Sei sulla pagina 1di 152

Adalberto Piovano

Accidia

SAN PAOLO
Premessa

T
A n questi ultimi anni si nota una certa ripresa di
interesse per un tema che ha caratterizzato a lungo
la morale cristiana. Si tratta dei vizi capitali, quel
settenario inquietante che fin dallantichit stato
utilizzato per sintetizzare luniverso dellimmoralit
e per definire la multiforme maschera del male. So
prattutto in campo editoriale sono comparsi anche
recentemente titoli o addirittura piccole collane de
dicate a questo tema1. Filosofi, letterati, saggisti, psi
cologi si cimentano in riflessioni e in considerazioni
attualizzanti sui vizi capitali, riscoprendo il ricco ma
teriale su questo tema presente sia nel monacheSimo1

1 Basta citare la recente collana curata da C. Galli ed edita da II Mu


lino, che raccoglie in sette titoli vari contributi di economisti, psichiatri,
filosofi sui vizi capitali (E. Pulcini, R. Bodei, S. Benvenuto, S. Zamagni,
G. Giorello, ecc.).
Accidia

antico sia nella trattatistica e nella predicazione me


dievale. Se nel Medioevo le raffigurazioni dei vizi ca
pitali ornavano le chiese, diventando cos lo specchio
in cui erano riflesse le svariate forme dellimmoralit
umana2*lo
, oggi il richiamo a questo mondo di peccato
si ritrova piuttosto nelle librerie o addirittura sulle
pagine dei quotidiani. Sembra che i vizi capitali siano
diventati una sorta di chiave di lettura o di lente di
ingrandimento per focalizzare dinamiche e contrad
dizioni in ambito sociale, politico, economico o pi
semplicemente comportamentale e relazionale. In un
mondo che non presenta pi confini chiari tra lecito
e non lecito, una ripresa del tema dei vizi capitali,
anche attraverso un linguaggio secolarizzato, offre
alcuni parametri di discernimento diventando come
uno specchio dei mali che caratterizzano la nostra so

2 Le rappresentazioni pittoriche e scultoree dei vizi capitali hanno dato


origine, soprattutto nel Medioevo, a veri e propri cicli e modelli iconogra
fici. Le raffigurazioni fantasiose dei vizi capitali hanno trovato posto nelle
pareti delle chiese (si pensi alla Cavalcata dei vizi in cui le varie perso
nificazioni dei vizi erano abbinate a un animale simbolico che fungeva da
cavalcatura), sugli stalli dei cori, nei portali delle cattedrali o sui capitelli
dei chiostri, nelle miniature e in composizioni simboliche di carattere pa-
renetico o devozionale (come la tavola di J. Bosch conservata al Museo del
Prado a Madrid). Cfr. a questo riguardo il materiale illustrativo e il capito
lo relativo alliconografia dei vizi presente nello studio di C. Casagrande -
S. Vecchio, 1 sette vizi capitali. Storia dei peccati nel Medioevo, Torino 2000.
Premessa

ciet. Questo capita soprattutto per uno dei vizi che,


nella letteratura odierna, sembra aver assunto nuo
va popolarit. Si tratta YYaccidia, vizio che viene
addirittura definito il male del nostro tempo. Le
descrizioni dellaccidia presenti negli antichi autori
monastici, come pure in alcune pagine della grande
letteratura, sono stimolo per alcune riflessioni e al
trettante angolature attraverso cui cogliere molte ma
nifestazioni che intaccano la vita della nostra societ
a livello globale e a livello personale.
Dovendo affrontare in questo volume proprio il
tema dellaccidia, anzitutto siamo posti di fronte a
un interrogativo: in quale ambito del vissuto uma
no si pu collocare questa complessa situazione esi
stenziale, la cui definizione non sempre univoca?
Spesso si nota una certa sovrapposizione tra accidia
e depressione. Ma possibile identificare accidia e
depressione? Se laccidia un male che intacca varie
sfere della vita delluomo, qual tuttavia il terreno
profondo in cui essa prende forma? E un male psi
cofisico, morale o spirituale? Nel linguaggio comu
ne il tema dei vizi messo generalmente in relazione
con la sfera morale, con lagire e il comportamento
delluomo. Tuttavia laccidia, sotto certi aspetti, sem
Accidia

bra sfuggire a questa relazione. Immediatamente


essa non procura un comportamento vizioso; anzi
appare addirittura come un non agire, unassenza
di scelte etiche. Ritornano alla mente le parole rivol
te alla chiesa di Laodicea nel libro dellApocalisse:
Conosco le tue opere: tu non sei n freddo n cal
do. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poich sei
tiepido... {Ap 3,15-16). Laccidia un male certa
mente, ma quale parte delluomo colpisce?
Proprio a partire dalle dinamiche dellaccidia e
dalle sue manifestazioni, come vedremo in seguito,
si pu comprendere come lo spazio in cui si deve
collocare la riflessione sui vizi (e dunque non solo
sullaccidia) essenzialmente quello in relazio
ne con la dimensione spirituale delluomo; lagire
morale e i vari riflessi sulla psiche delluomo sono,
d altra parte, manifestazioni di uno stato spirituale
inquinato. In questa prospettiva, vengono riletti i
vizi capitali nella tradizione spirituale dellOriente
cristiano e nei testi dellantico monacheSimo. Anzi
il termine pensieri malvagi (in greco loghismoi),
coniato dal monacheSimo antico per definire questa
manifestazione del male nel cuore delluomo, offre
un orientamento alla nostra riflessione proprio in
Premessa

questa prospettiva. Di per s il termine loghisms,


che noi traduciamo con la parola pensiero, diffi
cile da rendere con ununica espressione, in quanto
contiene e riassume in s tutto quel mondo interiore
che abita il cuore umano. In s e per s - scrive G.
Bunge, autore di un approfondito studio sullacci
dia in Evagrio - il pensiero una manifestazione
naturale e positiva della nostra vita interiore, della
nostra attivit emotiva e sensoriale, del nostro modo
di comprendere le cose del mondo. In modo sottile,
per, questi pensieri possono diventare veicoli di
finalit che contraddicono il progetto creazionale,
e allora assumono la valenza di pensieri cattivi,
nel senso di una seduzione al male. Come tali, essi
sono la manifestazione dello stato del nostro cuo
re e rendono visibile la sua malvagit, il suo es
sere staccato da Dio e lessere diventato schiavo di
se stesso (cfr. Me 7,21)?. Come impulsi, immagini,
suggestioni, ecc., i loghismoi muovono dallesterno
delluomo o appaiono dal suo stesso interno, dalla
sua struttura personale, caratteriale, dalle sue par-3

3 G. Bunge, Akedta. Il male oscuro, Bose/Magnano 1999, p. 35. Per una


definizione e descrizione del loghisms secondo Evagrio, cfr: T. Spidlik, La
spiritualit dellOriente Cristiano. Manuale sistematico, Roma 1985, p. 209.
10 I Accidia

ticolari fragilit. In modo subdolo penetrano e insi


nuano le possibilit di unazione malvagia, contraria
al progetto di Dio. E cos, da una semplice imma
gine o idea suggerita, attraverso il dialogo e il con
senso, schiavizzano il cuore delluomo, rendendolo
vittima della passione e del vizio4.
Partendo dal cuore delluomo e da ci che in
esso si muove, la prospettiva del monacheSimo an
tico ci riporta anzitutto a quello spazio che prece
de e condiziona lagire delluomo, a quello spazio
in cui si chiamati a intraprendere una dura lotta
per mantenere la propria vita al livello dello Spi
rito. appunto lo spazio della lotta spirituale, il
cui risultato trasforma lagire delluomo o in opera
della carne (i vizi appunto) o in frutto dello Spi
rito (cfr. G al 5,16-25). E non si deve dimenticare
che lespressione combattimento spirituale, usata
dalla tradizione monastica, sottolinea bene i due
aspetti che caratterizzano questa esperienza. Si trat
ta di un combattimento, di una lotta che si attua con
armi, che comporta il pericolo e il rischio di soc
combere, che implica fatica e pazienza, che richiede

4 Cfr. T. Spidlik, op. cit.ypp. 211-212.


Premessa

addestramento, ma soprattutto quella vigilanza che,


attraverso il discernimento, distingue e smaschera
la reale portata e pericolosit del nemico. Ma una
lotta spirituale, cio si svolge al livello pi profondo
della persona; non immediatamente distinguibile,
anche se poi sfocia in un agire e in un essere che
sono conseguenza e risultato di tale lotta. Cos ci
ricorda Antonio il Grande: Chi siede nel deserto
per custodire la quiete in Dio liberato da tre guer
re: quella delludire, quella del parlare e quella del
vedere. Gliene rimane una sola: quella del cuore3.
Nella guerra del cuore, come Antonio il Grande
definisce il combattimento spirituale, in gioco la
verit del cristiano, e del monaco in particolare,
proprio perch in gioco la verit stessa del suo es
sere di fronte a Dio. Lo Pseudo-Macario ci avverte:
Non cosa facile acquistare un cuore puro; solo
attraverso una dura lotta e una grande fatica luomo
acquista una coscienza pura ed un cuore puro ed
estirpa il male in radice56.

5Antonio 11: Vita e detti dei padri del deserto, I, cur. L. Mortari, Roma
1975, p. 86.
6 Pseudo-Macario, Omelia 26, 24; Id., Spirito e fuoco, cur. L. Crema
sela, Bose/Magnano 1995, p. 285.
Accidia

D altra parte, se questa lotta impegna il cristiano


nel centro del suo essere, il cuore, tuttavia essa non
il risultato di un semplice sforzo per cui si acqui
sta una vittoria da se stessi; lesperienza dimostra
chiaramente il contrario. Estinguere il male in
radice frutto della sinergia tra la libera volont
delluomo e la grazia di Dio. Come ricorda ancora
lo Pseudo-Macario: D el resto, soltanto la potenza
divina in grado di sradicare il peccato ed il male,
suo compagno. Alluomo non lecito n possibile
sradicare il peccato con le proprie forze. Lottare,
combattere, dare e ricevere colpi compito tuo, ma
sradicare il male spetta a Dio. Se tu fossi in gra
do di fare questo, che bisogno cera della venuta
del Signore? Come non possibile che locchio
veda senza la luce n si pu parlare senza la lingua,
ascoltare senza orecchie, camminare senza piedi,
lavorare senza mani, cos senza Ges non si pu
essere salvati7.
Privilegiando la prospettiva spirituale nellaf-
frontare il tema dei pensieri malvagi (termine che
useremo di preferenza, rispetto a quello di vizi ca

7 Id., Omelia 3,4: in ibid.t p. 77.


Premessa

pitali), non significa, d altra parte, contrapporsi a


una riflessione che accentua la dimensione etica e il
peccato. La nostra scelta si pone piuttosto da unan-
golatura che mira a cogliere come ogni comporta
mento etico abbia una radice nella vita secondo lo
Spirito, in un terreno fecondato dallazione dello
Spirito. Ci pare dunque appropriata questa osser
vazione di J.-C. Nault a conclusione di unanalisi
sul pensiero dellaccidia nella tradizione monastica
antica: Questo rapido percorso storico mette in
evidenza il grande pericolo dellaccidia nella vita
spirituale del cristiano. Ma sottolineiamo anche
che le sue molteplici manifestazioni toccano abi
tualmente lagire concreto e quotidiano. E questo
per il fatto che non si deve stabilire una separa
zione tra questi due ambiti, come se, da una parte,
ci fosse la vita spirituale e, dallaltra, l agire mora
le. A motivo della loro concezione profondamente
unificata della persona umana, i Padri sapevano
bene che la vita spirituale e la relazione con Dio si
riflettono sullagire e sulle relazioni con i fratelli.
Laccidia, collocandosi allincrocio tra le passioni
dello spirito e quelle della carne, presenta un carat
tere irrazionale e complesso che la rende partico-
14 I Accidia

larmente pericolosa8. E ancora J.-C. Nault, facen


do riferimento, in unintervista, allo sviluppo del
concetto di accidia in san Tommaso d A quino e nel
nominalismo di Guglielmo di Ockham, aggiunge:
L accidia tocca direttamente la nostra relazione
con Dio. Ho scoperto nella mia ricerca che, a se
guito di Ockham, la morale - la quale concerne il
nostro agire - e la spiritualit - che esprime la no
stra relazione con Dio - sono diventate compieta-
mente separate, allorch, fondamentalmente, esse
sono legate, anche se si pu parlarne separatamente
per una chiarezza espositiva. Lo stesso san Tom
maso d Aquino non ha mai avuto lidea di costrui
re una morale. Siamo noi a interpretare cos la
sua opera. E ancora noi, alla scuola di Ockham e
nellepoca moderna, abbiamo avuto la tendenza a
separare e a dire che la morale si limita a ci che si
deve fare o non fare. A queste condizioni, i mistici
non sono stati altro che persone diventate oggetto
di fenomeni soprannaturali eccezionali, mentre in

8 J.-C. Nault, Lacdie, entre morale et spiritualit, in Lettre de Ligug


2002/n299, p. 18. La riflessione sullaccidia di san Tommaso dAquino,
analizzata da J.-C. Nault in un ampio studio (cfr. bibliografia), testimonia
ancora questa armonia tra spiritualit e morale.
Premessa

realt la via mistica una via nello Spirito, in vista


di partecipare al mistero di Cristo. Ed la vocazio
ne di ogni battezzato9.
Fatta questa premessa che ci permette di dare una
precisa prospettiva alla nostra riflessione, iniziamo
anche noi ora un percorso allinterno dei meandri
di questo insidioso pensiero cercando anzitutto di
coglierne i tratti distintivi.

9 Un pch capital bien de notre temps, Vacdie. Propos recueillis par le


Pre Ludovic Lcuru, in France Catholique 2006/n 3042, pp. 10-11.
I

Che cos laccidia?


Un tentativo di definizione

coloro che vivono ncY hesychia, fa guer


ra soprattutto la passione dellaccidia1. Da questa
laconica espressione siamo indotti a pensare che
la vittima privilegiata dellaccidia sia il monaco e,
in particolare, colui che conduce una vita solita
ria e ritirata, una vita che offre poche possibilit
di distrazione. Certamente, stando alla letteratura
monastica, dobbiamo riconoscere che laccidia era
uno dei problemi pi gravi con cui lantico mona
cheSimo (e in particolare lanacoretismo) doveva
confrontarsi attraverso una dura ed estenuante lot-1

1 Nilo di Andr, De odo vitiosis cogitationibus: PG 79, col. 1460A.


piccolo trattato qui citato e riportato alla fine del volume 79 della Patrolo
gia Greca (volume dedicato a Nilo di Ancira), unopera di compilazione
non anteriore al secolo V ili (sono riportati testi ispirati a Cassiano, Eva-
grio e Giovanni Climaco) e attribuita dai manoscritti allautorit di Nilo
di Ancira (t verso il 430).
Accidia

ta. Diventando un peccato tipicamente monastico,


laccidia facilmente si insinua in uno stile di vita
che ha un ritmo regolare, monotono, senza appa
renti variazioni, ripetitivo. Crea un sottofondo che
si manifesta in una tiepidezza nella ricerca di Dio,
in una mancanza di tono, in una perdita di tensio
ne e di zelo nel servizio del Signore. Certamente
per chi, come il monaco, ha scelto una separazione
radicale dal mondo per incamminarsi, nella con
versione quotidiana, alla ricerca di Dio, terribile
essere risucchiati in questo vortice che, attraverso
10 scoraggiamento, sconfina nella disperazione: si
perde il senso della vita, si perde il mondo, senza
trovare Dio. Si comprende allora il motivo di que
sta grande attenzione che gli antichi monaci dava
no allaccidia: una suggestione malvagia che non
pu essere sottaciuta o sottovalutata perch intacca
11 cuore del progetto di vita del monaco, aggreden
do e distruggendo il proposito della sequela Christi
nel quale il monaco si impegnato, andando a vi
vere nella solitudine e nel silenzio del deserto. L a
dimenticanza di Dio, il venir meno dellincessante
e gioiosa memoria Dei conduce fatalmente alla di
menticanza della verit delle creature, delle cose,
Che cos l accidia?

del proprio io, della creazione intera. Chiuso in se


stesso, laccidioso si ripiega in uno sterile narcisi
smo; incapace di rapporto con gli altri, vive in una
sorta di sonnambulismo, in una paura metafisica di
fronte alla vita che gli impedisce di rendere grazie,
di gioire per tutto ci che Dio gli ha dato. Lacci
dia offusca lo sguardo del cuore, scalza alla radice
ogni certezza, ogni fiducia in se stessi, in Dio, nei
fratelli. Preso da vertigine di fronte al proprio vuo
to e alla radicale vanit di ogni opera umana, in
capace di reagire a questo insidioso sconforto che
avvelena ogni istante, laccidioso non trova conso
lazione n sollievo in nulla, neppure nella presenza
affettuosa di quelli che lo circondano. La vita pare
vuota di senso, la vocazione, la chiamata di Dio un
sogno e unillusione della giovinezza. Frastornato
dallincessante discorrere dei fantasmi interiori -
questo ossessionante monologo interiore che face
va gridare ai monaci del deserto: Abba, io voglio
salvarmi, ma i miei pensieri me lo impediscono!
- il monaco vittima dellaccidia diventa incapace di
perseverare nella solitudine, cerca in ogni modo di
sfuggire a se stesso, di stordirsi cercando altri con
cui chiacchierare e su cui sfogare la propria ango
20 I Accidia

scia, diventa insofferente verso tutto quello che sta


facendo2.
Ma a questo punto, dopo questa breve e iniziale
descrizione dellaccidia allinterno dellesperienza
monastica, pu sorgere una domanda: realmente
laccidia una malattia tipica dei monaci? Luomo
normale, che vive immerso nel mondo, frastornato
da una miriade di impegni che lo tengono occupato
e lo distraggono, veramente esente da questa insi
diosa e snervante battaglia? P. Gabriel Bunge, ere
mita e autore di uno studio che affronta in modo ap
profondito, a partire dagli scritti di Evagrio Pontico,
questa malattia esistenziale, conclude il primo capi
tolo del suo libro con questa riflessione personale:

L autore di queste righe, qualche anno fa, ha letto


alcune pagine del manoscritto di questo libretto ad
alcuni studenti che gli chiedevano a che cosa stesse
lavorando. Beninteso, essi ignoravano completamente
che cosa fosse laccidia. Ma quando, dopo aver letto
loro alcuni testi del monaco del Ponto, chiesi loro: Vi
dicono qualcosa queste righe?, gli studenti risposero

2 Detti inediti dei Padri del deserto, cur. L. Cremaschi, Bose/Magnan


1986, pp. 93-94.
Che cos raccidia? I 21

stupiti: Ma certo! Ci che il suo padre del deserto


descrive l il male del nostro tempo3.

Laccidia il male del nostro tempo! Chi non sa


prebbe riconoscere in molti fenomeni che caratte
rizzano lesperienza personale e collettiva delluomo
d oggi, sintomi e manifestazioni di quel male oscu
ro che gli antichi monaci chiamavano accidia? Dal
le svariate forme di depressione che spesso intacca
no la fragile esistenza delluomo d oggi (in partico
lare dei giovani), alle manifestazioni psicosomatiche
come lanoressia e la bulimia, che rivelano, in unin
capacit di accettare la propria realt corporale, un
disagio molto pi profondo; dalla paura di affronta
re la vita con le sue frustrazioni e i suoi scarti, alla
fuga di fronte a se stessi, alla verit del proprio volto
interiore; dallimpossibilit a fare scelte durature,
alla ricerca di un cammino spirituale fatto di emo
zioni e incapace di affrontare ogni deserto interiore:
tutto ci una manifestazione pi o meno palese di
quella situazione esistenziale che i monaci antichi
chiamavano accidia. Come senso di noia esistenziale

3 G. Bunge, op. cit., p. 34.


Accidia

e come sentimento di schiacciante frustrazione che


fa apparire tutto inutile (Chi me lo fa fare? Ne vale
veramente la pena?), questo male blocca realmen
te il cuore della vita. lindifferenza che provoca
lallontanamento dalla vita, male oscuro per chi
rifiuta di confrontarsi con i problemi del quotidiano,
per chi si arrende di fronte alle difficolt e si rifugia
in se stesso, nellisolamento spirituale, nellinsensi
bilit alle passioni, alle tensioni che ogni momento
della vita sociale ed economica impone di affrontare
e nella perdita della speranza4.
Al di l delle manifestazioni oggi presenti, si deve
in ogni caso ammettere che laccidia inscindibil
mente legata alla nostra condizione umana. Come
osserva G. Bunge, laccidia per cos dire la dimen
sione metafisico-religiosa di una sofferenza che
comune a tutti gli uomini e che nella sua forma pro
fana, secolarizzata, viene esperita come ennui, ma
linconia, depressione, eccetera. Se qui luomo soffre
- soggettivamente - soprattutto in se stesso e nel
suo rapporto con i suoi simili, nel caso dellaccidia

4 T. Fanfani, Il demone del mezzogiorno, in I vizi (a cura di) P. Ciardell


- M. Gronchi, Milano 2009, p. 65.
Che cos l accidia?

il suo rapporto con Dio ad essere ottenebrato,


come dice Evagrio. Ora questo riferimento a Dio
caratteristico di ogni uomo, lo ammetta o no?.
necessario, inoltre, sottolineare come questo
fenomeno superi la sfera strettamente personale, esi
stenziale o spirituale, per assumere forme collettive
e intaccare vari livelli dellagire delluomo (sociale,
politico, ecclesiale). A questo livello si intrecciano
varie culture della vita, differenti angolature con
cui lesistenza collettiva viene affrontata. Il filosofo
Umberto Galimberti sottolinea come oggi sia do
minante una resistenza debole alla diffusione dei
nuovi vizi: tendenze collettive come la spudo
ratezza, il consumismo, il conformismo,, il culto del
vuoto, la sociopatia appaiono momenti di crisi di
identit delle persone56. Non deve dunque stupire
come in questa cultura dellindifferenza trovino
ampio spazio le manifestazioni tipiche dellaccidia!

5 G. Bunge, op. cit.yp. 48.


6 T. Fanfani, op. cit., p. 67. Interessanti osservazioni sulle manifesta
zioni dell accidia oggi si possono trovare in R. Vignolo, "Dimorare in Ges:
preventivo e antidoto giovanneo allaccidia, in Accidia e perseveranza, Mila
no 2005, pp. 51-56, e in G. Cucci, Il fascino del male. I vizi capitali, Roma
2008, pp. 335-341 (Fa. intitola queste pagine con una significativa espres
sione: una societ accidiosa).
Accidia

In uno dei suoi tradizionali discorsi alla citt di


Milano per la festa di santAmbrogio, il cardinale
Martini mette in guardia da un atteggiamento e da
un disimpegno nella sfera politica cui d significa
tivamente il nome di pubblica accidia. E cos af
ferma: D i una di queste cose terribili vorrei parlare
in particolare: si tratta di un male oscuro, difficile
da nominare, forse anche perch difficile da rico
noscere, come un virus latente eppure onnipresente.
Potremmo chiamarlo con il nome di pubblica acci
dia o di accidia politica. il contrario di quella
che la tradizione classica greca, come pure il Nuovo
Testamento, chiamano parresia, libert di chiamare
le cose con il proprio nome. Si tratta di una neutrali
t appiattita, della paura di valutare oggettivamente
le proposte secondo criteri etici, che ha come conse
guenza un decadimento della sapienzialit politica7.
Ma anche il mondo ecclesiale non esente da que
sta fiacchezza; lo ha notato in un incontro tenuto a
Camaldoli per laici cristiani impegnati in politica, il
vescovo W. Kasper, rileggendo la situazione attuale

7 Discorso del 6 dicembre 1999. Cfr. testo in C. M. Martini, Coraggi


sono io, non abbiate paura, in II Regno-Documenti 2000/nl, p. 42.
Che cose l accidia?

della Chiesa alla luce della categoria biblica della


prova e della tentazione, La chiesa - dice Kasper
- soffre di una stanchezza interna. Essa non viene
sfidata. O, meglio, sembra non venire sfidata. Non
messa esteriormente in discussione e allapparen
za la situazione non sembra drammatica, ma paral
lelamente la chiesa per molti una realt non inte
ressante, quasi noiosa, che lascia fredde le persone
e le rende indifferenti. Per molti lessere cristiano
diventato pi o meno indifferente. Questa indiffe
renza la vera tentazione del cristiano nella nostra
situazione. Nessun rifiuto drammatico della fede e
della vita cristiana, bens il suo oblio pratico (...) E
questa perdita di memoria rappresenta per Kasper
la perdita dellorizzonte della speranza che ci ren
de culturalmente e spiritualmente stanchi, pesanti,
spenti. I padri della chiesa e i grandi teologi del Me
dioevo hanno definito questa posizione la tentazione
originaria de\Yaccidid &.8

8 Citazione tratta da G. Brunelli, Ispirazione e scelte del cristiano in


Italia, in Europa, in Regno-Attualit 1999/n14, p. 504. In questo articolo
viene presentato rincontro di Camaldoli del 2/3 luglio 1999, dedicato al
tema Ispirazione e scelte del cristiano in Italia ed in Europa.
26 I Accidia

Dunque, superata la tentazione ambigua e fuor


viarne di relegare questa dolorosa esperienza allin
terno del mondo monastico, e riconosciuto il suo
legame profondo con la natura delluomo (e di con
seguenza la sua continua minaccia alla nostra esi
stenza), si deve tuttavia ammettere che proprio gli
antichi autori monastici hanno osservato e ricono
sciuto con estrema acutezza e lucidit il fenomeno
dellaccidia; hanno saputo dar di essa una descri
zione precisa e dettagliata nella quale ciascuno, in
maniera diversa, pu riconoscersi e avere il corag
gio di dare un nome alle molteplici manifestazioni
che appesantiscono e soffocano la propria esistenza
quotidiana. E se i monaci antichi hanno avuto que
sto sguardo dioratico sul cuore umano, ci avve
nuto perch hanno vissuto per esperienza questa
terribile lotta, affrontando quel mondo interiore
che accompagna ogni uomo, anche nella solitudine
del deserto, e sfidando in quella aridit primordiale,
soli con laiuto di Dio, colui che intacca e avvelena
licona spirituale delluomo: il tentatore.
Che cos Vaccidia? I 27

1. Accidia: un termine complesso e ambiguo

A partire da Evagrio, gli autori monastici hanno


identificato otto pensieri, come altrettante sfaccet
tature o modalit con cui il nemico attacca il cuore
delluomo. G li otto pensieri - scrive G. Bunge -
intesi in senso peggiorativo, compaiono sempre in
ordine fisso (con lunica eccezione dellinversione
fra tristezza ed ira): voracit, fornicazione, avarizia,
tristezza, ira, accidia, vanagloria e superbia. Evagrio
definisce questi otto pensieri generici, dal mo
mento che non solo tutti gli altri pensieri derivano
da questi otto, ma essi stessi sono variamente intrec
ciati tra loro: sia perch luno trae origine dallaltro,
sia perch si oppongono a vicenda in modo evi
dente. Laccidia vi occupa un posto particolare9.
Lintreccio che caratterizza la dinamica di questi
otto pensieri permette di cogliere il posto singola
re dellaccidia. Infatti, essa sta pi o meno a met
strada tra i pensieri pi grezzi e sensuali (a cui se
guono i loro effetti immediati) e quelli pi imma
teriali che appaiono solo ai livelli pi elevati della

9 G. Bunge, op. c i t p. 39.


28 I Accidia

vita spirituale. Appare dunque come lo sbocco delle


passioni pi basse, ma anche la porta aperta verso le
pi sottili. come una passione di frontiera che
investe sia la dimensione fisica che quella spirituale
delluomo e, di conseguenza, trova manifestazioni
psichiche, somatiche e spirituali, variamente col
legate tra di loro e spesso contraddittorie. Inoltre,
mentre gli altri pensieri sono sempre componenti
di una catena multicolore e variamente composta,
laccidia appare ogni volta come Yultimo anello di
una tale catena, quindi non immediatamente segui
ta da nessun altro pensiero10.
Questa posizione indefinita dellaccidia allinter
no della dinamica degli otto pensieri malvagi offre
gi una motivazione della complessit e dellambi
guit di questa situazione esistenziale. Tale indefi-
nibilit si riflette anche nel significato del termine
accidia.
N el greco classico il termine akedia designa la
negligenza (a-kdos), lindifferenza, la mancanza
di cura e di interesse per una cosa. Nella Bibbia
greca dei L X X , specialmente nei Salmi, designa

10Ibid., p. 53.
Che cos V'accidia?

labbattimento, lo scoraggiamento, la prostrazione,


la stanchezza delluomo provato dalla malattia o
perseguitato dai malvagi (Sai 60[61],3; 101 [102], 1;
118 [119] ,28; 142 [143] ,4). invece assente nel Nuovo
Testamento sia come sostantivo, sia come verbo11.
Ma soprattutto nella letteratura monastica
che questo termine ha trovato ampia accoglienza.
Si deve per precisare che, in questo contesto, il
termine akedta assume una ricchezza di sfumatu
re che diventa quasi impossibile renderlo in modo
adeguato con un solo vocabolo. Potremmo vedere
in questo aspetto quasi un riflesso della comples
sit di tale situazione esistenziale, la quale, di fatto,
investe molti stati d animo, reazioni psicologiche o
fisiche, ecc. Gi Cassiano dovette affrontare questo
dilemma. L a nostra sesta lotta - scrive - contro
il vizio che i greci chiamano akedta e che possiamo
definire tedio o ansiet del cuore1112. Questa variet
di sensi che il termine accidia riveste, si riflette

11 P. Miquel, Lessico del deserto. Le parole della spiritualit, Bose/Ma-


gnano 1998, p. 13.
12 Giovanni Cassiano, Istituzioni cenobitiche X ,l: in Giovanni Cassia
no, Le istituzioni cenobitiche, cur. A. De Vog - L. D Ayala Valva, Bose/
Magnano 2007, p. 263 (Sextum nobis certamen est, quod Graeci akedian
vocant, quam non taedium sive anxietatem cordis possumus nuncupare).
Accidia

anche nello spostamento di significato che gli auto


ri monastici, soprattutto in Occidente, gli hanno a
mano a mano attribuito. Gregorio Magno, addirit
tura, elimina laccidia dal suo elenco dei vizi capitali
lasciandone solo una flebile traccia nelle filiazioni
della tristezza13. interessante questa osservazione
presente in un approfondito studio sui vizi capitali
nel Medioevo latino: Oscillante fra anima e corpo,
fra tristezza e pigrizia, laccidia che Cassiano conse
gna allOccidente dunque un vizio costituzional
mente instabile, pronto a cambiare nuovamente
faccia quando le circostanze lo richiederanno: Ba
ster fermare quella oscillazione dalla parte della
tristezza o dalla parte della pigrizia e quella miscela
di condizioni psichiche e corporee che laccidia si
presenter a seconda dei casi in modo diverso: a vol
te prevarranno il torpore, la sonnolenza, lindolen
za, altre volte la noia, la mestizia, linquietudine14.

13 Cfr. lelenco dei vizi in Gregorio Magno, Moralia in Job, XX XI, 87:
Opere di Gregorio Magno, 1/4, Roma 2001, pp. 320-323. Sulle varie ipo
tesi per spiegare una scomparsa dellaccidia dalla lista gregoriana cfr. A.
Del Castello, Accidia e melanconia. Studio storico-fenomenologico su fonti
cristiane dalVAntico Testamento a Tommaso dAquino, Milano 2010, pp.
61-63.
14 C. Casagrande - S. Vecchio, op. cit., p. 80.
Che cos l accidia?

2. Accidia, tristezza, nostalgia, malinconia

Lerrore della modernit - nota J.-C. Nault -


stato quello di dimenticare la complessit del fe
nomeno sulla quale i Padri avevano tanto insistito;
di fatto laccidia venuta a perdere il suo carattere
proprio e ad esser identificata puramente e sempli
cemente con luna o laltra delle sue manifestazioni.
In realt, laccidia le riveste tutte15. Dunque il ter
mine akedia ingloba in s molte espressioni, indi
cative di varie situazioni le quali, pi che tradurre
la parola greca, rappresentano manifestazioni e sfu
mature del suo contenuto; come, ad esempio, sco
raggiamento, torpore, pigrizia, indolenza, afflizio
ne, negligenza, indifferenza, noia, disgusto, depres
sione, nausea, ecc. Sottolineiamo tre espressioni che
indicano altrettanti stati d animo che, pur avendo
delle peculiarit proprie, spesso si confondono con
laccidia: tristezza, nostalgia, malinconia.

Anche se non sono situazioni identiche, la tristez


za e Yaccidia sono strettamente imparentate e spesso

15J.-C. Nault, Idacdie, entre morale et spiritualit, p. 22.


32 I Accidia

ci che Evagrio dice delluna vale in larga misura


anche per laltra. Anche Cassiano (soprattutto nel
le Istituzioni cenobitiche) evidenzia un legame tra i
due pensieri: essi sono inquadrati in una dinamica
psichica reciproca (...): la tristezza pu dare luogo a
insofferenza nei confronti dei doveri, e la confusio
ne della mente, effetto dellaccidia, pu essere una
tra le cause della tristezza16. Tuttavia, nella lista de
gli otto pensieri o vizi presente in questi due autori,
tristezza e accidia rimangono sempre separate. E
nellelenco dei vizi capitali di Gregorio Magno che
la tristezza viene a sostituire laccidia; anche Tom
maso d Aquino, pur trattando laccidia come un vi
zio capitale, tende a identificarla con la tristezza. In
questo Tommaso si discosta sia da Cassiano che da
Isidoro di Siviglia, il quale chiaramente distingue i
due vizi17.
Di fatto, pur avendo manifestazioni abbastanza
simili, si deve ammettere una differenza tra i due

16A. Del Castello, op. cit., p. 50.


17 Cfr. Tommaso dAquino, Summa Theologi 11,11,35, a. 4, a: Tomma
so d Aquino, La Somma Teologica, XVI, cur. Domenicani italiani, Bologna
1984, pp. 52-53. Cfr. anche G. Bardy, Acedia, in Dictionnaire de Spiritualit
I, Paris 1937, coll. 168-169.
Che cosJ l accidia?

pensieri. Anzitutto la tristezza legata a situazioni


pi puntuali, maggiormente circostanziate nel tem
po e generate da cause pi facilmente identificabili:
pu essere leffetto del turbamento causato dallira
oppure la conseguenza di un desiderio frustrato.
Laccidia invece acquista una dimensione pi glo
bale e duratura, avviluppando completamente resi
stenza e creando situazioni difficilmente misurabili
e definibili. Cos scrive A. Louf a riguardo di tale
distinzione in Evagrio: A prima vista, si rischia di
confondere laccidia con la tristezza; e capita che
Evagrio le citi insieme. Ma non bisogna ingannarsi
perch la sfumatura mantenuta tra i due vizi im
portante. La tristezza, secondo Evagrio, pu nascere
dallassenza di un piacere al quale lanima ancora
troppo legata. Essa esprime anche la paura risenti
ta al momento dei primi scontri esterni col diavo
lo: visioni, rumori, colpi. Questo contatto ancora
epidermico, come insinua lautore, ma pu arrivare
fino al sentimento di perdere la testa, o anche la
vita. La tristezza resta tuttavia sempre alla superfi
cie del monaco che essa attacca. Laccidia per essere
pi sorniona e meno brutale incide profondamente
sulla personalit. Essa pu invadere tutto fino ad
Accidia

offuscare lo sguardo del cuore e mettere lanima in


trappola come fa un cane ad una cerbiatta. La tri
stezza potrebbe ancora essere addolcita da qualche
consolazione; laccidia sembra senza rimedio. Essa
lo smarrimento estremo che arriva a mettere in
discussione il progetto monastico in se stesso18.

L'accidia pu prendere la forma della nostalgia,


come male della propria terra. Infatti, nella de
scrizione dellaccidia, presente nel Trattato pratico
di Evagrio (vedi sotto), il monaco in preda a questa
tentazione, spinto a ritornare col pensiero ai luo
ghi e alle persone a lui familiari. Tuttavia laccidia
trascina normalmente dietro a s esperienze nega
tive, mentre la nostalgia rimane aperta a cammini
positivi: da essa pu scaturire la tristezza secondo
Dio, il pnthos (cfr., ad esempio, le reazioni del fi
glio prodigo nella parabola di Le 15,11-32). Scrive
P. Miquel: Il dizionario Robert definisce la nostal
gia: Stato di deperimento e di languore causato dal
rimpianto ossessivo del paese natale, del luogo dove
si a lungo vissuti. Ma si potrebbe anche definirla:

18A. Louf, Laccidia in Evagrio Pontico, in Concilium 9/1974, p. 153.


Che cos l accidia?

tristezza invincibile delluomo che si sente esiliato


lontano da un paese che non conosce, ma di cui sa
essere cittadino (nostalgia del cielo). Tu conosci
questa malattia febbrile che si impossessa di noi...
questa nostalgia del paese che non si conosce, que
sta angoscia della curiosit19.

Anche la malinconia pu essere una manifesta


zione negativa accidia. Gli antichi definivano
melanconico un temperamento orientato in modo
stabile alla tristezza. Tale temperamento interpre
tato da Freud come conseguenza di una mancata
elaborazione di una perdita per cui, venendo meno
il lavoro attivo del lutto, si insinua un sentimento
meno forte ed inquietante, ma pi diffuso e du
raturo, che coinvolge lintera vita della persona,
portando ad una perdita dellIo in quanto tale20.
Tuttavia la malinconia, come la nostalgia, pu as
sumere aperture positive, diventando una disposi
zione interiore (si potrebbe dire spirituale) che
segna lesistenza personale. Che senso intravedere

19 P. Miquel, op. cit., pp. 33-34. Il testo citato dallautore di Ch. Bau
delaire.
20 G. Cucci, Il fascino del male, p. 332.
Accidia

per questa esistenza segnata, come da una miste


riosa vocazione, da una simile malinconia? Forse
quello di camminare sul versante notturno di Dio,
con il cuore segretamente ferito dallindubitabile
infinito, incapace di disfarsene. Si percepisce la ric
chezza possibile di un tale cammino ed anche le sue
sofferenze, e i suoi pericoli: fuga dalla vita concreta
e dalla societ degli uomini, ricerca di false soluzio
ni, di falsi assoluti, e la perdita della speranza21.
R. Giardini parla di malinconia metafisica per
caratterizzare lesperienza di S. Kirkegaard e cos
distingue:

Esiste una melanconia buona, ne esiste unaltra cattiva.


Buona quella che precede la nascita delleterno.
loppressione interiore, che deriva dalla prossimit
delleterno, dal fatto che leterno urge per essere rea
lizzato. lesigenza sempre efficace, anche quando
non sia consapevolmente avvertita, di assumere nella
vita propria il contenuto dellinfinito; di esprimerlo
nel proprio atteggiamento interiore e nellazione, nei
propri sentimenti e nellazione... Questa malinconia,
e cio la buona, tollerabile, la si pu portare sino in

21 A. Derville, Mlancolie, in Dici. Spir. X, Paris 1978, col. 955.


Che cos l accidia?

fondo. Ne nascono opere di divenire; tutto allora si


tramuta e si trasfigura. Ma quando non sia portata sino
in fondo, e luomo non trova la forza di riprendersi nel
divenire, e non possiede la magnanimit richiesta dal
sacrificio, laudada di troncare gli indugi, la veemen
za di sfondare; quando ci che voleva uscire rimane
invece impigliato e trattenuto, oppure viene realizzato
solo parzialmente e come diminuito, allora si desta la
seconda forma di malinconia, quella cattiva. Consiste
essa nella consapevolezza che leterno non ha preso
quella forma che doveva prendere, nella coscienza di
aver fallito il colpo, di aver perduto la posta. In questa
forma, si avverte il pericolo di essere perduti, di non
aver fatto quello che andava fatto: quello cio che,
pur significando salvezza o perdizione eterna, deve
tuttavia eseguirsi nel tempo, e il tempo trascorre, e
non pu essere recuperato. una malinconia di un
carattere diverso. cattiva. Pu giungere sino allo
sconforto, e ad una disperazione nella quale luomo
d partita vinta, ed persuaso d aver definitivamente
perduto il gioco22.

22 R. Guardini, Kitratto della malinconia, Brescia 1952, pp. 55-57.


Accidia

3. Laccidia: alcune descrizioni

Un fratello interrog il padre Poemen sullac


cidia. E lanziano gli disse: Allinizio di tutto sta
laccidia, e non vi passione peggiore; ma se luomo
riconosce che accidia, trova quiete23. Da queste
lapidarie parole dellabba Poemen si ha quasi lim
pressione che non sia possibile iniziare qualunque
cosa senza che laccidia la intacchi con il suo veleno.
E come una sorta di peccato delle origini che in
sinua il dubbio, che indebolisce le forze spirituali,
che genera disgusto e noia, che impedisce di operare
un discernimento. Di fronte alle svariate manifesta
zioni provocate dallaccidia labba Poemen ci offre
un semplice suggerimento: riconoscere che quello
che si sta vivendo solo e semplicemente accidia,
e nientaltro. Questo vuol dire non solo guardare
con onest la propria situazione interiore, ma toglie
re la maschera al pensiero malvagio, porgli quella
domanda fondamentale per un discernimento: Chi
sei e da dove vieni?. Per gli autori monastici que
sto coraggio di guardare in faccia laccidia si traduce

23 Poemen 149: Vita e detti dei padri del deserto, II, p. 119.
Che cos' Iaccidia ?

nella necessit di non fuggire di fronte a questa terri


bile situazione esistenziale. La fuga, nelle sue svaria
te forme, infatti lillusione, ingenerata dallaccidia,
di trovare altrove o diversamente una liberazione da
questo pensiero. Ma, in fondo, tale illusione impe
disce di affrontare realmente la lotta, impedisce di
guardare con verit ci che si ha dentro.
Seguendo il suggerimento dellabba Poemen, ci
disponiamo anche noi ora a guardare in faccia lac
cidia, a riconoscerla per smascherarla. E allora, che
cos laccidia?
Per rispondere a questa domanda, gli antichi
autori monastici (Evagrio, Cassiano, Giovanni Cli-
maco, Nilo Sinaita, ecc...) seguivano un metodo
molto significativo: evitando ogni sistematizzazione
o definizione troppo esaustiva, preferivano descri
vere, attraverso gustosi ritratti, non privi di ironia,
il comportamento di colui che colpito dallacci
dia. Raggruppavano, inoltre, in una sorta di litania,
tutte le manifestazioni di questo terribile pensiero,
le sue conseguenze sulla vita spirituale, sullascesi,
sulla preghiera. Proponiamo, dunque, alcuni testi
che ci offrono un primo abbozzo descrittivo di tale
catastrofica situazione esistenziale.
Accidia

Iniziamo anzitutto con un testo biblico. Qua e l


nella Scrittura si ritrovano descrizioni o accenni a
manifestazioni che richiamano laccidia. Nei libri sa
pienziali non mancano testi che descrivono le conse
guenze di una vita oziosa e senza punti di riferimento,
pigra e vuota (si pensi a Pr 24,30-34 oppure Pr 26,14).
Pi simile allo stato globale di angoscia e di disgu
sto procurato dallaccidia la prospettiva che emerge
nellautore del Qohlet, oppure nelle crisi esistenziali
dei profeti Elia e Giona e nei monologhi disperati di
Giobbe e Geremia24. Tra i tanti testi che la Scrittura
ci offre proponiamo unicona biblica a nostro parere
molto espressiva, nella quale ritroviamo gi racchiusi
alcuni elementi significativi che ritorneranno poi nei
testi monastici che riporteremo in seguito. Si tratta
della narrazione, riportata in IMaccabei 6,8-13, della
morte di Antioco Epifane. Allannuncio delle scon
fitte militari e della distruzione dellidolo da lui in
nalzato in Gerusalemme, Antioco:

Sentendo queste notizie, rimase sbigottito e scosso


terribilmente; si mise a letto e cadde ammalato per
la tristezza perch non era avvenuto secondo quanto

24 Cfr. Q o2,17; 4,5; 10,15; IRe 19,1-18; Gn 4,3.8; G b3,11-19; Ger20,1-18.


Che cos raccidia?

aveva desiderato. Rimase cos molti giorni, perch si


rinnovava in lui una forte depressione e credeva di
morire. Chiam tutti i suoi amici e disse loro: Se ne
va il sonno dai miei occhi e lanim o oppresso dai
dispiaceri. Ho detto in cuor mio: in quale tribola
zione sono giunto, in quale terribile agitazione sono
caduto, io che ero cos fortunato e benvoluto sul mio
trono! Ora mi ricordo dei mali che ho commesso a
Gerusalemme, portando via tutti gli arredi doro e
d argento che vi si trovavano e mandando a soppri
mere gli abitanti di Giuda senza ragione. Riconosco
che a causa di tali cose mi colpiscono questi mali;
ed ecco muoio nella pi profonda tristezza in paese
straniero!.

In questa descrizione sono elencate alcune ca


ratteristiche di quella tristezza mortale che avvol
ge completamente lamina di chi vede frantumarsi
tutto ci su cui aveva poggiato la sua vita. Notiamo
come lo spavento, lagitazione e il dispiacere sono
causati dalla mancata realizzazione e dalla frustra
zione di un progetto di idolatria e di violenza. Ci
sono prostrazione e afflizione, inquietudine e op
pressione, ma soprattutto una profonda tristezza e
Accidia

depressione che si rinnovano continuamente. La


vita non viene pi affrontata (ci si rifugia nel ten
tativo di dormire), viene percepita nella sua dimen
sione negativa e il tempo perde la sua reale consi
stenza: si coglie solo il male che si fatto e davanti
agli occhi non c alcun futuro. Anzi, ci si sente in
terra straniera, nella piena solitudine. Ci che di
fatto venuto meno unimmagine di s costruita
sulla falsit e sul vuoto.

In due testi, Evagrio Pontico traccia con estrema


precisione e in forma esasperata e grottesca il ritrat
to del monaco caduto nei lacci dellaccidia.
Il primo testo si trova nel Trattato pratico sulla
vita monastica 12:

Il demone dellaccidia, chiamato anche meridiano,


di tutti i demoni il pi opprimente: attacca il mona
co verso lora quarta e ne assedia lanima fino allora
ottava. Dapprima fa in modo che il sole appaia lento
nel movimento o immobile, mostrando il giorno di
cinquanta ore! Poi lo costringe a guardare continua-
mente verso le finestre, a balzare fuori dalla sua cel
la, a osservare il sole per vedere quanto dista dallora
Che cos raccidia?

nona, a guardarsi intorno, di qua e di l, se per caso


qualcuno dei fratelli... Gli insinua, inoltre, un odio
per il luogo in cui si trova, per il suo stesso stato di
vita, per il lavoro manuale e Tidea che presso i fratelli
sparita la carit e che non v chi consoli. E se in
quei giorni c qualcuno che ha rattristato il monaco,
anche di questo il demone si serve per accrescere lav
versione. Lo conduce poi a desiderare altri luoghi, nei
quali trover facilmente il necessario ed eserciter un
mestiere meno faticoso e pi vantaggioso; aggiunge
che piacere al Signore non una questione di luogo:
dappertutto infatti - detto - la divinit pu essere
adorata. A queste cose unisce il ricordo dei familia
ri e della vita di prima; gli descrive quanto sia lungo
il tempo d^lla vita, mettendogli davanti agli occhi le
fatiche dellascesi; e, come si usa dire, mette in moto
tutta la macchina da guerra perch il monaco, lasciata
la cella, abbandoni lo stadio. A questo demone non fa
seguito immediatamente alcun altro; anzi uno stato
di pace e una gioia indicibile subentrano nellanima
dopo la lotta25.

25 Evagrio Pontico, Trattato pratico. Cento capitoli sulla vita spirituale,


cur. G. Bunge, Bose/Magnano 2008, pp. 93-94.
Accidia

Nel piccolo trattato Sugli otto spiriti malvagi 14,


Evagrio descrive il monaco accidioso nella sua cella,
mentre tenta di leggere:

Locchio dellaccidioso continuamente fisso alle


finestre, e nella sua mente fantastica su visitatori: la
porta cigola, e quello salta fuori; sente una voce, e
spia dalla finestra, e non se ne allontana, finch non
costretto a sedersi tutto intorpidito. Quando legge,
laccidioso sbadiglia spesso, ed facilmente vinto dal
sonno, si stropiccia gli occhi, si sfrega le mani, e, ri
tirando gli occhi dal libro, fissa il muro; poi di nuo
vo rivolgendoli al libro, legge ancora un poco, poi,
spiegando le pagine, le gira, conta i fogli, calcola i
fascicoli, biasima la scrittura e la decorazione; infine,
chinata la testa, vi pone sotto il libro, si addormenta
di un sonno leggero, finch la fame non lo risveglia
e lo spinge ad occuparsi dei suoi bisogni. Il monaco
accidioso pigro nella preghiera e non pronuncia le
parole dellorazione26.

26 Id., Gli otto spiriti della malvagit. Sui diversi pensieri della malvagit
cur. F. Moscatelli. Cinisello Balsamo 1996, pp. 52-55.
Che cos Vaccidia?

In queste due descrizioni ritroviamo alcuni sin


tomi dellaccidia che riprenderemo in modo pi
dettagliato in seguito. Ma gi interessante nota
re fin d ora il clima pesante, distruttivo che questo
pensiero riesce a creare attorno al monaco. Tutto
intaccato da questa malattia radicale e cronica del
cuore: la preghiera, la lettura, i rapporti interperso
nali, lambiente, lorario, ma, soprattutto, la propria
esistenza. Si produce uno stato d animo che intacca
e rischia di disorientare tutto ci che raggiunge pro
vocando uninstabilit interiore, unavversione e un
disgusto per il lavoro manuale, uneccessiva cura di
s, della propria salute, una noncuranza degli im
pegni che strutturano la propria vita, unindolenza
e uno scoraggiamento generalizzati. Limmagine
del sonno incombente che caratterizza il secondo
testo di Evagrio esprime bene lintreccio tra pigri
zia e fuga di fronte alla vita presenti nellaccidia. Si
potrebbe illustrare la descrizione evagriana con la
raffigurazione dellaccidia del pittore olandese Hie
ronymus Bosch. Nella sua tavola dedicata ai sette
peccati capitali, raffigura laccidia con la scena di
un monaco addormentato, la testa comodamente
appoggiata su di un cuscino, mentre al suo fianco
Accidia

appoggiato un libro chiuso. Alle sue spalle una mo


naca (simbolo della fede) gli presenta un rosario, ri
cordandogli cos la preghiera che sta trascurando27.
Demone del mezzogiorno {Sai 90,6) - scrive A.
Louf riprendendo le descrizioni di Evagrio - lacci
dia comincia a manifestarsi a questora pesante in
cui il digiuno fa il suo primo effetto e in cui il caldo
del giorno - siamo in Egitto! - diventa schiaccian
te. La giornata sembra allungarsi smisuratamente;
le visite dei fratelli segretamente scontate - e che
permetteranno, oltre alla consolazione pi o meno
spirituale dellincontro, di rompere il digiuno in
nome dellospitalit - si fanno attendere. La soli
tudine pesa con tutta la sua noia; il luogo si rivela
inospitale; il lavoro, massacrante; il clima, insalubre
a causa di tutti i malanni. Torna alla memoria la cat
tiveria dei fratelli vicini che non cessano di moltipli
care le mancanze di riguardo. I superiori sono noti

27 La tavola rappresenta i vizi capitali distribuendoli in cerchio, nel cu


centro raffigurato il Cristo. la simbologia dellocchio di Dio che scruta
lagire delluomo. Agli angoli della tavola sono rappresentati, in quattro
tondi, i novissimi: Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso. Questopera di
Bosch, databile alla fine del 400, fu fatta trasportare nel 1574 da Filippo
II allEscorial (ora si trova al Prado di Madrid); il re di Spagna la teneva
appesa nella stanza da letto come oggetto di meditazione.
Che cos Vaccidia? I 47

per la loro incomprensione e per la durezza verso


ogni senso pastorale. La pi piccola indisposizione
diventa preoccupante: ci si precipita a letto. Anche
lo sforzo per la lettura troppo: dopo tutto, Dio
si rifiuta di infondere direttamente il senso delle
Scritture?28. questa, per Evagrio, la sventura del
monaco accidioso!

In altri testi della tradizione monastica ritrovia


mo liste descrittive dellaccidia nelle sue pi svaria
te manifestazioni e sfumature. Cos ancora Evagrio,
nel suo trattato Sui vizi che sono opposti alle virt
4, elenca vari aspetti dellaccidia, sottolineando in
particolare due conseguenze tipiche di questo pen
siero: linstabilit e il disprezzo per gli impegni del
la propria vita.

Laccidia: sentimento vago che porta a girovagare e a


disprezzare lamore per il lavoro; nemica eYhesychta,
bufera per la salmodia, svogliatezza nella preghie
ra, rilassatezza nellascesi. sonnolenza fuori tempo,
sonno che si aggira, pesantezza dellipocondria, odio

28 A. Louf, op. c i t p. 154.


Accidia

della cella, avversione di ogni sforzo. contrappeso


della costanza, freno della contemplazione, ignoran
za delle Scritture, compagna della tristezza, orologio
della fame29.

Giovanni Climaco tratta dellaccidia nella sua


Scala del Paradiso XIII. La descrive come fiacchezza
generale, abbattimento, stanchezza del cuore e fru
strazione. Essa trascina dietro a s vari atteggiamen
ti, a volte contraddittori (si pensi al contrasto tra
lindolenza generalizzata e la solerzia al lavoro ma
nuale), di cui il Climaco mette in evidenza soprat
tutto il carattere di insensibilit e atonia generale:

Laccidia paralisi dellanima, infiacchimento della


mente, trascuratezza dellascesi, odio della professio
ne, dichiara beato chi vive nel mondo, e accusa Dio di
essere senza misericordia e senza amore per gli uomi
ni; atonia della salmodia, astenia della preghiera, fer
rea dedizione nel servizio, solerzia nel lavoro manuale
e disponibilit allobbedienza30.

29 Evagrio Pontico, De vitiis quee opposita sunt virtutibus 4: PG 79, col.


1144B-C (nella Patrologia Greca il testo attribuito a Nilo di Ancira). Cfr.
citazione in M iquel, Lessico del deserto, p. 17.
30 Giovanni Climaco, Scala del Paradiso XIII, 1: trad. cur. L. D Ayala
Valva - J. Chryssavgis, Bose/Magnano 2005, p. 237.
Che cos' Vaccidia ?

Riportiamo infine un testo di Romano Guardini,


tratto dallopuscolo Ritratto della malinconia. Lau-
tore, pur descrivendo questo particolare stato d ani-
mo, offre diversi elementi che ritroviamo presso gli
autori monastici che trattano dellaccidia:

L a malinconia consiste in unoppressione di spiri


to: un peso grava su di noi, che ci sta sopra fino a
schiacciarci; dalla loro naturale tensione le membra e
gli organi si rilassano; sensi, impulsi, forze immagina
tive, pensieri si paralizzano; si spossa la volont, e lo
stimolo e la gioia del lavoro e della lotta languiscono.
Un laccio interno, prodottosi dalla parte sensitiva
delTanimo, avvolge tutto ci che altrimenti scatta in li
bert, e si muove e opera senza impacci. La freschezza
e la tesa rapidit della determinazione, il vigore di una
definizione netta e incisiva, Tardit presa che d una
forma, tutto diviene stanco, indifferente. Luomo non
padroneggia pi la vita, e nella mischia impetuosa non
sa pi tenersi allavanguardia. Le vicende lo avviluppa
no inestricabili, ed egli non sa pi vederci chiaro. Non
sa pi come cavarsela, in determinate vicende della
propria esistenza; il compito a lui affidato gli si erge
dinanzi insuperabile, come la parete di una montagna.
Poggiando su di una simile esperienza, Nietzsche ha
Accidia

battezzato lo spirito della malinconia come il demonio


per eccellenza; e di qui venuta la nota e nostalgica
immagine delPuomo che sa danzare. Il sentimento
che nella leggerezza, nella forza di aleggiare e di ele
varsi, sta il supremo valore31.

31 R. Guardini, op. cit., pp. 27-28.


II

I volti dellaccidia

r
V a rc h e re m o ora di raccogliere, a partire dai testi
citati e da altri tratti prevalentemente dalla tradi
zione monastica, alcuni elementi che caratterizzano
laccidia, mettendo in rilievo le manifestazioni, i sin
tomi, gli stati d animo, le conseguenze nellesistenza
di colui che ne preda. Non certo un tentativo
di sistematizzazione: laccidia sfugge a ogni tentati
vo di inserirla in un sistema preciso, anche perch
presenta aspetti che si contraddicono lun laltro.
Preferiamo mantenere landamento descrittivo pro
prio dei testi della tradizione monastica, cercando
di approfondire alcuni aspetti.
Accidia

1. Un pensiero complesso e confuso

Un primo elemento che deve essere sottolineato


e che di fatto rende impenetrabile la situazione esi
stenziale provocata dallaccidia, il carattere com
plesso e confuso di questo pensiero. Tale caratte
re deriva anzitutto dalla variet delle componenti
umane che entrano in gioco in questa dura lotta.
Mentre gli altri pensieri malvagi attaccano luna o
laltra delle dimensioni delluomo (o la dimensio
ne corporale o quella psichica o quella spirituale),
laccidia ingaggia una battaglia pi globale, sferran
do i suoi colpi nello stesso tempo sulla sfera fisica
e su quella spirituale delluomo: approfittando di
una debolezza corporale, ha come obiettivo il cuo
re delluomo e la sua relazione con Dio. La totalit
della persona si trova come avvolta da questa fitta
tenebra che rende opprimente ogni aspetto della
vita. Lo sottolinea molto bene Massimo il Confes
sore quando dice:

Tutte le altre passioni toccano soltanto o la parte


irascibile dellanima o quella concupiscibile oppure
quella razionale, come la dimenticanza o lignoranza;
I volti dellaccidia I 53

laccidia invece, afferrando tutte le potenze dellani


ma, eccita quasi tutte insieme le passioni e perci la
pi opprimente di tutte. Dice bene quindi il Signore,
che ha dato il rimedio contro di essa: Con la vostra
pazienza guadagnerete le vostre anime 1.

Di conseguenza, laccidia si presenta come mi


scuglio e intreccio di pensieri provenienti dalle due
forze irrazionali dellanima, il desiderio e Tirascibi-
lit. Essendo completamente radicata in un campo
che sfugge alla logica, laccidia di conseguenza un
fenomeno irrazionale. Cos Evagrio descrive questo
carattere misto dellaccidia:

Tutto il giorno suscitano guerre.


I demoni ci combattono mediante i pensieri, talora ec
citando il desiderio, tal altra lirascibilit, e poi di nuovo
irascibilit e desiderio insieme, da cui nasce il cosiddet
to pensiero complesso. Tuttavia questo appare soltanto
nel tempo dellaccidia, mentre gli altri si presentano ad
intervalli, alternandosi a vicenda. Al pensiero dellac
cidia per non fa seguito nessun altro pensiero in quel1

1 Massimo il Confessore, Centurie sulla carit, I, 67; IcL, Capitoli sulla


carit, cur. A. Ceresa-Gastaldo (= Verba Seniorum N.S. 3) Roma 1963, pp.
74-75.
54 I Accidia

giorno, primo perch esso persistente e poi perch


contiene in s quasi tutti gli altri pensieri2.

Anche Giovanni Climaco nota questo carattere


complesso dellaccidia:

Ciascuna delle altre passioni pu essere vinta con una


qualche virt corrispettiva, ma laccidia per il monaco
una morte che lo circonda da ogni parte. Unanima
coraggiosa pu risuscitare una mente morta, ma lacci-
dia e la pigrizia dilapidano tutto il bel tesoro accumu
lato. Poich anche questo uno degli otto principali
demoni che presiedono ai vizi, e il pi opprimente di
tutti, comportiamoci con esso come con gli altri. Ag
giungeremo per ancora questo: che quando non il
momento della salmodia, laccidia non si fa vedere; e
quando lufficio terminato, i nostri occhi si riapro
no. Proprio nel momento dellaccidia si vede chi sa
farsi violenza (cfr. Mt 11,12): infatti, nessunaltra cosa
come laccidia procura al monaco cos tante corone,
purch egli attenda allopera di Dio senza cedere. Fa
attenzione e vedrai come essa combatta contro i tuoi
piedi, quando sei in posizione eretta, e ti suggerisca

2 Evagrio Pontico, Scholia in Psalmos 139,3a. Testo citato in G. Bunge


op. cit., p. 57.
I volti dellaccidia I 55

di appoggiarti al muro quando sei seduto; poi, provo


cando qualche frastuono e rumore di passi, ti spinge a
mettere la testa fuori della cella. Ma chi si affligge su
se stesso, non conosce laccidia!3.

Questo carattere complesso e confuso si riflette


sia nella percezione della propria situazione, avver
tita da colui che colpito dallaccidia (una sensa
zione di disordine, di illogicit, in cui si intrecciano
reazioni contrastanti e contraddittorie: si detesta
tutto ci che si ha e si desidera ci che non si ha);
sia nella difficolt a smascherare e diagnosticare
questo stato. Il carattere complesso dellaccidia -
scrive G. Bunge - infatti fa s che essa spesso si ma
scheri dietro unapparenza ingannevole e che ricor
ra ad ogni artificio possibile ed immaginabile per
non essere riconosciuta. Soprattutto le persone serie
fanno unimmensa fatica a confessare a se stesse ed
agli altri che soffrono semplicemente... di accidia.
Devono poter invocare cause pi importanti, per
spiegare e giustificare il loro stato di desolazione, di
preferenza cause del tutto indipendenti tra di loro,

3 Giovanni Climaco, Scala del Paradiso XIII, 6-9: trad. Bose/Magnano


2005, pp. 239-240.
Accidia

esterne, di cui sono, contro la loro volont, le vitti


me innocenti. Le variazioni sul tema delle illusioni,
degli inganni e degli autoinganni sono infinite, oggi
come allora. Cambiano solo, a seconda dei tempi e
delle circostanze, i pretesti che escogitiamo; anzi, in
definitiva cambiano solo i nomi che diamo loro4.
Si pu individuare un particolare aspetto di tale
complessit di sintomi e di reazioni che afferrano
tutta lesistenza, in due caratteristiche dellaccidia:
essa conduce a tutti gli estremi e al vuoto. In un
testo di Evagrio messo bene in evidenza a quali
limiti di resistenza condotta la vita dellaccidioso:

L anima..., a causa del perdurare in lei dei pensieri


della negligenza e dellaccidia, si ammala, debole ed
estenuata nella sua amarezza. La sua forza divorata
da grande abbattimento e sta per abbandonare la sua
speranza a causa della violenza di questo demone e
ormai perde il controllo e si comporta da bambino
con lacrime struggenti e gemiti, senza che vi sia per
essa sollievo da quello stato5.

4 G. Bunge, op. cit., p. 68.


5Evagrio Pontico, Antirrhetikos, VI, 38: in Id., Contro ipensieri malva
gi. Antirrhetikos, cur. G. Bunge - V. Lazzeri, Bose/Magnano 2005, p. 137.
I volti dellaccidia

significativa in questo testo la menzione di un


comportamento puerile: il sintomo, in chi era
convinto di aver raggiunto una maturit spirituale
e umana, di una regressione psicologica. Ed una
prova della tensione a cui la psiche costretta: colui
che colpito dallaccidia confinato ai limiti del
la sua umanit. Si giunge allestremo di una soglia
di resistenza. Ed drammatico scoprire che, oltre
quella soglia, non vi altro che il vuoto. La prova
dellaccidia realmente caratterizzata dalla radica
lit. Se si vuole definirla con un paragone biblico,
la situazione causata dallaccidia simile a quella
percepita dal Qohlet: luomo qohletico constata
che tutto vanit e non pensa che Dio possa dire
qualcosa. Ma mentre lautore del libro sapienziale
reagisce gustando le realt penultime, colui che
nel baratro dellaccidia prova disgusto di tutto e al
suo sguardo si profila solo il vuoto. Si trova cosi a
vivere una situazione paradossale: In questo vuoto
desidera Dio, vuole Dio, ma questo suo desiderio
disordinato e concitato viene travolto dal demonio a
tal punto che diventa paralizzante perch egli vuole
Dio, ma non la via che conduce a Dio, si ritrae di
fronte alla croce quotidiana. E cos laccidia diventa
Accidia

una fuga di fronte alle proprie possibilit spiritua


li, una situazione di paralisi umana e spirituale che
trasforma la vita in un peso insopportabile6.

2. Atonia dellanim a e asfissia dellintelletto

Tenendo presenti questi aspetti pi globali che


caratterizzano lo stato di accidia, possiamo ora in
dividuare un primo sintomo di tale male in quella
sensazione complessiva che Evagrio chiama atonia
dellanima7 e Giovanni Climaco definisce para
lisi dellanima. Si percepisce che tutta la propria
esistenza, dalle dimensioni pi profonde alle mani
festazioni pi esterne e quotidiane, perde di tensio
ne, come allentata in un senso di vuoto, nella noia
e nella svogliatezza, in unincapacit di concentrar
si su una determinata attivit, nella spossatezza e
nellansiet. Viene a mancare un punto di attrazio

6Detti inediti dei padri del deserto, p. 96.


7 Nel piccolo trattato Sugli otto spiriti malvagi 13, Evagrio definisce
laccidia mancanza di tono dellanima (,atonia psychs), ma una mancanza
di tono che non secondo natura, e che non sa resistere validamente con
tro la tentazione (Evagrio Pontico, Gli otto spiriti della malvagit >p. 53).
I volti dellaccidia I 59

ne, un polo che catalizza tutte le componenti della


persona (mente, volont, desideri, spirito, anima...),
per cui tutto ci che si tenta di fare, tutto ci che
si desidera, si pensa, ecc... viene trascinato in una
dispersione e frantumazione vorticosa. Questa per
dita di scopo sembra trascinare tutto in un vuoto
senza fine. Latonia dellanima, segno rivelatore
dellaccidia, la conseguenza di una funzione del
le due facolt dellanima, il desiderio e lirascibilit,
che non corrisponde pi allintento creazionale. E
quanto intende dire Evagrio quando parla di una
perdita di tensione {atonia) dellanima che non pos
siede ci che conforme alla natura e non si oppone
con coraggio alle tentazioni 8.
Un segno rivelatore di questa atonia generale
la sensazione di noia che sembra avvelenare ogni
tentativo di reagire a tale situazione. Se si mani
festa soprattutto nei momenti di solitudine, come
conseguenza di unimpossibilit di azione, di fatto
si trasforma in unindolenza generale che trascina
con s un disgusto per tutto e per tutti. Tommaso
d Aquino pone grande attenzione, nella sua analisi

G. Bunge, op. cit., p. 59.


Accidia

dellaccidia, a questo aspetto. Come conseguenza


della tristitia de bono divino e come rottura della
comunione che si realizza nel dono totale di s (lac
cidia una tristezza che si oppone al gaudium della
carit), laccidia conduce colui che ne vittima in
una generale paralisi di azione: Deprime talmen
te lo spirito di un uomo da togliergli la volont di
agire; poich le cose inacidite sono anche fredde.
Quindi laccidia implica il disgusto delloperare
(itdium operandi)9. Laccidia paralizzando il di
namismo dellagire - nota J.-C. Nault - impedisce la
comunione con laltro e il dono di s che la realiz
za. .. Si manifesta come un profondo ripiegamento
su di s. Lagire non viene pi concepito come dono
di s, che risposta ad un amore che ci precede
e ci chiama, ma come pura ricerca della propria
soddisfazione personale, nella paura di perdere
qualcosa... Provocando la perdita del dinamismo
interiore e il disgusto dellamicizia divina, essa di
strugge lenergia stessa dellagire e le fa perdere il
suo orientamento verso lunione con Dio10.

9 Tommaso cTAquino, Summa Theologiae II, II, 35, a. 1, c: in Tommaso


d Aquino, La Somma Teologica, XVI, Bologna 1984, pp. 44-45.
10J.-C. Nault, Chi perseverer sino alla fine sar salvato (Mt 10,22).
I volti dellaccidia

Un sintomo concreto che gli antichi monaci sot


tolineavano luso disordinato delle parole, una
spinta a chiacchierare senza un fine preciso, solo
per ammazzare il tempo. la manifestazione di
una parola che ha perso il suo significato primario:
comunicare un contenuto ed entrare in comunione
con laltro. Una parola vuota comunica solo la noia
da cui prende origine11.

Unaltra facolt intaccata dallaccidia lintel


letto. In questo senso laccidia pu essere definita
asfissia dellintelletto, cio incapacit di utilizzare
la facolt razionale, di vedere chiaro, di discernere,
di individuare la realt e la verit delle cose e di
se stessi. Evagrio ci ricorda che laccidia solita
avvolgere tutta lanima e soffocare lintelletto12.
Ecco perch difficile smascherarla: chi ne sof
fre, non riesce a riconoscerla, in quanto i pensieri
dellaccidia, dice Evagrio, turbano il suo stato e,

Uaccidia come ostacolo allo slancio spirituale dellamore, in Accidia e perse-


veranza, Milano 2005, pp. 42-43.
11 Cfr. Regola di san Benedetto 48, 18. Il monaco che, invece di darsi
alle letture si d alle chiacchiere e allozio, viene definito frater acediosus.
12Evagrio Pontico, Trattato pratico 36: in ibid.> pp. 150-151.
Accidia

nel tempo della preghiera, oscurano ai suoi occhi


la santa luce13. Questa asfissia dellintelletto,
che il luogo in cui luomo a immagine di Dio e
capax Dei, dunque persona, richiama in modo mol
to chiaro anche quelli che sono gli effetti psicologici
dellaccidia. Essa grava come una cappa di piombo
su tutte le funzioni vitali e toglie alluomo laria di
cui ha bisogno per vivere. Significativamente, an
cora oggi, in situazioni di questo genere, diciamo:
Soffoco!14.
Una conseguenza di questo schermo che si op
pone tra gli occhi interiori e la realt, lesperienza
del turbamento interiore: non si vede chiaro dentro
se stessi e una fitta turba di pensieri crea disordi
ne, confusione, disorientamento, impossibilit di
disernimento, contraddizione, ecc... significativo
che questa tenebra interiore caratterizzi laccidia
nel primo detto attribuito ad Antonio il Grande:

Un giorno il santo padre Antonio, mentre sedeva nel


deserto, fu preso dallo sconforto (akedfa) e da fitta
tenebra di pensieri. E diceva a Dio: O Signore! Io

13 Id., Antirrhetikos VI, 16: in Id., Contro ipensieri malvagi, p. 132.


14G. Bunge, op. cit., p. 62.
I volti dellaccidia I 63

voglio salvarmi, ma i pensieri me lo impediscono. Che


posso fare nella mia afflizione?... 15.

Proprio questo miscuglio di pensieri che si intrec


ciano crea un impedimento a cogliere nella verit la
propria situazione interiore. Lo descrive molto bene
questo apphthegma:

Un fratello disse ad un anziano: Non vedo nessun


combattimento nel mio cuore. Gli dice lanziano:
Tu hai quattro porte, e chi vuole entra ed esce attra
verso di te, e tu non te ne accorgi; ma se tu avessi una
porta sola e la chiudessi, e non permettessi ai pen
sieri cattivi di entrarvi, allora li vedresti stare fuori e
combattere16.

Lincapacit di sapere ci che accade nel cuore


e prendere cos coscienza di quello che realmente
minaccia proviene dal fatto che lo spazio del pro
prio cuore occupato da un insieme inestricabile
di pensieri; avendo lasciato la porta spalancata ed
incustodita, si permesso ad ogni pensiero di tro

15Antonio 1: Vita e detti dei padri del deserto, I, p. 83.


16 Serie sistematica XI, 43: I Padri del deserto, Detti, cur. L. Mortari,
Roma 1980, pp. 232-233.
Accidia

vare posto nel proprio cuore. In questa situazione ci


si illude che tutto funzioni bene, senza tentazioni e
senza lotte. E la tipica situazione del cuore in stato
di accidia, soffocato ed ormai abituato ad un tor
pore che non gli d pi la possibilit di discernere
e giudicare, perch si completamente ripiegato su
se stesso: Laccidia - annota Ugo di San Vittore -
la tristezza nata dalla confusione della mente, ossia
il tedio e leccessiva amarezza dellanimo, per cui
la gioia spirituale spenta e, come in un inizio di
disperazione, lanima abbattuta e ripiegata su se
stessa 11.

3. Le maschere dellaccidia

Da queste due situazioni che investono il cen


tro della persona (la psiche, il cuore, lanima) e la
sua capacit di discernere, di vedere con chiarezza
dentro di s, di conoscere la verit delle cose (lin
telletto), deriva tutta una serie di reazioni, sintomi,
atteggiamenti che spesso rendono palpabile lo stato

Ugo di San Vittore, De sacramentis II, 13, 1: PL 176, col. 326.


I volti deiraccidia

di estremo disagio e di vuoto che investe colui che


preda dellaccidia. Sono le maschere dellaccidia, le
forme con cui si rende presente. Elenchiamo dun
que i principali elementi che caratterizzano tale si
tuazione.

a. A nsiet del cuore e del corpo

Cassiano traduce il termine greco akedta con


lespressione latina anxietas cordis. E certamente
una delle manifestazioni pi caratteristiche di que
sto stato esistenziale langoscia, lansiet, la quale,
partendo dal cuore (intrappolato in quello stato di
confusione e di turbamento che abbiamo descrit
to), investe tutta la vita. E cos la vita appare senza
pi punti sicuri, senza certezze, come appoggiata
su di una superficie fluttuante; ogni appiglio che
ci si illude di afferrare, crolla rovinosamente. E pi
la costruzione della propria vita appariva solida e
certa, pi evidente il disastro finale e maggiore
langoscia. E il riflesso individuale della situazione
cosmica descritta in Luca 21,25-27 come segno pre
monitore degli ultimi tempi: Vi sar... sulla ter
Accidia

ra angoscia di popoli in ansia... mentre gli uomini


moriranno per la paura di ci che dovr accadere.
limpressione di essere di fronte a un mondo che
sta rovinosamente crollando, tipico di chi ha perso
lo scopo della propria vita e affannosamente cerca
di recuperarlo. Ritroviamo questa situazione de
scritta anche in un altro testo biblico, Deuterono
mio, 28,64-67. Presentando lesperienza d Israele in
mezzo ai popoli pagani, senza pi quei punti di ri
ferimento che strutturano la sua identit nazionale
e religiosa, il testo biblico dice:
Il Signore ti disperder tra tutti i popoli, da una
estremit allaltra della terra. L servirai altri di,
che n tu, n i tuoi padri avete conosciuto, di di
legno e di pietra. Fra quelle nazioni non troverai
sollievo e non vi sar luogo di riposo per la pianta
dei tuoi piedi. L il Signore ti dar un cuore tre
pidante, languore di occhi ed animo sgomento. La
tua vita ti star dinanzi come sospesa ad un filo.
Proverai spavento notte e giorno e non sarai sicuro
della tua vita. Alla mattina dirai: Se fosse sera!
e alla sera dirai: Se fosse mattina!, a causa dello
spavento che ti agiter il cuore e delle cose che i tuoi
occhi vedranno.
I volti dellaccidia

La percezione generale che laccidia insinua , in


fondo, la mancanza di vie di fuga, il totale azzera
mento di prospettive di vita futura, la proiezione
verso un tempo che viene illusoriamente invocato
come liberazione, poich tutto diventa soffocan
te e presentimento di morte. A ragione Giovanni
Climaco afferma che laccidia per il monaco una
morte che lo circonda da ogni parte18.
Un fenomeno caratteristico che accompagna que
sto stato di ansiet la preoccupazione eccessiva per
il proprio corpo. Si potrebbe dire che a xxtanxietas
cordis segue uranxietas corporis. Si ha limpressio
ne che il proprio corpo sfugga al controllo: non si
riesce ad abitare il proprio corpo e ci si lascia tra
scinare in unillusoria e quanto mai esagerata preoc
cupazione per la salute fisica. Possiamo accomuna
re a questo aspetto che gi Evagrio aveva messo in
rilievo alcuni fenomeni che al giorno d oggi carat
terizzano lo stato depressivo soprattutto nelle fasce
giovanili: unidolatria del proprio corpo (anoressia)
oppure una volont distruttiva di esso (bulima).
Due sintomi di unincapacit di accettare i limiti in

18Giovanni Climaco, op. cit., 6: trad. Bose/Magnano 2005, p. 239.


68 I Accidia

siti nella sfera corporea. A riguardo di queste paure


sul proprio stato fisico, G. Bunge fa notare come
Evagrio conosceva bene, del resto, anche il legame
segreto che esiste fra malattia psichica e malattia fi
sica, tema che tanto occupa la medicina moderna.
Nel capitolo AeWAntirrhetikos sulla tristezza, che ,
come sappiamo, strettamente legata allaccidia, egli
descrive fenomeni psicosomatici sorprendenti, visti
come conseguenza di stati ansiosi eccessivi, che af
fascinerebbero uno psichiatra moderno19.

6. Appesantim ento del cuore


e dorm iveglia spirituale

Un evidente sintomo spirituale dello stato di acci


dia quello che potrebbe essere definito con il ter
mine evangelico di cuore appesantito: State attenti
a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano
in dissipazioni, ubriachezze ed affanni della vita
(Le 21,34). Lidea richiamata da questa immagine
(che potrebbe essere completata con quella della

19 G. Bunge, op. c i t p. 73.


I volti dellaccidia

parabola del seminatore, cfr. Le 8,14) quella di un


cuore in cui si concentrano situazioni, realt, pen
sieri, che rendono pesante la vita. Tale pesantezza
interiore evoca anche altre immagini, come quel
la del cuore indurito, insensibile e impenetrabile
(il contrario il cuore compunto, il cuore da cui
germoglia il pnthos) e quella del cuore piombato
in un sonno profondo, in un torpore. In ogni caso,
la situazione che ne deriva tipica di chi ha perso
unagilit interiore, di chi non pi attento agli sti
moli che rendono dinamica e in tensione lesistenza;
di chi non sa discernere occasioni o pericoli e, di
conseguenza, si lascia trascinare, soccombere. Que
sta pesantezza, che investe tutta la vita, crea una
struttura di uomo addormentato: Chi Yhomo
dormietisi - si domanda E. Bianchi. - colui che
vive al di qua delle sue possibilit, vive nella paura,
banalmente, superficialmente, orizzontalmente pi
che in profondit; pigro, negligente, si lascia vi
vere; colui che vive come se avesse a disposizione
un interminabile lasso di tempo; colui che si sot
trae alla fatica di pensare e di interrogarsi; che non
ha passione, non toccato da nulla: per lui tutto
scontato; colui che non aderisce alla realt e agli
Accidia

altri, ma resta nella sonnolenza, anzi ha fatto del


non vedere, del non sentire, del non lasciarsi toc
care ed interpellare la condizione del suo vivere20.
Ma utile ricordare ancora che tale pesantezza si
nasconde in profondit, nel cuore. Citando il Salmo
119(118),28, Cassiano nota come il testo scritturi-
stico si esprima cos: Dormitavit anima mea prae
taedio, id est prae acedia. E commenta: Giusta
mente non ha detto che si addormentato il corpo,
ma lanima. Lanima che stata ferita dalla freccia
di questa passione, infatti, davvero addormentata
e distoglie il suo sguardo da ogni virt e da ogni
contemplazione dei sensi spirituali21.

c. Insensibilit e indifferenza

Una conseguenza grave di questo stato di torpo


re e altro sintomo radicale del potere dellaccidia

20 E. Bianchi, necessaria l ascesi cristiana? {-Testi di meditazione 77),


Bose/Magnano 1997, p. 25.
21 Giovanni Cassiano, Istituzioni cenobitiche X, 4: in Id., Le Istituzioni
cenobitiche, p. 267. Lultima traduzione CEI della Bibbia riporta la seguen
te versione: Io piango lacrime di tristezza.
I volti dellaccidia

Yinsensibilit, Yindifferenza (,anaisthesia), una sorta


di morte spirituale che anestetizza ogni senso in
teriore attraverso cui si prende contatto con le realt
pi profonde del proprio io e soprattutto con Dio.
Cos lo descrive Evagrio nel suo trattato Sui diversi
pensieri della malvagit 11:

Che si deve dire poi del demonio che rende Tani-


ma insensibile? Ho timore anche a scrivere di lui,
in che modo faccia uscire lam ina dal suo stato con
sueto; al tempo della visita si spoglia del timore di
Dio e della religiosit e considera il peccato come
non peccato e Piniquit come se non lo fosse; si
ricorda del castigo e del giudizio eterno come se
fosse una semplice parola e davvero se la ride del
terremoto di fuoco\ certamente confessa Dio, ma
non capisce ci che comanda. Ti batti il petto,
quando lam ina si muove al peccato, ma non se ne
accorge (ouk aisthnetai). Discuti a partire dalle
Scritture, ma essa impietrita, e non ascolta; gli
prospetti Poltraggio da parte degli uomini, ma non
si cura della vergogna umana e, anzi, non capisce
del tutto, come un maiale che ha chiuso gli occhi
e ha squarciato un recinto. Questo demonio viene
condotto dai pensieri persistenti di vanagloria e, se
Accidia

quei giorni non fossero abbreviati, nessuno si salve


rebbe (Mt 24,22)22.

, dunque, una situazione veramente dramma


tica: come essere caduti in bala di quegli idoli
che hanno occhi e non vedono, orecchie e non
ascoltano, narici e non odorano..., cio incapaci di
comunicare e lasciarsi penetrare dalla parola. Tutto
ci rende la vita passiva, trascinata, spenta: nulla su
scita interesse, crea tensione o gusto. Sottolineiamo
due tipiche reazioni che scaturiscono da tale stato
di indifferenza.

La prima reazione consiste in un 'amara mormo


razione contro Dio, tanto da generare un disgusto
per la sua Parola. Qui si vede bene come il disgu
sto provocato dallinsensibilit non trova sempli
cemente una manifestazione nella pigrizia, ma pi
profondamente tocca la relazione con Dio: disgu
sto delle cose di Dio e, in fondo, di Dio stesso.
Cos si passa daYeucharistia all'acharistia-, lacci
dia accusa Dio di essere senza misericordia (lett.:

22 Evagrio Pontico, Gli otto spiriti della malvagit, p. 85. Cfr. anch
Giovanni Climaco, op. cit., XVII: trad. Bose/Magnano 2005, pp. 287-290.
I volti dellaccidia

senza viscere, splanchnos) e senza amore per gli


uomini {aphilnthropos) 2324; coloro che vivono in
luoghi privi di conforto (aparkletos)..., sono as
sediati dal tiranno dellaccidia e dellingratitudine
{acharistia)u . Laccidia, dunque, lesatto contra
rio delleucaristia, cio dello spirito di ringrazia
mento: incapace di cogliere il rapporto con lo spa
zio e il senso delle cose, chi preda dellaccidia
vive nell'a-charistia, nellincapacit a stupirsi della
bellezza, dellamore e, quindi, nellincapacit a ren
dere grazie25.
Questa ingratitudine si trasforma poi in mormo
razione cronica e intacca tutte le sfere della vita, so
prattutto quella spirituale. veramente distruttiva
e si comprende come la Regola di san benedetto la
condanna senza scampo come deleteria sia per la
vita del singolo monaco che per quella di tutta la
comunit, in quanto segno di unaccidia latente e
subdola26.

23 Giovanni Climaco, op. cit.yXIII, 1: trad. Bose/Magnano 2005, p. 237.


24 I b i d XXVI/2, 15: ibid.yp. 359.
25 E. Bianchi, Scacco matto allaccidia, in Avvenire 6/5/2004, p. 3.
26 Cfr., in particolare, Regola di san Renedetto 34,6-7.
Accidia

Una seconda reazione che caratterizza questo


stato di insensibilit, la tendenza a banalizzare la
realt. Mascherata da una falsa parresia, si ride di tut
to: tutto viene trascurato, tutto perde valore, non si
prendono sul serio le cose che compongono la vita.
Con lillusione che sono cose piccole e insignificanti,
ammoniscono i Padri, si giunge a disprezzare e ba
nalizzare ci che importante. Mette in guardia da
questo cancro un padre spirituale come Doroteo
di Gaza, il quale, in una sua catechesi, ammonisce:

Fratelli, sforziamoci dunque di custodire la nostra


coscienza finch siamo in questo mondo, non lasciamo
che ci sia qualcosa per cui ci debba rimproverare, non
calpestiamola neanche per cose da nulla. Sapete, infat
ti, che da queste piccole cose che diciamo di poco con
to si finisce per arrivare a disprezzare anche le grandi.
Perch quando si comincia a dire: Che importa se
dico questa parola? Che importa se mangio questo
boccone? Che importa se mi interesso di questa fac
cenda?, a furia di dire che importa qui, che importa
l, si finisce per rimanere colpiti da un cancro malva
gio e amaro e si comincia a disprezzare anche le cose
importanti e pi gravi e a calpestare la coscienza stessa;
I volti dell'accidia

e cos infine, un po alla volta, si corre il rischio di ca


dere nellinsensibilit totale (ets telean anaisthesan).
Per questo, fratelli, badate di non trascurare le piccole
cose, badate di non disprezzarle come cose da nulla;
non sono piccole, un cancro, una pessima abitudine.
Siamo vigilanti, stiamo attenti alle piccole cose finch
sono piccole perch non diventino pi gravi. Sia il
bene che il male cominciano dalle piccole cose e poi
portano alle grandi, buone o cattive27.

Questa banalizzazione che dissipa e distrugge,


frantumando e disperdendo la seriet delle cose
(giudizi, scelte, relazioni, ecc.), rende la vita priva di
interessi, superficiale, senza tensione. Abbiamo gi
fatto accenno a una manifestazione caratteristica di
questa superficialit: la chiacchiera, una sorta di
conversazione senza alcun obiettivo, senza alcun
desiderio di profondit, una parola che perde il suo
scopo e tende a invadere un tempo vuoto. Un auto
re cistercense dellX I secolo, Galand di Reigny, ci

27 Doroteo di Gaza, Istruzione III, 42: Id., Scritti ed insegnamenti spi


ritualiytr. L. Cremaschi, Edizioni Paoline, Roma 1980, p. 94. Unammo
nizione molto simile a quella di Doroteo si trova in un apphthegma della
serie Nau 437: cfr. Detti inediti, p. 175.
76 I Accidia

offre, nel suo Parabolarium, un gustoso dialogo tra


laccidia e gli altri vizi:

Ecco ora laccidia che vagabondava qua e l. Da lonta


no si accorge (degli altri vizi) e accorre tutta esultante,
dichiarando loro di aver a lungo cercato qualcuno con
cui parlare e di rallegrarsi grandemente di averlo ora
trovato. Che cosa hai di cos importante da dirci?,
le domandano. Niente - replica quella - ma cerco di
ammazzare il tempo in chiacchiere e poco importa
quali. Perch se non passo la giornata a chiacchierare
o a girovagare, muoio di noia... Custodire il silenzio
mi fa leffetto di una tortura... Quanto a lavorare con le
mie mani, questo non mai stato secondo il mio cuore.
Lo sproloquio per me una festa, il sonno una deli
zia; vagabondare o divagare, ecco ci che mi d forza!
Ascoltare pettegolezzi, vedere cose nuove, che felicit
per i miei occhi! Vorrei che ogni giorno si cambiasse
lautorit, ci fossero leggi nuove, modifiche nelle isti
tuzioni, per avere in questo qualche rimedio alla mia
noia. Perch ho in orrore tutto ci che dura; aborrisco
vedere qualcosa restare nella medesima situazione28.

28 Galand di Reigny, Parabolarium 16,7: Galand di Reigny, Parabolaire


ed. C. Friedlander - J. Leclercq - G. Raciti, (=Sources Chrtiennes 378),
Paris 1992, pp. 278-281.
I volti deWaccidia

d. In stabilit

Una caratteristica, messa grottescamente in ri


lievo dalle descrizioni degli autori monastici, colpi
sce laccidioso: Vinstabilit, lincapacit di stare
in cella. E sicuramente, per i monaci del deserto,
questa la prima forma che laccidia assume. Certa
mente tale incapacit il sintomo esteriore di unin
stabilit pi profonda: il vagabondaggio del corpo
segno di un vagabondaggio ancor pi grave, quel
lo di un cuore girovago, trascinato a destra e a
sinistra da turbe di pensieri, un cuore che poggia
sulla melma della propria confusione. Considera
una giara di vino - scrive Evagrio - che per lungo
tempo rimasta a riposare, allo stesso posto, senza
essere rimossa; che vino chiaro, decantato, profu
mato, essa prepara! Ma se trasportata qua e l,
prepara un vino torbido, denso, che ha il sapore di
feccia. Paragona te stesso a quella giara, e fa una
esperienza utile!29.
Questa instabilit si manifesta in diversi modi:

29 Evagrio Pontico, Rerum monachorum rationes, V ili: PG 40, col.


1200C.
Accidia

dal cambiare luogo o impegno, al fuggire verso


situazioni ritenute ideali; dallinstabilit di umore
allinstabilit di giudizio; dallinstabilit nei rap
porti interpersonali alla sfiducia verso se stessi.
Evagrio, con il suo linguaggio venato di umorismo,
cos descrive il bisogno di cambiare che tormenta
laccidioso:

Londata dellaccidia scaccia il monaco dalla sua di


mora, ma chi pratica la perseveranza sempre nella
quiete. Laccidioso prende come pretesto le visite ai
malati, ma soddisfa il proprio scopo: pronto al servi
zio, ma ritiene legge la propria soddisfazione... Il mo
naco girovago, come sterpaglia nel deserto, si ferma
un po e di nuovo, anche non volendo, comincia a gi
rare. .. Una sola donna non basta a chi cerca il piacere,
e una sola cella non abbastanza per laccidioso30.

Se pi volte Evagrio fa accenno a questa tenta


zione di cambiare luogo o impegni, questo cer
tamente un aspetto legato allo stile di vita del soli

30 Id., Sugli otto spiriti malvagi XIII: Id., Gli otto spiriti della malvagit,
I volti d eir accidia

tario, caratterizzato da un ritmo ripetitivo, da uno


spazio ristretto, da una solitudine priva di quelle
distrazioni o di quelle fughe che impediscono, alla
fine, di vedere nella profondit del proprio cuore
e cogliere la vera radice dellirrequietezza. Per il
solitario lunica possibilit lasciare il luogo della
battaglia, rinunciare a combattere oppure cercare
pretesti nobili, come visitare i malati. significa
tivo questo accenno a fare qualcosa per gli altri, a
cercare nuovi impegni o attivit. Il rischio dellatti
vismo, come vedremo, una causa dellaccidia, ma
anche una sua manifestazione tipica, una delle sue
maschere pi insidiose, paradossali e illusorie. E
come ci ricorda Evagrio, colpisce anche il solitario,
non solo chi vive nel mondo. Giovanni Climaco
elenca tutta una serie di opere di misericordia sug
gerite dallaccidia, opere per finalizzate a riempire
un vuoto nella propria vita:

Laccidia suggerisce di accogliere gli ospiti e costrin


ge a compiere lavori manuali per poter fare elemosine.
Esorta con ardore a visitare i malati, ricordando la pa
rola di colui che ha detto: Ero malato e siete venuti a
trovarmi (Mt 25,36). Suggerisce di recarsi da coloro
Accidia

che sono abbattuti e scoraggiati, dicendo: Conforta


te i pusillanimi (lTs 5,14), proprio lei la pusillanime!
Quando siamo in preghiera ci fa venire in mente qual
che lavoro urgente, e mette in moto ogni espediente
per trascinarci via di l, con buone ragioni, come con
una cavezza, proprio lei cos irragionevole!31.

Dunque, come nota G. Bunge, i pretesti per ab


bandonare il luogo di residenza possono variare da
persona a persona: lanacoreta se ne fabbricher altri
rispetto al cristiano che vive nel mondo. Da un punto
di vista oggettivo, essi possono sembrare pi che giu
stificati, ma per una perfida coincidenza ci appaiono
inderogabili solo quando soffriamo di accidia... Na
turalmente questa irrequietezza pu servirsi di argo
menti anche pi sottili che non lumidit della cella;
per esempio, pu suggerire con astuzia che lessere
graditi a Dio non legato ad un luogo. detto infatti:
la Divinit si pu adorare ovunque ! E chi potreb
be negarlo? Ma il nostro anacoreta non si era forse
ritirato nel deserto proprio per potervi adorare Dio
senza distrazione, lontano dai traffici del m ondo?32.

31Giovanni Climaco, op. cit., XIII, 4: traci. Bose/Magnano 2005, p. 238.


32 G. Bunge, op. cit., pp. 70-71.
I volti dellaccidia

Se per il monaco del deserto questa irrequietez


za e instabilit interiore si concentrava nel simbolo
di una cella che gli stava troppo stretta, per luomo
d oggi assume altri volti: una scalata affannosa alla
carriera, la ricerca di sempre nuove emozioni, unan-
gosciante forma di divertimento, la paura di lasciare
spazi vuoti da impegni, linstabilit nei rapporti, ecc.
sono tutti palliativi di fronte a una situazione esi
stenziale che si minaccia vuota, priva di senso. Ma
in fondo si presentano sempre, sia per il monaco del
deserto che per luomo doggi, come una fuga dal
vuoto che si nasconde dentro di noi, e di cui laccidia
il segno: stare da soli diventa terribile e crea paura,
la paura di scoprire qual lo stato del nostro volto
interiore. B. Pascal aveva annotato nei suoi Pensieri:

Niente insopportabile alluomo quanto di essere in


un completo riposo, senza passioni, senza faccende,
senza divertimento, senza unoccupazione. Avverte
allora il proprio nulla, il proprio abbandono, la pro
pria insufficienza, la propria indipendenza, il proprio
vuoto. Subito saliranno dal profondo dellanimo suo
la noia, l umor nero, la tristezza, il cruccio, il dispetto,
la disperazione.
Accidia

...Ho scoperto che tutta linfelicit degli uomini deri


va da una sola causa, dal non saper starsene in pace,
in una camera33.

Dunque, si pu comprendere limportanza


dellinvito degli antichi monaci di rimanere fer
mi, stabili: cio aver il coraggio di affrontare la
battaglia nella verit di se stessi.

e. Un rapporto fa lso con il tempo e lo spazio

Proprio linstabilit denota una particolare mo


dalit con cui laccidia fa percepire il rapporto con
il tempo e lo spazio. Le descrizioni del monaco acci
dioso fatte da Evagrio ruotano, in parte, su questa
incapacit a vivere nella verit il tempo e lo spazio
che sono donati. Sia il tempo che lo spazio sono per
cepiti in una dimensione falsa, minacciosa: non cor
rispondono alla situazione ideale che si va cercando
e quindi diventano soffocanti. O sono troppo dilui
ti o sono troppo stretti!

33 B. Pascal, Pensieri, tr. A. Bausola (=Testi a fronte 5), Milano 1993, p


121 (Pensieri 201.205).
I volti dellaccidia

Abbiamo gi fatto accenno al rapporto con lo


spazio (il simbolo della cella), parlando dellinstabi
lit. Per quanto riguarda la relazione con il tempo,
laccidia anzitutto crea una situazione di schizofre
nia. Lo sguardo dellaccidia volto, contemporanea
mente, indietro e in avanti: verso il passato, percepi
to come un fallimento, e verso il futuro, bramato e
temuto. In ogni caso, laccidia evita e fugge ogni re
lazione con il tempo presente. Esso si presenta, ai
suoi occhi, come inafferrabile, senza fine e, nello
stesso tempo, opprimente.
Anzitutto il tempo diventa senza fine. la situa
zione irreale vissuta dal monaco accidioso descritto
da Evagrio nel suo Trattato pratico 12: (Laccidia)
fa in modo che il sole appaia lento nel movimento o
immobile, mostrando il giorno di cinquanta ore!.
Per chi vive nella sensazione che il tempo diventi
incontrollabile, ogni minuto che si aggiunge crea
angoscia, evidenzia la mancanza di prospettiva, di
scopo (cfr. la situazione descritta in Dt 28,64-67, ci
tato in precedenza).
Gli autori monastici sottolineano una particolare
modalit con cui il pensiero dellaccidia fa vivere
il rapporto con il tempo: la paura della vecchiaia,
Accidia

una vecchiaia lunga, interminabile, come espressio


ne logorante di questa oppressione. A questo, poi,
si aggiunge un visione negativa del tempo che sta
davanti: preoccupazioni, imprevisti e angoscia non
hanno pi fine. Come lo testimonia questo gustoso
apphthegma:

Nella Tebaide vi era un anziano di nome Ierace che


era giunto allet di circa novanta anni. I demoni vole
vano farlo cadere nellaccidia prospettandogli il pen
siero che avrebbe potuto vivere ancora a lungo e cos
un giorno si presentarono a lui e gli dissero: Anzia
no, che farai? Ti tocca vivere ancora cinquanta anni! .
Ma quello rispose: Mi avete proprio rattristato. Mi
ero preparato a vivere ancora duecento anni. Ed essi
partirono da lui ululando34.

Ma paradossalmente il tempo diventa opprimen


te, come una cappa che racchiude e soffoca tutta
la vita. Anche il passato ne viene intaccato: non si
vede nulla di buono e si ha disgusto di tutto ci che
si fatto. Ed significativo che la tradizione mo

34 Serie Nau 33: in Detti inediti, p. 123.


I volti dellaccidia

nastica abbia chiamato questo pensiero il demone


del mezzogiorno: espressione che acquista tutto il
suo peso se si pensa al clima dei paesi mediorientali.
Cos lo descrive Evagrio:

Il demone dellaccidia, chiamato anche meridiano,


di tutti i demoni il pi opprimente: attacca il mona
co verso lora quarta e ne assedia lanima fino allora
ottava35.

Questa oppressione di un tempo che sembra fa


vorire lo stato di accidia, sia reale che simbolica.
Infatti, chi stato in Oriente - commenta p. Bunge
- avr ben presente lo sfondo reale di questo qua
dro. Il tempo che va dallora quarta (le 10.00) allora
ottava (le 14.00) per cos dire il punto morto
della giornata: il sole alto nel cielo, la calura in
sopportabile, tutte le energie del corpo e dellani
ma sono fiaccate e luomo perde ogni voglia di fare
qualcosa. Di solito, oggi, in queste ore del giorno
tutti i negozi sono chiusi e la vita si ferma. Sono
le ore in cui il demone di mezzogiorno si aggira

35 Evagrio Pontico, Trattato pratico, p. 93.


86 I Accidia

pi volentieri, tanto pi che i monaci, a differenza


delle altre persone, non avevano labitudine di fare
la siesta. Il sollievo giunge solo con la sera, tenuto
conto che i monaci consumavano tradizionalmente
il loro primo ed unico pasto quotidiano dopo lora
nona (le 15.00)36.
Tuttavia in questo tempo opprimente, in questo
demone del mezzogiorno, si pu anche intrave
dere la metafora di una particolare tappa della vita
delluomo: la situazione esistenziale che viene a cre
arsi a met della vita di un uomo o di una donna,
caratterizzata da un momento di crisi e di ripen
samento, come occasione di un salto di qualit o
di regressione. E in questa tappa trova facilmente
spazio laccidia con le sue suggestioni. Si rimette
in questione tutto poich si ha limpressione che la
vita cos come la si condotta fino a quel momen
to non abbia apparente fecondit. La possibilit di
un cambio, di una nuova scelta sembra aprire pro
spettive che, altrimenti, non si trovano. E, daltra
parte, se non si intravede una via di uscita, allora
si opera un ripiegamento su di s, trascinando in

36 G. Bunge, op. c i t p. 46.


I volti dellaccidia

un vicolo cieco ogni aspetto della propria esisten


za. interessante notare - scrive E. Bianchi a pro
posito dellaccidia - che si vista unanalogia fra
questo male che di preferenza colpisce luomo nel
mezzo del giorno, con la crisi del superamento della
met della vita, che si abbatte sulluomo appunto
fra i trentacinque e i quaranta anni. Sembra che
vi sia una causa biologica alla base di quel senso di
apprensione, di quei tormentati interrogativi, della
mancanza di entusiasmo in uomini e donne poco
dopo la trentina. forse questo lo stato d animo
che i dotti medievali chiamavano accidia, il peccato
capitale di pigrizia dello spirito? Io credo di s?
(Richard Church). Le svariate forme di reazione di
fronte a questa crisi sono del resto molto simili a
quelle di chi preda dellaccidia: diniego, rimozio
ne, svalutazione di s, arroccamento al potere, rigi
dismo legalista, depressione, eccessi nel bere e nel
mangiare, intontimento...?7.37

37 E. Bianchi, Le parole della spiritualit. Per un lessico della vita inte


riore, Milano 1999, p. 45.
Accidia

f Scoraggiam ento e depressione

Un ultimo sintomo di questa grave situazione


un radicale scoraggiamento, una progressiva visio
ne di se stessi, degli altri, della vita attraverso lo
schermo del pessimismo e del dubbio. Laccidia, in
questo senso, limpossibilit per luomo di vedere
qualcosa di buono e di positivo: tutto viene oscu
rato e ridotto al negativismo e al pessimismo. Cos
Guardini descrive la situazione di scoraggiamento
provocata dallaccidia:

Una persona fatta a questo modo non si riconosce


nessuna qualit o capacit. E persuasa di essere da
meno degli altri, di non essere nulla, di non sapere
nulla. Non gi perch sia dotata insufficientemente, e
neppure abbia subito degli insuccessi. piuttosto una
convinzione a priori, che non si riesce mai a togliere
di mezzo definitivamente, neppure con la buona riu
scita ed il successo; in ogni sconfitta, poi, si legge con
fermata la disistima di s, al di l della portata reale
della sconfitta stessa. Peggio ancora. Simile mancanza
di confidenza nelle proprie forze finisce per provoca
re addirittura gli insuccessi: rende interiormente ma-
I volti d eir accidia

lagevoli, impaccia e trattiene la volont e lazione, ci


rende proni agli ostacoli esteriori58.

veramente un potere demoniaco in noi, perch


il diavolo essenzialmente un bugiardo. Egli men
te alluomo sia su Dio che sul mondo, riempiendo
la vita di oscurit e di falsit. Laccidia il suicidio
dellanima perch, quando luomo ne posseduto,
assolutamente incapace di vedere la luce e di de
siderarla. Questa visione negativa su tutto e su tutti
fa percepire la propria vita come giunta a un vico
lo cieco. Lavversione e il disgusto nei confronti di
tutto ci che si , si ha e si fa, legati a una bramosia
diffusa per ci che non a portata di mano, para
lizzano a tal punto la vita da non lasciar spazio a
nulla. Essere continuamente scoraggiati e insoddi
sfatti, dunque, diventa la modalit normale di af
frontare lesistenza. una sorta di asfissia - scrive
ancora E. Bianchi - o soffocamento dellanima che
condanna luomo allinfelicit portandolo a disde
gnare ci che ha, la situazione (di lavoro, affettiva,
sociale) in cui vive e a sognarne una irraggiungibile,38

38 R. Guardini, op. c i t p. 31.


Accidia

10 rende preda di paure svariate (per esempio, di


malattie pi immaginarie che reali), inefficiente sul
lavoro, intollerante ed incapace di sopportazione
verso gli altri (che diventano spesso il bersaglio
su cui scaricare frustrazioni ed aggressivit), impo
tente a governare i pensieri che si affollano nella
propria anima e che lo gettano nello scoramento,
in una tale insoddisfazione di s che egli si interro
ga se non abbia sbagliato tutto nella propria vita39.
11 certosino Adamo Scoto ci offre una descrizione
dettagliata dello sconvolgimento interiore provo
cato nel monaco dal demone dellaccidia; esso crea
una situazione cos drammatica che pu provocare
uninterruzione o uninversione del cammino intra
preso, soprattutto nella sua dimensione spirituale.
Quale miserevole mutamento di rotta! Ormai non
sei pi quello che fosti un tempo, ma completamen
te un altro, conclude tristemente Adamo Scoto.
Conviene riportare per intero questa acuta analisi
dello stato interiore del monaco colpito dallaccidia
e dei suoi riflessi nella vita spirituale:

39 E. Bianchi, Le parole della spiritualit, p. 44.


I volti dellaccidia

Spesso, quando sei solo nella tua cella, una certa


inerzia, un languore dello spirito, un tedio del cuore
si impadroniscono di te; senti dentro di te un pesan
tissimo fastidio; sei di peso a te stesso e ti viene meno
quella soave gioia interiore che eri abituato a provare.
Quella dolcezza che ti apparteneva ieri e laltro ieri si
ormai mutata in una grande amarezza; le lacrime che ti
inondavano abbondantemente si sono completamente
seccate. Il tuo vigore spirituale appassito, la tua bel
lezza interiore scomparsa. La tua anima dilaniata,
dilacerata, confusa, sconvolta, triste e amareggiata e tu
non sai dove quietarla. Ormai la lettura non ti soddisfa
pi, la preghiera non ti gradita, non sei pi bagna
to dalle piogge salutari delle meditazioni spirituali a
cui ti eri abituato. Che dire di pi? In te non c pi
nessuna ilarit, alacrit, gioia spirituale. Sei pronto a
volgerti rapidamente al riso, alla chiacchiera, allozio;
tardo e pigro invece quando devi dedicarti al silenzio,
alle opere buone e agli esercizi spirituali. Quale mise
revole mutamento di rotta! Ormai non sei pi quello
che fosti un tempo, ma completamente un altro40.

40 Adamo Scoto, Liber de quadripartito exercitio cellse XXIV: PL 153,


coll. 841-842. La traduzione riportata quella presente in C. Casagran
de - S. Vecchio, I sette vizi capitali, p. 83. Adamo Scoto, autore di trattati
ascetici in cui si nota linfluenza di san Bernardo, visse tra il 1140 circa e il
1212 (fu dapprima premostratense e poi certosino).
Accidia

Di conseguenza, anche ogni possibilit di futu


ro diventa inimmaginabile: chi si sente a un vicolo
cieco non ha pi progetti, non ha pi mete da rag
giungere. E se anche si intravede una via di uscita,
questa diventa troppo lontana, irraggiungibile. E lo
scoraggiamento aumenta, come sottolinea questo
apphthegma-.

Domandarono ad un anziano: Perch sono sempre


scoraggiato?. Rispose: Perch non hai ancora visto
la meta 41.

Se tale situazione si trasforma in uno stato conti


nuo e duraturo in cui chi colpito dallaccidia non
trova vie di uscita, allora si soccombe in una profon
da depressione, in cui si tentati di annullare sia la
propria vita passata (rottura di vincoli o distruzione
di una vita sociale) sia, addirittura, di azzerare ogni
possibile futuro (suicidio).
A questo riguardo, notiamo che i sintomi e le ma
nifestazioni della depressione, come malattia psico-
somatica, e dellaccidia sono molto simili. Tuttavia

41 Serie Nau 92: in Detti inediti, p. 148.


I volti dellaccidia

la depressione una dimensione patologica che non


mette in gioco necessariamente la responsabilit;
un male subito. Laccidia invece un male respon
sabile. E se nella depressione lo stato di prostrazio
ne, di scoraggiamento si affianca a unimpotenza, a
volte totale, di agire, nellaccidia questa indolenza
radicale piuttosto un disgusto ad agire {tdium
operandi), mentre rimane la capacit dazione. Non
si deve dimenticare che laccidia un vizio teolo
gale, in quanto spezza lo slancio dinamico verso
Dio; la depressione non tocca immediatamente la
relazione con Dio. Non si deve per dimenticare un
rischio, tipico della dinamica dellaccidia. Essa ten
de a illudere e a falsare la situazione di chi ne col
pito. Ci possono essere, allora, persone che pensano
di essere in depressione, mentre, in fondo, la loro
relazione con Dio che stata intaccata dallaccidia42.
Scoraggiamento e depressione, quando intacca
no la radice dellesistenza, il cuore, allora creano

42 A questo riguardo sono interessanti due articoli apparsi sulla rivista


Jesus, in cui si analizza il fenomeno della depressione e il suo rapporto con
laccidia: A. Valle, Fede e depressione. Il male oscuro dellanima, in Jesus,
febbraio 2004, pp. 14-17; P. Pisarra, Fede e depressione. Un diavolo piccolo
ma insidioso, in ibid., pp. 18-20.
Accidia

una situazione insopportabile, senza via di uscita


ed estremamente pericolosa. la personalit stessa
delluomo che viene soffocata e pu accadere quel
che Evagrio dice a un certo punto delle conseguen
ze della tristezza, causa immediata dellaccidia:

Tutti i demoni insegnano allanima ad amare i piace


ri; uno solo, il demonio della tristezza, non accetta di
farlo, e anzi rovina i pensieri degli altri demoni che si
sono insinuati nellanima, spogliandola di ogni piacere
e inaridendola con la tristezza. Se vero che le ossa
delluomo triste inaridiscono {Pr 17,27), anche quando
fa guerra in modo moderato, questo demonio rende
provato lanacoreta; infatti lo persuade a non accettare
nessuna delle cose di questo mondo, e a non attaccar
si a nessun piacere. Ma quando insiste maggiormente
genera pensieri che suggeriscono allanima di sottrarsi
a se stessa o che lo costringono a fuggire lontano da
quei luoghi. ci che ha pensato e patito anche il san
to Giobbe, quando fu tormentato da questo demonio:
Oh se potessi alzare la mano contro me stesso oppure
lo facesse un altro pregato da me! (Gb 30,24)43.

43 Evagrio Pontico, Sui diversi pensieri della malvagit 13: in Evagri


Pontico, Gli otto spiriti della malvagit, pp. 87-89.
I volti dellaccidia I 95

Commentando questo testo di Evagrio, G. Bun-


ge aggiunge: Chi avrebbe immaginato che ci che
era iniziato come una sorta di malumore capric
cioso potesse finire cos? Eppure Evagrio ha vi
sto giusto. Il suicidio, in molti casi, non altro che
lultimo, disperato tentativo di fuggire dal proprio
vuoto interiore, di dissolversi nel nulla: una solu
zione del conflitto che Evagrio, peraltro, rigetta
esplicitamente44.

44 G. Bunge, op. c i t p. 90.


Ill

Le cause dellaccidia

questo punto possiamo domandarci: possi


bile individuare le cause di tale drammatico stato
esistenziale? possibile cogliere la radice da cui
prende forma quella variet di sintomi che abbiamo
elencato e che costituiscono lo spazio vitale dellac
cidia? Giovanni Climaco, personificando laccidia,
le fa indicare la propria parentela:

Molte e diverse sono le cause da cui traggo origine:


a volte linsensibilit deHanima, altre volte la dimen
ticanza delle cose di lass, e a volte anche leccesso
delle fatiche. I miei figli sono i cambiamenti di luogo
da me ispirati, la disobbedienza al padre spirituale, la
dimenticanza del giudizio, e talvolta anche labbando
no della professione monastica1.

1Giovanni Climaco, op. cit., X I I I 10: trad. p. 240.


Accidia

Certamente, una realt cos complessa come lac


cidia trae origine da numerosi fattori, individuabili
nella misura in cui si analizzano i sintomi che li ma
nifestano. Ma la tradizione monastica ha messo in
luce una causa che, alla radice, genera tutti i pensie
ri malvagi, compreso, dunque, quello dellaccidia.
Questo terreno fertile per ogni passione la philau-
tia, lamore smoderato per se stessi, quella passio
ne e tenerezza sragionevole verso se stessi che
rende amici di s contro se stessi 2. Per Massimo
il Confessore non c alcun dubbio che i pensieri
malvagi, nel loro perverso intreccio, trovino terre
no fecondo nella philautia. Nei Capitoli sulla carit
111,56 cos scrive:

L a philautia, come si detto sovente, causa di tutti


1 pensieri passionali. Da questo, infatti, si generano i
tre pensieri capitali della concupiscenza: quello del
la gola, quello dellavarizia, quello della vanagloria.
Dalla gola nasce quello della fornicazione, dallava

2Le due espressioni citate sono di Massimo il Confessore (cfr. Centuria


11,8 e Ad Thalassium, Prgef.: citaz. in T. Spidlik, La spiritualit dellOriente
Cristiano, p. 228). Il tema della philautia in Massimo il Confessore stato
studiato da I. Hausherr, Philautia. Dallamore di s alla carit, Bose/Ma-
gnano 1999.
Le cause dellaccidia

rizia, quello della cupidigia; dalla vanagloria, quello


della superbia. Tutti gli altri seguono ciascuno dei
tre: quello dellira, della tristezza, del risentimento,
dellaccidia, dellinvidia, della maldicenza e gli altri.
Queste passioni, dunque, legano la mente alle cose
materiali e la trattengono sulla terra, gravando su di
essa come una pietra pesantissima, pur essendo essa
per natura pi leggera ed agile del fuoco3.

L a passione - scrive G. Bunge riferendosi ad


Evagrio - nella sua essenza unalienazione egoi
stica, lessere prigionieri del proprio io. In ogni
cosa essa cerca solo se stessa. E poich non riesce a
raggiungere se stessa in nulla, ecco che questo amo
re di s si trasforma in odio cieco per ogni cosa.
Perch inevitabile che sia cos? Perch c un uni
co desiderio (pthos) buono ed eterno, legato per
natura allintelletto: il desiderio della vera conoscen
za, che tende unicamente a Dio e che colma lin
telletto di beatitudine. Se questo desiderio buono
ed eterno non raggiunge il suo scopo, restano solo
tristezza e odio. Laccidia, in quanto quintessenza di
tutte le altre passioni, forse lespressione pi pura

3 Massimo il Confessore, Capitoli sulla carit, pp. 170-171.


100 I Accidia

e pi spirituale della philautia di Adamo, il qua


le si distolse da Dio e si volse a se stesso, finendo
cos per perdersi4. Si deve dunque riconoscere
che accidia e philautia non solo si intrecciano, ma
luna diventa causa e manifestazione dellaltra. Quel
desiderio insoddisfatto e illusorio provocato dallac
cidia (fuggire ci che c e sognare ci che manca)
cattura e rende schiavo il proprio io e si oppone al
vero desiderio che pu dare pienezza, quello di Dio
(come dice Tommaso d Aquino, laccidia tristitia
de bono divino). La persona, dunque, compieta-
mente ripiegata su se stessa, incapace di dono e di
comunione.
Questo amore di s in fondo il vero idolo che
minaccia la nostra vita: il pi sottile e seducen
te, attraverso il quale se stessi, il proprio progetto,
il proprio cammino di perfezione, tutto, viene in
taccato dallidolatria. Se Dio non il Signore della
nostra vita, lio diventa il nostro signore, il centro
assoluto del nostro mondo; e si comincia a valutare
ogni cosa in funzione dei propri bisogni, della pro
pria idea, dei propri desideri e giudizi. In questo

4 G. Bunge, op. c i t pp. 63-64.


Le cause dellaccidia

modo la brama di potere vizia alla base le relazioni


con gli altri: si cerca di sottometterli a se stessi, per
ch si vive nel regime della preda e non del dono
di s. E tutto questo non si esprime necessariamente
nel bisogno effettivo di comandare o di dominare
sugli altri; questo ripiegamento su di s pu trasfor
marsi benissimo in una smodata preoccupazione di
s, in indifferenza, disprezzo, mancanza di interes
se, cinismo. Tutte porte aperte per laccidia!
Tuttavia, chiarita la radice ultima dellaccidia,
dobbiamo pur riconoscere due cause immediate
che la favoriscono, due spazi o terreni che permet
tono allaccidia di attecchire e prolificare. A prima
vista, queste due cause sono agli antipodi e di per s
si contraddicono. Si tratta dellozio e del sovraffati
camento (dovuto a varie forme di attivismo). Ma, di
fatto, ambedue sono strettamente legati alla dina
mica dellaccidia, la quale, in fondo, oscilla sempre
tra un tiepido minimalismo e un distruttivo mas
simalismo. Fin d ora, dunque, si pu comprende
re linsistenza che i monaci antichi ponevano sulla
misura come uno dei rimedi per prevenire e cu
rare laccidia.
Accidia

1. Lozio

Nella Regola di san Benedetto 48,1, strutturando


la giornata del monaco, viene posto un principio di
carattere sapienziale: Lozio nemico dellanima.
In questa massima riflessa la ricca tradizione mo
nastica del deserto egiziano che individuava pro
prio nellozio una delle cause principali dellaccidia.
Testimone di questa tradizione sicuramente G io
vanni Cassiano: nella sua analisi sullaccidia, pre
sente nel libro X delle Istituzioni cenobitiche, dedica
ampio spazio a evidenziare il rapporto tra accidia e
ozio (facendo ricorso a citazioni scritturistiche, in
particolare a san Paolo) e con insistenza sottolinea il
rimedio di un lavoro equilibrato5. Cos, lamentan
dosi di un certo degrado della vita cenobitica in O c
cidente rispetto a quella fiorente da lui conosciuta
in Egitto, Cassiano intravede proprio nellozio uno
dei pericoli per la vita monastica e una delle cause
di quella instabilit generata dallaccidia:

5 Cfr. Giovanni Cassiano, Le Istituzioni cenobitiche, cur. A. De Vogii


- L. D Ayala Valva, Bose/Magnano 2007, pp. 268-288.
Le cause dellaccidia

Per questo nelle nostre regioni non troviamo mo


nasteri abitati da un cos grande numero di fratelli:
perch questi ultimi non si mantengono con i frutti
del proprio lavoro, per potervi perseverare incessan
temente; e se pure riescono in qualche modo a procu
rarsi il necessario per vivere, grazie alla generosit di
altri, i capricci dellozio e linstabilit del cuore non
permettono loro di perseverare a lungo nello stesso
luogo. Per questo in Egitto si tramanda questo santo
detto degli antichi padri: Il monaco che lavora as
salito da un solo demone, quello che vive nellozio
devastato da innumerevoli spiriti 6.

Lozio, cos temuto dagli antichi monaci, non


solo mancanza di occupazioni, di interessi, ma so
prattutto una realt che rende la vita quotidiana
amorfa e trascinata; diventa una malattia di fondo
e una modalit di accostare e affrontare la vita di
ogni giorno. Lbzio crea attorno a s il vuoto, e tutto
ci che si fa, si riempie, paradossalmente, di questo
vuoto: giorni vuoti, parole vuote, rapporti vuoti,

6 Giovanni Cassiano, Istituzioni cenobitiche XIII, 23: Giovanni Cas-


siano, Le Istituzioni cenobitiche, pp. 286-287.
Accidia

tempi vuoti. Nella preghiera attribuita a Efrem il


Siro e recitata nella liturgia bizantina durante il pe
riodo quaresimale si dice:

O Signore, a cui appartiene la mia vita, liberami


dallo spirito dellozio (arghias), dello scoraggiamento
{perierghtas), della volont propria (philarchias) e dalle
parole inutili (argologhias).

Come origine dello scoraggiamento, del ripiega


mento su di s e del vuoto, lozio nientaltro che
questa strana indolenza, questa passivit di tutto il
nostro essere, che sempre ci abbatte piuttosto che
sollevarci, e che costantemente ci persuade che nes
sun cambiamento possibile e quindi desiderabile.
, in realt, un cinismo profondamente radicato,
che ad ogni sfida spirituale risponde: A che pr?, e
trasforma la nostra vita in un tremendo deserto spi
rituale. la radice di ogni peccato, perch avvelena
lenergia spirituale direttamente alla sorgente7.

7 A. Schmemann, La Grande Quaresima, Casale 1986, p. 34.


Le cause dellaccidia I 105

2. Il sovraffaticamento e Tattivismo

interessante che nella descrizione sullaccidia


spesso ritorna la tentazione di assumere impegni,
soprattutto in favore degli altri. Abbiamo gi fatto
accenno a questo aspetto parlando dellinstabilit.
Lirrequietezza - scrive G. Bunge - si trasforma
cosi in un instancabile attivismo, oltretutto con la
pretesa di essere la virt cristiana dellamore del
prossimo! Ma questo non nientaltro che unil
lusione, un pericoloso autoinganno. lillusione
dellagenda piena, che deve mascherare il nostro
vuoto interiore. tanto pi pericolosa in quanto
pretende di servire scopi elevati, ed perci quasi
inattaccabile. Quanto pi a lungo dura, tanto pi ha
conseguenze catastrofiche. Presto o tardi, ecco che
inevitabilmente ci si ferma, ecco il terribile risve
glio. Allora, o si abbandona, scoraggiati, e si lascia
perdere tutto ci che finora ha .dato senso alla vita,
o si ricorre a nuove e pi forti dosi di distrazione8.
Questa spasmodica ricerca di impegni, questo
moltiplicare attivit per paura di lasciare spazi e

G. Bunge, op. c i t p. 78.


Accidia

tempi vuoti, una delle caratteristiche della nostra


societ. Dobbiamo ammetterlo: la nostra societ, lo
stile di vita che essa propone, non ci permette di es
sere nellozio. Ma questo vortice di attivit, di lavoro
crea spesso un vuoto pi profondo, uninsoddisfazio
ne: non si di fatto protagonisti del proprio agire,
ma si subisce ci che si fa. In fondo lavori e impegni
senza misura possono illudere di essere immuni da
quellozio che genera laccidia; di fatto sono unaltra
maschera dellaccidia. Come nota S. Natoli, viviamo
nel mondo del fare, ma lagire spesso accompagna
to dalla disaffezione: la smania di distrazione prevale
sulla capacit di attenzione... Laccidioso non sa fati
care. Soprattutto non si sa dedicare. Nel nostro tempo
vi sono uomini che non sanno coltivare a lungo nep
pure un amore... Laccidioso non sa portare a compi
mento lopera. Tuttalpi capace di divagazione9.
Dunque, se questo attivismo manifesta lo stato
di accidia latente, pu esserne, d altra parte, anche
causa. Lavoro e impegni eccessivi che disperdono e
creano molti punti di riferimento non collegati tra
di loro possono provocare uno stato di accidia: ci

9 S. Natoli, Dizionario dei vizi e delle virt, Milano 1997, p. 13.


Le cause dellaccidia

si dati a un lavoro al di l delle proprie forze e si


crolla. E, di conseguenza, si cominciano molte cose
e non se ne conclude alcuna. NellEpistolario di Bar-
sanufio e Giovanni di Gaza ritroviamo questo testo:

Domanda. Donde viene l\accidia? e cosa bisogna fare


quando essa aggredisce?
Risposta. C un'accidia per impotenza e c' un'accidia
da parte del demonio. Se vuoi discernerle, discernile
cos: l'accidia del demonio assale qualcuno prima del
tempo in cui avrebbe bisogno di riposo: quando uno,
infatti, comincia un lavoro, prima che egli ne abbia fat
to una terza o quarta parte, perseguita l'uomo a lascia
re il lavoro e ad alzarsi. Non deve dunque accoglierla,
ma pregare e sedere al suo lavoro e resistere, poich il
nemico, vedendo che per questo si mette a pregare, de
siste; infatti, non vuole fornire occasioni di preghiera.
L'accidia fisica invece quando l'uomo si affatica al di
sopra delle sue forze ed costretto ad aggiungere altro
lavoro. E da questo consegue l'accidia fisica, dall'impo
tenza del corpo. Bisogna dunque in questo caso soppe
sare le forze e dar riposo al corpo nel timor di Dio10.

10Barsanufio e Giovanni di Gaza, Lettera 562: in Barsanufio e Giovan


ni di Gaza, Epistolario, cur. M. Lovato-L. Mortari (=Coll. Testi Patristici
93), Roma 1991, p. 456.
Accidia

A questo si pu aggiungere anche un eccessivo


sovraffaticamento spirituale e ascetico, soprattut
to se c un atteggiamento di scrupolo che porta a
moltiplicare gesti, sforzi, osservanze per essere mag
giormente sicuri di una solida vita spirituale. Ecco
perch i monaci antichi invitavano a una preghie
ra semplice, monologica, una preghiera che evita le
molte parole perch esse possono trascinare dietro
a s una perdita di attenzione, una distrazione,
unabitudine. Anche unascesi e una disciplina che
non sono equilibrate e soprattutto liberanti rischia
no di creare una situazione cos opprimente che
diventa facile preda dellaccidia. Il risultato finale
, spesso, il rigetto di tutto quel bagaglio di volonta
rismi con i quali si identificata la vita spirituale e,
di conseguenza, un disgusto per la stessa vita spiri
tuale (tristitia de bono divino!). E non di rado que
sto rifiuto di un mondo ascetico soffocante sfocia in
stili di vita diametralmente opposti, magari anche
con un po di risentimento o triste irrisione. Non
si deve mai dimenticare che il pendolo dellaccidia
oscilla tra massimalismo e minimalismo!
IV

Una terapia per laccidia

FI ,..J veniamo allultima domanda: quali sono i ri


medi, i mezzi per combattere l accidia? Certamente
questa patologia spietata dellaccidia pu spaventa
re e far sorgere il dubbio di unimpossibilit a libe
rarsi da tale tirannia. Ma, paradossalmente, questo
dubbio non sarebbe altro che unillusione e unarma
vincente della stessa accidia. Il monacheSimo anti
co, pur consapevole della seriet del combattimen
to spirituale, aveva uno sguardo positivo sulluomo,
alla luce della vittoria di Cristo sul peccato: il tenta
tore non ha pi alcun potere sulluomo, a meno che
non sia luomo stesso, nella sua follia, a restituirglie
lo. Dunque, anche dallaccidia si pu guarire. E i
rimedi proposti dagli autori monastici sono di una
sorprendente semplicit.
C sicuramente un rimedio radicale e drastico
Accidia

per vincere laccidia: si tratta di eliminare il male alla


radice. E, come abbiamo visto, la radice dellaccidia,
e di ogni altro pensiero malvagio, quella bramo
sia irrazionale che ha provocato la caduta del primo
uomo, la philautia. Cos dice Massimo il Confessore:

Chi ha cacciato lamor proprio (philautia), madre


delle passioni, con laiuto di Dio allontana facilmente
anche le altre, come lira, la tristezza, il rancore ed il
resto. Ma chi vinto dalla prima passione, colpito
dalle altre, anche se non vuole. E lamor proprio la
passione per il corpo.
Principio di tutte le passioni lamor proprio (philau-
tta)\ termine, la superbia. Amor proprio lamore ir
ragionevole per il corpo; chi lo ha stroncato, ha stron
cato insieme tutte le passioni che nascono da esso1.

Poich dunque una vera guarigione possibi


le solo se si elimina il male alla radice, solo se si sa
smascherarlo e combatterlo l dove si annida, nella
vita quotidiana sar indispensabile ricorrere a rime
di specifici e applicarli l dove appaiono i sintomi

1Massimo il Confessore, Capitoli sulla carit II, 8; 111,57: in Massimo il


Confessore, Capitoli sulla carit, pp. 92-93.170-171.
Una terapia per lacciia

del male. Non si deve dimenticare che laccidia sa


camuffare molto bene le sue radici. E inoltre, a dif
ferenza degli altri pensieri malvagi, laccidia non
pu essere guarita o sostituita da una virt che spe
cificamente le si opponga. dunque necessario fare
subito ricorso a terapie energiche e multiformi che
garantiscano un effetto immediato. E i rimedi sug
geriti dagli antichi monaci sono diversi. Ma prima di
presentarne alcuni, vorremmo elencare alcuni consi
gli che spesso ritornano negli antichi testi monastici
e che danno efficacia a una terapia contro laccidia.

1. Alcuni consigli per vincere laccidia

(Tutto va) compiuto - ammonisce Evagrio nel


suo Trattato pratico 15 - nei tempi adatti e nelle mi
sure opportune; ci che immoderato e inoppor
tuno, infatti, di breve durata, e le cose di breve
durata sono pi che altro nocive e non giovevoli2.
Dunque un primo consiglio suggerito dagli antichi
monaci l equilibrio, la discrezione, la moderazione

2 Evagrio Pontico, Trattato pratico, p. 103.


Accidia

che permettono di dare alla propria vita, a ci che


si fa, alle proprie possibilit, una misura, ed essere
fedeli ad essa. Solo se si sa fare retto uso della di-
scretio (discrezione e discernimento) si pu evita
re quel massimalismo e quel minimalismo entro i
quali oscilla Paccidia. La discretio, dunque, quella
saggezza che nasce dalla consapevolezza dei propri
limiti e dalle possibilit che sono in noi e permette
un reale dominio di s.

Domandarono ad un anziano: Perch sono


sempre scoraggiato?. Rispose: Perch non hai an
cora visto la meta3. Quando lo sguardo non riesce
ad andare oltre alle sensazioni illusorie che laccidia
produce nella nostra vita, quando offuscato e sof
focato da tale asfissia dellanima, allora sembra che
non ci siano pi vie di uscita: si presi dallo scorag
giamento, dalla tristezza. Ogni possibilit di futu
ro diventa inimmaginabile: chi si sente a un vicolo
cieco non ha pi progetti, non ha pi mete da rag
giungere. E se anche si intravede una meta, questa
diventa troppo lontana, irraggiungibile. Il consiglio

3Serie Nau 92: Detti inediti, p. 148.


Una terapia per l accidia

che quel monaco anziano d al fratello scoraggiato


e triste quello di focalizzare nuovamente lo sguardo
sulla meta. Ma per vedere la meta, e con essa tutta
la bont di un cammino, di un futuro (comprese
anche le difficolt e il loro significato) necessaria
pazienza, necessario saper attendere che il senso
profondo di una meta venga pian piano rivelato dal
Signore, necessario lasciarsi purificare da ogni il
lusione e pretesa per accogliere con stupore il dono
che il Signore ci fa. Solo se si rimane sotto (en
te hypomon), in attesa, si pu maturare e vivere in
tensione di una meta. Come vedremo in seguito, la
pazienza e la perseveranza sono i rimedi pi efficaci
per vincere laccidia.
Tuttavia, per vedere la meta, anche necessario
mettere alcuni paletti, collocarsi in alcune ango
lature che ci danno quotidiana possibilit di mai
perdere di vista lo scopo di un cammino. Questo,
d altra parte, diventa un modo per avere la meglio
sullaccidia. Infatti, se uno dei sintomi pi eviden
ti dellaccidia la totale mancanza di senso nella
propria vita, un disgusto per ci che si fa o unil
lusoria ricerca di ideali irraggiungibili, un antidoto
proprio il ritrovare uno scopo, riprendere gusto
Accidia

per una vita vera, riscoprire i valori dellinteriori


t. Diadoco di Fotica utilizza unimmagine molto
significativa: Imporre al nostro pensiero dei limiti
ben stretti s che esso possa guardare a Dio. In
fatti scrive:

Quando lamina nostra si sente libera dal fascino del


le cose terrene, invasa allora da uno spirito di acci
dia che si insinua, da una parte, non consentendole di
dedicarsi con piacere al ministero della parola e non
lasciandole lacuto desiderio dei beni futuri; dallaltra,
facendole svalutare eccessivamente questa vita fugace
come se essa non comportasse degne opere di virt e
facendole spregiare la scienza stessa o perch gi con
cessa a molti altri o perch non promette di insegnarci
ci che perfetto. A tale passione, fonte di tiepidez
za e di torpore, sfuggiremo, se imporremo al nostro
pensiero dei limiti ben stretti s che esso possa guardare
a Dio, di lui soltanto coltivando il ricordo. Solo cos
lo spirito ritorner al suo antico fervore, recedendo
dalfimbarazzo irrazionale4.

4 Diadoco di Fotica, Cento capitoli gnostici, 58: in Diadoco, Cento con


siderazioni sulla fede, tr. V. Messana (=Coll. Testi Patr. 13), Roma 1978,
pp. 63-64. Un invito a difendere la propria vita dagli attacchi dellaccidia,
riempiendo la propria esistenza di senso, si trova anche in un testo dellau-
Una terapia per lacciia

Gli autori monastici insistono, inoltre, sulla ne


cessit di non fuggire di fronte a questa terribile si
tuazione esistenziale. La fuga, nelle sue svariate for
me, infatti lillusione, ingenerata dallaccidia, di
trovare altrove o diversamente una liberazione da
questo pensiero. Ma, in fondo, tale illusione impe
disce di affrontare realmente la lotta, impedisce di
guardare con verit ci che si ha dentro. Dunque,
rimanere dove ci si trova e combattere: questo si
gnifica, di fatto, neutralizzare tale illusione. Raccon
tando la sua esperienza, Cassiano scrive:

Quando, allinizio della mia permanenza nel deser


to, dissi ad abba Mos, il pi grande di tutti i santi,
che il giorno precedente ero stato colpito da un pe
santissimo attacco di accidia e che, se non fossi subito
corso da abba Paolo, non avrei potuto liberarmene in
altro modo, egli mi rispose: Non te ne sei liberato,
anzi ti sei arreso e sottomesso ad essa come uno schia
vo volontario! D ora in poi, infatti, il Nemico ti as
salir con ancora maggiore violenza, perch, appena

tore medievale cistercense Gilberto di Hoyland: Gilbert de Hoyland, Ser


mons sur le Cantique des Cantiques, II, cur. P.-Y. Emery (=Pain de Cteaux
III/7) Oka 1995, pp. 72-73.
Accidia

vinto, ti ha visto fuggire dal campo di battaglia come


un disertore e un fuggiasco; a meno che in futuro,
invece di cercare di neutralizzare provvisoriamente la
violenza dei suoi assalti fin dal primo scontro diser
tando la cella o abbandonandoti al torpore del sonno,
tu non voglia piuttosto imparare a trionfare su di lei
con la forza di resistenza e il combattimento! Lespe
rienza perci dimostra che non bisogna evitare gli as
salti dellaccidia con la fuga, ma vincerli con la forza
della resistenza5.

Solo se si ha il coraggio di rimanere stabili nella


lotta, si guster la gioia e lo stupore di non essere
rimasti soli in questo combattimento. Non si deve
mai dimenticare che vincere laccidia con la for
za della resistenza non un semplice frutto dello
sforzo di una titanica volont, piuttosto frutto del
la sinergia tra la libera volont delluomo e la grazia
di Dio. Se tocca alluomo scegliere di rimanere,
Dio tuttavia a portare a termine il combattimento.
significativo, a questo riguardo, un episodio della

5 Giovanni Cassiano, Istituzioni cenobitiche X, 25: Giovanni Cassiano


Le Istituzioni cenobitiche, pp. 288-289.
Una terapia per l'accidia

Vita di Antonio il Grande, scritta da Atanasio di


Alessandria. Dopo una lunga ed estenuante lotta
contro il tentatore, tutto malconcio, Antonio si ri
volge al Signore e gli domanda:

Dove eri? Perch non sei apparso sin dalPinizio per


porre fine alle mie sofferenze? E la voce gli rispose:
Antonio, ero l, ma aspettavo per vederti combatte
re. Poich hai resistito e non ti sei lasciato vincere,
sar sempre il tuo aiuto 6.

Dio vuol veder lottare luomo, cio lasciargli li


bert e spazio perch deve, liberamente, andare
verso di Lui.

2. I rimedi dellaccidia

Bisogna rimettere in cammino questo spirito con


la preghiera, la lettura, la pazienza (hypomon), la for

6 Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, 10: in S, Atanasio, Vita di


Antonio. Apoftegmi. Lettere, tr. L. Cremaschi (=Lett. Crisi, delle Origini/
Testi 19), Roma 1984, p. 112.
Accidia

za danimo, lastinenza dalle parole vane e il lavoro7.


L accidia curata dalla perseveranza, e dal compiere
ogni cosa con attenzione e con timor di Dio. In ogni
lavoro, fissati una misura, e non abbandonarlo, prima
di averlo portato a termine; prega con intelligenza e
con vigore, e lo spirito dellaccidia fuggir da te8.

In questi due testi abbiamo elencato i principali


rimedi per combattere laccidia. Sono terapie pun
tuali ed efficaci che devono essere applicate tenendo
presenti i consigli pi globali che abbiamo elencato
precedentemente. Vediamoli ora in dettaglio.

a. L a pazien za

ritornato spesso, nella nostra riflessione sullac


cidia, linvito alla pazienza. Infatti, Yhypomon
la virt maggiormente sottolineata come antidoto

7 Nilo di Andra, De odo vitiosis cogitationibus: PG 79, coll. 1457-


1458B.
8 Evagrio Pontico, Sugli otto spiriti malvagi 13 : in Evagrio, Gli otto spi
riti della malvagit, p. 53.
Una terapia per lacciia

allaccidia: Pazienza: frantumazione dellaccidia9,


dice Evagrio. A un pensiero cos subdolo e instabile
come quello dellaccidia, che insinua continuamen
te lillusione che altrove ci saranno guarigione e li
berazione da una situazione cos opprimente, che in
un altro luogo si potranno realizzare quei desideri
ora frustrati, gli antichi monaci hanno individuato
un primo e fondamentale rimedio: pazientare e non
fuggire. E in questa terapia i monaci non hanno
fatto altro che attualizzare una parola evangelica:
Chi avr perseverato (hypomeinas) sino alla fine
sar salvato (Mt 10,22).
Si potrebbero citare molti testi della tradizione
monastica a questo riguardo. Ne riportiamo due di
Evagrio e un apphthegma riportato dallo Pseudo-
Nilo di Ancira:

Perch la tua ricompensa grazie alla pazienza piova


su di te ancora pi abbondante, la tua pazienza deve
condurre la guerra per mezzo di tutte le virt virili,
perch attraverso ogni male laccidia che ti fa guerra
e ti tenta passando in rassegna tutte le tue fatiche. E

9 Id., De vitiis quse opposita sunt virtutibus 4: PG 79, coll. 1143-1144C.


120 I Accidia

colui che essa non trova inchiodato alla pazienza, lo


opprime con il proprio peso e lo piega101.

Il vento di Borea nutre i germogli, e cos le tenta


zioni rendono salda la forza dellanima. Una nube
senzacqua cacciata via dal vento, e lam ina che
non ha resistenza (hypomon), dal vento dellac-
cidia. La rugiada primaverile aumenta il frutto
del campo, e la parola spirituale innalza la condi
zione dellanima. Londata dellaccidia scaccia il
monaco dalla sua dimora, ma chi pratica la per
severanza (hypomon) sempre nella quiete11.

Un fratello interrog un anziano: Padre, laccidia


mi tiene in suo possesso. E quello gli rispose: Figlio,
non conosci ancora n la ricompensa che attende i di
ligenti, n il supplizio che attende i negligenti. Infatti,
se la tua cella brulicasse di vermi, sopporteresti tutto
questo e non ti lasceresti prendere dallaccidia. Lac
cidia, influenzando tutte le facolt dellanima, spesso
muove tutte insieme le passioni. Conoscendo questo,

10Id., Tractatus ad Eulogium monachum 8: PG 79, coll. 1103-1104C (cit.


G. Bunge, op. cit., pp. 96-97).
11 Id., Sugli otto spiriti malvagi 13: in Evagrio, Gli otto spiriti della mal
vagit, p. 33.
Una terapia per l'accidia

il Signore ha detto: Nella vostra pazienza (hypo-


mone) possederete le vostre anime (Le 21,19)12.

Proprio questultimo testo, con la citazione di


Luca 21,19, ci fa comprendere il senso di questa insi
stenza sullhypomon. La pazienza, come perseve
ranza e resistenza, di fatto la condizione del cri
stiano nella storia. Essa deve essere accolta come via
normale di salvezza e maturazione, in attesa dellin
contro con il Veniente. Solo di fronte a Colui che
deve venire risuona l imperativo della liberazione,
frutto della pazienza e dellattesa: Risollevatevi e
alzate il capo, perch la vostra liberazione vicina
(Le 21,28). Il cristiano deve vivere en te hypomon,
cio rimanere sotto il peso, restare saldo sotto i
colpi che riceve e che vogliono fargli cambiar luogo,
disorientandolo. Come scrive B. Maggioni, Yhypo
mon la virt della pietra: se anche la calpesti, non
si lascia modificare, a differenza della cera molle,
che, invece, appena la tocchi si modifica. LIhypo
mon la durezza che fa restare quello che si ,
qualsiasi cosa succeda. Ma anche la pazienza

12 Nilo di Andr, De octo vitiosis cogitationibus: PG 79, coll. 1457D-


1460A.
Accidia

di attendere, non importa se a lungo. La pazienza


essenziale per lattesa cristiana13.

b. L a perseveranza e la stab ilit

La pazienza assume la sua forma concreta nella


stabilit, il classico antidoto allirrequietezza e allin
stabilit che generano laccidia. Una delle raccoman
dazioni pi ripetute dagli antichi autori monastici si
pu riassumere in due parole: kathsthaikahypom-
nein, rimani fermo e pazienta. Mentre laccidia im
pedisce di avere un rapporto sereno con il tempo e
con lo spazio, la stabilit e la pazienza permettono
una durata di cammino nel tempo e nello spazio.
La stabilit nel tempo la capacit di persevera
re, di continuare un cammino, anche se si tentati
di scoraggiamento o di interrompere la via che si
intrapresa. Di fatto solo mediante la perseveranza
si pu dare solidit e qualit alla vita e a tutte le
sue componenti. Infatti, la perseveranza permette

13 B. Maggioni, La pazienza del contadino. Note di cristianesimo per qu


sto tempo, Milano 1996, p. 110.
Una terapia per lacciia I 123

una disponibilit allimprevedibile, educando alla


vigilanza ( limmagine evangelica del Veniente
che giunge allimprovviso); e, d altra parte, implica
continuit nel tempo, senza lasciarsi condizionare
dalle tante forme di instabilit che si incontrano, ma
assumendo un impegno sino alla fine. Nella perse
veranza e nella pazienza si possiede veramente la
propria vita perch, liberamente, si sceglie di impe-
gnarla/donarla per sempre.
E, inoltre, in questo perseverare si opera anche
la guarigione della radice malata, la philautia. S,
perch perseverare significa anche opporsi allo spi
rito delle bramosie irrazionali14.
Un tempo in cui ci data la possibilit di per
severare il quotidiano: rimanere nel quotidiano,
senza sognare la vita, fuggendo, in qualche modo,
dalla sua precariet e fragilit, una reale ascesi
che tempera e disciplina nella lotta contro laccidia.
Questa ascesi comporta una rinuncia a tutte quelle
illusioni che ci appaiono come alternative al presen
te; comporta accettare se stessi e laltro; comporta
accogliere le fatiche dei propri impegni e lavori o

14G. Bunge, op. c i t p. 146.


Accidia

il peso della comunit in cui siamo inseriti. Questa


ascesi abitua e permette di accettare le tappe del
la propria vita con i loro limiti costitutivi e le loro
ricchezze, di assaporarle senza fughe nel passato o
nel futuro, senza angoscia o paura. Lascesi del quo
tidiano sapienza (e questo, contro ogni mancanza
di sapore, cio contro laccidia).

La stabilit nello spazio significa rimanere nel


luogo in cui si scelto di vivere. Ecco unaltra rac
comandazione dei padri monastici: non fuggire lo
spazio che ci circonda, sarebbe solo una fuga da se
stessi: Va - dice un apphthegma - rimani nella tua
cella, e la tua cella ti insegner ogni cosa15. La cella
diventa simbolo dello spazio vitale in cui uno matu
ra, mette radici, trova una sua identit. Ecco perch
necessario assumere latteggiamento del discepolo,
cio ascoltare e imparare dal luogo in cui si
scelto di vivere. Certamente, con laccidia la cella pu
diventare troppo stretta, insopportabile. Ecco allo
ra la tentazione di fuggire, cio di abbandonare se
stessi e la lotta. Anche qui necessaria la pazienza

15Mos 6: in Vita e detti dei padri del deserto, II, p. 33.


Una terapia per Vaccidia

dellascolto e dellapprendimento affinch la cella ri


veli i suoi segreti e diventi luogo di libert e di pace.
Riportiamo tre testi in cui si raccomanda al monaco
di non fuggire dal luogo in cui chiamato a vivere:

Non bisogna abbandonare la cella nellora della ten


tazione, per quanto ragionevoli i pretesti che si riesce
a procurarsi; occorre invece rimanere seduti allinter
no, perseverare {kathsthai ka hypomnein) ed acco
gliere valorosamente tutti gli assalitori, ma particolar
mente il demone dellaccidia, il quale, essendo il pi
opprimente di tutti, rende lamina provata al massimo
grado. Fuggire tali lotte e aggirarle insegna allintel
letto ad essere inetto, pusillanime e fuggiasco16.
Un giorno - narra Palladio nella sua Storia Lausia-
ca - preso da avvilimento Cakedisas), mi recai da lui
(Macario di Alessandria) e gli dissi: Padre, cosa devo
fare? Mi opprimono i pensieri, che mi ripetono: T u
non fai nulla, vattene via di qui. Mi rispose: D i
loro: Io guardo i muri per Cristo 17.

16 Evagrio Pontico, Trattato pratico 28: in Evagrio Pontico, Trattato


pratico, p. 132.
17 Palladio, Storia Lausiaca, XVIII, 29: in Palladio, La Storia Lausiaca,
cur. C. Mohrmann - G. J. M. Bartelink {-Vite dei Santi 2), Fond. L. Valla,
Milano 1974, pp. 95-97.
126 I Accidia

N el tempo delle tentazioni, non abbandonare il tuo


monastero, ma sopporta coraggiosamente i flutti dei
pensieri e soprattutto quelli della tristezza e dellacci
dia. Infatti, messo cos provvidenzialmente alla prova
mediante le afflizioni, terrai salda la speranza in Dio.
Ma se te ne vai, sarai considerato un buono a nulla,
debole e incostante18.

Questa stabilit il migliore antidoto che condu


ce a una stabilitas cordis, alla saldezza interiore per
non essere sballottati e cadere come foglie spazza
te via dal vento. Tuttavia, il punto di arrivo di una
vera stabilit interiore, ci che permette realmente
una guarigione dallaccidia, rimanere nellamore
di Cristo e perseverare nella sua sequela. questo il
luogo che non deve essere mai abbandonato19. Ri
ferendosi alla stabilit monastica, J. Leclercq nota:
In ultima analisi, promettere la stabilit impe
gnarsi a partecipare alla pazienza, allobbedienza,

18 Massimo il Confessore, Centurie sulla carit I, 52: in Massimo il


Confessore, Capitoli sulla carit, pp. 68-69.
19 Sul rimanere in Cristo (soprattutto nel quarto vangelo) come gua
rigione dall accidia cfr. larticolo di R. Vignolo, Dimorare in Ges, antidoto
dellaccidia, in La Rivista del Clero Italiano 2004/9, pp. 603-617; 2004/10,
pp. 719-735.
Una terapia per l accidia I 127

alla perseveranza di Cristo, che furono totali, asso


lute, senza limiti e che lo Spirito della sua Risurre
zione - e lui solo - rende presente in noi affinch
partecipiamo anche alla sua gloria, alla sua gioia,
alla sua libert20. Per la Regola di san Benedetto
questa la ragione profonda della stabilit: il rimane
re nellamore di Cristo. Questo amore trasforma la
stabilit in una continua consapevolezza del legame
con Cristo, con Colui che rimasto obbediente
fino alla morte e a una morte di croce (FU 2,8).
questo il senso di quelle parole che Benedetto dis
se al monaco Martino, un eremita rinomato per le
sue prodezze ascetiche. Venuto a sapere che que
sto asceta viveva legato a una catena di ferro fissata
alla roccia (quale stabilit pi radicale di questa!),
mand un suo discepolo a dirgli: Se tu sei un
vero servo di Dio, non sia una catena di ferro a te
nerti legato, ma la catena di Cristo 21. Per liberare
dallaccidia, la stabilit deve essere in relazione con
Ges Cristo, nella logica della sequela e della Pa-

20J. Leclercq, Autour de la Rgle de saint Benot. III, La stabilit selon


la Rgle de saint Benot, in Collectanea Cisterciensia 37 (1973), p. 204.
21 Gregorio Magno, Dialoghi, III, 16, 9: in Opr di Gregorio Magno,
IV, cur. B. Calati, Roma 2000, p. 262.
Accidia

squa ed possibile rimanere nella lotta dellaccidia


solo se lo sguardo del cuore costantemente rivolto
a Cristo (cfr. Eh 12,2). E in questo senso la stabilit
diventa, come nota U. von Balthasar parlando della
stabilitas nella Regola di san Benedetto, lincarna
zione, la cristallizzazione di una attitudine, e di una
decisione puramente spirituale... La vita religiosa
essenzialmente un impegno per tutta la vita... e at
traverso di esso si entra in uno stato cristiforme... si
resta in monastero perch si rimane con Cristo22.
E possiamo aggiungere, per chi vive in comuni
t, questo cammino verso una stabilitas cordis ha un
altro luogo, il quale diventa verifica del rimanere
in Cristo: la comunione dei fratelli, i quali, con la
loro perseverante testimonianza, sono un richiamo
costante alla fedelt nel cammino di sequela.
Si potrebbe tuttavia avere limpressione che que
sto rimanere come inchiodati nel luogo ove si spe
rimenta questa oppressione sia lesatto contrario di
ci che una persona ragionevole farebbe. Ma per ca
pire questa insistenza sulla stabilit, bisogna sempre

22 H. U. von Balthasar, Les thmes johanniques dans la Rgie de


Benot et leur actualit, in Collectanea Cisterciensia 37 (1975), p. 7.
Una terapia per raccidia

partire dai risultati a cui mira laccidia: lirrequie


tezza, linstabilit, la fuga da s. Certamente questo
rimanere senza fuggire non una semplice prova
di forza, un presuntuoso sforzo ascetico. piuttosto
lumilt di accettarsi senza fughe e saper attendere
in silenzio la salvezza (cfr. Lam 3,26). D altra parte,
non sono esclusi momenti di distensione salutari: in
questi casi un incontro, una passeggiata, uno svago
possono aiutare a sopportare con pi pazienza la
lotta. Ma importante che riportino al luogo dove
uno ritrova se stesso e non aprano strade alla fuga.

c. L a preghiera e la Scrittura

Questo atteggiamento di resistenza e perseveran


za che caratterizza la pazienza come terapia dellac
cidia non deve essere troppo negativo, altrimen
ti rischierebbe di fissare laccidioso nel suo stato
piuttosto che liberarlo. Per questo motivo gli autori
monastici consigliano sempre di nutrire il tempo
e il luogo della pazienza con la preghiera, la lettu
ra della Scrittura, un lavoro moderato. In fondo,
un invito a rimanere in un ritmo di vita spirituale
Accidia

e umano sano ed equilibrato (lora et labora di san


Benedetto).
Anzitutto la pazienza assume uno spazio concre
to nella preghiera, unita soprattutto al timore del Si
gnore, alla coscienza del suo giudizio e alla fiducia
nella sua misericordia; una preghiera che potrebbe
essere caratterizzata dalla famosa espressione di
Silvano del Monte Athos: Tieni il tuo spirito agli
inferi e non disperare; una preghiera paziente e
perseverante, che non si allontana quando non spe
rimenta consolazioni o gratificazioni spirituali; una
preghiera che si nutre della parola di Dio, quella
spada dello Spirito che ci permette di smaschera
re gli assalti del nemico (cfr. E/6,17). la preghiera
incessante, che rimane nellattesa di una salvezza
che Dio solo pu donare. Questa preghiera nella
pazienza e nellattesa ci strappa a noi stessi, ai nostri
pensieri tortuosi e ripiegati e ci lascia nelle mani di
Dio, dal quale dipende ogni compimento e salvezza
(cfr. Le 18,1-8). Secondo gli autori monastici, questa
preghiera insistente deve avere due caratteristiche.
Anzitutto deve essere fatta con le lacrime. In
voca il Signore nella notte - scrive Evagrio - con
lacrime, e nessuno si accorga che tu stai pregando,
Una terapia per l'accidia

e troverai grazia23. Questo richiamo alle lacrime


proprio lespressione di un passaggio da una tristez
za mortale e negativa a una tristezza secondo Dio,
il pnthos (compunctio): dobbiamo essere condotti,
nello spazio della preghiera, al riconoscimento del
nostro stato di peccatori e del nostro bisogno di
salvezza. E con le lacrime, misteriosamente, si ad
dolciscono anche le nostre durezze interiori, quella
insensibilit prodotta dallaccidia: le lacrime fanno
riprendere coscienza delle nostre ferite pi intime,
ancora sanguinanti, le quali possono diventare una
porta aperta alla misericordia e al perdono di Dio.
In secondo luogo, questa preghiera deve essere
breve. Una preghiera breve, di una sola parola
(.monolghistos) come dicevano gli antichi monaci,
capace di contraddire la complessit vuota del
pensiero dellaccidia. Ed Evagrio, nel suo Antirrhe-
tikos, vero e proprio prontuario contro i pensieri
malvagi, ha radunato molti passi scritturistici come
brevi giaculatorie contro il pensiero dellaccidia, di
mostrando come le varie maschere che questo pe-

23 Evagrio Pontico, Sententise ad virginem, 25: cit.: in G. Bunge, op. cit


p. 113. In Giovanni Climaco, op. cit., VI, vi un vero e proprio trattato
sulle lacrime che generano gioia.
Accidia

ricoloso demone assume trovano tutte un preciso


discernimento nella parola di Dio. Di conseguenza,
la Scrittura diventa nello stesso tempo invocazione
di aiuto, grido e preghiera, ma anche parola di giu
dizio, spada che fa chiarezza.
Possiamo aggiungere ancora una caratteristica a
questa preghiera come rimedio allaccidia. Si tratta
del rendimento di grazie. Laccidia ottenebra il cuore
con la tristezza, la mormorazione e lingratitudine.
Perch allora non opporre a questo veleno, che uc
cide la fiducia in Dio, un rendimento di grazie pieno
di speranza, nonostante si stia vivendo un momento
di buio e oppressione? Rendere grazie mentre si vive
laccidia un atto di fede e di speranza, ma anche
attesa per scoprire il senso di una prova cos dura. E
il consiglio offerto in questo apphthegma: Il padre
Sisoes disse a un fratello: Come va?. Egli disse:
Padre, perdo le mie giornate. E lanziano: Anche
quando ho perso la mia giornata, io ringrazio24.
Labba Sisoes ci offre questo singolare rimedio
per vincere laccidia, proprio nel momento in cui
si ha limpressione che la porta aperta dellozio o

24 Sisoes 54: Vita e detti dei padri del deserto, II, p. 176.
Una terapia per raccidia

dellinutilit del proprio vivere abbiano fatto entra


re nella nostra vita questo pericoloso pensiero. Lan
ziano invita il suo discepolo, scoraggiato di fronte
allimpressione di perdere tempo, di reagire ridan
do al tempo un senso nuovo e diverso. Sisoes stesso
riconosce che anche a lui capita di sciupare le sue
giornate. Ma se questo tempo, in ogni caso, vis
suto nel rendimento di grazie come dono che Dio,
nonostante tutto, ci fa, esso ricuperato e collocato
nelle mani del Signore. Se laccidia vuole convincer
ci che le nostre giornate sono vuote, noi possiamo
sempre rispondere: Rendiamo grazie a D io!.

d. L a vigilanza

Nel Nuovo Testamento la preghiera sempre


unita alla vigilanza. Pregare e vigilare sono un unico
atteggiamento: solo cos non si soccombe alle tenta
zioni; non ci si fa ingannare da promesse illusorie
e false che rendono instabile la vita; non ci si lascia
distrarre dalle preoccupazioni che appesantiscono
il nostro cuore (cfr. Me 14,38; Le 21,36; E f 6,18).
Custodire il cuore, porre una custodia al proprio
Accidia

cuore, come raccomandavano i monaci del deserto,


la terapia preventiva che permette di smascherare
i primi attacchi del demone dellaccidia; lo sguardo
interiore vigilante permette di riconoscere questa
passione che spesso si maschera di ragionevolezza
e bont.
Per esercitare il proprio cuore alla vigilanza, per
strutturare un uomo vigilante, pronto e combattivo,
ben disciplinato, gli antichi monaci proponevano la
palestra ascesi, quellesercizio disciplinato che
permette un reale dominio di s. Un esercizio di
sciplinato, valutato con discrezione, e non applicato
senza limiti: in questo caso si aprirebbe una porta
allaccidia. I padri del deserto puntavano su unasce-
si misurata, proporzionata alle forze del singolo, ai
tempi e ai luoghi in cui vive, liberante e aperta allo
Spirito. E una particolare forma ascetica sottolinea
ta il digiuno come limitazione dei propri bisogni.
Nota G. Bunge: Il problema della bulima, delle
compensazioni attraverso le gioie del palato, la pato
logia dellover-eating - oggi cos diffusa, ma ancora
poco conosciuta nella sua natura -, cos come molte
altre manifestazioni di questo tipo, non erano affat
to sconosciute agli antichi. In questi casi, essi ricor-
Una terapia per l accidia I 135

revano, per motivi etici, a un rimedio che oggi viene


praticato quasi solo per motivi estetici o medici, il
digiuno. Con la sua abituale laconicit Evagrio dice:
Chi domina lo stomaco diminuisce le passioni, chi
invece vinto dai cibi accresce le voglie25.
La vigilanza, per gli antichi monaci, era nutrita,
in particolare, dalla memoria mortis, dalla consape
volezza del momento dellincontro con il Signore.
Aver chiara coscienza del passar del tempo, della
propria fragilit e mortalit, unarma contro quella
tiepidezza che tutto banalizza e fa perdere la seriet
della vita delluomo. Il pensiero della morte, a cui
Benedetto nella sua Regola dedica il primo gradino
della scala dellumilt26, non ha nulla di cadaverico o
tenebroso: si tratta semplicemente di rendersi conto
che la propria vita entrata nella logica pasquale e
che si chiamati a morire quotidianamente alluomo
vecchio e ai suoi desideri egoistici per vivere delluo
mo nuovo in Cristo. Come ardente desiderio dellin-

25 G. Bunge, op. cit., p. 107. Il testo citato di Evagrio Pontico, Sugli


otto spiriti malvagi, 1.
26 Cfr. Regola di san Benedetto 7,10-30. Evagrio dedica a questo tema il
capitolo 32 del suo Trattato pratico: cfr. Evagrio Pontico, Trattato pratico,
p. 185.
136 I Accidia

contro con il Signore, questo esercizio della morte


unautentica relativizzazione della vita terrena, poi
ch mette tutto in relazione a Dio e dunque preserva
dal rinchiudersi egoisticamente in se stessi27.
Da ultimo, ricordiamo come i padri monastici,
per mantenere viva la vigilanza e non soccombe
re nella lotta, raccomandavano Yapertura del cuore
(Yexagreusis) al padre spirituale. Una lotta come
laccidia non pu essere combattuta da soli; poich
genera illusioni, contraddizioni, ambiguit, il suo
discernimento non sempre facile. Ecco la necessi
t di esporre al padre nello Spirito, senza reticenze
e senza falsi pudori, le proprie lotte segrete e le pro
prie sconfitte, ma anche le vittorie e le esperienze
spirituali, per avere il suo discernimento.
Riguardo allaccidia, un padre spirituale russo
dei secoli XV-XVI, Nil Sorskij, raccomandava di
non tenere mai dentro di s un tale stato negativo,
ma di parlare con un uomo provato:

A dire il vero, qualche volta, come dice san Basilio


il Grande, si sente il bisogno di incontrare un uomo

27 G. Bunge, op. c i t p. 147.


Una terapia per l accidia I 137

provato che ci sia di edificazione e di conversare con


lui, poich una visita al momento opportuno e con
buona intenzione, un colloquio in giusta misura con
un tal uomo, senza futilit n chiacchiere, possono
non solo scacciare dallanima laccidia nascosta in
essa, ma anche procurarle un po di requie e ridarle
forza e zelo per il prossimo combattimento sulla via
della piet28.

e. Una regola e un ritmo di vita

Un ultimo mezzo raccomandato per prevenire


lirrequietezza dellaccidia o per padroneggiarla il
lavoro, un impegno commisurato alle proprie forze
e vissuto con discernimento. Ed anche lobiettivo
che motiva la strutturazione della giornata monasti
ca nella Regola di san Renedetto al capitolo 48: pro
prio perch lozio nemico dellanima, si devono
stabilire tempi per il lavoro, per la lectio divina e per
la preghiera (Vopus Dei). In ogni lavoro fissati una
misura, e non abbandonarlo prima di averlo portato

28 Nil Sorskij, La vita e gli scritti, cur. E, Bianchi, Torino 1988, pp.
83-84.
Accidia

a termine, ricorda Evagrio29. Ed emblematico a


questo riguardo il primo detto che la raccolta alfa
betica attribuisce ad Antonio il Grande (la cui pri
ma parte abbiamo gi citato):

Un giorno, il santo padre Antonio, mentre sedeva nel


deserto, fu preso da sconforto {akedia) e da fitta tene
bra di pensieri. E diceva a Dio: O Signore! Io voglio
salvarmi, ma i pensieri me lo impediscono. Che posso
fare nella mia afflizione?. Ora, sporgendosi un poco,
Antonio vede un altro come lui, che sta seduto e la
vora, poi interrompe il lavoro, si alza in piedi e prega,
poi di nuovo si mette seduto a intrecciare le corde, e
poi ancora si alza e prega. Era un angelo del Signore,
mandato per correggere Antonio e dargli forza. E ud
langelo che diceva: Fa cos e sarai salvo. A lludi-
re quelle parole, fu preso da grande gioia e coraggio:
cos fece e si salv30.

In questo detto viene, dunque, indicato un gran


de mezzo per vincere laccidia: la necessit di una
regola e di una disciplina nella vita, a cui rimanere

29 Evagrio Pontico, Sugli otto spiriti malvagi, 14, in Evagrio Pontico,


Gli otto spiriti della malvagit, p. 55.
30Antonio 1: in Vita e detti dei padri del deserto, 1, pp. 83-84.
Una terapia per l'accidia I 139

fedeli nella discrezione e nella misura. Senza fare


astrazione del ritmo quotidiano della propria gior
nata, degli impegni che la caratterizzano, del luogo
in cui si vive, attraverso questa regola rid un posto
a ogni cosa e ogni cosa riacquista la sua relazione
con lo scopo ultimo: vivere sotto lo sguardo di Dio,
sotto la guida del suo Spirito ( questa in fondo la
vita spirituale). Questa regola abituale - scrive
p. Bunge - non la regola scritta di un ordine: il
monacheSimo di Scete non conosceva una regola
del genere. Si intende invece quella misura (kann)
che ognuno - con il consiglio di uno pi esperto e
in base allesperienza delle proprie possibilit e dei
propri limiti - deve fissarsi da s. In condizioni nor
mali, a questa regola personale si deve una fedelt
incondizionata; in casi eccezionali, invece, prevarr
la libert evangelica. Questo gioco sottile di obbe
dienza e libert un dato caratteristico della spiri
tualit degli antichi padri31.

31 G. Bunge, op. c i t p. 105.


V

Conclusione
Tieni il tuo spirito agli inferi e non disperare

niziando la nostra riflessione sullaccidia ci sia


mo posti un interrogativo: a quale livello della per
sona agisce questo pensiero malvagio (e di fatto
tutti i pensieri malvagi)? La risposta data a questa
domanda ha orientato il nostro cammino verso la
dimensione spirituale delluomo: la lotta contro
i pensieri malvagi si svolge al livello dello Spirito,
poich mette in gioco la relazione con Dio di cui
la vita spirituale lespressione pi profonda. di
fatto langolatura scelta dal monacheSimo antico:
laccidia intacca anzitutto il proprio rapporto con
Dio creando un rilassamento e una atonia gene
rale che, a partire dalla sfera spirituale e psichica,
avvelenano tutte le componenti della persona e
bloccano lagire stesso delluomo. Questa prospet
tiva mantenuta anche da Tommaso d Aquino. Il
Accidia

teologo medievale propone, infatti, due approcci


complementari allaccidia, definendo questo vizio
come tristitia de bono divino e come tdium, operan
di: Laccidia una tristezza del bene spirituale in
quanto un bene divino... Il rattristarsi per il bene
divino, di cui gode la carit, appartiene ad un vizio
specifico, che si denomina accidia... (Laccidia) de
prime talmente lo spirito di un uomo da togliergli
la volont di agire... Quindi laccidia implica il di
sgusto delloperare1. Concludendo la sua appro
fondita analisi sullo sviluppo del tema dellaccidia
dal monacheSimo antico fino a Tommaso d Aquino,
J.-C. Nault richiama la necessit di una rivalutazio
ne dellaccidia nella morale attuale per favorire il
superamento di una inopportuna separazione tra
morale e spiritualit... Riscoprire il posto dellacci
dia e il suo significato profondo al cuore dellagire
cristiano potrebbe aiutare ad evitare lopposizione
tra una morale concepita come un agire senza lo
Spirito e una spiritualit concepita come lo Spi
rito senza lagire. Per san Tommaso, lagire umano

1 Tommaso dAquino, Summa Theologi 11,11,35, a. 3, c; a. 2, c:


Tommaso dAquino, La Somma Teologica, XVI, p. 50. 48. 44.
Conclusione

consiste in un consenso, in una docilit allo Spirito


che ci muove dallinterno... La carit, madre e for
ma delle virt, partecipazione allo Spirito Santo,
il quale presente al cuore dellagire cristiano e ci
fa tendere verso il Padre. proprio la carit che,
grazie al suo radicamento affettivo, rende possibile
lesperienza spirituale e la nascita dellagire morale.
In questo senso essa costituisce il legame profondo
tra morale e spiritualit2.
Vorremmo allora concludere richiamando alcuni
aspetti, gi peraltro accennati, che mettono chiara
mente in relazione il pensiero malvagio dellaccidia
con la vita spirituale. Pi volte abbiamo sottolineato
come laccidia lasfissia, la morte di ogni autentica
vita spirituale. Si tratta ora di evidenziare alcune ca
ratteristiche di questo legame.

Anzitutto laccidia ha conseguenze catastrofiche


per la vita di preghiera; produce disgusto e svoglia
tezza, incapacit a mantenere un ritmo e uno stile,
tendenza ad abbreviare i tempi, ecc... Tra i testi che

2 J.-C. Nault, Chi perseverer sino alla fine sar salvato\ in Accidia e
perseveranza, pp. 47-48.
Accidia

si possono citare a conferma di tale influsso negati


vo sulla preghiera, riportiamo due testi, uno di Eva-
grio e uno di Giovanni Climaco:

Il monaco accidioso pigro nella preghiera e non


pronuncia le parole deflorazione; come un malato
non pu portare un fardello pesante, cos laccidioso
non compie con sollecitudinelopera di Dio; infatti, il
primo ha perso la forza del corpo, il secondo illan
guidito, privo del vigore dellanim a3.
Quando siamo in preghiera (1 accidia) ci fa venire in
mente qualche lavoro urgente, e mette in moto ogni
espediente per trascinarci via di l, con buone ragioni,
come con una cavezza, proprio lei cos irragionevole!
Per tre ore il demone dellaccidia ci provoca brividi,
mal di testa, febbre e dolori intestinali. Giunta flora
nona, ci fa alzare un po il capo, e poi, quando la tavo
la pronta, ci fa balzare dal letto. Appena per giunge
flora della preghiera, il corpo si sente di nuovo appe
santito; e, mentre siamo in preghiera, ci immerge di
nuovo nel sonno e con importuni sbadigli ci strappa
di bocca i versetti4.

3 Evagrio Pontico, Sugli otto spiriti malvagi 14: Evagrio, Gli otto spiriti
della malvagit, p. 55.
4Giovanni Climaco, op. cit.yXIII, 5: tr. Bose/Magnano 2005, pp. 238-239.
Conclusione

Questa insistenza sulle conseguenze deleterie


dellaccidia nei confronti della preghiera non deve
apparire strana o esagerata: se laccidia distrugge la
vita spirituale, tutto questo disastro si riflette anzi
tutto su ci che gli antichi monaci consideravano
come specchio della vita spirituale, la preghiera.
Ma d altra parte, come gi abbiamo notato, proprio
la preghiera diventa lo spazio di combattimento
in cui, attraverso la spada dello Spirito, si lotta
e si vince laccidia. L a preghiera - dice Evagrio
- dispone lintelletto ad esercitare la sua propria
attivit5, cio la conoscenza di Dio, lincontro con
il suo volto. E, di conseguenza, la preghiera anche
il mezzo migliore per conoscere ci che si muove
dentro di noi, i desideri che attirano il nostro cuore;
la preghiera luogo di verit, specchio della pro
pria vita. Ce lo ricorda Isacco il Siro:

Quando tu desideri conoscere la tua misura, quale


tu sei, se la tua anima sulla strada o ne fuori; (o
desideri conoscere) la tua saldezza o la tua pochezza,
metti alla prova la tua anima nella preghiera. Questa

5 Evagrio Pontico, Sulla preghiera 83 : in Evagrio Pontico, La preghiera,


cur. V. Messana {-Coll. TestiPatr. 117), Roma 1994, p. 114.
146 I Accidia

infatti lo specchio dellanima, e il saggiatore delle sue


macchie e della sua bellezza. L si rivelano la falsit e
le bellezze del pensiero... Nel tempo della preghiera si
vede, in modo luminoso, da cosa mosso o in quali
moti si affatica il pensiero6.

Allora si comprende perch solo nella preghie


ra perseverante e paziente, nella preghiera di at
tesa, possibile riconoscere e scacciare laccidia.
Se questultima tenta di distruggere la preghiera,
solo colui che resiste nella preghiera pu annien
tare laccidia e i suoi complici. L a preghiera -
dice ancora Evagrio - difesa contro la tristezza
e lo scoraggiamento7; un frutto della gioia
e dellazione di grazie8. Ma soprattutto la pre
ghiera ci d la convinzione che non siamo soli nella
lotta. Cristo, colui che stato tentato nella nostra
carne, lotta in noi e con noi. possibile rimanere
nella dura lotta ingaggiata dal pensiero dellaccidia
(e da ogni altro pensiero malvagio) solo se lo sguar-

6 Isacco di Ninive, Centuria IV, 62: citato in Isacco di Ninive, Unumi


le speranza. Antologia, cur. S. Chial, Bose/Magnano 1999, p. 161.
7 Evagrio Pontico, Sulla preghiera 16, in Evagrio Pontico, La preghiera,
p. 79.
8 Ibid., 15: in ibid., p. 78.
Conclusione

do del cuore costantemente rivolto a Cristo (cfr.


Eh 12,2). Richiamando lepisodio di Nm 21,8-9, il
monaco siriaco Giuseppe Hazzaya pone di fronte
al monaco tentato licona di Colui che stato innal
zato sulla croce come unica guarigione dalle ferite
delle passioni:

Tu che ti eserciti nel deserto del monastero sap


pi e vedi che nel deserto vi sono molti serpenti che
mordono servendosi di una moltitudine di pensieri...
Se vuoi sfuggire, fa quello che facevano gli israeliti
che obbedivano allordine del beato Mos. Chiun
que veniva morso da un serpente restava allingres
so della tenda e guardava il serpente di rame che
Mos aveva eretto sulla vetta del monte e chiunque
compiva questo gesto di obbedienza era guarito
dal veleno dei serpenti. Anche tu, quando vedi che
sei morso da un serpente, volgi gli occhi del cuore
e guarda nostro Signore Ges Cristo sospeso alla
croce a causa della sua obbedienza e sarai guarito
dal veleno dei serpenti iniettato nel tuo cuore (...).
Quando ti opprimono le passioni e i demoni, vol
gi gli occhi a lui, steso sulla croce, con le mani e i
piedi trafitti dai chiodi, con la testa inclinata e lo
splendore del volto trasformato dal pallore del-
Accidia

la morte. Medita dunque senza sosta tutte queste


cose nel tuo cuore e il veleno dei serpenti svanir.
Con la sua crocifissione Ges pi vicino a te di
quanto non lo fosse il serpente di rame agli ebrei.
Egli abita nel tuo cuore e nei recessi segreti della
tua anima risplende la luce del suo volto glorioso.
Pi ti mostrerai obbediente nella pratica delle tue vir
t, pi egli mostrer la bellezza alla tua anima e pi
grande gioia e letizia regneranno in te 9.

Ma perseverare nella lotta attraverso la preghie


ra (per laccidia si potrebbe quasi dire nella lotta
della preghiera, perch proprio la preghiera at
taccata dallaccidia) non cieca sopportazione,
cosciente attesa di Dio. Una via di uscita dal circolo
infernale dellaccidia, infatti, possibile solo se luo
mo apre un varco nelle mura carcerarie del proprio
io, del proprio disperato isolamento, e perviene
allautentica esistenza personale, trasparenza per
laltro, e dunque anche allautentico amore, che
un trovare se stesso nel darsi al tu dellaltro. Luomo

9 Giuseppe Hazzaya, Lettera sulle tre tappe della vita monastica 29 e


33: testo citato in Fuoco ardente. Guida spirituale, cur. P. Deseille, Bose/
Magnano 1998, pp. 25-27.
Conclusione I 149

per pu trovare la propria identit personale solo


nellincontro con la persona di Dio, nella quale egli,
come ogni essere, racchiuso e nascosto. E poich
Dio amore, solo lincontro con lui, in definitiva,
guarisce dal male radicale dellamore di s, quel
la meschina espressione della paura di perdersi nel
donarsi10.

Laccidia, come situazione terribile e opprimente,


appare, per lo pi, nella sua dimensione totalmente
negativa, come una sorta di punto morto nella vita
spirituale, un abisso dal quale sembra quasi impos
sibile riemergere. Ma gli antichi autori monastici ci
lasciano intravedere in essa qualcosa di molto pi
profondo e qualificante per la vita secondo lo Spiri
to. La sua durezza non lultima parola che schiac
cia colui che ne colpito: dopo questa stasi apparen
te, a volte lunga e dolorosa, tenebrosa e umiliante,
chi resiste e combatte, allimprovviso vede dilatarsi
e aprirsi lorizzonte. Sopportata con pazienza, lacci
dia mette alla prova lanima, la saggia e la purifica,
per renderla luogo di uno stato di pace e di una

10G. Bunge, op. c i t p. 146.


Accidia

gioia indicibile11, cio rende il cuore capace di in


contro con Dio. Se l accidia viene percepita come
una specie di vertigine davanti al vuoto tra lanima
e Dio, e limpotenza a saltarlo o semplicemente a
sopportarlo1112, colui che riesce ad attraversare que
sto crogiuolo di prova, quasi camminando ai limiti
di un precipizio, con la sola forza dellattesa e della
speranza, allora scoprir che un uomo nuovo, pi
armoniosamente integrato, risusciter dalla prova.
A colui che rimane nella lotta dellaccidia, cammi
nando in essa attraverso la pazienza e la speranza,
sostenute dalla preghiera, si possono applicare que
ste parole del mistico Angelus Silesius: Cammina
dove non puoi. Guarda dove non vedi. Ascolta dove
nulla risuona: sarai dove Dio parla13.
Laccidia, ci ricordano dunque i padri, una pro
va che ci pu portare ai limiti della sopportazione
e di ogni resistenza; una prova pericolosa che ci
pu annientare completamente. Ma solo se la si ac-

11 Evagrio Pontico, Trattato pratico 12: in Evagrio Pontico, Trattato


pratico, p. 94.
12A. Louf, op. cit., p. 156.
13Angelus Silesius, Il pellegrino cherubico 1 ,199: tr. it. Angelus Silesius,
Il pellegrino cherubico, cur. G. Fozzer - M. Vannini (= Classici del pensiero
cristiano 6), San Paolo, Cinisello Balsamo 1989, p. 141.
Conclusione

cetta nella pazienza e nellumilt, nella ruminazione


incessante della Parola e nella preghiera, si trova la
guarigione. In fondo cos per ogni tentazione a cui
si sottoposti dallassalto dei pensieri malvagi. E,
d altra parte, dobbiamo riconoscere che solo nella
prova viene frantumato lidolo che si nasconde nel
nostro cuore e solo nella prova il nostro cuore pu
acquistare quella umilt che lo rende disponibile
alla misericordia e al perdono di Dio. Avvicinarsi
a Dio, accogliere la sua salvezza un cammino che
passa attraverso una lenta purificazione, come ce lo
ricorda questo apphthegma-, L a madre Sindetica
disse: Per coloro che si avvicinano a Dio, allinizio
vi lotta e grande fatica, ma poi gioia indicibile.
Come quelli che vogliono accendere il fuoco: prima
sono disturbati dal fumo e lacrimano e poi raggiun
gono ci che cercano. Perch, dice, il nostro Dio
fuoco che consuma. Cos anche noi dobbiamo ac
cendere il fuoco divino con lacrime e con stenti 14.
Silvano dellAthos aveva sintetizzato questa libe
rante esperienza di purificazione nella paradossale
espressione gi citata: Tieni il tuo spirito agli infe-

14Sindetica 1: in Vita e detti dei padri del deserto, II, p. 193.


152 I Accidia

ri, e non disperare!. Per uscire dagli inferi dellac


cidia, c una sola via: camminare tra misericordia
e speranza, cio non disperare della misericordia di
Dio1516. ancora Evagrio a raccomandarci questo
cammino:

Quando cadiamo in mano al demone dellaccidia,


allora fra le lacrime, dividiamo la nostra anima in due
parti, luna che consola e laltra che consolata, semi
nando in noi stessi buone speranze e pronunciando le
parole suadenti del santo David: Perch ti rattristi,
anima mia, e perch mi turbi? Spera in Dio, perch lo
confesser, lui salvezza del mio volto e mio Dio (Sai
41,6) V

Laccidia davvero una prova spirituale e, di con


seguenza, accidia e vita spirituale sono realmente
inseparabili. N ellaccidia - ci ricorda p. Bunge - va
in frantumi Duomo vecchio che si corrompe dietro

15 Cfr. Regola di san Renedetto 4,74. Benedetto termina la lunga lista


delle buone opere proprio con questa espressione: E della misericor
dia di Dio mai disperare.
16Evagrio Pontico, Trattato pratico 27: in Evagrio Pontico, Trattato pra
tico, pp. 129-130.
Conclusione I 153

le passioni ingannatrici (E f 4,22). Ma una volta


annientato, esso diventa un olocausto per Dio.
Solo allora luomo nuovo, creato secondo Dio nel
la giustizia e nella santit(E /4,24), in quella pri
ma o piccola risurrezione pu risorgere alla vita
spirituale, cio a una vita totalmente sotto l azione
dello Spirito del Dio trinitario17.

Concludiamo con due testi di autori contempo


ranei, R. Guardini e A. Louf. Ambedue ci lasciano
intravedere come il cammino dallaccidia alla gioia
e alla pace non solo possibile, ma stato percorso
da Cristo stesso. Anche se questa affermazione pu
sembrare paradossale, Cristo ha affrontato questa
prova: nel Getsemani ha sofferto angoscia, irrequie
tezza, tristezza fino alla morte (Me 1,34), e nelle
tentazioni stato attaccato dallo spirito di malvagi
t proprio nel momento in cui era prostrato per la
fame (cfr. Le 4,2-3). licona di Cristo che posta
sotto il nostro sguardo dalla Lettera agli Ebrei: Nei
giorni della sua vita terrena egli offr preghiere e
suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che pot-

17 G. Bunge, op. c i t p. 141.


Accidia

va salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono


a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, impar
lobbedienza da ci che pat e, reso perfetto, diven
ne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli
obbediscono (Eh 5,7-9). Se l accidia pu essere vin
ta solo rimanendo in Cristo, nel suo amore, senza
fuggire, ci possibile perch Cristo rimasto nella
nostra umanit, senza fuggire.

L a via delluomo verso Dio interrotta dal fatto di


essere non altro che una creatura, costretta per es
senza a raggiungere Dio in quellatto che insieme
divisione e collegamento: nelladorazione e nellob
bedienza. Qualunque asserzione sul conto di Dio,
la quale non possa rientrare nellatto delladorazio
ne, falsa; e falso d altro canto ogni atteggiamen
to verso Dio, che non possa rientrare nella forma
dellobbedienza. Qui, in questo modo di sentire,
si delinea il vero atteggiamento umano: atteggia
mento condizionato dal confine, atteggiamento che
nello stesso tempo lunico adeguato alla realt.
Ed fatto di veridicit, di coraggio e di pazienza.
Pazienza, soprattutto. La soluzione vera e propria,
si sa, non viene che dalla fede; dallamore di Dio.
Soltanto il mistero del Getsemani - e, dietro ad
Conclusione

esso, loscuro mistero del peccato, con tutto quan


to il peccato trascina con s - soltanto il mistero del
Getsemani d la vera risposta: il fatto che il Signore
fu triste sino a morire; e che Egli ha portato tut
to il peso dellessere, aggravato sino in fondo, se
condo la volont del Padre. Soltanto nella Croce di
Cristo ha una soluzione la pena della malinconia18.

Per chi persevera nella solitudine per amor di Ges,


al demone dellaccidia seguono uno stato di tran
quillit ed una gioia ineffabile dellanima. Che si vo
glia solamente credere in Dio, fidarsi di lui, con
tare su di lui, perseverare nella confidenza in Dio,
restare tranquillo, solitario e silenzioso, non lascia
re Dio, come Giobbe la cui figura paziente si profila
dietro molti pareri: Dio che ferisce, lui anche che
guarisce.
Dietro la figura di Giobbe, si indovina anche quella
di Ges. Origene, in cui Evagrio ha letto i suoi vizi
in maniera sparsa, attribuisce curiosamente la tenta
zione di accidia a Ges durante la sua permanenza
nel deserto. Ma pi che a seguir lesempio di Cristo
ad amarlo che Evagrio invita il solitario spossato da
questa prova. Se egli deve perseverare, a causa del

18R. Guardini, op. c i t p. 62.


156 I Accidia

suo Nome, per seguirlo veramente ed essere suo di


scepolo. La tentazione presagio di salvezza; Dio la
permette per grazia, perch, per suo favore che vi
stato dato non solo di credere in Cristo, ma anche
di soffrire per lui. Gi Macario aveva risposto a Pal
ladio quando aveva preso in disgusto la cella: Di' a
te stesso: a causa di Cristo che io resto in queste
m ura19.

19A. Louf, op. c i t pp. 156-157.


Indice

Premessa pag. 5
i. CH E C O S I LA CCIDIA?
UN TENTATIVO DI D EFIN IZIO N E 17
1. Accidia: un termine complesso
e ambiguo 27
2. Accidia, tristezza, nostalgia, malinconia 31
3. Laccidia: alcune descrizioni 38

IL I VOLTI D ELLA CCIDIA 51


1. Un pensiero complesso e confuso 52
2. Atonia dellanima e asfissia dellintelletto 58
3. Le maschere dellaccidia 64
a. Ansiet del cuore e del corpo 65
b. Appesantimento del cuore
e dormiveglia spirituale 68
c. Insensibilit e indifferenza 70
d. Instabilit 77
164 I Accidia

e. Un rapporto falso
con il tempo e lo spazio Pag. 82
f. Scoraggiamento e depressione 88

III. L E CAUSE DELLACCIDIA 97


1. L'ozio 102
2. Il sovraffaticamento e l'attivismo 105

IV. UNA TERAPIA PER LACCIDIA 109


1. Alcuni consigli per vincere l'accidia 111
2 . 1 rimedi dell'accidia 117
a. La pazienza 118
b. La perseveranza e la stabilit 122
c. La preghiera e la Scrittura 129
d. La vigilanza 133
e. Una regola e un ritmo di vita 137

V. CO NCLUSIONE 141

Nota bibliografica 157