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«Se la trasparenza dell’intelligibilita fosse assicurata, distruggerebbe il testo, mostrerebbe che non ha awvenire alcuno, che non deborda il presente, che si consuma immediatamente; dunque una certa zona di misconoscimento e di incomprensione @ anche una riserva e una possibilita eccessiva —una possibilita per l’eccesso di avere un avvenire, e di conseguenza di generare nuovi contesti. Se tutti possono capire subito quel che voglio dire non ho creato alcun contesto, ho meccanicamente risposto all’attesa, ed é tutto li, anche se la gente applaude e magari legge con piacere; poi, chiude il libro, ed é finita». Jacques Derrida Jacques Derrida (EI Biar, Algeri, 1930) insegna presso I’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi e nella University of California alrvine. Per i nostri tipi ha pubblicato, tra l’altro: «La mano di Heidegger» (1991) e ha curato «La religione. Annuario Filosofico Europeo» (con G, Vattimo, 1995). Maurizio Ferraris (Torino, 1956) é professore associato di Estetica all’Universita di Trieste. Per i nostri tipi ha pubblicato, tra l’altro, «La filosofia e lo spirito vivente» (1991), Lire 30000 (1i.) j a & i i In coperina J. Derrida e M. Ferraris «iL GUSTO DEL SEGRETO» Biblioteca di Cultura Moderna Laterza © 1997, Gius, Laterza & Figli Prima edizione 1997 E vitata a riprossion anche perzial, con qualia! mezzo eetusia, compressa fotocopia anche ad uso interno oaidattion er legge italia la fotacopia& leita solo per uso personae purché non danneg- {9 Fautore. Quindingn fotocopia che evil acauisto dun ite #ilectae mings Sopravivenza i un modo dirasmettere a conoscenza, Chi otocopia un io, chi mette a dispesizione mez! per fotocoplre, chi comungue tavorisce questa paticacommetie un furto © opera ai dann dela cuir, 42) [PS R Jacques Derrida e Maurizio Ferraris «|L GUSTO DEL SEGRETO» Laterza Proprietaletteraria riservata Gius. Later & Figl Spa, Roma-Bari Finio di stampare nel gennsio 1997 Poligraico Dehoniano - Stbiimenta di Bari per conto della Gius, Latraa & Figl Spa CL 20-5125-7 ISBN 885.420.5125. Cartbaginem quidem cura elogui volo, apud me ipsum ‘quaero ut eloguar, et apud me ipsum invenio phanta- Siam Carthaginis; ed cams per corpus accepi, id est per corporis senium., quoniam presens in ox corpore fut et ‘eam vidi atque tens, memoriague retinui, ut apud me invenirem de lla verbum, cum eam vellem dicere. [psa nim phantasiaeius in memoria mea verbum eins, on onus iste trisyllabus cum Carthago nominatur, vel ‘etiam tacite nomen ips per spatiatemporum cogita: ‘up; sed illud quod in anim meo cerno, cum hoc tisyl- laburn voce profer, vel antequams proferam. Agostino, De trintate, 8, 6,9 «Cosi quando volo pasate di Caray, &in me chee cerco dd chene dit, en me trove immagine di Car- tagine; ma quests immagine Tho riceyuta per mezzo del corpo, cio pet mezzo de seni del corpo, perché 2 una ct in cul sono stato fsiamente presente, che ho visto, pereepito con miei sensi, dieu eonsevo i ricordo, cosicché ne rovo in me un verbo quando in- tendo parlaene. Questo ‘verbo’ Vimmagine che ne conser nel nis memori non gusto son, ae sete 1 pronuncio quando nomino Carag ‘ne, neppute nome che pens in slenzo durante un Cero intervallo tempo; bo, & dd che vedo nella mia anima quando pronuncio quest ce sillabe © anche prima di pronunclarlos (ead. Beschin) SEGRETARIO Secretaire & un mobile in cui si chiudono a chiave le carte. Se -gretario ®Vaiutante, come Theut con il Faraone nell aneddoto ezi- ziano del Fedro, o forse come Fedro medesimo, che nasconde il di scorso di Lisia sotto la veste, e ancora come Fedro in veste sparring partner - a fatla breve, come intervistatore - di Soctate. Ma, per analogia con «sillabarion, «segretarion potrebbe anche essere un catalogo, persino una iconografia 0 un portfolio, o pitt esattamen- te una ienografia in cui si raccolgono, scrivono 0 descrivono delle tracce, ciot in fondo dei segreti ‘Quali? Questo testo & composto per pit dela sua meta da una intervista, intervallata da un testo di Blanchot commentato a le- zione, animata, nella sua ultima parte, dall’ingresso di Vattimo, che viene a far da terzo nel nostro dialogo. Solo la seconda sezio- ne un saggio, cio8 anche quello che si considera (troppo affret- tatamente) un monologo. Ora, intervista viene tradizionalmente considerata proprio una iconografia, che illustrerebbe ~ attraver- so la parola «vivay ¢ la piena fenomenizzazione—il pensieto, E se si obiettasse che il pensiero, ogni pensicro, @ ipotiposi, cio’ sensi- bilizzazione e fenomenizzazione, si replicherebbe forse, con la pitt tranquilla ingenuita, che le interviste sono pit iconografiche o pit- toresche perché vi si espone quello che si nasconde nei saggi, nei romanzi o nelle poesie. Ma, secondo la sentenza di Plotino che ci capitera spesso di elossare, ala forma & traccia (ichnos) dell'informen; quanto dire che ogni Gebild e ogni Gestalt porta in sé un segreto. E questo va- Ie specificamente per le interviste, la cui regola é forse il detto di Bacone che Kant mette all'nizio della Critica della ragion pura: «De nobis ipsis silemus». Insomma, non é questione di spiegare lo scritto con una voce trascritta che sarebbe pili fenomenica o ri- va schiarata. Ma di chiedersi perché il pensiero assomigli non solo a quella che si chiama «vita della mente», ma anche alla realta; e so prattutto di interrogare lo schematismo che regola questa «strana somiglianzey JD.eME Parigi, 12 giugno 1996 La traduzione dei captoli I, IL, IV, VI, VIE della conversazione con Derrida stata condotta in collaborazione con Giuseppe Motta (che mi ha aiutato ancre nella revisione della bibliografia, che pogsia su quella — limitata al 1989 ~ compresa nel mio Postill a Derrida, Torino, Rosenberg 4 Sellier 1990), mentre nella versione del capitolo V mi sono avvalso del Vaiuto di Alessandro Arbo. ILtesto di Blanchot étradotto da Patrizia Val- dluga. I capitoi IIT e V sono gia appassi, in versione lievemente diversa, rispettivamente in «dride», a. VIL, n. 12, agosto 1994: 231-338 e in «aut ub», 267-268, maggio-agosto 1995: 33-56. Agli amici che mi hanno aiu- tato, € ai diretori delle rviste che hanno autorizzato la ripubblicazione dei testi gi eciti va la mia riconoscenza, cosi come a Enrico Mistretta, che anni fe mi propose questo lavoro, ME. vu «lL GUSTO DEL SEGRETO» «HO IL GUSTO DEL SEGRETO» di Jacques Derrida La forma infati la traccia dellinforme, poiché & questo che genera la forma, non la forma che genera l'informe, e genera quando gli si acco- sta la materia. Ma la materia &, necessariamente, molto lontana poiché e- sa, delle forme inferior, non ne ha, di per , nemmeno una, Se dungue amabile non la materia ma cid che viene formato dalla forma; se la for- teria deriva dal’ anima; ese anima & tanto pid deside- rabile quanto pil é forma; se /Tntelligenza é forma pit dell’ anima ed & percid molto pili desiderabile: bisogna ammertere che la natura prima del Bello senza forma (Plotino, Enncadi, VI, 7, 30-38). Derrida. Se per «sistema» si intende una sorta di conseguenza, di ccocrenza, di insistenza ~ un certo raccoglimento —, '@ un'ingiun- zione al sistema cui non ho mai potuto, né voluto, rinunciare. Lo attesta la ricorrenza, che, a una certa eta, trovo abbastanza sor- prendente, di motivi, di richiami da un testo all’altro, malgrado la varieta delle occasioni e dei pretesti. Quanto ho potuto scrivere nel corso di questi ultimi trent’anni é stato guidato da una certa insi- stenza, che altri potranno trovare anche molto monotona. Se, in- vece, si intende per sistema, in un senso filosofico pi streito ¢ for- se pitt modemo, una totalizzazione nella configurazione, una con- tinuita fra tutti gli enunciati, una forma di coerenza (e non la coe- renza), che implica la sillogicita della logica, un certo sy che non definisce pitt la raccoltasoltanto, ma anche la composizione di pro- posizioni ontologicbe,allora la decostruzione, pur non essendo an- tisistemica, , perd, non solo la ricerca, ma la conseguenza delibe- rata del fatto che i sistema 8 impossibile; spesso consiste, in modo regolare o ricorrente, nel fare apparire in ogni preteso sistema, in ‘ogni autointerpretazione del sistema, una forza di dislocazione, un 5 limite nella totalizzazione, nel movimento di sintesisillogistica. La decostruzione non 2 un metodo per trovare quello che resise al si- stema, ma consiste nel prendere atto ~ nella lectura e nella inter- pretazione dei testi— de fatto che cid che ha reso possibile 'effet- to di sistema in cert flosofi é una certa disfunzione o disaggiusta- mento, una certa neapaciti di chiudereil sistema. Tutte le volte che questa prospettiva di lavoro mi ha attratto, era questione di notare che i sistema non funziona; e che questa disfunzione non solo in- terrompe il sistema, ma anche rende conto del desiderio di sistema, che prende forza in questa sorta di dispiungimento, di disgiunzio- ne. Di volta in volta, questa disgiunzione ha un sito privilegiato nel cosiddetto corpus filosofico. E, in fondo, quel che faccio &, spesso, provarmi a trovare, braccandole per un po’, le fasi dellanalisi in questo legame di diseggiustamento. Linsistenza di cui parlavo, lo scrupolo di consequenzialta, di coerenza, che, penso,&filosofica,siritorce contro il ilosofico co- me sistemico. Percid insisto sulla differenza, sullimpossibilita di identificazione, di totalizzazione. Si tratta di un gesto eccessiva- mente filosotico: un gesto che @ filosofico e che @ in eccess0 fi- spetto a filosofico, E questo rilancio ~ come essere piit che filoso- fici senza smettere di essere filosofici? ~segna con la sua bybristu- tii temi che ho trattato. | mici maggiori interessi si sono orientati verso il grande cano- ie della Hlongha ~ Platnoe, Kast, Hegel, Hoe; nla stews tempo, verso luoghi cosiddetti ‘minor!’ di qui testi, verso proble- matiche inosservate o note a pié di pagina — verso tutto cid che pud intrigare il sistema ¢,insieme, render conto del sottertaneo in cui sicostituiscereprimendo proprio cid che lo rende possibile, e che non @ sistemico. Un confronto con il canone della filosofia, dun ue, insieme canonico e non canonico, che ho creduto di dover privilegiare strategicamente, perché mi sembrava, in un primo tempo, pili urgente, pili pagante: senza vietarmi, peré, di interes- sarmi non solo a testinon canonici, ma anche @ testi non filosof- ci Fil problema dell leteratura, di cui parleremo tra poco. Penso che il caso della immaginazione sia per moltiaspettil- Juminante, Per semplificare un po’, drei che cid che mi ha attira- to verso il problema dell'mmaginazione, in forme ¢ in lingue di- verse (V'immaginazione in Aristotele non @ l'immaginazione pro duttiva in Kant 0 in Hegel), sono almeno due suoi aspetti. I pri- 6 mo, @ quello che 'ha resa insieme una minaccia e una risorsa per Ja verita, per 'intelleto, per Ia reat; si potrebbe infatt facilmen- te dimostrare, in Platone come negli altri, che l'mmaginazione ha tuna natura ambigua, dato che, da una parte, cid che minaccia la verita, Pidea — immagine @ inferiore allidea - ¢ dall'altra ha una funzione positiva,filosoficamente ¢ pedagogicamente necessatia. Billuogo della finzione, ma anche di una certa sintesi, un luogo di mediazione, sopratrutto in Kant dove limmaginazione & precisa- ‘mente il terz0 termine, il terzo: e in fondo turto quanto si é detto sul sistema potrebbe ridursi alla questione del terzo, Questo terz0 tetmine pud essere preso come il mediatore che permette la sinte- si, la riconciliazione, la partecipazione; nel qual caso cid che non & nné questo né quello permette la sintesi di questo e di quello. Ma {questa funzione non si limita alla forma che ha preso nella dislet- tica hegeliana, e il terzo del né-questo-né-quello ¢ del questo-e- Guello pud certo anche essere interpretato come cid la cui etero- geneita assoluta non silascia integrate, resiste alla partecipazione, ST sistema, designando il luogo dove il sistema non si chiude. E al- Jo stesso tempo il punto in cui il sistema si costituisce, ¢ in cui la costituzione & minacciata dall’eterogeneo, ¢ da una finzione che hon @ pital servizio della verita. A questo riguardo, il mio inte- resse va a cid che partecipa della partecipazione e della non-par- tecipazione. E il ritomo regolare su questo tema ~ che & anche «quello dell arte, della mimesi— tradisce nel mio lavoro una doppia postulazione, e un rilancio: proprio nel cuore del terzo come par- tecipazione si definisce cid che in nessun caso si lascia riappro- priare dalla partecipazione, e, dunque, da una sistemica filosofica Proprio percid, non sono sicuro che qualcosa di contempora- neo possa essete determinato, in modo originale, « partire da una Certa data, come se qualcosa incominciasse dopo Hegel, con il post-kantismo o nel post-hegelismo, con Nietzsche. Quanto ¢é di Inodemno, di contemporaneo, di nuovo, nella storia di cui parlava- imo pocanzi, & forse cid che ~ da Nietzsche a Heidegger ad altri - Giviene nostro coftemporaneo nel gesto artraverso il-gesto che tevoca 0 denuncia la possibilita di una simile periodizzazione € ‘dungue di una tale contemporaneiti. In fondo, Kierkegaard, Nictasche e altri sono dei pensatori dell'inattuale, che muovono proprio dalla rimessa in questione dell interpretazione della storia Come sviluppo, dove qualcosa di contemporaneo a sé pud succe- 7 Me dere a un passato, Paradossalmente, Pidea di contemporancita, di tun rapporto riconciliato con sé nell'attualita li un presente, sa- rebbe un'idea classica; appartiene a tutto cid che non & contem. ‘poraneo, da Platone a Hegel; & Proprio cid che & messo in que- stione dai «contemporanei», Per Kierkegaard, Nietzsche, Heides. ‘get, 20n c’8 un «noi-adesso», e mi interessa proprio questa dislo. ‘cazione, che forse é vissuta in modo pit vivo da quelli che chia. miamo «contemporanei» pjuttosto che dagli altri, «Time is out of joint», dice Amleto, «To be out of joint» si di ce letteralmente della spalla 0 del ginocchio quando vanno fuor Posto, quando sono dislocat, disarticolati, Dunque, il tempo out of oint @ fuori di sé fuori dai suoi cardini; non si raccoglie pit nel suo luogo, nel suo presente. Un’altra traduzione, quella di Gide, che sembra accordarsi meglio allidiomatica inglese, dice curiosa” ‘mente: «Notre époque est déshonorée»; e in effetti sembra che, in una tradizione che va da More a Tennyson, «out of joint» abbia un senso morale, ¢ significhi essere sregolato, pervertito, ingiusto tempo & forse il tem- po in cui non si pud pili dire tanto facilmente «il nostro tempo>. Come entra la scrittura nella filosofia? Non mi persuade ie piitcorrente di questo ingresso, secondo cui, dopo la eft ne della metafisica», i filosofi non avrebbero pit da fare con la ve- rita, ma si limiterebbero a una specie di assstenza sociale attraverso [a conversazione. E una assunzione dogmatica, perché non credo si possa dire che c'8 una metafisica «in quanto talen, e meno che mai ches soggeta a zeneracione ea comaone.A meno che con ene tafisica» non si intendano le pubblicta inglesi su cui ironizza ae nella prefaxione dell «Enciclopedia», e che promettono «The Art of preserving the Hair, on Philosophical Principles». Alle volte si trat ‘anche della furbizia di una tolleranza repressva, che autorizza ih losofi a fare tutto, tranne il loro lavoro, cioé. Me ricerca a ert a ricorso al linguaggio ba certo giocato un ruolo massicco, perce, i eee Doe tte eral poke ar rtorteoefis wld pin vana delle conversazioni; mentre & notevole che il senso di una filosofia (si pensi, ad esernpio, alla tradizione di Aristotele)soprav- ‘viva almeno in parte anche attraverso le rasmissioni pid tortuose, € questo a differenza di cid che avviene in letteratura, dove moltissimo siperde nella traduzione. D. La scrittura non @ ‘entrata’ nella filosofia: bisogna chiedersi cana elfoeme pe nal ae Aenooedin, cone a Ha pesto a buttarla fuori. In fondo, la differenza tra le due scritture in Pla- tone tr bypdenesis andes defini wn dibaito on ta parola escrittura, ma tra due scritture, una cattiva e una buona. La buona scrittura ¢ dunque sempre bantée dalla cattiva; questa fre- 9 quentazione impedisce di pensare una qualunque esteriorta ts filosofia in generale ela scritura in generale. id ‘Ma, inversamente, per le ragioni appena indicate, tra i con- temporanei (penso in particolare a Heidegger), non solo non ci so- no gesti rivoti ad accettare o tollerare una scrittara che prima sa- rebbe stata rfiutata o giudicata intollerabile, ma si ripete Patteg- giamento di Platone. Sotto questo aspetto, non c’e niente di nuo- vo; anche in Heidegger siha, almeno di principio, una sorta di se- Parazione tra ipomnesi e anamnesi: la tecnica e la scrittura da una Parte, ¢ un pensiero poctico dall’altra - una cattiva e una buona scrittara Ma, se tutto @ out of joint, se tutto & disturbato, non c'é pit sin- di Nancy - non ho riserve; ma perché chiamarle comunita? Se ho sempre esitato di fronte a questa parola, che troppo spesso ci ri- suona il cove, il come-uno. Ma, purché si prendano le precau- zioni che lei ha sottolineato, non ho obiezioni, so bene che la rot- ‘ura in sé non basta, che la disparit, il dissenso non possono basta- te per rispondere alla giustizia; ¢ anche evidente che la giustizia, il messianico, il rapporto con Paltro non possono essere identificati con l'anti-comunita. Ma quando Blanchot, per esempio, afferma insieme la comunita inconfessabile e che il rapporto con Paltro de- ve darsi come interruzione,sitrattaallora di una comunita che ren- de dititto alla interruzione. La parola ‘comunita’ mi disturba solo per certe connotazioni che ha troppo spesso assunto, anche nel co- munismo nel senso in cui Blanchot lo definisce in certi testi del’ A- mitiéo dell Entretien infini. Bun comunismo doveil comune # tut- to tranne che comune, é la messa in comune di cid che non é pili nell'otdine delle soggettivita, e nemmeno dellintersoggettivita co- ‘me rapporto — pet quanto paradossale — tra presenze. Quello che abbiamo appena proposto corrisponde a un certo modo di inter- rogare la comunita ~¢ lintersoggettivita — in senso classico. E. Formalmente accordato nel tribunale giuridico, il diritto di non- risposta non lo 2 nel tribunale mediatico e letterario, dove del resto il dirito di risposta é molto fragile. In un certo modo, dunque, non 2 questione di cercare la comuntta, dal momento che esste sin trop- 1, fn un modo trviale e massiccio che sarebbe quello delle famigli, di tutte le famiglie. Lei ha talvolta citato la requisitoria di Gide con- tro le famiglic, aggiungendoct la sua traduzione privata: «Non sono della famiglia 2B D. Giusto due parole sul diritto di non rispondere, prima di ve- nie a quella frase. Il paradosso lacerante sta nel fatto che la de- ‘moctazia, in particolare nelle forme che vorrebbe dare allalibert diespressione, di stampa, di opinione, dovrebbe garantire il dirit- to di replica. Ma é una esperienza quotidiana che non lo. garanti- sce, che lo garantisce sempre meno, con il progressive sviluppo di ‘media dove non si ha che una comunicazione unilaterale; benché Ja legge (in particolare, in Francia) assicuri un diritto di replica, si sa che non é mai tecnicamente garantito. E finché il diritto di re- plica non viene completamente garantito, anche la democrazia ‘non @ mai garantita, né lo sara mai, non sara mai cid che deve es- sere. Difatti noa lo sar’ mai. Ecco una fase del problema: la man- canza del diritto di replica in democtazia, Se la democrazia resta sempre a-venite, & perché il dirito di replica, che & un diritto inf- nito, non sari mai pienamente garantito, Non ci vuol niente a di mostrarlo, Inversamente, lo stesso concetto di democrazia é basato sulla responsabilit! del soggetto, cic? sul suo dovere di rispondere, € dunque sul suo diritto dinon-risposta, In democrazia, se ti si chie~ deil nome, devi rispondere; lo spazio pubblico é uno spazio in cui il soggetto & interpellato e deve rispondere. Chi, chiamato a testi- moniare, a votare, a esibire la sua identira, dicesse «non rispondo», potrebbe finire in galera. Benché la democrazia dovrebbe garanti. re, insieme, il dititto di rispondere e di non rispondere, non ga- rantisce né T'uno né Paltro. Uno dei miei paradigmi letterari pre- feviti in Barsheleby the Scrivener, che né risponde né non rispon- de quando dice «l would prefer not to». Non dice no, non dice si dice «preferitei di no». Ci sarebbe molto da dite su questo bellis: simo testo di Melville, ¢ anche in Dickens ¢’é, in parte, qualcosa di analogo. Si tratta di un rapporto con Faltro in cui io non dico né siné no, dico che «voglio avere la liberti non gia di ribellarmi, di rivoltarmi o di rfiutare, ma di non rispondere, firmando enunci ti che non dicono né si né no, un né si né no che non é semplice- mente una doppia negazione o una dialettica. ‘I would prefer not to'». Ci sarebbe tanto da dire sul legame di questa figura con la morte. E un’indicazione sul problema della non-risposta come uestione politica fondamentale. Conclusa questa prima parte di tisposta, passo alla frase: «Non sono della famiglia». Ovvio che ho introdotto una formula che ha 24 pitt registri di risonanza. «Non sono della famiglia» vuol dire, in generale: «Non mi definisco in base alla mia appartenenza alla fa- miglia», alla societa civile, allo stato; non mi definisco attraverso le forme elementari della parentela. Ma significa anche, in modo pit figurato, che non faccio parte di alcun gruppo, che non mi tico: nosco né in una comunita linguistica, né in una comunita nazio- nale, né in un partito, né in un gruppo o in una partocchia, sia es- sa una scuola filosofica o una scuola leteraria. «Non sono della fa- ‘miglia» vuol dire: non prendetemi per uno dei vostti, voglio sem- pre conservare la mia liberta;@ la condizione non solo per essere singolare e altro, ma anche per entrare in rapporto con la singola rithe Paltert degli altri. Quando si della famiglia, non solo ci si perde nel gregario, ma si perdono anche gli altri; gi altri diventa- no semplicemente dei post, funzioni familiar o funzioni nella to- talita organica che costituisce un gruppo, una scuola, una nazione, ‘una comunita di parlanti la stessa lingua. Quella battuta voleva descrivere una sorta di idiosincrasia p¢ sonale, che del resto si pud analizzare nella mia privatissima stor Ho una predisposizione a non essere della famiglia, non @solo una scelta; dipende dal fatto che sono ebreo Algeria, di un certo ti- po di comuniti in cui sppartenenza all’ebraismo era problemati- ca, Pappartenenza all’Algeria era problematica, 'appartenenza al- Ja Francia era problematica ece, Il che mi ha certo predisposto al- Janon appartenenza; ma, dili dalle idiosincrasie personal, volevo ‘mostrare in che senso un «io» non deve esscrc della famiglia D’altra parte, a voler analizaare questo enunciato in un altro modo ancora, quando si dice «non sono della famiglia» non si de- scrive semplicemente un fatto, o un modo d’essere, si dice: «non voplio essere della famiglia». «Non sono della famiglia» & un per- formativo, un impegno. Una volta distinto il performativo dalla descrizione, possiamo proseguirne l'analisi. La prima dimensione & quanto ho appena detto: non sono della famiglia, non contatemi tra ivostr, non ci staré. Mala seconda dimensione, che in qualche modo iscritta nella prima, einsiemela oltrepassa, consiste nel fat- to che il mio non voler essere della famiglia presupposto dal mio voler essere della famiglia. II desiderio di appartenere a una qual- siasi comunita, lo stesso desiderio di appartenenza, presuppone che non ci si appartenga. Non potrei dire «voglio essere della fa- ‘migliay se lo fossiveramente. In altri termini, non potrei dire «vo- lio essere italiano, europeo, parlare questa lingua ecc.», se lo fos- 235 sigia. La motivazione di appartenenza - nazionale, linguistica, po- litic,filosofica ~ presuppone la non appartenenza. Il che pud ave- re delle conseguenze politiche: non c’ identiti; c’é una identifica- zione, una motivazione in vista dell’appartenenza, che perd a sua volta presuppore che 'appartenenza non esista, che chi vuol esse tre questo 0 quello, francese, europeo, ecc., non lo &. Bisogna che sappiano di non esserlo. Alla famiglia non si appartiene mai esi ap- partiene sempre, per questo é un luogo tanto drammatico, perché Ia famiglia (la nezione, P'umanita) non ha una identita con sé. Non @ mai uno stato. E. Secondo Aristotele, sie padre dei propr libri come lo si® dei pro- ‘pri figl. Una cera immagine o anticipazione di maturita fa si che, a luna certa cta, si proieti una immagine idealizzata di opera. Pren- diamo ad esempio i trentasette anni, Vetd a cui Hegel pubblica la «Fenomenologis dello spirito», Heidegger «Essere e tempor, ¢ lei «La scrittura e la differenza», «La voce e il fenomeno», la «Gram- matologia>. D. Analogie indecenti! Quanto sarei tentato dall'interpretare tut- te queste consonanze, queste armonie, dall'analizzare cid che lega la paternita faniliare alla paterniti di un’opera, dal commentare cid che avverrebbe in una maturazione ottimale, a una certa eta, in- soma, dal formalizzare tutta la teleologia che lei ha supposto nel- la sua sinossi. Credo che sia allettante, ma sono tentato anche dal ccontratio, dal mostrare cio® che, dato che la paternita ® impossibi- Ie, il rapporto con opera non 2 di patemita,e che nella stessa idea di paternita c'@ sempre una inadeguatezza: non si pud firmare né uunfiglio né un' opera. Essere padre é fare 'esperienza, gioiosissima ‘¢dolorosissima, del fatto che non sié padre, che de! filio o della figlia non si risponde, perché rispondono da soli. Dunque la pa ternita — si tratti della filiazione familiare o di cid che chiamiamo testo 0 «opera» — non é uno stato né una proprieta. Questa ina. deguatezza della proprieta con se stessa, questa improprieta,spin- ge innanzi, e fasi che si continu. Se chi sta avendo dei fig, 0 sta firmando un'opeta o una frase, non si ferma, & proprio perché sa che cid che fa scorre continuamente dietro di lui gli & essenzial- ‘mente non coincident, non adeguato. In questo senso, va dunque sottolineata uns logica, a-teleologica, del non compimento. 26 ‘Quanto a cid che pud accadere, poniamo, a trentasette anni, lei mi ha abusivamente e generosamente paragonato ad alcuni gran difilosofi che, a quellera, hanno firmato grandi opere; ma quello che ho pubblicato io a trentasette anni tutto é, tranne che una arande opera matrice, sono articoli, non libri, una sorta di con- flucnza di piccoli testi che da soli erano insufficicnti e non forma- vano dei libri. Non ci vorrebbe nulla a mostrare come non uno di quei volumi - sia esso la Grammatologie, 0 L’Ecriture et la diffé- rence 0 La voix et le phénoméne ~ possa essere definito ua libro, ¢ che nessuno di essirispondeva a un progetto di libro. Potrei di- mostratlo, in due parole: [’Eeriture et la différence ® una raccolta di testi che si estendono dal 1962-63 al 1967; la Grammatologie si compone di due parti eterogenee riunite in modo un po’ arificia- Je (la prima parte e quella su Rousseau), secondo una logica della supplementarta che é logica dellincompiutezza; quanto alla Voix et le phénoméne, Vho scritta in qualche settimana d’estate per fare una conferenza negli Stati Uniti, ¢ poi l’ho mostrata a Hyppolite che mi ha detto: «Se ne pud fare un libro» — cosi si deciso, ma tutto era tranne il progetto di un libro. Non c’@ nulla che assomi- pli alla ricerca di una pienezza o di una compiutezza, ma piuttosto cisono degli impromptus, delle scosse che, proprio per la loro in- compiutezza, ¢ per le ragioni di non-coincidenza che ho appena detto, inducevano a continuste, in parte, certo, per prevenire dei ‘alintesi, per precisare, ma, in parte, anche per prolungare la non- coincidenza F. Sarebbe perd facile obiettae che anche Hegel 0 Heidegger avreb- ero detto lo stess0,e a capovolgere il suo discorso, magari mostran- do che quel che lei dice é proprio cid che scrive Rousseau per giusti- icare tuto quello che ba scrtto: non si trattav, dice li, di fare ope- re, ma di retficare malintesi sort dalla prima sciagurata volta in cui si era arischiato a pubblicare qualeosa. Ma, quanto al problema del prevenire i malintesi, questo suppone che si voglia essere intesi (@ Vargomento che Gadamer oppone ala sua tex che il telos ultimo del- a comunicazione non sia Vintesa). D._ Sarei proprio tentato di dire che lesperienza che faccio della scrittura mi lascia pensare che non sempre si scriva con il deside- rio di essere compres, al contrario, un paradossale desiderio a di non esserlo; non é semplice, ma c’é come uno «pero che, di {questo testo, non tutti capiscano tutto»; infatti se la trasparenza dell'intelligibilia fosse assicurata, distruggerebbe il testo, mostre- rebbe che non ha avvenire, che non deborda il presente, che si consuma immediatamente; dungue una certa zona di misconosci- mento ¢ di incomprensione @ anche una riserva ¢ una possibilita ceccessiva ~ una possibilita per Peccesso di avere un avvenire, € di conseguenza di generare nuovi contesti, Se tutti possono capire su- bito quel che voglio dire, non ho creato alcun contesto, ho mec- ccanicamente risgosto all'attesa, ed & tutto Bi, anche se la gente ap- plaude e magari legge con piacere; poi, chiude il libro, ed & finita C’e dunque 1 desiderio, che pud sembrare un po’ perverso, di sctivere cose di cui nessuno potra appropriarsi in una compren- sione immediats. Spesso mi si accusa di scrivere in modo inutil- ‘mente difficile, e di farlo apposta. E una accusa insieme ingiusta ¢ giusta. E ingiusta, perché comunque tento di essere chiaro; non mi diverto a moltiplicare gli ostacoli alla comprensione, tanto che spesso mi trovo anzi troppo pedagogico. Ma devo ammettere che nella scrittura C& Pesigenza di un eccesso anche rispetto a ci6 che ‘posso comprendere di quanto dico —T'esigenza di lasciare una cie di apertura, di gioco, di indeterminatezza, che significa ospita- lita all avvenire: «Non si sa ancora che cosa vuol dire, si dovra ri- cominciare, si dovra ritornare, si dovra proseguires. E, se ci fosse tempo, potremmo mostrare con precisione, nei testi, come si ope- ri questa specie di apertura di un posto lasciato vuoto per chi arri- vera, per avveniente— forse Elia, forse un altro; bisogna che qual- ‘cuno possa ancora arrivare; ci deve essere qualcuno che viene, © percio bisogna che la tavola —la tavola delle materie o la tavola del- Ja comunita - abbia un posto vuoto per un assolutamente indeter- minato, per un arrivante - chiamiamolo, impropriamente, Messia. E la dove c’é posto per 'arrivante, il testo non @ intelligibile, il di- scorso definisce una zona di vuoto che possiamo riferire a cid che dicevamo della kenosis. ‘Ma far questo @ anche un modo per dare a leggere. Se si daa leg- gere qualcosa di totalmente intelligibile, che pud essere picna- ‘mente saturato di senso, non lo si dia leggere all altro, Dar da leg- gere all'altro significa anche lasciar desiderare, o lasciare allaltro il posto di un intervento con il quale potra scrivere la sua interpre- tazione: I'atzo dovra poter firmare nel mio testo. Ed & qui che il 28 rarest desiderio di non essere compresi significa semplicemente ospita- Tita alla lettura dell'altro e non rifiuto dell’altro, E_ Nel suo mémoir del 1954 sul «Problema della genesi nella filo- sofia di Husserls, ei evocava «Fede e sapere»: esperienza ea prior, Lungi dal? opporst, sono lo stesso, perché Vesperienza fenomenica del reale 8 una sintesia prior. La traccia del passato é anche tracca del futuro, una funzione empirica si volge in trascendentale, perché pro- ‘prio la temporaita a partire da cui si divide a priari ea posterior si produce nellesperienza. In altri termini, proprio la dialetica hege- liana dimostrerebbe che in Kant non c'é luogo, come fa Hegel nel suo sortto giovanile, di stigmaticeare nella «Critica dellaragion pu- ‘a wna econecrecione dl fiito» nell se del! Munim ed D. Lei ha utilizzato la coppia trascendentale-dialetico, Se si prende per esempio cid che rende possibile un processo dialetti- 0, cioé un elemento estranco al sistema che trascende (il trascen- dentale come cid che sranscendit omme genus), un insieme di cate gorie, che viene in piti o in meno rispetto a una tavola o a una se- tie di categorie, questo elemento estraneo, pid originario della dia- lettica, @ proprio cid che la dialettica dialettizzera, determiner’ in sé, comprendera in sé, Per questo le formule pitt dialetiche della dialettca, quelle che si trovano generalmente in Hegel, sono sem- pre delle dialettiche e delle non-dialettiche: lidentita della non- identta e dell’identiti. Il non-dialettico non si oppone al dialett- co, ed & una figura che si riproduce continuamente, Ho sempre tentato di mostrare lelemento che, in una serie o in un gruppo, non silasciave integrare nell'insieme, evidenziando che cé una dif- ferenza non-opposizionale che trascende la dialettca; & un sup- plemento 0 un pharmakon che non si lascia dialettizzare; potrei dare tanti altri esempi. Cid che, non essendo dialettco, rende im- possibile la dialettica, & proprio cid che risulta necessariamente ti preso dalla dialettica che finisce per rilanciare, Bisogna allora prendere atto del fatto che la dialettica consiste appunto nel dia lettizzare il non dialettizzabile. Abbiamo allora un concerto di dia- lettica che non @ pitt quello convenzionale - per cui la dialetica & sintesi, conciliazione, riconciliazione, totalizzazione, identificazio- he a sé-,ma 2 una dialettca negativa, o infinita, che definisce il 29 movimento di sintetizzazione senza sintesi. E, per esempio, cid che chiamo es(ap)propriazione, che & un concetto per principio anti- dialettico; ma si pud sempre interpretarlo come il nee plus ultra della dialettica, come in Le probleme de la genes. er questo, subito dopo quel primo libro molto dialettizzante, ‘ogni volta che he insistto su uns differenza non dialettizzabile, ho sottolineato in modo discreto, ma chiaro, che non si trattava di op- porsia una diale:tica. Non mi sono mai opposto alla dialetica, per- ché la guerra alla dialettca @ persa in partenza, Si tratta piuttosto dipensare una dialetticita delle dialettiche che, nel suo fondo, non sia a sua volta dialetica. Questo vale anche del dialégesthai — del dialogo, dell’intelligi- bilith, della giustizia ecc. -, ma in fondo abbiamo da fare con due concetti, con duc figure della dialetica, ' una convenzionale, quel- la della totalizzarione, della riconciliazione, della tiappropriazione attraverso il lavoro del negativo ece., ¢ poi l'altra figura, non con- venzionale, che ho appena indicato, Ovvio che anche tra queste due figure siiproduce una dialettica, appunto tra il non-dialettiz~ zabile il dialettizzabile, Un nor del non-dialettizzabile che a sua volta si divide in due, un non che pud essere pensato come un or di opposizione o un non di irriducibilta, di etetogeneita. Dunque il non-dialettizzabile pud essere appreso come dialettico o non- dialettico, come opponibile o come eterogenco, ‘Quel che mi ha sempre interessato & leterogeneo, cid che on si oppone nemmeno, Cid che non si oppone nemmeno, si pud an- che designare come la pitt grande forza di opposizione alla dialett ca, oppure come la pitt grande debolezza. Spesso proprio imma- gine della debo'ezza mi é parsa offrire meno presa alla dialettica Non il forte, ms il debole, sfida Ia dialettica. II diritto @ dialettico, Ja giustizia non é dialettica la giustizia & debole. Nietzsche ha, me- lio di altri, mostrato il processo di conversione che fa si che la ‘massima debolezza divenga la pit gran forza. Dire che la pitt gran- de debolezza ~filosofia, cristianesimo —ha prevalso sulla massima forza, e che questa perversione @ la morale, Vorigine del debito, della colpa ece, & una proposizione dialettica? E dialettica quan- do Nietzsche dice che la dalertica @ la vittoria dei deboli, ma éin- sieme la manifestazione della forza? Non saprei, certo non lo vor- rebbe Nietzsche, ma, quando lo dice, non ? forse dialettico? Tl dato & dialettizzabile? Se era questo il senso della sua do- ‘manda, credo che, in senso hegeliano, si, la dialettica incomincia 30 di qui: perché qualcosa si determini nel!intuizione, la prima de- terminazione del questo ¢ dellbic et nunc costituisce Pinizio asso- lutamente incomprimibile, inarrestabile, del movimento autono- ‘mo della dialettca. Il dato é dialettico, Ma, ovviamente, si pud cer- to pensare il darsi del dato come cid che insieme precede e inter- rompe la dialettica. Provo a dislo del dono in Dorner le temps il dono é proprio cid che non deve presentarsi; in questo senso, non & mai dato, bisogna che non sia dato come qualcosa né per qual: cuno. Quanto c’é di dono nel donato, non & un dato. Inteso in que- sto Senso, 0 pensato, o promesso in questo senso, il dato & vera menteil non-dialettizzabile: resiste all economia, ala citcolazione, resiste al circolo. Certo, si pud sempre dimostrare che non appena isi provaa dire del dono quel che se ne vuol dire, non appena ci si prova a determinarlo, a parlarne, si é gia nella dialettica. Perd qui sitrata di pensare una cosa che non & una cosa, ¢ che sotto il nome di dono non pud essere né conosciuta né fenomenizeata, La fenomenizzazione del dono lo annulla, dunque non c’é fenomeni- cita, non c' fenomenologia, non c’é ontologia (il dono non & un presente, un ente presente). Sfidando l'ontologia ela fenomenolo- sia, sfida la dialettca. E un dono che non dovra avere niente da spartire con quanto in filosofia si chiama «dato», con cid che é pre sente, che ul che Pintuzionetemporaleospazale pub ree Ris-Orangis, 17 luglio 1993 tl Razoa curiosa della vita altrui, tarda a correggere Ia propria, Ma per- ché vopliono sapere da me chi sono io, se non vogliono sapere da te chi sono loro? E.come fanno a sapere se dico il vero quando mi sentono par- lare di me stesso, quando non c’@ ome che sappia quel che passa in un ‘vomo, fuorché lo spirito dell uomo che & in lui (Agostino, Confessions, X, 33, trad. De Monticelli) Dettida. Se Nistasche @ stato e resta per me una referenza tanto importante é anzitutto —e mi ricordo del momento in cui me ne si @ presentata esidenza, in Algeria, ero quasi un bambino -, per- ché 8 un pensatore che pratica una psicologia dei filosoft: le prandi filosofic, lo dice spesso, risultano da una certa psicologia, da una certa storia delle psyché. Che ovviamente non é la storia di una vi- sione del mondo, nello stile di quella di cui parla Dilthey; e nean- cche una psicologia storica, una disciplina regionale tra le altre. Ma la filosofia @ sempre anche una psicologia e una biografia: scrit- tura della vita come movimento della psyché'vivente. E'sempre una figura della vita individua, una steategia (armatae inerme) di quel- Ja vita, nella misara in cui ispira tutti i filosofemi e programma tut- tele astuzie della verita. Nella mia piccola storia, ho sempre avuto bisogno di concilia- + quel motivo, cui continuo a tenere, con un motivo di tipo hus- serliano, per esempio con la critica dello psicologismo ¢ dello sto- ricismo. Bisognava conciliare quella nuova psicologia della floso- fia con la rottura trascendentale, con la denuncia di cid che nella psicologia corre sempre il rischio di contraddire il progetto scien- tifico o il progetto filosofico come tale. La critica dello psicologi- smo @ stata per me una faccenda impegnativa, ho presa sul serio, 32 come una leva filosofica essenziale, come lo stesso cominciamento della filosofia in quanto tale. In questa critica dello psicologismo, ricordo sino a che punto ho potuto essere interessato, in Husserl (ene parloin una recensione del 1963 alla Phinomenologisehe Psy- chologie di Husser!), dal motivo che consiste nel dire, insomma, che tra la psicologia fenomenclogica pura, la psicologia trascen~ dentale, da una parte, ela fenomenologia pura trascendentale del- ego, dallatra, non ce differenza reale, una volta che si siano pra- ticate tutte le riduzioni. Sono delle parallele, Tra la psicologia fe- ‘nomenologica pura (che resta scienza della psyebé, cio’ di una re sione del mondo, e della regione a pastire da cui il mondo si orga- nizza)c la fenomenologia trascendentale costtutiva (la UrRegion della coscienza trascendentale, che non # nel mondo), ce paralle- lismo 0 coincidenza di contenuti. Nulla le separa, nessun conte- rnuto le distingue, ma un nulla tuttavia sifrappone, Un nulla che non appare come tale. E che & decisivo. Il problema & questo mul- Ja, che mi é sempre interessato. Mi sono sempre situato, con piti o meno conforto, benessere o inquietudine, sulla linea o sul limite che passa tra irriducibilita dello psicologico o dello psicoanaliti- co € un pensiero filosofico o decostruttivo della flosofia li dove questa implicava una indipendenza rispetto allo psichico, o alme- zo rispetto a quello psichico che ® oggetto di una scienza chiama- ta «psicologia». Questo per me stato il luogo del problema. Ean- che illuogo in cui si pone il problema della firma, della psicologia dell'autobiografia intellettuale: chi pensa? chi firma? che fare del- Ja singolaria in questa esperienza del pensiero? E che ne é del ap- porto tra vita, morte e psyche? Ferraris, 1942. «La Francia, adesso, l'universitd francese. Mi accu- si di essere spietatoe soprattutto ingiusto con lei forse dei come in sospeso: non 2 forse vero che mi anno cacciato da scuola quando ‘2vevo undici anni, e senza che un solo tedesco avesse messo piede in Algeria? I! solo preside di cui oggiriordi il nome: mi chiara nel suo ufficio: ‘Adesso torni a casa, piccolo mio, i tuoi riceveranno due ri- he’. Sul momento non ho capito nulla, ma poi? Forse che non rco- ‘mincerebbero a vietarmi la scuola, se potessero? Non é forse proprio er questo che mi ci sono installato da sempre, per provocarli e per dargli la pia gran voglia, sempre al limite, di espellermi ancora? No, txon credo per wulla, ma proprio per nulla, a queste ipotesi, sono se- 33 ducentio divertenti, manipolabili, ma senza valore, sono dei clichés. E poi sai che non sono per la distruzione della untversitas 0 per la scomparsa dei guardiani, ma per Vappunto bisogna fargli una certa guerra quando Lascurantismo, la volgariti, soprattutto, si insedia, come é inevitabile» («La carte postale»: 97). D. La data chelei ha privilepiato, i 1942, restera per sempre pet me'ilsegno di una frattura o din trauma. Allora, una sedimenta- zione inconscia si? formata, indurita incallita, ma anche — in un modo altrettanto inconscio - una determinazione intellettuale, an- che se non ho capito granché di quanto accadeva nel 1942, quan- do il piccolo ebico di Algeri che exo io, nel momento dell antise- mitismo (francese ¢ non tedesco o propriamente nazista) é stato espulso da scuola. Anche se non ci ho capito molto, attraverso ‘quella ferita si é insediata una certa prospettiva, in modo domi- nante, conscio e inconscio. Poi concernera, ma come una conse- guenza, delle cose intellettuali, Je cose della cultura ¢ della lingua. Una configurazione che si potra chiamare intellettuale, e anche ideologica, benché non cosciente, ha gia preso posto. E a partire dill, non @ pitt possibile, per me come per chiungue altro, discer- nere trail biografico e Vintellertuale, il biografico non intellettua- lee il biograficointelletuale, il conscio e Pinconscio. Per una de- sctizione tigorosae fine di queste sequenze, per fare davvero qual- cosa che non sia raccontare storie, aneddot pti 0 meno spettaco- lari, bisognerebbe trovare delle nuove categorie, inventare una moduli insieme diegetica, fenomenologica e psicoanalitca estre- mamente rafinsta Se usassi il inguaggio corrente, quale @ immediatamente di- sponibile, che cosa pottei dre, turtavia, che concerna I'ordine in- telletruale? C’é uno che a dodici anni, senza che gli spieghino che cosa sia I'antisemitismo, né che cosa succede nel mondo politico, tun giorno si vede messo alla porta dalla scuola da un preside che gli dice ‘Adesso torni a casa, i tuoi ti spiegheranno’. Crolla allora peril bambino quella sicurczza rclativa rappresentata dalla scuo- la, ciog dal luogo dove gli giunge la cultura, in cui si pratica inse- gnamento delle lingue, in cuii modelli dominanti della lingua fran- ‘cese sono insegnati o piuttosto inculeati. ‘Lamia sola madrelingua, se ne ho una, él francese, ma ho avu- to la scasazione, prestissimo e in modo oscuro, che quella lingua 34 ee non fosse mia. E non solo perché appartenevo a una famiglia brea, di origine spagnola, presente in Algeria gia prima della co- lonizzazione francese; ma anche, per l'appunto, perché, sin dal tempo della scuola ~ dungue siamo gi nella biografia intellettua- Je— il modo in cui si insegnava, sin nelle primissime classi, la lin- ‘gua francese, le norme del bello scrivere e del patlare corretto, iri- ferimenti alla letteratura, lasciavano intendere che il modello era solo in Francia, ¢ addirittura a Parigi. Avevo la sensazione che uella lingua, la mia sola, fosse venuta da altrove. E il momento in ‘cui sono stato escluso dalla scuola deve avere aggravato questo sentimento di estrancita, di esteriorita, di non appartenenza. Gia nella lingua, gia nel riferimento alla letteratura, al modello del ben parlare e del bello scrivere. Quella rottura violenta deve aver la- ‘sciato delle stigmate, anche se non ne capivo il senso, anche se in ‘un certo senso non protestavo (per quanto mi ricordi, il giorno che i han detto ‘va’ a casa’, non ho provato un senso di rivolia o di indignazione, solo di incomprensione; ¢ in famiglia non mi hanno ai spiegato di che si trattasse). Subito dopo, i mici mi hanno iscritto, come facevano quasi tut- te le famiglie ebree, in una scuola ebrea di Algeri, in cui si racco- sglieva buona parte degli insegnanti ebrei, cacciati anche loro dal- Vinsegnamento, ¢ dei ragezzi ebrei destinati a ricevervi un inse- gnamento francese, come in un liceo. I mesi seguiti all’espulsione sono stati una esperienza molto doloross; avevo gid incominciato a percepire l'antisemitismo all'esterno, per strada, nel giro dei ‘compagni di giochi. Gli amici mi trattavano da sporco ebreo o non mi volevano pit parlare. E, paradossalmente, il senso di non ap- utenenza si@ fatto strada anche nel mio rapporto con la comu- rita ebraica e con quei ragazzi che erano, come me, raggruppati nella scuola ebtaica. Detestavo quella scuola. E il pit delle volte, senza dirlo ai miei, «marinavo», me ne andavo di nascosto, all'in- saputa dei miei. Ho avuto un rapporto molto negativo con la co- munita ebraica che allora si organizzava e si adattava alla situazio- ne. Era un moto selvaggio, un sentimento oscuro. Si @ formato in ‘quel momento ed @ restato, credo, permanente in me. Sul fondo di «quel trauma non solo ho coltivato, lasciato che si coltivasse in me, una sorta di non appartenenza alla culeura francese,¢ alla Francia in generale, ma anche un rigetto, in qualche modo, del!’apparte- nenza ebraica. Questa, almeno, @ la mia impressione: in quei po- 35 chi mesi, nel 1942-43, le cose si sono formate e hanno preso posto in me per tutta la vita. La mia reazione spontanea o infantile alla violenza antisemita 2 consistta nel dire ‘no, non faccio parte né di questo né di quello’, né di questo pattume antisemita né delle sue vittime, con un moto un po’ altezzoso, estetizzante, senza indul- genza nei confronti del protezionismo della comunita ebraice che tendeva a serrare le righe davanti al pericolo. Naturalmente posso, come in questo momento, entarc una de- scrizione razionale di quel doppio movimento, ma @ probabile che Te cose siano successe molto lontano dalla mia coscienza; e forse lo restano ancora. Naturalmente posso anche razionalizzare, ¢ tra- sformare la non appartenenza in un dovere etico-politico, dire che Tappartenenza 2una non appartenenza, e dire che la fedelta si co- struisce proprio sul fondo di una non appartenenza. Ma probabil- mente cg, dietro a questo discorso, e quale che ne siail valore, una sorta di incancellabile sofferenza. Che ricorda una offesa e una fe- rita senza fondo, Ho cercato di parlare, in una certa maniera, in La carte posta- le, poi in Circonfessions. In modo giustficato 0 no, anche prima del trauma di cui parlavamo, metto in serie le ferite: anzitutto la mia disperazione il primo giomo di scuola, un terribile momento di pianti lutto che si riprodotto tutti gli anni al ritorno a scuo- Ja, sino all'eta adulta, Bisognerebbe ricostruire una sorta di cate- na, anche prima di questa prima separazione, attraverso la scuola, dail ambiente familiaze, Vesclusione nel ’42, poi tutto il dramma che ha ripetuto, replicato, rimesso in scena questa violenza sulla porta della istituzione: benché sia sempre stato nella scuola, non sono mai stato deze a scuola; ho avuto molti scacchi agli esami e ai ‘concorsi; sono stato costantemente esposto a gesti di rigetto che dovevo sicuramente essermi cercato, in parte, io stesso, csposto a tentativi di marginalizzazione nella universita francese, fino alla storia di Praga, dove sono stato incarcerato ¢ P'istituzione ha an- cora assunto la figura della porta metallica che, a scuola come in. prigione, @ sempre stata li a segnalare la non appartenenza e l'ap- partenenza forzata, ecc. F. 1948-49, «Liorientamento verso la filosofia si precisa. Lettura ‘impressionata’ di Kierkegaard e di Heidegger» (Bennington: 302). Altrove («Points de suspension»: 306) lei ba seritto che Sartre rap- 36 resenta una problematica necessaria ma insuffciente, insieme trop- po storico-socialogica e metafisica D. Aun certo punto, ho creduto di dover prendere qualche di- stanza da cid che si chiamava filosofia dell’esstenza. B stato quan- do incominciai a leggere in un modo un po’ pti serio, e non era per allontanarmi dallinteresse per l'esistenza, peril conereto del- Timpegno personale, e nemmeno per il pathos esistenziae, che in fondo resta il mio, in un certo modo, No, ho creduto necessatio Jontanarmi a causa di riflessionicritiche sulla letura che cert esi- stenzialst francesi, e anzitutto Sartre, avevano dato di Husserl ¢ di Heidegger; ma questo non mi allontanava dalle questioni che si dlicevano esistenziali. In un certo modo senza questo pathos etico- esistenziale la flosofia non mi interessa granché. Il desiderio che mi spingeva, giovanissimo, quando leggevo Rousseau, Nietzsche 0 Gide, credo che non sia cambiato. Ea Kierkegaard che sono stato pi fedele, e che mi interessa di pili, se si pud die una cosa tanto semplicistica: 'esistenza assolu- ta, il senso che da alla parola soggettivita, la resistenza dell’esi- stenza al concetto o al sistema, ¢ qualcosa cui tengo assolutamen- tee a cui non posso nemmeno pensare che non si tenga. E solo a quello che si pué tenere, anche se, allora, non sitiene nulla. Lo sen- to molto vivamente, ed @ in nome di questo che mi muovo in con- tinuazione. In fondo, anche quello che taluni hanno potuto inter- pretare una tiduzione della filosofia alla letteratura, come una ma- niera di tidurre il filosofico al letterario, risulta da quel gesto. Non che la lerteratura mi paia desiderabile di per sé, ma per me rap- presenta anche la singolarta dellesperienza ¢ dell’esistenza nel suo rapporto con la lingua, In fondo, nella letteratura mi interes so sempre all autobiografia; non a quello che sichiama genere au- tobiografico, ma all'autobiograficita che eccede di gran lunga il ge- nere dell autobiografia. La maggior parte dei romanzi aurobiogra- fici mi paiono del resto ben poco autobiografici. Cerco di guarda- te a cid che nell autobiografia eccede sia il genere leterario sia il genere discorsivo, e al limite l'autds; cerco di interrogare cid che nell'autés scompagina il rapporto a sé, ma sempre in una espe- rienza esistenziale singolare, se non ineffabile, almeno intraduci- bile, ailimiti della traducibilca. Quasi che cercassi sempre di pro- vocare alla traduzione qualcosa che eccede o riffuta la traduzione. 37 ‘Le memorie, in una forma che non sarebbe cid che in generale si chiama «memorie», & tutto quello che mi interessa. Corrispon- de alla pazza idea di conservare tutto, di raccoglicre tutto nel pro- rio idioma. Di raccoglierci anche quello che si dissemina e sfida pet essenza, ancora se lo si pud dite, il raccoglimento. E la filoso- fia & sempre stata, per me, al servizio di questo disegno autobi srafico delle memorie. Il che non significa rinunciare alla speci ita del genere filosofico, all’esigenza propriamente filosofica, ma attesta il desiderio, pur andando i pit in fa possibile nella respon- sabilita filosofica, di sottolineare che essa rest, in quanto respon- sabilita, la responsabilita di qualcuno. Per formalizzate all'estre- mo, ditei che le domanda chi mi sembra sempre la grande do- manda; la si chiami biografica, autobiografica o csistenziale, @ la forma della domanda chi che mi importa nella sua forma kierke- gaardiana, nietzscheana, blanchottiana... chi? chi pone la domanda chi? dove? come? quando? Chi arriva? © sempre la domanda pitt difficile, Pirriducibiita del chi al che 0 il luogo dove tra chi e che il limite trema, in qualche modo. Ovviamente, il chi si sottrae, pro- voca lo spostamento delle categorie entro cui si pensa la biografia, Pautobiografia, le memorie... Abissale questione della firma, ma anche firma della questione, il pegno impegnato nella questione. T._ 1949-50 «Primo viaggio nelle ‘metropol!, prino vieggio in soluto» (Bennington: 302). D. Fino ai diciannove anni non mi sono mai mosso da Algeri, mai api di 80 0 100 chilometri. Sedentarieta assoluta. Poi, se anche si sono moltiplicatii viaggi sono sempre stati legati allo spazio acca- demico. Non sano un uomo da viaggi, ho il gusto della sedenta- rita. Mi capita anche di sognare di viageiare senza appuntamenti accademici diorta, ma non lo faccio, o mi capita rarissimamente. E. Perd cé la foto di un viaggio in Normandia, nel 1956, con Ro- bert Abirached. D. Si,ma anch: quello era una specie di viaggio accademico; so- ‘no andato in Normandia con quella vecchia macchina del 1930, che stata la mia prima automobile, ela prima auto di un norma lista; 'avevamo comprata, in due, per 600 franchi. Era poco prima 38 del concorso di agrégation, ero molto stanco, ¢, come sempre alla vigilia dei concorsi, angosciato e fragile; percid ero andato a ripo- sarmi nella casa che un banchiere metteva a disposizione di intel- lettuali découragés Anche quando ho incominciato a viaggiare per andare molto lontano sono sempre rimasto a scuola. Anche all'estero resto nel- universita, e questo sicuramente significa qualcosa. Malgrado il ‘mio disagio, il mio malessere, malgrado il mio senso di non ap- partenenza alla Ecole Normale, e prima nel liceo, ¢ nella classe preperatoria alla Ecole, infne allinterno di qualungue istituzione ‘universitaria, malgrado tutto questo, ho accettato i segni di tutto guello che mi hanno insegnato a fare allora, soprattutto nella clas- se preparatoria e all'Ecole Normale. Anche se protestavo contro uella disciplina, contro le norme non dette della disciplina di let- tura, é vero che continuano a ispirarmi un rispetto incancellabile. Questi modelli dell’esigenza filologica, micrologica, direi persino grammatico-logica, per me hanno conservato un’irrecusabile au- toritd, I resto @ venuto a complicare le cose, ma & come se una cer- ta grammatica fosse data per sempre. Dopo di che, ® dopo, cela si sbroglia, ma si conserva questo retaggio, anche se si continua ain- terrogarlo 0 a contestarlo. E come una lingua che non si pud de- punciare che nella propria lingua, la stessa. Anche quando doT'itm- pressione di trasgredire, di mettere in questione, di spiazzare, sempre sotto la loro autorit, con un senso di responsabilita di fronte @ una certa morale filologica, davanti a una certa etica del- Jalettura o della scrittura, Davant alla legge, insomma... E. «Parlero dunque della lettera ‘a’, di questa prima lettera che & po- tuto sembrare necessario introdurre, qua ola nella scrittura della pa- rola ‘differenza' e questo nel corso di una serittura sulla scrttura, di tuna scrittura nella scrittura, anche, icui diversi tragittivengono dun- que a passare, tutti, in certi punti ben determinat, per una sorta di grossolano errore di ortografia» («Marges»: 3). D, Detesto glierrori di grammatica, anche quando mi prendo del: Iellibertd con le regole, che taluni trovano provocatorie. Lo faccio col sentimento, giustficato o meno, di conoscere delle regole che continuo @ osservare e a omaggiare. Una trasgressione deve sem- pre conoscere cid che trasgredisce, il che rende la trasgressione 39 sempre impura, ¢ preventivamente compromessa con cid che tra- sgredisce. Resto un universitario che non é uscito dall'universita. ‘Lo 80, a volte trovo che non ne sono uscito abbastanza radical- mente, altre vote, talora contemporaneamente, penso anche che ho fatto bene a restarci. Dunque ho una attitudine, che alcuni de- vono avere avvertito come doppia, di affrancamento, di rivolta, di ironia, ¢ contemporaneamente di fedelta scrupolosa. E mi sento meglio quando !'affrancamento, in me, conserva la memoria di cid da cui si emancipa; spero che sia leggibile in tutto cid che faccio: tun misto di rispettoe di irispettosita di fronte al reraggio accade mico e alla tradizione in generale. Credo che ci si trovi la doppia legge di cui parlavamo, la sedentarieta profonda di uno che sé tro- ‘vato a viaggiare senza un attimo di respiro. F. 1952-53. Ingresso alla Ecole Normale Supérieure. D. Liinizio degli anni Cinquanta é il momento in cui la fenome- nologia ha gia una sorta di legittimita accademica, soprattutto gra- zie a Merleau-Ponty. Ma Husserl non era letto veramente nelle uni- vers. La fenomenologia era stata recepita in Francia, ma soprat- tutto attraverso un dispositivo estraneo e anteriore alla questione della scienza, cio® attraverso la fenomenologia della percezione, antropologia e ontologia sartriana; ma in fondo non si erano an- cora fatti i conticon i problemi di epistemologia, con le iflessioni sulla storia della scienza, sulle idealita matematiche. All'epoca in cui ero giovane normalista, sono stato sensibile a questa efferve- scenza insieme marxista ed epistemologica; c'erano dei corsi di Foucault su Merleau-Ponty e su Ideen II. Leggendo Husserl, mi son detto che bisognava ritornare a cid che di Husserl non era sta- to recepito in Francia, cic® il problema della scienza, dello strato in cui si radicaro i giudizi scientific, della storia, il tuto in con- nessione con cid che faceva Tran Duc Thao, nel suo tentativo di articolare la fenomenologia con il materialismo dialettico. Di qui Ja scelta che ho fatto nel mio primo lavoro su Husser: prvilegiare Ja costituzione genetica, la genesi degli oggetti matematic, la ge- nesi della oggertivita e della scienza. Il tutto si & prodotto in ux contesto di cui si dovrebbe ricostruire la storia, Si trattava anzi- tutto diuno scarto rispetto alla tradizione sartriana emerleau-pon- tiana della fenomenologia. 40 Ovviamente, in quellistituto cera Althusser, che in quel mo- ‘mento insegnava poco, ma di cui sisapeva che era marxista, e poi Foucault, che teneva dei corsi su Merleau-Ponty e sulle afasie, su Goldstein, la psicopatologia, 'arto fantasma ecc., ¢ questo deve avere avuto un ruolo nella forma presa dal mio interesse per la fe- nomenologia. Va detto che allora avevamo anche un grande ri- spetto per uno studioso di cui oggi si parla meno: Martial Gué- roult, uno storico della filosofia molto meticoloso, molto esigente nella ricostruzione della logica interna dei sistemi, per esempio dell'ordine delle ragioni in Cartesio; a suo modo era una lettura strutturale, indipendente dal biografico, dal romanzo cartesiano. Era un modello per molti di noi, credo, in quel momento. Biso- gnava leggere, pensavamo, come leggeva Guéroult, In quel mo- dello, c insieme il rispetto per il funzionamento del testo, per la emi senza tener conto dell'autore; era anche la cu- ire la pitt grande coerenza possibile in una connes- sione sistemica di filosofemi, una attenzione al funzionamento for- ‘ale; non era questione di sottoscrivere o meno la tesi, né di filo sofare per filosofare, ma di vedere come funziona; una specie di tecnologia filosofica. Contemporaneamente, bisognava prestare attenzione alla lettera, alla lettealiti: non al soffio che spira attra: verso il testo, a quel che vuol dire, ma al suo funzionamento lette- rale. Quali che siano gli intcrrogativi che mi pongo in proposito, ‘questo modello ha avuto una grande autorita per me, anche se a tun certo punto Io contesto; @ le comtestazione di chi accorda un gran valore a quel gesto. Donde la mia simpatia per lo struttural- ‘smo anche se, come sa, ho sollevato questioni e divergenze. Ma in fondo ho molto rispetto per cid che mi pare sempre necessario ¢ legittimo nella lettura di un testo, di una cultura, di un sistema, di una configurazione. Bin questo contesto che ho fatto il mio primo viaggio fuori del- la Francia. Primo passaggio di frontiera, perché tra l’Algeria e la Francia, il Mediterraneo non era ancora una frontiera nazionale. Nel 1954 sono andato a Lovanio per consultare gli inediti di Hus- serl sul tempo, perché allora mi interessavo alla costituzione gene- tica dell'ego. Viaggio filosofico, dunque, il primissimo... E__ Nel 1967 escono «La voix et le phénoméne», oLiécriture et la difference», De la grammatologie», nel 1972 «La dissémination», 4 «Marges — de la philosophiew, «Positions». B sensibile una disconti- tuuita almeno formale tra la prima e la seconda trilogia D. In effet, nell'ordine delle pubblicazioni, i testi del 72 sem- brano relativamente eterogeneirispetto a quelli pubblicai nel 67, ma c’é stato un lavoro molto continuo. Se dovessi servirmi di una immagine sproporzionata, parlerei di sisma: il momento del sisma é preparato da lontano da microspostamenti invsibli.E poi, « un certo punto, almeno dal nostro punto di vista, c'& quello che si chiama terremoto. Ma il terremoto, dal punto di vista dellordine della terra, non é quasi nulla. La Pharmacie de Platon & stata scrit ta nel °68-'69, Pano dopo De la grammatologie, e non faceva che sviluppare una annotazione della Granzmeatologie, una nota pro- grammatica sul pharmakon. Se uno si dilettasse a seguire questo gioco o questa necessita, constaterebbe facilmente che non c’ al- cun testo che non sia annuneiato precisissimamente, letteralmen- te, esplicitamente, dieci o vent’anni prima. Quando ho incomin. ciato a pubblicare, all’inizio degli anni Sessanta, avevo gia scritto da dieci anni quel testo su Husserk in tuto ci6 che ho pubblicato ci sono sempre dei segoali che annunciano con un anticipo di die- ciovent’anni che mi piacerebbe, un giorno, trattare di questo o di quello. Nella memoria del '53 sul problema della genesi nella filo- sotia di Husserl, la questione della scrittura é gia annunciata. Questo moto sur place non mi impedisce di essere continua- ‘mente non solo sorpreso, ma di avere la sensazione di essere semn- pre alla vigilia di una scoperta inaucita.. F. «Bra il 1966, durante un convegno cui partecipammo entrambi negli Stati Uniti. Dopo qualche osservazione amichevole sulla con- _ferenza che avevo pronunciato, Jean Hyppolite aggiunse: ‘Detto que- ‘sto, non riesco assolutamente a capire dove lei vada a parare’. Credo («Du droit dla philosophie»: 442). D. Ogni volta che serivo qualcosa, ho l'impressione di incomin- ciare, ¢ del resto lo stesso & incessantemente esposto a una singo- larita dell'altzo (an altro testo, qualcun altro, un’altra parola della lingua). Apparecutto come stesso e altro, come qualcosa di nuovo: 42 simile e diverso, cio? insieme nuovo e ripetuto, Per me si ripete in continuazione il soprassalto davanti a cid che non bo ancora fatto e che resta ancora vergine e intatto; qualunque cosa incominci a scrivere, anche quando sitratta di cose modeste, ho sempre ostes- so sentimento un po’ angosciato, che non bisogna fare affidamen- to sunulla di cid che é stato detto: & tutto da ricominciare. Nel fa: si della cosa, ovviamente mi accorgo che in fondo si sviluppa se- condo una legge d’analogia che governa cose sempre tanto diver- se. Lo si potra mettere sul conto della ingenuita o della presunzio- ne, dellincoscienza e dell’oblio, ma in fondo quando scrivo non mi annoio mai. Pensare che uno che non si annoia mai ripeta sem- pprela stessa cosa, 2 un bel problems. Spero solo che quanto dico dalla filosofia, della lettcratura, dell’evento, della firma, della ite- rabilita (la tipetizione alterante-alterata) si accordi con un incon- tro di questa singolarita sempre rinnovata. Cerco di pensare che tout autre est tout autre. Per limitarsiallesperienza dell’insegna- mento, cui tengo molto, perché mi permette di parlare e di scrive- re a.un ritmo pitt consono al mio respiro, i test che leggo e rileg- g0sono sempre nuovi per me. In questo momento a lezione parlo di Heidegger, e ho proprio la sensazione di leggere per la prima volta Sein und Zeit; e quel che vale per Hleidegger vale per Plato- ne, per Kant, per tutto e per tutti E anche una certa amnesia a dar- mi questo gusto, che si pud considerate una forza o una debolez- za. Non dir’ che so dimenticare, ma so che dimentico, ¢ che non 2 solo né sempre un male, anche se ne sofiro. Devo avere un mo- do di insegnamento un po’ particolare, il che certo spiega insieme le reazioni di diffidenza o di rifiuto da parte di alcuni, ¢, inversa- mente (perché non ditlo?) Vinteresse e la fedelta di molt studen- ti, Questo dipende in parte dal faro che non ho mai rinunciato al- la disciplina di cui parlavamo pocandi,e insegno sempre regolan- domi su di essa e cercando di trasmetterne il rispetto: la lettura at- tenta dei testi, il riferimento all’originale, alla letter, la pazienza, la lentezza, Insomma il rispetto delle viet classiche - benché non siano poi tanto diffuse ~ dellinsegnamento, dei testi canonici, dei testi canonizzati, benché questo non mi impedisca di leggerne al- trie di problematizzare continuamente l'autorta, il processo del- l'autorizzazione canonica. Dungue il rispetto coabita,é vero, con qualcosa che ha 'aria di contraddirlo, con una specie di follia 0 dilberta. La messa in sce- B na di questa lettura sorvepliata dal super io accademico, l'atten- zione paziente che spendo al microscopio pud sembrare talora ba rocca 0 provocatoria. Ma io viaggio con queste regole. La testi- monianza che mi tocca sempre di piti @ quando uno studente mi dice «mi 2 venuta voglia di lavorare per conto mio e di scrivere, ‘entre non avevo pial voglia di scrivere, ho avuto voglia di legge” rei classici, mentre incominciavo ad annoiarmi». E1968. «].D. sembra piuttosto appartato, per non dire che abbia delle viserve su corti aspetti del movimento del mageio '68»; «Redi- ae l"Avant-projet pour la fondation du Groupe de recherches sur Venseignement pbilosophique (G.R.E.Ph,)’ e fonda tl gruppo con amici, colleghi e studenti, Lanno dopo»; 1979. «Prende Viniziativa, con altri, degli Stati generali della Filosofia»; 1980, «Discute una ‘thése d'état’ alla Sorbona»; 1981. «Con Vernant e qualche altro amico, fonda Vassociazione Jan Hus (..) Lo stesso anno, va a Praga er animarvi un seminario clandestino(..) ed 2 incarcerato con Vin putazione di ‘praduzione ¢ traffco di droga’s; 1983. «Fondazione del College intemational de philosopbie (..) Bletto alla Ecole des bautes études en sciences sociales (direzione di studi: ‘Le istituziont Jfilosofiche')» (Bennington: 305-7). D. Da una panoramica su questa sequenza, si avrebbe l'impres- sione, credo giustficata, che, nel mio lavoro, io ponga sempre pitt Ja questione della istituzione, sia teoricamente sia attraverso un im: pegno pratico; e questo secondo delle premesse che sono presen- tida gran tempo (tutto cid che lega la decostruzione alla questio- ne degli apparati della istituzione é gi in De da grammatologie). ‘Questa logica dviene sempre pit effettiva nella mia vita, nella mia pratica, nella mia iscrizione istituzionale. Il che prende la forma, per un verso, di uno scarto progressivo rispetto ai dati della mia si- tuazione isttuzionale (rinuncio a fare una tesi, dopo il 68, in mo- do deliberato; con altri, fondo il G.REPh., di cui avevo scritto il progetto preparctorio e proposto la creazione, e maltiplco i gesti di opposizione nei confronti dela istituzione filosofica data); ma simultaneamente, d’altra parte, Iistituzione filosofica diventa un tema di lavoro la cui logica pone capo al fatto che propongo come titolo di direziore di studi all’Ecole des Hautes Etudes en Scien- ces Sociales, nel 1983, «Le istituzioni flosofiche». Questo mo- 44 ‘vimento ha la sua logica interna ma é anche una forma di risposta a urgenze e condizioni socio-politiche francesi: per esempio il GREPh., che aveva la sua necessiti interna c permanente, dava anche una risposta immediata, nel qui-e-ora, a una congiuntura mokto particolare, il progetto di riforma Haby, che in pratica mi- nacciava di azzerare Vinsegnamento filosofico nei lice, lo scanda- Jo di un rapporto di una commissione di esami, che in effetti @ sta- to 'origine della fondazione del G.RE.Ph. — dopo una lettera che avevo scrito io, ece. ‘Nel ’68 avevo l’impressione che il gesto degli studenti (piutto- sto che quello degli operai) per provocare la rivoluzione fosse ir- realistico. Poteva portare a esiti pericolosi, che del resto si sono realizzati con V’clezione, due mesi dopo, della Camera dei deputa- ti pil a destra che ci fosse mai stata in Francia, prima dell ultimis- sima, recentemente. La strategia non era certo la migliore; biso- gnava contemporaneamente liberarsi dei programmi dei partitie dei sindacati ~ ¢ non ho detto no al «'68», ho sfilato ai cortei, ho ‘organizzato la prima assemblea generale alla Ecole Normale -, ma il mio cuore non era, per cosi dire, sulle barricate, a torto 0 a ra- gione. A mettermi a disagio non era tanto la spontaneiti, a cui non credo, ma I’eloquenza spontaneista, !appello alla trasparenza, al- la comunicazione presente senza mediazione edilazione, la libera- zione da ogni sorta di apparato, partito o sindacato. La diffidenza risperto a tutto questo insieme di cose corr spondeva non solo a una posizione filosofico-politica, ma anche a ‘id che era gia, per me, una sorta di eredita cripto-comunista, la condanna dello spontaneismo nel Che fare? di Lenin. Rileggendo di recente, in un contesto del tutto diverso, i testi di Lenin, ho ri- trovato questa critica dello spontaneismo. Formuleta in maniera astrattae general, la costante delle mie determinazioni in propo- sito @ una critica delle istituzioni, ma non a partire dalla utopia di tun pre- 0 non-isttuzionale selvaggio e spontaneo, bensi da contro- istituzioni. Non credo che ci sia, o che debba esserci, del no tuzionale. Sono sempre preso fra la critica delle istituzionie il so- gno di un’alta istituzione che, in un processo interminabile, verrd a sostituire istituzioni oppressive, violente e inoperanti. Lidea di una controistituzione, non spontanea né selvaggia né immediata, 2 il motivo pitt permanente che, in qualche modo, mi ha guidaco; in Du droit a la philosophie cerco di spiegare, per esempio, che il 45 filosofico in quanto tale, che non @ meta-istituzionale, é tuttavia tuna istituzione molto paradossale, di cui bisogna gestire lo spazio senza contratto simmetrico. Evidentemente, si dira che la deco- struzione della questione della istituzione non é istituzionalizeabi- Jc, ma neanche lei pertiene a uno spazio vergine distituzionalita E probabilmente la logica che mi ha guidato in quegli anni, in cui ero, con altri, in guerra con le istituzioni, ma sempre cercando di fondarne un’altra il G.RE.Ph., poi gli Etats généraux e il Collé- ze, che sono contro-istituzioni, con idee (non parlo della realta) ‘-Otiginali e paracossali sulla contro-istituzionalita. Mié persino ca- | pitato di definire lo Stato, lo Stato, quale dovrebbe essere, come luna contro‘istitizione necessaria per opporsi alle istituzioni che rappresentano degli interessi e delle proprietd particolari.. Direi | To stesso del dirtto internazionale.. L. Del pari, credo che quello che é successo a Praga, la societa Jan Hs, il fatto che sia andato a vedere esa finito in galera,risultidal- la stessa logica:creare una associazione che aiuti i dissidenti a pro- seguire il loro lavoro filosofico, benché quelli della Charta'77 non fosscro essenzialmente degli anti-costituzionali. La Charta diceva: siamo peril tispetto della costituzione; attualmente la repressione, nella sua forma legale, non la rispetta. Dunque anche lassociazio- ne Jan Hus sié data dei limiti: non faremo la rivoluzione a Praga, non rovesceremo il potete; nou inmnediatamente; usa aiutereto ‘quel che vogliono continuare il lavoro filosofico, intellettuali © scrittori la cui Charta é per 'appunto il rispetto della costituzione, aiuteremo a far 3 che Pstituzione si rivolti contro se stessa, contro abuso di potere che la perverte, ecc... E_ Nella «Carte postales lei racconta un sogno di Resistenza, D. Naturalmente i miei fantasmi eroici vanno spesso — credo che valga per moltifrancesi della mia generazione ~ verso il periodo della Resistenza, che non ho conosciuto:allora non ero né abba- stanza vecchio, né in Francia, Giovanissimo, ¢ sino a un periodo piuttosto recente, mi facevo scorrere nella immaginazione il film uno che, la notte, piazza delle bombe sulla ferrovia: far satare Ja struttura del nemico, installare un ordigno a scoppio ritardato, € poi assistere all’esplosione o almeno sentirla da lontano, Vedo benissimo che s: potrebbe illustrare questa fantasmatica compul- 46 siva con delle operaaioni decostruttive che consistano nell'instal- lare diseretamente, con un meccanismo a scoppio ritardato, degli ordigni che di colpo rendano inutilizzabile una via di transito, do- veil nemico, ormai, non potra pit passare tranquillamente, senza badarci. Anche l'amico, del resto, dovra vivere e pensare altri- ‘menti, sapere dove si avanza, con pii vigilanza.. F «Sta qui, di la dalla portata filosofca delle proposicioni, un ef- {fetto puramente letterario, il brivido nuovo, la poesia di Derrida Leggendolo, rivedo sempre Vesodo del 1940. L'unita militare che si ritira in una localita che non sospetta ancora nulla, dave i caffe sono aperti, le signore alle ‘Nouveautés pour dames, i parrucchieri petti- nano, i panettieri fanno i panettieri, i visconti incontrano altri vi- ‘conti ¢ si raccontano delle storie da visconti, e dove tutto 2 deco- struito e desolato un'ora dopo» (Enimanuel Lévinas, «Noms pro- pres», Fata Morgana, Montpellier 1976: 82) D. Bum testo su cui qualche settimana fa un amico, Samuel We- ber, ha portato, riportato la mia attenzione. Mia detto «non tiim- barazza, quel testo? di che ti accusa, insomma? sei come l’esercito nemico». Allora ho rileto il testo di Lévinas, che @sicuramente ge- neroso; ma quando si vede che cosa dice, cio® che insomma quan: do sono passato da qualche parte & come se fosse passato leserci to tedesco, non c’é pit nulla..., ci si interroga... E bizzarro, non ci avevo fatto caso, da quel punto di vista. Qual &'inconscio di quel- Ja immagine? E poi l'invasore nazista... E un po’ Pinversione del sogno di resistenza di cui parlavamo. F. La sua resistenza alla fotografia # durata sino al 1979. Foucault ha scritt, nell restilo stesso, che siripeta lo stesso, ma anche che ‘ogni volta che dico «Socrate> Ia nominazione sia altra, e design lo stesso altrimenti e qualcun altro, Literabilitae il senza nome sono nella nominazione, nella stessa nominabiliti, Quando Husser! dice, per esempio, «non c’é nome per que- sto», parla sia del nome sia di cid per cui non esiste nome; dice qualcosa sul nome: che cosa @ un nome? Husserl sembra sapere cos’é un nome, dice: per questo flusso di soggettivita assoluta non nome; la possbilita di nominare il nome ¢ innominabile, data la struttura del lessico e della grammatica filosofica, non si uo trovare la parola appropriata, e ogni nome é un tradimento perché stabilizza e spazializza il flusso. I! inguaggio sarebbe per definizione incapace di definire questo divenire, E una tesi sul no- me, su cid che in un linguaggio, in una certa grammatica occiden- tale, reca il nome di nome, cio? la fisitariperitiva di una denomi- nazione che, insomma, stabilizza: «sta qui». Quando si dice: «non C@ home per questo», é in causa questa struttura. E_ Lostorico crede sempre che ilteorio suo contemporaneo sia un ingenuo, che si facia delle illusioni. Credo che abbia ragione. D. [gest filosofici in cui si dice: ora si incomincia, si ricomincia dda zero, si riparte ~ lo fa Cartesi, lo fanno Kant ¢ Hlusses! a loro ‘modo ~ sono rivendicazioni di ingenuita, ma sono anche ingenui, 61 ingenuamente ingenui: pretendono di ritrovare Parché, il comin- ciamento, e dunque ambiscono a essere ingenui; ma, per cosi dire, sono pitt ingenui di quanto non vogliano, perché czedono che sia possibile essere ingenui. L’ingenuita consiste nel credere che si possa essere ingenui,e che si possa incominciare dalla nascita, co: me se si fosse nati ieri (naff significa «appena nato»). Dunque lin- ‘genuit dichiarata ne nasconde una pti profonda, credere che si ‘possa incominciare, mentre é gia tutto incominciato. Quando dico: sono un ingenuo, in qualche modo & pi mode- sto, pid scaltrito. Pit scaltrito, perché cerco di tener conto del fat- to che bisogna essere troppo ingenui per credere di poter essere ingenui; donde la critica decostruttrice di tutti pretesi iniai asso- uti in filosofia. Ma, insieme, pitt modesto, perché in effetti (basti tornare a quanto detto circa l'apertura all'altro) siamo di fronte a qualcosa di nuovo; sono sempre di fronte a qualcosa di nuovo, So che filosoficamente @ ingenuo credere di poter essere ingenui, per, ogni volta, sid una novita assoluta. Per esempio, in questa nostra conversazione, non avrei trovato l'energia per parlare, se non parlassi con lei, in una precisa situazione, di nuovo, con un sentimento di assoluta freschezza, adestra cil mare... Eecomi di sarmato, bisogna ricominciare daccapo, ci si deve esporre alla no- vitd, alla sorpresa; davvero mi sento un principiante assoluto, in- genuo, perché devo far fronte alla sorpresa che viene dall’altro. Ed @ cosi davanti a ogni testo. Dunque é senza malizia, anche, che di- chiaro la mia ingenuita, perché lo trove per la prima volta, ¢ poi 50, a partite dalla mia memoria culturale, se vuole, di filosofo ¢ di stotico della filosofia, che davanti al compito infinito del ricomin- ciamento si é sempre ingeaui ~ quale che sia Pet la vecchiaia la cultura... Nessuna ripetizione esaurira la novita di cid che viene. Anche se si potesse immaginare che il contenuto dellesperienza si ripete totalmente, che & sempre la stessa cosa, lastessa persona, 10 stesso paesaggio, lo stesso luogo e lo stesso testo che ritorna, gia il solo fatto che il presente sia nuovo basta a cambiar tutto, La tem- poralizzazione fa si che non si possa essere che ingenui rispetto al tempo. EE anche rispetto al luogo. E naturalissimo che due gemelli mo- ‘nozigoti non abbiano esattamente lo stesso carattere: A vede B, Bve- de A, dungue vedono tutt altro 2 D. Vole per tuti i duali. Si immagini una copia, nell’estasi del- Pamore infinito ~& la differenza infinita: gli occhi si incrociano, e uno vede I’assolutamente altro rispetto a quello che vede 'altro. Lo stesso nell'armonia, nell'ccordo pili simpatetico, simbiotico esinfonico. Quello che vedo in questo momento non ha alcun rap- porto con cid che vede lei, e ci comprendiamo: lei capisce quello che dico, ¢ per farlo bisogna che, davvero, cid che lei ha di fronte non abbia alcun rapporto, alcuna commensurabiliti, con cid che vedo io. Proprio questa infinia differenza fa si che si sia sempre ingenui, sempre assolutamente nuovi. E la monadologia, il fatto che tra la mia monade, il mondo quale mi appate, e la tua, non ci sia alcun rapporto possibile: donde Pipotesi di Dio, che pensa al- Ja compossbilita, all‘armonia prestabilta ecc.: ma da monade a monade, anche quando si parlano, non e'é rapporto né passaggio. La traduzione cambia completamente il testo. Da questo punto di vista il mio &, per dir osi, un ledbnizianesimo senza Dio: ma in que- ste monadi, in questo ipersolipsismo, Pappello di Dio ha posto Dio vede allo stesso tempo dalla sua parte e dalla mia, come terzo assoluto, e dungue dove non ce, ce, e dove non c's, @ il suo po- sto. Napoli, 25 maggio 1994 RICORDO un uomo giovane—un ancor giovane ome — impedito amo tire dalla morte medesima ~ e forse dall'errore dell ingiustizi, Gli alleti erano riusciti a prender piede sul terrtorio francese. I te- deschi, pi vnti,lottavano invano con inutile feroca, In ue grande cael Castel a chiamavano), busarono ala porta ‘con qualche timidezza.So che il giovane and® ad aprire come a degh os tiche chiedessero aiuto. is . Un urlo, questa volta: «Tutt fuori Un tenente navista, in un francese vergognosamente normale, fece uscire prima le persone pit anziane, poi due giovani donne. ‘Fuori fuori>. Urlava, questa volt. Eppure il giovane non cercava di fuggire, avanzava lentamente, in modo quasi sacerdotale. Il tenente lo spinse, li mostr® dei bossoi, delle pallotol, palesemente si era cou bateuo, il tereno era terreno di guerra. Itenente si strangold in un linguaggio bizzarro, mettendo sotto il na- so di quell'womo gi meno giovane (si invecchia alla svelta) i bossoi, le pallottole, una granata, grid® distintamente: «Ea questo che site ati= vaton. T nazista fece schierare i suoi uomini, per mitaze, secondo le regole, al bersaglio umano. Il giovane disse: «Fate almeno rientrare la mia fami sliay, Ossia la zia (94 anni, la madre, pit giovane, la sorellae la cogna 1, un corteolungo lento, silenzioso, come se tutto fosse gi compiuto. To s0 ~ lo s0~ che gid nel mirino dei tedeschi in artesa soltanto del Yordine defnitivo, lai prove allora una sensazione di steaordinatia legge rezza, una specic di beatitudine (per nulla felice, perd),~ un tripudio so- vrano? L'incontro della morte e della morte? Al posto suo, non cercherd di analizare quella sensazione di legge rezza. Eta forse dimprovviso invincible, Morto ~ immortale. Forse I'e- stasi, Ola compassione per I'umanita sofferente la felicita di non essere 1né immortale né eterno. Da allora, fu legato alla morte ~ da un'amicizia surret 64 In quelistante,ritomo brasco nel mondo, proruppe'ingente ramo: re di una battagla vicina. Icompagni della Resistenza volevano andare in so¢corso di chi sapevano in pericolo. I tenente si allontand per accertar- si, I tedeschi restavano in riga, pronti a rimanere cosi in una immobilita che fermava il tempo. ‘Ma ecco uno di loro avvicinarsie dire con voce ferma: «Noi, non te- eschi, russ, e, con una specie di risata: «armata Vlassov»;e li fece se sno di sparice. Credo che si sia allontanato, sempre con quella sensazione di legge- rezza, tanto da rtrovarsi in un bosco lontano, chiamato «Bosco delle eri- che», dove rest al riparo di piante che gli erano familia. Funel foto del bosco che dimprowviso, e quanto tempo dopo, ritrov@ il senso della realta. Dappertuto, incendi, un susseguirsi di fuoco continuo, erano in fiamme tutte le fatorie. Poco dopo, seppe che tre giovani igi di fatori, cestranei a qualsiasi scontro,¢ che avevano solo il torto dela loro giovi- ‘nezza, erano stati abbattut. ‘Anche i cavali gonfi, sulla strada, nei campi,attestavano una guerra che era durata. In reali, quanto tempo era trascorso? Quando il tenente «ra tornatoe si era reso conto della scomparsa de giovane castellano, per- ché la collera, la rabbia, non Pavevano spinto a bruciare il Castello (im: mobile © macstoso)? Peiché eral Castello, Portavaiscrita sulla facciata, ‘come un ricordo indistrutibile, la data del 1807. Era colto abbastanza da sapere che si tratava dell’anno fameso di Jena, quando Napoleone, sul suo cavallo grigio, passava sotto le finestre di Hegel che in Ini riconobbe, come serissea un amico, \'anima del mondo»? Menzogna e verita, per ché, come Hegel scrsse @ un altro amico, i francesi gli saccheggiarono e depredarono la casa. Ma Hegel sapeva dstinguere 'empirico dallessen- ziale. In quel 1944, il tenente nazista ebbe peril Castello il rispetto 0 la considerazione che le fattorie non suscitavano. Perd frugarono dapper tutto, Presero del denaro; in un locale separato, ela stanza alta, il tenen- te trovd delle carte € una specie di grosso manoscritto ~ che conteneva forse piani di guerra. Infine se ne and®, Bruciava tutto, salvo il Castello. 1 Signori erano stati risparmiati Fuallora probabilmente che cominci6 peril giovane il tormento del- ‘ingiustizia. Non pid estasi; sentire che era vivo soltanto perché, persino agli occhi dei russ, appartencva a una classe nobile. Era questo, la guerra: la vita per gli uni, per gli alti la crudelta del- assassinio. Restava tutavia, in attesa soltanto della scarica dei facili, quella sen- sazione di leggerezza che non sapreitradurre:iberato dalla vita? L'infi- nito che si apze? Né felicia, né inflicita. Né Passenza di timore e forse sgt un paso al cil So, immagino che questa sensazione non analizzabi- leabbia cambiato quanto gli restava di esistenza. Come se la morte fuori 6 dilui non potesse da allota che scontrarsi con la morte in Iu. «Sono vi v0. No, seimorto>, Pith tard, tomato a Pag, incontrd Malraux. Quest gli raccont® che «za stato fatto prgioniero (senz’essere riconosciuto), che era tiuscito a scappare, ma perdendo un manoserito. Erano slo delle riflesion sullat, facili da icostruie,diversamen te da un manoserito ‘Con Pauthan, fece fare delle ricerche che incvitabilmente furono Che importa. Sola timane la sensazione di eggerezza che ¢ la morte ‘medesima o, per essere pil precsi,Tistante della mia morte da allora € per semprcinstante (Maurice Blanchor, Lnstant de ma mort, trad. di Pa triia Valea) Derrida. Testimoniare — non solo essere testimoni ma testimo- niare, attestare, bearing witness ~ significa sempre rendere pubbli- co, Il valote di pubblicita, del venire alla luce del sole, della feno- menicita, dell'apertura, sembra essenzialmente associato a quello ditestimorianza, e V'idea di una testimonianza segreta sembra una contraddizione in termini. Turtavia, lo stesso segreto implica un testimone, e Tidea di testimoniare un segreto, cio di attestare che c' un segreto senza rivelarlo, di attestare— per citare gid Blan- chot — Fassenza di attestazione, il fatto che Vattestazione non sia possibile, ciha molto interessati negli anni scors Testimaniare un segreto: che cosa vuol dite? Cosa pud essere? ‘Come si pud testimoniare cid che, per principio, & destinato a ri- cusare la testimonianza? F, per collegarci al tema generale del se- minario*, cio® il rispondere, la responsabilita, quale pud essere la responsabilit’ implicata in una simile testimonianza segreta, nella testimonianza sul segreto? Limpegno a serbare il segreto @ una testimonianza. II segreto presupponenon solo che cisiano dei testimoni, come minimo quel- Ji che, come si dice, lo condividono: presuppone che la testimo- aianza non consista semplicemente nel conoscere un segreto, nel condividerlo, bensi nell'impcgnatsi, implicitamente o esplicica- a pe ei Denia ala se ds Hates Ends Scenes Socios preset eo ea tration dela seduta nagar del corso per Fanse cademico 194-95. ™ = 6 mente, aserbarlo, Dimodo che lesperienza del segreto &, per quan- to contraddittorio possa apparire, un'esperienza testimoniale. Siponeallora la questione del numero: del due, del tre, del t 20, del testimone come ter20. Cos’e il terzo in un segreto? Qual & il posto del testimone? E forse chi prende parte a un segreto dua- Je, 0 @ gid un terzo nel segreto? Il mio primo quesito sari: cos’e un istante? E in che cosa la te- stimonianza presuppone un’istanza dell'istante — istanza che pure distrugge, seduta stante? E la distrugge come se distruggesse la sua stessa condizione di possibilita? ‘Testimoniate significa sempre farlo in presenza: il testimone deve essere presente alla sbarra, senza interposizione tecnica. Non si pud spedire una cassetta che testimoni per noi; bisogna essere presenti, alzare la mano, parlare in prima persona e al presente, ¢ testimoniare di un presente, di un momento indivisibile, raccolto in un certo punto nellistantaneita; in ogni caso in un atomo tem- porale, perché deve resistere alla divisione. Se il momento in cui testimonio® divisibile,allora la testimonianza non ha pitt valore né pretesa di verita, E tuttavia, se la testimonianza richiede Y'stante, una tale con- dizione di possibilita ¢distrutta proprio dalla testimonianza, nella misura in cui la percezione oculare, uditiva o tatile del testimone dev'essere un'esperienza che connette tempi diversi, non limitan- dosi, di conseguenza, all’istante. Nel momento del bear witness, del rendere testimonianza, si esige una connessione temporale — per esempio, quella delle frasi-, soprattutto che le frasi promet- tano di essere ripetute. Quando mi impegno a dite la verita, mi im- pegno a ripetere la stessa cosa, dopo un istante, dopo due istanti, il giorno dopo e, in qualche modo, per l’eternita. Proprio questa ripetizione porta listante fuori di sé. Cosi, l'istante @ istantanea- mente, seduta stante, diviso, distratto da cid che, tuttavia, rende possibile: la testimonianza. Il problema @ allora: in che modo stante rende la testimonianza al tempo stesso possibile e impossi- bile? Ecco insomma gli interrogativi che cercheremo di saggiare. Li enuncio dapprima in modo formale, elitico o implicito, pit avanti cercheremo di dispiegarli con calma. «A Vnstant, & V'instant méme, je parle francais, nous parlons francais». Ecco una testimonianza. Allistante, parlo francese, par- 67 liamo francese. E seduta stante, dicendolo, passo, sono gia passa- to, dallio al noi, Parlo francese, parliamo francese. Non posso di- re che par francese se non supponendo, col solo fatto di parlare, alfistante,n questo preciso istante, che qualcuno, qui eora, poss essere almeno capace di capire la lingua che chiamo francese, che si chiama francese, e di formare li per Ii un noi con chi, in questo istante, sta 2arlando, cio? con me. Siamo dunque subito pid d'uno, dacch¢ si parla, cero, ma comungue dallistante in cui parlo fran. cese e dico che parlo francese. Non soltanto patlo francese: dico che parlo francese. Lo dico in francese, Anche se — ipotesi — nessu- ‘no qui in questo istante parlasse francese, nessuno oltre a me, eb- bene il mio ato di parola in francese continuerebbe comunque @ presupporre qualcuno— per indeterminato o lontano che possa es- scte ~, che capisca, che sia in grado di capite quello che dico e che faccia un qualche «noi» con me, che assuma un qualche «noi» con ‘me stesso quand’anche fossi I'unico, qui a parlare francese, 0 per- sino se parlassi da solo, Naturalmente, il «noi» senza cui non c'é te- stimonianze, questo «noi» indeterminato non presuppone alcun accordo su quanto dico, né simpatia, comuniti 0 consenso di sor- ta, tranne un modo minimale di essere, drei di intelligenza con P'l- tro, con me nella lingua, nellstante in cui dico: in questo istante parlo francese, parliamo francese e nell'stante in cui adopero ~ lo oto subito per ritomarci sopra pit tardi e pit a hungo — une spressione fortemente idiomatica, quasi intraducibile, cio® «all stanten, che considereremo nella misura in cui atiene allesperien- za della testimonianza, del segreto e della responsebilia Limplicazione a prior’ o originaria del «noi nel gioco delle- rnunciazione, dove, a livello minimale, non ne va che della com- prensione éella lingua, questa implicazione testimonia proprio un’essenza della testimonianza, ¢ cioé che non potrebbe esserci un atto di attestazione ~ non tanto un essere testimoni, ma un rende- re testimonianza, una testimonianza resa, attestata, un bearing wit- ress — senza qualcuno che parli, ma soprattutto senza qualcuno che abbia, oche si suppone abbia, una sufficiente padronanza del. la lingua. Enorme problema: come misurare una simile padronan- za? Fino a che punto pud essere condivisa con l'uditorio? Si pud raffinare questa analisiall'infinito. Comungue, nel concetto di a amplicito un dominio sufficiente della lingua, per pro- blematico che ne sia il concetto, e anche senza supporre, contem. 68 porancamente, un destinatario capace della stessa padronanza, cio’ di comprendere e tradurre in modo univaco, senza malintesi nella stessa proporzione ~ ma che cosa vuol dire «proporzione», trattandosi di una comprensione della lingua? e di dire o sottin: tendere «noi»? —anche sel destinatario dovesse contestare, smen- tire, sospettare, non credere al contenuto di cid che & detto. Senza accord di sorta, occorre almeno una comprensione con- divisa della lingua, un medesimo grado o struttura di padronanza Linguistica, Anche lo spergiuro, nel caso della falsa testimonianza la falsatestimonianza @ uno spergiuro-, anche la menzogna sup- pone la struttura dell’«io parlo», «noi parliamo 1a stessa lingua», Altrimenti, non cisarebbe menzogna, Questa comprensione é pre- supposta anche nella rottura del «nob» pitt radicale,bellicosa,dis- sociatrice, nella menzogna, nello spergiuro,nell'inganno, nella fal- sa testimonianza che non é — lo ricordo ~ la testimonianza falsa Una testimonianza pud essere falsa,cioé erronea, senza essere una {alsa testimonianza, ossa senza implicare lo spergiuro, la mei gna, l'intenzione deliberata di ingannare. La falsa testimonianza presuppone un tale accordo nella lingua. Non potrei mentite se zon supponessi che Maltro capisce cid che gli dico quando gliclo ico, quando voglio dirgliclo: «loti dico questo, tu lo cred, capi- sci cid che voslio dire, ebisogna che ru comprenda exatramente cid che voglio dire perché io possa mentire, o spergiurare». Non pos so entire se non a chi mi capisce, a chi mi comprende, a chi com- prende la mia lingua nel?istante in cui gli parlo o in cui si suppo- ne che la sua competenza eguagli rigorosamente, addirittura coin- cida, con la mia competenza, diciamo, linguistica, retorica, diret anche pragmatica, perché non ne va solo delle parole e del discor- 50 si pud mentire senza parole ~_ma di tutti codiciimpegnati in tuna pragmatica, come i gesti—lo sguardo, la mano ~ che accom- pagnano e circondano un atto linguistico. Per esempio, nella clas. sica scena del giuramento: «giuro di dire la verita, tutta la verita, nient ‘altro che la verité»,alzando la mano. Il momento di alzare la ‘mano, senza machine interposte, senza tecnica, senza fotografia o telegrafia, @ pragmatico, e perché lo spergiuro abbia luogo é ne- cessario che lo si capisca, Sia ben chiaro, quanto ho descritto in maniera cos) grossolana pud dettagliarsie affinarsi: possono esserci mille piccole menzo- gne in un atto in linea di massima vero, proprio in forza di una 0 pragmatica complessa: uno pud capire fino a un certo punto, poi perdere una connotazione o un sottinteso, E io posso mentite sen- za mentire totalmente: é la nostra vita quotidiana, non @ mai si 0 ‘no, non é mai menzogne o verta, possono esserci mille piccole bu. gie che si insinuano nella pragmatica della test 1onianza, Inutile insistere sul fatto che questo solleva dei problemi immensi Il com. plesso enunciato: allinstante, in questo istante, parlo francese, parliamo francese, é una testimonianza, la cui frastagliata strut, ta meriterebbe anni di analisi, E una testimonianza esemplare pet pit di un motivo. Anzitutto, come ogni testimonianza, dice qualcosa, descrive qualcosa, fa sapere, porta a conoscenza, informa, si potrebbe qua- si dire che racconta, rende conto, Ecco, io dico che patlo france. se. Testimonio che parlo francese ¢ nc informo dei destinatari che comprendono la lingua che parlo, ma il fatto che capiscano non impedisce di dissociare 'enunciato in due, vale a dire: apprendo- no che parlo francese (@ i contenuto del mio messaggio); lo com- prendono perché capiscono il francese, ma al tempo stesso com. ptendono ilcontenuto, ossia ~e questa una testimonianza ~ che ali dico che parlo francese. I destinatari apprendono. Potrei dirgl: Parlo inglese, c anche in quel caso ci sarebbe un contenuito,sareb- bbe una testimonianza falsa, ma sarcbbe un contenuto che si di- stinguc dall’atto di testimoniare. Dunque, testimonio che parlo francese, ¢ ne informo dei destinatari che capiscono la lingua in cu parlo. Ecco una prima questione nella quale sitratta senz’altro di testimonianza. Questo enunciato lo si fa come va fatta ogni test- ‘monianza, in prima persona. Abbiamo spesso insistito a questo ti- guardo: una testimonianza si fa in prima persona, E qui si fa due volte in prima persona, perché ho detto: io parlo francese, noi par- liamo francese ~ prima persona singolare, prima persona plural. Infine, ed quello che pi mi interessa,e che cirichiama alla strut. tura in qualche modo bifida di ogni testimonianza, essa non sili mita a raccontare, informare, descrivere, constatare, ma, all’in- stante, fa quel che dice, dunque non si tratta essenzialmente dina telazione narrativa o descrittiva: ¢ un atto. Lessenza dellatestimonianza non siriduce necessariamente a: Ja narrazione, ai rapport descritivi,informativi,al rcconto, ma & lun atto presente. I martire, quando testimonia, non racconta una storia, si offre, Testimonia la sua fede offrendosi o offrendo la sua 70 vita o il suo corpo, e un tale atto di testimonianza non solo & un im- egno, ma non rinvia ad altro che al suo momento presente. ‘Un interessante test per saggiare questa situazione linguistica ci viene offerto dal Discours de la méthode, la dave Cartesio offre una lunga spiegazione del perché scriva in francese. Quando, successi- vamente, si tradotto questo discorso in latino, il traduttore ha semplicemente omesso il passo, perché non era piit funzionale. Non spiegando pia, al presente, la scelta del francese, ha giudi- cato inutile. Cade il momento interessantissimo, e propriamente performativo, in cui Cartesio spicga in francese perché scrive in francese; ma, al tempo stesso, il tradurtore ha lasciato cadere la spicgazione filosofica o politico-filosofica con cui Cartesio giusti- ficava un ricorso al francese che costituiva, come sapete, una ini- ziativa sotto molti espetti rivoluzionaria nella storia della filosofia francese, Qui dunque abbiamo da fare con due strati di perfor- ‘mativiti accumula nello stesso istante, (1) La performativita ge- netale della testimonianza o dellattestazione: mi impegno a dire la verti, vi dico che vi dico a vert. Questa promessa 2 performati- va. (2) Ma interviene una seconda, o prima, 0 comunque un’altra performativita: faccio cid che dico nel momento in cui dico: parlo francese, Di fatto parlo francese; non ve ne informo solamente, lo faccio. E dico in francese (performance) che parle francese (con statazione); lo comunico parlando nello stesso tempo in francese: bama, in greco, at the same time, dans le méme temps, Spingiamoci un po’ innanzi. Seduta stante, dicendo che all’i- stante parlo francese ¢ parliamo francese, non solo testimonio in francese del fatto che testimonio in francese: lo faccio intraduci- bilmente 0, comungue, in modo tale che una traduzione senza re sidui risulterebbe difficile, se non addirittura impossible. Qui riappare il problema con cui ho incominciaco: che cos’e I'istante, che wuol dire «istante» in francese? E «istanza»? Gia in francese, © comungue in una lingua neolatina, & dificile dirlo, Ma la diffi colti si accresce nell instante in cui si prenda atto del fatto che, per esempio, gli apparenti omonimi inglesi, instant ¢ instance, hanno tun senso molto diverso. Ea questo punto che cisirende conto che per testimoniare bisogna essere abbastanza coli informati, com- petenti, scolarizzati, ¢ proprio qui sorge il problema dei rapporti tra l'educazione presunta ¢ l’attitudine a rendere una testimonian- za, Bisogna saper parlare, @ una questione di educazione, di cultu- 7 12, di tirocinio; ¢ una questione sociale. E bisogna sapersi far ca pire. Bisogna saper scrivere? F ancora un altro problema, Se si prendono gli esempi delle testimonianze religiosc, dela rivelazio- ne o dell'atestazione, la dissociazione tra parlare e scrivere pud acuitsi Sititiene che Maometto non sapesse scrivere, ma questo non gli imped di parlare e di testimoniare con la sua parola, Cid deito, anche un testimone che non sappia scrivere, nel senso cor- rente e.banale della parola, deve essere capace di inserivere, di tracciare, dtipetere, di ritenere, di compiere degli atti di sintesi ‘che sono scritture; anche un testimone analfabeta deve essere in gtado di scrivere, in ogni caso di tracciare, di imprimere un en- gamma su un qualche supporto. ‘Ma la dilficolta si accresce quando si osservi - traggo l'esempio dallinglese, che si presta meglio ~ che instance i orienta piuttosto verso lesemplarita; instance @ un esempio, e esemplarita @ un concetto essenziale per la problematica della testimonianza, Un te- stimone e una testimonianza devono essere sempre esemplati. Os- sia, devono zssere singolari, donde la necessita dellstante: sono il solo che abbia visto quest unica cosa, che abbia sentito, che sia sta- to in presenza della tale 0 della talaltra cosa, in un istante deter- minato, indivisible, e bisogna credermi perché bisogna credermi (@la differenza tra credenza € prova), bisogna credermi perché so- no insostituibile. Quando testimonio, sono unico ¢ insostituibile. E al punto culminante di questa insostituibilita, di questa unicita, ancora una volta,’ listante. Anche se siamo stati in molt par- tecipare, ad assistere a una scena, il testimone pud testimoniare so- lola dove af‘crma di essere stato in un posto unico, dove, solo, po- teva testimoniare della tal cosa, in un hic et nunc, vale a dite in un istante puntuale che, per l'appunto, sorregge questa esemplarita, Leesempio non é sostituibile, ma, al contempo, ¢ insomma per la tessa aporis, proprio quella insostituibilita dev’ essere sostituibile. Vale dire che quando dico agiura di dire a vita», laddove io sia stato il solo a vedere o a sentir, e sia il solo a poterlo atestare, & vero solo qualora chiunque al mio posto, in quell’istante, avrebbe visto o sentito 0 toccato la stessa cosa, e qualora io possa riperere esemplarmente, universalmente, la verita della mia testimonianza, Dungue I'esemplarit dell’aistante» consiste qui nell'essere insie- ‘me singolare, come ogni esemplarita, e universale. Il singolare de- ve essere universalizzabile: é la condizione testimoniale. Simulta- 2 rneamente, nello stesso istante, nel «bisogna credermin, pretendo, esigo, postulo luniversalizzazione, possibile e necessaria, della sin- golariti: «chiunque al mio posto»; e proprio per questo mi impe- gno anticipatamente a ripetere, incomincio col ripetere. Cid che dico per la prima volta, se & una testimonianza, é gia una ripeti- zione, una ripetibilita, € una iterabilita: in una volta, é gi pid d'u- na, @ pit di un istante in un istante. Listante si divide sempre, avanza una istanza di divisbilita Donde il problema dell'idealizzazione: l'istante singolare, nel- Ja misura in cui ripetibile, diventa un istante ideale, E questione di techne: la tecnica é esclusa dalla testimonianza, ma, visto che la testimonianza deve potersi ripetere, viene ad essere ammessa pro- prio Ia dove @ esclusa, senza che ci sia bisogno di macchine foro- grafiche, di macchine per scrivere © di computer. Dal momento che la frase é ripetibile,é gia strumentalizzabile e affetta da tecni- a, da tecnologia, gid sempre iscritta in una drammaturgia teeni- co-politica. Onde nella testimonianza, in quanto assume la te- sponsabilita di dire il vero, & sempre questione di istante e di istan- za 0 di instance. In pit di una lingua, non solo perché ho detto in- stant e instance, ma perché lappello all'universalizzazione udibile sin dalla soglia della singolarita pia idiomatica e intraducibile, & appello alla traduzione. Una testimonianza pretende di essere tra- ducibile. I je parle francais, alVistante, per intraducibile che sia, ud essere una testimonianza latrice di verita solo in quanto ne venga promessa la traducibilita. Bisogna poter tradurre questa fra- se, dunque si fa appello alla traduzione univoca e universalizzante proprio nel momento in cui la frase si lega a una singolarita. Una lingua e un istante; , tuttavia, pit di una lingua ¢ piti o meno di un istante. E la decisione testimoniale, la decisione impossibile; a ‘questo si pud pensare quando Kierkegaard dice che l'istante della decisione ¢ una follia. Dunque lesigenza del'istante, dell istanta- neita come stigmr2, come punta singolare del tempo, comporta I'a- poria della testimonianza, Instance, in francese, significa, tra altro, «imminenzay, ed &in questa imminenza che ci situiamo ora, vedremo tra poco perché, Listante della mia morte ci promette un racconto 0 una testi- monianza firmata da uno che dice «sono morto 0 sto per morire», ma vuol parlare della sua morte. Il testimone @ sempre un soprav- B vissuto, ¢ questo rientra nella struttuta testimoniale: si testimonia solo la dove si sia vissuti pit alungo di cid che & accaduto, e que- sto non vale slo per pli esempi, tragici o patetici, di Auschwitz. Tl testimone’ il terzo, il superstes che sopravvive. Ii testimone, nella parola testimoniale, & sempre e primariamente una parola soprav- vissura; poi, la morte @ insostituibile, su di essa nessuno, oltre al ‘morente, pud testimoniare. Della mia morte, io solo posso testi- moniare. Al tempo stesso, a norma di buon senso, della mia morte non 1poss0, per definizione, testimoniare, visto che non posso dire: mo. Hii, sono morto, Si ® molto scritto sul Valdemar del racconto di Poe, che risvegliandosi dice «sono orto», e sulla impossibile pos- sibilita di quell’enunciato. Se dunque c’? un luogo o un'istanza in cui non c’8 testimone peril testimone (Niemand zeigt fir den Zeu- ge), &certamente la morte. Non si pud testimoniare per il testimo- ne che tesimonia della sua morte, ma, inversamente, io non pos- so, dovrei non poter testimoniare della mia morte, se non nellim- rinenza della mia morte. In effetti, ho appena ticordato che in stance poteva significare imminenza, rinvio. Leggiamo l'ultima pa- rola di L'istante della mia morte: «Listante della mia morte da al- lora e per sempre instante». Prima di affrontare il testo, icordo a chi non avesse familiariti con l'opera di Blanchot, che qui conver- ge 'intera sua tematica del testiuonizre l’assenza di attestazione, del morire impossibile, o dell’imminenza del morire ‘impossibile — della morte impossibile necessaria, é una espressione di L’écriture du désastre: «Morire, @ in assoluto, Pincessante imminenza per cui, ‘uttavia, la vita dura desiderando, imminenza di cid che & gid sem- pre avvenuto», Ebene, «l'imminenza di cid che @ gia sempre av- venuto», proprio di questo ne andra tra poco: listante sta per ve- aire, c’@ un rinvio, ma, anche, c’ gia stato, la morte ha gia avuto Juogo. E ur passato che non & mai stato presente, per questo pos- so testimoniamne. In L’éeriture du désastre, un'altra frase recita: «Muio prima di esser nato»; la morte, per impossible che sia a- testarla come un presente che si sia presentato, ha gia avuto luogo, ¢ io posso testimoniarne, Avrete modo di constatare fino a che punto Listante della mia ‘morte, appena scritto, o quantomeno pubblicato, illumini retro- spettivamente, a partire da un avvenimento che fu reale, tata 'o- pera di Blanchot. E quando dico «che fu reale», é una citazione da 74 La folie du jour, dove era questione di una testimonianza in qual- che modo analoga. A un certo punto di quel racconto, dove la fin- zione era abissale, il presunto narratore, quello che non riesce a raccontare la sua storia, dice: «Lavvenimento fu reale, notatelo». Ota, cid che adesso ci racconta Blanchot é reale, fu reale, Iui era stato davvero condannato a morte, stava per morire. La metto gi alla buona, ma stiamo per leggere il testo di Blanchot che & altri ‘menti raffinato; enunciandolo 0 denunciandolo banalmente, I'e- vento narrato, I'evento reale 0 vero & che, proprio alla fine della guerra (e questo d'altra parte é noto, io lo sapevo prima di aver let- to il racconto), Blanchot é stato arrestato dai tedeschi, e messo al ‘muro con altti per essere giustiziato; e stava per esserlo: la morte cra gid arrivaca, ineluttabile, come per Dostoevskij (ne riparleremo tra poco, perché in questa storia c’é una dimensione russa). Ma si ® sortratto all'esecuzione, @ potuto scappare, salvarsi,¢ ora ci rac- conta la sua storia, Ancora una volta a costo di essere violento con Blanchot, che ® la discrezione in persona, e dopo che vi ho distribuito le fotoco- pic (che mi renderete) del suo libro, fard una cosa che non ho mai {fatto in vita mia, ma che mi sembra importante a titolo di testimo- nianza. Quest’estate, dopo il 20 luglio, ho ricevuto una lettera di Blanchot; ve ne lego le prime due righe: «20 luglio. Cinquant’an- ni fa, ebbi il bene di essere quasi fucilato». E di questo avveni- mento che il testo reca testimonianza, in un modo, come si vedra, abissale,ellittco e paradossale. Ora che avete il testo sotto agli oc- chi, leggiamo, titolo non Jo commento; in fondo, a modo nostro, lo abbia- ‘mo git fatto, Leggo con voi. «RICORDO un wome giovane»: sono gia duc, il narratore dice che si ricorda di un altro, e la storia sara nar: rata in terza persona, come cié che capita a «lui» fino ala fine, quando Icio» ritornera. Il passaggio al luis, alla terza persona, i iovane, significa certo la discrezione del procedimento letteratio, Tellissi di chi non vuol farsi avanti ed esporsi indiscretamente, ma indica sopratturto quella divisione che si introduce nella ~ dicia- ‘mo cosi ~ identi di Blanchot a partite dall'evento, la morte che sli accaduta, che divide in qualche modo il soggetto del raccon- to, «RICORDO un uomo giovane - un ancor giovane uomo — impe- dito a morite dalla morte medesimay. Cid che gli capita non & di B ‘morire, ma dinon morire, perd a partire da un otdine, che & di mo- rire. E Vordine di morire che viene a impedirgli di morire, e pro- prio questa divisione sara raccontata dalla testimonianza. «Dalla morte medesima ~e forse dallerrore del!ingiustizian. E una frase sucui sipotrebbero passare degli anni. Errore ingiustizia non so- no lo stesso: é un'ingiustizia che ha sbagliato, sarcbbe stato giu- sto che lui moriss, forse. Qui si incrociano Vordine etico e, dicia- mo, teorico oepistemologico: sié prodotto un errore, in forza del quale lingiustizia stata commessa; e vedremo subito in che ter- mini Valea dellerrore abbia commesso l'ingiustizia, Pingiustizia come errore. ‘Mi fermo un istante perché ho ~ come dire~l'impressione che tutti gesti che sto facendo siano violentissimi, oggi. Blanchot pub- blica questo testo, non oso dire alla fine della sua vita, ma ci de- sctivel'instance, Pattesa della sua morte dal momento in cui era an. cora quellancor giovane uomo, e dunque il rinvio dura da cin- quant’anni, come dice nella sua lettera. Lo fa nel momento in cui ‘non solo la sua testimonianza — come tutti i suoi testi e tutte le sue lettere ~ 2 testamentaria, ma quando lo si pud sempre sospettare di render publica questa testimonianza in uno spazio politico in cui da qualche tempo si moltiplicano i processi, le accuse sul suo ppassato politico, In questo spazio, si pud sospettare che Blanchot, alla fine della sua vita, voglia notificare di essere uno che itedeschi volevano fuciare in una situazione di Resistenza, come vedremo. Si pud sempre sospettare il calcolo nella purezza della testim nianza, € sono convinto che il calcolo non sia assente; probabil- mente, non nemmeno ingiustificato, ma un calcolo con cui dob- biamo fare i conti nella nostra lettura. Paragrafo seguente. Collocazione storica molto economica, co- sme all'inizio di Larrée de mort: «Glialleatierano riusciti a prender piede sul tettitorio francese. I tedeschi, gia vinti, lottavano invano con inutile ferocia». Proseguiamo. «In una grande casa (il Castello, la chiamavano), ‘bussarono alla porta con qualche timidezza». E importante che si tratti di un castello. Ho appena evocato Dostoevskij, ma, come sa- pete, anche Kafka sempre vicino a Blanchot; 'uomo giovane, 'al- tro, quello che sta per morire senza morire, abitava in un castello, ced € al fatto che questa casa porti il nome di Castello che proba- bilmente dovaa la vita. C’8 un’ingiustizia, una sorta di critica so- 76 ciale 0 storico-sociale implicita che si precisera tra poco. I nome, e il fatto che si tratti di una dimora borghese, gioca un ruolo im- pportante in questa storia, «In una grande casa (il Castello, la chia ‘mavano), bussarono alla porta con qualche timidezza. So che il giovane>. Si vede subito che V'«io», il narratore del testo, il firma- tario del testo, accompagna I'uomo giovane. Sa in anticipo tutto cid che gli aecadra, #10 stesso, & celué qui maccompagne: «So che il giovane» ~ quasi ne fosse Pombra, come se seguisse in ogni istan- te, passo a passo, quell'uomo giovane, per testimoniate cid che gli accade o cid che non gli accade. «So che il giovane and® ad aprire come a degli ospiti che chiedessero aiutox; & quello che pensa il siovane, io so che & andato ad aprire perché pensava che chiedes- sero aiuto, Errore, . . Cisono altri:esti di Blanchot, in particolare uno che siintitola Una scena primitiva,e parla della scena furtiva di un bambino, una sce- 1a di cui in pratica non si dice nulla, ¢ il bambino prova, dopo qualcosa che assomiglia a un trauma, un sentimento di leggerezza © di beatitucine. «L’incontro della morte e della morte?» Questa frase pud sembrare tautologica, ridondante 0 vacua, ma forse dice essenziale. Uincontro della morte non @ mai altro che imminen- za, istanza, rinvio ¢ anticipazione. La morte si incontra: nel giun- 8 gere della mortea se stessa—la morte che non accade mai, la mor- te che non mi accade mai ~ la leggerezza, il tipudio, la beatitudi- ne sono i soli sentimenti o affetti che siano all'aliezza dell’evento. Infine, sara possibile morire; ogni vivente ha un rapporto impos- sibile con la morte, ora la morte sta per diventare possibile: legge- rezza, tripudio supremo. «Al posto suo ~ al posto del giovane — non cercherd di analiz- are». Al futuro, ora dungue, non cercherd di analizzare al posto del giovane, non posso sostituirlo. Insomma, il testo & datato. La differenza tra chi dice «io» il iovane di cui parla, che chi dice «coy in questa data, oggi, non pud sostituire se stesso, il giovane che & stato. Non pud pitt ivivere cid che fu vissuto, non lo sa pit, enon cerchera di analizaare quel sentimento al posto del giovane, io’, testimonia per un testimone. Il giovane® stato testimone del- Ja propria morte; il testimone del testimone, lo stesso, cin- quant’anni dopo, non pud sostituie il testimone peril quale testi- monia. Esperienza insolta e insieme banale in cui si pud dire ~ cognuno di noi pud dirlo, sempre ~: non mi ricordo quello che ho sentito allora, non posso descriverlo, @ impossibile, ¢ comunque non posso analizzatlo, «Ea forse d'improwviso invincibile», To- talmente esposto, vulnerabile, disarmato, offerto alla morte - pro- prio il contratio dellinvincibiliti-,Vinesorabilit di cid che gi ve- niva addosso, imminente ma gia awenuto, lo rendeva invincibile. Invincible perché totalmente vinto, esposto, perduto. Morto im- ‘mortale, Non capita due volte di morize, percid solo un morto & immortale,e gliimmortali sono morti Con la morte, gli viene lm- mortaliti, Non perché nellistante della morte 'anima infine ecc. ece. No, limmortalita& nella morte, nel istante della morte, la do- ve giunge la morte, dovenon si ancora mortie,nello stesso istan- te, si gid mort. In quell'stante sono immortale perché sono mor- to, perché la morte non pud pia venire, @venuta. Un'esperienza di immortaliti, «il bene di essere quasi fucilato». «Forse l'estasin. Avrete rilevato il lessico mistico: beatitudine, tipudio, leggerez- za, estasi. E un essere strappati dall’esistenza, estatico, un immen- so godimento, per tradurre in un linguaggio che non & di Blan- chot. El godimento come tale, si pud giocare a ritradurlo in tutte le esperienze che offrono una simile estas, una tale invineibilita e straordinaria leggerezza, Un godimento cosi non pud darsi senza Ja morte, «Forse I'estasi». Quando Blanchot dice di non voler cer- 9