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Contenuti della sentenza n.

151/2009 della Corte Costituzionale


e suoi effetti sulla
Legge 19 febbraio 2004, n.40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita)

La sentenza n.151, pronunziata dalla Corte Costituzionale il 1° aprile 2009, mitiga la rigidità di
impostazione della Legge 40/04 e ne rende in parte più umano il contenuto aprendo la via ad una
maggior tutela della salute della donna ed al rispetto della sua dignità che la legge medesima, nel
suo originario impianto, aveva grandemente trascurato.
Per meglio comprendere l’importanza di questa pronuncia che ha dato ragione della effettiva
incostituzionalità di alcuni aspetti della legge, da molte parti segnalati fin dalla sua emanazione, è
opportuno fare riferimento alle situazioni di fatto dalle quali ha tratto origine il procedimento, oltre
che allo specifico oggetto dello stesso, alle motivazioni della decisione ed all’effettiva portata della
decisione.

Origine del procedimento dinanzi alla Corte Costituzionale e riferimenti in fatto

Hanno dato occasione al giudizio di legittimità costituzionale tre diverse situazioni processuali nelle
quali sono state sollevate “questioni largamente coincidenti” tanto da rendere opportuna la riunione
dei giudizi al fine della trattazione congiunta delle stesse e della decisione con un’unica sentenza.

Nel primo dei tre procedimenti, celebrato dinanzi al Tribunale Amministrativo del Lazio, era parte
ricorrente una Associazione che organizza e rappresenta gli interessi collettivi di molti centri e
singoli professionisti che svolgono attività di procreazione medicalmente assistita. Tale
Associazione aveva fatto ricorso al TAR per l’annullamento delle “Linee guida in materia di
procreazione medicalmente assistita” del 21 luglio 2004 (le prime Linee guida dopo l’approvazione
della Legge 40/04). Nel corso del procedimento amministrativo instaurato a tal fine aveva posto
questione di legittimità costituzionale relativamente all’art. 14, commi 2 e 3 della Legge 40/04 le
cui norme“non consentono la crioconservazione degli embrioni se non in ipotesi del tutto
eccezionali e ne prevedono la formazione in un numero limitato, fino ad un massimo di tre, da
impiantare contestualmente.”
Il TAR del Lazio, con sentenza 21 gennaio 2008, ha annullato le Linee guida nella parte in cui
limitavano l’indagine di preimpianto alla sola indagine di tipo “osservazionale”, con la conseguente
impossibilità di conoscere, oltre ad eventuali malformazioni, l’effettivo stato di salute e la qualità
dell’embrione anche sotto il profilo genetico. Con la medesima sentenza ha quindi sollevato
questione di legittimità costituzionale relativamente all’art. 14, commi 2 e 3 della Legge 40/04 per
contrasto con gli articoli 3 e 32 della Costituzione.

Nel secondo procedimento vediamo ricorrere al Tribunale di Firenze una coppia che, autorizzata in
via di urgenza dallo stesso Tribunale a procedere alla diagnosi genetica di preimpianto, con
crioconservazione degli embrioni risultati affetti dalla patologia della esostosi di cui era portatrice la
donna, in base a relazioni mediche redatte successivamente a detta indagine, faceva presente
l’iniquità e l’irragionevolezza di una norma – quella dell’art. 14, 2° comma Legge 40/04 – che
predeterminando il numero degli embrioni da creare e da impiantare, non consentiva di tenere in
alcun conto la salute della ricorrente. Salute messa a repentaglio dalla necessità di dover impiantare
embrioni malati, dall’impossibilità di disporre di un numero maggiore di embrioni onde assicurare
un’adeguata percentuale di successo, dal divieto di crioconservazione. Il tutto in evidente contrasto
con gli art.li 3 e 32, 1° e 2° comma della Costituzione.
Segnalavano del pari i ricorrenti la censurabilità dell’art.6, 3° comma della Legge 40/04 laddove
prevede l’irrevocabilità del consenso da parte della donna all’impianto in utero degli embrioni
creati.

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Sulla scorta dei rilievi che qui abbiamo sommariamente esposto, i ricorrenti proponevano questione
di legittimità costituzionale che il Tribunale riteneva ammissibile rimettendo gli atti alla Corte
Costituzionale.

Nel terzo procedimento, avviato anche questo dinanzi al Tribunale di Firenze, troviamo ad agire
una coppia di coniugi entrambi portatori sani l’uno di Alfa-talassemia, l’altro di Beta-talassemia, i
quali sottopongono al Tribunale la gravità e l’urgenza di intervento in relazione sia alla condizione
personale del marito affetto fin dalla nascita da retinoblastoma bilaterale, patologia ereditaria
maligna, sia a quella della moglie, a sua volta affetta da altra seria patologia, la mutazione della
fibrosi cistica.
Reduci da una prima infruttuosa fecondazione in vitro, i coniugi, avvalendosi della ormai ammessa
possibilità di fare ricorso alla diagnosi preimpianto, si erano rivolti ad un Centro fiorentino
specializzato nelle pratiche di procreazione medicalmente assistita. Dall’attività diagnostica
praticata è emerso che l’incidenza della possibile trasmissione della malattia della quale era affetto
il marito è di circa il 50%. Di qui la pressoché assoluta impossibilità di sperare in un risultato
positivo della fecondazione in vitro disponendo di soli tre embrioni. E’ infatti accertata la necessità
medica e scientifica di disporre di un numero maggiore di embrioni onde assicurare una maggiore
possibilità di riuscita dell’intervento, oltre ad una miglior tutela della salute della ricorrente, non
costretta a sottoporsi a nuove stimolazioni ovariche e conseguenti nuovi prelievi chirurgici degli
ovociti prodotti.
I coniugi, in relazione all’urgenza determinata dall’età e dalle condizioni cliniche di entrambi,
chiedevano quindi ordinarsi al Centro di procreazione assistita da loro scelto di eseguire la
fecondazione in vitro ed il successivo trasferimento in utero degli embrioni creati in base alle
direttive impartite dalla paziente medesima ed applicando le procedure dettate dalla scienza medica.
In caso di mancato accoglimento di tale richiesta, chiedevano sollevarsi questione di legittimità
costituzionale relativamente agli art.li 14 commi 2 e 3, 14 comma 1 limitatamente al divieto di
crioconservazione, 6 comma 3 della Legge 40/04 per violazione degli art.li 2,3,13 e 32 della
Costituzione.
Il Giudice del Tribunale di Firenze, mentre ha ritenuto di non poter impartire l’ordine richiesto ha
rimesso gli atti alla Corte Costituzionale per il giudizio di legittimità.

Dispositivo della sentenza

La Corte Costituzionale ha articolato il proprio giudizio in ordine alla fondatezza delle questioni di
legittimità costituzionale sollevate dai vari rimettenti limitatamente ai commi 2 e 3 dell’art.14 della
Legge 40/04 dei quali ha dichiarato l’illegittimità costituzionale nei termini che seguono:
Il testo del comma 2 dell’art 14, “Le tecniche di produzione degli embrioni, tenuto conto
dell’evoluzione tecnico-scientifica e di quanto previsto dall’art.7, comma 3 [n.d.r. aggiornamento
periodico delle Linee guida] non devono creare un numero superiore a quello strettamente
necessario” termina qui per l’avvenuta eliminazione del testo successivo, e più esattamente delle
parole “ad un unico e contemporaneo impianto comunque non superiore a tre” espressamente
dichiarate incostituzionali.

Del comma 3 del’art.14 è dichiarata l’illegittimità costituzionale “nella parte in cui non prevede
che il trasferimento degli embrioni, da realizzare non appena possibile, come stabilisce tale norma,
debba essere effettuata senza pregiudizio della salute della donna”.

L’intervento demolitorio, come viene definito in sentenza, del comma 2 dell’art.14, privato della
sua parte più pesantemente cogente, provoca quale diretta conseguenza una deroga al principio
generale di divieto di crioconservazione previsto dal comma 1 del medesimo articolo, allorché “per

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scelta medica” si debba fare uso della tecnica del congelamento per gli embrioni “prodotti, ma non
impiantati”.
Sempre dalla mutilazione del 2° comma dell’art.14 deriva la dichiarazione di incostituzionalità di
tutto il 3° comma che andrà riformulato in modo da prevedere che tutta l’applicazione della
procedura di trasferimento nell’utero degli embrioni debba avere luogo senza pregiudizio della
salute della donna”.

Il dispositivo della sentenza termina con la dichiarazione di manifesta inammissibilità delle


questioni di illegittimità costituzionale proposte relativamente ai commi 1 e 4 dell’art.14 ed al
comma 3 dell’art. 6 della Legge 40/04.

Motivi della decisione

L’esame dei motivi che sostengono la decisione sopra riportata sarà di aiuto per meglio
comprenderne la validità e per ascriverne il dovuto merito anche a chi, con il proprio impegno ed il
proprio personale sacrificio, ha creato la premessa per aprire un varco di ragionevolezza in un testo
di legge caratterizzato da un’impostazione afflittiva ed autoritaria, del tutto irrispettosa di
fondamentali diritti sanciti dalla nostra Costituzione.
Partiamo dalle considerazioni svolte dal redattore della sentenza in ordine al censurato divieto di
creare un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario ad “un unico e
contemporaneo impianto e comunque non superiore a tre”.
Afferma l’estensore che il divieto
- determina la necessità della moltiplicazione dei cicli di fecondazione poiché non consente di
tenere conto del numero di embrioni realmente necessario per il buon esito della procedura
di procreazione in relazione alla qualità degli embrioni, alle condizioni soggettive della
donna, con riguardo all’età;
- contrasta con il principio della gradualità e della minore invasività della tecnica di
procreazione assistita espresso all’art. 4,comma 2, della stessa legge;
- favorisce l’aumento dei rischi di insorgenza di patologie che possono conseguire
all’iperstimolazione ovarica;
- determina, per altro verso,l’incidenza di possibili gravidanze plurime, con pregiudizio sia
della donna che del feto stante il divieto di riduzione embrionaria selettiva posto
dall’art.14,comma 4;
- sottrae alla competenza del medico, caso per caso,la valutazione che gli spetterebbe sulla
base delle più accreditate e aggiornate conoscenze tecnico-scientifiche riducendo al minimo
ipotizzabile il rischio per la salute della donna e del feto.

Si tratta di considerazioni di estremo interesse alle quali sovrintende un principio più volte
affermato dalla giurisprudenza costituzionale (come si dice in sentenza), quando ha precisato
che “ in materia di pratica terapeutica, la regola di fondo deve essere la autonomia e la
responsabilità del medico che, con il consenso del paziente, opera le necessarie scelte
professionali”.
Da quanto precede discendono le ragioni della censura di incostituzionalità, per violazione
dell’art.3 sotto il profilo del principio di uguaglianza e di quello di ragionevolezza in quanto il
legislatore impone il medesimo trattamento a situazioni dissimili; per violazione dell’art.32 per
il danno alla salute della donna ed eventualmente a quella del feto.
Resta poco da dire in ordine ai motivi di incostituzionalità del 3°comma del’art.14 poiché, come
si è visto più sopra, la pronunzia al riguardo è diretta conseguenza del percorso logico-giuridico
seguito per censurare il comma precedente, percorso che per il comma 3 si focalizza sulla
necessità di salvaguardia della salute della donna.

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Che dire a conclusione di questa prospettazione della sentenza 151/09 della Corte Costituzionale?
C’è a monte una storia di sofferenze personali e di insuccessi pagati a caro prezzo, non solo sul
piano economico.
Nel percorso che ha portato ai risultati conseguiti con la pronuncia che abbiamo esaminato si
registra la presenza di un impegno delle parti, di chi le ha patrocinate, di chi le ha sostenute e di chi
ha accolto le loro istanze che fa bene sperare di poter raggiungere in questa materia obiettivi ancora
più qualificanti affinché l’osservanza dei dettati costituzionali sia meno negletta di quanto è fino ad
ora accaduto in un certo modo di legiferare.

Graziella Rumer Mori per LIBERE TUTTE