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Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Appunti

Fondamenti di
Progettazione

Professore: Antonio Baldi

0.1
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Termini Tecnici Anglosassoni

Tensione Deformazione Stress Strain


Tensione Stress
Deformazione Strain
Taglio Shear
Normale Normal
Tensione/Deformazione nominale Nominal (engineering) stress/strain
Tensione/Deformazione reale True stress/strain
Trazione Tension
Compressione Compression
Flessione Bending
Torsione Torsion

Prove Meccaniche Mechanical Testing


Prove Meccaniche Mechanical Testing
Prova di Trazione Tension/Tensile Test
Prova di Compressione Compressive Test
Carico Load
Spostamento Displacement/Stroke
Provino Specimen
Traversa Crosshead
Afferraggio Grip
Resistenza Strength
Cedimento Failure
Rottura Fracture
Modulo Modulus
Coefficiente di Poisson Poisson's Ratio
Snervamento Yielding
Tensione di Rottura Ultimate Stress
Strizione Necking
Plasticit Plasticity
Incrudimento Strain-Hardening
Addolcimento Softening
Comportamento Behaviour
Fragile Brittle
Duttile Ductile
Scorrimento Creep
Usura Wear
Corrosione Corrosion

Materiali Materials
Acciaio Steel
Alluminio Aluminium
Calcestruzzo Concrete
Composto Composite

0.2
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Ferro Iron
Ghisa Cast Iron
Gomma Rubber
Ottone Brass
Rame Copper
Titanio Titanium
Vetro Glass

Travi Bean
Trave Bean
Trave Appoggiata Cantilerer
Appoggio Support

Fatica Fatigue
Fatica Fatigue
Ciclo di Fatica Fatigue cicle
Limite di Fatica Fatigue limit
Tensione Media Mean Stress
Tensione Alternata Alternate Stress
Flessione Rotante Rotating Bending
Durata Endurance
Fattore Finitura Superficiale Surface Factor
Fattore di Dimensione Size Factor
Danno Cumulativo Cumulative Damage
Conteggio Counting

Frattura Concentrazione di Tensione Fracture-Stress Concentration


Frattura Fracture Crack
Difetto Flaw
Estremit di Fattura Crack Tip
Intaglio Notch
Concentrazione di Tensione Stress Concetration
Fattore di Intensificazione Tensionale Stress Intesity Factor
Tenacit Toughness
Propagazione Cricca Crack Growth

Viti e Bulloni Screw and Bolt


Giunzione Joint
Elementi di Collegamento Fasteners
Bullone Bolt
Vite Screw
Prigioniero Stud
Passo Pitch
Filetto Thread
Serraggio Tightening
Chiave (Dinamometrica) (Torque) Wrench

0.3
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Saldature Welding
Saldatura Welding
Giunto Joint
Giunto a Sovrapposizione Lap Joint
Giunto di Testa Butt Joint
Saldatura di Testa Butt Weld
Cordone Fillet
Gola Throat
Sovrametallo Reinforcement

Alberi Shaft
Albero Shaft
Albero a gomiti Crawk-Shaft
Asse Axle
Puleggia Pulley
Volano Flywheel
Forzamento Shrink Fit

Cuscinetti Bearing
Cuscinetto Bearing
Cuscinetto a Rotolamento Rolling Bearing
Anello o Ralla (Est.-Int) Ring (Outer-Inner)
Sfera Ball
Rullo (Conico) Roller (Tapered)
Rullino Needle
Spinta Thrust
Sigillato Seal
Affidabilit Reliability

Molle Spring
Molle (Ad Elica) (Helical) Spring

0.4
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1.LO STATO TENSIONALE NEI SOLIDI

Casi di De Saint Venant


Flessione
Un tipo di sollecitazione molto importante quella di flessione. Determiniamo i soli sforzi dovuti alla sola
azione interna di momento flettente, anche se insieme alle azioni di momento flettente si presentano
spesso anche il taglio e il momento torcente.

Prendiamo in considerazione, ad esempio, la trave incastrata a un'estremit (mensola) sulla quale agisce un
carico trasversale P all'altra estremit.

L'azione di taglio costante lungo l'asse della mensola, mentre il


momento flettente cresce linearmente dal punto di applicazione
all'incastro.

Per determinare gli sforzi di una trave inflessa si analizza il modo di deformarsi di una trave soggetta a
solo momento flettente costante lungo x:

per effetto del momento, un tratto di trave inizialmente rettilineo si


inflette e la linea d'asse si deforma, mantenendosi nel piano xy, detto
piano di inflessione ( in questo piano lo spostamento di un punto lungo y
indicato con v)

Le fibre di una trave inflessa, inizialmente rettilinee, per effetto della flessione si deformano secondo
linee curve, ed proprio dalla curvatura della trave che dipendono le deformazioni e, di conseguenza, gli
sforzi.

Per curvatura si intende:

1 1
= [m]

dove il raggio di curvatura.

Le normali alle fibre nei due punti, prima parallele, dopo l'inflessione si intersecano in un punto O', centro
di curvatura, e la relazione che lega il raggio di curvatura a ds, elemento infinitesimo appartenente alla
fibra indeformata :

1 d d
d =ds da cui = = =
ds dx

essendo per ipotesi ds=dx.

Quando la concavit della curva, formata dall'asse indeformato della trave, ruotata verso la direzione
positiva degli spostamenti di v si assume di segno positivo:

1.1
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Viceversa, il segno convenzionalmente negativo.

Riferiamoci ad una porzione di trave soggetta al momento flettente M 0:

Per effetto di M0, l'asse della trave prende la forma di un arco di circonferenza di raggio

Due sezioni adiacenti mn e pq ruotano una rispetto


all'altra intorno a un asse perpendicolare a xy,
mantenendosi piane.

Per effetto di questa rotazione, le fibre della parte


convessa si allungano, mentre quelle dalla parte
concava si accorciano.

Le fibre che non subiscono variazioni di lunghezza son disposte nella configurazione indeformata in un piano
che, con la sezione, forma un segmento, che prende il nome di asse neutro.
La rotazione tra due sezioni adiacenti d e le fibre che passano per l'asse neutro mantengono invariata la
propria lunghezza, cio dx= d .

Tutte le altre fibre si allungano e si accorciano di una lunghezza assiale Lx ricavabile sottraendo alla
lunghezza iniziale dx di un fibra posta alla distanza y dall'asse neutro, la lunghezza L 1 assunta a seguito
della flessione:

y
L 1=( y) d =dx yd = dx dx

La variazione di lunghezza Lx :

y y
L x = L 1dx =dx dxdx = dx

La deformazione x della fibra il rapporto tra la variazione di lunghezza e la lunghezza iniziale, per cui
vale:

Lx y
x= = = y
dx

1.2
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Da questa relazione si pu notare come le deformazioni varino proporzionalmente con la distanza y dall'asse
neutro ( se si fosse presa una fibra sopra l'asse neutro, la relazione sarebbe la stessa senza il segno
negativo).
Note le deformazioni , si calcolano gli sforzi introducendo il modulo elastico, con la legge di Hooke:

y
x = E x =E y= E

Da questa relazione si pu notare che anche gli sforzi varino


linearmente con y (distanza dall'asse neutro) e sono positivi
se le fibre si allungano e negativi se si accorciano.

Finora abbiamo considerato nota la posizione del baricentro, ma essa pu essere ricavata da considerazioni
di equilibrio:
l'azione assiale (sforzo normale) nulla, quindi la somma delle forze x dA agente sulla sezione
nulla
E

x dA= E y dA= y dA=0

poich la curvatura e il modulo di Young sono costanti, deve risultare

y dA=S x=0
Cio deve essere nullo il momento statico della sezione rispetto all'asse neutro. Questa relazione
esprime la condizione in cui l'asse neutro passa per il baricentro della sezione, per cui si pu
facilmente posizionare l'asse neutro sulla base della sola forma della sezione.

Il momento risultante delle forze x dA dev'essere uguale al momento flettente, per cui M=-M0
(condizione di equilibrio):

M 0= x ydA
EI
M = x y dA= E y 2 dA= z

dopo aver sostituito il momento di inerzia Iz della sezione rispetto a z, la curva della trave pu
essere legata al momento flettente con:

1 M
= =
EI z

che esprime la proporzionalit diretta tra e il momento applicato, mentre inversamente


proporzionale a EIz, detta regulezza flessionale.
Il segno negativo esprime che, per le convenzioni adottate sui segni di curvatura e momenti, un
momento flettente positivo genera una curvatura negativa e viceversa.
L'espressione degli sforzi si ricava sostituendo a:

x =E y= E
( )
M
EI z
y

1.3
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l'espressione appena trovata:

x =E y= E
( )
M
EI z
y

My
x= FORMULA DI NAVIER
Iz

Essa mostra come gli sforzi dipendono da M,y e da I e si distribuisce linearmente lungo la coordinata y. Gli
sforzi sui piani trasversali (normali) sono, invece, tutti nulli.

Il segno degli sforzi fissato dal momento flettente:

se il momento positivo gli sforzi di trazione saranno dalla


parte delle y positive, mentre se il momento negativo, gli
sforzi di trazione saranno dalla parte delle y negative.
Viceversa per gli sforzi di compressione.

Il momento positivo quando le fibre tese si trovano dalla parte delle y positive.

Supponiamo di avere due sezioni quadrilatere di lato 100mm a cui applicato un momento di 10Nm (10000
Nmm)

Una disposta con i lati paralleli agli assi, l'altra con i lati inclinati di 45 rispetto agli assi.
Nel primo caso:

4
1 3 l
I= bh = =8.333.333 mm4
12 12
My max Mh 2
x= = =0,06 N / mm
I 2I

Nel secondo caso:

4
1 3 l
I u= bh = =8.333.333 mm 4
12 12
My max 2 2
x= l =0,0849 N /mm
Iu 2

notiamo che, poiche Ix=Iy e Ixy=0 allora I=Iu.


Il secondo caso , dunque, pi sollecitato.

Consideriamo, adesso, due travi di diametro esterno D e D e, dello stesso materiale (=7800kg/m3) la prima

1.4
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piena e la seconda cava con Di/De=9/10. A parit di max, quanto si risparmia in peso?

4
D
I p=
64

My MD/ 2 32M
p , max= = 2 = 3
Ip D D
64

4 4
( De Di )
I c=
64

My MDe / 2 32MDe
c , max = = =
I p ( D 4e D4i ) ( D 4e D4i )
64

ma siccome p,max=c,max:

4 4
32M 32MDe 1 D ( De Di )
= = 4 e 4 D 3=
D ( D4e Di4)
3 3
D ( D e Di ) De

riscrivo

4 4 4 4 4
[( D e (9/ 10) D e )] De [1(9/ 10) ] 3439 3
D3= = =D 3e [1(9/10) 4 ]= D
De De 10000 e

da cui

D=

3 3439
D =0,7 D e
10000 e

faccio il rapporto tra le aree

2
D
Ap 4 D2 (0,7 De )2 0,49 D2e 0,49
= = = = = =2,58
Ac ( D2e D2i ) ( De2 D2i ) 81 2 19
4
2
De
100 e
D 2
De 1
81
100 100( )
quindi

Ac 1
= =0,386
A p 2,58

Quando il momento flettente rappresentato da un vettore non allineato con uno degli assi principali della
sezione, la flessione si dice flessione deviata.
Consideriamo ad esempio una mensola in cui il carico P inclinato, rispetto all'asse y, di un angolo ed
applicato nel baricentro:

1.5
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Le azioni di flessione riferite agli assi principali della sezione (x e y) sono:

M x = M cos
M y = M sen

Lo sforzo normale z dato dalla sovrapposizione degli sforzi di flessione relative a questi momenti
flettenti:

M yx Mx y
z=
Iy Ix

L'equazione della retta che rappresenta l'asse neutro si ricava imponendo z=0:

Mxy Myx
=
Ix Iy

Questa equazione rappresenta una retta che passa per il baricentro della sezione, ma inclinata di un angolo
rispetto a x, dato da:

y M y Ix
tg = =
x MxIy

Il vettore dal momento risultante, perpendicolare a P, forma con x un angolo dato da:

My
tg =
Mx

Da queste ultime due relazioni si pu trovare il legame tra e :

M y Ix y I x Ix
tg = = = tg y= x tg
MxIy x Iy Iy

Risulta evidente che cio l'asse neutro non perpendicolare all'asse di sollecitazione (dato dalla
traccia, nel piano della sezione, del piano formato dall'asse z della barra e dalla retta di applicazione di P),
tranne nei casi:

1.6
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I x =I y ( sezioni circolari )
=90 ( flessione semplice)
=0 ( flessione semplice )

Lo stato di sforzo pu dunque essere grandemente influenzato da un erroneo allineamento dei carichi.

Trazione-Compressione
Esistono organi di macchine e componenti di strutture caratterizzati dalla sola presenza dell'azione assiale
N. Se si immagina di dividere il solido in due parti, con una sezione m-n perpendicolare all'asse baricentrico,
affinch le due parti siano ancora in equilibrio, le due superfici dovranno trasmettersi un'azione interna
uguale alla N applicata.
Il valore dello sforzo si ricava imponendo che la risultate della distribuzione uniforme di sull'area A sia
uguale all'azione interna N:


A
x dA=N

N
essendo x=
A

Come ben sappiamo lo sforzo di trazione sar convenzionalmente positivo, mentre quello di compressione
sar negativo.
Se il corpo soggetto a trazione, di cui si discusso lo stato di sforzo, non rigido, le sezioni iniziale e finale
si allontanano di una quantit , risultato della somma di tutti gli allungamenti degli elementi di L.

Questi allungamenti, se rapportati alla lunghezza iniziale dell'elemento considerato, diventano numeri puri e
prendono il nome di deformazione .

=
L

Per effetto dell'azione N, due sezioni normali adiacenti (separate da una distanza dx) sono interessate da
una distribuzione uniforme degli sforzi , per cui esse si allontanano l'un l'altra della quantit dx a causa
della deformazione del materiale compresso tra le due sezioni.

Il legame tra gli sforzi e le deformazioni ce lo d la


legge di Hooke:

x= E x

che esprime la proporzionalit diretta tra x e x, per mezzo del modulo di Young.
Combinando le espresse trovate sinora, si possono esprimere allungamento e deformazione in funzione di N,
E e A:

NL N
= =
EA EA

Contemporaneamente alla deformazione assiale, in un solido soggetto a trazione e compressione, si verifica

1.7
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una variazione della grandezza della sezione.


Il rapporto tra la contrazione e la dimensione iniziale del lato la deformazione trasversale tr:

Nella situazione che si sta trattando, questa deformazione proporzionale alla deformazione assiale e ha lo
stesso valore in qualunque punto del solido elastico (se omogeneo).
Se il materiale isotropo,ossia le sue caratteristiche meccaniche non variano con la direzione, il rapporto
tra le deformazioni trasversale e assiale, che si trovano nel caso di trazione semplice, prende il nome di
coefficiente di Poisson:

tr

=
long

Valori caratteristici di per i metalli in campo elastico sono compresi tra 0,25 e 0,35. in campo plastico
esso vale 0,5.
I valori di E e v sono sufficienti per caratterizzare il materiale elastico.

Considero il caso in cui un elemento strutturale soggetto ad un carico P eccentrico, cio applicato in un
punto C detto centro di pressione, che non corrisponde al centro della sezione, ma ha un'eccentricit e
rispetto ai due assi x e y.

La pressioflessione si dice retta quando il punto C appartiene ad uno dei due


assi x e y, mentre detta deviata quando si trova al di fuori di essi.

Il carico P eccentrico determina due tipi di sollecitazione:


a) sforzo normale N, uguale a P;
b) momenti flettenti Mx e My, uguali al prodotto di P e le coordinate rispetto
agli assi:

M x =Py 0 M y = Px 0

Lo sforzo normale z sar dato dalla sovrapposizione degli sforzi di flessione relativi a questi momenti
flettenti e dallo sforzo normale:

Mxy Myx P
z = + +
Ix Iy A

L'equazione della retta che rappresenta l'asse neutro si trova ponendo x=0:

Mx y M yx P Py 0 y Px0 x P
+ + =0 + + =0
Ix Iy A Ix Iy A

( ) ()

y0
Ix
y+
x0
Iy
1
x+ =0
A

1.8
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Questa un'equazione di una retta del tipo ax+by+c=0, in cui c0 per cui l'asse neutro non passa per
l'origine:

L'asse neutro sta sempre nei quadranti opposti al punto C dove


applicata P e non forma un angolo di 90 con una retta che passa per C e
per l'origine ( a 90 solo per sezioni circolari e quadrate).

Nel disegno raffigurato il caso della sezione quadrata.


Si voglia calcolare, in una sezione generica, la distanza dell'asse neutro
di equazione ax+by+c=0, rispetto all'origine 0:

1
c A
= =
a2 +b2
(
2 2

)( )
x0
Iy
+
y0
Ix

Man mano che facciamo avvicinare P all'origine O, l'asse neutro si


allontana.
Da queste considerazioni si ha che, data una retta non baricentrica, si
pu ricavare il centro di sollecitazione al quale corrisponde n quale asse neutro.
Sussiste quindi una relazione tra tutte le rette non baricentriche del piano e tutti i punti del piano escluso
il baricentro. Questa corrispondenza detta antipolarit di inerzia.

L'antipolarit di inerzia possiede molte propriet:


l'asse neutro sempre dalla parte opposta rispetto a c
se una retta n'' contiene il centro relativo c' di n', allora n' contiene il centro relativo c'' di n''

Il nocciolo centrale di inerzia rappresenta il luogo dei centri di sollecitazione in cui l'asse netro non taglia la
figura.
Ne consegue che, se la forza normale eccentrica di compressione (o trazione) applicata in un punto del
nocciolo centrale centrale di inerzia, allora la sezione tutta compressa ( o tutta tesa), in quanto l'asse
neutro esterno ad esso.

La conoscenza del nocciolo importante nel caso di materiali a scarsa resistenza a trazione, poich, se il
dimensionamento di una struttura fatto in modo tale da far cadere il centro di sollecitazione all'interno
del nocciolo, si ha la certezza che la struttura sia solo compressa e che non si sviluppino sollecitazioni di
trazione.

Il nocciolo centrale di inerzia rappresenta l'inviluppo delle antipolari dei punti dell'inviluppo delle rette
radenti la figura, cioe se S un punto dell'inviluppo delle rette radenti la figura, allora la sua antipolare s

1.9
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tangente al nocciolo.

Se la figura di cui si vuole determinare il nocciolo centrale di inerzia ha un


vertice T, poste r ed s le due tangenti alla figura in corrispondenza del
vertice, trovando R ed S centri relativi delle rette r ed s, unendole si ha un
segmento che corrisponde a un segmento del nocciolo

Per quanto riguarda il cerchio, il suo nocciolo centrale di inerzia lo calcoliamo applicando la formula della
distanza tra l'origine e gli assi neutri posti tangenti alla circonferenza (=R):

1 4
A d 2
= = =R

( ) ( ( )
2 2

)
2
x0 y x0
+ 0
Iy Ix d
4

64

da cui si ottiene:

4
d 4 d d
= R= = x0 =
2 d 2 64x0 8

per simmetria tutti i punti esterni del nocciolo centrale di inerzia disteranno dal baricentro di una quantit
d/8, per cui il nocciolo sar un cerchio.

Vediamo di calcolare ora il nocciolo centrale d'inerzia per quanto concerne una sezione rettangolare di lati
h e b:

1 1
A h bh h
= = = y0 =
2 6

( ) ( ( )
2 2 y0
x0
Iy
+
y0
Ix) bh3
12

1 1
A b bh b
= = = x 0=
2 6

( ) ( ) ( )
x0
2
y
2 x0
+ 0
Iy Ix b3 h
12

1.10
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Si uniscono i punti e gli altri si trovano per simmetria della sezione.


L'equazione dell'asse neutro :

1 y0 y x0 x
+ + =0
A Ix Iy

mettendo le coordinate dei vertici, ad esempio B (b/2 ; -h/2):

1 (h / 2 ) y (b /2) x
+ 3 + 3 =0
bh bh b h
12 12

1 6 6
y+ 2 x=0
bh bh 2 b h

6 6
1 y+ x=0
h b

Questa l'equazione del nocciolo (rombo).

Vediamo adesso un esempio di una trave sollecitata a trazione P, prima nel caso di una sola cava (si avr
trazione eccentrica), poi nel caso di due cave (trazione normale)

Nel primo caso, la cava una sola, per cui la sezione A-A
sar simmetrica, P non sar baricentrica.
La sollecitazione di pressoflessione sar:

P M x
' max = + y max =
P
+
( )( )
a
4
3
P P a
4
A Iy b3 /2 a 3

1)
b ( )
3
2
a /12

2 P 3 Pa2 4 P
' max = + ' max =
3 ab 16 27 ba 3 3 ab
8 12

Nel secondo caso, la sezione A-A sar simmetrica, con P


baricentrica, per cui ci sar solo trazione:

2) ' ' max = P = P ' ' max =


P
A ab ab

Nonostante ci sia meno materiale, la seconda struttura


meno sollecitata (del 25%) e questo perch il carico non
eccentrico.

Adesso vediamo l'esempio delle sollecitazioni a cui soggetto un elemento appeso dal suo stesso peso e di
materiale di densit .

1.11
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Il volume della trave sar:

V = Az

F = N =mg = Vg = Azg

N
= = gz
A

gz
= E = =
E E

Supponiamo di voler progettare un elemento che, soggetto ad una forza P, abbia asse verticale e sezione
variabile in modo che in ogni sezione, a qualsiasi z, si abbiano le stesse sollecitazioni =cost.

Occorrer calcolare la generica sezione S(z) con raggio R(z) in funzione di z, rispettando la condizione
=cost.

P+ [ R2 ( z )dz ] g
P P 0 P +( peso= f [z , R( z )])
= = =
A R 20 R2 Area

[ R2 ( z )dz ] g z
P
2
P
R0 R
2=
0

R
2
P
( 1 1
2 2 =
R0 R )g 2
2 R ( z ) dz
R 0

2 2 z 2 2 z
PR 2 R R0 2 P R R0 2
2 2 = R ( z )dz 2 = R ( z ) dz
g R0 R 0 g R0 0

z
P
( )
R2
g R0 0
2
2 1 = R ( z) dz

derivando

2
P 2 R( z ) dR( z) dR g R 0 dz
=R 2( z) =
g R 20 dz R 2P

integrando

log R=
g R0
2

z+c R=ce
( g R20 z
2P )
2P

Ponendo le condizioni a contorno R(z=0)=R0:

R=R e
( g R20 z
2P )
0

1.12
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Taglio
Nel capitolo della flessione stato analizzato il caso di strutture sollecitate dal solo momento flettente
(senza taglio). Questa condizione di momento flettente per richiede che il momento sia costante lungo
l'asse.
La costanza di M lungo l'asse implica l'assenza di taglio poich il legame tra taglio e momento flettente il
seguente:

Equilibrio verticale:

T qdz (T +dT )=0


dT
qdz =dT q=
dz

questo significa che se la distribuzione uniforme, il taglio lineare, mentre se applicata in un punto, il
taglio costante.

Equilibrio alla rotazione:

2
dz
Tdz+ M q (M +dM )=0
2
dM
Tdz=dM T =
dz

si ha che la derivata del momento flettente uguale allo sforzo di taglio.


Da queste due relazioni se ne possono ricavare altre due:

2 2
dM d M dT d M
=T = =q q= M = qdz 2
dz dz 2 dz dz2

Da queste relazioni se ne deduce che:


travi scariche (q=0) T=cost. , M=lineare
q=cost. T= lineare, M=parabolico (2 grado)
q= lineare T=parabolico (2 grado) , M=parabolico (3 grado)
T=0 M=costante

Questo significa che la sollecitazione tagliente sempre compresente con quella flettente e che la
sollecitazione di solo taglio si verifica solo in certe sezioni isolate (in corrispondenza di appoggi).

Nelle sezioni in cui T=0, M massimo (non minimo in quanto la derivata seconda del momento flettente
negativa).

La presenza di taglio aggiunge allo stato di sforzo, dovuto alla flessione, una distribuzione di sollecitazione
agenti tangenzialmente alla sezione, dette di scorrimento o di taglio.
La distribuzione delle sollecitazioni di taglio dipende essenzialmente dalla forma della sezione e non
facilmente determinabile.
Il caso pi semplice rappresentato dalle sezioni compatte (area piana semplicemente connessa) e
simmetriche.

Con sole considerazioni di equilibrio possibile derivare la distribuzione degli sforzi, assumendo due

1.13
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condizioni:
1) la distribuzione degli sforzi di taglio si pu ritenere costante lungo qualsiasi corda m-n perpendicolare
alla direzione di applicazione del carico;

2) ai due bordi laterali della sezione, gli sforzi di taglio sono tangenti ai bordi e quindi diretti
parallelamente alla direzione di taglio

Questa situazione rappresentata dalla figura in alto, in cui si vede che un elemento di materiale, per
rimanere in equilibrio alla rotazione, quando sulle facce normali all'asse agiscono sforzi di taglio, anche sulle
facce normali, a 90 rispetto alle precedenti, devono esistere sforzi di taglio uguali in modulo, ma in
direzione che le punte dei vettori si incontrino (gli sforzi di taglio sono detti, proprio per questo, coniugati)

Considerando un elementino cubico, si ha che l'andamento delle tensioni quello descritto qui sotto:

1.14
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dove
ij=ji sollecitazione tangenziale
ii sollecitazione normale

Analogo discorso pu esser fatto per sezioni di forma meno semplice come ad esempio quelle a sezione
triangolare (triangolo rettangolo nel caso specifico), di cui per occorre fare qualche considerazione con gli
angoli.

Scriviamo le equazioni di equilibrio:

AC+ AB sen+ BC cos =0

AC+ AB cos BC sen =0

dalla trigonometria:

AB= AC cos

BC= AC sen

sostituendo:

AC= AC sen 2 = sen2

2 2
AC= AC cos + AC sen = cos2

se =45 = max, =0.

Riferendoci ad una trave a sezione rettangolare, consideriamo la porzione di trave compresa tra due sezioni
poste a distanza dx e un piano parallelo alla faccia inferiore posto alla distanza y 1 dall'asse:

Per trovare l'equazione di distribuzione degli sforzi sufficiente


imporre l'equilibrio alla traslazione lungo x di questa porzione di trave
npp1n1 che soggetta alle forze F1 e F3, dovute agli sforzi di flessione
sulla faccia np e n1p1 e F2, dovuta agli sforzi di taglio sulla faccia pp1.

Le espressioni delle forze legate agli sforzi x, dovuti alla flessione, si trova sommando i contributi di tutti i
punti della sezione che si trovano ad una distanza dell'asse z maggiore di y 1, corrispondente alle forze:

My
x dA= dA
I

My
F 1 = dA
A
I

dove A l'area sottostante la corda posta a y=y 1. Per effetto dell'incremento del momento flettente (il
taglio non nullo), sulla faccia adiacente di traccia n1p1 agisce il momento (M+dM), per cui:

1.15
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

( M +dM ) y
F 3= dA
A I

La risultante delle forze legata agli sforzi di taglio :

F 2= bdx

dove b la larghezza della sezione.


La condizione di equilibrio richiede che:

F 2= F 3 F 1

( M + dM ) y My My dMy My
b dx = dA dA= dA+ dA dA
A I A I A I A I A I

ottengo

dM 1
= y dA
dx bI A

L'integrale rappresenta il momento statico Sx rispetto all'asse baricentrico della parte di sezione sottesa
dalla corda posta a distanza y1 dall'asse, mentre

dM
=T
dx

per cui

T Sx
= FORMULA DI JOURAWSKI
bI

All'estremit superiore ed inferiore della sezione, essendo Sx=0 =0

Le superfici laterali sono scariche, sar dunque nulla la sollecitazione, in particolare le parallele all'asse
del solido.
Per l'uguaglianza delle coniugate, anche gli sforzi di taglio devono essere nulli all'estremit nel piano di
sezione.

La variazione di lungo y dipende soltanto dall'andamento di Sx , essendo tutti gli altri termini costanti.
Vediamo ora l'andamento delle per le principali forme delle sezioni partendo da quella rettangolare.

1.16
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Rettangolo

h/2 h/2 h /2 3
I x = y dA= y bdy=2 y2 b dy=
A
2

h /2
2

0
[ ]2 3
3
by
0
I x=
bh
12

h/2 2 h /2
S x = ydA=
A y1
ybdy=
by
2 [ ] y1
S x= ( )
b h
2 4
2
y1

sostituisco

T
b h
( 2
y1 )
( ) ( )
2 2
T Sx 2 4 h 6 6T h
( y)= = =T y 21 ( y)= y 21
bI x bh3 4 bh 3 bh 3 4
b
12

ha un andamento parabolico:

il max per il rettangolo nel baricentrico della sezione (y=0) per cui:

max =
6T h2
3
bh 4 ( 2
y1 ) max =
3T
2bh
max =
3T
2A

Supponendo una struttura con una forza T applicata in punta (una sezione incastrata), la max quella gi
calcolata, mentre la max sarebbe, dalle formule della flessione:

h
(Tl)
My 2 6Tl
max = = max =
I bh3 bh 2
12

in quanto ricordiamo che la max si ha per i punti pi lontani dal baricentro (h/2). Rapportandole:

max 6Tl 2bh max 4l


max = bh 2 3T max = h

Per travi snelle (l/h 10) si ha che 40 e ovviamente sono le sollecitazioni pi gravose sulla struttura.

1.17
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Triangolo

b non costante, per cui va anch'essa calcolata in funzione di y:

2 by
b( y)= b
3 h

calcolo

2 /3 h 2 /3 h 4 2 /3 h

) [ ]
3
I x = y dA= y b( y) dy=
A
2

h / 3
2

h / 3
y
2
( 2
3
b
by
h
2 3 by
dy= by
9 4h h/3
I x=
bh
36

2/ 3 h 2 /3 h 2 /3 h

S x = ydA= yb( y) dy=


A y1 y1
2
y b
3 (by
h
dy=
3) [
by2 by 3

3h ] y1

( )
2 3 2 3
4 2 8 2 by1 by1 4 2 by by
S x= bh bh S x= bh +
27 81 3 3h 81 3 3h

sostituisco

( y)=
T Sx
=
T ( 4 2 by 2 by 3
81
bh
3
+
3h
=
T
4 2 y2 y3
81
h +
3 3h ) ( )
b ( y) I x 3
2 y bh3
(2
3
b
by bh
h 36
)
3 h 36 ( )
4h 327 hy 2+27 y3 4h 3 27 hy2+ 27 y 3
T T 2
81h 27 4 T ( 2h3y) (h+3y) 4T
( y)= 3 = 3 = 3 ( y)= 3 (2h 3y)(h+3y)
2h3y bh bh 3bh (2h3y) 3bh
( 2h3y)
3h 36 36

Anche in questo caso una parabola.

Per y=- h/3 e y=2/3 h, si ha =0, tuttavia il taglio massimo in questo non corrisponde al baricentro.

Si potevano fare i conti anche con gli assi non baricentrici, ma posti come in figura; con formule di
traslazione:

in questo caso si ha:

b( y)=b ( ) h y
h
S y>0= Ay G= b
( h y h y
h

2
y +
3 )(
h h y
3 )
riscrivo:

1.18
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

3 2 3
bh bh h bh
I G =I x A( y)2= =
12 2 9 36

b(h y)2 y
S y>0=
2
3 (
y b
h y h y
h 2 ) S y>0 =
3h

sostituisco

( y)=
T Sx
=
T (b( h y)2 y
3h
3 =
)
12 T ( h y ) y
3
b( y) I x
( b
hy bh
h 36 ) bh

L'equazione della parabola diversa perche adesso y parte dalla base, ma la parabola la stessa.

Per trovare il massimo di bisogna fare la derivata di (y) rispetto a y ed eguagliarla a zero:

dy
=
(
d ( y) 12 hT 24yT
bh
3 =0
)
12 T
bh
3 ( h2y)=0

si annulla per h-2y=0 y= h/2.


Se si fanno gli stessi calcoli con l'equazione della parabola trovata quando si aveva il sistema baricentrico,
si trova h/6 in quanto traslato proprio di h/3 e

h h h
+ =
3 6 2

Cerchio

b(y) pu esser scritto in funzione dell'angolo, nel seguente modo:

b( y)=2R cos = 2 R 2 y 21

mentre y = R sen dy = R cos d.

Il momento statico :

R /2 /2

S x = y dA= y b( y) dy = 2R cos R sen R cos d =2R 3


cos2 sen d
A y1 ( y) ( y)

/ 2

( )
3
3cos 1 2
S x =2R =2R3 (0+ cos 3 ) S x = R 3 cos3
3 ( y) 3 3

ma poich

1.19
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

AB R y
2 2
cos = =
BC R

sostituisco:

3
2 3
S x= R
3 ( R 2 y2
R ) 2 2
= (R y ) R y
3
2 2 2

mentre

4 4
D R
I x= =
64 4

sostituisco in (y):

( y)=
T Sx
=
T [ 2 2
3
(R y ) R y
2 2 2

=
4
3 ] 2 2
T (R y )
b( y) I x 4
R4
( 2 R2 y 2 ) R
4

Il massimo si ha nel baricentro, quindi y1=0:

4 2
TR
3 4 1 4T
max = = T max =
R4 3 R2 3A

Torsione
Un componente caricato con un sistema di forze di taglio fuori asse o da momenti diretti come l'asse
longitudinale, si dice sottoposto a torsione.
Lo studio della maggior parte dei componenti che nella realt sono soggetti a torsione, si riconduce al caso
di torsione di solidi cilindrici a sezione circolare in cui agli estremi sono applicati due momenti torcenti
uguali e contrari, anche se vedremo pure altre sezioni sottoposte a torsione.

Solidi a sezione circolare


Si ha che la torsione pura. A causa della simmetria geometria e dei carichi, si ipotizza che le sezioni
trasversali ruotino rigidamente una rispetto all'altra attorno all'asse longitudinale, rimanendo piane:

1.20
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Se gli spostamenti sono piccoli anche la lunghezza


dell'asse del solido non cambia.

La rotazione relativa tra le sezioni iniziale e


finale prende il nome di angolo di torsione

Considerando una sezione di solido compresa tra due sezioni trasversali poste alla direzione dx,
l'elementino abcd si deforma in uno strato di scorrimento puro, nei quali i lati non variano di lunghezza ma si
modifica l'angolo tra i lati prima e dopo l'applicazione del momento
torcente.

Questa variazione di forma quantificata dalla deformazione ,


definita come:

bb '
=
ab

legata alla rotazione d dalla relazione :

dx = d r

che esprime l'uguaglianza dello spostamento del punto


b e b', visto come effetto della rotazione attorno
all'asse x del punto, posto alla distanza pari al raggio
(r d) oppure come spostamento dello stesso punto
per effetto della deformazione di taglio e di un elementino di lunghezza dx (dx).
Si ha quindi:

d
=r =r
dx

dove prende il nome di angolo unitario di torsione.

Nel caso di torsione pura, la rotazione relativa tra la sezione iniziale e una generica sezione, posta alla
distanza x da questa, vale =x.
Le considerazioni fin qui fatte sono geometriche e prescindono dalla caratteristica del materiale.
Introducendo la legge di Hooke per i materiali elastici lineari, si possono calcolare gli sforzi in un
elementino come:

=G =Gr

dove G il modulo di elasticit tangenziale. Questa formula vale per gli elementini posti in superficie ma
pu esser estesa a tutti, poich i segmenti si mantengono rettilinei.
Si sostituisce il raggio r con il raggio generico da cui:

=G

1.21
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Gli sforzi dovuti alla torsione sono diretti, in ogni punto


della sezione, circonferenzialmente e variano linearmente
con la distanza dall'asse , con valore massimo nella
superficie esterna.

Questa distribuzione accompagnata da una distribuzione


uguale in direzione longitudinale, mentre le altre
componenti sono nulle.

Nota la distribuzione degli sforzi, si pu determinare il legame e il momento applicato M T, calcolando il


momento risultante delle forze agenti sull'intera sezione, che deve essere in equilibrio al momento
applicato:

M T = dA= G dA=G dA
2
M T =G I P
A A A

si ha quindi:

MT
M T =G I P =
GI P

con Ip momento di inerzia polare.


La rotazione tra le due sezioni estreme sar dato da:

l l
MT MTl
= dx= dx =
0 0 GI P GI p

Se durante la torsione la sezione cambia, occorre fare l'integrale.


Gli sforzi di taglio sono dati da:

MT M T
= = =
G GI P IP

lo sforzo massimo si ha per =r, mentre per una sezione circolare :

d
4 MT
d 2 16 M T
I P= max = max=
32 d 4
d3
32

Sezioni circolari cave


I discorsi fatti valgono tutti, ma ovviamente differente IP, dato da:

4 4
I P= ( d d i )
32 e

1.22
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

La distribuzione sempre lineare ma gli sforzi saranno definiti solo tra r e ed ri.
Il vantaggio delle sezioni cave nel minor utilizzo di materiale, che disposto prevalentemente nelle zone
maggiormente sollecitate, e manca nelle zone vicine all'asse dove gli sforzi sono via via minori.

Infatti, supponendo di avere una sezione piena, cava con d i/de=7/8 e una terza cava con di/de=9/10 a parit
di momento torcente MT, applicato a max si ha:
MT=10000Nm, max =100Pa

a) Sezione Piena

max =
16 M T
d 3
d=

3 16 M T
max
=37,07 mm

b) Sezione Cava di=7/8 de


16 M T d e 16 M T 16 M T 7
max = 4 4
= = de=3 =49,74 mm d i= d e =43,52 mm
8
( ) ( ( ))
4 4
( d d ) e i d 7
d 3e 1 i
max 1
d 4
e
8

b) Sezione Cava di=9/10 de


16 M T d e 16 M T 16 M T 9
max = = = de=3 =52,91 mm d i= d =47,62 mm
4 4
10 e
( ) ( ( ))
4 4
( d d )
e i d 9
d 3e 1 i
max 1
d 4
e
10

Il risparmio in peso :

2
d
m A=V A = l
4

(d 2e d 2i )
mB=V B = l
4
2 2
( d e d i )
mC =V C = l
4

a parit di l e :

2 2
mB d e d i
= =0,42
mA d2

mC d 2e d 2i
= 2 =0,39
mA d

1.23
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Sezioni chiuse, a pareti sottili


Nelle sezioni chiuse sottili (<<OA) si pu dimostrare che il prodotto delle tensioni tangenziali per lo
spessore della parete costante, cio la tensione
tangenziale inversamente proporzionale allo spessore
della parete :

1 1 dz= 2 2 dz

da cui

=costante

Il momento torcente MT che agisce sulla sezione sottile


chiusa, come in figura, sar dato da:

M T = OA ds= OA ds= (2 )
S S

dove l'area della linea media della sezione.


Esplicitando :

MT
= 1 FORMULA DI BREDT
2

E' massima dove lo spessore minimo.


Facendo un ragionamento analogo, si pu ricavare anche l'angolo di torsione, la rotazione in seguito alla
torsione, espressa in radianti, per unit di lunghezza del tubo

M T lm M T lm
= = x 2 FORMULA DI BREDT
4G 2 4G 2

dove la rotazione che avvenuta dall'inizio della trave ad una sezione posta a distanza x da
quest'ultima.
Il termine lm il perimetro della linea media.
Talvolta la seconda legge di Bredt si pu trovare scritta come:

M T lm
= q
GIP

dove q detto fattore di torsione (adimensionale), che vale 1 per le sezioni circolari ed >1 per le altre.
Esso ci dice quanto ci stiamo spostando dal comportamento della sezione circolare.

1.24
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Sezioni triangolare equilatera

Si ha che la max in corrispondenza del centro dei lati e vale:

MTl
20 M T =
max =
G a4
3
a3
80

Sezioni ellittiche
La torsione in questa sezione simile a quella circolare, con la differenza che lo sforzo tangenziale massimo
non si ha su tutto il perimetro della sezione, ma, essendo a b, si avr nei punti a distanza maggiore
rispetto al baricentro.

Posto a>b:

M T ( ; y)
=
Ip

essendo (;y)max =a, si ha che:

MT a 2MT
A=max = 2 2
max =
a b a b2
2

mentre

MTb 2MT
B= b=
a 2 b2 a2b
2

Per quanto riguarda infine, l'angolo di torsione dato da:

MT MTL
= =
G IP a 3 b3
G 2 2
a +b

Sezione piana rettangolare


Si ha che le sezioni non si mantengono piane:

purtroppo non si riesce a trovare una


soluzione analitica a questo problema, per
cui occorre approssimare il risultato,
utilizzando le stesse formule dell'ellisse,
sotto le ipotesi

1.25
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

stesso rapporto dei lati a/b = B/H a=b B/H


stessa area ab=BH a= BH / b

eguaglio

2
B BH H H B
b = b 2= b= a =
H b

dove

noti a e b si possono utilizzare le formule dell'ellisse,


questo metodo funzioner, ma non sar molto preciso:
pu andare bene per max ma non per l'andamento delle
nella sezione.

Le sollecitazioni saranno come nella figura precedente, in cui ci saranno anche interne alla sezione.
Mentre per gli spigoli retti e acuti si ha che le sono sempre nulle, per quelli ottusi non sempre cos.

Utilizzando la formula dell'ellisse per la max si ha:

2M T 2M T 2M T 2 M T
a = max = = = max =
a b2 BH 2 BH 2 max con ellisse di De Saint Venant
( B H )
2

Questo metodo dell'ellisse di DSV, ha il difetto di allontanarsi dal comportamento reale delle tensioni della
sezione rettangolare, per determinati rapporti B/H dove B>H.
In particolare funzioner bene per B/H=4, mentre all'allontanarsi di tale rapporto il risultato va a
diventare sempre pi sbagliato.

Per questo motivo, si utilizzano le formule:

MT
a = max =
BH 2

b= a

MT L
= 3
G H B

dove , e sono coefficienti sperimentali in funzione del rapporto di B/H.


Di seguito c' una tabella che riporta i valori di tali coefficienti:

B/H 1 1,5 1,75 2 2,5 4 8


0,208 0,231 0,239 0,246 0,258 0,282 0,307 1/3
0,141 0,196 0,214 0,229 0,249 0,281 0,307 1/3
1,000 0,859 0,820 0,795 0,766 0,745 0,742 0,742

1.26
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Come possiamo vedere dalla tabella, all'aumentare di B/H, i valori dei coefficienti vanno a convergere.
Per B/H=4 si ottiene lo stesso risultato che si sarebbe ottenuto utilizzando il metodo DSV dell'ellisse,
mentre per gli altri valori si commetteranno degli errori non trascurabili per quanto riguarda max.

Per a e non si pu usare la formula dell'ellisse, nemmeno per B/H=4.

Sezione aperte a pareti sottili


Si possono trattare in due modi:
1) si possono calcolare la per ogni tratto, considerandole sezioni rettangolari con B/H= e poi
utilizzare la sovrapposizione degli effetti
2) immaginare di tagliare nella mezzeria della sezione cos da ricondurla a una sezione chiusa a pareti
sottili ed utilizzare le formule di Bredt

Sovrapposizione degli effetti


Consideriamo una generica sezione aperta come quella in figura, composta da n segmenti:

per il segmento generico i si ha:

MT 3M T 3MT
i, max = i

2 = i

2 = 2
i

i B i H i Bi H i S
i i

M T Li 3 MT L 3M T L
i = i

3
= i

3
= i

G i H Bi i G i H B G S i 3i

dove Si>>i ed per questo che stato preso Si /i=, da cui =1/3=.
In generale si ha:

3
i G S i i
MT= i
3L

dalla sovrapposizione degli effetti

n n
G
M T =M T = 3L
i
i S i 3i
i =1 i=1

La sezione ruota tutta insieme, per cui i uguale per tutti e si ha:

n
G
M T= S 3
3L i=1 i i

3MT L
= n
G 3i Si
i=1

lo stesso discorso pu esser fatto per le sollecitazioni tangenziali massime, da cui si ottiene la max per ogni
segmento:

1.27
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

3
3 MT 3 i G Si i G i , max
i , max = = i
i , max =
2
Si i 2i S i 3 L L

Lo sforzo tangenziale massimo si ha quindi lo spessore massimo.


Per l'intera sezione aperta, si ha:

G i , max G i , max 3 M T L 3 M T i , max


max = = n max = n
L L
G 3i Si 3i S i
i =1 i =1

Teoria di Bredt per la sezione aperta


Supponiamo di tagliare in mezzeria la sezione aperta trasformandola in una sezione chiusa cos da poter
applicare la formula di Bredt per sezioni chiuse.

Abbiamo visto che le formule di Bredt per sezioni chiuse sono:

MT M T lm
= = x
2 4G 2

In questo caso lo spessore rappresentato da met 2S, per cui S, mentre sar dato da (b-S)S, da cui

MT MT
= =
2 S (b S ) S 2 S 2 (b S )

M T [2(b S)+2S] x M T bx
= =
4 G[(b S ) S ]2 S 4 G S 3 (b S )2

Se avessimo utilizzato la formula del rettangolo con =1/3 (b/2S=)

MT 3MT 3MT
a = = =
BH 2 b(2S)2 4b S 2

Tensori ed Analisi dello stato di sforzo


Un solido tridimensionale un corpo continuo che occupa una regione dello spazio 3D di volume V, delimitata
dalla superficie S. Una parte della superficie S pu essere vincolata allesterno in modo che gli spostamenti
dei punti appartenenti ad essa siano impediti.

Tensioni
Consideriamo un solido tridimensionale in equilibrio sotto lazione di forze esterne di massa e di superficie.
Lunica ipotesi fatta sul materiale che sia continuo: non vengono considerate le azioni scambiate tra
particelle e a livello di dimensioni molecolari.
Si suppone valida lipotesi di Cauchy secondo cui le forze che si scambiano le parti del corpo in un elemento
infinitesimo di superficie sono riducibili al solo risultante applicato in un punto interno dellelemento stesso.
Per esaminare gli effetti del sistema di forze immaginiamo il corpo diviso in due parti: affinch ciascuna
parte resti in equilibrio bisogna applicare un sistema di forze esterne distribuite sulla superficie di
separazione. Questo sistema di forze equivalente allazione che laltra parte del corpo applicava prima
della recisione.

1.28
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

La fig.1 mostra il corpo tagliato da un piano parallelo al piano yz. la sua giacitura individuata dal versore
nx=[1 0 0] parallelo alla direzione x le cui componenti sono i coseni direttori della retta di direzione x. Se si
considera un elemento di superficie A=yz centrato in un punto P di coordinate P=(x,y,z) e si effettua la
somma di tutte le forze agenti su di esso indicando il risultante con F, si definisce tensione px agente nel
punto P, relativamente alla giacitura di normale nx, il rapporto:

F
p x = lim (1.1)
A 0 A

per lipotesi di Cauchy si deve avere:

M
p x = lim =0 (1.2)
A 0 A

Si preferisce descrivere la tensione in termini delle sue componenti cartesiane: se consideriamo le


componenti di F nella direzione degli assi coordinati, le componenti della tensione sono definite dalle tre
equazioni:

Fx Fy Fz
x = lim xy = lim xz = lim (1.3)
A 0 A A 0 A A 0 A

da cui il vettore px pu essere espresso come

T
p x =[ x xy xz ] (1.4)

Con il passaggio al limite le componenti di tensione sono associate ad un singolo punto P. In generale il
vettore tensione e le sue componenti assumono valori diversi in ciascun punto della superficie di
separazione e ovviamente in ciascun punto del solido cio px = px (x, y, z)= px (P).
Fx e xx sono dirette lungo lasse x normale allarea A e quindi sono chiamate rispettivamente forza
normale e tensione normale. Le forze Fy e Fz e le tensioni xy e xz sono parallele allarea A e sono
chiamate rispettivamente forze e tensioni di taglio o tangenziali. Il primo indice si riferisce alla normale
allarea ed il secondo alla direzione della componente. Questo doppio indice non necessario per le tensioni
normali e generalmente si scrive semplicemente x.
La giacitura di un elemento di superficie individuata dal versore n della direzione normale alla superficie
stessa: una faccia si definisce positiva quando la sua normale diretta verso lesterno del corpo ha lo stesso
verso di uno degli assi coordinati, negativa in caso contrario. Le componenti normali di tensione sono
considerate positive se hanno verso concorde con la normale allelementino, cio risultano uscenti, e
viceversa. Dando un senso fisico a questa convenzione, si dice che sono di trazione se positive e di
compressione se negative. I segni delle componenti tangenziali sono regolati da 2 possibili convenzioni: la
prima afferma che le tensioni sono positive se, agendo su facce positive, hanno verso concorde con gli assi
x, y, z, e se, agendo su facce negative, hanno verso discorde; negative nei casi opposti; laltra convenzione le
considera positive se tendono a provocare una rotazione oraria dellelemento su cui agiscono e viceversa;

1.29
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

questa convenzione verr utilizzata nel caso dei cerchi di Mohr. Si noti che le due convenzioni attribuiscono
segni differenti a stati tensionali uguali.

Tensione al variare del piano di giacitura


Considerato un punto P del solido, i possibili piani di sezione passanti per esso costituiscono un insieme
infinito, definito stella di piani di centro P (fig.2); a loro volta le rette dazione dei versori n che
identificano tali piani costituiscono una stella di rette. Il vettore tensione agente nel punto varia in modulo
e direzione al variare della giacitura n del piano di sezione su cui agisce, cio si ha pn=pn(P,n).
Ad esempio (fig.3) si consideri una barra di materiale omogeneo di sezione quadrata avente superficie pari
ad A e lunghezza l abbastanza grande rispetto al lato della sezione. La barra sia disposta lungo la direzione
x e sia soggetta alle sezioni estreme a due distribuzione di forze di risultante rispettivamente F ed F in
direzione x. Si pu intuitivamente ritenere che la tensione agente su sezioni in prossimit del centro della
barra aventi qualunque giacitura, sia costante in tutti i punti della sezione stessa. Considerando un punto P
al centro della barra:
se si effettua una sezione con un piano di normale parallela ad x, si trova che px parallelo ad x e
che il suo modulo px=F/A. Intuitivamente, per lequilibrio in direzione x, deve essere infatti F=p xA,
da cui px= x= F/A.
se si effettua una sezione con un piano di normale n a 45 rispetto allasse x, si trova ancora che pn
parallelo ad x. In questo caso la superficie generata dal sezionamento ha un area pari a
A/cos(45) e, per lequilibrio in direzione x, deve essere F=pnA/cos(45), da cui pn=pnx=Fcos(45)/A;
se si effettua una sezione con un piano di normale parallela ad y si osserva che la tensione py agente
nulla.

Lo stato tensionale
Per definire lo stato tensionale in un punto del corpo non sufficiente conoscere la tensione agente su una
sola giacitura. Se si effettuano sezioni con piani xz e xy, aventi normali secondo le direzioni coordinate y
(ny=[010]) e z (nz=[001]), e si considerano le forze agenti in modo analogo a quanto mostrato per la direzione
x, si osserva che nel punto P, su detti piani, agiscono le tensioni p y e pz diverse tra loro e da px (fig.4).
In definitiva la tensione agente nel punto P nei tre piani coordinati espressa dai tre vettori:

T T T
p x =[ x xy xz ] p y =[ xy y yz ] p z =[ zx zy z] (1.5a,b.c)

possibile dimostrare che le 9 componenti di tensione presenti nelle eq.(5) sono sufficienti a definire lo
stato di sollecitazione in un punto al variare della giacitura. Usualmente esse vengono riunite nella matrice
che prende il nome di tensore degli sforzi:

[ ]
x yx zx
= xy y zy (1.6)
xz yz z

Nel seguito si mostrer che sono valide le seguenti uguaglianze tra le tensioni tangenziali xy = yx, xz = zx,
yz = zy, per cui le grandezze indipendenti nella (6) si riducono a 6.
Nel S.I. la tensione viene misurata in MegaPascal (MPa) cio N/mm 2 (1 Mpa 0.1 Kg/mm2).
La tensione non pu essere misurata sperimentalmente. Vi sono invece molte tecniche sperimentali che
possono essere usate per misurare deformazioni. In questi casi lo stato di tensione in un punto pu essere
valutato se sono note le relazioni fra tensione e deformazione.

1.30
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Tensione al variare del piano di giacitura


Ci si propone di ottenere la tensione pn agente su un piano di normale n, obliquo rispetto al sistema di assi
coordinati, partendo dalla conoscenza delle tensioni agenti sui piani coordinati. In questo caso sono noti il
tensore degli sforzi e il versore del piano n.
Consideriamo un tetraedro avente tre facce con giaciture parallele agli assi cartesiani (fig.5), aventi area
dAi (i = x, y, z), e una faccia inclinata con normale in direzione n, avente area dA n. Sia n il versore della
direzione n della quale contiene i coseni direttori:

T
n=[ n x ny nz ] (1.7)

deve essere ricordato che una direzione nello spazio pu


essere identificata mediante 2 sole informazioni, ad esempio 2
delle 3 componenti del versore (1.7), essendo la terza
univocamente determinata dal fatto che il versore ha modulo
unitario. Si pu dimostrare che vale la seguente relazione:

ni = d Ai /d An i = x, y, z (1.8)

Il vettore tensione pn pu essere scomposto secondo gli assi di riferimento cartesiani (fig.5):

T
p n=[ p nx p ny pnz ] (1.9)

o secondo le direzioni normale e parallela (tangenziale) al piano:

T
p n=[ n n] (1.10)

Da un punto di vista ingegneristico le componenti normale e tangenziale sono pi significative in quanto


costituiscono sollecitazioni fisicamente differenti sul materiale. Le componenti cartesiane vengono ricavate
solo come passaggio intermedio per ottenere le componenti normale e tangenziale.

Le componenti cartesiane di pn
Mettiamo in relazione le componenti cartesiane di pn con il tensore degli sforzi . Le equazione di equilibrio
alla traslazione del tetraedro nelle tre direzioni coordinate possono essere scritte in forma matriciale
come segue:

1.31
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

pn dAn px dAx py dAy pz dAz = 0 (1.11)

ricordando che le forze agenti sulle facce si ottengono moltiplicando le tensioni per le superfici su cui
agiscono e che il segno attribuito a ciascuna forza coincide con il segno della faccia su cui agisce (in questo
caso le facce di direzione parallele agli assi cartesiani sono negative). Dividendo per A n e ricordando la (8) si
ottiene:

pn = px nx + py ny + pz nz = 0 [ pn= p j n j ] (1.12)

La (12) scritta per esteso fornisce:

[ ][ ] [ ] [ ]
pnx x yx zx
p n= pny = xy n x + y n y + zy nz (1.13)
pnz xz yz z

da cui

[ ] [ ][ ] [ ]
pnx x yx zx nx x n x + yx n y + zx n z
p n= pny = xy y zy ny = xy n x + y n y + zy n z (1.14)
pnz xz yz z nz xz n z + yz n y + z nz

cio:

pn = n [ pn= ij n j ] (1.15)

Il modulo del vettore pn dato da:

pn i = ( x nx + yx n y + zx n z ) +( xy nx + y n y + zy n z ) +( xz nx + yz n y + z nz )

2 2 2 2
pn = (1.16)
i=x , y , z

La componente normale di pn
La componente di pn lungo la direzione n si ottiene effettuandone la proiezione con la nota espressione del
prodotto scalare fra vettori:

n= n pn= ni p n i =n x p nx +n y pny + n z p nz (1.17)


i=x , y , z

nella quale il soprasegno significa trasposto. Ricordando la (15), la (17) pu essere riscritta come

n= n pn= n n (1.18)

che, per esteso, fornisce:

2 2 2
n= x n x + y n y + z nz + 2 xy nx n y +2 yz n y nz +2 xz n x n z n= ij ni n j (1.19)

bene ricordare che nella relazione (19) le componenti di tensione cartesiane sono funzioni dello spazio,
ma, fissato il punto nel quale si considera lo stato tensionale, sono valori costanti, mentre i termini variabili
sono le componenti del versore n. Poich, come detto, le componenti indipendenti del versore indipendenti
tra loro sono 2, il valore di n (19) una funzione di due variabili.

1.32
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Per ottenere n, il vettore componente di pn in direzione n, basta moltiplicare la componente n per il


versore n ottenendo le seguenti relazioni:

n= n n= n = n p n n= n n n (1.20)

La componente tangenziale di pn
La componente di pn lungo la direzione tangenziale si ottiene come differenza tra il vettore p n stesso e il
componente normale n:

n = pn n= p nn p n n= n n n n (1.21)

In base alle (15) e (20) o al termine a destra della (21) questa relazione pu essere riscritta come segue:

n= n nn=( In) n = Snn (1.22)

essendo

[ ]
x n yx zx
S n=I n = xy y n zy (1.23)
xz yz z n

Scritta per esteso la (22) fornisce:

[ ][ ][ ]
nx x n yx zx nx
n = ny = xy y n zy ny (1.24)
nz xz yz z n n z

La direzione del vettore n pu essere esplicitata mediante le componenti del suo versore n. Tenuto conto
delle (20), (16) e (19), il modulo e il versore del vettore n, possono essere scritti come:

n
2
n = nj n' = (1.25a,b)
j =x , y , z n

Direzioni principali
Supponiamo di tagliare il cubetto della fig. 1.4 mediante un piano orientato secondo la sua normale v. Si
ottiene un solido di forma tetraedrica, detto tetraedro di Cauchy ( di dimensioni infinitesime).

Sulla faccia di taglio, si avr una forza risultante TV.


Questa pu essere scomposta secondo il sistema di riferimento
adottanto (x, y, z), tenendo conto della giacitura V:

v= (vx i + vy j + vz k)

Ponendo come dS la superficie ABC del tetraedro, si ha che:

{ }
Area ( PBC )= Area ( ABC ) z =dS z
Area ( PAB)= Area( ABC ) y =dS y
Area( PAC )= Area( ABC) x =dS x

1.33
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Imponendo ora l'equilibrio alla traslazione in x, y e z. Per valutare l'equilibrio del tetraedro si considerano
sia le forze di contatto (o di superficie) interne scambiate con il resto del corpo, sia la forza di volume
(azioni esercitate dall'ambiente su ciascun elemento di volume in cui si pu suddividere il corpo) agente sul
tetraedro bdV.
possibile risalire alle forze di contatto agenti sulle facce del tetraedro, moltiplicando ciascun vettore di
tensione e per l'elemento di area su cui agisce.

Imponendo l'equilibrio alla traslazione in x si ottiene:

T dS xx dS x yx dS y zx dS z +bdV =0
x

1
T dS xx dS x yx dS y zx dS z +b dS h=0
x
3

1
T = xx x + yx y zx z + bh
x
3

ma siccome sappiamo che h un valore infinitesimo, essendo il tetraedro infinitesimo, il termine 1/3 bh
trascurabile.
Analogamente, per l'equilibrio in y e z si avr:

T = xx x + yx y zx z = i ix
x
i

T = xy x + yy y zy z = i iy
y
i con i = x, y, z

T = xz x + yz y zz z =i iz
z
i

Con la notazione compatta si pu scrivere la relazione di Cauchy:

T = ji j
i
con i,j = x,y e z

Se si vuole conoscere le sollecitazioni y in direzione v, occorre utilizzare l'equazione vettoriale:

= T =T x +T y +T z
x y z

=( xx x + yx y + zx z ) x +( xy x + yy y + zy z ) y +( xz x + yz y + zz z ) z

= xx x+2 xy y x +2 xz z x + yy y +2 yz z y + zz z
2 2 2

il sistema di assi vx,, vy, vz dato da

x y z
x = y = z=

essendo versori dove |v| il loro modulo uguale a 1, da cui si ha che vx,=x vy,=y vz=z.
Sostituendo:

2 2 2
= xx x +2 xy xy+2 xz xz+ yy y +2 yz yz+ zz z

1.34
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Questa non altro che l'equazione di una quadrica. Nelle direzioni principali (sistema principale), sappiamo
che i termini ij= 0 e rimangono solo le sollecitazioni principali ortogonali, per cui ruotando opportunamente il
sistema, dall'equazione di v si potranno eliminare i termini misti:

2 2 2
= 1 x + 2 y + 3 z

dove xx ,yy e zz li abbiamo sostituiti con le sollecitazioni principali 1 ,2 e 3.


In condizioni di sistema principale si ha:

{ }
T
x= x= x

{ }
T = 1 x 1
x

T
T = 2 y
y y= y = y

2
T = 3 z
z T
z= z = z

essendo vx,, vy, vz dei versori, si ha:

2 2 2
2
x
2
+ + =1
y
2
z ( ) ( ) ( )
T T
1 + 2
x y
T
+ =1
3
z

Questa l'equazione di un ellissoide, detto ellissoide di


Lam, o ellissoide delle sollecitazioni, in cui 1 ,2 e 3 sono i
semiassi.
Gli assi dell'ellissoide forniscono quindi le direzioni principali.

L'ellissoide delle sollecitazioni il luogo dei punti che


racchiude la punta di TV per ogni giacitura v.

Le direzioni principali sono le direzioni dei versori dei piani sui quali le tensioni tangenziali risultano nulle,
dove cio si verifica:

n= n Sn =0 (1.26a)

cio:

[ ][]
x n yx zx nx
xy y n zy = n y (1.26b)
xz yz z n nz

Le (26) costituiscono un sistema di equazioni lineari omogeneo nelle variabili n x, ny ed nz; essendo incognito
anche il valore n associato a ciascuna soluzione del sistema. Affinch il sistema (26) ammetta soluzioni
diverse da quella identicamente nulla, deve essere:

Det(Sn)=0 (1.27)

Sviluppando la (27) si ottiene la cosiddetta equazione secolare o degli autovalori che permette di valutare i
valori n

1.35
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

3 2
nI 1 n+ I 2 nI 3 =0 (1.28)

essendo I1, I2 e I3 gli invarianti della matrice cos definiti:

2 2 2
I 1= x + y + z I 2= x y + y z + z x xy yz xz
2 2 2 (1.29a-c)
I 3= Det ( )= x y z +2 xy yz xz x yz y xz z + z xy

Fissato il punto del solido, al variare dellorientamento della terna x, y, z, tutte le componenti della matrice
assumono valori differenti, mentre le quantit (29) rimangono invariate.
Lequazione secolare (28) ammette 3 radici reali indicate con 1, 2 e 3. Tali valori di tensione sono detti
tensioni principali. Sostituendo uno alla volta questi valori nella (26) possibile ottenere i versori delle
corrispondenti direzioni principali n1, n2, n3. Se le tensioni principali sono distinte si pu di mostrare che
sono ortogonali a due a due. Se due tensioni principali coincidono, tutte le direzioni ortogonali allaltra sono
direzioni principali (es. 1=2 e 30, tutte le direzioni normali ad n3 sono direzioni principali). Se 1=2=3
tutte le direzioni uscenti dal punto sono principali. I tre valori scalari delle tensioni principali e i tre versori
sono rispettivamente gli autovalori e gli autovettori della matrice , per cui, per la loro determinazione,
conveniente utilizzare gli algoritmi appositamente sviluppati nel campo del calcolo numerico.
Se si sceglie una terna di riferimento cartesiana i cui assi coincidono con le direzioni principali nel punto
considerato del solido, la matrice diventa:

[ ][ ]
x 0 0 1 0 0
= 0 y 0 = 0 2 0 (1.30)
0 0 z 0 0 3

La (14), che consente di ottenere la tensione agente sulla generica giacitura n, si trasforma come segue:

[ ] [ ][ ]
p n1 1 0 0 n1
pn = p n2 = 0 2 0 n2 (1.31)
p n3 0 0 3 n3

La componente normale (19) diventa:

2 2 2
n= 1 n1+ 2 n 2+ 3 n3 (1.32)

La componente tangenziale, utilizzando la (24), diventa:

2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2
n =1 n1 + 2 n 2+ 3 n3( 1 n1+ 2 n2 +3 n3 ) (1.33)

oppure:

2 2 2 2 2 2 2 2 2 2
n =( 1 2 ) n1 n2+( 2 3) n 2 n3+( 3 1) n3 n1 (1.34)

Cerchi di Mohr
Il cerchio di Mohr una rappresentazione grafica dello stato di tensione interna in un punto. La
rappresentazione costruita riportando su un opportuno piano, detto piano di Mohr, le componenti normali
e tangenziali dello stato di tensione su una generica giacitura passante per il punto.

1.36
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Fissato un punto del solido, si consideri una terna di riferimento (x 1, x2, x3) con gli assi paralleli alle
direzioni principali. In tale riferimento il tensore diventa quello descritto dalla (30). Si consideri il fascio di
piani i cui versori n sono perpendicolari a x3 (fig.6): essendo n3=0, le eq.(32) e (34) assumono la seguente
forma

n = 1n1 + 2n2 n =(1 -2)n1n2 (1.35, 36)

Se 1 langolo che il versore n forma con lasse x1 si ha:

n1 =cos1, n2=sen 1, n12 + n22 =1; (1.37,38,39)

Se si introducono nelle (35) e (36) vari valori di 1 e si riportano le e ottenute


su un piano cartesiano di assi x=n ed y=n, i punti ottenuti si dispongono su una
circonferenza come si vede, ad esempio, in fig.7. Lequazione di tale circonferenza
si ottiene eliminando n1 ed n2 dalle (35, 36), nelle seguenti forme:

( n 1 )( n 2)+ n= 0 (1.40a)
2

2 2

( n
2 ) (
1+ 2 2
+ n n
1 2
2 )
=0 (1.40b)

Le (40) sono le equazioni di una circonferenza nel piano n-n, detta Cerchio di Mohr (la (a) del tipo (xa)
(xb)+ y2=0 ) i cui punti sono i valori di n e n che si ottengono al variare della direzione n (cio dellangolo
1). La circonferenza ha il centro sullasse n in posizione (1+2)/2 e raggio pari a (12)/2. Questo valore
coincide con quello della massima tensione tangenziale nel punto max=(12)/2, che agisce nel piano a 45
rispetto ad n1 (1=45).

Introducendo le (37,38) nella (36) si ottiene questa equazione:

2 n
2 sen 1 cos 1= sen 2 1= (1.41)
1 2

dalla quale si osserva che langolo 1 formato tra la direzione principale n1 e la normale al piano le cui
tensioni sono rappresentate dal punto prescelto del cerchio di Mohr (ad es. A in fig.8), pari alla met
dellangolo formato tra il raggio del cerchio passante per il punto e lasse orizzontale n. Se si considerano
due punti qualunque del cerchio di Mohr, langolo formato tra i raggi passanti per essi sono pari al doppio
dellangolo formato tra i versori dei piani di cui i due punti rappresentano lo stato tensionale. In particolare
se le normali dei due piani formano un angolo di 90 i punti rappresentativi n, n risultano diametralmente
opposti (a 180) (ad es. A e B in fig.8).

1.37
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Ovviamente per tracciare il cerchio di Mohr necessario conoscerne


alcuni parametri. Non necessario conoscere le tensioni e le direzioni
principali, anzi il caso tipico quello nel quale si conosce lo stato
tensionale su due piani non principali disposti a 90, purch la direzione
del fascio a cui i due piani appartengono sia principale. In questo caso,
essendo i punti corrispondenti diametralmente opposti sul cerchio di
Mohr, possibile lidentificazione del centro e del diametro. Si ricorda
che la convenzione relativa al segno delle tensioni tangenziali nel cerchi
di Mohr prevede che esse siano considerate positive se tendono a
provocare una rotazione oraria dellelemento su cui agiscono e viceversa.

Sul cerchio di Mohr possibile identificare un punto N detto polo delle normali (fig.9) che gode di una utile
propriet. A partire da due punti diametralmente opposti del cerchio di Mohr si tracciano due rette a e b
parallele ai versori dei piani cui i punti si riferiscono (ad es. gli assi x ed y); il punto di intersezione di tali
rette N e gode della seguente propriet: la congiungente di tale punto con un punto C (qualsiasi) del
cerchio forma con a un angolo pari allangolo formato tra il versore parallelo ad a e il versore del piano cui si
riferisce C.

Le fig.9-13 si riferiscono a vari casi di sollecitazione


caratterizzati da differenti combinazioni delle tensioni
principali. In particolare vengono mostrati il cerchio di Mohr,
lelementino con i lati i cui versori sono paralleli agli assi x ed y e
le corrispondenti tensioni e un elementino con i lati i cui versori
sono paralleli alle direzioni principali e le tensioni (principali)
agenti. I cerchi sono tracciati a partire dalle tensioni agenti sui
piani di normale x ed y (ritenute note) e rappresentati nei punti
A e B del cerchio e le direzioni principali sono ottenute
utilizzando il polo delle normali.

In modo del tutto analogo a quanto fatto per il fascio di piani avente per asse x 3 (fig.7), possibile
tracciare i cerchi di Mohr per i piani i cui versori n sono perpendicolari a x 1 e ad x2. I 3 cerchi (fig.14-16)
risultano tangenti a due a due in corrispondenza dei punti rappresentativi delle tensioni principali. Il cerchio
pi esterno rappresentativo degli stati di sollecitazione pi onerosi, cui corrisponde la massima tensione
tangenziale. In particolare nelle fig.16-17 si pu osservare che il fascio di piani pi pericoloso quello di
asse x2 contenente le tensioni principali 1 e 3. Tutte le altre possibili coppie n e n, relative alle giaciture
non facenti parte dei tre fasci rappresentati dai cerchi di Mohr, sono comprese allinterno dellarea
compresa tra i 3 cerchi, che prende il nome di arbelo di Mohr. I cerchi di Mohr costituiscono una
rappresentazione bidimensionale dello stato di tensione comoda e completa.

1.38
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Ovviamente le informazioni su n e n contenute nei 3 cerchi sono relative ai soli 3 fasci di piani aventi per
asse le direzioni principali, mentre le informazioni contenute nelle (19) e (25) o (32) e (33) sono relative alla
stella che comprende tutte le direzioni che passano per il punto, tuttavia esse richiederebbero una
rappresentazione costituita da 2 superfici definite rispettivamente nello spazio n, nx, ny e n, nx, ny
decisamente poco pratica. Il fatto che nei cerchi di Mohr siano rappresentati i fasci contenenti le tensioni
massime e minime rende superflua la rappresentazione di quanto accade nelle altre giaciture per le
applicazioni pratiche.

Se la terna di riferimento scelta tale che la direzione z non principale, come in fig.15, ancora possibile
tracciare dei cerchi di Mohr rappresentativi dello stato tensionale. In questo caso per, in corrispondenza
delle intersezioni di ciascun cerchio con lasse n, si vengono a determinare le cosiddette tensioni principali
secondarie i.
Nelle giaciture di tali tensioni risultano nulle le tensioni tangenziali ortogonali allasse del fascio cui il
cerchio di Mohr si riferisce, cio parallele al piano in cui le tensioni principali secondarie agiscono, ma sono

1.39
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

diverse da zero quelle parallele allasse del fascio, tratteggiate nellesempio di fig.15.
Infine utile notare che se 2 tensioni principali sono uguali il cerchio di Mohr avente per fascio laltra
direzione degenera in un punto. Nel caso di sollecitazioni nelle quali tutte e 3 le tensioni principali sono
uguali, definito stato tensionale idrostatico, tutti cerchi di Mohr degenerano nello stesso punto.

Stato di tensione piano


Lo stato di tensione nel punto P di un solido si dice piano se il vettore di tensione pn si mantiene parallelo ad
un piano fisso al variare di n. In questo caso, se si assume una terna di riferimento con gli assi x ed y
paralleli a tale piano, la matrice assume la seguente forma

[ ]
x yx 0
= xy y 0 (1.42)
0 0 0

essendo le componenti di tensione in direzione z nulle, cio z=yz=xz=0. Si noti che zx e zy, anche se
parallele al piano xy, sono nulle per il principio di reciprocit essendo xz=yz=0. Per lo stesso motivo z risulta
essere direzione principale. I cerchi di Mohr di fasci x ed y passano per lorigine degli assi essendo z=0. In
questo caso lorientazione delle direzioni principali pu essere identificata tramite un solo parametro, cio
langolo 1 tra la direzione 1 e lasse x.
Si noti che lo stato di tensione sempre piano sulle superfici non sollecitate da forze esterne. In tal caso,
infatti, le tensioni agenti su di esse risultano nulle e la direzione normale ad esse anche direzione
principale.
Gli invarianti (29) assumono la seguente forma:

2
I 1= x + y I 2 = x y xy I 3= Det ( n)=0 (1.43)

e lequazione secolare (28) pu essere risolta nel modo seguente:

(
2
1 = x + y =
[ ]
2 2 2 )
x y
+ xy (1.44)
2

In questo caso si assunta come direzione 3 quella per la quale la tensione principale nulla ( 3=0).
Leq.(19) che permette di determinare la tensione normale agente in una giacitura generica n si semplifica
come segue:

2 2
n= x n x + y n y + 2 xy nx n y (1.45)

In caso di stato di tensione piano, inoltre, le componenti n e n agenti su un piano ortogonale alla direzione
z, la cui normale forma un angolo con lasse x, ponendo n x=cos, ny=sin, possono essere espresse anche
come:
x + y x y x y
n= + cos 2+ xy sin 2 n = sen 2+ xy cos 2 (1.46,47)
2 2 2

A sua volta, langolo 1 formato dallasse x e la direzione principale n1 dato dalla seguente espressione:

1.40
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

1 1 2 xy
1= tan (1.48)
2 x y

Ricordando che il valore della tensione tangenziale massima pari al raggio del cerchio di Mohr
max=(12)/2, utilizzando la (44), si ottiene:

( )
2
x y
max = + 2xy (1.49)
2

Se si scelgono gli assi x ed y coincidenti con le direzioni principali (x1, y2) le espressioni (42) e
(46,47,49) si modificano come segue:

[ ]
1 0 0
= 0 2 0 (1.50)
0 00

1 2 1 2
(1.51-53)
2 2
n= 1 cos 1+ 2 sin 1 n = sen 2 1 max =
2 2

In fig.17 sono mostrati cerchi di Mohr rappresentativi di due casi di stato di tensione piana. Si osserva
come 2 cerchi risultano sempre tangenti in corrispondenza dellorigine.
Un caso importante quello di stato di tensione puramente tangenziale i cui cerchi di Mohr sono
rappresentati nelle fig.11 e 14 e riproposti in modo completo in fig.18. In questo caso esistono due piani
ortogonali sui agisce solo una tensione tangenziale m, come nel caso della torsione pura (fig.19). Le tensioni
principali agiscono su piani formanti un angolo pari a /4 con la direzione della m e risultano essere
rispettivamente 1=m e 2=1. La tensione tangenziale m quindi la massima nel punto al variare della la
giacitura e risulta pari alla massima tensione principale. Lo stato di tensione puramente tangenziale quello
per il quale il rapporto la tensione tangenziale massima e la massima tensione principale , cio m/1, il pi
grande possibile, essendo, in particolare, pari ad 1.
Con opportuna scelta degli assi cartesiani, la (42) si trasforma nella (54) e la (50) nella (55):

[ ] [ ]
0 yx= m 0 1 = xy 0 0
= xy= m 0 0 = 0 2 = 1= xy 0 (1.54,55)
0 0 0 0 0 0

1.41
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Versori, coseni direttori e coordinate sferiche


opportuno fornire alcune precisazioni riguardanti luso dei versori per la determinazione della giacitura
rispetto alla quale si desidera valutare il vettore tensione. In fig.20 mostrato un esempio di versore nel
piano (fig.20a) e un esempio di versore nello spazio (fig.20b).
Le componenti del versore di una direzione sono pari ai coseni direttori della retta parallela alla direzione
stessa e sono posti in funzione degli angoli , e formati dal versore con gli assi di riferimento x, y, z
mediante la ovvia relazione

[ ][ ]
nx cos
n= n y = cos (1.56)
nz cos

Le convenzioni sul verso di misura degli angoli sono mostrate in fig.20. interessante notare che ai fini
dellidentificazione della giacitura del piano su cui agisce la tensione, il verso del versore non ha rilevanza,
cio un versore e il suo opposto, ottenibile cambiando di segno tutte le componenti, identificano la stessa
direzione.
Nel caso piano, come gi visto in precedenza, la determinazione delle componenti del versore secondo una
direzione desiderata molto semplice (fig.20c). Infatti, ricordando che in questo caso sufficiente
considerare un solo angolo, ad esempio langolo in quanto langolo risulta pari a 90, si ottiene:

[ ]
cos
n= sen (1.57)
0
Nel caso tridimensionale lidentificazione delle componenti di n tramite i coseni direttori decisamente
meno agevole (fig.20b). Spesso pu essere opportuno utilizzare le coordinate sferiche nelle quali la
direzione pu essere identificata per mezzo degli angoli e mostrati in fig.20d. In particolare ()
langolo che la proiezione del versore sul piano xy forma con lasse x (detto azimut) e (0) langolo
che il versore forma con lasse z (detto elevazione). In questo caso, con semplici considerazioni
trigonometriche, possibile mostrare che il versore n assume la seguente forma:

[ ]
sin cos
n= sin sin (1.58)
cos

Come ovvio e facilmente verificabile, i moduli dei versori espressi dalle (57-58) sono unitari.
utile anche la relazione che lega gli angoli e agli angoli , , .

1.42
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

[ ][ ( ) ]
n
[] = tan

( )
1 cos
cos =
tan1 y
nx (1.59)
1
cos (n z )

Una direzione di un certo interesse quella della trisettrice, cio la retta che forma uguali angoli con tutti
e tre assi coordinati (fig.21). utile notare che, mentre nel caso piano, la bisettrice degli assi x ed y forma
con detti assi un angolo di 45, nel caso tridimensionale, la trisettrice del 1 quadrante forma con gli assi
angoli ===54.74. Ci facilmente dimostrabile dovendo essere 1 = (n x2 + ny2+ nz2)0.5 = (n2 + n2+ n2)0.5 = (3n2 )
0.5
, da cui risulta n=(1/3)=0.5774 ed ===cos1(0.5774)=54.74. La trisettrice del 1 quadrante pu
essere identificata con angoli e pari rispettivamente a =45 e =54.74 (=0.7854 rad, =0.9553
rad). Si noti che le trisettrici dei 4 quadranti non sono mutuamente ortogonali.

Leggi di trasformazione degli assi

Come detto, fissato il punto del solido, le componenti della


matrice assumono valori differenti al variare
dellorientamento della terna di riferimento. Nel caso
bidimensionale, se xy e x y sono due sistemi di assi con
origine coincidente nel punto del solido, giacenti nello
stesso piano e formanti un angolo positivo se antiorario
(fig.21), ponendo m=cos e n=sen, le componenti
cartesiane della tensione riferite al secondo sistema di
assi possono essere espresse in funzione di quelle riferite al primo mediante la seguente relazione:

[ ][ ][ ]
2 2
x ' m n 2 mn x
y' = n
2
m
2 2 mn y (1.60)
2 2
x' y' mn mn m n xy

Nel caso tridimensionale, siano xyz e x y z due sistemi di assi con origine coincidente e ruotati tra loro di
3 angoli indipendenti nel caso pi generale, come in fig.22. Il tensore degli sforzi x y z in assi x y z ruotati
rispetto agli assi iniziali xyz pu essere ottenuto a partire dal tensore xyz (6) con la seguente relazione

[ ] [ ]
x ' y ' x ' z ' x' x yx zx
T
x' y' y ' z ' y ' =N xy y zy N (1.61)
x' z ' y ' z ' z ' xz yz z

nella quale la matrice di rotazione N pu essere espressa come

1.43
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

N =[n x ' ny' n z' ] (1.62)

essendo nx, ny ed nz i versori delle rette parallele agli assi x y z con le componenti espresse rispetto agli
assi xyz, cio

[ ] [ ] [ ]
cos x ' cos y ' cos z'
n x' = cos x ' n y ' = cos y ' n z ' = cos z ' (1.63a-c)
cos x ' cos y ' cos z'

Nelle (63) x, x e x sono rispettivamente gli angoli formati tra gli assi x, y e z e lasse x , y, y e y gli
angoli tra gli assi x, y e z e lasse y, z, z e z gli angoli tra gli assi x, y e z e lasse z (fig.22). In base alle
(63) N assume la seguente forma

[ ]
cos x ' cos y ' cos z '
N = cos x ' cos y ' cos z ' (1.64)
cos x ' cos y ' cos z '

I nove angoli presenti nelle (63-64) sono dipendenti tra loro in quanto i 3 assi cui fanno riferimento sono
mutuamente ortogonali. La posizione relativa dei due sistemi dassi pu essere identificata mediante 3 soli
angoli indipendenti, ad esempio i 3 angoli definiti di imbardata (yaw) , beccheggio (pitch) e rollio (roll)
mostrati in fig.23. Il verso degli angoli positivo se antiorario (guardando langolo dalla punta dellasse
di rotazione, ovvero se

viene rispettata la regola della mano destra): ad esempio in fig.23 gli angoli e sono positivi, mentre
langolo negativo. Utilizzando la (58) possibile dimostrare che i versori degli assi x y z possono
essere posti in relazione con gli angoli , e mediante le seguenti relazioni:

[ ][ ] [ ][ ]
cos x ' cos ' cos ' cos y' cos ' sin ' sin ' sen ' cos '
n x' = cos x ' = sin ' cos ' n y' = cos y' = sin ' sin ' sin ' +cos ' cos '
cos x ' sen ' cos y' cos ' sin '
(1.65a-c)

[ ][
cos z '

]
cos ' sin ' cos ' +sen ' sin '
nz '= cos z ' = sin ' sin ' cos 'cos ' sin '
cos z ' cos ' cos '

da cui la matrice N pu essere riscritta come

1.44
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

[ ]
cos ' cos ' cos ' sin ' sin ' sen ' cos ' cos ' sin ' cos '+ sen ' sin '
N = sin ' cos ' sin ' sin ' sin '+cos ' cos ' sin ' sin ' cos 'cos ' sin ' (1.66)
sen ' cos ' sin ' cos ' cos '

Tensioni ottaedriche, tensori idrostatico e deviatorico, invarianti


I 4 piani le cui normali sono parallele alle trisettrici degli assi principali sono detti piani ottaedrici (fig.24).
Tale definizione nasce dal fatto che disegnando 2 coppie di piani simmetrici rispetto allorigine degli assi
per ciascuna delle 4 trisettrici si genera un ottaedro (similmente a come, disegnando 3 coppie di piani
simmetrici rispetto allorigine per ciascuna delle tre direzioni principali si genera un cubo).
Come visto nel precedente paragrafo, le trisettrici delle direzioni principali formano con gli assi principali
angoli uguali di 54.74, per cui i versori n che identificano i piani corrispondenti hanno ciascuna componente
pari a n=(1/3)=0.5774 in valore assoluto. Utilizzando le equazioni (31) e (32) o (33), che consentono di
ottenere le tensioni per assegnata giacitura, si pu mostrare che le tensioni normali e tangenziali agenti sui
piani ottaedrici (fig.24), dette tensioni ottaedriche, sono date dalle seguenti equazioni:

1 + 2+ 3 1
h=
3
h=
3
( 1 2)2+( 2 3)2 +( 1 3 )2 (1.67,68)

La (68) pu essere scritta anche come

h =
2 2+ 2 + 2( + + ) (1.69)
1 2 3 1 2 2 3 1 3
3

o, in coordinate cartesiane, come

h =
2 2 + 2 + 2( + + )+3( 2 + 2 + 2 ) (1.70)
x y z x y y z x z xy yz xz
3

interessante osservare che la h e la h possono essere riscritte in funzione del primo e del secondo
invariante delle tensioni (29a,b) come segue:

1
h= I 1 h=
2 I 2+3I 2 (1.71,72)
1 2
3 3

Unaltra caratteristica interessante delle tensioni ottaedriche riguarda il fatto che esse sono legate a
valori medi delle tensioni agenti nel punto, valutati rispetto a tutte le giaciture, cio considerando le

1.45
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

direzioni che si ottengono al variare degli angoli e in tutto il loro campo di definizione. In particolare,
dalla (67) si osserva che la tensione h pari alla media delle tensioni principali med, mentre dalla seguente
relazione


2
1
h = ( , )2 sin d d (1.73)
4 0 0 n

si osserva che la tensione h pari al valor quadratico medio delle tensioni tangenziali che agiscono secondo
tutte le giaciture.

Tensore idrostatico, deviatorico e invarianti


Nel caso in cui le tre tensioni principali agenti in un punto del solido sono uguali e pari ad un valore costante
0, cio si ha 1=2=3=0, facile verificare che per qualunque giacitura n passante per il punto si ha
n=0=h e n=h=0.
Questo stato tensionale si definisce stato di tensione idrostatico.
Come si vedr nellapposito capitolo, questo tipo di sollecitazione importante nello sviluppo delle teorie
relative alla resistenza dei materiali soggetti a tensioni, in quanto, in generale, i materiali possono
sopportare tensioni idrostatiche estremamente maggiori di quelle monoassiali. Da questa osservazione
sperimentale si ricava il fatto che gli stati tensionali sono tanto pi pericolosi quanto pi si differenziano
rispetto a quello idrostatico. Qualunque stato tensionale pu essere scomposto nella somma di uno stato
tensionale idrostatico e di un altro dato dalla differenza tra lo stato di tensione originale e quello
idrostatico stesso:

[ ][ ][ ]
x yx zx 0 0 0 x 0 yx zx
= xy y zy = 0 0 0 + xy y 0 zy (1.74)
xz yz z 0 0 0 xz yz z 0

Nel caso in cui la tensione idrostatica scelta pari alla media delle tensioni principali, ovvero alla tensione
ottaedrica, cio

1+ 2+ 3 x + y + z I 1
0= = = = h= med (1.75)
3 3 3

il secondo stato tensionale definito deviatorico e si ha:

[ ][ ][ ][ ][ ]
x yx zx h 0 0 x h yx zx h 0 0 ' x yx zx
= xy y zy = 0 h 0 + xy y h zy = 0 h 0 + xy ' y zy (1.76)
xz yz z 0 0 h xz yz z h 0 0 h xz yz ' z

nella (76) le tensioni i (i=x,y,z) sono dette tensioni ridotte

i '= i h (1.77)

Se ci si riferisce alle tensioni principali, la (76) pu essere scritta come

[ ][ ][ ]
1 0 0 h 0 0 '1 0 0
= 0 2 0 = 0 h 0 + 0 ' 2 0 (1.78)
0 0 3 0 0 h 0 0 '3

1.46
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

In definitiva le (74-78) mostrano che il tensore rappresentativo di qualsiasi stato tensionale pu essere
scomposto nella somma dei tensori idrostatico e deviatorico.
possibile definire degli invarianti anche per le tensioni ridotte:

J 1 = ' 1+ ' 2+ ' 3= ' x + ' y + ' z


1 2 1
J 2= I 1 + I 2= [ ( 1 2) +( 2 3) +( 1+ 3 ) ]
2 2 2
3 6 (1.79a-c)
1 2 3
J 3= I 3+ I 1 I 2+ I 1
3 27

Utilizzando le definizioni (79) e ricordando le (71-72) possibile dimostrare che la tensione tangenziale
ottaedrica proporzionale allinvariante J2, quindi le espressioni delle tensioni ottaedriche possono essere
sintetizzate con le seguenti relazioni:

1
h= I 1
3
h=
2
J
3 2
(1.80,81)

1.47
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

EQUAZIONI DELLO STATO TENSIONALE

Tensore Tensore Stato Piano

[ ] [ ] [ ] [ ]
10 0 x yx zx 10 0 x yx 0
= 0 2 0 = xy y zy = 0 2 0 = xy y 0
0 0 3 xz yz z 0 0 0 0 0 0

Invarianti Invarianti nel piano


2
I 1= x + y + z I 1= 1+ 2 = x + y I 2 =1 2= x y xy
I 2 = x y + y z+ z x 2xy 2yz 2xz Equazione Secolare
I 3= x y z + 2 xy yz xz x 2yz y 2xz z + z 2xy 3 2
n I 1 n+ I 2 n I 3

Versore nello spazio e nel piano Coordinate Sferiche

[ ][ ][ ] [ ][ ( ) ]
n
nx cos sin cos
n= n y = cos = sin sin
[ ]
cos
n= sen
[]
= tan

1 cos
cos =
tan1 y
( )
nx
nz cos cos 0 1
cos (n z )

Tensioni sul piano di normale n (1 = angolo tra la direzione n e la direzione 1; = angolo tra la direzione n e la direzione x)

n= n pn n n = p n n n
2
pn = n n = n p n = n n nn n = nj n' =
n= n n nn n = n n= n n n n j =x , y , z n

2 2 2 2 2 2
n= 1 n1+ 2 n 2+ 3 n3 n= x n x + y n y + z nz + 2 xy nx n y +2 yz n y nz +2 xz n x n z
2 2 2 2
n= 1 n1+ 2 n 2 n= x n x + y n y + 2 xy nx n y
1 + 2 1 2 x + y x y
n= + cos2 1 n= + cos 2 + xy sin 2
2 2 2 2
2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2
n =1 n1 + 2 n 2+ 3 n3( 1 n1+ 2 n2 +3 n 3 ) =( 1 2) n1 n 2 +( 2 3 ) n2 n 3+( 3 1) n 3 n1

n =( 1 2 )n1 n2 n =
1 2
2
sen 2 1 n = ( x y
2
sen 2 xy cos2 )
Cerchi di Mohr
2 2

( n 1 )( n 2)+ n= 0
2
( n
1+ 2
2
2
)
+ n n
1 2
2
=0 ( )
Tensioni normali caso piano Tensioni tangenziali caso piano

(
2 2 2

( n
1+ 2
2 ) ( 2
+ n n
1 2
2
=0 ) max =
1 2
2
=
x y
2
2
+ xy )
1+ 2 1 2 1 2 1
sin 2 1= ( 1 2 ) ( x y )
2 2
xy = cos 2 1 xy=
2 2 2 2

Angolo 1 tra l'asse x e la direzione n1 Relazioni tra x e y

2 xy y = x ( 1 2 )2+ 4 212
tan 2 1=
x y
n
sin 2 1 =2sin 1 cos 1 = y = x ( 1 2) cos 2 1
1
y = x 2 max xy
( 2 ) 2 2
2 1

1.48
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Differenza tra le tensioni principali Differenza tra le tensioni normali cartesiane

x y
= ( x y ) +4 xy
2 2
1 2= x y =( x y ) cos 2 1= ( 1 2 )2+ 4 212
cos2 1

Tensioni ottaedriche Tensore deviatorico ed invarianti

1
1 + 2+ 3
h=
3
( 1 2)2 +( 2 3 )2+( 1 3)2
h=
3 2 2 2 2
h = 1+ 2 +3 ( 1 2+ 2 3+ 1 3 )
3

h=
x + y + z
h =
2 2 + 2 + 2( + + )+3( 2 + 2 + 2 )
x y z x y y z x z xy yz xz
3 3
1
h= I 1
3
h =
3
2 I 2 +3I2 = 2 J
1 2 2
3
' i = i h J 1= ' 1 + ' 2+ ' 3= ' x + ' y + ' z =0
1 2 1 2 2 2 1 2 3
J 2= I 1 + I 2= [( 1 2 ) +( 2 3) +( 1 3 ) ] J 3= I 3 + I 1 I 2+ I 1
3 6 3 27

[ ][ ][ ] [ ][ ][ ]
x yx zx h0 0 ' x yx zx 10 0 h 0 0 '10 0
= xy y zy = 0 h 0 + xy ' y zy = 0 2 0 = 0 h 0 + 0 ' 2 0
xz yz z 0 0 h xz yz ' z 0 0 3 0 0 h 0 0 '3

Legge di trasformazione degli assi delle componenti cartesiane della tensione nel piano

[ ][ ][ ]
2 2
x ' cos sin 2cos sen x
y ' = sin 2 2
cos 2cos sen y
x' y' cos sen cos sen cos2 sen 2 xy

Legge di trasformazione degli assi delle componenti cartesiane della tensione nello spazio

[ ]
cos x ' cos y ' cos z '
T
x ' y ' z ' = N xyz N N =[n x ' ny' n z'] N = cos x ' cos y ' cos z '
cos x ' cos y ' cos z '

[ ]
cos ' cos ' cos ' sin ' sin ' sen ' cos ' cos ' sin ' cos '+ sen ' sin '
N = sin ' cos ' sin ' sin ' sin '+cos ' cos ' sin ' sin ' cos 'cos ' sin '
sen ' cos ' sin ' cos ' cos '

1.49
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

2. EQUAZIONI DEL PROBLEMA ELASTICO - LAVORO DI DEFORMAZIONE

Equazioni indefinite di equilibrio


Landamento delle tensioni cartesiane in un solido di Cauchy descritto dalle funzioni p x=px(x, y, z),
py=py(x, y, z) e pz=pz(x, y, z), essendo, ad esempio:

T
p x ( x , y , z)=[ x ( x , y , z) xy ( x , y , z) xz ( x , y , z )] (2.1)

il vettore tensione che agisce nel punto di coordinate x, y, z nel piano di normale x.
Affinch sia rispettato lequilibrio in ciascun punto del solido, queste funzioni devono rispettare alcune
condizioni che sono espresse sotto forma di equazioni differenziali.

In particolare si consideri un elemento di volume allinterno del solido di forma cubica con lati dx, dy,
dz.
Lelemento rappresentato in fig.1. Sulle 6 facce agiscono le azioni provenienti dal resto del solido; sul
cubetto agisce inoltre una forza esterna ad unit di volume pari a F=[F x Fy Fz]T. In fig.2 sono mostrate
le sole componenti di tensione che agiscono in direzione x.
Ricordando che:
la forza elementare agente su ciascuna faccia data dal prodotto della tensione per la superficie
della faccia stessa,
il segno della forza va attribuito concordemente a quello della faccia su cui la tensione agisce, cio
positivo se il versore della faccia concorde con il verso dellasse al quale parallelo e viceversa,
la forza di volume agente si ottiene moltiplicando F per il volume dellelementino, lequazione di
equilibrio dellelementino in direzione x pu essere scritta come segue:

( x+
x
x ) (
y )
( )
x dydz x dydz + yx + yx y dxdz yx dxdz + zx + zx z dxdy zx dxdy+ F x dxdydz=0 (2.2)
z

Semplificando e dividendo per il prodotto dxdydz si ottiene:

x yx zx
+ + + F x =0 (2.3)
x y z

Questa equazione differenziale, ottenuta imponendo che la condizione di equilibrio sia verificata in
ciascun elementino del solido, mette in relazione tra loro le funzioni x(x, y, z), yx(x, y, z) e zx(x, y, z)
mediante le rispettive derivate parziali.
Operando analogamente rispetto alle direzioni y e z si ottengono le equazioni di equilibrio nelle direzioni

2.1
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

corrispondenti. Le 3 equazioni possono essere scritte in forma matriciale ottenendo:

[ ] [ ] [ ][ ]
x yx zx Fx

xy + y + zy + F y =0 ij , i +F j =0 (2.4)
x y z
xz yz z Fz

Le (4) possono essere scritte anche come

p x p y pz
+ + + F =0 pi , j + F= 0 (2.4b)
x y z

ovvero

x yx zx
+ + +F x =0
x y z
xy y zy
+ + + F y =0 (2.5-7)
x y z
xz yz z
+ + +F z=0
x y z

Condizioni di equilibrio al contorno


I contorni esterni di un solido possono essere liberi o caricati da forze esterne note (fig.3a,b) o
vincolati e quindi soggetti alle reazioni vincolari. Siano f=[fx fy fz]T e r=[rx ry rz]T vettori contenenti
rispettivamente le forze e le reazioni vincolari, entrambe ad unit di superficie, agenti su un punto del
contorno, per lequilibrio, su ciascun punto del contorno stesso vale una relazione del tipo:

{}
p x n x+ p y n y+ p z n z = f
r
(2.8)

Questa equazione del tutto analoga alla (1.12) del precedente capitolo che mette in relazione le
tensioni cartesiane con la tensione pn agente su un piano di normale n. In questo caso al posto del
vettore pn si considera la forza esterna ad unit di superficie f
(o la reazione vincolare r).
La (8) scritta per esteso nel caso di contorno caricato fornisce:

x n x + yx n y + zx n z = f x
xy nx + y n y + zy n z = f y (2.9a-c)
xz n x + yz n y+ z n z = f z

Ad esempio in fig.3b mostrato il caso di contorno con normale


parallela allasse x il cui versore dato da n=[n x=1 ny=0 nz=0]T. Particolarizzando le (9) si ottiene x=fx,
xy=fy, xz=fz. Nel caso in cui agisce solo una forza ad unit di superficie normale alla superficie stessa
(ad esempio una pressione) le (9) diventano x=fx, xy=0, xz=0.

In questo caso si evince che la tensione normale al contorno in quel punto proprio pari alla forza ad
unit di superficie applicata, mentre le tensioni tangenziali sono nulle.
Le equazioni indefinite al contorno permettono di particolarizzare le funzioni delle tensioni ottenute
risolvendo il problema elastico per casi di carico specifici, come si vedr nel seguito.

2.2
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Reciprocit delle tensioni tangenziali


Scrivendo le equazioni di equilibrio dei momenti rispetto allasse z relative allelementino di lati dx e dy
e trascurando il contributo delle tensioni normali in quanto infinitesimi di ordine superiore, si ottiene:

Mz = (xy dy dz)dx - (yx dx dz)dy= 0 (2.10)

da cui:

yx = xy (2.11)

Per stato di tensione tridimensionale si ha anche:

xz = zx yz = zy (2.12)

In definitiva per descrivere lo stato tensionale sono necessarie solo le 6 componenti x, y, z e xy, xz e
yz.

Equazioni di compatibilit
Un solido tridimensionale soggetto a forze esterne subisce un cambiamento di configurazione definito
deformazione. Tale cambiamento di configurazione comporta che ciascun punto di coordinate x, y, z in
assi cartesiani, soggetto ad uno spostamento s(x,y,z) le cui componenti rispetto agli assi di
riferimento sono u(x,y,z), v(x,y,z) w(x,y,z). Lo stato di deformazione legato agli spostamenti s tramite
le equazioni di compatibilit. Lipotesi di compatibilit o congruenza implica che nel cambiamento di
configurazione non si verifichino lacerazioni o compenetrazioni tra le parti del solido. La procedura
corretta per la determinazione delle equazione di compatibilit richiede lapplicazione del principio dei
lavori virtuali affinch il lavoro compiuto dalle forze esterne sul solido (legato a forze e spostamenti)
sia bilanciato con quello dovuto alle forze interne (legato a tensioni e deformazioni). Per semplicit, in
questo caso, esse sono dedotte direttamente.

Si consideri lelemento di lunghezza x (una fibra infinitesima del solido) di fig.4: se le estremit
dellelemento sono soggette a spostamenti orizzontali, esso subisce un allungamento in direzione x pari
a:

u = u(x+x,y,z) u(x,y,z) (2.13)

Si definisce dilatazione assiale in direzione x il limite per x tendente a 0 del rapporto u/x:

u
x= (2.14)
x

2.3
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Analogamente, in seguito a spostamenti v e w, si hanno delle dilatazioni secondo gli altri assi dati dalle
seguenti equazioni:

v w
y= z = (2.15, 16)
y z

In generale, inoltre, a seguito della deformazione, 2 fibre inizialmente disposte in modo parallelo
rispettivamente agli assi y ed x, come in fig.5, ruotano rispettivamente di quantit 1=u/y e
2=v/x (fig.5). La variazione complessiva dellangolo formato dalle due fibre dato dalla somma di
questi termini. Si definisce scorrimento xy il limite per x e y tendenti a 0 della somma dei due
termini 1 e 2:

u v
xy = + (2.17)
y x

Analogamente, in seguito a rotazioni attorno agli altri assi, si hanno degli scorrimenti dati dalle seguenti
equazioni:

v w w u
yz= + zx = + (2.18)
z y x z

In definitiva le equazioni di compatibilit relative al solido tridimensionale sono le seguenti:

u u u u v v w w u
x= y= z= xy = + yz= + zx= + (2.19)
x y z y x z y x z

Si noti che le deformazioni sono grandezze adimensionali.


Per effetto della deformazione, in ciascun punto del solido, in generale, si verifica una variazione di
volume. Si definisce dilatazione cubica v la variazione di volume subita dallunit di volume. Essa si
dimostra essere data dalla seguente espressione:

dV
V = = x + y + z (2.20)
V

Equazioni costitutive
Le deformazioni che si producono in un corpo a causa della tensione applicata, dipendono dalle
caratteristiche fisico-meccaniche del materiale che lo costituisce. Queste caratteristiche sono
determinate in modo sperimentale (prove meccaniche) e il comportamento del materiale
caratterizzato mediante le equazioni costitutive.
Le equazioni costitutive mettono in relazione le tensioni applicate sul materiale ( e ) e le deformazioni
che vi si producono ( e ). Spesso tali equazioni costituiscono una semplificazione del comportamento
reale.
In generale una singola componente di tensione pu provocare deformazioni in tutte le direzioni, questo
il caso dei materiali fortemente anisotropi. Un materiale definito:
omogeneo se ha propriet uguali in tutti i punti,
isotropo se ha propriet uguali in tutte le direzioni.
Molti dei materiali reali obbediscono a queste idealizzazioni solo su scala macroscopica. Si noti che un
materiale non omogeneo pu essere isotropo in alcuni punti e anisotropo in altri.

2.4
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Comportamento elastico lineare per materiali isotropi


Molti dei materiali da costruzione presentano, entro certi limiti delle tensioni applicate, un
comportamento schematizzabile come elastico lineare:

le deformazioni scompaiono se i carichi si annullano;


esiste una proporzionalit diretta tra carico e
deformazione.
Le deformazioni elastiche sono tipicamente associate allo
stiramento dei legami atomici nei solidi.
Un materiale elastico lineare, sottoposto ad uno stato
tensionale uniassiale, presenta una deformazione
longitudinale l (fig.6) che risulta legata alla tensione tramite
la seguente espressione:

l= E l (2.21)

nella quale E il modulo di elasticit longitudinale o modulo di Young del materiale (E=l/l) avente le
dimensioni di una tensione [N/mm 2].
Sperimentalmente si osserva anche una deformazione trasversale di segno opposto a quella assiale. Nei
materiali isotropi essa data da:

l
t =v l =v
E (2.22)

nella quale il coefficiente di Poisson del materiale definito come


v= t (2.23)
l

Il coefficiente di Poisson adimensionale e varia nel campo =0.00.5. Il valore =0.5 un limite
estremo che corrisponde fisicamente al caso in cui per tensione monoassiale la deformazione non
provoca variazione di volume, come possibile osservare particolarizzando la (20) per tensione
monoassiale mediante la (21) e la (22): V=dV/V=x0.5x0.5x=0.
Se si sottopone il materiale ad una sollecitazione tangenziale, si osserva una deformazione di
scorrimento (fig.6) che legata alla tensione tramite la seguente espressione:

= (2.24)
G

nella quale G il modulo di elasticit trasversale (o tangenziale) (G=/). In caso di materiale isotropo
si pu dimostrare che

E
G= (2.25)
2(1+v)

Le costanti del materiale E, G e sono dette anche costanti ingegneristiche; esse legano tensioni
monoassiali alle deformazioni misurate nella stessa direzione in cui agisce la tensione e in direzione
ortogonale e possono essere determinate direttamente per via sperimentale.
Nel caso di materiali isotropi, ovviamente, le costanti ingegneristiche sono uguali in tutte le direzioni,
cio il loro valore non dipende dalla particolare scelta del sistema di riferimento. Per la propriet di

2.5
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

omogeneit esse risultano uguali in tutti i punti del solido.


Nel caso pi generale di sollecitazione triassiale, le equazioni costitutive del materiale elastico lineare,
omogeneo e isotropo sono le seguenti:

1 1 1
x= ( v y v z ) y= ( v x v z ) z= ( v x v y ) (2.26a)
E x E y E z

1 1 1
xy = yz = zx = (2.26b)
G xy G yz G zx

Si noti che le deformazioni tangenziali non sono influenzate da tensioni tangenziali in altri piani, cio
non vi un analogo delleffetto Poisson. Osservando le (26a,b) possibile notare che, applicando una
tensione monoassiale, si generano deformazioni solo nella direzione della tensione stessa e nelle
direzioni ortogonali. In definitiva il comportamento deformativo di un materiale isotropo elastico-
lineare descritto dalle due sole costanti E e .
Le equazioni (26) possono essere poste in forma matriciale

= C (2.27)

essendo ed vettori cos definiti

T T
=[ x y z yz xz xy ] =[ x y z yz xz xy ] (2.28,29)

e la matrice C, detta di cedevolezza, facilmente individuabile nella seguente relazione che la (27)
scritta per esteso:

{ }[ ]{ }
x 1/ E v / E v/ E 0 0 0 11
y v/ E 1/ E v/ E 0 0 0 22
z v/ E v / E 1/ E 0 0 0 33
yz
=
0 0 0 1/ G 0 0 23 (2.30)
zx 0 0 0 0 1/ G 0 31
xy 0 0 0 0 0 1/ G
12

I termini della matrice C sono le costanti elastiche del materiale, funzioni dirette delle costanti
ingegneristiche.
opportuno evidenziare le seguenti caratteristiche della matrice di rigidezza dei materiali isotropi:
i 3 zeri nelle righe da 1 a 3 implicano che non vi accoppiamento tra tensioni normali e deformazioni
tangenziali, mentre i primi 3 zeri nelle righe da 4 a 6 implicano che non vi accoppiamento tra tensioni
tangenziali e deformazioni longitudinali; a questo tipo di comportamento viene spesso associato
laggettivo simmetrico;
gli zeri in corrispondenza delle righe e delle colonne da 4 a 6 derivano dallassenza di un effetto simile
a quello di Poisson per le tensioni tangenziali;
gli elementi della matrice C si mantengono costanti al variare dellorientamento del sistema di assi.

opportuno sottolineare che la propriet di isotropia riguarda la costanza degli elementi della matrice
di cedevolezza al variare della direzione di applicazione delle tensioni, ovvero dellorientazione della
terna cartesiana di riferimento e non della posizione dellorigine della terna stessa: leventuale a
costanza degli elementi della matrice di cedevolezza al variare dalla posizione dellorigine degli assi
relativa alla propriet di omogeneit del materiale.

2.6
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Lespressione (30) pu essere scritta in modo inverso esplicitando le tensioni rispetto alle
deformazioni:

(2.31)
1
=C =R

essendo R la matrice di rigidezza, inversa della C.

Deformazioni termiche
I materiali isotropi soggetti a variazione di temperatura subiscono una deformazione uguale in tutte le
direzioni esprimibile secondo la seguente relazione:

x , y , z = (T T 0)= T (2.32)

nella quale T0 e T sono rispettivamente la temperatura iniziale (alla quale il solido si considera
indeformato) e quella finale e il coefficiente di dilatazione termica, che pu variare con la
temperatura e che ha le dimensioni dellinverso della temperatura (1/C).
Il termine a destra delle (32) deve essere sommato alle (26) per ottenere le espressioni globali delle
dilatazioni comprendenti effetto meccanico e termico.

Comportamento elastico lineare dei materiali ortotropi


I materiali reali non possono essere sempre schematizzati come isotropi in quanto, in vari casi, la
differenza tra le propriet nelle varie direzioni non trascurabile. Nel caso dei materiali fortemente
anisotropi, la forma pi generale possibile della (30) prevede che la matrice C abbia tutti i termini
diversi da zero e dipendenti dal sistema di riferimento scelto. In questo caso la matrice risulta
comunque simmetrica rispetto alla diagonale, essendo cio Ci,j=Cj,i con ij, e le costanti indipendenti sono
21. Al contrario di quanto accade nei materiali isotropi, applicando una tensione monoassiale su un
materiale anisotropo si generano deformazioni anche in direzioni diverse da quella in cui agisce la
tensione stessa e dalle direzioni ad essa ortogonali, esiste cio un accoppiamento tra tensioni normali e
deformazioni tangenziali e viceversa.
Tra i materiali anisotropi, gli ortotropi sono caratterizzati dal fatto che possibile identificare tre
piani ortogonali rispetto ai quali le caratteristiche deformative risultano di tipo simmetrico. In
particolare, se si scelgono assi di riferimento 1, 2, 3 paralleli a tali piani, da non confondere con gli assi
principali delle tensioni, le equazioni costitutive assumono una forma simile a quella dei materiali
isotropi:

{ }[ ]{ }
11 1/ E 1 v 21 / E 2 v 31 /E 3 0 0 0 11
22 v12 / E 1 1/ E 2 v 32 /E 3 0 0 0 22
33 v / E v / E 1/ E 0 0 0 33
= 13 1 23 2 3
1/G 23 0 0 (2.33)
23 0 0 0 23
31 0 0 0 0 1 /G13 0 31
12 0 0 0 0 0 1/G 12 12

ovvero

123=C 123 123 (2.33b)

Osservando la (33) si nota che, con il sistema di assi orientato secondo le direzioni di ortotropia ,
similmente ai materiali isotropi, non si verifica accoppiamento tra tensioni normali/tangenziali e

2.7
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

deformazioni tangenziali/normali.
Naturalmente, a differenza dei materiali isotropi, i moduli di rigidezza e i coefficienti di Poisson nelle
varie direzioni risultano differenti tra loro.
In particolare, i coefficienti di Poisson nella (33) sono definiti come


v ij = j (2.34)
i

il primo indice si riferisce alla direzione di applicazione della tensione e il secondo alla direzione della
deformazione trasversale. Per la simmetria della (33) rispetto alla diagonale, deve essere

v ij v ji
= (2.35)
Ei E j

in conseguenza di ci i coefficienti di Poisson indipendenti risultano 3. In definitiva nella (33) vi sono 9


costanti indipendenti: i 3 moduli Ei, i 3 moduli Gi e solo 3 dei 6 coefficienti ij.
Se si applicano tensioni in direzioni diverse da quelle di ortotropia (cio orientate secondo assi generici
xyz formanti angoli 1, 2, 3 rispetto agli assi 123), la relazione (33) non risulta pi valida, poich, come
detto, i termini della matrice dipendono dalla scelta del sistema dassi. La (33) deve essere infatti
riscritta come:

xyz =C xyz xyz (2.36)

essendo Cxyz una matrice simmetrica, ma, in generale, avente tutti i termini diversi da 0.
Tipicamente il comportamento meccanico dei materiali ortotropi viene caratterizzato determinando
sperimentalmente o stimando teoricamente i coefficienti della matrice C123 nella (33). Quando
necessario, la matrice Cxyz relativa ad una certa orientazione degli assi xyz pu essere facilmente
determinata a partire dalla C123 mediante opportune operazioni di rotazione dassi, come verr mostrato
nel paragrafo successivo per il caso bidimensionale.

Compositi a fibra lunga


I materiali compositi sono ottenuti combinando 2 o pi materiali tra loro insolubili mediante
miscelazione o incollaggio. In molte applicazioni il materiale composito costituito da una matrice di
materiale duttile (polimerico o metallico - ma anche ceramico) conformata in una lamina di spessore
sottile rispetto alle dimensioni principali e da fibre di rinforzo di altro materiale (fibre di vetro,
carbonio, aramide, di materiali ceramici ecc) disposte in modo unidirezionale (fig.7) o secondo direzioni
ortogonali. In questo caso il comportamento risulta ortotropo e le caratteristiche meccaniche (Ei e ij)
della lamina di materiale composito dipendono dalle caratteristiche meccaniche della matrice e del
rinforzo (Em, m, Er, r). Poich le fibre hanno dimensioni dellordine della decina/centinaio di micron, ai
fini dellanalisi meccanica il materiale pu essere considerato omogeneo.

2.8
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Per ottenere elevate propriet di resistenza secondo direzioni diverse, lamine con fibre disposte in
differenti direzioni vengono incollate tra loro creando una lastra detta laminato. Lanalisi del
comportamento meccanico delle lastre ottenute in questo modo oggetto della teoria della laminazione
per la quale si rimanda a testi specializzati, mentre nel seguito vengono mostrate le relazioni tra le
tensioni e le deformazioni agenti nella singola lamina.
A causa della piccolezza dello spessore, le lamine, sollecitate nel loro piano, agiscono in stato piano di
tensione.
Assumendo una terna di riferimento cartesiana con assi 1, 2 nel piano della lamina con lasse 1 in
direzione parallela al rinforzo e lasse 3 nella direzione dello spessore (assi della lamina), le tensioni in
direzione 3 possono essere trascurate (3=13=23=0). La deformazione lungo 3 in generale diversa da
0, ma non fa parte delle variabili principali del problema e pu essere dedotta separatamente. Le
equazioni costitutive possono essere ottenute dalla (33) in modo semplificato:

[ ]
1 v 12
0

{} {}
11 E1 E2 11
0
22 = v 21 1
1
22 (2.37)
12 E1 E2 G 12
12
0 0

La (37) pu essere posta in forma compatta:

12 =C 12 12 (2.38)

essendo C12 la matrice di cedevolezza negli assi della lamina.


La deformazione in direzione ortogonale al piano della lamina data da

(
33 = 11
v13
E1
v
+ 22 23
E2 ) (2.39)

La (37) e la (35), particolarizzata per i=1 e j=2, mostrano che le costanti elastiche indipendenti per i
materiali ortotropi, nel passaggio del problema da tridimensionale a bidimensionale, si riducono a 4. I
valori delle costanti devono essere valutati con prove sperimentali, tuttavia in alcuni casi esse possono
essere dedotte direttamente da quelle dei materiali componenti.
La relazione inversa della (37), che esplicita le tensioni rispetto alle deformazioni, la seguente:

[ ]
E1 v12 E 2

{} {}
11 1 v12 v 21 1v 12 v 21 0 11
22 = v 21 E 1 E2 0 22 (2.40)
12 G
1 v12 v 21 1v 12 v 21 12 12
0 0

ovvero, in forma compatta,

12= R12 12 (2.41)

nella quale R12 la matrice di rigidezza negli assi della lamina, inversa della C12.
Le (37) e (40) legano tra loro tensioni e deformazioni negli assi della lamina. Come detto, per ottenere
analoghe formule in assi generici x, y, anchessi paralleli al piano della lamina, formanti angolo rispetto

2.9
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

agli assi 1, 2, misurato dalla direzione 1 alla direzione x in senso positivo se orario, necessario
ricorrere alle formule di trasformazione dassi che, per il caso delle tensioni, coincidono con le (1.56).
Ponendo m=cos e n=sen, la tensione e la deformazione negli assi x, y possono essere ottenute
rispettivamente con le seguenti espressioni:

{ }[ ]{ } { }[ ]{ }
xx m 2 n 2 2mn 11 xx m2 n2 mn 11
yy = n 2 m 2 2mn 22 yy = n2 m
2 mn 22 (2.42,43)
2
xy mn mn m n2 12 xy 2mn 2 mn m 2
n 2
12

Queste relazioni possono essere scritte nella seguente forma compatta:

xy = P 12 xy = 12 (2.44,45)

Esplicitando le 12 e 12 in funzione delle xy e xy mediante le inverse della (44) e della (45),


introducendo le espressioni ottenute nella (38) e nella (41) ed esplicitando rispetto a xy ed xy, si
ottiene

(2.46,47)
1 1
xy =P R12 xy xy = C 12 P xy

Ponendo

(2.48,49)
1 1
C xy= C 12 P R xy =P R12

infine si ottiene

xy =C xy xy xy = R xy xy (2.50,51)

Queste relazioni consentono di calcolare le deformazioni per tensioni applicate in direzioni qualsiasi e
viceversa.
In fig.8 mostrato landamento del deformazioni xy in una lamina ortotropa, nel caso di tensione
monoassiale x, al variare dellangolo tra la direzione x e la direzione 1 del materiale. possibile
notare come la deformazione massima non si abbia in corrispondenza di =90, caso nel quale la
direzione 2 del materiale coincide con la direzione x (lungo cui agisce la tensione). possibile notare,
inoltre, che per =90 la deformazione y risulta bassa, nonostante lelevato valore di x, a causa del
fatto che le fibre risultano disposte in direzione y rendendo elevata la rigidezza in tale direzione.

2.10
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Determinazione del modulo parallelo alle fibre E1


Come detto, le costanti ingegneristiche E1, E2, G12 e 12 del materiale ortotropo dipendono dalle costanti
elastiche Em, m, Er, r della matrice e del rinforzo. Esse devono essere determinate sperimentalmente,
ma, in alcuni casi, possono essere stimate in modo accettabile a partire da quelle dei materiali
componenti. A tale fine necessario rinunciare allipotesi di omogeneit e considerare le differenti
caratteristiche meccaniche dei 2 materiali e le differenti sollecitazioni agenti su di essi, come
mostrato nel seguito.
Nel caso in esame (fig.7) Ar larea data dalla somma delle aree delle sezioni trasversali delle fibre di
rinforzo ed Am larea occupata dalla matrice. Naturalmente larea della sezione trasversale del
materiale composito

A= Ar + A m (2.52)

Poich la lunghezza in direzione 1 uguale per le fibre e la matrice, le frazioni volumetriche di rinforzo
e matrice rispetto al materiale composito, definite semplicemente come rapporti tra il volume di fibra
e di matrice e il volume totale, possono essere espresse come

Ar Am
V r= V m=1V r = (2.53,54)
A A

In presenza di tensione monoassiale agente in direzione 1, cio 11, le fibre e la matrice possono essere
considerate elementi elastici agenti in parallelo. In questo caso lallungamento in direzione 1 risulta
uguale per rinforzo e matrice, per cui, essendo uguali le lunghezze, risultano uguali le deformazioni, e la
forza complessivamente agente nella stessa direzione data dalla somma delle forze agenti nel
rinforzo e nella matrice:

11= r =m= 11 A= r Ar + m A m (2.55,56)

Le tensioni agenti nel rinforzo e nella matrice r e m in direzione 1 e la tensione media agente nella
lamina 11 sono legate alle corrispondenti deformazioni mediante le classiche relazioni costitutive

r= Er r m= E m m 11= E 11 11 (2.57-59)

Sostituendo le (57-59) nella (56) e utilizzando la (55) per eliminare le deformazioni, si ottiene

E r Ar + E m Am
E 11= =V r E r +V m E m (2.60)
A

Determinazione del modulo ortogonale alle fibre E2


Nel caso del modulo longitudinale la disposizione effettiva delle fibre nella matrice non influenza molto
il valore ottenuto con la (60), al contrario, nel caso del modulo trasversale, una analisi esatta non pu
essere effettuata e si approssima la geometria effettiva del composito (ad es. in fig.7c) con quella
mostrata in fig.7b. Il risultato che si ottiene deve essere considerato un limite inferiore del valore
effettivo.
Nel caso in esame Lr ed Lm sono la lunghezza totale in direzione y delle sezioni trasversali delle fibre di
rinforzo e della matrice (vedi fig.7). Naturalmente la lunghezza totale

L = Lr + Lm (2.61)

2.11
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Poich la lunghezza in direzione 1 e lo spessore sono uguali per le fibre e la matrice, le frazioni
volumetriche di rinforzo e matrice rispetto al materiale composito possono essere ottenute come
rapporti tra le lunghezze Lr ed Lm e la lunghezza totale

Lr Lm
V r= V m=1V r = (2.62,63)
L L

Lo schema di fig.7b coincide con quello di elementi elastici disposti in serie; in presenza di tensione
monoassiale 22, la forza agente nella matrice e nel rinforzo la stessa, per cui, essendo uguali le
sezioni, risultano uguali le tensioni, mentre lallungamento complessivo dato dalla somma degli
allungamenti nel rinforzo e nella matrice:

22= r = m L= L r + L m= 22 L= r Lr + m L m (2.64,65)

Anche in questo caso le tensioni e le deformazioni in direzione 2 nel rinforzo e nella matrice, la
tensione media agente nella lamina in direzione 2 e lanaloga deformazione sono legate tra loro mediante
le classiche relazioni costitutive:

r m 22
r =
Er
m=
Em
22 =
E2 (2.66-68)

Sostituendo le (66-68) nella (65) a destra, utilizzando la (64) per eliminare le tensioni e dividendo per L
si ottiene

1 1 Lr 1 Lm V r V m
= + = + (2.69)
E2 E r L E m L E r E m

da cui

Er E m
E 2= (2.70)
V r E m +V m E r

In modo analogo possibile ottenere le seguenti relazioni tra le altre costanti del materiale:

G rG m
v 12=V r v r +V m v m G12= (2.71,72)
V r E m+V m E r

Lavoro di deformazione
Nel caso di un solido di materiale elastico, isotropo e omogeneo, si definisce lavoro di deformazione
(potenziale elastico, energia elastica) ad unit di volume la seguente quantit:

1 T 1
l= = ( x x + y y + z z+ xy xy + xz xz + yz yz) (2.73)
2 2

essa una quantit scalare positiva pari al lavoro necessario a portare lunit di volume di un solido dallo
stato iniziale indeformato a quello finale deformato.
Il lavoro di deformazione complessivo compiuto dalle forze interne si ottiene integrando lespressione
precedente rispetto al volume:

2.12
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

1
L i= T dV (2.74)
2 v

La (74), scritta per esteso, diventa

1
L i=
2 ( +
V
x x y y + z z + xy xy+ xz xz + yz yz )dV (2.75)

Si osservi che il lavoro compiuto dalla tensione normale x per deformare un elementino di volume
dato appunto dalla seguente quantit:

1 1 1
dL= dF x du= x dA x dx= x x dV (2.76)
2 2 2

Il termine dipende dal fatto che il lavoro si ottiene passando gradualmente dal livello di tensione
applicata nulla con deformazione nulla al livello finale. Allo stesso modo il lavoro compiuto dalla tensione
tangenziale xy=yx per deformare un elementino di volume dato da:

1 1
dL= (dF x du+dF y dv)= yz dxdz
2 2
du
dx (
dy + xy dydz
dw
dy
1
dx = xy xy dV
2 ) (2.77)

Teorema di Clapeyron
Indicando con F e T le forze esterne rispettivamente di volume e di superficie agenti sul solido, e con s
i relativi spostamenti, il lavoro di tali forze dato dalle seguente espressione:

1 1
L e=
2 F
V
T
s dV +
2 T
S
T
s dS (2.78)

Il teorema di Clapeyron afferma che lenergia elastica Li immagazzinata in un solido elastico-lineare


pari al lavoro compiuto dalle forze esterne applicate gradualmente dal valore 0 al valore finale durante
il processo di deformazione (cio uguale alla met del lavoro che le forze compirebbero se agissero
con lintensit finale durante lintero processo di deformazione):

Le = Li (2.79)

La (79) scritta per esteso fornisce:

F T s dV + T T s dS = T dV (2.80)
V S V

2.13
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3. IL PROBLEMA ELASTICO

l problema elastico consiste nella determinazione del campo tensionale, delle deformazioni e degli
spostamenti di un solido costituito di materiale dal comportamento elastico lineare, vincolato su
porzioni della superficie, soggetto a carichi esterni di volume Fx, Fy, Fz e di superficie fx, fy, fz.

Propriet del materiale, incognite ed equazioni


Nellipotesi di materiale omogeneo, isotropo ed elastico lineare le propriet elastiche sono espresse
mediante le costanti ingegneristiche E (modulo di Young) e (coefficiente di Poisson), oppure mediante
le costanti di Lam G e legate ad E, e mediante le relazioni:

E E( 1v) v
G= = = E (3.1,2)
2(1+v) 2(1v 2 ) (1+v)(12v)

G il noto modulo di elasticit tangenziale. Le relazioni inverse delle (1-2) sono le seguenti:

3 +2G (3.3,4)
E=G v=
+G 2( +G )

In coordinate cartesiane le incognite del problema elastico sono 15 funzioni delle coordinate spaziali:
le tensioni x(x,y,z), y(x,y,z), z(x,y,z), xy(x,y,z), yz(x,y,z), zx(x,y,z),
le deformazioni x(x,y,z), y(x,y,z), z(x,y,z), xy(x,y,z), yz(x,y,z), zx(x,y,z),
gli spostamenti u(x,y,z), v(x,y,z), w(x,y,z).

Le equazioni disponibili sono 15 suddivise in 3 gruppi:


le equazioni indefinite di equilibrio

x yx zx xy y zy xz yz z
+ + + F x =0 + + + F y =0 + + + F z =0 (3.5)
x y z x y z x y z

le equazioni di compatibilit (caso dei piccoli spostamenti)

u v w u v v w w u (3.6)
x= y= z= xy = + yz= + zx = +
x y z y x z y x z

le equazioni costitutive

1 1 1
x= [ v y v z ] y= [ v x v z ] z= [ v x v y ]
E x E y E z
(3.7)
1 1 1
xy = xy yz= yz zx = zx
G G G

Le equazioni costitutive possono essere esplicitate rispetto alle tensioni:

E [(1v) x +v y + v z ] E [(1 v) y +v x+v z ] E [(1v) z +v y +v x ]


x= y= z=
(1+ v)(12v) (1+v)(12v ) (1+v)(12v )
(3.7b)
xy=G xy yz=G yz zx=G zx

3.1
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Le prime 3 delle (7.b) possono essere riscritte utilizzando le costanti di Lam:

x =(+ 2G) x + y + z y =( +2G) y + x + z z =(+2G ) z + y + x (3.7c)

Le equazioni di congruenza interna

2 2 2 2 2 2 2 2 2
x y xy y z yz z x xz
+ = + = + =
y 2 x2 y x z2 y2 y z x 2 z2 z x
(3.8)
2 x 2 y 2 z
2 =
y z x

(
yz xz xy
x
+
y
+
z ) 2 =
xz y x (
yz zx xy

y
+
z ) 2 = (
yz xz xy
y x z x
+
y

z )
Le equazioni di congruenza interna (8) mettono in relazione tra loro le componenti di deformazione
indipendentemente dalle funzioni spostamento e si ottengono dalle equazioni di compatibilit (6)
eliminando, tramite operazioni di derivazione, gli spostamenti stessi. In particolare, derivando due volte
la prima delle (6) rispetto a y e la seconda rispetto a x e sommando si ottiene

2 2 3 3
x y u v
+ = + (3.9)
y 2 x2 x y 2 y x2

derivando la quarta una volta rispetto ad x e una volta rispetto ad y si ottiene

2 2 2
x y xy
+ = (3.10)
y 2
x 2 yx

i secondi membri delle (9) e (10) risultano uguali,di conseguenza lo sono i primi. Luguaglianza tra questi
termini fornisce la prima delle (8); operando analogamente con le altre componenti si ottengono le altre
equazioni di congruenza. Le relazioni (8) esistono in quanto le 6 funzioni deformazione dipendono da 3
funzioni spostamento. Se le componenti di deformazione rispettano le equazioni di compatibilit
interna, la congruit della deformazione garantita, cio non si verificano compenetrazioni o
lacerazioni a causa della deformazione. Tale garanzia di compatibilit dipende dal fatto che le (8) sono
dedotte dalle (6).

Soluzione del problema elastico


In generale nessuno dei sistemi di equazioni (5-8) pu essere risolto autonomamente, in quanto in
ciascuno sono presenti pi incognite che equazioni, tuttavia, effettuando alcune sostituzioni, possibile
riscrivere le 3 equazioni indefinite di equilibrio (5) in funzione dei soli spostamenti u, v e w (le equazioni
di Navier) o le 6 equazioni di compatibilit (8) in funzione delle sole tensioni x, y, z, xy, yz, zx (le
equazioni di Mitchell-Beltrami): nel primo caso si parla di formulazione agli spostamenti del problema
elastico e nel secondo di formulazione alle tensioni.
Tipicamente la formulazione agli spostamenti adatta alla soluzione del caso di solidi vincolati al
contorno, mentre quella alle tensioni adatta al caso di solidi non vincolati, ma soggetti a carichi
esterni in equilibrio tra loro (tuttavia facile trovare in bibliografia problemi del secondo tipo risolti
con la formulazione agli spostamenti).
opportuno osservare che la linearit di tutte le equazioni che governano il problema consente di
utilizzare la sovrapposizione degli effetti, grazie alla quale la risposta di un sistema soggetto ad una
combinazione di azioni esterne pu essere ottenuta come somma delle risposte delle singole azioni.

3.2
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Inoltre risulta valido il principio di equivalenza elastica in base al quale le azioni delleffettiva distribu
zione di forze agente su una porzione limitata di superficie o volume del solido risultano equivalenti a
quelle delle risultanti ad una distanza sufficiente dalla zona di applicazione stessa.
Il problema elastico pu essere notevolmente semplificato se la geometria dellelemento analizzato e i
carichi cui sottoposto possono essere approssimati anche parzialmente a sistemi bidimensionali (come
nel caso del problema piano) o monodimensionali (come nel caso delle travi o dei sistemi
assialsimmetrici). In questi casi, infatti, possibile ipotizzare che alcune delle funzioni incognite,
tensioni, deformazioni e spostamenti, risultino identicamente nulle in tutto il campo e/o che siano
funzioni di 1 o 2 variabili spaziali, invece che 3. In vari casi la semplicit della geometria dellelemento
analizzato (es. travi e piastre) consente di formulare delle ipotesi semplificative sulla forma delle
funzioni che descrivono gli spostamenti.

Formulazione agli spostamenti - Equazioni di Navier


Le equazioni di Navier sono le equazioni indefinite di equilibrio (5) scritte in funzione degli spostamenti.
Questa formulazione indicata nei casi in cui, come condizioni al contorno, sono prefissati gli
spostamenti. Per prima cosa le equazioni costitutive (7b) vengono riscritte introducendo al posto delle
deformazioni gli spostamenti dedotti dalle equazioni di compatibilit (6), ottenendo, nel caso della x e
della xy, espressioni del tipo

x =2G
u
x
+ +(
u v w
+
x y z ) xy =G ( uy + vx ) (3.11)

quindi, sostituendo le tensioni espresse con le (11) nelle equazioni di equilibrio (5) possibile riscrivere
queste ultime in termini di spostamento. Ad esempio in direzione x si ottiene:

x yx zx
x
+
y
+
z (
+ F x =G
2 u 2 v 2 w
+ +
x2 y2 z 2
+( +G)
) u v w
+ +
x x y z (
+ F x =G 2 u+3( +G ) )

x
+ F x =0 (3.12)

Lespressione finale di tutte e tre le equazioni la seguente

[
G 2 u+
3
12v x ]
+ F x =0 [
G 2 v+
3
12v y ]
+ F y =0 [
G 2 w+
3
1 2v z ]
+ F z =0 (3.13a-c)

nella quale loperatore di Laplace e la variazione di volume sono cos definiti:

2 2 2
2 ()=
() () ()
x
2+
y
2+
z
2 3= ( u v w
+ +
x y z ) (3.14,15)

Condizioni al contorno relative alle tensioni possono essere espresse sostituendo le (7b) scritte in
funzione degli spostamenti, nelle equazioni di equilibrio al contorno (2.9). Ad esempio, nella direzione x,
dove x nx + yx ny + zx nz=fx, si ottiene:

G 2
[ u
n (
u v
+ n +
u w
+
x x y x y z x z ) (
n +3 n x = f )] x (3.16)

Il problema ricondotto alla determinazione delle tre componenti di spostamento che soddisfano le
equazioni precedenti (tipo 13) pi le equazioni di congruenza al contorno (16).

3.3
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Formulazione alle tensioni - Equazioni di Mitchell-Beltrami


Le equazioni di Mitchell-Beltrami sono le equazioni di compatibilit (8) scritte in funzione delle tensioni.
Questa formulazione indicata nei casi in cui come condizioni al contorno sono prefissati i valori delle
tensioni; un caso tipico quello dei corpi privi di vincoli, soggetti a forze equilibrate, come i cilindri in
pressione. Considerando la prima delle (8), sostituendo x, y, xy con x, y, xy, mediante le (7),
eliminando il termine 2xy/xy mediante le equazioni di equilibrio (5) opportunamente derivate e
sommate, e trascurando le forze di volume, si ottiene:

2 2 2 2
x x x 1
+ + + ( + y + z )=0 (3.17a)
x 2
y 2
z 2 1+v x 2 x

Utilizzando tutte e 6 le equazioni di congruenza interna, introducendo loperatore di Laplace (14) e


linvariante primo delle tensioni =x + y + z possibile ottenere tutte le equazioni di Mitchell-
Beltrami:

1 1 1
2 x+ =0 2 y+ =0 2 z+ =0
1+v x 2 1+v y 2 1+v z 2
(3.17b)
1 1 1
2 xy + =0 2 xz + =0 2 yz + =0
1+v x y 1+v x z 1+v y z

che possono essere sintetizzate nella seguente espressione

1
2 ij + =0 (3.17.c)
1+v kk , ij

Problema piano
Il problema elastico definito piano se:
il continuo (fig.1) di forma cilindrica di spessore h, con la sezione trasversale (di area A e contorno
C) disposta parallelamente al piano xy,
le forze esterne F di volume ed f agenti sulla superficie C sono parallele al piano xy ed indipendenti da
z (cio costanti lungo z), si ha cio F=[Fx Fy]T, f=[fx fy]T, essendo Fz=0 ed fz=0.

Variabili
Anche nel caso piano, in generale, tutte le componenti di tensione, deformazione e spostamento sono
diverse da zero e dipendenti da x, y e z, tuttavia le variabili x, y, xy, u, v possono essere identificate
come primarie e ritenute indipendenti da z per ipotesi semplificativa:

3.4
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

(x,y)=[x y xy]T s(x,y)=[u v] (3.18)

Equazioni disponibili
Le variabili primarie sono legate fra loro e alle condizioni meccaniche e cinematiche esterne dalle
seguenti equazioni nel dominio A e sul contorno C:
le equazioni di equilibrio semplificate:

x yx xy y
+ + F x =0 + +F y =0 in A (3.19)
x y x y

x n x + yx n y = f x xy n x + y n y = f y su C (3.20)

le equazioni di congruenza, in base alle quali si osserva che anche le variabili x, y, xy sono indipendenti
da z

u v v u , in A (3.21)
xy = + y= x=
y x y x

sx =s x s y= s y su C (3.22)

le equazioni costitutive:

=R =C (3.23, 24)

R la matrice di rigidezza, di dimensioni matrice 3*3, simmetrica, definita positiva


C la matrice di cedevolezza, inversa di R.
La forma definitiva delle equazioni costitutive dipende dalle ipotesi semplificative che possibile fare
su z ed z.

Ipotesi e semplificazioni
Affinch le equazioni complete di equilibrio (5) siano rispettate deve verificarsi che

zx = 0 yz = 0 z = z (x,y) (3.25a,b)

La prima relazione discende dal fatto che, affinch le prime due equazioni di equilibrio (5) si possano
trasformare nelle (19), devono essere nulle le derivate di zx e zy rispetto a z (quindi zx e zy devono
essere costanti rispetto a z) e, dovendo essere nulle sulle superfici esterne, devono essere nulle
ovunque. Essendo nulle le zx e zy, lultima delle (5), per lipotesi di forze di massa nulle in direzione z
(Fz=0), mostra a sua volta che la derivata di z rispetto a z deve essere nulla e che, di conseguenza, la z
risulta dipendere solo da x ed y.
Per lisotropia del materiale espressa dalle (7) e per la (25a), discende che:

zx= zy=0 (3.26)

In base alle (26) e allindipendenza da z delle componenti di spostamento u e v supposta con leq.18, le
ultime due equazioni di compatibilit (6) forniscono:

w w
= =0 w=w(z) (3.27a,b)
x y

3.5
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

La (27a), infatti, implica che la w costante rispetto ad x ed y e quindi funzione della sola z. In base
alle (27) si deduce che risulta possibile la presenza di una z=dw/dz diversa da 0, ma, poich le non
dipendono da z per lipotesi (18) e per la (25b), z, per la terza delle (7), non vi pu dipendere. Allora
deve essere:

z=C w= C z (3.28,29)

Fisicamente le (28-29) affermano che tutti i punti della sezione che si trovano alla stessa quota z si
spostano in direzione verticale della stessa quantit e le sezioni parallele al piano xy si mantengono
piane.
Le equazioni di congruenza interna (8) diventano:

2 2 2 2 2 2
x y xy z z z
+ = = = =0 (3.30)
y 2 x2 y x x2 y2 x y

Riguardo alle condizioni al contorno sulle sezioni estreme a z=h/2: le forze esterne in direzione xy
devono essere nulle, per la definizione di problema piano data allinizio del paragrafo,

fx = fy =0 z= h/2 (3.31)

mentre in direzione z si pu ammettere lesistenza di una distribuzione di forze (forze esterne o


reazioni vincolari) variabili con x ed y autoequilibrate, cio agenti in direzione opposta sulle facce
superiore ed inferiore:

fz = z z= h/2 (3.32)

Il legame elastico espresso dalle (7) o (23,24) aggiunge al problema piano descritto dalle (19-22) due
incognite e una sola equazione per cui il problema definito solo se il valore di z o di z determinabile
in modo indipendente dal problema piano o ipotizzabile a priori. I casi pi importanti sono quelli nei quali
si pu ipotizzare rispettivamente z=0 e z=0.

Ipotesi

Variabili principali indipendenti da z Equazioni di equilibrio semplificate Forze di massa nulle in direzione z

x yx
(x,y)=[x y xy]T + + F x =0
x y
F z =0
xy y
s(x,y)=[u v] (x,y)=[x y xy] T
+ + F y =0
x y

Semplificazioni

Tensioni in direzione z nulle z costante rispetto a z Scorrimenti fuori dal piano xy nulli z costante w costante in x e y, lineare in z

zx = 0 yz = 0 z = z (x,y) zx= zy=0 z = C w=Cz

3.6
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Ipotesi Equazione Semplificazione

x yx x yx zx zx
+ +F x =0 + + + F x =0 =0 zx = 0
x y x y z z

xy y xy y zy zy
+ + F y =0 + + + F y =0 =0 yz = 0
x y x y z z
F z =0 xz yz z z
+ + + F z =0 =0 z = z (x,y)
zx =yz = 0 x y z z

1 1
zx =yz = 0 yz= zx= zx = zy=0
G yz G zx
v u v w
s(x,y)=[u v] =0 =0 yz= +
z z
z y w w
= =0 w=w(z)
w u x y
zx = zy=0 zx = +
x z
(x,y)=[x y xy]T 1
z = ( v y v x ) z = z (x,y)
z = z (x,y) E z
z = C
w
w=w(z) z= z = z (z)
z
w
z = C z= w=Cz
z

Le ipotesi e semplificazioni del problema piano sono riassunte nelle tab.1-3.


Leq.(28) indica che, in base allimpostazione del problema elastico piano, le deformazioni z risultano
ovunque costanti. Come gi detto, tale ipotesi implica la costanza degli spostamenti verticali rispetto ad
x ed y (29), per la quale le sezioni parallele al piano xy, nonostante la deformazione, si mantengono
piane, ovvero non presentano ingobbamenti. Effettivamente questa caratteristica osservata
sperimentalmente negli elementi la cui geometria e il sistema di carichi rispettano la definizione del
problema piano, anche nel caso di elementi di grosso spessore nei quali eventuali deformazioni z
integrate nello spessore darebbero luogo ad elevati spostamenti in corrispondenza delle sezioni di
estremit.
Tenuto conto del fatto che, in generale, in base alla terza delle equazioni costitutive (7), le
deformazioni z sono causate direttamente dalle tensioni z e, tramite leffetto Poisson, dalla somma
delle tensioni x+y, lipotesi (28) risulta verificata matematicamente nei seguenti casi:
1. se tutte le componenti di tensione sono costanti;
2. se la tensione z compensa localmente le variazioni della somma x+y, come nel caso in cui esistono
vincoli sulle sezioni di estremit che impediscono gli spostamenti in direzione z producendo forze f z
(32), o come accade nel caso dei cilindri di grosso spessore soggetti a variazione termica nello
spessore;
3. se la tensione z nulla o costante e la somma x+y ovunque costante, come accade nel caso dei
cilindri in pressione.

In pratica, se le tensioni sono tendenzialmente uniformi nel solido, si ricade nel caso 1, mentre, se le
tensioni x e y presentano elevati gradienti, si genera unazione mutua in direzione z per via
delleffetto Poisson tra le zone soggette alle tensioni pi basse, che tendono a rimanere indeformate, e
quelle pi sollecitate; tale azione tende ad uniformare le deformazioni verticali nel piano xy e riconduce
la situazione meccanica a quella descritta nel caso 2.

3.7
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Le eq.(18) e (25) mostrano che le componenti di tensioni sono schematizzate come indipendenti da z,
cio x=x(x,y), y=y(x,y), z=z(x,y). Il caso di z(x,y) costante lungo z fisicamente realizzabile in
presenza di forze autoequilibrate agenti sulle sezioni estreme dellelemento come quelle descritte dalla
(32), anche dovute a vincoli che impediscano gli spostamenti verticali, in quanto, in assenza di esse, la
tensione z deve risultare nulla in corrispondenza delle facce di estremit per rispettare le equazioni di
equilibrio al contorno. In assenza di tali forze lipotesi semplificativa ancora valida nel caso di tensioni
z identicamente nulle, ipotesi spesso accettabile nel caso di elementi di piccolo spessore, e nel caso
teorico di elementi di spessore infinito. Sempre in assenza di forze del tipo (32), nel caso di elementi di
spessore grande, ma finito, lipotesi di costanza della z rispetto a z pu essere considerata valida ad
opportuna distanza dalle sezioni estreme, sfruttando il principio di equivalenza elastica.
Da notare che, nel caso degli elementi di piccolo spessore per i quali si accetta lipotesi di tensione z
identicamente nulla, lipotesi di z=C pu essere rispettata esclusivamente se la somma x+y ovunque
costante. In ogni caso, per, la piccolezza dello spessore rende gli spostamenti verticali w trascurabili
ovunque e lapprossimazione accettabile.

Stato piano di deformazione e stato piano di tensione


Un caso particolare di problema elastico piano, generalmente identificato come stato di deformazione
piano, quello nel quale le deformazioni e, di conseguenza, gli spostamenti in direzione z sono nulli:

z=0 w=0 (3.33)

Ovviamente questa condizione rispetta le (28-29). La formulazione corretta se vi sono vincoli nelle
sezioni estreme che, esplicitando reazioni come in (32), impediscono gli spostamenti lungo z, da cui w=0.
Si noti che spesso si definisce stato di deformazione piano anche il caso in cui la z costante rispetto
ad x ed y, ipotesi che, secondo quanto espresso dalla (28), dovrebbe essere sempre verificata nei
problemi piani. Spesso lipotesi di stato piano di deformazione utilizzabile nel caso di elementi di
grosso spessore nei quali zone soggette a modeste tensioni nel piano impediscono la deformazione in
direzione z dovuta alleffetto Poisson delle zone soggette a tensioni maggiori.
In base allipotesi z=0, le equazioni costitutive (7b) si semplificano dando luogo alle seguenti relazioni:

E [(1v) x +v y ] E [(1 v) y +v x ] E
x= y= xy= (3.34a-c)
(1+ v)(12v) (1+v)(12v ) 2(1+v) xy

In particolare, la posizione z=0 nella terza delle (7b) fornisce unequazione indipendente relativa alle
tensioni z generate dalleffetto Poisson:

vE
z= ( + )= v( x + y ) (3.35)
(1+v)(12v ) x y

Il termine di destra della (35) pu essere ricavato facilmente sommando le (34a,b). Sostituendo la (35)
nelle (7) si ottengono anche le equazioni costitutive deformazioni-tensioni per lo stato di deformazione
piano. In base alle (23-24), le matrici di rigidezza e cedevolezza R e C assumono la seguente forma:

[ ] [ ]
E 1v v 0 1+v 1v v 0
R= v 1 v 0 C= v 1 v 0 (3.36)
(1+v )(1 2v) E
0 0 (12v )/2 0 0 2

Le soluzioni ottenute risultano indipendenti da z; si noti che per z=0, cio nella sezione di simmetria,
w=0 comunque. Nel caso di solido di spessore infinitamente lungo, ogni sezione pu considerarsi di

3.8
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

simmetria e la condizione w=0 risulta rispettata ovunque.


Altro caso particolare di problema elastico piano, generalmente identificato come stato di tensione
piano, quello nel quale anche le tensioni z risultano nulle, cio:

z = yz = zx = 0 (3.37)

Lipotesi di stato piano di tensione approssima bene il comportamento di elementi sottili caricate nel
loro piano, essendo le forze (32) identicamente nulle. In questo caso, infatti, la condizione z=yz=zx= 0
per z=h/2 pu essere estesa a tutto lo spessore, vista la sua piccolezza.
In base allipotesi z=0, le equazioni costitutive (7) si semplificano dando luogo alle seguenti relazioni:

1 1 2 (1+v)
x= [ v y ] y= [ v x ] xy = [ xy ] (3.38a-c)
E x E y E

In particolare, la posizione z=0 nella terza delle (7) fornisce unequazione indipendente relativa alle
deformazioni z prodotte dalleffetto Poisson:

v v
z = ( x + y )= ( + ) (3.39)
E 1v x y

Il termine di destra della (39) pu essere ricavato facilmente sommando le (38a,b). Sostituendo la (39)
nelle (7b) si ottengono anche le equazioni costitutive tensioni-deformazioni per lo stato di tensione
piano. In base alle (23-24), le matrici di rigidezza e cedevolezza R e C assumono la seguente forma:

E 1
[ ] [ ]
v 0 1 1 v 0
R= v 1 0 C= v 1 0 (3.40)
1v 2 E
0 0 (1v )/ 2 0 0 2(1+v)

In generale lespressione di z (39), non verifica la condizione espressa dalla (28), cio z=C. Lipotesi di
stato di tensione piano fornisce una soluzione approssimata che soddisfa lequilibro, ma non la
congruenza. In realt si pu avere z=yz=zx=0 solo sulle superfici esterne del solido scariche, cio per
z=h/2, e i valori effettivi lungo z vengono trascurati. In questa ipotesi si trascurano anche le
variazioni lungo z delle altre componenti di tensione considerandone il valore medio.
In tab.4 sono riportate le forme complete assunte dalle equazioni costitutive nei due casi.

Stato di deformazione piano z=0 Stato di tensione piano z=xz=yz=0

vE v v
z= ( + )= v( x + y ) z = ( x+ y)= ( + )
1v x y
(1+v)(12v ) x y E

1+v E [(1v ) x+v y] 1 E ( x+v y)


x= [(1v ) xv y] x = x= [ xv y ] x =
E (1+v )(12v ) E 1+v 2
1+v E [(1v) y+v x ] 1 E ( y+v x )
y= [(1v) y v x] y= y= [ v x] y=
E (1+v )(12v) E y 1+v2
1 1
xy = xy =G xy xy = xy =G xy
G xy G xy

Soluzione del problema piano nelle tensioni


Le formulazioni relative a stato piano di deformazione e di tensione si basano sulle stesse equazioni di
equilibrio e di congruenza, mentre le equazioni costitutive (34,35) e (39a-d) differiscono per i due casi.
Nel caso della formulazione alle tensioni, osservando che le tensioni incognite sono tre e che sono gi

3.9
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

disponibili le due equazioni di equilibrio (19), si pu pensare di ottenere una terza equazione nelle
tensioni utilizzando lequazione di congruenza interna (30). In particolare, possibile sostituire le
deformazioni presenti nella (30) con le tensioni ottenute dalle equazioni costitutive (34,35) e (38a-c)
per i due casi del problema piano.
Per stato di deformazione piano si ottiene:

[ ]
2 2 2 2 2
x y ( x + y ) ( x + y ) xy
+ v + =2 (3.41)
x 2
y 2
x 2
y 2 x y

Sommando ad ambo i membri la quantit

2 2
x y
+ (3.42)
x 2 y2

la relazione diviene:

( )
2 2 2
1 x xy y
2 ( x + y )= +2 + (3.43)
1v x 2 x y y2

Operando analogamente, per stato di tensione piano invece si ottiene

( )
2 2 2
x xy y
2 ( x + y )=( 1+v) +2 + (3.44)
x2 x y y2

Le due relazioni differiscono solo per le costanti presenti nei termini a destra, legati al coefficiente di
Poisson .
Derivando le equazioni di equilibrio (19) rispettivamente rispetto ad x ed y e sommando si ottiene:

2 2 2
x
x 2
+2
xy y
+
x y y 2
=k
Fx Fy
x
+
y ( ) (3.45)

Sostituendo la parte a destra della (45) nelle (43) e (44) si ottiene:

2 ( x + y )=k ( Fx Fy
x
+
y ) (3.46)

con k nei due casi dato da:

1
k= k=1+v (3.47,48)
1v

Nel caso di forze di volume nulle o costanti il secondo membro della (46) si annulla e la soluzione
identica in entrambi i casi.
Come detto, si pu parlare di problema piano governato dalle equazioni di equilibrio, dallequazione di
congruenza di Mitchell-Beltrami e dalle equazioni di equilibrio al contorno. Nel caso di forze di volume
nulle o costanti si ha:

3.10
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

x yx xy y
+ =0 + =0 (3.49)
x y x y

2 ( x + y )=0 (3.50)

x n x + yx n y = f x xy n x + y n y = f y (3.51)

Le componenti trasversali z e z saranno differenti per i due casi e date dalle eq. (33) e (35) per
deformazione piana e (38) e (39d) per tensione piana.

La funzione di Airy
Introducendo una funzione (x,y) detta funzione di sforzo o funzione di Airy, tale che

2 2 2

x= 2 y= 2 xy = F x y F y x (3.52)
y x y x

La (50) si trasforma in

4 =0 (3.53)

essendo loperatore doppio di Laplace cos definito:

( )( )
2 2 2 2 4 4 4
() () ( ) () () ( ) ()
4 ()= 2 ( 2 ())= 2+ 2 2+ 2 = 4 +2 + (3.54)
x y x y x x y y4

Una funzione (x,y) che soddisfi la (53) detta biarmonica. La soluzione del problema elastico pu
essere ricondotto alla determinazione della particolare funzione di Airy che soddisfa le condizioni al
contorno del caso analizzato.
Tipici esempi di funzioni biarmoniche sono tutti i polinomi di grado inferiore al 4, ad esempio i seguenti

2 2
2 ( x , y)=a 1 x +a 2 xy+a 3 y x =2a 3 y = 2a 1 xy =a 2 (3.55a-d)

3 2 2 3
3( x , y)=b 1 x +b2 x y+b 3 xy +b 4 y x =2b 3 y+6b 4 y y =6b 1 x+2b 2 y xy =2(b 2 x+b3 y) (3.56a-d)

compresi tutti quelli ottenibili da essi ponendo a 0 una o pi costanti.


Diversi polinomi di grado superiore sono funzioni biarmoniche, come, ad esempio, il seguente

(3.57)
4 3 2 2 3 4
4 ( x , y)=c 1 x +c 2 x y3( c1+ c5) x y +c 4 xy +c5 y

nel quale il coefficiente c3 deve essere posto come c3=c1+c5, come si vede nella (57), affinch la (53)
risulti verificata.

Tensioni termiche
Una variazione di temperatura provoca nei solidi elastici isotropi delle deformazioni in quanto ogni
elementino di materiale tende ad espandersi in tutte le direzioni in misura proporzionale alla variazione
di temperatura, secondo la classica relazione x,y,z=(T T0)=T, considerando T=T(x,y) funzione
delle variabili x ed y.
In presenza di variazioni di temperatura le prime tre equazioni costitutive (7) e le (39a,b,d) del caso di

3.11
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

stato piano di tensione devono essere modificate sommando il termine

1 1 1
x= ( v y v z )+ T y= ( v x v z )+ T z = ( v y v x )+ T (3.58)
E x E y E z

1 1 v
x= ( v y )+ T y= ( v x )+ T z = ( x + y )+ T (3.59)
E x E y E

Anche la tensione in direzione z del caso di stato di deformazione piano (35) deve essere modificata
per includere leffetto della deformazione termica impedita

vE
z= ( + )= v( x + y ) E T (3.60)
(1+v)(12v) x y

Infine lequazione di congruenza (50) si modifica in

2 ( x + y )= E 2 T (3.61)

La (61) mostra che se il corpo libero da vincoli o vincolato in modo isostatico, una variazione uniforme
di temperatura (T=cost) o una variazione tale da creare un gradiente di temperatura lineare
(T=c1x+ c2y) non provocano la generazione di uno stato tensionale. Infatti, in tal caso, il termine a
destra della (61) si annulla.

3.12
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

EQUAZIONI DEL PROBLEMA ELASTICO

Modulo di elasticit trasversale Costanti di Lam (G e )

E E( 1v) v 3 +2G
G= = = E E=G v=
2(1+v) 2(1v 2 ) (1+v)(12v) +G 2( +G )
Equazioni indefinite di equilibrio

x yx zx xy y zy xz yz z
+ + + F x =0 + + + F y =0 + + + F z =0
x y z x y z x y z
Equazioni di compatibilit

u v w u v v w w u
x= y= z= xy = + yz= + zx = +
x y z y x z y x z
Equazione di congruenza interna
2 2 2 2 2 2 2 2 2
x y xy y z yz z x xz
+ = + = + =
y 2 x2 y x z2 y2 y z x 2 z2 z x
2 x 2 y 2 z
2 =
y z x

x (

y

yz + xz + xy
z ) 2 =
xz y x (
yz zx xy

y
+
z ) 2 = (
yz xz xy
y x z x
+
y

z )
Dilatazione cubica Deformazione termica

V =dV /V =x + y + z =1+2 +3 x= y=z = (TT 0)= T

Lavoro di deformazione ad unit di volume

1 T 1 1 2 2 2 1 2 2 2
l= = ( x x+ y y + z z + xy xy + xz xz + yz yz )= [ + y+ z 2v ( x y+ y z + x z )]+ ( + yz + yz )
2 2 2E x 2G xy
1 T 1 1 2 2 2
l= = ( 1 1 + 2 2 + 3 3 )= [ + 2+ 3 2v( 1 2 + 2 3 + 1 3)]
2 2 2E 1
Equazioni costitutive deformazioni-tensioni

1 1 1
x= [ v y v z ] y= [ v x v z ] z= [ v x v y ]
E x E y E z
1 1 1
xy = yz= zx=
G xy G yz G zx
Equazioni costitutive tensioni-deformazioni

E [(1v) x +v y + v z ] E [(1 v) y +v x+v z ] E [(1v) z +v y +v x ]


x= y= z=
(1+ v)(12v) (1+v)(12v ) (1+v)(12v )
xy=G xy yz=G yz zx =G zx
Equazioni costitutive tensioni-deformazioni espresse mediante le costanti di Lam

x =(+ 2G) x + y + z y =( +2G) y + x + z z =(+2G ) z + y + x


xy=G xy yz=G yz zx =G zx
Stato di deformazione piano z=0 Stato di tensione piano z=xz=yz=0

vE v v
z= ( + )=v ( x+ y ) z = ( x+ y)= ( + )
(1+v)(12v) x y E 1v x y
Equazioni costitutive Equazioni costitutive

1+v E [(1v ) x+v y] 1 E ( x+v y)


x= [(1v ) xv y ] x = x= [ xv y ] x =
E (1+v )(12v ) E 1+v 2
1+v E [(1v) y+v x ] 1 E ( y+v x )
y= [(1v) y v x] y= y= [ v x] y=
E (1+v )(12v) E y 1+v2
1 1
xy = xy =G xy xy = xy =G xy
G xy G xy

3.13
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

4.PROPRIET DEI MATERIALI E PROVE MECCANICHE

Tutti i corpi solidi possiedono in varia misura propriet di resistenza e rigidit, possono cio, entro
certi limiti, sopportare forze esterne senza subire rotture o sensibili variazioni delle proprie
dimensioni geometriche. Resistenza e rigidezza sono tradizionalmente considerate come fattori chiave
per la scelta del materiale. Ugualmente importante la relativa affidabilit e la capacit di durare a
lungo che possieder un certo pezzo.
La differenza tra la resistenza del materiale e la teoria matematica dell'elasticit consiste
principalmente nei metodi di soluzione del problema. Lo scopo della resistenza dei materiali formulare
dei metodi di calcolo semplici.
Si definisce materiale una qualit di materia solida adatta alla costruzione. Generalmente il materiale
costituito da un insieme di pi sostanze (qualit di materia di composizione chimica ben definita).
I materiali da costruzione devono essere adatti a:
assumere forma e dimensioni di progetto con tolleranze definite,
resistere a sollecitazioni meccaniche e termiche, ad usura e corrosione,
subire deformazioni contenute (avere una certa rigidezza).
Queste caratteristiche dipendono dalle propriet meccaniche, termiche e tecnologiche del materiale.

Altre caratteristiche di interesse, a parte le propriet elettriche,sono:


peso, (dipendente dalla propriet fisica densit),
affidabilit,
durata,
costo (che comprende quello del materiale e della sua lavorazione),
caratteristiche estetiche.

Le caratteristiche meccaniche di un elemento di macchina dipendono, oltre che dalle propriet del
materiale utilizzato, dal processo di costruzione e dalla sua geometria (forma e dimensioni).
Va ricordato che le principali cause di fuori uso degli elementi meccanici sono la rottura per fatica e il
deterioramento delle superfici. La scelta del materiale per un componente meccanico una decisione
che viene presa prima di stabilire le dimensioni del pezzo. Tale decisione NON sempre basata su
tensioni e deformazioni.

Classi dei materiali


I materiali da costruzione possono essere classificati in tre grandi categorie:
metallici: costituiti da elementi a carattere metallico; hanno struttura cristallina; buona resistenza
meccanica, densit elevata; sono malleabili, duttili, conduttori calore ed elettricit, poco trasparenti
alla luce. Acciai e ghise, alluminio e leghe, rame e leghe (bronzi e ottoni), magnesio e leghe, nichel e
leghe, titanio e leghe, zinco e leghe.
ceramici: ossidi e/o silicati; hanno struttura cristallina (a parte il vetro); sono duri e fragili,
resistenti a corrosione ed usura, non conduttori di calore ed elettricit, con elevate temperature di
fusione. Ceramici tradizionali (cemento, vetri, laterizi, piastrelle, porcellana, pietre naturali, gesso),
ceramici speciali.
polimerici: composti organici macromolecolari, sintetici o naturali; la struttura costituita da catene
di molecole; hanno densit bassa, scarsa stabilit dimensionale; sono amorfi, facilmente modellabili,
rammolliscono o bruciano per effetto della temperatura. Naturali (gomma, legno, adesivi, vernici,
bitumi), artificiali (termoplastici, plastiche termoindurenti, elastomeri).

I materiali compositi (a volte identificati come la 4 categoria di materiali) sono ottenuti miscelando o

4.1
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incollando due o pi materiali mutuamente insolubili dei quali uno costituisce la matrice, che agisce da
legante, e gli altri la carica, che pu agire da rinforzo, destinato a migliorare rigidezza e resistenza nel
caso dei materiali strutturali, o da riempitivo, destinato a migliorare propriet di vario genere, quali
resistenza alla fiamma, allabrasione, allimpatto e conducibilit elettrica. La matrice pu essere
costituita da un materiale polimerico (nella maggior parte dei casi), metallico o ceramico. La carica pu
essere costituita da fibre lunghe, fibre corte o particelle. La maggior parte dei materiali compositi
destinati alla costruzione hanno un rinforzo costituito da fibre lunghe di materiali come vetro,
carbonio, boro o Kevlar. Lintroduzione delle fibre dovuta al fatto che i materiali ridotti in fibre di
diametri dellordine dei 515 m (vetro, carbonio, Kevlar) o dei 100200 m (boro), presentano
propriet meccaniche molto pi elevate grazie alla minore presenza di difetti nella struttura cristallina.

Materiali
Acciai legati
Il termine acciaio legato si applica quando uno o pi elementi, oltre al carbonio, sono introdotti nel
ferro in quantit sufficiente da modificarne e migliorarne le sue propriet fisiche.

L'aggiunta di cromo determina la formazione di vari carburi di cromo molto duri, ma l'acciaio che ne
risulta sar pi duttile di un acciaio della stessa durezza prodotta attraverso il solo aumento di
carbonio. Inoltre affina la struttura del grano, aumentando tenacit e durezza e allarga il campo delle
temperature critiche.

Anche l'aggiunta di nichel provoca l'allargamento del campo delle temperature critiche, ma essendo
solubile nella ferrite, esso incrementa le resistenze senza diminuire la duttilit.

Spesso cromo e nichel sono in combinazione per ottenere tenacit e duttilit del nichel e durezza e
resistenza all'usura del cromo.

Il manganese si aggiunge a tutti gli acciai come agente deossidante e desolforizzante. Esso restringe il
campo delle temperature critiche e incrementa il tempo richiesto per la trasformazione.

Il silicio aggiunto come agente deossidante e produce un materiale fragile con alte caratteristiche
elastiche ed un'alta permeabilit magnetica.

Il molibdeno impiegato in combinazione con altri leganti: esso va in soluzione con la ferrite e forma
carburi aumentando la durezza e la tenacit dell'acciaio. Inoltre allarga il campo delle temperature
critiche e abbassa il punto di trasformazione.

Il vanadio un forte agente deossidante e provoca l'affinamento del grano oltre che aumentare la
tenacit degli acciai.

Infine il tungsteno produce una struttura fine, densa, apportando tenacit e durezza.

Acciai resistenti alla corrosione


Le leghe con base di ferro che contengono almeno il 12% di cromo sono dette acciai inossidabili. La pi
importante caratteristica di questi acciai la loro resistenza alle condizioni corrosive.

Gli acciai al cromo ferritici hanno un contenuto di cromo che va dal 12 al 17% e la loro resistenza alla
corrosione una funzione del contenuto di cromo.

4.2
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Se il contenuto di cromo supera il 18%, gli acciai inossidabili diventano difficili da saldare e la durezza
diventa cos grande che bisogna far attenzione alle condizioni di servizio.

Dal momento che il cromo non economico, il progettista deve scegliere il pi basso contenuto di cromo
compatibile con le condizioni corrosive.

Metalli non ferrosi


L'alluminio, e le sue leghe, hanno eccezionali caratteristiche quali ottimo rapporto resistenza-peso,
buona resistenza alla corrosione ed alta conduttivit termica ed elettrica. La densit dell'alluminio
2770kg/m3 ( contro i 7750 kg/m3 dell'acciaio), il modulo di elasticit 71,7 Gpa (1/3 rispetto
all'acciaio), ma ha una resistenza a trazione di 90MPa, anche se pu essere considerevolmente
migliorata attraverso lavorazioni a freddo o legandolo con gli altri. Tenendo in considerazione il costo e
la resistenza dell'alluminio e delle sue leghe, essi sono tra i materiali pi versatili dal punto di vista
della fabbricazione.
Inoltre l'alluminio puro fonde a 660C, il che lo rende molto vantaggioso per la produzione di fusioni in
conchiglia e in terra.

Il magnesio ha una densit bassissima di circa 1800 kg/m3 ed essendo il pi leggero dei metalli
commerciali, il suo pi grande impiego avviene nell'industria aeronautica e automobilistica. Le leghe di
magnesio non hanno per un'elevata resistenza per cui il loro impiego maggiore si ha nelle applicazioni
nelle quali la resistenza non il fattore pi importante.

Il titanio e le sue leghe sono simili, in resistenza, ad un acciaio con resistenza moderata, ma pesano la
met. Inoltre presenta una buona resistenza alla corrosione, bassa conduttivit termica, non
magnetico e resiste ad alte temperature.
A causa dei suoi molti vantaggi le sue applicazioni sono molte, ma particolarmente avanzate in quanto
costa molto.

Gli ottoni a basso tenore di zinco (515%) sono leghe di rame e sono facilmente lavorabili a freddo.
Sono duttili ma difficili da lavorare e la loro resistenza alla corrosione buona.
Gli ottoni con contenuto intermedio di zinco (2038%) sono pi economici in quanto lo zinco costa meno
del rame e, inoltre, hanno migliore resistenza e lavorabilit anche se pi scarsa resistenza alla
corrosione. Infine gli ottoni con pi del 38% di zinco sono meno duttili e non possono essere lavorati a
freddo. Sono dunque lavorati a caldo ed estrusi.

Il bronzo al silicio contiene il 3% di silicio e l'1% di manganese in aggiunta al rame. Ha propriet


equivalenti a quelle dell'acciaio dolce ma ha una buona resistenza alla corrosione. Si pu lavorare a
freddo o a caldo, lavorare con macchine utensili e saldare. molto utile quando si richiedono sia
resistenza meccanica che alla corrosione.

Il bronzo d'alluminio una lega termicamente trattabile che contiene pi del 12% di alluminio. Ha
propriet di resistenza a trazione e corrosione migliori dell'ottone e, aggiungendo ferro, la lega
migliora la resistenza a fatica, agli urti e all'usura.

Materiali per fonderia (ghise)


Tra tutti i materiali da fusione, la ghisa grigia la pi utilizzata in quanto economica, si fonde
facilmente ed semplice da lavorare.
I suoi principali difetti sono la fragilit e la bassa resistenza. In aggiunta all'alto contenuto di carbonio

4.3
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(17%), la ghisa grigia presenta anche un alto contenuto di silicio con percentuali di zolfo, manganese e
fosforo.
Le lega risultante composta da ferrite, perlite e grafite.

Se tutto il carbonio della ghisa in forma di cementite e perlite, senza la presenza di grafite, la
struttura risultante bianca ed conosciuta come ghisa bianca. Si pu produrre aggiustando la
composizione, tenendo basso il contenuto di carbonio e silicio, oppure fondendo la ghisa grigia in
conchiglia, in modo da permettere un raffreddamento rapido.

Se si ricuoce la ghisa bianca, con composizioni appartenente a un ristretto campo, si forma un prodotto
chiamato ghisa malleabile.
Il processo di ricottura libera il carbonio, cos che si presenti sotto forma di grafite, ma di sottili
lamelle, mentre in quella malleabile ha una forma modulare conosciuta come carbonio di rinvenimento.
L'allungamento i rottura di una buona ghisa malleabile di oltre il 18%, mentre quello di una ghisa grigia
raramente superiore all'1%.
A causa del lunghissimo trattamento termico necessario per produrre la ghisa malleabile, gli ingegneri
hanno a lungo desiderato una ghisa che combinasse le propriet duttili della ghisa malleabile con la
facilit di fusione e lavorazione della ghisa grigia.

Si arrivati cos alla ghisa duttile, realizzata aggiungendo MgFeSi alla colata. La ghisa duttile, spesso
chiamata anche ghisa modulare, essenzialmente una ghisa malleabile, poich entrambe contengono
grafite sferoidale.
Un getto di questa ghisa presenta caratteristiche molto simili a quella malleabile e, se le si d una
leggera ricottura di circa un'ora, seguita da un lento raffreddamento, presenta una duttilit ancora
maggiore.
La ghisa duttile ha un elevato modulo di elasticit se confrontato con quello della ghisa grigia, ed
elastica nel senso che una parte della curva tensioni.deformazioni una linea retta.
La ghisa grigia non obbedisce alla legge di Hooke in quanto il modulo di elasticit decresce
costantemente all'aumentare della tensione.

Plastiche
Il termine "termoplastiche" si usa per indicare le plastiche che diventano colabili e modellabili quando
vengono riscaldate.
Una plastica "termoindurente", invece, non pu esser rimodellata ed una plastica per la quale il
processo di polimerizzazione concluso in pressa.

L'insieme delle propriet e caratteristiche ottenibili con le plastiche molto esteso ed occorre
considerare molti fattori come:
costo
capacit di essere modellate
coefficienti di attrito
alterazioni alle condizioni atmosferiche
resistenza all'urto
effetti dei raggi di raccordo e delle nervature

Materiali compositi
I materiali compositi sono formati da ue o pi materiali chimicamente diversi, ognuno dei quali

4.4
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contribuisce alle propriet finali.


A differenza delle leghe, i materiali in un composito rimangono distinti l'uno dall'altro a livello
macroscopico per cui, non essendo isotropi come altri materiali usati in ingegneria, le loro propriet
sono variabili con la posizione e la direzione.
La maggior parte dei compositi consiste in due elementi
1) legante o matrice
2) rinforzo

Il rinforzo determina rigidezza e resistenza e i pi comuni sono con fibre continue, dritte o
intrecciate, fibre discontinue e particolati. Il legante tiene il materiale insieme e serve a trasferire
carico lungi i rinforzi. Solitamente sono resine plastiche

Microstruttura
I materiali metallici e ceramici hanno struttura cristallina nella quale gli atomi si dispongono
ordinatamente assumendo una struttura geometricamente definita. I materiali polimerici hanno invece
struttura amorfa.
I materiali, come si evidenzia osservando con un ingrandimento tra 102 e 104, possono essere omogenei
cio costituiti da una sola sostanza o diverse sostanze solubili allo stato solido, o eterogenei cio
costituiti da componenti non solubili formanti un sistema polifasico. In questo caso si osservano cristalli
di sostanze differenti. Materiali omogenei sono, ad esempio, il rame puro (99.99%Cu) usato come
conduttore elettrico o il bronzo da lavorazione (95%Cu, 5% Sn). Materiali eterogenei sono acciai,
laterizi, porcellane. Nel granito si osservano ad occhio nudo grani di quarzo, di feldspato e mica. I
materiali compositi sono polifasici nei quali le diverse fasi sono state deliberatamente disposte con un
criterio mirante a realizzare una certa propriet.

Isotropia e Anisotropia
Un materiale si definisce isotropo quando le sue propriet sono uguali in tutte le direzioni. Si deve
osservare che il singolo cristallo di materiale tipicamente anisotropo, tuttavia i materiali costituiti da
aggregati di cristalli possono risultare isotropi poich questi ultimi si dispongono con orientazione
casuale (in pratica in tutte le direzioni). I materiali amorfi sono generalmente isotropi perch il
disordine molecolare si riproduce statisticamente in tutte le direzioni. Lavorazioni come laminazione,
trafilatura e forgiatura possono rendere anisotropo un materiale, perch provocano un orientamento
preferenziale dei grani cristallini. I materiali compositi sono spesso volutamente anisotropi, grazie alle
differenti propriet meccaniche di matrice e fibre.
In tab.1 sono riassunte le principali caratteristiche delle varie categorie di materiali.

Propriet fisiche di interesse


Vengono di seguito riassunte le propriet fisiche di interesse per i materiali da costruzione. Alcune di
esse sono approfondite nei paragrafi successivi, mentre il comportamento in campo plastico e la
resistenza a frattura e a fatica sono trattate in capitoli specifici. Nella tab.2 sono riassunte alcune
delle propriet fisiche di maggiore interesse di vari materiali da costruzione.
Propriet meccaniche
Descrivono il comportamento del materiale assoggettato a forze statiche dinamiche o di fatica:
- comportamento sforzi-deformazioni (elastico, plastico, viscoelastico) e resistenza statica
(tipicamente quantificata mediante le tensioni di snervamento e rottura),
- comportamento sforzi-deformazioni e resistenza statica ad alta temperatura,
- resistenza allindentazione, alla scalfittura e allabrasione (durezza),
- resistenza agli urti (resilienza),

4.5
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- resistenza a frattura (tenacit a frattura),


- resistenza a fatica.
Propriet termiche
Descrivono il comportamento del materiale assoggettato a variazioni di temperatura:
- dilatazione termica,
- capacit termica,
- conduttivit termica,
- resistenza allo shock termico.
Temperatura di fusione
La temperatura di fusione Tf la temperatura alla quale il materiale passa dallo stato solido a quello
liquido. Ovviamente le temperature di esercizio dei componenti meccanici devono essere
convenientemente minori di essa. Per i polimeri altrettanto importante la temperatura di transizione
vetrosa Tg, che la temperatura al di sotto della quale i polimeri diventano rigidi e fragili come il vetro.
Le plastiche rigide hanno Tg di circa 100C. Le plastiche flessibili e gli elastomeri gommosi hanno T g
inferiori alla temperatura ambiente.
Densit
La densit definita come rapporto tra la massa del materiale e il volume occupato, tipicamente
espressa in g/cm3. Nei casi in cui il peso di un componente ha rilevanza, si pu parlare di resistenza
specifica del materiale, intendendo il rapporto tra la grandezza che identifica la resistenza e la densit
(ad esempio la resistenza specifica a rottura il rapporto tra la tensione di rottura e la densit).
Propriet elettriche
La principale propriet elettrica di interesse dei materiali da costruzione la conduttivit (o il suo
opposto, la resistivit), che lattitudine a trasmettere la corrente elettrica.

Propriet tecnologiche
Le propriet tecnologiche descrivono lattitudine di un materiale ad essere lavorato per produrre dei
manufatti o ad essere trattato per acquisire determinate propriet.
Duttilit/Malleabilit
Queste propriet si riferiscono allattitudine di un materiale ad essere lavorato a freddo per
deformazione plastica. La duttilit e la malleabilit si riferiscono rispettivamente allattitudine del
materiale ad essere ridotto in fili mediante trazione e in lamine mediante compressione.
Fusibilit
l'attitudine di un materiale a passare dallo stato solido allo stato liquido mediante riscaldamento,per
essere poi raffreddato in modo da assumere la forma desiderata. La fusibilit di un materiale cresce al
diminuire della temperatura di fusione.
Saldabilit
l'attitudine di un materiale ad essere saldato, cio la propriet in base alla quale pezzi del materiale
possono essere uniti ad altri pezzi dello stesso o di altri materiali, se portati a temperature prossime
(ma inferiori) al loro punto di fusione.
Temprabilit
l'attitudine di un materiale ad acquistare maggiore durezza e resistenza meccanica attraverso il
processo di tempra, costituito da un riscaldamento a temperatura elevata, ma minore di quella di
fusione, e un successivo raffreddamento brusco.

4.6
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MATERIALE Legame Microstruttura Vantaggi Svantaggi

Metalli e leghe
Acciai e ghise
Alluminio e leghe Resistenza
Rame e leghe Rigidezza Peso
Metallico Grani Cristallini
Magnesio e leghe Duttilit Corrosione
Nichel e leghe Conduc. Elettrica
Titanio e leghe
Zinco e leghe

Polimeri
Resist. Meccanica
Naturali Costo
Catene Resist Temperatura
(gomma, legno, vernici, bitumi, adesivi) Catene di molecole Leggerezza
di molecole Rigidezza
Artificiali Resist. Corrosione
Scorrimento
(termoindurenti, termoplastici, elastomeri)

Ceramici
Resist. Meccanica
Tradizionali Ionico
Grani Cristallini Resist. Temperatura
(cemento, mattoni, gesso, piastrelle, Covalente
Resist. Corrosione Fragilit
porcellana, pietre naturali)
Amorfo Rigidezza
Vetro Amorfo
Durezza
Speciali

Compositi
Resist. Meccanica Costo
A matrice polimerica
Vari Matrice a fibre Rigidezza Resist. Temperatura
A matrice metallica
Leggerezza Delaminazione
A matrice ceramica

MATERIALE E [GPa} r [MPa] [g/cm3] Tf [C]

Diamante 1000 750 3,52 0,1

Acciai 190215 2002500 7,87 1530 0,280,3

Ghise 170190 100700 7,87 1530 0,280,3

Leghe di nichel 177 480750 8,9 1453 0,34

Leghe di titanio 85130 2701450 4,51 1668 0,36

Leghe di rame (Ottone) 120150 240400 8,96 1083 0,35

Leghe di rame (Bronzi) 100 300760 8,96 1083 0,35

Leghe di alluminio 7080 140550 2,7 660 0,35

Leghe di magnesio 4045 150380 1,74 650 0,29


trazione compressione
Ceramici 6070 2,45,8 7002800 0,180,22
50580 5603500

Plastiche 0,16 10200 110640 0,330,34


T esercizio
Elastomeri 0,010,1 925 0,92 80250

Resine poliuretaniche, viniliche,


35 25100 110640 0,330,37
epossidiche, fenoliche, siliconiche

Fibre 70400 23003800 1,72,6 0,20,35


vetro, carbonio, boro, kevlar

Composito resina e fibre || 45320 11001700 0,250,34


1,32
Composito resina e fibre + 1,211 3045
trazione compressione
Legno Longitudinale !! 616 - 0,29 LR
40200 20100 0,31

Legno Radiale + 0,51 3,55 - 0,02 RL

4.7
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Comportamento sforzi/deformazioni - Prova di trazione


Le valutazioni su tensioni e deformazioni si basano sulle propriet del materiale con il quale il
componente sar realizzato.
Il comportamento del materiale per ci che concerne il rapporto tra le tensioni cui soggetto e le
deformazioni che si destano definito:
lineare se la deformazione direttamente proporzionale alla tensione applicata,
elastico se le deformazioni si annullano al cessare delle tensioni applicate,
plastico se rimangono deformazioni permanenti al cessare delle tensioni applicate.

La deformazione elastica legata allo stiramento dei legami interatomici nei solidi che cessa al cessare
delle tensioni, mentre la deformazione plastica legata allo slittamento tra piani di atomi nei grani
cristallini che accade in modo incrementale a causa del movimento delle dislocazioni sotto tensioni
elevate. Per questa natura fisica, la deformazione plastica non provoca variazioni di volume nel
materiale.
Il comportamento sforzi-deformazioni di un materiale generalmente caratterizzato mediante la
prova di trazione.
Essa consiste nel sottoporre un provino di geometria e
dimensioni opportune (solitamente standardizzate da norme tipo
ISO o ASTM o misurate prima dell'inizio della prova) ad una
forza di trazione unidirezionale P crescente lentamente da 0 ad
un valore tale da determinarne la rottura. Usualmente il provino
una barretta a sezione costante circolare (con diametro
iniziale d0) o rettangolare di area iniziale A0.
Le caratteristiche principali di questi campioni che essi sono
rinforzati alle estremit, in modo da esser afferrati, ed il passaggio alla
parte in esame, che pi stretta, raccordata per evitare
sovrasollecitazioni.
Il provino viene collegato ad una macchina di prova (fig.1) dalle
estremit, mediante afferraggi, uno dei quali fisso, e laltro solidale
alla traversa mobile della macchina (o al pistone attuatore). Lo
spostamento di questultima permette lapplicazione del carico. La
distanza tra gli afferraggi indicata con h.
Le dimensioni assolute dei campioni dipendono dalla potenza delle
macchine di prova e dalle dimensioni del materiale greggio dei campioni
stessi. Ci valido anche per le prove di compressione.
Durante la prova si misurano la forza applicata mediante un apposito
trasduttore detto cella di carico e gli allungamenti dell'elementino
mobile, o direttamente la deformazione, mediante un estensimetro; la
lunghezza del tratto su cui si effettua la misura pari alla base di
misura del trasduttore stesso.
I dati misurati sono riportati su un diagramma forza-allungamenti, ma poich sappiamo che le tensioni e
le deformazioni nominali (-), sono date rispettivamente le prime dal rapporto tra il carico applicato e
l'area iniziale del provino

2
Pi d0
= dove A0= sono misurate in MPa (10.1)
A0 4

e le seconde dal rapporto tra lallungamento totale e la lunghezza iniziale:

4.8
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L L0 L
= = sono adimensionali (10.2)
L0 L0

possiamo dire che il diagramma forze-allungamenti e quello tensioni-deformazioni si equivalgono in


quanto basta dividere per due costanti (A0 ed L0 ) gli assi del primo diagramma per ottenere
rispettivamente gli assi del secondo diagramma.
Conclusa la prova, i risultati saranno tracciati su un diagramma tensione-deformazione come si vede
nelle figure seguenti. Si dicono diagramma tensioni-deformazioni nominali in quanto tali valori di
deformazione e tensione son calcolati con equazioni non reali. Per ottenere la tensione reale, il carico e
l'area della tensione devono essere misurate simultaneamente durante le prove.

In alcuni casi pu essere conveniente esprimere le deformazioni in percentuale: in questo caso basta
moltiplicare il valore misurato con la (2) per 100 e aggiungere il simbolo % (ad es. =0.1 corrisponde ad
una deformazione del 10%). Nelle misure effettuate con gli estensimetri, per comodit, si misurano le
deformazioni in micrometri per metro m/m; in questo caso basta moltiplicare il valore misurato con la
(2) per 1.000.000 (essendo 1m=1m/1.000.000).
In alcuni casi lallungamento L viene stimato dallo spostamento dellattuatore, semplicemente come
L=h. In generale questo valore coincide con lallungamento medio del tratto del provino compreso tra
gli afferraggi, che coincide con lallungamento locale solo in campo elastico. Poich il valore medio
influenzato dalla lunghezza iniziale L0, essa standardizzata e tipicamente si ha L0=5d0. Se si utilizza
lestensometro, il valore L0 coincide con la base di misura dello stesso: il vantaggio che il valor medio
calcolato su un tratto ridotto ed pi vicino al valore locale. Per materiali di elevata rigidezza si
verifica spesso uno slittamento del provino negli afferraggi e luso dellestensometro/ estensimetro
diventa necessario.

Si deve notare che la tensione nominale non coincide con quella realmente agente, poich, come si vedr
nel seguito, la sezione del provino scarico A 0 maggiore di quella che si ha durante lapplicazione della
tensione per via delleffetto Poisson; questa differenza trascurabile fino a quando il materiale si
mantiene in campo elastico. Si deve notare, inoltre, che la deformazione nominale, in dipendenza dal
modo con cui misurato L, data dalla deformazione media rispetto alla base di misura
dell'estensimetro. Le tensioni e deformazioni nominali riportate nel diagramma sono dette anche
ingegneristiche.

Le prove possono essere condotte imponendo che la traversa della macchina si muova con velocit dh/dt
costante (controllo di spostamento) oppure che la deformazione applicata cresca con velocit d/dt
costante (controllo di deformazione). In alternativa si impone che il carico cresca con velocit dF/dt
costante (controllo di carico).
Il primo caso quello pi frequente e la velocit di spostamento della traversa (o del pistone) spesso
imposta dalle normative.

4.9
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Una prima osservazione del diagramma permette di distinguere due categorie di materiali: i duttili
(fig.2a), che giungono a rottura con ampi valori di deformazione (acciai, alcuni polimeri ecc...) e i fragili
(fig.2b), che giungono a rottura con valori di deformazione limitati (ghise,materiali ceramici, alcuni
polimeri).

La curva che si ottiene in questi diagrammi pu essere suddivisa in 4 zone:


1) la zona OA --> zona elastica
2) la zona AB --> zona di snervamento generale (non appare nella prova di trazione o compressione)
3) la zona BC --> zona di incrudimento
4) la zona CD --> zona di snervamento totale

Gli allungamenti nella zona OA son molto piccoli.


Nella zona di incrudimento invece gli allungamenti corrispondono ad un aumento del carico in misura
molto minore rispetto alla zona elastica. In tale zona inizia a risaltare nel campione il punto di futura
rottura ed a formarsi il cosidetto collo, dove avviene un locale assotigliamento del campione.
Quando la riduzione relativa dell'area della sezione trasversale diventa pari all'aumento relativo della
sollecitazione, la forza di trazione P raggiunge il punto massimo C.
L'ulteriore allungamento del campione si accompagna ad una riduzione della forza, in questo caso
l'allungamento di natura locale, perci la zona CD detta zona di snervamento locale.

Modulo di Young-Coefficiente di Poisson-Limite di proporzionalit


Il primo tratto del grafico - spesso approssimabile ad una retta: in questo caso il materiale
presenta un comportamento detto lineare-elastico nel quale le deformazioni misurate sono
direttamente proporzionali alle tensioni agenti e le deformazioni si annullano al cessare del carico.
Nella zona elastica valida la Legge di Hooke che dice che il rapporto fra tensione applicata e
deformazione una costante tipica del materiale che prende il nome di modulo di Young


E=
= (10.3)

espresso in MegaPascal ed una misura della sua rigidezza. Se si diminuisce il carico il punto
rappresentativo sul diagramma - ripercorre il tracciato a ritroso sino allorigine degli assi
evidenziando lassenza di deformazioni residue. Per una maggiore precisione opportuno che E sia
valutato considerando il rapporto tra le differenze tra tensioni e deformazioni misurate in due punti
distanti sul tratto rettilineo del grafico -, evitando i punti troppo vicini allorigine degli assi e al
valore di snervamento (ad es. i punti con tensione pari al 10% e al 50% della tensione massima della
prova). Una stima pi precisa pu essere ottenuta effettuando una regressione lineare su tutti i valori
del tratto lineare compresi tra due punti opportuni.
In altri casi non vi una regione lineare ben definita e il concetto di modulo di Young deve essere
considerato con cautela. In alcuni casi si considera il coefficiente angolare della retta tangente alla
curva - nellorigine.
Come noto, sempre in campo elastico, applicando una tensione monoassiale longitudinale, oltre alla

4.10
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deformazione longitudinale imposta, si verifica una contrazione trasversale ad essa proporzionale,


misurabile dalla variazione del diametro del provino. La costante di proporzionalit tra le deformazioni
il coefficiente di Poisson (valore positivo) che pu essere valutato misurando la deformazione
trasversale e utilizzando la relazione

t ( d d 0 /d 0) (10.4)
v= =

Le costanti E e sono definite costanti ingegneristiche, in quanto direttamente ricavabili dalle prove
meccaniche.
Ad un certo valore della tensione detto limite di proporzionalit p la curva - comincia a deviare dalla
linea retta come nel punto A delle figg.2a e 2c; oltre questo valore il materiale pu essere ancora
elastico, ma non obbedisce pi alla legge lineare di Hooke inoltre prima di esso nessuna deformazione
permanente sar ancora osservata. Per molti materiali possibile aumentare la tensione oltre il limite
di proporzionalit sino a un valore di tensione detto limite elastico (punto B di fig.2c) senza che si
abbiano deformazioni residue permanenti (misurabili, cio, quando il carico viene riportato a zero) dopo
tale punto la deformazione diviene plastica e il materiale assumer una deformazione permanente
quando il carico sar rimosso. difficile ottenere questo valore dai diagrammi di trazione, in quanto
sarebbe necessario che il provino venisse scaricato di volta in volta per misurare la deformazione
residua.

Tensione di snervamento-Tensione di rottura


Per molti materiali si nota un valore di tensione in corrispondenza del quale la deformazione comincia ad
aumentare molto rapidamente senza un equivalente incremento di tensione. Tale tensione definita
tensione di snervamento s (punto C in fig.2c) e caratterizza il passaggio del materiale dallo stato
elastico a quello plastico. Le deformazioni plastiche sono permanenti: allazzeramento del carico il
comportamento del materiale descritto da una retta parallela a quella relativa al comportamento
elastico con pendenza pari al modulo di Young (fig.2c). Tale retta, ovviamente, interseca lasse delle
ascisse (tensione nulla) ad un valore di deformazione maggiore di zero.

Per i materiali duttili il punto di snervamento si identifica facilmente grazie al fatto che, in
corrispondenza ad esso, la tensione rimane quasi costante, come in fig.2c nel diagramma a tratto
continuo. In qualche caso, come in fig.2c, linea a punti, la pendenza della curva assume valore negativo
per un breve intervallo e si parla di snervamento superiore e inferiore. Superato tale punto la rottura
avviene dopo una deformazione irreversibile molto maggiore di quella elastica. La deformazione plastica
nei materiali duttili legata a scorrimenti tra i piani atomici e cristallini provocati dalle tensioni
tangenziali. Tali scorrimenti avvengono particolarmente lungo piani che formano circa 45 con la
direzione della tensione normale dovuta alla trazione, dove insiste la massima tensione tangenziale.
Per un acciaio duttile il provino mostra una contrazione della sezione, detta strizione, chiaramente
visibile in corrispondenza della zona nella quale si ha lo snervamento. La maggior parte dell'allungamento
si verifica in corrispondenza della zona interessata dalla strizione e non coincide con il valor medio sul
tratto del provino tra gli afferraggi ottenuto dalla misura di h.
Allaumentare della deformazione si verifica la rottura del provino. Tipicamente la superficie della
sezione di rottura dei materiali duttili presenta dei piani inclinati di circa 45 rispetto alla direzione
della trazione, poich, come detto, i massimi scorrimenti avvengono lungo tali piani. La tensione
corrispondente detta tensione di rottura r.
Paradossalmente, per molti materiali, inclusi gli acciai, la tensione nominale di rottura non la massima
del diagramma. Ci dovuto al fatto che, alla rottura, la sezione resistente diminuisce sensibilmente a
causa della strizione e il carico richiesto per lulteriore deformazione diminuisce. In conseguenza di ci,

4.11
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mentre la tensione reale globalmente aumenta, poich data dal rapporto tra forza applicata e sezione
reale, la tensione nominale diminuisce a causa del minore carico richiesto. In questi casi, come tensione
di rottura, si utilizza il valore massimo della tensione nominale letto sul diagramma.

Per i materiali fragili non si nota una brusca variazione della pendenza nel diagramma tensioni -, per
cui la tensione di snervamento non facilmente identificabile. In questo caso, convenzionalmente, si
utilizza il valore della tensione (punto A di fig.2b) che si ottiene dallintersezione tra il diagramma - e
una retta parallela al tratto rettilineo del diagramma stesso, spostata di un valore di deformazione
prefissato, usualmente pari 0.0010.002 (o 0.10.2%), che deve essere indicato (es. s 0.2) Superato lo
snervamento, la rottura avviene senza ulteriore apprezzabile deformazione. La sezione di rottura dei
materiali fragili appare piana ed ortogonale alla direzione di trazione, in quanto la rottura avviene per
limprovvisa propagazione di una frattura in un piano ortogonale alla massima tensione normale agente.

Deformazioni e tensioni reali


La tensione reale definita semplicemente dal rapporto tra la forza applicata e larea della sezione
corrente (deformata) del provino A:
R = F/A (10.5)

Come gi detto la tensione reale risulta generalmente maggiore di quella nominale poich generalmente
A<A0 a causa della strizione. Sperimentalmente si osserva, inoltre, che la tensione reale cresce
sempre durante la prova.
Come visto precedentemente, le deformazioni nominali sono valori medi rispetto alla lunghezza di
riferimento e, per la loro valutazione, lallungamento complessivo L viene riferito alla lunghezza
iniziale L0. In realt lallungamento complessivo L pu essere visto come la somma di incrementi
istantanei di lunghezza dLi ciascuno dei quali avviene mentre il provino ha lunghezza istantanea L i
maggiore di quella iniziale. La deformazione reale istantanea data dal rapporto dL i/Li e la
deformazione totale allistante iesimo data dallintegrale di tale rapporto tra la configurazione iniziale
e quella nellistante considerato:

L
dL i L
R= =ln (10.6)
L0 Li L0

Introducendo L=L0+L nella (6), si pu mostrare che sussiste la seguente relazione:

R=ln (+1) (10.7)

In campo elastico le tensioni e deformazioni reali risultano praticamente coincidenti, mentre in campo
plastico le deformazioni reali ottenute dalla (7) sono inferiori a quelle nominali. E bene notare che la
(7) utilizzabile solo in assenza di strizione, perch nella definizione di deformazioni reali (6) devono
essere introdotti gli allungamenti locali della sola zona soggetta a deformazione e non quelli relativi a
tutta la lunghezza utile del provino o alla base di misura dellestensometro. Per questo motivo, a
dispetto della (7), le deformazioni reali nei materiali duttili risultano maggiori di quelle nominali.
Poich gli allungamenti reali nella zona deformata sono difficili da misurare spesso necessario
sfruttare la costanza del volume del materiale in campo plastico. Trascurando le modeste variazioni di
volume dovute alla deformazione elastica, la costanza del volume del provino pu essere espressa dalla
seguente relazione

A L= A0 L0 (10.8)

4.12
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dalla quale possibile ricavare lespressione della area della sezione istantanea del provino:

A= A0 L0 / L (10.9)

Utilizzando queste espressioni possibile scrivere le seguenti relazioni tra tensioni e deformazioni
nominali e reali:

R =(+1) R=ln A0 / A=ln d 0 / d (10.10,11)

Altre propriet deducibili dalla prova di trazione: Duttilit/Malleabilit - Resilienza - Tenacit


L'aumento delle propriet elastiche di un materiale in seguito alla deformazione plastica preliminare,
definito incrudimento.

Duttilit/Malleabilit
La duttilit la capacit di un materiale di assorbire deformazioni anelastiche senza rompersi. A parit
di resistenza e durezza, i materiali pi duttili sono pi adatti ad assorbire sovraccarichi e ad essere
lavorati a freddo per deformazione plastica.
La duttilit viene quantificata mediante la deformazione al momento della rottura:

L rL 0
r = (10.12)
L0

ottenuta sul diagramma -, o mediante lallungamento percentuale =100 r.


Usualmente si ammette che al di sotto del 5% di allungamento il materiale sia fragile, al di sopra
duttile (fig.2a,b).
Per una valutazione pi realistica della duttilit, l'allungamento del materiale pu essere misurata con
un estensometro.
Una misura alternativa della duttilit data dalla riduzione percentuale della sezione, chiamata %RA

2 2
A0 A r d d
%RA=100 =100 0 2 r (10.13)
A0 d0

Lanaloga grandezza misurata mediante una prova di compressione viene definita malleabilit; i materiali
malleabili sono adatti ad essere lavorati per deformazione plastica per ottenere lastre.

Resilienza Tenacit a trazione


Una forza esterna applicata ad una struttura, detta carico d'urto se il tempo di applicazione
inferiore a un terzo del pi basso periodo di vibrazione libera della struttura. Altrimenti chiamato
carico statico.

In presenza di sollecitazioni dinamiche noto che il comportamento dei materiali differisce


significativamente da quello esibito in condizioni quasi-statiche (carico applicato lentamente). Per
esempio, nei metalli al crescere della velocit di applicazione del carico, si verifica un aumento della
tensione di rottura e ancor pi della tensione di snervamento con conseguente infragilimento del
materiale.

Sotto sollecitazioni d'urto anche i compositi esibiscono propriet differenti da quelle stimabili sulla

4.13
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base delle caratteristiche rilevate in condizioni statiche.

La caratteristica fondamentale che descrive la resistenza all'urto di un materiale costituita dalla


capacit di assorbire energia prima della rottura sotto sollecitazioni dinamiche.

Il test principe costituito dalla prova di Charpy (prova di


resilienza) che utilizza un provino percosso con velocit di 57
m/s da una massa battente terminante con un coltello ed
avente al momento iniziale dell'urto un'energia pari a 30kgm.

Nel provino c' un intaglio cos da poter determinare anche la


sensibilit al difetto superficiale. In particolare, l'intaglio nel
test di Charpy viene praticato dalla parte opposta rispetto al
punto di impatto.

Si va a misurare l'energia persa dal pendolo nell'impatto dalla differenza di altezza h, tra il punto di
partenza e di arrivo.
Lenergia totale di deformazione immagazzinata nel volume V del provino nellistante i di prova (pari al
lavoro compiuto dalla forza applicata) data dalla seguente espressione:
i i

U i = d dV V d (10.14)
V 0 0

In campo elastico esso pari al lavoro compiuto dalla forza


applicata sul provino, mentre in campo plastico una grande
quantit di questo lavoro dissipato in forma di calore.

La resilienza la capacit di assorbire energia nel campo


elastico. Il modulo di resilienza l'energia di deformazione ad
unit di volume immagazzinata nel materiale quando la tensione
al limite di proporzionalit; ponendo V=1, =p e considerando
che in campo elastico p=p/E si ottiene:

2
p 1
U p= E = F p hp (10.15)
2 2

In fig.2d il punto A rappresenta la p e l'area tratteggiata rappresenta lenergia Ures. La resilienza


risulta elevata per alti valori della p e bassi valori di E.

La tenacit ad impatto (da non confondere con la tenacit a frattura) la capacit di assorbire energia
prima della rottura. Essa si quantifica misurando lenergia di deformazione totale alla rottura
rappresentata da tutta larea sottesa dalla curva -.

Se la curva - tendenzialmente piatta dopo il valore di snervamento,


come accade per i materiali duttili, una buona approssimazione
dellenergia data da questa espressione:

4.14
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

s +r
U TEN = r (10.16)
2

In materiali fragili per quali la curva - ha un andamento parabolico si pu utilizzare la seguente


espressione:

2
U TEN r r (10.17)
3

Per misurare resilienza e tenacit si usano i test di impatto. Abbiamo gi visto quello di Charpy, vediamo
ora quello di Izod.

Le due prove differiscono sostanzialmente per la diversa configurazione del provino


che invece di essere costituito da un elementino poggiato a due estremit,
incastrato ad un'estremit e caricato dalla massa battente all'altra.

L'intaglio dalla stessa parte della forza. Si misura, come per la prova di Charpy, la
differenza in altezza conoscendo il peso del pendolo (perde energia cinetica che si
trasforma in potenziale nella risalita).

I risultati di una prova ad impatto sono influenzati da vari parametri della prova, quali:
velocit d'impatto
forma e dimensione dei provini
orientamento delle fibre
etc.

Tali parametri vanno pertanto debitamente fissati al fine di rendere confrontabili i risultati.

Per una pi completa caratterizzazione del materiale utile eseguire il rilievo dell'andamento del carico
applicato F durante il periodo che va dall'inizio dell'impatto sino alla rottura del materiale. cosi
possibile rilevare, oltre l'energia totale assorbita dal materiale fino alla rottura (U ten), l'intero
comportamento del materiale.

A titolo di esempio la figura mostra l'andamento della registrazione del carico applicato in funzione del
tempo per una prova ad impatto.

Si osserva che la presenza di una fase iniziale con carico


crescente in cui si ha l'assorbimento di energia in campo
elastico ed una seconda fase con carico decrescente in cui
si ha un'assorbimento dell'energia in campo plastico con
propagazione della frattura (evidenziato dalle irregolarit
del diagramma che invece appare rettilineo nella fase
elastica)

Dall'esame del diagramma possibile individuare


un'energia di impatto Ures associata con la deformazione elastica del materiale ed una seconda U pl
associata con la deformazione plastica e la propagazione della rottura

4.15
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Quest'analisi consente di discriminare materiali fragili da quelli duttili: un materiale fragile e uno
duttile possono avere la stessa tenacit ad impatto:

U TEN =U RES +U PL

per quello fragile presenta un'elevata energiaa Ures ed una bassa Upl, mentre quello duttile il contrario.

In realt l'area sottesa dal diagramma F-t rappresenta l'impulso e non l'energia totale assorbita, che
pu essere calcolata moltiplicando l'impulso per la velocit iniziale nota ( 57 m/s), cio:

U ' TEN =v 0 P dt

pi precisamente l'energia assorbita pu essere calcolata considerando la velocit media di impatto

v f + v0
v =
2

che pu essere valutata dalla prima stima dell'energia assorbita U' ten e dal valore dell'energia iniziale
E0.
Da considerazioni energetiche si ha:

(
U TEN = v P dt=v0 1U
' TEN
2 E0 ) (
P dt=U ' TEN 1U
' TEN
2 E0 )
Questo il valore utilizzato per la valutazione della resistenza all'urto di un materiale, espressa
dall'energia per unit di superficie alla rottura.
Dalla conoscenza si pu fare la progettazione ad impatto conoscendo i possibili urti che pu subire
l'elemento e, utilizzando un opportuno coefficiente di sicurezza.

Prova di Compressione
Vari materiali impiegati nella costruzione di elementi meccanici hanno propriet differenti se
sottoposti a trazione o a compressione. Tipicamente i materiali fragili hanno un carico di rottura a
compressione nettamente superiore a quello di trazione. Si deve ricordare che le tensioni di trazione
tendono a fare propagare le discontinuit nel materiale (fratture, difetti) mentre quelle di
compressione tendono a chiuderle.
Sono prove pi difficili da condurre in quanto il provino pu deformarsi durante la prova e perch
difficile distribuire uniformemente gli sforzi. I provini di compressione hanno geometrie diverse da
quelli di trazione, infatti, se il provino troppo lungo si pu indurre una flessione o si pu verificare un
caso dinstabilit, se corto, l'attrito alle estremit pu rendere lo stato di tensione pi complesso di
quello monoassiale necessario per la determinazione della curva sforzi-deformazioni. Il compromesso
migliore si raggiunge con provini cilindrici con rapporto l/d3.
Anche in questo caso i risultati possono esser tracciati su diagrammi.Nel caso di materiali duttili la
tensione di rottura in compressione non pu essere determinata poich nella regione plastica
l'incremento della superficie diminuisce notevolmente la tensione agente a parit di carico applicato.
Ancora, all'aumentare del carico il materiale si schiaccia e tende a ridursi ad un disco piatto; in
definitiva, a differenza della trazione, non vi un valore di tensione ben definito nel quale si ha una
variazione di sezione. I risultati delle prove sono rappresentati da un diagramma tensione-
deformazione in modo simile alle prove di trazione. Le prove di trazione e compressione devono essere

4.16
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eseguite separatamente, diversamente si assume che il materiale ha la stessa resistenza nei due casi.

La resistenza a torsione si ricava sperimentalmente torcendo barre circolari e


registrando la coppia torcente applicata e il corrispondente angolo di una
generatrice del cilindro. I risultati vengono poi registrati in un diagramma
coppia-angolo, che sar simile a quello di trazione.
Le tensioni tangenziali hanno andamento lineare in direzione radiale, essendo
nulle al centro e massime al raggio esterno r.
La tensione tangenziale massima in relazione con l'angolo di torsione attraverso

Gr
max =
l0

dove in radianti, r il raggio del provino, l0 la lunghezza utile e G una caratteristica di rigidezza
del materiale, detta modulo di elasticit tangenziale, o modulo di rigidit.
La tensione tangenziale massima relazionata anche alla coppia torcente T:

2
Tr r
max = dove I p=
Ip 2

Ip il momento d'inerzia polare.


Questi concetti sulla torsione verranno ripresi successivamente. Tutte le tensioni e le resistenze
definite sono tensioni e resistenze nominali e sono i valori normalmente utilizzate in tutti i calcoli di
progettazione.

Prova di flessione
La prova di flessione permette di determinare il modulo di Young e
stimare la tensione di rottura di materiali fragili; tale tensione deve
essere indicata come tensione di rottura a flessione rf. Nella prova a
tre punti i provini vengono vincolati con due appoggi nella parte
inferiore e caricati al centro da un cuneo solidale alla traversa mobile
della macchina. Nella prova a quattro punti la traversa mobile spinge
due cunei disposti simmetricamente rispetto alla mezzeria del provino.
Nel corso della prova si misurano lo spostamento della traversa Y,
coincidente con la freccia in mezzeria, e il carico applicato F.
La prova di flessione presenta i seguenti vantaggi:
semplicit dafferraggio ed esecuzione,
semplice geometria del provino generalmente a sezione rettangolare,
spostamenti ampi di misurazione pi precisa.

Poich la tensione varia linearmente lungo lo spessore, lo snervamento viene raggiunto inizialmente solo
in un sottile strato superficiale; superato il campo elastico, inoltre, gli spostamenti misurati non
possono essere utilizzati per calcolare le deformazioni e lunica informazione utile la forza a rottura
Fr. La prova di flessione risulta, quindi, poco sensibile per la determinazione dellinizio dello
snervamento ed adatta alla caratterizzazione di materiali fragili con comportamento lineare.
La geometria del provino (fig.3) descritta dai seguenti parametri:
l=lunghezza utile (la parte tra gli appoggi),
b=larghezza della sezione,

4.17
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h=altezza della sezione.

La tensione massima agisce in mezzeria sulla superficie del lato teso (x=l/2, y=h/2). Nel caso di
flessione a tre punti essa pu essere espressa mediante la formula di Navier come segue:

M h Fl /4 h 3l
= = =F (10.18)
I 2 bh3 /12 2 2bh 2

Introducendo Fr nella (18) si ottiene la tensione di rottura a flessione del materiale.


La deformazione massima, a sua volta, pu essere espressa in funzione della freccia nel seguente modo
(vedi appendice):

6h
=Y (10.19)
l2

In teoria il modulo di Young potrebbe essere valutato con una qualsiasi coppia di valori F, Y misurati in
campo elastico mediante la seguente relazione

3
F l
E= = (10.20)
Y 4bh 3

Una migliore precisione pu essere ottenuta utilizzando due punti sperimentali nel seguente modo:

3
F l
E= = (10.21)
Y 4bh 3

In particolare, utilizzando i punti F1=Fr/10, Y1 e F2=Fr/2, Y2 si ottiene

F r / 2 F r /10 l 3
E= (10.22)
Y 2Y 1 4bh 3

da cui

3
Fr l
E= (10.23)
Y 2 Y 1 10 bh 3

Le (20) e (21) possono essere riscritte utilizzando la pendenza K della retta F(Y) che descrive
landamento del carico in funzione della freccia in campo elastico

K= F /Y = F / Y (10.24)

ottenendo

3
l
E= K 3 (10.25)
4bh

Questa relazione permette di calcolare E nel caso in cui K pu essere stimato dai dati sperimentali F-Y
nella zona lineare, ad esempio mediante una regressione lineare.

4.18
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Prove di Durezza
La resistenza di un materiale alla penetrazione, allindentazione (creazione di una impronta sulla
superficie), alla scalfittura, allabrasione e alla deformazione per compressione di un utensile appuntito
detta durezza.
La durezza si determina creando unimpronta sulla superficie del materiale mediante un elemento
penetratore (indentatore), che viene pressato ortogonalmente alla superficie in modo statico con un
valore di carico F prefissato, e misurando una dimensione caratteristica dellimpronta stessa. Esistono
vari metodi (Brinell, Rockwell, Vickers e Knopp) che si differenziano per la forma del penetratore e per
il modo di misurare limpronta. Le prove di durezza non sono distruttive e possono essere eseguite
direttamente sul componente.

Durezza Brinell
La prova di durezza Brinell viene effettuata con una sfera con diametro D=10mm e carichi F pari a 500,
1500 o 3000 Kg applicati per un periodo superiore a 15 sec. La durezza Brinell Hb espressa con un
numero risultante dal rapporto tra il carico e larea dellimpronta costituita da un segmento di sfera di
diametro d in millimetri, ottenuto mediante la seguente equazione:

2F
HB= (10.26)
D ( D D d )
2 2

Il numero di durezza Brinell pu essere usato per ottenere una stima della resistenza a trazione degli
acciai o delle ghise; rispettivamente si ha:

r =3,1 Hb r=1,58 Hb86 con le tensioni espresse in MPa. (10.27,28)

Durezza Rockwell
La prova di durezza Rockwell viene effettuata con due diversi tipi di indentatori e vari valori di forza.
Le combinazioni danno luogo a diverse scale di misura (tab.3) e i valori ottenuti possono essere
confrontati solo se appartengono alla stessa scala. La grandezza che viene misurata nella prova
Rockwell la profondit di penetrazione h determinata come differenza tra laffondamento h 1 ottenuto
ad un valore di carico iniziale, detto carico minore pari a 10kg, e laffondamento h2 ottenuto al carico di
prova finale, detto carico maggiore. Gli indentatori sono: un diamante conico con angolo al vertice di
120 (indentatore di Brale), un tetraedro e sfere con diametri tra 1/16 inch. I carichi variano tra
F=50Kg e F=150 Kg. Le combinazioni, le sigle delle scale e i campi di applicazione sono riassunte in tab.3.

Scala X Indentatore Carico Max Applicazione

A Brale 60 100 Materiali per utensili

B Brale 100 130 Ghise, lastre metalliche

C Brale 150 100 Acciai, leghe di alluminio, ghise dure

D 1,588 100 100 Acciai teneri, leghe di alluminio e rame

E 3,175 100 130 Metalli teneri, polimeri rinforzati

M 6,350 100 130 Metalli molto teneri, polimeri con alto modulo

R 12,70 60 130 Metalli molto teneri, polimeri con basso modulo

Il valore della durezza si ottiene mediante la seguente relazione

4.19
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

h
HRX = Max (10.29)
0,02

nella quale ad X deve essere sostituita la lettera relativa alla scala e Max il valore massimo della scala
stessa.
Lettere e valori di fondo scala sono mostrati in Tab.3.

Il vantaggio di questi metodi che in molti casi non si tratta di prove distruttive. Inoltre, tutti e due
sono in relazione, empiricamente e direttamente, con la resistenza a rottura del materiale in prova. Ci
significa che la resistenza dei componenti, se lo si desidera, potrebbe esser valutata pezzo per pezzo
durante il processo di produzione.

Propriet alle alte temperature e scorrimento (creep)


Le propriet meccaniche dei materiali, che vengono ordinariamente determinate a temperatura
ambiente, subiscono notevoli variazioni al variare della temperatura stessa. Frequentemente gli
elementi di macchina operano a temperature differenti da quella ambiente; ad esempio componenti
metallici di aerei e macchine sottomarine spesso lavorano a temperature inferiori allo zero, mentre
componenti di turbine a gas operano a temperature elevate.

Propriet meccaniche al variare della temperatura


In fig.4 sono mostrate le propriet statiche di un acciaio al variare della temperatura. Gli andamenti
sono rappresentativi del comportamento di molti materiali: la resistenza a trazione allaumentare della
temperatura rispetto a quella ambiente raggiunge un valore massimo oltre il quale comincia a diminuire
molto rapidamente.
La resistenza degli acciai alle alte temperature pu essere aumentata da alcuni elementi in lega, in
particolare Mo, Cr, Ni, Mn. Per le basse temperature utile il Ni.

Scorrimento
Si definisce scorrimento (creep) la deformazione che si verifica al variare del tempo t sotto carico
costante; spesso tale fenomeno associato alla presenza di uno stato tensionale in condizioni di
temperatura T elevata. Provini di materiale ferroso (e ceramici cristallini) sottoposti a tensione
costante per lunghi periodi di tempo ad elevate temperature, risultano, infatti, deformati
permanentemente anche se la tensione effettiva minore di quella di snervamento alla stessa
temperatura. In generale si ha che la deformazione dipende dalla tensione applicata, dalla temperatura
e dal tempo, cio =(,T,t) come in fig.5. Nella progettazione in presenza di scorrimento, la scelta del
materiale un fattore critico: nei metalli sono utili elementi (costosi) in lega come Cr, Ni, e Co, i nuovi

4.20
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

materiali ceramici offrono interessanti opportunit di applicazione, mentre i polimeri hanno severe
limitazioni di impiego.
La temperatura a cui inizia lo scorrimento, definita Ts, tanto pi alta quanto maggiore la
temperatura di fusione Tf del materiale; tipicamente si ha Ts=0.30.6Tf. In pratica, in materiali con
bassa temperatura di fusione il fenomeno dello scorrimento si pu verificare anche a temperatura
ambiente. Per i polimeri si deve considerare la temperatura di transizione vetrosa T g in luogo di quella
di fusione. Si dice che un materiale ha temperatura di scorrimento alta se T s>0.5 Tf.
Il meccanismo fisico dello scorrimento differisce molto per le varie classi di materiali. In generale esso
legato al movimento di atomi, molecole, dislocazioni e vacanze (difetti nella struttura cristallina dati
dallassenza di atomi in posizioni normalmente occupate), che avviene lentamente con il tempo in
presenza di una sollecitazione di trazione e facilitato dalla temperatura elevata. L
insieme di questi fenomeni detto diffusione.
Nei metalli il meccanismo fisico dello scorrimento legato al flusso delle vacanze che provoca una
variazione della geometria del cristallo e contribuisce alla deformazione macroscopica. Nei polimeri, a
temperature maggiori di Tg, le catene di molecole slittano una dopo laltra al variare del tempo (a
temperature minori questo meccanismo reso pi difficile da vari fattori).
Il problema del progetto di elementi soggetti ad elevate temperature quello di evitare che la loro
deformazione superi un valore ritenuto accettabile o la rottura. Nel caso di elementi che hanno una vita
breve eseguire prove che diano le informazioni necessarie non difficile. In altri casi, poich non
pratico eseguire prove di durata paragonabile alla vita prevista per lelemento, i risultati sperimentali
devono essere estrapolati in modo da dare le necessarie informazioni di progetto.
Una prova utile quella di scorrimento con carico e temperatura costanti, nella quale si assoggettano
vari provini ad un differente valore di tensione di trazione per un periodo di tempo che pu variare da
un minuto a diversi anni; in pratica per ciascuno provino si ha =cost, T=cost, =(t). La figura mostra la
curva deformazione-tempo tipica di questo tipo di prova. In ciascun punto la pendenza della curva la
velocit di deformazione o di scorrimento s

Le curve ottenute esibiscono tre differenti regioni (fig.5):


1. stadio primario o transitorio, nel quale sono presenti sia una deformazione elastica che plastica; esso
mostra una velocit di scorrimento decrescente dovuta alla deformazione di incrudimento;
2. stadio secondario o stazionario, che mostra una velocit di scorrimento costante s e di valore
minimo causato dalla ricottura del materiale;
3. stadio terziario o instabile, nel quale il provino mostra una considerevole riduzione della sezione
resistente che provoca un aumento della tensione reale e un aumento della velocit di scorrimento che
porta alla rottura.

Le prove di scorrimento sono usualmente estese in modo da completare il primo stadio o da effettuare
parte del secondo. Allaumentare della tensione lampiezza temporale delle tre fasi diminuisce.
I risultati possono essere riassunti fornendo le seguenti quantit: tensione di prova , temperatura T,
velocit di scorrimento stazionario s e, se raggiunta, tempo alla rottura tr.
Questi dati possono essere riassunti in vari diagrammi: per temperatura assegnata, la tensione rispetto
alla velocit di deformazione stazionaria -s oppure la tensione rispetto al tempo alla rottura -t r.
In alternativa, nei manuali possibile trovare informazioni sul materiale relativamente a durate pari a
10.000 ore (14 mesi) e 100.000 ore (11 anni) per temperature assegnate. In particolare sono disponibili
valori delle tensioni che causano rispettivamente la rottura e una deformazione permanente pari all1%
per le durate citate, come in tab.2.
Se, come probabile, la durata richiesta a rottura o deformazione t d intermedia fra le due disponibili
(10.000 e 100.000 ore), necessario ricorrere ad una interpolazione che deve essere effettuata in

4.21
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

coordinate bilogaritmiche, supponendo che, in tali coordinate, la relazione tra tensione e durata sia
lineare.
In alcuni casi pu essere necessario limitare la deformazione sr ad un livello diverso da quello
assegnato (1%).
La velocit di deformazione pu essere considerata costante e pari a

d /dt =sr /t d (10.30)

Espansione Conduttivit Cp
Materiale
[ 10-6 C-1] [W m-1 K-1] [J kg-1 K-1]

Vetro 9 0,8 840

Alluminio 24 205 900

Magnesio 23 7,8

Titanio 9 21,6

Ottone 19 109 380

10000 ore 100.000 ore Rame 17 397 386

T[C] r l r l Ferro 12 78,2 460

450 370 260 290 200 Acciai 12 16 50 460

500 220 170 150 120 Tungsteno 4,5

550 105 80 50 40 Ceramici 0,6 13,5 1,2 155 700 900

600 50 30 20 10 Polimeri 50 220 0,1 0,5 1000 2000

Propriet termiche
Dilatazione termica
Nei solidi, allaumentare della temperatura, la distanza tra gli atomi (distanza interatomica) aumenta;
questo si traduce in un incremento delle dimensioni. La deformazione conseguente esprimibile secondo
la relazione:

i =x , y , z = i (T T 0 )= i T (10.31)

nella quale [C1] il coefficiente di dilatazione termica, che pu variare con la temperatura, T0 e T
sono rispettivamente la temperatura iniziale (alla quale il solido si considera indeformato) e quella
finale. I materiali isotropi soggetti a variazione di temperatura subiscono una deformazione uguale in
tutte le direzioni,hanno, cio, coefficiente di dilatazione termica uguale in tutte le direzioni.

Capacit termica
La capacit termica viene quantificata tramite il calore specifico cp[J Kg1K1], che la quantit di
energia necessaria ad aumentare di un grado la temperatura di una massa di un Kg del materiale a
pressione costante.

Conduttivit termica
Nei materiali lenergia termica viene trasportata dai punti a temperatura pi elevata a quelli a
temperatura pi bassa.
Tale trasporto definito conduzione. Il flusso di calore J (quantit di calore ad unit di superficie) in
un corpo proporzionale al gradiente di temperatura (proporzionale alla derivata della temperatura

4.22
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

rispetto allo spazio, cio dT/dx) secondo la seguente espressione

dT
J = (10.32)
dx

nella quale [W m1K1] la conduttivit o conducibilit termica.

Resistenza allo shock termico


Una brusca variazione di temperatura pu provocare in un solido elevati gradienti di temperatura ai
quali si associano elevati gradienti di deformazione e conseguentemente di tensione. Se tali tensioni
superano i valori limite si pu verificare la rottura.
La capacit di Resistenza allo Shock Termico

r
RST
E (10.33)

Come si vede dalla (33) la RST direttamente proporzionale alla resistenza a rottura (per ovvi motivi)
e alla conduttivit termica, al crescere della quale cresce la capacit del materiale di smaltire il calore
diminuendo il gradiente di temperatura. La RST inversamente proporzionale al modulo di Young, al
crescere del quale si hanno tensioni pi elevate a parit di deformazione, e al coefficiente di
dilatazione, al crescere del quale crescono le deformazioni dovute alla variazione di temperatura.
I materiali metallici e il vetro hanno elevati valori di RST: i primi perch hanno elevati valori di
conduttivit termica, mentre il secondo ha basso coefficiente di dilatazione.

Aspetti generali delle prove meccaniche


Generalmente, nelle prove meccaniche, un provino (o il prototipo di un componente o il componente
stesso) viene assoggettato a una o pi forze, spesso variabili nel tempo, fino al cedimento. Durante la
prova viene misurata la forza applicata e lo spostamento e/o la deformazione di uno o pi punti del
provino stesso. In alcuni tipi di prove vengono monitorati anche parametri ambientali quali temperatura
e umidit o altre caratteristiche del provino quali la dimensione di una frattura. Alcuni dei dati
registrati nel corso della prova vengono elaborati (successivamente o nel corso dellesecuzione) per
ottenere grandezze fisiche da essi derivate (ad es. il modulo di Young).
Una classificazione delle prove meccaniche pu essere effettuata in base al tempo nel quale il carico di
prova viene raggiunto.

Prove statiche
Nelle prove statiche i carichi vengono applicati dai valori minimi ai massimi in tempi che variano dai
secondi a pochi minuti. In generale essi vengono fatti crescere in modo monotono dal valore nullo al
valore che provoca il cedimento del provino.
Tra le principali prove statiche si annoverano:
1. la prova di trazione
2. la prova di compressione
3. la prova di torsione
4. la prova di taglio
5. la prova di flessione (a 3 e a 4 punti)

Queste prove hanno lo scopo di determinare le costanti elastiche o le costanti ingegneristiche del
materiale, le caratteristiche di resistenza, e, in alcuni casi, i parametri che caratterizzano il
comportamento plastico. A questo scopo, generalmente, nellapplicazione dei carichi si cerca di

4.23
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

provocare nel materiale uno stato di tensione monoassiale o puramente tangenziale.


Nei primi 3 casi viene effettivamente applicata solo la sollecitazione che da il nome alla prova, mentre
nel caso del taglio e della flessione spesso risultano presenti altre sollecitazioni con la conseguenza che
i dati ottenuti possono essere affetti da approssimazioni. E utile osservare che nel caso delle prove di
trazione e flessione e in quello delle prove di taglio e torsione, il materiale sottoposto, nel punto pi
sollecitato, allo stesso tipo di tensione, rispettivamente normale e tangenziale. In entrambi i casi i due
tipi di prove sono destinati alla determinazione di grandezze simili, ma si differenziano per varie
caratteristiche operative.
Tra le prove statiche devono essere considerate
6. le prove di frattura

che si svolgono in modo analogo alle prova di trazione o a quella di flessione, ma nelle quali il provino
contiene una frattura prodotta appositamente.
Nelle prove statiche generalmente riveste notevole importanza il fatto che la velocit di applicazione
del carico sia contenuta al fine di evitare il destarsi di fenomeni legati al comportamento viscoleastico
del materiale.
In realt, ove possibile, importante che, nel corso della prova, la velocit di deformazione sia
mantenuta costante e contenuta, piuttosto che quella della forza, come verr meglio puntualizzato nel
seguito. Generalmente, a questo fine, le normative prescrivono opportune velocit di esecuzione della
prova.

Prove dinamiche
Nelle prove dinamiche i carichi vengono applicati in tempi dellordine dei millisecondi durante i quali nel
materiale si destano effetti dinamici, cio forze di inerzia dovute allaccelerazione delle masse e forze
di natura viscoelastica proporzionali alla velocit di deformazione. Le prove dinamiche pi tipiche sono
quelle di impatto, ma varie prove dinamiche vengono eseguite utilizzando procedure uguali a quelle delle
prove statiche con appropriate velocit di applicazione del carico.
Le principali prove di impatto sono quelle di Charpy e di Izod. In entrambi i casi sul provino viene
praticato un intaglio dal quale si origina la frattura nel corso della prova e il carico applicato mediante
un pendolo oscillante.
Nella prova di Charpy il provino appoggiato alle estremit e viene impattato nella zona centrale,
mentre nella prova di Izod il provino incastrato da una parte e viene impattato allestremit libera. La
resistenza alla frattura valutata in base allenergia necessaria alla frattura ed misurata dallaltezza
raggiunta dal pendolo dopo la frattura del provino. I risultati ottenuti con le diverse prove non sono
direttamente confrontabili.

Prove di durata
Nelle prove di durata i carichi vengono applicati per tempi
prolungati dellordine di oremesi. Le prove di durata pi
importanti sono
le prove di fatica (a flessione rotante, a trazione alternata,
prove di propagazione della frattura),
le prove di scorrimento.

Nelle prove di fatica il carico viene fatto variare in modo ciclico,


fig.6, cio in modo che la funzione temporale che lo descrive F(t)
presenti una successione di minimi v (valli) e massimi p (picchi), ovviamente alternati. Il singolo ciclo
costituito dalla storia di carico compresa tra due valli o due picchi consecutivi ed caratterizzato

4.24
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

dallampiezza e dal valor medio definiti rispettivamente come a=(pv)/2 e m=(p+v)/2. Il valore degli
estremi tale che le tensioni corrispondenti sono sempre inferiore al valore di rottura e il numero dei
cicli applicato dellordine delle centinaia decine di migliaia. I cicli vengono ripetuti a frequenze
medie dellordine dei 30hz per i metalli e dei 510hz per i compositi, valori scelti in modo da
minimizzare il tempo di prova, ma limitare il riscaldamento dei provini, data la minore conducibilit
termica dei compositi.
Anche tenendo presente il fatto che nella fatica ad alto numero di cicli le tensioni applicate sono
inferiori al limite elastico, le frequenze utilizzate sono tali che gli effetti dinamici possono essere
trascurati, per cui le prove di fatica vanno considerate, da questo punto di vista, alla stregua di quelle
statiche.
Nelle prove di scorrimento un carico statico viene applicato per settimanemesi.

Altre modalit e tipi di prove


Altre prove meccaniche possono essere effettuate con modalit simili alle precedenti
variando le condizioni ambientali di prova per simulare le condizioni di esercizio (temperatura, umidit,
ambiente aggressivo),
variando le caratteristiche geometriche del provino introducendo intagli che riproducano i valori del
fattore di concentrazione delle tensioni del componente reale.

Altre prove meccaniche vengono effettuate applicando una combinazione di carichi in modo da
provocare nel materiale uno stato tensionale multiassiali, di solito biassiale.

Apparecchiature di carico
Come detto le prove meccaniche richiedono lapplicazione di forze sul provino e, di conseguenza, di un
dispositivo apposito. La maggior parte delle prove meccaniche viene effettuata mediante le cosiddette
macchine di prova universali (fig.7). In tali macchine, parti del provino (le estremit o punti della
superficie) vengono fissate (o appoggiate) ad una parte fissa e ad un elemento mobile della macchina
mediante appositi afferraggi e il carico viene applicato facendo traslare la parte mobile mediante un
opportuno meccanismo di movimento.
Generalmente, durante la prova, il carico applicato e lo spostamento della traversa vengono misurati
mediante appositi trasduttori e visualizzati su indicatori posti sul pannello di controllo della macchina.
In molti casi viene misurata la deformazione di uno o pi punti del provino mediante altri trasduttori le
cui letture possono essere effettuate su indicatori posti sulla macchina o esterni.

Macchine di prova universali


Nelle macchine universali di prova (fig.7) si distinguono, quindi
la parte fissa, costituita dal telaio,
lelemento mobile (traversa o pistone attuatore),
il meccanismo di movimento con velocit regolabile (elettromeccanico o idraulico, es. pompa),
gli afferraggi,
il pannello di controllo.

Le caratteristiche meccaniche di maggiore interesse di una macchina sono il carico massimo che pu
essere applicato (o portata), la velocit massima di applicazione del carico e lo spostamento massimo
(corsa) dellelemento mobile.
Altre caratteristiche interessanti sono le possibilit di controllo, la sicurezza operativa, lingombro e
leconomicit.
Le macchine di prova universali vengono distinte in base allelemento motore in elettromeccaniche e

4.25
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

servoidrauliche. Nelle prime il meccanismo di movimento un motore elettrico collegato alla traversa
mobile tramite ingranaggi; nelle seconde una pompa idraulica dalla quale il fluido in pressione viene
fattofluire in cilindro in modo da spingere il pistone attuatore (o semplicemente attuatore);
controllando la portata del fluido tramite una valvola si applica la forza desiderata. Per macchine di
elevata portata e capacit dinamica, la pompa risulta essere tanto molto ingombrante e rumorosa da
necessitare la collocazione in un locale separatodalla macchina. I due tipi di macchine hanno
caratteristiche sovrapponibili per alcuni aspetti e complementari per altri; entrambi sono adatti a
compiere prove statiche nelle quali, tuttavia, le macchine elettromeccaniche hanno una maggiore
semplicit e sicurezza operativa.

MACCHINE Elettromeccaniche Servoidrauliche Le macchine elettromeccaniche generalmente


Caratteristiche tipiche
hanno corse dellelemento mobile molto pi lunghe,
Portata P P < 4KN P > 20KN mentre la velocit di applicazione del carico
Corsa massima cm cm> 500mm 100200% generalmente inferiore a quella delle
Carichi statici *** **
servoidrauliche. Le macchine elettromeccaniche
non si prestano alle prove dinamiche e a quelle di
Carichi dinamici NO SI
fatica, al contrario delle servoidrauliche. Le
Possibilit di controllo * ***
macchine servoidrauliche generalmente sono
Sicurezza *** * costruite per portate elevate, maggiori di 20KN, di
Ingombro *** * conseguenza se si effettuano prove statiche con
bassi livelli di carico le macchine
elettromeccaniche risultano pi convenienti.

Le caratteristiche tipiche dei due tipi di macchine sono poste a confronto in tab.6, nella quale il
maggior numero di asterischi implica sempre un aspetto vantaggioso.

Controllo del carico applicato


Come precedentemente detto, il carico viene trasmesso al provino dallelemento mobile della macchina
tramite gli afferraggi, e, in pratica, nellesecuzione viene controllato proprio lo spostamento della
traversa o dellattuatore.
Poich la forza applicata, lo spostamento e, in alcuni casi, la deformazione vengono costantemente
misurati, il movimento della traversa/attuatore pu essere effettuato in tre modi:
in controllo di spostamento,

4.26
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

in controllo di carico,
in controllo di deformazione.

La traversa (o lattuatore) viene movimentata in modo che nei tre casi, rispettivamente, la posizione h
della traversa stessa, la forza applicata F e la deformazione misurata in un punto del provino , seguano
una funzione imposta f(t).
Nelle macchine pi sofisticate possibile imporre che la variabile controllata esegua delle funzioni del
tempo complesse quali sinusoidi o successioni di rampe a pendenza differente utili per le prove di fatica
o per effettuare misure a vari livello di carico.
Nel caso delle prove statiche, tipicamente, le variabili controllate (h, F, ) seguono una funzione
temporale costituita da una rampa a pendenza costante, cio nei tre casi si ha

dh dF d
h= =cost F= =cost = =cost (10.34-36)
dt dt dt

Poich nelle prove statiche, per evitare linnesco di forze viscoelastiche, importante che la velocit di
deformazione nel materiale sia mantenuta entro valori accettabili, spesso imposti dalle norme, utile
vedere che relazione esiste tra tale velocit e le velocit di applicazione di spostamento e carico nei
rispettivi casi.
Nel caso di controllo di spostamento, lallungamento del provino coincide con lo spostamento della
traversa/attuatore, si ha cio L=h. Ricordando la classica definizione di deformazione nominale, si
ha

d L L0 1 dL 1
= = = h (10.37)
dt L0 L0 dt L0

essendo L0 la lunghezza iniziale del tratto di misura sul provino ed L


la lunghezza durante la prova. Da questa espressione si ottiene

h= L 0 (10.38)

In campo lineare la (38) consente di calcolare la velocit da imporre


alla traversa per ottenere la velocit di deformazione desiderata.
Si deve notare che se si verifica lo snervamento nel materiale, la deformazione si concentra in una zona
limitata del provino di lunghezza L1<< L0; anche se lallungamento complessivo L=h dipende dalla
deformazione di tutto il tratto L0, dopo lo snervamento il contributo delle zone non snervate risulta
trascurabile per cui si pu considerare L1L=h. La velocit di deformazione nella zona sottoposta a
snervamento risulta quindi

l 1
h> h (10.39)
L1 L0

molto maggiore di quella in campo elastico, per cui necessario settare velocit della traversa molto
minori di quella prevista dalla (38).
Nel caso la prova sia effettuata in controllo di carico la relazione tra velocit di deformazione e di
carico la seguente

4.27
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

d d F
= = (10.40)
dt E dt AE

Nel caso di comportamento lineare del materiale, nel quale E costante e la variazione di A pu essere
trascurata, lespressione (40) diventa

=F / AE (10.41)

dalla quale si ottiene

F = A E (10.42)

In fig.8 mostrato landamento qualitativo delle grandezze meccaniche presenti nelle (40) e (41) dopo
lo snervamento: a causa della progressiva riduzione della sezione del provino A per la strizione, a parit
di dF/dt, la tensione aumenta pi velocemente rispetto al campo elastico, inoltre E diventa una funzione
decrescente di . Questi fenomeni fanno si che la velocit della deformazione risulti notevolmente
maggiore rispetto a quella prevista dalla (42). Anche in questo caso necessario settare velocit di
esecuzione minori di quelle previste in campo elastico.

Afferraggi
Gli afferraggi (fig.9) hanno lo scopo di trasmettere la forza dalla macchina al provino: lo sforzo pu
essere trasmesso tangenzialmente alla superficie del provino per attrito o normalmente per pressione.
Nel primo caso, come nelle prove di trazione o alcune prove di compressione, il provino viene stretto in
ciascun afferraggio tra due superfici (ammorsato). Lampiezza della superficie di contatto, le
caratteristiche di tali superfici su afferraggi e provini e la pressione applicata determinano lefficacia
dellammorsaggio.
Nel secondo caso, come in alcune prove di
compressione e quelle di flessione, il carico viene
trasmesso dallestremit dellafferraggio per
pressione sulla superficie del provino. Nel caso
delle prove di flessione, in particolare, il provino
viene appoggiato su un apparato che fornisce due
appoggi con distanza regolabile e viene poi
pressato da un cuneo cilindrico o da una coppia di
cunei solidali alla traversa mobile. Anche nelle
prove di trazione la forza pu essere trasmessa al
provino per pressione, tramite perni, attraverso
fori effettuati sul provino.
Esistono numerosi tipi di afferraggi per la trasmissione di forze tangenziali, ma essi possono essere
distinti in meccanici e pneumatici; nei primi il serraggio viene effettuato stringendo manualmente un
meccanismo a vite mentre in quelli pneumatici viene effettuato tramite la pressione dellaria o di un
fluido. Naturalmente in questultimo tipo di afferraggi, nettamente pi costosi, la pressione pu essere
controllata per ottenere la forza di serraggio richiesta.
Le superfici degli afferraggi destinate al contatto con il provino sono generalmente seghettate e le
superfici dei provini devono essere ben pulite.
Lammorsaggio del provino in molti casi loperazioni pi critica della prova. I pi comuni problemi sono
lo slittamento del provino negli afferraggi e la rottura in corrispondenza della zona di ammorsaggio.
Lo slittamento accade pi frequentemente utilizzando morse meccaniche azionate a vite con superfici

4.28
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

piatte.
La rottura allafferraggio accade quando il campione dentro le morse danneggiato da eccessive forze
di serraggio o da superfici seghettate che incidono troppo profondamente. Quando si riscontrano
problemi di afferraggio comunque importante sperimentare; spesso il risultato voluto (assenza di
scivolamento e rottura da ammorsaggio) viene raggiunto in modo incidentale.

Soluzioni per il problema dello slittamento


La superficie dellafferraggio dovrebbe essere abbastanza larga da coprire tutta lestensione del
provino ad esso destinata.
Si pu coprire la superficie con nastro adesivo o vari gradi di carta smerigliata.
Si possono utilizzare differenti superfici di contatto; ad esempio una piatta, una coperta di gomma e
una seghettata.
Nelle prove ad elevata temperatura preferibile usare facce rivestite di materiale di copertura dei
freni piuttosto che gomma.

Soluzioni per il problema della rottura allafferraggio


Nelle morse a vite loperatore potrebbe stare usando una forza eccessiva durante il serraggio.
Utilizzare una chiave dinamometria o passare a morse pneumatiche.
Usando morse pneumatiche, abbassare la pressione mantenendosi appena al di sopra del valore che
causa lo scivolamento.
Usando superfici seghettate, passare a superfici aventi pi dentelli per unit di superficie meno
profondi.
Usando superfici seghettate, coprire con nastro adesivo o materiali simili. Questo attenuer il morso
prevenendo il danneggiamento del campione.

Altri problemi di ammorsaggio


Altri problemi legati allammorsaggio dei provini riguardano lallineamento del provino con gli afferraggi
in modo che le forze agiscano lungo una sola retta dazione e lintroduzione di forze spurie a causa dei
vincoli imposti per lammorsaggio.
Il problema pi importante delle prove di compressione dato dallinstabilit elastica. Esso viene risolto
con la riduzione del rapporto sezione/lunghezza nel provino e con luso di dispositivi di supporto alcuni
dei quali, descritti nelle normative, costituiscono lelemento caratterizzante della prova.

Altre apparecchiature di carico


Come detto la determinazione delle caratteristiche di
resistenza a fatica richiede lapplicazione di tensioni
variabili nel tempo tra valori minimi e massimi prefissati.
Un modo pratico per ottenere questo scopo quello di
sottoporre il provino alla cosiddetta flessione rotante
mediante una apposita macchina, chiamata macchina di
Moore, schematizzata in fig.10. In pratica il provino,
collegato alla macchina e al carico tramite cuscinetti a
rotolamento, viene posto in rotazione. Ciascun punto della
superficie esterna del provino (es. P in figura) si sposta lungo una circonferenza e viene sottoposto ad
una storia di tensione sinosuidale poich il carico mantiene direzione costante. Il sistema di carico,
inoltre, tale da rendere nullo leffetto del taglio lungo il tratto di misura.
Questa metodologia di prova non adatta ai materiali composti.
La prova descritta dettagliatamente nel capitolo sulla fatica.

4.29
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Apparati di misura e dispositivi


Come gi detto durante le prove meccaniche la forza applicata e lo spostamento e/o la deformazione di
uno o pi punti del provino/prototipo mediante appositi trasduttori che traducono le grandezze
meccaniche in segnale elettrico.
I trasduttori sono caratterizzati dai seguenti parametri:
la risoluzione, cio la variazione minima della grandezza che il trasduttore in grado di misurare,
il valore di fondo scala, cio il valore massimo della grandezza il trasduttore in grado di misurare,
lincertezza, cio la semiampiezza dellintervallo attorno al valore letto sullo strumento entro cui
compreso il valore reale col 95% di probabilit.

Forza
La forza viene misurata con un trasduttore denominato cella di caricocollegata ad uno degli afferraggi.
Esso costituita da un elemento elastico la cui deformazione sotto lazione del carico viene misurata, in
un modo descritto nel seguito, da estensimetri opportunamente disposti. Dal valore della deformazione
si ricava la tensione agente e da essa il carico applicato.
La cella di carico caratterizzata fondamentalmente dal valore di fondo scala o capacit, cio dal
carico massimo che pu sopportare. Se si effettuano prove a valori della forza inferiori al 20% della
capacit della cella pu essere opportuno passare ad una cella di minore capacit, mentre se le prove
vengono effettuate a valori inferiori al 2% della capacit della cella lutilizzazione di una cella di minore
capacit necessaria.
Durante le prove sarebbe opportuno fare riscaldarela cella di carico per almeno 15 minuti.
La misura della forza generalmente molto precisa, con incertezza inferiore allo 0.03%.

Spostamento
Lo spostamento della traversa pu essere misurato tramite un trasduttore chiamato Linear Variable
Differential Transformero LVDT (fig.11). Esso basato sul principio con cui funzionano i trasformatori
elettrici ed costituito da un avvolgimento primario sottoposto ad una tenione alternata, due
avvolgimenti secondari disposti in opposizione di fase a cui capi la tensione viene misurata e da un
nucleo magnetico coassiale agli avvolgimenti che si muove solidalmente al punto il cui spostamento deve
essere misurato. Quando il nucleo in posizione centrale rispetto agli avvolgimenti secondari le
tensione nei secondari risultano uguali ed opposte. Quando il nucleo si sposta varia la mutua induttanza
di ciascun avvolgimento secondario rispetto al primario e di conseguenza il voltaggio indotto. Le
variazioni di tensione nei due avvolgimenti in opposizione di fase si sommano e vengono misurate.
Fisicamente gli induttori sono avvolti in un cilindro cavo, mentre il nucleo costituito da un cilindro
pieno, fig.11.
Lincertezza dellLVDT dellordine dello 0.25%, ma la misura dello spostamento della traversa
affetta da errori dovuti allassestamento degli afferraggi, allo slittamento del provino tra i medesimi e
alla deformazione della macchina. Il fondo scala pu arrivare a 100.
In alternativa, per prove di tipo statico, la misura pu essere effettuata con semplici potenziometri nei
quali la posizione della traversa modifica la resistenza di un circuito elettrico (potenziometri a
resistenza).

Deformazione
La deformazione del provino viene effettuata in alcuni punti mediante estensimetrio
estensometrimeccanici o ottici.
Gli estensometri meccanici presentano 2 coltelli che vengono posti a contatto col provino, dei quali uno
mobile o flessibile. Durante la deformazione lo spostamento del coltello mobile o la deformazione di

4.30
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

quello flessibile vengono misurate utilizzando rispettivamente un principio analogo a quello dellLVDT o
della cella di carico.
Al contrario degli estensimetri, gli estensometri possono essere utilizzati numerose volte, anche se
sono alquanto vulnerabili poich, a seguito della rottura del provino, possono cadere e, in alcuni casi,
essere distrutti dallattuatore (specie se opera in compressione e controllo di carico). Il costo tipico di
un estensometro meccanico dellordine dei 3000. Il fondo scala tipico degli estensometri meccanici
dellordine del 100% (=1) mentre nel caso di quelli ottici si pu arrivare al 2000%. La precisione
analoga a quella di LVDT e celle di carico.
Gli estensimetri sono costituiti da una griglia di materiale dotato di resistenza elettrica posto su un
supporto che viene incollato al provino. A seguito della deformazione la resistenza della griglia si
modifica e la deformazione pu essere ricavata valutando la variazione stessa di resistenza mediante
un circuito tipo ponte di Wheatstone.
La deformazione massima misurabile con un estensimetro dellordine del 35%, del 1020% per
estensimetri speciali. Essi non sono riutilizzabili e la loro installazione richiede competenza. Il costo
tipico dellordine dei 5 .
Le caratteristiche degli estensimetri e degli estensometri meccanici sono poste a confronto in tab.7.

TRASDUTTORI DI
Estensimetri Estensometro
DEFORMAZIONE

Precisione 1,00% *****

Fondo scala 35% 1020% 100,00%

Calibrazione *** *

Installazione * ***

Vulnerabilit *** *

Riutilizzabile NO SI

Costo 5 3000

Circuiti di misura ed indicatori.


I trasduttori sono inseriti in circuiti di misura che forniscono lalimentazione ai trasduttori e
comprendono gli indicatori per la visualizzazione della grandezza misurata.
Aumentando la tensione di alimentazione del trasduttore possibile aumentarne la risoluzione
diminuendo, per, il fondoscala. Questa possibilit utile nel caso in cui i valori massimi raggiunti dalle
grandezze nel corso della prova della siano molto inferiori alla portata massima dei trasduttori. Da un
punto di vista pratico questa operazione consiste nella scelta del fondo scala di misura, settabile come
percentuale del fondo scala del trasduttore. Generalmente i pannelli di controllo delle macchine
universali prevedono i circuiti di misura con indicatori della forza e dello spostamento.

Dispositivi vari
Altri dispositivi presenti sulle macchine di prova sono:
dispositivi per lazzeramento dei trasduttori (utili ad es. per eliminare dalla misura dello spostamento
la posizione iniziale della traversa o il peso degli afferraggi dalla misura della forza),
dispositivi per la memorizzazione dei valori massimi di forza, spostamento e deformazione raggiunti
nel corso della prova,
dispositivi per il conteggio dei cicli di carico,
dispositivi per il ritorno automatico della traversa ad una posizione iniziale effettuata quando il carico
scende al di sotto di una certa percentuale del carico massimo raggiunto,
dispositivi di sicurezza che fermano lesecuzione della prova quando lo spostamento o il carico

4.31
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

superano un valore prefissato.

APPENDICE
A1. Relazione tra la freccia Y e la deformazione in travi soggette a flessione per tre punti
La relazione tra la freccia in mezzeria Y e la deformazione delle fibre pi sollecitate (nei punti di
coordinate x=l/2, y=h/2) pu essere ottenuta nel modo descritto nel seguito. Siano:
w la linea elastica del provino,
la funzione che descrive le rotazioni delle sezioni,
k la funzione che descrive la curvatura del provino,
u la funzione che descrive lo spostamento in direzione x dei punti del provino in y=h/2, legata alla
rotazione mediante la relazione u=h/2.

La freccia massima per trave appoggiata e caricata in mezzeria data da

3
Fl
Y= 3 (A1)
4Ebh

Lequazione della linea elastica per lo stesso caso pu essere posta in funzione della freccia in mezzeria
tramite la seguente relazione

w ( x)=Y
( 4x 3 3x
l
3
l ) (A2)

Derivando una volta rispetto ad x si ottiene la funzione delle rotazioni

( x)=w ' ( x)=Y


( 12x 2 3
l
3
l ) (A3)

Derivando ulteriormente la (A3) si ottiene la funzione curvatura:

24x
k ( x)=w ' ' ( x)=Y (A4)
l3

La deformazione longitudinale (x) in ciascun punto della trave legata alla curvatura della trave stessa
mediante la seguente relazione:

( x)=
d
dx
u( x)=
d
dx [ h
( x) =k ( x )
2
h
2](A5)

In base alla (A4) si ottiene:

24xh
( x)=Y (A6)
2l 3

Infine, ponendo x=l/2 nella (A6) si ricava la deformazione (19):

6h
=Y (A7=19)
l2

4.32
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Meccanica della frattura lineare elastica


In generale il cedimento di una struttura si pu avere nei seguenti modi:
a) valore della tensione che supera il valore di tensione ammissibile del materiale
b) presenza di cricche o intagli che provocano un cedimento prematuro
c) formazione di cricche dovute a fatica, cio da carichi ripetuti, con cedimento in presenza di tensioni
inferiori a quella ammissibile

La meccanica della frattura si occupa di studiare gli effetti di cricche e difetti sullo stato di sfrozo
applicato a un corpo e le condizioni di cedimento in loro presenza.
Spesso gli elementi strutturali sono soggetti, infatti, a rotture improvvise per sollecitazioni statiche
inferiori alla tensione di rottura del materiale, senza che si verifichino deformazioni macroscopiche
apprezzabili e ci dovuto proprio alla presenza di cricche o difetti.
Applicando un'analisi degli sforzi e delle deformazioni a livello microscopico dei difetti presenti nei
materiali, la meccanica della frattura permette di predire il comportamento macroscopico a frattura
dei corpi attraverso un approccio che tiene conto di tenacit a frattura e analisi delle tensioni.

Lo stato di sforzo cui sottoposto un corpo in un punto generico, in generale in funzione sia delle
condizioni di contorno (geometria del corpo e del difetto, sollecitazioni applicate) sia della legge
costitutiva del materiale che determina il suo comportamento in risposta all'applicazione di uno sforzo.

La meccanica della frattura viene divisa in:


meccanica della frattura elastica (studia i materiali aventi comportamento lineare elastico)
meccanica della frattura elastoplastica
meccanica della rottura viscoelastica

Non trattiamo materiali avente comportamento lineare elastico per cui il campo di interesse quello
della frattura lineare elastica.

I materiali che non mostrano una zona di strizione e quindi non sono duttili sono considerati fragili.
Questi materiali raggiungono la frattura senza mostrare deformazione. La frattura del tipo fragile si
distingue per le seguenti caratteristiche:
poca o nessuna deformazione plastica prima della frattura;
la superficie di frattura in genere piatta e perpendicolare al carico;
la frattura pu apparire granulare o cristallina;
la cricca cresce rapidamente e termina in una frattura immediata, a volte accompagnata da un
forte rumore;

Dato che questo tipo di frattura ha una rapida velocit di crescita, a partire dalla cricca iniziale, il
processo definito instabile o critico perch la propagazione della cricca giunge velocemente alla
frattura iniziale.
Il comportamento macroscipico della frattura fragile essenzialmente elastico fino al punto di
frattura. L'energia della frattura assorbita principalmente per la creazione di nuove superfici o
cricche.
Per questa ragione, questo tipo di frattura mostra spesso cricche multiple e pezzi separati, che sono
meno comuni nella frattura duttile.

Le cricche e gli intagli causano concentrazioni locali di tensioni che inducono ad un cedimento anticipato
dei materiali. Le predizioni ingegneristiche sulla concentrazione di tensione richiedono lo sviluppo di un

4.33
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

metodo che realisticamente tenga conto della complessa interazione tra la distribuzione delle tensioni
e il comportamento del materiale.
Esistono diversi approcci per trattare tali elementi nella frattura lineare elastica:
a) metodo energetico basato sulla teoria di Griffith
b) metodo analitico considera la distribuzione delle tensioni nell'intorno della cricca

L'idea base della teoria di Griffith la possibilit di eguagliare, all'insorgere di una frattura fragile, il
lavoro di frattura per unit di estensione della cricca con percentuale di scomparsa dell'energia di
deformazione dal circostante materiale teso elasticamente.

Si compara il lavoro richiesto per estendere una cricca (dW) con il rilascio di energia elastica
immagazzinata (dUE) che accompagna l'estensione della cricca, ciascuno assocciato all'incremento
dell'area della frattura dA.
L'espressione:

dW dU E
=
dA dA

rappresenta il punto d'instabilit. Quando dUE/dA diventa leggermente maggiore di dW/dA si ha una
rapida propagazione della cricca, comandata dal rilascio rapido di energia di deformazione, altrimenti
non si ha frattura.
Il concetto di tensione superficiale di Griffith non per adatto ai metalli, in cui si ha sempre un certo
grado di deformazione.

Both e Irwin scoprirono che la leggera deformazione plastica che si verifica nella zona di frattura
fragile assorbe una grande quantit di energia supplementare e deve essere considerata nel
determinare l'energia necessaria per creare una nuova superficie di frattura. Applicando la teoria di
Griffith-Irwin si possono stabilire vari metodi per predire la tensione di frattura di strutture in
differenti forme e sotto certe condizioni misurando la resistenza a frattura 0.

Come abbiamo detto, in molti casi la rottura d una discontinuit o difetto del materiale, anche di
piccole dimensioni, avente raggio di curvatura nullo alle estremit (frattura, cricca) che a certe
condizioni si propaga a velocit elevata.
Difetti iniziali possono essere:
microporosit
inclusioni di sostanze estranee
profondi graffi superficiali
delaminazioni in materiali a strati

I fattori da cui dipende sono le dimensioni del difetto, lo stato tensionale, le caratteristiche del
materiale, la geometria del materiale nelle vicinanze del difetto, la temperatura, l'approccio analitico si
basa sulla conoscenza dello stato nell'intorno del difetto.

Il valore teorico della tensione, ottenibile con la teoria dell'elasticit alle estremit di una
discontinuit con raggio di raccordo nullo, pu essere derivata da quella agente in corrispondenza ad un
foro ellittico.
Considerando una lastra indefinita caricata uniformemente, il fattore di concentrazione delle tensioni
dato dall'equazione:

4.34
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

max a
K T = =1+ 2
0
Per determinare la tensione all'estremit di una cricca, sufficiente far tendere a 0 cos che KT .
In teoria questo fenomeno dovrebbe provocare la propagazione immediata a causa della progressiva
rottura delle zone dove >R.
Tuttavia nei materiali reali, il valore di tensione infinito non pu essere raggiunto e sperimentalmente si
osserva che essi possono resistere alla presenza di un difetto purch la tensione 0 si mantenga
sufficientemente bassa.

Nei materiali duttili la zona sottoposta a tensioni pi elevate subisce uno snervamento e le tensioni si
mantengono a valori prossimi a x: si verifica una ridistribuzione delle tensioni in base alla quale nelle
vicinanze della cricca, risultano maggiori rispetto il caso teorico.
Nei materiali fragili si pu creare una zona con alta densit di piccole fratture nella vicinanza del
difetto.
In ogni caso, una relazione di verifica : KT lim

Non pu essere utilizzata perch la tensione massima calcolata priva di significato ( in particolare KT).
L'andamento delle tensioni cartesiane in prossimit dell'apice di una frattura espresso dalla
relazionendi Irwin basata sulla teoria lineare elastica:

KI
i= f () con i=x,y,z
2 r i

nelle quali KI il fattore di intensificazione delle tensioni, un valore costante k dipende dalla geometria
del componente-difetto e dall'entit dello stato tensionale in assenza della frattura.

4.35
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

5. CRITERI DI RESISTENZA

La verifica di resistenza ha lo scopo di stabilire se lo stato tensionale dellelemento strutturale


analizzato tale da provocarne il cedimento inteso come rottura o snervamento.
Il problema fondamentale quello di mettere in relazione i parametri critici del materiale, la tensione
di snervamento s o quella di rottura r, ottenuti con le semplici prove monoassiali di trazione o
compressione, con la resistenza dellelemento soggetto ad uno stato di tensione in genere biassiale o
triassiale.
A questo scopo, in base allosservazione sperimentale del meccanismo fisico con cui il materiale giunge
allo stato limite, sono state sviluppate diverse teorie che prendono il nome di criteri di resistenza. In
particolare, i criteri di resistenza forniscono combinazioni delle tensioni effettivamente agenti
(principali o cartesiane), dette tensioni equivalenti

e = f ( 1, 2, 3 ) o e = g ( x , y , z , xy , yz , zx ) (11.1)

che possono essere confrontate con le tensioni di snervamento e/o rottura del materiale. Per alcuni
criteri la tensione equivalente dipende solo dalle tensioni principali massima e minima.
Per ciascun un criterio di resistenza, il cedimento in un punto della struttura si verifica se la tensione
equivalente raggiunge il valore limite di rottura o snervamento, cio se:

l=e con l=s,r. (11.2)

Nella pratica, salvo casi particolari, le strutture sono progettate affinch le tensioni massime agenti si
mantengano sufficientemente al di sotto di quelle critiche. Si definisce tensione ammissibile una
frazione opportuna della tensione che provoca il danneggiamento. La definizione si ottiene introducendo
un fattore >1 come segue:

l
am= (11.3)

Il valore detto coefficiente di sicurezza e il suo valore (tipicamente 1.3 2, in alcuni casi =4)
imposto da normative o scelto dal progettista in base a considerazioni riguardanti:
lincertezza sullentit del carico e sulle modalit dapplicazione (urti, sollecitazioni di montaggio e
trasporto),
lincertezza sulle propriet del materiale (propriet iniziali, variazioni dovute alla lavorazione, usura e
temperatura in esercizio),
limprecisione del modello matematico per il calcolo delle tensioni (uso di teorie semplificate),
la possibile presenza daltre tensioni (dovute alla lavorazione o al montaggio),
la pericolosit del cedimento,
il costo.

Per verificare se un elemento di geometria nota in condizione di sicurezza, si calcola il valore della
tensione equivalente e si confronta con la tensione ammissibile tramite una disequazione di questo tipo:

e am (11.4)

Questo tipo di calcolo detto di verifica.

Per molti anni la determinazione di stata di tipo deterministico, anche sulla base dell'esperienza, ma

5.1
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

ci spesos ha causato problemi di ottimizzazione o errate valutazioni dei fattori potenzialmente in


grado di minacciare l'integrit strutturale.
Negli ultimi anni sono state introdotte teniche di tipo statistico in grado di tenere in considerazione la
variabilit intrinseca di alcuni fattori importanti (resistenza dei materiali, ecc.).

In generale il coefficiente di sicurezza espresso dalla relazione:

k , st
=
C st

dove k,st il fattore di concentrazione delle tensioni, tiene conto di incertezze di varia origine e Cst
il coefficiente di collaborazione.
Il fattore k,st viene calcolato con un approccio diretto che si consegue sottoponendo il pezzo con
intaglio ad una prova di trazione semplice fino al cedimento statico (nei materiali duttili l'effetto di
intaglio non significativo, per cui k,st=1).

Esso funzione del rapporto tra diametro del foro e larghezza della piastra.
Il coefficiente Cst indica in quale misura le fibre interne collaborano alla resistenza alla flessione, sino
alla completa plasticizzazione del corpo: in sostanza tiene conto di eventuali allontanamenti del
comportamento dei materiali dalla legge lineare di Hooke.

Infine il fattore di incertezza =1 2 3 4 sono introdotti per tener conto di difetti del materiale e
valori non precisi delle sue caratteristiche (1 =11,5), incertezza sulla determinazione dei carichi con
riferimento a carichi impulsivi e urti (duttili 2 =1,11,3, fragili 2 =1,52), errori dovuti alle
semplificazioni di calcolo degli sforzi, per esempio nella schematizzazione ideale senza attriti (duttili 3
=11,1, fragili 3 =11,5) ed infine il margine di sicurezza effettivo introdotto per mantenere il sistema
sufficientemente lontano dalle condizioni di cedimento (4 =1,11,5 in funzione della pericolosit e
dell'affidabilit richiesta).
Riassunto:

DUTTILI FRAGILI

1 11,5 11,5
2 1,11,3 1,52
3 11,1 11,5
4 1,11,5 1,11,5

Orientativamente si pu dire che:


materiali duttili = 1,32
materiali fragili = 24

La differenza giustificata dal fatto che dei materiali fragili il collasso avviene direttamente con la
rottura del pezzo (cedimento di schianto) e ci rende necessaria l'adozione di coefficienti di sicurezza
pi elevati.
I materiali duttili esibiscono una sorta di "fase di rinforzo" a seguito dell'esistenza dello snervamento
che si configura essere un'avvisaglia di pericolo permettendo, teoricamente, interventi precoci prima
che la struttura ceda: per questo possono esser impiegati coefficienti di sicurezza pi bassi rispetto ai

5.2
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

materiali fragili.

In alcuni casi possibile scrivere la e in funzione di un parametro geometrico della struttura (D) e
ricavare questultimo imponendo che la e eguagli il valore ammissibile:

e ( D)=amm (11.5)

questo tipo di calcolo detto di progetto.

Riguardo al meccanismo fisico con cui i materiali giungono al cedimento, si suole effettuare una prima
distinzione di massima tra il comportamento dei materiali duttili e di quelli fragili.

I materiali duttili presentano elevate deformazioni plastiche a partire dal raggiungimento della
tensione di snervamento s, inferiore al valore di tensione che provoca la rottura. Tali deformazioni
sono legate a scorrimenti tra i piani atomici e cristallini che avvengono allincirca nei piani su cui
insistono le massime tensioni tangenziali.
Alcuni criteri di resistenza suggeriscono che la condizione critica dei materiali duttili costituita
proprio dal raggiungimento dello snervamento e identificano la tensione s ottenuta nella prova di
trazione come valore critico di riferimento.

I materiali fragili non presentano elevate deformazioni plastiche e la condizione critica considerata dei
criteri di resistenza solitamente costituita dalla rottura. Poich i materiali fragili presentano una
resistenza a compressione superiore a quella di trazione, i valor critici di riferimento ottenuti dalla
prova di trazione sono 2: le tensioni di rottura a trazione e compressione rt e rc. Tipicamente nei
materiali fragili la rottura avviene per limprovvisa propagazione di una frattura in un piano ortogonale
alla tensione normale che raggiunge il suo valore critico. Come si vedr nel seguito, il cedimento a
trazione pu essere facilitato dalla simultanea presenza di una tensione di compressione elevata
(ovviamente minore della rc), superiore, in valore assoluto, a quella massima di trazione.

Abbiamo fin ora analizzato la verifica di resistenza di elementi strutturali sottoposti a stati di
sollecitazione semplice, come ad esempio la trazione in cui la sola conoscenza dello sforzo di
snervamento y sufficiente a risolvere il problema.

Tuttavia in un caso lievemente pi complesso (presenza contemporanea di sollecitazione normale e


tangenziale) l'approccio visto in precedenza non pi applicabile.

Se fosse possibile eseguire prove sperimentali per ogni materiale


in ogni stato di sollecitazione, la verifica consisterebbe nel
semplice confronto tra e amm.

In realt le grandezze lim vengono misurate in prove monoassiali


di trazione o compressione semplice mentre le sollecitazioni si
riferiscono a situazioni di carico generalmente molto pi

5.3
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

complesse, per le quali in ogni punto del sistema sono presenti componenti di sforzo sia normali sia
tangenziali.

La filosofia che sta alla base dei criteri di resistenza che "qualunque sia la causa del cedimento nella
prova di trazione, la stessa causa sar responsabile del cedimento in tutte le altre possibili condizioni
di carico stativo"

Si introduce cos unos stato monoassiale equivalente: la differenza dei vari criteri consiste nel modo in
cui si calcola eq.

I criteri si avvalgono di considerazioni di tipo teorico, ma spesso vengono calibrati sulla base di
evidenze sperimentali.
I criteri di resistenza possono esser classificati:

Materiali Duttili (Snervamento y) Materiali Fragili (Rottura R)

Massima tensione tangenziale (Tresca-Guest) Massima Tensione Normale (Rankine)


Massima Energia di Distorsione (Von Mises) Criterio di Mohr, Mohr-Coulomb
Criterio di Mohr e di Mohr-Coulomb e Mohr modificato

Criterio della massima tensione normale o di Rankine-Navier


Questo criterio afferma che il cedimento si verifica quando la massima tensione principale agente
eguaglia la tensione di snervamento o la tensione di rottura del materiale. In pratica solo la massima
tensione principale produce il cedimento e le altre possono essere trascurate.
Siano st e sc rispettivamente le tensioni di snervamento in trazione e in compressione e rt e rc le
analoghe tensioni di rottura tutte considerate con il segno appropriato (negativo per quelle di
compressione): se 1 la maggiore delle tensioni principali e 3 la minore, il cedimento per snervamento
o rottura avviene quando:

lt = Sut 1 o lc = -Suc 3 (se 3 < 0) l=s,r (11.6a,b)

dove Sut e Suc sono le tensioni ultime a rottura in trazione e compressione.

Introducendo il rapporto tra le tensioni limite a trazione e a compressione r

lt
r=
lc
(11.7)

che, si noti, un numero negativo e sostituendo lc=lt/r nella (6b), le (6) possono essere sintetizzate
come segue:

max { 1 , r 3 }= l t (11.8)

La (8) consente di definire una tensione equivalente da confrontare con la sola tensione ammissibile a
trazione amm=lt/n, mediante la (4) o la (5), come segue:

e =max { 1 , r 3 } (11.9)

5.4
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Considerando tensioni principali non ordinate, ma tali che 1 e 3 siano la massima e la minima o
viceversa, nel piano 1-3, gli stati di tensione limite espressi dalle (6) sono rappresentati da un
quadrato (vedi fig.1). Questa rappresentazione pu essere utilizzata anche in caso di stato di tensione
biassiale con 2=0. Se le tensioni sono ordinate (1>3) larea segnata in grigio nella figura (per la quale
sarebbe 1< 3) non deve essere considerata.
Se il punto rappresentativo dello stato tensionale agente nel materiale si trova allinterno del
diagramma, il componente in sicurezza.

Nello stato di tensione tangenziale puro, rappresentato dalla linea tratto-punto in fig.1, si ha 1=3 con
max=(13)/2=(1+1)/2=1. Applicando il criterio di Navier (6) a questo caso si ottiene che il cedimento
si verifica quando 1=s cui corrisponde max=(s+s)/2=s. Dati sperimentali mostrano che
questeventualit pu essere considerata realistica per i materiali fragili, mentre nel caso di materiali
duttili lo snervamento si verifica per valori della tensione tangenziale molto minori.

Nel piano n-n ciascuno stato di tensione rappresentato mediante i 3 cerchi di Mohr di cui quello
esterno relativo al piano in cui agiscono le tensioni principali pi elevate in modulo. In fig.2, ad
esempio, sono riportati in linea tratteggiata, i cerchi limite a trazione e compressione semplice e con
linea punteggiata il caso di 1=lt e 2=lc. In particolare, per il criterio di Navier, gli stati di tensione
limite sono rappresentati da cerchi di Mohr tangenti alle rette parallele allasse aventi equazione = lt
e =lc mostrate in fig.2. Sul piano di Mohr possibile definire una curva limite data dallinviluppo di
tutti i cerchi di Mohr che rappresentano stati di tensione limite. Per il criterio di Navier tale curva
limite la circonferenza tangente alle rette =lt e =lc rappresentata con linea punteggiata in figura.

Questo criterio:
pu essere utilizzato per materiali con comportamento non simmetrico, tipicamente fragili, per
prevedere sia lo snervamento sia la rottura,
spesso in contrasto con i dati sperimentali, non prevedendo la rottura nei casi in cui le tensioni 1 e
3 sono di segno discorde e la tensione di compressione la maggiore in valore assoluto,
considera solo le tensioni massime in valore assoluto, trascurando leffetto di quelle intermedia e
minima,
indica che la tensione tangenziale di snervamento pari a s,
fallisce nel caso di compressione idrostatica pari a s prevedendo il cedimento.

5.5
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Criterio della massima tensione tangenziale o Tresca


Questo criterio afferma che il cedimento per snervamento si verifica quando la massima tensione
tangenziale nel punto considerato diviene uguale alla massima tensione tangenziale nel provino di
trazione al momento dello snervamento.
Si suppone che la crisi del materiale sia dovuta alla sola tensione tangenziale. E una teoria facile da
utilizzare ed spesso in accordo con i risultati sperimentali; essa usata per predire lo snervamento
ed quindi valida per i materiali duttili.
In un provino soggetto a trazione semplice la tensione tangenziale massima allo snervamento data da:

1 y
y = ( y 0)= (11.10)
2 2

In campo elastico, per uno stato di tensione generico, le tensioni di taglio massime agenti nei piani
contenenti le direzioni principali sono date da

1
ij = ( i j ) i , j =1,2,3 i j (11.11)
2

Lo snervamento si verifica quando max=s, cio, considerando tensioni principali non ordinate,

max
i,j {
1 1
}
j = y
2 i 2
(11.12)

nella quale || significa valore assoluto, da cui:

max
i,j
{1
}
j = y
2 i
i , j =1,2,3 ; i j (11.13)

La tensione equivalente da confrontare con amm=s/n data da

eq , tr =max { 1 2 , 1 3 , 2 3} (11.14)

Nel caso biassiale con 2=0 e tensioni agenti nel piano 1-2 la (14) diventa

eq , tr =max { 1 2 , 1 , 2} (11.15)

In questa espressione si nota che la massima tensione tangenziale nel caso piano quella agente nel
piano 1-2 solo se le tensioni 1 e 2 sono di segno opposto. Nel caso in cui 1 e 2 hanno lo stesso segno, la
massima tensione tangenziale quella agente nel piano 1-3 se | 1|>|2| e nel piano 2-3, se |2|>|1|.

La fig.3 mostra una rappresentazione grafica degli stati limite descritti dalle (15) nel piano 1 - 2. Nello
spazio 1, 2 e 3 con le tensioni non ordinate, le (13) sono le equazioni dei piani di un esagono avente per
asse di simmetria la trisettrice degli assi.

Nel piano n-n (fig.4) gli stati di tensione limite sono rappresentati da cerchi tangenti alle rette
parallele allasse aventi equazione: =s/2. Le curva limite rappresentata dalle stesse rette di
equazione =s/2.

5.6
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Questo criterio:
considera solo le tensioni massima e minima, trascurando leffetto di quella intermedia,
vale per materiali con comportamento simmetrico, tipicamente duttili,
indica che la tensione tangenziale di snervamento pari alla met del valore di snervamento a trazione
s=0.5s,
fallisce nel caso di trazione tripla pari a s prevedendo la resistenza,
non utilizzabile per prevedere la rottura poich, in campo plastico, il materiale ha un comportamento
diverso in base al tipo di sollecitazione (tipicamente si ha r0.70.8r e non r=0.5r come
prevederebbe il criterio).

Criterio dellenergia di distorsione o di Von Mises-Hencky


Il criterio della massima energia di distorsione assume che lo snervamento avvenga quando l'energia di
distorsione per unit di volume raggiunge o oltrepassa l'energia di distorsione per unit di volume
necessaria a snervare lo stesso materiale durante la prova di trazione semplice.
In altre parole afferma che lo snervamento del materiale si verifica quando lenergia elastica di
deformazione immagazzinata raggiunge un valore critico; tale valore pu essere determinato con la
prova di trazione ed pari allenergia di deformazione relativa alla tensione monoassiale di
snervamento.

Il criterio di Von Mises, essendo basata su grandezze definite in campo elastico, pu essere impiegato
solo per individuare le combinazioni di tensione che provocano lo snervamento, combinazioni che
rappresentano il limite superiore del campo elastico stesso. Esso meno semplice da utilizzare rispetto
alla teoria della massima tensione tangenziale, ma per i materiali duttili quella che d i risultati pi
aderenti alle situazioni reali.

Il criterio di Von Mises prende origine dallosservazione che i materiali duttili soggetti ad uno stato di
tensione idrostatico (tensioni principali di compressione di uguale valore), per i quali lo stato tensionale
provoca localmente una variazione di volume, ma non di forma, hanno una resistenza allo snervamento
superiore rispetto al valore ottenuto dalle semplici prove di trazione.

Si ipotizza quindi che lo snervamento sia legato in qualche modo all'effetto della distorsione del
materiale piuttosto che alla trazione o alla compressione semplice.
Per ottenere il criterio di Von Mises si determina il lavoro di distorsione U d come differenza tra il
lavoro totale U e quello che provoca una variazione di volume U v e si confronta con quello relativo al
caso di trazione semplice.

5.7
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Valutazione del lavoro di distorsione


La valutazione del lavoro di distorsione si effettua nei seguenti passi:
si valuta il lavoro di deformazione totale U,
si calcola la tensione media m agente e si valuta il lavoro da essa compiuto Uv,
il lavoro di distorsione si valuta come differenza U d=UUv.

Il lavoro totale di deformazione per unit di volume U compiuto dalle tensioni principali dato da:

i i
U i= i=1,2,3 (11.16)
2

sostituendo mediante la legge di Hooke e sommando il lavoro di ogni tensione principale:

1 2 2 2
U =U 1+U 2+U 3= [ + 2 +3 2v ( 1 2+ 1 3 + 2 3)] (11.17)
2E 1

La sollecitazione agente sul cubetto unitario in ciascuna direzione principale pu essere considerata
come la somma di una tensione media, definita come

1+ 2 +3
m= (11.18)
3

e della tensione i (i=1,2,3), detta tensione ridotta, data dalla differenza tra la tensione
effettivamente agente e la tensione media stessa, cio i= i m.

evidente che la m provoca solo una variazione di volume dellelemento mentre le i producono la
distorsione di forma del cubetto.
Lenergia di deformazione dovuta alla sola variazione di volume si ottiene sostituendo al posto delle tre
tensioni principali la componente media (18) nella (17):

1 2 2 (12v ) 2 (12v) 2
U d= [3 m6v m ]= 3 m= (1 + 2+ 3) (11.19)
2E 2E 6E

ovvero:

12v 2 2 2
U d= [ 1 + 2+ 3+2 ( 1 2 +1 3+ 2 3 )] (11.20)
6E

Lenergia di distorsione si pu ottenere eseguendo la differenza tra U e U v

1+v 2 2 2
U d= [ + 2+ 3 ( 1 2 +1 3+ 2 3 )] (11.21)
3E 1

si noti che lenergia di distorsione zero se 1=2=3.

Lavoro di distorsione nel caso di trazione semplice


Nel caso della prova di trazione, allo snervamento si ha 1=y, 2=3=0, da cui lenergia di distorsione
risulta:

5.8
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

1+v 2
U d= (11.22)
3E y

Determinazione del criterio


Eguagliando le eq.(21) e (22) si ottiene

2 2 2 2
1+ 2+3 ( 1 2 + 1 3+ 2 3 )= s (11.23)

dalla quale si deriva la condizione limite allo snervamento:

+ + ( + +
2
1
2
2
2
3 1 2 1 3 2 3 )= s (11.24)

Tensioni equivalenti
La relazione (24) permette di definire la tensione equivalente (detta di Von Mises) per lo stato di
tensione triassiale da confrontare con quella ammissibile:

1
eq , VM = 1+ 2 +3 ( 1 2+ 1 3+ 2 3 )=
2 2 2 2 2 2
( 1 2 ) +( 2 3) +( 1 3 ) (11.25)
2

Due stati tensionali definiti da diversi valori delle componenti del tensore degli sforzi, ma aventi lo
stesso valore della e data dalla (25) sono equivalenti ai fini dellenergia di deformazione (e quindi dello
snervamento).
La (25) pu essere riscritta per un sistema di assi non principale e fornisce:

eq , VM = 2x + 2y + 2z ( x y + x z + y z )+3( 2xy + 2yz+ 2zx) (11.26)

Per stato tensionale piano con 3=0 la (25) si trasforma in

eq , VM = 21+ 22 1 2 (11.27)

e la (26) a sua volta diventa

eq , VM = 2x + 2y x y +3 2xy (11.28)

Le espressioni (25-28) possono essere utilizzate mediante le relazioni (4) e (5) per fini di verifica o
progetto

l
eq amm=

tenendo conto che la lim che pu essere inserita solo quella di snervamento.

Sostituendo nelle (25-28) y al posto di eq si ottengono le situazioni limite per i vari casi di stato
tensionale. Nel caso di stato di tensione puramente tangenziale con 1= e 2=1, utilizzando la (27), allo
snervamento si ottiene:

y =0,577 y (11.29)

La (29) pu essere ottenuta utilizzando anche la (28) che in questo caso si riduce a

5.9
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

e = 3 2xy = 3 y= y .

Il confronto con lanaloga relazione ottenuta con la teoria della massima tensione tangenziale (Tresca)
mostra che il criterio dellenergia di distorsione (Von Mises) indica una resistenza allo snervamento a
taglio apprezzabilmente pi alta (del 15.4%).

Nello spazio 1-2-3 leq. (24) rappresenta un cilindro avente per asse la trisettrice degli assi di
riferimento. Nel piano 1-2 (con 3=0) la sua traccia unellisse di eq.(27) (vedi fig.5).

Questo criterio:
vale per materiali con comportamento simmetrico, tipicamente duttili,
considera tutte le tensioni principali (o tutte le tensioni),
indica che la tensione tangenziale che provoca lo snervamento 0.577 s,
fallisce nel caso di trazione tripla prevedendo la resistenza,
non utilizzabile per prevedere la rottura poich basato su grandezze valide in campo elastico.

In figura vediamo il confronto tra il criterio di Tresca-Guest (Esagono), quello di Rankine (quadrato
tratteggiato) e quello di Von Mises (ellisse).

L'ellisse passa attraverso i vertici dell'esagono (in questi punti i


criteri coincidono) mentre per gli altri punti il criterio della
massima tensione tangenziale si rivela pi conservativo.
Nel caso di sollecitazione puramente torsionale (min =-max) lo
snervamento avviene per:

1= 2=0,5 y TrescaGuest

1
1= 2= y Von Mises
3

quindi quest'ultimo accredita al materiale una resistenza superiore


del 15%.

La scelta tra l'uno e l'altro metodo lasciata alla sensibilit del progettista.
Per esigenze di progetto, Tresca-Guest facile, conservativo e pratico mentre per le analisi di rottura
Von Mises fornisce risultati pi aderenti alla realt.

Entrambi i metodi non si dimostrano attendibili per materiali fragili, soprattutto nel 4 quadrante.

5.10
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Criterio della tensione ottaedrica


Questo criterio afferma che lo snervamento nei materiali duttili avviene quando la tensione ottaedrica
raggiunge il valore critico. Le tensioni equivalenti ottenute con questo criterio coincidono con quelle
ottenute col criterio di Von Mises (25-28). Come visto nel primo capitolo, i 4 piani ottaedrici (fig.6)
sono caratterizzati dal fatto che i versori delle normali n formano con gli assi principali 3 angoli uguali.
In particolare nominati i 3 angoli , e , si ha:

== =54,74 cos54,74 =1/ 3=0,577 (11.30,31)

Utilizzando le equazioni che consentono di ottenere le tensioni per assegnata giacitura si ottengono le
tensioni normali e tangenziali agenti sui piani ottaedrici (1.67) e (1.68), qui riscritte:

1 +2 +3 1
h=
3
h=
3
2 2 2
( 1 2) +( 2 3 ) +( 1 3) (11.32,33)

Nel caso di stato di compressione idrostatica, per il quale non si verifica snervamento nel materiale, le
tensioni principali coincidono con la h mentre la h risulta nulla. Questo fa ritenere che questultima
sia la causa dello snervamento. In particolare in un provino soggetto ad uno stato di tensione
monoassiale le tensioni ottaedriche allo snervamento (fig.7) diventano:

1 s 2 =0,4714
h= = h= s s (11.34,35)
3 3 3

Nel caso multiassiale lo snervamento si verifica quando la tensione ottaedrica (33) raggiunge il valore
critico:

h =
1
3
( 1 2 )2+( 2 3)2+( 1 3 )2 = 32 s (11.36)

e la tensione equivalente, che coincide con quella di Von Mises (25), pu essere espressa come

1
e=
2
( ) +( ) +( )
1 2
2
2 3
2
1 3
2
(11.37)

5.11
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Criterio di Mohr
E' stato osservato che non tutti i materiali presentano la stessa resistenza a trazione e compressione
(ad esempio per il magnesio tipicamente inferiore edl 50% rispetto alla trazione). Dunque alcuni
scienziati formularono criteri adattabili a materiali caratterizzati da un diverso comportamento a
trazione e compressione.

Questo criterio ipotizza che la crisi del materiale si verifichi nel piano in cui si realizza una
combinazione critica di tensioni tangenziali e normali. Tali combinazioni vengono identificate sul piano di
Mohr n- n imponendo per ogni n una n che provochi la rottura e tracciando il corrispondente cerchio
Mohr; la curva limite di Mohr, specifica per il materiale analizzato, linviluppo dei cerchi ottenuti
(fig.8). Ovviamente gli stati tensionali i cui cerchi di Mohr maggiori sono tangenti alla curva limite sono
stati tensionali limite.

I punti di tangenza dei cerchi limite con la curva di Mohr rappresentano lo stato tensionale agente nel
piano in cui avviene la rottura. Sfruttando le propriet dei cerchi di Mohr possibile determinare la
direzione di tali piani (fig.9).

Per tracciare le curve di Mohr sarebbe necessario effettuare almeno le prove di trazione,
compressione, torsione, pi una prova in stato triplo di sollecitazione caratterizzato dallo stato
tensionale 1=2=3=p.
Nonostante la presenza di qualche punto relativo a stati triassiali, le
curve di Mohr trascurano leffetto della tensione intermedia.
Le curve di Mohr hanno le seguenti caratteristiche:
sono simmetriche rispetto allasse , perch la rottura non dipende
dal segno delle ,
dalla parte delle negative tendono a diventare parallele allasse ,
perch per compressione idrostatica non si ha rottura,
dalla parte delle positive le curve intersecano lasse nel punto p,
che, per i materiali fragili, tende a coincidere con la tensione di
rottura a trazione rt,
in questo punto la tangente alla curva deve essere verticale perch il
cedimento a trazione avviene per distacco.

Se la curva di Mohr per il materiale considerato disponibile, questo criterio , probabilmente, il pi


efficace.

5.12
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Criterio di Mohr-Coulomb
Una variante alla teoria di Mohr, chiamata criterio di Mohr-Coulomb (o teoria degli attriti interni)
assume l'inviluppo BCD sia rettineo.

Sotto questa ipotesi, la curva di inviluppo di guasto pu esser tracciata previa esecuzione delle sole due
prove ti trazione e compressione.

Consideriamo ora le componenti principali ordinate come 1 2 3 in cui il cerchio maggiore collega 1
3.

1 3
Sc St B 2 c 2=
Cc 3Cc1= + 2
2 2 St
B1 c1 =
1 3 S 2
Cc2 Cc 1= 1 + t Sc
2 2 B 3 c 3=
2

I centri dei cerchi in figura sono sono c1, c2 e c3 e i triangoli OBi ci sono simili, per cui:

B 2 c2 B 1 c 1 B3 c3 B 1 c 1
= = sen
Cc2Cc1 Cc3Cc 1

1 3 S t S c 1+ 3

B 2 c2 B 1 c 1 Cc2Cc 1 2 2 2 2
= =
B 3 c3 B 1 c 1 Cc3Cc 1 Sc St Sc St
+
2 2 2 2

da cui:

1 3 S t S c 1 3 1 3 S t S c 1 3
= =0
S c S t S c +S t S c S t S c+ St

( 1 3 S t )( S c +S t )( S c 1 3)( S c S t )
=0
( S c S t )(S c +S t )

affinch ci avvenga:

( 1 3S t )(S c + S t )(S c 1 3 )(S c S t )=0

2 2
1 S c 3 S c S t S c +1 S t 3 S t St S t S c + S t + 1 S c 1 S t + 3 S c 3 S t =0

2 1 S c 2 3 S t = 2S t S c

1 3
=1
St Sc

in cui Sc e St possono essere sia di snervamento sia di rottura: per i materiali duttili si usa lo
snervamento, per quelli fragili la rottura.

5.13
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Il criterio di Mohr pu essere considerato come un'estensione del criterio della massima tensione
tangenziale a materiali con differenti comportamenti per sollecitazione di trazione e compressione:

infatti nel diagramma piano 1 - 3 ipossiamo notare che


esso molto simile a quello di Tresca-Guest.
Si possono verificare 3 casi:

1. 1 30 1S t

1 3
2. 1 03 =1
St Sc

3. 0 13 1 S c

La rappresentazione grafica di questi tre casi in


figura, in cui presente anche la parte non utilizzata
1 3.

Per esigenze di dimensionamento, occorre considerare anche il fattore di sicurezza che va a dividere
i valori delle tensioni di resistenza del materiale, da cui:

St
1. 1

1 3 1
2. =
St Sc

S
3. 1 c

Criterio di Coulomb-Mohr modificato


E' stata proposta un'altra variante, definita criterio di Coulomb-
Mohr modificato che ben si accorda con i risultati delle
sperimentazioni effettuate su materiali fragili.
rappresentato in fig.11 a confronto con quello originale. Il valore
i rappresentato in figura il valore di compressione per il quale la
rottura a trazione prevale ancora su quella per scorrimento e
dovrebbe essere determinato sperimentalmente; tuttavia,
operando in modo conservativo si assume i = lt e la spezzata limite
utilizzata quella rappresentata con linea spessa in fig.11. In
questo caso, nel primo e terzo quadrante valgono ancora le (44), nel
secondo e quarto quadrante, se la tensione positiva maggiore in
modulo di quella negativa, la condizione limite ancora espressa
dalle (44), viceversa (1 > 0 2 < 0 e |2|>|1| oppure 1< 0 2 > 0 e |
1|>|2|) la condizione limite rappresentata da:

lc+ l t 1
max 1 , 2 +min1 , 2 =1 (11.47)
lc l t lc

5.14
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Operando come nel caso precedente, ricordando la definizione (7) e tenendo conto delle (44) e della
(47), lespressione delle tensione equivalente data da:

1,3=max { 1 , r 3, (1+r ) 1 +r 3 } (11.49)

Confronto riassuntivo tra i criteri di resistenza


Un confronto tra i criteri di Navier, Tresca, Von Mises, della tensione ottaedrica e di Mohr modificato,
pu essere effettuato osservando la tabella 1. In tab.1 sono riportate, per ciascun criterio, la
grandezza meccanica che porta alla crisi il materiale, derivante dal meccanismo di rottura previsto dal
criterio, e la forma assunta dalla grandezza stessa nel caso monoassiale, dalla quale possibile
quantificare il valore critico.

Grandezza critica Grandezza critica


Criterio
Caso generale triassiale o biassiale Caso monoassiale

Navier e =max { 1 , r 3, } 1,3= 1

Tresca max =max


{ }
1 2 1 3 2 3
2
,
2
,
2
max =
1
2

1+v 2 2 2 1+v 2
Von Mises U d= [ + + ( 1 2 +1 3+ 2 3 )] U d=
3E 1 2 3 3E 1
1 2
Ottaedrica h =
3
( 1 2 )2+( 2 3)2+( 1 3 )2 h =
3 1

Mohr
1,3=max { 1 , r 3, (1+r ) 1 +r 3 } 1,3= 1
modificato

I 5 criteri si basano rispettivamente sullipotesi che nel materiale si verifichi il cedimento quando il
valore critico viene raggiunto da:
1. la massima tensione di trazione o la minima tensione di compressione,
2. la massima tensione tangenziale,
3. la distorsione di forma provocata dalle tensioni,
4. la tensione tangenziale agente sui piani ottaedrici,
5. la massima tensione di trazione o la minima tensione di compressione o una combinazione delle 2 nel
caso in cui la minima tensione di compressione superi in modulo la massima di trazione.

Le grandezze critiche per i 5 criteri sono rispettivamente:


1. la tensione che giunge per prima al valore di crisi tra la tensione principale massima di trazione e la
tensione principale minima di compressione,
2. la massima tra le tensioni tangenziali,
3. lenergia di deformazione,
4. la tensione tangenziale agente sui piani ottaedrici,
5. la tensione che giunge per prima al valore di crisi tra la tensione principale massima di trazione, la
tensione principale minima di compressione e una combinazione delle 2 tensioni, nel caso in cui la minima
tensione di compressione superi in modulo la massima di trazione.

I valori critici delle 5 grandezze possono essere ottenuti introducendo il valore di s o r del materiale
al posto di 1 nelle espressioni delle grandezze critiche nel caso monoassiale.
In linea teorica ciascun criterio potrebbe essere applicato confrontando detti valori critici con il

5.15
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rispettivo valore calcolato nel caso generico triassiale o biassiale.


In generale pi comodo confrontare la semplice tensione critica a trazione s o r con la tensione
equivalente derivata dal criterio.
Con riferimento alla tab.1, lespressione della tensione equivalente pu essere ottenuta con la procedura
gi utilizzata nei precedenti paragrafi:
si pone 1=e nelle espressioni delle grandezze critiche nel caso monoassiale,
si uguaglia lespressione ottenuta alla grandezza relativa al caso generico,
si semplificano i fattori comuni.

Le tensioni equivalenti per il caso triassiale relative ai vari criteri sono riassunte in tabella 2.
E bene notare che quando il materiale raggiunge lo snervamento durante la prova di trazione, la
tensione tangenziale massima max=s/2: questo potrebbe indurre a ritenere che ogni qualvolta la
tensione tangenziale raggiunge detto valore si abbia lo snervamento. Questo ragionamento errato ed
equivale ad affermare che il meccanismo di snervamento dei materiali coincide sempre con quello su cui
si basa il criterio di Tresca.
Se si accetta il criterio della tensione ottaedrica, viceversa, si ipotizza che la crisi del materiale
avvenga a causa di questultima, il cui valore critico h = 2/ 3 s=0,4714 s . Ovviamente quando il
valore della tensione ottaedrica raggiunge questo valore durante la prova di trazione, la massima
tensione tangenziale raggiunge il valore 0.5s, ma si pu osservare che durante una prova di torsione con
max= 1=2 quando h raggiunge il valore critico, la tensione tangenziale massima diventa max=0.577s.
Anche nel caso in cui si assuma come meccanismo di snervamento il raggiungimento del valore critico
dellenergia di distorsione si ottiene lo stesso risultato.

I criteri di Navier e Mohr modificato portano alla conclusione che il valore numerico della tensione
puramente tangenziale che porta alla rottura il materiale pari al valore r. Questa ipotesi realistica
per i materiali fragili per i quali la causa di rottura rimane la tensione normale. Supponendo valido
questo meccanismo di cedimento, eseguendo una prova di torsione, alla rottura si ha 1=r ed essendo
1=2=max, ne deriva max=r.
I valori di tensione puramente tangenziale che portano alla rottura secondo i vari criteri sono riportati
in tab.2 e mostrati in fig.12.
In appendice sono riportate le formule applicative dei criteri di Von Mises, Tresca e Mohr modificato
per i principali casi di interesse pratico.

Criterio Tensione Equivalente Valore Critico Stato tangenziale

Navier e =max { 1 , r 3, } s = s
Tresca e =max { 1 2 ,1 3 , 2 3} s =0,5 s

Von Mises e = 21+ 22 +32( 1 2+ 1 3+ 2 3 ) s =0,577 s

Ottaedrica e = 2x + 2y + 2z ( x y + x z + y z )+3( 2xy + 2yz+ 2zx) s =0,577 s


Mohr
e =max { 1 , r 3, (1+r ) 1+ r 3 } s = s
modificato

5.16
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Verifica di resistenza sui diagrammi


Nel caso di stato piano di tensione, o nel caso in cui possibile trascurare la tensione principale
intermedia, la verifica di resistenza pu essere effettuata in modo grafico utilizzando i diagrammi
dello stato di tensione limite di ciascun criterio (fig.1, 3, 5, 10c, 11). Generalmente si ipotizza che
entrambe le tensioni agenti nel punto dipendano allo stesso modo dai carichi esterni, risultando
entrambe direttamente proporzionali ad essi. In tal caso, con riferimento alla fig.13, relativa al caso
del criterio di Mohr modificato, la procedura per la determinazione del coefficiente di sicurezza pu
essere riassunta nei seguenti passi:
1) rappresentazione del punto P relativo dello stato tensionale di progetto, le cui coordinate sono le
tensioni provocate dai carichi di progetto;
2) tracciamento della retta passante per lorigine O degli assi e il punto P stesso, definita retta di
carico;
3) determinazione del punto limite per il materiale P, dallintersezione tra la retta di carico e il
diagramma dei punti limite del materiale;
4) valutazione del coefficiente di sicurezza come rapporto tra le lunghezze dei segmenti OP e OP.

Il segmento OP definito retta di carico in quanto rappresenta tutti i possibili stati tensionali del
punto al variare dei carichi esterni a partire dal valore nullo (punto O), passando per il valore di
progetto (punto P) fino al valore che provoca il cedimento (punto P).

5.17
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FORMULE APPLICATIVE DEI CRITERI DI RESISTENZA

VON MISES TENSIONE OTTAEDRICA

Assi Principali Triassiale Assi Principale Biassiale

e = 21+ 22 +32( 1 2+ 1 3+ 2 3 ) e = 21+ 22 1 2


1 1
e=
2
( ) +( ) +( )
1 2
2
2 3
2
1 3
2
e=
2
( ) + +
1 2
2 2
2
2
1

Assi Cartesiani Triassiale Assi Cartesiani Biassiale

e = 2x + 2y + 2z ( x y + x z + y z )+3( 2xy + 2yz+ 2zx) e = 2x + 2y x y +3 2xy


1 1
e= ( )2+( y z )2 +( z x)2+6( 2xy + 2yz + 2zx )
2 x y
e= ( )2+ 2x+ 2y+6 2xy
2 x y
Tangenziale Puro Flessione (x) e torsione (xy)

xy 1 2
e = 3 xy = 3 1= 3 2 = e = 2x +3 2xy
2 2 2
= =
0,577 0,577 0,577

TRESCA

Assi Principali Triassiale Assi Principali Biassiale

e =max { i j}=max {1 2,1 3 , 2 3} e =max { 1 2 ,1 , 2}


i,j

Assi Cartesiani Biassiale

{ ( ( ( }
2 2 2

e =max 2
x y
2 ) + y
+ 2xy , x
2
+
2 )
x y + y
+ 2xy , x
2

x y
2 )
+ 2xy

Tangenziale Puro Flessione (x) e torsione (xy)

e =2 xy e = 2x +4 2xy

MOHR MODIFICATO

e =max { 1 , r 3, (1+r ) 1+r 3} r= rt / rc (r <0)


Espressione valida per 1>2>3 da confrontare con amm = rt / n
rt >0: tensione di rottura a trazione
rt < 0: tensione di rottura a compressione

5.18
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6. LA RESISTENZA A FATICA - FONDAMENTI

Gli elementi meccanici sono spesso soggetti a sollecitazioni che variano nel tempo in modo ciclico, cio a
storie di carico nelle quali si pu identificare una successione di valori massimi ( picchi) e minimi (valli)
alternati.

Ad esempio, le fibre sulla superficie di un albero rotante, sotto l'azione di carichi di flessione con
direzione prefissata, sono soggette ad una tensione che varia nel tempo in modo sinusoidale ( flessione
rotante, fig.1) a causa della rotazione. Spesso si verifica che componenti di macchine si danneggino
sotto l'azione di tensioni cicliche nonostante i valori massimi siano inferiori a quelli di rottura: in questi
casi si dice che il guasto avvenuto per fatica. Alcuni autori sostengono che l'80-90% dei cedimenti di
componenti strutturali dovuto a questo fenomeno.

Si noti che nella vita a fatica di un materiale contano soltanto i livelli dei picchi e delle valli della storia
temporale della tensione cui soggetto e non la forma della funzione compresa tra essi.
Per spiegare il meccanismo fisico del danneggiamento per fatica si deve anzitutto osservare che i
materiali da costruzione non sono mai omogenei e isotropi, assunzione fatta, in molti casi, per lanalisi
statica.

Ad esempio, i metalli sono aggregati di grani cristallini (a loro volta sono aggregati di cristalli, che sono
anisotropi); ulteriori disomogeneit sono dovute alla presenza di vuoti o di particelle di materiale
differente. Anche se non sono presenti intagli, le tensioni risultano distribuite in modo non uniforme e
localmente facile che superino i limiti dello snervamento anche se la tensione nominale molto pi
bassa.

Il cedimento per fatica dovuto allaccumulo di danni localizzati causati da deformazione cicliche in
campo plastico. Tipicamente la rottura avviene dopo diverse migliaia di cicli. Le zone pi svantaggiate
sono quelle a tensione pi elevata (ad esempio le zone di concentrazione di tensione) e la superficie
esterna.

Lo sviluppo del danneggiamento varia in base alle propriet di duttilit o fragilit del materiale.
Nei materiali duttili si ha uno sviluppo di bande di scorrimento nei grani cristallini che hanno un
orientamento pi svantaggioso rispetto alla tensione agente. Quando il numero di bande di scorrimento
raggiunge un livello di saturazione, le pi severe si trasformano in microfratture interne al grano con
successiva estensione ad altri grani. Pi microfratture iniziate in punti diversi del materiale si uniscono
e producono una frattura che si propaga fino al collasso.

Nei materiali fragili il danno microstrutturale si concentra in prossimit dei difetti localizzati
assumendo direttamente laspetto di una piccola frattura. Le tensioni cicliche di trazione provocano la
propagazione della frattura iniziale.

Il processo del cedimento per fatica viene tipicamente diviso in 4 fasi:


1. nucleazione della frattura di fatica,
2. accrescimento della frattura lungo un piano di elevata tensione tangenziale (stadio I della
propagazione), secondo il Modo II descritto da Irwin, predominante nei materiali duttili,
3. propagazione della frattura in direzione normale alla tensione di trazione (stadio II della
propagazione), secondo il Modo I descritto da Irwin, predominante nei materiali fragili,
4. rottura dellelemento.

6.1
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Un cedimento per fatica inizia, quindi, con una frattura microscopica, inizialmente difficile da rilevare
con tecniche sperimentali (liquidi penetranti, ispezione con i raggi X).
Man mano che la frattura si sviluppa gli effetti di concentrazione delle tensioni divengono maggiori e la
velocit di accrescimento aumenta sempre pi rapidamente, prima nella direzione delle massime tensioni
tangenziali, poi in direzione ortogonale alle tensioni normali.

La sezione resistente diminuisce in ampiezza e la tensione aumenta sino a quando non raggiunge il livello
di collasso.
Il cedimento caratterizzato da due distinte aree di frattura: la prima dovuta al progressivo sviluppo
della cricca, appare quasi liscia (in realt ha una struttura molto fine), la seconda, dovuta alla frattura
finale, molto simile alla superficie di frattura di un materiale fragile rotto in trazione.

Quando un elemento di macchina sottoposto a carichi statici vicini ai limiti di rottura generalmente si
verificano deformazioni molto grandi; in molti casi i danneggiamenti sono visibili e/o danno luogo a
fenomeni premonitori (irregolarit e/o anomalie di funzionamento), mentre le rotture a fatica sono
improvvise e totali, quindi pi pericolose.

Si intuisce facilmente che la fatica un fenomeno estremamente pi complesso della rottura statica, in
quanto dipende simultaneamente dal livello di tensione (in realt di deformazione) alternata locale e
dalla distribuzione di difetti localizzati nel materiale; ad oggi non esiste un modello matematico in
grado di descrivere in modo soddisfacente il comportamento a fatica dei materiali.

Se si vogliono progettare elementi di macchina sollecitati a fatica interpretando il carico agente come
statico, occorre usare coefficienti di sicurezza molto pi alti, tipicamente al di sopra del doppio o del
triplo di quelli ordinari.

Lanalisi a fatica basato sui seguenti approcci alternativi:


approccio basato sulla tensione --> analisi basata sulla tensione nominale agente nella sezione
del componente, quello "classico" e non si discosta molto, concettualmente, dalla prima
impostazione che Whler diede al problema. Esso consiste nel mettere in relazione al durata del
componente, intesa come numero di cicli sopportabili prima di giungere a rottura, con lo stato di
sollecitazione agente sul componente stesso, basandosi sull'utilizzo di particolari curve
( Whler) ottenute sulla base di dati sperimentali;
approccio basato sulla deformazione -> basato sull'analisi delle deformazioni plastiche
localizzate durante i cicli di carico.
Il metodo della deformazione si basa sulla stima degli sforzi e delle deformazioni locali, cio
valutati al fondo dell'intaglio, nella posizione pi critica per la resistenza a fatica.
L'andamento effettivo delle sollecitazioni e delle deformazioni di intaglio dipende, infatti, in
maniera non lineare dalla storia delle sollecitazioni nominali e dalla propriet del materiale per
questo i metodi basati sull'analisi dello stato di deformazione locale consentono una previsione
di rottura pi affidabile, specialmente nel campo della fatica oligociclica (a basso numero di cicli
a rottura) contraddistinto da elevate deformazioni plastiche;
approccio basato sulla meccanica della frattura -> questo approccio focalizza l'attenzione sul
difetto e sulle condizioni a contorno che ne determinano l'accrescimento fino alle dimensioni
critiche, mettendole in relazione con i carichi agenti e le caratteistiche di resistenza a frattura
del materiale.
una teoria recente.

6.2
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Lapproccio basato sulla tensione nominale quello pi utilizzato da un punto di vista pratico in quanto
pi semplice.
Il dato di ingresso per la valutazione della vita a fatica la tensione nominale ottenuta con le formule
semplici della sollecitazione, considerando il materiale elastico lineare

n =F/A n =Mh/I tensione nominale

da correggere con opportuni coefficienti. I principali fattori che influenzano la vita a fatica sono
elencati di seguito.

Fattori legati all'applicazione del carico:


entit della tensione alternata,
presenza di una tensione media,
tipo di sollecitazione (normale-tangenziale, sollecitazione mono/bi/tri-assiale),
gradiente della tensione.

Fattori legati alla resistenza e alle condizioni del materiale :


caratteristiche meccaniche,
temperatura,
corrosione,
tensioni residue.

Fattori legati alla geometria dell'elemento:


forma,
dimensioni,
finitura superficiale.

Per migliorare la vita a fatica il progettista ha a disposizione le seguenti opzioni:


scelta della geometria,
scelta del materiale,
miglioramento della finitura superficiale,
introduzione di tensioni residue superficiali,
uso di trattamenti termici.

Per capire a pieno il problema, necessario introdurre dei concetti e descrivere il ciclo di fatica con le
tensioni media e alternata.

Ciclo di fatica: valor medio e alterno


Come abbiamo detto, i componenti di macchina caricati a fatica, sono soggetti a storie temporali di
carichi ciclici, variabili nel tempo.
Gli andamenti sono quelli di tipo sinusoidale:

6.3
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

dove nei diagrammi si ha:

min tensione minima


max tensione massima F min F max
con min = max =
m tensione media A A
a tensione alternata

Le definizioni che daremo per questi tre cicli valgono anche per funzione delle sollecitazioni di forma
differente ma nelle quali la sequenza di massimi e minimi simile.
Definiamo:

max + min max min


m= a=
2 2

L'andamento delle forze agenti e delle sollecitazioni sinusoidale del tipo:

F =F m+ F a sen( wt ) = m+ a sen(wt )

con w velocit di rotazione.


Introduciamo, ora, due coefficienti detti rapporto di sollecitazione R e rapporto di ampiezza A, definiti
come:

min a 1 R
R= A= =
max m 1+ R

Nel caso del ciclo alternato simmetrico (Fmin=-Fmax, e min=-max) si ha m=0, da cui:

max min 2 max min m 1 R


a= = = max R= =1 A= = =
2 2 max m 1+ R

Nel caso del ciclo dello zero (Fmin=0, e min=0) si ha m=a, da cui:

max min max min m 1 R


A = = R= = 0 A= = =1
2 2 max m 1+ R

Nel caso del ciclo alternato simmetrico (Fmin>0, e min>0) si ha m > a, da cui:

min m 1 R
R= >0 0< R<1 A= = <1
max m 1+ R

6.4
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Dopo avere descritto questi tre cicli a fatica, andiamo a considerare l'approccio della tensione nominale
che consiste nel mettere in relazione la durata del componente (numero di cicli prima della rottura) con
lo stato di sollecitazione agente sul componente stesso.
Questo pu esser fatto sulla base della curva di Whler, ottenuta sperimentalmente.

Curva di Whler e limite di resistenza a fatica


Curva di Whler
La curva di Whler altro non che un diagramma sforzi-numero di cicli a rottura, cio una curva che
bene si adattaa ai punti sperimentali ottenuti,tramite una serie di prove di fatica.
I provini vengono assoggettati a forze variabili ciclicamente nel tempo tra un valore massimo ed uno
minimo prefissati, contando i cicli necessari per la rottura.

Un ciclo di fatica costituito dalla porzione di storia di carico compresa tra 2 massimi o 2 minimi
consecutivi aventi lo stesso valore (ad es. fig.1 in alto a destra). Nel caso di sollecitazioni nelle quale i
massimi e i minimi sono simmetrici rispetto allasse temporale, i cicli risultano a valor medio nullo e la
loro ampiezza pari al valore massimo della tensione.

Per caratterizzare la resistenza del materiale, evitando di introdurre fattori legati alla geometria del
componente, nelle prove vengono utilizzati provini standardizzati, a sezione circolare di diametro pari a
7.5 mm, con ottimo grado di finitura superficiale, soggetti a flessione pura (taglio nullo) rotante.

Le prove possono essere condotte ad alta velocit


mediante una macchina apposita chiamata
macchina di Moore (fig.1), che assoggetta i
provini a flessione rotante.
In alternativa, i provini possono essere soggetti a
trazione e compressione alternate utilizzando
macchine servoidrauliche o a risonanza.

Viene fatta la flessione rotante e non quella


normale perch tutte le fibre periferiche sono
soggette alla sollecitazione massima, a differenza
della flessione con carico in mezzeria pulsato:

F= F0 sen (wt)

per cui pi pericolosa ed pi facile da trovare


un difetto superficiale: per gli alberi si fa sempre infatti la verifica a fatica.
In entrambi i casi la sollecitazione di tipo monoassiale.

Nel caso della macchina di Moore, la tensione varia nel tempo in modo sinosuidale, come mostrato in
fig.1, tuttavia, come gi detto, il fenomeno della fatica non dipende dalla forma della funzione della
tensione rispetto al tempo, ma solo dai valori massimi e minimi raggiunti.

In particolare, nelle prove:


su un certo numero di provini viene applicata una storia di carico ciclica ad ampiezza f costante (con
tensione variabile nel campo f (t) +f ) e viene registrato il numero di cicli Nf alla rottura. La
tensione considerata quella nel punto pi sollecitato del provino, nel quale lo stato tensionale

6.5
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

monoassiale, e che la tensione media nulla. La prima serie di prove effettuata ad una tensione
leggermente al di sotto della tensione di rottura del materiale;
la prova viene ripetuta con una seconda serie di provini, applicando una tensione alternata minore, e
cos via;
i risultati sono riportati in un diagramma f -Nf.

La curva interpolante i risultati sperimentali ottenuta nota come curva di Whler (fig.2) o curva
tensione-vita. Generalmente essa viene tracciata in coordinate logaritmiche (log ; log N) o in
coordinate semilogaritmiche (; log N).

Posso anche avere coordinate lineari (; N) dove lordinata del diagramma chiamata resistenza a
fatica f: la definizione di questa resistenza deve essere sempre accompagnata dal numero di cicli che
le corrisponde, cio f(Nf).

Si noti che il valore di Nf cambia molto rapidamente al variare di f. In fig.2 mostrata, entro linee
tratteggiate, la fascia di dispersione entro la quale si rompe il 90% dei provini.
I risultati sperimentali sono piuttosto dispersi in orizzontale, cio, fissato il valore f, si osserva che i
provini si rompono con valori di Nf compresi in un ampio intervallo.
In verticale la dispersione minore, quindi, per ottenere che i componenti abbiano una vita a fatica non
inferiore a quella di progetto, sufficiente fare in modo che la tensione agente sia ragionevolmente
inferiore a quella media f, corrispondente al numero di cicli desiderato Nf.

Si noti che se si adotta proprio il valore f preso dal diagramma, essendo Nf il valore medio dei cicli di
vita ottenuto con vari provini, la probabilit che il componente si rompa per un numero di cicli inferiore
pari al 50%.

Nel diagramma di Whler si distinguono tre campi:


campo della resistenza quasi statica o fatica oligociclica (Nf < 1034),
campo della resistenza a termine o a fatica finita o ad alto numero di cicli (10 34 < Nf < 106), dove
l'equazione della curva di Whler del tipo


f N f =K con e K costanti relative al materiale (15.1)

campo rettilineo parallelo all'asse N o con lieve pendenza (N f>106) (non per tutti i materiali).

6.6
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Il diagramma di Whler mostrato quello di diversi materiali ferrosi e loro leghe (acciai) oppure leghe
di titanio in quanto il diagramma di Whler diviene orizzontale al di sotto di un certo livello di tensione.

La resistenza corrispondente all'asintoto detta limite di fatica o di durata S''F (del provino) ed il
massimo valore della tensione alternata alla quale non si verifica rottura (o il minimo valore al quale si
verifica).
Il valore di Nf cui corrisponde il limite di resistenza a fatica varia in dipendenza del materiale:
acciai semplici al carbonio 106- 107
acciai legati meno netto e anche 108
acciai ad elevata resistenza non si trova
leghe di alluminio e magnesio non presentano un l
leghe non bonificabili non si trova oltre 5*108

Campo della resistenza quasi statica


Per quanto riguarda il campo della resistenza quasi statica o oligociclica N f<103, la f raggiunge valori
prossimi a quelli di rottura. Usualmente si assume che f sia pari a circa 0.9 r per Nf=103.

Si tratta di un valore nominale ottenuto con la formula di Navier che pu essere superiore a quello di
snervamento.
La tensione reale massima nella sezione pu essere di poco superiore a quella di snervamento.

Nel caso non sia disponibile la curva di Whler per il particolare materiale impiegato, possibile, in via
approssimata, costruire la curva in modo pi semplificato partendo dal valore della sollecitazione di
rottura e fissando due punti nei quali si rileva una variazione di pendenza.

Il primo corrisponde ad un valore pari a (0,80,9)r, mentre per il secondo (il limite a fatica) dipende
dal tipo di materiale (0,30,5)r.
Il diagramma che utilizziamo quello logaritmico, cos da poter evidenziare il ginocchio della curva.

Il diagramma logaritmico quello pi pratico per il campo della resistenza a termine poich il numero di
cicli alla rottura varia rapidamente col variare della tensione.
La curva di Whler in questo campo, nel diagramma logaritmico rappresentata da una retta, per cui in
tale scala si pu evidenziare la pendenza, a differenza che con la scala ordinaria.

L'equazione della retta

6.7
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( y y1 )= m( x x1 )

dove

1
m= log
3
s'' f
s ( )
quindi

log f ( N f )log
3
S =m [log N f log10 ] log (
S )
f (N f )
=m log
Nf
103 ( ) log (
S ) ( )
f (N f )
=log
Nf
10 3

da cui

f ( N f )= S
( )
Nf
103

Nf= f(
(N f )
S ) m
103

La rottura per fatica un fenomeno di tipo probabilistico in quanto, oltre che dalle propriet del
materiale, dipende anche dai difetti indotti dai processi tecnologici.
Esso un fenomeno prettamente locale, diverso dallo snervamento causato da carico statico, nel quale
porzioni della sezione son interessate dal fenomeno.

Un altro aspetto importante rappresentato dall'eterogeneit del materiale. Sia lo sviluppo che
l'accumulo del danno son processi casuali che dipendono dalla probabilit di trovare dei cristalli pi
deboli nelle zone di sforzo pi elevato.
Nella superficie libera (esterna) l'esistenza di sollecitazioni elevate, sommata alla inevitabile presenza
di imperfezioni della struttura, aumenta la probabilit di innesco del danno.

Il grado di casualit del processo, ossia la dispersione dei dati sperimentali (anche su provini
apparentemente identici), cos significativo e cos ampio che molto difficile effettuare previsioni
sicure sulla durata di un pezzo.
Da qui la necessit di progettare con coefficienti di sicurezza elevati per conseguire la necessaria
affidabilit.

Il rischio di rottura a fatica pu esser ridotto con opportune tecnologie meccaniche (finitura
superficiale, trattamenti superficiali, etc. )
Nel caso di metalli, fino a 150 Hz, la frequenza di sollecitazione non influenza il comportamento a
fatica, mentre per i polimeri essa pu modificare la temperatura influenzando le propriet meccaniche
e, di conseguenza, la resistenza a fatica.

Fattori modificanti il limite di durata


Abbiamo visto che il provino usato in laboratorio per la prova di flessione rotante, per determinare il
limite di fatica, preparato molto accuratamente ed sottoposto a prove sotto specifiche condizioni
controllate.

6.8
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Il limite a fatica a numero di cicli infiniti (vita infinita Nf106) viene modificato cos, per effetto di una
serie di cause per ciascuna delle quali si assume un coefficiente:

S f = S ' ' f kl k a kb k c k d k e k g (15.16a,b)

nelle quali i coefficienti si riferiscono ai seguenti effetti:


S''F limite di fatica del provino (flessione rotante) da Whler;
S'F limite di fatica del provino (relazionato alla giusta casistica di carico)
SF limite di fatica "corretto" componente reale
ka fattore di modifica per la condizione superficiale,
kb fattore di modifica per la dimensione,
kc fattore di modifica per l'affidabilit,
kd - fattore di modifica per la temperatura di esercizio,
ke =1/Kf inverso del fattore di concentrazione delle tensioni per fatica.
kl fattore di modifica per la tipologia del carico
kg fattore di modifica per altre cose meno frequenti ma comunque importanti

I coefficienti elencati assumo generalmente un valore 1 (se =1 sono inifluenti) anche se in realt kg pu
esser anche >1 e quindi incrementare S''F.

Le curve di Whler son generalmente ottenute dalla prova di flessione rotante. Questo significa che il
diagramma fornisce un limite a fatica S''F utile solo quando il componente esaminato anch'esso
soggetto allo stesso tipo di sollecitazione alterna.

Per analizzare componenti sottoposti a sollecitazioni differenti (torsione alterna, trazione-


compressione) occorrerebbe realizzare test sperimentali "ad hoc" per ognuno di queste tipologie di
carico.
Tuttavia sono stati calcolati dei coefficienti kl capaci di mettere in relazione il risultato delle prove
sperimentali di flessione con quelli delle altre casistiche:

{ }
1 flessione
k l = 0,7 trazionecompressione
0,59 torsione

S 'F= S ' ' F kl

Come vediamo, rispetto al caso della flessione, il limite di fatica S' F per le altre sollecitazioni risulta
sempre inferiore.

Le rotture per fatica iniziano spesso in un punto situato sulla superficie esterna dell'elemento poich i
cristalli in corrispondenza della superficie possono presentare minore resistenza ai difetti microscopici
non essendo totalmente circondati da altri cristalli ed inoltre le irregolarit della superficie (graffi)
costituiscono punti di concentrazione delle tensioni.

Tutte le prove di caratterizzazione a fatica dei materiali vengono effettuate utilizzando provini
lucidati a specchio per limitare al massimo la presenza di discontinuit superficiali che possono
accelerare il meccanismo di nucleazione delle cricche di fatica. Ovviamente, gli elementi di macchina in
genere non hanno questo tipo di finitura e la loro resistenza a fatica va scalata verso il basso con il
coefficiente ka.

6.9
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Tale fattore pu essere ottenuto tramite diagrammi, come quello al lato o tramite un espressione
analitica funzione di A e B due coefficienti assegnati in funzione del tipo di finitura.

I fattori ottenuti nel diagramma sono stati ottenuti mediante un gran numero di prove condotte su
acciai.
I fattori di finitura superficiale per metalli non ferrosi come le leghe di alluminio, vengono invece
considerati unitari perch i limiti di durata di questi materiali includono gi gli effetti della finitura.

A parit di finitura superficiale la resistenza a fatica diminuisce spesso all'aumentare di quella statica,
perch generalmente i materiali con tensione di rottura pi elevata sono pi fragili e quindi pi sensibili
alla concentrazione di tensione.
Nel diagramma ka dipende oltre che dalla finitura, dalla resistenza R di trazione. In alternativa il suo
valore pu esser ottenuto con la formula:

B
k a= A R

Finitura A B ka (R=500MPa)

Rettificato 1,58 -0,085 0,93


Macchine Utensili
4,51 -0,265 0,87
o trafilato a freddo
Laminato a caldo 57,7 -0,718 0,67

Grezzo 272 -0,995 0,56

Il fattore di modifica delle dimensioni kb, deve essere preso in considerazione solo per flessione e
torsione, non per trazione compressione. Esso correlato con il gradiente della tensione, cio a parit
di sforzo massimo, resiste meglio a fatica un componente soggetto al massimo gradiente.
Quindi, a prit di sforzo massimo si comporta meglio il componente con diametro pi piccolo.

Come visto a proposito del diagramma di Whler, i dati relativi al limite di fatica per i vari materiali si
riferiscono a provini con d=7,5mm sollecitati a flessione rotante.
Si possono usare le seguenti relazioni:

d <8mm k b =1

0,097
8d 250 k b=1,189 d eq

Nel caso di sezione non circolare, si pu utilizzare un diametro equivalente, ad esempio per la sezione
rettangolare di lati h e b:

d eq =0,808 hb

Nel caso di flessione piana (non rotante) con sezione circolare di diametro D si pu tener conto della
differenza di area soggetta al massimo sforzo con un diametro equivalente d eq e poi usare le relazioni di
kb :

6.10
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

d eq=0,37 D

Il concetto di affidabilit nella progettazione implica la conoscenza delle distribuzioni statistiche sia
della resistenza a fatica sia degli sforzi applicati.
Quindi, un'analisi probabilistica approppriata consente di ottenere risultati pi soddisfacenti. Tuttavia
si pu tener conto in modo parziale solo della resistenza a fatica, con il fattore di affidabilit k c, il cui
valore unitario corrisponde alla probabilit di sopravvivenza pari a 0,5.

Questo deriva dal fatto che la resistenza a fatica vien assunta uguale al valor medio delle resistenze
rilevate a un determinato numero di cicli.
Il fattore di affidabilit fornito nella tabella affianco ed corrispondente ad una distribuzione
normale con la deviazione standard pari all'8%.

Affidabilit kc

0,500 1,000
0,900 0,897
0,950 0,868
0,990 0,814
0,999 0,753

Per quanto riguarda la variabilit della resistenza a fatica con la temperatura, si dovrebbe tener conto
con diagrammi. Tuttavia, in mancanza di dati precisi possibile usare formule semplificate per gli acciai
del tipo.

T <350 C k d =1

350T 500 k d =0,5

la presenza di alte temperature riduce l'effetto di intaglio ma anche l'effetto benefico di autotensioni
di compressione dovute a plasticizzazione superficiale.
Al diminuire della temperatura, si ha in genere un aumento del limite di fatica, ma un aumento della
sensibilit all'intaglio e della fragilit del materiale, quindi un aumento della velocit di propagazione
delle cricche.

Nelle verifiche con il metodo di sforzo il fattore che descrive l'intaglio k T (coefficienti d'intaglio
teorico con un valore 1) definito in campo elastico e avente la propriet di essere dipendente solo da
rapporti geometrici, non da dimensioni assolute e non da caratteristiche del materiale.
Valori di kT si trovano tabulati o espressi mediante diagrammi, in molti test di resistenza dei materiali,
e manuali.

Tuttavia,seppur correlato con kT, il fattore d'intaglio ke ne dipende in modo indiretto, essendo di fatto
correlato con le dimensioni geometriche assolute e con le caratteristiche del materiale.
Esistono diversi procedimenti per passare da kT a kf = 1/ke (fattore d'intaglio a fatica) e quindi anche a
ke. Il fattore di intaglio ha il significato di fattore, per cui occorre dividere la resistenza a fatica del
materiale in assenza di intaglio, per ottenere la resistenza a fatica del pezzo con intaglio.

6.11
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Il procedimento che vediamo noi quello di Peterson, detto metodo della sensibilit all'intaglio.
Si parte dalla definizione di fattore di sensibilit di intaglio q:

k f 1
q=
k T 1

il cui valore varia da 0 (nessuna sensibilit) al valore 1 (massima sensibilit). Una volta noto il valore di q
dai diagrammi, si pu calcolare il valore di kf e poi ke = 1/kf:

k f =q (k T 1)

1 1
k e= =
k f q (k T 1)

Il valore di q si ricava dal diagramma a lato in funzione del raggio di fondo intaglio e del materiale.

Sotto ci sono i diaagramma per kT:

Infine, sotto la denominazione di fattore generico kg comprendiamo effetti migliorativi (sforzi residui,
trattamenti meccanici superficiali quali pallinatura e rullatura, trattamenti chimici superficiali quali
cementazione e nitrurazione e trattamenti termici superficiali quali tempra superficiale) ed effetti
peggiorativi (corrosione, fretting corrosione, cromatura).

Essendo di difficile quantificazione, opportuno che il valore di k g sia dato caso per caso.
Gli sforzi residui sono sforzi di trazione o compressione a risultante nulla che esistono
indipendentemente dall'azione di carichi esterni in un componente che risulta, quindi, in equilibrio.
Solitamente sono presenti in zone delimitate ed hanno il massimo in superficie. Essi si generano a causa
di una generazione a causa di una deformazione non omogenea che pu derivare da un'applicazione di
carico, una contrazione o dilatazione termica o da una trasformazione di fase durante la produzione del
componente.

In generale le tensioni residue possono migliorare o peggiorare il limite di fatica, ma poich le rotture
per fatica sono tipicamente assocciate a tensioni di trazione, tutto ci che tende a ridurle, ridurr la

6.12
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

probabilit di rottura.
La rettifica e le lavorazioni alle macchine utensili possono indurre tensioni residue di trazione. Rullatura
, pallinatura (martellamento superficiale a freddo mediante un violento getto di pallini sferici) e
sabbiatura generano un positivo sistema di tensione residue di compressione.

La nitrurazione (portare gradualmente il metallo a 500C per introdurvi azoto atomico, il quale viene
assorbito dalla ferrite superficiale del metallo e forma nitruri Fe 4 N molto duri che distorcono il
reticolo cristallino), la tempra superficiale (riscaldare rapidamente i pezzi da trattare in modo da far
superare i 900 solo ad un sottile strato di metallo adiacente alla superficiale e procedere subito dopo
ad un brusco raffreddamento) e la carbocementazione (arricchimento superficiale di carbonio e
conseguente formazione di carburi, utile per conferire resistenza all'usura e rafforzamento unite a
tenacit interna) portano, nell'ordine, a comportamenti a fatica migliori.

Alcuni fattori esterni modificano notevolmente le prestazioni a fatica di un materiale:


rivestimenti metalli --> (cromatura, nichelatura) riducono la resistenza a fatica di quasi il 50%.
la zincatura non modifica il limite a flessione del 39% ma non quello a torsione
corrosione --> il fenomeno della fatica e della corrosione si esaltano reciprocamente producendo
un effetto sinergico nel danneggiamento del materiale che ne riduce di molto la durata.

6.13
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

7. LA RESISTENZA A FATICA EFFETTO DELLA SOLLECITAZIONE MEDIA

Per quanto riguarda la verifica a fatica a vita indefinita, l'effetto complessivo dei fattori
precedentemente analizzati non fa altro che ridurre il limite di fatica.

La verifica se l'elemento non andr a rottura per cicli, si esplica con la seguente relazione:

S f
N , max amm, f =
f

dove:

S f = S ' ' f kl k a kb k c k d k e k g
N,max tensione massima nominale calcolata con le formule della sollecitazione
f coefficiente di sicurezza a fatica
amm,f tensione ammissibile a fatica

Se, invece, si vuole valutare quale sar la vita del componente (il numero di cicli N f), nota la tensione
f(N) cui soggetto l'elemento, far:

Fatica oligociclica N f 10 3

f ( N f )= N f
1 con = R =0,0323
N f= ( f (N f )
)
Fatica a termine 10 3< N f 10 6

m
Il discorso si divide per i tre campi.
f ( N f )= S
( )
Nf
10 3
1
1
( )
s
con m= log f
3 S
N f= ( f (N f )
S )
m
10 3

Fatica a vita infinita N f >106

f ( N f )=S f
N f =

Queste formule valgono solo per sollecitazioni alterne simmetriche in quanto le curve di Whler sono
state calcolate con tale andamento.
Sperimentalmente si osserva che il valore di f(N) corrisponde ad un determinato numero di cicli Nf,
diminuisce al crescere di una m positiva, quindi spostandosi da un andamento simmetrico alterno ad uno
pulsante.

Per affrontare il problema in teoria si dovrebbe poter disporre delle curve di Whler per diversi valori
della tensione media. Poich, in generale, le informazioni a disposizione sono quelle del diagramma di
Whler per m=0, il problema della vita a fatica in presenza di tensione media quello di ricondurre la
coppia di valori m, a (oppure max, min) effettivamente agenti al valore f cui corrisponde lo stesso
numero di cicli di vita Nf sul diagramma di Whler.

7.1
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

I diagrammi di Haigh e Goodman-Smith


Come abbiamo detto, nei cicli di sollecitazione diversi da quelli alternati simmetrici (a media m=0), la
presenza di un valore medio influisce significativamente sulla resistenza a fatica.
Sperimentalmente, si osserva che il valore
di f, corrispondente ad un determinato
numero di cicli Nf, diminuisce al crescere di
una m positiva.

Una m negativa di norma inifluente poich


le zone di continuit nel materiale possono
reagire a compressione e non generano zone
di concentrazione di tensione.

Per affrontare il problema in teoria si dovrebbe poter disporre delle curve di Whler per diversi valori
della tensione media, ma ci comporterebbe una notevole mole di dati sperimentali da ricavare. Si
ricorre, quindi a diagrammi semplificati che agevolano la verifica a fatica.

A questo scopo si effettuano prove per indagare


sull'effetto sulla rottura del materiale delle
diverse combinazioni di sforzo medio (trazione e
compressione) e sforzo alternato.
Le coppie di valori (m, a) cui corrisponde una certa
vita Nf possono essere rappresentate su un piano.

Il punto di partenza sempre il valore

m=0 a=f(Nf)

che proviene dal diagramma di Whler. La tensione f(Nf) la resistenza a fatica del materiale reale
per la durata Nf nel caso di ciclo alterno simmetrico, che tiene conto di tutti gli effetti relativi a
finitura, dimensioni, etc. (nel caso di vita infinita, logicamente sar f(Nf)=Sf cio il limite di fatica
"corretto").
Il diagramma in figura riporta in ascisse la sollecitazione media e in ordinate quella alternata: sono
riportate le coppie sperimentali che provocano la rottura a fatica per un numero prefissato di cicli N f.

Si osserva che i punti sperimentali possono essere interpolati da una curva che viene definita
diagramma di Haigh (fig.2).
Poich la realizzazione di diagrammi di questo tipo per vari valori di N f richiede una mole di dati
sperimentali eccessiva, sono stati proposti dei metodi di rappresentazione semplificati che possono
essere effettuati dalla semplice conoscenza della corrispondente f(Nf), della tensione di snervamento
y e di quella di rottura r.
In alternativa possibile rappresentare i valori m, max e min cui corrisponde una certa vita Nf su un
piano avente in ascisse il valore m e in ordinate il valori max e min. Le curve interpolanti i risultati
sperimentali costituiscono il diagramma di Goodman-Smith.

7.2
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Diagramma di Haigh semplificato


Il diagramma di Haigh fornisce la tensione alternata a (in ordinate) per fissato numero di cicli di vita
Nf al variare della tensione media m (in ascisse).
La sua determinazione richiede una notevole mole di dati sperimentali, di conseguenza sono state
proposte delle rappresentazioni approssimate che risultano conservative rispetto a questi ultimi.

La fig.2 mostra la curva rappresentativa di un diagramma di Haigh derivato da dati sperimentali e il


corrispondente diagramma semplificato che pu essere impiegato per scopi di verifica o progetto.

La costruzione del diagramma viene effettuata nei seguenti passi (fig.3):


1. sullasse m si riportano la tensione di snervamento per trazione yt e compressione yc e la tensione di
rottura r, sull'asse a si riportano la y e il valore di tensione alternata corrispondente agli N f cicli cui
il diagramma riferito f
2. si traccia una linea (1) da a=y a m =yc per tensioni medie di compressione,
3. si traccia una linea (2) da a=y a m=y, per tensioni medie di trazione,
4. si traccia una linea orizzontale (3) da a=f per tensioni medie di compressione,
5. si traccia una linea (4) da a=f a m=r per tensioni medie di trazione.

La curva limite risultante (una spezzata) mostrata in fig.3.

Le linee (1) e (2) delimitano le coppie di valori m, a per le quali la tensione massima del ciclo si mantiene
al di sotto di quella di snervamento, cio:

|max|=|m+ a| y

Nella parte delle m>0 la retta di snervamento (2), detta retta di Langer, descritta dalle seguenti
equazioni:

m a
y + y =1 a = y m (16.3a,b)

la prima delle quali posta in forma segmentaria, cio con le intersezioni con gli assi esplicitate.
Le linee (3) e (4) costituiscono una semplificazione delle curve di fatica per tensione media variabile e
delimitano i valori m, a per i quali la vita a fatica maggiore o uguale a quella corrispondente a f, cio:
NNf.
Nella parte delle m>0 la retta (4), detta retta di Goodman, rappresentata dalle equazioni:

7.3
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

m a f
r + f =1 a = f m
r
(16.4a,b)

I punti di intersezione delle due rette (Langer e Goodman) che chiamiamo A e B, hanno coordinate

{ }
r ( f y )
m=
A=
{ m= f y
a = f } B=
f r
( y )
a= y r f
f r

Il diagramma di Haigh per tensioni tangenziali medie ed alternate deve essere costruito solo nel caso di
elementi con intaglio, in quanto in elementi senza concentrazione di tensione una tensione tangenziale
media non influisce sulla durata e la retta (4) del diagramma risulta orizzontale.

Il diagramma pu essere costruito allo stesso modo di quello per tensioni normali utilizzando come punti
limite:
f: per Nf elevato utilizzando il criterio di Mises o di Tresca si ha f=0.577f o f=0.5; per Nf vicino a
1000 cicli f=(0.670.8)f;
r: r=(0.670.8)r, a seconda del materiale

Se non si gi fatto quando si stava calcolando Sf, per tenere conto dell'intaglio, si deve modificare la
tensione f moltiplicandola per il coefficiente ke = 1/ kf , mentre non ci va ke / kf per m perch un
termine statico:

m a kT
r + f =1

m a
r + k =1
f e

In alternativa alla retta di Goodman di eq.(4) e descritta nel precedente paragrafo, sono stati proposti
diversi criteri di danneggiamento. Ciascuno fornisce le coppie di valori delle sollecitazioni m, a per i
quali si ha il cedimento per fatica ad un numero di cicli Nf assegnato. Il valore di Nf quello
corrispondente al valore di f letto sul diagramma di Whler [cio N(a, m)=N(f)] che viene introdotto
nel criterio insieme ad un parametro di resistenza del materiale ( y, o r).

Questi criteri forniscono delle rappresentazioni semplificate del diagramma di Haigh.


Goodman --> rappresentato da una linea retta da [0,f] a [a,0] (fig.2,3,5,7-8). Questo criterio
non limita la possibilit di snervamento (se si limita anche lo snervamento il diagramma che si
ottiene quello rappresentato in fig.3 dal lato m >0).
L'equazione nel piano m-a data dalle (4) qui riscritte:

m a f
r + f =1 a = f m (16.4a,b)
r

Soderberg --> rappresentato da una linea retta da [0,f] a [y,0] (fig.8-9). Questo criterio
limita anche lo snervamento e viene usato per il dimensionamento degli alberi. Tutte le
espressioni dei coefficienti di sicurezza relativi a questo criterio possono essere ottenute dalle

7.4
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

(5-8b) sostituendo la y al posto della r.


L'equazione nel piano m-a pu essere scritta come:

m a f
s + f =1 a = f m (16.18a,b)
s

Gerber --> rappresentato da una parabola passante da [0,f] a [r,0] (fig.9), localizzata
abbastanza centralmente rispetto ai risultati sperimentali.
La possibilit di snervamento deve essere verificata:

m 2 a
[ ( )]
2

( )
r + f =1 a = f 1 m
r
(16.19a,b)

ASME --> rappresentato da una ellisse passante da [0,f] a [s,0] (fig.9). Malgrado la presenza
della s nell'equazione, si deve valutare la possibilit di snervamento dato che la curva
interseca la linea di snervamento.
L'equazione nel piano m-a pu essere scritta come:


2 2 2
m a (16.20a,b)
( ) ( )
s + f =1 a= f 1 m
s ( )
La condizione per la quale la tensione massima pari allo snervamento ( max= m + a = y), gi vista nei
paragrafi precedenti, rappresentata dallespressione di Langer (fig.3,5,8):

m a
s + s =1 a= s m (16.3a,b)

Il diagramma di Goodman o Smith semplificato


Il diagramma di Goodman-Smith fornisce le tensioni massima max e minima min (in ordinate) per fissato
numero di cicli di vita Nf, al variare della tensione media m (in ascisse).
Questo diagramma fornisce le stesse informazioni del diagramma di Haigh, ma particolarmente usato
in quanto permette di visualizzare contemporaneamente tutte le componenti di tensione.

7.5
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Il tracciamento del diagramma di Goodman si effettua nei seguenti passi visualizzati in fig.4:
sull'asse delle ordinate si riportano le tensioni di rottura e snervamento r e s e i valori +f e
f,
si traccia la retta m che a 45 dall'origine,
sulla retta media si individua il punto A corrispondente al valore r e da questo si tracciano le
congiungenti con i valori +f e f, ottenendo le rette max e min,
sulla retta m si individua il punto B corrispondente al valore s e da questo si traccia la parallela
all'asse m, la cui intersezione con la retta max data dal punto C,
dal punto C si traccia la verticale fino all'intersezione con la retta min che data dal punto D,
quindi si traccia la congiungente tra D e B.

Le curve limite risultanti (spezzate) sono rappresentate nella fig.4 (b e c).

Quando la tensione media di trazione il danneggiamento definito dalla linea di tensione massima max
o dalla tensione di snervamento.
Quando la tensione media di compressione il danneggiamento definito da due linee parallele a + l e
l nel semipiano delle ascisse negative

Verifica a fatica sui diagrammi


I diagrammi presentati possono essere utilizzati per effettuare calcoli di verifica a fatica e in taluni
casi anche di progetto, oltre a permetterci, insieme a quello di Whler, di stimare la vita di un
componente.

Diagramma di Haigh
Nella verifica si confronta la tensione massima valutata nellelemento con la tensione limite
corrispondente; in particolare il coefficiente di sicurezza dato dal rapporto tra i suddetti valori.
Nel caso statico il valore limite rappresentato in modo univoco dalla tensione limite del materiale, y o
r.
Questo non accade nel caso della fatica in quanto, in generale, la tensione media e la alternata
dipendono in modo differente dai carichi agenti.

Infatti, se si rappresenta lo stato di sollecitazione con un puntoP, di coordinate a, m, sul diagramma di


Haigh (fig.5a-d), un aumento del carico esterno provoca uno spostamento del punto verso la retta limite
in una direzione che dipende dalla nuova combinazione di tensioni medie e alternate che si viene a
creare.

7.6
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Al variare dellentit dei carichi, le tensioni a, m possono variare secondo 4 modalit di principale
interesse:
1. si mantiene costante il rapporto tra la tensione alternata e la tensione media,
2. si mantiene costante la tensione minima,
3. si mantiene costante la tensione media,
4. si mantiene costante la tensione alternata.

Il luogo dei punti che rappresenta le coppie a, m al variare del carico esterno in tutti questi casi una
retta passante dal punto di coordinate a, m assegnato, di inclinazione differente a seconda del caso,
definita retta di carico.
La retta di carico interseca uno degli assi nel punto O, rappresentativo dello stato tensionale che si
verifica quando i carichi di fatica si annullano (fig.5a-d).

Il punto limite P di coordinate a, m, corrispondente alla situazione assegnata, pu essere ottenuto


dallintersezione tra la retta di carico e la retta limite di equazione (4).

Il coefficiente di sicurezza, a sua volta, pu essere ottenuto come rapporto tra i segmenti della retta
di carico compresi tra il punto O e i punti P e P rispettivamente, cio

=OP/O P.

Per la verifica a fatica nel caso di presenza del valor medio non nullo, considereremo solo la condizione
nella quale le sollecitazioni alternate e medie, variano in modo tale che la retta di carico ha coefficiente
angolare A= a/m si mantenga costante.
In questo caso la retta di carico ha coefficiente angolare r ed avr equazione

y=(a/m)x.

Quando i carichi di fatica cessano, infatti, il punto rappresentativo dello stato tensionale O coincide

7.7
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

con lorigine degli assi e la retta pu essere tracciata congiungendo O con il punto assegnato P (fig.5a).
Per non fare confusione, chiamiamo le variabili a e m (assi) come x e y, mentre a e m, 'a e 'm saranno
le coordinate dei punti P e P':

Il coefficiente di sicurezza f nella configurazione di rapporto

A= a/m = costante

sar:

O ' P ' OP ' ' a ' m x= m


f= = = = (16.5a-b)
O ' P OP a m y= a

Nel caso si consideri la retta di Goodman, per trovare il punto di intersezione occorre considerare le
equazioni della retta di carico e di quella di Goodman:

{ x
y= x
y
m

r + f =1


Eq.retta di carico

Eq. retta di Goodman }


sostituendo l'equazione di y della retta di carico in quella di Goodman:

x a x
r + =1
f m

(1
r

x + a =1
f m )
m f + a r
r f m
x=1

da cui

r f m
x=
m f + a r

Come avevamo detto, il coefficiente di sicurezza dato da:

' m x' P x x r f 1
f= = = = = f = a
m x P x P m m f + a r m
r + f

1 m a
f = r + f FORMULA DI GOODMAN PER LA STIMA DEL COEFFICIENTE DI SICUREZZA

Come vediamo, simile all'equazione della retta di Goodman a meno del f posto a denominatore nel
membro in cui compare l'unit.

Nel caso anzich Goodman si voglia utilizzare Soderberg, si fanno analoghi ragionamenti tranne per y al
posto di r:

{x
y= a x
y
m

y + f =1 } 1 m a
f = y + f FORMULA DI SODERBERG

7.8
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Se invece utilizzassimo Gerber, le due equazioni da usare sarebbero:

{( ) }
x
y= x
y
2

r + f =1
m

sostituendo l'equazione di y:

{ y= x

}
2
a
m
2
( )
x
f f = x
r m
x
y= f f
r ( )
in forma omogenea

f 2 a f a
x + x f =0 Eq. di 2 grado con a= b= c= f
2r m 2r m

Risolvendo l'equazione di 2 grado:

(
2 2
a f
x=
a +
m ) ( )
m +4 r

2 2f
r

Da cui:

f=
x
=
2
[ (
a
+
r m
a
) ( ) ]=
2
f
m +4 r
2

+
m
2
r a
(( a
) ( ) ) =
2
f
m +4 r
2
2
r
2r a
+
m ( 2a 2r +4 2f 2m
2
r m
2
) 2
r

m 2 m f 2 m f 2 m f

2 2

r a + r
m
+4
2
a
2
r
2
f 2m
r ( r a + ( a r )2+4( f m )2 )
r m
f = = 2
2 m f 2 m f

Gerber si pu utilizzare per la verifica e risulter leggermente pi lungo ma sicuramente pi preciso


(possiamo utilizzare indipendentemente l'uno o l'altro).
Occorre sottilineare che la tensione f presente nelle formule e nei diagrammi la resistenza a fatica
reale (non quella del provino a flessione rotante) che tiene conto di tutti gli effetti gi visti.
Come gi detto in precedenza, per tener conto dell'eventuale concentrazione di tensione, correggiamo
la tensione f moltiplicando per ke se gi non l'abbiamo fatto quando calcoliamo la resistenza a fatica
reale.

Diagramma di Goodman o Smith


Nel diagramma di Smith i cicli di carico aventi lo
stesso rapporto q=max/m sono rappresentati da una linea di carico passante dall'origine con
coefficiente angolare q.

7.9
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Nel caso in fig.7 i valori relativi al ciclo di esercizio (m e max) sono rappresentati da P; i valori limite
corrispondenti ('m e 'max) sono rappresentati da P' determinato dall'intersezione tra la linea di carico
e la curva limite di Smith.
Il coefficiente di sicurezza si calcola in modo analogo al caso
precedente.

Se si mantiene costante la tensione minima la linea di carico


passa da P e dal punto di intersezione O tra la retta min=cost
e la bisettrice.
Se la tensione media m si mantiene ragionevolmente
costante, il punto limite si trova sulla verticale passante P
nel diagramma di Smith.

Nel caso in cui si mantiene costante la tensione alternata, il


punto limite si ottiene tracciando la parallela alla bisettrice
passante per P.
Comunque, questi concetti, non ci interessano poich noi la
verifica la faremo utilizzando il diagramma di Haigh, nella
configurazione di retta di carico con A= a/m costante,
utilizzando la retta di Goodman (pi veloce), Soderberg o Gerber (pi preciso).

Nel caso di flesso-torsione, cio se sono presenti contemporaneamente ed in fase, sollecitazioni normali
alterne a, media m, torsione alternata a, torsionali media m, la verifica ed il relativo calcolo del
coefficiente di sicurezza f, per i materiali duttili, possono essere eseguite utilizzando il criterio di
Gough-Pollard, che vedremo meglio quando facciamo la fatica multiassiale:

( + ) +( + )
2 2
1 m a m a
f = r f r f

Determinazione della vita Nf


I criteri descritti consentono, in alternativa alla verifica, di valutare la vita a fatica N f corrispondente
ad una sollecitazione di valor medio e ampiezza m e a assegnati. In questo caso si inseriscono le
tensioni m e a nelle eq.(4,18-20) e si ricava la f corrispondente.

A questo punto il problema della determinazione della vita a fatica in presenza di sollecitazione media
viene ricondotto a quello di sollecitazione alternata simmetrica con ampiezza f.
La tabella 1 riassume i criteri introdotti e il valore di f ottenibile.

Criterio Goodman Soderberg Gerber ASME


2 2 2
x y x y
Tipo Equazione + =1
a b
+ =1
a b ()
x
a
y
+ =1
b () ()
x
a
+
y
b
=1

2 2 2
m a m a m a m a
Espressione criterio r + f =1 s + f =1 ( )
r + f =1 ( ) ( )
s + f =1
a a a
Espressione di f f =
1 m / r
f =
1 m / s
f = 2 2
1 m / r
f = a
1
1 2m / 2r

In corrispondenza a questi valori di f si determina il numero di cicli di vita Nf sul diagramma di Whler.

7.10
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

8. FATICA AD AMPIEZZA VARIABILE

Spesso i componenti strutturali sono soggetti a storie di carico nelle quali i cicli di fatica hanno
ampiezza variabile (fig.1), ad esempio n1 cicli con tensione alternata a1, n2 cicli con tensione alternata
a2 etc.

Il problema della stima della vita a fatica in queste condizioni non stato risolto completamente e i
risultati ottenuti usando gli approcci presentati sono indicativi; stime molto pi precise possono essere
ricavate solo da dati sperimentali.
Tra le difficolt principali si deve ricordare il fatto che la curva di Whler viene ricavata utilizzando
per ciascun valore dellampiezza di ciclo un provino differente ( vergine). In realt le propriet del
materiale si vanno modificando mano a mano che vengono applicati i cicli di fatica e, in particolare,
lapplicazione di alcuni cicli di ampiezza elevata provoca variazioni di resistenza in senso positivo o
negativo a seconda del livello di carico, che dovrebbero essere caratterizzate da un nuovo diagramma di
Whler.

Criterio di Miner-Palmgreen
Una teoria semplice che descrive in modo approssimato il danneggiamento cumulativo a fatica quella di
Palmgreen-Miner (PM). Si considerino le seguenti definizioni:
ai ampiezze dei cicli di fatica classificate in un numero discreto di livelli
N(ai) o Ni numero di cicli di vita corrispondente a ciascuna ampiezza ai, tipicamente
ottenibile dal diagramma di Whler,
ni il numero di cicli di fatica di ampiezza ai applicati al componente,
n il numero totale di cicli di fatica applicati al componente,
D(ai) o Di il danneggiamento provocato dai cicli di ampiezza ai.

Il danneggiamento D(ai) o Di pu essere espresso mediante una delle seguenti relazioni (del tutto
equivalenti):

ni ni
D( a )= Di = (17.1a,b)
i
N ( a )
i
Ni

8.1
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

facile dedurre che il danneggiamento provocato dal singolo k-esimo ciclo di ampiezza ak dato da

1
Dk = (17.2)
Nk

con Nk la vita a fatica del componente per un'ampiezza k.


Il danneggiamento D provocato da tutti i cicli pu essere ottenuto con le seguenti espressioni

n n
ni 1
D= Di = =1 D= Dk = =1 (17.3a,b)
i i Ni k =1 k =1 Nk

la prima delle quali utile nel caso in cui la distribuzione dei cicli sia nota mediante i valori di conteggio
ni, relativi a livelli discreti delle ampiezze, la seconda nel caso in cui le ampiezze dei cicli siano
memorizzate in forma digitale in una successione ak e sia possibile ottenere in modo analitico i
corrispondenti valori Nk, come accade nel caso di storie sollecitazioni su componenti registrate in
esercizio.

In questi casi, infatti, non necessario che esse siano raggruppate generando eventuali valori di
conteggio ni.
In base alla teoria di PM il cedimento si verifica quando D raggiunge il livello critico D0, che,
teoricamente, pari allunit; infatti, se il provino sottoposto solo a n k=Nk cicli di ampiezza ak, per i
quali si ha il cedimento, le (3) forniscono:

n n
Nk Nk
D 0= D (
i
ai )= D ( a )=k
Nk
=1 D 0= D = N1
k=1
k
k =1 k
=
Nk
=1 (17.4a,b)

Il valore Ni da introdurre nelle (1) e (3), nel caso di ampiezza media della sollecitazione nulla, pu
essere ricavato mediante la nota formula empirica che costituisce lespressione analitica della curva di
Whler:

1 /m
a
N i= ( )
S
i
10
3
(17.5)

I cicli in cui ai < Sf non producono danno e non vanno conteggiati, come era ovvio aspettarsi poich per
Ni , Di 0.
L'esperienza mostra che la combinazione lineare dei danneggiamenti parziali una semplificazione a
volte eccessiva della realt.
In particolare questo approccio non tiene conto della sequenza secondo la quale i diversi livelli di
deformazione vengono raggiunti dal materiale.

Inoltre, il danneggiamento si accumula sempre alla stessa maniera, senza alcun riguardo alla storia
temporale delle deformazioni subite fino a quel momento.
Per tenere conto di questo fatto si potrebbe modificare il valore di D 0: valori tipici utilizzati sono
D0=0.72.2.

Effetto della tensione media


Le espressioni (7) sono valide per cicli a media nulla (ma anche negativa) e possono essere modificate
per mezzo dei criteri di danneggiamento (Goodman, Soderberg, Gerberg) in modo da tenere conto

8.2
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

delleventuale valore medio positivo dei cicli.


Per utilizzare la tensione equivalente f si pu utilizzare la tabella riassuntiva nel capitolo precedente,
in cui sono descritte le espressioni per tutti i criteri di danneggiamento trattati, in particolare per
Goodman :

a a
f = a , EQ = (17.8)
i

1 m / r i
1 m / r
i

nella quale
r la tensione di rottura del materiale
mi tensione media per l'ampiezza i
ai ampiezza del ciclo
a,EQ,i tensione equivalente per il ciclo di ampiezza ai che deve esser utilizzata per valutare Ni nel
diagramma di Whler.
Per il resto si procede come descritto in precedenza.

Queste espressioni, come abbiamo visto anche nell'esempio, son utili nel caso in cui la successione di
cicli di fatica di tipo periodico e i valori ni possono essere determinati allinterno del singolo periodo.
Siano:
t il periodo della storia di carico,
T0 la durata temporale del componente (espressa in unit di misura temporali) o durata a fatica,
nt il numero totale dei cicli nel singolo periodo t,
N0 il numero totale di cicli al cedimento,
R0 il numero di volte in cui il periodo viene ripetuto fino al cedimento.

In questo caso di interesse determinare la durata T0 del componente o il numero di ripetizioni del
periodo di carico al cedimento R0, a partire dalla conoscenza di t ed nt, oltre, naturalmente, ai valori di
ni e di ai o fi (oppure di ni,j, ai e mj) utilizzati per determinare la tensione equivalente di Miner (14) e
alle caratteristiche del materiale K, e r.
Le 5 grandezze sopra definite sono legate tra loro tramite la seguente relazione

N 0 T0
R0 = = (17.15)
nt t

8.3
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

9. FATICA MULTIASSIALE IN FASE E NON IN FASE

Nel caso della fatica monoassiale lo stato tensionale variabile nel tempo viene descritto dalla sola
funzione (t); ad esempio, nel caso della flessione rotante, la funzione temporale della tensione

(t)=C sin( t),

essendo C una costante dipendente dal modulo di resistenza a flessione del componente e dal momento
flettente applicato ed la velocit di rotazione.

Nel caso monoassiale, i dati sperimentali della resistenza a fatica ottenuti mediante prove monoassiali
sono sufficienti per la caratterizzazione dei materiali e i parametri della sollecitazione di interesse
sono limitati alle ampiezze e valori medi dei cicli ( a e m), determinati considerando la sola successione
degli estremi (picchi e valli) estratti dalla funzione (t).
In molti casi i punti pi sollecitati di una struttura meccanica sono soggetti a stati tensionali
multiassiali nei quali diverse componenti cartesiane di tensione sono variabili nel tempo.

tubi di grosso spessore soggetti a pressione ciclica: i punti al diametro interno sono soggetti a
una tensione radiale ed una circonferenziale che variano in fase con la pressione;
alberi di trasmissione: i punti al diametro esterno sono soggetti ad una tensione normale
alternata dovuta ai carichi di flessione e ad una tensione tangenziale costante dovuta al
momento torcente, tali tensioni danno luogo a uno stato tensionale biassiale variabile nel tempo;
molle a barra di torsione con manovella: la forza variabile applicata sulla manovella provoca
simultaneamente torsione e flessione nella barra, con conseguenti tensioni normali e tangenziali
che agiscono in fase.

Il passaggio dal caso di tensione monoassiale a quello pluriassiale nellanalisi a fatica implica due ordini
di problemi:

1) simile a quello del caso statico, nel quale il cedimento del materiale dipende dal tipo di stato
tensionale agente e sono stati sviluppati dei criteri che consentono di confrontare gli stati tensionali
pluriassiali con i dati sperimentali relativi alla resistenza del materiale ottenuti con la semplice prova
monoassiale. Analogamente, nel caso della fatica, le velocit di nucleazione e propagazione della
frattura dipendono dalle caratteristiche dello stato tensionale.
Poich impossibile disporre di dati sperimentali relativi a tutti i possibili stati tensionali pluriassiali, i
criteri per lanalisi di resistenza indicano quali combinazioni delle sollecitazioni di fatica agenti lungo
direzioni differenti devono essere confrontate con i dati sperimentali di resistenza del materiale,
relativi a casi di sollecitazione semplice (tipicamente sollecitazioni monoassiali o in stato di tensione
puramente tangenziale).

2) relativo al fatto che lanalisi di fatica richiede la determinazione delle medie e delle ampiezze dei
cicli di tensione, che, nel caso monoassiale, sono facilmente desumibili dalla storia temporale dellunica
componente di tensione agente.
Nel caso pluriassiale tale determinazione estremamente pi complessa, poich, in generale, le singole
componenti di tensione non agiscono in modo sincrono, cio gli estremi delle rispettive storie temporali
avvengono in istanti differenti, e le direzioni principali nei punti del componente possono cambiare
orientazione nel corso del tempo. Si possono avere storie temporali in fase, non in fase (sfasate di un
certo angolo), con differente frequenza, etc.

9.1
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Lo stato tensionale variabile nel tempo


Nel caso pi generale di fatica multiassiale tutte le componenti del tensore cartesiano degli sforzi
variano nel tempo con leggi differenti; esse sono 6 nel caso triassiale e 3 in quello biassiale:

[ ]
x t xy t xz t
t = yx t y t yz t
zx t zy t z t
t=
[ ]
x t xy t
yx t y t
(18.1a,b)

Nella figura al lato sono mostrate 3 sollecitazioni biassiali costituite


rispettivamente da: (dall'alto verso il basso)
tensioni x e xy variabili in modo sinosuidale con differenza di fase pari
a /2,
tensioni x e xy variabili in modo sinosuidale con differente frequenza,
il classico caso di tensione x variabile in modo sinosuidale e xy
costante, cio il caso gi citato degli alberi di trasmissione.

facile osservare che gli estremi della storia temporale di ciascuna componente si verificano in istanti
differenti.
Quanto detto comporta che, anche se possibile identificare i cicli relativi a ciascuna componente di
tensione e valutarne ampiezza e valor medio (in generale variabili), difficile estrapolare parametri
quantitativi che caratterizzino linsieme delle sollecitazioni dal punto di vista della fatica, come accade
nel caso monoassiale.

In particolare, in molti casi, non sufficiente considerare soltanto la successione degli estremi delle
tensioni cartesiane e deve essere analizzato il loro andamento nel tempo istante per istante.
importante notare che in molti casi nei quali sono presenti tensioni cartesiane tangenziali, sia variabili
che costanti, possibile che la terna delle direzioni principali cambi la sua orientazione nel tempo.

Tipi di Sollecitazioni Multiassiale


Nel caso pi generale di sollecitazione di fatica multiassiale, ciascuna componente cartesiana varia nel
tempo in modo aleatorio.
Una prima semplificazione riguarda il caso delle sollecitazioni periodiche: in questo caso ciascuna
componente cartesiana di tensione periodica ed possibile determinare il periodo T dell'insieme delle
sollecitazioni come minimo comune multiplo dei periodi delle singole componenti.

Nel caso di sollecitazioni periodiche, le caratteristiche di interesse per ciascuna componente


cartesiana:
il tipo di funzione temporale;
la frequenza angolare w=2/T
la fase
il valor medio m
l'ampiezza a

se una sua componente di tipo sinusoidale pu essere descritta come:

t= m a senwt

9.2
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

notevoli semplificazioni nell'analisi di fatica multiassiale sono possibili nel caso di sollecitazioni
proporzionali, nel quale tutte le componenti cartesiane di tensione variano nel tempo mantenendo i loro
rapporti.

In tal caso, le tensioni cartesiane sono caratterizzate dalle seguenti:


hanno la stessa legge temporale, a parte, eventualmente, il fattore moltiplicativo che determina
l'ampiezza delle sollecitazioni;
hanno lo stesso periodo;
hanno valori medi nulli;
sono sincrone, cio agiscono in fase (=0) o in controfase (=) tra loro.

Nel primo caso tutti, massimi e minimi delle componenti si verificano nello stesso istante, nel secondo
essendo:

sen(wt + )= -sen(wt)

i massimi dell'una si verificano negli stessi istanti dei minimi dell'altra e viceversa.

Una caratteristica fondamentale delle sollecitazioni proporzionati costituita dal fatto che le direzioni
principali mantengono orientazione fissa.
Un caso intermedio tra quello pi generale e quello di sollecitazioni proporzionali quello di
sollecitazioni le cui componenti alternate sono proporzionali, ma sono presenti delle componenti medie.
In questo caso le componenti di tensioni cartesiane posson esser espresse in questa forma:

ij t = ij , m ij , a sen wt = ij , mij , a sen wt

e il tensore a sua volta pu essere descritto come:

[ ][ ]
x , m xy , m xz , m x , a xy , a xz , a
(t )= yx , m y , m yz , m + yx , a y , a yz , a sen(wt + )
zx , m zy , m z , m zx , a zy , a z , a

In questo caso, le direzioni principali possono risultare variabili (ad esempio torsione costante e
flessione variabile), anche se le direzioni principali delle sole componenti alternate sono fisse.
L'analisi della variazione nel tempo del tensore cartesiano (t) consente semplicemente di definire le
caratteristiche della sollecitazione di fatica nel punto, cio di stabilire se la sollecitazione :
monoassiale o multiassiale
di tipo periodico o aleatorio
con direzioni principali fisse, fisse relativamente alle sole componenti alternate, o direzioni
principali variabili
di tipo proporzionale o non proporzionale

I metodi di analisi di fatica multiassiale


Come detto, i criteri di resistenza a fatica multiassiale forniscono la combinazione delle sollecitazioni
multiassiali agenti nel punto che deve essere confrontata con i dati sperimentali di resistenza a fatica,
relativi a casi di sollecitazione semplice, per determinare la durata del componente o verificarne il
coefficiente di sicurezza.
Il meccanismo del cedimento per fatica pu essere suddiviso in 4 fasi:

9.3
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

1. nucleazione della frattura di fatica,


2. accrescimento della frattura lungo un piano di elevata tensione tangenziale (stadio I della
propagazione), secondo il Modo II descritto da Irwin, detto anche meccanismo di tipo A,
predominante nei materiali duttili;
3. propagazione della frattura in direzione normale alla tensione di trazione (stadio II della
propagazione), secondo il Modo I descritto da Irwin, detto anche meccanismo di tipo B,
predominante nei materiali fragili;
4. rottura dellelemento.

Tale suddivisione importante nella determinazione delleffetto della multiassialit dello stato
tensionale variabile nel tempo sulla nucleazione e la propagazione della frattura che determinano il
cedimento del materiale.
Nella previsione della durata del componente sussistono 2 principali problemi
la velocit di accrescimento della frattura in ciascuna fase dipende da una differente
combinazione delle tensioni nominali agenti,
non facile quantificare lincidenza temporale di ciascuna delle prime 3 fasi sulla durata
complessiva del fenomeno, che dipende dalle caratteristiche del materiale.

Riguardo al primo problema:


la 2 fase fortemente influenzata dalla tensione tangenziale alternata agente sul piano nel
quale si sviluppata la frattura, soprattutto per i materiali duttili;
la tensione normale agente in direzione ortogonale al piano di sviluppo della frattura ha spesso
un effetto non trascurabile, che diventa preponderante nella 3 fase.

Vista la differente incidenza della 2 e 3 fase sulla durata di materiali fragili e duttili, alcuni criteri
tengono conto di tale caratteristica del materiale.
I criteri di previsione della vita a fatica di componenti soggetti a sollecitazioni multiassiali possono
essere classificati in vario modo. Secondo una classificazione molto generale essi possono essere
distinti in criteri basati sulle tensioni, sulle deformazioni e sullenergia di deformazione.
Una classificazione li divide in 4 categorie:
1. metodi basati su formule empiriche,
2. metodi derivati da criteri di resistenza di tipo statico e/o basati sugli invarianti delle tensioni o delle
deformazioni,
3. metodi basati sulla Determinazione di un Piano Critico (DPC),
4. metodi che utilizzano Medie Spaziali delle Tensioni (o delle deformazioni) (MST).

I metodi basati su formule empiriche sono adatti a prevedere la vita di componenti soggetti ad un
particolare tipo di sollecitazione, ad esempio flessione e torsione in fase (cio combinazione di tensione
normale e tangenziale in fase), del quale sono noti dati sperimentali specifici.
I metodi derivati da criteri di resistenza di tipo statico, in particolare quelli di Tresca e della tensione
ottaedrica/Von Mises sono adatti a sollecitazioni di tipo proporzionale, in quanto le direzioni principali
rimangono fisse e le componenti medie e alternate, facilmente identificabili per ciascuna componente,
agiscono in fase e possono essere combinate nelle tensioni equivalenti definite dal criterio. Dal criterio
della tensione ottaedrica sono stati derivati altri criteri che utilizzano anchessi gli invarianti delle
tensioni nella loro formulazione.
I metodi DPC ed MST considerano le tensioni agenti sui piani di normale n generica, in particolare
considerano opportune combinazioni delle componenti media e alternata del vettore n (sempre quella
alternata e in alcuni casi quella media) con quelle di n ed effettuano un confronto di tale combinazione

9.4
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

con opportuni dati sperimentali relativi alla resistenza a fatica del materiale. I metodi DPC considerano
la combinazione di n e n pi pericolosa tra tutte quelle agenti in tutte le giaciture, identificando la
giacitura pi sollecitata, definita piano critico, mentre i metodi MST considerano la media spaziale delle
combinazioni di n e n agenti su tutte le giaciture.

Le informazioni sperimentali
Per la caratterizzazione sperimentale della resistenza dei materiali soggetti a sollecitazioni multiassiali
di fatica sono necessarie informazioni sul comportamento sotto sollecitazioni di tensione normale e
tangenziale, sia alternate simmetriche che in presenza di tensioni medie. Concentrandosi sul caso di
vita infinita, le grandezze pi significative sono:
f il limite di fatica a tensioni normali alternate simmetriche,
f il limite di fatica a tensioni tangenziali alternate simmetriche,
fp il limite di fatica a tensione normale pulsante;

In tab.4 sono riportate le caratteristiche delle sollecitazioni relative ai 3 limiti sopra riportati per
quanto concerne lintervallo della tensione applicata, la relazione tra le tensioni alternata e media e la
tensione massima, le tensione ottaedriche.

Sperimentalmente si osservato che per i materiali duttili la tensione tangenziale media risulta
ininfluente fino a valori che raggiungono oltre l80% della tensione tangenziale di snervamento (cio
m0.8 s) nel caso di elementi cilindrici senza intagli. Nel caso di elementi intagliati, invece, la tensione
tangenziale media riduce lampiezza della componente alternata che garantisce la vita infinita in modo
analogo a quanto accade per la tensione normale.
A fini pratici risulta utile introdurre il rapporto tra i limiti di fatica per tensioni alternate tangenziali e
normali

f
r / =
f (18.25)

Per i materiali duttili si ha 0.48< r/ <0.60, cio praticamente r/ 0.577=(1/3)0.5, lo stesso rapporto
previsto per le tensioni tangenziali e normali di snervamento dal criterio di Von Mises. Per i materiali
fragili 0.8< r/ <0.9, praticamente un valore vicino allunit, simile al rapporto esistente per le analoghe
grandezze statiche.
Sempre a fini pratici risulta utile introdurre e il rapporto tra il limite di fatica a tensione normale
alternata simmetrica e quello a tensione pulsante:

f
fp (18.26)
r / =
p

Ovviamente si ha r/p 1 e, in assenza di informazioni sperimentali su fp, questo rapporto pu essere


stimato utilizzando il criterio di Goodman (16.4) qui riscritto

a m
=1 (16.4)
f r

Nel caso in questione, essendo m=a=fp (fig.11), si ottiene:

9.5
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

f
fp =
f (18.27)
1
r

da cui

f
r / =1
p
r (18.28)

Valori tipici del rapporto r/p sono nel campo 1.2<r /p <1.6.

Lim. Estremi Alternata Media h Media h Alternata

f -max l max a = max m = 0 h,m = 0 h , a =


2
a
3

f -max max a = max m = 0 h,m = 0 h , a =


2

3 a

fp 0 l max a = max /2 m = max /2 = a a = m h , a =


2
a
3

Sollecitazioni proporzionali o con componenti alternate proporzionali


Criterio della tensione ottaedrica/Von Mises
Il modo pi immediato per effettuare lanalisi di fatica nel caso di sollecitazioni proporzionali o con
componenti alternate proporzionali e direzioni principali fisse quello di determinare tensioni alternate
equivalenti mediante criteri come quello di Tresca o della tensione ottaedrica/Von Mises, in quanto i
risultati sperimentali confermano la loro efficacia.
Applicando il criterio della tensione ottaedrica/Von Mises e introducendo nellespressione della
tensione equivalente le componenti alternate delle tensioni principali ( ia con i=1,2,3), si ottiene la
seguente espressione della tensione equivalente alternata:

ae = 21a 22a 3a2 1a 2a 1a 3a 3a 2a (18.29)

che pu essere confrontata con le tensioni ottenibili dalla curva di Whler.


Se sono presenti tensioni medie positive e le direzioni principali si mantengono costanti, possono essere
valutate delle tensioni medie equivalenti da utilizzare insieme alle alternate sul diagramma di Haigh o
per determinare delle tensioni equivalenti di Goodman. Utilizzando ancora il criterio di Von Mises si
ottiene:

me= 21m 22m 23m1m 2m 1m 3m 3m 2m (18.30)

Nellapplicazione di queste formule importante identificare con esattezza le componenti di tensione


medie e alternate; in particolare si deve notare che le forze che agiscono staticamente (non solo come
intensit, ma anche direzione, a differenza, ad esempio, del caso della flessione rotante) producono
solo tensioni medie, mentre le forze variabili, se agiscono tra valori che non sono alternati simmetrici,
producono sia tensioni alternate che medie.
Poich la (21) fornisce valori delle tensioni medie equivalenti positive anche nel caso di tensioni agenti
negative, generalmente la tensione media equivalente pu essere valutata con questa espressione:

9.6
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

me= 1m 2m 3m = I 1=3 h , m (18.31)

che risulta pari allinvariante primo delle tensioni I1 (1.29a) e proporzionale alla tensione normale media
agente sui piani ottaedrici (1.67). Questo modo di valutare la tensione media rende questo criterio
molto simile al criterio di Sines descritto nel paragrafo successivo. A sua volta, anche la componente
alternata (20) pu essere espressa in funzione della tensione tangenziale ottaedrica (1.68,69) e
dellinvariante J2 (1.79b):

3 2
ae = h , a = J (18.32)
2 2 2

Introducendo le componenti media e alternata (29) e (31) nella relazione di Goodman si ottiene

3

ae me 2 h , a 3h , m
= =1 (18.33)
f r f r

Effettuando un ulteriore passaggio si ottiene la pi utile tra le possibili espressioni finali del criterio di
Von Mises per le sollecitazioni di fatica multiassiale:

f 2
r h , m 3 f (18.34)
h , a 2 =

Nel caso di componenti di tensione riferite ad assi non principali, le (30-32) possono essere riscritte
come:

h , a=
2 2 2 2 32 2 2
x ,a y ,a z,a x ,a y ,a x ,a z,a z ,a y ,a xy , a yz , a xz , a
3

(18.35-37)
me= 2x , m 2y , m2z , m x , m y , m x , m z , m z , m y , m 32xy , m2yz , m 2xz , m
2
3

me =3 h , m= x , m y , m z , m

Le componenti di tensione inserite nelle tensioni equivalenti devono essere amplificate per i relativi
fattori di concentrazione delle tensioni (per flessione, sforzo normale, torsione); nel caso di materiali
duttili la moltiplicazione va eseguita solo sulle componenti alternate (29,35). Shigley suggerisce di
moltiplicare le componenti assiali alternate per il fattore 1/Kc,ax=1/.923=1.0823.
Le (31) e (32) mostrano che il criterio della tensione ottaedrica/Von Mises pu essere annoverato
anche tra i criteri basati sulluso degli invarianti delle tensioni.
La (34) pu essere interpretata nel senso che la combinazione di sollecitazioni pi pericolosa tra quelle
agenti su tutte le giaciture quella costituita dalle tensioni agenti sul piano ottaedrico. In base ad essa
si pu affermare che il piano critico della sollecitazione costituito proprio da uno dei piani ottaedrici.
Unulteriore interpretazione delle (31) e (32) basata sul fatto che la tensione normale ottaedrica
pari alla media delle tensioni normali agenti nel punto e che tensione tangenziale ottaedrica anche pari
al valor quadratico medio delle tensioni tangenziali agenti su tutte le giaciture uscenti dal punto in base
allequazione (1.73). In conseguenza di ci si pu affermare che il criterio della tensione ottaedrica
appartiene alla categoria dei criteri basati su medie spaziali delle tensioni.
Naturalmente tutte le interpretazioni risultano effettive solo nel caso di sollecitazioni proporzionali,
cui corrispondono direzioni principali e piani ottaedrici con giacitura invariabile nel tempo.

9.7
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Criterio di Sines
un criterio generale e pu essere utilizzato sia per componenti in fase sia per componenti non in fase
(anche se per quest'ultimo caso non affidabile al 100%).
Faremo riferimento principalmente alla fatica multiassiale in fase, dove si conservano le direzioni
principali e a quella non in fase in cui per si conservano le direzioni principali.

Il caso dello sfasamento di 180 (controfase) pu esser considerato come caso particolare di quello in
fase. Per le componenti alternate si pu partire dal concetto che la nucleazione di cricche avviene in
seguito alla formazione e sovrapposizione di bande di scorrimento sui piani dove agiscono le
ottaedriche alternate.
Per quanto riguarda le componenti medie, seguiamo le considerazioni svolte da vari ricercatori che
attribuiscono importanza, ai fini della resistenza a fatica, soltanto al tensore di sforzo idrostatico,
mentre escludono qualsiasi influenza delle componenti medie degli sforzi tangenziali.

Il criterio di Sines riduce lo sforzo complesso ad una componente equivalente alternata EQ,a e una
equivalente media EQ,m.
Queste due componenti equivalenti consentono poi di considerare lo sforzo complessivo monoassiale.
Vediamo separatamente il caso di sole componenti alternate e quello di componenti alternate e medie.

Partendo da uno stato di sforzo generico, rappresentato da 6 componenti cicliche alternate


simmetriche in fase (o in controfase), rappresentato dalle ampiezze x,a, y,a, z,a, xy,a, xz,a, yz,a (nel caso
in controfase l'ampiezza si assuma negativa), si definisce uno sforzo equivalente alternato

EQ , a = I 21a 3I2a (18.38,39)

dove gli invarianti possono essere espressi mediante le componenti di sforzo:

I 1= xa ya za= 1a 2a 3a
I 2 = xa ya 2xya xa za2xza ya za2zya (18.40)
I 2=1a 2a 1a 3a 3a 2a

modi equivalenti di scrivere queste relazioni sono:

EQ , a = 21a 22a 3a2 1a 2a 3a 2a1a 3a

EQ , a = 2xa 2ya 2za xa ya za ya xa za 32xy 2xz2zy


(18.41a,b)
1
EQ , a=
2
2 2
1a 2a 2a3a 3a 1a
2

come gi detto si deve tenere conto del segno delle componenti alternate, secondo la regola che le
ampiezze ia e ja sono dello stesso segno se in fase e di segno opposto se in controfase.
Da queste relazioni si pu notare una certa somiglianza con il criterio statico di Von Mises.
Tale EQ,a si andr poi a confrontarle con il valore limite a fatica monoassiale corrispondente S f (se a
vita infinita), o f(Nf), cui sono stati applicati i fattori correttivi gi visti.
La verifica si fa con:
Sf
f (18.42)
EQ , a

9.8
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Se f pi basso di quello richiesto si va a fare il dimensionamento a fatica. Nel caso di presenza del
valor medio (m0), cio per un ciclo pulsato, per la componente alterna si considera quella definita in
precedenza per il caso m=0, cio:

EQ , a = I 21a 3I2a (18.43)

Si considera poi il valore medio equivalente:

EQ , m= I 1m = xm ym zm=1m 2m 3m (18.44a,b)

che va poi trattato nello stesso modo del caso monoassiale, cio con i criteri di danneggiamento:

EQ , a EQ , m 1
=
Sf R f

Al solito se f non abbastanza alto, si procede al dimensionamento (se possibile).

Il caso non in fase con direzioni principali fisse, come per tubi o serbatoi soggetti sia a pressione
interna che a forze esterne non in fase, si pu trattare con le grandezze funzioni del tempo.

Dagli sforzi x(t), y(t), z(t), xy(t), xz(t), yz(t) si ricavano gli sforzi principali 1(t), 2(t), 3(t).
Di ciascuna di queste grandezze si devono determinare il valore minimo e massimo nel tempo in un ciclo
e quindi il valore assoluto della differenza:

S R = S ij maxS ij min i , j=1,2 ,3 i j


ij
(18.45)

si pu quindi definire la EQ,a detta SALT come la semidifferenza del massimo dei valori cos ottenuti

S R max
S alt = EQ , a = ij
(18.46)
2

Si pu anche seguire la via della EQ,a basata sul criterio di Von Mises che si determina calcolando, al
tempo generico t:

EQ t = I 21 t 3I 2 t= 1 t2 2 t 23 t 21 t 2 t 3 t 2 t1 t 3 t (18.47a,b)

e quindi determinando il valore massimo della semidifferenza tra il valore massimo e il minimo di un
ciclo, cio:

EQ EQ
EQ , a = max min
(18.48)
2

Per il valore medio si assume:

EQ , m= I 1m = xm ym zm=1m 2m 3m (18.49,50)

Al solito si trattano EQ,a e EQ,m come nel caso monoassiale

9.9
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Criterio di Gough-Pollard
Quello di Gough e Pollard un criterio di tipo empirico, basato su una serie di esperimenti condotti
assoggettando provini cilindrici a sollecitazioni di flessione e torsione agenti in fase. In questo caso,
assunta la direzione assiale come direzione x, il punto pi sollecitato del provino soggetto a
sollecitazioni di tensione normale x e tangenziale xy agenti in fase agenti nella giacitura di normale nx

[ ]
a sin wt a sin wt 0
t= a sin wt 0 0 (18.51)
0 0 0

Questo il caso generico di un albero di trasmissione sollecitato a flessione e torsione (usiamo questo
criterio per gli alberi)
Effettuando prove con diversi rapporti relativi tra la a e la a, le coppie di valori che danno luogo alla
stessa durata (pari a quella del limite di fatica) si dispongono su un'ellisse di equazione

2 2


a
f

a =1
f
(18.52)

la verifica per il calcolo del coefficiente di sicurezza f pu essere fatto con la formula:


2 2


a
f

a
f
=
1
f
(18.53)

La presenza di componenti medie sulle tensioni riduce i raggi delle ellissi (52).

In questo caso, utilizzando il criterio di Goodman, introducendo le tensioni di rottura normale e


tangenziale r e r, la (52) pu essere trasformata come segue

2 2

m a

r f

m a =1
r f
(18.54)


2 2
m a

r f


m a

r f
=
1
f
Come vediamo, il termine m /r pu essere NON considerato, poich, come detto in precedenza, le
componenti medie degli sforzi tangenziali hanno un'influenza del tutto trascurabile.

9.10
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

10. FATICA OLIGOCICLICA PROPAGAZIONE DI DIFETTI A FATICA

Fatica oligociclica
Lapproccio al problema della fatica basato sulle tensioni considera le tensioni presenti nellelemento a
livello macroscopico piuttosto che quelle massime, superiori al limite elastico, agenti in zone
microscopiche e che causano effettivamente la propagazione del danno.
Lapproccio basato sulla deformazione (strain-life theory 1950-1960), differentemente, mette in
relazione la vita dellelemento con le deformazioni (reali) plastiche localizzate dalle quali le cricche di
fatica si innescano e che si verificano nelle zone di concentrazione di tensione o in vicinanza di difetti.
Lapproccio basato sulla deformazione particolarmente indicato nel caso di sollecitazioni tali da
causare deformazioni plastiche in zone macroscopiche del materiale e, di conseguenza, una durata
costituita da un basso numero di cicli (fatica oligociclica), ma, in realt, un approccio completo che
permette delle stime anche nel caso di lunghe durate in caso di plasticizzazioni molto localizzate.
Nella pratica il problema della fatica oligociclica si verifica in vari casi nei quali le sollecitazioni possono
raggiungere per brevi periodi livelli estremamente elevati. In questo caso le curve a nom-Nr non si
prestano a stime accurate. Le condizioni della fatica oligociclica sono caratterizzate dalla forma del
ciclo di isteresi imposto al materiale, in particolare il parametro che governa la rottura l'ampiezza
della deformazione che legata alla tensione in modo complesso. Serve, cio, un diagramma che leghi
l'ampiezza della deformazione t al numero di cicli a rottura Nr.
Per caratterizzare il materiale, inoltre, non sufficiente il diagramma - ottenuto con il carico
variabile in modo monotono, ma necessario avere a disposizione la curva ciclica che mette in relazione
la deformazione totale t (o plastica p) con la variazione dello sforzo per cicli di isteresi
stabilizzati.

Le curve di Coffin-Manson -Nr


Nella fatica ad alto numero di cicli la maggior parte del materiale soggetto a deformazioni elastiche e
solo in piccolissime zone si hanno deformazioni plastiche cicliche. Queste ultime sono comunque limitate
e il ciclo di isteresi che si realizza nel materiale tende ad essere molto stretto. Nella fatica a basso
numero di cicli (N<103) si hanno deformazioni plastiche anche a livello macroscopico e la componente
plastica della deformazione tanto ampia da rendere quella elastica trascurabile.
In questo capitolo deformazioni e tensioni reali saranno indicate semplicemente come e , mentre
quelle nominali come N e N. Si ricordano le definizioni di deformazione e tensione reale e le relazioni
con quelle nominali:

L
dLi L A F
= Li
=ln =ln (1+ N )=ln 0
L0 A
=
A
= N ( N +1) (19.1,2)
L0

Lampiezza totale del ciclo di deformazione reale mostrato in fig.1 data dalla (12.15) qui riscritta


=2 a= 2ae + 2ap = + p (12.15)
E

nella quale
a la semi-ampiezza del ciclo di deformazione,
e lampiezza della componente elastica,
p lampiezza della componente plastica,
lampiezza del ciclo di tensione reale.

10.1
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Le curve deformazione-vita sono curve di fatica (simili a quelle di Whler) espresse in termini di
deformazioni invece che di sforzo, cio sono diagrammi che legano lampiezza di deformazione reale
ciclica al numero di cicli a rottura Nr. La determinazione sperimentale della curva si effettua con
macchina servo-controllata, provino cilindrico o a clessidra strumentato con estensimetro per misurare
la deformazione puntuale. Si sollecita ciascun provino assialmente in controllo di deformazione tra limiti
del campo di deformazione a a, si misura e si conta Nr alla rottura determinata dal distacco in
2 parti o da una sensibile riduzione della tensione misurata. In pratica sono le stesse prove effettuate
per determinare la curva ciclica, ma portando il provino a rottura.
Poich nelle prove si impone la deformazione totale e si misura la tensione, lampiezza della
deformazione elastica e ottenibile dalla tensione dividendo per il modulo di Young e lampiezza della
deformazione plastica si ottiene per differenza p=e.
Le relazioni che legano la deformazione elastica e quella plastica al numero di cicli di vita sono date
rispettivamente da:

e a ' f p
(19.3,4)
b c
= =ae = = (2N ) =ae = ' f (2N)
2 2E E E 2

La prima relazione detta di Basquin (1910), la seconda di Manson-Coffin (1950). Le costanti nelle (3,4)
sono relative al materiale e sono rispettivamente:
b, c esponenti di fatica (0.14< b< 0.06), (0.7< c < 0.5)
f coefficiente di resistenza a fatica (0.80 r < f < 1.7 r )
f coefficiente di duttilit a fatica (0.35 r < f < 1.0 r )

Sul diagramma bilogaritmico (fig.2) le (3) e (4) sono rette con coefficiente angolare pari a b e c
rispettivamente.
f ed f si determinano nel diagramma in corrispondenza ad N=0.5 (ovvero 2N=1) e sono simili ai valori
di tensione reale e deformazione reale a rottura ottenuti con la prova monotona. Si noti la seguente
relazione tra tensione reale e nominale di rottura: r=1.02.0 Nr.
Dalle relazioni (3) e (4), considerando la deformazione totale, si ottiene la curva di Coffin-Manson per il
materiale espressa come:

10.2
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

' f
(19.5)
b c
a = (2N) + ' f (2N)
E

Il numero di cicli per il quale la componente elastica e la componente plastica della deformazione sono
uguali, e=p, viene definito numero di cicli di transizione Ntr=103104 cicli ed identifica lestremo
superiore dellintervallo nel quale si ha la predominanza delle condizioni di fatica oligociclica rispetto a
quella a molti cicli.
Come nel caso delle curve di Wholer, la presenza di una tensione media di trazione diminuisce la vita a
fatica.
La difficolt nellottenere la deformazione totale in corrispondenza dei punti di concentrazione di
tensione limita lutilit pratica dellequazione di Coffin-Manson.

Relazioni approssimate
La relazione (5) pu essere utilizzata in forma approssimata utilizzando opportuni coefficienti. Come
coefficienti b e c possono essere utilizzati i valori tipici (che sono significativi), rispettivamente pari a
0.12 e 0.6, mentre come f ed f possono essere utilizzati i valori di tensione e deformazione reale a
rottura, dando luogo alla seguente espressione:

r 0,12 0,6
=3,5 N +r N (19.7)
E

Per calcoli di prima approssimazione possibile utilizzare la seguente espressione:

l r 0,5
=2
E 3
+ N (19.8)

nella quale l il noto limite di resistenza a fatica

Propagazione dei difetti a fatica (legge di Paris)


Come visto precedentemente (cap.14), lo stato tensionale in prossimit di un difetto con raggio di
curvatura nullo caratterizzato dal solo fattore di intensificazione delle tensioni dato dalla seguente
espressione

K = 0 a (14.8)

nella quale
a la dimensione del difetto,
un fattore adimensionale che dipende dalla geometria elemento-difetto,
0 una tensione di riferimento, tipica dello stato tensionale agente nellelemento in assenza del
difetto.

Nella maggior parte dei casi la dimensione iniziale dei difetti presenti in un elemento strutturale non
tale da rendere lelemento stesso inutilizzabile per il livello di tensione esistente, cio si ha K<K c,
tuttavia in presenza di carichi applicati in modo ciclico possono verificarsi le condizioni per le quali il
difetto si propaga sino al raggiungimento delle condizioni critiche.
Nel caso in cui la tensione 0 varia costantemente tra valori min e max, cio si ha =maxmin, lo
stato di sollecitazione pu essere caratterizzato mediante la variazione del fattore di intensificazione.
importante notare che, poich gli sforzi di compressione non provocano propagazione della frattura,
cicli aventi la stessa max, ma differente min negativa, hanno lo stesso effetto. Al contrario, a parit

10.3
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

di , la presenza di una min>0 accelera la propagazione. Tipicamente questo effetto si mette in


relazione al parametro R=min/max: il caso critico quello del carico pulsante nel quale si ha min=0 ed
R=0, mentre per min>0 si ha 0< R <1. Nel caso di riferimento per il quale min 0 ed R 0, si pu ritenere
max e la variazione di K pu essere espressa come

K = max a= K max min0 (19.9)

Come detto, deve essere Kmax< Kc altrimenti si ha rottura sin dal primo ciclo.

Nei test di laboratorio il K viene espresso in modo conveniente rispetto al carico applicato P come
segue

P max
K= a (19.10)
A

essendo A larea della sezione del provino.


In figura (3) sono riportate le curve a(N) che rappresentano la dimensione a del difetto in 3 provini
uguali ciascuno dei quali sottoposto a cicli di carico di ampiezza Pi costante, diversa per i tre, al
crescere del numero dei cicli stessi. La pendenza delle curve da/dN, espressa in [m/ciclo] o [mm/ciclo],
la velocit di propagazione del difetto che il parametro fondamentale nella determinazione della
vita a fatica di elementi in presenza di frattura. Si nota che la velocit di propagazione risulta maggiore
per P maggiori, come logico aspettarsi, e che, nel corso della prova, aumenta allaumentare della
dimensione del difetto stesso. Ci dovuto al fatto che, al crescere di a, in base alla (10) aumenta
anche K. Si noti che nella (10) varia anche , poich, tipicamente, pu essere considerato costante
solo per piccoli intervalli della lunghezza di frattura, cio =(a). In fig.4 mostrato il caso di una
lastra rettangolare tipo quella di fig.14.1 avente larghezza b=500mm, spessore t=10mm, altezza h>1.5b,
sottoposta ad una carico P=50000 N con R=0.05, difetto iniziale centrato di lunghezza iniziale a=1.0
mm in acciaio AISI 4340.
Se si effettuano delle prove imponendo cicli di carico compresi tra i valori P min e Pmax, misurando a e
calcolando il valore di K, e si riportano i risultati sperimentali in un grafico con LogK in ascissa e
Log(da/dN) in ordinata (fig.5), si osserva un valore di soglia Ks al di sotto della quale la cricca non si
propaga e si possono distinguere tre diverse modalit di propagazione in funzione di K:
K<Ks il difetto non si estende (Ks< 4 Mpa m0.5 acciai),
A propagazione a livello microscopico,

10.4
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

B velocit di propagazione crescente con legge lineare (in coordinate logaritmiche),


C propagazione rapida.

Poich la propagazione del difetto dipende solo da K, i dati ricavati da provini di varia forma in
laboratorio possono essere estesi alle strutture reali costruite con lo stesso materiale.
Nella zona B la velocit di propagazione legata a K con legge data dalla seguente equazione

da n
=C K (19.11)
dN

nella quale C ed n sono costanti dipendenti dal materiale. In pratica il termine a destra della (11) pu
essere pensato come lincremento di lunghezza della frattura provocato da un ciclo per un certo valore
di K. Passando ai logaritmi la legge diventa lineare ed detta legge di Paris (1960):

da n
log =log C K =log C +nlog K (19.12)
dN

Si osserva che, a parit di K, al crescere della min e quindi di R, le velocit di propagazione risultano
pi elevate, ma in modo non molto sensibile nella zona B.
Per i materiali metallici n varia tipicamente tra 2.7 e 4. Dal punto di vista dimensionale, la costante C
deve fornire una velocit di avanzamento [lunghezza frattura/numero di cicli] per unit del valore di
K [MPa m0.5]. La lunghezza della frattura pu essere espressa in metri o millimetri. Nel caso di fig.4 le
costanti del materiale sono n=2.715 e C=1.21*10-8 [mm/ciclo (MPa m0.5)-n].
C pu anche essere ottenuta come C=(1/Kr) n essendo Kr=1.06.2 una costante relativa al materiale
data dal valore di K che provoca una velocit di avanzamento pari a 10-6 mm/ciclo.
La relazione di Paris pu essere utilizzata per determinare lavanzamento di una cricca in seguito
allapplicazione di un certo numero di cicli o il numero di cicli necessario per fare avanzare la cricca da
una dimensione iniziale ad una finale, mediante integrazione analitica o numerica.
Sempre nel caso di min 0 ed R 0, ricordando la (9), la (11) pu essere riscritta come segue

da n
=C K =C ( max a ) =C ( max ) a
n n n n
(19.13)
dN

Separando le variabili, si ottiene

da
=C ( max ) dN
n n
n (19.14)
a
Integrando da un valore di lunghezza del difetto iniziale ai ad un valore finale generico a f,
corrispondente al numero di cicli Nf, la (14) diventa

af N f
da
=C ( max ) dN (19.15)
n n

ai a n N i

La soluzione teorica dellintegrale a sinistra della (7) fornisce:

af af 1n /2 1n/ 2 n' n'


a a a f a i
dan = an/ 2 da= 1n/
f

i

2 1 n/ 2
=
n'
(19.16)
a ai a i

10.5
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

avendo posto n=1-n/2. Considerando un intervallo di crescita di a tale da poter considerare quasi
costante anche , lintegrale a destra della (15) diviene semplicemente:

N f

( )
n
dN =( max )n ( N f N i ) (19.17)
Ni

Mediante le (16) e (17), la (15) permette di ottenere la lunghezza della cricca per dato numero di cicli
Nf

n n' 1 /n '
a f =[C ' ' ( max ) ( N f N i )+ai ] (19.18)

avendo posto C=Cn/2 e C" =nC o il numero di cicli necessari al raggiungimento della lunghezza a f

n' n'
a f ai
Nf= + Ni (19.19)
C ' ' ( max )n

Nel caso di cicli con ampiezza costante, se Ni=0 e af quella che provoca la rottura, cio af=ac, dalla
(19) si trova:

n'
ac
nmax N f = n
=cost (19.20)
C' '

che lequazione corrispondente al tratto a vita finita del diagramma di Wohler ( N 1/n=K).

Effetto di R>0
Leffetto di R>0, ovvero min>0, sulla propagazione della frattura pu essere previsto con equazioni
empiriche delle quali la pi utilizzata lequazione di Walker. Essa prevede lintroduzione di un K
equivalente, funzione di R, al posto di K. Nel caso di min>0, per il quale =maxmin, K pu essere
espresso come segue

min
K = a=( max min ) a= 1 (
max a
max ) (19.21a)

10.6
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

da cui, in base alla (9) e utilizzando la definizione di R, si ottiene

K =(1 R) K max (19.21b)

Il K equivalente, secondo Walker, ha la seguente definizione


K e =(1 R) K max (19.22)

nella quale una costante relativa al materiale; ad es. per acciaio AISI 4230 =0.46, per leghe di
alluminio 7075-T6 e 2024-/3, =0.64 e =0.68 rispettivamente.
Effettuando semplici passaggi sulla (22) si pu mettere il e in funzione del (21b):


1R (1R) K
K e =(1 R) K =
1R max (1 R)
K= 1 = 1 a (19.23)
(1R) (1R)

In pratica il termine a denominatore amplifica e allaumentare di min, ma in misura inversamente


proporzionale al valore di , che quantifica le differenti sensibilit del materiale (fig.4).
Introducendo una tensione equivalente di Walker

max min max


e= 1
= 1
=
(1 min / max )
(19.24)
(1 R) ( 1 min / max )

Ke pu essere riscritto come segue

K e = e a (19.25)

Introducendo la (25) nellequazione di Paris si ottiene un espressione della velocit di avanzamento


valida nel caso di valori di R positivi non prossimi a 0

da n n
=C K e =C ( e a) (19.26)
dN

In base alla (26), le eq.(13-20) possono essere riscritte introducendo e al posto di max per tenere
conto delleffetto di R>0, ovvero della presenza di una min>0.

Cicli a ed R variabili - Procedure numeriche di valutazione della propagazione a frattura


Nel caso generale la sequenza di carico costituita da cicli aventi ampiezze e valori di R variabili,
cio

min
k = max min Rk = (19.27,28)
k

k k
max k

per ciascuno dei quali pu essere valutato un valore ek in base alla (9) o alla (24) a seconda del valore
di min:

k
e = max ( min 0) e = 1
( min >0) (19.29a,b)
k k k
(1 R k )

10.7
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

In questo caso lintegrale a destra della (15) non pu essere risolto secondo la (17) per ottenere la
lunghezza della frattura af ed necessario considerare leffetto di ciascun ciclo separatamente
trasformando la (18) nella seguente sommatoria

1/ n '

[ ]
N

( (19.30)
n n'
aN= C ' ' ek ) + a i
k= 1

nella quale lindice k si riferisce a ciascun ciclo, N il numero totale dei cicli, a i la lunghezza iniziale
della frattura e C"=nC=nCn/2 come per la (18). Anche questa relazione pu essere utilizzata per
numeri di cicli N durante i quali pu essere supposto costante.
Come visto, le relazioni (18) e (30) possono essere utilizzate nel caso in cui sia possibile ipotizzare la
costanza del termine per un certo intervallo della lunghezza di frattura. Nel caso pi generale, al fine
di determinare il numero di cicli necessario per raggiungere una certa lunghezza di frattura o,
viceversa, la lunghezza di frattura per un numero di cicli assegnato, leq.(15) pu essere riscritta nel
seguente modo, separando la geometria elemento-difetto dalla storia di carico:

aN N
1 n

Ca
( a) da= ne dN (19.31)
1 0

Ponendo

aN N
1 n
AN =
Ca
( a) da S N = e dN
n
(19.32,33)
1 0

la (31) pu essere riscritta semplicemente come

AN =SN (19.34)

Introducendo il seguente parametro, dipendente esclusivamente dalla geometria elemento-difetto,

= a (19.35)

ricordando le (29a,b) e che C=Cn/2, le (32) e (33) possono essere scritte come

aN N
1
AN = n da
C' a
S N=
k= 1
n
ej (19.36,37)
1

La (36) dipende dalla geometria elemento-difetto, tramite il parametro (35), e dal materiale tramite
lesponente n. In generale, dalla semplice conoscenza della funzione (a) in forma analitica o numerica,
possibile valutare numericamente la funzione AN per diversi valori della lunghezza della frattura aN
mediante la (36). In particolare possibile definire un insieme discreto di valori della lunghezza di
frattura nel suo campo di interesse

a k = ai +k a (19.38)

con a sufficientemente piccolo, e determinare i corrispondenti valori assunti da A N

10.8
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

ak
1
A k = da (19.39)
n

C' a 1

La funzione SN (37), a sua volta, dipende dalla sequenza di carico e dalle caratteristiche del materiale
tramite lesponente n. Essa pu essere valutata per numeri di cicli k crescenti da 1 al massimo numero di
interesse mediante la seguente relazione

k
S k = ne j (19.40)
k =1

Per determinare la lunghezza della frattura aN per assegnato numero di cicli N possibile applicare una
procedura numerica che consiste nei seguenti passi:
1) determinazione di SN mediante la (37);
2) determinazione di una serie di valori di Ak mediante le (38,39);
3) determinazione di AN, come il valore di Ak pi vicino al valore di SN ottenuto, in base alla (34);
4) determinazione della lunghezza di frattura aN come il valore di ak (38) cui corrisponde il valore di AN
determinato al punto 3.

I punti 3) e 4) possono essere sintetizzati mediante una relazione del tipo

a N :min {S N Ak } (19.41)
ak

Per determinare il numero di cicli N necessario per propagare la frattura fino ad una lunghezza a N
assegnata possibile applicare una procedura numerica simile alla precedente (nella quale i ruoli delle
funzioni AN ed SN sono invertiti) che consiste nei seguenti passi:
1) determinazione di AN mediante la (36);
2) determinazione di una serie di valori di Sk mediante la (40);
3) determinazione di SN, come il valore di Sk pi vicino al valore di AN ottenuto, in base alla (34),
4) determinazione del numero di cicli N come il valore k cui corrisponde il valore S N determinato al
punto 3.

Analogamente al caso precedente, i punti 3) e 4) possono essere sintetizzati mediante una relazione del
tipo

N :min {AN S k} (19.42)


k

Le procedure sono sintetizzate in tab.1.


Nel caso di ampiezza costante dei cicli di tensione equivalente di Walker, S N pu essere valutato come

n
S N = N e (19.43)

e la determinazione del numero di cicli N necessario per la propagazione della frattura dalla lunghezza
ai alla lunghezza aN pu essere effettuata molto semplicemente in base alla (34) come

AN
N= (19.44)
ne

10.9
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

avendo valutato AN con la (36).

Incognita Valore calcolato direttamente Vettore di dati Condizione


N ak
1 a N :min {S N Ak }
aN S N = ne A k= n da
k=1
j
C' a 1
ak

aN k
1 N :min {S k A N}
N AN = n da S k = ne
C' a 1
k =1
j k

In alternativa alle procedure descritte, levoluzione della frattura pu essere determinata effettuando
una procedura iterativa basata sulla seguente relazione che lega la lunghezza della frattura al ciclo di
sollecitazione k-esimo alla lunghezza raggiunta nel ciclo di sollecitazione precedente (k-1-esimo):

n
a k = ak 1+C K ne = k 1 +C( e k 1 a k1)
k k
(19.45)

Se si pone a1=ai e e1=0, ricordando la (35), per k>1, la (45) pu essere riscritta come

n n
a k =a k1+C ' k1 e k
(19.46)

Al generico passo delliterazione, dopo avere determinato la lunghezza a k mediante la (46), deve essere
determinato il corrispondente valore di k da introdurre nella (47) stessa alla successiva iterazione

k = k a k (19.47)

avendo calcolato il valore di k in base alla lunghezza ak.


In alternativa anche possibile calcolare dei valori k per un insieme discreto di valori ak (38) prima di
effettuare literazione. Durante literazione possibile determinare lindice k0 cui corrisponde
lelemento ak pi vicino al valore ak assunto dalla frattura e risalire al corrispondente valore di k

(19.48,49)

essendo int[] loperatore che restituisce la parte intera di un numero.


Literazione deve essere ripetuta fino al raggiungimento di una condizione riguardante il valore critico
di Kmax e/o la lunghezza della frattura e/o il numero di cicli effettuato, cio fino a quando sono
verificate condizioni del tipo

K max < K c
k
a k <a 0 K< N (19.50a-c)

Al primo passo delliterazione k=1, si determinano le seguenti grandezze

a 1 =a i 1= 1 a1 K max = max 1
k 1
(19.51a-c)

Nei passi successivi, a partire da k=2, devono essere valutate in sequenza la (46) e la (47) o le (48,49);
inoltre, se si utilizza la condizione (50a), si deve calcolare anche

K max = max k
k k
(19.52)

10.10
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Dimensioni delle costanti e delle variabili


Nei calcoli di propagazione della frattura necessario prestare attenzione al fatto che
nellespressione di K la lunghezza della frattura a deve essere espressa in metri e la tensione in
MPa, cio [N/mm2];
la costante C spesso espressa con dimensioni che permettono di ottenere lunghezze in millimetri,
cio [mm/ciclo (MPa m0.5)-n];
il parametro dipende dalla lunghezza della frattura a che, spesso, viene introdotta nelle formule in
forma adimensionale, dividendo a per una dimensione di riferimento del componente analizzato L, cio
=(a/L).

opportuno che il calcolo delle tensioni presenti nel fattore K venga effettuato esprimendo il
carico in Newton e le dimensioni del componente coinvolte nel calcolo in millimetri.
Nei calcoli iterativi possibile valutare a in millimetri e moltiplicarne il valore ottenuto per 10 3 prima
dellintroduzione nella formula per la valutazione del Ke, ovvero della valutazione di k secondo la (47).
In alternativa possibile valutare direttamente a in metri, moltiplicando, se necessario, la costante C
per 103. Se si utilizzano valori di k valutati preventivamente in funzione di lunghezze a k, tali lunghezze
devono essere state espresse in metri, quindi necessario moltiplicare la costante C per 10 3 durante
literazione o nella valutazione dei valori ek.
Se nellespressione del parametro la lunghezza della frattura a resa adimensionale dividendo per
una dimensione di riferimento del componente L, le due dimensioni devono essere espresse nella stessa
unit di misura, quindi, se si scelto di esprimere a in metri, anche L deve essere convertito in metri
per il calcolo iterativo.
Ad esempio, nel caso di lastre soggette ad una variazione di carico F [N], si ha =F/(L t) e
=(a/L), essendo L la larghezza della lastra e t lo spessore.
In questo caso
per il calcolo di , L deve essere espresso in millimetri per il calcolo iniziale di ;
durante le iterazioni, se si esprime a in metri, anche L deve essere espresso metri.

Propagazione della frattura per sollecitazioni costituite da processi aleatori


Nel paragrafo precedente sono state introdotte le relazioni (34, 36 e 37) utili a determinare il numero
N di cicli di carico ad ampiezza variabile necessario affinch sia raggiunta una certa lunghezza di
frattura aN, o la lunghezza di frattura corrispondente ad un numero di cicli di carico prefissato, qui
riscritte:

N N
1
AN= S N AN =
C'

1
n
da SN=
j= 1
n
ej (19.34,36,37)

essendo la variabile definita nella (35). Le sollecitazioni ad ampiezza variabile sono rappresentate
dalle tensioni equivalenti di Walker e presenti nella (37) e descritte nelle (29a,b).
Nel caso di tensione variabile in modo aleatorio necessario determinare i cicli di sollecitazione
mediante il metodo rainflow in base al quale ogni ciclo identificato utilizzando una valle ed un picco
min e max che, in genere, non sono consecutivi nella storia di carico originale. Se nellapplicazione del
metodo rainflow vengono determinati i valori di ampiezza e valor medio dei cicli m ed r, i corrispondenti
valori di min e max devono essere ottenuti come

min = m - r max = m + r (19.53,54)

Considerando che i casi di min 0 (cio R 0) e min>0 (cio R>0) corrispondono rispettivamente a r m

10.11
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

ed m>r, le (29a,b) diventano rispettivamente:

e = max =m+ r ( min0, R0, m r) (19.55a)



( )
e = max 1 min =(m+r )
max
2r
m+r ( ) ( min>0, R>0, m>r) (19.55b)

Sempre nel caso di sollecitazioni variabili in modo aleatorio la (19.34) pu essere riscritta come

n
S N = N e (19.56)

essendo ne il valor medio di en definito come:

N
1
ne =E [ ne ]=
N
ne j
(19.57)
j=1

Nel caso in cui sia nota la funzione densit di probabilit congiunta dei valori min e max dei cicli di fatica
pmin, max, in base alla definizione di e in (55a,b), ne pu essere ottenuto mediante la seguente
relazione:

0 n

( )

min
e =E [ e ]= max p d min d max + (19.58)
n n n n
, max max 1 p , min d max d min
0
mimn
0 0 max max

Da notare che il campo di integrazione di max esteso da 0 ad infinito, in quanto cicli con max minore di
0 non fanno propagare la frattura, mentre, come ovvio, i campi di integrazione di min sono diversi per i
2 termini della (58).
Nel caso in cui siano note le distribuzione di probabilit dei cicli rainflow per media m ed ampiezza r,
ne pu essere ottenuto direttamente da essa mediante una delle seguenti espressioni ottenute
considerando la (58), le (55a,b) e le (53,54):

e = U r m( m+r ) pr , m dr dm+ U mr ( m+r )


n

0

n n

0

( )2r
m+r
pr , m dr dm
(19.59b)
n n n (1)
e = U r m (m+r ) pr , m dr dm+ U mr ( m+r )
n
( 2r) pr , m dr dm
0 0

nella quali

U r m=1 r >m U mr=1 r <m


(19.60)
U rm=0 r <m U mr=0 r>m

Ricordando che nel caso di processi aleatori di sollecitazione dei quali sia nota la densit spettrale di
potenza (PSD), il numero di cicli N pu essere messo in relazione con il tempo T durante il quale si sono
verificati mediante la (17.73), cio N=T(4/2)0.5/2,
noto il valore dine del processo,
fissata una lunghezza di frattura aN,
e calcolato il corrispondente valore AN,

possibile ottenere il numero medio di cicli che occorre per la propagazione, o il tempo medio,
mediante la seguente relazione , ottenuta sostituendo la (56) nella (34) ed esplicitando rispetto ad N o

10.12
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

aT

4 / 2 = AN
N =T n (19.61)
2 e

mentre,
fissato il numero di cicli N o la durata temporale T,
valutato SN mediante la (56),
possibile ricavare il valore di AN mediante la (34) e da esso la lunghezza della frattura (come visto nel
paragrafo precedente):

n
A N =N e =T
4 / 2 n (19.62)
e
2

Nel caso di processi stazionari gaussiani con PSD a banda stretta i cicli di fatica risultano praticamente
alternati simmetrici e si ha sempre min 0. In tal caso, in base alla (1), il valore di e di ogni ciclo
coincide sempre con il valore max del ciclo e ne pu essere ottenuta utilizzando la distribuzione di
probabilit dei massimi del processo che una distribuzione di Rayleigh (17.21 e/o 17.75):

max

( )
2
1 1 max
ne =
0 n+ 1
max exp
2 0
d max (19.63)
0

essendo amax=401/2, come spiegato nel capitolo (17).


La (63) pu essere risolta in forma chiusa ottenendo

n n/2
e =(2 0 ) (1+n /2) (19.64)

essendo la funzione Gamma, i cui valori sono ottenibili tramite tabella o software di calcolo.

10.13
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

11.DANNEGGIAMENTO SUPERFICIALE

Corrosione sottosforzo (tensocorrosione) e fatica a corrosione


La rottura per corrosione sotto sforzo (o tensocorrosione) avviene per un meccanismo di frattura
progressiva nel metallo causato dall'iterazione simultanea di un mezzo aggressivo e di uno sforzo a
trazione.
Cedimenti strutturali dovuti alla tensocorrosione sono spesso improvvisi e non prevedibili e possono
verificarsi dopo poche ore o addirittura dopo anni.
Praticamente tutte le leghe, in presenza di particolari condizioni e di un ambiente corrosivo specifico,
sono suscettibili a cedimenti per corrosione sotto sforzo.

La rottura per corrosione sottosforzo si verifica per sollecitazioni costanti a trazione (il cedimento si
ha per tensioni piuttosto basse) siano esse residue e/o applicate.
Cedimenti progressivi causate da sollecitazioni cicliche in ambiente vengono dette come rotture a
fatica in ambiente corrosivo.
Il confine tra rottura per corrosione sottosforzo (tensocorrosione) e rottura a fatica in ambiente
corrosivo non ben definito.

Comunque, poich le condizioni ambientali che li causano non sono le stesse, i due tipi di cedimento sono
considerati come due meccanismi di frattura del metallo separati e distinti.
Sollecitazioni residue a compressione come quelle indotte sugli strati superficiali di un particolare
meccanico dalla pallinatura controllata, possono essere usate per prevenire o ritardare entrambi i
fenomeni di tensocorrosione e fatica a corrosione.

Di primaria importanza il fatto che uno stato di compressione residua, indotto sulla superficie del
materiale dalla pallinatura controllata, pu esser efficace per prevenire la rottura per tensocorrosione,
qualunque sia il meccanismo di tensocorrosione stessa predominante, il materiale della struttura o
qualunque sia l'ambiente esterno causa corrosione.

stato scoperto che la corrosione intergranulare pu essere prevenuta nell'acciaio austenico


inossidabile attraverso la pallinatura controllata prima che il materiale sia sottoposto a temperature di
sensibilizzazione.
A questo scopo, grazie alla pallinatura, la superficie subisce un severo processo di lavorazione a freddo
cos da rompere i grani superficiali e il bordo dei grani stessi.

Quando esposti alla temperatura di sensibilizzazione, i carburi precipitano sui numerosi siti di
enucleazione (piani di scorrimento) che si sono forniti all'interno dei grani anzich lungo i bordi,
limitando cos la corrosione intergranulare in ambienti corrosivi.

Usura
Si definisce usura la progressiva rimozione di materiale dalla superficie di un corpo solido che possiede
un moto relativo rispetto ad un altro solido o ad un fluido.
Si tratta di un fenomeno complesso per il quale essenziale tenere in considerazione le caratteristiche
microscopiche delle superfici, la natura dei materiali antagonisti e il loro stato (solido continuo,
particelle solide in un fluido o particelle fluide in un fluido).

L'usura colpisce le superfici dei corpi a contatto provocando un progressivo decadimento delle
prestazioni dell'accoppiamento (nonch dissipazione di energia per attrito sotto il termine usura si

11.1
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

comprendono tutti i fenomeni che comportano un danneggiamento sulla superficie di due corpi solidi a
contatto ed in movimento relativo tra loro, ma all'interno di questa fenomenologia si possono
distinguere diversi tipi di meccanismi:
a seguito dello strisciamento tra corpi solidi lo strato di rivestimento superficiale pu
danneggiarsi e staccarsi (a causa della frizione), in tal caso l'usura il risultato dell'adesione
tra i rivestimenti dei corpi ed chiamata usura adesiva
se uno dei due materiali a contatto costituito da particelle molto dure (anche se solo
rivestito da un film di particelle molto dure) senza che l'altro sia adeguatamente protetto,
allora si ha una forma di usura, questa volta molto rapida, detta usura abrasiva
quando tra le due superfici in contatto sussistono scorrimenti alternativi di piccola ampiezza
(0,010,25 mm) che permangono per un elevato numero di giri si parla di fretting

Altri due tipi di usura meno comuni sono l'usura da erosione, dovuta all'impatto con particelle e l'usura
da cavitazione, causata dal fenomeno di cavitazione che si ha nei liquidi in certe condizioni.

Usura Adesiva
Le superfici dei materiali ingegneristici sono sempre caratterizzate da un certo grado di rugosit
superficiale variabile tra alcune decine di micron (getti o semilavorati) e decimi o centesimi di micron
(rettifica, lucidatura).
Le elevate pressioni di contatto locali e il calore generato dall'attrito provocano notevoli aumenti di
temperatura in zone di entit ridotta, creando condizioni favorevoli per la formazione di
microsaldature.

Tuttavia, poich l'azione di moto prosegue, le zone saldate vengono a essere separate a seguito di
rotture per taglio della saldatura stessa o di uno dei due metalli.
Se la rottura avviene esattamente in corrispondenza all'interfaccia tra i due corpi, non si ha usura, in
caso contrario si verifica l'usura che, per il meccanismo che la origina, si dice adesiva.

Il processo che prosegue ciclicamente con la formazione e la rottura successiva di saldature o di parti
di materiale circostante, pu deteriorare rapidamente in modo irreversibile il componente.

Considerando che l'usura adesiva essenzialmente espressione di un fenomeno di saldatura localizzata,


risultano maggiormente soggetti ad essa i materiali pi facilmente saldabili. Se il processo di saldatura
o rottura delle asperit provoca un trasferimento di metallo da una superficie all'altra, l'usura
risultante si definisce anche scoring (raschiatura).
Una forte usura adesiva viene anche chiamata galling (sfaldatura). Una moderata usura adesiva si
definisce scuffing (rigatura)

Usura Abrasiva
Rappresenta la tipologia di usura che pi intuitivamente si portati a pensare, ossia a quella dovuta
all'azione di sfregamento di particelle abrasive su una superficie.

Le particelle abrasive sono tipicamente piccole e caratterizzate da elevata durezza e bordi taglienti.
Esistono diversi meccanismi di azione che possono anche presentarsi contemporaneamente.
Infatti il materiale viene rimosso per microtagli, microfratture, pull-out di singoli grani o fatica
accelerata dovuta alle ripetute deformazioni.

11.2
Fondamenti di Progettazione Ingegneria Meccanica Prof: Antonio Baldi

Usualmente maggiore la durezza di una superficie, maggiore la sua resistenza all'abrasione e spesso
si sfrutta questa caratteristica sottoponendo il materiale a trattamenti superficiali che ne aumentino
la durezza superficiale (tempra, nitrurazione, elettro deposizione, etc.).

Talvolta l'esistenza di fenomeni di usura abrasiva viene sfruttata appositamente per garantire il
deterioramento di uno solo dei due componenti a contatto (cuscinetti a strisciamento). I meccanismi di
azione dell'usura abrasiva sono:
taglio classico modello che si usa quando le particelle o le asperit tagliano la superficie
meno dura del pezzo.
Il materiale tagliato viene rimosso come detrito dell'usura e sulla superficie si osservano molti
intagli, in genere di forma piramidale o sferica

frattura della superficie avviene con materiali fragili. In questo caso i detriti sono il
risultato dell'avanzamento delle cricche fino alla rottura

fatuica quando un materiale duttile soggetto ad abrasione da parte di particelle non


spigolose, i fenomeni di taglio sono sfavoriti e la superficie abrasa soggetta a deformazioni
ripetute. In questo caso i detriti sono il risultato di fenomeni di fatica dei materiali.

Pull-out del grano (distaccamento o espulsione dei grani) questo meccanismo molto diffuso
nei ceramici dove la superficie del grano debolmente legata e il fenomeno risulta molto rapido.
In questo caso l'intero grano dettrito dell'abrasione.

Fretting
Il fenomeno del fretting ha luogo quando scorrimenti alternativi di piccola ampiezza (0,010,25 mm) tra
due superfici in contatto avvengono per un gran numro di cicli. Questo fenomeno causa due forme di
danneggiamento:
1) usura superficiale
2) deterioramento a fatica

L'entit del danneggiamento superficiale molto pi grande di quanto faccia pensare l'ordine di
grandezza delle distanze di scorrimento.
Contatti che sembrano essere privi di movimento, come connessioni ad interferenza, permettono
movimenti relativi dell'ordine dei manometri quando sono applicati carichi alternati e oscillanti.

Tali movimenti sono molto difficili da eliminare e il risultato a cui portano il fretting.

Una delle caratteristiche fondamentali del fretting che a causa della piccola ampiezza dello
scorrimento, i detriti prodotti sono spesso trattenuti all'interno della zona di contatto accelerando il
processo di usura.

Il fenomeno del fretting pu essere accelerato ulteriormente dalla corrosione, dalla temperatura e da
altri effetti.
Una possibile via per ridurre gli effetti del fretting quella di aumentare la pressione di contatto al
fine di annullare gli spostamenti relativi.

11.3