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Il paradigma dei semafori rotti

Quando ero a studiare in America e tornavo in Italia in estate, amici, conoscenti e parenti mi
chiedevano cosa fosse diverso oltreoceano nel modo di vivere, nel modo di pensare, nei comportamenti
quotidiani, nei rapporti umani (oltre che nel cibo, la nostra magnifica ossessione nazionale). Sul cibo,
prevedibilmente, rispondevo che non era nemmeno lontanamente paragonabile alla cucina della
mamma (così pagavo il dovuto tributo morale anche all'altra ossessione nazionale). Su tutto il resto,
meno prevedibilmente, parlavo di semafori.

Non che in America i semafori siano diversi, ma e' diverso il comportamento degli automobilisti,
soprattutto in casi di emergenza. Quando un semaforo si rompe (succede anche li') le macchine si
fermano disciplinatamente al quadrivio, lasciano passare il veicolo che è arrivato prima e poi, a partire
da chi è alla destra del primo arrivato, una alla volta le macchine attraversano l'incrocio mentre le altre
aspettano pazientemente. Non c'e bisogno di vigili, poliziotti, protezione civile. Nessuno tocca il
clacson. Nessuno dà segni di insofferenza. Insomma il traffico rallenta un po' ma in definitiva continua
a scorrere senza grossi intoppi fino a quando il semaforo viene riparato.

In Italia invece troppi (ma basta una minoranza, purtroppo) hanno la tendenza a credersi
pervicacemente più furbi degli altri. Quando si rompe un semaforo cercano immediatamente di passare
per primi, di prevaricare gli altri tagliando loro la strada, di infilarsi in ogni varco disponibile. Due o tre
riescono a districarsi (rischiando l'incidente, che spesso infatti si verifica) e attraversano l'incrocio,
tronfi e soddisfatti della loro furbizia. Gli altri furbi dopo un paio di minuti creano un ingorgo
inestricabile e così rimangono tutti bloccati per ore a strombazzare il clacson, ad imprecare contro il
vicino stronzo che non li ha lasciati passare e a sfogarsi urlando al cellulare quanto fa schifo il mondo.

Dal traffico ai palazzi di Afragola, alla cricca e alla P3 il passo forse non è breve, ma il sostrato è
irrimediabilmente lo stesso. Troppi che si credono furbi fintanto che le mura non cedono, o le
conversazioni telefoniche e i giri di assegni non finiscono sui giornali. Ma soprattutto troppi (il cui
interesse sarebbe quello di avere leggi e tribunali che li proteggano dagli abusi) credono di beneficiare
della supposta furbizia altrui votando per i corrotti nella speranza di servirsene. Poi quando si
accorgono che in virtù della loro furbizia sono diventati gli Utilizzati Finali, imprecano e si sfogano
contro tutti. Esattamente come quelli imbottigliati nell'ingorgo chilometrico. Ma con una speranza
sempre più tenue che arrivi un vigile o qualcuno che ripari il semaforo.