Sei sulla pagina 1di 15

l padrone sovrano e i suoi doni disuguali (Mt 25, 14-30)

come un uomo che se ne va lontano:


chiama i propri servi
e consegna loro i suoi beni.
Luomo non chiama i suoi servi, ma i propri servi. Non sono detti suoi, ma propri. Di
questi servi, lui il padrone (datore di lavoro). Di essi risponde. Analog.te, ci che
consegna loro non semplic.te i suoi beni, i suoi averi ma, letteralmente,
ci-su-cui-ha-il-comando (uparchonta). I servi che gli sono propri e i beni che egli
governa.
C uninsistenza del testo greco a significare quanto questuomo ha ci che ha. Egli non
ha con la semplice modalit del possesso, ma con quella dellidentit referente per le
persone (i servi sono precisamente riferiti alla sua propria persona) e della sovranit per
i beni (egli ha potere su di essi).
Qsuomo, che ha cos fortemente ci che ha, se ne va lontano, lascia il suo popolo
(apodemeo). Prima di sparire, consegna i suoi beni ai suoi servi. Non li affida loro da
custodire per un po, finch non ritorni. No, li trasmette loro (paraddomi). Si ricorre a
questo verbo quando, alla propria morte, un re trasmette il potere a suo figlio. Questo
verbo vuol dire anche consegnare, quando ci che si d non un oggetto ma una
persona, come quando un malfattore consegna un complice alla polizia. Si ricorre
ancora a questo verbo quando si affida un fanciullo a un pedagogo; non lo si fa per
recuperarlo un giorno, piuttosto perch il fanciullo si recuperi da s... Che si traduca
con affidare, trasmettere, consegnare, sempre un affidare senza riprendere.
Il padrone che se ne va lontano fa di pi che dare dei beni: trasmette i pieni poteri su tali
beni. Trasmette la capacit di fare ci che lui stesso ha fatto: appropriarsi di ci che si
possiede, metterlo a nome proprio, esserne il garante, il sovrano.
Prima di andarsene lontano, il padrone trasmette dunque i propri beni ai suoi servi.
E adesso viene detto espressamente che glieli d:
A uno, d cinque talenti,
a un altro, due,
a un altro, uno:
a ciascuno secondo la propria capacit.
E se ne va lontano.
Un talento valeva 6000 dracme o denari, una somma enorme. Poich un denaro costituiva il
salario giornaliero di un operaio o di un soldato, un talento avrebbe rappresentato 17 anni di un
salario del genere.
Ecco di nuovo il termine proprio: ciascuno riceve secondo la capacit che gli propria.
Di che capacit si tratta? Questa capacit non pu essere che la capacit di ricevere.
Occorre dunque una capacit particolare per ricevere un dono?
Tanto vale dire che occorrerebbe una speciale attitudine vincere alla lotteria e + il 1o
premio che per un minimo guadagno. Dicendo questo, penso anche agli eredi di grandi
fortune, a quegli esseri che hanno ricevuto in retaggio unintelligenza eccezionale, o
ancora una grande bellezza: indubbiamente non cos facile, e non tutti hanno la stessa
capacit di trasformare quel colpo di fortuna in autentica felicit. Conosciamo tutti
reginette di bellezza, grandi stelle del cinema che non sono state in grado di sopportare
q.lla vita. Che non hanno potuto godere della loro ricchezza, dei loro doni e che, alla fine,
sono riuscite solo ad appropriarsi della loro personale distruzione. Che almeno la loro
morte sia stata una morte tutta loro, se la loro vita non aveva potuto esserlo...
Se non c propriet senza possesso, pu ben esserci possesso senza propriet.
Linizio della parabola ha gi presentato un essere pienamente dotato di tale capacit: il
padrone sembra infatti partic.te in grado di fare proprio (appropriarsi di) ci che potrebbe
soltanto possedere. E un caso che egli sappia anche dare?
La distribuzione ai 3 servi, pur disuguale, non appare per ingiusta. Viene dato a
ciascuno secondo la sua propria capacit, cio secondo la sua attitudine a far proprio ci
che gli dato. A digerire il dono. S, digerire... Come il cibo: non basta ricevere del cibo
per essere nutriti, debbo anche elaborarlo: masticarlo, digerirlo, appropriarmi cos di ci
che buono per me; farlo mio, farne il mio corpo, la mia energia. Se sono invitata e il mio
ospite mi d pi cibo di quanto ne possa assimilare, non mi fa un regalo, mi mette in
difficolt. O lo manger e me ne verr qualche malanno, o dovr rifiutare il dono e non
sar piacevole neppure questo. Dare a ciascuno secondo la propria capacit. Vediamo
come i 3 servi digeriranno il dono che viene loro fatto.
Come due servi dimostrano che cinque uguale a due...
Subito, colui che ha ricevuto i cinque talenti
va ad operare con [essi]:
ne guadagna altri cinque.
Allo stesso modo, quello dei due:
ne guadagna altri due.
Colui che ne ha ricevuto uno solo,
scava una buca nel terreno e vi nasconde il denaro del suo padrone.
Appena ricevuto il dono, ciascuno dei servi dunque si allontana. Colui che ha ricevuto 5
talenti opera con essi (letteralmente: in essi). Operare con (in) questi talenti... oggi forse
diremmo: li manovra, li trasforma, li fa operare. In breve, ecco che quel lavoro che
compie con (in) essi frutta il doppio. Ha ricevuto 5, ha guadagnato 5. Il che non pu
essere senza significato: non detto solo che ne ha tratto profitto, ma che ha
guadagnato esattamente lidentica somma che aveva ricevuto: 5 dati, 5 guadagnati.
Lo stesso dicasi per il 2o servo, quello che ha ricevuto 2 talenti. Come il primo, egli opera
con (in) essi e riesce a guadagnare lui pure una somma uguale a quella ricevuta. Qs 2 a
=nza, che sembra ripetere la prima, mi insegna nondimeno qualcosa di nuovo: .. 5
talenti o 2 talenti... poco importa, tutto considerato; poco importa la somma ricevuta. 5
= a 2, quando limportante appropriarsi di ci che viene dato, sviluppare operando
finch il frutto dellopera sia = al dono.
...e che il servo pu uguagliare il padrone
da notare lassenza del padrone: che sappia sparire tutto il tempo necessario a questa
uguaglianza tra il dono da lui fatto e lopera del servo.
Con unaltra punteggiatura del testo evangelico, il termine subito collegato alla frase
prec: il padrone se ne va lontano subito. Non rimane un minuto di pi a sorvegliare ci
che i servi faranno. Appena ha dato, il padrone lascia laltro col dono.
Non viene precisato quanto tempo egli resti lontano. Pi avanti nel testo, verremo a
sapere del ritorno del padrone, dopo molto tempo. Infatti, molto tempo deve essere
necessario ai servi, probab.nte degli anni, per guadagnare, di loro iniziativa, tanti talenti
quanti ne hanno ricevuti dal padrone prima della sua partenza (5, 2, 1 talenti : somme di
per s gi favolose). Durante tutto questo tempo, il padrone assente... Questa
libert!
Una fatto sorprendente: tra quei 3 servi trattati allinizio del racconto in modo cos
disuguale (5, 2, 1), i primi 2 sono diventati uguali tra loro. Questo non appare subito
perch, in termini di avere, la disuguaglianza si aggravata: alla partenza del padrone
cera tra loro uno scarto di tre talenti. Attualmente, questo scarto, lungi dallassottigliarsi,
si ulteriormente approfondito: il primo servo ha adesso 6 talenti pi del 2o. Ma qs storia
ci avvia a una da quella dellavere. Infatti, mentre aumentava la disuguaglianza del
loro avere, essi sono diventati uguali. A un altro titolo, e quanto pi importante: essi
hanno saputo ugualmente far fruttare. Nella diversit dei doni, hanno dimostrato la
stessa capacit di raddoppiare il dono. Hanno la stessa abilit, lo stesso valore... Questa
luguaglianza.
Una buona base, insomma, per intendersi e stimarsi reciprocamente: colui che ha pi
non vale di pi, colui che ha meno non vale di meno. Nulla hanno da invidiarsi dal pdv
che alla fine conta di pi per gli uomini, intendo lonore... Possono riconoscersi tra loro
come uomini, rispettarsi, parlare alla pari. Una fraternit sembra possibile.
Il padrone della parabola e il dio della Genesi
Chi quel padrone che d cos la met e quindi se ne va?
Elohim, ci viene raccontato allinizio della Bibbia che, avendo detto: Facciamo luomo a
nostra immagine secondo la nostra somiglianza, realizza la met di qs programma,
facendolo, nel versetto successivo, solo a sua immagine e non secondo la somiglianza.
Gen. 1, 26- 27: Elohim disse: Noi faremo Adamo - il terrestre - a nostra immagine,
secondo la nostra somiglianza. Essi [i terrestri] assoggetteranno il pesce del mare, il
volatile dei cieli, il bestiame, e tutta la terra, ogni rettile che striscia sulla terra. Elohim
crea il terrestre a sua immagine, a immagine di Elohim lo crea, maschio e femmina li
crea.
Il creatore opera dunque come il padrone della parabola. Non d che cinque, se cos
posso dire... E sotto il solo suo nome di Elohim, il suo nome di creatore, il suo nome di
padrone. Non il suo nome proprio JHWII. La met del suo nome, insomma. Egli non
ancora che la met di se stesso per luomo, non essendo che il suo creatore e luomo
non essendo che la sua creatura, alla quale egli d la vita e il cibo. Il divino d allora
allessere umano la capacit di far fruttare e di moltiplicare.
Ritroviamo lo stesso schema: dono, poi sviluppo del dono da chi lo riceve perch possa
diventare colui che ha guadagnato quanto ha ricevuto.
Nel primo giardino dellEden, guadagnare quanto si ricevuto vorrebbe dire diventare
colui che cresciuto quanto stato creato, e che dunque ora in grado, se lo desidera,
di dare lui stesso altrettanto; vale a dire di essere in quanto donatore uguale al
creatore-padrone. Egli ha ricevuto la vita, lha fatta sua, opera in essa e pu a sua volta
dare la vita. Creatura diventato creatore...
Il padrone agisce bene come lo stesso Dio in un secondo momento: egli d, poi si
assenta. Il racconto della Genesi ci mostra anche lassenza di Elohim: egli cessa di
creare il settimo giorno, appena lessere umano l, capace di crescere e a sua volta di
dar vita. La tradizione ebraica ci trasmette qs immagine di Dio che si ritira dalla sua
creazione, per lasciare crescere luomo. Dio in seguito non torna (per dirla con la
parabola) se non quando ritiene che luomo ha avuto il tempo di eguagliare il dono?
La durata delle nostre esistenze non forse disuguale quanto la distribuzione di denaro
ai servi della parabola? Non che anche qui certi ricevono 5, altri 2, altri 1, e possono
nondimeno aver ricevuto la stessa sorte di diventare uomini? Sarebbe questo il senso
del tempo da vivere che cos misteriosamente impartito a ciascuno? E se una divina
equit presiedesse ai nostri casi?
Potremmo comprendere cos quelle vite che si possono pensare incompiute ma che i
parenti, talvolta, ci raccontano come se esse avessero raggiunto nondimeno, in modo
misterioso, e qualunque sia let, la loro pienezza?
Ecco ci che fanno i primi due servi: uguagliare il dono.
Cosa diventeranno i servi una volta che si sono comportati come degli eredi e hanno
uguagliato il dono del padrone. Sono ancora veramente dei servi?
Il talento restituito al padrone: linterpretazione del terzo servo
Colui che ha ricevuto uno solo se ne va,
scava [una buca] nel terreno e vi nasconde il denaro del suo padrone.
Perch nasconde il talento? Perch, contrariamente ai suoi 2 compagni di lavoro,
convinto che quel denaro ancora il denaro del suo padrone. Ecco un uomo davvero
sventurato:
-non crede al padrone come donatore;
-non crede a se stesso come destinatario del dono;
-non crede al dono.
questo che lo isola dagli altri due. Per una volta che un servo diventa ricco (1 talento
pur sempre la ricchezza: pi di diciassette anni di salario di un operaio) egli non se ne
rende conto, non lo capisce. Per una volta che un padrone elargisce dei suoi beni, del
suo potere al proprio schiavo, questi non li riceve. In breve, per una volta che gli capita
qualcosa di lieto, di fortunato, egli agisce come uno sventurato. Povero servo spaurito,
ossequiente a ci che crede essere un comando. Gli stato dato quel talento da
custodire, cos pensa. Bisogna dunque non perderlo. Perci lo custodisce.
Seppellire significa nascondere. Nellambito culturale in cui si narra questa storia, il
depositario di un bene non responsabile in caso di furto se ha nascosto in terra la cosa
che doveva custodire.
A proposito dei traduttori-servi
Qs interpretazione erronea del dono come un qualcosa da custodire quella che circola
non solo nella testa del 3 terzo servo, ma in molti commenti e nelle traduzioni. La >
parte dei testi ha scelto la seguente lettura: Egli chiama i suoi servi e affida loro i suoi
beni, oppure egli affida loro la sua fortuna. In tali edizioni trovo i seguenti commenti: I
cristiani devono far fruttificare i cloni del loro padrone. I cristiani sarebbero dunque i servi
per sempre di un dio padrone per sempre.
Il dono del padrone non consente nulla di nuovo: esiste forse qualcosa di pi banale che
imporre ai servi dei doveri?
Altro commento, pi esplicito ancora nella sua ambiguit: Che ciascuno, in funzione del
deposito di denaro che gli stato affidato, lo faccia fruttificare. Dio chieder conto.
Prender il cattivo servo in parola, usando con lui la durezza che questi gli rimprovera.
Colui che ha creduto nel dono di Dio verr invece colmato al di l di ci che pu
attendere (Bibbia di Gerusalemme). Qs commento annulla anchesso il significato del
termine dono, poich continua a parlare di deposito di denaro affidato da far fruttare.
Pare che questa parabola sia intesa come la intende il terzo servo: il padrone ha affidato
i suoi beni ai suoi servi durante un lungo viaggio e ne chieder conto al suo ritorno. Di qui
le lezioni di morale impartite ai fanciulli cristiani, specie q.lli che venivano giudicati ben
dotati, ben forniti di talenti: Dio vi ha affidato dei talenti perch li facciate fruttificare. Ve li
richieder nel giorno del giudizio. Avrete arricchito Dio, lo avrete impoverito?
Con qs parabola, che leggo adesso come la parabola dellappropriazione della sua vita,
si insegnava al fanciullo che luomo non che un servo di Dio, responsabile nel corso
della sua vita di talenti che non sono i suoi e dei quali dovr, nel giorno della morte,
rendere conto come servo al suo divino padrone. Nella stessa ora di catechismo in cui
gli veniva insegnato questo, gli si faceva probabilmente recitare anche il Padre nostro,
preghiera dove viene chiaramente riconosciuta allo stesso fanciullo la condizione di
figlio divino: la contraddizione non sembra aver messo a disagio molte persone.
Come stupirsi allora che luomo emancipato delle nostre democrazie, che non ha pi
alcun padrone assoluto n nella propria famiglia, n nella sua citt, come stupirsi allora
che questuomo non acconsenta pi a questa religione di servi per leternit?
Dove lautore si imbaldanzisce nel dimostrare che uno uguale a otto
Perch proprio colui che non ha ricevuto che un solo talento non pu guadagnarne altri?
Sarebbe come nella vita: ad avere fortuna sono sempre gli stessi! Ai ricchi la ricchezza,
la sicurezza, lintelligenza; ai poveri il dolore e la scalogna...
Parecchie piste mi si aprono davanti per proseguire su questa via.
Penso allidea di una progressione nei talenti distribuiti. Forse i primi, plurali, sono pi
facili da digerire dellunico, con tutte le connotazioni simboliche dellUno. Questo mi
induce allora a contare i talenti in modo diverso.
Il primo servo riceve i talenti numerati da 1 a 5. Il secondo riceve i talenti 6 e 7. Quanto al
terzo servo, riceve l8o talento. Considerare questi doni secondo il loro grado, la loro
dignit mi schiude unaltra prospettiva e mi riporta di nuovo alla Genesi.
Il cinque, poi due, poi uno potrebbe parlare dei giorni della creazione. Essi si stagliano
infatti allo stesso modo.
I primi 5 giorni formano un primo gruppo: sono i giorni in cui il creatore fa il mondo e gli
animali. Il 6 e il 7 giorno sono i giorni dellessere umano, quelli in cui luomo fa la sua
apparizione (sesto giorno) e in cui il creatore sparisce (settimo giorno, il riposo sabbatico
quando Elohim cessa di creare).
Lottavo giorno potrebbe essere quello in cui lessere umano raggiungerebbe il divino.
Ma questo ottavo giorno non mai conseguito nel racconto: Adamo e la sua donna non
trovano il varco, avendo trasgredito il divieto rispettando il quale si aveva accesso alla
condizione divina - quel divieto cos discusso che ci apparso come il divieto che rende
possibile la relazione da soggetto a soggetto: il divieto di mangiare laltro, di conoscere
laltro come ci che si mangia, vale a dire ci che fa diventare s.
NellEden, luomo e la donna non giungono allottavo giorno, che non pi un giorno ma
leternit giacch non c pi alcun giorno al di l. Vengono allora espulsi dal giardino
dellEden (Eden vuol dire piacere, delizia: giardino del piacere, luogo per far crescere
e conservare il piacere). Ed essi entrano in un altro tempo che in una volta avanza e si
ripete, il tempo della storia.
Dopo il settimo giorno, di nuovo un primo giorno di unaltra settimana che ricomincia.
Allottavo giorno - la condizione divina - come allottavo talento, lessere umano non ha
accesso. Si creda o non si creda al cielo, ci giocoforza riconoscere che non abbiamo
accesso, in virt della sola nostra nascita in questo mondo, al mondo senza la morte, al
mondo divino. Sappiamo far fruttificare il mondo umano - la creazione, le relazioni
uomo-donna che danno la vita, e persino lo shabbat, il settimo dono. Ma far fruttificare
l8o talento di una difficolt diversa se esso rappresenta la vita divina, cio la
non-mortalit.
Ora luomo che non in grado di ricevere qsultimo talento come un dono lo nasconde
nel terreno come si seppellisce un morto.
Il padrone viene: che fa? Al lettore decidere
Fin qui la parabola era un semplice racconto in terza persona. Adesso si aprono dei
dialoghi, introdotti da due frasi. La prima semplice:
Dopo molto tempo il padrone di quei servi viene.
Non si dice che torna, ma che viene. Non un andare e tornare previsto fin dallinizio.
una venuta. Nuova.
La seconda frase un problema: tutte le traduzioni:
Egli regola i suoi conti con loro.
Si tratterebbe dunque sempre del suo denaro?
Una sola autorit pu convincermi definitivamente del mio errore: il testo greco.
Ecco la frase greca seguita, parola parola, dalla traduzione il + possibile letterale
k
ed egli alz-insieme logos con loro.
presente il termine logos. Molte colonne del dizionario sono necessarie per
svilupparne tutti i significati, da quello di conto fino a quello di parola passando per
ragione...
Inoltre, non pu trattarsi dei suoi conti, come si legge nelle traduzioni francesi, perch il
termine logos non qualificato da nulla nella frase greca, egli salda il conto... tuttal pi.
I traduttori hanno dunque gonfiato il testo.
Arrivo cos al verbo di questa frase. Che cosa fa il padrone con i servi?
Sunairo, lett.te con-alzare, ci che alla lettera d: egli alza-con conto/parola con loro.
Con si trova 2 volte in questa frase, in 2 preposizioni (sun e meta). Lautore insiste
dunque: latto del padrone si compie insieme ai servi. Il padrone alza insieme,
raccoglie con loro... Aristotele adopera qs stesso verbo per parlare del vento del sud che
raduna nuvole e Plutarco se ne serve per raccontare come, alla fine del mese lunare, i
contadini si affrettino a mietere, a portar via dallaia il loro grano perch si mantenga pi
secco e pi duro.
Unaltra espressione con il termine logos, render conto, si trova in altri passi del NT,
sotto la forma letterale: dar conto, dar logos. Quando si rende conto, non si rendono dei
conti, si racconta... In greco, la frase non crea pi ostacoli alla nostra interpretazione
della parabola.
I dizionari che riportano tutti regolare i suoi conti, si riferiscono per questo ai soli testi dei
vangeli. I papiri contemporanei al testo ricusano il significato egli regola i suoi conti con
loro e concordano con quello + coerente sia con la lettera del testo che con la della
storia: un padrone fa con i suoi servi il conto, il resoconto...
Che cosa cambia questo? Adesso ci sono due testi: le traduzioni ufficiali e il testo che
abbiamo appena fissato. O il padrone dei servi torna e regola i suoi conti con loro oppure
viene e fa con loro il resoconto. Al lettore la scelta.
Anche per i servi, nei cfr del padrone, esistono 2 possibilit: o rendergli dei conti, e
persino i suoi conti, sullimpiego dei talenti che restano propriet del padrone (versione
del terzo servo e dei traduttori) o alzare insieme, raccogliere-con il padrone la parola,
fare insieme il resoconto, il racconto delluso fatto dei talenti dati (versione dei primi due
servi).
I testi rivelatori: luoghi di prova e di scelta
non esiste lettura obiettiva delle Scritture. Il testo stesso da scegliere. Il lettore, in
realt, non ha la scelta di non scegliere, bench delle letture troppo rapide e delle
traduzioni da ci spesso lo proteggono. Deve decidere di ci che legge.
Non pu essere un caso: la scelta che deve fare dello stesso ordine di quella dei
protagonisti della storia che gli viene narrata. In altre parole, leggere per davvero quel
testo significa viverlo. A meno di credere che sia possibile una sola versione e affidarsi
ad altri che, prima di noi, hanno scelto la loro lettura.
I testi rivelatori sono cos. Necessariamente ambigui, perch possano essere luoghi di
passaggio, di transfert, di metamorfosi.
Il lettore non potr leggere passivamente. Dovr fare un atto di lettura. Il racconto della
prova attraversata da un altro diventa un luogo di prova per colui che lo capisce.
necessario scegliere continuamente tra parecchie letture o piuttosto passare da una
lettura allaltra.
Lo espongo in altri modi: passare da una lettura del Super-Io a una lettura del Soggetto;
da una lettura senza di noi e contro di noi, a una lettura per noi e con noi.
Alla domanda: non c che una sola lettura della parabola o possiamo attendercene
unaltra? i traduttori hanno necessariamente scelto una unicit immobile del testo, anche
se il gioco delle note pu socchiudere dei passaggi che avrebbero potuto non
sopprimere o ricoprire minute cerniere, aggiungere un piccolo chiavistello di qua o di l.
Si d il caso che questa storia narri essa stessa una faccenda di traduzione. La parola
del padrone infatti te tradotta dai servi. Le 2 letture sono rappresentate dalle 2
interpretazioni del dono che danno i 3 servi. Consapevolmente o no, il
lettore sceglie luna o laltra.
Qs storia narrata in una tradizione monoteistica, ci prospetta, in 15 versetti, di
2 di molto diversi, se il padrone rappresenta il dio. Una parabola del genere contiene
probab.te tutta la posta in gioco dei vangeli, se porta a rivelare in chi il lettore crede. Nel
dio di cui luomo il servo o nel dio di cui luomo lerede?
Mi tornano alla memoria alcune parole di un salmo (62, 12):
Una cosa ha dotto Dio, due ne ho udite,
o con altra traduzione:
Una volta Dio ha parlato, due volte ho sentito.
Abbiamo 2 orecchie e 1 bocca. La parola unica ci giunge divisa (come divisi siamo noi
stessi), spezzata in 2. Successivamente passiamo da ci che abbiamo sentito con le
nostre 2 orecchie a ci che possiamo dire, a nostra volta, con la nostra unica bocca?
Dire il sentito, dire le due letture, fino a che si compia lunit del verbo, fino a che da ci
nasca a ciascuno la sua parola...
Dialogo del padrone e del primo servo.
Farsi riconoscere...
torno a quel padrone che viene, a quei servi e al dialogo che si apre tra loro per la prima
volta. Dunque, il padrone si riunisce con loro per un resoconto. Allora
si avvicina colui che ha ricevuto i cinque talenti.
Presenta cinque altri talenti dicendo:
Padrone, cinque talenti mi hai consegnato.
Ecco! Cinque altri talenti ho guadagnato.
In due frasi, il servo ha fatto un racconto semplice, esatto e completo del dono, atto del
padrone: i talenti che il padrone gli ha consegnato; del guadagno, atto del servo: i talenti
che lui stesso ha guadagnato.
Egli presenta cinque altri talenti, dice il testo. Frase decisiva: il servo non restituisce
affatto i talenti al padrone, per il buon motivo che quelli che da lui aveva ricevuto, non li
ha neanche portati. Lo scopro soltanto adesso.
Ci che egli presenta al padrone, sono cinque altri talenti, il suo guadagno, lopera sua.
E glieli porta, non per darglieli, ma perch li veda. Ecco! Cinque altri talenti ho
guadagnato... Essi sono infatti altri, nuovi, non sono quelli del padrone. In breve, il servo
narra al padrone delluso insindacabile e proficuo che ha fatto del dono e gli fa ammirare
la sua opera. Vedi come tutto mi riuscito bene con quanto mi avevi consegnato...
Lontani mille miglia da un racconto di restituzione, qui abbiamo a che fare con un
racconto di riconoscimento. Il padrone arriva al momento giusto per riconoscere al servo
un successo, che non sarebbe completo senza questo preciso momento in cui latto del
servo pienamente conosciuto e preso in considerazione da colui che pu dare
allopera del servo la sua piena attestazione, la sua esistenza simbolica.
Il padrone ha visto ci che il servo gli mostra, sentito quanto gli dice e, come nella
Genesi, dichiara che ci bene (v. 21):
Il suo padrone gli disse:
Bene, servo buono e affidabile.
Su poco sei stato affidabile;
su molto ti insedier.
Entra nella gioia del tuo padrone.
...ed entrare nella gioia
Entrare nella gioia del padrone. Qual questa gioia, questa charis?
Il termine spesso impiegato nellespressione trovare grazia, charis vuol dire infatti
grazia, favore, come quella grazia di Dio che era sopra Ges che cresceva.
Lc 2,40. Chouraqui ha scelto nella sua traduzione un termine francese simile a charis: Il
fanciullo cresce e si fortifica, pieno di saggezza, la predilezione [in francese: le
chrissernent, neologismo da chrir = prediligere] di Elohim su di lui
Charis vuol dire anche gioia, come qui. Gioia che appare in un momento che non si
dimenticher, un evento unico. Nella Settanta (traduzione in greco della Bibbia ebraica),
qsa gioia per Giobbe ci che si prova alla nascita di un figlio; lesultanza per la
consacrazione di Salomone. Il salmista la canta, questa charis, perch lo stesso JHWH
la comunica, accompagnata da gloria, a colui che ha scelto di stare sulla soglia della sua
casa (Sal 84, 12)
Gioia che sgorga nel NT Testamento in coloro che sentono lannuncio della salvezza,
gioia dei Magi che ritrovano la stella che conduce al Bambino-Re. Essa la festa al
ritorno del figlio perduto, convinto ormai di essere decaduto per sempre; lemozione
delle donne cui viene annunciata la risurrezione. quella gioia che Ges vuole
trasmettere a coloro che lo accompagnano, gioia perfetta, che nessuno vi rapir....
Figlio che nasce, re che viene consacrato, figlio riconosciuto figlio, popolo che vede la
sua salvezza, uomo che trionfa sulla morte: gioia senza ritorno, gioia imprendibile... Se il
padrone della parabola introduce il suo servo in questa gioia, questi abbandoner per
sempre la condizione di servo.
Si capisce sotto una luce diversa ci che il padrone aveva detto
al servo prima di parlare di gioia, Su poco sei stato affidabile, su molto ti insedier. Sei
stato affidabile, non voglio tradurre soltanto con fedele: questo termine, applicato a un
servo, rischia di assumere lo stesso significato di quando si parla di un buon cane
fedele. Preferisco restituire il significato del termine greco pistos (come lebraico amen):
del quale ci si pu fidare.
Il servo non stato soltanto fedele e fiducioso: stato affidabile in materia di dono e di
lettura del dono. Egli lo ha proprio inteso come tale. Il padrone non gli ha conferito
invano tante ricchezze. Nelle sue mani esse hanno fruttato. E soprattutto luso che ne ha
fatto ha prodotto una trasformazione + pi importante della crescita di una ricchezza.
per questo, credo, che il padrone considera i talenti dati come poca cosa - ci sarebbe qui
di che stupirsi: 5 talenti sono una fortuna, ma non si tratta che di una quantit di metallo
prezioso, si tratta del verbo avere. Senza misura paragonabile con ci che il servitore
affidabile ha reso possibile: che il padrone possa oggi introdurre lui, luomo-servo, a
unirsi alla sua gioia.
A che serve il padrone
Vedo adesso 4 doni, quattro 4 nel dono del padrone:
dapprima egli dona i talenti;
poi, con la sua assenza, la libert di usarli;
quindi, poich il servo ha accolto bene questi due primi doni (il denaro e la libert), il
padrone conferisce autorit su molto, cio un accresciuto dominio;
infine (salto qualitativo) il poter prendere parte alla gioia del tuo padrone; il servo pu
certo avere delle gioie; la gioia, la gioia unica, gioia di padrone.
Qui, nessun livellamento verso il basso, il padrone non ha affatto abdicato per rendersi
prossimo, non si fatto servo col suo servo. Allopposto, gli permette di accedere alla
propria altezza, laltezza di tutti quelli che della loro vita hanno fatto la loro propria vita.
Gioia di essere se stessi e tutti diversi di essere se stessi. Mai due doni simili, mai due
uomini simili. Poich ciascuno ha inventato un modo nuovo di essere uomo. Tutti
incomparabili. E fratelli di esserlo.
Questa parabola, in cui un tempo scorgevo una guida della servit ricompensata (ma
mantenuta), rivela contenere un itinerario per venirne fuori, giungere allessere padrone
e al di l dellessere padrone. Poich, alla fine, questa caratteristica di padrone non sar
mantenuta in quanto divario con il servo. Durante lo svolgimento di tale processo, nulla
viene abolito: n la ricchezza, n la gerarchia. Ma ogni signoria, ogni potere del denaro
deliberatamente posto al servizio di una iniziazione delluomo alla gioia: questo luogo
dove si entra insieme.
Una volta ancora non posso esimermi dal pensare alla Genesi, alla felicit e alla
sventura di cui si parla nellEden. Vedo che qui il servo ha scelto la felicit. Non quella
promessa dal serpente, falsa felicit di avere loggetto dellaltro perdendo laltro, falsa
felicit di conoscere laltro con una conoscenza estorta, di eguagliare il dio con il
disprezzo del dio e linvidia di essere come lui. No, lantico servo della parabola ha scelto
laltra felicit: avere quanto dal dio si ricevuto, gioirne, farlo fruttare e farsi riconoscere
dal signore come chi ha potuto stabilire la sua personale signoria; gioia di entrare con
laltro. Charis, in greco, e Eden, in ebraico, vogliono altres dire gioia con laltro,
godimento della relazione, volutt....
Dialogo del padrone e del secondo servo. Cinque uguale a due (seguito)
Si avvicina colui che ha ricevuto i due talenti.
Presenta due altri talenti dicendo:
Padrone, due talenti mi hai consegnato,
ecco, due altri talenti ho guadagnato.
Il padrone gli disse:
Bene, servo buono e affidabile.
Su poco sei stato affidabile;
Su molto ti insedier.
Entra nella gioia del tuo padrone.
Il 2o servo fa al padrone un racconto a quello che aveva appena fatto il primo. Anche lui
non restituisce niente. Presenta al padrone i talenti guadagnati senza restituire i talenti
ricevuti. E la risposta del padrone anchessa esattamente simile. Unica differenza,
come nella prima parte della parabola, il numero di ta- lenti presentati, due e non cinque.
La quantit di questi trattata nel dialogo come era stata trattata nella prima parte
narrativa della parabola: c perch si veda bene che non entra in gioco. Ci che conta
laccoglienza del dono come dono, leminente impiego di tale dono e luguaglianza tra
dono e guadagno.
Il servo che ha ricevuto due talenti e ne ha guadagnati altri due si sente dire le stesse
cose, parola per parola, di quello dei cinque. La stessa approvazione, lo stesso
riconoscimento di affidabilit, la stessa promessa di essere insediato su molto e,
finalmente, lo stesso accesso alla gioia del suo padrone.
Il mondo dei beni, del quantitativo, esiste, ma non esso che conferisce il valore
definitivo; perci chiamato poco. La forza e persino la verit delleconomico sono
relativizzate, poich cinque pu essere uguale a due allorch due permette, al pari di
cinque, che un uomo divenga tale e sia riconosciuto. Leconomico, ovviamente, non
nulla, operato dalluomo, ma non da lui servito. Al contrario, esso serve luomo.
Leconomico si vede qui ordinato a qualcosa di pi grande di lui, cio al simbolico.
In conclusione, lunico servo che resta loggetto. E ha reso il servizio che si pu
attendere nel mondo simbolico dalloggetto: che, grazie a lui, dei soggetti si riconoscano
tra loro (siamo allora tornati al significato primo del termine greco symbolon).
La gioia di padrone, per i servi, ovviamente la fine dei servi; e, finalmente, la fine dei
padroni, poich tutti lo sono...
Assai curiosamente, eccoci arrivati a quelluguaglianza cos ardentemente cercata dai
rivoluzionari, ma per altra via. Invece di mozzare la testa dei padroni, la parabola (e
probabilmente dietro di essa tutta la rivelazione) ha scelto la nobilitazione dei servi. Ci
vuole pi tempo, vero, a fare dei padroni che a disfarsene: forse tutta una vita, dove
invece la ghigliottina non richiede che una frazione di secondo. E se il padrone della
parabola il dio unico, ci significa che ciascuno, sia che riceva molto o poco, riceve
abbastanza per diventare signore di quanto ha ricevuto.
Dialogo del padrone e del terzo servo.
Unipotesi plausibile: il padrone duro
Avvicinandosi anche colui che aveva ricevuto un unico talento disse:
Padrone, io ti conosco, so che tu sei un uomo duro:
che mieti dove non hai seminato,
e raccogli da dove non hai sparso.
Ho avuto paura: sono andato a nascondere il tuo talento nel terreno.
Ecco: tu hai ci che tuo.
Il terzo servo ha dunque creduto e continuato a credere che il talento appartenesse
sempre al padrone. E allorch chiede al padrone di vedere, non come gli altri due
servi, con un: Ecco: io, che comincia a parlare; con un: Ecco: tu... Tu hai ci che tuo
dice restituendo il talento. Nessuna alleanza in questo dialogo.
Tu sei un uomo duro... dice il servo. Non solo un padrone duro. Un uomo duro. L dove
non hai seminato vieni a mietere. Chi dunque che chiede cos limpossibile? Chi
questo padrone assurdo, dalle esigenze esorbitanti? L dove non hai sparso, tu vieni a
raccogliere. Se questo il padrone, laltro pu averne infatti paura. Che differenza fra i 3
servitori nel vedere le cose! C da chiedersi se parlino davvero della stessa persona.
Perch sempre colui che dellaltro nulla ha capito a dirgli: Io ti conosco?
Un indizio della falsit di questa pretesa conoscenza: essa non mai a fin di bene (pu
succedere che si dica di qualcuno per difenderlo: lo conosco, mai avrebbe fatto questo...
Ma, per la precisione, ci vuol dire: so che non - quel cattivo di cui mi parli...).
Il terzo servo non commette forse ancora una volta lerrore che allorigine della colpa?
Rieccoci nellEden, si direbbe. Laggi, luomo e la donna, interpretando il divieto come
privazione di una facolt, hanno creduto che il dio non avesse dato loro la conoscenza
del bene e del male. Molte delle nostre Bibbie lo credono sempre. Da dove lo abbiamo
ricavato? Dalla errata interpretazione del divieto che non stato raffrontato con la
differenza dei sessi. Mentre - evidente non appena ci si pensa - il fatto di essere
differenti implica che non si conosce laltro; non si conosce ci che vuol dire essere un
uomo quando si una donna, n ci che vuol dire essere una donna quando si un
uomo.
Torno al terzo servo. La sua definizione delluomo duro sorprendente: Tu che mieti
dove non hai seminato..., che raccogli [lett.te che sinagoghi] da dove non hai sparso...
Sorprendente. Quanto abbiamo infatti sentito dal padrone con i primi due servi non era
per lappunto che egli semina e sparge? E anche, meglio ancora, che d al suo servo di
che seminare egli stesso? Poi, non soltanto questo padrone non viene a mietere ci che
altri hanno seminato, ma viene a rallegrarsi col mietitore per una mietitura di cui gli lascia
lintera propriet.
Il 3o servo si trova dunque in un altro film, e la cosa pi inquietante per noi che la storia
che egli racconta (che egli si racconta) non manca affatto di verosimiglianza, n di
logica: Tu sei un uomo duro... ho avuto paura....
La sua paura coerente con la sua visione di un padrone al quale il denaro non ha mai
cessato di appartenere. Altrettanto logica la condotta che ne deriva: Sono andato a
nascondere il tuo talento... tu hai ci che tuo.
Che cosa rispondere a chi la pensa cos? Nulla. In ogni caso, nulla che sia dellordine
razionale, tanto plausibile limmagine che egli ha del padrone.
Pi verosimile anche di quella di un padrone (o di un dio) pronto a condividere la sua
sovranit. Chi creder che un dio possa amare a tal punto i mortali?
Anche nellEden, Adamo dice: Ho avuto paura...20 e si nascon- de.
Gen 3,9-10: JMWH Elohim grida al terrestre e gli dice: Dove sei?", egli dice: Ho
sentito la tua voce nel giardino e ho avuto paura; s, IO, sono nudo e mi sono
nascosto.
Mentre luomo e la donna del mito prendono ci che non loro dato, con un errore
rigorosamente simmetrico il 3o servo della parabola non prende ci che gli stato dato.
Nelle due storie, c qualcuno che pretende di conoscere.
Il serpente nellEden lascia intendere che conosce il dio, che il dio si riserva la
conoscenza perch sa bene che luomo diventerebbe suo uguale se giungesse a
impadronirsi dellalbero della conoscenza del bene e del male. Questo discorso del
serpente, con la sua logica, ha avuto ragione di quasi tutti i traduttori e commentatori,
poich la maggior parte delle nostre Bibbie si rifanno a tale lettura. Come fare allora
perch il discorso del serpente non abbia la meglio su tutti i fronti? I pi remissivi
obbediscono al divieto divino perch credono nella menzogna del serpente (Dio si
riserva la conoscenza ed cosa giusta); mentre i pi fieri obbediscono al serpente
trasgredendo il divieto divino per la stessa ragione (Dio si riserva la conoscenza ed
cosa ingiusta). Partita difficile, con un baro che lancia in aria una moneta dicendo: croce,
vinco io; testa, perdi tu. Resta da trovare una terza via, come sempre.
Conoscere laltro o credere in lui
Che dire a chi, come il 3o servo, riceve ci che gli viene dato senza prenderlo, persuaso
che non si voluto darglielo davvero? Che dirgli quando si tratta della vita stessa? Qui,
si tocca un limite del potere della ragione. Se si trattasse di scegliere tra il ragionevole e
lassurdo, la scelta sarebbe semplice. Ma le due visioni del padrone, o del dio, le due
accoglienze del dono sono sensate sia luna che laltra. Nulla, a rigor di logica, in , in ,
pu tra loro spareggiarle. del tutto possibile che il padrone sia buono; altres
possibile che sia duro. Se questo il caso, una disgrazia, sopr.tto se questo padrone
rappresenta il dio della vita.
Tutto dipender da ci che si disposti a credere. Infatti, una credenza anche q.lla del
terzo servo. Credenza tanto pi difficile da cambiare perch essa stessa si ignora come
credenza: si considera una conoscenza dellaltro - Ti conosco, dice.
Ci sono dei saperi, esistono delle vittorie che portano disgrazia nella storia di Edipo. Lo
stesso succede nellEden. Lalbero di cui era vietato mangiare era lalbero della
conoscenza del bene e del male. Se accetto di non conoscere laltro, entrer con lui
nella relazione credere e non conoscere. Questo non conoscere positivo. quando
non conosco laltro che posso credere in lui; e quando credo che solo lui pu dire lui, che
la parola, che la felicit possibile...
Ma se io (credo che) conosco laltro in anticipo, senza di lui, in lui non vedo che ci che
immagino. Ora, sorprendente constatare questo: ci che si immagina dellaltro
oggettivato sempre ci che ci fa paura, ci che ci minaccia. Ma non logico? Se so
laltro, perch lo vedo come oggetto; che cosa sono allora io stesso davanti a lui se
non un oggetto? Infatti, loggetto ci che non si d pensiero di me, ci che non mi
riconosce. Dunque, ci che immagino dellaltro visto come
oggetto-che-non-mi-riconosce non pu essere, per principio, se non qualcosa di cattivo.
O del falso buono, il che lo stesso, come nel caso dellidolo: lui, lui buonissimo e io, io
non sono nulla senza di lui.
Nella relazione con gli esseri umani, nessuna via di mezzo possibile. Bisogna
scegliere: credere o sapere. Da questo sapere laltro che porta sventura, come fare per
uscirne? di questa conoscenza oggettivante e persecutrice che soffre per lappunto il
nostro terzo servo. Ma posso dire che egli soffre, che gi arrivato a riconoscere che
soffre? Che via si aprir per lui, che lo conduca fuori da una conoscenza che egli crede
obiettiva, fuori da una situazione in cui non riconosce la propria sventura?
Tornando al testo, il buon padrone dellinizio adesso delude. Trovo la sua risposta assai
dura:
Il suo padrone risponde e gli dice:
Servo disgraziato e titubante! Tu sapevi
che io mieto dove non ho seminato,
che io raccolgo da dove non ho sparso.
Dovevi dunque depositare il mio denaro
dai banchieri.
E, alla mia venuta, io
avrei ricuperato ci che mio, con un interesse.
Dove compaiono i banchieri
Qui mi trovo ancora davanti a una scelta:
-o, alla fine, il padrone veramente duro. E il servo aveva dunque ragione di
immaginarlo (ma allora, come mai il padrone ha potuto mostrarsi cos diverso coi primi
due servi?);
-o perch il servo ha immaginato che il padrone fosse un uomo duro che questi parla in
tal modo (ma che cerca, parlando cos?).
Questa seconda potrebbe caricarsi di senso se la riporto nellesperienza della cura
psicanalitica. Il padrone accetta di essere preso per chi viene preso dallaltro, di entrare
nella logica stessa del suo interlocutore. Egli accetta il transfert. Riceve cio limmagine
proiettata su di lui senza confondersi con essa. Lo vedo dal piccolo cambiamento che
egli introduce ripetendo le parole del servo. Questi gli aveva detto: Io ti conosco, so che
tu sei un uomo duro.... Il padrone gli risponde: Tu sapevi che io mieto.... Il servo
crede di conoscerlo (come una persona) ma, dice il padrone, non fa che saperlo (come
una cosa o unidea).
Dopo questa prima variazione, il padrone ne introduce una seconda, dicendo a quel
servo disgraziato [cattivo, come si traduce di solito, non che il 2o significato del
termine] e titubante [oppure lento, indeciso. Anche qui, servo pigro, come si traduce di
solito, non che il 2o significato del termine. Quanti giudizi nelle nostre Bibbie!] il primo
passo di sovranit che avrebbe potuto fare.
Il primo passo nellaccettazione dellincredibile dono avrebbe potuto essere di affidarlo
ad altri, a coloro il cui mestiere fare fruttare il denaro. Se a te personalmente ci non
riesce, va a cercare dei professionisti...
Se infatti avesse depositato il talento in banca, il servo sarebbe perlomeno stato
padrone del deposito del dono, non potendo esserlo del dono stesso. Questa ricchezza
sarebbe rientrata nello scambio con laltro. Oltre al denaro guadagnato, linteresse
segreto del deposito sarebbe consistito in questo: sarebbe stato lui, il servo, che
avrebbe scelto il banchiere per il padrone. Il banchiere lo avrebbe ricevuto con
deferenza, come luomo di fiducia del padrone. Il servo sarebbe dunque stato
riconosciuto da qualcun altro come uno stimabile cliente e non pi come un servo. In lui
sarebbe forse iniziata a nascere una nuova visione di se stesso.
La tenebra, la collera e le lacrime:
un altro accesso alla vita
Ecco ci che ordina a proposito del servo sventurato:
Toglietegli dunque il talento,
e datelo a chi ha i dieci talenti.
Nulla di pi ingiusto: togliere a quello che ha ricevuto di meno e non riuscito a
valorizzarlo, per darlo al pi ricco! Eppure, nulla di pi giusto al tempo stesso! Perch
lasciare a quel- luomo quel dono che ha diminuito invece di accrescere, quel dono
ricevuto male che gli si rivolge contro? Il disgraziato non si seppellito lui stesso con il
denaro? Non vive nella paura da quando lo custodisce?
Capisco allora ci che ordina il padrone: si sbarazzi lo sventurato servo di quel dono
indigesto. Capisco persino che faccia consegnare il talento unico a colui che gi
riuscito a digerirne cinque e per il quale uno di pi non sar che un decimo di quanto
possiede attualmente.
Finalmente, la morale di questa storia arriva, paradossale, se non addirittura scandalosa
per chi non ha assolutamente capito il senso di questo testo. Generazioni di cristiani ne
sono rimaste per cos dire scioccate - e le capisco - oppure hanno dovuto pagare un
ulteriore tributo al Super-Io per non esserlo. Questa morale, sulle prime cos
incomprensibile, ricapitola adesso la parabola come labbiamo intesa. Essa conferma la
nostra lettura, perch questultima ci ha esattamente preparato a capirla: quasi
saremmo stati in grado di scriverla...
Ritroviamo infatti in quel solo versetto di morale tutti i personaggi della storia e ci che li
ha coinvolti in questa faccenda: il padrone, luomo che ha ci che ha; poi i primi due
servi, che si sono appropriati del dono e hanno ricevuto ancora di pi; infine, il terzo,
luomo che non riuscito a fare suo quanto aveva ricevuto e ha perduto persino il primo
dono.
Perch a chiunque ha,
sar dato,
e avr del sovrappi.
Ma a chi non ha,
anche ci che ha
gli sar tolto.
S, tutto detto. Perch, lo abbiamo visto, a colui che ha (ci che ha), sar dato e avr in
sovrappi. A colui invece che nulla ha (di ci che ha), anche questo gli verr tolto.
quindi tutto coerente.
Nondimeno, c un residuo a questa storia: quel terzo servo che non ha capito nulla e
resta servo, senza dono e senza gioia.
Ora, enunciata la morale, la storia prosegue, il padrone pronuncia ancora qualche
parola. Consoler luomo sventurato, gli fornir delle compensazioni?
Al contrario! Una volta di pi restiamo sconcertati. Ci aspettavamo adesso un po di
comprensione, di compassione da parte del padrone; ma ecco che va a incrementare la
sua durezza ordinando al suo entourage-.
E il servo inutilizzabile,
gettatelo fuori nella tenebra esteriore:
l sar pianto,
e stridore di denti.
Violenza del padrone; esclusione del povero... Cos penser subito il terzo servo, e
probabilmente anche il lettore. Eppure, a osservare le cose pi da vicino, lordine del
padrone non lo strappa da un mondo di luce per gettarlo nella tenebra. Lo fa passare
dalla tenebra interiore (quella del talento sotterrato che lo rappresenta rintanato nella
paura) a una tenebra nuova, la tenebra esteriore.25
Spesso lespressione tenebra esteriore non pi rilevabile nei testo quando laggettivo
esteriore viene tradotto con lavverbio fuori e quando si fa dire al padrone: Gettatelo fuori
nelle tenebre.
Lesperienza clinica viene adesso in soccorso allesegesi.
Questa tenebra esteriore non il luogo dove i sentimenti rimossi potranno esternarsi in
lacrime e in stridore di denti? La collera interna che gli impediva di credersi degno del
dono potr adesso esternarsi non pi contro di lui, ma apertamente contro laltro. Questa
rabbia (lo stridore di denti) non sar pi nascosta in lui, fissandolo nella condizione di
servo, seppellendolo nella sottomissione e nel timore del padrone. Egli passa da
unesclusione di s da parte di s a unesclusione da parte dellaltro. Per questa, c un
avvenire.
Un servo inutilizzabile e un padrone che non parla pi
Questo itinerario di vita per chi crede ancora nel dio tiranno passando attraverso
lesclusione che salva, questa iniziazione da ultimo rimedio, mi ricorda qualcosa.
Una via diretta di vita attraverso la gioia; una via indiretta attraverso il dolore... e, se non
si trova la prima, si viene espulsi e si fa lesperienza della seconda.
Non siamo forse tornati una volta ancora allorigine, alla prima coppia del mito? Non
sono stati buttati fuori, estromessi anchessi, quando non hanno creduto che il dio aveva
dato loro la conoscenza della felicit e dellinfelicit, quando hanno interpretato il divieto
come privazione di questa conoscenza divina allorch tale divieto ne costituiva
lingresso?
Laccesso alla relazione, e dunque allalleanza, non pu compiersi che col divieto
di mangiare laltro, di prendere il posto dellaltro; diversamente non c pi che ununica
persona; dunque nessuna relazione. una legge fondamentale che noi, credenti o non
credenti, riapprendiamo con ciascuno, tutti i giorni.
Non vengono espulsi dal paradiso quando hanno creduto che il dio non voleva che
fossero pari a lui?
Una volta fuori dellEden, laltro itinerario che viene loro annunciato, vale a dire la vita
in questo mondo, la storia, niente di meno che essa. Itinerario dove si fatica per
guadagnarsi il pane, per generare figli, dove in un certo senso si rischia la morte, ma
dove si annuncia anche la futura vittoria della discendenza umana sul serpente.
NellEden la donna e luomo si appropriano di ci che non veniva loro dato. Mentre nella
parabola il terzo servo non si appropria di ci che gli viene dato. Alla fine, mito e
parabola si risolvono entrambi nello stesso modo: espulsione e pena. La stessa , la
stessa saggezza, non forse operante in questi due testi nati dalla tradizione di Israele?
Un servo inutilizzabile, che cos? A prima vista, qualcuno che non fa ci che vuole il suo
padrone. Ma non nel senso in cui lo si intende abitualmente. Prima dellesclusione del
luogo dove si sotterrava, il terzo servo non poteva accedere alla metamorfosi che il
padrone sperava e che era riuscita cos bene le prime due volte. Questo terzo servo era
inutilizzabile nel senso in cui, per quel padrone, un buon servo colui che, un giorno,
non lo pi. infatti nellaccesso dellaltro alla sovranit e alla gioia che il padrone ha
posto la sua propria gioia e il senso del suo essere padrone.
Il rischio che il servo non aveva osato assumersi - gettare il denaro nella cassa del
banchiere, dice il testo greco - il padrone adesso lo assume: lo fa gettare (stesso verbo)
nella tenebra esteriore. Dopo il ritiro del dono, lesclusione fortemente significata il solo
dono che il padrone possa ancora fare al servo inutilizzabile. Poich la ricchezza e la
gioia non potevano diventare sue, la collera e la pena saranno - nel futuro, il padrone
non pu che sperarlo - il primo modo per lex servo di scoprire di non essere pi del
padrone; i pianti e lo stridore di denti, la 1a cosa di cui forse si approprier. Quando ebbi
posto fine a qs interpretazione, per un istante mi augurai che la parabola non si
concludesse cos brutalmente, ma comunicasse una consolazione allescluso; e al
lettore che con lui si identificato. Che lantico padrone formulasse perlomeno un addio,
un voto dove esprimere la sua speranza che luomo escluso incontri altri uomini che
potranno ascoltarlo e aiutarlo g.te a leggere in modo ci che gli era accaduto. La
parabola meno benpensante di me e pi realistica: il padrone, finch saputo dallaltro
come tiranno, non pu pi dirgli nulla che non alimenti in lui la prova di tale tirannia e non
ritardi la sua propria realizzazione.
UN ACCESSO ALLA GIOIA
Riconoscersi fratelli quando non si dello stesso sangue, che cosa vuol dire? Che
cos la fraternit? Come avviene tra esseri umani, di che cosa vive, di che cosa
muore? Quando morta, la fine, oppure pu vivere di nuovo? Dove porta?
La prima storia di fratelli per noi, gente del medio oriente e doccidente, quella
di Caino e Abele.
Nel corso di precedenti ricerche, ho cominciato a rivisitare i grandi racconti
fondatori: la creazione del mondo; la genesi della coppia umana, cio la
narrazione della non-creazione delluomo e della donna (poich i termini uomo e
donna, in ebraico ish e isha, non compaiono se non al momento del loro
incontro). Avevamo trovato altres che il 1o divieto, di mangiare dellalbero della
conoscenza del bene e del male, pronunciato tra la comparsa di Adamo e quella
di sua moglie, poteva significare: non conoscere laltro come si conosce un
oggetto, nellatto pi dedifferenziante possibile: quello di mangiare.
La prima legge delluomo ci era apparsa cos: tu non mangerai laltro.
In unaltra coppia della Bibbia, Abramo e Sara, avevo scoperto l il primo divieto
del sacrifcio. A questi testi del VT si erano trovati associati testi del NT che non
avevano contraddetto le letture precedenti, tuttaltro, e ne avevano ricevuto una
nuova luce.
Nel quarto capitolo della Genesi scopriamo:
la prima generazione umana (i figli di Adamo e di Eva);
la prima fraternit;
il primo lavoro;
le prime offerte umane al dio;
la risposta del dio a tali offerte, accettando luna e rifiutando laltra, ingiustizia
divina, a quanto pare, che avrebbe comportato:
il primo morto, ma non di morte naturale, poich anche
il primo omicidio.
Un mito illeggibile: locchio nella tomba
il primo dio di Abramo, colui che esigeva lobbedienza fino alluccisione del figlio,
ci era apparso in maniera nuova, grazie al testo esaminato e ascoltato in modo
diverso. Questo primo dio, di nome Elohim (termine plurale in ebraico: gli di), si
era rivelato come labitante non del cielo ma dellimmaginario di Abramo; il dio
unico - JHWH era il suo nome proprio - colui che fermava il braccio del sacrificio,
si era lasciato prendere per quello, in un atteggiamento che comprendevamo
come terapeuti: quel transfert era infatti il mezzo impiegato dal dio per guarire
quel padre dalla sottomissione al monoidolo. Avevamo visto trasformarsi cos la
nostra lettura. Avevamo visto capovolgersi anche i racconti di creazione, quello
del giusto Giobbe e della sua prova, e tante altre pagine bibliche ed evangeliche
di cui avevamo la viva sensazione di aver scoperto perlomeno un altro modo di
leggerle.
Ci che mi impediva di tornare a leggere di nuovo la storia biblica dei due fratelli
era un occhio. Locchio di cui Victor Hugo ha costruito limmagine, e che
perseguita di continuo, dovunque vada, lomicida Caino.3
2 Nel poema La coscienza (La leggenda dei secoli), Caino dopo il suo omicidio vede un occhio
grandissimo aperto nelle tenebre, / e che lo guardava nellombra fissamente... Egli se ne fugge
verso il mare, si nasconde sotto la sua tenda, dietro un muro di bronzo, in una cittadella:
locchio sempre li...
Allora disse: Voglio abitare sotto terra / come in un sepolcro un uomo solitario; / niente pi
mi vedr, nulla pi io vedr. / Fu dunque scavata una fossa, e Caino disse: Bene!./ Poi scese
solo sotto quella volta oscura. / Quando si fu seduto nellombra / e quando sulla sua fronte
venne chiuso il sotterraneo, / locchio era nella tomba e osservava Caino.
Grande occhio di un dio nel contempo interno ed esterno alluomo, nel quale il
nostro poeta ha creduto di vedere la coscienza di Caino; un occhio nel quale la
psicanalisi, felicemente atea di quel tal dio, riconosce la figura persecutrice del
Super-Io. Il Super-Io quel gendarme interiore, traccia della nostra lunga
dipendenza infantile, che ci dice dei tu devi..., dei necessario che tu..., perch ci
d del tu in noi stessi e ci giudica per tutto quel tempo che la ns vera coscienza
non si realizzata.
Lenigma dellofferta rifiutata
Come tutti, conoscevo la storia: due fratelli, uno coltivatore e laltro allevatore di
piccolo bestiame. Un giorno, entrambi presentano unofferta al dio. Ora, mentre
lofferta del secondo, Abele, gradita da questo dio, Caino vede la sua rifiutata.
allora, da questo rifiuto divino di accogliere il dono di uno dei fratelli, che nasce
la celebre gelosia: il primogenito uccide il cadetto.
La domanda non poteva non porsi immediatamente, prima di ogni altra: perch
il dio rifiutava lofferta di frutta di Caino mentre accettava lofferta di bestiame di
Abele? Cercavo invano la risposta. Non la trovavo da me, e nessuno dei numerosi
commentatori che allora lessi mi pareva convincente, perch tutti dovevano per
cos dire uscire dal testo per costruire il loro commento. Che cosa non si scritto,
inventato, per salvare qui il dio da unaccusa di arbitrio! Dal confronto, sotto
laspetto dei valori, tra i due mestieri di Caino e Abele, a vantaggio dellallevatore
(perch?), fino a tutte le supposizioni possibili quanto alla qualit comparata
delle offerte. Abele avrebbe scelto i capi migliori del gregge (i primogeniti),
mentre Caino avrebbe presentato della frutta senza qualit, se non addirittura
avariata...Non comprendevo la storia dei due fratelli. Apparvero 3 servi
La storia del padrone e dei tre servi Una parabola un paragone per mostrare
qualcosa di invisibile che luomo non pu dire direttamente, ma che pu far
comprendere raccontando una storia. Una storia inventata che non capitata n
a te n a me, e che, nondimeno, finir col dire qualche verit per noi.