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Tesina per il corso di Storia della scienza Studente: Paride D'Ostilio

Matricola: 244885
CDL: Fisica

LA TEORIA DELL'EVOLUZIONE DI DARWIN


E LA NASCITA DEL LINGUAGGIO.

INTRODUZIONE

Il Darwinismo, o equivalentemente evoluzionismo il termine indicante la teoria sviluppata


da Charles Darwin in seguito ai dati raccolti durante il celebre viaggio intorno al mondo sulla nave
Beagle. L'equivalenza pratica dei due termini dovuta al fatto che oggi (nella forma
comunemente nota come Neodarwinismo) questa teoria ampiamente accettata e diffusa, al
punto da obliare le pur molte teorie dell'evoluzione alternative, alcune delle quali preesistenti o
coeve a quella di Darwin.
La prima parte di questa tesina, redatta in forma di saggio breve, sar costituita da una
panoramica sulla teoria stessa e sul modo in cui stata sviluppata, si esporranno inoltre alcune delle
critiche pi interessanti ad essa mosse. Nella seconda parte invece si mette alla prova il Darwinismo
su uno degli argomenti di pi difficile esplicazione: la nascita del linguaggio nelle societ umane.

PARTE PRIMA:

L'ORIGINE DELLE SPECIE

La teoria dell'evoluzione venne esposta al pubblico con L'origine delle specie, pubblicato
nel 1859. In questa opera l'autore analizza dapprima il modo in cui si formano le razze all'interno di
una specie, per proseguire con procedimento analogo a spiegare la speciazione, ovvero alla
formazione di nuove specie, sia nell'ambito della vita animale che in quella vegetale, cos come in
ambiente selvaggio o domestico.
Darwin basa la sua teoria su alcune osservazioni di base: nota infatti che in natura una
popolazione di animali pu riprodursi con andamento esponenziale (citando i lavori del demografo
Thomas Malthus) ed quindi potenzialmente in grado di espandersi velocemente fino al punto
massimo consentito dalla quantit di risorse garantite dall'ambiente. Queste risultano limitate e
grossomodo costanti nel tempo, per questo motivo anche il numero massimo di individui dovr
esserlo. Ne consegue che gli stessi individui di una popolazione sono in competizione tra loro per
l'utilizzo di risorse limitate.
La seconda osservazione riguarda la variabilit dei caratteri degli stessi individui: Darwin
nota come in una popolazione appaiano lentamente ma costantemente nuovi caratteri, siano essi
positivi per il soggetto, negativi o neutri. Questi caratteri tendono spesso a trasmettersi alla prole,
rimescolandosi tramite la riproduzione sessuata.
Da qui si ottiene la celebre sopravvivenza del pi adatto. Tra gli organismi coinvolti nella
competizione per le risorse sopravviveranno solo quelli con le caratteristiche pi vantaggiose.
Queste verranno trasmesse alla prole, permettendo cos il diffondersi di alcuni caratteri nella
popolazione e l'estinguersi di altri. Questo meccanismo viene battezzato Selezione naturale.
In ambito domestico l'autore osserva come il procedimento di selezione, pilotato dall'uomo,
sia molto pi rapido, sia per il presentarsi pi frequentemente delle variazioni (attribuito
erroneamente alla maggior quantit di cibo a disposizione) che per l'abilit del coltivatore o
allevatore nel selezionare gli individui con caratteri interessanti. In questo modo Darwin spiega la
generazione nel corso della storia dell'uomo delle innumerevoli razze e variet nelle specie animali
e vegetali da lui addomesticate. Tramite il processo detto Selezione artificiale l'uomo elimina gli
organismi con caratteri indesiderati, favorendo la riproduzione degli altri.
Un punto debole della teoria di Darwin a questo punto diventa evidente: l'autore ignorava
completamente il modo in cui le variazioni si originavano e trasmettevano. In un primo tempo cerc
di spiegarle con idee affini a quelle di Jean Baptiste de Lamarck, che prevedevano la trasmissione
dei caratteri ai figli in base all'uso o meno fattone dai genitori durante la vita In seguito elabor la
teoria (completamente speculativa) della Pangenesi nella quale si afferma l'influenza di ogni
singola cellula dell'organismo sulle cellule sessuali. Ovviamente l'opera di Darwin precede i lavori
di Mendel sulla genetica, cos come la scoperta del DNA: questi aspetti, oggi ritenuti esplicare
perfettamente la trasmissione dei caratteri, sono per inglobati nel Neodarwinismo.
Una volta chiariti i meccanismi di base, Darwin analizza il modo in cui questi agiscono nel
tempo. Ha sempre destato stupore negli uomini la presenza sul pianeta dell'enorme variet di esseri
viventi, e sul modo in cui questi fossero distribuiti nei diversi ambienti. Analizzando questi
argomenti l'autore prende in considerazione il ruolo che l'ambiente e le sue modificazioni nel tempo
hanno sull'evoluzione. In questo si rif tanto alle osservazioni fatte durante la personale esperienza
di viaggio sul Beagle, quanto al lavoro dell'amico geologo Charles Lyell, che elaborando la teoria
dell'uniformitarismo affermava una graduale e continua evoluzione dell'ambiente geologico. Risulta
spiegato cos il modo in cui l'evoluzione dell'ambiente influenza quella delle specie: l'ambiente ad
esempio in grado di definire quali sono i caratteri vantaggiosi ad un individuo in un dato momento e
determinare cos la prosperit o l'estinzione di un individuo o una popolazione. Variazioni
dell'ambiente inoltre comporteranno variazioni nell'utilit dei vari caratteri. Tramite la creazione di
barriere naturali infine si possono isolare due comunit di una stessa specie che evolveranno in
maniera differente, formando dapprima razze separate e che, con l'accumularsi di variazioni
indipendenti, potranno mutare poi in diverse specie.
Le transizioni che hanno generato la biodiversit oggi osservabile in natura sono quindi il
frutto di un processo che continua tuttora, e che va avanti da tempo immemore. Una prova di ci
sono i ritrovamenti fossili, grazie ai quali possibile osservare gli stadi intermedi tra molti dei
caratteri oggi osservabili.

IL NEODARWINISMO

Le idee di Darwin sono tuttora accettate quasi universalmente nella comunit scientifica
nella forma del Neodarwinismo. In questa corrente convergono, oltre alla tesi sviluppata del
filosofo, numerose scoperte e tesi sviluppate negli anni successivi. Il contributo pi significativo
la teoria dell'ereditariet di Gregor Mendel, rivista alla luce della moderna genetica, che permette di
spiegare il modo in cui avvengono le mutazioni. Sappiamo oggi infatti della presenza nelle cellule
degli esseri viventi della molecola del DNA. Questa viene trasmessa ai discendenti ed in essa
codificata ogni informazione sulla biologia del proprietario. altres noto come nascano variazioni
di questa molecola, tramite ricombinazioni durante la riproduzione (cross over) o anche
semplicemente a seguito di errori nella sua replicazione. Altri importanti contributi furono le
discipline del'epigenetica, della genetica delle popolazioni (elaborata in forma matematica) e della
moderna paleontologia.
Una delle pi interessanti e conosciute interpretazioni del Neodarwinismo la teoria del
Gene egoista di Richard Dawkins, che afferma come l'unita su cui l'evoluzione opera non sia
tanto l'individuo in se per se, quanto i suoi singoli geni. A questi infatti andrebbero applicati i
meccanismi precedentemente descritti, come la selezione del pi adatto. Dawkins porta questo
concetto anche al di fuori della vita organica, affermando che le stesse regole valgono anche per
altri sistemi, come ad esempio l'evoluzione dei meme nella cultura umana.
CRITICHE

Come prevedibile per una teoria di cos grande impatto, il Darwinismo stato oggetto, e lo
tuttora, di molte critiche.
Molte di queste sono di natura teologica: praticamente la totalit delle religioni dotate di miti
cosmogonici sostiene la fissit delle specie e la loro creazione diretta da parte di una divinit.
Esponenti conservatori di molte religioni hanno rigettato per questo motivo l'evoluzionismo. Non
verranno approfondite in questa sede le loro argomentazioni, fondate generalmente sul principio
dell'appello all'autorit rappresentata dai rispettivi testi sacri. Esemplificativo il caso dei
creazionisti, che utilizzano un'interpretazione letterale della Genesi per spiegare la nascita tramite
crezione diretta da parte di Dio delle specie. Tale posizione ovviamente del tutto incompatibile
con l'evoluzionismo ma non sono mancati tentativi di conciliazione con le vedute cristiane, come
quelle operate da diverse chiese moderne. Ciononostante la teoria di Darwin in s, vedendo nella
casualit il motivo delle mutazioni, esclude non solo la necessit della figura di un creatore ma
anche quella di un progetto intelligente nella evoluzione.
Una critica pi interessante viene mossa dal biochimico Michael Behe nella sua teoria del
Disegno intelligente. Behe sostiene che l'evoluzione non sia in grado di spiegare la presenza di
organi e meccanismi particolarmente complessi che diventerebbero inutili se privati anche di una
piccola componente. Un esempio di questa argomentazione della Irriducibile complessit
potrebbe essere l'occhio: sebbene sia un organo complesso dall'indubbia utilit, la sua evoluzione
sarebbe passata attraverso molti stadi in cui un occhio non completamente evoluto sarebbe stato
inutile e dispendioso da mantenere, sarebbe perci dovuto sparire dalle linee evolutive prima di
raggiungere lo sviluppo completo. Queste critiche sono state per facilmente smontate dai biologi
evoluzionisti, che hanno evidenziato come in effetti sia possibile trovare in tutti i casi analizzati
riscontri di ogni stato intermedio, ad esempio nei fossili o sottoforma di organi vestigiali. Un
esempio pu essere l'organo dell'elettricit delle anguille: come descritto dal biologo evoluzionista
Jared Diamond nel suo saggio Il mondo fino ad ieri, ogni livello di semplificazione applicabile
all'organo elettrico lo renderebbe apparentemente del tutto inutile. Diamond descrive questi organi
dal funzionamento simile a quello di una batteria: sono in grado di generare una corrente di qualche
centinaio di Volts, usato per cacciare o per difendersi. Il biologo spiega per come l'evoluzione sia
passata attraverso forme meno complesse e potenti dell'organo, giustificando la sua esistenza negli
stadi intermedi con funzionalit differenti da quella attuale. Secondo il biologo in origine gli
antenati delle anguille avrebbero avuto delle semplici cellule sensibili ai campi elettromagnetici
(utili per rilevare altri pesci nell'acqua) che sarebbero poi evoluti in organi in grado di generare essi
stessi piccoli campi (utili nella comunicazione con altri membri della stessa specie o per
disorientare i predatori) per giungere infine all'apparizione, con organi sempre pi potenti, della
funzionalit attuale di arma di difesa e di caccia. Tale ragionamento pu essere applicato
all'evoluzione di molti apparati dalla complessit apparentemente irriducibile. Per giustificare la
conservazione di un tratto intermedio apparentemente inutile bisogna quindi analizzare anche le
diverse funzionalit che questo possa aver avuto in stadi evolutivi precedenti.
Una ulteriore critica vista da alcuni nella incociliabilit di alcune tesi sullo sviluppo del
linguaggio nell'uomo (in particolar modo quella del fiosofo Noam Chomsky) con la teoria
dell'evoluzione. In quest'ambito il dibattito ancora aperto e questo argomento verr trattato
approfonditamente nella seconda parte della tesina.
PARTE SECONDA:

IL LINGUAGGIO NEGLI ANIMALI E NEGLI OMINIDI

Uno degli argomenti sul quale l'evoluzionismo viene messo maggiormente alla prova
quello dell'evoluzione del linguaggio. Non si intende in questo caso l'evoluzione storica delle varie
lingue, come studiata dalla filologia linguistica, bens dell'evoluzione del linguaggio stesso, inteso
nel senso pi generale possibile, nella storia dell'uomo.
Va innanzitutto notato come l'uomo sia l'unica specie ad aver sviluppato un linguaggio
completo, vale a dire che permetta di esprimere concetti di una certa complessit componendo
elementi pi semplici, come i fonemi ad esempio, in una serie virtualmente infinita di
combinazioni.
Esistono ovviamente sistemi di comunicazione in qualche modo simili ad una lingua anche
tra gli animali, sia sviluppati naturalmente che appresi dall'uomo. Questi per non raggiungono
neanche lontanamente il nostro livello di complessit e di fatto si limitano ad una serie di concetti.
Un esempio sono le scimmie Chlorocebus, in grado di emettere diverse vocalizzazioni
corrispondenti ognuna ad una minaccia differente: una volta prodotto uno specifico allarme gli altri
componenti del gruppo reagiscono in modo adeguato alla minaccia segnalata. Un secondo esempio,
sempre tra i primati, sono gli scimpanz. Alcuni di questi hanno appreso dai ricercatori alcuni
vocaboli del linguaggio dei segni dei sordomuti oppure dei gesti inventati proprio con lo scopo di
comunicare con gli scimpanz. In questo caso gli animali si sono mostrati in grado di apprendere un
gran numero di parole, ma non sono mai riusciti (o perlomeno non c' unanimit nel riconoscerlo)
a costruire delle vere e proprie frasi. Esistono poi numerosi altri esempi, come i delfini, i quali
comunicano con un certo grado di complessit tanto da possedere ognuno un nome proprio.
Si pu quindi considerare il linguaggio come una prerogativa dell'uomo e ci si interroga su
quando e soprattutto come questo sia comparso nella nostra storia evolutiva. Ovviamente non si
possiede alcun dato sul fatto che gli ominidi che ci hanno preceduto fossero o meno in grado di
parlare. La maggior parte degli studiosi ritiene che ci fosse impossibile, a causa dell'apparato
fonetico primitivo (come ad esempio la laringe troppo alta), e solo con la comparsa degli homo
sapiens si sarebbero creati i presupposti per l'articolazione del gran numero di suoni utilizzati nelle
lingue umane. Questa posizione ovviamente limita di molto il concetto stesso di linguaggio, infatti
esistono linguaggi, che pur utilizzando un numero limitato di suoni (come l'Hawaiano, che possiede
solo cinque consonanti) o dei suoni non prodotti dalla laringe (come il Silbo Gomero, la lingua dei
fischi delle Canarie) o addirittura senza utilizzare affatto dei suoni (come tutte le lingue dei segni)
riescono perfettamente nell'intento comunicativo, e sono considerati lingue al pari di quelle pi
convenzionali. Di fatto tutti gli argomenti volti a dimostrare l'esistenza o meno di linguaggio negli
ominidi o negli stessi sapiens primitivi sono del tutto speculativi.

IL GRANDE BALZO IN AVANTI

Un evento particolare per occorse tra i centomila e i cinquantamila anni fa, e spesso questo
evento viene messo in relazione alla comparsa della lingua nei nostri antenati. I primi homo sapiens
anatomicamente moderni comparvero attorno ai duecentomila anni fa in Africa, e oltre ai loro resti
fossili sono stati ritrovati anche gli utensili da essi creati. Si notato come questi fossero realizzati
tutti nello stesso stile, anche se ritrovati in luoghi molto distanti. Erano sostanzialmente primitivi,
vale a dire estremamente simili agli oggetti fabbricati dalle specie di ominidi estintesi centinaia di
migliaia di anni prima. Tendevano inoltre a non essere utensili specialistici: ad esempio la
amigdala, una pietra sagomata nella forma di una mandorla con i bordi taglienti, veniva usata per
incidere, tagliare, perforare e cos via. Tutto ci fino ad un certo momento, dopo il quale i
rinvenimenti testimoniano lo sviluppo di attrezzature specifiche, realizzate con tecniche differenti in
luoghi differenti, accompagnate da numerose opere d'arte in diversi stili. Per la prima volta nella
storia del pianeta si osserva la formazione di culture diverse nella stessa specie. Si ritiene inoltre
che questo evento sia associato alla comparsa di facolt di pensiero simbolico, dovuta all'ampio
riscontro di rappresentazioni artistiche, cos come della ritualizzazione delle sepolture. Questo
avvenimento, denominato Grande balzo in avanti, viene da molti studiosi correlato alla nascita
del linguaggio nell'uomo, fatto che avrebbe aggiunto l'ultimo anello alla catena dell'evoluzione
dell'uomo moderno.
Questo potrebbe essere quindi il momento in cui il linguaggio apparso nell'uomo. Se la
teoria del balzo in avanti fosse corretta si tratterebbe quindi di un cambiamento enorme ma
repentino nelle caratteristiche dei nostri antenati e non il frutto di lunghe e costanti mutazioni. Tutto
ci potrebbe a prima vista risultare incompatibile con la teoria dell'evoluzione di Darwin. Il come
il linguaggio sia comparso nella nostra storia diventa a questo punto molto importante.

L'EVOLUZIONE DEL LINGUAGGIO

Una possibile risposta quella del linguista Derek Bickerton, che ipotizza che gli ominidi e
gli stessi homo sapiens prima del grande balzo possedessero una forma di comunicazione del tipo
Pigdin, vale a dire un insieme di vocaboli indicanti oggetti, aggettivi o azioni, usati separatamente e
non tramite una sintassi. Non si trattava quindi di una vera propria lingua ma di poco pi delle
vocalizzazioni specifiche che le scimmie Chlorocebus usano per dare l'allarme. Lingue di questo
tipo sono state riscontrate e documentate nella storia dell'uomo ogni qual volta membri di
popolazioni con linguaggi non mutualmente intellegibili sono stati posti a contatto con la necessit
di comunicare. In questi casi i soggetti creavano un vocabolario comune partendo da parole
appartenenti alle diverse lingue madri. La fase successiva si ha con la seconda generazione di queste
comunit miste e corrisponde alla creazione di una lingua creola. Si storicamente osservato, ad
esempio con il caso degli schiavi africani isolati e deportati nelle Antille e i figli avuti con i loro
padroni di lingua europea, che gi i bambini della seconda generazione di questa convivenza forzata
avevano trasformato il pigdin attraverso i quale i loro genitori comunicavano al livello di lingua
vera e propria, creando il Creolo. Il Creolo una lingua completa, dotata di lessico e sintassi ed in
grado di esprimere qualsiasi concetto, al pari delle lingue di partenza. Se si ipotizza l'esistenza di
una sorta di Pigdin tra gli ominidi e i sapiens prima del grande balzo, quello che Bickerton chiama
protolinguaggio, allora risulterebbe lecito aspettarsi che l'avvento della prima lingua possa essere
avvenuta nel giro di poche, se non una sola generazione dalla comparsa e diffusione delle mutazioni
necessarie a permettere lo sviluppo di un linguaggio complesso.
Dall'analisi delle lingue creole emerge per un altro dato: queste presentano forti analogie,
compresa una identica grammatica, ovunque nel mondo e nella storia, a prescindere da quali siano
le caratteristiche delle lingue di partenza. Questo tra i fatti che portano il filosofo, linguista e
teorico della comunicazione Noam Chomsky ad ipotizzare l'esistenza di una Grammatica
Universale innata nell'uomo, alla quale tutte le lingue sottostanno. Il filosofo teorizza infatti che si
sia evoluto un organo nella mente dell'uomo di centomila fa che oggi comune a tutti gli esseri
umani. Per usare un'analogia, un processore che lavora con diverse lingue, ma la cui architettura
universale. In quest'ottica non risulta necessaria la postulazione del protolinguaggio. Una volta
apparse le caratteristiche necessarie nel cervello del primo uomo, da lui battezzato Prometeo il
linguaggio sarebbe nato spontaneamente. Il filosofo afferma che questo organo si sia formato a
seguito di alcune variazioni avvenute circa ottantamila anni fa, in una regione del cervello non
direttamente connessa con la comunicazione. Secondo Chomsky infatti il linguaggio nasce non
come mezzo di comunicazione, ma di pensiero, in particolare come strumento di autocoscienza. Ci
spiegherebbe anche le differenze nelle capacit comunicative dello scimpanz, l'animale pi simile
all'uomo, che non in grado di formare neanche una frase pur conoscendo il significato di molte
parole. Siamo in questo caso di fronte ad una ipotesi di evoluzione discontinua in cui viene meno
l'idea di lenta e costante mutazione prevista da Darwin.
Ovviamente non mancano le critiche a questa teoria, sia dal punto di vista linguistico che
evoluzionistico: queste ultime in particolare obiettano su come un eventuale organo del linguaggio,
elemento certo di notevole complessit, si sia formato con un balzo evolutivo in una sola
mutazione. Va notato per che l'idea del salto non contraddice espressamente la teoria di Darwin.
Come sostenuto dai biologi evoluzionisti John Maynard Smith e Eors Szathmary, delle otto
transizioni pi importanti nella storia della vita sulla Terra, ben sei (compreso lo sviluppo delle
societ negli ominidi, quindi forse anche il linguaggio stesso) sono eventi apparentemente unici,
confinati quindi ad una sola linea evolutiva e hanno comportato transizioni molto complesse in
tempi relativamente brevi. Tra questi eventi, definiti maggiori, si possono citare ad esempio
l'acquisizione degli organuli nelle cellule eucariote, o la riproduzione sessuata. Queste transizioni
molto complesse si ritiene possano essersi presentate completamente in un singolo individuo. In
questo modo si ridurrebbe quindi la comparsa del linguaggio ad un evento straordinario che, pur
non contraddicendo esplicitamente la teoria di Darwin, non risulta spiegato in maniera molto
convincente, tanto da far ritenere a molti studiosi poco conciliabili la teoria di Chomsky con il
pensiero di Darwin. In quest'ottica le idee di Bickerton possono essere viste come una possibile via
di compromesso tra la Grammatica Universale e il Darwinismo.
Esistono diverse teorie che prevedono per un'evoluzione continua del linguaggio, degli
esempi sono il filosofo Steven Pinker, che ritiene che il linguaggio si sia evoluto gradualmente
secondo i meccanismi della selezione naturale, ed il linguista Ray Jackendoff, che sostiene il
linguaggio essere composto da sottosistemi parzialmente indipendenti, ciascuno con una sua storia
evolutiva. Queste soluzioni risultano in armonia con il pi classico evoluzionismo, non spiegano
per il repentino sviluppo delle facolt mentali dell'uomo nel grande balzo in avanti. Lo stesso
problema rimane insoluto con altri modelli, come ad esempio quello dell'antropologo Robin
Dunbar, che sostiene una ragione sociale nello sviluppo del linguaggio. Dunbar ritiene infatti che la
comunicazione si sia evoluta sotto la spinta della selezione naturale, ma abbia avuto un ruolo
prevalentemente sociale, prendendo il posto del grooming negli altri primati nel creare legami e
stabilire gerarchie. Questa posizione potrebbe essere avvallata dalle osservazioni fatte da Jared
Diamond sulle popolazioni tribali della Nuova Guinea, popolazioni che lo studioso ritiene abbiano
uno stile di vita estremamente simile a quello degli uomini vissuti centinaia di migliaia di anni fa.
Viene osservato come in queste popolazioni la comunicazione occupi gran parte del tempo
quotidiano e avvenga principalmente con intenti di puro pettegolezzo.

CONCLUSIONI

In conclusione si possono ritenere gli attuali tentativi di spiegare il fenomeno della nascita
del linguaggio (cos come l'esplosione di creativit dell'uomo nel grande balzo in avanti)
generalmente insoddisfacenti. In particolare le teorie che meglio sembrano spiegare il repentino
sviluppo dell'homo sapiens non sembrano conciliabili con la teoria dell'evoluzione, a meno di
ricorrere alla descrizione dell'avvenimento come di un evento eccezionalmente improbabile. Va
tuttavia notato che l'esistenza stessa del linguaggio di natura eccezionale: nonostante le molte
specie al mondo con un certo grado di intelligenza, alcune delle quali in possesso anche di
autocoscienza, l'uomo rimane l'unico caso di animale parlante.
Purtroppo, come ammesso da molti degli esperti citati, la maggior parte delle tesi presentate
di natura speculativa, vista la scarsit di dati in nostro possesso. Anche in futuro si avranno
difficilmente dati certi e difficilmente saremo in grado di avanzare su questo argomento.
La nascita del linguaggio destinato quindi a rimanere una frontiera largamente inesplorata
della teoria dell'evoluzione. Un caso d'eccezione in una teoria tanto universalmente accettata da
essere ritenuta quasi infallibile.

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