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P h i lo lo g i a

a n t i qva
a n i n t e r nat i ona l j o u r na l o f c la s s i c s
A PO I M I A K
il proverbio in grecia e a roma

a cura di emanuele lelli


introduzione di renzo tosi
postfazione di riccardo di donato

iii

PISA ROMA
FABRIZIO SERRA EDITORE
MMXI
P H I LO LO G I A
A N T I QVA
a n i n t e r nat i ona l j o u r na l o f c la s s i c s

4 2011

PISA ROMA
FABRIZIO SERRA EDITORE
MMXI
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issn 1971-9078
issn elettronico 2035-3561
isbn 978-88-6227-343-5
SOMMARIO

A PO I M I A K

III

Emanuele Lelli, Premessa 9

Abbreviazioni 10

25. Seneca il Vecchio


Andrea Balbo, Tra sententia e proverbio. Problemi di paremiografia in Seneca il
Vecchio 11

26. Seneca, Apocolocynthosis


Alice Bonandini, Sentenze proverbiali latine e greche nella satira menippea 35

27. Seneca morale


Alfredo Casamento, Benefici proverbiali (tra Publilio e Seneca) 47

28. Seneca, Epigrammi


Maria Nicole Iulietto, Alcune gnomai sul tempo negli epigrammi di Anthologia
vossiana attribuiti a Seneca (cc.1 e 20-20a Zurli) 55

29. Petronio
Giulio Vannini, La funzione stilistica e caratterizzante delle espressioni proverbiali nel
Satyricon 61
30. Marziale
Delphina Fabbrini, Vendere fumo: da Marziale a SantAgostino (con unappendice
su Erasmo da Rotterdam) 83
31. Luciano
Gianluigi Tomassi, Proverbi in Luciano di Samosata 99

32. Plutarco
Stefano Amendola,I giardini di Adone: Plu.Ser.Num. 560 b-c ed Erasm. Adag. i i 4 123

33. Stratone di Sardi


Lucia Floridi, Espressioni proverbiali in Stratone di Sardi 133

34. Eustazio
Eleonora Mazzotti, X . Armi doro per armi di bronzo 147
temi e motivi
35. Oriente e Grecia
Anna Sofia, Misoginia e femminismo nei proverbi egizi, demotici e greci. Linee di un con-
fronto 155
36. Gli adynata
Doralice Fabiano, La giara forata. Un adnaton tra proverbio e racconto 177

37. Proverbi e animali


Riccardo Marzucchini, I proverbi con gli animali 187

38. Postfazione
Riccardo Di Donato, Anthropologica antiqua 211

Indice dei passi discussi 217


Indice generale 237
36. Adynata

LA GIARA FORATA.
UN ADNATON TRA PROVERBIO E RACCONTO
Doralice Fabiano

P er indicare un compito faticoso, frustrante e senza fine, facciamo comunemente ri-


ferimento ad un mito greco: parliamo infatti di una fatica di Sisifo. Il continuo roto-
lare della pietra lungo il versante della collina unimmagine cos pregnante da essere sta-
ta utilizzata da Albert Camus come simbolo della vita delluomo contemporaneo nel
saggio Le mythe de Sisyphe. Pu forse sorprenderci venire a sapere che questa espressione
non fu affatto in uso nella lingua greca: il castigo di Sisifo era s reso familiare da molti rac-
conti mitici, ma non era unimmagine di successo nella sfera proverbiale.1
Per indicare una fatica inutile i Greci potevano usare molte espressioni, ma per lo pi
parlavano di eis tetremnon pthon antlen versare [scil. acqua] in una giara forata,2 un pro-
verbio che fa parte dellampio gruppo degli adnata: gli elementi appartenenti a questa
categoria esprimono tutti il medesimo significato il concetto invariante di impossibili-
t attraverso sets3 di immagini diversi, che rappresentano situazioni paradossali e con-
trarie alla norma, come nel caso di sbiancare un etiope o mungere un caprone. Lazio-
ne infruttuosa di portar acqua in un vaso senza fondo si riferiva chiaramente ad attivit
domestiche molto comuni, quali lapprovvigionamento giornaliero dacqua4 e la tesau-
rizzazione delle derrate alimentari allinterno del pthos.5 Tuttavia essa appare stretta-
mente connessa anche ad un antico nucleo di racconti sullaldil, quello della punizione
oltremondana dei non iniziati ai misteri di Eleusi e delle Danaidi, entrambi condannati
negli inferi ad attingere acqua e versarla in un grande vaso forato.
Nelle pagine che seguono cercheremo di ripercorrere la complessa storia di questa
espressione e dei suoi usi, concentrandoci particolarmente sul rapporto che intercorre tra
proverbio e racconto: ci ci consentir di apprezzare la complessit della struttura pro-
verbiale, che a dispetto della sua apparente fissit sia nella forma sia nel significato, si di-
mostra invece pienamente aperta alle sollecitazioni dei differenti contesti culturali, mo-
dificandosi in funzione delle diverse reti metaforiche in cui si trova inserita.

1. Vite parallele: i non iniziati


Il proverbio versare acqua in un vaso forato come si detto, fa parte di un quadro cul-

1 Al contrario erano proverbiali le mechana Sisphou (vd. ad es. Aristoph. Ach. 390).
2 Xenoph. Oec. 7, 40; Arist. Oec. 6; [Plut.] De proverbiis Alexandrinorum fr. 7 Crusius; [Plut.] d 1, 46; Sud.
315. La forma A riportata anche da Diogenian. 1, 95; 7,27; Gregor. 1, 50; Chrisoceph. 2, 20; Apostol. 3, 55.
3 Per questespressione cfr. G. L. Permyakov, From Proverb to Folk-Tale. Notes on the general theory of clich, Moscow,
1979, p. 17; M. Bettini, Le orecchie di Hermes. Studi di Antropologia e Letterature Classiche, Torino, 2000, p. 23.
4 Il verbo antlen denominativo di ntlos un termine tecnico della navigazione, che ha il significato di attingere
lacqua di sentina dalla stiva (LSJ s.v.; DELG s.v.). Il significato primario quello di attingere (p. es. Herodot. 6, 119),
e in presenza di un complemento di moto a luogo circoscritto di travasare (cfr. Plat. Tim. 79 a), come conferma il
composto eisantlen.
5 cfr. G. Sissa, La verginit in Grecia, Roma-Bari, 1992 (ed. or. Le corps virginal, Paris, 1987), p.129.
178 doralice fabiano
turale complesso, in cui rientrano credenze e riti relativi alla sorte oltremondana: esami-
neremo ora il primo nucleo di queste relazioni, quello dei rapporti tra il nostro proverbio
e i non iniziati. Sin dal vi sec. a.C. tre vasi di provenienza attica ci restituiscono limmagi-
ne di personaggi anonimi che riempiono una giara, collocando la scena in un contesto
chiaramente infero.1 Queste testimonianze non ci consentono di identificare i portatori
dacqua degli inferi con i non- iniziati: la prima attestazione che mette chiaramente in re-
lazione i due gruppi infatti quella della Nekyia di Polignoto, descrittaci da Pausania.2 A
met del v sec. a.C., il pittore di Taso aveva infatti raffigurato a Delfi la discesa di Odisseo
nelloltretomba: nellaldil era rappresentato anche un gruppo composto di membri di
differente et e sesso che portavano acqua in un pthos servendosi di vasi rotti. Tra questi,
due donne erano identificate come non iniziate3 ai misteri Eleusini da uniscrizione. La
presenza di riferimenti ai misteri si deve probabilmente ricondurre allambito cultuale del-
la patria del pittore, lisola di Taso, dove erano celebrati riti che si ritenevano importati da
Eleusi,4 come testimoniato anche dalla raffigurazione dei personaggi di Thellis e Cleo-
boia, anchessi raffigurati nel dipinto della Nekyia.
Lidentificazione dei portatori dacqua con i non iniziati presente nel dipinto poligno-
teo confermata da ununica fonte letteraria, un celebre passo platonico del Gorgia, in cui
Socrate mette alla berlina la vita dedita ai piaceri materiali: Una volta ho sentito dire da
un sapiente che qui noi siamo morti e che il corpo la nostra tomba, e che c una parte
della nostra anima, quella in cui nascono i desideri, che si lascia facilmente persuadere e
trascinare in su e in gi. Anzi, c stato un uomo di spirito un siciliano o un italico- cre-
do- che ci ha ricamato sopra un mito: giocando con le parole, ha chiamato vaso (pthos)
questa parte dellanima che facile da impressionare e convincere (pithann te ka peisti-
kn), e gli sciocchi (anetoi) li ha chiamati non iniziati (ametoi); e vedendo che negli scioc-
chi la parte passionale dellanima dissoluta e incontentabile, per significare la sua insa-
ziabilit (aplesta) ha usato limmagine del vaso forato. E al contrario di quello che pensi
tu, Callicle, lui dice che nellAde Ade per lui linvisibile- i non iniziati sono i pi sven-
turati, e devono versare acqua in un vaso forato con un setaccio pieno di fori. Questo se-
taccio secondo lui sarebbe lanima, a detta di quello che mi raccontava il mito: e con lim-
magine del setaccio ha voluto far capire che lanima degli sciocchi forata, dato che non
riesce a trattenere in s niente, per colpa della sua incredulit e della sua smemoratezza.5
1 Tutte le fonti iconografiche in: A. Kossatz- Deissmann, Amyetoi, in limc i 1, Zrich-Mnchen, 1981, pp. 736-
742. Si tratta di tre vasi che collocabili tra vi e v sec. a.C.:
1) lekythos del Ceramico= LIMC 1/ 2 Amyetoi n.1 (proveniente dalla tomba hS89 della necropoli dellEridano, tardo ar-
caica).
2) Amphora Mnchen 1483= LIMC 1/ 2 Amyetoi n. 2 (a sfondo bianco, produzione attica a figure nere, 530-520 a.C.).
3) Amphora Palermo 996= LIMC 1/ 2 Amyetoi n. 3 (Produzione attica a figure nere, 500 a.C.).
2 Paus. 10, 31, 9- 11.
3 Paus. 10, 31, 9. b b c , b b
e r, b 0 b c b d 0 ,
d r . vd. J. G. Frazer, Pausanias Description of Greece, 6
voll., London-New York 1898, p. 388 e sgg.
4 F. Graf, Eleusis und die orphische Dichtung Athens in vorhellenistischer Zeit, Berlin-New York. 1974, pp. 110 e ss.
5 Plat. Gorg. 493 b 6-7; (cfr. Resp. 363 d). d d e b
, b > d k x d ,
d e , j \I, a e d
e , f b , \ y , e
d , , a c . c y , t
K, Ahe b c . y i r, , d e
. e b , e b , c
c r. c b c c ,
d . trad. G. Zanetto (Platone, Gorgia, Milano, 1994).
36. adynata 179
molto probabile che il filosofo giochi qui anche sulla stretta associazione etimologica
e culturale che intercorre tra liniziazione (mesis) e il verbo mein chiudere:1 secondo
unetimologia ben nota, gli iniziati sono infatti coloro le cui labbra si chiudono per non ri-
velare i misteri cui hanno assistito.2 NellEdipo a Colono ad esempio, il coro invoca le dee
venerande che danno i sacri misteri come nutrimento ai mortali, sulla cui lingua si tro-
va la chiave doro degli Eumolpidi, ministri del rito.3 La chiave sulla lingua concorre in
questo caso a rappresentare metaforicamente liniziato come un corpo chiuso, che con-
serva gelosamente il suo contenuto.
Non possiamo stabilire in quale misura il passo del Gorgia rielabori la tradizione prece-
dente dei portatori dacqua nellHades: probabilmente la caratterizzazione dellanonimo
sapiente come siciliano o italico non casuale, ma allude ad un contesto particolare se-
condo E. R. Dodds pitagorico,4 secondo altri empedoclea5 in cui la riflessione sulla sor-
te dellanima dopo la morte occupava certamente un posto preminente. importante co-
munque constatare che lidentificazione tra i due gruppi non stabile: anche dopo Platone
la punizione della giara forata non pi attribuita esplicitamente ai non iniziati.6 Del re-
sto, ametoi e giara forata non si implicano in modo esclusivo e univoco: da una parte in-
fatti ai non iniziati possono essere attribuite altre pene, ad esempio limmersione nel fan-
go,7 dallaltra il loro castigo pu essere subito da altri personaggi, quali appunto le Danaidi.
Inoltre proprio in un altro testo platonico, la Repubblica,8 il castigo del setaccio che nel Gor-
gia compare a fianco della giara forata, viene attribuita a generici ansioi e dikoi, ma non
agli ametoi. La scarsezza di fonti impone prudenza, ma sembra di poter suggerire che il
rapporto tra gli ametoi e questo peculiare castigo non sia particolarmente forte: certa-
mente si trovavano nellaldil greco personaggi condannati a versare acqua in una giara
forata, ma dobbiamo notare che molto spesso testi e immagini non sentono il bisogno di
attribuire loro lidentit dei non iniziati. probabile che la punizione della giara forata fos-
se comunemente ritenuta una pena infera di tipo generico e che in determinati contesti

1 I. M. Linforth, Soul and Sieve in Platos Gorgias, uccph, 12, 17, 1944, pp. 295-313, in particolare pp. 302-303.
2 Suda 1486. M . M a e f e d d
. e e .
3 Soph. Oed.Col. 1050-1052.
y a
z d
d 0 -
E
4 Vd. Plato. Gorgias, ed. E. R. Dodds, Oxford, 1959, pp. 296-299.
5 Il sapiente invece identificato con Empedocle da Olimpiodoro, In Plat. Gorg, Comm. 30.
6 Il castigo della giara forata nominato solo in due testimonianze successive a Platone, le quali lo collocano ne-
gli inferi, ma non fanno riferimento ai non iniziati:
1) Philetaer. CAF fr.18 (met iv sec. a.C.)
t Z,
9 a
, b f
f 0,
e e .
O Zeus, bello morire se si suona il flauto:
A questi soli infatti nellHades possibile
dedicarsi agli amori, mentre coloro che hanno modi rozzi
per inesperienza della musica,
portano (acqua) nella giara forata.
2) Bion ap. Diog. Laert 4, 50 (iii-ii sec. a.C.) E b f 9 i d c
.
7 Plat. Phaed. 69 c; Diog. Laert. 6, 39 che riferisce un aneddoto su Diogene il Cinico. Vd. anche Plut. fr. 178
Sandbach; Ael. Aristid. Or. 22, 10. Vd. Graf, Eleusis, cit., pp. 103 ss. 8 Plat. Resp. 363 d-e.
180 doralice fabiano
culturali e religiosi specifici, come quelli che emergono dalle testimonianze di Platone e
Polignoto, essa sia stata attribuita specificatamente ai non iniziati.
Se confrontiamo a questo punto le attestazioni del proverbio versare acqua nella gia-
ra forata tra v e iv sec. a. C. con le fonti relative ai non iniziati, emergono diversi parti-
colari interessanti. Nel proverbio si accentua lindeterminatezza relativa allidentit dei
portatori dacqua, che abbiamo gi notato nelle pagine precedenti: non infatti mai spe-
cificato chiaramente chi compie questa fatica inutile. Senza alcuna ulteriore precisazione
viene citato ad esempio da Aristotele1 per condannare lazione dei demagoghi che si fan-
no promotori di concessioni economiche a favore delle classi popolari: un tale aiuto agli
indigenti una giara forata. Analogamente, riguardo allamministrazione della casa il fi-
losofo ammonisce:2 Ci sono quattro tipi di qualit che un padrone di casa deve avere ri-
guardo ai beni. necessario che sia capace di acquisire e conservare; altrimenti non c
nessuna utilit nellacquisizione. Questo significa attingere con il colino forato e la famo-
sa giara forata. Lesempio pi interessante tuttavia quello di Senofonte,3 dal quale ri-
sulta ancora una volta che lidentit dei personaggi resta volutamente vaga dietro un par-
ticipio maschile plurale: Sembrerebbe ridicolo, dissi io, il mio guadagno se qualcuno non
conservasse ci che porto a casa. Non vedi, dissi io, come si lamentano coloro che si rac-
conta versano acqua nella giara forata, perch sembrano faticare invano?. Oltre allin-
certezza sullidentit di coloro che versano acqua nel vaso senza fondo, notiamo anche
che il proverbio non colloca la scena nellaldil: non solo quindi esso non contiene un ri-
ferimento esplicito ai non iniziati, ma nemmeno al fatto che versare acqua in una giara
forata sia considerato una punizione infera. Sembra di poter ricostruire un quadro in cui
il proverbio e le vicende dei non iniziati vivono vite parallele, non destinate a incrociarsi:
da una parte sappiamo infatti che nelloltretomba alcune persone la cui identit non
univocamente tramandata- erano condannate a compiere questazione inutile; dallaltra
il nostro proverbio usato, almeno nei casi di cui siamo a conoscenza, senza essere colle-
gato esplicitamente alle credenze relative ai non iniziati: infatti significativo che la gia-
ra forata non sia mai detta semplicemente la giara dei non iniziati, mentre, come ve-
dremo nel paragrafo successivo, ad un certo punto essa diventa semplicemente il vaso
delle Danaidi, facendo riferimento ad un racconto ben preciso.
Il legame tra pena infera e proverbio sembra insomma essere piuttosto debole: del
resto il proverbio risulta chiaro anche senza passare per il riferimento ai non iniziati. Il suo
significato, compiere unazione impossibile, infatti immediatamente desumibile dalla
relazione di contraddittoriet logica intercorrente tra lazione di riempire e il suo ogget-
to, la giara forata. Tali osservazioni valgono in realt per tutta la categoria degli adnata:
questa tipologia di proverbio non deve fare riferimento per essere compreso ad una rete
metaforica4 complessa, costituita da conoscenze, credenze e soprattutto racconti, come
accade per la maggior parte degli altri proverbi, ma il suo significato si ricava dalla rela-
zione di incompatibilit logica esistente tra gli elementi utilizzati. Chiariamo con un

1 Arist. Pol. 1320 a 31-32 .


2 Arist. Oec. 1344 b 24-25 E b \ L d a . Kd a e
e c r, d ( b , b a \ , d -
).
3 Xen. Oec.7, 40 \ s, , c a \ , c a . 3,
, e , .
4 I proverbi sono tradizionalmente intesi come forme di metafora gi in Arist. Rhet. 1413 a 17-20 d -
b d \ \ r : anche i proverbi sono metafore da una specie a una specie cfr. PG,
pp. 12 ss.
36. adynata 181
esempio: per stabilire il significato del celebre detto lasino e la lira,1 che si riferisce agli
ignoranti che disprezzano le arti, non possiamo prescindere dalla tradizionale caratteriz-
zazione nella cultura antica dellasino come animale stolto, contrapposto in particolare a
tutto ci che musicale e melodioso. Questa caratterizzazione risulta da un complesso
intreccio di saperi popolari, credenze e racconti sullasino,2 la cui conoscenza il presup-
posto necessario per capire il proverbio. In una cultura in cui lasino fosse considerato co-
me un animale eccezionalmente cattivo, o furbo, il proverbio non avrebbe senso. In que-
sto caso dunque, interpretiamo il proverbio sulla base di una rete metaforica, cio di un
insieme di caratterizzazioni culturali, al di fuori della quale il proverbio risulterebbe in-
decifrabile. Al contrario il significato di un adnaton emerge chiaramente dalla relazione
di incompatibilit logica tra gli elementi, come nel caso di intrecciare una corda di sab-
bia, seminare il mare, portare acqua con un setaccio. Riprendendo ed adattando
unespressione di A. Jolles,3 possiamo quindi parlare delladnaton come di una forma par-
ticolarmente semplice di proverbio, che non ha bisogno per essere compreso di fare ri-
ferimento ad elementi esterni al proverbio stesso.
Sebbene il proverbio possa considerarsi indipendente dalle credenze riguardanti le
punizioni infere, tuttavia la singolare coincidenza tra versare acqua in una giara fora-
ta e i castighi delloltretomba greco impone unulteriore riflessione: infatti opportu-
no chiedersi quali sono i tratti che connettono la giara forata al mondo infero. Vi sono
certamente connessioni metaforiche profonde tra la giara, la ricchezza agricola cui es-
sa allude, e i culti misterici, secondo quanto emerso nellampia analisi di G. Sissa in
un saggio ricco ed esauriente.4 Crediamo per che, da un altro punto di vista, si possa
attirare lattenzione anche sulla centralit del tema dellimpossibilit nella rappresenta-
zione degli inferi: il proverbio del pthos senza fondo si presta facilmente ad essere an-
che un castigo infero perch il motivo dellimpossibilit caratterizza profondamente le
punizioni oltremondane. Raccogliere lacqua in un vaso forato infatti unazione strut-
turalmente analoga alla fatiche vane di Sisifo, di Tantalo e di Oknos,5 personaggi che
negli inferi sono impegnati a cercare di portare a termine compiti impossibili. Si pu ci-
tare anche un altro caso in cui un adnaton si trova per cos dire rappresentato negli in-
feri: quello del proverbio cercare la lana dasino testimoniato dai paremiografi.6 Un
riferimento a questespressione potrebbe essere presente nelle Rane,7 dove una delle
fermate della barca di Caronte lungo la palude infera appunto un luogo chiamato
Onoupkai, lana dasino. NellHades dei castighi insomma prevalente il modello del
mondo alla rovescia,8 nel quale la giara forata adatta ha potuto inserirsi perfettamen-
te per analogia.

1 Proverbio testimoniato da numerose fonti e.g. Cratin. CAF fr.229; Diogenian. 7, 33. vd. Tosi n 483.
2 Cfr. cfr. M. Bettini, Voci, Torino, 2008, pp. 101-103; S. Macr, Anche gli asini hanno una buona stella, in Gli anima-
li e i loro uomini, ed. C. Franco, Siena, 2008, pp. 27-34.
3 A. Jolles, Forme semplici: Leggenda sacra e profana, Mito, Enigma, Sentenza, Caso, Memorabile, Fiaba, Scherzo, Mila-
no 1980 (ed. or. Einfache Formen. Legende, Sage, Mythe, Rtsel, Spruch, Kasus, Memorabile, Mrchen, Witz, Leipzig, 1930),
sul proverbio vd. in particolare pp. 156- 159.
4 Sissa, La verginit, cit.. cfr. anche A. Caratozzolo, Corpo umano e contenitori. Ricerche sul lessico vascolare greco
(tesi di dottorato in Antropologia del Mondo Antico, Universit di Siena, xix ciclo), a.a. 2006/2007, pp. 27-43.
5 Per Oknos vd. E. Keuls, The Ass in the cult of Dionysus as a Symbol of Toil and Suffering, Anthropological Journal
of Canada, 8, 1970, pp. 26- 46; E. Petten, Tra allegoria e metafora. Note a margine di due miti complementari: le Danai-
di e Ocno, in Iconografia 2005, edd. I. Colpo, I. Favaretto, F. Ghedini, Padova, 2006, pp. 155- 169; D. Fabiano, Oknos:
peur et angoisse de lau-del dans le travail sans fin des chtiments infernaux, rhr, 225, 2, 2008, pp. 273- 295.
6 Zenob. vulg. 5, 38; Diogen. 4, 85 cfr. Tosi n 488. 7 Aristoph. Ran. 186.
8 Obbligato il riferimento a G. Cocchiara, Il mondo alla rovescia, Torino, 1963, pi recentemente vd. G. Guido-
rizzi, I delfini sui monti: appunti sulladynaton, La ricerca folklorica, 12, 1985, pp. 19-22.
182 doralice fabiano

2. Scambi di persona
Come abbiamo anticipato, la giara forata non appartiene solo ai non iniziati, ma anche al-
le Danaidi: la punizione delle sorelle omicide nelloltretomba non tuttavia testimoniata
dagli autori arcaici e classici1 secondo i quali dopo luccisione dei mariti, i cugini figli di
Egitto, le Danaidi avevano accettato nuove nozze,2 riappacificandosi cos con la citt di
Argo alla quale avrebbero anche elargito lacqua sorgiva,3 liberandola dalla siccit. Le so-
relle omicide della tradizione argiva alla fine del loro percorso, avevano acquisito lim-
portante d benigno ruolo di protettrici delle fonti.
La nascita del racconto delle cinquanta sorelle punite dellaldil presuppone evidente-
mente una prospettiva del tutto diversa da quella locale argiva, e coincide con un cam-
biamento nel contesto culturale delle testimonianze, che si spostano in Italia, tra la Ma-
gna Grecia e Roma. Dopo il riferimento di Bione di Boristene ai non iniziati abbiamo
infatti uninterruzione nelle fonti letterarie e iconografiche: la pena del pthos forato
scompare riferita ai non iniziati, ma parallelamente, dalla met del iv sec. a.C., nella do-
cumentazione iconografica troviamo il medesimo castigo attribuito ad un gruppo esclu-
sivamente femminile, la cui identificazione con le Danaidi tuttavia dubbia.4 Questo
tema presente soprattutto in un particolare gruppo di vasi apuli (le cosiddette Unter-
weltsvasen) raffiguranti il regno dellaldil, che fanno parte di un peculiare contesto stori-
co-religioso, del quale in mancanza di ulteriori fonti, ci sfuggono i contorni, nonostante
i tentativi di definirlo orfico.5 La prima fonte che raffigura la punizione delle sorelle ar-
give nellaldil probabilmente una hydra apula di Policoro databile al 350 a.C.,6 che rap-
presenta sei fanciulle in atto di versare acqua in un grande pthos interrato e circondato
da una florida vegetazione. Sebbene non ci sia alcun riferimento ad unambientazione ol-
tremondana, lidentificazione ritenuta tuttavia altamente probabile sia dalla scena che
compare sul collo del vaso, unanimemente interpretata come la seduzione della Danai-
de Amymone da parte del dio Poseidon, sia sulla base schema figurativo, simile a quello
delle testimonianze successive. Per incontrare la prima fonte letteraria che vede le Da-
naidi condannate nellaldil a versare acqua in un pthos forato dobbiamo spingerci in
unepoca di molto successiva: si tratta del dialogo pseudo-platonico Axiochus di datazio-
ne assai incerta,7 probabilmente da collocarsi verso il i a.C., dove compare una corsiva

1 Sulle fonti relative al mito delle Danaidi vd. E. Keuls, The water-carriers in Hades, Amsterdam, 1974; E. Keuls,
Danaides, in limc 3/ 1, Zrich-Mnchen, 1986, pp. 337-343.
2 Hes. fr. 127 M.-W; Pind. Pith. 9, 111-116; Paus. 3, 12, 2; 7, 1, 6; [Apollod.] Bibl. 2, 1, 5. Sul significato iniziatico del
percorso della Danaidi, vd. C. Calame, Le choeurs de jeunes filles en Grce archaque, vol. i, Morphologie, fonction religieu-
se et sociale, Pisa-Roma, 1977, pp. 70 ss.; 215 ss.
3 [Apollod.] Bibl. 2, 1, 4; Strabo 8, 6, 8; vd. C. Brillante, Genealogie Argive: dallasty phoronikon alla citt di Per-
seus, in La citt di Argo: mito, storia, tradizioni poetiche (atti del convegno internazionale di Urbino 13- 15 Giugno 2002), ed. P.
Angeli Bernardini, Roma, 2004, pp. 35-56.
4 Sulla discussa iconografia delle Danaidi nellaldil vd. soprattutto Keuls, Danaides, cit.; E. Petten, Crucia-
menta Acherunti: I dannati nellAde romano: una proposta interpretativa, Roma, 2004, pp. 56 ss.; Petten Tra allegoria e me-
tafora, cit., pp. 155-169.
5 Vd. ad es. Keuls, The water-carriers, cit.; M. Schmidt, Orfeo e orfismo nella pittura vascolare italiota, in Orfismo nel-
la Magna Grecia. Atti del quattordicesimo convegno di studi sulla Magna Grecia. Taranto 6-10 Ottobre 1974, Napoli, 1975; M.
Pensa, Rappresentazioni dellOltretomba nella ceramica apula, Roma, 1977.
6 A. D. Trendall, Archaeology in South Italy and Sicily, 1970-1972, ArchRep, 19, 1972-1973, pp. 33-49.
7 Il terminus post quem, dato dagli elementi sicuramente epicurei presenti nel dialogo, il iii sec. a.C., mentre il
terminus ante quem rappresentato dalla morte di Thrasillus (36 d.C.) che raggrupp il corpus platonico divenuto
canonico e vi incluse lAxiochus. J. Chevalier (tude critique du dialogue pseudo Platonicien LAxiochus, Paris, 1914) e J.
Hershbell (Pseudo Plato. Axiochus, Chico, 1981) ritengono il dialogo prossimo al terminus pi tardo.
36. adynata 183
citazione delle hydreai ateles delle Danaidi. per nella letteratura latina che la tradi-
zione della punizione delle Danaidi ha il maggiore successo: tale versione ricordata in
ogni descrizione degli inferi da Lucrezio,1 Orazio,2 Tibullo,3 Properzio,4 Ovidio5 e
Seneca.6
Individuare il contesto culturale e le motivazioni della sostituzione delle Danaidi ai
non iniziati, un problema difficilmente solubile a causa della frammentariet delle no-
stre fonti e delle difficolt di interpretazione del materiale iconografico. Molti interpreti
hanno individuato in particolare unomologia delle Danaidi con i non iniziati, sulla base
del tema del tlos: come i non iniziati non avrebbero raggiunto il compimento iniziatico,
cos le fanciulle argive avrebbero rifiutato il compimento conveniente alla loro natura
femminile, il matrimonio.7 Ai fini della nostra analisi sufficiente constatare che il rac-
conto della punizione delle Danaidi nasce o comunque conosce la sua maggiore diffusio-
ne in un contesto diverso da quello prevalentemente locale e ateniese dei non iniziati, e
da quello argivo delle Danaidi, e che il successo di questa versione tale da eclissare to-
talmente la precedente anche nella letteratura greca. Proprio il fatto che probabilmente
gi dal iv sec. a.C. la giara forata cambi racconto di riferimento, e venga collegata alle vi-
cende delle Danaidi provoca di riflesso alcuni cambiamenti anche nella forma del prover-
bio: mentre in epoca classica il rapporto che intercorre tra i non iniziati e il proverbio
versare acqua in una giara forata piuttosto debole, nella letteratura greca di et im-
periale luso proverbiale del contenitore senza fondo sembra essere strettamente legato
alla storia delle Danaidi, al punto da diventare semplicemente per antonomasia il vaso
delle Danaidi. Alcifrone descrive cos il lavoro dei pescatori, il cui scarso frutto non basta
a sostentarli:8 Fatichiamo inutilmente, Kyrton, di giorno bruciati sotto la vampa del so-
le, di notte raschiando labisso sotto la luce delle lampade, e versiamo le anfore in questo
cosiddetto vaso delle Danaidi. Lespressione gode di un certo successo proverbiale anche
in Luciano:9 quando il dio Ploutos si rifiuta arricchire il vecchio Timon, perch a causa
della sua eccessiva generosit il vecchio spreca ogni guadagno con incaute elargizioni a
falsi amici, cita proprio il vaso forato a significare linutilit dei suoi sforzi. Mi sembra
che porter acqua alla giara delle Danaidi, e invano ve la verser, dal momento che il re-
cipiente non pu contenere nulla, ma ci che vi si rovescia quasi scorre via prima che vi
sia fatto entrare.10 Da questi esempi possiamo gi intravvedere che luso proverbiale del-
la giara senza fondo sembra essere perfettamente omologo a quello del proverbio versa-
re acqua in una giara forata, perch il significato di faticare inutilmente rimane invaria-
to. Il proverbio continua quindi a vivere adattandosi al nuovo contesto grazie ad un
leggero mutamento nella forma: esso acquisisce infatti un riferimento preciso alla puni-
zione delle Danaidi cio ad un racconto ormai largamente diffuso, senza per mutare il
proprio significato.

01 Lucr. 3, 1008 2 Hor. Carm. 2, 14, 18; 3, 11, 23 3 Tib. 1, 3, 79-80.


04 Prop. 2, 1, 67; 4, 11, 28 5 Ov. Met 4, 463; 10, 43; Ib. 177.
06 Sen. Med. 748-9. vd. C. C. Costa, E. W. Whittle, Holed pitchers for the Danaids: a first allusion in Seneca?, Mne-
mosyne, 26, 1973, pp. 289-91.
07 E. Rohde, Psyche: Seelencult und Unsterblichkeisglaube der Griechen, Freiburg, 18982 (trad. it. Psiche, 2 voll. Roma-
Bari, 19892), pp. 326-329; J. H. Harrison, Prolegomena to the study of Greek religion, Cambridge, 19223, pp. 617 ss.; Keuls,
The water-carriers, cit.; Sissa, La verginit, cit., pp. 139 ss.
08 Alcyphron, Epistulae 1, 2, 3. M a , t K, \ b e
b e e e , d e c e f
. 9 Luc. Tim. 18; Hermot. 61; D.Mort. 21.
10 Luc. Tim. 18 e d , c
, a d e .
184 doralice fabiano

3. Identit multiple
Alla fine del nostro percorso ci sembra di poter affermare che una delle tendenze che agi-
scono sul proverbio quella che lo spinge a risemantizzarsi a seconda dei contesti cultu-
rali in cui viene utilizzato, a modificare cio la propria forma per adattarsi ai nuovi con-
testo, mantenendo il significato originario. Il pthos forato del proverbio classico diventa
per antonomasia il vaso delle Danaidi, ma il significato di faticare senza frutto resta in-
variato. Questo processo di adattamento emerge in modo particolarmente chiaro se esa-
miniamo alcune versioni dei paremiografi e dei lessicografi:
Versare in una giara forata: il proverbio si dice dal racconto delle Danaidi, in quanto es-
se, attinta lacqua, la gettavano in una giara. Si affannano intorno a questa giara le anime
dei non iniziati.1
Nel vaso forato: si applica a coloro che faticano invano. E infatti raccontano che nellHa-
des gli empi versino lacqua nella giara forata.2
Giara incolmabile: si dice di coloro che mangiano molto e dei ghiottoni. Deriva dal rac-
conto sulle Danaidi, e sulla giara nella quale versano lacqua che attingono. Si dice che la
giara che non si riempie mai si trovi nellHades. Si affannano intorno ad essa le anime dei
non iniziati. E fanciulle, che si dice siano le Danaidi, riempiendo dacqua recipienti rotti,
la versano nella giara forata. Il proverbio si pu riferire allHades stesso, che, sebbene
muoiano sempre molte persone, non si riempie mai.3
La stessa espressione proverbiale spiegata da questi autori con diversi racconti. Per i pa-
remiografi di et adrianea, e per la Suda i diversi riferimenti sono tutti compresenti in mo-
do simultaneo nel proverbio anche se la loro provenienza diversa o perfino contraddit-
toria. Si pu proporre un parallelo con quanto J. Scheid4 ha osservato a proposito delle
Quaestiones Romanae plutarchee che: lauteur [scil. Plutarque] pose une question initial et
y rpond par un nombre variable dautres questions. Ces nouvelles questions fonction-
nent comme des sortes de rponses prudentes, entre lesquelles Plutarque ntablit que ra-
rement une hirarchie, laissant, pour ainsi dire le champ ouvert. Possiamo estendere
queste parole alle spiegazioni applicate dai paremiografi, nella cui mente sono compre-
senti pi spiegazioni senza essere necessariamente inscrivibili in un ordine gerarchico o
in un albero genealogico. In questo caso ci troviamo quindi di fronte a un caso di identi-
t multiple e intercambiabili allinterno del proverbio. In questo contesto si pu dunque
affermare che il proverbio una struttura sincronica: esso pu cio ammettere diverse
spiegazioni che si sovrappongono senza escludersi vicendevolmente. Possiamo trovare

1 Sud. 315 E e d a , \
. b d e .
2 Sud. 321 E e . b d e . d a
9 f .
3 Zen. ii 6 A d a d . M b e
d a , d n . a y A r
b d e d , L ,
e e . b d \ A,
. Il proverbio non mai attestato altrove in questa forma, che ri-
corda il nostro pozzo di San Patrizio. Lespressione citata da Zenobio sembra derivare direttamente dalluso che
Platone (Gorg. 493 b) e Plutarco (Sept. Sap. Conv. 160 B) fanno della giara forata come simbolo di aplesta.
4 J. Scheid, J. Svenbro, Le mythe de Vertumne. Placez-moi sur un socle et je deviendrai une statue de bronze, Europe,
904-905, 2004, pp. 174-189, in part. p. 175.
36. adynata 185
casi simili anche nella lingua italiana: per esempio, la locuzione piantare in asso deriva
probabilmente da un riferimento al gioco delle carte, ma esso si spiega anche con la vi-
cenda di Arianna piantata in Nasso dal fedifrago Teseo.1 Queste due versioni convivono,
ma in questo caso su livelli differenti, luna come spiegazione colta laltra comune di uno
stesso proverbio.
Quanto abbiamo detto finora lascia lo spazio ad alcune osservazioni conclusive: il pro-
verbio non , al contrario di quanto si potrebbe pensare, un elemento fisso e cristallizza-
to allinterno della lingua e della cultura, ma intrattiene un dialogo continuo ed imme-
diato con i contesti in cui viene utilizzato, secondo quanto stato ampiamente indagato
dalla ethnography of speaking.2 Esso deve essere pensato come un organismo vivente e
dinamico allinterno della cultura, non come unespressione fossile allinterno della co-
municazione, senza legami con lambiente in cui viene utilizzato. Proprio lanalisi del-
lespressione versare acqua in una giara forata ci ha permesso di apprezzare la comples-
sit del rapporto tra racconto e proverbio: questa pu essere infatti intesa come un
proverbio senza racconto (un puro adnaton); come un proverbio che intrattiene un rap-
porto debole con un racconto parallelo (non iniziati) o un rapporto forte, di deriva-
zione da una narrazione (Danaidi), infine come una stratificazione per i paremiografi. In
ogni caso il proverbio pu essere considerato a pieno titolo come un organismo dinami-
co della lingua e della cultura in grado di adattarsi a nuovi contesti a dispetto della sua ap-
parente fissit.

1 C. Battisti, G. Alessio, Dizionario Etimologico Italiano, 5 voll., Firenze, 1950- 1957, s.v. asso, con citazione delle
fonti.
2 E. Ojo Arewa, A. Dundes, Proverbs and the Ethnography of Speaking Folklore, American Anthropologist, n.s.
66, 1964, pp. 70-85; E. Ojo Arewa, Proverb Usage in a Natural Context and Oral Literacy Criticism, The Journal of Ame-
rican Folklore, 83, 1970, pp. 430-437. Per unintroduzione a questo approccio antropologico vd. A. Duranti, Etnografia
del parlato: per una linguistica della prassi, in Introduzione alla linguistica antropologica, ed. B. Turchetta, Milano, 1996, pp.
157-180.
composto in car attere dante monotype dalla
fabrizio serr a editore, pisa roma.
stampato e rilegato nella
tipo gr afia di agnano, agnano pisano (pisa).

*
Gennaio 2011
(cz3/fg22)

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