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La conferma di una scelta.

Contro il governo Prodi e il trasformismo


delle sinistre

RELAZIONE INTRODUTTIVA di Marco Ferrando

Primo Congresso PCL - Relazione introduttiva

Cari compagni, care compagne,

siamo giunti qui, al Congresso Fondativo del Partito Comunista dei Lavoratori, a
coronamento di un anno e mezzo di intenso lavoro politico.
Un anno e mezzo difficile, faticoso, come tutti noi ben sappiamo, ma che ha visto
confermate, nella forma più clamorosa, tutte le ragioni della nostra scelta.

Un anno e mezzo fa, alla vigilia della nostra rottura col PRC, e quindi del suo ingresso
al governo, mentre il gruppo dirigente di quel partito annunciava sui muri di tutta
Italia che “l’Italia sarebbe cambiata davvero”; mentre le future “sinistre critiche”
chiedevano l’appoggio esterno al governo, da “influenzare” con il movimento, noi,
controcorrente, dichiaravamo che l’annunciato governo Prodi avrebbe “rappresentato
il blocco dominante delle grandi imprese e delle banche”, formulando una previsione
precisa , che cito : “il programma dell’annunciato governo risponde pienamente al
programma di Confindustria. Il progetto di riduzione di 5 punti del cuneo fiscale, mira
a travasare alle imprese e ai loro profitti un’ enorme mole di risorse. Il combinarsi
della nuova offerta alle imprese di decine e decine di miliardi con la riduzione del
debito pubblico ed il rilancio dell’avanzo primario, ha una sola e unica conclusione:
una nuova stagione di attacco allo stato sociale, di rinunce, di sacrifici per i lavoratori.
Le classi dirigenti del Paese chiedono al PRC non solo di corresponsabilizzarsi a quel
programma, ma anche di controllare le reazioni sociali a quel programma[…]. L’unica
scelta possibile dei comunisti, per noi irrinunciabile, è quella dell’opposizione” (11
febbraio 2006)

Per aver detto questo, da soli, in innumerevoli sedi interne ed esterne al PRC, fummo
oggetto di attacchi pesanti e talvolta di sarcasmo.

Oggi, milioni di lavoratori hanno sperimentato sulla propria pelle, per un anno e
mezzo, la cruda verità di quella previsione.

E del resto, se solo volessimo restare per un attimo alla superficie della cronaca di
questi mesi, e persino degli ultimi giorni, potremmo dire a noi stessi che quando
vediamo un Presidente del Consiglio che nella conferenza stampa di fine anno ostenta
candidamente i propri doni di Natale alle grandi imprese senza che nessuno a sinistra
muova, non dico uno scandalo, ma neppure un appunto ; quando vediamo un Oliviero
Diliberto che evoca la salma di Lenin mentre continua a votare le missioni di guerra
del proprio imperialismo; quando vediamo un Fausto Bertinotti, già laudatore della
Folgore, che negozia con Berlusconi leggi elettorali reazionarie e presenta le encicliche
di Papa Ratzinger ( proprio mentre la sua alleata Binetti, su ispirazione di Dio, vota
contro i diritti degli omosessuali) beh, lasciatemelo dire, abbiamo non solo la
conferma plastica delle nostre scelte, ma per ciò stesso la distanza politica e persino
morale che ci separa dall’ Unione e dalle sinistre in essa coinvolte.

Ma noi non abbiamo voluto e non vogliamo restare in superficie. Perché le ragioni del
nostro nuovo partito non stanno semplicemente nell’opposizione a Prodi, ma hanno le
loro radici in vent’anni di storia italiana e nel richiamo esemplare di quei vent’anni al
bilancio dell’intero Novecento.

In questi vent’anni, molto è cambiato nel mondo, in Europa e di riflesso in Italia.


Il crollo del muro di Berlino, e dunque il crollo dello stalinismo, con l’impetuosa
restaurazione del capitalismo ad est.
La nascita dell’Unione Europea, dentro la nuova competizione mondiale.
La riorganizzazione profonda del capitalismo italiano – economica, politica,
istituzionale – inseparabile dal nuovo contesto internazionale.
E qui, in questa svolta d’epoca, è maturata quella profonda ricomposizione della
sinistra italiana e dei suoi assetti di rappresentanza, che proprio oggi sta completando
la propria parabola.

La larga maggioranza della burocrazia dirigente del PCI che dopo l’89 si liberò in fretta
e furia della zavorra ingombrante del vecchio partito per scalare un governo borghese
divenuto finalmente accessibile, conclude il proprio tragitto vent’anni dopo nel “partito
delle imprese” di Walter Veltroni: quel partito democratico all’americana che fa
dell’intrattenimento (persino telefonico) con vecchi e nuovi faccendieri della finanza la
sua nuova vocazione.

Parallelamente, un PRC nato formalmente come “cuore dell’opposizione” al


maggioritario, alla concertazione, all’Europa di Maastriicht, ma senza bilancio della
storia, senza principi, senza rottura col riformismo, come pura occupazione di uno
spazio politico ed elettorale rimasto scoperto, ha concluso il proprio tragitto, dopo
infinite giravolte, nel governo dei sacrifici e della guerra, nell’abbraccio arcobaleno con
Pecoraro Scanio e Mussi, quale aspirante vassallo del Partito Democratico.

Storie diverse, certo, ma correlate tra loro; e che non solo sono tutte corresponsabili,
come poi dirò, delle sconfitte dei lavoratori e dei movimenti, ma che hanno costruito e
accelerato proprio dentro la sconfitta operaia, la propria mutazione progressiva, il
proprio trasformismo. Con effetti enormi di disorientamento, crisi, abbandono presso
grandi masse del popolo della sinistra.

Ebbene, non c’è rimonta da quella sconfitta, non c’è ricostruzione di una prospettiva
alternativa del movimento operaio se non con la ricostruzione di un’altra sinistra
italiana, di un’altra direzione. Che nasca dalla rottura totale con la socialdemocrazia,
con lo stalinismo, con la loro deriva.

Questo è il senso del Partito Comunista dei Lavoratori.

Questa è la ragione che ha sospinto la lunga battaglia politica che ha accompagnato la


sua formazione. Il PCL nasce oggi, ma ha una sua storia. Non solo quella di un anno e
mezzo del movimento costitutivo. Ma quella di quasi vent’anni di battaglia politica
contro la deriva della sinistra italiana: una battaglia controcorrente dentro lo spazio
storico nuovo liberato dal crollo dello stalinismo e dallo scioglimento del PCI.
Anche noi, dunque, nasciamo nella svolta d’epoca del fine ‘900. La nostra piccola
storia sta nella storia più grande del movimento operaio internazionale. Così il nostro
progetto. Quello di un partito dei lavoratori: che assume il mondo del lavoro e le sue
ragioni indipendenti come propria radice sociale e scelta di campo. Quella di un partito
comunista: che vuole ricondurre le rivendicazioni e le lotte del mondo del lavoro e di
tutti gli oppressi ad un’alternativa anticapitalistica di società e di potere.

Questo nostro progetto non è astratto, ideologico, velleitario. Risponde alla necessità
concreta di ricostruire una rappresentanza politica di classe indipendente, di fronte
all’offensiva capitalistica contro i lavoratori e alla crisi della loro rappresentanza.
Dispone di spazi concreti nelle difficoltà e contraddizioni che, nonostante tutto,
disseminano non solo l’avanzata del capitale, ma anche la riorganizzazione delle
sinistre che si pongono al suo servizio.

Questo è il quadro d’insieme del documento congressuale che abbiamo proposto al


congresso.

La borghesia domina. La sua egemonia si riduce

La borghesia italiana ha riportato affermazioni significative in questi vent’anni.


Sul terreno della lotta di classe, dove i morti della Tyssen-Krupp, assassinati dal
capitalismo italiano, misurano tragicamente l’arretramento della condizione operaia;
sul terreno della riorganizzazione capitalistica, attraverso la lunga “rivoluzione
passiva” degli anni Novanta; sul terreno della politica internazionale, attraverso
l’inserimento nella spartizione mondiale delle zone d’influenza, e la partecipazione alla
corsa verso i nuovi mercati.

E proprio il quadro della nuova competizione mondiale detta l’incessante offensiva


sociale contro i lavoratori.

Altro che la “borghesia buona” di Marchionne salutata da Bertinotti ! Il capitalismo


italiano migliora le sue posizioni nel mondo (ed in particolare i propri profitti) sulla
pelle di milioni di operai, di giovani precari, di immigrati.

Il fatto che Romano Prodi, col suo ineffabile sorriso, prometta oggi qualche elemosina
sociale sui salari, nel momento stesso in cui le sue finanziarie regalano in due anni 15
miliardi a imprese e banche e preservano la legge 30 di Berlusconi, è solo una recita
ipocrita che serve a mascherare la verità: e la verità è che la borghesia italiana non ha
nulla da offrire e redistribuire. E non perché in astratto le manchino le risorse, ma
perchè la nuova concorrenza capitalistica internazionale spinge a investire quelle
risorse, ricavate dallo sfruttamento dei lavoratori, in ulteriore riduzione del debito
pubblico, nuove detassazioni dei profitti, ristrutturazioni antioperaie, acquisizioni e
fusioni, delocalizzazioni, cioè, in altri termini, in nuovo sfruttamento. Come oggi
avviene a tutte le latitudini del mondo, sotto i governi borghesi di ogni colore.

Peraltro non è un caso che le promesse di qualche piccola detassazione dei salari,
servano oggi a coprire la nuova annunciata concertazione tra Prodi, Epifani,
Montezemolo sulle cosiddette regole contrattuali: che significa, in parole povere,
attaccare il contratto nazionale, prolungare la parte economica dei contratti,
subordinare ancor più i salari alla produttività (cioè allo sfruttamento ), come Prodi ha
apertamente detto, dividere ancor più e impoverire il grosso del mondo del lavoro.

Né è un caso se le politiche e missioni di guerra, utili al posizionamento del


capitalismo italiano nel mondo, non solo vengono confermate e persino rafforzate in
Libano, in Afghanistan, nei Balcani, ma ricevono una nuova pioggia di miliardi a
scapito della spesa sociale e contro i diritti di autodeterminazione di altri popoli.

E tuttavia la marcia offensiva della borghesia italiana si combina con due


contraddizioni rilevanti.

La prima è la crisi di consenso.

La borghesia domina più di prima, ma si riduce la sua egemonia sulla società italiana.
La crisi di consenso non ha valore congiunturale e di superficie. Ha un carattere di
fondo e una base materiale.

L’impoverimento progressivo del lavoro dipendente; l’espansione enorme del


precariato; la proletarizzazione di ampi settori impiegatizi; l’indebitamento
drammatico di milioni di famiglie; e persino la crisi sociale di ampie fasce di piccola
borghesia e di lavoro autonomo, hanno scavato negli anni, nel loro insieme, un
fossato profondo tra la maggioranza della società e le politiche dominanti.
Questo non determina meccanicamente una radicalizzazione di lotta, ed anzi spesso si
accompagna a processi di demotivazione e passivizzazione. E tuttavia accumula
fascine.
Gli stessi circoli dominanti manifestano una preoccupazione crescente. Se addirittura il
governatore Draghi e Montezemolo, nel mentre rapinano i salari, riconoscono la
“questione salariale”, non lo fanno certo per sensibilità sociale, né solo perché
preoccupati di un eccessivo calo dei consumi. Lo fanno anche perché temono il rischio,
a distanza, di una rottura sociale.

La seconda è la crisi delle forme di rappresentanza politica ed istituzionale.


Quindici anni fa, proprio per aggirare la crisi di consenso delle proprie politiche e la
dissoluzione della vecchia DC, la borghesia appoggiò leggi elettorali maggioritarie e il
bipolarismo, col fine di assicurarsi formule di governo più stabili e intercambiabili nella
gestione delle politiche antioperaie, ottenendo indubbi risultati.
E tuttavia i due poli d’alternanza forgiati dalla storia politica di vent’anni hanno
accumulato contraddizioni interne esplosive, e sono oggi a pezzi.
Il Centrodestra è esploso, sotto l’effetto dirompente di un ritorno populistico del
berlusconismo che conferma l’anomalia del fenomeno Berlusconi, dei suoi interessi
privatistici, aziendali, di clan, della sua congenita difficoltà sia a rappresentare, sia a
ricomporre attorno a sé un “normale” partito borghese conservatore.
Ma anche il Centrosinistra è in crisi, perché è in crisi il suo blocco sociale di
riferimento, come già accadde nella sua legislatura precedente. Tenere insieme
Montezemolo e i suoi operai, le banche e le famiglie indebitate, è impresa improba,
quando non si può ridistribuire ricchezze. La crisi del governo Prodi e dell’Unione ha, al
fondo, questa radice. Il fatto che la crisi si sia approfondita proprio con la nascita di
quel PD che si candidava a fattore di stabilizzazione, dà la misura della sua serietà.
E certo oggi, l’asse tra Veltroni e Berlusconi, nel peggior mercimonio reazionario di
riforme elettorali e istituzionali, non è solo la conferma, al di là delle recite, della
convergenza programmatica di fondo tra i partiti dominanti di Centrosinistra e
Centrodestra: è anche la misura della crisi del vecchio bipolarismo della seconda
repubblica e della difficoltà a trovare un nuovo equilibrio.

La responsabilità storica delle sinistre italiane

Le contraddizioni della nuova socialdemocrazia arcobaleno

Ma proprio qui stanno le enormi responsabilità delle sinistre e dei loro gruppi dirigenti
in questi vent’anni.
Invece che investire le proprie forze nell’opposizione alle classi dominanti, ai loro
partiti, ai loro governi, incuneandosi nella loro crisi politica e di consenso, le sinistre
hanno fatto l’opposto: hanno utilizzato quella crisi di consenso e quelle contraddizioni
politiche per offrire alle classi dominanti il proprio servizio prezioso; di più, per
valorizzare l’importanza, l’indispensabilità, del proprio soccorso.
E in tutti i passaggi più difficili degli ultimi dieci anni, dall’ingresso nei parametri di
Maastriicht del ’96 sino all’attuale stretta sociale, quel ruolo è stato davvero
indispensabile per la borghesia italiana. Altro che la cosiddetta “politica del meno
peggio”!
Proprio le peggiori misure antioperaie e antipopolari del decennio hanno avuto il voto
e il sostegno dei gruppi dirigenti delle sinistre: a partire dalle leggi famigerate di
precarizzazione del lavoro, dal pacchetto Treu del ’97 al protocollo del 23 luglio. E
proprio quel sostegno è stato decisivo per far passare nella società italiana e tra le
masse misure che, altrimenti, avrebbero incontrato ben altre reazioni e resistenze.

Peraltro, quando quelle reazioni e resistenze si sono prodotte, come negli anni di
Berlusconi e contro Berlusconi; quando non solo la classe operaia, ma vasti movimenti
di massa irruppero sulla scena per chiedere una svolta, con una potenzialità e una
massa critica imponente , tutta la politica degli apparati sindacali e delle sinistre
lavorò a liquidare quelle potenzialità: prima privandole di una piattaforma unificante e
di uno sbocco, poi subordinandole progressivamente a una nuova prospettiva di
Centrosinistra, e quindi agli avversari politici e sociali di quelle lotte. In cambio di un
posto al tavolo della concertazione, sul piano sindacale; e di sottosegretariati,
ministeri, una presidenza della Camera, sul piano politico.
Un anno e mezzo di governo Prodi è l’esito e il prezzo di quella svendita.
Altro che una politica “incoerente” con le domande dei movimenti, come si attardano
ad affermare le sinistre critiche! E’ una politica che ha usato i movimenti per una
scalata ministeriale e istituzionale contro i movimenti. Che ha usato le lotte e i voti
degli operai per portarli in dote a Confindustria. Che ha usato le lotte e i voti dei
pacifisti per portarli in dote alle missioni di guerra. Che ha usato le lotte e i voti dei
giovani no global per avere De Gennaro al Viminale e decenni di galera per i
manifestanti di Genova e di Cosenza.

E certo Carlo Giuliani non avrebbe mai pensato che le sue lotte e persino il suo
sacrificio avrebbero potuto essere un giorno usati e traditi per un governo nemico
delle attese e delle ragioni di tanta parte della sua generazione.

Questa è dunque la natura reale dei gruppi dirigenti della sinistra italiana. Non una
sinistra che “sbaglia” nella ricerca di un altro mondo possibile. Ma una sinistra che
opera come agenzia delle classi dominanti di questo mondo capitalistico all’interno
delle classi subalterne.

La Sinistra Arcobaleno non è altro che la nuova veste arlecchino, certo appropriata, di
questo ruolo. La sua cancellazione di falce e martello non è altro che il riflesso
simbolico della cancellazione delle ragioni del lavoro.

E il fatto che il Presidente della Camera voglia partorire la nuova creatura col taglio
cesareo di una legge elettorale concordata a tavolino con Veltroni, anche al prezzo di
governare con Berlusconi, dà non solo la misura della difficoltà del parto, ma anche
l’assenza di ogni più elementare principio nello stesso codice genetico del nuovo
soggetto.

E tuttavia questo disegno, se ha un suo punto di forza, ha anche una sua debolezza.

Il suo punto di forza sta nell’esigenza reale del sistema borghese di disporre di un
ammortizzatore a sinistra, o al governo o all’opposizione. E’ una necessità fisiologica
della democrazia borghese, tanto più in un quadro perdurante di sacrifici sociali e di
malessere operaio e popolare.

Questo ruolo non può essere pienamente assolto da un PD che ha tagliato i ponti con
la vecchia socialdemocrazia DS. Né può essere interamente scaricato sulla burocrazia
CGIL, attribuendole una funzione permanente di supplenza politica impropria.
E’ un ruolo che richiede una forza politica specifica. Il progetto della Sinistra
Arcobaleno ha qui la sua missione: non semplicemente quella di occupare uno spazio
elettorale a sinistra del PD, ma di costruire e consolidare la funzione sociale di una
nuova socialdemocrazia, come canale di integrazione e subordinazione del movimento
operaio.
E tuttavia questo progetto strategico si scontra con limiti e contraddizioni profonde.
Non solo col groviglio di contrasti interni ai gruppi dirigenti e ai loro equilibri (che il
negoziato sulla legge elettorale alimenta); né solo nella difficoltà a trovare un punto di
equilibro col PD o con la burocrazia CGIL. Ma in fattori di fondo che vanno al di là del
contingente.
In primo luogo, nella massa critica modesta della nuova costituenda socialdemocrazia:
nella sua debolezza di radicamento sociale all’interno del movimento operaio e delle
stesse burocrazie sindacali, che contrasta con l’ambizione di un ruolo di controllo dello
scontro di classe come merce di scambio con la borghesia e il PD. Di certo la
socialdemocrazia della seconda repubblica appare infinitamente lontana dal ruolo e
dalla forza che il PC aveva nella prima.

In secondo luogo, l’impraticabilità di uno scambio sociale reale, di una contropartita


vera, seppur modesta, da offrire alla propria base sociale, come un anno e mezzo di
governo Prodi ha dimostrato impietosamente.
Da qui una grande difficoltà a reggere il compromesso ambito col PD. Da qui la
difficoltà ancora più grande ad alimentare entusiasmo per il nuovo soggetto, a
produrre un effetto di trascinamento e di identificazione in esso. La bastonata inferta
al popolo del 20 ottobre e alle sue speranze col voto a favore del protocollo di luglio è
indicativa. Ed anzi il parto della Sinistra Arcobaleno coincide non a caso con la crisi
profonda di Rifondazione Comunista, la più acuta della sua storia politica.
La nuova socialdemocrazia che si annuncia non nasce dunque col vento in poppa di
una pressione di massa, ma con la zavorra della compromissione di governo, del
disincanto, del distacco di migliaia di militanti, iscritti, elettori.

Il Partito Comunista dei Lavoratori come forza autonoma e alternativa

E’ in questo quadro generale e a fronte di questo bilancio; a fronte dell’offensiva


dominante, della completa capitolazione delle sinistre, delle nuove contraddizioni e dei
nuovi spazi che si aprono, che ci siamo assunti la responsabilità di costituire il Partito
Comunista dei Lavoratori, in coerenza con un lungo percorso.

A differenza di altri, come Sinistra Critica, che dopo aver sostenuto per sei anni il
bertinottismo, dopo aver votato 22 volte la fiducia al governo Prodi, dopo aver
disertato sino al 9 Giugno tutti gli appuntamenti di piazza dell’opposizione, oggi
abbandonano la nave di Rifondazione che affonda ( salvo non fare un partito ); noi,
che per 15 anni abbiamo combattuto il gruppo dirigente del PRC, noi che per un anno
e mezzo abbiamo agito all’opposizione (anche all’opposizione di finanziarie di sacrifici
e di guerra che altri votavano), noi facciamo un partito. Perché il problema non è
fuggire dalla vecchia nave per salvare la propria scialuppa. Il problema è costruire una
nuova nave per il movimento operaio, una nuova rotta, un nuovo progetto. E di
costruirlo ora, nel momento della nuova riorganizzazione generale della sinistra
italiana, nel momento di massimo scollamento tra quella sinistra e la sua base
sociale.
Per questo diamo vita al nostro partito. Non un ennesimo partito in vendita sul
mercato, ma un partito autonomo, estraneo al bipolarismo, alternativo all’intero
ordine dominante, impegnato in ogni lotta a difendere l’autonomia dei lavoratori e dei
movimenti, impegnato a portare in ogni movimento presente, come affermava Marx, il
futuro del movimento operaio. Ossia la prospettiva socialista.

Questo è il partito che manca da troppo tempo nella lunga storia del movimento
operaio italiano. Non sono certo mancati in questa lunga storia grandi movimenti e
potenzialità radicali: penso al moto della Resistenza; all’ascesa di massa del ’68 -’69;
su scala diversa, agli stessi movimenti di massa degli ultimi anni. Ciò che è mancato è
un partito che, in quelle lotte, sapesse costruire una prospettiva indipendente
all’altezza delle loro potenzialità. Col risultato che le immense energie e generosità di
quelle generazioni sono state usate e piegate, da vecchi e nuovi apparati, per scopi e
ragioni totalmente contraddittori con le loro domande. In altri termini, sono state
tradite.

La costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori vuol essere la risposta a questo
bilancio. Vuol essere un investimento decisivo nel futuro delle lotte e dei movimenti
delle nuove generazioni, per evitare che rivivano le sconfitte delle generazioni
precedenti.
Quando diciamo “costruiamo una sinistra che non tradisca”, non evochiamo uno
slogan. Descriviamo esattamente il nostro impegno: quello di ripartire da un quadro di
principi saldi, quegli stessi principi di fondo sui quali nacque il Partito Comunista
d’Italia delle origini, il partito di Lenin e dell’Ottobre: l’opposizione alle classi dirigenti
e ai loro governi; la volontà di connettere gli obiettivi immediati alla prospettiva
socialista; il respiro internazionale della nostra azione e costruzione. Perché non si può
costruire nulla di serio in una prospettiva storica, nulla capace di durare, nulla
all’altezza delle nuove sfide, se non si costruisce sul granito. E non si costruisce sul
granito se non si recupera la fermezza dei principi e dei fini, la lealtà politica e morale
verso la propria classe e il suo futuro.

Qui sta l’autonomia e l’unicità del nostro partito nella sinistra italiana. Il nostro
impegno a tenere la barra, la nostra volontà di rompere definitivamente con quella
lunga tradizione dell’opportunismo che già Engels così definiva oltre un secolo fa:
“la dimenticanza delle grandi questioni di principio di fronte agli interessi passeggeri
del giorno “
Da qui la volontà del PCL di presentarsi pubblicamente ovunque, davanti ai cancelli
delle fabbriche, come alle prossime elezioni, amministrative, politiche, europee per
quello che semplicemente siamo, senza infingimenti o autocensure: con quel simbolo
do falce e martello che non è per noi né la copertura a termine di una doppiezza né
un’improvvisazione elettoralistica, ma l’abito naturale delle ragioni e delle origini, più
attuali oggi che mai : le ragioni del lavoro e del socialismo.

La battaglia di massa per la rottura con la borghesia

Contro ogni logica minoritaria

Al tempo stesso la nostra autonomia non è e non sarà isolamento. Confondere il


rigore dei principi con l’autorecinzione, sarebbe non solo dannoso per la nostra
costruzione, ma profondamente contrario proprio alla natura del nostro programma.

L’autonomia del PCL vuol essere infatti al servizio dell’indipendenza di classe e di una
politica di massa. Vuol essere lo strumento per affermare in ogni lotta, in ogni
movimento, tra le masse, l’esigenza della rottura con le classi dominanti: il concetto di
fondo secondo cui solo rompendo con la borghesia, i suoi partiti, i suoi governi; solo
unendo le proprie forze attorno a un proprio programma indipendente, le grandi
masse possono costruire uno sbocco per le proprie ragioni di fondo ed anche
strappare risultati parziali; e viceversa: senza quella rottura, senza una propria
indipendenza, ogni lotta, ogni movimento, per quanto grandi, sono condannati alla
subordinazione e alla sconfitta. E’ questa la lezione degli ultimi vent’anni e dell’intera
storia del movimento operaio.

Qui sta il senso della nostra parola d’ordine centrale di polo autonomo di classe
anticapitalistico. Non è un cartello delle attuali sinistre di opposizione a Prodi, o la
nostra pratica unitaria con queste sinistre su obiettivi comuni di lotta (pratica che
abbiamo attuato e attuiamo lealmente in funzione dello sviluppo del movimento). E’
una linea politica di massa rivolta alle classi subalterne di questo Paese. E’ una linea di
lotta per l’egemonia, fuori da ogni minoritarismo.

Proprio perché siamo rivoluzionari non confondiamo il nostro ombelico col mondo.
Altre culture e tradizioni, genericamente antagoniste e/o centriste, possono scambiare
spesso i propri desideri per la realtà, e nutrirsi della propria autorappresentazione
amplificata e retorica per cui un movimento in cui sono egemoni, diventa il
movimento; un proprio sindacato di riferimento, per quanto limitato, diventa il
sindacato (o addirittura il soggetto politico onnicomprensivo sostitutivo del partito);
una propria azione di sciopero, positiva ma parziale, diventa lo sciopero generale.
(Concezioni peraltro che spesso esprimono una totale incomprensione dei rapporti di
forza reali con le sinistre di governo e i loro apparati).

Ma un partito che lotta per la rivoluzione sociale ha e deve avere la misura della
realtà, della distanza che oggi separa la coscienza delle masse da quella prospettiva, e
del divario tra la propria piccola forza e il ruolo decisivo di quelle grandi masse. Per
questo non ci limitiamo a “stare“ nei movimenti. Ma lavoriamo e dovremo lavorare in
ogni movimento per unificare il fronte di classe, sviluppare la sua coscienza politica,
liberare le masse e innanzitutto la loro avanguardia dal controllo o dall’influenza di
vecchi e nuovi apparati. In una parola: per conquistare la maggioranza della classe e
innanzitutto la sua avanguardia ad una prospettiva anticapitalista, con un lavoro
quotidiano e paziente di intervento e di radicamento.

La centralità della classe operaia

La proposta della vertenza generale

In primo luogo nella classe operaia.


Contro tutte le ideologie e i vaniloqui che in tanti anni e da tante parti si sono
affrettati a sentenziarne la scomparsa o la marginalità, resta un fatto inequivocabile:
la classe operaia non solo esiste, ma cresce. Si estende in Italia il lavoro dipendente.
Si accresce persino la classe operaia industriale. E nonostante i drammatici
arretramenti, la precarizzazione dilagante e i processi di demoralizzazione, quello
resta, anche in termini soggettivi, il principale crinale di contraddizione con le politiche
dominanti.

Cosa significa se un milione di operai dice no al protocollo del 23 luglio, nonostante il


carattere burocratico e truffaldino della consultazione? Cosa significa se quel milione si
concentra in primo luogo in quelle grandi fabbriche che hanno fatto la storia del
movimento operaio e sindacale italiano, a partire da tutti gli stabilimenti della FIAT?
Significa che contro tutti i ricercatori vecchi e nuovi, di nuove centralità sostitutive e di
nuovi surrogati, la contraddizione tra capitale e lavoro si ripropone come perno
centrale dello scontro. Senza partire da qui non si ricostruisce un’opposizione reale e
di massa. Tanto meno si ricostruisce un più ampio blocco sociale alternativo.

Qui sta la nostra proposta di una vertenza generale unificante del mondo del lavoro.
Sono decenni che la classe operaia italiana è privata di una piattaforma di lotta
indipendente. E sono decenni che essa subisce sulla propria pelle il negoziato sulle
piattaforme padronali, senza che nessun soggetto politico e sindacale, anche tra le
forze anticoncertative, avanzi una proposta reale di ricomposizione e di svolta.
Noi ci proviamo.

Quando rivendichiamo una piattaforma generale che combini consistenti aumenti


salariali, l’abolizione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, il salario garantito ai
disoccupati che cercano lavoro e ai giovani in attesa di prima occupazione, il ritorno
della previdenza a ripartizione; quando indichiamo la fonte di finanziamento di queste
misure nelle tasche e nei portafogli di chi non ha mai pagato (a partire dai grandi
profitti, dalle grandi rendite, dai grandi patrimoni), non facciamo una lista letteraria
della spesa, né proponiamo una nuova politica economica a qualche simposio
intellettuale. Avanziamo una proposta generale di lotta che tracci una linea di
ricomposizione, nell’azione, tra l’operaio, il precario, il disoccupato, l’immigrato, le
grandi masse del Meridione, con la consapevolezza che tanto più oggi, tanto più nel
quadro di una crisi sociale che ha diviso, frammentato, indebolito il mondo del lavoro,
solo una lotta generale può ricomporre la sua unità; solo una lotta generale può
replicare all’aggressione del capitale contro i lavoratori, al livello attuale dello scontro;
solo una lotta generale può dare un riferimento vero, oltretutto, non solo a milioni di
giovani precari o disoccupati, ma anche a quasi 3 milioni di lavoratori immigrati, arabi,
senegalesi, albanesi, rumeni, altrimenti destinati non solo al supersfruttamento della
marginalità, del ricatto odioso delle espulsioni e delle vessazioni poliziesche, ma ad
essere usati cinicamente contro i lavoratori italiani, come strumento di divisione
sociale, o come pretesto di campagne politiche contro i diritti di tutti.
Certo non siamo noi, con le nostre sole forze, a poter determinare una vertenza
generale unificante del mondo del lavoro. Ma possiamo e dobbiamo batterci in ogni
movimento e in ogni lotta per avanzare questa prospettiva. Perché se le sinistre di
governo hanno il mandato di disinnescare il conflitto e dividere i lavoratori, il nostro
partito investe, al contrario, nella prospettiva di un’esplosione sociale generale,
concentrata e radicale. L’unica che possa ribaltare i rapporti di forza e dischiudere dal
basso uno scenario nuovo. E proprio la crisi diffusa di consenso verso le politiche
dominanti, nonostante le immense difficoltà, fornisce una base oggettiva a questa
nostra proposta.

L’impostazione della nostra battaglia sindacale

Questo è il senso del nostro stesso lavoro sindacale, su cui svilupperemo dopo il
congresso, uno specifico approfondimento.
Il lavoro sindacale dei comunisti non è una sfera separata, è parte di una battaglia di
massa tesa a conquistare la maggioranza della classe ad una prospettiva politica
indipendente.
Per questo non ci identifichiamo, come PCL, in questo o quell’altro sindacato. Ci
identifichiamo in un progetto politico complessivo da condurre in tutti i sindacati. In
tutti i sindacati in cui i nostri compagni sono collocati, nella CGIL, nella CUB, nello
SDL, tra i COBAS, nello SLAI-COBAS, portiamo avanti la nostra proposta di
indipendenza e unificazione del fronte di classe: in primo luogo contro la politica della
burocrazia sindacale, e della CGIL in particolare, che porta tra i lavoratori gli interessi
del capitalismo italiano; ma anche contro ogni logica che subordini lo sviluppo e la
radicalizzazione del movimento di lotta all’interesse conservativo, reale o presunto, di
questa o quell’altra sigla o componente.

Con questo metodo ci siamo battuti e ci battiamo per l’unità d’azione di tutte le forze
del sindacalismo di classe, ovunque collocate, come in occasione degli scioperi
generali contro le finanziarie del governo Prodi o il protocollo di luglio.
Con questo metodo abbiamo proposto una grande assemblea nazionale dei delegati
del NO al protocollo come momento di autorganizzazione democratica e di unificazione
dell’avanguardia sociale, per consentire a quel milione di lavoratori che si è opposto
all’accordo non solo di contrastare la svendita parlamentare del loro no, ma di porsi
come soggetto di riferimento di più vaste masse, di definire finalmente una propria
piattaforma e una propria proposta di lotta da rivolgere all’insieme del movimento
operaio, provando ad aprire una pagina nuova.

Ed è significativo, lasciatemelo dire, che mentre questa proposta è stata accolta e


rilanciata da settori limitati ma preziosi dell’avanguardia operaia (dal comitato del NO
della FIAT di Cassino al comitato del NO del porto di Genova, passando per le
avanguardie delle meccaniche FIAT di Mirafiori ) quella proposta elementare è stata
invece respinta o ignorata, non solo com’è ovvio dalle sinistre di governo, da subito
protese alla svendita, ma anche dall’insieme delle sinistre critiche o antagoniste:
ognuna in realtà preoccupata non di unire e sviluppare il movimento reale, ma di
difendere prioritariamente la propria rendita di posizione dal movimento reale e da
una possibile dialettica libera, su basi democratiche e senza steccati che avrebbe
potuto svilupparsi al suo interno.

E’ stata un’esperienza preziosa perché anche qui passa, vedete, la distinzione tra il
nostro partito e le altre sinistre. Chi vuole semplicemente proteggere il proprio spazio
di sinistra critica o antagonista, finisce con l’essere settario verso il movimento reale e
il suo sviluppo. Chi vuole costruire un partito rivoluzionario non ha altro interesse da
difendere che il movimento reale delle masse e, in esso, una libera battaglia
anticapitalistica per l’egemonia.

Centralità operaia non è economicismo

Per una risposta di classe a tutte le domande di liberazione

Al tempo stesso la centralità della classe operaia non significa per noi economicismo:
un curarsi dei temi sindacali a scapito di altre domande e tematiche di emancipazione
e liberazione, quasi vi fosse una sorta di superiorità di valore del tema del salario o
della pensione rispetto alla difesa dell’ambiente, alla lotta antimperialista, alla
liberazione della donna.

No.
Per noi centralità della classe operaia significa, al contrario, assumere la classe come
leva centrale di ricomposizione, sul terreno anticapitalistico, di tutte le domande di
emancipazione e liberazione: perché nessuna di quelle domande può trovare
soddisfazione fuori da una prospettiva anticapitalistica; e nessuna prospettiva
anticapitalistica può darsi senza l’irruzione decisiva della classe operaia.

Ma proprio per questo il PCL rompe con una tradizione politica e culturale di lungo
corso, che ha attraversato DP, è passata per il PRC, è approdata in parte in Sinistra
Critica, secondo cui in buona sostanza si tratterebbe di sommare il marxismo,
l’ecologismo, il pacifismo, il femminismo, come somma arcobaleno di valori e culture
“critiche”. E’ una visione subalterna: che da un lato riduce il marxismo a filosofia tra le
filosofie, disimpegnandolo paradossalmente proprio dall’elaborazione programmatica
su terreni complessi e impegnativi; e che dall’altro priva quelle bandiere
dell’ecologismo, del pacifismo, del femminismo, che pure impugna, di una prospettiva
reale di trasformazione, o riducendole a icone inoffensive, o assumendone le
espressioni ideologiche neoriformiste.

Vogliamo fare l’opposto.

Vogliamo sviluppare il programma rivoluzionario del marxismo su tutti i temi


dell’emancipazione umana, dare una risposta di classe e comunista a tutte le
domande di liberazione; che non è solo il modo di sviluppare il marxismo “sul suo
proprio terreno”, come affermava Gramsci, ma è anche e soprattutto indicare l’unica
risposta reale, non ideologica, ai bisogni di emancipazione di vaste masse.

Perché non c’è risposta reale alla tematica di liberazione della donna senza mettere in
discussione quell’organizzazione capitalistica della società che rialimenta e riproduce
ogni giorno l’oppressione di genere.

Non c’è risposta reale alla domanda ecologico-ambientale senza colpire un sistema
capitalista basato sulla legge cieca del profitto: che riduce a merce non solo il lavoro
ma la natura, e dunque lo stesso rapporto tra l’uomo e la natura; come rivela il
business dei rifiuti, l’intossicazione dei cibi, lo scempio delle coste, ed oggi persino
l’assunzione della stessa sensibilità ecologica di più ampi settori di massa come
terreno di nuove speculazioni di mercato e di nuovi inquinamenti.
Non c’è risposta reale alla domanda di pace senza l’aperta rottura con l’imperialismo e
innanzitutto il nostro imperialismo: quindi senza andare al di là del pacifismo,
chiamando in causa gli interessi delle nostre classi dominanti e i crimini delle nostre
truppe tricolori: come quelli compiuti in Iraq nella battaglia dei Ponti con l’assassinio
impunito di decine di irakeni. Perché tutti ricordano i militari italiani uccisi a Nassiriya.
Nessuno ricorda bimbi e donne gravide colpiti dal piombo delle truppe italiane in
quella terra. Nessuno denuncia lo scandaloso silenzio bipartisan che copre ancora oggi
le menzogne dei nostri generali e le false informazioni del governo.
Ecco: a differenza delle Sinistra arcobaleno, il partito che vogliamo costruire non
piegherà mai la verità alla retorica tricolore, al codice del silenzio e della complicità.

E così nella lotta contro la Chiesa.

Non c’è una risposta reale alla stessa domanda laica e anticlericale, così presente in
larga parte della società italiana, senza ricondurre le lotte importanti per i diritti civili
alla messa in discussione del potere materiale della Chiesa e della sua connessione
profonda con il capitalismo italiano e internazionale: senza rivendicare, ad esempio,
non solo la soppressione dei finanziamenti pubblici oggi elargiti a scuola e sanità
private, ma l’esproprio del gigantesco patrimonio immobiliare della Chiesa e la sua
devoluzione ai bisogni e alle esigenze sociali di milioni di lavoratori e di diseredati.
Il cardinal Bertone rivendichi pure il Togliatti dell’articolo 7 come modello per Walter
Veltroni, noi all’opposto vogliamo rompere con la lunga, ossequiosa sudditanza storica
della sinistra italiana al Vaticano. Quando diciamo che siamo “coerentemente
anticlericali perché coerentemente anticapitalisti”, vogliamo esattamente intendere
questo.

Insomma: l’anticapitalismo non è per noi un’ideologia.

E’ la cifra concreta di quel programma di trasformazione dell’ordine materiale della


società senza la quale tutte le domande di emancipazione finiscono sul binario morto
delle evocazioni vuote, magari imprigionate nel finto ping pong di un’alternanza senza
alternativa.

Per questo in ogni movimento di lotta, nel movimento contro la guerra, nelle lotte
contro l’inquinamento, gli inceneritori o la privatizzazione dell’acqua, nelle
manifestazioni del movimento delle donne, nelle mobilitazioni per i diritti civili,
dobbiamo combinare la partecipazione piena ai movimenti, che è anche lavoro di
costruzione e unificazione delle loro lotte, con l’articolazione di una proposta
programmatica di rottura con la borghesia.

Proprio l’elaborazione e l’articolazione di una nostra proposta programmatica


anticapitalista in ogni settore di intervento, che superi i limiti del nostro primo
documento congressuale (come sul tema dell’ambiente), sarà un compito importante
del nuovo partito, dei suoi gruppi dirigenti, delle sue commissioni di lavoro.
Nelle lotte di ogni giorno la prospettiva anticapitalista

Via la dittatura degli industriali e delle banche

Proprio perché l’anticapitalismo e una prospettiva socialista non sono per noi, a
differenza di altri, un orpello ideologico, ma un fine reale, la vera bussola della nostra
azione e delle nostre scelte, nelle grandi come nelle piccole cose, non riduciamo il
socialismo a convegnistica intellettuale, ma lo incorporiamo nella nostra politica.

C’è una tradizione un po’ curiosa, che accomuna gruppi estremisti o aree centriste di
diverso segno, che combina il minimalismo politico delle proposte con l’apparente
radicalità della propaganda. Nei giorni feriali, si fa per dire, la lotta per il salario. In
qualche canonica festività la commemorazione della rivoluzione d’Ottobre (quando va
bene) o l’evocazione del socialismo come immaginario della letteratura. In mezzo, il
nulla.

Il PCL rompe con questa tradizione e ne recupera un’altra, quella originaria dei
comunisti, di Marx,di Lenin, di Trotskj: quella che costruisce il ponte tra il presente e il
futuro; che fa vivere la prospettiva anticapitalista in ogni piega della propria azione;
che in ogni movimento, in ogni lotta, cerca di sviluppare la sua coscienza e le sue
potenzialità verso la rottura con l’ordine costituito. Verso la comprensione che solo la
rottura col capitalismo, solo un governo dei lavoratori, basato sui loro interessi e sulla
loro forza, possono aprire una prospettiva nuova e realizzare un’ alternativa vera.

Per questo, a differenza di tutte le altre sinistre, le nostre rivendicazioni


programmatiche non rispettano le colonne d’Ercole di questo sistema; non si limitano
agli obiettivi cosiddetti “realizzabili” dentro questa società, ma assumono come unico
vincolo le necessità reali delle classi subalterne contro quelle compatibilità. Con una
radicalità uguale e contraria alla radicalità dello sfruttamento capitalistico e
dell’oppressione quotidiana di milioni di uomini e di donne.

Di fronte a migliaia di aziende in crisi, di padroni che licenziano i lavoratori, non ci


accodiamo alle compravendite di mercato e alla negoziazione dei cosiddetti esuberi.
Rivendichiamo il licenziamento di quei padroni, cioè la nazionalizzazione delle loro
aziende sotto il controllo dei lavoratori.

Di fronte ad aziende assassine, responsabili di migliaia di omicidi bianchi di lavoratori


impoveriti e ricattati, non ci accodiamo agli appelli ipocriti, al “codice etico” o
all’annuncio di nuovi ispettori (compiacenti): chiediamo la galera per i responsabili,
l’esproprio delle loro fabbriche, il controllo operaio su tutti gli aspetti
dell’organizzazione del lavoro, in tutte le aziende di questo Paese. Che è l’unica
risposta reale al cinismo criminale del capitalismo e del mercato.

Di fronte allo strapotere delle banche, vero bastione della seconda repubblica, che
oltre ad essere responsabili di infinite truffe e crimini finanziari, impiccano a mutui
usurai milioni di famiglie, non ci affidiamo alle rituali risoluzioni dell’antitrust o alle
platoniche sentenze della magistratura: noi rivendichiamo la nazionalizzazione delle
banche, con la stessa logica con cui si rivendica il sequestro di un’associazione a
delinquere. Ed anzi il PCL vuol fare della battaglia di massa contro questa associazione
a delinquere non solo un elemento riconoscibile del suo profilo pubblico, ma una
proposta politica di massa sul terreno della ricomposizione di un vasto blocco sociale
alternativo che unisca l’operaio, il precario, il pensionato, ma anche un vasto settore
del piccolo lavoro autonomo e del piccolo risparmio: a riprova del fatto che proprio un
programma anticapitalistico radicale può saldare attorno al movimento operaio tutta la
rabbia sociale contro gli attuali poteri dominanti.

Per il potere dei lavoratori e delle lavoratrici

Una risposta rivoluzionaria all’antipolitica e al populismo

A chi ci obbietta che questo programma è “irrealizzabile”, rispondiamo che proprio


questo è paradossalmente il suo punto di forza: dimostra che tutte le necessità più
elementari delle grandi masse richiedono il rovesciamento delle attuali classi
dominanti, il potere dei lavoratori e delle lavoratrici.

Questo, in definitiva, è ciò che segna più nel profondo la natura e l’identità del nostro
partito. Noi poniamo in ultima analisi al centro della nostra politica la questione del
potere, la questione di chi comanda, la questione della forza.
Senza questa prospettiva tutto il vocabolario anticapitalista resta retorica vuota o si
riduce, per dirla con Marx, alle armi della “critica”.

Senza mettere in discussione il potere reale di quella minoranza di industriali e di


banchieri che concentra nelle proprie mani tutte le leve di comando, in osmosi
profonda con l’apparato dello stato e con i partiti dominanti (in Italia come in tutte le
democrazie borghesi), non si dischiude alcuna prospettiva di alternativa di società,
come ci rivela la lunga storia italiana.

Vogliamo introdurre in ogni lotta il seme di questa consapevolezza.


A chi ci obbietta, in nome del “realismo”, che non è questo il tempo di evocare la
prospettiva della rivoluzione, ma solo di agitare temi sociali immediati, facciamo
osservare che proprio la realtà della crisi sociale pone la radicalità delle soluzioni
politiche. A loro modo ne sono oggi coscienti persino settori dominanti.
E’ un caso che a fronte del disarmo politico e culturale di una sinistra sempre più
omologata siano oggi ambienti borghesi e reazionari a sdoganare paradossalmente il
termine “rivoluzione”?

La seconda repubblica è stata presentata come rivoluzione liberale.


La Lega di Bossi evoca la “rivoluzione padana”, e persino l’immagine dei fucili.
Berlusconi presenta il suo nuovo partito come l’inizio di una “avventura
rivoluzionaria”.
La verità è che il disincanto di massa verso le politiche dominanti, combinato con
l’assenza di un’opposizione di sinistra antisistema, ha spianato la strada ad una
demagogia populista anche all’interno di settori operai e popolari. Ed oggi è talmente
profondo il disincanto popolare che le operazioni politiche più conservatrici, e persino
reazionarie, devono cercare di presentarsi come “rivoluzionarie” per esercitare
suggestione e raccogliere consenso.

Sarebbe davvero paradossale, tanto più oggi, se fossero proprio i comunisti a temere
di parlare di rivoluzione. Di più, sarebbe irresponsabile. Perché significherebbe
avallare ed ampliare lo spazio di suggestione del populismo più reazionario.
La necessità che abbiamo è esattamente opposta: quella di dare al disincanto
popolare e all’umore di massa una traduzione di classe, totalmente alternativa al
populismo ma altrettanto radicale e di rottura. Restituendo al termine di rivoluzione il
significato che Gramsci gli diede quando disse, sullo sfondo dell’avanzata dello
squadrismo, che l’unica vera rivoluzione possibile in Italia è la rivoluzione socialista.

E questa prospettiva socialista va fatta vivere nella nostra politica con il linguaggio più
accessibile e popolare, fuori dal finto bon ton del politichese. Per questo, a fronte della
marea montante dell’antipolitica e del suo veleno qualunquista, non dobbiamo temere
di essere noi a rivendicare un altro potere e un altro stato: ad esempio con deputati
revocabili dai loro elettori, con lo stipendio di un deputato del popolo pari a duemila
euro mensili, con l’abolizione di ogni privilegio, di ogni barriera divisoria, materiale e
simbolica, tra le grandi masse e la politica; ma anzi restituendo alla maggioranza della
società il potere non solo di votare, ma di decidere sulla propria vita e sul proprio
futuro. Che è poi il vero potere reale.

E su questi temi crediamo importante che il nuovo partito appronti nella prossima fase
una precisa iniziativa politica e pubblica.
La costruzione autonoma del PCL al di là delle varianti dello scenario politico

Questo programma generale, proprio perché ancora la nostra stessa esistenza a un


progetto di fondo, è uno strumento essenziale per tenere oggi la rotta della nostra
impresa, al di là dei mutamenti della situazione politica e delle sue infinite variabili.

Il PCL nasce per vivere a lungo. E dunque per misurarsi col saliscendi inevitabile degli
avvenimenti politici e sociali.

Gli scenari politici futuri, anche prossimi, potrebbero vedere, come tutti sappiamo,
modifiche sensibili del quadro politico.

Il governo Prodi è in larga parte consunto, al di là della sua formale sopravvivenza.

Una parte importante di quei poteri forti che l’hanno sostenuto e che hanno
beneficiato della sua politica, guarda già oltre.

L’asse negoziale tra Veltroni, Berlusconi e Bertinotti attorno alla ricerca di una nuova
legge elettorale, introduce un ulteriore fattore di destabilizzazione. Sia che si concluda
attorno alle ipotesi formulate, sia che fallisca.

Nell’un caso come nell’altro, le risultanti possibili sono molto diverse tra loro: dalla
continuità ancor più precaria di questo governo, alla corsa verso elezioni anticipate
con la presente legge elettorale, sino addirittura a ipotesi, alquanto improbabili ma
non impossibili, di governi istituzionali di unità nazionale.

Su questo scenario più prossimo e sui nostri compiti più immediati presenteremo, a
conclusione del congresso, un breve e specifico ordine del giorno.
Ma è evidente che dobbiamo esser pronti ad ogni evenienza, a fronteggiare ogni
possibile variante.

Denunciando in ogni caso, sin dai prossimi giorni, l’ipocrisia di una cosiddetta “verifica
di governo” che non riguarda i salari ma le convenienze elettorali, non l’interesse dei
lavoratori ma quello di coloro che li usano per i propri specifici interessi.
Sviluppando una nostra battaglia controcorrente per una legge elettorale
proporzionale pura, contro tutte le proposte dominanti funzionali a rafforzare
esclusivamente la stabilità dei governi borghesi, e quindi la governabilità delle loro
rapine contro i lavoratori.

Rivendicando più che mai il bilancio del fallimento generale del Centrosinistra e delle
sinistre che l’hanno sorretto: indipendentemente dal fatto che continuino a sostenere
Prodi, o che vengano scaricate all’opposizione dopo il lavoro sporco prestato, o che
persino decidano di staccare la spina al governo per negoziare più liberamente con
Berlusconi una legge elettorale che consenta domani di ricomporre un governo con
Veltroni.

In ogni caso, le ragioni del Partito Comunista dei Lavoratori, di una nuova sinistra
italiana, sono e saranno documentate dai fatti. Proprio perché forti delle nostre ragioni
dovremo nel nostro lavoro, già nella prossima fase, combinare la difesa intransigente
della nostra autonomia con la più ampia proiezione esterna. Predisponendoci a
intercettare, sulle nostre basi politiche e sui nostri programmi, tutto ciò che
l’esperienza dei fatti potrà liberare verso di noi.

Tra i tanti compagni di base del PRC, che oggi si interrogano più di ieri, più di un anno
e mezzo fa, sul proprio destino politico: ai quali il voto sul protocollo, l’annullamento
del simbolo, il rinvio del congresso, sta ponendo l’onere di decisioni non più rinviabili.
E soprattutto nell’avanguardia sociale dei movimenti e della classe operaia, dove
abbiamo registrato nell’ultima fase un interesse crescente verso di noi da parte di
settori preziosi d’avanguardia, in particolare in alcune grandi fabbriche.
Peraltro, l’affllusso più ampio di nuove richieste di adesione al PCL che ci sono
pervenute via e-mail nell’ultima fase, e in particolare nell’ultimo mese, non sono solo
ragione di soddisfazione, pur nella consapevolezza della modestia ancora delle nostre
forze: sono anche la spia di potenzialità nuove e più ampie, iscritte nella crisi profonda
della sinistra italiana che sta a noi cercare di capitalizzare. Lavorando a combinare,
magari meglio che in passato, i due elementi decisivi di metodo che nel documento
congressuale abbiamo richiamato: il rigore e l’apertura.

Il rigore, perché senza il rigore dei principi non si costruisce nulla di nuovo, perché
senza un partito di militanti e di quadri non si va da nessuna parte, men che meno si
persegue il nostro fine.

L’apertura nell’azione di raggruppamento e di costruzione del PCL, perché a differenza


di altri non ci diamo come compito quello di conservare noi stessi, ma di costruire,
sulle nostre basi, una nuova direzione dei movimento operaio italiano.