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STORIA DEL PENSIERO ECONOMICO, LANDRETH & COLANDER

III. ADAM SMITH (1723-1790)

Introduzione
L'opera di Adam Smith, condensata nella sua grande opera "la ricchezza delle nazioni", rappresenta un
vero e proprio spartiacque nella storia del pensiero economico; egli considerato il primo degli
economisti classici.
Adam Smith non era soltanto un economista o un teorico puro: si occupava di scienze sociali, scienze
umane e filosofia morale; il suo atteggiamento metodologico era quello di uno studioso attento ai
fattori politici, storici ed istituzionali. Non si limitava all'analisi teorica, ma puntava alla formulazione
di corrette misure di politica economica al fine di sostenere crescita, sviluppo e ricchezza della nazione.
Gli economisti che aderiscono a posizioni metodologiche che privilegiano un livello astratto di analisi
fondano le proprie argomentazioni su strutture teoriche: per esempio, valutano il fallimento o il
successo del mercato in base a considerazioni di natura astratta serparate dal contesto storico-
istituzionale. Naturalmente anche Smith fond la propria posizione a favore del laissez-faire basandosi
su ragionamenti e modelli teorici, ma le sua argomentazioni erano contestualizzate, basate
sull'osservazione di di circostanze verificatesi. In pratica, egli si pone la seguente domanda:
"l'esperienza dimostra che l'intervento del governo produce risultati migliori o peggiori rispetto al
libero funzionamento dei mercati?". Smith ammise che il libero mercato spesso non raggiunge nella
pratica risultati ideali, ma era convinto che le conseguenze dell'intervento pubblico fossero ancora
meno desiderabili, almeno nel contesto storico-istituzionale dell'Inghilterra a lui contemporanea.
Secondo Smith, gli esseri umani sono razionali, calcolatori e mossi dalla ricerca del proprio interesse;
se ciascuno venisse lasciato libero di agire in modo autonomo, tutti cercheranno di soddisfare il proprio
interesse, e nel far questo promuoveranno l'interesse della societ nel suo insieme ("mano invisibile").
Il governo dovrebbe astenersi dall'interferire in questo processo adottando una politica del laissez-faire.
(cfr Rousseau? Antropologia di fondo comune?).
Quindi, in un'economia di mercato non soggetta a regolamentazione l'interesse privato condurr
all'ottenimento del bene comune. In termini moderni, si direbbe che all'interno di mercati
concorrenziali non regolamentati si raggiunge un'allocazione ottima delle risorse.

Il funzionamento dei mercati concorrenziali


L'analisi del funzionamento dei mercati concorrenziali contribuisce il pi grande contributo dato da
Smith alla teoria economica. Egli descrisse il meccanismo in base al quale il prezzo determinato in
condizioni di concorrenza uguaglia nel lungo periodo il costo di produzione.
Secondo Smith i detentori delle risorse, mossi dalla ricerca del proprio interesse personale,
assicurerebbero la convergenza dei prezzi verso il loro livello naturale di lungo periodo. In questo
modo i mercati concorrenziali non regolamentati garantiscono, oltre a un'allocazione ottima delle
risorse, il massimo saggio di crescita possibile. Come? Esempio: se il prezzo di un bene finale si
rivelasse superiore a quello naturale di lungo periodo, questo implicherebbe profitti, salari o rendite
maggiori nel settore in cui viene prodotto. Questo darebbe luogo a un processo di aggiustamento
durante il quale alcune risorse si sposterebbero da altri settori fino al ristabilimento del prezzo naturale.
Va notato che le argomentazioni che inducono Smith a schierarsi a favore del laissez-faire
presuppongono l'esistenza di mercati concorrenziali (e questo tende ad essere dimenticato da coloro
che si limitano a replicare la denuncia di Smith contro l'intervento del governo)
sono fondate su principi politici e filosofici, oltre che economici (l'idea di fondo di Smith che
qualsiasi interferenza del governo indesiderabile perch si scontra con il diritto naturale e la libert
individuale)
Tuttavia in alcuni casi Smith riconosce che l'intervento del governo utile e necessario:
in caso di tariffe volte a proteggere le industrie nascenti
qualora la politica di un commercio internazionale indebolisse la difesa della nazione
per quanto riguarda quei beni che sono di grande utilit sociale ma non sono prodotti di mercato
(esempio fondamentale la scuola: la sua offerta consentirebbe profitti cos bassi che il mercato,
lasciato a s stesso, ne produrrebbe una quantit inferiore a quella necessaria e desiderabile)

Il capitale e i capitalisti
I concetti elaborati da Smith sul ruolo del capitale nel processo di produzione della ricchezza e di
crescita economica sono molto importanti:
la ricchezza corrente di una nazione e lo sviluppo economico dipendono dall'accumulazione del
capitale
l'interesse individuale, abbinato all'accumulazione di capitale, favorisce un'allocazione ottimale del
capitale fra le varie industrie
la fonte di capitale in un'economia a propriet privata sono i risparmi degli individui. Ma quali
individui? N i lavoratori n i proprietari terrieri potrebbero accumulare capitale: i primi perch il
livello dei loro salari sufficiente solo alla loro sostentazione, i secondi perch, nonostante potrebbero
avere il capitale necessario, li spendono in beni di lusso, quindi lavoro improduttivo. Bisogna puntare
quindi ai membri della nascente classe industriale (i capitalisti); sono loro secondo Smith i veri
benefattori della societ. Essi tramite risparmi e investimenti riuscirebbero a realizzare profitti e
accumulare capitale; una distribuzione del reddito diseguale a favore dei capitalisti necessaria e di
importanza decisiva per la crescita economica.

Le cause della ricchezza delle nazioni


"il lavoro annuale di ogni nazione il fondo da cui originariamente provengono tutti i mezzi di
sussistenza e di comodo che essa produce"
Questa affermazione di Smith contiene due importanti concetti:
implica che lo scopo dell'attivit economica sia il consumo
indica il lavoro come fonte della ricchezza di una nazione
Un'altra importante innovazione introdotta da Smith l'idea che la ricchezza vada misurata pro capite:
ancora oggi, quando affermiamo che una nazione pi ricca di un'altra non ci riferiamo al prodotto
totale o al reddito complessivo, ma al reddito pro capite.
Smith era convinto che la ricchezza di una nazione dipendesse:
dalla produttivit del lavoro--> egli afferma innanzitutto che la produttivit del lavoro dipende dalla
divisione del lavoro. Per illustrare i vantaggi della divisione del lavoro, Smith porta come esempio la
produzione degli spilli, che aumenta notevolemente con la specializzazione; tuttavia, oltre ad illustrarne
i vantaggi pratici ed economici, il filosofo ne analizza gli svantaggi dal punto di vista sociale: i
lavoratori, costretti a mansioni semplici e ripetitivi, sono in un certo senso alienati, assimilati agli
automi. La divisione del lavoro dipende dall'estensione del mercato e dall'accumulazione di capitale,
infatti: in primo luogo, quanto pi grande il mercato tanto maggiore la quantit vendibile e dunque
l'opportunit di inserire la divisione del lavoro; in secondo luogo, man mano che la divisione del lavoro
aumenta, i lavoratori non produrranno pi beni per il consumo personale, e avranno bisogno di uno
stock di beni di consumo che permetta loro di mantenersi nell'intervallo di tempo necessario al
processo produttivo. Questo stock il capitale, che proviene dai risparmi dei capitalisti. (ma perch,
prima della divisione i lavoratori producevano beni per il proprio consumo personale?)
dalla proporzione dei lavoratori impiegati in modo produttivo--> per Smith il lavoro produttivo
quello impiegato per produrre beni vendibili, mentre quello improduttivo produce servizi. La ricchezza
complessiva di una nazione sar tanto pi grande quanto maggiore sar la forza lavoro assorbita nella
produzione di beni tangibili, quindi l'attivit dei capitalisti di maggior beneficio rispetto all'attivit dei
proprietari terrieri. Un'altra sottolineatura di Smith che la spesa pubblica va a detrimento dello
sviluppo economico della nazione (essendo simile alla spesa dei proprietari terrieri per lavori
improduttivi). Conclude quindi affermando che, oltre a dover distribuire redditi maggiori ai capitalisti e
redditi minori ai proprietari terrieri, bisogna limitare l'intervento del governo in modo da garantire
l'abbassamento delle tasse sui capitalisti.
In conclusione, nonostante inizialmente Smith affermi che sia il lavoro a determinare la ricchezza di
una nazione, un esame approfondito delle sue argomentazioni rivela che l'accumulazione di capitale
la vera causa di ricchezza.

La teoria del valore


Intorno al problema del valore ci sono questioni particolari che andrebbero tenute distinte:
Cosa determina i prezzi relativi, ovvero i prezzi dei beni?
Cosa determina il livello generale dei prezzi?
Qual la migliore misura del benessere?
A proposito dei prezzi relativi, Smith speriment diverse teorie che analizzeremo poi, prima occorre
chiarire cosa si intende per "valore" e per "prezzi relativi".

Valore
La parola valore ha due significati diversi:
valore d'uso--> , citando Smith, "l'utilit di un qualche particolare oggetto"; tuttavia un concetto che
risulta poco chiaro e talvolta ambiguo
valore di scambio--> il potere di acquistare altri beni che ci dato dal possesso di un oggetto. il
prezzo di un bene, un valore oggettivo espresso dal mercato
Per quanto riguarda il valore d'uso, Smith si concentra sull'utilit totale (esempio acqua-diamanti, per
cui la prima utilissima ma ha poco valore di scambio, contrariamente al diamante), ma possiamo
distinguere tre tipi di utilit: totale, media e marginale.
Se chiaro che l'utilit totale dell'acqua maggiore di quella dei diamanti, tuttavia bisogna sottolineare
una cosa: poich l'utilit marginale di un bene tende a diminuire con il suo consumo, probabile che
un'unit addizionale di acqua conferisca minore utilit rispetto a un'unit addizionale di diamanti.
Pertanto, si spiega che il prezzo che siamo disposti a pagare per un bene non dipende dalla sua utilit
totale, ma da quella marginale. Smith non riconobbe questo passaggio.

Prezzi relativi
Innanzitutto i prezzi dei beni si dividono in due categorie:
i prezzi di mercato/ di breve periodo, che dipendono sia dall'offerta che dalla domanda
i prezzi naturali/ di lungo periodo, che generalmente dipendono dall'offerta, ma possono anche essere
dati dall'effetto congiunto di offerta e domanda
(si noti che per offerta si intendono i costi di produzione).
Dall'analisi smithiana dei prezzi relativi emergono diverse contraddizioni, ma una cosa che egli cap
chiaramente fu l'importanza dell'offerta (cio dei costi di produzione) nella determinazione dei prezzi
relativi.
Smith distingue tre possibili teorie dei prezzi relativi
la teoria del costo del lavoro
la teoria del lavoro comandato
la teoria del costo di produzione
Aggiunge poi una duplice distinzione per separare due stadi dell'economia
una societ primitiva, caratterizzata da un'economia in cui il capitale non stato accumulato e la terra
non stata fatta oggetto di appropriazione individuale
una societ avanzata, caratterizzata da un'economia in cui il capitale e la terra non sono pi beni liberi
La teoria del costo del lavoro in una societ primitiva
In un'economia in cui capitale e terra sono beni liberi, il valore di scambio (il prezzo) di un bene dato
dalla quantit di lavoro necessaria per produrlo. Ma come definire questa quantit? Smith tenta di
ricondurre tempo, fatica e abilit a un denominatore comune, assumendo che queste differenze si
riflettano nel salario; tuttavia, anche i salari sono uno dei molti prezzi da spiegare, quindi il suo un
ragionamento circolare, non risolve il problema.
Per dare una risposta Smith ricorre a un famoso esempio: se occorrono due ore per catturare un castoro
e un'ora per catturare un cervo, sul mercato un cervo dovr valere il doppio di un castoro; il loro
rapporto sar quindi [1castoro=2cervi].
Questo rapporto di scambio definisce il prezzo naturale/di lungo periodo.
Vale la pena di sottolineare alcuni aspetti interessanti di questo modello:
in questo stato arcaico i cacciatori sono comunque agenti razionali e guidati dal proprio tornaconto
in questo modello c' l'ipotesi di concorrenza perfetta: si adattano ai prezzi, non hanno alcun potere di
mercati e nemmeno si organizzano per controllare l'offerta (e dunque i prezzi di mercato)
castori e cervi possono essere procurati in grandi quantit a un costo medio costante
in questo modello la domanda non gioca alcun ruolo nel determinare i prezzi naturali/di lungo
periodo: essi dipendono interamente dall'offerta (dal costo di produzione)

La teoria del lavoro comandato in una societ primitiva


Nella teoria del lavoro comandato il valore di ogni merce (che non si intende essere usata ma
scambiata) uguale alla quantit di lavoro che le consente di acquistare.
Tornando all'esempio di prima, un cervo comander un'ora di lavoro, mentre un castoro ne comander
due: il loro rapporto ancora [1castoro=2cervi], quindi in una scoiet primitiva avremo lo stesso
prezzo, sia che adottiamo la teoria del costo del lavoro sia che adottiamo la teoria del lavoro
comandato.

Passiamo ora ad analizzare le teorie del costo del lavoro e del lavoro comandato nel contesto di una
societ avanzata. Riprendendo l'esempio del cervo e del castoro, assumiamo che per entrambi questi
beni i salari siano i 3/4 del prezzo finale, mentre i profitti 1/4.

La teoria del costo del lavoro in una societ avanzata


In questo caso castoro e cervo si scambiano secondo il rapporto [1castoro=2cervi], poich nella teoria
del costo del lavoro il castoro richiede due ore e il cervo una.

La teoria del lavoro comandato in una societ avanzata


Qui la faccenda si complica; a conti fatti risulta che un castoro comander 2+2/3 unit di lavoro, mentre
un cervo ne comander 1+1/3.
In una societ avanzata, la teoria del costo del lavoro e la teoria del lavoro comandato non coincidono
pi. Tuttavia, se guardiamo ai prezzi relativi, il loro rapporto di scambio identico in entrambe le
teorie.
Qui emerge un problema, una difficolt in cui incapparono anche studiosi successivi.
Questo dipende da un'ipotesi cruciale, ovvero che le retribuzioni del lavoro costituiscano la stessa quota
proporzionale del prezzo finale sia nel'industria del castoro che in quella del cervo.
Ma un'ipotesi del genere non realistica in una societ avanzata: se assumiano che la quota del lavoro
sul prezzo finale sia diversa nelle due industrie, i prezzi relativi non coincideranno pi.

La teoria del costo di produzione in una societ avanzata


In quest'ultimo caso il valore di un bene dipende dalle remunerazioni accordate a tutti i fattori della
produzione: oltre al lavoro, quindi, anche al capitale e alla terra.
Il costo totale di un castoro, per intenderci, uguale a salari, profitti e rendite, e il prezzo relativo di
castoro e cervo pu essere ricavato dal rapporto tra costo totale del castoro e costo totale del cervo.

La distribuzione
La distribuzione personale del reddito dipende dai prezzi, definizione che in un sistema economico
racchiude anche salari, profitti e rendite.
Il problema della distribuzione del reddito non era per Smith di primaria importanza, ma la sua opera
offre comunque parecchi spunti.

I salari
Per quanto riguarda il discorso sui salari, Smith presenta due riflessioni importanti.
In primo luogo sottolinea come, nel processo di contrattazione del salario, i lavoratori partano da una
posizione di svantaggio rispetto ai datori di lavoro; questo per i seguenti motivi:
i datori di lavoro sono molto meno numerosi dei lavoratori, e questo permette loro di accordarsi
facilmente tra loro per rafforzare la propria posizione
la legge permette le "coalizioni" tra datori di lavoro, mentre impedisce ai lavoratori di organizzarsi in
sindacati
ci sono molti atti legislativi che impediscono un innalzamento dei salari, ma nemmeno uno che ne
impedisca la diminuzione
i datori di lavoro possono contare su una disponibilit di risorse che permette loro di sopravvivere
anche quando non impiegano lavoro (sciopero, serrata ecc.) mentre i lavoratori non potrebbero
sopravvivere a lungo senza lavoro
Questi punti sono molto importanti, perch indeboliscono le argomentazioni dello stesso Smith circa il
funzionamento benevolente dei mercati.
In secondo luogo, egli formula la dottrina del fondo-salari. Tale dottrina parte dall'assunto che ci sia un
fondo fisso di capitale, il fondo-salari appunto, destinato al pagamento dei salari. La creazione di
questo fondo resa necessaria dall'intervallo di tempo richiesto dal processo produttivo.
La fonte di questo fondo sono i risparmi dei capitalisti; quindi, dati il fondo salari e la dimensione della
forza lavoro, il loro rapporto determina il saggio di salario.

I profitti
Smith dedic pochissimo all'analisi dei profitti, ma questo a quanto pare era un atteggiamento comune
tra gli economisti classici.
Comunque sia, egli chiarisce che nell'economia primitiva il lavoratore veniva ricompensato con tutto il
prodotto, mentre in quella odierna deve ripartirlo con il capitalista e con il proprietario della terra. La
cosa che non approfondisce per perch le quote destinate a capitalisti e proprietari dovessero essere
prese dal prodotto dei lavoratori; questo espose il suo sistema alle critiche di chi avversava l'economia
capitalistica basata sulla propriet privata.

Le rendite
Vi sono diverse teorie smithiane sull'origine della rendita, tutte in contraddizione fra loro. Una cosa su
cui per Smith fu sempre molto chiaro, fu l'aspra critica verso i proprietari terrieri, che "amano
raccogliere dove non hanno mai seminato".
Smith quindi riconosceva il conflitto di fondo tra interessi dei proprietari terrieri e interessi dei
capitalisti; ci costituisce un altro esempio per cui l'armonia nel sistema economico disturbata
dall'esistenza di aree di conflitto tra i soggetti che popolano tale sistema.

L'andamento nel tempo del saggio di profitto


L'idea di Smith che la crescita economica si basasse sull'accumulazione di capitale spiega perch egli
fosse interessato all'andamento nel tempo del saggio di profitto.
Egli sosteneva che il saggio di profitto sarebbe caduto nel corso del tempo, e a sostegno di questa tesi
port tre argomentazioni:
la concorrenza sul mercato del lavoro--> i capitalisti, spinti dall'accumulazione di capitale, si
sarebbero fatti concorrenza provocando la crescita dei salari; questo avrebbe spinto in basso i profitti
la concorrenza sul mercato dei beni--> i capitalisti si sarebbero fatti concorrenza sul mercato dei beni,
abbassando i prezzi di vendita e riducendo i profitti
la concorrenza sul mercato degli investimenti--> dato un numero limitato di opportunit di
investimento (secondo Smith) un'accresciuta accumulazione di capitale avrebbe portato a profitti
sempre minori

Il livello generale dei prezzi e il benessere


Smith cerc di individuare i fattori che determinano il livello generale dei prezzi e i cambiamenti del
benessere nel corso del tempo. Quest'ultima la questione pi difficile: come si pu infatti definire
precisamente il benessere a tal punto da misurarne i cambiamenti?
Se adottiamo la definizione per cui il benessere coincide con il consumo totale o con il prodotto della
societ, si presenta il problema di come sommare tra loro l'output/il consumo di prodotti diversi.
Smith fa molti tentativi, e alla fine arriva alla conclusione che il procedimento da adottare il seguente:
si misurano i cambiamenti nell'output totale in termini del loro valore monetario
si correggono tali misurazioni tenendo conto delle variazioni nel livello generale dei prezzi in base
all'andamento del prezzo di oro, argento o grano
la variazione di benessere viene misurata confrontando l'ammontare di disutilit del lavoro implicata
nella produzione di diversi output
IV. DAVID RICARDO (1772-1823)

Introduzione
Fino alla pubblicazione dei Principi di economia politica e dell'imposta (1817) il pensiero economico
inglese fu dominato dalla Ricchezza delle nazioni di Smith (1776).
Prima di addentrarci nel pensiero di Ricardo dobbiamo concentrarci sulla Tesi di Malthus della
popolazione, essenziale alla comprensione del sistema teorico dell'economista inglese.
La tesi di Malthus la seguente: la popolazione, senza efficaci misure di contenimento demografico,
cresce in progressione geometrica, mentre la crescita dell'offerta di cibo segue una progressione
aritmetica. In altre parole, la popolazione cresce pi in fretta dell'offerta di alimenti.
La tesi di Malthus si fonda sull'assunzione che il cibo e la passione tra i due sessi siano necessari
all'esistenza dell'umanit. Possiamo individuare tre fattori che hanno portato Malthus a elaborare la sua
teoria:
la pressione della popolazione inglese sull'offerta di cibo; l'importazione di prodotti alimentari ne
aveva incrementati i prezzi
la consapevolezza dell'impoverimento progressivo delle classi a basso reddito
una diatriba con suo padre, il quale sosteneva che il malessere del mondo circostante andasse imputato
al governo; Malthus volle dimostrare che la povert non era dovuta a fattori socio-politici, ma a fattori
economici
La teoria di Malthus presenta non pochi limiti, ma trov un'importante applicazione nella dottrina del
fondo-salari elaborata inizialmente da Smith, secondo cui un incremento del salario reale avrebbe
portato ad un aumento della popolazione, seguito dalla diminuzione dei salari fino al livello iniziale. In
base a tale dottrina qualsiasi tentativo di migliorare il benessere economico della popolazione a basso
reddito sarebbe stato vanificato dall'aumento della popolazione.
Ricardo rappresenta il modello del teorico puro: in base al suo approccio, per formulare una buona
politica economica occorreva astrarre gli elementi non essenziali e costruire un modello rigorosamente
teorico, talvolta "congelando" variabili non necessarie allo scopo di raggiungere conclusioni solide. Sta
proprio qui il limite di tale approccio: nel mondo reale, non raro che le variabile che sono state
"congelate" si scongelino, con risultati imprevisti.
I problemi economici pi urgenti al tempo di Ricardo erano:
il continuo aumento del prezzo del grano e delle rendite
i mutamenti strutturali dell'economia inglese, in particolare la crescita dell'industria a spese
dell'agricoltura
il dibattito sul problema del commercio internazionale: se dovesse essere regolamentato o lasciato
libero
L'obiettivo principale di Ricardo era determinare le leggi che governano la distribuzione del reddito tra
capitalisti, proprietari terrieri e lavoratori; in altre parole, la sua attenzione era rivolta a quella che oggi
chiamiamo distribuzione funzionale del reddito.

Il modello di Ricardo
Nel modello ricardiano ci sono tre grandi gruppi di soggetti economici:
i capitalisti, che ricevono profitti e interessi, sono i soggetti pi importanti: contribuiscono ad allocare
le risorse in modo efficiente spostando i loro capitali dove possono rendere maggiormente, e mediante i
loro risparmi e investimenti si collocano alla base della crescita economica
i proprietari terriei, che ricevono rendite, sono rappresentati da Ricardo come parassiti: anzich
accumulare capitale e contribuire alla crescita economica, sperperano tutto
i lavoratori, che ricevono salari, sono essenzialmente passivi
Per Ricardo il salario reale (A) dato dal rapporto tra fondo salari (B) e forza lavoro (C);
la dimensione del fondo salari data dall'accumulazione di capitale,
mentre la forza lavoro regolata dal principio malthusiano.
Al crescere del fondo salari (B) crescer matematicamente il salario reale (A); la crescita dei salari reali
far aumentare la popolazione e di conseguenza la forza lavoro (C), che, matematicamente, ridurr i
salari reali (A).

Le leggi sul grano


Alcune delle questioni economiche pi interessanti all'inizio del 19 secolo riguardavano le
conseguenze delle leggi sul grano, le quali imponevano tariffe sull'importazione di grano verso
l'Inghilterra. I prezzi dei prodotti alimentari, le rendite e il valore dei terreni crescevano, e l'indice pi
evidente di questa situazione era dato dal prezzo del grano: nel 1770, un quarto di tonnellata di grano
costava 45 scellini; trent'anni dopo ne costava 177.
Per trattare tale delicata questione, Ricardo elabor un sistema teorico molto articolato, adottando una
serie di strumenti analitici e di ipotesi tra cui possiamo citare:
l'assunzione della neutralit della moneta, che nel modello ricardiano non influenza i prezzi relativi
una teoria del costo del lavoro per cui le variazioni dei prezzi relativi nel tempo sono spiegate dalle
variazioni del costo del lavoro
l'ipotesi di una concorrenza perfetta, una situazione in cui il mercato formato da tanti produttori che
vendono prodotti omogenei e non sono in grado di influenzare i prezzi di equilibrio
l'assunzione che i soggetti economici siano individui razionali e calcolatori
la tesi malthusiana della popolazione e la dottrina smithiana del fondo salari

La teoria della rendita


I rendimenti decrescenti
Nell'ambito delle questioni a proposito delle leggi sul grano, Ricardo formula il principio dei
rendimenti decrescenti; il principio dei rendimenti decrescenti afferma che se un fattore della
produzione (cio terra, lavoratori, capitale ecc.) viene aumentato mentre gli altri fattori restano costanti,
l'incremento del prodotto totale sar via via minore. In parole povere, ad ogni apporto di un fattore
qualsiasi non corrisponde un incremento di produzione.
La rendita vista dal lato del prodotto
Ricardo considerava la rendita un pagamento al proprietario terriero che doveva eguagliare il saggio di
profitto (il guadagno= ricavi totali-costi di produzione) su terre dalla diversa fertilit.
Le ragioni che spiegano l'esistenza della rendita sono la scarsit di terra fertile e il principio dei
rendimenti decrescenti.
Per capire il concetto di rendita bisogna introdurre due nozioni: margine intensivo e margine estensivo:
margine intensivo--> illustra il principio dei rendimenti decrescenti, in particolare osservando l'effetto
dell'applicazione di unit aggiuntive di lavoro e capitale su un dato appezzamento di terra
margine estensivo--> rappresenta lo spostamento verso terre di qualit diversa

Appezzamento di TERRA A Appezzamento di TERRA B Appezzamento di TERRA C


1 unit-100 1 unit-90 1 unit-80
2 unit-90 2 unit-80
3 unit-80

Immaginiamo di avere tre tipi di terre: A, B e C in ordine decrescente di qualit; se si applica una sola
unit di lavoro e capitale alla terra A, si ottengono 100 quintali di grano, che diventano 90 aggiungendo
un'altra unit, poi 80.
Senza il principio dei rendimenti decrescenti, l'appezzamento B e di conseguenza anche C non
sarebbero stati coltivati, poich non ce ne sarebbe bisogno dato che da A si otterrebbe di pi con lo
stesso numero di unit di capitale e lavoro.
Se si applicassero tre unit di lavoro e capitale rispettivamente a tre diversi appezzamenti di C, si
otterrebbero complessivamente 240 quintali (80+80+80); se si applicassero tre unit di lavoro e capitale
a un appezzamento A si otterrebbero complessivamente 270 quintali (100+90+80). La rendita, cio il
prezzo, di A crescer per via della concorrenza che si faranno gli agricoltori per accaparrarsela, finch
essa arriver a 30 quintali di grano, il prezzo cio che uguaglia il profitto su terre di diversa qualit. La
rendita non pu andare oltre perch a quel punto converrebbe spostarsi su altre terre, ma non pu essere
meno per via della concorrenza. Per quanto riguarda B, si pu dedurre analogamente che la sua rendita
10 (due unit su un appezzamento di B 90+80=170, due unit su due appezzamenti C 80+80=160).
Quindi, la rendita su A 30 quintali, su B 10 quintali e su C zero.

La rendita vista dal lato dei costi


Ci che abbiamo concluso prima, ovvero che i rendimenti su un appezzamento di terra diminuiscono
con l'aumentare delle unit di lavoro e capitale che vi vengono applicate, pu essere detto in un altro
modo: i costi marginali della produzione di grano aumentano man mano che la terra si coltiva pi
intensamente. Per costo marginale intendiamo l'incremento nel costo totale da sostenere per produrre
un'unit addizionale di prodotto finale.
Quindi, quanto pi grano viene prodotto su A, tanto pi il costo marginale aumenta e, di conseguenza,
la produzione di sposta su B.
Il vantaggio di esaminare la rendita dal punto di vista dei costi che possiamo misurarla in denaro e
non in quintali di grano; per fare ci necessario conoscere il prezzo del grano. Nei mercati
concorrenziali pu esistere un solo prezzo: se qualcuno vende a meno degli altri, questi non venderanno
nulla finch non abbasseranno i prezzi; la concorrenza fra venditori garantisce la convergenza nel
tempo verso un unico prezzo.
Ricardo afferma che il prezzo del grano dipende dal costo marginale dell'ultima unit prodotta; se
supponiamo che un'unit di lavoro e capitale costi 100 dollari, il costo marginale per produrre il grano
su A sar: 1 dollaro per il centesimo quintale, 1,11 per il centonovantesimo e 1,25 per l'ultimo. 1,25
dollari dunque il prezzo per un quintale di grano.
A questo punto possiamo inferire le rendite dei vari appezzamenti di terra:
il ricavo totale di A 337,5 dollari (1,25x270) a cui sottraiamo 300 dollari per le tre unit di lavoro e
capitale. La rendita di A sar quindi 37,5 dollari
il ricavo totale di B 212,5 dollari (1,25x170) a cui sottraiamo 200 dollari per le due unit di lavoro e
capitale. La rendita di B sar quindi 12,5 dollari
il ricavo totale di C 100 dollari (1,25x80), esattamente la stessa cifra del costo di un'unit di lavoro e
capitale. La rendita di C sar quindi zero.
Questo modello evidenzia alcuni aspetti importanti sul concetto di rendita e sul funzionamento dei
mercati concorrenziali:
la concorrenza tra agricoltori sul mercato far convergere il prezzo del grano verso il costo marginale
dell'unit addizionale di prodotto finale
la concorrenza per la terra pi fertile far fruttare delle rendite ai proprietari delle terre migliori
la concorrenza assicurer un saggio di profitto uniforme su tutti i tipi di terra

Uno sguardo generale al concetto di rendita


Oggi molti economisti sarebbero d'accordo con Ricardo nell'affermare che, per la societ nel suo
complesso, la rendita non un costo di produzione e non ha influenza sulla determinazione dei prezzi.
Tuttavia dal punto di vista di un soggetto economico questo non vale: chi vuole impiegare un
appezzamento di terra deve effettuare dei pagamenti al proprietario terriero.
In altre parole, se vogliamo interrogarci sull'influenza dei pagamenti a titolo di rendita nella
determinazione dei prezzi dobbiamo distinguere tra il punto di vista della collettivit e il punto di vista
del singolo.

La teoria del valore


La controversia intorno alle leggi sul grano offr a Ricardo lo spunto per elaborare la sua teoria del
valore.
Alcuni sostenevano che l'aumento delle tariffe sulle importazioni in Inghilterra avrebbe portato
vantaggi, mentre Ricardo era convinto che avrebbe ostacolato il processo di sviluppo economico.
I fautori del protezionismo si rifacevano alla teoria del valore basata sul costo di produzione elaborata
da Smith, quindi Ricardo avrebbe dovuto scardinare questa teoria del valore ed elaborarne una nuova;
tuttavia la maggior parte delle teorie del valore spiegavano la determinazione dei prezzi relativi in un
dato istante, mentre secondo Ricardo bisognava concentrarsi sulle forze che ne provocano le variazioni
nel tempo.
Fin dall'inizio del suo libro evidente la distanza da Smith, soprattutto per quanto riguarda il valore di
una merce e i concetti di valore d'uso e valore di scambio: per Ricardo il valore di una merce dipende
dalla quantit di lavoro necessaria a produrla; per quanto riguarda valore d'uso e valore di scambio
sostenne che il valore d'uso era essenziale per l'esistenza del valore di scambio; in altre parole,
l'esistenza di una domanda la condizione necessaria affinch un bene abbia un prezzo sul mercato, ma
non ne costituisce la misura.
Il prezzo dei beni infatti deriva dalla loro scarsit e dalla quantit di lavoro necessaria a produrli.
Ricardo elabora la sua teoria del valore basata sul costo del lavoro in un contesto specifico: beni
riproducibili senza problemi e prodotti in mercati caratterizzati da concorrenza perfetta.

Le difficolt in una teoria del valore basata sul costo del lavoro
Ricardo si propone di risolvere 5 dei problemi fondamentali che si presentano a chi intende elaborare
una teoria del valore basata sul costo del lavoro.
Misurare le quantit di lavoro: Ricardo misura le quantit di lavoro attraverso il tempo richiesto dalla
produzione di un bene, cio attraverso le ore.
Tenere in considerazione le diverse abilit dei lavoratori: per Ricardo il salario di chi, ad esempio, in
un'ora cattura due cervi dev'essere il doppio di chi in un'ora ne cattura uno. Sembra che qui incappi,
come aveva fatto Smith, in un ragionamento circolare, nel senso che vuole usare i salari relativi (che
sono dei prezzi) per spiegare i prezzi relativi. Ma in realt Ricardo non vuole spiegare i prezzi relativi
in un dato istante, ma chiarire quali meccanismi determinano le loro variazioni nel tempo. Se le
differenze di salario tra i due lavoratori sono costanti, le eventuali variazioni nei prezzi dei prodotti
finali non dipenderanno da questo.
Se e come i beni capitali influenzano le variazioni dei prezzi: la maggior parte dei beni prodotta
utilizzando lavoro e capitale, quindi bisogna chiarirne l'influenza. Per Ricardo bisogna considerare il
capitale come lavoro accumulato, cio lavoro utilizzato in un periodo precedente. La quantit di un
lavoro contenuto in un bene prodotto utilizzando lavoro e capitale misurata: dalla quantit di lavoro
applicata direttamente durante la produzione e dalla quantit di lavoro accumulata nel capitale che si
sta adoperando.
Se e come le rendite influenzano le variazioni dei prezzi: per rispondere a questo problema Ricardo si
serve della sua teoria della rendita, secondo cui il prezzo del grano dipende dal costo marginale del
quintale di grano prodotto nel modo meno efficiente (i costi marginali sono maggiori quando il grano
prodotto in maniera meno efficiente: 3 unit di lavoro e capitale sull'appezzamento A rappresentano la
maniera meno efficiente, quindi il costo marginale per produrre l'ultimo quintale di grano su A equivale
al prezzo del grano). Si evince cos che la rendita ad essere determinata dal prezzo, non viceversa:
essa non influenza in alcun modo i cambiamenti dei prezzi relativi nel tempo.
Se e come i profitti influenzano le variazioni dei prezzi: Ricardo giunge alla conclusione che la loro
influenza trascurabile.
In conclusione, le variazioni nel tempo dei prezzi relativi dipendono dalle variazioni delle quantit
relative di lavoro necessarie per la produzione dei beni.

La teoria della distribuzione


Sono tre i principali problemi che costituiscono i maggiori interessi teorici di Ricardo.

Da cosa determinata la distribuzione del reddito tra rendite, profitti e salari in un dato istante?
Per rispondere a questa domanda Ricardo ha costruito un grafico geniale:

Sull'asse orizzontale sono riportate le dosi di capitale e lavoro, sull'asse verticale i prodotti marginali in
termini fisici.
La retta ABHQM rappresenta i prodotti marginali in termini fisici relativi alle dosi di lavoro e capitale
(inversamente proporzionali). Assumiamo che una data quantit di capitale e lavoro OC venga
applicata alla terra; il prodotto marginale dell'ultima unit applicata data dal segmento BC, dunque il
prodotto totale costituito dall'area OABC.
Come si determina ora la divisione del prodotto totale in rendita, salari e profitti?
Rendite: al margine la rendita uguale a zero, quando la dose di lavoro e capitale eguaglia il prodotto
marginale. Il prodotto sopra la linea DB costituisce la rendita del proprietario, che quindi data
dall'area ADB
Salari: il livello di sussistenza dei salari, che si ricava dalla tesi di Malthus, la linea EFJQN: il saggio
di salario misurato quindi da FC, e i salari totali sono dati dall'area totale EOCF
Profitti: il profitto per l'ultima dose di lavoro e capitale dato dalla linea BF, e il profitto totale dato
dall'area totale DEFB
Il punto cruciale quello per cui il livello dei profitti dipende in primo luogo da BC, il prodotto
marginale dell'ultima dose di capitale, e dal livello di sussistenza del salario reale EFJQN.
Inoltre la linea OC fa da vincolo, in quanto rappresenta la quantit specifica di capitale e lavoro
effettivamente applicata.

Come variano nel tempo le quote di reddito ricevute da proprietari, capitalistie lavoratori?
La conclusione di Ricardo la stessa di Smith, entrambi teorizzano una caduta tendenziale del saggio
di profitto; tuttavia Ricardo respinge le motivazioni di Smith, il quale aveva dato la risposta giusta ma
per delle motivazioni sbagliate.
Nella sua analisi Ricardo prende in considerazione un sistema economico giovane e lo segue passo
passo:
all'inizio c' un elevato saggio di profitto e un'elevata accumulazione di capitale, fattori che tengono
alti i saggi di salario reale
ma salari alti portano, per la tesi di Malthus, a una crescita della popolazione
a una crescita della popolazione segue una maggiore domanda di prodotti alimentari dal settore
agricolo, per cui i margini intensivo ed estensivo si abbassano per lo sfruttamento di terre gi coltivate
e la messa a coltura di terre sempre meno fertili
in seguito all'abbassarsi dei margini le rendite aumentano e i profitti diminuiscono
l'accumulazione rallenta fino al punto in cui il profitto diventa nullo, non c' crescita economica e
demografica, i salari sono al livello di sussistenza e le rendite sono al massimo
Possiamo utilizzare il grafico di prima per osservare questo fenomeno: allungando la linea OC
(corrispondente alla dose di lavoro e capitale applicata), cio sfruttando la terra in maniera sempre pi
intensiva, il prodotto totale tende a dividersi esclusivamente tra salari e rendite.

Quali sono le conseguenze delle leggi sul grano sulla distribuzione del reddito?
Secondo Ricardo il protezionismo britannico contro le importazioni straniere, provocando
un'espansione della produzione nazionale, avrebbe avuto l'effetto di premere sui margini intensivo ed
estensivo, cos che i profitti si sarebbero ridotti con l'aumentare delle rendite.
Inoltre, egli pensava che le barriere al commercio internazionale avrebbero diminuito il benessere di
tutti i sistemi economici a livello mondiale.

Vantaggio assoluto e vantaggio comparato


Ricardo si serv della dottrina del vantaggio comparato per sostenere la causa della libert dei
commerci, e conseguentemente rafforzare l'analisi smithiana dei guadagni conseguibili dal libero
movimento dei commerci.
Secondo Smith, se la nazione A riesce a produrre un bene a un costo inferiore rispetto alla nazione B
(se cio la nazione A ha un vantaggio assoluto su B nella produzione di una merce) e se la nazione B
riesce a produrre un altro bene a un costo inferiore rispetto alla nazione A (se cio la nazione B ha un
vantaggio assoluto su A nella produzione di un'altra merce), allora entrambe le nazioni hanno da
guadagnare nella specializzazione nella produzione e nel successivo commercio.

Il vantaggio assoluto
Unit di vino Unit di stoffa
Inghilterra 4 2
Portogallo 8 1

Da questa tabella si capisce che l'Inghilterra ha un vantaggio assoluto nella produzione di stoffa (con
un'unit di lavoro produce pi stoffa)e che il Portogallo ha un vantaggio assoluto nella produzione di
vino (con un'unit di lavoro produce pi vino)
Se l'Inghilterra si specializza nella produzione di stoffa e il Portogallo si specializza nella produzione di
vino, la quantit di lavoro impiegata non cambia (si sposta e basta) ma la produzione complessiva
aumenta sia per la stoffa che per il vino: l'Inghilterra perde 4 unit di vino ma ne produce 2 in pi di
stoffa, il Portogallo produce 8 unit di vino perdendo solo 1 di stoffa; nella produzione globale, la
produzione di vino aumenta di 4 (-4+8=4) e quella di stoffa aumenta di 1 (2-1=1).
Se in Inghilterra 1 metro di stoffa si scambia contro 2 litri di vino, il prezzo della stoffa il doppio di
quello del vino; gli inglesi sarebbero disposti a scambiare stoffa con vino solo se se per ogni unit di
stoffa ricevessero pi di 2 unit di vino (altrimenti non ci guadagnano) mentre i portoghesi vorranno
scambiare 1 unit di stoffa con meno di 8 unit di vino (altrimenti come se se lo producessero loro).
Quindi il prezzo di 1 unit di stoffa compreso tra 2,1 e 7,9 unit di vino.

Il vantaggio comparato
Unit di vino Unit di stoffa
Inghilterra 12 6
Portogallo 8 1

In questa situazione, a parit di unit di lavoro, l'Inghilterra ha una produttivit superiore in entrambe le
industrie, ha un vantaggio assoluto nella produzione di entrambi i beni. Tuttavia anche qui il
commercio sar la soluzione pi vantaggiosa per entrambe le nazioni, poich quello che conta non il
vantaggio assoluto ma il vantaggio comparato.
L'Inghilterra ha un vantaggio comparato nella produzione di stoffa: la produzione di 1 unit di stoffa in
pi implica la perdita di 2 unit di vino, mentre in Portogallo la produzione di 1 unit di stoffa
addizionale comporta la perdita di 8 unit di vino.
Tuttavia per avere un'unit di vino in pi il Portogallo deve rinunciare solo a 0,12 unit di stoffa (1/8)
mentre l'Inghilterra deve rinunciare a 0,5 unit di stoffa.
Da questo punto di vista dunque la situazione analoga alla precedente.
Se in Inghilterra si sposta un'unit di lavoro dal vino alla stoffa si perdono 12 unit di vino e se ne
guadagnano 6 di stoffa; se in Portogallo si spostano due unit di lavoro alla produzione di vino questo
aumenter di 16 unit e la produzione di stoffa diminuir di 2.
Quindi, globalmente, la produzione di vino aumenter di 4 unit (-12+16= 4) e anche quella di stoffa
(6-2= 4).
Il rapporto di scambio sempre quello per cui un'unit di stoffa vale il doppio di un'unit di vino, per
cui il prezzo di un'unit di stoffa compreso fra 2,1 e 7,9.
Elevando barriere alla libera circolazione dei beni, le leggi sul grano avrebbero rallentato il tasso di
crescita dell'Inghilterra, redistribuito il reddito dei capitalisti ai proprietari e ridotto il benessere in tutte
le nazioni. L'opinione predominante all'epoca di Ricardo era che negli scambi e nei commerci, dato un
ammontare fisso di beni, c' sempre una parte che ci guadagna e una parte che ci perde; il concetto di
vantaggio comparato dimostra invece che lo scambio volontario pu recare vantaggi ad entrambi i
contraenti.

Stabilit e crescita in un'economia capitalistica


La legge di Say, di cui Ricardo era un sostenitore, afferma che un sistema capitalistico garantisce
automaticamente la piena occupazione delle sue risorse e alti tassi di crescita economica.
Ricardo era convinto che il processo di produzione dei beni fosse sufficiente in s a generare un potere
d'acquisto tale da poterli poi ricomprare sul mercato a prezzi soddisfacenti; la saturazione infatti, o la
sovrapproduzione, era possibile solo per mercati particolari, non a livello dell'intero sistema
economico.
Una garanzia che questo potere d'acquisto venga effettivamente utilizzato sta, secondo alcuni, nella
stessa legge di Say, nel senso che l'offerta crea la propria domanda. Ricardo invece si limita ad
affermare che il potere d'acquisto potenziale sarebbe tornato al mercato a titolo di domanda per beni di
consumo o di investimento: un ritorno alla tesi di Smith secondo cui risparmiare al tempo stesso
decidere di investire.

La controversia bullionista
La controversia bullionista ebbe luogo agli inizi dell'Ottocento, e riguardava le cause dell'inflazione
verificatasi al tempo delle guerre napoleoniche. All'interno di questa controversia ci sono da una parte i
bullionisti, tra cui Ricardo, i quali identificavano l'inflazione nell'espansione monetaria e vedevano
questo fenomeno come esclusivamente monetario; per gli antibullionisti invece le cause erano diverse,
complesse e pi concrete, come ad esempio le cattive annate per i raccolti.

La disoccupazione tecnologica
Nell'ultima edizione dei "principi di economia politica" Ricardo aggiunse un capitolo intitolato "on
machinery", in cui analizz le conseguenze dell'introduzione delle macchine nell'economia.
Ricardo concordava con l'opinione della classe lavoratrice, secondo cui l'impiego delle macchine
avrebbe potuto avere conseguenze dannose per gli stessi operai.
In particolare, se il nuovo macchinario vienen finanziato con il capitale circolante allora il fondo-salari
si riduce generando disoccupazione; se invece viene finanziato con il capitale accumulato, i risparmi
del capitalista, allora la disoccupazione non si verifica.
Tuttavia questa posizione di Ricardo sembra non essere conciliabile con la sua accettazione della legge
di Say.

Riepilogo
Il metodo seguito da Ricardo rappresenta una rottura con quello di Smith, rappresentando il passaggio
da una combinazione imprecisa di teoria e descrizione storica a un modello basato sulla pura astrazione
teorica.
Il lavoro di Ricardo si compone, tra gli altri, di questi punti chiave:
con la dimostrazione dei guadagni di benessere che sarebbero derivati dalla libert dei commerci
internazionali, egli rafforza la posizione di Smith del laissez-faire
combinando la dottrina di Malthus con la dottrina del fondo-salari dimostr l'impossibilit di
migliorare il destino dei gruppi a basso reddito
con la difesa della legge di Say mise a tacere coloro i quali sostenevano che le falle nel sistema
capitalistico dovessero essere rintracciate nel fatto che le decisioni di risparmio e investimento fossero
lasciate ai singoli agenti economici

V. JOHN STUART MILL (1806-1873)

Introduzione
Non facile definire con precisione la posizione che Mill, intellettuale eclettico, occup nello sviluppo
economico: possiamo dire per certo che la sua apertura mentale lo mise in condizione di apportare
diverse modifiche alla dottrina economica classica, e che egli si sforz, nei suoi "Principi di economia
politica", di difendere Ricardo dalle accuse che gli venivano mosse.
Le critiche mosse a Ricardo erano sostanzialmente riconducibili a tre filoni:
il primo filone di critiche era basato sulla consapevolezza che le previsioni della dottrina ricardiana
non trovavano riscontro nella realt (ad esempio, all'aumentare della popolazione il reddito pro capite
cresceva, non diminuiva)
il secondo filone pu essere ricondotto al fatto che l'insegnamento tradizionale, via via sempre pi
critico, si sforzava di trovare imprecisioni e lacune nella dottrina ricardiana
il terzo filone veniva dai socialisti umanitari, i quali sferravano ripetutamente degli attacchi contro
l'emergente sistema capitalistico, in qualche modo rappresentato dalla teoria ricardiana
Per Mill la scienza economica una scienza ipotetica fondata sul metodo deduttivo, a priori: un
economista pone determinate assunzioni iniziali da cui trae conclusioni che devono essere verificate
alla luce dei fatti reali.
Secondo Mill le leggi della produzione sono da interpretare come leggi di natura, immodificabili dalla
volont del singolo o delle istituzioni, mentre le leggi della distribuzione del reddito no, esse sono il
prodotto di una particolare conformazione sociale e istituzionale.
Nell'epoca di Mill i tentativi di migliorare la qualit della vita delle classi a basso reddito sono
contrastati dalle posizioni conservatrici, secondo cui tali sforzi sono destinati ad essere vanificati dalle
leggi dell'economia; secondo Mill questi economisti sono in errore: se le leggi della produzione sono
ineludibili, la distribuzione del reddito modificabile attraverso interventi di riforma sociale.
L'opera che pi di tutte condizion Mill fu quella di Jeremy Bentham, caposcuola di un gruppo di
riformatori noti come filosofi radicali o utilitaristi. Le tesi di Bentham era che gli uomini sono motivati
all'azione da due desideri: raggiungere il piacere ed evitare il dolore; la societ deve quindi leggi tali da
assicurare la maggior quantit possibile di piacere al maggior numero possibile di persone.
Mill era piuttosto vicino all'utilitarismo, ma due questioni lo disturbavano: in primo luogo, questi
filosofi radicali invocavano troppo spesso il calcolo del piacere e del dolore per spiegare la totalit del
comportamento umano, e in secondo luogo non erano, per lui, abbastanza radicali: Mill si collocher
decisamente pi a sinistra rispetto a suo padre e agli altri utilitaristi.
Il modo migliore per caratterizzare la figura di Mill collocarlo a met strada tra il liberismo classico e
un socialismo non marxiano.
Come Adam Smith, anche Mill riconosce l'esistenza di un conflitto di classe tra i proprietari terrieri e
gli altri gruppi sociali, ma riconosce anche altri conflitti e altre disarmonie all'interno del sistema
economico; ci riscontrabile nei programmi di riforma di cui fautore: istruzione universale,
redistribuzione del reddito, formazione di sindacati, riduzione della giornata lavorativa, limitazione al
tasso di crescita della popolazione.
La riflessione di Mill sulla propriet privata riflette bene la sua miscela di liberismo classico e riforma
sociale: egli sostiene che i diritti di propriet non siano assoluti ma abrogabili qualora entrassero in
conflitto con il bene comune; in questo discorso tratta anche del comunismo, affermando che se
l'alternativa fosse tra la propriet privata con conseguente distribuzione del prodotto del lavoro in
proporzione inversa al lavoro stesso e il comunismo, allora il comunismo sarebbe la scelta migliore, e
le sue difficolt passerebbero in secondo piano.
Tuttavia, una corretta legislazione della propriet privata con una distribuzione del reddito equa
(conformit tra il contributo dato dagli individui al sistema economico e il reddito da loro ricevuto)
sarebbe di gran lunga preferibile al comunismo.
Mill rifiuta le argomentazioni dei socialisti utopisti per cui la propriet privata e la concorrenza
costituiscono le cause dei mali della societ.

Un differente stato stazionario


Nella discussione sulle tendenze di lungo periodo del sistema economico, Mill si attenne al modello
ricardiano di base il quale prevedeva saggi di profitto decrescenti fino al raggiungimento dello stato
stazionario. La differenza tra i due che per Mill lo stato stazionario non triste come quello concepito
da Ricardo: anzi egli afferm addrittura che forse una nazione con un'economia in crescita non fosse un
luogo desiderabile in cui vivere. Molti aspetti di un sistema economico in crescita erano per Mill
riprovevoli (come la conflittualit), e uno stato stazionario avrebbe garantito maggior attenzione ai
singoli individui e al loro benessere, i fattori pi importanti nel pensiero di Mill.
In un sistema economico materialistico orientato alla crescita le persone sarebbero distolte dalla propria
autorealizzazione e dal proprio miglioramento, e sarebbero spinte a soddisfare istinti bassi e meschini.

La teoria economica
Mill riconosce che la teoria economica astatta dev'essere accompagnata da una consapevolezza
dell'importanza di determinate istituzioni storicamente importanti. Secondo il filosofo, due forze in
particolare governavano la distribuzione del reddito: concorrenza e consuetudine, ma la dottrina
economica ortodossa aveva completamente ignorato la seconda.
Assumendo la prospettiva del relativismo storico, Mill affermava che l'azione della concorrenza
all'interno di un'economia di mercato fosse un fenomeno recente: usi e consuetudini, invece, avevano
sempre avuto un ruolo predominante nella soluzione dei problemi legati alla distribuzione del reddito.
Secondo Mill esistono insomma forze di tipo sociale, le quali modificano o a volte persino
contraddicono le previsioni formulate sulla base di un modello teorico puramente concorrenziale.
Da questo punto di vista possiamo dire che Mill si allontana dal modello ricardiano per avvicinarsi di
pi alla posizione di Smith. Anche l'eclettismo con cui aveva mostrato i meriti di capitalismo e
propriet privata (applicata correttamente) rispetto a quelli del comunismo il riflesso di un'analisi
contestualizzata condotta nello stile di Smith.

La teoria del valore


Mill elabora una teoria del valore basata sul costo di produzione, e ci rappresenta una rottura con
Ricardo il quale aveva sostenuto una teoria del valore basata sul costo del lavoro: per Mill i prezzi
dipendono dal costo di produzione.
Affinch un bene possa avere valore di scambio dev'essere utile e difficile da ottenere: l'utilit
rappresenta la domanda, invece la difficolt di ottenimento rappresenta l'offerta.
Nell'elaborazione della sua teoria del valore Mill distingue tre classi di merci:
merci particolari, relativamente poco importanti: la curva di offerta (difficolt di ottenimento)
inelastica, verticale, l'offerta data in quantit fissa in quanto si tratta di merci rare, particolari; il loro
prezzo dipende da domanda e offerta
merci del settore artigianale: la curva di offerta elastica, orizzontale, quindi Mill assume che le
industrie manifatturiere producano a costi costanti, che i loro costi marginali non aumentino
all'aumentare della produzione; il loro prezzo dipende dal costo di produzione
merci del settore agricolo: la curva di offerta inclinata verso l'alto, rappresenta quindi una categoria
di merci la cui produzione a costi crescenti, i costi marginali aumentano all'aumentare della
produzione; il loro prezzo determinato dal costo di produzione registrato nelle circostanze meno
favorevoli
Il concetto chiave colto da Mill come si raggiungono i prezzi di equilibrio attraverso il gioco di
domanda e offerta: l'equilibrio finale si raggiunge quando la quantit domandata eguaglia l'offerta.

La teoria del commercio internazionale


L'analisi della divisione dei guadagni derivanti dal commercio internazionale per le nazioni che vi
partecipano, forse il contributo pi importante che Mill diede alla teoria economica.
Riprendendo l'esempio citato da Ricardo, eravamo arrivati a concludere che la gamma di prezzi
internazionali capaci di portare beneficio sia al Portogallo che all'Inghilterra era compresa tra 2,1 e 7,9
unit di vino per una unit di stoffa. Ricardo non si spinse oltre, non stabil quale sarebbe dovuto essere
il prezzo effettivo; Mill si occupa proprio di questo.
L'idea di fondo di Mill far dipendere le ragioni dello scambio dalla domanda, il prezzo effettivo
coincider con quel valore per cui le quantit di merci richieste da parte di un paese a un altro, saranno
esattamente sufficienti ad acquistarsi l'un l'altro.
Nel nostro caso dunque, il Portogallo compra della stoffa dall'Inghilterra a un prezzo molto vicino a 2,1
unit di vino per unit di stoffa.

Ripresa della legge di Say


Mill si schiera a favore della legge di Say, secondo cui un sistema capitalistico garantisce
automaticamente la piena occupazione delle sue risorse e alti tassi di crescita economica.
In particolare, egli riconobbe che effettivamente sarebbe potuta verificarsi un'eccedenza di offerta ma
ci avrebbe riguardato mercati particolari, e trasferire questa conclusione a livello macroeconomico
sarebbe un errore logico.
Nel difendere l'impianto logico della legge di Say, Mill distingue tre tipi possibili di sistema
economico:
economia di baratto: non potrebbe mai verificarsi una situazione di insufficienza della domanda (o
eccedenza dell'offerta); qualsiasi decisione di offerta di merci presuppone una domanda per quelle
stesse merci
economia monetaria: la moneta funge da mezzo di scambio, quindi anche qui non potrebbe mai
verificarsi una situazione di insufficienza della domanda (o eccedenza dell'offerta)
In questi primi due casi l'offerta crea da s abbastanza domanda da essere consumata.
economia monetaria con possibilit di credito monetario: le persone non hanno pi come intento lo
scambio e il consumo, ma laccumulazione di moneta, e le merci sono scambiate solo in nome di tale
fine. Per accumulare pi moneta possibile le persone vogliono scambiare sempre di pi e le imprese
possono essere soggette alla sovrapproduzione
Dunque, l'introduzione del credito apre la possibilit di una situazione di insufficienza della domanda
(o eccedenza dell'offerta); tuttavia qualsiasi situazione del genere sarebbe stata un fenomeno di breve
durata seguito a una piena occupazione delle risorse: un'eccedenza dell'offerta avrebbe infatti
modificato i prezzi all'interno del sistema economico e conseguentemente garantito di nuovo una piena
e ottimale occupazione.

Ritrattazione della dottrina del fondo-salari


Al tempo di Mill la dottrina del fondo-salari era uno degli argomenti tipici da opporre alla formazione
dei sindacati, infatti se il salario determinato dalla dimensione della forza lavoro e dal fondo-salari,
qualsiasi tentativo di alzare il livello delle retribuzioni dei lavoratori si sarebbe rivelato vano.
Tuttavia, bench Mill accettasse formalmente la dottrina del fondo-salari, si schier a favore della
costituzione di sindacati: come sosteneva Smith, senza di questi il lavoratore si sarebbe trovato senza
via d'uscita in una posizione di svantaggio rispetto al datore di lavoro.
Sindacati e scioperi apparivano a Mill strumenti indispensabili affinch il singolo lavoratore riuscisse a
controbilanciare il potere delle imprese.
VI. KARL MARX (1818-1883)

Introduzione
Marx fu soprattutto un filosofo, oltre ad analizzare e interpretare la societ era intenzionato a
promuovere i cambiamenti che riteneva desiderabili. In questo atteggiamento non fu quindi molto
diverso dagli economisti classici, ma ci che lo differenzia che auspicava il cambiamento sotto forma
di una rivoluzione in grado di toccare tutti gli aspetti della vita collettiva, piuttosto che sotto forma di
variazioni marginali nella struttura economica.
La teoria economica di Marx essenzialmente il risultato dell'applicazione della sua concezione di
storia all'economia capitalista, una concezione di storia che deriv da Hegel: la storia procede in modo
lineare e progressivo in un processo denominato dialettica, e determinato da tesi-antitesi-sintesi.
L'apparato filosofico di Marx si differenzia da quello hegeliano perch meno idealistico e pi
materialistico: infatti il mondo in cui si sarebbe verificato il cambiamento, mentre per Hegel era il
mondo delle idee, per Marx era il mondo reale, materiale.
Una colonna portante della teoria di Marx che le persone sono fondamentalmente buone, e il loro
comportamento non buono da imputare alla struttura istituzionale in cui vivono, cio essenzialmente
al capitalismo.
Marx accus gli economisti borghesi di scrivere come se il capitalismo, un sistema economico scaturito
dall'evoluzione di sistemi precedenti, fosse una struttura ideale che sarebbe esistita per sempre.
Nell'opinione di Marx ogni societ strutturata per classi composta da due aspetti:
le forze di produzione-->costituite dalla tecnologia impiegata per produrre i beni materiali, sono forze
dinamiche e mutevoli; hanno il ruolo dell'antitesi
i rapporti di produzione--> rapporti sociali e rapporti di propriet; sono essenzialmente statici, e questa
staticit rafforzata dalla sovrastruttura sociale, che ha lo scopo di conservare i rapporti di produzione
determinatisi storicamente; hanno il ruolo della tesi
Nel corso del tempo, dato che le forze di produzione sono mutevoli e i rapporti di produzione sono
statici, i cambiamenti che interessano le prime generano contraddizioni nel sistema, e queste
contraddizioni diventeranno cos intense da determinare un periodo di rivoluzione sociale al termine
del quale scaturir un nuovo genere di rapporti di produzione: il nuovo sistema di rapporti di
produzione rappresenter la sintesi tra la vecchia tesi e l'antitesi.
Secondo Marx in un'economia capitalista gli esseri umani sarebbero rimasti alienati da se stessi:
propriet privata e mercato svalutano tutto ci con cui le persone entrano in contatto, comprese loro
stesse, e sono un ostacolo al raggiungimento della felicit individuale. In effetti in certi casi si capisce
che il meccanismo di mercato sarebbe disumanizzante e alienante (non ci si aspetta e non si richiedono
pagamenti per azioni compiute a titolo di amicizia, per esempio), e l'analisi di Marx non fa altro che
estendere il concetto di alienazione a tutte le transizioni di mercato.
L'economica politica classica si era sempre limitata ad accettare i mercati come un dato di fatto senza
considerare i loro effetti sulle persone, e non aveva considerato nemeno il modo con cui le forze di
produzione avrebbero eroso i rapporti di produzione.
Socialismo e comunismo hanno accezioni differenti: per Marx il socialismo quel particolare insieme
di rapporti di produzione che avrebbe seguito il capitalismo e che ne avrebbe contenuto delle tracce,
mentre il comunismo caratterizzato dal superamento dei sistemi economici di tipo socialista e non ha
in s tracce del sistema capitalista. Ad esempio, nel socialismo l'attivit economica sarebbe organizzata
in base a un sistema di incentivi, mentre nel comunismo le persone sarebbero motivate al lavoro in
modo autonomo; inoltre nel socialismo ciascuno avrebbe contribuito al processo economico secondo la
propria abilit e avrebbe ricevuto un reddito commisurato al proprio contributo, mentre nel comunismo
ciascuno s avrebbe contribuito al processo economico secondo la propria abilit, ma avrebbe
consumato secondo i propri bisogni.
Una critica alla teoria marxiana quella secondo cui la essa non un processo dialettico, ma
teleologico: con l'avvento del comunismo cesserebbe ogni conflitto e ogni contraddizione tra forze di
produzione e rapporti di produzione. Ma perch le contraddizioni dovrebbero cessare?
La teoria economica marxiana

L'approccio metodologico
La teoria economica ortodossa si sforza di comprendere il sistema economico attraverso l'esame delle
sue singole parti, mentre Marx parte dalla totalit della societ e dell'economia guardando all'influenza
che esercitano sulle parti componenti; nel suo schema analitico il tutto determina le parti.

La teoria del valore-lavoro


Secondo Marx i prezzi delle merci esistenti in un sistema capitalistico rappresentano due tipi di
relazioni: le relazione quantitative (tra le merci) e le relazioni qualitative (tra gli individui); se
assumiamo che i salari sono prezzi, rappresentano una relazione quantitativa e qualitativa (tra i
capitalisti e i proprietari). L'interesse di Marx per il modo in cui i prezzi vengono determinati era
motivato dal fatto che tale determinazione mette in luce le relazioni sociali sottostanti.
Nell'elaborare la sua teoria dei prezzi relativi Marx si rif alla teoria del valore-lavoro di Ricardo: segue
l'impostazione del suo predecessore e, ovviamente, deve affrontare gli stessi problemi.
Per Marx l'unico costo sociale richiesto dalla produzione di merci il lavoro; si pone su un alto livello
di astrazione in quanto ignora la questione delle diverse abilit dei lavoratori e si concentra su una
nozione, la nozione secondo cui la quantit di lavoro totale disponibile in una societ per produrre
merci una quantit omogenea, il cosiddetto lavoro astratto. La produzione di una merce richiede
l'impiego di una fetta di questo lavoro astratto, e i prezzi relativi delle merci sono proporzionali alle
diverse quantit di lavoro astratto, misurato in ore.
La teoria del valore-lavoro di Marx va incontro ad alcuni problemi, simili a quelli che hanno afflitto
Ricardo; per esempio:
il problema dei lavoratori dotati di diversa abilit, che Marx risolve adottando il tempo di lavoro
socialmente necessario, ovvero il tempo di lavoro impiegato da un lavoratore di medie abilit
l'influenza dei beni capitali sulla formazione dei prezzi relativi, che Marx risolve come aveva fatto
Ricardo; considera il capitale come lavoro accumulato, e afferma che il tempo di lavoro necessario per
produrre un bene dato dal tempo di lavoro effettivamente necessario per produrlo pi il numero di ore
che sono state necessarie per produrre il capitale, andato poi distrutto nel processo produttivo

L'algebra marxiana
Per Marx il valore di una merce dato dalla somma di tre fattori. Il capitale costante (C), cio la
somma di tutti i costi, eccetto salari e stipendi, che i capitalisti sostengono per produrre le merci (ad
esempio l'acquisto delle materie prime); il capitale variabile (V), cio la somma delle spese per salari e
stipendi; il plusvalore (S), un valore residuo ottenuto sottraendo capitale variabile e capitale costante al
ricavo lordo del capitalista:

Ma come nasce, in un mercato perfettamente concorrenziale, il plusvalore? Se il capitalista acquista i


fattori della produzione al loro prezzo concorrenziale, e vende il prodotto finale al suo prezzo di
equilibrio, da dove arriva il plusvalore? La risposta di Marx che il capitalista acquista una merce
particolare, il lavoro, che nel processo produttivo crea un valore maggiore di quello a cui viene
remunerata; il lavoro la solo merce in grado di creare plusvalore. (esempio- giornata lavorativa di
quattro ore).
Il saggio di plusvalore (S') dato dal rapporto tra il plusvalore e il capitale variabile:
Per aumentare il saggio di plusvalore si pu aumentare la giornata lavorativa (aumentando il plusvalore
che direttamente proporzionale al saggio di plusvalore) o diminuire i salari (diminuendo il capitale
variabile che inversamente proporzionale al saggio di plusvalore).
Marx definisce in seguito il saggio di profitto, che aumenta all'aumentare del plusvalore e diminuisce
all'aumentare delle spese per capitale costante e variabile:

E l'intensit del capitale:

Chiarisce infine che il saggio di profitto direttamente proporzionale al saggio di plusvalore e


inversamente proporzionale all'intensit di capitale:

La teoria del valore-lavoro inizialmente adottata da Marx si basa sull'assunto restrittivo che l'intensit
di capitale sia uguale per tutte le industrie; in seguito egli prova ad eliminare questa ipotesi iniziale
insoddisfacente e cerca di sviluppare un'altra teoria del valore-lavoro senza questa premessa ma con
una coerenza interna.
Marx non riuscir in questo intento, ma il "fallimento" della sua teoria del valore-lavoro, a dispetto di
alcuni economisti ortodossi che sulla base di questa lacuna vogliono far crollare l'intero impianto
marxiano, non fatale. In primo luogo perch a Marx non interessava principalmente spiegare la
formazione dei prezzi quanto dare conto delle trasformazioni e della dinamica del capitalismo; in
secondo luogo la sua teoria del valore-lavoro potrebbe essere rimpiazzata da altre senza che le sue
conclusioni ne risultino modificate in maniera sostanziale.
L'intento di Marx era dimostrare che la fonte dei redditi da propriet fosse lo sfruttamento (infatti
chiama il saggio di plusvalore anche "saggio di sfruttamento"), e arriva a questa conclusione
dimostrando che il lavoro l'unica merce in grado di creare plusvalore.

L'analisi del capitalismo marxiana


Nella sua analisi del capitalismo Marx arriva a formulare le "leggi marxiane", che includono:
l'esercito industriale di riserva composto da disoccupati
la caduta tendenziale del saggio di profitto
le crisi economiche
la concentrazione industriale in un numero sempre minore di imprese
l'impoverimento progressivo del proletariato
Inoltre assume alcune ipotesi:
la teoria del valore-lavoro per spiegare i prezzi relativi
la neutralit della moneta
rendimenti costanti nella manifattura e decrescenti nell'agricoltura
concorrenza perfetta
il concetto di uomo economico razionale e calcolatore
la dottrina del fondo-salari leggermente modificata

L'esercito industriale di riserva composto da disoccupati


La dottrina malthusiana della popolazione spiega l'esistenza dei profitti e le forze che determinano il
saggio di salario, ma Marx la rifiuta, quindi costretto a trovare altre spiegazioni per questi fenomeni.
La sua spiegazione l'esercito industriale di riserva composto da disoccupati, che svolge nel suo
sistema lo stesso ruolo che svolge la dottrina malthusiana nel sistema classico.
Secondo Marx nel mercato del lavoro c' sempre un eccesso di offerta (di lavoro, composta dai
richiedenti lavoro), e ci comprime i salari mantenendo alti i profitti. La disoccupazione un'arma in
mano ai capitalisti: essa alimenta la concorrenza tra operai e garantisce un basso livello di salari:
l'esercito industriale di riserva composto da disoccupati impedisce ai salari di crescere fino al punto di
annullare plusvalore e profitti.
La caduta tendenziale del saggio di profitto
Nel modello marxiano la caduta tendenziale del saggio di profitto una delle cause che porter al
crollo del capitalismo, mentre pee i classici conduceva semplicemente allo stato stazionario.
Se assumiamo che nel tempo il saggio di plusvalore rimanga costante, ogni incremento nella
composizione organica/intensit del capitale avr come effetto una diminuzione del saggio di profitto
(vedi algebra sopra). Anche se Marx assume un saggio di plusvalore costante, consapevole che ci
sono forze che possono premere in direzione di un suo aumento nel tempo.
Secondo Marx, a causa dei rendimenti decrescenti, l'aumento dell'accumulazione di capitale provoca
una diminuzione del saggio di profitto; ma il progresso tecnico in grado di aumentare il saggio di
profitto, esso pu controbilanciare i rendimenti decrescenti associati a una maggiore accumulazione di
capitale. Tuttavia, sebbene si tenga conto di questo modello e del fatto che secondo Marx il saggio di
profitto destinato comunque a diminuire, quello che avverr effettivamente pu essere determinato
solo sulla base di informazioni di natura empirica.

Le crisi economiche
Fra le principali premesse dell'economia politica classica vi era l'accettazione della legge di Say,
secondo cui un'economia capitalista avrebbe manifestato sempre la tendenza a operare a un livello
corrispondente a un pieno impiego delle risorse e ad una loro allocazione ottimale. Marx invece
respinge la legge di Say, in quanto secondo lui essa rifletteva un'immagine distorta e storicamente
inesatta del capitalismo.
In una semplice economia di baratto i soggetti producono beni per il valore d'uso che possono trarne
(consumandoli o barattandoli), M->M;
in un'economia monetaria i produttori scambiano beni con moneta, la quale poi a sua volta
scambiata con altri beni; essa fa da intermediario, M->D->M.
Il problema del capitalismo che non un sistema in cui si aggiunge semplicemente la moneta come
intermediario, cambia la finalit dell'attivit economica: non pi l'uso, ma lo scambio:
il capitalista entra sul mercato come portatore di denaro, acquista i fattori di produzione delle merci e
cede le merci prodotte per altro denaro, D->M->D' (la differenza tra D' e D il plusvalore).
In un'economia di baratto e in un'economia monetaria semplice non si pone nemmeno il problema della
sovrapproduzione: i beni verranno prodotti solo se e quando c' qualcuno disposto a consumare. Invece
in un'economia capitalista la sovrapproduzione una possibilit concreta.
Confronto con Mill: egli difende la legge di Say, ed convinto che in un'economia non di baratto e non
con moneta intesa solo come intermediario la sovrapproduzione sia possibile; tuttavia per lui sarebbe
una situazione transitoria, un fenomeno di breve durata.
Marx elabora principalmente due teorie delle crisi economiche, ed entrambe rappresentano un rifiuto
esplicito della legge di Say: secondo la prima teoria, le depressioni economiche sono il risultato di uno
sviluppo irregolare del processo tecnologico; in base alla seconda teoria invece le crisi economiche
nascono perch la sovrapproduzione di una singola industria influenza in modo negativo il resto del
sistema economico. In entrambe questi scenari, la conclusione la caduta tendenziale del saggio di
profitto, una conclusione che quindi, lo ripetiamo, non vede il capitalismo in grado di garantire stabilit
del sistema economico e piena occupazione delle risorse.

VII. WILLIAM JEVONS (1835-1882), CARL MENGER (1840-1921)

Introduzione
Gli ultimi trent'anni del 19 secolo videro la nascita della teorica microeconomica moderna, e in questo
periodo si and formando gradualmente un complesso di strumenti analitici (dei quali l'analisi
marginalista fu il pi importante) che permise di passare dall'economia classica a quella neoclassica.
Inoltre lo sviluppo di questi strumenti analitici diede inizio a un uso sempre pi largo della matematica
all'interno della teoria economica.
La prima importante applicazione dell'analisi marginalista si ha con tre economisti: William Jevons,
Carl Menger e Lon Walras, che applicando l'analisi marginalista alla teoria della domanda arrivano a
sviluppare il concetto di utilit marginale (vedi Adam Smith sopra) e quindi elaborarono una teoria del
valore basata su di essa, orientata cio al lato della domanda.

L'inadeguatezza delle teorie classiche del valore


Jevons, Menger e Walras ritenevano che le teorie classiche del valore basate sul costo di produzione
fornissero spiegazioni inadeguate della formazione dei prezzi; i motivi principali della loro critica
erano i seguenti:
in primo luogo, i prezzi di molti beni non potevano essere analizzati restando all'interno dello schema
classico: terre, monete rare, vini ecc non dipendevano infatti dal loro costo di produzione
in secondo luogo, una teoria del valore basata sul costo di produzione suggeriva che il prezzo di un
bene fosse determinato in riferimento ai costi sostenuti in passato, mentre Jevons, Menger e Walras
erano convinti che costi eccezionalmente elevati nella produzione di beni non si sarebbero tradotti in
prezzi elevati di vendita: in base alla teoria dell'utlit marginale il valore dipende dall'utilit legata al
consumo, ovvero all'utilit che i compratori si aspettano di trarne; si fa riferimento quindi al futuro, non
al passato
infine, i tre autori rimproverano alle teorie economiche preclassiche e classiche il non aver
riconosciuto che l'elemento veramente sinigificativo nella determinazione del prezzo l'utlit
marginale, non quella totale o media

Utilit: confronti e funzioni


Che cos' l'utilit? E come si misura?
Jevons, Menger e Walras non spiegarono mai chiaramente la natura del concetto di utilit, tuttavia
accolsero il principio dell'utilit marginale decrescente secondo cui all'aumentare del consumo di un
bene la sua utilit marginale diminuisce (acqua-diamanti); il principio in questione, per, si basa
sull'ipotesi che l'utilit marginale, qualsiasi cosa sia, possa essere misuarata. Assumere che l'utilit
possa essere misurata genera una serie di problemi sui quali i tre autori sorvolarono: essi diedero per
scontato:
che ciascun agente economico fosse in grado di effettuare confronti tra le diverse utilit dei beni (si
pu confrontare l'utilit marginale di un altro bicchiere di birra con l'utilit marginale di un altro
panino)
che fossero possibili confronti interpersonali di utilit (si pu confrontare l'utilit marginale che una
persona A riceve da un altro bicchiere di birra con l'utilit marginale che una diversa persona B riceve
da un altro panino)
Per quanto riguarda i confronti interpersonali di utilit, Jevons sostenne che fossero impossibili,
tuttavia nei suoi scritti ne fece comunque uso: in particolare, afferm che un ammontare addizionale di
reddito concesso a un soggetto A con un reddito gi elevato, avrebbe arrecato un'utilit marginale
inferiore piuttosto che se fosse stato concesso a un soggetto B con un reddito basso.
Secondo questi tre autori l'utilit che un individuo riceve dal consumo di un bene dipende solo dalla
quantit gi consumata di quello stesso bene, non dalle quantit consumate di altri beni.
La funzione di utilit totale, cio l'utilit ricevuta dal consumo di tutti i beni, quindi additiva:

L'unit totale dipende dalla quantit consumata del bene A, pi la quantit consumata del bene B e cos
via per tutti i beni: non ci sono quindi relazioni di complementarit o sostituibilit tra i diversi tipi di
consumo.

Critiche alla teoria classica del valore


Secondo i tre autori la teoria classica del valore va criticata perch fa dipendere i prezzi dal costo di
produzione: ci implica, come abbiamo gi detto, che il valore sia determinato con riferimento al
passato, mentre a loro parere esso va determinato con riferimento al futuro. Questo modo di procedere
lascia per aperto il problema di spiegare la formazione dei prezzi dei fattori della produzione.
A tal proposito Jevons e Menger affermano che il nesso di causalit nella determinazione del valore
non va dal costo di produzione al prezzo finale, ma in direzione opposta: il prezzo finale di un bene
che determina il valore dei fattori di produzione, o in altri termini, il prezzo dei fattori di produzione
dipende dall'utilit del bene finale prodotto mediante il loro impiego.
Riprendendo la teoria del valore di Mill possiamo constatare che le critiche di Jevons e Menger alla
teoria classica del valore sono scorrette e inadeguate:
il primo caso presentato da Mill aveva un'offerta data in quantit fissa e quindi una curva di offerta
perfettamente verticale, e secondo lui per quanto riguarda queste merci sia la domanda che l'offerta
concorrono a determinarne il prezzo; ma Jevons e Menger non riuscirono a respingere appieno questa
conclusione, e la loro idea che il prezzo finale dipenda in questo caso solo dalla domanda altrettanto
insoddisfacente
il secondo caso presentato da Mill aveva una curva di offerta orizzontale, un'industria che produce a
costi costanti in cui il costo di produzione il solo elemento che determina il prezzo; qui la teoria di
Mill perfettamente corretta, mentre la posizione di Jevons e Menger, i quali non riuscirono a
confutare la teoria milliana, erronea
il terzo caso presentato da Mill aveva una curva di offerta inclinata positivamente in quanto la
produzione di queste merci era a costi crescenti, e secondo lui il prezzo era dato dal costo di produzione
che avviene nelle circostanze meno favorevoli: quindi il costo di produzione o l'offerta a determinare
il prezzo; Jevons e Menger sostennero che, data l'offerta, il prezzo dipende dall'utilit marginale, quindi
dalla domanda; in realt entrambe le conclusioni sono sbagliate
In conclusione, Jevons e Menger non furono in grado di sostenere tutte le argomentazioni critiche che
rivolsero alla teoria classica del valore, e tutti (classici e neoclassici) commisero lo stesso errore:
cercarono di di individuare una singola catena di relazioni che spiegasse la determinazione dei prezzi
(dal costo di produzione al prezzo finale per i classici, viceversa per i neoclassici), e nessuno cap che
la determinazione di questi valori avviene per reciproca influenza.

IX. LEON WALRAS (1834-1910)

Introduzione
L'impiego da parte di Walras dell'analisi marginalista rappresenta solo una parte del suo effettivo
contributo alla scienza economica: il suo pi grande merito fu l'elaborazione della teoria dell'equilibrio
economico generale, che ebbe un impatto enorme in questa disciplina e lo consacr come uno dei padri
fondatori (insieme a Marshall) dell'economia neoclassica, la moderna teoria microeconomica
ortodossa.
La teoria dell'equilibrio economico generale un'analisi del funzionamento del sistema economico nel
quale tutti i diversi settori sono considerati in modo simultaneo e come interdipendenti; ma cosa si
intende per equilibrio generale?
Gli economisti sono soliti distinguere tra modelli di equilibrio generale e di equilibrio parziale a
seconda del grado di astrazione del modello: nelle analisi di equilibrio parziale ci sono molti pi fattori
mantenuti costanti, mentre le analisi di equilibrio generale consentono la variazione di molte pi
grandezze. L'analisi di equilibrio parziale costituisce un tentativo di ridurre la complessit di un
problema, isolando un settore del sistema economico e ignorando le sue relazioni con il resto del
sistema; tuttavia quello che guadagna in chiarezza e immediatezza lo perde, ovviamente, in rigore e
completezza teorica.
Il grande merito di Walras l'aver riconosciuto che la complessa interdipendenza che caratterizza i
diversi mercati di un sistema economico pu essere compresa meglio attraverso il linguaggio
matematico.

Esposizione verbale del modello di Walras


Osserviamo un modello di equilibrio economico generale:
Nella parte superiore sono rappresentati i mercati dei beni finali: i consumatori si recano su questi
mercati esprimendo una domanda, e le imprese vi si recano esprimendo l'offerta; su questi mercati si
determinano i prezzi e le quantit (offerte e domandate) dei beni finali: per esserci equilibrio la quantit
offerta e quella domandata devono essere uguali per ogni merce particolare.
Nella parte inferiore sono rappresentati i mercati dei fattori produttivi: le imprese esprimono una
domanda di terra, lavoro e capitale; sulla base di quanto i consumatori offrono per i fattori della
produzione in loro possesso si determinano i rispettivi prezzi di mercato; per esserci equilibrio le
quantit domandate devono essere uguali a quelle offerte per ciascun fattore della produzione.
I consumatori percepiscono sul mercato dei fattori produttivi il loro reddito (ad esempio offrendo
lavoro) che spendono sul mercato dei beni finali; in base alla seconda legge di Gossen, per
massimizzare la loro soddisfazione devono distribuire le loro spese in modo tale che il rapporto tra
utilit marginale e prezzo sia uguale per tutti i beni acquistati.
Il flusso di reddito tra imprese e consumatori rappresenta il reddito nazionale di un sistema economico,
e affinch esso sia in equilibrio occorre che i consumatori spendano sul mercato dei beni tutti i redditi
che percepiscono dal mercato dei fattori produttivi, e che le imprese spendano sui mercati dei fattori
produttivi tutti i ricavi che ottengono dal mercato dei beni finali.
Il primo ovvio insegnamento che si pu trarre dal modello di Walras che le parti che lo compongono
sono interrelate, tutte le variabili sono determinate simultaneamente. Altri autori avevano gi
riconosciuto l'interdipendenza delle varie parti in un'economia di mercato, ma nessuno prima di Walras
(perch egli fece uso del linguaggio matematico) aveva specificato precisamente le relazioni esistenti.
Anche se il modello di Walras apre nuove questioni a cui egli non seppe rispondere, e anche se il suo
schema astratto presenta non poche lacune, egli permise un notevole avanzamento nella comprensione
del funzionamento di un sistema di mercato. In particolare, le questioni problematiche che emergono
sono le seguenti:
solo nel 1954 gli economisti Debrew e Arrow riuscirono a dimostrare la possibilit di esistenza, sotto
certe condizioni, di un equilibrio economico generale
il fatto che sia possibile dimostrare matematicamente l'esistenza di una soluzione di equilibrio
economico generale non sufficiente a concludere che tale soluzione sia praticamente rilevante e
vantaggiosa; non chiaro, in altri termini, quanto possa essere rilevante la pura dimostrazione
matematica
il sistema di Walras, basato sullo scambio, include la sfera della produzione in maniera inappropriata:
se anzich rendimenti costanti si introducono rendimenti decrescenti, il modello soffre di serie
contraddizioni
Walras non seppe spiegare se le condizioni di equilibrio generate nei vari settori specifici del sistema
economico fossero compatibili con l'equilibrio generale dello stesso sistema economico
secondo Walras non esisteva un unico insieme di prezzi e quantit in grado di soddisfare l'equilibrio
per il sistema economico: esiste la possibilit di equilibri multipli; tuttavia questi equilibri multipli
possono rappresentare un piccolo problema, nel senso che allora potrebbe sempre esistere,
teoricamente, una soluzione migliore dell'equilibrio dato
una posizione di equilibrio non affatto necessariamente una posizione stabile: parecchi elementi
potrebbero compromettere la stabilit del modello
Walras propose un processo per tentativi ed errori per determinare i prezzi: il banditore walrasiano
raccoglie offerte e proposte di acquisto e di vendita, e determina quali sono i prezzi in grado di
assicurare l'equilibrio. Walker per arrivato alla conclusione che questa e altre proposte di Walras
non siano credibili e fattibili
Politica economica di Walras
Walras considerava la teoria economica pura come uno strumento utile a formulare misure di politica
economica; la linea che egli segu in questo campo si colloca a met tra il socialismo di sinistra e un
rigoroso laissez-faire.
Pur considerando favorevolmente l'intervento legislativo dello stato per creare mercati perfettamente
concorrenziali, evit di diventare un sostenitore acritico del laissez-faire.
Segu inoltre la politica di Mill per quanto riguarda la rendita: secondo entrambi la rendita fondiaria
rappresentava un reddito non guadagnato, e come tale avrebbe dovuto essere incamerata dal governo:
con mercati perfettamente concorrenziali e con l'abolizione della rendita come fonte di reddito privato,
la ditribuzione del reddito sarebbe stata pi equa.

X. ALFRED MARSHALL (1842-1924)

Introduzione
Marshall l'economista che, insieme a Leon Walras, viene considerato come padre fondatore della
moderna teoria microeconomica ortodossa; il suo modello fondamentale sia per l'insegnamento della
teoria economica che per gran parte delle politiche economiche attuate.
Egli si avvicin alla scienza economica con una solida formazione matematica e forti sentimenti
umanitari a favore del miglioramento delle condizioni sociali dei pi poveri: era convinto che il
compito principale della scienza economica dovesse essere l'eliminazione della povert, e dunque,
contrariamente ai classici, credeva nella possibilit concreta di migliorare il benessere delle classi
lavoratrici.
Marshall intraprese i propri studi in un momento storico assai propizio: le fondamenta della teoria
classica si stavano sgretolando sotto i colpi di Jevons e Menger, l'evidenza empirica smentiva la
dottrina malthusiana, e il laissez-faire, di fronte alle miserabili condizioni di vita della masse di operai
inglesi, appariva un'indicazione di politica economica sempre meno accettabile.
Egli definisce l'economia politica come "uno studio del genere umano negli affari ordinari della vita;
la disciplina che esamina quella parte di azione individuale e sociale strettamente connessa al
conseguimento e all'uso dei requisiti materiali del benessere". La sua definizione ampia, flessibile e
vaga deriva dalla sua riluttanza a tracciare una distinzione netta fra la scienza economica e le altre
scienze sociali, perch ci non sarebbe di alcun aiuto all'economista, il quale anzi deve essere libero di
definire lo scopo della scienza economica secondo la propria inclinazione. Questo atteggiamento di
Marshall si ritrova in tutto il suo pensiero: egli si rifiuta infatti di proporre definizioni accurate e precise
di molti concetti economici; l'economia classica aveva attribuito ai concetti di lavoro, terra e capitale (i
fattori della produzione) significati molto pi precisi di quelli che sarebbe stato appropriato fornire.
Marshall sostiene che il lavoro degli economisti debba iniziare da uno studio della domanda, per poi
considerare le varie attivit economiche e il lato dell'offerta, e infine ritornare all'esame della domanda:
in questo modo si tengono conto delle complesse interrelazioni che legano i desideri delle persone e le
loro attivit.
Nel suo impianto teorico Marshall cerca di far convivere diversi approcci metodologici: storico,
matematico e teorico; secondo lui ciascuno di questi approcci permetteva di gettare una particolare luce
su determinati aspetti del sistema economico.

Il metodo di Marshall
Marshall considerava complicato lo studio della scienza economica per due motivi: ogni cosa sembra
dipendere da qualsiasi altra cosa secondo una complessa relazioni fra le parti, e l'elemento temporale fa
s che mentre una causa dispiega lentamente la propria influenza, altre variabili possano
contemporaneamente modificarsi. Per progredire nell'analisi delle interrelazioni che caratterizzano un
sistema economico bisogna ragionare come se le variazioni avvenissero ceteris paribus: all'inizio
dell'analisi si tengono costanti molti elementi, e man mano che si progredisce si lascia che sempre pi
elementi possano variare, in modo da raggiungere un alto grado di realismo.
Marshall sviluppa in questo modo una forma di equilibrio parziale: si riduce la complessit di un
problema isolando la parte del sistema economico che vogliamo analizzare e ignorando le sue
interrelazioni con altri elementi.

L'elemento temporale
La tecnica ceteris paribus viene impiegata da Marshall anche per trattare il problema dell'elemento
temporale, infatti egli definisce quattro periodi di riferimento in cui man mano lascia libere di agire
sempre pi variabili:
brevissimo periodo--> talmente breve che l'offerta perfettamente fissa, rigida e inelastica : vi
troppo poco tempo perch le imprese possano variare la loro condotta in seguito ad eventuali variazioni
dei prezzi
breve periodo--> la curva di offerta inclinata positivamente: l'impresa pu modificare i suoi livelli di
produzione senza per poter modificare i propri impianti e la scala di produzione; c' un'azione riflessa
del prezzo, in quanto se esso sale c' il tempo necessario per far s che le imprese possano offrire
maggior quantit di prodotto finale. I costi totali dell'impresa si dividono in fissi (quelli che variano al
variare della quantit prodotta e offerta) e variabili (quelli che variano al variare della quantit prodotta
e offerta)
lungo periodo--> la curva di offerta ancora pi elastica che nel breve periodo, in quanto le imprese
possono adeguarsi completamente alle variazioni dei prezzi modificando anche la dimensione degli
impianti e la scala di produzione. L'elasticit della curva di offerta fa s che ci siano tre possibili casi:
inclinata positivamente- i costi possono essere crescenti; elastica (orizzontale)- i costi possono rimanere
costanti; inclinata negativamente- i costi possono essere decrescenti
lunghissimo periodo--> possono mutare anche variabili come lo stato della tecnologia e la
popolazione

Il ruolo dell'offerta e della domanda nella determinazione dei prezzi


Gli economisti classici avevano sottolineato il ruolo dell'offerta (intesa come costo di produzione) nella
determinazione del prezzo, mentre i neoclassici avevano ribadito l'importanza della domanda (intesa
come utilit). Marshall era convinto che bisognasse capire l'influenza del tempo ed essere consapevoli
dell'interdipendenza fra le variabili economiche per capire da cosa fosse determinato il prezzo. In
particolare, quanto pi breve il periodo considerato, quanta pi importanza ha la domanda nella
determinazione del prezzo, mentre pi si allungano i tempi pi ha importanza l'offerta; per esempio: in
una situazione di lungo periodo con offerta elastica e costi costanti, il prezzo legato esclusivamente al
costo di produzione (le imprese possono adattarsi completamente alla domanda, quindi essa non gioca
pi un ruolo nella determinazione dei prezzi).
Comunque cercare di rintracciare una sola causa per questo fenomeno sbagliato, perch il processo di
determinazione dei prezzi una catena di relazioni causali, in cui elementi diversi sono legati e
reciprocamente causati.

La domanda
Il contributo pi importante di Marshall alla teoria della domanda la formulazione del concetto di
elasticit della domanda rispetto al prezzo: il coefficiente di elasticit della domanda misura il grado di
reattivit e sensibilit tra le variazioni del prezzo e le conseguenti variazioni della domanda:

Se il prezzo diminuisce dell'1% e la domanda aumenta dell'1%, il coefficiente di elasticit sar uguale a
1 (1/1=1); se il prezzo diminuisce dell'1% e la domanda aumenta di pi dell'1% il coefficiente di
elasticit sar maggiore di 1, e la domanda si dice elastica; se il prezzo diminuisce dell'1% e la
domanda aumenta di meno dell'1% il coefficiente di elasticit sar minore di 1, e la domanda si dice
inelastica.
Marshall formula una condizione di equilbrio che garantisce la massimizzazione dell'utilit
all'individuo che consuma una pluralit di beni, attraverso un'espressione che afferma che il rapporto
tra utilit marginale e prezzo costante per tutti i beni ed uguale all'utilit marginale della moneta,
che rimane costante anche in corrispondenza di piccole variazioni nel prezzo di qualsiasi bene:

In questo modo si pu calcolare l'utilit marginale di un singolo bene con la formula inversa:

La riduzione del prezzo di un bene provoca un aumento della domanda solo in certe circostanze, infatti
esistono due effetti diversi da prendere in considerazione:
effetto di sostituzione--> il bene A ora pi conveniente dei suoi sostituti,e questo dovrebbe spingere
i consumatori ad acquistarne una quantit maggiore; l'effetto di sostituzione conduce sempre ad
aumentare il consumo quando il prezzo scende e a diminuire il consumo quando il prezzo sale
effetto di reddito--> la diminuzione del prezzo del bene A aumenta, a parit di consumo rispetto a
prima, il reddito dell'individuo; se un bene normale il suo consumo aumenta, se invece un bene
inferiore il suo consumo diminuisce perch il consumatore ora gli pu preferire beni migliori.
Se il bene A un bene inferiore l'effetto di sostituzione spinge ad aumentarne il consumo, mentre
l'effetto di reddito spinge a diminuirlo. Alcuni beni inferiori per fanno eccezione, come i beni di
Giffen: per esempio, l'aumento del prezzo del pane favorisce nei poveri un minore consumo non del
pane stesso, ma di altri beni pi costosi, e allo stesso tempo un aumento del consumo di pane.

Il surplus dei consumatori


Utilizzando l'equazione e assumendo che l'utilit marginale della moneta sia costante, ne
consegue che prezzo e utilit marginale dello stesso bene sono variabili legate direttamente; in questo
senso Marshall afferma che il prezzo di un bene pu essere inteso come misura dell'utilit marginale
che esso apporta al consumatore.
Il fatto che le curve di domanda abbiano inclinazione negativa indica, in base al principio dell'utilit
marginale, che i consumatori sono disposti a pagare di pi per i beni consumati per primi (con un'utilit
marginale alta) rispetto ai successivi; ma siccome sul mercato il prezzo sempre uguale, e poich
misura l'utilit marginale dell'ultima unit consumata, i consumatori otterranno le unit precedenti a un
prezzo minore di quello che sarebbero disposti a pagare. La differenza tra ci che sarebbero disposti a
pagare e ci che effettivamente pagano detta surplus dei consumatori.
Una delle applicazioni per cui Marshall utilizza il concetto di surplus l'analisi delle conseguenze delle
imposte in termini di benessere. Senza imposte abbiamo una situazione di equilibrio con una domanda,
un'offera, un prezzo e un surplus determinati; ma l'introduzione di imposte sposta la curva di offerta e
aumenta i prezzi, restringendo l'area di surplus dei consumatori. La perdita complessiva di surplus
maggiore del guadagno complessivo dovuto all'aumento dei prezzi, quindi possiamo concludere che in
una situazione simile l'imposizione di imposte indesiderabile.
Con questa analisi per Marshall non vuole fornire un insieme di regole da seguire nell'applicazione di
imposte, ma evidenziare che i mercati non regolamentati non sempre determinano un'allocazione
ottimale delle risorse.

La distribuzione del reddito


Al fine di analizzare la distribuzione del reddito e la determinazione di rendite, salari e profitti Marshall
fa uso dello stesso impianto analitico usato in precedenza per analizzare la determinazione dei prezzi da
parte di domanda e offerta. La domanda di un fattore della produzione (terra, lavoro, capitale ecc.)
dipende dal prodotto marginale di quel fattore, anche se tali prodotti marginali sono difficili da
individuare; la produttivit marginale di un fattore della produzione determina la domanda, mentre
l'interazione di domanda, offerta e prezzo al margine determinano suo prezzo.
Attraverso il suo concetto di quasi-rendita Marshall riesamina la controversia che vedeva scontrarsi
economisti classici e neoclassici: per i classici i prezzi dei beni finali dipendevano dal costo di
produzione al margine (cio dal costo di produzione nella situazione meno favorevole) e poich al
margine non esiste la rendita, salari e profitti (e interessi se vogliamo) erano le determinanti del prezzo.
I neoclassici teorici dell'utilit marginale invece (Jevons, Menger) affermavano il contrario, cio che i
prezzi finali determinavano rendite, salari e profitti (cio le remunerazioni dei fattori della produzione).
Secondo Marshall, che le remunerazioni dei fattori della produzioni determinino i prezzi o viceversa
dipende dal periodo di tempo che si sta considerando.

La rendita
Se considerata dal punto di vista nel sistema economico nel suo complesso, la rendita appare
determinata dal prezzo e non va inclusa tra i costi della produzione; se invece si considera dal punto di
vista del singolo individuo appare come costo di produzione e come una delle determinanti del prezzo:
il singolo che desidera affittare della terra per coltivarvi deve pagare al proprietario terriero una somma
sufficiente a far s che egli non la affitti a qualcun altro, quindi dal suo punto di vista la rendita a tutti
gli effetti un costo di produzione che deve essere pagato, come accade per i costi del lavoro e del
capitale.

Il salario
Nel brevissimo e nel breve periodo i salari sono determinati dal prezzo e sono simili alla rendita (infatti
Marshall chiama questo tipo di remunerazioni "quasi-rendite"): la curva di offerta inizialmente
inelastica, e un aumento della domanda garantir salari superiori per attirare e trattenere presso di s
lavoratori; in seguito il salario si ridurr leggermente perch altri lavoratori si offrono per questo
impiego. Invece nel lungo periodo contribuiscono a determinare il prezzo, e la curva di offerta
diventer via via pi elastica man mano che i salari scendono verso il prezzo di offerta necessario a
mantenere i lavoratori occupati in quella posizione.

Il profitto
Nel breve periodo i profitti sono determinati dal prezzo, sono una quasi-rendita. Nel lungo periodo
invece essi sono un costo di produzione necessario e determinano il prezzo: infatti i profitti normali
devono essere pagati dall'impresa per trattenere a s il capitale (come i salari sopra), altrimenti i capitali
si sposteranno verso altre imprese.

L'equilibrio
Le curve di domanda indicano il prezzo massimo che gli individui sono disposti a spendere per ottenere
una certa quantit di bene; le curve di offerta indicano il prezzo minimo a cui i venditori sono disposti a
vendere una certa quantit di bene.
In entrambi i casi la quantit la variabile indipendente, mentre il prezzo la variabile dipendente.
Secondo Marshall quindi il raggiungimento dell'equilibrio consiste in vari aggiustamenti fatti dagli
agenti economici sulle quantit trattate: quando il prezzo di domanda maggiore del prezzo di offerta, i
venditori offriranno sul mercato una maggiore quantit di merce; quando il prezzo di offerta
maggiore del prezzo di domanda i venditori offriranno sul mercato una minor quantit di merce: tutto
ci finch non si avr una convergenza verso l'equilibrio, che si ottiene attraverso variazioni delle
quantit offerte.
Secondo Walras e la moderna teoria economica invece, il prezzo la variabile indipendente e la
quantit la variabile dipendente, dunque: le curve di domanda indicano le quantit che che i soggetti
sono disposti ad acquistare ai diversi prezzi; le curve di offerta indicano le quantit che i venditori sono
disposti a offrire ai diversi prezzi. Quindi secondo Marshall il prezzo di domanda e il prezzo di offerta
dipendono dalla quantit corrente, mentre per Walras la quantit domandata e quella offerta dipendono
dal prezzo corrente.
La risposta, se abbia ragione Marshall o Walras, va ricercata attraverso l'indagine empirica.

XI. I PRIMI CRITICI DELL'ECONOMIA NEOCLASSICA:

Introduzione
Prima ancora che Jevons, Walras, Menger e Marshall iniziassero i loro lavori, la teoria classica
ortodossa era gi stata criticata da alcuni autori tedeschi di ispirazione non socialista, a cui ci si riferisce
con il nome di scuola storica tedesca.
I principali esponenti della vecchia scuola storica tedesca furono List, Roscher, Hildebrand e Knies. La
loro convinzione principale era che la teoria economica classica non fosse applicabile a tutte le epoche
e a tutte le culture: se le conclusioni di Smith, Ricardo e Mill potevano funzionare per un paese in
rapida espansione come l'Inghilterra, non potevano essere applicate a un paese agricolo come la
Germania. Essi sostenevano che la scienza economica avrebbe dovuto adottare una metodologia
fondata su una prospettiva storicistica, non la metodologia propria delle scienze fisiche. Ovviamente le
loro teorie sono il risultato di una certa elaborazione teorica e astratta, ma si impegnarono a raccogliere
una grande quantit di informazioni storiche e statistiche.
La seconda generazione della scuola storica tedesca trov il suo principale esponente in Schmoller, che
prosegu l'attacco contro la teoria economica classica e la sua pretesa di poter essere applicata
universalmente a tutte le epoche e a tutte le situazioni. Nonostante Menger avesse scritto in tedesco, la
sua opera venne ignorata; ma quando pubblic un libro sulla sua metodologia si accese una
lunghissima e sterile controversia con Schmoller e la scuola storica tedesca. Tale controversia aiut gli
economisti a capire che teoria e storia, deduzione e induzione, modelli teorici e dati empirici non sono
inconciliabili, anzi: una disciplina che vuole essere proficua deve accogliere diversi approcci
metodologici.

Thorstein Veblen (1857-1929)


Veblen il padre intellettuale dell'istituzionalismo americano, e la sua dura critica nei confronti della
teoria economica ortodossa ne fa uno dei maggiori studiosi ad aver influenzato lo sviluppo del pensiero
economico eterodosso. Egli si scagli contro la teoria neoclassica che secondo lui si basava su ipotesi
di carattere non scientifico, nel tentativo di distruggere l'impalcatura teorica della scienza economica e
ricostruire al suo posto una scienza unificata composta da economia, antropologia, sociologia,
psicologia e storia: una riunificazione di tutte le scienze sociali.
Secondo Veblen la teoria economica ortodossa era teleologica e predarwiniana:
teleologica perch descriveva il sistema economico come indirizzato verso un fine, un equilibrio di
lungo periodo, mai raggiunto ma soltanto postulato ancora prima di iniziare l'analisi
predarwiniana perch nell'evoluzione non c' un disegno o un fine un processo meccanico e
dinamico di trasformazione
Il carattere teleologico e predarwiniano della teoria ortodossa era dovuto all'incapacit della scienza
economica di tenersi al passo con gli sviluppi delle altre scienze, e ci l'aveva portata a costruire un
modello fondato su nozioni non scientifiche della natura umana e del comportamento. Una ragione
addotta da Veblen per evidenziare il carattere non scientifico della teoria ortodossa fu che essa non si
era mai liberata dal concetto smithiano di mano invisibile: l'ipotesi che se ciascuno fosse lasciato libero
di agire in modo autonomo, tutti cercherebbero di soddisfare il proprio interesse, promuovendo cos
l'interesse della societ nel suo insieme; ma l'obiettivo degli affari il profitto, e Veblen riport molte
situazioni in cui in realt la sua ricerca danneggi l'interesse generale della societ. Insomma, l'uomo
d'affari non il benefattore della societ, ma il suo sabotatore.

La teoria economica neoclassica si occupava dell'allocamento delle risorse da parte della societ,
mentre per Veblen la scienza economica avrebbe dovuto occuparsi dell'evoluzione della struttura
istituzionale: in questo si trovava in sintonia con Marx, nel senso che entrambi tentarono di dare una
spiegazione delle forze che modellano sia il sistema economico che la societ. Per comprendere il suo
sviluppo necessario comprendere anche l'insieme delle interrelazioni tra la natura umana e la cultura
istituzionalizzata: i modelli di comportamento prevalenti, secondo Veblen, derivano dall'interazione
passata tra altri individui e altra cultura, e hanno preso un carattere e una forza istituzionali. Secondo
lui gli istinti principali che modellano le attivit economiche sono: istinto di parentela, istinto di
bravura, istinto di curiosit e istinto acquisitivo, e queste pulsioni cos diverse creano molte tensioni
nelle dinamiche comportamentali.
Veblen indica con il nome di "impieghi industriali" le attivit derivate dagli istinti di parentela, di
bravura e di curiosit, caratterizzati da un atteggiamento pragmatico e scientifico utile al miglioramento
di strumenti, tecnologie e abilit nel risolvere problemi. Definisce invece "comportamenti cerimoniali"
i comportamenti statici, primitivi, retrogradi e irrazionali. Nel suo pensiero e nella sua analisi del
sistema economico sempre costante questa dicotomia.

La sua opera principale "La teoria della classe agiata", in cui sostiene che la propriet privata ma va
interpretata come un segno di distinzione e di prestigio sociale che si aggiunge alle qualit personali.
Per questo la ricchezza non viene solo accumulata, ma mostrata in societ attraverso l'ostentazione di
beni costosi. Questa deriva consumistica tipica in particolare della classe dei capitalisti che vivono
senza produrre beni e lucrando sul lavoro di altri. Ad essi Veblen contrappone gli industriali, i tecnici,
gli ingegneri, tutti coloro che producono beni effettivi che fanno evolvere la societ. Secondo Veblen
finch l'industria rimarr controllata da uomini d'affari in cerca di profitto, non ci sar benessere
generale e progresso dell'umanit; se invece lavoratori e ingegneri assumessero il controllo del sistema
economico allora l'economia industriale potr mantenere le sue promesse di prosperit e benessere.
Sebbene Marx si fosse sbagliato nel decretare la fine del capitalismo per mezzo di una rivoluzione,
Veblen era convinto che sarebbe comunque finito: le abitudini di consumo generate dal capitalismo
creano tensioni pericolose per la sua stessa stabilit, e condurranno alla fine del sistema basato sulla
propriet privata. Le tensioni non possono essere alleviate incrementando i salari reali, perch alle
persone, pi che guadagnare molto, interessa guadagnare pi degli altri. Secondo Veblen quindi il
capitalismo sarebbe terminato a causa della preoccupazione degli individui per il loro benessere
relativo, quindi ci offre l'immagine di un capitalismo che fallisce perch funziona troppo bene, al
contrario di quanto sostenuto da Marx.

Wesley Mitchell (1874-1948)


Anche Mitchell calssificato all'interno della scuola istituzionalista, perch nonostante non
condividesse le idee di Veblen anche il suo impianto teorico non era ortodosso. Come Veblen critic
aspramente la teoria ortodossa e fece un grande lavoro di raccolta di dati statistici e informazione
empirica, ma non costru una struttura teorica compiuta. Ci che lo convinse che la procedura della
scienza economica standard non era adatta ad essere verificata scientificamente fu che Veblen,
partendo da premesse diverse, non riusc comunque a costruire niente di pi "sicuro".
Secondo Mitchell la teoria ortodossa aveva sbagliato a non prestare attenzione alle interrelazioni
dinamiche presenti nel sistema economico, e la sua critica si riferisce anche agli aspetti etici in essa
implicati: egli era infatti convinto che l'impiego delle conoscenze economiche avrebbe migliorato il
benessere della collettivit.

Mitchell fu uno dei primi a sostenere e formalizzare l'esistenza di cicli economici autogeneratisi:
secondo lui ogni ciclo economico visto come a s stante, quindi non ha molto senso cercare di
sviluppare una teoria valida in senso generale, tuttavia i cicli hanno diversi elementi in comune. In base
alla sua spiegazione del ciclo, una depressione economica avrebbe portato con s i presupposti della
ripresa successiva la quale, a sua volta, avrebbe portato con s i presupposti della crisi e della
successiva depressione.

Jhon Commons (1862-1945)


Commons fu un altro economista statunitense non ortodosso, e diede contributi di rilievo alla scienza
economica in diversi ambiti quali riforme sociali, istruzione universitaria, economia del lavoro ma
soprattutto legislazione sociale: non era un rivoluzionario desideroso di cambiare la struttura della
societ basata sulla propriet privata e sulla libera impresa, anzi era convinto che molte caratteristiche
del capitalismo andassero preservate; tuttavia credeva fossero necessarie delle modifiche per rimediare
ai difetti di un sistema economico basato sul laissez-faire. Negli anni che trascorse all'universit del
Wisconsin si svilupparono le relazioni tra accademici e politici di cui Roosevelt si servir per attuare il
New Deal: non c' alcun dubbio che molte delle idee tradotte in pratica dalla legislazione sociale di
Roosevelt venissero dall'universit del Wisconsin. Gli sforzi di Commons nell'ambito della legislazione
sociale scaturivano dalla sua convinzione che il sistema industriale richiedesse un certo grado di
intervento dello stato, per garantire funzionamento dell'economia e giustizia sociale.
Egli fece di pi rispetto a Veblen, Mitchell e Hobson: mentre questi tre si limitarono a obiettare al
laissez-faire, egli si interess attivamente e concretamente al cambiamento della situazione.

Commons non condivideva l'approccio statico, ristretto e deduttivo della teoria neoclassica, e si sforz
di tener conto degli apporti di scienze sociali, storia e diritto. Era inoltre convinto che la teoria
ortodossa della formazione del prezzo fosse irrealistica, in quanto assumendo individui meccanici e
razionali all'interno di mercati perfettamente concorrenziali avrebbe potuto funzionare solo in poche
situazioni particolari: quei mercati caratterizzati dalla completa anonimit del rapporto tra venditore e
compratore e dall'assenza di abitudini, usanze, componenti culturali, sociologiche e psicologiche.
All'interno del sistema economico Commons individua tre tipi di transazione:
transizioni relative alla contrattazione, che trasferiscono la ricchezza tramite un accordo volontario tra
soggetti dotati di uguali diritti
transazioni manageriali, che comportano relazioni di comando da parte di soggetti in posizione
gerarchicamente superiori sia dal punto di vista economico che legale
transazioni relative al razionamento, caratterizzate da trattative finalizzate a raggiungere un accordo
fra numerosi partecipanti che hanno l'autorit di spartire benefici e oneri di un'intrapresa comune

Secondo Commons l'oggetto della scienza economica sono le istituzioni, che modellano la nostra vita e
la societ attraverso le azioni collettive; queste azioni collettive hanno il compito di controllare l'azione
individuale e liberarla dalla coercizione, dalla discriminazione e dalla concorrenza sleale.

John Hobson (1858-1940)


Il pi famoso tra gli economisti inglesi eterodossi fu John Hobson, il cui pensiero ebbe un impatto
teorico pressoch nullo sui contemporanei ma costitu l'origine intellettuale dell'attuale welfare state
inglese. Come Veblen e Mitchell, anche Hobson non seppe fare di pi che evidenziare i limiti della
teoria ortodossa e del laissez-faire, infatti non propose nessuna struttura teorica alternativa.
A suo parere erano tre i limiti del sistema economico inglese:
non garantiva il pieno impiego delle risorse a causa della presenza cronica di fenomeni di
sottoconsumo (eccesso di risparmio)
la distribuzione del reddito remunerava ingiustamente gli appartenenti alle classi percettrici di redditi
elevati
dal mercato non si ricavava una buona misura dei costi sociali sostenuti e delle utilit sociali prodotte,
in quanto l'intero sistema dei prezzi era orientato al profitto monetario
Hobson era convinto dunque che un sistema economico liberista avrebbe avuto conseguenze negative,
e ovviamente il suo attacco alla teoria ortodossa cominci con un rifiuto della legge di Say; in tutti i
suoi lavori sostenne che il capitalismo avrebbe generato depressione a causa dell'eccesso di risparmio
in condizioni di pieno impiego.
Per quanto riguarda la distribuzione del reddito era convinto che una distribuzione che garantisse salari
pi alti ai lavoratori sarebbe stata pi giusta e ne avrebbe aumentato la produttivit; inoltre una
maggiore uguaglianza avrebbe aumentato il consumo, riducendo i risparmi e di conseguenza evitando
le depressioni.
XIV. LA TEORIA MICROECONOMICA MODERNA
L'allontanamento dall'approccio di Marshall
La teoria microeconomica insegnata a livello universitario ancora legata all'approccio marshalliano,
mentre la microeconomia insegnata a livello post-universitario se ne distacca completamente. Se
l'analisi marshalliana, con le sue curve di domanda e di offerta e la sua dose di buon senso, poteva
fornire la risposta ad alcune domande, lasciava per aperte molte questioni; questa situazione and
bene a lungo agli economisti, infatti il gruppo di studiosi di matrice marshalliana rimase predominante
fino agli anni Trenta: l'approccio di Marshall, sebbene non rigoroso dal punto di vista formale, metteva
a disposizione un impianto teorico con cui era possibile dare una risposta a molti dei problemi tipici del
mondo reale.
Tuttavia dopo la met degli anni Trenta i cosiddetti formalisti diedero avvio a un programma di ricerca
teorica che avrebbe rivoluzionato la teoria microeconomica fino a farle raggiungere la sua attuale
struttura: questo programma di ricerca prende appunto il nome di rivoluzione formalista.
In pratica, la scienza economica moderna sostanzialmente la scienza economica neoclassica
modificata dagli economisti matematici, nei seguenti modi:
i formalisti assicurarono alla teoria economica una maggior precisione e un campo di applicazione
superiore, includendo molti pi fenomeni
la scienza economica pass a un tipo di argomentazione non contestualizzato, rendendosi meno
rappresentativa del mondo reale e pi astratta
vennero sviluppati strumenti matematici oggi usati dalle imprese per studiare i modi pi efficienti di
utilizzo delle risorse
I primi sostenitori dell'economia matematica furono Cournot, Walras, Pareto e Jevons;
contemporaneamente all'estensione dell'applicazione matematica si verificava un analogo tentativo di
formalizzare le questioni di politica economica, grazie a Pareto e Fisher. Con questo progressivo
aumento di importanza della teoria, l'equilibrio fra teoria e istituzioni dell'approccio marshalliano si
ruppe a favore della prima.
Con l'applicazione della matematica vennero a galla problemi logici della teoria di Marshall, e la
reazione "formalizzante" dei suoi sostenitori fece s che intorno al 1935 la scienza economica fosse
matura per una svolta: dalla fine degli anni Trenta ai primi anni Quaranta una rivoluzione nella
macroeconomia sancisce la vittoria del formalismo a scapito di Marshall.
Dopo questa rivoluzione gli economisti passarono anche dall'analisi di equilibrio parziale a quella di
equilibrio generale, in quanto con la formalizzazione matematica potevano tener conto di molti pi
elementi. I teorici dell'equilibrio generale Arrow e Debreu danno consistenza teorica alla congettura
della mano invisibile con cui Smith aveva avviato la tradizione classica della scienza economica, e la
loro dimostrazione analitica, per merito della quale furono insigniti del premio Nobel, rappresenta una
pietra miliare della storia del pensiero economico.
Un percorso alternativo a quello dei formalisti fu percordo da Samuelson, il quale si ispir Cournot,
Jevons, Walras, Pareto, Edgeworth e Fisher: coloro che aveva contribuito enormemente
all'applicazione della matematica alla teoria economica. Ovviamente anche lui riserv parole durissime
a Marshall.
Secondo Samuelson la struttura teorica della microeconomia e della macroeconomia, cio in pratica la
struttura fondamentale della teoria economica, si basa sulle due ipotesi generali dell'esistenza
dell'equilibrio e della sua stabilit.

Chamberlin e la rivoluzione fallita della teoria della concorrenza monopolistica


Dagli economisti classici a Marshall il termine "concorrenza" sempre stato usato in modo vago, cos i
formalisti si accorsero della necessit di dare una definizione precisa di questo concetto e
rimproverarono aspramente Marshall. Le critiche a Marshall generarono una serie di lavori scientifici
molto importanti per lo sviluppo della teoria microeconomica moderna, come la teoria della
concorrenza monopolistica di Chamberlin.
In base alla teoria di Chamberlin i mercati si trovano disposti lungo uno spettro ai cui due estremi si
trovano il monopolio e la concorrenza perfetta, ma la maggior parte dei mercati reali si trova sui punti
intermedi qualsiasi. Mentre Marshall aveva concluso che il laissez-faire avrebbe portato mercati a
concorrenza perfetta, secondo Chamberlin la conseguenza sarebbe stata la diffusione di mercati a
concorrenza monopolistica, caratterizzati cio dal tentativo, da parte di ogni uomo d'affari, di costruire,
estendere e difendere il proprio monopolio. Egli sosteneva anche che l'esistenza di mercati
perfettamente concorrenziali, oltre che improbabile, sarebbe stata anche indesiderabile.
Molti economisti si aspettavano che la teoria di Chamberlin rivoluzionasse la scienza economica, ma
ci non accadde per i seguenti motivi:
il suo modello presenta difficolt a livello di formalizzazione e di deduzione delle implicazioni
teoriche
concentrandosi sull'interdipendenza tra imprese, non gener una singola e solida costruzione teorica
ma moltissime teorie dei mercati tutte diverse
la sua un'analisi di equilibrio parziale, palesemente radicata nell'impianto teorico di Marshall
la sua teoria non necessaria, ha un contenuto descrittivo maggiore rispetto ad altri modelli ma ha una
scarsa capacit previsiva del comportamento economico