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MARCO TRAINITO

LATEO IRRIVERENTE

Zibaldone di saggi, articoli e post apparsi qua


e l su giornali, riviste e internet
(2004-2009)
Indice

Introduzione

Parte Prima: Interventi inattuali

Mel Gibson: la Passione dei dubbi


Del papismo mediatico
Su Ratzinger, Pera, la verit e il relativismo
Ecco perch sarei contrario alla fecondazione eterologa
Quel che resta della Fallaci
La bestemmia e la libert dalla religione
La laicit non intolleranza
Dialogo con Umberto Eco
La Chiesa e i Dico: due ipotesi
Facendo seguito a un invito di Odifreddi
I clericali al governo arruolano persino Dante
La Politica e il credere nella... credenza
Il disastro cognitivo della scuola italiana
Il Papa e la Sapienza
Sulla deriva necrofila del culto di Padre Pio
Il falso Kant di Ratzinger e Ferrara
Due chiose al discorso di insediamento di Gianfranco Fini
alla Presidenza della Camera dei Deputati
Note dennettiane su religione, educazione e scuola
Idolatria per idolatria, appendiamo il crocifisso di Spartaco

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Parte seconda: saggi e recensioni

La ragione secondo Oriana


La manutenzione della memoria dellOccidente. Note su La
misteriosa fiamma della Regina Loana
Lamarezza di Camilleri
La perla postuma di Giovanni Altamore
Il martire senza titolo
Il velo del mito su Gela nel Diso di Silvana Grasso
Il Codice da Vinci? E meno audace del Vangelo di Giuda
Il metodo laico. Identit aperta e memoria plurima
dellOccidente in Cima delle nobildonne
Analisi logiche delle prove ontologiche dellesistenza di
Dio
Le piume dellAngelo. Bufalino e il corpo-a-corpo della
cultura siciliana con Horcynus Orca
Ateismo e religione: un quadro del dibattito attuale
La fallace teologia filosofica di Vito Mancuso
Quel somaro di Pennac
Il paesaggio come "Sfinge misteriosa" in un saggio su Ver-
ga di Dora Marchese
Per una memetica della cultura clerico-mafiosa. Rilettura di
Camilleri attraverso Dawkins e Dennett
Nessuna terra al mondo, romanzo di Raffaello Bovo
Il nome della rosa compie trentanni. Come sta?

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Appendice 1
Tre articoli impossibili

Caso Ratzinger-Sapienza: le reazioni dei colleghi del Papa


Quirinale: subito un Governo di larghe intese. Bagnasco
verso lincarico
Ratzinger: Nein, Nein, Tio non eziste und Ces nemme-
nen

Appendice 2
Giochi linguistici

Esercizi di stile alla Queneau-Eco


Il sillabario di Perec-Calvino

Appendice 3

Nota semiseria su Dracula, le TIC e Facebook

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INTRODUZIONE

Il mio credo in forma di e-mail

Caro Francesco1,
mi aspettavo una cosa del genere da parte tua e franca-
mente non so darti delle risposte, anche perch in queste
faccende le risposte sono poche e fatalmente incerte. Ci
non toglie che molto si possa dire e limportante cercare
di riflettere armandosi di pazienza e di strumenti logici e
argomentativi affilati. Tu stai maturando ed un bene che
ti vengano certi dubbi. Alla fine o abbandonerai la fede,
vedendovi un modo infantile di risolvere certi problemi
filosofici ed esistenziali, o la riconquisterai su di un piano
intellettualmente pi maturo e attrezzato.
1
Francesco uno studente che nel 2007 ha conseguito la matu-
rit classica. Ero stato il membro esterno di Storia e filosofia
nella commissione esaminaminatrice assegnata alla sua classe e
siamo rimasti amici. Nel corso dellestate mi scrisse una e-mail
in cui mi manifestava le sue inquietudini religiose, ben sapendo
come la pensavo io. Quella che segue, a meno di qualche modi-
fica e aggiunta, fu la mia risposta.

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Negli ultimi mesi mi capitato di discutere molto
di religione in vari forum on line con credenti e non, e
cos ho deciso di approfittare di questa occasione per rac-
cogliere con un sano copia-e-incolla e di rielaborare un
po di pensieri da me seminati in giro nel web. Ne ve-
nuta fuori una sorta di piccola summa di quello che penso
in questa fase della mia vita e del modo in cui mi pongo
di fronte alla questione. Spero che il tutto acquisti un mi-
nimo di organicit e coerenza e soprattutto spero che non
ti crescer una barba socratica prima di arrivare in fondo.
Personalmente considero ormai superata la que-
stione dellesistenza o meno di Dio. Tutti gli di esistono
allo stesso modo, ma solo nel linguaggio umano che li
crea (e non poco, vista linfluenza che hanno sulla vita
dellumanit). Si tratta di unesistenza culturale, non cer-
to oggettiva (non c alcuna differenza di status ontologi-
co tra Zeus e il Dio ebraico cristiano, checch ne dicano
Wojtyla e Ratzinger e tutti i loro predecessori). Da qual-
che tempo mi interessa di pi analizzare le forme discor-
sive del discorso religioso, chiedendomi ad esempio (con
Daniel Dennett e Maurizio Ferraris) in cosa crede chi di-
ce di credere e quali sono le ragioni cognitive alla base
della credenza in una qualche divinit da un punto di vi-
sta logico ed evolutivo. Il libro di Dennett cui mi riferi-
sco, ad esempio, da poco tradotto in italiano, Rompere
lincantesimo. La religione come fenomeno naturale
(Raffaello Cortina Editore, Milano 2007). Dennett un

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filosofo americano che si occupa della mente da un punto
di vista cognitivo ed evolutivo e questo suo libro tra
qualche anno sar considerato una pietra miliare del set-
tore, perch, sulla scia di Hume e con gli strumenti con-
cettuali del neo-darwinismo, indaga il fenomeno della
credenza religiosa sul piano puramente biologico. Tu che
sei appassionato di biologia ti divertiresti un mondo a
leggerlo.
Maurizio Ferraris, invece, di recente ha pubblica-
to un pamphlet spassosissimo (Babbo Natale, Ges adul-
to. In cosa crede chi crede, Bompiani, Milano 2006) la
cui sorprendente conclusione che oggi chi dice di crede-
re in realt non crede in Dio (visto che non ne sa nulla),
ma nel Papa (di cui cui si sa tutto grazie alla sovra-
esposizione mediatica), cio in uno che dice di parlare in
nome di un altro che non s mai visto.

Lo stato della fede cattolica, oggi

Le prime considerazioni che vorrei proporti par-


tono proprio da qui.
Come ben sai, molti oggi credono per tradizione,
senza sapere nemmeno bene in cosa credono, anche per-
ch loggetto preciso della credenza non una cosa che
in genere si disposti a confessare in una pubblica di-
scussione. E gi questa una cosa estremamente preoc-
cupante, perch in Italia gente cos costituisce una mag-

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gioranza in grado di influire sulla vita civile e politica
(pensa al referendum sulla procreazione assistita e alla
reazione della Chiesa alla proposta di legge sui DICO,
gi PACS e poi CUS).
Ecco come io vedo la situazione della credenza
nella religione cattolica (ma il discorso vale anche per le
altre confessioni religiose, mutatis mutandis). Saccheg-
giando la terminologia del filosofo della scienza Imre
Lakatos, dir che c un nucleo di fatti teologici, onto-
logici ed epistemologici, che costituisce il corpus dottri-
nario, lossatura della fede cattolica custodita dalla Chie-
sa. Questo corpus duro depositato in testi canonici cui
in genere pochi hanno accesso (n la loro attenta lettura
incoraggiata dalla Chiesa pi di tanto). Attorno a questo
nucleo fattuale, espresso con linguaggio e concetti oggi
obsoleti e francamente imbarazzanti, si andata forman-
do una cintura protettiva costituita essenzialmente da
interpretazioni di carattere etico-pratico (morale sessuale
in primo luogo, pi altre regole di condotta ordinaria) e
politico. Queste interpretazioni sono ci che ci sentiamo
ripetere a tutte le ore del giorno, grazie alla compiacenza
di molti media. La relazione logica di derivazione di que-
sta cintura dal nucleo anchessa occultata, e la sua intel-
ligenza e istituzione affidata ufficialmente ai capi, in
genere il Papa e il presidente della C.E.I. I fedeli hanno il
compito, al pi, di prenderne atto e di fidarsi (ad esem-
pio: che centra la posizione della chiesa sui DICO con la

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Dottrina, ovvero con Cristo? Qualcosa centrer, pensa il
fedele, visto che loro dicono che centra...).
Ora, lo scandalo, limpostura di questo circo sta
in questo. La cintura delle interpretazioni etico-politiche
come la gomma di una ruota, che riempita daria e si
regge sulla solidit del cerchione. Ma se il cerchione
fradicio, la ruota non pu reggere. Invece, la ruota della
Chiesa continua a girare nonostante il nucleo fattuale
della Dottrina sia del tutto scaduto. Pensa, ad esempio,
allanacronistico lessico aristotelico, condito con residui
di pensiero magico, cui ricorre il Catechismo della Chie-
sa Cattolica per spiegare la presenza fisica di Cristo
nellostia nel corso della transustanziazione: Che cosa
significa transustanziazione? Transustanziazione signi-
fica la conversione di tutta la sostanza del pane nella so-
stanza del Corpo di Cristo, e di tutta la sostanza del vino
nella sostanza del suo Sangue. Questa conversione si at-
tua nella preghiera eucaristica, mediante l'efficacia della
parola di Cristo e dellazione dello Spirito Santo. Tuttavi-
a, le caratteristiche sensibili del pane e del vino, cio le
specie eucaristiche, rimangono inalterate (Compen-
dio, 283).
Se ci fai caso, quasi mai ormai si sente un alto
prelato che parli convintamente di questi dogmi imbaraz-
zanti, mentre tutti, dal Papa in gi, sono interessatissimi a
parlare di politica e di sesso (e mica degli angeli, che pu-
re sarebbe un argomento di gran lunga pi pertinente sul

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piano dei fatti teologici del nucleo...). Come fanno allo-
ra delle interpretazioni a sopravvivere alla morte dei fat-
ti? Ebbene, io ritengo che a sostenere sul nulla referenzia-
le la camera daria delle interpretazioni sia il fiato delle
trombe della propaganda, che naturalmente non un pa-
sto gratis, visto che a mantenere in vita un morto cos c
da guadagnarci per molti parassiti della massa dei poveri
di spirito. L'economia del sacro, infatti, fattura miliardi di
euro e finanzia la politica compiacente, per esempio quel-
la che elimina l'Ici su certi immobili ecclesiastici, garan-
tisce l'8 per mille ecc. ecc., in un circolo virtuoso di inte-
ressi in cui a rimetterci solo l'intelligenza collettiva me-
dia di una nazione, che una cosa che non si vede e non
si mangia e se va a puttane nessuno se ne accorge, alme-
no sul medio-breve termine.

La logica del discorso religioso

A mio parere, il dispositivo del discorso religioso


si basa essenzialmente su strutture pseudo-argomentative
tipiche. Per chiarire in concreto cosa intendo con struttu-
re pseudo-argomentative tipiche del discorso religioso,
consideriamo ad esempio lo schema di ragionamento
standard di tantissime persone sedicenti credenti (anche
mediamente colte, purtroppo):

Ci devessere qualcosa di superiore, altrimenti come si

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spiegherebbe tutto quello che vediamo? La religione in
cui siamo cresciuti ci fornisce la risposta: quel qualcosa
Dio. Infatti, se il Dio creatore esiste, allora il mondo
come .

In effetti, dal punto di vista puramente logico,


detti D lasserto che afferma lesistenza di un Dio crea-
tore cos e cos e M una opportuna descrizione di stato
(supposta vera) del Mondo, limplicazione D M
sempre vera, qualunque sia il valore di verit di D, al
cui posto potrebbe anche esserci qualcosa come Lasino
volante esiste (tutto ci in base a uno dei cosiddetti pa-
radossi dellimplicazione materiale, e in particolare al
teorema per cui il vero deducibile da qualsiasi cosa). Il
problema, per, che chi non ha molta dimestichezza con
la logica, confonde il valore di verit di tutta l'implicazio-
ne (vera) con quello dellantecedente (che potrebbe anche
essere falsa). D'altra parte, D ha probabilit logica u-
guale a 1 (valore massimo) di essere vera, visto che non
pu essere smentita da alcuna circostanza ( ben noto, in-
fatti, che la negazione di D indimostrabile in un tempo
finito); ma contemporaneamente D ha contenuto infor-
mativo uguale a zero, per lelementare definizione del Bit
nella teoria matematica dellinformazione (dato dal loga-
ritmo in base 2 dellinverso della probabilit
dellasserto). Quindi, matematicamente, chi dice D dice

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il vero (in senso logico), ma non dice nulla (in senso em-
pirico).
Detto in altri termini, e mettendo in luce la diffe-
renza tra la dimostrabilit di Dio e quella degli asserti che
ne affermano o negano lesistenza: l'esistenza di Dio pu
essere dimostrata: basta solo che Dio si mostri a tutti e si
presenti dicendo Piacere, Dio. Altro discorso va fatto
per le asserzioni che affermano o negano l'esistenza di
Dio. Lasserzione che afferma l'esistenza di Dio non pu
essere smentita da alcunch e addirittura, nellipotesi di
un universo computazionalmente infinito, logicamente
vera (probabilit 1 e, cosa pi importante, bit dinfor-
mazione zero). Viceversa, laffermazione che nega
lesistenza di Dio indimostrabile come vera e dimostra-
bile come falsa (anzi, in un universo computazionalmente
infinito dimostrabilmente falsa: ha probabilit zero di
essere vera e, cosa pi importante, bit tendente
allinfinito). Ecco perch questultima molto pi inte-
ressante della prima come ipotesi operativa per la scien-
za.
la non conoscenza di queste cosette logiche che
sta alla base del disastroso errore cognitivo (chiamato
bias dagli psicologi) su cui si regge la fede per molte
persone (tranquillo, anche qualche grande filosofo ci
cascato: ad esempio, la convinzione esaltata di Nietzsche
nei confronti della forza logica del suo argomento co-
smologico a favore delleterno ritorno, si basava sullo

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stesso tunnel cognitivo, cio sulla stessa confusione tra la
validit dellinferenza e il valore di verit della premessa,
che era probabilisticamente vera: infatti logicamente
vero, ma empiricamente irrilevante, che in un tempo infi-
nito una serie finita di configurazioni fisiche del cosmo si
ripeter infinite volte)2. Ecco perch gli scienziati seri
come la Hack non sanno che farsene di un asserto come
D, ed ecco perch le varie chiese e i vari profeti hanno
buon gioco con i creduloni: ben noto, infatti, che la
stragrande maggioranza della popolazione mondiale non
cognitivamente in grado di capire queste cose, dato che
lo stato della diffusione dellinsegnamento della logica
ancora disastroso. Lo stesso naturalmente vale anche in
Italia, dove la Chiesa pu farla ancora da padrona per il
semplice fatto che la maggioranza della popolazione ha
ancora un livello di istruzione incompatibile con la retta
comprensione anche dei pi elementari teoremi della lo-
gica del primo ordine (per non parlare della comprensio-
ne dei testi: prova a fare un test di comprensione su un
buon campione di popolazione usando una frase che co-
minci con una doppia negazione: da quello che viene fuo-
ri c da farsi il segno della croce colla mano sinistra).

2
Si veda il post scriptum per unanalisi pi dettagliata della
nozione nietzscheana delleterno ritorno.

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Come la penso io, in generale (con alcune osservazioni
sul darwinismo)
Concludo con delle pennellate generalissime
su come la vedo io intorno ai massimi sistemi. Natu-
ralmente si tratta di metafisica, nel senso pi nobile del
termine. Tuttavia, a differenza di una concezione religio-
sa qualsiasi, queste mie idee sono aperte alla critica e al
miglioramento alla luce della discussione razionale e del-
le acquisizioni delle varie scienze. Sarei persino felice di
essere clamorosamente smentito da qualche scoperta
scientifica, perch significherebbe fare un passo avanti
notevole nella pur mai raggiungibile conoscenza comple-
ta della rerum natura.
La materia naturale delluniverso, quella
puramente inorganica e quella frazione (in fondo trascu-
rabile) che si trova sulla Terra e che chiamiamo materia
organica perch dotata di quella cosa che chiamiamo vita,
non hanno uno scopo, un senso, un fine, una funzione,
ecc. stabiliti chiss come da Qualcuno o da qualcosa che
si trova chiss dove. Non ci sono Creatori biblici o Gran-
di Architetti. Le cose sono come sono perch sono come
sono. Punto e basta. Tutto, dalle galassie agli oceani, dai
buchi neri ai deserti, stampato su uno sfondo di insensa-
tezza generale. Il cielo stellato sopra di noi pu com-
muoverci soggettivamente per la sua straziante bellezza
(tanto per evocare Kant e Pasolini in un solo colpo), ma
ci non toglie che esso rimanga oggettivamente insensa-

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to. Gli stessi programmi genetici dei viventi sono senza
senso, perch non sono intrinsecamente coscienti n sono
il risultato di una programmazione cosciente eteronoma.
Bene. Si d il caso, per, che gli esseri umani siano co-
scienti e la propriet di essere coscienti, per quanto se ne
sa fino ad ora, non riducibile a precise sequenze geneti-
che e/o elettrochimiche. emergente, e in quanto tale fa
emergere una caterva di altre propriet (come quella di
essere una banconota per un pezzo di carta, per dirla con
John Searle). Gli esseri umani hanno imparato a fare un
sacco di cose, tra cui parlare e usare strumenti naturali e
artificiali. Hanno imparato ad agire mediante rappresen-
tazioni, istruzioni, programmi, progetti ecc. e
nelleseguire determinate azioni sono in grado di rendere
conto dei motivi e degli scopi del loro agire. Possono dire
a che serve un racconto, una vettura, unarma, un telefo-
nino e persino a che serve uccidere qualcuno. Tra laltro,
proprio questa capacit di agire sulla base di scopi rap-
presentati nella mente e/o messi per iscritto alla radice
del fallace argomento del Disegno Intelligente, che nasce
proprio allorch si proietta (indebitamente) sul naturale la
logica della produzione dellartificiale da parte di un es-
sere cosciente. Lo stesso pensiero filosofico, fin
dallinizio, stato vittima di questa fallacia: nel famoso
frammento di Anassimandro c una proiezione religioso-
cosmogonica del significato della parola adika (ingiu-
stizia), che ha il suo giusto posto solo nella vita politico-

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sociale umana retta da regole, dove appunto certi atti so-
no investiti della propriet (emergente) di essere ingiusti.
Detto questo, anche del tutto evidente che con
lingresso nel mondo di atti intelligenti umani la logica
cieca della selezione naturale si autotrascende, per il
semplice fatto che luomo in grado di assumersi co-
scientemente il compito delladattamento e della soprav-
vivenza. Addirittura egli pu elaborare una teoria
dellevoluzione, proporla alla pubblica discussione, di-
fenderla e migliorarla. E pu persino decidere di abban-
donarla. Per parafrasare un passo di una bellissima co-
smicomica di Calvino (La memoria del mondo),
luomo unoccasione che luniverso ha per organizzare
alcune informazioni su se stesso. Egli pu concepire nar-
razioni sul mondo e su se stesso (che altro sono le reli-
gioni se non il risultato della facolt umana di produrre
narrazioni e senso?), e, grazie alle sue stesse intuizioni
semantiche sul rapporto tra linguaggio e realt, pu intro-
durre degli standard per il controllo della verosimiglianza
dei miti che egli stesso produce. La rottura evolutiva
subentrata con la coscienza, con lo sviluppo della funzio-
ne argomentativa del linguaggio e con la produzione di
oggetti (concreti come le automobili e astratti come le te-
orie) appartenenti a quello che Karl Popper chiamava
Mondo 3 dunque decisiva. Come diceva Popper,
luomo pu trasferire leliminazione per selezione dal
portatore di una teoria alla teoria stessa: ecco perch

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dallameba ad Einstein c solo un passo, ma un passo
di enorme portata per il problema delladattamento. Pos-
siamo far morire le teorie al posto nostro e smettere di
farci saltare in aria per divergenze dopinione. La possibi-
lit che ha luomo non solo di prendersi cura delle specie
in estinzione ma anche di decidere se e quando autoaf-
fondarsi come specie, fa saltare molti dei meccanismi e-
volutivi vetero-darwiniani e richiede nuovi modelli espli-
cativi e nuove teorie per comprendere la cultura umana.
un po la stessa situazione che si verificata con lentrata
in scena della teoria della relativit e della meccanica
quantistica: non che la meccanica newtoniana fosse a
quel punto da buttare, ma vennero precisati meglio i suoi
limiti di applicabilit. Chi crede che levoluzionismo
debba spiegare tutto, ovvero che lidea pericolosa di
Darwin debba porsi come un acido universale, per dir-
la con Dennett, non rende un grande servizio a questa
teoria, che pure, per quanto riguarda la spiegazione dei
fenomeni che hanno portato alla nascita e alla differen-
ziazione delle specie, fino ad ora la migliore a disposi-
zione. In ci dissento un po da Dennett, anche se consi-
dero il suo monumentale Lidea pericolosa di Darwin del
1995, insieme ai tre volumi del Poscritto alla Logica
della scoperta scientifica di Popper (risalenti alla met
degli anni 50 ma usciti solo allinizio degli anni 80) ed
a Il gene egoista di Richard Dawkins (1976 & 1989), uno
dei testi davvero decisivi del pensiero filosofico del XX

17
secolo. Una teoria che dovesse spiegare tutto sarebbe in-
coerente, per un elementare teorema della logica (da una
contraddizione possibile derivare logicamente qualsiasi
cosa). Per esempio, se ci fosse una spiegazione evolutiva
sia del perch un gruppo lotta per la sopravvivenza e la
riproduzione sia del perch un gruppo pratica prima
linfanticidio e poi il suicidio collettivo degli adulti (certi
gruppi religiosi lo hanno fatto), levoluzionismo sarebbe
falso. Altrimenti lo si protegge dai rischi della falsifica-
zione e lo si rende logicamente vero. Ma in tal caso sa-
rebbe un truismo e avrebbe contenuto informativo uguale
a zero. Se invece si lavora sulla specificazione degli am-
biti nei queli esso non pu funzionare (e in tal senso
guardo con attenzione alla teoria memetica della cultura,
abbozzata da Dawkins ne Il gene egoista e sviluppata da
altri, tra cui il solito Dennett), se ne rafforza il contenuto
empirico.
Post scriptum sulleterno ritorno. Nietzsche resta per me
il filosofo pi affascinante. Per, a un certo punto della
vita le passioni giovanili (si tratta del filosofo su cui ho
fatto la tesi di laurea) vanno esaminate a sangue freddo e
qualche conto va regolato. Lo stesso Nietzsche lo ha fatto
con Wagner e Schopenhauer. Lidea delleterno ritorno
una di quelle immagini del pensiero che possono sedurti
e prenderti alla gola anche per molto tempo, ma alla fine
viene un momento in cui, rivedendole con pi rigore, si
sfaldano come neve al sole.

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Per quanto riguarda laspetto etico-esistenziale di tale i-
dea (che quello che emerge nellaforisma 341 della
Gaia scienza), c poco da dire. Siamo nel campo dei gu-
sti, delle storie e delle scelte personali. Cos come si pu
amare una persona al punto da essere portati a dichiarare
di volerla cos com' per sempre, si pu amare la vita al
punto da volere che essa si ripeta identica infinite volte.
Niente di male. Ma poi uno si imbatte nel caso Welby e
capisce che in questa etica c ben poco di generalizzabi-
le (al massimo essa pu assurgere al rango di imperativo
ipotetico).
Per quanto riguarda invece lespetto cosmologico, lidea
delleterno ritorno espone il fianco a una critica episte-
mologica pressoch definitiva. Nietzsche contava molto
sulla propria prova cosmologica dellidea, come testi-
monia il sincero impegno scientifico e argomentativo del-
le pagine che vi ha dedicato negli ultimi anni della sua
vita mentale (per comodit di citazione rimando agli aff.
1057-1066 della pur screditata Volont di potenza del
1906, ed. it. a cura di Maurizio Ferraris e Pietro Kobau,
Milano, Bompiani, 1992). Nietzsche deduce leterno
ritorno basandosi su tre assunzioni date per vere:
1) Il mondo una quantit finita di energia in continua
(ma non infinita) riconfigurazione fenomenica (cfr. VP
1062);
2) Tale energia si conserva sempre uguale, ovvero vale il
Principio di conservazione dellenergia (cfr. VP 1063);

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3) Il Tempo oggettivo, unico, lineare e infinito in avanti
e allindietro (cfr. VP 1066).
La mossa successiva inesorabile e logicamente valida (
uno schema di inferenza che ha persino un nome nei ma-
nuali di Logica: Prova condizionale): Se il mondo pu
essere pensato come una determinata quantit di energia
e come un determinato numero di centri di forza () ne
segue che nel grande gioco di dadi della sua esistenza de-
ve attraversare un numero calcolabile di combinazioni. In
un tempo infinito, ogni possibile combinazione deve rea-
lizzarsi almeno una volta; di pi: deve realizzarsi infinite
volte (VP 1066).
Ora, questa prova, basata sulla meccanica classica, pu
essere attaccata in due modi, dallesterno e dallinterno.
Una critica esterna pu fare appello alla meccanica rela-
tivistica e dire, ad esempio, che, poich la terza assunzio-
ne falsa, largomento formalmente valido ma empiri-
camente infondato. Questa critica, per, bench molto
forte, deve necessariamente assumere (almeno) la verit
dellequazione relativistica di Einstein sul tempo (ovvero
la quarta trasformazione di Lorentz), e quindi legare ad
essa il suo destino (e un giorno potremmo provare empi-
ricamente che la teoria della relativit falsa: per il mo-
mento sappiamo solo a priori che essa, come tutte le teo-
rie generali, ha probabilit zero di essere vera, assumendo

20
un universo infinitamente molteplice: cfr Popper, Logica
della scoperta scientifica, Appendice *VII).
Pi interessante invece, secondo me, la seguente critica
interna allargomento di Nietzsche, perch essa gli con-
cede la verit delle premesse (le sue premesse [] de-
vono essere vere se il pensiero vero, VP 1059). A tal
proposito mi baser sul 67 della Logica della scoperta
scientifica, dove Popper (che non fa alcun cenno a Nie-
tzsche) mostra la fallacia di qualsiasi sistema probabili-
stico di metafisica speculativa. Il punto chiave che
largomento di Nietzsche empiricamente debole proprio
in virt della sua inesorabile forza logica. Esso, infatti,
deduce una regolarit cosmologica, cio una macrolegge
(leterno ritorno dellidentica serie di configurazioni fisi-
che del mondo), da unassunzione di probabilit massima
(in un tempo infinito ciascuna configurazione ha probabi-
lit uguale a 1 di ripetersi non solo una volta, ma infinite
volte). In tal modo, per, largomento logicamente vero
ma empiricamente vuoto. Per dirla nei termini della teoria
matematica dellinformazione, lasserzione delleterno
ritorno ha probabilit logica uguale a 1 ma bit di infor-
mazione (cio contenuto informativo) uguale a zero (es-
sendo per definizione il bit di informazione uguale al lo-
garitmo in base due dellinverso della probabilit). Con
argomenti di questo tipo si pu dedurre qualsiasi rego-
larit. Ad esempio, logicamente vero che una scimmia,
lasciata per un tempo infinito davanti a una tastiera, digi-

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ter non una ma infinite volte la sequenza di lettere che
corrisponde alla Divina commedia. Ma anche fattual-
mente pacifico che con ci non abbiamo detto nulla (ad
esempio sull'intelligenza delle scimmie).

Lidea delleterno ritorno, dunque, semplicemente


unarguta finzione (nel senso di Borges) basata su un
uso superficialmente creativo ma profondamente tautolo-
gico di alcuni assunti della fisica classica. Anche la fisica
del XX secolo ha generato le sue brave finzioni cosmo-
logiche. Un esempio particolarmente curioso (e secondo
me filosoficamente pi intrigante dellidea delleterno ri-
torno) la cosiddetta interpretazione dei molti mondi
della meccanica quantistica, avanzata da Hugh Everett III
negli anni Cinquanta per scongiurare le conseguenze pe-
ricolosamente soggettivistiche e idealistiche che sembra-
vano comportare il principio di indeterminazione di Hei-
senberg e la funzione donda di Schroedinger. Non a ca-
so, infatti, per spiegare la congettura di Everett qualcuno
si servito de Il giardino dei sentieri che si biforcano di
Borges: cfr. D. H. Hofstadter D. C. Dennett, Lio della
mente (1981), tr. it. Milano, Adelphi, 2001, pp. 52-58.

22
PARTE PRIMA

INTERVENTI INATTUALI

23
Mel Gibson: la Passione dei dubbi
Aprile 2004

Laspetto forse pi antiartistico e discutibile del


film di Mel Gibson levidente intenzione di sottoporre
lo spettatore a una pressione emotiva e patetica scioc-
cante e a tratti intollerabile, al fine soprattutto di osses-
sionarlo e incantarlo con un messaggio propagandistico
tipico di chi vuole a tutti i costi imporre agli altri il pro-
prio fanatismo religioso. E, si sa, quando il fanatico an-
che abile nelluso delle tecniche mediatiche (in questo
caso il cinema e i suoi effetti speciali ormai raffinatissi-
mi), la miscela esplosiva e pericolosa. Lo spettatore non
smaliziato sul piano critico e culturale, in questo modo,
portato a vivere in maniera vittimistica la propria fede,
nel senso che la passione di Cristo percepita non solo
senza contesto (essa infatti occupa tutto il suo spazio e-
motivo e cognitivo in un film cos fortemente espressio-
nista) ma anche come esclusivo appannaggio
dellistituzione ecclesiastica che su di essa si fonda e vi-
ve.
Ben altro, invece, sarebbe lo sguardo sulla vicen-
da qualora si tenesse conto, ad esempio, di questi due fat-
ti: 1) la tortura e la crocifissione, in epoca romana, hanno
riguardato personaggi portatori di messaggi ideologici
certamente pi terreni ma non meno dignitosi di quelli di

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Ges (si pensi a Spartaco, non a caso riletto in chiave a
tratti cristologica nel celebre Spartacus di Stanley Ku-
brick); 2) torture inenarrabili, spesso seguite dal rogo, so-
no state inflitte nel corso della storia dalla stessa Chiesa,
addirittura nel nome di Dio, a personaggi il cui insegna-
mento aveva, sullordine pubblico del rispettivo tempo,
conseguenze non pi preoccupanti di quelle che aveva
linsegnamento di Ges (penso ad esempio a Jan Hus e a
Giordano Bruno).
Anchio, dunque, pur essendo un laico insensibile
alle implicazioni religiose ed escatologiche della storia di
Ges, ho passato due ore di disagio al cinema, accresciu-
to dalle reazioni delle persone in sala, molte delle quali,
culturalmente ed emotivamente sprovvedute, sono state
letteralmente devastate dalle immagini del film. Alcuni
addirittura sembravano assistere per la prima volta nella
loro vita alla passione di Cristo, come se la pi nota e
trita delle storie che siano state raccontate e tramandate
gli si rivelasse come una novit terribile e dolorosa (ep-
pure era il Venerd Santo!).
Concordo con chi non ha visto nel film alcuna
forzatura antisemita. Per mesi siamo stati martellati da
questa storia francamente ridicola, e pensare che nel
mondo esistano persone che perdano il loro tempo a di-
scutere di queste sciocchezze mi procura una tristezza in-
finita. Se qualcuno nel film stato trattato male (dal pun-
to di vista della immagine), questo senza dubbio

25
lesercito romano, i cui soldati per la gran parte sembrano
solo degli aguzzini spietati e beoni, buoni solo a torturare
sadicamente il poverocristo di turno. Per non parlare di
Barabba, rappresentato come un pazzo mostruoso e ine-
betito, quando invece era un resistente che durante una
sedizione aveva ucciso qualche soldato romano (cfr.
Marco 15,7), e gli evangelisti non a caso lo trattano con
un certo rispetto, anche perch il suo nome completo, Ge-
s Barabba (con laramaico Barabb=figlio del padre), ne
fa una sorta di fratello minore e speculare anche se u-
mano, troppo umano di Ges.
Se mettere in scena quello che chiaramente rac-
contato nei Vangeli unoperazione antisemita, che cosa
dovremmo dire allora del settimo canto del Para-diso, in
cui Dante, per chiarire la liceit della vendetta (di Tito)
della vendetta (di Dio sullUomo per mano degli ebrei),
si avventura in una sorta di fondazione a priori della col-
pa metafisica del popolo ebraico? Non dovremmo pi
leggere Dante? Le polemiche scoppiate su questo aspetto
del film sono lesempio perfetto di come oggi il politi-
cally correct sia spesso la maschera dietro cui si nascon-
de la pi totale ignoranza sullabc della storia della cultu-
ra.
Personalmente mi ha convinto molto limpianto narrativo
del film, anche se i risultati mi sembrano inferiori alle in-
tenzioni. Gibson sa che non ha senso raccontare ancora
una volta la vicenda pi famosa del mondo, e cos si con-

26
centra su quello che avviene a partire dallarresto al Ge-
tsemani, ritornando con dei flashback rapidi ed essenziali,
spesso rallentati, e comunque motivati da pi o meno
convincenti associazioni di idee, ad alcuni dei momenti
precedenti della vita di Ges (linfanzia, il lavoro di fale-
gname, il discorso della Montagna, lultima cena, ecc.).
In questo modo ottiene leffetto voluto: tutto il film dilata
ossessivamente il momento della passione e lo spettato-
re immerso in un delirio di violenza atroce e sanguino-
lenta che ha leffetto di turbarlo profondamente. Certo, a
volte si ha limpressione di un eccessivo compiacimento
nel mostrare lo strazio delle carni, ma quaranta colpi
meno uno (2 Corinzi 11, 24) di flagellum (un bastone di
cuoio rafforzato con palline di piombo e uncini di metal-
lo) sicuramente non la-sciano il corpo come siamo abi-
tuati a vedere nelliconografia sacra della crocifissione,
nei santini o in altre pellicole del passato. Per non parlare
dei chiodi alle mani e ai piedi: oserei dire che in questo
caso Gibson stato persino avaro col sangue...
Molto discutibili, invece, appaiono certe scelte
espressive di regia: mentre ho trovato geniale la caro-
gna di cavallo puzzolente e piena di mosche che assiste
con un ghigno al suicidio di Giuda e al quale fornisce la
corda per impiccarsi (a me ha fatto venire in mente il
simbolismo del demoniaco Signore delle mosche di
William Golding), mi sembrata ridicola quella goccia
che cade dal cielo e ripresa dal punto di vista delle nuvo-

27
le. Daccordo, Dio che lacrima sul Figlio, ma, santa pa-
zienza, un virtuosismo visivo che stona tremendamente
col tono drammatico del contesto. Il terremoto che spacca
il tempio, poi, con quei crolli di pietre ciclopiche di car-
tapesta, ricorda molto le analoghe scene dei vecchi pol-
pettoni cinematografici di terzordine su Maciste e San-
sone.
Mi chiedo invece come mai Gibson, che ha river-
sato sul film un gusto per lorrido che a volte ricorda il
Dracula di Francis Ford Coppola (come nella scena in cui
a Giuda appare una specie di lupo mannaro dopo aver vi-
sto in faccia Ges che penzola dal muro), non abbia senti-
to la necessit di rappresentare, oltre ai crolli sismici, una
scena macabra e molto cinematografica che sarebbe stata
perfetta nel suo film e che Matteo 27, 50-53 descrive stu-
pendamente proprio con quelleconomia espressiva e
quella rapidit narrativa che Italo Calvino, nelle sue
Lezioni americane, raccomandava al nuovo millennio:
Ges intanto, dopo aver di nuovo gridato a gran voce,
spir. Ed ecco, il velo del tempio si scisse in due parti
dallalto al basso, la terra fu scossa e le rocce si spacca-
rono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi che ripo-
savano, risuscitarono ed usciti dai sepolcri, dopo la sua
resurrezione entrarono nella citt santa e si manifestarono
a molti.

28
Del papismo mediatico
Aprile 2005
difficile, in questi giorni di papizzazione tota-
lizzante e di apologetica clericale ed ecclesiocentrica,
prendere la parola fuori dal coro per dire qualcosa di di-
verso, di dissonante, per cercare di ridimensionare, trami-
te un appello alla ragione e al buon senso, le deliranti e-
sagerazioni acritiche che si vanno sentendo da ogni parte
in questo mondo ridotto a una penosa platea televisiva di
papafans pi o meno improvvisati.
Ed triste lo spettacolo di un intero esercito di
tromboni politico-giornalistici seriamente impegnati a
convincere persino se stessi (le lacrime di un Vespa siano
testimoni), attraverso la compulsiva recita del medesimo
rosario di falsit storico-ideologiche, della fondatezza di
ci che vanno propalando a un pubblico chiamato a rac-
colta come un gregge di idioti davanti al feticcio mediati-
co creato con meticolosa propaganda. Niente ormai sem-
bra in grado di fermare lo tsunami retorico da medioevo
rinascimentale che ci sta investendo, perch dopo lorgia
necrofila scatenatasi ora davanti al moribondo ora davanti
al feretro, stiamo entrando nella fase allucinogena della
caccia collettiva ai miracoli (che gi spuntano come fun-
ghi e che certissimamente sono disseminati come tartufi
in attesa di essere riesumati da altrettanti tartufi), nella
farsa ridicola della raccolta-punti per il premio della san-
tit da assegnare subito a furor di popolo per placare gli

29
ardori mistici di una curva da stadio presa dalla fregola di
venerare un ennesimo idolo, per la gioia dei confeziona-
tori di statuette, amuleti e santini prodotti in serie.
Mai come in questi ultimi giorni si assistito a una ri-
scrittura della storia cos rapida, massiccia e pressoch
unanime (perch unico il pensiero che ha cittadinanza e
diritto di apparizione nello spazio mediatico maggiorita-
rio che fa da megafono al populismo interessato
allaudience e alle copie da vendere). Fino a pochi giorni
fa, chi avesse voluto informarsi sulle vicende della Wel-
tgeschichte degli ultimi venticinque anni, avrebbe potuto
consultare qualche buon testo aggiornato di Storia con-
temporanea e farsi magari unidea articolata delle com-
plesse forze sociali, economiche, politiche, culturali e
tecnologiche che determinano in maniera pi o meno di-
retta il verificarsi di certi eventi epocali (la caduta del
Muro di Berlino, il crollo dellUrss e dei regimi satelliti,
ecc.). Oggi, invece, tutto questo non pi necessario,
perch lopinione pubblica (o la gran parte di essa che ha
come fonte di informazione quasi esclusiva i giornali e
soprattutto la televisione) stata bombardata da una ver-
sione dei fatti fumettistica, agiografica e particolarmente
consolatoria, soprattutto per chi preferisce risposte pre-
confezionate alla fatica dellesercizio autonomo
dellintelletto: la Storia del Mondo degli ultimi decenni
ha un solo protagonista, un solo eroe cosmico-storico, un
solo Primo Mobile: Karol Wojtyla. lui che, soffiandoci

30
sopra con laiuto dello Spirito Santo, ha abbattuto il Muro
di Berlino; lui che ha fermato lArmata Rossa in marcia
verso la Polonia di Solidarnosc; lui che ha fatto implo-
dere lUnione Sovietica: lui, luomo che sopravvisse ai
colpi darma da fuoco di un attentatore non perch i soc-
corsi furono tempestivi e i chirurghi bravi, ma perch la
mano della Madonna impresse alla pallottola una traietto-
ria non mortale per lUomo-vestito-di-bianco, dando cos
una chiave provvidenzialistica ben precisa per
linterpretazione del terzo mistero di Fatima.
Ora, io mi chiedo: cosa abbiamo fatto di male per merita-
re di essere trattati dagli organi di informazione alla stre-
gua di bambini cui si pu raccontare spudoratamente
qualsiasi favola? Intellettuali, giornalisti, politici, attricet-
te, presentatori baciapile, vallette, tutti insieme, accom-
pagnando con la grancassa la parata di preti, vescovi e
cardinali (tutti improvvisamente accreditati come storio-
grafi ufficiali del Mondo e mai cos compiaciuti e presen-
zialisti), hanno intonato un unico coro, una meravigliosa
ninnananna per lo spirito critico e per la dubbiosa pru-
denza intellettuale. Assecondando unansia miracolistica
e un bisogno di mitologia sorti chiss per quale fenomeno
di invasamento collettivo, e comunque prontamente coc-
colati con viaggi di pellegrinaggio gratuiti, se non addirit-
tura indotti col martello della litana ripetitiva, hanno tra-
sformato asserzioni superstiziose (ad esempio su una ma-
no divina che devia un proiettile) in enunciati fattuali, i-

31
per-semplificazioni mistificatorie (su un uomo che da so-
lo avrebbe cambiato la Storia del Mondo) in giudizi stori-
ci incontrovertibili, articoli di fede da prima comunione
(come limmediata ascesa in cielo dellanima di un Papa
buono) in fatti di cronaca da raccontare in collegamento
diretto da Piazza San Pietro, dove c il nostro corri-
spondente.
Eppure, tutto questo ha riguardato e riguarda un Pontefi-
ce, cio il capo di uno stato teocratico piccolo e anacroni-
stico, ancorch ricchissimo e influentissimo. Un pontefi-
ce che a indubbie doti umane di simpatia e contagiosa
buona volont ha affiancato atti e pensieri che nulla han-
no a che vedere con il modo di essere, di vivere e di pen-
sare del gregge in gran parte ignaro chiamato a raccolta
sotto i suoi piedi. Luomo che ha invocato (invano, in-
sieme ad altri candidi utopisti) la Pace tra i popoli e il
dialogo interreligioso, lo stesso uomo che si affacciato
a un balcone con Pinochet; che in Polonia, caduto il re-
gime comunista, ha caldeggiato una costituzione illibera-
le che proclamasse il cattolicesimo religione di Stato; che
in Sudamerica ha ridotto al silenzio i teologi della libera-
zione, sostenitori degli oppressi, a vantaggio del clero
conservatore, colluso con gli oppressori; che ha bloccato
la via profilattica alla prevenzione dellAids; che ha riba-
dito la discriminazione delle donne nel clero; che ha co-
perto di disprezzo i divorziati; che ha maledetto gli omo-
sessuali; che in Italia, tramite il politicume compiacente,

32
ha ispirato leggi assurdamente confessionali sulla procre-
azione assistita; che ha lanciato anatemi contro le demo-
crazie parlamentari laiche (enciclica Fides et Ratio, 89),
che ha sostenuto fino alla fine tesi dottrinarie ultrareazio-
narie, come il ritorno al tomismo, e idee storico-
filosofiche aberranti e intellettualmente disoneste, come il
nesso necessario tra il soggettivismo epistemologico i-
naugurato da Cartesio e i campi di sterminio del XX se-
colo (Memoria e identit, p. 19 e ss.), solo perch qualche
filosofia moderna fondata sullIo anzich sullEssere
(comera nel Medioevo) ha osato mettere in discussione
lesistenza di Dio.

33
Su Ratzinger, Pera, la verit e il relativismo

Aprile 2005

Una delle questioni la si potrebbe definire anche os-


sessione pi ricorrenti negli ultimi scritti e discorsi di
Joseph Ratzinger, dal 19 aprile Papa Benedetto XVI,
quella della presunta dittatura del relativismo nel mon-
do attuale. Ora, a parte il fatto che fa un po ridere sentire
questa espressione da un semplice e umile lavoratore
della vigna del Signore che in cuor suo sogna la Dittatu-
ra Mondiale del Cattolicesimo, vorrei a questo proposito
dire qualcosa sul pi sintomatico esempio di voltafaccia
filosofico e asservimento politico-ideologico cui mi sia
capitato di assistere negli ultimi tempi.
Mi riferisco a Marcello Pera, (ex?) filosofo della scienza
di formazione popperiana e attualmente Presidente del
Senato, nonch amico di penna e di pensiero di Ratzin-
ger.
Lo scorso anno i due, un sedicente laico e razionalista cri-
tico e un teologo gi a capo di quello che una volta era il
SantUffizio, hanno pubblicato un libro a quattro mani,
Senza radici , in cui espongono la loro posizione in mate-
ria di Europa (condannando, manco a dirlo, lassenza del
riferimento esplicito alle radici cristiane nella Costituzio-
ne europea), Islam (sostenendo idee simili a quelle di O-
riana Fallaci, ma arricchendole di riferimenti teologici

34
estranei alle argomentazioni dellatea cristiana, come lei
stessa si definita ne La forza della ragione), Cristiane-
simo e, naturalmente, Relativismo. Proprio per questo, la
sera dellelezione al soglio pontificio del Cardinale Ra-
tzinger, Pera stato uno dei pi gettonati e intervistati dai
giornalisti. Mi risulta infatti una intervista alla radio del
Vaticano e personalmente lho visto in televisione al Te-
legiornale de La7 e con un quanto mai estasiato e untuo-
samente ossequioso Bruno Vespa, che ormai, a causa del-
le emozioni religiose a raffica che lo stanno investendo in
queste ultime settimane, sullorlo di una crisi mistica.
Naturalmente, che un teologo fondamentalista e integrali-
sta (peraltro dottissimo) tuoni contro il relativismo, cio
contro lidea che non esista una verit assoluta perch
ogni sistema di credenze ha dei propri criteri di verit ir-
riducibili a quelli degli altri (con tutto ci che ne conse-
gue sul piano etico, visto che anche i valori diventano
soggettivi e ingiudicabili dallesterno), e attribuisca alla
Chiesa il possesso dellUnica Verit, perfettamente
comprensibile, perch egli fa semplicemente il suo me-
stiere di settario fanatico. .
Ma che su questa linea lo segua un filosofo della scienza
allievo di Karl Popper (una cui foto campeggia nel suo
studio), una cosa che mi appare particolarmente scon-
certante, anche perch al pensiero di Popper, anchesso
incentrato su una dura critica al relativismo, sono molto
legato anchio. Il fatto per che Pera, che conosce mol-

35
to bene il pensiero popperiano (lo so perch in passato ho
dovuto leggere anche i suoi saggi su Popper, mentre scri-
vevo i miei), usa argomenti razionali contro il relativismo
solo nella pars destruens, mentre nella pars construens
aderisce fideisticamente e integralmente alla Dottrina di
Ratzinger, soprattutto laddove sostiene la tesi apocalittica
e profetica (del tipo di quelle che il suo Maestro, autore
della Miseria dello storicismo, aborriva) che lidentit e il
destino dellEuropa sono legati al riconoscimento delle
sue radici cristiane, da sventolare fieramente come una
bandiera contro la minaccia esterna dellIslam e il perico-
lo interno del relativismo. Evitando di entrare nella que-
stione della sostenibilit storica di questa tesi (il grado di
consenso alla quale non a caso inversamente proporzio-
nale alla distanza in chilometri dalle mura vaticane, come
hanno dimostrato gli estensori della Costituzione europe-
a), ritengo pi opportuno sottolineare il fatto che essa
puzza di basso opportunismo politico, essendo purtroppo
ben noto che in Italia, dal 1948 in avanti, se non addirittu-
ra sin dal 1913, anno delle elezioni politiche svoltesi
allinsegna del famigerato patto Gentiloni, nessuno, per
quanto dichiaratamente laico e liberale, comanda o man-
tiene il comando se non amico della Chiesa. Vale la pe-
na ricordare, infatti, che Pera diventato Presidente del
Senato in primo luogo grazie al suo arruolamento nella
truppa berlusconiana, notoriamente vicina agli esponenti
pi conservatori della gerarchia ecclesiastica. Non basta-

36
vano, dunque, i ministri della Repubblica Rocco Butti-
glione, il filosofo cattolico esegeta e portavoce in Parla-
mento (vedi legge sulla fecondazione assistita) del pen-
siero di Wojtyla e di Ratzinger, e Letizia Moratti, che
vuole imporre alla scuola italiana un modello cattolico-
manageriale di istruzione ispiratole dalla simultanea de-
vozione alla Chiesa e a Berlusconi: ci mancava pure che
il laico Presidente del Senato ostentasse tutto il suo so-
dalizio intellettuale con il nuovo Papa. Il che, unito ai
fervidi voti spediti da Ciampi a Benedetto XVI a nome
di tutti gli italiani e alla totale trasformazione della televi-
sione pubblica (del Governo) e privata (del Capo del Go-
verno) e di molti giornali in Ufficio Stampa del Vaticano,
equivale a fare dellItalia, o se non altro della sua rappre-
sentazione politica e mediatica, uno Sato confessionale,
alla faccia della Costituzione e della revisione dei Patti
Lateranensi voluta ventanni fa dal Governo Craxi (che
ora ci tocca persino rimpiangere per la sua seriet istitu-
zionale nella difesa della laicit dello Stato).
Tornando al relativismo, va ricordato che a partire da Pla-
tone (cfr. il Protagora), molti grandi filosofi lo hanno
combattuto, e nel XX secolo sono stati soprattutto Popper
(cfr. ad es. lAppendice al vol. II de La societ aperta e i
suoi nemici) e Hilary Putnam (cfr. ad es. il cap. V di Ra-
gione, verit e storia) a formulare contro di esso gli ar-
gomenti logici ed epistemologici pi consistenti. Tutto
questo Pera lo sa molto bene, ma ultimamente la sua infa-

37
tuazione ratzingeriana gli ha fatto dimenticare che per co-
storo, e in particolare per Popper, la falsit del relativi-
smo non implica affatto la verit della Dottrina della
Chiesa. La verit, infatti, non un insieme di dottrine ri-
velate, n un predicato di Dio, ma semplicemente una
propriet di enunciati, e in particolare delle tautologie lo-
gico-matematiche e di quegli enunciati empirici che cor-
rispondono ai fatti. Tra laltro, per quanto riguarda questi
ultimi, questa solo una definizione di verit, e non gi
un criterio per il suo riconoscimento infallibile, dal mo-
mento che logicamente dimostrabile che nessun enun-
ciato empirico verificabile in via definitiva (figuriamoci
quello che asserisce lesistenza di Dio o la presenza dello
Spirito Santo nel Conclave). Da ci segue che la verit
oggettiva e assoluta solo un ideale regolativo costituti-
vamente irrangiungibile per chi cerca di conoscere il
mondo attraverso teorie e spiegazioni relative ai fenome-
ni fisici, psichici, storici, ecc. (Chi invece ha psicologi-
camente bisogno di risposte consolatorie, certe, indiscuti-
bili e mitologiche, ha lamorevole soccorso delloppio
della fede). Da questo punto di vista, la pretesa di chi,
come Ratzinger, combatte il relativismo in nome della
verit rivelata e custodita dalla Chiesa, da considerarsi
filosoficamente assurda, posto che ancora, in mezzo a
questa ubriacatura mediatica neoguelfa seguita alla morte
di Wojtyla, si abbia la forza intellettuale autenticamente
laica di sostenere che, nella difficile e forse vana ricerca

38
della verit, luomo solo con la sua razionalit e la sua
buona volont, e non ha alcun bisogno di un Dio che sve-
li a pochi eletti le regole del gioco del mondo.

P.S. Nella critica al Relativismo da parte della Chiesa


c' una contraddizione di fondo che non mi pare sia
stata notata da quei filosofi (come Buttiglione e Pera)
che la appoggiano incondizionatamente, e questo la
dice lunga sulla loro onest intellettuale. Dunque, si
tratta di questo. Ratzinger e compagnia (teologica)
bella sanno benissimo che la Chiesa cattolica non
l'unica a pretendere di possedere l'Unica verit. Eb-
bene, se cos stanno le cose, la Chiesa ha solo un modo
per sfuggire alla critica relativistica: sostenere le pro-
prie ragioni facendo ricorso alla specificit delle pro-
prie procedure argomentative, cio alla specificit del-
la propria logica, dal momento che la validit del con-
tenuto della Rivelazione, ad esempio, si fonda su pro-
cedure di 'fondazione' molto particolari (l'ispirazione
divina dei Profeti, la fede, l'autorit dei Padri della
Chiesa, ecc.), e comunque altre rispetto alla logica con
cui si controlla ad esempio la validit di una teoria
scientifica. Ma questo, che pure un argomento molto
forte (anche perch sottrae la Dottrina della Fede alla
critica razionalistica), esattamente un argomento re-
lativistico.

39
Ecco perch sarei contrario alla fecondazione eterolo-
ga
Giugno 2005

In merito al quesito referendario relativo alla fecondazio-


ne eterologa mi sento perfettamente allineato con la posi-
zione della Chiesa Cattolica. A mio modesto avviso, chi
insinua malignamente che essa non dovrebbe impicciarsi
negli affari degli altri, visto che i suoi membri gerarchici
si sono solennemente votati alla castit e al celibato,
commette un grave errore di prospettiva, confondendo il
contingente col necessario, il transeunte con leterno,
loccasionale col simbolico, la materia con lo spirito.
pur vero che i suddetti membri non dovranno mai af-
frontare nella loro vita privata problemi quali la sterilit,
la fecondazione, la procreazione (pi o meno assistita),
leducazione dei figli e via dicendo, ma nessuno meglio
di loro sa cosa significa avere a che fare con una famiglia
fondata sul disordine morale dei rapporti prematrimoniali
e della fecondazione eterologa. Gli uomini di poca fede,
infatti, dimenticano troppo spesso che nel codice genetico
della Chiesa, nel luogo storico-atemporale della sua fon-
dazione, c larchetipo stesso dellanti-famiglia, il mo-
dello negativo assoluto di ci che la famiglia non deve
essere, se vuole vivere e mantenersi nella pace, nella con-

40
cordia e nella beata adorazione del Santo Padre e del Go-
verno in carica. Ed proprio questo, questa stessa pro-
fonda cognizione del dolore della colpa dorigine che d
alla Chiesa lautorevolezza necessaria per illuminare an-
cora oggi il cammino degli ignari elettori affinch non si
ripetano gli errori tragici della Sacra Famiglia e rifulga
finalmente la vera Famiglia Democristiana.
Ripercorriamo brevemente, allora, le guise del Simbolo,
la morfologia dellArchetipo, la fenomenologia dello Spi-
rito della Sacra Famiglia, dimodoch anche i laici senza-
dio si convincano che i moniti referendari del Buon Pa-
store Tedesco, intrisi della profondissima e dolorosissima
sapienza (Qui auget scientiam, auget et dolorem, recita
l'Ecclesiaste, 1, 18) derivante dalla conoscenza diretta e
intuitiva del Paradigma Ideale di ogni famiglia possibile,
sono tesi esclusivamente allamorevole cura delle peco-
relle che, smarrendosi nellodierno dedalo relativistico di
opzioni valoriali, rischiano di ripetere il nefas
dellOrigine.
Maria oh terribile caduta nella tentazione dei rapporti
prematrimoniali! era incinta prima del matrimonio. E
per di pi oh funesta mela delladulterio! non del suo
fidanzato. E di chi, allora? Ma dello Spirito Santo, natu-
ralmente oh incauta prefigurazione dellinseminazione
eterologa! Su siffatte basi moralmente disordinatissime
poggiano le successive tragedie educative e storiche di
questa sventurata famiglia. Il marito legittimo fu condan-

41
nato al ruolo di eunuco della moglie e di padre putativo
del Concepito, il quale sin da ragazzo, essendo stato in-
formato su tutto, non lo ha mai riconosciuto come genito-
re ed ha cominciato a cercare il Vero Padre. Questa ricer-
ca stata esiziale non solo per la sua famiglia, ma anche
per i suoi dodici amici, e possiamo dire che le sue terribili
conseguenze siano ancora in atto. Il Figlio, cresciuto sen-
za sapere chi fosse il suo vero genitore, scapp di casa
per scoprirne lIdentit, lasciando la madre nel dolore e il
padre putativo senza aiutante nella piccola falegnameria.
Catturato come pericoloso sedizioso (le sue domande sul
Padre in giro per le strade della Galilea furono scambiate
per propaganda politica a favore di un nuovo Re), fu cro-
cifisso a soli 33 anni, e tra le sue ultime parole ci fu uno
straziante grido di dolore rivolto al Padre che lo aveva
abbandonato. La ricerca di questo Padre fu proseguita dai
suoi discepoli, i quali non ebbero miglior sorte, e ancora
oggi molti si chiedono Se e Chi Egli Sia.
Ecco perch, conscio del pietoso impegno della Chiesa
affinch nelle famiglie non si ripetano questi tragici erro-
ri, al quesito referendario che propone labrogazione del
divieto della fecondazione eterologa risponder NO. Mi
sa proprio di S.

42
Quel che resta della Fallaci

Settembre 2006

"Chi parla bene dei morti soltanto perch sono morti mi


infastidisce come i preti che con un ego-te-absolvo in e-
xtremis credono di liquidare i peccati commessi durante
una vita". Cos scriveva Oriana Fallaci nelle ultime pagi-
ne de LApocalisse, il lungo post-scriptum (quasi un libro
nel libro) alledizione ampliata dellautointervista
dellagosto 2004, uscita nel dicembre dello stesso anno
col titolo Oriana Fallaci intervista s stessa.
LApocalisse. Si tratta, dunque, dellultimo libro licenzia-
to dalla scrittrice, morta il 15 settembre scorso per un ma-
le incurabile. Nel caso specifico, lei introduceva con le
parole citate il suo ennesimo attacco a Yasser Arafat,
morto da pochi giorni (11 novembre 2004), nei cui con-
fronti nutriva un disprezzo profondo (e ampiamente giu-
stificato) sin dal 1972, anno della sua famosa intervista al
leader palestinese. "Quindi", prosegue la Fallaci, "pane al
pane e vino al vino: di Arafat non resta nulla fuorch il
suo patrimonio personale".

43
Ora che Oriana Fallaci morta, possiamo far nostre le
sue parole e tentare un bilancio equilibrato della sua ere-
dit di scrittrice e di intellettuale impegnata, a partire
dall11 settembre 2001, in una lotta furiosa contro il
mondo islamico, a suo dire intrinsecamente votato al ter-
rorismo, e contro quella parte dellOccidente che ancora
non ha percepito il pericolo apocalittico cui, sempre a suo
dire, sarebbe esposta la nostra civilt.

Cosa resta, dunque, di Oriana Fallaci? A mio parere, di


lei fortunatamente resta molto, ma sfortunatamente po-
trebbe restare molto meno. Questo perch lenorme ed
effimero successo di vendita della sua trilogia dellodio
(La rabbia e lorgoglio, 2001; La forza della ragione,
2004; Oriana Fallaci intervista s stessa. LApocalisse),
uscita persino in un bel cofanetto-regalo, rischia di occul-
tare il valore dei suoi libri precedenti (lultimo romanzo,
Insciallah, risale al 1990), se non addirittura di trascinar-
lo con s in quelloblo cui essa destinata inevitabilmen-
te nel giro di pochi anni. La prosa rabbiosa e incisiva del-
la trilogia, infatti, doveva la sua forza di persuasione qua-
si sciamanica beninteso verso quel pubblico particolar-
mente sensibile alla propaganda guerrafondaia al fatto
che lautrice vivesse e lottasse col suo uditorio, che quasi
poteva sentirne il grido di battaglia dietro la parola stam-
pata. Man mano che i tre libri uscivano, anche il lettore
pi autocontrollato tendeva a sorvolare sulle imbarazzanti

44
semplificazioni storiche e sulle improbabili argomenta-
zioni della scrittrice, per abbandonarsi al fiume in piena
del suo pathos retorico e della sua chiamata ideologica
alle armi. Ma ora che la sua voce si purtroppo spenta
per sempre, la rilettura di quei libri, restituita al semplice
ascolto della loro lettera nuda, lascia dietro di s
limpressione sgradevole del vomito rappreso sul pavi-
mento. Rileggendo in questi giorni LApocalisse, ad e-
sempio, ne ho avvertito solo lunilateralit vacua delle
tesi, la miseria storica del contenuto informativo e la
bruttezza quasi insopportabile della prosa. Non star qui
a indugiare sui dettagli. Chi volesse avere un quadro am-
pio e approfondito delle obiezioni precise che possono
essere mosse allultima Fallaci, pu leggere il bel contro-
pamphlet di Giancarlo Bosetti uscito alla fine del 2005,
Cattiva maestra. La rabbia di Oriana Fallaci e il suo
contagio (Marsilio Editore). Bosetti, giornalista e filosofo
di ispirazione popperiana, smonta punto per punto
limpianto argomentativo della Fallaci e mostra i pericoli
di un approccio che sposa in pieno lo stile del pensare-
per-nemici tipico dei peggiori nemici della societ aperta
(terroristi islamici compresi). Mi limito solo a un esem-
pio, peraltro non citato da Bosetti. Ne LApocalisse, nel
corso di una carrellata di omicidi compiuti da musulmani,
la Fallaci cos ricorda lassassinio di Bob Kennedy (4
giugno 1968): "strano () che nessuno dica mai come
mor Bob Kennedy. Mor ucciso da un mussulmano che

45
si chiamava Siran Siran, ricorda? Un mussulmano che
ancora oggi (venne condannato allergastolo) dice
daverlo ucciso perch era amico degli ebrei. Che essen-
dolo danneggiava la causa palestinese" (p. 250). Ora,
quello che la Fallaci fa passare per taciuto esattamente
quello che si dice normalmente sulla base della versione
frettolosamente fornita dagli inquirenti americani. Strano,
invece, che lei, che pure ha conosciuto benissimo quello
che accadeva in America in quegli anni (due mesi prima
era stato ucciso Martin Luther King e c una foto che la
ritrae seduta accanto a Bob Kennedy), oggi rievochi quel
fatto in termini cos semplicistici e appiattiti sulla versio-
ne ufficiale di comodo. Non occorre aver letto le oltre
750 pagine di Sei pezzi da mille di James Ellroy (2001)
per sapere che le cose sono molto pi complesse e inquie-
tanti, come mostra qualsiasi ricostruzione dettagliata
dellagguato (lantisemitismo delirante di uno psicopatico
giordano di origine palestinese trapiantato in America fu
al massimo lelemento su cui fecero leva i mandanti, con
ogni probabilit americani in qualche modo interessati
allelezione di Nixon, il presidente a dir poco pi scorret-
to della storia degli Stati Uniti).

Non c nulla, nella trilogia, che sia anche lontanamente


paragonabile ai libri precedenti, alla loro limpidezza e-
spressiva, alla loro capacit di restituire in trasparenza la
complessit delle trame della storia, al loro rigore nella

46
ricostruzione meticolosa dei fatti, alla loro prudenza equi-
librata nella distribuzione delle ragioni e dei torti.
In Niente e cos sia (1969), il diario romanzato di un anno
nellinferno del Vietnam in qualit di inviata, la Fallaci
non mostrava alcuna piet nei confronti delle ragioni bas-
samente colonialiste e rozzamente maccartiste degli ame-
ricani (mentre negli ultimi anni era dogmaticamente ap-
piattita sulle veline del Pentagono per quanto riguarda le
ragioni degli americani contro il terrorismo islamico e
gli Stati canaglia del Golfo). In Intervista con la Storia
(1974 &1977) la Fallaci si rivel come una delle pi
grandi giornaliste del mondo, ed ancora oggi un piacere
ammirare non solo le straordinarie e coraggiose interviste
ai potenti di allora (qualunque giornalista invidia il modo
in cui affront Kissinger mettendone a nudo il machiavel-
lico cinismo) ma anche le puntigliose e informatissime
note introduttive alle singole interviste (che sono delle
autentiche lezioni di storia, mentre i suoi ultimi scritti ab-
bondano di inesattezze plateali e ad hoc). In Un uomo
(1979), la favola drammatica della sua storia damore con
Alekos Panagulis, la Fallaci coglieva loccasione per una
impeccabile ricostruzione storica della tragedia della
Grecia durante la dittatura dei Colonnelli nella prima me-
t degli anni Settanta. In Insciallah (1990), il ponderoso
romanzo sul Libano martoriato dei primi anni Ottanta, il
conflitto arabo-israeliano era visto con gli occhi della pie-
t umana e con quello spirito equanime che scandaglia la

47
complessit delle cose e mette sullo stesso piano la barba-
rie di un attentato terroristico islamico contro i soldati
francesi e americani e lorrore della strage di donne e
bambini palestinesi a Sabra e Shatila, compiuta dalle mi-
lizie della Falange cristiana libanese col tacito assenso
degli occupanti israeliani (altro che il manicheismo cieco
e assoluto degli scritti degli ultimi anni, per cui il Mostro
dellApocalisse biblica lIslam e lAngelo che lo dovr
imprigionare negli abissi lOccidente ebraico-cristiano).
Sono queste le opere della Fallaci che resteranno e che,
rilette oggi, hanno ancora molto da insegnarci. Si pensi
allIraq, per molti versi un altro sanguinoso Vietnam, op-
pure alla nuova questione-Libano e ai nostri soldati di
pace baldanzosamente inviati laggi forse solo per ripe-
tere il drammatico fallimento di quelli mandati oltre venti
anni fa e poi diventati protagonisti ambigui e problemati-
ci di Insciallah.
C, infine, anche la speranza che la Fallaci ci regali da
morta unaltra opera memorabile. La trilogia e la malatti-
a, infatti, hanno rallentato la stesura del romanzo cui la
scrittrice lavorava da molti anni. Non sappiamo se sia ri-
uscita a portarlo a termine (alla fine del 2004 non era an-
cora pronto: cfr. LApocalisse, p. 220), ma sicuro che la
Rizzoli lo pubblicher e sar comunque uno dei casi edi-
toriali pi importanti del prossimo futuro. Lei stessa vo-
leva che il suo ultimo romanzo uscisse postumo.

48
La bestemmia e la libert dalla religione

Ottobre 2006

Nei giorni scorsi si fatto un gran parlare in televisione e


sui giornali intorno alla bestemmia scappata in diretta a
Massimo Ceccherini durante la puntata de LIsola dei
famosi del 18 ottobre. Per questo motivo, com noto, il
simpatico attore comico, con quella sua aria a met strada
tra un Lucignolo e un Franti, stato buttato fuori dal rea-
lity, anche se quasi nessuno sul momento aveva fatto caso
alla bestemmia (circostanza, questa, sulla quale pochi
hanno riflettuto). Mentre il presidente della Commissione
di Vigilanza sulla Rai, Mario Landolfi (di Alleanza Na-
zionale), con il suo solito cipiglio fascistoide e concorda-
tario ha proposto addirittura lespulsione da Rai 2 del
programma stesso, i pi aperti - diciamo cos - hanno
fatto osservare che un certo linguaggio blasfemo irrifles-
so tipico del registro basso del gergo toscano di Cec-
cherini. Tuttavia, anche questi ultimi, quasi sempre si so-
no premurati di precisare che Ceccherini ha commesso un
atto comunque riprovevole e gravemente offensivo nei

49
confronti della sensibilit del pubblico televisivo, il quale
va paternalisticamente protetto da certe pericolose derive
espressive. Per non parlare naturalmente dei clericali di
professione, i quali hanno gridato allo scandalo e non
hanno perso loccasione di tornare a lamentare
lirrimediabile perdizione di questi nostri tempi avvolti
nelle tenebre del consumismo, del relativismo, del turpi-
loquio e dei pacs. Quello che mancato in questo dibatti-
to, tuttavia, un serio tentativo di operare una chiara e
netta distinzione tra i due aspetti principali della vicenda.
Da un lato, infatti, c una regola precisa di contratto per i
partecipanti al reality, stando alla quale la bestemmia
comporta automaticamente lespulsione dal gioco
(cerano gi dei precedenti in altri reality); dallaltro, in-
vece, c linsieme delle ragioni che spingono la Produ-
zione del programma a stabilire una regola del genere.
Questi due aspetti richiedono approcci diversissimi al fe-
nomeno, che sarebbe bene non confondere mai (come in-
vece successo sistematicamente). Per quanto riguarda il
primo, non c spazio per discussioni di sorta: Ceccherini
andava buttato fuori, perch le regole sono regole. Quan-
do nel calcio un arbitro annulla un gol per fuorigioco,
nessuno obietta che il gol era cos bello che larbitro a-
vrebbe potuto chiudere un occhio (qualcuno ha usato
questo argomento a proposito di Ceccherini, facendo os-
servare che buttando fuori lui si rinuncia al concorrente
pi interessante e spettacolare di unedizione del popo-

50
lare reality per il resto noiosissima). Naturalmente, in al-
tra sede, lecito discutere sulla sensatezza della regola
del fuorigioco, ma guai se un arbitro la mettesse in di-
scussione nel momento in cui deve applicarla.
Questo ci conduce al secondo aspetto della vicenda. Qui
il dibattito giusto che ci sia, perch lidea stessa di im-
porre una regola del genere sulla bestemmia ci dice molto
sulla cultura e sul costume di un Paese. Nel caso specifi-
co, la televisione di Stato (ma anche Mediaset) mostra il
luogo preciso in cui preferisce collocarsi nel gioco dei
rapporti di forza ideologici e di sensibilit che operano
nella societ italiana. In uno Stato fintamente laico qual
il nostro, dove la parola del Papa vale pi di quella del
Presidente della Repubblica, specialmente in televisione
(ma sovente anche in Parlamento), la televisione segue il
malcostume politico-culturale e fa una scelta di campo
precisa, stabilendo che la sensibilit di chi religioso va-
le di pi, molto di pi, di quella di chi religioso non .
Naturalmente questo principio (in gran parte ispirato a
motivi di opportunismo politico) viene di solito giustifi-
cato con argomenti pseudo-democratici, spacciati per tol-
leranti e liberali: poich la maggioranza del pubblico
(ormai questo diventato il popolo) cattolica, e poich
la maggioranza ha sempre ragione, allora giusto soddi-
sfare le sue aspettative. Come si vede, non c nulla in
tutto ci che corrisponda alle regole autenticamente de-
mocratiche di uno Stato laico. Lunica preoccupazione di

51
questa ideologia ipocrita e leale pi al Vaticano che ai
principi della laicit, il rispetto della cosiddetta sensibi-
lit religiosa (e oggi il conformismo del politically cor-
rect impone il rispetto di qualsiasi altra fede, specialmen-
te se intollerante e minacciosa, come quella musulma-
na). La sensibilit di chi religioso non praticamente non
esiste, come se il non appartenere ad una confessione re-
ligiosa rappresentasse una anomalia, uno scherzo di natu-
ra che preferibile ignorare per il quieto vivere. Ci
spiega perch si assiste a questo fenomeno curioso: men-
tre si fa di tutto per rispettare la sensibilit di chi perma-
loso e irrazionalmente attaccato a credenze superstiziose
(diciamolo chiaramente ogni tanto perdio! questo e
nullaltro la sensibilit religiosa), non si fa nulla per ri-
spettare la sensibilit di chi votato a una vita pi disin-
cantata e razionale e cerca di seguire il comandamento
oraziano del Sapere aude (Abbi il coraggio di servirti
della tua intelligenza), che Kant assunse come motto
dellIlluminismo. Ogni giorno se ne ha prova in televi-
sione: amplissimo spazio a moniti papali, a miracoli, a
beatificazioni, a misteri di Fatima e a tutto ci che rap-
presenta unoffesa plateale allintelligenza, una vera e
propria bestemmia contro lo spirito critico; e pochissimo
spazio al pensiero laico, alla scienza e a tutto ci che ci
rende pi liberi e razionali.
Perch nessuno pone regole contro le offese
allintelligenza? Forse perch il cinquanta per cento delle

52
puntate di trasmissioni pseudo-giornalistiche come Porta
a porta, Verissimo, La vita in diretta e compagnia
bella, dedicate a piaghe sulle mani e a madonne di gesso
piagnucolanti, non potrebbero andare in onda? E chi se
ne frega?
Senza contare che in molti settori della sensibilit popola-
re tradizionale, la bestemmia esprime una peculiare inti-
mit col divino, ovvero con una idea pre-dottrinaria, ma-
gica, animistica di essa. Il popolano che bestemmia cele-
bra una rivolta, seppur momentanea, nei confronti di una
presenza che percepisce intimamente, perch si sente tra-
dito e abbandonato da essa (da questo punto di vista, per-
sino Ges ha bestemmiato sulla croce). Non a caso questa
familiarit anarchica e ancestrale col divino particolar-
mente odiata dalle chiese istituzionalizzate, il cui compito
invece quello tutto politico di amministrare e manipola-
re le coscienze in maniera totalitaria attraverso una dot-
trina preconfezionata e del tutto estranea al sentimento
popolare. Essendo le gerarchie ecclesiastiche quanto di
pi lontano si possa immaginare da ogni primitivo e
schietto sentimento religioso, la confidenza intima col di-
vino presupposta dalla bestemmia esattamente ci
che le mette pi in discussione e ne mina le basi del pote-
re. E questo per esse intollerabile. Da qui lo scandalo
per la bestemmia, irresponsabilmente amplificato e pro-
pagandato dal conformismo ipocrita dei media.
La libert di religione (corollario della libert di pensiero)

53
stata una delle conquiste pi importanti dellOccidente
moderno, non v alcun dubbio. Ed proprio questa che
ci impedisce di precipitare nella barbarie del fanatismo e
ci fa essere orgogliosi di essere occidentali. Ma la lotta
per la libert non deve mai dormire sugli allori, e oggi
siamo entrati in unepoca in cui urge una nuova battaglia
di civilt: quella per la libert dalla religione. Qualunque
essa sia, e soprattutto se istituzionalizzata.

54
La laicit non intolleranza
Novembre 2006

Il commento risentito del cattolico Calogero Paolo Cassa-


rino al mio articolo apparso sul Corriere di Gela della
scorsa settimana (La bestemmia e la libert dalla reli-
gione), merita qualche nota a margine, se non altro per-
ch esso tradisce in modo lampante il tipico meccanismo
retorico di chi, per mascherare la propria incapacit di
combattere una tesi con argomentazioni puntuali e artico-
late, si lancia nellinsulto gratuito, nellaccusa di saccen-
teria, negli slogan strappalacrime e buonisti e nella cari-
catura falsante delle idee dellavversario, con buona pace
del vero punto in questione.
Gi il semplice fatto di definire ateo, agnostico, pseudo-
filosofico il mio articolo, dimostra almeno due cose: 1)
che chi scrive non ha chiara la differenza tra ateismo e
agnosticismo (sono due cose che non possono stare in-
sieme a connotare contemporaneamente lo stesso oggetto,
come dovrebbe essere ben noto). E in ogni caso non
centrano nulla, perch il mio era un discorso che riguar-
dava la laicit; 2) che chi scrive, di fronte ad alcune rapi-
de e occasionali osservazioni di sociologia della comuni-
cazione e di politica culturale, vuol far credere spocchio-
samente di essere in grado di distinguere su due piedi tra
filosofia e pseudo-filosofia, anche se subito dopo, identi-
ficandosi populisticamente col lettore medio, se non

55
addirittura con lanalfabeta Renzo Tramaglino, si lamenta
per la (presunta) ostentazione di conoscenza dellautore
dellarticolo, presentato quasi come un Azzecca-garbugli
che spara latinorum (per inciso, nellunico caso in cui
mi sono lanciato in latinismi e massime filosofiche, per
dirla con Cassarino, ho fatto ricorso a unespressione di
Orazio, resa celebre da Kant, che anche lex-liceale pi
scarso conosce, se solo riuscito ad arrivare alle soglie
dellesame di Stato).
Poich, dunque, nel mio articolo non si faceva alcuno
sfoggio di erudizione, ma si poneva nel modo pi chiaro
possibile un problema politico-culturale a partire da un
fatto di cronaca televisiva, il timore che secondo Cassa-
rino avrei inteso suscitare nel lettore medio un pro-
blema solo suo. Dalle sue parole avvelenate, infatti, e-
merge il suo grande timore di affrontare seriamente la
questione da me sollevata, che egli liquida sbrigativa-
mente come una faccenda di buon gusto, educazione e
costume, rifugiandosi nella forma pi banale di confor-
mismo ideologico, di moralismo da galateo e di tradizio-
nalismo. Tuttavia, prima di esibire questa mirabile apolo-
gia del tipico andazzo italiota in fatto di etica pubblica,
egli accusa me di ricorrere a frasi fatte e luoghi comu-
ni, naturalmente guardandosi bene dal fare esempi.
Non avendo di fronte delle contro-argomentazioni centra-
te sul punto in questione, ma solo lo sfogo caotico di un
cattolico che vive benissimo in un Paese che in gran parte

56
(e a parole) la pensa come lui e che nei centri di potere
(come la televisione e il Parlamento) lo coccola nelle sue
credenze per ovvie ragioni politiche ed economiche (mai
offendere la sensibilit permalosa del pubblico che pu
farti vincere la partita dellaudience e le elezioni), mi li-
miter a qualche altra osservazione sui curiosi tic lingui-
stici di Cassarino, perch vi si annidano delle autentiche
perle.
Innanzi tutto, dal modo in cui contesta il fatto stesso che
questo giornale abbia ospitato il mio articolo, si capisce
che Cassarino non sa che i giornali non fanno solo infor-
mazione sui fatti, ma contemplano anche lesistenza degli
articoli di commento in cui qualcuno propone
unopinione e la sottopone alla discussione pubblica e ra-
zionale. Daltra parte, uno che si appella alla spiegazio-
ne razionale dei fatti e nel giro della stessa frase invoca
quanti ancora portano nel cuore la luce della speranza,
una piccola fiamma di misericordia, un messaggio di
bont e tolleranza, appare pi contraddittorio e confuso
di uno che armeggia col telefonino mentre prende lostia
(di passaggio, mi permetto anche di ricordare a Cassarino
che la nozione di tolleranza in Europa nata in con-
trapposizione al fanatismo religioso della Chiesa cattolica
e di alcuni settori del mondo protestante, ma evito di ri-
mandarlo alle fonti di questa mia affermazione per evita-
re di dargli fastidio con uno sfoggio di cultura).
Interessante poi il fatto che Cassarino mi accusi di fare

57
non informazione ma una crociata e del proselitismo.
Ora, non riesco a immaginare una barzelletta pi diver-
tente di quella del cattolico il quale si riconosce in una
Chiesa che ha fatto le crociate e il proselitismo lo fa per
vocazione che lancia laccusa di voler fare una crocia-
ta e del proselitismo a un laico individualista che non
appartiene ad alcuna chiesa e che ha la sola colpa di sol-
levare il problema dei confini della laicit costituzionale
del nostro Stato. Le due domande retoriche con cui si
conclude la replica di Cassarino, infine, tradiscono in
modo plateale il suo totale fraintendimento (non so quan-
to intenzionale) del mio discorso. Io ho semplicemente
proposto un modello di spiegazione della funzione della
bestemmia nellambito della cultura popolare tradiziona-
le. La mia ipotesi pu naturalmente essere sbagliata, ma
la sua confutazione non pu provenire da un contro-
esempio fuorviante: il bambino che oggi sente e ripete
una bestemmia non centra nulla, perch rimanda a una
questione assolutamente diversa (che qui non il caso di
aprire per ovvie ragioni di spazio). Per quanto riguarda
invece lultima domanda di Cassarino (Nel momento in
cui si mette in discussione lesistenza del Divino, non se
ne sta gi postulando l'esistenza?), posso solo dire che
nel mio articolo non c alcun accenno a questioni teolo-
giche di quel tipo, per cui, ancora una volta, egli ha prefe-
rito deragliare. Curiosamente, per, egli, che pure
allinizio aveva dato ad intendere di essere filosoficamen-

58
te smaliziato, risponde implicitamente alla sua stessa do-
manda riproponendo il sofisma che mille anni fa Ansel-
mo dAosta, in pieno Medioevo, us contro Gaunilone. E
questo la dice lunga sullo stato delle parole e dei pensieri
da cui Cassarino parlato e pensato

59
Dialogo con Umberto Eco

Gennaio 2007

Nel tardo pomeriggio del 19 gennaio scorso, a Milano


sembrava di essere in una citt di mare una sera di prima-
vera. Mentre in Piazza Duomo e in via Dante la gente af-
follava i tavolini allaperto dei locali godendosi il miraco-
lo dei 20 gradi centigradi, la Biblioteca Trivulziana, al
Castello Sforzesco, ospitava la presentazione dellultimo
Almanacco del Bibliofilo, curato da Mario Scognami-
glio e dedicato questanno alle utopie. LAlmanacco
prodotto dallAldus Club, unassociazione internazionale
di bibliofili di cui attualmente presidente Umberto Eco.
Mattatore della serata, cui ha preso parte anche Vittorio
Sgarbi in qualit di Assessore alla Cultura del Comune di
Milano, era proprio Eco, che ha letto il suo esilarante rac-
conto (incluso nel volume ma gi anticipato su La Re-
pubblica del 20 dicembre 2006) su un infelicissimo re-
gno dUtopia regolato dalla cosiddetta saggezza popolare
contenuta nei proverbi, la cui notizia, nella finzione nar-
rativa, si troverebbe in un borgesiano libello anonimo e
privo di data. Naturalmente, com tipico di Eco, il testo
contiene innumerevoli allusioni allattualit politica ita-
liana - caratterizzata dal conformismo e da una forma di
populismo mediatico imposto da Berlusconi e seguito per
amore o per necessit anche dai suoi avversari - soprattut-

60
to nei suoi aspetti pi grotteschi e ignobili. Si veda, ad
esempio, la situazione della giustizia in questa molto fa-
miliare isola di Utopia: i giudici erano screditatissimi in
base al cosiddetto Primo Principio della Bandana, chi ha
torto fa clamore contro laccusatore (il Secondo Principio
asseriva che chi ruba poco va in galera, chi ruba tanto fa
carriera).
Avendo avuto la possibilit di assistere allevento, non mi
sono lasciato sfuggire loccasione di scambiare alla fine
due chiacchiere con Eco nel corso dellintervista rilascia-
ta a una mia amica giornalista di Radio Capodistria, Ma-
rialaura Bidorini. Lo spunto della discussione, che si
svolta in una suggestiva saletta di lettura stracolma di
vecchi e preziosi volumi, lho tratto dai doni votivi che
ho umilmente portato al Maestro: il mio volumetto su
Karl Popper e la televisione (pubblicato nel 2002), che
contiene anche una decina di pagine sullEco massmedio-
logo dei primi anni 60, e il mio saggio su La misteriosa
fiamma della regina Loana, lultimo romanzo di Eco u-
scito nel 2004 (il saggio uscito nello stesso anno sulla
rivista letteraria Altroverso).

Innanzi tutto ho chiesto a Eco di chiarirmi il suo rapporto


teoretico con Popper, perch - gli ho detto - ho notato
che, sebbene egli nelle sue opere citi relativamente poco
il grande filosofo, in almeno un caso fa un riferimento
preciso e decisivo al suo falsificazionismo. In particolare

61
ho richiamato quel passo delle prime pagine di Interpre-
tazione e sovrainterpretazione (Bompiani 1995) in cui
egli fa un esplicito riferimento allepistemologia poppe-
riana e osserva che, sebbene sia lecito dubitare della pos-
sibilit di stabilire una volta per tutte la vera interpreta-
zione di un testo, tuttavia possibile stabilire se una certa
interpretazione falsa (il che smentisce la teoria
dellinterpretazione radicalmente reader-oriented, che
privilegia lassoluta libert interpretativa del lettore a di-
scapito dei vincoli del testo). E questo non altro che un
modo di applicare alla lettera lepistemologia di Popper
allermeneutica, e per giunta in un punto nevralgico della
teoria di Eco sui limiti dellinterpretazione. Eco ha
convenuto che questo riferimento esibisce una chiara in-
fluenza popperiana sulla sua teoria della intentio operis
come terza via tra la spesso inaccessibile (nonch poco
pertinente ai fini dellinterpretazione di un testo) intentio
auctoris da un lato e lintentio lectoris dallaltro, che, fa-
cendo dire a un testo quel che si vuole, rischia di dera-
gliare verso il soggettivismo e lermeneutica selvaggia.
Nella sua lunga risposta, Eco ha fatto altre due interes-
santi considerazioni su Popper, pur ammettendo franca-
mente di non essere un frequentatore assiduo delle sue
opere.
1) A suo parere, Popper ha dimenticato di riconoscere il
suo debito con Peirce per la sua concezione del carattere
ipotetico-deduttivo delle teorie scientifiche, visto che essa

62
non altro che una versione della teoria peirciana
dellabduzione, cio della congettura, contrapposta alla
semplice induzione e alla semplice deduzione (com no-
to, per Eco anche il metodo investigativo di Sherlock
Holmes e di altri suoi emuli, nonch le pseudo storie di
detection di Borges, sono inconsapevoli esemplificazioni
dellabduzione di Peirce: cfr. ad es. Labduzione in U-
qbar, in Sugli specchi e altri saggi, Bompiani 1985; e
soprattutto U. Eco & T. A. Sebeok, a cura di, Il segno dei
tre. Holmes, Dupin, Peirce, Bompiani 1983). Inoltre, se-
condo Eco, Popper si limitato a menzionare Peirce solo
in relazione al suo fallibilismo. E in effetti, nella In-
troduzione 1978 a I due problemi fondamentali della
teoria della conoscenza, uscito nel 1979 ma risalente agli
anni 1930-1932, Popper riconobbe di aver preso da Perir-
ce il termine fallibilismo, ma aggiunse anche che lidea
molto pi antica, non essendo altro che una riedizione
del socratico So di non sapere. Analogamente, per
quanto riguarda labduzione, Popper avrebbe senza
dubbio obiettato che se Peirce ha il merito di aver intro-
dotto il nome, la cosa molto pi antica ed riconducibi-
le alle speculazioni ipotetico-deduttive dei Presocratici
(Anassimandro, Parmenide, Democrito e Senofane in
particolare), al cui spirito speculativo e critico egli rac-
comand di tornare in un suo celeberrimo saggio del
1958 (Ritorno ai Presocratici, ora cap. 5 di Congetture e
confutazioni). Per parte mia ho osservato che Popper, so-

63
prattutto nel sesto capitolo di Conoscenza oggettiva (ma
anche in altre opere), rende un grande omaggio a Peirce
soprattutto in relazione allindeterminismo fisico. A dire
il vero, contrariamente a quento sostenuto da Eco, i rife-
rimenti di Popper a Peirce sono abbastanza frequenti,
come si vede subito scorrendo gli indici dei nomi delle
sue opere maggiori, e testimoniano un confronto continuo
col suo pensiero. Non a caso, oltre ai numerosi omaggi al
grande filosofo americano, si trova una consistente critica
contenuta soprattutto nellAppendice *IX alla Logica
della scoperta scientifica e nel primo volume del Poscrit-
to (parte II, 10) alla sua teoria soggettivista del calco-
lo delle probabilit, cui Popper, com' noto, ha contrap-
posto un approccio oggettivista basato sulla realt delle
propensioni. E in un passo del XVII dellimportante
capitolo 10 di Congetture e confutazioni, Popper usa ad-
dirittura le parole di Peirce per esprimere la sua famosa
nozione del controllo empirico di una teoria, che consiste
non nella sua verificazione ma nel tentativo di trovare
una confutazione delle sue previsioni pi audaci, ovvero
delle sue conseguenze pi improbabili (Peirce, Col-
lected Papers, 1931-1958, 7.182 e 7.206).
2) Eco ha anche confessato di apprezzare molto la critica
di Popper a quella che Popper stesso ha chiamato teoria
sociale della cospirazione, cio lidea secondo cui dietro
certi fenomeni sociali c un regista occulto, unico e in-
tenzionale. Gi Omero spiegava quello che accadeva a

64
Troia per mezzo di complotti orditi nellOlimpo dagli di,
e un esempio classico nel XX secolo sono i cosiddetti
Protocolli dei Savi Anziani di Sion, un falso documento
che illustrava un complotto sionista per la conquista
dellOccidente e che godette di ampio credito presso gli
ambienti antisemiti europei, e soprattutto presso Hitler e
Mussolini (in effetti, un ampio passo su questo tema, trat-
to dal quarto capitolo di Congetture e confutazioni, cita-
to da Eco nella conferenza del 2004 intitolata Il lupo e
lagnello. Retorica della prevaricazione, ora in A passo
di gambero, Bompiani 2006: cfr. in part. p. 49). Per inci-
so, la critica di Popper alla teoria sociale della cospira-
zione, contenuta gi ne La societ aperta e i suoi nemici
(cfr. in part. vol. II, cap. XIV), alla base della sua meto-
dologia delle scienze sociali, incentrata sullanalisi delle
conseguenze sociali non intenzionali delle azioni umane
intenzionali, e della sua filosofia della politica, basata
sulla difesa della democrazia dalle tentazioni autoritarie
dei nemici della societ aperta, non a caso ossessionati
dalle cospirazioni altrui e quindi pronti a complottare
contro la libert. Come ha mostrato Eco nello scritto cita-
to di A passo di gambero e in altri contenuti nella stessa
raccolta, in Italia Mussolini stato un tipico seguace del-
la teoria della cospirazione, e in altre forme essa oggi
allopera nellossessione berlusconiana del complotto
delle toghe rosse o pi in generale dei comunisti con-
tro la sua persona e il suo partito, per non parlare del

65
complotto degli infedeli occidentali contro lIslam sban-
dierato dai fondamentalisti e di quello, ad esso speculare,
dellEurabia contro i valori cristiani dellOccidente de-
nunciato da Oriana Fallaci e dai suoi seguaci.

Incoraggiato da tanta disponibilit al dialogo, ho poi


chiesto a Eco un chiarimento su una ipotesi interpretativa
da me avanzata nel saggio su Loana. Questa parte della
conversazione stata registrata in audio ed per me mo-
tivo di grande emozione intellettuale, perch mi sono reso
conto di aver contribuito inavvertitamente a riprodurre la
situazione, paradossale e misteriosa, di un colloquio tra
libri allinsaputa dei loro autori, che lo stesso Eco ha de-
scritto molti anni fa in merito al rapporto tra Borges e
Peirce. Volendo applicare alle storie di detection di Bor-
ges la logica peirciana, allinizio del terzo paragrafo del
saggio Labduzione in Uqbar (che nel titolo evidente-
mente allude a Peirce e al famoso racconto Tln, Uqbar,
Orbis Tertius, che apre le Finzioni di Borges) Eco scrive-
va: Borges sembra aver letto tutto (e anche di pi, visto
che ha recensito libri inesistenti). Tuttavia suppongo che
non abbia mai letto i Collected Papers di Charles Sanders
Peirce, uno dei padri della semiotica moderna. Potrei
sbagliarmi, ma mi fido di Rodriguez Monegal, e non tro-
vo il nome di Peirce nellindice dei nomi della sua bio-
grafia borgesiana. Se sbaglio, sono in buona compagnia.
In ogni caso, se Borges abbia letto o meno Peirce, non mi

66
importa. Mi pare un buon procedimento borgesiano as-
sumere che i libri si parlino tra loro e non necessario
che gli autori (che i libri usano per parlare una gallina
lartificio che un uovo usa per produrre un altro uovo) si
conoscano lun laltro. Il fatto che molti dei racconti di
Borges sembrano esemplificazioni perfette di quellarte
dellinferenza che Peirce chiamava abduzione o ipotesi, e
che altro non che la congettura (in Sugli specchi e altri
saggi, cit., riediz. 2001, pp 165-166).
Ora, quando lavoravo al mio saggio su Loana (incentrato,
nella parte pi impegnativa, su un confronto strutturale e
tematico con lHypnerotomachia Poliphili) e mi interro-
gavo sul mistero di Lila, la ragazza amata dal protagoni-
sta Yambo, mi sono imbattuto in un problema analogo.
C infatti un romanzo di Robert Pirsig, uscito nel 1991
(cio nello stesso anno in cui si svolge il romanzo di E-
co), che si intitola proprio Lila e che per giunta contiene
sorprendenti analogie con La misteriosa fiamma della re-
gina Loana. Allora mi sono chiesto se Eco conoscesse
questopera dellautore del celebre Lo zen e larte della
manutenzione della motocicletta, e sono giunto a una
conclusione ipotetica, cio basata su unabduzione peir-
ciana: Il minimo che si possa dire che saremmo di
fronte a una coincidenza singolare se Eco avesse costrui-
to la sua Lila ignorando Lila di Pirsig. Nelle opere di Eco
successive al 1991 non si trova (mi pare) alcun accenno a
questo romanzo. Ma in un articolo apparso su

67
LEspresso del 22 maggio 1983, La moltiplicazione
dei media, poi incluso in Sette anni di desiderio (Bom-
piani 1983), si trova un cenno esplicito a Lo Zen e larte
della manutenzione della motocicletta: non molto, certo
(il primo romanzo di Pirsig stato un cult negli anni Set-
tanta e oltre, e non poteva sfuggire allattenzione di uno
studioso della cultura di massa come lui), ma basta per
dire che Eco conosce abbastanza bene almeno il primo
Pirsig. Io sono portato a congetturare che egli conosca
bene anche Lila e in qualche modo abbia voluto dare una
risposta - pessimistica, scettica, amara, ironica e quasi so-
lipsistica - da pensiero debole occidentale alla presun-
tuosa, ottimistica e totalizzante Metafisica della Qualit
di Pirsig, basata sulla sapienza degli Indiani dAmerica e
degli indiani dellIndia e ancorata, occorre ricordarlo, alla
dolorosa e illuminante esperienza personale della follia e
del manicomio.
Si pu comprendere, allora, quanto fossi ansioso di inter-
rogare Eco proprio su questo punto. Ecco la trascrizione
del dialogo (con leggere modifiche):

- Professore, mi tolga una curiosit. Nel mio saggio su


Loana, un romanzo che secondo me vergognosamente
sottovalutato, io ho svolto alcune considerazioni sul no-
me Lila, che lei declina altre volte: Lia nel Pendolo,
Lilia nellIsola del giorno prima Per c un roman-
zo di Pirsig che sintitola Lila e ho trovato delle analogie

68
incredibili

- La fanciulla di cui si parla in Loana, Lila Saba, aveva


un nome abbastanza simile [a Lia e Lilia], evidentemente
senza rendermene conto. La Lilia dellIsola del giorno
prima lho trovata in Giambattista Marino, e ogni volta
che dovevo mettere in scena una creatura femminile mi
veniva questo nome ()

- Lanalogia strana che il romanzo di Pirsig stato pub-


blicato nel 91, proprio lanno in cui ambientato Loana!

- Ho presente La motocicletta, ma non mi viene in mente


quel romanzo, non lho letto. Ma non un nome incredi-
bile. Si chiama Lila Saba perch il primo nome simile
[ai precedenti] e il cognome quello di un poeta. Poteva
essere Ungaretti. Ho pensato solo dopo che con quel co-
gnome si poteva pensare a una ragazza ebrea, invece no,
non era voluto, ho preso un poeta al posto di un altro.

Come si vede, per sua stessa ammissione Eco non aveva


letto Lila di Pirsig allepoca di Loana, e quindi la mia ab-
duzione era falsa. Ma questo fatto rende le coincidenze
ancora pi sorprendenti, perch come se si fosse realiz-
zato davvero quello che nel passo di Eco su Borges e
Peirce, citato sopra, era presentato sotto forma di ironico
paradosso: cos come le galline possono essere considera-

69
te come degli artifici creati dalle uova per produrre altre
uova, allo stesso modo gli scrittori (e anche i lettori) pos-
sono essere considerati come degli artifici creati dai libri
per parlare tra di loro.

70
La Chiesa e i Dico: due ipotesi

Febbraio 2007

Inutile dire che, non solo sul piano squisitamente filosofi-


co ma anche su quello della semplice sensibilit umana,
le argomentazioni teologico-giusnaturalistiche delle alte
sfere ecclesiastiche contro i Dico sono delle eminentissi-
me stronzate. Qualunque persona di buon senso, infatti,
capisce immediatamente che il cattolico Prodi e la catto-
licissima Rosy Bindi non hanno alcuna intenzione di a-
vallare le scostumatissime pratiche civili delle societ oc-
cidentali pi avanzate, come vorrebbero far credere Ra-
tzinger e Ruini. naturale supporre, dunque, che il petu-
lante richiamo della Chiesa al presunto diritto naturale
istituito da Dio come fondamento di ogni diritto positivo
(con buona pace della sovranit democratica del Parla-
mento italiano), intende nascondere qualcosaltro. Ma co-
sa? Cosa si nasconde dietro i latrati pseudo-filosofici del-
la Chiesa, che arriva persino a ringhiare contro la norma-
le attivit legislativa di uno Stato sovrano pur di imporre
la propria dottrina delirante? Cosa spinge una banda di
anziani celibi con la gonna a pontificare sulla vita di cop-
pia di milioni di persone? Cosa ne sanno loro, single per
libera scelta, dei diversi modi in cui le persone scelgono
liberamente di vivere insieme? Per ragioni di spazio e di
scelta metodologica, eviter qui di discutere il merito del-

71
le suddette argomentazioni dottrinarie (il matrimonio ete-
rosessuale e cattolico fondato sul diritto naturale; il di-
ritto naturale una delle espressioni dellordine divino
del mondo; dunque il matrimonio eterosessuale e cattoli-
co un sacramento inviolabile voluto da Dio; e via di-
cendo con baggianate simili), perch sono davvero troppo
risibili per essere prese sul serio. Proporr, invece, due
ipotesi alternative per spiegare le ragioni di tanta agita-
zione propagandistica da parte di unagenzia ideologica
(strutturata da anacronistico Stato Teocratico) che
nelloccasione ha persino dimenticato di rispettare il pur
benevolissimo Concordato che regola i suoi rapporti con
la Repubblica Italiana, violando palesemente qualsiasi
regola di non ingerenza negli affari interni di un altro Sta-
to.
Premetto subito che io stesso non so quale delle mie due
ipotesi sia la pi verosimile. Per non sbagliare abbraccio
la prima nei giorni feriali e la seconda nei giorni festivi.
Secondo la prima ipotesi, la Chiesa un potere oscuranti-
sta e reale che, pur senza assumersi alcuna responsabilit
diretta (per esempio attraverso una democratica parteci-
pazione alla vita politica con propri parlamentari), cerca
indirettamente di imporre la propria ideologia autoritaria
servendosi di prestanome istruiti ad hoc e sostenuti nel
corso delle elezioni (i cosiddetti parlamentari cattolici,
frutto sempre verde del vecchio Patto Gentiloni). In que-
sto caso lItalia si configura come un paese laico conti-

72
nuamente minacciato nella sua libert sovrana da una
quinta colonna trasversale di onorevoli traditori, i quali,
invece di essere leali allo Stato che li paga e li onora per
legiferare nel rispetto della Costituzione, sono ideologi-
camente al soldo di uno Stato straniero.
Se cos , c da piangere per tutti, laici e credenti since-
ramente desiderosi di vivere in un Paese libero.
Laltra ipotesi, invece, pi allegra, quasi da spettacolo
di piazza domenicale.
La Chiesa, c da pensare, unOpera dei Pupi in cui de-
gli anziani attori in abiti di scena particolarmente bizzarri
sono manovrati come marionette da politici avidi di pote-
re, i quali mettono loro in bocca delle battute propagandi-
stiche ad effetto sacro al solo fine di darsi una opportuna
legittimazione ideologica e culturale. In tal modo il Papa
e gli altri prelati sono solo delle maschere con cui la gran
parte della classe politica italiana incanta e infinocchia
lelettorato, in larga misura credulone, conservatore e
piamente sensibile alla voce dei dogmi, nonch al fascino
della superstizione. Alla fine dello spettacolo, marionetti-
sti e marionette si spartiscono lincasso e brindano insie-
me alla faccia del popolo bue che ha affollato la piazza.
Se cos , c solo da ridere, anche se lo spettacolo merita
fischi e pernacchie, e si pu continuare a sognare con se-
renit che a ognuno sia riconosciuto un giorno il diritto di
vivere in pace e come gli pare, senza il timore di essere
discriminato dagli ipocriti.

73
Facendo seguito a un invito di Odifreddi

Aprile 2007

In merito al problema della difesa della laicit dello Stato


Italiano, oggi minacciata da unondata di clericalismo
senza precedenti (basti pensare allincredibile campagna
ideologica della Chiesa contro i pur prudentissimi DiCo),
il noto matematico impertinente Piergiorgio Odifreddi
nella premessa A cristiani e cretini del suo Perch
non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici),
da poco uscito presso leditore Longanesi scrive: in
condizioni normali, una tale difesa sarebbe naturalmente
compito delle istituzioni e dei rappresentanti del popolo.
Purtroppo, per, questi sono invece tempi anormali e a-
nomali, in cui presidenti, ministri e parlamentari fanno a
gara per genuflettersi di fronte a papi, cardinali e vescovi,
e ricevono man forte dagli apostati non solo del Comuni-
smo e del Socialismo, ma addirittura del Risorgimento.
() Tocca dunque ai cittadini comuni doversi far carico
della difesa del laicismo (da laos, popolo, e laikos,
popolare), per ovviare alle deficienze dei loro rappre-
sentanti.

74
Dando seguito allinvito di Odifreddi, vorrei proporre qui
un confronto su questo tema, anche perch noi docenti
siamo investiti, tra l'altro, della responsabilit di formare
futuri cittadini intellettualmente maturi che non siano pa-
scolo abusivo per venditori di apocalissi e superstizioni
varie.
Per parte mia, comincio proponendo un elementare ar-
gomento contro lespressione legge naturale usata os-
sessivamente da Ratzinger e dalla Cei (e ripetuta per me-
ro servilismo dai politici cattolici puri e duri come Butti-
glione, Mastella e la Binetti) per sostenere lidea che la
famiglia cristiana sia un fatto di natura che in ultima
analisi fa capo alla volont del Dio cristiano. Con quel
che ne consegue, in termini di vincoli teologici, per
lautonomia legislativa del Parlamento italiano, che, sulla
carta laico e democratico, verrebbe a trovarsi nella situa-
zione paradossale di dover rendere conto, nellesercizio
delle sue normali funzioni, a uno Stato non solo straniero
ma anche costitutivamente non democratico, quale di
fatto e di diritto la teocrazia Vaticana.
Nel gioco linguistico della Chiesa, che rimanda a una
particolare visione del mondo, una espressione come di-
ritto naturale perfettamente lecita ed ha un suo senso
ben preciso, poich si ricollega alla concezione per cui la
Natura, essendo un prodotto della volont buona del Dio
creatore, intrinsecamente un valore, e dunque esistono
cose come fatti naturali di per s fonti di vincoli etici e

75
giuridici. Data questa cornice teorica di riferimento, la
mossa argomentativa della Chiesa (oggi rappresentata dal
teologo Ratzinger) consiste nel dare per scontato che il
matrimonio eterosessuale e monogamico benedetto dalla
Chiesa sia un esempio di tali fatti.
Naturalmente questultima tesi potrebbe essere messa in
discussione e persino falsificata anche condividendo la
metafisica di Ratzinger, cio accettando le regole del suo
gioco linguistico. Basterebbe osservare che di fatto la po-
ligamia esiste diffusamente in natura presso molte specie
di animali e, nellambito umano, presso molti popoli,
anchessi teoricamente creati dal Dio cristiano. Ma non
questo che qui mi interessa. Qui voglio concedere che
quello del matrimonio eterosessuale e monogamico sia un
corretto esempio di fatto/valore di natura. Ora mi chiedo:
posto che Ratzinger ha tutto il diritto di sostenere (a casa
sua) una metafisica siffatta, ha anche il diritto di preten-
dere che essa sia la fonte di ispirazione delle leggi italia-
ne, ovvero la loro stessa condizione trascendentale di
possibilit, come va dicendo sempre nei suoi scritti e di-
scorsi magistrali, e persino, qualche tempo fa, al cospet-
to del Presidente della Repubblica? La risposta di un lai-
co leale alla Costituzione italiana non pu che essere ca-
tegoricamente negativa, visto che in Italia la religione
cattolica non pi religione di Stato. Pretendere che nello
spirito delle leggi italiane, sic stantibus rebus, abbia cor-
so unespressione come legge naturale, sarebbe come

76
pretendere di usare la carta del Re di denari negli scacchi
e dire che vale pi del Re dellavversario.
Come fanno i politicanti sedicenti cattolici a non capirlo?
La visione laica del mondo, cui si ispira anche la Costitu-
zione italiana, infatti, non dovrebbe attribuire alcun signi-
ficato allespressione diritto naturale, e comunque non
pu attribuirle un significato nemmeno lontanamente si-
mile a quello che essa ha nel gioco linguistico della Chie-
sa. Dal punto di vista di una visione disincantata del
mondo, lespressione diritto naturale infatti irrime-
diabilmente ossimorica, perch in natura non vi sono di-
ritti, n fatti dotati di valore etico intrinseco. Il diritto e
letica, in unottica autenticamente laica, vanno senzaltro
considerati come prodotti umani, non divini. Anzi, Dio
stesso un prodotto umano (troppo umano, aggiungereb-
be qualcuno), e con lui tutta la morale religiosa di qual-
siasi religione che ne discende. Solo sulla base di prin-
cipi di questo tipo uno Stato laico dovrebbe porsi il pro-
blema di come tollerare al suo interno e regolamentare
lattivit delle varie confessioni religiose (tra cui quella
cattolica, il cui valore e la cui influenza in Italia non do-
vrebbero essere affatto proporzionali al numero degli a-
depti), il cui insegnamento non dovrebbe mai uscire fuori
dalla sfera privata dei singoli praticanti e ambire al rango
di criterio per letica pubblica e per il diritto.
Si pu pretendere allora che il Parlamento italiano, ben-
ch pieno di clericali in malafede, ma che tuttavia anco-

77
ra abitato da qualche essere pensante, e la Chiesa, bench
fondata su una vecchia favola mediorientale, ma che tut-
tavia ha avuto nel passato una certa confidenza con la lo-
gica, accettino una buona volta una cosa cos lapalissia-
na? O dobbiamo davvero morire democristiani per colpa
di una banda di politici credini e iddioti (nel senso di
Odifreddi), per la cui lealt rivolta pi al Vaticano che
alla Costituzione italiana si potrebbe persino ipotizzare il
reato di alto tradimento?

I clericali al governo arruolano persino Dante

Giugno 2007

Sono commissario esterno di Storia e Filosofia al Liceo


Classico Carafa di Mazzarino e vorrei proporre alcune
riflessioni sul tema dantesco, rifilato ai ragazzi nella pri-
ma prova scritta del 20 giugno scorso degli esami di Stato
di questanno. Intanto, ecco quello che ha detto il vicemi-
nistro dellIstruzione Mariangela Bastico (Ds) sulle ra-
gioni della sua scelta: L'analisi del testo stata proposta
sul Canto XI de "Il Paradiso" di Dante Alighieri, sugli
splendidi versi relativi alla figura di San Francesco. Ho
scelto il Poeta sommo, quello per il quale tanti esponenti
della cultura mondiale guardano all'Italia e imparano la
lingua italiana; il Poeta sommo che ha avuto, anche per
merito della geniale interpretazione di Roberto Benigni,

78
una straordinaria divulgazione in questo ultimo anno, su-
scitando passioni ed entusiasmi nei ragazzi e nei cittadi-
ni.
La Bastico non dice la verit: la traccia su Dante quanto
di pi bassamente ideologico si potesse concepire, con
l'aggravante che ormai, in vista del nascente Partito De-
mocratico, la propaganda clericale si fa con una melassa
buonista e apologetica davvero indigeribile. Sorvoliamo
sulla recente visita del Papa ad Assisi; sorvoliamo sull'at-
tuale scontro politico-culturale intorno alla laicit dello
Stato e alle ingerenze della Chiesa negli affari legislativi
di uno Stato sovrano; sorvoliamo pure su tutto, ma quello
che resta inequivocabilmente un uso strumentale della
poesia di Dante da parte dell'ala clericale della coalizione
di governo, di cui il cattolicissimo Fioroni un esponente
di spicco. Intanto, tutta questa retorica petulante sul valo-
re della povert, proveniente da quel mondo politico oli-
garchico e ingordo descritto mirabilmente da Gian Anto-
nio Stella e Sergio Rizzo ne La casta, suona ipocrita e of-
fensiva nei confronti dell'esercito di cittadini ormai ridotti
alla fame o a una precariet a tempo indeterminato. Per
non dire poi del modo subdolo in cui vengono orientati
l'interpretazione complessiva e i cosiddetti approfondi-
menti del terzo e ultimo punto della traccia: Nella rico-
struzione della vicenda di san Francesco, Dante ha con-
densato un ampio capitolo di storia religiosa del nostro
Medioevo. (...) Richiamandoti anche, se lo ritieni, ad illu-

79
strazioni figurative del santo, che ricordi, esprimi le tue
considerazioni sullimportanza degli ordini religiosi,
francescano e domenicano, nella storia della Chiesa e nel-
la diffusione del messaggio evangelico nel mond.
Capito? Infinocchiato dalla bellezza della poesia, il gio-
vane candidato invitato a esprimere le 'sue' considera-
zioni sull' importanza dei due ordini religiosi, in viola-
zione delle pi elementari regole della neutralit nella co-
struzione di un quesito da sottoporre a un campione (sono
cose che alle mie studentesse del Liceo pedagogico spie-
go al primo anno). Inzaccherati dalla melassa dantesco-
francescana, quanti studenti delle classi terminali saranno
stati in grado di ricordarsi che (soprattutto) i domenicani,
ma anche i francescani, gi da un paio di decenni prima
che nascesse Dante, avevano il privilegio dell'Inquisi-
zione? E quanti diplomandi, oggi, hanno letto almeno Il
nome della rosa, che tra laltro mette in scena gli scontri
feroci tra i due ordini? Sul tutto, poi, aleggia lincredibile
strafalcione (subito ravvisato da molti studenti) contenuto
nel cappelletto esplicativo che precede i quesiti, dove si
afferma che Tommaso DAquino (un domenicano) illu-
stra a Dante la vita e lopera di Francesco dAssisi (canto
XI) e di Domenico di Guzman (canto XII), quando qual-
siasi maturando sa che ad illustrare a Dante la figura di
Domenico sar Bonaventura da Bagnoregio (un france-
scano). A pensar male, si potrebbe osservare che, annul-
lando la famosa costruzione a chiasmo cercata da Dante

80
per auspicare un maggior dialogo tra i due ordini mona-
stici in conflitto, al Ministero abbiano voluto annacquare
le cose per fare emergere la figura di Tommaso, dato che
il tomismo ultimamente molto rivalutato in Vaticano...
Ma queste sono illazioni: quello che fuor di dubbio la
figuraccia senza precedenti sul padre stesso della nostra
lingua e della nostra cultura letteraria.
E veniamo, per finire, a una chicca che dimostra quanto
siano fuori dal mondo certi governanti, che ancora tradi-
scono al massimo un sadismo nozionistico che ricorda
certi bersagli polemici della Lettera a una professoressa
di Don Milani. Leggiamo il punto 2.3 della traccia:
Interpreta letteralmente lespressione dei versi 49-50
questa costa, l dovella frange / pi sua rattezza, con
la quale si indica la posizione topografica di Assisi.
Ebbene, qui i casi erano due: o uno si ricordava dettaglia-
tamente la spiegazione dei versi, e allora l'interpretazione
letterale del passo era facilissima, oppure non se la ricor-
dava. Se uno non se la ricordava, poteva aiutarsi col vo-
cabolario, e qui i casi erano altri due: o aveva fortuna e
trovava citato l'identico passo dantesco per l'illustrazione
del secondo significato del lemma ormai defunto (per e-
sempio lo riportano il Devoto-Oli e il Gabrielli), oppure,
se aveva ad esempio un vecchio Zingarelli, non trovava
molti lumi alla voce "rattezza". Questo significa che la
risposta a una domanda assurdamente tecnica di linguisti-
ca storica (si tratta di decifrare un modo stranissimo e

81
linguisticamente antidiluviano e ricercato di descrivere
una discesa che si fa meno ripida) affidata pi al caso e
alla memoria che all'intelligenza del ragazzo. Viceversa,
la risposta a un quesito 'interpretativo' e di approfondi-
mento, come abbiamo visto, ideologicamente orientata
verso una lettura apologetica e da catechismo della storia
della Chiesa, che naturalmente e sentitamente ringrazia
questi nostri mediocri governanti pi clericali dello stesso
clero.

82
La Politica e il credere nella... credenza

Settembre 2007

da poco uscito anche in Italia Lillusione di Dio del


famoso biologo inglese Richard Dawkins. Insieme a
Rompere l'incantesimo del suo amico americano Daniel
Dennett, uno dei massimi filosofi viventi, costituisce un
fantastico dittico, forse il miglior uno-due della storia del
pensiero laico moderno. Entrambi i libri sono usciti in
Inghilterra e negli Stati Uniti nel 2006, ma il libro di
Dennett di poco precedente, tant vero che Dawkins ha
modo di citarlo e discuterlo pi volte. Tra le novit pi
rilevanti di questi due libri epocali, scritti da due scien-
ziati darwinisti come manifesti dellateismo filosofico
brillante (bright) contro linfondata e ingiustificata po-
polarit delle varie religioni nel mondo, vi unacuta cri-
tica di quello che Dennett chiama credere nella creden-
za.
Le idee di Dennett e Dawkins, manco a dirlo, gettano una
luce interessante per comprendere la situazione italiana,
ormai in caduta libera verso il Medioevo.
Il dichiararsi in qualche modo atei o agnostici e il conte-
stuale omaggiare la capacit altrui di avere una fede reli-
giosa qualsiasi, condito anche con ammissioni di sincera
invidia esistenziale, sono oggi la versione politically cor-

83
rect dellantica e cinica idea della religione come
instrumentum regni. Questa idea ha innumerevoli artico-
lazioni, variamente imparentate tra loro, e pu albergare
nella mente di un tiranno, in quella di un leader politico
democratico, in quella degli intellettuali che si definisco-
no atei devoti e in quella delluomo mediamente colto e
sedicente tollerante, oppure nel sistema legale di uno
Stato (in Italia si pu non andare a scuola di sabato per
motivi religiosi e altrove si pu essere esonerati dal servi-
zio militare se si dichiara di far parte di una famiglia di
quaccheri).
In tutti questi casi si d importanza al fatto che altri ab-
biano una fede religiosa (in genere istituzionalizzata),
cio si crede nella credenza altrui. Si pensa, in altre paro-
le, che il fatto che altri abbiano una fede sia una cosa po-
sitiva e socialmente auspicabile, per svariati motivi ri-
conducibili al ruolo che si svolge. Un intellettuale che
crede nella credenza, ad esempio, fa una bella figura
sia con le persone che, come lui, si reputano troppo intel-
ligenti per aderire a un sistema di credenze dogmatiche,
sia con quelle che vi aderiscono, perch queste ultime gli
riconoscono apertura mentale e tolleranza. Ma se gi uno
sindaco di un Comune, gli effetti sono diversi. Il crede-
re nella credenza si traduce nel finanziamento con soldi
pubblici di parrocchie, sette religiose varie, feste del pa-
trono, ecc., per motivi di bassa propaganda elettorale (da
questo punto di vista, il nostro Sindaco un asso imbatti-

84
bile, con laggravante che forse crede sinceramente pure
nella propria stessa credenza, peraltro piuttosto vicina al-
la bigotteria). Se poi uno al Governo nazionale, la cosa
pu assumere proporzioni rilevantissime, perch si pu
fare in modo che una chiesa si trasformi in uno Stato nel-
lo Stato, venga foraggiata con cifre dellordine di gran-
dezza di una manovra finanziaria e si trasformi in un al-
leato potentissimo per il mantenimento del potere.
Il discorso si potrebbe allargare ponendo in questione il
concetto di tolleranza, spesso usato a sproposito. Per
esempio, sarebbe il caso di riflettere sulle conseguenze
diversissime, dal punto di vista teorico e pratico, cio po-
litico, che possono avere due ragioni diverse della tolle-
ranza, che di solito vengono confuse o non ben tenute di-
stinte.
Perch mai si dovrebbe essere tolleranti con le creden-
ze altrui? Le risposte pi sensate sono sostanzialmente
due:
1) perch tutto relativo, e le credenze sono tutte ugual-
mente vere secondo i loro standard interni di verit;
2) perch siamo irrimediabilmente fallibili, e tutte le no-
stre credenze sono false, anche se non nella stessa misura,
sulla base di un ideale regolativo unico di verit.
Questo ci porta alla ipocrita e trita battaglia propagandi-
stica di Ratzinger contro il relativismo. In effetti, Ratzin-
ger non sa, o finge furbescamente di non sapere, che la
sua pacchia nel nostro paese dipende proprio dal fatto che

85
una buona fetta dei nostri politici costituita da prodi
credenti nella credenza. In altri termini, lo Stato italiano,
grazie alla particolare generazione di politici che si ritro-
va soprattutto oggi, assume tacitamente e ambiguamente
la prima delle due ragioni della tolleranza proposte, che
altro non se non una formulazione forte del relativismo
culturale. La presunta laicit del nostro Stato, quindi, si
fonda sullassunzione di una dottrina filosofica irraziona-
le e autocontraddittoria (come stato mostrato da molti),
e questo d il via libera allagenzia ideologica economi-
camente pi forte sul mercato (la Chiesa) di spadroneg-
giare e di esercitare un monopolio culturale assoluto. Ra-
tzinger, pertanto, dovrebbe smetterla di condannare il re-
lativismo se non altro perch grazie allirresponsabile
ed implicita assunzione di esso da parte della nostra clas-
se politica se lui e i suoi accoliti possono sguazzare
nelloro.
Daltra parte, una nozione di laicit che si fondasse sulla
seconda delle ragioni della tolleranza che proponevo,
non potrebbe mai accordare unautorevolezza e un presti-
gio sociale e politico di particolare rilievo ad alcuna a-
genzia religiosa, e quindi nemmeno a unagenzia settaria
e irrazionale come la Chiesa cattolica.

86
Il disastro cognitivo della scuola italiana

Settembre 2007

Mi rendo conto che il tema del credere nella credenza,


che ho provato a delineare sul Corriere della settimana
scorsa, non per nulla simpatico da affrontare. Esso, in-
fatti, mette in discussione non latteggiamento dei cosid-
detti credenti, ma quello, diffusissimo presso le persone
sedicenti laiche e tolleranti, di chi non ritiene di avere al-
cuna obiezione da fare alle credenze dei credenti, anzi
crede che sia un bene che gli altri abbiano le credenze che
vogliono. Questo atteggiamento ha delle conseguenze
ben precise che non sempre si disposti a guardare in
faccia. Una delle conseguenze quella di carattere politi-
co che cercavo di mettere in luce nellarticolo precedente.
Unaltra, di tipo culturale e cognitivo, cos riassunta da
Daniel Dennett: La credenza che la credenza in Dio sia
cos importante, che non vada esposta ai rischi di una
smentita o di una critica seria, ha condotto i devoti a sal-
vare le loro credenze rendendole incomprensibili anche a
se stessi. Il risultato che persino i professanti non sanno
assolutamente cosa stanno professando (Rompere l'in-
cantesimo, Raffaello Cortina Editore, Milano 2007, p.
263).

87
Ci sarebbe poi una questione non meno delicata che ri-
guarda in prima persona i docenti, a tutti i livelli. Non ho
difficolt a riconoscere che molto antipatico porla sul
tavolo della pubblica discussione, se non altro perch
siamo abituati ad evitare di far luce su cose del genere per
una questione di convenienza, ma i tempi dovrebbero es-
sere maturi per cominciare a chiedersi: quali conseguenze
formative ha sui bambini e sugli adolescenti l'azione edu-
cativa congiunta e duratura dei docenti credenti che fanno
proselitismo e dei docenti che credono nella credenza, i
quali insieme costituiscono in Italia la stragrande maggio-
ranza?
I meccanismi dellapprendimento e della trasmissione
culturale dagli adulti ai giovani, e pi in particolare dai
genitori ai figli (visto che il contesto familiare quello in
cui si verifica maggiormente il trasferimento dei semi
mentali di una certa credenza), dimostrano che la propen-
sione alla credenza religiosa si pu indurre nel bambino e
rendere fortissima per imprinting, perch il cervello dei
bambini programmato dallevoluzione a fidarsi dei ge-
nitori o dei membri anziani e autorevoli del clan. La ten-
denza diffusa a credere nelle favole, dunque, semplice-
mente un fatto contingente che deriva dalla circostanza
che molte credenze religiose sono istituzionalizzate ed
entrano nel flusso di informazioni che gli adulti sono por-
tati a trasmettere alle nuove generazioni. Quello che dal
punto di vista biologico innato sembra essere non tanto

88
il bisogno di avere una fede religiosa qualsiasi, come cre-
dono i credenti e quelli che credono nella credenza, ma la
tendenza a fidarsi ciecamente di quello che trasmettono
gli adulti (tendenza che per altri versi ha un enorme van-
taggio evolutivo: si pensi alle lezioni dei genitori sulla
pericolosit del fuoco o di certi frutti velenosi).
Ecco perch sarebbe ora di chiedersi cosa trasmettere ai
bambini, sia a scuola che in famiglia. Il fatto che in Italia
(e non solo) si continui a trasmettere generalmente la cre-
denza in un Dio approssimativamente cattolico, anzich
in Zeus o nel Big Bang, solo una questione di scelta
culturale non sempre consapevole (da parte degli adulti) e
comunque subta dai bambini, che in tal modo vengono
segnati per sempre, o quasi. Non certamente un caso se
i capi religiosi di ogni credo hanno una particolare predi-
lezione pedagogica per i bambini e per chi ingenuo co-
me un bambino (si pensi al tema evangelico del rendersi
bambini di fronte alla verit rivelata). Uno Stato laico
dovrebbe dire chiaramente quale tipo di stile cognitivo
intenda favorire nei suoi cittadini, e sulla carta lo fa. Nei
vari discorsi sulle finalit formative della scuola italiana
si parla spesso (e a vanvera) di spirito critico, di capacit
logico-deduttive e argomentative e via discorrendo. Ma
nella pratica avviene tuttaltro.
Tanto per cominciare, in nessun indirizzo scolastico
previsto lo studio specifico e approfondito della logica e
delle strutture argomentative della scienza, a dispetto del

89
fatto che viviamo in unepoca tecnologizzata. Il tutto
lasciato alla buona volont (e alla competenza) di qualche
volenteroso insegnante di matematica, di scienze e di fi-
losofia. Ma nella stragrande maggioranza dei casi si la-
scia ben poco nella testa degli studenti. La situazione at-
tuale, infatti, di questo tipo. Prendiamo una prima Liceo
classico. Allora di greco entra il docente e comincia a
spiegare, che so, i versi 22-34 della Teogonia di Esiodo.
Indipendentemente dal fatto che sia laico o cattolico, egli
dir giustamente che le affermazioni del poeta circa le
dee che gli avrebbero ispirato le sue parole di verit sono
poco pi che un puro artificio retorico (ed irrilevante,
oggi, che Esiodo ci credesse o meno). La stessa cosa dir
il docente di filosofia che spiega il primo frammento di
Parmenide. Il docente di matematica cercher di educare
gli studenti al rigore del ragionamento formale deduttivo.
Il docente di scienze cercher magari di spiegare qualco-
sa sulle ipotesi scientifiche relative allorigine
delluniverso o della vita, e cos via. Tutto questo, si pre-
sume, dovrebbe consentire agli adolescenti di familiariz-
zare con idee quali la critica del testo, la contestualizza-
zione storico-culturale, largomentazione critica, la logica
della scoperta scientifica, la difficolt della ricerca, ecc.
Ma poi che succede? Entra linsegnante di religione (cat-
tolica: ma il discorso varrebbe per le altre confessioni) e
rovescia tutto, perch ci che in fondo insegna per col-
pa di solito non sua, ma della logica politico-culturale che

90
lo porta ad essere l sono cose come: il principio di au-
torit, i dogmi, i miracoli, la certezza sul fatto che i testi
sacri siano parola del Dio di turno, la devozione,
limpossibilit dellesercizio della critica su certe que-
stioni, ecc. E la cosa pi devastante che i ragazzi, spes-
so, sono abituati per leducazione ricevuta e per disposi-
zione biologica innata a dar molto credito a simili atteg-
giamenti cognitivi poco razionali (perch pi facili e ras-
sicuranti) e a considerare una terribile e noiosa fatica
lesercizio rigoroso della razionalit.

91
Il Papa e la Sapienza

Gennaio 2008

I 67 professori di Fisica della Sapienza che avevano ma-


nifestato al Rettore il loro disagio per la decisione di
questultimo di invitare Ratzinger alla cerimonia di aper-
tura dellanno accademico di gioved 17 gennaio, giusti-
ficavano il loro punto di vista non solo con argomenta-
zioni generali relative alla ben nota posizione reazionaria
del Papa in materia di scienza, ma anche con un riferi-
mento preciso a un fatto accaduto 18 anni fa. Nel 1990,
infatti, in un discorso tenuto a Parma, lallora cardinale
Ratzinger cit a proprio sostegno le parole di un noto fi-
losofo della scienza, Paul Feyerabend (1924-1994), in cui
si sosteneva che la Chiesa aveva avuto le sue ragioni a
condannare Galileo: La Chiesa dell'epoca di Galileo si
attenne alla ragione pi che lo stesso Galileo, e prese in
considerazione anche le conseguenze etiche e sociali del-
la dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu
razionale e giusta, e solo per motivi di opportunit politi-
ca se ne pu legittimare la revisione (citato in J. Ratzin-
ger, Svolta per l'Europa? Chiesa e modernit nell'Europa
dei rivolgimenti, Ed. Paoline, Roma 1992, p. 78). Tutto
ci, hanno detto i docenti dissidenti della Sapienza, umi-
lia ancora oggi il lavoro di qualsiasi uomo di scienza.

92
In merito a questo particolare della vicenda, non si sono
adeguatamente rilevate due cose. 1) ovvio che Feyera-
bend aveva ottime (ancorch discutibilissime) ragioni per
fare quella famigerata osservazione, legate
allimpostazione generale del suo pensiero anarchico. In
Contro il metodo (1975), la celebre opera in cui essa ri-
corre, si trovano numerosi dettagli sulla vicenda Galileo,
e Feyerabend spiega provocatoriamente che, per sostene-
re le sue tesi eliocentriste, lo scienziato ha dovuto violare
molte regole scientifiche codificate nel corso di una tra-
dizione lunghissima (e non solo quelle di Aristotele, ma
anche quelle che tanto sarebbero piaciute ai teorici del
metodo scientifico come Karl Popper, il suo grande ber-
saglio polemico). In sostanza, Feyerabend voleva dire che
Galileo ha agito in maniera anarchica contro qualsiasi
metodo scientifico prescrittivo e vincolante, sia esso
quello aristotelico della Chiesa di allora, quello neoposi-
tivista di Carnap o quello falsificazionista di Popper, e
pertanto lanciava una sfida aperta e libertaria
allistituzione, che dunque aveva le sue ragioni per con-
dannarlo, come, secondo lui, le avrebbe oggi un poppe-
riano per fare la stessa cosa. Viceversa, Ratzinger non
aveva alcun motivo per far sua quella affermazione, o
meglio, ne aveva solo uno: strumentalizzare un filosofo
della scienza per assolvere la barbarie repressiva della
Chiesa del XVII secolo e legittimarne il ruolo di arbitro
competente in materia di scienza sia ieri che oggi.

93
2) Tuttavia, giusto porsi dal punto di vista di un clerica-
le e osservare onestamente che Feyerabend non si di-
mostrato affatto scontento della citazione di Ratzinger.
Nellautobiografia (Ammazzando il tempo. Un'autobio-
grafia, Laterza 1994, p. 202), in un contesto in cui stava
rievocando un viaggio in Italia nel 1990 per ritirare il
Premio Fregene, egli scrisse: Fu pi o meno allora che il
cardinale Ratzinger, l'esperto del Papa nelle questioni
dottrinali, tenne a Parma una conferenza discutendo il ca-
so Galilei e mi cit a sostegno della sua posizione. Vuol
dire che Feyerabend era orgoglioso di questa menzione
speciale? Non si pu escludere, conoscendo il suo anar-
chismo metodologico che lo ha spinto a sostenere che an-
che le idee pi aberranti (comprese quelle naziste) meri-
tano di essere prese in considerazione. Ma erano altri
tempi, e all'epoca la sottile strumentalizzazione poteva
non essere colta. Oggi siamo pi smaliziati, perch ci
scottiamo ogni giorno con la prepotenza e con l'arroganza
culturale della Chiesa
Sappiamo come andata a finire. Io penso che sia stata
gi una gran cosa il fatto che alcuni docenti e studenti ab-
biano avuto il coraggio di opporsi esplicitamente e fer-
mamente a una cosa inutilissima nella sostanza (Ratzin-
ger non avrebbe ripetuto che i soliti infondati luoghi co-
muni sulla fede che in Dio con Dio e per Dio, vero Lo-
gos, fonda e invera ogni sapere vero) e dannosa nella
forma (perch avrebbe rinforzato nella maggioranza dei

94
semplici il luogo comune infondato e implicito secondo
cui la Chiesa ha da dire cose rilevanti e autorevoli sul
mondo che ci circonda).
La vicenda rispecchia esemplarmente la situazione italia-
na di questi anni. stato stupefacente vedere come, pres-
so i politici nostrani, si sia scatenata la corsa in soccorso
del pi forte. Anche il Presidente del Consiglio sceso in
campo rilasciando dichiarazioni indignate contro i docen-
ti di fisica rei di aver voluto imbavagliare il povero e in-
difeso Ratzinger. Nessuno di questi si vergognato per
aver fatto finta di non capire che proprio chi ha avuto la
bella idea di invitare il Capo di uno stato estero, notoria-
mente nemico della conoscenza libera e laica, all'inaugu-
razione dell'a.a. del pi prestigioso ateneo della Capitale
che dovrebbe giustificare con argomenti validi una scelta
di questo tipo. Ma ovvio che tali argomenti non esisto-
no, perch la scelta stata un puro atto di sottomissione
compiacente a un potere oscurantista che ormai sta dila-
gando. Non c' stato un solo giornalista che abbia chiesto
al Rettore di spiegare su quali basi ritenga che il Papa
rappresenti una voce autorevole e competente in materia
di scienza e di pena di morte, al punto da rendere deside-
rabile una sua prolusione alla Sapienza su tali temi. In
Italia, gente influentissima in Parlamento e nel mondo dei
media sinceramente convinta che quello religioso, e cat-
tolico in particolare, sia un magistero dotato di una auto-
revolezza epistemologica intrinseca, a priori, che pertanto

95
non deve dare dimostrazioni sul campo con risultati con-
creti in termini di contributi allo sviluppo della conoscen-
za. un magistero autoprotetto posto al di l della di-
scussione e del libero esame. un assegno in bianco che
la Chiesa riuscita ad estorcere e che nessuno pi si so-
gna di chiedere indietro. Ecco perch ci si indigna ipocri-
tamente se qualcuno osserva che il re nudo e che non ha
alcun titolo per tenere lezioni di qualsiasi tipo in una uni-
versit laica di un regno non suo. Il gran rifiuto di mar-
ted 15 ha salvato Ratzinger dai fischi, cui non abituato
chi vive circondato da schiere di adoratori. La cosa scan-
dalosa stata leggere le dichiarazioni di Prodi, Veltroni,
Fioroni, Cesa e altri notabili di entrambi gli schieramenti,
tutti compatti nel mostrare indignazione per il gesto di
"maleducazione" e di "intolleranza" dei professori di fisi-
ca e degli studenti. Dovrebbero capire che la colpa solo
loro se la Chiesa ha potuto alzare la cresta al punto da
presentarsi ormai come un attore ascoltatissimo e autore-
volissimo nello spazio della discussione pubblica su que-
stioni civili, politiche e culturali, e che questo non poteva
non scatenare una reazione (inevitabilmente scomposta)
nella minoranza autenticamente laica che percepisce in
tutto ci una indebita intromissione negli affari del nostro
Stato da parte di una setta di anacronistici ierofanti stra-
nieri. Abbiamo una classe politica miope e miserabile che
per puro opportunismo elettoralistico agisce con una lo-
gica culturalmente cos arretrata (la religio come

96
instrumentum regni) da risultare pi vicina a quella del
mondo islamico che a quella delle democrazie moderne, e
gli effetti sono sotto gli occhi di tutti, a tutti i livelli, dalla
spazzatura figlia del clientelismo e del nepotismo di casta
all'orribile idea condivisa praticamente da tutti i papa-
veri, dal Rettore al Presidente del Consiglio, dal leader
dell'opposizione al Ministro dell'Istruzione che un Papa,
cio una figura fondata su un'ideologia infondata soprav-
vissuta al Medioevo, sia dotato ancora oggi di autorevo-
lezza in materia di etica, scienza e politica (proprio lui
che in campo etico si basa ancora su un vademecum set-
tario fissato 2000 anni fa, in campo scientifico non sa
nulla per principio e in campo politico fermo alla teo-
crazia).

97
Sulla deriva necrofila del culto di Padre Pio

Marzo 2008

A proposito della discussa decisione di riesumare il corpo


di Padre Pio per esporlo alladorazione dei fedeli a partire
dal 24 aprile prossimo, il problema non tanto il costume
della Chiesa nei confronti di quelli che ha dichiarato san-
ti, quanto la ricaduta pedagogica, 'culturale' che l'opera-
zione ha sulle folle dei fedeli, la maggior parte dei quali
costituita da gente semplice, impressionabile e credulona.
Moltissimi stanno gi prenotando per accorrere al capez-
zale del cadavere putrefatto, per la gioia degli albergatori
e di tutti quelli che mangiano al banchetto della piet po-
polare. E siccome tutti dovranno affrontare la realt
dell'azione della morte sul corpo umano (come gi ac-
cadde, in letteratura, di fronte al cadavere dello starec Zo-
sima di Dostoevskij), ecco che un cardinale si mette a
sparare fesserie da Radio Vaticana disquisendo sulla dif-
ferenza ontologica tra stato spirituale della santit e cor-
ruzione fisica del corpo del santo. In tal modo, siccome
chi parla investito di un'autorevolezza (assolutamente
immeritata sul piano oggettivo) schiacciante agli occhi
dei semplici, l'inganno continua, e l'affare pure. Far nota-
re, poi, che quel cardinale un impostore, in quanto d

98
una giustificazione ad hoc di un fatto che smentisce le
attese miracoliste dei fedeli, serve a ben poco, visto che i
meccanismi cognitivi di autoinganno sono intrinseci al
pensiero fideistico e ampiamente attestati e studiati dalla
psicologia.
Chiedersi se sia responsabile inscenare uno spettacolo ca-
ricaturale di negromanzia , secondo me, doveroso. Dov'
lo Stato, in questo caso? Io non conosco i meccanismi
giuridici che consentono alla Chiesa di riesumare un ca-
davere e di esporlo alla pubblica adorazione, e se l'extra-
territorialit glielo consente, allora faccia pure. Tuttavia,
il gesto ha evidentissime ripercussioni sul suolo e sulla
mente di centinaia di migliaia di cittadini italiani e di
questo uno Stato responsabile dovrebbe preoccuparsi. Se
non lo fa, spiegando magari che i cadaveri, secondo la
nostra civilt giuridica non barbarica, non possono essere
riesumati e adorati, vuol dire che complice di un colos-
sale inganno ai danni di masse di sprovveduti pronti ad
essere prima impressionati e poi adeguatamente munti
con viaggi organizzati, soggiorni in albergo e chincaglie-
rie sacre.
Si obietter che solo uno Stato etico potrebbe intervenire
come auspico io. Per mi chiedo se uno Stato etico in
questo senso preciso sia peggio di uno Stato che consente
uno scempio culturale e morale del genere, perpetrato ai
danni della mente di molti suoi cittadini. Del resto, tra le
finalit della scuola c' quella della formazione di perso-

99
ne intellettualmente mature e responsabili e questo in
clamorosa contraddizione col permesso accordato alla
Chiesa di prendere in giro le persone e abbindolarle con
riti paganeggianti di idolatria collettiva e negromanzia.
Come la mettiamo?

Il falso Kant di Ratzinger e Ferrara

Marzo 2008

Vorrei segnalare e denunciare con la massima fermezza


l'infame falsificazione del pensiero di Kant operata da
Ratzinger nell'enciclica Spe Salvi e ripresa in questi gior-
ni da Giuliano Ferrara nell'ambito del suo petulante Kul-
turkampf contro l'idea stessa dell'aborto. Il clericalismo
come concezione filosofica e politico-religiosa ha tutto il
diritto di esistere e di manifestarsi nella sua intrinseca mi-
seria intellettuale, ma non ha il diritto di arruolare chi gli
pare, soprattutto se si tratta di uno come Kant, cui si pu
rimproverare qualsiasi cosa, tranne di essere assimilabile
alle concezioni reazionarie della Chiesa cattolica di oggi
e degli atei devoti alla Ferrara.
Nellarticolo del 15 marzo dedicato a Chiara Lubich,
pubblicato sul Foglio, Ferrara scrive a un certo punto:
Se il primate di Spagna o il Papa di Roma dicono che
in corso una rivoluzione culturale di sconsacrazione e di-

100
sumanizzazione della vita, che la profezia di Kant sulla
fine perversa di tutte le cose si sta rivelando attendibile
in un progresso che sta in mani sbagliate (Spe salvi),
allora qualcosa bisogna pur fare.
Questo passaggio mi ha inizialmente fatto sorridere, per-
ch mostra subito a che punto arrivato il cervello di Fer-
rara: per citare Kant ha bisogno non di andarselo a legge-
re coi propri occhi (e dire che La fine di tutte le cose un
testo abbastanza breve anche per uno superimpegnato
come lui), ma di basarsi su una citazione fatta da Ratzin-
ger nella sua ultima enciclica, che diventata la sua Bib-
bia politica. Un lettore sprovveduto, a questo punto, pu
pensare che Kant abbia qualcosa a che vedere con la po-
sizione di Ratzinger e Ferrara. Se poi questo stesso lettore
va a controllare la citazione di Ratzinger, scopre che in
effetti Kant sembra dire esattamente quello che vogliono
dire Ratzinger e Ferrara. Alla fine del 19 di Spe salvi,
infatti, si legge: Nel 1794, nello scritto Das Ende aller
Dinge (La fine di tutte le cose) (...) Kant prende in con-
siderazione la possibilit che, accanto alla fine naturale di
tutte le cose, se ne verifichi anche una contro natura, per-
versa. Scrive al riguardo: Se il cristianesimo un giorno
dovesse arrivare a non essere pi degno di amore [...] al-
lora il pensiero dominante degli uomini dovrebbe diven-
tare quello di un rifiuto e di un'opposizione contro di es-
so; e l'anticristo [...] inaugurerebbe il suo, pur breve, re-
gime (fondato presumibilmente sulla paura e sull'egoi-

101
smo). In seguito, per, poich il cristianesimo, pur essen-
do stato destinato ad essere la religione universale, di fat-
to non sarebbe stato aiutato dal destino a diventarlo, po-
trebbe verificarsi, sotto l'aspetto morale, la fine (perversa)
di tutte le cose (cfr. anche 23).
Il nostro lettore sprovveduto, o quello interessato all'im-
postura come Ferrara, non avr dubbi sul fatto che qui
Kant esprima una posizione quasi perfettamente in linea
con la posizione di Ratzinger: 1) il cristianesimo (cio il
cattolicesimo romano, come Ratzinger si augura che si
intenda) degno d'amore, e se un giorno si smetter di
amarlo, l'Anticristo avr avuto la sua breve vittoria in-
staurando il regno della paura e dell'egoismo; 2) il cri-
stianesimo destinato ad essere la religione universale, e
se per qualche ragione le cose non dovessero andare co-
me dovrebbero, allora andr tutto in malora.
Ma questa concezione tipicamente ratzingheriana ante
litteram che Kant esprimeva nel suo breve scritto del
1794? Assolutamente no! Il cristianesimo cui pensava
Kant non aveva nulla a che vedere con la Chiesa cattoli-
ca, anzi, come ben sappiamo, per Kant era essenziale il
superamento della religione intesa come insieme di dog-
mi gestiti e inculcati da un'istituzione dispotica come la
Chiesa cattolica (e qualsiasi altra chiesa). Il cristianesimo
cui pensava Kant, agganciato al protestantesimo, era un
messaggio esclusivamente morale e fondamentalmente
ragionevole perch in larga misura coerente con quanto la

102
ragion pratica pu liberamente scegliere per s in via del
tutto autonoma, cio al di fuori di ogni rivelazione, di o-
gni imposizione dogmatica e di ogni Chiesa.
Che Ratzinger citi in perfetta malafede (non uno stupi-
do e conosce bene il testo che sta manipolando, tant' ve-
ro che poco prima, attraverso la citazione di un altro testo
kantiano, ha fatto un rapido riferimento al vero pensiero
di Kant sulla religiosit clericale) daltronde dimostrato
dal suo primo taglio segnalato dai puntini tra parentesi
quadra. Cosa si dice nel passo omesso nella citazione? Si
dice (tra parentesi) per quale motivo il cristianesimo po-
trebbe smettere di essere amabile ed eticamente plausibi-
le: (cosa che potrebbe ben verificarsi, se si rivestisse di
autorit dispotica abbandonando il suo spirito mite) (in
I. Kant, Scritti di filosofia della religione, a cura di Giu-
seppe Riconda, Mursia 1994, p. 228). Infatti, poco prima
(il passo citato da Ratzinger lultimo capoverso del sag-
gio) Kant aveva precisato che il cristianesimo perde la
sua amabilit quando lo si associa a una qualsivoglia au-
torit esterna (fosse anche quella divina) (p. 227), e que-
sto esattamente quello che fa ed ha sempre fatto la
Chiesa cattolica per sua stessa natura. Del resto, quello
che Kant pensava del clericalismo espresso con mirabi-
le chiarezza nel paragrafo 3 della seconda sezione della
quarta parte de La religione nei limiti della semplice ra-
gione (1793, 2a ed. 1794), uno scritto coevo molto pi
ampio de La fine di tutte le cose, di cui Ratzinger, come

103
accennato, cita un passo della terza parte sempre nel 19
di Spe salvi. Tale paragrafo ha un titolo quanto mai elo-
quente, che dovrebbe far vergognare Ratzinger e il suo
cerbero laico Ferrara: Del clericalismo in quanto potere
dedicato al falso culto del buon principio.

104
Due chiose al discorso di insediamento di Gianfranco
Fini alla Presidenza della Camera dei Deputati

Aprile 2008

Un deferente omaggio lo rivolgo al Pontefice Benedetto


XVI, guida spirituale della larghissima maggioranza del
popolo italiano ed indiscussa autorit morale per il mon-
do intero, come dimostrato anche dal suo recente mirabi-
le discorso alla Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
La laicit delle istituzioni principio irrinunciabile della
nostra come di ogni moderna democrazia parlamentare.
Ed proprio nel nome di tale principio che il Parlamento
deve saper riconoscere il ruolo fondamentale che,
nell'arco dei secoli, la religione cristiana ha avuto, e ha
tuttora nella formazione e nella difesa della identit cul-
turale della Nazione italiana.

L'omaggio deferente a Ratzinger la cosa meno fastidio-


sa in queste parole infondate. Se gli baciano l'anello i po-
litici del centrosinistra, alcuni dei quali ex comunisti, non
sorprende che un ex fascista gli renda un omaggio defe-
rente, una volta diventato Presidente della Camera. La
cosa pi interessante che Fini esprima esattamente il
punto di vista di Ratzinger e della CEI sul rapporto tra
cristianesimo (loro avrebbero detto forse "cattolicesimo",
per ovvi motivi) e laicit, ovvero, in ultima analisi, tra

105
Stato e Chiesa. Anche il Vaticano riconosce la "laicit"
delle istituzioni italiane, ma aggiunge che la "vera" laicit
quella che si aggancia al superiore e fondante ordine
etico incarnato dal cristianesimo. Cosa diceva Ratzinger
nel marzo del 2007? Pregando per le autorit dello Stato
la Chiesa riconosce la legittimit delle istituzioni politi-
che nellordine stabilito da Dio, ma le autorit debbono
essere docili a Dio. In tal modo, Fini riproduce il mirabi-
le sofisma che vuole la nostra "laicit" miracolosamente
autonoma ma anche trascendentalmente fondata (su que-
sto punto cfr. Telmo Pievani e Carla Castellacci, Sante
ragioni, Chiarelettere, Milano 2007, p. 68 e sgg.). Per
non parlare del fatto che, riconoscendo al cristianesimo
un "ruolo fondamentale" nella "formazione e nella dife-
sa" della nostra "identit culturale", Fini assume acriti-
camente un modello storiografico ultra-vaticanista, che
dimentica cose ben note come gli Etruschi, i Greci e i
Romani, nonch il fatto che la Chiesa si sia opposta con
tutte le sue forze alla formazione di quella "Nazione" tan-
to cara ai politici di destra come lui.

La minaccia [per la libert] non viene dalle ideologie an-


tidemocratiche del secolo scorso che sono ormai sepolte,
nella quasi totalit delle coscienze del nostro popolo, con
il novecento che le ha generate. I rischi per la nostra li-
bert sono oggi di tutt'altra natura. L'insidia maggiore
viene dal diffuso e crescente relativismo culturale e mo-

106
rale; dalla errata convinzione che libert significhi pie-
nezza di diritti e assenza di doveri e finanche di regole.
La libert minacciata nello stesso momento in cui, co-
me sta avvenendo per alcune questioni, nel suo nome si
teorizza la presunta impossibilit di definire ci che
giusto e ci che non lo .

Anche qui Fini assume in maniera pedissequa e acritica il


linguaggio e le categorie concettuali di Ratzinger, che
ormai diventato davvero l'unico intellettuale organico
per la nostra classe dirigente. Ma nel far questo, egli si
rende complice dell'omologazione culturale inseguita dal
Vaticano con la sua propaganda martellante condotta a
suon di slogan generici e semplicistici. Se la terza carica
dello Stato fa proprio il concetto filosofico (assolutamen-
te vacuo) di "relativismo culturale e morale", tanto caro a
Ratzinger, vuol dire che la politica italiana in mano a
un'intellighenzia da quattro soldi, che ha come unico pun-
to di riferimento un teologo filosoficamente scadentissi-
mo, di cui probabilmente conosce solo i discorsi sintetiz-
zati dalla stampa. Se la terza carica dello Stato, quando
proprio vuole avventurarsi nella terminologia filosofica,
non nemmeno in grado di elevarsi fino al livello di un
testo divulgativo e chiarificatore come Per la verit. Re-
lativismo e filosofia di Diego Marconi (Einaudi 2007) -
dove se non altro si mostra che esistono molteplici forme
di "relativismo", alcune delle quali difendibilissime e

107
molto pi razionali e plausibili di qualsiasi pensiero
dogmatico e assolutista in materia di religione, etica e po-
litica - e si limita invece a ripetere a pappagallo e senza
uno straccio di argomentazione un imprecisissimo con-
cetto papale svolazzante nell'eco dei media compiacenti,
vuol dire che siamo davvero alla frutta.

108
Note dennettiane su religione, educazione e scuola

Maggio 2008

Da un po' di tempo, sulla scorta di Dennett e Dawkins,


rimugino sulla tesi del presunto carattere innato del sen-
timento religioso. Penso che sia l'ora di cominciare a fare
qualcosa per smuovere le basi di questo luogo comune, a
partire da certi automatismi del pensiero e del linguaggio
che ci fregano alle spalle. Cosa c' di pi corretto del
punto di vista di chi riconosce al sentimento religioso una
sua intrinseca appartenenza allessere umano? Apparen-
temente nulla. Cerchiamo per di guardarlo pi da vicino.
Com' che abbiamo imparato a ritenere che la credenza
religiosa in genere, espressione di quella che viene chia-
mata "dimensione religiosa", sia una propriet profonda,
fondamentale, innata dell'essere umano? Se fosse vera,
questa tesi veicolerebbe una formidabile conoscenza
sull'uomo: essa postula l'esistenza di una cosa universale
come "l'essere umano" e dice che una delle sue "espres-
sioni" la credenza religiosa. Ma siamo sicuri che sia ve-
ra? Quali evidenze abbiamo in suo favore? Il fatto che ci
siano state e ci siano le religioni? Noi siamo abituati a so-
stenere una tesi del genere sostanzialmente perch da
molti secoli (almeno a partire dai greci) ce la ripetono re-
ligiosi e/o filosofi fortemente interessati a sostenere una
qualche religione (come Platone). Questa tesi, dunque,

109
nasce in un contesto di conoscenze sulla cosiddetta "psi-
che" (cio la mente umana) estremamente rudimentali e
in gran parte mitiche. Ma abbiamo riflettuto sulla sua va-
lidit alla luce delle pi recenti scoperte nel campo della
biologia, dell'antropologia culturale, della psicologia e
delle neuroscienze? Certamente no, perch continuiamo a
ripeterla in una forma che potremmo trovare identica in
Aristotele, in Agostino e in Padre Pio.
Un problema che si comincia a porre dal punto di vista
evolutivo il seguente: posto che a tutti noto che i
bambini sono sensibili alle favole, perch ci avviene?
Un approccio recente cerca la risposta nel quadro pi ge-
nerale dell'evoluzione dei sistemi di controllo animale,
dal sistema di allarme del mollusco al cervello umano, e
considera la ben nota disposizione a credere alle favole
come uno dei sottoprodotti del cosiddetto HADD, Hype-
ractive agent detection device, di Barrett ("Sistema di ri-
conoscimento di agenti iperattivo": quello che, per inten-
derci, induce un "falso positivo" in un cane spingendolo
ad abbaiare anche quando il rumore sentito non rappre-
senta un pericolo per la sua sicurezza),
dell'"atteggiamento intenzionale" di Dennett e della gene-
rale tendenza ad essere attratti da configurazioni di senso
significative e facili da ricordare per le limitate capacit
della nostra memoria. Tutto questo potrebbe farci capire
bene un giorno che le favole non sono ineluttabili per la
crescita dei bambini e che loro ne hanno bisogno sempli-

110
cemente perch non siamo ancora in grado di sostituirle
con qualcosa di meglio.
Ecco perch considero molto importante la recente "pro-
posta" di Dennett sull'educazione religiosa dei bambini e
sul ruolo che la scuola dovrebbe avere al riguardo. La
proposta era gi presente in Rompere l'incantesimo ed
stata rilanciata qualche mese fa da Dennett nel suo inter-
vento a una tavola rotonda on line organizzata da Paolo
Flores D'Arcais (l'intervento di Dennett, in originale,
allindirizzo internet
http://www.interdisciplines.org/secularism/papers/1/3#_3
. La traduzione italiana degli interventi di tale tavola ro-
tonda si trova nel supplemento a "Micromega" intitolato
"Per una riscossa laica", uscito nel dicembre 2007).
La domanda-chiave : dove finisce la libert dei genitori
credenti di ingannare i propri figli con fandonie religiose
(a cominciare da Ges bambino), inquinando la loro
mente con virus culturali deleteri per uno sviluppo intel-
lettuale aperto e critico?
La risposta di Dennett che la scuola si dovrebbe assu-
mere il compito di fornire ai giovani le informazioni pi
ampie possibili sulle varie religioni, sui loro pregi, sui lo-
ro difetti e soprattutto sul loro fondamento nel modo bio-
logicamente determinato di funzionare della nostra mente
(a cominciare dal dispositivo evolutivamente utilissimo
che egli stesso ha chiamato "atteggiamento intenzionale"
e che nel caso delle credenze religiose funziona in manie-

111
ra inappropriata e un po' infantile nel suo automatismo
genetico).

Una delle cose fondamentali di cui tratta il libro di Den-


nett proprio il sistema di protezione di cui le varie fedi
istituzionalizzate si sono rivestite per sopravvivere e con-
tinuare a gestire le menti dei fedeli. Per esempio, il ri-
chiamo al "rispetto" della fede del credente una tipica
strategia retorica che sposta la questione su un altro piano
e impedisce di "rompere l'incantesimo". I fedeli, quelli
che manifestano una fede non strettamente osservante e
persino certi laici intrisi della cosiddetta etica del rispetto,
vengono addestrati a impegnarsi pi nel compito di im-
pedire in qualche modo agli altri di esaminare criticamen-
te le basi cognitive, storiche e culturali della fede che in
quello di sostenere con argomenti positivi gli articoli del-
la fede. In tal modo, sfruttando una equivoca accezione
della tolleranza, le fedi godono di una immunit totale, e i
contenuti su cui si reggono diventano cos inaccessibili
che persino i custodi non sanno pi esattamente cosa cu-
stodiscono. In quasi ogni dibattito sul tema questa strate-
gia si vede in atto: non si risponde ai singoli dati e alle
singole argomentazioni, non si esplicita in cosa esatta-
mente si crede quando ci si dichiara credenti in Dio, ma
si continua a insistere sul 'rispetto', sul vissuto privato,
tutte cose retoricamente efficacissime ma sostanzialmente
fuorvianti.

112
Non ci si deve mai stancare di rilevare quanto sia debole
la posizione di chi dice di credere e di meritare rispetto
per il fatto stesso di credere. Ma in cosa crede chi crede?
Quando il credente esplicita alcuni articoli di fede, si no-
tano alcune cose imbarazzanti:
1) ci in cui crede per fede in generale il prodotto cultu-
rale di elaborazioni altrui piuttosto complesse e in qual-
che modo "razionali", ancorch infondate. Quindi il fede-
le ha una fede illogica non tanto in Dio ma in qualcuno
che ha costruito per lui il concetto di Dio, che frutto di
un'attivit pur sempre logica.
2) le credenze proferite hanno l'aspetto di slogan apparen-
temente impressionanti ma fondamentalmente vuoti o,
nella migliore delle ipotesi, vaghi. Cosa si intende quan-
do si dice "la vita non un caso"? Di quale vita si sta par-
lando? Della vita sulla terra in generale o della vita uma-
na? La nascita di un essere umano non certamente un
caso, ovvio. E allora? La vita sulla terra sembra intrisa
di eventi casuali, ma se risultasse falso che essa nata per
caso, questa sarebbe una scoperta scientifica: come si po-
trebbe mai stabilire per fede che non nata per caso? Ac-
cettare atti di fede del genere ci porterebbe a rivendicare
il diritto di sostenere "per fede" qualsiasi fesseria ci passi
per la testa e a quel punto la discussione razionale an-
drebbe a rotoli.
Quando poi si legge (come mi capitato di leggere dialo-
gando in un forum con una collega di religione) che "Lo

113
Spirito energia, Dio non corpo, energia (amore).
L'amore energia. Giusto?" si ha l'impressione che per
alcune persone l'utilizzo di formule assolute sia una ga-
ranzia di profondit concettuale. In realt siamo di fronte
a frasi del tutto arbitrarie e insensate. Di che "energia" si
sta parlando? Di quella di cui parlano i fisici e i chimici?
Ma in tal caso del tutto ovvio che l'amore (qualunque
cosa sia) energia. Anche l'odio lo . E lo anche la cac-
ca. Che lo siano persino "Dio" e "Lo Spirito" (concetti
peraltro equivoci) lo si pu concedere tranquillamente,
perch sarebbero tautologicamente energia qualunque co-
sa fossero. Anche il flatus vocis, infatti, energia.

114
Idolatria per idolatria, appendiamo il crocifisso di
Spartaco
Novembre 2009

Ormai non mi sorprendo pi di nulla: viviamo in un pae-


se di sepolcri imbiancati cos sfacciati che il Cristo dei
Vangeli li prenderebbe a bastonate sulle gengive e cacce-
rebbe dalla politica a pedate nel culo. In questi giorni si
sono viste delle interrogazioni parlamentari penose sulla
faccenda del crocifisso, con la Gelmini (ah, auguri per la
gravidanza prematrimoniale: una vera emula di Maria o
una cattolica forzista falsa come una moneta di latta?)
che dava risposte piene di banalit, ignoranza, slogan e
luoghi comuni, e una iniziativa altrettanto penosa di tutti
(o quasi) i parlamentari europei italiani contro la sentenza
della Corte di Strasburgo. Si confondono allegramente le
cose dando a credere che la Corte si sia pronunciata con-
tro il crocifisso in s come simbolo religioso e culturale, e
quindi gi con le cazzate sul suo significato identitario,
sulle presunte radici cristiane dell'Italia e dell'Europa tut-
ta ecc. ecc. Nella sentenza si parla solo dell'esposizione
di una statuetta che propaganda una precisa confessione
religiosa nelle scuole e negli altri locali pubblici, acciden-
ti, che cosa ben diversa.

115
Ma se si vuole parlare di identit, come molti hanno pre-
so a fare stracciandosi le vesti, allora bisognerebbe avere
un minimo di onest intellettuale. Si dice che il Crocifis-
so abbia a che fare con la nostra identit. Niente di pi
sciocco e ipocrita: nel mondo in cui viviamo, e soprattut-
to nel modo in cui viviamo, Cristo quanto di pi alieno
si possa immaginare, un extraterrestre incomprensibile,
perch nessuno oggi potrebbe prendere sul serio anche
solo per 3 secondi le idee insensate e deliranti per le qua-
li, stando alla leggenda canonica, si sarebbe fatto ammaz-
zare (io sono il re dei giudei, il mio regno non di questo
mondo... fino a quel "S, io sono il figlio di Dio" o qual-
cosa del genere di Mt 26.64-65, Mc 14.61-62 e Lc 22.70,
frase in seguito alla quale il sommo sacerdote si stracci
le vesti, come fanno i cattolici italiani di fronte alla sen-
tenza della Corte...).
Alcuni luoghi comuni andrebbero sfatati una volta per
tutte. Si sente dire, per esempio, che "Cristo ha insegnato
per primo ad amare, a spargere l'idea dell'uguaglianza fra
gli uomini", come mi ha scritto un'amica qui su Facebook
e come sostengono in molti. Ma il famoso "Ama il pros-
simo tuo come te stesso", in genere attribuito a Ges, s
citato da Matteo (22.39) e Paolo (Rom. 13.19 e Gal.
5.14), ma era gi un precetto ebraico (Lev. 19.18). L'idea
di uguaglianza tra gli uomini, nel senso preciso in cui la
intendiamo oggi laicamente e biologicamente (quindi
senza ricorrere all'idea bizzarra di un unico dio creatore),

116
stata elaborata da alcuni sofisti minori del V secolo a.C.
in Grecia, come ad esempio Antifonte, che pure non era
uno stinco di santo, di cui si veda il fr. B 44, B: "Noi ri-
spettiamo e veneriamo chi di nobili padri, ma chi di
famiglia plebea, n lo rispettiamo, n l'onoriamo. In que-
sto, siamo diventati gli uni verso gli altri come barbari.
Per natura infatti tutti siamo assolutamente adatti ad esse-
re sia Greci sia barbari. Basta osservare le necessit natu-
rali proprie di tutti gli uomini: ugualmente possibile a
tutti procurarsele e in tutte queste nessuno di noi pu es-
ser definito n come barbaro n come greco. Tutti infatti
respiriamo l'aria con la bocca e con le narici e tutti noi
mangiamo con le mani ".
Molte idee di Ges assenti nell'AT erano quelle tipiche
dei molti mitomani ebrei che circolavano all'epoca e che
circolano ancora oggi (come quelle, gi ricordate, per le
quali ha subito un "giusto" processo, ovvero non pi in-
giusto di quelli che la Chiesa ha fatto a Bruno, Vanini,
Galilei e altri); esse sono impraticabili persino per chi,
per professione o per convinzione, oggi dice di praticarle.
Come scrisse Borges in "La morte e la bussola", il cri-
stianesimo appartiene alla storia delle superstizioni giu-
daiche. Altro che radici cristiane: dovremmo andare fieri
dell cultura greca precristiana, perch il suo razionalismo
stato ed l'antidoto migliore contro il totale obnublia-
mento e abbrutimento delle menti che il fanatismo antifi-
losofico e antiscientifico paolino ha predicato e predica

117
ancora oggi per bocca di Ratzinger e compagnia bella.
Viceversa, in un mondo in cui hanno un posto di rilievo
idee e valori come la libert e l'antischiavismo, i diritti
dei lavoratori ecc., se proprio non possiamo fare a meno
di circondarci di idoli, sarebbe pi logico sostituire il cro-
cfisso di Ges con quello di Spartaco: quest'ultimo s che
ha a che fare con un'idea che ci definisce nella nostra in-
tima essenza e per cui avrebbe ancora senso morire.

118
PARTE SECONDA

SAGGI E RECENSIONI

119
La ragione secondo Oriana
Aprile 2004

Nel libro di Oriana Fallaci, La forza della Ragione, da


poco pubblicato da Rizzoli International, molto impor-
tante (almeno per lautrice) il riferimento a Cecco
DAscoli, un poeta-scienziato bruciato vivo a Firenze
dallInquisizione nel 1328. Lei si identifica tout court con
Mastro Cecco, che gi si era identificato a sua volta con
la Donna in un famoso distico dellAcerba, il suo impor-
tante poema incompiuto che egli intendeva contrapporre
sul piano dottrinale alla Commedia dantesca: "Donque io
son ella, e se da me se scombra, / alor di morte sentirazzo
lombra".
Ma questo Oriana non lo dice (difficile pensare che non
lo sappia, e forse col suo silenzio vuole che ci arrivi il suo
lettore ideale) e cita di Cecco solo la Sfera Armillare (che
gli cost il rogo), paragonandola con patetica esagerazio-
ne al suo La rabbia e l'orgoglio per i guai che le ha pro-
curato (nel "Prologo"), e a La forza della Ragione stessa
per i guai che le procurer (nell'"Epilogo"). Da non per-
dere le rabbiose risposte a Sabina Guzzanti (unoca cru-
dele che mi impersona con lelmetto in testa e deride la
mia malattia, p. 24) e a Dario Fo (un vecchio giullare
della repubblica di Sal, p. 18), i quali lavevano attac-
cata senza piet durante il Social Forum di Firenze del
2002, dopo il suo famigerato articolo contro i pacifisti

120
sporca-monumenti, nonch il racconto della sua intervista
a Cassius Clay-Muhammad Al nel maggio del 1966, du-
rante la quale, per manifestarle tutto il suo musulmano
disprezzo maschilista, il famoso pugile convertitosi
allislamismo sbuffava, si grattava, mangiava immense
fette di cocomero e [le] ruttava in faccia (pp. 126-127).
Ma tutto il libro pieno di regolamenti di conti con quelli
che lei definisce "collaborazionisti" col dilagare culturale
dell'Islam in Occidente, e in quanto tali "traditori" (ne La
rabbia e l'orgoglio costoro erano chiamati semplicemente
"cicale"): la Triplice Alleanza di Chiesa, Sinistra e "De-
stra" (in senso elettoralistico, non ideologico, come ve-
dremo), e poi Prodi, Fini, D'Alema, certi vescovi, i briga-
tisti, gli arcobalenisti, l'Unione Europea, l'Onu, i Governi
e gli Stati che hanno accettato sin dagli anni Settanta lo
scambio cogli sceicchi (petrolio a prezzi contenuti in
cambio dell'immigrazione di manodopera musulmana,
con conseguente colonizzazione sistematica e program-
matica delle nostre citt), ecc.
Una cosa va per precisata. In molte delle recensioni che
ho letto in questi giorni (quasi tutte fatte da gente che non
ha letto il libro e si basata su anticipazioni e sul sentito
dire), si lascia intendere che il termine "Eurabia", che la
Fallaci usa per connotare negativamente l'Europa asservi-
ta al filoislamismo pseudopacifista e ipocritamente ispira-
to a un equivoco multiculturalismo, sia stato coniato da
lei stessa. Ma nel libro si dice chiaramente (all'inizio del

121
sesto capitolo, p. 143) che "Eurabia" era il nome di una
rivista fondata nel 1975 "dagli esecutori ufficiali della
congiura" contro l'Occidente, cio da tutti quei Gruppi,
Associazioni, Comitati, Istituti europei sorti allo scopo di
favorire i rapporti culturali ed economici col mondo Ara-
bo.
Inutile dire che le tesi della Fallaci sono discutibili e a
volte persino strambe. il caso, ad esempio, di quella -
storicamente infondata, se non addirittura delirante - se-
condo cui l'Italia sarebbe sotto il governo della Sinistra
da 80 anni, perch il fascismo solo l'altra faccia del co-
munismo, visto che Mussolini era in origine socialista, e
perch la Destra italiana, quella vera, risorgimentale, li-
berale e progressista, non esiste pi dai tempi di Giolitti,
se non dal 1876, mentre quella tradizionalista, aristocrati-
ca e retriva, stata spazzata via dalla rivoluzione ameri-
cana e da quella francese; sicch, con ardito sillogismo,
"chi non c' non comanda. Ergo, chi comanda in Italia
non la Destra. E' la Sinistra" (p. 209). Ma non c' dub-
bio che il libro meriti di essere letto e meditato. Letto e
meditato, spero, al di fuori delle logiche e degli schemi di
partito o di schieramento, quelle logiche e quegli schemi
ridicoli per cui, ad esempio, "La Padania" recensisce en-
tusiasticamente il libro solo perch esprime idee vicine a
quelle della Lega in materia di politica sull'immigrazione,
mentre un giornale di sinistra definisce il libro un Mein
Kampf in cui al posto degli ebrei ci sono i musulmani...

122
Se si fa questo (e lo si fa, purtroppo), si d ragione alla
Fallaci laddove dice che in Italia ci siamo bevuti il cer-
vello, al punto da consentire agli immigrati di venire a
dettare legge in casa nostra, nelle nostre citt e nelle no-
stre scuole (vedi le discussioni sul crocifisso in classe,
sull'infibulazione-soft all'italiana da praticare nei nostri
ospedali e sul diritto di voto da estendere anche a loro
nelle amministrative e nelle politiche).
Alla guerra in Iraq la Fallaci dedica solo poche righe, per
dire che lei era contraria all'attacco ("Io gli iracheni li la-
scerei bollire nel loro brodo", p. 65) e all'idea di esportare
la democrazia a chi storicamente e culturalmente inca-
pace di accoglierla e coltivarla (cfr. pp. 65-66). Quello
che le preme sottolineare il gioco sporco di chi, dietro
l'"ideologia" dell'accoglienza e del multiculturalismo, na-
sconde precisi interessi economici bilaterali legati al
commercio con i signori arabi del petrolio fregandosene
altamente del fatto che ci comporta un incremento espo-
nenziale del peso sociale, politico e culturale degli inse-
diamenti musulmani nelle democrazie occidentali.
Sul piano strettamente tecnico-bibliografico, un difetto
gravissimo che ho trovato nel libro l'incredibile appros-
simazione con la quale la Fallaci cita se stessa: andando a
controllare tutti i riferimenti a varie interviste contenute
in Intervista con la storia (libro mai citato esplicitamen-
te) mi sono accorto che, nonostante le virgolette, peraltro
mai accompagnate da rimandi in nota, le citazioni sono

123
quasi tutte imprecise. Tale ad esempio il caso delle cita-
zioni delle interviste a George Habash (pp. 135-136, per
cui cfr. Intervista con la storia, Rizzoli 1974 & 1977, rist.
1988, p. 169 e 174), a Zaki Yamani (pp. 153-156, per cui
cfr. Intervista, p. 427 e ss.) e a Pietro Nenni (p. 205, per
cui cfr. Intervista, pp. 269-270). E la cosa stranissima,
perch la Fallaci cita troppo bene per far supporre che
vada a memoria e troppo male per far pensare che si sia
preoccupata di controllare puntualmente i riferimenti al
suo libro di trentanni fa.

124
La manutenzione della memoria dellOccidente. Note
su La misteriosa fiamma della Regina Loana

Giugno-agosto 2004

1. Un romanzo illustrato sulla memoria collettiva

La grande novit del quinto romanzo di Umberto


Eco (La misteriosa fiamma della Regina Loana, Milano,
Bompiani, giugno 2004) costituita dal fatto che esso
riccamente illustrato con immagini di ogni tipo (fumetti,
manifesti, locandine, francobolli, copertine di libri, ca-
lendari illustrati, dischi, pacchi di sigarette, ecc.), risalenti
in gran parte al periodo fascista e usate dal protagonista
per ritrovare la memoria perduta attraverso le icone del-
la cultura di massa che hanno popolato la sua fantasia du-
rante linfanzia (la stessa Regina Loana del titolo viene
da un episodio delle avventure di Cino e Franco, un
fumetto degli anni Trenta: cfr. p. 249).
Come tutti i precedenti romanzi di Eco, anche
questo intessuto di citazioni pi o meno esplicite. Nella
prima pagina, per esempio, in cui il lettore subito im-
merso in unatmosfera di nebbiosa e sognante amnesia
(quella del protagonista), si pu trovare subito un riferi-

125
mento a Bruges la morta (1892) di Georges Rodenbach, e
poi, a fondo pagina, al Gordon Pym di Poe (ma gi il tito-
lo del primo capitolo, Il pi crudele dei mesi, riprende
la celebre definizione del mese di aprile contenuta nel
primo verso de La terra desolata di Eliot. E anche i titoli
degli altri 17 capitoli sono citazioni o riferimenti vari).
Nella seconda entrano in scena, tra gli altri, DAnnunzio,
Pavese, Simenon, Conan Doyle, Agatha Chtistie, ancora
Poe, poi Kafka, Dumas, ecc.
Lo stratagemma usato questa volta da Eco per ri-
empire il libro di citazioni pi o meno colte (si va, per in-
tenderci, dal Paradiso di Dante alla canzonetta Pippo non
lo sa, attraversando cos tutto lo spettro enciclopedico
della cultura) ben preciso. Il protagonista, il libraio an-
tiquario Giambattista Bodoni (nato alla fine del 1931,
quindi coetaneo dellautore, nonch omonimo del celebre
tipografo - vissuto tra il 1740 e il 1813 - che modernizz,
semplificandoli, i caratteri di stampa), detto Yambo, dallo
pseudonimo dello scrittore di libri illustrati per linfanzia
Enrico Novelli (1876-1945), a causa di come dire, un
incidente (p. 11) capitatogli nellaprile del 1991, ha per-
so una parte della sua memoria a lungo termine, e in par-
ticolare la cosiddetta memoria episodica (che com-
prende i ricordi della propria vita e quelli delle cose e del-
le persone conosciute), mentre la sua cosiddetta memoria
semantica, quella cio relativa alla conoscenza lingui-
stica e da enciclopedia del mondo, rimasta intatta. In

126
questo modo egli non sa pi nulla di s, del proprio pas-
sato e dei propri familiari, ma ricorda perfettamente tutto
ci che ha letto o solo sentito dire (e il lettore scoprir
quanto vaste e varie siano le sue letture). Ecco perch gli
affiorano continuamente alla mente brandelli di un sapere
scolastico e popolare, per cui, ad esempio, se il medico
gli chiede di sua madre, Yambo risponde col luogo co-
mune Di mamma ce n una sola, la mamma sempre la
mamma, e se gli chiede se gli piace il t, risponde dan-
nunzianamente (ma gi DAnnunzio citava il motto che
ripetuto nel soffitto del Palazzo Ducale di Mantova)
Forse che s forse che no (cfr. p. 17). Ed ecco perch in
apertura, quando il protagonista si risveglia in stato di
parziale amnesia retrograda (p. 11) e si sente sospeso in
un sognante grigio lattiginoso (p. 7) che assomiglia alla
nebbia, abbiamo quella delirante carrellata di citazioni
letterarie sulla nebbia: non altro che la memoria cultura-
le di Yambo che vortica confusamente senza alcuna pos-
sibilit di agganciarsi ordinatamente allautocoscienza
storica e presente dellIo in cui tutto questo accade.
E cos Yambo, dietro suggerimento della moglie,
si dovr recare nella vecchia casa di famiglia di Solara,
situata nella campagna a confine tra Langhe e Monferra-
to, nella cui soffitta trover limmenso deposito fisico
della sua memoria di carta, finch un nuovo colpo,
dovuto allemozione per aver trovato tra le cose del non-
no (un non molto esperto collezionista e venditore di vec-

127
chi libri e riviste) una copia del rarissimo in-folio del
1623 delle opere di Shakespeare, non gli far riacquistare
la memoria. Ma a questo punto, per tragica ironia, egli
immobilizzato da una sorta di coma cosciente e irreversi-
bile, sicch non pu far altro che attendere la morte e an-
dare alla ricerca di s e del tempo perduto ripercorrendo
convulsamente le tappe fondamentali della sua infanzia,
segnata da un tragico fatto di sangue accaduto durante la
Resistenza e da un quasi-cyraniano amore liceale per una
ragazza, Lila Saba, poi emigrata e morta a 18 anni in Bra-
sile ma da lui cercata invano per il resto della vita nei
volti di tutte le altre donne amate, dalla moglie Paola a
Sibilla, la sua bella e giovane segretaria polacca. E lo
stesso estremo tentativo di rivolgersi a una divinit pri-
vata, quellidealizzata Regina Loana dei fumetti custo-
de della fiamma della resurrezione (p. 416), per ottenere
il ritorno se non del corpo almeno dellimmagine mnesica
del volto di Lila, si riveler vano. Yambo vedr il centro
del suo Aleph, dal quale traluce non la totalit delle cose,
come in Borges, ma lo zibaldone (p. 417) disordinatis-
simo dei suoi ricordi, popolato dai fantasmi iconici ed
ecoici impazziti delle sue letture e dei suoi miti cultural-
popolari; e al fine di questa radiosa apocalisse (p. 440),
al fondo di tale vortice pirotecnico ed estenuante (accom-
pagnato nel testo da bellissime elaborazioni dautore di
tavole di fumetti e illustrazioni varie) non scorger il lu-

128
minoso volto amato da ragazzo, come sperava, ma il sole
nero della morte.
Tra i molti ricordi dinfanzia autobiografici che
Eco regala a Yambo (letture, momenti della Resistenza,
ecc.), due meritano particolare attenzione, perch ad essi
egli aveva dedicato una Bustina di Minerva a testa
all'inizio degli anni Novanta: si tratta di Bruno (il compa-
gno delle elementari povero e ribelle che ricorda Franti, e
in particolare il Franti di cui lo stesso Eco aveva tessu-
to un celeberrimo elogio in un pezzo del 1962 incluso
l'anno dopo nel Diario minimo) e di Angelo Orso (lorso
di peluche che divenne per Eco e Yambo bambini il si-
gnore delle bambole e che, dopo anni di onorato servizio
di gioco e compagnia, ridotto ormai a un torso mutilato
da cui uscivano ciuffi di paglia, venne dato alle fiamme
nella caldaia della cucina di casa con tutta la famiglia che
formava un lento e ieratico corteo). Le due Bustine,
Bruno (1991) e Storia di Angelo Orso (1993), si trovano
ora ora in U. Eco, La bustina di Minerva, Bompiani 2000,
pp. 288-289 e 292-293 (cfr. rispettivamente con La mi-
steriosa fiamma della regina Loana, pp. 318-321 e pp.
310-313): da una lettura comparata si vede immediata-
mente che la loro ripresa nel romanzo pressoch lettera-
le, e questo ammiccamento intertestuale propriamente
un segnale rivolto al lettore affinch non trascuri le com-
ponenti autobiografiche che concorrono alla costruzione
del ritratto del protagonista.

129
2. Il modello cognitivista di Atkinson e Shiffrin
sui tipi di memoria

Occorre precisare che nel definire il trauma di


Yambo Eco segue abbastanza pedissequamente il model-
lo cognitivista predominante sui tipi di memoria, in una
versione peraltro abbastanza semplificata e manualisti-
ca, sul quale sar utile dare qualche delucidazione. Se-
condo il cosiddetto modello di Atkinson e Shiffrin, ab-
biamo fondamentalmente 3 tipi di memoria:
1) la memoria sensoriale (MS), a sua volta distin-
ta in visiva o iconica ( quella della retina, che trattiene le
immagini per circa 0.25 secondi, ed responsabile, tra
laltro, della percezione del movimento cinematografico)
e uditiva o ecoica ( quella che prolunga il suono come
uneco, dura da 2 a 4 secondi e consente, tra laltro, di
percepire il parlato e la musica come un continuum);
2) la memoria a breve termine (MBT), che dura
al massimo 30 secondi, ci permette di memorizzare certe
informazioni per il tempo necessario al loro uso (come un
numero di telefono sconosciuto che leggiamo sullelenco
telefonico e lo dimentichiamo subito dopo averlo compo-
sto) ed ha una capacit limitata (in un famoso articolo del
1956 G. Miller calcol questa capacit e la fiss nel ma-

130
gico numero 7 pi o meno 2, per cui i pezzi, o chunks
memorizzabili mella MBT vanno da 5 a 9).
3) la memoria a lungo termine (MLT), che pu
durare tutta la vita e fondamentalmente si distingue in
memoria procedurale o implicita ( quella che ci permette
di fare le cose quotidiane in maniera automatica, come
camminare, nuotare, suonare uno strumento ecc.) e me-
moria dichiarativa o esplicita ( quella che contiene le in-
formazioni sul mondo e su noi stessi). In un noto saggio
del 1972, Episodic and semantic memory, E. Tulving di-
stinse la memoria dichiarativa o esplicita in semantica
ed episodica. La prima quella che contiene informa-
zioni concettuali ed enciclopediche generali sul mondo,
come il fatto che lItalia una penisola, che il cane un
quadrupede, che lAmerica stata scoperta nel 1492 ecc.;
la seconda, invece, riguarda o fatti autobiografici o argo-
menti specifici di cui abbiamo fatto esperienza (chi ha
vinto lultimo scudetto, che faccia ha nostro padre, cosa
abbiamo visto in gita, ecc.).
Ora, tutto questo va tenuto presente per entrare
nel romanzo di Eco, perch egli (o se non altro il medico
che cura Yambo, nonch la moglie di questultimo, che
non a caso di mestiere fa la psicologa) si attiene fedel-
mente alla distinzione di Tulving (cfr. p. 16, dove il me-
dico distingue tra memoria implicita ed esplicita,
quest'ultima a sua volta distinta in semantica ed epi-
sodica, o autobiografica) e in generale al modello di A-

131
tkinson e Shiffrin (a p. 14, ad esempio, il medico dice a
Yambo: La memoria a breve termine funziona, e a p.
323 Yambo ricorda che la moglie gli ha parlato del ma-
gico numero sette).
Per riassumere, la situazione clinica iniziale di
Yambo la seguente: il trauma gli ha danneggiato solo la
memoria episodica, per cui egli sa tutto quello che sanno
anche gli altri (p. 16), ma non sa pi nulla di s e di tutto
ci che riguarda la sua vita (ho una memoria da umanit,
non da persona, p. 87). In pratica, come se avesse per-
duto lanima (cfr. p. 24), ovvero la capacit di provare e
strutturare temporalmente i sentimenti, e quindi, in ultima
analisi, egli senza cuore, come detto in questo gusto-
sissimo dialogo tra lui e la moglie Paola, che lo sta aiu-
tando a ricordare pur non essendo da lui riconosciuta (p.
21):

Mi stai gi diventando indispensabile. Sono contento di


averti per moglie. Ti ringrazio di esistere, Paola.
"Mio Dio, ancora un mese fa avresti detto che era
unespressione Kitsch da teleromanzo
Mi devi scusare. Non riesco a dire nulla che mi venga
dal cuore. Non ho sentimenti, ho solo detti memorabili.
Povero caro.
Anche questa mi pare una frase fatta.
Stronzo.
Questa Paola mi vuole bene davvero.

132
3. Lector in fabula

Lo sciame delle citazioni anche una strategia


testuale per depistare il lettore colto e indurlo a fermarsi,
a cercare di scoprire le fonti e a elaborare ipotesi sul loro
senso nascosto. Naturalmente questo senso c, ma Eco
lo fa emergere molto lentamente e lo nasconde sotto mille
false piste, fino alla sorpresa finale, quando tutto ritorna e
acquista senso nel carnevale visionario della radiosa a-
pocalisse. Il depistaggio sistematico del lettore, del re-
sto, una delle provocazioni con cui bisogna fare i conti
quando si legge un autore come Eco, che queste cose le
ha teorizzate da anni. Non dimentichiamoci, infatti, di
avere a che fare con lautore di Lector in fabula, uscito
nel 1979, cio lanno prima de Il nome della rosa, il suo
primo romanzo. Nel 1979 usc anche, quasi in contempo-
ranea, Se una notte dinverno un viaggiatore del suo ami-
co Calvino, cio il romanzo sul piacevole smarrimento
del lettore nel bosco dei romanzi, ed Eco non manca mai
di ricordare quanto ami questo libro, che sta a Lector in
fabula come una possibile applicazione narrativa sta a
una teoria narratologica (comegli stesso dice, il suo libro
pu sembrare un commento teorico a quello di Calvino,
anche se i due libri sono stati scritti indipendentemente
luno dallaltro: cfr. linizio della prima delle Sei passeg-

133
giate nei boschi narrativi - cio di quelle Lezioni ameri-
cane ad Harvard che Eco tenne nel 1992-1993 e che
Calvino non pot tenere nel 1985-1986 a causa della mor-
te improvvisa - che si apre proprio con un omaggio a
Calvino). Ed difficile sottrarsi allimpressione che il
sintagma Odore di stazione, che affiora alla mente di
Yambo a p. 9, sia, in questo romanzo in cui il protagoni-
sta (insieme al lettore) deve perdersi tra i libri e le icone
del passato per ritrovare se stesso, un'ennesima allusione
al libro di Calvino, dato che esso compare identico
allinizio del primo romanzo che il Lettore di Se una not-
te dinverno un viaggiatore comincia a leggere (questo
primo romanzo, non a caso, si apre in una stazione ferro-
viaria avvolta nella nebbia e in una nuvola di fumo che
copre persino le pagine e nasconde parte del primo ca-
poverso).
allora il caso di richiamare sinteticamente gli
elementi fondamentali dellanalisi a mondi possibili
della tessitura semiotica di una fabula e della sua stessa
lettura-modello (visto che per Eco la cooperazione inter-
pretativa del lettore fondamentale per lo svolgimento
del gioco testuale della narrazione), per mostrare tra
laltro come i depistaggi da infliggere al Lettore Modello
siano delle strategie previste dalle teorie narratologiche
elaborate da Eco a partire dagli anni Settanta (cfr. U. Eco,
Lector in fabula, Bompiani 1979, 8.10 e 11.7):

134
1) Wn = mondo possibile asserito dallautore nel testo e
costituito da una sequenza di Wnsi descritti da proposi-
zioni P;
2) Wnsi = stato testuale di Wn allo stato di cose si e al
tempo ti;
3) Wnc = mondo possibile in Wn concepito da un perso-
naggio c e descritto da proposizioni Q;
4) Wncsi = il possibile corso degli eventi di Wn cos co-
me immaginato dal personaggio c al tempo ti;
5) Wr = mondo possibile immaginato dal lettore (previsto
dal testo) e descritto da proposizioni R. Wrsi si definisce
in accordo con quanto precede;
6) Wrc = il mondo possibile che il lettore immagina che
un personaggio concepisca e che descritto da proposi-
zioni Z (di solito incassate in R);
7) Wrcc = il mondo possibile che il lettore crede che un
personaggio immagini che un altro personaggio concepi-
sca (anchesso descritto da proposizioni Z).

[Legenda: W viene da world, n da novel, r da rea-


der e c da character]

4. Yambo, Cyrano e lo smemorato di Collegno

Nelle pagine iniziali del romanzo, durante un col-


loquio clinico col dottor Gratarolo, Yambo, dopo aver a-

135
scoltato da lui una diagnosi neurologica del suo caso, a
un certo punto gli dice: Chiarissimo, vada avanti. Ma
non fa prima a dire che sono lo smemorato di Collegno?
(p. 14). Che Yambo, a mo di battuta apparentemente
buttata l per caso, tiri fuori questo caso classico e cele-
berrimo degli anni Venti (che ha ispirato, tra laltro, un
dramma di Pirandello, Come tu mi vuoi, e un film con
Tot del 1962) non pu sorprendere, perch lanalogia
delle due situazioni, a livello superficiale, evidente (di
fatto lo smemorato di Collegno era un impostore che,
preso in flagranza mentre il 10 marzo 1926 rubava un va-
so di bronzo al cimitero israelitico di Torino, mise su un
teatrino fingendo la perdita della memoria autobiografica
per sfuggire a delle condanne precedenti per piccoli reati
subite in contumacia). Ma nella documentatissima e pi-
randelliana ricostruzione del caso fatta da Leonardo
Sciascia (Il teatro della memoria, Einaudi 1981) si trova
un dettaglio che dimostra quanto poco casuale sia quella
battuta di Yambo. In una sentenza del Tribunale di Tori-
no, chiamato a decidere se lo smemorato fosse il profes-
sor Giulio Canella (filosofo!) o il pregiudicato Mario
Brunelli (tipografo, come il Giambattista Bodoni di et
napoleonica!), si legge: Il Cirano de Bergerac, nella ver-
sione italiana di Mario Giobbe, ritenuto integralmente a
memoria dal convenuto (il convenuto lo smemorato),
che ne riproduce continuamente dei brani in quasi tutti i
propri scritti (cit. da Leonardo Sciascia, Il teatro della

136
memoria, in Opere 1971-1973, Bompiani 2003, p. 927).
Ma la versione di Mario Giobbe del Cyrano di Rostand
nientemeno che uno dei testi fondamentali della memoria
culturale e delleducazione sentimentale di Yambo,
tant vero che con la citazione di ampi brani di essa si
apre lultimo capitolo del romanzo, che comincia cos:
Anche Lila nata da un libro. Stavo entrando al liceo,
alla soglia dei sedici anni e dal nonno mi sono imbattuto
nel Cyrano de Bergerac di Rostand, traduzione italiana di
Mario Giobbe. Perch non fosse a Solara, in solaio o nel-
la Cappella, non so. Forse lho letto e riletto tante volte
che alla fine sar andato in pezzi. Ora potrei recitarlo a
memoria (p. 402).
Inutile aggiungere che, parlando di smemorati o
sedicenti tali che, pur non sapendo o dicendo di non sape-
re chi sono, posseggono una vasta memoria enciclopedi-
ca, Eco e Sciascia, grandi ammiratori ed emuli di Borges,
trovano il modo di citare Funes, il protagonista del bellis-
simo racconto Funes, o della memoria di Finzioni (Eco lo
cita a p. 155, Sciascia due pagine prima del passo riporta-
to sopra).

5. Yambo e Polifilo

Per una interpretazione generale del romanzo,


di importanza decisiva tenere presente che Yambo si

137
laureato in lettere con una tesi sulla Hypnerotomachia
Poliphili di Francesco Colonna (Venezia, 1433 ca.-1527),
pubblicata da Manuzio nel 1499 e corredata da 172 xilo-
grafie anonime (dunque unopera illustrata, come il ro-
manzo di Eco: ma le corrispondenze tra le due opere,
come vedremo, non finiscono certamente qui). Questa
chicca per bibliofili (riedita da Adelphi nel 1998 in 2 to-
mi, di cui il primo riproduce l'edizione aldina del 1499 e
il secondo contiene, oltre a vari apparati introduttivi e a
due indici dei nomi, una traduzione italiana e un amplis-
simo e dottissimo commento ad opera di Marco Ariani e
Mino Gabriele) una raffinata allegoria in prosa che, tra
incursioni in ogni branca del sapere (botanica, mineralo-
gia, architettura, archeologia, filologia, filosofia, scienze
occulte, ecc., per non dire dellautentica perla rappresen-
tata, nel cap. X, dalla prima descrizione di una partita di
scacchi con pezzi viventi, da cui deriveranno i capp. 23
e 24 del quinto libro del Gargantua e Pantagruele), alle-
gorie varie, epitaffi, geroglifici e icone, il tutto rifuso in
un caleidoscopio combinatorio (anche sul piano linguisti-
co, perch la lingua un volgare toscano inbevuto di lati-
nismi e grecismi), racconta la storia della ricerca onirica
di un amore perduto (Polia) da parte del protagonista (Po-
lifilo), come dice anche il titolo, che pu esplicitarsi cos:
Battaglia damore in sogno di Polifilo (la ricerca dan-
tescamente coronata dal successo, perch Polifilo, contra-
riamente a Yambo, raggiunger lunione mistica con la

138
sua Beatrice). E in unatmosfera di sogno comatoso ma
ormai memore (quasi come un cervello in una vasca
alla Putnam: cfr. p. 414) si trova Yambo quando osserva,
verso la fine:

Lila bruscamente scomparsa, ho vissuto sino alle


soglie delluniversit in un limbo incerto e poi una vol-
ta che i simboli stessi di quellinfanzia, nonno e genitori,
erano scomparsi definitivamente ho rinunciato a ogni
tentativo di rilettura benevola. Ho rimosso, e ho ricomin-
ciato da zero. Da un lato la fuga in un sapere confortevole
e promettente (mi sono pure laureato sulla Hypnerotoma-
chia Poliphili, non sulla storia della Resistenza), dallaltro
lincontro con Paola. () Avevo rimosso tutto, salvo il
volto di Lila, e lo cercavo ancora tra la folla () in una
ricerca che ora so vana (pp. 411-412).

fin troppo facile, allora, dare una lettura psico-


analitica del fatto che il giovane Yambo abbia studiato la
Hypnerotomachia: lavorare sul sogno di Polifilo (rivi-
vendolo) era per lui una sorta di compensazione, perch
attraverso la felice e mistica storia damore di Polifilo e-
gli realizzava il suo desiderio di rivedere Lila, seppure
indirettamente. Ma la vita, contrariamente a quanto so-
steneva Caldern de la Barca (anchegli citato nel roman-
zo), non un sogno, ed Eco lo sa: ecco perch Yambo

139
non rivedr Lila n nella realt n nellestrema visione
onirica voluta dalla sua coscienza e dal suo amore.
Ma precisiamo meglio alcuni dettagli di questo
parallelismo tra le due opere, a cominciare dalla loro ve-
ste esterna di opere insieme dotte e illustrate. In aper-
tura della Hypnerotomachia Poliphili (da ora in avanti
HP), ad esempio, si trova una lettera dedicatoria in cui un
certo Leonardo Crasso Veronese, il quale dice di essersi
accollato le spese per la pubblicazione di questo libro pa-
rente orbatus, cio apparentemente anonimo (ma gli stu-
diosi hanno ormai appurato che anche il Colonna parteci-
p alle spese editoriali), si rivolge a Guidobaldo da Mon-
tefeltro, Duca di Urbino, pregandolo di farsi eleggere
protettore del libro, in modo che esso possa circolare in
suo nome, e fungere cos presso i lettori da vero e proprio
marchio di garanzia. Ma interessante (e rivelatore) il
modo in cui Leonardo Crasso delinea la natura del libro,
ovvero la strategia testuale messa in atto dall'autore,
perch le stesse parole potrebbero essere applicate al ro-
manzo di Eco:

Quest'uomo sapientissimo (...) si regol in modo


che non solo chi fosse dottissimo potesse penetrare nel
sacrario della sua sapienza, ma anche lignorante, pur non
potendovi entrare, comunque non cadesse in disperazio-
ne. Ne consegue che se anche alcune cose, per loro natu-
ra, fossero difficili, sono comunque esposte e svelate in

140
una prosa piacevole e con una certa grazia e, come un
giardino disseminato di ogni genere di fiori, sono di-
schiuse e messe dinanzi agli occhi con immagini e simbo-
li (tr. Adelphi 1998, tomo II, p. 6).

Anche il romanzo di Eco, infatti, unopera chia-


ramente aperta a molteplici livelli di lettura, da quello
popolare del normale fruitore di fumetti e di letteratura
di massa a quello erudito e sapienziale del lettore at-
tento agli infiniti rimandi alla cultura letteraria e filosofi-
ca alta disseminati nel testo.
Lo stesso nome Sibilla, cos presente nel ro-
manzo ( sia il vero nome di Lila, lirrimediabilmente
perduto amore giovanile di Yambo, sia il nome della se-
gretaria polacca, la sacerdotessa del suo sacrario di libri
rari), rimanda in maniera criptica ad HP attraverso la Si-
billa di Livio e di Virgilio. Vediamo come.
Innanzi tutto, il collegamento con la Sibilla Cu-
mana suggerito dallo stesso Eco, allorch in limine vi-
sionis fa recitare a Yambo i versi 64-66 dellultimo canto
del Paradiso: Cos la neve al sol si dissigilla,/ e cos al
vento ne le foglie levi/ riaffiora la sentenza di Sibilla (p.
417). Ma gi qui occorre stare attenti, perch Yambo
commette un classico lapsus freudiano: dominato dal suo
desiderio di veder apparire tra i fantasmi culturali del
passato il volto della sua Lila-Sibilla, dice riaffiora la
sentenza di Sibilla, e non si perdea la sentenza di Sibil-

141
la, come invece aveva detto Dante, seguendo Virgilio
(cfr. Eneide, III, 441-451). In questo lapsus racchiuso,
con ironia tragica, tutto il dramma di Yambo, perch dal-
lo sciame turbinoso di foglie-icone-volti del passato che
vorticano nella sua mente visionaria affiora non il volto
di Lila (ormai perduto per sempre, com sibillinamente
annunciato nel verso di Dante storpiato, in quanto non
accettato, dal suo inconscio), ma quello della Morte, sotto
laspetto di un sole nero.
Per arrivare da qui alla Hypnerotomachia occore imboc-
care un passo del De Divinatione di Cicerone sui Libri
sibillini (la cui origine mitica raccontata da Livio nel
primo libro di Ab Urbe condita), certamente presente al
Colonna (cfr. la nota 4 alla pag. 11 di HP del Commento
di Ariani e Gabriele, ed. cit., tomo II, p. 503):

quel tipo di composizione che si suol chiamare


"acrostico", nella quale, leggendo di sguito le prime let-
tere di ciascun verso, si mette insieme un'espressione di
senso compiuto, come in alcune poesie di Ennio:
"QUINTO ENNIO FECE" (). E nei Libri sibillini, l'in-
tero carme risulta dal primo verso di ciascuna frase, met-
tendo di sguito le prime lettere di quella frase (II, 111-
112)

Rifacendosi alla tecnica dellacrostico dei Libri


sibillini, e ispirandosi allacrostico contenuto in Boccac-

142
cio, Amorosa visione, 13, 61-16, 37 (Cara Fiamma, per
cui l core caldo, / que che vi manda questa Visione /
Giovanni di Boccaccio da Certaldo), il Colonna fa ini-
ziare i 38 capitoli di HP con lettere che, messe in sequen-
za, formano la celebre frase che contiene il nome
dellautore del misterioso libro: Poliam frater Franciscus
Columna peramavit. E non basta. Mentre questo acrostico
fu decrittato gi nei primi del Cinquecento, e quindi co-
stituisce un punto fermo nellesegesi di HP, soprattutto in
relazione al problema dellattribuzione della paternit
dellopera, ci sono voluti Cinquecento anni perch venis-
se scoperto un incredibile anagramma celato nellultimo
paratesto che precede lincipit di HP. Questa scoperta
dovuta proprio ad Ariani e Gabriele, i quali la annunciano
con comprensibile orgoglio nella nota 3 alla pag. 8 di HP
del loro Commento (ed. cit., tomo II, pp. 495-496).
Nellepigramma di un certo Andrea Marone Bresciano, in
cui il poeta si rivolge alla Musa per sapere il nome
dellautore di HP, a un certo punto si legge (vv. 4-5):
Sed rogo quis vero est nomine Poliphilus?, e la Musa
risponde: Nolumus agnosci. Ora, questa risposta un
capolavoro di spirito sibillino, perch essa rivela oscura-
mente il nome dellautore nel momento stesso in cui af-
ferma di non volerlo rivelare: un anagramma di Nolu-
mus agnosci, infatti, proprio Columna Gnosius, ov-
vero Colonna di Cnosso! Ma che centra Cnosso? Ecco
la risposta di Ariani (la nota in questione firmata da

143
lui): lunica possibile spiegazione quella di una chiave
ermeneutica della religio Veneris che () il cardine
stesso del funzionamento allegorico del romanzo (). La
connessione tra Venere e Cnosso rarissima nei testi
classici e tanto pi acquista, appunto per la sua eccezio-
nalit, valore di emblema allusivo: sono infatti solo Dio-
doro 5, 77 ed Esichio () a tramandare che il pi antico
luogo di culto di Afrodite era nella citt cretese. E come
se non bastasse, in una lettera di un certo Matteo Viscon-
ti, prima stampata e poi espunta dal paratesto ufficiale
di HP (ma sopravvissuta in un solo esemplare, quello ora
conservato nella Staatsbibliothek di Berlino), si afferma-
va che il Colonna era stato in sinu Veneris educatum.
Tutto questo modo sibillino di introdurre il lettore
alliniziazione di Polifilo e Polia al culto di Venere, che
poi la fabula misteriosofica di HP, indubbiamente e-
vocato, seppure in maniera ironica e quasi parodistica,
nel romanzo di Eco, che fondamentalmente la storia
quasi-onirica della ricerca (fallita), tra indizi evocativi e
sibillini, di un amore perduto: Sibilla, appunto.

Seguendo ancora il commento di Ariani e Gabriele


alla HP (in particolare la nota 13 alla p. 12, la nota 14 alla
p. 19 e la nota 9 alla p. 396), possibile ravvisare inoltre
una notevole simmetria strutturale tra le due opere.
HP ha una partizione esterna in due libri: il primo co-
pre i capp. 1-XXIV (pp. 11-379) e il secondo i capp.

144
XXV-XXXVIII (pp. 381-465). Ma sul piano interno, ov-
vero strettamente simbolico-narrativo, la vera suddivisio-
ne in tre parti, nelle quali il Colonna segue fedelmente
lonirologia classica, e in particolare i Commentarii in
Somnium Scipionis di Macrobio e varie altre suggestioni
mistico-oniromantiche di matrice neoplatonica (ma in
una scansione onirica ascensiva senza precedenti, in cui
un lungo sogno incastonato in un altro sogno):

1) Parte prima, pp. 11-19: Polifilo racconta in prima


persona che, giacendo sopra el lectulo della sua
conscia camera familiare (p. 12), dopo una not-
te insonne a causa di tormenti amorosi, alle prime
luci del giorno si addormenta di un sonno leggero
e agitato e sogna di trovarsi prima in unampia
pianura (Ad me parve de essere in una spatiosa
planitie, pp. 12-13) e poi in una dantesca e pau-
rosa selva oscura (Et cus dirrimpecto da una
folta silva ridrizai el mio ignorato viagio, p. 13).
2) Parte seconda, pp. 20-379: uscito dalla spaven-
tevole silva (p. 20), Polifilo trova riparo e risto-
ro sotto de una ruvida & veterrima quercia (p.
19), e, giacendo sul fianco sinistro, si addormenta
profondamente e nel sogno sogna di trovarsi in
una valle amena, nella quale, attraverso visioni
mirabolanti (una piramide sovrastata da un obeli-
sco, un cavallo, un colosso disteso, un elefante,

145
una magnifica porta, un drago, il regno di Eute-
rillide, ninfe, fontane, danze che animano partite
a scacchi, templi, ecc.), d il via al suo vero e
proprio itinerarium mentis, fino allunio mystica
con Polia.
3) Parte terza, da pag. 381 alla fine (= secondo li-
bro): Polia e Polifilo, alternandosi, narrano, in
maniera genealogico-visionaria, la storia del loro
innamoramento tra morti e resurrezioni. Come
nota M. Gabriele, il secondo libro () se da un
punto di vista compositivo letteralmente ancora
compreso nel somnium, contiene di fatto lacme
psicomistico da cui emerge il terzo livello oniri-
co-visionario del romanzo, il pi alto e misterico,
cio la catalessi o visio in stato di morte apparen-
te, di formulazione neoplatonica (Commento,
nota 13 alla p. 12, ed cit., tomo II, p. 519).

Parallelamente, ma a rovescio, il romanzo di Eco ha


una scansione esterna costituita da tre parti (capp. 1-4:
Lincidente; capp. 5-14: Una memoria di carta; capp.
15-18: ), e una scansione interna costituita
da due: la parte in cui Yambo smemorato ma in salute
fisica (che copre le prime due parti esterne) e quella in
cui memore ma in coma (che coincide con la terza par-
te). Da notare, inoltre, che alla sequenza sogno-sogno nel
sogno di HP corrisponde nel romanzo la sequenza primo

146
colpo (che provoca lamnesia, con il conseguente tenta-
tivo di uscirne) secondo colpo (che provoca il coma, il
recupero della memoria e la visio finale). Inutile dire che
tanto per Polifilo quanto per Yambo lo schema triadico
dellitinerarium mentis giocato chiaramente sulla falsa-
riga dantesca, e questo fatto ci permette di approfondire
le analogie.

1) Liniziale risveglio di Yambo dal primo colpo,


con tutti quei richiami alla nebbia, non fa che al-
ludere anche alla selva oscura dantesca, oltre
che alla folta silva sognata da Polifilo: e se nel
Colonna lallusione dantesca onirica, in Eco
ironica (ed qui il caso di ricordare che onirica
e ironica sono uno anagramma dellaltro).
Senza contare che Yambo crea ironicamente
laggancio con la dimensione onirica di HP sin
dallinizio: Mi ero come risvegliato da un lungo
sonno, e per ero ancora sospeso in un grigio lat-
tiginoso. Oppure, non ero sveglio, ma stavo so-
gnando (p. 7).
2) Alle meravigliose visioni che si presentano a Po-
lifilo non appena entra nel sogno del sogno corri-
sponde nel romanzo lo sciame iconico ed ecoico
delle scoperte di Yambo nella magica soffitta e
negli altri ambienti della casa di Solara: cos co-
me per Polifilo la piramide, lelefante, la porta, le

147
iscrizioni lapidarie, le fontane, i templi ecc. sono
una summa della sapienza classica, per Yambo i
libri, le illustrazioni, i dischi ecc. della casa di
Solara sono una summa della cultura di massa di
unepoca (la prima met del Novecento).
3) La carnascialesca visio finale di Yambo sulla
scala di Wanda Osiris e dellAleph di Borges, in
cui, rovesciando Dante, legato con amore in
un volume non ci che per luniverso si squa-
derna (cfr. Paradiso, XXXIII, 86-87), ma ci
che popola la sua memoria culturale e ha nutrito
la sua educazione sentimentale, corrisponde,
bench con esito opposto (la mente in delirio di
Yambo non riesce a trovare limmagine del volto
di Lila), alla visio oniromantica dellamorosa u-
nio mystica di Polifilo con Polia. E, ulteriore ri-
presa rovesciata, al finale passaggio di Polifilo
dal sogno al risveglio, corrisponde il finale pas-
saggio di Yambo dal coma sognante alla morte
(emblematica la contrapposizione tra il sole invi-
dioso di Polifilo che coi suoi illuminosi splendo-
ri [p. 465] viene a scacciare la notte e il bel so-
gno, e l'avido sole nero che appare a Yambo al
termine della visio).

Va ricordato, da ultimo, che quando riacquista la


memoria e cerca di capire lo stato in cui si trova (coma?

148
sogno? cervello in una vasca? ecc.), Yambo riprende il
tema del sogno nel sogno (proprio di HP, appunto), ma
solo per usarlo filosoficamente come argomento contro la
possibilit di essere in un sogno, in un passo che ironica-
mente, dallinterno di unopera letteraria, rivendica uno
statuto di realt in opposizione alle controfattuali fantasie
letterarie (quasi a dire: Non sono mica Polifilo!):

Forse sono, s, in coma, ma nel coma non ricordo,


sogno. So di certi sogni in cui si ha limpressione di ri-
cordare, e si crede che quel che si ricorda sia vero, poi ci
si sveglia e si deve concludere, a malincuore, che quei
ricordi non erano nostri. Sogniamo falsi ricordi. () Per
mi mai accaduto, in un sogno, di sognare un altro so-
gno, come starei facendo ora? Ecco la prova che non so-
gno. E poi, nei sogni i ricordi sono sfocati, imprecisi,
mentre io ricordo ora pagina per pagina, immagine per
immagine, tutto quello che ho sfogliato a Solara negli ul-
timi due mesi. Ricordo cose realmente accadute (p. 413).

Finch, giunto ormai in limine visionis, Yambo si chiede


se sia possibile sognare di dormire, riagganciandosi cos
ancora una volta, seppure in maniera scettica, alla situa-
zione di Polifilo (cfr. HP, pp. 19-20):

... ho certamente veduto, ma la prima parte della mia


visione stata cos accecante che come se dopo fossi

149
ripiombato in un sonno nebbioso. Non so se in un sogno
si possa sognare di dormire, ma certo che, se sogno, so-
gno anche di essermi ora risvegliato e di ricordare quello
che ho veduto (p. 417).

6. Yambo e Roberto de la Grive

Ma non va dimenticato, comunque, che Lila


un nome femminile che Eco va declinando in vari modi
nei suoi romanzi. Per esempio, la moglie dell'io narrante
del Pendolo si chiama Lia, e la donna cui Roberto de la
Grive manda lettere dalla nave deserta su cui ha fatto
naufragio ( questo il gustoso ossimoro secentesco con
cui si apre L'isola del giorno prima e su cui si regge tutto
il romanzo) si chiama Lilia. Ecco alcuni dei versi mari-
niani che Roberto le dedicava (L'isola del giorno prima,
Bompiani 1994, p. 150):

Oh dolcissima Lilia,
a pena colsi un fior, che ti perdei!
Sdegni ch'io ti riveggi?
Io ti seguo e tu fuggi,
io ti parlo e tu taci...

E ancora:

150
Lilia, Lilia, ove sei? ove t'ascondi?
Lilia, fulgor del cielo
venisti in un baleno
a ferire, a sparire

E infine:

per le pi cupe selve,


per le pi cupe calli,
godr pur di seguire, ancorch invano
del leggiadretto pi l'orme fugaci.

Questi versi assomigliano indubbiamente, almeno


nello spirito, a quelli di Yambo adolescente rivolti a Lila
(cfr. pp. 278-283). Una siffatta spiegazione interna
allopera di Eco non vanifica, credo, le precedenti con-
getture combinatorie sul mistero del nome Lila, ma le
approfondisce dando unidea pi precisa dellabissale
trama di riferimenti che costituisce il tessuto profondo del
romanzo.

7. Lila

Lila il vero mistero del romanzo, perch la ri-


cerca della sua identit, o se non altro di qualche traccia
letteraria di essa, un compito che il testo lascia al letto-

151
re, dopo che Yambo morto senza riuscire a visualizzare
il suo volto nella memoria. Lila nata da un libro dice
Yambo a pag. 402, e il libro che cita il Cyrano di Ro-
stand. Ma per Eco, qual il libro, o quali sono i libri, da
cui nata Lila? Almeno sin da Il nome della rosa Eco va
ripetendo che i libri parlano tra di loro, a volte anche in-
dipendentemente dalla consapevolezza dei loro autori, e
gi quel suo primo romanzo era un libro fatto di altri li-
bri. Abbiamo visto quanta importanza rivesta la Hypnero-
tomachia Poliphili per una comprensione adeguata de La
misteriosa fiamma della regina Loana; abbiamo intravisto
Lila non solo in Polia, ma anche in Rossana, e poi nella
Lilia e nella Lia di due precedenti romanzi di Eco (rispet-
tivamente L'isola del giorno prima e Il Pendolo di Fou-
cault); e chiss quanti altri testi fanno parte nascostamen-
te delle sue molteplici stratificazioni.
Uno, per, non pu non saltare subito agli occhi.
Si tratta del romanzo Lila di Robert M. Pirsig (1991, tr. it.
Adelphi 1992), lautore americano del celebre Lo Zen e
larte della manutenzione della motocicletta (1974). Par-
tiamo dalla quarta di copertina delledizione italiana:

Il romanzo di una navigazione a vela alla ricerca


del significato della qualit, fra una bionda Lila che porta
guai e la ll di iva, che gioco del mondo.

152
C Lila, questa persona concreta, unica, addormentata
accanto a lui, che un giorno era nata e adesso era viva e si
agitava nel sonno e tra non molto, come tutti, sarebbe
morta; e c questaltra, chiamamola lila, che immorta-
le, che temporaneamente abita Lila e poi passer oltre. La
Lila che dorme laveva incontrata solo da poche ore. Ma
la Lila sempre desta, che non dorme mai, era da tanto che
lo seguiva. E lui lei.

Gi il titolo e questo passo (che si trova nel primo capito-


lo, p. 17) da soli basterebbero a suggerire un legame tra le
due opere. Una Lila reale, presente, e una lila ideale, ir-
rangiungibile: esattamente come nel romanzo di Eco (cfr.
ad es. p. 248)! Nella prima pagina, poi, si legge che que-
sta Lila bionda e ha un carattere ambiguo: mentre dor-
me la si scambierebbe per una bambina innocente, un an-
gioletto, ma in realt sta dormendo ubriaca nella cabina
della barca del protagonista, conosciuto la sera prima e
con il quale ha passato una notte di sesso (questa Lila, si
vedr dopo, una mezza prostituta malata di mente). Ma
anche la Lila di Eco bionda e ambigua: aveva i capelli
biondi che le scendevano quasi alla vita, un visino tra
langelo e il diavoletto, e quando rideva si vedevano i due
incisivi superiori (p. 290). C unaltra coincidenza che
salta agli occhi prima ancora di leggere lopera: Lila di
Pirsig stato pubblicato nel 1991, che esattamente
lanno in cui si svolge il romanzo di Eco!

153
Leggendo le 508 pagine di questo romanzo molto
bello ma non facile (poca azione narrativa contro pagine
e pagine di meditazioni filosofiche del protagonista Fe-
dro, alle prese con la raccolta di appunti e pensieri per la
stesura di un trattato di Metafisica della Qualit, che poi
Lila stesso, dato che Fedro lalter ego di Pirsig), si sco-
pre per che i particolari comuni sono numerosi, oltre a
quelli gi citati. Ne riporto solo tre: 1) la discussione
sullornitorinco (cfr. cap. 8, p. 134 e sgg.: a Fedro serve
per mettere in luce le difficolt concettuali in cui incorre
la tradizionale metafisica sostanzialistica e classificatoria
di derivazione aristotelica nel tentativo di spiegare lo
scherzo di natura di un animale che depone le uova e
allatta i piccoli, ci che invece la sua prospettiva filosofi-
ca incentrata sulla qualit come categoria ontologica
fondamentale riuscirebbe a spiegare benissimo), che non
pu non far pensare allautore di Kant e lornitorinco
(Bompiani 1997), per non dire del fatto che a un certo
punto nel romanzo di Eco si dice che in passato Yambo
aveva chiesto alla sorella, che vive in Australia, di por-
targli un ornitorinco; 2) gli accenni alla fiamma e alla
fiaccola, che per Fedro la sua stessa Metafisica della
Qualit, con la quale intende illuminare la strada
allumanit immersa nelle tenebre di una metafisica a
soggetto-oggetto sbagliata (cfr. cap. 21, p. 328), e che si
ricollega alla luce del dharmakya del pensiero buddhi-
sta e alla metafisica della luce di alcuni settori del misti-

154
cismo occidentale (cfr. cap. 26, pp. 420-424): come non
pensare alla misteriosa fiamma che domina il romanzo
di Eco e che, mutuata da un fumetto, si riallaccia attra-
verso Dante a tutta la mistica dellilluminazione? 3) il
rito funebre della sepoltura della bambola di Lila ad ope-
ra di Fedro (cfr. cap. 32, pp. 498-504), che trova un pre-
ciso parallelo nella cremazione del peluche Angelo Orso
ad opera di Yambo bambino, seguito dai familiari in reli-
giosa processione (cfr. cap. 15, pp. 310-313).
A un certo punto del romanzo, poi, ci si imbatte in un
passo in cui Lila dice a Fedro (il quale attraverso lei e il
suo caso cerca lilluminazione e la chiarificazione delle
proprie idee filosofiche) alcune cose che la Lila di Eco, se
fosse apparsa, avrebbe benissimo potuto dire a Yambo:

Non sono nessuna persona. Perci sprechi il tuo


tempo a farmi le tue domande. So bene che vuoi cercare
di capire che tipo sono, ma non scoprirai niente, perch
non c' niente da scoprire. (...) Un tempo facevo finta di
essere un tipo cos, o un tipo cos; ma poi mi sono stufata
di quei giochetti. Tanta fatica e non ci ricavi niente. A-
desso io ho tutte queste immagini di Lila, ma non ne vie-
ne fuori una persona. Sono tante persone diverse, che si
chiamano Lila, ma nessuna Lila. Io non sono nessuna
persona. Io non ci sono. Tu, per esempio; lo vedo che hai
la testa piena di brutte impressioni su di me. E credi che
quella che hai nella testa sia la stessa che qui e ti parla;

155
invece qui non c' nessuno. Hai capito? Non c' nessuno
in casa. Ecco chi Lila. Una casa vuota. (...) Vai a farti
fottere, te e le tue domande! Non capisci che io sono co-
me mi fanno essere le tue domande? Sono loro a farmi
esistere. Se pensi che io sia un angelo, allora sono un an-
gelo. Se pensi che sono una puttana, benissimo: sono una
puttana. Sono quello che pensi che sia. E se cambi idea,
ecco che anch'io cambio (cap. 14, pp. 243-244).

difficile non collegare questo passo, e quello


riportato nella quarta di copertina (citato sopra), con le
pp. 248 (dovevo essermi certamente formato, attraverso
le tante immagini che mi avevano rapito, una mia figura
ideale e, se avessi potuto avere davanti tutti i volti delle
donne che avevo amato, avrei potuto trarne un profilo ar-
chetipo, una Idea mai raggiunta ma perseguita per tutta la
vita), 322 (il montaggio fotografico di volti femminili) e
440-444 (la delirante carrellata di anticipazioni su come
sarebbe apparsa Lila nella visione finale, che alla fine fa
pensare a Yambo di essere preda della seduzione della
cattiva letteratura) del romanzo di Eco. Va aggiunto
poi che nel pensiero buddhista, abbondantemente usato
da Pirsig, la ll , come visto, il gioco del mondo, cio
la fantasmagoria apollinea delle rappresentazioni che
procedono dalleterna fiamma generatrice della vibrante
coscienza cosmica impersonata dal dio iva: in maniera
del tutto analoga, Yambo trasforma la Loana del fumetto

156
in una divinit privata custode della fiamma della resur-
rezione (p. 416) e alla fine la invoca per ottenere il car-
nevale fantasmagorico della sua visione, al termine della
quale si attende lapparizione del volto di Lila (e invece
scopriremo che Lila non c, perch era lo stesso gioco
di apparizioni sulla scala dellAleph). E questa ennesima
corrispondenza, sia detto di passaggio, fa pensare ancora
una volta allincredibile sfida di Eco, il quale, rovistando
nella spazzatura semiotica della cultura di massa, riusci-
to a ricostruire combinatoriamente e a parodiare gran par-
te del sapere enciclopedico.
Il minimo che si possa dire che saremmo di
fronte a una coincidenza singolare se Eco avesse costrui-
to la sua Lila ignorando Lila di Pirsig. Nelle opere di Eco
successive al 1991 non si trova (mi pare) alcun accenno a
questo romanzo. Ma in un articolo apparso su
LEspresso del 22 maggio 1983, La moltiplicazione
dei media, poi incluso in Sette anni di desiderio (Bom-
piani 1983), si trova un cenno esplicito a Lo Zen e larte
della manutenzione della motocicletta: non molto, certo
(il primo romanzo di Pirsig stato un cult negli anni Set-
tanta e oltre, e non poteva sfuggire allattenzione di uno
studioso della cultura di massa come lui), ma basta per
dire che Eco conosce abbastanza bene almeno il primo
Pirsig. Io sono portato a congetturare che egli conosca
bene anche Lila e in qualche modo abbia voluto dare una
risposta - pessimistica, scettica, amara, ironica e quasi so-

157
lipsistica - da pensiero debole occidentale alla presun-
tuosa, ottimistica e totalizzante Metafisica della Qualit
di Pirsig, basata sulla sapienza degli Indiani d'America e
degli indiani dell'India e ancorata, occorre ricordarlo, alla
dolorosa e illuminante esperienza personale della follia e
del manicomio.

8. Yambo, Sherlock Holmes, il lettore e internet

Infine, vale la pena notare che a un certo punto


Yambo profetizza lavvento di internet (non dimenti-
chiamo che il protagonista vive la sua amnesia e la sua
anamnesi nellarco di poche settimane a partire dal 25 a-
prile 1991), insinuando addirittura che a quel punto tutta
l'umanit sar smemorata come lui:

Mi sono detto: Yambo, hai una memoria di carta.


Non di neuroni, di pagine. Forse un giorno inventeranno
una diavoleria elettronica che permetter al computer di
viaggiare attraverso tutte le pagine scritte dall'inizio del
mondo ad oggi, e di passare dall'una all'altra con un colpo
di polpastrello, senza pi capire dove ti trovi e chi sei tu,
e allora tutti saranno come te.
Nellattesa di avere tanti compagni di sventura,
sono andato a dormire (p. 90).

158
Di fronte a un passo del genere, il lettore del
2004 di questo romanzo, magari intento a cercare feb-
brilmente su internet il pi grande deposito di memoria
semantica spersonalizzata che lumanit sia riuscita a
costruire le infinite citazioni disseminate nel testo (a-
spetto, questo, della sua pi generale attivit di coopera-
zione interpretativa che lautore ha sicuramente previsto e
che sottilmente incoraggia), non pu non pensare la stes-
sa cosa che pensa uno Yambo alla febbrile ricerca del
proprio passato di fronte alle numerose immagini di Sher-
lock Holmes (nelle classiche illustrazioni di Sidney Pa-
get) seduto e intento a leggere lettere, decifrare messaggi
criptati o interpretare segni apparentemente sconnessi,
per una sorta di vertiginoso gioco di specchi: de te
fabula narratur (p. 153: ancora una volta un comune
modo di dire, derivato da Orazio, Satire, I, 1, 69-70).

159
Lamarezza di Camilleri
Ottobre 2004

A. Hai letto lultima avventura del Commissario Montal-


bano?
B. S, ma non mi piaciuta.
A. Molto bene. Visto che labbiamo letta entrambi e che
ce labbiamo tra le mani, proviamo ad applicare il meto-
do dellosservazione meticolosa e della deduzione intelli-
gente. Che coshai da dire contro La pazienza del ragno?
Che cosa noti?
B. Noto che sempre la stessa musica: niente di nuovo
sotto il sole. E poi noto che lautore di questo dialogo ci
sta usando per citare qualcuno. Stiamo scimmiottando al-
tri dialoghi, credo.
A. Beh, s, ad esempio linizio del Dialogo sul metodo di
Paul Feyerabend
B. e lIndagine preliminare in forma di dialogo di
Fruttero & Lucentini premessa a una delle edizioni italia-
ne de Il mastino dei Baskerville, cio il terzo romanzo di
Conan Doyle dedicato a Sherlock Holmes. Non credi?
A. Elementare, Watson. Ma qui che ti volevo: Camilleri
sa benissimo che per certi versi deve pagare un tributo

160
alla serialit, e del resto i lettori stanno al gioco. Ricordi
cosa dicevano a tal proposito Fruttero & Lucentini? I
consumatori abituali di Sherlock Holmes non si annoia-
vano a ritrovarlo sempre identico a se stesso, anzi ne go-
devano: "e la delizia suprema quando leroe sembra
cambiato, ma poi si scopre che non era vero, che era solo
per finta. un rapporto affettuoso".
B. Sento odore di fregatura dialettica. Dove vuoi arriva-
re?
A. Voglio arrivare a farti ammettere la grande astuzia di
Camilleri, il quale fa continuamente i conti con Conan
Doyle. Egli vuol portare i suoi lettori pi attenti alla deli-
zia opposta: il mondo delleroe non sembra cambiato, ma
poi si scopre che leroe cambiato. Catarella continua a
sbattere la porta quando entra e a parlare una lingua as-
surda; Mim il solito fimminaro, anche se si sposa-
to; la zita Livia e la cammarera Adelina continuano a
evitarsi e a detestarsi tacitamente; il Questore Bonetti-
Alderighi sempre il burocrate-superiore un po tonto
per ruolo istituzionale e il suo untuoso ed eternamente
democristiano capo di gabinetto, il dottor Lattes, sem-
pre Lattes e Mieles (anzi, ora semplicemente Latte e
Miele, come apprendiamo a p. 189); ecc. Ma Montalba-
no diverso: ha scatti di commozione, di paura, di banale
saggezza senile (ma altamente se ne frega), perch la feri-
ta alla spalla ereditata dal precedente episodio (quel Giro
di boa che rappresenta davvero un giro di boa per il ca-

161
rattere delleroe e per lo stesso Camilleri) lo ha portato
vicino alla morte e la morte stessa gli si presentata sotto
laspetto della consunta signora Giulia, circondata da un
tanfo di medicine, di escrementi, di sudore, di malattia, di
vomito, di pus, di cancrena, come detto a p. 251.
B. Daccordo, Montalbano non Holmes: ma questo lo
sanno tutti. Holmes tutto dun pezzo, un blocco gla-
ciale di intelligenza deduttiva (anzi abduttiva, come so-
stiene a ragione Eco), misogino, cocainomane (scon-
volgente, a tal proposito, lincipit de Il segno dei quattro);
mentre Montalbano umano, pasticcione, acuto quanto
basta, comprensivo, monogamo, e si fa cucinare dalla
madre di un ladro di polli che lui stesso ogni tanto mette
dentro. E con questo?
A. Non una questione cos banale, perch se Montalba-
no non Holmes (come lui stesso ammette a p. 227, al-
lorch non riesce a trovare a casa loggetto holmesiano
che contraddistingue lo stereotipo del perfetto detective,
cio la lente dingrandimento), allora sar e vuole essere
qualcun altro. Ed della massima importanza capire chi
vuole essere Montalbano, perch in tal modo scopriremo
che in Camilleri il giallo un puro espediente di genere
per parlare daltro.
B. Ho capito, vuoi arrivare allabate Vella. In effetti, de-
vo ammettere che la p. 239 ha colpito anche me. Anzi, se
devo essere sincero, lunica cosa di questo romanzo che
mi ha dato, come dire, unemozione culturale.

162
A. Bene, vedo che sei di palato fine. Ma rifletti: cosa si-
gnifica quel riferimento al Consiglio dEgitto? Intendo
dire, al di l dellennesimo omaggio allamatissimo Scia-
scia.
B. Significa che Montalbano, poich sta per togliersi un
peso dalla coscienza facendo sapere al dottor Mistretta e
a Susanna che lui ha capito tutto, che ha visto la ragnatela
geniale che loro hanno saputo tessere nel loro teatro del
sequestro ed pronto a mantenere pietosamente il segre-
to, si sente finalmente riposato, sereno, affrancato, per
poi rendersi conto che questi tre aggettivi che gli sono
venuti in mente provengono da un episodio preciso del
libro tanto amato, cio da quella straordinaria pagina
122 della prima edizione del 1966 (tra parentesi, cito
alla lettera per segnalarti una svista: la prima edizione
del 1963, e comunque la pagina si trova nellottavo capi-
tolo della parte terza) in cui labate Vella, prima di andare
a rivelare a monsignor Airoldi che il famoso codice arabo
una sua geniale falsificazione e impostura (cosa che a-
vrebbe sconvolto la sua vita, facendolo finire in carcere),
si rilassa con un bagno e un caff, due cose rare per quei
tempi (fine 700) e per quei luoghi (Palermo). E cos il
commissario fa come labate Vella, aggiungendo alla
doccia e al caff un bel cambio di biancheria, una cravat-
ta seria e una mangiata pantagruelica di pesce nella tratto-
ria di fiducia. C altro, secondo te?
A. Eccome. Questo passo, a un primo livello di lettura,

163
un semplice ammiccamento intertestuale, peraltro fre-
quente in Camilleri (pensa ad esempio a come, ne
Lodore della notte, Montalbano capisce che sta riviven-
do un racconto di Faulkner letto molti anni prima), ma a
un secondo livello, diciamo metalinguistico o metalette-
rario, una vera e propria dichiarazione di poetica, un ve-
ro e proprio programma di impegno letterario e civile in
questa nuova Italia della destra imprenditoriale al potere.
Camilleri vuole essere il nuovo Sciascia, non il nuovo
Conan Doyle. Pi scanzonato, forse, ma non meno incisi-
vo, non meno incazzato.
B. Spiegati meglio.
A. Vedi, egli con questo romanzo ha praticamente messo
le carte in tavola, rendendo esplicito ci che era gi im-
plicito nei testi precedenti. Il giallo un pretesto, un di-
spositivo narrativo che serve a esprimere qualcosa di pro-
fondamente attuale: il disagio, lumore nero suscitatogli
dal momento storico che stiamo attraversando, dallItalia
berlusconiana, in cui sembrano ritornare, amplificati dalla
sfacciataggine mediatica, i peggiori incubi della prima
Repubblica. E lo rivela il fatto che questo romanzo un
giallo doppiamente finto: finto innanzi tutto perch un
giallo senza il morto (cio senza il fatto che tradizional-
mente mette in moto il meccanismo investigativo), dato
che si tratta solo di un rapimento; ed finto soprattutto
perch il rapimento una finzione, una simulazione di
rapimento, una messinscena, un teatro, una tela di ragno

164
tessuta per vendetta, una vendetta che i buoni, sconvolti
dallodio, mettono in atto per colpire il cattivo,
lintrallazzista ingegner Peruzzo, cio lesponente tipico
della nuova classe imprenditoriale coccolata e cooptata
dal nuovo ordine politico con la compiacenza di certe
leggi, di certi avvocati e di certi funzionari dello Stato
(pensa allinsistenza sul suo essere in odore di una candi-
datura con Forza Italia, cio la Dc del nuovo secolo, al-
meno in Sicilia). E la vendetta condotta con la stessa
arma del potere che essa vuole colpire: larma della ma-
nipolazione mediatica dellimmagine, larma che usa
lapparire al posto dellessere, il lifting al posto della ve-
rit. Lingegner Peruzzo sar perduto non tanto per quello
che ha fatto, ma per quello che si riesce a far credere che
abbia fatto. E qui lanalogia con Il Consiglio dEgitto si
approfondisce ulteriormente, perch cos come labate
Vella si serve di unimpostura, di un imbroglio filologico,
per smascherare limpostura e limbroglio storico, politi-
co e sociale su cui si regge lordine anarchico-feudale
della distribuzione patrimoniale e del sistema di privilegi
nobiliari della Sicilia borbonica, allo stesso modo Susan-
na e il dottor Mistretta si servono di un finto rapimento
per mettere a nudo i loschi meccanismi affaristici e le
complicit politico-giuridiche su cui si regge e prospera
la nuova classe imprenditoriale che in Italia diventata
forza egemone e che ha a Palazzo Chigi il suo pi em-
blematico rappresentante.

165
B. Vuoi dire che questa la chiave di lettura per il Camil-
leri degli ultimi anni? Intendi cos, ad esempio, tutta quel-
la tirata sui fatti di Genova durante il famigerato G8
allinizio del Giro di boa? In effetti l Montalbano stava
quasi per dare le dimissioni per la vergogna di essere un
poliziotto, per la vergogna, cio, di appartenere allo stes-
so corpo che si macchi dellinfamia della scuola Diaz
A. Precisamente. E non dimenticare che in mezzo c sta-
to quel terribile romanzo storico sul fascismo, La presa di
Macall, in cui lo sdegno per la dittatura espresso da
Camilleri con toni cos cupi da rasentare il furore e la fe-
rocia.
B. Questa volta sono daccordo. Quel libro lho trovato
straziante, dietro il grottesco e la priapata picaresca:
forse, oltre ad essere il libro di Camilleri pi pieno di va-
stasate, anche il pi amaro e carico di pietas per la stu-
pidit umana che si manifesta sotto le dittature arroganti e
guerrafondaie e che ci mette un attimo a ribaltarsi in tra-
gedia assurda.
A. E non ci vedi analogie con la pi scottante attualit
nazionale e internazionale?
B. Devo dire che ho perso?

166
La perla postuma di Giovanni Altamore

Dicembre 2004

Dir subito, a scanso di equivoci, che considero La cultu-


ra siciliana nellepoca del nichilismo, il saggio-pamphlet
postumo di Giovanni Altamore (ritrovato dai suoi fami-
liari tra i files del suo pc e appena edito dalla casa editrice
Terzo Millennio di Caltanissetta), un piccolo capolavoro,
un autentico gioiello per sintesi concettuale, chiarezza
espositiva e lucidit argomentativa: praticamente un mi-
racolo del pensiero, se si tiene conto delle terribili condi-
zioni di salute fisica in cui versava Giovanni negli ultimi
mesi della sua vita, prematuramente interrottasi
nellagosto scorso. Mi stupii enormemente per la sua for-
za di volont quando, la scorsa primavera, ci vedemmo in
occasione di un ciclo di lezioni sulla globalizzazione e
sullOccidente che tenemmo insieme per un corso di ag-
giornamento riservato a dei docenti: nella mia prolusione
io mi muovevo su una linea neo-liberale che dal Popper
della Societ aperta (1945) va al Dahrendorf di Quadrare
il cerchio (1995) e di Dopo la democrazia (2001), mentre
lui esponeva le conclusioni apocalittiche di Hybris e
Follia mutuate in gran parte dal suo marxismo deluso, da

167
Heidegger e da Severino, nonch dal loro Nietzsche (no-
toriamente riletto in maniera tendenziosa e ad hoc). A
mio parere, pur nella sua fatale incompiutezza, La cultura
siciliana nellepoca del nichilismo il suo libro migliore,
perch quello in cui riesce a esprimere senza equivoci
n inutili tergiversazioni la sua posizione filosofico-
politica in merito al destino dellOccidente e al compito
cui chiamata la Sicilia nellet dellimpero globalizza-
to del neo-capitalismo euro-americano e asiatico.
Giovanni sapeva, perch ne parlammo de visu, che io non
amo Hybris e Follia , un libro che trovo modesto non tan-
to per le concezioni filosofiche su cui si regge (che non
condivido ma che rispetto), ma per lambizione immode-
sta del progetto: ripercorrere lintera storia
dellOccidente, dalle guerre tra Greci e Persiani all11
settembre, alla luce di categorie interpretative come la
hybris , la follia e il nichilismo, unimpresa titanica che
pu essere compiuta solo dopo anni e anni di dura ricerca
speculativa e documentaria, e non nello spazio di un bre-
ve saggio di circa 200 pagine non di rado approssimativo
e semplicistico nelle ricostruzioni storico-teoretiche e in-
farcito di citazioni bibliografiche talvolta incoerenti e
forzate (una spia del frettoloso montaggio del libro
costituita dagli innumerevoli refusi e dalle altrimenti in-
spiegabili incongruenze di certe scelte: ad esempio, per-
ch il nome di Pascal diventa Biagio, mentre quello di
Rousseau rimane Jean-Jacques? Cfr. p. 120 e p.161).

168
Con La cultura siciliana nellepoca del nichilismo , inve-
ce, Giovanni restringe drasticamente il campo
dosservazione e, sebbene le idee di fondo siano natural-
mente le stesse di Hybris e Follia , riesce a fare un discor-
so chiaro, organico e stilisticamente perfetto, ancorch
parziale e filosoficamente preconcetto, sulla sicilitudine
o sicilianit di sciasciana memoria (non a caso egli cita
spesso il saggio Sicilia e sicilitudine, che apre La corda
pazza, 1970), ricollegandola proficuamente al concetto di
pensiero meridiano che Franco Cassano, nel citatissimo
saggio omonimo del 2003, riprende, decontestualizzando-
lo, da Albert Camus.
Il fatto stesso di poter riassumere facilmente il pensiero
di Giovanni contenuto in La cultura siciliana nellepoca
del nichilismo segno inequivocabile della sua limpidez-
za ed essenzialit, che quanto di meglio si possa esigere
da un filosofo. Chi invece esigesse da lui tesi vere dimo-
strerebbe solo di essere preda di una inqualificabile inge-
nuit epistemologica, ignara della irrimediabile fallibilit
del pensiero umano. Essendo intessuti di teorie false (nel
campo delle scenze umane e di quelle naturali, sintende:
il resto fede irrazionale nei dogmi, o sentimentalismo),
il massimo che possiamo fare di avanzarne di audaci e
dal grande potere esplicativo, e di esporle con chiarezza,
se non altro per permettere ai nostri interlocutori (e au-
spicabilmente a noi stessi, se non si trattasse di chiedere
troppo al nostro amor proprio) di comprenderle e discu-

169
terle criticamente. Ed esattamente in ci che Giovanni,
nel suo ultimo scritto, ha dato il meglio di s. Il suo pen-
siero forte sullOccidente moderno e post-moderno,
nonch sul ruolo storico cui sarebbero chiamati la Sicilia,
il suo popolo e la sua cultura, esibito con tale perspicui-
t che i riferimenti testuali alla grande letteratura siciliana
post-unitaria da Verga a Pirandello, da De Roberto a
Tomasi di Lampedusa, da Brancati a Sciascia, da Conso-
lo a Bufalino, fino a Camilleri, Silvana Grasso, Silvana la
Spina e Simonetta Agnello Hornby sembrano fatti ap-
posta per entrare naturaliter nel suo disegno teorico e
confermarlo (e va da s che chi epistemologicamente
smaliziato sa benissimo che non c niente di pi facile
che trovare un numero di conferme grande a piacere a
qualsiasi teoria, senza che ci influisca minimamente sul
suo grado di verosimiglianza, come dimostra
lastrologia).
Il volumetto si compone di due parti: una introduttiva
(Perch, pp. 9-25), in cui lautore chiarisce il significa-
to dei termini-chiave, come nichilismo e modernit, e
una che costituisce il vero e proprio testo (La cultura si-
ciliana e la modernit, pp. 27-73), dominato da una car-
rellata di citazioni tratte dalle opere degli autori summen-
zionati (I vicer, I vecchi e i giovani, Paolo il caldo, Il
Gattopardo, ecc.) e atte a illustrare lidea che
lintellettualit siciliana ha sempre colto nella moderniz-
zazione forzata dellisola a partire dallUnit un fattore di

170
straniamento e di tradimento delle autentiche radici an-
tropologico-culturali della societ siciliana, nel cui recu-
pero non pi solo nostalgico ma politicamente propositi-
vo e propulsivo consiste il compito del pensiero meri-
diano (a smentire cos la ben nota idea gentiliana, gi
discussa criticamente da Sciascia nello scritto citato del
1969, di un tramonto della cultura autenticamente sici-
liana nel periodo post-unitario). Il termine nichilismo,
precisa Altamore, usato nel senso della nientificazione,
della perdita di senso, di significato del concetto di mo-
dernit e dei caratteri che questa ha assunto nella storia
dellEuropa e dellOccidente (p. 9); mentre per moder-
nit da intendersi quellinsieme di conquiste civili, po-
litiche, giuridiche, economiche, scientifiche, tecnologiche
ed etiche che hanno contraddistinto quel processo di libe-
razione dellumanit dalle pastoie mortificanti ed immo-
bilizzanti del medioevo (cfr. pp. 9-10). Ora, argomenta
Altamore, se cos stanno le cose, se la modernit sfocia-
ta in un post-moderno nichilista, violentemente neo-
barbarico nella sua logica fondamentalista della globa-
lizzazione (p. 51) che tutto appiattisce, omologa e bana-
lizza (cfr. p. 13) con uno sforzo imperialista che non si
ferma neppure davanti alla prospettiva di scatenare guerre
contro chi non si piega e rivendica la propria diversit;
allora la Sicilia, la cui modernizzazione dallalto nata
dal furore ideologico di un cieco meridionalismo assi-
stenzialista (che ha fatto proprio acriticamente il punto di

171
vista nordico sullarretratezza della Sicilia), chiamata
a rifiutare in blocco la deriva nichilistica della modernit
e a recuperare quella secolare insularit meridiana, dia-
logante, accogliente e comunitaria che
lindustrializzazione forzata ha cercato in tutti i modi di
rimuovere, senza per riuscirci del tutto, come appunto
dimostrerebbero le nostalgie di certi eroi della letteratu-
ra siciliana del Novecento. Io non credo, aggiunge Al-
tamore, esibendo uno storicismo tradizionalista soprav-
vissuto sotto nuove spoglie alla fede perduta per quello di
stampo strettamente marxista, che tale richiesta possa
venire elusa poich non un elemento facoltativo, che si
pu anche rifiutare di affrontare; essa si presenta oggi con
i caratteri della necessit perch i processi di globalizza-
zione che stanno investendo tutte le attivit del pianeta e
tutti i popoli della terra creano contrapposizioni tra popo-
li, etnie e religioni per via della ricerca ossessiva di
unidentit da difendere e da far valere di fronte
alluniversalismo pervasivo delloccidentalizzazione dei
costumi, delle lingue, del mercato, che viene vissuto
sempre di pi e sempre per pi popoli come una umilia-
zione della propria identit, anche perch proveniente da
Paesi che nel passato li hanno sfruttati e ne hanno rapina-
to le ricchezze (p. 64). Da qui quelle veementi esclama-
zioni che suonano quasi come parole dordine epocali:
Si tratta di cambiare metodo! Di spostare lasse
dellattenzione dal Nord al Sud! Di partire dal Sud per

172
programmare il suo sviluppo! Di recuperare allo sviluppo
del Sud le caratteristiche storiche del suo popolo, la sua
collocazione geografica e quindi la sua insularit (p. 53).
Dispiace, al termine della lettura del bellissimo scritto di
Altamore, non trovare, in mezzo ad alcuni dei giganti del-
la letteratura siciliana post-unitaria, alcun accenno a Ste-
fano DArrigo, perch Horcynus Orca , vera summa della
sicilianit perduta, gli avrebbe senzaltro fornito altro e
ben pi consistente materiale testuale con cui confermare
(e forsanche mettere in discussione) le sue tesi. Eppure,
nel maggio scorso, raccomandavo a Giovanni di prender-
lo in considerazione in queste sue estreme riflessioni, ma
lui mi confess di non aver mai voluto avvicinare
questopera elefantiaca, collocandosi cos nella schiera di
coloro che, come Sciascia e Bufalino (ma questultimo se
ne pentir, seppure tardivamente, come dimostra il suo
Codicillo a DArrigo incluso in Cere perse , 1985), si
sono ostinati a ignorare la presenza perturbante dello
scontroso e orcinuso messinese. In Horcynus Orca , infat-
ti, il tema della nostalgia (nel senso etimologico di
sofferenza [lgos] provocata dal desiderio inappagato di
ritornare [nostos], per dirla con le parole del Kundera de
Lignoranza , 2) per la perduta Itaca tra quelli domi-
nanti nel mare magnum del romanzo, solo che essa non
sorretta da alcuna fede di riscatto attraverso il recupero
del pensiero meridiano, perch il pensiero e la lingua di
DArrigo e di Ndrja si abbandonano a una discesa senza

173
ritorno agli inferi, alla morte e alla oscurit senza rime-
dio, in cui solo la visionariet e il sogno possono fornire
un terreno possibile alla difficile ricreazione della memo-
ria.
Concludo, allora, riportando un passo del monologo di
Ndrja sullo sperone, che esprime tutta la tragedia del
finimondorioles, ovvero della mutazione antropologica
di fronte al nuovo ordine del dollaro portato in Sicilia
dagli angloamericani nel 1943 e incarnato dallo sca-
gnozzo del Maltese con cui Luigi Orioles si abbassa a
trattare, e che, inserito come codicillo in coda al prezioso
libello di Giovanni, pu fungere da completamento e in-
sieme da viatico verso altre e pi inquietanti considera-
zioni sulla recuperabilit della forma di vita meridiana:
E se non era la fine del mondo, era comunque quel fini-
mondo di guerra, ed era per Ndrja come se del finimon-
do che la guerra aveva fatto delluomo, lui si rendesse
conto solo ora, solo qua, ora, a Cariddi, su questa scarda
di mondo che era tutto il mondo per lui, il solo mondo
che conosceva prima del finimondo ed anche il solo per-
ci, che poteva riconoscere dopo, riconoscerlo dovera
ancora riconoscibile e dovera ormai irriconoscibile: ed
era come se ne rendesse conto da un uomo che si chia-
mava Luigi Orioles ed era luomo che pi ammirava sulla
faccia della terra, luomo che ai suoi occhi, dal mondicel-
lo di Cariddi, aveva sempre impersonato le cose pi rico-
noscibili del grande mondo, e ora invece, ne impersonava

174
le cose pi irriconoscibili, come se non fosse pi la stessa
persona di prima, ma unaltra, alterata, che era la nega-
zione di quella. () voleva dire che don Luigi, alterando-
si, si era alterato anche in quel tipo, in quella scellerata
specie duomo, in quella feccia, si era fatto anche sca-
gnozzo un poco, anche nettorecchi e anche ciarlatano,
anche ruffiano e anche sciacquapalle (ediz. Rizzoli
2003, p. 877 e p. 879).

175
Il martire senza titolo

Marzo 2005

lecito supporre che le 55 citt invisibili di Calvino


(dotate ognuna di un nome femminile) abbiano avuto un
precedente storico decisamente farsesco ma assai signifi-
cativo, dove a fungere da Mar-co Polo in versione piran-
delliana stato un gruppo di fascisti di Caltagirone e a
vestire i panni di un Kublai Kan turlupinato dal tipico
teatro siciliano stato nientemeno che Benito Mussolini
in persona. Cos possiamo rileggere oggi la storia di
Mussolinia, la citt fantasma che i notabili calatini fecero
finta di edificare nel bosco di Santo Pietro, tra Caltagiro-
ne, Niscemi e Acate, in onore di Mussolini, per celebrare
degnamente la visita del Duce alla loro citt, nel maggio
del 1924. Mussolini, in una cerimonia funestata da inci-
denti grotteschi (la sparizione della bombetta e la sua so-
stituzione con una ridicola coppola da contadino; la spa-
rizione della stessa pergamena commemorativa che il
Duce avrebbe dovuto murare dentro la prima pietra; i fi-
schi dei pastori che protestavano per la sospensione dei
lavori di costruzione della linea ferroviaria Gela-
Caltagirone), pos la prima pietra di una citt turrita
che non sarebbe mai stata costruita e di cui, qualche anno
dopo, avendo egli chiesto notizie sullo stato dei lavori, gli

176
arriveranno dalla Sicilia due fotomontaggi beffardi: in
uno, costituito da un intero album fotografico, il Duce
ammirer compiaciuto limponenza e la maestosit della
citt che porta il suo nome, e nellaltro, a mo di contro-
beffa volta a smascherare la prima, un Duce incredulo e
furente avr di fronte una sorta di cartolina in cui la stessa
citt appare come un ridente porto di mare.
Questa incredibile messinscena uno dei due fatti di cro-
naca poco noti su cui costruito lultimo romanzo storico
di Andrea Camilleri, Privo di titolo (Sellerio), uscito il 17
marzo scorso. Laltro fatto di cronaca la misteriosa uc-
cisione a Caltanissetta, il 24 aprile 1921, del diciottenne
patriota Gigino Gattuso, nel corso di una rissa tra fasci-
sti e comunisti. Gattuso stato poi elevato dal regime,
con una tipica montatura mistificatoria fatta di retorica
patriottica e di opportunismo politico, al rango di unico
martire del fascismo in Sicilia, e in quanto tale celebrato
con un monumento, con adunate commemorative ad ogni
anniversario della morte e con intitolazioni di strade e
scuole (ancora oggi, lex via Arco Arena in cui avvenne il
fatto di sangue si chiama via Gigino Gattuso, Martire, e
non pi Martire Fascista, come una volta: e gi questo
la dice lunga sul metodo italiano della chiarificazione
delle cose, perch se prima Gattuso era un falso martire
fascista, ora un vero martire di niente).

Come ha raccontato lo stesso Camilleri, la gestazione di

177
questo romanzo storico stata molto lunga, quasi decen-
nale, e vale la pena ricostruirne per sommi capi la doppia
genesi, cui legata, come detto, la struttura tematica a
dittico imperniata su due fatti di cronaca molto diversi
tra loro ma accomunati dalla capacit di rivelare esem-
plarmente, sotto lo specifico siciliano, tutto il carattere
tragicomico della colossale montatura retorica, ideologica
e politica rappresentata dal fascismo.
Camilleri aveva 16 anni quando si imbattuto per la pri-
ma volta nella storia di Gigino Gattuso, partecipando da
liceale agrigentino alladunata del 1941 organizzata a
Caltanissetta per commemorare il XX anniversario della
morte del giovane Eroe siciliano del fascismo. A colpi-
re la sua immaginazione fu non solo il fatto curioso che
in quelloccasione egli incontr casualmente l assassi-
no di Gattuso, lormai cinquantenne Michele Ferrara,
che piangeva tra la folla appartato in un portone, ma an-
che il fatto che da suo padre si sent dire che Dio solo sa
come and veramente quelloscura faccenda (questo epi-
sodio, gi rievocato ampiamente in La linea della palma,
Rizzoli 2002, pp. 88-90, costituisce ora la Premessa di
Privo di titolo). Intorno alla met degli anni Novanta,
allepoca della stesura de Il birraio di Preston (laltro ro-
manzo storico ambientato a Caltanissetta), Camilleri si
vide inviare direttamente dallautore, il giornalista nisse-
no Walter Guttadauria, il libro Fattacci di gente di pro-
vincia (Caltanissetta 1993), dove la vicenda processuale

178
del caso Gattuso era dettagliatamente ricostruita. A quel
punto, attratto dal groviglio pirandelliano e sciasciano del
caso (un morto ammazzato in una rissa e un reo confesso;
la verit ufficiale, basata sulle apparenze, del giovane at-
tivista fascista barbaramente assassinato da un sanguina-
rio attivista comunista; la verit processuale della dife-
sa, suffragata dalle perizie balistiche, che il colpo morta-
le, simultaneo a quello del reo confesso, fu in realt spa-
rato da un camerata di Gattuso, Santi Cammarata, ed
era diretto contro il porco comunista; e infine la verit
di comodo della sentenza definitiva secondo cui Ferrara
spar e uccise per legittima difesa), Camilleri decide di
trarne un romanzo, ma il progetto stenta a decollare per la
difficolt di dare al contenuto fattuale unadeguata forma
narrativa ed espressiva. Nel 2002 Camilleri dice a Save-
rio Lodato: Questa una storia sulla quale, da anni, sto
scrivendo un romanzo (La linea della palma, cit., p. 90),
e ancora nellautunno del 2004, subito dopo luscita de
La pazienza del ragno, Camilleri cos motiva la difficolt
di portare a termine il romanzo su Gattuso: Pi che i fat-
ti a me interessano due cose: il linguaggio () e la strut-
tura. Io faccio un piano mentale, come un architetto fa un
villino: quanti capitoli dovr essere, che durata ha il re-
spiro di ogni capitolo. Tutto questo io per Gattuso non ce
lho ancora chiaro. () Ne ho scritto una settantina di
pagine e mi sono fermato (da unintervista a Camilleri di
Rai Educational, disponibile in

179
www.educational.rai.it/railibro/interviste.asp?id=210). Ed
eccolo, finalmente, il romanzo, portato a termine nel cor-
so dellinverno 2004/2005: riprendendo la tecnica narra-
tiva de La concessione del telefono, de La mossa del ca-
vallo e de La scomparsa di Pat, consistente in un assem-
blaggio comicamente movimentato di articoli di giornali,
lettere, documenti ufficiali, manifesti, fonogrammi, note
burocratiche, ecc., cui si accompagnano sezioni narrative
pi o meno tradizionali, Camilleri pu esibire una irresi-
stibile ricostruzione della vicenda svariando sui pi di-
versi registri linguistici e stilistici, da quello drammatico
a quello burlesco e comico-realistico, da quello ridicol-
mente e fumosamente burocratico a quello puramente re-
torico e magniloquente del Regime, fino allautentico
pezzo di bravura della patetica lettera scritta a Mussolini
dalla moglie di Ferrara (Lopardo nel romanzo) Filome-
na Boccadoro, nella quale la donna lo implora di interve-
nire di persona affinch cessino le intollerabili vessazioni
subite dal marito anche dopo lassoluzione, e sulla quale
il Duce di suo pugno lascia scritto: Mandatelo al confi-
no. Mussolini (pp. 284-285).

Sul piano puramente quantitativo, la storia di Mussoli-


nia occupa uno spazio relativamente piccolo nel corpo
del romanzo (una ventina di pagine sulle quasi 300 tota-
li), ma il suo peso specifico tuttaltro che marginale,
perch mentre la vicenda Gattuso in fondo un fatto di

180
provincia, la burla della citt fantasma coinvolge il
Fondatore dellImpero in persona. In tal modo,
laccostamento delle due vicende, bench poco giustifica-
to sul piano strettamente narrativo, crea un gioco di ri-
mandi reciproci in questo vero e proprio festival della mi-
stificazione che coinvolge tutti i livelli del Regime, non
risparmiando neppure il suo Capo carismatico, investito
in pie-no dalla macchina della menzogna propagandistica
da lui stesso messa in moto. Le fonti cui Camilleri ha at-
tinto per ricostruire la vicenda della fondazione di Mus-
solinia a Santo Pietro, sono tutte dettagliatamente indica-
te nella Nota posta in margine al romanzo, ma quella
che sicuramente la pi interessante, nonch la pi sfrut-
tata, costituita dal pezzo di Leonardo Sciascia del
1969 intitolato Fondazione di una citt, poi incluso ne
La corda pazza (Einaudi 1970). Una lettura comparata
mostra che il testo sciasciano seguito passo passo, con
la sola eccezione del numero delle torri di Mussolinia: 16
per Sciascia (cfr. Opere, Bompiani 2001, vol. I, p. 1113),
12 per Camilleri (cfr. p. 227). In unintervista uscita su
Il Mattino del 16 marzo scorso, Camilleri dichiara di
aver letto (o riletto) le pagine di Sciascia su Mussolinia
nel periodo in cui leggeva il libro di Guttadauria e di aver
pensato allora di collegare i due fatti, ma lidea rimasta
l, fino a quando non ho trovato la struttura da dare al ro-
manzo.
Il fatto che lo stimolo sia venuto da Sciascia molto inte-

181
ressante perch crea un circolo di corrispondenze lettera-
rie che coinvolge anche Italo Calvino e fa s che Fonda-
zione di una citt, Le citt invisibili e Privo di titolo
vengano a costituire un trittico legato insieme da sottili
rimandi intertestuali. Per rendersene conto, baster vede-
re qualche data. Sin dal 1954, anno in cui gli arrivano sul
tavolo di redattore dellEinaudi le Cronache scolasti-
che, poi confluite due anni dopo nelle Parrocchie di Re-
galpetra, e fino al 1974, Calvi-no un lettore attento di
tutto quello che Sciascia manda alla casa editrice torinese
per la pubblicazione, e non manca di mettere per iscritto
le sue impressioni di lettura in alcune lettere divenute ce-
lebri (cfr. I. Calvino, Lettere 1940-1985, Mondadori
2000). Ebbene, Einaudi pubblica La corda pazza nel 1970
e Le citt invisibili nel 1972, e del 14 settembre 1971
una lettera di Calvino a Sciascia su Il contesto. Ora, an-
che se non risultano riferimenti espliciti, inevitabile
supporre che allepoca in cui lavorava alle Citt invisibili
Calvino conoscesse il pezzo di Sciascia su Mussolinia. Se
ci fosse vero, allora la Mussolinia raccontata da Sciascia
nel 1969 sarebbe davvero una sorta di prototipo storico-
farsesco delle citt calviniane, oltre che la fonte principa-
le della Mussolinia di Camilleri.

182
Il velo del mito su Gela nel Diso di Silvana Grasso

Settembre 2005

Narra Ovidio (Metamorfosi, V, 409-437) che Dite, dopo


aver rapito la piccola Proserpina nel bosco che circonda il
lago di Pergusa, giunse col suo carro nel tratto di mare
chiuso tra la fonte di Ciane e quella di Aretusa. Qui il dio
degli Inferi sub un oltraggio inaudito ad opera di Ciane,
celeberrima inter Sicelidas nymphas, la quale ebbe
lardire di emergere dalle acque, allargare le braccia e in-
timare al dio di fermarsi (nec longius ibitis!), aggiungen-
do che se intendeva diventare genero di Cerere avrebbe
dovuto chiederle il permesso, cos come lei stessa aveva
sposato il fiume Anapi convinta dalle sue preghiere (exo-
rata) e non terrorizzata (exterrita). Allora il dio, in preda
allira per un tale affronto, squarci con lo scettro il fon-
do del lago e si precipit da l stesso nel Tartaro, mentre
Ciane, angosciata per il brutale rapimento e per la viola-
zione della fonte di cui era la divinit, cov un tale incon-
solabile vulnus dentro di s che fin per liquefarsi e con-
fondersi con lacqua.
In questo episodio marginale del quadro grandioso delle

183
metamorfosi ovidiane, il meraviglioso e sacrilego gesto
di rivolta della piccola ninfa che osa sfidare un dio oscuro
e dal potere terribile offre una chiave di lettura impre-
scindibile per penetrare nel tormentato mondo interiore
delleroina dellultimo romanzo di Silvana Grasso, Diso
(Rizzoli, settembre 2005). Infatti, allorch Memi Sante-
la, trasferitasi a Milano dalla Sicilia orientale per eserci-
tare la professione di psichiatra, e soprattutto per sfuggire
al dolore e alla colpa dorigine di figlia non voluta e mai
amata dalla madre, decide di cambiare identit in una en-
nesima illusione di metamorfosi che per rimarr solo
anagrafica, sceglie come nome proprio quello della ninfa
siciliana. In quel momento, per, Memi ricorda solo la
metamorfosi in acqua della ninfa (cfr. p. 52), e non la sua
causa, perch nel suo vissuto di bambina insidiata a otto
anni da un vecchio venditore di ghiaccio con un occhio di
vetro e mani bellissime e incantatrici c il sentimento
vago di un gigante dacqua (p. 49) che, sotto forma di
grandine, aveva interrotto gli abusi delluomo, proteg-
gendola come una divinit propizia. Non a caso, allorch,
dopo il brutale assassinio di due giovani ex-
tossicodipendenti no-velli sposi da lei curati al SerT, si
sentir sconfitta da un Potere inafferrabile in cui mafia e
legalit si identificano in una tragicomica e grottesca
forma istituzionale dove la retorica visibile del Diritto il
linguaggio con cui la pratica invisibile del Crimine si au-
torappresenta e autocelebra davanti alla popolazione as-

184
servita, Memi sar spinta dallinconsolabile vulnus a cer-
care, come Ciane, la morte per acqua in un tentativo (fal-
lito) di suicidio, penetrando per qualche metro "in Mare
come un feto, che gi sfrattato, invoca ancora un utero di
madre" (p. 248).
Della Ciane ovidiana Memi eredita per anche il corag-
gio della sfida lanciata al potere infero, e questo un fat-
to che il testo e la-stuzia del narratore implicito tengono
nascosto, lasciando al lettore il compito di esplicitarlo al-
lorch assister allodissea della protagonista nel regno di
Emilio Mangiulli, lAnima Mundi di una Citt (la nostra)
sequestrata dal Male, il Funesto Demiurgo (direbbe
Cioran) di un microcosmo di morte civile. Cosaltro ,
infatti, la sfida di Memi a Emilio, detto lAnima, che co-
me un Cicikov incattivito dalla paralisi ha edificato il suo
onnicomprensivo sistema mafioso con le anime morte di
unintera citt, se non la ripetizione del gesto archetipico
di Ciane che, indignata, intima lalt al tremendo dio dei
morti in fuga con la sua giovane e innocente preda?

In questo romanzo in cui quasi tutti inseguono impossibi-


li metamorfosi escatologiche (come Memi ed Emilio) o
soltanto ipocrite (come i Sostituti Procuratore Tonin e Pa-
risiello, costretti a nascondere lomosessualit per dovere
dufficio, o il Presidente della Re-gione Onorino Man-
giulli, un impotente inetto che passa le notti chattando e
vivendo amplessi virtuali col nickname Eros98), Ovidio

185
non il solo a fornire palinsesti su cui il testo traccia i
suoi percorsi di significazione. Linesauribile cultura u-
manistica dellautrice percorre ogni sentiero
dellenciclopedia letteraria per trovare snodi di senso,
sicch la prosa, gi lessicalmente ipertrofica per via delle
frequentissime neoformazioni attinte dal dialetto e riso-
nanti di etimologie greco-latine, si dispiega in una com-
plessa trama ipertestuale che guizza da una citazione
allaltra (pi o meno esplicita) per scoprire i pi disparati
orizzonti tematici e simbolici. Appaiono cos, qua e l,
Omero, Alceo, i tragici, Teocrito, Properzio, Dante, Leo-
pardi e molti altri; e non mancano naturalmente omaggi
ai grandi maestri siciliani come DArrigo (sono orcin-
si gli occhi dei muli di cui Memi bambina sentiva lo
zoccolo: cfr. p. 31), Sciascia, Brancati e persino Camille-
ri, presenti se non altro in certi grotteschi ritratti di una
sicilitudine dominata dalla mentalit mafiosa (per cui la
nostra citt sembra di volta in volta o una Regalpetra con
le sue parrocchie, o la Catania di Antonio Magnano con
i suoi giochi di potere tra gerarchi fascisti, o una Vigta
senza il Commissario Montalbano) e da un diso di potere
che non di rado maschera una smaniosa sessualit repres-
sa, talvolta solo patetica e impotente (basti pensare a
Dolcemascolo, per il cui irascibilissimo maschilismo da
signorotto di provincia Memi, che ha osato venire dal
Nord e vincere un concorso nel suo feudo ospedaliero,
sempre e solo una buttana).

186
Tuttaltro che marginale il ruolo della musica e, oltre a
vari riferimenti a quella leggera (Battisti, Baglioni, Bat-
tiato, Morandi, Paoli), c lonnipresenza della Turandot
di Puccini, che, uscendo ossessivamente dallhifi di Emi-
lio, ne accompagna la parabola esistenziale in un gioco di
simmetrie rovesciate in cui la mascolina Memi, la donna
dallidentit incerta che vive senza amore nuziale (ma
che ama maternamente i suoi pazienti, siano essi pazzi o
tossicodipendenti) e pur non vista da lui per momentanea
cecit gli ispira un bruciante e tutto spirituale diso
damore, di morte e di redenzione, funge da inconsapevo-
le Calaf per il cuore delleffeminato Demiur-go, pi duro
e tenebroso di quello di Turandot.
Ma Lucrezio che, facendo capolino da una vaga allu-
sione, fornisce uno dei pi interessanti spunti per cogliere
il senso non solo di quellappassionata denuncia del tem-
pus iniquum della nostra citt che fa del romanzo anche
un violentissimo pamphlet politico, ma anche di quella
voluptas, di quel diso che pervade e scalda di vitalismo
positivo le pagine di unopera per molti versi disperata ed
estrema. In uno dei momenti pi significativi del roman-
zo, Memi, che andata a sfidare il Potere fin nel suo stes-
so inaccessibile covo, blocca la caduta del tetraplegico
Emilio dalla scalinata di una chiesetta, e luomo vive in-
timamente il contatto della propria bocca con il collo del-
la donna come "un coito infinito, arcano e potente" (p.
209). Questa scena paragonata dalla voce narrante a due

187
quadri possibili: quello di un bambino sul grembo di
una madre (che ha una ragione interna alla fabula perch
a sette anni Emilio era finito sotto la madre, uccisa con
tre colpi di lupara al cuore insieme al marito), e quello di
"Marte guerriero dormiente in grembo a Venere" (p.
209). Ora, questultima immagine, peraltro ben nota
nelliconografia mitologica, non pu non far pensare
allinno a Venere che apre il De rerum natura, dove la ce-
lebrazione dellalma Venus, diso di uomini e di (homi-
num divomque voluptas), forza erotica che muove e pro-
paga nella riproduzione ogni essere vivente, si intreccia
con una preghiera alla dea affinch, patriai tempore ini-
quo, addolcisca con le parole il dio della guerra, quando
questi, vinto solo dallamore per lei, giace sul suo grem-
bo, nonch con la dedica a Memmio, un uomo politico
dalla cui stirpe il poeta si attende la salvezza per la co-
munit romana. qui, dunque, che possiamo leggere in
filigrana le pi intime intenzioni del romanzo, dove sem-
bra che solo la forza del diso (parola che ricorre in que-
sta forma ben 34 volte 10 delle quali solo nella pagina
143 e altre 8 volte in 5 forme flesse e derivate: disii,
2 volte; disise, 1 volta; disare, 2 volte; disito, 1
volta; disiava, 2 volte), quando sconvolgimento posi-
tivo, "marranzano per lanima", "furore" di chi vuole
"concupire dio" (p. 143), possa risvegliare le anime morte
e dar cor-po a una forma di vita pi civile e umana.

188
Il mito ovidiano di Ciane, inoltre, ha unappendice mino-
re posta pi avanti (vv. 465-473) che contiene
unulteriore e pi complessa (perch obliqua) chiave in-
terpretativa per la particolare situazione relazionale e co-
municativa in cui si trova Memi con la madre e da cui na-
sce il romanzo stesso. Quando alla fonte di Ciane giunge
Cerere, che nella dolorosa ricerca della figlia scomparsa
ha percorso ogni altro mare e ogni altra terra, la ninfa,
acqua nellacqua, non pu rivelarle direttamente il rapi-
mento da parte di Dite, perch non ha bocca n lingua per
soddisfare il suo diso di parlare (et os et lingua volenti
dicere non aderant). Tuttavia, Ciane compie un atto se-
miotico che ha in nuce ogni altro atto narrativo (ovvero la
letteratura stessa, che costruzione di un testo segnico da
interpretare attraverso procedimenti inferenziali), facendo
affiorare sulla cresta delle onde la cintura di Proserpina:
solo a questo punto che Cerere intuisce la verit, e il suo
dolore di madre pu esplodere e infuriare con le mani sui
capelli e sul petto. In situazione specularmente rovesciata
e degenerata (Ciane e Proserpina diventano una sola
persona; ed il caso qui di sottolineare che la stessa
Memi-Ciane, proprio nella pagina cui mi sto riferendo, a
identificarsi anche con Proserpina), Memi, ormai dotto-
ressa Ciane Santela, non pu interloquire con la madre
sul letto di morte per cercare una riconciliazione estrema
e sanare cos la ferita di figlia perduta perch da lei rifiu-
tata, e allora decide di ricordare e raccontare il proprio

189
dolore, sublimandolo nellatto semiotico della letteratura:
"Raccontarti dovrei ora, madre, fidando nella tua morte
certa (), quel che ho taciuto a me (). Se racconto,
forse, potrei ancora () sapere () come furono i tuoi
occhi" (p. 40).
Quanto appena detto offre lo spunto per concludere dan-
do un rapido sguardo alla particolare tecnica narrativa del
romanzo, in cui si assiste a un lento ma efficacissimo
cambio di punto di vista col passaggio dalla prima perso-
na (il racconto di Memi, che occupa i primi 16 capitoli
sui 44 totali) al racconto impersonale e oggettivo (il letto-
re si accorge dellavvenuto cambiamento della voce nar-
rante solo nel ventitreesimo capitolo, allorch Memi per
la prima volta nominata in terza persona nel discorso
indiretto: cfr. p. 136). Per usa-re il linguaggio cinemato-
grafico, come se la voce narrante fuori campo, il cui
punto di vista fino a un certo punto del racconto coincide
con quello della macchina da presa, entrasse lentamente
in campo con una carrellata allindietro, e lo spettatore
vedesse im-provvisamente il corpo che ne portatore in-
teragire con gli altri personaggi. Questa duttilit nella
tecnica del racconto ha ragioni espressive ben precise
nello spazio (capp. 1-12: luogo natale, in provincia di Ca-
tania; capp. 13-44: Gela, camuffata da quattro asterischi)
e nel tempo della narrazione (capp. 1-12: ununica notte
di giugno, quella della morte della madre, fino alle otto
circa del mattino, quando Memi va alla stazione per

190
prendere il regionale delle 8.10 per Catania; i capp. 13-44
coprono, con salti in avanti e ritorni vari, un periodo di
tempo che va dal 3 settembre successivo, giorno del con-
corso in Ospedale, alla vigilia di Natale dellanno dopo).
Nei primi capitoli, infatti, Memi sola, prima davanti al
corpo della madre (la veglia notturna, narrata nello stile
di una nenia dolorosa ma anche sottilmente sadica per via
del complesso di Elettra di Memi, si estende per ben dieci
capitoli), poi, la stessa mattina, tra le Case Popolari e la
stazione del nato borgo selvaggio (capp. 11-12), e in-
fine, tre mesi dopo, al suo arrivo a Gela per partecipare
al concorso (capp. 13-14). Dopo un improvviso salto di
un anno (cap. 15), il racconto torna indietro al giorno del
concorso (cap. 16), e da questo momento in poi Memi
nel regno di Dolcemascolo e di Emilio. Lo spazio e il
tempo della solitudine della protagonista so-no cos nar-
rati dalla sua stessa voce in tono lirico-evocativo, e in tal
modo il lettore pu vivere dallinterno la sua situazione
problematica, cogliendone tutte le sfumature di dolore.
Quando invece Memi entra in un mondo popolato di mo-
stri grotteschi, una voce narrante impersonale le sottrae
progressivamente la parola per trasformarla in personag-
gio epico. Questo mutamento di prospettiva dal punto di
vista soggettivo e personale a quello oggettivo e imper-
sonale, peraltro, assai significativamente prefigurato
allinterno del testo stesso, allorch Memi comprende che
il rimanere a Gela avrebbe comportato per lei una per-

191
dita della sua individualit, un sequestro della sua perso-
na da parte del Coro: "Se ci fossi rimasta a ****, da si-
ciliana lo sapevo, dopo un giorno o un anno anchio, per
destino comune, mi sarei consegnata al coro, alla sua vera
o finta sa-pienza. Coro io medesima o solo ostaggio di un
Coro" (p. 72).
In questa metafora del Coro, inteso come rapimento e o-
blo del principium individuationis, risuona leco di una
sapienza antica, quella dionisiaca, per cui venire al mon-
do con un io cosciente e un nome proprio un cancro
(p. 251), una stimmate di dolore ineluttabile. Ed proprio
su questo che si chiude il romanzo, che nelle ultime paro-
le contiene lennesimo monito del Sileno gi variamen-
te modulato da Sofocle a Leopardi, da Nietzsche a Cioran
sullinconveniente di essere nati.

192
Il Codice da Vinci? E meno audace del Vangelo di
Giuda

Maggio 2005

Il Codice da Vinci (2003), di cui appena uscita


lattesissima e discussa versione cinematografica, il pi
clamoroso caso editoriale degli ultimi anni, e il suo suc-
cesso ha spinto diverse Chiese cristiane di tutto il mondo
a organizzare addirittura dei convegni di contro-
informazione religiosa per cercare almeno di arginare la
ricezione acritica da parte del grande pubblico dei fedeli
delle tesi apparentemente rivoluzionarie su Ges in esso
contenute. Anche Gela, di recente, stata teatro di inizia-
tive propagandistiche simili che hanno visto scendere in
campo i preti e persino il vescovo. La cosa che pi mi
stupisce, per, il fatto che in questo gran polverone me-
diatico il campo sia stato occupato quasi interamente dal-
le diverse agenzie religiose, quasi che la questione fon-
damentale fosse quella di scegliere tra la verit di Dan
Brown (a quanto pare un fanatico che crede davvero in
quello che ha scritto) e quella della fede cristiana tradi-
zionale (con le sue varianti storiche pi note e influenti).
forse il momento di guardare la questione da un punto
di vista pi laico e disincantato. Gli studiosi di storia del-
le religioni sanno bene che Dan Brown non ha inventato
nulla, perch si basa fondamentalmente su una vecchia e

193
ormai storicamente screditata letteratura trash sull'argo-
mento del Graal, tra cui soprattutto il famigerato Il Santo
Graal (1982, tr. it. Mondadori 1984) di Michael Baigent,
Richard Leigh, e Henry Lincoln, che non a caso ultima-
mente hanno intentato causa contro di lui per plagio (ri-
conoscendo cos implicitamente il carattere di pura
fiction del loro libro, visto che nessuno storico serio po-
trebbe mai lamentarsi se un romanziere si serve dei suoi
studi come fonte attendibile). Nel romanzo, del resto a
parte lerroneo accostamento tra la Biblioteca di Nag
Hammadi, trovata in Egitto nel 1945 e contenente vangeli
apocrifi (tra cui quelli gnostici) e altri scritti cristiani dei
primi secoli, e i Rotoli del Mar Morto, trovati nel 1947 e
contenenti testimonianze sugli esseni, un gruppo ebraico
che non ha nulla a che vedere con i primi cristiani, n tan-
to meno con Ges (cfr. cap. 58, p. 288) si possono tro-
vare diverse tesi storico-dottrinarie piuttosto in-fondate.
Ad esempio questa (cap. 55, p. 273): fino a quel mo-
mento storico [cio fino a Concilio di Nicea del 325], Ge-
s era visto dai suoi seguaci come un profeta mortale: un
uomo grande e potente, ma pur sempre un uomo. Tutti
sanno, invece, che anche prima cera chi credeva nella
divinit di Ges, stando non solo ai vangeli canonici e a
quelli apocrifi, ma anche ad autori proto-ortodossi come
Ireneo e Tertulliano, vissuti molto prima del Concilio di
Nicea (Ireneo, e sia-mo alla fine del II secolo, aveva gi
distinto tra Nuovo e Antico Testamento e parlato addirit-

194
tura di canone della verit: Adversus Haereses, IV, 9,
1). Tuttavia, poco pi avanti, Dan Brown dice una cosa
un po pi precisa e storicamente verosimile: Costantino
commission e finanzi una nuova Bibbia, che escludeva
i vangeli in cui si parlava dei tratti umani di Cristo e in-
fiorava i vangeli che ne esaltavano gli aspetti divini (p.
275).
Al di l della forzatura del primo passo, non c dubbio
che losservazione sia nel complesso ragionevole: il ca-
none definitivo del Nuovo Testamento il risultato lento
e travagliato di una complessa opera di montaggio, effet-
tuato dalla setta uscita vincente dalle diatribe cristologi-
che alla luce di un modello dottrinario che si intendeva
imporre (il credo di Nicea, appunto) e sulla base di un
materiale agiografico molto corposo ed eterogeneo; sul
tutto poi stato spruzzato il marchio di fabbrica
dellispirazione divina. In tal senso assolutamente fuor
di dubbio che, come dice anche Dan Brown, fu tutta una
questione di potere (p. 274).
Quello che vorrei dire qui che a un laico che crede che
tutti i libri siano scritti e redatti dagli uomini, le forzature,
le imprecisioni e gli errori evidenti contenuti in un ro-
manzo come Il codice da Vinci non danno alcun fastidio,
cos come non gliene danno le sciocchezze umane, troppo
umane (e non di rado atroci) contenute nei cosiddetti testi
sacri. Certo, mi rendo conto che un credente (anche se
non necessariamente clericale) si trova in grande imba-

195
razzo a dover decidere da che parte stia la verit di
fronte a certi dilemmi storico-religiosi, e non vorrei tro-
varmi nei suoi panni, ad esempio, quando deve scegliere
tra la versione secondo cui Ges nacque per inseminazio-
ne artificiale spirituale, visse celibe, mor, risorse dopo
tre giorni, sal in cielo e da allora siede alla destra del Pa-
dre, e quella secondo cui in realt si spos con Madda-
lena, ebbe da lei una figlia (Sara), mor e i suoi discen-
denti diedero origine alla dinastia dei Merovingi (dive-
nendo cos custodi biologici del sangue reale di Cristo,
cio del vero San[to] Graal, fecondato nel ventre di Mad-
dalena). Per un laico molto semplice: si tratta di bufale
colossali, o al massimo di varianti equivalenti di un bel-
lissimo mito scaturito dalla vita di un uomo forse real-
mente esistito.

**********
A questo proposito, interessante fare un riferimento al
Vangelo di Giuda, ritrovato dopo oltre 1600 anni nel co-
siddetto Codice Tchacos (dal nome di Frieda Tchacos
Nussberger, la mercante darte antica che nel 2000 en-
trata in possesso del prezioso e fragilissimo papiro in lin-
gua copta, risalente al III-IV secolo, casualmente ritrova-
to in Egitto verso il 1978), che contiene altri tre brevi
trattati gnostici, purtroppo in uno stato gravemente lacu-
noso. Dello sconvolgente vangelo, il cui perduto originale
greco risale quasi certamente al II secolo, si conosceva

196
lesistenza perch Ireneo lo aveva fuggevolmente men-
zionato nel suo citato trattato contro le eresie. Esso stato
finalmente tradotto dal copto da un gruppo di studiosi (R.
Kasser, M. Meyer e G. Wurst) e pubblicato per la prima
volta in tutto il mondo nellaprile 2006 dalla National
Geographic Society. Ebbene, dal punto di vista di un lai-
co, questo Vangelo costituisce una variazione estrema-
mente interessante sul tema mitico della vita e della dot-
trina di Ges, nonch del suo rapporto con i discepoli,
perch dimostra ancora una volta (come gi mostravano i
52 testi scoperti a Nag Hammadi) quanto vivace e filoso-
ficamente articolato fosse il dibattito tra le sette cristiane
nei primi secoli, prima che la setta dominante e autopro-
clamatasi ortodossa prevalesse sulle altre, imponesse il
proprio credo e desse vita alla Chiesa come la cono-
sciamo oggi.
Finora, chi voleva meditare su qualche interpretazione
controcorrente della figura di Giuda, aveva a disposizione
dei testi moderni, tra cui due straordinari racconti di Jor-
ge Luis Borges. Uno contenuto ne Il libro di sabbia
(1975) e si intitola La setta dei Trenta. Vi si sostiene,
tra laltro, che Ges e Giuda, nelleconomia della salvez-
za, stanno sullo stesso piano. Laltro, ben pi audace,
contenuto in Finzioni (1944) e si intitola Tre versioni di
Giuda. Qui Borges immagina di recensire due diverse
redazioni (quella del 1904 e quella, definitiva, del 1909)
di una scandalosa opera su Giuda e Ges scritta da uno

197
gnostico del XX secolo, lo svedese Nils Runeberg. Co-
stui, riflettendo sullenigma di Giuda, nella prima edizio-
ne dellopera aveva assolto Giuda in quanto figura neces-
saria nelleconomia della redenzione e quindi in qualche
modo immagine speculare di Ges (largomento ricorda
vagamente quello usato da Gorgia per assolvere Elena
dallaccusa di adulterio volontario). Ma nella seconda,
dopo ulteriori approfondimenti, limmaginario Runeberg
arriva a sostenere la pi scandalosa delle dottrine: il vero
mistero cristiano consiste nel fatto che Dio, volendo bere
fino in fondo il calice dellumiliazione per riscattare tutta
lumanit dalla propria miseria, si incarnato non in Ge-
s (il quale, tutto sommato, ha avuto una vita da super-
star, a parte la crocifissione), ma in Giuda, il pi infame
tra gli uomini.
Ebbene, come detto, finora credevamo che per simili va-
riazioni sul tema ci volesse la fantasia visionaria di Bor-
ges. Ma il Vangelo di Giuda, opera di un anonimo (anche
i quattro vangeli canonici lo erano fino al II secolo, quan-
do furono attribuiti opportunisticamente a Matteo, Marco,
Luca e Giovanni), ci dimostra che nellambito del pensie-
ro gnostico antico era possibile anticipare Borges e pene-
trare in maniera molto pi raffinata di quanto non accada
nei vangeli canonici (teologicamente piuttosto rozzi) nel-
la dinamica intellettuale del gruppo composto da Ges e
dai suoi discepoli. Qui Ges non fa altro che ridere della
stupida idolatria dei discepoli, i quali sono degli insipienti

198
legati al culto del dio dellAntico Testamento (El), che
per gli gnostici solo un demone malvagio che ha creato
questo mondo materiale dominato dal dolore e dalla mor-
te con laiuto di altri due demoni, Nebro (o Yaldabaoth),
un sanguinario, e Skalas, un idiota. Giuda, invece,
lunico a sapere che Ges proviene da un ordine divino
superiore (Tu vieni dal reame immortale di Barbelo,
dove Barbelo indica la figura materna della suprema tri-
nit gnostica: Padre, Madre, Figlio), governato da un
Grande Spirito non coinvolto nello scandalo della crea-
zione. Per questo motivo Ges riconosce in lui una natura
simile alla sua e lo elegge a suo unico vero discepolo e
amico. E cos gli rivela la cosmologia gnostica e la vera
dottrina della salvezza, che ovviamente non ha a che fare
con cose come il peccato, la crocifissione e la resurrezio-
ne (non c niente di tutto questo nel testo, che infatti si
conclude col tradimento), ma solo con la conoscenza (in
greco gnosis) della verit sulla genesi malvagia di questo
mondo e sulla necessit di abbandonarlo in fretta per tor-
nare al vero regno. Di conseguenza gli suggerisce di tra-
dirlo, in modo che possa liberarsi prima possibile del
corpo mortale in cui entrato, e infine lo glorifica immet-
tendolo in una trionfante nube di luce: Tu sarai maggio-
re tra loro. Poich sacrificherai luomo che mi riveste.

**********
, questa, la verit vera su Ges? Niente affatto: si tratta

199
semplicemente di un documento che rivela altre potenzia-
lit concettuali, dottrinarie e narrative messe in atto gi
nei primi secoli dellera cristiana. In altri vangeli apocrifi
lo avevamo visto sfruttare le sue virt magiche da Harry
Potter per accecare o far morire allistante adulti e bam-
bini praticamente senza alcun motivo o al massimo per
ragioni futilissime (cfr. il Vangelo di Tommaso), oppure
indugiare sulla bocca sensuale di Maria Maddalena, sua
sposa, al punto da far ingelosire i discepoli (cfr. il Vange-
lo di Filippo, tanto caro a Dan Brown). Come si vede, nei
primi secoli Ges era una bella figura letteraria che si
prestava alle pi svariate variazioni fabulatorie, esatta-
mente come era accaduto e come sarebbe ancora accadu-
to per gli di e gli eroi della mitologia greca. Fu solo il
fanatismo di alcuni (i vincitori) che cancell in gran parte
tutta questa abbondanza creativa e di senso, impose una
versione standard e ne fece oggetto di un culto istituzio-
nale e totalitario, operante ancora oggi.
Personalmente, sogno unepoca in cui si possa discutere
di queste cose prendendole senza laffanno della difesa
della parrocchia di appartenenza, ovvero con quello spiri-
to critico, leggero, ironico ed equanime che non ricono-
sce dogmi istituzionalizzati n testi sacri e si sente libero
di discutere e accogliere tutto e in qualsiasi momento.
Sogno, ad esempio, di poter parlare di Ges e delle mol-
teplici e discordanti testimonianze sulla sua figura con lo
stesso spirito con cui si chiude lEpitome della cosid-

200
detta Biblioteca di Apollodoro: Alcuni dicono che Pene-
lope fu sedotta da Antinoo e per questa ragione Odisseo
la rimand al padre Icario, e che poi si trasfer presso
Mantinea in Arcadia dove, unitasi a Ermes, gener Pan.
Secondo altri invece Penelope mor per mano dello stesso
Odisseo a causa di Anfinomo, dal quale, a quanto si dice,
era stata sedotta. C anche chi dice che Odisseo venne
accusato dai parenti di coloro che aveva ucciso e che
scelse come giudice Neottolemo, re delle isole antistanti
dellEpiro. Questultimo, calcolando che dopo aver eli-
minato Odisseo avrebbe ottenuto Cefalonia, decret il
suo esilio. Odisseo allora and in Etolia presso Toante,
figlio di Andremone, spos sua figlia e mor in tarda et
lasciando dietro di s il figlio che aveva avuto da lei, Le-
ontofono (trad. Adelphi 1995, p. 164). Ma so che questo
non ancora possibile, perch ci sono ancora persone
sinceramente convinte che tra un passo come quello ri-
portato e uno della Bibbia ci sia una incolmabile diffe-
renza dovuta allo statuto ontologico dei rispettivi autori:
umano luno, divino laltro. Peggio per loro, perch non
sanno quello che fanno.

201
IL METODO LAICO

Identit aperta e memoria plurima dellOccidente in


Cima delle nobildonne
di Stefano DArrigo

Aprile 2006

Sono amputate radici che germogliano,


son cose antique che rivegnono, son veri-
tadi occolte che si scuoprono: un nuovo
lume che, dopo lunga notte, spunta all'ori-
zonte ed emisfero della nostra cognizione
ed a poco a poco savicina al meridiano
della nostra intelligenza.

[GIORDANO BRUNO, De linfinito universo et


mondi, in Bruno (1584), 1985: 498 (Dialogo V)]

Prologo

Al fine di spiegare il motivo per cui in questa se-


de non intendo dare n avvalermi di una definizione es-
senzialistica di termini astratti quali laicit o laici-
smo, mi servir di una citazione del Libro blu di Wit-

202
tgenstein, laddove egli chiosa Platone nel corso della sua
battaglia antiessenzialista condotta soprattutto contro
lautore del Tractatus logico-philosophicus. In particola-
re, Wittgenstein fa riferimento a un passo del Teeteto do-
ve, alla domanda di Socrate Che cosa credi che sia co-
noscenza?, Teeteto risponde elencando esempi di cono-
scenze, come la geometria, lastronomia, la musica,
laritmetica, larte del calzolaio e quelle degli altri arti-
giani. Con questa risposta perfettamente tardo-
wittgensteiniana, per, egli delude laspettativa essenzia-
listica di Socrate-Platone, il quale non chiedeva una e-
numerazione di conoscenze (...) bens (...) che cosa la
conoscenza in s1. Ebbene, osserva Wittgenstein,
lidea, che, per comprendere il significato di un termine
generale, si debba trovare lelemento comune a tutte le
sue applicazioni, ha paralizzato la ricerca filosofica: non
solo non ha riportato alcun risultato, ma ha anche indotto
il filosofo a respingere, come irrilevanti, i casi concreti,
lunica cosa che avrebbe potuto aiutarlo a comprendere
luso del termine generale. Quando Socrate pone la do-
manda: Che cos la conoscenza?, egli non considera
neppure una risposta preliminare unenumerazione di casi
di conoscenza. Se io volessi scoprire quale sorta di cosa
sia laritmetica, riterrei del tutto soddisfacente aver inda-
gato il caso di unaritmetica dei numeri cardinali finiti.

1
Platone, Teeteto, 146 c-e, in Platone 1991: 86-87

203
Infatti: (a) ci mi condurrebbe a tutti i casi pi complica-
ti, (b) unaritmetica dei numeri cardinali finiti non in-
completa, non ha lacune che siano poi colmate dal resto
dellaritmetica2.
Nello spirito di questo passo, dunque, io qui evi-
ter di rispondere a domande del tipo Che cos la laici-
t?, ma esibir piuttosto quello che vorrei chiamare il
metodo laico, che a mio parere dovrebbe distinguere chi,
come si espresso Giulio Giorello che a sua volta cita-
va un passo di Samuel Johnson riferito a Milton -, di
nessuna chiesa3, e pertanto non riconosce rivelazioni di-
vine e dogmi religiosi, n presume una gerarchia assiolo-
gica tra fedi e credenze storiche, ma tratta ogni fede e o-
gni dogma come ulteriore figura del mito, come un luogo
culturale segnato da tracce esclusivamente umane e da
percorrere come un borgesiano giardino di sentieri che si
biforcano e si dirigono potenzialmente in ogni altro spa-
zio-tempo allinterno del frattale della mappa totale della
nostra memoria. In tal senso ogni porta daccesso vale
laltra e qui io mi inoltrer nel giardino della nostra me-
moria muovendo dal caso esemplare costituito dal ro-
manzo minore di un autore siciliano noto soprattutto per
aver scritto un grandissimo romanzo che pochissimi, pe-
r, ancora oggi riescono a leggere: Horcynus Orca.

2
Wittgenstein [1933-1934], 1958: 30.
3
Giorello 2005: 39.

204
I

Hatshepsut e lOccidente

Dopo circa ventanni di oblo, nel marzo 2006


stato riedito da Rizzoli Cima delle nobildonne, il secondo
e ultimo romanzo del siciliano Stefano DArrigo (1919-
1992), pubblicato per la prima volta da Mondadori nel
1985. Con questopera, lautore di Horcynus Orca torna-
va dopo dieci anni di silenzio sfidando i lettori a ricono-
scerlo identico tra le righe del totalmente altro, perch
Cima delle nobildonne un romanzo che si presenta, ri-
spetto al primo, con tutti i valori cambiati di segno.
Se la mole del primo era smisurata, quella del se-
condo misura poco pi di un decimo di essa; se il testo
del primo era straripante e pressoch privo di scansioni,
quello del secondo contenuto entro argini tipografici
ben precisi, con doppi cambiamenti di pagina per separa-
re le tre parti (ciascuna introdotta da epigrafi a chiave) e
singoli cambiamenti di pagina per separare i ventuno ca-

205
pitoli totali (anche se n le parti n i capitoli sono nume-
rati); se la lingua del primo era una creazione ipertrofica
inaudita ottenuta innestando radici dialettali sulla morfo-
logia dellitaliano, quella del secondo una prosa cristal-
lina, alta e piena di termini specialistici; se la sintassi del
primo era sontuosa e vertiginosamente dilatata, quella del
secondo lineare e quasi cronachistica; se la semantica
del primo era espressionistica e tortuosamente allusiva e
carica di risonanze a partire persino dal livello fonologico
del lessico, quella del secondo quasi sempre puramente
referenziale, anche laddove la narrazione naturalistica
sfocia nella visionariet e nellallegoria4; se

4
Naturalmente DArrigo non manca, qua e l, di avvertire im-
plicitamente e allusivamente il lettore di avere a che fare pur
sempre con lautore di Horcynus Orca, e quindi di stare allerta
e di non fidarsi troppo dellapparente linearit espressiva del
testo di Cima delle nobildonne. Ecco perch, ogni tanto, il let-
tore che abbia nelloreocchio (su questo ircocervo lessicale
di Horcynus mi permetto di rimandare a Trainito 2004: 68-70)
della memoria la morfologia, il lessico e la sintassi del grande
romanzo, riconosce linconfondibile voce di DArrigo anche
nellasettica prosa di Cima delle nobildonne, sia in certe neo-
formazioni (stranottati, p. 7; ruminarumina, p. 91; stralu-
ciati, p. 105, ecc.) sia soprattutto in certi ritmi del periodo in
cui lo stesso andamento sintattico a determinare le creazioni
morfologiche (procedimento, questo, che ricorre ossessivamen-
te in Horcynus e ne costituisce, per cos dire, la cifra espressi-

206
lambientazione del primo era limitata a una strettissima
porzione geografica e antropologica dellEuropa meri-
dionale (lo Stretto di Messina, i pescatori), quella del se-
condo spostata nellestremo Nord dellEuropa, a Stoc-
colma5, dove a darsi convegno sono uomini illustri per

va). Cfr. ad es. p. 62: Mattia ne fu sbalordito. Unidea come


quella venuta a un operatore qual era Belardo, operatore-attore,
operattore di razza, non poteva non sbalordire: lui stesso, quel
grande operattore, proponeva labolizione della sua platea, an-
che se lanfiteatro era lo stesso destinato a scomparire con
ladozione dei circuiti chiusi.
5
Questa collocazione geografica del romanzo, prima facie
molto strana per uno scrittore mediterraneo, da collegare
forse alla probabile provenienza del misterioso popolo degli
arpioni, la cui sconfitta ad opera dellantichissimo Faraone
Narmer celebrata nel corteo trionfale di Hierakonopolis raffi-
gurato nella cosiddetta Paletta di Narmer (in realt un conteni-
tore in ardesia di prodotti cosmetici a due facce, simili alle ta-
volozze dei pittori). Come dice Planika ai suoi studenti, nella
Paletta sono graffite le strips che girando dalluna allaltra
faccia raccontano per immagini il corteo trionfale che 3500 an-
ni prima di Cristo si svolse nella citt di Hierakonopolis nel
Basso Egitto in onore del Faraone Narmer che tornava dalla
memorabile vittoria ottenuta sul popolo degli arpioni, miste-
rioso popolo marinaro, forse scandinavo, vichingo, scapolato
forse nel Mediterraneo navigando lontano dalla patria non si sa
di preciso perch (p. 20). Cfr. qui, Riferimenti iconografici,
fig. 2.

207
dottrina o per denaro provenienti da tutto il mondo e da
tutte le culture (i medici e chirurghi italiani, lEmiro del
Golfo, lebreo errante boemo-americano luminare di Pla-
centologia, lereditiera americana vedova di uno svedese,
ecc.); se simboli di Morte e Vita del primo erano rispetti-
vamente unOrca gigantesca e la minuta cicirella porta-
ta dallOrca, simboli di Vita e Morte del secondo sono
rispettivamente la Placenta e i Seminomi Killers, cio
cellule anarchiche placentari in feto; se nel primo lo
sport (passione di DArrigo) si riduce alle prove tragiche
di una regata tra soldati e pezzenti dilettanti, nel secondo
assistiamo al giornalistico epicedio di sapore omerico sul
declino di due leggende americane del baseball (Babe
Ruth) e del football (Y.A. Tittle). E cos via.
Questo ruolo apparente di satellite minore svolto
da Cima delle nobildonne rispetto al corpo planetario di
Horcynus Orca, ha fatto s che la sua percezione venisse
oscurata dal bagliore del primo, e se si considera che
questultimo risulta ancora accecante e inavvicinabile per
i pi, si comprende anche perch il secondo romanzo di
DArrigo, che in realt uno dei pi straordinari capola-
vori della letteratura del XX secolo, sia rimasto per il
grande pubblico ancora pi misconosciuto di Horcynus
Orca.
Forse, per, la riapparizione del romanzo di Ha-
tshepsut il nome del grande Faraone donna della
XVIII Dinastia che diede prosperit e splendore artistico

208
allE-gitto e la cui traduzione in italiano appunto Cima
delle nobildonne6 in questi nostri tempi di declino cul-
turale, pu segnare linizio della considerazione che me-
rita. Questo romanzo della placenta (la Placenta-
Hatshepsut, come vedremo), ci spinge infatti a riflessioni
cos alte e articolate che lattuale egemonia politica in
Occidente di una concezione fondamentalista di stampo
neo-spiritualistico (teo-con in America e clericale in Ita-
lia), che pretende di imporre a tutti radici e identit ebrai-
co-cristiane, appare in tutta la sua miseria intellettuale:
nientaltro che una operazione di ipersemplificazione del-
la storia dellOccidente subordinata a scopi di puro colo-
nialismo ideologico di stampo neoguelfo.
Con una voce laica che ci giunge da una lonta-
nanza di appena due decenni, ma che per sembra prove-
nire da un tempo remotissimo se ascoltata dallinterno

6
DArrigo avrebbe voluto intitolare Hatshepsut il romanzo,
ma leditore Mondadori non fu daccordo, perch, a suo dire,
nessuno avrebbe mai comprato un romanzo con quel titolo (cfr.
lintroduzione di Walter Pedull, p. XIII). Lo stesso professor
Planika progetta da trentanni una monografia sulla placenta
che non porter mai a termine e di cui restano solo lidea gra-
fica della copertina, il titolo e il sottotitolo: Hatshepsut
(Splendore e miseria della placenta), scritto sopra una riprodu-
zione della famosa scultura che ritrae lindomabile fanciulla
seduta sul trono dei Faraoni (p. 29 e p. 33). Cfr. qui, Riferi-
menti iconografici, fig. 1.

209
dellodierno fragore mediatico della chiacchiera astorica
e servile intorno a Bush e Ratzinger (e ai loro pi popola-
ri megafoni ideologici italiani: Oriana Fallaci e Marcello
Pera), DArrigo sembra davvero poterci rinfrescare lo
spirito ponendoci di fronte, nel giro di un romanzo di
fulminea brevit e rapidit, a tutta la complessa stratifica-
zione della nostra identit di occidentali. Al punto che un
intervento di chirurgia plastica e ginecologica in una sala
operatoria di Stoccolma per la creazione di una neovagi-
na a una fanciulla araba affetta da ermafroditismo, e una
lezione universitaria di placentologia con diapositive raf-
figuranti la Paletta dellantico Faraone Narmer, che tra i
segni del suo trionfo esibiva la propria placenta mummi-
ficata dal padre, risuonano delleco di una infinit di voci,
pratiche e figure di ogni tempo: dal Creatore biblico alla
dea indiana Kal, dal Pitagora della metempsicosi e del
culto della scienza allErmafrodito delle metamorfosi o-
vidiane, da Prometeo allarte egizia della mummificazio-
ne, dal regno di Hatshepsut al Ramo doro di Frazer,
dallermetismo antico a quello rinascimentale di Bruno.
Per non parlare dellepisodio della visita di Mattia alla
casa di Irina, in cui la polvere del tempo morto immobi-
lizza un mondo di dolori e di orrori privati che per essere
compreso in tutte le sue risonanze culturali e cultuali ri-
chiede uno sguardo esegetico che sappia estendersi dalla
psicoanalisi di Freud indietro fino alle riflessioni sulla
morte come prigiona eterna contenute, come ha recen-

210
temente ribadito Giorello7, nella saga di Gilgamesh8,
lantichissimo poema eroico mesopotamico anteriore per-
sino alla Bibbia, ai poemi indiani e a quelli omerici.
Ecco come lautore stesso, in una conversazione
telefonica con Pedull (da questultimo riportata
nellampio saggio introduttivo che accompagna la nuova
edizione del 2006), definiva il romanzo: non un ro-
manzo storico, c anche un po di storia, s, parecchio
Egitto, qualche leggenda ebraica, degli arabi in prima fi-
la, un paio di americani, ma non la loro storia, semmai
la nostra, fatta di ogni nostro passato, compresi loro (p.
VIII). In tal senso, Cima delle nobildonne, che non ha
una trama unica, perch si sviluppa per quadri visionari
apparentemente privi di sutura ma intimamente legati da
fittissimi rimandi mitici, simbolici e persino onirici (che

7
Cfr. Giorello 2004: 170-176.
8
Cfr. La saga di Gilgamesh, di Giovanni Pettinato, Milano,
Rusconi, 1992, Tavola X, righe 18 e 20, p. 214: Il prigioniero
e il morto come si somigliano lun laltro!/ () luomo pri-
mordiale un uomo prigioniero. Alla luce di Frazer 1922:
62-63 (riportato pi avanti nel testo) e delle osservazioni di al-
cuni studiosi della soteriologia antico-mesopotamica relative a
questo passo del Gilgamesh, riportate in Giorello 2004: 241
(note 138 e 139), si potrebbe ragionevolmente affermare che la
placenta in formalina scoperta da Mattia nella casa di Irina
una perfetta rappresentazione magico-totemica di questo
uomo primordiale prigioniero della morte.

211
qui potremo esplicitare solo in parte), il romanzo della
Memoria, di ogni memoria, da quella biologico-genetica
a quella mitica, da quella storica a quella individuale e
psichica. Ed solo al fondo del paziente lavoro di deci-
frazione del mosaico culturale in esso disseminato che il
lettore vede un riflesso di se stesso, ovvero della propria
identit di occidentale, prodotto estremo di una vicenda
millenaria e plurima di storie, miti e archetipi, la cui ab-
bondanza, parafrasando lultimo Feyerabend9, nostro
compito ri-conquistare e custodire contro limperante ten-
tativo di ridurci a opera mutilata (come il placentologo
del romanzo) da parte di chi ha occhi solo per vedere
luomo a una dimensione. Quella ebraico-cristiana, ap-
punto.

9
Cfr. Feyerabend 1999. Per una coincidenza oltremodo singo-
lare, in questo libro postumo, e in particolare nel quarto capito-
lo della prima parte, intitolato Brunelleschi e linvenzione del-
la prospettiva, Feyerabend riporta e discute brevemente, tra
laltro, il recto della Peletta di Narmer per sottolineare il carat-
tere animato, cio figurativamente ricco (in contrapposizione
a certe astratte e matematiche stilizzazioni delle estetiche
dellarte figurativa successiva), del falco-simbolo del Faraone
(cfr. Feyerabend 1999: 127-128). Il verso della Paletta, invece,
illustrato fumettisticamente e con lausilio di diapositive da
Planika nella sua prima lezione di Placentologia, il nucleo
ispiratore di Cima delle nobildonne (cfr. soprattutto pp. 17-23 e
89).

212
II

Pitagora e il magico numero sette per tre

Il mio problema sta in questo: un numero mi


perseguita. Da sette anni questo numero mi segue ovun-
que, si infila nelle mie faccende pi strettamente private,
mi balza addosso dalle pagine dei giornali. Questo nume-
ro assume una quantit di travestimenti: si presenta ora
pi grande, ora pi piccolo del normale, pur non alteran-
dosi mai tanto da essere irriconoscibile. La costanza con
cui questo numero mi affligge ben diversa da un fatto
casuale. Alla base di tutto c una precisa intenzione,
qualche norma che ne comanda le apparizioni. Cos iro-
nizzava G. Miller nel suo famoso articolo del 1956 sul
magico numero sette pi o meno due, il numero pro-
prio della memoria cognitiva umana (a breve termine)
che esprime il limite, da lui scoperto, della capienza del
nostro memory span nel processo di elaborazione simul-
tanea di pezzi (chunks) di informazioni. Qualcosa di

213
simile mi accade ogni volta che penso a Cima delle no-
bildonne, perch in esso il 7 e il 3, due numeri ben noti a
ogni numerologia, da quella pitagorica a quella ebraico-
cristiana, fino a quella magico-ermetica, sembrano spun-
tare da tutte le parti e a ogni livello, dal dettaglio testuale
minimo alla stessa articolazione strutturale generale del
romanzo10.

10
Forse qui il caso di rilevare che i principali fatti della pla-
centa si svolgono nellarco di alcuni giorni del mese di giugno
del 73 (ad eccezione di unanalessi sulla prima lezione di
Placentologia, avvenuta un anno prima, e su un ulteriore incon-
tro tra Planika e gli studenti, due mesi dopo la prima lezione,
cui sono dedicati i capp. 2 e 3 della prima parte, pp. 17-33).
Lanno non mai indicato esplicitamente, ma pu essere fa-
cilmente dedotto, perch sappiamo che Planika e il fratello so-
no nati il 15 ottobre 1913 (cfr. p. 93 e p. 95) e che Planika
muore a sessantanni (cfr. p. 95 e p. 113). Per quanto riguarda
il mese, esso esplicitamente menzionato (ad es. a p. 73). Per
stabilire i giorni bisogna fare invece dei riferimenti incrociati
tra i diversi e slegati episodi narrati sulla base delle pochissime
coordinate temporali fornite da DArrigo. Facendo un po di
conti, si pu con ogni probabilit stabilire che i fatti vanno da
un venerd (giorno in cui un allievo comunica accidentalmente
a Planika la notizia della scoperta dei K-Seminomi, riportata su
Index Medicus) al gioved successivo (giorno finale in cui Mat-
tia va a trovare Irina allospedale dopo lintervento radicale su-
bito dalla donna). Per quanto riguarda gli altri fatti principali,
lintervento di neovagina avviene il sabato, la morte e la sco-

214
La predilezione darrighiana per le strutture terna-
rie ben nota sin da Horcynus Orca (nel cui mare di testo
appena percepibile una scansione in tre grandi sezioni),
e pertanto, seguendo la raccomandazione di Fernando
Gioviale11, eviter di attribuire ad essa significati seria-
mente esoterici, o che comunque vadano troppo oltre una
sana e ovvia eco dantesca, e quindi trinitaria. In Cima
delle nobildonne, chiaramente scandito in tre parti (se-
gnalate, come gi accennato, da epigrafi), il numero 3
disseminato in contesti molto diversi, che talvolta alludo-
no alla trinit cristiana: Belardo e le due strumentiste,
allinizio del romanzo, mentre operano lermafrodita A-
mina, la Moglie Giovane dellEmiro, per crearle la neo-
vagina, sono chiaramente raffigurati, tra laltro, come un
Creatore uno e trino con sei braccia e sei mani (p. 12);
lEmiro, che assiste dallanfiteatro allintervento chirur-
gico, accompagnato da tre del numero imprecisato di
Mogli Anziane (cfr. pp. 7-8), la cui funzione si scopre in
uno dei momenti pi scabrosi e grotteschi del romanzo
(cfr. pp. 59-60); lapocalittica scoperta (p. 75) dei K-

perta da parte di Mattia del corpo di Planika avvengono la do-


menica, mentre lintervento su Irina, il primo incontro tra lei e
Mattia e tra Mattia e Margot, la visita di Mattia alla casa di Iri-
na e la morte di Margot avvengono il luned (cfr. ad es. le indi-
cazioni temporali disseminate nelle pagg. 74, 123, 127, 133 e
165).
11
Cfr. Gioviale 2004: 149.

215
Seminomi, di cui riferisce lIndex Medicus, simultanea
e una e trina (p. 81; cfr. p. 75), perch i tre innominati
scienziati, A, B, e C, hanno lavorato ciascuno isolatamen-
te e allinsaputa degli altri due; quando il Professor Pla-
nika, il placentologo cultore della Placenta-Hatshepsut
(da lui cos chiamata per analogia con la donna Faraone i
cui graffiti vennero raschiati dal figliastro Thutmosi III
quando le successe al trono), sconvolto dalla notizia della
scoperta del carattere assassino e matrigno della pre-
madre (p. 33), ha una visione a occhi aperti dei tre
scienziati che volano sul cielo di Stoccolma come figure
di Chagall (p. 106), li considera i tre Cavalieri
dellApocalisse annientatori di Hatshepsut Placenta (p.
104), con significativa infedelt alloriginale, perch
noto che i cavalieri dellApocalisse sono quattro (cfr. A-
poc., 6); il numero sulla maglia di Babe Ruth, il leggen-
dario astro del baseball nella cui foto su Life
Magazine, che fissa per sempre il momento trionfale del
suo addio allattivit agonistica, Planika scorge un mo-
dello lontano del suo stesso momento cruciale, il 3
(e qui non c invenzione da parte di DArrigo, perch
quella foto e la foto di Y.A. Tittle, che ritrae il momento
del suo sprofondare sconfitto nellumano, esistono
davvero12); infine, su uno straordinario gioco di parole
(Vergine padre, figlio di tua figlia) con il primo verso

12
Cfr. qui, Riferimenti iconografici, figg. 4 e 5.

216
del canto trentatreesimo della terza cantica dantesca,
quello della visione del mistero trinitario, basata una
pagina memorabile in cui Mattia, nel prendere in braccio
il suo Professore morto (in tal senso un Padre spirituale),
atteggiandosi a Madre (in tal caso il Padre diventa Figlio
e il Figlio Madre, cio Figlia), per trasportarlo dal divano
al letto, ha limpressione di riprodurre la Deposizione
(cfr. p. 128).
Ma linsistente apparizione del 7, numero ma-
gico da sempre, dal Genesi allApocalisse, da Pitagora13
al sapere ermetico, fino allodierna psicologia cognitiva,
a indurre il lettore nella tentazione di deragliare verso e-
lucubrazioni esegetiche di carattere numerologico. Non
star qui a ricapitolare tutte le fantasiose credenze cabali-
stiche, pitagoriche e magico-alchemiche legate a questo
numero, su cui c una vasta letteratura trash: mi baster
accennare solo a quelle riecheggiate ironicamente da
DArrigo e che risuonano nella costruzione pitagorica
di Cima delle nobildonne.
La prima e pi evidente allusione ai sette giorni
della creazione biblica. Sin dallinizio la creazione chi-
rurgica della neovagina definita levento delluomo
che mette mano dove solo il Creatore, anche se distratta-
mente, lha messa (p. 7). Tuttavia lo stesso Belardo, il
chirurgo, ironizza su questa corrispondenza: noi reci-

13
Cfr. ad es. Apuleio, Metamorfosi, XI, 1.

217
tiamo la parte di pseudi creatori illusi di creare quello che
il Creatore non cre. Sicch, pseudo lermafroditismo
della paziente, pseudi noi, lo stesso dramma si risolve fa-
talmente in un trionfo dello Pseudo con la maiuscola (p.
38). In particolare si tratta di ripetere la creazione di Eva
a partire da Adamo, ma questa volta non si usa solo la co-
stola delluomo, bens tutto il suo corpo, perch allessere
pseudo-maschile, mancante di utero, tube, ovaie e vagina,
viene costruita questultima solo perch soddisfi ses-
sualmente lEmiro. Lintervento, cominciato alle sette
(cfr. p. 7), dura quasi sette ore (cfr. p. 70), e il risultato
una fanciulla generata artificialmente (quindi, propria-
mente, non generata da genitori naturali) e a sua volta
incapace di generare. Questo fatto fa pensare a unaltra
presunta virt del numero 7, detto per questo numerus
virginalis: allinterno della sacra decade pitagorica, infat-
ti, esso lunico numero a possedere contemporaneamen-
te la caratteristica di non essere generato ( infatti un nu-
mero primo) e di non generare (moltiplicato per qualsiasi
altro numero naturale da 1 a 10, rid o se stesso o un nu-
mero maggiore di 10). Senza contare che, in quanto otte-
nuto dalla somma di 3 e 4, il 7 considerato simbolo del-
la riunificazione del maschile e del femminile
(lErmafrodito), nonch della Trinit (lessere triplice,
composto da Belardo e dalle due strumentiste, che crea
chirurgicamente la neovagina) e dei quattro antichi ele-

218
menti del mondo fisico: acqua, terra, aria e fuoco (il cor-
po di Amina).
Se consideriamo ora il 7 dellApocalisse, ossessi-
vamente declinato (il libro coi sette sigilli, le sette trom-
be, i sette angeli, le sette coppe, i sette flagelli, le sette
visioni di Giovanni), ci accorgiamo che anchesso trova
almeno una corrispondenza significativa (si gi visto
che essa esplicitamente citata in relazione alla scoperta
dei Seminomi placentari). Cima delle nobildonne, in ef-
fetti, per certi versi una fenomenologia della visione, in
tutte le sue possibilit: reale, fantastica, simbolica e oniri-
ca. Ebbene, Planika e il figlio spirituale Mattia (come gi
Ndrja e il padre Caitanello in Horcynus Orca) rivelano
nel corso del romanzo una grande propensione a cadere
in una febbrile attivit visionaria (p. 101 e p. 103), e se
sommiamo le loro apocalittiche visioni-chiave ci accor-
giamo che esse sono sette (le prime cinque di Planika e le
ultime due di Mattia): 1) la Leggenda Cassidica dei quat-
tro Rabbi, in quella cio che come la sacra metafora
sul progressivo smarrimento della fede e della via del
Tempio in mezzo al popolo ebraico, metafora che era tut-
to quello che di ebraico un ebreo sradicato ed errante
quale lui in fondo era, si portava appresso come per far-
sene un rimprovero per il resto dei suoi giorni (pp. 101-
102); 2) i tre Cavalieri dellApocalisse che, come folli
folletti folleggianti, svolazzano sul cielo di Stoccolma e
piombano come falchi piuttosto grotteschi in

219
quellabbigliamento ibrido di camici e pezzi di frac per
ghermire i fetini che sembrano librarsi dal ventre di
donne che, pur avendo abortito, vanno in giro spingendo
carrozzine vuote (pp. 104-106; queste prime due visioni
sono a occhi aperti); 3) il sogno del Seminoma antropo-
morfo che tiene il Professore sotto tiro da sessantanni
(cfr. p. 113); 4) il sogno dei campi di baseball e football
americano in cui, tra laltro, si svolge una strana partita
mitologica: un grande battitore, che ha per mazza un cor-
done ombelicale, va colpendo infallibilmente qualcosa
che non una palla ma una placenta artificiale, lanciata
da un Mercurio con le alette ai piedi librato a mezzaria e
ricevuta fulmineamente da un Giove dotato di guantone e
piazzato su una tribunetta (cfr. pp. 113-115); 5) la con-
templazione delle foto reali e allegoriche dei due eroi del-
lo sport nel loro momento cruciale (cfr. pp. 117-122);
6) la scoperta della placenta del figlio perso di Irina nel
vaso di formalina (cfr. pp. 158-160); 7) il sogno del trion-
fo di Planika-Narmer a Hierakonopolis con Mattia e Irina
nel ruolo dei suoi genitori (cfr. pp. 167-168).
Per chiudere il cerchio, ricordiamoci che il ro-
manzo della placenta anche il romanzo della memoria,
di ogni memoria, dallinizio alla fine. Allinizio, pensan-
do al suo popolo e al fatto che ogni figlio avr la sua pla-
centa custodita nellapposito Museo in costruzione
nellEmirato del Kuneor sul Golfo del Petrolio, lEmiro
si immedesima in ogni suo successore che potr dire:

220
questa la placenta col mio imprinting, col ricordo di
mio padre nella mia memoria fetale di figlio (p. 14). (Si
noti la ricorrenza del lorenziano imprinting nozione
famosa delletologia, poi passata alla psicologia
dellappren-dimento , la cui intuizione storica secondo
Planika risale alloscuro padre di Narmer, il quale, pur
essendo un nessuno, ebbe la divina divinazione di
mummificare la placenta del figlio che inaspettatamente
sarebbe diventato Faraone: cfr. p. 26). Nel corso
dellintervento, quando finalmente Belardo comincia co-
me una talpa a scavare il tunnel nel corpo di Amina, Mat-
tia vorrebbe allontanarsi, se non col corpo, almeno con la
mente, e guardando lEmiro al suo fianco pensa tra a s:
S, noi potremmo andarcene, oppure restare fisicamente
e andarcene coi nostri pensieri e pensare, meditare, ricor-
dare, specie se posiamo gli occhi su una persona che co-
nosciamo e che qui presente con noi. Allora, assieme
agli occhi poniamo mente, la ricordiamo e ci ricordiamo
di noi ricordandola, quando dove e come fu che il nostro
comune ricordo ebbe inizio (p. 50). Quando Planika, de-
luso e ridotto a un torso mutilato dalla sconvolgente
notizia della scoperta dei suoi tre colleghi, che comporta
la fine del suo culto di Hatshepsut, si trova solo nella sala
riunioni dellIstituto di Placentologia, si abbandona alla
rievocazione di quattro citazioni mediche sui Seminomi
per rendersi conto dello stato del problema da cui sono
partiti i tre scienziati per la loro scoperta dei K-Seminomi

221
della placenta, seminati nel feto a futura memoria di mor-
te per cancro: A capo chino, come leggesse nellIndex
che teneva chiuso sulle gambe le citazioni della scoperta
una e trina dei colleghi cacciatori di farfalle, si lasci
andare, vagolando con la mente, su questa via come per
una caccia a ritroso di citazioni, di parti smembrate, di
frammenti di citazioni (da Index Medicus? Da Current
Contents? Da Excerpta Medica?) de Seminomibus, cita-
zioni e frammenti di citazioni che messe confusamente,
mutilatamente insieme dalla sua memoria di torso, pren-
devano significati da fantascienza, allarmanti e angoscio-
si (p. 81). Alla fine del romanzo Irina, dopo aver subito
un intervento radicale, parla al citofono con Mattia e,
tra laltro, gli dice: Non faccio che ricordare qui (p.
172). Ebbene, se ora ci solleviamo al di sopra del testo e
ne osserviamo larticolazione complessiva, ci accorgiamo
che i ventuno capitoli, distribuiti nelle tre parti con
una media ovviamente di sette capitoli per parte (7x3),
sono raggruppati di fatto nel seguente modo: 9 nella pri-
ma, 5 nella seconda e 7 nella terza. E questa sequenza
numerica corrisponde rispettivamente allestremo supe-
riore, allestremo inferiore e al punto medio di un inter-
vallo (span) definito dalla formula sette pi o meno du-
e, ancora il magico numero di Miller per la nostra
Memoria.

222
III

Di metamorfosi in metamorfosi

La presenza di Pitagora in Cima delle nobildonne


non si esaurisce certo nelle risonanze numerologiche ap-
pena messe in luce. Il romanzo, infatti, a partire da alcuni
degli esiti pi alti della scienza medica moderna (la chi-
rurgia plastica e lembriologia), mostra come in essi, e
quindi in tutti noi, figli dellet della scienza, siano anco-
ra vive e pienamente in opera tutte insieme le figure del
mito di ogni tempo. I dispositivi concettuali per mettere
in atto questo movimento nello spazio e nel tempo della
storia umana sono fondamentalmente due: la metempsi-
cosi e la metamorfosi. Queste nozioni, com noto, trova-
no il loro snodo cruciale in Pitagora, semileggendaria fi-
gura per eccellenza del viaggio nello spazio e nel tempo,
e quindi della mediazione culturale, ovvero del ricevere e
dello smistare in forma nuova. Fu poi in Egitto () indi
fu presso i Caldei ed i Magi. Successivamente in Creta
con Epimenide entr nellantro di Ida, ma anche in Egitto
entr nei santuari ed apprese gli arcani della teologia egi-
zia. () Eraclide Pontico riferisce che Pitagora diceva di
se stesso che una volta fu Etalide e che si credeva figlio
di Ermes e che Ermes gli consent di scegliersi ci che
volesse, eccetto limmortalit. Egli chiese di avere, tanto

223
vivo che morto, il ricordo di quanto accadesse. E pertanto
in vita ebbe memoria di tutto, e, dopo morte, conserv la
stessa memoria. () Dicono sia stato il primo a rivelare
che lanima, secondo un ciclo di necessit, si leghi ora ad
un essere vivente, ora ad un altro; ed il primo pure ad in-
trodurre in Grecia misure e pesi, come dice Aristosseno il
Musico; e primo ad identificare Vespero con Lucifero,
come dice Parmenide14. Matematico, mago, astronomo,
scienziato, memore di tutto, saggio che ha appreso da
Ermes i limiti mortali delluomo (come Gilgamesh li a-
veva appresi da Utanapishtim, il No sumerico15), Pitago-
ra in Ovidio anche il cosmogono eracliteo che spiega il
divenire del Tutto come processo incessante che passa di
metamorfosi in metamorfosi. Nei ben 418 versi su 879
totali (60-478) che gli sono dedicati nel XV e ultimo libro
delle Metamorfosi, Pitagora la prosopopea della sapien-
za stessa, quasi la prospettiva del Sapere Assoluto in
quella vera e propria Fenomenologia delle forme dello
Spirito che il poema ovidiano, per cui nel suo lunghis-

14
Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, ed. Laterza 1987, vol. 2,
libro VIII, 3-4, pp. 321-322 e 14, p. 325.
15
Cfr. La saga di Gilgamesh, cit., Tavola X, righe 303-325, p.
214, e in part. righe 21-24: gli Anunnaki, i grandi di, sedette-
ro a congresso; / Mammitum, colei che crea i destini, ha decre-
tato assieme a loro il destino: / essi hanno stabilito morte e vita;
/ i giorni della morte essi non hanno contato a differenza di
quelli della vita.

224
simo discorso egli pu ridire il Tutto: condanna
labitudine degli uomini a cibarsi degli animali; illustra la
trasmigrazione delle anime e la sinfonia eraclitea del di-
venire cosmico16; spiega la metamorfosi della crosta ter-
restre, la generazione spontanea della vita da altre vite,
levoluzione degli esseri viventi, il nascere il crescere e il
perire delle grandi citt; ricorda per bocca di Eleno la
profezia di questi a Enea sulla futura grandezza di Roma
e infine chiude ritornando alliniziale prescrizione di non
cibarsi di animali, perch in essi potrebbe dimorare
lanima di un uomo.
Quando Margot si avvicina a Mattia per farsi ri-
conoscere come la cagna di Irina, che lui sta cercando su
richiesta della donna ricoverata in Ospedale e in procinto
di subire un intervento chirurgico, lo scruta cogli occhi
di una persona che chiss quando, per ragioni sue, sera
trasformata in cane per non farsi riconoscere, ma ora sof-
friva della trasformazione (p. 147). Ma la cagna Margot,
che alla fine, morendo, riacquister in Mattia la forma
umana, sembra a sua volta la reincarnazione di un altro
cane famoso, Kytmyr, che veglia sul sonno secolare dei
dormienti nella leggenda cristiana dei sette dormienti di

16
Omnia mutantur, nihil interit: errat / spiritus eque feris
humana in corpora transit / inque feras noster, nec tempore
deperit ullo (vv. 165 e 167-168); cuncta fluunt, omnisque
vagans formatur imago (v. 178).

225
Efeso, ripresa e riadattata, in un raro esempio di contami-
nazione tra tradizione popolare cristiana e musulmana, in
quella specie di Mito della caverna islamico contenuto
nella sura XVIII del Corano. Su questo mito coranico,
poi, si basa una celebre opera teatrale del drammaturgo
egiziano Taufiq al-Hakim, La gente della caverna (1933),
rappresentata nel 1956 nel chiostro di Monreale (la nonna
di Mattia, lAmericana, noto di passaggio, di Paler-
mo: cfr. p. 165); e non superfluo ricordare che alla sura
XVIII del Corano e al dramma di Hakim si ispirer An-
drea Camilleri, amico di DArrigo, per Il cane di terra-
cotta17. Come spiega El Madani al Commissario Montal-
bano, il cane della caverna divenne il custode della cor-
rispondenza18 e, precisa il Corano (XVIII, 18), se ne
stava alla porta, le zampe anteriori distese19. Ebbene,
quando Margot, custode della placenta in formalina del
figlio perso da Irina e del tempo immobilizzato che regna
polveroso nella casa della donna, conduce Mattia oltre la
soglia di quella sorta di regno dei morti, non appena ini-
zia la musica del carillon collegato con lapertura della

17
Cfr. Camilleri 1996: 224-226, nonch la Nota dellautore,
p. 275.
18
Camilleri 1996: 225.
19
Il Corano, XVIII, 18, ed. it. con introduzione, traduzione e
commento di Federico Peirone, Milano, Mondadori, 1979
(ried. CDE, p. 412).

226
porta, si tese tutta, lunga lunga, dal muso alla coda, e
non si mosse pi dalla soglia, come se quel motivo, sca-
turito dalla porta che si apriva, la pietrificasse (p. 153).
Cima delle nobildonne tutto un grande gioco di
reincarnazioni e metamorfosi, al punto che ognuno dei
personaggi principali la ricapitolazione di ogni passato
culturale, la complicazione (nel senso ridotto allumano
della complicatio divina di Teodorico di Chartres e di Ni-
cola Cusano) di tutte le radici storiche in una identit
sempre aperta e plurima.
Belardo che opera Amina forma reincarnata e
trasformata del dio biblico che crea Eva da Adamo. Del
dio Knum, specie di Mercurio egizio (p. 88) con testa
di pecora, che modella corpi su un tornio da vasaio nel
cosiddetto Fregio della Vita e della Morte, mentre alle
sue spalle il dio Toth, con testa di avvoltoio, segna la data
di morte di ogni bambino svasato con una intacca su
un bastone di bamb (p. 91)20. Dellambigua Kal india-
na, divinit con sei braccia (come il corpo unico costitui-
to da Belardo e dalle due strumentiste) insieme benigna
(lintervento di neovagina nasce da un atto damore di
Amina per lEmiro, e Belardo lo rende visibile e concre-
to) e maligna (nel corso della descrizione dellintervento
ricorre ossessivamente una insolita derivazione verbale e
nominale dellaggettivo cruento, a sua volta metamor-

20
Cfr. qui, Riferimenti iconografici, fig. 3.

227
fizzata nelle sue varie possibilit morfologiche: cruenta-
re, cruentata, cruentate, cruentazione: cfr. pp. 39,
47, 55, 57, 59, 63, 69, 71). Del Prometeo che crea luomo
e lo fornisce di memoria, scienza e tecnica, o che lo ricrea
con pezzi di altri corpi, come nel Frankenstein di Mary
Shelley (non a caso si legge Prometeo moderno nel sot-
totitolo). E infine (infine?) di Gerione, mostro triforme
con sei braccia, noto soprattutto per essere stato ucciso da
Ercole nella decima fatica, ma che, secondo certe inter-
pretazioni antropologico-culturali, data la sua collocazio-
ne nellestremo Occidente (presso Cadice), dove alcuni
situavano lingresso del regno dei morti, da considerare
come pastore di morti21, al pari di ogni altro medico, stre-
gone o sciamano, o di ogni levatrice e guaritrice popola-
re, come ad esempio la Cristina Schir di Horcynus Orca,
quella specie di gigantessa nana () che faceva un-
guenti e medicamenti con le ossa di fera, tirava fuori i fi-
gli dal ventre delle madri e aiutava lanima a partirsene
per dove doveva (p. 674)22, e a tal punto parlava intri-
gatissima con la stessa divinit (p. 675) che per lei era-
no le cose pi naturali di questo mondo, quelle
dellaltromondo (p. 681).

21
Cfr. Guidorizzi 1995: 243-244 (aggiunta alla nota 142 di
Frazer ad Apollodoro, Biblioteca, II, 5,10).
22
Per la numerazione delle pagine di Horcynus Orca si fa rife-
rimento alla nuova edizione Rizzoli del 2003.

228
Questa entit dal corpo triplice che esegue
lintervento anche di natura esplicitamente androgina,
perch il suo lavoro di rammendo di pelle (p. 11) ha un
risvolto al femminile (p. 12), essendo un tipico lavoro
donnesco (p. 13). Landroginia, poi, come nota
Schwarz23 ripreso da Anna Infanti24 per tentare una let-
tura in chiave alchemica di Horcynus Orca ,
nellimmaginario alchemico la vera e obliata condizio-
ne delluomo immortale e creatore, cio divino. Ma
lalchimia unarte ermetica di metamorfosi artificiale, e
il sapere ermetico, com noto, ci riconduce ancora una
volta allEgitto e ad Ermes, il quale, tra laltro, conside-
rato sin da Omero25 un traghettatore di anime
nelloltretomba, sicch il suo attributo di pastore di greg-
gi26, ovvero di morti, lo accomuna a Gerione, e il cerchio
si chiude. Non stupisce allora che nella sala operatoria
dellOspedale di Stoccolma, in cui siamo introdotti in a-
pertura del romanzo, ci sia la reincarnazione di Ermafro-
dito, il figlio di Ermes e Afrodite (cio della Morte e
dellAmore) ucciso a quindici anni nella sua mascolinit
(anche Amina, affetta da pseudo ermafroditismo maschi-
le, solo unadolescente: cfr. p. 8) e reso bisessuale dalla

23
Cfr. Schwarz 2000: 139.
24
Cfr. Infanti 2002: 176.
25
Cfr. Odissea, XXIV, 1-10.
26
Cfr. Esiodo, Teogonia, 444-445.

229
ninfa Salmaci, che per amore gli si avvinghi addosso
cos selvaggiamente da fondersi con lui27. Amina, cos,
ricreata, cio fatta morire come pseudo ragazzo (il suo
sonno anestetico sembra infatti eterno: cfr. pp. 48, 55 e
70) e risvegliata come pseudo ragazza, dal connubio tra
la scienza medica (ermetica per eccellenza, per via anche
della sua contiguit con la Morte) e lAmore, quello
dellEmiro per lei e di lei per lEmiro, cos intenso da non
temere un sacrificio che comporta la necessit di cruen-
tare un corpo.
Dal punto di vista del discorso che qui stiamo in-
tessendo, la figura culturalmente complicata dellEmiro
estremamente significativa. Egli naturalmente un ara-
bo, ma in quanto ricco Emiro del Golfo del Petrolio,
non rinnega le sue antiche radici mesopotamiche (come
rivela il suo culto mistico della scienza) ed anche molto
occidentalizzato, tant vero che non solo va a Stoccolma
per fare operare Amina, ma intende addirittura costruire il
Museo della Placenta del Kuneor con marmi di Carrara e,
anzich vicino alla Moschea (cfr. p. 68), al confine col
campo di golf, lato mare, tra il Palazzetto dello Sport e il
Palazzo del Ghiaccio, in vista dello stadio di calcio (p.
13), come aveva detto a Mattia nel corso di una telefonata
(e si noti il suo linguaggio da operatore turistico che reci-
ta a memoria le parole di un dpliant). Ma perch vuole

27
Cfr. Ovidio, Metamorfosi, IV, 285-388.

230
costruire un Museo della Placenta? Perch, da quando ha
appreso da Mattia, inizialmente tramite Belardo, la storia
di Narmer e linterpretazione della Paletta del trionfo di
Hierakonopolis, si convinto di essere la reincarnazione
del padre del Faraone (cfr. pp. 65-66), e pertanto vuole
che ogni suo suddito, futuro emiro, abbia la sua placenta
a portata di mano, col suo nome e la sua data di nascita,
in una celletta di vetroflex della Placentateca, affinch
un giorno possa portarla in trionfo accanto al braccio del-
la gru che pompa il greggio, che la prima, vera Inse-
gna della sua Dinastia (p. 14).
Metamorfosi e reincarnazione, esplicitamente e-
vocate in relazione rispettivamente a Margot e allEmiro,
come visto, coinvolgono un po tutti nel romanzo e in
particolare esplodono in una sorta di fuoco dartificio ca-
leidoscopico con Planika e soprattutto con Mattia. Morte,
reincarnazione e nostalgia dellOrigine (la madre, o la
premadre, cio la placenta, che la fonte e il sicario
della vita) segnano la vita del Professor Amadeus Plani-
ka, sin dalla nascita: Amadeus, non sapeva da quando,
sentiva di non farcela pi a resistere al richiamo del suo
gemello monocoriale, che ancora a sessantanni lo tratte-
neva a uno stato di fetalit che era tuttuno stadio di fatali-
t. Perch, fra i due gemelli, luno, Wolfgang, primo na-
to, anche se nato morto, anzi proprio per questo forse, ti-
rava a s da tutti quegli anni laltro, il nato vivo, Ama-
deus, e questo, col suo rimorso di sopravvissuto che mai

231
gli dava tregua, si offriva docilmente, inertemente, come
cosa sua, del fratellino, a farsi tirare verso il suo stato di
morto, accanto a s, in quella minuscola tomba del Cimi-
tero ebraico di Praga (pp. 95-96). Ma che relazione c
tra il rimorso del sopravvissuto di Planika per il fratello
gemello nato morto e il suo culto magico e scientifico per
la placenta? La risposta a questa domanda relativa al vis-
suto privato di un uomo giace nel fondo della memoria
antropologico-culturale degli uomini, nel loro stesso in-
conscio collettivo popolato di miti e credenze magiche di
ogni sorta. Essa, poi, chiaramente leggibile nelle pagine
del Ramo doro ( 3 del III capitolo delledizione ridot-
ta in volume unico del 1922) cui lo stesso Planika allu-
de allorch, mostrando agli studenti del suo corso di Pla-
centologia un grande volume rilegato in rosso fiamma
(p. 27), cio The human placenta di Boyd e Hamilton
(1970), ricorda di passaggio lespressione External
Soul usata da Frazer per indicare la placenta (cfr. p. 28).
Scrive infatti Frazer: I Baganda [popolo dellAfrica cen-
trale] credono che ogni persona nasca con un doppio, e
identificano questo doppio con la placenta, che conside-
rano un secondo figlio28. E dopo unulteriore carrellata
sulle pi svariate pratiche magico-simpatetiche relative
alla placenta (alcune delle quali citate indirettamente nel
romanzo: cfr. p. 33), Frazer conclude: Le credenze e le

28
Frazer 1922: 62.

232
abitudini relative alla placenta () presentano un notevo-
le parallelismo con la diffusa dottrina dellanima trasferi-
bile o esterna (). pi che lecito, quindi, supporre che
queste analogie non siano dovute a pura e semplice coin-
cidenza, ma che il cordone ombelicale o la placenta ci
forniscono una base materiale (non necessariamente
lunica) per la teoria e la pratica dellanima esterna29.
Lanima esterna, quindi, va custodita, ed dal tipo di cu-
ra che se ne ha che, secondo certe credenze, dipende il
destino del nato. Ecco perch, secondo Planika, la mum-
mificazione da parte del padre della placenta di Narmer
un monumento dellintuizione umana dellimprinting,
cio di qualcosa che sarebbe stato scoperto millenni e
millenni dopo (p. 26). Ed ecco perch il padre di Plani-
ka, tramite lostetrico dottor Eliah, aveva consegnato la
placenta del tragico parto gemellare della moglie al dottor
Lazarik, lo sfortunato ricercatore praghese (destinato a
essere deportato dai nazisti e a finire in una fossa comune
ceca) impegnato nel vano tentativo di scoprire, attraverso
lo studio delle placente, il Chorion Frondoso o Albero
della Vita, cio labbozzo precursore e capostipite della
placenta (p. 28. Cfr. pp. 98-99). Custodita insieme al ri-
cordo del fratello morto nel laboratorio di un placentolo-
go met scienziato e met stregone (p. 99), cui spesso
da bambino si avvicinava nella speranza di sentire in un

29
Frazer 1922: 63.

233
giorno di vento lo stormire del Chorion Frondoso (o il
vagito di Wolfgang?), la placenta di Planika ha determi-
nato il suo destino di placentologo sfortunato, quasi fosse
una reincarnazione dello stesso Lazarik. Per gran parte
della sua vita, infatti, egli ha voluto redimere la placenta,
in cui vedeva la reincarnazione di Hatshepsut, perch,
come il ricordo di questultima stato raschiato dal fi-
gliastro Thutmosi, allo stesso modo ogni placenta subisce
la sorte di essere raschiata e cancellata dagli ostetrici-
Thutmosi una volta espulsa (cfr. p. 33). Finch, deluso
dalla scoperta che la stessa placenta, tramite i K-
Seminomi depositati nel feto, causa lontana di cancro e
di morte per la creatura che ha creato, lui a svolgere il
ruolo del Thutmosi reincarnato, raschiando la placenta
dalla parete della sala delle riunioni, cio staccando la gi-
gantografia della Paletta di Narmer e sostituendola per
sfregio con una piccola riproduzione del Fregio di
Knum e Toth sulla creazione mitica delluomo (cfr. pp.
85-92). Ma un gesto inutile, perch la placenta sempre
l, trionfante, e la sua personalit, come lo ammonisce un
passo degli Excerpta Medica di Psychiatria riemerso
dalle buie profondit della [sua] mente (p. 81), stata
ormai trasformata in un torso, cio in unopera muti-
lata, dalla delusione. Non gli resta, allora, che abbando-
narsi alle visioni allegoriche e oniriche, scorgere, ad e-
sempio, nel suo destino una ripetizione per metempsicosi
di quello dei due atleti americani, e infine cedere alla

234
morte per infarto. Toccher a qualcun altro, al suo allie-
vo, riscattare e redimere il suo ricordo e la sua opera. E
cos, come Planika aveva dato senso e compimento al de-
stino di Lazarik inventando e coltivando il ricordo di una
cosa mai avvenuta in quel vecchio laboratorio di Praga
situato fra un argentiere e un orologiaio (p. 98), cio la
scoperta da parte del povero scienziato della struttura a
stampo dalbero (p. 99) del Chorion Frondoso, allo stes-
so modo Mattia dar senso e compimento al sogno di glo-
ria della placenta coltivato dal Professore per tutta la vita,
sognando di essere suo padre e di assistere commosso al
suo trionfo a Hierakonopolis nel ruolo del Faraone Nar-
mer e sotto la quarta Insegna della Dinastia rappresentata
dalla sua stessa placenta (cfr. pp. 167-168).
Ma con Mattia che il gioco delle metamorfosi e
delle reincarnazioni raggiunge il suo culmine. Mattia il
protagonista del romanzo non perch il personaggio
principale ma perch svolge la funzione narrativa di rac-
cordo tra i tre grandi quadri staccati e indipendenti (nel
senso proprio dei nove quadri da cantastorie in cui si
svolgevano le lunghissime due parolette di Caitanello
al figlio Ndrja in Horcynus Orca) che costituiscono la
scena principale del romanzo. Questi tre quadri sono:
lOspedale (in cui il romanzo comincia e finisce),
lIstituto di Placentologia e la casa di Irina. Mattia, infat-
ti, lunico personaggio ad avere possibilit di accesso
alle tre scene (la metafora teatrale esplicita e pi volte

235
ripresa nel corso della narrazione, a cominciare
dallincipit, allorch siamo avvertiti che Mattia, lEmiro,
le sue tre Mogli Anziane e una diecina di studenti assi-
stono allintervento dallanfiteatro sopra la sala operato-
ria): allOspedale durante lintervento sia in quanto
medico e amico del chirurgo, sia perch deve incontrarsi
con lEmiro per dargli una risposta definitiva sulla sua
proposta di dirigere la Placentateca nel Kuneor;
allIstituto con Planika e gli altri giovani medici perch
allievo del Professore; incontra Irina allOspedale e va a
casa sua con Margot perch Planika, che lui trova morto
nel suo appartamento dellIstitito, gli lascia un misterioso
messaggio su una lavagnetta in cui lo informa che una
certa Irina Simiodice, sua connazionale (in realt sua a-
mante e compagna di pattinaggio, pp. 166-167),
lindomani sarebbe stata operata di intervento radicale da
Belardo.
Il viaggio circolare di Mattia attraverso queste tre
scene insieme una discesa agli inferi e un percorso i-
niziatico di conoscenza e di redenzione. Dallo spettacolo
scientifico della cruentazione chirurgica del corpo di
Amina, adagiata in quella che viene immaginosamente
detta posizione litotomica, posizione cio della pietra da
tagliare, ovvero con le gambe piegate sulladdome in
modo quasi fetale, coi genitali esterni e con lano allo
scoperto, come rattrappita e sospesa nel vuoto (p. 40); a
quello naturale del Professore morto dinfarto e seduto

236
sul divano, come fosse stato suicidato (cfr. p. 124) da
quello che aveva letto sui K-Seminomi, e quindi dalla
stessa Placenta-Hatshepsut; e da questo allo spettacolo
orrido della placenta in formalina nel portafiori di vetro
col coperchio ermetico (p. 159) poggiato sul comodino
accanto al letto di Irina, Mattia compie un progressivo
allontanamento iniziatico dalla condizione umana nor-
male, che culminer nella redenzione e nella riscoperta
degli affetti pi elementari attraverso la regressione a uno
stato preumano (o sovrumano?), addirittura canino. Pro-
prio in questultimo quadro da oltretomba, cui si accede
dalla soglia del tempo immobile e morto non-scandito
dalla pendola ferma (p. 154) ed esibito nel correlato
oggettivo della tavola apparecchiata da tempo immemo-
rabile nel vestibolo della casa, il ciclo vertiginoso delle
metamorfosi viene esplicitamente evocato, e a Mattia la
placenta appare inizialmente ora come lorrida testa di
un serpente boa ( forse quella staccata con un morso e
sputata dal giovane pastore de La visione e lenigma di
Cos parl Zarathustra?), ora come una specie di medu-
sa accartocciata (allusione al mitico mostro mitologico
che pietrificava con lo sguardo e aveva dei serpenti al po-
sto dei capelli?). Ma il ciclo iniziato da chiss quanto
tempo e non ancora finito: la placenta nella formalina
passava ormai di metamorfosi in metamorfosi, di mostru-
osit in mostruosit. Come la testa del serpente boa che
sera formata nel suo vuoto fetale. E come, di l, nel seno

237
materno, la faccia di vecchia tutta tagliuzzata di rughe,
che apparve a Mattia soprassaltandolo lattimo che solle-
v appena appena fra le mani il vaso dal comodino per
guardare laltra Faccia: il volto di vecchia baluginava
come unapparizione onirica sottomarina nei barlumi che
emanava il tratto di cordone ombelicale quasi diafano,
con qualcosa di fosforescente (p. 159). Questultima vi-
sione di una faccia raggrinzita di vecchia non pu non far
venire in mente la balla di Trimalchione, il quale raccon-
tava di aver visto da ragazzo la Sibilla Cumana in ampul-
la pendere e invocare la morte30. Il collegamento, si noti,
tuttaltro che gratuito, perch il breve passo di Petronio,
com noto, compare nientemeno che come come epigra-
fe nella Terra desolata di Eliot (appena sotto la dedica a
Ezra Pound), un testo che non solo deve molto Frazer
(come Cima delle nobildonne) per esplicita ammissione
dellautore, ma anche citato implicitamente in almeno
tre luoghi di Horcynus Orca31. E questo incontro con un

30
Cfr. Petronio, Satyricon, fr. 48.
31
Allinizio dellultimo capoverso del settimo quadro di Cai-
tanello, dove si legge che a causa della guerra e della fame
Cariddi pigli laspetto desolato del paese chiuso dentro il
cordone sanitario e messo in quarantena: fumigante, pestifero,
silenzioso, funebre (p. 470); nella descrizione del cadavere
sfigurato di un soldato annegato e portato in superficie dalla
mareggiata provocata dallOrca (cfr. p. 73), che ricorda quasi
alla lettera La morte per acqua e Phlebas il Fenicio (cfr. La

238
pallido riflesso della Sibilla Cumana nella placenta fa di
Mattia un nuovo Enea, il quale riceve proprio da lei
linformazione su quel ramo doro che gli permetter
laccesso al regno dei morti, lovidiano formidabilis Or-
cus32.
Prima della rivelazione di questo memento mori
oggettivato nel memento morto (p. 160) della placenta,
che lo spinger dopo la morte di Margot a incarnarsi
in un cane e a trovare la redenzione sotto questa nuova
forma (forse superiore a quella umana, come vedremo),
Mattia aveva dato lavvio al suo percorso iniziatico evo-
cando per scherzo un altro cane, il cui nome somma-
mente rivelatore. Quando per la prima volta parla con Iri-
na nellascensore e la donna si meraviglia che lui, pur vi-
vendo da solo, non ha un cane, egli cerca di trarsi
dimpaccio con un piccolo imbroglio a fin di bene (p.
137) e le dice che s, effettivamente un cane lui ce lha,
ma non l a Stoccolma, bens in Italia. E come si chiama
questo cane? Melampo (p. 136). Ora, questo nome con-
tiene a mio parere ben tre, straordinari ammiccamenti in-

terra desolata, IV); e infine nel corso del delirio sullo sperone,
allorch Ndrja commisera la desolazione (p. 877) della sua
terra ridotta alla carestia e alla sterilit dalla presenza pestifera
del Leviatano morente.
32
Cfr. Virgilio, Eneide, VI, 135 sgg. e Ovidio, Metamorfosi,
XIV, 113 sgg.

239
tertestuali, di cui solo il pi ovvio subito dopo reso e-
splicito nel testo. Infatti, cosa fa un italiano se vuole dire
e subito confessare una bugia a una straniera? Natural-
mente fa Pinocchio: e infatti Melampo, come Mattia am-
mette prima a se stesso e poi a Irina, altri non che il
cane stupido, gabbato e fatto loro complice dalle faine
(p. 136) di Pinocchio. In particolare, il cane che, essen-
do morto lo stesso giorno, Pinocchio costretto, dal con-
tadino che lha sequestrato, a sostituire come guardiano
del suo pollaio33. Il riferimento esplicito a Pinocchio, nel
testo, termina qui, ma sarebbe un errore pensare che esso
sia davvero concluso. Infatti, quando, alla fine del ro-
manzo, Mattia parla al citofono dellOspedale con Irina e
invece di dirle che Margot morta crede di illuderla (pur
sapendo che lei che desiderava illudere lui che lei si
illudeva) facendo bau-bau e pregando nello stesso
momento Dio di trasformarlo in una cagna, anche se do-
veva restarci per il resto dei suoi giorni (p. 175), non fa
che riecheggiare ancora una volta Pinocchio, il quale ot-
tiene la libert proprio grazie al suo bu-bu-bu-bu con
cui sveglia il contadino e gli permette di catturare le quat-
tro faine che ogni sette notti, con la complicit di Melam-
po, rubavano sette galline, pi unottava che costituiva la
ricompensa per il cane complice.

33
Cfr. Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, capp. XXI-
XXII.

240
Come si spiega questo omaggio cos decisivo da
parte di DArrigo al libro italiano pi famoso nel mondo?
La ragione sta nel fatto che Pinocchio, sotto quella sua
picaresca leggerezza e rapidit (tanto care a Calvino,
che non a caso era un grande ammiratore del libro di Col-
lodi), una straordinaria ricapitolazione laica di una serie
infinita di miti, favole e archetipi della cultura occidenta-
le, come dimostrano le innumerevoli riletture antropolo-
gico-culturali, mitologiche, religiose, psicoanalitiche ecc.
cui continuamente sottoposto34. In tal senso, il riferi-
mento ad esso nella chiave appena vista consente a
DArrigo di aprire ulteriori porte sul giardino dei sentieri
che si biforcano della mappa totale della nostra memoria
e delle nostre radici culturali. Tanto per dire, la Bildung
di Pinocchio (a un certo punto asino, oltre che burattino)
sotto la guida della Fata Turchina ha fatto pensare a un
tipo di iniziazione che ha un preciso parallelo nel rappor-
to tra lasino Lucio e la dea Iside nellundicesimo libro
delle Metamorfosi di Apuleio, e questo basta a far riappa-
rire lombra dei misteri egizi che si estende pure su Cima
34
Cfr. AA. VV., Cera una volta un pezzo di legno. La sim-
bologia di Pinocchio, Atti del Convegno organizzato a Pescia
dalla Fondazione Carlo Collodi, Emme edizioni, 1981, nonch
la bellissima recensione di Italo Calvino a questo volume, Ma
Collodi non esiste, uscita su la Repubblica nellaprile del
1981 e ora inclusa in Calvino 1995 (pp. 801-807 del primo to-
mo).

241
delle nobildonne, come abbiamo visto (e per un paralleli-
smo di tal fatta si potrebbero anche aggiungere, alle cop-
pie Lucio/Iside e Pinocchio/Fata, le coppie darrighiane
Ndrja Cambra/Ciccina Circ e Mattia Meli/Irina Simio-
dice). Ma per rimanere a un aspetto della fabula di Pinoc-
chio che qui ci interessa pi da vicino, basti pensare
allepisodio del Pesce-cane, che costituisce una ripresa in
grande stile di un topos mitico che attraversa diverse epo-
che e culture, da quella ebraica (Il libro di Giona) a quel-
la greca (la Storia vera di Luciano), per giungere fino
allEuropa moderna (Gargantua e Pantagruel e Le av-
venture del Barone di Mnchhausen). A loro volta, que-
ste diverse figure dello stesso mito, compresa quella che
rivive nellAttila dei pesci e dei pescatori, com chia-
mato il Pesce-cane di Pinocchio nel capitolo XXXIV, so-
no riprese tutte insieme in Horcynus Orca, e in particola-
re nellepisodio in cui, per spiegare il mistero
dellOrca/Orco che improvvisamente si mette a donare
agli affamati pescatori di Cariddi la manna sotto forma
di cicirella, la maga Cristina Schir sostiene che
nellOrca si reincarnata lanima del No dei cariddoti
Ferdinando Curr (suicidatosi in mare con altri pelli-
squadre), oppure che, a limite, dopo che il valoroso e
sconfitto Ferdinando Curr si abbandon alle onde dello
Scille Cariddi, lOrca se lincamer nella panciona,
nel senso che laddntro vive come Giona nella balena
(p. 684).

242
Laspetto forse ancora pi interessante
dellomaggio di DArrigo a Collodi sta per
nellincredibile doppia allusione occulta che si cela dietro
il nome Melampo. Questo nome, infatti, ha un duplice
riferimento nelluniverso della mitologia greca, ed en-
trambi i portatori omonimi del nome hanno molte cose
in comune con la trama ermetica di Cima delle nobil-
donne che qui abbiamo messo in luce.
Innanzi tutto, Melampo, come riassume Robert
Graves, fu il primo mortale cui vennero concessi poteri
divinatori, il primo che pratic larte della medicina, il
primo che edific templi a Dioniso in Grecia e il primo
che tagli il vino con lacqua35. A questa figura oggi po-

35
Graves 1955: 209. Linformazione che sia stato Melampo ad
introdurre in Grecia il culto di Dioniso (nonch luso del fallo
nelle processioni) si trova in Erodoto, II, 49, e verr poi messa
in scena, circa ottocento anni dopo Erodoto, da Nonno di Pa-
nopoli, Dionisiache, 47, 719-727. I dati su Melampo contenuti
nel passo di Erodoto che qui risultano particolarmente interes-
santi sono due: lintroduzione delluso del fallo nelle proces-
sioni dionisiache e il fatto che egli abbia appreso tutto questo in
Egitto. Va ricordato infatti che in Cima delle nobildonne, ro-
manzo pieno di suggestioni dellantico Egitto, DArrigo indu-
gia molto sulle fasi di costruzione - da parte dei chirurghi pla-
stici che subentrano a Belardo alla fine dellintervento (tutti
maghi della medicina al pari di Melampo) - del fallo artificia-

243
co nota, menzionata gi in Omero36, le fonti antiche dedi-
cano molto spazio e la storia che la riguarda, variamen-
te e parzialmente ripresa da diversi compilatori e poeti37,
narrata per esteso dallo scoliasta di Omero e soprattutto
da Apollodoro38. In tempi moderni, Frazer ha dedicato a
Melampo unintera appendice del suo commento alla Bi-
blioteca di Apollodoro39, e Graves gli ha dedicato lintero
capitolo 72 nei suoi Miti greci40. Ora, rileggendo la storia
di Melampo alla luce di Cima delle nobildonne, si sco-
prono notevoli analogie tra lantico medico guaritore co-
noscitore dei culti egizi, il cui nome, Melampodes (= dai
piedi neri), secondo Graves41, era quello con cui nei

le, lintruso che poi verr alloggiato nella neovagina di Ami-


na (cfr. pp. 55-71).
36
Cfr. Odissea, XI, 291-297 e XV, 225-242.
37
Cfr. ad es. Apollonio Rodio, Argonautiche, I, 120-121; Pro-
perzio, Elegie, II, 3b, 51-54 e il gi citato Nonno, che menziona
Melampo tre volte in tutte le Dionisiache e tutte e tre nel canto
47 (535, 686,719).
38
Cfr. Apollodoro, Biblioteca, I, 9 e II, 2.
39
Cfr. Frazer, Appendice IV: Melampo e la mandria di Fila-
co, in Apollodoro, Biblioteca, cit., pp. 519-524.
40
Cfr. Graves 1955: 209-213.
41
Cfr. Graves 1955: 213. La spiegazione del nome, secondo
la quale Melampo aveva i piedi neri perch la madre, quando
nacque, glieli lasci al sole, pur sistemando accuratamente il
bambino allombra di un albero, fornita dallo scoliasta di A-

244
tempi classici si designavano comunemente gli Egiziani
stessi, e Mattia, medico iniziato alla teologia teriomorfa
dellantico Egitto dal suo professore di Placentologia. La
pi sorprendente analogia riguarda il fatto che anche Me-
lampo ha a che fare con un cane, linsuperabile guardiano
della mandria di Filaco (altro che il Melampo di Pinoc-
chio!). Da indovino, Melampo sa che, non essendo Erco-
le, non potr rubare le giovenche con la forza e che il ca-
ne lo azzanner e lo far catturare e rinchiudere per un
anno in prigione; e tuttavia si far mordere e imprigiona-
re, ben sapendo che otterr la libert e le giovenche diret-
tamente da Filaco come ricompensa per la guarigione
magico-omeopatica della sterilit di suo figlio Ificlo. E
non un caso che Mattia, quando confessa a Irina che
purtroppo non ha un cane, evochi proprio la metafora
della prigione allorch si rende conto che la donna lo a-
vrebbe legato a s affidandogli la cura della propria ca-
gna: fu a partire da quel purtroppo che gli sembr
dessersi messo colle sue mani in una situazione alla qua-
le mancavano solo le sbarre per rivelarsi una prigione.
Ma quelle ormai ci avrebbe pensato la signora ad alzar-
gliele intorno (p. 137).

pollonio Rodio, 1, 121. Cfr. Accorinti 2004: 499-501, che tra


laltro mette in luce le ambiguit di Nonno nelle menzioni di
Melampo.

245
La seconda allusione occulta riguarda laltro por-
tatore del nome Melampo. Nella mitologia, infatti, Me-
lampo un altro cane (e non c ragione di dubitare che
lo stesso Collodi lo abbia scelto proprio per questo), e in
particolare il nome di uno dei cani di Atteone, cui ri-
servato il primo posto nel catalogo di Ovidio, poi ripre-
so e ampliato da Igino42. Ora, se vero che quello di Mat-
tia un percorso iniziatico che comincia con
levocazione di un cane letterario (p. 137), comporta la
compagnia imprescindibile della cagna Margot e culmina
nel desiderio di trasformarsi in un cane (Margot? Melam-
po?), questo riferimento al mito di Atteone, gi interpre-
tato simbolicamente nellegiziano libro undicesimo del-
le Metamorfosi di Apuleio (dove Iside si identifica, tra
laltro, con la Diana dei cretesi, abili arcieri43) e poi am-
piamente sfruttato in chiave sapienziale nei ben pi egi-
ziani Eroici furori di Bruno, non pu essere casuale. Tra
laltro, liden-tificazione bruniana dei mastini e dei
veltri di Atteone con le volizioni e i pensieri
dellintelletto intento alla caccia della divina sapien-
za44, trova un preciso riscontro in alcuni passi di Cima

42
Cfr. Ovidio, Metamorfosi, III, 206-225 sgg. e Igino, Fabulae,
181.
43
Cfr. Apuleio, Metamorfosi, XI, 5.
44
Bruno [1585], 1999: 157 (Prima parte, Dialogo quarto). Vale
la pena qui sottolineare il ben noto fatto storico-filosofico che

246
delle nobildonne riferiti alla bastardina Margot, cagna
segugia bassottoide di razza Drever: i suoi occhi hanno
una luce ferma e agguerrita e il suo aspetto viveva in
unimpressione di forza, di scatto e di coraggio (p. 146),
e a un certo punto a Mattia dette limmediata impressio-
ne, se non era troppo dirlo, che pensasse (p. 162) e che
fosse una creatura superiore nel suo genere (p. 161)45.
E se i cani di Atteone, come si legge in un celebre passo
degli Eroici furori, sono pensieri de cose divine che
vrano questo Atteone, facendolo morto al volgo46,
Margot, che la proiezione dei pensieri apocalittici ed
escatologici di Mattia dopo lincontro con la placenta nel-
la formalina, pensa un suo pensiero nero, nero come la
morte, che non pass molto tempo, minuti, e in mente a
lei quel pensiero dovette farsi la stessa Morte che lei pen-

con Bruno giungono alle estreme conseguenze sincretistiche


quelle contaminazioni del pensiero rinascimentale con la sa-
pienza magica, pitagorica, neoplatonica ed ermetica, riemersa
in et moderna soprattutto grazie alle versioni latine, dovute a
Marsilio Ficino, del Corpus Hermeticum (attribuito a Ermete
Trismegisto), degli Inni Orfici (attribuiti al mitico Orfeo) e de-
gli Oracoli Caldaici (attribuiti a Zoroastro-Zarathustra), non-
ch delle opere neoplatoniche e neopitagoriche di Plotino,
Giamblico e Proclo.
45
Espressione, questa, che ricorre per ben tre volte nella stessa
pagina 161.
46
Bruno [1585], 1999: 301 (Seconda parte, Dialogo secondo).

247
sava (suicidio?) o che la pensava (disgrazia?) (p. 162).
Subito dopo, infatti, come Ndrja, che, sentito lo sparo
della sentinella della portaerei inglese, fu come se por-
gesse volontariamente la fronte alla pallottola, che gli
scoppi in mezzo agli occhi con una vampata che lo gett
per sempre nelle tenebre47, allo stesso modo Margot
quasi volontariamente se nera andata col suo zampetto
ad attraversare la corsia tagliando la strada a quella utili-
taria che laveva presa in pieno uccidendola sul colpo
(p. 162).
A questo punto, morta Margot e raggiunto il cul-
mine della discesa iniziatica agli inferi, Mattia pensa di
farsi morto al volgo e di raggiungere una redenzione
spettacolare insieme privata e pubblica48, per quanto ver-
gognosa agli occhi di Belardo, nella metamorfosi canina,
invocata come sacrificio e dono damore per
linavvicinabile Irina. Sicch, come nota giustamente

47
Horcynus Orca, pp. 1081-1082.
48
Pubblica perch coram populo essendo testimoni Belardo,
imbarazzatissimo per la vergogna che Mattia stava per fare
(p. 175), lEmiro e le sue Mogli Anziane - e non perch votata
al riscatto di una comunit intera, come era stato per Ndrja,
sacrificatosi per donare ai suoi pellisquadre una nuova bar-
ca, per lui bara ma per loro arca, cio strumento di sal-
vezza nel ritrovato lavoro onesto e dignitoso di pescatori di pe-
sce spada, dopo la fame, linfamia e linerzia spirituale portate
dalla guerra.

248
Gioviale, lo scioglimento di Cima delle nobildonne resta
un grande atto di fede, profondamente umanistico, laico,
religioso49.

Epilogo

Parlando dellUlisse di Joyce (il cui unico possi-


bile pendant nella letteratura italiana del XX secolo ,
com noto, proprio Horcynus Orca di Stefano DArrigo)
e citando Lakatos e Bruno, Giorello ha scritto: Dedalus
sembra invitarci a sospettare di tutti i costruttori di dogmi
loro promettono falsa luce, mentre il vero artista mira a
immergere il pubblico e se stesso nelle tenebre della ve-
rit. Lanima del mondo non altro che la vita universa-
le teorizzata da Bruno, quellanima la qual gli Babiloni e
Persi chiamarono ombra. Lo abbiamo visto: grazie a
questa anima buia che non si d morte secondo la so-
stanza, anche se, secondo certi accidenti, ogni cosa
cangia di volto, e si trasmute or sotto una or sotto unaltra
composizione, per una e per unaltra disposizione, or
questo or quellaltro essere lasciando e repigliando. Il

49
Gioviale 2004: 201.

249
mito (quello di Ulisse, ma non solo) un modo di far mo-
rire la morte non negando, ma riconoscendo il tempo
nelleterno, il divenire nellessere, laccidente nella so-
stanza. Poich di tempo siamo fatti, di divenire siamo in-
tessuti, agli accidenti siamo destinati. Cos, il mito tra-
mandato, tradotto e tradito nella teologia negativa dei
Babiloni, nelle dottrine segrete di Pitagora, nei Dialo-
ghi di Bruno, come nellopera darte che Stephen sogna
di realizzare o nella scrittura della vita cui Bloom lavora
ogni istante della giornata50.
In queste pagine ho voluto mostrare ulteriori mo-
dalit del sospetto laico nei confronti di certi dogmi vec-
chi ma rivestiti a nuovo, come il dogma di chi vorrebbe
recidere le nostre radici per farne trionfare oscurantisti-
camente solo una (quella ebraico-cristiana); ulteriori mo-
dalit di immersione nelle tenebre di unidentit quella
nostra, di occidentali irriducibilmente proteiforme;

50
Giorello 2004: 102-103. La citazione di Lakatos tratta da
una lettera a Feyerabend del 25 gennaio 1973, ora in Feyera-
bend e Lakatos 1995: 296-297. Ecco un contesto pi ampio del
passo citato da Giorello: Dopo 21 mesi ho cominciato le le-
zioni. Laula era strapiena e ho enunciato la confutazione defi-
nitiva di qualunque cosa tu possa mai dire in vita tua. Ho anche
sottolineato che Lucifero il nome di colui che porta la falsa
luce, mentre io li avvolgo nelle tenebre della verit (p. 297).
Le citazioni di Bruno sono tratte dalla lettera dedicatoria di De
la causa, principio e uno: cfr. Bruno [1584], 1985: 43.

250
ulteriori modalit, infine, di trasmissione e riformulazio-
ne del mito, cos come emergono in uno straordinario
scrittore che ancora fatica a trovare il posto che merita
nel firmamento della letteratura contemporanea.
Chiudo, allora, con le parole di Gioviale, che nel
contesto dellimpianto interpretativo da me qui sostenuto
tornano particolarmente adatte e incisive: Vincente pa-
radosso di DArrigo che, senza presupposti dogmatici o
fedi trascendenti, crei con i suoi due romanzi una pro-
spettiva apocalittica attraverso la storia stessa del loro e-
sistere e la rivelazione insita nel loro atto conclusivo:
pubblico e civile nellOrca, privato e sentimentale nelle
Nobildonne. Si tratta infine di unescatologia tutta imma-
nente alle cose umane, letteralmente atea (), dove Dio
pu apparire per incarnazioni e spostamenti, secondo
panteistica o epifanica necessit: per questa via si pu
pensare () a Moby Dick, ma pi forse al film di John
Huston, nel suo tenace individualismo scettico (Achab
come versione moderna del dantesco Capano?), che non
allirraggiungibile romance di un Melville radicato nel
biblico fondamentalismo nordamericano51.

51
Gioviale 2004: 199.

251
RIFERIMENTI ICONOGRAFICI

252
Fig. 1: Hatshepsut sul253
trono dei Faraoni
(New York, Metropolitan Museum)
Fig. 2: La Paletta di Narmer (Il Cairo, Museo Egizio)

254
Fig. 3: Riproduzione del Fregio del dio Knum e
del dio Toth (o Fregio della Vita e della Morte)

255
Fig. 4: Laddio allattivit agonistica di Babe Ruth
(New York, Yankee Stadium, 12 giugno 1948)

256
Fig. 5: Y. A. Tittle, dei New York Giants, dopo lultimo placcaggio omicida
nella partita contro gli Steelers di Pittsburg (Pitt Stadium, 20 settembre 1964)

257
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260
Le Stronzate di Frankfurt
Luglio 2006
C un gustosissimo libriccino che nellautunno del 2005
ha avuto un grosso e meritato successo editoriale. Si trat-
ta di Stronzate. Un saggio filosofico (Rizzoli, 62 pagg., di
cui appena 50 nette, 6) di Harry G. Frankfurt, profes-
sore di filosofia a Princeton. Negli Stati Uniti (dove u-
scito nello stesso anno presso la Princeton University
Press) stato un best-seller e qui da noi ha attirato
lattenzione persino di Umberto Eco, che gli ha dedicato
unintera ed esauriente Bustina di Minerva (cfr.
Lespresso, a. LI, n. 42, 27/10/2005), sulla quale torne-
r.
In estrema sintesi, quello di Frankfurt un tentativo in-
sieme ironico e rigoroso di dare una definizione filosofica
della stronzata (di cui il villaggio globale pieno), in-
tesa come atto linguistico che mira a raggiungere un tor-
naconto personale (pubblicit, potere, bella figura, ecc.)
attraverso espressioni che tradiscono una assoluta indiffe-
renza nei confronti del valore di verit di quello che si
asserisce sul mondo. In tal senso, la stronzata eticamen-
te peggiore della menzogna volontaria, perch il bugiar-
do, almeno, accetta lidea che sia possibile avere creden-
ze vere sulle cose (e infatti cerca di spacciare il falso co-
me vero), mentre colui che dice stronzate cio contraf-
fazioni non necessariamente false - uno che semplice-
mente educa se stesso e gli altri allidea che il valore di

261
verit delle asserzioni descrittive sia una questione irrile-
vante, se non unassurdit. Egli, quindi, anche se non lo
sa, uno scettico che, invece di scegliere il silenzio (co-
me lantico Pirrone), continua a produrre asserzioni che
danno a intendere di descrivere le cose come stanno, ma
che non possono essere altro che stronzate (p. 59).
Il finale del saggio un memorabile pugno nello stomaco
sferrato alla retorica della sincerit, cio della fedelt
epistemologica centrata su se stessi e sul proprio fumoso
vissuto privato, in genere propalata da chi nel contempo
ha dichiarato inaccessibile la realt oggettiva, impossibile
una conoscenza condivisa del mondo e infine vano
lideale dell esattezza: Come esseri coscienti, esi-
stiamo solo nella nostra reazione alle altre cose, e non
possiamo in alcun modo conoscere noi stessi senza cono-
scere quelle. Per di pi, non esiste nulla nella teoria, e di
certo nulla nellesperienza, a sostegno dello straordinario
giudizio che la verit su se stessi sia la pi semplice da
conoscere. I fatti su noi stessi non sono particolarmente
solidi e resistenti alla dissoluzione dello scetticismo. Le
nostre nature sono, anzi, elusivamente inconsistenti no-
toriamente meno stabili e meno dotate di una propria in-
trinseca realt rispetto alle nature delle altre cose. E se
questo vero, la sincerit in s una stronzata (p. 62).
Come lascia intendere Eco tra le righe della sua Busti-
na, un discorso come quello di Frankfurt, che come e-
sempio principale di stronzata cita il discorso di un Presi-

262
dente degli Stati Uniti in cui con finta seriosit si fa rife-
rimento alla balla retorica secondo cui i Padri Fondatori
della nazione americana erano guidati da Dio, non pu
non far drizzare le orecchie a noi italiani, che per cinque
anni siamo stati governati da un ballista di professione il
cui ideale di vita e di pensiero riuscire a vendere ghiac-
cioli agli eschimesi, al punto che piazzare sogni a fini
elettorali per lui ordinaria amministrazione (Creeremo
un milione di posti di lavoro, Diminuiremo le tasse,
Aumenteremo le pensioni minime, Costruiremo case
per tutti, Aboliremo lICI; s, avete capito bene: aboli-
remo lICI!).
Aggiungerei che la scuola uno dei luoghi pi importanti
su cui lanalisi di Frankfurt pu gettare una luce rivelatri-
ce. Naturalmente troppo facile sparare sulla Croce Ros-
sa e dire che presso i ragazzi, sempre pi diseducati a uno
stile di pensiero che ha a cuore lideale dellesattezza e
del controllo della validit delle affermazioni, le stronzate
sono molto di moda, soprattutto nelle interrogazioni
(quante volte capita di sentire luoghi comuni stucchevoli
e infondati sui contenuti delle varie discipline, pronuncia-
ti solo perch produrre suoni da loro considerato meglio
che tacere?). Pi serio invece, a mio giudizio, auspicare
che siano innanzi tutto i docenti a fare del rigore (logico,
storico, filologico, scientifico ecc.) un habitus intellettua-
le e un ideale regolativo da trasmettere ai ragazzi. ben
noto, infatti, che non di rado noi docenti, per cavarci

263
dimpiccio e continuare a dare la falsa impressione di una
super-competenza (peraltro non richiesta, n tanto meno
raggiungibile) su tutto ci che riguarda le nostre discipli-
ne di insegnamento, cediamo alla tentazione di improvvi-
sare informazioni campate in aria, vale a dire stronzate,
su cose intorno alle quali abbiamo conoscenze scarse, su-
perficiali e non di prima mano. Eppure basterebbe solo
ammettere di non sapere e indicare magari le sedi dove
la trattazione esauriente e documentata.
Vale la pena soffermarsi un po sulle fonti utilizzate da
Frankfurt per sviluppare la sua tesi, perch esse fornisco-
no spunti interessanti sulle concezioni etiche di fondo
del libro. Sostanzialmente, queste fonti sono quattro (o, a
limite, sei, come si vedr), che elenco nellordine in cui
appaiono:
1) Max Black, The Prevalence of Humbug (La prevalen-
za delle sciocchezze) (CUP, Ithaca 1985), da cui Fran-
kfurt trae la definizione-chiave di schiocchezze, dalla
cui analisi dettagliata il libro prende le mosse (pp. 13-26).
2) R. Rhees (a cura di), Recollections of Wittgenstein
(OUP, Oxford 1984; tr. it. ignorata dal traduttore di
Stronzate - Conversazioni e ricordi, Neri Pozza Editore,
Vicenza 2005), da cui Frankfurt trae due aneddoti su Wit-
tgenstein che, per quanto in s marginalissimi, sono bril-
lantemente reinterpretati e si pongono alla base della sua
analisi etico-linguistica della nozione di stronzata (pp.
26-39).

264
3) Oxford English Dictionary, alla voce bullshit (mer-
da di toro, cio, per noi italiani, stronzata; la voce
usata anche come verbo, to bullshit someone, nel senso di
raccontare stronzate a qualcuno) e affini, dove tra
laltro Frankfurt trova due riferimenti letterari (uno a E-
zra Pound, Cantos, LXXIV, e uno al romanzo Dirty Story
di Eric Ambler) molto utili per laccezione del termine
stronzata che gli sta a cuore sottolineare e approfondire
in chiave filosofica (pp. 39- 54).
4) Agostino, La menzogna, nella cui analisi degli otto tipi
di menzogna Frankfurt non trova spunti particolarmente
significativi per il suo discorso sulle stronzate (pp. 54-
56).
Come si vede, le fonti filosoficamente pi significative
sono solo le prime due, e se si tiene presente che Black
un insigne studioso di Wittgenstein ( autore, tra laltro,
del fondamentale A Companion to Wittgensteins Tracta-
tus, pubblicato nel 1964) e che la sua analisi delle scioc-
chezze chiaramente wittgensteiniana, ci si rende conto
che il vero ispiratore del saggio di Frankfurt Wittgen-
stein, ovvero la sua tensione etica nellossessiva analisi
del linguaggio ordinario. La percezione del fondo etico
del saggio analitico di Frankfurt (che soprattutto un
filosofo morale) mi lascia per un rimpianto per una fon-
te classica che egli ha inspiegabilmente mancato di citare.
A mio parere, infatti, invece della citazione poco pi che
ornamentale del trattato agostiniano sulla menzogna, egli

265
avrebbe dovuto fare almeno un riferimento allIppia Mi-
nore di Platone, dove menzogna, verit e saggezza sono
discussi da Socrate e Ippia in relazione ad Achille (il ve-
ritiero) e Ulisse (il menzognero). Frankfurt, infatti,
nellattribuire a chi mente maggiore saggezza morale e
filosofica rispetto a chi spara solo stronzate (cfr. p. 58 ),
non fa che riecheggiare in parte il discorso di Socrate, il
quale confuta Ippia facendogli notare che il bugiardo U-
lisse non pu essere inferiore in saggezza al sempre e so-
lo veritiero Achille, perch la menzogna presuppone la
conoscenza del vero e del falso, mentre lincapacit di
mentire presuppone la loro ignoranza (e infatti gli animali
non mentono mai, perch semplicemente non possono
farlo).
Torno, per finire, alla Bustina di Eco, che peraltro mi
ha spinto a comprare e leggere il saggio di Frankfurt, per
dargli unaffettuosa bacchettata frankfurtiana. A un certo
punto, Eco scrive: Dovete sapere che i filosofi americani
sono molto sensibili al problema della verit dei nostri
enunciati, tanto che passano il tempo a chiedersi se sia
vero o falso dire che Ulisse tornato a Itaca, dal momen-
to che Ulisse non mai esistito.
Ora, questo un esempio, se non proprio di stronzata
nel preciso senso di Frankfurt, almeno di stronzatina, di
minchiatina rifilata ai lettori sprovveduti della Busti-
na che non hanno dimestichezza con la filosofia del lin-
guaggio, n tanto meno hanno letto linformatissimo Se-

266
miotica e filosofia del linguaggio (1984) dello stesso Eco,
dove unaffermazione cos superficiale sarebbe impensa-
bile. Intanto, va precisato subito che, se quello che dice
Eco vale certamente per alcuni filosofi americani (da
Peirce fino a Quine, Putnam, Searle, Davidson, Kripke,
ecc.), altri (da James fino a Pirsig, passando per Dewey e
Rorty) non sono affatto interessati a tali questioni di se-
mantica logica; ergo, la generalizzazione falsa. Ma oltre
che falsa, essa anche fuorviante, per almeno due ragio-
ni: 1) lesempio di Ulisse non compare MAI nel saggio di
Frankfurt, contrariamente a quanto potrebbe supporre il
lettore della Bustina che non abbia letto Stronzate; 2)
tale famosissimo esempio, con tutte le questioni logiche e
semantiche connesse, stato introdotto da Frege (cio un
tedesco) in Senso e denotazione (1892), saggio che, in-
sieme a Sulla denotazione (1905) di Russell (un ingle-
se) e al Tractatus (1921) di Wittgenstein (un austriaco
trapiantato in Inghilterra), ha dato vita in Europa a un
ampio dibattito, che arrivato in America solo negli anni
Trenta anche in seguito al fatto che alcuni filosofi conti-
nentali - come Carnap, allievo di Frege - vi si trasferirono
dopo lascesa al potere da parte di Hitler.
Un giorno Wittgenstein, allamica Fania Pascal, che si
era appena operata di tonsille e che aveva dichiarato da-
vanti a lui di sentirsi come un cane investito da unauto,
rispose disgustato: Lei non pu sapere come si sente un
cane investito da unauto (cfr. Conversazioni e ricordi,

267
cit., p. 51). Frankfurt osserva che la sgarbatissima e inde-
licata risposta del filosofo si pu spiegare solo se si tiene
conto della sua avversione etica ed epistemologica nei
confronti delle stronzate, poich in quel caso specifico
Fania offr superficialmente la descrizione di un certo
stato di cose senza sottomettersi sul serio alle costrizioni
imposte dallimpegno di fornire unaccurata descrizione
della realt (p. 37). Ebbene, sarei tentato di girare allo
stesso Eco queste ultime parole, se non fossi certo che
egli non tra quelli che abitualmente bullshit us.

268
ANALISI LOGICHE DELLE PROVE
ONTOLOGICHE DELLESISTENZA DI DIO:
RUSSELL, GDEL E ODIFREDDI SU CARTESIO, LEIBNIZ
E ANSELMO.

Agosto 2007
Esaminiamo ora la formalizzazione della
prova ontologica, ossia la versione di Gdel della
versione di Leibniz della versione di Cartesio
della versione di Anselmo.
I
I

In un passo marginale di On Denoting1, Russell


applic en passant la sua analisi logica dei sintagmi de-
notativi, e in particolare delle descrizioni definite della
forma Il cos e cos (ovvero il termine che ha la pro-
priet F, come Lattuale Presidente del Consiglio), al-
la versione cartesiana della prova ontologica
dellesistenza di Dio, per mostrare che essa non affatto
una prova. La versione sillogistica tradizionale di tale
prova (formalmente valida) la seguente:

1
Bertrand Russell, On Denoting, Mind, 14, 1905, pp. 479-
493, tr. it. Sulla denotazione, in A. Bonomi (a cura di), La
struttura logica del Linguaggio, Milano, Bompiani, 1973, ried.
2001, pp. 179-195 (il passo qui discusso si trova a p. 193).

269
LEssere perfettissimo ha tutte le perfezioni;
Lesistenza una perfezione;
Dunque, lEssere perfettissimo ha lesistenza (cio esi-
ste).2

Nellanalisi di Russell essa diventa:

1. C una e una sola entit x che perfettissima ed ha


tutte le perfezioni;
2. Lesistenza una perfezione;
3. Dunque questa entit esiste.

Anche se Russell non lo fa, tuttavia possibile


formalizzare la versione precedente dellargomento onto-
logico utilizzando una notazione del calcolo dei predicati
analoga a quella contenuta in On Denoting. Indicando
con P il predicato essere perfettissimo, con C la classe
di tutte le perfezioni, cio, per definizione, di tutti i pre-

2
Tale forma giustificata, ad esempio, dal seguente passo del-
la 5a meditazione di Cartesio: (...) necessario ammettere
che Dio esista, una volta ammesso che egli abbia tutte le perfe-
zioni, dal momento che anche lesistenza una perfezione
(Ren Descartes, Meditazioni metafisiche, traduzione e intro-
duzione di Sergio Lanucci, Roma-Bari, Laterza, 1997, 20002,
p. 111).

270
dicati puramente positivi3, con un qualsiasi elemento
di C, con E il predicato dellesistenza e con d lunico in-
dividuo che gode della propriet di essere perfettissimo,
la precedente formulazione assume la seguente forma:

1. ( x) (Px () (( C) x) (y) (Py y = x)


(x = d))
2. E C
3. Ed

La derivazione di 3 da 1 e 2 formalmente valida


e si pu dimostrare con una semplice applicazione del
modus ponens eliminando il quantificatore esistenziale e
le congiunzioni da 1 e sostituendo x con d ed E con .
Tuttavia, conclude Russell, la correttezza della derivazio-
ne non deve far dimenticare che manca una prova della
premessa, cio dellesistenza effettiva dellentit perfet-
tissima, e cos tutta la dimostrazione finisce per assumere

3
Qualunque cosa ci voglia dire: per Leibniz, ad esempio, sa-
ranno qualit positive e assolute, mentre per Gdel, nella ver-
sione del 10 febbraio 1970 della prova ontologica (quella defi-
nitiva), saranno propriet positive nel senso morale estetico
(cfr. Gdel, La prova matematica dellesistenza di Dio, cit., p.
62), dotate per di caratteristiche logico-formali ben precise
poste come assiomi, come vedremo. Per una discussione detta-
gliata di questa nozione in Leibniz e Gdel, cfr. la Nota Intro-
duttiva di Robert M. Adams a Gdel, op. cit., pp. 23-57.

271
implicitamente ci che deve dimostrare, cadendo in una
circolarit disastrosa. Ma la nota a pie di pagina relati-
va al passo in questione di On Denoting che costituisce la
parte forse pi interessante, perch Russell dice una cosa
che sembra rendere impossibile in anticipo la futura pro-
va di Gdel: Largomento pu essere addotto per dimo-
strare validamente che tutti i membri della classe degli
esseri perfettissimi esistono; si pu anche dimostrare
formalmente che questa classe non pu avere pi di un
membro; ma, assumendo la definizione della perfezione
quale possesso di tutti i predicati positivi, si pu dimo-
strare quasi altrettanto formalmente che la classe non ha
neanche un membro.
Presumibilmente Russell pensa al fatto che gi
per un numero sufficientemente ampio di predicati posi-
tivi, comunque siano intesi, diventa molto difficile defini-
re un membro che li possieda tutti (si pu essere, ad e-
sempio, sia sommamente giusti che sommamente miseri-
cordiosi allo stesso tempo?); per un numero di predicati
tendente allinfinito, poi, la probabilit di trovare un
membro in grado di soddisfarli tutti tende a zero.

II

Anche se Gdel non cita mai Russell negli ap-


punti relativi alla lunga elaborazione della sua prova
(concepita nei primi anni 40 e portata a termine nel

272
1970), egli sembra tuttavia lanciare una sfida proprio
allosservazione di Russell, visto che sua intenzione
dimostrare che la classe di tutte le propriet positive non
contraddittoria, non vuota ed soddisfatta da un solo
membro, cio Dio.4 Di fatto, quella di Gdel una forma-
lizzazione ultrasofisticata (calcolo dei predicati del se-
condo ordine e operatori modali) della formulazione leib-
niziana della prova ontologica (Lessere perfettissimo e
necessario, se possibile, esiste; ma possibile, dunque
esiste5), e dunque va un passo oltre rispetto alla prova
4
Curiosamente, pur senza menzionare Russell, Roberto Magari
mostr nel 1988, cio un anno dopo la prima pubblicazione
dellinedito di Gdel che conteneva la sua prova ontologica,
che questultima esponeva il fianco, tra laltro, proprio alla
confutazione preconizzata da Russell. In un universo booleano
infinito, infatti, la probabilit che lintersezione di tutte le
propriet positive non sia vuota infinitesima (cio quasi ze-
ro), laddove per Gdel cruciale che tale intersezione sia ne-
cessariamente non vuota, ovvero sia non vuota con grado di
probabilit uguale a 1, visto che essa alla fine coincide con Dio
(cfr. Roberto Magari, Logica e teofilia. Osservazioni su una
dimostrazione attribuita a Kurt Gdel, in Notizie di Logica,
vol. 7, n. 4, 1988, pp. 11-20; ora ristampato come Appendice B
in Gdel, op. cit., pp. 99-120: cfr. in part. 2, p. 111).
5
Sin dal 1676 (per esempio in un breve scritto dal titolo
Sullesistenza dellEnte perfettissimo) e fino alla Monadologia
(1714), Leibniz cerc di dimostrare la verit di un asserto mo-
dale che affermasse la possibilit logica, cio la non contraddit-

273
discussa da Russell. La definizione di Dio da cui parte
Gdel per assai vicina da quella che abbiamo visto in
precedenza: x ha la propriet D di essere Dio se e solo se
per ogni propriet , se essa ha la propriet P di essere
positiva, allora x ha la propriet . In simboli:

Dx () (P() x),

toriet del concetto dellEssere perfettissimo. In tal modo


laffermazione dellesistenza necessaria di Dio, cio
dellEssere la cui Essenza implica lEsistenza, sarebbe seguita
per modus ponens dallenunciato condizionale gi implicita-
mente dimostrato da Cartesio: se Dio possibile, allora esiste
in atto (e necessariamente). Il punto cruciale della costruzione
di un tale concetto consisteva nel considerare positive e indi-
pendenti tutte le perfezioni, in modo tale che il loro prodotto
logico non contenesse alcunch di negativo e non corresse il
rischio di essere reso falso da una contraddizione tra propriet
logicamente opposte. Nella versione dei celebri 44 e 45 del-
la Monadologia, largomento di Leibniz il seguente:
allEssere necessario sufficiente essere possibile per essere
in atto. Cos, solamente Dio, ovvero lEssere necessario, ha
questo privilegio: Posto che il suo Essere sia possibile, Egli
non pu non esistere. Ora, gi questo sufficiente per conosce-
re a priori lEsistenza di Dio; nulla pu infatti impedire la pos-
sibilit di ci che non comporta nessuna limitazione, nessuna
negazione e, di conseguenza, nessuna contraddizione (Got-
tfried W. Leibniz, Monadologia, a cura di Salvatore Cariati,
Milano, Rusconi, 1997, p. 77).

274
che quasi la stessa cosa del precedente () (( C )
x). Per il resto, i 5 assiomi, le 3 definizioni e i 2 teo-
remi della complessa prova di Gdel, che peraltro ha il
merito di definire alcune caratteristiche formali e modali
delle propriet positive, servono a ricavare una stringa
modale che asserisce lesistenza necessaria di un dio sif-
fatto, che per dipende dalla sua possibilit.
Trascrivendo per esteso i passaggi formalizzati
della prova di Gdel del 1970, essa procede come segue:

Assioma 1: Se due o pi propriet sono positive, allora lo


anche il loro prodotto logico (cio la loro intersezione).
Assioma 2: data una qualsiasi propriet, o essa positiva
o lo la sua negazione (disgiunzione esclusiva).
Definizione 1: Dio gode di tutte le propriet positive.
Definizione 2: Una propriet lessenza di qualcosa se e
solo se ogni altra propriet di questultima implicata
necessariamente dalla prima.
Assioma 3: Se una propriet positiva, allora lo neces-
sariamente, e viceversa.
Teorema 1: Se qualcosa ha la propriet di essere Dio, al-
lora tale propriet ne lessenza.
Definizione 3: Qualcosa esiste necessariamente se e solo
se, per ogni propriet, se essa lessenza di qualcosa,
questultima necessariamente esiste e gode di tale pro-
priet (ovvero, nel linguaggio tradizionale: qualcosa esi-

275
ste necessariamente se e solo se la sua essenza ne implica
lesistenza).
Assioma 4: Lesistenza necessaria una propriet positi-
va.
Teorema 2: Se qualcosa Dio, allora necessario che e-
sista qualcosa che sia Dio.
Assioma 5: Se una propriet positiva ed essa ne implica
necessariamente unaltra, allora anche questultima po-
sitiva (da ci segue anche che la propriet di essere iden-
tici a se stessi positiva, e la sua negazione negativa).

LAssioma 5 garantisce che le propriet positive


formano un sistema compatibile (cio non contradditto-
rio), per cui, conclude Gdel un po troppo circolarmente
(come nota Adams6), il sistema di tutte le propriet posi-
tive compatibile7. Ma questo equivale a dire sempli-
cemente che possibile che Dio esista, ovvero, in simbo-
li, ( x) Dx (dove loperatore modale della possibili-
t, il cui duale, cio loperatore della necessit, ).
esattamente questo come ben sapeva Leibniz che
permette la decisiva applicazione del modus ponens al
condizionale di Cartesio: se Dio possibile, allora esiste
in atto (e necessariamente). Gdel, infatti, deduce tale
condizionale piuttosto sorprendente, in simboli ( x) Dx

6
Cfr. Adams, Nota introduttiva, cit., p. 45.
7
Gdel, op. cit., p. 62.

276
( y) Dy, dal Teorema 2 per successive trasforma-
zioni formalmente valide, usando anche il cosiddetto si-
stema S5 di Lewis, un potente sistema di logica modale
che include il seguente assioma: p p. Infatti, dal
Teorema 2, in simboli Dx ( y) Dy, si ha successi-
vamente:

( x) Dx ( y) Dy (per introduzione di
nellantecedente)
( x) Dx ( y) Dy (per introduzione di )
( x) Dx ( y) Dy (per lassioma di S5).

A questo punto, da ( x) Dx ( y) Dy e
( x) Dx, per modus ponens, segue immediatamente
( y) Dy, ovvero la stringa che asserisce lesistenza ne-
cessaria di Dio.
A quanto pare, lo stesso Gdel era perplesso sulla
liceit dellapplicazione del controverso assioma di S5 in
una prova di questo tipo8. Tuttavia, il punto veramente

8
Cfr. Adams, Nota introduttiva, cit., p. 31. Anche se prima
facie sembra in contrasto con i teoremi fondamentali della lo-
gica modale, asserendo unimplicazione dalla possibilit alla
necessit, lassioma derivabile. Esso, infatti, equivale ai due
seguenti condizionali: ( p p) e ( p p). Il secondo
valido perch non altro che una forma della regola (valida)

277
debole di tutta la sua prova resta il vizio di circolarit che
serpeggia in essa e che stato rilevato da molti. Come
accennato, la decisiva affermazione della possibilit logi-
ca dellesistenza di Dio, ( x) Dx, gi implicita
nellAssioma 5, per cui quod erat demonstrandum era gi
praticamente e surrettiziamente assunto, e non solo
nellAssioma 5. Il Teorema 1, la Definizione 3 e
lAssioma 4, per esempio, gi presuppongono che essere
Dio, cio essere lEssere che esiste necessariamente,
positivo, il che equivale ad assumere con largo anticipo
lesistenza di Colui di cui si sta cercando la possibilit
dellesistenza. Per non dire del fatto imbarazzante che,
come nota Odifreddi, Dio definito come un essere con
certe propriet, ma le propriet sono godute dagli oggetti
del mondo: dunque Dio unentit che fa parte del mon-
do, un essere immanente e non trascendente. Inoltre,
lunicit di Dio solo relativa alla classe di propriet po-
sitive considerate: ogni classe ha un suo unico Dio, ma le

, con = p. Il primo si deriva dalla forma modale


del principio del terzo escluso: p - p, da cui, per la
definizione della disgiunzione, - - p p, ovvero p
p, dato che per i due operatori modali vale la seguente e-
quivalenza: - - p def p (p non necessariamente falso
equivale a p possibile). Su questo punto, cfr. ad es. Odi-
freddi, Il diavolo in cattedra. La logica da Aristotele a Gdel,
Torino, Einaudi, 2003, p. 122.

278
classi sono tante. Pi che di Dio, si dovrebbe forse parla-
re di un capoclasse9.

III

A proposito di Odifreddi, vorrei discutere qui una


sua analisi logica della prima versione della prova onto-
logica, quella avanzata nellXI secolo da Anselmo
dAosta. Odifreddi torna spesso sulla prova di Anselmo10,
ma qui io mi soffermer su un passo de Il diavolo in cat-
tedra, perch Odifreddi ne riconduce esplicitamente la
forma argomentativa alla Consequentia mirabilis. Come
cercher di mostrare sulla base di una pi attenta lettura
del secondo capitolo del Proslogion, questo un errore,
perch la prova di Anselmo, nella parte in questione,
una pi complessa forma di Reductio ad absurdum. La
Consequentia mirabilis, che ha una forma del tipo (-p
p) p, gi attestata in Sesto Empirico (Contro i matema-
tici, VIII, 281-284) ed attribuita allo stoico Crisippo, un
caso particolare, degenerato su una sola proposizione, di

9
Odifreddi, Una dimostrazione divina, in Gdel, op. cit., p. 93
(= Il vangelo secondo la scienza, cit., p. 149).
10
Cfr. ad es. Il vangelo secondo la scienza, cit., pp. 137-139
(riprese in Una dimostrazione divina, cit., pp. 79-81) e Le men-
zogne di Ulisse, Milano, Longanesi, 2004, pp. 92-93.

279
Reductio ad absurdum, e la prova di Anselmo non di
questo tipo.
Scrive Odifreddi: Poich sia la perplessit che
lattrazione suscitate dalla consequentia mirabilis deriva-
no dal fatto che essa permette di dimostrare una proposi-
zione in maniera autonoma, senza appelli a nientaltro
che a se stessa, non sorprendente che Anselmo abbia
anche cercato, con scarso successo, di applicarla
allesistenza di Dio. Largomento del suo Proslogion il
seguente. Anzitutto, definiamo Dio come ci di cui non
si pu pensare niente di pi grande: se dio non esistesse,
potremmo pensarne uno con le stesse propriet ma esi-
stente, e dunque pi grande. Il che dovrebbe dimostrare
che se Dio non esiste, allora esiste. Dunque, che esi-
ste.11. Alla luce dellargomentazione svolta da Anselmo
tra i 2 e 5 del secondo capitolo del Proslogion, si pu
dire che qui Odifreddi commette un duplice errore: 1) a
voler essere schematici, la forma generale
dellargomentazione, che, come vedremo, passa anche
attraverso un modus tollens, tuttaltro che di scarso
successo ed del tipo: Se Dio non esiste, allora Dio non
Dio; dunque, Dio esiste (per Reductio ad absurdum); 2)
comunque semplicistico e fuorviante trattare
largomento di Anselmo nellambito del calcolo proposi-
zionale (come fa Odifreddi), perch esso formalizzabile

11
Odifreddi, Il diavolo in cattedra, cit., p. 70.

280
rigorosamente solo nellambito del calcolo dei predicati,
ovvero in un linguaggio del primo ordine con identit.
Innanzi tutto, va precisato che nel 3 Anselmo
introduce unimportante distinzione nella nozione di esi-
stenza, precisando che si danno unesistenza in intellectu,
cio puramente mentale (indichiamo con Em questo pre-
dicato), e unesistenza in re, cio reale (indichiamo con
Er questo predicato). Questa doppia articolazione della
nozione di esistenza, lecito inferire dal testo, determina
una gerarchia ontologica ben precisa di quattro livelli
nellessere che, dal pi alto al pi basso, possono ordinar-
si nel modo seguente:

1) Ci che gode sia di Em che di Er (le cose reali e di


cui c concetto)
2) Ci che gode di Er ma non di Em (le cose reali e di
cui non c concetto)
3) Ci che gode di Em ma non di Er (i concetti senza
riferimento nella realt)
4) Ci che non gode n di Em n di Er (il nulla).

La mossa di Anselmo, a questo punto, consiste


nel mostrare che linevitabile definizione concettuale di
Dio come aliquid quo nihil maius cogitari possit (gi a-
vanzata come oggetto di credenza per fede alla fine del
1) implica necessariamente, cio analiticamente, che egli
appartiene alla prima categoria di enti, tra i quali peraltro

281
lente supremo. Chiamando D la propriet di essere Dio
e M la propriet di essere il maggiore in assoluto dal
punto di vista ontologico, avremo per definizione:

(1) Dx Mx

e, come teorema,

(2) (x) (Mx (Emx Erx))

Un corollario immediato di tale teorema che vi


un solo ente che soddisfa la propriet M, sicch, russel-
lianamente, possiamo scrivere:

(3) ( x) (Mx (y) (My y = x))

Da (2) e (3), eliminando i quantificatori e la con-


giunzione, e ponendo altres x = d (dove d una costante
individuale che denota lunico ente che gode della pro-
piet D, equivalente a M), per modus ponens si ricava
Emd Erd, ovvero che Dio esiste sia in intellectu che in
re.
Quello sopra esposto largomento diretto di
Anselmo (implicito ma inequivocabile), che sta alla base
di quello indiretto (esplicito e ben pi noto) volto a con-
futare linsipiens di Salmi 14,1 e 53,1, il quale dixit in
corde suo: non est deus ( 2). Largomento contro

282
linsipiente non altro che una prova, basata
sullontologia gerarchica suddetta e sul teorema (2),
dellimpossibilit di asserire che Dio gode solo di Em. Per
Anselmo, linsipiente deve intanto assumere necessaria-
mente la definizione (1), perch altrimenti non saprebbe
di cosa sta parlando ( 2). Nel fare questa assunzione,
linsipiente ammette automaticamente che Dio gode di
Em nella sua stessa mente. Ma nel momento in cui nega
verbalmente che Dio goda anche di Er, per il teorema (2)
egli cade nella contraddizione di affermare e negare con-
temporaneamente che Dio goda di M, dato che ha gi as-
sunto la (1). Linsipiente, in sostanza, non capisce che,
assumendo la (1), egli deve necessariamente arrendersi
allevidenza di (2) e (3), altrimenti ci che esiste nella sua
mente risulterebbe unentit contraddittoria (sarebbe e
non sarebbe quella che ). Infatti, godendo solo di Em,
cio collocandosi al terzo livello della gerarchia ontologi-
ca, sarebbe possibile definire concettualmente unentit
che, godendo ad esempio anche di Er, cio collocandosi al
primo livello della gerarchia, sarebbe maggiore di essa.
In tal modo ci che il maggiore non sarebbe il mag-
giore: Si ergo id quo maius cogitari non potest, est in
solo intellectu: id ipsum quo maius cogitari non potest,
est quo maius cogitari potest ( 5). questa la Reductio
ad absurdum di Anselmo, che evidentemente non una
Consequentia mirabilis, perch contiene, tra laltro,
unassunzione, un teorema e unapplicazione del modus

283
tollens, come si vede chiaramente svolgendo in maniera
formale largomento:

1. Md (Assunzione)
2. Emd (Assunzione)
3. Erd (Tesi di Anselmo)
4. - Erd (Ipotesi per assurdo)
5. (x) (Mx (Emx Erx)) (Teorema)
6. Emd - Erd (da 2 e 4 per introduz. di )
7. Md (Emd Erd) (da 5 per eliminazione del QU)
8. (Emd - Erd) - (Emd Erd) (da 6 per def. di )
9. - (Emd Erd) (da 6 e 8 per modus ponens)
10. - Md (da 7 e 9 per modus tollens)
11. Md - Md (da 1 e 10 per introduz. di )
12. - (- Erd) (da 4 e 11 per RAA)
13. Erd (da 12 per doppia negazione)

Come si vede, largomento di Anselmo, ben pi


articolato della esemplificazione di Odifreddi, perfetta-
mente valido sul piano formale e si fonda su precise as-
sunzioni di carattere ontologico relative a una gerarchia
dellessere, a sua volta legata a una precisa distinzione tra
le due modalit dellesistenza in intellectu e in re. La fal-
lacia dellargomento, dunque, non risiede nella sua forma
logica, ma nelle assunzioni metafisiche di sfondo, che gi
presuppongono lesistenza in re dellordine dellessere e
del suo artefice.

284
Le piume dellAngelo.
Bufalino e il corpo-a-corpo della cultura
siciliana con Horcynus Orca
Novembre 2007

Ritorniamo a Horcynus Orca il titolo di un


breve e intenso articolo di Gesualdo Bufalino apparso sul
Corriere della Sera del 19 settembre 1982. Loccasione
era fornita dalla riedizione Mondadori del grande roman-
zo di Stefano DArrigo, uscita proprio quellanno a cura e
con un importante saggio introduttivo di Giuseppe Pon-
tiggia.
La presente nota vuole essere un commento
allarticolo di Bufalino, che lautore chiamer Codicillo
a DArrigo e stamper alla fine della seconda sezione di
Cere perse.1 Le parole di Bufalino, che in chiusura ripor-
ter integralmente, costituiscono oggi unimportante te-

1
Gesualdo Bufalino, Cere perse, Sellerio, Palermo, 1985, ora
in Id., Opere 1981-1988, Bompiani, Milano, 2001, pp. 815-
1022 (il Codicillo a DArrigo alle pp. 889-890).

285
stimonianza del rapporto della cultura letteraria siciliana
con il monstrum darrighiano, perch si collocano in una
posizione ben precisa che pu essere meglio localizzata
nello spazio delle possibilit mettendola in relazione con
le posizioni assunte da altri scrittori siciliani negli ultimi
trentanni. I casi esemplari che prender rapidamente in
esame e che costituiscono modalit di volta in volta di-
verse di confronto con quello che chiamer lAngelo
sono tre: Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri e Silvana
Grasso.
Il riferimento al mito ebraico della lotta notturna
di Giacobbe con lAngelo divino (Gen., 32, 25-31) del-
lo stesso Bufalino e chiude mirabilmente il Codicillo.
Ma se per Bufalino Giacobbe era DArrigo e lAngelo il
demone dellarte che pu ossessionare uno scrittore (co-
me ha ossessionato DArrigo: si pensi allormai leggen-
daria ed estenuante gestazione dellinterminabile Hor-
cynus Orca), qui rimescoler le carte e lAngelo sar la
presenza numinosa del romanzo, mentre i Giacobbe sa-
ranno di volta in volta quelli che o hanno accettato in
qualche modo la sua sfida perturbante (come Camilleri,
Grasso e lo stesso Bufalino) o vi si sono sottratti sdegno-
samente (come Sciascia).
Un discorso preliminare a parte merita per Elio
Vittorini, il quale, insieme a Italo Calvino, fu lo scoprito-
re del DArrigo narratore ben quindici anni prima
delluscita di Horcynus Orca. Nel corso del 1958

286
DArrigo sottopose a una prima revisione il testo di un
romanzo scritto di getto nei due anni precedenti, La testa
del delfino, e ne mand un paio di brani al Premio Cino
del Duca, che si aggiudic (la premiazione avvenne il 23
aprile 1959). Questo avvenimento cambi la sua vita,
perch tra i giurati cera proprio Vittorini, il quale si di-
mostr entusiasta del work in progress e chiese a
DArrigo di pubblicare i due brani dellopera sul Mena-
b, che egli dirigeva insieme a Calvino. DArrigo accet-
t e si rimise a revisionare ulteriormente il testo, due ca-
pitoli del quale (un centinaio di pagine) apparvero lanno
dopo sul terzo numero del Menab col titolo I giorni
della fera, non senza disappunto dellautore, il quale non
accett che il suo testo, scritto in uno strano miscuglio di
italiano e dialetto siciliano, fosse accompagnato da un
Glossario a cura della redazione.2 Vittorini chios
lestratto con una Notizia da cui traspare, insieme alla
sincera ammirazione per lopera in gestazione e alla stra-
ordinaria intuizione che essa potesse richiedere ancora
un decennio di mutamenti e sviluppi, tutta la perples-
sit dello scrittore affermato che si vede quasi costretto a
lanciare uno scrittore sconosciuto ispirato da unestetica
baroccheggiante e sperimentale lontanissima dallideale

2
Per maggiori dettagli su questa vicenda rimando al mio Il ma-
re immane del male. Saggio su Horcynus Orca di Stefano
DArrigo, Cerro Edizioni, Gela, 2004 (in part. pp. 27-28).

287
di scrittura limpida e funzionale da lui inseguito e auspi-
cato per la letteratura della nuova Italia3. Ma Vittorini,
purtroppo, morir prematuramente nel 1966 e non vedr
mai lesito ultimo di quellimmane lavoro di revisione
conclusosi nel 1975 con la pubblicazione di Horcynus
Orca.
La perplessit di Vittorini sembra condivisa taci-
tamente dallassoluto e rumorosissimo silenzio di Scia-
scia su Horcynus Orca. Non vi alcun dubbio che dagli
anni Settanta al 1989, anno della sua morte, Sciascia sia
stato lintellettuale e scrittore siciliano pi prestigioso e
influente. Eppure nei tre volumi Bompiani delle sue ope-
re non c un solo rigo dedicato a DArrigo. Considerato
che nei suoi scritti saggistici Sciascia mostra un interesse
enciclopedico per i fatti letterari universali, e non solo si-
ciliani (e in questo fu un emulo di Borges, tant vero che
nelle Cronachette c un prezioso pezzo borgesiano a
commento di una falsa notizia giornalistica sulla non esi-
stenza dello scrittore argentino4), a dir poco stupefacen-
te il modo in cui egli riusc ad ignorare la presenza in-
3
Cfr. Elio Vittorini, Notizia su Stefano DArrigo, in Il Mena-
b di letteratura, 3, 1960, ora anche in Fernando Gioviale,
Crepuscolo degli uomini. Attraverso DArrigo in un prologo e
tre giornate, Lombardi Editori, Siracusa, 2004, pp. 44-45.
4
Cfr. Leonardo Sciascia, Linesistente Borges, in Cronachet-
te, Sellerio, Palermo, 1985 (ora in Id., Opere 1984-1989, Bom-
piani, Milano, 2002, pp. 161-163).

288
gombrante di DArrigo. Di questo fatto ho avuto modo di
parlare con Matteo Collura il 19 gennaio 2007 a Milano,
in occasione della presentazione al Castello Sforzesco
dellAlmanacco del Bibliofilo, cui partecipava anche
Umberto Eco (che dovevo intervistare). Matteo Collura,
amico di Sciascia e autore di una fondamentale biografia
del Maestro di Regalpetra5, mi ha spiegato la cosa ri-
correndo a una citazione rivelatrice, che individua perfet-
tamente il genere di repulsione che Sciascia poteva nutri-
re per DArrigo (anche se forse non spiega del tutto il si-
lenzio). Secondo Collura, Sciascia applicava a DArrigo
la distinzione tra lo stile di cose e lo stile di parole,
introdotta da Pirandello nel celebre discorso del 2 set-
tembre 1920 al Teatro Bellini di Catania per gli ot-
tantanni di Verga6 e applicata rispettivamente a varie
coppie di autori italiani tra loro pi o meno coevi, come
Dante e Petrarca, Machiavelli e Guicciardini, Ariosto e
Tasso, Manzoni e Monti, Verga e DAnnunzio. In tal

5
Cfr. Matteo Collura, Il Maestro di Regalpetra. Vita di Leo-
nardo Sciascia, Longanesi, Milano, 1996 (ried. TEADUE, ivi,
2000). Non superfluo osservare che DArrigo non mai no-
minato neppure in questo volume.
6
Nel 1931 Pirandello ribadir il concetto in un analogo discor-
so alla Reale Accademia dItalia per il cinquantesimo anniver-
sario delluscita de I malavoglia. I due discorsi sono ora facil-
mente reperibili in rete, ad esempio al seguente indirizzo:
http://lafrusta.homestead.com/riv_pirandello.html.

289
senso, secondo quanto Collura ha potuto appurare nelle
sue conversazioni con Sciascia, questultimo probabil-
mente infilava DArrigo nella schidionata degli scrittori
dominati dallo stile di parole, assieme a Petrarca, Guic-
ciardini, Tasso, Monti e DAnnunzio, e per questo moti-
vo, trattandosi di un autore lontanissimo dallidea di lette-
ratura come impegno civile illuministico, a lui tanto
cara, avrebbe deciso di ignorarlo del tutto.
Nessun confronto, dunque: Giacobbe, qui, si
sottratto sdegnato alla lotta con lAngelo notturno.
In occasione della pubblicazione de I fatti della
fera7, cio la bozza del 1961 del futuro Horcynus Orca,
Andrea Camilleri intervenne su La Repubblica con un
articolo in cui raccontava la sua strana amicizia con
DArrigo e confessava la sua sconfinata e tremebonda
ammirazione per Horcynus Orca. Particolarmente inte-
ressante il passaggio in cui Camilleri rievoca la storia
del Glossario voluto da Garzanti in coda a Un filo di fu-
mo, uscito per la prima volta nel 1980: Di Stefano
DArrigo sono stato, in qualche modo, amico. Dico in
qualche modo perch Stefano aveva imprevedibili e addi-
rittura fanciullesche impennate. Quando usc il mio se-
condo romanzo, Un filo di fumo (del primo ero riuscito a
non fargli sapere niente), non volevo mandarglielo per
una ragione semplicissima: mi sentivo intimorito dalla

7
Stefano DArrigo, I fatti della fera, Rizzoli, Milano, 2000.

290
sua grandezza. Orazio Costa, il regista mio maestro che
era un grande estimatore e amico di Stefano, glielo fece
avere. Due giorni appresso Stefano volle vedermi. Ora-
zio mi ha dato il tuo romanzo, ma non lho ancora letto.
C prima una cosa da chiarire. Il glossario. Perch ce
lhai messo?. Lha voluto Garzanti, leditore. E lhai
scritto tu?. S. Io mi ero completamente scordato della
sua storia con Vittorini e non capivo dove volesse andare
a parare. Alla mia risposta affermativa mi guard in un
modo che non so ancora definire. E certamente non volle
leggere il romanzo del quale, nei successivi incontri, non
si parl mai pi8. Camilleri ha accettato la sfida
dellAngelo, ma si guarda bene dallaffrontarlo sul suo
terreno. Lo sperimentalismo linguistico di Camilleri, in-
fatti, non ha alcuna intenzione di emulare quello di
DArrigo e il respiro della sua prosa volutamente corto,
tagliente, quasi esclusivamente referenziale. Le piume,
Camilleri, cerca di carpirgliele in un altro modo, e si trat-
ta per lo pi di omaggi reverenziali occasionali, legati
magari a certe messe in scena (ne La presa di Macall, ad
esempio, la raffigurazione grottescamente priapico-
sodomitica dello spirito spartano del fascismo ricorda a-
naloghi quadri di Horcynus Orca) o al disegno di certe
figure femminili. Il pi recente cunto di Camilleri, Ma-

8
Andrea Camilleri, Quel giorno rub mia madre, in La Re-
pubblica, 3-11-2000, p. 46.

291
ruzza Musumeci9, con quel suo recupero del mito omeri-
co di Ulisse e delle sirene, incarnate in donne-entit talat-
tiche come la catananna Minica, Maruzza e la figlia
Resina, costituisce tra laltro un chiaro omaggio alle
femminote darrighiane, creature ferine discendenti del-
le sirene omeriche, come le stesse fere (cio i delfini),
secondo la teoria popolare esposta da Mim Nastasi, non
a caso un paralitico10.
Per Camilleri, dunque, la lotta con lAngelo
impari e si tramuta nellofferta devota di doni votivi.
Un peculiare corpo-a-corpo con lAngelo lo in-
staura invece Silvana Grasso, una scrittrice che esplora
una prosa baroccheggiante, sanguigna e carica di neo-
formazioni attinte dal dialetto e dalle radici greco-latine
che per certi versi si avvicina a quella di DArrigo. Alcu-
ne allusioni esplicite al romanzo sono disseminate qua e
l nelle sue opere: Morto Ror la Pttica si poteva dirla
un mostro con corpo dorcinus orca e gambe da cico-
gna11; Non li vidi mai i muli passarmi davanti, lo zoc-
colo caldo gli occhi orcinsi il vapore del fiato sul pet-

9
Id., Maruzza Musumeci, Sellerio, Palermo, 2007.
10
Cfr. Stefano DArrigo, Horcynus Orca, Mondadori, Milano,
1975 (ried. Rizzoli, ivi, 2003, in part. pp. 122 e 558-568).
11
Silvana Grasso, Lalbero di Giuda, Einaudi, Torino, 1997, p.
170.

292
to12. Ma in tutta la sua personalit che Silvana Grasso
ricalca limmagine di una femminota, con quella sua
esuberanza dionisiaca che ne fa una donna del tutto fuori
dal comune. Nel pirotecnico e appassionato saggio intro-
duttivo al mio volumetto su Horcynus Orca la scrittrice
arriva addirittura a identificarsi con la cicirella darri-
ghiana, il lattume della misteriosa anguilla [che] , nel
palato linguistico della provincia di Messina, siamese del
catanese nannatu o nannateddu e del gelo muccu. il
neonato del mare, che riluce quando la luna piena vi
schizza il suo sperma dargento, sottile come il filo di se-
ta che usavano le ricamatrici per i lenzuoli della dote13.
Con Silvana Grasso, come si vede, la lotta con
lAngelo si fa colluttazione e amplesso generante.
La metafora erotica del rapporto con i libri cara
a Bufalino e non a caso egli la introduce sulla soglia del
Codicillo. Bufalino condivide con Sciascia il culto del-
la parola levigata e alta e del periodo elegantemente arti-
colato nel respiro apparentemente involuto, e con Scia-
scia e Camilleri predilige laurea brevitas, la misura
classica del tempo dei testi propri e altrui. Ecco perch
lapparizione, nel 1975, del corpo smisurato del romanzo

12
Id., Diso, Rizzoli, Milano, 2006, p. 31.
13
Id., Hysteron-proteron, ovvero testa-coda di lettura, Intro-
duzione a Marco Trainito, Il mare immane del male, cit., pp. 5-
17 (il passo a p. 5).

293
darrighiano, costruito con un periodare che trama osses-
sivamente nel testo il labirinto acquatico degli spurghi
e dei bastardelli del mare in rema dello Scille Cariddi
per introdurre e perdere il lettore nel regno dellOrco-
Minotauro, lo lasci sconcertato e lo indusse ad abbando-
nare per insofferenza da libertino il corpo-a-corpo con
lAngelo. Ma fu una scelta di cui egli ebbe a pentirsi e
sette anni dopo lo riconobbe con grande onest intellettu-
ale in un breve testo che anche una stupenda ripresa
contemporanea dellantico genere letterario della palino-
dia. Con esso, dunque, chiudo la presente nota, come gi
fece tre anni fa Fernando Gioviale al termine del suo lun-
go attraversamento apocalittico dellopera di DArrigo14:

Non ero cos da giovane, ma da qualche tempo in qua non amo


coi libri le relazioni prolungate, bens, da libertino in transito, le
estasi momentanee, le avventure in un portone. Sicch sono uno
di quelli che non hanno letto Horcynus Orca sino alla fine.
Non tanto per debilit fisica o umana impazienza; quanto per
limpressione, divenuta presto umiliazione e rimorso, che il
tempo di quelle pagine fosse diverso dal mio, e che mi biso-

14
Ogni scrittore finisce, daltra parte, col combattere una bat-
taglia con langelo: ce ne fa commossa memoria la parola criti-
ca, ch una pagina narrativa e poetica, di Gesualdo Bufalino
nella sua fervida e turbata palinodia. E col pegno di questo pre-
zioso Codicillo a DArrigo prendiamo congedo (Fernando
Gioviale, op. cit., p. 211).

294
gnassero troppe ore per educarvi lorecchio e poterne catturare
la difficoltosa, gloriosa scansione. A distanza di anni le cinque
o seicento pagine delibate allora, pi le molte altre scorse, an-
nusate, aperte direbbe lautore allorbisca, lievitano nella
memoria con una leggerezza inattesa, perdono quellantico co-
lore di grondante e impervia immanit, viene voglia di rivisitar-
le con animo ingenuo.
Nulla di men che naturale, in questa resipiscenza: non la pri-
ma volta che sento unopera, senza rileggerla, ringiovanire e
spostarsi dentro di me. Cos oggi esiterei meno, fra ammirazio-
ne e sospetto, davanti allallegro subbuglio delle invenzioni lin-
guistiche; non chiederei pi a una macchina mitopoietica di cos
alte e legittime ambizioni una parsimonia impossibile; n cer-
cherei la concentrazione fulminea dove era lecito attendersi solo
la coazione a ripetere e la munificenza delle mani bucate...
Il fatto che nellingegneria narrativa conta specialmente la vir-
t che taluno vant nel Borromini: dellornato che sappia farsi
funzione, al punto che, se mancasse, ledificio crollerebbe. il
caso dellOrca, mi sembra, e il libro ritorna oggi per necessaria
verifica. Vogliamo riaprirlo senza pregiudizi, vincere una buona
volta le resistenze della cattiva coscienza? Vogliamo provare a
dedicargli, infine, lo stesso allarme e rispetto che se fosse tra-
dotto dallinglese?
il meno che si deve a un ingegno di cos malinconica e altera
natura, a una dedizione e ossessione cos assolute. Dopo la lun-
ghissima notte di battaglia con langelo, ci accorgeremo, se gli
apriamo il pugno, che Giacobbe ha strappato al nemico assai
pi di una piuma.

295
Ateismo e religione: un quadro del dibattito attuale
Dicembre 2007

uscito da pochi giorni presso Fazi Editore un bel volu-


me dal titolo Atei o credenti? Filosofia, politica, etica,
scienza (173 pp., 15,00). Si tratta della rielaborazione di
un dialogo a tre fra Paolo Flores dArcais, Michel Onfray
e Gianni Vattimo, avvenuto a casa di questultimo a To-
rino l8 dicembre 2006, con laggiunta di tre Poscritti,
in cui ciascuno dei tre filosofi fa un bilancio della discus-
sione ed espone in maniera pi sistematica la propria po-
sizione. una bella lotta, anche perch i tre sono anticle-
ricali per ragioni diverse. Vattimo, autore di testi sul tema
come Credere di credere (1996) e Dopo la cristianit.
Per un cristianesimo non religioso (2002), assume il ruo-
lo del credente eretico e soggettivista, che non aderisce ai
dogmi della fede cattolica e difende un cristianesimo
pragmatico, storicista, relativista ed ermeneutico. Flores
dArcais, che da Direttore di Micromega conduce da
anni una coraggiosa battaglia laicista in un Paese baciapi-
le come il nostro, oppone la ragione scientifica illumini-
sta e un individualismo democratico agli argomenti irra-

296
zionali della fede istituzionalizzata e intrinsecamente col-
lettivista e antidemocratica. Onfray, invece, gi autore di
un memorabile Trattato di ateologia (2005), difende
unantimetafisica post-nietzscheana che mira a decostrui-
re il discorso religioso opponendogli un edonismo corpo-
rale ateo sospettoso anche della razionalit scientifica e
aperto a unetica, una politica, una bioetica, unestetica,
una pedagogia al di l del Bene e del Male ebraico-
cristiani (p. 173). La lettura molto avvincente, perch i
tre filosofi, pur concordando su diversi punti (ad esempio
la condanna del neoimperialismo teocon americano,
scimmiottato in Italia dai teocon del centro-destra e dai
teodem del centro-sinistra, nonch dagli intellettuali co-
siddetti atei devoti alla Giuliano Ferrara, Marcello Pera
e altri berluscones), si rifanno a tradizioni di pensiero di-
verse e ricapitolano, ciascuno a suo modo, buona parte
del pensiero occidentale.
Confesso che sono rimasto molto deluso da Vattimo.
Quando ero un giovane apprendista della filosofia, i suoi
studi su Nietzsche, Heidegger e Gadamer mi sono stati
preziosi e di lui ho sempre avuto unidea altissima come
studioso. Negli ultimi anni, poi, ho ammirato la sua im-
portante battaglia civile a difesa dei diritti degli omoses-
suali contro le discriminazioni guidate dalla Chiesa catto-
lica. Tuttavia, nella sua peculiare difesa della credenza
religiosa, in questi anni dominati da uno scontro quasi ot-
tocentesco tra laicismo e clericalismo, con un Vaticano

297
sempre pi presente negli affari legislativi dello Stato ita-
liano e con i difensori della laicit ridotti quasi al silenzio
dalla grancassa mediatica totalmente asservita a papi op-
portunamente trasformati in star televisive, Vattimo sem-
bra attardato su posizioni filosofiche del tutto ignare della
reale posta in gioco e di una valida percezione della por-
tata del pensiero scientifico contemporaneo.
Quando, nel corso del dialogo, si mette a citare con gran-
de approvazione le assurde idee sulla scienza di Croce
(la scienza un affare della pratica, p. 32) e Heidegger
(la scienza non pensa, p. 161), cio di due filosofi do-
minati da un pregiudizio antiscientifico dovuto a pura e
semplice ignoranza, si ha limpressione che egli sia rima-
sto prigioniero dellumanismo poetante e misticheggiante
tipicamente italiano, che ancora oggi d i suoi frutti vele-
nosi nellarretratezza culturale della nostra scuola, in gran
parte rimasta allimpostazione gentiliana e quasi del tutto
incapace di sfornare menti autenticamente scientifiche.
Sulla sua posizione religiosa, che difficilmente conte-
stabile a causa del suo carattere soggettivistico e che
quando fa uso di nozioni come grazia e carit guarda
non alla Dottrina ufficiale ma rispettivamente alle nozioni
di evento e cura di Heidegger, valga il fulminante
giudizio espresso da Onfray nel suo Trattato di ateologia:
Ovvero come immergere la Bibbia nellacqua lustrale di
Essere e tempo per ottenere una soluzione in senso
chimico miracolosa (Fazi Editore 2005, p. 204).

298
Ben diverso lapproccio di Onfray, che pure, da francese
laico educato alla scuola di Camus, Sartre, Deleuze e
Foucault, condivide con Vattimo il sospetto umanista nei
confronti della ragione scientifica e del suo (presunto)
imperialismo occidentalista. In questi anni Onfray im-
pegnato in una monumentale opera di recupero delle filo-
sofie occidentali dimenticate da una tradizione storiogra-
fica ben rispecchiata nella scansione dei manuali scola-
stici appiattita quasi esclusivamente sullimpostazione
idealistica platonico-cristiana, che da Platone e dal cri-
stianesimo ha ereditato senza discussione la violenta
messa allIndice di tutte le opzioni materialiste, edoniste,
immanentiste e relativiste (sono ben noti il silenzio
sprezzante di Platone su Democrito e Aristippo e i suoi
ritratti mistificanti dei sofisti, nonch la demonizzazione
isterica dellepicureismo ad opera del cristianesimo do-
minante). Questopera si tradurr nella realizzazione di
una Controstoria della filosofia in sei volumi, di cui fi-
nora hanno visto la luce solo i primi due: Le saggezze an-
tiche (2006), sui filosofi dimenticati o quasi del mondo
greco e romano, da Leucippo a Diogene di Enoanda, e Il
cristianesimo edonista (2007), sulle correnti cristiane de-
nigrate dallortodossia, dalla Gnosi a Montaigne (entram-
bi i volumi sono editi in italiano da Fazi Editore).
Da parte sua, Flores dArcais lunico dei tre a inserirsi
in quella corrente di pensiero contemporanea che difende
la scelta illuminista e radicalmente atea in nome delle

299
dettagliate conoscenze scientifiche sul mondo fisico e
biologico che lumanit ha raggiunto da Darwin in poi e
che portano alla confutazione senza appello di qualsiasi
fantasia su una presunta origine divina delluniverso e
delluomo, nonch a una risposta inequivocabile alle fa-
mose grandi questioni della filosofia tradizionale: Sap-
piamo chi siamo: delle scimmie appena modificate, ben-
ch questo appena (una percentuale irrisoria del DNA)
abbia aperto lanimale-uomo a possibilit sconvolgenti.
Sappiamo da dove veniamo: da un inizio che chiamiamo
Big Bang e da uno svolgersi di universi ricostruito con
sempre maggiore precisione dalla scienza, senza alcun
bisogno di far intervenire lipotesi-creazione da parte di
una ipotesi-Dio. E sappiamo dove andiamo: da nessuna
parte, poich nessun destino gi iscritto nel nostro futu-
ro (p. 4). In tal modo, Flores dArcais, insieme a Pier-
giorgio Odifreddi, Maurizio Ferraris e pochi altri in Italia,
si aggancia alla grande offensiva atea di questi anni gui-
data da filosofi e scienziati di primordine, come Richard
Dawkins, lautore dei fondamentali Il gene egoista (1976
& 1989) e Lorologiaio cieco (1986), e Daniel Dennett,
autore del monumentale e controverso Lidea pericolosa
di Darwin (1995). Lo scorso anno i due hanno pubblicato
rispettivamente Lillusione di Dio e Rompere
lincantesimo (in italiano usciti questanno), che costitui-
scono i pi distruttivi attacchi mai sferrati non solo contro
la credenza religiosa, ma anche contro quello che Dennett

300
chiama il credere nella credenza, cio lidea apparen-
temente tollerante secondo cui politicamente e social-
mente conveniente e auspicabile che gli altri, cio la
massa, abbiano credenze religiose di un qualche tipo.

301
La fallace teologia filosofica di Vito Mancuso
Dicembre-gennaio 2008

Ed eccola la tanto attesa risposta teologico-filosofica ita-


liana allondata di libri contro la credenza religiosa scritti
negli ultimi tempi da certi cattivoni atei e materialisti, da
Dennett e Dawkins a Odifreddi e Ferraris. Il libro uscito
da poche settimane nella prestigiosa collana Scienza e
idee della Raffaello Cortina diretta dal noto filosofo del-
la scienza Giulio Giorello (un altro cattivone laico che si
proclamato miltonianamente di nessuna chiesa), reca
in copertina una fascetta rossa che lo proclama pompo-
samente, con le parole non a caso di Panorama, Un au-
tentico caso editoriale e culturale, ed preceduto da una
lettera paternamente affettuosa di Carlo Maria Martini,
maestro spirituale dellautore. Stiamo parlando di
Lanima e il suo destino di Vito Mancuso, genitori sici-
liani, classe 1962 e professore di Teologia moderna e
contemporanea allUniversit San Raffaele di Milano.
Arrivando alla prima delle 317 pagine del volume, scan-
dito in dieci capitoli e una Conclusione che comprendono
in tutto 129 brevi paragrafi, ci si imbatte in un incipit che
fa tremare le vene e i polsi per lambizione del progetto:
Il principale obiettivo di questo libro consiste
nellargomentare a favore della bellezza, della giustizia e
della sensatezza della vita, fino a ipotizzare che da essa
stessa, senza bisogno di interventi dallalto, sorga un fu-

302
turo di vita personale oltre la morte. Largomentazione
verr condotta di fronte alla coscienza contemporanea, in
particolare a quella sua parte scettica, se non addirittura
atea, la quale ritiene che non vi sia nulla di superiore
allimmane potere della morte. Argomentazione? Co-
scienza scettica se non addirittura atea, cio laica (come
si legge subito dopo)? Una teologia che, come si legge
alla fine del primo paragrafo, vuole dialogare con la filo-
sofia e la scienza per costruire un discorso rigoroso e non
confessionale su Dio? Uhm, la mia coscienza atea che
nuota tra filosofia e scienza non resiste al richiamo e si
dispone allascolto.
Intanto, vado allindice dei nomi e scorgo alcune assenze
che mi insospettiscono: Hume, Russell, Popper, Dennett,
Dawkins, Odifreddi, Flores DArcais e Giorello. Come?
Filosofi, logici, epistemologi e scienziati laici particolar-
mente sensibili ai problemi filosofici e metafisici solleva-
ti dalla cosmologia e della biologia, alcuni dei quali
(Hume, Russell, Dennett e Dawkins) hanno avanzato ar-
gomenti irresistibili contro lidea stessa di un principio
divino - una Mente, il Logos - alla base della natura-
physis o essere-energia (per riprendere le espressioni
care a Mancuso), sono totalmente ignorati in un libro teo-
logico che si propone di dialogare con la scienza e la filo-
sofia? E chi saranno mai, a parte filosofi ad hoc come
Teilhard de Chardin (di cui considera santo anche il
nome: cfr. p. XV), gli scienziati contemporanei con cui

303
dialoga Mancuso? Ecco quelli chiave: Fritjof Capra
(lautore del celebre Il Tao della fisica), Paul Davies, Ilya
Prigogine, Christian de Duve e persino Einstein, dei qua-
li, con notevole furbizia e non poca faccia tosta, Mancuso
cita alcune affermazioni metafisiche che non escludono la
possibilit che nelle leggi della fisica sia inscritta una ten-
sione essenziale verso la nascita e lo sviluppo della vita.
Da queste affermazioni, prese per asserzioni scientifiche
solo perch pronunciate da scienziati, il nostro teologo
deduce il necessario finalismo di stampo aristotelico
che fa del cosmo un luogo orientato amorevolmente alla
comparsa delluomo, della sua anima e quindi della sua
stessa immortalit personale, che sarebbe la quinta di-
scontinuit cosmica ( 45), dopo le prime quattro rap-
presentate dallorigine della materia dal Big Bang, dalla
nascita della materia organica, dalla comparsa
dellintelligenza e dallemergenza da questultima della
moralit e della spiritualit (cfr. 43).
Quando poi Mancuso dedica un paragrafo (il decimo) al
primato del Logos, basandosi sul discorso di Ratzinger
a Ratisbona, e cita con grande approvazione e senza ulte-
riore commento il celebre argomento del Boeing 747 di
Fred Hoyle (la nascita casuale della vita paragonabile
per improbabilit a una tromba daria che, spazzando un
ammasso di rottami, assembli accidentalmente un Boeing
747), per concludere che la teoria casualista dellorigine
della vita scientifica quanto laffermazione che la casa

304
di Maria stata trasportata dagli angeli da Nazaret a Lo-
reto (cfr. 44), si capisce immediatamente che egli non
ha mai letto o compreso una parola di Dennett e Da-
wkins. Il primo, infatti, contro la versione lockiana della
tesi del primato della Mente (Saggio sullintelletto u-
mano, IV, X, 10), filosoficamente molto pi rigorosa di
quella di Ratzinger, ha avanzato unargomentazione gi-
gantesca e devastante che costituisce tutto il monumenta-
le volume del 1995 intitolato Lidea pericolosa di Dar-
win e che sviluppa, alla luce della potenza esplicativa
dellalgoritmo della selezione naturale, alcune mirabili e
occasionali intuizioni cosmogoniche messe da Hume in
bocca a Filone nei Dialoghi sulla religione naturale.
Mentre il secondo, ne Lorologiaio cieco (1986) e ancor
pi dettagliatamente nel recente Lillusione di Dio
(2006), ha dimostrato con una forza argomentativa im-
placabile che largomento del Boeing 747 di Hoyle, lungi
dallintaccare il lavoro lento di ricerca e sviluppo com-
piuto dalla selezione naturale darwiniana (che non af-
fatto dominata dal caso, contrariamente a quanto sosten-
gono i nemici del darwinismo come Mancuso), si applica
pi adeguatamente allipotesi del Dio Progettista origina-
rio, il quale, incorporando una complessit logica ben
maggiore della complessit biologica che chiamato a
spiegare, si deve necessariamente veder assegnata una
probabilit cos bassa da risultare indistinguibile dallo ze-
ro.

305
Va dato atto a Mancuso che in pi punti egli si discosta
coraggiosamente dalla dottrina ufficiale della Chiesa, non
mancando di criticare alcuni dei pilastri del cristianesimo
tradizionale (come ad esempio la nozione di peccato, a
proposito del quale sostiene che ce n propriamente solo
uno che meriti lInferno: la bestemmia contro lo Spiri-
to, p. 232), e non si pu non ammirarlo quando, a pro-
posito di Giordano Bruno, scrive: Bruciandolo sul rogo,
la mia Chiesa ha tolto allOccidente la possibilit di fon-
dare il senso della giustizia e del bene sullordine natura-
le. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti (p. 20).
In tutto ci egli guidato per dallidea un po esaltata
che, laddove le sue opinioni sembrassero eterodosse, esse
sono a suo parere pienamente ortodosse rispetto alla ve-
rit immutabile di Dio quale bene, sorgente e meta della
vita del mondo (p. XV).
Ma non di Principio Ordinatore immanente, Principio
personale trascendente, anima, immortalit, peccato, pa-
radiso, purgatorio, inferno e limbo, temi ampiamente trat-
tati da Mancuso, che qui voglio parlare. La mia coscienza
atea mi impedisce di prenderli sul serio per pi di cinque
minuti anche con tutta la buona volont di questo mondo.
A me interessa il nocciolo della sua argomentazione filo-
sofica, esibito chiaramente e, ahim, disastrosamente, nel
44, intitolato Lorigine della vita. La domanda delle
cento pistole : Perch mai a un certo punto della storia
delluniverso uscita la pallina rossa della vita? Doven-

306
do scegliere fra tre spiegazioni possibili (le uniche che
egli riesca a vedere, e gi qui si colgono dei limiti enormi
nella sua millantata conoscenza delle teorie scientifico-
filosofiche in campo), cio fra il caso, il miracolo e
la necessit intrinseca, egli dichiara di abbracciare la
terza: se uscita lunica pallina rossa della vita, perch
doveva uscire proprio lei. Dagli informi gas primordiali
doveva scaturire la vita. Io sostengo che vi una finalit
intrinseca nella natura, esattamente quella medesima te-
leologia di cui parlava Aristotele, che so bene essere un
supremo tab per molti biologi contemporanei (pp. 116-
117). Questo passo cos candidamente pretenzioso mi ha
fatto venire subito in mente un paio di pagine de Lidea
pericolosa di Darwin ( 7.3, tr. it. Bollati Boringhieri
2002, pp. 208-209) in cui Dennett smaschera implaca-
bilmente limbarazzante errore puramente logico conte-
nuto in questo tipo di inferenza, classicamente adottata
dai sostenitori della versione forte del cosiddetto prin-
cipio antropico. Largomento del tipo di quello adottato
da Mancuso non un tab, come egli sostiene allegra-
mente, ma una banale fallacia logica che pu essere illu-
strata in maniera semplicissima. Come nota Dennett, nel-
la sua forma debole e innocua il principio antropico si
basa su una normale applicazione della regola del modus
ponens: se x una condizione necessaria per lesistenza
di y e y esiste, allora x esiste. In simboli, si tratta del teo-
rema:

307
(((y x) & y) x),
in cui il Devessere vero che sta rigorosamente
allinizio della formula. Essa, infatti, non dice che x o y o
entrambi sono necessari, ma che necessario che se y
x e si d anche y, allora si deve dare anche x, dove x e
y, nel caso delle scienze empiriche, sono eventi (o descri-
zioni di eventi) contingenti. La necessit, qui, consiste
solo nel fatto che x deve darsi affinch si dia y; il che non
significa affatto, come invece pensano erroneamente
quelli che argomentano alla maniera di Mancuso, che x e
y siano necessari in assoluto. Scrive Dennett: Riconosco
che mi difficile credere che un tale equivoco e una tale
controversia siano stati generati in realt da un banale er-
rore logico, ma si hanno prove concrete che spesso que-
sto corrisponde al vero, e non soltanto nellambito delle
discussioni sul principio antropico. Si considerino gli a-
naloghi equivoci che circondano la deduzione darwiniana
in generale. Darwin deduce che gli esseri umani devono
essersi evoluti da un antenato comune agli scimpanz e
che tutta la vita deve essere emersa da un unico principio,
e alcuni, in modo inspiegabile, interpretano queste dedu-
zioni come la tesi che gli esseri umani siano in qualche
modo un prodotto necessario dellevoluzione, o che la
vita sia una caratteristica necessaria del nostro pianeta.
() Quanti credono nel principio antropico () pensano
di poter dedurre qualche cosa di meraviglioso e stupefa-
cente dal fatto che noi osservatori coscienti siamo qui -

308
per esempio, che in qualche senso luniverso esiste per
noi, o forse che noi esistiamo affinch possa esistere
luniverso nella sua totalit, o addirittura che Dio ha crea-
to luniverso come lha creato affinch noi fossimo pos-
sibili.
Largomento di Dennett, in sostanza, questo. Che cosa
significa, ad esempio, dire che il DNA una condizione
necessaria per lesistenza degli organismi multicellulari
come noi? Significa semplicemente che il DNA deve es-
serci affinch tali organismi siano possibili, i quali costi-
tuiscono cos una condizione sufficiente per lesistenza
del DNA. In termini logici questo si traduce cos:
lesistenza degli organismi multicellulari come noi impli-
ca lesistenza del DNA (e non viceversa!), e siccome noi
esistiamo, allora anche il DNA deve esistere. Ma questo
non equivale a dire (come sostengono i finalisti alla Man-
cuso) n che lesistenza del DNA sia necessaria in s,
cio da sempre prevista dalla Natura, n che gli organi-
smi multicellulari come noi siano un prodotto necessario,
e addirittura da sempre voluto dal Progettista divino, del
DNA. Infatti, la molecola del DNA poteva tranquillamen-
te non formarsi e inoltre non c contraddizione nel pen-
sare a un mondo dove ci sia il DNA e non ci siamo noi
(del resto stato cos per alcuni miliardi di anni). Vice-
versa, non abbiamo alcuna possibilit di concepire un
mondo in cui ci siamo noi ma non c il DNA.
Linferenza alla Mancuso, quindi, un puro e semplice

309
errore logico che nasce da un fraintendimento del condi-
zionale e del modus ponens.
vero, aggiungo, che il teorema precedente implica la
versione modale della regola del modus ponens:
((y x) & y) x,
che apparentemente sostiene uninferenza come quella di
Mancuso. Ma qui x e y diventano enunciati dimostrabili,
ovvero descrizioni di fatti logico-matematici necessari
che nulla hanno a che vedere con i fatti tutti contingenti
del mondo in cui viviamo, come la combinazione antro-
pica delle costanti fisiche fondamentali, la formazione
degli elementi chimici pesanti e delle molecole inorgani-
che, la sintesi delle proteine, la comparsa degli organismi
multicellulari e la nascita dellHomo sapiens. Chi ha vo-
glia di sostenere il contrario, cio che nel mondo possono
darsi fatti logicamente e ontologicamente necessari, si au-
toinfligge un onere della prova filosoficamente insosteni-
bile e scientificamente disperato. Questa cosa ovvia
Mancuso avrebbe potuto acquisirla adeguatamente se so-
lo avesse meditato almeno sulla proposizione 5.634 del
Tractatus di Wittgenstein, anzich fermarsi a un innocuo
aforisma sulla morte di sapore epicureo - Il timore della
morte il miglior segno di una vita falsa, cio cattiva -
contenuto nei Quaderni 1914-1916 (cfr. p. 196).
Qua e l, poi, si incontrano delle perle di dettaglio davve-
ro esilaranti. Nel 7, ad esempio, intitolato Evoluzione
ed evoluzionismo, in cui Mancuso pretende di separare

310
il fatto dellevoluzione dalla sua interpretazione evo-
luzionista-darwiniana, sulla scorta di uno spericolato rife-
rimento alla nozione di slancio vitale di Bergson (un
altro fossile pseudofilosofico riesumato da Mancuso, in-
sieme a quello di Teilhard de Chardin), si sostiene niente
meno non solo che lespansione delluniverso proba-
bilmente la legge fondamentale della natura (sic!), ma
anche che la generazione ininterrotta della natura, il mo-
tore dellevoluzione ne la riproduzione in piccolo sul
nostro pianeta, dato che, se lespansione una legge uni-
versale, essa deve valere anche localmente sulla terra
(cfr. p. 15)! Per Mancuso, quindi, espansione
delluniverso da un lato ed evoluzione e differenziazione
biologica dallaltro sono praticamente la stessa cosa, o
espressioni della stessa cosa (un ordine cosmico raziona-
le, lOrdine). Gli scienziati, va invece ricordato, quando
paragonano la vita alle vere leggi fondamentali, come il
secondo principio della termodinamica, sottolineano che
una struttura vivente costituisce uneccezione locale e
transitoria allaumento inesorabile dellentropia nel co-
smo.
Di fronte a un libro come quello di Mancuso, allora,
difficile non ripensare alla celebre conclusione della Ri-
cerca sullintelletto umano di Hume: Se ci viene alle
mani qualche volume, per esempio di teologia o di meta-
fisica scolastica, domandiamoci: Contiene qualche ra-
gionamento astratto sulla quantit e sui numeri? No.

311
Contiene qualche ragionamento sperimentale su questio-
ni di fatto e di esistenza? No. E allora, gettiamolo nel
fuoco, perch non contiene che sofisticherie e inganni
(ed. Laterza 1996, p. 261).

312
Quel somaro di Pennac

Marzo 2008

Daniel Pennac (Casablanca, 1944) oggi uno degli scrit-


tori francesi viventi pi celebri ed stato per oltre
ventanni un docente di lettere in alcune scuole di Parigi.
Il suo ciclo romanzesco che vede come protagonista il
capro espiatorio Benjamin Malaussne un cult per
milioni di lettori in tutto il mondo e il suo saggio Come
un romanzo (1992) una delle pi brillanti apologie del
piacere della lettura che siano mai state scritte, degno del
miglior Calvino (non a caso molto amato e citato da Pen-
nac). Alla fine di febbraio uscito in Italia il suo ultimo
libro, Diario di scuola, che si impone come lettura pres-
soch obbligatoria per ogni studente e docente di oggi.
Perch? Perch Pennac racconta da unottica originalis-
sima la sua esperienza di studente e di docente. Appren-
diamo, cos, che lo scrittore stato fino alla maturit un
somaro frustrato e incallito, al punto che in prima ele-
mentare ha impiegato tutto lanno per capire solo la pri-
ma lettera dellalfabeto! Insomma, un disastro. Per questo
motivo, quando diventato un prof, lex somaro degli
anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso ha dedicato
tutte le sue energie al recupero dei somari degli anni Ot-
tanta e Novanta. Perch per Pennac il somaro non un

313
peso di cui liberarsi, ma un soggetto solo di cui occorre
prendersi cura. Il somaro, infatti, in genere vittima, oltre
che della propria ignoranza, di quella degli insegnanti. In
che senso? Nel senso che gli insegnanti, prigionieri
dellincantesimo della padronanza della materia che inse-
gnano, ignorano come ci si senta a non capire una paro-
la di quello che dicono, che a loro sembra ovvio e alla
portata di tutti. Da qui la loro tendenza ad isolare il soma-
ro, che mette in discussione il senso stesso del loro lavo-
ro, e ad additarlo al pubblico disprezzo con una determi-
nazione pari solo alla loro incapacit di capirlo.
Le cose migliori del libro mi pare che si trovino nelle ul-
time pagine, allorch Pennac esplicita meglio la sua per-
sonale psicopedagogia del "somaro". In tal senso il testo
pu rivelarsi utile sul piano "teorico" (anche se forse la
parola esagerata) per qualsiasi insegnante, non solo per
quelli di pedagogia e di lettere. Certo, quell'appello
all'"amore", inteso come un prendersi cura dellalunno in
difficolt, un po' generico e sentimentale, e Pennac lo sa
bene, ma non c dubbio che il libro inviti a una sorta di
rivoluzione copernicana dellinsegnamento.
Come autobiografia formativa Diario di scuola ben riu-
scito e a tratti irresistibile. Tuttavia, qualche punto mi ha
lasciato perplesso. Mi spiego. In quanto persona in qual-
che modo salvata dalla scuola, ho inevitabilmente letto il
libro confrontando l'esperienza di Pennac con la mia. Eb-
bene, nel suo discorso ho trovato una certa insensibilit

314
per un caso come il mio, che nel suo libro corrisponde
grosso modo a quello delle persone cui, verso la fine, as-
socia la frase "Devo tutto alla scuola", perch magari
provengono da situazioni di svantaggio socio-culturale
(povert, immigrazione, ecc.). Pennac sostiene che queste
persone in fondo rappresentano gli ex "studenti leccor-
nie", i quali, anche se lui da docente amava averli, come
ama averli ogni altro docente, non potranno mai capire il
dramma del somaro, dal momento che in qualche modo
sono dotati di quell'intelligenza precoce che li fa essere
da sempre e per sempre bravi e belli agli occhi dell'istitu-
zione scolastica. Costoro, quindi, esaltando la scuola
all'insegna del "Le devo tutto" in realt esaltano se stessi
e scambiano per virt propria la semplice fortuna, dovuta
al caso, delle loro capacit innate. Tutto vero. Da ragazzo
che ha fatto la primina e ha imparato a leggere a 4 anni
grazie alle cure di uno zio istruito, che fino al biennio del
liceo non ha avuto problemi pur senza brillare partico-
larmente e che a partire dalla terza liceo stato un primo
della classe esagerato, mi sono quasi sentito in colpa e ho
provato compassione per il dramma della solitudine del
somaro.
Per... c' un per. Pennac conosce bene la propria situa-
zione di somaro e giustamente ricorda quanto sia difficile
per gli altri, e soprattutto per i docenti, mettersi nei suoi
panni e capire come ci si senta in classe e a casa a non
capire mai quello che gli altri capiscono al volo. Per a

315
Pennac si pu rimproverare di non capire cosa si provi ad
essere poveri e continuamente sottoposti al rischio di do-
ver abbandonare gli studi. A me capitato due volte:
all'inizio del secondo quadrimestre del primo anno di li-
ceo e all'Universit. Pennac, invece, aveva alle spalle una
famiglia abbastanza istruita, socialmente ben messa e con
una biblioteca di un certo livello (Joyce, Cioran, i classici
russi e francesi, ecc.). Il blocco cognitivo a scuola era
dunque un problema solo suo ed era il suo unico proble-
ma. Tant' vero che, per conto suo, poteva divorare tutti i
libri che voleva, perch la sua casa ne era piena. Superato
il blocco, la strada stata liscia e in discesa, perch altri
l'avevano asfaltata e predisposta per lui, e adesso lex
somaro Pennacchioni diventato Daniel Pennac, uno de-
gli scrittori pi famosi al mondo. Viceversa, sa Pennac
cosa vuol dire vivere da bambini e ragazzini normalmen-
te dotati ma tragicamente svantaggiati sul piano culturale,
sociale ed economico? Sa cosa vuol dire vivere in una
famiglia numerosa senza una lira e senza un libro non
scolastico fino all'adolescenza inoltrata?

316
Il paesaggio come "Sfinge misteriosa" in un saggio su
Verga di Dora Marchese
Maggio 2009

Ho tra le mani un libro stupendo che nessun lettore colto,


non solo siciliano, dovrebbe lasciarsi sfuggire. Si tratta de
La poetica del paesaggio nelle "Novelle rusticane" di
Giovanni Verga, Bonanno Editore, Acireale-Roma 2009,
299 pp. Ne autrice Dora Marchese, giovane archeologa,
filologa moderna e studiosa dei rapporti tra letteratura,
cinema e teatro, attualmente assegnista di ricerca e tutor
di Letteratura Italiana all'Universit di Catania. Il volu-
me, di impeccabile rigore scientifico e di gradevolissima
lettura, che l'autrice ha recentemente presentato al Salone
del Libro di Torino, si divide in due parti.
Nella prima (pp. 17-52) Dora Marchese tratta del rappor-
to tra paesaggio e letteratura su un piano storico e teorico:
dopo una densa analisi della nozione di "paesaggio" nelle
varie forme artistiche della cultura moderna (estrema-
mente arguto l'incipit giocato su La condizione umana di
Magritte e un passo di Palomar di Calvino, cio due ca-
polavori dell'epistemologia del paesaggio, rispettivamen-
te nella pittura e nella narrativa) e di quella che pu
chiamarsi una vera e propria "poetica del paesaggio" (e
qui, anche sulla scorta di una geolinguistica dello stesso
termine nelle diverse lingue, scopriamo che l'Occidente
elabora l'idea stessa di paesaggio a partire dal XV secolo

317
con la pittura fiamminga), l'autrice si concentra su Verga
ed esplicita sia la sua peculiare poetica generale del pae-
saggio sia la funzione che il paesaggio assume in partico-
lare nelle Novelle rusticane (1883), opera cronologica-
mente e ideologicamente di raccordo tra I Malavoglia e il
Mastro-don Gesualdo e per questo spesso colpevolmente
sottovalutata dalla critica (fatta eccezione per le novelle
pi famose). Si scopre cos che in Verga la funzione del
paesaggio ha una sua "evoluzione" e si articola in almeno
tre fasi: c' la fase dei romanzi giovanili, in cui il paesag-
gio rispecchia romanticamente i sentimenti dei personag-
gi protagonisti; c' poi la prima fase verista, quella di Vi-
ta dei campi e de I Malavoglia, dove il paesaggio svolge
una funzione epico-lirica o lirico-simbolica, nel senso che
la sua oggettivit scarna ed essenziale pur sempre posta
al servizio dell'esigenza di rispecchiare simbolicamente le
vicende misere degli infelici protagonisti; e c' infine l'ul-
tima fase, inaugurata proprio dalle Novelle rusticane, "in
cui trionfa una visione materialistica e pessimistica, in-
centrata quasi esclusivamente sul dominante motivo della
roba, che si rspecchia nella centralit del paesaggio agra-
rio storicamente e realisticamente connotato e che trover
la sua pi compiuta espressione nel Mastro-don Gesual-
do" (p. 33).
La seconda parte (pp. 53-291) costituita da una analisi
minuziosa di ciascuna delle dodici Novelle rusticane e
rappresenta una sorta di verifica filologica puntualissima

318
delle concezioni generali sinteticamente enucleate nella
prima. In tal modo il lettore vede scorrere davanti ai pro-
pri occhi dei "quadri" narrativi e argomentativi che arti-
colano la complessa visione verghiana del paesaggio: il
paesaggio come roba ne "Il Reverendo"; l'elegia del pae-
saggio in "Malaria"; l'epica del paesaggio ne "La roba";
la multipercettibilit del paesaggio in "Pane nero"; il rap-
porto tra paesaggio, societ e scrittura ne "I galantuomi-
ni" e in "Libert"; la sceneggiatura del paesaggio ne "Il
Mistero"; il paesaggio interiorizzato nella "Storia dell'a-
sino di S. Giuseppe"; gli scorci di paesaggio in "Don Lic-
ciu Papa", "Cos' il Re" e "Gli orfani" e infine l'imper-
scrutabilit del paesaggio in "Di l del mare".
La tesi di fondo dell'autrice di questo stimolante viaggio
nel mondo di Verga che il grande autore siciliano usa la
massiccia messa in scena del paesaggio "per veicolare le
sue dichiarazioni di poetica e per esemplificare la conce-
zione esistenziale posta alla base delle sue opere", dal
momento che come pochi altri "comprese lo straordinario
compito affidato all'artista che, solo fra tutti gli uomini,
ha osservato, amato, recuperato e narrato il paesaggio per
farne metafora dell'esistenza umana" (p. 291). Ed nella
novella "Di l del mare", l'ultima della raccolta, che Dora
Marchese trova il passo-chiave, la dichiarazione di poeti-
ca che anche una pagina di rara potenza espressiva e
sublime passo ritmico (cui forse possono essere accostati
solo i passi pi ispirati di Horcynus Orca): "Solo rimane-

319
va solenne e immutabile il paesaggio, colle larghe linee
orientali, dai toni caldi e robusti. Sfinge misteriosa, che
rappresentava i fantasmi passeggieri, con un carattere di
necessit fatale".
Nella vera e propria Weltanschauung di Verga il paesag-
gio diventa cos "una spazialit immutabile, in grado di
sconfiggere il Tempo e la Storia" (p. 15), e questa lezione
non verr dimenticata da autori successivi come Pirandel-
lo (che attraverso la nozione verghiana di paesaggio ri-
torna a intuizioni filosofiche sulla Natura di sapore leo-
pardiano) e Tomasi di Lampedusa (con la sua nozione di
paesaggio "irredimibile" e metafisicamente immobile),
per non parlare naturalmente del gi evocato D'Arrigo, in
cui il paesaggio dello "Scill'e Cariddi", cio lo Stretto di
Messina, infestato dalle "fere" far da sfondo a un fini-
mondo epico in cui la Sfinge misteriosa, per estrema me-
tamorfosi, sar un'Orca infernale.

320
Per una memetica della cultura clerico-mafiosa.
Rilettura di Camilleri attraverso Dawkins e Dennett
Maggio 2009

In questa relazione, ricavata dallultimo capitolo del mio


libro Andrea Camilleri. Ritratto dello scrittore, Editing
Edizioni, Treviso, novembre 2008, ripercorrer il modo
in cui Camilleri affronta il tema del rapporto tra mafia e
religione in testi come La bolla di componenda (Sellerio
1993) e Voi non sapete (Mondadori 2007). Attraverso un
riferimento a un articolo di Sciascia, che a sua volta cita
Borges, cercher poi di allargare il discorso fino a toccare
due luoghi celebri del Don Chisciotte e dei Promessi spo-
si, difendendo la tesi non certo nuova, ma oggi quasi
dimenticata nellassordante clericalismo mediatico in cui
siamo immersi grazie anche a una classe politica quasi
unanimamente allineata con il Vaticano di un nesso sto-
rico, culturale e cognitivo tra la mentalit mafiosa e quel-
la di un certo cattolicesimo. In particolare, mi interessa
capire il modo in cui un certo cattolicesimo ha plasmato
le menti rendendole abilissime nellinnescare dei perico-
losi meccanismi di autoassoluzione. Camilleri, special-
mente nei due testi summenzionati, molto stimolante
sotto questo aspetto. Ma il problema mi intriga anche dal
punto di vista dei miei interessi di filosofia della mente, e
soprattutto di quel settore che indaga le unit di replica-
zione e di trasmissione della cultura, cio i cosiddetti

321
memi di Dawkins, cos introdotti nel famoso cap. 11 de
Il gene egoista: Io credo che un nuovo tipo di replicato-
re sia emerso di recente proprio su questo pianeta. Ce
labbiamo davanti, ancora nella sua infanzia, ancora gof-
famente alla deriva nel suo brodo primordiale ma gi
soggetto a mutamenti evolutivi a un ritmo tale da lasciare
il vecchio gene indietro senza fiato. Il nuovo brodo
quello della cultura umana. Ora dobbiamo dare un nome
al nuovo replicatore, un nome che dia lidea di ununit
di trasmissione culturale o ununit di imitazione. Mi-
meme deriva da una radice greca che sarebbe adatta, ma
io preferisco un bisillabo dal suono affine a gene: spero
perci che i miei amici classicisti mi perdoneranno se ab-
brevio mimeme in meme. Se li pu consolare, lo si po-
trebbe considerare correlato a memoria o alla parola
francese mme (1976, 1989, tr. it. Mondadori 1992, rist.
2006, p. 201).
La memetica oggi un vero e proprio programma di ri-
cerca, ancorch ancora in fasce, nellambito del pi gene-
rale approccio evoluzionistico ai fenomeni culturali, e il
riferimento apparentemente occasionale a Dennett e a
Dawkins nel mio libro su Camilleri vuole suggerire al let-
tore filosoficamente avvertito la possibilit di
unapplicazione della memetica alle condizioni storico-
cognitive che hanno reso e rendono tuttora possibile una
contiguit tra cultura mafiosa e cultura clericale.
Per dare subito unidea di come si configuri un approccio

322
memetico alla filosofia della mente, citer un passo tratto
da Coscienza di Dennett (1991, tr. it. Rizzoli 1993, rist.
Laterza 2009, p. 233), che tra laltro coincide con quello
messo in epigrafe da Dawkins nel suo importante saggio
del 1993 Virus della mente, originariamente scritto per
il volume curato da B. Dahlbom Dennett and His Critics:
Demystifying Mind e poi incluso ne Il cappellano del
Diavolo (2003, tr. it. Raffaello Cortina 2004, p. 172): Il
paradiso che tutti i memi cercano di raggiungere la
mente umana, ma la mente umana essa stessa un arte-
fatto creato quando i memi ristrutturano un cervello uma-
no per renderlo un habitat a loro pi confacente. Le vie di
ingresso e di uscita sono modificate per adattarsi alle si-
tuazioni locali e sono rafforzate da vari congegni artifi-
ciali che potenziano la fedelt e la prolissit di replica-
zione: una mente di madrelingua cinese differisce forte-
mente da una di madrelingua francese, come una mente
alfabetizzata differisce da una analfabeta. I memi con-
traccambiano gli organismi in cui risiedono con
unincalcolabile quantit di vantaggi e qualche cavallo
di Troia gettato l per precauzione (nel 12.1 de Lidea
pericolosa di Darwin, 1995, intitolato Lo zio della
scimmia incontra il meme, la persona stessa addirittura
definita da Dennett come lentit di tipo radicalmente
nuovo creata quando un genere particolare di animale
corredato nella maniera opportuna o infestato da me-
mi, tr. it. Boringhieri 1997 & 2004, p. 431). In accordo

323
con questa nozione dennettiana di mente come struttura
costituita da memi e in accordo con la nozione di virus
della mente sviluppata da Dawkins nel saggio omonimo
citato, sosterr qui che i memi della mentalit mafiosa
hanno trovato nelle menti strutturate dai memi della cul-
tura cattolica una sorta di habitat ideale per replicarsi e
diffondersi, costituendo insieme quel memeplesso vira-
le (dal punto di vista dei memeplessi normali di una civil-
t del diritto largamente condivisa nellOccidente con-
temporaneo) che dal XIX secolo ad oggi costituisce quel-
la che qui e nel libro chiamo cultura clerico-mafiosa.

bene precisare subito che qui user il termine religio-


ne per indicare in particolare la pratica sociale, ritualista
e supersiziosa, e limpalcatura culturale oscurantista so-
stenuta e indotta da un certo clero, soprattutto siciliano.
Una sua definizione sintetica in relazione a un altro tipo
di clero la si trova in un pezzo de La corda pazza di Scia-
scia intitolato Una rosa per Matteo Lo Vecchio. Scia-
scia osserva che nella fase della controversia liparitana
svoltasi durante la breve gestione del Regno di Sicilia da
parte dei Savoia (1713-1718), si svilupp in Sicilia un ef-
fimero clero che credeva in Dio e propugnava il diritto
dello Stato contro la temporalit della Chiesa, grazie an-
che a influenze gianseniste e a contatti pi stretti con una
cultura francese gi attraversata da sprazzi di illumini-
smo. Questo clero, che ancora oggi esiste e che qui verr

324
ignorato, si pose in aperto contrasto con il vecchio clero
isolano sostanzialmente ateo, avido di benefici, intento a
scrutare e ad avallare prodigi e superstizioni.
Quest'ultimo, potentissimo, intrinsecamente mafioso e
onnipresente nel tessuto sociale della Sicilia anche dopo
lUnit, era gi definito ignorante, corrotto e insaziabi-
le dal professor Giuseppe Stocchi nella seconda delle
quattordici lettere del 1874 di cui si d conto ne La bolla
di componenda; ed quello che in genere rappresenta
Camilleri attraverso molte delle sue figure di religiosi.
Camilleri muove dalla voce Componenda del Diziona-
rio storico della mafia di Gino Pellotta (1977), la quale
recita: Forma di compromesso, transazione, accordo fra
amici. Veniva stipulata tra il capitano della polizia a ca-
vallo e i malviventi o i loro complici in una data et stori-
ca della Sicilia. Grazie alla componenda, il danneggiato
poteva rientrare in possesso di una parte di ci che gli era
stato sottratto; in cambio ritirava ogni denuncia. Tutto
veniva dimenticato, magari in cambio di cortesie formali,
di dichiarazioni di rispetto. In tal modo lufficiale di poli-
zia sistemava le cose, creando una prassi, una forma di
giustizia al di fuori delle leggi ufficiali. Si formava, anche
per questa via, una legge, una legalit diversa, e anche
questi elementi, seppure marginali, tornano nel discorso
generale di ci che pu essere la mentalit mafiosa. E
daltronde chi pu sostenere che sia del tutto scomparsa?
Piuttosto da pensare che al posto dellufficiale di polizia

325
possa intervenire la mafia, in un ruolo di mediazione, di
giustizia mafiosa. In tal caso, il padrino, oppure il boss,
decide: si restituisca in parte o si restituisca tutto (p. 33).
Quando in Sicilia si sparse la voce dellimminente arrivo
della Commissione parlamentare dinchiesta, molti citta-
dini ed enti di varia natura produssero lettere (in genere
anonime), articoli e documenti ufficiali nellintento di
collaborare o semplicemente di denunciare problemi rela-
tivi al lavoro della stessa. Tra questi, Camilleri si soffer-
ma sui quattordici articoli pubblicati su La Gazzetta
dItalia tra lagosto e il settembre 1874 da tale Giuseppe
Stocchi, preside del Regio Ginnasio Ciullo di Alcamo.
Loccasione di questi articoli venne offerta da un dibatti-
to ospitato dal giornale sui provvedimenti amministrativi
da prendere per risolvere i problemi di ordine pubblico e
di costume morale della Sicilia. Stocchi rilevava che per
rimuovere lo stato di pervertimento morale in cui versava
la societ civile siciliana occorreva andare alle radici,
cio alle cagioni profonde del malessere, e non limitar-
si a misure amministrative superficiali come la scelta dei
funzionari, la provenienza dei magistrati, una nuova rego-
lamentazione della milizia a cavallo, ecc. Stocchi, quindi,
spostava lattenzione dal piano amministrativo a quello
socio-politico e culturale e soprattutto nel secondo artico-
lo, intitolato La questione sociale Elemento religioso,
svolgeva delle considerazioni acutissime che hanno at-
tratto lattenzione di Camilleri, anche perch tra le ca-

326
gioni del pervertimento morale dei siciliani il professore
includeva la bolla di componenda, sulla quale si mostra
informatissimo: La natura del siciliano intrinsecamen-
te non religiosa, ma superstiziosa. Tale disposizione natu-
rale poi fomentata dallinteresse; prima perch in quella
specie di fatalismo, che inseparabile da qualunque reli-
gione positiva, egli trova una scusa e quasi una sua giusti-
ficazione alla sua ritrosia al lavoro e al darsi attorno; poi
perch le turpi condiscendenze e larghezze di un sacerdo-
zio ignorante, corrotto e insaziabile, gli addormentano la
voce e i rimorsi della coscienza, prodigandogli assoluzio-
ni e benedizioni per qualunque colpa o delitto, e lo inco-
raggiano ai vizi e ai misfatti a cui tanto proclive. Qui
la prima radice di ogni male. I facinorosi pi famigerati
cominciano sempre col furto e con la componenda. Ora il
furto e la componenda sono non solo tollerati e perdonati,
ma autorizzati e incoraggiati dal cattolicismo come lo in-
tende e lo pratica il sacerdozio e il laicato siciliano. E di-
fatti sapete voi di dove viene il nome stesso di compo-
nenda? Viene dalla bolla di componenda (tale il suo ti-
tolo ufficiale e popolare insieme) che ogni anno si pub-
blica e si diffonde larghissimamente per espresso manda-
to dei vescovi, in tutte le borgate e le citt della Sicilia
(pp. 84-85). Stocchi passa poi a specificare il prezzo di
ciascuna bolla (1,13 lire) e il corrispondente valore
(32,80 lire) della refurtiva che essa permette di trattenere
con tranquilla coscienza, nonch il tetto massimo di roba

327
o denaro rubati (1.640,50 lire) che pu essere composto a
suon di bolle. Ma se le cose stanno cos, osserva Stocchi,
la Chiesa, con la sua enorme influenza soprattutto sulle
donne e sui bambini e con questa sua partecipazione agli
utili della criminalit, costituisce un cancro etico e cultu-
rale che imprigiona i siciliani come tra le spire del boa
in un incantesimo cognitivo e pratico moralmente perver-
so: Ora che cos il prezzo della bolla di componenda?
Al tempo stesso che una tassa in favore del clero sul de-
litto, una partecipazione al furto e un furto esso stesso.
E il volgo, sottilissimo ragionatore e logico impareggiabi-
le, nei suoi interessi e nei suoi vizi, ne conclude (e sfido
se pu essere diversamente) che se partecipa ai furti e ru-
ba il prete, a pi forte ragione pu rubare lui, e che perci
il rubare non peccato. E quando il siciliano ignorante si
persuaso che una cosa non peccato, di tutto il resto
non teme e non si cura, soccorrendogli mille mezzi e in-
finite vie a non cadere o a sfuggire alle sanzioni della
giustizia umana. Gli basta essere certo (stolta ma esiziale
certezza) che non andr allinferno; e da questa unica pa-
ura lo guarentisce lesempio e lassoluzione del prete. E
la bolla di componenda che cosa essa? , n pi n me-
no, un ricatto (p. 87).
La conclusione di Camilleri ribadisce la nettissima diffe-
renza che sussiste tra le relativamente innocue bolle dei
luoghi santi e la bolla di componenda, uno strumento at-
traverso cui la Chiesa si confonde con unassociazione

328
per delinquere di stampo mafioso, peraltro detentrice del-
la stessa sovrastruttura ideologica che fornisce alla mafia
le condizioni di possibilit per la sua esistenza e per il suo
radicamento nella struttura mentale dei siciliani devoti:
Non c modo alcuno di nobilitare (mi si passi il verbo)
la bolla paragonandola a una qualsiasi bolla
dindulgenza, anche la pi degenerata. La bolla di com-
ponenda un puro e semplice, ma torno a ripetere deva-
stante, pactum sceleris: solo che uno dei contraenti la
pi alta autorit spirituale, la Chiesa, qui certamente non
mater ma cattiva magistra (p. 97).

Ho davanti a me 72 tra lettere e biglietti che sempre una stessa perso-


na invia o in risposta a lettere di altri (che per qui non prendo in con-
siderazione) o per dare suggerimenti, consigli, pareri sulla conduzione
di grandi e molteplici affari.
Coprono un arco di tempo che va dal 2001 al 2004.
La particolarit che appare subito evidente, a leggere in fila lettere e
biglietti, consiste nel fatto che lo scrivente una persona profonda-
mente religiosa e animata da alti e severi principi morali.
Ogni lettera, ogni biglietto per quanto breve possa essere, termina
sempre con la stessa formula:
Vi benedica il Signore e vi protegga.
Identico sempre lincipit:
Con laugurio che la presente vi trovi tutti in ottima salute. Come,
grazie a Dio, al momento posso dire di me.
Insomma, tutte le missive si aprono e si chiudono col nome di Dio.
Allinterno di esse torna per 43 volte lespressione: Con il volere di
Dio.
Anche la Divina Provvidenza viene a essere citata in pi occasioni:

329
Ci dobbiamo accontentare della Divina Provvidenza del mezzo che ci
permette.
Le festivit religiose sono ricordate puntualmente e con insistenza:
Ditemi se andiamo incontro a un Santo Natale.
Oppure:
A tutti vi auguro di passare Una Buona Felicissima Serena Santa Pa-
squa, oppure:
In ricorrenza della Santa Pasqua per quello che il nostro Buon Dio ci
permette di passare, di cuore vi auguro che potete passare UNA
BUONA FELICISSIMA SERENA SANTA PASQUA uniti ai propri
cari.

Cos comincia la Lectio Doctoralis su "La religiosit di


Provenzano" tenuta da Camilleri il 3 maggio 2007 a
LAquila in occasione del conferimento della Laurea
Specialistica Honoris Causa in Psicologia Applicata, Cli-
nica e della Salute (indirizzo Psicologia Applicata
allAnalisi Criminale). Il rapporto di questo testo con Voi
non sapete. Gli amici, i nemici, la mafia, il mondo nei
pizzini di Bernardo Provenzano, lalfabeto mafioso in
sessanta voci uscito presso Mondadori nellottobre dello
stesso anno, consiste nel fatto che la Lectio si potrebbe
definire una sintesi a tema (quello della religiosit dei
mafiosi, appunto) di Voi non sapete, di cui utilizza, oltre
a Religiosit, anche altre voci, tra cui soprattutto
Ammazzare, Giustizia, Preti e Croce.
La bolla di componenda e i pizzini di Provenzano,
nellanalisi di Camilleri, sono documenti inversi, nel sen-
so che stanno tra di loro come il diritto e il rovescio di un

330
tappeto, lo sviluppo e il negativo di una medesima foto, e
perci stesso intimamente legati tra loro da una sorpren-
dente simmetria. La bolla era un documento prodotto dal-
le alte gerarchie del clero che, con quel prendere parte in
maniera parassitaria e ricattatoria al fatturato della crimi-
nalit, incorporava uno spirito tipicamente mafioso; i piz-
zini, invece, erano documenti prodotti da un capomafia
che, con quelle invocazioni petulanti al pantheon cattoli-
co, incorporano uno spirito tipico della devozione popo-
lare. Com possibile che si sia creata una convergenza
cos plateale tra le forze del male e i custodi del messag-
gio evangelico, tra il diavolo e lacqua santa? il diavolo
che davvero e per natura un portatore di luce o
lacqua santa che avvelenata gi nel pozzo?
La pista per trovare una risposta a questi interrogativi si
trova in un paio di pagine minori e geniali, una
dellultimo Sciascia e una del primo Borges.
Allepoca del maxi-processo alla mafia, Sciascia inter-
venne con una nota mirabile su LEspresso del 16 mar-
zo 1986, poi inclusa in A futura memoria (1989). un
breve articolo in cui si dice qualcosa di profondo sui sici-
liani intrisi di cattolicesimo partendo da suggestioni pu-
ramente letterarie. Eccolo quasi per intero:

Manzoni lesse in spagnolo il Don Chisciotte; e quando si imbatteva in


parole o espressioni ancor vive nel dialetto milanese, diligentemente le
annotava. Ne fece poi un elenco, che diede a degli amici: e da loro ci
stato conservato. Nellelenco la parola mafia, non registrata dai

331
dizionari della lingua spagnola e finora per me introvabile nel Don
Chisciotte. Lho cercata, nelledizione Aguilar delle opere di Cervan-
tes, in tutti i luoghi in cui pensavo potesse trovarsi; ho chiesto soccor-
so agli amici che molto meglio di me conoscono lo spagnolo e Cer-
vantes. Inutilmente. Non mi resta che rileggere, dopo circa trentanni,
il libro dal principio alla fine; e prevedo con fatica, se il diletto di ri-
leggerlo sar insidiato e guastato dalla caccia a quella sola parola.
Mi interessa ritrovarla, quella parola, non solo per liberarmi da
unossessione, piccola quanto si vuole ma ossessione, ma anche per
trovarvi rispondenza a un passo di Borges che mi , per cosi dire, sal-
tato agli occhi trovandolo isolato nel Borges A/Z recentemente pub-
blicato da Ricci: una specie di dizionario borgesiano curato da Gianni
Guadalupi. Alla voce argentino, che Guadalupi trae dall Evaristo
Carriego, Borges dice di aver sempre pensato che lArgentina fosse
irrimediabilmente diversa dalla Spagna; ma ad un certo punto due ri-
ghe del Don Chisciotte sono bastate a convincerlo di essere in errore.
Le due righe sono queste: che nellaldil ciascuno se la veda col
proprio peccato, ma in questo mondo non bene che uomini
donore si facciano giudici di altri uomini dai quali non hanno avuto
alcun danno.
Credevo anchio, come Borges, che nella mafia, nel sentire mafioso,
nellindifferenza della maggior parte dei siciliani di fronte alla mafia,
non ci fosse nulla di spagnolo: ma questo passo di Borges, con dentro
le due righe di Cervantes, mi ha convinto che sbagliavo. E poi la paro-
la, la finora introvata parola registrata dal Manzoni. Voglio dire: quel
che oggi, mentre si celebra il grande processo contro la mafia, i non
siciliani colgono di sgradevole e di condannabile nei siciliani, ha que-
sta antica radice: il non voler giudicare uomini da cui credono di non
aver ricevuto alcun danno.
Non tutti i siciliani, si capisce: poich la cultura - quella vera - in tanti
riuscita a rimuovere questo sentimento e atteggiamento.

Per inciso, potendo oggi disporre di strumenti di ricerca

332
pi rapidi e affidabili degli occhi, anchio ho fatto un ten-
tativo servendomi di un motore di ricerca e di una versio-
ne digitale del Don Chisciotte in lingua originale. Niente
da fare, la parola mafia e le sue possibili varianti grafi-
che non vi compaiono e, a quanto mi risulta, dove labbia
presa Manzoni rimane un mistero. Un lavoro pi fruttuo-
so consiste invece nellandare a verificare direttamente i
riferimenti di Sciascia allEvaristo Carriego e al Don
Chisciotte, perch si trovano delle cose davvero illumi-
nanti per il problema che stiamo affrontando qui.
Il passo di Borges si trova nella sezione intitolata Un
mistero parziale del capitolo XI dellEvaristo Carriego,
unopera che peraltro comincia con un excursus storico
sul quartiere Palermo di Buenos Aires, che deve il suo
nome al palermitano Domnguez (Domenico), un ap-
provvigionatore di carne della prima met del XVII seco-
lo sposatosi con la figlia di un conquistatore e stabilitosi
in Argentina. Il quasi mitologico racconto borgesiano
della fondazione di Palermo instaura un nesso etnico e
culturale tra argentini e siciliani che per il lettore italiano
si fa evidentissimo proprio nella pagina che costituisce il
contesto del passo citato da Sciascia:

largentino, a differenza dellamericano del Nord e di quasi tutti gli


europei, non si identifica con lo Stato. Ci pu attribuirsi al fatto gene-
rale che lo Stato unastrazione inconcepibile per lui; * [* Lo Stato
impersonale; largentino sa concepire solo relazioni personali. Per
questa ragione, per lui, rubare denaro pubblico non un crimine. Con-

333
stato una realt, non la giustifico n la difendo. (Nota a pie di pagi-
na)] un fatto che largentino un individuo e non un cittadino. Afo-
rismi come quello di Hegel: Lo Stato la realt dellidea morale gli
sembrano scherzi sinistri. I film elaborati a Hollywood propongono
ripetutamente alla nostra ammirazione il caso di un uomo (di solito un
giornalista) che cerca lamicizia di un criminale per consegnarlo poi
alla polizia; largentino, per il quale lamicizia una passione e la po-
lizia una mafia, sente che un simile eroe una incomprensibile ca-
naglia. Sente con Don Chisciotte che laggi se la veda ciascuno col
suo peccato e che non bene che uomini donore siano i giustizieri
di altri uomini dai quali non ricevettero danno (Don Chisciotte, I,
XXII). Pi di una volta, davanti alla vana simmetria dello stile spa-
gnolo, ho pensato che fossimo irrimediabilmente diversi dalla Spagna;
queste due righe del Chisciotte sono bastate per convincermi dessere
in errore; sono come il simbolo tranquillo e segreto di una affinit (in
Borges, Tutte le opere, Meridiani Mondadori, 1984, vol. I, pp. 270-
271).

Il lettore italiano, soprattutto se siciliano, non pu non


trasalire, perch attraverso un gioco di somiglianze di
famiglia sente che Borges sta parlando anche di lui. Un
siciliano ha dato il nome a un quartiere di Buenos Aires e
gli argentini rivelano una certa anima siciliana nel loro
rapporto con lo Stato; ma gli argentini, attraverso Don
Chisciotte, si rivelano intimamente spagnoli, e gli spa-
gnoli, per chiudere il cerchio, hanno lasciato molto di s
nella mentalit siciliana, com noto. Scopriamo cos che
gli argentini e i siciliani, e non solo gli spagnoli, sono fi-
gli culturali di Don Chisciotte, nella misura in cui condi-
vidono un sentire intorno allo Stato ed alle sue leggi che

334
costituisce quello che Camilleri chiama campo di coltu-
ra per la mafia e che, sulla scia di Dennett e Dawkins,
possiamo chiamare habitat vantaggioso per i memi ma-
fiosi. Ma com possibile? Per capirlo a fondo, dobbiamo
dare uno sguardo pi attento allepisodio (peraltro cele-
bre) che costituisce loccasione del passo del Chisciotte
citato da Borges e Sciascia.
Il capitolo ventiduesimo della prima parte quello in cui
si racconta Come Don Chisciotte rese la libert a parec-
chi sciagurati, che eran condotti, loro malgrado, dove non
avrebbero voluto andare (qui si utilizzer la classica tra-
duzione italiana di Ferdinando Carlesi del 1933, riprodot-
ta nel Meridiano del 1974). Don Chisciotte e Sancio si
imbattono in un corteo costituito da una dozzina di gale-
otti incatenati come grani di un rosario e condotti alle ga-
lere da quattro guardie, due a piedi e due a cavallo. No-
nostante lo scudiero gli spieghi che si tratta di forzati del
re condotti alla pena secondo la legge, cio secondo giu-
stizia, che si identifica con il re, Don Chisciotte ritiene
suo dovere intervenire in loro difesa, con le buone o con
le cattive, essendo suo preciso compito di cavaliere, volu-
to dal cielo, quello di aiutare gli oppressi e chiunque sia
costretto con la forza a fare qualcosa contro la propria vo-
lont. Avvicinandosi al gruppo, vuole intanto interrogare
uno per uno i galeotti per conoscere la causa della loro
sventura (e in questo interrogatorio la critica ha giusta-
mente colto chiari echi danteschi). Le guardie gli accor-

335
dano il permesso e Don Chisciotte dialoga con una met
circa dei galeotti, i quali si mettono a turlupinarlo usando
un gergo da furfanti carico di volgarit e doppi sensi, che
al povero cavaliere, in grado di capire solo il significato
letterale delle parole, devono essere chiariti di volta in
volta dagli stessi forzati, dalle guardie e da Sancio. Il
primo gli dice di essere stato condannato per essersi in-
namorato, e allo stupefatto Don Chisciotte, il quale os-
serva che se si dovesse essere condannati per questo lui
sarebbe in galera gi da un pezzo, il ladro precisa che in
realt si era innamorato di una cesta piena di biancheria.
Il secondo, invece, finito dentro perch un grande
cantante, e di nuovo occorre spiegare a Don Chisciotte
(questa volta se ne incarica una delle guardie) che in real-
t si tratta di un ladro di bestiame che ha confessato sotto
tortura, rovinandosi cos con la sua stessa voce. Al terzo
sono mancati dieci ducati, e Don Chisciotte, impietosito,
gliene darebbe venti per salvarlo, ma poi scopre che al
corruttore sono mancati i soldi per ungere il cancelliere e
il procuratore. Il quarto un triste vegliardo con la barba
bianca (con evidente allusione al Catone dantesco) che ha
subito la gogna per essere uno stregone e per aver fatto il
ruffiano, e Don Chisciotte lo riprende solo per la strego-
neria, mentre Sancio, mosso a compassione per la sua
storia, gli d una moneta in elemosina. Il quinto uno
studente condannato per aver messo su famiglia con quat-
tro donne diverse e, con un linguaggio forbito, chiede del

336
denaro a Don Chisciotte in cambio di preghiere. Il sesto
incatenato pi degli altri perch si tratta del famoso cri-
minale Ginesio da Passamonte, gi autore in carcere di
unautobiografia (ovviamente incompiuta).
Ma quando una delle guardie sta per bastonare Ginesio
per la sua irriverenza e per le sue minacce, Don Chisciot-
te, per nulla impressionato dal fatto di aver conosciuto
nellordine un ladro di biancheria, un ladro di bestiame,
un corruttore di giudici, un lenone stregone, un poligamo
e un criminale, pronuncia il famoso discorso che contiene
i passi citati da Borges e Sciascia:

Da tutto quello che mi avete detto, fratelli carissimi, ho messo in chia-


ro che sebbene per vostra colpa vi abbiano gastigato, tuttavia le pene
che andate a scontare non sono di vostra soddisfazione, e vi andate
molto di mala voglia e contro la vostra volont. Inoltre potrebbe darsi
che il poco coraggio che uno ebbe durante la tortura, la mancanza di
denaro di quello, il poco appoggio che trov quellaltro, e in fine il
giudizio errato del giudice, siano stati causa della vostra perdizione e
del non aver ottenuto quella giustizia a cui pure avevate diritto. Tutto
questo ora mi si presenta nella mente per dirmi, persuadermi ed anche
sforzarmi a mostrare di fronte a voialtri la ragione per cui il cielo mi
ha messo al mondo, e mi ha fatto professare lordine della cavalleria,
che infatti professo, e il voto che in essa ho fatto di portar soccorso ai
necessitosi e agli oppressi. Ma perch la prudenza insegna che non si
deve adoperare la violenza laddove si possa pacificamente ottenere
quello che si desidera, voglio pregare questi signori, guardiani e com-
missario, di avere la bont di sciogliervi e di lasciarvi andare. Non
mancheranno certamente altri che servano il re in migliori occasioni,
sembrandomi assai mal fatto porre in schiavit coloro che Dio e la

337
natura crearono liberi. Tanto pi, signore guardie, che questi poveretti
non hanno fatto nulla contro di voi. Che ognuno dunque si tenga il suo
peccato: v un Dio nel cielo che non dimentica n di punire il malva-
gio, n di ricompensare il buono; n conviene che onorati uomini si
facciano carnefici daltri uomini, dai quali non ricevettero verun dan-
no. Questo io vi domando con questa mansuetudine e con questa cal-
ma, per aver motivo, qualora lo desideriate, di rimanervi obbligato del
favore; ma quando non vogliate di buon grado accondiscendervi, que-
sta lancia e questa spada, congiunte col valore del mio braccio,
lotterranno a viva forza da voi (pp. 210-211).

Il commissario naturalmente risponde per le rime e cos


Don Chisciotte lo attacca e lo ferisce con la lancia. Nella
confusione che segue, i galeotti si liberano e Ginesio da
Passamonte, aiutato a togliersi i ferri dallo stesso Sancio,
si impadronisce del fucile del commissario e mette in fu-
ga tutte le guardie, inseguite dalla sassaiola degli altri
malviventi.
Come si vede, ridotto allessenziale, lepisodio mette in
luce la logica di Don Chisciotte, che non dissimile da
quella che Camilleri vede incarnata nella religiosit di
Provenzano. Chi ammette lesistenza di un ordine divino
superiore e trascendente (sinceramente o per puro calco-
lo) inevitabilmente portato a relativizzare, se non addi-
rittura ad annullare, la cogenza delle leggi di uno Stato di
diritto e a considerare la giustizia umana come qualcosa
da cui poter prescindere nel giudicare un criminale. e-
sattamente questo il motivo per cui una parte non irrile-
vante del clero frequenta i mafiosi (anche latitanti) con

338
tranquilla coscienza, soprattutto se questi si mostrano de-
voti e generosi con la Chiesa, ed esattamente questo il
motivo per cui i mafiosi, come ha notato Camilleri, si
sentono al sicuro con quelli che chiamano preti intelli-
genti. Che poi sia stato il povero Don Chisciotte ad in-
carnare in modo paradigmatico questa logica dellomert
e della connivenza una semplice ironia della storia. A
ben vedere, infatti, il suo modo di ragionare percorre tra-
sversalmente tutta la storia del cosiddetto Occidente cat-
tolico e la Riforma protestante, con la sua condanna della
vendita delle indulgenze, non che una delle numerose
forme di ribellione al sistema legale alternativo della me-
diazione accomodante, cio, in ultima analisi, della com-
ponenda.
Tornando allaccenno di Sciascia a Manzoni contenuto
nellarticolo di A futura memoria riportato sopra, si pu
allora concludere rileggendo alla luce di tutto ci uno dei
luoghi pi famosi della letteratura italiana, che di solito
viene presentato (specialmente ai giovani studenti) come
un esempio di alta edificazione spirituale e che invece, a
ben guardare, sommamente diseducativo dal punto di
vista morale e civile, ovvero dal punto di vista delletica
di uno Stato di diritto. Cos, infatti, tutta la vicenda
dellInnominato, peraltro ambientata, com ben noto,
nella Lombardia di inizio XVII secolo occupata dagli
spagnoli (cio pochi anni dopo luscita delle due parti del
Chisciotte), se non un festival della componenda? Nel

339
suo ingresso in scena egli presentato come un vero ca-
pomafia che compone esattamente nel senso della defi-
nizione di componenda che si ritrova nella citata voce re-
lativa del Dizionario storico della mafia di Pallotta: Fare
ci chera vietato dalle leggi, o impedito da una forza
qualunque; esser arbitro, padrone negli affari altrui,
senzaltro interesse che il gusto di comandare; esser te-
muto da tutti, aver la mano da coloro cheran soliti averla
dagli altri; tali erano state in ogni tempo le passioni prin-
cipali di costui. (...) Quando una parte, con un omaggio
vassallesco, era andata a rimettere in lui un affare qua-
lunque, laltra parte si trovava a quella dura scelta, o di
stare alla sua sentenza, o di dichiararsi suo nemico; il che
equivaleva a esser, come si diceva altre volte, tisico in
terzo grado. Molti, avendo il torto, ricorrevano a lui per
aver ragione in effetto; molti anche, avendo ragione, per
preoccupare un cos gran patrocinio, e chiuderne ladito
allavversario: gli uni e gli altri divenivano pi special-
mente suoi dipendenti. Accadde qualche volta che un de-
bole oppresso, vessato da un prepotente, si rivolse a lui; e
lui, prendendo le parti del debole, forz il prepotente a
finirla, a riparare il mal fatto, a chiedere scusa; o, se stava
duro, gli mosse tal guerra, da costringerlo a sfrattar dai
luoghi che aveva tiranneggiati, o gli fece anche pagare un
pi pronto e pi terribile fio (I promessi sposi, XIX, 39 e
46-47). Nel corso della famosa notte dei tormenti,
lInnominato preso dalla paura dellinferno esattamente

340
come il siciliano ignorante di cui parlava il professor
Stocchi nellarticolo citato da Camilleri ne La bolla di
componenda, e proprio per questo dubbio amletico lascia
cadere la pistola con cui sta per spararsi. Subito dopo, il
ricordo delle parole di Lucia (Dio perdona tante cose,
per unopera di misericordia) lo consola e allalba la
gioia contagiosa dello scampanare e il corteo di gente
in festa che andava incontro al cardinale Borromeo lo
spingono a recarsi dallalto e prestigiosissimo prelato
(cfr. XXI, 53-61).
Che il pentimento e la conversione religiosa possano ri-
scattare una vita di crimini non esattamente un articolo
di fede che la Chiesa insegna da sempre e che i mafiosi
accolgono a braccia aperte? Ritorniamo a Voi non sapete
e alla Lectio. Qui Camilleri scrive: Ho gi detto che, se-
condo gli investigatori, la svolta di Provenzano risale alla
met del 1993. Prima che avvenga la svolta, il 9 maggio
dello stesso anno, Giovanni Paolo II nella Valle dei Tem-
pli di Agrigento pronunzia la sua forte condanna della
mafia: Dio ha detto una volta: Non uccidere! Non pu
luomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazio-
ne, qualsiasi mafia, non pu cambiare e calpestare questo
diritto santissimo di Dio. Queste parole sembrarono pas-
sare inosservate; in realt, come annotano Salvo Palazzo-
lo e Michele Prestipino nel loro Il Codice Provenzano
(Bari 2007), scavarono un solco profondo negli ambienti
mafiosi. (...) Ma le parole di Giovanni Paolo II per Pro-

341
venzano ebbero un significato diverso da tutti gli altri;
furono, ma questo un mio parere assolutamente perso-
nale, una conferma, suonarono come un avallo se non ad-
dirittura come uninvestitura. Non era la conferma della
politica delladdio alle armi che lui aveva praticato e pre-
dicato da un certo momento della latitanza in poi? Non
bisognava tornare allantica autodefinizione mafiosa che
gli uomini donore erano portatori di pace e di giusti-
zia?. E nel passo parallelo della voce Religiosit di
Voi non sapete, Camilleri aggiunge: Da allora, le mani-
festazioni della religiosit di Provenzano diventano di
giorno in giorno pi evidenti. assodato che, dietro sua
richiesta, due sacerdoti si recarono a trovarlo negli ultimi
anni di latitanza. A un certo punto egli arriva a manifesta-
re apertamente la convinzione che tutti i suoi atti godano
del sostegno divino. Dio con lui. Gott mitt uns (p.
154). La stretta confidenza di Dio con i peggiori criminali
chiarissimamente teorizzata anche dal cardinale Borro-
meo nel primo colloquio con lInnominato, che
anchesso un perfetto esempio di componenda, questa
volta quasi nel senso della bolla: - cosa pu far Dio di
voi? cosa vuol farne? Un segno della sua potenza e della
sua bont: vuol cavar da voi una gloria che nessun altro
gli potrebbe dare. Che il mondo gridi da tanto tempo con-
tro di voi, che mille e mille voci detestino le vostre ope-
re... - (linnominato si scosse, e rimase stupefatto un mo-
mento nel sentir quel linguaggio cos insolito, pi stupe-

342
fatto ancora di non provarne sdegno, anzi quasi un sollie-
vo); - che gloria, - proseguiva Federigo, - ne viene a Dio?
Son voci di terrore, son voci dinteresse; voci forse anche
di giustizia, ma duna giustizia cos facile, cos naturale!
alcune forse, pur troppo, dinvidia di codesta vostra scia-
gurata potenza, di codesta, fino ad oggi, deplorabile sicu-
rezza danimo. Ma quando voi stesso sorgerete a condan-
nare la vostra vita, ad accusar voi stesso, allora! allora
Dio sar glorificato! E voi domandate cosa Dio possa far
di voi? (...) E perdonarvi? e farvi salvo? e compire in voi
lopera della redenzione? Non son cose magnifiche e de-
gne di Lui? Oh pensate! se io omiciattolo, io miserabile, e
pur cos pieno di me stesso, io qual mi sono, mi struggo
ora tanto della vostra salute, che per essa darei con gau-
dio (Egli m testimonio) questi pochi giorni che mi ri-
mangono; oh pensate! quanta, quale debba essere la carit
di Colui che minfonde questa cos imperfetta, ma cos
viva; come vi ami, come vi voglia Quello che mi coman-
da e mispira un amore per voi che mi divora! (XXIII,
15-17).
Anche noi, come lInnominato, rimaniamo stupefatti nel
rileggere con occhiali nuovi e smagati queste parole del
Cardinale, e siamo addirittura sconcertati dal suo amore
divorante per il criminale. Com noto, lincontro finisce
a baci e abbracci (ibid., 22): i due si mettono daccordo,
compongono limbroglio, per riprendere il termine del
Canonico de La chiave doro di Verga, e tutto viene di-

343
menticato, magari con scambio di cortesie formali, di di-
chiarazioni di rispetto, per riprendere le parole del Di-
zionario storico della mafia, che qui non a caso cadono a
pennello. La ciliegina sulla torta, infine, cio la pi clas-
sica e spettacolare forma di componenda, sar la quantifi-
cazione in denaro da parte dellInnominato del perdono
ottenuto da Lucia: cento scudi doro (...) per servir di
dote alla giovine (XXVI, 33), che nel Fermo e Lucia
(III, IV, 61) erano addirittura dugento.

344
"Nessuna terra al mondo", romanzo di Raffaello Bo-
vo
Ottobre 2009

Su queste colline () cerano dei dannati che per vedere


uno scudo dargento si caricavano un bastardo
dellospedale, oltre ai figli che avevano gi.
Queste parole avrebbero potuto aprire il bellissimo ro-
manzo del cinquantanovenne torinese Raffaello Bovo,
Nessuna terra al mondo, scritto nel 1978 e pubblicato so-
lo nel giugno del 2009 dalleditore Albatros - Il Filo di
Roma. Ma le aveva gi scritte Cesare Pavese nella prima
pagina de La luna e i fal, e cos Bovo fa qualcosa di pi.
Innanzi tutto le sviscera, le sviluppa, le diluisce e nella
prima parte del romanzo realizza un indimenticabile af-
fresco dello sfondo sociale e della forma di vita (il mondo
contadino primordiale della Langa dei primi anni del No-
vecento) che rendevano possibile una simile usanza appa-
rentemente barbara. Inoltre, Bovo scavalca il nume di
Pavese e raggiunge le stesse fonti americane di
questultimo, e in particolare Faulkner, un cui passo tratto
da Luce dagosto, che costituisce la prima epigrafe di
Nessuna terra al mondo, gli fornisce il palinsesto su cui
tracciare il ritratto del suo bastardo protagonista, Sin-
gapore: aveva qualcosa di sradicato, di recisamente sra-

345
dicato come se nessuna citt al mondo potesse dirsi la
sua, n strada, mura o terreno esistessero che per lui fa-
cessero casa: e come segli portasse seco tutto quello che
conosceva, con una specie di ferocia e di solitario orgo-
glio. Questo passo, come si vede, ispira anche il titolo
del romanzo, che poi ricorre tre volte nel corpo del testo
in una sorta di variazione sul tema. Quando Singapore
rileva la propriet del patrigno Nicandro, dice con orgo-
glio: io ho mai avuto nessuna terra al mondo, prima di
questa (p. 180); quando sperimenta il fallimento del so-
gno di mettere radici con una donna e un figlio, nota:
per un bastardo non c nessuna terra al mondo per
piantare radici (p. 257); infine, quando sta per essere
catturato dai fascisti mandati dal fratellastro Matteo e il
senso della solitudine e della sconfitta ineluttabile, la
voce narrante dice: al mondo ci sarebbe mai stata per lui
una terra o muri che gli fossero pi che una tana (p.
269). E poco prima di questultimo passo, per bocca del
suicida Nicandro (a sua volta figlio di un suicida), evoca-
to insistentemente dalla coscienza di Singapore con sen-
timento ormai filiale in monologhi interiori in forma di
dialogo, era tornata lallusione al suicida Pavese: Vivere
un mestiere che uno resta sempre garzone (p. 268).
la tentazione del vizio assurdo, espressione che aveva
poi costituito il titolo della famosa biografia di Pavese
scritta da Davide Lajolo, un cui pensiero, Dignit nella
vita, serenit nella morte, da Bovo messo in epigrafe

346
accanto al passo di Faulkner per rendere omaggio al mae-
stro che pochi anni prima della morte ebbe modo di leg-
gere e apprezzare il dattiloscritto di Nessuna terra al
mondo, come testimoniano le sue due lettere private
stampate da Bovo a mo di Prefazione.
In tal modo il bastardo Singapore viene ad essere una sor-
ta di fratello di latte e letteratura del bastardo Anguilla,
come lui cresciuto per la riva e per i boschi lavorando
come un mulo e mangiando il pane e le robiole (sono
ancora parole di Pavese, ma che, variate, ricorrono spes-
sissimo nel testo di Bovo, come bastardo, paese e
radici), in questa nuova Yoknapatawpha calata nella
Langa. E cos come Anguilla, quando torna dallAmerica
nella sua terra, trova il suo Virgilio nellamico dinfanzia
Nuto, che suona il clarino, Singapore ha nellamico
dinfanzia Nesto (anchegli un suonatore di clarino) il suo
Mentore per quanto riguarda la presa di coscienza co-
munista del fatto che la Storia non tollera gli stiliti e che
prima o poi ci chiede di scegliere da che parte stare, se
dalla parte dei gesti perduti (come ha fatto il fascista
Matteo) oppure dalla parte del riscatto (come ha fatto
lo stesso Nesto), per riprendere le espressioni calviniane
del nono capitolo del Sentiero dei nidi di ragno, altra fon-
te ovvia di Bovo. Proprio per alludere a una indetermina-
tezza geografica che il lettore autorizzato a incarnare
nel celebre luogo immaginario di Faulkner, che soprat-
tutto un luogo dello spirito, alle precise coordinate topo-

347
nomastiche dellapertura de La luna e i fal (Canelli,
Barbaresco, Alba, Monticello, Neive, Cravanzana) Bo-
vo contrappone nel corpo del testo un assoluto silenzio
sui nomi dei luoghi, che tuttavia sono chiaramente identi-
ficabili nei bricchi del castello di Cortemilia e dintorni
(solo in copertina, cio nel paratesto, lautore ha fatto
stampare una sua foto del rudere della torre del castello,
con opportuna didascalia in quarta di copertina).
Questa doppia derivazione, da Pavese e Faulkner, o da
Faulkner attraverso Pavese, naturalmente solo una sem-
plificazione, perch Bovo rende altri omaggi, dissemi-
nando sotto la superficie del testo vari riferimenti alla
grande letteratura moderna. Il padrone Nicandro, ad e-
sempio, spesso tratteggiato con colori verghiani, e non a
caso parla di roba per riferirsi alla sua terra conquistata
a fatica dopo anni di lavoro come semplice mezzadro; lo
stesso Nicandro, poi, durante la Grande Guerra, colto
mentre immagina la distruzione della propria terra e in
questa circostanza ricorre lespressione terra desolata,
con chiara allusione a Eliot (p. 34). Singapore, da parte
sua, passa molti anni a sognare il mare, e quando final-
mente realizza il sogno di imbarcarsi e di girare il mondo
lavorando su una nave, scopre che la ferocia abita su tutta
la terra, mare compreso, non solo lass tra i suoi bric-
chi, e qui si sente leco lontana di pagine di Melville,
Conrad ed Hemingway. Il suo rapporto con la guerra par-
tigiana, inoltre, del tutto coerentemente con il suo caratte-

348
re di lupo solitario, pu solo assumere laspetto di una
questione privata, nel preciso senso di Fenoglio. Ma la
molteplicit e leterogeneit dei modelli non impedisce a
Bovo di realizzare una narrazione originalissima, lascian-
do che il lettore avverta gli echi letterari solo a una lettura
analitica di secondo livello. Alla prima lettura il romanzo
procede in modo fluido e accattivante, con una prosa at-
tenta, riflessiva e studiata che si lascia contaminare qua e
l da un lessico e da una sintassi attinti dal dialetto delle
Langhe, in modo che il lettore possa sentire risuonare ve-
risticamente la dimensione locale e possa immergersi e-
spressionisticamente nella cultura secolare di una forma
di vita spazzata via dalla Seconda guerra mondiale. La
rappresentazione della guerra come perdita
dellinnocenza, come evento che tra gli altri effetti in Ita-
lia ha avuto anche quello di cancellare o di contribuire
alla cancellazione di intere culture locali, una delle cifre
del romanzo di Bovo, e in questo si aggancia pi o meno
direttamente alle intuizioni estetiche e antropologiche di
un Pasolini o di un DArrigo.
Il romanzo suddiviso in tre parti e si distende in un arco
di tempo che va dalla Prima guerra mondiale alla lotta
partigiana. La prima parte (pp. 15-76) si svolge durante la
Grande Guerra, che entra nella casa di Nicandro Preglia-
sco con la partenza per il fronte del figlio maggiore Ore-
ste. La perdita del primo figlio, lunico dei tre che condi-
vida lo spirito del padre di attaccamento al sangue e alla

349
terra, induce Nicandro a prendere un piccolo bastardo da
usare come forza-lavoro. Entra cos in scena il dodicenne
Angelo Diotallevi, ribattezzato Singapore, che, educato
alla diffidenza e alla violenza nellIstituto delle suore,
dimostra un carattere difficile e ribelle al quale Nicandro
sa contrapporre solo la frusta e lumiliazione. La seconda
parte (pp. 77-165) racconta eventi accaduti circa dieci
anni dopo, quando Singapore un giovane ormai cresciu-
to nella durezza, nella solitudine e nella ferocia, che si
prende la sua rivincita su Nicandro e i suoi figli sfog-
giando la sua forza, la sua indipendenza economica da
gaglioffo raggiunta con il gioco delle carte e la sua virili-
t inesauribile, che gli permette persino di dare per sfre-
gio a Nicandro un nipote bastardo ingravidando la moglie
del fratellastro Tobia. In questa fase, la Storia entra in ca-
sa di Nicandro con la partenza di Matteo, che cerca di fa-
re fortuna aggregandosi alle camicie nere. La terza parte
(pp. 167-284) si svolge tra la fine degli anni Trenta e il
periodo della Resistenza. Singapore, dopo dieci anni di
assenza, nel corso dei quali ha lavorato sulle navi cono-
scendo lorrore delle condizioni di vita dei neri e della
caccia alle foche, torna tra i suoi bricchi e trova un
mondo profondamente mutato, che alla fine sar spazzato
via dalla guerra insieme a lui e ai suoi sogni di grandezza
selvaggia e solitaria.

350
Il nome della rosa compie trentanni. Come sta?
Novembre 2009

Mosso da unidea seminale, quella di avvelenare


un monaco, come egli stesso ha raccontato, Umberto Eco
cominci a scrivere Il nome della rosa nel marzo del
1978. La premessa al romanzo, il cui titolo di lavoro era
LAbbazia del delitto, porta in calce la data del 5 gennaio
1980, che il giorno del suo 48esimo compleanno. Vista
la fortuna planetaria che arrise alla sua prima opera narra-
tiva, uscita poco dopo, Eco svilupp una sorta di rito su-
perstizioso che lo portava a imporsi di terminare la stesu-
ra definitiva di quasi tutti i suoi romanzi successivi il
giorno del suo compleanno. Il nome della rosa, dunque,
sta per compiere trentanni e vale la pena fargli un picco-
lo check-up per appurare il suo stato di salute.
Per fare ci, partirei dalla definizione di effetto
poetico che Eco stesso fornisce nelle Postille del
1983: esso la capacit, che un testo esibisce, di genera-
re letture sempre diverse, senza consumarsi mai del tutto
(p. 510). Ebbene, se ci basiamo su questo criterio, non c
dubbio che leffetto poetico del romanzo sia fortissimo,
ovvero che il suo stato di salute, oggi, sia ottimo. Riletto
oggi, il romanzo impressiona non solo per la sua fre-

351
schezza, ma anche per la sua capacit di aprirsi a inter-
pretazioni nuove e impensabili sia per i lettori dei primi
anni Ottanta sia per lo stesso autore. Dal punto di vista
della costruzione, il romanzo non ha perso il suo smalto e
continua a far impallidire per ingegnosit, compattezza,
disegno e bellezza qualsiasi altro best-seller successivo e
ad esso in qualche modo assimilabile per genere. Ma il
suo valore simbolico di architettura segnica che sta per
qualcosaltro, qualcosa di esterno al testo e aderente alla
realt dellazione umana storica, che lascia sbigottiti: il
romanzo riesce a parlare in modo penetrante del mondo
di oggi malgrado questo sia abissalmente distante dal
mondo come si presentava allautore alla fine degli anni
Settanta. Nel penultimo capoverso della premessa, Eco
ironizzava sul fatto che, tramontata la prescrizione per gli
scrittori dellimpegno a tutti i costi, tipica della fine degli
anni Sessanta, poteva finalmente raccontare una storia
gloriosamente priva di rapporto coi tempi nostri, ora
che il risveglio della ragione aveva scacciato i mostri ge-
nerati dal suo sonno. In realt era esattamente il contrario,
perch il lettore soprattutto italiano che aveva vissuto gli
anni di piombo era autorizzato a leggere in molte parti
del romanzo, e in special modo in quelle in cui si parla
del gran fiume ereticale, precisissimi riferimenti
allesperienza dolorosa del terrorismo e delle sue babeli-
che guise e sigle. Tanto per dire, il lettore informato che
leggeva allora delle imprese a suon di stragi e saccheggi

352
di fra Dolcino e dei suoi apostoli, nel momento in cui
veniva a sapere che la donna delleretico assassino si
chiamava Margherita, era autorizzatissimo a riflettere
sullomonimia con Margherita Cagol, la compagna di
Renato Curcio morta il 5 giugno del 1975 in uno scontro
a fuoco con i carabinieri nella provincia di Alessandria,
che anche la terra dorigine di Eco (su questo riferimen-
to lecito a certa drammatica attualit dellepoca, si veda il
saggio Borges e la mia angoscia dellinfluenza, in Eco,
Sulla letteratura, Bompiani 2002, in particolare p. 137).
Ma cosa accade al lettore di oggi, che o non pi
in grado di cogliere simili riferimenti allattualit di allo-
ra o non pu pi viverli con lo stesso coinvolgimento
emotivo e grado di interesse? Ecco, al lettore di oggi ac-
cade che pu benissimo effettuare una lettura pi spro-
vincializzata del romanzo e cogliervi per speculum et in
aenigmate segni che rimandano al ben pi complesso
contesto storico di oggi. In unopera in cui unabbazia
ruota attorno a una Biblioteca che un labirinto e che de-
nota questo mondo rispecchiandone addirittura la geogra-
fia, non c dubbio che la globalizzazione, lImperialismo
americano, il terrorismo internazionale, lo scontro di ci-
vilt con il mondo islamico, le guerre di aggressione per
loccupazione delle fonti energetiche spacciate per cro-
ciate a favore della democrazia e non ultima la sempre
crescente ingerenza temporalista della Chiesa in tutti i
paesi cattolici, per non parlare della madre di tutti i labi-

353
rinti, cio la rete web, costituiscono modelli per
lordine segnico del testo, ovvero domini per interpreta-
zioni come minimo plausibili, ancorch sempre provviso-
rie. Si pensi alle pagine in cui Adso si smarrisce nella
selva dei movimenti ereticali e chiede delucidazioni che
gli permettano di distinguere le varie eresie tra loro (cata-
ri, valdesi, bogomili, fraticelli, apostoli, dolciniani, ecc.)
e tutte le eresie dai movimenti e dalle posizioni che eresie
non sono (o non sono ancora, fino a decisione contraria
da parte del simoniaco ed epicureo papa avignonese Gio-
vanni XXII); e si confronti tutto ci con le interminabili
discussioni degli anni scorsi sulle varie componenti del
terrorismo internazionale, nonch sulla definizione di
Stato canaglia o di mercenario o di terrorista islami-
co o di combattente o di resistente o di ribelle o di
patriota (come si definisce un kamikaze iracheno o af-
ghano che si fa esplodere a Baghdad o a Kabul davanti a
un convoglio di militari stranieri?). Lo stesso Eco, in al-
cuni degli interventi raccolti in A passo di gambero, ha
molto insistito su questi problemi di definizione, che non
sono oziose questioni nominalistiche, perch da esse di-
pendono guerre e crociate, e quindi vite umane (nel Me-
dioevo come oggi). E di fronte allo spettacolo desolante
dei capi di tutti i tipi (dai capi di Stato fanaticamente
convinti di avere un dio dalla loro parte ai capi spirituali
che addestrano terroristi e kamikaze), vale ancora e sem-
pre il meraviglioso monito di Guglielmo rivolto alla fine

354
del romanzo ad Adso: Temi, Adso, i profeti e coloro di-
sposti a morire per la verit, ch di solito fan morire mol-
tissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto
loro. In quel contesto ci si riferiva letteralmente al vec-
chio cieco Jorge da Burgos, che non aveva esitato ad av-
velenare lunica copia superstite del secondo libro della
Poetica di Aristotele pur di impedire ai curiosi di leggerla
ed evitare che si diffondesse lidea devastante che pos-
sibile ridere del creato, e quindi anche di Dio; ma il letto-
re del tempo era autorizzato a pensare anche a certi teori-
ci della rivoluzione dai cui puri principi malati di fretta
gli sconsiderati ricavavano inesorabilmente il sillogismo
della pratica della lotta armata. Oggi, invece, il labirinto
del mondo diventato villaggio globale immediatamente
accessibile in tutti i suoi punti grazie alla rivoluzione in-
formatica e alle nuove tecnologie della comunicazione, ci
consente di rileggere quelle parole pensando allo scenario
internazionale, che dopo l11 settembre 2001 si tra-
sformato in uno sconfinato campo di forze costellato da
guerre locali, ora sante, ora preventive, ora imperialiste,
alla periferia dellimpero.
Venendo allItalia in particolare, certe pagine del
romanzo risultano pi attuali oggi che quando furono
scritte. Alla fine degli anni Settanta lItalia usciva da una
stagione di grandi conquiste laiche in materia di diritti
civili (si pensi allaborto e al divorzio) e quindi certi passi
anticlericali del romanzo potevano benissimo essere letti

355
come esclusivamente circoscritti allo stesso dibattito me-
dievale. Si consideri, per esempio, il seguente passo, in
cui Guglielmo, un francescano inglese amico di Marsilio
da Padova e Guglielmo di Occam, cio due acerrimi ne-
mici delle pretese temporaliste della Chiesa, critica quella
che Gramsci chiamava la religiosit lazzaronesca del
cattolicesimo all'italiana (cfr. Quaderni dal carcere, Ei-
naudi 1975, vol. II, p. 1086): Io non vorrei essere ingiu-
sto con la gente di questo paese in cui vivo da alcuni an-
ni, ma mi sembra che sia tipico della poca virt delle po-
polazioni italiane non peccare per paura di qualche idolo,
per quanto lo chiamino col nome di un santo. Hanno pi
paura di san Sebastiano o santAntonio che di Cristo. Se
uno vuol conservare pulito un posto, qui, perch non ci si
pisci, come fanno gli italiani alla maniera dei cani, ci di-
pingi sopra unimmagine di santAntonio con la punta di
legno, e questa scaccer quelli che stan per pisciare. Cos
gli italiani, e per opera dei loro predicatori, rischiano di
tornare alle antiche superstizioni e non credono pi alla
resurrezione della carne, hanno solo una gran paura delle
ferite corporali e delle disgrazie, e perci han pi paura di
santAntonio che di Cristo (p. 127). Ebbene, oggi un
passo del genere produce tutto un altro effetto di senso in
un Paese regredito a forme di culto idolatriche e miracoli-
stiche (si pensi al successo di Padre Pio, per non parlare
della suscettibilit nei confronti della statuetta del croci-
fisso, anche quando la sua onnipresenza nei luoghi pub-

356
blici censurata pure dalla Corte europea di Strasburgo
per i diritti delluomo) e tenuto sotto libert vigilata da
una classe politica che prende ordini dal Capo di una teo-
crazia estera e dalla Cei e di conseguenza si guarda bene
dal varare leggi sgradite alle fobie paranoiche degli an-
ziani custodi platonici del Vaticano.
Per finire, pensiamo alla rete, che allepoca
delluscita del romanzo era immaginabile con lo stesso
grado di plausibilit dellimpero galattico sognato da A-
simov. Ebbene, la biblioteca inizialmente definita
dallabate Abbone con queste parole: La biblioteca si
difende da sola, insondabile come la verit che ospita, in-
gannevole come la menzogna che custodisce. Labirinto
spirituale, anche labirinto terreno (p. 46); pi avanti
Jorge aggiunge: La biblioteca testimonianza della veri-
t e dellerrore (p. 136), finch Guglielmo, di fronte alla
sua ecpirosi, lamenta: Era la pi grande biblioteca della
cristianit (p. 494). La biblioteca-labirinto, dunque, il
mondo, ovvero la lista infinita e ricorsiva di tutte sue
trame, il modello di tutto il suo sapere, il ricettacolo di
tutte le informazioni che lo descrivono, vere o false che
siano. E di cosa oggi segno, simbolo, metafora perfetta,
con la sua insostenibile fragilit e vulnerabilit? Leggia-
mo come lo stesso Eco ha recentemente descritto la rete
alla fine del diciottesimo capitolo del suo Vertigine della
lista: ecco finalmente la Gran Madre di tutte le Liste,
infinita per definizione perch in continuo sviluppo, il

357
World Wide Web, che appunto ragnatela e labirinto,
non albero ordinato, e che di tutte le vertigini ci promette
la pi mistica, quella totalmente virtuale, e davvero ci of-
fre un catalogo dinformazioni che ci fa sentire facoltosi e
onnipotenti, a prezzo di non sapere quale dei suoi ele-
menti si riferisca a dati del mondo reale e quale no, senza
pi distinzioni tra verit ed errore (Bompiani 2009, p.
360). E non sar superfluo ricordare che Adso definisce il
suo manoscritto elenco di fatti (p. 26), centone,
carme a figura, immenso acrostico (p. 503), e a un
certo punto osserva: nulla vi di pi meraviglioso
dellelenco, strumento di mirabili ipotiposi (p. 81), a ri-
prova che lo stesso Eco pi recente impegnato a svilup-
pare intuizioni semiotico-cosmologiche presenti in nuce
nel suo insuperato capolavoro di trent'anni fa.

358
APPENDICE 1

TRE ARTICOLI IMPOSSIBILI

359
Lo sdegno del Divino Otelma e il rammarico di Maurizio
Mosca
Caso Ratzinger-Sapienza: le
reazioni dei colleghi del Papa
Sulla presunta censura ai danni di Papa Ratzinger,
contrastanti le posizioni espresse nel mondo dei maghi e
dei ciarlatani
Gennaio 2008
ROMA. La vicenda che ha visto Papa Ratzinger costretto
a rinunciare, per ragioni di ordine pubblico, allinvito del
Rettore Guarini di tenere un discorso alla Sapienza di
Roma in occasione della cerimonia di apertura dellanno
accademico, ha suscitato reazioni contrastanti nel varie-
gato e pittoresco mondo dei colleghi del Capo della Chie-
sa Cattolica. Molti tra i pi noti maghi e ciarlatani del pa-
norama televisivo italiano hanno voluto esprimere la loro
posizione, che sorprendentemente non appiattita
sullovvia manifestazione di solidariet di rito con il col-
lega umiliato e offeso dallintolleranza giudaico-
massonico-bolscevica di un manipolo di sedicenti scien-
ziati.
Il Divino Otelma, che, come recita il suo sito, Primo

360
Teurgo della Chiesa dei Viventi, Gran Maestro
dellOrdine Teurgico di Elios, Presidente Europeo
dellOrdre des Occultistes dEurope (O.D.O.D.E.) e Na-
zionale dellOrdine degli Occultisti dItalia (O.D.O.D.I.),
del Centro Italiano di Studi Astrologici (C.I.S.A.) e
dellUnione Astrologico-Occultista dItalia (U.A.O.D.I.),
Fonte di Vita e di Salvezza, Dispensatore di Verit Ar-
chetipa, Luce dei Viventi, ha dichiarato di essere indigna-
to: uno scandalo, ha detto senza mezzi termini, ed ha
aggiunto: In nessun paese civile si mai visto che un
mio collega meno titolato di me venga invitato al posto
mio a una cerimonia cos prestigiosa. Non c pi reli-
gione. Il Rettore Guarini si deve vergognare e dimettere
per non aver chiesto prima la mia disponibilit. Tra
laltro non avrei potuto accettare, perch il gioved matti-
na lo dedico alla contemplazione delle macchie di Elios
alla luce della pareidolia esoterica delloroscopo confu-
ciano.
Pi articolata la dichiarazione congiunta di Vanna Mar-
chi, Stefania Nobile e Mario Pacheco Do Nascimento,
letta ai giornalisti dal loro avvocato. Preso atto che qui si
sono adottati due pesi e due misure, visto che a noi hanno
mandato prima quelli di "Striscia la Notizia" e poi la Fi-
nanza, mentre per il collega romano ci si limitati a una
civile manifestazione di piazza, teniamo a precisare che il
nostro cloruro di sodio si scioglieva veramente, contra-
riamente al sangue di San Gennaro. Inoltre, nessuno ha

361
mai visto lostia diventare un hamburger, mentre noi
qualche terno labbiamo fatto uscire. In ogni caso, ci pare
esagerato che si sia fatto tanto rumore per nulla. Magari
avessimo noi il fatturato della Chiesa. Una televendita in
pi o in meno non fa differenza per il collega, che a
piede libero e avr tante altre occasioni di mostrarsi in
televisione (peraltro gratuitamente e a tutte le ore e su tut-
te le reti nazionali) e vendere santini. A noi, invece, han-
no chiuso le televendite di amuleti e ci hanno messi den-
tro. E' un complotto della magistratura comunista.
Jucas Casella ha mostrato solidariet per il collega: Vi-
viamo tempi bui, ha dichiarato con le lacrime agli occhi.
Anchio sono vittima da anni di un feroce ostracismo e
nessuno mi vuole pi in televisione da quando Mara Ve-
nier stata allontanata dalla Rai. La lobby del Cicap, evi-
dentemente, controlla anche le universit.
Maurizio Mosca, infine, si dice rammaricato: un vero
peccato che al Papa sia stato riservato un simile tratta-
mento. Di questo passo la gente comincer a sospettare
pure del mio infallibile pendolino.

362
Trovato laccordo dopo un rapido giro di consultazioni
Quirinale: subito un Governo
di larghe intese. Bagnasco
verso lincarico
La Cei: Per garantire la stabilit vareremo una riforma
elettorale col sistema alla vaticana.
Si voter ogni morte di Papa
Gennaio 2008

ROMA. La crisi al buio aperta da Mastella con la sua


clamorosa uscita dal Governo Prodi stata risolta in me-
no di 24 ore. Il Presidente della Repubblica Giorgio Na-
politano, dopo aver accettato le dimissioni di Romano
Prodi, ha immediatamente avviato un rapido giro di con-
sultazioni con i segretari dei partiti e la soluzione della
crisi apparsa subito allorizzonte. Poich le forze politi-
che non si sono trovate daccordo su questioni di detta-
glio, come la politica estera, la politica salariale, la rifor-
ma delle pensioni, lo smaltimento dei rifiuti, le politiche
energetiche e il precariato, con grande senso di responsa-
bilit istituzionale hanno individuato la questione cruciale
che potesse mettere daccordo tutti. bastato ripensare

363
alla vicenda Ratzinger-La Sapienza per rendersi conto
che le convergenze parallele sono tutte sui rapporti tra
Stato e Chiesa. Tutti i principali partiti dellarco costitu-
zionale, infatti, hanno convenuto che la grave situazione
di crisi politica era determinata da unerronea interpreta-
zione del Concordato e del suo rapporto con la Costitu-
zione italiana, dovuta principalmente allegemonia cultu-
rale della sinistra comunista negli ultimi 50 anni. Chiarito
che, secondo linterpretazione corretta, non la Costitu-
zione italiana che deve eventualmente inglobare il Con-
cordato (secondo larticolo 7), ma il Catechismo della
Chiesa Cattolica che deve contenere la Costituzione ita-
liana come suo comma, tutte le forze politiche, con
leccezione di sparute minoranze riottose subito messe a
tacere, hanno convenuto che la soluzione poteva venire
solo dal Vaticano, soprattutto dopo che il filosofo Rocco
Buttiglione, citando Heidegger (rigorosamente in tedesco,
per rimarcare la sua consonanza anche linguistica con il
Santo Padre), ha osservato che Solo un Dio ci pu salva-
re. Del resto, si potuto constatare che nella concitata
giornata di luned 21 gennaio, il cardinale Angelo Bagna-
sco, aprendo il Consiglio permanente dei vescovi, stato
lunico a dimostrarsi profondamente sensibile ai problemi
dellItalia pronunciando un discorso sullo stato delle cose
che suonato come un monito morale e come un vero e
proprio programma di Governo. Scartata lipotesi di affi-
dare la formazione del nuovo Governo direttamente a

364
Benedetto XVI, tecnicamente difficile poich il suo inca-
rico di Capo di Stato vitalizio, sembrato scontato pre-
gare umilmente il Presidente della CEI di assumersi
lonere di guidare il nuovo Esecutivo. Bagnasco si detto
grato per lonore e tramite la segreteria della CEI ha subi-
to illustrato il primo punto del suo programma da attuare
nei primi 100 giorni: riforma elettorale con il sistema alla
vaticana. In tal modo, si legge nel comunicato, verr ga-
rantita la tanto auspicata stabilit di governo, perch si
voter ogni morte di Papa con luninominale secco cor-
retto da una quota proporzionale del 90%, con preferenze
facoltative e senza scorporo. Immediate ed entusiastiche
le reazioni nel mondo politico. Lonorevole Berlusconi
ha osservato che si tratta del suo programma di sempre,
che non si potuto realizzare nella scorsa legislatura per
colpa dei marxisti-leninisti che occupano tutti i vertici del
potere e che remano contro con laiuto della stampa e
delle televisioni, totalmente in mano alla sinistra. Walter
Veltroni ha salutato commosso la decisione di conferire
lincarico a Bagnasco: una grande lezione di laicit,
ma anche un riconoscimento per lintrinseca capacit di
governo della Chiesa, che presente sulla scena politica e
sociale dal IV secolo dopo Cristo. Pi tiepido
lonorevole Casini: Spero si tratti solo del primo passo
verso una politica seria e responsabile in Italia, ha detto.
Il passaggio successivo dovr essere quello di avere il
Santo Padre al Quirinale. Per un senso di responsabile

365
riserbo, Vittorio Messori, Rocco Buttiglione e Paola Bi-
netti non hanno rilasciato dichiarazioni, al fine anche di
evitare illazioni sul toto-ministri, che comunque li vede
unanimamente in lizza rispettivamente per la Cultura, la
Pubblica Istruzione e la Sanit. Per il Ministero della Fa-
miglia e Pari opportunit, invece, si fa insistentemente il
nome del Cardinal Ruini, mentre a Don Gelmini andran-
no con ogni probabilit le Politiche giovanili.

366
Dopo la conversione alla religione della vita dellex co-
munista ateo Giuliano Ferrara, dopo il battesimo platea-
le dellex musulmano Magdi Allam, dopo aver letto che
DAlema un fan della processione dei Misteri di Galli-
poli, dopo aver visto lo spot del Partito Socialista di Bo-
selli in cui si afferma che Ges stato il primo sociali-
sta, il Papa si rompe i coglioni e fa il clamoroso annun-
cio
Ratzinger: Nein, Nein, Tio
non eziste und Ces nemme-
nen
La confessione nel corso di un colloquio con Marco
Trainito al termine delludienza del 26 marzo 2008

Marzo 2008

ROMA. Ho sempre sostenuto che Joseph Ratzinger un


intellettuale colto e raffinato e che solo a causa del suo
ruolo di primo piano in Vaticano stato costretto a dire
fesserie teologiche per gran parte della sua vita. E ho
sempre sperato che, diventato Papa, si togliesse il maci-

367
gno dalla pantofola e dicesse finalmente la verit e so-
prattutto cosa pensa dellesercito di leccaculo di cui cir-
condato suo malgrado. Ma mai e poi mai avrei potuto
immaginare che sarebbe toccato a me il privilegio di rac-
cogliere le clamorose confessioni di un filosofo arguto e
pensoso stufo di recitare la parte del pastore di capre. A-
vendo per caso partecipato alludienza di mercoled 28 in
Piazza San Pietro in qualit di docente accompagnatore
di una scolaresca, ho chiesto e ottenuto il permesso di
scambiare due parole con il collega Joseph (anche io mi
occupo di filosofia) al termine della cerimonia. Ne nata
unintervista che passer alla storia.
M. Allora, Joseph, come ci si sente ad essere circondati
da coglioni che si spacciano per improbabili credenti o
convertiti?
J. Giovine amico mio, ti risponder non con le parole
delle Scritture (a te lo posso dire: un cumulo di stronza-
te, altro che "la parola di Dio", come sono costretto a dire
a causa del mio ruolo) ma con quelle del divino Omero,
che pi saggio del pi saggio dei profeti biblici (in real-
t unaccozzaglia di bifolchi): bulimen kepruros en
theteumen llo, andr paraklro o m botos pols ie,
psin nekessi katafthimnoisin anssein.
M. Joseph, non cho capito una sullennissima minchia e
lho trascritto cos come lhai detto, alla sanfas, perch
non conosco il greco. Puoi essere pi chiaro?
J. Sono le immortali parole che lombra di Achille rivol-

368
ge ad Ulisse nellAde: Odissea XI, 489-491. Pi o meno
significano, nella tua lingua: vorrei piuttosto essere il
servo di un padrone morto di fame, ma vivo, che il re dei
morti e morto a mia volta.
M. Se ho ben capito, vuoi dire che preferiresti essere un
uomo qualunque ma di spirito libero che il capo spirituale
dei poveri di spirito?
J. Esattamente.
M. Beh, ti capisco. Del resto, lo stesso Ulisse, come dir
Platone, vorr reincarnarsi in un uomo qualunque. E Jo-
yce se ne ricorder e lo accontenter.
J. Gi. Cos che far dire a Stephen? Dio un urlo per
la strada e La storia un incubo da cui cerco di sve-
gliarmi. Che meraviglia. Com bello parlare di queste
cose, in libert... E invece sono costretto a passare il mio
tempo tra mortifere citazioni bibliche, incensi pestilenzia-
li e dementi che mi baciano lanello in ginocchio. Grazie
di essere venuto.
M. Senti, cosa mi dici di Ferrara, Magdi Allam, DAlema
e Boselli? Mi difficile stabilire chi dei quattro il pi
mentecatto.
J. tutta colpa vostra. Voi ci prendete sul serio e molti
credono addirittura che le favole che andiamo raccontan-
do siano vere. Qualcuno, poi, a suo tempo educato alla
ragione e al disincanto, butta via anni di studio e la libert
e viene a Canossa, anche se chiaramente lo fa per un
qualche misero tornaconto personale. Ma ora basta, non

369
sopporto pi questo scempio, di cui mi sento in parte re-
sponsabile. Voglio dirlo forte e chiaro, imitando la voce
di Crozza quando imita la mia: Nein, Nein,Tio non eziste
und Ces nemmenen!
M. Il guaio che ormai molta gente non ci crede nem-
meno se glielo dici tu che Dio non esiste. Avete fatto una
frittata di cervelli di proporzioni pantagrueliche.
J. Non me ne frega niente se gli altri non ci crederanno.
Anzi, spero che continuino ancora a credere, cos il no-
stro circo potr continuare a vendere il suo spettacolo.
M. Adesso mi ricordi lInquisitore di Dostoevskij, mentre
poco fa mi sembravi lAsterione di Borges.
J. S, in effetti il mio cuore di tenebra combattuto. Da
un lato vorrei continuare a regnare sulla menzogna e con
la menzogna, dallaltro vorrei essere liberato da un Teseo
redentore. Vuoi aiutarmi ad uscire da questincubo di i-
pocrisia, da questa apocalisse moderna?
M. Mi dispiace, Joseph. Io non sono Teseo e nemmeno il
capitano Willard. Sono cazzi tuoi. Stammi bene.

370
APPENDICE 2

GIOCHI LINGUISTICI

371
Esercizi di stile (alla Queneau-Eco) sullincipit di Alice
nel paese delle meraviglie

Testo-base

Alice cominciava ad essere stufa di starsene seduta vicino a


sua sorella sulla riva del fiume, senza niente da fare; aveva
sbirciato un paio di volte nel libro che sua sorella stava leg-
gendo, ma non cerano n figure n dialoghi, e a che pro un
libro pensava Alice, senza le figure e i dialoghi?.
Cos se ne stava a riflettere nella sua testolina (per quanto era
possibile, perch faceva un caldo del diavolo e le cascavano
gli occhi e la concentrazione) se il piacere di intrecciare una
coroncina di margherite valesse la noia di alzarsi per coglier-
le, quando dal nulla un Coniglio Bianco con gli occhi rosa le
pass accanto correndo a tutta birra.

Dantesco libero (con versi tutti presenti nella Commedia)

Udir mi parve un mormorar di fiume.


Poi ch'innalzai un poco pi le ciglia,
vidi genti a la riva dun gran fiume.
Alcuna si sedea tutta raccolta,
e l'un di lor, che si rec a noia,

372
mirava fissa, immobile e attenta.
Disse: Perch cotanto in noi ti specchi?
Io fui nel mondo vergine sorella.
La mia sorella, che tra bella e buona
non so qual fosse pi, trunfa lieta
tratto leggendo del magno volume.
Maraviglia udirai, se mi secondi,
di ch'io rendo ragione in questo caldo.
Vola con li occhi per questo giardino:
quivi la rosa in che 'l verbo divino
carne si fece; quivi son li gigli.
Io levai li occhi e credetti vedere
Caron dimonio, con occhi di bragia:
lunga la barba e di pel bianco mista,
e correa contra 'l ciel per quelle strade.
Gi mi sentia tutti arricciar li peli.
O animal grazoso e benigno,
cos li dissi; e poi che mosso fue,
Deh, perch vai? Deh, perch non tarresti?
Guardommi un poco e poi chin la testa.
Le braccia aperse, dopo alcun consiglio,
e li orecchi ritira per la testa.
Di maraviglia, credo, mi dipinsi:
Io ti seguiter quanto mi lece.

Pastiche joyceano

S perch ora comincio a stancarmi di starmene qui seduta sen-


za far niente davanti a questo fiume che non ci bagner mai due
volte come ci diceva il professore che diceva quel tale s e cor-

373
re ma dove correr mai eppure corre corre come una locomoti-
va questo correfiume che passato Eva e Adamo da spiaggia si-
nuosa a baia biancheggiante ci conduce con un commodius vi-
cus di ricircolo di nuovo qui s leterno ritorno dellidentico
fiume diverso perch qui viene ognuno per sempre oh s qui
HCE e siamo venute pure noi io e lei mia sorella che se ne sta
seduta tranquilla a leggere quel suo libro ma a cosa servir mai
un libro senza dialoghi e figure dio che sonno o forse un'in-
sonnia ideale o una veglia che nega la fine questa storia un
incubo dal quale cerco di svegliarmi e questo caldo mi sta fa-
cendo diventare una stupida ma se qui non succede qualcosa
cado nel correfiume e faccio la fine di quella l come si chia-
mava oh s come vorrei farmi una bella corona come una stella
come tutte le pi belle cose con quelle margherite s mi piace-
rebbe tanto mettermela addosso e correre sul prato in ricircolo
come il correfiume ma chi si alza a raccoglierle siete margheri-
te specie troppolontane famiglia troppafatica no dico no non
voglio no perch quello che io vorrei ora ma cos oh s ma
che belbianconiglio e corre corre pure lui locchiorosato ma
che fa ma no guarda lora ha il panciotto col taschino per
lorologio in ritardo dice povero me povero me e povera
anch'io e mi guardo intorno e sono tutti migliori di me ma per
cosa sei in ritardo per dove oh che meraviglia oh s portami via
bel bianconiglio sotto l'ombra di un bel fior gi sento che ti
amo e scusa se ti chiamo amore ma mi basta guardarti per sen-
tirmi lievitare tre metri sopra il cielo con te verrei anche gi
all'inferno perch identica la via all'in su alla via all'in gi lo
diceva quello di prima come si chiamava oh s il mio cuore bat-
te come impazzito guardami te lo chiedo con gli occhi di por-
tarmi con te ovunque tu vada no no non sparire dietro quella

374
siepe voglio essere tua s s vengo mi alzo vado dove mi porta
il cuore e corro s corro e s dico s voglio S.

In soggettiva wittgensteiniana

Siedo in riva al fiume con un filosofo che legge un libro senza


dialoghi n figure intitolato Proof of an External World, che
suppongo sia non solo noioso ma anche pieno di confusioni
concettuali derivanti da un cattivo uso del linguaggio ordinario.
Ogni tanto egli alza lo sguardo e dice: Io so che questo un
albero, e cos dicendo indica un albero nelle nostre vicinanze.
Allora mi viene in mente la poesia Jabberwocky che un giorno
legger nel Libro dello Specchio e gli chiedo: E i toves lo
sai cosa sono?. Lui ammette di non saperlo e allora io gli dico
che, secondo Humpty Dumpty, che un giorno me lo dir, i to-
ves sono una specie di tassi, un po come le lucertole e un po
come i cavatappi, fanno il nido sotto le meridiane e si nutrono
di cacio. Ora pensi di saperlo cosa sono i toves?, gli dico. E
cos cominciamo a discutere sul problema di cosa sia la spiega-
zione del significato di una parola e su come esso incida sul
fenomeno del vedere-come, che grazie a me la semantica co-
gnitiva discuter a lungo.
Poi sentiamo arrivare qualcuno e io mi affretto a dire: Non
siamo pazzi, Sir, stiamo solo facendo filosofia. Il mio amico
scoppia a ridere e mi dice: Guarda che passato un coniglio
bianco cogli occhi rosa, non un uomo! Ne sei sicuro?, gli
faccio io, Non poteva anche essere unanatra?. [E gli mostra
la testa anatra-coniglio]

375
NOTA: Per la soriella dei filosofi seduti in giardino, cfr. Della
certezza, 467; per la definizione dei toves, cfr. la seconda
pag. del Libro blu; per la testa anatra-coniglio, cfr. Ricerche
filosofiche, II, XI. La parola inesistente toves ricorre nel pri-
mo e nel quartultimo verso della poesia Jabberwocky, che Ali-
ce legge nel primo capitolo di Through the Looking Glass,
mentre la sua definizione ad opera di Humpty Dumpty si ha nel
cap. VI. Wittgenstein, ex maestro elementare, conosceva benis-
simo la storia di Alice e ha reso omaggio a Carroll anche nelle
sue ultime riflessioni (cfr. ad es. Ricerche, II, XI, p. 262 = Ul-
timi scritti di filosofia della psicologia, I, 599, dove c un
esplicito riferimento a un passo del primo capitolo del secondo
Alice).

Mezzo maccheronico

Aphye incipiebat affecta esse sedendi taedio apud soretam


suam in fluminis ripa, nullafacente; bis oculis traversis aspexe-
rat librum quem soreta legebat, sed figurae et dialogi non ivi
erant, Pro quo enim liber, Aphye cogitabat, sine figuris dia-
logisque?.
Ita stabat assisa considerando in sua testula (quantopere pote-
bat, cur diabolice incalescebat et oculi et animi intentio sui ce-
cidebant) si libido margaritorum coronas intexendi par esset

376
taedio culum levandi ad eas carpendas, cum ex nihilo ortus o-
culis roseis candidus cuniculus apud puellam festinus cucurrit.

Analitica dei mondi possibili della Fabula


(seguendo U. Eco, Lector in fabula, 1979, 8.10 e 11.7)

Definizioni:

1) Wn = mondo possibile asserito dallautore nel testo e costi-


tuito da una sequenza di Wnsi descritti da proposizioni P;
2) Wnsi = stato testuale di Wn allo stato di cose si e al tempo
ti;
3) Wnc = mondo possibile in Wn concepito da un personaggio
c e descritto da proposizioni Q;
4) Wncsi = il possibile corso degli eventi di Wn cos come
immaginato dal personaggio c al tempo ti;
5) Wr = mondo possibile immaginato dal lettore (previsto dal
testo) e descritto da proposizioni R. Wrsi si definisce in accor-
do con quanto precede;
6) Wrc = il mondo possibile che il lettore immagina che un
personaggio concepisca e che descritto da proposizioni Z (di
solito incassate in R);
7) Wrcc = il mondo possibile che il lettore crede che un perso-
naggio immagini che un altro personaggio concepisca
(anchesso descritto da proposizioni Z);
8) Relazione S-necessaria F (sorellanza) = propriet struttural-
mente necessaria allidentificazione di Alice come sorella della
sorella e di quesultima come sorella di Alice;

377
Analisi di Alice per stati di Wn, Wnc, Wr, Wrc e Wrcc

P1 = Sulla riva di un fiume stanno due ragazzine in relazione


S-necessaria F, di cui una si chiama Alice (Wns1);
P2 = Alice annoiata di stare senza fare niente (Wns2);
P3 = La sorella di Alice legge un libro senza figure n dialoghi
(Wns3);
P4 = Alice pensa Q1 (Wns4);
Q1 = Un libro del genere inutile (Wncs1);
R1 e Z1 per inferenza su Q1 = R1(Dunque per Alice Z1(un
mondo desiderabile se in esso sussistono libri illustrati e dia-
logati, altrimenti esso inutile)) (Wrcs1 in Wrs1).
R2, Z2 e Z3 per inferenza su P3, Q1, R1 e Z1 = R2 (Quindi se-
condo Alice Z2(per la sorella Z3 ( preferibile vivere in un
mondo arido e inutile))) (Wrcc1 in Wrs2).
P5 = Fa caldo e Alice ne risente negli occhi e nella concentra-
zione (Wns5);
P6 = Attorno ad Alice stanno delle margherite (Wns6);
P7 = Alice riflette su Q2 (Wns7);
Q2 in R3 (ipotesi di atteggiamento proposizionale in Wrs3) =
R3(Alice pensa Q2(Se raccogliessi Margherite per far coronci-
ne mi stancherei ancora di pi di quanto non mi stanchi stando
seduta senza fare niente)) (Wrcs2 in Wrs3);
P8 = Un Coniglio Bianco dagli occhi rosa passa correndo
(Wns8).

378
Leterna ghirlanda brillante di margherite esche-
riane (omaggio a Hofstadter)

Alice cominciava ad es-


sere stufa di starsene
seduta vicino a sua so-
rella sulla riva del fiu-
me, senza niente da fa-
re; aveva sbirciato un
paio di volte nel libro
che sua sorella stava
leggendo, ma non
cerano n figure n
379
dialoghi, e a che pro
un libro pensava Alice,
senza le figure e i dia-
loghi?. Il libro si intito-
lava Alice nel paese del-
le meraviglie e comin-
ciava cos:
Alice cominciava ad essere stufa di
starsene seduta vicino a sua sorella sul-
la riva del fiume, senza niente da fare;
aveva sbirciato un paio di volte nel li-
bro che sua sorella stava leggendo, ma
non cerano n figure n dialoghi, e a

380
che pro un libro pensava Alice, senza
le figure e i dialoghi?. Il libro si intito-
lava Alice nel paese delle meraviglie e
cominciava cos:

Alice cominciava ad essere stufa di starsene seduta


vicino a sua sorella sulla riva del fiume, senza niente
da fare; aveva sbirciato un paio di volte nel libro che
sua sorella stava leggendo, ma non cerano n figure
n dialoghi, e a che pro un libro pensava Alice,
senza le figure e i dialoghi?. Il libro si intitolava
Alice nel paese delle meraviglie e cominciava cos:
Alice cominciava ad essere stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla
riva del fiume, senza niente da fare; aveva sbirciato un paio di volte nel libro
che sua sorella stava leggendo, ma non cerano n figure n dialoghi, e a che
pro un libro pensava Alice, senza le figure e i dialoghi?. Il libro si intitolava
Alice nel paese delle meraviglie e cominciava cos:

Alice cominciava ad essere stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva del fiume, senza niente da fare; aveva sbirciato un paio di volte nel libro che
sua sorella stava leggendo, ma non cerano n figure n dialoghi, e a che pro un libro pensava Alice, senza le figure e i dialoghi?. Il libro si intitolava Alice
nel paese delle meraviglie e cominciava cos:

Alice cominciava ad essere stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva del fiume, senza niente da fare; aveva sbirciato un paio di volte nel libro che sua sorella stava leggendo, ma non cerano n figure n dialoghi, e a che pro un libro pensava Alice, senza le figure e i dialoghi?. Il libro si intitolava Alice
nel paese delle meraviglie e cominciava cos :

:
Alice cominciava ad essere stufa di starsene seduta vicino a sua sorella sulla riva del f iume, senza niente da fare; aveva sbirciato un paio di vo lte nel libro che sua sorella s tava leggendo, ma non cerano n figure n dialo ghi, e a che pro un libro pensava Alice, senza le figure e i d ialoghi?. Il libro si intitolava Alice nel paese delle meravig lie e cominciava cos

381
Acrostico in versi liberi

Alice
L sul limitar del rivo stava
In compagnia della germana
Che un libro impegnava
Eppur figure e dialoghi
Non recava.
Ella va in esso sbirciando
Lassa, e del tutto la vanit apprende.

Poscia al caldo la mente volge


Ancor sedendo
E mirando.
Scemale nel cor lambito
Estro di Flora:
Di margherite il serto
Ella nel pensier si finge e tosto obla,
Lora meridiana e la noia
Lamentando
E il sonno.

Ma ecco,
Esce
Ratto
Allimprovviso
Vociando
In corsa
Gran Coniglio Bianco,
Locchio rosato

382
Insolito
Esponendo.

Telegrafico

ALICE SBUFFA STOP TROPPO TEMPO SEDUTA CON-


TEMPLANDO FIUME STOP ACCANTO EST SORELLA
LETTRICE INTENTA LIBRO SENZA FIGURE ET DIALO-
GHI STOP ALICE CONSIDERA LETTURA INUTILE STOP
VALUTA INOPPORTUNO CAUSA CALDO DEBILITAN-
TE ALZARSI ET RACCOGLIERE MARGHERITE STOP
SBUCA IMPROVVISO CONIGLIO BIANCO OCCHI ROSA
RAPIDO ANDANTE STOP.

Televideo Rai: Ultimora

Ore 15,00: Adolescente avvista coniglio in corsa. Le reazioni


del mondo politico. Approfondimento. Secondo quanto ri-
portato dallAnsa, in una localit imprecisata della campagna
inglese una ragazzina avrebbe avuto un incontro ravvicinato
con un coniglio bianco dagli occhi rosa. Il carattere insolito
della vicenda consiste nel fatto che la suddetta si trovava in
compagnia della sorella, la quale ha dichiarato di non aver vi-
sto nulla perch intenta, al momento dellaccaduto, nella lettura
di un libro senza figure n dialoghi. Alice (questo il nome
dellavvistatrice di conigli, ndr) sembra abbia parlato con i

383
cronisti dopo essersi svegliata da un lungo sonno, causato, a
quanto pare, dalla noia di un pomeriggio afoso passato sulla
riva di un fiume. Non valeva la pena neppure alzarsi per rac-
cogliere margherite da intrecciare in coroncine, ha dichiarato.
Secondo un testimone oculare, tale Lewis Carroll, che avrebbe
assistito alla scena, si trattato solo di un sogno, perch ci che
si poteva vedere erano due ragazzine, di cui una immersa nella
lettura e laltra addormentata. Articolate e contrastanti le rea-
zioni nel mondo politico italiano. Secondo il Presidente del Se-
nato Schifani, laccaduto poteva accadere solo in Inghilterra,
lunico paese europeo in cui la sinistra parolaia ancora al po-
tere. Il portavoce dei verdi taglia corto e urla da unaiuola di
Piazza Montecitorio: E una lezione di ecologia!. Il Ministro
Bondi sottolinea invece il carattere poetico della vicenda, non-
ch la coerenza teoretica dellaccaduto con quasi tutte le enci-
cliche del Papa, creando cos una spaccatura nella maggioran-
za. Parlando coi giornalisti nel corso dellinaugurazione della
nuova caserma dei Carabinieri di San Michele di Ganzaria, il
Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha da parte sua
sottolineato: Quanto accaduto un monito allunit nazionale
soprattutto per noi italiani. Il rossore degli occhi e il biancore
del manto del mite animale, uniti al verdore dei prati, sono se-
gni inequivocabili del significato patriottico dellevento, che
tutti i docenti di storia da oggi in poi dovrebbero ampiamente
trattare nelle nostre scuole di ogni ordine e grado.

384
Il cacciatore

- Porca troia!
- Che c, Ignazio? Ti andata male oggi?
- Certo che mi andata male, e tutto per colpa di due
puttanelle sfaccendate! Ma dico, gli stronzi dei loro
genitori non se le possono tenere a casa a fare la calza,
invece di mandarle al fiume a guardare lacqua che
passa senza fare un cazzo per mezza giornata?
- Amore, non te la prendere cos tanto Capita, qual-
che volta. Su, lavati che la cena pronta: oggi coni-
glio alla cacciatora
- Ma Cristo di Dio, mi vuoi prendere per il culo? Io mi
lascio scappare un grosso fottutissimo coniglio selva-
tico e tu me ne presenti uno dallevamento comprato
al reparto macelleria del supermercato? Sei una stron-
za di merda!
- Ignazio, ti prego, non fare cos Su, raccontami
com andata. Magari ti passa, la rabbia.
- Col cazzo che mi passa! Stavo gi da unora appostato
dietro un albero con la tana di quel pezzo di merda di
coniglio che gi una volta mi era sfuggito ma quan-
to cazzo ce lha profonda la tana quel figlio di puttana,
che il furetto non mi pi tornato indietro? Dico, con
la tana sotto tiro unora l, fermo, immobile, senza
fiatare Tutta un tratto arrivano queste due stronzet-
te, e che ti fanno? Si vanno a sedere proprio tra me e
la tana! Ora se ne vanno, mi dico, stai calmo ora se
ne vanno a farsi fottere E invece se ne stanno per
ore sedute l, una a leggere un libro e laltra a guardare

385
un po il libro dellamichetta, o della sorella, che caz-
zo ne so, un po le margherite Le avesse almeno
raccolte quelle fottute margherite, cos almeno si to-
glieva dai coglioni per un po E invece niente
Tutta un tratto quel pezzo di merda sbuca, chiss da
dove Me lo vedevo l, quasi a tiro, bello grosso,
bianco, con gli occhi che sembravano arrossati
Sembrava persino che indossasse una specie di gil
Ma sicuramente era un gioco delle ombre Cazzo, ti
rendi conto? Mi sfrecciava a pochi metri e non potevo
sparare, perch se no avrei rischiato di far saltare le
cervella a quelle due troiette di merda
- Va bene caro, di, su, non ci pensare
- Non ci pensare? Come faccio a non pensarci? Ero cos
incazzato che mi devessere salito il sangue alla testa
perch ho persino avuto le allucinazioni
- Le allucinazioni? Oddo, e come?
- Pensa che mi sembrato di vedere il coniglio estrarre
un orologio da un taschino, guardare lora e lamentarsi
di essere in ritardo! Te lo avevo detto che mi sembra-
va vestito per il gioco dombre E non finita qui! A
un certo punto la ragazza, dico, quella che non legge-
va ma guardava qua e l come una scema, sai che ha
fatto? Ha inseguito il coniglio fin dentro la tana e non
lho pi vista uscire A un certo punto ho avuto pau-
ra che poteva essere successo qualcosa e me ne sono
scappato da l
- Hai fatto bene, caro. Meglio non immischiarsi in que-
ste cose. Vai a lavarti ora, e calmati, ti prego Se
vuoi butto il coniglio e ti faccio due uova

386
Litoti

Alice non tard ad essere tuttaltro che soddisfatta di starsene


non in piedi non lontano da sua sorella sulla riva del fiume, fa-
cendo men che qualcosa; aveva guardato non distrattamente
pi di una volta e meno di tre il libro che sua sorella stava non
proprio studiando n semplicemente guardando, ma cerano
tuttaltro che figure e dialoghi, come pu essere non inutile un
libro pensava Alice, se ci sono tuttaltro che figure e dialo-
ghi?.
Cos non si smuoveva dal riflettere nella sua testa per niente
grande (nella misura in cui ci non era impossibile, perch fa-
ceva ben altro che un freddo cane e certo non le restavano sve-
glie n le palpebre n la capacit di non cedere a qualsiasi di-
strazione) se loccupazione non spiacevole di non lasciare a
una a una le margherite disponendole a formare una coroncina
fosse o non fosse disprezzabile rispetto al tuttaltro che eccitan-
te compito di smettere di star seduta per andare a fare in modo
di non lasciarle al loro posto naturale, quando non da un punto
preciso un Coniglio di colore opposto al nero con gli occhi ,
per lesattezza, del colore che sta tra il bianco e il rosso, le pas-
s tuttaltro che lontano muovendosi non certo lentamente e
senza indugio alcuno.

387
Lipogramma in a

Il futuro piccolo ospite femminile del posto dello stupore diede


i primi sbuffi: perch sedere inutilmente come perdigiorno l
sul lido del fiume con Enny, prole dei suoi stessi genitori?
Sbirci di nuovo nel libro di Enny e di nuovo non vide n figu-
re n botte e risposte. Che senso pu contenere un libro, pen-
s, privo di figure e botte e risposte?
Cos rimugin (per quel che potette, perch un fuoco estivo del
demonio per poco le chiuse gli occhi e le obnubli le meningi)
se il diletto di costruirsi corone di fiori potesse essere pi forte
del noioso processo motorio del loro coglimento, finch im-
provviso un Coniglio Niveo con gli occhi color pelle le sfrecci
vicino correndo come un folletto.

Filosofico

Alice, soprannominata Sophia dagli amici per la consustanziale


apertura al thaumazein che costituiva la differenza specifica
nella definizione della sua essenza, era preda di un incipiente
sentimento della inessenzialit e inautenticit del suo sistere
ontico senza alcun ex ontologico presso la sorella sulla riva
dellente scorrente in s e per s di cui lefesio stabil
limpossibilit di bagnare due volte con le medesime particelle
dellarch del primo milesio un corpo che vi si immerga al

388
tempo ti con zero e al tempo ti con uno con delta t piccolo a
piacere; aveva osservato un paio di volte la peculiare densit
semiotica del libro che lindividuo contingentemente identico -
in base allanalisi offerta dallindividuo contingentemente iden-
tico allautore di Two dogmas of empiricism, di cui si dichiara-
va seguace soprattutto in materia di relativit ontologica e se-
mantica dei mondi possibili - allunica altra figlia della moglie
del figlio dei suoi nonni paterni stava leggendo, e con apoditti-
ca evidenza protocollare aveva stabilito che il suddetto volume
era privo di correlati iconici e di brachilogie socratiche. E qual
il telos, laret, lentelechia di un libro pensava la proprio
per questo esistente Alice, se esso privo di correlati iconici e
di brachilogie socratiche?. Ragion per cui, volgendo le sue
meditazioni metafisiche a pi degno oggetto (per quanto la
trama delle contingenze termico-atmosferiche lo consentisse
con le sue emanazioni causali inibenti e debilitanti sui muscoli
delle sue palpebre e sulle variabili aleatorie della funzione
donda della distribuzione probabilistica delle sue energie at-
tentive), Alice pass a considerare lo statuto epistemologico e
la possibilit di una corroborabilit a priori di una serie di as-
serti controfattuali sulla relazione logico-pragmatica tra
lappagamento epicureo-edonistico derivante dalla realizzazio-
ne di una coroncina di margherite e il sentimento della futilit
del Tutto indotto dalla noia esistenzialistica implicato dal gesto
assurdo di alzarsi a raccoglierle, quando, emergendo dal solido
nulla eterno di cui lessere finito trascurabile epifenomeno, in
una porzione spazio-temporale del suo campo visivo fenome-
nologico apparve e disparve quasi subito una fuggente macchia
bianca con due piccole chiazze rosa a unestremit, che lei, con
la prontezza delle esecuzioni linguistico-referenziali che la ca-

389
ratterizzavano quando si trovava davanti ai significati-stimolo
affermativi, battezz, con un enunciato occasionale olofrastico
accidentalmente identico a un designatore rigido, come Gava-
gai.

Bukowskiano

Alice si era rotta i coglioni di starsene seduta vicino a sua so-


rella sulla riva di quel fiume pieno di merda e di piscio, senza
avere un cazzo da fare. La confezione da sei di birre era belle
andata e le bottiglie giacevano buttate intorno, vuote. Era
sbronza. Aveva dato unocchiata al libro che sua sorella stava
leggendo e si era accorta che non cerano figure n dialoghi.
Mi vuoi dire come cazzo fai a leggere quella roba?, le disse a
un certo punto, Sar peggio di Guerra e pace.
Fottiti, le rispose sua sorella.
Te lavevo detto che era meglio portare Hank e Jimmy. Loro
almeno ci avrebbero leccato la fica, una volta sbronzi.
La sorella, avendo capito che era partita, non le rispose.
Tacquero per un bel po.
Alice pensava (per quanto poteva, perch lafa e la birra le sta-
vano facendo venire la nausea e un sonno da rimanerci secca)
che sarebbe stata una stronzata da fichette di Beverly Hills al-
zarsi per raccogliere margherite da intrecciare in coroncine del
cazzo. Meglio starsene seduti e aspettare la morte.
A un tratto sbuc da qualche parte un coniglio bianco come il
culo di una vecchia troia e le pass davanti correndo a tutta bir-
ra.

390
Gi, si disse Alice, anche lui va a tutta birra. E vomit sul
prato

Camilleriano

Alici, na picciriddra vispa, accuminzava a scassarisi i cabasisi


di starisinni assittata ca soru so a ripa di sciumi, senza fari
nenti; aviva taliato du voti il libro chi so soru stava liggennu,
ma non cerano fiure e mancu discursa: e chi spacchiu sinni fa
cu stu libro pinzava Alici, senza fiure e discursa?.
Accuss sinni stava a ripistiari na tistuzza so (per quello ca pu-
tiva, pirch cera la vampa dagosto e un cavudu do diavulu e
aviva locchi a pampineddra e a testa leggia) se a gana di fare
una trizza con le margherite valiva la pena di susirisi pi cug-
ghilli, quanno in un vdiri e svdiri un Cunigghiu Biancu cu
locchi a testa di minchia ci scricchiau vicinu currennu a filit-
tiuni.

Sceneggiatura del film porno: Allombra delle fanciulle in


calore

Scena prima:

Esterno giorno. Estate, pomeriggio afoso. Un fiume, un prato,


pochi alberi. La mdp zooma su due adolescenti discinte sedute
sulla riva. Una legge un libro, su cui la mdp indugia in un pri-
mo piano rivelandone il titolo: Le 120 giornate di Sodoma.

391
Laltra, la protagonista Alice, su cui la mdp passa lentamente
inquadrandola dalla bocca alle gambe, si masturba e sospira
annoiata emettendo gemiti di piacere. Mentre inquadrata tra
le gambe, si sente la sua voce fuori campo che si rivolge alla
sorella in tono sprezzante e lamentoso:

(Alice): - Ma che cazzo leggi, che non ci sono dialoghi e


nemmeno figure?

Dopo questa battuta, emette un lungo gridolino. Ha finito. La


sorella la ignora. La mdp inquadra prima i suoi occhi languidi
e poi delle margherite vicine, ma comunque fuori dalla portata
del suo braccio. A questo punto subentra improvvisamente
limmagine di un coniglio bianco che guizza e corre nellerba,
finch non sparisce dallinquadratura. Stacco improvviso sul
volto sorpreso ed eccitato di Alice. Dissolvenza. Immagini
sfuocate e tremule di unorgia in cui si vede Alice in quello che
per lei il paese delle meraviglie: circondata da 3 uomini
nudi con orecchie e code da coniglio che se la lavorano su un
letto cosparso di carte da poker.

Proustiano

Da lungo tempo, abbandonata alle intermittenze del cuore che


le richiamavano alla mente ricordi lontani di giorni felici quan-
do giocava in giardino con le amiche di Combray, mentre la
nonna, affacciandosi alluscio, diceva sorridente con quella sua
voce un po chioccia che le maddalenine erano gi sul tavolo

392
accanto alle tazze fumanti di t, sulla riva di un fiume sedeva,
accanto alla sorella che, leggendo un libro senza dialoghi n
figure, non suscitava il suo interesse, o al massimo la spingeva
a considerare quanto inutili fossero letture di tal fatta, Alice,
una fanciulla in fiore che il caldo annoiava a tal punto da soffo-
carle sul nascere persino il piacere di alzarsi e raccogliere mar-
gherite da intrecciare in coroncine ornamentali che avrebbero
senzaltro potuto conferire al suo aspetto quella grazia che le si
addiceva, quando a un tratto un Coniglio Bianco, che sembrava
emerso dal nulla in quel prato erboso soffuso di una luminosit
foriera di apparizioni magiche e meravigliose, e che a uno
sguardo attento e svelto a cogliere le sfumature delle cose, an-
che le pi evanescenti ed effimere, rivelava in tutta la sua dol-
cezza il colore rosa dei suoi occhi, pass correndo in tutta fretta
accanto a lei.

Sms
(allamichetta che non ha marinato la scuola)

Sn al fium cn m srl ke sta leggnd1lb snz fig&dialg.Du


pall!Nn m va nemmn d and a coglr marghrt cn sto cald.Oh
cz! passt1cngl bianc cn gl okk rosa!A dp.Tvtb
(2003-2009)

393
Il Sillabario di Perec-Calvino

BA-BE-BI-BO-BU

1
Funzionava cos. Umberto, il capo degli ultras bergamaschi,
prima di scegliere un calciatore di colore della squadra avver-
saria da prendere di mira nei cori razzisti da lui diretti, si con-
sultava con Irene, la sua fidanzata, che anche allo stadio gli
stava sempre accanto. Ludmilla, per, raramente gli era
daiuto, perch, eternamente strafatta, spesso si limitava ad al-
zare le spalle emettendo suoni che denotavano unincertezza
ebete e trasognata. Quella volta assistevano a un Atalanta-
Milan.
[N.B. Quando scrissi questo pezzo il Milan aveva un calciatore
di colore che si chiamava Ba]

- Ba, baby*? *In inglese


- Bo(h)!
- Buu!

2.
Roberto, notissimo tipo da spiaggia, lavora cos. Se ne sta sotto
l'ombrellone e manda un suo scagnozzo in giro con una sua fo-
totessera in cerca di pollastre per il suo harem. Un giorno, per,

394
gli and malissimo e il suo scagnozzo torn con i numeri di
telefono di donnine da quattro soldi.

Babbe ebbi, Bob. UH!

CA-CHE-CHI-CO-CU

Nellanno 2020 il federalismo italiano, comera facilmente


prevedibile, imbocc la strada del secessionismo estremista e
Venezia, tornata ad essere uno stato indipendente, cadde nelle
mani di unorda di leghisti talebani. Lintolleranza xenofoba
raggiunse livelli grotteschi e squadre speciali di Camicie Verdi
avevano il compito di sorvegliare e punire i turisti non padani
in qualche modo indisciplinati. I reati e le relative sanzioni, per
venire incontro al grado di alfabetizzazione delle forze
dellordine, vennero indicati nel codice penale con una vocale
diversa, secondo la seguente tavola di corrispondenza:

A come acqua = reato igienico (turisti sporchi e sudati), pu-


nito con tre immersioni nel Canal Grande a testa in gi;
E come espulsione = reato politico (turisti senza permesso di
soggiorno);
I come internamento = reato sociale e razziale (turisti che
cercano inciuci con gli autoctoni);
O come ospedale = reato penale (turisti accusati di associa-
zione a delinquere), punito con manganellate;
U come ustione = reato culturale (turisti ignoranti su Vene-
zia), puniti con lo spegnimento di una cicca sulla mano.

Un giorno capitarono a Venezia Alfio e Rosalia, i quali, avendo

395
letto su un depliant che l i palazzi si chiamano Ca e che alcuni
sono Chic (che loro leggevano cos come si scrive e pensa-
vano fosse un nome proprio), chiesero a una guardia dove si
trovasse Ca Chic. La guardia, per essere sicura, si fece ripe-
tere la domanda, e quando comprese che aveva di fronte due
terroni ignoranti, li fece arrestare e punire secondo il codice
U.

- Ca che?
- Chic
- Ok, U!

CIA-CE-CI-CIO-CIU

1
A Little Italy la Cupola s riunita durgenza perch un infor-
matore ha riferito che i servizi segreti americani stanno infil-
trando agenti nella cosca di Ciccio Panzaloca Jr. Poche le paro-
le: fu detto il fatto e il patto in atto.

- CIA c!
- Ciccio cu

2
In una pizzeria di Little Italy, frequentata solo da picciotti ita-
loamericani, entrano gli agenti della CIA per cercare Don Cic-
cio Panzaloca, noto boss della mafia, che secondo le dichiara-
zioni di alcuni pentiti di Guantanamo collabora con il terrori-
smo islamico. Naturalmente gli avventori della pizzeria non

396
cantano. Piuttosto, assumendo l'atteggiamento richiesto dal co-
dice, cinguettano distrattamente.

- CIA! C' Ciccio?


- Cu...

DA-DE-DI-DO-DU

Il pap di Pierino insegna inglese alle medie, ed cos fissato


che sin da quando il figlio ha cominciato a parlare ha preteso
che si rivolgesse a lui chiamandolo Dad. Ora Pierino, che
frequenta la prima media e naturalmente odia linglese, sta fa-
cendo i compiti e si vendica chiedendo al padre delucidazioni
persino sul tempo dellausiliare da anteporre alle pi semplici
frasi interrogative.

Dad, did o do?

FA-FE-FI-FO-FU

1.
In risposta ai frequenti attacchi satirici del noto giullare premio
Nobel per la Letteratura, lUfficio Stampa di Forza Italia, dopo
aver affidato agli Onorevoli Vito e Schifani il compito di una
rigorosa analisi critico-letteraria della sua opera omnia, sentiti
anche gli autorevolissimi pareri storico-filologici dei Ministri
Bossi e Gasparri, ha comunicato ufficialmente che, secondo il
Cavaliere, Dario Fo un autore ormai superato, anzi, artistica-
mente parlando, praticamente defunto.

397
Fa fe F.I.: Fo fu

[Si noti che, sul piano sintattico, la mia sequenza praticamen-


te identica a quella di Calvino, mentre ben diversa sul piano
semantico]

2.
Prima di cominciare a scrivere le Philosophische Untersuchun-
gen (indicate con P[h]U in molti saggi su Wittgenstein), cio al
tempo in cui, trentenne, si preparava per labilitazione
allinsegnamento nelle scuole elementari, Wittgenstein pens
di darsi alla musica, sia perch era la sua pi grande e autentica
passione, sia anche perch voleva emulare il fratello Paul, noto
pianista. Come spesso gli capitava, per, bast un piccolo inci-
dente per fargli abbandonare il progetto. Infatti, come spieg
poi a Russell (la cui preziosa testimonianza stata tradotta in
fiorentino aulico in un volume fuori commercio de La Nuova
Italia), un giorno dal suo clarinetto, invece di un FA, usc un
sibilante FIII, per cui decise di tornare alla filosofia. Cos nac-
que il secondo Wittgenstein.

- FA fe FIII!!!!! Fo Ph.U.!

GA-GHE-GHI-GO-GU

Il compianto Giorgio Gaber, il Signor G., prima di morire


stava pensando di dedicare uno dei suoi esilaranti monologhi
amletici a una questione linguistica apparentemente futile, ma

398
inquietante per chiunque si accosti allinglese con spirito tasso-
nomico: perch mai, se I do si legge Ai du, I go non si
deve leggere Ai gu?

G. ha gag: (A)I go o gu?

GIA-GE-GI-GIO-GIU

Un funzionario dellACI di Genova, che quando parla di auto


in citt indica questultima con leventuale sigla della targa au-
tomobilistica, si sta complimentando con lamico Gigi, appena
arrivato nel capoluogo ligure in macchina dalla Sicilia in tempo
record.

Gi a GE, Gigi, oggi? Uh!

GLIA-GLIE-GLI-GLIO-GLIU

Lo Chef anglo-toscano di un noto ristorante fiorentino sta dan-


do disposizioni ai suoi collaboratori su chi deve occuparsi di
sbucciare i vari tipi di aglio e su chi, invece, deve occuparsi di
distribuire nelle apposite oliere i vari tipi di olio.

-Gli agli, egli; gli ogli, you.

GNA-GNE-GNI-GNO-GNU

399
Ignazio e Agnese Guttadauro (Gna e Agne per gli amici) sono
una coppia latinoamericana di origini siciliane. Non potendo
avere figli, hanno sviluppato una grande passione naturalistica.
Adesso devono decidere se adottare un bambino o allevare
unantilope.

Gna a Agne G.: Nigno o gnu?.

LA-LE-LI-LO-LU

1.
Humbert Humbert partor una delle sue idee perverse. Immagi-
n di convincere Lolita a tatuarsi due lettere, la E su una chiap-
pa e la U sul monte di Venere, debitamente depilato. Le due
lettere dovevano formare il prefisso di origine greca che dice il
bene e la felicit (la loro, e soprattutto la sua). And a farle la
proposta di mattina, quando per lui era solo Lo, e la trov, co-
me al solito, "ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino
solo".

L l'E; l, Lo, l'U.

2.
Il perverso triangolo Paul Re-Lou Salome-Friedrich Nietzsche
arriv al punto che i due uomini imposero alla donna di portare
addosso la lettera scarlatta, attaccata alle mutande con un fer-
maglio. Un giorno Lou si accorse di averla persa e and a cer-
carla direttamente a casa di Paul (era sicura di non essersi mai
spogliata da Friedrich, al quale nel gioco a tre era stato affidato
il ruolo di Onan il Platonico).

400
- LA l l?
- Lho, Lou.

3.
Scena tipo sequenze iniziali di "Barry Lyndon". La Contessa
Ale Serbelloni Vien Dal Mare, ormai piuttosto attempata, coin-
volge il giovane Luca di Montezemolo in un gioco malizioso in
cui il ragazzo deve trovare un nastrino che la donna ha nasco-
sto addosso da qualche parte. Dopo vari tentativi falliti, il gio-
vane capisce, arrossendo, che la donna ha nascosto il nastrino
nelle mutande. E le chiede conferma prima del temerario gesto
di allungare le mani...

- L'ha, Ale, l?
- L'ho, Lu'.

MA-ME-MI-MO-MU

1.
Ero stato proprio io a soprannominarlo Mu, sia perch era mu-
to, sia perch, quando gli facevamo degli scherzi particolar-
mente crudeli (di solito orditi da me, gi allora il bullo del
branco), Mu muggiva come un bue, non potendo bestemmiare.
Ma ora Mu diventato un grande mimo muto, ed stato chia-
mato a testimoniare perch ha assistito per caso a un omicidio
di gruppo con stupro. Ecco, il Telegiornale manda in onda
lintervista al suo avvocato subito dopo la deposizione di Mu.

401
Cosa? Dice che ha mimato uno storpio guercio? Sia maledetta
quella mina antiuomo che pestai a Kabul, quella volta che deci-
si di farmi un giro di turismo sessuale pedofilo, e che mi port
via mezza gamba e un occhio! Ora verranno a prendermi. Ec-
coli, sono dietro la porta. Ho appena il tempo di avvertire la
mamma con un SMS.

Ma, me mim Mu.

2.
Il professor Landolfi da Caserta, docente di lingue straniere, su
suggerimento del professor Scudero, matematico famoso in tut-
ta la piana di Catania, invit Douglas R. Hofstadter, autore del
celebre volume di logica, scienze cognitive e informatica G-
del, Escher e Bach. Uneterna ghirlanda brillante (1979, edito
in Italia da Adelphi nel 1984), a tenere un seminario alle
mamme dei suoi alunni presso laula magna della scuola dove
insegna. Hofstadter cominci proponendo alle gentili signore
partenopee il suo difficilissimo Gioco MU, cui dedicato il
primo capitolo del suo libro. Questo gioco consiste nel derivare
la stringa MU da un sistema assiomatico, il cosiddetto Sistema
MIU, cos concepito:

1) 3 elementi: le lettere dellalfabeto M, I, U;


2) 1 assioma: MI;
3) 4 regole per la costruzione di stringhe ben formate:
I) Se si possiede una stringa che termina con una I, si
pu aggiungere una U alla fine;
II) Se si ha Mx, allora si pu includere Mxx nella colle-
zione;

402
III) Se in una data stringa della collezione c III, si pu
costruire una nuova stringa mettendo una U al posto di
III;
IV) Se allinterno di una delle stringhe della collezione
c UU, si pu eliminarlo.

Il maligno gioco, di cui i lettori del tremendo libro (almeno


quelli che sono sopravvissuti fino al capitolo IX) conoscono
lindecidibilit, comincia quando chi lo propone, dopo aver il-
lustrato il sistema MIU, comunica che lunico assioma dispo-
nibile come punto di partenza per la derivazione di MU MI. Il
professor Landolfi si incaric di fare da interprete per le sue
compaesane.

- Mamme, MI! Mo MU!

NA-NE-NI-NO-NU

Ogni sera, prima di andare a puttane, Nino e Nunzio, due sici-


liani brancatiani, si consultano laconicamente sulla statura delle
donnine da rimorchiare. Questa volta non si trovano daccordo.

- Nane, Ni?
- No, Nu.

PA-PE-PI-PO-PU

403
Pippo un ragazzino di buona famiglia e di buone letture, che
inconsciamente detesta sia la mamma, che ancora lo vizia con
le pappine, sia il pap, che ascolta sempre i Pooh. Un giorno,
mentre legge il capitolo CXXIX di Moby Dick, ha
unilluminazione filosofico-esistenziale e in tre parole esprime
le categorie dello spirito che la vita gli pone davanti per una
scelta decisiva: essere un pappamolla come vorrebbe la mam-
ma, essere eroicamente leale a un ideale (anche se esso dovesse
assume le sembianze del folle capitano Achab), oppure essere
un borghesuccio ipocrita come pap che alla donna con cui tra-
disce la moglie canta Tanta voglia di lei.

Pappe, Pip o Pooh?.

RA-RE-RI-RO-RU

1
Ubaldo, dalla guerra tornato al seguito di re Carlo, apprende
che morta di dolor la sua Rosamunda. A pezzi nel cor, ancor
non crede alla triste novella. Al sepolcro va allor, e sul cenere
muto or piange e freme di sconsolato amor, un tempo s casto e
cortese qual saddicea a un prode cavalier. Al fin, freddo sulla
lapide un epitaffio incide: parole parche, scabre ed essenziali,
ardito iperbato separante, preziose apocopi, di Rosamunda a dir
virtute e lontananza.

Rar eri, R., or.


U.

404
2
Dopo sei anni di insegnamento nella ridente cittadina di Ni-
scemi, ho non solo imparato il dialetto, con quella inconfondi-
bile 'r' al posto della 'd' nella preposizione semplice "di", ma ho
anche appreso alcune curiose forme sincretistiche di religiosit,
risalenti ad antichissime commistioni di culti. Un'antica pre-
ghiera in dialetto, ad esempio, comincia con una invocazione al
Re dei Cieli in cui il Dio cristiano anche il Ra degli egizi e il
vitello d'oro di certe derive idolatriche degli ebrei.

Ra, Re eri r'oru.

SA-SE-SI-SO-SU

1.
Alfio Patan passeggia nervosamente davanti al portone scro-
stato di un vecchio caseggiato del quartiere Cibali. Sembra che
aspetti qualcuno. A un tratto il portone si apre e ne esce un cin-
quantino segaligno in gessato nero, occhiali spessi di tartaruga,
capelli impomatati colla scriminatura laterale dritta e netta, pel-
le e fare untuosi tipici del sensale matrimoniale. La bocca con-
tratta in un sorrisetto trionfante mette in mostra denti guasti e
canini. Alfio lo guarda: bastano poche parole per capirsi e spa-
rire insiene oltre il portone.

- Sa s s?
- So, su!

2.
Sara, una single romana eternamente in cerca di sveltine, in-

405
contra unamica con la quale non si vede da tempo. Sin
dallepoca delluniversit (facevano entrambe Economia e
Commercio) hanno sviluppato un piccolo gergo privato, chia-
ramente allusivo dietro lapparenza borsistica, per comunicarsi
rapidamente come stanno le cose in fatto di conquiste maschili.
Questa volta Sara fa sapere allamica che lindice positivo.

- Sa, a sessi?
- So ssu.

3
Omaggio a Frederick Forsyth
(il neretto segnala titoli di opere del grande autore inglese)

Mike Martin, veterano inglese del Reggimento dello Special


Air Service (Sas), era stato convocato alla Century House dal
Secret Intelligence Service (Sis) per una missione speciale se-
gretissima. Travestito da afghano, avrebbe dovuto sfruttare le
sue doti di simulatore per infiltrarsi in una cellula di Al Qaeda
e sabotare i piani dei mastini della guerra di Bin Laden, che
stavano pianificando un attentato a Londra, come era stato rife-
rito allMI-6 da un capo talebano (gi da anni reclutato dallo
stesso maggiore Mike) nel quarto protocollo del suo Dossier
Odessa (cos chiamato perch inviato dal Mar Nero). Verso la
fine della missione, per, qualcosa and storto. Licona di Mi-
ke fu smascherata e, nonostante i maneggi di un amico nego-
ziatore, un vendicatore fondamentalista, noto come Lo Scia-
callo, era sulle sue tracce per catturarlo, vivo o morto. A quel
punto, il valoroso maggiore Mike Martin, nome in codice U, si
trov di fronte a unalternativadel diavolo, che in entrambi i

406
casi equivaleva a un fallimento: farsi prendere o chiedere aiuto
ai superiori per essere prelevato da un commando del Sas. Per
amore della vita, scelse il disonore di essere salvato e trasmise
di notte il messaggio criptato di richiesta daiuto che era stato
convenuto.
Sas & Sis. SOS. U.

SCIA-SCE-SCI-SCIO-SCIU

Una giovane coppia di coatti romani sta caricando gli ultimi


bagagli in macchina per andare in vacanza a Taormina. Lei,
che ha il vezzo di rivolgersi a lui dandogli dello scemo, inde-
cisa se portare o no gli sci. Lui, che ha imparato due pronomi
inglesi grazie alla tariffa You & Me, decide per il s, perch
gli sci possono tornare utili a entrambi.

- Sci, a sce?!
- Sci! Sci io, sci you!

TA-TE-TI-TO-TU

1.
Evidentemente era un dettaglio decisivo, lass. Infatti, mentre
stava per spirare, Ges si ricord di chiedere a uno dei due la-
droni se avesse derubato e violentato bambinaie.

Tate Tito tu?

407
2.
Il tipico sms di servizio che Rosalia manda al suo amante
un Ti amo abbreviato e rafforzato con un dativo di vantaggio
poco regolamentare ma molto espressivo, seguito da un sinco-
pato ti telefono io o telefoni tu?.

T.A. a te. Ti t. o t. tu?

VA-VE-VI-VO-VU

Un alcolizzato tossicodipendente sta leggendo una lettera


dellAVIS in cui, nel ringraziarlo per la gentile disponibilit, lo
si invita perentoriamente a non presentarsi pi nei locali
dellAssociazione per effettuare donazioni di sangue. Indispet-
tito, Ugo (cos si chiama luomo) telefona alla Direzione, dove
ha un amico, dal quale ottiene delucidazioni pi dettagliate sul-
la composizione del proprio sangue.

- Vavevi Vov, U!

ZA-ZE-ZI-ZO-ZU

Quattro erano le fisime di mio zio, il cav. comm. on. prof. Ug:
Queneau, i palindromi, le abbreviazioni e i capelli lunghi. Ecco
perch il suo unico figlio, mio coetaneo e compagno di giochi
nella prima infanzia, non poteva che chiamarsi Zaz. Costui, pe-
r, non aveva nulla della raffinatezza, per la verit un po trop-
po snob e codina, del mio povero zio. Zaz, infatti, aveva modi
molto plebei, resi ancor pi imbarazzanti dai capelli lunghi, di-

408
sordinati ed eternamente sporchi e soprattutto dal vezzo disgu-
stoso di leccarsi le dita appena uscite dal naso. Un giorno non
riuscii a trattenermi dallo sfogarmi con lo zio, e per dirgli che
Zaz era un tralignato ricorsi al lessico icastico del nostro dialet-
to e a una costruzione allitterata che lui apprezz molto.

Zaz , zi, zozzu.

409
APPENDICE 3

NOTA SEMISERIA
SU DRACULA, LE TIC E FACEBOOK

410
Nota semiseria su Dracula, le TIC e Facebook

In cui si dimostra che Facebook il Vampiro e che noi tutti


siamo un po come Mina Murray in Harker

Luglio 2009

1.
Questa non una recensione del Dracula di Bram Stoker
(1897), ma una sua reinterpretazione, tra il serio e il faceto, in
chiave-Facebook. Certo, si tratta dellennesima interpretazione
di unopera che nel suo secolo e passa di vita ne ha conosciute
fin troppe: politiche, filosofiche, religiose, psicoanalitiche, an-
tropologiche, ecc. Qualche anno fa Alessandro Baricco, par-
tendo da un confronto con la figura di Don Giovanni, arrivato
ad identificare Dracula con la stessa forza erotica cieca e istin-
tiva che muove il mondo, facendone qualcosa che starebbe a
met strada tra la Volont di Schopenhauer e la libido di
Freud (cfr. La Repubblica del 6/7/03). Come si vedr, al co-
spetto di una siffatta lettura, seria e apparentemente fondata, la
mia, semiseria e apparentemente paradossale, brilla per rigore
filologico.
Non mia intenzione entrare nella fabula del romanzo, peraltro
notissima. Mi interessa invece rileggere lopera puntando so-
prattutto lattenzione sulla sua costruzione narrativa, che per
lepoca era sicuramente insolita (oggi Camilleri usa spesso la
stessa tecnica, e in modo particolare ne La scomparsa di Pat).
Dracula il risultato di un montaggio di pezzi diversi: lettere,

411
diari (compreso uno di bordo), articoli di giornale, memorie
e telegrammi, scritti in grandissima parte dagli stessi protago-
nisti della vicenda (Jonathan Harker, Mina Murray, Lucy We-
stenra, il dottor Seward e il dottor Van Helsing). Il tutto, dopo
essere stato trascritto a macchina quasi per intero da Mina du-
rante lo svolgersi della vicenda, da lei (e dal marito) assem-
blato e ordinato cronologicamente sette anni dopo per serbare
la memoria dei terribili fatti accaduti nel corso della loro lotta
contro il vampiro. Mina, che trascrive a macchina una gran
quantit di materiale disparato di cui non esistono pi gli origi-
nali (molti dei quali sono stati dati alle fiamme dallo stesso
Dracula: cfr. cap. XXI: 355 [ediz. de "La biblioteca di Repub-
blica", febbraio 2004]), diventa cos la vera narratrice nasco-
sta di un romanzo che prima facie ha tanti narratori quanti sono
gli autori dei pezzi soggetti alla sua opera di montaggio. In
questo modo Stoker crea una serie di diaframmi tra s e la vi-
cenda narrata: lautore inventa un autore modello che a sua vol-
ta inventa un narratore modello, il quale mette ordine a un ma-
teriale narrativo molto disparato, da lui stesso trascritto a parti-
re dagli originali (andati perduti) e prodotto quasi tutto dai per-
sonaggi principali, uno dei quali il narratore stesso.
La cosa per che a me sembra pi interessante, e che costitui-
sce la ragione di questa mia nota assolutamente folle, il fatto
che Mina, nel corso della vicenda, passa attraverso la scoperta
e luso dei nuovi mezzi di espressione e di comunicazione, che
per lInghilterra della fine dellOttocento equivalgono alle no-
stre TIC (tecnologie informatiche e comunicative). Sin dalla
sua prima lettera allamica Lucy, infatti, Mina dichiara non so-
lo che sta impratichendosi con la dattilografia, ma che intende
apprendere anche la stenografia, sia per essere utile al futuro

412
marito Jonathan nel suo lavoro di procuratore sia soprattutto
per tenere, come gi fa lui, un diario stenografato e per ci
stesso pi dettagliato possibile (cfr. inizio del cap. V: 67). Nel
corso del romanzo, poi, Mina scopre altri due strumenti impor-
tantissimi e per lepoca rivoluzionari: il fonografo, usato dal
dottor Seward per la registrazione dei suoi diari (cfr. cap. XVII:
275), e la macchina da scrivere portatile, fornitale dallamico
texano Quincey Morris, grazie alla quale pu continuare la ste-
sura e la trascrizione dei diari anche durante la caccia finale a
Dracula lungo la Transilvania (cfr. cap. XXVI: 436). Negli ul-
timi due casi, inoltre, questa scoperta accompagnata da entu-
siasmo e riconoscenza per le opportunit offerte dai nuovi
strumenti tecnologici di scrittura e registrazione, perch Mina
ha ben chiara la loro funzionalit al proprio scopo, che quello
di raccogliere nel modo pi rapido ed esauriente possibile tutto
il materiale disponibile intorno alla vicenda che lei e gli altri
stanno vivendo, al fine anche di avere a disposizione una ban-
ca-dati la cui rapida consultazione nei momenti opportuni pu
rivelarsi utilissima per lazione. E difatti si riveler tale, perch
a un certo punto, verso la fine, rileggendo il dattiloscritto del
diario iniziale di Jonathan, Van Helsing scopre in un passo ap-
parentemente innocuo nientemeno che la stessa logica, empiri-
ca ed infantilmente induttiva, con cui procede la mente crimi-
nale di Dracula (cfr. cap. XXV: 425-428).
In questo modo, Dracula anche un romanzo in cui la tecnica
narrativa di cui si detto strettamente legata alla disponibilit
di strumenti tecnologici nuovi che favoriscono la rapidit e
lefficacia dellespressione e della comunicazione. Non az-
zardato, allora, sostenere che la stenografia, il fonografo e la
macchina da scrivere portatile stanno alla costruzione di Dra-

413
cula negli anni Novanta dellOttocento come il Word Proces-
sor sta alla costruzione de Il pendolo di Foucault negli anni Ot-
tanta del Novecento. Qui, infatti, Belbo esiste quasi solo attra-
verso i suoi files di Word, realizzati con lentusiasmo del neofi-
ta che scopre un nuovo strumento di scrittura dalle rivoluziona-
rie potenzialit combinatorie. Memorabile, a tal proposito,
linizio del primo file letto da Casaubon nel terzo capitolo, do-
ve Belbo si lancia in una serie folle di citazioni tratte da Eco
stesso (che a sua volta, nei due incipit de Il nome della rosa,
citava il vangelo di Giovanni e scimmiottava Snoopy e
lattacco del quarto capitolo del Frankenstein di Mary Shelley,
peraltro una delle fonti di Stoker), da Omero, da Ariosto, da
Derrida, da Joyce e da Dante: O che bella mattina di fine no-
vembre, in principio era il verbo, cantami o diva del pelide A-
chille le donne i cavalier larme gli amori. Punto e va a capo da
solo. Prova prova prova parakal parakal, con il programma
giusto fai anche gli anagrammi (). Oh gioia, oh vertigine del-
la differanza, oh mio lettore/scrittore ideale affetto da unideale
insomnia, oh veglia di finnegan, oh animale grazioso e beni-
gno. Non aiuta te a pensare, ma aiuta te a pensare per lui. Una
macchina totalmente spirituale.

2.
Il richiamo di Umberto Eco renderebbe facile collegare questa
prospettiva di lettura del romanzo allera del computer, ovvero
alle TIC e ad Internet, nonch ipotizzare subito un legame tra il
Vampiro e la realt virtuale, ovvero, pi precisamente, sostene-
re la possibilit di una descrizione vampiresca della situazio-
ne di chi, come noi ad esempio, interagisce in un social
network esistendo in esso solo come umore espressivo (post,

414
gif, foto, link, test, gruppi, ecc) succhiato dallo spazio virtua-
le e confinato in una dimensione n pienamente reale (tutto
molto labile e precario e pu spegnersi da un momento
allaltro) n pienamente irreale (tutto l, visibile e disponibi-
le). Analogamente, nel romanzo i personaggi esistono solo nel-
la misura in cui raccontano coralmente e ognuno dalla propria
prospettiva la loro esperienza del Vampiro, che in tal modo,
pur con la sua figura labile, sfuggente, cangiante e perturbante,
diventa condizione di possibilit per la loro stessa esistenza let-
teraria (nelle sue vene, anche attraverso Lucy, che necessita di
continue trasfusioni prima di morire, finisce infatti per circola-
re il sangue, lumore vitale di tutti, escluso Jonathan, che cos
potr trovare la forza e il coraggio di sgozzarlo).
Ma a questo io vorrei arrivare partendo da pi lontano, e cio
dal 1915, anno in cui Pirandello pubblica il romanzo Si gira
(poi riedito nel 1925 col titolo Quaderni di Serafino Gubbio
operatore), che gi nelle prime pagine si pone come una sorta
di manifesto filosofico-sociologico di quella corrente di pensie-
ro che vede nella macchina in generale, e in quella da presa in
particolare, quasi il simbolo tangibile del carattere vampiresco
della tecnica nei confronti degli uomini. La macchina da presa,
infatti, vista dalloperatore Serafino come un marchingegno
infernale che succhia lanima e il corpo degli attori per resti-
tuirli nella forma spettrale e alienata delle immagini cinemato-
grafiche. In questa prospettiva, Dracula il Cinema, perch,
cos come in Dracula gli uomini vivono sospesi tra la vita e la
morte (sono dei morti-non morti, ovvero dei vivi non-vivi), e in
questa condizione ottengono il premio di una pallida e sedu-
cente forma di immortalit, nel cinema gli attori vivono come
pallidi simulacri animati, ancorch immortali e riproducibili

415
in serie. Ma c di pi, perch da questo punto divista occorre
aggiungere che il vampirismo del Cinema duplice, dal mo-
mento che esso per sua natura succhia parassitariamente
lanima anche al mondo, e a quello della cultura letteraria in
particolare. Non un caso, infatti, che negli stessi anni (1922)
il cinema muto dia una delle prove migliori di s nella vampi-
rizzazione dello stesso vampiro letterario col Nosferatu di
Murnau, nelle cui immagini scarne, pallide ed essenziali il vol-
to, la vita e la storia di Dracula sono trasformati in simulacri e
codificati in un archetipo semplificato che influenzer tutte le
trasposizioni cinematografiche successive. Di tutto questo
Francis Ford Coppola era cos consapevole che nel suo Dracu-
la di Bram Stoker (1992), giocando sulle date (lanno ufficiale
della nascita del cinema il 1895 e il romanzo del 1897,
anche se, bisogna dire, racconta fatti accaduti sette anni prima),
inserir una sequenza metalinguistica inventata in cui il Vampi-
ro porta Mina al cinematografo e l, con le immagini dei fratelli
Lumire e di Mlis sullo sfondo, tenta per la prima volta di
mordere al collo la ragazza, ormai quasi totalmente sedotta dal
suo fascino
Ma per ricavare finalmente lequazione Dracula = realt virtua-
le da quella che identifica Dracula con il Cinema bisogna a-
spettare il 1999, lanno del primo Matrix. Noter di passaggio
che qualche critico cinematografico ha sostenuto che Matrix
non altro che il Cinema, e questo aiuterebbe molto la mia ipo-
tesi, anche se non decisivo, perch basta semplicemente
guardare la fabula del film, senza troppe speculazioni esegeti-
che, per rendersi conto che Matrix, coltivando corpi umani co-
me pile da cui succhiare lenergia indispensabile al proprio
funzionamento e sostentamento, realizza in grande stile il so-

416
gno di Dracula di avere a disposizione una quantit illimitata di
corpi cui succhiare il sangue e vivere cos per sempre la pro-
pria vita di non-morto (Il sangue la vita! Il sangue la vita!
grida in manicomio il pazzo zoofago Renfield, devoto del Pa-
drone Dracula: cfr. cap. XI:179). Il vampirismo di Matrix, co-
me si vede, cos esplicito che lequazione Dracula = realt
virtuale ne discende immediatamente.

3.
Siamo arrivati cos allo stesso risultato sia percorrendo la stra-
da letteraria del nesso tra tecnica narrativa da un lato e tecnica
di scrittura e codificazione della memoria e del sapere
dallaltro (dal fonografo e dalla macchina da scrivere portatile
scoperti da Mina al processore Word di Belbo, con tutto quel
che ne conseguir in termini di TIC), sia percorrendo la strada
cinematografica del nesso tra il Cinema e il vampirismo. In en-
trambi i casi la realt virtuale, e a fortiori la sua provincia dia-
icono-logica costituita da un social network, si configura come
lultima metamorfosi di Dracula. Sfogliare le pagine di un so-
cial network come quello di cui abbiamo esperienza noi spes-
so come sfogliare il romanzo di Stoker. E lanalogia non si e-
saurisce solo nel fatto che anche un social network una storia
scritta a pi mani che ossessivamente ritorna a interrogarsi me-
talinguisticamente sul medium in cui essa sussiste e prende
corpo (questo mio pseudo-saggio delirante e ipnotico ne una
prova paradigmatica). Lanalogia riguarda anche la funzione
di redattrice svolta da Mina nel romanzo, nonch il suo privi-
legio, derivante dal fatto che lei lunica ad aver bevuto il san-
gue del Vampiro, di poterne scrutare telepaticamente i pensieri
e le percezioni. Per quanto riguarda questultimo aspetto, in-

417
negabile che il nostro commercio con le TIC ci rende privile-
giati rispetto a quelli che non hanno alcuna dimestichezza con
esse. Il nostro averle vampirizzate ci ha indubbiamente miglio-
rati nella nostra percezione della realt complessa che ci cir-
conda, e senza dubbio questo nostro entrare nella storia come
appartenenti alla prima generazione di abitanti di un social
network il ritorno pi vantaggioso, per il nostro Ego, del pat-
to che abbiamo stretto col diavolo.
Pensate a un utente di Facebook che si dovesse assumere il
compito di raccogliere in volume la storia dei primi social
network. Ebbene, costui ricoprirebbe esattamente lo stesso ruo-
lo che nel romanzo, come abbiamo visto, svolto da Mina:
racconterebbe una storia mentre la sta vivendo e ne assemble-
rebbe i pezzi strada facendo con lintento specifico di preser-
varne la memoria (anche adesso molti amano salvare e ordinare
materiali che ritengono degni di essere ricordati).
Ma di cosa parlerebbe questa storia? Chi ne sarebbe il protago-
nista assoluto, il liquido amniotico, la placenta, la fonte di vita,
e insieme il terreno nero e riarso, la bara, la fonte di morte? Fa-
cebook, il Dracula cui anche noi ci siamo votati, lentit per-
turbante che ci sottrae tempo, vita ed energie mentali per nu-
trirsene e autoriprodursi di volta in volta, lasciandoci una sete
inestinguibile. E quante volte, avvertendone la minaccia, ab-
biamo cercato di ucciderlo? Eppure, come Mina, anche noi ne
siamo in qualche modo misteriosamente attratti, perch nel
modo in cui esso rende visibile e condivisibile la nostra vita, il
nostro umore e i nostri pensieri, per quanto pallido, fanta-
smagorico, precario e virtuale esso possa apparire (e di fatto
lo ), noi siamo portati a vedere come una promessa di oggetti-
vit e di atemporalit che le nostre esistenze empiriche, prigio-

418
niere della soggettivit individuale e dellinesorabile scorrere
del tempo, non potranno mai darci. Lo aveva gi capito perfet-
tamente Franz Kafka (e come stupirsene?), il quale, nello stes-
so anno delluscita di Nosferatu, in una delle sue ultime lettere
a Milena scrive una cosa che lascia sbigottiti per lincredibile
analogia con tutto ci che siamo venuti dicendo fin qui e che
non a caso stata sottolineata con forza dal filosofo Maurizio
Ferraris a conclusione del suo inquietante Dove sei? Ontologia
del telefonino (Bompiani 2005), in cui si delinea la fondazione
di un testualismo debole per cui il regno ontologico degli og-
getti sociali costruito sulla base di iscrizioni sempre pi digi-
talizzate: Come sar nata mai lidea che gli uomini possono
mettersi in contatto tra loro attraverso le lettere? A una creatura
umana distante si pu pensare e si pu affrontare una creatura
umana vicina, tutto il resto sorpassa le forze umane. Scrivere
lettere per significa denudarsi davanti ai fantasmi che ci at-
tendono avidamente. Baci scritti non arrivano a destinazione,
ma vengono bevuti dai fantasmi durante il tragitto. Con cos
abbondante alimento questi si moltiplicano in modo inaudito.
Lumanit li sente e li combatte; per cercar di eliminare
lazione dei fantasmi tra uomo e uomo e per raggiungere il
contatto naturale, la pace delle anime, essa ha inventato la fer-
rovia, lautomobile, laeroplano, ma ci non serve pi, sono
evidentemente invenzioni fatte gi durante il crollo; la parte
avversaria molto pi calma e forte, anche se lumanit dopo
la posta ha inventato il telegrafo, il telefono, il telegrafo senza
fili. Gli spiriti non moriranno di fame, ma noi periremo (Franz
Kafka, Lettere a Milena, Mondadori 1980, p. 227).

419
Tout se tient, come si vede, ovvero, per tornare ad alludere con
Eco al Finnegans Wake ed abusare unultima volta dellideale
insonnia del lettore modello, Here Comes Everybody.

420