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4/10/2017 Libri, Arte e Cultura: ultime notizie - Corriere della Sera

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ANTEPRIMA

Paolo Mieli denuncia in un librotutti gli errori delle lite


dItalia
Un volume, in uscita per Rizzoli, che privilegia le interpretazioni storiografiche pi innovative:
lautore mette sotto esame le classi dirigenti dello Stato unitario

PAOLO MACRY

LItalia cominci male, scrive Paolo


Mieli nel suo ultimo libro Il caos
italiano. Alle origini del nostro
dissesto (Rizzoli). Ma non tanto
perch, ad appena tre mesi dalla
proclamazione del regno, fosse morto
improvvisamente Cavour. O perch
nel giro di un paio danni caddero uno
Giacomo Balla, Genio futurista (1925) dopo laltro ben tre presidenti del
Consiglio: Bettino Ricasoli per
contrasti con il sovrano, Urbano Rattazzi in seguito ai fatti di Aspromonte e Luigi
Carlo Farini a causa di una grave malattia mentale. Il nocciolo del problema fu
laffermarsi di una discutibile prassi politico-istituzionale che si sarebbe radicata a tal
punto da segnare la storia successiva del Paese. E da indurre Mieli a un titolo cos
forte.

Lo si vide gi nel 1876, con la cosiddetta rivoluzione parlamentare. Dopo che il


governo della Destra di Marco Minghetti era stato messo in minoranza dal
Parlamento, il re decise di affidare lincarico per il nuovo esecutivo non a un altro
esponente della stessa area, ma al leader della Sinistra Agostino Depretis: il quale
cerc e trov in aula la sua maggioranza. Sei anni dopo, in vista delle elezioni,
Depretis stipul una serie di accordi con Minghetti, dando vita a un asse tra la
Sinistra e importanti pezzi della Destra. E vinse le elezioni. Nato per escludere dal
gioco politico le forze ritenute antisistema (socialisti, radicali, cattolici intransigenti),
emergeva un modello di governo centrista che era il frutto di accordi e mediazioni

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parlamentari tra gruppi o singoli deputati. E il voto popolare? Veniva dopo, a


maggioranza gi fatta. E, di regola, nella storia italiana, gli elettori finivano per
premiare lesecutivo in carica. Il bipartitismo alla Westminster era molto lontano.
Appesantita dal suo corollario di trasformismi e cambi di casacca, la convergenza al
centro dei partiti (e il taglio delle estreme) fece s che non esistessero i numeri per
lalternanza. Divenne lunica strada percorribile. Per sperimentare lalternanza, lItalia
dovr attendere la stagione del bipolarismo centrodestra-centrosinistra, inaugurata
da Silvio Berlusconi. Ma nel frattempo, se non il caos, le criticit politiche del Paese
avevano fatto molta strada.

Passando in rassegna una mole di storia e storiografia dellItalia contemporanea,


Paolo Mieli conferma il suo profilo anfibio. A met fra presente e passato. La
prospettiva storica e la consuetudine con tagli cronologici lunghi gli danno chiavi di
lettura dellattualit non comuni tra gli osservatori politici. Viceversa, lesperienza
pluridecennale di osservatore politico arricchisce i suoi libri di storia di un
understanding inusuale tra gli accademici: una singolare capacit di entrare nelle
pieghe degli avvenimenti, una certa inconfondibile saggezza. Il puzzle del passato,
peraltro, non mai attualizzazione corriva, n mai un plot fine a se stesso (sebbene
ci siano capitoli che si leggono come un romanzo).

Le molte storie compongono comunque una storia unica, una specifica lettura
della vicenda italiana. E naturalmente, data la biografia dellautore, a farla da
padrona la politica: un ventaglio di successi, errori, strategie, tatticismi e,
soprattutto, una questione di scelte. Cio di uomini: da Quintino Sella a Mario
Scelba, da Sidney Sonnino a Bettino Craxi. Non c nulla di deterministico, nelle
pagine di questo libro.

E nulla di acquiescente ai riti dellacorrectness. Di una vasta letteratura, Mieli


privilegia le opere e le interpretazioni che gli appaiono pi innovative. Quelle che altri
inchioderebbero allo stigma del revisionismo. Ed ecco perci le molte pagine
dedicate al dibattito (tuttora aperto) sul Risorgimento, sulla singolarit di
ununificazione realizzata in feroce contrasto con la Chiesa nazionale, sul carattere
estremamente minoritario delle lite in un Paese di analfabeti, sulla repressione del
brigantaggio meridionale, e via dicendo. A loro volta, le vicende del Risorgimento e
poi dellet liberale portano Mieli al nodo del fascismo, agli interrogativi sulla sua
origine, alle responsabilit individuali. E anche qui non ci vuole molto a scorgere la
mano dellautore. Il quale sceglie di soffermarsi non tanto sullimprovvido
estremismo di piazza dei socialisti o sullincapacit dei partiti democratici di
stabilizzare il quadro politico allindomani del 1919, ma sulla risposta che al fascismo
danno i liberali. Di Benedetto Croce, in particolare, Mieli ricorda la benevolenza
verso il movimento di Mussolini, lappoggio al suo governo, il disco verde alla legge
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Acerbo, il voto di fiducia concesso nel luglio 1924, cio dopo il delitto Matteotti. Una
clamorosa incongruenza con la teoria e i valori liberali che viene spiegata ricordando
quanto profondamente quelle lite avvertissero lurgenza di ristabilire lautorit dello
Stato, allontanando lo spettro della guerra civile. Ma anche con quanta perplessit
giudicassero, se non il parlamentarismo tout court, di certo le performance del
Parlamento del dopoguerra.

Giudizi troppo severi? C in tutto il libro di Mieli una diffidenza pi o meno esplicita
nei confronti delle lite colte e delle loro scelte politiche. Di volta in volta, quei piccoli
gruppi gli sembrano accecati dallantigiolittismo, come gli uomini di Giustizia e
Libert. Incapaci di scorgere i primi passi di una dittatura, come Gaetano Salvemini
o Luigi Einaudi. Nostalgici di mitologiche rivoluzioni tradite, come gli innumerevoli
seguaci di destra e di sinistra di Alfredo Oriani. Teorizzatori di unambigua
democrazia sostanziale, come Giuseppe Dossetti. Altre volte, costituiscono
temibilissime lobby della cultura, come i comunisti della cellula Einaudi, per dirla
con il sarcasmo di Palmiro Togliatti. Degli intellettuali del Pci, Mieli ricorda
lincrollabile disponibilit a seguire il partito anche nei meandri meno gloriosi:
sullinvasione dellUngheria, la Primavera di Praga, il caso Sinjavskij-Daniel,
eccetera. Talvolta scavalcando lo stesso Pci. Come quando, in occasione della crisi
di Cuba del 1962, si schierano dalla parte di Castro e contro Kennedy. Nazismo
atomico, cos Carlo Levi definir la reazione di Kennedy ai missili sovietici.

Esistono eccezioni a un simile quadro? S, naturalmente. Fa eccezione, per


esempio, Ugo La Malfa, antifascista per davvero, figlio politico di Giovanni
Amendola e Silvio Trentin, ostile alloccupazione clientelare del mercato da parte dei
partiti, tenacemente critico di fronte al crescere della spesa pubblica. E, per questo,
accusato di essere un ragioniere. Ragioniere con i fiocchi, commenta Mieli.

Ma anche un altro cameo spicca tra le pagine disincantate del caos italiano.
Riguarda Marco Pannella, il leader di un partito piccolo che riusc tuttavia a
esercitare unenorme influenza sullopinione pubblica e sulle stesse dinamiche
politico-parlamentari. Capace di prendere londa del Sessantotto, abilissimo nelluso
dei media, Pannella auspic, in tempi non sospetti e in splendida solitudine, proprio
quel modello conflittuale che tutti avevano sempre considerato come una iattura per
il Paese e che invece avrebbe potuto cambiare faccia allItalia delle mediazioni e del
consociativismo. Fu un profeta disarmato? Non proprio. Dopotutto, se Romano Prodi
diventato un eroe (della sinistra) per aver sconfitto Berlusconi, Pannella sconfisse
la Balena Bianca.

PAOLO MACRY
3 ottobre 2017 | 21:19
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