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IL FEMMINISMO NELLA VENEZIA SEICENTESCA: SUOR ARCANGELA TARABOTTI,

MODERATA FONTE E LUCREZIA MARINELLI di Fabrizio Astrofilosofo Melodia

Venezia, luogo noto per essere crocevia di mondi, pensieri e parole, un luogo altro, che per secoli ha
stabilito canoni politici, sociali e personali che ben pochi esempi hanno avuto rispetto alla storia
degli altri paesi.
La Serenissima Repubblica di Venezia, pur nella sua struttura aristocratico mercantile, era un centro
culturale particolarmente attivo e oggi avrebbe senza sforzo avuto la palma di citt della cultura per
il forte traino che quest'ultima, nel passato, costituiva per tutti i suoi abitanti.
Il Seicento veneziano si costituisce per una forte impronta di decadenza, ormai la sua rotta
commerciale era ampiamente stata soppiantata dalla nuova rotta con le terre americane, le quali
avevano gi invaso l' Europa, in modo non sempre favorevole.
L'uso del mais al posto del grano era ormai entrato di prepotenza, la nuova semenza era resistente,
facile da lavorare e ottimo rimedio per le carestie e per i problemi vitali di provvigionamento del
frumento che avevano tormentato le campagne.
Inoltre, anche se ancora non si avvertiva del tutto, il cambio delle rotte commerciali, nonostante la
grande variet di merci e di scambi ancora presenti negli empori veneziani, avrebbe portato un vero
terremoto politico sociale ed economico nell'aristocrazia della Repubblica, che si vide impoverita
dalla mancanza d'introiti.
Certo, molti patrizi veneziani erano tuttora impegnati nella forte attivit di cantieristica navale
presente all'Arsenale, dove le galee vedevano la luce ma sempre meno le barche da trasporto e da
scambio, segno inequivocabile della diminuzioni drastica degli scambi nella Serenissima.
Fino a non molto tempo prima, le tavole delle famiglie popolane abbondavano dei prodotti
d'importazione, ora si potevano trovare polenta, sardine, cipolle e qualche bicchiere di vino misto ad
acqua, un men ben diverso per un mondo che, pur vittorioso dalla cruciale battaglia di Lepanto che
aveva consegnato il predominio del Mediterraneo ai veneziani, ora conosceva la stessa decadenza
incontrata a suo tempo dall'impero romano.
Non ultimo, la perdita di ricchezza del Patriziato coincise anche con il loro lento ma inesorabile
abbandono delle cariche pubbliche, lasciando il posto a una invasiva e crescente corruzione, per non
parlare poi del sempre pi crescente abbandono delle attivit artigianali a favore degli ebrei e degli
armeni, che sempre di pi avrebbero costituito il nuovo asse portante dell'economia veneziana,
mentre i vecchi patrizi non adattandosi alla nuova situazione, andarono presto incontro a una fine
ingloriosa.
Non ultimo, le beghe con lo Stato Pontificio giunsero a un culmine negativo, con papa Paolo V,
particolarmente intransigente vista l'impossibilit di azione dell'Inquisizione, che reclam
l'allontanamento della Serenissima dai beni e dai territori ecclesiastici, impoverendo di fatto anche
le campagne e scatenando da parte dei veneziani una corsa all'acquisto di terre da coltivare, che
avrebbero garantito una nuova rendita e collocazione economica dopo la perdita del dominio
marinaro.
La riscoperta del territorio ebbe vari risvolti positivi, non solo economici: lungo il fiume Brenta
fiorirono diverse ville, come sorsero nelle terre di Padova e Treviso, le quali furono un vero e
proprio fulcro culturale pi libero e piacevole della ristretta vita in citt, potendo combinare insieme
amicizie e piaceri della campagna, allietati spesso da spettacoli teatrali e musicali.
Nonostante la perdita del mare, la riscoperta della terra port ad una nuova economica rurale
impostata su scambi regionali, bachi da seta e mulini, portando anche alla nascita di fiorenti cartiere
e manifatture locali medie e grandi.
La pestilenza giunta nel 1630 a falcidiare un terzo della popolazione, non intacc minimamente il
clima di ottimismo che permeava questa nuova rinascita. Falliti i primi tentativi di voto e di visita
solenne alla salma di Lorenzo Giustiniani, primo patriarca di Venezia per la richiesta del miracolo di
essere liberati dal morbo, il Doge eman un editto con il quale sanciva l'erezione di una chiesa
dedicata alla Madonna, vergine e madre, da nominarsi Santa Maria della Salute.
Si ricorreva al potere d'intercessione di Maria, salus infirmorum, salus populi, per la salute e la
salvezza di Venezia, essendo la vergine Maria ritenuta non infettata dalle eresie e dai mali terreni, la
Chiesa, ricca di simbologie mariane, fu voluta a forma di corona, in quanto simbolo cardine del
rosario della preghiera.
Passata la bufera infettiva, la Venezia del popolo, grazie alla fine del patriziato, cominci a crescere
esponenzialmente e cosi nelle ville veneziane dell'entroterra il teatro, la letteratura, la musica e la
danza conobbero un periodo di rinnovato splendore e forza motrice, stimolando salotti, accademie e
la creazione dei primi teatri pubblici.
Attrici e cantanti spuntarono come funghi caratterizzando fortemente il gusto barocco, scardinando
stilemi tradizionalisti e conquistandosi un'importanza e una dignit prima impensabili.
Le professioniste della voce ebbero una grande fortuna, testimoniata anche dalla descrizione della
loro bellezze e delle virt seduttrici da parte dei loro contemporanei.
Abbiamo un primo esempio di vero e proprio divismo, con la cantante Anna Renzi, di origine
romana, richiestissima nei teatri e nei salotti della Serenissima, una fama che le fece dedicare una
nutrita antologia di rime elogiative.
Insieme a lei si distinsero le figure di primo piano di Anna Maria Sardelli, Maddalena Mannelli e
Felicita Uga, quest'ultima in una rappresentazione teatrale all' Accademia degli Immobili nel 1634
si fece calare dall'alto con una complessa carrucola ideata appositamente per lo spettacolo.
Le attrici ebbero una fama anche maggiore, contese dai salotti letterari e dai teatri, dove si esibivano
nella recita di poesie e nell'improvvisazione poetica, dando una definitiva spallata alla pessima fama
di prostitute a cui spesso erano state accostate, potendo persino mostrarsi pubblicamente sul
palcoscenico, come ebbe modo di annotare esterrefatto il viaggiratore anglosassone Thomas Coryat
nel 1608.
All' Accademia dell' Arcadia, venne iscritta la comica nonch abilissima ricamatrice Elena Balletti
Riccoboni, con l'arcadico nome d'arte di Mirtinda Parrafide.
Le attrici divennero in breve tempo anche autrici di testi, come la padovana Isabella Andreini, la
quale scrisse un'apprezzatissima favola pastorale, che venne pi volte ristampata.
L'apporto delle donne fu fondamentale per il clima culturale, che reagiva duramente alle
imposizione tremende e soffocanti della Controriforma, portando una vitale ricostruzione del clima
culturale e alla nascita di quella che sarebbe stata definita la civilt della conversazione, basata su
una raffinata dialettica tra i sessi e che avrebbe conosciuto il massimo splendore nell'oscuro
Settecento veneziano.
Esempi si sprecano, come la colta cantante e rimatrice Sara Copio Sullam, la quale gravitava
notevole attenzione anche per la sua abilit d'intrattenitrice nel suo salotto nel Ghetto Vecio, mentre
vastissima eco sui giornali di tutta Europa ebbe il nome della prima donna laureata, per di pi in
medicina: Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, la quale fu insignita di molte cariche accademiche.
La nascente civilt della conversazione ebbe in Barbara Strozzi un'esponente di spicco, sensibile e
abilissima compositrice di madrigali, arie e soprattutto cantate, edite in otto volumi tra il 1644 e il
1664.
Figlia adottiva del compositore Giulio Strozzi, Barbara animava l'Accademia degli Unisoni e
intratteneva relazioni con la pi spregiudicata Accademia degli Incogniti, capeggiata da Giovan
Francesco Loredan, luogo di scambi culturali anche a livello internazionale nonch casa editrice
indipendente d'avanguardia, che produceva anche opere libertine e licenziose.
In tale ambiente decisamente molto vivace e libero, strinse una cospicua, proficua, controversa
collaborazione la fine scrittrice e polemista Suor Arcangela Tarabotti.
Costei nacque a Venezia nel 1604, nel sestiere di Castello e dove mor nel 1652 alla veneranda et
di 48 anni, nel convento di Sant'Anna di Castello, dove entr assolutamente contro voglia nel 1617,
come putta a spese, avendo ancora il suo nome originare di Elena Cassandra, di famiglia
cittadina.
Cominci il suo noviziato con cinque anni di ritardo, per i suoi continui rifiuti e prese i voti sempre
in ritardo rispetto ai dettami severi stabiliti dalla Controriforma.
Non ebbe molta scelta, suor Arcangela: non era bellissima, per di pi era zoppa e la maggiore di sei
figlie femmine, con la conseguente impossibilit, da parte del padre, di sostenere le esorbitanti
spese per la dote nuziale, costando molto meno farle monache dato che la Serenissima aveva
calmierato i prezzi, fissando la quota per monacarsi a mille ducati. Difatti, solo due delle sorelle si
sposarono con degli eccellentissimi, le altri rimasero zitelle in povert, una condizione davvero
disagevole rispetto a quella garantita a una monaca, seppure forzata.
Nella ristrettezza della sua clausura, scalpitando sommessamente, Suor Arcangela Tarabotti avrebbe
lottato con tutte le sue forze, costruendosi dapprima, da autodidatta, una solida cultura, coltivando
nel contempo la sua passione per la scrittura.
Suor Arcangela ebbe modo di diventare amica di uomini importanti che, non a caso, si muovevano
all'interno della scandalosa Accademia degli Incogniti, cominciando a scrivere libelli infuocati sulla
condizione femminile nel veneziano e sulle monacazioni forzate, dapprima nel libello L' Inferno
monacale, rimasto in versione manoscritta fino al 1990, poi ne La tirannia paterna, apparsa
postuma come La semplicit ingannata nel 1654.
Dovette simulare un pentimento con la sua prima opera non a caso data alle stampe, Il Paradiso
monacale, in cui dovette simulare una conversione e un pentimento che di fatto non ebbero mai
luogo, per poi riprendersi tutta la libert con l' Antisatira contro il lusso donnesco (1644), in cui
argomentava sapientemente il diritto delle donne a vestirsi in modo sontuoso, visto che i maschi
facevano anche di peggio e dando una decisa martellata con il libello Che le donne siano della
spetie degli uomini (1651), in cui sosteneva che le donne avevano l'anima esattamente come i
maschi.
Altre voci si levarono alte, prima e dopo l'opera di Arcangela Tarabotti, tra queste Il merito delle
donne... in due giornate ove chiaramente si scopre quanto siano elle degne e pi perfette de gli
huomini di Moderata Fonte (1555-92), nome d'arte di Modesta Pozzo, e con l'opera La nobilt et
eccellenza delle donne co' difetti e mancamenti degli huomini di Lucrezia Marinelli (1571-1653),
vedendo la luce entrambe nel Seicento a Venezia.
La prima opera postuma e nasce come trascrizione della conversazione in cui alcune donne, con
assenti i maschi, avevano finalmente potuto ragionare in libert e acume degli argomenti da loro
preferiti.
La seconda nacque come risposta a un trattato fortemente misogino, uno dei tanti che nascevano al
tempo persino come risultato di un copia e incolla gli uni con gli altri, scritto da Giuseppe Passi,
intitolato I donneschi difetti, uscito a Venezia l'anno precedente.
Entrambi i testi sono accomunati dalle questioni e dalle discussioni su tematiche come la donna
una persona? e la donna sente nostalgia per non essere un maschio?.
Moderata Fonte rispose molto serenamente, elogiando lo stato ideale e superiore della donna
vergine, ovvero che non contrae matrimonio e maternit, potendosi in questo modo dedicare
totalmente anima e corpo allo studio.
Lucrezia Marinelli, che forse il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer avrebbe dovuto leggere prima
di scrivere certe considerazioni misogine qualche tempo dopo, rispose teorizzando con forti
argomentazioni persino la superiorit della donna rispetto all'uomo, partendo da basi fisiche, dove la
bellezza femminile, celebrata da poeti e di solito ammessa come superiore a quella maschile,
chiaro segno della maggiore particolarit anche intellettuale della donna, demolendo tutte le
argomentazioni filosofiche sulla sua presunta inferiorit.
La Controriforma, di una societ dove si dava contreto atto all'indipendenza economica e culturale
della donna, ne aveva davvero un terrore profondo.

PER APPROFONDIRE:

Donne a Venezia: vicende femminili tra Trecento e Settecento, a cura di S. Winter, Roma-
Venezia 2004.
Moderata Fonte, Il merito delle donne, a cura di A. Chemello, Mirano 1988.
G. Conti Odorisio, Donna e societ nel Seicento: Lucrezia Marinelli e Arcangela
Tarabotti, Venezia 1989.
Arcangela Tarabotti, L' Inferno monacale, a cura di F. Medioli, Torino 1990.
Tiziana Plebani, Storia di Venezia, citta delle donne, Marsilio, Venezia 2008.