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12/22/2016 ALASDAIR MACINTYRE

ALASDAIR MACINTYRE

MACINTYRE

A cura di Diego Fusaro

"Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro san Benedetto, senza dubbio assai diverso".
("Dopo la virt")

Alasdair MacIntyre nasce a Glasgow nel 1929: dopo aver studiato a Londra e a
Manchester, diventato professore di Filoso a e di Sociologia nel 1951. Ha mantenuto
tali ruoli no al 1970, anno in cui si trasferito negli Stati Uniti: qui diventato
docente prima a Boston, poi alla Vanderbilt University del Tennessee. A partire dal
1988, stato docente presso lUniversit di Notre Dame nellIllinois. Tra le sue opere
principali meritano di essere ricordate A short History of Ethics (1966), Against the Self-
Image of the Age (1971), Whose Justice? Which Rationality? (1988), Three Rival Version of
Moral Enquiry (1990). Ma la sua opera pi famosa, alla quale legato il suo nome,
After vitue: a Study in Moral Theorie (1981).

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In questo scritto di importanza capitale, MacIntyre sostiene la tesi secondo cui, al


giorno doggi, ci troveremmo in una situazione critica, simile a quella che port al
crollo dellImpero Romano: si tratta di una crisi sia dei valori, sia della politica. Essa si
prospetta come una vera e propria catastrofe, e non che il necessario esito delle
arroganti pretese (fatte valere soprattutto dallIlluminismo) di innalzare la ragione
umana individuale a legislatrice assoluta, a unica determinatrice della condotta
morale. La Modernit, da Hume a Kant, s proposta di liberare luomo da ogni
autorit religiosa e politica, fondando la morale sulla coscienza individuale: la societ
stessa, in questa prospettiva, viene a prospettarsi come il teatro in cui le singole
volont individuali, esistenti in maniera atomica, vengono a incontrarsi, ognuna col
proprio insieme di preferenze e di atteggiamenti. In questo senso, il risultato che il
mondo diventa larena dove combattere per il raggiungimento dei propri scopi
personali, intendendo la realt come una serie di occasioni per il proprio godimento
personale.

Lesito ultimo di questa situazione catastro ca dato, secondo MacIntyre, dal fatto
che alla questione riguardante i ni si sostituita la razionalit burocratica, che
(secondo la precisa diagnosi di Weber) consiste nelladeguare i mezzi agli scopi in
maniera economica ed ef cace. Del resto, le questioni inerenti i ni della convivenza
umana sono questioni di valori e, per ci stesso, di fronte ad essi la ragione non pu
far altro che tacere. Se intendiamo i valori come il frutto di decisioni soggettive e mai
assolute (come aveva insegnato Weber stesso), allora ne seguir necessariamente che
ogni scelta individuale buona. Sciolte da ogni vincolo oggettivo, tutte le fedi e le
valutazioni sono infatti ugualmente irrazionali, perch puramente soggettive. per
questo motivo che, secondo MacIntyre, la coscienza moderna soggettivista,
relativista ed emotivista. La stessa battaglia senza sosta combattuta dai difensori della
libert individuale (i liberali) contro i difensori della regolamentazione e della
piani cazione (i comunisti) pi apparente che reale, giacch i due schieramenti si
trovano poi daccordo sul fatto che siano possibili soltanto due forme di vita sociale,
delle quali lassunzione delluna esclude laltra. Queste due forme sono appunto
quella delle libere scelte individuali ( la forma propugnata dai liberali) e quella della
burocrazia (difesa dai comunisti). Ciascuna non che la negazione dellaltra: la forma
liberale (ad esempio quella di Nozick) negazione di quella comunistica, e viceversa.
Ci induce MacIntyre a concludere che burocrazia e individualismo sono tanto alleati
quanto antagonisti. Ed nel clima culturale di questo individualismo burocratico che lio
emotivista si trova nel proprio ambiente naturale.

Come antidoto a questo dualismo manicheo fra burocrazia e individualismo,


MacIntyre propone un recupero della loso a pratica di Aristotele, incentrata sulla
nozione di saggezza pratica (phrnesis), sulla solidariet allinterno della comunit e
sullimpossibilit di ogni discorso etico che prescinda dai valori. questo lambizioso
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progetto che MacIntyre porta avanti nel suo scritto Dopo la virt: in particolare, egli
distingue tra virt e verit. La virt quella teorizzata dagli antichi, in particolare da
Platone e da Aristotele: essa (declinata ora come giustizia, ora come amicizia, ora
come coraggio, e cos via) un tipo di condotta radicato nella comunit a cui il singolo
appartiene e nei valori della tradizione. Del tutto diversa la virt dei moderni, che si
con gura come una astorica astrazione (di marca illuministico/kantiana), un
metacontestuale ente di ragione (ens rationis) a cui il singolo individuo,
indipendentemente dal suo speci co progetto di vita e dalla sua concreta identit
personale, deve obbedire. La virt antica assolutamente concreta, calata nella
comunit; quella moderna, al contrario, quanto di pi astratto possa essere
concepito. Si tratta di una vera e propria catastro ca sostituzione delle tante virt con
una sola virt: a questa sostituzione sono seguiti molteplici sforzi di fondazione
delletica sulle passioni (Hume e Diderot), sulla ragione universale (Kant) e sulla scelta
(Kierkegaard). Questi sforzi si sono conclusi con un clamoroso fallimento della pretesa
di dare una giusti cazione razionale pubblicamente condivisibile delletica. La
posizione di Kant poggia infatti sulla confutazione di quella di Hume; e quella di
Kierkegaard sulla confutazione di quella di Kant: sicch, dalla critica ef cace che
ciascuna posizione fa delle altre, risulta il fallimento complessivo di tutte. Proprio a
questo fallimento epocale dovuta la progressiva marginalizzazione a cui andata
incontro la loso a, che ormai agli occhi di MacIntyre soltanto pi un
argomento accademico, privo di relazioni con la vita. Il culmine di questo incessante e
nefasto processo di egemonizzazione dellindividuo rappresentato prima dal
Superuomo di cui parla Nietzsche e, in seguito, dal soggettivismo emotivista di
tendenza analitica (ad esempio, Russell).

Allanalisi del pensiero di Nietzsche, MacIntyre dedica un capitolo del suo Dopo la
virt: il capitolo si propone come un invito a scegliere tra Aristotele e Nietzsche (ed
perci signi cativamente intitolato Nietzsche o Aristotele). Commentando laforisma
335 de La gaia scienza nietzscheana, mostra come Nietzsche smascheri lillusoriet del
progetto illuministico (specialmente kantiano) di fondare la morale sulla ragione
universale e oggettiva e affermi una nuova tavola dei valori, prodotta dalla volont di
potenza del soggetto. Se infatti la morale non che una serie di espressioni della
volont, ne segue allora che la mia morale potr solo essere ci che la mia volont
crea: ecco perch Nietzsche invita a diventare ci che gi si , ad essere i legislatori e i
creatori di s. Alla ragione egli ha sostituito la volont e, cos facendo, ha proposto
una morale alternativa a quella fatta valere dallIlluminismo e incentrata sulla
ragione. Ma la grandezza di Nietzsche, per MacIntyre, si esaurisce nella demolizione
che egli ha fatto delle morali illuministiche: le soluzioni che ha proposto sono da
buttare a mare, in quanto frivole e inconsistenti. In particolare, esse sono assurde
nella misura in cui si illudono di creare una nuova tavola di valori fondata sulla
volont e sulla soggettivit, che della Modernit sono i massimi mali. In sostanza,
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Nietzsche ha preso il male per un rimedio. A lui devessere contrapposto Aristotele,


con la sua nozione solidaristica e comunitaria di virt: il losofo greco, infatti,
loso camente la pi potente forma premoderna di pensiero morale. Contro la virt
indebitamente intesa come espressione di individui separati, dobbiamo far valere, con
Aristotele, la pi alta forma di una virt intesa come manifestazione di tradizioni
collettive. Egli il massimo rappresentante della visione classica delluomo, la quale
sorge nellIliade, prosegue nella polis greca (la cui etica quella esposta da Aristotele
stesso) e trova la sua estrema propaggine nelletica della virt di Benedetto da Norcia,
incentrata sulla comunit e sui valori religiosi. Nelle antiche culture greche, medievali
e rinascimentali il pensiero e lazione morali sono solidali con lorganizzazione sociali,
e ogni individuo riveste un ruolo e un rango prestabilito entro un sistema ben de nito,
che trova nelle categorie del casato e della parentela le sue pi alte espressioni. In tali
strutture, ogni uomo sa chi proprio perch conosce il proprio ruolo sociale e, in forza
di ci, sa anche che cosa deve e che cosa gli dovuto nellambito della comunit di cui
fa parte: in questo caso, la virt il frutto dei valori tradizionali e della comunit. In
societ di questo tipo (emblematico il caso della Grecia) lospite ha un suo statuto
speci co, ha il diritto di essere ricevuto con ospitalit (non a caso, in greco xnos
signi ca sia ospite sia straniero). La grande lezione che dobbiamo apprendere da
queste societ antiche che, senza una comunit, non esistono n la vera libert n la
vera virt. MacIntyre nota come non tutto il mondo moderno sia stato contagiato dagli
infausti effetti del progetto illuministico: qua e l sono sopravvissute e sopravvivono
(anche solo in certe opere) nicchie incontaminate in cui sopravvive la nozione
tradizionale di virt: il caso dei giacobini (che veicolavano valori di fraternit,
uguaglianza, libert, famiglia, patriottismo), di William Cobbett (e delle virt praticate
nelle comunit contadine), di Jane Austen (e delle virt coltivate nel microscopico
piano dei suoi spazi sociali e culturali). Ma si tratta di episodi del tutto marginali, che
non possono contenere lo strabordare del progetto illuministico: da esso, come male
estremo, derivato lo stato laico e neutrale. Dopo aver sottoposto a dura critica
lIlluminismo e dopo aver ad esso contrapposto Aristotele come eroe della virt,
MacIntyre chiude lopera con un appassionato appello (sia etico sia politico) a
ritornare alle antiche comunit, basandosi sullanalogia che intercorre tra la nostra
situazione e quella tardoromana: stiamo aspettando: non Godot, ma un altro san
Benedetto, senza dubbio assai diverso.

Nelle sue opere successive (soprattutto in Whose Justice? Which Rationality? e in Three
Rival Version of Moral Enquiry), MacIntyre ha ribadito i concetti espresso in Dopo la
virt, ma approfondendoli con pi rigore e maggiore acribia: egli ha, ad esempio,
individuato quattro principali tradizioni etico/politiche dellOccidente: a) aristotelica;
b) agostiniana; c) scozzese; d) liberale moderna. Ad esse ha poi fatto seguire quella
ebraica, quella luterano/kantiana, quella islamica, quella indiana e quella cinese.
MacIntyre assolutamente convinto dellinesistenza di criteri obiettivi e neutrali che
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ci permettano di scegliere tra queste diverse tradizioni: dinanzi ad esse, lunica


possibilit quella di parlare come attori e partecipanti di una di esse; oppure tacere.

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