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PAROLA DI DIO E/O PAROLE

DELL’UOMO?
Alcune riflessioni sul testo biblico e la sua dimensione teologico/narrativa

Bracciano – Base Scout 26/6/2010


Don Guido Benzi

I – PAROLE E PAROLA
Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso
(G. Ungaretti 1916)

Ci sono parole e parole. Ogni giorno siamo assediati dalle parole, siamo pieni di
parole. Al telefono, alla radio, sul giornale. Parole scritte sulle pratiche d'ufficio, parole
tratteggiate in fretta sui bloc-notes o digitate sul laptop. Parole grandi, luminescenti nelle
vetrine dei negozi, o piccole stampate in blù sullo scontrino del caffé. Eppure è così
difficile trovare la parola giusta, per quella situazione particolare. E' così difficile trovare
le parole del perdono, quelle della giustizia, quelle di consolazione. Ne abbiamo bisogno,
ma ci sfuggono dalla mente e dal cuore. Rischiamo di consumare le parole fino a farle
assomigliare ad un abito liso, di torchiarle fino allo spasimo per spremerne il senso,
lasciandole poi cadere a terra come bucce vuote: “dammi tre parole…” cantava un
banale motivetto estivo. Si costruiscono così parole sulle parole, si determina il timbro, la
qualità, le sfumature, i sottintesi, ... ma se ne perde la sostanza! E diventa triste,
constatare che anche se parliamo, forse, non siamo capaci di dir più nulla.

L'uomo si esprime parlando: Aristotile diceva che «l’uomo è un animale dotato


di parola (logos)», Genesi 2,18-24 invece mostra che Adamo è ad “immagine e
somiglianza” di Dio proprio per l’uso della parola1. Essa non è solo una voce esterna,
essa è anche la rivelazione di un pensiero interiore all'uomo che parla. Così (lo
sperimentiamo ogni volta che parliamo "davvero") nelle sue parole l'uomo si rivela
globalmente per quello che è, cioè si rivela come persona, capace di rapporti, capace di
relazioni, capace di comunicare se stesso agli altri. Parlando, dunque, l'uomo si espone
come soggetto, ma contemporaneamente, con lo stesso atto, conferisce all'altro la dignità
di persona, capace di ascolto e comprensione. Al contrario quando la parola viene
pervertita nella menzogna abbiamo la falsità e la violenza. La parola è dunque la
rivelazione di una relazione tra persone, essa è ciò che consente l'unità, la comunione,
senza cancellare le differenze, senza mortificarle, ma anzi valorizzandole.

1
Si veda G. Benzi, «E Dio vide che era cosa buona…», in Presenza Pastorale, 47 (1997) 583-592.
La parola è anche il più immediato segno della trascendenza dell’uomo a se stesso:
nessun essere umano è inventore della parola, ma parla perchè qualcuno gli ha parlato.
All'origine del nostro parlare c'é sempre questo evento, ineliminabile. All'inizio il genitore
parla al bimbo, il bimbo non lo capisce e poi, come per gioco, inizia a ripetere i suoni che
il genitore, per amore e per gioco (diremmo per gioco d'amore) gli comunica, finchè
viene il momento che il bimbo lega la realtà ai suoni, i nomi ai visi, e "impara la vita".
Insegnare a parlare, a comunicare vuol dire insegnare a vivere, vuol dire insegnare la
realtà e il mondo.

Ed è proprio per esprimere questa realtà che ‫ דבר‬parola nella Bibbia significa
anche atto, evento. Non esiste, per l'autore biblico, parola che non abbia consistenza.
Non esiste la nostra divisione tra fatti e parole, una divisione spesso polemica, arrabbiata
contro chi o che cosa svuota il senso profondo delle parole. In ebraico parola e atto 2 sono
espressi con lo stesso termine (DaBaR), la vita concreta, la propria esperienza quotidiana
non è così solo letta a livello biologico o fisiologico, ma anche al livello della parola.
Insegnare a parlare è come generare, è come dare la vita. Dire una parola è sempre
tornare ad una esperienza che viene prima di noi, che ha tutto il sapore del già detto, del
già vissuto, ha tutto il gusto della storia e della sua esperienza. Un'ultima riflessione,
importantissima. La parola è sempre in relazione col silenzio. Quando noi ascoltiamo
un amico, una conferenza, una musica, qualsiasi rumore ci infastidisce. Ogni ascolto è un
lavoro della mente che genera una parola interiore, frutto del silenzio. C'è la parola
esterna che sento o che pronuncio, che leggo. C'è una scrittura che il bimbo sillaba a
fatica, a voce alta, che gli permette di pronunciare quel suono e non un altro, quella
parola e non un altra. C'è una parola interna che pronuncia la mia mente nel silenzio,
simultaneo al rumore esterno. Una parola di cui ascolto il significato, il senso, che
intendo , capisco.

Se la realtà è contrassegnata dal "marchio" del rapporto e della differenza, la


Scrittura stessa è un sistema in rapporto con la parola pronunciata: «Grazie alla
scrittura la parola arriva fino a noi, raggiungendoci non più tramite la "voce" di chi
l'ha annunciata, ma attraverso il "significato" e la "cosa"»3. Ma il rapporto e la
differenza caratterizzano anche il dinamismo della parola stessa, inscrivendosi nella
natura dell'uomo in quanto "colui che parla" e "colui che ascolta". Ogni parola
dell'uomo è infatti anche il segno della sua complessa realtà umana. Sembra in tal senso
illuminante l'analisi del rapporto tra pensiero e parola fatta da S. Tommaso 4. Tra il
pensiero e la parola intercorre una oscurità profonda. La parola ha diverse dimensioni.
Essa si presenta come parola parlata "verbum oris", che è la parte più esterna, corporale
della parola. C'é poi una parola interiore, la parola mentale "verbum mentis", che a sua
2
Si veda Dei Verbum 2.
3
P. Ricoeur, Ermeneutica filosofica ed ermeneutica biblica, Morcelliana, Brescia 1983, 88.
4
Per l'approfondimento di questa dimensione abbiamo consultato con profitto G. Basti, «La
formazione del Verbum come operazione spirituale di un'anima razionale atto di un corpo», in Homo
Loquens. Uomo e linguaggio. Pensieri cervelli e macchine, Bologna 1989, 49-76; G. Basti, Il rapporto
mente-corpo nella filosofia e nella scienza, Bologna 1991; A. Lobato, «S. Tommaso -Homo Loquens-»,
in Homo Loquens. Uomo e linguaggio. Pensieri cervelli e macchine, Bologna 1989,13-36.
volta è anch'essa un aspetto ed un segno di una realtà più profonda, a cui l'uomo
perviene in quanto essere libero ed intelligente. Questa terza dimensione può essere
chiamata "verbum cordis"5: «La parola interiore è causa efficiente e causa finale della
parola esteriore. La parola esteriore dell'uomo dà significato solamente a ciò che
l'uomo stesso è in grado di comprendere con la sua intelligenza e non corrisponde
all'atto, alla potenza, oppure ad una disposizione acquisita [...] Il verbo interiore, o
parola umana, è prima di tutto ciò che l'uomo intende "verbum interius est ipsum
interius intellectum". L'uomo produce e dà senso alle parole esterne a partire da
questa sua interiorità. La parola orale acquista significato non in modo naturale ma
perché l'uomo partecipa in essa la sua volontà»6. Si ha dunque una parola che è il fine,
una parola che è esempio, ed una parola che è il prodotto esterno 7.

C'è la Scrittura, testimone "fisico" ed immutabile del fatto che Dio ha parlato.
Ma prima dello scritto c'è la parola: l'evento grandioso di Dio che si comunica, che
vuole entrare in amicizia con l'uomo, che lo vuole rendere partecipe di una storia di
salvezza. Lo scritto è la testimonianza di questo evento, che lo fissa in modo
autorevole ed efficace:
Su vieni, scrivi questo su di una tavoletta davanti a loro,
incidilo sopra di un documento, perchè resti per il futuro in
testimonianza eterna" (Is 30,8)

la sacra scrittura è la parola di Dio in quanto è messa per


iscritto sotto l'ispirazione dello Spirito Santo (Dei Verbum 9)

Il processo del parlare include dunque il silenzio. La parola di Dio include il


silenzio del mio ascolto e della mia comprensione. Non un silenzio vuoto, un
annullamento di me stesso, uno svuotamento, ma un silenzio che mi costituisce ancor di
più capace di capire Chi parla, perchè degno di Lui e del suo Amore.

II – PAROLA ISPIRATA8
Quanto abbiamo visto fin’ora mostra che la Bibbia è un libro molto particolare,
diversissimo da tutti gli altri "libri sacri" delle grandi religioni. La Bibbia è un libro che
nasce dalla vita di fede di una comunità, visitata dal Signore. Non è solo un libro
antico, piovuto dal cielo che ci dona dei precetti divini. Anche, ma essa è infinitamente di
più, è il testimone della rivelazione di Dio, dello svelamento dell'amore di Dio all'uomo:
«Il cristianesimo, propriamente parlando, non è punto una "religione del libro" esso è
la religione della Parola, - ma non unicamente né principalmente della Parola sotto la
sua forma scritta. Esso è la religione del Verbo, - "non d'un Verbo scritto e muto, ma
d'un Verbo incarnato e vivo". La Parola di Dio adesso è qui tra noi, "in tal maniera
5
Summa Theologica III 42,4.
6
A. Lobato, «S. Tommaso -Homo Loquens-», 29-30.
7
Quaestio Disputata De Veritate 4,1.
8
Si veda per questo paragrafo P. Beauchamp, Leggere la Sacra Scrittura Oggi, Ed. Massimo,
Milano 1990, 14-22.
che la si vede e la si tocca": Parola viva ed efficace, unica e personale, la quale unifica
e sublima tutte le parole che le rendono testimonianza. il cristianesimo non è "la
religione biblica": è la religione di Gesù Cristo»9.
La Chiesa ha sempre insegnato che autore della Bibbia, vera parola d'uomo, è Dio.
Nasce naturalmente subito una domanda: in che senso? Dobbiamo riflettere molto bene
su cosa significa parola di Dio -E- parola d'uomo.

La Bibbia è Parola di Dio, perchè ha Dio per autore

La Chiesa considera questi libri sacri e canonici, non perché composti


per iniziativa umana, siano poi stati approvati dalla sua autorità e
neppure solo perchè contengono la rivelazione senza errore.10

Dunque la Bibbia non è Parola di Dio, perchè la Chiesa l'ha approvata, così come
approva una qualche opera spirituale (il così detto "imprimatur") e neppure perchè essi
sono del tutto assenti da errore, ma solo perchè essi sono Parola di Dio. Dio è l'autore di
tali libri. Il Concilio Vaticano II riprende alla lettera questo insegnamento:
La Santa Madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici
tutti interi i libri sia dell'Antico che del Nuovo Testamento,con tutte le loro
parti, perchè scritti per ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per
autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa (DV11)
I testi stessi che la Costituzione cita danno testimonianza della antichità di questa
fede: Gv 20,31; 2Tim 3,16; 2Pt 1,19-21. 3,15-16.
fin dall'infanzia conosci le sacre Scritture: queste possono istruirti per
la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù. [16]Tutta la
Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere,
correggere e formare alla giustizia, perchè l'uomo di Dio sia completo e
ben preparato per ogni opera buona.(2Tim 3,15-16)
Ciò che è importante è che gli uomini vengono trasformati dallo Spirito in
messagggeri di Dio.

La Bibbia libro dell'uomo

Dire che la Bibbia ha Dio per autore non significa dire che l'uomo non sia stato
VERAMENTE autore della scrittura.
Per la composizione dei libri Sacri Dio scelse e si servì di uomini nel
possesso delle loro facoltà e capacità, affinchè, agendo egli in essi e per
loro mezzo, scrivessero come veri autori, tutte e soltanto quelle cose che
Egli voleva fossero scritte (DV 11)
La Teologia Cattolica classica (da S. Tommaso) utilizza per spiegare i due aspetti
umano e divino della scrittura i concetti di "causalità principale" e "causalità
strumentale". Il Concilio ha presente questa dottrina: infatti la citazione summenzionata è
9
H.De Lubac, Esegesi Medievale, Paoline, Milano 1972, II, 343.
10
Concilio Vaticano I, Cost . Dogm. Dei Filius 1870, cap 2
presa dalla Enciclica Provvidentissimus Deus di Leone XIII (18 novembre 1893). E'
questo il concetto di "causalità strumentale" della Ispirazione: Dio si serve dell'uomo
come di uno strumento libero e intelligente per realizzare l'opera letteraria in modo
conforme ai suoi disegni. Il libro sacro può essere così considerato al tempo stesso: opera
di uomo (portando in sé tutti gli elementi dello strumento umano di cui Dio si serve:
lingua, stile, cultura, immagini, ...) e come opera divina, in quanto perfettamente
conforme a ciò che Dio voleva fosse comunicato. Ma c'è di più, nel Concilio. La
"causalità strumentale" va anche inserita nel contesto della comunicazione di Dio
agli uomini, una comunicazione, abbiamo detto, che entra dentro la vita stessa degli
uomini, e prima di tutto degli autori ispirati. Ci sono due segnali che il Concilio ci
mette sul cammino della comprensione di questa Verità.

Il primo riguarda la espressione "come veri autori". Essa manca in Leone XIII. Non
si tratta di una strumentalità "passiva". Il Concilio tiene a specificarlo. Isaia quando scrive
è autore dei suoi testi così come Dante è autore della Divina Commedia. Isaia è un
grande autore! Altri scrittori ispirati non sono della stessa altezza di Isaia o di Geremia.
Eppure non sono testi meno ispirati! Non c'è un uomo totalmente passivo ed un Dio
totalmente attivo.Alcuni verbi che Leone XIII aveva usato per descrivere la Ispirazione
colla preoccupazione che nulla si togliesse a Dio, non vengono qui ripresi (suscita...
muove... assiste... comanda). Nella Bibbia TUTTO viene da Dio e TUTTO viene
dall'uomo. I "veri autori" hanno scritto solo ciò che Dio voleva. Di nuovo vediamo che il
centro, il cuore del problema sta proprio in questo fatto: il libro ha per autore Dio E
l'uomo.

L'altro segnale sta nell'espressione "in essi e per mezzo loro". Una nota del testo
ufficiale richiama la nostra attenzione. Questa espressione "mitiga" senza togliere, una
strumentalità troppo rigida. La piccola nota richiama un testo importante (Eb 1,1) ed altri
testi che sono nella stessa direzione (Eb 4,7; 2Sam 23,2; Mt 1,22). Il testo di Ebrei in
traduzione letterale (la CEI traduce "per mezzo") dice che Dio ha parlato nei tempi
antichi NEI profeti e in questi giorni NEL Figlio. La sfumatura è molto importante: "in"
non è "per mezzo", è di più. Si tratta di un concetto di "intimità" non solo di
strumentalità. Noi conosciamo Mozart non per mezzo della sua musica, ma nella sua
musica. Così Dio ci parla per mezzo di Mosè, Paolo, Isaia, Geremia, ma ancor di più IN
Mosè, Paolo, Isaia, Geremia. Essi sono opera di Dio prima ancora dei loro scritti. E' la
vita stessa dell'autore ispirato che parla Dio ed il libro, lo scritto esce ed esprime questa
intimità. Dio dunque, autore della Bibbia non toglie nessuna libertà all'uomo autore della
Bibbia. Inoltre la lettera agli Ebrei dice che Dio ha parlato nel Figlio. Ancora una volta
vediamo come il centro della comunicazione tra Dio e l'uomo passi per Gesù Cristo,
Verbo di Dio, nel quale parla Dio, nel quale Dio si rivela.

Il concetto di "intimità" che abbiamo delineato ci aiuta a capire perchè si dice che la
scrittura è ispirata dallo Spirito Santo. Questa azione divina nei confronti dell'agiografo
non è una azione violenta e autoritaria, ma è una azione nella quale la libertà dell'uomo
viene sempre rispettata. Il legame, quella "E" tra Dio e l'uomo non può essere altro che lo
Spirito Santo, quello Spirito che fa sì che la parola da Geremia entri nella mia vita e che
sia una parola vera, per me. Il Concilio ha alla fine del paragrafo 12 una espressione
molto importante : la Scrittura deve "essere letta e interpretata con l'aiuto dello Spirito
mediante il quale è stata scritta ". Quella medesimo Spirito di Dio che agisce nei
confronti dell'autore ispirato agisce analogamente anche nei confronti del lettore. Per
questo Pietro si raccomandava di non sottoporre la scrittura ad una interpretazione
privata, sganciata dalla tradizione, dalla fede, dall'azione di Dio e del suo Spirito nella
Chiesa. Come l'autore umano toccato nel suo intimo dallo Spirito può parlare Dio dal più
profondo della sua umanità. La Parola di Dio letta ancora oggi e proclamata dalla Chiesa
interroga la mia libertà e fa sì che nel medesimo Spirito io possa udire Dio, che parla a
me, che parla al nostro tempo.

III – PROFEZIA

Era necessario focalizzare il significato della parola per non costruire sul vuoto, sul
dubbio sempre in agguato nella nostra cultura, che parlar di parole (ed anche della parola
di Dio) sia costruire su macerie, siano pie ... fantasie o peggio sia un discorso su dei
"miti"…
Dio ha parlato. Dio ha parlato a noi, dal profondo dei secoli, in una storia di
persone, attraverso quella storia che giunge nelle nostre mani per la testimonianza della
scrittura. Questa è una verità fondamentale della nostra fede, la fede nel Dio che parla
cioè che comunica se stesso, la propria amicizia ed il proprio amore. Dio non si rivela
solo per allargare le nostre conoscenze teologiche, Dio rivela "se stesso" e "nel suo
immenso amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi per invitarli
ed ammetterli alla comunione con sé" (Dei Verbum 2). Dietro ogni pagina scritta della
Bibbia posso udire questa parola del Padre che insegna, incoraggia, salva e ama. Se da un
lato solo attraverso quelle parole posso ascoltare la voce di Dio, d'altro canto essa non è
limitata da quei segni scritti, perchè essa è risuonata, risuona e sempre risuonerà nel
cuore di ogni uomo a cui quelle parole giungono. La Bibbia in questo è molto differente
dal Corano e da altri libri sacri. Essa non è un Codice di norme (anche se nella Bibbia vi
sono alcune parti legali, che vanno però lette e messe in relazione con tutto il racconto
biblico), ma la testimonianza di una esperienza: Dio comunica all'uomo, Dio si comunica
all'uomo.

Assume un significato importante in questa prospettiva la figura del profeta.

1
Parole di Geremia, figlio di Chelkia, uno dei sacerdoti che
risiedevano ad Anatòt, nel territorio di Beniamino. 2A lui fu rivolta la
parola del Signore al tempo di Giosia, figlio di Amon, re di Giuda,
l’anno tredicesimo del suo regno, 3e successivamente anche al tempo di
Ioiakìm, figlio di Giosia, re di Giuda, fino alla fine dell’anno
undicesimo di Sedecìa, figlio di Giosia, re di Giuda, cioè fino alla
deportazione di Gerusalemme, avvenuta nel quinto mese di
quell’anno. (Ger 1,1-3)
Questo è l'inizio del libro del profeta Geremia, potremo, analizzando questo testo,
scoprire quali sono le linee direttrici della profezia11.

Innanzitutto in questo testo si parla di parole di Geremia e di parola del Signore.


Sono due che parlano, ma una è la parola. A ben vedere poi non si tratta neppure di due
che parlano, solo Geremia parla. E' un uomo che parla la parola di Dio, che però è anche
la sua parola. La parola di Dio appare così sempre incarnata nella parola di un uomo.
Non esiste parola di Dio se non attraverso la parola esplicita di un uomo che parla perchè
Dio gli ha messo sulla bocca le sue parole: le parole che escono da Geremia sono parole
di Dio.
Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò
in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò.Se
qualcuno non ascolterà le parole, che egli dirà in mio nome , io
gliene domanderò conto. Ma il profeta che avrà la presunzione di
dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o
che parlerà in nome di altri dèi, quel profeta dovrà morire. Se tu
pensi: Come riconosceremo la parola che il Signore non ha detta?
Quando il profeta parlerà in nome del Signore e la cosa non accadrà
e non si realizzerà, quella parola non l'ha detta il Signore; l'ha detta
il profeta per presunzione; di lui non devi aver paura. (Deuteronomio
18,18-22)

Ma vi è di più. Il primo versetto del libro di Geremia in consonanza con ciò che
abbiamo detto su "parola" nella Bibbia, potrebbe essere tradotto anche "opere di
Geremia...". La parola di Dio non risiede solo nelle parole pronunciate da Geremia, ma è
la sua vita stessa, la sua esperienza di Dio che lo manifesta e lo annuncia. Dio parla in lui,
cioè dal di dentro della sua vita. E' la vita stessa del profeta che parla Dio ed il libro, lo
scritto, esprime questa intimità. Dio dunque, autore della Bibbia non toglie nessuna
libertà all'uomo autore della Bibbia. Anche in questo è abissale la differenza che troviamo
con la concezione musulmana della parola di Dio:
O apostolo, comunica ciò che è stato fatto scendere a te, da
parte del tuo Signore, poichè se non lo farai, non avrai comunicato
il suo messaggio (Il Corano V,71)
In tale prospettiva non possiamo capire la parola di Dio se non capiamo la parola di
Geremia, ma per contro, capire la parola di Geremia non è ancora aver capito la parola di
Dio. C'è un messaggio divino espresso in una parola contingente. Dobbiamo però dire
che vi è anche una differenza tra le parole di Geremia e la parola di Dio. C'è una tensione
tra la molteplicità delle parole umane e l'unica parola di Dio dall'altra. La parola di Dio,
quando entra nella storia dell'uomo, si rivela nella molteplicità dei tempi, dei profeti

11
P. Bovati, Geremia 1-6, Dispense Pontificio Istituto Biblico, Roma 1999-2000, 24-27.
(come dice la lettera agli Ebrei) e nella verietà delle loro parole. Il nostro ascolto deve
porre in atto lo sforzo di capire in questa pluralità il senso unitario del tutto.

La parola risuona sempre in uno spazio, sia esso la cavità della bocca, o la pagina
scritta. Nel nostro inizio del libro di Geremia si indica chiaramente la sua origine (Anatot)
e la geografia del suo ministero (Giuda e Gerusalemme). La profezia è localizzata . Anche
l'asse spaziale mette in gioco il principio dell'incarnazione. Il profeta nasce, vive, opera in
un luogo determinato. Questo rischia di limitare la profezia, ma è proprio dentro questo
"luogo" particolare che la parola di Dio entra nel mondo. La profezia non è universale
perchè contemporaneamente udibile o udita in tutto il mondo. Essa ha di proprio che in
un luogo particolare si rivela un senso che vale per la totalità del mondo.
Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, nè
troppo lontano da te. Non è nel cielo, perchè tu dica: Chi salirà per
noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire?
Non è di là dal mare, perchè tu dica: Chi attraverserà per noi il mare
per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Anzi, questa
parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perchè
tu la metta in pratica. (Dt 30,11-14)

Nel nostro brano di Geremia troviamo anche molte indicazioni temporali. La


profezia è dunque datata cioè si dice il tempo per il quale il suo messaggio è pertinente.
La profezia è dunque inattuale? Ma questo poteva avvenire anche per i contemporanei di
Geremia, stando al criterio di Deuteronomio per distinguere una profezia falsa da una
vera:
Se tu pensi: Come riconosceremo la parola che il Signore non
ha detta? Quando il profeta parlerà in nome del Signore e la cosa
non accadrà e non si realizzerà, quella parola non l'ha detta il
Signore; l'ha detta il profeta per presunzione; di lui non devi aver
paura.

Solo dopo si può riconoscere la verità della profezia.


E' necessario qui mettere in campo quella intelligenza che abbiamo a lungo
esercitato sulle parabole. C'è una analogia tra il tempo della parola ed il nostro tempo:
affermare che la parola è datata, significa affermare che la storia è significativa. La
continuità della storia, che si sviluppa giorno dopo giorno, è significativa per noi. Non
possiamo capire il momento presente se non comprendiamo la storia che ci precede, vale
a dire il senso degli eventi che ci conducono fino all'oggi. Gli eventi "remoti" possono
essere decisivi per capire che cosa si è (confronta l'Esodo per gli Ebrei) . Noi leggiamo
l'Antico Testamento perchè parla di quella storia che giunge sino a noi (attraverso il
Cristo) e determina il nostro presente. In questo l'Antico Testamento è "profezia"12.

12
Ibidem, 26.
4
Mi fu rivolta questa parola del Signore:
5
«Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto,
prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato;
ti ho stabilito profeta delle nazioni».
6
Risposi: «Ahimè, Signore Dio!
Ecco, io non so parlare, perché sono giovane».
7
Ma il Signore mi disse: «Non dire: “Sono giovane”.
Tu andrai da tutti coloro a cui ti manderò
e dirai tutto quello che io ti ordinerò.
8
Non aver paura di fronte a loro,
perché io sono con te per proteggerti».
Oracolo del Signore.
9
Il Signore stese la mano
e mi toccò la bocca,
e il Signore mi disse:
«Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca.
10
Vedi, oggi ti do autorità
sopra le nazioni e sopra i regni
per sradicare e demolire,
per distruggere e abbattere,
per edificare e piantare». (Ger 1,4-10)
Qual è la vocazione di Geremia? Ad un occhio attento la risposta può venir
facilmente: l'obbedienza, cioè parlare la parola di Dio, l'annuncio che Dio è fedele a se
stesso. Questa verità urge all'interno del profeta ed egli la deve comunicare diventandone
testimone. Ci sono però degli elementi che sfuggono a questa interpretazione un pò
troppo frettolosa. C'è come una doppia investitura che l'orecchio attento non può non
scorgere in questo brano. Geremia è inviato due volte, come se Dio volesse ribadire il suo
comando. Dio stesso ridice il suo comando. Cosa significa? Questo ci ricollega a quanto
detto prima, unica è la volontà di Dio che si esprime in una molteplicità. Il fenomeno
della ripetizione nella Bibbia è un fenomeno abbastanza comune, basti pensare ai due
racconti della creazione od ai "dieci comandamenti" narrati in due parti del Pentateuco,
ed anche al fatto che i Vangeli ripropongono sostanzialmente la stessa narrazione (pur
con notevoli diversità). Ripetere significa ri-prendere in un diverso contesto, con un
linguaggio diversificato il già detto. E' questa una espressione di fedeltà ed obbedienza
alla verità. La ripetizione significa anche che una volta non basta. Ri-petere significa che
il profeta non è stato ascoltato da coloro a cui la parola era rivolta. La parola di Dio è più
forte del non-ascolto di Israele e dell'uomo, Egli perdona, ripropone il suo messaggio.
Significativa è in questo contesto l'opposizione di Geremia (di cui lo schema missione-
obbedienza non tiene conto). Egli spesso nel suo libro fa questa opposizione: la
ripetizione di Dio riscatta questa paura, logica e umana del profeta. Un messaggio
ripetuto è infine un messaggio definitivo. Dio stesso suggella la sua volontà, la sua parola
è definitiva e non solo per il profeta. Riascoltare Geremia diventa anche per noi accedere
a quella stessa verità di cui Geremia è stato portatore.
Ma non un Geremia astratto. Il brano della vocazione di Geremia dice di più.

Prende vigore a questo punto un elemento a cui abbiamo dato importanza nel
nostro discorso sulla parola. Essa viene pronunciata in un corpo concreto, essa esprime
una relazione interpersonale. Nel nostro brano abbiamo vari elementi che esprimono
questa corporeità: i verbi "formare" ed "uscire" indicanti la crescita nell'utero e la nascita;
un luogo , il "ventre" materno; un tempo, il tempo della gestazione. La vita del profeta è
indicata nella sua totalità, anche in quel tempo in cui la vita c'è ma non è evidente,
periodo misterioso agli occhi di un antico. Questo elemento (messo in luce dal pensiero
moderno colla psicoanalisi) non è estraneo al linguaggio biblico. Soprattutto il ventre
materno fecondato ed il feto che in esso si forma sono messi spesso in relazione con la
promessa da parte di Dio.Il grembo sterile (o non fecondato) è il luogo dove Dio opera la
promessa. Il figlio nato è il compimento della promessa, il figlio in gestazione è
contemporaneamente il figlio della promessa ed il figlio come promessa. Possiamo dire
dunque per Geremia che la sua vocazione è strettamente congiunta con l'essere
promessa, e che il suo profetismo si esplica non solo nelle parole, ma nella storia della
sua corporeità. In Geremia (come per ogni altro profeta) non sono significativi solo i suoi
oracoli, ma anche la storia del suo corpo è un messaggio per la gente di Gerusalemme: il
suo stare nel Tempio, il suo celibato, il non fuggire, il suo essere condannato e gettato
nella cisterna e l'uscirne miracolosamente sono segno, parole e promessa per tutti. La sua
vocazione è totalizzante, perchè in tutto lui risuona della parola di Dio. Ma tale promessa
legata al corpo del profeta è segnata anche dalla negatività, dalla morte13:
14
Maledetto il giorno in cui nacqui;
il giorno in cui mia madre mi diede alla luce
non sia mai benedetto.
15
Maledetto l’uomo che portò a mio padre il lieto annuncio:
«Ti è nato un figlio maschio», e lo colmò di gioia.
16
Quell’uomo sia come le città
che il Signore ha distrutto senza compassione.
Ascolti grida al mattino
e urla a mezzogiorno,
17
perché non mi fece morire nel grembo;
mia madre sarebbe stata la mia tomba
e il suo grembo gravido per sempre.
18
Perché sono uscito dal seno materno
per vedere tormento e dolore
e per finire i miei giorni nella vergogna? (Geremia 20,14-
18)
In questo testo Geremia dice che la sua nascita non è stata affatto il compimento
della benedizione e di una promessa. E questo ci mostra come la Bibbia prenda
estremamente sul serio la domanda sul senso della vita che c'è nel cuore dell'uomo. E'

13
P. Bovati, Geremia 1-6, Dispense Pontificio Istituto Biblico, Roma 1999-2000, 101-104.
una domanda che scaturisce dall'esperienza dell'insuccesso e dalla minaccia della morte.
Tuttavia che questo avvenga nel corpo del profeta è segno della capacità dell'uomo di
accogliere una parola divina che viene incontro alla umana disperazione, e si propone
come condizione di vita.
Sei tu che hai creato le mie viscere
e mi hai tessuto nel seno di mia madre.
Ti lodo, perchè mi hai fatto come un prodigio;
tu mi conosci fino in fondo
(Sal 139,13-14)
C'è l'annuncio di una presenza attiva di Dio laddove si vede solo umanamente lo
scontro e lo smacco. Tutto questo era già annunciato nella vocazione del profeta: Dio
riconosce come figlio il profeta prima del concepimento. Dio manda e fa andare
suscitando la dinamica del corpo in movimento, ma soprattutto Dio afferma "non
temere... perchè sono con te per salvarti ". Il profeta ha dunque paura, quella paura
strutturale all'esistenza umana, una paura solo rimossa dalla promessa di Dio. Dio tocca
la bocca paralizzata dalla paura. Ma soprattutto la parola portatrice di promessa che parla
Geremia è parola di Dio, cioè il profeta esprime in tutta la sua vita, nella sua stessa
esistenza il rapporto profondo tra lui e Dio, tra Dio e l'uomo, per ogni uomo. Il profeta
stesso con la sua paura e nella sua fede è profezia di salvezza.

IV – IN CONCLUSIONE: IL VANGELO
Gesù parla.
E' certo importante ciò che dice, e c'è come una gara tra gli autori del Nuovo
Testamento a trasmettere fedelmente il maggior numero di detti e parole del Signore. Ma
è anche importante il suo parlare. E quella parola ha una realtà, uno spazio, un tempo una
forza ed un silenzio che ancora dobbiamo rimetterci dinnanzi agli occhi, per capire, per
contemplare. Non scrive. Gesù, salvo che sulla sabbia (e non ci è riferito cosa scrivesse)
non ha mai scritto. Gesù parla, e come un profeta, e più di un profeta, parla la parola di
Dio perchè è Dio.
Se la parola del profeta prometteva salvezza, la parola di Gesù dà la salvezza e il
perdono, come all'inizio, quando Dio disse e tutte le cose furono fatte. Gesù perdona e
l'uomo guarisce dentro e fuori, può prendere sulle spalle il lettuccio, la sua croce, e
camminare libero dal peccato. Gesù illumina, e subito gli occhi dei ciechi ritrovano la
vista. Gesù accoglie e persino l'amore sciupato e sperperato della peccatrice diventa
degno dello sguardo di Dio. Gesù offre la sua mano e la fanciulla si rialza: anche il corpo
di Gesù parla la Parola.
Dio parla. Il Padre insegna ancora, e questa volta per bocca del Figlio Unigenito le
parole di vita. Insegna il perdono, l'amore, la semplicità, insegna la preghiera. Adesso
ognuno può ascoltare Dio che parla. Ma ognuno può vederlo, udirlo, contemplarlo. Può
stare con lui, alla sua scuola, sentirlo parlare di sé, delle sue aspirazioni e delle sue fatiche.
Ed anche questa parola di Dio ha uno spazio, lo spazio di una barca, lo spazio della
montagna di Giudea, lo spazio del Calvario, del Sepolcro, di una ferita nel costato, lo
spazio della Chiesa, della mia preghiera e della mia libertà ogni volta che aderisce alla
chiamata del Signore Risorto.
Ed anche questa parola di Dio ha un tempo, il tempo della pesca andata a buca, il
tempo delle reti piene, il tempo della semina e del raccolto, il tempo del mio nascere,
della mia vita, della mio morire, il tempo eterno della nostra gioia piena con Lui.
Ed ha un corpo, ha delle mani, ha degli occhi. Uno sguardo forte, da amico, da
fratello o sposo, o padre, o madre. Uno sguardo profondo da uomo. Ha un corpo che
soffre la sete, che cammina deciso verso la Croce che l'aspetta. Un corpo nato nel mistero
dell'amore infinito di Dio per l'uomo, formato nel grembo della Madre, dolcemente atteso
e partorito. Un corpo donato per noi, per tutti. Corpo dilaniato, rifiutato, ucciso, corpo
inchiodato. Corpo di carne (perchè non è una parola scritta, è carne!) voluto dal Padre
come unica porta di salvezza. Corpo Risuscitato.
E' una parola che chiama. Ci chiama da sempre ad una storia di gioia e verità. Ci
chiama a donarci come Dio ha fatto. Ci chiama all'amicizia vera, che dona vita, che ama
grandemente.
Ed è una parola che quando si dona totalmente sulla croce dopo la molteplicità
degli insulti, delle chiacchere, delle parole del mondo, è circondata dal silenzio. Il silenzio
della Madre che ancora partorisce e genera nel dolore i figli della promessa adempiuta. Il
silenzio del figlio nuovo, di ogni figlio che non crede ancora al miracolo del perdono
ormai compiuto. Il silenzio della morte, del Sabato Santo, della parola che si riposa
nell'abbraccio del Padre, sapendo che ormai tutto è compiuto, tutto è stato ricreato. Il
silenzio del dono sempre rinnovato nel pane sull'Altare.