalutare il piano etico, e innanzitutto non
si può sperare di comprende la complessità attraverso l‟analisi dei parametri
economici dominanti.
32
Dicendolo con Fumagalli il reddito sganciato dal lavoro è «l'erogazione di una
somma monetaria a scadenze regolare e perpetua, in grado di garantire una vita
dignitosa, indipendentemente dalla prestazione lavorativa effettuata».

47
ufficialmente una sfera d’esistenza indipendente dalla sfera
lavorativa.
Difatti, il reddito sganciato dalle prestazioni lavorative guarda alle
persone non più in quanto forza lavoro ma «mira all'autonomia
soggettiva fondata sulla liberazione dalla coercizione al lavoro»
(Fumagalli 1998: 11). Riconoscere i soggetti in quando indipendenti
dalle logiche del mercato del lavoro – in quanto soggetti e non in
quanto forza-lavoro- significa ricostruire una sfera pubblica
indipendente dalla sfera lavorativa.

Allorché infatti i luoghi della produzione si configurano sempre di


più come luoghi dell‟agire politico e dunque come i luoghi della
produzione di nuove ideologie si verifica una spoliticizzazione
generale. O meglio, si va imponendo una nuova etica politica, i cui
valori peculiari sono l‟individualismo e la competitività.
Chiaramente non potrebbe essere altrimenti, in quanto se
«l‟apprendimento delle tecniche comunicative [avviene] all‟interno
del processo lavorativo- produttivo [il suo fine ultimo sarà quello di]
(…) salvaguardare i propri interessi» (Marazzi1999: 32). Quindi, si
verifica il venir meno della necessità di preservare una sfera pubblica
sede del dibattito politico, e come ragionevole conseguenza il venir
meno del gusto della condivisione, la passione per il bene pubblico.
Esperendo il politico all‟interno dei luoghi della produzione, tutti
protesi verso la soddisfazione dei propri bisogni individuali, oggi
«ognuno ha la tendenza a rappresentarsi da sé» (Marazzi1999: 32).

A questo punto si inserisce il reddito, il quale dicendolo con Bauman


determinerebbe «nuovi criteri etici per la vita della società,
sostituendo il principio della competizione con quello della
condivisione» (Bauman 2002: 186), ovviando alla crisi politica.
L‟adozione di un reddito minimo garantito significherebb e affrancare
gli individui dalle incertezze del mondo lavorativo, dalla precarietà,
dalle angosce di un futuro incerto che rendono gli individui
insensibili agli stimoli che provengono dalla dimensione politica,

48
proprio perché il diritto alla soddisfazione dei bisogni primari
precede e condiziona ogni scelta, è dunque, non qualcosa che debba
essere guadagnato bensì proprietà inalienabile di tutti gli esseri
umani.

L'uomo post-moderno - flessibile e precario - finisce per uniformarsi


in modo acritico a proposte formulate da altri (il conformismo): la
sua ansia lo rende inquieto e la ricerca di una certezza che gli sfugge
lo conduce lontano dagli spazi politici pubblici.
(fonte: http://www.sisde.it)

A questo punto, Bauman teme che si potrebbe incorrere nell‟ errore di


considerare il reddito garantito semplicemente come uno strumento
per gestire la crisi, o per aiutare i ceti meno abbienti a sbarcare il
lunario. Il concetto di reddito, infatti perde la sua significanza
politica nel momento in cui acquisisce una connotazione
squisitamente filantropica, «il dovere morale verso gli inabili e i
bisognosi» (Bauman 2002: 183) . Il tal modo si riduce a misura di
politica sociale la portata rivoluzionaria di un‟istanza che l‟afferma
la «separazione del diritto acquisito dall‟individuo di avere un
reddito, dalla reale capacità di guadagnare un reddito». (Bauman
2002: 187)
Il reddito garantito dunque si configura come strumento di
liberazione dell‟individuo dalle logiche del mercato del lavoro, come
mezzo di sussistenza complementare che garantisca all‟individuo il
diritto di un tempo liberato dal lavoro, il tempo della politica. Sono
in effetti pressoché inquestionabili i benefici che le società ricavano
assicurando agli individui i mezzi di sussistenza, senza dipendere
dalla definizione di lavoro imposta alla società dallo stesso mercato
del lavoro.

La conclusione a cui arrivo, dunque, in questo elaborato è che la


garanzia di un reddito indipendente dall‟attività lavorativa è di
fondamentale importanza per la ricostruzione della perduta sfera

49
pubblica e che dunque «facoltà linguaggio e reddito indipendente dal
lavoro sono sinonimi» (Virno2002: 60)

50
Conclusioni

La soggettività non è mai un possesso garantito né un‟entità univoca


e compiuta, ma un‟unità indissolubile tra piano grammaticale e piano
empirico. La soggettività si determina in relazione al tempo e al
contesto storico, consiste dunque in un qualcosa di labile e fragile
costantemente esposto a crisi.
Allo stesso modo mutano le forme di organizzazione sociale, ossia, i
legami tra gli individui e tra gli individui e lo stato.
Quando si viene a creare un forte iato tra piano grammaticale, i
diktat inquestionabili - gli éndoxa - sui quali la società fonda la sua
legittimità, e piano empirico, ecco profilarsi la crisi 33. Il venire meno
di una soggettività storicamente determinata si ha dunque con la crisi
della grammatica di una forma di vita. È sulla base del concetto
classico di lavoro, lavoro salariato, che la societ à capitalista si è
riprodotta fino ai giorni nostri, determinando di conseguenza un‟idea
specifica di soggettività che si configura proprio nella relazione tra
capitale e lavoro; in definitiva, la società guarda all‟individuo in
quanto forza-lavoro - parafrasando Marx, pena e sforzo sangue e
sudore. Oggi, la crisi beffarda con agire provocatorio non fa altro
che portare alla luce le contraddizioni insite all‟interno di questo
concetto, esortando la collettività a ricercare nuove forme di vita,
alla produzione di una nuova soggettività.
Un‟istanza che garantisce la nascita di una nuova soggettività
«fondata sulla liberazione dalla coercizione al lavoro» (Fumagalli
1998: 11) è il reddito d'esistenza.
Ma queste istanze di superamento rivoluzionario di un sist ema ormai
rattrappito e di produzione un concetto diverso, seppur più
complicato, di soggetto sono fortemente osteggiate innanzitutto da

33
«Una forma di vita rattrappisce e decade allorché una medesima norma è
realizzata in modi dissimili, tra loro contrastanti» (Virno 2005: 80 )

51
una collettività incapace di pensare ad una configurazione di società
differente da quella attuale.
Ora, l‟impossibilità dell‟affermarsi di una nuova soggettività
indipendente dall‟attività lavorativa implica una conseguente
limitatezza dell‟agire politico. Questa limitatezza consiste nel fatto
che l‟uomo post-moderno flessibile e precario è costretto a causa di
aguzzine politiche del lavoro a protendere tutti gli sforzi nella
soddisfazione dei suoi bisogni primari 34; costrizione tale per cui
finirà per uniformarsi in modo acritico alle proposte demagogiche di
quanti saltimbanchi oggi si esibiscono nelle piazze, o riposerà
nell‟apatia tipica dell‟uomo disinteressato.
In conclusione, il reddito sganciato dalla prestazione lavorativa
emancipando l‟uomo dal regno delle necessità, si configura come
un‟istanza che si oppone alla dissoluzione della sfera pubblica.

Un inciso. Il programma politico del reddito garantito, a causa della


sua complessità, è lontano fortunatamente dal somministrare in
pillole progetti di ingegneria sociale. Ma a questo punto « se si vuole
semplicità a tutti i costi, basta scolarsi una bottiglia di vino rosso».
(Virno2002: fonte: http://www.lacomunitatinconfessable.org/)

34
Sbarcare il lunario.

52
Bibliografia

Agamben, G. (1999) I situazionisti e la loro storia, Roma:


Manifestolibri
Bauman Z. (1999) In search of politics, trad. it. La solitudine del
cittadino globale, Giangiacomo Feltrinelli. Milano 2002
Boutang, Y. M. (2002) L’età del capitalismo cognitivo, Verona:
Ombre corte
Commisso, G. (1999) Il conflitto invisibile, Soveria Mannelli:
Rubbettino
Commisso, G. (2004) Soggettività al lavoro, Soveria Mannelli:
Rubbettino
Debord, G. (1967) La société du spectacle, trad. it. La società dello
spettacolo, (2008) Milano:
Baldini e Castaldi Dalai.
Fiocco, L. (1998) Innovazione tecnologica e innovazione sociale,
Soveria Mannelli: Rubbettino.
Fumagalli, A. (1998) Reddito di cittadinanza e riduzione dell’orario
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