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Ma che cosa ti avevo detto, una casa?

Ma io sai che cosa faccio?


Ma io ti compro un sottomarino!

(Piero Ciampi)

Respiro in maniera strana. Stavo dormendo e mi sto svegliando con un affanno mai
provato. Prima ancora di aprire gli occhi sento dolore ovunque, anche alle palpebre
che fatico a spalancare. Quel poco che vedo sfocato, ma riesco comunque a
riconoscere i riccioloni di mia sorella, prigioniera nel suo solito cappotto rosso
troppo stretto. E' tornato al mondo, alleluja, alleluja!, dice in tono da presa in
giro. Le cose si fanno meno sfocate, i ricordi recenti pi chiari, e l'ultimo ricordo
che ho una fiat punto marrone che mi taglia la strada e mi sbalza dalla moto.

Conosco questo stanzone, ci sono gi stato. Il soffitto con le macchie violacee, il


letto di ferro, le copertine verde acqua, il lavandino sulla parete destra. Tutt'attorno
ci sono altri letti come il mio, pieni di gente fasciata e intubata. Conosco questo
posto, lo conosco e lo riconosco. Provo a dire qualcosa a mia sorella, ma mi fanno
male i denti e ho la lingua intorpidita. Mi esce solo un Mmmghhhff che fa ridere
anche me, ma appena rido sento una pugnalata al petto. Mia sorella dice comunque
S, sei in corsia a chirurgia toracica. Dicono che hai avuto uno pneumotorace,
l'aria ti uscita dai polmoni e ti si sono sgonfiati, una cosa del genere, non ho

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capito bene, ma ti hanno aggiustato. Tace un minuto e aggiunge S, l'ospedale
lo stesso, il reparto lo stesso e... guarda il numero del letto.... Mi indica una
targhetta verde sulle barre di metallo appena dopo i miei piedi. C' scritto 17. E' lo
stesso, proprio lo stesso letto dove morto nostro padre dieci anni fa, per
complicazioni dopo un un'operazione troppo tardiva per tumore ai polmoni. Mia
sorella ride, sa sempre trovare il lato comico di ogni cosa, perfino del suo cappotto
che le provoca danni alla circolazione del sangue. E' grassa ma si ostina a comprare
vestiti di due taglie pi piccole. Vado ad avvertire che ti sei svegliato e prima che
possa mugugnarle una risposta, sparisce nella porta.

Il silenzio rotto da qualche mammamamma, oddio-oddio, dottore-dottore, da


punti diversi dello stanzone. Le voci sembrano avere tutte lo stesso tono. Guardo il
numero 17, scritta bianca su sfondo verde. Ricordo che tenevo la mano di pap e
guardavo la stessa targhetta. Non piango per lui da almeno cinque anni.
Semplicemente non ci penso pi. Non che non l'amassi, l'amavo da impazzire, ma
proprio non piango.

Piego la testa su un fianco: ho due tubicini che mi entrano nel petto. Lui ne aveva
soltanto uno. Ho vinto, ho vinto, rido tra me e me, poi cado di nuovo addormentato.

Non so quanto dormo, ma a un certo punto riapro gli occhi e ci sono mia madre e
mia sorella che si tengono per mano. Mia madre singhiozza. Letto 17, letto 17,
dice tra una lacrima e l'altra. Anche mia sorella piange, ma non dice niente. Vorrei
piangere anche io, soprattutto perch mia sorella ha avvisato mia madre troppo

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presto, ed ora mi star addosso notte e giorno, facendosi odiare dalle infermiere e
dagli altri ricoverati. E' una donna cara, ma tanto invadente e non fa che piangere.
Letto 17, letto 17, ripete istericamente. Meno male che devo avere ancora un po'
di anestetico nelle vene, perch mi addormento di nuovo.
Sogno il letto 17, la targhettina con la scritta bianca su sfondo verde, diciassette.
Quando mi sveglio i dolori si fanno pi leggeri, riapro gli occhi e lui qui in piedi,
con un tubo nel petto, uno solo. Hai vinto, dice. Sfila una marlboro dal pacchetto,
la mette tra le labbra, la accende e tira una grossa boccata. Il fumo gli passa dalla
gola al petto, fluisce nel tubo e finisce spandendosi in una sacca trasparente che
somiglia ad un narghil pieno d'acqua e sangue. Mi viene in mente una di quelle
bolle di plastica souvenir con dentro la neve che si muove, con la torre Eiffel e la
scritta "Parigi d'inverno". Solo che questa sacca, rosso sangue e fumo, pi un
souvenir "ricordo del vulcano".

Ci piaceva guardare i documentari sui vulcani, ti ricordi?, dico senza tosse, senza
pi dolori, senza provare niente. Lui risponde di no, non si ricorda. Con gli anni i
ricordi diventano flebili anche ai morti.