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Recensioni e schede

In questo numero vengono recensiti i seguenti volumi:

Barbagli e Ferguson (a cura di), La teoria sociologica e lo Stato moderno. Saggi


in onore di Gianfranco Poggi [Verzichelli].
Di Sotto, Dalla periferia all’Europa. I partiti regionalisti e l’Unione europea
[Domorenok].
Mammone e Veltri (a cura di), Italy Today. The sick man of Europe [Grimaldi].
Mazzoleni e Sfardini, Politica Pop. Da «Porta a Porta» a «L’isola dei famosi»
[De Giorgi].
Moschella, Governing Risk: The IMF and Global Financial Crises [Jones].
Salvati, Capitalismo, mercato e democrazia [Almagisti] .

RIVISTA ITALIANA DI SCIENZA POLITICA - Anno XL, n. 2, agosto 2010


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Marzio Barbagli, Harvie Ferguson Gianfranco Poggi è un punto di riferi-


(a cura di) mento importante per molti studiosi.
La teoria sociologica e lo Stato Sotto un profilo di pura appartenenza
moderno. Saggi in onore di disciplinare, la categoria che ha più da
Gianfranco Poggi imparare dal suo esempio è sicuramente
Bologna, Il Mulino, 2010, pp. 368. quella dei sociologi, e segnatamente i
cultori della sociologia politica. Tuttavia,
analogamente a quanto accaduto con altri creativi ed ispirati cultori delle scienze
sociali, l’ispirazione che Poggi ha istillato in varie generazioni di studenti e studiosi
ha travalicato i confini tra sociologia e scienza politica. In questo Festschrift, per
esempio, la sezione la politica e lo stato è appannaggio di due politologi italiani
che hanno condiviso con Poggi parte della loro formazione culturale, Giacomo
Sani e Beppe Di Palma. Più in generale, i quattordici contributi che il libro mette
assieme insistono spesso sulla caratteristica autenticamente interdisciplinare di
Poggi, i cui scritti sono oggi molto utilizzati in Europa e Nord-America e in taluni
casi, per esempio il libro sullo stato e quello più recente sulle forme del potere,
sono già considerati dei classici.
Nello spazio ridotto di questa scheda non sarà possibile dare conto dei molti
riferimenti che il volume offre in merito alla produzione ed alla vita accademica
di Poggi, per altro tutti assai utili ai fini di una comprensione più profonda della
missione di questo studioso. Selezionando in modo assolutamente preconcetto,
a favore delle sensibilità «politologiche», non si può fare a meno di approfondire
tre distinti aspetti che tuttavia si rincorrono nei vari capitoli del libro. L’apertura
al rinnovamento anche metodologico delle scienze sociali del sociologo politico
Poggi, sin dalla sua fase giovanile; la sua agenda di ricerca, così ricca e rinnovata
con grande generosità nel tempo; e infine il ricorso ad una costante rilettura dei
classici.
Circa il primo punto, è importante ricordare il percorso accademico del
giovane Poggi, che negli Usa conosce «dal vivo» il dibattito sociologico su potere
ed elite, e sulle scelte metodologiche che scaturiscono dalle varie posizioni di tale
dibattito. I saggi di Murray Millner e Rogers Brubaker, dedicati rispettivamente
al framework interpretativo sulle forme del potere ed alla riproduzione etnica
nelle periferie europee mostrano con chiarezza come vari filoni della produzione
poggiana siano connessi alla straordinaria esperienza maturata dal dottore (in
giurisprudenza) padovano nella sua lunga esperienza americana. D’altronde,
quando Poggi torna a fare ricerca in Italia, negli anni sessanta, è oramai già uno
degli scienziati sociali più sensibili al moderno studio dei comportamenti indivi-
duali (e politici), come mostra il fondamentale contributo ad una ricerca mitica
per la nostra politologia: quella sulle preferenze politiche dell’istituto Cattaneo,
ricordata appunto nel saggio di Sani, a cui farà seguito la curatela del fortunato
volume sull’organizzazione politica di Dc e Pci.
Il fatto che Poggi abbia «saltabeccato» tra veri territori di ricerca, lasciando
tuttavia segni tangibili della sua presenza in ognuno di essi, è già un indizio della
seconda caratteristica poc’anzi ricordata, ovvero l’estrema flessibilità della sua
agenda di ricerca. Sotto quest’aspetto, il presente volume costituisce una guida
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davvero utile perchè ricostruisce – anche con l’ausilio di una comprensiva bi-
bliografia degli scritti di Poggi – l’intero percorso di ricerca intrapreso da questo
autore. In particolare, sono i densi capitoli contenuti nelle sezioni centrali del
volume, dedicate rispettivamente alle diseguaglianze nella vita quotidiana e, ap-
punto, alla politica e lo stato, a ripercorrere cinque decenni di attività accademica
e scientifica intensa e multiforme.
Ma andiamo direttamente al terzo elemento, ovvero l’uso dei classici. Poggi
è, soprattutto per i lettori delle ultime generazioni, lo studioso italiano che ha
più contribuito alla interpretazione ed alla divulgazione di maestri come Weber
e Durkheim. Questo non è certo un caso: la sua è una costante corsa al fianco dei
giganti, che egli rivisita con grande accuratezza, e con il preciso intento di tenere
assieme e rivitalizzare le grandi coordinate teoriche. Le pagine scritte per questa
raccolta da allievi e colleghi di diversa estrazione sono altamente illustrative dell’im-
portanza che ha avuto per Poggi la rivisitazione dei classici. Sempre operando una
selezione impietosa, citeremo al riguardo il saggio di un allievo americano di Poggi,
come Kumar (incentrato proprio sulla lezione del suo maestro circa l’importanza
di uno studio selettivo ed accurato dei classici) e quelli di due altri «accademici
cosmopoliti», come Alessandro Pizzorno (su Tocqueville) e Arpad Szakolczai, il
quale rivisita un vecchio libro di Poggi, Images of society, che appunto introduceva
le teorie sociologiche dei tre grandi autori sopra menzionati. A questa costante
opera di riscoperta e riconnessione teorica si lega del resto lo stesso racconto che
Poggi regala (si tratta in realtà di una nota autobiografica scritta negli anni ottanta)
all’ultima sezione del volume, dedicata appunto ai ricordi personali.
C’è dunque molto da imparare dall’opera di uno studioso versatile e pro-
fondo, e questo libro aiuta senz’altro a conoscerlo meglio.

[Luca Verzichelli, Università di Siena]

Nicoletta Di Sotto Come interagiscono le arene politiche


Dalla periferia all’Europa. I regionali con quella comunitaria e quali
partiti regionalisti e l’Unione variabili determinano lo scenario evo-
europea lutivo di questa interazione? Cercando
Soveria Mannelli, Rubbettino, 2009, pp. 250.
di rispondere a queste domande, tanto
ricorrenti negli studi sul regionalismo eu-
ropeo quanto complesse, il libro si concentra su un aspetto specifico: la posizione
dei partiti etnoregionalisti verso l’integrazione europea. Individuare e compren-
dere le variabili che determinano l’atteggiamento più o meno favorevole di questi
attori politici verso l’Unione Europea è particolarmente importante, in quanto,
come sottolinea l’A, la realizzazione delle politiche comunitarie e la costruzione
dello spazio politico europeo sono legate alla capacità di raggiungere la piena
condivisione di interessi, norme e valori non solo tra gli Stati membri, ma anche
tra le comunità locali. Il valore aggiunto del libro rispetto allo stato dell’arte degli
studi sull’argomento consiste infatti nel tentativo di tracciare un quadro analitico
complessivo, che abbracci i vari aspetti del fenomeno oggetto di ricerca.
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Partendo da una accurata ricostruzione degli approcci che sono stati adottati
nella letteratura esistente sull’interazione tra le strategie dei partiti etnoregionalisti
e l’integrazione europea, l’A. propone di costruire un indice multi-dimensionale
atto a rilevare sia il grado di sostegno da parte di questi partiti verso l’Europa,
sia la posizione dei partiti secondo la scala interpretativa elaborata di Hirschman
(1970), sulla quale si distinguono quattro opzioni: loyalty, voice, exit parziale, exit
totale. L’applicazione di tale indice all’analisi della posizione dei partiti etnoregio-
nalisti verso l’issue europea – sostiene l’A. – deve tener conto, per l’appunto, delle
varie dimensioni di questo fenomeno, quali: la propensione dei partiti ad essere
coinvolti nell’integrazione sovranazionale (dimensione politica); la valutazione
dei vincoli e delle opportunità economiche legate al sistema del Mercato unico
(dimensione economica); la percezione dell’impatto dell’integrazione dell’UE
sulle identità e i diritti delle minoranza (dimensione culturale); la condivisione del
grado di autonomia che i governi sub-statali acquisiscono nell’UE (dimensione
istituzionale). L’ipotesi centrale intorno a cui si costruisce l’analisi presentata
nel libro verte sul rapporto di causalità che esiste tra l’atteggiamento dei partiti
etnoregionalisti verso l’integrazione e due gruppi di fattori: 1) i fattori di Push,
che sono legati alla collocazione (centrale o periferica) dei partiti etnoregionalisti
nel sistema politico regionale; 2) i fattori di Pull, relativi alla loro percezione degli
eventuali limiti e benefici (politici, economici, ecc.) derivanti dall’UE. Per poter
misurare il grado e la natura del sostegno dei partiti etnoregionalisti verso l’in-
tegrazione all’interno delle suddette dimensioni, l’A. elabora un’apposita griglia
interpretativa attraverso la quale viene analizzato il contenuto dei documenti dei
partiti (programmi elettorali europei, dichiarazioni ufficiali, ecc.), presi in esame
alla luce dell’ipotesi avanzata.
Proseguendo in una prospettiva diacronica, il libro ricostruisce dunque la
formazione e l’evoluzione del sostegno verso l’integrazione europea, nel periodo
tra il 1979 e il 2004, di tre partiti etnoregionalisti: il Bloque Nazionalista Galego
(BNG), la Convergencia i Unió (CiU) e la Südtiroler Volkspartei (SVR). La scelta
di concentrare l’analisi empirica sul percorso di questi tre partiti si fonda su una
serie di considerazioni metodologiche condivisibili, secondo cui i partiti selezionati
in base alla strategia dei casi più dissimili rappresentano un campione ottimale
per poter cogliere le tendenze caratterizzanti del fenomeno, che tuttora presenta
molti lati inesplorati.
L’approfondita e dettagliata analisi dei partiti presi in considerazione, svi-
luppata nella seconda parte del libro, consente di verificare, infatti, il grado di
supporto che ciascuno di questi attori esprime verso l’integrazione europea. Da
questo quadro vengono poi estrapolate le similitudini e le divergenze emerse tra
i casi, per essere messe a confronto nella terza parte del volume, che riassume i
risultati riscontrati, collocandoli sulla scala di valori costruita all’inizio (p. 90).
L’A. rileva, in tal modo, sostanziali differenze sia nella posizione iniziale,
sia nelle dinamiche evolutive dell’atteggiamento dei tre partiti verso l’integra-
zione europea rispetto alle quattro dimensioni individuate prima. Per quanto
concerne la dimensione politica, ad esempio, solo la CiU, ha dimostrato sin da
subito una visione positiva del progetto di integrazione, mentre ci sono voluti
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decenni perché gli altri due partiti cominciassero ad interpretare l’UE come una
opportunità per realizzare gli interessi specifici delle proprie regioni: la SVP ha
cambiato posizione a favore dell’integrazione nel 1984, mentre il BNG ha mante-
nuto un atteggiamento negativo fino al 1994. Un quadro simile si prospetta anche
in termini di sostegno legato alla valutazione dei vantaggi e dei limiti di natura
economica derivanti dall’integrazione europea. La CiU anche in questo caso si
è espressa in modo lineare e positivo, mentre gli altri due partiti sono rimasti
contrari per un periodo pressappoco coincidente con quello indicato nell’analisi
della dimensione politica. Nell’analisi della dimensione culturale, viene riscon-
trata ancora una posizione stabile e positiva della CiU, mentre gli altri due partiti
hanno registrato un andamento differente. La SVP, partendo da una posizione
negativa, ha cominciato a mostrare sostegno verso l’integrazione già dal 1979. Il
BNG, invece, dopo l’estrema opposizione registrata nei primi anni Novanta, ha
cambiato drasticamente posizione a partire dal 1999. La dimensione istituzionale,
sottolinea l’A., risulta essere l’unica in cui tutti i tre partiti hanno manifestato una
posizione positiva, con il sostegno massimo e costante da parte della SVP e un
crescente supporto da parte del BNG.
Una puntuale ricostruzione dell’evoluzione delle variabili interne ed esterne
che incidono sulla posizione dei partiti etnoregionalisti verso l’issue europea, che
conduce l’A. alle suddette conclusioni, conferma dunque l’ipotesi iniziale, secondo
cui un’analisi del fenomeno in esame può essere esaustiva solo se supportata dalle
correlazioni che esistono tra i cambiamenti che avvengono nell’ambiente comuni-
tario (le riforme dei Fondi Strutturali, la creazione del Comitato delle Regioni, le
posizioni delle istituzioni dell’UE su questioni relative ai diritti delle minoranze,
ecc.) da un lato e le trasformazioni interne alle arene politiche regionali dall’altro.
Non appare del tutto convincente, tuttavia, l’affermazione che l’atteggiamento
positivo dei partiti verso l’integrazione aumenti proporzionalmente al rafforza-
mento del partito stesso all’interno del sistema politico regionale di riferimento.
Tale tendenza si rivela evidente nel caso del BNG, mentre la ricostruzione delle
dinamiche che hanno caratterizzato la SVP lasciano dei dubbi in proposito. Ri-
mane sullo sfondo, inoltre, l’importanza della leadership politica regionale come
fattore esplicativo delle trasformazioni osservate, sebbene ampiamente trattato
dall’A. nella ricostruzione dei casi.
È senz’altro apprezzabile, infine, che nella parte conclusiva l’A. suggerisca
possibili percorsi di sviluppo della ricerca sul fenomeno preso in analisi, indicando
una serie di aspetti che meriterebbero ulteriore approfondimento, tra cui il muta-
mento nel tempo dei fattori interni ed esterni che determinano l’attitudine più o
meno europeista dei partiti etnoregionalisti, il possibile legame tra la posizione di
questi ultimi e l’orientamento dell’opinione pubblica nei confronti del processo
di integrazione, la relazione tra la collocazione destra/sinistra e l’atteggiamento
dei partiti verso l’UE.

[Ekaterina Domorenok, Università di Padova]


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Andrea Mammone, Giuseppe A. L’idea alla quale si ispira questo volume è


Veltri (a cura di) quella di ignorare la figura di Berlusconi,
Italy Today. The sick man of considerandolo solo una delle tessere
Europe del puzzle che compone la specificità
London, Routledge, pp. 258. italiana, per concentrarsi, invece, su tutte
quelle questioni critiche vecchie e nuove
che fanno dell’Italia «il malato d’Europa». Ben ventidue studiosi tra storici, poli-
tologi, sociologi ed economisti hanno contribuito alla stesura di questo libro che
cerca di mettere a fuoco i problemi del nostro paese articolandoli attraverso cinque
direttrici: 1) la politica e la società; 2) la memoria collettiva e l’eredità storica;
3) l’idea di esclusione e di solidarietà selettiva; 4) il Mezzogiorno e la criminalità
organizzata; 5) l’economia. Il filo rosso che unisce i diversi contributi è dato dal
senso di incompletezza che caratterizza qualsiasi processo di riforma in Italia.
La prima parte è quella che raccoglie il maggior numero di saggi che deli-
neano problemi politici e sociali come quello del malaise democratico (Carboni)
causato sia da una società civile sempre più individualistica, sia da un elite ma-
schile, gerontocratica, provinciale, poco competente, concentrata geograficamente
al centro nord e nelle aree metropolitane, sia soprattutto da una classe politica
definibile come «potere opaco», incapace di venire a patti con criteri di merito
e responsabilità. Successivamente due saggi si concentrano sulle questioni isti-
tuzionali e organizzative, cioè sulla governance e sul sistema partitico; due sulle
questioni attinenti alle policies che sembrano più divisive: il federalismo e le
politiche per la famiglia; mentre l’ultimo saggio riguarda il sistema dei media. I
primi due capitoli (Moury e Conti) mostrano che le piattaforme elettorali costruite
in modo molto dettagliato ma poco preciso, nel tentativo di tenere insieme più
partiti, producono, da un lato confusione dell’elettorato in merito alle future
politiche di governo e, dall’altro, la premessa di conflitti tra alleati difficilmente
gestibili a causa della mancanza di un forte partito in grado di imporre disciplina
e impegno sul programma. Tale situazione è stata particolarmente rappresentativa
dei governi di centrosinistra. Quanto al sistema dei partiti si rileva il definitivo
passaggio verso il bipolarismo e la convergenza programmatica soprattutto su
questioni di politica economica che sono il frutto di una minor distanza ideolo-
gica sul cleavage neo-liberismo vs. capitalismo regolato. Tale mutamento tuttavia
non sembra aver prodotto politiche di grande discontinuità e qualità, nonostante
l’attivismo dell’esecutivo nel processo di iniziativa legislativa. Venendo al tema
del federalismo (Roux), la narrazione parla di una riforma necessaria, positiva e
soprattutto voluta dalla popolazione, ma si tratta invece di un processo guidato
dall’alto che per giunta si è confrontato con molteplici difficoltà di implementa-
zione. Infatti, la riforma messa in cantiere non rispetta la filosofia del federalismo
fiscale ed è fortemente dipendente dal contesto politico che l’ha resa possibile. Il
tema della famiglia (Bernini) è diventato negli ultimi anni uno strumento privile-
giato di confronto politico e di propaganda come hanno dimostrato le disposizioni
restrittive in tema di procreazione assistita e il fallimento dei pacs. Se la Chiesa è
intervenuta per rivendicare la propria posizione su molteplici questioni etiche, il
dibattito politico ha ignorato l’evoluzione sociale delle famiglie reali producendo
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di fatto una limitazione dei diritti di cittadinanza. Il saggio sul sistema dei media
italiano (Hanretty) mette in luce un’ulteriore criticità, ossia la scarsa autonomia e
la forte dipendenza partitica dei mezzi di comunicazione di massa; questo vecchio
problema non ha fatto altro che acuirsi con l’entrata in politica di Berlusconi.
La seconda parte del libro mette a fuoco l’incapacità italiana di venire a patti
con il proprio passato inteso sia come eredità fascista (Arthurs), sia come conflitto
mai risolto sul passato più prossimo degli anni Sessanta e Settanta (Cento Bull).
Quanto al primo punto la ricerca verte sui monumenti e i luoghi fascisti, come il
Foro Italico, lasciati sprovvisti di un qualsiasi commento ragionato e critico. Tale
scelta ha le pericolose conseguenze di agevolare il tentativo di normalizzazione del
Ventennio e di permettere l’uso politico di questi luoghi in momenti di trasforma-
zione sociale o di crisi. Quanto al secondo aspetto si evidenzia come gli anni di
piombo abbiano lasciato profonde divisioni, antagonismi e recriminazioni, mai del
tutto risolte perché non si è mai avviato un processo di recupero della verità sui
crimini e sui risultati conseguiti in termini di giustizia. Gli attori politici e sociali
hanno preferito cullarsi in una «amnesia collettiva» che, in anni recenti, ha portato
alla decisione di secretare i documenti delle commissioni di inchiesta Mitrokhin e
di quella sui massacri. La rimozione impedisce la costruzione di identità collettive
tolleranti seppur divise e contribuisce alla costruzione di interpretazioni esclusive
del proprio passato.
La terza parte affronta un problema culturale e sociale enorme e di recente
formazione: quello dell’istituzionalizzazione del concetto di esclusione. Un saggio
(Avanza) analizza i tratti xenofobi che caratterizzano la Lega Nord, mentre un
altro (Sigona) la profonda ostilità verso i rom e gli immigrati rumeni che carat-
terizza larga parte degli italiani e che si innesta come componente essenziale
della battaglia politica sulla sicurezza. Uno studio finale (Garau) cerca invece di
approfondire la posizione non sempre chiara della Chiesa in merito al problema
dell’immigrazione e dell’identità nazionale. Sebbene la Chiesa rimanga la voce
più autorevole contro le derive razziste, sembra prospettare un modello di iden-
tità e cittadinanza basato su una sorta di «solidarietà selettiva» dove i concetti di
religiosità e nazione finiscono per coincidere. La pericolosa conseguenza è che la
Chiesa finisca per dare spazio a interlocutori politici che hanno un approccio di
mera esclusione in merito all’immigrazione.
Parte importante di questo volume collettaneo esamina uno dei più rilevanti
e, se vogliamo, cronici problemi italiani: quello della criminalità organizzata nel
Mezzogiorno. In particolare, un saggio (Parini) è dedicato alla ‘Ndrangheta,
come l’esempio più radicato di mafia che ha saputo inglobare ogni sfera della
vita sociale, politica ed economica. Un altro saggio (Allum e Allum) riguarda il
caso napoletano che non ha registrato cambiamenti positivi rilevanti in merito
al fenomeno del clientelismo e alla diffusione della camorra come ci si illudeva
potesse succedere con l’avvento dell’era Bassolino.
Infine, nell’ultima parte, ci si concentra sulle questioni economiche più
preoccupanti degli ultimi anni: l’acuirsi del divario Nord-Sud, soprattutto come
gap relativo all’industrializzazione (Iona, Leonida e Sobbrio) il fenomeno del
capitalismo familiare (Minetti) che caratterizza numerose aziende e che non può
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reggere la sfida della globalizzazione, l’incapacità dell’Italia, seppur con un certo


grado di differenziazione regionale, di utilizzare i fondi europei per lo sviluppo
(Milio) dovuta a una scarsa competenza amministrativa regionale e ad una in-
capacità politica di pianificare strategie di lungo periodo. Da ultimo (Simoni), il
problema dell’impatto delle riforme del mercato del lavoro e del welfare concor-
date tra centrosinistra e sindacati uniti negli anni ’90 che pur conseguendo una
parziale ristrutturazione economica, ha finito per dividere i lavoratori tra garantiti
e marginali, cleavage che per altro coincide in Italia con quello che contrappone
persone giovani e più anziane.
Il libro ha il pregio di fornire, attraverso contributi interdisciplinari, un
quadro generale e composito che tocca tutte le problematicità italiane mai del
tutto risolte e pone interessanti interrogativi e spunti soprattutto sulle nuove
questioni scaturite dagli anni ’90 in poi.

[Selena Grimaldi, Università di Padova]

Gianpietro Mazzoleni, Anna Questo è un libro di sicuro interesse non


Sfardini soltanto per i cultori di comunicazione
Politica Pop. Da «Porta a Porta» politica e linguaggio dei media, ma
a «L’isola dei famosi» anche per coloro che vogliono meglio
Bologna, Il Mulino, 2009, pp. 184.
comprendere il cambiamento del sistema
politico italiano.
Senza addentrarsi in analisi tecniche e seguendo il ritmo della narrazione
divulgativa, questo volume affronta, infatti, la questione dell’adattamento della
politica italiana allo spettacolo televisivo, ruotando attorno al concetto espresso
nel titolo: la politica pop, che si connette alla ormai ampia discussione su politica
e televisione, nella quale gli autori si collocano in una posizione che si potrebbe
definire «laica». La popolarizzazione del discorso politico attraverso certi media
dimostra, senza dubbio, l’indebolimento dei messaggi, a favore di una logica di
spettacolarizzazione (dall’informazione all’infotainment, per giungere al politain-
ment), ma offre, nel contempo, una risorsa per combattere il disimpegno e la man-
canza di informazione sulla classe politica e sulle questioni politiche più rilevanti.
I primi due capitoli, snelli ma non per questo banali, coprono appunto il
tema generale del rapporto tra cultura popolare e media e tra politica e televisione,
con il merito di cogliere la portata composita della trasformazione della politica
pop democratica, in una prospettiva comparata. Nella seconda parte del libro, si
esplora, invece, il mutamento del caso italiano. La via italiana alla politica pop è
descritta nel capitolo III, dove si ricostruisce il percorso di mediatizzazione della
politica, nel nostro paese e la dimensione di una anomalia, che si lega soprattutto
(ma non solo) a Silvio Berlusconi e che, per una volta, viene affrontata non dal
punto di vista della concentrazione di potere mediatico, ma da quello della capacità
di rendere più popolare e spettacolare il discorso sulla politica.
La prospettiva analitica si piega poi verso la dimensione interpretativa. I
nuovi media e i contenitori televisivi del politainment costituiscono l’anticamera
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della morte del civismo e della partecipazione politica o sono comunque una ri-
sorsa per il cittadino-elettore? A questa domanda i due autori danno una risposta
piuttosto articolata. Il fenomeno della politica pop appare, infatti, complesso: non
tutte le esperienze servono davvero a costruire curiosità ed informazione sulla
politica e i suoi protagonisti. Tuttavia, a prescindere dalla pochezza di alcuni
strumenti mediatici come, ad esempio, i reality show (e, si potrebbe aggiungere,
dalla limitatissima autonomia dei media in Italia), la strada della politica pop è
segnata. È la stessa logica dei media a spingere verso la direzione del consumo di
politainment e i politici finiscono per adattarsi alle regole del gioco mediatico. Lo
spazio sempre più ampio riservato ad una comunicazione politica schiacciata sulla
costruzione mediale determina nuove capacità dei politici di plasmare la realtà,
a partire dalla presenza e dal rendimento televisivo. I confini tra comunicazione
e discorso politico si fanno, dunque, più sfumati, con il risultato che la popola-
rizzazione della politica può comportare, a certe condizioni, maggiore coscienza
politica e in definitiva maggiore civismo. Su queste condizioni e sulle implicazioni
positive della politica pop si può e si deve naturalmente discutere.
Si tratta, insomma, di un libro da leggere e commentare con attenzione. Pro-
babilmente, anche di un libro di cui riproporre varie edizioni aggiornate negli anni,
dal momento che il cambiamento di cui gli autori parlano è pienamente in corso.
Sotto questo profilo, sarebbe stato forse interessante, nella seconda parte
del libro, lo sviluppo di una analisi relativa al tipo di fruitore e agli effetti della
polarizzazione politica che si legano alla fruizione di alcune trasmissioni, tra loro
molto diverse: dai reality shows, al giornalismo di inchiesta di Report, dalla satira
politica di Maurizio Crozza a quella di costume delle Iene e Striscia la notizia.
Questo tipo di analisi selettiva avrebbe dato più corpo all’interpretazione della
attuale politica pop italiana, rispetto ad una appendice molto ampia per un volu-
me di queste dimensioni, che poteva forse prendere la forma di una pagina web
(magari aggiornabile nel tempo) sul quantum di politica processata dai contenuti
dei vari programmi televisivi di successo.

[Elisabetta De Giorgi, Università di Siena]

Manuela Moschella Se si deve stabilizzare l’economia mon-


Governing Risk: The IMF and diale, e in particolare il sistema finanziario
Global Financial Crises mondiale, è di aiuto il sapere cosa si sta
Basingstoke, Palgrave Macmillan, 2010, pp. 206. facendo. Il punto sembra di tutta eviden-
za – soprattutto per il Fondo monetario
internazionale (Fmi), che è l’organizzazione incaricata di garantire la bilancia dei
pagamenti internazionali così da evitare che una crisi finanziaria porti al collasso
le monete e le finanze nazionali. Purtroppo non è così, come Manuela Moschella
documenta studiando una serie di casi relativi al modo in cui il Fmi ha mutato le
proprie politiche per rispondere a diverse crisi nelle ultime due decadi.
Il problema è tripartito. Prima di tutto, non siamo sicuri di cosa significhi
per il Fmi «sapere cosa si sta facendo», poiché non siamo sicuri che gli attori
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rilevanti del Fmi abbiano un’idea coerente del modo in cui funziona il mondo.
Moschella svolge un utile servizio pescando dagli archivi del Fmi documenti di
lavoro e policy papers, intervistando gli attori rilevanti e confrontando le loro
concezioni economiche. Ne emerge un’abbondanza di ambiguità.
In secondo luogo, ove vi sono divisioni nel Fmi, circa il modo in cui funziona
il mondo, fra differenti gruppi di economisti, studiosi di policy, rappresentanti
nazionali e simili figure, non siamo sicuri del processo con cui una particolare
concezione del mondo giunge ad avere la precedenza sulle altre. Le idee vengono
alla ribalta con la forza dell’argomentazione o dell’influenza politica? Esse preval-
gono sempre per la medesima ragione o per fattori che variano da una situazione
all’altra? Non si può dire. In parte perché l’ambiguità di cui sopra rende più
facile a quei gruppi il nascondere le proprie vere intenzioni nel processo decisio-
nale. Per altra parte poiché rende loro possibile il lavorare insieme nonostante
le differenze che li dividono. In breve: è proprio l’ambiguità a far funzionare il
processo decisionale.
In terzo luogo, una volta che un’idea si è consolidata, non c’è garanzia che
funzioni come inteso. Spesso brillanti policy analysts sono fraintesi e influenti
rappresentanti nazionali incorrono in errori disastrosi. È a questo riguardo che
Moschella dà il suo contributo originale. La sua tesi è che le idee che sono rin-
venute manchevoli possano essere cambiate nonostante le resistenze. Simili idee
non sono interamente scartate. Piuttosto, si permette che «evolvano». Questo
processo evolutivo è incrementale e si adatta in modo flessibile. Esso dipende sia
dall’interpretazione storica sia da ciò che funziona e non funziona. Più importante
ancora, il successo dell’evoluzione ideazionale non è auto-evidente. Le idee devono
essere vendute (dagli imprenditori di policy che suggeriscono gli adattamenti) e
devono anche essere comprate (dai decisori che le approvano e implementano): si
tratta di un circuito di retroazione della legittimità che è incorporato in successive
innovazioni senza le quali l’evoluzione di un’idea specifica potrebbe solamente
interrompersi.
Moschella fa un lavoro eccellente nel mostrare questo processo in atto. La
sua analisi dell’evoluzione della politica di liberalizzazione del mercato dei capi-
tali del Fmi è di prima qualità. Ciononostante, c’è un limite oltre il quale la sua
interpretazione non può andare. La crisi finanziaria globale in corso lo mostra.
Per cominciare, se Moschella ha ragione nell’illuminare il ruolo delle idee, il
suo argomento richiede di differenziare fra le idee come prescrizioni e come più
ampi paradigmi. Nonostante abbia presente il lavoro di Thomas Kuhn, questa
differenza non è tracciata. Se non la si traccia, è difficile anticipare una rivolu-
zione o una cesura in una particolare linea ideazionale. Perciò Moschella legge
la crisi finanziaria corrente come la scintilla di uno scivolamento verso regole
che disciplinino maggiormente il mercato. Può essere così ma sarebbe un errore.
Questa crisi ha rivelato qualche cosa di più profondo circa la nostra difficoltà di
comprendere l’economia mondiale. Il problema è che non siamo sicuri di – né
possiamo accordarci su – cosa indebolisca realmente la nostra comprensione.
Inoltre, se le idee sono importanti come sostiene Moschella, esse meritano
un’analisi dall’esterno oltre che dall’interno. Moschella è davvero efficace nel
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mappare il modo in cui certe nozioni si muovono nei corridoi del Fmi; tuttavia,
lo è meno nell’abbozzare il modo in cui queste idee emergono dal mainstream
economico e nel segnalarne le assunzioni critiche così come le implicazioni logiche.
Ciò rende impossibile al lettore verificare i meriti dei diversi giudizi normativi
circa il successo o il fallimento di una certe prescrizione politica, e comprender-
ne le ragioni. Di conseguenza, mentre Moschella ci rassicura che l’evoluzione
ideazionale è empiricamente testata, il lettore non ha modo di verificarlo. Si
consideri il tema della cartolarizzazione. Il mercato delle obbligazioni che hanno
come garanzia collaterale un debito è fallito a causa della ridotta regolazione o
per qualche elemento intrinseco al processo di cartolarizzazione? Nel secondo
caso, c’è un problema.
L’ultimo punto riguarda i limiti della concezione del mondo del Fmi. Mo-
schella racconta una vicenda che inizia e termina con le prescrizioni politiche del
Fmi. Questa tecnica è utile per analizzare gli sviluppi decisionali di un’istituzione
ma ha meno successo per spiegare come le idee filtrano dentro quella scatola
dall’esterno. Nella sua analisi della crisi finanziaria globale, Moschella omette di
fare riferimento agli squilibri macroeconomici che si sono imposti all’attenzione
e che stanno al cuore delle tensioni fra gli Stati Uniti e la Cina circa il modo in
cui costruire una soluzione durevole, e che spiegano anche la crisi del debito
sovrano della Grecia.
A conti fatti, comunque, il lavoro di Moschella si presenta sia come uno
studio di casi sofisticato sia come un più ampio contributo di valore. Mentre gli
economisti politici si sono limitati a focalizzarsi sulle proprie spiegazioni materia-
liste o costruttiviste, Moschella porta all’attenzione nozioni più convenzionali (e
più potenti) del «realismo scientifico» e della ragionevole comparazione causale
post-positivista. Ciò è tanto più notevole poiché non intenzionale. Moschella cita
Kuhn ma non menziona Imre Lakatos o Richard Miller, che sono però gli spettri
al banchetto della sua analisi. Moschella ci ricorda che per prendere le idee sul
serio dobbiamo centrare l’attenzione sulla «critica e la crescita della conoscenza»,
su «fatti e metodi». I processi decisionali possono essere influenzati dagli interessi,
dalle mode, dalla politica ma, dopo tutto, sono basati sulla «scienza».

[Erik Jones, SAIS Bologna Center – The John Hopkins University]

Michele Salvati Sin dalle prime pagine, il lettore è avver-


Capitalismo, mercato e demo- tito: il testo che si ritrova fra le mani è
crazia considerato dall’autore quale prodotto
Bologna, Il Mulino, 2009, pp. 164.
intermedio nel suo itinerario di ricerca,
preparatorio rispetto ad ulteriori evolu-
zioni maggiormente orientate empiricamente.
In questo primo importante stadio del suo ambizioso percorso euristico
Salvati offre alla riflessione condivisa i quesiti che costituiscono il suo punto di
partenza e i materiali che lo hanno accompagnato lungo una necessaria opera di
qualificazione e precisazione concettuale ed analitica.
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Le tre proposizioni da cui origina la riflessione dell’autore, asserite volu-


tamente in forma apodittica, riguardano una questione cruciale della teoria em-
pirica della democrazia. Infatti, Salvati esordisce affermando che: a) Non ci può
essere democrazia senza proprietà e mercato; b) Proprietà e mercato vogliono
dire capitalismo; c) Ma il capitalismo contrasta con la democrazia. Pertanto, le
possibili conciliazioni fra democrazia e capitalismo rimandano a compromessi,
talvolta duraturi, ma mai eterni. E rimandano anche ai diversi tipi di democrazia
e capitalismo che si possono storicamente esperire e che scaturiscono dai diversi
sistemi di relazioni empiricamente strutturabili fra Stati e mercati.
In questa sorta di considerazioni a margine di un testo implicito, poiché
ancora sostanzialmente incompiuto, Salvati articola le proprie riflessioni con-
frontandosi con i libri di autori contemporanei appartenenti a diverse discipline:
Kevin Philips e Robert Reich sull’evoluzione del capitalismo americano, Andrew
Glyn sul confronto (economico e culturale) fra neoliberismo e keynesismo, Ralph
Dahrendorf sulla tenuta degli equilibri di una società aperta, Jacques Attali sulle
diverse proposte macroeconomiche sostenute da destra e sinistra, Manuel Castells
sull’influenza dei media sull’economia e la politica, John Dunn sul contrasto fra
la democrazia come ideale e la democrazia quale sistema di governo concreto
esperibile nelle società moderne. Sullo sfondo, l’autore riconosce esplicitamente
il debito nei confronti della chiarezza concettuale di Giovanni Sartori, che ritor-
na più volte quale interlocutore privilegiato nello svolgimento delle riflessioni
teoriche principali.
In tale cammino Salvati si sofferma sulla controversa questione dell’ugua-
glianza (attraverso il fecondo contrasto con le tesi di Luciano Canfora) e sulle
recenti analisi in tema di qualità della democrazia proposte, fra gli altri, da Larry
Diamond e Leonardo Morlino. Per la sua specificità, il tema della qualità della
democrazia può costituire un possibile approdo della riflessione interdisciplinare
– e decisamente non «minimalista» – di Salvati: infatti, in questo ambito si stanno
sviluppando analisi che considerano il concreto funzionamento della democrazia
quale sistema politico, ma anche come insieme di ideali sintetizzabili in diverse
definizioni dei principi di libertà e uguaglianza che hanno trovato una propria
traduzione empirica, nel corso degli ultimi decenni, nei diritti di cittadinanza
garantiti dalle poliarchie consolidate e rafforzati dalla diffusione, soprattutto in
Europa, degli strumenti e delle tutele dello Stato sociale.
La chiave interpretativa che riduce il Novecento a «secolo dei totalitarismi»,
così diffusa al tramonto del Novecento stesso, pone fatalmente in secondo piano
alcune caratteristiche dei processi di consolidamento delle democrazie in porzioni
niente affatto esigue del mondo. Infatti, il Novecento è stato anche, lo ha ricordato
recentemente Sergio Luzzatto, il secolo del Welfare State. In altri termini, emerge
quale processo cruciale e qualificante del «Secolo breve» il tentativo di fornire
solide basi alla democrazia, favorendo una difficile «quadratura del cerchio» fra
libertà politica, crescita economica e coesione sociale (Dahrendorf). Oggi che
questo delicato compromesso è sfidato dalla dimensione planetaria della com-
petizione economica e dal disincanto democratico allignante anche in svariate
società del «primo mondo» (prerequisito empirico per l’affermazione di offerte
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politiche aggressive verso le quali si indirizzano le preoccupazioni finali dell’autore)


si acuiscono i rischi di lacerazione sociale e di regressione democratica. Salvati
suggerisce di attingere ad un sovrappiù di pacatezza e di profondità analitica
nell’analizzare il necessario adattamento delle istituzioni democratiche alle sfide
globali, senza rimuovere l’entità dei rischi che si profilano all’orizzonte e senza
pensare che gli strumenti regolativi approntati nel Novecento siano necessaria-
mente vetusti orpelli di epoche remote. L’approccio riformista che ne deriva non
ignora le crepe che avanzano nella struttura delle democrazie consolidate, ma cerca
di non scivolare lentamente dalla critica delle disfunzioni della democrazia alla
constatazione rassegnata dell’obsolescenza dei suoi strumenti regolativi. Infatti,
la democrazia fonda parte della propria preferibilità quale sistema politico nella
auspicata praticabilità di soluzioni più elastiche, di relazioni più dinamiche (oltre
che più libere e civili) fra istituzioni e cittadini, rispetto ad altri regimi.
L’utilità della lettura del testo di Salvati emerge appieno quando ci ricorda
come e perché preferire le rughe della democrazia alle seduzioni di autoritarismi
ben levigati.

[Marco Almagisti Università di Padova]