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John Le Carr La Tamburina

JOHN LE
CARR

LA
TAMBURINA

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John Le Carr La Tamburina

A David e J.B. Greenway, Julia, Alice e Sadie


per tempi e luoghi e amicizia

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John Le Carr La Tamburina

JOHN LE CARR

LA TAMBURINA

Copyright 1983 by Authors Workshop Ag


Copyright 1983 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Milano

I edizione Bestsellers Oscar Mondadori gennaio 1991


Ristampa 1997 Arnoldo Mondadori Editore

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John Le Carr La Tamburina

PREMESSA

Molti palestinesi e israeliani mi hanno dato tempo e aiuti durante la


stesura di questo romanzo. Tra gli israeliani, voglio citare in particolare i
miei buoni amici Yuval Elizur di Ma'ariv e sua moglie Judy, che hanno
letto il manoscritto, hanno rispettato le mie opinioni, per quanto sba-
gliate, e mi hanno evitato molti gravi errori che vorrei tanto dimentica-
re. Anche altri israeliani in particolare funzionari in attivit o a riposo
della confraternita dei servizi segreti meritano i miei ringraziamenti
sinceri per i loro consigli e la loro cooperazione. Anche loro non mi
hanno chiesto garanzie e hanno scrupolosamente rispettato la mia auto-
nomia. Penso con particolare gratitudine al geniale Shlomo Gazit, gi
capo del servizio segreto militare e ora presidente dell'Universit Ben
Gurion del Negev a Beer Sheva, che ai miei occhi personificher sem-
pre il soldato e intellettuale israeliano illuminato della sua generazione.
Ma ci sono anche altri di cui non posso fare i nomi. Devo inoltre espri-
mere la mia gratitudine al sindaco di Gerusalemme, Teddy Kollek, per
la sua ospitalit a Mishkenot Sha'ananim; ai meravigliosi coniugi Vester
dell'American Colony Hotel di Gerusalemme; ai proprietari e al perso-
nale del Commodore Hotel di Beirut per aver reso possibile tutto in una
situazione impossibile; e a Abu Said Abu Rish, il decano dei giornalisti
di Beirut, per la generosit dei suoi consigli, anche se non sapeva nulla
delle mie intenzioni. Dei palestinesi, alcuni sono morti, alcuni sono pri-
gionieri, e gli altri sono presumibilmente quasi tutti senza tetto o disper-
si. I giovani combattenti che si sono presi cura di me nell'appartamento
dell'ultimo piano a Sidone e hanno chiacchierato con me negli agrumeti;
i profughi logorati dai bombardamenti ma ancora indomiti dei campi di
Rashidiyeh e di Nabatiyeh: a quanto mi risulta, la loro sorte non molto
diversa da quella dei loro equivalenti inventati di questo racconto. Colui

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che mi ospit a Sidone, il comandante militare palestinese Salah Ta'ama-


ri, merita un libro a parte e spero che un giorno si decider a scriverlo.
Nel frattempo, vorrei che questo volume documentasse il suo coraggio
e insieme i miei ringraziamenti a lui e ai suoi assistenti per avermi mo-
strato l'animo palestinese. Il tenente colonnello John Gaff, G.M., mi ha
informato dei banali orrori delle bombe fabbricate artigianalmente e si
accertato che non fornissi inavvertitamente le istruzioni per prepararle;
il signor Jeremy Cornwallis di Alan Day Ltd. Finchley, ha dato un'oc-
chiata professionale alla mia Mercedes rossa.

John le Carr
Luglio 1982

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Parte prima.
LA PREPARAZIONE

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Fu l'incidente di Bad Godesberg a fornire la prova, anche se le auto-
rit tedesche non avevano assolutamente modo di saperlo. Prima di Bad
Godesberg c'erano stati soltanto crescenti sospetti; moltissimi. Ma l'alta
qualit della progettazione insieme alla mediocre qualit della bomba,
trasform i sospetti in certezza. Prima o poi, dicono nell'ambiente, un
uomo finisce col firmare col suo nome. Il fastidio nell'attesa. Esplose
molto pi tardi del previsto, probabilmente con un ritardo di dodici ore
buone, alle otto e ventisei di un luned mattina. Molti defunti orologi da
polso, propriet delle vittime, confermarono l'ora. Come in altri casi av-
venuti negli ultimi mesi, non c'erano stati preavvisi. Ma non volevano
essercene. Non ce n'erano stati n quando a Dsseldorf avevano fatto
esplodere una bomba nell'auto di un funzionario israeliano venuto a
comprare armi, n per la bomba-libro inviata agli organizzatori di un
congresso di ebrei ortodossi ad Anversa, che aveva fatto saltare in aria
la segretaria ad honorem e bruciato viva la sua assistente. E nemmeno
per la bomba messa nel cestino per la spazzatura davanti a una banca
israeliana di Zurigo, che mutil due passanti. Solo per la bomba di Stoc-
colma c'era stato un preavviso, ma poi si venne a scoprire che proveniva
da un gruppo totalmente diverso e non faceva quindi parte della serie.
Alle otto e venticinque la Drosselstrasse di Bad Godesberg era solo
una delle tante fronzute oasi diplomatiche, lontana dai tumulti politici di
Bonn, quanto pu ragionevolmente sperare chi alloggia a un quarto d'o-

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ra di macchina di distanza. Era una strada nuova ma ormai matura, con


giardini rigogliosi e nascosti, alloggi per le cameriere sopra i garage e
griglie gotiche protettive sulle finestre di vetro verde. Per quasi tutto
l'anno, c' in Renania l'umido e tiepido stillicidio della giungla; la vegeta-
zione, come la comunit diplomatica, cresce quasi con la stessa rapidit
con cui i tedeschi costruiscono le loro strade, e un po' pi in fretta di
quanto riescano a preparare le loro mappe. Di conseguenza le facciate
di certe case erano gi per met oscurate da fitte piantagioni di conifere,
le quali, se mai cresceranno sino a raggiungere le loro giuste dimensioni,
finiranno presumibilmente per sprofondare l'intera zona in un'oscurit
da fiaba di Grimm. Gli alberi, comunque, si rivelarono singolarmente
efficaci contro l'esplosione e, nel giro di pochi giorni, un'impresa di
giardinaggio locale gi la vantava come una delle loro caratteristiche.
Molte case avevano un aspetto dichiaratamente nazionalistico. La resi-
denza dell'ambasciatore norvegese, per esempio, appena voltato l'ango-
lo da Drosselstrasse, un'austera casa colonica in mattoni rossi che
sembra tolta di peso dai sobborghi in cui vivono gli agenti di cambio di
Oslo. All'estremo opposto della strada, il consolato egiziano ha l'aria ab-
bandonata di una villa di Alessandria che ha visto tempi migliori. Ne
proviene una lugubre musica araba e le imposte sono sempre chiuse,
come per difendersi dall'aggressivo calore nordafricano.
Era met maggio e la giornata si annunciava splendida, con i fiori e
le nuove foglie che oscillavano insieme nella lieve brezza. Le magnolie
avevano appena finito di fiorire e i loro tristi petali bianchi, quasi tutti
caduti, diventarono in seguito parte integrante delle macerie. Con tanto
verde, si sentiva appena il frastuono del traffico sulla strada principale. Il
suono pi udibile, sino all'esplosione, era stato il vocio degli uccelli,
comprese certe grasse colombe che avevano preso in simpatia un glici-
ne color malva, orgoglio dell'addetto militare australiano. Un chilometro
pi a sud, gli invisibili barconi del Reno fornivano un vibrante e maesto-
so ronzio, al quale gli abitanti finiscono per diventare sordi se non
quando s'interrompe. Insomma era una di quelle mattine fatte apposta
per assicurarti che, qualunque possano essere le calamit di cui leggi sui
serissimi e un po' allarmistici giornali della Germania occidentale de-
pressione, inflazione, insolvenza, disoccupazione, tutti i mali consueti e
in apparenza incurabili di un'economia capitalistica solidamente prospe-
rosa Bad Godesberg era un luogo stabile e decente in cui vivere, e
Bonn non era certo brutta come la si dipingeva.

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A seconda della loro nazionalit e del loro rango, certi mariti erano
gi andati al lavoro, ma i diplomatici non sono altro che stereotipi dei
loro paesi d'origine. Un malinconico consigliere scandinavo, per esem-
pio, era ancora a letto, con i postumi di una sbronza dovuta a tensioni
coniugali. Un incaricato sudamericano, con una retina per capelli in te-
sta e una vestaglia cinese di seta, residuo di una missione a Pechino, si
era affacciato alla finestra per dare istruzioni su che cosa comprare al
suo autista filippino. Il consigliere italiano si stava radendo completa-
mente nudo. Gli piaceva farsi la barba dopo il bagno, ma prima di far
ginnastica. Sua moglie, completamente vestita, era gi da basso a sgrida-
re una figlia tutt'altro che pentita e rea di esser rientrata tardi la notte
prima: un dialogo di cui si dilettavano quasi tutte le mattine. Un delega-
to della Costa d'Avorio stava facendo una chiamata intercontinentale,
per informare i suoi padroni degli ultimi sforzi da lui compiuti per
estorcere aiuti destinati allo sviluppo a un ministero del Tesoro tedesco
sempre pi riluttante. Quando poi salt la linea, pensarono che fosse
stato lui a riattaccare e gli mandarono un acido telegramma per chieder-
gli se voleva dimettersi. L'attach inviato dal ministero del Lavoro israe-
liano era andato via da pi di un'ora. Non si trovava bene a Bonn e, per
quanto possibile, preferiva lavorare con gli stessi orari di Gerusalemme.
E cos via, con una quantit di squallide facezie sui comportamenti dei
diversi popoli, che trovavano una solida base nella realt e nella morte.
In ogni bomba che esplode c' sempre un elemento miracoloso, for-
nito in questo caso dall'autobus della Scuola americana, che era appena
arrivato e ripartito con la maggior parte dei figli pi giovani della comu-
nit, abituati a radunarsi, quando la scuola era aperta, in una piazzuola a
meno di cinquanta metri dall'epicentro. Fortunatamente quel luned
mattina nessuno dei bambini aveva dimenticato i compiti a casa o aveva
dormito troppo o si era mostrato riluttante all'istruzione, e quindi l'au-
tobus era partito puntuale. Il finestrino posteriore and in frantumi,
l'autista fin sul ciglio della strada, una bambina francese ci rimise un oc-
chio, ma tutto sommato i piccoli se la cavarono bene, e questa fu poi
considerata una grande fortuna. Un'altra caratteristica di queste esplo-
sioni, o almeno delle loro conseguenze immediate, un frenetico impul-
so collettivo a celebrare i vivi, anzich sprecare tempo piangendo i mor-
ti. Il vero dolore in questi casi comincia dopo, quando s'attenua lo choc
e cio, di solito, dopo parecchie ore, ma qualche volta anche prima. Il
rumore vero e proprio della bomba non era una cosa di cui la gente ser-

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basse ricordo, almeno chi si era trovato nelle vicinanze. Di l dal fiume,
a Knigswinter, udirono un'autentica guerra e vagarono sconvolti e qua-
si assordati, sorridendosi a vicenda come collaboratori in un'operazione
di salvataggio. Da quei dannati diplomatici, si dicevano, cos'altro ci si
poteva aspettare? Perch non li spediscono tutti a Berlino, a spendere in
pace le nostre tasse! Ma i pi vicini, all'inizio, non udirono assolutamen-
te nulla. Le sole cose di cui poterono parlare, quando di parlare furono
ancora in grado, erano la strada che s'inclinava o un fumaiolo che decol-
lava silenzioso dal tetto dell'edificio di fronte o lo scoppio che squarcia-
va le loro case e tendeva la loro pelle, li aggrediva, li buttava per terra,
faceva volare i fiori dai vasi e i vasi contro le pareti. Ricordavano il tin-
tinnio dei vetri infranti e il timido fruscio delle foglie cadute sulla strada.
E i guaiti delle persone troppo spaventate per urlare.
Evidentemente, dunque, non era tanto che non avessero percepito il
rumore, ma che l'esplosione aveva neutralizzato i loro sensi. Vari testi-
moni accennarono anche al baccano della radio, nella cucina del consi-
gliere francese, che stava sbraitando la ricetta del giorno. Una delle mo-
gli, convinta della propria razionalit, voleva sapere dalla polizia se era
possibile che lo scoppio avesse alzato il volume della radio. In un'esplo-
sione, risposero gentilmente gli agenti portandola via in una coperta, era
possibile tutto, ma nel caso specifico la spiegazione era un'altra. Andati
in frantumi tutti i vetri delle finestre del consigliere francese, e con nes-
suno all'interno che potesse spegnere la radio, niente era pi in grado di
impedirle di rivolgersi direttamente alla strada. La donna, per, non
cap.
I giornalisti, naturalmente, arrivarono quasi subito e cominciarono a
premere contro i cordoni, e i primi entusiastici resoconti uccisero otto
persone, ne ferirono trenta e addossarono la colpa a una pittoresca or-
ganizzazione tedesca d'estrema destra, Nibelungen 5, composta di due
ragazzi mentalmente ritardati e di un vecchio pazzo, neanche capace di
far scoppiare un pallone. A mezzogiorno, la stampa era gi stata costret-
ta a ridurre il proprio carniere a cinque morti, uno dei quali israeliano,
quattro feriti gravi e altri dodici ricoverati in ospedale per questo o quel
motivo; e si era messa a parlare delle Brigate rosse italiane, senza avere,
ancora una volta, nemmeno un briciolo di prova. L'indomani ci fu un
altro dietrofront e l'attribuzione dell'impresa a Settembre nero. Il giorno
dopo, a rivendicare il merito di questo atto di violenza, intervenne un
gruppo che si presentava come Agonia palestinese e che si attribuiva anche

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precedenti esplosioni. Agonia palestinese, comunque ebbe successo, pur


essendo, pi che un nome atto a identificare gli attentatori, una spiega-
zione della loro azione. In questo senso funzion, e venne successiva-
mente incluso nei titoli di molti ponderosi articoli di fondo.
Dei non ebrei che morirono, uno era il cuoco siciliano degli italiani,
un altro il loro autista filippino. Tra i quattro feriti gravi, una era la mo-
glie dell'attach israeliano, nella cui casa era esplosa la bomba. Fin col
rimetterci una gamba. L'israeliano morto era il loro figlioletto Gabriel.
Ma la vittima designata, si arriv generalmente a concludere, non era
nessuna di queste persone, bens uno zio della moglie ferita dell'attach,
che era venuto a trovarla da Tel Aviv: un talmudista moderatamente ce-
lebre per le sue opinioni da falco circa i diritti dei palestinesi sulla riva
occidentale. In parole povere, era convinto che non ne avessero e lo di-
ceva a voce alta e con molta frequenza, contestando apertamente le opi-
nioni della nipote, la moglie dell'attach, che apparteneva invece alla si-
nistra israeliana e non era certo stata preparata dall'educazione ricevuta
in un kibbutz ai rigidi lussi della vita diplomatica.
Se quel giorno fosse salito sull'autobus della scuola, Gabriel si sareb-
be salvato, ma quel giorno, come tante altre volte, Gabriel non stava
bene. Era un bambino agitato e iperattivo, che sino allora era stato con-
siderato nella strada un elemento di disturbo, soprattutto nel periodo
della siesta. Aveva in compenso, come sua madre, un certo talento mu-
sicale. Ora, con la pi assoluta naturalezza, non c'era nessuno nella stra-
da che potesse fare il nome di un bambino cui aveva voluto pi bene.
Un tabloide tedesco di destra, traboccante di sentimenti filoisraeliani, lo
soprannomin l'angelo Gabriele denominazione che, senza che i
suoi redattori lo sapessero, s'addiceva ad ambedue le religioni e per
tutta una settimana riport aneddoti inventati sulla sua santit. I giornali
pi autorevoli gli fecero eco. Il cristianesimo, afferm un commentatore
famoso ripetendo una formula di Disraeli senza citare la fonte o era
giudaismo completato o non era nulla. Perci Gabriel era un martire
cristiano oltre che ebraico, e sapendo questo, i tedeschi con una co-
scienza sociale si sentivano molto meglio.
Migliaia di marchi, non sollecitati, furono spediti dai lettori e bisogn
trovare un modo per spenderli. Si parl di un monumento a Gabriel,
ma si dedic ben poca attenzione agli altri morti. La bara, desolante-
mente piccola, di Gabriel fu subito rimpatriata per essere sepolta in
Israele; sua madre, troppo malata per poter mettersi in viaggio, rimase a

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Bonn finch suo marito non fu in grado di accompagnarla a Gerusa-


lemme, dove parteciparono insieme allo shiva.
Nel primo pomeriggio del giorno dell'esplosione, era arrivata in ae-
reo da Tel Aviv una squadra di sei esperti israeliani. Da parte tedesca, il
discusso dottor Alexis, del ministero degli Interni, fu vagamente incari-
cato delle indagini e and in pellegrinaggio all'aeroporto per incontrarli.
Alexis era un uomo intelligente ed astuto, che aveva sofferto tutta la vita
perch era dieci centimetri pi piccolo di quasi tutti i suoi simili. A com-
pensare forse questo handicap, era anche un uomo avventato: nella vita
privata come in quella pubblica, era facilmente bersaglio di polemiche.
Era in parte un avvocato, in parte un funzionario dei servizi segreti e in
parte un uomo di potere, con vivaci idee progressiste non sempre gradi-
te alla Coalizione e una sciagurata tendenza a esprimerle davanti alle te-
lecamere. Suo padre, secondo voci mai del tutto confermate, era stato
una specie di resistente contro l'hitlerismo, un'eredit che, in questa
epoca cos differente, mal s'adattava al suo imprevedibile figliolo. Certo
nei palazzi di vetro di Bonn c'era chi non lo riteneva sufficientemente
solido per questo incarico; un recente divorzio, unito alle preoccupanti
rivelazioni di un'amante di venti anni pi giovane, non aveva certo con-
tribuito a migliorare la loro opinione.
Chiunque altro fosse stato in procinto d'arrivare, Alexis si sarebbe
ben guardato dal correre all'aeroporto all'evento non era prevista la
partecipazione della stampa ma i rapporti tra Israele e la Repubblica
federale stavano attraversando un momento difficile, e gli tocc quindi
inchinarsi alle pressioni del ministero. Contro la sua volont, all'ultimo
momento gli accollarono la compagnia di un mellifluo poliziotto slesia-
no di Amburgo, un conservatore dichiarato che si era fatto un nome nel
campo del controllo degli studenti negli anni Settanta ed era conside-
rato un grande esperto in fatto di piantagrane e di bombe. L'altra scusa
era che era in ottimi rapporti con gli israeliani, ma Alexis, come tutti gli
altri, sapeva che lo avevano mandato soprattutto per fargli da contrap-
peso. Cosa ancor pi importante, forse, nel clima teso di quella giornata,
sia Alexis sia lo slesiano erano unbelastet, vale a dire non abbastanza an-
ziani per poter essere stati anche vagamente responsabili di quello che i
tedeschi definiscono con tristezza il loro non superato passato.
Qualunque cosa si stesse facendo oggi agli ebrei, Alexis e il suo inde-
siderato collega slesiano ieri non lo avevano fatto; come non l'aveva fat-
to, qualora si fosse resa necessaria un'ulteriore rassicurazione, Alexis se-

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nior. I giornali, imbeccati da Alexis, avevano molto insistito su questo.


Un solo editoriale aveva insinuato che gli israeliani, fin quando conti-
nuavano a bombardare indiscriminatamente i campi e i villaggi palesti-
nesi uccidendo dozzine di bambini, e non uno solo dovevano met-
tere in bilancio anche barbare rappresaglie di questo tipo. Ma l'indomani
ci si affrett a pubblicare una risposta incandescente, anche se un po'
confusa, dell'addetto stampa dell'ambasciata israeliana. Dal 1961, scrive-
va, lo stato di Israele subiva costantemente le aggressioni del terrorismo
arabo. Gli israeliani non avrebbero mai ucciso neanche un palestinese,
se solo fossero stati lasciati in pace. Gabriel era morto per una sola ra-
gione: perch era ebreo. I tedeschi potevano forse ricordare che Gabriel
non era la sola vittima di questo tipo. Anche se avevano dimenticato
l'Olocausto, si rammentavano probabilmente delle Olimpiadi di Mona-
co di dieci anni prima. Il redattore dichiar chiusa la polemica e si prese
un giorno di ferie.
L'anonimo apparecchio dell'aeronautica militare arrivato da Tel Aviv,
atterr sulla pista pi lontana dell'aeroporto, e, aggirate le consuete for -
malit di sbarco, ebbe subito inizio la collaborazione, una faccenda di
ventiquattr'ore su ventiquattro. Alexis aveva avuto l'ordine esplicito di
non rifiutare nulla agli israeliani, ma quest'ordine era superfluo; lui era
infatti un philosemitisch, e famoso proprio per questo. Aveva compiuto la
sua obbligatoria visita di liaison a Tel Aviv e si era fatto fotografare a
capo chino davanti al museo dell'Olocausto. In quanto al ponderoso sle-
siano be', lui non si stancava mai di ricordare, a chiunque fosse dispo-
sto ad ascoltarlo, che stavano tutti cercando lo stesso nemico, no? Cio i
rossi, evidentemente. Entro il quarto giorno, anche se i risultati di molte
inchieste erano ancora in sospeso, il gruppo di lavoro congiunto aveva
messo assieme un convincente quadro preliminare di ci che era acca-
duto.
In primo luogo, era premessa comune che fosse mancata una sorve-
glianza speciale della casa-bersaglio, almeno nei termini previsti dall'ac-
cordo tra l'ambasciata e i servizi di sicurezza di Bonn. La residenza del-
l'ambasciatore d'Israele, tre strade pi in l, era invece protetta giorno e
notte. Un furgone verde della polizia montava la guardia davanti ad
essa; il perimetro era costituito da un recinto di ferro; e coppie di giova-
ni sentinelle, decisamente troppo giovani per poter essere turbate da
quanto c'era di storicamente ironico nella loro presenza, pattugliavano i
giardini con i loro mitra. L'ambasciatore disponeva inoltre di un'auto

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blindata e di una scorta di polizia. In fondo, era un ambasciatore, oltre


che un ebreo; doppia era quindi la responsabilit delle autorit locali.
Ma un semplice attach era tutt'altra cosa e non si poteva esagerare: la
sua casa era soggetta alla protezione generica della pattuglia diplomatica
mobile, e tutto ci che si poteva dire era che l'abitazione di ogni israelia-
no era oggetto di una particolare vigilanza, come dimostravano i registri
della polizia. Per maggior precauzione, gli indirizzi del personale del-
l'ambasciata israeliana non erano inclusi negli elenchi diplomatici uffi-
ciali, per non favorire gesti impulsivi in un periodo in cui Israele era di-
ventata un po' difficile da trattare. Politicamente.
Appena dopo le otto di quel luned mattina, l'attach aveva aperto il
suo garage e, come al solito, aveva ispezionato i coprimozzi della sua
macchina, nonch il disotto dello chassis, con l'aiuto di uno specchio
fissato a un manico di scopa che gli era stato consegnato a questo fine.
La cosa venne confermata dallo zio di sua moglie, che aveva viaggiato
con lui. L'attach guard anche sotto il sedile del guidatore, prima di gi-
rare la chiavetta dell'accensione. Da quando erano scoppiate le prime
bombe, queste precauzioni erano divenute obbligatorie per tutto il per-
sonale israeliano dislocato all'estero. Lui sapeva, come tutti, che bastano
quaranta secondi per riempire d'esplosivo un normale coprimozzi, e
meno ancora per infilare una bomba magnetica sotto il serbatoio. Sape-
va, come tutti glielo avevano ripetuto sino alla nausea da quando era
tardivamente entrato in diplomazia che una quantit di gente sarebbe
stata felice di farlo saltare in aria. Leggeva i giornali e i telegrammi. Con-
vinto della sicurezza dell'auto, salut moglie e figlio e and a lavorare.
In secondo luogo, la ragazza au pair della famiglia, una svedese dal
passato impeccabile di nome Elke, aveva iniziato il giorno prima una
settimana di vacanza nel Westerwald con il suo altrettanto impeccabile
fidanzato tedesco, Wolf, mandato in licenza dalla Bundeswehr. Wolf era
venuto a prendere Elke la domenica pomeriggio, con la sua Volkswagen
scoperta, e chiunque fosse passato davanti alla casa, o l'avesse tenuta
d'occhio, avrebbe potuto vedere la ragazza uscire dalla porta principale
in abito da viaggio, congedarsi con un bacio dal piccolo Gabriel e parti-
re salutata cordialmente dall'attach, che era rimasto sulla soglia a se-
guirla con gli occhi, mentre sua moglie, coltivatrice appassionata di ver-
dura, continuava a lavorare nell'orto.
Elke era con loro da un anno e pi e, come dichiar l'attach, era un
amatissimo membro della famiglia. Questi due fattori l'assenza dell'a-

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matissima au pair e l'assenza di un controllo da parte della polizia ave-


vano reso possibile l'attentato. Ci che ne favor la riuscita fu la fatale
bont dello stesso attach. Alle sei di sera di quella stessa domenica
cio due ore dopo la partenza di Elke mentre l'attach stava discuten-
do di religione con il proprio ospite e sua moglie continuava malinconi-
camente a coltivare il suolo tedesco, suonarono alla porta. Un'unica
scampanellata. Come sempre, prima d'aprire, l'attach guard dallo
spioncino. Come sempre, mentre sbirciava, teneva in mano la propria ri-
voltella di servizio, bench le leggi locali gli proibissero teoricamente di
tenere armi da fuoco. Ma la sola cosa che vide nella lente a occhio di pe-
sce fu una ragazza bionda sui ventuno o ventidue anni, piuttosto fragile
e tenera, che stava sui gradini accanto a una consunta valigia grigia con
etichette degli Scandinavian Airlines Systems legate al manico.
Un taxi o forse una berlina privata aspettava per strada alle sue
spalle, e lui pot sentire il ronzio del suo motore. Sicuramente. Gli pare-
va anche di aver udito il ticchettio di un magnete difettoso, ma questo
soltanto dopo, quando cercava d'aggrapparsi a ogni pagliuzza. Secondo
la sua descrizione, era una ragazza decisamente carina, eterea e insieme
sportiva, con lentiggini estive Sommerprossen intorno al naso. Al
posto della solita squallida divisa di jeans e camicetta, indossava un pu-
dico vestito blu abbottonato sino alla gola e un foulard di seta, bianco o
crema, che faceva risaltare l'oro dei suoi capelli e come fu pronto ad
ammettere sin dal primo straziante interrogatorio soddisfaceva i suoi
semplici gusti per la rispettabilit. Rimessa la rivoltella nel primo casset-
to del canterano dell'atrio, tolse la catena alla porta e sorrise, perch la
ragazza era affascinante e perch lui era timido e troppo grosso. Tutto
questo, dunque, nel corso del primo interrogatorio. Lo zio talmudico
non aveva visto n udito nulla. Come testimone, era inutile. Dal mo-
mento in cui era rimasto solo dietro una porta chiusa, si era apparente-
mente immerso in un commento sulla mishnah, obbedendo all'impera-
tivo di non sprecare mai il proprio tempo.
La ragazza parlava inglese con un accento. Nordico, non francese o
latino; provarono a fargli ascoltare un certo numero d'accenti, ma le co-
ste del nord furono la massima approssimazione cui riusc ad arrivare.
Per prima cosa la ragazza domand se Elke era in casa, solo che non la
chiam Elke, ma Ucki, un vezzeggiativo usato soltanto dai suoi amici
pi intimi. L'attach le spieg che era andata in vacanza due ore prima;
un vero peccato, ma forse poteva esserle utile lui. La ragazza espresse

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una leggera delusione e disse che sarebbe ripassata in un altro momen-


to. Era appena arrivata dalla Svezia, disse, e aveva promesso alla madre
di Elke di consegnare quella valigia, che conteneva indumenti e dischi. I
dischi erano stati una trovata particolarmente geniale, perch Elke era
una fanatica della musica pop. A questo punto, l'attach aveva insistito
perch entrasse in casa e, nella sua innocenza, aveva persino preso la va-
ligia portandola oltre la soglia, cosa che non si sarebbe pi perdonato
finch campava. S, certo, aveva letto le numerose esortazioni a non ac-
cettare mai pacchi consegnati da intermediari; s, sapeva anche che le
valigie possono mordere. Ma quella era Katrin, la cara amica di Elke ve-
nuta dalla sua stessa citt svedese, e proprio quel giorno aveva avuto la
valigia da sua madre! Era un po' pi pesante di quanto lui s'aspettasse,
ma attribu questo ai dischi. Quando poi osserv che con quella valigia
doveva aver superato il peso dei bagagli che era autorizzata a portare
gratuitamente, Katrin spieg che la madre di Elke l'aveva accompagnata
in auto all'aeroporto di Stoccolma per pagare il sovrappeso. La valigia,
not, era di quelle rigide, e pareva non solo pesante ma stracolma. No,
nessun movimento quando la sollev, di questo era sicuro. Ne sopravvi-
veva un'etichetta marrone, un frammento. Offr alla ragazza un caff,
ma lei rifiut, dicendo che non poteva far aspettare il suo autista. Non il
taxi. L'autista. Su questo punto s'arrovellarono a morte i membri della
commissione d'inchiesta. Le domand anche cosa fosse venuta a fare in
Germania e lei rispose che sperava di essere ammessa a studiare teologia
all'universit di Bonn. Tutto eccitato, lui era andato a prendere una ru-
brica telefonica e una matita e l'aveva invitata a lasciare nome e indiriz-
zo, ma lei gliele restitu e disse con un sorriso: Le dica soltanto "Ka-
trin" e lei capir.
Alloggiava in un ostello luterano per ragazze, spieg, ma solo in atte-
sa di trovare un appartamento. (Questo ostello esiste realmente a Bonn,
altro particolare azzeccato.) Sarebbe tornata, disse, una volta che Elke
fosse rientrata dalla vacanza. Avrebbero forse potuto trascorrere insie-
me il suo compleanno. Lo sperava tanto. Davvero. L'attach si offr di
organizzare una festa per Elke e i suoi amici magari con una fonduta
al formaggio che avrebbe potuto preparare personalmente. Mia moglie
infatti come spieg in seguito con patetica insistenza una kibbutz-
nik, signore, e non ha il gusto della buona cucina. A questo punto, dalla
strada, l'auto, o il taxi, cominci a strombettare. Un suono di altezza
quasi coincidente col do centrale, una serie di brevi colpi, tre, pressap-

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poco. Si strinsero la mano e lei gli diede la chiave della valigia. Fu allora
che, per la prima volta, l'attach not che Katrin indossava dei guanti
bianchi di cotone, ma era una ragazza di questo tipo ed era una giornata
umidiccia per portare una valigia. Insomma niente di scritto sulla rubri-
ca e nessuna impronta n sulla rubrica stessa n sulla valigia. E neanche
sulla chiave.
L'intera operazione calcol in seguito il pover'uomo si era svolta
in soli cinque minuti. Non di pi, a causa dell'autista. L'attach la segu
con lo sguardo mentre percorreva il vialetto un bel modo di cammi-
nare, sexy senza essere deliberatamente provocatorio. Poi chiuse co-
scienziosamente la porta, rimise la catena e port la valigia nella camera
di Elke, che era al pianterreno, posandola ai piedi del letto e dicendosi
che era meglio metterla di piatto per gli indumenti e per i dischi. Poi ci
mise sopra la chiave. Dal giardino, dove stava implacabilmente spaccan-
do il duro terreno con una zappa, sua moglie non ud nulla e, quando
torn in casa per unirsi ai due uomini, il marito dimentic di informarla.
A questo punto ci fu una piccola, umanissima rettifica.
Dimentic? gli domandarono increduli gli israeliani. Come ha po-
tuto "dimenticare" un avvenimento domestico quale l'arrivo dell'amica
svedese di Elke? E la valigia posata sul letto?
L'attach croll ancora una volta quando dovette ammettere la veri-
t. No, non era esatto che se ne fosse dimenticato. E allora perch? gli
chiesero. Soprattutto apparentemente perch aveva deciso alla sua
maniera solitaria, introversa che, be', le questioni mondane in realt
non avevano pi nessun interesse per sua moglie, signore. La sola cosa
che lei desiderava era tornare al suo kibbutz e ristabilire liberi rapporti
con la gente senza gli assurdi rituali della diplomazia. E d'altra parte
be', la ragazza era talmente carina, signore be', forse era pi prudente
tenere la cosa per s. In quanto alla valigia be', mia moglie non va mai
nella camera di Elke, capisce? non ci andava, voglio dire alla sua ca-
mera bada Elke personalmente. E il talmudista, lo zio di sua moglie?
L'attach non aveva detto niente neanche a lui. Notizia confermata da
entrambe le parti. Annotarono senza commenti: Tenerla per s.
A questo punto, come un treno fantasma che bruscamente sparisce
dalle rotaie, il flusso degli eventi s'interruppe. La ragazza Elke, con
Wolf accorso galantemente a darle appoggio, fu subito richiamata a
Bonn, ma non conosceva nessuna Katrin. Furono avviate indagini sulla
vita mondana di Elke, ma avrebbero richiesto tempo. Sua madre non

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aveva mandato nessuna valigia, n mai si sarebbe sognata di farlo di-


sapprovava infatti il cattivo gusto della figlia in fatto di musica, dichiar
alla polizia svedese, e non le sarebbe mai venuto in mente d'incoraggiar-
lo. Wolf torn sconsolato al suo reggimento e dovette sottoporsi agli
estenuanti interrogatori del controspionaggio militare. Non si present
nessun autista, n di taxi n di auto privata, bench la sua presenza fosse
stata richiesta dalla polizia e dalla stampa di tutta la Germania e fossero
state offerte, in absentia, enormi somme di denaro per la sua deposizio-
ne. Nessuna viaggiatrice corrispondente alla descrizione e venuta dalla
Svezia o da qualsiasi altro luogo, pot essere individuata attraverso gli
elenchi dei passeggeri, n nella memoria degli elaboratori di un qualsiasi
aeroporto tedesco, e non solo di quello di Colonia. Le fotografie di ter-
roriste note e ignote, e persino l'intero registro delle "semi-illegali", non
suggerirono nulla alla memoria dell'attach che, sebbene impazzito dal
dolore, avrebbe aiutato chiunque a fare qualsiasi cosa, se non altro per
sentirsi utile. Non ricordava quali scarpe indossasse la ragazza, se aveva
rossetto, profumo o mascara, se i suoi capelli parevano tinti o se porta-
va una parrucca. Come poteva, lasciava capire lui che per formazione
era un economista e sotto ogni altro aspetto un brav'uomo, un buon
marito, un cuore tenero, il cui solo vero interesse, a parte Israele e la fa-
miglia, era Brahms come poteva intendersene di tinture per capelli
femminili? S, ricordava che la ragazza aveva delle belle gambe e un col-
lo molto bianco. S, certo, maniche lunghe, altrimenti avrebbe notato
anche le braccia. S, una sottoveste o qualcosa del genere, altrimenti
avrebbe visto la forma del suo corpo in controluce, illuminato dall'e-
sterno dal sole. Un reggiseno? forse no, ma il suo petto era piccolo e
avrebbe potuto benissimo farne a meno. Vestirono alcune indossatrici
per mostrargliele. Dovette guardare cento diversi vestiti blu mandati dai
magazzini di tutta la Germania, ma, neanche se avesse dovuto costargli
la vita, sarebbe riuscito a ricordare se quel particolare abito aveva un
colletto e i polsini di un colore diverso; e tutti i suoi tormenti spirituali
non potevano migliorare la sua memoria. Quante pi cose gli chiedeva-
no, tante pi ne dimenticava. I soliti testimoni casuali confermarono in
parte la sua versione, senza per aggiungere nulla di sostanziale.
Ai poliziotti di pattuglia l'episodio era completamente sfuggito, ed
era probabile che il momento della sistemazione della bomba fosse sta-
to calcolato anche tenendo conto di questo. La valigia poteva essere di
una qualsiasi tra venti marche differenti. L'auto, o il taxi, era una Opel o

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una Ford; era grigia, non molto pulita, n nuova n vecchia. Una targa
di Bonn; no, veniva da Siegburg. S, l'insegna di un taxi sul tetto. No, era
un tetto apribile, e qualcuno ne aveva udito uscire della musica, ma qua-
le programma non fu possibile scoprirlo. S, un'antenna per la radio.
No, niente antenna. Il guidatore era un bianco, ma poteva anche essere
un turco. Era glabro, aveva i baffi, era scuro di capelli. No, biondo. Un
fisico snello, poteva essere una donna travestita. Qualcuno era sicuro
che dietro il finestrino posteriore penzolasse un minuscolo spazzacami-
no. O forse era un autoadesivo. S, un autoadesivo. Secondo alcuni, il
conducente indossava una giacca a vento. Ma poteva anche trattarsi di
un pullover.
In questa fase di stallo, la squadra israeliana parve piombare in una
sorta di coma collettivo. Erano in uno stato letargico: arrivavano tardi,
se ne andavano presto e passavano una quantit di tempo alla loro am-
basciata, dove, apparentemente, ricevevano nuove istruzioni. Col tra-
scorrere dei giorni, Alexis comprese che stavano aspettando qualcosa.
Segnavano il passo, ma erano in certo qual modo eccitati. Impazienti
ma tranquilli, come sin troppe volte si era sentito anche lui. Aveva una
rara capacit di accorgersi di queste cose molto prima dei suoi colleghi.
Quando si trattava di solidarizzare con gli ebrei, gli pareva di vivere in
una sorta di elevato isolamento. Il terzo giorno, si un al gruppo un
uomo pi anziano dal viso largo, che si faceva chiamare Schulmann, ac-
compagnato da un tirapiedi molto magro che doveva avere la met dei
suoi anni. Alexis li paragon a un Cesare e a un Cassio ebraici.
L'arrivo di Schulmann e del suo assistente offr al buon Alexis uno
splendido diversivo dalla furia controllata della propria indagine e dal fa-
stidio di avere sempre alle calcagna il poliziotto slesiano, i cui modi co-
minciavano ad assomigliare pi a quelli di un successore che di un assi-
stente. Per prima cosa not che Schulmann aveva immediatamente alza-
to la temperatura della squadra israeliana. In precedenza si erano mo-
strati cortesi, non avevano mai bevuto alcol e avevano pazientemente
teso le loro reti, conservando la segreta compattezza orientale di un'uni-
t combattente. Il loro autocontrollo era imbarazzante per quelli che
non lo condividevano e quando, durante una rapida colazione alla men-
sa, il ponderoso slesiano decise di far dello spirito sui cibi kasher e di
parlare con condiscendenza delle bellezze della loro patria, concedendo-
si di passaggio un'allusione grossolanamente insultante alla qualit dei
vini israeliani, essi accolsero questo omaggio con una gentilezza che

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Alexis capiva doveva essere costata loro sangue. E rimasero in silenzio


anche quando lo slesiano si mise a parlare della rinascita della Kultur
ebraica in Germania e dell'abilit con la quale i nuovi ebrei avevano mo-
nopolizzato il mercato immobiliare di Francoforte e di Berlino, bench
le acrobazie finanziarie degli ebrei degli shtetlach (1) che non avevano
risposto al richiamo di Israele li disgustassero segretamente quanto la
goffaggine dei loro anfitrioni. Poi, d'un tratto, con l'arrivo di Schul-
mann, tutto cambi. Era il capo che loro stavano aspettando: Schul-
mann di Gerusalemme, il cui arrivo era stato annunciato con qualche
ora d'anticipo da una perplessa telefonata del quartier generale di Colo-
nia.
Stanno mandando un superspecialista, sar lui a mettersi in contatto
con te.
Specialista in che cosa? aveva chiesto Alexis, che si faceva un dove-
re, ben poco tedesco, di detestare le persone provviste di particolari
qualifiche. Nessuna risposta. Ma all'improvviso, eccolo l, non uno spe-
cialista, agli occhi di Alexis, ma un dinamico ed effervescente veterano
di tutte le battaglie dalle Termopili in avanti, et tra i quaranta e i novan-
ta, tozzo e slavo e forte e assai pi europeo che ebraico, con un torace
sviluppatissimo e l'andatura a larghi passi di un lottatore e la capacit di
mettere tutti a proprio agio; e quel suo fremente accolito, cui nessuno
aveva mai fatto il minimo cenno. Non Cassio, forse; ma l'archetipo degli
studenti dostoevskijani: famelico e in guerra perenne con i demoni.
Quando Schulmann sorrideva le grinze che comparivano sul suo
viso erano state scavate da secoli di acqua scorrente sui medesimi sen-
tieri rocciosi, e i suoi occhi si stringevano come quelli di un cinese. Allo-
ra, ma molto tempo dopo di lui, sorrideva anche il suo tirapiedi, echeg-
giando qualche contorto ragionamento interiore. Quando Schulmann ti
salutava, l'intero suo braccio destro ti veniva addosso in un pugno tutto
artiglio, talmente in fretta da toglierti il fiato se non eri pronto a pararlo.
Il tirapiedi teneva invece le braccia lungo i fianchi, come se non si fidas-
se di lasciarle libere. Quando Schulmann parlava, sparava idee contrad-
dittorie come una raffica di proiettili, e aspettava poi di vedere quali ave-
vano raggiunto il bersaglio e quali rimbalzavano indietro. La voce del ti-
rapiedi seguiva come una squadra di barellieri, raccogliendo silenziosa-
mente i morti.
Sono Schulmann, piacere di conoscerla, dottor Alexis disse Schul-
mann in un inglese allegramente accentato. Schulmann e basta. Niente

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nome, niente grado, niente titolo accademico, niente settore o occupa-


zione; e lo studente era addirittura anonimo almeno per i tedeschi. Un
eroe del popolo era Schulmann, come lo vedeva Alexis; un elargitore di
speranza, una dinamo d'energia, un organizzatore eccezionale; un cosid-
detto specialista che aveva bisogno di una stanza tutta per s e che l'ot-
tenne quello stesso giorno se ne occup il tirapiedi. Ben presto, dietro
la porta chiusa, la voce incessante di Schulmann assunse toni da avvoca-
to di provincia, che esaminava e valutava il lavoro compiuto sino a quel
momento. Non era necessario essere uno studioso d'ebraico per udire i
perch e i come e i quando e i perch no. Un improvvisatore, pens
Alexis; un guerrigliero urbano nato. Quando poi taceva, Alexis udiva
anche questo, e si domandava cosa diavolo si fosse messo improvvisa-
mente a leggere di cos interessante da bloccare il lavoro della sua boc-
ca. O forse stavano pregando? ma lo facevano davvero? A meno che,
naturalmente, non toccasse al tirapiedi parlare, e in questo caso Alexis
non avrebbe udito neanche un sussurro, perch la voce del ragazzo,
quando era coi tedeschi, aveva poco volume quanto il suo corpo.
Ma era soprattutto il dinamismo di Schulmann ci che Alexis sentiva
con forza particolare. Era una sorta di ultimatum umano, che trasmette-
va alla sua squadra le pressioni di cui era oggetto, immettendo nelle loro
fatiche una disperazione appena sopportabile. Possiamo vincere, ma
possiamo anche perdere, stava dicendo secondo la vivida immaginazio-
ne del dottore. E per troppo tempo siamo stati troppo in ritardo. Schul-
mann era il loro impresario, il loro manager, il loro generale tutte que-
ste cose assieme ma era anche un uomo molto comandato. Cos alme-
no lo vedeva Alexis, e non sempre sbagliava di grosso. Lo capiva dal
modo severo e interrogativo in cui i suoi uomini guardavano Schul-
mann cercando non i particolari del loro lavoro, ma il suo procedere:
Serve questo? un passo sulla strada giusta? Lo capiva dal gesto abitua-
le di Schulmann di stropicciarsi la manica della giacca, agguantando il
suo massiccio avambraccio sinistro e facendo poi ruotare il polso come
se appartenesse a un altro, finch il quadrante del suo vecchio orologio
d'acciaio non rispondeva al suo sguardo. Insomma, anche Schulmann
aveva un termine massimo, pens Alexis; c' una bomba a orologeria
che ticchetta anche sotto di lui; ce l'ha il tirapiedi nella sua cartella.
L'interazione tra i due uomini affascinava Alexis: era una gradita di-
strazione dalle proprie tensioni. Quando Schulmann and a fare una
passeggiata in Drosselstrasse e si sofferm tra le precarie macerie della

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casa bombardata, allargando le braccia, protestando, consultando l'oro-


logio, mostrandosi offeso come se quella casa fosse stata la sua, il tira-
piedi s'aggirava alla sua ombra come la sua coscienza, con le mani sche-
letriche risolutamente incollate ai fianchi, e intanto sembrava frenare il
suo superiore con il sussurrato fervore delle proprie convinzioni.
Quando Schulmann rese visita all'attach per un ultimo colloquio a
quattr'occhi e il dialogo, udibile in parte attraverso il muro divisorio, sal
sino all'urlo, per poi precipitare in un mormorio sommesso da confes-
sionale, fu il tirapiedi che condusse il pover'uomo fuori della stanza e lo
riconsegn personalmente alle cure dell'ambasciata, confermando cos
una teoria che Alexis aveva fatto propria sin dall'inizio, ma a cui Colonia
gli aveva ordinato di non dare seguito. Tutto puntava in questa direzio-
ne. La moglie fanatica e introversa che sognava soltanto la sua terra sa-
cra; lo spaventoso senso di colpa dell'attach; la sua accoglienza troppo
assurdamente generosa a Katrin, quando si era praticamente autonomi-
nato suo fratello adottivo in assenza di Elke; la sua bizzarra ammissione
che, mentre lui era entrato nella camera di Elke, sua moglie non lo
avrebbe mai fatto. Per Alexis, che ai suoi tempi si era trovato in situazio-
ni simili, e vi si trovava anche adesso i nervi dilaniati dal rimorso ed
esposti a ogni minima brezza sessuale i segni erano ben visibili nell'in-
tero dossier ed era per lui una segreta soddisfazione che li avesse notati
anche Schulmann.
Ma se su questo punto Colonia era inflessibile, Bonn era addirittura
isterica. L'attach era un eroe: un padre affranto, il marito di una donna
orribilmente mutilata. Era vittima della violenza antisemita sul suolo te-
desco; era un diplomatico israeliano accreditato a Bonn, e quindi per
definizione uno degli ebrei pi rispettabili sinora inventati. Chi erano
mai i tedeschi, lo pregavano di considerare, per poter denunciare un
uomo simile come adultero? La stessa sera lo sconvolto attach segu
suo figlio in Israele, e il telegiornale diffuse in tutta la nazione un'imma-
gine della sua ampia schiena che saliva goffamente la passerella d'imbar-
co, e del sempre presente Alexis che, col cappello in mano, lo guardava
partire con impassibile rispetto.
Certe attivit di Schulmann arrivarono all'orecchio di Alexis solo
dopo il ritorno in patria della squadra israeliana. Scopr, per esempio,
quasi per caso ma non del tutto, che Schulmann e il suo tirapiedi si era-
no messi personalmente in contatto con Elke, senza informarne gli in-
vestigatori tedeschi, e l'avevano convinta, nel cuore della notte, a riman-

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dare la sua partenza per la Svezia per godersi, tutti e tre insieme, una se-
rata di chiacchiere ben pagate e del tutto volontarie. Trascorsero poi un
altro pomeriggio interrogandola in una camera d'albergo e, in radicale
contrasto con le economie praticate nelle iniziative mondane in altri
campi, l'accompagnarono spensieratamente all'aeroporto in taxi. Tutto
questo supponeva Alexis al fine di scoprire chi erano i suoi "veri"
amici e dove andava a divertirsi quando il suo ragazzo veniva saldamen-
te reintegrato nelle file dell'esercito. E dove comprava la marijuana e le
anfetamine che avevano trovato tra le macerie della sua camera. O, me-
glio, chi gliele aveva date e tra le braccia di chi le piaceva abbandonarsi a
parlare di s e dei suoi datori di lavoro quando era realmente "fatta" e
rilassata. Alexis dedusse tutto questo anche dal fatto che a questo punto
i suoi connazionali gli avevano portato un rapporto confidenziale su
Elke e le domande che metteva in bocca a Schulmann erano le stesse
che avrebbe voluto rivolgerle lui, se Bonn non gli avesse messo la muse-
ruola strillando "gi le mani". Niente fango, continuavano a dirgli. La-
sciamo che prima ci cresca sopra l'erba.
Alexis, che ormai si batteva per la propria sopravvivenza, cap l'anti-
fona e tenne la bocca chiusa, perch ogni giorno che passava le azioni
dello slesiano salivano a scapito delle sue. Tuttavia, avrebbe puntato pa-
recchio sul tipo di risposte che Schulmann, nella sua frenetica e spietata
insistenza, poteva averle strappato, tra un'occhiata e l'altra a quella vec-
chia meridiana del suo orologio l'identikit del virile studente arabo o
del giovane addetto di qualche vaga frangia diplomatica, per esempio
o un cubano forse con soldi da buttar via e ricchi pacchetti di erba e
un'inattesa disponibilit ad ascoltarla. Molto tempo dopo, quando era
ormai troppo tardi perch la cosa potesse avere importanza, Alexis ap-
prese anche tramite il servizio di sicurezza svedese, che aveva a sua
volta mostrato un certo interesse per la vita amorosa di Elke che
Schulmann e il suo tirapiedi le avevano di fatto mostrato, nelle ore pic-
cole in cui altri dormivano, un campionario di fotografie di possibili
candidati. E che fra tutte lei ne aveva scelto una, quella di un presunto
cipriota di cui conosceva soltanto il nome di battesimo Marius che
lui le aveva chiesto di pronunciare alla francese. E in questo senso aveva
firmato per loro una dichiarazione non ufficiale S, il Marius con
cui sono stata a letto della quale, le fecero intendere, avevano biso-
gno per Gerusalemme. Perch? si domand Alexis. Per rispettare in
qualche modo il termine di scadenza di Schulmann? Per ottenere pi

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credito alla base? Erano tutte cose che Alexis capiva. E quanto pi ci
pensava, tanto maggiore diventava il suo senso d'affinit, di compren-
sione cameratesca, con Schulmann. Tu e io siamo una persona sola, gli
accadeva continuamente di pensare. Noi lottiamo, noi sentiamo, noi ve-
diamo. Alexis percepiva tutto questo profondamente, con molta con-
vinzione.
L'inevitabile rapporto conclusivo fu presentato nella sala per confe-
renze, con il massiccio slesiano alla presidenza di fronte a oltre trecento
sedie, in massima parte vuote, ma con i due gruppi, il tedesco e l'israe-
liano, riuniti come le famiglie degli sposi ai due lati della navata di una
chiesa. I tedeschi erano rafforzati da funzionari del ministero degli In-
terni e da qualche cacciatore di voti del Bundestag; gli israeliani avevano
con s l'addetto militare della loro ambasciata, ma molti della loro squa-
dra, compreso l'emaciato tirapiedi di Schulmann, erano gi ripartiti per
Tel Aviv. O almeno cos dicevano i suoi compagni. Gli altri si riunirono
alle undici del mattino e trovarono ad accoglierli una tavola da buffet
coperta da una tovaglia bianca, sulla quale frammenti significativi dell'e-
splosione erano esposti come reperti archeologici al termine di un lun-
go scavo, ognuno con la sua etichetta da museo battuta da una macchi-
na elettrica. Dietro, su una tavoletta fissata a una parete, si potevano ve-
dere le solite immagini orripilanti, a colori, per maggior realismo. Sulla
porta, una bella ragazza con un sorriso un po' troppo cordiale, distribui-
va cartellette di plastica contenenti dati informativi. Se avesse distribuito
caramelle o gelati, per Alexis non sarebbe stata una sorpresa.
I rappresentanti tedeschi chiacchieravano e allungavano il collo in
tutte le direzioni, anche verso gli israeliani, che dal canto loro mantene-
vano l'immobilit mortale di coloro per i quali ogni minuto sprecato era
un martirio. Soltanto Alexis che di questo era sicuro coglieva e con-
divideva la loro segreta sofferenza, qualunque ne fosse la fonte. Noi te-
deschi siamo decisamente un po' esagerati, decise. Siamo la morte vi-
vente. Aveva pensato, sino a un'ora prima, che toccasse a lui dirigere la
discussione. Aveva previsto e anche segretamente preparato un inci-
siva vampata del suo stile lapidario, un energico Thank you, gentlemen in
inglese e via di seguito. Ma questo non avvenne. I baroni avevano preso
la loro decisione e volevano lo slesiano a colazione, a pranzo e a cena; e
non sopportavano nessun Alexis, neanche per il caff. Perci volle met-
tersi in mostra, bighellonando ostentatamente in fondo alla sala, con le
braccia incrociate e fingendo uno sbadato interesse, mentre dentro di s

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smaniava e solidarizzava con gli israeliani. Quando tutti, tranne Alexis,


si furono seduti, fece il suo ingresso lo slesiano, con quella particolare
andatura pelvica che, secondo Alexis, caratterizzava tutti i tedeschi di un
certo tipo ogni volta che dovevano salire a una tribuna. Dietro di lui
avanzava un giovane spaventato in giacca bianca, portando un duplicato
dell'ormai famosa logora valigia grigia, con relative etichette degli Scan-
dinavian Airlines Systems, che pos sulla predella come un'oblazione.
Cercando il suo eroe, Schulmann, Alexis lo vide tutto solo in una se-
dia lungo il passaggio, quasi in fondo. Si era tolto giacca e cravatta e in-
dossava un paio di comodi pantaloni sportivi che, a causa della circon-
ferenza della vita un po' troppo generosa, arrivavano un tantino al diso-
pra delle sue scarpe fuori moda. L'orologio d'acciaio strizzava l'occhio
sul suo polso bruno; il candore della camicia sulla pelle stagionata gli
dava l'aspetto benigno di chi sta per andare in vacanza. Sta' tranquillo
che ti raggiungo, pens malinconicamente Alexis, ricordando il suo pe-
noso incontro con i baroni. Lo slesiano parl in inglese "per un riguar-
do ai nostri amici israeliani". Ma anche, sospett Alexis, per un riguardo
a quei suoi sostenitori che erano venuti ad assistere all'esibizione del
loro campione.
Lo slesiano aveva frequentato l'obbligatorio corso antisovversione a
Washington e parlava quindi l'inglese maciullato di un astronauta. A mo'
di introduzione, annunci che l'impresa era opera di "elementi radicali
di sinistra", e quando fece un'allusione alla "indulgenza eccessiva dei so-
cialisti verso i giovani di oggi", intervennero ad appoggiarlo mormorii
d'approvazione dalle sedie occupate dai parlamentari. Neanche il nostro
caro Fhrer avrebbe potuto far di meglio, pens Alexis, pur rimanendo
esteriormente indifferente. L'esplosione, per ragioni architettoniche, si
era sviluppata verso l'alto, disse lo slesiano indicando un grafico che l'as-
sistente aveva srotolato alle sue spalle, e aveva portato via di netto la
struttura centrale della casa, trascinandosi appresso l'ultimo piano, e
quindi anche la camera del bambino. Insomma, pens ferocemente Ale-
xis, era stato un gran botto, e allora perch non lo dici e non chiudi il
becco? Ma lo slesiano non aveva nessuna intenzione di chiudere il bec-
co. Secondo le valutazioni pi attendibili, la carica era di cinque chilo-
grammi. La madre era sopravvissuta perch si trovava in cucina. La cu-
cina era nell'Anbau. L'uso improvviso e inaspettato di una parola tede-
sca suscit almeno in quelli che il tedesco lo parlavano un curioso
imbarazzo.

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Was ist Anbau? borbott irritato lo slesiano al suo assistente, men-


tre tutti si rizzavano a sedere e cercavano una traduzione.
Dipendenza, disse ad alta voce Alexis, precedendo tutti gli altri e
guadagnandosi le risatine represse dei bene informati e l'irritazione
meno repressa del circolo dei sostenitori dello slesiano.
Dipendenza ripet lo slesiano nel suo miglior inglese e, ignorando
la sgradita fonte di quel suggerimento, prosegu a corpo morto il suo di-
scorso. Nella mia prossima vita, decise Alexis, sar un ebreo, uno spa-
gnolo, un esquimese o un anarchico totalmente impegnato come tutti.
Ma non sar pi un tedesco: si pu esserlo una volta per penitenza, ma
poi basta. Solo un tedesco pu fare una conferenza inaugurale sul cada-
vere di un bambino ebreo.
Ora lo slesiano stava parlando della valigia. Brutta e a buon mercato,
di quelle predilette da persone come gli operai con un permesso di lavo-
ro temporaneo e i turchi. E i socialisti, avrebbe potuto aggiungere. Gli
interessati potevano trovare informazioni in proposito nelle loro cartel-
lette o studiare i frammenti superstiti della sua struttura d'acciaio sulla
tavola da buffet. O potevano decidere, come aveva deciso da un pezzo
Alexis, che bomba e valigia erano un vicolo cieco. Non potevano per
fare a meno di ascoltare lo slesiano, perch quella era la giornata dello
slesiano, e questo discorso il suo rullo di vittoria sul suo deposto nemi-
co libertario Alexis. Dalla valigia, pass ai contenuti.
Il congegno era tenuto fermo da due tipi d'imbottitura, signori, disse.
Il tipo d'imbottitura numero 1 era un giornale vecchio che, secondo i
test, era un giornale di Bonn della catena Springer stampato nel corso
degli ultimi sei mesi, e quindi era anche molto adatto, pens Alexis. Il
tipo 2 era una coperta, un residuato militare, tagliata a strisce, simile a
quella che vi verr ora presentata dal mio collega Mister tal dei tali dei
laboratori d'analisi dello Stato. E mentre lo spaventato assistente sotto-
poneva al loro esame una grande coperta grigia, lo slesiano snocciolava
gli altri suoi brillanti reperti.
Alexis ascoltava annoiato la loro elencazione a lui ben nota: la punta
schiacciata di un detonatore minuscole particelle di esplosivo non deto-
nato, riconosciuto come normale plastico russo, che gli americani chia-
mano C4, gli inglesi Pe e gli israeliani chiss come, il meccanismo di ca-
ricamento di un orologio da polso di poco prezzo, la molla carbonizzata
ma ancora identificabile di una molletta per biancheria. Insomma, pen-
s Alexis, l'armamentario classico, direttamente uscito da un corso per

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fabbricare bombe. Nessun materiale compromettente, nessun tocco di


vanit, nessun fronzolo, a parte una trappola esplosiva da cassetta d'at-
trezzi da ragazzini incassata nell'angolo interno del coperchio. Tranne
questo, pens Alexis, con la roba che i ragazzi mettevano assieme di
questi tempi, un congegno del genere ti faceva venire una certa nostal-
gia per i cari terroristi all'antica degli anni Settanta. Anche lo slesiano
sembrava pensarla nello stesso modo, ma cerc anche di ricavarne
un'orrenda battuta di spirito: Noi la chiamiamo la bomba bikini! tuo-
n con orgoglio. Il minimo indispensabile! Niente extra!
E niente arresti! intervenne sconsideratamente Alexis, ottenendo in
cambio un sorriso d'ammirazione e di strana complicit da parte di
Schulmann. Bruscamente, aggirando il suo assistente, lo slesiano im-
merse a questo punto un braccio nella valigia e ne estrasse con un gran
gesto un pezzo di legno dolce sul quale era stato montato un modello in
scala, molto simile a una pista-giocattolo per automobiline, di sottilissi-
mo fil di ferro verniciato, che terminava con dieci bastoncini di plastico
grigiastro. Quando i non iniziati gli s'affollarono attorno per vederlo pi
da vicino, Alexis not con sorpresa che Schulmann aveva lasciato il pro-
prio posto, con le mani in tasca, per unirsi a loro e veniva avanti tran-
quillo. Ma perch? gli domand mentalmente Alexis, guardandolo spu-
doratamente negli occhi. Perch all'improvviso perdi cos il tuo tempo,
quando ieri riuscivi s e no a dare un'occhiata al tuo scassato orologio?
Rinunciando allo sforzo di rimanere indifferente, Alexis sgusci imme-
diatamente al suo fianco. cos che si fabbrica una bomba, stava spie-
gando lo slesiano, quando si dei tipi convenzionali e si vogliono far
saltare in aria degli ebrei. Si compra un orologio di poco prezzo come
questo; non lo si ruba, lo si compra in un grande magazzino quando c'
una particolare ressa e si compra anche qualche altra cosa per confon-
dere la memoria del commesso. Si toglie la lancetta delle ore. Si pratica
un buco nel vetro, s'infila nel buco una puntina da disegno, si salda il
circuito elettrico alla testa della puntina con della solida colla. Poi la bat-
teria. Poi si sistema la lancetta vicino alla puntina, o lontano da essa,
come si vuole. Ma, di regola, si lascia il minimo intervallo possibile, per
evitare che la bomba venga scoperta e disinnescata. Si carica l'orologio.
Ci si accerta che la lancetta dei minuti funzioni ancora. Si rivolge una
preghiera a chiunque si ritiene che ci abbia creati e si spinge il detonato-
re nel plastico. Quando la lancetta dei minuti toccher la punta della
puntina, il contatto completer il circuito elettrico e, con l'aiuto del Si-

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gnore, la bomba scoppier. Per mostrare il funzionamento di questa


meraviglia, lo slesiano tolse il detonatore disinnescato e i dieci bastonci-
ni di esplosivo al plastico, sostituendoli con una minuscola lampadina
adatta a una torcia a mano.
Adesso vi faccio vedere come funziona il circuito! grid. Nessuno
aveva dubbi sul suo funzionamento e molti di loro conoscevano quel-
l'aggeggio alla perfezione, ma ad Alexis parve che gli astanti fossero tut-
ti percorsi da un brivido involontario nel momento in cui la lampadina
trasmise allegramente il suo segnale. Solo Schulmann rimase in apparen-
za impassibile. Forse ne aveva viste troppe, pens Alexis, e la piet in lui
era definitivamente morta. Schulmann, infatti, ignor completamente la
lampadina. Era rimasto chino sul modellino, a contemplarlo con un
gran sorriso e con l'occhio critico di un intenditore. Un parlamentare,
desideroso di sfoggiare la propria bravura, domand come mai la bom-
ba non fosse scoppiata in tempo.
Questa bomba rimasta in quella casa per quattordici ore obiett
in un carezzevole inglese. Una lancetta dei minuti pu girare al massi-
mo per un'ora. Quella delle ore per dodici. Come si spiegano, per favo-
re, queste quattordici ore, per una bomba che al massimo pu aspettar-
ne dodici?
Per ogni domanda, lo slesiano aveva pronta una conferenza. Ne fece
una anche adesso, mentre Schulmann, sempre con il suo sorriso indul-
gente, si era messo a toccare delicatamente i bordi del modello con le
sue grosse dita, come se avesse perso qualcosa nell'imbottitura sotto-
stante. Era possibile che l'orologio non avesse funzionato, disse lo sle-
siano. Era possibile che il tragitto in auto sino alla Drosselstrasse ne
avesse scombussolato il meccanismo. Era possibile che l'attach, posan-
do la valigia sul letto di Elke, avesse danneggiato il circuito, disse lo sle-
siano. Era possibile che l'orologio, essendo scadente, si fosse fermato
per poi rimettersi in moto. Era possibile tutto, pens Alexis, ormai inca-
pace di dominare la propria irritazione. Ma Schulmann aveva un'ipotesi
differente, e pi ingegnosa.
O forse l'attentatore non ha raschiato vernice a sufficienza dalla lan-
cetta dei minuti disse in una sorta di distratto "a parte", mentre rivolge-
va la propria attenzione alle cerniere della valigia. Togliendo di tasca un
vecchio temperino, scelse tra i vari accessori una grossa punta e comin-
ci a frugare dietro il perno della cerniera, trovando una nuova confer -
ma della facilit con cui poteva essere rimosso.

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I tecnici del vostro laboratorio hanno raschiato tutta la vernice. Ma


forse questo attentatore non stato altrettanto scientifico disse chiu-
dendo di scatto il temperino con un gran clic.
N altrettanto abile. N altrettanto preciso nei suoi preparativi. Ma
era una ragazza, s'affrett a obiettare mentalmente Alexis; perch Schul-
mann all'improvviso ne parla al maschile, quando tutti dovremmo pen-
sare a una bella ragazza vestita di blu? Apparentemente inconsapevole
di avere almeno per il momento messo in ombra lo slesiano lanciato
nella sua esibizione, Schulmann concentr la propria attenzione sulla
trappola esplosiva all'interno del coperchio, tirando delicatamente il
pezzetto di fil di ferro cucito nella fodera e collegato a una caviglia nella
bocca della molletta.
C' qualcosa di interessante, Herr Schulmann? domand lo slesia-
no, con angelico autocontrollo. Ha trovato un indizio, per caso? Ce lo
dica, per favore. Ci interessa moltissimo.
Schulmann medit su questa generosa offerta. Troppo poco fil di
ferro annunci tornando alla tavola da buffet e cercando qualcosa tra
quei macabri reperti. Voi avete qui i resti di settantasette centimetri di
fil di ferro. Stava brandendo una matassa carbonizzata. Era avvolta su
se stessa come un fantoccio di lana, con un cappio intorno alla vita per
tenerla unita. Nella vostra ricostruzione, ce ne sono al massimo venti-
cinque centimetri. Come mai ne manca mezzo metro?
Ci fu un attimo di perplesso silenzio, prima che lo slesiano sbottasse
in una fragorosa, indulgente risata. Ma, Herr Schulmann, quello era filo
di riserva spieg come se stesse ragionando con un bambino. Per i
collegamenti elettrici. Comunissimo fil di ferro. Una volta che l'attenta-
tore ebbe approntato il congegno, gli era evidentemente avanzato del fil
di ferro, e allora lui o lei lo gett nella valigia. Per mero amor dell'or-
dine, normalissimo. Era filo di riserva ripet. brig. Senza alcun si-
gnificato tecnico. Sag ihm doch brig. "Avanzato" tradusse qualcuno, sen-
za che fosse necessario. Non significa niente, Mister Schulmann.
avanzato.
Il momento era passato, la breccia era stata chiusa, e quando Alexis
lo rivide, Schulmann era discretamente fermo sulla soglia, nell'atto d'an-
darsene, con la grossa testa voltata in parte verso di lui e il braccio del-
l'orologio alzato, ma alla maniera di chi consulta il proprio stomaco e
non l'ora. I loro occhi non s'incontrarono, ma Alexis sapeva con certez-
za che Schulmann lo stava aspettando, che lo chiamava attraverso la

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stanza e che gli diceva "pranzo". Lo slesiano proseguiva la sua noiosa


concione e il suo pubblico gli stava ancora attorno senza nessun moti-
vo, come una comitiva di passeggeri di una linea aerea costretti a terra.
Staccandosi dai margini del gruppo, Alexis s'affrett a seguire Schul-
mann in punta di piedi. In corridoio Schulmann lo prese per un braccio
in uno spontaneo gesto d'affetto. Fuori era di nuovo una bella giorna-
ta di sole i due uomini si tolsero la giacca e Alexis in seguito avrebbe
ricordato perfettamente come Schulmann avesse arrotolato la sua quasi
a formare un cuscino per il deserto, mentre Alexis fermava un taxi e in-
dicava il nome di un ristorante italiano in cima a una collina al capo op-
posto di Bad Godesberg. Ci aveva gi portato delle donne, ma mai un
uomo, e Alexis, un gaudente in tutte le cose, era sempre cosciente delle
prime volte.
Durante la corsa, parlarono appena. Schulmann ammirava il paesag-
gio e sorrideva radioso con la serenit di chi si guadagnato il suo saba-
to, anche se si era ancora a met della settimana. Il suo aereo, ricord
Alexis, sarebbe decollato da Colonia nelle prime ore della sera. Come
un bambino portato fuori dal collegio, contava le ore che ancora rima-
nevano, supponendo che Schulmann non avesse altri impegni, una sup-
posizione ridicola ma meravigliosa. Al ristorante, quasi in cima ai colli
Cecilian, il padrone italiano, com'era prevedibile, colm d'attenzioni
Alexis, ma fu Schulmann, giustamente, a incantarlo. Lo chiamava Herr
Professor e volle assolutamente preparare per loro una grande tavola vi-
cino alla finestra che avrebbe potuto accogliere sei persone. Sotto c'era
la citt vecchia, e di l da questa il Reno sinuoso con le sue brune colline
e i suoi dentellati castelli. Alexis conosceva a memoria quel paesaggio,
ma oggi, attraverso gli occhi del suo nuovo amico Schulmann, lo vedeva
per la prima volta. Alexis ordin due whisky. Schulmann non fece obie-
zioni. Contemplando con approvazione il panorama, mentre aspettava-
no i drink, Schulmann si decise finalmente a parlare: Forse, se Wagner
avesse lasciato in pace Sigfrido, noi oggi avremmo un mondo migliore,
dopo tutto disse. Per un attimo Alexis non riusc a capire cosa fosse ac-
caduto. Aveva avuto sino a quel momento una giornata piena d'eventi;
si sentiva lo stomaco vuoto e la mente sconvolta. Schulmann stava par-
lando in tedesco! Con un forte, arrugginito accento sudeto, che strideva
come un motore in disuso. E per di pi parlava con un sogghigno con-
trito che era insieme una confessione e un gesto di solidariet cospirati-
va. Alexis ridacchi e rise anche Schulmann; arriv il whisky e brindaro-

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no l'uno all'altro, evitando per la greve cerimonia tedesca del "guarda,


sorseggia e guarda di nuovo", che ad Alexis era sempre parsa eccessiva,
specialmente con un ebreo, che per istinto intuiva sempre qualcosa di
minaccioso nei rituali germanici.
Mi dicono che presto lei avr un nuovo impiego, gi a Wiesbaden
osserv Schulmann, una volta terminate queste cerimonie d'avvicina-
mento. Un lavoro da tavolino. Pi grosso, ma pi piccolo, mi dicono.
Sembra che lei sia troppo uomo per questa gente. E ora che ho visto lei
e che ho visto la gente be', questo non mi sorprende.
Anche Alexis cerc di non sorprendersi. Dei particolari del suo nuo-
vo incarico non gli era stato detto nulla, solo che era imminente. Persi-
no la sua sostituzione con lo slesiano doveva rimanere un segreto; Ale-
xis non aveva ancora avuto il tempo di farne parola con nessuno, nean-
che con la sua giovane amichetta, alla quale faceva telefonate piuttosto
insulse parecchie volte al giorno.
Cos va il mondo, no? osserv con filosofia Schulmann rivolgen-
dosi al fiume quanto ad Alexis. A Gerusalemme, mi creda, la vita al-
trettanto precaria. Su e gi, su e gi. Cos va il mondo.
Pareva comunque un po' deluso.
Mi dicono anche che una donna simpatica aggiunse, irrompendo
ancora una volta nei pensieri del suo compagno. Attraente, intelligente,
leale. Troppo donna, forse, per loro.
Resistendo alla tentazione di trasformare il colloquio in un seminario
sui propri problemi, Alexis indirizz la conversazione sulla conferenza
del mattino, ma Schulmann rispose in maniera vaga, osservando solo
che i tecnici non risolvevano mai nulla e che le bombe lo annoiavano.
Aveva ordinato della pasta e la mangi come un prigioniero, usando au-
tomaticamente cucchiaio e forchetta, e senza mai prendersi la briga di
guardare nel piatto. Alexis, temendo d'interrompere il flusso del suo di-
scorso, rimaneva il pi possibile in silenzio. Per prima cosa, con la facili-
t narrativa propria di un uomo anziano, Schulmann si lament, in ter-
mini moderati, dei cosiddetti alleati di Israele nella lotta contro il terrori-
smo.
Lo scorso gennaio, nel corso di un'indagine del tutto differente, ci
rivolgemmo ai nostri amici italiani dichiar, in un tono di reminiscenza
alla buona. Presentammo loro delle prove eccellenti, fornimmo dei
buoni indirizzi. E la prima cosa che venimmo a sapere fu che avevano
arrestato qualche italiano, mentre le persone cui Gerusalemme dava la

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caccia erano tornate sane e salve in Libia, ad aspettare, abbronzate e ri-


posate, il loro nuovo incarico. Non era questo che noi volevamo.
Un boccone di pasta. Un asciugarsi le labbra col tovagliolo. Il cibo,
per lui, carburante, pens Alexis; mangia per poter combattere.
In marzo, quando si affacci un altro problema, fu di nuovo la stes-
sa storia, solo che stavolta trattavamo con Parigi. Vennero arrestati un
po' di francesi, ma nessun altro. Alcuni funzionari riscossero anche
qualche applauso e, grazie a noi, ottennero promozioni. Ma gli arabi
Un'ampia indulgente alzata di spalle. opportuno, forse. Sana politica
petrolifera, sana economia, sano tutto. Ma non giustizia. Ed giustizia
quello che noi vogliamo. Il suo sorriso si allarg, in diretto contrasto
con il livello della battuta. Perci direi che abbiamo imparato a sceglie-
re. Meglio dire troppo poco che troppo, abbiamo deciso. Qualcuno
ben disposto nei nostri confronti, ha un passato rispettabile un ottimo
padre, per esempio, come lei e con lui noi facciamo affari. Con caute-
la. Informalmente. Tra amici. Se sapr usare in maniera costruttiva le
nostre informazioni, progredir un poco nella sua professione giova
anche a noi che i nostri amici acquistino influenza nei loro settori. Ma
nell'affare noi vogliamo la nostra parte. Ci aspettiamo che la gente pa-
ghi. Ce lo aspettiamo in particolare dagli amici.
Fu la volta in cui Schulmann, quel giorno o in seguito, s'avvicin di
pi a precisare le condizioni della sua offerta. Alexis, dal canto suo, non
disse nulla. Lasci che fosse il suo silenzio a esprimere la propria simpa-
tia. E Schulmann, che di lui aveva capito tante cose, pareva capire anche
questa, perch riprese la conversazione come se l'accordo fosse gi stato
concluso e fossero ormai decisamente soci.
Qualche anno fa, un gruppo di palestinesi scaten un certo pande-
monio nel mio paese cominci abbandonandosi ai ricordi. Di solito
sono persone di basso livello. Giovani contadini che cercano di fare gli
eroi. Varcano furtivamente il confine; arrivano in un villaggio, si sbaraz-
zano delle bombe e corrono a mettersi in salvo. Quando non li prendia-
mo la prima volta, li prendiamo la seconda, ammesso che ci sia una se-
conda volta. Ma gli uomini di cui sto parlando erano diversi. Erano gui-
dati. Sapevano come muoversi. Come stare alla larga dagli informatori,
nascondere le proprie tracce, preparare i loro piani, scrivere i loro ordi-
ni. La prima volta colpirono un supermercato di Beit She'an. La secon-
da volta una scuola, poi certi insediamenti, poi un altro negozio, finch
la cosa non cominci a diventare monotona. A questo punto si misero a

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tendere imboscate ai nostri soldati in licenza, mentre facevano l'auto-


stop per tornare a casa. Madri e giornali infuriati. Tutti ci dicevano:
Prendete questi uomini. Noi tendevamo le orecchie, passavamo parola
in tutti i posti che conoscevamo. Scoprimmo che si nascondevano nelle
grotte della valle del Giordano. Stavano al riparo. Vivevano dei prodotti
della terra. Ma non riuscivamo a trovarli. Quelli della loro propaganda li
chiamavano gli eroi del Commando Otto, ma noi il Commando Otto lo
conoscevamo come le nostre tasche e il Commando Otto non poteva
neanche accendere un fiammifero senza che ne venissimo informati con
congruo anticipo. Fratelli, dicevano le voci. Un'impresa familiare. Se-
condo un informatore erano tre, secondo un altro quattro. Ma fratelli lo
erano di sicuro e operavano partendo dalla Giordania, altra cosa che sa-
pevamo gi.
Mettemmo assieme una squadra e andammo alla loro ricerca gen-
te che noi chiamiamo i Sayaret, piccoli gruppi di uomini capaci di colpi-
re duro. Il comandante palestinese, venimmo a sapere, era un solitario,
decisamente restio a fidarsi di chi non faceva parte della sua famiglia.
Con una notevole paranoia, anche, per la slealt degli arabi. Non lo tro-
vammo mai. I suoi due fratelli non erano cos agili. Uno aveva un debo-
le per una ragazzina di Amman. Fin in bocca a un mitra una mattina
che usciva dalla casa di lei. Il secondo fece lo sbaglio di telefonare a un
amico di Sidone, invitandosi per un weekend. L'aeronautica mand in
frantumi la sua auto che stava percorrendo la strada costiera.
Alexis non pot reprimere un sorriso d'eccitazione. Non abbastanza
fil di ferro mormor, ma Schulmann stabil di non aver udito.
A questo punto sapevamo chi erano gente della riva occidentale,
di un villaggio di viticoltori vicino a Hebron, fuggiti dopo la guerra del
'67. C'era anche un quarto fratello, ma era troppo giovane per combat-
tere, persino per un palestinese. E c'erano due sorelle, ma una era morta
durante certi bombardamenti di rappresaglia che avevamo dovuto fare a
sud del fiume Litani. Insomma non poteva certo dirsi un grande eserci-
to. Tuttavia continuavamo a cercare il nostro uomo. Ci aspettavamo che
trovasse rinforzi e tornasse da noi. Non lo fece. Smise di sconfinare.
Passarono sei mesi. Un anno. Dicevamo, "Non pensiamoci pi. L'avran-
no probabilmente ammazzato i suoi, normale". Venimmo a sapere che
i siriani gli avevano fatto passare dei brutti momenti, e che quindi forse
era morto. Ma qualche mese fa ci arriv la voce che era venuto in Euro-
pa. Qui. E aveva messo insieme una squadra, con parecchie donne, in

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massima parte tedesche, giovani.


Prese un altro boccone, che mastic e inghiott pensosamente. Le
comandava tenendole a distanza continu quando si sent pronto. Re-
citando la parte del Mefistofele arabo per una massa di ragazzette im-
pressionabili disse.
All'inizio, nel lungo silenzio che segu, Alexis non riusciva a capire
Schulmann. Il sole, alto sulle colline brune, batteva direttamente sulla fi-
nestra. E in quello splendore era difficile per Alexis decifrare la sua
espressione. Spost allora il capo e lo guard di nuovo. Perch quell'im-
provvisa nube opalescente sui suoi occhi scuri? si chiese. Ed era stato
davvero il sole a scolorire la pelle di Schulmann, lasciandola incrinata e
spenta come qualcosa di morto? Poi, in quella giornata piena di intuizio-
ni brillanti e a volte dolorose, Alexis riconobbe la passione che sino al-
lora gli era rimasta nascosta, qui al ristorante e laggi nella sonnolenta
citt termale con i suoi enormi quartieri ministeriali. Come certi uomini
danno a vedere quando sono innamorati, cos Schulmann era posseduto
da un odio profondo e terribile.
Schulmann part quella sera stessa. Il resto della squadra rimase an-
cora due giorni. Una festa d'addio, con la quale lo slesiano aveva deciso
di sottolineare gli ottimi rapporti tradizionalmente esistenti tra i due ser-
vizi una serata conviviale con birra chiara e salsiccia venne pacata-
mente sabotata da Alexis, il quale fece notare che, avendo il governo di
Bonn scelto proprio quel giorno per fare pesanti allusioni a un possibile
imminente accordo per fornire armi all'Arabia Saudita, era improbabile
che i loro ospiti fossero d'umore festoso. Fu forse il suo ultimo atto di
qualche efficacia nella sua carriera. Un mese dopo, come Schulmann
aveva previsto, lo trasferirono a Wiesbaden. Un lavoro dietro le quinte,
teoricamente una promozione, ma tale da lasciare meno spazio alla sua
capricciosa personalit. Un giornale poco cordiale, annoverato una volta
tra i buoni sostenitori del dottore, comment acidamente che la perdita
di Bonn sarebbe stata un guadagno per i telespettatori. La sua unica
consolazione, in un momento in cui tanti suoi amici tedeschi s'affretta-
vano a troncare ogni rapporto con lui, fu un cordiale bigliettino mano-
scritto d'auguri, col timbro di Gerusalemme, che lo accolse il giorno del
suo insediamento nel nuovo ufficio. Firmato Come sempre, Schul-
mann, gli augurava buona fortuna, e attendeva con ansia il loro prossi-
mo incontro, privato o ufficiale. Un ironico poscritto lasciava intendere
che anche Schulmann non stava certo attraversando uno dei suoi mo-

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menti pi felici. Se non concludo al pi presto, ho la sgradevole sensa-


zione che verr a farle compagnia diceva. Con un sorriso, Alexis gett
il biglietto in un cassetto, dove chiunque poteva leggerlo e lo avrebbe si-
curamente letto. Sapeva esattamente ci che Schulmann stava facendo e
lo ammirava: stava gettando le basi innocenti del loro futuro rapporto.
Un paio di settimane dopo, quando il dottor Alexis e la sua giovane
donna celebrarono una tardiva cerimonia nuziale, fra tutti i doni furono
le rose di Schulmann a dargli la massima gioia e il massimo divertimen-
to. E non gli aveva neanche detto che stava per sposarsi. Quelle rose
erano come la promessa di una nuova relazione amorosa, proprio quan-
do lui ne aveva particolarmente bisogno.

NOTE: (1) shtetl, pl' shtetlach: villaggio o comunit ebraica dell'Eu-


ropa orientale.

2
Trascorsero quasi otto settimane prima che l'uomo che il dottor Ale-
xis conosceva come Schulmann tornasse in Germania. Nel frattempo le
indagini e i piani delle squadre di Gerusalemme avevano fatto passi tal-
mente straordinari che quelli che ancora lavoravano sulle macerie di Bad
Godesberg non avrebbero pi saputo riconoscere il caso. Se si fosse
trattato soltanto di punire i colpevoli se l'episodio di Godesberg fosse
stato un evento isolato e non parte di una serie concertata Schulmann
non si sarebbe certo preso la briga di occuparsene, perch i suoi fini
erano pi ambiziosi della semplice punizione ed erano strettamente le-
gati alla propria sopravvivenza professionale. Ormai da mesi, obbeden-
do alle sue incessanti esortazioni, le sue squadre stavano cercando quel-
la che lui chiamava una finestra, abbastanza larga per infilarci furtiva-
mente qualcuno e prendere quindi il nemico all'interno di casa sua, anzi-
ch abbatterlo frontalmente con l'artiglieria e i carri armati, secondo
una tendenza sempre pi prevalente a Gerusalemme. Grazie a Gode-
sberg, credevano di averla trovata.
Mentre i tedeschi occidentali continuavano a dibattersi tra vaghi indi-
zi, a Gerusalemme gli scritturali di Schulmann si mettevano furtivamen-
te in contatto con localit lontane tra loro come Ankara e Berlino Est. I

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vecchi del mestiere cominciavano a parlare di una immagine speculare:


un rifacimento dell'Europa, secondo modelli gi sperimentati nel Medio
Oriente due anni prima. Schulmann non arriv a Bonn ma a Monaco, e
non vi arriv come Schulmann, e n Alexis n lo slesiano suo successo-
re erano al corrente del suo arrivo, perch queste erano le sue intenzio-
ni. Il suo nome, ammesso che ne avesse uno, era Kurtz, ma lo usava tal-
mente di rado che si sarebbe potuto perdonarlo se un giorno se ne fos-
se del tutto dimenticato. Kurtz significa corto; Kurtz del cammino pi
corto, diceva qualcuno; Kurtz della miccia corta, dicevano le sue vitti-
me. Altri tentavano elaborati collegamenti con l'eroe di Joseph Conrad.
Ma la nuda verit era che si trattava di un nome moravo e che in ori-
gine era stato Kurz, fin quando un funzionario della polizia inglese del
Mandato, nella sua saggezza, non aveva aggiunto una t e Kurtz, nel-
la sua saggezza, l'aveva conservata, un pugnaletto aguzzo conficcato
nella mole della sua identit, lasciandola l come una sorta di pungolo.
Arriv a Monaco da Tel Aviv via Istanbul, cambiando due volte pas-
saporto e tre volte aereo. In precedenza era stato per una settimana a
Londra, ma comportandosi, particolarmente a Londra, in modo estre-
mamente schivo. Ovunque andasse, sistemava cose e controllava risulta-
ti, arruolava collaboratori, persuadeva persone, forniva loro storie di co-
pertura e mezze verit, travolgeva i riluttanti con la sua straordinaria
inesauribile energia e la grandiosit e la portata dei suoi progetti, anche
se a volte si ripeteva o dimenticava una piccola consegna che aveva
dato. Viviamo cos poco, amava dirti con una strizzatina d'occhio, e sa-
remo per troppo tempo morti. Era questa la sua massima approssima-
zione a una giustificazione, e la sua soluzione personale consisteva nel
rinunciare al sonno.
A Gerusalemme si diceva che Kurtz dormiva con la stessa fretta con
cui lavorava. E lavorava molto rapidamente. Kurtz, ti spiegavano, era il
responsabile dell'aggressiva operazione europea. Kurtz prendeva le
scorciatoie impossibili. Kurtz faceva fiorire il deserto. Kurtz trafficava e
imbrogliava e mentiva persino nelle sue preghiere, ma il risultato era una
serie di colpi di fortuna come gli ebrei non ne avevano mai avuti in due-
mila anni. Non si poteva dire che tutti lo amassero; era troppo parados-
sale, troppo complicato, composto di troppe anime e di troppi colori.
Sotto certi aspetti, anzi, i suoi rapporti con i superiori e in particolare
con Misha Gavron, il suo capo erano pi quelli di un estraneo burbe-
ramente tollerato che di un fidato collaboratore. Non aveva una carica

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precisa, ma per ragioni misteriose non la cercava. La base del suo potere
era traballante e continuamente mutevole, a seconda dell'ultima persona
che aveva offeso nella sua ricerca di colui cui era pi opportuno legarsi.
Non era un sabra; gli mancava il retroterra elitario dei kibbutzim,
delle universit e dei reggimenti scelti che, con sua costernazione, forni-
vano in misura sempre maggiore i quadri della ristretta aristocrazia nel
suo campo. Non si sentiva in armonia con le loro macchine della verit,
i loro computer e la loro fede sempre maggiore nei giochi di potere al-
l'americana, nella psicologia applicata e nella gestione delle crisi. Amava
la diaspora e ne aveva fatto la propria specialit, in un periodo in cui
quasi tutti gli israeliani si stavano zelantemente, e con un certo imbaraz-
zo, ricostruendo un'identit come orientali.
Ma era grazie agli ostacoli che Kurtz prosperava ed era all'essere sta-
to rifiutato che doveva il suo successo. Poteva combattere, se necessa-
rio, su tutti i fronti contemporaneamente, e ci che non volevano dargli
spontaneamente in un modo se lo prendeva di soppiatto in un altro. Per
amore di Israele. Della pace. Della moderazione. E per il proprio capar-
bio diritto di far sentire la propria influenza e di sopravvivere. In quale
fase della caccia avesse escogitato il suo piano, probabilmente non
avrebbe saputo dirlo nemmeno lui.
Questi piani partivano dal fondo del suo animo, come un impulso ri-
belle in attesa di una causa, e sgorgavano fuori quando ancora non ne
era del tutto consapevole. Lo aveva concepito quando aveva trovato la
conferma del marchio di fabbrica dell'attentatore? O mentre mangiava
pasta asciutta sui colli Cecilian affacciati su Godesberg e cominciava a
capire che bella preda poteva essere Alexis? Prima. Molto prima. Biso-
gna far cos, aveva detto a tutti quelli che erano disposti ad ascoltarlo
durante una riunione particolarmente minacciosa del comitato direttivo
di Gavron, quella primavera. Se non prendiamo il nemico agendo all'in-
terno del suo campo, quei pagliacci del Knesset e della Difesa, per dar-
gli la caccia, faranno saltare in aria l'intera civilt. Certi suoi collaboratori
giuravano che risaliva a un periodo ancora precedente e che Gavron
aveva bocciato un progetto simile dodici mesi prima. Ma questo era irri-
levante. La cosa certa era che i preparativi erano gi stati abbondante-
mente avviati ancora prima che il ragazzo venisse sicuramente scovato,
anche se Kurtz si premurava di nasconderne ogni traccia allo sguardo
severo di Misha Gavron e di falsificare i propri dossier per ingannarlo.
Gavron in polacco significa cornacchia. Il suo nero viso segnato e il

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suo secco sbraitare non potevano appartenere ad altre creature. Trovate


il ragazzo, disse Kurtz alla sua squadra di Gerusalemme, partendo per i
suoi viaggi tenebrosi. C' un ragazzo e c' la sua ombra. Trovate il ra-
gazzo e l'ombra lo seguir, non c' problema. Kurtz glielo ripet sino a
farli giurare che lo odiavano; era capace di esercitare pressioni con la
stessa intensit con cui sapeva resistere ad esse. Telefonava dai posti pi
strani, a tutte le ore del giorno o della notte, puramente per far sentire
in ogni momento la propria presenza in mezzo a loro. Lo avete trovato
quel ragazzo? Perch quel ragazzo non si riesce a scovarlo? Ma conti-
nuava a formulare le domande in maniera tale che Gavron la Cornac-
chia, anche se ne avesse avuto sentore, non ne avrebbe compreso il si-
gnificato, perch Kurtz preferiva rimandare l'attacco al suo capo all'ulti-
mo e pi favorevole momento.
Annull le licenze, soppresse il Sabato e si serv del suo piccolo
gruzzolo per non far passare prematuramente le spese attraverso la con-
tabilit ufficiale. Strapp riservisti alle comodit delle loro sinecure acca-
demiche e ordin che tornassero, senza stipendio, alle vecchie scrivanie
per accelerare la ricerca. Trovate il ragazzo. Il ragazzo ci indicher la
strada. Un giorno, chiss da dove, gli diede anche un nome in codice:
Yanuka, che in aramaico uno scherzoso sinonimo di ragazzo, e signifi-
ca letteralmente poppante cresciuto a met. Trovatemi Yanuka e conse-
gner su un vassoio a quei pagliacci tutto il suo apparato.
Ma neanche una parola a Gavron. Aspettare. Niente per la Cornac-
chia. Nella sua adorata diaspora, se non a Gerusalemme, la gamma dei
suoi sostenitori era incredibile. Nella sola Londra volteggiava, con appe-
na un piccolo cambiamento nel suo sorriso, da venerabili mercanti d'ar-
te ad aspiranti magnati cinematografici, da piccole affittacamere dell'Ea-
st End a negozianti d'abiti, a equivoci rivenditori d'automobili e a grandi
societ della City. Lo si vedeva anche spesso a teatro, una volta fuori cit-
t, ma sempre per assistere allo stesso spettacolo, e si portava appresso
un diplomatico israeliano che aveva mansioni culturali, anche se non era
certo la cultura l'argomento delle loro conversazioni. A Camden Town
mangi due volte in un umile ristorante per camionisti gestito da indiani
di Goa; a Frognal, un paio di miglia a nordovest, visit un'isolata dimo-
ra vittoriana, "The Acre", dichiarando che corrispondeva perfettamente
alle sue necessit. Ma era una pura ipotesi, badate, disse ai servizievoli
padroni di casa; non se ne far niente se i nostri affari non ci obblighe-
ranno a trasferirci qui. Accettarono le condizioni da lui poste. Accetta-

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rono tutto. Erano fieri che glielo avessero chiesto, e servire Israele li
riempiva di gioia, anche se comportava il doversi spostare a Marlow per
qualche mese. Non avevano forse un appartamento a Gerusalemme,
dove si recavano ogni anno quando andavano a trovare amici e parenti
per Passover, dopo due settimane di mare e di sole a Eilat? E non stava-
no forse prendendo in considerazione l'ipotesi di stabilirvisi definitiva-
mente, ma solo quando i loro figli avessero superato l'et in cui poteva-
no essere chiamati alle armi e l'inflazione si fosse stabilizzata? D'altro
canto, avrebbero anche potuto rimanere a Hampstead. O a Marlow. E
nel frattempo avrebbero dato con generosit e fatto tutto ci che Kur-
tz poteva loro chiedere, senza mai aspettarsi niente in cambio e senza
farne parola con nessuno.
Alle ambasciate, ai consolati e alle legazioni, Kurtz si teneva al cor-
rente delle faide e delle novit in patria, nonch dei progressi del suo
popolo in altre parti del globo. Nei viaggi aerei ripassava i testi a lui gi
familiari della letteratura rivoluzionaria di tutti i generi; il suo emaciato
tirapiedi, il cui vero nome era Shimon Litvak, ne teneva sempre una
scelta nella sua logora cartella e glieli metteva in mano nei momenti pi
inopportuni. Dalla parte dura c'erano Fanon, Guevara e Marighella; da
quella morbida Debray, Sartre e Marcuse; per non parlare delle anime
pi delicate, che s'occupavano soprattutto della crudelt dell'educazione
nelle societ consumistiche, degli orrori della religione e della mortale
paralisi dello spirito nell'infanzia capitalistica.
A Gerusalemme e a Tel Aviv, dove dibattiti simili erano tutt'altro che
sconosciuti, Kurtz, assolutamente impassibile, parlava con i funzionari
che s'occupavano del suo caso, raggirava i suoi rivali e studiava a fondo
ritratti esaurienti ricavati da vecchi dossier e cautamente ma meticolosa-
mente aggiornati e ampliati. Un giorno venne a sapere che si era resa di-
sponibile una casa, con un affitto bassissimo, al numero 11 di Disraeli
Street e, per maggior sicurezza, ordin a tutti quelli che si occupavano
del caso di trasferirvisi senza dar nell'occhio. Sento dire che stai gi per
lasciarci osserv scetticamente Misha Gavron l'indomani, quando i due
uomini s'incontrarono a una riunione su tutt'altro argomento; perch a
questo punto Gavron la Cornacchia aveva avuto sentore che c'era qual-
cosa in ballo, anche se non sapeva con certezza di che si trattasse.
Ma Kurtz non ci casc. Non ancora. S'appell all'autonomia dei set-
tori operativi e sfoder un ferreo sorriso. Il numero 11 era una bella vil-
la di stile moresco, non grande ma fresca, con un limone nel giardino

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anteriore e almeno duecento gatti che le donne dello staff ipernutrivano


in maniera assurda. Inevitabilmente, quindi, la casa divenne nota come il
casino dei gatti, e diede una nuova coesione alla squadra, evitando, data
l'estrema vicinanza delle scrivanie di tutti i funzionari, che si creassero
divergenze tra i vari settori di specializzazione e che ci fossero fughe di
notizie. Serv anche ad aumentare il prestigio dell'operazione, cosa che
per Kurtz era essenziale. L'indomani arriv il colpo che stava aspettan-
do e che non era ancora in grado di prevenire. Fu terribile ma giov ai
suoi scopi.
Un giovane poeta israeliano, recatosi all'universit di Leida, in Olan-
da, per ritirare un premio, venne fatto saltare in aria mentre faceva cola-
zione da un pacco-bomba consegnato al suo albergo la mattina del suo
ventunesimo compleanno. Quando arriv la notizia, Kurtz era alla sua
scrivania e reag come un vecchio pugile che cerca di riaversi da un pu-
gno: si tir indietro, chiuse un attimo gli occhi, ma poche ore dopo era
gi nella stanza di Gavron con una pila di dossier sotto un braccio e due
versioni del suo piano operativo nell'altra mano, una per Gavron e una,
molto pi vaga, per il comitato direttivo dello stesso Gavron, composto
di politici nervosi e di generali guerrafondai. In un primo momento non
fu possibile sapere ci che accadde di preciso tra i due uomini, perch
n Gavron n Kurtz erano tipi da confidarsi. Ma il mattino dopo, Kurtz
agiva ormai allo scoperto, grazie, evidentemente, a qualche forma di au-
torizzazione, e radunava nuove truppe. Si valse per questo dello zelante
Litvak come intermediario, un sabra, un apparatchik, preparato minu-
ziosamente e abilissimo a muoversi tra i motivati giovani di Gavron, che
a Kurtz personalmente parevano freddi e imbarazzanti da trattare. Il
bimbo di questa famiglia frettolosamente costituita era Oded, un venti-
treenne dello stesso kibbutz di Litvak e laureatosi, come lui, alla presti-
giosa Sayaret. Il nonno era un settantenne georgiano, che si chiamava
Bougaschwili, abbreviato per in "Schwili". Schwili aveva una lucida te-
sta calva, spalle spioventi e pantaloni che parevano tagliati per un clown
bassissimi di cavallo e corti di gambe. Un feltro nero, che portava sia
in casa sia fuori, completava il suo bizzarro abbigliamento.
Schwili aveva cominciato come contrabbandiere e truffatore, mestie-
ri tutt'altro che rari nella sua regione d'origine, ma a met della sua vita
si era specializzato in ogni genere di falsificazione. La pi grande impre-
sa l'aveva compiuta alla Lubjanka, dove aveva falsificato documenti per
altri detenuti riducendo dei numeri arretrati della "Pravda" a pasta per

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fabbricare la carta su cui stampava. Liberato, aveva applicato lo stesso


talento al mondo delle belle arti, sia come falsario sia come esperto pa-
gato da gallerie prestigiose. Pi di una volta, sosteneva, aveva avuto il
piacere di autenticare i suoi stessi falsi.
Kurtz voleva bene a Schwili e, quando aveva dieci minuti di tempo,
lo portava in una gelateria ai piedi della collina e gli offriva un doppio
caramello, il suo gusto preferito. Kurtz forn a Schwili due dei pi im-
probabili aiutanti che si potessero immaginare. Il primo una scoperta
di Litvak era un laureato dell'universit di Londra di nome Leon, un
israeliano che, non per sua scelta, aveva passato l'infanzia in Inghilterra,
perch suo padre era il macher di un kibbutz, mandato in Europa come
rappresentante di una cooperativa di distribuzione; macher infatti una
parola yiddish che definisce un faccendiere o un uomo particolarmente
attivo.
A Londra, Leon si era interessato di letteratura, aveva diretto una ri-
vista e pubblicato un romanzo passato del tutto sotto silenzio. I tre anni
obbligatori nell'esercito israeliano lo avevano reso molto infelice e si era
rintanato a Tel Aviv, aggregandosi a uno di quei settimanali di cultura
che vanno e vengono come le belle ragazze. Quando fall, Leon lo scri-
veva ormai interamente da solo. Tuttavia, in qualche modo, tra i giovani
claustrofobici di Tel Aviv con l'ossessione della pace, aveva sentito ri-
svegliarsi la sua identit di ebreo, e insieme un desiderio ardente di sba-
razzare Israele di tutti i suoi nemici, passati e futuri.
D'ora in avanti gli disse Kurtz, scriverai per me. Non avrai molti
lettori. Ma attenti lo saranno di sicuro.
Dopo Leon, il secondo aiutante di Schwili era Miss Bach, una tran-
quilla donna d'affari di South Bend, Indiana. Colpito sia dalla sua intelli-
genza sia dal suo aspetto non ebraico, Kurtz l'aveva reclutata, adde-
strandola a varie tecniche e mandandola poi a Damasco come program-
matrice di computer. Da allora, e per molti anni, la posata Miss Bach
aveva mandato rapporti regolari sulle capacit e la dislocazione dei radar
antiaerei siriani. Richiamata in Israele, Miss Bach stava gi pensando
con tristezza di andare a vivere su una roulotte come i nuovi residenti
della Riva occidentale, quando il nuovo invito di Kurtz l'aveva salvata da
questo fastidio. Schwili, Leon e Miss Bach: Kurtz definiva questo assur-
do terzetto il suo Comitato letterario e gli dava una particolare impor-
tanza all'interno del suo esercito privato in rapida espansione.
A Monaco, aveva compiti di carattere amministrativo, ma vi si dedic

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con silenziosa delicatezza, riuscendo a comprimere nel pi modesto de-


gli stampi il proprio dinamismo naturale. Non meno di sei membri della
sua nuova squadra si erano gi installati l, e occupavano due differenti
edifici in due diversi quartieri della citt. La prima squadra era composta
di due uomini specializzati nei lavori all'esterno. Avrebbero dovuto esse-
re cinque, ma Misha Gavron era ancora ben deciso a tenerlo a stecchet-
to, e quindi erano due. Andati a prendere Kurtz, non all'aeroporto ma
in un tetro caff di Schwabing, e servendosi di un traballante furgone
per tenerlo nascosto anche il furgone era un risparmio lo condusse-
ro al Villaggio olimpico, in uno di quei bui parcheggi sotterranei assi-
duamente frequentati da rapinatori e da prostituti d'ambo i sessi.
Il Villaggio, naturalmente, non per niente un villaggio, ma una gri-
gia cittadella di cemento, abbandonata e in via di disgregazione, che ri-
corda pi un insediamento israeliano di qualsiasi altra cosa che si possa
trovare in Baviera. Da uno di questi enormi parcheggi sotterranei, lo ac-
compagnarono su una lurida scala insudiciata da graffiti in varie lingue,
che, attraverso giardini pensili, portava a un appartamento su due piani
da loro preso in affitto, parzialmente ammobiliato, con un contratto a
breve scadenza. Fuori parlavano inglese e lo chiamavano Sir, ma in
casa il capo diventava Marty e gli rivolgevano rispettosamente la paro-
la in ebraico. L'appartamento era all'ultimo piano di un edificio d'angolo
ed era pieno di attrezzature per l'illuminazione e di minacciose macchi-
ne fotografiche montate su cavalletti, nonch di registratori e di schermi
da proiezione. Vantava una scala di tek senza ringhiera e una rustica gal-
leria che scricchiolava ogni volta che la percorrevano con passi troppo
pesanti. Di l s'accedeva a una camera per gli ospiti di quattro metri per
tre e mezzo con un lucernario incastrato nell'inclinazione del tetto, che,
come s'affannarono a spiegargli, avevano coperto prima con una coltre,
poi con del compensato, e infine con uno spesso strato di capoc fissato
con rombi di nastro isolante nero. Nello stesso modo erano stati imbot-
titi muri, pavimento e soffitto e il risultato pareva una specie di cella di
manicomio. In quanto alla porta, l'avevano rafforzata con lamiera d'ac-
ciaio verniciata, inserendo all'interno un quadratino di vetro blindato a
pi strati all'altezza della testa, sul quale era appeso un cartone con la
scritta Camera oscura non entrare e sotto Dunkelkammer kein Ein-
tritt!. Kurtz fece entrare uno di loro nella stanzetta, ordinandogli di
chiudere la porta e di urlare con quanto fiato aveva in gola. Udendo sol-
tanto un suono rauco e stridulo, diede la sua approvazione. Il resto del-

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l'appartamento era arieggiato, ma, come il Villaggio olimpico, spavento-


samente malconcio. A nord le finestre offrivano il macabro spettacolo
della strada per Dachau, nel cui campo di concentramento erano morti
tanti ebrei, e l'aspetto ironico di questo fatto non sfugg a nessuno dei
presenti; tanto pi che la polizia bavarese, con ottusa insensibilit, allog -
giava nelle vecchie baracche la sua volante. Pi vicino, poterono mostra-
re a Kurtz il luogo dove, in epoca pi recente, un commando palestine-
se aveva fatto irruzione negli alloggi degli atleti israeliani, uccidendone
subito alcuni e portando gli altri all'aeroporto militare, dove avrebbero
poi ammazzato anche loro. Nell'appartamento accanto, dissero a Kurtz,
c'era una comune di studenti; sotto invece, per il momento, non c'era
nessuno, perch l'ultima inquilina si era uccisa. Dopo aver perlustrato da
solo l'intera casa, saggiandone la solidit e esaminandone gli ingressi e le
vie di fuga, Kurtz decise di affittare anche l'appartamento al piano infe-
riore e telefon quel giorno stesso a un avvocato di Norimberga incari-
candolo d'occuparsi del contratto.
In quanto ai ragazzi, avevano un'aria trasandata e inefficiente e uno
di loro il giovane Oded si era fatto crescere la barba. Secondo i loro
passaporti erano argentini, fotografi di professione, ma che specie di fo-
tografi fossero nessuno lo sapeva e non importava a nessuno. Ogni tan-
to, raccontarono a Kurtz, per dare alla casa un'aria di naturalezza e d'ir -
regolarit, annunciavano ai vicini che avrebbero fatto festa sino a tardi,
lasciando come sole tracce della musica ad alto volume sino alle ore pic-
cole e bottiglie vuote nei bidoni della spazzatura. In realt non avevano
mai fatto entrare nessuno nell'appartamento, tranne il corriere dell'altra
squadra: n ospiti, n visitatori d'alcun genere. In quanto alle donne,
meglio non pensarci. Se le erano tolte di mente finch non fossero tor-
nati a Gerusalemme. Dopo aver riferito a Kurtz queste e altre cose e
avergli parlato di questioni d'ufficio, come le spese in pi per i trasporti
e per l'operazione, suggerendogli anche di inserire anelli di ferro nelle
pareti imbottite della camera oscura Kurtz era favorevole lo accom-
pagnarono, su sua richiesta, a fare una passeggiata e a prendere quella
che lui definiva una boccata d'aria fresca. Vagarono per i quartieri pove-
ri degli studenti ricchi, si soffermarono davanti a una scuola di ceramica,
a una scuola di carpenteria e a quella che veniva orgogliosamente pre-
sentata come la prima scuola di nuoto al mondo riservata ai bambini
piccolissimi, e lessero gli slogan anarchici che imbrattavano le porte nel-
le case. Sino a trovarsi, inevitabilmente, per gravitazione, davanti a quel-

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la malaugurata casa dove quasi dieci anni prima l'aggressione ai ragazzi


israeliani aveva sconvolto il mondo. Una lapide, incisa in ebraico e in te-
desco, commemorava gli undici morti. Undici o undicimila, il loro co-
mune risentimento era il medesimo. Ricordatevelo sempre ordin
Kurtz, senza che ce ne fosse bisogno quando tornarono al furgone. Dal
Villaggio, lo condussero nel centro della citt, dove Kurtz si perse deli-
beratamente per qualche tempo, avviandosi ovunque lo guidasse la pro-
pria fantasia, fin quando i ragazzi, che gli guardavano le spalle, gli segna-
larono che poteva ormai raggiungere senza pericolo il luogo dell'appun-
tamento successivo. Il contrasto tra i due appartamenti non poteva esse-
re maggiore.
La destinazione di Kurtz era l'ultimo piano di una casa di marzapane
a due spioventi nel cuore della Monaco elegante. La strada era stretta,
pavimentata a ciottoli e dispendiosa. Vantava un ristorante svizzero e
una raffinatissima boutique che apparentemente non vendeva nulla ma
prosperava egualmente. Kurtz arriv all'appartamento da una scala buia
e gli aprirono appena mise piede sull'ultimo gradino, perch lo avevano
visto arrivare dalla strada sul loro piccolo teleschermo a circuito chiuso.
Entr senza una parola.
Questi uomini erano pi anziani dei due che lo avevano accolto per
primi, pi padri che figli. Avevano il pallore di chi sta scontando una
lunga condanna e un modo rassegnato di muoversi, specie quando s'ag-
giravano senza scarpe. Erano infatti osservatori statici di professione,
una sorta di societ segreta persino a Gerusalemme. Tendine di pizzo
erano appese alla finestra; imbruniva in strada e imbruniva anche nel-
l'appartamento, e il luogo era pervaso da un triste senso d'abbandono.
Tra i mobili pseudo Biedermeier, era stipato un dispiegamento di con-
gegni elettronici e ottici, comprendente anche antenne di varie forme.
Ma nella luce sempre pi fioca le loro forme spettrali non facevano che
accentuare quel clima luttuoso. Kurtz li abbracci solennemente uno a
uno. Poi, mentre si nutrivano con crackers, formaggio e t, il pi anzia-
no di loro, Lenny, forn a Kurtz un quadro completo della maniera di
vivere di Yanuka, ignorando che ormai da settimane Kurtz era informa-
to di ogni minima notizia man mano che veniva raccolta: le telefonate
che Yanuka faceva e riceveva, i suoi pi recenti visitatori, le sue ultime
ragazze.
Lenny era un uomo generoso e gentile, ma un po' intimidito dalle
persone che non stava spiando. Aveva orecchie enormi e un brutto viso

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con lineamenti troppo marcati, ed era forse per questo che cercava di
nasconderlo agli sguardi crudeli del mondo. Indossava un grande pan-
ciotto di maglia grigia che pareva una corazza. In altre circostanze, Kur-
tz si sarebbe presto stancato di tutti quei particolari, ma rispettava Len-
ny e ascolt con estrema attenzione tutto ci che lui gli disse, annuendo,
congratulandosi, reagendo sempre nel modo pi giusto.
un giovanotto normale, questo Yanuka afferm con convinzione
Lenny. I commercianti lo ammirano. Gli amici lo ammirano. una
persona simpatica e popolare, Marty. Studia, ama divertirsi, parla moltis-
simo, un tipo serio con sani appetiti. Cogliendo un'occhiata di Kurtz,
aggiunse un po' a ruota libera: Ogni tanto difficile pensare che abbia
anche un'altra faccia, credimi, Marty.
Kurtz gli assicur che lo capiva benissimo. Lo stava ancora facendo
quando s'accese una luce alla finestra di una mansarda della casa di
fronte. Quel giallo bagliore rettangolare, con nient'altro d'illuminato nel-
le vicinanze, pareva il segnale di un innamorato. Senza dir nulla, uno de-
gli uomini di Lenny s'affrett a raggiungere in punta di piedi un binoco-
lo ancorato a un supporto, mentre un altro s'accovacciava davanti a una
radio ricevente e si premeva una cuffia all'orecchio.
Vuoi dare un'occhiata, Marty? propose speranzosamente Lenny.
Vedo dal sorriso di Joshua che stasera abbiamo un'eccellente visione di
Yanuka. Se aspetti troppo, tirer una tenda e non vedremo pi nulla.
Che cosa vedi, Joshua? Si messo in ghingheri per uscire? Con chi sta
parlando al telefono? Con una ragazza, scommetto.
Allontanando delicatamente Joshua con una spinta, Kurtz abbass la
grossa testa sino al binocolo. E rimase cos a lungo, ingobbito come un
vecchio lupo di mare durante una tempesta, continuando a studiare Ya-
nuka, il poppante cresciuto a met.
Li vedi i suoi libri sullo sfondo? domand Lenny. Quel ragazzo
legge quanto mio padre.
un bel giovane ammise finalmente Kurtz con il suo sorriso duro
come il ferro, mentre si raddrizzava lentamente. Un gran bel giovane,
non c' dubbio. And a prendere il suo impermeabile grigio sulla sedia,
scelse una manica e se la tir teneramente su un braccio. Sta' solo at-
tento a non farlo sposare a tua figlia. Lenny aveva un'aria ancor pi
sciocca di prima, ma Kurtz s'affrett a consolarlo. Dovremmo esserti
grati, Lenny. E lo siamo senza riserve. Poi, come se ci avesse ripensato:
Continua a fotografarlo, da tutte le angolazioni. Non esitare, Lenny. La

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pellicola non costa molto.


Dopo aver stretto la mano a tutti, Kurtz aggiunse al suo abbiglia-
mento un vecchio berretto blu e, cos riparato dal trambusto dell'ora di
punta, avanz vigorosamente verso la strada.
Stava piovendo quando caricarono nuovamente Kurtz sul furgone e,
mentre si spostavano tutti e tre da un luogo tetro a un altro, cercando
d'ammazzare le ore in attesa dell'aereo di Kurtz, il tempo pareva comu-
nicargli il suo umore cupo. Guidava Oded, e il suo giovane viso barbu-
to, illuminato a tratti dai lampioni, esprimeva una buia collera.
Cos'ha adesso? domand Kurtz, che pure doveva gi conoscere la
risposta.
La sua ultima una Bmw da nababbo rispose Oded. Servosterzo,
carburante a iniezione, cinquemila chilometri. Sono il suo debole, le
auto.
Le auto, le donne, la dolce vita intervenne da dietro il secondo ra-
gazzo. Quali saranno allora i suoi punti forti?
Presa a nolo anche questa? domand Kurtz rivolgendosi di nuovo
a Oded.
Presa a nolo.
Allora tenetela d'occhio consigli Kurtz a entrambi. Nel momen-
to in cui la restituisce al noleggiatore e non ne prende un'altra, noi dob-
biamo saperlo immediatamente.
Se l'erano sentito dire tanto spesso che non ascoltavano pi. Anche
prima che lasciassero Gerusalemme. Tuttavia Kurtz lo ripet ancora una
volta: Il momento pi importante quando Yanuka riconsegna la sua
auto.
Ora, all'improvviso, Oded ne aveva abbastanza. Forse, per giovent e
per temperamento, risentiva delle tensioni pi di quanto si fossero resi
conto i suoi selezionatori. Forse, giovane com'era, non avrebbero dovu-
to affidargli un compito che richiedeva un'attesa cos lunga. Accostando
il furgone al marciapiede, diede un tale strattone al freno a mano che
quasi lo estirp dalla sua sede.
Perch lo lasciamo andare avanti cos? domand. Cos' questo
giocare al gatto col topo? E se tornasse in patria e non ne uscisse pi?
Eh?
In questo caso lo perderemmo.
E allora ammazziamolo adesso. Stanotte stessa! Datemi un ordine e
io lo faccio. Kurtz lo lasci blaterare. Noi abbiamo l'appartamento di

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fronte, no? Lanciamo una granata attraverso la strada. Lo abbiamo gi


fatto altre volte. Un Rpg-7 arabo ammazza arabo con lanciagranate
russo perch no? Kurtz continuava a tacere. Oded avrebbe potuto
sfogarsi con una sfinge. Perch no, insomma? ripet Oded, a voce al-
tissima.
Kurtz non lo risparmi, ma non perse neanche la pazienza: Perch
questo non ci porterebbe a niente, Oded, ecco perch. Hai mai sentito
quel che diceva sempre Misha Gavron? Una frase che personalmente mi
piace ancora ripetere. "Se vuoi catturare un leone, devi prima legare la
capra". Che razza di discorsi assurdi hai ascoltato? mi domando. Parli
sul serio quando dici che vuoi ammazzare Yanuka, quando per dieci
dollari in pi puoi avere il miglior agente che abbiano prodotto in dieci
anni?
stato lui a fare Bad Godesberg! E Vienna e forse anche Leida! Ci
sono ebrei che muoiono, Marty! Non gliene importa pi nulla a Gerusa-
lemme? Come possiamo lasciarli morire continuando a fare i nostri gio-
chini?
Afferrando con cura il bavero della giacca a vento di Oded con en-
trambe le mani, Kurtz lo scosse un paio di volte, e la seconda gli fece
sbattere dolorosamente la testa contro il finestrino. Ma Kurtz non chie-
se scusa e Oded non si lament. Loro, Oded. Non lui, loro disse Kur-
tz, stavolta in tono minaccioso. Loro hanno fatto Bad Godesberg.
Loro hanno fatto Leida. E sono loro che noi vogliamo far fuori; non sei
innocenti famiglie tedesche e uno stupido ragazzino.
Va bene disse Oded, arrossendo. Lasciami.
Non va bene, Oded. Yanuka ha degli amici, Oded. Dei parenti. Per-
sone che ancora non conosciamo. Vuoi dirigere tu questa operazione al
mio posto?
Ho detto che va bene.
Kurtz lo lasci andare. Oded riavvi il motore. Kurtz propose di
continuare la loro interessante visita al modo di vivere di Yanuka. Di
conseguenza sobbalzarono su una viuzza pavimentata a ciottoli dove
aveva sede il suo night preferito, passarono davanti alla boutique dove
comprava le camicie e le cravatte, al negozio dove si faceva tagliare i ca-
pelli e alle librerie di sinistra dove andava a curiosare e a comprare. E in
tutto quel tempo Kurtz, d'umore eccellente, sorrideva radioso e annuiva
come se stesse assistendo a un vecchio film che non si stancava mai di
guardare finch, in una piazza non lontana dall'air terminal, non ven-

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ne il momento di separarsi. In piedi sul selciato, Kurtz diede una pacca


sulla spalla a Oded con non celato affetto e gli pass una mano tra i ca-
pelli.
Sentite, tutti e due, non tirate troppo le briglie. Offritevi un buon
pranzo da qualche parte e mettetelo nel mio conto personale, okay? Il
tono era quello di un affettuoso comandante alla vigilia della battaglia.
E, fin quando Misha Gavron lo avrebbe permesso, lui era esattamente
questo.
Il volo notturno da Monaco a Berlino, per i pochi che se ne servono,
uno degli ultimi grandi viaggi nostalgici che si possono ancora fare in
Europa. L'Orient Express, la Golden Arrow e il Train Bleu possono es-
sere morti, moribondi o tenuti artificialmente in vita, ma per chi ha i
suoi ricordi, sessanta minuti di volo notturno sul corridoio della Ger -
mania orientale a bordo di un rumoroso aereo della Pan-American per
tre quarti vuoto sono come un safari per un vecchio habitu che indulge
alla propria mania. Alla Lufthansa proibito seguire questa rotta. ri-
servata ai vincitori, agli occupanti dell'ex capitale tedesca; agli storici e a
chi in cerca di isolamento; e un vecchio americano sfregiato dalla
guerra, impregnato della docile calma dei professionisti, che fa questo
viaggio quasi tutti i giorni, ha un suo sedile preferito e conosce i nomi
di tutte le hostess, che pronuncia nello spaventoso tedesco dell'Occupa-
zione. Da un momento all'altro, tu pensi, potrebbe far scivolare in mano
a una di loro un pacchetto di Lucky Strike e fissarle un appuntamento
dietro lo spaccio.
La fusoliera grugnisce e si alza, le luci s'attenuano, ti sembra incredi-
bile che l'aereo non abbia eliche. Guardi dall'alto il buio paesaggio ne-
mico per bombardarlo, per buttarti? ripensi ai tuoi ricordi e confon-
di le tue guerre: almeno laggi, in un certo imbarazzante senso, il mon-
do com'era allora. Kurtz non faceva eccezione. Seduto al finestrino,
guardava la notte oltre il proprio riflesso; diventava, come ogni volta
che faceva questo viaggio, uno spettatore che assiste alla propria vita.
Da qualche parte, in quelle tenebre, c'era la linea ferroviaria che era stata
percorsa dal treno merci nel suo lungo viaggio dall'Est; da qualche parte
c'era quel binario di raccordo su cui erano rimasti parcheggiati cinque
notti e sei giorni in pieno inverno, per lasciar passare i trasporti militari,
ben pi importanti, mentre Kurtz e sua madre e gli altri centodiciotto
ebrei stipati in quel vagone mangiavano neve e gelavano, in buona parte
a morte. Il prossimo campo sar meglio continuava a ripetergli sua

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madre per fargli coraggio. Da qualche parte, in quelle tenebre, sua ma-
dre si era poi messa passivamente in fila per andare a morire; da qualche
parte in quei campi il ragazzo sudeto che lui era stato aveva sofferto la
fame e rubato e ucciso, aspettando senza troppe illusioni che un altro
mondo ostile lo rintracciasse. Vide il campo di raccolta degli Alleati, le
loro divise inconsuete, i visi infantili vecchi e scavati come il suo. Un
cappotto nuovo, stivali nuovi e un nuovo filo spinato e una nuova
fuga, stavolta dai suoi salvatori.
Si vedeva di nuovo nei campi, spostarsi furtivamente verso il sud da
una fattoria a un villaggio per settimane e settimane con l'aiuto dell'or-
ganizzazione per i fuggiaschi, finch a poco a poco le notti divennero
pi tiepide e profumate di fiori, e per la prima volta in vita sua ud il
fruscio delle palme nella brezza marina.
Ascoltaci, ragazzino gelato gli sussurravano, questo il nostro
suono in Israele. cos che il mare azzurro, proprio come qui.
Vide il fradicio piroscafo addormentato accanto alla banchina, l'im-
barcazione pi grande e nobile che mai si fosse vista, talmente nera di
teste ebree che, quando sal a bordo, rub un berretto e lo port finch
non lasciarono il porto. Ma, biondo o calvo, avevano bisogno di lui. Sul
ponte, divisi a gruppetti, ricevettero lezioni su come si sparava con i fu-
cili rubati Lee-Enfield. Haifa era ancora a due giorni di viaggio e la
guerra di Kurtz era appena cominciata. L'aereo stava girando in cerchio
aspettando di atterrare. Lo sent inclinarsi e lo vide superare il Muro.
Aveva solo un bagaglio a mano, ma a causa dei terroristi le norme di si-
curezza erano molto severe e le formalit richiesero quindi parecchio
tempo.
Shimon Litvak aspettava nel parcheggio in una Ford di poco prezzo.
Era venuto in aereo dall'Olanda, dopo aver passato due giorni a studiare
il disastro di Leida. Come Kurtz, non pensava di avere il diritto di dor -
mire.
Il libro-bomba stato consegnato da una ragazza disse appena
Kurtz sal a bordo. Una bella bruna. In jeans. Il portiere dell'albergo
pensava che si trattasse di un'universitaria e che fosse arrivata e partita
in bicicletta. Una semplice congettura, ma io in parte gli credo. Secondo
qualcun altro, l'avevano invece portata all'albergo in moto. Un nastro
decorativo intorno al pacco e "Buon compleanno, Mordecai" sull'eti-
chetta. Un piano, un mezzo di trasporto, una bomba, una ragazza, le so-
lite cose, insomma.

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L'esplosivo?
Plastico russo, frammenti dell'imballaggio, niente di cui si possa rin-
tracciare l'origine.
Marchi di fabbrica?
Un ordinato rotolo di cavo rosso in eccedenza, avvolto a elica.
Kurtz lo guard con durezza.
Niente filo in eccedenza confess Litvak. Frammenti carbonizzati
s. Ma non un cavo riconoscibile.
Neanche mollette? disse Kurtz.
Stavolta ha preferito una trappola per topi. Una bella trappola.
Avvi il motore.
L'ha usata anche altre volte disse Kurtz. Ha usato trappole per
topi, mollette, vecchie coperte beduine, esplosivi non rintracciabili, oro-
logi di poco prezzo con una sola lancetta e ragazze disponibili. Ed in
assoluto il peggior fabbricante di bombe in circolazione, persino tra gli
arabi disse Litvak, che odiava l'inefficienza quasi quanto il nemico che
se ne rendeva colpevole. Quanto tempo ti ha dato?
Kurtz finse di non capire. Dato? Chi?
Quanto hai di licenza? Un mese? Due mesi? Qual l'accordo?
Ma nelle sue risposte Kurtz non era sempre preciso. L'accordo
che a Gerusalemme c' una quantit di gente che preferirebbe attaccare
i mulini a vento libanesi piuttosto che combattere il nemico con la pro-
pria testa.
Ma la Cornacchia ce la fa a tenerli a bada? E tu?
Kurtz scivol in un insolito silenzio da cui Litvak era riluttante a
scuoterlo. Nel centro di Berlino ovest non c' buio, e ai margini non c'
luce. Stavano dirigendosi verso la luce.
Hai fatto un gran complimento a Gadi osserv all'improvviso Lit-
vak, guardando di sottecchi il suo capo. Venire cos nella sua citt. Una
tua visita per lui come un omaggio.
Non la sua citt disse pacatamente Kurtz. L'ha avuta in prestito.
Ha una borsa di studio, un mestiere da imparare, una nuova vita da co-
struirsi. solo per questo che Gadi a Berlino.
E riesce a vivere in questo mucchio d'immondizia? Sia pure per farsi
una nuova carriera? Come pu finire qui dopo Gerusalemme?
Kurtz non rispose direttamente, e Litvak non s'aspettava che lo fa-
cesse. Gadi ha gi dato il suo contributo, Shimon. Nessuno ha fatto di
meglio, secondo le proprie capacit. Ha combattuto duramente in posti

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difficili, quasi sempre oltre le linee. Perch non dovrebbe rifarsi una
vita? Ha il diritto di starsene tranquillo.
Ma Litvak non era abituato ad abbandonare le proprie battaglie
quando ancora non erano concluse. E allora perch turbarlo? Perch
risuscitare ci che finito? Se sta cercando di ricominciare, lasciamolo
in pace.
Perch a met strada, Shimon. Litvak si volt di scatto verso di
lui come a chiedergli un chiarimento, ma il viso di Kurtz era in ombra.
Perch ha quella riluttanza che pu servirci da ponte. Perch riflette.
Passarono davanti alla chiesa commemorativa e proseguirono tra i
fuochi gelidi della Kurfrstendamm, prima di tornare nella quiete mi-
nacciosa della buia periferia cittadina.
Che nome usa adesso? domand Kurtz con un sorriso indulgente
nella voce. Dimmi come si fa chiamare.
Becker disse seccamente Litvak.
Kurtz espresse una gioviale delusione. Becker? Che razza di nome
? Gadi Becker Ti sembra il nome di un sabra?
la versione tedesca della versione ebraica della versione tedesca
del suo nome replic Litvak senza voler fare dello spirito. Su richiesta
dei suoi datori di lavoro, tornato indietro. Non un israeliano, ma un
ebreo.
Kurtz mantenne il suo sorriso. Ha qualche donna con s, Shimon?
Come se la passa a donne adesso?
Una notte qua e una l. Nessuna che possa definire sua.
Kurtz si sistem pi comodamente nel suo sedile. Allora forse ha
bisogno di qualcosa d'impegnativo. Dopo di che potr tornare a Geru-
salemme dalla sua cara moglie Frankie che, a mio parere, avrebbe fatto
molto meglio a non abbandonare.
Entrati in una squallida viuzza laterale, si fermarono davanti a un
goffo condominio a tre piani di pietra screziata. Un portale a pilastri era
in qualche modo sopravvissuto alla guerra. Su un lato, a livello della
strada, un negozio di confezioni, illuminato al neon, esponeva uno
scialbo campionario di abiti femminili. Con un cartello che diceva
"SOLO all'ingrosso".
Premi il campanello pi in alto disse Litvak. Due squilli, una pau-
sa, un terzo squillo e verr a rispondere. Gli hanno dato una stanza so-
pra il negozio. Kurtz scese dalla macchina. Buona fortuna. Ne hai bi-
sogno.

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Litvak guard Kurtz attraversare impetuosamente la strada. Lo vide


avanzare sul selciato col suo solito passo ondeggiante, un po' troppo ra-
pido, e fermarsi poi troppo bruscamente davanti al logoro portone.
Vide il suo grosso braccio alzarsi verso il campanello e, un attimo dopo,
la porta che si apriva, come se qualcuno fosse stato in attesa l dietro, e
pens che qualcuno doveva esserci stato davvero. Vide Kurtz piantarsi
ben saldo sulle gambe e abbassare le spalle per abbracciare un uomo pi
snello di lui; vide le braccia dell'altro stringersi a lui in un rapido saluto
soldatesco. La porta si chiuse, Kurtz entr.
Guidando lentamente per riattraversare la citt, Litvak guardava bie-
co tutto ci che vedeva, esternando il proprio malanimo: Berlino come
luogo da odiare, come eterno nemico ereditario; Berlino dove il terrore
aveva il suo terreno di coltura, allora come adesso. La sua destinazione
era una pensione a buon mercato, dove nessuno, nemmeno lui, andava
a dormire. Alle sette meno cinque era di nuovo nella viuzza laterale
dove aveva lasciato Kurtz. Premette il campanello, aspett e ud un len-
to rumore di passi, un paio. La porta si apr e Kurtz usc con sollievo
nell'aria del mattino e si stir. Aveva la barba lunga e si era tolto la cra-
vatta.
Be'? domand Litvak, appena risalirono in macchina.
Be' cosa?
Che ha detto? Lo far o vuole starsene tranquillo a Berlino e impa-
rare a confezionar vestiti per una massa di campnik polacchi?
Kurtz si mostr sinceramente sorpreso. Stava compiendo quel gesto
che tanto aveva affascinato Alexis, quello che portava il suo vecchio
orologio da polso nella sua linea visuale, mentre l'altra mano spingeva
indietro la manica sinistra. Ma, udendo la domanda di Litvak, lo inter-
ruppe.
Se lo far? un ufficiale israeliano, Shimon. Poi sorrise con tanto
calore che dovette sorridere anche Litvak, colto di sorpresa. All'inizio,
certo, Gadi ha detto che avrebbe preferito continuare a studiare i molte-
plici aspetti del suo nuovo mestiere. Allora ci siamo messi a parlare della
bella missione che svolse oltre il canale di Suez nel '63. Poi ha detto che
il piano non stava in piedi, e cos abbiamo discusso nei minimi partico-
lari sui disagi del vivere in clandestinit a Tripoli e di mantenere l una
rete di agenti libici estremamente mercenari cosa che Gadi ha fatto
per tre anni, se non ricordo male. Poi ha consigliato: "Trovati uno pi
giovane", cosa che nessuno ha mai detto sul serio, e abbiamo ricordato

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le sue numerose incursioni notturne in Giordania e i limiti delle azioni


militari contro i guerriglieri, un argomento su cui ho la sua piena appro-
vazione. Dopo di che abbiamo parlato di strategia. Che altro?
E la somiglianza? sufficiente? La statura, il viso?
sufficiente replic Kurtz mentre i suoi lineamenti si indurivano,
restituendogli il solito aspetto. Ci lavoreremo, comunque. Adesso per
non parliamone pi, Shimon, o finir per volergli troppo bene.
Dopo di che abbandon la sua gravit e scoppi a ridere, finch la-
crime di sollievo e di stanchezza non cominciarono a rigargli le guance.
Rise anche Litvak e sent che, con la risata, si stava dileguando la sua in-
vidia. Questi cambiamenti d'umore improvvisi e un po' folli erano insiti
nella natura di Litvak, dove agivano vari fattori inconciliabili. Il suo
nome in origine significava "ebreo della Lituania" ed era un dispregiati-
vo. Ma lui come si vedeva? Un giorno come un kibbutznik ventiquat-
trenne, orfano e senza parenti rimasti in vita, un altro come il figlio
adottivo di una fondazione ortodossa americana e delle forze speciali
israeliane. Un altro ancora come il devoto poliziotto di Dio, chiamato a
ripulire il mondo. Suonava meravigliosamente il piano.
Sul rapimento c' poco da dire. Con una squadra di esperti, oggi
come oggi, sono cose che si fanno in fretta e quasi come un rituale, o
non si fanno per nulla. Sono solo le dimensioni potenziali del profitto a
portare elementi d'apprensione. Non ci furono n sgradevoli sparatorie
n altre spiacevolezze, ma solo la diretta appropriazione di una Merce-
des rosso vino e del suo occupante, il conducente, in territorio greco,
una trentina di chilometri oltre il confine della Turchia. La squadra era
comandata da Litvak che, come sempre nelle operazioni sul campo, si
comport in maniera eccellente.
Kurtz, tornato a Londra per risolvere una crisi improvvisa esplosa
nel Comitato letterario di Schwili, trascorse le ore decisive accanto a un
telefono dell'Ambasciata israeliana. I due ragazzi di Monaco, dopo aver
coscienziosamente riferito della restituzione dell'auto noleggiata e della
sua mancata sostituzione seguirono Yanuka all'aeroporto e, naturalmen-
te, la notizia successiva che lo riguardava arriv tre giorni dopo da Bei-
rut, dove una squadra-audio, che operava in una cantina del quartiere
palestinese, intercett la sua voce che salutava allegramente la sorella
Fatmeh, impiegata in uno degli uffici dei rivoluzionari. Era venuto in
citt per un paio di settimane a trovare degli amici, disse; e lei aveva una
sera libera? Pareva veramente allegro, riferirono: spensierato, eccitato,

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vivacissimo. Fatmeh invece era fredda. O dava di lui un giudizio molto


tiepido, dissero, o sapeva che il suo telefono era controllato. Forse en-
trambe le cose. Fatto sta che fratello e sorella non si incontrarono. Ya-
nuka fu ricuperato quando arriv in aereo a Istanbul, dove scese all'Hil-
ton con un passaporto diplomatico cipriota e dove per due giorni si de-
dic ai piaceri sacri e profani della citt. I suoi pedinatori riferirono che
aveva voluto concedersi un'ultima bella sorsata di Islam prima di torna-
re alla dieta cristiana europea. Visit la moschea di Solimano il Magnifi-
co, dove lo si vide pregare almeno tre volte, per poi farsi lucidare le
scarpe di Gucci sulla passeggiata erbosa che costeggia il Muro meridio-
nale. L bevve anche alcuni bicchieri di t con due tranquilli signori che
furono fotografati ma mai identificati; una falsa pista, insomma, e non il
contatto che loro stavano aspettando. E si divert pazzamente vedendo
un gruppo di vecchi che, armati di fucili ad aria compressa, si erano rac-
colti sull'orlo del marciapiede per sparare a turno frecce piumate contro
un bersaglio disegnato su una scatola di cartone. Avrebbe voluto parte-
cipare anche lui, ma non glielo permisero.
Nei giardini di piazza Sultano Ahmed si sedette su una panchina tra
le aiuole arancione e violetto, osservando con benevolenza le cupole e i
minareti che la circondavano e anche le ridacchianti comitive di turisti
americani, con attenzione particolare per un gruppo di ragazze adole-
scenti in shorts. Ma qualcosa gli imped di abbordarle, come avrebbe
fatto in circostanze normali, chiacchierando e ridendo con loro fino a
farsi accettare. Compr diapositive e cartoline dai piccoli venditori am-
bulanti senza preoccuparsi dei loro prezzi smodati; gir per Santa Sofia,
contemplando con eguale piacere le glorie della Bisanzio di Giustiniano
e quelle della conquista ottomana; e lo si ud emettere un grido di since-
ra meraviglia alla vista delle colonne trascinate fin l da Baalbek, nel pae-
se che aveva da poco lasciato. Ma l'oggetto della sua pi devota concen-
trazione fu il mosaico di Agostino e Costantino che offrono la chiesa e
la citt a Maria Vergine, perch fu l che prese clandestinamente contat-
to con un uomo alto e tranquillo in giacca a vento che divenne subito la
sua guida.
Sino allora Yanuka aveva risolutamente respinto qualsiasi offerta del
genere, ma stavolta si lasci subito convincere da qualcosa che l'uomo
gli disse, nonch, senza dubbio dal momento e dal luogo in cui lo aveva
abbordato. Fecero insieme un secondo frettoloso giro dell'interno, am-
mirarono coscienziosamente la prima cupola costruita senza sostegni e

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s'avviarono poi lungo il Bosforo su una vecchia Plymouth americana,


diretti a un parcheggio nei pressi dell'autostrada per Ankara. La Ply-
mouth ripart subito; Yanuka ancora una volta era solo al mondo, ma
era divenuto padrone di una bella Mercedes rossa che riport con calma
all'Hilton e denunci al portiere come propria.
Quella sera Yanuka non usc neanche per vedere le danze del ven-
tre che tanto lo avevano incantato la sera prima e riapparve soltanto
nelle prime ore del mattino seguente, quando si avvi verso ovest sul
rettilineo che, attraverso le pianure, porta a Edirne e a Ipsala. A quell'o-
ra la giornata era fredda e nebbiosa e l'orizzonte limitato. Si ferm in
una cittadina a prendere un caff e fotograf una cicogna appollaiata
sulla cupola di una moschea. Poi s'arrampic su una collinetta per fare i
suoi bisogni, guardando il mare. La giornata divenne pi calda, le smor-
te colline si colorarono di rosso e di giallo, il mare scorreva in mezzo a
loro sulla sua sinistra. Su una strada del genere, i pedinatori non poteva-
no far altro che montarlo a cavalcioni, come si diceva nel loro gergo,
con un'auto molto pi avanti e un'altra molto pi indietro, pregando
Dio che non infilasse una qualche deviazione non indicata, cosa di cui
era capacissimo. Ma quei luoghi deserti non lasciavano altre possibilit,
poich per chilometri e chilometri i soli segni di vita erano tende di zin-
gari e giovani pastori e ogni tanto un accigliato uomo in nero che pareva
aver dedicato la vita a studiare il fenomeno del movimento.
Arrivato a Ipsala, Yanuka sconcert tutti preferendo voltare a destra
verso la citt anzich proseguire in direzione del confine. Che intendes-
se riconsegnare la macchina? Oh no, perdio! E allora cosa diavolo ci an-
dava a fare in una fetida cittadina turca di confine? La risposta era Dio.
In un'anonima moschea della piazza principale, al confine stesso con la
cristianit, Yanuka si raccomand ancora una volta ad Allah, che, come
osserv poi sinistramente Litvak, sapeva benissimo con chi aveva a che
fare. All'uscita, Yanuka venne infatti morso da un cagnolino marrone,
che fugg senza dargli il tempo di reagire. Anche questo fu considerato
un presagio. Infine, con sollievo di tutti, torn sulla strada principale.
Il passaggio della frontiera avviene qui in un paesino turbolento.
Greci e turchi non vanno molto d'accordo. Il terreno indiscriminata-
mente minato da entrambe le parti; terroristi e contrabbandieri di tutti i
generi hanno i loro percorsi e i loro obiettivi illegali; le sparatorie sono
frequenti e se ne parla di rado; il confine con la Bulgaria solo pochi
chilometri pi a nord. Un cartello dalla parte turca dice "Fate buon

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viaggio" in inglese, ma non ci sono parole d'augurio per i greci che par-
tono. Si vedono prima le insegne turche, montate su un tabellone milita-
re, poi un ponte che scavalca acqua verde stagnante, poi una piccola
coda nervosa per le formalit turche dell'espatrio, coda che Yanuka cer-
c d'aggirare con il suo passaporto diplomatico; e ci riusc, affrettando
in tal modo la propria distruzione. Subito dopo, stretta tra il commissa-
riato di polizia turco e le sentinelle greche, c' una terra di nessuno di
una ventina di metri, dove Yanuka si compr una bottiglia di vodka
esente da dogana e mangi un gelato al caff, sotto gli occhi di un ra-
gazzo dai capelli lunghi e dall'aria sognante, di nome Reuven, stazionato
l da tre ore a mangiar focaccette.
L'ultimo ghirigoro turco un grande busto in bronzo di Atatrk, il
visionario e decadente, che guarda minaccioso le ostili pianure greche.
Appena Yanuka lo ebbe superato, Reuven salt sulla sua motocicletta e
trasmise un segnale di cinque punti a Litvak, che stava aspettando trenta
chilometri oltre il confine greco ma fuori della zona militare in un
luogo dove il traffico doveva procedere a passo d'uomo per lavori in
corso. S'affrett allora a unirsi al divertimento. Si servirono di una ra-
gazza una scelta assennata considerati i ben noti appetiti di Yanuka
e le diedero una chitarra, altra bella idea perch di questi tempi una chi-
tarra legittima una ragazza anche se non la sa suonare. La chitarra l'u-
niforme di un certo pacifismo spirituale, come avevano loro ricordato
osservazioni recenti in un altro luogo. Discussero se servirsi di una
bionda o di una bruna, conoscendo la sua preferenza per le bionde, ma
sapendo anche che era sempre pronto a fare un'eccezione. Finirono per
scegliere la ragazza bruna, perch aveva il sedere pi bello e l'andatura
pi provocante, e l'appostarono nel punto dove finivano i lavori stradali.
Questi lavori erano realmente una manna. Ne erano assolutamente
convinti. Alcuni credevano addirittura che fosse stato Dio quello degli
ebrei e non Kurtz o Litvak a ideare e dirigere l'intera fortunata opera-
zione. Prima c'era il macadam; poi senza preavviso le grezze schegge az-
zurre grandi come palle da golf ma ben pi dentellate. Dopo di che ve-
niva la rampa di legno con luci gialle tipo spaventapasseri che lampeg -
giavano su entrambi i lati: qui il limite di velocit era di dieci chilometri,
e solo un pazzo lo avrebbe superato. Oltre la rampa c'era la ragazza, che
arrancava sulla pista per i pedoni. Continua a camminare, le avevano
detto; ma niente di vistoso, mi raccomando, limitati a far segnali col pol-
lice sinistro. La loro unica vera preoccupazione era che la ragazza, cari-

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na com'era, potesse finire con l'uomo sbagliato prima che comparisse


Yanuka a reclamarla. Una caratteristica particolarmente favorevole di
questo punto era il fatto che lo scarso traffico era separato da una linea
divisoria temporanea. C'era uno spazio di una cinquantina di metri tra la
corsia diretta a occidente e quella diretta a oriente, spazio coperto dalle
baracche degli operai, dai trattori e da rottami d'ogni genere. Avrebbero
potuto nascondervi un intero reggimento senza che nessuno se ne ac-
corgesse.
Non che fossero un reggimento. Era una squadra di sette, compresi
Shimon Litvak e la ragazza che serviva da esca. Gavron la Cornacchia
non avrebbe autorizzato il minimo aumento di spesa. Gli altri cinque
erano ragazzi vestiti con indumenti estivi e scarpette da corsa, di quelli
che possono passare un'intera giornata a contemplarsi le unghie, senza
che mai nessuno gli chieda perch non parlano. Poi passano all'azione,
rapidi come fulmini, prima di tornare alle loro contemplazioni letargi-
che. Era ormai met mattina; il sole era alto e l'aria polverosa. Il resto
del traffico consisteva di camion grigi carichi di una specie di calce o di
argilla.
La lucida Mercedes rosso vino non nuova, ma decisamente bella
spiccava in questa compagnia come un'auto nuziale stretta tra furgoni
dell'immondizia. Yanuka arriv al punto in cui iniziavano i lavori a tren-
ta chilometri all'ora, un'andatura troppo veloce, e subito fren mentre
cominciava a schizzare ghiaia contro la sottoscocca. Sal la rampa a ven-
ti, rallent a quindici e poi a dieci, e quando super la ragazza tutti vide-
ro la testa di Yanuka voltarsi per verificare che la sua parte anteriore va-
lesse quella posteriore. La valeva. Prosegu per un'altra cinquantina di
metri sino al macadam, e per un brutto istante Litvak temette di dover
ricorrere al piano di riserva, una faccenda molto pi complessa che
avrebbe coinvolto una seconda squadra e comportato un finto incidente
stradale cento chilometri oltre. Ma la libidine o la natura, o qualunque
cosa sia ci che ci rende sciocchi, prese il sopravvento. Yanuka ferm la
macchina, abbass il finestrino elettrico, sporse la sua bella testa giovane
e, pieno di gioia di vivere, guard la ragazza che avanzava sontuosamen-
te nel sole verso di lui. Quando gli pass vicino, le chiese se intendeva
farsela a piedi sino in California. Lei gli rispose, sempre in inglese, che
era "vagamente" diretta a Salonicco e lui? Secondo la ragazza, la ri-
sposta fu "Vagamente quanto te", ma nessun altro lo ud e fu una di
quelle cose di cui sempre si discute dopo un'operazione.

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Yanuka personalmente sment con decisione di aver detto qualcosa, e


quindi possibile che la ragazza avesse un po' romanzato il proprio
trionfo. I suoi occhi, e i suoi lineamenti in genere, erano comunque
estremamente seducenti e la sua lenta irresistibile andatura monopoliz-
zava l'attenzione dell'uomo. Cosa poteva chiedere un bravo ragazzo ara-
bo, dopo due settimane di austero indottrinamento politico sulle colline
del Libano meridionale, se non questa fascinosa visione in jeans che pa-
reva uscita da un harem? Bisogna aggiungere che Yanuka era snello e
estremamente focoso, con bei lineamenti semitici che armonizzavano
con quelli della ragazza, e che da lui emanava un'allegria contagiosa. Ne
deriv quindi un annusarsi reciproco, di quelli che possono immediata-
mente instaurarsi tra due persone fisicamente attraenti, un momento in
cui sembrano realmente condividere un'immagine speculare di se stessi
nell'atto di far l'amore. La ragazza pos la chitarra e, obbedendo agli or-
dini, si liber dimenandosi dello zaino che lasci cadere con soddisfa-
zione sul selciato. Questo gesto di svestizione, secondo Litvak, avrebbe
necessariamente costretto Yanuka a fare una di queste due cose: aprire
la portiera posteriore dall'interno o scendere dalla macchina e aprire dal-
l'esterno il bagagliaio. In entrambi i casi si sarebbe esposto a una aggres-
sione.
Naturalmente, in certi modelli della Mercedes il bagagliaio pu esse-
re aperto anche da dentro. Ma non in questo. Litvak lo sapeva. Come
sapeva con certezza che il bagagliaio era chiuso a chiave; e non avrebbe
avuto senso offrirgli la ragazza in territorio turco perch per quanto
buoni potessero essere i suoi documenti, e per essere arabi lo erano an-
che troppo Yanuka non sarebbe mai stato tanto stupido da aggravare
il rischio di un passaggio di frontiera prendendo a bordo zavorra ignota.
Di fatto, scelse la soluzione che tutti avevano considerato la pi au-
spicabile. Anzich allungare indietro un braccio per aprire manualmente
una portiera, come avrebbe potuto benissimo fare, prefer, forse per im-
pressionare la ragazza, azionare il dispositivo centrale, liberando cos
non una portiera sola ma tutte quattro. La ragazza apr la portiera poste-
riore pi vicina e, restando fuori, spinse zaino e chitarra sul sedile. Ma
quando la richiuse, e inizi il suo languido viaggio verso la parte ante-
riore dell'auto, come per prender posto accanto a lui sul sedile per il
passeggero, un uomo accost una pistola alla tempia di Yanuka, mentre
Litvak in persona, in apparenza pi fragile che mai, si inginocchi sul
sedile posteriore tenendo la testa di Yanuka da dietro nella pi micidiale

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ed efficace delle strette e somministrandogli nel contempo il narcotico


che, come gli era stato autorevolmente assicurato, meglio si adattava alle
condizioni di salute di Yanuka: durante l'adolescenza aveva infatti avuto
problemi di asma.
La cosa che pi li colp, ripensandoci, fu la silenziosit dell'operazio-
ne. Persino mentre aspettava che il narcotico facesse effetto, Litvak ud
chiaramente lo scatto di un paio d'occhiali da sole sopra il frastuono del
traffico, e per un attimo di terrore temette che fosse stato il collo di Ya-
nuka, cosa che avrebbe rovinato tutto. Pensarono in un primo momen-
to che avesse dimenticato le targhe e i documenti falsi per il suo viaggio,
o se ne fosse sbarazzato in qualche modo, ma con grande soddisfazione
li trovarono ordinatamente sistemati nella sua elegante borsa da viaggio
nera, sotto varie camicie di seta fatte a mano e vistose cravatte, insieme
al bell'orologio d'oro di Cellini e al braccialetto d'oro e all'amuleto lami-
nato d'oro che Yanuka soleva portare suo malgrado e che si credeva gli
fosse stato regalato dall'amatissima sorella Fatmeh.
Un altro successo dell'operazione il cui merito era esclusivamente
di Yanuka era che l'auto-bersaglio aveva finestrini fortemente affumi-
cati per impedire alla gente di vedere che cosa accadeva all'interno. Fu la
prima delle numerose dimostrazioni del fatto che Yanuka era divenuto
vittima del suo stesso sontuoso modo di vivere. Portare poi la macchina
verso ovest e di l verso sud non fu un problema; avrebbero anche po-
tuto condurla in maniera abbastanza normale senza che nessuno la no-
tasse. Ma, per maggior sicurezza, avevano noleggiato un camion, uffi-
cialmente adibito a portare api nei nuovi alveari. C' un gran traffico di
api in quella regione, aveva pensato assennatamente Litvak, e anche il
pi zelante dei poliziotti ci pensa due volte prima di violare la loro pri-
vacy. Il solo elemento veramente imprevisto era il morso del cane: per-
ch la bestia poteva avere la rabbia. A un certo punto comprarono del
siero e glielo iniettarono per ogni eventualit.
Tolto temporaneamente di mezzo Yanuka, la cosa importante era ac-
certarsi che nessuno, n a Beirut n altrove, si accorgesse della sua
scomparsa. Gi sapevano che era un carattere indipendente e spensiera-
to. Sapevano anche che era per lui una mania agire in modo illogico, che
era famoso perch modificava all'improvviso i suoi piani, un po' per ca-
priccio e un po' perch credeva, a ragione, che fosse la maniera migliore
di confondere le proprie tracce. Sapevano infine della sua recente pas-
sione per le cose greche e della sua comprovata abitudine di andare in

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cerca di antichit durante i suoi viaggi. L'ultima volta, si era spinto a sud
sino a Epidauro senza dir niente a nessuno, una lunga deviazione, deci-
samente fuori del suo itinerario e per ragioni rimaste sconosciute. Que-
sti comportamenti casuali lo avevano reso in passato estremamente dif-
ficile da rintracciare. Usati contro di lui, come adesso, lo rendevano in-
vece, secondo il lucido giudizio di Litvak, non salvabile, perch anche
quelli della sua parte non erano in grado di tenerlo d'occhio pi di
quanto ci riuscissero i suoi nemici.
La squadra, dunque, lo cattur e lo fece sparire. Poi rimase in attesa.
E in nessuno dei luoghi in cui avevano la possibilit di ascoltare, suona-
rono campanelli d'allarme, n ci furono mormorii d'inquietudine. Se il
capo di Yanuka si era fatto un'immagine di lui, concluse cautamente
Shimon Litvak, era quella di un giovane, al meglio delle proprie energie
fisiche e mentali, partito alla ricerca della vita e chiss? di nuovi sol-
dati per la causa. A questo punto, dunque, la recita, come la chiamavano
Kurtz e la sua squadra, poteva cominciare. Se poi sarebbe anche finita
se c'era tempo sufficiente, misurato dal vecchio orologio d'acciaio di
Kurtz, perch potesse svolgersi come lui aveva deciso era tutto un al-
tro discorso. Le pressioni cui Kurtz era soggetto erano di due tipi: la
prima, in termini molto crudi, consisteva nel fare progressi se non vole-
va che Misha Gavron gli facesse chiuder bottega. La seconda era la mi-
naccia, espressa dallo stesso Gavron, che, in assenza di questi progressi,
sarebbe divenuto impossibile fermare la richiesta, sempre pi pressante,
di una soluzione militare. E questo a Kurtz faceva paura.
Tu mi fai la predica come gli inglesi! gracchi Gavron la Cornac-
chia, con la sua voce fessa, durante una delle loro frequenti discussioni.
E guarda i loro delitti!
Allora dovremmo forse bombardare anche gli inglesi sugger Kur-
tz, con un sorriso furibondo.
Ma a questo punto il discorso sugli inglesi non era pi una coinci-
denza; ironicamente, era proprio all'Inghilterra che ora Kurtz si rivolge-
va cercandovi la propria salvezza.

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Joseph e Charlie furono presentati formalmente sull'isola di Myko-


nos, una spiaggia con due taverne, mentre pranzavano, a un'ora relativa-
mente tarda, un giorno della seconda met d'agosto, cio pressappoco
quando il sole greco batte con calore particolarmente intenso. O, se vo-
gliamo riferirci alla storia in generale, quattro settimane dopo che i jet
israeliani avevano bombardato l'affollato quartiere palestinese di Beirut,
nel corso di quello che fu definito a posteriori un tentativo di distrugge-
re i loro quadri dirigenti, bench non ci fosse neanche un capo tra le
centinaia di morti, a meno, naturalmente, che non alludessero ai capi di
domani, dato che molti di loro erano bambini.
Charlie, di' salve a Joseph disse qualcuno tutto eccitato, e la cosa fu
fatta. Entrambi tuttavia si comportarono come se l'incontro, pratica-
mente, non fosse avvenuto; lei corrugando la sua fronte di rivoluziona-
ria e tendendo la mano per una stretta da scolaretta inglese di dispettosa
rispettabilit; lui scoccandole un'occhiata pacatamente e tollerantemente
elogiativa, ma curiosamente priva di aspirazioni.
Ah, Charlie, s, salve disse, e sorrise, non pi dello stretto necessa-
rio per non peccare di scortesia. Fu lui, insomma, e non Charlie, a dire
salve. Lei not subito quel suo tic militare di increspare le labbra prima
di parlare. La sua voce, straniera e tenuta sotto stretto controllo, aveva
una scoraggiante dolcezza era pi chiaro ci che teneva per s che
non ci che dava. Il suo comportamento nei confronti di Charlie era
dunque tutt'altro che aggressivo. Lei in realt si chiamava Charmian, ma
tutti la conoscevano come Charlie e molti come Charlie la Rossa, in
omaggio al colore dei suoi capelli e alle sue posizioni radicali un po' fol-
li, che erano un modo di occuparsi del mondo e di combatterne le in-
giustizie. Era l'estranea di una rumorosa compagnia di giovani attori bri-
tannici che dormivano in una cadente casa colonica circa ottocento me-
tri all'interno e scendevano alla spiaggia come una sciatta e legatissima
famiglia che non si separava mai. Come fossero capitati nella casa colo-
nica come addirittura fossero arrivati sull'isola era per tutti loro un
miracolo, anche se, da buoni attori, non si lasciavano certo sorprendere
dai miracoli.
La loro benefattrice era una ricca societ della City che qualche tem-
po prima aveva cominciato a finanziare le loro tourne. Finito il giro in
provincia, i sei o sette attori stabili della compagnia si erano visti offrire
con meraviglia riposo e svago a spese dell'azienda. Un volo charter li
aveva portati l, la casa colonica era pronta ad accoglierli e l'argent de

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poche era garantito da un modesto prolungamento del loro contratto.


Una faccenda, dunque, troppo garbata, troppo generosa, troppo im-
provvisa, troppo all'antica. Solo una banda di porci fascisti, avevano al-
legramente concluso appena ricevuti gli inviti, poteva comportarsi con
cos disarmante filantropia. Dopo di che avevano smesso di pensare a
come erano arrivati l, finch uno di loro, un po' assonnato, non alzava il
bicchiere e non mormorava il nome della societ in un brindisi querulo
e poco convinto.
Charlie non era certo la pi graziosa delle ragazze, ma irradiava ses-
sualit, e insieme un'inguaribile benevolenza che i suoi atteggiamenti
non riuscivano mai a nascondere del tutto. Lucy, pur essendo stupida,
era splendida, mentre Charlie, secondo i normali criteri di giudizio, era
bruttina: moche, con un naso lungo e forte e un viso prematuramente
incupito, ora infantile e un attimo dopo talmente vecchio e lugubre che
ti venivano i brividi pensando a quali esperienze di vita doveva aver avu-
to e ti chiedevi cos'altro le sarebbe capitato. Era a volte la loro trovatella
e a volte la loro madre, quella che teneva i conti e sapeva dov'erano la
lozione contro le punture d'insetti e il cerotto per chi si feriva un piede.
In questo ruolo, come in tutti gli altri, era la pi generosa e la pi capace
di tutti. E ogni tanto era anche la loro coscienza, pronta a sgridarli per
qualche reato, reale o immaginario, di sciovinismo, di sessismo o di apa-
tia occidentale.
Il diritto di far questo le era conferito dal suo ceto sociale, perch
Charlie, come dicevano sempre, era il loro tocco di classe: aveva studia-
to privatamente ed era figlia di un agente di cambio, anche se come lei
non si stancava mai di raccontare il pover'uomo aveva concluso i suoi
giorni dietro le sbarre per aver defraudato i suoi clienti. Tuttavia, la clas-
se sempre classe. Infine era la loro incontestata prima donna. Quando
calava la sera e la famiglia si dedicava a recitare piccoli drammi, a pro-
prio esclusivo beneficio, in cappello di paglia e morbidi abiti da spiaggia,
era Charlie che, quando decideva di parteciparvi, si dimostrava la mi-
gliore di tutti. Se invece preferivano cantare, era Charlie che suonava la
chitarra, sin troppo bene per le loro voci, Charlie che conosceva le can-
zoni popolari di protesta e le cantava con voce rabbiosa e mascolina. In
altri momenti poltrivano tutti assieme in cape riunioni, fumando mari-
juana e bevendo retsina a trenta dracme il mezzo litro. Tutti, tranne
Charlie, che se ne stava per suo conto come una che avesse da tempo
bevuto e fumato tutto ci che le serviva.

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Aspettate solo che cominci la mia rivoluzione li avvertiva con voce


assonnata. E voi bambini vi mander tutti a piantar rape prima di cola-
zione.
Al che loro fingevano di spaventarsi: dove comincer, Charlie? Dove
rotoler la prima testa?
Nella fottuta Rickmansworth replicava lei, ritornando alla sua tem-
pestosa infanzia suburbana. Butteremo tutte le loro fottute Jaguar nelle
loro fottute piscine.
Tutti allora emettevano gemiti di paura, pur sapendo benissimo che
Charlie aveva un debole per le macchine veloci. Nel frattempo le vole-
vano bene. Incontestabilmente. E Charlie, per quanto lo negasse, voleva
bene a loro. Joseph invece, come lo avevano battezzato, non faceva par-
te della famiglia. Neanche come gruppo scissionista composto di una
sola persona, come Charlie. Godeva di un'autosufficienza che, per le
anime pi deboli, era gi in s una forma di coraggio. Non aveva amici,
ma non se ne lamentava, era lo straniero che non aveva bisogno di nes-
suno, nemmeno di loro. Solo di un asciugamano, di un libro, di una bot-
tiglia d'acqua e della sua piccola buca nella sabbia. Soltanto Charlie sa-
peva che era un fantasma.
La prima volta che lo vide sull'isola fu il mattino dopo il suo grande
scontro con Alastair, da lei perso per knock out. C'era in Charlie una
mansuetudine di fondo che pareva attrarre irresistibilmente i prepotenti,
e il suo prepotente del momento era un ubriacone scozzese di un metro
e ottanta chiamato dalla famiglia "Long Al", che minacciava molto e ci-
tava in maniera inesatta l'anarchico Bakunin. Come Charlie, era rosso di
capelli, chiaro di pelle e con crudeli occhi azzurri. Quando uscivano in-
sieme luccicanti dall'acqua, parevano appartenere a una razza diversa da
tutti quelli che stavano loro attorno e le loro espressioni ardenti ti face-
vano capire che lo sapevano. Quando partivano bruscamente per la casa
colonica, la mano nella mano, senza dir niente a nessuno, sentivi l'ur-
genza del loro desiderio come una sofferenza che avevi patito ma solo
raramente condiviso. Ma quando si picchiavano come era successo la
sera prima il loro rancore scatenava un tale uragano su animucce tene-
re come Willy e Pauly da costringerli a sgusciar via finch la tempesta
non fosse passata. In questo caso aveva fatto cos anche Charlie; si era
trascinata in un angolo del fienile a leccarsi le ferite. Tuttavia si svegli
alle sei in punto e decise di concedersi un bagno solitario e di andare
poi a piedi in citt per offrirsi un giornale inglese e una buona colazio-

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ne. Fu mentre acquistava lo "Herald Tribune" che si verific l'apparizio-


ne: un chiaro esempio di fenomeno psichico. Era l'uomo in blazer ros-
so. In quel momento, stava dietro di lei a scegliersi un libro in edizione
economica e l'ignorava completamente. Niente blazer rosso stavolta, ma
un camiciotto, un paio di short, i sandali. Eppure era sicuramente lo
stesso uomo. I medesimi capelli neri a spazzola, incanutiti sulle punte e
sfocianti in un ciuffo al centro della fronte; il medesimo sguardo scuro e
cortese, rispettoso delle altrui passioni, che si era rivolto verso di lei
come una lanterna cieca dalla prima fila di platea del teatro Barrie di
Nottingham per mezza giornata: prima la matine poi la sera, con occhi
solo per Charlie, a seguire ogni suo gesto. Un viso che il tempo non in-
duriva n ammorbidiva, ma rimaneva fisso come una stampa. Un viso
che agli occhi di Charlie esprimeva una realt solida e permanente, in
contrasto con le molte maschere di un attore.
Lei stava recitando Santa Giovanna e si stava quasi imbestialendo
con il Delfino, che gigioneggiava in maniera indecente e cercava di ru-
barle l'attenzione del pubblico ogni volta che lei parlava. Cos fu solo
durante il quadro finale che s'accorse per la prima volta di lui, seduto in
mezzo agli scolaretti nelle prime file della platea semideserta. Se le luci
non fossero state cos fioche, non lo avrebbe probabilmente individuato
neanche allora, ma l'attrezzatura elettrica era rimasta bloccata a Derby, e
quindi non c'era il consueto abbagliamento ad offuscarle la visuale. In
un primo tempo lo aveva scambiato per un insegnante ma, una volta
usciti i ragazzi, lui era rimasto al suo posto leggendo quello che, secon-
do lei, poteva essere il testo della commedia, o forse l'Introduzione. E
quando si rialz il sipario per la recita della sera, era ancora l, nella sua
poltrona di centro, con il suo sguardo placido e per niente comunicativo
concentrato su di lei esattamente come prima; e quando alla fine cal il
sipario, Charlie si irrit perch glielo avevano portato via.
Pochi giorni dopo, a York, quando gi lo aveva dimenticato, avrebbe
potuto giurare di averlo rivisto, ma non ne era sicura; le luci di scena
erano troppo buone e non le era stato possibile penetrare oltre la fo-
schia. Inoltre lo straniero non era rimasto al suo posto tra uno spettaco-
lo e l'altro. Avrebbe tuttavia giurato che era la stessa faccia, al centro
della prima fila, estaticamente levata verso di lei, e anche lo stesso blazer
rosso. Che fosse un critico? Un impresario? Un agente? Un regista di ci-
nema? Che fosse un rappresentante di quella societ della City che ave-
va rilevato dall'Arts Council il patrocinio della loro compagnia? No, era

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troppo magro, troppo attento nella sua immobilit per essere un sempli-
ce finanziere professionista venuto a controllare l'investimento della
propria azienda. In quanto ai critici, agli agenti e agli altri, era gi un mi-
racolo se assistevano a tutto un atto, figuriamoci poi a due recite conse-
cutive. E la terza volta che lo vide o le parve di vederlo poco prima
di partire per la vacanza, proprio l'ultima sera della tourne, appostato
davanti all'ingresso al palcoscenico di un teatrino dell'East End, aveva
quasi deciso di affrontarlo apertamente e di chiedergli senza mezzi ter -
mini che cosa voleva se era uno Squartatore in embrione, un cacciato-
re d'autografi o un normale maniaco sessuale come tutti. Ma quella sua
aria di deliberata rettitudine l'aveva trattenuta.
Il vederlo ora, dunque a neanche un metro da lei, apparentemente
ignaro della sua presenza, intento a contemplare i libri esposti con lo
stesso interesse solenne che solo pochi giorni prima riservava a lei la
mise in uno stato di straordinaria agitazione. Si volt verso di lui; colse i
suoi occhi imperturbati e lo fiss per un attimo ben pi ardentemente
di quanto lui avesse mai fissato lei. Aveva anche il vantaggio degli oc-
chiali scuri che si era messa per nascondere l'ammaccatura. Visto da vi-
cino, le parve pi vecchio di quanto avesse immaginato, pi magro e pi
segnato. Pens che gli avrebbe fatto bene una buona dormita e si chiese
se soffriva per un brusco cambiamento di fuso orario, dato che aveva gli
angoli degli occhi inclinati all'ingi. Lui per non reag neanche con un
guizzo di riconoscimento o di eccitazione. Infilando il suo "Herald Tri-
bune" nella borsa, Charlie s'affrett a battere in ritirata mettendosi al si-
curo in una taverna sul lungomare. Sono matta, pens accostando alla
bocca una tremante tazza di caff. solo una mia fantasia. Deve essere
uno che gli somiglia. Non avrei dovuto inghiottire quella fottuta pillola
che mi ha dato Lucy per tirarmi su dopo le botte di Al. Aveva letto da
qualche parte che la sensazione di dj vu derivava da un errore di co-
municazione tra l'occhio e il cervello. Ma, quando guard in strada nella
direzione da cui era venuta, lo vide seduto, percettibile alla vista come
all'intelletto, nella taverna pi vicina, con un berretto da golf bianco con
visiera fortemente inclinata in avanti a proteggere gli occhi, intento a
leggere una traduzione inglese delle Conversazioni con Allende di Debray.
Non pi tardi di ieri, aveva pensato di comprarsela lei. venuto a pren-
dersi la mia anima, pens ancheggiandogli davanti spavalda, per dimo-
strargli la propria immunit. Ma quando mai gliela ho promessa?
Quello stesso pomeriggio, in effetti, l'uomo and a sistemarsi sulla

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spiaggia, a neanche venti metri da dove era accampata la famiglia. In-


dossava un pudibondo costume da bagno nero da monaco e portava
una borraccia di latta dalla quale attingeva ogni tanto frugali sorsate
d'acqua, come se l'oasi pi vicina fosse ancora a un giorno di marcia.
Senza mai guardare, senza mai prestare la minima attenzione a loro,
continuava a leggere il suo Debray all'ombra del floscio berretto bianco
da golf. E tuttavia seguiva ogni sua mossa, e lei lo sapeva, se non altro
dall'inclinazione e dall'immobilit della sua bella testa.
Fra tutte le spiagge di Mykonos, aveva scelto proprio questa. Fra tut-
ti i punti della spiaggia, era finito in cima alle dune da dove poteva con-
trollare ogni via d'accesso, sia che lei fosse andata a nuotare sia che aves-
se fatto un salto alla taverna a prendere un'altra bottiglia di retsina per
Al. Dalla sua buca sopraelevata, l'uomo insomma era in grado di tenerla
comodamente d'occhio, e non c'era nulla che lei potesse fare per slog -
giarlo. Dirlo a Long Al sarebbe stato esporsi al ridicolo o peggio; non
aveva nessuna intenzione di offrirgli una cos splendida occasione di
schernire un'altra delle sue fantasie. Parlarne con qualcun altro era come
dirlo a Al: lo avrebbe saputo in giornata. Non aveva quindi altra solu-
zione che tenersi ben stretto il suo segreto, ed era esattamente ci che
voleva. Perci non fece nulla, e lui neanche, ma lei sapeva che lui stava
aspettando; sentiva con quanta paziente disciplina lasciava scorrere le
ore. Anche quando se ne stava sdraiato come un morto, dal suo agile
corpo bruno pareva balenare una misteriosa vitalit, portata a lei dal
sole. A volte pareva che la tensione si spezzasse ed ecco che balzava im-
provvisamente in piedi, si toglieva il berretto, avanzava tutto serio dalla
duna al mare come un selvaggio senza la sua lancia, e si tuffava senza
far rumore, smuovendo appena la superficie dell'acqua. Lei allora aspet-
tava; poi aspettava ancora. Era annegato, senza alcun dubbio. Finch,
quando ormai lo aveva dato per morto, riaffiorava alla superficie molto
pi al largo, nuotando a stile libero con lente bracciate, e i suoi neri ca-
pelli a spazzola luccicavano come la testa di una foca. Intorno sfreccia-
vano motoscafi, ma lui li ignorava. C'erano anche ragazze, ma la sua te-
sta non si voltava mai verso di loro; se n'era accertata con i propri occhi.
E, dopo la nuotata, la lenta metodica successione degli esercizi ginnici,
prima di rimettersi il berretto da golf piegato in avanti e di riprendere a
occuparsi di Allende e Debray. Chi il suo capo? si domandava lei pas-
sivamente. Chi scrive le sue battute e gli d le istruzioni? Stava recitando
per lei, come lei aveva recitato per lui in Inghilterra. Era, come lei, un

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attore. Con quel sole cocente che tremava tra cielo e sabbia, poteva re-
stare a guardare il suo corpo affilato e maturo per minuti e minuti, usan-
dolo come oggetto delle proprie eccitate congetture. Tu per me, pensa-
va; io per te; questi bambini non capiscono. Ma quando venne l'ora del
pranzo, e tutti loro sfilarono davanti al suo castello per raggiungere la
taverna, Charlie si arrabbi vedendo Lucy staccare il braccio da quello
di Robert e rivolgergli un saluto da sgualdrina, spingendo il fianco in
fuori.
Non favoloso? disse Lucy ad alta voce. Me lo mangerei in insa-
lata tutti i giorni.
Anch'io disse Willy, ancor pi forte. Non vero, Pauly?
Lui per li ignor. Nel pomeriggio, Al la condusse alla casa colonica
dove fecero ardentemente e spassionatamente l'amore. Quando torna-
rono sulla spiaggia, nelle prime ore della sera, e lui era sparito, Charlie si
sent infelice perch era stata infedele al suo amante segreto. Si doman-
d se fare o no il giro dei locali notturni per ritrovarlo. Non essendo
riuscita a comunicare con lui di giorno, aveva deciso che era un uomo
d'abitudini notturne.
Il mattino dopo non scese in spiaggia. Di notte, la violenza della sua
fissazione l'aveva prima divertita e poi spaventata, e al risveglio era ben
decisa a farla finita. Sdraiata accanto alla grande massa dormiente di Al,
si era immaginata follemente innamorata di un uomo cui non aveva mai
rivolto la parola, prendendolo in mille modi fantasiosi, piantando Al e
fuggendo per sempre con lui. A sedici anni stupidaggini simili sono tol-
lerabili; a ventisei diventano indecenti. Un conto era piantare Al, cosa
che avrebbe sicuramente fatto meglio prima che poi. E un altro conto
era correr dietro a un sogno in berretto bianco da golf, persino durante
una vacanza a Mykonos. Ripet quindi la routine del giorno prima, solo
che stavolta, con sua grande delusione, lui non si materializz alle sue
spalle nella libreria, n scese a bere il caff nella taverna accanto alla sua;
e quando lei and a vedere le vetrine della boutique sul lungomare, non
comparve neanche il riflesso di lui accanto al suo, come Charlie conti-
nuava a sperare. Raggiungendo la famiglia per pranzare nella taverna,
apprese che in sua assenza lo avevano battezzato Joseph. In questo non
c'era niente di strano: la famiglia affibbiava un nome a chiunque attiras-
se la sua attenzione, ispirandosi di solito a una commedia o a un film,
ed era regola che, una volta approvato, tutti lo adottassero. Il loro Boso-
la della Duchessa di Amalfi, per esempio, era un irrequieto armatore

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svedese con un debole malcelato per le belle ragazze; la loro Ofelia una
colossale massaia di Francoforte che indossava una cuffia da bagno a
fiori rosa e poco altro.
Joseph invece, le spiegarono, era stato chiamato cos per il suo aspet-
to semitico e per la giacca a strisce multicolori che portava sopra i cal-
zoncini da bagno neri quando veniva in spiaggia o se ne andava. Joseph
anche per il suo atteggiamento di distacco dai comuni mortali e per
quella sua aria di essere l'eletto, a scapito di altri assai meno favoriti. Jo-
seph, il disprezzato dai propri fratelli, che se ne stava in disparte con la
sua borraccia d'acqua e il suo libro. Seduta a tavola, Charlie assisteva ar-
cigna al loro rozzo annettersi della sua propriet segreta. Alastair, che si
sentiva minacciato quando si elogiava qualcuno senza la sua approvazio-
ne, si stava riempiendo il bicchiere con il boccale di Robert.
Joseph col cazzo annunci baldanzoso. un lurido finocchio
come i nostri Willy e Pauly. Sta battendo, ecco cosa fa. Lui con i suoi
occhi da letto. Vorrei tanto spaccargli la faccia. E lo far prima o poi.
Ma Charlie per quel giorno era arcistufa di Alastair, stufa di essere in-
sieme la sua schiava fascista e la sua madre terra. Di solito non era cos
caustica, ma il suo crescente disgusto per Alastair stava lottando con il
suo senso di colpa per Joseph.
Se un finocchio, perch dovrebbe venire a battere qui, testa di
rapa? domand ferocemente, voltandosi di scatto verso di lui e contor-
cendo la bocca in una smorfia rabbiosa. Due fottute spiagge pi in l,
pu scegliere tra una buona met delle checche greche. E puoi farlo an-
che tu.
Reagendo a questo incauto consiglio, Alastair le somministr un so-
noro ceffone sul viso, che divenne prima bianco, poi rosso scarlatto.
Continuarono a far congetture anche nel pomeriggio. Joseph era un
voyeur; era un ladro, un esibizionista, un assassino, un culturista, un tra-
vestito, un conservatore. Ma tocc, come sempre, a Alastair il compito
di esprimere il giudizio definitivo: un fottuto segaiolo tuon, con
un ghigno all'angolo della bocca e si risucchi i denti anteriori per sotto-
lineare la propria perspicacia. Ma Joseph si mostr sordo a tutti questi
insulti come nemmeno Charlie avrebbe potuto desiderare; al punto che,
a met del pomeriggio, quando il sole e l'erba li avevano ormai pratica-
mente intontiti tutti tranne Charlie, ancora una volta decisero che
era un duro, il loro massimo complimento. E a questo clamoroso
cambiamento li aveva portati, ancora una volta, Alastair.

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Joseph non si era lasciato turbare da loro e non si era neanche lascia-
to attrarre n da Lucy n dai due colombi. Ergo, era un duro, come
lo stesso Alastair. Lo dicevano il suo territorio e la sua stessa presenza;
non c' nessuno che mi comandi, qui che mi sono accampato. Duro,
insomma. Bakunin gli avrebbe dato un bellissimo voto.
un duro e mi piace concluse Alastair accarezzando pesantemen-
te la schiena di Lucy, gi sino alla parte inferiore del bikini, e anche ol-
tre.
Se fosse una donna, saprei esattamente che cosa fargli. Non vero,
Lucy?
Un attimo dopo, Lucy era in piedi, unica persona eretta su quella
spiaggia luccicante.
Chi dice che non sarei capace di attirarlo? disse, liberandosi del co-
stume da bagno.
Ora, Lucy era bionda e larga di fianchi e allettante come una mela.
Recitava parti di cameriera e di sgualdrina, ma la sua specialit erano le
ninfomani adolescenti, ed era capace di attirare chiunque con una sem-
plice strizzatina d'occhio. Annodatosi mollemente sotto il seno un ac-
cappatoio bianco, prese una caraffa di vino e un bicchiere di plastica e
avanz sino ai piedi della duna, con la brocca sulla testa, i fianchi che
oscillavano e le cosce che sbirciavano, offrendo cos una propria raffigu-
razione satirica di una dea greca vista da Hollywood. Arrampicatasi sulla
collinetta, gli si inginocchi accanto e vers il vino dall'alto, lasciando
che l'accappatoio si aprisse. Poi gli porse il bicchiere e decise di rivolger-
gli la parola in francese, o in quel tanto di questa lingua che conosceva.
Aimez-vous? domand Lucy.
Joseph non mostr di essersi accorto della sua presenza. Volt una
pagina; poi osserv la sua ombra, e soltanto allora si volt su un fianco,
e, dopo averla esaminata criticamente coi suoi occhi scuri e all'ombra
del berretto da golf, accett il bicchiere e brind a lei con aria solenne,
mentre a venti metri di distanza il club dei tifosi di Lucy battevano le
mani o emetteva fatui grugniti d'approvazione, tipo Camera dei Comu-
ni.
Lei deve essere Era osserv Joseph, pi o meno con lo stesso en-
tusiasmo che avrebbe espresso alla lettura di una mappa. E fu allora che
avvenne la scoperta clamorosa: il suo corpo era pieno di cicatrici. Lucy
quasi non riusciva a contenersi. La pi affascinante era un foro da trapa-
no grande come una moneta da cinque pence, simile a quegli adesivi a

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forma di fori di proiettili che Pauly e Willy avevano sulla loro Mini, solo
che questo era sul lato sinistro dello stomaco! Da lontano non era pos-
sibile vederlo, ma quando lei lo tocc pareva insieme liscio e duro.
E tu sei Joseph replic Lucy confusa, non sapendo chi fosse Era.
Nuovi applausi arrivarono attraverso la sabbia, mentre Alastair alzava il
bicchiere e urlava il suo brindisi: Joseph! Mister Joseph, signore! Tutto
il potere al suo gomito! Vaffanculo a quegli invidiosi dei suoi fratelli.
Venga qui con noi, Mister Joseph! grid Robert, subito seguito dal-
la voce furiosa di Charlie che gli ordinava di star zitto. Ma Joseph non si
un a loro. Alz il bicchiere e all'immaginazione scatenata di Charlie par-
ve che avesse brindato a lei in particolare, ma come poteva aver notato
un simile particolare in un uomo che brinda a tutto un gruppo di perso-
ne da venti metri di distanza? Poi lui si rimise a leggere. Non si poteva
dire che li avesse snobbati; non fece assolutamente nulla, n di pi n di
meno, come disse Lucy. Si limit a mettersi bocconi e a leggere il suo li-
bro, e Ges era proprio un foro di proiettile, con quello d'uscita sulla
schiena, grosso come una rosa di pallini. Continuando a fissarlo, Lucy si
rese conto che di ferite non ce n'era soltanto una, ma tutta una serie: le
braccia coperte di cicatrici al disotto del gomito; le isole di pelle liscia e
innaturale dietro i bicipiti; le vertebre scavate, rifer come se qual-
cuno lo avesse legato con un pezzo di fil di ferro rovente e magari gli
avevano anche dato un giro di chiglia!
Lucy per un po' rimase accanto a lui, facendo finta di leggere sopra
le sue spalle mentre Joseph voltava le pagine, ma desiderando in realt
accarezzargli la spina dorsale perch questa spina dorsale, a parte le ci-
catrici, era pelosa e con una muscolosa rientranza, insomma era proprio
del tipo che lei preferiva. Ma non lo fece perch, come avrebbe poi
spiegato a Charlie, dopo averlo toccato una volta, non era certa che fos-
se ancora toccabile. Si era chiesta disse Lucy in un raro guizzo di mo-
destia se non doveva almeno bussare prima. Fu una frase che sarebbe
rimasta impressa nella mente di Charlie. Lucy aveva anche pensato di
svuotare la borraccia e di riempirla di vino, ma visto che comunque non
aveva praticamente bevuto quello che gli aveva offerto, era anche possi-
bile che gli piacesse di pi l'acqua. Infine, si rimise la brocca sulla testa e
ancheggi languida verso la famiglia, dove fece il suo ansimante rappor-
to prima di addormentarsi sulle ginocchia di qualcuno. Joseph fu giudi-
cato pi duro che mai.
L'episodio che mise formalmente in contatto i due si verific nel po-

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meriggio dell'indomani, e Alastair ne fu l'occasione. Long Al stava per


partire. Il suo agente gli aveva mandato un cablogramma, cosa gi in s
miracolosa. Sino ad allora si era generalmente creduto, con una certa
fondatezza, che l'agente ignorasse del tutto questa costosa forma di co-
municazione. Il cablo era arrivato alla casa colonica con una Lambretta
alle dieci di quel mattino; lo avevano portato in spiaggia Willy e Pauly,
che erano rimasti a letto fino a tardi. Offriva quella che veniva definita
probabilmente parte importante in film, ed era una grossa cosa per la
famiglia, perch Alastair aveva solo un'ambizione, quella di comparire
come protagonista in un grande film ad alto costo o, come dicevano
loro, di sfondare nel cinema.
Sono troppo forte per loro spiegava ogni volta che il cinema lo ri-
fiutava. Devono darmi una grossa parte; questo il guaio, e quei porci
lo sanno.
Cos quando arriv il cablogramma erano tutti felici per Alastair,
ma segretamente lo erano ancora di pi per se stessi, perch la sua vio-
lenza cominciava ormai a disgustarli. Li disgustava per Charlie, che stava
diventando tutta nera e blu per le sue percosse, e li spaventava per la
loro stessa presenza sull'isola. Soltanto Charlie era sconvolta dall'ipotesi
della sua partenza, ma il dolore riguardava principalmente lei stessa. Per
giorni e giorni, aveva sperato, come loro, che Alastair uscisse per sem-
pre dalla sua vita. Ma ora che le sue preghiere erano state esaudite dal
cablogramma, stava male per il rimorso e per la paura, vedendo conclu-
dersi un'altra delle sue vite. La famiglia accompagn Long Al negli uffici
locali della Olympic Airways, non appena riaprirono dopo la siesta, per
caricarlo sano e salvo sul volo per Atene del mattino seguente. Ci and
anche Charlie, ma era livida e le girava la testa e teneva le braccia strette
al petto come se stesse gelando. Quel fottuto volo sar completamente
prenotato li avvert. E il bastardo ci rimarr sulle costole per settima-
ne. Ma si sbagliava. Non solo c'era un posto disponibile per Long Al,
ma un posto riservato a suo nome, prenotato per telex da Londra tre
giorni prima e confermato la vigilia. Questa scoperta cancell i loro ulti-
mi dubbi. Long Al era destinato a una grande carriera. A nessuno di
loro era mai capitato niente del genere. In confronto impallidiva persino
la filantropia dei loro sponsor. Un agente, e proprio l'agente di Al, a giu-
dizio unanime il pi grande spilorcio dell'intero mercato di bestiame
che gli prenotava per telex dei fottuti biglietti d'aereo! Glieli tratterr
dalla sua commissione! disse Alastair, bevendo con loro parecchi ouzo

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mentre aspettavano l'autobus per tornare alla spiaggia. Non tollero che
un fottuto parassita si metta in tasca il dieci per cento di me per il resto
della mia vita, e questa una cosa che vi dico gratis! Un giovane hippy
dai capelli color stoppa, uno stravagante che ogni tanto s'appiccicava a
loro, gli ricord che la propriet sempre un furto. Totalmente distacca-
ta da Alastair, ma desiderandolo con tutta se stessa, Charlie se ne stava l
cupa senza dir niente. Al gli sussurr a un certo punto e fece per
prendergli una mano. Ma Long Al non era pi gentile nella prosperit di
quanto lo fosse stato nella sventura o nell'amore, e quel mattino Charlie
aveva un labbro spaccato che lo dimostrava, e continuava a stuzzicarse-
lo malinconica con le punte delle dita. Sulla spiaggia il monologo di Ala-
stair riprese implacabile come il sole. Prima di firmare, bisognava che il
regista gli andasse bene, annunci. No, grazie nessun finocchio inglese
d'oltre confine per me. E in quanto al copione, sia subito chiaro che io
non sono uno di quegli attori docili e inesperti che se ne stanno l seduti
sul retto ad aspettare che gli buttino in bocca le battute come tanti pap-
pagalli. Tu mi conosci, Charlie. E se anche loro vogliono conoscermi,
come realmente sono, meglio che ci si abituino subito, Charlie cara,
perch altrimenti loro e io avremo un signor scontro di primo grado, e
senza far prigionieri, oh, stanne certa! Alla taverna, per concentrare su
di s la loro attenzione, Long Al si sedette a capotavola, e fu allora che
s'accorse d'aver perso il passaporto e il portafoglio, la Barclaycard e il
biglietto d'aereo e tutte le altre cose che un buon anarchico dovrebbe
ragionevolmente considerare il ciarpame da gettare di una societ asser -
vita.
All'inizio il resto della famiglia non si rese conto di nulla, cosa che
del resto succedeva molto spesso. Pensarono che fossero soltanto i pro-
dromi di un'ennesima lite tra Alastair e Charlie. Alastair le aveva ag-
guantato il polso e glielo stava torcendo contro la spalla e Charlie faceva
smorfie di dolore mormorandogli contemporaneamente insulti a pochi
centimetri dal viso. Ci fu un grido soffocato e immediatamente dopo,
nel silenzio, poterono finalmente udire ci che lui, in un modo o nell'al-
tro, le stava dicendo da un po' di tempo. Te l'avevo detto di metter tut-
to in quella tua fottuta borsa, stupida troia. Erano l, sopra il banco del-
l'ufficio biglietti, e io ti ho detto: Prendili e mettili nella tua borsetta,
Charlie. Perch i maschi, meno che non siano dei piccoli finocchi d'ol-
tre confine con il cervello bacato come i nostri Willy e Pauly, i maschi
non portano borsette, cara, non cos, cara? E allora dove li hai messi,

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ragazza, dove? Non cos che s'impedisce a un uomo di andare verso il


proprio destino, credimi! Non cos che si mette un freno allo sciovini-
smo maschile, per quanto gelosi si possa essere del successo del proprio
ragazzo. Io ho da lavorare laggi-, ragazza, e dei fottuti castelli da espu-
gnare, e tutto il resto! Fu a questo punto, al culmine della battaglia, che
Joseph fece il suo ingresso. Da dove fosse arrivato nessuno sembrava
saperlo come disse Pauly, qualcuno doveva aver sfregato la lampada.
Per quanto si riusc a stabilire in seguito, era entrato da sinistra in altri
termini dalla parte della spiaggia. Fatto sta che si materializz all'im-
provviso, con la sua giacca multicolore e il suo berretto da golf inclina-
to in avanti, e che aveva in mano il passaporto di Alastair e il portafo-
glio di Alastair e il biglietto d'aereo di Alastair nuovo di zecca, tutte cose
che a quanto pareva aveva raccolto nella sabbia ai piedi dei gradini della
taverna. Impassibile, o al massimo lievemente perplesso, assistette alla
rissa tra i due amanti, aspettando come un discreto fattorino di attrarre
la loro attenzione. Poi pos i suoi reperti sulla tavola. L'uno dopo l'altro.
All'improvviso nessun rumore nella taverna, tranne il piccolo tonfo con
il quale ognuno di essi toccava la tavola. Infine parl. Scusatemi, ma ho
l'impressione che qualcuno tra non molto si accorger della scomparsa
di queste cose. Nella vita bisognerebbe poter farne a meno, immagino,
ma temo che sarebbe un po' difficile. Sino ad allora, nessuno tranne
Lucy aveva mai udito la sua voce e Lucy era troppo fatta per essersi ac-
corta delle sue inflessioni o di qualsiasi altra cosa. Di conseguenza igno-
ravano tutto del suo inglese neutro e ordinato da cui era stata stirata via
ogni grinza straniera. Se l'avessero saputo, si sarebbero tutti sforzati di
imitarlo. Ci furono esclamazioni, poi risate, poi ringraziamenti. Lo pre-
garono di sedersi alla loro tavola. Joseph nicchi e gli inviti divennero
ancora pi energici. Era Marc'Antonio davanti alla folla in tumulto. Lo
avevano costretto a diventare tale. Lui li esamin: i suoi occhi si soffer -
marono su Charlie, passarono oltre e tornarono di nuovo su di lei. Infi-
ne, con un sorriso di rassegnazione, capitol. Be', se proprio insistete
disse; e loro insistettero. Lucy, come una vecchia amica, lo abbracci.
Pauly e Willy gli fecero insieme gli onori. Ogni membro della famiglia
dovette affrontare il suo sguardo, e infine all'improvviso ci fu lo scontro
tra i duri occhi azzurri di Charlie e quelli bruni di Joseph, tra la furibon-
da confusione di Charlie e l'assoluta calma di Joseph da cui era stato to-
talmente estirpato qualsiasi senso di trionfo, e soltanto lei sapeva che
quella era solo una maschera messa su pensieri e motivazioni del tutto

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diversi. Ah, Charlie, s, salve, come va? disse con calma, e si strinsero
la mano. Una pausa da teatro, poi come se fosse stato finalmente
sciolto dalla sua prigionia e per la prima volta potesse volare libero un
vero e proprio sorriso, giovane come quello di uno scolaretto e due vol-
te pi contagioso. Ma io credevo che Charlie fosse un nome maschile
obiett. Be', io sono una ragazza disse Charlie, e tutti risero, compresa
Charlie, prima che il sorriso luminoso di lui si ritirasse con la stessa re -
pentinit oltre le linee severe del suo carcere.
Nei pochi giorni che rimasero alla famiglia, Joseph divenne la loro
mascotte. Sollevati per la partenza di Alastair, lo adottarono incondizio-
natamente. Lucy gli si offr; lui rifiut, con cortesia e anche con un cer -
to rammarico. Lucy comunic la triste notizia a Pauly, che ottenne un ri-
fiuto ancor pi deciso: prova ulteriore e convincente del suo essersi vo-
tato alla castit. Sino alla partenza di Alastair, la famiglia aveva pensato
di non insistere pi tanto nel vivere insieme. I loro piccoli matrimoni si
stavano sfaldando e a salvarli non bastavano le nuove combinazioni;
Lucy pensava di essere incinta, ma lo pensava spesso, e con ragione. I
grandi dibattiti politici si erano spenti per mancanza d'impulsi, perch
quasi tutti sapevano perfettamente che il Sistema era contro di loro e
che loro erano contro il Sistema; ma a Mykonos il Sistema un po' dif-
ficile da reperire, specie quando ti ha portato fin qui in aereo a sue spe-
se. La sera nella casa colonica, davanti a pane, pomodori, olio d'oliva e
retsina, gi parlavano con nostalgia della pioggia e delle giornate fredde
di Londra, e delle strade dove la domenica mattina potevi sentire l'odo-
re della pancetta che stava friggendo per la colazione. Ma poi all'im-
provviso esce Alastair ed entra Joseph a dare uno scossone generale e
ad aprire nuove prospettive. Lo accolsero avidamente. Non contenti di
monopolizzare la sua compagnia in spiaggia e alla taverna, organizzaro-
no in suo onore una serata a casa, una Josephabend, come la chiamaro-
no, e Lucy, nel suo ruolo di futura madre, tir fuori piatti di carta, tara -
masalata, formaggio e frutta. Soltanto Charlie, sentendosi vulnerabile
dopo la partenza di Alastair e spaventata dai propri caotici sentimenti,
aveva delle riserve. E' un impostore di quarant'anni, idioti. Non lo ve-
dete? Ma no, non ce la fate! Siete anche voi una banda di impostori
completamente fatti, e non potete letteralmente vederlo. Erano tutti
sconcertati. Dov'era finita la sua solita generosit d'animo? Com'era
possibile che lui fosse un impostore, obiettarono, se non aveva mai pre-
teso d'essere niente? Andiamo, lasciagli una possibilit! Ma lei non vole-

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va saperne. Alla taverna, si determin intorno al lungo tavolo una certa


disposizione spontanea dei commensali, con Joseph che, per volont
popolare, presiedeva pacatamente al centro, solidarizzando, ascoltando
con gli occhi e parlando pochissimo. Charlie invece, le rare volte in cui
veniva, sedeva agitandosi o facendo la stupida il pi lontano possibile da
lui, che disprezzava per la sua accessibilit. Joseph le ricordava suo pa-
dre, disse a Pauly con quella che voleva essere un'intuizione drammati-
ca. Aveva esattamente lo stesso viscido fascino; ma contorto, Pauly, as-
solutamente contorto; le era bastata un'occhiata per accorgersene, ma
tu, Pauly, non dire niente. Pauly giur che non avrebbe parlato. Charlie
sta solo passando una delle sue crisi nei rapporti con gli uomini, spieg
Pauly a Joseph quella sera; non era per una faccenda personale, ma po-
litica quella stronza di sua madre era una specie di stupida conformi-
sta e suo padre un incredibile truffatore, disse. Un padre disonesto?
disse Joseph, con un sorriso dal quale si capiva che conosceva benissi-
mo questa razza. Affascinante. Parlami di lui, ti prego. E Pauly parl e
gli fece piacere confidarsi con Joseph. In questo non era il solo, perch
alla fine del pranzo, o della cena, c'erano sempre due o tre che si ferma-
vano a discutere con questo nuovo amico delle loro qualit teatrali o
delle loro storie d'amore o della grande sofferenza della loro condizione
artistica. Se queste confessioni rischiavano di apparire poco piccanti, ri-
correvano alla fantasia per non annoiarlo. Joseph li ascoltava solenne-
mente, annuiva solennemente, rideva solennemente, ma non dava mai
consigli e neanche, come scoprirono ben presto con grande meraviglia e
ammirazione, faceva circolare le informazioni ricevute; ci che entrava
nelle sue orecchie vi rimaneva. Meglio ancora, non contrapponeva mai
ai loro monologhi i propri, preferendo spronarli con domande piene di
tatto su loro stessi o anche dato che era cos spesso nei loro pensieri
su Charlie. Persino la sua nazionalit era un enigma. Robert, chiss per
quale ragione, lo riteneva portoghese. Un altro sosteneva che era un ar-
meno, scampato al genocidio da parte dei turchi aveva visto un docu-
mentario su questo evento. Pauly, che era ebreo, diceva che era Uno di
Noi, ma Pauly diceva questo di chiunque, e cos per un po' decisero che
era un arabo, puramente per far dispetto a Pauly. Ma non domandarono
mai a Joseph che cosa fosse, e quando cercavano di metterlo alle strette
con domande sul suo lavoro, lui rispondeva soltanto che una volta viag -
giava moltissimo, ma ora si era stabilizzato. Pareva quasi voler dire che
si era messo a riposo. Qual allora la tua azienda, Jose? domand

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Pauly, un po' pi ardito degli altri. Insomma per chi lavori? Be', non
pensava di avere in realt un'azienda, replic lui con cautela e con un
pensoso colpetto alla falda del suo berretto bianco. Non pi almeno.
Leggeva un po', trafficava un po' e ultimamente aveva ereditato una pic-
cola somma: pensava quindi di poter essere definito, tecnicamente, uno
che lavora in proprio. S, era l'espressione giusta. Diciamo che lavora in
proprio. Soltanto Charlie era insoddisfatta. Insomma siamo un parassi-
ta, vero, Jose? domand arrossendo. Leggiamo, traffichiamo, spendia-
mo i nostri quattrini e ogni tanto facciamo un salto in un'isola greca
particolarmente sexy per il nostro piacere. Giusto? Con un pacato sor-
riso, Joseph approv la sua descrizione. Ma non Charlie. Charlie perse il
controllo e si scaten. Ma cosa leggiamo, Cristo? E' solo questo che
chiedo. Che cosa traffichiamo? Posso chiederlo, no? Il suo sorriso con-
discendente non fece che provocarla ancora di pi. Era troppo adulto
per le sue battute sarcastiche. Sei un libraio? Cos'hai nel sacco? Lui
prese tempo. Poteva permetterselo. I suoi periodi di meditazione pro-
lungata erano gi famosi nella famiglia come i Tre minuti di preavviso
di Joseph. Sacco? ripet dando un perplesso rilievo a questa parola.
Sacco? Charlie, io sar magari tante cose, non dico, ma non sono uno
scassinatore. Soffocando le loro risate, Charlie url agli altri un appello
disperato. Non pu starsene seduto in un vuoto e trafficare, testoni.
Che cosa fa? Qual la sua attivit? Si lasci cadere sulla sedia. Cristo
disse. Che idioti. E si rassegn, con un'aria sfinita e cinquantenne, cui
poteva arrivare in un batter d'occhio. Non credi che tutto questo sia in
realt troppo noioso per parlarne? domand Joseph, molto affabilmen-
te, poich nessuno era intervenuto ad aiutarla. Io direi che denaro e la-
voro sono le due cose per sfuggire alle quali si viene in realt a Myko-
nos, non ti pare, Charlie? In realt, direi che come parlare a un fottu-
to gatto del Cheshire ribatt sgarbatamente Charlie. D'un tratto qual-
cosa in lei si sfald completamente. Si alz in piedi, emise un'esclama-
zione sibilata e, facendo appello a quel tanto di forza in pi che le era
necessario per scacciare l'incertezza, batt un pugno sulla tavola. Era la
stessa tavola intorno alla quale stavano seduti quando Joseph aveva mi-
racolosamente esibito il passaporto di Al. La tovaglia di plastica scivol
via e la bottiglia vuota di limonata, che usavano come trappola per le ve-
spe, vol direttamente in grembo a Pauly. Incominci con un flusso di
oscenit, che li mise tutti in imbarazzo perch quando c'era Joseph ten-
devano a moderare il loro linguaggio; lo accus di essere una checca

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mascherata che si esibiva sulla spiaggia e faceva giochini di potere con


ragazze che avevano la met dei suoi anni. Avrebbe anche voluto accen-
nare al suo aggirarsi tra Nottingham, York e Londra, ma il tempo aveva
seminato in lei dei dubbi, e la terrorizzava l'idea di esporsi al ridicolo, e
quindi non ne fece niente. Quanto lui avesse capito della prima salva,
non era chiaro. La voce di lei era soffocata dall'ira e il suo accento era
quello di una pescivendola. Se sul viso di Joseph si vedeva qualcosa, era
soltanto un attento esame di Charlie. E allora che cosa vuoi sapere
esattamente, Charlie? domand dopo la solita pausa di riflessione.
Tanto per cominciare, avrai pure un nome, no? Me ne avete dato uno
voi: Joseph. Ma qual il tuo vero nome? Un silenzio sgomento era
calato sull'intero ristorante, e persino gli adoratori assoluti di Charlie,
come Willy e Pauly, sentivano messa a dura prova la loro amicizia. Ri-
chthoven fin per rispondere lui, come se lo avesse scelto in un consi-
derevole campionario. Come l'aviatore, ma con la v. Richthoven ri-
pet pastosamente, come se questo nome cominciasse a piacergli. E
questo fa di me all'improvviso una persona diversa? Se sono davvero la
carogna che tu pensi, perch dovresti credermi? Richthoven e poi?
Qual il tuo nome di battesimo? Un'altra pausa, prima di decidersi.
Peter. Ma preferisco Joseph. Dove vivo? A Vienna. Ma viaggio molto.
Vuoi il mio indirizzo? Te lo do. Solo che purtroppo non mi troverai sul-
la guida del telefono. Insomma sei austriaco. Charlie. Ti prego. Di-
ciamo che sono un ibrido di varie stirpi europee e orientali. Sei soddi-
sfatta ora?. A questo punto l'intera banda si era schierata dalla parte di
Joseph con una serie di imbarazzanti mormorii. Cristo, Charlie an-
diamo, Chas, non siamo in Trafalgar Square Chas, insomma. Ma
Charlie non poteva far altro che continuare. Allungando un braccio at-
traverso la tavola, fece schioccare rumorosamente le dita sotto il naso di
Joseph. Uno schiocco, poi un secondo, al punto che tutti i camerieri e i
clienti della taverna si voltarono per non perdersi lo spettacolo. Passa-
porto, prego! Su, varca la mia frontiera. Tu che hai recuperato quello di
Al adesso devi farci vedere il tuo. Data di nascita, colore degli occhi, na-
zionalit. Tiralo fuori!
Dapprima lui si chin a guardare le sue dita tese, che in quell'angola-
zione apparivano sgradevolmente invadenti. Poi alz gli occhi sul suo
viso arrossato, come per rassicurarsi sulle sue intenzioni. Infine sorrise,
e per Charlie quel sorriso fu come una danza lieve e serena sulla superfi-
cie di un segreto profondo, che la stuzzicava con le sue ipotesi e le sue

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omissioni. Mi spiace, Charlie, ma noi ibridi siamo radicalmente direi


anzi storicamente restii a lasciare che la nostra identit venga definita
da un pezzo di carta. Sono convinto che una progressista come te con-
divider questo mio sentimento. Le prese la mano con una delle sue e,
dopo averle ripiegato con cura le dita servendosi dell'altra, la rimise al
suo posto.
Charlie e Joseph iniziarono il loro giro della Grecia la settimana suc-
cessiva. Come altre proposte bene accette, anche questa, a rigor di ter -
mini, non venne mai formulata. Isolatasi completamente dalla banda,
Charlie aveva preso l'abitudine di scendere in citt di buon'ora, quando
ancora faceva fresco, e di trascorrere la giornata in due o tre taverne be-
vendo caff turco e studiando le sue battute di Come vi piace, che
avrebbe portato in tourne nell'Inghilterra occidentale durante l'autun-
no. Accorgendosi di essere guardata, alz gli occhi e dall'altra parte della
strada, proprio di fronte a lei, c'era Joseph che stava uscendo dalla pen-
sione dove Charlie aveva scoperto che alloggiava: Richthoven, Peter,
stanza 18, singola. Era per pura coincidenza, si disse in seguito, che ave-
va deciso di sedersi in quella taverna proprio nell'ora in cui lui andava in
spiaggia. Avendola vista, Joseph venne a sedersi al suo tavolino. Vatte-
ne disse lei. Con un sorriso, lui ordin un caff. Ho paura che ogni
tanto i tuoi amici diventino una dieta un po' indigesta confess. Si
spinti a desiderare l'anonimit delle folle. Direi anch'io replic Char-
lie. Cerc di vedere che cosa lei stesse leggendo, e subito dopo si misero
a discutere, praticamente scena per scena, la parte di Rosalinda, solo che
era Joseph a condurre da solo la discussione. E' tante persone riunite
in una, mi sembra. Guardandola agire attraverso la commedia, si ha
l'impressione di una creatura occupata da tutto un reggimento di carat-
teri contrastanti. E' buona, saggia, in certo qual modo smarrita, vede
troppo, ha persino il senso del dovere sociale. Direi che sei adattissima a
questa parte, Charlie. Lei non riusc a trattenersi. Sei mai stato a Not-
tingham, Jose? domand guardandolo fisso e senza prendersi la briga
di sorridere. A Nottingham? Temo di no. Avrei dovuto andarci? E' un
luogo con particolari attrattive? Perch me lo chiedi? Le stavano formi-
colando le labbra. E' solo che ci ho recitato il mese scorso. Speravo che
tu mi avessi vista. Ma molto interessante. Perch poi avrei dovuto
vederti proprio l? Qual era la commedia? Santa Giovanna. Santa Gio-
vanna di Shaw. Io facevo Giovanna. Ma una delle mie commedie
preferite! Non passa anno senza che io rilegga l'Introduzione a Santa

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Giovanna. La reciterai ancora? Avr un'altra occasione? L'abbiamo re-


citata anche a York disse lei, sempre con gli occhi fissi su quelli di Jose-
ph. Davvero? Insomma l'avete portata in tourne. Che bella cosa. S,
vero? Ci sei mai stato a York durante i tuoi viaggi? Purtroppo non
sono mai stato pi a nord di Hampstead, Londra. Mi dicono per che
York bellissima. Oh, splendida. Soprattutto la cattedrale. Conti-
nuava a fissarlo quanto poteva osare: lo stesso viso della prima fila di
platea. Scrutava i suoi occhi scuri e la pelle tirata tutt'intorno, cercando-
vi il pi piccolo tremito di complicit o di allegria, ma non le comunica-
vano nulla, non confessavano nulla. Soffre d'amnesia, decise. O ne sof-
fro io. Oh, mamma! Non le offr la colazione, altrimenti lei avrebbe si-
curamente rifiutato. Si limit a chiamare il cameriere e a chiedergli in
greco quale pesce fosse fresco quel giorno. Con autorit, sapendo che il
pesce era il cibo da lei preferito, con un gesto a mezz'aria, da direttore
d'orchestra, per fermarlo. Poi lo conged e ricominci a parlarle di tea-
tro, come se fosse la cosa pi naturale del mondo mangiar pesce e bere
vino alle nove di mattino d'estate anche se per s aveva ordinato Co-
ca-Cola. Parlava con competenza. Poteva non essere mai stato nel nord,
ma aveva una dimestichezza con i palcoscenici londinesi che non aveva
mai rivelato agli altri membri della banda. E, sentendolo parlare, Charlie
provava la conturbata sensazione che aveva gi avuto sin dall'inizio: che
la sua apparenza esteriore, e la sua stessa presenza qui, fossero solo un
pretesto, e che il suo vero compito consistesse nell'aprire una breccia at-
traverso la quale far irrompere l'altra sua faccia, totalmente malfida. An-
dava spesso a Londra? gli domand. E lui dichiar che, dopo Vienna,
era la sola citt del mondo. Se c' anche una minima possibilit, m'af-
fretto a prenderla per la collottola afferm. A volte persino il suo ingle-
se dava l'impressione di essere stato acquisito in modo disonesto. Char-
lie immaginava ore rubate di letture notturne di repertori di modi di
dire, tante frasi idiomatiche da imparare a memoria ogni settimana. E'
che noi abbiamo portato Santa Giovanna anche a Londra, e solo poche
settimane fa, sai? Nel West End? Ma questa, Charlie, proprio una di-
sgrazia. Come mai non ne ho letto niente? Come mai non ci sono subi-
to andato? Nell'East End rettific lei con tristezza. L'indomani si rin-
contrarono in un'altra taverna se davvero per caso, lei non avrebbe sa-
puto dirlo con certezza, ma istintivamente ne dubitava e stavolta Jose-
ph le chiese con indifferenza quando contava di cominciare le prove di
Come vi piace, e lei rispose, pensando semplicemente di chiacchierare

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del pi e del meno, non prima di ottobre e, conoscendo la compagnia,


forse neanche allora, e comunque aveva tutta l'aria di una scrittura di tre
settimane al massimo. L'Arts Council, spieg, aveva speso pi di quanto
gli permettesse il suo bilancio e si diceva addirittura che sarebbe stata
loro negata la sovvenzione per questa tourne. Per impressionarlo ag -
giunse anche un piccolo svolazzo di sua invenzione. Voglio dire, capi-
sci, che ci avevano giurato che il nostro spettacolo sarebbe stato l'ultimo
a cadere, e avevamo avuto quei fantastici elogi dal Guardian e l'intera
tourne costa ai contribuenti circa la trecentesima parte di un carro ar-
mato, ma cosa vuoi farci? Come intendeva passare il tempo nell'attesa?
domand Joseph con stupendo disinteresse. Ed era un fatto curioso, sul
quale in seguito lei avrebbe molto riflettuto, che, una volta stabilito di
aver perso la sua Santa Giovanna, lui avesse deciso che fosse un loro
dovere comune ricuperare in qualche altro modo il terreno perduto.
Charlie rispose con noncuranza. Facendo la barista intorno ai teatri, con
ogni probabilit. Lavorando come cameriera. Ridipingendo il suo ap-
partamento. Perch? Joseph ne fu terribilmente afflitto. Ma, Charlie,
sono tutte cose molto tristi. Con il tuo talento dovresti fare qualcosa di
meglio che la barista. Perch non ti dai all'insegnamento o alla politica?
Non sarebbe pi interessante per te? Innervosita, rise piuttosto sgarba-
tamente della sua ignoranza. In Inghilterra? Con il nostro tasso di di-
soccupazione? Andiamo. Chi mai mi pagherebbe cinquemila all'anno
per distruggere l'ordine esistente? Io sono una sovversiva, perdio! Lui
sorrise. Pareva sorpreso e per nulla convinto. Rise in segno di cortese
protesta. Oh, via, Charlie. Andiamo. Che cosa significa? Pronta a irri-
tarsi, lei affront di nuovo il suo sguardo, a capofitto, come un ostacolo.
Significa esattamente quello che ho detto. Io sono una pecora nera.
Ma chi vorresti sovvertire, Charlie? obiett lui energicamente. A me,
in realt, sembri una persona assolutamente ortodossa. Qualunque fos-
sero le sue convinzioni di quella giornata, Charlie aveva la sgradevole
sensazione che in un dibattito lui l'avrebbe travolta. Per difendersi scelse
quindi un improvviso atteggiamento di spossatezza. Lascia perdere,
Jose, ti prego gli consigli con voce stanca. Siamo su un'isola greca,
no? In vacanza, no? Tu non ti occupi delle mie idee politiche e io non
mi occupo del tuo passaporto. L'allusione si rivel sufficiente. Era col-
pita e sorpresa dal potere che aveva su di lui nel momento stesso in cui
temeva di non averne. Arrivarono le bibite, e mentre Charlie sorseggia-
va la sua limonata, lui le chiese se durante il suo soggiorno aveva visto

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molti monumenti dell'antica Grecia. Era solo una domanda generica,


cui Charlie rispose con la stessa disinvoltura. Lei e Long Al erano andati
per una giornata a Delo a visitare il tempio di Apollo, disse; tutto qui
quello che aveva fatto. Si astenne dal raccontargli che Alastair si era ris-
sosamente ubriacato sul battello, che la giornata era stata un disastro o
che dopo aveva passato ore e ore nelle cartolerie cittadine leggendo ci
che dicevano le guide di quel poco che aveva visto. Ma aveva la profon-
da sensazione che lui lo sapesse gi. Fu solo quando Joseph sollev la
questione del suo biglietto di ritorno per l'Inghilterra che cominci a so-
spettare, dietro la sua curiosit, intenzioni tattiche. Joseph le chiese se
poteva vederlo e lei, alzando le spalle con indifferenza, lo tir fuori. Lui
lo prese e lo sfogli, studiandone attentamente i particolari. Be', potre-
sti benissimo usarlo per partire da Salonicco dichiar alla fine. Che ne
diresti se io telefonassi a un mio amico che fa l'agente di viaggi e lo fa-
cessi modificare? Cos potremmo viaggiare insieme spieg come se
fosse quella la soluzione per la quale entrambi avevano lavorato. Lei
non disse nulla. Al suo interno, ogni componente della sua personalit
si era messo in guerra con le altre: la bambina contro la madre, la putta-
na contro la monaca. Sentiva gli abiti ruvidi contro la pelle e la schiena
che scottava, ma non aveva niente da dire. Io devo essere a Salonicco
tra una settimana le spieg. Potremmo noleggiare una macchina ad
Atene, toccare Delfi e proseguire insieme verso il nord per un paio di
giorni, perch no? Il silenzio di lei non lo preoccupava. Con un po'
d'organizzazione, non dovremmo aver troppi problemi di folla, se
questo che ti preoccupa. E una volta a Salonicco, potrai prendere un
volo per Londra. Se vuoi, potremo anche guidare a turno. Mi dicono
tutti che sei un'ottima automobilista. E naturalmente saresti mia ospite.
Naturalmente disse lei. E allora perch no? Charlie ripens a tutte le
ragioni che si era preparata per questo momento o per un altro dello
stesso genere, e a tutte le frasi energiche e recise cui ricorreva
quando uomini pi anziani le facevano delle proposte. Pens ad
Alastair e alla noia dello stare con lui, tranne che a letto, e ultimamente
anche l. Al nuovo capitolo della propria vita che si era promessa. Pens
alla squallida routine dell'affettar formaggio e dello sfregar banconi che
l'aspettava al suo ritorno in Inghilterra, avendo speso tutti i suoi rispar -
mi, e che Joseph, per caso o per astuzia, le aveva ricordato. Gli scocc
un'altra occhiata di sottecchi e non vide neanche un barlume di suppli-
ca: perch no? e basta. Ricord il suo corpo snello e possente, che si

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apriva un solco nel mare: perch no? ancora. Ricord il contatto della
sua mano e lo strano tono di riconoscimento nella sua voce Charlie,
s, salve e il bel sorriso che da allora non aveva quasi pi rivisto. E ri -
cord quante volte le era venuto in mente che se mai lui si fosse lasciato
andare, l'esplosione sarebbe stata assordante, e proprio questo, si disse,
era ci che soprattutto l'aveva attratta. Non dovr farlo sapere alla ban-
da mormor con il capo chino sulla sua bibita. Bisogner inventare
qualche storia. Riderebbero a crepapelle, se no. Al che lui replic sbri-
gativamente che sarebbe partito il mattino dopo e avrebbe pensato a
tutto. E naturalmente, se davvero vuoi lasciare all'oscuro i tuoi amici
S, certo che lo voleva, disse lei. Allora, disse Joseph, nello stesso tono
pratico, ecco ci che le suggeriva. Se avesse studiato il piano in anticipo
o se avesse semplicemente una mentalit di questo tipo, Charlie non
aveva modo di saperlo. Gli fu comunque grata della sua precisione, an-
che se in seguito si sarebbe resa conto che ci aveva contato. Andrai coi
tuoi amici in battello sino al Pireo. Il battello approda nel tardo pome-
riggio, ma questa settimana potrebbe anche ritardare per uno sciopero.
Poco prima che il battello entri in porto, dirai loro che intendi andartene
in giro da sola sul continente per qualche giorno. Una decisione im-
provvisa, di quelle per cui sei famosa. Non dirglielo troppo presto, se
non vuoi che per tutto il viaggio cerchino di dissuaderti. Non dire trop-
po, perch sempre indizio di una coscienza inquieta aggiunse con
l'autorit di chi ne possedeva una. E se fossi al verde? disse prima di
aver avuto il tempo di pensarci, dato che Alastair, come al solito, aveva
dato fondo ai suoi quattrini oltre che ai propri. Comunque, avrebbe vo-
luto tagliarsi la lingua e se in quel momento lui le avesse offerto del de-
naro, glielo avrebbe gettato in faccia. Ma Joseph parve rendersene con-
to. Loro lo sanno che sei al verde? No, naturalmente. Allora la tua
storia regge benissimo, direi. E come se cos avesse sistemato tutto, si
ficc nella tasca interna della giacca il biglietto d'aereo di Charlie. Ehi,
ridammelo! url lei improvvisamente allarmata. Ma non anche se
manc un pelo che lo facesse non ad alta voce. Una volta che ti sarai
sbarazzata dei tuoi amici, prendi un taxi e fatti portare in piazza Kolo-
kotroni. Le sillab questo nome. La corsa ti coster circa duecento
dracme. Aspett per sapere se questo poteva essere un problema, ma
non lo era; ne aveva ancora ottocento, anche se non glielo disse. Ripet
ancora il nome e si accert che lei lo avesse imparato. Era piacevole ab-
bandonarsi alla sua efficienza militare. Appena fuori della piazza, disse,

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c'era un ristorante all'aperto. Le disse anche come si chiamava Dioge-


ne e si concesse una breve divagazione umoristica: un bel nome, disse,
uno dei migliori della storia, il mondo avrebbe bisogno di pi Diogeni e
di meno Alessandri. Lui l'avrebbe aspettata al Diogene. Non all'aperto,
ma all'interno, che era fresco e intimo. Ripeti, Charlie: Diogene. Assur-
damente, passivamente, lei ripet. Accanto al Diogene c' l'Htel Paris.
Se per caso dovessi essere trattenuto, ti lascer un messaggio dal portie-
re dell'albergo. Chiedi del signor Larkos. E' un mio amico. Se ti serve
qualcosa, soldi o non so che altro, mostragli questo e te lo dar. Le
porse un cartoncino. Ce la farai a ricordarti tutto? Ma s, sei un'attrice.
Sai ricordare parole, gesti, numeri, colori, tutto. Richthoven Enterpri-
ses, lesse Charlie, Export, e poi il numero di una casella postale di Vien-
na. Passando davanti a un chiosco, e sentendosi meravigliosamente, pe-
ricolosamente viva, compr per quella stronza di sua madre una tovaglia
ricamata all'uncinetto e per il suo pestifero nipote Kevin un copricapo
greco con una nappa. Fatto questo, scelse una dozzina di cartoline che
sped in massima parte a Ned Quilley, il suo inutile agente londinese,
con messaggi scherzosi per metterlo in imbarazzo di fronte alle pudi-
bonde signore che costituivano il suo personale. Ned, Ned scrisse su
una di queste, tieni in serbo per me tutte le tue energie. E su un'altra:
E' possibile che una donna caduta in peccato affondi? Ma su una terza
decise di scrivere seriamente, per avvertirlo che pensava di rimandare il
suo ritorno volendo prima vedere qualcosa del continente. E' ora che
la nostra Chas colmi le sue lacune culturali, Ned spieg, ignorando il
suggerimento di Joseph di non dire mai troppo. Al momento di attra-
versare la strada per impostarle, Charlie ebbe la sensazione di essere os-
servata, ma quando si volt di scatto, fingendo con se stessa di essere
diretta a un appuntamento con Joseph, vide soltanto il ragazzo hippy
coi capelli color stoppa, quello che girava sempre intorno alla famiglia e
aveva assistito alla partenza di Alastair. Stava ciondolando sul selciato
con le braccia abbandonate lungo i fianchi come uno scimmione. Ve-
dendola, alz lentamente la mano destra in un gesto da Cristo. Lei ri-
spose al saluto, ridendo. Quel matto ha fatto un brutto viaggio e non
riesce a tornare indietro, pens con indulgenza infilando l'una dopo l'al-
tra le cartoline nella cassetta. Forse dovrei fare qualcosa per lui. L'ultima
cartolina era per Alastair, piena di sentimenti simulati, ma non la rilesse.
A volte, particolarmente nei momenti d'incertezza o di cambiamento o
in quelli in cui stava per accettare una sfida, le andava bene credere che

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il suo caro, incorreggibile, bilioso Ned Quilley, centoquaranta anni al


suo prossimo compleanno, fosse il solo uomo che avesse mai veramen-
te amato.

4
Kurtz e Litvak andarono a trovare Ned Quilley nel suo ufficio di
Soho a mezzogiorno di un fradicio e nebbioso venerd una visita ami-
chevole a scopo d'affari non appena seppero che la faccenda Joseph-
Charlie si era ormai avviata senza intoppi. Erano quasi alla disperazione:
a partire dalla bomba di Leida, si sentivano soffiare sul collo il grac-
chiante respiro di Gavron a tutte le ore del giorno; e mentalmente non
udivano pi nulla tranne il ticchettio inesorabile del malandato orologio
di Kurtz. Tuttavia, in apparenza, erano soltanto due rispettabilissimi e
diversissimi americani d'origine mitteleuropea, con gocciolanti Burberry
nuovi, l'uno massiccio con un'andatura vigorosamente dondolante e
una vaga aria di capitano di lungo corso, l'altro giovane e allampanato e
un po' insinuante, con un suo privato sorriso accademico. Si presentaro-
no con Gold e Karman della Gk Creations, Incorporated, e la loro carta
da lettere, preparata in tutta fretta, sfoggiava un monogramma azzurro e
oro simile a una spilla da cravatta degli anni Trenta. Avevano preso ap-
puntamento dall'ambasciata, ma apparentemente da New York, con una
delle impiegate di Ned Quilley, ed erano arrivati puntuali al minuto da
quegli affaccendati professionisti dello spettacolo che in realt non era-
no. Siamo Gold e Karman disse Kurtz alla decrepita receptionist di
Quilley, la signora Longmore, esattamente alle dodici meno due minuti,
puntando decisi verso di lei appena entrarono. Abbiamo un appunta-
mento con il signor Quilley per mezzogiorno. No, grazie, cara stiamo in
piedi. E' con lei, per caso, che abbiamo parlato, cara? No, disse la si-
gnora Longmore, nel tono di chi cerca di compiacere un paio di pazzi.
Gli appuntamenti erano competenza della signora Ellis, tutta un'altra
persona. Va bene, cara disse Kurtz, imperterrito. Era cos che spesso
operavano in casi del genere; quasi ufficialmente, con il grosso Kurtz
che batteva il tempo e lo snello Litvak che zufolava piano alle sue spalle
con quel suo sommesso sorrisetto privato. La scala che portava all'uffi-

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cio di Ned Quilley era ripida e senza passatoia, e quasi tutti gli america-
ni, secondo l'ormai cinquantennale esperienza della signora Longmore,
solevano fare ironici commenti in proposito e fermarsi a prender fiato
sul primo pianerottolo. Ma non Gold; e neanche Karman. Questi due,
mentre lei li guardava attraverso il suo sportello, s'arrampicarono veloci
e sparirono in un attimo dalla sua visuale, come se non avessero mai vi-
sto un ascensore in vita loro. Deve essere il jogging, pens, tornando al
suo lavoro a maglia a quattro sterline l'ora. Non era diventata una mania
generale a New York, quella di correre in Central Park, poverini, cercan-
do di evitare i pervertiti e i cani? Aveva sentito dire che molti ci lasciava-
no la pelle. Signore, noi siamo Gold e Karman ripet Kurtz quando il
piccolo Ned Quilley apr loro cordialmente la porta. Io sono Gold. E
la sua grossa mano destra afferr quella del povero vecchio Ned senza
dargli neanche una possibilit di ritirarla. Signor Quilley Ned siamo
molto onorati di conoscerla. Lei ha una reputazione eccellente nella
professione. E io sono Karman, signore spieg privatamente Litvak,
in tono altrettanto rispettoso, sbirciando al di sopra della spalla del com-
pagno. Litvak per non era di quelli che stringono la mano. Lo aveva gi
fatto Kurtz per tutti e due. Ma, mio caro amico protest Ned, con il
suo umile fascino edoardiano, sono io, buon Dio, che mi sento onora-
to, non voi! E li condusse subito alla lunga finestra a ghigliottina; la
leggendaria Finestra di Quilley dei tempi di suo padre, dove, secondo
la tradizione, te ne stavi seduto a contemplare il mercato di Soho e a
tracannare lo sherry del vecchio Quilley e a veder scorrere il mondo
mentre concludevi ottimi affari per il vecchio Quilley e i suoi clienti.
Ned Quilley, a sessantadue anni, era ancora decisamente un figlio. Non
chiedeva altro che poter continuare la piacevole vita di suo padre. Era
un'animuccia gentile, coi capelli bianchi e una certa ricercatezza nel ve-
stire, come lo sono spesso i fanatici del teatro, con un curioso strabi-
smo, le guance rosa e l'aria di esser insieme nervoso e in ritardo. Trop-
po umido per le prostitute, temo dichiar, agitando arditamente verso
la finestra la sua piccola mano elegante. La frivolezza, secondo Ned, era
il sale della vita. In questa stagione, di solito, c' un campionario niente
male. Grandi, negre, gialle, tutte le forme e le dimensioni che si possono
immaginare. C' una vecchia che qui da ancor prima di me. Mio padre
le regalava sempre una sterlina a Natale. Ma di questi tempi non si com-
prerebbe molto con una sterlina, ho paura. Oh no! No di certo! Dalla
parte sporgente della sua amata libreria, mentre loro facevano coscien-

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ziosamente coro alla sua risata, Ned estrasse una boccia di sherry, ne
annus autorevolmente il tappo e riemp poi a met tre bicchieri di cri-
stallo. Not subito la loro attenzione. Aveva la sensazione che lo stesse-
ro valutando, lui, i suoi mobili e il suo ufficio. Lo colp un pensiero orri-
bile, che gli frullava in testa fin da quando aveva ricevuto la loro lettera.
Ehi, dico, mica starete cercando di assorbirmi o di fare qualcosa di al-
trettanto terribile? domand nervosamente. Kurtz emise una fragorosa
e confortante risata. No, Ned, non stiamo sicuramente cercando di as-
sorbirla. Rise anche Litvak. Be', ringraziamo Dio afferm Ned in
tono serio, distribuendo i bicchieri. Lo sapete che al giorno d'oggi stan-
no assorbendo tutti? Individui d'ogni genere, che non ho mai sentito
nominare, mi offrono quattrini per telefono. Tutte le piccole vecchie
aziende aziende rispettabili finiscono inghiottite come non so che
cosa. Terribile. Salute. Buona fortuna. Benvenuti dichiar, continuando
a scuotere il capo in segno di disapprovazione. Ned continu nel suo ri-
tuale di corteggiamento. Domand dove alloggiavano e Kurtz disse al
Connaught, e, Ned, gli piaceva proprio, si erano sentiti come in famiglia
sin dal momento del loro arrivo. Questo particolare era vero; avevano
prenotato l esattamente per questo, e a Misha Gavron sarebbe venuto
un colpo quando gli fosse arrivato il conto. Ned domand se avevano
trovato occasioni per divertirsi, e Kurtz replic con entusiasmo che si
stavano godendo ogni minuto. Sarebbero partiti per Monaco l'indoma-
ni. Per Monaco? Dio mio, cosa andate a fare laggi-? domand Ned,
giocando sulla sua et, recitando la parte del dandy fuori del tempo e
ignaro delle cose del mondo. Non ve la spasserete molto, credetemi.
Finanziamenti per una coproduzione replic Kurtz, come se questo
spiegasse tutto. E grossi disse Litvak, con una voce debole quanto il
suo sorriso. Oggi la Germania decisamente su. Molto, molto su, si-
gnor Quilley. Oh, non ne dubito. L'ho sentito dire anch'io disse Ned
indignato. Sono una grossa forza, dobbiamo rendercene conto. In tutti
i campi. La guerra ormai dimenticata, spazzata sotto il tappeto. Con
un misterioso impulso a comportarsi nel modo sbagliato, Ned li indusse
a riempire nuovamente di sherry i loro bicchieri, fingendo di non essersi
accorto che erano ancora praticamente intatti. Poi ridacchi e pos la
boccia di cristallo. Era una boccia da nave, del Settecento, con una base
particolarmente larga per farla stare in equilibrio anche col mare mosso.
Spesso, con gli stranieri, Ned si affaccendava a spiegargli questi partico-
lari per metterli a loro agio. Ma nelle loro espressioni intente c'era qual-

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cosa che lo dissuase dal farlo, e cos ci fu soltanto un momento di silen -


zio e uno scricchiolio di sedie. Oltre la finestra, la pioggia si era adden-
sata in una fitta nebbia. Ned disse Kurtz, scegliendo esattamente il
momento migliore per la sua entrata. Ned, voglio dirle chi siamo e per-
ch le abbiamo scritto e perch le stiamo rubando del tempo prezioso.
Mio caro amico, lo faccia, la prego, ne sar felice disse Ned e, senten-
dosi una persona completamente diversa, accavall le sue gambette e
sfoggi un sorriso attento, mentre Kurtz passava senza soluzione di
continuit a un atteggiamento persuasivo.
A giudicare dall'ampia fronte inclinata indietro, Ned pens che fosse
ungherese, ma poteva anche essere un ceco, uno di quelle parti. Aveva
una voce pastosa e naturalmente forte e un accento mitteleuropeo che
l'Atlantico non aveva ancora sommerso. Parlava spedito come un an-
nuncio pubblicitario alla radio e i suoi occhietti vispi parevano ascoltare
tutto quello che lui diceva, mentre il suo braccio destro frantumava ogni
cosa con piccoli colpi risoluti. Lui, Gold, era l'avvocato dell'azienda,
spieg Kurtz; Karman invece si occupava del lato creativo, avendo un
passato di scrittore, agente e produttore, soprattutto nel Canada e nel
Midwest. Di recente avevano aperto un ufficio anche a New York e in
quel momento si occupavano di packaging di progetti indipendenti per
la televisione. La nostra funzione creativa, Ned, consiste per il novanta
per cento nel trovare un'idea gradita alle reti e ai finanziatori. L'idea, la
vendiamo a chi ha i soldi. La produzione, la lasciamo ai produttori. Pun-
to e basta. Aveva finito e aveva guardato l'orologio con un gesto stra-
namente preoccupato, e ora toccava a Ned dire qualcosa d'intelligente e,
bisogna riconoscerlo, se la cav piuttosto bene. Aggrott le sopracciglia,
distese quasi completamente il braccio con il bicchiere e tracci con i
piedi una lenta e meditata piroetta, come reazione istintiva al numero di
mimo di Kurtz. Ma, vecchio mio. Se voi vi occupate di packaging, vec-
chio mio, cosa volete da noi agenti? obiett. Voglio dire, perch io
merito un pranzo, eh? Non so se mi spiego. Perch un pranzo, se la vo-
stra funzione il packaging e basta? A questo punto, con sorpresa di
Ned, Kurtz esplose nella pi gaia e comunicativa delle risate. Ned, a es-
ser sincero, sperava di essere stato abbastanza spiritoso e di aver fatto
un numero niente male con i piedi; ma era poca cosa in confronto alla
reazione di Kurtz. I suoi occhi stretti si chiusero completamente, le sue
grosse spalle si sollevarono e, prima che Ned se ne rendesse conto, la
stanza si riemp degli eccitanti fragori della sua gaiezza slava. Contem-

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poraneamente il suo viso si frantum in tutta una serie di sconcertanti


rughe. Sino a quel momento, secondo Ned, Kurtz aveva dimostrato al
massimo quarantacinque anni. Ma d'un tratto era divenuto un suo coe-
taneo, con fronte, guance e collo raggrinziti come carta, e crepacci che
parevano prodotti da un coltello. La trasformazione lo turb. Si sentiva
in certo qual modo truffato. Una specie di cavallo di Troia umano si
lament poi con la moglie Marjory. Fai entrare un dinamico venditore
dello spettacolo e all'improvviso ti salta fuori un Mister Punch di ses-
sant'anni. Maledettamente strano. Ma questa volta fu Litvak a fornire la
risposta, fondamentale e ben meditata, alla domanda di Ned: le parole
da cui dipendeva tutto il resto. Chinando in avanti il lungo corpo ango-
loso sopra le ginocchia, apr la mano destra, allarg le dita, ne afferr
una e le si rivolse con un'accentuata cadenza bostoniana, frutto di uno
studio da ape operaia ai piedi di insegnanti ebrei americani. Signor
Quilley cominci in tono talmente fervido che pareva dovesse rivelare
un segreto mistico. Quello che noi abbiamo in mente un progetto as-
solutamente originale. Senza precedenti e senza equivalenti. Noi preno-
tiamo sedici ore in televisione, nei periodi pi favorevoli, diciamo l'au-
tunno e l'inverno. Formiamo una compagnia teatrale di giro. Un gruppo
di ottimi attori di repertorio, inglesi e americani, un'ampia gamma di
razze, personalit, interazioni umana. Questa compagnia la spostiamo
da una citt all'altra, affidando a ogni attore tutta una serie di parti, ora
di protagonista, ora secondaria. Le loro vicende e i loro rapporti reali
aggiungeranno una nuova dimensione e contribuiranno a richiamare
pubblico. Spettacoli dal vivo in ogni citt. Alz il capo con diffidenza
come se credesse che Quilley avesse parlato, ma Quilley se n'era ben
guardato. Noi, signor Quilley, andremo in tourne con questa compa-
gnia riprese Litvak, rallentando sin quasi a fermarsi, man mano che au-
mentava il suo fervore. Viaggeremo in pullman con questa compagnia.
Aiuteremo questa compagnia a montare le scene. Noi spettatori divide-
remo i loro problemi e i loro squallidi alberghi e assisteremo alle loro liti
e alle loro relazioni amorose. Noi spettatori proveremo con loro. Parte-
ciperemo del loro nervosismo alle prime, leggeremo l'indomani le loro
recensioni, gioiremo dei loro successi, ci affliggeremo dei loro fiaschi.
Restituiremo al teatro il suo aspetto avventuroso. Il suo spirito pionieri-
stico. Il suo rapporto tra attori e pubblico. Per un attimo Quitley pens
che Litvak avesse finito. Ma stava solo scegliendo un altro dito per con-
tinuare. Presenteremo, signor Quilley, testi classici, fuori diritti, per ri-

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durre al minimo i costi. Faremo una quantit di debutti. Prenderemo at-


tori nuovi e relativamente sconosciuti, pi, ogni tanto, un divo in parte-
cipazione straordinaria, ma soprattutto lanceremo nuovi talenti, invitan-
doli a mostrare l'intera gamma della loro versatilit per un periodo mini-
mo di quattro mesi, che speriamo di poter prolungare. E prolungare an-
cora. Per gli attori, grandi possibilit di farsi conoscere, grande pubblici-
t, begli spettacoli puliti, senza niente di osceno, e vedremo poi come
andr a finire. Questo il nostro progetto, signor Quilley, e ai nostri fi-
nanziatori sembra che piaccia moltissimo. Poi, prima che Quilley aves-
se il tempo di congratularsi, come gli piaceva sempre fare quando qual-
cuno gli esponeva un'idea, Kurtz era impetuosamente rientrato in scena.
Ned, noi vogliamo scritturare la sua Charlie annunci; e con l'entusia-
smo di un araldo shakespeariano che viene ad annunciare una vittoria,
alz a mezz'aria l'intero braccio destro e lo lasci l. Ned, eccitatissimo,
stava per parlare, ma ancora una volta Kurtz lo precedette. Ned, noi
crediamo che la sua Charlie abbia molto spirito, molta versatilit e una
discreta gamma. Se lei potr rassicurarci su un paio di punti piuttosto
importanti, be', credo che potremo offrirle l'occasione di conquistarsi
un posto nel firmamento teatrale, cosa che sicuramente non dispiacer
n a lei, Ned, n a Charlie. Ned tent di nuovo di parlare, ma stavolta
fu Litvak che intervenne prima di lui: Noi siamo praticamente decisi a
scritturarla, signor Quilley. Risponda soltanto a un paio di domande e
Charlie salir lass con i grandi. Cal un silenzio improvviso, e la sola
cosa che Ned poteva udire era il canto del suo cuore. Gonfi le guance
e, cercando d'assumere l'aria dell'uomo d'affari, diede uno strattone ai
suoi eleganti polsini, l'uno dopo l'altro. Sistem meglio la rosa che pro-
prio quel mattino Marjory gli aveva infilato all'occhiello con la solita
raccomandazione di non bere troppo a pranzo. Ma Marjory avrebbe
cambiato parere se avesse saputo che, lungi dal voler assorbire Ned, era-
no venuti in realt per offrire alla loro amatissima Charlie l'occasione da
tanto tempo attesa. Se avesse saputo questo, la vecchia Marge avrebbe
abolito tutte le restrizioni, non c' dubbio che lo avrebbe fatto.
Kurtz e Litvak bevvero solo t, ma all'Ivy accoglievano queste eccen-
tricit senza scomporsi e per quanto riguardava Ned non occorsero loro
molti sforzi per convincerlo a scegliersi una buona mezza bottiglia nella
lista dei vini e anche, visto che loro sembravano insistere, un gran bic-
chiere appannato dello Chablis della casa per accompagnare il salmone
affumicato. Sul taxi, che avevano preso per sfuggire alla pioggia, Ned

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aveva cominciato a raccontare la divertente storia di come Charlie era


diventata sua cliente. All'Ivy riprese il filo. Mi presi una cotta per lei, da
perder la testa. Mai successo niente del genere, prima. Un vecchio imbe-
cille, ecco che cos'ero, non vecchio come adesso, ma imbecille sicura-
mente. Lo spettacolo non era un granch. Una rivistina tradizionale,
con qualche spruzzatina per farla sembrar moderna. Charlie per era
meravigliosa. Aveva quella dolcezza difesa che io cerco sempre nelle
ragazze. L'espressione in realt l'aveva ereditata da suo padre. Appena
calato il sipario, corsi subito nel suo camerino se cos si poteva chia-
marlo feci il mio numero di Pigmalione e le proposi di firmare imme-
diatamente un contratto. All'inizio non voleva credermi. Mi aveva scam-
biato per un vecchio sporcaccione. Dovetti andare a prendere Marjory
per convincerla. Ah! Cos' successo dopo? disse amabilmente Kurtz,
porgendogli ancora pane nero e burro. Tutto rose e fiori, eh? Oh no,
niente affatto protest candidamente Ned. Era esattamente come tan-
te di loro a quell'et. Escono da una scuola di recitazione piene di sogni
e di promesse, ottengono un paio di parti, cominciano a comprarsi un
appartamento o qualche altra stupidaggine del genere e poi all'improvvi-
so si ferma tutto. L'ora del crepuscolo, diciamo noi. C' chi la supera e
chi no. Salute. Ma Charlie l'ha superata lo incit sommessamente Lit-
vak, sorseggiando il suo t. Ha tenuto duro. Ha sgobbato. Non stato
facile, ma non lo mai. Anni di questa vita, nel suo caso. Troppi. Si
sorprese sentendosi cos commosso. E, a giudicare dalle espressioni, lo
erano anche loro. Ma adesso si sta mettendo bene per lei, vero? Oh,
sono proprio contento! Davvero. S, assolutamente. E c'era un'altra
cosa strana, avrebbe poi raccontato Ned a Marjory. O forse era sempre
la stessa cosa. Si riferiva al modo in cui i due uomini cambiavano perso-
nalit col trascorrere della giornata. In ufficio, per esempio, lui non era
quasi riuscito a inserirsi nella conversazione. Ma all'Ivy lo avevano mes-
so al centro del palcoscenico e annuivano a ogni sua battuta, senza mai
praticamente aprir bocca n l'uno n l'altro. E dopo be', dopo fu tutta
un'altra cosa. Un'infanzia terribile, naturalmente disse Ned con orgo-
glio. Come tante altre ragazze, ho notato. E' questo che le spinge verso
la fantasia. Fingere. Nascondere le proprie emozioni. Copiare le perso-
ne che sembrano pi felici di noi. O pi infelici. Rubar loro qualcosa:
questo, in parte, il recitare. Miserie. Furti. Ma io sto parlando troppo.
Salute. Terribile in che senso, signor Quilley? domand rispettosa-
mente Litvak, come uno che stesse studiando il problema della terribili-

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t in genere. L'infanzia di Charlie. Terribile come, signore? Ignorando


quella che soltanto in seguito avrebbe interpretato come una attenzione
pi profonda nei modi di Litvak e anche nello sguardo di Kurtz, Ned
confid loro quel tanto di informazioni che aveva casualmente raccolto
durante i pranzetti-confessioni che le offriva ogni tanto da Bianchi,
dove aveva l'abitudine di portarle tutte. La madre era una sempliciotta,
disse. Il padre una specie di orribile delinquente, un agente di cambio fi-
nito male e ora per fortuna morto, uno di quei bugiardi buoni a darla a
intendere e convinti che Dio gli abbia infilato nella manica il quinto
asso. Finito in galera. Ci morto. Spaventoso. Ancora una volta Litvak
fece uno dei suoi gentilissimi interventi. Ha detto che mor in prigione,
signore? Ci fu anche sepolto. La madre era talmente amareggiata che
non volle sprecar quattrini per farlo spostare. E questo gliel'ha rac-
contato Charlie, signore? Quilley era disorientato. Be', chi altri se no?
Niente prove aggiuntive? disse Litvak. Niente cosa? disse Ned con
un improvviso riaffiorare dei suoi timori di assorbimento. Convalide.
Conferma da altre parti. Certe volte con le attrici Ma intervenne Kurtz
con un sorriso paterno. Ned, non dia retta al ragazzo consigli. Nel
nostro Mike c' una robusta vena di diffidenza. Non cos, Mike?
Forse ammise Litvak, in un tono non pi forte di un sospiro. Solo al-
lora Ned pens di chiedere che cosa avessero visto del lavoro di Charlie
e, piacevolmente sorpreso, scopr che avevano preso molto sul serio la
loro ricerca. Non si erano solo procurati le sequenze di ogni sua appari-
zione televisiva, ma si erano addirittura trascinati sino alla schifosissima
Nottingham per non perdere la sua Santa Giovanna. Be', devo dire che
siete proprio in gamba! esclam Ned, mentre il cameriere portava via i
piatti sporchi e si preparava a servire l'anatra arrosto. Se mi aveste tele-
fonato vi avrei accompagnato io in macchina, oppure ci avrebbe pensa-
to Marjory. Siete andati anche in camerino? L'avete portata a cena? No?
Be', che mi venga un colpo! Kurtz si concesse un attimo d'esitazione e
la sua voce divenne molto seria. Scocc un'occhiata interrogativa a Lit-
vak, che rispose con un lieve cenno d'incoraggiamento. Ned disse,
per dirle la verit non ci sembrava corretto, date le circostanze. Quali
circostanze? domand Ned, pensando che stesse alludendo a qualche
articolo del codice morale degli agenti. Ma, Dio mio, da queste parti
noi non siamo cos! Se volete farle un'offerta, accomodatevi. Non avete
bisogno del mio benestare. E state tranquilli, la mia percentuale prima o
poi la riscuoto. Poi ammutol, perch gli altri due erano divenuti male-

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dettamente seri, raccont poi a Marjory. Come se avessero ingoiato del-


le ostriche andate a male. Con gusci e tutto. Litvak si stava toccando de-
licatamente le labbra sottili. Le dispiace se le faccio una domanda, si-
gnore? Amico mio disse Ned, molto perplesso. Vorrebbe dirci per
favore a suo giudizio come se la cava Charlie nelle interviste? Ned
pos il suo bicchiere di chiaretto. Nelle interviste? Ah, be', se questo
che vi preoccupa, vi posso assicurare che assolutamente favolosa. Di
primissimo ordine. Sa perfettamente cosa vogliono i ragazzi della stam-
pa e, se appena ne ha l'occasione, sa anche come raccontarglielo. Un ca-
maleonte, ecco che cos'. Magari un po' fuori esercizio, da un po' di
tempo, ma vi garantisco che capacissima di rimettersi subito in carreg-
giata. Non dovete preoccuparvi per questo. Per rassicurarli, bevve un
lungo sorso di vino. Oh, no. Ma Litvak non fu rincorato da questa no-
tizia come aveva sperato Ned. Stringendo le labbra in un bacio di pre-
occupata disapprovazione, cominci a raccogliere briciole sulla tovaglia
con le dita lunghe e sottili. Tanto che Ned abbass la testa e alz il viso
sforzandosi di strapparlo al suo malumore. Ma mio caro! protest
dubbioso. Non faccia cos! Cosa pu esserci di male nel fatto che sia
brava nelle interviste? Ci sono in circolazione una quantit di ragazze
che in questo campo sono dei veri disastri. Se questo che volete, ne ho
un reggimento a disposizione. Ma Litvak non si lasci placare. La sua
sola risposta fu di alzare per un attimo gli occhi in direzione di Kurtz,
come per dirgli Il testimone tuo, per poi abbassarli di nuovo sulla
tovaglia. Un vero duetto disse poi mesto Ned a Marjory. Sentivi che
avrebbero potuto scambiarsi le parti in qualunque momento. Ned
disse Kurtz, se noi la scritturiamo per questo progetto, la sua Charlie
avr una quantit di momenti in cui dovr mettersi in mostra, una quan-
tit, dico. Una volta che sar entrata nel giro, l'intera sua vita le verr
sciorinata davanti agli occhi. Non solo i suoi amori, la sua famiglia, i
suoi gusti in fatto di musica pop e di poesia. Non solo la storia di suo
padre. Ma anche la sua religione, i suoi atteggiamenti, le sue opinioni.
E le sue idee politiche sussurr Litvak, rastrellando l'ultima briciola.
Al che Ned soffr di una lieve ma inequivocabile perdita d'appetito, e
pos coltello e forchetta, mentre Kurtz continuava la sua concione.
Ned, i finanziatori di questo progetto sono buoni americani del Mid-
west. Hanno tutte le virt-. Troppi quattrini, figli ingrati, seconde case in
Florida, valori sani. Ma soprattutto i valori sani. E vogliamo che questi
valori si rispecchino in queste produzioni, da cima a fondo. Possiamo ri-

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derne o piangere; ma questa la realt, la televisione, dove sono i


quattrini Ed l'America sussurr patriotticamente Litvak alle sue bri-
ciole. Ned, noi dobbiamo essere franchi con te. Vogliamo essere since-
ri. Quando abbiamo deciso di scriverti, eravamo pronti, una volta otte-
nuti certi altri consensi, a riscattare la tua Charlie dai suoi impegni e ad
avviarla sulla strada del successo. Ma non ti nascondo che in questi ulti-
mi giorni il nostro Karman e io abbiamo sentito dire cose che ci hanno
fatto drizzar le orecchie e ci hanno messo qualche dubbio. Il suo talento
non un problema: Charlie ha un talento di prim'ordine, anche se mal
sfruttato, diligente, ha tutto quel che serve per essere lanciata. Ma ci si
pu fare affidamento nel contesto di questo progetto? Si pu metterla
in mostra? Ned, vogliamo che tu ci rassicuri che questa non una fac-
cenda seria. Fu ancora Litvak a sferrare l'attacco decisivo. Abbando-
nando finalmente le sue briciole, aveva piegato l'indice destro sotto il
labbro inferiore e stava guardando Ned con aria lugubre attraverso gli
occhiali cerchiati di nero. Abbiamo sentito dire che attualmente una
radicale disse. Abbiamo sentito dire che molto, molto impegnata
nelle cause politiche. Una militante. Abbiamo sentito dire che attual-
mente legata
a un anarchico arrabbiato, un tantino matto. Noi non vogliamo con-
dannare nessuno sulla base di futili pettegolezzi, ma dalle voci che ci
sono arrivate, signor Quilley, come se fosse la madre di Fidel Castro e
la sorella di Arafat riunite in un'unica sgualdrina. Ned guard prima l'u-
no e poi l'altro ed ebbe per un attimo l'illusione che i loro quattro occhi
fossero controllati da un solo muscolo. Avrebbe voluto dire qualcosa,
ma si sentiva fuori della realt. Si domand se aveva bevuto lo Chablis
pi in fretta di quanto sarebbe stato consigliabile. La sola cosa che gli
venne in mente fu uno degli aforismi preferiti di Marjory: nella vita non
esistono i buoni affari. Lo sgomento che lo aveva preso era come il pa-
nico di un uomo vecchio e smarrito. Non si sentiva fisicamente all'altez-
za del compito, era troppo debole, troppo stanco. Tutti gli americani lo
turbavano, e molti di loro lo spaventavano, o per la loro competenza o
per la loro ignoranza, o magari per entrambe le cose. Ma questi due, che
lo guardavano senza espressione mentre lui annaspava alla ricerca di una
risposta, gli ispiravano una paura superiore a tutto ci che si era aspetta-
to. Era anche, del tutto inutilmente, molto, molto arrabbiato. Odiava i
pettegolezzi. Tutti i pettegolezzi. Li considerava il flagello della sua pro-
fessione. Li aveva visti rovinare delle carriere; li detestava e poteva di-

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ventare rosso in viso e quasi villano quando gli venivano riferiti da per-
sone che ignoravano come lui la pensasse. Quando parlava di qualcuno,
Ned ne parlava sempre con sincerit e con affetto, esattamente come
dieci minuti prima aveva parlato di Charlie. Voleva bene a quella ragaz-
za, accidenti. Gli pass persino per la mente di confidarlo a Kurtz, cosa
che per Ned sarebbe stata una mossa davvero audace, e doveva essergli
anche affiorato sul viso, perch gli parve di vedere che Litvak comincia-
va a preoccuparsi e a tirarsi un po' indietro e che il volto straordinaria-
mente mobile di Kurtz si apriva in un sorriso del genere andiamo-
Ned. Ma, come sempre, lo trattenne la sua inguaribile cortesia. Stava
mangiando il loro sale. E poi erano stranieri e avevano principi comple-
tamente diversi. Senza contare che, come era costretto ad ammettere
con riluttanza, avevano un lavoro da fare e dei finanziatori da tener
buoni e avevano anche, in un certo senso, terribilmente ragione; e lui,
Ned, doveva dare una risposta o rischiare di mandare a monte l'affare e,
con esso, ogni sua speranza per Charlie. C'era infatti in ballo anche un
altro fattore, di cui Ned, nella sua fatale ragionevolezza, era costretto a
tener conto e cio che, anche se il progetto si fosse rivelato un disa-
stro, come lui supponeva; anche se Charlie avesse sciupato ogni sua bat-
tuta, fosse entrata in scena ubriaca e avesse messo cocci di vetro nella
vasca da bagno del regista, tutte cose che, dato il suo professionismo
non le sarebbero mai venute in mente nemmeno per una frazione di se-
condo la sua carriera, il suo prestigio, il suo stesso valore commerciale
avrebbero comunque fatto finalmente quel tanto atteso balzo in avanti
da cui non era assolutamente detto che sarebbe mai stata costretta a rin-
culare. Kurtz, intanto, continuava a parlare imperterrito. La tua guida,
Ned stava dicendo con fervore. Il tuo aiuto. Vogliamo esser certi che
questa cosa non ci scoppier in mano il secondo giorno di lavorazione.
Perch voglio dirti una cosa. Un dito corto e vigoroso era puntato su
di lui come la canna di una pistola. Nessuno, nello stato del Minnesota,
disposto a sborsare un quarto di milione di dollari per una comunista
nemica della democrazia, ammesso che Charlie lo sia, e nessuno alla Gk
consiglier loro di fare harakiri con una faccenda del genere.
Tanto per cominciare, Ned, se non altro, si riprese piuttosto bene.
Non chiese scusa. Ricord loro, senza cedere neanche di un pollice, la
descrizione che aveva fatto dell'infanzia di Charlie e fece notare che, in
circostanze normali, sarebbe forse diventata una delinquente minorile a
tempo pieno o sarebbe finita in prigione come suo padre. In quanto alle

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sue idee politiche, se proprio si voleva chiamarle cos, era stata, nei nove
anni circa da quando lui e Marjory la conoscevano, un'avversaria appas-
sionata dell'Apartheid Be', su questo nessuno trover da ridire,
spero (ma loro parevano credere che qualche obiezione ci sarebbe sta-
ta) una pacifista militante, una sufi, una partecipante alle marce anti-
nucleari, una nemica della vivisezione e, prima di rimettersi a fumare,
una campionessa delle battaglie per eliminare il tabacco dai teatri e dalla
metropolitana. E non aveva dubbi sul fatto che, prima che Charlie ve-
nisse falciata dalla Grande Mietitrice, tutto un mazzo di altre cause, al-
trettanto disparate, avrebbe ottenuto la sua romantica, ma fuggevole
adesione. E tu le sei stato vicino in tutto questo, Ned disse Kurtz pie-
no di stupita ammirazione. E' stata una bella cosa, Ned. Come starei
accanto a chiunque di loro ribatt Ned con una vampata di entusiasmo.
E' un'attrice, diamine! Non bisogna prenderla troppo sul serio. Gli at-
tori, mio caro, non hanno opinioni, e le attrici ne hanno ancora meno.
Hanno umori. Manie. Pose. Passioni di ventiquattr'ore. Ci sono tante
cose al mondo che non funzionano, accidenti. E gli attori sono sempre
pronti ad abbracciare le soluzioni pi radicali. Per quello che ne so io,
prima che riusciate a portarla l, sar risuscitata. Non politicamente
disse Litvak con voce bassa e minacciosa. Ancora per qualche minuto,
sotto la benefica influenza del chiaretto, Ned continu arditamente nella
stessa direzione. Sentiva una sorta di vertigine. Udiva le parole nella
propria testa e le ripeteva, e gli pareva di essere di nuovo giovane e
completamente scisso dalle proprie azioni. Parl degli attori in generale
e di come erano tormentati da un orrore assoluto per l'irrealt. Del
fatto che sulla scena interpretavano tutte le sofferenze dell'uomo e fuori
diventavano come dei recipienti vuoti in attesa che qualcuno li riempis-
se. Parl della loro timidezza, della loro piccineria, della loro vulnerabili-
t e dell'abitudine di mascherare queste debolezze con discorsi violenti e
con cause estreme prese a prestito dal mondo adulto. Parl del loro
sfrenato egocentrismo e del fatto che stavano praticamente in scena
ventiquattr'ore su ventiquattro quando partorivano, quando subivano
un'operazione, quando si innamoravano. Poi si afflosci come gli succe-
deva un po' troppo spesso da qualche tempo. Perse il filo e perse anche
lo slancio. Il sommelier port il carrello dei liquori. Sotto gli occhi geli-
damente sobri dei suoi anfitrioni, Quilley scelse disperatamente un
Marc de Champagne e lasci che il cameriere gliene versasse una dose
abbondante prima di fare un gesto per fermarlo. Intanto Litvak si era ri-

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preso quanto bastava per proporre una buona idea. Infilando le lunghe
dita in una tasca interna della giacca, ne estrasse uno di quei taccuini fat-
ti come la cornice di un quadro, con un rinforzo posteriore di finto coc-
codrillo e angoli d'ottone per inserirvi i fogli. Direi di cominciare dalle
domande di base propose sommessamente, pi a Kurtz che a Ned. Il
quando, il dove, il con chi, il per quanto tempo. Tracci un margine,
presumibilmente per le date. I comizi cui ha partecipato. Le manifesta-
zioni. Le petizioni, le marce. Tutto ci che pu aver attratto l'attenzione
del pubblico. Una volta che avremo tutto sul tavolo, sar possibile dare
una valutazione fondata. O correre il rischio o scappare a gambe levate
dalla porta di servizio. Ned, per quanto lei sappia, quando stata coin-
volta la prima volta? Mi piace disse Kurtz. Mi piace questo metodo.
E mi pare che vada bene anche per Charlie. Riusc a dirlo proprio
come se la proposta di Litvak fosse arrivata come un fulmine a ciel sere-
no, anzich essere il frutto di lunghe ore di discussioni preliminari. Cos
Ned raccont loro anche questo. Ogni volta che poteva, minimizzava le
cose; in un paio d'occasioni raccont anche qualche piccola bugia, ma in
genere rifer loro ci che sapeva. Certo ebbe qualche sospetto, ma sol-
tanto dopo. In quel momento, come avrebbe detto a Marjory, si era la-
sciato trascinare. Non che sapesse molto, per. La campagna anti-apar-
theid e quella antinucleare, naturalmente ma queste erano a conoscen-
za di tutti, comunque. Poi c'era quella gente del Teatro della riforma ra-
dicale con la quale Charlie andava in giro ogni tanto, che erano stati cos
molesti da picchettare il National e da bloccare le rappresentazioni. E
un gruppo di Islington, Azione alternativa, che erano, tutti e quindici,
dei folli scissionisti trotzkisti. E un orribile convegno di donne cui aveva
partecipato nel municipio di St' Pancras, trascinandosi appresso Marjory
per mostrarle la luce. E poi quella volta, due o tre anni fa, in cui aveva
telefonato in piena notte dal commissariato di polizia di Durham, per
chiedere a Ned di andare a pagarle la cauzione, essendo stata arrestata
in un raduno antinazista cui era intervenuta. Ed questo che le ha dato
tanta pubblicit, con fotografie sui giornali e tutto il resto, signor Quil-
ley? No, quello successo a Reading disse Ned. E' stato dopo. E
allora a Durham cosa accadde? Be', di preciso non lo so. E' un argo-
mento di cui non ho mai voluto interessarmi, per essere sincero. So solo
quello che ho sentito dire per caso. Non c'era da quelle parti un proget-
to per una stazione nucleare? Sono cose che si dimenticano. Si dimenti-
cano e basta. Ma ultimamente diventata molto pi moderata, sapete?

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Non pi quell'agitatrice che pretendeva di essere, ve lo assicuro. E'


molto pi matura. Oh, s. Pretendeva, Ned? echeggi Kurtz, dub-
bioso. Ci parli di Reading, signor Quilley. Cosa accadde l? Oh, le so-
lite cose. Qualcuno diede fuoco a un autobus e tutti vennero incolpati.
Protestavano perch si voleva ridurre l'assistenza per i vecchi, credo. O
forse perch non volevano assumere i negri come bigliettari. Ma natu-
ralmente l'autobus era vuoto s'affrett ad aggiungere. Non ci fu nean-
che un ferito. Ges- disse Litvak, con un'occhiata a Kurtz il cui inter-
rogatorio acquis il tono di un drammone radiofonico a puntate am-
bientato in un tribunale. Ned, tu accennavi poco fa che Charlie aveva
forse un po' ammorbidito le sue convinzioni. E' questo che hai detto?
S, credo di s. Ammesso che le sue convinzioni siano mai state molto
solide. Certo, solo un'impressione, ma anche Marjory la pensa nello
stesso modo. Ma te lo ha confidato Charlie questo mutamento
d'idee? lo interruppe abbastanza seccamente Kurtz. Io credo che una
volta che le si presenter una vera occasione come questa Kurtz lo
ignor. O alla signora Quilley? Be', no, non proprio. C' qualcun al-
tro con cui avrebbe potuto confidarsi? Quel suo amico anarchico, per
esempio? Oh, lui sarebbe l'ultimo a saperlo. Ned, c' qualcuno a
parte te pensaci bene, ti prego, un'amica, un amico, magari una perso-
na pi anziana, un amico di famiglia cui Charlie avrebbe potuto confi-
dare un simile cambiamento di posizione? Un distacco dal radicalismo?
Ned? No che io sappia. Non mi viene in mente nessuno. E' una ra-
gazza riservata, sotto certi aspetti. pi di quanto possiate credere. A
questo punto accadde una cosa davvero straordinaria. Ned ne forn poi
a Marjory un minuzioso resoconto. Per sfuggire al fuoco incrociato, im-
barazzante e, secondo Ned, istrionico, di quei due sguardi puntati su di
lui, Ned si era messo a giocare con il suo bicchiere, guardandoci dentro
e facendo roteare il Marc. Poi, sentendo che Kurtz aveva in certo qual
modo concluso il proprio interrogatorio, alz gli occhi e colse nei suoi
lineamenti un'espressione abbastanza evidente di sollievo che Kurtz sta-
va comunicando a Litvak: come se fosse stata per lui una soddisfazione
scoprire che Charlie non aveva dopo tutto attenuato le proprie opinioni.
O, se lo aveva fatto, non ne aveva parlato con nessuno o quasi. Guard
di nuovo, e quell'espressione era scomparsa. Ma neanche Marjory pot
convincerlo che non ci fosse stata. Litvak, l'assistente del grande avvo-
cato, aveva ripreso l'interrogatorio, ma il suo tono era pi frettoloso,
come se stesse per chiudere il processo. Signor Quilley, lei nella sua

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agenzia ha documenti individuali su tutti i suoi clienti? Fascicoli? Be',


la signora Ellis, certamente s disse Ned. Da qualche parte. E la si-
gnora Ellis fa questo lavoro da molto tempo? Oh, Dio, s. Era gi l ai
tempi di mio padre. E che tipo d'informazioni archivia? Emolumenti
spese percentuali, cose di questo genere? Ci sono solo aridi docu-
menti d'affari in questi fascicoli? Oh no, buon Dio, ci mette di tutto. I
compleanni, i fiori che preferiscono, i ristoranti. In uno abbiamo persi-
no trovato una scarpetta da ballo. I nomi dei loro figli. I cani. I ritagli di
stampa. Di tutto, insomma. Anche lettere personali? S, certo. Di
suo pugno? Anni e anni di lettere? Kurtz era imbarazzato. Lo attestava-
no le sue sopracciglia slave: si stavano addensando in una linea di soffe-
renza intorno alla radice del naso. Karman, io penso che il signor Quil-
ley ci abbia gi dato molto del suo tempo e della sua esperienza disse
severamente a Litvak. Se ci occorreranno altre informazioni, il signor
Quilley ce le fornir in un secondo tempo. O, meglio ancora, se Charlie
sar disposta a parlare con noi, potremo ottenerle da lei. Ned, stato un
magnifico e memorabile incontro. Grazie. Ma Litvak non si lasci li-
quidare tanto facilmente. Aveva la testardaggine propria dei giovani. Il
signor Quilley non ha segreti per noi esclam. Diavolo, signor Gold,
io sto solo chiedendo
cose che il mondo sa gi e che i nostri funzionari addetti ai visti sco-
priranno con i loro computer in mezzo secondo. Noi per abbiamo
fretta. Lei lo sa bene. Se ci sono documenti, lettere di suo pugno, circo-
stanze attenuanti, testimonianze magari di un cambiamento d'idee, per-
ch non diciamo al signor Quilley di mostrarceli? Se vuole. Se no be', al-
lora un altro discorso aggiunse con sgradevoli sottintesi. Karman, io
sono convinto che Ned lo vuole disse decisamente Kurtz, come se
questo fosse fuori discussione. E scosse il capo come per affermare che
non si sarebbe mai abituato ai modi invadenti dei giovani d'oggi.
La pioggia era cessata. Fecero camminare Quilley in mezzo a loro,
adattando con cura i propri agili passi alla sua vacillante andatura. Lui
era intontito, era addolorato, era afflitto da un presentimento alcolico
che gli umidi fumi del traffico non erano sufficienti a disperdere. Cosa
diavolo vogliono? continuava a chiedersi. Prima offrivano a Charlie la
luna e un attimo dopo non tolleravano le sue stupide idee politiche. E
ora, per ragioni che lui non ricordava pi, gli avevano chiesto di consul-
tare il fascicolo, che non era per niente un fascicolo, ma un vago insie-
me di carte, competenza di un'impiegata troppo anziana perch si po-

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tesse mandarla in pensione. La signora Longmore, la receptionist, assi-


stette al loro arrivo e Ned cap subito, dal suo sguardo di disapprovazio-
ne, di essersi trattato un po' troppo bene a pranzo. Al diavolo la signora
Longmore. Kurtz insistette per cedere il passo a Ned sulle scale. Dal
suo ufficio, con loro che in pratica gli puntavano una pistola alla testa,
telefon alla signora Ellis chiedendole di portare le carte di Charlie in
anticamera e di lasciarle l. Dobbiamo bussare alla sua porta quando
avremo finito, signor Quilley? domand Litvak, come uno che s'accin-
ge ad assistere a un parto. L'ultima volta che li vide, erano seduti al tavo-
lo di palissandro della sala d'aspetto, circondati da un mezza dozzina di
luride scatole marrone della signora Ellis, che parevano ricuperate dal
Blitz. Sembravano una coppia di esattori fiscali, concentrati sulla stessa
serie di cifre sospette, con matite e carta a portata di mano, e Gold, il
pi grosso, senza giacca e con quel suo scassato orologio sul tavolo, ave-
va l'aria di cronometrare la durata dei suoi maledetti calcoli. Dopo di
che, Quilley doveva essersi appisolato. Si svegli di botto alle cinque e
scopr che la sala d'aspetto era deserta. E quando suon il campanello
per chiamare la signora Long-more, lei lo inform in tono pungente che
i suoi ospiti non avevano voluto disturbarlo.
Ned non lo disse subito a Marjory. Oh, quelli rispose a una sua do-
manda in proposito la sera stessa. Un paio di squallidi produttori in
viaggio per Monaco. Non c' motivo di preoccuparsi di questo.
Ebrei? S be', s, ebrei, credo. Molto, anzi. Marjory annu come se lo
sapesse da un pezzo. Ma allegri, simpatici disse Ned con un'ombra di
disperazione. Marjory, nelle ore libere, prestava assistenza ai carcerati, e
i sotterfugi di Ned per lei non avevano mistero. Ma decise di attendere il
momento opportuno. Bill Lochheim era il corrispondente di Ned a
New York, il suo solo amico americano. Ned gli telefon nel pomerig-
gio dell'indomani. Il vecchio Loch non li aveva mai sentiti nominare, ma
richiam coscienziosamente per riferire ci che Ned gi sapeva: la Gk
era nuova nel settore e aveva qualche finanziamento, ma di questi tempi
gli indipendenti non se la cavavano molto bene. A Quilley non piacque
il tono del vecchio Loch. Pareva fosse stato messo su da qualcuno
non da Quilley che non aveva mai messo su nessuno in vita sua, ma da
qualcun altro, da una terza parte che lui aveva consultato. Quilley aveva
addirittura avuto la curiosa sensazione di trovarsi, in qualche strano
modo, sulla stessa barca del vecchio Loch. Con stupefacente disinvoltu-
ra, Ned telefon con un pretesto qualsiasi al numero della Gk a New

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York. Rispose quello che risult essere un recapito per aziende con sede
fuori citt: non dava informazioni sui propri clienti. A questo punto
Ned non riusciva a pensare che ai suoi visitatori e a quel pranzo. Avreb-
be tanto voluto averli messi alla porta. Chiam l'albergo di Monaco cui
loro avevano accennato e parl con un arcigno direttore. Herr Gold e
Herr Karman si erano fermati da lui una notte ed erano partiti inaspet-
tatamente il mattino dopo di buon'ora, per affari, disse stizzosamente
e allora perch lo disse? Sempre troppe informazioni, pens Ned. O
troppo poche. E ancora la sensazione di persone che facevano cose di
cui non erano per niente convinte. Un produttore tedesco di cui Kurtz
aveva fatto il nome disse che erano brave persone, molto rispettabili,
oh davvero eccellenti. Ma quando Ned gli chiese se erano stati a Mona-
co di recente e a quali progetti erano associati, il produttore divenne
ostile e riattacc quasi subito. Rimanevano i colleghi di Ned nel giro
delle agenzie. Ned li consult con riluttanza e con estrema disinvoltura,
estendendo il pi possibile la propria indagine senza per approdare a
nulla. L'altro giorno ho conosciuto due americani terribilmente simpa-
tici confid finalmente a Herb Nolan della Lomax Stars, fermandosi
per un attimo al suo tavolo al Garrick. Venuti qui a scritturare attori
per pochi soldi in vista di una grossa serie televisiva che stanno metten-
do in piedi. Gold e nonsochi. Sono stati anche da te? Nolan rise. Sono
io che te li ho mandati, vecchio mio. Hanno chiesto di un paio dei miei
orrori e poi volevano sapere tutto della tua Charlie. Se, secondo me, po-
teva spiccare il volo. E io gliel'ho detto, Ned, gliel'ho detto chiaro!
Cosa gli hai detto? E' pi probabile che faccia volare noi con i suoi
pompini, gli ho detto. Ma che c'? Depresso dal mediocre livello dell'u-
morismo di Herb Nolan, Ned non fece altre domande. Ma la sera stes-
sa, dopo che Marjory gli ebbe cavato di bocca l'inevitabile confessione,
le confid le proprie ansie. Avevano cos maledettamente fretta disse.
Ed erano troppo energici, persino per degli americani. Mi sono saltati
addosso come due fottuti poliziotti. Prima uno, poi l'altro. Sembravano
due terrier aggiunse, cambiando similitudine. Continuavo a pensare
che avrei dovuto rivolgermi alle autorit. Ma, caro replic Marjory
alla fine. A sentirti, ho paura che le autorit fossero loro. Bisogna che
le scriva dichiar Ned in tono molto deciso. Penso proprio di scriverle
e di metterla in guardia, per qualsiasi eventualit. Potrebbe trovarsi nei
guai. Ma, anche se lo avesse fatto, sarebbe stato troppo tardi. Meno di
quarantott'ore dopo, Charlie salp per Atene per andare all'appunta-

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mento con Joseph.


Insomma, ancora una volta, tutto era andato bene; a prima vista una
mera appendice dell'obiettivo principale dell'operazione; e terribilmente
rischiosa anche, come Kurtz fu il primo ad ammettere quando, la sera
stessa, inform modestamente del proprio trionfo Misha Gavron. Co-
s'altro avremmo potuto fare, Misha, me lo dici? Dove avremmo potuto
procurarci un cos prezioso fondo di corrispondenza, esteso a un perio-
do cos lungo? Avevano affannosamente cercato altri destinatari delle
lettere di Charlie amanti, amici, quella stronza di sua madre, un'ex
maestra di scuola; in un paio di posti si erano presentati come inviati di
un societ commerciale interessata all'acquisto dei manoscritti e degli
autografi dei grandi di domani. Finch Kurtz, con il riluttante consenso
di Gavron, non aveva posto fine a tutto questo. Meglio un unico grosso
colpo, aveva sostenuto, che tanti piccoli e pericolosi. Inoltre Kurtz ave-
va bisogno di dati immateriali. Di sentire il calore e la sostanza della sua
preda. Chi dunque meglio di Quilley, con la sua lunga e innocente rela-
zione con lei, avrebbe potuto fornirglieli? E aveva raggiunto i propri in-
tenti a forza di volont. Fatto questo, il mattino dopo aveva preso un
aereo per Monaco, proprio come aveva raccontato a Quilley, anche se la
produzione di cui si occupava non era del tipo che gli aveva fatto crede-
re. Fece visita ai suoi due appartamenti, sussurr nuove parole d'inco-
raggiamento ai suoi uomini. A parte questo, combin un simpatico in-
contro con il buon dottor Alexis: un altro lungo pranzo durante il quale
non si dissero quasi nulla d'importante ma di che cosa hanno bisogno
due vecchi amici, se non l'uno dell'altro? E da Monaco Kurtz ripart in
aereo per Atene, continuando cos la sua marcia verso il sud.

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Il battello arriv al Pireo con due ore di ritardo e, se Joseph non si
fosse gi intascato il suo biglietto d'aereo, Charlie lo avrebbe forse pian-
tato subito. Ma forse no, perch, sotto la sua indocile apparenza, aveva
la disgrazia di un carattere leale, spesso sprecato con le persone che fre-
quentava. Prima di tutto, aveva avuto troppo tempo per riflettere e, pur
essendosi ormai convinta che lo spettrale osservatore di Nottingham, di

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York e di Londra o era un altro o non era mai esistito, rimaneva in lei
una voce inquietante che non riusciva a far tacere. E poi esporre i pro-
pri progetti alla famiglia non era stato certamente facile come aveva im-
maginato Joseph. Lucy aveva pianto e l'aveva obbligata ad accettare dei
soldi: Le mie ultime cinquecento dracme, Chas, e sono tutte per te.
Willy e Pauly, ubriachi, si erano buttati in ginocchio sulla banchina sotto
gli occhi di almeno mille spettatori Chas, Chas, come puoi farci que-
sto? e per fuggire lei aveva dovuto farsi largo con la forza tra una fol-
la sogghignante, poi correre lungo la strada con la cinghia della borsetta
a tracolla rotta, la chitarra che dondolava sotto l'altro braccio e assurde
lacrime di rimorso che le inondavano il viso. A salvarla provvide ina-
spettatamente il ragazzo hippy coi capelli di stoppa di Mykonos, che do-
veva aver preso lo stesso battello, anche se a bordo non l'aveva visto.
Passandole accanto in taxi, la raccolse e la scaric a cinquanta metri dal-
la sua destinazione. Era svedese, disse, e si chiamava Raoul. Suo padre si
trovava ad Atene per affari; Raoul sperava di spillargli un po' di quattri-
ni. Per Charlie fu una sorpresa trovarlo cos lucido e accorgersi che non
aveva citato Ges neanche una volta. Il ristorante Diogene aveva una
tenda blu. Un cuoco di cartone le faceva segno di entrare. Scusami,
Jose, il momento sbagliato e il luogo sbagliato. Mi dispiace, Jose, ma la
vacanza finita e Chas deve levar le tende, perci rendimi quel biglietto
e io me ne vado. Oppure avrebbe scelto la soluzione pi comoda, rac-
contandogli che le avevano offerto una parte. Sentendosi una pezzente,
con i jeans sbrindellati e gli stivali scalcagnati, si fece goffamente strada
tra i tavolini all'aperto sino ad arrivare alla porta d'ingresso. Comunque,
si disse, se ne sar gi andato di questi tempi chi aspetta due ore per
farsi una scopata? e il biglietto sar dal portiere qui accanto. Forse
questo m'insegner a non passar le sere correndo dietro ai vagabondi
mitteleuropei per le strade d'Atene, pens. A complicare le cose, Lucy la
sera prima l'aveva di nuovo obbligata a prendere qualcuna delle sue ma-
ledette pillole, che in un primo tempo l'avevano accesa come una lam-
padina, ma dopo l'avevano scaricata in un buco nero dal quale cercava
ancora di emergere. Charlie, di regola, non prendeva quella roba, ma
l'essere incerta tra due amanti tale infatti le appariva ormai la sua si-
tuazione l'aveva resa vulnerabile. Stava per entrare nel ristorante quan-
do ne eruppero due greci, che risero della sua borsetta rotta. Lei avanz
decisa verso di loro e li insult furiosamente, trattandoli da porci ma-
schilisti. Poi, tremando, spinse avanti la porta con un piede ed entr.

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L'aria divenne fresca, il cicaleccio cess: si trovava in un ristorante a


pannelli in penombra, e l, nella sua porzione di buio, sedeva San Giu-
seppe dell'Isola, figura ambigua e notorio responsabile di tutti i suoi
sensi di colpa e i suoi turbamenti, con un caff turco accanto al gomito
e un libro aperto davanti a s. Non mi toccare, lo avvert mentalmente
quando lo vide avvicinarsi. Non dare per scontato neanche un mio dito.
Sono stanca e affamata. C' rischio che morda e ho rinunciato al sesso
per i prossimi duecento anni. Ma le sole cose che lui prese furono la
chitarra e la borsetta rotta. E la sola cosa che le diede fu una rapida ed
energica stretta di mano che pareva importata da oltre Atlantico. Di
conseguenza la sola cosa che le venne in mente di dire fu: Vedo che hai
una camicia di seta. Ed era vero, una camicia crema con gemelli d'oro
grandi come tappi di bottiglia. Cristo, Jose, ma guardati! esclama, ap-
pena si accorse del resto. Braccialetto d'oro, orologio d'oro non pos-
so neanche voltarti le spalle che subito ti trovi una ricca protettrice!
Tutto questo le sgorg di bocca in un tono un po' isterico e un po' ag -
gressivo, volendo forse, istintivamente, farlo sentire a disagio per il suo
aspetto come lei lo era per il proprio. Ma cosa mi aspettavo che indos-
sasse? si domand furibonda, il suo costume da bagno da frate e la sua
borraccia d'acqua? Joseph comunque non raccolse. Charlie. Salve. Il
battello era in ritardo. Poverina. Ma non importa. Adesso sei qui. Que-
sto, se non altro, era Joseph n trionfo n sorpresa, solo un austero
saluto biblico e un cenno imperioso al cameriere. Vuoi prima una lava-
ta o un whisky? La toilette delle signore da quella parte. Whisky
disse Charlie, lasciandosi cadere su una sedia di fronte a lui. Era un
buon locale, lo cap immediatamente. Di quelli che i greci riservano a se
stessi. Oh, prima che mi dimentichi allungando una mano dietro di s.
Dimentichi cosa? pens lei, guardandolo con la testa tra le mani. Tu
non hai mai dimenticato niente in vita tua. Da sotto la panca, Joseph
aveva estratto una borsa greca di lana, coloratissima, che le offr evitan-
do ostentatamente qualsiasi cerimonia. Visto che dobbiamo vagare in-
sieme per il mondo, eccoti il ncessaire per scappare. Ci troverai il tuo
biglietto d'aereo da Salonicco a Londra, che pu ancora essere cambia-
to, se vorrai; e anche quanto ti occorrer per fare i tuoi acquisti, scappa-
re o semplicemente cambiare idea. E' stato difficile allontanarti dai tuoi
amici? Scommetto di s. Non fa mai piacere ingannare la gente, soprat-
tutto quella a cui si tiene. Parlava come se di inganni se ne intendesse.
Come se ne compisse uno al giorno, con rammarico. Non c' il paraca-

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dute si lament lei, guardando nella borsa. Grazie, Jose. Lo disse una
seconda volta. E' roba di classe. Grazie davvero. Ma aveva la sensazio-
ne di non credere pi a se stessa. Devono essere le pillole di Lucy. Le
conseguenze del viaggio in piroscafo. Che ne diresti di un'aragosta? A
Mykonos dicevi che l'aragosta era il tuo cibo preferito. Era vero? Il cuo-
co te ne ha tenuta una in serbo e l'ammazzer immediatamente se vorrai
ordinarla. Perch no? Con il mento ancora appoggiato al palmo, Char-
lie si lasci vincere dal proprio umore. Sorrise stancamente, alz l'altro
pugno e fece un pollice verso da imperatore, decretando la morte dell'a-
ragosta. Digli che devono farlo il meno brutalmente possibile disse.
Poi gli prese una mano e la strinse tra le proprie per scusarsi della sua
malinconia. Lui sorrise e gliela lasci perch lei ci giocasse. Era una bel-
la mano, con dita solide e sottili e muscoli fortissimi. E' il vino che ti
piace disse Joseph. Boutaris bianco e freddo. Non cos che dicevi?
S, pens guardando la sua mano compiere un viaggio solitario per rien-
trare alla base attraverso la tavola. Era cos che dicevo. Dieci anni fa,
quando ci siamo incontrati su quella pittoresca isoletta greca. E dopo
cena, come tuo Mefistofele personale, ti condurr su una collina e ti
mostrer il secondo tra i pi bei posti del mondo. Ti va? Un giro miste-
rioso? Voglio il pi bello disse lei, sorseggiando il suo Scotch. Ma io
non do mai primi premi replic lui placidamente. Portami via di qui!
pens. Licenzia lo sceneggiatore! Procurati un nuovo copione! Tent
una mossa attinta direttamente da Rickmansworth. E allora che ha fat-
to in questi giorni, Jose? Oltre a struggerti per me, naturalmente. Non
le rispose direttamente. Le chiese invece della sua attesa, del viaggio e
della banda. Sorrise quando lei gli raccont del provvidenziale passaggio
in taxi offertole dal ragazzo hippy che non parlava pi di Ges-; voleva
sapere se aveva notizie di Alastair e si mostr cortesemente deluso
quando lei rispose di no. Oh, lui non scrive mai disse Charlie con una
risata noncurante. Le chiese quale parte, secondo lei, gli avessero offer -
to; lei pensava a uno spaghetti-west-ern e la cosa gli parve divertente;
era un'espressione che non aveva mai sentito e insistette per farsela
spiegare. Prima di finire il suo Scotch, Charlie cominci a pensare che
forse, dopo tutto, la considerava attraente. Mentre gli parlava di Al, sco-
pr con sorpresa che stava aprendo uno spazio a un altro uomo nella
propria vita. Comunque spero che abbia successo, tutto qui disse, la-
sciando intendere che il successo poteva risarcirlo da altre delusioni. Ma
mentre si stava avvicinando a lui, aveva ancora l'impressione che qual-

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cosa non andasse. Era una sensazione che aveva provato certe volte sul
palcoscenico, quando una scena non funzionava: che gli eventi stessero
accadendo separatamente e in una successione troppo rigida; che il dia-
logo fosse troppo esile, troppo lineare. Adesso, si disse. Frugando nella
borsa a tracolla, ne estrasse una scatola di ulivo che gli porse attraverso
la tavola. Lui la prese perch gli era stata offerta, ma non cap subito che
era un regalo e, con suo gran divertimento, Charlie scorse sul suo viso
un momento di ansia, o addirittura di sospetto, come se un fattore ina-
spettato minacciasse di buttare all'aria i suoi piani. Dovresti aprirla gli
spieg. Ma cos'? Volendo fare lo spiritoso, la scosse dolcemente e se
l'accost poi a un orecchio. Devo ordinare un secchio d'acqua? do-
mand. Poi, sospirando come se non potesse cavarne niente di buono,
alz il coperchio e contempl i pacchetti di carta velina annidati all'in-
terno. Charlie? Cos'? Sono veramente disorientato. Voglio che tu li ri-
porti dove li hai trovati. Su, svolgine uno. Lui alz una mano, e Char-
lie la vide come sospesa sul suo corpo, per calare poi sul primo pacchet-
to, che conteneva la grande conchiglia rosa da lei trovata sulla spiaggia il
giorno in cui Joseph aveva
lasciato l'isola. Lui la pos solennemente sul tavolo e tir fuori la se-
conda oblazione, un asinello greco scolpito, made in Taiwan, acquistato
nella bottega dei souvenir, sulla cui groppa aveva personalmente dipinto
a mano Joseph. Tenendolo con entrambe le mani, lui lo esamin gi-
randolo e rigirandolo. E' un maschio disse lei. Ma non riusc a modifi-
care la gravit della sua espressione. E questa sono io imbronciata
spieg mentre lui tirava fuori la fotografia a colori, fatta con la Polaroid
di Robert, di Charlie vista da dietro, in cappello di paglia e caffettano.
Ero arrabbiata e non ho voluto mettermi in posa. Pensavo che l'avresti
apprezzata. Nei suoi ringraziamenti c'era un tono di riflessione pacata
che la raggel. Grazie, ma non se ne fa niente, sembrava dire; grazie, ma
un'altra volta. N Pauly, n Lucy e neanche te. Lei esit un momento,
poi lo disse gentilmente, delicatamente, ma con molta chiarezza.
Jose, noi mica siamo obbligati ad andare avanti in questa storia. Io pos-
so ancora prendere l'aereo, se questo che preferisci. Solo non volevo
che Che cosa? Che ti sentissi impegnato da una promessa avventata.
Tutto qui. Non era avventata. Era estremamente seria. Adesso tocca-
va a lui. Tir fuori un fascio di dpliant turistici. Senza essere stata invi-
tata, Charlie si alz e and a sederglisi accanto, posandogli con noncu-
ranza un braccio sulla spalla perch potessero studiarli insieme. La spal-

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la era dura come una roccia e quasi altrettanto accogliente, ma lei lasci
l il braccio. Delfi, Jose: magnifico, favoloso. Gli sfiorava la guancia con i
capelli. Li aveva lavati per lui la sera prima. Olimpo: stupendo. Meteora:
mai sentito nominare. Le loro fronti si stavano toccando. Salonicco:
wow! Gli alberghi in cui avrebbero alloggiato: tutto organizzato, tutto
prenotato. Lo baci sullo zigomo, proprio accanto all'occhio, un bacetto
casuale elargito a un bersaglio che passa. Lui sorrise e le strinse con for-
za la mano in un atteggiamento da zio, tanto che Charlie smise quasi di
chiedersi cosa ci fosse in lui, o in lei, per dargli il diritto di conquistarla
senza lotta, persino senza una resa; o da dove venisse quel senso di rico-
noscimento il Charlie, s, salve che aveva fatto del loro primo in -
contro una rimpatriata e di questo una discussione sulla loro luna di
miele. Lasciamo perdere, pens. Non hai mai portato un blazer rosso,
Jose? domand senza aver neanche riflettuto sulla domanda. Un bla-
zer color vino con bottoni d'ottone e un'ombra d'anni Venti nel taglio?
Lui alz lentamente il capo, si volt e rispose al suo sguardo. E' uno
scherzo? No. E' una domanda vera. Un blazer rosso? Ma perch
diavolo dovrei portarlo? Vuoi che faccia il tifo per la tua squadra di cal-
cio o qualcosa del genere? Ti starebbe bene. Nient'altro. Lui stava an-
cora aspettando una spiegazione. E' cos che vedo la gente certe volte
disse Charlie cominciando a cercare una via d'uscita. Teatralmente.
Nella mia testa. Tu non conosci le attrici, vero? Io metto una truccatura
alla gente delle barbe qualsiasi cosa. Ti stupirebbe. E li vesto anche.
Pantaloni alla zuava. Divise. Tutto nella mia immaginazione. E' un'abitu-
dine. Vuoi che mi faccia crescere la barba per te? Se lo vorr, te lo
far sapere. Lui sorrise, lei rispose al sorriso un altro incontro attra-
verso le luci della ribalta e lo sguardo di lui la lasci libera e lei and
alla toilette delle signore, infuriandosi allo specchio con il proprio viso
mentre si sforzava di arrivare a una conclusione. Non mi stupisce che
abbia quei dannati fori di pallottola, pens. Devono averglieli fatti le
donne.
Avevano mangiato, avevano parlato con la seriet di due estranei e lui
aveva pagato il conto tirando fuori un portafogli di coccodrillo che do-
veva essere costato met del debito nazionale del suo paese. Mi metti
nel tuo conto spese, Jose? domand, vedendolo piegare e intascare la
ricevuta. La domanda rimase senza risposta, perch d'un tratto, grazie a
Dio, il suo ben noto genio organizzativo aveva assunto il controllo della
situazione e il tempo a loro disposizione era spaventosamente poco. Ti

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prego, cerca di rintracciare una vecchia Opel verde con i parafanghi am-
maccati e un autista di dieci anni le disse mentre la invitava ad affrettar-
si in un angusto corridoio di cucina, portando lui il suo bagaglio. Agli
ordini disse Charlie. L'auto era in attesa davanti all'ingresso laterale,
con i suoi parafanghi ammaccati come lui aveva promesso. L'autista
prese il bagaglio e lo sistem rapidamente nel bagagliaio. Era lentiggino-
so e biondo e d'aspetto sano, con un gran sorriso e s, in effetti, dimo-
strava se non proprio dieci, quindici anni al massimo. La notte afosa sta-
va rovesciando la sua consueta pioggerellina. Charlie, ti presento Dimi-
tri disse Joseph, aprendo per lei la portiera posteriore. Stasera sua ma-
dre gli ha dato il permesso di restare alzato sino a tardi. Dimitri, per fa-
vore, portaci nel secondo tra i pi bei posti del mondo. Era intanto sci-
volato accanto a lei. L'auto part immediatamente e con essa il suo face-
to monologo da guida turistica. Ecco, Charlie, abbiamo qui il centro
della moderna democrazia greca, piazza della Costituzione; ti prego di
notare i molti democratici che si godono la libert nei ristoranti all'aper -
to. E qui sulla sinistra, abbiamo l'Olympieion e la porta di Adriano.
Devo tuttavia avvertirti, prima che tu ti metta in testa strane idee, che
non lo stesso Adriano che ha costruito il vostro famoso vallo. Quello
di Atene molto pi fantasioso, non trovi? Direi pi artistico. Oh,
molto disse lei. Svegliati, si disse rabbiosamente. Esci da questo stato.
E' un viaggio gratis, un uomo favoloso, l'Antica Grecia, lo chiamano
divertimento. Stavano rallentando. Lei scorse dei ruderi sulla destra, ma
gli alti cespugli li nascosero nuovamente. Arrivarono a una rotonda,
s'arrampicarono lentamente su una collina lastricata, si fermarono. Bal-
zando fuori, Joseph le apr la portiera, le prese una mano e la condusse
rapidamente, con gesti quasi da congiurato, a una stretta scala di pietra
fiancheggiata da alberi. Dobbiamo parlare sottovoce, e nel gergo pi
incomprensibile l'avvert in un sussurro da palcoscenico, e lei rispose
qualcosa d'altrettanto irrilevante. La sua stretta era come una scarica
elettrica. Le dita di Charlie sembravano bruciare al suo contatto. Stava-
no percorrendo un sentiero nel bosco, ora lastricato, ora di terra battu-
ta, ma senza mai smettere d'arrampicarsi. La luna era sparita e il buio
era fitto, ma Joseph avanzava rapido e sicuro, come in pieno giorno.
Una volta attraversarono una scala di pietra, un'altra un sentiero molto
pi largo, ma lui non era tipo da scegliere la via pi comoda. Si apr un
varco tra gli alberi e Charlie vide sulla destra le luci della citt, gi molto
pi in basso. Sulla sinistra, ancora in alto, una sorta di picco si ergeva

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nero nel cielo arancione. Sent alle spalle un rumore di passi e di risate,
ma erano solo due ragazzi che scherzavano tra loro. Ti dispiace cammi-
nare? domand lui senza rallentare. Enormemente rispose lei. Pausa
di Joseph. Vuoi che ti porti in braccio? S. Sfortunatamente mi
sono stirato un muscolo della schiena. Ho capito disse lei stringendo-
gli ancor pi forte la mano. Guard di nuovo a destra e scorse quelle
che le parvero le rovine di una vecchia fabbrica inglese, file di finestre
ad arco le une sulle altre, e dietro la citt illuminata. Sbirci a sinistra e il
picco era diventato il nero profilo rettangolare di un edificio, a un'estre-
mit del quale sporgeva quello che poteva essere stato un comignolo.
Poi si ritrovarono in mezzo agli alberi, con il frastuono assordante delle
cicale e un odor di pini talmente forte da bruciare gli occhi. E' una ten-
da sussurr lei, costringendolo per un attimo a fermarsi. Giusto? Ses-
so sul Colle Sud. Come hai fatto a indovinare i miei desideri segreti?
Lui per aveva ricominciato a camminare a lunghi passi. Charlie ansima-
va, ma era anche capace di andare avanti tutta la giornata quando ne
aveva voglia, e allora questo suo ansimare doveva avere qualche altra
spiegazione. Nel frattempo erano arrivati su un largo sentiero. Davanti a
loro, due figure grigie in divisa montavano la guardia a una piccola ba-
racca di pietra, sopra la quale ardeva una lampadina racchiusa in una
gabbia di fil di ferro. Joseph si accost a loro e lei ud il mormorio di ri-
sposta con cui lo salutavano. La baracca stava tra due cancelli di ferro.
Dietro uno di essi c'era ancora la citt, ora un bagliore lontano di luci in
movimento; mentre dietro l'altro c'era buio pesto, ed era in questo buio
che stavano per essere ammessi, perch ud il rumore delle chiavi e il ci-
golare del ferro mentre il cancello ruotava lentamente sui cardini. Per
un attimo, si lasci prendere dal panico. Cosa ci faccio qui? Dove sono?
Scappa, stupida, scappa. Gli uomini erano funzionari o poliziotti e, ve-
dendoli cos docili, lei sospett che Joseph li avesse corrotti. Guardava-
no tutti i loro orologi e, quando lui alz il polso, lei vide il luccichio del-
la sua vistosa camicia color crema e dei suoi gemelli. Ora Joseph le stava
facendo segno di venire avanti. Lei si volt e vide due ragazze sul sen-
tiero pi in basso. Ora lui la stava chiamando. Si avvi verso il cancello
aperto. Sent i poliziotti che la spogliavano con gli occhi, e le venne in
mente che Joseph non l'aveva mai guardata in quel modo; non le aveva
ancora dato questa prova brutale del suo desiderio. Nella sua incertezza,
si augurava che lo facesse al pi presto. Il cancello si chiuse alle sue spal-
le. C'erano gradini e, dopo i gradini, un sentiero di roccia sdrucciolevo-

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le. Sent che l'avvertiva di stare attenta. Lei lo avrebbe volentieri abbrac-
ciato, ma lui la fece passare davanti a s dicendo che non voleva nascon-
derle il panorama con il proprio corpo. Allora un panorama, pens
Charlie. Il secondo tra i pi bei panorami del mondo. La roccia doveva
essere marmo, perch luccicava anche al buio e le sue suole di cuoio sci-
volavano pericolosamente. Una volta rischi di cadere, ma le mani di lui
l'afferrarono con una rapidit e una forza tali che in confronto Al sem-
brava un deboluccio. Una volta le strinse un braccio, finendo col preme-
re le nocche contro il suo seno. Tocca, gli disse disperatamente con la
sua mente. E' mio, il primo dei due; quello sinistro, leggermente pi
erogeno del destro, ma che importa? Il sentiero procedeva a zig-zag, l'o-
scurit si diradava e trasmetteva una sensazione di calore, come se aves-
se conservato il sole della giornata. Sotto, attraverso gli alberi, la citt si
allontanava come un pianeta appena abbandonato; sopra, scorgeva sol-
tanto una frastagliata oscurit di torri e di impalcature. Il ronzio del traf-
fico cess, lasciando la notte alle cicale. E adesso cammina adagio, ti
prego. Charlie cap dal suo tono che la loro meta, qualunque essa fosse,
era ormai vicina. Il sentiero continu ancora a zig-zag; poi arrivarono a
una scala di legno. Scalini, un tratto piano e ancora scalini. Ora Joseph
camminava in punta di piedi e lei ne segu l'esempio, e ancora una volta
questo procedere furtivi valse a unirli. Superarono affiancati un enorme
portone, le cui dimensioni la indussero ad alzar la testa. E, nel far que-
sto, vide una mezzaluna rossa scivolar gi tra le stelle e prender posto
tra le colonne del Partenone. Dio sussurr Charlie. Si sent frastornata
e, per un attimo, totalmente sola. Prosegu lentamente, come una che si
diriga verso un miraggio, aspettandosi da un momento all'altro che si di-
leguasse, ma non accadde. Lo costeggi per tutta la sua lunghezza, cer-
cando un posto da cui salire a bordo, ma davanti alla prima scala un lin-
do cartello diceva: VIETATO salire. Improvvisamente, senza una ragio-
ne precisa, si mise a correre. Correva velocissima tra i macigni, dirigen-
dosi verso il buio margine di questa citt spettrale e rendendosi appena
conto che Joseph, con la sua camicia di seta, stava trotterellando al suo
fianco senza fatica. Rideva e parlava nello stesso tempo; diceva quelle
cose che, a quanto le avevano raccontato, aveva l'abitudine di dire a let-
to, tutto ci che le veniva in mente. Aveva la sensazione di poter sfuggi-
re al proprio corpo e correre sino in cielo senza cadere. Rallent sino a
mettersi al passo e arriv al parapetto e vi si butt addosso, contem-
plando in basso l'isola illuminata, cinta dai neri oceani della pianura atti-

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ca. Poi si volt e vide lui che la guardava a pochi passi di distanza. Gra-
zie gli disse. Gli and vicino, gli prese la testa tra le mani e lo baci sul -
la bocca, un bacio di cinque anni, prima senza la lingua, poi con, pie-
gandogli la testa ora da una parte e ora dall'altra e scrutando il suo viso
di tanto in tanto come per misurare gli effetti del proprio lavoro, e sta-
volta rimasero uniti quanto bastava per renderla certa di una cosa: in-
dubbiamente s, funziona. Grazie, Jose ripet, e lo sent tirarsi indietro.
La sua testa si sottrasse alla stretta, le sue mani le dischiusero le braccia
e gliele riportarono lungo i fianchi. Sorprendentemente, non le aveva la-
sciato nulla. Disorientata e quasi in collera, guard il suo viso immoto
da sentinella, illuminato dalla luna. Nella sua esperienza, pensava di
averne visto di tutti i tipi. Le checche dissimulate che bluffavano finch
non scoppiavano in lacrime. I vergini troppo anziani ossessionati da
nubi immaginarie d'impotenza. Gli aspiranti dongiovanni e gli stalloni
leggendari che all'ultimo momento si tiravano indietro in un accesso di
timidezza
o di coscienza. E di regola, aveva saputo essere sinceramente tenera
quanto bastava per diventare madre o sorella o qualsiasi altra cosa e per
stabilire un legame con ognuno di loro. In Joseph per, fissandolo nelle
cavit in ombra degli occhi, sentiva una riluttanza che non aveva mai in-
contrato. Non si poteva dire che mancasse di desiderio o di capacit.
Era troppo esperta per fraintendere la tensione e la sicurezza del suo
abbraccio. Sembrava piuttosto che il suo obiettivo andasse di l da lei e
che, tirandosi indietro, stesse cercando di dirglielo. Devo ringraziarti di
nuovo? gli domand. Ancora per un attimo, lui rimase a guardarla in si-
lenzio. Poi alz il polso e guard il suo orologio d'oro al chiaro di luna.
Credo che, dato che abbiamo poco tempo, mi convenga mostrarti
qualche tempio. Mi permetti di annoiarti? Nello iato straordinario che
si era creato tra loro, lui contava su di lei per rispettare il proprio voto
d'astinenza. Jose, io voglio sapere tutto dichiar Charlie, infilando un
braccio nel suo e trascinandoselo via come un trofeo. Chi li ha costrui-
ti, quanto sono costati, chi ci veneravano e se funzionavano. Puoi anno-
iarmi finch vita non ci separi. Non le era mai venuto in mente che lui
potesse ignorare le risposte, e aveva ragione. Lui spiegava e lei ascoltava;
la condusse tranquillamente da un tempio all'altro e lei lo segu, sempre
sottobraccio, pensando: sar tua sorella, la tua allieva, quello che tu vor-
rai. Ti sosterr e dir che sei solo tu, ti far riposare e dir che sono
solo io, ti canceller dalle labbra quel sorriso, anche a costo di morire.

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No, Charlie disse lui con gravit. I Propilei non erano di, ma l'in-
gresso a un santuario. La parola deriva da propylon, e i greci ricorreva-
no al plurale per dare maggior prestigio ai luoghi sacri. Hai studiato
queste cose apposta per noi, Jose? Ma certo. Solo per te. Perch no?
Io potrei farlo. Ho un cervello come una spugna, io. Resteresti sbalor-
dito. Un'occhiata ai libri e diventerei subito un'esperta. Joseph si fer -
m, e lei con lui. Allora ripetimi tutto quanto disse. Sulle prime Char-
lie non lo prese sul serio, sospett che volesse prenderla in giro. Poi, af-
ferrandolo per un braccio, gli fece fare dietro-front e lo obblig a riper-
correre tutto il loro itinerario, ripetendogli ogni cosa che lui le aveva
detto. Va bene? Erano di nuovo alla fine. Me lo merito il secondo
premio? Aspett un altro dei suoi famosi tre minuti di preavviso. Non
il santuario di Agrippa, il monumento. Ma, a parte questo picco-
lo sbaglio, direi che la parte l'hai imparata a meraviglia. Congratulazio-
ni. Nello stesso momento, da molto pi sotto, Charlie ud il clacson di
un'auto, tre colpi ben distanziati, e comprese subito che quel suono era
indirizzato a lui, perch lo vide alzare la testa e riflettere, come un ani-
male che fiuta il vento, prima di guardare ancora una volta l'orologio. La
carrozza si era trasformata in una zucca, pens lei; ora che i bravi
bambini vadano a letto e si raccontino che cosa diavolo stanno facendo.
Stavano gi scendendo la collina, quando Joseph si ferm a contempla-
re il malinconico Teatro di Dioniso, una scodella vuota illuminata sol-
tanto dalla luna e da riflessi occasionali di luci lontane. E' un'ultima oc-
chiata, pens lei sconcertata, guardando la sua immobile sagoma nera
stagliata nelle luci della citt. Ho letto da qualche parte che un vero
dramma non pu mai essere una dichiarazione personale osserv Jose-
ph. I romanzi e le poesie, s. Ma non il dramma. Il dramma deve essere
applicabile alla realt. Deve essere utile. Sei d'accordo? All'Istituto
femminile di Burton-on-Trent? replic lei ridendo. Quando si recita
Elena di Troia il sabato pomeriggio per le collegiali? Sto parlando sul
serio. Tu cosa ne pensi? Del teatro? Di come usarlo. La sua seriet
la sconcertava. Troppe cose dipendevano da ci che lei avrebbe rispo-
sto. Be', sono d'accordo disse imbarazzata. Il teatro dovrebbe essere
utile. Dovrebbe portare la gente a partecipare e a sentire. Dovrebbe
ecco, renderla consapevole. E quindi essere reale? Ne sei sicura? Si-
curo che ne sono sicura. Be', allora disse Joseph, come se stando cos
le cose lei non potesse pi prendersela con lui. Be', allora echeggi al-
legramente Charlie. Siamo matti, decise. Dei pazzi furiosi, da manico-

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mio, tutti e due. Il poliziotto li salut mentre tornavano sulla terra.


Sulle prime pens che lui intendesse farle un brutto scherzo. Tranne
la Mercedes, la strada era deserta e la Mercedes era totalmente isolata.
Su una panchina non lontana una coppia si stava sbaciucchiando; ma
per il resto non c'era nessuno. La macchina era scura ma non nera. Era
parcheggiata vicino alla scarpata erbosa e non si vedeva la targa anterio-
re. Lei aveva una passione per le Mercedes da quando aveva cominciato
a guidare, e dalla sua solidit, nonch dalle finiture e dalle antenne, cap
che questa doveva essere il giocattolo speciale di qualcuno, con tutti gli
accessori. Lui le aveva preso un braccio e fu solo quando arrivarono
quasi alla portiera di sinistra che Charlie si rese conto che intendeva
aprirla. Lo vide infilare una chiave nella toppa, e immediatamente si al-
zarono i pulsanti di tutte quattro le serrature, e un attimo dopo lui la
stava accompagnando alla portiera di destra mentre lei gli chiedeva cosa
diavolo stesse accadendo. Non ti piace? domand lui con un'aerea le-
vit che suscit immediatamente i suoi sospetti. Devo ordinarne una
diversa? Credevo che tu avessi un debole per le belle macchine. Vuoi
dire che l'hai noleggiata? Non esattamente. Ci stata prestata per il
nostro viaggio. Le stava tenendo la portiera aperta. Ma lei non sal.
Prestata da chi? Da un amico. Si chiama? Non essere ridicola,
Charlie. Herbert, Karl. Che differenza fa un nome? Preferiresti la sco-
modit egualitaria di una Fiat greca? Dov' il mio bagaglio? Nel ba-
gagliaio. Ce lo ha messo Dimitri, su mio ordine. Vuoi dare un'occhiata
per rassicurarti? Io qui non ci salgo; una pazzia. Tuttavia ci sal e in
un batter d'occhio lui le si sedette accanto e avvi il motore. Indossava
guanti da automobilista. Guanti di pelle nera col dorso traforato. Dove-
va averli tenuti in tasca ed esserseli messi mentre saliva. Per contrasto
l'oro che gli cingeva i polsi acquistava un particolare splendore. Guidava
svelto e bene. Nemmeno questo le piacque non era cos che si porta-
vano le auto degli amici. La portiera dalla sua parte era chiusa. Le aveva
richiuse tutte lui con il suo interruttore centrale. Aveva anche acceso la
radio che stava trasmettendo lagnose musiche greche. Come si apre
questo finestrino di merda? domand lei. Lui premette un pulsante e
lei si sent lambire dal tiepido vento della notte, odoroso di resina. Ma il
finestrino era stato aperto solo di cinque centimetri. Lo facciamo spes-
so questo? domand Charlie ad alta voce. E' una delle nostre piccole
manie? Quella di portare delle signore a destinazioni ignote a una velo-
cit due volte superiore a quella del suono? Nessuna risposta. Lui guar-

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dava fisso davanti a s. Chi ? Oh, cara la mia anima come avrebbe
detto sua madre chi ? L'auto si riemp di luce. Lei si volt e vide dal
finestrino posteriore un paio di fari, un centinaio di metri pi indietro,
che non guadagnavano terreno n lo perdevano. Sono i nostri o i
loro? domand. Poi, mentre si stava riassestando, si rese conto di ci
che aveva attratto il suo sguardo. Un blazer rosso, posato sul sedile po-
steriore, con i bottoni d'ottone come quelli di Nottingham e di York; e,
ci avrebbe scommesso, un'aria d'anni Venti nel taglio. Gli chiese una si-
garetta. Perch non guardi nello scomparto? disse lui senza voltarsi.
Lei lo apr e vi trov un pacchetto di Marlboro. Accanto c'erano anche
una sciarpa di seta e un paio di costosi occhiali da sole Polaroid. Tir
fuori la sciarpa e l'annus; sapeva di acqua di colonia per uomini. Con la
mano inguantata, Joseph le pass l'accendino incandescente del cruscot-
to. Il tuo amico deve essere un tipo elegante. S, certo. Ma perch me
lo chiedi? E' suo quel blazer rosso sul sedile posteriore, o tuo? Le
scocc una rapida occhiata come se la domanda lo avesse colpito, poi
torn a concentrarsi sulla strada. Diciamo che suo, ma che me lo
sono fatto prestare rispose con calma, aumentando la velocit. Ti sei
fatto prestare anche gli occhiali da sole? Non potevi certo farne a meno
dovendo startene seduto cos vicino alla ribalta. C' mancato poco che
entrassi a far parte del cast. Tu ti chiami Richthoven, vero? Vero. E
il tuo nome di battesimo Peter, ma tu preferisci Joseph. Vivi a Vienna,
traffichi un po', studi un po'. Fece una pausa, ma lui non disse nulla.
In una casella insistette lei. Numero settecentosessantadue, posta
centrale. Vero? Lo vide annuire leggermente come a complimentarsi
per la sua memoria. L'ago del tachimetro era salito a 130. Nazionalit
non dichiarata, un ibrido molto sensibile continu con disinvoltura.
Hai tre figli piccoli e due mogli. Tutti in una casella. N mogli, n
bambini. Mai? O nessuno che esista nel momento in cui parliamo?
Nessuno che esista. Non credere che m'importi, Jose. Anzi mi fareb-
be piacere, davvero. Qualunque cosa pur di poter definirti. Qualunque
cosa. Noi ragazze siamo cos curiose. Si rese conto che teneva ancora
in mano la sciarpa. La gett nello scomparto che richiuse con un tonfo.
La strada era diritta, ma strettissima, l'ago aveva raggiunto i 140 e lei
sentiva il panico che le montava dentro e lottava con la sua calma artifi-
ciale. Ti dispiacerebbe darmi qualche buona notizia? Qualcosa che pos-
sa mettere una persona a suo agio? La buona notizia che ti ho men-
tito il meno possibile e che tra poco capirai le molte buone ragioni per

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cui tu sei con noi. Noi chi? domand lei aspramente. Sino a quel mo-
mento lui era stato un solitario. Il cambiamento non le piacque. Si stava-
no dirigendo verso una strada principale, ma senza rallentare. Vide i fari
di due auto che scendevano verso di loro e trattenne il fiato mentre lui
premeva contemporaneamente il pedale del freno e quello della frizione
infilando di traverso la Mercedes davanti ad esse, a velocit sufficiente
perch l'auto che li seguiva potesse compiere la stessa manovra. Non si
tratta di armi, vero? domand, pensando improvvisamente alle sue ci-
catrici. Non stiamo facendo una nostra guerricciola privata, vero? E'
che io non sopporto le esplosioni. Ho i timpani delicati. La sua stessa
voce, con questa forzata baldanza, le stava diventando estranea. No,
Charlie, noi non facciamo contrabbando d'armi. No, Charlie, noi non
facciamo contrabbando d'armi. Facciamo la tratta delle bianche,
allora? No, neanche la tratta delle bianche. Charlie ripet anche que-
sta battuta. Cos non resta che la droga, eh? Perch tu in qualcosa traf-
fichi, no? Solo che le droghe, per essere sincera, non sono la mia specia-
lit. Al ogni tanto mi fa portare il suo hascisc quando dobbiamo passare
la dogana e io poi sto da cane per un po' di giorni, una pura questione
di nervi. Nessuna risposta. E' qualcosa di pi elevato? Di pi nobile?
Su un piano completamente diverso? Allung una mano e spense la ra-
dio. Che ne diresti di fermare la macchina, adesso? Non hai bisogno di
portarmi da qualche parte. Puoi tornare a Mykonos anche domani, se
vuoi, a raccattare la mia sostituta. E lasciarti in questo posto fuori del
mondo? Non essere assurda! Fallo subito! url lei. Ferma questa fot-
tuta macchina! Avevano superato una serie di semafori e girato a sini-
stra con una tale violenza che la sua cintura di sicurezza si strinse to-
gliendole il fiato. Allung un braccio verso il volante, ma le mani di Jo-
seph vi arrivarono molto prima di lei. Poi volt di nuovo a sinistra, su-
perando un cancello bianco e infilando un vialetto privato fiancheggiato
da azalee e da ibischi. Nel vialetto c'era una curva che imboccarono a
gran velocit, fermandosi poi di botto su un terreno ghiaioso circonda-
to da pietre dipinte di bianco. La seconda auto si stava fermando dietro
di loro, e bloccava in tal modo l'uscita. Charlie ud dei passi sulla ghiaia.
La casa era una vecchia villa coperta di fiori rossi. Alla luce dei fari, i
fiori parevano macchie di sangue fresco. Nel portico era accesa una fio-
ca lampadina. Joseph spense il motore e si mise in tasca la chiavetta del-
l'accensione. Sporgendosi davanti a lei, le apr la portiera con una spinta,
dandole accesso al rancido profumo delle ortensie e allo strepito ormai

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familiare delle cicale. Poi scese, ma Charlie rimase in macchina. Non c'e-
ra brezza, n altre sensazioni d'aria fresca, e nemmeno suoni, tranne il
sommesso scalpiccio di agili giovani che si andavano radunando intorno
all'auto. Dimitri, l'autista decenne con il gran sorriso, Raoul, l'hippy con
i capelli di stoppa che girava in taxi e aveva un ricco pap svedese. Due
ragazze in jeans e giubbotto, le stesse che li avevano seguiti sull'Acropoli
e adesso che poteva vederle meglio le stesse che aveva visto un paio
di volte bighellonare per Mykonos mentre andava a guardare le vetrine.
Nell'udire il tonfo prodotto da qualcuno che stava scaricando i bagagli
dal bagagliaio, balz furiosamente dalla macchina. La mia chitarra!
url. Lasciatela stare, brutti Ma Raoul la teneva gi sottobraccio e la
sua borsa a tracolla era in mano a Dimitri. Stava per scattare per ripren-
dersela, quando ognuna delle due ragazze le prese un polso e un gomi-
to, e la condussero senza fatica verso il portico. Dov' quel bastardo di
Joseph? strill. Ma quel bastardo di Joseph, compiuta la sua missione,
era gi a met della scalinata e si guardava bene dal voltarsi, avendo l'aria
di uno che appena scampato a un incidente. Passando davanti all'auto,
Charlie vide, alla luce del portico, cosa c'era scritto sulla targa posterio-
re. Non era una macchina immatricolata in Grecia. La targa era in ara-
bo, con ghirigori di stile hollywoodiano intorno al numero e un Cd in
plastica, che stava per Corpo diplomatico, appiccicato al coperchio del
bagagliaio, appena a sinistra del simbolo della Mercedes.

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Le due ragazze l'avevano accompagnata al gabinetto e le erano rima-
ste accanto, senza il minimo imbarazzo, mentre lei se ne serviva. Una
era bionda e l'altra bruna, ambedue trasandate e ambedue con l'ordine
di esser gentili con la nuova arrivata. Portavano scarpe con la suola di
gomma e la camicia fuori dei jeans; l'avevano due volte domata senza il
minimo sforzo, quando lei gli si era avventata contro, e alle sue maledi-
zioni avevano risposto sorridendo con la dolcezza distaccata dei sordi.
Io sono Rachel confid ansante la bruna, durante una breve tregua.
E questa Rose. Rachel Rose, capito? Siamo le due R. Rachel era
la bella. Aveva l'accento birichino dell'Inghilterra del nord, e due occhi

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vispi ed era stato il suo sedere a fermare Yanuka al confine. Rose era
alta e asciutta, con biondi capelli ricci e la snellezza di un'atleta, ma
quando apriva le mani, le sue palme parevano due scuri sui polsi sottili.
Andr tutto bene, Charlie, sta' tranquilla la rassicur Rose con un ac-
cento che poteva anche essere sudafricano. Andava gi benissimo pri-
ma disse Charlie, tentando un altro inutile assalto. Dal gabinetto, la
condussero in una camera da letto al pianterreno e le diedero un petti-
ne, una spazzola e un bicchiere di t, senza latte, e lei si sedette sul letto
a sorseggiarlo e a bestemmiare in un tremulo furore, sforzandosi nel
contempo di respirare nel modo giusto. Sequestrata attrice al verde
borbott. Qual il riscatto, ragazze? Il mio conto in rosso? Ma loro
reagirono con un sorriso ancor pi affettuoso, incombendole addosso,
l'una da una parte e l'una dall'altra, con le braccia rilassate e aspettando
di scortarla sino alla scala principale. Arrivata sul primo pianerottolo, lei
riprese a menar colpi, stavolta col pugno chiuso, in un gran gesto furi-
bondo del braccio, ma forn per trovarsi delicatamente distesa sulla
schiena a guardare la volta di vetro colorato sopra la tromba delle scale,
che coglieva il chiaro di luna come un prisma e lo frangeva in un mosai-
co rosa e oro chiaro. Volevo solo romperti il naso spieg a Rachel, e la
risposta di Rachel fu uno sguardo di radiosa comprensione. La casa era
decrepita e odorava di gatti e di quella stronza di sua madre. Era stipata
di brutti mobili greci stile Impero e vi erano appese sbiadite tende di
velluto e lampadari d'ottone. Ma anche se fosse stata linda come un
ospedale svizzero o inclinata come il ponte di una nave, avrebbe espres-
so soltanto un tipo diverso di pazzia, n migliore n peggiore. Sul se-
condo pianerottolo un portavasi rotto le ricord di nuovo sua madre: si
rivide bambina seduta accanto a lei, con indosso una tuta di velluto a
coste, a sgranar piselli in una serra sotto le araucarie. Eppure non riusci-
va a ricordare, n allora n dopo, una casa che avesse anche una serra, a
meno che non fosse stata la prima che avevano avuto, a Branksome, vi-
cino a Bournemouth, quando lei aveva tre anni. Arrivarono a una dop-
pia porta, che Rachel apr con una spinta prima di farsi da parte, e agli
occhi di Charlie apparve una grande stanza cavernosa. Al centro, due fi-
gure erano sedute a un tavolo, una grossa e larga, l'altra curva e molto
magra, vestite entrambe di nebbiosi grigi e marroni, e, a quella distanza,
parevano fantasmi. Vide che sul tavolo erano sparpagliate delle carte,
cui una lampadina penzolante dal centro del soffitto dava una rilevanza
sproporzionata, e gi da l le sembravano ritagli stampa. Rose e Rachel si

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erano ritirate come se fossero state indegne. Rachel le aveva dato un


colpetto sulle natiche e aveva detto: E adesso continua tu e Charlie si
era trovata a fare gli ultimi sei metri da sola, sentendosi un brutto topo-
lino meccanico, caricato e costretto a correre per proprio conto. Mi fac-
cio venire un attacco, pens. Mi porto le mani al ventre, simulando do-
lori all'appendice. Urlo. Il suo ingresso fu per i due uomini un segnale
che li indusse a balzare contemporaneamente in piedi. Il magro rimase
accanto al tavolo, ma il grosso avanz deciso verso di lei con la mano
aperta a tenaglia come un granchio per agguantare la sua e stringerla
prima che Charlie potesse impedirglielo. Charlie, siamo felici di averla
qui sana e salva con noi! esclam Kurtz con un'ondata improvvisa di
congratulazioni, come se lei avesse sfidato incendi e inondazioni pur di
arrivare l. Charlie, il mio nome la mano di Charlie era ancora nella
sua stretta poderosa e l'intimo contatto tra le due pelli era l'opposto di
tutto ci che lei si era aspettata il mio nome, in mancanza di meglio,
Marty, e quando Dio fin di fabbricare me, gli erano avanzati un paio
di pezzi, con i quali, come per un ripensamento, mise assieme il nostro
amico Mike, e quindi la prego di dire salve a Mike. E quello il signor
Richthoven, per usare l'etichetta che si messa o Joseph come lo chia-
ma lei anzi credo sia stata lei in pratica a dargli questo nome, vero?
Joseph era entrato senza che lei se ne fosse accorta. Guardandosi intor-
no, lo vide intento a sistemare delle carte su un tavolinetto pieghevole,
lontano dagli altri. Sul tavolinetto c'era una lampada da scrittoio, il cui
bagliore da candela gli sfiorava il viso ogni volta che lui si chinava. Mi
piacerebbe dargliene uno adesso a quel bastardo disse. Pens di attac-
carlo come aveva fatto con Rachel, tre passi rapidi e una bella sberla pri-
ma che riuscissero a fermarla, ma sapeva che non ce l'avrebbe mai fatta
e s'accontent quindi di un profluvio di oscenit, che Joseph ascolt
con l'aria di chi ricorda solo vagamente. Si era messo un pullover mar-
rone leggero; la camicia di seta da direttore d'orchestrina e i gemelli d'o-
ro grandi come tappi di bottiglia erano scomparsi, in apparenza per
sempre. Il mio consiglio che tu lasci in sospeso il tuo giudizio e il tuo
linguaggio osceno finch non avrai ascoltato ci che quei due uomini
hanno da dirti disse senza alzare il capo e senza smettere di sistemare
le sue carte. Sono brave persone. Migliori, direi, di quelle a cui sei abi-
tuata. Hai molto da imparare e, con un po' di fortuna, avrai anche molto
da fare. Risparmia dunque le tue energie le consigli con l'aria di ricor-
dare distrattamente qualcosa a se stesso. E riprese a occuparsi dei suoi

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documenti. A lui non importa niente, pens Charlie amareggiata. Ha


scaricato il suo fardello e il fardello ero io. I due uomini accanto al tavo-
lo erano ancora in piedi, aspettando che lei si sedesse, e questa era chia-
ramente una follia. Era una follia trattare cortesemente una ragazza che
si appena rapito, era una follia farle una conferenza sulla bont, era
una follia sedersi a colloquio con i propri rapitori dopo aver bevuto una
buona tazza di t ed essersi rifatta il trucco. Comunque si sedette e lo
stesso fecero Kurtz e Litvak. Chi fa carte? sbott lei cercando di fare
la spiritosa, mentre con le nocche si asciugava una lacrima solitaria. Ave-
va visto sul pavimento una logora borsa marrone, aperta ma non era
riuscita a vedere cosa contenesse. E le carte sulla scrivania erano effetti-
vamente ritagli stampa e, bench Mike li stesse gi rimettendo in una
cartelletta, non le fu certo difficile accorgersi che riguardavano lei e la
sua carriera. Avete preso la ragazza giusta? Ne siete sicuri? disse con
decisione. Si era rivolta a Litvak, immaginando erroneamente che fosse
il pi suggestionabile a causa della sua magrezza. Ma la persona a cui si
indirizzava era irrilevante, fin quando lei riusciva a rimanere a galla. Ma
se state cercando i tre uomini mascherati che hanno rapinato la banca
della Cinquantaduesima Strada, sono andati dalla parte opposta. Io ero
la spettatrice innocente che ha partorito prima del tempo. Charlie, noi
abbiamo sicuramente preso la ragazza giusta! esclam Kurtz con sod-
disfazione, alzando contemporaneamente dal tavolo le sue braccia mas-
sicce. Diede un'occhiata a Litvak e un'altra, attraverso la stanza, a Jose-
ph, uno sguardo benevolo ma duro e calcolato, e un attimo dopo attac-
c, parlando con quel vigore animale che aveva sopraffatto Quilley e
Alexis e tanti altri poco promettenti collaboratori durante la sua straor-
dinaria carriera: gli stessi pastosi accenti euro-americani, gli stessi gesti
incisivi dell'avambraccio. Ma Charlie era un'attrice e i suoi istinti profes-
sionali non erano mai stati cos all'erta. N il torrente verbale di Kurtz,
n il proprio disorientamento per la violenza che le era stata fatta attuti-
vano le sue molteplici percezioni di quanto stava accadendo in quella
stanza. Siamo su un palcoscenico, pens; una questione di noi e di
loro. Mentre le giovani sentinelle si disperdevano tutt'intorno nella pe-
nombra, le sembrava quasi di udire il sommesso scalpiccio dei ritardata-
ri alla ricerca dei loro posti oltre il sipario. La scena, adesso che aveva
modo di vederla bene, pareva la camera da letto di un tiranno deposto e
i suoi rapitori i combattenti della libert che lo avevano estromesso.
Dietro l'ampia fronte di Kurtz che le sedeva davanti, individu l'orma

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polverosa della scomparsa testata di un letto impressa sullo sgretolato


intonaco. Dietro il magrissimo Litvak era invece appeso uno specchio
ornato di volute dorate, strategicamente disposto per il piacere di aman-
ti scomparsi. Il nudo plancito forniva un'eco da palcoscenico; la luce
dall'alto accentuava i lineamenti incavati dei due uomini e il grigiore dei
loro costumi da guerriglieri. Al posto del suo lucente abito stile Madi-
son Avenue anche se Charlie non disponeva di questa pietra di para-
gone Kurtz indossava ora una giubba informe, con scure macchie di
sudore alle ascelle e una fila di penne grigie come il bronzo nel taschino;
mentre Litvak, l'intellettuale del Partito, sfoggiava una camicia cachi con
le maniche corte, da cui spuntavano come ramoscelli rigati le sue brac-
cia bianche. Le bast tuttavia un'occhiata per rendersi conto che quei
due uomini appartenevano alla medesima specie di Joseph. Sono stati
addestrati nello
stesso modo, pens; hanno le stesse idee e le stesse abitudini. L'oro-
logio di Kurtz era posato davanti a lui sulla tavola. Le ricord la borrac-
cia d'acqua di Joseph. Due porte-finestre chiuse davano sulla facciata
della casa. Altre due sul retro. Le doppie porte laterali erano state chiu-
se, e ammesso che le fosse venuto in mente di tentar la fuga da quella
parte, sapeva ormai che non sarebbe stato possibile, perch le sentinelle
avevano un bel simulare un distratto languore: Charlie aveva gi ricono-
sciuto in loro a ragione la prontezza dei professionisti. Oltre le sen-
tinelle, negli angoli pi remoti della scena, luccicavano quattro spirali
antizanzare, simili a micce a fuoco lento, che emanavano un odore mu-
schioso. E dietro di lei c'era la lampada da tavolo di Joseph nonostan-
te tutto, o forse proprio per questo, la sola luce che le desse conforto.
Colse tutto questo quasi prima che la pastosa voce di Kurtz comin-
ciasse a riempire la stanza con le sue frasi tortuosamente irresistibili. Se
Charlie non avesse gi sospettato che l'attendeva una lunga notte, quella
voce implacabile e martellante glielo stava dicendo adesso. Charlie, noi
ora vogliamo spiegare chi siamo, vogliamo presentarci e, bench nessu-
no qui abbia l'abitudine di chiedere scusa, vogliamo anche dirle che ci
dispiace. C'erano per certe cose che bisognava fare. Le abbiamo fatte
ed eccoci qui. Spiacenti, la salutiamo e le diamo di nuovo il benvenuto.
Salve! Dopo una pausa sufficiente a permetterle un'altra scarica d'im-
properi, sfoggi un ampio sorriso e continu: Charlie, sono sicuro che
sono molte le domande che le piacerebbe farci, e col tempo le daremo
certamente tutte le risposte, per quanto ci sar possibile. Nel frattempo

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cerchiamo almeno di fornirle qualche elemento fondamentale. Lei vuol


sapere chi siamo. Non faceva pi pause, perch non gli interessava tan-
to studiare gli effetti delle sue parole quanto usarle per assicurarsi garba-
tamente il controllo della situazione e di lei. Per prima cosa, Charlie,
noi siamo, come ha detto Joseph, persone per bene, brava gente. In
questo senso lei potrebbe ragionevolmente definirci, come tutte le brave
persone per bene di questo mondo, non settari, non allineati e profon-
damente preoccupati, quanto lei, per le molte strade sbagliate che il
mondo sta imboccando. Aggiungo che siamo anche cittadini israeliani.
Confido che non le far venire subito la bava alla bocca, che non vomi-
ter e che non si butter dalla finestra, a meno che, ovviamente, non sia
sua convinzione personale che Israele debba essere buttata a mare, di-
strutta col napalm o consegnata in un pacco dono a una delle tante mo-
leste organizzazioni arabe decise a eliminarci. Sentendo in lei un segre-
to ritrarsi, Kurtz s'affrett ad approfittarne. E' questa la sua convinzio-
ne, Charlie? domand abbassando la voce. Forse s. Perch non ci dice
chiaro come la pensa? Vuole alzarsi subito? Tornare a casa? Il biglietto
dell'aereo ce l'ha, credo. E noi le daremo anche del denaro. Vuole andar-
sene? Una gelida calma avvolse i modi di Charlie, mascherando la con-
fusione e il terrore che sentiva dentro. Che Joseph fosse ebreo non ne
aveva mai dubitato dopo quel suo interrogatorio abortito sulla spiaggia.
Ma Israele era per lei una confusa astrazione, che faceva scattare senti-
menti di protezione e insieme di ostilit. Mai per un attimo aveva sup-
posto che potesse materializzarsi e comparirle davanti. E allora di che
si tratta? domand ignorando l'offerta di troncare i negoziati prima an-
cora che cominciassero. Di un'azione di guerra? Di una spedizione pu-
nitiva? Mi farete un elettrochoc? Qual insomma la vostra grande
idea? Aveva mai conosciuto un israeliano? No che io sappia. Ha
qualcosa di razziale contro gli ebrei in genere? Contro gli ebrei come
ebrei e basta? Abbiamo un cattivo odore per lei? Non sappiamo stare a
tavola? Parli. Sono cose che capiamo. Non sia cos stupido. La sua
voce era stonata, o forse dipendeva dal suo udito. Si sente in mezzo a
nemici? Oh, Cristo, che cosa glielo fa credere? Chiunque mi rapisca
diventa subito il mio amico pi caro, no? replic e con sua sorpresa si
lev uno scroscio di risate spontanee cui tutti parvero felici di unirsi.
Tutti tranne Joseph, troppo assorto nella lettura, a giudicare dal lieve
fruscio delle pagine che voltava. Kurtz pass a toni un po' energici.
Adesso, cerchi di star tranquilla la sollecit, sempre con quel suo sor-

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riso cordiale. Dimentichi di essere, in un certo senso, nostra prigionie-


ra. Pu sopravvivere Israele, oppure noi tutti dobbiamo fare i bagagli e
tornare nei nostri paesi d'origine per ricominciare da capo? Preferirebbe
forse che ci dessero un pezzo dell'Africa centrale? O dell'Uruguay? Non
l'Egitto, grazie, ci abbiamo gi provato una volta e non andata molto
bene. O dovremmo di nuovo disperderci nei ghetti europei e asiatici ad
aspettare il prossimo pogrom? Cosa ne dice lei, Charlie? Io vorrei solo
che lasciaste in pace quei poveri arabi disse la ragazza, evitando ancora
una volta di rispondere. Benissimo. E cosa dovremmo fare specifica-
mente? Smetterla di bombardare i loro accampamenti. Di scacciarli
dalla loro terra. Di spianare coi bulldozer i loro villaggi, di torturarli.
Ha mai visto una carta del Medio Oriente? S, certo. E vedendo
quella carta, non ha subito pensato che gli arabi dovrebbero lasciare in
pace noi? disse Kurtz con la stessa pericolosa bonomia. Alla confusio-
ne e alla paura si era aggiunto in Charlie l'imbarazzo, com'era probabil-
mente nelle intenzioni di Kurtz. Di fronte a questa nuda realt le sue
frasi fatte assumevano una banalit da aula scolastica. Le pareva di esse-
re una sciocca che predicava la saggezza. Io voglio solo la pace disse
stupidamente; anche se, di fatto, era vero. Aveva, quando glielo permet-
tevano, la rispettabile visione di una Palestina magicamente restituita a
coloro che ne erano stati scacciati per far posto a pi potenti custodi
europei. E allora, perch non d un'altra occhiata alla carta e non si do-
manda che cosa vuole Israele? le consigli Kurtz tutto soddisfatto, e
fece una pausa come per commemorare i nostri cari che non possono
essere qui con noi stasera. Il silenzio divenne sempre pi straordinario
man mano che si prolungava, perch era la stessa Charlie che contribui-
va a mantenerlo. Charlie, che pochi minuti prima imprecava violente-
mente contro Dio e il mondo, all'improvviso non aveva pi niente da
dire. E fu Kurtz, non lei, a rompere l'incanto con quella che sembrava
una dichiarazione preparata per una conferenza stampa. Charlie, noi
non siamo qui per polemizzare con le sue idee politiche. Lei ora non mi
creder perch dovrebbe, del resto? ma le sue idee politiche ci piac-
ciono. In ogni loro aspetto. Ogni paradosso e ogni buona intenzione.
Noi le rispettiamo e ne abbiamo bisogno; non ne ridiamo e spero since-
ramente che col tempo potremo tornarci sopra e discuterne in modo
aperto e creativo. Noi vorremmo semplicemente rivolgerci a quell'uma-
nit naturale che in lei. Al suo cuore gentile, compassionevole, umano.
Ai suoi sentimenti. Al suo senso della giustizia. Non vogliamo chiederle

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nulla che contrasti in qualsiasi modo con le sue solide e rispettabilissime


convinzioni morali. In quanto agli aspetti polemici della sua visione po-
litica ai nomi che lei d a ci in cui crede be', per il momento preferi -
remmo lasciarli da parte. Le sue convinzioni, Charlie per quanto con-
fuse, per quanto irrazionali, per quanto frustrate noi le rispettiamo to-
talmente. Fatte queste premesse, lei sar sicuramente disposta a rimane-
re con noi ancora un po' e ad ascoltarci. Charlie, anzich rispondere,
part di nuovo all'attacco. Se Joseph israeliano domand, perch
diavolo gira su una grossa macchina araba? Il viso di Kurtz si sfald in
quel sorriso segnato e grinzoso che aveva cos clamorosamente rivelato
a Quilley la sua et. L'abbiamo rubata, Charlie rispose allegramente, e
a questa ammissione segu un'altra salva di risate dei ragazzi, cui Charlie
fu quasi tentata di associarsi. E la seconda cosa che lei vuol sapere,
Charlie disse facendo cos incidentalmente capire che la questione
palestinese, almeno per il momento, era stata messa da parte, come del
resto aveva preannunciato che cosa ci fa lei con noi e perch stata
trascinata qui in una maniera cos tortuosa e cos poco cerimoniosa.
Glielo dico subito. La ragione, Charlie, che vogliamo offrirle un lavo-
ro. Un lavoro d'attrice.
Aveva finalmente superato la tempesta e dal suo largo sorriso era
chiaro che lo sapeva. La sua voce era divenuta lenta e ponderata, come
se stesse annunciando i numeri dei fortunati vincitori. La parte pi
grossa che lei abbia mai avuto in vita sua, la pi impegnativa, la pi dif-
ficile, e certo la pi pericolosa e la pi importante. Io non faccio que-
stione di soldi. Soldi pu averne a profusione, non c' problema, non ha
che da dire una cifra. Il suo grosso avambraccio spazz via qualsiasi
considerazione d'ordine finanziario. La parte per cui abbiamo pensato
a lei, Charlie, tiene conto di tutte le sue capacit umane e professionali.
Del suo spirito. Della sua ottima memoria. Della sua intelligenza. Del
suo coraggio. Ma anche di quella umanit cui alludevo poc'anzi. Del suo
calore. Noi l'abbiamo scelta, Charlie. Le abbiamo affidato la parte. Ab-
biamo esaminato un campionario vastissimo, candidate di molti paesi.
Ma alla fine ci siamo fermati su di lei ed per questo che lei qui. Tra i
suoi fans. Tutti quelli che sono in questa stanza l'hanno vista recitare e
tutti l'ammirano. Perci chiariamo subito in quale clima ci troviamo. Da
parte nostra non c' ostilit. C' affetto, c' ammirazione, c' speranza.
Ci ascolti. Come ha detto il suo amico Joseph, noi siamo brave persone,
esattamente come lei. Noi la vogliamo. Abbiamo bisogno di lei. E fuori

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di qui c' gente che avr bisogno di lei ancor pi di noi. La sua voce
aveva lasciato un vuoto. Charlie aveva conosciuto attori, pochi, le cui
voci ottenevano questo effetto. Era una presenza, che con la sua bene-
volenza spietata diventava ammaliante e, quando cessava, come ora, ti
lasciava disorientato. Prima ottiene la sua grossa parte Al, pens con
un'istintiva ondata di sollievo, adesso tocca a me. La follia della situazio-
ne le era ancora evidente, ma fece fatica a reprimere un sorriso d'eccita-
zione che le stava facendo il solletico alle guance nel tentativo di venir
fuori. Ah, cos che voi distribuite le parti? disse, cercando ancora di
assumere un tono scettico. Date una botta in testa ai candidati e li tra-
scinate qui ammanettati? E' il vostro sistema abituale? Charlie, noi
non abbiamo detto che si tratta di uno spettacolo normale replic pa-
catamente Kurtz, lasciandole di nuovo l'iniziativa. Una parte in che
cosa, allora? disse Charlie, sempre sforzandosi di soffocare quel sorri-
so. Diciamo in un teatro. Le torn in mente Joseph e il suo viso che
era improvvisamente diventato serio e la sua concisa allusione al teatro
della realt. Allora una commedia disse. Perch non vuol dirlo? In
un certo senso una commedia ammise Kurtz. Chi la scrive? Noi ci
occupiamo dell'intreccio e Joseph dei dialoghi. Ma con un grande aiuto
da parte sua. Per quale pubblico? Fece un gesto verso la penombra.
Per quei simpaticoni? La solennit di Kurtz era improvvisa e impres-
sionante quanto la sua bonariet. Le sue mani da operaio si unirono sul
tavolo, la sua testa si spinse in avanti sopra di loro e neanche lo scettico
pi incallito avrebbe potuto dubitare della sua sincerit. Charlie, ci
sono persone che non riusciranno mai a vedere la commedia e non sa-
pranno nemmeno che si recita, ma saranno in debito con lei finch vi-
vranno. Persone innocenti. Quelle di cui lei si sempre interessata, cer-
cando di parlare per loro, di marciare per loro, di aiutarle. In tutto ci
che accadr d'ora in avanti, lei dovr sempre tenere presente questo
punto, perch se no perder sicuramente noi e perder se stessa. Char-
lie cerc di distogliere lo sguardo. Era una eloquenza troppo intensa,
realmente eccessiva. Avrebbe voluto che la esercitasse su qualcun altro.
Chi diavolo lei per decidere chi innocente? domand sgarbatamen-
te, sforzandosi ancora di resistere al flusso della sua persuasione. Vuol
dire noi come israeliani, Charlie? Voglio dire lei come persona ribatt
la ragazza, costeggiando un terreno pericoloso. Preferirei aggirare un
poco la sua domanda, Charlie, e dirle che a nostro parere una persona
deve essere molto colpevole prima che sia necessario che muoia. Chi

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per esempio? Chi necessario che muoia? Quei poveri cristi contro i
quali sparate sulla Riva occidentale? O quelli che bombardate nel Liba-
no? Come diavolo erano arrivati a parlare di morte, si domand nell'at-
to stesso in cui poneva queste assurde domande. Aveva cominciato lei o
lui? Ma era irrilevante. Kurtz stava gi soppesando la risposta. Solo
quelli che trasgrediscono completamente le norme della convivenza
umana, Charlie disse in tono enfatico. Quelli meritano di morire.
Ostinatamente, lei continu a polemizzare. Ci sono ebrei del genere?
Ebrei s. E sicuramente anche degli israeliani, ma non noi, e per fortu-
na stasera non dobbiamo occuparci di loro. Aveva l'autorit per parlare
in quel modo. Aveva le risposte che si aspettano i bambini. Aveva l'espe-
rienza e tutti in quella stanza lo sapevano, anche Charlie: era un uomo
che s'occupava soltanto di cose di cui aveva conoscenza diretta. Quando
ti faceva una domanda, sapevi che l'aveva fatta prima a se stesso. Quan-
do ti dava un ordine, sapevi che aveva obbedito agli ordini altrui. Quan-
do parlava di morte, era chiaro che la morte lo aveva spesso sfiorato da
vicino e poteva di nuovo avvicinarsi a lui in qualsiasi momento. E quan-
do decideva, come adesso, di metterla in guardia, gli erano evidente-
mente ben noti i pericoli cui accennava: Non confonda la nostra com-
media, Charlie, con uno spettacolo d'evasione le disse con fervore.
Non stiamo parlando di una foresta incantata. Quando in scena s'ab-
basseranno le luci, per la strada sar notte. Quando gli attori rideranno
saranno felici e quando piangeranno saranno probabilmente in lutto e
accasciati dal dolore. E se verranno feriti e succeder, Charlie non
saranno sicuramente in grado di rialzarsi al calar del sipario, di balzare in
piedi e di correre a prendere l'ultimo autobus per tornare a casa. Non ci
saranno schizzinosi a tirarsi indietro dalle scene pi violente, n giorni
di riposo per malattia. Bisogner mettercela tutta dall'inizio alla fine. Se
questo le piace, se si ritiene in grado di farcela e noi pensiamo di s
ci ascolti. Altrimenti chiudiamo subito l'audizione. Nel suo accento eu-
ro-bostoniano, flebile come un segnale lontano alla radio transatlantica,
Shimon Litvak fece il suo primo rauco intervento. Charlie non si mai
tirata indietro quando si trattava di battersi, Marty obiett nel tono di
un discepolo che vuol rassicurare il suo maestro. Non lo crediamo sol-
tanto, ma lo sappiamo. Risulta da tutto il suo curriculum.
Erano ormai a met strada, raccont in seguito Kurtz a Misha Ga-
vron, descrivendogli, durante uno dei rari periodi di tregua, questa fase
della trattativa: una signora che ci sta ad ascoltare una signora che ci

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sta, disse, e Gavron quasi sorrise. S, forse a met strada, ma, conside-
rando il tempo che avevano davanti, appena all'inizio. Kurtz comunque,
pur insistendo sulla necessit di comprimere, non aveva fretta. Dava
molta importanza ai modi elaborati, all'alimentare la frustrazione della
ragazza, al far galoppare la sua impazienza come un cavallo che fa l'an-
datura. Nessuno meglio di lui capiva cosa significasse avere un tempera-
mento vivace in un mondo coi piedi di piombo, n come si potesse gio-
care sull'irrequietezza. Gi pochi minuti dopo l'arrivo di Charlie, quando
lei era ancora spaventata, l'aveva trattata con amicizia: un padre per l'in-
namorata di Joseph. E pochi minuti dopo aveva offerto una soluzione
buona per tutte le disordinate componenti del suo passato. Aveva fatto
appello all'attrice, alla martire, all'avventuriera; aveva blandito la figlia e
eccitato l'aspirante. Le aveva concesso una prima occhiata alla nuova fa-
miglia cui poteva desiderare di unirsi, sapendo che nel profondo, come
quasi tutti i ribelli, stava solo cercando qualcosa di meglio a cui unifor -
marsi. E soprattutto, riversandole addosso tutti questi doni, l'aveva fatta
ricca; cosa che, come la stessa Charlie predicava da tempo a chiunque
volesse ascoltarla, era l'inizio della dipendenza.
Insomma, Charlie, quella che noi proponiamo disse Kurtz con
voce pi lenta e cordiale, un'audizione aperta, una serie di domande
cui la invitiamo a rispondere molto francamente e sinceramente, anche
se per il momento dovr necessariamente ignorare le loro finalit. Fece
una pausa, ma lei non apr bocca, e nel suo silenzio c'era ora una tacita
sottomissione. Noi le chiediamo di non dare giudizi, di non cercare
mai di passare dalla nostra parte, di non far nulla per compiacerci o gra-
tificarci in qualsiasi modo. Molte cose della sua vita di cui lei d un giu-
dizio negativo, noi certo le vediamo in maniera diversa. Non tenti mai
di indovinare i nostri pensieri. Un piccolo movimento dell'avambraccio
rafforz questo amichevole consiglio. Domanda. Cosa succederebbe
ora o dopo se uno di noi decidesse di smettere? Mi permetta, Charlie,
di azzardare una risposta. Faccia pure, Mart lo autorizz lei e, posan-
do i gomiti sulla tavola, appoggi il mento alle mani e gli sorrise con
un'espressione che intendeva comunicare una sbalordita incredulit.
Grazie, Charlie, e adesso mi ascolti con attenzione, la prego. A seconda
del momento in cui vorremo farlo o lo faremo, e a seconda di ci che
lei sapr in quel momento e del giudizio che noi daremo di lei, seguire-
mo una di queste due strade. La prima: le strappiamo una promessa so-
lenne, le diamo del denaro, la rimandiamo in Inghilterra. Una stretta di

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mano, una fiducia reciproca, una buona amicizia e una certa vigilanza da
parte nostra per accertarci che lei rispetti i patti. Mi segue? Charlie ab-
bass lo sguardo sul tavolo, un po' per sfuggire al suo esame e un po'
per nascondere la propria crescente eccitazione. E questa era un'altra
delle cose su cui Kurtz contava e che quasi tutti i professionisti dei ser -
vizi segreti dimenticano troppo presto; per il non iniziato il loro mondo
attraente in s. Basta lasciarlo ruotare sul suo asse per attirare i deboli
ancorandoli al suo centro. La seconda strada un po' pi scomoda ma
non poi tanto terribile. Noi abbiamo simpatia per lei, ma temiamo di es-
sere arrivati a un punto in cui lei potrebbe compromettere il nostro pro-
getto, in cui, per esempio, la parte che le stiamo proponendo non potr
pi essere offerta a nessun'altra senza correre rischi fin quando lei sar
in libert e potr parlarne. Lei sapeva, senza bisogno di guardare, che le
stava sorridendo con quel suo sorriso bonario, come a dire che una tale
fragilit da parte di Charlie sarebbe stata assolutamente umana. E allo-
ra ecco che cosa faremo in questo caso, Charlie riprese Kurtz. Pren-
diamo una bella casa da qualche parte su una spiaggia, per esempio, in
un posto simpatico, non un problema. Le diamo un po' di compagnia,
gente tipo questi ragazzi. Inventiamo una spiegazione per la sua assen-
za, molto probabilmente qualcosa che sia di moda e s'adatti alla sua
fama di donna volubile, come un soggiorno mistico in Oriente. Le sue
tozze dita avevano trovato sulla tavola il vecchio orologio da polso. Sen-
za guardarlo, Kurtz lo prese e lo avvicin a s una quindicina di centi-
metri. Charlie, che aveva altrettanto bisogno di far qualcosa, afferr una
matita e cominci a far disegnini sul taccuino che aveva davanti. Ma
una volta terminata questa quarantena, noi non l'abbandoniamo tut-
t'altro. La rimettiamo in forma, le diamo un sacco di soldi, restiamo in
contatto con lei, ci accertiamo che non commetta imprudenze e, appe-
na non ci saranno pi pericoli, l'aiutiamo a riprendere la carriera e a ri-
trovare i suoi amici. Questo il peggio che pu succederle, Charlie, e
glielo dico solo perch potrebbe balenarle per la mente la folle idea che
dicendoci di no adesso o in seguito, lei si sveglierebbe morta in un fiu-
me con un paio di scarponi di cemento. Non questo il nostro modo di
comportarci. Tanto meno con gli amici. Lei continuava a disegnare.
Chiudendo un cerchio con la matita, vi tracci sopra una freccia in dia-
gonale, rendendolo cos maschile. Aveva sfogliato a suo tempo un testo
divulgativo di psicologia che si serviva di questo simbolo. D'un tratto,
come un uomo seccato per essere stato interrotto, prese la parola Jose-

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ph; ma la sua voce, per quanto severa, ebbe su di lei un effetto piacevole
ed elettrizzante. Charlie, non basta che tu reciti la parte dell'arcigna te-
stimone. Stanno parlando del tuo pericoloso avvenire. Intendi startene l
seduta e lasciare che siano loro a deciderlo, praticamente senza consul-
tarti? Si tratta di un impegno, non lo capisci? Su, Charlie! Lei disegn
un altro cerchio. Ancora un maschio. Aveva recepito tutto ci che Kurtz
aveva detto, allusioni comprese. Avrebbe potuto ripeterglielo esattamen-
te, parola per parola, come aveva fatto con Joseph sull'Acropoli. Era
sveglia e attenta come sempre, ma tutti i suoi istinti le dicevano di dissi-
mulare e di negarsi. Quanto rimarr in scena lo spettacolo, Mart? do-
mand con voce spenta, come se Joseph non avesse neanche parlato.
Kurtz formul la stessa domanda in maniera diversa. Be', credo che in
realt le interessi sapere cosa le succeder una volta finito il lavoro. E'
cos? Lei fu meravigliosa. Un'autentica strega. Butt via la matita e con
la palma diede un gran colpo sul tavolo. No che non cos, cazzo! Vo-
glio sapere quanto si resta in scena e che fine far la mia tourne con
Come vi piace di quest'autunno. Kurtz non mostr il suo senso di
trionfo per la praticit di questa obiezione. Charlie disse fermamente,
la sua tourne con Come vi piace non ne sar in alcun modo danneg -
giata. Noi contiamo che lei onori questo impegno, sempre nell'ipotesi
che vi arrivi la sovvenzione. In quanto alla durata, la sua partecipazione
al nostro progetto pu richiedere sei settimane come due anni, anche se
noi speriamo ardentemente che non si arrivi a tanto. Ci che ora voglia-
mo sapere se lei disposta a concederci questa audizione o se preferi-
sce darci la buona notte e tornarsene a casa e a una vita pi sicura e pi
noiosa. Qual la sua decisione? Era una finta scelta quella che le offri-
va. Voleva puramente stimolare in lei un senso di conquista oltre che di
sottomissione. Come se fosse stata lei a scegliere i suoi rapitori. Charlie
indossava una giacca jeans e uno dei bottoni di metallo ne stava penzo-
lando: quella mattina, indossandola, si era mentalmente ripromessa di
cucirlo durante la traversata, ma se n'era subito dimenticata, eccitata
com'era dall'idea di rivedere Joseph. Ora lo prese e cominci a saggiare
la solidit del filo. Stava al centro del palcoscenico. Sentiva quello sguar-
do collettivo concentrato su di lei, dal tavolo, dalla penombra, da dietro.
Sentiva i loro corpi protesi in avanti per la tensione, compreso quello di
Joseph, e udiva quel suono teso, scricchiolante che ti arriva dagli spetta-
tori quando li hai agganciati. Sentiva anche la forza della loro volont e
del proprio potere: avrebbe accettato o no? Jose? disse senza voltare il

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capo. S, Charlie. Non si volt neanche ora, ma aveva la chiara consa-


pevolezza che dalla sua isola a lume di candela lui stesse aspettando la
sua risposta pi intensamente di tutti gli altri messi assieme. E' questo
allora? Il nostro grande viaggio romantico in Grecia? Delfi e tutti gli al-
tri luoghi al secondo posto come bellezza? Il nostro viaggio a nord
non ne sar in alcun modo danneggiato replic Joseph, parodiando
leggermente il modo di esprimersi di Kurtz. Non ci sar neanche un
rinvio? Direi che addirittura imminente. Il filo si spezz e il bottone
le cadde sulla palma. Lo gett sul tavolo e lo guard girare e fermarsi.
Testa o croce, pens. Lasciamoli un po' sulle spine. Soffi un po' di fia-
to come per allontanare qualche ricciolo. E cos dovr restare per l'au-
dizione, eh? disse con noncuranza a Kurtz, guardando soltanto il bot-
tone. Non ho niente da perdere aggiunse, e si pent immediatamente
d'averlo detto. A volte, cosa che la infastidiva molto, le accadeva di esa-
gerare per il piacere di una buona battuta. Niente che non abbia gi
perso, comunque disse. Sipario, pens; applaudi, ti prego, Joseph, e
aspettiamo le recensioni di domani. Ma nessuno applaud e lei riprese la
matita e, per cambiare, disegn una femmina, mentre Kurtz, forse senza
neanche rendersene conto, spost il suo orologio in un punto diverso e
migliore. Ora, col benevolo consenso di Charlie, poteva realmente co-
minciare l'interrogatorio.
Una cosa la lentezza e un'altra la concentrazione. Kurtz non si ri-
lass neppure per un attimo; non concesse mai a s o a Charlie un mo-
mento di respiro, mentre la dominava, la blandiva, la cullava e la sveglia-
va, e si legava a lei con tutto il suo dinamismo in questa loro nascente
societ teatrale. Soltanto Dio e qualcuno a Gerusalemme, si diceva nel-
l'ambiente, sapevano dove aveva imparato il suo repertorio l'intensit
ipnotica, la sua arrancante prosa americana, il fiuto, i trucchi avvocate-
schi. Il suo viso sfregiato, ora plaudente, ora malinconicamente incredu-
lo, ora irradiante tutta la rassicurazione che lei poteva desiderare, diven-
tava a poco a poco un intero pubblico, al punto che tutta l'esibizione di
Charlie era rivolta a conquistare la sua approvazione, disperatamente
ambita, e non quella di altri. Persino Joseph era stato dimenticato: tenu-
to in disparte per un'altra vita. Le prime domande di Kurtz furono in-
tenzionalmente generiche e innocue. Era, pens Charlie, come se avesse
avuto appuntato nella mente un modulo di richiesta di passaporto e se
lei, senza riuscire a vederlo, lo stesse riempiendo. Nome e cognome di
sua madre, Charlie. Data e luogo di nascita di suo padre, se lo conosce,

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Charlie. Professione del nonno; no, Charlie, di quello paterno. E poi,


senza un motivo concepibile, l'ultimo indirizzo conosciuto di una zia
materna e certi misteriosi particolari sul curriculum scolastico di suo pa-
dre. Non una di queste prime domande la riguardava direttamente, e
questo era voluto da parte di Kurtz. Charlie sembrava essere un argo-
mento proibito che lui si sforzava scrupolosamente di evitare. Lo scopo
di questa allegra salva a ripetizione non era quello di estrarre informa-
zioni, ma di istillare in lei quell'obbedienza istintiva, quel sissignore-nos-
signore da aula scolastica da cui sarebbero dipese le fasi successive del
loro rapporto; e Charlie, man mano che ritrovava la linfa vitale della
propria professione, recitava, obbediva e reagiva con crescente acquie-
scenza. Non aveva fatto cento volte la stessa cosa per registi e produtto-
ri approfittando di innocue conversazioni per presentare loro un cam-
pionario dei propri mezzi? Ragione di pi, sotto gli ipnotici incoraggia-
menti di Kurtz, per farlo anche adesso. Heidi echeggi Kurtz. Heidi?
Che strano nome per una sorella maggiore inglese. Non per Heidi re-
plic vivacemente lei, guadagnandosi un'immediata risata da parte dei
ragazzi nella penombra. Heidi perch i suoi genitori erano andati in
Svizzera per la luna di miele, spieg; perch era in Svizzera che Heidi
era stata concepita. Tra le edelweiss aggiunse con un sospiro. Nella
posizione missionaria. E allora perch Charmian? domand Marty,
quando si spense la risata. Charlie alz la voce per riprodurre i toni rag -
gelati di quella stronza di sua madre. Al nome di Charlie si arriv con
l'obiettivo di lusingare una ricca e lontana cugina che aveva questo
nome. E la manovra riusc? domand Kurtz piegando la testa come
per cogliere qualcosa che Litvak stava cercando di dirgli. Non si sa an-
cora replic civettuola Charlie, sempre nei toni raffinati di sua madre.
Pap, come lei sa, se n' andato, ma la cugina Charmian, purtroppo,
non l'ha ancora raggiunto. Fu solo passando per queste e altre innocue
deviazioni dello stesso genere che arrivarono a poco a poco al tema
Charlie. Bilancia mormor Kurtz soddisfatto, annotando la data della
sua nascita. Meticolosamente, ma rapidamente, le fece ripercorrere la
prima infanzia collegi, case, nomi di amichetti e di pony e Charlie ri-
spose nello stesso tono, esaurientemente, a volte con umorismo, sempre
volentieri, con la sua ottima memoria illuminata dalla luce fissa dell'at-
tenzione dell'interlocutore e dal crescente bisogno di stabilire un rap-
porto con lui. Dalle scuole e dall'infanzia era naturale anche se Kurtz
lo fece con estrema cautela passare alla dolorosa storia della rovina di

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suo padre, e Charlie la recit in maniera pacata ma commovente, dal


primo arrivo brutale della notizia al trauma del processo, della condanna
e dell'incarcerazione. Ogni tanto, vero, la sua voce si inceppava legger-
mente; ogni tanto i suoi occhi s'abbassavano a studiare le sue mani che,
illuminate dall'alto, avevano gesti cos graziosi ed espressivi; ma subito
le veniva alla bocca una frase spiritosa e leggermente autoironica che
soffiava via tutto. Sarebbe andato tutto bene se fossimo stati dei prole-
tari disse a un certo punto, con un sorriso saggio e disperato. Sei stato
licenziato, sei diventato superfluo, le forze del capitale sono contro di te
la vita, la realt, tu sai comunque chi sei. Ma noi non eravamo pro-
letari. Eravamo noi. La parte vincente. E all'improvviso ci trovavamo
tra gli sconfitti. E' duro disse Kurtz in tono grave, scuotendo il capo.
Tornando indietro, si mise in cerca di fatti concreti: data e luogo del
processo, Charlie; i termini esatti della condanna, Charlie; i nomi degli
avvocati, se li ricordava. Non li ricordava; ma ogni volta che le era pos-
sibile si sforzava di accontentarlo, e Litvak annotava coscienziosamente
le risposte, lasciando Kurtz libero di dedicarle interamente la propria
benevola attenzione. Adesso le risate erano cessate. Come se la colonna
sonora si fosse spenta, lasciando solo le voci di Charlie e di Kurtz. Non
uno scricchiolio, non un colpo di tosse, non uno scalpiccio da nessuna
parte. In tutta la sua vita, pareva a Charlie, mai un gruppo di persone
era stato cos attento e cos sensibile al suo recitare. Loro capiscono,
pens. Sanno cosa significhi vivere da nomadi: il doverti affidare alle tue
sole risorse quando le carte sono state manipolate a tuo danno. Una
volta, in obbedienza a un pacato ordine di Joseph, si spensero le luci e
attesero insieme senza il minimo rumore nella tesa oscurit di un allar -
me aereo, Charlie in apprensione come gli altri, finch Joseph non an-
nunci il cessato allarme e Kurtz non riprese il suo paziente interroga-
torio. Ma Joseph aveva davvero udito qualcosa, o quello era stato solo
un modo di ricordarle che ormai era una di loro? Su di lei l'effetto fu
comunque il medesimo: in quei pochi secondi di tensione era stata com-
plice del loro complotto, senza mai sperare che venissero a liberarla. In
altri momenti, distogliendo per un attimo lo sguardo da Kurtz, vedeva i
ragazzi che sonnecchiavano ai loro posti; Raoul lo svedese, con la sua
testa color stoppia abbassata sul petto e la suola di una spessa scarpetta
da corsa appiattita contro la parete; Rose la sudafricana appoggiata alla
doppia porta, con le gambe da atleta stese davanti a s e le lunghe brac-
cia incrociate sul seno; Rachel l'inglese del nord, con i riccioli neri avvol-

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ti intorno al viso, gli occhi socchiusi, ma sempre con quel dolce sorriso
di reminiscenza sensuale. Ma bastava il minimo sussurro da fuori per
trovarli tutti immediatamente svegli. E allora qual la linea di fondo,
Charlie? domand gentilmente Kurtz. Mi riferisco a tutto il periodo
iniziale della sua vita sino a quella che potremmo chiamare la Caduta
L'et dell'innocenza, Mart? sugger lei servizievole. Esatto. La sua et
dell'innocenza. Provi a definirla. Era un inferno. Vuol dirmene le ra-
gioni? I sobborghi. Non bastano? No. Non bastano. Oh, Mart lei
cos La sua voce a bocca rilassata. Il suo tono di tenera disperazione.
Molli gesti con le mani. Come era possibile spiegare? Per lei tutto
molto semplice, lei ebreo, non capisce? Voi avete queste tradizioni fa-
volose, questa sicurezza. Anche quando vi perseguitano, sapete chi siete
e perch. Kurtz malinconicamente lo ammise. Ma per noi ricchi ra-
gazzi inglesi dei sobborghi di Vattelapesca non c' niente di tutto que-
sto. Niente tradizioni, niente fede, niente consapevolezza di s, niente di
niente. Ma non mi ha detto che sua madre era cattolica? Natale e
Pasqua. Pura ipocrisia. Siamo nell'era post-cristiana, Mart. Non gliel'ha
detto nessuno? La fede, quando sparisce, si lascia dietro un vuoto. E noi
ci siamo dentro. Dicendo questo, not gli occhi ardenti di Litvak su di
lei e colse il primo segno della sua collera rabbinica. Non andava nean-
che a confessarsi? domand Kurtz. Ma cosa dice? La mamma non
aveva niente da confessare! E' proprio questo il suo guaio. N diverti-
menti, n peccati, n altro. Solo apatia e paura. Paura della vita, paura
della morte, paura dei vicini paura. Fuori, da qualche parte, persone reali
vivevano una vita reale. Non noi. Non a Rickmansworth. Impossibile.
Voglio dire, Cristo per noi bambini voglio dire e poi si parla di ca-
strazione! E lei? Nessuna paura? Solo di essere come la mamma.
E quell'idea che noi abbiamo della vecchia Inghilterra impregnata delle
sue tradizioni? Se la scordi. Kurtz sorrise e scosse la testa saggia
come per dire che s'impara sempre qualcosa. Perci, appena ha potuto,
se n' andata da casa per rifugiarsi nel palcoscenico e nel radicalismo
sugger soddisfatto. E' diventata un'esule politica sulla scena. L'ho letto
da qualche parte, in una sua intervista. Mi piaciuto. Continui da qui.
Charlie aveva ricominciato a far disegnini, altri simboli della psiche.
Oh, ma prima di questo c'erano stati anche altri modi di scappare dis-
se. Per esempio? Be', il sesso rispose lei con noncuranza. Voglio
dire che non abbiamo ancora parlato del sesso come base essenziale
della rivolta, vero? N della droga? Non abbiamo parlato neanche del-

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la rivolta disse Kurtz. Be', mi stia bene a sentire, Mart A questo pun-
to accadde qualcosa di strano; una dimostrazione, forse, di come un
pubblico perfetto pu ricavare il meglio da un'attrice e migliorarla in
modi spontanei e inattesi. Charlie stava quasi per fare il suo solito di-
scorsetto in difesa dei non liberati. Per raccontare come la scoperta del
proprio io fosse stata l'indispensabile preludio all'identificazione con il
movimento radicale. Per ricordare, quando si fosse
scritta la storia della nuova rivoluzione, se ne sarebbero trovate le ra-
dici autentiche nei salotti della borghesia, sede naturale della tolleranza
repressiva. E invece, con sua sorpresa, le accadde di enumerare ad alta
voce a Kurtz o a Joseph? le file e file dei suoi primi amanti e tutte le
stupide ragioni che si era inventata per andare a letto con loro. E' asso-
lutamente incomprensibile, Mart insistette allargando di nuovo le mani
in un gesto disarmante. Che le stesse usando troppo? Temendo questo,
se le mise in grembo. Persino oggi. Non li volevo. Non mi piacevano.
Li lasciavo fare e basta. Gli uomini con cui era stata per noia, qualun-
que cosa pur di smuovere l'aria viziata di Rickmansworth. Per curiosit.
Uomini per dimostrare il proprio potere, uomini per vendicarsi di altri
uomini, di altre donne, di sua sorella o di quella stronza di sua madre.
Uomini per gentilezza, Mart, per mera stanchezza fisica di fronte alla
loro insistenza. I divanetti dei produttori Cristo, Mart, lei non pu im-
maginare! Uomini per spezzare la tensione, uomini per crearla. Uomini
per informarla i suoi mentori politici, chiamati a spiegarle a letto le
cose che forse non avrebbe mai appreso dai libri. I cinque minuti di lus-
suria, che le si fracassavano in mano come ceramiche e la lasciavano pi
sola che mai. Fiaschi, fiaschi tutti fiaschi, Mart o almeno cos voleva
fargli credere. Ma mi hanno liberata, capisce? Usavo il mio corpo a
modo mio! Anche se era un modo sbagliato, ero io a decidere! Mentre
Kurtz annuiva saggiamente, Litvak accanto a lui prendeva rapidi appun-
ti. Ma lei con gli occhi della mente vedeva Joseph seduto alle sue spalle.
Lo immaginava nell'atto di alzare gli occhi dal suo libro, con il robusto
dito indice che gli sfiorava la guancia liscia, mentre riceveva il dono per-
sonale della sua stupefacente franchezza. Raccoglimi, gli stava dicendo;
dammi ci che gli altri non hanno saputo darmi. Poi tacque e il suo stes-
so silenzio la raggel. Perch lo aveva fatto? In tutta la sua vita non ave-
va mai recitato questa parte, neanche a se stessa. Si era lasciata influen-
zare da quell'ora della notte, cos fuori del tempo. L'illuminazione, la
stanza di sopra, il senso del viaggio, del parlare ad estranei su un treno.

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Ora voleva dormire. Aveva gi fatto abbastanza. Dovevano darle la par -


te o rimandarla a casa, o le due cose insieme. Ma Kurtz non fece n l'u-
na n l'altra. Non ancora. Decise invece un breve intervallo, raccolse il
suo orologio e se lo allacci al polso con il solido cinturino kaki. Poi la-
sci rapidamente la stanza, con Litvak alle calcagna. Charlie aspettava di
sentire dietro di s il rumore dei passi di Joseph che se ne andava, ma
non venne. Avrebbe voluto voltar la testa, ma non osava. Rose le port
un bicchiere di t dolce, senza latte. Rachel le offr dei biscotti ricoperti
di zucchero, simili agli shortbreads inglesi. Charlie ne prese uno. Ti stai
comportando splendidamente! le confid Rachel ansante. Hai parlato
chiaro sull'Inghilterra. E io me ne stavo l a bermi ogni parola, vero,
Rose? Verissimo disse Rose. E' che io la penso cos spieg Charlie.
Hai bisogno del gabinetto, cara? disse Rachel. No, grazie. Non lo uso
mai tra un atto e l'altro. Benissimo, allora disse Rachel con una striz-
zata d'occhio. Sorseggiando il t, Charlie appoggi un gomito sullo
schienale della poltrona per poter guardare con naturalezza alle proprie
spalle. Joseph era scomparso, portandosi via le sue carte.
La stanza in cui si erano rifugiati era grande quanto quella da cui ve-
nivano e quasi altrettanto spoglia. Un paio di brande e una telescrivente
costituivano tutto l'arredamento, e c'era una doppia porta che dava su
una stanza da bagno. Becker e Litvak sedevano sulle brande, l'uno di
fronte all'altro, studiando i loro rispettivi fascicoli; la telescrivente, di cui
si occupava un ragazzo dalla schiena dritta di nome David, vomitava
ogni tanto un altro foglio di carta, che David aggiungeva devotamente
alla pila vicino al suo gomito. Il solo altro rumore era lo scorrere dell'ac-
qua nella stanza da bagno, dove Kurtz, volgendo loro le spalle e nudo
sino alla vita, si stava gettando acqua addosso davanti al lavabo, come
un atleta tra un'esibizione e l'altra. E' una ragazza in gamba disse Kur-
tz mentre Litvak voltava una pagina e sottolineava qualcosa con una
penna dalla punta di feltro. E' esattamente ci che ci aspettavamo. In-
telligente, creativa e male adoperata. Ma mente spudoratamente disse
Litvak continuando a leggere. Era per chiaro, dalla posizione del suo
corpo e dall'insolenza provocatoria del suo tono, che la frase non era ri-
volta a Kurtz. E con questo? domand Kurtz gettandosi altra acqua
sul viso. Stasera mente per s, domani mentir per noi. Mica avremo
bisogno di un angelo adesso. Di colpo la telescrivente si lanci in un
ritmo diverso. Becker e Litvak si voltarono di scatto, ma Kurtz apparen-
temente non aveva udito. Forse aveva acqua nelle orecchie. Per una

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donna mentire una protezione. Lei protegge la verit per proteggere la


propria castit. Per una donna mentire una prova di virt- dichiar
Kurtz continuando a lavarsi. Seduto davanti al telefono, David alz una
mano per attirare l'attenzione. E' l'ambasciata ad Atene, Marty disse.
Vogliono collegarci con Gerusalemme. Kurtz esit. Digli d'accomo-
darsi disse a malincuore. E' riservato a te disse David e, alzatosi, si
spost dalla parte opposta della stanza. La telescrivente ebbe un brivido.
Con un asciugamano intorno al collo, Kurtz si sistem sulla sedia di
David, inser un disco e vide il messaggio tradotto in chiaro. La battitura
cess; Kurtz lesse il messaggio, poi strapp il foglio dal rullo e lo rilesse.
Sbott allora in una rabbiosa risata. Una comunicazione dal ramoscello
pi alto annunci con amarezza. La grande Cornacchia dice che dob-
biamo spacciarci per americani. Non carino? Per nessuna ragione al
mondo dovrete ammettere di fronte a lei di essere sudditi israeliani con
funzioni ufficiali o ufficiose. Mi piace. E' costruttivo, utile, tempe-
stivo, ed Misha Gavron al suo inconfondibile meglio. Non ho mai la-
vorato in vita mia per qualcuno su cui si potesse contare cos totalmen-
te. Rispondi: S ripeto no ringhi allo sbalordito ragazzo, consegnan-
dogli il foglio, e i tre uomini tornarono in scena.

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Per riprendere la sua chiacchierata con Charlie, Kurtz aveva scelto un
tono bonariamente conclusivo, come se volesse ancora controllare qual-
che particolare insignificante prima di passare ad altri argomenti. Char-
lie, torniamo un attimo ai suoi genitori disse. Litvak aveva tolto dalla
sua cartella un fascicolo e lo teneva in modo che Charlie non potesse
vederlo. Torniamoci disse lei, cercandosi coraggiosamente una sigaret-
ta. Kurtz fece una breve interruzione per esaminare certi documenti che
gli aveva passato Litvak. Mi riferisco alla fase finale della vita di suo pa-
dre, il fallimento, il tracollo finanziario, la morte, eccetera. Pu confer-
marci la sequenza esatta di questi avvenimenti? Lei allora si trovava in
collegio. Arriva la tremenda notizia. Cominci di l, la prego. Charlie non
capiva. Da dove? Arriva la notizia. Continui da l. Lei alz le spalle.
La scuola mi butt fuori. Arrivai a casa e gli ufficiali giudiziari giravano

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dappertutto come tanti topi. Ma ne abbiamo gi parlato, Mart. Cos'altro


vuol sapere? Lei ha detto che la direttrice la mand a chiamare le ri-
cord Kurtz dopo una pausa. Bene. E che cosa le disse? Sia precisa, la
prego. Mi dispiace, ma ho chiesto alla governante di prepararle le sue
valigie. Addio e buona fortuna. Questo almeno ci che ricordo. Ah,
questo che ricorda disse Kurtz con pacato buonumore, sporgendosi
per dare un'altra occhiata alle carte di Litvak. Nessuna predica sulla
malvagit del mondo? domand, continuando a leggere. Nessun di-
scorso del genere non buttarti via troppo facilmente? No? Nessuna
spiegazione della ragione esatta per cui lei era invitata ad andarsene?
La retta non veniva pagata da due trimestri non basta questo? Era
un'impresa commerciale, Mart. Con un conto in banca di cui preoccu-
parsi. Una scuola privata, non ricorda? Ostent una profonda stan-
chezza. Non pensa che faremmo meglio a sospendere? Non so perch,
ma mi sento un po' stanca. Oh, io non lo penso proprio. Lei riposa-
ta e piena di risorse. Insomma se ne torn a casa. In treno? L'intero
viaggio in treno. Da sola. Con la mia valigetta. Diretta a casa. Si stir e
si guard attorno sorridendo, ma la testa di Joseph era rivolta altrove.
Pareva stesse ascoltando un'altra musica. E tornata a casa, che cosa tro-
v di preciso? Il caos, gliel'ho gi detto. Vuole specificare un poco
che tipo di caos? Un furgone per traslochi nel vialetto. Uomini in tuta.
Mamma che piangeva. Met della mia camera gi vuota. Dov'era Hei-
di? Non l. Assente. Non da calcolare tra i presenti. E nessuno la
mand a chiamare? La sua sorella maggiore, la beniamina di suo padre?
Che viveva a quindici chilometri di distanza? Solidamente sposata? Per-
ch Heidi non venne a dare una mano? Sar stata incinta disse Char-
lie con noncuranza, guardandosi le mani. Lo quasi sempre. Ma Kur-
tz la stava guardando e ci mise parecchio prima di riprendere a parlare.
Chi ha detto che era incinta, per favore? domand, come se non aves-
se sentito bene. Heidi. Charlie, Heidi non era incinta. La sua prima
gravidanza venne solo l'anno dopo. E va bene, una volta tanto non
era incinta. E allora perch non venne a dare una mano alla famiglia?
Forse non ne aveva voglia. Ricordo solo che non c'era. Mart, sono pas-
sati dieci anni, Cristo. Ero una ragazzina, un'altra persona. Fu a causa
della disgrazia? Heidi forse non reggeva alla disgrazia? Al fallimento di
suo padre, voglio dire. Perch? Quale altra disgrazia c'era? ribatt lei.
Kurtz decise di considerarla una domanda retorica. Si era reimmerso
nelle sue carte, con il lungo dito di Litvak che gli mostrava qualcosa.

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Fatto sta che Heidi rimase lontana e che l'intera responsabilit di af-
frontare la crisi della famiglia ricadde sulle sue giovani spalle; cos?
Charlie, appena sedicenne, come unica ancora di salvezza. Il suo corso
propedeutico sulla fragilit del sistema capitalistico, come lei si cos
graziosamente espressa qualche tempo fa. Una lezione pratica che non
ho mai dimenticato. Tutti i fronzoli del consumismo i bei mobili, i
bei vestiti tutti gli attributi della rispettabilit borghese lei li ha visti
fisicamente smantellati e portati via sotto i suoi occhi. Lei da sola. A ge-
stire. A decidere. Padrona incontestata dei suoi borghesissimi genitori
che sarebbe stato meglio se fossero stati dei proletari, ma sconsiderata-
mente non lo erano. A consolarli. A lenire la loro sofferenza. Lei impar-
t loro una sorta di assoluzione, immagino. Deve essere stata dura ag-
giunse con tristezza. Molto, molto dura e all'improvviso tacque, aspet-
tando che parlasse lei. Lei per non parl. Rimase a fissarlo. Non pote-
va far altro. I lineamenti di Kurtz si erano sorprendentemente induriti,
specie intorno agli occhi. Ma lei continuava a fissarlo; aveva un modo
particolare di farlo, un residuo della sua infanzia: congelava il viso in
una gelida maschera, al cui riparo poteva pensare ad altro. E fu lei a vin-
cere, e se ne rese conto, perch fu Kurtz il primo a parlare, ed era que-
sta la prova. Charlie, noi sappiamo benissimo che tutto questo per lei
molto doloroso, ma la preghiamo di continuare, con parole sue. Abbia-
mo dunque il furgone. Vediamo portar via di casa la roba. Cos'altro ve-
diamo? Il mio pony. Portarono via anche lui? Gliel'ho gi detto.
Insieme ai mobili? Sullo stesso furgone? No, su un altro. Non sia
sciocco. C'erano dunque due furgoni. Contemporaneamente? O l'uno
dopo l'altro? Non ricordo. E intanto suo padre dov'era? Nello stu-
dio? Affacciato alla finestra, per esempio, a vedere che gli portavano via
tutto? Come ha reagito uno come lui nella disgrazia? Era in giardino.
A far cosa? A guardare le rose. A fissarle. Continuava a dire che non
dovevano portar via le rose. Qualunque cosa potesse succedere. Lo ri-
peteva in continuazione. Se mi portano via le rose, mi ammazzo. E
sua madre? Mamma era in cucina. A far da mangiare. Era la sola cosa
che le fosse venuta in mente. Fornello a gas o elettrico? Elettrico.
Ma ho capito male o lei aveva detto che vi avevano tolto la corrente?
L'avevano riattivata. E il fornello non lo portarono via? Dovevano
lasciarcelo per legge. Il fornello, una tavola, una sedia per ogni membro
della famiglia. Anche i coltelli e le forchette? Tre posate a testa.
Perch non sequestrarono semplicemente la casa? Sfrattandovi tutti?

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Era a nome della mamma. L'aveva voluto lei, anni prima. Donna
prudente. Comunque era di suo padre. E come aveva saputo la direttri-
ce del fallimento di suo padre? Manc poco che perdesse la testa. Per
un attimo le immagini della sua mente avevano ondeggiato, ma ora si
erano di nuovo consolidate fornendole le parole di cui aveva bisogno:
sua madre, col suo foulard lilla, china sul fornello, a preparare con fre-
nesia un pudding di pane, uno dei piatti preferiti della famiglia. Suo pa-
dre, grigio in volto e muto nel suo blazer a doppio petto, che guardava
le rose. La direttrice che, con le mani dietro la schiena, si stava scaldan-
do il sedere di tweed davanti al caminetto spento del suo austero salot-
to. Dalla Gazette di Londra replic impassibile. Dove vengono ri-
portati tutti i fallimenti. La direttrice era abbonata a questo giornale?
Presumibilmente. Kurtz annu a lungo e lentamente, poi prese una
matita e scrisse la parola presumibilmente sul taccuino che aveva da-
vanti, in modo che la vedesse anche Charlie. Capisco. E dopo il falli-
mento lo accusarono di frode. E' cos? Vuol parlarci del processo?
Gliel'ho gi detto. Pap non ci permise di assistere. All'inizio intendeva
difendersi da solo fare l'eroe. E noi ci saremmo sedute in prima fila a
incoraggiarlo coi nostri applausi. Ma quando gli mostrarono le prove,
cambi idea. Di che cosa lo accusavano? Di aver rubato i soldi dei
clienti. Quanto gli diedero? Diciotto mesi salvo condono. Gliel'ho
gi detto, Mart. Le avevo gi detto tutto. Perch tanta insistenza?
And mai a trovarlo in prigione? Non ce lo permise. Non voleva che
vedessimo la sua vergogna. La sua vergogna echeggi pensosamente
Kurtz. La sua disgrazia. La Caduta. Fu un brutto colpo per lei, eh?
Le piacerei di pi se non lo fosse stato? No, Charlie. Non credo.
Fece un'altra piccola pausa. Be', siamo a questo punto. Lei rimase a
casa. Rinunci alla scuola, fece a meno di fornire al suo brillante cervel-
lo un'istruzione adeguata e si occup di sua madre, aspettando che suo
padre venisse rilasciato. E' cos? E' cos. E non si rec alla prigione
neanche una volta? Ges- mormor disperata. Perch continua a rigi-
rare il coltello nella piaga? Non ci and neanche vicino? No! Stava
trattenendo le lacrime con un coraggio che doveva certamente suscitare
la loro ammirazione. Come ha fatto a resistere? si stavano sicuramente
chiedendo allora e adesso? Ma perch lui continuava a stuzzicare cos
spietatamente le sue cicatrici pi nascoste? Il silenzio era come una pau-
sa tra un urlo e l'altro. L'unico rumore era quello della penna a sfera di
Litvak che riempiva pagine del suo taccuino. Niente che possa servirti,

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Mike? domand Kurtz a Litvak, senza staccare gli occhi da lei. E' ma-
gnifico sussurr Litvak mentre la sua penna continuava a scorrere. E'
solido e quadra e potremo servircene. Mi chiedo solo se non ha per
caso da raccontarci qualche bell'aneddoto sulla faccenda della prigione.
O meglio ancora, magari, su quando lui uscito sugli ultimi mesi
perch no? Charlie? disse seccamente Kurtz, trasmettendole la do-
manda di Litvak. Charlie si mise a riflettere finch non le venne l'ispira-
zione. Be', c'era qualcosa che riguardava le porte disse dubbiosa. Le
porte? disse Litvak. Quali porte? Ci racconti sugger Kurtz. Una
pausa, mentre Charlie alzava una mano e si pizzicava delicatamente la
radice del naso tra il pollice e l'indice, come per esprimere una sofferen-
za profonda e una leggera emicrania.
L'aveva raccontata spesso questa storia, ma mai cos bene. Non lo
aspettavamo se non dopo un mese, e naturalmente non telefon, come
avrebbe potuto? Avevamo traslocato. Vivevamo con i sussidi dell'Assi-
stenza pubblica. Arriv all'improvviso. Apparentemente pi magro e
pi giovane. Coi capelli tagliati. Salve, Chas, sono uscito. Mi abbracci.
Pianse. Mamma era di sopra, troppo emozionata per scendere. Era an-
cora assolutamente lo stesso. Tranne che per le porte. Non era capace di
aprirle. S'avvicinava, si fermava e restava l sull'attenti con i piedi uniti e
la testa china, aspettando che arrivasse il secondino. E il secondino era
lei disse sottovoce Litvak. La sua stessa figlia. Dio mio! La prima
volta che accadde, non potevo crederci. Gli urlai: Apri quella dannata
porta!. Ma la sua mano si rifiutava, letteralmente. Litvak stava scriven-
do come un ossesso. Ma Kurtz era meno soddisfatto. Kurtz stava di
nuovo sfogliando il fascicolo e la sua espressione suggeriva gravi riser -
ve. Charlie, in questa intervista che lei ha concesso alla Gazette di
Ipswich, vero? lei racconta che insieme a sua madre vi arrampicavate
su una collina vicino alla prigione e agitavate le braccia in modo che suo
padre potesse vedervi dalla finestra della cella. Eppure, a sentire quello
che ha raccontato a noi, proprio adesso, lei non si avvicin mai alla pri-
gione, neanche una volta. Charlie riusc addirittura a ridere una ricca,
convincente risata, anche se non suscit echi nella penombra. Ma quel-
la, Mart, era un'intervista disse cercando di farlo contento, visto che
aveva un'aria cos seria. E con questo? Nelle interviste si cerca sem-
pre di condire un po' il passato per renderlo interessante. E lo ha fatto
anche qui? No, naturalmente. Il suo agente, Quilley, ha raccontato
poco tempo fa a un nostro conoscente che suo padre mor in prigione.

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E non a casa. E' un altro condimento? E' una cosa che ha detto Ned,
non io. Gi. E' vero. D'accordo. Chiuse il fascicolo, non ancora con-
vinto. Charlie non seppe resistere. Voltandosi indietro sulla sedia, si ri-
volse a Joseph pregandolo indirettamente di toglierla dai pasticci.
Come sta andando, Jose tutto bene? Molto brillantemente, direi re-
plic lui, riprendendo subito a occuparsi dei propri affari. Meglio di
Santa Giovanna? Ma, mia cara Charlie, le tue battute sono molto mi-
gliori di quelle di Shaw! Non si sta congratulando, mi sta consolando,
pens Charlie con tristezza. Ma perch era cos duro con lei? Cos fred-
do? Cos indifferente dopo averla portata l? Arriv Rose la sudafricana,
con un vassoio di panini. La seguiva Rachel, con pasticcini e un termos
di caff zuccherato. Ma qui nessuno va mai a dormire? si lament
Charlie servendosi. La sua domanda rimase inascoltata. O meglio, dato
che tutti l'avevano sentita perfettamente, rimase senza risposta.
La fase tenera era finita e ora iniziava l'attesissimo momento del peri-
colo, quell'ora di veglia che precede l'alba, in cui la testa di lei era pi lu-
cida e la sua collera pi violenta; il momento, in altre parole, in cui spo-
stare le idee politiche di Charlie che, come le aveva garantito Kurtz,
erano rispettate da tutti da un angolo appartato a una posizione pi
visibile. Ancora una volta, in mano a Kurtz, ogni cosa aveva una sua
cronologia e una sua aritmetica. Le prime influenze, Charlie. Date, luo-
ghi e persone, Charlie; ci dica quali sono i suoi cinque principi basilari,
quali sono stati i suoi primi dieci incontri con l'alternativa militante. Ma
Charlie non aveva pi voglia di essere obiettiva. La crisi di sonnolenza le
era passata, e in lei incominciava ad agitarsi irrequieto un senso di ribel-
lione che la freddezza della sua voce e i suoi sguardi sospettosi e dar-
deggianti avrebbero dovuto rendere evidente anche agli altri. Era stufa.
Stufa di mostrarsi servizievole in questa alleanza forzata, di lasciarsi
condurre a occhi bendati da una stanza all'altra senza sapere che cosa
stessero facendo al suo gomito le loro mani addestrate ed esperte, n
che cosa le sussurrassero all'orecchio le loro abili voci. La vittima che
era in lei non vedeva l'ora di battersi. Charlie cara, questo puramente,
dico puramente, per la cronaca afferm Kurtz. Una volta che avremo
saputo i fatti, potremo finalmente togliere qualche velo le garant. Ma
insistette per trascinarla attraverso un noioso catalogo di manifestazioni,
di sit-in, di marce, di occupazioni e di rivoluzioni del sabato pomeriggio,
chiedendo ogni volta quella che lui chiamava l'argomentazione delle
sue azioni. Ma la vuole smettere, Cristo, di analizzarci? ribatt lei.

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Noi non siamo logici, non siamo informati, non siamo organizzati E
allora cosa siete, cara? disse Kurtz con la gentilezza di un santo. Non
siamo nemmeno cari. Siamo persone! Esseri umani adulti, capito? E
quindi la smetta di tormentarmi! Charlie, noi non la stiamo tormen-
tando. Non c' nessuno qui che la tormenti. Oh, andate affanculo. Si
odiava quando era in questo stato d'animo. Odiava quell'asprezza che
affiorava in lei ogni volta che la mettevano alle strette. Le si present
un'immagine di se stessa che picchiava inutilmente i minuscoli pugni di
bambina contro una porta chiusa, mentre la sua voce stridula si batteva
con slogan pericolosamente sconsiderati. Ma nello stesso tempo le pia-
cevano i bei colori che accompagnavano la rabbia, il meraviglioso senso
di libert, i vetri fracassati. Perch si dovrebbe credere prima di rifiuta-
re? domand ricordando una splendida frase che le aveva insegnato Al
o era stato qualcun altro? Forse rifiutare gi credere. Non le mai
venuto in mente? Noi, Mart, stiamo combattendo una guerra diversa, la
vera guerra. Non una potenza contro l'altra. O l'Oriente contro l'Occi-
dente. Ma gli affamati contro i porci. Gli schiavi contro gli oppressori.
Lei crede di essere libero, vero? Ma lo solo perch qualcun altro in
catene. Lei mangia e qualcuno muore di fame. Lei corre e qualcuno
deve rimanere immobile. Bisogna buttare tutto all'aria. Una volta ci
aveva creduto; davvero. Forse ci credeva ancora. Lo aveva visto e lo ave-
va avuto ben chiaro nella propria mente. Le era servito per bussare alle
porte di estranei e per vedere l'ostilit dileguarsi dai loro visi mentre lei
faceva il suo discorsetto. Lo aveva sentito e per questo aveva marciato;
per il diritto della gente di liberare la propria mente, di uscire dalla palu-
de avvolgente del condizionamento razzista e capitalistico e di volgersi
l'uno verso l'altro in una spontanea solidariet. Fuori, in una giornata
limpida, questa visione poteva ancora riempirle il cuore e spronarla ad
atti di coraggio, che a freddo avrebbe evitato. Ma tra queste pareti, con
tutti quei visi intelligenti, non c'era spazio per distendere le ali. Prov
ancora, in toni pi striduli. Deve capire, Mart, che una delle differenze
tra la sua generazione e la mia che noi siamo un tantino esigenti sulle
cose cui dovremmo sacrificare la nostra esistenza. Non abbiamo molta
voglia di rischiare la vita per qualche multinazionale registrata nel Liech-
tenstein e con fondi depositati nelle Antille olandesi. La frase era sicu-
ramente di Al. Aveva persino fatto propria la sua risatina sarcastica per
digerirla. A noi non sembra giusto che persone che non abbiamo mai
conosciuto, n sentito nominare, n votato, siano libere di rovinare il

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mondo a nome nostro. Non ci piacciono, strano eh?, i dittatori, siano


essi gruppi di persone o paesi o istituzioni, e non ci piacciono la corsa
agli armamenti o la guerra chimica o qualsiasi altro aspetto di questo
gioco catastrofico. Non crediamo che lo stato ebraico debba essere una
guarnigione dell'imperialismo americano e non consideriamo gli arabi
n dei selvaggi pidocchiosi n degli sceicchi decadenti. Per questo rifiu-
tiamo. Per evitare certe ossessioni certi pregiudizi e certi allineamenti.
Rifiutare dunque positivo, no? Perch non averli positivo, chiaro?
Ma come lo rovinano il mondo, esattamente? domand Kurtz, mentre
Litvak prendeva pazientemente appunti. Avvelenandolo. Bruciandolo.
Inquinandolo con le scorie e il colonialismo e il totale e premeditato la-
vaggio del cervello dei lavoratori e e le altre battute, pens, mi torne-
ranno in mente tra un minuto. Perci non mi chieda i nomi e gli indi-
rizzi dei miei cinque guru principali chiaro, Mart? perch sono qui
dentro si batt una mano sul petto e non mi prenda in giro perch
non sono capace di recitarle Che Guevara tutta la notte; mi chieda solo
se voglio che il mondo sopravviva e che i miei bambini. Ma ce la fa-
rebbe a recitare Che Guevara? domand Kurtz, interessato. Un mo-
mento disse Litvak, e alz una delle sue mani sottili per chiedere una
pausa, mentre con l'altra continuava a scrivere furiosamente. Questa
frase bellissima. Potrebbe interrompersi solo per un momento, Char-
lie? Perch non andate a comprarvi un fottuto registratore? sbott
Charlie. Aveva le guance in fiamme. O non ne rubate uno, visto che
questa la vostra specialit. Perch non abbiamo una settimana di tem-
po per leggere le trascrizioni rispose Kurtz, mentre Litvak continuava a
scrivere. L'orecchio seleziona, cara. Le macchine no. Sono antiecono-
miche le macchine. Ce la farebbe davvero a recitare Che Guevara, Char-
lie? ripet mentre gli altri aspettavano. No, naturalmente. Non ce la fa-
rei proprio. Alle sue spalle in apparenza a un chilometro di distanza
la voce disincarnata di Joseph modific cortesemente la sua risposta.
Ma ce la farebbe se lo studiasse. Ha un'ottima memoria garant, con
una punta d'orgoglio da creatore. Le basta udire qualcosa e subito lo
assimila. Potrebbe imparare tutti i suoi scritti in una settimana, se deci-
desse di applicarsi. Perch aveva parlato? Stava cercando di attenuare la
pena? O di metterla in guardia? O di frapporsi tra Charlie e la sua immi-
nente distruzione? Charlie comunque non aveva voglia di occuparsi di
queste sottigliezze, e Kurtz e Litvak stavano di nuovo confabulando,
stavolta in ebraico. Vi dispiace, voi due, di parlare inglese di fronte a

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me? domand lei. Tra un attimo, cara disse Kurtz amabilmente. E


continu a conversare in ebraico. Con lo stesso atteggiamento clinico
puramente per la cronaca, Charlie Kurtz l'accompagn minuziosa-
mente attraverso i restanti e disparati articoli della sua incerta fede.
Charlie si agit e inve e si agit di nuovo, con la crescente disperazione
di chi ormai per met convinta; Kurtz, che raramente la criticava ed
era sempre cortese, controllava il fascicolo, s'interrompeva per scambia-
re una parola con Litvak, oppure, per qualche suo subdolo scopo, anno-
tava personalmente qualcosa sul taccuino che aveva davanti. Mental-
mente, mentre continuava a dibattersi con furore, Charlie si vedeva im-
pegnata in un esercizio d'improvvisazione alla scuola di recitazione,
come se cercasse di cogliere un personaggio che ai suoi occhi perdeva
sempre pi significato man mano che lui continuava. Guardava i suoi
gesti, e non erano pi collegati alle sue parole. Stava protestando, e
quindi era libera. Stava urlando, e quindi protestava. Ascoltava la pro-
pria voce, che non apparteneva pi a nessuno. Dalle chiacchiere a letto
di un amante dimenticato attinse una battuta di Rousseau, da qualche al-
tra parte una frase di Marcuse. Vide Kurtz rilassarsi e, abbassato lo
sguardo, annuire e posare la matita, cosa che le fece supporre di aver fi-
nito, o forse aveva finito lui. Decise che, considerando la superiorit del
suo pubblico e la mediocrit delle sue battute, in fondo se l'era cavata
piuttosto bene. E lo stesso sembrava pensare Kurtz. Charlie si sentiva
meglio e molto pi tranquilla. Anche Kurtz, in apparenza. Charlie, mi
congratulo con lei afferm. Lei ha parlato con molta sincerit e fran-
chezza, e noi la ringraziamo. S, certo mormor Litvak, lo scriba.
Non c' di che replic lei, sentendosi brutta e surriscaldata. Le di-
spiace se cerco di dare una qualche struttura a tutto questo? domand
Kurtz. S, mi dispiace. Perch? disse Kurtz, niente affatto sorpreso.
Perch noi siamo un'alternativa. Non siamo un partito, non siamo or-
ganizzati e non siamo un manifesto. E non vogliamo nessuna fottuta
strutturazione. Avrebbe voluto smetterla di usare questo linguaggio. O
almeno che certe parole le venissero alla bocca pi spontanee in quel-
l'austera compagnia. Kurtz fece comunque la sua strutturazione e si
preoccup, gi che c'era, di farla ponderosamente. Da una parte, Char-
lie, abbiamo in apparenza le tesi fondamentali dell'anarchismo classico,
come sono state predicate dal Settecento a oggi. Balle! E cio una ri-
volta contro l'irreggimentazione. E cio la convinzione che il governo
malvagio, ergo lo stato nazionale sbagliato: la consapevolezza che le

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due
cose insieme si oppongono allo sviluppo naturale e alla libert del-
l'individuo. A questo lei aggiunge alcuni atteggiamenti tipicamente mo-
derni. Per esempio la rivolta contro la noia, contro la prosperit, contro
quella che credo si chiami la miseria ad aria condizionata del capitalismo
occidentale. E non ha dimenticato l'autentica miseria dei tre quarti della
popolazione terrestre. E' cos, Charlie? Vuole obiettare qualcosa? O per
questa volta dobbiamo dare per scontato il suo balle? Lei lo ignor,
preferendo guardarsi le unghie con un sorrisetto. Ma, Cristo, che impor-
tanza avevano oggi le teorie? avrebbe voluto dirgli. I topi si sono impa-
droniti della nave, cos semplice; il resto sono solo puttanate narcisisti-
che. Devono esserlo. Nel mondo d'oggi continu Kurtz, imperterrito,
nel mondo d'oggi direi che lei ha motivi pi solidi per sostenere queste
cose di quanti ne avessero i suoi predecessori; perch oggi gli stati na-
zionali sono pi potenti che mai; e cos le multinazionali e le possibilit
d'irreggimentazione. Charlie si rese conto che la stava manipolando,
ma non aveva modo di fermarlo. Lui ogni tanto faceva una pausa,
aspettando un suo commento, ma lei poteva al massimo distogliere il
viso e nascondere la sua crescente insicurezza dietro una maschera di
furioso rifiuto. Lei contraria alla tecnologia impazzita continu paca-
tamente. Be', lo era anche Huxley. Lei tende a cercare motivazioni
umane che non siano, una volta tanto, n competitive n aggressive. Per
riuscirci, per, bisogna prima eliminare lo sfruttamento. Ma in quale
modo? Fece ancora una pausa, e per lei queste pause stavano diventan-
do pi minacciose delle parole; erano le pause tra un passo e l'altro ver-
so il patibolo. La smetta di trattarmi con condiscendenza, Mart. La
smetta! Se non ho capito male, Charlie, sul problema dello sfrutta-
mento continu Kurtz con implacabile bonomia, che si arriva a una
scissione tra l'anarchismo osservato, se cos possiamo chiamarlo, e
quello messo in pratica. Si volt verso Litvak, per servirsene contro
di lei. Avevi qual-cosa da dire a questo proposito,Mike? Direi che la
parola decisiva sfruttamento sussurr Litvak. Se al posto di sfrutta-
mento usi la parola propriet, Marty, hai un quadro completo. Per prima
cosa lo sfruttatore colpisce lo schiavo salariato alla testa con la sua mag -
giore ricchezza; poi gli lava il cervello sino a fargli credere che il perse-
guimento della propriet una ragione valida per farlo sgobbare come
un matto. In questa maniera lo rende due volte schiavo. Giustissimo
disse tranquillamente Kurtz. Il perseguimento della propriet un

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male, ergo la propriet stessa un male, ergo coloro che proteggono la


propriet sono un male, ergo dal momento che voi non accettate pi
il processo evolutivo democratico eliminiamo la propriet e ammaz-
ziamo i ricchi. E' d'accordo con tutto questo, Charlie? Non dica caz-
zate! Non sono queste le mie idee! Kurtz pareva deluso. Vuol dire che
si rifiuta di espropriare lo stato ladrone, Charlie? Che le succede? E' di-
ventata timida, all'improvviso? Poi di nuovo a Litvak: S,Mike?. Lo
stato tirannico intervenne Litvak premuroso. Sono esattamente le
parole di Charlie. Ha anche accennato alla violenza dello stato, al terro-
rismo dello stato, alla dittatura dello stato insomma a quasi tutto quel-
lo che di brutto pu essere uno stato aggiunse Litvak, in un tono piut-
tosto sorpreso. Ma questo non significa che io vada in giro ad ammaz-
zare gente e a rapinare banche, Cristo! Che razza di discorsi mi fate?
Kurtz non si lasci impressionare dalla sua agitazione. Charlie, lei ci ha
fatto capire che le forze della legalit e dell'ordine non sono che i satrapi
di una pseudo autorit. Litvak aggiunse un corollario: E anche che la
vera giustizia non accessibile alle masse attraverso i tribunali ricord a
Kurtz. Ed vero! L'intero sistema una merda! E' truccato, corrotto,
paternalistico, E allora perch non lo distrugge? domand Kurtz
con estrema amabilit. Perch non lo fa saltare in aria e non spara a
tutti i poliziotti che cercano d'impedirglielo, e gi che c' anche a quelli
che non ci si provano neanche? Perch non fa saltare in aria i coloniali-
sti e gli imperialisti ovunque si trovino? Dov' finita la sua millantata in-
tegrit? Cos' che andato storto? Io non voglio far saltare niente!
Voglio la pace io! Voglio che la gente sia libera! insistette Charlie, cer-
cando disperatamene d'aggrapparsi alla sua unica autentica convinzione.
Ma Kurtz pareva non averla udita. Lei mi delude, Charlie. All'improv-
viso lei mi diventa incoerente. Lei ha le idee chiare ormai. Perch non fa
qualcosa per attuarle? Perch arriva qui come un'intellettuale che ha gli
occhi e il cervello per vedere ci che non visibile alle masse ingannate,
e poi non ha il coraggio di uscire e di compiere un piccolo atto come
un furto come un omicidio come il far saltare in aria qualcosa per
esempio un commissariato di polizia, a beneficio di quelli il cui cuore e
la cui mente sono stati asserviti ai padroni capitalistici? Andiamo, dove
sono le sue azioni? Lei uno spirito libero. Non ci dia pi parole, ci dia
fatti. La contagiosa gaiezza di Kurtz aveva raggiunto nuovi livelli. I
suoi occhi, agli angoli, erano talmente raggrinziti da sembrare nere linee
curve scavate nella sua logora pelle. Ma anche Charlie era capace di bat-

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tersi, e ora si stava rivolgendo direttamente a lui, servendosi delle parole


come lui se ne serviva, colpendolo con esse, cercando disperatamente
d'aprirsi un'ultima via d'uscita verso la libert. Senta, io sono una su-
perficiale, Mart, chiaro? Sono un'ignorante, un'illetterata. Non so de-
durre n ragionare n analizzare. Ho frequentato costosissime scuole di
decimo ordine, e vorrei tanto pi di qualsiasi altra cosa al mondo
vorrei tanto essere nata in un vicolo delle Midland e avere avuto un pa-
dre che lavorasse con le mani anzich strappare alle vecchiette tutti i
loro risparmi! Sono stufa di farmi lavare il cervello e sono stufa di sen-
tirmi dire ogni giorno quindicimila ragioni che mi vieterebbero di amare
il mio prossimo da pari a pari e adesso, cazzo, voglio andare a letto!
Sta dicendo, Charlie, che ripudia la posizione precedentemente espres-
sa? Io non ho espresso nessuna posizione. No? No. Non ha
espresso posizioni, non si impegnata attivamente, solo una non alli-
neata. S. Pacificamente non allineata aggiunse Kurtz soddisfatto.
Lei appartiene all'estremo centro. Sbottonandosi lentamente un ta-
schino della giacca, vi frug con le sue spesse dita e ne cav, fra tante
cianfrusaglie, un ritaglio stampa ben piegato, e piuttosto lungo, che, a
giudicare dalla sua particolarissima posizione, doveva essere un po' di-
verso da quelli contenuti nel fascicolo. Charlie, lei poco fa ha accenna-
to di sfuggita alla volta in cui assistette con Al a un seminario in una lo-
calit del Dorset aggiunse mentre apriva meticolosamente il ritaglio.
Un corso di fine settimana sul pensiero radicale lo ha definito, se non
sbaglio. Ma non siamo andati molto a fondo su ci che accadde in quel-
l'occasione; ricordo anzi che, non so per quale motivo, abbiamo un po'
sorvolato su questo particolare. Le dispiace se ora cerchiamo di andare
un po' pi a fondo? Come per rinfrescarsi la memoria, Kurtz lesse si-
lenziosamente il ritaglio, scuotendo ogni tanto la testa come per dire
Bene, bene. Sembra un posto niente male osserv cordialmente
mentre leggeva. Addestramento al tiro con manichini. Tecniche di sa-
botaggio, servendosi naturalmente di plastilina e non di un vero esplosi-
vo. Come vivere in clandestinit. Modi di sopravvivenza. Filosofia della
guerriglia urbana. Anche come sistemare un ospite riluttante, vedo:
Controllo di elementi indocili in una situazione domestica. Mi piace.
E' un bell'eufemismo. Le scocc un'occhiata da sopra il ritaglio. E' pi
o meno corretto questo servizio, o una delle tante tipiche esagerazioni
della stampa sionistico-capitalistica?
Lei non credeva pi nella sua bonariet, e lui non aveva pi bisogno

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che ci credesse. L'unico obiettivo di Kurtz era ormai quello di spaven-


tarla con l'estremismo delle sue stesse opinioni e di costringerla a ripu-
diare posizioni che non sapeva d'aver preso. Certi interrogatori tendono
a strappare la verit, altri a strappar bugie. Kurtz voleva bugie. La sua
voce stridula si era quindi percepibilmente indurita e l'aria divertita stava
rapidamente scomparendo dal suo viso. Non dovrebbe darcene un'im-
magine pi obiettiva, Charlie? domand. Fu una scelta di Al, non mia
disse lei spavaldamente, facendo il suo primo passo indietro. Ma ci an-
daste insieme. Era un weekend a buon mercato in campagna, in un
periodo in cui eravamo al verde. Tutto qui. Tutto qui mormor Kur-
tz, lasciandole un enorme silenzio carico di sensi di colpa e troppo pe-
sante perch potesse sbarazzarsene da sola. Non c'eravamo soltanto
noi due protest Charlie. Eravamo Dio mio una ventina. Ragazzi,
attori. Alcuni ancora allievi. Noleggiarono un pullman, presero un po'
di hascisc e giocarono a cambiar letto sino al mattino. Cosa c' di male
in tutto questo? Kurtz, in quel momento, non aveva opinioni su ci
che poteva esserci di male in qualsiasi cosa. Questo vale per loro disse.
Ma lei intanto che cosa faceva? Guidava il pullman? Da quella grande
autista che ci risulta lei sia? Io ero con Al, gliel'ho gi detto. Era il suo
ambiente, non il mio. Aveva perso il suo appiglio e stava cadendo. Non
sapeva bene come avesse fatto a scivolare o chi le avesse schiacciato le
dita. Forse si era semplicemente stancata e si era lasciata andare. Forse
lo aveva desiderato sin dall'inizio. E quante volte si sarebbe concessa
questo lusso, Charlie? Parlando d'aria fritta. Fumando hascisc. Pratican-
do innocentemente l'amore libero, mentre altri andavano a lezione di
terrorismo? Lei ne parla come se fosse una cosa abituale. E' giusto? Era
abituale? No, non era abituale! E' passata, e io non mi sono mai con-
cessa nessun lusso! Vuol dirci allora sino a che punto era frequente?
Non era neanche frequente! Quante volte insomma? Un paio. Tut-
to qui. Poi mi sono presa paura. Cadeva e ruotava su se stessa, e il buio
diventava sempre pi buio. C'era aria tutt'intorno, ma non la toccava.
Joseph, tirami fuori da questo pasticcio! Ma era stato Joseph a metterce-
la. Tendeva le orecchie per sentirlo, gli mandava messaggi con la nuca.
Ma non riceveva niente in cambio. Kurtz la fissava e lei fissava lui. Po-
tendo, lo avrebbe trapassato con lo sguardo; lo avrebbe accecato con le
sue occhiate di sfida. Un paio di volte ripet lui pensoso. Giusto,
Mike? Litvak alz la testa dai suoi appunti. Un paio echeggi. Mi
vuol dire perch si presa paura? domand Kurtz. E senza distogliere

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lo sguardo dal suo viso, allung una mano per prendere il fascicolo di
Litvak. Era un brutto ambiente disse Charlie, abbassando la voce per
far colpo. Direi proprio di s disse Kurtz aprendo il fascicolo. Non
dico politicamente. Alludo al sesso. Era pi di quanto fossi disposta ad
accettare. Non sia troppo ottuso. Kurtz si lecc un pollice e volt una
pagina; si lecc un pollice e volt un'altra pagina; mormor qualcosa a
Litvak che gli sussurr a sua volta un paio di parole, non in inglese.
Chiuse il fascicolo e lo infil nella cartella. Un paio di volte. Tutto qui.
Poi mi sono presa paura declam pensosamente. Vuol modificare
questa dichiarazione? Perch dovrei farlo? Un paio di volte. E'
esatto? Perch non dovrebbe esserlo? Un paio significa due.
Giusto? Sopra la sua testa, la lampadina ondeggiava, o era solo un'im-
pressione? Si volt deliberatamente sulla sedia. Joseph era chino sul
proprio tavolino, troppo affaccendato anche soltanto per alzare il capo.
Si volt di nuovo e vide Kurtz ancora in attesa. Due o tre disse. Che
importanza ha? O quattro? Un paio pu anche voler dire quattro?
Oh, al diavolo! Credo che sia una questione di linguistica. L'anno
scorso sono andato a trovare mia zia un paio di volte. Be', potrebbero
essere tre, no? Quattro ancora possibile. Ma cinque, cinque direi che
oltre il limite. Con cinque siamo gi a una mezza dozzina. Continu a
sfogliare lentamente le sue carte. Vuole sostituire a un paio una
mezza dozzina, Charlie? Ho detto un paio e intendevo dire un paio!
Due? S, due! E allora due. S, ho partecipato a questo seminario
in due occasioni. Altri possono essersi impegnati in esercitazioni milita-
ri, ma i miei interessi erano puramente sessuali, ricreativi e sociali.
Amen. Firmato Charlie. Vuol mettere una data a queste due visite?
Cit una data dell'anno precedente, poco tempo dopo che si era messa
con Al. E l'altra? Non ricordo. Che importanza ha? Non ricorda.
La voce di Kurtz aveva rallentato sin quasi a fermarsi, ma senza perdere
nulla del proprio vigore. Charlie la vedeva avanzare verso di lei come un
goffo animale. La seconda volta stata subito dopo la prima, o tra l'u-
na e l'altra c' stato un intervallo? Non lo so. Non lo sa. Il suo pri-
mo weekend fu un corso introduttivo per principianti. Giusto? S. A
che cosa la iniziarono? Gliel'ho gi detto ai rapporti sessuali di grup-
po. N discussioni, n seminari, n lezioni? Discussioni s, certo. E
su quali temi, per piacere? Sui principi fondamentali. Di che? Del
radicalismo, mi pare ovvio. Ricorda qualcuno degli oratori? Una le-
sbica foruncolosa sulla liberazione della donna. Uno scozzese, che pia-

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ceva moltissimo a Al, su Cuba. E la volta dopo quella di cui non ri-
corda la data, la seconda e ultima volta chi parl? Nessuna risposta.
Non ricorda neanche questo? No. E' strano, non trova? Che lei ri-
cordi perfettamente la prima volta i rapporti sessuali, gli argomenti di
discussione, gli oratori. E per niente la seconda. Dopo essere stata in
piedi tutta la notte per rispondere alle sue domande assurde no, non
strano! Dove vuole andare? domand Kurtz. Ha bisogno del
bagno? Rachel, accompagna Charlie in bagno. Rose. Charlie si era alza-
ta. Ud avvicinarsi dall'ombra dei passi felpati. Me ne vado. Esercito il
mio diritto di scelta. Voglio andar via. Subito. Il suo diritto di scelta
potr esercitarlo solo in certi specifici momenti e solo quando saremo
noi a dirglielo. Se ha dimenticato chi condusse il secondo seminario cui
lei ha partecipato, vuol dirmi almeno quale fu l'argomento del corso?
Charlie era ancora in piedi e, per qualche strano motivo, questa posizio-
ne la faceva sembrare pi piccola. Si guard attorno e vide Joseph, con
la testa appoggiata a una mano e il viso distolto dalla lampada. Ai suoi
occhi spaventati, pareva sospeso in una sorta di luogo intermedio, tra il
mondo in cui era lei e il proprio. Ma ovunque lei guardasse, la voce di
Kurtz continuava a riempirle la testa e ad assordare le persone che in
essa vivevano. Pos le mani sulla tavola e si sporse in avanti; era in una
strana chiesa senza un amico che la consigliasse, senza sapere se doveva
stare in piedi o inginocchiarsi. E la voce di Kurtz era dappertutto, e non
sarebbe cambiato nulla se si fosse sdraiata per terra o fosse volata via
oltre la vetrata dipinta per un centinaio di chilometri, da nessuna parte
sarebbe stata al sicuro da questa rintronante intrusione. Tolse le mani
dalla tavola e se le port dietro la schiena, tenendole strette perch stava
perdendo il controllo dei propri gesti. Le mani contano, le mani parla-
no. Le mani agiscono. Sentiva che si stavano confortando a vicenda
come due bimbi spaventati. Kurtz le aveva chiesto qualcosa su una mo-
zione. Non l'ha firmata, Charlie? Non lo so! Ma, Charlie, al termine
di una seduta si approva sempre una mozione. Prima la discussione, e
poi la mozione. Qual era la mozione? Sta davvero cercando di dirmi che
non sa che cosa fosse, che non sa neanche se l'ha firmata? Avrebbe po-
tuto rifiutarsi di firmarla? No. Sia ragionevole, Charlie. Come pu
una persona con la sua sottovalutatissima intelligenza dimenticare una
cosa come una mozione formale al termine di un seminario di tre gior -
ni? Una mozione che stata stesa e ristesa e votata e approvata e
non approvata e firmata e non firmata? Come possibile? Una mo-

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zione, perdinci, sempre una complicata serie di eventi. Perch lei im-
provvisamente cos vaga, dopo essere stata tanto precisa su altri argo-
menti? A lei non importava. Gliene importava talmente poco che non
voleva neanche far la fatica di dirgli che non gliene importava. Era mor -
talmente stanca. Avrebbe voluto tornare a sedersi, ma era bloccata nella
sua posizione. Avrebbe voluto avere una pausa e pisciare e rifarsi il truc-
co e dormire per cinque anni. Solo un residuo di etichetta teatrale, la co-
stringeva a stare in piedi e ad andare fino in fondo. Intanto, Kurtz aveva
cavato un altro foglio di carta dalla borsa. E dopo averci meditato sopra
per un po', decise di rivolgersi a Litvak. Ha detto due volte, vero?
Due al massimo conferm Litvak. Le abbiamo dato innumerevoli
possibilit di aumentare la cifra, ma si fermata a due. E a noi quante
ne risultano? Cinque. Allora dove l'avr preso quel due? Sta mini-
mizzando spieg Litvak, riuscendo a mostrarsi ancor pi deluso del
suo compagno. Sta minimizzando almeno del duecento per cento.
Insomma mente disse Kurtz, mettendoci un po' prima di arrivare a
questa conclusione. Certo disse Litvak. Non ho mentito! Ho dimen-
ticato! E' stato Al! Ci sono andata per far piacere a Al, tutto qui! Tra le
penne di metallo nel taschino in alto della giubba da guerrigliero, Kurtz
teneva un fazzoletto cachi. Tiratolo fuori, se lo pass sul viso con uno
strano movimento, come se stesse spolverandolo, sino alla bocca. Poi se
lo rimise in tasca. E spost di nuovo l'orologio, da sinistra a destra, in
un suo personalissimo rituale. Vuol sedersi? No. Il rifiuto lo rattri-
st. Charlie, io ho smesso di capirla.
La mia fiducia in lei sta scemando. E la lasci scemare, cazzo! Trovi
qualcun'altra da prendere a calci! Perch dovrei fare dei giochi di societ
con una banda di teppisti israeliani? Andate a mettere delle bombe sul-
l'auto di qualche arabo. Lasciatemi in pace. Vi odio! Tutti quanti! Di-
cendo questo, Charlie ebbe una stranissima sensazione. Le parve che
stessero ascoltando le sue parole solo per met, e che con l'altra met
della loro attenzione studiassero invece la sua tecnica. Se qualcuno aves-
se gridato: Prova a ripeterlo, Charlie, magari un po' pi lentamente,
non sarebbe stata una sorpresa per lei. Ma intanto Kurtz aveva qualcosa
da dire e niente sulla terra del suo Dio ebraico come lei aveva ormai
imparato poteva impedirglielo. Charlie, io non capisco questo suo
sottrarsi insistette. La sua voce stava ritrovando il consueto ritmo. Il
suo vigore era immutato. Non capisco le discrepanze tra la Charlie che
lei ci sta presentando e la Charlie che risulta dai nostri documenti. La

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sua prima visita alla scuola rivoluzionaria avvenne il 15 luglio dell'anno


scorso, un corso di due giorni per principianti sul tema generala del co-
lonialismo e della rivoluzione, ed vero, ci andaste in pullman, tutto un
gruppo d'attori, tra cui Alastair. La sua seconda visita avvenne un mese
dopo, ancora con Alastair, e in questa occasione con gli altri partecipan-
ti lei ascolt un cosiddetto esule boliviano che non volle dire il suo
nome, nonch un signore altrettanto anonimo che afferm di parlare a
nome dell'ala provisional dell'Irish Republican Army. E generosamente
lei firm per entrambe queste associazioni un assegno personale di cin-
que sterline; abbiamo qui le fotocopie dei due assegni. Ma l'ho fatto
per Al! Era al verde! La terza volta ci and un mese dopo, e in quel-
l'occasione lei partecip a una discussione piuttosto ridicola sull'opera
del pensatore americano Thoreau. Alla fine il giudizio del gruppo, che
lei sottoscrisse, fu che in termini di militanza Thoreau era un irrilevante
idealista con ben poca comprensione pratica dell'attivismo in parole
povere un buono a niente. E lei non solo approv questo giudizio, ma
propose una mozione supplementare per richiedere un maggiore radica-
lismo a tutti i compagni! Ma l'ho fatto per Al! Volevo che mi accettas-
sero! Volevo accontentare Al! Me n'ero gi dimenticata il giorno dopo!
Poi viene l'ottobre e lei e Alastair tornaste l, stavolta per un seminario
sul tema del fascismo borghese nelle societ capitalistiche occidentali; e
stavolta lei ebbe un ruolo importante nelle discussioni di gruppo, of-
frendo ai suoi compagni un buon numero di mitici aneddoti su quel cri-
minale di suo padre, su quella stupida di sua madre e in genere sulla sua
educazione repressiva. Charlie aveva smesso di protestare. Aveva smes-
so di pensare e di vedere. Aveva lo sguardo annebbiato e teneva tra i
denti una parte dell'interno della bocca, mordicchiandolo piano come
per punirsi. Ma non poteva fare a meno d'ascoltare, perch la voce di
Marty non glielo permetteva. E l'ultima volta fu, come ci ha ricordato
il nostro Mike, nel febbraio di quest'anno, quando lei e Alastair presen-
ziaste a un seminario il cui tema lei ha ostinatamente allontanato dalla
sua memoria, se non un momento fa quando si messa a insultare lo
stato d'Israele. Stavolta la discussione era interamente dedicata alla de-
plorevole espansione del sionismo mondiale e ai suoi legami con l'impe-
rialismo americano. Il protagonista fu un signore che sosteneva di rap-
presentare la rivoluzione palestinese, pur rifiutandosi di precisare a qua-
le ala di questo grande movimento facesse riferimento. Rifiut anche di
rivelarsi nel senso pi letterale del termine, perch i suoi lineamenti era-

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no nascosti da un passamontagna nero, che gli dava un aspetto appro-


priatamente sinistro. Non ricorda questo oratore? Non le lasci il tem-
po di rispondere. Il tema da lui svolto era la sua eroica esistenza di
grande guerriero e di uccisore di sionisti. La pistola il mio passaporto
per la mia patria dichiar. Noi non siamo pi profughi. Siamo un po-
polo rivoluzionario! Questo suscit un certo allarme tra i presenti, e un
paio di voci, non la sua, espressero l'opinione che egli avesse un po' esa-
gerato. S'interruppe, ma lei rimase in silenzio. Perch non ci racconta
queste cose, Charlie? Perch saltella da un punto all'altro senza sapere
bene quale sar la sua prossima bugia? Non le ho gi detto che abbiamo
bisogno del suo passato? Che ci garba moltissimo? Di nuovo attese
con pazienza la sua risposta, ma inutilmente. Noi sappiamo che suo
padre non mai andato in prigione. Lei non ha mai avuto in casa gli uf-
ficiali giudiziari e nessuno le ha mai portato via il suo pony. Quel po-
ver'uomo ebbe solo un piccolo fallimento per incompetenza e non dan-
neggi nessuno, tranne che un paio di direttori di banca locali. Fu riabi-
litato con onore, se cos che si dice, molto tempo prima di morire; al-
cuni suoi amici trovarono un po' di denaro e sua madre gli rimase ac-
canto, da moglie fiera e devota. Non fu per colpa di suo padre che lei la-
sci prematuramente la scuola, ma soltanto per colpa sua. Lei si era
resa, diciamo cos, un po' troppo disponibile per vari ragazzi della citt
vicina e col tempo la cosa era arrivata alle orecchie della direzione della
scuola. Lei venne quindi immediatamente espulsa come elemento cor -
ruttore e potenzialmente scandaloso, e torn dai suoi genitori troppo
indulgenti che, come al solito, perdonarono, con sua grande frustrazio-
ne, le sue malefatte e fecero del loro meglio per credere a ogni sua paro-
la. Col passar degli anni lei ha costruito intorno a questo episodio un'in-
gegnosa favola per renderlo pi sopportabile, e ha finito per crederci
anche lei, bench sia segretamente un ricordo che la sconvolge e che la
spinge in molte strane direzioni. Ancora una volta, spost l'orologio in
un punto pi sicuro della tavola. Noi siamo suoi amici, Charlie. Lei
pensa forse che potremmo mai incolparla di una cosa simile? Lei crede
che non abbiamo capito che le sue idee politiche sono l'esteriorizzazio-
ne di una ricerca di dimensioni e di risposte che non le furono date
quando pi ne aveva bisogno? Noi siamo suoi amici, Charlie. Non sia-
mo mediocri, annoiati, apatici, suburbani, conformisti. Vogliamo condi-
videre delle cose con lei, vogliamo servirci di lei. Perch allora cerca
d'ingannarci quando tutto ci che vogliamo sentire da lei, dall'inizio alla

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fine, la nuda, obiettiva verit? Perch ostacola i suoi amici, anzich


concederci tutta la sua fiducia? La rabbia la invest come un mare info-
cato. La sollev, la purific; la sentiva gonfiarsi e abbracciarla come il
suo unico vero alleato. Con la sua abilit professionale, se ne lasci do-
minare interamente, mentre quella minuscola creatura giroscopica che
stava nel suo interno e che riusciva sempre a rimanere in piedi si aggira-
va elegantemente tra le quinte a guardare in punta di piedi. La rabbia
pose fine al suo smarrimento e attut il dolore della sua ignominia; la
rabbia le schiar le idee e rese lucida la sua visione. Fece un passo avanti
e alz un pugno per colpirlo, ma era troppo adulto, troppo imponente
ed era gi stato colpito troppe volte. E poi alle spalle di lei c'era qualco-
sa che era rimasto incompiuto. Certo fu Kurtz che, con la sua deliberata
istigazione, accese il fiammifero che avrebbe provocato l'esplosione. Ma
erano stati l'astuzia di Joseph, il corteggiamento di Joseph e l'enigmatico
silenzio di Joseph a determinare la sua umiliazione. Si volt di scatto e
avanz di due passi verso di lui, aspettando che qualcuno venisse a fer -
marla, ma non venne nessuno. Alz un piede e allontan con un calcio
la tavola e vide la lampada curvarsi con grazia, Dio sa dove, prima di
toccare il limite della sua flessibilit e di sparire con un botto di sorpre-
sa. Tir indietro il pugno, pensando che lui si difendesse. Ma non lo
fece, e lei sferr un diretto nella direzione del punto in cui lui era sedu-
to, colpendolo allo zigomo con tutta la sua forza. Gli stava urlando tutti
gli epiteti pi osceni, quelli stessi che usava contro Long Al e l'intera
vuota nullit della sua vita ingarbugliata e troppo mediocre, ma avrebbe
voluto che lui cercasse di proteggersi o la colpisse a sua volta. Gli sferr
un secondo pugno con l'altra mano, desiderando lasciare un segno e far
del male a tutta la sua persona. Attese ancora che lui si difendesse, ma i
suoi ben noti occhi bruni continuavano a guardarla con la solita calma,
come le luci di una spiaggia in una tempesta. Lo colp ancora con il pu-
gno semichiuso e sent le nocche che le dolevano, ma vide anche il san-
gue che gli scorreva sul mento. Gli stava gridando Bastardo fascista! e
continu a ripeterlo, accorgendosi che stava sprecando la propria forza,
insieme con il fiato. Vide Raoul, il ragazzo hippy coi capelli di stoppa, in
piedi sulla soglia e una delle ragazze Rose la sudafricana che si era
appostata davanti alla porta finestra e aveva allargato le braccia nell'e-
ventualit che Charlie si lanciasse verso la veranda, e avrebbe avuto una
gran voglia di impazzire al punto che tutti si sentissero dispiaciuti per
lei; avrebbe voluto essere una pazza furiosa in attesa di un perdono e

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non una stupida attricetta radicale che si era costruita crescendo futili
versioni di se stessa, che aveva rinnegato il padre e la madre per abbrac-
ciare una fede che non stava in piedi e a cui non aveva il coraggio di ri-
nunciare, e comunque cosa c'era stato sinora che potesse sostituirla?
Ud la voce di Kurtz che, in inglese, ordinava a tutti di non muoversi.
Vide Joseph voltarsi; lo vide cavar di tasca un fazzoletto e tamponarsi le
labbra, guardandola con indifferenza, come se lei fosse stata un bambi-
no maleducato di cinque anni. Gli grid ancora Bastardo! e lo colp
alla tempia, un grande schiaffo sonoro a mano aperta che le pieg il
polso e le lasci la mano temporaneamente indolenzita,
ma a questo punto era ormai esausta e voleva soltanto che Joseph
reagisse. Faccia pure, Charlie le consigli pacatamente Kurtz dalla sua
sedia. Avr letto Frantz Fanon. La violenza una forza purificatrice, ri-
corda? Ci libera dai nostri complessi d'inferiorit, ci rende impavidi e ci
restituisce il rispetto per noi stessi. Charlie aveva solo una via d'uscita e
la prese. Ingobbendo le spalle, si lasci cadere drammaticamente il viso
tra le mani e pianse inconsolabile finch, a un cenno di Kurtz, Rachel si
avvicin dalla finestra e le cinse le spalle con un braccio, cosa che Char-
lie in un primo momento non grad, ma poi lasci fare. Ha tre minuti,
non di pi grid Kurtz mentre le due ragazze s'avviavano verso la so-
glia. Non si cambia d'abito e non assume nessun'altra identit, ma deve
tornare subito qui. Voglio che il motore continui a girare. Charlie, si fer-
mi un momento dove . Aspetti. Ho detto si fermi. Charlie si ferm,
senza voltarsi. Rimase immobile, recitando di spalle e chiedendosi deso-
lata se Joseph stava facendo qualcosa per quel taglio alla faccia. E' stata
in gamba, Charlie le disse Kurtz, senza condiscendenza, attraverso la
stanza. Congratulazioni. Ha rischiato di affondare ma si ripresa. Ha
mentito, si smarrita, ma ha tenuto duro, e quando la corda cui era ag -
grappata si rotta ha fatto una scenata e se l' presa col mondo intero.
Siamo fieri di lei. La prossima volta le daremo una storia migliore da
raccontare. Si sbrighi a tornare, d'accordo? Abbiamo poco tempo, po-
chissimo.
In bagno, Charlie si mise a singhiozzare con la testa appoggiata al
muro, mentre Rachel le riempiva d'acqua un catino e Rose era rimasta
fuori per ogni evenienza. Non capisco come fai a sopportare l'Inghil-
terra anche per un minuto solo disse Rachel mentre le preparava il sa-
pone e l'asciugamani. Io ne ho avuto per quindici anni prima di andar-
mene. Credevo di morire. Tu conosci Macclesfield? E' la morte. Alme-

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no se sei ebrea. Tutta quella classe, quella freddezza, quell'ipocrisia. Cre-


do che sia il posto pi triste della terra, Macclesfield, per un'ebrea. Sul
serio. Io mi sfregavo la pelle col succo di limone perch mi dicevano
che ero unta. Non avvicinarti a quella porta senza di me, tesoro, altri-
menti dovr fermarti.
Era l'alba, e quindi l'ora d'andare a letto, e lei era di nuovo con loro, e
voleva stare l pi che in ogni altro posto. Le avevano raccontato qual-
cosa, avevano sfiorato l'intera storia come un faro d'automobile sfiora il
buio arco d'un portale, mostrando una visione fugace di ci che vi si na-
sconde. Prova a immaginare, le dissero; e le parlarono di un perfetto
amante che lei non aveva mai incontrato. Non aveva importanza. Ave-
vano bisogno di lei. La conoscevano a fondo, conoscevano la sua fragi-
lit e la sua molteplicit. Eppure avevano bisogno di lei. L'avevano rapi-
ta per salvarla. Dopo tutto il suo andare alla deriva, la loro linea retta.
Dopo tutti i suoi rimorsi e i suoi camuffamenti, il loro accettarla. Dopo
tutte le sue parole, le loro azioni, la loro sobriet, il loro lucido zelo, la
loro autenticit, la loro fede reale, a riempire il vuoto che si era spalan-
cato urlando dentro di lei, come un demone annoiato, fin dove risaliva-
no i suoi ricordi. Lei era un peso piuma colto in una tempesta vorticosa,
ma all'improvviso, con suo sollievo e stupore, erano loro il vento che la
controllava. Si abbandon e lasci che la portassero, la prendessero, la
possedessero. Grazie a Dio, pens, ho finalmente una patria. Reciterai
te stessa, ma ancora di pi, dissero e quando mai non lo aveva fatto? Te
stessa con tutti i tuoi bluff ormai scoperti, dicevano mettiamola in que-
sti termini. Mettetela nei termini che preferite, pens. S, sto ascoltando.
S, vi seguo. Avevano ceduto a Joseph il posto pi autorevole, al centro
della tavola. Litvak e Kurtz sedevano immobili come lune ai suoi fian-
chi. Il viso di Joseph era escoriato dove lei lo aveva colpito, una serie di
piccole ecchimosi lungo la mascella sinistra. Attraverso le persiane, scale
di luce mattutina brillavano sulle assi del pavimento e sul tavolo a caval-
letto. Smisero di parlare. Ho gi deciso? domand lei. Joseph scosse il
capo. Una scura barba ispida sottolineava le cavit del suo viso. La luce
dall'alto rivelava una rete di rughe sottili intorno agli occhi. Parlami an-
cora dell'utilit gli propose. Sent il loro interesse tendersi come una
corda. Litvak, con le mani bianche intrecciate davanti a s, la contem-
plava con occhi spenti ma stranamente rabbiosi; e poi Kurtz, senza et e
profetico, con il viso segnato e spruzzato di polvere argentea. E intorno
alle pareti ancora i ragazzi, devoti e immobili, come se stessero facendo

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la coda per la prima comunione. Dicono che salverai delle vite umane,
Charlie spieg Joseph, in un tono distaccato da cui era stata rigorosa-
mente espunta ogni traccia di teatralit. C'era un pizzico di riluttanza
nella sua voce? In tal caso, non faceva che accentuare la solennit delle
sue parole. Che restituirai figli alle madri e aiuterai a portare pace a per-
sone pacifiche. Dicono che uomini e donne innocenti vivranno. Per me-
rito tuo. E tu cosa dici? La sua risposta fu volutamente piatta. Se no,
perch sarei qui? Se si trattasse di uno di noi questo lavoro lo definirem-
mo un sacrificio, un'espiazione. Per te be', forse non poi tanto diver-
so. Tu dove sarai? Ti staremo vicini quanto potremo. Dico tu. Tu,
Joseph. Ti star vicino, naturalmente. E' il mio lavoro. E' solo il mio
lavoro stava dicendo; neanche Charlie avrebbe potuto fraintendere il
messaggio. Joseph le star accanto dall'inizio alla fine intervenne som-
messamente Kurtz. Joseph un ottimo professionista. Joseph, parlale
del fattore tempo, ti prego. Ne abbiamo pochissimo disse Joseph.
Ogni ora importante. Kurtz continuava a sorridere, con l'aria d'a-
spettare che lui continuasse. Ma Joseph aveva finito. Charlie aveva detto
di s. Doveva averlo detto. O almeno, s alla fase successiva, perch sent
tutt'intorno un lieve sospiro di sollievo, e poi, con sua delusione, nien-
t'altro. Nel suo stato d'animo iperbolico, aveva immaginato che l'intero
pubblico si sarebbe messo ad applaudire freneticamente: l'esausto Mike,
sprofondando la testa nelle sue bianche mani da ragno e piangendo sen-
za vergogna; Marty, da quel vecchio che si era rivelato essere, afferran-
dole la spalla con le grosse mani bambina mia, figlia mia e accostan-
do il viso ispido alla sua guancia; i ragazzi, i suoi discreti tifosi, rompen-
do le file per raccogliersi intorno a lei e toccarla. E Joseph stringendola
al petto. Ma nel teatro della realt, evidentemente, non ci si comportava
cos. Kurtz e Litvak erano affaccendati a mettere in ordine carte e a
chiudere borse. Joseph stava confabulando con Dimitri e con Rose la
sudafricana. Raoul stava portando via quanto restava del t e dei biscotti
zuccherati. Soltanto Rachel pareva interessarsi alla sorte della nuova re-
cluta. Tocc un braccio di Charlie e la condusse verso il pianerottolo,
per fare quello che lei chiamava un bel riposino. Ma non erano ancora
arrivate alla porta, quando Joseph pronunci sommessamente il suo
nome. La stava guardando con pensosa curiosit. Buona notte, allora
ripet come se le sue parole fossero un enigma anche per lui. Buona
notte anche a te replic Charlie, con un debole sorriso, che avrebbe
dovuto essere la battuta conclusiva. Ma non lo fu. Seguendo Rachel in

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corridoio, Charlie pens con sua sorpresa di essere di nuovo nel club
londinese di suo padre, diretta alla dipendenza per le signore dove
avrebbe pranzato. Si ferm e si guard attorno cercando la fonte di
questa allucinazione. Poi la sent: l'incessante ticchettio di un'invisibile
telescrivente che sfornava le ultime quotazioni di borsa. Le parve che
venisse da dietro una porta socchiusa. Ma Rachel la costrinse a procede-
re oltre senza darle la possibilit di verificare.
I tre uomini erano tornati nella stanza con le brande, dove il cicalec-
cio della macchina li aveva convocati come una tromba. Sotto gli occhi
di Becker e di Litvak, Kurtz, chino davanti alla scrivania, stava decifran-
do con un'aria totalmente incredula un recentissimo, inatteso, urgente e
assolutamente personale telegramma da Gerusalemme. Standogli dietro,
potevano vedere la scura chiazza di sudore allargarsi sulla camicia come
una ferita. Il radiotelegrafista se n'era andato, allontanato da Kurtz non
appena era iniziata la trasmissione del messaggio cifrato. Per il resto, il
silenzio era profondo. Cantassero uccelli o passassero auto, loro non
udivano nulla. Solo il fermarsi e il ripartire della telescrivente. Non ti
ho mai visto cos in forma, Gadi afferm Kurtz, al quale non bastava
mai un'unica attivit. Stava parlando in inglese, la lingua del testo di Ga-
vron. Magistrale, nobile, incisivo. Stacc un foglio e aspett che venis-
se riempito il successivo. Tutto quello che una ragazza alla deriva po-
trebbe sognare come suo salvatore. Non cos, Shimon? La macchina
riprese a stampare. Certi nostri colleghi di Gerusalemme il signor
Gavron, per citarne soltanto uno hanno contestato la mia scelta. Un
altro stato il qui presente signor Litvak. Ma io no. Io ero sicuro. Bor-
bottando una leggera imprecazione, stacc il secondo foglio. Questo
Gadi il migliore che io abbia mai avuto, gli ho detto riprese. Un cuo-
re di leone e una testa di poeta: le mie testuali parole. Una vita di violen-
za non stata sufficiente a involgarirlo, gli ho detto. Come se la cava,
Gadi? Volt la testa, inclinandola un poco e aspettando la risposta di
Becker. Non l'hai capito? disse Becker. Se lo aveva capito, Kurtz non
lo disse. Concluso il messaggio, fece ruotare la sedia girevole, tenendo i
fogli perfettamente verticali davanti a s per cogliere la luce della lampa-
da da tavolo alle sue spalle. Ma, curiosamente, fu Litvak il primo a parla-
re Litvak in una tesa e stridula esplosione d'impazienza, che colse di
sorpresa i suoi due colleghi. Hanno messo un'altra bomba! sbott.
Diccelo! Dove? Quanti dei nostri sono rimasti uccisi stavolta? Kurtz
scosse lentamente il capo e sorrise, per la prima volta da quando era ar -

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rivato il messaggio. Una bomba pu darsi, Shimon. Ma non ci sono


morti. Non ancora. Faglielo leggere disse Becker. Ma Kurtz prefer
estrapolare. Misha Gavron ci saluta e ci manda altri tre messaggi disse.
Messaggio numero uno, certe installazioni nel Libano saranno colpite
domani, ma gli incaricati eviteranno sicuramente le nostre case bersa-
glio. Messaggio numero due gettando via i suoi fogli il messaggio
numero due un ordine, affine per qualit e intelligenza a quello che
abbiamo ricevuto stanotte. Dobbiamo mollare il prode dottor Alexis a
partire da ieri. Non avere pi contatti con lui. Misha Gavron ha tra-
smesso il suo fascicolo a certi astutissimi psicologi che lo hanno dichia-
rato matto come un cavallo. Litvak fece di nuovo per protestare. Era
forse un effetto della sua estrema stanchezza. O forse dipendeva dal cal-
do, dato che la notte era divenuta afosa. Kurtz, sempre col suo solito
sorriso, lo indusse gentilmente a tornare coi piedi per terra. Calmati,
Shimon. Il nostro valoroso capo solo un po' troppo politico. Se Alexis
dovesse fare un voltafaccia e ci fosse uno scandalo riguardante i nostri
rapporti con un alleato assolutamente indispensabile, sar Marty Kurtz
a subirne le conseguenze. Se Alexis rimane invece dalla nostra parte e
tiene la bocca chiusa e fa quello che gli diciamo noi, la gloria sar tutta
di Misha Gavron. Sai benissimo come mi tratta Misha. Io sono il suo
ebreo. E il terzo messaggio? disse Becker. Il nostro capo ci avverte
che abbiamo pochissimo tempo. I cani stanno gi latrando alle sue cal-
cagna, dice. Ma intende dire alle nostre, naturalmente. Su proposta di
Kurtz, Litvak and a far la valigia. Rimasto solo con Becker, Kurtz emi-
se un grato sospiro di sollievo e, con modi assai pi disinvolti, s'avvicin
alla branda, prese un passaporto francese, lo apr e ne studi i dati per
impararli a memoria. Tu sei l'ostetrico del nostro successo, Gadi, os-
serv mentre leggeva. Per qualsiasi problema o necessit, rivolgiti a me.
Capito? Becker aveva capito. I ragazzi dicono che facevate una bella
coppia sull'Acropoli. Sembravate due divi del cinema, dicono. Ringra-
ziali da parte mia. Armato di una vecchia e unta spazzola da capelli,
Kurtz si port davanti allo specchio e si mise al lavoro per farsi la riga.
Un caso come questo, con una ragazza implicata, io lo lascio alla di-
screzione del funzionario incaricato osserv pensosamente continuan-
do la propria fatica. Certe volte conviene tenere le distanze, certe
volte Gett la spazzola in un ncessaire aperto. Stavolta sono meglio
le distanze disse Becker. La porta si apr. Litvak, in abiti borghesi e con
una cartella in mano, aspettava con impazienza di rimanere solo col suo

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capo. Siamo in ritardo disse, con un'occhiata ostile a Becker.


Eppure Charlie, nonostante tutte le manipolazioni che le avevano
fatto, non aveva subito costrizioni nel fare la sua scelta non secondo i
criteri di Kurtz, almeno. Era un punto sul quale lui aveva insistito sin
dall'inizio. Una solida base morale, aveva stabilito, era indispensabile per
il loro piano. Nelle prime fasi, certo, si era fantasiosamente parlato di
pressioni, di dominio, persino di asservimento sessuale a un Apollo
meno scrupoloso di Becker; di condannare per qualche notte Charlie a
una situazione di grave turbamento, prima di offrirle la mano dell'amici-
zia. Gli astutissimi psicologi di Misha, dopo aver letto il suo fascicolo,
avevano presentato tutta una serie di futili suggerimenti, alcuni dei quali
confinavano da vicino con la brutalit. Ma fu la comprovata intelligenza
operativa di Kurtz ad avere il sopravvento sul crescente esercito degli
esperti di Gerusalemme. I volontari si battono pi strenuamente e pi a
lungo, aveva sostenuto. I volontari si possono convincere. E poi, se
vuoi proporre a una donna di sposarti, non ti conviene stuprarla. Altri,
Litvak compreso, avevano votato a gran voce per una ragazza israeliana,
cui poteva essere fornito il passato di Charlie. Litvak, come altri, era vi-
sceralmente contrario all'idea di contare sulla fedelt di una non ebrea, e
addirittura di un'inglese, in qualsiasi circostanza. Kurtz aveva dissentito
con altrettanta veemenza. Gli piacer la naturalezza di Charlie e voleva
l'originale, non un'imitazione. Le sue tendenze ideologiche non lo spa-
ventavano; quanto pi era vicina ad annegare, disse, tanto maggiore sa-
rebbe stata la sua gioia nel salire a bordo. Un'altra scuola di pensiero la
squadra era infatti assolutamente democratica, non considerando la na-
turale tirannide di Kurtz si era battuta per un corteggiamento pi lun-
go e graduale prima del rapimento di Yanuka, da concludere con un'of-
ferta pacata ed esplicita, secondo le norme classiche del reclutamento
degli agenti segreti. Ma Kurtz soffoc sul nascere anche questa propo-
sta. Una ragazza col temperamento di Charlie non prende le sue deci-
sioni dopo ore di meditazioni oziose, url e neanche Kurtz, del resto.
Meglio stringere! Meglio documentarsi e preparare tutto sino al minimo
particolare, per prenderla poi d'assalto con un unico poderosissimo
sforzo! Becker, dopo averle dato un'occhiata, si dichiar d'accordo: bi-
sognava reclutarla d'impulso. Ma se avesse detto di no, Dio santo? ave-
vano strillato in molti, compreso Gavron la Cornacchia. Tanti preparati-
vi per poi essere piantati in asso davanti all'altare. In tal caso, Misha ami-
co mio, disse Kurtz, avremo sprecato un po' di tempo, un po' di soldi e

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qualche preghiera. Sostenne questa tesi nella buona e nella cattiva sorte;
anche se, nella cerchia dei suoi intimi di cui facevano parte sua moglie
e, ogni tanto, Becker ammetteva di correre un terribile rischio. Ma an-
che l, forse, lo diceva per civetteria. Kurtz teneva d'occhio Charlie da
quando era emersa per la prima volta in quei seminari di fine settimana.
Aveva preso nota del suo nome, aveva chiesto informazioni, aveva con-
tinuato a pensarci. Si raccolgono strumenti, si cercano compiti da svol-
gere, si improvvisa, diceva. Si adatta l'operazione alle proprie risorse. Ma
perch trascinarla fino in Grecia, Marty? E tutti gli altri con lei? Siamo
diventati all'improvviso un ente di beneficenza, per sprecare i nostri
preziosi fondi segreti per degli sradicati attori inglesi di sinistra? Kurtz
rimase irremovibile. Aveva chiesto mezzi sin dall'inizio, sapendo che
dopo glieli avrebbero comunque ridotti. Poich l'odissea di Charlie deve
cominciare in Grecia, insistette, portiamola in Grecia in anticipo, perch
qui l'esotismo e la magia della situazione la scioglieranno pi facilmente
dai vincoli col suo ambiente. Lasciamo che il sole l'ammorbidisca. E
poich Alastair non le permetterebbe mai di partire da sola, venga pure
anche lui per essere poi allontanato nel momento psicologicamente
pi opportuno, privandola cos di un altro appoggio. E poich gli attori
si raccolgono in famiglie e non si sentono sicuri se non hanno la pro-
tezione del gregge e poich non c'era altro modo per attirare la coppia
all'estero Cos si and avanti, con un ragionamento ad appoggiare quel-
lo precedente, finch la sola logica divenne la finzione e la finzione era
una ragnatela che irretiva tutti coloro che cercavano di spazzarla via.
Quello stesso giorno a Londra la rimozione di Alastair forn un di-
vertente poscritto a tutti i piani che sinora avevano attuato. La scena si
svolse nel territorio del povero Ned Quilley, mentre Charlie era ancora
profondamente addormentata e Ned si stava concedendo un piccolo
rinfresco nella solitudine del suo ufficio per prepararsi al duro cimento
del pranzo. Stava stappando la sua boccia, quando lo fece sobbalzare un
flusso di oscenit, enunciate in un virile accento celtico, che proveniva
pressappoco dal cubicolo della signora Longmore al piano di sotto e si
concludeva con la richiesta di tirar fuori il vecchio caprone dal suo ri-
paro prima che io salga personalmente a trascinarlo via. Domandando-
si quale dei suoi pi eccentrici clienti avesse deciso di avere un esauri-
mento nervoso in scozzese e prima di pranzo, Quilley s'avvicin in pun-
ta di piedi alla porta e accost l'orecchio al pannello. Ma non riconobbe
la voce. Un attimo dopo ci fu un fragore di passi, si spalanc la porta e

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davanti a lui comparve la vacillante figura di Long Al, che lui conosceva
grazie a occasionali visite al camerino di Charlie, dove Alastair aveva l'a-
bitudine di soggiornare, con l'aiuto di una bottiglia, mentre lei recitava
durante i suoi prolungati periodi di inattivit. Era sporco, aveva una bar-
ba di tre giorni, era ubriaco fradicio. Quilley, nel suo migliore stile pick-
wickiano, tent di chiedergli che cosa significasse quell'irruzione, ma
avrebbe anche potuto risparmiarsi il fiato. E poi ai suoi tempi ne aveva
viste molte di scenate del genere, e l'esperienza gli aveva insegnato che
la cosa migliore parlare il meno possibile. Vecchia checca spregevole
cominci amabilmente Alastair, mettendo il suo tremante dito indice
esattamente sotto il naso di Quilley. Miserabile finocchio intrigante. Te
lo torcer io quel tuo stupido collo. Ma, amico mio disse Quilley.
Perch? Io telefono alla polizia, signor Ned! grid la signora Long-
more da basso. Chiamo subito il nove nove nove. O lei si mette sedu-
to e mi spiega immediatamente che cosa vuole disse severamente Quil-
ley, o la signora Longmore chiamer la polizia. Sto gi facendo il nu-
mero! grid la signora Longmore, cui era gi capitato di trovarsi in si-
tuazioni del genere. Alastair si sedette. E ora disse Quilley con tutta la
durezza di cui era capace. Che ne direbbe di un buon caff mentre lei
mi racconta che cosa avrei fatto per offenderla? L'elenco era lungo: gli
aveva fatto una specie di pesce d'aprile fuori stagione, Quilley. Per far
piacere a Charlie. Aveva finto di essere un'inesistente casa cinematogra-
fica. Aveva convinto il suo agente a mandare telegrammi a Mykonos.
Aveva complottato con dei suoi furbi amici di Hollywood. Aveva paga-
to in anticipo i biglietti dell'aereo, e tutto per fargli fare la figura del cre-
tino di fronte alla banda. E per allontanarlo da Charlie. A poco a poco
Quilley ricostru ci che era accaduto. Una casa cinematografica holly-
woodiana, presentatasi come la Pan Talent Celestial, aveva telefonato
dalla California al suo agente per fargli sapere che il loro primo attore si
era ammalato e che volevano subito Alastair a Londra per fargli un pro-
vino. Avrebbero pagato il necessario per assicurarsi la sua presenza, e
quando seppero che era in Grecia fecero pervenire nell'ufficio dell'agen-
te un assegno a copertura garantita di mille dollari. Alastair torn impa-
ziente dalle vacanze, e rimase poi a far girare i pollici per una settimana
senza che il provino si concretizzasse. STIA pronto dicevano i tele-
grammi. Tutto per telegramma, noti. Preparativi in corso. Il nono
giorno, Alastair, ormai prossimo alla demenza, fu invitato a presentarsi
agli Studi Shepperton. Chiedere di un tal Pete Vyschinsky, Studio D.

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Niente Vyschinsky, da nessuna parte. E niente Pete. L'agente di Alastair


chiam il numero di Hollywood. La centralinista lo inform che la Pan
Talent Celestial aveva disdetto l'abbonamento telefonico. L'agente di
Alastair chiam anche altri agenti: nessuno aveva mai sentito nominare
la Pan Talent Celestial. Catastrofe. L'opinione di Alastair valeva quella di
chiunque altro, e nel corso di quei due giorni di sbornia, con quanto re-
stava dei mille dollari per le spese, Alastair aveva concluso che l'unica
persona che avesse il movente e la capacit di fargli uno scherzo del ge-
nere era Ned Quilley, chiamato nell'ambiente Disperato Quilley, il
quale non aveva mai nascosto la propria antipatia per Alastair, convinto
com'era che fosse stato Alastair il perfido istigatore delle folli opinioni
politiche di Charlie. Per questo era venuto personalmente a torcergli il
collo. Ma dopo qualche tazza di caff, cominci a dichiarare la propria
imperitura ammirazione per il padrone di casa, e Quilley disse alla si-
gnora Longmore di chiamargli un taxi. La stessa sera, mentre i Quilley
sedevano in giardino a godersi un aperitivo prima di cena avevano re-
centemente acquistato certi mobili niente male da tenere all'aperto, di
ghisa ma ricavati da stampi vittoriani originali Marjory ascolt attenta-
mente la sua storia e alla fine, con suo grande fastidio, scoppi a ridere.
Birichina la ragazza disse Marjory. Deve essersi trovata un amante
ricco per liquidare quel giovanotto. Poi guard in faccia il marito. Case
produttrici americane senza nessuna radice. Numeri telefonici che non
rispondono pi. Cineasti che non sono rintracciabili. E tutto questo in-
torno a Charlie. E al suo Ned. C' anche di peggio disse Quilley avvili-
to. Che cosa, caro? Hanno rubato tutte le sue lettere. Cosa hanno
fatto? Tutte le lettere di suo pugno, disse Quilley. Degli ultimi cinque
anni o anche di pi. Tutti i cordiali, intimi billets-doux che gli aveva
scritto quando era in tourne o si sentiva sola. Cose meravigliose. Ri-
trattini di produttori e di colleghi. Quei cari disegnini che si divertiva a
fare quando era contenta. Tutto sparito. Postato via dal suo fascicolo.
Da quegli orribili americani che non volevano bere Karman e quel
suo allucinante amico. Alla signora Long-more era venuto un colpo. La
signora Ellis si era sentita male. Scrivigli una letteraccia, consigli Mar -
jory. Ma a che pro? domand Quilley, depresso. E a quale indirizzo?
Parlane con Brian, propose lei. S, certo, Brian era il suo avvocato; ma
cosa diavolo avrebbe potuto fare Brian? Rientrato in casa, Quilley si
vers qualcosa di forte e accese il televisore, solo per vedere il telegior-
nale della sera con le riprese degli ultimi orribili attentati. Ambulanze,

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poliziotti stranieri che portavano via i feriti. Ma Quilley non era nell'u-
more adatto a queste frivole distrazioni. Hanno saccheggiato il fascicolo
di Charlie, continuava a ripetersi. Di una cliente, perdio. Nel mio ufficio.
E mentre loro fanno questo, il figlio del vecchio Quilley se ne sta l se-
duto a digerire dormendo il suo pranzo! Da anni non si era pi sentito
cos gi.
Se aveva sognato, quando si svegli non si ricordava pi niente. O
forse, come Adamo, scopr svegliandosi che il suo sogno si era avverato,
perch la prima cosa che vide fu un bicchiere di succo d'arancia accanto
al letto e la seconda Joseph che s'aggirava per la stanza con aria decisa,
aprendo cassetti e tirando tende per far entrare il sole. Fingendosi anco-
ra addormentata, Charlie lo guardava con gli occhi socchiusi, come sulla
spiaggia. La linea della sua schiena ferita. La prima lieve brina dell'et
sui lati della nera chioma. E di nuovo la camicia di seta con gli accessori
d'oro. Che ore sono? domand. Le tre. Joseph diede un altro strat-
tone alla tenda. Del pomeriggio. Hai dormito abbastanza. Dobbiamo
metterci in viaggio. E una catenella d'oro, pens lei; con un medaglione
infilato dentro la camicia. Come va la bocca? domand. A quanto
pare, purtroppo, non potr mai pi cantare. Si avvicin a un vecchio
armadio dipinto e ne trasse un caffettano azzurro che pos sulla sedia.
Charlie non vide segni sul suo viso, se non pesanti cerchi di stanchezza
sotto gli occhi. E' rimasto alzato, pens, ricordando quanto era assorto
nelle carte della sua scrivania; doveva finire i suoi compiti a casa. Ricor-
di il nostro colloquio di stamattina prima che tu andassi a letto, Charlie?
Quando ti alzi, ti pregherei di metterti questo vestito e anche la bianche-
ria intima nuova che troverai in questa scatola. Oggi ti vorrei in blu e
con i capelli lunghi e lisci. Senza nodi. Trecce. Lui ignor la correzio-
ne. Questi indumenti sono un mio regalo e mi piace consigliarti cosa
indossare e quale aspetto assumere. Mettiti a sedere, ti prego. Guarda
questa stanza con molta attenzione. Charlie era nuda. Tenendosi stret-
to il lenzuolo alla gola, si alz cautamente a sedere. Una settimana pri-
ma, sulla spiaggia, lui avrebbe potuto studiare il suo corpo quando vole-
va. Una settimana prima. Fissati nella memoria tutto quello che ti sta
attorno. Noi siamo due amanti segreti e qui dove abbiamo passato la
notte. E' proprio questo che successo. Ci siamo ritrovati ad Atene e
quando siamo arrivati in questa casa l'abbiamo trovata vuota. Non c'era-
no n Marty n Mike, nessuno tranne noi due. E tu chi sei? Abbia-
mo parcheggiato dove abbiamo parcheggiato. La luce sulla veranda, al

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nostro arrivo, era accesa. Ho aperto la porta anteriore e siamo corsi in-
sieme, mano nella mano, su per lo scalone. E i bagagli? Due in tutto.
La mia cartella e la tua borsetta a tracolla. Li ho portati io. Come face-
vi allora a tenermi la mano? Credeva d'averlo preso alla sprovvista, ma
fu contenta della sua precisione. La borsetta con la cinghia rotta era
sotto il mio braccio destro. La cartella nella mano destra. Io correvo alla
tua destra e la mia mano sinistra era libera. Abbiamo trovato la camera
esattamente com' ora, tutto predisposto. Avevamo s e no varcato la
soglia che gi ci abbracciavamo. Non avremmo saputo reprimere il no-
stro desiderio neanche un secondo di pi. Con due passi, arriv al letto
e si mise a frugare sul pavimento tra le coperte in disordine finch non
trov la camicetta di lei che sollev per mostrarglierla. Aveva tutte le
asole strappate e mancavano due bottoni. Frenesia spieg in tono
neutro, come se frenesia fosse un giorno della settimana. E' la parola
giusta? Una delle parole giuste. Frenesia, allora. Gett via la cami-
cetta e si concesse un austero sorriso. Vuoi un caff? Un caff an-
drebbe benissimo. Pane? Yogurt? Olive? Va benissimo il caff. Lui
era gi sulla porta, quando lei gli disse, a voce pi alta: Mi spiace di
averti picchiato, Jose. Avresti dovuto sferrare un tipico contrattacco
israeliano e abbattermi prima che io me ne rendessi conto. La porta si
chiuse e lei lo ud allontanarsi in corridoio. Si domand se sarebbe mai
tornato. Sentendosi del tutto fuori della realt, scese con cautela dal let-
to. E' una pantomima, pens Riccioli d'oro nella casa degli orsi. Le
prove della loro orgia immaginaria giacevano tutt'intorno a lei: una bot-
tiglia di vodka, piena per due terzi, che galleggiava in un secchiello del
ghiaccio. Due bicchieri, usati. Una fruttiera e due piatti pieni di bucce di
mele e di semi d'uva. Il blazer rosso abbandonato su una sedia. La pic-
cola cartella di pelle nera con le tasche laterali, parte integrante dell'at-
trezzatura virile di ogni dirigente in ascesa. Appeso alla porta un chimo-
no da karat, Herms di Parigi anche questo propriet di Joseph in
pesante seta nera. In bagno, il suo sacchetto di spugna da scolaretta ran-
nicchiato accanto al ncessaire di cuoio di lui. Due asciugamani a dispo-
sizione: scelse quello asciutto. Il caffettano azzurro, quando lo esamin,
si rivel piuttosto bello, di cotone pesante, con una scollatura alta e pu-
dica e dentro ancora la carta velina del negozio: Zelide, Roma e Londra.
La biancheria intima era roba da sgualdrina d'alta classe: nera e della sua
misura. Sul pavimento una borsa a tracolla di pelle, nuova di zecca, e un
paio di elegantissimi sandali con la suola piatta. Ne prov uno. Le anda-

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va bene. Si vest e si stava spazzolando i capelli quando torn Joseph


portando il vassoio col caff. Sapeva essere pesante ma sapeva anche es-
sere talmente leggero da farti credere che fosse andata persa la colonna
sonora. Era un uomo che sapeva essere furtivo con molte varianti. Hai
un eccellente aspetto, direi osserv, posando il vassoio sul tavolo. Ec-
cellente? Bello. Incantevole. Radioso. Hai visto le orchidee? Non le
aveva viste, ma ora le vide, e il suo stomaco si rivolt come gi sull'A-
cropoli: un ramoscello oro e rossastro con un piccola busta bianca ap-
poggiata al vaso. Fin deliberatamente di spazzolarsi i capelli, poi prese
la piccola busta dal suo piedistallo e se la port sulla chaise longue, dove
and a sedersi. Joseph rimase in piedi. Sollevando il lembo, lei estrasse
un semplice cartoncino con le parole Ti amo scritte da una mano mal-
destra e sicuramente non inglese, e la firma ormai familiare M. Be'?
Cosa ti ricorda? Lo sai benissimo cosa mi ricorda ribatt lei, facendo
anche, ma troppo tardi, questo salto indietro con la memoria. Dimme-
lo allora. Nottingham, il teatro Barrie. York, il Phoenix. Stratford
East, il Cockpit. Te, accovacciato in prima fila che mi fai gli occhi dolci.
La stessa scrittura? La stessa mano, lo stesso messaggio, gli stessi fio-
ri. Tu mi conosci come Michel. M come Michel. Aprendo la sua
elegante cartella nera, cominci rapidamente a infilarvi i propri indu-
menti. Io sono tutto quello che tu hai sempre desiderato disse senza
neanche guardarla. Per svolgere il tuo compito, non devi solo ricordar -
telo; devi crederlo e sentirlo e sognarlo. Stiamo costruendo una realt
nuova e migliore. Charlie mise via il biglietto e si vers del caff, oppo-
nendo volutamente la propria lentezza alla fretta dell'altro. Chi lo dice
che migliore? disse. Tu hai passato le vacanze a Mykonos con Ala-
stair, ma nel profondo del cuore stavi aspettando disperatamente me,
Michel. Corse in bagno e ne torn con il suo ncessaire. Non Joseph
Michel. Appena finita la vacanza, ti sei precipitata ad Atene. Sul bat-
tello, hai raccontato ai tuoi amici che volevi star sola per qualche giorno.
Bugia. Avevi un appuntamento con Michel. Non con Joseph, con Mi-
chel. Ficc il ncessaire nella borsa. Sei andata in taxi al ristorante. E l
hai incontrato me. Michel. Con la mia camicia di seta. Il mio orologio
d'oro. Ordinammo aragoste. Aveva dei dpliant da mostrarti. Mangiam-
mo quel che mangiammo, ci scambiammo dolci ed eccitate sciocchezze
come due amanti segreti che si ritrovano. And a sganciare il chimono
nero dalla porta. Io diedi una grossa mancia e mi misi in tasca il conto,
come tu hai notato; poi ti portai sull'Acropoli, un viaggio proibito, uni-

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co. Un taxi speciale, di mia propriet, ci stava aspettando. Parlai al taxi-


sta chiamandolo Dimitri Lei lo interruppe. Allora questa la sola ra-
gione per cui mi hai portata sull'Acropoli disse con voce neutra. Non
sono stato io a portartici. E' stato Michel. Michel fiero delle sue cono-
scenze linguistiche, delle sue capacit organizzative. Ama gli svolazzi, i
gesti romantici, le trovate improvvise. E' il tuo mago. Non mi piaccio-
no i maghi. Ha anche, come hai notato, un autentico, sebbene superfi-
ciale, interesse per l'archeologia. E allora chi che mi ha baciata? Pie-
gando con cura il chimono, Joseph lo infil nella borsa. Era il primo
uomo da lei incontrato che sapesse fare una valigia. La ragione pi pra-
tica per cui ti port sull'Acropoli era di farsi consegnare in modo discre-
to la Mercedes che, per suoi motivi personali, non voleva gli venisse
portata in centro nell'ora di punta. Tu non fai domande sulla Mercedes;
l'accetti come parte della magia dello stare con me, come accetti quel sa-
pore di clandestino che c' in tutto quello che facciamo. Accetti tutto in-
somma. Sbrighiamoci, per favore. Abbiamo molto da viaggiare e molto
da parlare. E tu? disse lei. Sei anche tu innamorato di me o solo un
gioco? Aspettando la sua risposta, Charlie lo vide con gli occhi della
mente farsi fisicamente da parte per lasciare che la freccia gli passasse
oltre senza danneggiarlo, puntando sulla figura in ombra di Michel. Tu
ami Michel e tu credi che Michel ti ami. Ma vero? Lui dice di
amarti e te lo prova. Cos'altro pu fare un uomo per convincerti, non
potendo tu essere nella sua testa? Aveva ricominciato ad aggirarsi per
la stanza e a toccare cose. Poi si ferm davanti al biglietto che aveva ac-
compagnato le orchidee. Di chi questa casa? disse lei. Non rispon-
do mai a queste domande. La mia vita per te un enigma. Lo stata da
quando ci siamo conosciuti e voglio che rimanga tale. Prese il biglietto
e glielo porse. Mettilo nella borsetta nuova. D'ora in avanti confido che
tu abbia caro ogni mio ricordo. Vedi questa? Aveva sollevato a met la
bottiglia di
vodka dal secchiello. Essendo un uomo, io naturalmente bevo pi
di te. Non so reggere bene l'alcol; mi fa venire il mal di testa e certe vol-
te anche la nausea. Ma la vodka la mia bevanda preferita. Lasci rica-
dere la bottiglia nel secchiello. In quanto a te, puoi prenderne solo un
bicchierino, perch io sono emancipato, ma in fondo non mi va che le
donne bevano. Raccolse un piatto sporco e glielo mostr. Sono ghiot-
to di dolci. Mi piacciono i cioccolatini, le torte e la frutta. Soprattutto la
frutta. L'uva, ma deve essere verde come quella del mio villaggio. E allo-

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ra, cosa ha mangiato Charlie stanotte? Non ho mangiato. Non in que-


ste occasioni. Ho solo fumato la mia sigaretta post-coitale. Temo di
non ammettere che si fumi in camera da letto. Nel ristorante di Atene
l'ho tollerato, perch sono un uomo moderno. E anche sulla Mercedes
ogni tanto te lo permetto. Ma non in camera. Se durante la notte ti ve-
nuta sete, hai bevuto acqua del rubinetto. Cominci a mettersi il blazer
rosso. Hai notato come gorgogliava il rubinetto? No. Allora si vede
che non gorgogliava. A volte gorgoglia e a volte no. E' un arabo,
vero? disse lei, continuando a guardarlo. E' il tuo archetipo dello scio-
vinista arabo. E' sua la macchina che avete rubato? Lui stava chiudendo
la borsa. Raddrizzandosi, la guard per un attimo, in un atteggiamento
che era in parte di calcolo e in parte, come lei non pot fare a meno di
sentire, di rifiuto. Oh, qualcosa di pi di un semplice arabo, direi. E'
anche di pi di un semplice sciovinista. Non c' niente di semplice in
lui, tanto meno ai tuoi occhi. Avvicinati al letto, ti prego. Aspett che
lei lo facesse, osservandola intensamente. Infila la mano sotto il mio
cuscino. Piano sta' attenta. Io dormo sulla destra. Cos. Con cautela,
obbedendo ai suoi ordini, lei insinu una mano sotto il freddo cuscino,
immaginando su di esso il peso della testa addormentata di Joseph.
L'hai trovata? Ti ho detto di stare attenta. S, Jose, l'aveva trovata.
Raccoglila con cautela. La sicura stata tolta. Michel non ha l'abitudine
di avvertire prima di far fuoco. La pistola un bambino per noi. E' pre-
sente in ogni letto in cui noi dormiamo. La chiamiamo il nostro bambi-
no. Anche quando facciamo furiosamente l'amore, non tocchiamo mai
quel cuscino e non dimentichiamo mai cosa c' sotto. E' cos che vivia-
mo. Lo capisci adesso che non sono un uomo comune? Lei guard
l'arma, che stava cos bene nella sua palma. Piccola. Bruna e ben pro-
porzionata. Hai mai maneggiato una pistola del genere? domand Jo-
seph. Spesso. Dove? Contro chi? In scena. Per sere e sere e sere.
Gliela porse e vide che l'infilava nel blazer con la stessa disinvoltura con
cui avrebbe messo via il portafogli. Lo segu da basso. La casa era vuota
e inaspettatamente fredda. La Mercedes aspettava nel cortile anteriore.
All'inizio lei voleva solo andarsene: dove non aveva importanza, ma via
da qui, la strada aperta e noi. La pistola l'aveva spaventata e aveva biso-
gno di muoversi. Ma mentre lui avviava l'auto gi per il vialetto, qualco-
sa la indusse a voltarsi e a dare un'ultima occhiata allo sgretolato intona-
co giallo, ai fiori rossi, alle finestre chiuse e alle vecchie tegole rosse. E si
rese conto, troppo tardi, quanto era bella e accogliente, mentre stava per

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lasciarla. E' la casa della mia giovinezza, decise; una delle tante giovinez-
ze che non ho mai avuto. E' la casa da cui non sono mai uscita sposa;
Charlie non in azzurro, ma in bianco, quella stronza di mia madre in la-
crime e addio a tutto questo. Ma noi esistiamo? gli domand mentre
s'immettevano nel traffico della sera. O siamo solo gli altri due? Il so-
lito preavviso di tre minuti prima della risposta. Ma certo che esistia-
mo. Perch no? Poi quell'amabile sorriso, quello per cui lei si sarebbe
legata ai binari. Noi siamo berkeleyani, capisci? Se non esistessimo,
come potrebbero esistere loro? Cos' un berkeleyano? si domand
Charlie. Ma era troppo orgogliosa per chiederlo.
Per venti minuti, secondo l'orologio al quarzo del cruscotto, Joseph
aveva s e no aperto bocca. Ma lei non lo aveva sentito rilassarsi; stava
preparando metodicamente il suo attacco. E allora, Charlie disse al-
l'improvviso, sei pronta? Sono pronta, Jose. Il ventisei giugno, un ve-
nerd, stai recitando Santa Giovanna al teatro Barrie di Nottingham.
Non sei con la tua solita compagnia; sei corsa all'ultimo momento a so-
stituire un'attrice che non ha rispettato il contratto. Le scene arrivano
tardi, le luci sono ancora in viaggio, hai provato tutto il giorno e due
membri dello staff si sono presi l'influenza. Fin qui tutto chiaro nella
tua memoria? Vivido. Diffidando della sua disinvoltura, le scocc
un'occhiata interrogativa, senza apparentemente trovare nulla a cui
obiettare. Era prima sera. Il crepuscolo si stava rapidamente addensan-
do, ma la concentrazione di Joseph aveva l'immediatezza della luce sola-
re. E' nel suo elemento, pens lei; ci che sa far meglio nella vita; que-
sto impeto inarrestabile la spiegazione che mi mancata sino ad ora.
Pochi minuti prima che si alzi il sipario, un mazzolino di orchidee bru-
no-dorate viene consegnato per te alla porta del palcoscenico con un bi-
glietto indirizzato a Giovanna: Giovanna, ti amo infinitamente. Non
c' una porta del palcoscenico. C' un ingresso di servizio per le cose
da portare in scena. Il tuo ammiratore, chiunque fosse, ha suonato il
campanello e ha lasciato le orchidee tra le braccia del portiere, un certo
Lemon, insieme a una banconota da cinque sterline. Lemon, compren-
sibilmente impressionato da questa grossa mancia, gli ha promesso di
portartele subito. Lo ha fatto. Irrompere nei camerini delle signore
senza farsi annunciare la sua specialit. Bene. Raccontami allora cosa
hai fatto una volta ricevute le orchidee. Lei esit. La firma era M.
Giusto. Ma tu cosa hai fatto? Niente. Assurdo. Lei si irrit. Cosa
avrei dovuto fare? Mancavano dieci secondi prima che toccasse a me.

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Un camion coperto di polvere stava avanzando velocissimo controma-


no verso di loro. Con maestosa indifferenza, Joseph devi la Mercedes
sulla banchina non asfaltata e acceler per ritornare sulla strada. In-
somma hai gettato trenta sterline d'orchidee nel cestino della carta strac-
cia, hai alzato le spalle e sei entrata in scena. Perfetto. Mi congratulo.
Le ho messe nell'acqua. E l'acqua dove l'hai messa? Questa doman-
da inattesa aguzz la sua memoria. In un vasetto di colore. Il Barrie al
mattino ospita una scuola d'arte. Hai trovato un vasetto, lo hai riempi-
to d'acqua e hai messo le orchidee nell'acqua. Bene. E facendo questo
cosa pensavi? Eri impressionata? Eccitata? La domanda sembr pren-
derla alla sprovvista. Andai avanti con lo spettacolo disse, e senza vo-
lerlo ridacchi. Aspettavo di vedere chi si sarebbe presentato. Si erano
fermati a un semaforo. La sosta cre una nuova intimit. E il ti
amo? domand lui. E' il teatro, no? Tutti amano tutti, ogni tanto. Lo
infinitamente per mi piaceva. Era un segno di classe. Venne il verde
e ripresero il cammino. Non hai pensato di dare un'occhiata al pubbli-
co per vedere se c'era qualcuno che riconoscevi? Non c'era tempo.
E nell'intervallo? Nell'intervallo sbirciai, ma non vidi nessuno che co-
noscessi. E dopo lo spettacolo cosa hai fatto? Sono tornata in came-
rino, mi sono cambiata, sono rimasta un po' l. Ho pensato: vaffanculo.
Sono tornata a casa. Vale a dire all'Astral Commercial Hotel, vicino
alla stazione ferroviaria? Charlie aveva da tempo perso la capacit di la-
sciarsi sorprendere. L'Astral Commercial and Private Hotel ammise.
Vicino alla stazione ferroviaria. E le orchidee? Vennero con me in
albergo. Ma non hai chiesto a Lemon, il portiere, una descrizione della
persona che le aveva portate? Lo feci l'indomani. Non la sera stessa.
E che risposta hai avuto da Lemon quando gliel'hai chiesto? Mi disse:
un signore straniero ma rispettabile. Gli domandai l'et; mi strizz l'oc-
chio e disse: quella giusta. Cercai di farmi venire in mente un M stranie-
ro, ma senza successo. In tutto il tuo harem personale non c'era nean-
che un M straniero? Mi deludi. Neanche uno. Per un attimo sorrise-
ro, ma non l'uno all'altra. Bene, Charlie. Siamo arrivati al secondo gior -
no, una matine, seguita, come ogni sabato, da una recita serale E tu
eri l, no, maledizione? L al centro della prima fila col tuo bel blazer
rosso, e intorno tanti ragazzini insopportabili che tossivano e volevano
andare al cesso. Irritato dalla sua disinvoltura, Joseph dedic per qual-
che istante tutta la sua attenzione alla strada e, quando ricominci, c'era
nelle sue domande un'accentuata seriet, che gli faceva corrugare le so-

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pracciglia in un cipiglio da maestro di scuola. Vorrei che tu mi descri-


vessi per favore con esattezza ci che provavi, Charlie. Siamo a met del
pomeriggio, la platea, essendo le tende insufficienti, in parte illuminata
dalla luce del giorno; pi che in un teatro, siamo, direi, in una grande
aula scolastica. Io siedo in prima fila; ho un aspetto decisamente stranie-
ro, un portamento in qualche modo straniero, vestiti stranieri. Faccio
decisamente spicco tra tutti quei ragazzini. Tu hai ascoltato come mi ha
descritto Lemon, e per di pi non ti tolgo gli occhi di dosso. Non so-
spetti mai che sia io l'uomo delle orchidee, lo sconosciuto che si firma
M e sostiene d'amarti infinitamente? Certo che lo sospettavo. Lo sape-
vo. In che modo? Avevi chiesto una conferma a Lemon? Non ce
n'era bisogno. Lo sapevo e basta. Ti ho visto l che mi guardavi con
un'aria trasognata e ho pensato, salve, sei tu. Chiunque tu sia. Poi quan-
do calato il sipario alla fine della matine, e tu sei rimasto immobile
sulla poltrona e hai esibito il tuo biglietto per la recita successiva
Come facevi a saperlo? Chi te lo ha detto? Sei anche tu uno di quella
razza, pens Charlie, aggiungendo al suo album quest'altra scoperta cos
faticosamente raggiunta: quando avete ottenuto quello che volete, di-
ventate tutti maschilisti e sospettosi. L'hai detto tu stesso. La compa-
gnia piccola e il teatro minuscolo. Non se ne ricevono spesso di or-
chidee la media pi o meno di un mazzetto al decennio e non ab-
biamo molti tifosi che si fermano a vedere lo spettacolo una seconda
volta. Non seppe resistere alla tentazione. Era una noia, Jose? Lo spet-
tacolo, voglio dire? Due volte di fila? Oppure ogni tanto ti divertivi?
E' stata la giornata pi monotona della mia vita rispose lui senza un
attimo d'esitazione. Poi il suo viso rigido si distese e si apr nel suo sor -
riso migliore, tanto che per un momento diede davvero l'impressione di
essere scivolato oltre le sbarre di ci che lo teneva prigioniero. Ma a dir
la verit, ti trovai eccellente disse. Stavolta lei non fece obiezioni all'ag-
gettivo. Per favore, Jose, vuoi andare a sbattere contro qualcosa? Per
me andrebbe benissimo. Morirei qui. E, prima che lui potesse fermarla,
gli aveva afferrato la mano e gli stava baciando forte la nocca del pollice.
La strada era diritta, ma piena di buche; ai due lati alberi e colline
erano spruzzati della polvere di un cementificio. I due se ne stavano nel-
la loro capsula, dove la vicinanza delle altre cose in movimento serviva
solo a rendere pi chiuso il loro mondo. Lei gli si stava di nuovo avvici-
nando con tutta se stessa, nel modo di pensare e nella storia che ora
ascoltava. Era la ragazza di un soldato che stava imparando a diventare

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un soldato. E adesso raccontami, ti prego. Orchidee a parte, hai avuto


altri regali quando recitavi al Barrie? L'astuccio disse lei con un brivi-
do, senza neanche far finta di riflettere. Quale astuccio? Si aspettava la
domanda e si era gi messa a recitare il proprio disgusto, convinta che
fosse questo che lui voleva. Era una specie d'imbroglio. Qualche ma-
niaco mi mand un astuccio a teatro. Per raccomandata espresso. E
questo quando? Il sabato. Lo stesso giorno che tu sei venuto alla mati-
ne e sei rimasto per la sera. Ma cosa c'era nell'astuccio? Niente. Era
un astuccio vuoto da gioielliere. Raccomandato e vuoto. Strano. E l'in-
dirizzo l'indirizzo sul pacco? Lo hai notato? Era scritto con una penna
a sfera blu. Tutto maiuscolo. Ma se era raccomandato, doveva esserci
anche il nome del mittente. Illeggibile. Sembrava Marden. Ma poteva
anche essere Hordern. E il nome di un albergo del posto. Dove l'hai
aperto? Nel mio camerino, tra una recita e l'altra. Eri sola? S. E
cosa hai pensato? Ho pensato che qualcuno ce l'avesse con me per le
mie idee politiche. Era gi successo. Lettere oscene. Amante di negri.
Comunista pacifista. Una bombetta puzzolente dalla finestra del mio ca-
merino. Pensai che fossero stati loro. E non hai in qualche modo as-
sociato l'astuccio vuoto alle orchidee? Jose, le orchidee mi piacevano!
Mi piacevi tu! Aveva fermato la macchina. Una piazzuola nel mezzo di
un paesaggio industriale. Passavano rombando dei camion. Per un atti-
mo lei pens che il mondo stesse per capovolgersi e che lui s'accingesse
a prenderla tra le braccia, tanto era paradossale e bizzarra la sua tensio-
ne. Ma lui non fece niente del genere. Infilando una mano nella tasca
della portiera, le porse una busta raccomandata con tracce di ceralacca
sul lembo e qualcosa di solido e di quadrato dentro, in tutto simile a
quella che lei aveva ricevuto quel giorno. Il timbro postale diceva Not-
tingham, venticinque giugno. Davanti, il suo nome e l'indirizzo del tea-
tro Barrie scritti con una penna a sfera blu. Dietro il nome scaraboc-
chiato del mittente, come allora. E adesso creiamo la finzione annun-
ci pacatamente Joseph, mentre lei si rigirava la busta tra le mani. So-
vrapponiamo alla vecchia realt la nuova finzione. Troppo vicina a lui
per fidarsi di se stessa, Charlie non rispose. E' stata una giornata parti-
colarmente agitata. Tu sei nel tuo camerino, tra una recita e l'altra. Il
pacco, non ancora aperto, ti sta aspettando. Quanto tempo hai prima di
dover tornare in scena? Dieci minuti. Forse meno. Benissimo. Ora
apri il pacco. Gli scocc un'occhiata, ma lui guardava fisso davanti a s
l'orizzonte nemico. Charlie abbass gli occhi sulla busta, gli scocc

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un'altra occhiata, poi infil un dito nel lembo e apr. Lo stesso astuccio
rosso da gioielliere, ma pi pesante. Una piccola busta bianca, non sigil-
lata, e dentro un semplice biglietto bianco. A Giovanna spirito della
mia libert lesse. Sei fantastica! Ti amo! La scrittura era inconfondibi-
le. Ma la firma, anzich M era Michel, a grandi caratteri, con la l fi-
nale che girava indietro in una specie di coda per sottolineare l'impor-
tanza del nome. Scosse l'astuccio e sent all'interno un rumore sommes-
so ed eccitante. Santo cielo! disse spiritosamente, ma non riusc a dis-
sipare la tensione che era in lei e in lui. Devo aprirlo? Che cos'?
Come posso saperlo? Fa quello che avresti fatto allora. Charlie alz il
coperchio. Uno spesso braccialetto d'oro, con pietre azzurre incastona-
te, annidato in una fodera di raso. Ges- disse piano, chiudendo di scat-
to l'astuccio. Cosa ho fatto per guadagnarmi questo? Benissimo. E' la
tua prima reazione disse immediatamente Joseph. Dai un'occhiata,
borbotti un'imprecazione, chiudi il coperchio. Ricordatelo bene. Esatta-
mente questo. E' stata questa la tua reazione, da adesso in poi e per
sempre. Riaperto l'astuccio, lei ne tolse con cautela il braccialetto e lo
soppes sulla palma. Ma non aveva esperienza in fatto di gioielli, a parte
quelli d'imitazione che portava a volte in scena. E' autentico? doman-
d. Purtroppo non abbiamo degli esperti che possano darti un parere.
Decidi tu. E' antico dichiar lei dopo un po'. Benissimo, hai deciso
che antico. E pesante. Antico e pesante. Non un ninnolo da al-
bero di Natale e neanche un giocattolo per bambini, un gioiello serio.
E adesso cosa fai? La sua impazienza creava una certa distanza tra loro:
lei cos pensosa e turbata, lui cos pratico. Charlie guard gli accessori, i
marchi d'autenticit, ma non s'intendeva neanche di questi. Gratt leg -
germente con un'unghia il metallo. Lo sent morbido e liscio. Hai po-
chissimo tempo, Charlie. Sei di scena tra un minuto e trenta secondi.
Cosa fai? Lo lasci in camerino? Oh Dio, no. Ti stanno chiamando.
Devi sbrigarti, Charlie. Devi decidere. Smettila di farmi fretta! Lo do a
Millie perch me lo conservi. Millie la mia sostituta. Mi fa da suggeri-
trice. L'ipotesi non gli piacque. Tu non ti fidi di lei. Charlie era quasi
disperata. Lo metto nel cesso disse. Dietro la vaschetta Troppo ov-
vio. Nel cestino della carta straccia. Coprendolo bene. Potrebbe en-
trare qualcuno e vuotarlo. Rifletti. Jose, lasciami Lo metto dietro i va-
setti di colore! Ma s. Su uno degli scaffali. Sono anni che non li spolve-
rano. Benissimo. Lo metti in fondo allo scaffale e corri in scena. E'
tardi. Charlie, Charlie, dove sei stata? Si alza il sipario. Okay? Okay

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disse lei espirando un ettolitro d'aria. Cosa pensi? Adesso. Del braccia-
letto, di chi te lo ha regalato? Be', io io sono spaventata no? Perch
dovresti essere spaventata? Be', non posso accettarlo costa soldi, vo-
glio dire vale molto. Ma lo hai gi accettato. Hai firmato la ricevuta e
lo hai nascosto. Solo sino al termine dello spettacolo. E poi? Be',
lo restituir. No? Rilassandosi un poco, emise anche lui un sospiro di
sollievo, come se Charlie fosse finalmente riuscita a dimostrare una tesi
che lui sosteneva. E nel frattempo come ti senti? Sbalordita. Sconvol-
ta. Come vuoi che mi senta? Lui a pochi metri da te, Charlie. I suoi
occhi sono appassionatamente fissi su di te. Sta assistendo alla terza re-
plica consecutiva del tuo spettacolo. Ti ha mandato orchidee e gioielli, e
ti ha detto due volte che ti ama. Una volta normalmente, l'altra infinita-
mente. E' bello. Molto pi di me. Irritata com'era, decise d'ignorare,
per il momento, il costante accrescersi della sua autorit, man mano che
le descriveva questo corteggiatore. E allora faccio quello che mi detta il
cuore disse, sentendosi in trappola oltre che sciocca. E non detto
che lui non mi risponda a tono ringhi.

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Con molta cautela, come se non volesse disturbarla, Joseph rimise in
moto. La luce si era spenta e il traffico era ridotto a una linea intermit-
tente di fanalini isolati. Stavano costeggiando il golfo di Corinto. Oltre
l'acqua plumbea, una catena di petroliere malconce stava scivolando
verso occidente, come attratta magneticamente dal bagliore del sole
scomparso. Sopra di loro, una catena collinare si stava oscurando nel
crepuscolo. La strada si biforc ed ebbe inizio una lunga arrampicata,
una curva dopo l'altra, verso un cielo che si andava svuotando. Ricordi
quanto ti ho applaudita? disse Joseph. Ricordi come sono rimasto in
piedi per te a ogni chiamata? S, Jose, ricordo. Ma non si fidava di se
stessa tanto da dirlo ad alta voce. Bene. Ora devi ricordare anche il
braccialetto. Lei obbed. Un atto d'immaginazione tutto per lui un
dono per contraccambiare quello del suo ignoto bellissimo benefattore.
Terminato l'Epilogo, and a rispondere alle chiamate e, appena libera, si
precipit in camerino, recuper il braccialetto dal nascondiglio, si struc-

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c a tempo di record e si rivest per correre al pi presto da lui. Ma,


dopo aver accettato sino a questo punto la versione di Joseph degli
eventi, Charlie si tir bruscamente indietro, come se fosse intervenuto a
proteggerla un tardivo senso delle convenienze. Un momento aspetta
perch non viene lui da me? E' stato lui a prender l'iniziativa. Perch
non me ne sto tranquilla in camerino ad aspettare che si faccia vivo, in-
vece di andare in giro a cercarlo? Forse non ne ha il coraggio. Ha
troppa soggezione di te, perch no? Gli hai fatto perdere la testa. Sar,
ma perch non posso starmene seduta ad aspettare? Almeno per un
po'? Che intenzione hai, Charlie? Cosa gli stai dicendo mentalmente?
Gli sto dicendo: Se lo riprenda: non posso accettarlo replic lei vir-
tuosamente. Benissimo. E allora vuoi davvero correre il rischio che sci-
voli via nella notte per non ricomparire mai pi lasciandoti questo
dono prezioso che tu cos sinceramente non vuoi accettare? Di mala-
grazia, Charlie stabil allora di andare a cercarlo. Ma in che modo?
Dove conti di trovarlo? Dove guardi per prima cosa? disse Joseph. La
strada era deserta, ma lui guidava adagio, in modo che il presente inter -
venisse il meno possibile in questa ricostruzione del passato. Mi preci-
piterei fuori da dietro rispose lei senza averci riflettuto. Uscirei dalla
porta di servizio, e una volta in strada volterei l'angolo per entrare nel-
l'atrio del teatro. Cos lo vedrei sul marciapiede mentre sta uscendo.
Perch non passi invece dalla sala? Perch dovrei farmi largo a spalla-
te in mezzo alla folla che sta uscendo, ecco perch. Sparirebbe molto
prima che io riuscissi a raggiungerlo. Lui riflett un momento. Allora
dovrai prendere l'impermeabile disse. Ancora una volta aveva ragione.
Charlie aveva dimenticato la pioggia di quella sera a Nottingham, un nu-
bifragio dopo l'altro per tutto lo spettacolo. Ricominci da capo. Dopo
essersi cambiata con una velocit fulminea, si mise il suo impermeabile
nuovo quello francese, lungo, acquistato a una liquidazione di Liber-
ty's si annod la cintura e usc a passo di carica sotto la pioggia, per-
correndo la strada e voltando l'angolo per arrivare davanti al teatro E ci
trovi met degli spettatori stipati sotto la tettoia ad aspettare che spiova
la interruppe Joseph. Perch sorridi? Ho bisogno di mettermi in testa
il mio foulard giallo. Te lo ricordi lo Jaeger che ho avuto da quel caro-
sello televisivo? Notiamo anche che, bench tu non veda l'ora di sba-
razzarti di lui, non hai dimenticato il foulard giallo. Bene. Con l'imper -
meabile e il foulard giallo, Charlie si precipita sotto la pioggia alla ricerca
del suo focoso innamorato. Arriva nell'atrio affollatissimo gridando

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Michel Michel! Okay? S? Magnifico. Ma le sue grida sono inutili. Mi-


chel non c'. E a questo punto cosa fai? L'hai scritto tu, Jose? Non
ha importanza. Torno nel mio camerino? Non ti viene in mente di
dare un'occhiata in platea? S, certo, accidenti, sicuro che mi viene in
mente. Da quale ingresso entri? Da quello delle poltrone. E' l che
eri seduto. Che era seduto Michel. Arrivi all'ingresso delle poltrone,
spingi avanti la porta. Evviva, cede. Il signor Lemon non ha ancora
chiuso. Entri nella platea deserta, percorri lentamente il corridoio. E
lui l disse Charlie sommessamente. Dio, quanto fasullo. Ma fun-
ziona. Oh, certo che funziona. E allora lui l, fermo al suo posto,
al centro della fila. Guarda il sipario come se guardandolo potesse rial-
zarsi sulla sua Giovanna, lo spirito della sua libert, che lui ama infinita-
mente. Ma terribile mormor Charlie. Lui per la ignor. La stessa
poltrona dove sta seduto da sette ore. Voglio andare a casa, pens lei.
Un lungo sonno da sola all'Astral Commercial and Private. Quanti de-
stini pu affrontare una ragazza in un giorno? Non poteva pi ignorare
quella nuova sicurezza che era in lui, quel suo metterla alle strette nel
descriverle questo nuovo ammiratore. Tu esiti, poi gridi il suo nome:
Michel! Il solo che conosci. Lui si volta a guardarti ma rimane immo-
bile. Non sorride, n ti saluta, n sfoggia in alcun modo il suo notevole
fascino. E allora che fa quel mostro? Niente. Ti guarda con quei
suoi occhi profondi e appassionati, sfidandoti a parlare. Ti pu sembra-
re arrogante o romantico, ma non un uomo comune, e certamente
non n umile n timido. E' venuto per prenderti. E' giovane, conosce
il mondo, veste con eleganza. E' un uomo d'azione e di mezzi, assoluta-
mente privo d'imbarazzo. Bene. Pass alla prima persona. Tu avanzi
verso di me sul corridoio, cominciando a renderti conto che la scena
non avr lo svolgimento che tu ti aspettavi. Dovrai essere tu, non io, a
fornire le spiegazioni. Cavi di tasca il braccialetto. Me lo offri. Io non mi
muovo. Tu goccioli pioggia in un modo che ti dona. La strada li stava
portando su una serpeggiante collina. La sua voce autoritaria, unita al
ritmo ipnotico di tutte quelle curve, spingeva sempre di pi la mente di
Charlie nel labirinto di quella storia. Tu dici qualcosa. Cosa dici? Non
ottenendo risposta, fu lui a suggerirgliela. Io non la conosco. Grazie,
Michel, sono lusingata. Ma non la conosco e non posso accettare que-
sto regalo. E' questo che diresti? S, certo. Ma troveresti forse una ma-
niera migliore. Lei lo udiva appena. Era in piedi davanti a lui, in platea,
a offrirgli l'astuccio e a fissare i suoi occhi scuri. E con i miei stivaletti

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nuovi; quelli marroni alti che mi sono comprata per Natale. La pioggia li
ha rovinati, ma che importa? Joseph continuava la sua fiaba. Io ancora
non apro bocca. Tu sai perfettamente, grazie alla tua esperienza teatrale,
che non c' niente come il silenzio per creare una comunicazione. Se
quello sciagurato non parla, tu cosa puoi fare? Sei costretta a parlare tuo
malgrado. E cosa mi dici stavolta? Un'insolita timidezza stava lottando
con la sua fervida immaginazione. Gli domando chi . Mi chiamo
Michel. Questo lo so. Michel e poi? Non rispondo. Ti chiedo cosa
stai facendo a Nottingham. Mi sto innamorando di te. Continua.
Cristo, Jose Continua! Non pu dirmi questo! Diglielo allora!
Cerco di farlo ragionare. Lo supplico. Sentiamo allora. Lui sta aspet-
tando, Charlie! Parlagli! Gli direi S? Senta, Michel molto carino
da parte sua Ne sono molto lusingata, ma mi dispiace, troppo. Jose-
ph era deluso. Charlie, devi fare di meglio la rimprover austeramente.
E' un arabo s, certo tu non lo sai ancora, ma forse lo sospetti gi e
tu stai rifiutando un suo dono. Sforzati un po' di pi. Non va bene,
Michel. La gente spesso si mette in testa delle idee sulle attrici e sugli at -
tori succede ogni giorno. Non c' ragione per cui lei si debba rovinare
solo per una sorta di illusione. Bene. Continua. La cosa le riusciva
sempre pi facile. Detestava questo suo incalzarla, come quello di qual-
siasi regista, ma non poteva dire che non fosse efficace. E' questo il
recitare, Michel. Illusione. Il pubblico sta seduto qui sperando di essere
ammaliato. Gli attori stanno l sperando d'ammaliarvi. Noi ci siamo riu-
sciti. Ma questo non posso accettarlo. E' bello. Alludeva al braccialet-
to. Troppo bello. Non posso accettare niente. L'abbiamo ingannata.
Ecco che cosa successo. Il teatro una truffa, Michel. Sa cosa vuol
dire truffa? Lei stato imbrogliato. Io ancora non parlo. Be', deci-
diti a farlo parlare! Perch? Sei gi un po' meno sicura? Non ti senti
responsabile per me? Un ragazzo come me cos bello che butta via i
suoi soldi in orchidee e gioielli costosi! Ma certo! Te l'ho gi detto! E
allora proteggimi insistette lui con impazienza. Salvami dalla mia infa-
tuazione. Ci sto provando. Il braccialetto mi costato centinaia di
sterline persino tu puoi immaginarlo. Migliaia, anzi, per quello che ne
sai. Potrei aver rubato per te. Potrei aver ucciso. Impegnato la mia eredi-
t. E tutto questo per te. Sono cotto, Charlie! Abbi un po' di carit!
Esercita il tuo potere! Con l'occhio della sua immaginazione, Charlie si
vide seduta accanto a Michel nella poltrona vicina. Con le mani allaccia-
te in grembo, se ne stava piegata in avanti per farlo ragionare. Era un'in-

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fermiera per lui, una madre. Un'amica. Gli dico che resterebbe deluso
se mi conoscesse quale realmente sono. Le parole esatte, per favore.
Lei respir a fondo prima di buttarsi. Senta, Michel, io sono una ra-
gazza qualunque. Ho i collants smagliati e uno scoperto in banca, e non
sono sicuramente Giovanna d'Arco, mi creda. Non sono vergine e non
sono un soldato, e con Dio non ci siamo pi scambiati una parola da
quando m'hanno buttato fuori dalla scuola per no questo non glielo
dico Io sono Charlie, un'inetta sgualdrinella occidentale. Eccellen-
te. Continua. Michel, lei deve uscire
da questa situazione. Io far il possibile per aiutarla, okay? Quindi si
riprenda questo astuccio, si tenga i suoi soldi e le sue illusioni e grazie.
Grazie veramente. Sinceramente grazie. Passo e chiudo. Ma tu non
vuoi che si tenga le sue illusioni obiett seccamente Joseph. O lo
vuoi? E va bene, che ci rinunci alle sue fottute illusioni! E allora
come va a finire? Cos. Poso il braccialetto sulla poltrona vicino alla
sua e me ne vado. Grazie, mondo, e addio. Se faccio una corsa sino alla
fermata dell'autobus, arriver giusto in tempo per uno dei gommosi
polli dell'Astral. Joseph era sgomento. Lo diceva il suo viso, e la sua
mano sinistra abbandon il volante per un raro, anche se appena accen-
nato, gesto di supplica. Ma, Charlie, come puoi fare una cosa simile?
Non sai che lasciandomi potresti anche spingermi al suicidio? A vagare
per l'intera notte per le strade di Nottingham spazzate dalla pioggia?
Tutto solo? Mentre tu te ne stai sdraiata accanto alle mie orchidee e al
mio biglietto nel tepore del tuo elegante albergo. Elegante! Ma, Cristo,
quei fottuti alberghetti sono anche umidi! Non hai un po' di senso di
responsabilit? Proprio tu, la sostenitrice dei derelitti per un ragazzo
che hai irretito con la tua bellezza, il tuo talento e la tua passione rivolu-
zionaria? Lei faceva per reagire, ma Joseph non gliene lasci la possibi-
lit. Tu hai un animo generoso, Charlie. Un'altra in questo momento
potrebbe considerare Michel una specie di raffinato seduttore. Ma non
tu. Tu credi nella gente. Ed cos anche stasera, con Michel. Non pensi
a te stessa, sei sinceramente commossa per lui. Di fronte a loro, all'o-
rizzonte, un villaggio diroccato sottolineava una piccola altura. Charlie
vide le luci di una taverna allineate sul ciglio della strada. Comunque, in
questo momento la tua risposta irrilevante, perch Michel ha final-
mente deciso di parlarti riprese scoccandole un'occhiata rapida e pon-
derata. Con un dolce e seducente accento straniero, in parte francese e
in parte qualche altra cosa, si rivolge a te senza timidezze o inibizioni.

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Non gli interessano i tuoi ragionamenti, dice, tu sei tutto quello che ha
sempre sognato, vuol diventare il tuo amante, preferibilmente stanotte,
e ti chiama Giovanna anche se tu gli hai detto che sei Charlie. Se andrai
a cena con lui, e dopo cena insisterai a non volerlo, prender in conside-
razione l'ipotesi di riprendersi il braccialetto. No, gli dici, deve ripren-
derselo adesso; tu hai gi un amante, e poi, non siamo ridicoli, dove si
pu cenare a Nottingham alle dieci e mezzo di un torrenziale sabato
sera? E' cos che diresti? Vero? E' un buco ammise lei, rifiutandosi di
guardarlo. E la cena gli diresti specificatamente che la cena un so-
gno impossibile? O un ristorante cinese o una rosticceria. E cos gli
hai fatto una concessione pericolosa. E sarebbe? domand lei, irrita-
ta. Un'obiezione pratica. Non possiamo cenare insieme perch non
esiste un ristorante. Tanto valeva dirgli che non potete dormire insieme
perch non avete un letto. Michel se n' accorto. Liquida subito le tue
esitazioni. Lui conosce un posto, ha gi preso accordi. E quindi possia-
mo mangiare. Perch no? Allontanandosi dalla strada, aveva fermato
l'auto nella piazzuola di ghiaia davanti alla taverna. Intontita da quel bal-
zo voluto dalla finzione del passato alla realt del presente, irrazional-
mente eccitata dalle vessazioni di cui era stata oggetto, e sollevata, in
fondo, dal fatto che Michel non l'avesse lasciata andar via, Charlie rima-
se in macchina. E anche Joseph. Si volt verso di lui e i suoi occhi vide -
ro, grazie alle fiabesche luci colorate all'esterno, dove erano diretti quelli
di Joseph. Le stava guardando le mani, che teneva ancora allacciate in
grembo, la destra sopra la sinistra. Il suo viso, per quanto era possibile
scorgerlo in quelle luci fiabesche, era rigido e privo d'espressione. Allun-
gando una mano, agguant il suo polso destro con la rapida sicurezza di
un chirurgo e, sollevandolo, scopr il polso, e intorno ad esso il braccia-
letto che luccicava nel buio. Bene, bene, devo proprio congratularmi
osserv impassibile. Voi ragazze inglesi non perdete molto tempo.
Rabbiosamente, lei tir indietro la mano. Che succede? disse secca-
mente. Stiamo diventando gelosi? Ma non era in grado di ferirlo. Ave-
va una di quelle facce che non rivelano nulla. Chi sei? si chiedeva dispe-
ratamente seguendolo all'interno. Lui? Tu? O nessuno?

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Tuttavia, per quanto Charlie potesse credere il contrario, quella sera


non era lei l'unico centro dell'universo di Joseph, n di quello di Kurtz,
n, men che meno, di quello di Michel. Molto prima che Charlie e il suo
amante putativo avessero detto per l'ultima volta addio alla villa di Ate-
ne quando ancora, nella finzione, giacevano l'uno nelle braccia dell'al-
tra a recuperare dormendo le forze spese nella loro frenesia Kurtz e
Litvak erano gi castamente seduti in due file diverse di un aereo della
Lufthansa diretto a Monaco, e viaggiavano sotto bandiere di due paesi
diversi; la Francia per Kurtz e il Canada per Litvak. Appena sbarcato,
Kurtz and a rifugiarsi al Villaggio olimpico, dove lo aspettavano con
impazienza i cosiddetti fotografi argentini, e Litvak all'Hotel Bayerischer
Hof, dove lo accolse un esperto in munizioni che lui conosceva soltanto
come Jacob, un uomo lamentoso e ascetico con una giacca di scamo-
sciato piena di macchie, che si portava appresso un rotolo di grosse
mappe in un cilindro di plastica. Spacciandosi per topografo, Jacob ave-
va trascorso gli ultimi tre giorni prendendo laboriose misurazioni sul-
l'autostrada Monaco-Salisburgo. Il suo compito era di calcolare il proba-
bile effetto, in varie condizioni di tempo e di traffico, di una grossa cari-
ca esplosiva fatta detonare sul bordo della strada nelle prime ore di un
giorno feriale. Davanti ad alcuni bricchi di un ottimo caff, i due uomini
discussero le diverse proposte di Jacob, dopo di che, su un'auto presa a
nolo, percorsero insieme tutti i centoquaranta chilometri di quel tratto,
disturbando il traffico pi veloce e fermandosi in quasi tutti i punti dove
era permessa la sosta e in alcuni in cui non lo era. Da Salisburgo, Litvak
prosegu da solo per Vienna, dove lo stava aspettando una nuova scorta
con nuovi mezzi di trasporto e facce nuove. Litvak diede loro istruzioni
in una sala di conferenze insonorizzata all'ambasciata israeliana e, dopo
aver sbrigato altre faccende meno importanti, tra cui la lettura degli ulti-
mi bollettini da Monaco, li guid a sud in un convoglio di cenciosi gi-
tanti sino al confine jugoslavo, dove con una tranquillit da turisti estivi
ispezionarono i parcheggi automobilistici urbani, le stazioni ferroviarie
e le pittoresche piazze del mercato, prima di sparpagliarsi nelle modeste
pensioni della regione di Villach. Tesa in tal modo la sua rete, Litvak
torn frettolosamente a Monaco per assistere alla cruciale preparazione
dell'esca.
L'interrogatorio di Yanuka stava entrando nel suo quarto giorno
quando arriv Kurtz a prenderne le redini, e sino a quel punto si era

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proceduto con una calma snervante. Avete a disposizione un massimo


di sei giorni aveva detto Kurtz ai suoi inquisitori di Gerusalemme.
Trascorsi i quali, i vostri errori diverranno irrimediabili, come pure i
suoi. Era un lavoro che garbava moltissimo a Kurtz. Se avesse potuto
trovarsi contemporaneamente in tre posti e non soltanto in due, se ne
sarebbe occupato di persona, ma in mancanza di meglio scelse come
suoi rappresentanti questi due massicci specialisti del metodo morbido,
famosi per le loro discrete capacit istrioniche e per il loro aspetto ano-
nimo, lugubremente bonario. Non erano parenti e neanche, per quanto
se ne sapesse, amanti, ma avevano lavorato all'unisono per tanto tempo
che i loro cordiali lineamenti comunicavano un senso di duplicazione, e
quando Kurtz li convoc per la prima volta nella casa di Disraeli Street,
le loro quattro mani si posarono sul bordo della tavola come le zampe
di due grossi cani. All'inizio li aveva trattati con durezza, perch era in-
vidioso e il suo temperamento lo portava a considerare il delegare uno
smacco. Aveva dato loro soltanto una vaga idea dell'operazione, con
l'ordine poi di studiare il fascicolo di Yanuka e di non ricomparirgli da-
vanti finch non lo avessero imparato a memoria. Vedendoli tornare un
po' troppo presto per i suoi gusti, li aveva tormentati come se l'inquisi-
tore fosse stato lui, bombardandoli di domande sull'infanzia di Yanuka,
il suo modo di vivere, il suo comportamento, le sue abitudini, facendo
l'impossibile insomma per metterli in agitazione. Ma erano stati perfetti.
Allora, a malincuore, aveva chiamato il suo Comitato letterario, che
comprendeva Miss Bach, lo scrittore Leon e il vecchio Schwili e che in
quelle settimane aveva amalgamato le rispettive eccentricit dei singoli
in una squadra assolutamente compatta. In questa occasione il discor-
setto di Kurtz fu un classico dell'arte della non chiarezza. La qui pre-
sente Miss Bach ha la supervisione, tiene tutte le fila aveva cominciato,
presentandole i due nuovi. Dopo trentacinque anni che lo parlava, il suo
ebraico era ancora notoriamente terribile. Miss Bach controlla tutto il
materiale grezzo man mano che le arriva. Compila i bollettini da tra-
smettere a chi lavora sul campo. Fornisce al nostro Leon le linee guida.
Verifica le sue composizioni e s'accerta che corrispondano al piano ge-
nerale. Se gli inquisitori prima sapevano qualcosa, ora sapevano certa-
mente meno. Ma tennero la bocca chiusa. Una volta approvata una
composizione, convoca una riunione con Leon e con il signor Schwili.
Erano passati cent'anni dall'ultima volta che qualcuno aveva chiamato
Schwili signore. In questa riunione si decide la carta da lettere, si de-

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cidono gli inchiostri, le penne, le condizioni fisiche ed emotive dello


scrivente nel contesto di questa finzione. E' euforico o depresso? E' ar-
rabbiato o no? E a ogni proiezione, la squadra prende in esame l'intera
finzione in ogni suo aspetto. A poco a poco, nonostante la ferma deci-
sione del loro capo di alludere alle informazioni anzich comunicarle,
gli inquisitori avevano cominciato a capire le linee generali del progetto
di cui erano divenuti parte. Forse Miss Bach avr tra i suoi documenti
un campione originario della scrittura lettera, cartolina, diario che
potr servire da modello. Ma forse no. L'avambraccio destro di Kurtz
aveva sottolineato con dei colpi sul tavolo ambedue le possibilit. Una
volta rispettate tutte queste procedure, e soltanto allora, il signor Schwili
falsifica. Splendidamente. Il signor Schwili non soltanto un falsario,
un artista li aveva avvertiti, e avrebbero fatto bene a ricordarsene.
Completato il suo lavoro, il signor Schwili lo consegna direttamente a
Miss Bach. Per altri controlli, per le impronte digitali, per registrarlo, per
archiviarlo. Ci sono domande? Sorridendo col loro sorriso mansueto,
gli inquisitori gli assicurarono che non ce n'erano. Cominciate dalla
fine ringhi Kurtz mentre uscivano. All'inizio potrete tornarci dopo,
se ci sar tempo. In altre riunioni si era affrontato il problema pi com-
plesso di come convincere Yanuka ad adeguarsi ai loro piani in cos bre-
ve tempo. Ancora una volta gli amatissimi psicologi di Gavron furono
convocati, ascoltati perentoriamente e messi alla porta. Una conferenza
sulle droghe allucinanti e disintegranti and un po' meglio, e si comin-
ciarono frettolosamente a cercare altri inquisitori che se ne fossero ser -
viti con profitto. Cos alla progettazione a lungo termine si aggiunse,
come sempre, un clima d'improvvisazione in extremis, graditissimo a
Kurtz e a tutti gli altri. Impartite le istruzioni, Kurtz sped gli inquisitori
a Monaco con un certo anticipo perch preparassero gli effetti di luce e
di suono e facessero provare alle guardie le nuove parti. Quando arriva-
rono, parevano un'orchestrina di due strumenti, con pesanti bagagli di
metallo, vestiti simili a quelli di Satchmo. I membri del comitato di Sch-
wili li seguirono un paio di giorni dopo e andarono a stabilirsi con di-
screzione nell'appartamento al piano di sotto, facendosi passare per dei
commercianti di francobolli venuti per una grande asta organizzata in
citt. I vicini non avevano nulla da eccepire. Ebrei, certo, si dissero tra
loro, ma che importanza ha oggi? Gli ebrei sono stati normalizzati da
un pezzo. Ed ovvio che siano commercianti, cos'altro t'aspettavi?
Come attrezzature, a parte l'apparecchio portatile di Miss Bach per l'im-

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magazzinamento della memoria, avevano registrazioni a nastro, cuffie,


casse di cibi in scatola e un ragazzino chiamato Samuel il pianista per
occuparsi della piccola telescrivente collegata al posto di comando di
Kurtz. Samuel portava una grossa rivoltella Colt in una tasca speciale
del suo panciotto imbottito di capoc e quando trasmettevano la si senti-
va battere contro il tavolino, ma non la tirava mai fuori. Era un tipo
quieto, come David della casa di Atene; per il comportamento, poteva
sembrare un suo gemello. L'assegnazione delle stanze era compito di
Miss Bach. A Leon, notoriamente silenzioso, assegn la camera per i
bambini. Sulle pareti, cervi dagli occhi umidi brucavano pacificamente
margherite giganti. A Samuel tocc la cucina, con il suo accesso naturale
al cortile posteriore, dove mont la sua antenna cui appese calzette da
bambini. Ma Schwili quando vide la stanza a lui destinata ufficio e in-
sieme camera da letto emise un gemito spontaneo di disperazione.
La luce! Dio mio, guardate la mia luce! Con una luce simile, uno non
pu neanche falsificare una lettera a sua nonna! Mentre Leon, pieno di
eccitata creativit, barcollava davanti a questa tempesta inattesa, la prati-
ca Miss Bach individu immediatamente il problema: Schwili aveva bi-
sogno di avere pi luce naturale per il suo lavoro ma anche, dopo la
lunga prigionia, per la sua anima. Telefon immediatamente al piano di
sopra e arrivarono i ragazzi argentini che cominciarono velocissimi a
spostare mobili, come se fossero cubi da costruzione, obbedendo alle
sue indicazioni, e la scrivania di Schwili venne cos a trovarsi nel vano
della finestra del soggiorno, con una vista di foglie verdi e di cielo. Miss
Bach imbullett personalmente una tendina di rete in pi per la sua pri-
vacy e ordin a Leon di preparare una prolunga per la sua elegante lam-
pada italiana. Poi, a un cenno di Miss Bach, se ne andarono tutti in pun-
ta di piedi, ma Leon continu segretamente a tenerlo d'occhio dalla sua
porta. Seduto davanti al tramonto, Schwili sistem i suoi preziosi in-
chiostri, le sue penne e la sua carta da lettere, ogni cosa al posto giusto,
come se dovesse affrontare l'indomani il suo grande esame. Poi si tolse i
gemelli e si sfreg lentamente le palme per scaldarle, bench facesse cal-
do abbastanza anche per un vecchio detenuto. Poi si tolse il cappello.
Poi si tir le dita l'una dopo l'altra, allentandone le giunture con una sal-
va di piccoli schiocchi. Poi si mise ad aspettare, come aveva aspettato in
tutta la sua vita di adulto.
Il divo che tutti erano pronti a ricevere arriv puntualmente a Mona-
co quella sera stessa, via Cipro. Non ci furono flash di paparazzi a fe-

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steggiare il suo arrivo, perch era steso su una barella e assistito da un


infermiere e dal suo medico personale. Il medico era autentico, anche se
non lo era il suo passaporto; e Yanuka era un uomo d'affari inglese di
Nicosia trasportato con urgenza a Monaco per un intervento al cuore.
Un fascicolo di impressionanti certificati medici confermava questa sto-
ria, ma i funzionari dell'aeroporto tedesco non lo guardarono neanche.
Un'inquieta occhiata al volto senza vita del paziente aveva gi detto tut-
to ci che avevano bisogno di sapere. Un'ambulanza part velocissima
con tutta questa gente verso l'ospedale comunale, ma in una strada se-
condaria volt all'improvviso, come se le cose si fossero messe al peg -
gio, e s'infil nel cortile coperto di un amico impresario di pompe fune-
bri. Al Villaggio olimpico videro i due fotografi argentini e i loro amici
spostare a mano un cesto di vimini da biancheria, con un'etichetta che
diceva: vetro, fragile, dal loro scassato minibus all'ascensore di servi-
zio, e sicuramente, dissero i vicini, stavano aggiungendo un'altra strava-
ganza alla loro gi esorbitante attrezzatura. Ci furono divertite congettu-
re sull'eventualit che i commercianti di francobolli del piano di sotto si
lamentassero dei loro gusti in fatto di musica; gli ebrei si lamentavano di
tutto. Di sopra, intanto, tiravano fuori dalla cesta il loro trofeo e, con l'a-
iuto del medico, si accertavano che non si fosse rotto nulla durante il
viaggio. Pochi minuti dopo, lo distesero con cura sul pavimento dello
stanzino imbottito, dove si aspettava che dovesse rinvenire tra circa
mezz'ora, bench fosse sempre possibile che il cappuccio assolutamente
opaco che gli avevano legato intorno alla testa finisse per ritardare il
processo del risveglio. Immediatamente dopo, il medico se ne and. Era
un uomo coscienzioso e, preoccupato per il futuro di Yanuka, si era fat-
to garantire da Kurtz che non gli sarebbe stato chiesto di violare le pro-
prie norme professionali. Di fatto, meno di quaranta minuti dopo vide-
ro Yanuka dare strattonate contro le sue catene, prima i polsi, poi le gi-
nocchia, poi i quattro arti insieme, come una crisalide che cerca di
erompere dal suo involucro, finch non si rese presumibilmente conto
di essere stato legato a testa in gi-: in effetti si ferm un momento, ap-
parentemente per studiare la situazione, ed emise un titubante gemito.
Dopo di che, senza altro preavviso, si scaten l'inferno, con lui che pas-
sava da uno straziato e singhiozzante ruggito all'altro, si contorceva,
sobbalzava e pi genericamente si agitava con un vigore che li rese dop-
piamente soddisfatti del fatto che fosse stato messo in catene. Dopo
aver assistito per un poco alla sua esibizione, gli inquisitori si ritirarono,

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lasciando campo libero alle guardie, in attesa che si esaurisse la furia del-
la tempesta. Probabilmente Yanuka aveva la testa piena di raccapriccian-
ti aneddoti sulla brutalit dei metodi israeliani. Probabilmente, nel suo
smarrimento, avrebbe effettivamente voluto che confermassero la loro
reputazione e permettessero l'avverarsi delle sue paure. Ma le guardie si
guardarono bene dal fargli questo favore. Avevano l'ordine di recitare la
parte dei carcerieri arcigni, di mantenere le distanze e di non fargli del
male, e obbedivano alla lettera, anche se questo costava loro carissimo
soprattutto a Oded, il ragazzino. Dall'ignominioso arrivo di Yanuka nel-
l'appartamento, i giovani occhi di Oded erano offuscati dall'odio. Col
passare del tempo, divent sempre pi grigio e malato, e il sesto giorno
le sue spalle si erano irrigidite, puramente per la tensione dovuta all'es-
sere Yanuka ancora vivo sotto il loro tetto. Poi finalmente Yanuka parve
ripiombare nel sonno e gli inquisitori, avendo deciso che era venuto il
momento di cominciare, misero un disco di rumori di traffico mattuti-
no, accesero luci bianche fortissime e gli portarono insieme la colazione
bench non fosse neanche mezzanotte ordinando ad alta voce alle
guardie di slegarlo e di lasciarlo mangiare come un essere umano, non
come un cane. Poi si premurarono personalmente di slacciargli il cap-
puccio, volendo che la sua prima immagine dei suoi rapitori fossero i
loro visi cordiali e non ebraici che lo guardavano con paterna sollecitu-
dine. Non mettetegli pi questa roba disse pacatamente in inglese uno
dei due alle guardie, e con un gesto rabbioso scagli simbolicamente in
un angolo cappuccio e catene. Le guardie si ritirarono Oded con esa-
gerata riluttanza e Yanuka accett di bere un caff sotto gli occhi di
questi due nuovi amici. Essi sapevano che aveva una sete terribile, per-
ch avevano chiesto al medico di provocargliela prima di congedarsi, e
quindi il caff doveva avere per lui un sapore meraviglioso, qualunque
altra sostanza vi avessero mischiato. Sapevano anche che il suo cervello
era in uno stato di frammentazione simile al sogno, e pertanto indifeso
in certi settori importanti per esempio quando gli si offriva compas-
sione. Dopo tutta una serie di visite, tutte condotte nella stessa maniera
e spesso a intervalli di pochi minuti, gli inquisitori decisero che era ve-
nuto il momento di buttarsi e di presentarsi. Nelle sue linee generali, il
loro piano rispettava i modelli pi tradizionali, ma comprendeva anche
alcune ingegnose varianti. Loro erano due osservatori della Croce Ros-
sa, gli dissero in inglese. Erano cittadini svizzeri, ma vivevano qui nella
prigione. Di quale prigione si trattasse e dove avesse sede, non erano au-

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torizzati a rivelarlo, ma gli fecero chiaramente capire che poteva essere


in Israele. Gli mostrarono convincenti lasciapassare carcerari in buste di
plastica piene di ditate, con impresse le loro fotografie e fregi di croci
rosse, come sulle banconote, per impedire facili falsificazioni. Gli spie-
garono che era loro compito accertarsi che gli israeliani rispettassero le
norme sul trattamento dei prigionieri di guerra stabilite dalla Conven-
zione di Ginevra e Dio sa, dissero, che non facile e fornire a Yanu-
ka un collegamento con il mondo esterno, nei limiti autorizzati dal re-
golamento della prigione. Stavano battendosi perch lo togliessero dal-
l'isolamento e lo trasferissero nel braccio arabo, dissero, ma era parso
loro di capire che da un giorno all'altro sarebbe cominciato un rigoroso
interrogatorio e che nell'attesa gli israeliani intendevano, volente o no-
lente, tenerlo segregato. A volte, gli spiegavano, gli israeliani si lasciava-
no prendere dalle loro ossessioni, dimenticandosi totalmente della pro-
pria immagine. Pronunciarono la parola interrogatorio con disgusto,
come se avessero desiderato conoscerne una migliore. A questo punto,
obbedendo alle istruzioni ricevute, torn Oded che finse di occuparsi
dei servizi igienici. Gli inquisitori smisero immediatamente di parlare
finch lui non se ne and. Poi tirarono fuori un grosso modulo e aiuta-
rono Yanuka a compilarlo di sua mano: qui il nome, amico, l'indirizzo,
la data di nascita, il parente pi prossimo, cos, professione be', stu-
dente, perch no? titoli di studio, religione, ci dispiace tanto ma il re-
golamento. Yanuka accondiscese con ragionevole precisione, dopo una
riluttanza iniziale, e questo primo segno di collaborazione fu accolto dal
Comitato letterario del piano inferiore con pacato compiacimento an-
che se la sua era una scrittura infantile, a causa delle droghe. Prima di
congedarsi, gli inquisitori consegnarono a Yanuka un opuscolo che pre-
cisava in inglese i suoi diritti, nonch, con una strizzatina d'occhi e una
pacca sulla spalla, due tavolette di cioccolato svizzero. E lo chiamarono
per nome, Salim. Poi per un'ora, dalla stanza accanto, lo videro, con la
luce infrarossa, sdraiato al buio a piangere e a scrollare il capo. Poi au-
mentarono l'illuminazione e irruppero nello stanzino tutti allegri gridan-
do: Guardi cosa abbiamo qui per lei; su, si svegli Salim, mattina. Era
una lettera indirizzata a suo nome. Timbro postale Beirut, mandata alla
Croce Rossa e con il timbro Approvato dal censore della prigione.
Proveniva dalla sua amatissima sorella Fatmeh, che gli aveva regalato l'a-
muleto dorato da portare al collo. Schwili l'aveva falsificata, Miss Bach
l'aveva compilata e il talento camaleontico di Leon vi aveva immesso il

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sapore autentico del severo affetto di Fatmeh. I loro modelli erano le


lettere che Yanuka aveva ricevuto da lei quando era sotto sorveglianza.
Fatmeh gli confermava il suo amore e sperava che Salim si mostrasse
coraggioso quando fosse venuto il momento. E con la parola momen-
to sembrava alludere al temuto interrogatorio. Aveva deciso di rinun-
ciare al suo ragazzo e al suo impiego, diceva, per riprendere il suo lavo-
ro d'assistente a Sidone, non potendo pi sopportare di vivere cos lon-
tano dal confine della sua amata Palestina, con Yanuka cos disperata-
mente nei guai. Lei lo ammirava; lo avrebbe sempre ammirato; parola di
Leon. Sino alla tomba e oltre, Fatmeh avrebbe amato il suo prode ed
eroico fratello; e anche a questo aveva provveduto Leon. Yanuka prese
la lettera con aria indifferente, ma quando lo lasciarono di nuovo solo, si
accovacci devotamente, con la testa nobilmente inclinata di lato e in
alto, come un martire in attesa della spada, tenendosi strette alla guancia
le parole di Fatmeh. Datemi della carta disse con boria alle guardie,
quando tornarono, un'ora dopo, a spazzare la sua cella. Come se avesse
parlato al muro. Oded, addirittura, sbadigli. Voglio della carta! Voglio
i rappresentanti della Croce Rossa! Voglio scrivere una lettera a mia so-
rella Fatmeh secondo la Convenzione di Ginevra! Anche queste parole
furono accolte da basso con favore, in quanto dimostravano che la pri-
ma offerta del Comitato letterario era stata accettata da Yanuka. Fu su-
bito trasmesso ad Atene un comunicato speciale.
Le guardie sgattaiolarono fuori, apparentemente per chiedere istru-
zioni, e quando ricomparvero portarono un mucchietto di fogli intestati
della Croce Rossa. Consegnarono a Yanuka anche un opuscolo di Con-
sigli ai prigionieri in cui si spiegava che sarebbero state inoltrate soltan-
to le lettere in inglese e soltanto quelle non contenenti messaggi nasco-
sti. Ma niente penna. Yanuka chiese una penna, supplic per averla,
url, pianse, tutto al rallentatore, ma i ragazzi replicarono energicamente
e chiaramente che la Convenzione di Ginevra non parlava di penne.
Mezz'ora dopo irruppero i due inquisitori, traboccanti di giusta collera,
a portargli una loro penna su cui era impresso Per umanit. Una scena
dopo l'altra, questa recita dur parecchie ore, durante le quali l'indeboli-
to Yanuka lott invano per respingere la mano amica che gli veniva tesa.
La sua risposta scritta a Fatmeh era un classico: tre pagine sconnesse di
consigli, di autocommiserazione e di atteggiamenti spavaldi, che forni-
rono a Schwili il primo campione pulito della scrittura di Yanuka in
stato di tensione emotiva e a Leon un eccellente assaggio della sua pro-

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sa inglese. Mia cara sorella, tra una settimana affronter la fatale prova
della mia vita nella quale mi accompagner il tuo grande spirito scrive-
va. Anche questa notizia fu oggetto di un comunicato speciale. Manda-
mi tutto aveva detto Kurtz a Miss Bach. Non voglio silenzi. Se non
succede niente, avvertimi che non sta succedendo niente. E a Leon, in
termini pi secchi: Fa' in modo che trasmetta qualcosa almeno ogni
due ore. Meglio se ogni ora. La lettera di Yanuka a Fatmeh fu la prima
di una serie. A volte le lettere s'incrociavano; a volte Fatmeh rispondeva
alle domande quando lui aveva appena smesso di farle; e gliene rivolge-
va delle altre.
Cominciate dalla fine, aveva detto loro Kurtz. E la fine, in questo
caso, erano chilometri di chiacchiere apparentemente irrilevanti. Per ore
e ore i due inquisitori parlarono con Yanuka in toni instancabilmente
cordiali, dandogli forza, almeno in apparenza, con la loro impassibile
sincerit svizzera, preparandolo a resistere il giorno in cui gli scagnozzi
israeliani lo avrebbero trascinato all'interrogatorio. Per prima cosa, chie-
sero le sue opinioni su quasi tutti gli argomenti di cui gli interessava par-
lare, lusingandolo col mostrarsi rispettosamente curiosi e attenti. La po-
litica, gli confessarono timidamente, non era mai stato il loro campo;
avevano sempre cercato di anteporre l'uomo alle idee. Uno di loro cit
una poesia di Robert Burns che, per puro caso, era di quelle che anche
Yanuka preferiva. A volte pareva quasi che gli chiedessero di convertirli
al suo modo di pensare, tanto erano sensibili alle sue argomentazioni.
Lo interrogarono sulle sue reazioni al mondo occidentale, ora che ci vi-
veva da pi di un anno, prima in generale, poi paese per paese, e ascol-
tarono affascinati le sue opinioni molto generiche e tutt'altro che origi-
nali: l'egoismo dei francesi; l'avidit dei tedeschi; la decadenza degli ita-
liani. E l'Inghilterra? domandarono innocentemente. Oh, l'Inghilterra
era la peggiore di tutti, replic lui con decisione. L'Inghilterra era deca-
dente, rovinata, senza una guida; l'Inghilterra era l'agente dell'imperiali-
smo americano; l'Inghilterra era tutto ci che c'era di malvagio, e il suo
delitto maggiore era stato l'aver dato il suo paese ai sionisti. Pass poi a
un'ennesima diatriba contro Israele e i due lo lasciarono fare. Non vole-
vano, in questa fase iniziale, suscitare in lui il minimo sospetto sul loro
interesse particolare per i suoi viaggi in Inghilterra. Gli chiesero invece
della sua infanzia i suoi genitori, la sua casa in Palestina e notarono
con soddisfazione che non nominava mai il fratello maggiore; che persi-
no adesso il grande fratello era come completamente cancellato dalla

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vita di Yanuka. Nonostante tutti gli elementi che giocavano a loro van-
taggio, Yanuka, notarono, per ora parlava soltanto di cose che riteneva
innocue per la sua causa. Ascoltarono anche con risoluta simpatia i suoi
racconti sulle atrocit sioniste e i suoi ricordi sui tempi in cui era il por-
tiere della vittoriosa squadra di calcio del suo campo a Sidone. Ci parli
della sua miglior partita lo sollecitarono. Ci parli della sua miglior pa-
rata. Ci parli della coppa che avete vinto e di chi c'era quando il grande
Abu Ammar in persona la consegn nelle sue mani! Con esitazione, ti-
midamente, Yanuka li accontent. Sotto, intanto, girava il registratore e
Miss Bach inseriva tutte queste quisquilie nella sua macchina, interrom-
pendosi solo per consegnare comunicati provvisori a Samuel il pianista,
che li mandava a Gerusalemme e al suo corrispettivo di Atene, David.
Leon intanto era al settimo cielo. Con gli occhi socchiusi, si stava im-
mergendo nel personalissimo inglese parlato di Yanuka; nella sua dizio-
ne impulsiva e precipitosa; nei suoi guizzi letterari; nella sua cadenza e
nel suo lessico; nei suoi improvvisi cambiamenti di tema, che avveniva-
no in genere a met frase. Sul lato opposto del corridoio, Schwili scrive-
va e borbottava tra s e ridacchiava. A volte per Leon lo vedeva inter-
rompersi e abbandonarsi alla disperazione. Pochi secondi dopo, s'aggi-
rava per la stanza senza far rumore, misurandone a passi le dimensioni
con tutta la solidariet di un vecchio prigioniero per lo sfortunato ragaz-
zo del piano di sopra. Per parlare dell'agenda, tentarono un bluff diffe-
rente, e assai pi rischioso. Aspettarono il terzo giorno reale, dopo aver-
gli tirato fuori tutto ci di cui erano capaci col metodo della semplice
conversazione. Insistettero tuttavia per avere l'approvazione esplicita di
Kurtz prima di buttarsi, tanto li innervosiva la paura di rompere il gu-
scio d'uovo della fiducia in loro di Yanuka, in un momento in cui non
avevano pi il tempo per ricorrere ad altri metodi. Coloro che lo sorve-
gliavano avevano trovato l'agenda l'indomani del rapimento. Erano en-
trati in tre nel suo appartamento, con tute giallo canarino e etichette che
li presentavano come dipendenti di un'impresa di pulizie. Una chiave
dell'appartamento e una lettera quasi autentica del padrone di casa di
Yanuka davano loro tutta l'autorit di cui avevano bisogno. Dal loro fur-
gone giallo canarino trassero aspirapolvere, strofinacci e una scala a pio-
li. Poi chiusero la porta, tirarono le tende e per otto ore piene perlustra-
rono l'appartamento come cavallette, finch in apparenza non rimase
pi niente che non avessero sondato, fotografato e rimesso al suo posto
prima di cospargerlo di polvere con un piumino. E tra le varie scoperte,

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incuneata dietro una libreria in un punto facilmente accessibile dal tele-


fono, c'era questa agenda tascabile rilegata in pelle marrone, un dono
delle Middle East Air-lines che Yanuka doveva essersi in qualche modo
procurato. Sapevano che aveva un'agenda, ma non era tra i suoi effetti
quando lo avevano rapito. Adesso invece, con loro grande gioia, era nel-
le loro mani. Alcune pagine erano in arabo, altre in francese, altre anco-
ra in inglese. C'erano poi appunti indecifrabili in qualsiasi lingua e altri
in un linguaggio cifrato non troppo segreto. Le note si riferivano in
massima parte a futuri appuntamenti, ma alcune erano state aggiunte a
posteriori: Incontrato J, telefonato a P. oltre all'agenda scoprirono un
altro oggetto importante che stavano cercando: una grossa busta conte-
nente un fascio di ricevute e tenuta da parte in attesa del giorno in cui
Yanuka avrebbe calcolato le spese della sua missione. Obbedendo agli
ordini, trafugarono anche questa. Ma come interpretare le annotazioni
pi importanti dell'agenda? Come decifrarle senza la collaborazione di
Yanuka? Come ottenere, insomma, l'aiuto di Yanuka? Presero in consi-
derazione l'ipotesi di aumentare la dose degli stupefacenti, ma finirono
per respingerla. Temevano che potesse scardinarlo del tutto. Ricorrere
alla violenza sarebbe stato come buttar dalla finestra tutta quella bene-
volenza che si erano conquistati a cos caro prezzo. E poi, da buoni pro-
fessionisti, era un'idea che deploravano sinceramente. Preferirono pro-
cedere lungo il cammino che avevano gi tracciato puntando sulla
paura, sulla dipendenza e sull'imminenza del terribile interrogatorio
israeliano ancora di l da venire. E prima di tutto gli portarono una let-
tera urgente di Fatmeh, una delle pi brevi e delle pi riuscite di Leon:
Ho saputo che l'ora vicinissima. Ti prego, ti supplico d'aver
coraggio. Gli accesero le luci per dargli modo di leggerla, poi le spense-
ro di nuovo e rimasero senza farsi vivi pi a lungo del solito. Nel buio
pesto, gli fecero sentire urla soffocate, clangori di porte di celle lontane
e il rumore di un corpo trascinato in catene su un corridoio di pietra.
Poi le cornamuse funebri di una banda militare palestinese e lui forse
pens di essere morto. Di certo se ne stava l immobile. Gli mandarono
le guardie, che lo spogliarono, gli incatenarono le mani dietro la schiena
e gli misero i ferri alle caviglie. Poi di nuovo lo lasciarono solo. Come se
dovesse restare cos per sempre. Lo sentivano sussurrare oh, no in
continuazione. Fecero indossare a Samuel il pianista un camice bianco,
gli diedero uno stetoscopio e lo mandarono ad auscultare, con indiffe-
renza, i battiti cardiaci di Yanuka. Tutto questo sempre al buio, ma lui

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forse riusciva a intravvedere il camice bianco che volteggiava intorno al


suo corpo. Poi di nuovo rimase solo. Con la luce infrarossa lo videro su-
dare e rabbrividire e a un certo punto parve persino che avesse pensato
di uccidersi sbattendo la testa contro il muro, cosa che, incatenato
com'era, era pi o meno l'unico movimento che riuscisse a fare. Ma il
muro era foderato da uno spesso strato di capoc e anche se ci avesse
sbattuto contro per un anno, non ne avrebbe cavato nessun risultato.
Gli fecero sentire altre urla, seguite da un assoluto silenzio. Spararono al
buio un colpo di pistola. Fu talmente secco e improvviso da farlo sob-
balzare. Dopo di che Yanuka si mise a piangere, ma piano, come se non
riuscisse a trovare la manopola per alzare il volume. Fu allora che deci-
sero di agire. Per prima cosa entrarono nella cella, con decisione, le
guardie che lo rialzarono, prendendolo ciascuno per un braccio. Si era-
no messe abiti molto leggeri, da persone che si accingono a un lavoro
particolarmente estenuante. Avevano gi trascinato il suo corpo treman-
te sino alla porta della cella, quando comparvero i due salvatori svizzeri
a bloccar loro la via, e i loro volti gentili erano l'immagine stessa della
preoccupazione e dello sdegno. Poi esplose una discussione appassiona-
ta e ormai da tempo attesa tra le guardie e gli svizzeri. Si svolse in ebrai-
co e quindi per Yanuka era comprensibile solo in parte, ma aveva il suo-
no di un estremo appello. L'interrogatorio di Yanuka doveva ancora es-
sere approvato dal governatore, dissero i due svizzeri: l'articolo 6, para-
grafo 9 della Convenzione diceva chiaramente che non era lecito ricor-
rere alla violenza senza l'autorizzazione del governatore e la presenza di
un medico. Ma alle guardie non importava un accidente della Conven-
zione. Ne avevano sentito talmente parlare che gli usciva ormai dal
naso, dissero, indicando dove avevano il naso. Ci fu quasi una zuffa. Fu
solo la pazienza svizzera a impedirla. Concordarono invece di andare
subito tutti e quattro dal governatore per chiedergli una decisione im-
mediata. Cos si precipitarono fuori tutti assieme, lasciando Yanuka di
nuovo al buio, e ben presto lo si pot vedere curvo verso il muro a pre-
gare, anche se non poteva neanche immaginare dove fosse l'Oriente. La
volta successiva gli svizzeri tornarono senza le guardie, ma con un'aria
molto molto seria, portandosi appresso l'agenda di
Yanuka, come se, per quanto piccola, modificasse radicalmente la si-
tuazione. Avevano con s anche due passaporti di riserva, uno francese
e uno libanese, trovati sotto le assi del pavimento dell'appartamento,
nonch il passaporto cipriota con il quale viaggiava quando lo avevano

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rapito. Gli spiegarono il loro problema. Minuziosamente. Ma con un at-


teggiamento sinistro che da parte loro era una novit non proprio di
minaccia, ma di monito. Su richiesta degli israeliani, dissero, le autorit
tedesche occidentali avevano perquisito il suo appartamento nel centro
di Monaco. Avevano trovato oltre all'agenda e ai passaporti, varie altre
indicazioni dei suoi movimenti negli ultimi mesi, e avevano deciso di in-
dagare su di essi, con molta energia. Nelle rimostranze presentate al
governatore, gli svizzeri avevano sostenuto che una proposta del genere
non era n legale n necessaria. Doveva essere la Croce Rossa, avevano
suggerito, a mostrare i documenti al detenuto e farsi spiegare le annota-
zioni. Doveva essere la Croce Rossa a invitarlo cortesemente, anzich
costringerlo, almeno come primo passo, a redigere una dichiarazione
scritta, se cos preferiva il governatore, dal prigioniero stesso su dove
era stato negli ultimi sei mesi, con date, luoghi, persone che aveva in-
contrato, luoghi in cui aveva alloggiato e documenti di cui si era servito
nei suoi viaggi. Se l'onore militare imponeva la reticenza, dissero, il pri-
gioniero doveva onestamente precisarlo nei punti appropriati. Negli altri
casi be', se non altro sarebbe servito a guadagnare tempo mentre loro
avrebbero continuato a obiettare. E a questo punto si permisero di dare
a Yanuka o a Salim come ora lo chiamavano un loro consiglio per-
sonale. Soprattutto sia preciso, lo implorarono, preparando per lui un
tavolino pieghevole, dandogli una coperta e slegandogli le mani. Non
racconti niente di ci che vuol tenere segreto, ma faccia assolutamente
in modo che tutto ci che racconta corrisponda al vero. Si ricordi che
noi abbiamo una nostra reputazione da difendere. Pensi a quelli che
possono venire dopo di lei. Per loro, se non per noi, faccia del suo me-
glio. Lo dissero in modo da far capire che Yanuka era gi, in un certo
senso, incamminato verso il martirio. La ragione precisa sembrava irrile-
vante; la sola verit di cui lui fosse a conoscenza era il terrore che senti-
va nell'anima. Era una situazione molto fragile, come loro sapevano da
sempre. E ci fu un momento, piuttosto lungo, in cui temettero d'averlo
perso. Assunse la forma di un'occhiata lucida e diretta rivolta loro da
uno Yanuka che pareva aver scostato di botto le tendine dell'illusione
per guardare chiaramente i suoi oppressori. Ma la chiarezza non era mai
stata la base del loro rapporto e non lo era neanche adesso. Quando Ya-
nuka accett la penna che gli avevano offerto, gli lessero negli occhi l'i-
nequivocabile richiesta che continuassero a ingannarlo.
Fu l'indomani di questi drammi verso l'ora di pranzo nell'ordine

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normale delle cose che Kurtz arriv direttamente da Atene per ispe-
zionare il lavoro di Schwili e per dare la sua approvazione personale alla
decisione di rimettere agenda, passaporti e ricevute, con qualche inge-
gnosa modifica, in quello che era legalmente il loro posto. Allo stesso
Kurtz spettava anche il compito di risalire all'inizio. Ma prima, comoda-
mente seduto nell'appartamento da basso, convoc tutti, tranne le guar-
die, e chiese loro un riassunto, nel loro stile e al loro ritmo, dei progressi
fatti sino ad allora. Indossando guanti di cotone bianco e mostrando di
essere uscito indenne dalla notte trascorsa a interrogare Charlie, esami-
n i loro reperti, ascolt con molti complimenti le registrazioni dei mo-
menti pi significativi e guard ammirato il terminale di Miss Bach che
stampava, un giorno dopo l'altro, sul suo teleschermo l'intera recente
vita di Yanuka in caratteri verdi: date, numeri dei voli, ore d'arrivo, al-
berghi. Poi continu a guardare, mentre lo schermo si svuotava e Miss
Bach vi inseriva la finzione: Scrive a Charlie dall'Htel de la Ville di
Zurigo, lettera impostata al suo arrivo all'aeroporto De Gaulle alle di-
ciotto e venti incontra Charlie all'Excelsior Hotel di Heathrow telefona
a Charlie dalla stazione ferroviaria di Monaco E per ogni inserimento,
le prove aggiuntive: quali ricevute e quali annotazioni sull'agenda si rife-
rivano a questo o a quell'incontro; e i punti in cui erano state deliberata-
mente introdotte lacune e oscurit, perch in una ricostruzione niente
deve mai essere troppo chiaro o troppo semplice. Fatto questo ed era
ormai sera Kurtz si tolse i guanti, indoss una semplice divisa dell'e-
sercito israeliano con i gradi di colonnello e i sudici nastrini di qualche
campagna sopra la tasca sinistra, e ridusse in genere il suo aspetto este-
riore sino a diventare la quintessenza del militare trasformatosi in fun-
zionario carcerario. Poi and di sopra e raggiunse agilmente in punta di
piedi il posto d'osservazione, dove rimase per qualche tempo a guardare
Yanuka con attenzione. Poi mand da basso Oded e il suo compagno
con l'ordine di lasciarlo solo con il prigioniero. Parlando arabo con una
voce grigia da burocrate, Kurtz cominci a rivolgere a Yanuka domande
semplici e noiose, piccole cose: da dove venivano un certo detonatore o
un esplosivo o un'auto; o il luogo esatto, per esempio, dove Yanuka e la
ragazza si erano incontrati prima che lei andasse a sistemare la bomba di
Godesberg. Le minuziose informazioni di Kurtz, esposte con tanta
noncuranza, erano terrorizzanti per Yanuka, che reag mettendosi a gri-
dare e ordinandogli di star zitto per ragioni di sicurezza. Kurtz era scon-
certato. Ma perch dovrei star zitto? protest, con quella vitrea stupi-

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dit propria delle persone che hanno passato troppo tempo in carcere,
come guardie o come detenuti. Se non vuol stare zitto il suo fratello
maggiore, quali grandi segreti restano da proteggere? Present questa
domanda non come una rivelazione, ma come la conseguenza logica di
un fatto ormai notorio. E mentre Yanuka continuava a fissarlo come
impazzito, Kurtz raccont di lui altre cose che solo suo fratello poteva
conoscere. In questo non c'era niente di magico. Dopo le settimane tra-
scorse a setacciare la vita quotidiana del ragazzo, a intercettare le sue te-
lefonate e la sua corrispondenza per non parlare del fascicolo sui suoi
due ultimi anni negli archivi di Gerusalemme era ovvio che Kurtz e la
sua squadra conoscessero perfettamente quanto Yanuka minuzie quali
gli indirizzi sicuri dove venivano spedite le sue lettere; l'ingegnoso siste-
ma a senso unico con il quale gli arrivavano gli ordini; e il punto in cui
Yanuka, come loro, era tagliato fuori dalla struttura di comando. Ci che
distingueva Kurtz dai suoi predecessori era l'evidente indifferenza nel
parlare di queste cose, nonch la sua indifferenza per le reazioni di Ya-
nuka. Dov'? si mise a gridare Yanuka. Cosa gli avete fatto? Mio fra-
tello non parla! Non parlerebbe mai! Come lo avete catturato? L'accor-
do fu concluso pochi istanti dopo. Da basso, raggruppati intorno all'al-
toparlante, furono tutti colpiti da una sorta di sbigottimento nell'udire
Kurtz che, arrivato da meno di tre ore, travolgeva le ultime difese di Ya-
nuka. Come governatore, spiegava, il mio compito si limita alle questio-
ni amministrative. Suo fratello al piano di sotto in una cella-inferme-
ria, un po' stanco; speriamo, naturalmente, che sopravviva, ma passer
qualche mese prima che possa camminare. Quando lei avr risposto alle
mie domande, io firmer un ordine che l'autorizzer a dividere il suo al-
loggio e ad assisterlo durante la convalescenza. Se lei invece rifiuta, re-
ster dov'. Poi, per convincerlo che non si trattava di un inganno, Kur-
tz mostr a Yanuka una foto Polaroid a colori, da loro stessa truccata,
dove si vedeva il viso appena riconoscibile del fratello di Yanuka sbircia-
re da un insanguinato lenzuolo della prigione, mentre le due guardie lo
portavano via dopo l'interrogatorio. Ma ancora una volta il genio di
Kurtz non era mai statico. Quando Yanuka cominci veramente a parla-
re, Kurtz assunse subito un atteggiamento adeguato alla passione del
povero ragazzo; all'improvviso il vecchio carceriere aveva bisogno di
sentire tutto ci che il grande combattente aveva sino allora detto al suo
discepolo. Perci, quando Kurtz torn da basso, la squadra aveva ormai
ricavato da Yanuka tutto quello che ne era ricavabile vale a dire niente

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del tutto, come Kurtz s'affrett a far notare, per quanto concerneva il
nascondiglio di suo fratello. Marginalmente, si constat anche che l'ada-
gio del vecchio inquisitore aveva avuto un'ennesima conferma: vale a
dire che la violenza fisica contraria all'etica e allo spirito della profes-
sione. Kurtz sottoline questo con forza, rivolgendosi particolarmente a
Oded. Ci insistette molto. Se devi usare la violenza, e a volte non hai
molte altre scelte, accertati di usarla sempre contro la mente, mai contro
il corpo, disse. Era convinto che dappertutto ci fossero lezioni da impa-
rare per un giovane che avesse gli occhi per vederle. Espose la stessa tesi
anche a Gavron, ma con minore effetto. Tuttavia neanche a questo pun-
to, Kurtz voleva riposarsi, o forse non poteva. Nelle prime ore dell'in-
domani, ormai liquidata la faccenda di Yanuka, tranne che per la sua ri-
soluzione finale, Kurtz era di nuovo nel centro della citt, a consolare la
squadra di sorveglianza, il cui entusiasmo si era da qualche tempo smor-
zato per la scomparsa di Yanuka. Che ne stato di lui? grid il vecchio
Lenny aveva un cos gran futuro quel ragazzo, prometteva tanto in
tanti campi! Poi, compiuta la sua missione di misericordia, Kurtz si era
diretto verso il nord per un nuovo appuntamento con Alexis, per niente
impressionato dal fatto che la presunta instabilit di carattere del buon
dottore aveva portato Misha Gavron a escluderlo dai limiti dell'area
consentita. Gli dir che sono un americano promise a Litvak con un
gran sorriso, ricordando il fatuo telegramma di Gavron alla casa di Ate-
ne. Ma adesso era cautamente ottimista. Ci stiamo muovendo, disse a
Litvak; e Misha mi colpisce soltanto quando sto fermo.

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La taverna era pi alla buona di quelle di Mykonos, con un televisore
in bianco e nero che ondeggiava come una bandiera cui nessuno rivol-
geva un saluto e vecchi montanari troppo fieri per interessarsi ai turisti,
comprese le belle ragazze inglesi con capelli rossi, caffettano azzurro e
braccialetto d'oro. Ma nella storia che Joseph le stava ora raccontando
erano Charlie e Michel che cenavano da soli in un autogrill fuori Not-
tingham, di cui Michel aveva corrotto i gestori perch tenessero aperto.
La patetica auto di Charlie, era, come al solito, ferma e inutilizzabile nel-

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l'ultimo garage da lei scoperto a Camden. Ma Michel aveva una Merce-


des berlina, la marca che pi gli piaceva; e l'aveva posteggiata davanti al-
l'ingresso posteriore del teatro, e aveva subito portato via Charlie, dieci
minuti nell'eterna pioggia di Nottingham. E nessuna delle occasionali
sfuriate della ragazza, nessuno dei suoi dubbi momentanei potevano di-
minuire il fascino del racconto di Joseph. Indossa guanti da automobi-
lista disse Joseph. E' una sua mania. Tu li noti ma non dici nulla. Con
dei buchi sul dorso, pens lei. Come guida? Non un guidatore nato,
ma tu non gliene fai una colpa. Gli domandi dove vive e ti risponde di
essere venuto in macchina da Londra solo per vedere te. Gli chiedi qual
la sua professione e lui ti dice: Studente. Gli chiedi dove studia; ri-
batte: In Europa, e dal suo tono si direbbe che il termine Europa
una parolaccia. Quando poi tu insisti, non troppo, ti spiega che passa di
semestre in semestre da una citt all'altra, a seconda del suo umore e di
chi ci insegna. Gli inglesi, dice, non capiscono il sistema. Quando pro-
nuncia la parola inglesi, ti sembra che abbia un suono ostile: non sai
perch, ma ostile. La tua domanda successiva? Dove vive adesso? E'
evasivo. Come me. Un po' a Roma, dice vagamente, e un po' a Monaco.
Anche a Parigi, ovunque gli venga in mente di andare. A Vienna. Non ti
racconta di vivere in una casella, ma ti fa chiaramente capire che sca-
polo, cosa che certo non ti rattrista. Sorrise e tir indietro la mano. Gli
chiedi qual la citt che gli piace di pi e lui rifiuta la domanda definen -
dola irrilevante; gli chiedi cosa studia, ti risponde Libert; gli chiedi
qual la sua patria, ribatte che la sua patria attualmente occupata dal
nemico. La tua reazione? Confusione. Tuttavia, con la tua solita ca-
parbiet, tu insisti, e lui pronuncia il nome Palestina. Con passione. La
senti subito nella sua voce Palestina, come una sfida. Come un grido
di guerra Palestina. I suoi occhi la fissarono con un'intensit tale da
costringerla a sorridere nervosamente e a distogliere lo sguardo. Posso
ricordarti, Charlie, che in questo periodo, bench tu sia decisamente in-
fatuata di Alastair, lui se ne sta tranquillo a Argyll a girare un carosello
per un prodotto di consumo assolutamente inutile e tu sei venuta a sa-
pere che tiene compagnia alla prima attrice? E' esatto? E' esatto disse
lei, e con sua meraviglia s'accorse di essere arrossita. E ora, per favore,
dimmi che cosa significa per te la parola Palestina pronunciata in quel
modo da quel ragazzo ardente in un autogrill di Nottingham una sera di
pioggia. Mettiamo che sia lui a domandartelo. S. Te lo domanda. Perch
no? Oh Dio, pens, quante facce ha una monetina da tre pence? Li

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ammiro disse. Chiamami Michel, ti prego. Li ammiro, Michel. Per-


ch? Per le loro sofferenze. Si sentiva un po' stupida. Perch tengo-
no duro. Sciocchezze. Noi palestinesi siamo una massa di terroristi
ignoranti, che avremmo dovuto rassegnarci da un pezzo alla perdita del-
la nostra patria. Non siamo altro che degli ex lustrascarpe o venditori
ambulanti, giovani delinquenti armati di mitra e vecchi che si rifiutano
di dimenticare. E allora cosa siamo? Dimmi la tua opinione. E' impor-
tante per me. Ti sto ancora chiamando Giovanna, ricordatelo. Charlie
respir a fondo. A qualcosa erano serviti, dopo tutto, quei seminari di
fine settimana. E va bene. Ecco qua. I palestinesi voi sono un po-
polo mite e rispettabile di contadini con grandi tradizioni, ingiustamente
scacciato dalla sua terra, a partire dal 1948, per accontentare il sionismo
e assicurare all'Occidente un solido punto d'appoggio in Arabia.
Queste parole non mi dispiacciono. Continua, ti prego. Era meravi-
glioso scoprire quante cose le tornavano in mente sotto questo stimolo
perverso. Brani d'opuscoli dimenticati, concioni di amanti, arringhe di
combattenti della libert, frammenti di libri letti a met tutte queste
cose si raccoglievano intorno a lei come fedeli alleati nell'ora del biso-
gno. Siete l'invenzione di un complesso di colpa europeo di fronte agli
ebrei siete stati costretti a pagare il fio per un Olocausto in cui non c'en-
travate siete le vittime di una politica imperialistica, razzista e antiaraba,
di spoliazione e di allontanamento E di sterminio sugger pacatamen-
te Joseph. E di sterminio. Di nuovo esitante, colse ancora una volta lo
sguardo di questo estraneo fisso su di lei e, come a Mykonos, non sape-
va pi cosa vi leggesse. Comunque, questo che sono i palestinesi
disse allegramente. Visto che me lo chiedi. Visto che me lo chiedi ri-
pet poich lui continuava a tacere. Continuava a guardarlo, aspettando
un'indicazione che le dicesse che cosa doveva essere. Dominata dalla
sua presenza, aveva gi relegato le proprie convinzioni tra il ciarpame di
un'esistenza precedente. Non le voleva pi, a meno che non le volesse
lui. Nota che lui non fa mai chiacchiere a vuoto ordin Joseph, come
se in vita loro non si fossero mai scambiati un sorriso. Come ha fatto
presto a rivolgersi alla parte seria di te. Sotto certi aspetti, anche meti-
coloso. Stasera, per esempio, ha predisposto tutto il cibo, il vino, le
candele, persino la conversazione. Possiamo dire che, con un'efficienza
di stile israeliano, ha condotto una vera e propria offensiva per catturare
da solo la sua Giovanna. Terribile disse lei in tono serio guardando il
braccialetto. Nel frattempo ti dice che sei la pi brillante attrice del

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mondo, altra cosa, immagino, che non ti rattrista in modo inguaribile.


Insiste nel confonderti con Santa Giovanna, ma a questo punto non ti
sconvolge pi tanto che per lui la vita e il teatro siano inseparabili. Santa
Giovanna, ti dice, stata la sua eroina sin dalla prima volta che ha letto
qualcosa di lei. Era una donna, ma riusc a scuotere la coscienza di clas-
se dei contadini francesi e li guid in battaglia contro gli oppressori im-
perialisti inglesi. Era una vera rivoluzionaria, che accese la fiamma della
libert per gli sfruttati del mondo. Trasform gli schiavi in eroi. Questa
in sintesi la sua analisi critica. La voce di Dio che le parla non altro
che la sua coscienza rivoluzionaria che la sprona a resistere ai coloniali-
sti. Non pu essere in realt la voce di Dio, perch Michel ha deciso che
Dio morto. Tu forse non ti rendevi conto di queste implicazioni quan-
do interpretavi il personaggio. Lei stava ancora giocherellando col
braccialetto. Be', qualcuna pu essermi sfuggita ammise con noncu-
ranza per poi alzare gli occhi e trovarsi di fronte la sua granitica disap-
provazione. Oh, Cristo disse. T'avverto, Charlie, con la massima sin-
cerit, che non devi mai stuzzicare Michel con la tua ironia da occiden-
tale. Il suo senso dell'umorismo labile e non si spinge mai sino ad ac-
cettare le battute pronunciate contro di lui, specie se chi le pronuncia
una donna. Una pausa per lasciarle il tempo di assimilare il suo monito.
Benissimo. Si mangia in modo orribile, ma la cosa ti lascia completa-
mente indifferente. Ha ordinato delle bistecche, non sapendo che stai
passando per una delle tue fasi vegetariane. Ne mangiucchi un po', pu-
ramente per non offenderlo. Poi, in una lettera, gli dici che stata la
peggior bistecca che tu abbia mai assaggiato, ma anche la migliore.
Mentre lui parla, riesci soltanto a pensare alla sua voce calda e appassio-
nata e al suo bel viso arabo oltre la candela. Giusto? Charlie esit un
attimo, poi sorrise. Giusto. Lui ti ama, ama il tuo talento, ama Santa
Giovanna. Per i colonialisti inglesi, era una criminale ti dice. Come
tutti i combattenti della libert. Come George Washington, come il Ma-
hatma Gandhi, come Robin Hood. Come i soldati clandestini della lotta
per la libert irlandese. Non sono esattamente delle idee nuove quelle
che ti sta esponendo, e tu te ne rendi subito conto, ma espresse da quel-
la sua fervida voce orientale cos piena di come vogliamo chiamarla?
naturalezza animale? hanno su di te un effetto ipnotico; danno una
nuova vita a vecchi luoghi comuni, sono come una riscoperta dell'amo-
re. Per gli inglesi ti dice, chiunque combatta il terrore del coloniali-
smo automaticamente un terrorista. Gli inglesi sono miei nemici, tutti

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tranne te. Gli inglesi hanno ceduto il mio paese ai sionisti, ci hanno spe-
dito gli ebrei d'Europa con l'ordine di trasformare l'Oriente in Occiden-
te. Andate a domare l'Oriente per noi gli hanno detto. I palestinesi
sono gente da nulla, ma per voi potranno diventare dei buoni coolie! I
vecchi colonizzatori inglesi erano stanchi e disfatti, e cos ci hanno ce-
duto ai nuovi colonizzatori che avevano l'entusiasmo e la spietatezza ne-
cessari per risolvere questo pasticcio. Non preoccupatevi degli arabi
hanno detto gli inglesi. Vi promettiamo che guarderemo dall'altra parte
mentre vi occuperete di loro. Ascolta. Mi stai ascoltando? Quando
mai non ti ho ascoltato, Jose? Stasera Michel per te un profeta. Nes-
suno ha mai concentrato su te sola tutta la forza del proprio fanatismo.
La sua convinzione, il suo impegno, la sua devozione irradiano da lui
mentre parla. In teoria, certo, sta gi predicando a una convertita, ma in
realt sta inserendo un cuore umano nel guazzabuglio delle tue vaghe
idee di sinistra. Gli dici anche questo in una delle tue future lettere, an-
che
se forse non logico che un guazzabuglio acquisisca un cuore uma-
no. Tu vuoi che ti faccia una predica, e lui te la fa. Tu vuoi che giochi sul
tuo senso di colpa inglese, e lui fa anche questo. Il tuo cinismo protetti-
vo viene completamente spazzato via. Ti senti rinnovata. Come lonta-
no dai pregiudizi borghesi, che non hai ancora sradicato! Dalle tue pigre
simpatie d'occidentale. S? domand sommessamente, come se lei gli
avesse fatto una domanda. Charlie scosse il capo e lui riprese, pieno del
fervore preso a prestito dal proprio alter ego arabo. Lui ignora total-
mente che tu sei gi dalla sua parte. Ti chiede un impegno totale per la
sua causa; una nuova conversione. Ti butta in faccia dati statistici come
se fosse tua la colpa. Oltre due milioni di arabi, cristiani e musulmani,
scacciati dalla loro patria e privati dei diritti civili dal 1948. Le loro case
e i loro villaggi spianati dai bulldozer ti dice quanti le loro terre con-
fiscate in base a leggi alla cui elaborazione non hanno partecipato ti
precisa il numero dei dunam un dunam mille metri quadrati. Glielo
domandi e lui te lo spiega. E una volta arrivati nella terra d'esilio, i loro
fratelli arabi li massacrano e li trattano come feccia e gli israeliani bom-
bardano i loro campi e li cannoneggiano perch continuano a resistere.
Perch resistere all'espropriazione significa essere un terrorista, mentre
colonizzare, bombardare profughi, decimare una popolazione sono solo
spiacevoli necessit politiche. Perch diecimila arabi morti non valgono
un morto ebreo. Ascolta. Si sporse in avanti e le agguant un polso.

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Non c' un progressista occidentale che esiti a protestare contro le in-


giustizie nel Cile, in Sud Africa, in Polonia, in Argentina, in Cambogia,
nell'Iran, nell'Irlanda del Nord e negli altri luoghi irrequieti alla moda.
La sua stretta si rafforz. Ma chi ha il semplice coraggio di denunciare
ad alta voce lo scherzo pi crudele della storia: i trenta anni di Israele
che hanno fatto dei palestinesi i nuovi ebrei della terra? Lo sai come i
sionisti definivano il mio paese, prima d'impadronirsene? Una terra
senza un popolo per un popolo senza terra. Noi non esistevamo! Men-
talmente, i sionisti avevano gi commesso il genocidio; rimaneva soltan-
to da attuarlo. E voi, inglesi, siete stati gli architetti di questa visione
grandiosa. Lo sai com' nata Israele? Una potenza europea ha regalato
un territorio arabo a una lobby ebraica. E questa potenza era la Gran
Bretagna. Devo descriverti come nata Israele? O tardi? Sei stanca?
Devi tornare al tuo albergo? Mentre gli dava le risposte che lui si aspet-
tava, Charlie trov il tempo di meravigliarsi dei paradossi di un uomo
che sapeva danzare con tante delle proprie ombre contrastanti e rimane-
re egualmente in piedi. Tra di loro ardeva una candela. Era stata infilata
in un'unta bottiglia nera ed era costantemente aggredita da una vecchia
falena ubriaca che ogni tanto Charlie allontanava col dorso della mano,
facendo sfavillare il braccialetto. In questo bagliore, mentre Joseph le di-
panava intorno il suo racconto, vedeva il suo viso forte e disciplinato al-
ternarsi a quello di Michel, come due immagini sovrapposte su un'unica
lastra fotografica. Ascolta. Mi stai ascoltando? Ti sto ascoltando, Jose.
Ti sto ascoltando, Michel. Io sono nato da una famiglia patriarcale in
un villaggio non lontano dalla cittadina di El Khalil che gli ebrei chia-
mano Hebron. Fece una pausa, puntandole vigorosamente addosso i
suoi occhi scuri. El Khalil ripet. Ricordati questo nome, molto im-
portante per me, per varie ragioni. Ti ricorderai di Khalil? Ripetilo! Lo
ripet. El Khalil. El Khalil un grosso centro per la pura fede dell'I-
slam. In arabo significa amico di Dio. Gli abitanti di El Khalil, o He-
bron, sono l'lite della Palestina. E voglio raccontarti una storiella che ti
far ridere moltissimo. Secondo la leggenda, l'unico luogo da cui gli
ebrei non furono mai esiliati sono i monti dell'Hebron, a sud della citt.
E' dunque possibile che nelle mie vene scorra sangue ebraico. Ma non
me ne vergogno. Io non sono antisemita; sono solo antisionista. Mi cre-
di? Non aspett una rassicurazione; non ne aveva bisogno. Ero il pi
giovane di quattro fratelli e due sorelle. Lavoravano tutti la terra e mio
padre era il mukhtar, il capo, eletto dagli anziani. Il nostro villaggio era

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famoso per i suoi fichi e la sua uva, per i suoi guerrieri e per le sue don-
ne, belle e obbedienti come te. Quasi tutti i villaggi sono famosi per una
cosa sola. Il nostro lo era per molte. Naturalmente mormor Charlie.
Ma lui era ben oltre qualsiasi tentativo d'ironia. Ma era soprattutto fa-
moso per i saggi pareri di mio padre, il quale era convinto che i musul-
mani dovessero creare una nuova societ d'accordo con i cristiani e gli
ebrei, nello stesso modo in cui i loro profeti vivevano armoniosamente
insieme in Paradiso sotto un unico Dio. Ti parlo moltissimo di mio pa-
dre, della mia famiglia e del mio villaggio. Adesso e anche in seguito.
Mio padre ammirava gli ebrei. Aveva studiato il sionismo e gli piaceva
invitarli nel nostro villaggio e parlare con loro. Obblig i miei fratelli
maggiori a imparare l'ebraico. Da ragazzo, ascoltavo di notte gli uomini
intonare antiche canzoni di guerra. Di giorno, portavo ad abbeverare il
cavallo di mio nonno e sentivo i racconti dei viaggiatori e dei venditori
ambulanti. Quando ti parlo di questo paradiso, come se ti recitassi una
poesia. Lo so fare. Ho questo dono. Ti parlo di quando nella piazza del
nostro villaggio danzavamo il dabke e ascoltavamo l'oud, mentre i vec-
chi giocavano a tavola reale e fumavano il narghil. Erano parole che
per lei non avevano significato, ma ebbe l'accortezza di non interrom-
perlo. In realt, te lo confesso francamente, io ricordo poco di queste
cose. In realt queste sono le rievocazioni dei vecchi, perch cos che
le nostre tradizioni sopravvivono nell'esilio dei campi profughi. Col sus-
seguirsi delle generazioni, noi dobbiamo vivere sempre pi la nostra pa-
tria attraverso i ricordi degli anziani. I sionisti ti diranno che non aveva-
mo una cultura, che non esistevamo. Ti diranno che eravamo dei dege-
nerati, che vivevamo in capanne di fango e che andavamo in giro vestiti
di stracci puzzolenti. Ti diranno, parola per parola, le stesse cose che di-
cevano una volta degli ebrei gli antisemiti d'Europa. La verit, in en-
trambi i casi, la medesima: eravamo un nobile popolo. Un cenno
d'assenso della sua testa scura fece capire che su questo punto le sue
due identit erano arrivate a un accordo. Ti descrivo la nostra vita di
contadini e i complicati sistemi per tenere unita la comunit del nostro
villaggio. La vendemmia: l'intero villaggio che affluiva compatto nelle
vigne agli ordini del mukhtar, mio padre. I miei fratelli che cominciaro-
no a frequentare una scuola aperta da voi inglesi durante il Mandato. Tu
riderai, ma mio padre credeva anche negli inglesi. Il caff che nella casa
per gli ospiti del nostro villaggio era tenuto in caldo in tutte le ore del
giorno perch nessuno potesse mai dire di noi: Questo villaggio trop-

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po povero, questa gente inospitale con i forestieri. Vuoi sapere che


fine ha fatto il cavallo di mio nonno? Lo ha barattato con un fucile, per
poter sparare ai sionisti quando attaccarono il nostro villaggio. Ma i sio-
nisti fucilarono mio nonno. Costrinsero mio padre a guardare mentre lo
facevano. Mio padre che aveva creduto in loro. E' vero anche questo?
Certo. Ma Charlie non capiva se a risponderle era stato Joseph o Mi-
chel e sapeva che lui non voleva che lei capisse. Io la guerra del '48 la
chiamo la Catastrofe. Mai la guerra la Catastrofe. Nella Catastrofe
del '48, ti spiego, si palesarono le debolezze fatali di una societ pacifica.
Non avevamo un'organizzazione, non eravamo in grado di difenderci
da un aggressore ben armato. La nostra cultura era frutto di piccole co-
munit, ciascuna autosufficiente, e cos la nostra economia. Ma, come
tra gli ebrei d'Europa prima dell'Olocausto, non c'era un'unit politica, e
fu questa la nostra rovina, e troppo spesso le nostre comunit combat-
tevano l'una contro l'altra, che sempre la disgrazia degli arabi, e forse
anche degli ebrei. Lo sai cosa fecero al mio villaggio i sionisti? Lo sai
perch non fuggimmo come i nostri vicini? Lei forse lo sapeva e forse
no. Era comunque irrilevante perch lui non cercava una risposta. Pre-
pararono delle botti piene di petrolio e di esplosivi e le fecero rotolare
gi per la collina, dando fuoco alle nostre donne e ai nostri bambini.
Potrei parlarti per una settimana delle torture subite dalla mia gente.
Mani tagliate. Donne violentate e bruciate. Bambini accecati. Ancora
una volta Charlie cerc di scoprire se personalmente ci credeva; ma lui
non le forn alcun indizio, se non l'intensa solennit dell'espressione che
sarebbe andata bene per entrambi i suoi personaggi. Ti sussurro le pa-
role Deir Yasseen. Le hai mai sentite? Sai cosa significano? No, Mi-
chel, non le ho mai sentite. Lui parve soddisfatto. E allora domandami:
Cos' Deir Yasseen?. Lei obbed. Per favore, signore, cos' Deir Yas-
seen? Ancora una volta ti rispondo come se fosse qualcosa che ho vi-
sto succedere ieri con i miei occhi. Nel piccolo villaggio arabo di Deir
Yasseen il 9 aprile 1948 duecentocinquantaquattro abitanti vecchi,
donne e bambini furono massacrati dalle squadre terroristiche sioni-
ste, mentre gli uomini giovani erano al lavoro nei campi. Uccisero bam-
bini non ancora nati nel ventre delle loro madri. Quasi tutti i cadaveri
furono gettati in un pozzo. Nel giro di pochi giorni, quasi mezzo milio-
ne di palestinesi abbandon la propria patria. Una eccezione fu il villag -
gio di mio padre. Noi restiamo disse. Se andiamo in esilio, i sionisti
non ci permetteranno mai di tornare. Credeva persino che voi inglesi

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sareste venuti a salvarci. Non aveva capito che le vostre ambizioni


imperialistiche vi imponevano di inserire un docile alleato dell'Occi-
dente nel cuore del Medio Oriente. Charlie sent la sua occhiata e si
chiese se si era accorto del suo segreto ritirarsi o se aveva deciso di
ignorarlo. Solo in seguito le venne in mente che stava deliberatamente
sollecitandola a staccarsi da lui e a passare nel campo avverso. Per quasi
vent'anni dopo la Catastrofe, mio padre rimase aggrappato a quello che
rimaneva del nostro villaggio. Alcuni gli davano del testardo, altri dello
sciocco. Fuori della Palestina, i suoi compatrioti lo consideravano un
collaborazionista. Non avevano capito niente. Non avevano sentito il
tallone sionista sulle loro teste. Tutt'intorno, nelle regioni vicine, la gen-
te veniva scacciata, picchiata, arrestata. I sionisti confiscavano le loro
terre, spianavano le loro case coi bulldozer e sulle aree cos sgombrate
costruivano nuovi insediamenti dove nessun arabo era autorizzato a vi-
vere. Ma mio padre era un uomo saggio e pacifico e per un certo perio-
do tenne i sionisti lontani dalle nostre porte. Charlie avrebbe di nuovo
voluto chiedergli: E' vero? Ma di nuovo era troppo tardi. Poi, nella
guerra del '67, quando i carri armati si avvicinarono al nostro villaggio,
fuggimmo anche noi oltre il Giordano. Con le lacrime agli occhi, mio
padre ci radun e ci disse di raccogliere la nostra roba. I pogrom stan-
no per cominciare disse. E io il pi piccolo, che non sapevo niente
gli chiesi: Pap, cos' un pogrom?. Mi rispose: Quello che gli occi-
dentali facevano agli ebrei e che ora i sionisti fanno a noi. Hanno avuto
una grave vittoria e potrebbero permettersi di essere generosi. Ma le
loro virt non sono certo i loro comportamenti politici. Sino alla mor-
te, non dimenticher mai il momento in cui vidi il mio orgoglioso padre
entrare nella misera capanna che era divenuta la nostra casa. Rimase a
lungo sulla soglia, aspettando di trovare la forza per varcarla. Non pian-
se, ma pass giorni interi seduto su una cassa piena di libri, senza man-
giare. Credo che in quei giorni sia invecchiato di venti anni. Sono en-
trato nel mio sepolcro diceva. Questa capanna la mia tomba! Dal
momento del nostro arrivo in Giordania, eravamo divenuti cittadini
apolidi, senza documenti, senza diritti, senza un futuro, senza un lavoro.
La mia scuola? E' una baracca di latta stipata sino al tetto di grasse mo-
sche e di bambini denutriti. Al Fatah mi insegna. C' molto da imparare.
Come si spara. Come si combatte l'aggressione sionista. Fece una pau-
sa, e per un attimo parve a Charlie che le stesse sorridendo, ma non c'e-
ra gioia nella sua espressione. Io combatto, dunque io esisto disse

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pacatamente. Lo sai chi ha detto queste parole, Charlie? Un sionista.


Un pacifico, patriottico, idealistico sionista, che ha ucciso molti inglesi e
molti palestinesi con metodi terroristici, ma che, essendo un sionista,
non un terrorista, bens un eroe e un patriota. E sai che cos'era quan-
do pronunci queste parole questo pacifico e civilissimo sionista? Era il
primo ministro di un paese che chiamano Israele. E sai da dove viene
questo primo ministro terrorista e sionista? Dalla Polonia. Mi puoi spie-
gare per favore tu, un'inglese colta, a me, semplice contadino apolide
mi puoi spiegare come successo che un polacco sia potuto diventare
il capo del mio paese, della Palestina, un polacco che esiste solo perch
combatte? Mi puoi spiegare, per favore, in base a quale principio della
giustizia inglese, dell'imparzialit inglese e del fair play, quest'uomo go-
verna il mio paese? E chiama noi terroristi? La domanda le sfugg pri-
ma che avesse il tempo di censurarla. Non voleva essere provocatoria.
Era affiorata automaticamente dal caos che le ribolliva dentro: Be', e tu
puoi spiegarlo?. Lui non rispose, ma non evit neanche la domanda.
La recep e basta. Charlie ebbe per un attimo l'impressione che se la
stesse aspettando. Poi lui rise, una risata non molto gradevole, prese il
bicchiere e lo lev verso di lei. Fammi un brindisi ordin. Su. Alza il
bicchiere. La storia dalla parte di chi vince. Hai dimenticato questa
semplice verit? Bevi con me! Con una certa indecisione, lei alz il bic-
chiere verso di lui. Alla minuscola, coraggiosa Israele disse Joseph.
Alla sua stupefacente sopravvivenza, grazie a un sussidio americano di
sette milioni di dollari al giorno e a tutta la potenza del Pentagono che
esegue ciecamente i suoi desideri. Senza aver bevuto, pos di nuovo il
bicchiere. Lei fece lo stesso. Con questo gesto, e per Charlie fu un gran
sollievo, il melodramma pareva temporaneamente concluso. E tu,
Charlie, tu ascolti. Impressionata. Sbalordita. Dal suo romanticismo,
dalla sua bellezza, dal suo fanatismo. Lui non ha reticenze. N inibizioni
d'alcun genere. Funziona o i tessuti della tua immaginazione rigettano
questo sconvolgente trapianto? Prendendogli una mano, lei cominci a
esplorarne il palmo con la punta dell'indice. E il suo inglese all'altezza
di tutto questo? domand per guadagnare tempo. Ha un vocabolario
impregnato di espressioni gergali e una riserva impressionante di frasi
retoriche, di statistiche discutibili e di citazioni tortuose. Nonostante
questo, comunica l'eccitazione di una mente giovane e appassionata, e in
espansione. E intanto cosa sta facendo Charlie? Me ne sto l paralizza-
ta, con gli occhi sgranati, a bermi ogni sua parola? Lo incoraggio? Che

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faccio insomma? Secondo il copione, la tua parte sostanzialmente ir-


rilevante. Michel ti sta ipnotizzando attraverso la candela. E' questo che
gli dici in una delle tue lettere: Fin quando vivr, non dimenticher
mai il tuo bel viso illuminato dalla candela la prima sera che siamo stati
insieme. Ti sembra troppo orrendo, troppo kitsch? Lei gli restitu la
mano. Quali lettere? Come mai abbiamo sempre tutte queste lettere?
Per il momento, diciamo solo che gli scriverai delle lettere. E ora ti ri-
peto la mia domanda: funziona! O dobbiamo fucilare l'autore e tornar-
cene a casa? Charlie bevve un sorso di vino. Poi un altro. Funziona.
Finora funziona. E la lettera magari senza troppe svenevolezze ce
la fai a sopportarla? Se non dici queste cose in una lettera d'amore,
quando le dici? Benissimo. Questo dunque quello che gli scrivi, ed
cos che procede la finzione sino a ora. A parte un piccolissimo partico-
lare. Non il tuo primo incontro con Michel. Con un gesto per niente
teatrale, lei pos rumorosamente il bicchiere. Una nuova eccitazione si
era impadronita di Joseph. Ascoltami disse, sporgendosi in avanti, e il
lume della candela batteva sulla sua tempia abbronzata come la luce del
sole su un elmo. Ascoltami ripet. Mi stai ascoltando? E ancora una
volta non si preoccup d'aspettare la sua risposta. Una citazione. Un fi-
losofo francese. Il delitto pi grande non fare nulla perch temiamo
di poter fare soltanto poco. Ti ricorda niente? Oh, Ges- disse som-
messamente Charlie e, d'impulso, incroci le braccia sul petto per difen-
dersi. Vuoi che continui? Continu comunque. Non ti ricorda qual-
cuno? Esiste solo una guerra di classe ed quella tra i colonialisti e i
colonizzati, tra i capitalisti e gli sfruttati. Il nostro compito portare la
guerra in casa di coloro che la fanno. Dei miliardari razzisti, che consi-
derano il Terzo Mondo un loro dominio personale. Dei corrotti sceicchi
del petrolio che hanno venduto i diritti naturali degli arabi! S'interrup-
pe, vedendo che lei aveva abbassato la testa tra le mani. Basta, Jose
mormor Charlie. E' troppo. Andiamocene a casa. Dei guerrafondai
imperialisti che armano gli aggressori sionisti. Degli sciocchi borghesi
occidentali che sono insieme gli schiavi e i perpetratori del loro
sistema! Ora sussurrava appena, ma proprio per questo la sua voce era
ancor pi penetrante. Il mondo ci dice che non dovremmo attaccare
donne e bambini innocenti. Ma io vi dico che l'innocenza non esiste
pi. Per ogni bambino che muore di fame nel Terzo Mondo, c' in Oc-
cidente un bambino che ha rubato il suo cibo Smettila ripet lei tra
le dita, ormai sin troppo certa delle sue ragioni. Ne ho abbastanza. Mi

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arrendo. Lui per continu a declamare: Quando avevo sei anni, fui
cacciato dalla nostra terra. Quando ne avevo otto, aderii all'Ashbal.
Cos' l'Ashbal, per favore? Su, Charlie. E' stata questa la tua domanda.
Non sei stata tu a chiedermelo, alzando la mano: Cos' l'Ashbal, per fa-
vore? E io cosa ho risposto? L'esercito infantile disse lei, con la testa
tra le mani. Sto per vomitare, Jose. Ora. Quando avevo dieci anni,
me ne stavo accovacciato in un rifugio di fortuna mentre i siriani lancia-
vano missili sul nostro campo. Quando avevo quindici anni, mia madre
e mia sorella furono uccise da un'incursione aerea sionista. Continua
tu, Charlie, per favore. Completa la storia della mia vita. Gli aveva pre-
so di nuovo la mano, stavolta con entrambe le proprie, e la stava delica-
tamente battendo sul tavolo in segno di rimprovero. Se i bambini pos-
sono essere bombardati, possono anche combattere le ricord lui. E
se colonizzano? Che cosa succede? Continua tu! Devono essere ucci-
si mormor lei suo malgrado. E se le loro madri li nutrono e insegna-
no loro a rubarci le nostre case e a bombardare il nostro popolo in esi-
lio? Allora le loro madri sono in prima linea con i propri mariti, Jose
E cosa ne facciamo? Devono essere uccise anche loro. Ma io non gli
credevo allora e non gli credo neanche adesso. Lui ignor le sue prote-
ste. Le stava dichiarando il suo eterno amore. Ascolta. Attraverso gli
occhi del mio passamontagna nero, mentre ti eccitavo col mio messag-
gio durante il seminario, vedevo il tuo viso che mi fissava incantato. I
tuoi capelli rossi. I tuoi lineamenti vigorosi di rivoluzionaria. Non pa-
radossale che, nel nostro primo incontro, io fossi sulla scena e tu tra gli
spettatori? Non ero per niente incantata! Pensavo che
tu fossi completamente matto e avevo una gran voglia di dirtelo!
Lui continu imperterrito: Qualunque cosa tu abbia pensato allora,
qui, nel motel di Nottingham, sotto la mia influenza ipnotica, rivivi im-
mediatamente quel ricordo. Non potevi vedere il mio volto, mi dici, ma
le mie parole ti sono rimaste scolpite nella memoria. Perch no? Andia-
mo, Charlie! Me lo dici in una delle tue lettere! Non si lasci convince-
re. Non ancora. All'improvviso, per la prima volta da quando Joseph
aveva iniziato il suo racconto, Michel era divenuto per lei una creatura a
parte. Sino a questo momento, comprese, si era inconsapevolmente ser-
vita dei lineamenti di Joseph per descrivere il suo amante immaginario e
della voce di Joseph per caratterizzarne le intonazioni. Ora, come una
cellula che si divide, i due uomini erano divenuti personalit autonome e
contrapposte, e Michel aveva acquisito una dimensione reale. Rivide la

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sala delle conferenze mai spazzata, con le sue arricciate fotografie di


Mao e i suoi graffiati banchi di scuola. Rivide le file di teste ineguali, dal-
l'Afro alla Ges e ritorno, e Long Al stravaccato accanto a lei in uno
stato di torpore alcolico. E sul podio la figura isolata, indecifrabile, del
prode rappresentante della Palestina pi piccolo di Joseph, forse an-
che leggermente pi tarchiato, ma era difficile dirlo, perch era imba-
cuccato nella maschera nera e nell'informe camiciotto cachi e nel suo
kaffiyeh nero e bianco. Ma pi giovane su questo non c'erano dubbi
e pi fanatico. Ricord le sue labbra da pesce, inespressive in quella lo-
gora gabbia. Ricord il fazzoletto rosso che portava spavaldamente le-
gato al collo e le mani guantate i cui gesti accompagnavano ogni parola.
Ricord soprattutto la sua voce: non gutturale, come lei si era aspettata,
ma educata e rispettosa, in un macabro contrasto col suo messaggio
sanguinario. Ma non assomigliava a quella di Joseph. Ricord come si
interrompeva, diversamente da Joseph, per riformulare una frase venuta
male, cercando la precisione grammaticale: Il cannone e il Ritorno
sono per noi un'unica cosa imperialista chiunque non ci aiuti nella no-
stra rivoluzione non far nulla significa approvare l'ingiustizia Ti ho
amata da subito stava spiegando Joseph nello stesso tono pseudo-re-
trospettivo. O almeno cos ti racconto. Appena finita la conferenza, ho
chiesto chi eri, ma non me la sentivo di abbordarti davanti a tanta gente.
Sapevo inoltre di non poter mostrarti il mio viso, che uno dei miei
pregi maggiori. Decisi quindi di venire a cercarti in teatro. Presi infor-
mazioni e ti rintracciai a Nottingham. Ed eccomi qui. Ti amo infinita-
mente, firmato Michel! Come per fare ammenda, Joseph prese a col-
marla d'attenzioni, riempiendole nuovamente il bicchiere, ordinandole
un caff non molto dolce, come piace a te e voleva per caso darsi
una lavata? No, grazie, sto bene cos. La televisione stava mostrando
l'immagine di un sorridente politico che scendeva dalla scaletta di un ae-
reo. Raggiunse l'ultimo gradino senza incidenti. Dopo queste premure,
Joseph si guard attorno con aria eloquente, poi guard Charlie e il suo
tono divenne eminentemente pratico. Questa, dunque, la situazione,
Charlie. Tu sei la sua Giovanna. Il suo amore. La sua ossessione. Il per-
sonale se n' andato a casa e nella sala da pranzo siamo rimasti noi due
soli. Il tuo ammiratore smascherato e tu. E' mezzanotte passata e io ho
gi parlato sin troppo, anche se ho appena cominciato a raccontarti ci
che ho nel cuore o a chiederti di te, che amo senza la minima riserva,
un'esperienza per me assolutamente nuova, eccetera. Domani dome-

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nica e tu non hai impegni. Ho prenotato una stanza al motel. Non fac-
cio niente per convincerti. Non nel mio stile. Forse rispetto troppo la
tua dignit. O forse sono troppo orgoglioso per pensare che tu abbia bi-
sogno di essere convinta. O verrai da me come una compagna d'armi,
come una vera e libera amante, da soldato a soldato, o non verrai. Come
reagisci? Sei per caso impaziente di tornare all'Astral Commercial and
Private Hotel, vicino alla stazione ferroviaria? Lei lo guard, poi volse
gli occhi altrove. Aveva pronta una mezza dozzina di risposte spiritose,
ma le represse. La figura incappucciata e totalmente scissa del seminario
era di nuovo un'astrazione. Era stato Joseph, non l'altro, a farle questa
domanda. E cosa poteva dire quando, nella sua immaginazione, erano
gi a letto insieme con i corti capelli di Joseph appoggiati alla sua spalla
e il corpo vigoroso e ferito di Joseph disteso accanto al suo, mentre lei
ne scopriva la reale natura? Dopo tutto, Charlie come tu stessa ci hai
raccontato sei stata a letto con tanti uomini anche per meno, direi.
Oh, per molto meno ammise lei, con un interesse improvviso per la
saliera di plastica. Tu porti un suo costoso gioiello. Sei sola in una citt
triste. Piove. Lui ti ha incantata ha lusingato l'attrice, ha ispirato la ri-
voluzionaria. Come puoi dire di no? Mi ha anche nutrita gli ricord.
Anche se era un periodo in cui non mangiavo carne. E', direi, tutto
ci che pu sognare un'annoiata ragazza occidentale. Jose, per l'amor
del cielo mormor lei, senza neanche riuscire a guardarlo. Bene, allo-
ra disse lui allegramente, chiedendo il conto. Congratulazioni. Hai fi-
nalmente incontrato la tua anima gemella. Adesso c'era nei suoi modi
una brutalit misteriosa. Charlie ebbe la ridicola sensazione di averlo ir -
ritato con la sua acquiescenza. Lo vide pagare il conto e mettersi in ta-
sca la ricevuta. Lo segu nella notte. Sono la ragazza due volte promessa,
pens. Se ami Joseph, prenditi Michel. Lui ha fatto da ruffiano al suo
fantasma nel teatro della realt. A letto, ti dice che il suo vero nome
Salim, ma questo un grande segreto disse Joseph con indifferenza,
mentre risalivano in macchina. Lui preferisce Michel. In parte per mo-
tivi di sicurezza, in parte perch gi un po' innamorato della decaden-
za europea. Mi piace di pi Salim. Ma continui a chiamarlo Michel.
Come vuoi, pens Charlie. Ma questa passivit era un inganno, anche di
fronte a se stessa. Si sentiva smuovere dentro la rabbia: era ancora in
profondit, ma continuava a salire.
Il motel sembrava un basso stabilimento. Sulle prime pareva che non
ci fosse spazio per parcheggiare, ma poi si fece rumorosamente avanti

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un minibus Volkswagen per lasciar loro un posto e lei scorse al volante


la figura di Dimitri. Tenendo strette a s le orchidee, in obbedienza alle
istruzioni di Joseph, aspett che lui si mettesse il blazer rosso e lo segu
sull'asfalto sino al portico dell'ingresso; ma con riluttanza, mantenendo
le distanze. Joseph portava la sua borsa a tracolla e anche la propria ele-
gante cartella nera. Restituiscimela, mia. Nell'atrio vide, con la coda
dell'occhio, Raoul e Rachel che, in piedi sotto un'orribile luce al neon,
leggevano gli annunci delle gite organizzate dell'indomani. Li guard
storto. Joseph s'accost alla reception e Charlie gli venne vicino per
guardarlo mentre firmava il registro, bench lui le avesse specificamente
detto di non farlo. Nome arabo, nazionalit libanese, indirizzo, il nume-
ro di un appartamento di Beirut. Modi sprezzanti: un uomo di condi-
zione elevata, sempre pronto a inalberarsi. Sei bravo, pens lei con tri-
stezza, cercando d'odiarlo. Non un gesto superfluo e moltissima classe,
hai imparato bene la tua parte. L'annoiato portiere notturno le scocc
un'occhiata libidinosa, ma senza quella mancanza di rispetto cui lei era
abituata. Il facchino stava caricando i loro bagagli su un enorme carrello
da ospedale. Io indosso un caffettano azzurro e un braccialetto d'oro e
biancheria intima di Persephone di Monaco e sono disposta a mordere
il primo cafone che mi dar della sgualdrina. Joseph la prese per un
braccio e la sua mano le bruciava la pelle. Si sottrasse al suo contatto.
Vaffanculo. Accompagnati dalle note registrate di un canto piano grego-
riano, seguirono i loro bagagli in un grigio tunnel di porte dipinte a pa-
stello. La loro era una camera a due letti, grand luxe, sterile come una
sala operatoria. Cristo! esplose Charlie, guardandosi attorno con cupa
ostilit. Il facchino si volt sorpreso, ma lei lo ignor. Vide un piatto di
frutta, un secchiello di ghiaccio, due bicchieri e una bottiglia di vodka, in
attesa accanto al letto. Un vaso per le orchidee. Ce le lasci cadere. Jose-
ph diede la mancia al facchino, il carrello si conged cigolando e d'un
tratto si trovarono soli, con un letto grande come un campo di calcio,
due carboncini incorniciati di tori minoici per creare una raffinata atmo-
sfera erotica e un balcone con vista perfetta sul parcheggio per le mac-
chine. Prendendo la bottiglia di vodka dal secchiello, Charlie se ne vers
una dose abbondante e piomb di peso sul bordo del letto. Salute, vec-
chio mio disse. Joseph, ancora in piedi, la stava guardando senza
espressione. Salute, Charlie replic, pur non avendo un bicchiere. E
adesso che facciamo? Giochiamo a Monopoli? O siamo arrivati alla
grande scena per la quale abbiamo comprato i biglietti? La sua voce

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sal. Voglio dire, chi diavolo siamo ora? Per pura informazione. Chi?
Capisci? Chi? Lo sai benissimo chi siamo, Charlie. Due amanti che si
godono una luna di miele in Grecia. Credevo che fossimo in un motel
di Nottingham. Recitiamo contemporaneamente entrambe le scene.
Pensavo che lo avessi capito. Stiamo fissando il passato e il presente.
Perch abbiamo pochissimo tempo. Diciamo perch ci sono vite
umane in pericolo. Bevve un altro sorso di vodka e la sua mano era
ferma come una roccia, perch era sempre cos la sua mano quando lei
era d'umore particolarmente nero. Vite ebraiche lo corresse. Sono di-
verse dalle altre? Direi di s, Cristo! Voglio dire che Kissinger pu
bombardare quei poveri stronzi di cambogiani fin quando non si stufa.
Nessuno alza un dito. Gli israeliani possono fare a pezzi i palestinesi
ogni volta che gliene salta il ticchio. Ma basta che esplodano due rabbi-
ni, a Francoforte o da qualsiasi altra parte, e allora un autentico disa-
stro internazionale di primo grado, no? Stava guardando, alle spalle di
Joseph, un imprecisato nemico immaginario, ma con la coda dell'occhio
vide Joseph avanzare decisamente verso di lei e per un momento mera-
viglioso pens che stesse togliendole definitivamente qualsiasi possibili-
t di scelta. Ma pass oltre e s'accost alla finestra e apr la porta, forse
perch aveva bisogno del frastuono del traffico per soffocare la propria
voce. Sono tutti disastri replic senza emozione, guardando fuori.
Domandami cosa provano gli abitanti di Kiryat Shmonah quando arri-
vano le granate palestinesi. Domanda nei kibbutzim di raccontarti di
quando fischiano, quaranta alla volta, i missili Katyusha, e bisogna na-
scondere i bambini nei rifugi facendo finta che sia un gioco. S'interrup-
pe, con una sorta d'annoiato sospiro, come se avesse ascoltato troppe
volte le proprie argomentazioni. Comunque aggiunse in tono pi pra-
tico, la prossima volta che ricorrerai a questo argomento, ricordati, ti
prego, che Kissinger ebreo. Anche questo ha un suo posto nel voca-
bolario politico, piuttosto elementare, di Michel. Charlie si mise in boc-
ca le nocche e s'accorse che stava piangendo. Lui venne a sedersi accan-
to a lei sul letto e lei aspettava che la prendesse tra le braccia o le dicesse
parole di saggezza o semplicemente la prendesse, che era ci che avreb-
be preferito, ma Joseph non fece niente del genere. Si limit a lasciarla
piangere, sino a darle a poco a poco l'illusione che si fosse adeguato a lei
e che stessero piangendo insieme. pi di quanto avrebbe potuto qualsia-
si parola, il suo silenzio contribuiva a sdrammatizzare ci che avrebbero
fatto. Rimasero cos a lungo, l'uno accanto all'altra, finch lei non fece in

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modo che i suoi singhiozzi soffocati lasciassero il posto a un profondo,


esausto sospiro. Joseph per non si mosse n verso di lei, n lontano
da lei. Jose sussurr Charlie disperata, prendendogli ancora una volta
la mano. Chi diavolo sei? Che cosa senti dietro tutti quei grovigli di filo
spinato? Alzando la testa, cominci ad ascoltare i rumori di altre esi-
stenze nelle camere vicine. Il querulo borbottio di un bambino insonne.
Una stridula discussione coniugale. Poi un rumore di passi dal balcone,
e si volt in tempo per vedere Rachel che, in una tuta di ciniglia e arma -
ta di un sacchetto e di un termos, varcava la soglia della stanza.
Giaceva sveglia, troppo stanca per dormire. Nottingham non era mai
stata cos. Dalla camera accanto giungeva il suono soffocato di una per-
sona al telefono e le parve di riconoscere la sua voce. Giaceva tra le
braccia di Michel. Giaceva tra quelle di Joseph. Aveva una gran voglia di
Al. Era a Nottingham col grande amore della sua vita, era al sicuro nel
suo letto di Camden, era nella stanza che quella stronza di sua madre
chiamava ancora la nursery. Giaceva come da bambina, quando il suo
cavallo l'aveva disarcionata, a guardare il film della sua vita e a esplorare
la propria mente come aveva gi provato a esplorare il proprio corpo;
tastandone ogni angolo e cercando di scoprire i danni. A un chilometro
di distanza, dall'altra parte del letto, Rachel, sdraiata, leggeva Thomas
Hardy in edizione economica al lume di una piccola lampada. Chi ha
lui, Rache? disse. Chi gli rammenda i calzini e gli pulisce le pipe? Fa-
resti meglio a chiederlo a lui, no, cara? Sei tu? Non funzionerebbe, ti
pare? Alla lunga, almeno. Charlie, sonnecchiante, cercava ancora di de-
finirlo. Era un combattente disse. Il migliore disse Rachel con soddi-
sfazione. Lo ancora. Come ha scelto con chi attaccar briga? Qual-
cuno deve aver scelto per lui, no? disse Rachel, ancora immersa nel suo
libro. Charlie tent un affondo. Aveva una moglie una volta. Che fine
ha fatto? Mi dispiace, cara disse Rachel. Si buttata o l'hanno spin-
ta? c' da chiedersi riflett Charlie ignorando questo smacco. Credo
proprio che non si possa farne a meno. Povera crista, doveva essere al-
meno sei camaleonti, solo per poter fare un viaggio in autobus con lui.
Rimase immobile per un po'. E tu come sei finita in questo giro, Ra-
che? domand e, con sua sorpresa, Rachel pos il libro sullo stomaco e
glielo raccont. I suoi genitori erano ebrei ortodossi della Pomerania,
disse. Si erano stabiliti a Macclesfield dopo la guerra ed erano diventati
ricchi con l'industria tessile. Filiali in Europa e un attico a Gerusalem-
me disse per niente impressionata. Avrebbero voluto che Rachel an-

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dasse a Oxford ed entrasse poi nell'azienda di famiglia, ma lei aveva pre-


ferito studiare la Bibbia e la storia dei giudei all'Universit ebraica. E'
successo e basta replic quando Charlie la interrog sul passo successi-
vo. Ma come? Insistette Charlie. Perch? Chi ti ha scelta, Rache? Cosa
ti hanno detto? Rachel non precis n come n chi, ma le spieg per-
ch. Conosceva l'Europa e conosceva l'antisemitismo, disse. E voleva
mostrare a quei presuntuosi piccoli eroi sabra dell'universit di poter
combattere per Israele come qualsiasi ragazzo. E Rose, allora? disse
Charlie, approfittando dell'occasione. Rose era complicata, spieg Ra-
chel come se lei fosse stata diversa. Rose aveva lavorato in Sud Africa
con la Giovent Sionista ed era arrivata in Israele non sapendo bene se
restare o combattere l'apartheid. In un certo senso deve impegnarsi an-
cora di pi, perch non sa cosa dovrebbe fare spieg Rachel e, con una
fermezza che vietava ulteriori discussioni, torn al suo Sindaco di Ca-
sterbridge. Un eccesso di ideali, pens Charlie. Due giorni fa non ne
avevo neanche uno. Si chiese se ora ne aveva qualcuno. Domandamelo
domattina. Per un po' si concesse, semiaddormentata, il lusso di imma-
ginare titoli di giornali: Famosa fantasista incontra la realt. Giovanna
d'Arco brucia attivista palestinese. Bene, Charlie, buona notte.
La camera di Becker era qualche metro pi in l sul medesimo corri-
doio e aveva due letti gemelli, il massimo cui fosse disposta la direzione
dell'albergo nel riconoscere che c'era chi viaggiava solo. Si sdrai su uno
di essi e prese a fissare l'altro, con in mezzo il telefono su un tavolino.
Mancavano dieci minuti all'una e mezzo, e l'una e mezzo era l'ora stabi-
lita. Il portiere di notte aveva avuto una mancia e aveva promesso di
passare la chiamata. Lui era perfettamente sveglio, come spesso a quel-
l'ora. A pensare troppo brillantemente e a ridimensionarsi troppo lenta-
mente. Ad avere tutto nella parte anteriore della testa e a dimenticare
quel che c'era dietro. O che non c'era. Il telefono trill puntuale e la
voce di Kurtz lo salut immediatamente. Dove sar? si chiese Becker.
Udiva musica registrata sullo sfondo e pens correttamente a un alber-
go. In Germania, ricord. Un albergo tedesco che parla con un albergo
di Delfi. Kurtz parlava inglese per dar meno nell'occhio e lo parlava con
estrema scioltezza per non mettere in allarme un improbabile intercetta-
tore. S, andava tutto bene, lo rassicur Becker; la faccenda procedeva a
meraviglia e lui non prevedeva intoppi immediati. E l'ultimo prodotto?
domand. Stiamo ottenendo una cooperazione di primissimo ordine
gli garant Kurtz, nel tono smaccato cui ricorreva per rianimare le sue

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truppe. Dovresti fare una corsa in magazzino appena possibile, certa-


mente non ne sarai deluso. E poi c' un'altra cosa. Era raro che Becker
completasse le proprie conversazioni telefoniche con Kurtz, e lo stesso
accadeva a Kurtz con lui. Uno degli aspetti pi curiosi del loro rapporto
era che ciascuno faceva a gara con l'altro per essere il primo a riattacca-
re. Stavolta per Kurtz ascolt sino in fondo, e cos Becker. Ma, posato
il ricevitore, Becker scorse il proprio viso attraente allo specchio e lo
guard con grande disgusto. Per un attimo, fu per lui come la luce di un
demolitore e gli venne una voglia morbosa e irresistibile di spegnerla
una volta per tutte. Chi diavolo sei? Che cosa senti? S'avvicin ulterior-
mente allo specchio. Mi sento come se guardassi un amico morto, spe-
rando che torni in vita. Mi sento come se stessi cercando, senza succes-
so, in qualcun altro le mie antiche speranze. Sento di essere un attore,
come te, e di circondarmi di varie versioni della mia identit, perch
quella d'origine andata in qualche modo persa lungo il cammino. Ma
in realt non sento niente, perch il vero sentire sovversivo e contrario
alla disciplina militare. Di conseguenza non sento, ma combatto e quin-
di esisto. In citt cammin impaziente, a lunghi passi e con gli occhi fis-
si davanti a s, come se camminare lo annoiasse e la distanza fosse,
come sempre, troppo breve. Era una citt che aspettava un attacco e ne-
gli ultimi venti anni e pi, Becker aveva conosciuto troppe citt in que-
sta situazione. La gente era fuggita dalle strade, non si udivano voci di
bambini. Demolire le case. Sparare a tutto ci che si muove. I torpedoni
e le auto parcheggiati giacevano abbandonati dai loro proprietari, e sol-
tanto Dio sapeva quando li avrebbero rivisti. Ogni tanto il suo sguardo
attento si posava su un portone aperto o sull'ingresso di un vicolo non
illuminato, ma questo spirito d'osservazione era per lui abituale e non
determinava il minimo rallentamento. Arrivato a una strada laterale, alz
la testa per leggerne il nome, ma la super in fretta, per poi voltare rapi-
damente in un'area fabbricabile. Tra alte pile di mattoni era parcheggia-
to un vistoso minibus. Accanto, c'erano i montanti inclinati di una corda
da bucato, che nascondevano dieci metri di antenna. Dall'interno giun-
geva una musica in sordina. La porta si apr e la canna di una pistola
venne puntata contro il suo viso come un occhio scrutatore, prima di
sparire. Una voce rispettosa disse: Shalom. Lui entr e si chiuse la
porta alle spalle. La musica non era sufficiente a soffocare il ticchettio
irregolare della piccola telescrivente. Davanti ad essa era proteso David,
l'operatore della casa d'Atene; gli facevano compagnia due dei ragazzi di

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Litvak. Con un semplice cenno di saluto, Becker and a sedersi sulla


panca imbottita e cominci a leggere la spessa pila dei fogli messi da
parte per lui. I ragazzi lo guardavano rispettosi. Sent che nelle loro
menti fameliche stavano contando i nastrini delle sue medaglie e che
probabilmente conoscevano le sue gesta eroiche meglio di lui. La ra-
gazza ha un bell'aspetto, Gadi disse il pi baldanzoso dei due. Becker
lo ignor. Ogni tanto tracciava una linea in margine a un brano, ogni
tanto sottolineava una data. Quando ebbe finito, porse i fogli ai ragazzi
e si fece interrogare finch non si convinse di aver imparato bene le
proprie battute. Tornato fuori accanto al minibus, si ferm suo malgra-
do davanti alla finestra e ud le loro gaie voci che stavano parlando di
lui. La Cornacchia gli ha procurato una carica di direttore, in una nuova
e grande fabbrica tessile vicino a Haifa disse il baldanzoso. Magnifico
disse l'altro. Ritiriamoci anche noi e aspettiamo che Gavron ci faccia
diventare milionari.

11
Per il suo incontro, proibito ma indispensabile, di quella stessa sera
con il buon dottor Alexis, Kurtz aveva assunto un atteggiamento di soli-
dariet cameratesca tra professionisti, vivacizzato da un'antica amicizia.
Su proposta di Kurtz, non s'incontrarono a Wiesbaden, ma a Franco-
forte, dove la folla pi fitta e pi mobile, in un grosso e squallido al-
bergo per congressi che quella settimana ospitava gli adepti dell'indu-
stria del giocattolo. Alexis aveva suggerito la propria casa, ma Kurtz
aveva rifiutato con un'allusione che Alexis non ci aveva messo molto a
capire. Quando s'incontrarono, erano le dieci di sera e quasi tutti i dele-
gati si erano gi sparsi per la citt alla ricerca di giocattoli d'altra specie.
Il bar era per tre quarti deserto e, a prima vista, loro erano soltanto due
commercianti intenti a risolvere i problemi del mondo davanti a un vaso
di fiori di plastica. E in un certo senso era vero. Si sentiva musica regi -
strata, mentre il barman stava ascoltando un concerto bachiano dal suo
transistor. Da quando si erano parlati la prima volta, pareva che il lato
birichino di Alexis fosse stato definitivamente messo a tacere. Le prime
vaghe ombre del fallimento si erano posate su di lui, come il preannun-

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cio di una malattia, e nel suo sorriso televisivo c'era una nuova modestia
che male gli si adattava. Kurtz, che si stava preparando a colpire, vide,
con soddisfazione, confermate queste cose sin dalla prima occhiata
Alexis le vedeva con soddisfazione minore, ogni mattina, quando, nella
solitudine della sua stanza da bagno, si tirava indietro la pelle intorno
agli occhi e per un attimo ripristinava gli ultimi residui della sua decli-
nante giovinezza. Kurtz gli port i saluti da Gerusalemme e, come sou-
venir, una bottiglietta d'acqua torbida che l'etichetta garantiva attinta dal
Giordano. Aveva sentito dire che la nuova signora Alexis stava aspettan-
do un figlio e lasci intendere che quell'acqua poteva anche venir buo-
na. Questo gesto commosse Alexis e lo divert un tantino di pi dell'oc-
casione che lo aveva suggerito. Ma lei lo ha saputo prima ancora di me
protest, dopo uno sguardo di cortese meraviglia alla bottiglietta. Non
l'ho nemmeno detto in ufficio. Ed era vero; il suo silenzio era stato una
sorta di estremo sforzo per impedire il concepimento. Lo racconti
quando sar finito tutto e chieda scusa sugger Kurtz, non senza inten-
zione. Pacatamente, come s'addice a persone che non fanno cerimonie,
brindarono alla vita e a un futuro migliore per il figlio non ancora nato
del dottore. Mi dicono che adesso lei fa il coordinatore disse Kurtz
con una strizzatina d'occhio. A tutti i coordinatori replic solenne-
mente Alexis, e bevvero un altro sorso simbolico. Avevano stabilito di
chiamarsi per nome, ma Kurtz continuava a dargli formalmente del Sie,
anzich del du. Non voleva diminuire il proprio ascendente su di lui.
Posso chiederle chi coordina, Paul? domand Kurtz. Devo avvertirla,
Herr Schulmann, che i collegamenti con i servizi amici non fanno pi
parte dei miei compiti ufficiali dichiar Alexis, parodiando volutamente
la sintassi di Bonn, e aspett che Kurtz lo incalzasse con altre domande.
Kurtz per prefer azzardare un'ipotesi, che poi non lo era per niente.
Un coordinatore ha la responsabilit amministrativa di questioni vitali
come il trasporto, l'addestramento, il reclutamento e la contabilit dei
settori operativi. Nonch dello scambio d'informazioni tra gli enti fede-
rali e statali. Ha dimenticato le licenze obiett Alexis, ancora una vol-
ta divertito oltre che spaventato dalla precisione delle informazioni di
Kurtz. Se vuole una lunga licenza, venga a Wiesbaden e io gliela far
avere. Abbiamo una poderosissima commissione che si occupa proprio
delle licenze. Kurtz promise che lo avrebbe fatto e in effetti, confes-
s, da qualche tempo pensava di concedersi un po' di riposo. Questo ac-
cenno al superlavoro ricord ad Alexis i tempi in cui era impegnato sul

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campo, e gli sugger una digressione su un caso per risolvere il quale


non aveva dormito ma letteralmente, Marty, neanche toccato il letto
per tre notti consecutive. Kurtz lo ascoltava con rispettosa simpatia. Era
un ottimo ascoltatore, Kurtz, una specie che Alexis incontrava troppo
di rado a Wiesbaden. Sa una cosa, Paul disse Kurtz, dopo che ebbero
dedicato un po' di tempo a questo amabile batti e ribatti. Anch'io una
volta ero un coordinatore. Il mio capo aveva deciso che ero stato catti-
vo Kurtz tir fuori un malinconico sorriso di complicit e mi no-
min coordinatore. Dopo un mese, mi annoiavo talmente che scrissi al
generale Gavron per annunciargli ufficialmente che era un parassita.
Generale, questo ufficiale. Marty Schulmann dice che lei un parassi-
ta. Allora mi mand a chiamare. Lei lo ha conosciuto questo Gavron?
No? E' piccolo e rinsecchito, con una grande zazzera di capelli neri.
Non ha mai pace. Non sta mai tranquillo. Schulmann! mi urla. Che
diavolo sta succedendo, un mese e mi dai gi del parassita? Come hai
scoperto il mio segreto? con una voce fessa, come se qualcuno lo aves-
se lasciato cadere quando era piccolo. Generale gli dico, se lei avesse
un briciolo di rispetto per se stesso, mi degraderebbe a soldato semplice
e mi rimanderebbe alla mia vecchia unit dove almeno non potrei insul-
tarla in faccia. E sa cosa fece Misha? Mi cacci fuori e poi mi promos-
se. Fu cos che riebbi la mia unit. L'aneddoto era soprattutto diverten-
te perch ricordava a Alexis i giorni ormai lontani in cui era un famoso
eccentrico tra i parrucconi della gerarchia di Bonn. Fu quindi con la
massima naturalezza che la conversazione si spost sulla faccenda di
Bad Godesberg, che dopo tutto aveva dato loro modo di conoscersi.
Ho sentito dire osserv Kurtz, che stanno finalmente facendo qual-
che piccolo progresso. L'aver scoperto che la ragazza aveva fatto scalo a
Orly un gran passo avanti, anche se non sanno ancora chi sia. Alexis
s'irrit non poco nell'udire questo sconsiderato elogio in bocca a un
uomo che tanto ammirava e rispettava. Lei lo chiama un passo avanti?
Ieri ho ricevuto un'analisi pi aggiornata. Una ragazza vola da Orly a
Colonia il giorno dell'attentato. Loro riflettono. Porta i jeans. Loro ri-
flettono. Foulard, bel corpo, forse una bionda, e con questo? I francesi
non riescono neanche a confermare che si sia imbarcata. O almeno cos
dicono. Forse perch non si imbarcata per Colonia, Paul sugger
Kurtz. Ma come fa a volare a Colonia se non s'imbarca per Colonia?
obiett Alexis, mostrando di non aver capito molto. Quei cretini non
riuscirebbero neanche a trovare un elefante in un mucchio di cacao. I

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tavoli vicini erano ancora vuoti, e con Bach al transistor e Oklahoma


agli altoparlanti, c'era abbastanza musica per soffocare contemporanea-
mente pi eresie. Supponga che abbia preso un biglietto per qualche al-
tra destinazione disse pazientemente Kurtz. Madrid, mettiamo. S'im-
barca a Orly, ma prende un biglietto per Madrid. Alexis accett questa
ipotesi. Prende un biglietto da Orly a Madrid, e quando arriva a Orly si
fa mettere in lista per Madrid. Poi va nell'atrio partenze con la sua carta
d'imbarco per Madrid, si sceglie un posto dove aspettare e aspetta. Per
esempio nelle vicinanze di un cancello, perch no? Diciamo il cancello
diciotto, che proprio dove ha aspettato. Qualcuno le si avvicina, una
ragazza, pronuncia le parole stabilite e tutte e due vanno nella toilette
per le signore, dove si scambiano i biglietti. Molto ben organizzato. Un
ottimo sistema. Si scambiano anche i passaporti. Trattandosi di ragazze
non un problema. Il trucco le parrucche Paul, alla fin fine, le belle
ragazze sono tutte uguali. La veridicit di questo aforisma piacque mol-
tissimo ad Alexis, giunto di recente a questa stessa malinconica conclu-
sione a proposito del suo secondo matrimonio. Ma non si sofferm su
questo, perch sentiva che stavano per arrivare informazioni serie, e il
poliziotto che era in lui teneva le orecchie ben aperte. E come arriva a
Bonn? domand accendendosi una sigaretta. Arriva con un passapor-
to belga. Ben falsificato, uno di quelli che si fabbricano nella Germania
orientale. Va a prenderla all'aeroporto un giovane barbuto su una moto-
cicletta con targa falsa. Alto, giovane, barbuto: la ragazza non sa altro,
nessuno sa altro, perch loro sono bravissimi in fatto di sicurezza. E poi
una barba. Cos' una barba? Inoltre non si toglie mai il casco. In fatto di
sicurezza, questi sono decisamente superiori alla media. Eccezionali, ad-
dirittura. Direi proprio eccezionali. Alexis afferm di averlo gi notato.
Il compito del ragazzo in questa operazione di fungere da interrutto-
re continu Kurtz. E fa esattamente questo. Rompe il circuito. Va a
prendere la ragazza, s'accerta che non sia pedinata, la porta un po' in
giro e la conduce infine in una casa sicura dove dovranno darle le istru-
zioni. Fece una pausa. Vicino a Mehlem c' la fattoria di un agente di
cambio, si chiama Haus Sommer. Con un granaio riadattato in fondo al
vialetto verso sud. Questo vialetto porta direttamente, attraverso un rac-
cordo, all'autostrada. Sotto le camere da letto c' un garage e nel garage
in attesa una Opel. Targata Siegburg, col guidatore gi a bordo. Sta-
volta, con gioioso sbalordimento, Alexis pot dire la sua. Achmann
disse sottovoce. L'editore Achmann di Dsseldorf! Ma siamo diventati

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matti? Perch nessuno ha mai pensato a lui? Achmann esatto disse


con approvazione Kurtz al suo allievo. Haus Sommer appartiene al
dottor Achmann di Dsseldorf, la cui illustre famiglia possiede una flo-
rida azienda per il commercio del legname, qualche rivista e una solida
catena di negozi porno. Come attivit secondaria, pubblica anche calen-
dari romantici con paesaggi tedeschi. Il granaio riadattato appartiene a
Inge, la figlia del dottor Achmann, e ha ospitato molti congressi semi-
clandestini, frequentati
soprattutto da ricchi e disincantati esploratori dell'anima umana. Nel
periodo che c'interessa Inge ha prestato la casa a un amico bisognoso,
un amico che ha un'amica Ad infinitum complet Alexis ammirato.
Soffia via il fumo e troverai altro fumo. L'incendio ancora un po' pi
avanti. E' cos che lavorano. Hanno sempre lavorato cos. Partendo
dalle grotte della valle del Giordano, pens Alexis eccitato. Con una ma-
tassa di fil di ferro in eccedenza avvolta in modo da formare un fantoc-
cio. Con bombe che ti puoi fabbricare nel cortile di casa tua. Man mano
che Kurtz parlava, il viso e la figura di Alexis si stavano misteriosamente
distendendo, cosa che non era sfuggita all'attenzione del suo interlocu-
tore. Le rughe di preoccupazione e di debolezza che tanto lo affliggeva-
no erano scomparse. Sedeva comodamente appoggiato allo schienale,
aveva incrociato le corte braccia sul petto, era comparso sul suo volto
un sorriso che lo ringiovaniva e la sua testa biondo sabbia si era piegata
in avanti in armonioso omaggio alla mirabile esibizione del suo mento-
re. Posso chiedere quali basi hanno queste sue interessanti teorie? do-
mand Alexis in un tentativo poco convincente di scetticismo. Kurtz
finse di riflettere, bench le informazioni di Yanuka fossero fresche nel-
la sua mente come se gli fosse ancora seduto accanto nella cella imbotti-
ta di Monaco, a tenergli la testa mentre lui tossiva e piangeva. Be', ecco,
Paul, abbiamo i due numeri di targa della Opel e abbiamo una fotocopia
del contratto di noleggio dell'auto e abbiamo la deposizione firmata di
uno dei partecipanti confess e sperando modestamente che questi
miseri indizi fossero in qualche modo accettabili, per il momento, come
solida base prosegu il proprio racconto. Il ragazzo barbuto la depo-
sita al granaio, riparte e non lo si vede pi. La ragazza indossa il suo
semplice vestito azzurro, si mette la parrucca, si sistema proprio benino,
nel modo pi adatto per piacere all'ingenuo e troppo tenero attach.
Sale sulla Opel e viene portata alla casa bersaglio da un secondo giova-
ne. Lungo il cammino, fanno una sosta per innescare la bomba. Prego?

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Questo giovane domand Alexis con impazienza, la ragazza lo cono-


sce, o per lei un mistero? Rifiutandosi assolutamente di fornire altre
precisazioni sul ruolo di Yanuka nella vicenda, Kurtz lasci la domanda
senza risposta e si limit a sorridere; ma in questo suo sottrarsi non c'e-
ra niente d'offensivo; se Alexis voleva ormai conoscere tutti i particola-
ri, non poteva certo aspettarsi di avere continuamente il piatto pieno.
Non sarebbe stato neanche auspicabile. Compiuta la missione, lo stes-
so conducente cambia le targhe e i documenti della macchina e porta la
ragazza nella bella stazione climatica di Bad Neuenahr, in Renania, dove
la scarica riprese Kurtz. E poi? Kurtz prese a parlare con molta len-
tezza, come se ogni parola potesse ora costituire un pericolo per il suo
complicatissimo piano; e cos era in effetti. E poi un'ipotesi direi
che la ragazza viene presentata a un suo segreto ammiratore uno che
quel giorno pu averla un po' preparata ad affrontare la sua parte. Spie-
gandole, mettiamo, come si innesca una bomba. Come si sistema il ti-
mer. Come si prepara la trappola. Direi anche che questo ammiratore ha
gi prenotato una camera d'albergo da qualche parte e che, stimolati dal
comune successo, i due fanno appassionatamente l'amore. Il mattino
dopo, mentre ricuperano dormendo le forze consumate nel piacere,
scoppia la bomba pi tardi del previsto, ma che importa? Alexis si
chin rapidamente in avanti, quasi pressante nella sua eccitazione. E il
fratello, Marty? Il grande combattente che ha gi ucciso tanti israeliani?
Dov'era nel frattempo? A Bad Neuenahr, a spassarsela con la piccola at-
tentatrice? E' cos? Ma i lineamenti di Kurtz si erano fissati in una rigi-
da impassibilit, che l'entusiasmo del buon dottore sembrava solo ac-
centuare. Ovunque lui sia, dirige un'efficientissima operazione, perfet-
tamente suddivisa, perfettamente delegata, ben organizzata in ogni par-
ticolare replic Kurtz con apparente soddisfazione. Il barbuto aveva la
descrizione della ragazza, nient'altro. Ignorava persino il bersaglio. La
ragazza conosceva la targa della sua motocicletta. Il conducente cono-
sceva il bersaglio, ma non il barbuto. C' un cervello in azione. Dopo di
che Kurtz parve colpito da una serafica sordit; tanto che Alexis, dopo
altre domande rimaste infruttuose, sent il bisogno di ordinare ancora
due whisky. La verit era che il buon dottore sentiva una carenza d'ossi-
geno. Come se avesse sinora trascorso la vita a un livello d'esistenza in-
feriore, e da qualche tempo addirittura infimo. E adesso all'improvviso
il grande Schulmann lo stava sollevando ad altezze mai sognate. E lei
venuto in Germania per comunicare queste informazioni ai suoi colle-

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ghi tedeschi ufficiali, immagino osserv Alexis per provocarlo. Kurtz


rispose soltanto con un lungo e riflessivo silenzio, durante il quale parve
mettere alla prova Alexis con gli occhi e coi pensieri. Poi fece il gesto,
che Alexis tanto ammirava, di rimboccarsi la manica e di alzare il polso
per guardare l'orologio. E questo ricord ancora una volta al dottore
che, mentre il tempo si stava consumando lentamente sotto i suoi occhi,
Kurtz non ne aveva mai a sufficienza. Colonia le sar molto grata, pu
starne certo insistette Alexis. Il mio eccellente successore se lo ricor-
da, Marty? otterr un immenso trionfo personale. Con l'aiuto dei me-
dia diventer il poliziotto pi brillante e pi popolare della Germania
occidentale. Giustamente, no? E questo grazie a lei. Il largo sorriso di
Kurtz riconobbe che cos stavano le cose. Poi bevve un piccolo sorso di
whisky e si asciug le labbra con un vecchio fazzoletto cachi. Infine ap-
poggi il mento nel cavo della mano e sospir, lasciando capire che era-
no cose che avrebbe preferito non dire ma che, dal momento che Alexis
era entrato nel discorso, non poteva pi esimersene. Be', ecco, Gerusa-
lemme ha riflettuto molto su questa faccenda, Paul confess, e non
siamo cos sicuri, come sembra esserlo lei, che il suo successore sia il
tipo d'uomo di cui siamo particolarmente entusiasti di favorire la carrie-
ra. E allora cosa si poteva fare per questo? pareva chiedere il suo cipi-
glio. Ci per venuto in mente che per noi c'era forse un'alternativa e
magari dovremmo esaminarla un po' insieme e sentire il suo parere. Che
ci siano modi, ci siamo chiesti, grazie ai quali il buon dottor Alexis po-
trebbe trasmettere queste informazioni a Colonia in vece nostra? Priva-
tamente. Cio non ufficialmente, ma nello stesso tempo in modo uffi-
ciale, non so se mi spiego. Basandosi sulla sua iniziativa personale e sulla
sua saggezza politica. E' questa la domanda che ci siamo fatti. Perch
non andare da Paul e dirgli: Paul, lei un amico d'Israele. Prenda que-
sto. Lo usi. Ne approfitti. Lo consideri un nostro regalo e ce ne tenga
fuori. Perch in questi casi dobbiamo sempre favorire l'uomo sbaglia-
to? ci siamo chiesti. Perch non quello giusto, una volta tanto? Perch
non trattare con gli amici, che poi il nostro principio? Non favorirli?
Non premiarli per la loro lealt nei nostri confronti? Alexis finse di
non capire. Era diventato un po' rosso e nei suoi dinieghi c'era una leg -
gera punta d'isterismo. Ma, Marty, io non ho fonti! Io non sono un
operativo, sono un burocrate. Mi ci vede a prendere il telefono Colo-
nia? Qui parla Alexis, vi consiglio di andare immediatamente a Haus
Sommer, di arrestare la giovane Achmann e di fermare tutti i suoi amici

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per interrogarli? Sono forse un mago un alchimista per cavare in-


formazioni cos preziose dalle pietre? Cosa vi venuto in mente a Ge-
rusalemme che un coordinatore sia diventato tutt'a un tratto uno stre-
gone? Questo suo ridicolizzarsi stava diventando sempre pi goffo e
irreale. Dovrei chiedere di arrestare tutti i motociclisti barbuti che sem-
brano italiani? Mi riderebbero in faccia! Aveva finito, e Kurtz lo aiut a
trovare una via d'uscita, che era quello che Alexis voleva, avendo assun-
to la posizione di un bambino che critica l'autorit solo per essere poi
rassicurato dal suo abbraccio. Nessuno vuole degli arresti, Paul. Non
ancora. Non da parte nostra. Nessuno vuole fatti clamorosi, men che
meno a Gerusalemme. Allora cosa volete? domand Alexis con
asprezza improvvisa. Giustizia disse dolcemente Kurtz. Ma il suo sor-
riso impassibile trasmetteva tutt'altro messaggio. Giustizia, un po' di
pazienza, un po' di sangue freddo, una grande creativit e una grande
inventiva da chiunque sia disposto a giocare il nostro gioco. Lasci che le
domandi una cosa, Paul. La sua grossa testa gli venne d'un tratto molto
vicina. La sua mano possente si pos sull'avambraccio del dottore.
Proviamo a fare un'ipotesi. Immaginiamo un informatore assolutamen-
te anonimo ed eccezionalmente segreto un arabo importante, per
esempio, Paul, un arabo del centro moderato che ama la Germania,
l'ammira ed in possesso di informazioni su certi atti terroristici che lui
disapprova immaginiamo che quest'uomo abbia visto tempo addietro
il grande Alexis alla televisione. Immaginiamo, per esempio, che una
sera nella sua camera d'albergo di Bonn o di Dsseldorf o di qualsiasi
altro luogo abbia girato, per distrarsi, la manopola del suo televisore e
si sia trovato davanti l'ottimo Alexis, un avvocato, certo, un poliziotto,
ma anche un uomo spiritoso, duttile, realistico, un umanista sino alle
punte delle dita in parole povere un signor uomo s? Immaginia-
molo disse Alexis, semiassordato mentalmente dal volume delle parole
di Kurtz. E questo arabo, Paul, ha sentito l'impulso di avvicinarla ri-
prese Kurtz. Non intendeva parlare con nessun altro. Si fidava di lei
per istinto, si rifiutava di entrare in rapporto con qualsiasi altro rappre-
sentante tedesco. Voleva scavalcare i ministeri, la
polizia, il servizio segreto. L'ha cercata sulla guida del telefono, met-
tiamo l'ha chiamata a casa. O in ufficio. Come lei preferisce sua la
storia. E si incontrato con lei, qui, in questo albergo. Stasera. E ha be-
vuto con lei un paio di whisky. Ha lasciato che fosse lei a pagare. E, da-
vanti a questi whisky, le ha raccontato certe cose. Al grande Alexis

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non gli va bene nessun altro. Lei non vede in tutto questo un possibile
vantaggio per un uomo cui stata ingiustamente negata una giusta fiori-
tura della propria carriera? Ripensando in seguito a questo momento,
cosa che avrebbe fatto pi di una volta alla luce di molti contrastanti at-
teggiamenti stupore, orgoglio e totale, anarchico orrore Alexis
avrebbe finito per vedere nel discorso immediatamente successivo una
sorta di giustificazione indiretta di Kurtz per ci che aveva in mente. I
terroristi diventano ormai sempre pi abili si lament con tristezza.
Introduci un tuo agente, Schulmann mi strilla Misha Gavron dalla
sua scrivania. Certo, generale gli dico. Io trovo un agente, lo addestro,
lo aiuto a maturare, richiamo su di lui l'attenzione nei posti giusti, lo get-
to in bocca agli avversari. E sa quale sar la prima cosa che faranno? gli
dico. Lo inviteranno a dare una dimostrazione di s. A sparare alla
guardia di una banca o a un soldato americano. O a gettare una bomba
in un ristorante. O a consegnare a qualcuno una bella valigia. Per farlo
saltare in aria. E' questo che vuole? E' questo che mi sta invitando a
fare, generale infiltrare un agente e poi starmene tranquillo mentre lui
ammazza gente nostra per conto del nemico? Scocc di nuovo ad
Alexis il sorriso triste di chi alla merc di superiori irragionevoli. Le
organizzazioni terroristiche non accettano passeggeri, Paul. L'ho detto
chiaramente a Misha. Non hanno segretarie, dattilografe, codificatori,
n altre persone che in circostanze normali sarebbero degli agenti pur
non lavorando in prima linea. Occorre quindi un particolare tipo di pe-
netrazione. Se vogliamo distruggere il terrorismo gli ho detto, dob-
biamo prima costruirci praticamente i nostri terroristi. Ma lui mi d
retta? Alexis non poteva pi nascondere d'essere affascinato. Si protese
in avanti, con gli occhi illuminati dalla pericolosa malia della sua stessa
domanda. E lei ha fatto questo, Marty? sussurr. Qui in Germania?
Kurtz, come gli accadeva spesso, non rispose direttamente, e i suoi oc-
chi slavi parevano gi guardare, al di l di Alexis, al prossimo obiettivo
sul suo cammino tortuoso e solitario. Supponga che io la informi di un
incidente, Paul sugger nel tono di chi sceglie una vaga possibilit tra le
tante che si presentano al suo cervello ingegnoso. Un incidente che do-
vrebbe verificarsi, diciamo, entro quattro giorni. Il concerto del barista
era finito e l'uomo stava chiudendo rumorosamente il bar in attesa di
andarsene a letto. Su proposta di Kurtz, si spostarono nella hall dell'al-
bergo e si sistemarono a contatto strettissimo come passeggeri su un
ponte battuto dal vento. Due volte, nel corso della discussione, Kurtz

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guard il suo vecchio orologio d'acciaio e chiese sbrigativamente scusa


perch doveva fare una telefonata; e in seguito, quando per pura curiosi-
t fece delle indagini, Alexis scopr che aveva parlato per dodici minuti
con un albergo di Delfi, in Grecia, pagando in contanti, e con un nume-
ro non rintracciabile di Gerusalemme. Alle tre, o anche dopo, compar -
vero alcuni lavoratori stranieri dall'aspetto orientale e con tute sfilacciate
che spingevano un grosso aspirapolvere assai simile a un cannone
Krupp. Ma Kurtz e Alexis continuarono a parlare nonostante il bacca-
no. Il sole era gi spuntato da un pezzo quando i due uomini uscirono e
suggellarono il patto con una stretta di mano. Kurtz per si guard
bene dal ringraziare troppo generosamente la sua ultima recluta, sapen-
do benissimo che Alexis era il tipo che non gradiva un eccesso di grati-
tudine.
Il rinato Alexis si precipit a casa e, dopo essersi rasato e cambiato e
profumato quanto bastava per lasciar intendere alla sua sposa la segre-
tezza assoluta della propria missione, arriv al suo ufficio di vetro e ce-
mento con una misteriosa espressione soddisfatta, quale non si vedeva
pi da un pezzo sul suo viso. I dipendenti notarono che scherzava assai
pi del solito e azzardava persino battute piccanti sui colleghi. Sembrava
tornato l'Alexis di una volta; c'erano addirittura manifestazioni del suo
senso dell'umorismo, che pure non era mai stato il suo forte. Chiese del-
la carta da lettera non intestata e, tenendo segreta la cosa persino alla
propria segretaria privata, si mise al lavoro, scrivendo un lungo rappor-
to, volutamente oscuro, ai suoi superiori, nel quale riferiva di essere sta-
to contattato da un'autorevolissima fonte orientale, conosciuta nella
mia carica precedente e forniva una quantit d'informazioni nuove di
zecca sull'incidente di Godesberg ma nessuna, per ora, che indicasse
qualcosa di pi che una dimostrazione della buona fede dell'informatore
e, per estensione, del buon dottore che ne era il controllore. Chiedeva di
conseguenza poteri e mezzi, nonch un fondo operativo fuori da ogni
controllo, da aprire in Svizzera e da spendere a sua esclusiva discrezio-
ne. Non era un uomo avido, anche se sicuramente il suo nuovo matri-
monio era stato costoso e il suo divorzio catastrofico. Ma sapeva benis-
simo che, in quest'epoca materialistica, si apprezzano maggiormente le
persone che costano di pi. Fece infine un'affascinante predizione, che
Kurtz gli aveva dettato parola per parola e gli aveva fatto rileggere re-
stando ad ascoltarla. Era abbastanza imprecisa per essere praticamente
inutile e abbastanza precisa per fare una grossa impressione una volta

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che si fosse avverata. Secondo voci non confermate, era avvenuta di re-
cente a Istanbul una grande consegna di esplosivi da parte di estremisti
islamici turchi, allo scopo di finanziare attivit antisionistiche nell'Euro-
pa occidentale. Ci si poteva aspettare un nuovo attentato nei prossimi
giorni. Le voci parlavano di un obiettivo nella Germania meridionale.
Bisognava quindi mettere in allarme tutti i posti di frontiera e le polizie
locali. Non si conoscevano altri particolari. Quello stesso pomeriggio,
Alexis fu convocato dai suoi superiori e la sera fece una lunghissima te-
lefonata segreta al suo grande amico Schulmann, per averne congratula-
zioni e incoraggiamenti, oltre che nuove istruzioni. Stanno abboccan-
do, Marty! esclam tutto eccitato in inglese. Sono completamente am-
mansiti. Sono nelle nostre mani! Alexis ha abboccato, disse Kurtz a
Litvak appena tornato a Monaco, ma bisogna assolutamente guidarlo.
Perch Gadi non si sbriga con quella ragazza? borbott, guardando di
malumore il suo orologio. Perch non gli va pi che si ammazzi! escla-
m Litvak con una soddisfazione che non riusciva a trattenere. Credi
che io non l'abbia capito? Credi di non averlo capito? Kurtz gli disse di
star zitto.

12
La collina odorava di timo ed era per Joseph un posto speciale. Lo
aveva cercato sulla carta e vi aveva condotto Charlie con aria solenne,
prima in macchina e ora a piedi, costringendola ad arrampicarsi con de-
cisione lungo file di alveari di vimini e attraverso boschetti di cipressi e
sassosi campi di fiori gialli. Il sole non era ancora all'apice. Verso l'inter-
no si vedevano catene di brune montagne. A est lei scorgeva le pianure
argentee dell'Egeo fin dove la foschia non le fondeva col cielo. L'aria
odorava di resina e di miele e vi risonavano i campanacci delle capre.
Un fresco venticello le sferzava un lato del viso e le premeva sul corpo
il vestito leggero. Gli prese un braccio, ma Joseph, immerso nelle pro-
prie riflessioni, parve non accorgersene. A un certo punto le sembr di
vedere Dimitri seduto davanti a un cancello, ma alla sua esclamazione,
Joseph reag ordinandole seccamente di non salutarlo. In un'altra occa-
sione avrebbe giurato d'aver notato la sagoma di Rose, alta sopra di loro

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all'orizzonte, ma quando torn a guardare non vide nulla. La giornata


sino allora aveva avuto una propria coreografia e Charlie gli aveva per -
messo di pilotarla con la consueta irrequietezza. Al risveglio aveva tro-
vato Rachel in piedi sopra di lei, che le diceva di mettersi per favore l'al-
tro vestito blu, cara, quello con le maniche lunghe. Si fece rapidamente
la doccia e torn in camera completamente nuda, ma Rachel se n'era
andata ed era Joseph che sedeva appollaiato davanti a un vassoio con la
prima colazione per due, ascoltando dalla sua radiolina un notiziario in
greco, dopo essere stato per il mondo intero il suo compagno di quella
notte. Lei torn velocissima in bagno e lui le porse il vestito attraverso
la porta; mangiarono rapidamente e quasi in silenzio. Nell'atrio pag in
contanti e si mise in tasca la ricevuta. Quando portarono i bagagli sulla
Mercedes, Charlie vide Raoul, il ragazzo hippy, sdraiato a meno di due
metri dal paraurti posteriore a trafficare col motore di una motocicletta
sovraccarica, e Rose coricata sull'erba con un'anca sollevata che mastica-
va un panino. Charlie si chiese da quanto tempo fossero l e perch do-
vessero sorvegliare l'auto. Joseph percorse il chilometro di strada che
portava alla zona archeologica, parcheggi di nuovo e, assai prima del
punto in cui i comuni mortali si mettevano in coda a sudare, l'aveva
condotta oltre un ingresso laterale, offrendole un'altra visita privata al
centro dell'universo. Le mostr il tempio di Apollo e il muro sul quale
erano stati incisi inni di lode e la pietra che indicava l'ombelico del mon-
do. Le mostr i Tesori e la pista per le corse e le fece una sorta di confe-
renza sulle molte guerre combattute per il possesso dell'Oracolo. Ma nel
suo tono non c'era pi quella levit che si era notata sull'Acropoli. Sem-
brava a Charlie che avesse in testa un elenco, di cui spuntava man mano
le voci, mentre la guidava in quella visita frettolosa. Tornato alla macchi-
na le porse la chiave. Io? disse lei. Perch no? So che le belle macchi-
ne sono una tua debolezza. S'avviarono verso il nord su serpeggianti
strade deserte e, in un primo tempo, lui si limit praticamente a valutare
la sua tecnica di guida, come se Charlie stesse facendo di nuovo l'esame
per la patente di secondo grado, ma non riusciva a innervosirla, n
Charlie riusc, apparentemente, a innervosire lui, visto che dopo un po'
Joseph si stese la carta sulle ginocchia, ignorandola completamente. La
macchina rispondeva in maniera favolosa, la strada pass dal macadam
alla ghiaia. A ogni curva si levava una nube di polvere che, illuminata dal
sole, si disperdeva in quel meraviglioso paesaggio. Bruscamente lui ri-
pieg la carta e la rimise nella tasca accanto al suo sedile. E allora Char-

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lie? Sei pronta? domand bruscamente, come se fosse stata lei a farlo
aspettare. E riprese il suo racconto. All'inizio erano ancora a Nottin-
gham, al culmine della loro frenesia erotica. Avevano trascorso nel mo-
tel due notti e un giorno, disse, e il registro lo confermava. Il personale,
insistendo, ricorder una coppia d'amanti che corrisponde alla nostra
descrizione. La camera era all'estremit ovest del complesso e dava su
un giardinetto. A suo tempo, ti ci porteranno e lo vedrai coi tuoi occhi.
Erano rimasti quasi sempre a letto, disse, parlando di politica, raccon-
tandosi la loro vita e facendo l'amore. Le sole interruzioni erano state,
apparentemente, un paio di giri nella campagna di Nottingham, ma
dopo un po' il desiderio degli amanti diventava irresistibile e li spingeva
a tornare frettolosamente al motel. Perch non lo facevamo in macchi-
na? domand lei, compiendo uno sforzo per vincere il malumore del
compagno. A me piacciono queste cose non programmate. Io rispet-
to i tuoi gusti, ma purtroppo Michel in queste faccende un timido e
preferisce la privacy di una camera da letto. Charlie fece un altro tenta-
tivo. E che voto si merita? Joseph aveva una risposta anche a questo.
A sentire le fonti meglio informate, manca un po' di fantasia, ma il suo
entusiasmo illimitato e la sua virilit impressionante. Grazie disse
lei in tono serio. Il luned mattina di buon'ora, riprese Joseph, Michel
torn a Londra, mentre Charlie, che aveva prove solo nel pomeriggio,
rimase al motel col cuore infranto. Le descrisse vivacemente il suo dolo-
re. La giornata cupa come un funerale. Continua a piovere. Ricordati
bene del clima. All'inizio piangi al punto da non reggerti nemmeno in
piedi. Te ne stai sdraiata sul letto, ancora caldo del corpo di lui, a strug -
gerti in lacrime. Ti ha detto che cercher di venire a York la settimana
prossima, ma tu sei convinta di non rivederlo mai pi in vita tua. E allo-
ra cosa fai? Non le lasci il tempo di rispondere. Ti siedi davanti alla
toilette e guardi allo specchio i segni delle sue mani sul tuo corpo e le
tue lacrime che continuano a cadere. Apri un cassetto. Tiri fuori la car -
telletta del motel. E dalla cartelletta estrai la carta da lettere intestata e la
penna a sfera in omaggio. E gli scrivi. Parli di te. Dei tuoi pensieri pi
segreti. Cinque pagine. La prima delle molte, molte lettere che gli man-
di. E' cos che faresti? In un momento di disperazione? Hai un po' la
mania di scrivere lettere, no? Se avessi il suo indirizzo, lo farei. Ti ha
lasciato un indirizzo di Parigi. Glielo diede lui in quel momento. Presso
una tabaccheria di Montparnasse. Per Michel, con preghiera d'inoltrare,
niente cognome, non serve. La sera stessa, dallo squallore dell'Astral

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Commercial and Private Hotel, torni a scrivergli. La mattina dopo, ap-


pena sveglia, gli scrivi di nuovo. Su fogli d'ogni genere. Alle prove, negli
intervalli, in tutti i momenti liberi, da adesso in poi gli scrivi lettere ap-
passionate, spontanee, assolutamente franche. La guard. Lo faresti?
insistette ancora. Scriveresti davvero lettere del genere? Di quante ras-
sicurazioni ha bisogno un uomo? si domand lei. Ma Joseph aveva gi
ricominciato. Perch, gioia suprema a dispetto delle sue pessimistiche
previsioni Michel non era venuto soltanto a York, ma a Bristol e per-
sino a Londra dove aveva passato un'intera miracolosa notte di ininter-
rotta frenesia nell'appartamento di Charlie a Camden. E fu l, disse Jose-
ph con la soddisfazione di chi ha finalmente risolto un complicato
problema matematico nel tuo letto, nel tuo appartamento, tra dichia-
razioni d'eterno amore, che progettammo questa vacanza in Grecia che
stiamo ora godendoci. Un lungo silenzio, durante il quale lei guidava e
rifletteva. Ci siamo finalmente arrivati. Da Nottingham alla Grecia in
un'ora di macchina. Insomma avrei raggiunto Michel dopo Mykonos?
domand con scetticismo. Perch no? Vado a Mykonos con Al e la
famiglia e poi scendo dal battello, incontro Michel al ristorante di Atene
e partiamo? Esatto. Niente Al allora dichiar lei dopo un po'. Se
avessi avuto te, non mi sarei portata Al a Mykonos. Lo avrei mollato.
Lui non era stato invitato dagli sponsor. Si era semplicemente aggrega-
to. Uno alla volta, il mio motto. Lui liquid subito questa obiezione.
Michel non ti chiede una fedelt del genere; non la offre e non la esige.
E' un soldato e un nemico della tua societ, e rischia di essere arrestato
in qualsiasi momento. Prima che tu lo riveda, pu passare una settimana
come possono passare sei mesi. Credi che tutt'a un tratto voglia farti vi-
vere come una monaca? Farti star l a languire, ad avere crisi isteriche, a
confidare alle amiche il tuo segreto? Assurdo. Tu andresti a letto con
tutto un esercito se lui te lo chiedesse. Superarono una cappella sul
bordo della strada. Rallenta ordin e riprese a studiare la carta. Rallen-
ta. Parcheggia qui. Camminiamo.
Joseph aveva affrettato il passo. Il sentiero conduceva a un gruppo di
baracche abbandonate, e pi avanti a una cava di pietra in disuso scavata
nella sommit della collina come un cratere vulcanico. Ai piedi di questa
parete c'era una vecchia lattina d'olio. Senza parlare, Joseph la riemp di
sassolini, con Charlie che lo guardava disorientata. Si era tolto il blazer
rosso e, dopo averlo ben piegato, lo distese con cura per terra. Aveva
una pistola alla vita, infilata in un cappio di pelle che pendeva dalla cin-

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tura, con il calcio piegato leggermente in avanti lungo una linea che par-
tiva dalla sua ascella destra. Una seconda fondina, ma vuota, era sull'al-
tra spalla. Afferrandole un polso, costrinse Charlie ad accovacciarsi ac-
canto a lui, all'uso arabo. A questo punto Nottingham appartiene al
passato, e cos York e Bristol e Londra. Oggi oggi, il terzo giorno della
nostra favolosa luna di miele in Grecia; siamo dove siamo, abbiamo fat-
to l'amore tutta notte nell'albergo di Delfi, ci siamo alzati presto, e Mi-
chel ti ha offerto un'altra memorabile visita alla culla della tua civilt. La
macchina l'hai guidata tu, confermando quello che gi mi avevi detto,
che ti piace guidare e che, per essere una donna, guidi bene. E ora ti ho
portata qui, su questa collina e tu non sai perch. Io sono, come hai gi
notato, d'umore decisamente introverso. I tuoi tentativi di aprirti un var-
co nei miei pensieri m'infastidiscono e basta. Ma che sta succedendo? ti
chiedi. E' il nostro amore che cresce? O hai fatto qualcosa che mi di-
spiaciuto? E se sta crescendo, in che modo cresce? Io ti faccio sedere
qui accanto a me ed estraggo la pistola. Lei lo guard affascinata
mentre la sfilava agilmente dalla fondina facendone un prolungamento
naturale della propria mano. Come un grande e straordinario privilegio,
ti sveler la storia di questa pistola e per la prima volta la sua voce
rallent per sottolineare ci che stava dicendo ti parler del mio
grande fratello, la cui stessa esistenza un segreto militare noto soltanto
ai pochi fedelissimi. Faccio questo perch ti amo e perch Esit. E per-
ch a Michel piace raccontare i segreti, pens lei; ma niente al mondo
l'avrebbe indotta a rovinare il suo numero. Perch oggi intendo fare il
primo passo per iniziarti come compagna combattente del nostro eser-
cito segreto. Quante volte nelle tue numerose lettere o quando faceva-
mo l'amore mi hai supplicato di darti la possibilit di dimostrare la tua
fedelt in un'azione? Oggi stiamo facendo il primo passo in questo sen-
so. Ancora una volta, Charlie si stup della sua capacit, apparentemen-
te innata, di trasformarsi in un arabo. Come la sera prima alla taverna,
quando lei non riusciva bene a capire quale delle sue anime contrappo-
ste stesse parlando per bocca sua, cos ora lo ascoltava ammaliata utiliz-
zare l'elaborata tecnica narrativa araba. In tutta la mia vita nomade di
vittima degli usurpatori sionisti, il mio grande fratello maggiore ha bril-
lato davanti a me come una stella. In Giordania, nel nostro primo cam-
po, quando la scuola era una baracca di latta piena di mosche. In Siria,
dove fuggimmo dopo che le truppe giordane ci avevano scacciati coi
carri armati. Nel Libano dove i sionisti ci cannoneggiavano dal mare e

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ci bombardavano dal cielo, con gli sciiti che li aiutavano. Ma, in tutte
queste privazioni, ricordavo instancabilmente il grande eroe assente,
mio fratello, le cui imprese, raccontatemi sottovoce dalla mia amata so-
rella Fatmeh, desidero pi di ogni altra cosa emulare. Non le chiedeva
pi se stava ascoltando. Lo vedo di rado e solo nella massima segretez-
za. Ogni tanto a Damasco, ogni tanto ad Amman. Una convocazione:
vieni! Poi, per una sera, gli sono accanto, abbeverandomi delle sue paro-
le, della sua nobilt d'animo, della sua mente lucida di comandante, del
suo coraggio. Una sera mi chiama a Beirut. E' appena tornato da una
missione di grande audacia, di cui non posso sapere nulla se non che
stata una vittoria totale sui fascisti. Devo andare con lui ad ascoltare un
grande oratore politico, un libico, un uomo di mirabile eloquenza e for-
za di persuasione. Il pi bel discorso che io abbia mai udito in vita mia.
Potrei citartelo ancora oggi. Gli oppressi del mondo intero dovrebbero
ascoltare questo grande libico. La pistola giaceva nel suo palmo. La sta-
va tendendo verso di lei, perch lei la desiderasse. Con i cuori vibranti
di emozione, lasciamo il luogo segreto della conferenza e rientriamo a
Beirut all'alba. Tenendoci sottobraccio, all'uso arabo. Ci sono lacrime
nei miei occhi. D'un tratto, mio fratello si ferma e m'abbraccia, l sul sel-
ciato. Sento ancora il suo viso saggio unito al mio. Si toglie la pistola di
tasca e me la mette in mano. Cos. Afferr la mano di Charlie e le pas-
s l'arma, tenendo per una mano sulle sue mentre puntava la canna
verso la parete della cava. Un regalo mi dice. Per fare vendetta. Per
liberare il nostro popolo. Il regalo di un combattente a un altro combat-
tente. Con questa pistola ho fatto il mio giuramento sulla tomba di mio
padre. Rimango senza parola. La sua mano fresca era ancora su quella
di lei, per farle stringere la pistola, e Charlie sentiva la propria mano tre-
mare come una creatura indipendente. Charlie, per me questa pistola
sacra. Te lo dico perch amo mio fratello e amavo mio padre e amo te.
Tra un minuto t'insegner a sparare, ma prima ti chiedo di baciarla. Lei
guard prima lui, poi l'arma. Ma l'espressione eccitata di Joseph non le
lasciava alternative. Prendendola per un braccio con l'altra mano, lui la
fece alzare. Noi siamo amanti, non ricordi? Siamo compagni, servi del-
la rivoluzione. Viviamo in un'intima unione di menti e di corpi. Io sono
un arabo appassionato e mi piacciono le parole e i gesti. Bacia la pisto-
la. Non posso, Jose. Lo aveva chiamato Joseph, e come Joseph lui ri-
spose. Credi di essere a un t inglese, Charlie? Credi che Michel, poich
un bel ragazzo, stia scherzando? Come avrebbe potuto imparare a

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scherzare quando la pistola era l'unica cosa che lo valorizzava come


uomo? domand in un tono assolutamente ragionevole. Lei scosse il
capo, sempre fissando la pistola. Ma la sua resistenza non lo mand in
collera. Ascolta, Charlie. Stanotte, mentre facevamo l'amore, tu mi hai
chiesto: Michel, dov' il campo di battaglia? E io sai cosa ho fatto? Ti
ho messo una mano sul cuore e ti ho detto: Stiamo combattendo un
jehad e il campo di battaglia qui. Tu sei la mia discepola. Il tuo senso
missionario non si mai innalzato tanto. Sai che cos' un jehad? Lei
scosse il capo. Un jehad ci che stavi cercando prima d'incontrare
me. Un jehad una guerra santa. Stai per sparare il primo colpo del no-
stro jehad. Bacia la pistola. Dopo un attimo d'esitazione, Charlie pre-
mette le labbra sul metallo blu della canna. Bene disse lui staccandosi
subito. D'ora in avanti, questa pistola parte di noi due. E' il nostro
onore e la nostra bandiera. Tu credi in questo? S, Jose, ci credo. S, Mi-
chel, ci credo. Ma non farmelo fare mai pi. Involontariamente si pass
un polso sulle labbra come se fossero state sporche di sangue. Odiava
se stessa e lui e si sentiva un po' pazza. Tipo Walther Ppk stava spie-
gando Joseph quando lei torn a udirlo. Non pesante, ma ricordati
che ogni pistola un compromesso tra possibilit d'occultamento, ma-
neggevolezza ed efficienza. E' cos che Michel ti parla delle pistole.
Esattamente come ne parlava a lui suo fratello. In piedi dietro di lei, la
fece girare sui fianchi sino a metterla ben piantata, a gambe larghe, nella
direzione del bersaglio. Poi le copr il pugno con una mano, intreccian-
do le dita, e le fece tenere il braccio disteso e la canna puntata al suolo
tra un piede e l'altro. Il braccio sinistro libero e sciolto. Cos. Glielo
fece allentare. Con gli occhi ben aperti, alzi lentamente la pistola finch
non perfettamente in linea col bersaglio. Tieni diritto il braccio che
impugna l'arma. Cos. Quando dico fuoco, spari due volte, poi riabbassi
la pistola e aspetti. Obbediente, Charlie abbass l'arma sino a rivolgerla
di nuovo verso il suolo. Lui le diede l'ordine; e lei alz il braccio, tenen-
dolo rigido secondo le sue istruzioni; poi tir il grilletto, ma non accad-
de nulla. Un attimo disse lui, e tolse la sicura. Lei ripet l'azione, tir
di nuovo il grilletto e la pistola le rincul in mano come se la pallottola
avesse colpito lei. Spar una seconda volta e si sent il cuore invaso dalla
stessa pericolosa eccitazione della prima volta che aveva saltato un osta-
colo a cavallo o aveva nuotato nuda in mare. Abbass l'arma. A un nuo-
vo ordine di Joseph, l'alz molto pi in fretta e spar di nuovo due vol-
te, in rapida successione, poi altre tre, come portafortuna. E dopo, ripe-

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t il movimento senza aspettare l'ordine, sparando a volont, e il fra-


stuono crescente dei colpi riempiva l'aria in ogni direzione e i rimbalzi si
perdevano gemendo nella valle, e di l verso il mare. Continu a sparare
sino a svuotare il caricatore; poi rimase in piedi, con la pistola al fianco
e il cuore che batteva forte, a respirare odore di timo e di cordite.
Come me la sono cavata? domand, voltandosi verso di lui. Va' a ve-
dere coi tuoi occhi. Lasciandolo dov'era, corse verso la lattina d'olio. E
la fiss incredula trovandola ancora intatta. Cos' che andato storto?
strill indignata. Hai mancato il bersaglio rispose Joseph togliendole la
pistola di mano. Erano proiettili a salve! Ma no. Ho fatto tutto
quello che mi hai detto. Per prima cosa, non dovresti sparare con una
mano sola. Per una ragazza che pesa cinquanta chili e ha dei polsi che
sembrano asparagi, ridicolo. E allora perch diavolo mi hai detto che
era cos che dovevo sparare? Tenendola per un braccio, la stava guidan-
do verso la macchina. Se Michel che ti insegna, devi sparare come
un'allieva di Michel. Lui non sa che si pu impugnare
la pistola con due mani. Si modellato sul fratello. Vuoi che ti stam-
pi addosso dappertutto Made in Israel? Ma perch? insistette lei
rabbiosamente afferrandogli un braccio. Perch non sa sparare come si
deve? Perch non gliel'hanno insegnato? Te l'ho gi detto. Ha impara-
to da suo fratello. E allora perch lui non gli ha insegnato giusto? Vo-
leva veramente una risposta. Era umiliata e pronta a una scenata, e lui
parve rendersene conto, perch sorrise e, a suo modo, capitol. E' vo-
lere di Dio che Khalil spari con una mano sola dice. Perch? Liqui-
d la domanda con una scrollata del capo. Tornarono alla macchina. Si
chiama Khalil suo fratello? S. Mi avevi detto che Khalil era il nome
arabo di Hebron. La sua osservazione gli fece piacere, anche se era
stranamente agitato. E' tutte due le cose. Avvi il motore. Khalil la
nostra citt. Khalil mio fratello. Khalil l'amico di Dio e del profeta
ebreo Abramo che l'Islam rispetta e che riposa nella nostra antica mo-
schea. Khalil allora disse lei. Khalil conferm seccamente Joseph.
Ricordatelo. E ricordati anche in quali circostanze te lo ha detto. Per-
ch ti ama. Perch ama suo fratello. Perch tu hai baciato la pistola di
suo fratello e ora sei sangue del suo sangue. Cominciarono a scendere
la collina, con Joseph al volante. Charlie non riconosceva pi se stessa,
ammesso che si fosse mai conosciuta. Le ronzava ancora nelle orecchie
il rumore dei propri spari. Sentiva sulle labbra il sapore della canna della
pistola e, quando lui le indic l'Olimpo, non vide altro che cirri bianchi

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e neri simili a una nube atomica. Le preoccupazioni di Joseph erano


grandi quanto le sue, ma il suo obiettivo, ancora una volta, era davanti a
loro e, mentre guidava, proseguiva inesorabile nel racconto, continuan-
do ad accumulare particolari. Ancora Khalil. Le volte che erano stati in-
sieme prima che lui andasse a combattere. Nottingham, il grande incon-
tro delle loro anime. Sua sorella Fatmeh e il suo grande amore per lei.
Gli altri suoi fratelli, morti. Raggiunsero la strada costiera. Il traffico era
fragoroso e decisamente troppo veloce; le sudice spiagge erano dissemi-
nate di cabine cadenti, i grossi edifici delle fabbriche sembravano prigio-
ni. Charlie cerc di rimanere sveglia per lui, ma poi lo sforzo si rivel
eccessivo. Gli appoggi la testa sulla spalla e per un po' riusc a sfuggir-
gli.
L'albergo di Salonicco era un antico casamento edoardiano con cu-
pole illuminate e un'aria di circostanza. Il loro appartamento era all'ulti-
mo piano, con un'alcova per bambini, una stanza da bagno di sei metri e
scalfiti mobili anni Venti come a casa. Charlie aveva acceso la luce, ma
lui le ordin di spegnerla. Intanto aveva ordinato la cena, ma nessuno
dei due la tocc. C'era un balconcino su cui stava Joseph, voltandole le
spalle, a guardare la verde piazza e, al di l di essa, il lungomare illumi-
nato dalla luna. Charlie sedeva invece sul letto. La stanza era piena di
musica greca che saliva dalla strada. E allora, Charlie. E allora, Char-
lie ripet lei pacatamente, aspettando la spiegazione che le era dovuta.
Ti sei impegnata a combattere la mia battaglia. Ma quale battaglia?
Come la si combatte? Dove? Ti ho parlato della causa, ti ho parlato di
azione: noi crediamo, quindi agiamo. Ti ho detto che il terrore teatro e
che a volte bisogna sollevare il mondo per le orecchie per fargli ascolta-
re la voce della giustizia. Lei si mosse nervosamente. pi e pi volte,
nelle mie lettere, nelle nostre lunghe discussioni, ti ho promesso di por-
tarti nel luogo dell'azione. Ma ho sempre tergiversato, ho sempre riman-
dato. Fino a stasera. Forse non mi fido di te. O forse ti amo troppo e
non voglio mandarti in prima linea. Tu non sai quale di queste due ipo-
tesi sia giusta, ma certe volte ti sei sentita offesa dalla mia segretezza. Lo
rivelano le tue lettere. Le lettere, pens ancora una volta Charlie; sem-
pre le lettere. E allora, in pratica, come diventi il mio soldatino? E' di
questo che parleremo stanotte. Qui. In quel letto su cui ora sei seduta.
L'ultima notte della nostra luna di miele in Grecia. Forse l'ultima in as-
soluto, perch non puoi mai sapere con certezza se mi rivedrai. Si volt
verso di lei, senza fretta. Come se avesse stretto il proprio corpo negli

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stessi prudentissimi vincoli che frenavano la sua voce. Tu piangi mol-


tissimo osserv. Penso che tu stanotte debba piangere. Tenendomi
abbracciato. Legandoti a me per l'eternit. D'accordo? Tu piangi e men-
tre tu piangi io dico: E' venuto il momento. Domani avrai la tua occa-
sione. Domani mattina esaudirai il voto che mi hai fatto, giurando sulla
pistola del grande Khalil. Ti sto ordinando ti sto chiedendo diligen-
temente, maestosamente quasi, riavvicinandosi al balconcino di por-
tare quella Mercedes oltre il confine jugoslavo e poi sempre pi a nord
sino in Austria. Dove qualcuno verr a ritirarla. Tu da sola. Lo farai?
Cosa rispondi? Superficialmente, Charlie non sentiva altro che il desi-
derio di emulare la sua apparente assenza d'emozioni. N paura, n sen-
so del pericolo, n sorpresa; aveva chiuso fuori tutte queste cose sbat-
tendo la porta. E' l'ora, pens. Ci siamo, Charlie. Si tratta di guidare. Di
partire. Lo stava guardando fisso, con le mascelle tese, come guardava
sempre la gente quando mentiva. Be' cosa gli rispondi? domand Jo-
seph, blandendola leggermente. Tu da sola le ricord. E' anche un
viaggio piuttosto lungo, sai. Milletrecento chilometri attraverso la Jugo-
slavia non pochi per una prima missione. Cosa ne dici? Cosa c' in
ballo? domand lei. Deliberatamente o no, Charlie non riusc a capirlo,
lui decise di fraintenderla. Soldi. Il tuo debutto nel teatro della realt.
Tutto quello che ti ha promesso Marty. La sua mente pareva essersi
chiusa a lei come forse a se stesso. Il suo tono era asciutto e severo.
Volevo dire: che cosa c' a bordo? I tre minuti di preavviso prima che
la sua voce diventasse minacciosa. Che importanza ha quel che c' a
bordo? Forse un messaggio militare. Documenti. Pensi di poter cono-
scere tutti i segreti del nostro grande movimento sin dal tuo primo gior-
no? Una pausa, ma lei non rispose. Sei disposta o no a portare l'auto?
E' solo questo che conta. Charlie non voleva una risposta da Michel.
La voleva da Joseph. Perch non la porta lui? Charlie, come recluta,
non sei autorizzata a discutere gli ordini. Naturalmente, se la cosa ti spa-
venta Ma chi era lui? Charlie sentiva che stava scivolando via una delle
sue maschere, ma non sapeva quale. Se all'improvviso sospetti sem-
pre all'interno della finzione di essere stata manipolata da quest'uomo
come se tutto il suo adorarti, il suo fascino, il suo dichiararti un eterno
amore Sembr di nuovo che avesse perso il suo punto d'appoggio. Era
un'illusione di Charlie o era davvero possibile che, nella penombra, si
fosse inaspettatamente insinuato in lui un sentimento che avrebbe pre-
ferito tener lontano? Voglio solo dire che, a questo punto la voce di

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Joseph aveva ritrovato la sua forza se per qualche ragione ti cadesse-


ro le bende dagli occhi o se ti venisse meno il coraggio, dovresti ovvia-
mente rispondere di no. Ti avevo fatto una domanda. Perch non la
porti tu la macchina tu, Michel? Joseph torn rapidamente verso il
balconcino, dandole l'impressione di dover reprimere molto in se stesso
prima di poter rispondere. Michel ti dice questo e nient'altro cominci
con forzata pazienza. Ci che contiene quella macchina e da dove si
trovava poteva vederla; parcheggiata nella piazza e sorvegliata da un
pulmino Volkswagen essenziale per la nostra grande lotta, ma an-
che pericoloso. Chiunque venisse sorpreso al volante di quella macchi-
na, in qualunque punto di quei milletrecento chilometri sia che essa
contenga scritti sovversivi sia che i materiali siano d'altro genere, mes-
saggi per esempio farsi sorprendere sarebbe estremamente incrimi-
nante. Nessun intervento pressioni diplomatiche o buoni avvocati
potrebbe impedire a quella persona di trovarsi in un grosso guaio. Se
pensi alla tua pelle, questo che devi considerare. E, in una voce ben
diversa da quella di Michel, aggiunse: Tu hai una tua vita, dopo tutto.
Non sei una di noi. Ma l'esitazione di Joseph, sia pure minima, le aveva
dato una sicurezza che non aveva mai avuto in sua compagnia. Ho
chiesto perch non la porta lui. E sto ancora aspettando la sua risposta.
Ancora una volta lui si riprese, ma con un eccesso di vigore. Charlie! Io
sono un attivista palestinese. Sono conosciuto come un combattente
per la causa. Viaggio con un passaporto falso che pu mettermi in peri-
colo in qualsiasi momento. Mentre tu sei una ragazza inglese attraente
che si presenta bene senza precedenti, sveglia, incantevole e quindi,
per te non c' pericolo. E ora spero che la questione sia chiusa. Ma hai
appena detto che c'era un pericolo. Sciocchezze. Michel ti garantisce
che non ce ne sono. Per lui s, forse. Ma non per te. Fallo per me ti
dice. Fallo e siine fiera. Fallo per il nostro amore e per la rivoluzione.
Fallo per tutto ci che ci siamo giurati. Fallo per il mio grande fratello.
Non significano nulla le tue promesse? Sciorinavi soltanto le solite ipo-
crisie occidentali quando ti proclamavi una rivoluzionaria? Fece un'al-
tra pausa. Fallo, perch se non lo farai la tua vita sar ancor pi vuota
di com'era quando ti ho raccolta sulla spiaggia. Vorrai dire a teatro
rettific lei. Lui le badava appena. Continuava a volgerle le spalle e a
guardare la Mercedes. Era di nuovo Joseph, il Joseph delle vocali ben
articolate, delle frasi costruite con cura e della missione che avrebbe sal-
vato tante vite innocenti. Adesso sei qui. Questo il tuo Rubicone. Lo

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sai che cos' il Rubicone? Puoi smettere subito tornartene a casa in-
tascare un po' di soldi e scordarti della rivoluzione, della Palestina, di
Michel e di tutto. Oppure? Portare la macchina. Il tuo primo colpo
per la causa. Da sola. Per milletrecento chilometri. Cosa decidi? E tu
dove sarai? La sua calma era di nuovo inattaccabile e la sua persona si
era di nuovo rifugiata in Michel. Nello spirito, vicino a te, ma non po-
tr aiutarti. Nessuno potr aiutarti. Sara abbandonata a te stessa, a com-
piere un atto criminale nell'interesse di quella che il mondo chiamer
una banda di terroristi. Poi continu, ma come Joseph stavolta. Avrai
qualche ragazzo che ti far da scorta, ma, se le cose si metteranno male,
non potranno far altro che riferire a me e a Marty. La Jugoslavia non
molto amica di Israele. Charlie insistette. Glielo imponevano tutti i suoi
istinti di sopravvivenza. Vide che si era di nuovo voltato verso di lei e
affront il suo sguardo cupo, sapendo che il proprio viso era visibile e
quello di lui no. Con chi ti stai battendo? pens; con me o con te
stesso? Perch sei il nemico in entrambi i campi? Non abbiamo ancora
finito la scena gli ricord. Ti sto chiedendo lo sto chiedendo a tutti e
due cosa c' a bordo. Tu chiunque tu sia indipendentemente da
quanti tu sei vuoi che io porti la macchina, ma io ho bisogno di sapere
cosa c' dentro. Subito. Era convinta che le sarebbe toccato aspettare.
Prevedeva un altro preavviso di tre minuti durante il quale il cervello di
Joseph avrebbe elaborato le varie possibilit prima di stampare risposte
deliberatamente aride. Ma sbagliava. Esplosivi rispose lui nel tono pi
distaccato. Novanta chili di plastico russo divisi in candelotti di due-
cento grammi. Roba buona, ben curata, capace di resistere a livelli estre-
mi di caldo e di freddo e ragionevolmente utilizzabile con tutte le tem-
perature. Oh, sono contenta che sia ben curata disse allegramente
Charlie, cercando di reagire a questo assalto. E dov' nascosta? Nel
fianchetto, nelle traverse del telaio, nell'imbottitura del tetto e nei sedili.
Essendo un'auto di vecchia produzione, ha il vantaggio di avere i profi-
lati a scatola. E a che cosa dovr servire? Alla nostra lotta. Ma che
ragione c' di farla venire sin dalla Grecia perch non procurarsela di-
rettamente in Europa? Mio fratello ha le sue regole di segretezza e mi
obbliga a rispettarle scrupolosamente. La cerchia delle persone di cui si
fida estremamente piccola e non ha nessuna intenzione di allargarla.
Sostanzialmente non
ha fiducia n negli arabi n negli europei. Ci che facciamo noi da
soli, soltanto noi possiamo rivelarlo. E quale forma assume esatta-

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mente in questo caso la nostra lotta? domand Charlie, nello stesso


tono allegro e eccessivamente rilassato. Anche stavolta lui non esit.
Uccidere gli ebrei della diaspora. Come loro hanno disperso il popolo
palestinese, cos noi li puniamo nella diaspora e mostriamo la nostra
sofferenza agli occhi e alle orecchie del mondo. In questo modo risve-
gliamo anche l'addormentata coscienza di classe del proletariato ag-
giunse un po' meno convinto, come per un ripensamento. Be', mi sem-
bra abbastanza ragionevole. Grazie. E tu e Marty avete pensato che
sarebbe stata una bella idea farmi fare una corsa in Austria per render
loro questo favore. Con una piccola immissione di fiato, si alz e si av-
vi decisa verso il balconcino. Vuoi prendermi tra le braccia per favore,
Jose? Non ho aspirazioni erotiche. E' solo che per un attimo mi sono
sentita un po' sola. Un braccio le copr le spalle e lei rabbrivid violen-
temente. Appoggiando il corpo al suo, si volt verso di lui e lo abbrac-
ci e lo strinse a s, e con grande gioia lo sent ammorbidirsi e rispon-
dere alla stretta. Il suo cervello stava lavorando contemporaneamente in
tutte le direzioni, come un occhio davanti a un vasto e inatteso panora-
ma. Ma con particolare chiarezza, di l dal pericolo immediato del viag -
gio, cominciava finalmente a vedere il cammino ben pi grande che le si
prospettava e, su quella strada, i compagni senza volto di quell'esercito
cui stava per unirsi. Mi ci sta mandando o mi sta trattenendo? si doman-
d. Lui non lo sa. Si sta svegliando e contemporaneamente si mette a
dormire. Quelle braccia ancora strette attorno a lei le davano un nuovo
coraggio. Sino ad ora, ammaliata dalla sua voluta castit, aveva oscura-
mente pensato che il proprio corpo promiscuo fosse indegno di lui. Ora
per, per ragioni che non aveva ancora capito, questo disgusto di s era
scomparso. Continua a convincermi disse sempre tenendolo abbrac-
ciato. Fa' il tuo lavoro. Non basta che Michel ti mandi e insieme non
voglia che tu vada? Charlie non rispose. Devo proprio citarti Shelley,
la tempestosa bellezza del terrore? Devo ricordarti le molte promesse
che ci siamo scambiati il nostro essere pronti a uccidere perch siamo
pronti a morire? Non credo che le parole servano ancora. Credo di
aver gi ascoltato tutte quelle che potevo sopportare. Nascose il viso
nel suo petto. Hai promesso di starmi vicino gli ricord, ma sent al-
lentarsi la sua stretta e indurirsi la sua voce. Ti aspetter in Austria
disse in un tono pi adatto a respingerla che a convincerla. E' la pro-
messa di Michel. E anche la mia. Charlie si stacc e gli prese la testa tra
le mani, come aveva gi fatto sull'Acropoli, esaminandola criticamente

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nelle luci che venivano dalla piazza. Ed ebbe la sensazione che le fosse
stata chiusa in faccia, come una porta che non l'avrebbe lasciata entrare
n uscire. Fredda e insieme eccitata, si riaccost al letto e si risedette.
Anche nella sua voce c'era una nuova sicurezza che la impressionava.
Stava guardando il braccialetto, che si rigirava pensosamente tra le mani
nella penombra. Ma tu che cosa vuoi? domand. Tu, Joseph? Che
Charlie rimanga e faccia il suo lavoro o che Charlie prenda i soldi e
scappi? Qual il tuo scenario personale? Tu conosci i pericoli. Deci-
di. Li conosci anche tu. Meglio di me. E sin dall'inizio. Hai gi senti-
to tutte le ragioni, da Marty e da me. Slacciandosi il braccialetto, se lo
lasci scivolare in mano. Salviamo degli innocenti. Nell'ipotesi, natural-
mente, che io consegni l'esplosivo. Ci sar qualcuno, certo qualche
sempliciotto che potr pensare che se ne salverebbero di pi non con-
segnando l'esplosivo. Ma sbaglierebbero, vero? Alla lunga, se tutto an-
dr bene, sbaglierebbero. Le volgeva di nuovo le spalle e aveva appa-
rentemente ricominciato a studiare il panorama dal balconcino. Se
come Michel che mi stai parlando, semplice continu lei in tono ra-
gionevole, agganciandosi il braccialetto all'altro polso. Mi hai fatto per-
dere la testa; e io, che ho baciato la pistola, non vedo l'ora di salire sulle
barricate. Se non siamo convinti di questo, tutti i tuoi sforzi degli ultimi
giorni sono andati a vuoto. E non vero. Questa la parte che mi hai
affidato e questo il modo in cui mi hai conquistata. La discussione
chiusa. Io vado. Lo vide annuire leggermente. Se invece mi parli come
Joseph, qual la differenza? Se ti dicessi di no, non ti vedrei mai pi.
Tornerei nei sobborghi di Vattelapesca con una bella stretta di mano.
Not con sorpresa che aveva cessato di interessarlo. Lo vide alzare le
spalle ed espirare a lungo; ma il suo viso rimase voltato verso il balcon-
cino e lo sguardo fisso sull'orizzonte. Poi ricominci a parlare, e all'ini-
zio lei pens che stesse ancora sfuggendo a ci che gli aveva detto. Ma,
continuando ad ascoltarlo, si rese conto che le stava spiegando perch,
dal suo punto di vista, non c'era mai stata per loro una reale possibilit
di scelta. A Michel piacerebbe questa citt, credo. Prima che venissero
a occuparla i tedeschi, su quella collina vivevano abbastanza felicemente
sessantamila ebrei. Postini, commercianti, banchieri. Sefarditi. Venuti
dalla Spagna attraverso i Balcani. Quando i tedeschi se ne andarono,
non ne era rimasto nemmeno uno. Quelli che non erano stati stermina-
ti, trovarono il modo di emigrare in Israele. Charlie era sdraiata sul let-
to. Joseph, sempre alla finestra, guardava spegnersi le luci delle strade.

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Lei si domand se si sarebbe avvicinato, sapendo che non lo avrebbe


fatto. Sent uno scricchiolio quando lui si sdrai sul divano e distese il
corpo parallelamente al suo, con soltanto la Jugoslavia in mezzo. Lo de-
siderava pi di quanto avesse mai desiderato nessuno. E la paura del do-
mani intensificava il suo desiderio. Hai fratelli e sorelle, Jose? doman-
d. Un fratello. Cosa fa? E' morto nella guerra del '67. La stessa
che ha cacciato Michel oltre il Giordano disse lei. Non si aspettava una
risposta sincera, ma sapeva di averla avuta. Hai combattuto anche tu in
quella guerra? Penso di s. E in quella prima? Quella di cui non ri-
cordo mai la data? '56. E allora? S. E in quella dopo? Nel '73?
Probabilmente. Perch hai combattuto? Una nuova attesa. Nel '56
perch volevo essere un eroe. Nel '67 per la pace. E nel '73 in appa-
renza gli era sempre pi difficile ricordare per Israele disse. E ades-
so? Perch combatti stavolta? Perch s, pens Charlie. Per salvare vite.
Perch me lo hanno chiesto. Perch i miei compaesani possano ballare il
dabke e ascoltare i racconti dei viaggiatori accanto al pozzo. Jose? S,
Charlie. Da dove vengono quelle favolose cicatrici? Nel buio, le lun-
ghe pause di Joseph diventavano eccitanti come intorno a un fal. Le
bruciature, credo, le ho prese stando seduto in un carro armato. I fori di
proiettili cercando di uscirne. Quanti anni avevi? Venti. Ventuno.
Quando avevo otto anni aderii all'Ashbal, pens lei. Quando avevo
quindici anni E pap chi era? domand cercando di non perdere lo
slancio. Un pioniere. Uno dei primi coloni. Venuto da dove? Dalla
Polonia. Quando? Negli anni Venti. Durante il terzo aliyah, se sai
cosa vuol dire. Non lo sapeva, ma per il momento non aveva impor-
tanza. Che mestiere faceva? L'operaio di cantiere. Lavorava con le
mani. Trasform una duna di sabbia in una citt. La chiam Tel Aviv.
Un socialista, di quelli pratici. Non pensava molto a Dio. Non beveva
mai. Non possedette mai nulla che valesse pi di pochi dollari. E' que-
sto che ti sarebbe piaciuto essere? domand lei. Non risponder mai,
pens. Si addormentato. Non essere impertinente. Ho scelto la pro-
fessione pi nobile replic lui freddamente. O stata lei a scegliere te,
pens Charlie, perch cos che si definisce la scelta quando si nasce in
cattivit. E in qualche modo, abbastanza in fretta, si addorment.
Ma Gadi Becker, il vecchio guerriero, giaceva pazientemente sveglio,
guardando il buio e ascoltando il respiro irregolare della sua giovane re-
cluta. Perch le aveva parlato in quel modo? Perch le si era dichiarato
proprio nel momento di mandarla per la prima volta in missione? Tal-

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volta non si fidava pi di se stesso. Fletteva i muscoli e s'accorgeva che


le corde della disciplina non si tendevano pi come un tempo. Imbocca-
va una rotta precisa e poi si voltava indietro e si meravigliava di quanto
aveva sbagliato. Cosa sto sognando? si chiese. La battaglia o la pace? Era
troppo vecchio per entrambe. Troppo per continuare e troppo per fer-
marsi. Troppo vecchio per lasciarsi andare, e nello stesso tempo incapa-
ce di tirarsi indietro. Troppo vecchio per non conoscere l'odore della
morte prima di uccidere. Ascolt ancora il respiro di lei stabilizzarsi nel
ritmo pi calmo del sonno. Tenendo davanti a s nel buio il proprio
polso, alla maniera di Kurtz, guard il quadrante luminoso dell'orologio.
Poi, cos silenziosamente che, anche se fosse stata sveglia, Charlie avreb-
be dovuto fare un grosso sforzo per sentirlo, s'infil il blazer rosso e
usc furtivamente dalla camera. Il portiere di notte era un uomo attento
e gli bast veder avvicinarsi quel signore ben vestito per sentire imme-
diatamente l'odore di una grossa mancia. Lei ha moduli per telegram-
mi? domand Becker in tono perentorio. Il portiere di notte frug sot-
to il banco. Becker cominci a scrivere. Caratteri grandi e precisi con in-
chiostro nero. L'indirizzo lo aveva in testa presso un avvocato di Gi-
nevra; glielo aveva comunicato Kurtz da Monaco dopo aver verificato
con Yanuka, per maggior sicurezza, che fosse ancora valido. Aveva in
testa anche il testo. Cominciava: Prego informare il suo cliente e ac-
cennava alla maturazione di certe obbligazioni in conformit col nostro
contratto standard. Quarantacinque parole in tutto e, dopo averle rilette,
vi aggiunse la firma goffa e imbarazzata che Schwili gli aveva paziente-
mente insegnato a riprodurre. Poi consegn il modulo, dando al portie-
re una mancia di cinquecento dracme. Deve spedirlo due volte, chiaro?
Due volte lo stesso messaggio. La prima adesso per telefono, e la secon-
da domattina all'ufficio postale. Non affidi l'incarico a un fattorino, lo
svolga personalmente. Dopo di che me ne mandi per conferma una co-
pia in camera mia. Il portiere avrebbe fatto esattamente tutto ci che il
signore aveva ordinato. Aveva sentito parlare delle mance degli arabi, le
aveva anche sognate. Stanotte, all'improvviso, ne aveva finalmente acca-
lappiato una. C'erano anche vari altri servizi che avrebbe volentieri for-
nito a questo signore, ma il signore era disgraziatamente sordo ai suoi
suggerimenti. Rattristato, il portiere vide la sua preda uscire in strada e
voltare poi verso il lungomare. Il furgone per le comunicazioni era in un
parcheggio. Era venuto il momento in cui il grande Gadi Becker avreb-
be presentato il suo rapporto e si sarebbe accertato che fosse tutto

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pronto per il grande lancio.

13
Il monastero era a due chilometri dal confine, in una valle di macigni
e di gialli falaschi. Era un luogo triste e sconsacrato, con tetti sfondati e
un cortile di celle in rovina e di danzatrici psichedeliche dipinte sui muri
di pietra. Qualche post-cristiano vi aveva aperto una discoteca, per poi
squagliarsela come i monaci. Sulla piattaforma di cemento, gi usata
come pista da ballo, era parcheggiata la Mercedes rossa, e pareva un ca-
vallo da guerra pronto per la battaglia; accanto, la campionessa che l'a-
vrebbe montato, con vicino Joseph, il suomanager, per un ultimo con-
trollo. Qui dove ti ha portata Michel per cambiare le targhe e per ve-
derti partire, Charlie; qui dove ti ha consegnato i documenti falsi e le
chiavi. Rose, d un'altra pulita al pannello della portiera, per favore. Ra-
chel, cos' quel pezzo di carta sul pavimento? Era il solito Joseph il per-
fezionista, attento a ogni piccolo dettaglio. Il furgone per le comunica-
zioni era parcheggiato contro il muro esterno, e la sua antenna dondola-
va dolcemente nella calda brezza. Erano gi state avvitate le targhe di
Monaco. Una polverosa D tedesca aveva sostituito l'adesivo diploma-
tico. Le cianfrusaglie superflue erano state portate via. Con meticolosa
attenzione, Becker cominci a sostituirle con eloquenti souvenir: una
guida usata dell'Acropoli infilata in una tasca della portiera e l dimenti-
cata; semi d'uva nel portacenere, frammenti di bucce d'arancia sul pavi-
mento; bastoncini di gelati greci, pezzetti di carta da cioccolatini. Poi,
due biglietti timbrati per la zona archeologica di Delfi, accompagnati da
una carta stradale Esso della Grecia, con il percorso tra Delfi e Salonic-
co segnato con un pennarello e sul margine un paio di annotazioni di
Michel, in arabo, vicino a quel punto sulle colline dove Charlie aveva
sparato con una mano sola mancando il bersaglio. Un pettine con qual-
che capello nero e i denti macchiati dalla penetrante lozione tedesca di
Michel. Un paio di guanti di pelle d'automobilista, leggermente inumidi-
ti dal sudore di Michel. Un astuccio per occhiali di Frey di Monaco,
quello che accompagnava gli occhiali da sole sbadatamente rotti quando
il loro proprietario aveva cercato di imbarcare Rachel al confine. Sotto-

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pose infine a un esame altrettanto minuzioso la stessa Charlie, soffer -


mandosi sull'intera superficie del suo corpo vestito, dalle scarpe alla te-
sta e poi di nuovo in gi passando per il braccialetto, prima di voltarsi
con una certa riluttanza, le parve verso un tavolino a cavalletto su cui
era steso il contenuto riveduto e corretto della borsetta di lei. E adesso
rimetti tutto dentro, per piacere disse dopo un ultimo controllo; e la
guard riempire nuovamente la borsetta alla sua maniera fazzoletto,
rossetto, patente di guida, monete, portafogli, ricordi, chiavi e tutte le
cianfrusaglie meticolosamente studiate in modo che, a un eventuale esa-
me, confermassero le complicate finzioni delle sue molte vite. E le sue
lettere? domand Charlie. Una pausa di Joseph. Se mi avesse davvero
scritto tutte quelle lettere infocate, io me le porterei dappertutto, no?
Michel non te lo permette. Ti ha severamente ordinato di tenerle al si-
curo nel tuo appartamento e soprattutto di non varcare mai una frontie-
ra portandotele appresso. Tuttavia Da una tasca della giacca aveva
estratto una piccola agenda avvolta in una custodia di cellofan. Era rile-
gata in tela, con una sottile matita infilata nel dorso. Visto che non tieni
un diario, abbiamo deciso di tenerne uno per te spieg. Con molta cau-
tela, Charlie la prese e la liber dal cellofan. Poi tir fuori la matita. Era
leggermente intaccata da segni di denti, che era esattamente ci che lei
faceva di solito con le matite: le masticava. Sfogli una dozzina di pagi-
ne. Le annotazioni di Schwili erano poche ma, grazie al fiuto di Leon e
alla memoria elettronica di Miss Bach, inconfondibilmente sue. Per tut-
to il periodo di Nottingham, niente: Michel le era piombato addosso
senza preavviso. Per York una grossa M con un punto interrogativo
chiuso in un cerchio. In un angolo della stessa giornata, un lungo e pen-
soso ghirigoro, di quelli che lei faceva sempre quando fantasticava. Era
citata la sua auto: Fiat a Eustace, ore 9. E sua madre: 1 settimana al
compleanno di mamma. Comprare subito regalo. E Alastair: A all'isola
di Wight uno short pubblicitario per Kellogg's? Poi non c'era andato,
ricord; la Kellogg's aveva trovato un attore pi bravo e pi sobrio. Per
le sue mestruazioni c'erano linee ondulate e un paio di volte una battuta
spiritosa: fuori combattimento. Passando poi alla vacanza in Grecia, tro-
v il nome Mykonos a stampatello, in maiuscole grandi e pensose, e ac-
canto gli orari di partenza e d'arrivo del charter. Quando poi giunse al
giorno del suo arrivo ad Atene, l'intera doppia pagina era illustrata da
uno stormo di uccelli in volo, disegnati con penne a sfera rosse e azzur -
re come nel tatuaggio di un marinaio. Lasci cadere l'agenda nella bor-

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setta e ne chiuse di scatto la cerniera. Era troppo. Si sentiva sporca, in-


vasa. Aveva bisogno di gente nuova da poter sorprendere di gente che
non falsificasse i suoi sentimenti e la sua scrittura al punto che neanche
lei era pi in grado di distinguerli dagli originali. Forse Joseph se ne ac-
corse. Forse lo cap dai suoi modi bruschi. Cos almeno sperava Charlie.
Intanto, con la mano inguantata, le teneva aperta la portiera dell'auto.
Lei s'affrett a salire. Da' ancora un'occhiata ai documenti le ordin.
Non ne ho bisogno disse Charlie, guardando fisso davanti a s. Nu-
mero di targa. Glielo disse. Data d'immatricolazione? Gli disse anche
questo: la storia all'interno della storia all'interno di un'altra storia. L'au-
to era propriet personale di un medico di Monaco alla moda, di cui le
fecero il nome, il suo attuale amante. Assicurata e registrata a suo nome,
come risulta dai documenti falsi. Perch non qui con te, questo dot-
tore cos dinamico? E' Michel che te lo chiede, capisci? Lei cap. E'
dovuto partire stamattina in aereo da Salonicco per un caso urgente. Ho
accettato di portargli io la macchina. Era ad Atene per una conferenza.
Siamo andati in giro insieme. Come lo hai conosciuto? E' stato in
Inghilterra. E' un grande amico dei miei genitori cura i postumi delle
loro sbornie. I miei genitori sono favolosamente ricchi, ehm ehm. Per
qualsiasi eventualit hai in borsetta i mille dollari che ti ha prestato Mi-
chel per questo viaggio. E' possibile che quella gente, tenuto conto del
tempo che faresti loro perdere e dei disturbi che gli daresti, li consideri-
no benignamente un piccolo sussidio. Come si chiama sua moglie?
Renate, e io la odio quella troia. E i figli? Christoph e Dorothea.
Sarei una madre meravigliosa per loro, se appena Renate si mettesse da
parte. Ora voglio andare. C' altro? S. Per esempio che tu mi ami, gli
sugger mentalmente. Per esempio che vuoi scusarti di farmi attraversa-
re mezza Europa con una macchina piena di esplosivo al plastico russo
di prima qualit. Non essere troppo fiduciosa le consigli invece con
la stessa passione con cui avrebbe esaminato la sua patente di guida.
Non tutte le guardie di frontiera sono degli sciocchi o dei maniaci ses-
suali. Si era ripromessa di evitare gli addii e forse aveva fatto cos anche
Joseph. Be', Charlie disse. E avvi il motore. Lui non fece cenni di sa-
luto e non sorrise. Forse disse a sua volta Be', Charlie, ma se lo disse
lei non lo ud. Arriv sulla strada principale; il monastero e i suoi tem-
poranei abitanti sparirono dal suo specchietto. Guid veloce per un
paio di chilometri sino ad arrivare a una vecchia freccia dipinta con la
scritta JUGOSLAWIEN. Di l prosegu lentamente, seguendo il traffi-

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co. La strada si allarg e divenne un parcheggio. Vide una fila di torpe-


doni e una fila di auto, e le bandiere di tutte le nazioni cotte dal sole
sino ad assumere sbiaditi colori pastello. Io sono inglese, tedesca, israe-
liana e araba. Si infil dietro una macchina sportiva scoperta. Due ra-
gazzi davanti, due ragazze dietro. Si domand se erano di Joseph. O di
Michel. O di qualche polizia. Imparava a vedere il mondo in questi ter -
mini: ciascuno apparteneva a qualcuno. Un funzionario in divisa grigia
le fece segno con impazienza di venire avanti. Lei aveva tutto pronto.
Documenti falsi, spiegazioni false. Nessuno glieli chiese. Pass.
In piedi sulla collinetta sovrastante il monastero, Joseph abbass il
binocolo e torn al furgone in attesa. Pacco impostato disse secca-
mente al giovane David che, obbediente, batt queste parole sulla sua
macchina. Per Becker avrebbe scritto qualsiasi cosa, avrebbe corso qua-
lunque rischio, avrebbe sparato a chiunque. Becker era per lui una leg-
genda vivente, perfetto in ogni senso, una persona che aspirava ininter -
rottamente a copiare. Marty invia congratulazioni disse il ragazzo in
tono reverente. Ma il grande Becker parve non averlo udito.
Guid per un'eternit. Guid con le braccia che le dolevano a forza
di tenere il volante troppo stretto e il collo che le faceva male a forza di
tenere le gambe troppo rigide. Poi di nuovo la nausea per eccesso di
paura. Poi una nausea ancor pi forte quando il motore si ferm e pen-
s: Oh, che bellezza, adesso siamo in panne. Se dovesse succederti,
molla subito l'auto, le aveva detto Joseph; corri alla prima curva, fatti
dare un passaggio, butta via i documenti, prendi un treno. Soprattutto,
allontanati pi che puoi. Ma adesso che aveva cominciato, non credeva
di poter farlo; sarebbe stato come piantare a met uno spettacolo. Era
assordata dalla troppa musica; spense la radio e ad assordarla fu il fra-
stuono dei camion. Era in una sauna, stava morendo congelata, cantava.
Non stava avanzando, si muoveva e basta. Chiacchierava vivacemente
col padre defunto e con quella stronza di sua madre: Be', ho conosciu-
to questo arabo assolutamente affascinante, mamma, meravigliosamente
ben educato e spaventosamente ricco e colto ed stata tutta una lunga
scopata dall'alba al tramonto e viceversa. Guidava con la mente sgom-
bra e i pensieri deliberatamente limitati. Si sforzava di rimanere sulla su-
perficie esterna dell'esperienza: Oh, guarda, un villaggio; oh, guarda, un
lago, pensava, senza mai permettersi di penetrare nel caos che c'era sot-
to. Io sono libera e rilassata e sto vivendo ore assolutamente splendide.
A pranzo mangi frutta e pane, che era andata a comprare nel chiosco

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di un garage. E un gelato per il quale aveva una passione improvvisa,


come una voglia durante una gravidanza. Un gelato jugoslavo giallo e
acquoso, con una ragazza popputa sull'involucro. A un certo punto vide
un giovane autostoppista e sent un impulso travolgente a ignorare l'or-
dine di Joseph e a dargli un passaggio. La solitudine era divenuta tal-
mente orribile che avrebbe fatto di tutto per tenerlo con s: lo avrebbe
sposato in una di quelle cappelle disseminate sulle brulle collinette, lo
avrebbe violentato sull'erba gialla ai bordi della strada. Ma mai una volta
ammise di fronte a se stessa, in tutti quegli anni e quei chilometri di gui -
da che stava trasportando novanta chili di esplosivo al plastico russo
di prima qualit in candelotti di duecento grammi, nascosti nel fianchet-
to, nelle traverse del telaio, nell'imbottitura del tetto e nei sedili. O che
un'auto di vecchia produzione aveva il vantaggio di avere i profilati a
scatola. O che era roba buona, ben curata, capace di resistere al caldo e
al freddo e ragionevolmente utilizzabile a tutte le temperature. Continua
a guidare, ragazza, ripeteva a se stessa con decisione, certe volte anche
ad alta voce. E' una giornata di sole e tu sei una ricca mantenuta che
guida la Mercedes del suo amante. Recit le sue battute di Come vi pia-
ce e battute del primo personaggio che aveva interpretato. Recit battu-
te di Santa Giovanna. Ma a Joseph non pensava mai; non aveva mai co-
nosciuto un israeliano in vita sua, non lo aveva mai desiderato, non ave-
va mai cambiato per lui punti di vista e religione, n era mai diventata
una sua creatura facendo finta di essere la creatura del suo nemico; n
mai l'avevano meravigliata e turbata le guerre segrete che infuriavano
dentro di lui. Alle sei di sera, anche se avrebbe preferito guidare tutta la
notte, vide l'insegna dipinta che nessuno le aveva detto di cercare, e dis-
se a se stessa: Oh, be', sembra proprio un bel posto, proviamolo. Cos,
semplicemente. Lo disse a voce alta, vispa come un fringuello, probabil-
mente a quella stronza di sua madre. Guid per pi di un chilometro
sulle colline ed eccolo l, esattamente come colui-che-non-esisteva glielo
aveva descritto, un albergo sorto all'interno di un rudere, con una pisci-
na e un minigolf. E appena entrata nell'atrio, in chi non le accadde d'im-
battersi se non nei suoi vecchi amici Dimitri e Rose, che aveva cono-
sciuto a Mykonos. Buondio, guarda, caro, Charlie, ma che coincidenza,
perch non ceniamo tutti assieme? Mangiarono carne alla brace sui bor-
di della piscina e fecero una nuotata e quando la piscina chiuse e Charlie
non riusciva a dormire, giocarono a scrabble con lei in camera sua,
come secondini alla vigilia della sua esecuzione. Poi lei sonnecchi per

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qualche ora, ma alle sei del mattino era di nuovo in strada e a met po-
meriggio era gi in coda al confine austriaco, e a questo punto il suo
aspetto divenne per lei disperatamente importante. Indossava una cami-
cetta senza maniche, tratta dal corredo regalatole da Michel; si era spaz-
zolata i capelli e appariva splendida in ognuno dei tre specchi. Quasi tut-
te le auto venivano fatte passare immediatamente con un semplice cen-
no, ma lei non contava su questo, non ancora. Altri dovevano mostrare i
documenti e alcuni erano soggetti a una minuziosa perquisizione. Si do-
mand se li sceglievano a caso o se erano stati preavvertiti in qualche
modo o se seguivano certe illeggibili indicazioni. Due uomini in divisa
risalivano lentamente la fila, fermandosi accanto al finestrino di ogni
auto. Uno era in verde e l'altro in blu, e quello in blu aveva un berretto a
visiera che gli dava l'aria di un asso dell'aviazione. Le scoccarono un'oc-
chiata e girarono poi lentamente intorno alla macchina. Sent uno di
loro dare un calcio a uno dei pneumatici posteriori e le venne una gran
voglia di gridare: Ehi, fa male, ma si trattenne perch Joseph, al quale
non osava pensare, le aveva detto: non discutere, mantieni le distanze,
decidi quel che ti sembra necessario e accontentati della met. L'uomo
in verde le domand qualcosa in tedesco e lei disse Sorry? in inglese.
Gli stava mostrando il suo passaporto britannico, professione attrice.
Lui lo prese, paragon il suo viso alla fotografia, pass il passaporto al
collega. Erano due bei ragazzi; non si era ancora resa conto che fossero
cos giovani. Biondi, pieni di energia, con lo sguardo limpido e l'abbron-
zatura permanente dei montanari. E' di prima qualit, avrebbe voluto
dirgli, oscillando pericolosamente verso l'autodistruzione: io sono Char-
lie, pesatemi. I loro quattro occhi continuavano a fissarla mentre le ri-
volgevano le loro domande tocca a te, tocca a me. No, disse lei be',
solo un centinaio di sigarette greche e una bottiglia di ouzo. No, disse,
nessun regalo, davvero. Distolse lo sguardo, resistendo alla tentazione di
flirtare. Be', s, una sciocchezzuola per sua madre. Dieci dollari, diciamo.
Regola numero uno: dar loro qualcosa a cui pensare. Aprirono la portie-
ra chiedendole di mostrare la bottiglia di ouzo, ma lei sospett astuta-
mente che, avendo dato una bella occhiata alla parte anteriore della sua
camicetta, volessero vedere anche le gambe e ricostruire il tutto. L'ouzo
era in un paniere sul pavimento, accanto ai suoi piedi. Piegandosi sul se-
dile di destra, lo tir fuori e mentre faceva questo le si apr la gonna,
cosa per il novanta per cento accidentale, ma per un attimo ci le lasci
scoperta la coscia sinistra sino al fianco. Alz la bottiglia per mostrarla e

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contemporaneamente sent qualcosa di fresco e di umido sulla sua pelle


nuda. Ges-, mi hanno pugnalata! Emise un'esclamazione, batt una
mano su quel punto e vide con stupore, impresso sulla propria coscia,
un timbro d'ingresso in inchiostro blu che documentava il suo arrivo
nella Repubblica austriaca. Era talmente arrabbiata che quasi si avvent
su di loro; era talmente contenta che quasi esplose in una risata incon-
trollabile. Se non ci fossero stati a trattenerla gli avvertimenti di Joseph
li avrebbe subito abbracciati per la loro incredibile, amabile, innocente
generosit. Ce l'aveva fatta, era stata incredibilmente meravigliosa.
Guard nello specchietto e vide che quei tesori le mandavano timidi
cenni di saluto per quasi trentacinque minuti consecutivi, ignari di tutti
coloro che stavano arrivando. Non aveva mai amato tanto le autorit.
La lunga guardia di Shimon Litvak cominci al mattino presto, otto
ore prima di venire a sapere che Charlie aveva varcato sana e salva la
frontiera, e due notti e un giorno dopo il momento in cui Joseph, fir-
mandosi Michel, aveva mandato il duplice telegramma all'avvocato di
Ginevra, perch lo inoltrasse al proprio cliente. Era ormai met pome-
riggio e Litvak aveva gi ordinato tre cambi della guardia, ma nessuno si
annoiava, nessuno veniva in qualche modo meno a un atteggiamento
d'estrema vigilanza; il problema non era tanto tener sveglia la squadra,
ma convincere i suoi membri a riposare nelle ore libere. Dalla sua posta-
zione di comando, alla finestra dell'appartamento nuziale di un vecchio
albergo, Litvak poteva ammirare una graziosa piazza del mercato della
Carinzia, le cui attrattive principali erano un paio di locande tradizionali
con tavolini all'aperto e una vecchia e piacevole stazione ferroviaria con
una cupola a forma di cipolla sopra l'ufficio del capostazione. La locan-
da pi vicina si chiamava il Cigno Nero e vantava un suonatore di fisar -
monica, un ragazzo pallido e introspettivo, che suonava sin troppo bene
e lanciava occhiatacce ogni volta che passava una macchina, cosa che
accadeva piuttosto spesso. La seconda locanda era il Carpentiere e sfog -
giava una bella insegna dorata composta di utensili manuali. Il Carpen-
tiere era un locale di classe: tovaglie bianche e trote che si potevano sce-
gliere in una vasca all'esterno. A quell'ora i pedoni erano pochi; un'afa
pesante e polverosa gettava sulla piazza una gradevole sonnolenza. Da-
vanti al Cigno due ragazze bevevano il t e ridacchiavano su una lettera
che stavano scrivendo insieme, e il loro compito consisteva nell'elencare
i numeri di targa dei veicoli che entravano nella piazza o ne uscivano.
Davanti al Carpentiere, un giovane prete dall'aria seria sorseggiava vino

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leggendo il breviario, e nell'Austria meridionale nessuno inviterebbe mai


un prete ad andarsene. In realt il prete si chiamava Udi, un diminutivo
di Ehud, l'uccisore mancino del re di Moab. Come il suo omonimo, era
armato sino ai denti e mancino, e se ne stava l nell'eventualit che ci
fosse da combattere. A dargli appoggio c'era una coppia d'inglesi di
mezza et, seduti nel parcheggio sulla loro Rover, in apparenza per neu-
tralizzare nel sonno i postumi di un buon pranzo. Avevano per armi
da fuoco infilate tra i piedi e varie altre ferraglie a portata di mano. La
loro radio era sintonizzata sul furgone per le comunicazioni, parcheg-
giato a duecento metri di distanza sulla strada per Salisburgo. Litvak di-
sponeva complessivamente di nove uomini e di quattro ragazze. Si sa-
rebbe trovato meglio con sedici persone, ma non si lamentava. Gli pia-
ceva preparare una trappola e la tensione gli dava sempre un senso di
benessere. E' per questo che sono nato, pensava; lo pensava sempre
quando stava per entrare in azione. Era perfettamente calmo, il suo cor-
po e il suo cervello dormivano profondamente, i suoi uomini sdraiati
sul ponte sognavano ragazzi, ragazze, passeggiate estive in Galilea. Ep-
pure al pi lieve sussurro di una brezza, ognuno di loro sarebbe corso al
proprio posto, prima ancora che le vele cominciassero a coglierla. Litvak
borbott una parola d'ordine nella cuffia e ne ricevette un'altra in rispo-
sta. Parlavano tedesco per attirare meno l'attenzione. E facevano riferi-
mento ora a un'impresa di radiotaxi di Graz, ora a un servizio di salva-
taggio mediante elicotteri con sede a Innsbruck. Cambiando spesso lun-
ghezza d'onda e usando una variet sconcertante di segnali di chiamata.
Alle quattro Charlie arriv tranquillamente nella piazza con la Mercedes,
e uno dei sorveglianti che stavano nel parcheggio strombazz sfacciata-
mente nella cuffia tre note di una fanfara. Charlie ebbe qualche proble-
ma per trovare un posto, ma Litvak aveva ordinato di non aiutarla. La-
sciamo che se la cavi da sola, non rendiamole la vita facile. Poi si liber
uno spazio, e lei ci si infil, scese, si stir, si massaggi la schiena, prese
borsetta e chitarra dal bagagliaio. E' in gamba, pens Litvak, che la se-
guiva col binocolo. Sembra nata per questo lavoro. E adesso chiudi la
macchina. Charlie lo fece, lasciando per ultimo il bagagliaio. Infila la
chiave nel tubo di scappamento. Fece anche questo, con un movimento
molto agile, mentre si chinava a raccogliere i bagagli; poi si avvi con
passo stanco verso la stazione ferroviaria, senza mai voltarsi n a destra
n a sinistra. Litvak ricominci ad aspettare. Abbiamo legato la capra,
pens ricordando una delle frasi preferite di Kurtz. Adesso ci manca

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solo un leone. Disse qualcosa nella cuffia e sent che il suo ordine era
stato recepito. Immaginava Kurtz nell'appartamento di Monaco, chino
sulla piccola telescrivente mentre il furgone delle comunicazioni tra-
smetteva il segnale. Immaginava il gesto teso e inconsapevole delle sue
dita tozze che davano strattoni nervosi al suo costante sorriso; l'alzarsi
del suo grosso avambraccio per consultare l'orologio senza vederlo.
Stiamo finalmente entrando nel buio, pens Litvak che vedeva adden-
sarsi il crepuscolo. Il buio ci che abbiamo atteso con ansia in tutti
questi mesi. Trascorse un'ora e il buon prete Udi pag il suo modesto
conto e spar ad andatura devota in una viuzza laterale per riposarsi un
poco e cambiare aspetto nell'appartamento sicuro. Le due ragazze ave-
vano finalmente terminato la loro lettera e avevano bisogno d'un fran-
cobollo. Una volta procuratoselo, se ne andarono per la stessa ragione.
Litvak vide con soddisfazione i sostituti che prendevano i loro posti:
uno sgangherato furgone di lavanderia; due escursionisti che dovevano
mangiare; un lavoratore italiano che voleva un caff e un giornale mila-
nese. Una macchina della polizia entr nella piazza e fece tre lenti giri
d'onore, ma n il conducente n il suo collega mostrarono il minimo in-
teresse per una Mercedes rossa parcheggiata con la chiavetta d'accensio-
ne nascosta nel tubo di scappamento. Alle sette e quaranta, tra la rinata
eccitazione dei sorveglianti, una cicciona s'accost decisa alla portiera
del guidatore, cerc d'infilare una chiave nella serratura ed ebbe una
buffa reazione ritardata prima di allontanarsi su una rossa Audi. Aveva
sbagliato marca. Alle otto una poderosa motocicletta fece un rapido
passaggio senza che fosse possibile prenderne il numero e subito si al-
lontan rombando. Passeggero sul sedile posteriore, capelli lunghi; po-
trebbe essere femmina, in apparenza due ragazzi che se la stanno spas-
sando. Contatto? domand Litvak attraverso la cuffia. Le opinioni
erano contrastanti. Troppo disinvolti, disse uno. Troppo veloci, disse un
altro perch rischiare di farsi fermare dalla polizia? Litvak era di pare-
re diverso. Era stata una ricognizione preliminare, ne era convinto, ma
non lo disse per non influire sulle loro opinioni. Ricominci ad aspetta-
re. Il leone ha dato un'annusata, pens. Torner?
Erano le dieci. I ristoranti cominciavano a svuotarsi. Sulla citt stava
calando un profondo silenzio campestre. Ma la Mercedes rossa era an-
cora intatta e la motocicletta non era pi comparsa. Se mai ne avete te-
nuto d'occhio una, saprete certamente che una macchina vuota una
cosa molto stupida da guardare, e Litvak ne aveva tenuto d'occhio pa-

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recchie. Col tempo, tenendo concentrata su di essa la tua attenzione, fi-


nisci per pensare che cosa insulsa in realt un'auto, senza un uomo che
le dia un significato. E che cosa insulsa che l'uomo abbia inventato le
auto. Dopo un paio d'ore il pi orribile mucchio di rottami che tu ab-
bia visto in vita tua. Ti metti a sognare cavalli o un mondo di soli pedo -
ni. O sogni di allontanarti dai ferri vecchi della vita e di tornare alla car-
ne. O il tuo kibbutz e i suoi aranceti. O il giorno in cui il mondo intero
avr finalmente capito quanto sia rischioso versare sangue ebraico. Ti
vien voglia di far saltare in mille pezzi tutte le auto nemiche del mondo
e di liberare per sempre Israele. O ti ricordi che Sabato; e che la Legge
dice che meglio salvare un'anima lavorando che non osservare il Saba-
to e non salvarla. O che finirai per sposare una ragazza bruttina e molto
pia alla quale non tieni poi molto e per sistemarti a Herzlia con un'ipo-
teca e per farti mettere in trappola dai bambini senza una parola di pro-
testa. O rifletti sul Dio ebraico e su certi equivalenti biblici della tua si-
tuazione attuale. Ma qualsiasi cosa tu pensi o non pensi, e qualunque
cosa tu faccia, se sei ben addestrato come lo era Litvak, e se sei tu che
comandi e se sei di quelli per cui la prospettiva di cambattere i nemici
del giudaismo una droga da cui non potrai mai liberarti, neanche per
un secondo distoglierai gli occhi da quell'auto.
La motocicletta era tornata. Era nella piazza della stazione da cinque
eterni minuti e mezzo, secondo l'orologio luminoso di Shimon Litvak.
Dal suo posto, alla finestra della buia camera d'albergo, a nemmeno
venti metri a volo di proiettile, l'aveva sorvegliata per tutto quel tempo.
Era una motocicletta di gran classe giapponese, targata Vienna e con
un manubrio fatto su misura. Era scesa in piazza a motore spento, con
un guidatore in giacca di pelle e casco, sesso non ancora stabilito, e sul
sedile posteriore un passeggero maschio con spalle larghe, nomignolo
immediato Capellone, in jeans e scarpe da tennis e un eroico fazzoletto
da collo annodato sulla nuca. Avevano parcheggiato vicino alla Merce-
des, ma non tanto da far pensare che avessero cattive intenzioni nei suoi
confronti. Avrebbe fatto cos anche Litvak. Gruppo individuato disse
sottovoce alla cuffia e gli arrivarono subito quattro conferme. Litvak era
talmente sicuro del fatto suo che se in quel momento la coppia si fosse
spaventata e se la fosse data a gambe, avrebbe impartito l'ordine senza
alcun ripensamento, anche se questo voleva dire chiudere l'operazione.
Aaron, dalla cabina del furgone della lavanderia, si sarebbe alzato in pie-
di per massacrarli a colpi di pistola in quella stessa piazza; poi Litvak sa-

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rebbe sceso e avrebbe scaricato nel mucchio un intero caricatore per


maggior sicurezza. Loro per non scapparono e questo era molto, mol-
to meglio. Senza scendere dalla moto, armeggiarono con cinghie e sot-
togola e rimasero poi immobili, come sanno fare i motociclisti, in appa-
renza per ore, anche se in realt si tratt solo di un paio di minuti. Con-
tinuavano ad annusare il luogo, controllando le viuzze laterali e le auto
parcheggiate e le finestre ai piani superiori, anche quella di Litvak, ben-
ch la squadra si fosse da tempo assicurata che non si vedeva assoluta-
mente nulla. Concluso questo periodo di meditazione, Capellone scese
languidamente dal suo sedile e procedette pian piano oltre la Mercedes,
con il capo innocentemente chino, presumibilmente per veder meglio la
chiavetta dell'accensione che sporgeva dallo scappamento. Ma non si
chin a prenderla, e questo gli guadagn un tacito elogio di Litvak, da
professionista a professionista. Procedette invece lentamente oltre la
macchina avviandosi verso i gabinetti pubblici nell'atrio della stazione,
da cui riemerse quasi subito, nella speranza di cogliere alla sprovvista
chiunque fosse stato cos malaccorto da pedinarlo. Ma nessuno ci aveva
pensato. Le ragazze non avrebbero comunque potuto e i ragazzi erano
troppo furbi. Capellone pass di nuovo dietro la macchina e Litvak pre-
g fervidamente che si chinasse e prendesse la chiavetta, avendo un
gran bisogno di un gesto inequivocabile. Ma Capellone si guard bene
dall'accontentarlo. Torn invece alla motocicletta e al suo compagno,
che era rimasto in sella, sicuramente per poter squagliarsela senza pro-
blemi in caso di necessit. Capellone disse qualcosa al suo compagno,
poi si tolse il casco e, con un rapido movimento del capo, volse sbadata-
mente il viso verso la luce. Luigi disse Litvak nella sua cuffia, dandogli
il prestabilito nome in codice. E dicendo questo prov la gioia rara e su-
blime della pura soddisfazione. Sei tu, pens. Rossino, l'apostolo della
soluzione pacifica. Litvak lo conosceva perfettamente. Conosceva nomi
e indirizzi delle sue amiche e dei suoi amici, dei suoi genitori di destra a
Roma e del suo mentore di sinistra al conservatorio di Milano. Cono-
sceva il giornale napoletano che ancora pubblicava gli articoli dove pre-
dicava che la non violenza era la sola soluzione accettabile. Conosceva
gli antichi sospetti di Gerusalemme su di lui e i ripetuti infruttuosi ten-
tativi di trovarne le prove. Conosceva il suo odore e il numero delle sue
scarpe; cominciava a intuire il ruolo che aveva avuto a Bad Godesberg e
in vari altri luoghi e aveva idee molto precise, come le avevano tutti loro,
sul modo migliore di trattarlo. Ma non ora. E non per un bel pezzo.

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Solo quando avessero concluso questo tortuoso viaggio, sarebbe venuto


il momento di regolare anche questo conto. Charlie si gi pagata le
spese, pens con gioia. Con quest'unica identificazione, si era gi pagata
tutto il lungo cammino che l'aveva portata sin qui. Era una cristiana
onesta; secondo Litvak, una specie rara. Ora finalmente il conducente
stava smontando di sella. Smont, si stir e si slacci il sottogola, e Ros-
sino prese il suo posto davanti al manubrio fatto su misura. Solo che il
conducente era una ragazza. Una ragazza bionda e snella, secondo le
lenti di Litvak che intensificavano la luce, con delicati lineamenti scarni
e un'aria tutto sommato eterea, malgrado la padronanza della motoci-
cletta. E Litvak, in quel momento critico, si rifiut decisamente di chie-
dersi se durante i suoi viaggi era mai andata ufficialmente da Orly a Ma -
drid e se aveva l'abitudine di consegnare valigie di dischi ad amiche sve-
desi. Se mai avesse imboccato questa strada, l'odio cumulativo della
squadra avrebbe potuto travolgere il loro senso di disciplina; quasi tutti
loro avevano gi ammazzato qualcuno in passato, e in casi come questo
senza il minimo rimorso. Perci non disse nulla alla cuffia; li lasci liberi
di azzardare le proprie identificazioni, niente di pi. Fu la ragazza sta-
volta ad andare ai gabinetti. Prendendo una valigetta dal portapacchi e
consegnando a Rossino il suo casco perch glielo tenesse, attravers la
piazza a testa nuda ed entr nella stazione dove, a differenza del suo
compagno, si ferm per qualche tempo. Ancora una volta, Litvak si
aspettava che si chinasse a raccogliere la chiavetta dell'accensione, ma
ci non avvenne. Il suo passo, come quello di Rossino, era agile e disin-
volto e senza esitazioni. Era incontestabilmente una ragazza di grande
fascino non stupiva che il povero attach se ne fosse infatuato. Litvak
torn a puntare il binocolo su Rossino. Sollevatosi leggermente sulla
sella, teneva la testa piegata come se stesse ascoltando qualcosa. Ma cer-
to, pens Litvak, tendendo le orecchie per cogliere quello stesso bron-
tolio lontano: il treno delle dieci e ventiquattro da Klagenfurt, atteso da
un momento all'altro. Con un lungo e lento fremito, il convoglio si fer-
m alla banchina. Comparvero nell'atrio i primi passeggeri con gli occhi
cisposi. Un paio di taxi si fecero avanti e si fermarono a caricare. Un
paio di macchine private si allontanarono. Si vide un esausto gruppo di
escursionisti, sufficienti a riempire una carrozza, e ciascuno aveva sulla
valigia le stesse etichette. Fallo adesso, implor Litvak. Prendi la macchi-
na e approfitta del traffico per squagliartela. Da' un senso al motivo per
cui sei qui. Ma non si aspettava ci che loro fecero. Vide una coppia an-

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ziana ferma davanti alla fila dei taxi e, alle loro spalle, una contegnosa
ragazza che poteva essere una bambinaia o una dama di compagnia. In-
dossava un tailleur marrone a doppio petto e un severo cappellino mar-
rone con la tesa abbassata. Litvak la not come aveva notato varie altre
persone presenti nell'atrio con un occhio lucido e esperto, reso ancor
pi lucido dalla tensione. Una bella ragazza, con una piccola borsa da
viaggio. La coppia anziana ferm un taxi, facendo entrambi lo stesso
gesto, e la ragazza rimase dietro di loro ad aspettare che arrivasse. I due
anziani salirono a bordo; la ragazza li aiut passando loro le valigie era
ovviamente la figlia. Litvak torn a guardare la Mercedes, poi la motoci-
cletta. Se mai gli fosse tornata in mente la ragazza in marrone, avrebbe
dato per scontato che fosse salita sul taxi per poi allontanarsi con i geni-
tori. Ovvio. Fu solo quando rivolse la sua attenzione all'esausto gruppo
degli escursionisti, che avanzavano in fila sul selciato verso due pullman
in attesa, che, con un gioioso tuffo al cuore, si rese conto che quella era
la sua ragazza, la nostra ragazza, la ragazza della motocicletta; che si
era rapidamente cambiata nei gabinetti e lo aveva ingannato. Fatto que-
sto, si era poi accodata alla comitiva dei pullman per riattraversare inos-
servata la piazza. Si stava ancora congratulando con se stesso, quando
lei apr la portiera dell'auto con una propria chiave, vi cacci dentro la
borsa da viaggio, si sistem al volante in un atteggiamento talmente ca-
sto che sembrava stesse andando in chiesa e part mentre l'altra chiavet-
ta continuava a luccicare nel tubo di scappamento. Tutto ovvio. Tutto
perfetto. Duplicati di telegrammi, duplicati di chiavi: il nostro capo ten-
de sempre a raddoppiare le proprie possibilit. Trasmise un ordine, una
parola sola, e vide i sorveglianti sgusciar via con discrezione: le due ra-
gazze sulla Porsche; Udi sulla grossa Opel con l'Euroflag dietro che lui
stesso vi aveva piantato; poi il partner di Udi su una motocicletta assai
meno vistosa di quella di Rossino. Litvak rimase alla finestra a guardare
la piazza che si svuotava lentamente, come al termine di uno spettacolo.
Partirono le auto, partirono i pullman, partirono i pedoni, si spensero le
luci intorno alla stazione e si ud un tonfo provocato dalla chiusura di
un cancello di ferro che qualcuno sprangava per la notte. Erano rimaste
sveglie solo le due locande. Poi, finalmente, sent crepitare nella cuffia la
parola in codice che stava aspettando: Ossian: l'auto si sta dirigendo
verso il nord. E Luigi dove sta andando? domand. In direzione di
Vienna. Un momento disse Litvak, e si tolse la cuffia per riflettere
pi lucidamente. Doveva fare subito una scelta, e le scelte immediate

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erano l'essenza del suo addestramento. Seguire sia Rossino sia la ragazza
sarebbe stato impossibile. Non ne aveva i mezzi. Teoricamente avrebbe
dovuto seguire gli esplosivi, e quindi la ragazza e tuttavia esitava, per-
ch Rossino era quasi inafferrabile ed era anche una preda ben pi pre-
ziosa, mentre la Mercedes era vistosa per definizione e la sua meta quasi
sicura. Litvak esit
ancora un momento. La cuffia crepitava, ma lui decise di ignorarla e
di continuare a seguire mentalmente la logica della finzione. L'idea di la-
sciarsi sfuggire Rossino gli era quasi insopportabile. Tuttavia Rossino
era certamente un anello importante della catena della parte avversa; e,
come aveva affermato pi volte Kurtz, se la catena non teneva, come
avrebbe potuto attirare Charlie nelle proprie spire? Rossino sarebbe tor-
nato a Vienna convinto che fino a quel momento niente era stato com-
promesso; era un anello essenziale, ma anche un testimone indispensa-
bile. Mentre la ragazza la ragazza era una tirapiedi, una conducente
d'auto, una sistematrice di bombe, la fanteria sacrificabile del loro gran-
de movimento. Inoltre Kurtz aveva progetti importantissimi sul suo av-
venire, mentre quello di Rossino poteva ancora aspettare. Litvak si rimi-
se la cuffia. Seguite l'auto. Lasciate perdere Luigi. Presa questa decisio-
ne, Litvak si concesse un sorriso soddisfatto. Conosceva esattamente la
formazione: prima Udi che faceva da battistrada sulla sua motocicletta,
poi la bionda sulla Mercedes rossa, e dopo di lei la Opel. E dopo la
Opel, molto pi indietro, le due ragazze sulla Porsche di riserva, pronte
a scambiar posto con chiunque appena glielo avessero ordinato. Si ripe-
t mentalmente l'elenco dei posti di guardia che avrebbero controllato
l'itinerario della Mercedes sino al confine tedesco. Prov a immaginare
la storia inverosimile che doveva aver raccontato Alexis per esser certo
che la lasciassero passare senza complicazioni. Velocit? domand Lit-
vak, con un'occhiata all'orologio. Udi riferisce che la velocit molto
moderata, fu la risposta. La ragazza non vuole guai con la legge. Il cari-
co la innervosisce. E' ovvio, pens Litvak con un cenno d'approvazione,
mentre si toglieva la cuffia. Fossi io al suo posto, il carico mi farebbe
morire di spavento. Scese da basso con la valigetta in mano. Aveva gi
pagato il conto, ma se glielo avessero chiesto, lo avrebbe pagato di nuo-
vo; era innamorato del mondo intero. La sua macchina lo stava aspet-
tando nel parcheggio dell'albergo. Con un autocontrollo che era frutto
di una lunga esperienza, Litvak inizi un pacato inseguimento del con-
voglio. Che cosa sapeva la ragazza? Quanto tempo avrebbero avuto per

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scoprirlo? Sta' calmo, pens; prima devi legare la capra. Ripens a Kurtz
e con una fitta di piacere immagin la sua voce martellante, inesauribile
che lo colmava d'elogi in un orribile ebraico. Piaceva moltissimo a Lit-
vak pensare che stava per offrire in sacrificio a Kurtz una cos pingue
vittima.
Salisburgo non aveva ancora sentito parlare dell'estate. Una fresca
brezza primaverile stava soffiando dalle montagne e il fiume Salzach
odorava di mare. Come fossero arrivati l per lei era ancora un mistero,
perch aveva dormito molto durante il viaggio. Da Graz l'avevano por-
tata in aereo a Vienna, ma non ci avevano messo pi di cinque secondi,
e quindi doveva essersi addormentata a bordo. A Vienna c'era ad aspet-
tarla una macchina a noleggio, un'elegante Bmw. lei di nuovo s'appisol
e quando entrarono in citt pens per un attimo che l'auto avesse preso
fuoco, ma era soltanto il sole della sera che batteva sulla vernice cremisi
mentre lei apriva gli occhi. Ma, perch proprio Salisburgo? gli aveva
chiesto. Perch una delle citt di Michel, aveva risposto lui. Perch
sulla strada. Sulla strada per dove? aveva chiesto lei incappando anco-
ra una volta nel suo silenzio. Il loro albergo aveva un cortile interno co-
perto, con vecchie ringhiere dorate e piante invasate in urne di marmo.
Il loro appartamento dava sul rapido fiume marrone e, al di l di esso,
su tante cupole come non ce ne sono nemmeno in Paradiso. Dietro le
cupole sorgeva un castello, con una funivia che faceva la spola su e gi
per la collina. Ho bisogno di camminare disse lei. Fece un bagno e
s'addorment nella vasca, tanto che per svegliarla lui dovette bussare
alla porta. Si vest e ancora una volta lui sapeva quali posti mostrarle e
quali cose le sarebbero piaciute di pi. E' la nostra ultima notte, vero?
gli domand, e stavolta lui non si nascose dietro Michel. S, la nostra
ultima notte, Charlie; domani faremo una visita e poi tornerai a Lon-
dra. Aggrappata al suo braccio con entrambe le mani, vag con lui per
le strette viuzze e per le piazze che si aprivano l'una nell'altra come sa-
lotti. Si fermarono davanti alla casa natale di Mozart e i turisti erano per
lei come gli spettatori di una matine, allegri e ignari. Sono stata brava,
eh, Jose? Sono stata proprio brava. Dillo. Sei stata eccellente disse lui
ma per qualche ragione le sue riserve erano per lei pi importanti del
suo elogio. Le minuscole chiesette erano pi belle di tutto ci che lei
aveva mai immaginato, con altari dorati a volute e angeli voluttuosi e
tombe dove i morti parevano ancora sognare il piacere. Un ebreo che si
finge musulmano mi sta mostrando il mio retaggio di cristiana, pens.

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Ma quando gli chiese informazioni, il massimo che lui riusc a fare fu di


comprarle una guida in carta patinata e d'infilare la ricevuta nel portafo-
glio. Temo che Michel non abbia ancora avuto il tempo di immergersi
nel barocco le spieg col consueto distacco; ma lei sent di nuovo in lui
le ombre di qualche ostacolo inspiegabile. Torniamo indietro ora? le
domand. Lei scosse il capo. Facciamolo durare. La sera divenne sem-
pre pi buia, le folle sparirono, cori di bambini arrivavano da portoni
inaspettati. Si sedettero in riva al fiume ad ascoltare le vecchie e sorde
campane che si scambiavano rintocchi in un'ostinata competizione. Ri-
presero il cammino e d'un tratto lei si sent talmente debole che le di-
venne necessario il suo braccio intorno alla vita per reggersi in piedi.
Cibo ordin mentre lui la guidava verso l'ascensore. Champagne.
Musica. Ma prima che lui avesse avuto il tempo di telefonare al servizio
in camera, si era gi profondamente addormentata sul letto e niente al
mondo, nemmeno Joseph, avrebbe potuto svegliarla.
Giaceva come sulla sabbia di Mykonos, con il braccio sinistro piega-
to e il viso premuto su di esso; e Becker sedeva in poltrona a guardarla.
I primi vaghi bagliori dell'alba cominciavano a far capolino attraverso le
tende. Si sentiva odore di foglie fresche e di alberi. Nella notte c'era sta-
to un temporale, rumoroso e improvviso come un treno espresso che
irrompe nella valle. Dalla finestra aveva visto la citt tremare sotto i lun-
ghi e lenti assalti dei fulmini e la pioggia danzare sulle cupole luccicanti.
Ma Charlie era rimasta talmente immobile da costringerlo a chinarsi su
di lei e ad accostare l'orecchio alla sua bocca per accertarsi che respiras-
se ancora. Diede un'occhiata all'orologio. Pianifica, si disse. Muoviti.
Uccidi il dubbio con l'azione. Il tavolo da pranzo con i cibi ancora intat-
ti era nella rientranza del balconcino, insieme al secchiello del ghiaccio
con la bottiglia di champagne mai aperta. Servendosi, l'una dopo l'altra,
di ambedue le forchette, estrasse la carne dell'aragosta dal guscio, spor-
c i piatti, cond l'insalata, vers le fragole, aggiunse un'ultima finzione
alle tante che gi avevano vissuto: il loro banchetto di gala a Salisburgo;
Charlie e Michel che festeggiano l'esito felice della loro prima missione
per la rivoluzione. Poi port la bottiglia dello champagne in bagno,
chiudendo la porta per non svegliarla con il botto del tappo. Vers lo
champagne nel lavabo e fece scorrere l'acqua; rovesci l'aragosta, le fra-
gole e l'insalata nel gabinetto e dovette aspettare e tirare di nuovo la ca-
tena, non essendo sparite del tutto la prima volta. Lasci un po' di
champagne da versare nel proprio bicchiere, e per quello di Charlie pre-

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se il rossetto dalla sua borsetta e lasci l'impronta delle sue labbra sul-
l'orlo prima di versare il fondo della bottiglia. Poi torn alla finestra,
dove aveva trascorso gran parte della notte, a contemplare le azzurre
colline inzuppate di pioggia. Io sono un alpinista stanco delle monta-
gne, pens. Si fece la barba, s'infil il blazer rosso. S'accost al letto, al-
lung una mano per svegliarla, la ritrasse. Era piombata su di lui una ri-
luttanza, assai simile a una stanchezza mortale. Torn a sedersi sulla
poltrona, chiuse gli occhi, si costrinse a riaprirli; si svegli di soprassalto,
sentendo il peso della rugiada del deserto appiccicata alla sua uniforme
da campo, annusando l'odore della sabbia umida prima che il sole venis-
se ad asciugarla. Charlie? Allung di nuovo una mano, stavolta per
toccarle una guancia, ma le tocc invece un braccio. Charlie, un trion-
fo; Marty dice che sei una diva e che gli hai fatto conoscere tutta una se-
rie di personaggi nuovi. Ha telefonato al suo Gadi durante la notte, ma
tu non ti sei neanche svegliata. pi brava della Garbo, ha detto. Non c'
nulla che non possiamo fare insieme, ha detto. Charlie, svegliati. Abbia-
mo da lavorare, Charlie. Ma ad alta voce, ripet solo il suo nome, poi
scese, pag il conto e intasc l'ultima ricevuta. Si spost infine dietro
l'albergo per ritirare la Bmw a noleggio e l'alba era come era stato il cre-
puscolo, fresca, ma non ancora estiva. Devi salutarmi agitando una
mano, e poi fingere di andare a fare una passeggiata le disse. Sar Di-
mitri a portarti a Monaco.

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Entr in ascensore senza parlare. C'era odore di disinfettante e i
graffiti erano incisi in profondit nel vinile verde. Sfoggiava la propria
durezza, come faceva sempre nelle manifestazioni, nei dibattiti e in altre
occasioni del genere. Era eccitata e sentiva che stava per arrivare alla
fine di qualcosa. Dimitri premette il campanello, Kurtz venne ad aprire
di persona. Dietro di lui c'era Joseph, e dietro Joseph c'era uno scudo
d'ottone con un'immagine sbalzata di san Cristoforo che fa dondolare
un bambino. Charlie, stato favoloso, e tu sei favolosa disse Kurtz
con sommessa e sentita insistenza, stringendosela intensamente al petto.
Charlie, incredibile. E lui dov' finito? disse lei, guardando la porta

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chiusa alle spalle di Joseph. Dimitri non era entrato. Una volta portatala
a destinazione, era ridisceso con l'ascensore. Sempre parlando come se
fossero stati in chiesa, Kurtz decise di considerare generica la sua do-
manda. Charlie, lui sta benissimo la rassicur sciogliendola dall'ab-
braccio. Un po' stanco dopo tanti viaggi, naturale, ma sta benissimo.
Occhiali scuri, Joseph aggiunse. Dalle gli occhiali scuri. Ce l'hai un
paio d'occhiali scuri, cara? Eccoti un foulard per nascondere i tuoi bei
capelli. Tienilo. Era di seta verde e piuttosto carino. Kurtz lo aveva te-
nuto in tasca per lei. Vicinissimi l'uno all'altro, i due uomini restarono a
guardare mentre si foggiava allo specchio un copricapo da infermiera.
E' solo una precauzione spieg Kurtz. In questo lavoro non si mai
troppo cauti. Vero, Joseph? Dalla borsetta, Charlie aveva tirato fuori il
suo nuovo portacipria e si stava rinfrescando il trucco. Charlie, questa
faccenda potrebbe essere un po' stressante l'avvert Kurtz. Lei mise via
il portacipria e tir fuori il rossetto. Ma se dovessi sentirti male, ricor-
dati che lui ha ammazzato una quantit di persone innocenti le ram-
ment Kurtz. Tutti hanno un volto umano e questo ragazzo non fa ec-
cezione. Una grande bellezza, un grande talento, grandi capacit non
sfruttate e tutto questo buttato via. Sono cose che non fa mai piacere
vedere. Una volta entrata, non devi assolutamente parlare. Ricordatene.
Lascia parlare me. Apr la porta. Lo troverai molto ammansito. Abbia-
mo dovuto ammansirlo per portarlo qui e dobbiamo mantenerlo in
questo stato finch rimane con noi. Ma per il resto in ottima forma.
Non ci sono problemi. Solo, non devi rivolgergli la parola. Raffinato
appartamento disposto su due piani andato in malora, registr lei auto-
maticamente, notando l'elegante scala a chiocciola, la rustica galleria e la
balaustrata di ferro lavorato a mano. Un caminetto all'inglese con finti
tizzoni dipinti su tela. Lampade da fotografo in evidenza, e complicate
macchine fotografiche su cavalletti. Un registratore formato famiglia su
un mobiletto, un grazioso divano a ferro di cavallo, stile Marbella, di
gommapiuma e pi duro del ferro. Si sedette e Joseph prese posto ac-
canto a lei. Dovremmo tenerci per mano, pens. Kurtz aveva sollevato
il ricevitore di un telefono grigio e stava premendo il pulsante del telefo-
no interno. Disse qualcosa in ebraico, con gli occhi alzati verso la galle-
ria. Pos il ricevitore e le scocc un sorriso rassicurante. Charlie sentiva
odore di corpi maschili, di caff, di salsiccia di fegato. Un milione circa
di sigarette spente. Riconobbe anche un altro odore, ma non riusc a
identificarlo perch le si affacciarono molte possibilit, dai finimenti del

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suo primo pony al sudore del suo primo amante. Il suo cervello cambi
ritmo e lei rischi d'addormentarsi. Sono malata, si disse. Sto aspettan-
do i risultati delle analisi. Dottore, dottore, mi dica la verit. Not una
pila di riviste da sala d'aspetto e avrebbe voluto tenerne una sul grembo
come supporto. Adesso anche Joseph stava guardando la galleria. Char-
lie segu la direzione dei suoi occhi, ma aspett un attimo perch voleva
dare a se stessa l'impressione di averlo gi fatto talmente spesso da non
avere quasi neanche pi il bisogno di guardare, come un compratore a
una sfilata di moda. La porta della balconata si apr su un ragazzo bar-
buto, che indietreggi nella stanza con lo sbilenco passo ondeggiante di
un servo di scena e che riusciva a trasmettere rabbia persino da dietro.
Poi per un po' non si vide pi nulla, finch non comparve una sorta di
basso fagotto rosso, seguito da un ragazzo dal viso glabro, che pareva
pi che arrabbiato, risolutamente pio. A questo punto Charlie cap. I ra-
gazzi erano tre, non due, ma quello in mezzo si stava afflosciando tra
loro nel suo blazer rosso: lo snello ragazzo arabo, il suo amante, la sua
marionetta accasciata del teatro della realt.
S, pens lei, dalle profondit nascoste dei suoi occhiali da sole, e in
termini del tutto ragionevoli. S non male come somiglianza, considerati
gli anni di differenza e l'indefinibile maturit di Joseph. A volte, nelle
sue fantasie, si era servita dei lineamenti di Joseph, trasformandolo in
una controfigura dell'amante dei suoi sogni. Altre volte si era materializ-
zata una figura differente, nata dai suoi imperfetti ricordi del palestinese
mascherato del seminario, e la colp quanto fosse stata vicina alla realt.
Non trovi che la bocca sia un tantino troppo larga agli angoli? si do-
mand. Che carichi un po' troppo la sua sensualit? Che le narici siano
troppo ampie? E la vita troppo abbondante? Le venne voglia di alzarsi e
di correre a proteggerlo, ma sono cose che in scena non si fanno, a
meno che non siano nel copione. E poi non si sarebbe mai liberata di
Joseph. Per un attimo, tuttavia, rischi di perdere il controllo di se stes-
sa. In quell'istante fu tutto ci che Joseph aveva detto di lei la salvatri-
ce e la liberatrice di Michel, la sua Santa Giovanna, la sua schiava, la sua
stella. Aveva recitato per lui dal profondo del cuore, aveva cenato con
lui a lume di candela in uno scalcinato motel, aveva diviso il suo letto e
aderito alla sua rivoluzione e portato il suo braccialetto e bevuto la sua
vodka e dilaniato il suo corpo lasciando che lui dilaniasse a sua volta il
proprio. Aveva guidato la sua Mercedes e baciato la sua pistola e portato
il suo tritolo russo di prima scelta alle assediate armate della libert.

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Aveva festeggiato con lui la vittoria in un albergo di Salisburgo in riva al


fiume. Aveva ballato con lui di notte sull'Acropoli e il mondo intero
aveva ripreso vita; ed era gonfia di un pazzesco senso di colpa per aver
potuto prendere in considerazione qualsiasi altro amore. Ed era cos
bello proprio come aveva promesso Joseph. Di pi, anzi. Aveva quel
fascino assoluto che Charlie e quelle come lei riconoscono con rasse-
gnata inevitabilit; apparteneva a quella specie e lo sapeva. Era magro
ma perfetto, con spalle ben fatte e fianchi strettissimi. Aveva una fronte
da pugile e un viso da Pan, incorniciato da una cuffia di lisci capelli neri.
Niente di ci che avevano fatto per domarlo avrebbe potuto estinguere
la ricca passione del suo animo o spegnere la luce della rivolta nei suoi
occhi neri come carboni. Era anche cos banale un giovane contadino
caduto da un ulivo, con un repertorio di frasi fatte e con occhio da gaz-
za per i bei giocattoli, le belle donne e le belle macchine. E un'indigna-
zione da contadino contro quelli che lo avevano scacciato dalla sua fat-
toria. Vieni nel mio letto, bambino, e la mamma t'insegner qualcuna
delle parole lunghe della vita. Lo stavano tenendo per le braccia e men-
tre scendeva la scala di legno le sue scarpe di Gucci continuavano a sba-
gliar mira, cosa che evidentemente lo metteva in imbarazzo, perch sulle
sue labbra guizz un sorriso e i suoi occhi s'abbassarono vergognosi su
quei piedi erranti. Lo stavano portando verso di lei e lei non era sicura
di farcela. Si volt verso Joseph per dirglielo e vide i suoi occhi che la
fissavano e sent che le diceva qualcosa, ma nello stesso istante il regi-
stratore formato famiglia cominci a trasmettere ad alto volume, e lei si
gir di scatto e c'era il caro Marty con il suo cardigan chino sull'apparec-
chio ad armeggiare con le manopole per abbassare il livello dell'audio.
La voce era sommessa e con un forte accento, esattamente come lei la
ricordava dopo il seminario. Le parole erano slogan provocatori letti
con dubbio entusiasmo. Noi siamo i colonizzati! Noi parliamo per gli
indigeni contro gli insediati! Noi parliamo per i muti, noi nutriamo le
bocche cieche e incoraggiamo le orecchie mute! Noi, animali dagli zoc-
coli pazienti, abbiamo finalmente perso la pazienza! Noi viviamo rispet-
tando la legge che nasce ogni giorno sotto il fuoco! Il mondo intero
tranne noi ha qualcosa da perdere! Noi combatteremo chiunque si pre-
tenda guardiano della nostra terra! I ragazzi lo avevano sistemato sul
divano, proprio davanti a lei. Il suo equilibrio non era per niente stabile.
Si piegava in avanti in una pesante inclinazione e si serviva delle braccia
per puntellarsi. Teneva le mani l'una sopra l'altra come incatenate, ma

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solo dal bracciale d'oro che gli avevano infilato quale ultimo tocco al
suo costume per lo spettacolo. Il ragazzo barbuto se ne stava immuso-
nito alle sue spalle, quello glabro gli sedeva devotamente accanto, e,
mentre la sua voce registrata continuava trionfante sullo sfondo, Charlie
vide le labbra di Michel muoversi lentamente, cercando di accompa-
gnarne le parole. Ma la voce era troppo rapida, troppo forte. A poco a
poco, rinunci a questo tentativo e sfoggi uno stupido sorriso di scusa,
che le ricord suo padre dopo che aveva avuto l'infarto. Gli atti di vio-
lenza non sono criminali quando vengono compiuti in opposizione alla
forza usata da uno stato giudicato criminale dal terrorista. Un fruscio
di carta, mentre voltava pagina. La voce divenne perplessa e riluttante.
Ti amo sei la mia libert Adesso sei una di noi I nostri corpi e il nostro
sangue si sono mischiati tu sei mia il mio soldato per favore, perch
devo dire queste cose? Accosteremo insieme il fiammifero alla miccia.
Una pausa perplessa. Mi scusi, signore. Cos' questo, per favore? Lo
domando a lei. Mostratele le sue mani ordin Kurtz dopo avere
spento il registratore. Il ragazzo glabro prese una delle mani di Michel,
l'apr e la present a Charlie come un campione commerciale. Fin
quando ha vissuto nei campi, le sue mani erano indurite dal lavoro ma-
nuale spieg Kurtz, attraversando la stanza per unirsi a loro. Adesso
invece un grande intellettuale. Molti soldi, molte ragazze, pasti eccel-
lenti, vita comoda. Non cos, ragazzino? Avvicinandosi da dietro al
divano, pos il palmo della sua grossa mano sulla testa di Michel, vol-
tandola verso di s. Tu sei un grande intellettuale, vero? La sua voce
non era n crudele n beffarda. Sembrava stesse parlando a un figlio
traviato c'era sul suo viso la stessa rattristata tenerezza. Tu persuadi le
tue ragazze a fare il tuo lavoro, non cos, ragazzino? Una di loro l'ha
addirittura usata come bomba spieg Charlie. L'ha caricata su un ae-
reo con una bella valigetta e l'aereo esploso. Credo che lei non si fosse
neanche resa conto di quel che faceva. E' stato molto scortese, vero ra-
gazzino? Un atto di scortesia estrema nei confronti di una signora.
Charlie riconobbe l'odore che non era riuscita a individuare: era la lozio-
ne dopobarba portata da Joseph in tutte le stanze da bagno che non
avevano mai usato insieme. Dovevano avergliene spalmato addosso un
po' per l'occasione. Non vuoi dire qualcosa a questa signora? stava
chiedendo Kurtz. Non vuoi darle la benvenuta nella nostra villa? Sto
cominciando a chiedermi perch non vuoi pi cooperare con noi! A
poco a poco, cedendo alla sua insistenza, gli occhi di Michel si aprirono

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e il suo corpo si raddrizz un poco. Vuoi salutare cortesemente questa


bella signora? Vuoi augurarle il buon giorno? Buon giorno? Vuoi dirle
buongiorno, ragazzino? Naturalmente obbed: Buon giorno disse Mi-
chel, in una versione svogliata della sua voce sul nastro. Non risponde-
re le sussurr Joseph. Buon giorno, signora insistette Kurtz, senza il
minimo rancore. Signora disse Michel. Fategli scrivere qualcosa or-
din Kurtz, cessando d'occuparsi di lui. Lo fecero sedere davanti a un
tavolo e gli misero davanti un foglio e una penna, ma lui non riusc a
combinare molto. A Kurtz questo non importava. Guarda come tiene la
penna, stava dicendo. Guarda con quanta naturalezza sistema la mano
per tracciare caratteri arabi. Pu darsi che una volta tu ti sia svegliata in
piena notte e lo abbia sorpreso mentre faceva i conti. Giusto? Be', era
questo il suo aspetto. Ora lei stava parlando a Joseph, ma solo mental-
mente: Portami via. Sto per morire, credo. Ud il rumore sordo dei piedi
di Michel trascinato su per le scale, oltre la portata dei loro orecchi, ma
Kurtz non le dava tregua, come non la dava a se stesso. Charlie, c' an-
cora un'ultima fase. Credo che dovremmo occuparcene adesso, anche se
ti coster un piccolo sforzo. Abbiamo qualcosa da fare. Il salotto era si-
lenzioso come un appartamento qualsiasi. Aggrappata al braccio di Jo-
seph, segu Kurtz di sopra. Senza sapere perch, scopr che l'aiutava
zoppicare un poco, come Michel.
La ringhiera di legno era ancora viscida di sudore. Sui gradini c'erano
strisce di un materiale che sembrava carta smerigliata, ma quando lei ci
mise sopra il piede non ud il rumore stridente che si aspettava. Colse
questi particolari con molta precisione, perch in certi momenti i parti-
colari possono fornire l'unico legame con la realt. Vide la porta aperta
di un gabinetto, ma quando torn a guardarla s'accorse che non c'era
una porta, ma solo un arco e che dalla vaschetta non pendevano catene;
e immagin che, se devi trascinarti in giro un prigioniero per tutta la
giornata, sia pure drogato al punto da non capire pi niente, devi pensa-
re anche a queste cose, devi tenere in ordine la tua casa. Solo dopo aver
meditato a fondo su ognuna di queste importanti questioni, si rassegn
ad ammettere di essere entrata in una stanza imbottita, con un letto sin-
golo spinto contro la parete opposta. E sul letto di nuovo Michel, nudo
a parte il medaglione d'oro, con le mani strette sull'inguine e neanche
una grinza o quasi sul ventre. I muscoli delle spalle erano pieni e roton-
di, quelli del petto piatti e larghi, le ombre sotto di essi nitide come linee
tracciate con inchiostro di china. Obbedendo a un ordine di Kurtz, i

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due ragazzi lo rimisero in piedi e gli scostarono le mani dall'inguine. Cir-


conciso, ben sviluppato, bello. In silenzio, con torva disapprovazione, il
ragazzo barbuto indic con un dito il neo bianco, simile a una macchia
di latte, sul fianco sinistro, e la larga cicatrice di una coltellata sulla spalla
destra; nonch l'accattivante rivolo di peli neri dall'ombelico in gi-. Sem-
pre in silenzio, lo fecero voltare e Charlie si ricord di Lucy e del tipo di
schiena che lei preferiva: una spina dorsale con una sorta di nicchia mu-
scolosa. Ma niente fori di proiettili, assolutamente nulla che deturpasse
quella pura bellezza. Lo rimisero in piedi, ma a questo punto Joseph do-
veva aver deciso che Charlie era forse stanca di questo spettacolo, per-
ch l'accompagn gi per le scale, rapidamente, con un braccio intorno
alla vita e l'altro che le teneva il polso talmente stretto da farle male. Nel
gabinetto che dava sul corridoio, lei sost quanto bastava per vomitare,
e dopo voleva solo andarsene. Dall'appartamento, dalla loro presenza,
dalla propria mente e dalla propria pelle. Si era messa a correre. Era una
giornata dedicata agli sport. Correva pi in fretta che poteva; i denti di
cemento del paesaggio circostante ballonzolavano davanti a lei dalla di-
rezione opposta. I giardini pensili erano collegati ai suoi occhi da gra-
ziosi sentieri di mattoni, cartelli indicatori da citt giocattolo le indicava-
no luoghi che non riusciva a decifrare, tubi di plastica gialli e azzurri di-
segnavano strisce di colore sopra la sua testa. Correva il pi lontano
possibile, su e gi-, con un profondo interesse da orticultrice per la varie-
t della vegetazione che incontrava lungo il cammino, gli eleganti gerani
e i rachitici arbusti in fiore e i mozziconi di sigarette e le macchie di ter-
ra nuda simili a tombe senza lapidi. Joseph era al suo fianco, e lei gli sta-
va gridando vattene, vattene via; una coppia anziana seduta su una pan-
china sorrideva con nostalgia a questo bisticcio d'innamorati. Corse in
questa maniera per tutta la lunghezza di due marciapiedi, finch non si
trov davanti uno steccato e un vero e proprio precipizio su un par-
cheggio d'automobili, ma non si uccise perch aveva gi deciso di non
essere il tipo, e poi voleva vivere con Joseph, non morire con Michel. Si
ferm, e respirava appena. La corsa le aveva fatto bene; avrebbe dovuto
correre pi spesso. Gli chiese una sigaretta, ma lui non ne aveva. La tra-
scin su una panchina, e lei si sedette ma subito si rialz per dire la sua.
E avendo imparato che le scene madri tra persone che stanno cammi-
nando non funzionano mai, rimase immobile. Ti consiglio di riservare
la tua simpatia agli innocenti l'avvert Joseph, interrompendo con cal-
ma la sua invettiva. Ma lui era innocente prima che voi lo inventaste!

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Poi, scambiando erroneamente il suo silenzio per confusione e la confu-


sione per debolezza, si ferm e finse di contemplare quel mostruoso
panorama. E' necessario disse ferocemente. Io non sarei qui se
non fosse necessario. Tra virgolette. Non c' al mondo un tribunale
degno di questo nome che ci condannerebbe per ci che ti stiamo chie-
dendo di fare. Ancora tra virgolette. Parole tue, credo. Intendi
ritirarle? No, penso di no. Pensi di no? Be', faresti meglio a esserne
assolutamente sicuro, ti pare? Perch se qui attorno ci sono dubbi, pre-
ferisco essere io ad averli. Rimanendo in piedi, spost la sua attenzione
su un punto esattamente di fronte, qualcosa nel ventre dell'edificio pro-
spiciente, e si mise a scrutarlo con la seriet di un compratore potenzia-
le. Joseph per era rimasto seduto, e questo in un certo senso rovinava
l'intera scena. Sarebbero dovuti essere l'uno di fronte all'altra, in primo
piano. O lui dietro di lei, a fissare lo stesso punto lontano. Ti dispiace
se aggiungo qualcosa? domand lei. Accomodati. Ha ammazzato
degli ebrei. Ha ammazzato degli ebrei e ha ammazzato degli spettatori
innocenti che non erano ebrei e non c'entravano nulla con questo con-
flitto. Mi piacerebbe scrivere un libro sulle colpe di tutti questi spetta-
tori innocenti di cui tu parli. Comincerei con i vostri bombardamenti
nel Libano e andrei avanti da l. Seduto o no, Joseph reag pi in fretta
e pi rapidamente di quanto lei avesse previsto. E' un libro che gi
stato scritto, Charlie: s'intitola l'Olocausto. Lei form un piccolo spion-
cino col pollice e l'indice, e attraverso di esso guard socchiudendo gli
occhi un balcone lontano. D'altro canto, tu hai personalmente ammaz-
zato degli arabi, mi par di capire. Certo. Tanti? Abbastanza. Ma
solo per legittima difesa. Gli israeliani ammazzano solo per legittima di-
fesa. Nessuna risposta. Ho ammazzato abbastanza arabi firmato
Joseph. Neanche stavolta riusc a farlo uscire dai gangheri. Be',
proprio una cosa inaspettata, direi. Un israeliano che ha ammazzato ab-
bastanza arabi. La sua gonna scozzese proveniva dal corredo di Michel.
E aveva tasche laterali che lei aveva scoperto solo da poco. Infilandovi
dentro le mani, la fece ruotare fingendo di studiare questo effetto. Siete
dei bastardi, vero? domand con noncuranza. Siete sicuramente dei
bastardi. Non ti pare? Continuava a guardare la gonna, realmente inte-
ressata a come si gonfiava e girava. E tu sei il pi gran bastardo di tutti,
no? Perch tu ne esci sempre bene. Adesso sei il nostro cuore sangui-
nante e un attimo dopo il nostro feroce guerriero. Mentre in realt se
vogliamo guardare le cose come stanno non sei altro che un piccolo

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ebreo sanguinario e arraffone. Stavolta non solo si alz, ma la colp.


Due volte. Dopo averle tolto gli occhiali da sole. pi vigorosamente e
pi rapidamente di quanto lei fosse mai stata colpita, e sempre sulla
stessa guancia. Il primo schiaffo fu cos violento che un caparbio senso
di trionfo la indusse a spingere il viso nella direzione da cui era venuto.
Adesso siamo pari, pens, ricordando la casa d'Atene. Il secondo fu una
nuova esplosione nel medesimo cratere, e quando ebbe finito lui la ri-
butt con una spinta sulla panchina, dove avrebbe potuto sfogarsi a
piangere quanto voleva, ma era troppo orgogliosa per versare anche sol-
tanto un'altra lacrima. Mi ha colpita per s o per me? si chiese. Sperava
disperatamente che lo avesse fatto per s; che in quest'ultima ora del
loro assurdo matrimonio lei fosse finalmente riuscita a rompere la sua
riservatezza. Ma diede un'occhiata al suo viso indecifrabile e un freddo
sguardo indifferente le comunic che la paziente era lei, non Joseph. Le
stava offrendo un fazzoletto, che Charlie rifiut con un gesto vago. La-
scia perdere mormor. Gli si aggrapp al braccio e s'allontanarono
lentamente sul viottolo di cemento. La vecchia coppia di prima sorrise
vedendoli passare. Ragazzi, si dissero, come noi una volta. Litigano
come cani e gatti e un attimo dopo tornano a letto e vanno di nuovo
d'accordo pi di prima.
L'appartamento da basso era in tutto simile a quello del piano supe-
riore, solo che non aveva n una balconata n un prigioniero, e a volte,
leggendo o ascoltando, lei riusciva a convincersi di non essere mai stata
di sopra il piano di sopra era una camera degli orrori nelle buie soffit-
te della sua mente. Ma poi ud attraverso il soffitto il tonfo di una cassa
da imballaggio usata dai ragazzi per portar via il loro materiale fotogra-
fico e pi generalmente per prepararsi alla scadenza del contratto d'af-
fitto, e dovette ammettere che il piano superiore, dopo tutto, era reale
quanto quello inferiore; di pi anzi, perch le lettere erano false, mentre
Michel era carne. Sedevano tutti e tre in cerchio e Kurtz aveva comin-
ciato uno dei suoi preamboli. Il suo stile per era decisamente pi
asciutto e meno tortuoso del solito, forse perch lei era ormai un solda-
to collaudato, una veterana con all'attivo tutto un bagaglio di nuove e
eccitanti informazioni, per usare una frase di Kurtz. Le lettere stavano
in una cartella sul tavolo, ma prima d'aprirla, lui le ricord ancora una
volta la finzione, parola che aveva in comune con Joseph. Secondo la
finzione, lei non era soltanto un'amante appassionata, ma un'appassio-
nata corrispondente, non avendo altri sfoghi durante le lunghe assenze

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di Michel. Mentre le spiegava questo, s'infil un paio di guanti bianchi di


poco prezzo. Le lettere, dunque, non erano un aspetto marginale del
loro rapporto; bens il solo luogo dove potevi vivere ad alta voce,
cara. Registravano il suo amore sempre pi intenso per Michel spes-
so con disarmante franchezza ma anche il suo risveglio politico e il
suo passaggio a un attivismo globale che dava per scontato il collega-
mento tra le lotte contro la repressione in ogni parte del mondo. Messe
insieme, costituivano il diario di una persona emotivamente e sessual-
mente eccitata, che passava da una vaga protesta a un attivismo su va-
sta scala, accettando implicitamente l'uso della violenza. E poich, date
le circostanze, non potevamo contare che fossi tu a fornirci tutto il
campionario del tuo stile di scrittrice concluse aprendo la cartella, ab-
biamo deciso di comporre noi le lettere in vece tua. Naturale, pens lei.
Diede un'occhiata a Joseph, che sedeva impettito e con un'aria innocen-
te, le palme virtuosamente giunte tra le ginocchia, come se non avesse
mai picchiato nessuno in vita sua. Le lettere erano in due pacchi marro-
ne, l'uno molto pi grande dell'altro. Prendendo prima il pi piccolo,
Kurtz lo apr goffamente con le dita inguantate, spargendo i fogli sul ta-
volo. Lei riconobbe subito la nera grafia da scolaretto di Michel. Poi
Kurtz scart il secondo pacco e, come un sogno che s'avveri, Charlie ri-
conobbe la propria scrittura. Quelle di Michel sono fotocopie, cara, le
stava dicendo Kurtz; gli originali ti stanno aspettando in Inghilterra. Le
tue invece sono gli originali, e quindi appartengono a Michel, capisci,
cara? Naturalmente disse lei, stavolta a voce alta, e per istinto si volt
di nuovo verso Joseph, ma stavolta guardando specificamente le sue
mani giunte, cos preoccupate di disconoscerne la paternit. Lesse pri-
ma le lettere di Michel, sentendo che gli doveva questa attenzione. Era-
no una dozzina e variavano dallo scopertamente sensuale e appassiona-
to al secco e autoritario. Ti prego di numerare le tue lettere. Se non le
numeri, meglio che non scrivi. Non posso godermi le tue lettere se
non sono sicuro di riceverle tutte. Questo per la mia sicurezza persona-
le. Tra lunghi estatici elogi per le sue interpretazioni s'inserivano aride
esortazioni a recitare soltanto personaggi socialmente significanti che
possono portare a una consapevolezza. Ma nello stesso tempo lei do-
veva evitare gli atti pubblici che rivelano le tue vere idee politiche.
Non doveva pi seguire seminari radicali, n partecipare a manifestazio-
ni o comizi. Doveva comportarsi da borghese che accetta in apparen-
za il sistema capitalistico. Doveva far credere di aver rinunciato alla ri-

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voluzione, ma continuare in segreto, a qualunque costo, a leggere testi


radicali. C'erano molte incongruenze logiche, molti errori di sintassi,
molte sviste d'ortografia. Si parlava del nostro incontro di presto, allu-
dendo presumibilmente ad Atene, e c'erano timide allusioni all'uva bian-
ca, alla vodka e alla necessit di dormire molto prima di essere di nuo-
vo insieme. Leggendo, cominci a farsi un'immagine nuova e pi umile
di Michel, assai pi vicina al prigioniero del piano di sopra. E' un bam-
bino mormor. Scocc a Joseph uno sguardo accusatore. Lo hai tanto
esaltato, ma solo un ragazzo. Non avendo ottenuto risposta, pass
alle lettere sue a Michel, affrontandole con cautela, come se le offrissero
la soluzione di un grande mistero. Tutto molto semplificato disse ad
alta voce, con uno stupido sorriso, mentre dava loro una prima nervosa
occhiata, e questo perch, grazie agli archivi del povero Ned Quilley, il
vecchio georgiano era riuscito a riprodurre non soltanto i gusti eccentri-
ci di Charlie in fatto di carta da lettere il retro dei menu e dei conti, i
fogli intestati dei block-notes degli alberghi, dei teatri e delle pensioni
frequentati durante la tourne ma aveva colto, con suo crescente sgo-
mento, le variazioni spontanee del suo stile, dagli scarabocchi infantili
dei primi momenti di tristezza alla passione della donna innamorata; alle
frasi frettolose per augurare la buona notte dell'attrice allo stremo delle
proprie forze, sperduta in qualche buco fuori del mondo e desiderosa di
un pizzico di conforto e alla calligrafia pseudo-erudita e a svolazzi della
rivoluzionaria che si prendeva la briga di copiare lunghi brani di
Trockij, ma lasciava nella penna la seconda v di avvenne. Grazie a
Leon, era altrettanto esatta la sua prosa; Charlie arross vedendo con
quanta precisione avevano imitato le sue iperboli fragorose, il suo la-
sciarsi andare a un filosofare goffo e sconnesso, il suo sfrenato, violento
furore contro il governo conservatore. A differenza di quelle di Michel,
le sue allusioni ai loro rapporti sessuali erano precise e esplicite; quelle ai
genitori insultanti; quelle alla sua infanzia rabbiose e invendicate. Vi tro-
v Charlie la romantica, Charlie la penitente e Charlie la carogna. Vi tro-
v quello che Joseph chiamava il suo lato arabo la Charlie innamorata
della propria retorica e la cui concezione della verit era ispirata non
tanto a ci che era accaduto ma a ci che sarebbe dovuto accadere. E
dopo averle lette tutte, mise assieme le due pile e, con il capo tra le
mani, le rilesse come una corrispondenza completa cinque lettere sue
per ognuna di lui, le risposte da lei date alle domande di Michel, il sot-
trarsi di Michel alle domande sue. Grazie, Jose disse alla fine, senza al-

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zare il capo. Infinitamente grazie. Se tu mi prestassi per un attimo la


nostra bella pistola, mi sparerei subito. Kurtz stava gi ridendo, ma
nessuno si associ alla sua allegria. Via, Charlie, non mi pare tanto giu-
sto per il nostro amico Joseph. E' opera di un comitato, questo. Ci han-
no lavorato molte teste. Kurtz aveva un'ultima richiesta: le buste delle
tue lettere, cara. Le aveva qui con s, guarda, non erano n affrancate n
annullate, e non ci aveva ancora messo le lettere perch Michel le tirasse
fuori nella cerimonia d'apertura. Voleva Charlie essere cos gentile? So-
prattutto per le impronte digitali, spieg; prima le tue, cara, poi quelle
degli impiegati dell'ufficio postale e infine quelle di Michel. E c'era an-
che il piccolo particolare della sua saliva sul lembo e sotto i francobolli;
il suo gruppo sanguigno, nel caso che a qualche furbo venisse in mente
di controllare, perch non bisogna mai dimenticare che tra loro ci sono
persone molto furbe, come ci ha confermato soltanto ieri sera il tuo
splendido, magnifico lavoro.
Charlie ricordava il lungo abbraccio paterno di Kurtz, perch in quel
momento pareva inevitabile e necessario come la sua paternit. Dell'ad-
dio di Joseph, invece, l'ultimo della serie, non serbava alcun ricordo n
di come era avvenuto n del luogo. Le istruzioni, s; il ritorno clandesti-
no a Salisburgo, s: un'ora e mezzo nel retro del sobbalzante furgone di
Dimitri e silenzio assoluto una volta spente le luci. E ricordava l'atter-
raggio a Londra, sola pi di quanto lo fosse mai stata in vita sua; e l'o-
dore della tristezza inglese che l'aveva accolta gi sulla pista, richiaman-
dole alla mente ci che l'aveva a suo tempo spinta a scelte radicali: la
malevola indolenza delle autorit, la disperazione claustrofobica degli
sconfitti. C'era un'agitazione degli addetti ai bagagli e uno sciopero degli
addetti ai cancelli; il gabinetto per le donne sapeva di prigione. Come al
solito, un annoiato funzionario della dogana la ferm e la interrog.
L'unica differenza era che stavolta si chiese se aveva qualche ragione a
parte la voglia di chiacchierare con lei. Tornare a casa come andare al-
l'estero, pens unendosi alla rassegnata coda in attesa dell'autobus. Fac-
ciamo saltare tutto in aria e ricominciamo da capo.

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Il motel si chiamava Romanz ed era in mezzo ai pini, su un'altura di


fianco all'autostrada. Era stato costruito dodici mesi prima per amanti
con nostalgie medioevali e comprendeva chiostri punteggiati di cemen-
to, moschetti di plastica e luci colorate al neon, e Kurtz aveva l'ultimo
chalet della fila, con una gelosia impiombata alla finestra che dava sulla
corsia ovest. Erano le due del mattino, un'ora nella quale si sentiva sem-
pre a proprio agio. Si era fatto la doccia e la barba, si era preparato il
caff con un'ingegnosa macchinetta e aveva bevuto Coca-Cola presa nel
frigorifero rivestito di tek, e per il resto del tempo aveva fatto ci che
stava facendo adesso: era rimasto seduto in maniche di camicia davanti
alla piccola scrivania, con tutte le luci spente e un binocolo al fianco, a
guardare i fari che sfrecciavano tra un albero e l'altro diretti a Monaco.
A quell'ora il traffico era rado; cinque veicoli in media al minuto; e con
la pioggia tendevano a procedere in convoglio. Era stata una giornata
lunga, e anche una lunga notte, per chi teneva conto delle notti, ma
Kurtz era convinto che la pigrizia annebbiasse il cervello. Cinque ore di
sonno erano sufficienti per chiunque, e per lui anche troppe. Comun-
que, era stata una giornata davvero lunga, a partire da quando Charlie
aveva lasciato Monaco. Si erano dovuti sgombrare gli appartamenti nel
Villaggio olimpico e Kurtz aveva sovrinteso personalmente all'operazio-
ne, sapendo che i ragazzi avevano uno stimolo in pi quando veniva
loro ricordata la sua ferma decisione di badare a tutti i particolari. Si
erano dovute sistemare le lettere nell'appartamento di Yanuka, e Kurtz
aveva tenuto d'occhio anche questa operazione. Dal suo posto di sorve-
glianza dall'altra parte della strada aveva visto gli osservatori introdurvisi
ed era rimasto l per complimentarsi con loro al ritorno e garantirgli che
quella lunga eroica veglia avrebbe presto avuto una ricompensa. Cosa
gli sta succedendo? aveva chiesto Lenny in tono querulo. Marty, quel
ragazzo ha un avvenire adesso. Ricordatelo. La risposta di Kurtz aveva
avuto un tono delfico: Lenny, quel ragazzo ha sicuramente un avvenire,
solo che non ce l'ha con noi. Shimon Litvak sedeva dietro a Kurtz, sul-
la sponda del letto a due piazze. Si era tolto l'impermeabile gocciolante
e lo aveva lasciato cadere ai suoi piedi sul pavimento. Si sentiva deluso e
arrabbiato. Becker se ne stava a una certa distanza dagli altri due, su una
graziosa poltrona, con un suo piccolo cerchio di luce attorno; un po'
come nella casa d'Atene. La stessa solitudine; ma era partecipe di quella
tesa atmosfera di vigilanza che precede la battaglia. La ragazza non sa
niente rifer indignato Litvak alla schiena immobile di Kurtz. E' una

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cretina. La sua voce era salita leggermente e stava tremando. E' olan-
dese, si chiama Larsen, pensa che Yanuka l'abbia raccattata quando vive-
va in una comune di Francoforte, ma non ne sicura perch ha avuto
tanti uomini e non ricorda. Yanuka l'ha portata a fare qualche viaggio, le
ha insegnato a sparare con la sua pistola, in una maniera completamente
sbagliata e l'ha prestata al suo grande fratello come svago e riposo. Que-
sto se lo ricorda. Anche per i rapporti sessuali con Khalil ricorrevano a
certe precauzioni, mai due volte nello stesso posto. E questo per lei era
fantastico. Nel frattempo ha guidato qualche macchina per loro, ha si-
stemato un paio di bombe per loro, ha rubato un po' di passaporti per
loro. Per amicizia. Perch anarchica. Perch cretina. Una ragazza-
comfort disse pensosamente Kurtz, rivolgendosi pi che a Litvak al
proprio riflesso nella finestra. Confessa Godesberg, confessa in parte
anche Zurigo. Se ne avessimo il tempo, confesserebbe Zurigo totalmen-
te. Ma Anversa no. E Leida? domand Kurtz. E adesso c'era un
nodo anche nella voce di Kurtz, tanto che, da dove era seduto Becker, si
poteva avere l'impressione che i due uomini soffrissero di un medesimo
leggero disturbo alla gola, una contrazione alle corde vocali. Leida un
no deciso replic Litvak. No, no, e ancora no. In quel periodo era in
vacanza con i genitori. Nella Sylt. Dov' la Sylt? Al largo della costa
settentrionale della Germania disse Becker, ma Litvak lo guard male,
come se sospettasse un insulto. E poi talmente lenta si lament Lit-
vak, rivolgendosi di nuovo a Kurtz. Ha cominciato a parlare verso
mezzogiorno, e a met pomeriggio si stava gi rimangiando tutto quello
che aveva raccontato. No, io non ho mai detto questo. Lei mente. Tro-
viamo la frase sul nastro e gliela facciamo sentire, ma lei dice che un
falso e ci sputa addosso. E' un'olandese testarda ed scema. Capisco
disse Kurtz. Ma Litvak non s'accontentava di capire. Se la trattiamo
male, riusciamo solo ad aumentare la sua rabbia e a farla diventare anco-
ra pi testarda. Se smettiamo di trattarla male, le restituiamo la sua for-
za; e diventa sempre pi testarda e passa agli insulti. Kurtz si volt a
met, in modo che, se avesse guardato qualcuno, i suoi occhi si sarebbe-
ro puntati direttamente su Becker. E contratta continu Litvak, sem-
pre in quel tono stridulo e lamentoso. Noi siamo ebrei e quindi lei con-
tratta. Se vi racconto questo, mi terrete in vita? S? Se ve lo racconto,
mi lascerete andare? S? Si volt all'improvviso verso Becker. E a
questo punto quale sarebbe la soluzione dell'eroe? domand. Dovrei
ammaliarla, forse? Farla innamorare di me? Kurtz stava guardando il

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suo orologio e qualcosa al di l di esso. Qualunque cosa lei sappia, gi


storia passata disse. Ci che importa solo cosa faremo di lei. E
quando. Ma parlava come colui che doveva dare personalmente la ri-
sposta definitiva. Come va la finzione, Gadi? domand a Becker. Va
bene disse Becker. Rossino si servito di lei per un paio di giorni a
Vienna, poi l'ha portata a sud e l'ha scaricata dov'era la macchina. Tutto
vero. Allora lei ha portato la macchina a Monaco, dove ha incontrato
Yanuka. Falso, ma lo sanno soltanto loro due. Fu Litvak a proseguire
avidamente il racconto. Si sono incontrati a Ottobrunn. E' un paesino
a sudest della citt. Poi sono andati da qualche parte a far l'amore. Che
importanza ha dove? In una ricostruzione non tutto deve combaciare
perfettamente. Forse in macchina. A lei piace farlo comunque, dice. Ma
soprattutto con i combattenti, come li chiama. Forse hanno preso in af-
fitto una camera in qualche posto e il proprietario troppo spaventato
per farsi vivo. Lacune del genere sono normali. Gli avversari se le aspet-
tano. E stanotte? disse Kurtz, con un'occhiata verso la finestra.
Adesso? Litvak non amava sentirsi interrogare con tanta insistenza.
Adesso sono in macchina e stanno andando in citt. A far l'amore. A
svolgere un incarico o a nascondere il resto dell'esplosivo. Chi lo sapr
mai? Perch mai dovremmo spiegare tutto? Ma dov' lei in questo
momento? domand Kurtz, raccogliendo particolari mentre continua-
va a riflettere. Nella realt? Nel furgone disse Litvak. E il furgone
dov'? Vicino alla Mercedes. Nella piazzuola. Ma basta una tua parola
e la spostiamo subito. E Yanuka? Nel furgone anche lui. La loro ul-
tima notte insieme. Li abbiamo imbottiti di sedativi, come d'accordo.
Riprendendo il binocolo, Kurtz lo tenne a poca distanza dai propri oc-
chi, prima di posarlo nuovamente sul tavolo. Poi giunse le mani e le
guard accigliato. Suggeriscimi un'altra soluzione disse, rivolgendosi, a
giudicare dalla posizione del capo, a Becker. La rispediamo a casa in ae-
reo, la scarichiamo nel deserto del Negev, la teniamo rinchiusa. E poi?
Che fine ha fatto? si chiederanno. Dal momento della sua scomparsa,
immagineranno il peggio. Penseranno che ha tradito. Che l'ha presa Ale-
xis. O i sionisti. In ogni caso la loro operazione sar in pericolo. Ed
questo che diranno, fuori di dubbio: Sciogliamo il gruppo, rimandiamo
tutti a casa. Riassunse: E' necessario provare loro che nessuno l'ha
presa tranne Dio e Yanuka. E' necessario fargli sapere che morta
come Yanuka. Non sei d'accordo. Gadi? O devo arguire dalla tua
espressione che hai un'idea migliore? Kurtz si limitava ad attendere, ma

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lo sguardo di Litvak, sempre puntato su Becker, era ancora ostile e ac-


cusatore. Forse lo sospettava d'innocenza in un momento in cui aveva
bisogno di dividere con lui il suo senso di colpa. No disse Becker
dopo un secolo. Ma il suo viso, not Kurtz, aveva la durezza di una fe-
delt imposta. Improvvisamente Litvak lo aveva per aggredito con
una voce talmente tesa e nervosa che le sue parole parevano saltate su
dal luogo in cui stava seduto. No? ripet. No cosa? No all'operazio-
ne? No significa che non abbiamo alternative replic Becker, con tut-
ta calma. Se risparmiamo la ragazza olandese, non accetteranno mai
Charlie. Viva, la signorina Larsen pericolosa quanto Yanuka. Se dob-
biamo continuare, venuto il momento di liquidarla. Se echeggi Lit-
vak, con disprezzo. Kurtz ristabil l'ordine con una domanda. Non co-
nosce neanche un nome che possa esserci utile? domand a Litvak,
con l'aria di volere una risposta affermativa. Niente che possa conve-
nirci approfondire con lei? Una ragione per risparmiarla? Litvak alz le
spalle. Sa di una grossa tedesca del nord che si chiama Edda. L'ha in-
contrata solo una volta. E dietro Edda c' un'altra ragazza, una voce che
parla al telefono da Parigi. E dietro questa voce c' Khalil, ma Khalil
non distribuisce biglietti da visita. La Larsen una cretina ripet. Tal-
mente drogata che ti basta starle vicino per sentirti fatto. Insomma
un vicolo cieco disse Kurtz. Litvak si stava gi abbottonando l'imper-
meabile scuro. Un vicolo cieco conferm con un sorriso privo d'alle-
gria. Ma non si avvi verso la porta. Stava aspettando un ordine specifi-
co. Kurtz aveva ancora una domanda: Quanti anni ha?. Ventuno la
settimana prossima. E' una ragione? Lentamente, con un certo imba-
razzo, si
alz anche Kurtz e guard in faccia Litvak attraverso quella stanzet-
ta, con i suoi mobili intagliati da casino di caccia e i suoi infissi di ferro
battuto. Chiedilo personalmente a ognuno dei ragazzi. Shimon ordi-
n. C' qualcuno che vuole ritirarsi? Non avranno bisogno di dare
spiegazioni e non si daranno valutazioni negative su chi avr risposto di
s. Un voto libero, insomma, a carte scoperte. Gliel'ho gi chiesto
disse Litvak. Chiedilo di nuovo. Kurtz alz il polso sinistro e guard
l'orologio. Telefonami esattamente tra un'ora. Non prima. E non far
niente senza aver parlato con me. Quando il traffico sar ancor pi
rado, voleva dire Kurtz. Quando avr preso le mie disposizioni. Litvak
se ne and, Becker rimase. Kurtz telefon dapprima a sua moglie Elli,
addebitando la chiamata a lei, perch in fatto di spese era molto scrupo-

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loso. Resta dove sei, Gadi, per favore disse pacatamente mentre Bec-
ker si alzava per andarsene, poich Kurtz diceva sempre che la sua vita
era come un libro aperto. Perci per dieci minuti Becker ascolt urgenti
banalit su come se la cavava Elli con il suo gruppo di studi biblici o a
far la spesa avendo la macchina fuori uso. Non aveva bisogno di chiede-
re perch Kurtz avesse scelto proprio quel momento per discutere di
queste cose. Ai suoi tempi, aveva fatto esattamente lo stesso. Kurtz pri-
ma di uccidere aveva bisogno di un contatto con la propria casa. Aveva
bisogno di sentire Israele che gli parlava in diretta. Elli sta bene garan-
t Kurtz a Becker con entusiasmo, mentre riattaccava. Ti manda i suoi
saluti, ti dice: Gadi, sbrigati a tornare a casa. Ha incontrato Frankie un
paio di giorni fa. Stava bene anche Frankie. Senza di te, si sente un po'
sola, ma sta bene. La seconda telefonata di Kurtz fu per Alexis, e a pri-
ma vista Becker se non lo avesse conosciuto cos bene, avrebbe potuto
credere che tutto questo fosse puramente un affabile giro di chiacchiere
con i migliori amici. Kurtz ascolt le ultime notizie sulla famiglia del
suo agente; s'inform del nascituro s, madre e figlio erano in ottima
salute. Ma, sbrigati questi preliminari, Kurtz raccolse tutte le sue forze e
venne duro e deciso al dunque, perch nelle ultime conversazioni aveva
sentito un certo allentamento nella devozione del dottore. Paul, sembra
che un certo incidente di cui abbiamo parlato poco tempo fa stia per
verificarsi da un momento all'altro, e siccome n lei n io possiamo far
nulla per impedirlo, si procuri un foglio e una penna dichiar allegra-
mente. Poi, cambiando tono, rivers le proprie istruzioni in un rapido
flusso di parole tedesche. Nelle prime ventiquattr'ore dopo la notizia
ufficiale, lei limiter le sue indagini agli ambienti studenteschi di Franco-
forte e di Monaco. Far sapere che i maggiori sospetti si posano su un
gruppo d'attivisti di sinistra notoriamente in contatto con una cellula di
Parigi. Ha scritto? Fece una pausa per permettere ad Alexis di prender
nota. Il secondo giorno, nel pomeriggio, si presenter alla posta centra-
le di Monaco e ritirer una lettera fermo posta spedita a suo nome
continu Kurtz, dopo aver evidentemente ricevuto il necessario cenno
di conferma. Questa lettera le fornir l'identit della sua prima colpe-
vole, una ragazza olandese, insieme con alcuni dati sulla sua partecipa-
zione a incidenti passati. Gli ordini di Kurtz si susseguivano ora a velo-
cit di dettatura e con particolare energia: non si dovevano fare perqui-
sizioni nel centro di Monaco sino al quattordicesimo giorno; i risultati
di tutte le analisi di laboratorio dovevano essere mandati direttamente

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ad Alexis e non bisognava diffonderli senza che lui, Kurtz, avesse dato
la propria approvazione; un paragone pubblico con altri episodi era leci-
to solo col consenso di Kurtz. Il quale, sentendo il suo agente recalcitra-
re, tenne il ricevitore a una certa distanza dall'orecchio in modo che po-
tesse sentire anche Becker. Ma, Marty, ascolti amico mio io devo
chiederle una cosa La chieda. Che cosa dobbiamo aspettarci? Un in-
cidente, dopo tutto, non uno scherzo, Marty. Siamo una democrazia
civilizzata, lei mi capisce. Se Kurtz lo capiva, si astenne dal dirlo.
Ascolti. Devo chiederle una cosa, Marty. La chiedo, la esigo. Niente
danni, n perdite di vite umane. E' una condizione. Siamo amici noi
due. Mi segue? Kurtz lo seguiva, come attestavano le sue limpide rispo-
ste. Paul, non ci saranno sicuramente danni a propriet tedesche. Al
massimo qualche ammaccatura. Ma non danni. E le vite? Perdio, Mar-
ty, noi non siamo dei primitivi! grid Alexis, con rinnovato spavento.
Una calma profonda entr nella voce di Kurtz. Non si sparger sangue
innocente, Paul. Ha la mia parola. Nessun cittadino tedesco subir an-
che una sola graffiatura. Ci posso contare? Ci dovr contare disse
Kurtz, e riattacc senza lasciare il suo numero. In circostanze normali,
non avrebbe mai usato cos liberamente il telefono, ma, da quando Ale-
xis era diventato il responsabile delle intercettazioni telefoniche, si senti-
va autorizzato a correre questo rischio. Litvak chiam dieci minuti
dopo. Parti, disse Kurtz; via libera; agisci. Aspettarono, Kurtz alla fine-
stra, Becker di nuovo in poltrona, a guardare l'inquieto cielo notturno.
Afferrando il gancio centrale, Kurtz lo stacc, e apr il pi possibile i ve-
tri lasciando entrare il frastuono del traffico dell'autostrada. Perch
correre rischi inutili? borbott come se si fosse sorpreso in un atto di
negligenza. Becker cominci a contare a velocit soldatesca. Tanto per
sistemare i due nella posizione giusta. Tanto per un ultimo controllo.
Tanto per lasciarli soli. Tanto per aspettare un segnale d'interruzione del
traffico in entrambe le direzioni. Tanto per chiedersi quanto vale una
vita umana, anche quella di chi disonora completamente il vincolo tra
gli uomini. E di chi non lo disonora. Fu come al solito l'esplosione pi
fragorosa che si fosse mai udita. pi fragorosa di Godesberg, pi frago-
rosa di Hiroshima, pi fragorosa di tutte le battaglie che avevano com-
battuto. Restando seduto sulla sua poltrona, guardando oltre la sagoma
di Kurtz, Becker vide una palla di fuoco arancione erompere dal suolo,
e poi sparire, portandosi appresso le ultime stelle e la prima luce del
giorno. Fu subito seguita da una sporca ondata di fumo nero che copr

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rapidamente lo spazio lasciato libero dai gas. Vide rottami volare in aria
e un getto di neri frammenti levarsi turbinosamente da dietro una
ruota, un pezzo di macadam, qualcosa di umano, come si faceva a capir-
lo? Vide la tendina sfiorare affettuosamente il braccio nudo di Kurtz e
sent un soffio caldo da asciugacapelli. Ud il ronzio da insetti di oggetti
solidi che vibravano l'uno contro l'altro e, assai prima che cessasse, le
prime urla di sdegno, il latrare dei cani e lo scalpiccio dei piedi spaventa-
ti della gente in pantofole che si radunava nei passaggi coperti tra uno
chalet e l'altro, pronunciando le assurde frasi che dicono i personaggi
dei film sulle navi che affondano: Mamma! Dov' la mamma? Ho per-
so i gioielli. Ud una donna isterica sostenere che stavano arrivando i
russi e una voce spaventata rassicurarla che era soltanto scoppiata
un'autocisterna. Qualcuno disse che era una faccenda militare le cose
che quelli spostano di notte sono sempre un pericolo. C'era una radio
accanto al letto. Mentre Kurtz se ne stava alla finestra, Becker si sinto-
nizz su un programma locale di chiacchiere per gli insonni e rest in
ascolto aspettando un'eventuale interruzione con le ultime notizie. Fa-
cendo gemere una sirena, un'auto della polizia percorse velocissima l'au-
tostrada, in un lampeggiare di luci azzurre. Poi pi niente, poi un'auto-
pompa seguita da un'ambulanza. La musica cess e lasci il posto a un
primo comunicato. Misteriosa esplosione a ovest di Monaco, ignote le
cause, non si hanno particolari. Chiusura dell'autostrada in entrambe le
direzioni, consigliati percorsi alternativi. Becker spense la radio e accese
le luci. Kurtz chiuse la finestra e tir le tendine, poi si sedette sul letto e
si tolse le scarpe senza slacciarle. L'altro giorno ho avuto informazioni
dalla nostra ambasciata di Bonn, Gadi disse, come se qualcuno gli aves-
se appena rinfrescato la memoria. Avevo chiesto di fare qualche indagi-
ne su quei polacchi con i quali tu lavori a Berlino. Di controllare la loro
situazione finanziaria. Becker non disse nulla. Le notizie, a quanto
pare, non sono tanto buone. Sembra che dovremo procurarti qualche
soldo in pi o qualche altro polacco. Non avendo avuto risposta, Kurtz
alz lentamente il capo e vide Becker che lo guardava dalla porta, e nel-
l'atteggiamento di costui c'era qualcosa che eccit la sua collera. Vuoi
dirmi qualcosa, Becker? Hai qualche dichiarazione morale da fare per
migliorare il tuo umore? Becker apparentemente non ne aveva. Si chiu-
se silenziosamente la porta alle spalle e se ne and. Kurtz doveva anco-
ra fare una telefonata: a Gavron, direttamente a casa sua. Prese il ricevi-
tore, esit e ritir la mano. La Cornacchia pu aspettare, pens, mentre

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la sua rabbia si riaccendeva. Ma fin col chiamarlo. Cominci pacata-


mente, ogni parola controllata e assennata. Come cominciavano sempre.
Parlando inglese. E usando i nomi falsi concordati per quella settimana.
Nathan, parla Harry. Salve. Come va tua moglie? Bene, portale i miei
saluti. Nathan, due capretti di nostra conoscenza si sono presi un brutto
raffreddore. Saranno contenti quelli che ogni tanto chiedono soddisfa-
zione. Ascoltando la vaga e gracchiante risposta di Gavron, Kurtz co-
minci a tremare. Ma riusc egualmente a dominare la propria voce.
Nathan, io credo che adesso cominci il tuo grande momento. Lo devi a
me se sei riuscito a tenere a bada certi gruppi di pressione e a lasciar
maturare questa cosa. Si sono fatte e mantenute delle promesse, e ora
assolutamente necessaria una certa fiducia, e anche un po' di pazienza.
Di tutti gli
uomini, e le donne, Gavron era il solo che lo portasse a dire cose di
cui poi si pentiva. Riusc tuttavia a controllarsi. Nessuno pu pensare
di vincere una partita a scacchi prima di colazione, Nathan. Ho bisogno
d'aria, capisci? Di aria di un pizzico di libert di un territorio tutto
mio. La sua rabbia trabocc: E legali quei matti! Corri al mercato e
comprami un po' d'appoggi, tanto per cambiare. La linea venne inter -
rotta. Kurtz non seppe mai se per colpa dell'esplosione o di Misha Ga-
vron, perch non tent pi di richiamare.

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Parte seconda.
LA PREDA

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Per tre interminabili settimane, mentre Londra scivolava dall'estate
all'autunno, Charlie visse in uno stato di semirealt, oscillando tra l'in-
credulit e l'impazienza, tra l'attesa eccitata e la paura spasmodica. Prima
o poi verranno a cercarti, continuava a dirle lui. Per forza. E aveva co-
minciato a prepararla mentalmente a questo incontro. Ma perch avreb-
bero dovuto venire? Lei non lo sapeva e lui non glielo diceva, ma si ser -
viva del proprio distacco come di una protezione. Che Mike e Marty
fossero in qualche modo riusciti a fare di Michel un loro uomo come
avevano fatto di Charlie una loro ragazza? Immaginava a volte che Mi-
chel si sarebbe prima o poi adeguato alla finzione e le si sarebbe presen-
tato per far valere ardentemente i propri diritti d'amante. E Joseph la in-
coraggiava dolcemente in questa schizofrenia, avvicinandola sempre pi
al proprio alter ego lontano. Michel, Michel mio carissimo; torna da me.
Io amo Joseph, ma sogno Michel. All'inizio non osava quasi neanche
guardarsi allo specchio, tanto era convinta che si vedesse il suo segreto.
La pelle del suo viso era tesa dalle terribili informazioni che si nascon-
devano appena sotto di essa; la sua voce e i suoi movimenti avevano
una lentezza quasi subacquea che la tenevano miglia e miglia lontana dal
resto dell'umanit: sono uno spettacolo per attrice sola ventiquattr'ore
su ventiquattro; c' il mondo intero e poi ci sono io. Poi a poco a poco,
col trascorrere del tempo, la paura di essere smascherata lasci il posto a

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un'affettuosa mancanza di rispetto per gli innocenti che le stavano at-


torno, incapaci di vedere ci che ogni giorno veniva loro sbattuto sotto
il naso. Sono quelli da cui provengo, pensava. Sono me prima che pas-
sassi attraverso lo specchio. Con Joseph, ricorreva alla tecnica perfezio-
nata durante il viaggio attraverso la Jugoslavia. Era il compagno cui rife-
riva ogni azione e ogni decisione; era l'amante cui raccontava le barzel-
lette e per il quale si truccava. Era la sua ncora, il suo migliore amico, il
suo miglior tutto. Era il folletto che sbucava nei luoghi pi inaspettati,
con una prescienza quasi incredibile dei suoi movimenti ora a una fer-
mata d'autobus, ora in biblioteca, ora alla lavanderia a gettoni, seduto
sotto i tubi al neon fra tante mamme trasandate, a guardar turbinare le
proprie camicie. Lei per non ne ammetteva mai l'esistenza. Era com-
pletamente fuori dalla sua vita, fuori da qualsiasi contatto eccezion
fatta per quegli appuntamenti furtivi che le davano tanta forza. Ed ecce-
zion fatta per il suo alter ego, Michel. Per le prove di Come vi piace, la
compagnia aveva affittato una vecchia sala d'armi dell'esercito territoria-
le, nei pressi della Victoria Station, e lei ci andava ogni mattina e ogni
sera si lavava i capelli per scacciarne l'odore rancido della birra militare.
Permise a Quilley di invitarla a pranzo da Bianchi e lo trov strano.
Sembrava volesse metterla in guardia contro qualcosa, ma quando lei gli
chiese apertamente di che si trattava, lui tacque, dicendo solo che le idee
politiche riguardavano esclusivamente coloro che le professavano e che
era per questo che aveva combattuto in guerra con le giubbe verdi. In
compenso si era orribilmente ubriacato. Dopo averlo aiutato a firmare il
conto, Charlie si un alla folla in strada con la sensazione di correre da-
vanti a se stessa; di seguire la propria sagoma inafferrabile che s'allonta-
nava nel ballonzolare di tutta quella gente. Mi sono distaccata dalla vita.
Non trover mai il modo di rientrarvi. Ma mentre pensava questo, sent
una mano che le sfiorava il gomito ed era Joseph che le passava accanto
per un attimo prima di sgusciare all'interno di Marks & Sparks. L'effetto
che le facevano questi incontri era straordinario. La tenevano in uno sta-
to permanente di vigilanza e, a esser sincera, di desiderio. Un giorno
senza di lui era un giorno vuoto; ma le bastava intravvederlo perch il
suo cuore e il suo corpo fremessero come quelli di una sedicenne. Leg-
geva i pi rispettabili giornali della domenica e studiava le ultime stupe-
facenti rivelazioni sui Sackville-West o si trattava dei Sitwell? e si
stupiva della presuntuosa irrilevanza della mentalit inglese dominante.
Rivedeva la Londra che aveva dimenticato e trovava ovunque conferme

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alla propria identit di radicale che aveva scelto la strada della violenza.
La societ come lei la conosceva era una pianta morta; il suo compito
consisteva nel toglierla di mezzo per far crescere sullo stesso terreno
qualcosa di meglio. Glielo dicevano i visi senza speranza dei clienti che
camminavano, strascicando i piedi come schiavi ammanettati, nei super -
mercati illuminati al neon; come glielo dicevano i vecchi senza pi spe-
ranze e gli sguardi velenosi dei poliziotti. E i ragazzi negri che oziavano
guardando passare le Rolls-Royce, e le banche lucenti con il loro aspetto
di chiese laiche, e quegli sgobboni cos insopportabilmente virtuosi dei
loro dirigenti. Le imprese immobiliari che attiravano gli illusi nelle trap-
pole della propriet; gli spacci di bevande alcoliche, le sale per le scom-
messe, il vomito le bastava un piccolo sforzo perch tutta Londra le
apparisse una pattumiera mai svuotata di speranze abbandonate e di
anime deluse. Grazie ai suggerimenti che le aveva dato Michel, costruiva
ponti mentali tra lo sfruttamento capitalistico nel Terzo Mondo e quello
in Camden Town, sui gradini di casa sua. Vissuta cos vivacemente, la
vita le forn anche un pesante simbolo dell'uomo alla deriva. Una dome-
nica mattina di buon'ora, mentre passeggiava sull'alzaia del Regent's Ca-
nal diretta in realt a uno dei pochi appuntamenti programmati con
Joseph ud il suono profondo di uno strumento a corde che modulava
uno spiritual negro. Poi il canale si apr e lei, al centro di un porticciolo
di magazzini abbandonati, vide un vecchio negro che pareva uscito dalla
Capanna dello zio Tom e che, seduto su una zattera legata a un palo,
suonava il violoncello per un gruppo di bambini affascinati. Era una
scena felliniana; era kitsch; era un miraggio; era una visione ispirata che
veniva dal suo subconscio. Qualunque cosa fosse, divenne per parecchi
giorni un personalissimo termine di riferimento per tutto ci che si ve-
deva attorno, troppo personale persino per confidarlo a Joseph, poich
temeva che lui ne ridesse o, peggio ancora, che ne offrisse una spiega-
zione razionale. And qualche volta a letto con Al perch non voleva
avere crisi con lui e perch, dopo la lunga astinenza con Joseph, il suo
corpo ne aveva bisogno; e poi glielo aveva ordinato Michel. Non gli
permise di venire nel suo appartamento, perch lui era di nuovo senza
casa e Charlie aveva paura che cercasse di installarsi, come aveva gi fat-
to un'altra volta prima che lei gli scaraventasse in strada vestiti e rasoio.
Senza contare che l'appartamento conteneva ora nuovi segreti e che per
niente al mondo li avrebbe mai divisi con lui: il suo letto era quello di
Michel, la pistola di Michel era stata sotto il guanciale e Al o chiunque

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altro, non l'avrebbero mai indotta a profanarlo. Con Al inoltre andava


molto cauta, perch Joseph l'aveva informata che il suo progetto cine-
matografico era finito in niente e lei sapeva quanto potesse diventare
cattivo quando era ferito nell'orgoglio. Il loro primo appassionato ricon-
giungimento avvenne nel solito pub, dove Charlie trov il grande filoso-
fo che troneggiava su un paio di discepoli di sesso femminile. Avvici-
nandosi a lui, pensava: sentir l'odore di Michel, nei miei vestiti, sulla
mia pelle, nel mio sorriso. Ma Al era troppo affaccendato a dimostrare
la propria indifferenza per percepire qualsiasi odore. Con un piede spin-
se indietro una sedia per lei che, sedendosi, pens: Dio mio, meno di un
mese fa quest'uomo da niente era il mio consigliere principale su ci che
fa girare il mondo. Quando il pub chiuse e andarono insieme a casa di
un amico, requisendo la sua camera per gli ospiti, si spavent accorgen-
dosi che nella sua immaginazione era Michel che entrava in lei e il viso
di Michel che la guardava e il corpo olivastro di Michel che le pesava ad-
dosso nella penombra Michel, il suo giovanissimo killer, la stava por-
tando all'orgasmo. Ma dietro Michel c'era anche un'altra figura, Joseph,
finalmente suo; la sua sessualit ardente e repressa che finalmente esplo-
deva, il suo corpo segnato e la sua mente segnata che s'abbandonavano
a lei.
Domeniche a parte, leggeva solo sporadicamente la stampa capitali-
stica, e anche se ascoltava i giornali radio della societ consumista, non
venne a sapere niente di una ragazza inglese coi capelli rossi ricercata
per aver portato clandestinamente in Austria dell'esplosivo al plastico
russo ad alto potenziale. E' una cosa che non mai avvenuta. Erano al-
tre due ragazze, una delle mie piccole fantasie. Per quasi tutto il resto, le
condizioni del mondo avevano cessato d'interessarla. Lesse di un atten-
tato palestinese ad Aquisgrana e di un'incursione di rappresaglia israelia-
na su un campo nel Libano, conclusa con la morte di numerosi civili.
Lesse del crescente furore popolare in Israele e la fece debitamente rab-
brividire l'intervista nella quale un generale israeliano prometteva di ri-
solvere la questione palestinese sradicandola completamente. Ma,
dopo il suo corso accelerato di cospiratrice, non credeva pi nella ver-
sione ufficiale degli eventi, non vi avrebbe mai pi creduto. La sola vi-
cenda che seguiva con una certa continuit era quella di una gigantesca
femmina panda dello zoo di Londra che si rifiutava d'accoppiarsi, se-
condo le femministe per colpa del maschio. Lo zoo, tra l'altro, era uno
dei luoghi preferiti di Joseph. Vi si incontravano su una panchina, se

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non altro per tenersi le mani come due innamorati, prima di andarsene
ognuno per la propria strada. Tra poco, diceva lui. Tra poco. Proceden-
do in questa maniera, recitando in continuazione per un pubblico invisi-
bile, sorvegliando ogni parola e ogni gesto per evitare momentanee di-
sattenzioni, Charlie si sorprese a fare molto affidamento sui rituali. Du-
rante i weekend andava di solito al circolo di Peckham e, in una grande
sala ad archi sufficientemente ampia per recitare Brecht, spronava all'a-
zione il suo gruppo filodrammatico giovanile che tanto amava. Stavano
preparando per Natale una pantomima rock, uno spettacolo assoluta-
mente anarchico. Il venerd andava a volte al pub di Al e il mercoled
portava due bottiglie da un litro di birra scura a Miss Dubber, che abita-
va voltato l'angolo ed era un'ex ballerina di fila e una prostituta in pen-
sione. Miss Dubber aveva l'artrite e il rachitismo, nonch un buon nu-
mero di malattie ancor pi serie e malediceva il proprio corpo con il
fervore che riservava un tempo agli amanti meno generosi. Charlie, in
cambio, riempiva le orecchie di Miss Dubber di meravigliose storie in-
ventate sullo scandaloso mondo dello spettacolo e le due donne rideva-
no cos fragorosamente che i vicini dovevano alzare il televisore per sof-
focare il loro baccano. Per il resto Charlie non trovava compagnia, ben-
ch la sua carriera d'attrice le avesse fornito una mezza dozzina di fami-
glie cui avrebbe potuto rivolgersi se ne avesse avuto voglia. Parl per te-
lefono con Lucy; combinarono di vedersi, ma senza fissare un appunta-
mento preciso. Rintracci Robert a Battersea, ma gli amici di Mykonos
erano come compagni di scuola di dieci anni prima: non c'era pi una
vita da spartire con loro. And a mangiare un pollo al curry con Willy e
Pauly, che per progettavano di separarsi e quindi fu ancora un fiasco.
Tent persino, senza successo, di contattare qualche altro amico del
cuore di precedenti esistenze, e fin per diventare una specie di zitella.
Innaffiava le giovani piante della sua strada quando il tempo era asciutto
e appendeva al suo davanzale dei cestini metallici pieni di noci sgusciate
per i passeri, perch era uno dei segnali destinati a lui, come l'adesivo
del Disarmo mondiale sulla sua macchina e la C d'ottone che portava
su un'etichetta di pelle fissata alla sua borsa a tracolla. Lui li chiamava
segnali di sicurezza e le aveva fatto provare ripetutamente come servir-
sene. La scomparsa di uno di loro equivaleva a una richiesta d'aiuto. E
nella borsetta c'era un foulard di seta bianca nuovo di zecca non per ar -
rendersi ma per dire Sono arrivati, se mai questo fosse avvenuto. Te-
neva aggiornata la propria agenda, riprendendo da dove si era interrotto

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il Comitato letterario; complet il restauro di un ricamo comprato poco


prima d'andare in vacanza, nel quale Lotte a Weimar si consumava sino
a morirne sulla tomba di Werther. Ancora io, buttata sul classico. Scrive-
va lettere interminabili al suo uomo scomparso, ma a poco a poco cess
d'impostarle. Michel, caro, oh, Michel, per piet, torna da me. Si teneva
comunque lontana dalle case occupate e dalle librerie alternative di
Islington, dove una volta andava ogni tanto a prendere torpidamente il
caff; e pi ancora dal gruppo degli arrabbiati di St' Pancras i cui occa-
sionali volantini, dettati dalla cocaina, andava un tempo a distribuire
perch nessun altro se ne incaricava. Recuper finalmente la propria
macchina da Eustace, il meccanico, una Fiat col motore truccato che le
aveva fracassato Al e, in occasione del proprio compleanno, la port a
prender aria guidandola sino a Rickmansworth per far visita a quella
stronza di sua madre e per portarle la tovaglia che le aveva comprato a
Mykonos. Di solito queste visite la terrorizzavano: la trappola del pran-
zo domenicale, con tre verdure e una crostata di rabarbaro, e poi sua
madre che le raccontava dettagliatamente tutti i torti che le aveva fatto il
mondo dall'ultima volta che si erano viste. Ma stavolta scopr, con sor-
presa, di essere con lei in rapporti eccellenti. Trascorse l la notte e la
mattina dopo si mise un foulard scuro, non quello bianco, e la port in
chiesa, sforzandosi di non pensare all'ultima volta che si era messa un
foulard. Inginocchiatasi, si sent stimolata da un inatteso residuo di de-
vozione e offr fervidamente le proprie numerose identit al servizio di
Dio. Ascoltando l'organo, si mise a piangere, cosa che la port a do-
mandarsi sino a che punto, dopo tutto, controllava ancora la propria
mente. E' perch non ho il coraggio di tornare nel mio appartamento,
pens.
Ci che la sconcertava era la maniera diabolica in cui questo apparta-
mento era stato alterato per farlo corrispondere alla nuova personalit
cui con tanta diffidenza si andava adattando: un cambiamento di scena,
le cui proporzioni si erano rivelate solo gradatamente. Di tutta questa
nuova vita, il subdolo rifacimento dell'appartamento durante la sua as-
senza era certo l'aspetto pi conturbante. Lo aveva sino allora conside-
rato un luogo sicuro, una sorta di Ned Quilley architettonico. Lo aveva
ereditato da un attore disoccupato che, dedicatosi ai furti con scasso, si
era messo in pensione, trasferendosi in Spagna con il suo amichetto. Si
trovava al limite settentrionale di Camden Town, sopra un caff per ca-
mionisti indiani di Goa, che si animava alle due del mattino e rimaneva

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aperto a servire samosas e colazioni fritte sino alle sette. Per arrivare alla
scala, bisognava incunearsi tra il gabinetto e la cucina e attraversare un
cortile, e nel frattempo lasciarsi squadrare dal padrone, dal cuoco e dallo
sfacciato amichetto del cuoco, per non parlare di chi si serviva in quel
momento del cesso. E una volta arrivati in cima alla scala, bisognava su-
perare un'altra porta per entrare nel sacro dominio che comprendeva un
attico monolocale con il pi bel letto del mondo, una stanza da bagno e
una cucina, tutte separate e a fitto bloccato. Ma ora all'improvviso Char-
lie aveva perso la consolazione della sicurezza. Gliel'avevano rubata. Era
come se, durante la sua assenza, avesse prestato l'appartamento a qual-
cuno e costui ci avesse fatto tutto quello che non doveva fare. Ma come
avevano potuto entrarvi inosservati? Fece qualche domanda nel caff,
ma nessuno sapeva niente. C'era per esempio il suo scrittoio, con le let-
tere di Michel ficcate in fondo a un cassetto gli originali di cui aveva
visto a Monaco le fotocopie. C'era il suo fondocassa di combattente,
trecento sterline in biglietti usati da cinque, nascosto dietro il pannello
rotto del bagno, dove teneva l'erba ai tempi in cui fumava. Li trasfer
sotto le assi del pavimento, poi li riport in bagno, poi di nuovo sotto le
assi. C'erano i souvenir, i cari frammenti del suo amore, dal primo gior-
no a Nottingham in poi: le scatole di fiammiferi del motel; la penna a
sfera a buon mercato con cui aveva scritto la sua prima lettera a Parigi;
le primissime orchidee rossastre appiattite tra le pagine del libro di cuci-
na Mrs' Beeton; il primo vestito che lui le aveva comprato a York, ed
erano andati insieme nel negozio; gli orribili orecchini che le aveva dato
a Londra e che lei non riusciva assolutamente a mettere, se non per far
piacere a lui. Ma queste erano cose che si aspettava; Joseph l'aveva prati-
camente preavvertita. Ci che la turbava erano quei piccoli tocchi che,
man mano che vi si abituava, diventavano pi Charlie di Charlie: nella li-
breria, copie lette e rilette di opere in carta patinata sulla Palestina, con
caute dediche di pugno di Michel; sulla parete un manifesto filopalesti-
nese con i lineamenti da rana del primo ministro israeliano spietatamen-
te sovrastanti le sagome dei profughi arabi; e accanto la serie delle carti-
ne a colori che mostravano il procedere dell'espansione israeliana a par-
tire dal 1967, con dei punti interrogativi di suo pugno sopra Tiro e Si-
done, dovuti alla lettura delle rivendicazioni di Ben Gurion su queste
due citt; e la pila delle riviste malstampate di propaganda antisraeliana
in inglese. Questa sono proprio io, pens, passando lentamente in rasse-
gna la collezione; una volta che ho abboccato, corro fuori e compro tut-

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to. Solo che io non l'ho fatto. Sono stati loro. Ma dire queste cose non
l'aiutava, e col tempo non le fu facile mantenere mentalmente questa di-
stinzione. Michel, per l'amor di Dio, ti hanno preso?
Poco dopo il suo ritorno a Londra, si rec, seguendo le istruzioni, al-
l'ufficio postale di Maida Vale, dove, presentati i documenti, ritir un'u-
nica lettera, col timbro postale di Istanbul, evidentemente arrivata dopo
la sua partenza per Mykonos. Cara. Non manca molto ad Atene. Ti
amo. Firmata M. Due righe per ravvivare il suo entusiasmo. Ma la vi-
sta di questo messaggio diretto la turb profondamente. Un'orda d'im-
magini sepolte salt fuori a tormentarla. I piedi di Michel che strisciava-
no gi dalla scala nelle scarpe di Gucci. Il suo bel corpo afflosciato e
sorretto dai carcerieri. Il suo viso di cerbiatto, troppo giovane per essere
chiamato alle armi. La sua voce troppo ricca, troppo innocente. Il me-
daglione d'oro che batteva delicatamente sul nudo petto olivastro. Ti
amo, Joseph. In seguito torn spessissimo all'ufficio postale, anche due
volte al giorno, sino a diventare un personaggio familiare, se non altro
perch se ne andava sempre a mani vuote e con un viso sempre pi
sconvolto; un saggio di recitazione delicato e ben diretto, che lei aveva
preparato con cura e cui Joseph, nella sua qualit di istruttore segreto,
aveva pi di una volta assistito di persona mentre comprava francobolli
allo sportello accanto. Nello stesso periodo, nella speranza che si deci-
desse a farsi vivo, Charlie mand tre lettere a Michel all'indirizzo di Pari-
gi in cui lo supplicava di scriverle, diceva d'amarlo e gli perdonava in an-
ticipo il suo silenzio. Erano le prime lettere a Michel che avesse scritto e
composto personalmente. Per ragioni misteriose, lo spedirle le dava sol-
lievo; conferivano autenticit alle precedenti e ai sentimenti che vi erano
espressi. Ogni volta che ne scriveva una, la imbucava nella cassetta che
le era stata indicata e immaginava che ci fosse qualcuno a sorvegliarla,
ma aveva imparato a non guardarsi attorno e a non pensarci. Una volta
vide Rachel nella vetrina di un Wimpy Bar, con un'aria molto trasandata
e molto inglese. Una volta Raoul e Dimitri le passarono accanto in mo-
tocicletta. L'ultima lettera a Michel la sped per espresso nello stesso uf-
ficio postale dove andava inutilmente a chieder posta, e scrisse caro ti
prego ti prego ti prego oh ti prego, scrivimi lungo il verso della busta
dopo averla affrancata, mentre Joseph aspettava paziente dietro di lei. A
poco a poco, cominci a considerare la propria vita di quelle tre setti-
mane come qualcosa scritto un po' in grande e un po' in piccolo. Era in
grande il mondo in cui viveva. In piccolo il mondo dove entrava e usci-

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va di nascosto quando il mondo non guardava. Nessuna delle sue rela-


zioni amorose, neanche quelle con uomini molto sposati, era mai stata
cos segreta.
A Nottingham ci andarono il quinto giorno. Joseph ricorse a precau-
zioni straordinarie. And a prenderla con una Rover a una lontanissima
stazione della metropolitana un sabato sera e la ricondusse indietro la
domenica pomeriggio. Le aveva portato una parrucca bionda, veramen-
te bella, e un vestito di ricambio, pi una pelliccia, in una valigia. Aveva
prenotato una cena a tarda ora, e fu orribile come la prima; a met del
pasto, Charlie confess di essere terribilmente spaventata dall'idea che il
personale potesse averla riconosciuta nonostante la parrucca e la pellic-
cia e volle sapere che fine aveva fatto il suo unico vero amante. Poi si ri-
tirarono in camera loro, due casti letti gemelli che nella finzione avevano
rifatto unendoli assieme e disponendo i materassi nella direzione oppo-
sta. Per un attimo lei pens davvero che stesse per succedere. Quando
usc dal bagno, Joseph giaceva lungo disteso sul letto e la stava guardan-
do, e lei gli si sdrai accanto e gli pos la testa sul petto, e poi alz il
viso e cominci a baciarlo, piccoli baci leggeri sui punti preferiti, intor-
no alle tempie, sulle guance e infine sulle labbra. La mano di lui la sco-
st, poi si pos sul suo viso, e Joseph le restitu il bacio, tenendole la
mano sulla guancia e con gli occhi ben aperti. Infine, con molta dolcez-
za, la allontan da s e si mise a sedere. Dandole ancora un bacio: d'ad-
dio. Ascolta disse prendendo la giacca. Le stava sorridendo. Il suo bel
sorriso gentile, il migliore. Lei ascolt e ud la pioggia di Nottingham
battere contro la finestra la stessa pioggia che li aveva tenuti a letto
per due notti e per una lunga giornata. Il mattino dopo ripercorsero con
nostalgia le stradicciole su cui lei e Michel avevano corso insieme nelle
campagne circostanti prima che il desiderio li costringesse a tornare in
fretta al motel: tutto per la memoria visiva, le assicur Joseph con estre-
ma seriet, e per quel tanto di fiducia in pi che d l'aver visto. Tra l'una
e l'altra di queste lezioni, le insegn anche, in piccole parentesi di sollie-
vo, certe altre cose. Dei segnali silenziosi, come lui li chiamava, e un me-
todo di scrittura segreta all'interno dei pacchetti di sigarette Marlboro
che, chiss per quale ragione, lei non riusc a prendere sul serio. pi di
una volta s'incontrarono da un noleggiatore di costumi teatrali dietro lo
Strand, di solito dopo le prove. Sarai venuta per la prova, eh, cara? di-
ceva una colossale signora bionda sulla sessantina, che indossava abiti di
linea morbida, ogni volta che Charlie varcava la soglia. Da questa parte,

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cara e l'accompagnava in una camera sul retro, dove Joseph stava sedu-
to ad aspettare come il cliente di una puttana. L'autunno ti dona, pensa-
va lei, notando di nuovo la brina sui suoi capelli e il rosa del freddo sulle
guance; ti doner sempre. Ci che pi la preoccupava era non sapere
come comunicare con lui. Dove alloggi? Come posso mettermi in con-
tatto con te? Attraverso Cathy. Hai i segnali di sicurezza e hai Cathy.
Cathy era la sua cima di salvataggio e il paravento di Joseph, la custode
della sua inaccessibilit. Ogni sera, tra le sei e le otto, Charlie entrava in
una cabina telefonica, sempre diversa, e faceva un numero del West End
per raccontare a Cathy la sua giornata come erano andate le prove, se
aveva notizie di Al e della banda, come stava Quilley e se avevano parla-
to di future parti, se aveva gi fatto il provino per il film e se aveva biso-
gno di qualcosa spesso per mezz'ora e pi. All'inizio Charlie detestava
Cathy, considerandola un ostacolo al suo rapporto con Joseph, ma a
poco a poco cominci ad attendere con piacere queste chiacchierate
perch Cathy si rivel in possesso di un gradevole umorismo vecchio
stile e di un'ampia dose di solida saggezza. Charlie s'immaginava una
persona espansiva e distaccata e probabilmente canadese; come quelle
imperturbabili strizzacervelli da cui andava a farsi visitare alla clinica Ta-
vistock quando l'avevano espulsa dalla scuola e aveva paura d'impazzire.
E questa fu una bella intuizione da parte di Charlie, perch Miss Bach,
pur essendo americana e non canadese, aveva medici in famiglia da varie
generazioni.
La casa di Hampstead che Kurtz aveva affittato per i sorveglianti era
molto grande e sorgeva in una tranquilla zona un po' fuori mano, predi-
letta dalle scuole di guida Finchley. I suoi padroni, su proposta del caro
amico Marty di Gerusalemme, si erano trasferiti a Marlow, ma la casa
era ancora una guarnigione di sommessa e intellettuale eleganza. C'era-
no quadri di Nolde in salotto e una fotografia con dedica di Thomas
Mann nella serra e una gabbia d'uccelli che cantavano quando la caricavi
e una libreria con scricchiolanti sedie di pelle e una sala di musica con
un pianoforte a coda Bechstein. C'era un ping-pong nel seminterrato e,
dietro, un aggrovigliato giardino con un campo da tennis in avanzato
stato di disfacimento, che aveva indotto i ragazzi a inventare un nuovo
gioco, una sorta di tennis-golf per utilizzarne le buche. Sulla facciata
c'era una piccola portineria, ed era l che avevano affisso i loro cartelli
con la scritta: Gruppo di studi ebraici e umanistici, accesso riservato
agli studenti e al personale, cartelli che a Hampstead non suscitavano

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indebite curiosit. Erano in tutto quattordici, compreso Litvak, ma si


erano disseminati sui quattro piani con una cos felina e silenziosa disci-
plina che sarebbe stato difficile credere nella presenza di qualcuno. Il
morale per loro non era mai stato un problema, e la casa di Hampstead
lo sollevava ancora di pi. Amavano i mobili scuri e la sensazione che
ogni oggetto avesse l'aria di saperla pi lunga di loro. Amavano lavorare
tutto il giorno e spesso anche met della notte, per tornare poi in questo
tempio di raffinata vita ebraica; e anche vivere di quel retaggio. Quando
Litvak suonava Brahms, e lo suonava benissimo, persino Rachel, fanati-
ca della musica pop, accantonava i suoi pregiudizi e scendeva ad ascol-
tarlo, anche se come non si stancavano mai di ricordarle all'inizio si
era ribellata all'idea di tornare in Inghilterra e si era ostentatamente ri-
fiutata di viaggiare con un passaporto britannico. Con un cos bello spi-
rito di squadra, si erano sistemati ad aspettare da perfetti professionisti.
Evitavano, senza che nessuno glielo avesse ordinato, i pub e i ristoranti
del quartiere, nonch i contatti non necessari con la gente del posto. Si
preoccupavano tuttavia di spedirsi lettere e di comprare latte e giornali e
di fare insomma le cose la cui omissione poteva essere notata da vicini
troppo curiosi. Giravano spesso in bicicletta e li lusing enormemente
scoprire quali illustri anche se a volte discutibili ebrei avevano vissuto
qui prima di loro, e non ci fu uno che non present i suoi sarcastici
omaggi alla casa di Friedrich Engels o alla tomba di Karl Marx nel cimi-
tero di Highgate. La loro autorimessa era un piccolo ed elegante garage
verniciato di rosa nei pressi di Haverstock Hill, con una vecchia Rolls-
Royce argentea in vetrina e un cartello con la scritta Non in vendita
appartenente a un certo Bernie. Bernie era un omone ringhioso con un
viso scuro, un vestito blu, una sigaretta fumata a met e un cappello di
feltro blu, simile a quello di Schwili, che teneva in testa anche mentre
scriveva a macchina. Possedeva un gran numero di furgoni, di auto, di
motociclette e di targhe, e il giorno del loro arrivo espose un grande
cartello che diceva: Affari solo per contratto. Non si ammettono visita-
tori. Una banda di maledetti finocchi spieg grossolanamente agli
amici. Si sono presentati come rappresentanti di una casa cinematogra-
fica. Hanno noleggiato tutto quello che c'era nel mio maledetto garage,
e mi hanno pagato con delle maledette banconote usate come cazzo
avrei fatto a resistere? Tutto questo, sino a un certo punto, era vero,
perch tale era la finzione che avevano concordato con lui. Ma Bernie la
sapeva ben pi lunga. Anche Bernie, ai suoi tempi, aveva fatto qualche

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cosetta. Intanto, quasi ogni giorno, arrivavano notiziole interessanti, tra-


mite l'ambasciata di Londra, come le voci di una battaglia lontana. Ros-
sino era tornato nell'appartamento di Yanuka a Monaco, questa volta in
compagnia di una bionda che confermava le loro teorie sulla ragazza
conosciuta come Edda. Il tal dei tali aveva reso visita al tal dei tali a Pa-
rigi o a Beirut o a Damasco o a Marsiglia. Grazie all'identificazione di
Rossino, si erano aperte nuove piste in varie direzioni. Spesso, sino a tre
volte la settimana, Litvak forniva istruzioni e apriva un libero dibattito.
Se c'erano fotografie, presentava anche uno spettacolo di lanterna magi-
ca, con brevi conferenze sugli pseudonimi conosciuti, i modi di com-
portamento, i gusti personali e le abitudini di lavoro. Ogni tanto orga-
nizzava gare di quiz con divertenti premi per i vincitori. A volte, ma non
spesso, veniva ad ascoltare le ultime notizie anche il grande Gadi Bec-
ker, mettendosi a sedere in fondo alla stanza, lontano da tutti e andan-
dosene appena conclusa la riunione. Di quella che era la sua vita lonta-
no da loro non sapevano niente e non si aspettavano di saperne qualco-
sa; era l'agente mobile, una razza a parte; era Becker, l'eroe mai celebra-
to di un numero di missioni segrete superiore a quello dei compleanni
della maggior parte di loro. Lo chiamavano affettuosamente il Lupo
della steppa, e si raccontavano impressionanti aneddoti semiveri sulle
sue imprese. La chiamata arriv il diciottesimo giorno. Un telex da Gi-
nevra li mise in preallarme, un cablogramma da Parigi forn la confer-
ma. Meno di un'ora dopo, i due terzi della squadra erano gi in cammi-
no, diretti a ovest nella nera pioggia.

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La compagnia si chiamava Gli Eretici e la tourne era cominciata a
Exeter davanti a una congregazione appena uscita dalla cattedrale: don-
ne nel mauve del mezzo lutto, vecchi preti perennemente vicini alle la-
crime. Quando non avevano la matine, gli attori vagavano sbadigliando
per la citt e la sera, dopo lo spettacolo, mangiavano formaggio e beve-
vano vino con ferventi discepoli delle arti, perch il contratto prevede-
va, tra l'altro, di scambiar perline con gli indigeni. Da Exeter erano an-
dati a recitare nella base navale di Plymouth davanti a giovani e disorien-

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tati ufficiali alle prese con l'arduo problema se riconoscere o no ai tecni-


ci di scena una temporanea condizione di gentiluomini e ammetterli
quindi alla loro mensa. Ma sia Exeter sia Plymouth erano state citt di
orge e sfrenatezze se paragonate ai gocciolanti e granitici centri minerari
in fondo alla penisola di Cornovaglia, con i loro angusti vicoli trasudanti
nebbia marina e i loro alberi rachitici ingobbiti dal vento. Gli attori si
erano sparpagliati in una mezza dozzina di residence e a Charlie capit
un'isola col timpano d'ardesia interamente circondata da ortensie, dove,
quando stava a letto, lo sferragliare dei treni per Londra la faceva sentire
una naufraga stuzzicata dalla vista di navi lontane. Il teatro era stato im-
piantato all'interno di un palazzo dello sport e dallo scricchiolante pal-
coscenico si poteva sentire l'odor di cloro della piscina e udire, al di l
del muro, i pigri rimbombi delle palle dello squash. Il pubblico era com-
posto di persone in foulard i cui sguardi intontiti e invidiosi ti dicevano
che avrebbero fatto meglio di te, se solo si fossero abbassati al punto di
provarci. E il camerino era lo spogliatoio delle donne, e fu l che le por-
tarono le orchidee mentre lei si stava truccando, dieci minuti prima
dell'inizio. Le vide dapprima nel lungo specchio sopra i lavabi, fluttuare
sulla soglia, imbacuccate sino al collo nell'umida carta bianca. Le vide
esitare e avanzare poi incerte verso di lei. Ma continu a truccarsi, come
se non avesse mai visto un'orchidea in vita sua. Una spruzzata di profu-
mo, portata in braccio, come un neonato fasciato di carta, da una vesta-
le cinquantenne della Cornovaglia di nome Val, con trecce nere e uno
scialbo, ignorato sorriso. Rossastre. Con la presente dichiaro che tu sei
la bella Rosalinda disse Val con civetteria. Cadde un silenzio ostile, du-
rante il quale l'intero cast femminile assapor l'irrilevanza di Val. Era
l'ora in cui gli attori sono pi nervosi, e anche pi taciturni. Sono io
Rosalinda ammise Charlie in tono ben poco incoraggiante. Perch? E
si mise ad armeggiare con una matita per gli occhi, per dimostrare che
non le importava molto della risposta. Con un gesto fastosamente ceri-
monioso, Val pos le orchidee nel lavabo e s'affrett a congedarsi, men-
tre Charlie prendeva in mano la busta sotto gli occhi di tutti quelli a cui
poteva interessare vederla. Per Miss Rosalinda. Grafia continentale, pen-
na a sfera blu anzich inchiostro nero. Dentro, un biglietto da visita
continentale, molto lucido. Il nome non stampato ma tracciato diago-
nalmente con aguzze e anonime maiuscole. ANTON MESTERBEIN,
GINEVRA. Sotto una sola parola, Giustizia. Niente messaggio e niente
Giovanna, spirito della mia libert. Charlie spost l'attenzione sull'al-

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tro sopracciglio, dedicandogli cure particolari come se fosse la cosa pi


importante della terra. Chi , Chas? disse una Pastorella dal lavabo vi-
cino. Era appena uscita dall'universit, et mentale quindici anni. Con la
fronte corrugata dalla concentrazione, Charlie esamin criticamente allo
specchio la propria opera. Devono essere costate un capitale, eh,
Chas? disse la Pastorella. Eh, Chas? echeggi Charlie. E' lui! E' una
sua parola. E allora perch non qui? Perch il biglietto non di suo
pugno? Non fidarti di nessuno, l'aveva avvertita Michel. Ma soprattutto
diffida di chi sostiene di conoscermi. E' una trappola. Sono gli sbirri.
Devono aver saputo della mia corsa attraverso la Jugoslavia. Vogliono
servirsi di me per accalappiare il mio amante. Michel, Michel! Amor
mio, vita mia dimmi, cosa devo fare? Si sent chiamare per nome: Ro-
salinda, dove diavolo Charlie? Charlie, Cristo. In corridoio, un grup-
po di nuotatori, con gli asciugamani al collo, guardarono senza espres-
sione questa signora dai capelli rossi, che usciva in un liso costume elisa-
bettiano dallo spogliatoio delle donne. Riusc in qualche modo ad arri-
vare alla fine. Forse anche a recitare. Durante l'intervallo, il regista, un'a-
nima monacale che tutti chiamavano Frate Mycroft, le chiese guardan-
dola in uno strano modo se non le dispiaceva prendersela con un po'
pi di calma e lei promise docilmente di fare il possibile. Ma gli bad
appena: era troppo affaccendata a scrutare la platea semivuota nella spe-
ranza di scorgervi un blazer rosso. Invano. Vide altre facce per esem-
pio quelle di Rachel e di Dimitri ma senza riconoscerle. Lui non c',
pens disperata. E' un trucco. E' la polizia. Nello spogliatoio si cambi
in fretta, si mise il foulard bianco e rest l a oziare finch il portiere
non la cacci via. Nell'atrio, ferma come uno spettro dalla testa bianca
fra tutti quegli atleti che se ne stavano andando, aspett ancora, strin-
gendosi le orchidee al seno. Una vecchia signora le domand se le aveva
coltivate lei. Uno scolaretto le chiese un autografo. La Pastorella le tir
la manica. Chas il ricevimento, perdio Val ti sta cercando dapper-
tutto! La porta del teatro sbatt alle sue spalle e Charlie usc nell'aria
della notte e rischi di farsi sbattere per terra dal vento impetuoso che
sferzava il macadam. S'accost vacillando alla sua macchina, l'apr, pos
le orchidee sul sedile del passeggero e riusc con uno sforzo a chiudere
la portiera. All'inizio l'accensione non prese e, quando finalmente si de-
cise, il motore cominci a correre come un cavallo impaziente di torna-
re a casa. Mentre scendeva rombando il vialetto che portava alla strada
principale, Charlie vide nello specchietto i fari di un'altra macchina,

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uscita subito dopo la sua, che continuarono a seguirla, sempre alla stessa
distanza sino al residence. Parcheggi e ud ancora il vento che investi