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BOKAR RIMPOCHE

LA MEDITAZIONE
Consigli ai principianti

Traduzione dal tibetano, preliminari e note di


Tcheuky Sèngué (Francois Jacquemart)

1985 -Edizioni Claire Lumière - Association Claire Lumière


Mas de Fabrègues
13510 Eguilles

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Preliminari
Bokar Rimpoche é nato in Tibet nell'anno del Drago di Ferro e cioè
nel 1940. Nato in una famiglia di pastori nomadi, aveva quattro anni
quando le indicazioni date da Sua Santità Karmapa XVI lo fecero
riconoscere come Tulku, reincarnazione del precedente Bokar
Rimpoche. Educato in primo tempo presso il monastero fondato
dalla sua precedente incarnazione, proseguì i suoi studi a Tsurpu,
sede dei Karmapa. Egli , molto giovane, prese in carico la comunità
di Bokar, sita nel Tibet superiore e cioè occidentale, non lontano
dal monte Kailash. L'invasione cinese lo indusse a scegliere l'esilio,
come molti altri, all'età di vent'anni. In India, egli incontrò Kalou
Rimpoche(1)4 , di cui divenne il principale discepolo, chiamato a
succedergli a capo del lignaggio Shangpa-Kagyu, uno degli otto
grandi lignaggi originari attraverso cui il Buddismo passò dall'India
al Tibet. Bokar Rimpoche assolse due volte il tradizionale ritiro di tre
anni e tre mesi a Sonada, il monastero indiano di Kalou Rimpoche,
non lontano da Darjeeling, celebre per le sue colline coltivate a thé.
Le sue rimarchevoli qualità, hanno fatto sì che in seguito venisse
scelto da Kalou Rimpoche per dirigere i centri di ritiro di Sonada, e
da Sua Santità Karmapa XVI per dirigere quello di Rumtèk, nuova
sede dei Karmapa nel Sikkim, territorio indiano tra il Nepal e il

4(1)La vita di Kalou Rimpoche é stata pubblicata in due fascicoli, testo e album, dalle edizioni Prajna, Saint-Hugon
73110 Arvillard
Bhutan. Da allora, egli stesso ha fondato recentemente a Mirik,
nella medesima regione, un centro di ritiro più specificatamente
destinato alla pratica di Kalachakra (2). Queste cariche lo hanno
reso, attualmente, il principale maestro di meditazione della scuola
Kagyupa.
Il presente testo riporta una serie di insegnamenti impartiti da Bokar
Rimpoche nel Settembre 1985, in Provenza, nel corso del suo
secondo viaggio in Europa:
- Il capitolo Introduzione generale alla meditazione é un
insegnamento impartito nel Centro tibetano di Marsiglia.
- La sezione Sfumature complementari riprende gli elementi di un
insegnamento sullo stesso soggetto, impartito ad Aix-en-Provence.
- Infine, le istruzioni su Shiné e Lhaktong sono state esposte in
due serate a Aix-en-Provence. Abbiamo mantenuto la forma diretta
con cui sono state pronunciate, indicando i momenti di meditazione
in comune.
Esistono, in tibetano, numerosi manuali di meditazione, di cui uno, il
Mahamudra che dissipa le tenebre dell'ignoranza, del IX
Karmapa, é stato tradotto in francese. Il presente opuscolo,
fondamentalmente non insegna niente altro che quanto viene
esposto in modo dettagliato in suddetti manuali. Nel contempo, offre
il vantaggio di una presentazione quasi scevra da tecnicismo e resa
facilmente accessibile da innumerevoli esempi presi nella nostra
vita quotidiana. Il lettore, tuttavia, non deve cadere in equivoci: sotto
questa apparenza semplice, quelle che qui vengono esposte, sono
delle istruzioni molto profonde. E' probabile che una lettura rapida e
superficiale non lasci alcuna traccia nella mente. Perché se ne
possa trarre qualche beneficio, occorre assorbire i contenuti e
mettere in pratica gli esercizi sotto la guida indispensabile di un
istruttore, come viene sottolineato dallo stesso Bokar Rimpoche.
Questa pubblicazione é stata incoraggiata da Bokar Rimpoche e la
traduzione é stata integralmente verificata in base al tibetano
registrato nel corso dei sopraccitati insegnamenti.
Tcheuky Sèngué
LA MEDITAZIONE

- Consigli ai principianti -

INTRODUZIONE GENERALE ALLA MEDITAZIONE

PERCHÉ' MEDITARE?

Gli uomini sono afflitti dalle sofferenze, da angoscia e da


innumerevoli paure che non sono in grado di evitare. La
meditazione ha la funzione di eliminare queste sofferenze e questa
angoscia. Noi pensiamo comunemente che felicità e sofferenze
derivino da circostanze esterne. Continuamente indaffarati, in un
modo o nell'altro, a riorganizzare il mondo, noi tentiamo di evitare
un po' di sofferenza di qua, di racimolare un po' di felicità di là,
senza mai raggiungere il risultato auspicato. Il punto di vista
buddista, che é pure il punto di vista della meditazione, considera al
contrario che felicità e sofferenza non dipendono fondamentalmente
da circostanze esterne, bensì dalla mente stessa . Un'attitudine di
spirito positiva, genera la felicità, un'attitudine negativa, la
sofferenza. Come comprendere questo equivoco che ci induce a
cercare all'esterno ciò che noi non possiamo trovare che all'interno?
Una persona dal viso pulito e limpido, guardandosi allo specchio,
vede un viso pulito e limpido. Colui il cui viso é sporco e macchiato
di fango, vede nello specchio un viso sporco e macchiato. Il riflesso,
non ha, in verità, esistenza; solo il viso esiste. Dimenticando il viso,
noi prendiamo come reale il suo riflesso. La natura positiva o
negativa della nostra mente si riflette sulle apparenze esterne che ci
rinviano la nostra propria immagine. La manifestazione esteriore, é
una risposta allo stato del nostro mondo interiore. La felicità che noi
desideriamo, non ci deriverà dalla ristrutturazione del mondo che ci
attornia, ma dalla riforma del nostro mondo interiore.
L'indesiderabile sofferenza, non se ne andrà che nella misura in cui
eviteremo di offuscare il nostro spirito con ogni tipo di negatività. Fin
tanto che non saremo consapevoli che la felicità e la sofferenza
hanno la loro origine nella nostra stessa mente, finché non
sappiamo distinguere ciò che, per il nostro spirito é salutare o
nocivo e che lo lasciamo nel suo ordinario stato di insalubrità,
rimaniamo impotenti a stabilire uno stato di benessere autentico,
impossibilitati a evitare i continui ritorni della sofferenza. Qualsiasi
sia la nostra speranza, viene sempre delusa.
Se, scoprendo nello specchio la sporcizia del nostro viso noi ci
accingiamo a lavare lo specchio, per quanto sfreghiamo per anni
con energia, sapone e acqua in abbondanza, dal riflesso non
spariranno minimamente né la sporcizia né le macchie. A meno che
orientiamo i nostri sforzi verso l'oggetto giusto, essi rimangono
perfettamente vani. E' per questo motivo che il buddismo e la
meditazione considerano come aspetto prioritario il fatto di
comprendere che felicità e sofferenze non dipendono
sostanzialmente dal mondo esterno quanto dalla nostra propria
mente. In assenza di questa comprensione, non ci volgeremo mai
verso l'interno e continueremo ad investire le nostre energie e le
nostre speranze in una vana ricerca esteriore. Una volta acquisita
questa comprensione, possiamo lavare il nostro viso: il riflesso
stesso, apparirà limpido nello specchio.

LE CONDIZIONI AUSILIARIE

La meditazione concerne la mente. Per meditare, occorre tuttavia


riunire un certo numero di condizioni ausiliarie senza le quali la
nostra impresa non potrebbe essere fruttuosa.
In primo luogo, dopo aver compreso che felicità e sofferenza
dipendono essenzialmente dalla nostra mente, occorre essere
pervasi da una viva aspirazione a meditare e a provare gioia di
fronte a questa prospettiva.
In secondo luogo, é indispensabile essere guidati da un istruttore
che ci insegna come meditare. Se noi ci proponiamo di recarci in un
dato posto di un paese che non conosciamo senza l'aiuto di
qualcuno che abbia familiarità con il luogo, ci sarà impossibile
raggiungere la nostra destinazione. Lasciati alla ventura, non
potremo che sviarci o perderci in percorsi tortuosi.
Senza un maestro che guidi la nostra meditazione, noi non
possiamo, nello stesso modo, che perderci per vie traverse.
In terzo luogo, il luogo dove noi meditiamo riveste una certa
importanza, in modo particolare per i principianti. Le circostanze in
cui viviamo, esercitano attualmente su di noi un'influenza molto
costrittiva e portano con sé un abbondante flusso di pensieri che
paralizzano i nostri tentativi di meditazione. E' dunque necessario
ritirarsi in un luogo almeno un minimo appartato dalle attività
mondane. Un animale selvatico che vive nei boschi d'alta
montagna, non sopporta affatto l'agitazione della città. Il nostro
spirito di meditazione non può svilupparsi nelle condizioni in cui
predominano le distrazioni e le sollecitazioni esteriori permanenti.

COME MEDITARE

Scelto un luogo isolato, dobbiamo svincolare il nostro corpo da ogni


attività, liberare il nostro spirito da pensieri concernenti il passato e
l'avvenire, liberare la nostra parola da ogni conversazione profana.
Il nostro corpo, la nostra parola e la nostra mente, vengono lasciati
in riposo nello stato di agio naturale.
La postura del corpo é importante. Il nostro corpo é percorso da
una rete di canali sottili (nadi) in cui circolano i soffi sottili (prana).
La produzione dei pensieri é legata alla circolazione di questi soffi.
L'agitazione del corpo genera l'agitazione dei canali e dei soffi che,
a loro volta, favoriscono le turbolenze mentali.
Anche l'attività orale, la formazione dei suoni, dipende dall'attività
dei soffi. Il parlare troppo, li altera provocando un aumento della
produzione di pensieri. Mantenere il silenzio, favorisce la
meditazione.
Mantenere la calma della parola e del corpo predispone dunque alla
calma interiore evitando il generarsi di un flusso di pensieri troppo
abbondante. Proprio come un cavaliere che mantiene bene la
posizione si trova seduto a proprio agio, nel momento in cui il corpo
e la parola sono sotto controllo, la mente é predisposta al riposo.
Talvolta, si hanno concezioni errate su cosa sia la meditazione. Per
alcuni, meditare consiste nel passare in rassegna e analizzare gli
avvenimenti della loro vita quotidiana verificatisi nel corso dei giorni,
dei mesi e degli anni trascorsi. Per altri, meditare consiste nel
prospettarsi l'avvenire, riflettere sulla condotta da tenere, formulare
dei progetti a più o meno lungo termine. Questi due approcci, sono
evidentemente erronei. La produzione di pensieri concernenti il
passato o l'avvenire, é, di per sé, in contraddizione con la
stabilizzazione della mente nella calma, anche quando il corpo e la
parola restassero inattivi. Nella misura in cui l'esercizio non
conduce alla pace interiore, non si caratterizza come meditazione.
Altri ancora, pensando di meditare, non vanno alla ricerca né del
passato né del futuro, ma si installano in uno stato vago e indefinito,
vicino a quel tipo di ebetudine generata da una grande fatica. La
mente dimora in una indeterminatezza oscura, stato che può
sembrare positivo nella misura in cui procura sin dal primo
momento una sensazione di piacevole riposo; ma manca
totalmente di lucidità e non tarda a scivolare nel sonno, a meno che
non sbocchi in un torrente di pensieri incontrollati.
La vera meditazione, evita questi scogli: la mente non preoccupata
del passato, non proiettata sull'avvenire, stabilizzata in un presente
lucido, chiaro e calmo. La notte non permette che una percezione
molto offuscata del mare, mentre il giorno lascia vedere con
precisione tutti i dettagli: i colori, le onde, la schiuma, lgli scogli e il
fondale. La nostra mente é simile al mare. Colui che medita deve
essere pienamente consapevole della situazione interiore, percepita
in modo tanto chiaro come le onde in pieno giorno. Egli, allora,
lascia la sua mente distesa e le onde si calmano naturalmente. E'
la calma interiore, tecnicamente denominata pacificazione mentale
(in tibetano, shiné).
Vengono utilizzati numerosissimi metodi per sviluppare shiné. Un
principiante può, per esempio, visualizzare una piccola sfera di luce
bianca a livello della fronte e concentrarsi al meglio delle sue
capacità. Ci si può pure concentrare sul va-e-vieni della
respirazione o, ancora, senza prendere un particolare oggetto di
concentrazione, lasciare la mente priva di distrazioni. Possiamo
utilizzare questi tre metodi e, attraverso di essi, imparare
progressivamente a meditare.
E' comunque importante abbordare una sessione di meditazione
con la mente molto ampia, molto aperta, senza fissarsi sulla
speranza che sia buona o il timore che non lo sia. La mente deve
essere distesa, disponibile e vasta. Sperare in una buona
meditazione o temerne una non buona sono degli ostacoli da cui
occorre svincolarsi.
La meditazione ci dona talvolta delle esperienze di felicità e di pace.
Soddisfatti di noi stessi, ci rallegriamo per aver fatto una buona
meditazione. Talvolta, al contrario, la nostra mente rimane molto
perturbata, durante tutta la sessione, da numerosi pensieri e, con
tristezza, ci giudichiamo dei pessimi meditanti. Rallegrarsi di una
buona meditazione e attaccarsi a delle esperienze gradevoli, così
come rattristarsi per una cattiva meditazione, sono due attitudini
sbagliate. Meditazione buona o cattiva, l'importante é
semplicemente il fatto di meditare.
Alcune persone, fin dal loro esordio, ottengono rapidamente delle
buone esperienze; esse vi si attaccano, aspettano la loro ripetizione
costante e, quando questo non si verifica, abbandonano la
meditazione. Nel corso di un lungo viaggio, noi percorriamo tratti di
cammino ora gradevoli e ora spiacevoli. Se il fascino esercitato da
un tratto gradevole ci inducesse a fermarci per goderne di continuo,
oppure le difficoltà di un tratto spiacevole ci facessero rinunciare a
proseguire, non raggiungeremmo mai la nostra meta. Strada buona
o non buona, occorre proseguire. Così pure, sul cammino della
meditazione, occorre perseverare senza preoccuparsi delle
difficoltà o attaccarsi ai momenti piacevoli.
E' preferibile, per i principianti, limitarsi a delle brevi sessioni di dieci
o quindici minuti. Anche se la meditazione é buona, ci si ferma. In
seguito, se si dispone del tempo necessario, si fa una seconda
breve sessione dopo una pausa. E' meglio procedere con una
successione di sessioni brevi, piuttosto che impegnarsi in una lunga
sessione che, anche se buona all'inizio, rischia di scivolare nella
difficoltà e di sfinire il meditante.

I FRUTTI DELLA MEDITAZIONE

In un primo tempo, la nostra mente non potrà affatto restare stabile


e a riposo per tanto tempo. La perseveranza e la regolarità
conducono a sviluppare progressivamente la calma e la stabilità. Ci
sentiamo pure più a nostro agio sia fisicamente che interiormente.
D'altra parte, l'influenza delle circostanze esterne, felici o difficili, al
momento molto forte su di noi, viene a diminuire e ne siamo meno
asserviti. L'approfondimento della nostra esperienza della vera
natura della mente, ha come effetto che il mondo esteriore perde la
sua influenza su di noi e diventa impossibilitato a nuocerci.
Il frutto ultimo della meditazione, é il conseguimento del Perfetto
Risveglio, lo Stato di Buddha. Si é allora totalmente liberati dal ciclo
delle esistenze condizionate così come dalle sofferenze che ne
formano il tessuto e, nel medesimo tempo in cui abbiamo il potere
di aiutare effettivamente gli altri.
Il cammino della meditazione comporta due fasi: la prima detta
shiné (la pacificazione mentale), che placa gradualmente la nostra
agitazione interiore; la seconda detta lhaktong (la visione
superiore), che porta a sradicare la visione egocentrica,
fondamento del ciclo delle esistenze. La via interiore, ed essa sola,
porta al Risveglio; nessuna sostanza nè nessuna invenzione
esterna ne hanno il potere.

CONCLUSIONE

Intraprendere la via della meditazione implica il fatto che se ne


conosca la finalità, i mezzi utilizzati e i risultati ottenuti:
- Riconoscere che la fonte di qualsiasi sofferenza e gioia é la mente
stessa e che, di conseguenza, solo un lavoro sulla mente può
eliminare la prima e rendere stabile la seconda in modo autentico e
definitivo.
- Conoscere le condizioni ausiliarie necessarie: il desiderio di
meditare, un istruttore qualificato, un luogo appartato.
- Saper porre la propria mente in meditazione: senza seguire i
pensieri del passato e del futuro, stabilendo nel presente la propria
mente aperta, rilassatoa, lucida, e fissarla sull'oggetto di
concentrazione prescelto.
- Sapere quali sono i frutti temporanei e ultimi della meditazione: la
serenità, la libertà di fronte alle circostanze e, infine, lo Stato di
Buddha.

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DOMANDE - RISPOSTE

Si può meditare mentre si lavora?


Se noi lavoriamo senza distrazione, applicandoci a quanto stiamo
facendo, questa pure é meditazione.

Quale durata e quale frequenza adottare all'inizio? Si può


meditare con gli occhi chiusi?
Se non si ha molto tempo a disposizione, meditare anche solo un
quarto d'ora al giorno con regolarità é già di beneficio. Se si dispone
di più tempo, fare due sessioni di quindici minuti é ancora meglio.
Quanto al mantenere gli occhi aperti o chiusi, questo dipende
dall'aiuto che uno ci trova. Quando lo spirito é perturbato da
moltissimi pensieri, chiudere gli occhi potrà essere di beneficio. In
caso contrario, si possono tenere aperti. Al di là di questa relazione
con i nostri pensieri, non ha molta importanza.

La meditazione, presenta dei rischi?


Se ci si affida ad un istruttore qualificato, nessuno. Se, al contrario,
si medita senza questa guida, la nostra meditazione può essere
semplicemente sterile oppure, effettivamente, comporta dei rischi.

In alcune meditazioni, si utilizzano dei simboli dei cinque


elementi che comportano certi colori. Sono questi
semplicemente convenzionali o hanno una loro profonda
ragion d'essere?
La natura ultima dei cinque elementi é implicita al modo di essere
dello spirito. Realizzata, questa natura essenziale dei cinque
elementi é riconosciuta come essere i cinque Buddha femminili.
Senza questa realizzazione, appaiono i cinque elementi ordinari. I
colori attribuiti ai cinque elementi sono quelli della loro natura
primordiale; non sono quindi delle semplici convenzioni.

Una volta pacificati i pensieri, come evitare di restare in uno


stato di quiete vaga?
Per evitare la mancanza di chiarezza e la sonnolenza, occorre
rinforzare la vigilanza. Tuttavia, la vigilanza deve essere regolata
con attenzione: troppo tesa genera dei pensieri supplementari,
troppo allentata, porta alla sonnolenza o all'ebetudine. Occorre
trovare il giusto equilibrio.

Ad un dato momento, mi ha colpito "né gioie né dolori", il che


implicherebbe lo stato di neutralità emozionale. in queste
condizioni, cosa significa scambiare se stessi con gli altri?
E' vero che la meditazione rende liberi dall'influenza delle gioie e
delle sofferenze esterne. Tuttavia, quando durante la meditazione
noi sviluppiamo il pensiero di ottenere il Risveglio per il bene di tutti
gli esseri, il risultato di questo orientamento dato alla nostra mente
sarà che, una volta raggiunto il Risveglio, compiremo
spontaneamente il bene universale senza che ciò implichi sforzi o
intenzioni parziali. Il sole dispensa i suoi raggi benefici a tutti gli
esseri e a tutta la manifestazione, senza dover pensare "occorre
che io riscaldi il tale, che faccia maturare tali frutti ecc". Nello stesso
modo, l'irraggiamento benefico di un Buddha, si esplica
spontaneamente nei riguardi di tutti gli esseri. Non é tuttavia un
irraggiamento inconsapevole. Un Buddha, é pienamente
consapevole della situazione degli esseri e della propria azione.
Egli conosce le afflizioni di coloro che soccorre, ma la sua azione é
priva di sforzo. Essa si esercita, nel dominio della manifestazione,
in diversi modi: attraverso il Corpo di Gloria, guidando degli esseri
gia puri, attraverso il Corpo di Emanazione5 che si rivolge agli esseri
ordinari che noi siamo così come attraverso i supporti sacri quali
statue, dipinti, mantra, ecc.

Possono gli scritti essere sufficienti per raggiungere la


Realizzazione?

5La pienezza della buddhità, altrimenti detta del Risveglio, é descritta in termini dei tre Corpi di un Buddha, dove, in
questo contesto, Corpo non significa organismo fisico bensì aspetto dell'essere.
- Il Corpo Assoluto (sanscrito dharmakaya), letteralmente e tecnicamente corpo di realtà ultima di ogni esistenza , é
non-manifestato, inaccessibile ad ogni determinazione, ineffabile, simile allo spazio. Può essere detto eterno e
infinito o, ancora, a-temporale e a-spaziale sebbene in esso si inscriva il gioco di ogni tempo e di ogni spazio.
- Il Corpo di Gloria (sanscrito sambhogakaya) detto anche Corpo di completo godimento delle qualità del Risveglio,
é una manifestazione formale del Risveglio, non materiale, della natura della luce, derivato dalla dinamica
propria del Corpo Assoluto. Invisibile agli esseri ordinari, viene percepito dai bodhisattva delle tre terre
superiori. Non essendo soggetto alla natura provvisoria dei fenomeni, non é soggetto ad alterazioni temporali.
- Il Corpo di Manifestazione (sanscrito nirmanakaya), designa un Buddha che appare ad un grado di manifestazione
ordinaria come, ad sempio, il Buddha Sakyamuni. Espressione della compassione, egli guida gli esseri verso la
liberazione.
Si aggiunge spesso un quarto Corpo, il Corpo d'Essenza stessa ( sanscrito svabhavikakaya)che non é di fatto che un
modo di esprimere l'indissociabilità essenziale dei tre precedenti.
Senza maestro, gli scritti sono insufficienti. Ciò che noi leggiamo nei
libri non lascia nella nostra mente un'impronta abbastanza profonda
mentre, quanto riceviamo dalla bocca di un maestro, lascia questa
impronta e genera una grande fiducia.

Quello che mi disturba nella meditazione, é la parola metodo.


Un metodo, é qualcosa che organizza, qualcosa che
condiziona la mente, che la orienta. Io mi domando come si
possa raggiungere, con questi metodi, qualcosa di
incondizionato e di non orientato. D'altra parte, il nostro
sapere, i nostri pensieri e le nostre emozioni, sono il risultato
del tempo. Ciò che mi disturba, inoltre, nei metodi, é che si
utilizza il tempo mentre liberarsi da ogni costrizione é
svincolarsi dal tempo.
Una volta che sia realizzata la natura ultima della mente, non vi
sono più metodi. Ma, per realizzare lo stato al di là dei metodi,
occorre basarsi sui metodi. Senza questo supporto, é impossibile
realizzare lo stato ultimo. I metodi implicano una progressione che
si inscrive nel tempo: é anche basandosi sul tempo che si arriva al
non-tempo.

Il tempo, esiste realmente o non é altro che la proiezione della


mente?
Dal punto di vista ultimo, quello dello Stato di Buddha, non esiste il
tempo. Ma per noi, fino a questa realizzazione ultima, il tempo
esiste. Noi percepiamo ora tre tempi - il passato, il presente e il
futuro - come reali. Concedere una realtà al passato o all'avvenire,
crea numerose sofferenze a causa dei ricordi, delle preoccupazioni
e dei progetti con cui mettiamo in agitazione la nostra mente. In
realtà, il passato non esiste più e il futuro non esiste ancora ma,
rendendo realili con il pensiero questi due poli illusori, noi soffriamo.
Dei tre tempi, sono il passato e l'avvenire quelli che, sebbene
inesistenti, ci creano maggiori sofferenze. E, in questo campo,
l'avvenireprevale sul passato. Noi concepiamo ora i tre tempi come
realmente esistenti; attraverso una progressione nel tempo,
approfondiamo gradualmente la comprensione dell'irrealtà dei tre
tempi finché non arriviamo al non tempo.
Dato che le cose sono impermanenti, ciò significa quindi che
hanno un tempo?
Il tempo, ora, per noi, esiste, e di conseguenza l'impermanenza. Il
non-tempo, é l'eternità.

Sfumature complementari
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IL CIELO E LA MENTE

Molte persone desiderano meditare. Esse capiscono chiaramente


che la meditazione concerne la mente, ma, generalmente, non
sanno che cosa essa sia precisamente.
E' un po' come il cielo. Tutti sanno che cos'é; nessuno vi dirà mai : "
Il cielo? Non lo conosco." Ma l'idea che si ha del cielo é molto
imprecisa ed é molto difficile trovare qualcuno in grado di definirlo.
Se voi chiedete: " Cos'é il cielo?" la persona interpellata non potrà
che puntare il dito verso il cielo e dire: " Il cielo é questo. " Lo stesso
succede per la meditazione: si sa che esiste, il più delle volte si
ritiene che sia una cosa positiva, ma non si sa veramente cosa
essa sia.
Cosa é il cielo?
Si dirà abitualmente che il sole é al centro del cielo, implicando la
nozione di centro quella di confini. Un Francese sarà incline a
concepire questo centro e questi confini in relazione alla Francia,
ma un abitante di un altro paese, applicherà il medesimo rapporto al
proprio paese. Questo basta a dimostrare che le nozioni di centro e
di confini del cielo sono soggettive e non corrispondono ad una
descrizione della realtà. Le persone che hanno la fortuna di abitare
in Provenza, dicono spesso: " Com'é bello il cielo da noi!" Ma é
possibile delimitare un pezzo di cielo di cui si possa dire, in modo
esclusivo: " Questa parte di cielo é il cielo della Provenza ?"
Tutti sanno inoltre che il cielo é azzurro ma ben poche persone
sanno il motivo di questo colore. Da dove deriva? E' materiale?
Immateriale? E inoltre, qual é la dimensione del cielo?
La meditazione concerne la mente. La mente é molto simile al cielo:
senza forma, senza sostanza, senza dimensione. Proprio come il
cielo, tutti sanno che esiste ma molto pochi sono coloro che sanno
cosa sia effettivamente. Così come il cielo, la mente é privo di
centro e di limiti. Tuttavia, noi non abbiamo l'esperienza di questo
stato illimitato; riduciamo invece l'infinito al finito e restiamo bloccati
nei ristretti limiti di ciò che noi chiamiamo < io >. Questo
restringimento, corrisponde alla limitazione soggettiva implicita nella
nozione di <nostro cielo> quando un Provenzale, ad esempio, si
riferisce al cielo del Sud della Francia, come se esistesse un pezzo
di cielo che si possa ritagliare e definire come se si rapportasse
specificatamente ad una regione. Nella mente infinita, senza centro
né confini, noi ci assimiliamo a una entità molto ridotta: l'ego. Da
ciò, hanno origine tutte le nostre sofferenze e le nostre difficoltà, sia
fisiche che mentali.
E' vero che alcune sofferenze sono in relazione a circostanze
esteriori e che vi sono più o meno possibilità di intervenire
materialmente su di esse. Di fronte alle sofferenze interiori, invece,
qualsiasi rimedio materiale é vano.
Immaginiamo un re in un paese prospero e in pace, di notte, nel
suo palazzo ben custodito. Questo re, che é in possesso di tutte le
circostanze esteriori favorevoli alla felicità, dorme. Nel suo sogno,
appare un nemico che lo insegue e tenta di ucciderlo. Il re soffre
d'angoscia ed ha i brividi. Le sofferenze di questo sogno non
potrebbero essere alleviate da alcun rimedio esterno alla mente del
sognatore. Così noi, possiamo possedere tutte le condizioni
materiali necessarie per essere felici, ma questo é inutile per la
mente che soffre. Solo la via spirituale e la meditazione permettono
di liberarsi dalle sofferenze, dalle angosce e dalle difficoltà interiori.

L'EGO E I CINQUE VELENI

La nostra mente é fondamentalmente infinita, non é limitata dai


vincoli di un'esistenza individualizzata; non c'é ego. Sebbene esso
non esista, noi ci identifichiamo con questo ego illusorio. esso é il
centro e la pietra di paragone di tutte le nostre relazioni: tutto ciò
che rende confortevole la sua esistenza, tutto ciò che gli é
favorevole, diviene oggetto di attaccamento; al contrario, tutto ciò
che minaccia la sua integrità, diventa un nemico fonte di
avversione. D'altro canto, la presenza stessa dell'ego, occulta
l'autentica natura della nostra mente e dei fenomeni, ci rende
incapaci di distinguere tra il reale e l'illusorio. Noi siamo, in questo
senso, prigionieri dell'offuscamento mentale. L'ego genera pure la
gelosia di fronte ad ogni persona considerata come possibile rivale,
in qualsiasi campo. Infine, l'ego, pretende di essere superiore agli
altri: é l'orgoglio.
Attaccamento, avversione, offuscamento mentale, gelosia, orgoglio,
sono i cinque veleni di base generati dalla visione egocentrica. Essi
costituiscono un ostacolo irrevocabile alla pace interiore, generando
in continuazione inquietudini, turbamenti, difficoltà, angoscia e
sofferenza non solo per se stessi ma anche per gli altri. E'
evidente, per esempio, che la collera costituisce una sofferenza per
se stessi e per la persona verso cui é rivolta, che deve subire un
viso furioso, imprecazioni e parole che feriscono.
L'ego e i cinque veleni, ci portano inoltre a compiere degli atti di
carattere nocivo che imprimono nella nostra mente un potenziale
karmico6 negativo, la cui maturazione si esprimerà sotto forma di
circostanza dolorose.
6La legge del karma, che significa letteralmente legge di causalità degli atti, vuole che ogni atto compiuto nella dualità
di un soggetto e di un oggetto, che questo atto sia fisico, verbale o anche mentale, comporti un effetto di ritorno per
colui che agisce. Questo effetto é dapprima invisibile e impercettibile, simile a un'impronta o a un seme che si
inscriverebbe negli strati più sottili della coscienza individualizzata, al di là anche dell'inconscio degli psicanalisti,
nell'alayavijnana, ovvero nel serbatoio, o piuttosto, nel potenziale di coscienza. A partire da questo stato latente,
comincia un processo di maturazione che si dispiega generalmente su più vite, anzi, su centinaia di vite, al termine del
quale il seme karmico si esprime determinando sia le circostanze generali di un'esistenza (sesso, nazionalità, ricchezza,
caratteristiche fisiche, intellettuali, affettive ecc), sia delle condizioni passeggere (una malattia, un incontro, un successo,
uno scacco ecc). Il tutto funziona - non é che un paragone- come in un computer: i dati sono presenti in quantità
numerosissime, agiscono gli uno sugli altri, e l'aggiunta di nuovi dati modifica, più o meno, i risultati. Per il fatto che noi
agiamo costantemente sotto il dominio della dualità - funzionamento deformato che non cessa che con la liberazione - vi
é un flusso permanente di elementi nuovi che nutrono il nostro potenziale
karmico nello stesso momento in cui una costante maturazione elimina delle vecchie impregnazioni. L'insieme del
processo, lungi dall'essere statico, é un continuo movimento. Non bisogna dimenticare che tutti i fenomeni che reggono
la nostra vita sono l'espressione del nostro karma e che l'isolarne un elemento é un errore che viene commesso
frequentemente. Pensare che, per esempio, se uno si ammala é un risultato karmico, e che é quindi inutile curarsi, é una
concezione del tutto frammentaria, nel momento in cui dimentichiamo che il nostro karma vuole che noi abbiamo pure
dei medici e degli ospedali a cui rivolgerci.
La legge del karma é di fatto una visione molto allargata delle leggi fisiche che reggono il nostro universo. Se si semina
del grano, non spunterà del riso. Il caso non governa nella materia e tantomeno ha un diritto di cittadinanza nelle
condizioni esistenziali degli individui. Molto complessa, giacché dipendente dall'interazione di un'infinità di elementi, la
causalità Karmica si riassume pertanto in un principio molto semplice: colui che genera la sofferenza, imprime nel
proprio intimo un potenziale di sofferenza, colui che genera felicità, imprime un potenziale di felicità.
L'ego e il suo seguito, sono il nostro vero nemico, non un nemico
visibile che potrebbe essere vinto da armi o da qualche oggetto
materiale, bensì un amico invisibile che può essere sconfitto solo
dalla meditazione e dalla via spirituale. La scienza contemporanea
ha messo a punto delle armi di estrema potenza, delle bombe in
grado di uccidere in un colpo centinaia di migliaia di persone. Ma
nessuna bomba può annientare l'ego e i cinque veleni. In questo
campo, la vera bomba atomica, é la meditazione.

LA MENTE IN VACANZA

La nostra mente é, nel suo stato abituale, occupata


permanentemente da pensieri legati ai cinque veleni. Questi si
presentano ciascuno a suo turno: talvolta sotto l'influsso
dell'avversione, talvolta dell'attaccamento, talvolta dell'offuscamento
mentale, talvolta della gelosia, talvolta dell'orgoglio. L'intensità di
questi pensieri può variare di molto, ma non vi é un solo istante in
cui la nostra mente non ne sia agitata.
E' una bella giornata di vacanza: nessun lavoro da fare, il cibo é
pronto, nessuna discussione da affrontare. Qualcuno può essere
seduto tranquillo senza nessuna preoccupazione esteriore. Eppure,
la sua mente si affatica. Continuamente perturbata, anche
leggermente, dal gioco dei veleni che la abitano, é incapace di
stabilirsi in una pace autentica. La mente non é in vacanza. La
mente non può prendersi delle vacanze che attraverso la
meditazione. Non che questa permetta la totale scomparsa dei
pensieri; ma, essi perdono forza e, a intervalli, si smorzano. La
mente conosce in quel momento più pace e benessere. Essa si
riposa.
Gli Occidentali lavorano molto durante tutto l'anno, in un ufficio o in
qualche altro posto, e dispongono di un mese o due di vacanze. E'
per loro la possibilità di recarsi all'estero, di raggiungere il mare, la
montagna, la campagna, con l'idea di trovarvi felicità e riposo.
Purtroppo la mente, non va affatto in vacanza: i cinque veleni, le
sofferenze e le difficoltà interiori, fanno parte del viaggio. In realtà,
sono solo delle semi-vacanze. Solo la meditazione procura delle
vacanze a tempo pieno.
MEDITAZIONE NELLA VITA

Un principiante deve necessariamente ritirarsi in un ambiente


calmo, adottare una postura specifica, mantenere il silenzio e
rispettare certe condizioni. Con l'instaurarsi dell'abitudine e
dell'esperienza, si acquisisce la capacità di meditare in tutte le
circostanze: camminando, lavorando, parlando, mangiando, ecc.
Da lì, si dispone di molto tempo per la meditazione. Oltre a ciò, in
tutte le circostanze, si mantiene la mente serena, aperta e distesa.
La meditazione é anche questa esperienza di trovarsi a proprio agio
e sereni. E' anche un'esperienza di libertà. La libertà é un valore a
cui ai giorni nostri attribuiamo estrema importanza ma, per quanto
godiamo di ogni tipo di libertà esteriore, fintanto che la nostra mente
resterà prigioniera dei suoi veleni e dei suoi pensieri, non saremo
liberi.
Un guidatore principiante é molto teso al volante; teme di provocare
un incidente, di non saper guidare come si dovrebbe. Quando
sopravviene l'abitudine, il guidatore é invece in grado , pur essendo
pienamente presente a quanto fa, di parlare con la persona seduta
al suo fianco. La conversazione non gli impedisce di rimanere
concentrato sulla guida della vettura e di prestare attenzione alla
segnaletica stradale. Il meditante principiante, nello stesso modo,
deve prestare molta attenzione al solo esercizio della meditazione;
in seguito, progressivamente, sviluppa la capacità di continuare la
meditazione pur essendo pienamente occupato in altre attività,
parlando o lavorando. Si sperimenta allora, in ogni occasione, un
grande benessere interiore e una libertà autentica.

UN VISO APERTO

Man mano noi progrediamo nella pratica meditativa, i veleni della


mente diventano meno virulenti e i pensieri diminuiscono. Anche
quando essi restino presenti, perdono il loro carattere costrittivo e
non sono pertanto causa di sofferenza. La nostra mente si calma e
conosce la gioia. Questa si riflette sul nostro aspetto fisico: il nostro
viso é aperto, avvenente, gioioso. Diventiamo persone di contatto
facile e piacevole; gli altri hanno piacere di frequentarci. La pace e
la felicità interiori irradiano all'esterno.
SOGGETTIVITA'

Il nostro modo di percepire gli esseri e il mondo, dipende


principalmente dal nostro stato d'animo. Supponete di essere
invitati a pranzo da una persona nei cui riguardi provate una
profonda avversione. L'ambiente é piacevole, il cibo buono;
nonostante ciò, la vostra avversione, rende il cibo infetto ed il luogo
senza alcun fascino. Quando, invece, una persona a voi cara vi
invita in un luogo disadorno e vi serve del cibo mediocre, i piatti
diventano squisiti e l'ambiente un paradiso!
La differenza é generata dalla nostra modalità di percezione
condizionata dall'attaccamento o dall'avversione.

LA MEDITAZIONE GIA' PRESENTE

La meditazione non é qualcosa di esterno che un Buddha o un


maestro ponga nella nostra mente. Essa é già insita alla mente
sebbene allo stato potenziale. Un maestro, non fa altro che indicare
questa presenza latente e ci mette a disposizione i mezzi per
scoprirla in noi stessi. Noi tutti possediamo lo stato di meditazione,
ma non sappiamo come servircene. Ci troviamo nella situazione di
uno che, disponendo di un'automobile bella, non la sapesse
guidare. Il veicolo, per quanto perfezionato possa essere, non può
condurre da nessuna parte. Però, ci si può rivolgere ad un istruttore
e imparare a guidare. Occorreranno un mese o due di
apprendimento, dopo di che i nostri sforzi, sotto la guida
dell'istruttore, ci permetteranno di servirci dell'autovettura,
inutilizzabile fino a quel momento. Così, lo stato di meditazione e lo
Stato di Buddha, sono già presenti in noi ma, senza l'aiuto di un
istruttore qualificato, noi siamo incapaci di renderli operativi.
Sarebbe veramente strano possedere un'autovettura eccellente e
doverla lasciare in garage perché non si volesse imparare a
guidare. E' pure veramente strano lasciare addormentato il
potenziale di Risveglio della nostra mente per il fatto che arretriamo
di fronte allo sforzo e alla perseveranza che l'apprendimento della
meditazione richiede.
LA PERSEVERANZA

Andare da Aix-en-Provence a Parigi in auto é un viaggio lungo. Non


avendo mai percorso il tragitto, potremmo pensare che un'ora sia
sufficiente per coprirlo. Di fatto, dopo un'ora di viaggio, siamo
costretti a constatare che ci rimangono molti chilometri da
percorrere. Se questa prospettiva ci scoraggia e preferiamo
fermarci lì, non arriveremo mai a Parigi.
Alcune persone, nello stesso modo, si mettono sulla via della
meditazione piene di speranza. Dopo qualche mese o solo alcuni
giorni di assiduità, non ottengono i risultati attesi, si stancano e
abbandonano. Un lungo viaggio in auto é faticoso, é per questo che
lo si interrompe con pause, ci si ferma per bere un the o un caffé,
quindi si riparte. Quando la stanchezza influisce sulla nostra
meditazione, invece di abbandonare per stizza o per disinteresse, si
fa pure una pausa per distendere la mente quindi, si riprende il
cammino.
I principianti, generalmente apprezzano la meditazione, ma trovano
delle difficoltà nell'esercitare uno sforzo. Essi hanno fiducia nella
via, l'intelligenza necessaria per comprenderla ma mancano di
diligenza e perseveranza che sono invece essenziali.
Gli esordi in meditazione sono spesso uniti a una grande speranza
di ottenere rapidamente delle esperienze interiori fuori dal comune.
Attesa delusa: nessuna esperienza meravigliosa, nessuno stato
straordinario. Noi abbiamo fretta, ma il mondo interiore non
corrisponde alla nostra impazienza. Succede allora che,
scoraggiati, ci si lanci su un'altra via che, a sua volta, delude, poi in
un'altra e in un'altra ancora.
Come progredire in queste condizioni?
Supponiamo che desideriate far spuntare un fiore: preparate la
terra, vi mettete il seme, innaffiate e concimate. Ben presto, appare
un germoglio che non ha niente a che vedere con la bellezza del
fiore. Delusi, voi strappate la pianta e, pensando di ottenere un
risultato migliore, seminate un altro seme. Inevitabilmente, il
risultato sarà il medesimo. Seminate pure quanti semi vorrete, ma
non vedrete mai il fiore. La pazienza e le cure costanti apportate
alla pianta sono indispensabili perché il fiore possa sbocciare un
giorno. Anche la meditazione richiede del tempo per rivelarsi
fruttuosa. Pazienza, perseveranza e regolarità portano un giorno
allo schiudersi dello splendido fiore della mente. Meditare anche
solo dieci minuti al giorno ogni giorno senza tralasciare di farlo, é
già di profitto. In un mese, si sarà meditato per cinque ore.
Continuare così con regolarità nel corso dei mesi e degli anni,
permetterà certamente di progredire.

IL SAPORE DELLA MEDITAZIONE

Comprendere i benefici della meditazione é qualcosa di impossibile


senza un'esperienza personale, tanto impossibile come distinguere
il gusto di un alimento sconosciuto. Se non avendo mai provato il
cioccolato, voi mi chiedete di descrivervi il suo gusto, io potrei dirvi:
- Mmmm, é buono!
- Buono come?
- Ebbene, dolce!
- Dolce in che modo?
Attraverso dei paragoni, può darsi che io riesca a darvi un'idea
molto approssimativa del cioccolato; resterebbe comunque per voi
qualcosa di più o meno misterioso. Se, invece, mettete in bocca un
pezzo di cioccolato, ne conoscete immediatamente il sapore senza
nessuna esitazione. Una spiegazione, per qunto dettagliata, dei
benefici della meditazione, non sarà comunque in grado di farveli
comprendere. Solo una pratica personale e un'esperienza diretta
faranno scoprire il suo autentico sapore.

***
Domande - Risposte

Io medito da molti anni e, al momento, ho l'impressione di


regredire.
Ciò può essere dovuto al Karma, oppure al fatto che investite meno
sforzo e diligenza nella vostra pratica. Questa sensazione di
regressione é spesso un segnale di indolenza, di mancanza di
energia. Ma può consistere pure in un errore nel vostro modo di
meditare.
Nel momento in cui noi troviamo delle difficoltà a meditare, devono
essere apportati alcuni rimedi. Allo scopo di sostenere la
meditazione propriamente detta, occorre attivare delle tecniche per
purificarsi, accumulare il merito, aprirsi alla grazia del Maestro,
sviluppare l'aspirazione e la diligenza. Perché un fiore veda la luce,
non é sufficiente un seme: occorre anche che venga nutrito dalla
terra, dall'acqua, dal concime e dal calore. Meditare richiede altri
elementi oltre alla meditazione: purificazione, merito, grazia,
ascoltare frequentemente delle istruzioni, sforzo, perseveranza.
Solo un contesto completo di meditazione conduce al Risveglio.
Succede talvolta che, pur progredendo, si abbia la sensazione di
essere in stallo oppure che, essendo in stallo, si abbia la
sensazione di progredire! Si é spesso cattivi interpreti della propria
meditazione.

Non sono gli occidentali handicappati sulla via della


meditazione a causa della loro complessità mentale?
La differenza e la difficoltà non derivano dalla complessità della
mente delle persone. Vero é che in India e in Tibet, le condizioni di
vita erano più semplici, ma la mente degli uomini era ugualmente
complessa, gravata da ogni tipo di pensieri e preoccupazioni. Gli
Occidentali coltivano molto di più le loro facoltà intellettuali rispetto
agli Orientali, a detrimento dei valori spirituali. Gli Orientali, da parte
loro, hanno una fede e una diligenza molto maggiori. Questa é
senza dubbio la vera differenza.

Lo stato di Buddha consiste solo nella pace dello spirito o


implica pure una conoscenza particolare?
Lo stato proprio di un Buddha é la pace infinita. Inerenti a questa
pace, si rivelano delle qualità che si esprimono per il bene degli
altri. Un Buddha, ha la conoscenza totale della natura ultima di tutti i
fenomeni. Egli vede, nello stesso tempo, che gli esseri ordinari,
sprovvisti di questa conoscenza, soffrono: é da lì che si
manifestano amore e compassione che egli rende effettivi e attivi
attraverso il suo potere di soccorrere.

Rimpoche, potrebbe fare un esempio per far comprendere


l'illusione?
Noi prendiamo le apparenze come reali. La meditazione ci porta a
comprendere il loro carattere illusorio: esse sono simili a un riflesso
in uno specchio. Nello stesso modo é percepita la natura illusoria
dei suoni: essi sono simili a un'eco. I nostri pensieri, ritenuti a torto
come qualcosa di reale, sono di fatto simili a un miraggio. Attribuire
un'esistenza reale, inerente alle apparenze, ai suoni e ai pensieri,
genera la sofferenza. Percepire l'irrealtà delle apparenze, dei suoni
e dei pensieri, non significa la cessazione della manifestazione, ma
la comprensione che la manifestazione é priva di realtà intrinseca.
Nel contempo, essa perde ogni potere di generare la sofferenza.

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La Pacificazione mentale
Shiné

PRATICHE PREPARATORIE E
CONTESTO DELLA MEDITAZIONE

1. LE QUATTRO RIFLESSIONI

Allo scopo di realizzare, da questa vita, la non-morte ultima, il vero


modo di essere della mente, attraverso la pratica del mahamudra7,
é, prima di tutto, indispensabile prendere profondamente coscienza:
-della natura transitoria di tutti i fenomeni manifesti,
-della difficoltà di ottenere un'esistenza umana tra tutte le possibilità
di rinascita,
-del carattere ineluttabile degli effetti delle nostre azioni, che
condizionano la natura felice o dolorosa delle nostre vite future,
-dell' immanenza della sofferenza in tutti i tipi di esistenza
condizionata.
Prescindendo dal riflettere attentamente su questi quattro punti e
dall'esserne impregnati, la meditazione profonda é impossibile.

7Il termine mahamudra (il grande sigillo) designa la rivelazione della natura ultima dello spirito, libero da ogni illusione
e da ogni errore. Lo si impiega tuttavia per indicare tre livelli:
- lo spirito ultimo allo stato potenziale presente in ogni essere,
- il cammino che conduce alla messa in atto di questo potenziale, cammino in cui la pacificazione mentale e la visione
sono incluse.
- la messa in atto stessa, sia come meditazione che come stato permanente.
2. I QUATTRO PRELIMINARI SPECIFICI6

E' quindi necessario stabilirsi saldamente e ampliare la propria


fiducia attraverso la pratica della presa di Rifugio, fondamento della
via del Buddha, di definire anche la giusta motivazione per lo
sviluppo della bodhicitta, lo spirito del Risveglio, l'aspirazione cioé a
ottenere il Risveglio non per se stessi ma per acquisire la capacità
di soccorrere l'insieme degli esseri.

In secondo luogo, occorre purificarsi dai veli e dalle impurità


accumulate dai tempi senza inizio; questa purificazione viene
effettuata attraverso la pratica di Dorje Sèmpa ( sanscrito
Vajrasattva)..
Non solo, ci si sforza di rimuovere gli impedimenti della mente, ma
la si ristruttura positivamente attraverso la doppia accumulazione di
merito e di saggezza, compiuta attraverso l' offerta del Mandala.
Infine, si apre la propria mente alla grazia del maestro spirituale
attraverso la pratica dell' unione spirituale (sanscrito Guru-Yoga).
Queste quattro pratiche preliminari specifiche devono essere
effettuate con applicazione.

3. LE QUATTRO CONDIZIONI

La condizione causale: tutti gli aspetti del ciclo delle esistenze


condizionate ( sanscrito samsara) sono sofferenza per loro natura.
Non che la felicità ne sia totalmente assente, ma é presente in
modo fuggitivo, superficiale, privo di autenticità, fondamentalmente
mutevole. Riconoscere questa natura dolorosa del ciclo delle
esistenze e, parallelamente, aspirare alla realizzazione del modo di
essere ultimo della mente, il mahamudra, che permette di
liberarsene, é la condizione causale della meditazione, lo slancio
iniziale dato al nostro cammino.
Fintanto che, invece, consideriamo la nostra condizione nel mondo
come felice, non avremo nessuna ragione per cambiare cammino.

6 I preliminari specifici qui menzionati appartengono propriamente al contesto del Vajrayana, ovvero dei Tantra. La
spiegazione della loro pratica deve pervenire da un lama.
La condizione del maestro: l'aspirazione a liberarsi non é
sufficiente in se stessa. Ci occorre anche che il cammino ci venga
mostrato da un maestro. Sulla condizione causale deve innestarsi
la condizione del maestro. Il maestro può essere considerato sotto
quattro aspetti, di cui il primo é un passaggio obbligato per
accedere agli altri tre:

La persona umana come maestro si riferisce a colui che ci espone


la via spirituale e ci delucida il modo di essere della mente.
Accontentarsi dei libri non é sufficiente per un primo approccio. Solo
la viva parola di un maestro può imprimere in noi una convinzione
sufficientemente profonda.

La parola del Buddha come maestro: una volta comprese le


diverse sfaccettature del Dharma, una volta acquisita la
comprensione del modo di essere grazie alle spiegazioni di un
maestro, noi possiamo, avendo iniziato a meditare, confrontare la
nostra esperienza con la Parola perfetta del Buddha così come con
i commentari ed i trattati redatti da maestri competenti. Esaminiamo
così la validità e il senso delle nostre scoperte interiori.

Le apparenze come maestro: una volta che abbiamo acquisito una


buona esperienza della meditazione e un sistema di riferimenti
teorici su cui appoggiarci, le apparenze esteriori divengono degli
ausili della meditazione. La terra é così la base solida su cui vivono
gli uomini e gli animali, crescono le piante, vengono eretti degli
edifici. Su di essa posa ogni possibilità di esistenza nel nostro
mondo. La fede e la fiducia hanno questa stessa qualità di fondo:
senza di esse, non é possibile alcun cammino spirituale . Vedere la
terra, sarà allora il richiamo alla fede. La corrente continua delle
acque di un ruscello esprime, da parte sua, ciò che deve essere il
nostro sforzo: una perseveranza senza discontinuità. Il fuoco
simbolizza il fuoco della conoscenza. Il movimento del vento ricorda
la natura transitoria e mutevole dei fenomeni. Quando le apparenze
percepite evocano così una corrispondenza con gli elementi del
nostro cammino interiore, esse hanno quindi la funzione di maestro
spirituale7.
La realtà ultima come maestro: noi sviluppiamo infine la
realizzazione che tutti i fenomeni, esteriori o interiori, animati o
inanimati, non esistono in modo separato, ma sono l'espressione
della chiarezza della mente stessa . Questa realizzazione
dell'indivisibilità delle apparenze esteriori e della mente, significa
che la realtà ultima é divenuta il maestro spirituale.

La condizione oggettiva definisce il giusto oggetto della


meditazione, ovvero il saper-meditare: la mente del meditante resta
libera da sovrimpressioni mentali, la sua esperienza é priva di
considerazioni quali "la mia mente é chiara" o anche "la mia mente
é felice", o anche "la mia mente é vuota". La mente viene lasciata
libera così come é naturalmente. La meditazione non consiste
affatto nell'aggiungere qualcosa allo stato naturalmente semplice,
spazioso e calmo della mente. Non si medita qualche cosa nel
senso di fabbricare un nuovo stato che vada ad aggiungersi alla
mente così come essa é. La meditazione, é ritrovare lo stato
naturale. Lo spirito dimora senza distrazione nella propria essenza,
nel proprio modo di essere. Conoscere cosa sia così la meditazione
é la condizione oggettiva.

La condizione immediata: "Lasciare la mente tale e quale, senza


intervento mentale, é la meditazione?". "Io spero che la mia
meditazione sarà buona"." Purché la mia meditazione non sia
cattiva! Tali dubbi, speranze e timori, contraddicono lo spirito di
meditazione. Bisogna dimorare semplicemente nel presente.
Mettere da parte speranze e timori é la condizione immediata.

Abbiamo considerato in tutto dodici elementi, suddivisi in tre


gruppi:
7 Bokar Rimpoche diede agli abitanti di Nizza, nel corso di un insegnamento, un consiglio che illustra bene come le
apparenze possono fungere da maestro:
Gli abitanti di Nizza intrattengono un rapporto privilegiato col mare: alcuni ci vivono, altri amano bagnarsi nelle sue
acque, viaggiare in barca o dedicarsi a sport nautici; altri, semplicemente, amano contemplarlo. In un modo o nell'altro,
il mare fa parte della vita e del paesaggio di ognuno. Ebbene, ogni volta che vedete il mare o che voi pensate al mare,
che egli sia per voi il simbolo e il richiamo alla compassione."
A Nizza, inoltre, tutti amano il sole, per scaldarsi sulla spiaggia o semplicemente apprezzando la luminosità che
diffonde. Ogni volta che vedete il sole, che pensate al sole, che egli sia per voi il simbolo e il richiamo alla conoscenza."
"In tal modo, compasssione e conoscenza saranno sempre più presenti nella vostra mente".
-le quattro riflessioni fondamentali, dette anche i quattro
preliminari comuni:
- la natura provvisoria dei fenomeni
- la rarità dell'esistenza umana
- l'ineluttabilità degli effetti delle azioni
- la sofferenza, caratteristica delle esistenze condizionate.

- i quattro preliminari specifici:


- presa di Rifugio e Bodhicitta
- purificazione attraverso la pratica di Dorje-Sèmpa
- accumulazione positiva attraverso l'offerta del Mandala
- apertura alla grazia attraverso l'unione spirituale

- le quattro condizioni:
- condizione causale
- condizione del maestro
- condizione oggettiva
- condizione immediata

L'unione di questi dodici elementi crea il contesto ideale per la


meditazione.
Alcuni hanno la tendenza a pensare che abbia importanza solo la
meditazione propriamente detta, che le pratiche preparatorie e le
circostanze ausiliarie siano superflue. Ansiosi di meditare,
considerano tutto il resto come un impiccio. Ma lanciarsi senza
preparazione, non conduce a una buona meditazione. Far spuntare
un fiore, non richiede solo un seme, ma anche una mano umana,
un utensile per lavorare la terra, occorre poi che il seme disponga di
acqua, di calore e di concime. Senza tutti questi elementi annessi, il
seme, sebbene di primaria importanza nel processo, non darà mai
dei fiori. Per avvicinarsi alla meditazione del mahamudra, che porta
al riconoscimento della natura ultima della mente, e, di
conseguenza, alla liberazione, é anche necessario riunire i dodici
elementi che sono stati menzionati.

CORPO DELLA PRATICA

LA POSIZIONE DEL CORPO


La posizione completa comprende sette punti:
- le gambe incrociate nella posizione adamantina, il piede sinistro
sulla coscia destra, poi il piede destro sulla coscia sinistra,
- la colonna vertebrale diritta come una freccia
- le spalle allargate, come le ali di un avvoltoio,
- le mani nel mudra8 della meditazione, mano destra posata sulla
mano sinistra, palme verso l'alto,
- il mento che forma un angolo retto con la gola,
- lo sguardo posato nel vuoto, in obliquo verso il basso, in direzione
di un punto virtuale situato da quattro a otto dita davanti alla punta
del naso,
- la bocca e la lingua rilassate.
Lungi dall'essere arbitrario, ogni punto della postura ha la propria
ragion d'essere in rapporto al sistema di energie sottili che
percorrono il nostro corpo, strettamente legate alla produzione dei
pensieri 8 .

DISPORRE LA MENTE

Con il corpo così posto nella posizione corretta, occorre da qui


evitare la tensione mentale che deriva dalla fissazione sull'idea "Io
medito". La mente resta distesa, aperta, spaziosa, limpida, senza
smarrirsi nei ricordi o nei pensieri che concernono l'avvenire, senza
nemmeno farsi abbagliare in merito alla realtà dei pensieri presenti.
Essa resta in uno stato di vigilanza, senza distrazione, aperta a se
stessa così come si presenta, senza tensione. Il meditante non
deve provare la sensazione di essere in una gola incassata e buia,
avvolto dalla nebbia, ma piuttosto sulla cima di una montagna,

8 mudra indica una posizione simbolica delle mani statica o dinamica


8 Esiste una posizione leggermente semplificata che comporta solo cinque punti, ovvero gli stessi della posizione a sette
punti meno la posizione delle spalle e quella della bocca.
Incrociare le gambe nella posizione adamantina é spesso difficlie per la maggior parte degli occidentali; in questo caso,
si consiglia di adottare la posizione del bodhisattva: il tallone sinistro é bloccato contro il perineo, il piede e la gamba
destra posati di piatto davanti. A meno di essere naturalmente snodati o particolarmente abituati, é solitamente
necessario tenere sollevate le natiche con un cuscino duro e spesso.
Il rapporto tra la posizione, la circolazione dei soffi nei canali sottili e le conseguenti perturbazioni della mente, é ben
illustrato dalle modificazioni mentali generate da una posizione scorretta del tronco e cioé della colonna vertebrale e
dell'asse corporeo. Come viene spiegato tradizionalmente:
- Se si pende verso sinistra, si prova subito una sensazione di felicità che degenera successivamente in desiderio;
- Se si pende in avanti, si prova una sensazione di assenza di pensieri, che degenera in offuscamento mentale;
- Se si pende all'indietro, si prova una sensazione di vacuità, che degenera in orgoglio.
laddove l'altitudine e la limpidezza del cielo permettono di vedere
chiaramente tutto l'orizzonte.
Questo modo di disporre la mente é essenziale. Si ha spesso la
tendenza ad avvicinarsi alla meditazione molto tesi, attaccandosi ad
una non-distrazione forzata.
Senza sapere anzitutto come rilassare la mente, come lasciarla
aperta e felice, non é possibile meditare. E' una condizione
obbligatoria.
(meditazione)8

ESERCIZI DI MEDITAZIONE

Con la mente così predisposta, ci si applica nella concentrazione


sull'oggetto scelto, in primo luogo nel contesto della pacificazione
mentale (tibetano shiné). Sono possibili molteplici metodi. Ne
considereremo alcuni.
Shiné può essere in primo tempo praticata utilizzando un supporto,
impuro o puro9.
La nozione di supporto impuro si riferisce a qualsiasi oggetto di
natura ordinaria si scelga per applicarvi la propria concentrazione:
una montagna, una collina, un edifici, un tavolo, un bicchiere o
qualsiasi altro oggetto. Vi si dispone la propria mente distesa e
senza distrazioni.
Possiamo per esempio meditare su questo seggio di fronte a noi.
Concentrarsi non significa qui lanciarsi in un esame discorsivo,
anche molto attento, delle caratteristiche dell'oggetto: la sua forma,
la sua altezza, la sua superficie, i motivi del tessuto che lo ricopre,
la natura e le sfumature di questo tessuto, le sfumature, ecc. Non si
tratta nemmeno di proiettare la propria mente come se venisse a
porsi all'interno del seggio. Semplicemente, essendo noi in un certo
luogo e il seggio in un altro, la nostra mente é posata su ciò che
8 Il termine meditazione scritto tra parentesi, indica i momenti di silenzio dedicati alla meditazione quando questi
insegnamenti furono impartiti in pubblico.
9I termini puro e impuro non si riferiscono qui a delle osservanze rutuali arbitrarie, ma alla natura essenziale
dell'oggetto. Le apparenze ordinarie che percepiamo sono dette impure perché sono il frutto dei nostri condizionamenti
karmici e di conseguenza del funzionamento della mente della mente alterata dai differnti veli che la impastoiano:
ignoranza, visione dualistica, emozioni conflittuali e karma. Invece ogni oggetto di carattere sacro prende origine dalla
totale purezza della Mente Risvegliata. E' l'espressione della sua grazia e della sua compassione. Impuro e puro
descrivono, di fatto, non tanto l'oggetto sé quanto la sua origine. E' evidente che per un Essere Risvegliato questa
distinzione diviene caduca.
vede, senza distrazione, senza essere distratta da altri pensieri e
nemmeno con tensione.

( meditazione)

Alcuni di voi riescono senza dubbio a stabilizzare così la propria


mente in maniera soddisfacente sull'oggetto di concentrazione; altri
vi saranno presenti a momenti, talvolta persi in altri pensieri, con un'
alternanza che può anche essere molto rapida. Comunque sia, non
si tratta di forzare la concentrazione, ma di lavorare nelle condizioni
tali e quali si presentano, distesi e aperti alla situazione.

Un supporto puro, in secondo luogo, designa ogni rappresentazione


simbolica o no, che possiede un carattere sacro. Possiamo, per
esempio, visualizzare nello spazio di fronte a noi, il corpo del
Buddha, creando mentalmente un'immagine chiara, luminosa,
radiante, perfettamente proporzionata, sulla quale ci concentriamo
senza distrazione.

(meditazione)

E' probabile che questa immagine apparirà nella nostra mente


talvolta chiaramente, talvolta in maniera confusa e fuggitiva; talvolta
essa sarà addirittura totalmente assente. Non ha molta importanza.
Provare a meditare così va bene di per sé e la ripetizione regolare
dell'esercizio condurrà a una visualizzazione sempre più chiara e
stabile. L'alternanza di chiarezza e di confusione, o anche
l'impossibilità di visualizzare, sono dei fenomeni normali per dei
principianti. La perseveranza affinerà progressivamente le loro
capacità.

Un altro supporto puro é l'immaginare una piccola sfera di luce


(tibetano tiglé; sanscrito bindu) bianca a livello della fronte , molto
viva, molto brillante. Questo supporto é visto come puro nella
misura in cui lo si considera qui come simbolicamente
indifferenziato dal maestro spirituale.

(meditazione)
Infine, shiné può essere praticata senza supporto. La mente è
lasciata libera, distesa, nello stesso tempo senza distrazione.

(meditazione)

Abbiamo visto così quattro possibilità di concentrazione:


- su un supporto impuro,
- su un supporto puro:
• o il corpo del Buddha,
• o una piccola sfera di luce.
- senza supporto.
Certi avranno indubbiamente scoperto un'affinità particolare nei
riguardi del primo tipo di esercizio, altri del secondo, altri del terzo,
altri del quarto. Altri ancora non avranno delle preferenze marcate.
Nel primo caso, la cosa migliore é proseguire la pratica quotidiana
utilizzando il metodo di vostra scelta. Nel secondo caso potete
praticarne ciascuno alternativamente. Comunque sia, sono la
regolarità e la perseveranza che permetteranno di progredire sul
cammino della pacificazione.

IL TRATTAMENTO DEI PENSIERI

I principianti, non sapendo molto bene cosa sia la meditazione, si


aspettano una calma perfetta, totalmente libera da pensieri.
Temono la loro venuta, e quand' essi sorgono si abbattono per la
loro incapacità di meditare. Temere i pensieri, irritarsi o inquietarsi
per la loro apparizione, credere che l'assenza di pensieri sia una
buona cosa in sé, sono degli errori che conducono a uno stato di
frustrazione e di colpevolizzazione inutili.
La mente di un non-meditante , di un principiante e di un meditante
esperto é attraversata da pensieri, ma la maniera di abbordarli varia
considerevolmente dall'uno all'altro.
Qualcuno che non pratica la meditazione é, nella sua relazione coi
pensieri, simile a un cieco con il viso rivolto verso una lontana
autostrada. Il cieco é incapace di vedere se dei veicoli passano o
no sull'autostrada. Nello stesso modo, la persona ordinaria, pur
provando un vago sentimento di disagio e di malessere interiore,
non é affatto cosciente del flusso dei pensieri che, tuttavia, si
riversa senza interruzione.
Cominciando a meditare, ci si scopre con degli occhi per vedere,
ma non vorremmo vedere passare nessun veicolo sulla strada.
Arriva un primo veicolo ,la nostra attesa é delusa; ne arriva un
secondo, nuova delusione; un terzo, ci irritiamo, ecc. La speranza
naif di un'autostrada vuota é continuamente stroncata. Si é
contemporaneamente coscienti e infelici per ilo succedersi dei
veicoli. Ogni veicolo che passa é una nuova difficoltà. Ci si installa
nella rivolta contro uno stato di cose inevitabile. Nel momento in cui
si guarda nello stesso modo alla meditazione come uno spazio
privo di pensieri, ogni pensiero che si presenta contraddice con
evidenza questo schema preconcetto; si é in situazione di scacco
quasi permanente.
Quando invece, si é ben capito in cosa consiste la meditazione, si
vedono sfilare i veicoli, ma senza rivolta né rifiuto, senza aver
deciso che l'autostrada dovrebbe essere vuota. Non si spera
nell'assenza di veicoli, come pure non ci si spaventa per la loro
presenza. I veicoli passano e si lasciano passare; essi non sono né
nocivi né benefici. Se i pensieri sorgono, li si lascia passare
naturalmente, senza attaccarvicisi né condannarli; se essi non
sorgono, non vi si trova motivo di soddisfazione particolare. Un
approccio sano dei pensieri condiziona una buona meditazione.
Le persone che fraintendono la meditazione credono che tutti i
pensieri debbano cessare. Noi non possiamo, in effetti, stabilirci in
uno stato senza pensieri. Il frutto della meditazione non é l'assenza
di pensieri, ma il fatto che i pensieri cessano di nuocerci. Da nemici,
i pensieri diventano degli amici.
Una cattiva meditazione deriva in genere dalla negligenza delle
pratiche preparatorie, ma anche, avendo compiuto queste, dalla
errata comprensione del modo giusto di disporre la mente.
Le persone ordinarie hanno la mente perpetuamente distratta,
sparpagliata. Quando si medita, d'altra parte, il più grande ostacolo
proviene dalle produzioni mentali aggiuntive, dai commenti su se
stessi e dai preconcetti. La meditazione autentica evita sia la
distrazione che le aggiunte mentali.
La Visione Superiore
Lhaktong
L'immensa molteplicità delle possibilità di manifestazione implica
una estrema varietà di tipi di esistenza ognuna delle quali ha una
propria determinazione. Noi esseri umani siamo dotati di
intelligenza, in grado di esprimerci con l'aiuto di un registro di
significati esteso e complesso, in grado di comprendere, dotati di un
intelletto ben superiore a quello degli animali. Prendere coscienza
di questa situazione esistenziale favorevole é una causa legittima di
gioia. Bisogna però constatarne l'evidente limite: la sofferenza.
Fisicamente, mentalmente, noi soffriamo. Molti uomini hanno
un'idea decisamente falsa della relazione che unisce il corpo e la
mente. Essi pensano che la mente non sia che una funzione
totalmente dipendente dall'organismo fisico; per loro, senza corpo
non c'é mente. La morte del corpo fisico significherebbe di
conseguenza la fine simultanea della mente. In opposizione a
queste concezioni materialistiche, la conoscenza spirituale insegna
che il corpo e la mente non sono legati con questo rapporto
indissolubile. Il corpo é sì il prodotto dato da elementi genetici fisici
dei genitori, ma la mente non deriva dalla mente dei genitori. Essa
esiste, nel campo delle esistenze condizionate, da tempi senza
inizio come coscienza individualizzata, immateriale e senza
discontinuità. Il corpo e la mente sono essenzialmente distinti.
La sofferenza affetta dunque sia il nostro corpo che la nostra
mente. La sofferenza fisica non é che occasionale, provocata dalla
malattia o da circostanze passeggere; la sofferenza mentale é uno
stato continuo, che non ci abbandona né di giorno né di notte, ma di
cui noi spesso non siamo coscienti a causa della forza
dell'abitudine che ce la fa considerare normale. Supponiamo che
qualcuno si trovi nelle migliori condizioni fisiche possibili: in buona
salute, sazio, confortevolmente disteso a casa propria la sera.
Nonostante ciò, fintanto che egli non sia calato nel sonno, la sua
mente non é in pace: ora rimugina sugli avvenimenti del giorno o
delle giornate precedenti, ora si preoccupa del futuro, alimentando
progetti, speranze o timori. Anche quando egli si addormenta, il suo
sonno é turbato dalle impressioni inconsapevoli della sua mente,
che si esprimono nei suoi sogni tanto pieni di preoccupazioni come
lo stato di veglia. La mattina, dal momento in cui si risveglia, eccolo
occupato dalle preoccupazioni sulla giornata che verrà.
Le condizioni esteriori sono insufficienti per assicurare il benessere
interiore. Dissipare la sofferenza della mente é di fatto molto più
importante che eliminare le cause apparenti di sofferenza esteriore.
Ma noi sbagliamo obiettivo: credendo di perseguire la felicità, siamo
perpetuamente lanciati nella riorganizzazione del mondo che ci
circonda. Invano. I beni materiali, gli oggetti esteriori, lungi
dall'essere in grado di sbarazzarci dalla sofferenza interiore, sono il
più delle volte dei motivi che la suscitano ulteriormente. Il vero
mezzo per liberarsi dalla sofferenza interiore é la meditazione del
mahamudra mediante la quale viene scoperto lo stato naturale e
autentico della mente.
Sono necessarie due tappe: la pacificazione mentale (shiné) e la
visione superiore (lhaktong).
La nostra mente é in genere occupata da una grande produzione di
pensieri, simile all'acqua che bolle. Meditare per calmare questa
ebollizione e dimorare in uno stato stabile, senza tensione, é ciò
che viene denominato pacificazione mentale. Quanto alla visione
superiore, essa coinvolge il processo di riconoscimento della natura
della mente.
Pacificazione mentale o visione superiore, é in ogni modo di
primaria importanza sapere prima di tutto posare la propria mente:
distesa, aperta, senza sovrimpressioni mentali.
Supponiamo che una persona si accinga a guardare uno spettacolo
qualsiasi e che resti in piedi con un pesante fardello sulle spalle.
Essa vede bene lo spettacolo, ma il carico sulla schiena é un
disturbo troppo grande per permetterle di essere presente
pienamente a ciò che vede. Un'altra persona, invece, depositerà il
suo fardello, si siederà confortevolmente su una poltrona e si godrà
senza problemi lo spettacolo che la interessa. I due spettatori
hanno in comune la possibilità di vedere lo spettacolo. Ma, nel
primo caso, la mente della persona é sottoposta a due sollecitazioni
contraddittorie: lo spettacolo da una parte, l'impiccio del peso sulla
schiena dall'altra. Quando noi vogliamo meditare, se manteniamo
la mente contratta e non ci stabiliamo in uno stato di distensione
spaziosa, siamo trascinati in due diverse direzioni: la tensione e le
preoccupazioni da una parte e l'oggetto di meditazione dall'altra.
Avendo il secondo spettatore, invece, essendosi liberato del proprio
fardello e della scomodità che gli procurava, é pienamente
disponibile per lo spettacolo. Avvicinandoci alla meditazione con
una mente distesa e aperta, possiamo anche, nello stesso
momento, dedicarci pienamente e senza difficoltà all'oggetto di
meditazione, dato che la nostra mente é occupata da un'unica
sollecitazione.
La pietra miliare di ogni meditazione é quella di saper disporre la
propria mente in tal modo. In un manuale si dice:
Distensione buona: meditazione buona.
Distensione mediocre: meditazione mediocre.
Distensione cattiva: meditazione cattiva.
Quale grado di distensione sarà la giusta misura? E' vero che una
distensione esagerata inclina la mente alla distrazione e alla
dispersione. Senza cadere in questo eccesso, ci si esercita a
trovare la soglia della massima distensione. Abbandonare ogni
vigilanza significherebbe cadere nella confusione; manteniamo
dunque la vigilanza ma con la minore tensione possibile.
Alcune persone, nel momento in cui meditano, si sforzano di
bloccare tutti i pensieri, lottando perché niente altro occupi la loro
mente oltre all'oggetto di concentrazione. Altre, si stabiliscono in
una specie di assenza di coscienza, una profonda oscurità
inintelligente. Questi sono due atteggiamenti contrari alla
meditazione.
La pacificazione mentale implica quanta più lucidità possibile,
congiunta con un profondo sentimento di libertà. Quando durante il
giorno contempliamo il mare, attraverso l'acqua limpida noi vediamo
le pietre e le alghe del fondale. La nostra meditazione deve avere
questa medesima qualità chiarezza che permette di essere
pienamente coscienti della situazione. Di notte, invece, la superficie
delle onde é una massa oscura e opaca che non lascia penetrare lo
sguardo, proprio come una mente spessa e offuscata, malgrado
un'apparenza di stabilità, impedisce di fatto la meditazione.

8 PAGINE DI FOTO

DISTINZIONE TRA SHINE' E LHAKTONG

La pacificazione mentale calma e stabilizza la mente, ma la vera


natura di questa non é ancora riconosciuta. Noi non comprendiamo
cosa sia, e le domande fondamentali restano senza risposta, se
non a titolo di ipotesi intellettuali. La visione superiore va più
lontano: una volta che la mente sia pacificata, essa riconosce la
sua stessa essenza, senza lasciare spazio all'incertezza. Essa
conduce ad un' esperienza diretta ed evidente. Poiché si tratta di un
grado di comprensione superiore alla semplice calma della mente,
la si chiama visione superiore.
La pacificazione mentale, così come la visione superiore, hanno
come oggetto la mente. Ciò che é visto, la mente, é identico, ma la
modalità di visione é diversa. La luna si riflette di notte sulla
superficie di un recipiente colmo d' acqua. Quando il recipiente
viene agitato, non si percepisce allora la forma della luna ma una
semplice luminosità confusa. Una volta lasciato il recipiente fermo,
la superficie dell'acqua diventa gradualmente calma e liscia. Questa
fase corrisponde alla pacificazione mentale mediante la quale la
mente si sbarazza dell'agitazione dei pensieri. Una volta che
l'acqua sia perfettamente calma, vi si può vedere chiaramente
quanto vi si riflette e riconoscere la forma percepita per come essa
effettivamente é. Essendo la mente, nello stesso modo, stata
calmata mediante l'esercizio della pacificazione mentale, la visione
superiore permette in seguito di riconoscerne la natura.

PRATICA DI LHAKTONG
Assumiamo anzitutto la postura corporea corretta, senza tensione,
quindi posiamo la nostra mente in uno stato di Shiné, aperta e
distesa. Proviamo così un'esperienza di calma unita a una
sensazione di benessere. Cerchiamo quindi dove risiede questa
mente calma. Si trova nella nostra testa, in un luogo determinato
del nostro corpo, oppure in tutto il nostro corpo? Nel nostro cuore?
Nel nostro cervello? Qual é l'essenza di questa mente calma?
Dove dimora? Esaminiamo ciò molto attentamente.

(meditazione)

Un simile esame ci conduce, a causa del carattere infruttuoso della


ricerca, a scoprire per esperienza la non-localizzazione della mente
calma. Per quanto noi la cerchiamo, non si trova da nessuna parte.
Lasciamo ora l'esame e riprendiamo Shiné come in precedenza.

(meditazione)

La ricerca non ci ha permesso di scoprire la mente da nessuna


parte. Lasciando però di nuovo la nostra mente a riposo abbiamo
proprio la sensazione che esiste una mente a riposo; una
sensazione di benessere, di calma, di qualcosa che esiste; un
sentimento di essere.
Nel momento in cui non procediamo ad un esame, sperimentiamo
l'esistenza di questa mente calma. Quando guardiamo in seguito
l'essenza stessa di questa calma, non possiamo affatto dire: "é
questo" o "é quello". Giungiamo ad una totale incapacità di
descrivere qualsiasi cosa in quanto incapaci di trovare qualcosa
che potremmo definire la mente calma. Se concludessimo però che
la mente calma non esiste affatto, saremmo in contraddizione con
questo sentimento di essere che proviamo lasciando la nostra
mente a riposo. Siamo condotti alla scoperta di uno stato di essere
indicibile; il riconoscerlo e il farne direttamente l'esperienza é
quanto si definisce lhaktong, la visione superiore10 .
Questo riconoscimento non é ora possibile che attraverso
l'alternanza del riposo e dell'esame. Quando viene raggiunto un
certo grado di meditazione, questi due stati non sono più tuttavia
dissociati e l'esercizio dell'alternanza diviene superfluo. Pervenire a
questa indissociazione della mente calma e della mente che
investiga, é la visione superiore nel senso pieno del termine.
Tuttavia, procedere mediante l'alternanza é già un primo approccio.

Noi ora non possiamo vedere la scalinata illuminata dalla lampada.


Guardiamola bene, poi facciamo sorgere nella nostra mente il
pensiero della scalinata, cioé la sua immagine.

(meditazione)

Il pensiero della scala é ora presente nella nostra mente. Da dove é


apparso? Da quale luogo é venuto? Qual é la sua origine?

(meditazione)

Esaminando l'origine di questo pensiero, non possiamo dire che sia


venuto dall'esterno, non possiamo nemmeno scoprire la sua origine
all'interno del nostro organismo fisico. Il pensiero della scala, non si
é introdotto nella nostra mente nella maniera in cui una persona che
giunge dall'esterno entra in un locale. Esso é là senza essere
venuto da nessuna parte.

(meditazione)

Siamo incapaci di trovare un' origine qualsiasi di questo pensiero.


Nel momento in cui, ora, il pensiero della scalinata é presente nella
nostra mente, dove dimora? Qui? Là? All'esterno del nostro corpo

10A tutta prima e per una persona non bene informata, il metodo che qui é stato appena esposto e le conclusioni a cui é
giunto possono sembrare del tutto semplicistici e prendere delle vie tortuose per gungere a dei truismi o verità evidenti
per se stesse. Che ne siamo coscienti o meno, l'esperienza che noi abbiamo della nostra mente é nondimeno
estremamente localizzata e reificata. Il percorso spiegato qui, nel momento in cui viene seguito senza a-priori, con
perseveranza e facendo riferimento alle spiegazioni di un istruttore qualificato, ha come risultato quello di dissolvere
progressivamente la cristallizzazione illusoria in cui siamo fissati. Il medesimo avvertimento vale per il secondo
esercizio, spiegato nelle pagine successive.
oppure all'interno? Esaminiamo attentamente. Quando una persona
entra in un locale, arriva dall'esterno, varca la soglia quindi si ferma
in un luogo limitato e definito, il locale. Possiamo nello stesso
modo definire un luogo limitato e definito dove dimora il pensiero?

(meditazione)

Qual é la forma, non dell'immagine percepita mentalmente, ma del


pensiero stesso? Qual é la sua forma e la sua misura? Possiamo
vederlo? La nostra ricerca sfocia ancora una volta su di
un'assenza.

Guardiamo ora attentamente questi fiori.

(meditazione)

Il pensiero della scala é ancora nella vostra mente da quando


essa é occupata a guardare i fiori? Nel momento in cui il pensiero
della scala é cessato, come é partito?
Quando il pensiero della scala si é formato nella nostra mente, ci
siamo chiesti se era avvenuto nello stesso modo in cui una persona
entra in un locale passando dalla porta e vi si ferma. Quando il
pensiero della scala é cessato, sostituito dal pensiero dei fiori,
come é partito? Come si lascia un locale per andare da qualche
altra parte?

(meditazione)

Da dove é venuto il pensiero dei fiori?

Guardiamo ora questa statua. Il pensiero dei fiori é ancora là? Dove
é andato?

(meditazione)

Esaminando da dove veniva il pensiero, non abbiamo potuto


trovare un luogo d'origine. Anche quando abbiamo scrutato la sua
localizzazione una volta presente, non abbiamo potuto individuarla,
come pure, nel momento in cui é cessato, non abbiamo potuto
scoprire da dove fosse partito.
I pensieri non vengono da nessuna parte, non dimorano da
nessuna parte e non vanno da nessuna parte. Essi non hanno, di
per sé, alcuna esistenza.

LA TIGRE DI PELUCHE

Quando non conosciamo la natura della mente, viviamo nella


convinzione che i pensieri esistono realmente. Considerati come
reali, essi divengono causa di sofferenza. Si vedono delle persone
tormentate a tal punto da un pensiero, che cessano di mangiare,
divengono magre e pallide, gli occhi incavati e senza espressione.
Queste ripercussioni fisiche illustrano bene la forza dei pensieri
presi come reali.
Si fabbricano, ad uso dei bambini, degli animali di peluche che
talvolta assomigliano molto a quelli veri. Le tigri, i leoni, i leopardi
mostrano in una bocca spalancata delle zanne minacciose e
fissano sulla loro preda degli occhi spaventosi. Un bambino molto
piccolo può avere paura di una tigre di peluche credendosi in
presenza di una minaccia effettiva. Il suo equivoco é l'unica causa
della sua sofferenza. Laddove non c'é una tigre, egli crede che ve
ne sia una. Al contrario, lo stesso bambino piccolo, sarà molto
contento di un cavallo di peluche, attribuendogli un'esistenza reale,
investendolo della gentilezza e della dolcezza di un cavallo
autentico. Non riconoscendo la natura dei nostri pensieri, siamo
simili a questo bambino: prendiamo come reale ciò che non lo é e,
da lì, proviamo sofferenze e gioie.
Il meditante che, invece, realizza il mahamudra, ovvero riconosce la
vera natura della sua mente, é paragonabile a un adulto che non
confonderà un'imitazione di tigre o di cavallo. "E' ben fatto, penserà
l'adulto; si direbbe una tigre, si direbbe un cavallo. Ma non si lascia
ingannare sulla realtà dell'oggetto e non é portato quindi a reagire
come farebbe in presenza di una vera tigre o di un vero cavallo. E'
libero da paure e da gioie che la situazione reale causerebbe. Nello
stesso modo, per colui che ha realizzato il mahamudra, i pensieri, il
cui carattere reale é smascherato, non danno più luogo a
complicazioni emotive: essi non generano né sofferenze né gioie11..
Nella nostra mente appaiono pensieri e immagini di ogni tipo;
tuttavia essi non hanno una reale esistenza. Lhaktong riconosce
simultaneamente le manifestazioni mentali e la loro assenza di
esistenza reale. Non si tratta affatto di cancellare la manifestazione,
né di negare la facoltà creatrice della mente, ma di vedere il suo
carattere privo di esistenza propria. Una falsa tigre appare
comunque con una forma: é l' aspetto manifestazione. Sapere,
d'altra parte, che non é reale, corrisponde all'aspetto vacuità. La
visione superiore riconosce nello stesso tempo la forma della tigre e
la sua irrealtà, l'unione della manifestazione e della vacuità.

PRENDERE IL RIMEDIO
Esistono numerosi metodi per praticare lhaktong, così come
esistono numerosi metodi di shiné. Noi abbiamo qui considerato
due tipi di approccio:
- Analizzare la natura della mente calma,
- Determinare da dove vengono i pensieri, dove dimorano, dove
vanno.
Non é sufficiente comprenderli intellettualmente. E' indispensabile
metterli in pratica mediante la meditazione. Non meditare e
accontentarsi di pensare che quanto é stato appena esposto sia
esatto, sarebbe sterile. Quando siamo ammalati, il medico identifica
la malattia, prescrive le medicine, illustra gli effetti attesi. Noi
tuttavia non guariamo se ci accontentiamo di accettare la diagnosi,
di aver ben compreso quali medicine assumere, come prenderle e
quali ne saranno i risultati. Occorre anche assumere il rimedio
prescritto per guarire. Allo stesso modo, non é sufficiente
comprendere cosa sia la meditazione, occorre meditare.
Meditare alcuni giorni, alcuni mesi, anche un anno , poi
abbandonare, non porterà affatto dei frutti. Un malato deve
assumere i rimedi prescritti fino alla completa guarigione. Se si
ferma nel corso del trattamento, anche se questo dura dei mesi o
degli anni, il male riprenderà il sopravvento. Dobbiamo nello stesso
11Questo non significa affatto che la mente dimori da lì in una specie di indiffernza permanente, noiosa e scialba. La
mente sperimenta, al contrario, la propria felicità,non paragonabile con le gioie ordinarie, a tal punto che essa viene
detta al di là dei concetti di gioia e non-gioia. La mente di un essere liberato é non solamente al di là della sofferenza,
essa é per natura ed in modo inalterabile, pace, lucidità, intelligenza, felicità, amore e potere, infinitamente più viva di
quanto non sia attualmente la nostra.
modo portare avanti la nostra meditazione finché non avremo
raggiunto una realizzazione effettiva e stabile. Regolarità e
perseveranza sono due condizioni necessarie per una meditazione
proficua.

MESSAGGIO AI PROVENZALI

Parecchi anni addietro, risiedeva a Aix-en-Provence un anziano


lama, chiamato Lama Ghélèk12. Nel cuore dei discepoli fortunati,
egli piantò il seme della devozione. Le istruzioni che vi ho dato in
questi giorni, sono l'acqua e il concime che getto su questo seme.
Alimento la grande speranza che da qui a qualche anno, la pianta
porterà dei bei frutti: esperienze e realizzazioni autentiche. Se
potete mangiare questi frutti, gustarne il sapore e il succo, ne
deriverà un bene immenso sia per voi che per gli altri.
Un giornalista mi ha chiesto ieri se la Provenza occupasse un posto
privilegiato nello sviluppo del Buddismo tibetano in Francia. Ho
risposto che il cielo della Provenza era più bello che in qualsiasi
altro luogo della Francia; quanto al Dharma, é presente in Provenza
come é presente in numerose altre zone della Francia, ma non
occupa una posizione preminente. Appartiene al futuro l'accordargli
questo ruolo privilegiato: alla particolare bellezza del cielo,
dovrebbe corrispondere uno sviluppo particolare della meditazione.
Questo, almeno, é il mio auspicio.

***

Domande - Risposte

Da dove vengono le emozioni conflittuali?


Da tempi senza inizio, la nostra mente é sotto il dominio dell'ego.
Oltre a ciò, durante la successione delle nostre vite si sono formate
12Lama Guélèk risedette dal 1977 al 1980 a Aix-en-Provence , dove Kalu Rimpoche gli aveva affidato la guida del
centro tibetano situato allora in Rue de la Fourane. Giovane monaco, venne notato dal suo maestro, Sangyé Tulku, che
gli trasmise numerosi insegnamenti in privato, anche durante la notte, facendolo talvolta venire in camera sua. Egli
trascorse in seguito la maggior parte della vita in ritiro, fino all'esilio, alla fine degli anni cinquanta. In India, egli
incontrò Kalu Rimpoche e fece di nuovo un ritiro di tre anni nel suo monastero di Sonada, contemporaneamente a Bokar
Rimpoche. E' pure a Sonada che egli decedette, nel Luglio del 1981,in seguito ad una malattia folgorante. I segni
meravigliosi che accompagnarono la sua morte confermarono, se ce n'era bisogno, la profonda realizzazione acquisita
nel corso della sua vita.
nella nostra mente delle impregnazioni inconsce che condizionano
ora la nostra percezione del mondo e le nostre reazioni emotive alla
situazione. La collera, il desiderio, ecc.., fanno parte di queste
impregnazioni. Da ciò hanno origine le emozioni conflittuali.
Nel momento in cui tali emozioni si sollevano con forza nella nostra
mente, il rimedio non é quello di rimuoverle. Riconoscendo la
presenza e l'intensità dell'emozione, é senza dubbio preferibile dire:
"benvenuta, benvenuta, entra dunque!" Può darsi che l'emozione
sfugga al nostro invito!
Il carattere costrittivo di un pensiero o di una emozione deriva dal
fatto che noi vi ci identifichiamo. Se, al contrario, la lasciamo senza
proprietario, senza occupante, essa cessa di essere nociva. I
pensieri sono come dei veicoli su una strada. Quando si verifica un
incidente, se noi non siamo nell'automobile, siamo indenni!

Che fare di fronte alla difficoltà di visualizzare?


Visualizzare é effettivamente difficile quando si é agli inizi. La presa
di Rifugio, la pratica di Dorje Sempa, il guru-yoga e la nostra
perseveranza sono dei mezzi che eliminano gradualmente la
difficoltà.
Nella nostra mente si sollevano numerosi pensieri legati a delle
emozioni conflittuali, collera e altre. Anche quando abbiamo
compreso che non hanno un'essenza propria, che non esistono
realmente, che sono nocive, esse appaiono indipendentemente
dalla nostra volontà. E' per questo motivo che é necessario
purificare la nostra mente dagli errori e dai veli che influiscono
negativamente su di essa mediante la pratica di Dorje Sempa e
unire la nostra mente a quella del nostro maestro.

Come pregare il lama?


Visualizzando il lama, noi pensiamo che egli è veramente presente
e ci affidiamo alla sua protezione. Gli chiediamo che vengano
allontanate le nostre sofferenze e che vengano dissipati i veli che
offuscano la nostra mente, che la nostra mente trovi la pace e la
felicità. Se conosciamo la preghiera del Rifugio possiamo recitare
quella altrimenti, possiamo esprimerci con parole nostre.
Come distinguere tra quanto deriva dall'ego e quanto proviene
dalla nostra natura pura?
La nostra mente é nel contempo conoscenza e ignoranza. In
generale, i pensieri dualistici derivano dall'aspetto ignoranza; la
coscienza primordiale non-duale é l'espressione della conoscenza.
Tuttavia, la fede, la compassione, ecc., sono anch'esse delle
espressioni della conoscenza.

Cosa bisogna fare di fronte a un problema ricorrente?


Il ripresentarsi di un problema é dovuto al Karma, a certi veli e certi
errori che offuscano la mente. Il rimedio é dunque quello di
purificarsi attraverso la pratica di Dorje Sempa, di shiné, di
lhaktong, la devozione al lama, la presa di Rifugio, la compassione
per gli esseri. Una volta dissipato il karma negativo, il problema non
potrà più ripresentarsi essendo scomparsa la sua causa. La nostra
mente é stretta tra i nodi dell'ego, delle emozioni conflittuali e della
sofferenza. Pregare il lama, praticare la meditazione di Dorje
Sempa, unire la propria mente alla Mente del lama, permettono di
sciogliere questa stretta e di recuperare uno stato di distensione e
di benessere. Questo, inoltre, rafforzerà molto la nostra fiducia nel
dharma e farà nascere spontaneamente la compassione nei
riguardi di coloro che, privi del dharma, non conoscono la natura
della loro mente.

Come collocare la meditazione di Chenrezi in relazione a shiné


e lhaktong?
La meditazione di Chenrezi include sia shiné che lhaktong. Quando,
dapprima, visualizziamo Chenrezi al di sopra del nostro capo,
immaginiamo il suo viso, le sue braccia, i suoi ornamenti ecc., e
posiamo la nostra mente senza distrazione su questa apparenza,
questo é shiné. Quando comprendiamo simultaneamente che
questa forma di Chenrezi é immateriale, che non esiste in quanto
cosa, che é simile a uno specchio, sebbene nello stesso tempo non
sia inerte bensì conoscenza, amore e potenza, questo é lhaktong.
Una buona meditazione di Chenrezi comprende shiné e lhaktong.