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Incontro con gli AE dell’Emilia Romagna

5 giugno 2008 – Cesena


“Catechesi narrativa ed esperienza scout”

INTRODUZIONE
- il contesto attuale tra problematicità e risorse metodologiche
- la necessità di una nuovo “annuncio” non nei contenuti, ma nelle modalità  la
catechesi narrativa: dove l’annuncio diventa un narrare, un raccontare storie dove la storia
di Gesù si intreccia con la fede e la storia della Chiesa;
si intreccia con la storia di chi narra
e la storia di chi accoglie il racconto.
- urge un annuncio di Gesù  il solo che può interessare e coinvolgere la vita dei
ragazzi e dei giovani
- il problema si pone nel come dire Dio / Gesù oggi
- c’è bisogno di una evangelizzazione che aiuti a vivere perché fonda la speranza su
radici stabili

LA CATECHESI NARRATIVA
La catechesi narrativa (CN) è un metodo di evangelizzazione, essa si presenta come
l’intreccio di tre storie:
- la storia di Dio, di Gesù
- la storia di colui che narra
- la storia di colui che è il destinatario del racconto

La scelta
Siamo consapevoli che il privilegiare la CN come modello comunicativo dell’esperienza di
fede, è una scelta di parte, dove si accentua un modo di comunicare la fede rispetto ad
altri.

Alcune delle critiche che vengono mosse sono:


- è carente in sistematicità
- trascura l’aspetto etico – morale

Nel tempo della tecnica sembra anacronistico ridare spazio alla comunicazione narrativa,
ma se ci pensiamo bene il racconto aiuta a svelare ciò che nessuna tecnica comunicativa
riuscirebbe a comunicare: sensazioni, emozioni…
Così si esprime Umberto Eco: “di ciò di cui non si può teorizzare, si deve narrare”; e sulle
fede dice: “la fede cristiana si capisce veramente solo raccontando una storia”.

Si pensi alla capacità evocativa del racconto…..lo sperimentiamo ogni giorno nella
celebrazione dell’Eucaristia nel momento della consacrazione; oppure chi di noi non ha
mai raccontato un racconto, oppure ha raccontato una delle Storie di 1agli ai suoi lupetti.

Raccontando si mette in condizione chi ascolta di accogliere, liberamente e quindi con


maggiore consapevolezza, il messaggio che viene comunicato.

Chi racconta, narra una storia vissuta, non quello studiato su di un libro; la ripetizione non
è un ridire le cose, una banale ripetizione, ma il raccontare nuovamente diventa un
ampliamento, un approfondimento, una ricerca della verità, una condivisione della verità
raccontata.

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Le storie che si intrecciano
Prima ho dato quella che potrebbe essere la definizione di CN, ma è giusto provare a
riprenderla e a spiegarla ulteriormente.

In sintesi la CN è l’intreccio di tre storie:


- quella di Dio: Dio che si fa vicino, che condivide la vita dell’umanità e questo
diventa ancora più pieno con l’incarnazione del Figlio;
- quella del narratore: è pienamente coinvolto perché quello che ha vissuto, ora lo
condivide raccontandolo;
- quella di chi accoglie il racconto: le sue attese, le sue speranze, la libertà di
lasciarsi coinvolgere.

La narrazione, cioè l’intreccio e il coinvolgimento in una storia e in una esperienza nuova,


è finalizzata a scoprire il senso della propria esistenza e a dare una interpretazione alla
propria storia.

“Narrare non è copiare o clonare la vita di qualche altro, ma offrire una proposta di senso
all’esperienza che viviamo, invitando l’altro ad entrare in dialogo, narrando la sua storia,
comunicando ciò che sta vivendo, cercando, soffrendo e sentendo” (A. Perale).

Propongo tre icone evangeliche che collegherei alle tre storie:


- i discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35): Gesù si racconta, racconta la sua storia; aiuta
a leggere nella grande scoria della salvezza “tutto ciò che si riferiva a lui”;
- l’incontro tra Filippo e l’eunuco (At 8,26-40): Filippo racconta la sua storia di fede,
quanto è coinvolto nella vicenda di Dio; cosa Dio ha cambiato nella sua vita;
- l’atteggiamento dell’eunuco: accetta di intrecciare la sua storia con quella di Dio.

In fondo anche la comunità cristiana vive della narrazione di un evento che si tramanda di
generazione in generazione. La nostra fede si aggrappa alla narrazione che hanno fatto le
donne e i primi discepoli che hanno visto quella tomba vuota.

La storia di Dio
E’ Dio che desidera raccontarsi e nel farlo, Lui si rivela a noi.
Potremmo leggere tutta la storia biblica come il desiderio di Dio di raccontare se stesso
all’uomo, affinché l’uomo entri in dialogo con Lui.

Lo ha fatto attraverso la creazione, “parola” eloquente dell’amore di Dio; lo ha fatto


attraverso i Profeti e i Patriarchi, dove ha raccontato la sua passione, la sua gelosia, il suo
dispiacere, ma anche la sua benevolenza, la sua provvidenza per un popolo.
Poi ha parlato, nella “pienezza dei tempi” attraverso la sua stessa Parola fatta carne, il
Figlio Unigenito.

Qui la Parola è diventata carne, vita, amicizia, relazioni, scontro, gioia, speranza,
passione, dolore, morte e risurrezione.

La storia dell’evangelizzatore
L’evangelizzatore racconta la sua fede cresciuta all’interno della Chiesa: la conoscenza
della Scrittura, le figure dei testimoni, il Magistero della Chiesa, la vita di fede della
comunità che si interroga dinanzi alle sfide della vita.

L’evangelizzatore racconta la vita cristiana con le sue esigenze, i suoi valori e pure le sue
regole; all’evangelizzatore è richiesta la fedeltà all’evento narrato.

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Colui che narra non è distaccato dal contenuto del suo racconto, ma è pienamente
coinvolto, la sua vita è oramai intrecciata con quella di Dio e queste storie crescono, si
completano e maturano all’interno di un contesto ecclesiale.

Una comunità che vive la sua storia e racconta la sua esperienza.


Senza dubbio, la dimensione ecclesiale è la dimensione fondamentale nella CN, perché è
in questa esperienza che la narrazione della propria storia di fede acquista autorevolezza
e credibilità:
- cosa potrei raccontare se la mia storia di fede, non si fosse confrontata, arricchita
e ampliata, nella vita ecclesiale ?

La storia degli interlocutori


I destinatari della narrazione non possono restare passivi, ma verranno coinvolti,
diventando protagonisti; la loro storia si unisce con le altre due per formare un’unica storia.
L’evangelizzatore accoglierà le loro attese e le loro speranze, i loro progetti, anche quando
racconterà la storia di persone che hanno intrecciato la loro storia con la vicenda di Dio in
epoche lontane, perché gli aiuterà a decifrare la trama della loro vita.

Chi narra la storia di Gesù vuole una scelta di vita per Gesù, non accetta l’indifferenza,
chiede di fare comunque una scelta.

LE CARATTERISTICHE DELLA CATECHESI NARRATIVA


La CN non è un semplice raccontare una storia, ma è un portare l’interlocutore ad
identificarsi con l’evento raccontato, a sentirsi parte della storia; nella narrazione
evangelica c’è una identificazione è con quei personaggi che intrecciano la loro vita con la
vicenda di Gesù e si trovano coinvolti nella sua esperienza di salvezza.

Comunicazione di una esperienza


Possiamo parlare di una evangelizzazione narrativa quando chi racconta narra la propria
esperienza e coinvolge coloro che ascoltano.

Un esempio nelle catechesi apostoliche ce l’abbiamo in I Gv 1,1-2: “Ciò che era fin da
principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi
abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la
vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita
eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi)”

Un elemento qualificante l’annuncio cristiano, è il fatto che quanto viene comunicato è


frutto di una esperienza personale, diretta, nata e maturata all’interno di una comunità; ed
ha la pretesa di suscitare nuove e diverse esperienze in chi ascolta.

Lo scopo non è quello di comunicare un messaggio, ma narrare un’esperienza di vita,


raccontata per coinvolgere la vita degli altri.

Chi racconta deve essere competente a narrare, non nella tecnica, quanto piuttosto nel
fatto che quello che racconta è un pezzo della sua vita, è vita vissuta.

Una comunicazione che spinge a seguire Gesù


La narrazione vuole coinvolgere l’interlocutore, fino a portarlo a fare una scelta; non può
rimanere indifferente.
L’evangelizzazione non è comunicare dei messaggi, ma un interpellare, un mettere in
discussione perché l’interlocutore viene chiamato in causa in prima persona.

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Una comunicazione che anticipa quello che annuncia
Ciò che viene raccontato è talmente coinvolgente che chi ascolta si trova a vivere
nell’oggi, quello di cui si sta narrando; in questo modo il racconto produce quello che
annuncia.

Se vogliamo parlare di Dio e di suo Figlio che ce lo ha rivelato nell’amore dello Spirito,
dobbiamo dimostrare coi fatti che è possibile vivere secondo il Vangelo e la vita di Gesù:
in questo modo il nostro narrare dimostra che ciò che è stato, è anche oggi.

Una comunicazione che favorisce le interazioni e suscita stupore


Oggi più che mai avvertiamo la necessità di relazioni vere, che non deludano, di
esperienze di accoglienza; ma anche la necessità di suscitare stupore, quello stupore che
muove all’interesse, alla curiosità, alla scelta.

La narrazione favorisce l’interazione perché facilita lo scambio di esperienze di vita, chi


narra racconta di se, si espone, rende gli altri partecipi della sua storia e li mette in
condizione di entrare in relazione con quella storia.

Inoltre la narrazione possiede la forza di coinvolgere l’interlocutore fino a suscitare quel


clima di stupore, che è condizione fondamentale per mettersi in discussione e per aprirsi
all’accoglienza dell’altro.

Chi è capace di stupore, è anche pronto ad affidarsi all’inatteso, non si accontenta del già
conosciuto, ma desidera andare oltre, scoprire, misurarsi con il suo limite per portarlo un
po’ più avanti.

Il centro del racconto deve essere Gesù Cristo


Protagonista dell’evangelizzazione narrativa è Gesù che vuole chiamare alla fede coloro
che si pongono in ascolto, coinvolgendoli nella sua storia di salvezza. Colui che narra
deve sapersi mettere da parte per far emergere il Protagonista che è Cristo (esempio di
Giovanni battista).

Il narratore deve saper centrare costantemente il racconto su Gesù e condurre


l’ascoltatore verso l’incontro con Gesù, affinché la sua storia si intrecci con la storia di
salvezza e giunga ad una scelta in tal senso, in questo modo la narrazione suscita il
coinvolgimento.

Per riuscire in questo, al narratore viene richiesto un forte coinvolgimento nell’evento che
narra: ciò che racconta non è imparato sui libri, ma è sperimentato nella sua vita, è il frutto
della sua esperienza.

Lui per primo ha visto, udito contemplato e toccato, il “Verbo della vita”.

ESPERIENZA SCOUT E CATECHESI NARRATIVA


Potremmo sintetizzare tutta l’esperienza scout come il grande racconto di un’avventura, la
narrazione di un grande gioco.

Abbiamo celebrato i 100 anni dello scautismo……..tutto nasce da delle “chiacchierate”,


delle narrazioni intorno al fuoco che BP rivolge ai suoi ragazzi; questi racconti si sono
intrecciati con la vita di milioni di persone che ancora oggi vivono e raccontano il loro
scautismo.

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Lo scautismo con il suo ricco bagaglio di linguaggi simbolici, di riti e celebrazioni, di
esperienze che iniziano alla vita, può essere davvero un “luogo”, un “tempo” dove vivere la
narrazione come annuncio dell’esperienza di fede.
Nella vita scout…..
Quando un cucciolo entra nel B/C, o un novizio in Reparto o in Clan, inizia il racconto
dell’esperienze, le avventure vissute, i GG vinti, le Imprese memorabili, le route che hanno
segnato le gambe e il cuore.

Tutto questo diventa un “trapasso nozioni” dove chi racconta riesce ad accogliere dentro la
sua storia l’interlocutore, al punto che al novizio sembra di averla già vissuta, in lui nasce il
desiderio di rivivere una storia simile.

Stessa esperienza la vive l’adulto che entra in Co.Ca.

Nessuno è costretto, ma dinanzi alla narrazione non è possibile restare indifferenti, siamo
chiamati a fare una scelta……si decide di fare la Promessa.

Ora non sei più fuori del racconto, non più spettatore, ma da protagonista vivi la tua storia,
la tua avventura.

La vita scout e l’esperienza scoutistica, come il Jamboree e gli incontri internazionali, sono
la narrazione di un evento che integra, che esprime accoglienza

……nella vita di fede


Tutta l’esperienza scout ci racconta Dio, lo stesso BP parla di due libri che parlano,
raccontano Dio: la Bibbia e la natura.

La vita all’aperto, non come metafora, ma come esperienza del vivere lo scautismo nel
quotidiano, ci porta a cogliere, ma oserei dire, ad “ascoltare” il racconto di Dio che ci fa la
creazione.

La Pista, il Sentiero, la Strada sono i luoghi dove si intrecciano le tre storie……

E’ la relazione educativa (parlata nuova) dove avviene la narrazione dell’esperienza scout


nella sua globalità: vita/fede

Il capo per la responsabilità che si è assunto, è chiamato ad essere evangelizzatore:


- con il suo esempio e la sua testimonianza narra la storia della sua fede.

Potrà narrare la sua storia di fede, solo nella misura in cui, come destinatario si è lasciato
coinvolgere fino in fondo nella grande storia della salvezza, ed ha sperimentato lui, per
primo, cosa vuol dire essere salvato.

Ma ciò che è specifico per il capo, educatore nello scautismo, è che la narrazione della
vita cristiana, la matura all’interno di una esperienza tutta particolare che è la Co.Ca.
(piccola espressione di Chiesa).

E’ l’esperienza di comunità che segna quella storia di fede, la fortifica, la purifica, aiuta a
rileggerla, le da autorevolezza e credibilità, ed aiuta a dare senso alle cose e alle scelte.

L’esperienza scout è principalmente una esperienza narrativa in cui il capo e il ragazzo


sono chiamati a coinvolgersi, a mettere in gioco la loro storia in una “relazione educativa”
dove il ragazzo resta affascinato e coinvolto, non tanto dalla bravura del capo, quanto
piuttosto dall’esperienza vissuta insieme.

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Tutto questo invita il L/C, l’E/G l’R/S, a fare una scelta, non impone, ma porta, in maniera
consapevole, a fare una scelta per Gesù.

Narrando, non potrà fare a meno che di farsi carico delle attese, delle speranze e delle
difficoltà che i suoi ragazzi stanno vivendo e la sua storia con Gesù si intreccerà con
questo vissuto; solo così potrà raccontare un Gesù vivo e presenete nella loro storia e la
loro storia si intreccerà con la storia di Gesù.

Come preti, non possiamo far finta di non avere un ruolo particolare e allo stesso tempo
privilegiato, non per distinguersi dai capi laici, o per rimarcare una superiorità, quanto
piuttosto per vivere fino in fondo un nostro specifico, chiamiamolo pure carisma, all’interno
delle Co.Ca. e delle Unità.

Dovremo essere gli “esperti” della narrazione di Dio agli uomini, esperti non perché dotti di
studio, quanto invece perché abbiamo intrecciato la nostra storia con la Sua storia:
“Signore tu mi hai sedotto, ed io mi sono lasciato sedurre” (S. Agostino ???)

Le Cacce, le Imprese, le Route sono narrazioni che suscitano stupore, meraviglia e


chiamano al confronto con l’Altissimo……

Ogni momento sarà l’occasione per narrare Gesù Cristo, senza dover riservare degli spazi
appositi…..

Don Luca Meacci


AE Nazionale Branca E/G

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Chiamata dei primi quattro discepoli Lc 5,1-11

Un giorno, mentre, levato in piedi, stava presso il lago di Genèsaret

e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, vide

due barche ormeggiate alla sponda. I pescatori erano scesi e

lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di

scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le

folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone:

“Prendi il largo e calate le reti per la pesca”. Simone rispose:

“Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla;

ma sulla tua parola getterò le reti”. E avendolo fatto, presero una

quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. Allora fecero cenno

ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero

e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano.

Al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù,

dicendo: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore”.

Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano

insieme con lui per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo

e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse

a Simone: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”.

Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.