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FISICA IV

INDICE
CALORIMETRIA
dilatazione termica
dilatazione lineare
dilatazione aereolare
dilatazione nei liquidi
potere calorifico
propagazione del calore
conduzione (attraverso lamine pianparallele, ||)
TERMODINAMICA
trasformazioni termodinamiche
lavoro in una trasformazione termodinamica
primo principio della termodinamica
applicazioni del primo principio
calori specifici del gas perfetto
trasformazioni adiabatiche
secondo principio
macchina termodinamica
rendimento di una macchina termodinamica
teorema di Carnot
enunciati del secondo principio
macchine frigorifere
entropia
secondo principio dal punto di vista macroscopico
terzo principio
DINAMICA ROTAZIONALE
m.c.u.
mc uniformemente accelerato
corpo rigido
rotolamento senza scivolamento
momento della forza
momento di una coppia di forze (o coppia)
energia cinetica rotazionale
momento d'inerzia
momento angolare (o della quantit di moto)
secondo principio per il moto rotazionale
confronto tra dinamica traslazionale e rotazionale
forze direttamente proporzionali al quadrato della distanza
GRAVITAZIONE
legge di gravitazione universale
forza peso
campo gravitazionale
orbite di pianeti e satelliti
approccio energetico
velocit di fuga
buchi neri
ELETTRICOSTATICA
legge di Coulomb
carica elettrica
campo elettrico
teorema di gauss
campo elettrico attraverso una superficie gaussiana
campo di una distribuzione illimitata omogenea
campo di una distribuzione lineare
campo di una distribuzione sferica
campo di una carica singola
potenziale elettrico
campo all'interno di un conduttore
capacit elettrica
condensatori
collegamenti tra condensatori
CORRENTE ELETTRICA
intensit di corrente
circuiti elettrici
prima legge di Ohm
resistenza elettrica
collegamenti tra resistenze
tensione, d.d.p. e fem
legge di Joule
seconda legge di Ohm
leggi di Kirchhoff
legge dei nodi
legge delle maglie
ONDE
descrizione geometrica
descrizione cinematica
matematica delle onde
tipi di onde
moto armonico
oscillatore armonico
pendolo
oscillazioni smorzate
oscillazioni forzate
propagazione delle onde (su corda)
riflessione
interferenza
battimenti
diffrazione
principio di Huygens
onde stazionarie
corda con due estremi vincolati (o liberi)/tubo aperto (o chiuso)
corda con un estremo vincolato/tubo con un estremo aperto
ACUSTICA
suono
velocit del suono nei gas
eco e riverbero
assorbimento sonoro
intensit dei suoni
intensit sonora
livello sonoro
percezione effettiva
suono e musica
strumenti musicali
intonazione
effetto Doppler
osservatore fermo e sorgente in moto
osservatore in moro e sorgente ferma
formulazione generale
CALORIMETRIA
DILATAZIONE TERMICA
DILATAZIONE LINEARE

l=l 0 T e quindi l=(1+ T )l 0 .

In realt anche aumenta con l'aumentare di T ma in maniere trascurabile (due ordini di grandezza
pi lentamente: se l aumenta di k in realt aumenterebbe di k,00k).

La legge lineare va bene quando la dilatazione predominante quella in una sola direzione
(come il binario ferroviario, che di fatto non si allunga soltanto, ma in realt si allarga e si alza, ma
talmente di poco che ci trascurabile).

DILATAZIONE AEROLARE

pressoch identica alla dilatazione lineare, l'unica differenza sta nel fatto che il coefficiente
differente:

l=l 0 T e quindi l=(1+ T ) l 0 dove sperimentalmente ci si accorge che =2 .

Per esempio se un'asta di metallo con una certa variazione di temperatura si allunga diciamo del
0,1% (da 1m a 1,001m) una superficie dello stesso metallo con lo stesso sbalzo di temperatura
aumenta non del 0,1% ma dello 0,2% (da 1m2 a 1,002m2).

DILATAZIONE VOLUMICA

La legge come quella lineare, soltanto che si tiene conto del fatto che la dilatazione avviene in tre
dimensioni anzich in una sola.

l=l 0 T e quindi l=(1+ T ) l 0 (cambia solo il nome del coefficiente).

Nei solidi, dove si pi misurare sia la dilatazione lineare che volumica, si visto che =3 .

In tutti i liquidi il coefficiente aumenta all'aumentare della temperatura eccetto l'acqua: tra 0C e
4C infatti diminuisce, tra 4C e 8C aumenta bruscamente e al di sopra degli 8C si comporta
come un liquido normale. Allo stesso modo la densit massima alla temperatura di 4C.

Dal punto di vista biologico questo importantissimo: il ghiaccio che un isolante termico, una
volta formatosi sulla superficie di uno specchio d'acqua vi rimane isolando l'acqua sottostante e
mantenendola a 4C permettendo cos agli organismi acquatici di sopravvivere anche quando la
temperatura esterna scende di decine di gradi sotto lo zero.

L'anello di congiunzione tra dilatazione e leggi dei gas la legge isobara V =V 0 C (1+ T ) . In
questa legge non si considerano le differenze di temperature ma quelle assolute.

proprio da questa legge che lord Kelvin introdusse l'idea di zero assoluto.
Diminuendo la temperatura diminuirebbe sempre il
volume, finch ad una certa temperatura il volume si
m==1/273,15 V annullerebbe e poi diventerebbe negativo (impossibile).

Questa temperatura
1 1
0=V =V 0+V 0 T 0=1+ T T = =1:
273,15
T(C) T =273,15 C .

Comunque oggi sappiamo che non si pu mai


raggiungere questa temperatura anche se non si sa ancora
bene cosa succeda a temperature vicinissime.

POTERE CALORIFICO

l'energia che rilascia una sostanza dopo la sua combustione COMPLETA.

PROPAGAZIONE DEL CALORE


Ci sono tre modi con i quali il calore si propagazione:

metodo mezzo No in... meccanismo


CONDUZIONE solidi vuoto Per contatto tra i due corpi
CONVEZIONE fluidi solidi, vuoto Tramite moti convettivi
IRRAGIAMENTO qualsiasi nessuno Onde elettromagnetiche

CONDUZIONE (attraverso lamine pianparallele, ||)

La legge di Fourier dice quanta potenza termica (Q) fluisce tra


due termostati a due temperature (Tc e Tf) separati dalla distanza
l attraverso la sezione A di un materiale di conducibilit termica
Q T T f
: = A c .
t l

La conducibilit termica la grandezza che dice quanto


facilmente ciascun materiale trasmette il calore. Si misura in
W/mK.
TERMODINAMICA
L'unione tra termologia e meccanica, descrive i passaggi di energia e di calore nei corpo.
Si applica principalmente (e pi facilmente) sui gas dove facile osservare come cambiano le
variabili di stato (p, V, T) quando si applica un lavoro o si trasmette del calore.

TRASFORMAZIONI TERMODINAMICHE

L'equilibrio termodinamico si ha quando un sistema in equilibrio meccanico (macroscopico),


termico (e chimico).

La trasformazione termodinamica un'azione che cambia le variabili di stato di un gas. Si


studiano quelle che possono essere viste come una serie di stati di equilibrio vicinissimi tra loro;
queste trasformazioni sono quelle quasi statiche e sono lente e graduali.

Infatti se una reazione improvvisa nel gas ci saranno disomogeneit e le variabili saranno diverse
da punto a punto.

Le trasformazioni termodinamiche si studiano nel piano cartesiano che ha in ascissa il volume ed in


ordinata la pressione. Tale piano chiamato piano di Clapeyron (o piano P-V).

In termodinamica un oggetto isolante detto adiabatico (=che non viene attraversato dal calore).

Ci sono quattro trasformazioni termodinamiche elementari:

Per esempio in un'isocora quando aumenta la pressione, il volume deve rimanere constante
affinch l'equazione di stato sia valida, deve aumentare anche la temperatura.

C' un altro tipo di trasformazione notevole: quella ciclica, nella quale stato finale e iniziale
coincidono. Sul piano P-V identificata da una curva chiusa.
IL LAVORO IN UNA TRASFORMAZIONE TERMODINAMICA

Prendiamo il caso pi facile: la trasformazione isobara. Prendiamo un cilindro con un pistone


mobile in cima, sul quale si trova una massa m. aumentando la temperatura del gas il pistone si
sposta di una lunghezza h. Il lavoro sul pistone L=mg h ma mg, il peso, anche la pressione
che esso esercita divisa la superficie sulla quale la esercita: L=P s h (s l'area) ma s h la
differenza di volume della trasformazione L= p V .

Ci si accorge che tale equazione esprime anche l'area sotto la trasformazione; si pu anche
dimostrare che ci vero per qualsiasi trasformazione.

Per convenzione si usa dire che:

SENGO L Q
>0 Fatto DAL sistema ENTRA nel sistema
<0 Fatto SUL sistema ESCE dal sistema

PRIMO PRINCIPIO DELLA TERMODINAMICA


Ci si accorge che, con queste convenzioni, la quantit Q-L rimane costante dopo ogni
trasformazione, essa dipende infatti dallo stato pu essere considerata anch'essa una variabile
di stato.

Questa grandezza rappresenta la variazione di energia interna, U.

Il primo principio afferma proprio che U =QL .

U, essendo l'energia interna del gas dipende soltanto da T (per la legge di Boltzmann):
1
U = f k T (f sono i gradi di libert, f=3 se il gas monoatomico, f=5 se biatomico)
3
(anche con l'energia interna, come quella potenziale gravitazionale non assoluta ma una differenza
tra due stati diversi, con U per pi difficile trovare un punto 0 quindi si usa sempre U).

APPLICAZIONI DEL PRIMO PRINCIPIO

1
Isocora: V = 0 L = 0 U =Q U =Q= f n RT
2
Isobara: L=P V
Vf
Isoterma: T = cost U = 0 L=Q L=Q=n RT ln (area sotto la curva)
Vi
Adiabatica: Q = 0 U =L
Ciclica: U = U(A) U(B) ma essendo A=B U = 0 L=Q

CALORI SPECIFICI DEL GAS PERFETTO

Per il solidi e liquidi per calore specifico si intende quello a pressione costante (non possibile
contrastarne l'espansione mantenendo il volume costante), mentre un gas anche se scaldato, se
propriamente contenuto pu mantenere in suo volume costante (v. isocora).
Occorre distinguere quindi due calori specifici diversi: quello a pressione costante e quello a
volume costante, diversi tra loro.

In un'isocora tutto il calore accresce l'energia intera (infatti L = 0) mentre in un'altra trasformazione
una parte del calore serve per compiere un lavoro, a discapito quindi dell'energia interna.

A parit di calore quindi U isocora > U isobara quindi la quantit di energia che serve per
aumentare la temperatura maggiore nell'isobara, dunque c p >c v .

1 f +2
Si pu dimostrare che c v = f R e che c p = R da qui si ricava che c p =c v +R , nota
2 2
come relazione di Mayer.

c p f +2
Inoltre il fattore (quello di P V =cost ) dato da = = .
cv f
TRASFORMAZIONI ADIABATICHE

Sono caratterizzate dal fatto che Q = 0 U = -L (espandendosi si raffredda, comprimendosi si


riscalda).
Tutte quelle trasformazioni che sono cos rapide che il calore non ha il tempo per disperdersi in
maniera rilevante si posso considerare adiabatiche.

Sappiamo gi che P V =cost e che L=n c v T .
1
in pi si dimostra che T V 1=cost e anche che T P
=cost

Tipo di f +2 1
f ( ) -1
atomo f
5 2 2
monoatomico 3 1,67 0,67 =0,4
3 3 5
7 2 2
biatomico 5 =1,4 =0,4 0,29
5 5 7
4 1 1
poliatomico 6 1,33 0,33 =0,25
3 3 4
SECONDO PRINCIPIO
MACCHINA TERMODINAMICA

una macchina che trasforma calore in lavoro o


viceversa (per esempio tramite una compressione
adiabatica si produce del calore).

Sono particolarmente interessanti per le macchine


cicliche, ovvero quelle che appunto compiono
trasformazioni cicliche. Di solito c' una trasformazione
principale, quella che produce o assorbe il lavoro richiesto
e una di servizio che riporta la macchina allo stato
iniziale (si pensi al motore di un'automobile).

Le macchine termiche sono rappresentate schematicamente


come a lato:

RENDIMENTO DI UNA MACCHINA TERMODINAMICA

L
ll rapporto tra il lavoro effettuato ed il calore assorbito il rendimento: = e quindi
Qc
dev'essere sempre >1 (per la conservazione dell'energia, se il L>Qc significherebbe che si creta
energia dal nulla) ma non pu essere nemmeno =1 come vedremo...

In genere i rendimenti di molte macchine sono bassi: per esempio il rendimento tipico del motore di
un'automobile del 25%, quindi solo un quarto dell'energia chimica liberata dalla combustione
contribuisce al movimento dell'auto (il resto viene dissipato come calore).

Il lavoro pu essere quantitativamente espresso come la parte di calore dissipata quindi L=Qc-Qf e
Q Q f Q
quindi = c =1 f
Qc Qc

TEOREMA DI CARNOT

Il rendimento di una macchina reale ( con trasformazioni irreversibili) sempre minore del
rendimento della macchina ideale ( con trasformazioni reversibili) corrispondente, il quale
T
dipende unicamente dalle temperature tra le quali lavora, secondo la relazione =1 f .
Tc

per esempio il rendimento teorico massimo del corpo umano (la qui temperatura 37C mentre
quella esterna ideale, alla quale non si ha n troppo caldo n troppo freddo di 25C):

25+273,15
corpoumano =1 =4 % (infatti spendiamo almeno 2000kcal = 8,4 MJ al giorno, per una
37+273,15
potenza di circa 100W)

ENUNCIATI DEL SECONDO PRINCIPIO

Ci sono almeno tre modi per enunciare quello che prende il nome di secondo principio della
termodinamica:
Enunciato di Carnot
Per una macchina reale il rendimento minore di quello della macchina ideale che lavora tra
le stesse temperature.
Enunciato di Kelvin
impossibile realizzare una macchina il cui unico risultato sia quello di convertire in lavoro
tutto il calore assorbito.
Enunciato di Clausius.
impossibile realizzare una macchina il cui unico risultato sia il trasferimento di calore da
un la corpo freddo a quello caldo (senza compiere un lavoro).

Quindi in generale il secondo principio dice come e in che direzione avvengono i passaggi di
energia descritti quantitativamente dal primo principio.

Questi enunciati, in particolare gli ultimi, due sono equivalenti: per dimostrare ci si dice che

{non K non C
non C non K
quindi K C.

MACCHINE FRIGORIFERE

Sono macchine che trasportano il calore da una sorgente pi fredda ad una pi calda, quindi
contro il flusso naturale; come appena visto per far ci al sistema deve subire un lavoro.

Per queste macchine il lavoro si esprime diversamente: si usa il coefficiente di prestazione:


Qf
C OP = , cio quanta fatica faccio per spostare una certa quantit di calore.
L

Qc
Per le pompe di calore, analogamente, il coefficiente di guadagno definito come: C OG = .
L

ENTROPIA

Q f Qc
La disuguaglianza di Clausius afferma che + 0 .
T f Tc
n
Qi
Se si prende in considerazione un sistema di n macchine la disuguaglianza diventa: Ti
0 e
i
Qi
in particolare nelle trasformazioni reversibili Ti
=0 .
i

Qi
L'entropia di una trasformazione si definisce come S = ( ) e anch'essa una
i T i A B
variabile di stato, la quale spiega perch il flusso naturale ha una certa direzione (caldo
freddo).

Vf
Per esempio in un'espansione libera si ha S =n R ln quindi essendo un'espansione il
Vi
rapporto dei volumi positivo quindi anche il logaritmo e tutto il prodotto. L'entropia aumenta.
Un altro esempio: in un passaggio di calore tra due termostati a temperature diverse la variazione di
1 1
entropia vale: S =Q( ) quindi anche qui l'entropia aumenta.
T f Tc

In realt l'entropia aumenta in ogni trasformazione spontanea (se diminuisce la trasformazione


non spontanea, quindi vine introdotta energia da un sistema esterno, nel quale inevitabilmente
aumenta l'entropia).

Ci avviene finch il sistema ha raggiunto il massimo grado di entropia possibile (per la


conservazione dell'energia) e quindi, visto che ogni trasformazione implica un aumento di entropia,
non pu pi avvenire alcuna trasformazione, il sistema in equilibrio stabile.

Dalla disuguaglianza di Clausius deriva che L=T 0 S , quindi S una grandezza legata
all'utilizzabilit dell'energia interna: pi grande l'entropia, meno lavoro si pu ricavare dalla
macchina.

SECONDO PRINCIPIO DAL PUNTO DI VISTA MICROSCOPICO

Dal punto di vista microscopico calore e lavoro sono equivalenti: entrambi contribuiscono ad una
variazione dell'energia cinetica delle molecole. La differenza che:
il calore contribuisce all'aumentare il moto caotico delle molecole
il lavoro riguarda solo le molecole che si muovono nella stessa direzione (quella della
parete che stanno urtando).

Ecco spiegato perch pi facile trasformare L in Q che viceversa (da moto ordinato a caotico).

Comunque rigorosamente parlando non impossibile (seppur estremamente improbabile) che da


uno stato di disordine si passi spontaneamente ad uno di ordine, visto che comunque si parla
sempre di energia in entrambi i casi.

Un sistema termodinamico pu, teoricamente essere studiato in due modi:


Il microstato, ovvero la conoscenza di velocit e posizione di ogni singola molecola.
Il macrostato, ovvero la visione macroscopica (conoscenza delle variabili di stato).

Ad un macrostato quindi posso corrispondere pi microstati, mentre un microstato associato


necessariamente ad un unico macrostato.

Esiste una grandezza, la molteplicit (w) che esprime il numero di microstati associabili ad un
macrostato.

Un sistema si evolve verso il macrostato che ha la massima molteplicit (compatibile con


l'energia): S S 0=k ln w dove k la costante di Boltzmann.

TERZO PRINCIPIO
Nessuno dei due principi impediscono di scendere a temperature assolute negative, quindi in base
alle evidenze sperimentali stato introdotto il terzo principio della termodinamica secondo il quale
impossibile raggiungere lo zero assoluto mediante un numero finito di trasformazioni.

Dal punto di vista energetico, allo 0K tutti i sistemi sono in equilibrio e hanno S=0.
DINAMICA ROTAZIONALE
M.C.U.

=(tt 0 )+0
v=r
2
v
a c = =r 2
r

MC UNIFORMEMENTE ACCELERATO

=(tt 0 )+ 0
1
= (tt 0)2 +0 (tt 0 )+0
2

CORPO RIGIDO

Un corpo esteso nello spazio si dice rigido quando la distanza tra due suoi punti qualsiasi rimane
costante nel tempo.

ROTOLAMENTO SENZA SCIVOLAMENTO

quel moto di un corpo di simmetria circolare in contatto con una superficie nel quale la velocit
di traslazione del centro di rotolamento r (v< r scivolamento).

MOMENTO DELLA FORZA

MF ,O =r
F M =r F sen()

MOMENTO DI UNA COPPIA DI FORZE (O COPPIA)

Per il terzo principio della dinamica applicando una forza ne risponde una uguale e contraria, lo
stesso vale per i momenti: M =F d

ENERGIA CINETICA ROTAZIONALE

Come per le forze, anche per l'energia cinetica c' la versione rotazionale.

Essa si ricava studiando innanzitutto il comportamento di un punto materiale in m.c.u.:

1 1 1
E c = m v 2 quindi si pu scrivere E c = m(r 2 2)= (mr 2) 2 e poniamo m r 2=I . Si ha
2 2 2
1 2
quindi E c = I . La grandezza I il momento d'inerzia (si misura in kg m2).
2

Un corpo rigido pu essere studiato come un insieme di n punti materiali di massa m, l'energia
n
1 2
cinetica rotazionale complessiva E c = r i2 mi .
2 i =1
MOMENTO D'INERZIA

corrispondente rotazionale della massa in quanto tiene conto degli effetti di tutte le masse del
corpo e le loro distanze dal centro di rotazione, da cui dipende l'inerzia del sistema.

Per trovare I senza passere per la sommatoria si deve integrare la forma del corpo. Ci porta a
calcoli molto laboriosi che in alcuni casi possono ricondursi a forme notevoli:

1
Guscio cilindrico I =m R2 Cilindrico pieno I = m R2
2

2 2 2
Guscio sferico I = m R2 Sfera piena I= mR
3 5

Asta o lamina in rotazione attorno al punto Asta o lamina in rotazione attorno ad un estremo
1 2 1
medio I = m R I = m R2
12 3

Il momento del guscio cilindrico (a parit di m e R) il pi grande, mentre quello della sfera piena
il minimo possibile.

1 2 1 2
Alla fine in un corpo l'energia meccanica ripartita secondo la relazione E= m v G+ I G
2 2
(G si riferisce al baricentro del corpo).

MOMENTO ANGOLARE (O DELLA QUANTIT DI MOTO)

l'equivalente rotazionale della quantit di un moto che si ottiene moltiplicando l'analogo


rotazionale della massa (il momento d'inerzia) e della velocit (velocit angolare):
v 2
L=I L=m r 2 =m r 1 ( ) L=m r v e quindi anche L=r p (da qui il nome).
r

SECONDO PRINCIPIO PER IL MOTO ROTAZIONALE

dato dal prodotto del corrispettivo della massa (I) e accelerazione () e quindi M =I (dove
M il momento della forza).

Da ci si pu ricavare anche il corrispettivo del teorema dell'impulso : =


t
L
M =I ma L= I quindi in conclusione M = .
t t

proprio il momento angolare ci che permette ad un corpo in rotazione di tendere a mantenere il


proprio asse di rotazione nella stessa direzione. Infatti M come un vettore la cui retta d'azione
coincide con l'asse di rotazione. Visto che per modificare il vettore-momento si intende anche
cambiare direzione (e/o il valore assoluto) e quindi anche la direzione dell'asse di rotazione, serve
una variazione di momento angolare che a sua volta causato da un cambiamento di velocit
angolare. Ecco spiegato perch difficile cadere dalla bicicletta in corsa.

Su un sistema isolato non agiscono momenti esterni, e quindi non ci sono variazioni di momento
angolare. Infatti il momento della quantit di moto, in un sistema isolato, si conserva.

CONFRONTO TRA DINAMICA TRASLAZIONALE E ROTAZIONALE

Grandezza Versione traslazionale Versione rotazionale


posizione angolo s
velocit velocit angolare
v=
s =
t t
accelerazione accelerazione angolare
a=
v =
t t
forza momento della forza F M =r F
massa momento d'inerzia m I =m r
2

quantit di moto momento angolare q=m v L=I


secondo principio F =m a M =I
energia cinetica 1 1
E= m v 2 E= I 2
2 2
teorema dell'impulso q L
F= M=
t t
conservazione dell'energia meccanica 1 1
E= m v 2+ I 2 =cost
2 2
legge di Hooke F =k s M =k
FORZE DIRETTAMENTE PROPORZIONALI AL QUADRATO DELLA
DISTANZA
In fisica ci sono due leggi, che seppur descrivendo fenomeni diversi tra loro, hanno una forma
molto simile:

m1 m2
F =G 2
, la legge di gravitazione universale di Newton
r
q1 q2
F =k , la legge di Coulomb (per l'attrazione elettrostatica)
r2

Queste due leggi:


esprimono una forza (il modulo di essa).
Sono direttamente proporzionali al prodotto delle sorgenti della forza (massa per la
gravitazione e carica elettrica per l'elettricit).
Sono inversamente proporzionali al quadrato della distanza tra le sorgenti.

Comunque i valori delle costanti k e G sono ben diversi: G=6,6741011 Nm2 /kg 2 e
9 2 2
k =8,98610 Nm /kg e quindi la forza elettrostatica circa 1020 volte pi intensa.

GRAVITAZIONE
LEGGE DI GRAVITAZIONE UNIVERSALE

Fu scoperta da I. Newton nel XV secolo inizialmente con il fine di spiegare le famose leggi di
Keplero, fino a quel momento, le uniche che riuscissero a descrivere, seppur empiricamente, il moto
dei corpi celesti gli uni attorno agli altri.

La forza di gravit si manifesta per qualsiasi corpo in quanto dotato di massa, diretta come la
m m
congiungente dei centri di massa, ha verso attrattivo e il suo modulo dato da F =G 1 2 2
d
dove m1 e m2 sono le masse dei corpi (sorgenti della forza), d la distanza tra i centri di massa e G
la costante di gravitazione universale ( 6,671011 N m2 /kg 2 ).

FORZA PESO

La manifestazione dell'attrazione gravitazione quello


che comunemente viene chiamato il peso.

La forza peso dunque una forza di attrazione verso il


centro della terra la cui intensit, a livello del mare
GMT
F =P=m . Noi poi siamo soliti condensare la parte costante e scrivere P=m g dove
r 2T
G MT
g= 2
9,8065 m/ s 2 (g un'accelerazione, visto il secondo principio della dinamica).
r T

Ovviamente P=m g solo un'approssimazione valida la livello del mare, se si vuole conoscere
l'intensit della forza peso ad una quota h si deve ricavare ancora una volta dalla legge di
G MT
Newton: P=m .
(r T +h)2

CAMPO GRAVITAZIONALE

La forza peso, ovvero la forza di gravit tra due corpi, varia il funzione della loro distanza quindi
F =g (r) m .
Posta una massa nello spazio essa subisce una forza di intensit F =g m , determinabile anche
senza conoscere la sorgente della forza. La grandezza g esprime quindi la grandezza che determina
la forza di gravit, l'intensit che pu avere la forza di gravitazione in un luogo preciso (ad una
certa distanza dalla sorgente).

Questa grandezza il (vettore) campo gravitazione e permette di studiare la gravit senza


conoscere le sorgenti. Comunque il campo non la forza ma la possibilit che una massa subisca
una forza (se ho una sola massa questa genera un campo ma nessuna forza).

Il concetto di campo ci porta a vedere la gravit come una perturbazione dello spazio che ha
effetto sulle masse. Questa perturbazione apre la strada all'idea che la gravit si debba propagare ad
una velocit finita, quella della luce (la pi alta possibile), infatti recentemente stata dimostrata
sperimentalmente l'esistenza di vere e proprie onde gravitazionali.

ORBITE DI PIANETI E SATELLITI

L'applicazione pratica alla legge di Newton sulla gravitazione appunto la descrizione dei moti dei
corpi celesti o dei satelliti delle loro orbite.

Tutte le innumerevoli relazioni tra grandezze (velocit orbitale, periodo, distanza dal centro di
massa, massa della sorgente, ecc..) si ricavano attraverso la manipolazione della sola legge di
gravitazione universale, dei principi della dinamica e per comodit della terza legge di Keplero.
Non avrebbe senso riportare tutte le singole relazioni.

Ecco per due esempi:

Velocit orbitale (se l'orbita circolare).


Affinch il corpo si muova di moto circolare uniforme necessita di un'accelerazione centripeta, che
sar fornita dalla forza di gravit che lo lega al corpo attorno al quale orbita. Si ha dunque che
a c =g (h)
v2
=
GM
(r +h) ( r+h)2
da qui si ricava che v=
GM
r +h
.

conoscendo la velocit si possono inoltre ricavare un sacco di grandezze tipiche del m.c.u. Come T,
f ed .

Quota dei satelliti geostazionari.


I satelliti geostazionari sono quei satelliti che visti dalla superficie terrestre si trovano sempre nello
stesso punto del cielo. Questo effetto causato dal fatto che il periodo di rotazione del satellite
perfettamente sincronizzato con quello della Terra.

Il questo caso T =24 h=86400 s =2 / T =0,73104 poi visto che a c =g ,

2 (r+h)2=
GM
r+h
3 GM GM

(r +h) = 2 h= 3 2 r h=35.872 km .

APPROCCIO ENERGETICO
ENERGIA E LAVORO

Per prima cosa la forza di gravit una forza conservativa e quindi il lavoro compiuto non
dipende dal percorso ma solo da posizione iniziale e finale.

Il lavoro, come gi visto, in un grafico F-r (o comunque forza spazio) l'area tra la curva e l'asse
b b b
1 1
orizzontale, ovvero L= F (r )d r L= (G M m) 2 d r L=(G M m) 2 d r
a a r a r
1 1 1 GM m GM m
L=(G M m)( ) L=G M m[ ( )] L A B= .
r rb ra ra rb

L'energia potenziale invece il prodotto tra forza di gravit e distanza (il vecchio mgh) quindi

GM m G M m
U (r )= r U (r )=
r 2
r
(con il segno in quanto le due masse formano un sistema legato, che per essere separato necessita
di un lavoro).

Quindi mettendo assieme L ed U si ha che L A B= U =U AU B .

VELOCITA' DI FUGA

la velocit che un corpo deve assumere per vincere l'attrazione di un pianeta.

Il corpo non ricade sul pianeta se la sua energia cinetica si annulla solo a distanza infinita. Quindi
E p =E(r =) ma all'infinito anche l'energia potenziale si annulla E(r =)=0 e quindi alla fine
1
2
M m
mv 2f G p =0 v f =
rp
2G M p
rp
.

BUCHI NERI

Sono dei corpi cos densi che la loro velocit di fuga pi alta di quella della luce, e quindi nulla
di ci che va a trovarsi su di esso pu pi abbandonarlo, nemmeno la luce, da qui il nome di buco
nero. L'unico modo per rendersi conto della loro presenza osservare i fenomeni che si
producono nelle loro immediate vicinanze, come le interazioni gravitazionali con altri corpi oppure
studiare i vortici di plasma ad altissime che spesso si formano attorno a questi strani oggetti.

I buchi neri sono molto complessi da studiare tuttavia possiamo determinare facilmente la
grandezza chiamata raggio di Schwarzschild ovvero il raggi che dovrebbe avere un oggetto di
massa nota per diventare un buco nero, cio quando la sua velocit di fuga supererebbe quella
della luce:

visto che v f =c c=
2GM
rs
r s=
27
2G M
c
2
e visto che 2G/c2 costante

approssimativamente r s(1,510 m/ kg ) M (una massa di 1kg, per diventare un buco nero


dovrebbe essere concentrata in un raggio di 1,5 x10-27 m).
ELETTROSTATICA
LEGGE DI COULOMB

Coulomb studiando i fenomeni elettrici risal a questa famosa legge, che sarebbe l'analogo della
legge di Newton per la gravitazione:

Tre due cariche q1 e q2 poste a distanza r tra loro si manifesta una


forza la cui retta d'azione passa per i centri di carica e il cui verso
attrattivo o repulsivo a seconda che le cariche siano discordi o
q q
concordi e la cui intensit data dalla formula F =k 1 2 2 . k una
r
costante chiamata costante di Coulomb e vale circa 8,99x109 Nm2/C2. Nei mezzi materiali essa
assume un valore diverso a seconda del materiale.

1
La costante k pu essere scritta come k 0= dove 0 la costante dielettrica nel vuoto e vale
4 0
8,854x10-12 C2/Nm2.

Nei mezzi materiali si usa la costante dielettrica relativa tale che rel= mat .
0

CARICA ELETTRICA

quella grandezza che sorgente dell'elettricit (come la massa nella gravitazione) e la sua unit
di misura il Coulomb (C).

CAMPO ELETTRICO

Come nel caso della gravitazione anche in elettricit il concetto


di campo comodissimo.

kQ
La legge di coulomb pu essere scritta come F =( )q e il
r2
primo fattore, se la distanza rimane invariata, costante ed
proprio il campo elettrico.

Dunque detto E il vettore campo elettrico =


F Eq
F
E= e si misura in N/C.
q

Analogamente alla gravit, E la forza che subisce una


carica esploratrice a distanza r.
TEOREMA DI GAUSS
Dice che il flusso di una grandezza A attraverso una superficie S =
A
S = A S cos .

(anche la superficie rappresentabile come un vettore: ha direzione perpendicolare alla superficie,


verso positivo uscente dal lato chiamato positivo e intensit proporzionale all'area)

Anche se sembra complicato il teorema di Gauss abbastanza intuitivo, prendiamo l'esempio di un


fiume: la sua portata, come disse Leonardo da Vinci data da P=vS (v la velocit e S l'area) e
ci equivalente al teorema di Gauss, in quanto in questo caso i due vettori sono paralleli.

Ovviamente il teorema si applica anche al campo elettrico quindi =


E
S .

CAMPO ELETTRICO ATTRAVERSO UNA SUPERFICIE GAUSSIANA

Una superficie gaussiana semplicemente una superficie chiusa.

Il flusso del campo elettrico in una superficie gaussiana uguale al rapporto tra la somma di tutte le

cariche presenti nel volume delimitato dalla superfici diviso : E , S = interno
.

La dimostrazione matematicamente complessa ma si pu capire qualitativamente come funziona:

Tutte linee di forza generate da un campo esterno che attraversano la superficie poi da essa devono
uscire. L'effetto sul flusso quindi nel complesso nullo (esce tanto quanto entra).

Tutte le linee di forza generate dal campo interno alla fine escono dalla superficie e sono le che
determinano il flusso totale.

Il teorema di gauss utile per calcolare l'intensit del campo in distribuzioni di carica complesse.

CAMPO DI UNA DISTRIBUZIONE ILLIMITATA OMOGENEA

Innanzitutto si deve introdurre una nuova grandezza: la densit


superficiale , ovvero la quantit di carica racchiusa in una
superficie (si misura in C/m2).

Una tale distribuzione di carica di fatto un piano illimitato ed


omogeneo. In ogni suo punto il vettore campo elettrico ha la stessa
direzione e intensit, ma essa non determinabile con altri mezzi
se non il teorema di Gauss.

Si studia una superficie cilindrica perpendicolare al piano e si


scrivono le equazioni del flusso sia nella versione generale del
teorema che nella versione della superficie gaussiana:

r2
gen= e gauss= E r 22 ma queste sono due maniere per descrivere lo stesso
2
r 2
fenomeno quindi si possono eguagliare: =2 E r E= 2 .
0

CAMPO DI UNA DISTRIBUZIONE LINEARE

Analogamente la densit lineica (C/m).

la distribuzione, un insieme di cariche allineate, come in un filo


carico.

Come superficie gaussiana si usa un cilindro parallelo al filo. Anche


qui si scrive il teorema nelle due versioni e poi si eguaglia:
l l
gen= e gauss= E2 rl E 2 r l=
E= .
2 r 0

CAMPO DI UNA DISTRIBUZIONE SFERICA

Si introduce la grandezza , ovvero la densit volumica (C/m3).

In questo caso occorre considerare due superfici gaussiane: due sfere


concentriche di raggi maggiore e minore di quello della sfera della
distribuzione.

4 3 R3
gen=( R )/ e gauss= E4 r 2 E= (Per rR )
3 3 r 2
4 r
gen=( r 3 )/ e gauss= E4 r 2 E= (Per rR )
3 3

{
r
se rR
3 R
dunque: E= 3 . Quando r=R le due funzioni convergono in E= .
R 3
se r R
3 r 2

R/(3)

E=R3/(3 r2)

E=/(3) r2
r

R
CAMPO DI UNA CARICA SINGOLA

Q
Dalla legge di Coulomb diciamo che E=k 2
e consideriamo una superficie gaussiana sferica
r
4 3
centrata sulla carica, quindi Q=V = R . Sostituendo questa espressione alla carica nella
3
legge di Coulomb ed esprimendo la costante coulombiana i funzione della costante dielettrica si
4 3
R
3 R3
ottiene: E= E= , quindi il campo di una carica puntiforme uguale a
4 r 2 r 2
quello della distribuzione sferica (al suo esterno ovviamente).

POTENZIALE ELETTRICO
il lavoro che si deve fare per spostare una carica nel campo elettrico. Se il lavoro U =Es
U
allora il potenziale V = , e si misura in Volt dove 1V = 1(J/C).
Q
Q Q Q
Visto che U =Fr =k 12 V =k . L'unica variante la distanza, e tutti i punti
r r
equidistanti dal centro di carica formano il luogo della superficie equipotenziale. Questa superficie
normale rispetto alle linee di forza del campo, in quanto se non lo fossero ci sarebbe una
componente del campo giacente sulla superficie che produrrebbe un lavoro, ma in questo caso non
sarebbe vero che la superficie sarebbe equipotenziale!

Comunque nella maggior parte dei casi quello che utile la differenza di potenziale, V (o d.d.p.
o tensione) tra due punti.

CAMPO ALL'INTERNO DI UN CONDUTTORE

Conduttore le cariche sono libere di muoversi quindi


quelle negative si spostano nella direzione positiva
del campo e viceversa. Disponendosi in questo modo
formano un dipolo la qui intensit esattamente
uguale a quella del campo esterno (che infatti ha
generato tale disposizione) ma nel verso opposto. Si
pu dunque concludere che il campo elettrico
all'interno di un conduttore nullo, e dunque il suo
potenziale costante (V=cost V=0).

Se il potenziale costante allora la superficie da esso


delimitata equipotenziale. Il campo esterno
necessariamente perpendicolare alla superficie del conduttore.
CAPACIT ELETTRICA

Per caricare un conduttore, si deve applicare una certa differenza di potenziale (quindi compiere un
Q
lavoro). Carica e potenziale sono direttamente proporzionali: Q=CV C= .
V
La costante di proporzionalit C chiamata capacit elettrica ed una grandezza che dipende dalla
geometria del conduttore.

Si misura in Farad, dove 1F = 1(C/V). 1F per una quantit immensa, visto che 1V una
grandezza di abbastanza piccola, mentre 1C enorme. Di solito si usano nF, F o raramente mF.

CONDENSATORI

Sono quei dispositivi elettronici che permettono di accumulare carica elettrica. Ne esistono di
varie forme ma quelli pi semplici sono i condensatori piani.

Sono formati da due lastre conduttrici parallele, chiamate


armature; perci il campo elettrico tra le armature sar la
somma dei campi generati dalle cariche presenti su ciascuna
armatura, e visto che sono parallele e uguali tra loro entrambe
generano un campo E armatura = , il campo totale sar
2

E= ma tenendo conto che la densit superficiale di
Q Q
carica ovvero che = allora E= . Inoltre per
A A
V
sappiamo che dE= V E= . confrontando le
d
Q V Q A Q
due relazioni: = = . Per definizione di capacit C= quindi
A d V d V
A
C= dove d (d) la distanza tra le armature e A la superficie di esse.
d

Per aumentare la capacit si pu interporre tra le armature un materiale con una grande costante
dielettrica relativa (un isolante).

Da notare infatti che tutte le relazioni non valgono solo nel vuoto ma anche nei mezzi materiali con
l'unico accorgimento di sostituire ad 0 la costante nel mezzo ( = 0 r ).

1 2
L'energia accumulata da un condensatore sempre: U= C V oppure nelle forme
2
1 1 Q2
equivalenti U = Q V e U = .
2 2 C

E 1 2
La densit di energia ( E = ) invece risulta E = E .
volume 2
COLLEGAMENTI TRA CONDENSATORI

In serie In parallelo

Q = cost V = cost
Q Q Q
V 1= , V 2= , , V n = Q1=C 1 V , Q2=C 2 V , , Q n =C n V
C1 C2 Cn
Q Q Q Q
= + +...+ C eq V =C 1 V +C 2 V +...+C n V
C eq C 1 C 2 Cn
1 1 1 1
C eq =( + +...+ ) C eq =C 1+C 2+...+C n
C1 C2 Cn

1 1 C= C i
C=( )
i Ci i
CORRENTE ELETTRICA
un movimento collettivo delle cariche, indotto da azioni esterne per esempio dalla presenza di un
campo elettrico.

INTESIT DI CORRENTE

la quantit di carica che attraversa un conduttore nell'unit di


Q
tempo: i= e si misura in Ampere (A) e 1A = 1(C/s).
t

Il verso positivo quello in qui si dirigono le cariche positive e visto


che le uniche cariche che si muovono, nei normali conduttori, sono gli
elettroni, di carica negativa, il verso della corrente opposto a
quello del moto degli elettroni.

CIRCUITI ELETTRICI
PRIMA LEGGE DI OHM

In un circuito elettrico l'intensit della corrente direttamente proporzionale alla differenza di


1
potenziale: i= V .
R

RESTISTENZA ELETTRICA

1/R il reciproco della grandezza chiamata resistenza e rappresenta appunto la resistenza che un
materiale offre al passaggio della corrente. Dunque minore la resistenza pi intensa la corrente.

Si misura in Ohm (): 1 = 1(V/A)

COLLEGAMENTI TRA RESISTENZE

In serie In parallelo

i = cost V = cost
V V V
V 1=R1 i , V 2=R 2 i , , V n= Rn i i 1= , i 2= , , i n=
R1 R2 Rn
V 1 1 1
V =(R1+R2 +...+R n)i ( =R ) i= V ( + +...+ ) ( i = 1 )
i R1 R2 Rn V R
1
1 1 1
Req =R1+R 2+...+R n Req =( + +...+ )
R1 R 2 Rn

R= Ri 1 1
R=( )
i
i Ri

TENSIONE, D.D.P. E FEM

Ci sono varie grandezze che misurano il potenziale, e che si misurano in volt:


Differenza di potenziale (d.d.p. o V): il appunto la differenza tra i due potenziali
elettrici.
Tensione: il nome della ddp in ambito elettrotecnico.
Forza elettromotrice (f.e.m.): la forza che un generatore di corrente applica per
trasportare le cariche da un polo all'altro; tale forza in parte impiegata per vincere attrito e
repulsione elettrica di cui risentono le cariche nel generatore quindi viene dissipata e ne
risulta che ddp<fem.

Si dice che la fem la ddp che il generatore avrebbe a morsetti


scarichi, cio senza che esso sia collegato ad un circuito.

L'effettiva tensione deriva dal rapporto tra la resistenza interna al


generatore e la resistenza del circuito: di solito RRi quindi
l'effetto della resistenza interna trascurabile. Se invece
RRi , la corrente si riduce cos tanto che il circuito
inutilizzabile.

LEGGE DI JOULE

Visto che attraversando una resistenza il potenziale elettrico diminuisce, l'energia elettrica viene
parzialmente dissipata sotto forma di calore secondo il cos detto effetto Joule.

La potenza dissipata da un conduttore proporzionale sia alla ddp che all'intensit: P= V i , o


2
V
le forme equivalenti P= e P=i 2 R .
R

SECONDA LEGGE DI OHM

una legge empirica che afferma che la resistenza di un conduttore direttamente


L
proporzionale alla sua lunghezza e inversamente alla sezione trasversale: R= .
A

La legge descrive abbastanza precisamente il comportamento dei fili elettrici, o di conduttori dove
una dimensione prevale sulle altre, e sono a temperature che si incontrano nella quotidianit.

La costante (che si misura in m ) detta resistivit, e varia a seconda del materiale:

Negli isolanti nell'ordine dei 108 xm.


Nei semiconduttori dell'ordine dei 0,1 xm.
Nei conduttori dell'ordine dei 10-8 xm.
Se ne deduce che anche negli isolanti ci pu essere una corrente ma la resistenza cos elevata
che tale corrente del tutto trascurabile rispetto al lavoro fatto per generarla.

La resistivit comunque varia in funzione della temperatura, e per temperature ordinarie


(100C) la variazione pressoch lineare: a=b [1+ (T aT b )] dove un ulteriore
coefficiente che dipende dal materiale.

LEGGI DI KIRCHHOFF
Sono delle leggi che permettono di risolvere circuiti pi complessi di quelli in serie o parallelo.

Le leggi sono l'applicazione operativa dei principi di conservazione della carica e dell'energia.

LEGGE DEI NODI

Un nodo il punto di incontro tra pi fili, dove le correnti si diramano.

Affinch la carica totale si conservi il numero di cariche, nel tempo, che entrano nel nodo, deve
essere uguale a quello delle cariche uscenti. Visto che il numero di cariche nel tempo l'intensit
di corrente e che il bilancio totale nullo: i 1+i 2+...+i n=0 i n=0 adottando la
convenzione secondo la quale le correnti entranti hanno segno positivo e quelle uscenti negativo.

LEGGE DELLE MAGLIE

La maglia un ramo chiuso di un circuito.

Per il principio di conservazione dell'energia tanta energia viene prodotta dai generatori quanta
ne viene dissipata dai resistori, cosicch il potenziale rimanga costante (dunque la sua differenza
nulla): V 1+ V 2+...+ V n=0 V n =0 ; dove le cadute di potenziale (resistenze)
hanno segno negativo e gli aumenti segno positivo (generatori, condensatori).

Per risolvere circuiti complessi si devono risolvere le equazioni che descrivono la situazione in
ogni nodo e in ogni maglia verificate contemporaneamente (si deve fare il sistema).

ESEMPIO:

si scrivono le equazioni al nodo A, o al


corrispondente B: i 1+i 2i 3=0 .
si scrivono le equazioni alle due maglie:
: +97 i 35 i 1=0
: +107 i 36 i 2=0
si risolve il sistema

{
i 1+i 2i 3 =0

{
nodo A/ B
maglia = +97i 35i 1=0
maglia +107 i 36i 2=0
da cui i1=0,44 A i2=0,53 A e i3=0,97 A
se si trova una corrente negativa vuol dire che si sbagliato a valutare se tale corrente entra
o esce dal nodo.
ONDE
L'onda una trasmissione di energia ma non di materia.

Per esempio generando un'onda su uno specchio d'acqua nel quale c' un galleggiante esso si sposta
solo in verticale, variando la sua energia, ma non nella direzione di propagazione dell'onda.

L'unico movimento la vibrazione del mezzo (in questo caso delle molecole d'acqua) attorno al
punto di equilibrio.

Inoltre l'onda una volta generata indipendente dalla sorgente, vive di vita propria.

DESCRIZIONE GEOMETRICA

Qualunque onda riconducibile ad una sinusoide o ad una somma di esse.

Le caratteristiche geometriche fondamentali delle onde sono:

Elongazione, y: la posizione rispetto al punto di equilibrio.

Ampiezza, A: l'elongazione massima.

Lunghezza d'onda, : distanza tra due punti omologhi (nella stessa stessa posizione).

Creste o monti: le parti dell'onda al di sopra del punto di equilibrio.

Ventri o valli: le parti dell'onda al di sotto del punto di equilibrio.

Nodi (ascendenti e discendenti): i punti i punti in cui l'elongazione nulla.

Fronti d'onda: le parti comprese un massimo e il nodo discendente successivo.

DESCRIZIONE CINEMATICA

Velocit di propagazione, v: velocit con cui l'onda si propaga.

Velocit di oscillazione: la velocit del movimento di oscillazione del mezzo.

Periodo, T: tempo che intercorre tra il passaggio di due omologhi.


Frequenza, f (o ): il numero di onde che passano per un punto fisso in un secondo.

s
La relazione v= vale anche per le onde, dove scriviamo v= oppure ma, essendo la
t T
frequenza il reciproco del periodo, si usa scrivere v= f , la relazione fondamentale nella
cinematica delle onde. (si usa f perch pi facile da misurare).

La stessa onda in mezzi diversi si propaga a velocit diverse (maggiore la densit maggiore la
velocit) quindi se la relazione fondamentale valida le altre due grandezze devono modificarsi.

Sperimentalmente si osserva che la grandezza caratteristica dell'onda, quella che rimane sempre
costante, la frequenza. Quindi se cambia la velocit e f rimane costante necessariamente dovr
variare .

MATEMATICA DELLE ONDE

L'equazione d'onda un'equazione nelle incognite spazio e tempo di un'onda sinusoidale.

Il caso pi semplice quello di una sinusoide, che al tempo t=0 ha periodo T ==2 . Tale
onda ha equazione y (x )=A sin( x) .

Un caso pi generale quello di un'onda che, sempre con t=0 , ha lunghezza generica, ma con
un periodo che tempre T = . Per fare ci si applica una dilatazione della x di un fattore
2
, infatti in questo modo quando si compie un ciclo ( x= ) la fase (argomento del seno)

2 cio ritorna al punto di partenza.

2
La funzione diventa y (x )=A sin( x) .

Bisogna per verificare che sia una funzione periodica cio che dopo un numero intero di si abbia
2
la stessa fase, cio che y ( x )= y (x+n ) : y ( x )=A sin[ (x+n )]

2 2 2
y (x )=A sin[ x+ n ] y (x )=A sin[ x+2 n] ma il fattore 2 n rappresenta un

numero intero di angoli giri e quindi non rilevante ai fini della determinazione della fase. Rimane
2
quindi solo y (x )=A sin( x ) che uguale alla funzione di partenza. dimostrato quindi che

tale funzione periodica.

Ora si considera anche il tempo, la seconda variabile. Se le due variabili fossero indipendenti non si
potrebbe partire da una funzione in una sola delle due ricavare una funzione con entrambe, ma
bisogna tener presente che il tempo legato allo spazio per mezzo della velocit.

In un intervallo di tempo l'onda si sposta compiendo una traslazione di s=v t . Dove v il


modulo della velocit di traslazione. Tenuto conto della traslazione, se la velocit concorde al
2
verso di x (onda progressiva), la funzione diventa y ( x ; t)=A sen [ (xv t)] . Assumendo che

2 2
t 0=0 t=t0 t=t e ricordando che v= si scrive y ( x ; t)=A sen [ x t]
T T
2 2
cio y (x ; t)=A sen [ x t] .
T
Se l'onda si propaga nel verso opposto a x si deve compiere una traslazione a sinistra, quindi con il
2 2
segno opposto, e alla fine si ottiene y ( x ; t)=A sen [ x+ t] .
T

L'equazione d'onda quasi completa, descrive tutte quelle onde che passano per l'origine ma non
quelle con intercetta diversi. Per rimediare si introduce il parametro , ovvero lo sfasamento
iniziale, che si va a sommare alla fase in modo che y (0 ; 0)= y () .

2 2
La forma generale quindi y ( x ; t)=A sen ( x t+) oppure
T
2 2
y ( x ; t )=A sen ( x+ t+) se l'onda regressiva.
T

2 2
Infine per comodit si aggregano =k e = . k il numero d'onda ovvero il numero di
T
onde che sono contenute in 2, la velocit angolare (qui chiamata anche pulsazione) come
secondo il m.c.u.

In conclusione, l'equazione d'onda sinusoidale y ( x ;t )=A sen (k x t+) , oppure


y ( x ; t)=A sen (k x + t+) per l'onda regressiva.

Se si volesse scrivere la funzione d'onda cosinusoidale basta tenere conto dello sfasamento di 90
tra seno e coseno, oltre al fattore : y (x ; t)=A cos( k x t+ ) .
2

TIPI DI ONDE

Esistono due tipi di onde:

Elastiche. Sono quelle onde che trasportano energia meccanica e si propagano attraverso i
materiali. La lunghezza pu variare dalle migliaia di chilometri al livello atomico e il
periodo pu essere di interi giorni (come la marea) o di milionesimi di secondo. Le velocit
sono relativamente alte e variano tra i pochi metri al secondo alle migliaia.
Sonore. Sono quelle onde comprese tra 20 Hz e 20.000 Hz, udibili dall'orecchio umano.

Elettromagnetiche. Trasportano la radiazione elettromagnetica. La loro velocit sempre


costante e uguale alla velocit della luce. Possono avere lunghezze che variano tra i
chilometri e il livello subatomico (10-20 m) dunque le frequenze sono elevatissime.
Luminose. Vanno dai 400nm (violetto) ai 700nm (rosso) circa e sono quelle che l'occhio
umano riesce a percepire.

MOTO ARMONICO
un moto nel quale l'accelerazione direttamente proporzionale alla distanza dall'equilibrio.

Pu essere visto come la proiezione di un moto circolare uniforme su un diametro della traiettoria
a a
e visto che nelle proiezioni i rapporti tra le grandezze rimangono costanti quindi x =
x r
a
a x = x ma a= 2 r quindi a x = 2 x . Quindi si tratta di un moto armonico,
r
l'accelerazione proporzionale allo spostamento.

Inoltre nella proiezione il periodo non subisce nessuna trasformazione quindi vale anche qui la
2
relazione T = oppure f = .
2

OSCILLATORE ARMONICO

Quando una molla con una massa fissata da un lato e vincolata dall'altro viene accorciata o
allungata essa genera una forza di richiamo che vale F =k x ; quindi per il secondo principio
k
della dinamica k x =m a a= x . Si tratta anche questo di un moto armonico,
m
l'accelerazione direttamente proporzionale allo spostamento. Per questo motivo il sistema viene
chiamato oscillatore armonico.

Si dimostra (con le equazioni differenziali) che: x= Acos (


k
m
t) .

2 2 k
Visto che dal moto armonico sappiamo che a x = x si scrive che x= x e quindi
m
=
m
k
. Sostituendo questa equazione nelle relazioni del moto armonico si hanno le forme

T =2
m
k
e f=
1 k
2 m .

PENDOLO

Anche il pendolo per piccole oscillazioni, si muove di moto armonico:

la componente della forza peso che contribuisce all'oscillazione quella


tangente alla traiettoria ( a=g sin , semplificando la massa) ma per
angoli molto piccoli sin , quindi a=g .

La lunghezza dell'arco percorso pu essere confusa con la tangente (per


x
piccoli angoli) quindi x=l = che sostituito nella relazione
l
x
precedente da a=g . Si tratta quindi di un moto armonico perch
l
l'accelerazione direttamente proporzionale allo spostamento.

2
Visto che a=2 x si pu scrivere che x=g
x
l
=
g
l
.

Il periodo sar quindi T =2
g
l
.

OSCILLAZIONI SMORZATE

Teoricamente un'onda elastica, una volta generatasi dovrebbe continuare a propagarsi all'infinito; in
realt il movimento delle particelle viene smorzato dall'attrito tra particelle stesse finch
l'oscillazione diventa non pi misurabile (concettualmente tende asintoticamente a 0).
y

y = Ae-xsin(x+)

Superato un coefficiente di smorzamento detto critico, lo smorzamento cos grande che non si
riesce a concludere nemmeno la prima oscillazione; questo fenomeno viene sfruttato nelle
sospensioni delle automobili.

OSCILLAZIONI FORZATE

Se si trasmettono impulsi all'oscillatore una frequenza analoga a quella naturale ( f =


) tali impulsi amplificano l'onda, originando il fenomeno della risonanza.
1 k
2 m
Talvolta la risonanza pu essere pericolosa come nel caso dei ponti: se entrano in risonanza le
oscillazioni rischiano di superare la resistenza meccanica della struttura e farla crollare.

PROPAGAZIONE DELLE ONDE (SU CORDA)


Si studia la propagazione delle onde in particolare sulle corde perch sono scillazioni delle quali
abbiamo esperienza quotidiana e sono semplici da immaginare, ma ci vale con le onde elastiche in
qualunque mezzo di propagazione.

Su pu dimostrare che la velocit di propagazione di un'onda su una corda pari a v=


F

dove F la tensione e la densit lineare (la massa di 1m di corda, si misura in kg/m).

1 2
Inoltre nelle onde in generale vale che E= k A dove k la costante elastica e A l'ampiezza.
2

RIFLESSIONE

Un'onda che arriva ad un estremo della corda si riflette cio torna indietro, ma in maniera differente
a seconda che l'estremo sia fisso a libero di muoversi:
Un'onda che invece arriva sul punto di congiunzione tra due tratti di corda diversi viene in parte
riflessa e in parte trasmessa. Il modo in cui ci accade varia a seconda della densit lineare delle due
corde:

INTERFERENZA

Quando due onde si trovano nello stesso luogo nello stesso istante come se si ignorassero, nel
senso che non avviene un trasferimento di energia da l'una all'altra.

Si osserva soltanto un effetto di sovrapposizione delle ampiezze (la nuova ampiezza la somma
algebrica delle ampiezze delle onde in interferenza).
Quando le onde hanno la stessa fase le loro ampiezze si sommano dando luogo all'interferenza
costruttiva, quando hanno fase opposta (controfase) le loro ampiezze si elidono e si ha
interferenza distruttiva.

BATTIMENTI

Un altro tipo di interferenza il fenomeno dei battimenti:


y y

x
x

quando due suoni con frequenze vicine tra loro si sovrappongono, si sono punti in cui
l'interferenza sar costruttiva ed altri dove sar negativa. La somma dell'interferenza da luogo ad
un terzo suono la cui frequenza f b= f 1 f 2

DIFFRAZIONE

il fenomeno grazie al quale le onde riescono ad aggirare gli


ostacoli.

Consiste nella deviazione dell'onda attorno ad un ostacolo o


attraverso un foro, purch le dimensioni di questi siano
comparabili con la lunghezza d'onda.

PRINCIPIO DI HUYGENS

Ogni punto del fronte d'onda si comporta come una sorgente puntiforme di onde che si
propagano con la stessa frequenza dell'onda originaria.

Per esempio in una serie di fronti d'onda paralleli (onda piana) ogni fronte pu essere visto come
l'effetto dell'interferenza delle onde generate dai punti del fronte precedente.

In questo modo quindi spiegata la diffrazione: un fronte d'onda che attraversa una fenditura pu
essere visto come un insieme di punti che generano onde, tutti i punti della parte del fronte che
attraversa la fenditura interferiscono tra loro, formando un altro fronte. I punti agli estremi invece
non trovando altre interferenze generano un'onda sferica che si propagher a lato.
ONDE STAZIONARIE
In un'onda stazionaria i nodi coincidono con i punti bloccati, quindi un'onda che viene riflessa
nel momento in cui si ha uno spostamento nullo dissipando pochissima energia e continuando a
propagarsi per molto tempo.

Tipici oggetti nei quali si instaurano onde stazionarie sono tubi (aperti a entrambi gli estremi,
oppure con un estremo aperto e uno chiuso) e corde (fissate a entrambi gli estremi, fissate a un
estremo e libere sull'altro e teoricamente anche con entrambi gli estremi liberi).

CORDA CON I DUE ESTREMI VINCOLATI (O LIBERI)/TUBO APERTO (O CHIUSO)

2l v
= f= n (l la lunghezza della corda o del tubo, v la velocit di propagazione)
n 2l

Una corda con entrambi gli estremi liberi si comporterebbe allo stesso modo (in assenza di peso, per
esempio nella stazione spaziale internazionale ci avviene). Lo stesso vale per il tubo chiuso, che
per come si intuisce, serve a ben poco.

CORDA CON UN ESTREMO VINCOLATO/TUBO CON UN ESTREMO APERTO

4l v
= f= ( 2 n1) (l la lunghezza della corda o del tubo, v la velocit di
2 n1 4l
propagazione)
ACUSTICA
SUONO

Il suono un'onda elastica che pu essere percepita dall'apparato uditivo umano.

Anche se i suoni percepibili variano da individuo a individuo statisticamente si dice che l'orecchio
umano pu percepire i suoni compresi tra 20 Hz e 20.000 Hz (anche se ci sono persone che
sentono gi a 16 Hz o persone che non sentono oltre i 15.000 Hz).

VELOCIT DEL SUONO NEI GAS

Nei gas la velocit (v) di propagazione delle onde sonore legata alla pressione (p) e alla densit

p
() dalla relazione v= dove la costante adiabatica della termodinamica: = p .
c
cv

ECO E RIVERBERO

L'orecchio umano sente due suoni distinti come contemporanei quando sono emessi con un
intervallo inferiore al decimo di secondo.

Ora, per la riflessione delle onde acustiche molto spesso (in un ambiente chiuso soprattutto) un
suono emesso si propaga, viene riflesso e torna nella direzione della sorgente.

Se l'intervallo tra il momento in cui viene emesso il suono e quanto viene udito quello riflesso
minore di 0,1s l'orecchio umano percepisce come un unico suono ma confuso e rimbombante in
questo caso tecnicamente si parla di riverbero.

Se invece l'intervallo tra l'ascolto dei due suoni lo consente (>0,1s) si percepiranno due suoni
distinti seppur con le stesse caratteristiche (eccetto l'intensit, ovviamente il suono riflesso sar pi
debole); l'eco.

Tramite l'eco si possono misurare la distanza del corpo che ha riflesso l'impulso sonoro,
misurando il tempo che tale impulso ci mette a rimbalzare e tornare verso la sorgente (con uno
strumento che si chiama ecografo e che si usa per esempio per stimare la profondit degli oceani).

Infatti per la cinematica s=v t , quindi in questo caso 2 d =v t dove t l'intervallo di tempo tra
l'ascolto dei due suoni, v la velocit del suono nel mezzo e d la distanza dalla sorgente la bersaglio
che va raddoppiata perch nel tempo trascorso l'impulso compie due volte la distanza (andata e
vt
ritorno), quindi alla fine si ricava che d = .
2

Da ci si pu ricavare che la distanza alla quale un riverbero diventa un eco circa


3400,1
d= =17 m , ecco spiegato perch nella maggior parte delle stanze comuni si
2
percepisce riverbero e non eco.

ASSORBIMENTO SONORO

Per fortuna il suono non continua a propagarsi all'infinito ma viene smorzato dall'attrito tra le
particelle del mezzo di propagazione stesso e viene in parte assorbito quando incontra un
ostacolo.

Il tempo di riverbero il tempo necessario affinch il suono si affievolisca fino ad avere


un'intensit equivalente a un milionesimo di quella iniziale; per una stanza comune compreso tra
0,2s e 0,5s.

INTESIT DEI SUONI


INTENSIT SONORA

E
l'energia trasportata dall'onda sonora nell'unit tempo e di superficie irradiata. I =
t S
P P
I= . Nel caso in cui la superficie sferica I = dove r la distanza dalla sorgente e
S 4r
2

si misura in W/m

Le onde acustiche in genere trasportano poca energia, spesso molto inferiore al Joule quindi
anche la potenza e l'intensit sono molto basse.

LIVELLO SONORO

L'orecchio umano non percepisce in maniera lineare le intensit sonore, ma in maniera


logaritmica; in questo modo viene percepito un range amplissimo di intensit di tredici ordini di
grandezza (come voler misurare una piramide egizia con una sensibilit di un grammo).

Il livello dell'intensit sonora la scala di intensit con la quale il nostro sistema uditivo
percepisce i suoni.

I
legato all'intensit effettiva dalla relazione L=10 log dove I0 l'intensit minima
I0
percepibile, di 10-12 W/m che corrisponderebbe ad un livello nullo.

Si misura in decibell (bB) piuttosto che in Bell, in quanto permette di esprimere in maniera pi
fine il livello.

La relazione tra sensazione sensoriale e stimolo per qualsiasi sistema sensoriale (quindi anche vista
I
e tatto) La L b=k log a e prende il nome di legge psicofisica di Weber-Fechner.
Ib

PERCEZIONE EFFETTIVA

In realt nemmeno il livello sonoro indica con


precisione il modo con cui sente l'orecchio, infatti il
nostro udito funziona diversamente a diverse
frequenze; in particolare si evoluto per percepire
suoni compresi fra 200 Hz e 2000 Hz, suoni pi
gravi o pi acuti vengono percepiti con pi
difficolt.

Si quindi introdotto il Phon come grandezza che


rappresenta l'intensit effettivamente percepita.

Convenzionalmente Phon e decibel coincidono ad una frequenza di 1 kHz, mentre sono diversi
alle altre frequenze. Per esempio un suono a 60 ph corrisponde a 60 dB a 1000 Hz, ma un suono
sempre a 60 ph ma ad una frequenza pi bassa, diciamo 50 Hz, per essere sentito come il suono al
kHz deve essere pi intenso e quindi avere un livello pi alto (in questo caso di circa 80 Bb).

SUONO E MUSICA
STRUMENTI MUSICALI

Gli strumenti musicali emettono suoni grazie all'azione di un generatore, ovvero un elemento che
vibrando mette in oscillazione l'aria circostante (oltre che il resto dello strumento) e un
risonatore che amplifica l'intensit del suono e conferisce il caratteristico timbro allo strumento.

Indicativamente gli strumenti si dividono tra cordofoni se il generatore una corda e aerofoni se
l'aria stessa che mette in vibrazione lo strumento.

Valgono quindi tutte le relazioni viste per tubi e corde nelle quali si formano onde stazionarie.

Ci che da il timbro caratteristico il fatto che emettendo una data nota mettendo in vibrazione il
generatore non produce solo la nota voluta (armonica fondamentale) ma anche altre armoniche
derivanti da essa. Tali armoniche vengono poi amplificate o smorzate nel risonatore e tutto si
somma assieme alla frequenza fondamentale che tra tutte sar quella pi bassa.

La somma della fondamentale e delle altre armoniche d un'onda anche molto diversa dalla
sinusoide. L'analisi armonica il processo che determina le ampiezze delle armoniche, e pu
essere utilizzata per riprodurre artificialmente i timbri di vari strumenti musicali su uno strumento
chiamato sintetizzatore.

INTONAZIONE

Gi nel VI secolo a.C. Pitagora aveva studiato le note musicali e i rapporti che intercorrevano tra
esse. Si vide che certe note suonate assieme davano luogo a suoni pi piacevoli, questi intervalli
sono l'ottava, la quarta e la quinta (e la terza maggiore).

I pitagorici osservarono che la frequenza della nota era inversamente proporzionale alla
lunghezza della corda messa in vibrazione, quindi riuscirono a stabilire tramite il rapporto tra le
lunghezze delle corde il rapporto tra le frequenze dell'intervallo. Alla fine il risultato che:
INTERVALLO (ESEMPIO) RAPPORTO PITAGORICO
Ottava (do-do) 2:1
Quinta (do-sol) 3:2
Quarta (do-fa) 4:3
Terza maggiore (do-mi) 5:4

Con il passare del tempo la musica si svilupp fino a dividere l'ottava in 12 intervalli, detti
semitoni, in cui i semitoni sono in progressione geometrico tra loro. L'intonazione di una nota
qualsiasi, fissata una nota di riferimento con una certa frequenza (convenzionalmente si prende un
n
12
la a 440 Hz detto la standard) f = f 0 2 dove n la distanza in semitoni dalla nota di
riferimento; questo sistema il temperamento equabile. In questo modo i rapporti pitagorici non
coincidono perfettamente con il temperamento equabile ma vi si avvicinano molto e comunque
coprono tutte le possibili scale (con il metodo pitagorico cambiando tonalit bisognerebbe
riaccordare lo strumento).

INTERVALLO (ESEMPIO) RAPPORTO PITAGORICO RAPPORTO EQUABILE


Ottava (do-do) 2 2
Quinta (do-sol) 1,5 1,498
Quarta (do-fa) 1,333 1,335
Terza maggiore (do-mi) 1,25 1,260

EFFETTO DOPPLER
Quando una sorgente ed un osservatore sono in moto relativo, l'osservatore sentir i suoni
emessi dalla sorgente con una frequenza diversa da quella effettivamente emessa.

Ci non vale solo col suono ma con le onde in generale, per esempio si riscontra lo stesso
fenomeno parlando di onde elettromagnetiche: l'effetto Doppler molto utilizzato in astronomia per
calcolare le velocit radiali (lungo la direzione sorgente-osservatore) di oggetti distanti, soprattutto
galassie la cui luce tende a spostarsi verso il rosso (redshift) se l'oggetto si sta allontanando e verso
il blu (blueshift) nel caso contrario. (Comunque le formule dell'effetto Doppler luminoso per grandi
velocit sono diverse in quanto entra in gioco la teoria della relativit di Einstein).

OSSERVATORE FERMO E SORGENTE IN MOTO

Se la sorgente fosse ferma i fronti d'onda emessi disterebbero


tutti quanti . Se invece si muove, alla lunghezza d'onda
bisogna sommare (se si allontana) o sottrarre (se si avvicina) lo
spazio percorso nel periodo T, ovvero nell'intervallo di tempo
tra le due emissioni.

La osservata sar quindi oss = sv s T dove vs la


velocit della sorgente.
v v 1
Osserviamo che oss = e s= dove v la velocit del suono nel mezzo e che T = .
f oss fs fs
v v v v vv s v
Sostituendo si ha che = s = f oss = f (+ se si allontana, -
f oss f s f s f oss fs vv s s
se si avvicina).

OSSERVATORE IN MOTO E SORGENTE FERMA

In questo caso la velocit del fronte d'onda, relativamente


all'osservatore si muove a velocit v rel =vv oss (+ se si
avvicina alla sorgente, - se vi si allontana). La frequenza
v v
percepita sar f oss = rel , e osservando che = si
fs
vv oss
sostituisce e si ottiene f oss = f s (+ se si avvicina, - se
v
si allontana).

FORMAULAZIONE GENERALE

Se sia la sorgente che l'osservatore sono in movimento si deve fare un ulteriore passaggio; si
trova si calcola la frequenza percepita da un osservatore fermo, e si usa tale frequenza come se
fosse emessa da una sorgente ferma rispetto all'osservatore in movimento.

v mezzo
Quantitativamente f osservata= f diventa la frequenza emessa nella relazione
v mezzov sorgente emessa
v mezzov osservatore
f osservata= f emessa che si trasforma in
v
v v v mezzo v v
f osservata= mezzo osservatore f emessa f osservata= mezzo osservatore f emessa .
v mezzo v mezzo v sorgente v mezzo v sorgente

I segni vanno messi con le seguenti regole:

IN ALLONTANAMENTO IN AVVICINAMENTO
NUMERATORE - +
DENOMINATORE + -