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ACCADEMIA TOSCANA DI SCIENZE E LETTERE

LA COLOMBARIA

STUDI
CLXXXIV

GABRIELE COSTA

LE ORIGINI
DELLA LINGUA POETICA
INDOEUROPEA
Voce, coscienza e transizione neolitica

FIRENZE
LEO S. OLSCHKI EDITORE
MCMXCVIII
PREMESSA

Ogni ricerca produce dati che rispecchiano le procedure usate


nellosservazione e nella misurazione: i dati con cui giocheremo e a
partire dai quali si svilupper la mia teoria sulle origini della lingua
poetica indeuropea, sono costruiti dal punto di vista di un linguista e
questo dunque , prima di tutto e nonostante tutto, un libro di
linguistica storico-comparativa.
La linguistica si identificata per decenni con il sogno della
ricostruzione dellindeuropeo, una linguistica di giganti che non co-
noscevano discipline ma problemi, e li assaltavano da ogni parte e con
tutti i mezzi possibili Pasquali, Ricordo di J. Wackernagel.
Una delle ambizioni smisurate di questo libro, quella di tornare
ad affrontare i problemi, trascendendo le angustie disciplinari in un
moto di accostamento circolare che coinvolga tutte le diverse anime di
un fare comparazione che vuole essere scioglimento e invenzione di
enigmi e non esibizione e contorcimento di competenze minute e
monocordi. Un nstoj ai padri che non pu dimenticare, tuttavia, la
fine ingloriosa del positivismo fondatore e laffermazione prepotente,
in questo secolo ormai scorso, dello studio del linguaggio come voce
prima delluomo e della sua cultura, consapevole e inconscia, filoge-
netica e individuale.
La linguistica, scrollandosi di dosso le catene di un filologismo
diventato onnivoro quasi quanto laltro instrumentum diaboli il
formalismo logico-matematico, deve rinunciare a ogni pretesa di com-
petizione con le scienze della natura e tornare ad essere consapevol-
mente quello che : una scienza della cultura che altro vuol dire
scienza umana? , debole perch continuamente in cerca delle pro-
prie certezze epistemologiche, perch senza presunzioni di primoge-
nitura tra le altre scienze umane e con lumilt dubbiosa di chi sa
ascoltare voci diverse dal proprio paradigma. Lesigenza insopprimi-
bile di conferme specialistiche aggiornate, che quasi sempre inibisce e

5
PREMESSA

spesso risolve in s la linguistica post-chomskiana, quella stessa


esigenza che rende ai nostri occhi viziati libri come le Origini indeuro-
pee di Devoto vecchi ancor prima di nascere e che qualcuno spaccia
per rigore metodologico o perfino per quella chimera dellio ipertrofi-
co che detta oggettivit Scopino dunque le stanze, per questo lor
signori sono qui! (Xenie di Goethe e Schiller, 60) , andr invece
soddisfatta confinandola innocua nellimpeccabilit della dossografia,
della bibliografia, del metalinguaggio gli unici loci a lei propri ,
impedendole cos di fiaccare a priori il coraggio di essere coerenti
rispetto al fine e non alla via. La linguistica torner forse cos a cercare
creativit e stile nella narrazione, chiarezza nella sintesi, arditezza nei
collegamenti, luminosit negli squarci sullignoto; rinuncer alla con-
tinua glossa del noto e avr per traguardo la felicit di chi, indagato
lindagabile, venera serenamente limperscrutabile e ha posto termine
alla sfrenata, lubrica volont di sapere della ricerca senza fine perch
approdato alla quiete conoscitiva di chi sa una volta per tutte: ha
sciolto lenigma ed giunto tra i misteri.
***
Lenigma affrontato in questo libro altra ambizione smisurata ,
quello della coscienza, argomento caro, tra gli altri, alla nuova
scienza cognitiva fin dai suoi esordi e tuttora, insvelato, al centro di un
confronto pluridisciplinare. Poche, isolate cassandre hanno osservato
che il problema della coscienza una questione da affrontare, attra-
verso lo studio del linguaggio, prima di tutto nella diacronia della
mente. A chi toccato in sorte di vivere dopo lassassinio di ogni
verit perpetrato da Nietzsche, urge la comprensione degli eoni in cui
le verit della coscienza gli dei e i miti erano inconfutabili e
imperiose, pena il ritorno periodico lezione anche questa del secolo
che passa a quei nefasti totalitarismi dellinconscio che limperante
concezione monoteistica e animmaginale del profondo contribuisce
ad allontanare sempre pi dalla soglia della consapevolezza e dalla
narrazione della conoscenza.
***
La scansione del volume divide apparentemente in due parti una
ricerca che , nella realt del mio pensiero, compattamente unitaria: la
cesura, in verit, vuole segnare visibilmente il passaggio dalla ricostru-
zione delle forme alla ricostruzione dei valori. Ritengo che la linguisti-
ca sia di fatto una scienza interpretativa, al pari della storia, della

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PREMESSA

filosofia, dellantropologia, della psicologia, cio delle altre scienze


che si occupano della creazione di significati allinterno di tradizioni e
istituzioni culturali, e dunque che essa non possa sottrarre alle e dalle
proprie indagini lesplicitazione dei valori lideologia insiti nei
sistemi semiotici che ricostruisce, rendendo evidente in tal modo,
attraverso il giudizio sul passato, anche lepistemologia di chi, ricer-
cando, modifica e rimodella i dati della Creatura e consentendo
apertamente, infine, il controllo metagiudiziale di chi, lettore o critico,
si assume il compito della controverifica sperimentale e della falsifica-
zione teoretica.
Il giudizio e il metagiudizio non potranno e non dovranno fondar-
si, tuttavia, n sui geni n sui memi poich lindagine sullEssere ci
preclusa a priori, ma sulla bellezza dellesteriorit ch altro la lingua
non pu dire sulla lingua, sul valore estetico della teoria, essendo la
scienza sempre allinseguimento della spiegazione dellinutilit per il
Pleroma di ci che essa compie, ed essendo la teoria stessa a fissare lo
schema per la sua interpretazione e a stabilire ci che si pu osservare.
***
Il mio debito nei confronti delle altre scienze e degli altri studiosi
che si sono a vario modo occupati del medesimo enigma, grande: la
bibliografia un piccolo pegno ,di memoria e di gratitudine verso una
tradizione di studi laici ma rispettosi della mitopoiesi, che parte
fondante di una civilt che nei suoi momenti pi alti e coi suoi uomini
migliori, ha saputo affrontare la barbarie generata dai propri lombi
con le sole risorse della cultura e dellintelligenza.
Alla stesura di questo libro hanno in parte giovato i due anni di
sobria serenit economica di una borsa di ricerca post-dottorato,
concessami per concorso dallUniversit degli Studi di Firenze, per il
tramite del Dipartimento di Linguistica e nella persona di Carlo
Alberto Mastrelli.
Alcune persone, che per esentare da ogni corresponsabilit non
menziono, hanno letto e criticato, qualche volta aspramente, il testo
prima della sua pubblicazione: a tutti coloro che sanno, il mio ringra-
ziamento pi sentito.
Desidero, infine, eprimere la mia riconoscenza a Francesco Ador-
no, presidente dei Colombi, senza la cui generosit queste pagine
sarebbero rimaste sulla mia scrivania.
***

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PREMESSA

Ho narrato per la prima volta lidea che sorregge la presente


ricerca nellestate del 1988, nella cittadella di Spandau, a quella che
solo molto tempo dopo ho riconosciuto come unapparizione di
Yuc: offro gli anni di questa ricerca a Erwj e a Yuc, come
espiazione per la cecit del mio lgoj e come riscatto per la libert
dei miei sogni dalle catene di Mnhmosnh.
Il libro dedicato agli uomini e alle donne che tanti anni fa,
insieme a me, si sono [] avventurati in un mare irto di pericoli:
sapevamo che a mala pena uno su dieci avrebbe salvato la pelle,
eppure ci avventurammo perch la speranza nei premi superava il
timore delle perdite previste []. Tuttavia, la parola stessa ribellione
divideva lazione del loro corpo da quella dellanima ed essi combat-
terono con riluttanza, costretti, come quando si beve una pozione
amara. Le armi soltanto sembravano essere dalla nostra parte, ma
quanto ai loro spiriti e alle loro anime, la parola ribellione li aveva
gelati come pesci in uno stagno (Shakespeare, Enrico IV, parte II,
atto I, 1, 180 sgg.).
Eppure, la ribellione, lingresso nel bosco, il gustare di nuovo
dellalbero della conoscenza e traversare linfinito, era al tempo stesso
la salvezza e lunica grazia possibile per noi, esseri obbligati a essere
coscienti. Del sacrificio di quegli arditi, che solo la morte dellanima
ferm nellassalto alla vita, unico superstite e unico sconfitto, porto
nel cuore il sangue e lqoj: seguire il sogno e ancora seguire il sogno
e cos sempre usque adfinem (Conrad, Lord Jim, par. XXXV).

Tra Firenze e Tubinga, nellinverno del 96.

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PARTE I

VENTICINQUE ANNI DOPO (1967-1992)


CAPITOLO 1

UN CAPITOLO DI STORIA DELLA LINGUISTICA

A meno che un linguista abbia poca fantasia, non


pu fare a meno di occuparsi di questioni che
collegano la linguistica con lantropologia, la sto-
ria della cultura, la sociologia, la psicologia, la
filosofia e, in modo meno immediato, con la
fisica e la fisiologia.
(E. Sapir)

1
Gli studi sulla lingua poetica indeuropea sono una delle pi belle
realt dellindeuropeistica degli ultimi trentanni. Nel rifiorire genera-
le delle ricerche di linguistica comparata, di qua e di l dagli oceani,
questi studi hanno rappresentato uno sprone acuminato per la ricerca
e un banco di prova efficiente per sperimentare metodologie nuove.
Raccogliere e sistemare la vasta produzione specifica, seguendone
gli sviluppi scientifici e ricostruendone i passaggi intellettuali, equi-
varr allora anche a delineare un capitolo della storia recente della
linguistica.
Poche discipline scientifiche hanno una tradizione cos ricca di
riflessione su di s e sulloggetto delle proprie ricerche come la
linguistica; tuttavia, pochi lavori di linguistica, soprattutto storica,
sono autoriflessivi e metapropositivi: la fedelt al paradigma e alle
scuole dappartenenza, esauriscono spesso lepistemologia nelle note
bibliografiche o in una breve rassegna iniziale dello stato dellarte. Per
converso, sono sempre pi numerosi i lavori di revisione o di messa a
1
Scrivo indeuropeo e non indoeuropeo, non per vezzo eufonico ma per rimanere, fin dalla
denominazione delloggetto d'indagine, nella tradizione di Giacomo Devoto e di Vittore Pisani;
comunque sia, da ora in avanti: indeuropeo = i.e.

11
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

punto di una specifica questione teoretica; il tutto, in perfetta sintonia


2
col paradigma del paradigma fissato da Thomas Kuhn.
Nella prima parte della presente ricerca, con una cadenza che
vorrebbe favorire pi la riflessione del lettore che non indicare unine-
sistente progressione geometrica della dottrina, tenter invece di
tenere insieme i due aspetti della questione, quello metodologico e
quello fattuale, preparando cos i dati e gli strumenti con cui elaborare
e sostenere, nella seconda parte, una teoria che tenti di trarre la lingua
poetica i.e. dalle nebulose dellinterspazio tra lipotesi linguistica e la
realt preistorica e proto-storica, cos come siamo in grado attualmen-
te di pensarla.
Per le scelte operate e per i giudizi espressi, questa ricostruzione
preparatoria potr apparire parziale e idiosincratica; ci dovuto
forse al fatto che laffabulazione induttiva della narrazione, nella
prima parte di questo volume, non che un mero espediente lettera-
rio; mentre deduttivamente la mia teoria precede, e in qualche
modo quindi inevitabilmente orienta, la mia visione degli studi prece-
denti, anche se certamente non ne prescinde.
Ho cercato invece di essere esauriente e imparziale, nei limiti
concessi agli umani, nella Rassegna critica (III,5) contenuta nella terza
parte: in questa raccolta e commentata, e la consultazione facilitata
dalle Sinossi tematica (III,5,2) e cronologica (III,5,3), lintera produ-
zione scientifica sulla lingua poetica i.e. pubblicata nei venticinque
anni dopo Dichtung und Dichtersprache in indogermanischer Zeit di
Rdiger Schmitt, cio dal 1967 al 1992, cos come sono stato in grado
3
di reperirla.
Essa rappresenta, pertanto, laccesso migliore alla tematica del
presente volume, anche se la sua lettura pu essere rinviata alla fine o
diluita nel tempo, ogni qual volta il testo rinvii ad essa, attraverso un
sistema di citazioni e note spiegato alle pagine 333-4.
possibile, insomma, leggere questo volume seguendo almeno
tre diversi percorsi: I) dallinizio alla fine, per le persone normali; II)
partendo dalla Bibliografia per tornare poi, dopo aver verificato se

2
Di TH. KUHN si vedano soprattutto: The Structure of Scientific Revolutions, Chicago
1970, IV ed., trad. it. Torino 1978 e The Essential Tension, Chicago 1977, trad. it. Torino 1985.
3
Com noto, la gran parte delle riviste scientifiche esce in realt con uno, due, a volte
perfino tre anni di ritardo rispetto all' anno fittiziamente indicato in copertina: il termine del
1992 dunque da intendersi come riferito a tutto ci che nominalmente stato pubblicato fino a
quellanno: vd. III,5,1 Avvertenza, p. 433.

12
1 UN CAPITOLO DI STORIA DELLA LINGUISTICA

sono stati citati i propri lavori, al primo percorso, per i professori


universitari; III) leggendo direttamente la seconda parte e sfogliando
il rimanente, per quei sei o sette studiosi al mondo che la ricerca sulla
lingua poetica i.e. lhanno scritta di persona.
Come disse Goethe, il 24 febbraio del 1784, inaugurando un
nuovo pozzo della miniera di Ilmenau: Se cos vi piace, andiamo.

1. 1. I PRECEDENTI

Le prime ricerche sulla poesia i.e. risalgono agli inizi della seconda
4 5
met dell800, a quando Adalbert Kuhn, nel 1853, confront per la
prima volta la formula omerica kloj fqiton con quella vedica rvo
kitam, un confronto che ha orientato e in qualche modo incentrato
su di s lintera ricerca e su cui, come vedremo, la discussione tuttora
aperta. il termine indogermanische Dichtersprache fu coniato invece
6
da Adolf Kaegi nel 1881, quando gi erano apparsi, seppure in lavori
quasi sempre dedicati precipuamente ad altro, diversi e importanti
7
confronti poetici tra lingue i.e. infatti caratteristica comune a quasi
tutte le osservazioni sulla lingua poetica i.e. pubblicate fino alla met
del 900, quella di essere sparse in ricerche diversamente ispirate o

4
Il primo capitolo di R. SCHMITT, 1967a (pp. 6-60), dedicato a un esame, minuzioso e
attento, dei contributi apparsi fino al 1963 (lo studioso awerte in una nota 338 a p. 60 di non
aver potuto aggiornare alla data della pubblicazione, per motivi tecnici, il I capitolo, ma di averlo
potuto fare per i capitoli successivi): rinvio a questo lavoro per la storia degli studi precedenti e
alle numerose, belle recensioni sono tutte reperibili nella Rassegna critica (III, 5), alle pp.
440-476 che gli sono state dedicate, per le poche integrazioni necessarie; per un orientamento
sugli studi del decennio seguente, vd. M. DURANTE, 1976, cap. I e E. CAMPANILE, 1977, cap. I;
sulla congerie culturale e sulla prassi metodologica della linguistica ottocentesca, dopo gli
importanti studi di S. Timpanaro, si possono vedere con profitto, tra gli ultimi, MARIA PATRIZIA
BOLOGNA, Ricerca etimologica e ricostruzione culturale. Alle origini della mitologia comparata,
Pisa 1988 e K. KOERNER, The Natural Science Background to the Development of Historical-
Comparative Linguistics, in H. AERSTEN R. J. JEFFERS (eds.), Historical Linguistics 1989. Papers
from the 9th International Conlerence on Historical Linguistics (Rutgers University: 14-
18/8/1989), Amsterdam-Philadelphia 1993, pp. 1-24.
5
Cfr. A. KUHN, Ueber die durch nasale erweiterten verbalstmme, KZ 2 (1853), p. 467.
6
Cfr. A. KAEGI, Der Rigveda, die lteste Literatur der Inder, Leipzig 1881, II ed., p. 128; vd.
anche R. M. MEYER, Alte deutsche Volksliedchen, ZDA 29 (1885), p. 234 e ID., Die altgerma-
nische Poesie nach ihren lormelhaften Elementen beschrieben, Berlin 1889, p. 516.
7
Per esempio in R. WESTPHAL, Zur vergleichenden metrzk der indogermanischen vlker,
KZ 9 (1860), pp. 437-458; W. SONNE, Sprachliche und mythologische untersuchungen, angek-
nplt an Rigv. I, 50, KZ 15 (1866), p. 378; A. WEBER, Zweites Buch des Atharva-Samhit, IS
13 (1873), p. 208.

13
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

finalizzate, e ci almeno fino alla conferenza, tenuta nel 1932 ma


pubblicata postuma nel 1943, di Jacob Wackernagel intitolata appun-
8
to Indogermanische Dichtersprache.
Dopo gli entusiasmi suscitati dalle prime scoperte, spesso confer-
mate dalle indagini successive, contribuirono a mantenere gli studi sulla
lingua poetica ai margini della ricerca, dapprima, il generale discredito
in cui globalmente caddero le ricostruzioni sugli aspetti storico-
culturali del mondo i.e. e questo gi sul finire del secolo scorso , poi,
il definitivo affermarsi della dottrina neogrammatica, un paradigma
scientifico in cui oramai si pu dire senza temere scomuniche si
intrecciavano, tra laltro, le istanze di rigore metodologico e i pregiudizi
antiletterari. Lassenza di lessemi di diffusione panindeuropea sullatti-
vit poetica, fu laltra causa anche questa intrinseca a un metodo che
faceva della comparazione lessicale il suo fulcro ricostruttivo che
contribu alla scarsa fortuna degli studi sulla lingua poetica i.e.
E tuttavia, anche se come nascosto dalla riservatezza di un pudore
virile di ricerca dura e pura, linteresse per queste indagini non mai
9
scemato del tutto, attingendo nuovo vigore anche dalla definizione,
che10V. Pisani considerava alla base degli studi sulla lingua poetica
i.e., di H. Hirt del 1927: senza dubbio al tempo della protolingua vi
sono state poesie di ogni genere, e cos vi sono state gi allora almeno
due lingue diverse che influivano luna sullaltra, la lingua comune e
11
quella della poesia.
Nellimmediato secondo dopoguerra, altri importanti confronti
poetici appariranno in lavori dedicati, come spesso anche nel passato,

8
apparsa in Philologus 95 (1943), pp. 1-19 (= Kleine Schriften, Gttingen 1953, vol. I,
pp. 186-204), nello stesso anno di H. H. SCHAEDER, Auf den Spuren indogermanischer Dichtung,
WL 18 (1943), pp. 82-85; per un commento alle diverse posizioni dei due studiosi, vd. R.
SCHMITT, 1967a, pp. 43-44.
9
In un cursorio ordine cronologico, ricordo: W. SCHULZE, Etymologisches, SbKPAW
Jahrgang 1910, Berlin 1910, pp. 787-808 (= Kleine Schriften, Gttingen 1933, pp. 111-130); J.
WACKERNAGEL, Indoiranica. 9. Zum Dualdvandva, KZ 43 (1910), pp. 295-298 (= Kl. Schr. cit.,
pp. 280-283); K. BRUGMANN B. DELBRCK, II, 3, (StraEburg 1916), p. 893; A. MEILLET, Les
origines indoeuropennes des mtres grecs, Paris 1923; H. LOMMEL, Eine Beziehung zwischen
Veda und Edda, ZDA 73 (1936), pp. 245-251; F. SPECHT, Eine altind. germ. Auffassung des
Heilvorganges, KZ 65 (1938), pp. 208-210; P. THIEME, Der Premdling im Rgveda. Eine Studie
ber die Bedeutung der Worte ari, aryaman und arya, Leipzig 1938; E. SCHWYZER, Die Parenthese
im engern und weitern Sinne, APAW , Jahrgang 1939, Phil. hist. Klasse, Nr. 6, Berlin 1939,
pp. 10 sgg.
10
Cfr. V. PISANI, 1966, p. 106.
11
Cfr. H. HIRT, vol. I, p. 124; la traduzione tratta dall'articolo di V. Pisani citato nella
nota precedente.

14
1 UN CAPITOLO DI STORIA DELLA LINGUISTICA

12 13
allindoiranico, o al germanico; ma agli inizi degli anni sessanta
che cominciano a crescere sia lesigenza di allargare la base compara- 14
tiva delle ricerche, coinvolgendo cos nelle indagini altre lingue i.e.,
sia la necessit di una migliore comprensione della specificit del
linguaggio poetico i.e.,
15
delle figure e dei procedimenti stilistici che a
questo erano propri. 16
I tempi, insomma, erano oramai maturi perch qualcuno racco-
gliesse il materiale disperso in tanti rivoli e tentasse la prima definizio-
ne di un quadro dinsieme di quel che fino ad allora si era venuti
indagando e scoprendo.

1. 2. LA SVOLTA: IL VOLUME DI RDIGER SCHMITT


Nel 1966, cominciarono a circolare tra gli studiosi pi noti, le
copie di una Inaugural-Dissertation, presentata lanno precedente

Cfr. H. LUDERS, Varula, aus dem Nachla hrsg. von L. Alsdorf, Gottingen 1951-59,
12

voll. I-II; P. THIEME, Studien zur indogermanischen Wortkunde und Religionsgeschichte, Berlin
1952; di questultimo vanno ricordati anche Die Wurzel vat, in Asiatica. Festo Fr. Weller, Leipzig
1954, pp. 663 sgg. e Vorzarathustrisches bei den Zarathustriern und bei Zarathustra, ZDMG
107 (1957), pp. 67-104; F. B. J. KUIPER, Svvi-, S I. 52. 5a, 14c, IIJ 4 (1960), pp. 259-263.
13
Cfr. B. SCHLERATH, Zu den Merseburger Zaubersprchen, in II. Fachtagung fr indoger-
manische und allgemeine sprachwissenschaft, Vortrge und Veranstaltungen, IBK Sonderheft 15
(1962), pp. 139-142, che riprende A. KUHN, Indische und germanische segensprche, KZ 13
(1864), pp. 49 sgg. e 113 sgg. e G. EIS, Der lteste deutsche Zauberspruch, FF 30 (1956), pp.
105 sgg. (poi in lo., Altdeutsche Zaubersprche, Berlin 1964).
14
Tra cui lo slavo e il celtico, fino a quel momento trascurati in questo tipo di ricerche: vd.
R. JAKOBSON, Slavic Epic Verse: studies in Comparative Metrics, OSlP 3 (1952), pp. 21-66 (=
ID., Selected Writings, The Hague Paris 1966, vol. IV, pp. 414 sgg.; C. WATKINS, Indo-
European Origins of a Celtic Meter, Poetics (1961), pp. 97-111 e ID., Indo-European Metrics
and Archaic Irish Verse, Celtica 6 (1963), pp. 194-249.
15
Sono di quegli anni, infatti, le prime ricerche di M. DURANTE sugli stilemi della lingua
poetica greca, visti alla luce di unaccorta comparazione i.e.: Il nome di Omero, RaLinc 12
(1957), pp. 94-11; Epea pteroenta. La parola come cammino in immagini greche e vediche,
RaLinc 13 (1958), pp. 3-14; Ricerche sulla preistoria della ligua poetica greca: la personificazio-
ne, ibid., pp. 366-379; Vedico sumn-, greco mnoj, RaLinc 14 (1959), pp. 388-398; Ricerche
sulla preistoria della lingua poetica greca. La terminologia relativa alla creazione poetica, RaLinc
15 (1960), pp. 231-250; Appendice: la gloria poetica e la sfragj, ibid., pp. 224-226; Saggio sulla
lingua poetica greca, Palermo 1960; Ricerche sulla lingua poetica greca. Lepiteto, RaLinc 17
(1962), pp. 25-43.
16
Non si pu non ricordare per, con M. DURANTE, 1976, p. 6 nota 3, come nelle due pi
importanti opere sull'indeuropeo e sugli Indeuropei apparse in quel periodo G. DEVOTO,
Origini indeuropee, Firenze 1962 e E. BENVENISTE, Le vocabulaire des institutions indo-
europennes, Paris 1969 , non vi sia menzione alcuna della lingua poetica i.e.; vd. per O.
SCHRADER A. NEHRING, vol. I, pp. 187 sgg.

15
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

allUniversitt des Saarlandes, di un allievo


17
di Karl Hoffmann e di
Manfred Mayrhofer, Rdiger Schmitt; questo lavoro Studien zur
indogermanischen Dichtersprache, sostanzialmente immutato, conflu
poi nel volume, pubblicato dalleditore Harrassowitz di Wiesbaden
nel 1967, intitolato Dichtung und Dichtersprache
18
in indogermanischer
Zeit, costituendone i primi sei capitoli.
Limportanza della ricerca di R. Schmitt non sfugg a Vittore
Pisani, che recens il libro, gi nella sua prima versione, parziale e
dattiloscritta, sullArchivio Glottologico Italiano, la pi antica e pi
19
importante rivista italiana di linguistica. A conferma della maturit
dei tempi a cui accennavo prima e della sensibilit del grande studioso
milanese per una tematica vicina alla sua concezione dellindeuropeo,
bisogna poi menzionare il fatto che nello stesso anno, il 1965, delle
studien di R. Schmitt, si era laureata una sua allieva, Luciana Forabo-
schi Porrino, con una tesi intitolata Studi sul linguaggio poetico indeu-
20
ropeo.
Il volume di R. Schmitt costituisce un esempio ammirevole di quei
lavori a cui ci ha abituato la scuola tedesca quei lavori dove dentro
ci trovate tutto, ma proprio tutto, anche lombrello se ve lo siete
dimenticato in biblioteca, si racconta che fosse solito dire Giorgio
Pasquali e senza i quali lesercizio della nostra scienza sarebbe forse
pi divertente ma certo anche meno solido.
Esso rispose pienamente e esaurientemente alle esigenze diffuse
di avere raccolta e sottomano la produzione scientifica precedente e
consent per la prima volta una definizione precisa degli ambiti din-
dagine allinterno dei quali si era mossa la ricerca, una verifica coeren-
te nel loro insieme dei risultati raggiunti, la possibilit di individuare
nuovi filoni dindagine.
Si tratta insomma di un lavoro fondamentale e in qualche modo
definitivo: definitivo perch costituisce lo spartiacque, necessario e

17
R. Schmitt attualmente docente a Saarbrcken; dopo i lavori dedicati alla lingua
poetica i.e. (cfr. R. SCHMITT, 1967a, 1967b, 1968, 1969, 1973), si dedicato soprattutto allo
studio delliranico e dellarmeno.
18
Cfr. R. SCHMITT, 1967a, Vorbemerkung.
19
Cfr. V. PISANI, 1966, pp. 105-122; anche larticolo del 1968(b) di Federico Albano Leoni
parte dalla prima redazione del libro di R. Schmitt.
20
Cfr. V. PISANI, ibid., p. 105; la tesi della Foraboschi Porrino fu pubblicata poi nei
Rendiconti dellIstituto Lombardo (cfr. EAD., 1969, pp. 49-77); non conosco altri lavori di
questa studiosa, perlomeno di argomento simile; unaltra tesi sullo stesso argomento, del 1949
ma rimasta purtroppo inedita, segnalata da R. LAZZERONI, 1968, p. 222.

16
1 UN CAPITOLO DI STORIA DELLA LINGUISTICA

benvenuto, tra un accostamento alla problematica della lingua poetica


i.e. che si potrebbe definire classico e un accostamento epistemologi-
camente pi agguerrito e moderno che quello degli studi successivi;
fondamentale perch tutto ci che verr dopo non potr e non vorr
prescindere da questo lavoro di R. Schmitt.
Lo studioso non si limit tuttavia a raccogliere la produzione
preesistente, ordinata cronologicamente, come si detto, nel I capito-
lo del volume; nei capitoli successivi, ampliandola, seppure in misura
21
minima, con la giunta di dati tratti da uno spoglio personale, diede
una sistemazione per generi letterari della documentazione, tentando
una prima classificazione unitaria e sistematica del fenomeno indaga-
to.
Alcune osservazioni critiche particolari emergeranno nel paragra-
fo seguente esaminando le recensioni dedicate al volume, qui mi
soffermer sugli aspetti generali del tentativo descrittivo operato da R.
Schmitt.
Pur avvertendo che la sua distinzione per generi soprattutto un
22
espediente classificatorio, Schmitt divide la poesia i.e. in poesia
eroica (cap. II e III), poesia mitologica (cap. IV), poesia sacrale (cap.
V), poesia degli incantesimi (cap. VIII) e poesia di genere indefinibile
23
(cap. VI); lo studioso evince lesistenza dei vari generi letterari di
epoca i.e. dal significato di alcune delle formule comparate, per
esempio lesistenza di un genere epico dalle formule sulla gloria
immortale, ridistribuendo poi le formule stesse allinterno dei generi
individuati, salvo quelle che per il loro significato generico o fuori
schema vengono ricondotte al genere indefinibile del cap. VI.
Pi che il discutere a quale genere appartenga questa o quellaltra
formula, come fanno taluni dei recensori, a me pare discutibile e
scarsamente condivisibile il principio stesso adottato da Schmitt:
leterogeneit dei testi che conservano le formule comparate tale,
per diversit cronologica, per lontananza delle rispettive finalit cultu-
rali, per tipologia letteraria che cosa hanno in comune i poemi
omerici e gli inni vedici dal punto di vista del genere letterario? , che
lattestazione di una stessa formula appunto in Omero e nei Veda,

21
Cfr. R. SCHMITT, 1967a, p. 4.
22
Cfr. ivi, p. 317.
23
Gli altri capitoli sono dedicati agli elementi formali della lingua poetica i.e. (VII), al
poeta e il suo canto (IX) e alla metrica i.e. (X).

17
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

tutto pu significare tranne che da essa sia possibile estrapolare un


24
genere letterario di epoca i.e.
Al pi, ma si tratta di ben altra questione, col principio adottato
da Schmitt sarebbe posssibile ipotizzare, e anche questo eventualmen-
te con tutte le cautele richieste da una prassi che non ha mai avuto una
consistenza teoretica definitivamente affidabile, lesistenza di campi
semantici poetici, di temi narrativi intorno a cui, forse, si sviluppava-
no forme di poesia che comunque nulla condividevano delle scansioni
storico-letterarie proprie di una letterariet che non solo moderna
cio: propria alla cultura occidentale a partire dalla civilt classica
ma soprattutto scritta.
Il punto pi debole, a mio avviso, delle argomentazioni sottese al
tentativo di Schmitt di classificazione dei confronti raccolti, proprio
questultimo: lo studioso, dopo aver adottato la genericissima defini-
25
zione di lingua poetica di M. Leumann la lingua poetica un
possesso linguistico collettivo nel quale i singoli poeti possono sceglie-
re a loro arbitrio, [ovvero] la formula linguistica collettiva di una
comunit spirituale e aver dichiarato che parla selbstverstndlich!
26
di poesia orale, in realt trascura le specificit proprie della
27
letteratura orale, sovrapponendo a frammenti di testi orali delle
griglie interpretative concepite per la letteratura scritta, e applicando-
le comunque a partire dalluso di un principio euristico tautologico e
circolare che attribuisce valenza tipologico-letteraria alla significazio-
ne extra-contestuale di formule che, a ogni evidenza le loro attesta-
zioni! , paiono disponibili a pi e diverse realizzazioni poetiche, e
che riclassifica poi le medesime formule sulla base di astrazioni estra-
polate dalle stesse.
Loperazione tentata da Schmitt pare dunque viziata da un difetto
logico iniziale tale da pregiudicarne i pur apparentemente ragionevoli
risultati ottenuti e questo anche senza leggerla alla luce delle nostre

24
Vd. A. BLOCH, 1968; anche E. CAMPANILE, 1990c, p. 107, scettico sulla possibilit di
ricostruire generi letterari di epoca i.e. ma con altre motivazioni: torner pi avanti sullargo-
mento.
25
E cos la pensava anche V. PISANI, 1966, p. 106, da cui prendo la traduzione del passo di
M. Leumann, mentre il rinvio bibliografico in R. SCHMITT, 1967a, p. 1.
26
Cfr. R. SCHMITT, 1967a, pp. 314 sgg.
27
Invito per ora il lettore a contentarsi di questa definizione provvisoria della lingua
poetica i.e.: anche su ci torner pi avanti.

18
1 UN CAPITOLO DI STORIA DELLA LINGUISTICA

attuali, pi affinate, competenze: gli studi e di Milman Parry e della


sua scuola erano noti infatti anche allora.
La questione, per, pi complessa e riguarda in generale lacco-
stamento a questo tipo di ricerche che prima ho definito classico e di
cui Schmitt in qualche modo davvero lultimo e supremo epigono:
lerrore di fondo sta nellaver applicato uno strumento il metodo
comparativo senza averlo ritarato, cio senza averne ridefinito i
limiti operativi e le reali valenze euristiche e nellaverlo applicato a un
dominio letterario e poetico la cui indagine non scindibile dal
contesto storico-antropologico, culturale nel senso pi ampio del
termine, in cui detto dominio viveva, cos come si soliti fare per la
fonetica o la morfologia e anche qui: ma sar poi vero che se ne pu
astrarre impunemente?
28
Come osservava V. Pisani, quel che continua ad agire sullo
sfondo di ci, il mito, di memoria schleicheriana, dellindeuropeo
come tutto dun pezzo; una concezione che sovrintende alle ricerche
29
sulla lingua poetica i.e. fino a Schmitt compreso.
In conclusione, dunque, il mio giudizio su Dichtung und Dichter-
sprache in indogermanischer Zeit, che si tratti, lo ripeto, di un libro
che soddisfa appieno le esigenze di raccolta critica della sparsa produ-
zione precedente ma che al contempo mostra, soprattutto nellim-
pianto interpretativo generale adottato dal suo Autore, anche i limiti
raggiunti da un accostamento scientifico alla lingua poetica i.e. non
pi in grado di soddisfare le esigenze di analisi pi approfondite poste
dal materiale stesso e dal progredire degli studi.

1. 3. LE RECENSIONI

Il volume di R. Schmitt ebbe unaccoglienza immediata e com-


30
plessivamente favorevole, anche se, curiosamente, non recensirono
il suo lavoro proprio coloro i quali pi di tutti, come M. Durante, si
erano occupati del medesimo argomento.

28
Cfr. V. PISANI, 1966, p. 108.
29
Con leccezione del solo Marcello Durante, come vedremo.
30
Le recensioni di R. SCHMITT, 1967a, a me note, sono di: A. BLOCH, 1968; R. HIERSCHE,
1969; J. GONDA, 1969; R. LAZZERONI, 1968; F. LOCHNER-HUTTENBACH, 1969; V. PISANI, 1966,
1968; E. RISCH, 1969a; A. SCHERER, 1968; F. R. SCHRDER, 1968; sono sostanzialmente recensio-
ni anche gli articoli di H. HUMBACH, 1967, F. ALBANOLEONI, 1968b e J.J.S. WEITENBERG, 1969.

19
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

Nellinsieme, i recensori, dopo aver salutato lopera come neces-


saria e utile, lodarono lacribia dellAutore nella raccolta del materiale
3l
e delle opinioni, raccolta che ai pi parve completa e discussa con
equilibrio e onest intellettuale; fu poi accolta positivamente anche la
gran parte delle nuove proposte di confronti istituiti da Schmitt
32
stesso.
Alcuni critici rilevarono tuttavia, a ragione, lassenza sostanziale
dal campo delle lingue indagate, non solo dagli studi precedenti ma
33
anche dalle ricerche di Schmitt, dellittita, del balto-slavo e del
34
celtico, cos come la mancanza di approfondimenti sul ruolo e la
funzione del poeta nella societ i.e., sulle tecniche stilistiche e sullispi-
35
razione.
Altri studiosi mossero per a Schmitt obbiezioni di portata pi
vasta e tali da mettere in discussione questioni fondamentali; tra
queste le pi importanti mi sembrano:
1) i confronti poetici proposti rinviano a una parentela genetica o
a unaffinit elementare e tipologia (cfr. H. Humbach, 1967)?
2) si deve parlare di lingua poetica pan-indeuropea o solo greco-
aria (cfr. F. Albano Leoni, 1968b)?
3) quale lo sfondo concreto e reale della lingua poetica i.e.
(cfr. V. Pisani, 1966, p. 107)?
Va innanzitutto osservato, per, che se da una parte non si pu
chiedere a un lavoro, nemmeno a un lavoro indubbiamente ampio e
per molti aspetti ben fatto come quello di Schmitt, di risolvere e di

31
Non cos per l'indianista olandese Jan Gonda, che nella sua severa recensione (cfr. J.
GONDA, 1969, pp. 308-9) segnal, oltre a diversi passi della propria sterminata produzione
trascurati da Schmitt, qualche lavoro che era sfuggito allo studioso, tra cui J. PORTENGEN, De
oudgermaansee dichtertaal in haar ethnologisch verband, Diss. Leiden 1915 e W. CALANO, A
Rhythmic Law in Language, AOL 9, pp. 9 sgg.; due assenze italiane di rilievo, sono segnalate
da R. LAZZERONI, 1968: G. PASQUALI, Preistoria della poesia romana, Firenze 1936, rist. Firenze
1981 (con la giunta di un lungo e appassionato saggio di S. TIMPANARO: Pasquali, la metrica, e la
cultura di Roma arcaica) e T. BOLELLI, Due studi irlandesi, Pisa 1950; altre integrazioni bibliogra-
fiche in F. LOCHNER-HTTENBACH, 1969, p. 203.
32
Cfr. ad es. E. RISCH, 1969a, p. 323 e F. R. SCHRDER, 1968, p. 454.
33
Cfr. E. RISCH, 1969a, p. 324.
34
Cfr. R. LAZZERONI, 1968, p. 227.
35
Cfr. J. GONDA, 1969, p. 309 e R. HIERSCHE, 1969, p. 234; francamente inconsistenti mi
paiono invece le accuse a Schmitt di prolissit e ripetitivit nell'esposizione (cfr. E. RISCH, 1969a,
p. 323 e J. GONDA, 1969, p. 309); in quasi ogni recensione, sono presenti poi discussioni su
singoli punti dell'opera di R. Schmitt: poich non apportano dati nuovi, mi permetto qui di
tralasciarle, rinviando alle singole note della Rassegna critica (III,5).

20
1 UN CAPITOLO DI STORIA DELLA LINGUISTICA

spiegare tutto, dallaltra bisogna pur dire che le domande ora menzio-
nate assumono un senso, la possibilit stessa di essere formulate,
proprio a partire dallesistenza di unopera di raccolta e di sintesi
come quella fatta dallo studioso tedesco. Intendo dire con ci che pi
che rilievi critici, le questioni poste dagli studiosi sopra citati, rappre-
sentano, e come tali vennero accolte dalla comunit scientifica e in
particolare da coloro che in seguito si occuparono dello stesso argo-
mento, lindicazione di possibili temi per indagini ulteriori, temi che la
ricerca avrebbe dovuto affrontare proprio a partire dai risultati rag-
giunti da R. Schmitt.
A pi di venticinque anni di distanza, le risposte a quei quesiti,
diventati nel frattempo veri e propri filoni dindagine sulla lingua
poetica i.e., possiamo, come si vedr oltre, formularle in maniera
sicura su una base di dati ampia e acquisita e tuttavia, anche con ci
che si sapeva allora, era gi possibile dare qualche risposta non
interlocutoria.
La risposta migliore al quesito in 1) il volume stesso di Schmitt:
la messe dei confronti raccolti tale, per quantit e qualit, da
escludere, una volta per tutte, che essi siano dovuti a una comunanza
tipologica tra testi poetici appartenenti a generi letterari simili; pari-
menti da escludere, per la raffinatezza e la consapevolezza poetologica
che intrinsecamente i testi dimostrano, lipotesi che questi confronti
vadano attribuiti a una presunta elementarit delle forme del pensiero
36
poetico primitivo.
37
Al quesito in 2) si pu intanto rispondere, come stato fatto, che
la prevalenza dei confronti greco-arii, allinterno del materiale raccolto
da Schmitt, dovuto prima di tutto allestrema antichit delle due
tradizioni letterarie, poi al fatto contingente che molti tra gli studiosi
che si sono occupati di lingua poetica i.e. erano grecisti o indianisti di
formazione, infine che laver trascurato le altre tradizioni linguistiche
i.e. qualcuna anche perch non ancora scoperta: littita! ,
appunto uno dei limiti pi vistosi delle ricerche condotte fino ad
allora. Ci non toglie, ma un aspetto che verr chiarito negli anni

36
Com noto, luso, in linguistica comparata, del concetto di Elementarverwandtschaft
risale a Hugo Schuchardt; esso appartiene a un armamentario di nozioni (Lvy-Bruhl, Boas ecc.)
superato dalla ricerca antropologica e storico-religiosa da decenni; a questo proposito si veda la
stroncatura impietosa di Giulia Piccaluga (in SSR I (1975), pp. 391-5) dei volumi di M.
Durante (1971 e 1976).
37
Cfr. E. CAMPANILE, 1977, p. 34, nota 55.

21
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

seguenti soprattutto dalle ricerche di Marcello Durante, che dovette


esistere ma allinterno di una comune eredit di origine i.e. una
stretta vicinanza di rapporti poetici tra coloro che poi saranno i
Greci e gli Arii.
Al quesito in 3) quali erano lo status, le funzioni, il ruolo del
poeta e della poesia nella societ i.e. , allo stato delle conoscenze nel
1967, era effettivamente difficile dare una risposta: molto rimaneva
ancora da indagare e, specialmente, rimaneva quasi tutto da fare un
lavoro di vaglio storico-culturale su quel che si era gi individuato; n,
peraltro, ai pi parve plausibile che dai risultati raggiunti da Schmitt,
38
si potesse trarre una conferma delle note ipotesi di Vittore Pisani
sulla formazione delle pi antiche lingua e societ indeuropee, quelle
da me chiamate protosanscrita e protobrahmanica [come] fusione
di elementi nomadi e cavalieri provenienti dallAsia sud-occidentale e
39
di elementi caucasici imbevuti di civilt mesopotamica.
Ritengo che queste indicazioni formulate ora da me ma che
lAutore, prudentemente, nei suoi Epilegomena prefer non formaliz-
40
zare, lasciandole, come osserv R. Lazzeroni, come implicite in ogni
pagina del libro siano le conclusioni pi importanti raggiunte dal
volume di R. Schmitt; un volume che ebbe comunque un merito
indiscutibile: quello di far uscire gli studi sulla lingua poetica i.e. da
quella sorta di marginalit in cui erano rimasti confinati per pi di
cento anni e di farli entrare, definitivamente e stabilmente, nel novero
41
riconosciuto dei campi dindagine dellindeuropeistica.

1. 4. LA MODA
42
Negli anni successivi, sulla scia del successo ottenuto da Schmitt
e dellinteresse suscitato da un campo di studi che per tanti rappre-

38
Non intendo liquidare le teorie di V. Pisani cos sbrigativamente: su alcune di quelle che
a me paiono sue divinazioni, torner pi avanti nel presente lavoro.
39
Cit. da V. PISANI, 1966, p. 107.
40
Cfr. R. LAZZERONI, 1968, p. 228.
41
R. Schmitt torn su argomenti di lingua poetica i.e., in parte gi trattati nel suo volume,
con due articoli brevi (1967b e 1969), una recensione assai critica di W. WST, 1969c (1971) e
un saggio sui rapporti tra onomastica e composti bimembri (1973), recensito in A. SCHERER,
1973, G. SCHRAMM, 1974, J. TISCHLER, 1975, F. BADER, 1978; molto utile poi lantologia
Indogermanische Dichtersprache da lui curata e edita nel 1968, recensita poi in B. ROSENKRANZ,
1969, E. RISCH, 1969b, H. SCHMEJA, 1970.
42
Fra il 1968 e il 1970, furono pubblicati 32 tra articoli e recensioni sulla lingua poetica i.e.:
per i ritmi e i toni consueti allindeuropeistica, si tratta di un numero di interventi eccezionale e

22
1 UN CAPITOLO DI STORIA DELLA LINGUISTICA

sentava una novit, le ricerche sulla lingua poetica i.e. divennero una
moda e molti si gettarono con entusiamo su un argomento che
sembrava promettere gloria per tutti: va detto infatti che se per taluni
la pubblicazione del volume di R. Schmitt signific linizio di una
duratura passione scientifica, per molti fu soltanto un amore occasio-
nale.
Osservando landamento quantitativo della produzione scientifica
sul grafico ideale che si pu costruire sulla base della Sinossi cronolo-
gica (III,5,3), si nota agevolmente come, passato il periodo delle
recensioni ma anche quello dei lavori pochi, in verit che ancora
prescindono dallo Schmitt e che continuano londa dei primi anni
43
sessanta, esso si sviluppi attraverso un momento iniziale, tra gli anni
1973 e 1979, caratterizzato da singoli interventi di molti studiosi ma
anche dalluscita di volumi importanti come quelli di M. Durante
(1971 e 1976), G. Nagy (1974) e E. Campanile (1977) e come, dopo
una fase di assestamento durata qualche anno, si possa parlare di un
ingresso definitivo, caratterizzato questo dai molti lavori di pochi
studiosi, della lingua poetica i.e. nel circuito degli studi a partire dalla
seconda met degli anni 80.
Quelle che si potrebbero considerare come le costanti di tale
andamento della ricerca, sono rappresentate invece dallattivit scien-
tifica di alcuni studiosi la cui produzione, tuttavia, per importanza,
connotazioni personali e sviluppo interno, ho ritenuto andasse esami-
nata e discussa in un capitolo a s (I,2) e questo, anche per lindividua-
lit insopprimibile che comunque connota lattivit degli studi umani-
stici, senza che la cronistoria, almeno cos mi sembra, ne uscisse
menomata al punto da essere irriconoscibile.
Nella parte centrale degli anni settanta, le attenzioni dei ricercato-
ri in parte si rivolsero a quegli aspetti trascurati o tralasciati dalle
indagini precedenti a cui si accennato sopra e in parte al tentativo di
sondare nuove strade.

che ha riscontro forse solo con quello del recente dibattito scatenato da Archaeology and
Language. The Puzzle of Indo-European Origins di Colin Renfrew (London 1987).
43
Vd. supra, p. 15; tra questi vanno indicati lutile lavoro di L. BOTTIN, 1969, sullaumento,
quelli di V. V. IVANOV, 1967a e 1967b, E. BENVENISTE, 1968 e A. PAGLIARO, 1969. Accenno qui
brevemente, per tornarci poi nel capitolo sul metodo (1,3), ai lavori di W. Wst (1969a, 1969b,
1969c): lo studioso vi sostenne una posizione di rifiuto pregiudiziale dellesistenza di una lingua
poetica i.e., simile a quella di H. HUMBACH, 1967, che non ebbe seguito ma che fu comunque
una controprova utile.

23
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

44
Stimolate anche dal bel volume di G. Nagy (1974), diverse
furono le ricerche di metrica; tra queste vanno ricordate la tesi di
45
dottorato di J. F. Vigorita e gli articoli che ne trasse in seguito,
larticolo di B. Vine 1977, sulluso della catalessi e dellacefalia nella
46 47
metrica i.e., le ampie ricerche di J. Kurylowicz, i cui risultati a
volte non sembrano condivisibili ma che sono sempre lezioni di rigore
48
metodologico, il lavoro di M. L. West sui metri standard delli.e.
Sono dedicate invece ai rapporti col mondo anatolico e mesopotamico
le indagini di]. Puhvel, R. Gusmani e H. Wagner; sobrio, equilibrato
ma anche, stante la pochezza del materiale, desolatamente privo di
49
risultati positivi, larticolo sulle iscrizioni poetiche lidie di Gusmani,
ben fatto e innovativo nellaccostamento il lavoro del 1974 di
50 51
Puhvel su mito e narrazione nellepopee i.e.; i dotti accostamenti
52
tra mondo celtico e Vicino Oriente di H. Wagner mi paiono invece
spesso poco convincenti, anche se certo interessante il tentativo di
53
allargare la ricerca senza pregiudizi.
Se le ricerche di L. Hertzenberg, 1974 e di G. Dunkel, 1979, volte
alla ricostruzione di formule e metafore ascrivibili alla lingua poetica
i.e., sono nel solco della tradizione, fu invece innovativo un lavoro di
54
tre studiosi pisani apparso nel 1974: esso, comparando i tratti

44
Il lungo articolo di N. Berg del 1978 sullorigine dellesametro, per esempio, trae
direttamente spunto critico! dai risultati di G. NAGY, 1974.
45
Cfr. J. F. VIGORITA, 1973, 1976, 1977a, 1977b.
46
Su questo vd. anche M. L. WEST, 1982.
47
Cfr. J. KURYt..OWICZ, 1970, 1975a, 1975b.
48
Di questo Autore va menzionata anche la recensione a G. NAGY, 1974: M. L. WEST,
1974.
49
R. Gusmani giustamente contrario allottimismo ricostruttivo manifestato sullo stesso
tema da D. G. MILLER, 1968.
50
Lo studioso torner a occuparsi di lingua poetica i.e. una decina di anni dopo: cfr. J.
PUHVEL, 1983, 1988, 1991.
51
Su questo argomento esiste una comoda raccolta di saggi, curata e prefata da K. VON
SEE: ID., 1978.
52
Cfr. H. WAGNER, 1970 e 1975; utile anche la recensione di questo Autore (H. WAGNER,
1972) a W. MEIO, 1971.
53
Tra gli studi dedicati ai rapporti poetico-mitologici tra mondo greco e mondo anatolico,
va ricordato anche R. LAZZERONI, 1969.
54
Cfr. E. CAMPANILE CH. ORLANDI S. SANI, 1974; di S. Sani si pu qui citare anche un
lavoro sullallitterazione: cfr. S. SANI, 1972.

24
1 UN CAPITOLO DI STORIA DELLA LINGUISTICA

55
comuni al poeta celtico e a quello indiano antico, cominci a chiari-
re le funzioni dei poeti nel mondo i.e., venendo cos incontro a uno
56
dei limiti manifestati dagli studi precedenti.
57
In quegli anni, tra i lavori che tentarono nuove strade di avvici-
namento alla problematica della lingua poetica i.e., vi sono anche G.
K. Gresseth, 1979 che fece uso di metodologie proprie alla ricerca sul
folklore nel comparare lOdissea e il Nalopakhyna (= Mbh., III, 6,
52-77), mettendo in luce convergenze che tuttavia si resta incerti se
classificare come genetiche o pi probabilmente come tipologiche
58
e un avvincente, lungo articolo di R. Ambrosini, rimasto purtroppo
lunico su questo argomento nella vasta produzione del brillante
studioso. La novit, nel saggio di Ambrosini, sta nel taglio critico-
letterario dellaccostamento, un punto di vista fino ad allora scarsa-
mente utilizzato e che gli consente di ottenere la ricostruzione si
tratta certo di speculazioni ardite ma la consistenza del materiale
addotto solida di una struttura compositiva antichissima, scavando
nella tradizione con un procedimento stratigrafico esemplare per
chiarezza e per difficolt di applicazione ulteriore.
Adotta una metodologia di impianto storico-letterario, anche
lampio saggio firmato da T. Elizarenkova e V. N. Toporov (1979);
qui, pur in un lavoro assai utile e pieno di osservazioni interessanti e
innovative, lasciano tuttavia dubbiosi i numerosi paralleli con le lette-
rature moderne e una tendenza a voler ricostruire generi poetici sulla
base di quelli attestati nelle letterature storiche, soprattutto nella
59
letteratura indiana antica.
Ha invece un taglio semiotico-strutturalista B. L. Ogibenin, 1982,
la versione italiana di un articolo apparso in russo nel 1973 : questa la
prima applicazione di un metodo dindagine da alcuni ritenuto perso-

55
dedicato al celtico anche W. MEIO, 1971, un breve saggio che ha avuto forse pi
notoriet e recensioni di quanto meritasse.
56
Cfr. supra, p. 20.
57
Ho qualche difficolt a classificare tra questi tentativi innovativi W. RUBEN, 1975: temo
infatti che laccostamento marxista-leninista alla lingua poetica i.e. che lo contraddistingue, se
pure una novit rimasta peraltro inimitata , non sia di alcuna utilit in questo genere di
studi.
58
Cfr. R. AMBROSINI, 1970.
59
In questo lavoro, che noto ai pi nella sua versione a firma del solo V. N. Toporov
pubblicata in tedesco nel 1981 su Poetica, in realt, c molto di pi: avr modo di tornare a
parlarne; anche D. WARD, 1973, propone la ricostruzione di un genere poetico di epoca i.e.: la
poesia satirica.

25
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

60
nalistico e fumoso, ma che consentir poi allo studioso altre, pi
61
ampie e forse pi interessanti, ricerche.
Per qualche tempo poi gli studi sulla lingua poetica i.e. con le
eccezioni dovute agli studiosi che vedremo nel capitolo I,2 conob-
bero una fase di scarsa vitalit, un periodo forse necessario per
assorbire del tutto ci che oramai era acquisito e per far sedimentare
le tante nuove proposte.

1. 5. LENTRATA IN CIRCOLO

La comparsa della lingua poetica i.e. come dato acquisito dalla


62
ricerca in opere a carattere manualistico segna lingresso definitivo
di questo campo di studi nel novero delle conoscenze umanistiche
sullantichit proto-storica e pre-classica e ne consacra la validit
anche come sprone per un ritorno della disciplina a quelle indagini
sulla cultura intellettuale degli Indeuropei, abbandonate allora certo
63
non a torto, come si detto molto tempo prima.
Dal punto di vista quantitativo, landamento delle indagini assu-
me, a partire dai centrali anni ottanta, un gradiente quasi costante di
8-10 interventi per 7-8 Autori lanno; dal punto di vista qualitativo, il
dato rilevante costituito forse dal riesame critico, a opera di diversi
studiosi, del primo e pi famoso confronto poetico i.e., quello tra la
formula omerica kloj fqiton e quella vedica rvo akitam: un
ripensamento delle proprie origini che anche segno della maturit e
della solidit raggiunta da questa particolare prassi di ricerca.
La discussione, anche in questo caso, era stata innescata dal
64
volume di G. Nagy del 1974; alla proposta innovativa di E. D.
Floyd, 1980, di considerare il significato di gloria eterna della
formula omerica come uninnovazione a partire da Iliade I,413, G.
Nagy, 1981a, replic apportando qualche aggiustamento di tiro ma

60
Per le critiche, vd. R. SCHMITT, 1986 e C. H. WERBA, 1985.
61
Cfr. B. L. OGIBENIN, 1979, 1984, 1985.
62
Vd., per es., J. HAUDRY, Lindo-europen, Paris 1979, cap. VI e ID., Les Indo-Europens,
Paris 1981, pp.12 sgg., ma anche W. BURKERT, Griechische Religion der archaischen und
klassischen Epoche, Stuttgart 1977, ed. it. Milano 1984, vol. I, p. 26.
63
Vd. supra, p. 14.
64
A cui bisogna aggiugere le recensioni, non tutte favorevoli, che aveva ricevuto: cfr. M.
DURANTE, 1974a, M. L. WEST, 1974, M. W. HASLAM, 1976, J. BROUGH, 1977, H. HOENIGSWALD,
1977, F. BADER, 1979.

26
1 UN CAPITOLO DI STORIA DELLA LINGUISTICA

lasciando in definitiva invariate le proprie e altrui tesi di fondo


sullorigine comune della due formule. Un sostegno allidea di Floyd
venne tuttavia da M. Finkelberg, 1986: la studiosa, sulla base delle
teorie di M. Parry, respinse lipotesi che il sintagma kloj fqiton
fosse una formula e propose anche lei di considerarla uninnovazione;
a M. Finkelberg, rispose A. T. Edwards, 1988, dimostrando convin-
centemente come, nel caso in oggetto, la oral theory nulla avesse da
dire sullantichit dei due sintagmi posti a confronto.
A tutto ci va poi aggiunto E. Risch, 1987, che aveva pensato
con qualche fondamento di poter ritrovare nellonomastica micenea
la pi antica attestazione della formula greca.
Morale della vexata quaestio: ora abbiamo qualche certezza in
meno e molta libert in pi.
65
Mi spiego meglio: il confronto istituito da A. Kuhn, nella sua
apparente in discutibile bellezza, ha inficiato di s, fino al punto di
costituirne per gran tempo una specie di leit-motiv, la ricerca sulla
66
lingua poetica i.e., orientando, quasi unilateralmente, la visione
degli studiosi sul tema della gloria (immortale, incorruttibile, grande
ecc.) come nucleo narrativo e poetologico centrale alla poesia (epica)
i.e., consentendo cos una comoda e forse inconsapevole copertura
alla trasposizione di un tema e anche l: nemmeno il principale!
proprio ai due poemi omerici allinterezza della poesia i.e., un tema la
67
cui ascedenza i.e. era ed ancora da dimostrare.
merito, insomma, del dibattito sopra riassunto, non solo aver
rimesso in discussione un dato che si credeva acquisito, ma anche aver
contribuito chiarendone gli ambiti formulari e la significazione a
ridimensionare la portata euristica e narratologica di un nucleo di
confronti greco-vedici che sono, s, importanti, ma che non possono
esaurire monotematicamente di s la ricchezza di una lingua letteraria,
seppur preistorica e ricostruita come quella di cui si sta parlando.

65
Il rinvio alla nota 5; su quanto segue, vd. anche H. HOENIGSWALD, 1977.
66
Si riguardi la storia degli studi e il volume stesso di Schmitt: anche gli altri generi
letterari sono pur sempre ancillari alla gloria immortale; di pi: si legga la vulgata in J.
HAUDRY, Les Indo-Europens cit. (nota 62), pp. 16 sgg., per rendersi poi conto appieno di
quanto romanzescamente improbabile sia questa visione della gloria i.e. (cfr. E. CAMPANILE,
1990c, p. 87).
67
Un passo forse decisivo, ma non ancora definitivo, verso la comprensione dellhumus
culturale che pu aver generato questa formula cos discussa, quello di E. CAMPANILE, 1990c,
pp. 87-113.

27
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

Contributi recenti alla considerazione che Omero non esaurisca


tutto il campo greco dei confronti possibili, hanno portato poi gli
studi di G. Costa, 1982 e 1984 e di M. C. Naafs-Wilstra, 1987: il
primo, sulla scia di M. Durante, 1962, 1976, ha arricchito la messe dei
68
confronti tra i sintagmi epiteti divini greci e quelli arii, esaminando
appunto anche la letteratura post-omerica; la seconda, ha mostrato
invece la possibilit di identificare tratti poetici i.e., non solo metrici
ma anche lessicali e stilistici, in Saffo e in Alceo.
Altre formule da assegnare alla lingua poetica i.e, hanno identifi-
cato L. Kurke, 1989, G. Costa, 1987b e 1989 e E. D. Floyd, 1992a e
1992b, al contrario di N. Oettinger, 1989-90, che indica persuasiva-
mente come non siano invece i.e. le formule greco-ittite del tipo la
69
terra oscura.
Segno dellavvenuta entrata in circolo della materia sono anche gli
studi di taglio non strettamente linguistico ad essa dedicati, come ad
esempio, T. M. Compton, 1988, una tesi di dottorato ampia e corret-
tamente impostata, anche se forse un po deludente nella sostanza dei
risultati finali, sullesilio del poeta nella tradizione greca arcaica e
70
indeuropea.
Tra i lavori che sfruttano in maniera innovativa la tradizione di
studi precedente, vanno posti K. Hoffmann, 1987, e G. Costa, 1990;
entrambi partono dai composti con primo membro *su-: il primo, pur
limitando lindagine allindo-iranico, raggiunge risultati utili allinte-
rezza degli studi, come era stato a suo tempo anche per . Benveniste,
1968, identificando uno stilema poetico connesso alluso dei composti
suddetti e i suoi legami con lideologia dei guerrieri arii; il secondo
lavoro, esteso alla totalit delle attestazioni dei composti con *su-, ma
anche dei loro antonimi in *dus-, evidenzia la compattezza semantico-
cognitiva del campo lessicale da essi formato e la sua origine ultima
come estrinsecazione dellideologia aristocratica veicolata dalla poesia

68
In G. COSTA, 1984, sono in parte trascurate, volutamente, le possibilit di confronti con
lavestico; si possono recupere con laiuto di L. H. GRAY, A List of the Divine and Demonic
Epithets in the Avesta, JAOS 4 (1926) pp. 97-153; V. GRAZI, 1990, propone invece, in uno dei
non molti lavori dedicati negli ultimi anni allEdda e alla lingua poetica i.e., una serie di paralleli,
di diverso valore probatorio, tra epiteti divini islandesi antichi e greco-vedici.
69
Sui rapporti tra mondo greco e mondo anatolico, una comunanza di rapporti tuttora
poco indagata dal punto di vista di cui si parla qui, sono utili e ben fatti i gi citati ultimi lavori di
J. PUHVEL: ID., 1983, 1988, 1991; dedicato a ci anche G. COSTA, 1987a.
70
Alla definizione della figura del poeta i.e., dedicato anche P. MAC CANA, 1988, le cui
conclusioni, tuttavia, mi lasciano dubbioso.

28
1 UN CAPITOLO DI STORIA DELLA LINGUISTICA

i.e. La novit dei due studi sta nellessere riusciti a cogliere, sfruttando
le acquisizioni precedenti, le motivazioni socio culturali alla base delle
71
due formazioni morfo-stilistiche.
Restano invece a mio parere ancora poco risolutivi gli studi di
taglio comparativo-letterario, come J. E. Caerwyn Williams, 1986, P.
Mac Cana, 1989 o, meglio dei due precedenti, P. L. Henry, 1986;
anche M. L. West, 1988, una ripresa con aggiornamenti di Id., 1973a,
pur contenendo alcune idee interessanti, non mi pare vada concreta-
mente oltre le indicazioni un po generiche di correnti e di flussi
mitico-poetici.
Dedicati alla metrica i.e., un argomento che come in passato
continua a attirare spesso lattenzione degli studiosi, sono gli utili ma
un po ripetitivi lavori di S. Suzuki (1988a, 1988b, 1992) sui fonda-
menti i.e. del verso germanico, larticolo di storia della linguistica di P.
Swiggers, 1991, sul dibattito tra Meillet, Benveniste e Trubetzkoy a
proposito dellindeuropeit della metrica greca, lardito ma compe-
tente lavoro di Z. Ritok sulle origini dellesametro, e, infine, il lungo
saggio di G. Olmsted, 1991, inficiato dalla misconoscenza di K. Klar
72
B. O. Hehir E. Sweetser, 1983-4, su metrica celtica e iscrizioni
73
poetiche celtiberiche.
Il giudizio sulle ultime tappe degli studi sulla lingua poetica i.e.
quindi senza dubbio positivo, stante laccortezza e direi quasi la
sagacia metodologica mostrate nellallargamento dellorizzonte com-
parativo, lattenzione con cui si cercato di coprire i vuoti delle
indagini passate, la prudenza impavida nellapertura ai risultati delle
altre discipline.

71
Un bel lavoro tra lingua e cultura, che sintetizza in parte proprie ricerche precedenti,
R. LAZZERONI, 1987.
72
questo un lavoro importante e convincente che respinge le tesi espresse da C.
WATKINS in un famoso articolo del 1963 Indo-European Metrics and Archaic Irish Verse cit.
(nota 14, p. 15) e torna a avvicinare la metrica celtica e quella germanica.
Linteressante, ecumenico e discusso volume di M. GASPAROV, Oerk istorii evropeisko-
73

vo sticha, Moskva 1989, trad. it. Bologna 1993, non riguarda direttamente largomento della
presente ricerca: lAutore infatti, partendo dai risultati degli studi sul verso i.e., che ritiene a
torto e con serie carenze informative acquisiti per consenso generale, traccia una storia
genealogica delle varie metriche europee medievali e moderne; la Fondazione Ezio Franceschi-
ni ha dedicato alle ipotesi dello studioso russo una Giornata di studi su il verso europeo. Metrica
comparata e storia delle culture (Firenze: 4 maggio 1994), i cui atti sono in corso di stampa; tra le
relazioni presentate, ricordo qui R. AMBROSINI, Metrica e linguistica e P. SCARDIGLI, La metrica
germanica delle origini, entrambe utili, pur senza lapporto di novit sostanziali.

29
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

Fin qui dunque, per sommi capi e con le esclusioni dette, la storia
lineare, cronologica, degli studi sulla lingua poetica i.e.; nei capitoli
che verranno, torner sulla gran parte dei lavori sopra citati e su altri
ancora, esaminandoli per come un insieme multilaterale, privo di
diacronia, percorso da sviluppi e da ritorni interni che ne segnano
direttrici spesso parallele e apparentemente ignote luna allaltra ma
che poi danno avvinte implosioni tali da proiettare la conoscenza
mille anni indietro e la scienza cinquantanni avanti.
Alcune di queste direttrici si identificano con lattivit intellettua-
le e il lavoro di ricerca di alcuni scienziati, che, pi di altri, hanno
segnato gli studi recenti e recentissimi sulla lingua poetica i.e.: a loro
dedicato il capitolo seguente.

30
CAPITOLO 2

GLI STUDIOSI

But grammatical analysis is still, to a surprising


extent, an art.
(C. F. Hockett)

2.1. FRANOISE BADER


1
La produzione scientifica di F. Bader sulla lingua poetica i.e.
inizia con lanalisi, condotta allinterno di una lunga indagine sulle
radici i.e. *p- e *swer-, di alcuni temi letterari ereditati, tra i quali
2

quello delle gesta di Nestore, nelle epopee greca e irlandese e gi in


queste prime pagine possibile individuare alcuni punti fissi della sua
ricerca su questo argomento: un ancoraggio solido ma non acritico,
tipico dellindeuropeistica francese recente, alle teorie sulla trifunzio-
nalit di G. Dumzil, una sicura dottrina comparativa, qualche volta
compiaciuta di s, unattenzione particolare al collegamento tra i fatti
linguistici e la (prei- e proto-) storia.
Il primo lavoro della studiosa dedicato in particolare alla lingua
poetica i.e. di poco posteriore: Rhapsodies homriques e irlandaises,

1
La studiosa insegna attualmente allcole pratique des hautes tudes di Parigi; le sue
competenze scientifiche sono ampie e la sua produzione corposa: altri suoi titoli sono raccolti
in III,4,7.
2
Cfr. F. BADER, 1978b; sono di quegli anni anche due sue recensioni su questo argomento:
EAD., 1978a, 1979; per inciso, va notato qui anche un altro segno dellavvenuta entrata in circolo:
ora, a differenza di quel che accadeva un tempo (cfr. supra, p. 13), se ci si occupa di lingua
poetica allinterno di lavori altri, lo si fa come di un argomento inserito necessariamente in una
visione globale dellindeuropeit.

31
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

3
del 1980. In questo lungo articolo, ella, tornando in parte sulla figura
di Nestore gi esaminata nel lavoro precedente, identifica deux
larges morceaux de littrature hrite (p. 80) sulle gesta del guerriero
polic, conservati nellIliade e nel Tin B Cailnge e in misura
4
minore nella storia romana , comparabili tra loro per il contenuto,
la forma e luso di particolari tecniche letterarie.
Anche il lavoro seguente, del 1984, dedicato allidentificazione e
alla ricostruzione di strutture narrative i.e. ereditate dalle letterature
storiche in particolare, i temi iniziati ci della caccia e del furto della
cintura di una amazzone e qui la studiosa, in alcune pagine introdut-
tive, chiarisce le sue idee sulla lingua poetica i.e.: il a exist une tres
savante littrature i.e. (p. 14) e di questa noi conosciamo i generi
letterari, le tecniche formali, la metrica, i modi di composizione e di
scrittura, le metafore, il ruolo del poeta; ma, aggiunge F. Bader, noi
conosciamo anche motifs narratifs hrits e canevas de composi-
tion littraire hrit (p. 16) tra cui appunto quelli identificati dalla
Bader in questi suoi primi tre lavori, legati dunque tra loro da una
comune finalit ricostruttiva e da un progressivo affinamento metodo-
5
logico.
Slegato da questo filone, larticolo in 1988a, dove lAutrice
6
ricostruisce la storia degli studi di A. Meillet sulla metrica i.e.: si
tratta di un lavoro ben informato e utile non solo per conoscere
levoluzione delle idee di Meillet, ma anche per farsi unidea sul loro
accoglimento e sugli sviluppi posteriori delle ricerche sulla metrica i.e.
Si riaggancia invece ad alcuni dubbi espressi in F. Bader, 1980, il
lavoro del 1988(b) intitolato Homre et lcriture: mais la matrise
avec laquelle ces morceaux sont intgrs lensemble de lIliade
saccomode-t-elle dune composition orale? Nous savons, a propos de
la Tin B Cailnge, que Murgen a crit un livre partir de pices
7
jusque-l spares. Na-t-il pu en tre de mme pour lIliade?.

3
Gli articoli di F. Bader superano spesso le cinquanta pagine, qualche volta addirittura le
cento: si leggono per senza annoiarsi e con fiducia nella loro utilit.
4
Sulle possibilit e i procedimenti necessari al recupero di fatti connessi alla lingua poetica
i.e. nellepopea e nella storia romana, vd. infra, pp. 79.
5
Del metodo usato e dei risultati raggiunti da F. Bader, cos come dagli altri studiosi
raccolti nel presente capitolo e nel precedente, parler estesamente nei capitoli 1,3 e 1,4.
6
F. Bader si era gi occupata di metrica i.e. alcuni anni prima recensendo G. NAGY, 1974;
EAD., 1979.
7
Cit. da F. BADER, 1980, p. 83.

32
2 GLI STUDIOSI

In questo articolo, F. Bader sostiene che gli Indeuropei sapevano


scrivere, perch possedevano una radice verbale che ne indicava
8
latto, *pei-k/-g- e di tale radice ella ricostruisce levoluzione semanti-
ca a partire dal senso di incidere, intagliare. La capacit scrittoria
tra i popoli i.e. storici si ricordi ci che dice Cesare (B.G. VI,14,3-4)
a proposito dei druidi celti era per una conoscenza segreta, riserva-
ta a iniziati; la studiosa dunque suffraga la sua ipotesi partendo
dalluso della scrittura nelle iniziazioni a carattere segreto di Odino e
di Bellerofonte (Iliade, Z 153-174) e scoprendo poi un altro riferimen-
9
to alla scrittura segreta in Omero: un alfabeto nascosto allinterno
10
della cosiddetta lingua degli dei dellIliade mediante un gioco di
figure fonetiche che indizio sicuro di una ricerca alfabetica e fonolo-
gica: cette rflexion phonologique autour de lcriture, les spciali-
stes du langage que sont les potes ont di la mener ds lpoque de la
communaut indo-europenne, du moins au stade de cette poque
qui a connu lcriture (p. 226). Si tratta, secodo la studiosa, di un
sapere iniziati co trasmesso da scuole di poeti che attraverso lunghi
anni di pratica rendevano maestri nellesercizio di tecniche di ermeti-
smo letterario: on reste confondu dadmiration devant le gnie du
pote de la langue des dieux de Iliade (p. 225).
In verit, si resta ammirati anche davanti allindagine della Bader,
alla sua capacit di penetrare i recessi pi oscuri dei testi, alla bellezza
illuminante delle sue dimostrazioni.
Con questo lavoro, lAutrice d inizio a un nuovo filone delle sue
ricerche il cui punto di riferimento centrale il volume intitolato La
langue des dieux, ou lhermtisme des potes indo-europens, pubblica-
to a Pisa, nella collana, che dirigeva Enrico Campanile, Testi Lingui-
stici, nel 1989 ma consegnato alleditore un anno prima. Il libro, che
in parte il seguito di Introduction aux mythes indo-europens de la
11
vision, un saggio, questultimo, che non si occupava per di lingua
poetica i.e., costituisce infatti lasse intorno a cui ruotano, arrecando

8
Cfr. anche F. BADER, La racine de POIKILOS, PIKROS, in Studies J. Chadwick,
Salamanca 1987, pp. 41-60, e vd. infra, pp. 271 sgg.
9
Un accenno alla necessit di indagare i passages double lecture era gi in F. BADER,
1984, p. 15.
10
Alla bibliografia su la lingua degli dei raccolta in F. BADER, 1990b, p. 15 nota 14,
bisogna poi aggiungere D. MAGGI, Lingua degli dei nel Rigveda, AGI 77 (1992), pp. 105-121.
11
Pubblicato in E. CAMPANILE (ed.), Studi indoeuropei, Pisa 1985, pp. 9-50.

33
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

precisazioni e arricchimenti anche importanti, i lavori pi recenti sulla


lingua poetica i.e. di F. Bader.
Nel loro insieme, il volume e quelli che potremmo chiamare i suoi
12 13
complementi, rappresentano probabilmente il pi innovativo e
consistente apporto di materiale conoscitivo e di procedimenti euristi-
ci alla poesia i.e. degli ultimi due decenni. Ritengo infatti che la tesi
sostenuta in questi arditi e tuttavia solidi lavori da F. Bader sullesi-
stenza di una letteratura i.e. di enigmi come estrinsecazione narrativa
di una riflessione metafisica e poetologica sul rapporto tra uomo e dei,
tra uomo e cosmo, tra lingua e pensiero, sia unacquisizione definitiva
degli studi sulla lingua poetica i.e. e che essa costituisca un progresso
14
ineludibile nellambito delle ricerche in tale campo.
Ci detto, osserver anche che non tutto di quel che sostiene
Mme Bader appare ugualmente persuasivo e che la grande messe di
dati posta in gioco dalla studiosa richiede una verifica attenta, soprat-
tutto l dove la rigidit della fiducia nella propria teoria comporta
quelle che a me paiono come non dir forzature ma torsioni
interpretative allinterno di una procedere euristico che risente, in
maniera non sempre felice, di un punto di vista epistemologico che
tende a schematizzare in modo qualche volta eccessivo e ingenuo il
mondo intellettuale e psichico i.e.
Eccessivo e ingenuo non un ossimoro: luso, ad esempio, da
parte di F. Bader di una nozione di tassonomia che al contempo
15
troppo potente e poco rigorosa, le consente di scrivere da una parte
che [] la taxinomie tient une grand piace dans la pense mitique
16
[] e dallaltra che le [] concidentiae oppositorum [sont] ch-
17
res la pense mytique [], dal che si evincerebbe che nel pensie-

12
Si tratta di F. BADER, 1990a e 1992b, 1990b, 1990c e 1991b; cosa aggiungano al volume,
precisato dalla stessa Autrice in 1990b, p. 4 nota 1 e in 1990c, p. 383 nota 1.
13
Ci vorr tempo perch lindeuropeistica e le varie filologie coinvolte vaglino e assorbano
le tante proposte si pensi solo alle nuove etimologie per i nomi di Esiodo, Omero, Bellerofon-
te, Persefone, Febo, le Muse! che esso contiene; per ora lunica recesione a me nota, A. BLANC,
1990, colma di ammirazione e di lodi.
14
Vd. infra, pp. 280 sgg.
15
Su questo argomento mi permetto di rinviare al mio Anemonimi benacensi. Lessico,
cognizione e tassonomia, Perugia 1992, in particolare alle pp. 131-150, e alla bibliografia ivi
raccolta; vd. poi infra, pp. 298 sgg.
16
Cit. da F. BADER, 1989, p. 102.
17
Ivi, p. 270.

34
2 GLI STUDIOSI

ro mitico o almeno: nella concezione che ne ha F. Bader c posto


un po per tutto, unidea che pare difficilmente verosimile.
Tra i suoi ultimi lavori che riguardino anche la lingua poetica
18
i.e., F. Bader 1991a poi unapplicazione persuasiva delle metodo-
logie messe a punto nei lavori appena citati nellindagine delle radici
i.e. della rapidit, con il riconoscimento di strutture ereditate in due
kenningar (ellpoj / podnemoj ka) del formulario di Iris e dei
19
giochi fonetici di origine poetico-ermetica presenti anche qui.
In conclusione, lapporto degli studi di F. Bader un apporto a
onor del vero che mi pare non abbia finora conosciuto tra gli addetti
ai lavori il successo che merita alle nostre conoscenze sulla lingua
poetica i.e. si configura come coraggioso, importante, originale, cre-
sciuto nella coerenza di s, ricco di novit e foriero di fecondi sviluppi
ulteriori, auspicabilmente meno torrentizi e pi sedimentati di taluni
di quelli ora esaminati.

2. 2. ENRICO CAMPANILE
20
Il contributo dello studioso pisano alla ricerca sulla lingua
poetica i.e., a differenza di quello di F. Bader, che, se anche innovativo
e per qualche aspetto addirittura geniale, resta pur sempre nel solco
tracciato dalla tradizione degli studi precedenti, si distinto soprat-
tutto per aver impresso alle proprie indagini ma anche a quelle degli
altri, avendo riscosso tra gli specialisti, a differenza della Bader, un
21
seguito pi ampio, anche se forse proprio pi nelle questioni meto-

18
Altri due suoi lavori di argomento poetico i.e. pubblicati nel 1992 sono: una recensione a
E. CAMPANILE, 1990c (= EAD., 1992a) e una versione abbreviata di F. BADER, 1990a (= EAD.,
1992b).
19
LAutrice ha pubblicato unaltra versione, riassuntiva e senza bibliografia, ma con
qualche variazione, di questo lavoro in EAD., 1991c.
20
E. Campanile morto, allet di 58 anni, il 15 ottobre 1994; da molti anni insegnava al
Dipartimento di Linguistica di Pisa, citt dove si era laureato con Tristano Bolelli e dove ho
avuto la fortuna di essere suo allievo negli anni del mio dottorato di ricerca; oltre che di lingua e
cultura poetica i.e, si era occupato, tra laltro, di celtico, di iranico, di lingue dellItalia antica:
alcuni di questi lavori, non precipuamente dedicati allargomento della presente ricerca o
precedenti il 1967, sono raccolti in 111,4,7.
21
Non ho qui in alcun modo lintenzione di stilare classifiche di merito, ma quella di
ricostruire, anche in termini di influenza sulle direzioni della ricerca, lapporto fattivo di ogni
scienziato allavanzamento degli studi sulla lingua poetica i.e.; possibile, parzialmente e con
qualche difficolt, determinare tali flussi con laiuto di quelle riviste, come per es. lArchivio

35
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

22
dologiche che nei risultati raggiunti una direzione, quella della
ricostruzione e dellinterpretazione storico-culturale dei fatti di lingua
e di poesia i.e., che rappresenta, pur nella continuazione ideale di alcuni
tra i pi duraturi saggi del passato penso qui, per esempio, al Ven-
dryes de Les correspondances de vocabulaire entre lindo-iranien et
litalo-celtique , la fondazione di un filone di ricerca nuovo e dirimente.
La produzione di E. Campanile sulla lingua poetica i.e. si
incentrata infatti attorno ai volumi Ricerche di cultura poetica indoeu-
23
ropea del 1977, Studi di cultura celtica e indoeuropea del 1981, e La
24 25
ricostruzione della cultura indoeuropea del 1990, tre lavori legati
dalla continuit di una riflessione, sui temi delle strutture culturali e
ideologiche della societ i.e. e delle produzioni testuali che a queste
davano la forma di una tradizione, diventata col tempo sempre pi
personale e sempre pi autorevole.
Dal punto di vista comparativo, lapporto visibilmente pi cospi-
cuo offerto dalle ricerche dello studioso pisano, invece costituito dalla
grande messe di materiale tratto dalle lingue e dalle letterature celtiche
posta in gioco: se nelle ricerche sulla lingua poetica i.e. possiamo oggi
disporre di un altro polo ricostruttivo di importanza paragonabile a
quelli costituiti dal greco e dallindo-iranico, lo dobbiamo soprattutto
alla libert intellettuale e al convinto rigore metodologico con cui
questo studioso seppe affrontare un campo dindagine reso oltremodo
infido dallardua leggibilit stratigrafica della sua documentazione.
Tra i risultati raggiunti in questo ambito, ricordo la scoperta di
paralleli irlandesi a linno avestico a Mitra (cfr. E. CAMPANILE, 1976-
77), lattribuzione alla poesia i.e. della formula irlandese antica c
26
glass (cfr. Id., 1979b), letimologia del celtico *bardos (cfr. ID., 1980),

Glottologico Italiano, che hanno un indice degli autori citati e con strumenti bibliografici come
lArts & Humanities Citation Index.
22
Un riassunto delle proprie idee e dei propri metodi, E. Campanile lo aveva dato in ID.,
1987 a; si vedano anche, tra i suoi ultimi lavori, Zur Vorgeschichte der idg. Dichterformeln, in Fest.
O. Szemernyi, Amsterdam-Philadelphia 1993, voI. III, pp. 61-71, e Rflexions sur la reconstruc-
tion de la phrasologie potique indo-europenne, Diachronica 16,1 (1993), pp. 1-12.
23
Recensito in L. FLEURIOT, 1978, pp. 737-8.
24
Recensito da F. BADER, 1992a, pp. 134-139 e da C. STERCKX, 1991, pp. 257-259.
25
Oltre ai tre volumi, sono dedicati specificatamente alla ricostruzione di aspetti della
cultura poetica i.e. anche i due articoli E. CAMPANILE, 1974b e ID., 1989.
26
Le metafore poetiche sono state uno dei temi dindagine di E. Campanile: si vedano
anche ID., 1974a, 1986a e la brillante e convincente analisi dellesiodea nstoj n pda tndei
in ID., 1986b, ripreso e precisato in ID., 1988.

36
2 GLI STUDIOSI

lanalisi della preistoria del culto delle Matres celtogermaniche (cfr.


ID., 1981, cap. IV), letimologia di a. irl. torc, gallo torch, lat. torques,
risolta rovesciando lipotesi predente che faceva derivare i termini
celtici dal latino (cfr. ivi, cap. V).
Allanalisi delle lingue celtiche dal punto di vista della storia
letteraria, sono invece dedicati E. Campanile, 1985 e 1990b.
Laver allargato la base comparativa alle lingue e alle letterature
celtiche e una grande dimestichezza con le principali letterature i.e.
arcaiche, consent, tra laltro, a Enrico Campanile il recupero testuale
e la definizione funzionale, in un modo che a mio parere in gran
parte innovativo rispetto alle precedenti opinioni e che risente in
maniera coerente delle tesi di G. Dumzil, della figura del poeta ma
anche di quella del suo principale committente: il re e del suo ruolo
27
nella societ i.e., il tutto in una visione euristica finalizzata a un
28
autonomo recupero dellideologia indoeuropea.
possibile, dunque, al linguista, purch adotti una corretta
metodologia procedere a un tentativo di ricostruzione della cultura
29
intellettuale indoeuropea, un concetto cui volentieri daremmo, pi
brevemente, il nome di ideologia, proprio a sottolineare il fatto che
tutti i suoi elementi debbono essere visti organicamente connessi fra
loro, come testimonianza unitaria del rapporto prima interpretativo e
poi operativo che le genti indoeuropee seppero instaurare con tutti gli
30
aspetti della realt che li circondava.
E in un capitolo del volume del 1977, intitolato Il carattere totali-
tario della cultura poetica indoeuropea, E. Campanile aveva individua-
31
to una caratteristica fondamentale di tale ideologia: i poeti cui
istituzionalmente competeva la funzione di salvaguardare e trasmette-

27
I principali riferimenti bibliografici qui sono: E. CAMPANILE, 1977, Cap. I: Poeta e
poesia in epoca indoeuropea; cap. II: Il poeta come professionista; cap. III: Il poeta e la
preghiera; ID., 1990c, cap. II: Funzioni del re e del poeta nella societ indoeuropea; oltre i gi
citati ID., 1974b e E. CAMPANILE C. ORLANDI S. SANI, 1974.
28
Cit. da E. CAMPANILE, 1990c, p. 36; lo studioso intendeva qui autonomo dai risultati
dellarcheologia: torner sulla questione nel capitolo 1,3.
29
Nei riguardi della ricostruzione della cultura materiale i.e., E. Campanile era passato, nel
tempo, da un atteggiamento di chiusura completa, cfr. ID., 1981, p. 15, a un atteggiamento pi
possibilista, cfr. ID., 1990c, p. 33; vd. anche infra, pp. 69 sgg.
30
Cit. da E. CAMPANILE, 1981, p. 22; affronter il problema dei rapporti tra cultura e
ideologia, due entit che diversamente da Campanile non ritengo siano sovrapponibili, nella
seconda parte della presente ricerca.
31
Sfrutter questa importante idea di E. Campanile, cui avevo gi fatto accenno in G.
COSTA, 1989, p. 105, ma in unaltra direzione, nella seconda parte.

37
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

32
re il patrimonio culturale della propria gente, intervenivano ege-
monicamente in ogni attivit intellettuale della loro comunit,
nelonomastica, nellesercizio del diritto, nella pratica medica ecc.,
dimostrando cos il carattere totalitario dellideologia tradizionale del
cui prestigio erano custodi, ideologia dalla quale per essi stessi
traevano prestigio, secondo uno schema circolare tipico di societ
tenacemente conservatrici come quelle arcaiche.
33
Studioso attento ai fatti di metrica fin dalla sue prime ricerche,
E. Campanile espresse poi le sue opinioni sulla metrica i.e. soprattutto
in ID., 1979a, ID., 1990a, ID., 1990c, pp. 142-169: non esiste dal
punto di vista metrico un verso indoeuropeo, il che significa che la
poesia indoeuropea si definiva, nei confronti della prosa quotidiana
attraverso strumenti diversi [] questi tratti vanno individuati nel-
limpiego di formule, di metafore, di epiteti, di arcaismi linguistici:
queste sono le peculiarit della poesia indoeuropea e questi sono gli
elementi che da essa ebbero in eredit le culture poetiche arcaiche dei
34
popoli indoeuropei.
35
questa unopinione radicale che suscit qualche perplessit
il se monstre hypercritique lgard de rsultats obtenus par Meillet,
Jakobson, Watkins [] cest que Campanile previlgie lapproche
formulaire de la posie indo-europenne, surement beaucoup plus
riche pour la connaissance de la culture indo-europenne, mais ni
36
plus ni moins importante que la mtrique pour celle de la posie
e che, se pure aveva dalla sua, oltrech la coerenza con i propri
assunti, la pochezza, anche a mio parere, a fronte dei molti studi
dedicategli, di ci che ragionevolmente possiamo attribuire alla metri-
ca i.e., non teneva sufficientemente in conto il fatto che una qualche
forma ritmica che trascendesse la ripetizione dellenunciato, cio la
forma pi semplice di ritmo, era necessaria, stante altrimenti limpos-
sibilit di nuove enunciazioni, allapprendimento mnemonico verbale:
sicch lonere principale della pura ripetizione, di cui la memoria
abbisogna come di un puntello, trasferito allo schema metrico privo

32
Cit. da E. CAMPANILE, 1977, p. 78.
33
A cominciare dallormai lontano Note sul saturnio, ASNP 32 (1963), pp. 183 sgg.;
sono dedicati allanalisi di alcuni aspetti formali della poesia i.e. anche ID., 1977, cap. V e 1990c,
cap. V.
34
Cit. da E. CAMPANILE, 1990a, p. 36 e p. 37.
35
Vd. anche infra, pp. 74 sgg.
36
Cit. da F. BADER, 1988a, p. 119.

38
2 GLI STUDIOSI

di significato che viene ritenuto tenacemente nella memoria, e le


nuove enunciazioni vengono quindi espresse in modo da adattarsi
37
acusticamente a questo schema.
La poesia i.e., insomma, essendo costituita da testi (orali) e non
si vede, daltra parte, cosa sia stata la poesia indoeuropea se non un
38
insieme di testi che dovevano essere memorizzati e trditi verbal-
mente, una qualche forma di organizzazione metrica doveva averla
per forza, indipendentemente dalla nostra capacit di ricostruirne con
attendibilit matematica gli schemi.
Ritengo dunque i lavori di metrica comparata di E. Campanile
assai utili come verifica e ridimensionamento dellottimismo ricostrut-
tivo manifestato da alcuni studiosi, come per esempio M. L. West, ma
trovo riduttiva la sua ipotesi di fondo sullinesistenza di una metrica
i.e come elemento fondamentale di differenziazione tra poesia e pro-
sa.
Credo di poter concludere dicendo che, nei suoi ultimi scritti,
Enrico Campanile diede compimento a un lungo e produttivo itinera-
rio scientifico personale, tornando a collocare, con una nuova veste,
epistemologicamente assai pi salda rispetto al passato ma non senza
39
qualche passaggio ancora poco convincente, la lingua poetica i.e. e
le indagini su di essa, nel loro originario verrebbe da dire: naturale
alveo della pi generale ricostruzione linguistica della storia culturale
delle popolazioni i.e.
Con la sua prematura scomparsa, gli studi sulla lingua e la cultura
poetica i.e. hanno perduto un punto di riferimento fondamentale e
insostituibile.

2. 3. MARCELLO DURANTE
40
M. Durante stato uno dei pionieri delle indagini moderne sulla
lingua poetica i.e.: gran parte delle sue ricerche sulla lingua poetica

37
Cit. da E. A. HAVELOCK, Preface to Plato, Cambridge (Mass.) 1963, trad. it. Bari 1973,
pp. 122-123.
38
Cit. da E. CAMPANILE, 1977, p. 19.
39
Vd. anche infra, pp. 74-5.
40
Dopo un decennio di grave malattia che lo aveva reso inabile allattivit scientifica,
Marcello Durante morto il 19 luglio 1992 a Roma, dove era nato il I aprile del 1923; aveva
insegnato a Palermo, Perugia e Roma, universit questultima dove si era laureato con Antonino
Pagliaro nel 1945; traggo alcune di queste informazioni da un commosso articolo di D.
SANTAMARIA, Il Professor Marcello Durante a Perugia dal 1964 al 1971. Lomaggio di un allievo

39
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

41
risalgono infatti agli ultimi anni cinquanta e al decennio seguente e
precedono dunque lo spartiacque costituito dal volume di R. Schmitt.
42
Questi lavori, in gran parte modificati, confluirono poi nellope-
ra intitolata Sulla preistoria della tradizione poetica greca, la cui prima
43
parte, sottotitolata Continuit della tradizione poetica dallet mice-
nea ai primi documenti, fu pubblicata a Roma nel 1971, come cinquan-
tesimo volume della prestigiosa collana Incunabula Greca, diretta da
44
Carlo Gallavotti, mentre la seconda, Risultanze della comparazione
indoeuropea, usc nel 1976, come sessantaquattresimo volume della
stessa collana.
Inspiegabilmente, se tanto successo avevano avuto i singoli contri-
buti precedenti, al punto che tre di essi erano stati tradotti e inclusi
45
nellantologia Indogermanische Dichtersprache curata da R. Schmitt,
46
i due volumi non conobbero invece grande fortuna.

alluomo, al maestro e allo studioso, apparso in Luniversit. Periodico dinformazione dellAte-


neo di Perugia 11,9 (settembre 1993), pp. 22-29. Il 23 marzo 1994 si svolta a Roma una
Giornata di studi in onore di Marcello Durante. La tradizione poetica greca, organizzata dallIsti-
tuto per gli Studi Micenei ed Egeo-anatolici e dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, con
interessanti relazioni, tra le altre, di W. Belardi, F. Crevatin, R. Lazzeroni; gli atti sono in stampa.
Oltre che di lingua poetica greca e i.e., M. Durante si era occupato di linguistica e epigrafia
dellItalia antica, di linguistica generale e italiana, di storia della linguistica.
41
I lavori di argomento poetico di M. Durante precedenti il 1967 sono gi stati citati alla
nota 15, p. 15.
42
lo stesso M. Durante a dichiararlo: vd. ID., 1971, p. 5.
43
Dei quattro capitoli di cui consta, solo il primo era gi stato edito, con lo stesso titolo: La
fase eolica della poesia greca, in Studia classica et orientalia A. Pagliaro oblata, Roma 1969, vol. II,
pp. 85-129, a questo riguardo, va osservato per che lopposizione di M. Durante alla tesi di E.
Risch sul carattere occidentale del dialetto eolico e lesclusione, che M. Durante postulava, di
una fase achea per poemi omerici, non hanno convinto diversi specialisti, tra cui J. L. GARCA-
RAMON, 1973, p. 194.; invece dellanno prima un altro suo articolo, che, se pure non ha a che
fare direttamente con la lingua poetica, merita di essere visto nel contesto della presente ricerca:
Vicende linguistiche della Grecia tra let micenea e il medioevo ellenico, in Atti e memorie del I
congresso internazionale di micenologia, Roma 1968, voI. II, pp. 744-756.
44
Consta di otto capitoli pi unappendice: di questi sono inediti il I, La grecit preistorica
e il mondo di rapporti indoeuropeo, una messa a punto metodologica fondamentale di questa
opinione anche M. P. BOLOGNA, op. cit. (alla nota 4, p. 13), p. 12 che in parte condensa anche i
risultati di M. DURANTE, 1974b e di ID., Aspetti e problemi della paleontologia indeuropea,
apparso in Paleontologia linguistica. Atti del VI convegno internazionale di linguisti (Milano:
2-6/9/1974), Milano 1977, pp. 39-63 e che esaminer pi dettagliatamente nel cap. 1,3, il III, La
metafora e il paragone e il VI, La ripetizione.
45
Cfr. R. SCHMITT, 1968 e supra, p. 15.
46
Che io sappia, quello del 1971 ebbe la sola recensione di J. L. GARCA-RAMON, 1973, in
pi punti critica, e quello del 197 6 solo la stroncatura della storica delle religioni Giulia Pittaluga
(cfr. supra, nota 36, p. 21); nei tre libri di E. Campanile poi, tanto per fare un esempio, il volume
del 1976 non mai citato e quello del 1971 citato solo due volte.

40
2 GLI STUDIOSI

Nonostante ci, credo invece che le ricerche di M. Durante


abbiano fortemente influenzato gli studi sulla lingua poetica i.e. e che
esse costituiscano una sorta di ponte tra una ricerca ancora molto
legata alla filologia e alla storia della letteratura classica, come era
quella che lo aveva preceduto, e una ricerca di tipo pi convintamente
linguistico-comparativo, che sar quella degli anni a venire.
Lo strumento euristico, il grimaldello scientifico, di cui lo studio-
so inizialmente si serv, fu la stilistica e molto di quel che oggi
sappiamo sugli stilemi tradizionali i.e. lo dobbiamo ai suoi studi,
venuti anche a colmare un vuoto nelle ricerche precedenti: la lacuna
pi vistosa e meno giustificabile che fa spicco nella letteratura dedica-
ta alla poesia indoeuropea sta nellaver mancato di investigare e
47
comparare i procedimenti di stile.
In questo ambito, i risultati raggiunti dallo studioso sono impor-
tanti e duraturi: lepitesi, la metafora, il paragone, la personificazione,
la ripetizione, lassonanza, lallusivit, gli arcaismi, la perifrasi, la
paronomasia, la similitudine, la sinonimia, sono tutti stilemi, con
utilizzi diversi nelle varie lingue storiche, che egli ha indagato e spesso
48
chiarito e potuto attribuire, con varia attendibilit, alla poesia i.e.
Tuttavia, per quel che riguarda la sua visione generale del fenome-
no poetico i.e., visione che prese compiutamente e definitivamente
forma negli scritti della met degli anni settanta, molto di quel che
pensava M. Durante non pi sostenibile o forse non lo mai stato:
mi riferisco qui alla quasi completa misconoscenza che egli aveva
dellimportanza del celtico nella ricostruzione della poesia i.e. (e del
resto si ritiene generalmente che la religione celtica non si elevasse
49
gran che dal livello sciamanistico); alla sottovalutazione della poe-

47
Cit. da M. DURANTE, 1976, p. 10.
48
Riguardo poi alla metrica comparata, M. Durante riteneva, diversamente da A. Meillet,
di cui in particolare non condivideva laccettazione dellinterpretazione wilamowitziana degli
eolismi omerici e lipotesi di un rapporto con la cultura egea (cfr. M. DURANTE, 1971, p. 127),
che lesametro fosse uno sviluppo, su base eolica, dalla metrica lirica ereditata, concordando in
questo con G. Nagy (si veda lattenta, e per altri aspetti critica, recensione che M. Durante ID.,
1974b fece di G. NAGY, 1974); sar da attribuire al filone ereditato della tradizione metrica
greca anche una serie di consuetudini prosodiche, di validit generale o limitate a particolari
sistemi, le quali si ritrovano nella poesia vedica. Tali sono la sillaba ancipite in fin di verso;
labbreviamento di vocale lunga o dittongo avanti inizio di parola vocalico; lequiparazione di
sillaba lunga per posizione alla sillaba lunga naturale, [] leliminazione di una sequenza di tre
brevi mediante allungamento di una delle sillabe (cit. da M. DURANTE, 1976, p. 65.).
49
Ivi, p. 67; Giulia Pittaluga, che ha impietosamente raccolto nella sua recensione al
volume del 1976 diverse di queste affermazioni, scrive: molto si sarebbe avvantaggiato un

41
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

sia germanica, cui riconosceva aura dindeuropeit nel solo ambito


magico-apotropaico (il discorso poetico indoeuropeo occidentale si
colloca entro forme di cultura incomparabilmente meno evolute della
50
civilt greca); allesclusione del mondo romano e italico (Era una
societ di pastori e di agricoltori, organizzata in funzione delle esigen-
ze pratiche della vita associata. [] non abbisogna affatto di un
discorso autenticamente letterario, che verta cio su ideali sublimi,
che trascendono le esigenze pratiche. [] Sarebbe assurdo pensare
che i51 lontani antenati dei Romani fruissero di una civilt pi evolu-
ta); allinutilit delle indagini poetiche sul mondo i.e. orientale (
impossibile stabilire se e in quale misura le solidariet greco-arie
fossero condivise dagli altri settori indoeuropei orientali, ch un im-
menso iato cronologico separa Omero e il Veda dalle prime manife-
52
stazioni a noi note della poesia armena, baltica, slava); alla restri-
zione dei possibili rapporti tra il mondo poetico greco e le letterature
vicino-orientale ai soli contenuti narrativi (nello stile e nella versifica-
zione la poesia greca non risulta affatto debitrice delle letterature del
Vicino Oriente: la separa da queste un divario tipologico incommen-
53
surabile); alla convinzione, sulla base bisogner pur dirlo di
motivazioni, culturali prima che linguistiche, insussistenti, a comincia-
re dalla presunta superiorit spirituale della civilt aria e della sua
onnipervadente
54
capacit dirradiazione tra le popolazioni contermi-
ni, dellinesistenza di una cultura intellettuale alta, e perci di una
poesia, panindeuropea.
Il punto che M. Durante era convinto che si potesse parlare di
una comune lingua poetica solo tra i Greci e gli Arii e dimostrare
questo era il fine che si proponeva di raggiungere con le sue ricerche.
Ritengo che nessuno, soprattutto dopo le indagini di E. Campanile ma

lavoro di linguistica ad ampio respiro come questo vuol essere, dellapporto che la moderna
problematica storico-religiosa avrebbe senzaltro potuto dargli, evitando cos allautore di
incorrere in vecchie posizioni pregiudiziali oramai superate (cit. da EAD., art. cit., p. 393). Dal
punto di vista metodologico, M. Durante suffragava le sue convinzioni sul celtico, ritenendo
poco probanti i confronti istituiti sulla base della norma geolinguistica delle aree laterali (cfr. M.
DURANTE, 1976, pp. 17-18): particolarmente discutibile la classificazione del celtico come
lingua marginale (cit. da ID., Aspetti e problemi cit., p. 54); su tutto ci vd. infra, pp. 66 sgg.
50
Cit. da ID., 1976, p. 66.
51
Cit. da ID., Aspetti e problemi cit., pp. 52-3. 52 Cit. ID., 1976, p. 66.
53
Cit. da ID., 1971, p. 153.
54
Cfr. ID., Aspetti e problemi cit., pp. 54 sgg.

42
2 GLI STUDIOSI

anche dopo quelle di F. Bader e di C. Watkins, possa ormai pi


seguirlo su questa via.
Tuttavia, come risultato di questa impostazione teleologica, a noi
resta, tolto quel che si detto e ricollocando il tutto in un diverso, pi
55
realistico scenario della mentalit indeuropea e in generale arcaica,
lacquisizione definitiva, attraverso una serie di ricerche accurate,
affidabili, ricche di dati nuovi come poche in questo settore di studi,
di un rapporto poetico previlegiato tra quelle popolazioni di lingua
i.e. che poi in epoca storica saranno i Greci, gli Iranici e gli Indiani;
questa consapevolezza, che dobbiamo alle ricerche di M. Durante,
possiamo per oggi iniziare a porla allinterno della storia delle pi
generali intersezioni di intensi rapporti preistorici e protostorici che
dovettero precedere e seguire la fase pi strettamente unitaria del
mondo i.e., rapporti che coinvolsero certamente anche popolazioni e
trib di lingue e civilt non i.e.
Alla storia di questi rapporti, che con ogni evidenza dovettero
riguardare anche gli aspetti pi propriamente intellettuali della vita di
queste genti, M. Durante ha dato un contributo forse limitato, nelle
sue parti pi convincenti, pi agli aspetti storico-letterari della storia e
della preistoria della poetica greco-aria che a quelli della globale
comparazione i.e., ma non per questo il suo apporto manca di confi-
gurarsi come importante e proficuo per linterezza degli studi sulla
lingua poetica i.e.

2. 4. GREGORY NAGY
56
Nella sua attivit scientifica, G. Nagy ha affrontato, in chiave
comparativa e nel corso dei decenni, quasi tutte le problematiche pi
importanti legate alla storia linguistico-culturale della grecit classica
e preclassica, indagando sempre con conoscenza della letteratura
diretta e indiretta ammirevole.

55
M. Durante, ad esempio, respingeva sia le ipotesi di G. Dumzil che da tendenza, che
oggi va di moda, a riconoscere presunti connotati primitivi nella cultura greca arcaica (cit. da
ID., 1976, p. 72, nota 2).
56
G. Nagy insegna al Department of the Classics della Harvard University; diversi altri
suoi lavori sono indicati in 111,4,7. Il suo libro pi noto The Best of the Acheans. Concepts of the
Hero in Archaic Greek Poetry, Baltimore London 1979 , ha ricevuto il prestigioso premio
Goodwin Award of Merit della American Philological Association.

43
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

Dopo gli iniziali interessi miceneologici e dialettologici della met


57
degli anni sessanta, lo studioso americano pubblic nel 1974 un
volume intitolato Comparative Studies in Greek and Indie Meter, una
monografia, in realt, che era gi pronta nel 1970: tuttavia, come ebbe
poi a dichiarare, there were many difficulties in my quest for a
58
publisher, and the work surfaced only in 1974.
Il lavoro, apparso in un momento di fervente ripresa della ricerca
59
poetica i.e., conobbe una grande notoriet forse perfino superiore
60
ai risultati effettivamente raggiunti , ebbe molte recensioni e costi-
tu linnesco per un dibattito sulla metrica i.e. e sul confronto tra la
formula omerica kloj fqiton e quella vedica rva(s) kitam, tuttora
61
non sopito.
62
Come stato osservato, il volume offre certamente meno di quel
63
che il titolo pu far sperare, al suo interno mal articolato, di lettura
64 65
faticosa, apre pi questioni di quante ne risolva, alcune delle sue
66
tesi rimangono allo stato di congettura e altre sono per i pi difficil-
67
mente accettabili.
Nonostante ci, credo si tratti di un libro importante e che esso
contenga delle acquisizioni significative per i nostri studi; tra queste

57
Sono di quegli anni, per esempio, i suoi articoli Observations on the Sign-grouping and
Vocabulary of Linear A, AJA 69 (1965), pp. 295-330, On Dialectal Anomalies in Pylian Texts,
in Atti e Memorie del I Congresso Internazionale di Micenologia, Roma 1968, pp. 663-679, e il
volume Greek Dialects and the Transformation of an Indo-European Process, Cambridge (Mass.)
1970.
58
Cit. da G. NAGY, 1979, p. 611; questo il motivo per cui egli non pot tener conto di M.
L. WEST, 1973a, 1973b, due articoli che sostanzialmente giungevano alle stesse conclusioni dei
suoi Studies.
59
Cfr. supra, p. 23.
60
Quelle a me note sono gi state citate alla nota 64, p. 26.
61
Cfr. supra, p. 26.
62
Cfr. J. BROUGH, 1977, p. 297.
63
Cfr. M. W. HASLAM, 1976, p. 202.
64
The book has its faults. Parts of its are wrong; it is prolix in exposition and uncouth in
style: cos M. L. WEST, 1974, p. 459, che qualche anno dopo ebbe poi in parte a ricredersi: I
was perhaps too sceptical in my review: cit. da ID., 1982, p. 296, nota 45.
65
[] pourquoi ne pas tirer davantage parti, dans la recherche sur lhistoire de lhexam-
tre, du fait (rappel en Introduction) que a finale de ce dernier est celle dune parmiaque? est-il
lgitime dans une tude dhistoire mtrique de previlgier une seule formule, comme le fait G.
Nagy, non pas dans sa partie grecque, o il manie un matriel riche, mais dans sa partie indienne,
et, par-del, comparative? doit-on continuer considrer comme la composition formulaire
comme preuve du caractre oral de la posie pique? (cit. da F. BADER, 1979, p. 117).
66
Cfr. M. DURANTE, 1974a, p. 44.
67
Cfr. H. M. HOENIGSWALD, 1977, p. 88.

44
2 GLI STUDIOSI

68
metterei, con M. Durante, la prova che lesametro omerico compor-
tava in origine la base eolica e che dunque lo si debba considerare
come sorto da uno sviluppo della metrica ereditata e non una creazio-
69
ne anellenica, e con F. Bader lipotesi solida che il greco abbia
ereditato una tradizione lirica indipendente, nel metro e nella metrica
formulare, da quella epica; costuisce poi davvero un contributo pione-
70
ristico e innovativo allo studio della dizione formulare rigvedica,
lanalisi, condotta nel capitolo IX, della distrubuzione fraseologica e
metrica di rvs; infine, mi pare importante, anche se forse non
71
risolutiva come vorrebbe lAutore, lidea portante del volume che
gli sviluppi del metro non siano autonomi ma dipendano dallespan-
72
sione delle formule.
G. Nagy torn poi sugli argomenti del volume del 1974 in due
articoli successivi (ID., 1979 e 1981a): nel primo, partendo dalle
differenze tra le sue ipotesi e quelle di M. L. WEST, 1973a e 1973b,
precis e in parte modific le sue tesi sullorigine dellesametro; nel
secondo, in risposta alle argomentazioni contrarie di E. D. FLOYD,
73
1980, ribad la sua convinzione della comune ereditariet poetica, in
greco e in vedico, della formula kloj fqiton / rva(s) kitam.
74

In un lavoro sempre del 1981(b), ispirato ai risultati del suo gi


citato volume The Best of the Acheans, lo studioso si era invece occupa-
to, sulla scorta delle ricerche sulla trifunzionalit di G. Dumzil Sous
son influence, jai commenc considrer lpope non comme un
75
reflet de lhistoire mais bien comme un reflet du mythe ,
di epopea i.e. e aveva ricostruito i riflessi sur le plan formel del

68
Cfr. M. DURANTE, 1974a, p. 44.
69
Cfr. F. BADER, 1979, p. 116.
70
Cfr. ancora M. DURANTE, 1974a, p. 44.
71
Osservazioni critiche a questa impostazione sono anche in M. L. WEST, 1974, p. 457 e in
M. DURANTE, 1974a, p. 43.
72
G. Nagy riprende qui, com evidente, alcune delle ipotesi di M. Parry, di A. B. Lord, di
A. Hoekstra e di J. B. Hainsworth: vd. G. NAGY, Formula and Meter, in A. STOLZ R. S.
SHANNON, Oral Literature and the Formula, Ann Arbor (Mich.) 1976, pp. 239-260 e la discussio-
ne che ne segu, tra cui alcune opinioni di J. Puhvel degne di attenzione, alle pp. 261-272;
affronter questo problema metodologico nel cap. 1,3.
73
Vd. ancora supra, p. 26.
74
In una recensione a W. Meid, 1978, di quegli anni, G. Nagy (1980) si mostr tuttavia
contrario allipotesi, sostenuta come sappiamo anche da M. Durante (cfr. supra, p. 42), dellesi-
stenza di un sottogruppo linguistico-poetico greco-indo-iranico.
75
Cit. da G. NAGY, 1981b, p. 137.

45
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

76
diction potique di due temi mitico-narrativi ereditati: un thme
gnral qui suggre implicitement le paralllisme des hros, non
seulement dans leurs caractres mais encore dans leurs actions, avec
77
un dieu correspondant, e un tema pi particolare in cui le hros et
78
le dieu sont traditionnelement reprsents comme des sosies, arric-
chendo in tal modo lanalisi precedente di G. Dumzil dello schema
i.e. dellantagonismo dio/eroe e potendo poi sostenere che tant
donn que le tmoignage grec offre des parallelismes entre les dieux
et le hros, qui sont attests mme au niveau du culte, la perception de
Dumzil sur lpope telle que structure par le mythe peut mme tre
79
tendue un peu plus loin: de lepope au mythe et jusquau rite.
Questo interessante articolo, in gran parte modificato cos come
diversi altri gi pubblicati e raccolti nello stesso volume, confluito
80
poi in Greek Mythology and Poetics del 1990, un libro notevole per
pi aspetti; come dichiara lautore stesso nellintroduzione, the pri-
mary aims is to examine the Greek language, by way of comparison
with cognate languages, as a reflection of Greek society, with special
attention to the function of language as vehicle of mythology and
poetics. The emphasis of this book, however, is not the Indo-
European heritage of the Greek language. Rather, it is on the forces
that transformed this Indo-European heritage into a distinctly Greek
heritage; let us call it Hellenism. As for the process of transformation,
let us call it Hellenization.
La prima parte del volume The Hellenization of Indo-European
Poetics. 1. Homer and Comparative Mythology; 2. Formula and Meter:
The Oral Poetics of Homer; 3. Hesiod and the Poetics of Pan-Hellenism ,
quella che ci riguarda pi da vicino: in essa G. Nagy, senza peraltro
sostanziali aggiunte di nuovo materiale comparativo, rielabora tre suoi
81
lavori precedenti, inserendoli per in un accostamento alla grecit

76
Ivi, p. 142.
77
Ivi, p. 139.
78
Cit. da ID., ibid.
79
Ivi, p. 140; i corsivi sono dellAutore.
80
Sempre nel 1990 uscito un altro bel volume di G. Nagy, che raccoglie anchesso
contributi in parte gi noti, intitolato Pindars Homer. The Lyric Possession of an Epic Past,
Baltimore London, e che qui non esamino, cos come The Best of the Acheans del 1979, perch
non riguarda direttamente largomento della presente ricerca; per inciso, il volume contiene una
Appendix: A Comparative Survey of Pindars Meters, che riprende G. NAGY, 1979.
81
Essi sono: G. NAGY, 1981b, Formula and Meter cito (nota 72, p. 45) e Hesiod, apparso in
T. J. LUCE (ed.), Ancient Writers, New York 1982, pp. 43-72.

46
2 GLI STUDIOSI

che riesce oramai, dopo i primi tentativi invero non del tutto convin-
centi, a coniugare felicemente e produttivamente lindeuropeistica e la
mitologia comparata con le teorie sulloralit di M. Parry e A. B. Lord,
la critica letteraria pi agguerrita e recente, la linguistica teorica in
particolare: la teoria degli speech-acts di J. L. Austin e J. R. Searle, gli
importanti studi sui rapporti tra Vicino Oriente e religione greca di
W. Burkert e, infine, i metodi e le teorie dellantropologia sociale e
culturale.
Si tratta di una lezione di metodo non solo intelligente nella
conduzione e affascinante nei risultati, ma soprattutto di grande
sensibilit e di attenzione mirabile alla globalit dei fatti di lingua e di
cultura, tale da costituire un punto di riferimento per gli studi sulla
lingua poetica i.e. a venire.
In definitiva, lapporto di Gregory Nagy agli studi sulla lingua
poetica i.e., appare limitato quantitativamente e temporalmente, quasi
come una tappa allinterno delle diverse fasi delle sue ricerche e dei
suoi interessi; similmente a Enrico Campanile, a Franoise Bader e,
come vedremo tra breve, al suo collega di Harvard Calvert Watkins,
egli per giunto con i suoi ultimi studi alla definizione di un metodo
di lavoro che si distingue per creativit, passione e competenze multi-
ple al punto da apparire nei fatti come uno dei maestri della cosiddet-
ta New Comparative Philology.

2.5. CALVERT WATKINS


82
Cos come M. Durante, anche C. Watkins pu essere considera-
to come uno dei fondatori delle ricerche moderne intorno alla lingua
83
poetica i.e.; sono infatti dei primi anni sessanta due suoi articoli di
metrica comparata divenuti famosi, soprattutto quello del 1963, per i

82
Calvert Watkins insegna al Department of Linguistics della Harvard University; oltre
che di lingua poetica e di ricostruzione culturale, nelle sue indagini si occupato anche di
flessione verbale, di sintassi, di etimologia, con competenze che variano su quasi tutte le lingue
i.e.: i suoi articoli pi importanti sono ora raccolti in ID., Selected Writings, Innsbruck 1994, voll.
I-II.
83
Si tratta di Indo-European Origins of a Celtic Meter e di Indo-European Metrics and
Archaic Irish Verse, entrambi gi citati alla nota 14, di p. 15.

47
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

84
risultati ottenuti, per il metodo adottato e per aver segnato lingres-
85
so definitivo del celtico nella comparazione sulla metrica i.e.
86
Dopo aver per qualche tempo lavorato su altri temi, C. Watkins
torn alla lingua poetica i.e. con un articolo del 1970 e da allora, con
una continuit di produzione e una evidenza di risultati ammirevoli,
non ha pi smesso di occuparsene.
Dir subito che la ricerca sulla lingua poetica i.e. deve molto a
questo studioso: innanzitutto, egli condivide con E. Campanile il
merito di aver dato al celtico, inteso sia come tradizione linguistica che
come tradizione letteraria, il posto che meritava nella comparazione
poetica i.e.; poi, dobbiamo a lui la nostra acquisita consapevolezza di
quali confronti poetico-letterari, importanti e forse inattesi, sia possi-
bile individuare nelle lingue i.e. anatoliche; infine ed quello che
ritengo uno dei suoi meriti maggiori, aldil dei singoli risultati ottenuti
sul versante comparativo, che di seguito esaminer , egli ha saputo
utilizzare al meglio, soprattutto nelle sue ricerche pi recenti, le
acquisizioni pi convincenti della linguistica teorica contemporanea,
tra cui alcuni concetti tratti dalla grammatica generativo-tra-
sformazionale, inserendole in un contesto di elaborata consapevolezza
87
metodologica, fortemente fiducioso nelle proprie potenzialit e ca-
pacit euristiche e sicuro della sostanziale novit costituita, nella
tradizione centenaria di ricerche di linguistica storica, dalla Compa-
88
rative Indo-European Poetics.
Come dicevo, larticolo del 1970 su Language of Gods and Lan-
89
guage of Men, importante perch distinguendo nelle varie tradi-
zioni i.e. interessate ci che ereditato da ci che si pu considerare

84
Come ho avuto gi modo di dire, questi risultati furono poi confutati, in maniera
argomentata e convincente, da K. KLAR B. O. HEHIR E. SWEESTER, 1983-4: torner meglio
sullargomento in 1,4.
85
Vd. supra, p. 15.
86
di quegli anni il suo Geschichte der indogermanischen Verbalflexion. I. Formenlehre,
Heidelberg, 1969, terzo volume della Indogermanische Grammatik curata da Jerzy Kurilowicz e
Manfred Mayrhofer.
87
Anche del metodo di C. Watkins, parler nel cap. 1,3; lo studioso ha espresso i suoi
convincimenti metodologici soprattutto in ID., 1981b, 1989, 1990, 1992.
88
Comparative Indo-European Poetics may be defined as a linguistic approach, both
diachronic (genetic) and synchronic (typological), to the form and function of poetic language
and archaic literature in a variety of ancient Indo-European societies from India to Ireland (cit.
da C. WATKINS, 1987c, p. 270; il corsivo dellA.).
89
Per la bibliografia sullargomento, cfr. supra, nota 10, p. 33.

48
2 GLI STUDIOSI

come sviluppo autonomo nei singoli dominii, ha inaugurato le indagi-


90
ni proseguite e approfondite poi soprattutto da F. Bader su
quella tradizione segreta di speculazioni metalinguistiche dei poeti
i.e., che la migliore e definitiva testimonianza sullesistenza gi in
epoca unitaria di una identit poetica sicura di s e del proprio ruolo
socio-tribale. Luso della nozione jakobsoniana di marcato vs. non-
marcato In theses cases we have a metalinguistic poetic figure
setting forth explicitly a hierarchy in the lexicon: the relations
between the designations of the same entity on two levels of discourse.
The lower level, that of ordinary language, is figured as the language
of men, while the higher and more restricted level of formal, poetic,
or otherwise exotic language is figured in this ancient metaphor as the
language of the gods. The metaphor represents a conscious signaliza-
tion of an opposition existing in the lexicon, between the common,
semantically unmarked term, and a rarer, more charged, semanticaly
91
marked term. rappresenta poi, in questa particolare prassi com-
parativa, una novit di indubbia efficacia.
Alcune delle ricerche seguenti di C. Watkins, si sono aperte poi
92
alla comparazione anche di materiali latini arcaici e oschi, mentre
altre sue indagini hanno riguardato lidentificazione di metafore di
93
epoca i.e. e lanalisi di fatti di stile o la ricostruzione di tecniche
94
poetiche arcaiche.
Dir anche con chiarezza che non tutto di ci che ha scritto C.
Watkins sulla lingua poetica i.e. riesce a convincermi: per esempio, in
ID., 1976c, trovo deboli le prove adotte per ipotizzare nelliscrizione
del vaso di Dipylon (IG I Suppl. 492a) la presenza di un metro lirico
greco finora sconosciuto; in ID., 1978b, ritengo ancora troppo conget-
turale la ricostruzione del testo si tratta di un rituale sacrificale
palaico per poterne parlare come di uno degli oldest pieces of
Indo-European poetry that we possess (cit. da ID., 1978b, p. 312); in
ID., 1981a, invece non mi convince il rinvio a una troppo generica
poesia i.e. popolare; in ID., 1986c, lesegesi prima e le comparazioni

90
Vd. supra, p. 33; un altro suo articolo che ha spianato la strada allinterpretazione
corretta di un testo enigmatico, C. WATKINS, 1978a: cfr. E. CAMPANILE, 1986b e 1988.
91
Cit. da C. WATKINS, 1970, p. 2; i corsivi sono dellA.
92
Vd. ID., 1975a, 1978b e 1987b.
93
Vd. ID., 1977a e 1987b.
94
Vd. ID., 1976b, 1977a, 1977b, 1979a.

49
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

addotte poi a una linea di testo luvio, mi lasciano assai dubbioso sulla
sua realt poetica.
Tra le sue ricerche degli ultimi anni settanta, trovo invece partico-
larmente utile il lavoro apparso nella miscellanea, curata da E. Neu e
95
W. Meid, Hethitisch und Indogermanisch; esso segna una tappa a
mio parere fondamentale: lingresso a pieno titolo, cio con lapporto
di materiale poetico encorico, dellittita negli studi sulla lingua poetica
i.e.:

In the whole of R. Schmitts extensive survey of Dichtung und Dich-


tersprache [] there is no mention at all of Hittite [] is perhaps due to the
facts of geography and history []. There is perhaps another, simpler
reason: that there was no immediate impetus to look in Hittite for traces of
Indo-European poetics, because unlike virtualiy all the earliest literary
monuments of the other old branches of the family, Hittite texts are near1y
all in prose. [] Hittite had from the beginning its assured pace in the
study of Indo-European phonology, morphology, and syntax; it remains to
bring Hittite into the Indo-European Dichtersprache Tradition. When we
do so, it is not only to find another branch of the family which confirms
equations already made, but to caste new and fuller light both on old
problems, and on those as yet unrecognized, in Indo-European semantics
96
and poetics.

E a C. Watkins loperazione riesce esaminando con bravura e


inventiva la cosiddetta Epica del Mercante (CTH 822), un testo lettera-
rio ittita antico, dove egli ritrova, in forma completa e organica, quella
tassonomia della ricchezza che era nota, parzialmente e non del tutto
comprensibilmente, gi da testi di altre tradizioni i.e.: no other
Indo-European language shows a single text with so complete a
taxonomy as the Hittite Merchant Epic []. We may think of the
Merchant Epic as the literary response of an immigrating Indo-
European tribal society to a different and alien conceptualization, and
one artistically put into the mouths of the bearers of that alien culture
97
[]..
Negli anni ottanta, la gran parte delle ricerche sulla poetica i.e. di
Calvert Watkins, ruota invece intorno a How to kill a Dragon in

95
Si tratta di C. WATKINS, 1979a.
96
Cit. da ID., 1979a, p. 269 e p. 270 (il corsivo dellA.).
97
Ivi, p. 287.

50
2 GLI STUDIOSI

Indo-European, un lavoro apparso nel 1987 negli Studies in Memory


98
of Warren Cowgill; questo articolo costituisce, a mio parere, il suo
contributo finora pi maturo e rappresenta, per metodo, chiarezza,
consapevolezza, risultati e conseguenze, un punto di arrivo dellin-
tera ricerca sulla lingua poetica i.e. e forse per lindeuropeistica
tutta.
Pur trattandosi di un lavoro difficile da riassumere per la ricchez-
za delle sue implicazioni e su cui torner pi volte nel corso della
presente ricerca, tenter qui di seguito di darne conto brevemente.
99
Il mito quello esaminato in parte da E. Benveniste L. Renou
100
e nella sua globalit da V. V. Ivanov V. N. Toporov; si tratta di un
tema cosmogonico che non solo i.e. ma qui

we are looking for the Indo-European touch and it is in the formula that we
101
will find it, perch le formulas are the vehicles, the carriers of themes;
102
theme is the deep structure of formula. Il riesame delle attestazioni
consente a C. Watkins di estrapolare da esse an Indo-European mythologi-
cal theme, with partiallexical expression:
w
HERO SLAY (*g hen-) SERPENT
The verbal formula which is the vehicle for this theme asymmetrically
is boxed:

98
I lavori di C. Watkins che trattano della ricostruzione della formula i.e. per luccisione
del drago sono: ID., 1986a, 1986b, 1987b, 1987c, 1991; tali indagini sono state poi raccolte, e in
parte rielaborate, nel suo volume How to kill a Dragon: Aspects of Indo-European Poetics,
Oxford 1995. Devo aggiungere che ho potuto prendere visione di questo volume solo quando la
presente ricerca era oramai ultimata.
99
Cfr. E. BENVENISTE L. RENOU, Vtra et Vrana. tude de mythologie indo-iranienne,
Paris 1934.
100
Cfr. V. V. IVANOV V. N. TOPOROV, Issledovanija v oblasti slavjanskix drevnostej
Leksieskie ifrazeologieskie rekonstrukcii tekstov, Moskva 1974; degli stessi autori si vd. anche
Le mythe indo-europen du dieu de lorage poursuivant le serpenl: reconstruction de schma,
apparso in precedenza in Mlanges C. Lvi-Strauss, Paris The Hague 1970, pp. 1180-1206; cfr.
anche J. FONTENROSE, Python. A Study of Delphic Myth and its Origins, Berkeley Los Angeles
1959, rist. 1980; J. VARENNE, Cosmogonies vdlques, Paris Milan 1982; J. HAUDRY, Beowulf dans
la tradition indo-europenne, EIE 9 (1984), pp. 1-59; R. LAZZERONI, La madre di Vtra, in E.
CAMPANILE (ed.), Studi Indoeuropei, Pisa 1985, pp. 101-107; C. A. MASTRELLI, Motivi indraici
nel Beowulf e nella Grettis Saga, AION-G 28-29 (1985-6), pp. 405-420; G. COSTA, Su alcune
espressioni indeuropee della sovranit, in G. DEL LUNGO CAMICIOTTI F. GRANUCCI M. P.
MARCHESE R. STEFANELLI (a cura di), Studi in onore di Carlo Alberto Mastrelli. Scritti di allievi
e amici fiorentini, Padova 1994, pp. 67-79, in particolare p. 73, nota 34.
101
Cit. da C. WATKINS, 1987c, p. 271; tutti i corsivi, anche quelli che seguono, sono dellA.
102
Ivi, p. 270.

51
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

w
HERO SLAY (*g hen-) SERPENT

This asymmetry in the correspondance of formula to theme is precisely the


103
Indo-European touch that we are looking for.

Conferme alla sua tesi, lo studioso le trova poi in testi poetici


greci, medio-iranici e irlandesi, mostrando anche, per lo pi grazie a
testi germanici, come la formula sia bidirezionale il serpente cio
che qualche volta uccide leroe e come dalla formula-base si arrivi ad
altre formule derivate:
w
HERO 1 SLAY (*g hen-) HERO 2 (OWN HOUSE)
w
HERO SLAY (*g hen-) SUITORS (OWN HOUSE)
w
[anti] GUEST SLAY (*g hen-) [anti] GUEST (WEAPON)

It is the claim of this paper that the intertextuality of these versions of


the basic formula we have established, varying in time, pIace and language
but taken collectively, constitute a background without which one cannot
fully apprehend, understand and appreciate the traditional elements in a
given ancient Indo-European literature. In this sense we may speak of a
104
genetic Indo-European comparative literature.

Forse questultima affermazione un po darwiniana di Watkins


non trover tutti consenzienti, tuttavia egli con questo articolo e con
quelli gi ricordati che da esso derivano ha certamente posto gli
studi sulla Indogermanische Dichtersprache a un tale livello di pre-
gnanza epistemologica che necessario oramai chiedersi quale ruolo
essi effettivamente giochino allinterno dellindeuropeistica; la risposta
di Calvert Watkins chiara e forte: essi rappresentano la New
105
Comparative Philology.
***
Giunti alla fine dei primi due capitoli, abbiamo ora una mappa
probabilmente pi chiara e pi dettagliata delle principali direzioni in

103
Ivi, p. 276.
104
Ivi, p. 299.
105
Cfr. ID., 1989, passim.

52
2 GLI STUDIOSI

cui si sono svolte le indagini sulla lingua poetica i.e.; con questa
mappa, seguendo i sentieri tracciati, possiamo ora evitare di perderci
con circoli viziosi nel noto e lasciarci condurre fino alle soglie del-
lignoto.
Nei due capitoli che seguono, tenter dapprima di mettere a
punto un metodo che riassuma, condensi e trascenda ci che mi
appare pi convincente degli orientamenti teoretici finora emersi
nella ricerca e poi di fare il punto sullo stato attuale delle nostre
conoscenze fattuali.
Lultimo capitolo della prima parte, ci dir infine di quali risposte
possiamo gi disporre e quali domande possiamo invece porre.

53
CAPITOLO 3

IL METODO

Le idee pi preziose vengono trovate per ultime,


ma le idee pi preziose sono i metodi.
(F. Nietzsche)

3. 1. IL METODO GENEALOGICO
1
Fino alla sintesi di R. Schmitt inclusa, dunque fino al 1967, nelle
ricerche sulla lingua poetica i.e. ha prevalso un orientamento metodo-
logico di tipo genealogico, tendente cio, tramite la comparazione
etimologica, alla ricostruzione degli archetipi, per lo pi lessemi e
sintagmi, da cui sarebbero poi derivate le forme variamente attestate
nelle lingue storiche.
Alla lingua poetica, nonostante le diverse finalit ricostruttive e il
differente materiale affrontato, fu in sostanza applicata la stessa meto-
dica comparativa di derivazione schleicheriana della ricerca storico-
linguistica in senso stretto.
Il mancato riconoscimento della diversit della comparazione
poetica e quindi della diversa metodologia con cui essa andava
praticata, rispetto alla comparazione che si occupa della ricostruzione
morfo-fonologica e lessicale [] La comparazione tra testi poetici
di lingue apparentate non pu far suoi i criteri di valutazione, gli
obiettivi e altres le certezze che vigono nella normale prassi compara-
l
Tra le recensioni a R. SCHMITT, 1967a, che affrontano questioni metodologiche, sono da
ricordare: J. GONDA, 1969, H. HUMBACH, 1967, E. RISCH, 1969a, R. STERNEMANN, 1969, oltre
alle recensioni di V. Pisani gi pi volte citate: con la sola eccezione di questultimi (cfr. supra,
pp. 19 sgg.), tutti gli altri interventi sono limitati in definitiva allesame del problema tipologia
elementare vs. origine genetica.

55
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

2
tiva; richiede una metodologia propria [] , da imputare, in
parte, alla sporadicit e alloccasionalit di molti degli studi preceden-
3
ti il 1967, ma soprattutto alla generale concezione dellindeuropeo
4
che risale allinsegnamento dei Neogrammatici.
I meriti storici e i limiti teoretici della dottrina neogrammatica
5
sono troppo noti perch debba qui soffermarmici, i loro riflessi
metodologici nelle ricerche sulla lingua poetica i.e. ci riguardano
invece direttamente.
Tra i meriti da ascrivere alle indagini impostate genealogicamente,
vi certamente quello di avere verosimilmente esaurito, pur nella
dispersione e nella disorganicit, il novero dei confronti rintracciabili
6
nei e coi vocabolari etimologici, cos come dimostra anche la scarsez-
za delle nuove acquisizioni di questo tipo riscontrabili negli studi
7
posteriori: il thesaurus cos raccolto da ritenersi, dal punto di vista
etimologico, come unacquisizione duratura, fatte salve ovviamente le
eventuali
8
comparazioni rese possibili da nuove proposte etimologi-
che.
Tale inventario, tuttavia, necessariamente autolimitato ai non
molti confronti per cui ricostruibile un antecedente omogeneo, cosa
gi di per s rara nella normale ricostruzione lessicale i.e., perch il
metodo stesso assume come criterio per asseverare un rapporto prei-
storico tra le coincidenze di tradizioni poetiche di lingue apparentate
e ovviamente non legate tra loro da rapporti culturali di epoca
storica, come, per esempio, quelli di epoca classica tra la letteratura
latina e la letteratura greca la loro comune derivazione da una
Urform, ricostruita secondo i crismi di unipotesi che concepisce la
protolingua come primariamente unitaria e indifferenziata e scandisce

2
Cit. da M. DURANTE, 1976, p. 7.
3
Vd. supra, pp. 13 sgg.
4
Era della stessa opinione anche M. DURANTE: cfr. ID., 1976, p. 11.
5
Si trover tutto quel che occorre in A. QUATTORDIO MORESCHINI (ed.), Un periodo di
storia linguistica: i Neogrammatici. Atti del Convegno della Societ Italiana di Glottologia
(Urbino: 25-27/10/1985), Pisa 1986.
6
Cos anche E. CAMPANILE, 1987a, p. 22. 7 Vd. supra, pp. 23 sgg.
8
Altro discorso va fatto invece per quel che riguarda la valutazione semantica e storico-
culturale dd medesimo materiale: vd. supra, pp. 22 sgg.; con una comunicazione personale, B.
Schlerath mi informa per che dal Magisterarbeit di un suo allievo sui resti della lingua poetica
i.e. in lettone, lecito attendersi novit importanti.

56
3 IL METODO

le fasi dei suoi sviluppi diacronici verso le lingue storiche con il


criterio delle leggi fonetiche.
Seguendo le efficaci e a parer mio convincenti dimostrazioni date
9 10
da M. Durante e da E. Campanile, occorre a questo proposito
ribadire che qualunque opinione si abbia in generale sullindeuropeo
e sulla sua ricostruzione, la congruenza etimologica tra frammenti
testuali di due o pi tradizioni poetiche purtroppo non ci d in s
alcuna garanzia n sullantichit del confronto la congruenza eti-
mologica non vale nemmeno come criterio onde accertare lantichit
della combinazione: il fatto che un poeta greco e uno indiano abbiano
combinato i medesimi significati mediante strutture formali correlate
dipende da una ragione estrinseca, dalla circostanza che le isoglosse
lessi cali greco-indiane includono quei tali significati, cosicch la loro
11
realizzazione comportava di necessit strutture formali affini , n
sulla sua appartenenza a un registro linguistico diverso da quello di
uso quotidiano: [] il confronto tra due tradizioni poetiche non si
risolve semplicemente nella ricostruzione di un thesaurus comune.
Anche quando due ambienti linguistici si presentano talmente affini
da permettere la ricostruzione di uno stadio di lingua prevalentemen-
te omogeneo, e anche se le rispettive tradizioni poetiche riflettono una
cultura comune, i rapporti tra queste non si compendiano nelle
congruenze testuali. Cos, le numerose corrispondenze vedico-
avestiche si lasciano raramente ricondurre ad archetipi e non danno
unidea eauriente della stretta affinit che intercorre tra le due tradi-
12
zioni.
Se si fosse coerenti fino in fondo nellapplicazione di tale metodo,
13
come vorrebbe, per esempio, Bernfried Schlerath, bisognerebbe

9
Cfr. M. DURANTE, 1976, cap. I.
10
Cfr. E. CAMPANILE, 1977, cap. I.
11
Cit. da M. DURANTE, 1976, p. 9.
12
Ivi, p. 14.
13
Cfr. B. SCHLERATH, Zu den Merseburger Zaubersprchen cit. (nota 13, p. 15), pp. 139
sgg.; vd. anche ID., Die Indogermanen, Innsbruck 1973, p. 29; sul pi generale problema della
ricostruzione i.e., lo studioso tedesco, di cui ricordo con piacere di essere stato allievo in due
prolungati soggiorni berlinesi, ha scritto poi in anni recenti alcuni articoli che hanno suscitato un
dibattito vivace e approfondito: vd. ID., Ist ein Raum/Zeit-Modell fr eine rekonstruierte Sprache
mglich?, KZ 95 (1981), pp. 195-202; ID., Sprachvergleich und Rekonstruktion: Methoden und
Mglichkeiten, InL 8 (1982-3), pp. 53-69; ID., Probleme der Rekonstruktion: Schlusswort und
Ausblick, InL lO (1985), pp. 11-19; ID., On the Reality and Status of a Reconstructed Language,
JIES 15 (1987), pp. 41-46; ID., Konnen wir die urindogermanische Sozialstruktur rekonstruie-
ren?, in W. MEID (hrsg.), Studien zum idg. Wortschatz, Innsbruck 1987, pp. 249-263.

57
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

attribuire a un caso generico di affinit elementare (Elementarverwan-


dtschaft), la notissima concordanza tra gli scongiuri di Merseburgo e
lAtharva-veda, solo perch tra i due testi non esistono legami etimo-
logici e non possibile ricostruire un archetipo, nemmeno di tipo
semantico, mentre oramai acquisito, per la convergenza di indizi
molteplici, che abbiamo qui a che fare con un tratto probabilmente
14
gi di epoca i.e.
Sempre seguendo tale metodo, i numerosi confronti tra greco e
indo-iranico, recuperabili nelle rispettive tradizioni letterarie, fra i
sintagmi del tipo sostantivo (= teonimo) + epiteto (= composti col
15
nome delloro), non sarebbero proponibili come retaggi di una
comune tradizione poetica, perch i due dominii linguistici hanno due
diversi lessemi per oro, oltre che diverse etimologie per i vari
teonimi coinvolti; al contrario, come spero di essere riuscito a dimo-
16
strare, poich krusj un prestito dal semitico che forse sostitui-
sce un pi antico termine i.e. o forse introduce per la prima volta nel
mondo greco qualcosa che prima era ignoto: il risultato lo stesso ,
evidente che in un caso come questo; leterogeneit etimologica non
solo non inficia i confronti stabiliti, ma anzi ne conferma la loro
reciproca vicinanza dal punto di vista del comune sentire stilistico e
culturale, che esattamente quello che d forma a una tradizione
17
poetica.
Letimologia, che pu invece contribuire a fissare delle cronologie
relative allinterno di un processo interetnico di rapporti linguistico-
18
culturali, da sola non ha alcun valore probatorio in un indagine che
non deve e non pu fissare archetipi che non sono mai esistiti, poich
lindeuropeo tutto di un pezzo non mai stata una realt storica, ma
che vuole, posta lipotesi di una comune tradizione poetica pi antica
delle letterature storiche i.e., verificarne lesistenza e recuperarne le
tracce: ripercorrendo a ritroso liter seguto da due tradizioni affini,

14
Cfr. E. CAMPANILE, 1977, pp. 88-96.
15
Cfr. G. COSTA, 1984 e supra, nota 68, p. 28.
16
Cfr. anche M. DURANTE, Ricerche sulla lingua poetica greca. Lepiteto cit. (nota 15, p.
15), p. 42 nota 81 e F. ALBANO LEONI, 1968a, p. 150.
17
Altri esempi che confutano lapplicazione dci metodo genealogico alle ricerche sulla
lingua poetica i.e., sono in M. DURANTE, 1976, cap. I. e E. CAMPANILE, 1977, cap. I.
18
Cfr. G. COSTA, 1987b, passim e F. ALBANO LEONI, 1968a; in questultimo lavoro, tuttavia,
lutilizzo delletimologia volto soprattutto, sulla scia di Durante, alla ricostruzione di un
processo post-unitario di formazione di una lingua poetica comune solo al greco e allindo-
iranico.

58
3 IL METODO

non raggiungeremo una realt statica, ma una dinamica di rapporti,


nalla fattispecie di una solidariet culturale. Questo, e non il riprodur-
si per via di filiazione, il genere di eventi che ha operato nella storia
19
letteraria di ogni tempo.
Ma il punto centrale di tutta la questione forse un altro: anche
ammettendo che la scienza sia mai in grado di provare definitivamente
20
qualcuna delle ipotesi che formula, va detto chiaramente che il
margine di aleatoriet presente nelle ipotesi formulate dalle indagini
sulla lingua poetica i.e. alto perch in questo tipo di ricerche si ha a
che fare con una ricostruzione la lingua poetica condotta allinter-
no di unaltra ricostruzione lindeuropeo e che pertanto le meta-
ipotesi che su di essa si possono formulare, si sottraggono, per la loro
natura intrinsecamente deuteronomica, a una dimostrazione definiti-
va.
La concordanza etimologica tra gli elementi formali di un con-
fronto poetico, non costituisce quindi, come hanno creduto coloro
che adottarono e adottano il metodo genealogico, la conferma prima e
definitiva di unipotesi di poetica comparativa, ma anzi pu perfino
costituire il paravento per induzioni fuorvianti. Per evitare di cadere
di nuovo nelle fantasie ricostruttive della mitologia comparata otto-
centesca e le indagini sulla lingua poetica non sono a priori pi
scientifiche perch si occupano di lingua e non di mitologia
occorre comprendere, come forse ha fatto in parte il solo Gregory
Nagy, che queste ricerche in realt sono vicine, pi che alla linguistica
storica, alla critica letteraria comparata e che rispetto a questultima
hanno in pi la difficolt di operare con una letteratura che non
attestata ma da ricostruire, che non nata scritta ma orale, che frutto
21
di una mentalit collettiva e non di una creazione individuale.
Alle ricerche sulla lingua poetica i.e. non bisogna dunque chiede-
re dimostrazioni more geometrico, che poi il sogno dei neogramma-
tici di ieri e di oggi, ma chiarezza negli assunti metodologici e coeren-
za nelle deduzioni.
Insomma, allinterno di unipotesi che era ed ancora soprattutto
linguistica lindeuropeo e a cui strada facendo si sono sommate,
spesso con pari dignit se non con pari risultati, ipotesi di tipo

19
Cit. da M. DURANTE, 1976, p. 14.
20
Vd. infra, pp. 144 sgg.
21
Cfr., tra gli altri, E. CAMPANILE, 1977, pp. 27-33.

59
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

archeologico, storico-religioso, antropologico-culturale e ora, da ulti-


me, anche di genetica di popolazioni, le indagini sulla lingua poetica
i.e., costituendo una sommatoria di tutte queste istanze metodologi-
che e non potendo prescindere dai risultati raggiunti dalle altre disci-
pline contermini che si occupano della questione indeuropea, perch
in una mentalit arcaica la letteratura orale costituisce la summa dei
saperi di una specifica etnia, rappresentano un modo di fare compara-
zione che non ha precedenti: il metodo che esse faticosamente hanno
raggiunto, non ha pi paragoni con quello dellindeuropeistica tradi-
zionale e con la sua impostazione, pi o meno esplicitamente,
genealogica e ha invalidato i consueti parametri valutativi disciplina-
ri.
Nellutilizzare il materiale raccolto nello Schmitt, sar perci ne-
cessario usare prudenza e senso critico, tenendo presente che una
corrispondenza etimologica e genericamente semantica non forse
che il primo passo utile, ma n sufficiente n necessario per
lidentificazione di un confronto poetico e soprattutto che gli studi
seguenti hanno molto arricchito le nostre conoscenze sul contesto
della cultura poetica e sulla sua funzione nella societ i.e., modifican-
do quindi radicalmente lambito della significazione dei confronti ivi
22
proposti; occorrer, infine, aver chiaro che nelle ricerche sulla lin-
gua poetica i.e., il metodo di indagine adottato dal singolo studioso
assume una valenza maggiore rispetto alla comparazione usuale, dove
la massiva prassi pluridecennale garantisce pi salde sponde metodo-
logiche e pi chiare finalit ricostruttive, perch esso solo, in fin dei
conti, garantisce della maggiore o minore affidabilit dei risultati
presunti.

3. 2. IL METODO SEMANTICO-STILISTICO

Tra le domande rimaste inespresse nel paragrafo precedente, ve


n una fondamentale: come determinare la poeticit di un tratto
linguistico?
Nel primo capitolo del suo volume del 1976, Marcello Durante
esplicit definitivamente il metodo di lavoro che aveva seguito in tanti
23
anni di studi proficui e importanti: questa messa a punto, bench

22
Vd. supra, pp. 24 sgg.
23
Vd. supra, pp. 40 sgg.

60
3 IL METODO

tardiva e forse gi superata dalle ricerche in atto in quel periodo,


fornisce ancora risposte determinanti.
Egli dunque afferm che il materiale che manifesta la sua appar-
tenenza alla sfera del linguaggio colloquiale non pu essere valorizza-
to al fine di ricostruire tratti di poesia preistorica. Questa condizione
risulta pacifica, allorch una certa sequenza abbia anche impiego
prosaico, e non sospettabile di letterariet. [] Viceversa la documen-
tazione esclusivamente poetica di un tratto di lingua pu trovar
ragione nellassenza o nellinsufficienza della documentazione prosai-
24
ca del tempo.
Precisando poi in nota che opportuno presentare questo prin-
cipio in versione negativa. Se infatti affermiamo che soltanto il mate-
riale dotato di poeticit intrinseca pu essere valorizzato, ecc., intro-
duciamo una condizione difficile a definire, anche se spesso intuitiva-
mente evidente, ad esempio nel caso delle associazioni di sostantivo
ed epiteto vero e proprio [] Quanto allinosservanza del principio
in questione, una messe abbondante di casi si potrebbe raccogliere nel
gi citato libro di Schmitt, che tra laltro attribuisce alla poesia indoe-
uropea sequenze il cui significato vigilare il gregge, ascoltami, chi
25
(di chi) sei tu? [].
Questo principio, nella sua apparente ovviet, costituisce a mio
parere la miglior risposta possibile alla domanda prima formulata, a
patto di non interpretarlo operativamente come un criterio di tipo
statistico, come pu sembrare se si guarda solo a quella che Durante
chiama la sua versione negativa; occorre invece aver presente anche
la versione positiva cio, detto meglio, qualitativa del principio,
quella insomma che classifica un tratto di lingua come poetico in s,
altrimenti si rischia di non individuare possibili elementi poetici in
tradizioni come, per esempio, quella anatolica, di cui ci restano, per
ora, solo attestazioni prosastiche, o di non riconoscere elementi di
quotidianit in quelle tradizioni, come quella greca (miceneo a parte)
e quella indiana, che hanno le loro attestazioni pi antiche solo in
poesia.
Dopo aver chiarito e noi con lui come stabilire cosa appartiene
al linguaggio poetico, M. Durante giunge poi a fissare alcuni principi

24
Cit. da M. DURANTE, 1976, pp. 7-8.
25
Ivi, p. 7 nota 1.

61
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

26
metodologici che dovrebbero consentire di fissare il valore proba-
tivo che inerisce a congruenze tra documentazioni di lingue poetiche
27
apparentate:

[] la probabilit della corrispondenza singola non assume valore in se


stessa, bens in quanto contribuisce alla valutazione complessiva degli insiemi
di corripondenze in cui il caso singolo si coordina. [] Nella misura in cui si
riesce ad ancorare ad altre risultanze comparative una corrispondenza non
generica, cio non motivabile entro una fenomenologia generale del linguag-
gio poetico, e nella misura in cui si scopre un principio di coerenza negli e tra
gli insiemi che si ottengono, progressivamente viene a ridursi lalea di una
sistematica coincidenza fortuita. Obiettare che tante ipotesi non equivalgono
a una realt sarebbe privo di senso, e pi precisamente significherebbe
tradurre la questione entro un universo di discorso allotrio: la ricerca, infatti,
verte su un periodo che non conosce realt documentarie. Un diverso metro
di giudizio si conf alla problematica in questione, le singole comparazioni si
configurano non come altrettante ipotesi, ma come sviluppi di una medesima
ipotesi di fondo, diciamo meglio di un postulato, formulabile nei termini la
tradizione poetica greca ha un rapporto preistorico con la tradizione poetica
x. Se il postulato si rivela fecondo di sviluppi coerenti qualora x assuma un
valore univoco o limitato, cio qualora la tradizione greca non risulti compa-
rabile con una qualsivoglia tradizione poetica, vuol dire che esso ha validit
28
scientifica.

Questo principio, assai vicino al criterio dellevidenza cumulati-


29
va proposto da P. Thieme, corre tuttavia il rischio della circolarit:
giacch sarebbe fin troppo facile osservare che in tal modo non si fa
altro che trasferire la necessit di una prova dallelemento in discus-
sione agli elementi su cui si fonda la sua ipotizzata indoeuropeicit. In
altre parole: se lindoeuropeicit di A affermata per levidenza
cumulativa fornita da B, C e D, lindoeuropeicit di B, C e D o resta
indimostrata o va provata con un metodo che, se si vuole evitare un

26
Cfr. anche G. COSTA, 1984, pp. 29-32.
27
Cit. da M. DURANTE, 1976, p. 8.
28
Ivi, pp. 9-10.
29
Cfr. P. THIEME, The Comparative Method for Reconstruction in Linguistics, in D. HYMES
(ed.), Language in Culture and Society: A Reader in Linguistics and Anthropology, New York
1964.

62
3 IL METODO

proceso allinfinito, non potr essere quello dellevidenza cumulati-


30
va.
Se prendiamo per quel che dice Durante non come un principio
asseverativo di archetipi, ma come unipotesi di lavoro, appare chiaro
che essa del tutto simile a quella che ponevo, nel paragrafo prece-
dente, come base deduttiva delle ricerche sulla lingua poetica i.e.
Durante stesso, infatti, come ho gi ricordato sopra, escludeva a
priori la possibilit e financo lutilit di ricostruire archetipi poetici
morfo-fonologicamente omogenei: pertanto proseguiva lo studio-
so la congruenza dei significati il dato primario che spetta alla
comparazione di verificare. La concordanza che coinvolge il piano dei
significanti avvalora la prospettiva di un rapporto pi diretto, ma il
verificarsi o non di quella condizione determinato a priori dalle
convergenze e dalle divergenze che intercorrono tra i rispettivi sistemi
linguistici. Senonch la verifica di congruenze semantiche ed even-
tualmente formali non pu costituire che un punto davvio della
comparazione. Infatti, un passo di poesia tradizionale e orale si confi-
gura come un campione di una produttivit che ha generato innumeri
altre realizzazioni a noi ignote. Non dunque la coincidenza tra due
delle tante realizzazioni, ma laffinit delle rispettive tecniche di pro-
duzione poetica, nonch dei temi trattati, deve costituire il momento
31
centrale della comparazione; [] il confronto quindi non
va centrato sui dati letterali, bens sulle tecniche di produzione poeti-
32
ca.
Qui si ferma la messa a punto metodologica di M. Durante e qui
mi fermo per il momento anchio.
Per prima cosa, dir che anche se lunico lavoro apparso in
seguito che si rifaccia esplicitamente a questa metodologia, pur se con
33
qualche distinguo non secondario, un mio articolo del 1984, io
ritengo che, cos come per linterezza dei risultati raccolti nei due suoi
34
volumi, che pure, come ho gi avuto modo di affermare, non hanno
avuto molte citazioni da parte di coloro che si sono occupati di lingua
poetica i.e., anche dal punto di vita metodologico, linsegnamento di

30
Cit. da E. CAMPANILE, 1977, p. 24.
31
Cit. da M. DURANTE, 1976, p. 12.
32
Ivi, p. 13.
33
Cfr. G. COSTA, 1984.
34
Vd. supra, p. 28.

63
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

Durante fosse entrato in circolo gi da tempo, ben prima della sintesi


definitiva del 1976.
Comunque sia, in quelloccasione Durante confer dignit dinsie-
me alle osservazioni sparse nelle indagini che aveva condotto nei quasi
ventanni precedenti, dando cos una copertura teoretico-euristica al
molto materiale raccolto: il metodo semantico-stilistico elaborato dal-
lo studioso rappresenta un indubbio passo in avanti rispetto a quello
usato implicitamente, pi che apertamente nelle ricerche a lui
precedenti.
Colti con precisione i limiti del passato, egli sposta la ricerca dalla
frammentariet dei confronti lessicali a una dimensione globalmente
letteraria, in cui la stilistica assume, nellindagine, il valore di punto di
riferimento discriminante. Di questo metodo, credo si possano util-
mente conservare le affermazioni su esposte e soprattutto i risultati
che esso ha consentito a M. Durante di ottenere: a conferma della sua
mirata efficacia, verosimile infatti che sul fronte della stilistica i.e.
35
molto di pi non si riuscir a scoprire.
Purtroppo, vero anche che il metodo di Durante risente delles-
ser stato elaborato in forma definitiva solo a posteriori, quando la gran
36
parte delle sue ricerche erano gi state pubblicate, e che la rielabo-
razione dei lavori confluiti nel volume del 1976 non cancella le
contraddizioni della prassi dello studioso nei confronti del suo stesso
metodo, ma mette in luce anzi aporie, che, forzando leuristica, assu-
mono laspetto, seppure forse non consapevolmente, di giustificazioni
alla direzione teleologica e monotematica si pu parlare di lingua
poetica comune solo tra Greci e Arii delle sue indagini.
Parlando, per esempio, delle solidariet che possono intercorrere
tra tradizioni mitologiche diverse solidariet che come egli stesso
aveva poco prima riconosciuto, sono alla base dei rapporti poetico-
letterari, poich [] in culture non dotate di scrittura, le storie
mitiche del passato vivono precipuamente la vita della poesia, della
37
quale fungono da contenuti , egli afferma con decisione che vale
la pena di occcuparsi solo delle affinit suffragate dal criterio etimolo-
38
gico, negando cos a priori ogni validit alle indagini di mitologia

35
Cos come molto di nuovo non stato scoperto dal 1976 a oggi: cfr. supra, pp. 23 sgg.
36
Vd. supra, nota 15, p. 15 e pp. 39 sgg.
37
Cit. da M. DURANTE, 1976, p. 55.
38
Cfr. ivi, p. 61.

64
3 IL METODO

comparata di M. Eliade e di G. Dumzil ma anche alle ipotesi


indo-mediterraneee di V. Pisani e D. Silvestri e contraddicendo
leuristica elaborata nel capitolo sul metodo, dove appunto negava
che quel criterio potesse dare certezze ricostruttive di alcun tipo.
Finalizzato alla valorizzazione del greco come lingua i.e. orientale
39
e a quella dei suoi rapporti previlegiati con lindo-iranico, poi il
mancato riconoscimento, da parte di M. Durante, della valenza euri-
stica delle norme della linguistica geografica, in particolare della
norma delle aree laterali, cio proprio di quella norma il cui utilizzo,
come ebbe poi a dimostrare E. Campanile, lo avrebbe costretto a
rivedere radicalmente le sue posizioni sullinutilit del celtico negli
studi sulla lingua poetica i.e.
inutile e forse ingiusto continuare: il metodo semantico-
stilistico prima praticato e poi elaborato da Marcello Durante, rimane
comunque, nonostante le precedenti osservazioni critiche, una tappa
fondamentale in questo genere di studi e taluni dei principi fissati da
questo valente studioso, in particolare quelli che ho cercato di indica-
re, si possono considerare come entrati a far parte definitivamente del
patrimonio metodologico degli studi sulla lingua poetica i.e.

3.3. IL METODO TESTUALE

Unaltra domanda importante rimasta finora senza risposte,


formulabile nel modo seguente: qual il fine ricostruttivo degli studi
sulla lingua poetica i.e.?
Negli anni trascorsi tra il 1967, anno della pubblicazione del
volume di R. Schmitt, e il 1976, lanno del volume di M. Durante che
contiene il capitolo sul metodo appena esaminato, la sola proposta
metodologica nuova che apparve, a parte i lavori di G. Nagy e C.
Watkins che vedremo pi avanti, il criterio della realt concreta
40
proposto da Walter Wst: si tratterebbe [] di attribuire alla
cultura indoeuropea solo quegli elementi poetici che siano coerenti
con le sue caratteristiche di vita. Cos, per esempio, lespressione
avestica aurun xrafstr rossicci animali da preda (Y 34,9; = lu-
pi), (corroborata dal confronto col ved. aruo vkah lupo rossiccio
[RV 1, 105, 18] e col gr. polij lkoj lupo grigiastro [K 334],

39
Cfr. ivi, pp. 16 sgg., soprattutto la nota 6 a p. 17.
40
Vd. W. WST, 1969a, 1969b, 1969c, 1971.

65
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

forme in cui la metafora si ormai esplicitata nel consueto lessema)


sarebbe riferibile al mondo indoeuropeo, dato che questo conosceva i
41
lupi.
Si tratta di un criterio, che, a parte il suo proponente, non ha
conosciuto applicazione da parte di alcuno e i motivi della sua inaffi-
dabilit sono evidenti: esso subordina, in primo luogo, gli studi sulla
lingua poetica i.e. ai risultati, incerti e spesso discutibili, della paleon-
42
tologia linguistica, e poi, con una circolarit di pensiero da cui non
sono esenti per lappunto le ricerche di M. Gimbutas e della sua
scuola, affida la verifica ultima delle proprie ricostruzioni a quelle
ricerche di archeologia preistorica che a loro volta traggono fonda-
43
mento dalle ipotesi dei linguisti sullindeuropeo.
Non accoglier pertanto questo criterio tra il novero di quelli
utilizzabili nel tipo di ricostruzione di cui qui ci si occupa, confortato
in ci anche dal parere che su di esso espresse E. Campanile nel primo
44
capitolo del suo libro del 1977.
In quel capitolo lo studioso pisano, dopo aver criticato gran parte
dei metodi utilizzati da coloro che lavevano preceduto, indic due
criteri che a suo parere potevano essere applicati utilmente alle inda-
gini sulla poesia i.e.: un primo criterio potrebbe essere costituito
dallisolatezza dellelemento in questione nellambito di almeno una
delle culture in cui attestato [] questo criterio, comunque, ha un
raggio operazionale piuttosto limitato. In sostanza, ci garantisce suffi-
cientemente contro leventualit di uninnovazione monoglottica, ma
45
non va oltre.
Un altro criterio stato gi intuitivamente applicato da vari
studiosi: attribuire particolare arcaicit alle concordanze germano-
indiane. Ci non rappresenta altro che una corretta applicazione della
norma delle aree laterali e va conseguentemente esteso a tutte le aree

41
Cit. da E. CAMPANILE, 1977, p. 23.
42
Su questo argomento, ancora utile il gi menzionato Paleontologia Linguistica. Atti del
cit. (nota 44, p. 40); dati e teorie pi recenti sono in V. V. SHEVOROSHKIN (ed.), Reconstructing
Languages an Cultures, Bochum 1989, II ed. 1992; ID. (ed.), Proto-Languages and Proto-Cultures,
Bochum 1990; E. C. POLOM, Linguistic Paleontology: Migration Theory, Prehistory and Archeo-
logy correlated with Linguistic Data, in ID. (ed.), Research Guide on Language Change, Berlin
New York 1990, pp.137-159; ID., (ed.), Reconstructing Languages and Cultures, Berlin
New York 1992.
43
Su ci, vd. anche E. CAMPANILE, 1981, pp. 12-14 e infra, pp. 70 sgg.
44
Cfr. E. CAMPANILE, 1977, pp. 23-4.
45
Ivi, pp. 24-25.

66
3 IL METODO

che siano definibili come laterali. Si osserver, inoltre, che questo


criterio, , in qualche misura, complementare a quello esaminato in
precedenza: il criterio dellisolatezza, infatti, ci garantisce contro
leventualit di innovazioni monoglottiche, questo contro leventua-
46
lit di un prestito [].
47
A ci egli aggiungeva in nota: interessante rilevare come la
norma delle aree laterali fosse comunemente applicata anche assai
prima che fosse formulata dal Bartoli; ritengo che la sua pi fruttuosa
applicazione nel campo dellindoeuropeistica sia tuttora J. Vendryes,
Les correspondances de vocabulaire entre lindo-iranien et litalo-
celtique, in MSLP 20,1917, pp. 265 sgg.; messa da parte la venatura
polemica di scuola, il riferimento a questo famoso articolo di Vendryes
serve a Campanile per classificare, implicitamente, il celtico come area
laterale e conservativa allinterno del dominio i.e., una petizione di
principio necessaria al prosieguo delle sue ricerche. Alcuni anni dopo
poteva infatti scrivere: in qualunque operazione di tipo ricostruttivo le
certezze maggiori di arcaicit ci vengono dalle concordanze fra aree
laterali; quando si parla di lingue indoeuropee, dunque, particolarmen-
te probative sono le concordanze tra celtico e indoiranico. Ma, mentre
la cultura di questultimo oggetto di una feconda indagine ormai
secolare, quella celtica antica in buona parte ancora da scoprirsi. []
Il discorso non cambia quando entra in campo la testimonianza del
greco [] qui infatti, anche se non si pu parlare di aree laterali, si tratta
pur sempre di aree geograficamente, linguisticamente e culturalmente
non prossime, s che le eventuali concordanze hanno uno specifico
48
significato in sede ricostruttiva della cultura indoeuropea. Va detto,
infine, che lo studioso pisano attribuiva importanza relativa come
indizio cio di rapporti risalenti a fasi pi recenti alle concordanze
poetico-culturali tra greco e indo-iranico e tra celtico e germanico.
Il primo criterio formulato da Campanile complementare al
secondo, perch anchesso deriva dalle norme della linguistica areale,
in particolare dalla norma dellarea isolata: larea pi isolata conserva
49
di solito la fase anteriore .

46
Ivi, p. 25.
47
Ivi, p. 25, nota 33.
48
Cit. da E. CAMPANILE, 1981, pp. 24-25.
49
Cit. da G. BERTONI M. G. BARTOLI, Breviario di neolinguistica, Modena 1928, p. 68; il
corsivo degli Autori.

67
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

Detto ci, e ricordato come invece M. Durante fosse contrario


per motivi che ritengo contingenti allutilizzo delle norme areali
nelle indagini sulla poetica i.e., bisogna osservare, innanzitutto, che le
ricerche hanno dato ragione a E. Campanile, mostrando quale serba-
toio inesplorato di materiale poetico utile alla comparazione fosse il
celtico, e poi che esse hanno confermato come luso, anche nellindeu-
ropeistica, di queste norme, possa essere foriero di risultati, purch ci
si ricordi che sono appunto norme di tipo statistico, che possono
servire a orientare la ricerca e non leggi vincolanti su cui costruire
50
complesse ipotesi storiche.
Riterr quindi i due criteri euristici messi in pratica da E. Campa-
nile tra quelli su cui fare affidamento nelle nostre ricerche.
51
Ricorder qui che anche V. N. Toporov, in un lavoro del 1969,
aveva tentato di applicare un criterio euristico vicino a una delle
norme della geolinguistica, in particolare a quella che stabilisce che
52
la fase anteriore si conserva di solito nellarea seriore; lo studioso
aveva infatti postulato che per poter utilizzare ai fini di una ricostru-
zione poetica i.e. un determinato materiale storico, fosse sufficiente
stabilirne lantichit e la motivazione allinterno della sua tradizione
monoglottica. A questo proposito va detto innanzitutto, come si
visto sopra, che non la motivazione ma lisolamento che garantisce
contro le innovazioni monoglottiche e poi, come larticolo di Toporov
sembra nei fatti confermare, che lattendibilit dei risultati ottenibili
con lapplicazione di tale norma, da sempre una delle pi discusse,
scarsa, perch nulla ci pu assicurare che a unantichit cronologica
relativa corrisponda una reale conservazione di elementi arcaici cos
come, viceversa, non detto che testi recenti non possano contenere
elementi antichissimi, come ha pi volte mostrato E. Campanile e
come sanno bene i filologi: recentiores, non deteriores! , e questo
tanto pi vero per tradizioni come quella slava, le cui attestazioni
53
scritte sono tutte tarde e intrise di cristianesimo.
Eviter pertanto di utilizzare questultimo criterio.

50
quello che ho cercato cursoriamente di mostrare in un mio lavoro recente, a cui mi
permetto di rinviare e che ho gi citato alla nota 100, p. 51; in generale, su questo argomento
utile A. NOCENTINI, A Dynamic Reinterpretation of the Areal Linguistic Norms, in stampa.
51
Cfr. V. N. TOPOROV, 1969, passim; vd. anche infra, p. 79.
52
Cit. da G. BERTONI M. G. BARTOLI, op. cit., p. 73, il corsivo degli Autori.
53
Vd. anche infra, p. 242.

68
3 IL METODO

Nello stesso capitolo del suo volume del 1977, Campanile conti-
nuava poi: il problema metodologico resta, comunque, subordinato
a quello del fine della ricostruzione. Se [] si deve rinunciare allillu-
sione di evocare in vita il fantasma della poesia indoeuropea giacch
poesia significa testo, non catalogo di stilemi o di eterogenee formu-
lette , lo studioso, allora, dovr utilizzare questi materiali in vista di
un diverso obiettivo: chiarire la cultura e lideologia in cui nacque e si
54
svolse quella poesia.
Muovendo quindi dalle concordanti testimonianze celtiche e in-
diane antiche sulle attivit e limportanza del poeta come luomo che
domina larte della parola in tutte le sue possibili finalizzazioni: ,
cio, sacerdote, giurista, medico, storico, incantatore, apologeta della
struttura aristocratica indoeuropea, unico conservatore delle sue pi
55
vetuste tradizioni, Campanile concludeva ponendosi come obietti-
vo unanalisi dei fatti culturali, sociologici e ideologici che, lungo un
amplissimo arco di tempo, costituirono il quadro e, insieme, le pre-
messe di questa poesia. Pi che mai, dunque, in questo genere di
ricerca, ci terremo liberi dallipoteca di fondare il nostro ragionamen-
to solo su confronti confortati da identit etimologica; e ci [] per
lobiettivo stesso della nostra indagine che, mirando alla ricostruzione
dei tratti oggi recuperabili di una cultura preistorica, assume di neces-
56
sit un carattere essenzialmente fattuale e contenutistico.
La risposta che Enrico Campanile diede, fin dagli inizi delle sue
ricerche, al quesito che ho posto allinizio del paragrafo, appare
dunque chiara e al contempo severamente delimitante: a essa, pur con
qualche aggiustamento non trascurabile, egli rimase fedele fino allul-
timo; si tratta, tuttavia, di una risposta secondo me parziale e fuorvian-
te, che non colpisce il bersaglio, o meglio, che sposta la mira su di un
bersaglio diverso. Vediamo perch.
Lo studioso negava, innanzi tutto, che la cultura materiale degli
57
Indeuropei fosse un possibile obiettivo di indagine scientifica e
questo per due motivi: a) non si pu trasformare in oggetto reale ci
che solo il significato presumibile di un lessema ricostruito, ovvero:

54
Cit. da E. CAMPANILE, 1977, pp. 26-7.
55
Ivi, p. 29.
56
Ivi, pp. 33-34.
57
Cfr. E. CAMPANILE, 1981, p. 15; ma in ID., 1990c, p.33, rettificava in parte le proprie
opinioni scrivendo: ci non significa, comunque, che noi potremo accantonare serenamente
lintera questione della cultura materiale come non pertinente alle nostre indagini.

69
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

lesistenza di un lessema non implica necessariamente lesistenza del


designato; b) errato dedurre a priori da una facies archeologica una
realt linguistica e viceversa; in particolare: identificare la cultura
(archeologica) kurganica con la cultura (linguistica) i.e. perch i re-
perti della prima presuppongono una civilt in cui leroismo guerriero
e la mitologia celeste giocavano un ruolo fondamentale cos come
nella seconda dimostrano i testi pi antichi, significa sovrapporre
58
elementi di tipo affatto incommensurabile.
Questa posizione di Campanile, a me pare tanto pi condivisibile
oggi che agli archeologi si sono aggiunti i genetisti nel tentare identifi-
cazioni frettolose; a questo riguardo, vorrei esprimere qui la mia
opinione: se studiosi di discipline radicalmente diverse pervengono,
per vie proprie e ciascuno coi suoi strumenti, a risultati simili sul
medesimo tema dindagine, credo si abbia verosimilmente a che fare
con un reale progresso conoscitivo; diversamente, quando una disci-
plina cerca fuori dal suo ambito il sostegno alle proprie malferme
ipotesi ricostruttive, credo si confondano le varie facce che uno stesso
tema dindagine pu presentare ai diversi aspetti della ricerca, con
una concezione non scientifica e spregiudicata dellinterdisciplina-
riet e della reciproca possibilit di utilizzazione delle acquisizioni
disciplinari; diversa invece, secondo me, la questione delluso in una
data disciplina di nozioni e concetti tratti da altri ambiti scientifici:
per esempio, come possibile negare a priori validit alle indagini di G.
Dumzil, sostenendo che la nozione di indeuropeo esclusivamente
59
linguistica come faceva tra gli altri anche G. Devoto se, come si
dir tra breve, il concetto di lingua implica quello di comunit lingui-
stica? li concetto di indeuropeo va quindi inteso in senso globamen-
te antropico e reso disponibile a ogni indagine scientifica, fatte salve
quelle limitazioni operative che la natura stessa del materiale disponi-
bile pone, come nel caso, appena sopra ricordato, della cultura mate-
riale. Linterfruibilit delle scoperte e delle nozioni scientifiche in
definitiva un problema che riguarda i pregiudizi culturali e la sensibi-

58
Cfr. E. CAMPANILE, 1981, pp. 11-15; cfr. anche ID., 1990c, pp. 32-36, dove per il
giudizio sui risultati delle ricerche della Gimbutas, contrapposti a qudli, che a suo parere erano
inaccettabili, di Renfrew, pi sfumato; vd. anche B. G. TRIGGER, A History of Archaeological
Thought, Cambridge 1989, e L. MESKELL, Goddess, Gimbutas and New Age Archaeology,
Antiquity 69 n. 262 (1995), pp. 74-86.
59
Per es. nel suo La religione degli Indeuropei, in P. TACCHI VENTURI, Storia delle Religioni,
Torino 1971, VI ed. a cura di G. Castellani, vol. II, pp. 345-360.

70
3 IL METODO

lit storica del singolo studioso e non lo studio della storia in s. Certo,
60
come scrive ironicamente W. Belardi, c anche chi ritiene [] che
ci che pu produrre una cultura da maestro elementare sia sufficien-
te purch questa sia integrata da una teoria formalizzata di grammati-
ca generale o da un vivo interesse per il parlato quotidiano attuale
[] !
E. Campanile sosteneva invece, poi, che:

se per cultura intellettuale intendiamo, come giusto, quellinsieme di cre-


denze, di tradizioni, di miti e di valori che caratterizzano una data comunit,
allora evidente che ci troviamo innanzi a fatti che si esplicano, in misura
essenziale, a livello verbale, s che la competenza del linguista a recuperarli
presupposta dalloggetto stesso della ricerca. In unindagine di questo genere
non ha alcuna rilevanza il concetto che lo studioso pu avere dellindoeuro-
peo; [] il linguista, infatti, parte dal presupposto che il concetto di lingua
implica quello di comunit linguistica, senza che in ci abbiano rilevanza le
dimensioni, la cultura materiale, lhabitat, le divisioni tribali. Il solo fatto che
egli ipotizzi lesistenza di una siffatta comunit, sufficiente a fargli porre il
problema delleventuale esistenza di elementi comunitari di ordine intellet-
tuale, oltre a quelli linguistici, ossia a chiedersi se quegli utenti di una
medesima lingua non fossero anche (integralmente o parzialmente, qui poco
61
importa) utenti di una stessa cultura.

Esclusi i dati archeologici, secondo Campanile restano quindi a


disposizione del linguista i dati linguistici: ma essi non debbono
essere intesi in senso restrittivo, come se il lessema fosse lunit
massima con cui pu operare il linguista. Qui, al contrario, dovranno
entrare in giuoco i testi, quali portatori di una specifica testimonianza,
rivelatrice di tradizioni, di atteggiamenti mentali, di usi formali; in una
parola: di cultura. Ci, naturalmente, presuppone il riconoscimento

60
Cfr. W. BELARDI, Presentazione in P. MARTINO, Arbiter, Roma 1986, p. 6.
61
Cit. da E. CAMPANILE, 1981, pp. 17-18; sul problema lingua/cultura, di E. Campanile
vanno visti anche gli interventi in F. CREVATIN (ed.), Ricostruzione linguistica e ricostruzione
culturale (Trieste: 25-26/10/1982), Trieste 1983, e i suoi contributi apparsi in R. LAZZERONI,
Linguistica storica, Roma 1987, pp. 115-146 (nello stesso volume, pp. 55-85, utile anche D.
SILVESTRI, Storia delle lingue e storia delle culture); in Ricostruzione culturale e ricostruzione
linguistica. Atti del Congresso del Circolo Glottologico Palermitano (Palermo: 20-22/10/1988),
Palermo 1991, pp. 197-204 (nello stesso volume, pp. 151-165, va visto anche R. LAZZERONI, La
ricostruzione culturale fra comparazione lessicale e ricostruzione etimologica); in A. GIACALONE
RAMAT P. RAMAT (a cura di), Le lingue indoeuropee, Bologna 1993, pp. 19-43; in F. BADER
(ed.), Langues indo-europennes, Paris 1994, pp. 26-41.

71
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

di un fatto essenziale: la cultura indoeuropea non si dissolta al


momento della diaspora, ma sopravvissuta, in varia misura, nelle
tradizioni dei singoli popoli, tradizioni dapprima esclusivamente ora-
62
li, fissate poi anche in testi scritti.
Dal punto di vista metodologico, luso dei testi richiede, daltra
parte, particolari cautele; necessario, cio, raggiungere una ragione-
vole certezza che le analogie fra i testi non dipendono da prestiti
recenziori, ma debbono essere proiettate in et predocumentaria; la
quale, per altro, non necessariamente coincider con la fase indoeuro-
pea, ma potr eventualmente essere identificata con un momento pi
limitatamente comunitario (cio, con un momento posteriore alla
dissoluzione dellunit indoeuropea, ma caratterizzato ancora da in-
tensi rapporti linguistici e culturali fra genti indoeuropee che succes-
63
sivamente, in et storica, appaiono in piena autonomia).
64
Come ho gi avuto modo di dire, le ricerche di E. Campanile
passarono, nel corso degli anni e in una visione comparativa sempre
pi ampia, dalla ricostruzione della cultura poetica a quella della
cultura i.e. in generale; egli, perci, progressivamente aggiust e mo-
dific i propri strumenti euristici, arrivando a identificare il metodo
per ricostruire la parte la cultura poetica con quello per ricostruire
il tutto la cultura i.e. tout court: la metodologia dei confronti
testuali, nella sostanza, non diversa da quella con cui si procede alla
ricostruzione di un qualsiasi elemento linguistico indoeuropeo, salvo
il fatto che i dati addotti in comparazione non sono elementi linguisti-
ci di singole lingue, ma elementi culturali di singole culture. E che
questo genere di ricerca sia di competenza propria dellindoeuropei-
sta, nasce, dunque, non dal fatto banale e contingente che solo lin-
doeuropeista in grado di dominare i difficili ed eterogenei materiali
da utilizzarsi ma, ben pi fondatamente, proprio da questa identit
65
metodologica.
A ci, egli aggiungeva una precisazione fondamentale: [] prima
di tentare la ricostruzione di qualche tratto del linguaggio dellla
poesia indoeuropea, necessario sgombrare il campo da una possibile
fonte di equivoci: loggetto della nostra ricostruzione non un lin-

62
Cit. da E. CAMPANILE, 1981, p. 18.
63
Ivi, p. 20; cfr. anche ID., 1990c, p. 15 e p. 19.
64
Cfr. supra, pp. 36 sgg.
65
Cit. da E. CAMPANILE, 1990c, p. 19; vd. anche le pp. 139-141.

72
3 IL METODO

guaggio nella sua concretezza storica, bens una serie di usi linguistici
e di atti stilistici che caratterizzavano il parlare poetico nei confronti di
quello quotidiano. [] Il punto essenziale, cio, a nostro parere,
avere costantemente presente che, anche quando pu sembrarci di
avere evidenziato un elemento concreto del linguaggio poetico indoe-
uropeo, ci che abbiamo evidenziato, in realt, solo un uso linguisti-
66
co.
Con ci, naturalmente, non si vuole negare la possibile esistenza
di una fraseologia poetica propria di singole culture e, dunque,
eventualmente, anche di quella indoeuropea [], ma si vuole,
piuttosto, evidenziare che il concetto stesso di fraseologia poetica si
riferisce a specifici e molto limitati elementi, mentre ci che noi
ricerchiamo come caratterizzanti la poesia indoeuropea, sono proce-
67
dimenti di carattere assai pi generale.
E cos, infine, egli concludeva nel 1990 quello che, purtroppo,
doveva essere il suo ultimo libro:

questo punto di vista, infine, suggerisce anche un diverso e nuovo approccio


ai testi poetici delle pi antiche culture indoeuropee. Non sar lapproccio
tradizionale del glottologo che vede nei testi solo la materia prima per
ricostruire formule e metri della poesia indoeuropea [], ma non potr
essere nemmeno lapproccio del filologo, che trova un limite insuperabile nel
carattere monoglottico della sua indagine. Dovr esere, piuttosto, lapproc-
cio di chi nei testi di pi culture e da ci lesigenza insopprimibile del
metodo comparativo sa riconoscere (e, dunque, ricostruire), come parte di
un patrimonio antico e tradizionale, anche atteggiamenti di lingua e stile che
hanno giustificazione storica nel quadro di una tradizione che muove dalla
cultura indoeuropea. Si tratter, probabilmente, di una lettura di testi coerente
con linsegnamento dumziliano, volta non alla ricostruzione di un
oggetto indoeuropeo nella sua concreta materialit quanto, piuttosto, diret-
ta al riconoscimento della sua persistenza nelle pi diverse creazioni delle
singole culture indoeuropee e, attraverso questa via, alla costruzione non di
un catalogo (che sarebbe povero e riduttivo), ma di un sistema di funzioni
68
tale da coprire unintera area culturale.

Sperando di aver rettamente condensato quelle che erano le idee


di Enrico Campanile, tiro ora le fila del discorso.

66
Ivi, p. 154.
67
Ivi, p. 155.
68
Ivi, p. 169.

73
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

Dunque, la cultura materiale degli Indeuropei non ricostruibile


per il tramite dei dati linguistici, e agli studiosi della preistoria spetta il
compito di individuare autonomamente il versante archeologico della
69
cultura intellettuale i.e.; cultura, questultima, che si presuppone
propria ai parlanti le lingue i.e. perch non si d lingua senza comu-
nit linguistica; cos come le lingue i.e. storiche conservano tra loro
saldi legami linguistici, si presuppone e oramai si tratta di una
ipotesi verificata che esse conservino tra loro anche legami culturali
forti; la cultura poetica muove dalla generale cultura intellettuale i.e. e
il metodo di ricostruzione per entrambe lo stesso: lanalisi compara-
ta dei testi pi antichi delle letterature storiche; questo anche perch,
secondo Campanile, noi possiamo e dobbiamo ricostruire solo quegli
usi linguistico-stilistici che in generale differenziavano il linguaggio
poetico da quello quotidiano e non una limitata concreta materialit.
Al di l dei meriti scientifici di Campanile, a cui, lo ricordo,
dobbiamo molte delle nostre conoscenze attuali sulla cultura poetica
i.e., penso non si possa concordare con lui nel limitare metodologica-
mente lindagine al quadro sociologico e alle premesse culturali della
poesia i.e., n tantomeno ai suoi soli caratteri generali; credo invece
che oltre a questo occorra continuare a indagare le particolarit del
linguaggio e della poetica i.e, verificando di volta in volta i risultati
delle indagini inserendoli in una globale visione dinsieme della so-
ciet e della civilt i.e.
Per quel che riguarda poi il metodo testuale, va detto che esso,
nella operativit fattiva di Campanile, apparve causa di qualche oscu-
rit: valgano qui come esempi il mancato riconoscimento alla lingua
poetica i.e. di una specificit propria a ogni linguaggio poetico orale
70 71
come il ritmo metrico, e la sovrapposizione tra cultura e ideologia,
cio tra linsieme dei modi di vita che connotava la civilt i.e. e il
gruppo di valori, tramandato dalla poesia, che la teneva eticamente
coesa. Probabilmente ci dovuto non allo strumento in s, da cui
ritengo anzi che dopo i lavori dello studioso pisano non si possa pi
72
prescindere, ma al fatto che Campanile ritenne, per i motivi suddet-

69
Si prenda per il momento per buona la definizione di cultura intellettuale data sopra (vd.
p. 71) da Campanile: esporr le mie idee pi avanti.
70
Cfr. supra, pp. 38 sgg.
71
Cfr. supra, p. 37.
72
Per non sottovalutare lapporto di Campanile, occorre tener presente che luso della
comparazione testuale nelle ricerche di indeuropeistica sempre stato visto con sospetto e

74
3 IL METODO

ti, di poter usare il medesimo impianto teoretico-euristico sia per


ricostruire la cultura i.e., sia per valutare la portata di fatti, sia pur
generali, ascrivibili alla lingua poetica.
73
Questa identificazione, seppure, come ho gi detto, ha contri-
buito in misura determinante a ricondurre gli studi sulla lingua poeti-
ca i.e. nel naturale alveo generale delle indagini sulla cultura i.e. e a
dare a questultime quella veste scientifica che non avevano in passato,
alla lunga, e non solo nel personale percorso scientifico di E. Campa-
nile, si rivelata parziale e foriera di possibili fraintendimenti.
Il fine ricostruttivo degli studi sulla lingua poetica i.e. sar pertan-
to quello di identificare linterezza culturale e formale, sostanziale e
ereditaria di un linguaggio che certo doveva essere assai diverso da
quello di uso quotidiano, ma che era anche profondamente connesso
fino a un livello insospettabile, come vedremo allessenza stessa
dellidentit etnico-psichica delle popolazioni che lo utilizzavano.
Comunque sia, se oggi sappiamo far parlare di poesia comparata i
pi antichi testi delle lingue i.e., lo dobbiamo, con memore gratitudi-
ne, in gran parte alla lezione di Enrico Campanile.

3.4. IL METODO (POST-)DUMZILANO

Se lultimo libro di E. Campanile si chiudeva, quasi come un


punto darrivo, con un omaggio allinsegnamento metodologico
74
di G. Dumzil, le ricerche di Franoise Bader sulla lingua

tacciato di scarsa scientificit, basti pensare alle polemiche mai spente sugli studi di G. Dumzil
(e riattizzate ora da un lungo saggio di B. Schlerath: vd. nota 74); che per quelle sulla lingua
poetica i.e., in particolare, non si tratti di unacquisizione metodologica facile o scontata,
apparir subito chiaro solo se si ricordi che ancora nel 1974, uno studioso, che pure non manca
di una certa profondit teoretica, come W. Meid (cfr. ID., 1977; vd. anche PH. GIGNOUX, 1979),
proponeva lutilizzo di un metodo basato esclusivamente sullanalisi e la ricostruzione di lessemi
e che lo stesso M. Durante (cfr. supra, p. 64) era in definitiva contrario ad un uso esteso della
comparazione testuale.
73
Vd. supra, p. 73.
74
Nel II capitolo dello stesso volume, tuttavia, lo studioso aveva scritto: i materali in
nostro possesso non debbono indurci ad attribuire alla societ indoeuropea una struttura
obiettivamente tripartita, si tratti di caste chiuse o di classi aperte; essi suggeriscono solo che
quella societ analizzava tutto lesistente e, dunque, anche se stessa alla luce di tre funzioni:
quella rdigiosa, quella guerriera e quella diretta alla produzione (cit. da E. CAMPANILE, 1990c,
p. 41); per le opinioni di E. Campanile su Dumzil si pu vedere anche ID., Georges Dumzil
indoeuropeista, in Opus 2 (1983), pp. 355 sgg. e su di esse F. Bader, 1992a. B. Schlerath ha ora
pubblicato in Kratylos 40 (1995) pp. 1-48, la prima parte la seconda in stampa nel volume
41 della stessa rivista di un lungo saggio critico intitolato Georges Dumzil und die Rekonstruk-

75
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

75
poetica i.e. vi si ricollegano invece direttamente fin dagli inizi.
A parte qualche singolo rilievo critico che ho gi espresso, mi
sembra infatti che la caratteristica principale che contraddistingue il
metodo di F. Bader sia, da una parte, avere come punto obbligato di
riferimento interpretativo la teoria della trifunzionalit e dallaltra un
progressivo accostare tra loro i testi, a partire da quella tesi, che
risente visibilmente del modo di procedere che era di Dumzil, qual-
che volta anche nei suoi aspetti meno convincenti, che sono poi quelli
di pi stretta derivazione dalla ricerca etno-antropologica ottocente-
sca, quelli, per intendersi, spesso felici ma non sempre rigorosamente
76
fondati di un K. O. Mller.
Insomma, se certo da condividere la sua idea que le temps est
venu pour la reconstruction de la pense i.e., resta qualche dubbio
sul fatto che le seul bon outil de travail qui permette dy accder est
77
lunion de la mythologie et de la linguistique.
A questa impostazione di fondo, la studiosa aggiunge di suo
78
uninventiva etimologica di primordine e una grande e variata
competenza linguistica e filologica, nel solco della migliore tradizione
comparativa francese; tradizione che ella, per esempio nelle sue inda-

tion der indogermanischen Kultur, confermando le sue opinioni negative sulla teoria di Dumzil
e sullimpossibilit di ricostruire le strutture sociali i.e. sulla base del lessico conservato; dir
qualcosa su ci in 1,5. Alcune utili riflessioni sullopera di Dumzil sono anche in A. L.
PROSDOCIMI, Filoni indeuropei in Italia. Riflessioni e appunti, in A. LANDI (ed.), LItalia e il
Mediterraneo antico. Atti del Convegno S.I.G. (4-5-6/11/1993), Pisa 1995 [recte: 1996], vol. II,
pp. 42-52. Cos come altri, sono convinto anchio che la migliore illustrazione del suo metodo
Georges Dumzil labbia data, pi che nelle sue opere scientifiche, in quel geniale divertissement
che Le moyne noir en gris dedans Varennes, Paris 1984, trad. it. Milano 1987. Delle proprie
ricerche lo studioso francese diceva autoironicamente: anche supponendo che io abbia total-
mente torto i miei indoeuropei saranno come le geometrie di Riemann e di Lobaevskij:
costruzioni fuori dal reale. Non sar poi tanto male. Baster cambiarmi di posto negli scaffali
delle biblioteche: passer nella sezione romanzi (cit. da G. DUMZIL, Entretiens avec Didier
Eribon, Paris 1987, trad. it. Parma 1992, p. 162).
75
La studiosa francese, probabilmente, deve aver fatto suo quel motto di Goethe che dice:
das Hchste wre zu begreifen, da alles Faktische schon Theorie ist, perch espliciti cenni
metodologici nei suoi scritti sulla poesia i.e. non se ne trovano; quel che segue dunque frutto
solo di mie osservazioni, per alcune delle quali vd. anche supra, pp. 34 sgg.
76
A questo proposito, si pu leggere ancora con profitto la prefazione Dumzil e la
frangia di ultra-storia che F. JESI scrisse per Ventura e sventura del guerriero, Torino 1974, ed.
it. di Heur et malheur du guerrier, Paris 1969.
77
Cit. da F. BADER, recens. di B. Lincoln, Priests, Warriors and Cattle. A study in the
Ecology of Religions, Berkcley 1981, in BSL 79,2 (1984), p. 113.
78
Ho tuttavia limpressione che F. Bader qualche volta attribuisca eccessivo peso esplica-
tivo alle singole etimologie da lei proposte e che alcune di queste risentano un po dellapplica-
zione meccanica di clichs del tipo concreto>astratto.

76
3 IL METODO

gini rivelatrici sulla letteratura i.e di enigmi, ha saputo aggiornare


accortamente traendo profitto sia dalle rapsodiche riflessioni di Saus-
79
sure edite da Starobinski, che dalle tecniche di analisi fonetico-
fonologica di Jakobson.
Dal punto di vista metodologico, per, la novit importante ap-
portata dalla Bader alla teoria della trifunzionalit, costituita dal
80
tentativo, in parte riuscito e in parte ancora da fare, di applicare ad
essa una stratigrafia cronologica, di chiara impronta linguistica e
condotta per lo pi proprio con argomenti storico-linguistici; questo
tentativo le ha consentito di cominciare a chiarire lo sfondo paleolitico
in cui gradualmente nacque e si svilupp lideologia trifunzionale e i
passaggi socio-culturali e mitopoietici attraverso i quali essa fin per
cristallizzarsi, dando in tal modo alla teoria di G. Dumzil unarticola-
zione diacronica che la rende pi verosimile e pi maneggevole.
Utilizzer queste scoperte della Bader nella seconda parte del
presente volume; qui, invece, posso chiarire la mia posizione nei
81
confronti delle teorie di Dumzil.
Al di l del vasto lavoro di scavo condotto dallo studioso francese
sui testi e i materiali mitologici i.e., opera per cui non si pu avere che
gratitudine, ritengo lultima, meno potente, versione della teoria della
trifunzionalit mi riferisco qui alla versione che lo stesso G. Dumzil
ne ha dato a partire dal 1968:

Je ne puis ici rsumer le travail des trente ans qui ont suivi. Je dirai
seulement quun progrs dcisif fut accompli le jour o je reconnus, vers 1950,
que lidologie tripartie ne saccompagne pas forcment, dans la vie dune
socit, de la division tripartie relle de cette socit, selon le modl indien;
quelle peut au contraire, l o on la constate, netre (ne plus etre, peut-tre
navoir jamais t) quun idal et, en meme temps, un moyen danalyser,
dinterprter les forces qui assurent le cours du monde et la vie des hommes. Le
prestige des vara indiens se trouvant ainsi exorcis, bien des faux problmes
ont disparu, par exemple celui que jnonais tout lheure: les flamines

79
Su questo argomento, della studiosa francese si veda ora il volumetto Anagrammes et
allitrations, Paris Louvain 1993. Occorre qui per dare atto a V. V. Ivanov di essere stato
verosimilmente il primo, in due studi pioneristici apparsi nel 1967 (vd. infra, p. 80) e citati
pochissimo, a utilizzare, nellambito delle indagini sulla lingua poetica, le idee dello studioso
ginevrino sullesistenza di anagrammi di epoca i.e.
80
Cfr. soprattutto F. BADER, 1978b, 1980, 1984.
81
Vd. anche G. COSTA, recens. a G. Dumzil, Matrimoni Indoeuropei, Milano 1984, in
AGI 69 (1984), pp. 169-172 e ID., Su alcune espressioni (cit. alla nota 100, p. 51), pp. 77-8.

77
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

majeurs de Rome ne sont pas homologues la classe des brahmanes


(brhmaa) et cest autre chose, au brahmn dans le sens troit et premier du
mot (un des trois prtres principaux de toute clbration sacrificielle) que doit
etre compar, dans ses rapports avec son dieu quel quil soit, le type de prtre
nomm flamen. Ainsi sest dessine une conception plus saine dans laquelle la
division sociale proprement dite nest quune application entre bien dautres,
et souvent absente quand dautres sont prsentes, de ce que jai propos
dappeler, dune terme peut-etre mal choisi mais qui est entr dans lusage, la
structure des trois fonctions: par-del les pretres, les guerriers et les produc-
teurs, et plus essentielles queux, sarticulent les fonctions hirarchises de
souverainet magique et juridique, de force physique et principalement guer-
82
rire, dabondance tranquille et fconde ,

uno strumento interpretativo della civilt i.e., nel senso pi largo che
gli antropologi danno a questo termine, potenzialmente efficace e
produttivo, a patto naturalmente di non farne, come qualcuno vorreb-
be che fosse stato anche nella proto-storia, la nostra unica visione del
mondo (i.e.).
Per utilizzare tale strumento, nel campo di studi di cui qui ci si
occupa, oltre che con la stratigrafia della Bader di cui ho detto sopra,
integrerei per la teoria della trifunzionalit anche con unintuizione
di E. Campanile: ci che possiamo intuire [] qualche elemento di
natura ideologica, cio il fatto che gli avvenimenti che nella storia dei
singoli popoli sono tra i pi antichi, vengono sistematicamente calati
nel tradizionale stampo del tripartitismo, anche a costo di deformarli
totalmente. Questo un tratto tipico della cultura indoeuropea e in
questo, dunque, le singole culture continuano una metodologia mol-
to arcaica, il che, a nostro parere, implica non lipotesi di una creati-
vit popolare in senso romantico, bens la presenza di un professioni-
sta culturalmente capace di riportare leterogeneit degli avvenimenti
in uno schema unitario e coerente. Il che significa, in altre parole, che
questi racconti sono opera di poeti che procedevano nel solco del
83
loro archetipo indoeuropeo.
Messa da parte anche qui una certa confusione tra cultura e
ideologia, lidea di Campanile ricca di implicazioni importanti:
cercher di sfruttarla adeguatamente nella seconda parte della presen-
te ricerca.

82
Cit. da G. DUMZIL, Mythe et Epope, Paris 1968, vol. I, p. 15; i corsivi sono dellA.
83
Cit. da E. CAMPANILE, 1990c, p. 73.

78
3 IL METODO

Tornando a Dumzil, il mio pensiero finale che la sua teoria, pur


con qualche aggiustamento inevitabile e con le necessarie integrazioni
sopra esposte, sia forse utile anche per una piena comprensione della
lingua poetica i.e.
Il mondo romano, ad esempio, si finora rivelato un campo assai
84
povero per gli studi sulla poesia i.e.; diversamente da M. Durante,
non ritengo che ci sia dovuto alla mentalit pratica di una civilt
prevalentamente agricola, credo invece, innanzi tutto, che lassenza di
vestigia tangibili della indogermanische Dichtersprache nella letteratu-
ra latina storica abbia a che fare col processo di trasformazione della
mitologia ereditata in epopea, individuato soprattutto da Dumzil, e
poi che questa assenza rientri in un fenomeno storico-culturale pi
generale che tenter di descrivere nella seconda parte della presente
ricerca che riguarda tutti i popoli i.e. occidentali; verosimile anche
che finora tali resti li si siano cercati nel modo il confronto etimolo-
gico e nel luogo la fraseologia sbagliati: come ha mostrato
85
felicemente proprio F. Bader, possibile invece tentare di reinter-
pretare alcuni fatti dellepopea romana come facenti parte di temi
letterari ereditati. Si tratta di un accostamento innovativo da cui
lecito attendersi risultati concreti: in questa visione andrebbero ade-
guatamente sfruttate anche le importanti ricerche di Emilio Peruzzi
86
sullesistenza oramai sicura! di una consistente presenza cultu-
rale e religiosa micenea nel Lazio arcaico.

3.5. IL METODO DELLA NEW COMPARATIVE PHYLOLOGY

Prima di esaminare limpianto metodologico delle ricerche di


Calvert Watkins e di Gregory Nagy, occorre ricordare, e non solo per
recuperare la linearit cronologica dellesposizione, che tra la fine
degli settanta e la met degli anni ottanta, alcune indicazioni di
metodo vennero anche dai lavori di due studiosi russi: V. N. Toporov
87
e B. L. Ogibenin.

84
Cfr. supra, p. 32.
85
Per esempio in F. BADER, 1980, passim.
86
A partire perlomeno da E. PERUZZI, Mycenaeans in Early Latium, Rome 1980.
87
Cfr. T. EUZARENKOVA V. N. TOPOROV, 1979 (= V. N. TOPOROV, Die Ursprnge der
indoeuropischen Poetik, Poetica 13 (1981), pp. 189-251); per V. N. TOPOROV, 1969, vd. supra,
p. 68; B. L. OGIBENIN, 1979, 1982, 1984, 1985; in tali lavori si trover citata la gran parte della

79
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

Comune ai due studiosi, una concezione della letteratura vedica


intesa come conservazione di una tradizione organica di pensiero
speculativo e del patrimonio testuale i.e. pi arcaico, di punto di
riferimento centrale nella comparazione poetica i.e.; altra impostazio-
ne comune, seppur con diverse sfumature, quella di una visione
prevalentemente semantico-strutturalista dei fatti di lingua e di una
concezione dei fatti di cultura in gran parte semiologico-etnografica.
Se ben intendo il suo pensiero, la principale proposta metodologi-
88
ca di Ogibenin consiste nellidea che la sfera degli studi semantici
deve essere [] ampliata attraverso lanalisi degli schemi concettuali
dei realia descritti nei testi di una lingua [] allo scopo di costruire
una teoria etnografica generale di un reale sistema linguistico. Secon-
do tale teoria le unit linguistiche dovrebbero avere segni semantici
descrittivi, legati alle concezioni dei realia dei testi proprie di quel
sistema linguistico. Lanalisi dei testi poetici sembra rispondere so-
prattutto ad una trattazione preliminare di questo tipo di studi poich
i legami poetici che sorgono nei testi di una lingua, presentano un
89
grandissimo grado di specificit []; tutto questo perch, se vero
che lanalisi di una sfera semantica nella ricerca di un sistema la
90
condizione necessaria per arrivare alla ricostruzione, occorre tutta-
via aver presente che lo studioso non deve partire dalle sue cono-
scenze a livello intuitivo, o da quello scientificamente provato, dai
tratti universali dei concetti studiati o del significato delle forme
linguistiche, ma dal contesto inteso non solo come contesto linguisti-
co, ma come contesto formato da concreti fatti etnografici, di una
91
determinata comunit culturale.
Anche se la traduzione italiana non contribuisce certo alla chia-
92
rezza, dir francamente che la sua impostazione, orientatasi poi col

produzione scientifica di questi studiosi che non riguarda direttamente loggetto della presente
ricerca. Ricordo che di lingua poetica i.e. si era occupato anche V. V. Ivanov: cfr. ID., 1967a,
1967b; vd. supra, nota 79, p. 77.
88
Da alcuni anni questo studioso, che ora insegna allcole Pratique des Hautes tudes, ha
francesizzato il proprio cognome in Oguibnine.
89
Cito da B. L. OGIBENIN, 1982, pp. 228-229.
90
Ivi, p. 202.
91
Ivi, p.203; questa proposta di Ogibenin ricorda da vicino il criterio della realt concreta
di W. Wst, vd. supra, pp. 65 sgg.
92
Loriginale russo del 1973; poich Ogibenin continua a citare questo lavoro (per es. in
ID., 1979, p. 130, nota 12, a sua volta ripreso in ID., 1985, p. 15, nota 10) devo presumere che egli
non abbia mutato le sue opinioni.

80
3 IL METODO

93
tempo verso una personale semiotica della cultura, mi pare generica
nella teoria e discutibile nella prassi, a partire dalle sue analisi dei testi
94
primari e, per quel che ci riguarda qui, non foriera di risultati
sicuramente utilizzabili.
Nel suo corposo lavoro del 1981, Toporov in realt pi che
delineare le origini della poetica i.e, si occupa delle radici i.e. della
95
poesia vedi ca, rifacendosi, come gi altri, alle teorie poetiche di
Jakobson, alla semantica del Vocabulaire di Benveniste e alle idee sugli
anagrammi i.e. di Saussure.
Anche se lidea della comparazione testuale come concreta possi-
bilit di ricostruire tratti di civilt i.e non nuova e resta comunque, al
contrario di quel che sembra pensare Toporov, uneuristica dai risul-
tati non assoluti, interessante lenfasi posta sullimportanza dei testi
e sulla necessit di indagare le regole che sovrintendevano alla loro
formazione. Toporov identifica alcune di queste regole negli inni
vedici, postulandone poi la validit anche per la poesia i.e.: come ho
gi detto, non affatto sicuro che tali proiezioni allindietro di fatti
96
monoglottici possano dare risultati probanti, ma certo nel caso del
vedico si tratta di possibilit degne di essere verificate, magari con
lausilio di riscontri allotrii, anche di tipo negativo.
97
In ultimo la pensava cos anche E. Campanile:

in linea di principio dobbiamo senzaltro rifiutare ogni ricostruzione mono-


glottica alla Hoffmann, in quanto essa, per definizione, non ci permette mai
di distinguere linnovazione dalla conservazione ed esclude a priori e,
dunque, gratuitamente che elementi arcaici possano essersi conservati in
lingue diverse da quelle su cui si fonda tale ricostruzione. Nel concreto della
comparazione e parliamo di una comparazione quanto pi ampia e quanto
meno preconcetta possibile risulta spesso, tuttavia, che lindoiranico e, pi

93
Cfr. le Notes dintroduction a ID., 1985, pp. 11-26; ein unglcklicher Zwitter aus
textimmanent-kulturhistorischer Analyse und diachron-linguistischer Komparatistik (cit. da
CH. WERBA, 1985, p. 320).
94
Cfr. B. SCHLERATH, in Die Sprache 21 (1975), 52a; CH. WERBA, 1985; R. SCHMITT,
1986.
95
Pi appropriatamente, il titolo originale era infatti La poesia indiana antica e le sue origini
indoeuropee; il saggio si rivela in definitiva utile pi per le analisi in esso contenute quelle della
lingua degli dei e di alcuni testi vedici , piuttosto che per le presunte novit teoriche avanzate:
vd. anche supra, p. 25.
96
Cfr. supra, pp. 68.
97
Cit. da E. CAMPANILE, 1990c, pp. 140-141.

81
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

in particolare, il ve dico ci offrono qualcosa di pi e di meglio delle altre


lingue e delle altre culture. Non solo dal punto di vista quantitativo, come
maggior copia di elementi arcaici conservati, ma anche dal punto di vista
qualitativo, nel senso che questi elementi arcaici ci si presentano in forma
chiara ed esplicita, mentre altrove sono, s, sopravvissuti, ma obnubilati e
frammentari. E allora, nel concreto della ricostruzione, senza cedere ad
egalitarismi assurdi nella scienza e senza tentare scorciatoie veloci ma rischio-
se, ci accorgiamo come nel quadro della comparazione esistono, parimenti
essenziali, lingue a forte valore propositivo lingue, cio, che ci permettono
di formulare ipotesi e lingue a forte funzione confermativa, cio lingue che
ci permettono di affermare che un certo elemento attestato in pi e
differenti aree del mondo indoeuropeo, s che possiamo legittimamente
concludere che esso sia fatto grammaticale o di cultura apparteneva
alloriginario patrimonio indoeuropeo.

Se gi dal contributo di Toporov si poteva percepire la centralit


raggiunta da questo tipo di indagini, tuttavia soltanto a partire dalla
fine degli anni 80 che le ricerche sulla lingua poetica i.e. hanno
acquisito consapevolezza definitiva sullimportanza del ruolo da esse
assunto tra gli studi di linguistica storica, in specie tra quelli di
indeuropeistica e ci soprattutto grazie a un appassionato intervento
di Calvert Watkins, letto dapprima in una seduta della Linguistic
Society of America e pubblicato poi in Language:

the Comparative Method in historicallinguistics may in favorable circum-


stances be extended to comparative poetics and comparative historical eth-
98 99
nosemantics the new comparative philology. [] Linguistic compari-

98
Con comparative historical ethnosemantics, lo studioso intende qui far riferimento
soprattutto al metodo e ai risultati de Le vocabulaire cit. (nota 16, p. 15) di Emile Benveniste:
cfr. C. WATKINS, 1989, p. 785; per la definizione che C. Watkins d di comparative poetics, vd.
supra, nota 88, p. 48.
99
Forse non inutile ricordare che nei paesi anglosassoni Comparative Philology, o
semplicemente Philology, stata per lungo tempo il tempo in cui era quasi esclusivamente
linguistica indeuropea e qua e l lo ancora, la denominazione accademica della linguistica
storico-comparativa (cfr. per es. W. BELARDI, Linguistica e filologia, in ID., Linguistica generale
filologia e critica dellespressione, Roma 1990, p. 8), disciplina che poi ha assunto il nome di
Historical Linguistics, di contro a Linguistics per la linguistica generale e teorica; preposto al
nome di una disciplina scientifica, laggettivo new ha poi, negli stessi paesi, una valenza
particolare, esistono infatti da decenni, tra le altre, anche una New Archaeology e una New
Comparative Mythology: esso indica, in sostanza, il desiderio di rifondare su basi pi aggiornate e
moderne una scienza di antica data. Com noto, invece, la fortuna del termine glottologia in
Italia si deve a Graziadio Ascoli che intitol la raccolta delle sue lezioni Corsi di Glottologia,

82
3 IL METODO

son may extend to higher units than sounds and forms; several are proposed
which permit the reconstruction of formulaic phrases, whole complex sen-
tences, and even proto-texts or text fragments. The new parameters of
poetics and ethnosemantics permit a precision in historicallinguistics hith-
100
erto impossible.

Intervento che lo studioso americano concludeva cos:

there is a new dimension to the systematic study of similarities which is at the


heart of the comparative method. We ne ed more precision, and extension of
the method in depth to other recognized, established, and real linguistic
families. [] real progress in linguistics over the next quarter- or half-century
is going to come from precise and profound examination of the languages:
real people, real problems. Historicallinguistics is alive and well, and must
be integrated into a holistic theory of human language. [] the Indo-
European language family, by virtue of the range and depth of its attestation
in space and time nearly four thousand years over Europe and much of
Asia is and always has been uniquely suited to advance historical linguis-
tics, the study of the history of human language. And to remove the historical
dimension from the study of language would have consequences as serious as
101
removing the historical dimension from the study of man.

Tolta la polemica iniziale con Noam Chomsky e qualche accento


propagandistico, entrambi ad uso interno allaccademia statunitense,
larticolo di Watkins importante perch in esso, per la prima volta e
da parte di uno dei loro studiosi pi autorevoli, le ricerche di poetica
i.e. rivendicano, con chiarezza e con forza, una posizione centrale,
quasi di guida, allinterno del paradigma linguistico-comparativo: il
lungo percorso di queste ricerche dalla marginalit di partenza,
attraverso loblio del discredito e mediante un recupero via via cre-

Torino 1870 e, nei suoi Studj Critici, II, Torino 1877, p. 45, disse espressamente di preferire
glottologia a linguistica: cit. da C. TAGLIAVINI, Introduzione alla Glottologia, Bologna 1969, VII
ed., vol. I, p. 1 nota 1, i corsivi sono dellA.; altres noto come glottologia sia un calco del ted.
Sprachwissenschaft. Sugli anacronismi e le incongruenze della pletora di denominazioni
burocratico-concorsuali in cui divisa la linguistica in Italia, illuminante e al contempo
sconfortante C. A. MASTRELLI, Gli insegnamenti linguistici nellordinamento universitario italiano,
in Atti S.I.G. cit. (nota 5, p. 56), pp. 11-21.
100
Cit. da C. WATKINS, 1989, p. 783.
101
Ivi, p. 798. Chiedo venia al lettore per la fatica che gli imporr da qui alla fine del
capitolo: ho ritenuto pi efficaci le lunghe citazioni che seguiranno, piuttosto che una sintesi pi
scorrevole ma forse fuorviante.

83
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

scente di attendibilit si dunque compiuto e forse fin oltre la meta


sperata.
Questo articolo vuole essere per anche una messa a punto meto-
dologica di riferimento: prima di discuterlo, occorre dunque esami-
narlo in dettaglio, integrandolo magari, nei punti dove loccasione
contingente ha costretto Watkins a una qualche sbrigativit, con altri
lavori dello stesso Autore.
Dunque, dal punto di vista metodologico,

what, then, are these new paramethers? Let us take our starting point the
simplest possible model of comparative historical linguistics, of genetic
filiation as determined by the application of the Comparative Method. Two
languages, A and B, exhibit systematic similarities, which cannot be attrib-
uted to borrowing, or to universals, or to change. The systematic similarities
can be accounted for only by the postulation of an original common language
O, the ancestor of A and B, as in Figure 1.

Figure 1.
The description of O is its grammar and lexicon. The task of the histori-
callinguist is both to describe O (by reconstruction) and, more important, to
show how it is possible to get from O to A and from O to B.
Now in favorable circumstances the use of languages A and B for artistic
purposes, which I will designate poetic languages A and B, may also exhibit
systematic similarities which are not attributable to borrowing, universality, or
change. The only explanation of the Comparative Method is again a common
original the use of O itself for artistic purposes, poetic language O, thus
Figure 2.

Figure 2.

84
3 IL METODO

The description of O is its poetic grammar and repertory. Here the task
of the historical linguist is not only to describe O, and to show how it is
possible to get from O to A and O to B which are diachronic concerns
but also to show the relation of A to A, B to B, and O to O' which are
synchronic concerns. We begin to see some new parameters. Add to this
another: that it may often happen that a feature of ordinary language A is
inherited from poetic language O, rather than from ordinary language O. The
study of O is here indispensable to the ordinary; linguistics need poetics.
Poetic language and poetic grammar may be approached purely syn-
chronically (typologically), with the goal of discovering universals, but they
may also be studied with an eye to history. Indo-European comparative
historical poetics, just like Indo-European comparative historical linguistics,
in practice combines the two, and good comparatists like a Saussure, a
Wackernagel, or a Delbruck moved freely and effortlessly between dia-
chrony and synchrony.
Poetic language is of course only one of many registers available to the
members of a given society. A language necessarily implies a society, a speech
community, and a culture. And a proto-language equally necessarily implies
a proto-culture, that is, the culture of the users of the proto-language. In
terms of our model one can also reinterpret O, A, B as representing any
linguistically relevant aspect of the proto-culture.
Language is linked to culture in a complex fashion; it is at once the
expression of a culture and a part of it. And it is in the first instance the
lexicon of language or proto-language which affords an effective way
though not the only one to approach or access the culture of its speak-
102
ers.

Come assunto di partenza, pertanto,

we may consider poetic language in general, and IE poetic language in


particular, as a sort of grammar. On the level of sound alone, this grammar
has a phonological component, the domain of metrics and phonetic figures,
and a morphological component, the domain of grammatical figures. On the
higher level, where meaning per se is pertinent, it has a syntactic component,
the domain of what we may call formulaics, and a semantic component, the
domain of what we may call thematics. It has as well a pragmatic component,
the domain of poet-performer/audience interaction, which dominates the
whole grammar.
It is in thematics that we find the doctrine, the ideology, the culture of the
Indo-Europeans. Formulas are the vehicles, the carriers of themes; theme is

102
Cit. da C. WATKINS, 1989, pp. 784-5; i corsivi sono dellA.

85
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

the deep structure of formula. These formulas are collectively the verbal
expressions of the traditional culture of the Indo-European, which is the
totality of themes. These formulas are the expression of an underlying
semiotic system. They are not remembered and repeated merely because they
delight the ear; rather they are signals, in poetic elaboration and as verbal art,
of the relations of things: of the traditional conceptualizations, the percep-
tion of man and the universe, the values and expectations of the society.
The function of the Indo-European poet was to be the custodian and
transmitter of this tradition. The totality of themes as expressed in formulas
was in a preliterate society entrusted precisely to the professionals of the
103
word, the poets.

Come ricostruire, quindi, tale tradizione poetica? Per Watkins,

the purlieu of linguistic comparison and the comparative method extends


beyond single speech sounds, single morphemes, and single words to higher
syntactic units, ranging from noun and verb phrases to sentences and entire
texts. At time we find remarkable phrasal echoes, phrasal similarities, be-
tween two or more independent linguistic traditions.
For the most part, such phrasal equations may be attributed just to funny
coincidence, or to the simple principle that like circumstances may cali forth
like utterance. Yet sometimes the comparison of like syntactic structures also
involves nontriviallexical equations at the same structure points, or non-
trivial syntactic and semantic matches under shared or common thematic
context suitable for projection back in time. At this point it is legitimate to
speculate whether the similarity may ultimately be genetic in character. That
is to say that this is the way certain peoples having certain traditions un
certain peuple ayant certaines origines in Saussures memorable phrase []
under certain recurrent circumstances produced particular utterances
which were more or less the same across significant stretches of time and
104
space.

Daltronde, aggiunge Watkins,

on the basis of similarities samenesses we reconstruct language. But it


happens that certain texts in some of these cognate languages, or text
fragments, exhibit the sort of similarity that suggests that they are geneticaliy

103
Cit. da C. WATKINS, 1987c, pp. 270-1, ripreso poi parzialmente in ID., 1989, pp. 792-3;
i corsivi sono dellA.
104
Cit. da C. WATKINS, 1989, p. 791.

86
3 IL METODO

related. These texts are in some sense the same. Exploration of what may
legitimately be termed the genetic intertextuality of these variants casts
much light on the meaning of the ancient texts themselves the similarities
are by and large more numerous in older than in more recent texts and, on
the basis of the samenesses, we may in previleged cases reconstruct to some
extent proto-texts or text-fragments. At the point we are of necessity led to
assume i.e. reconstruct a user of the text in the language; in other words
and via another route, we thus reconstruct features of a real proto-culture
105
[].

Come si visto, in questo tipo di ricerche C. Watkins attribuisce


grande importanza, e non solo dal punto di vista pi propriamente
euristico, in particolar modo allindagine sulle formule: one of the
characteristcs of poetic language in many traditional societies is the
extensive use of formulas, whole phrases which are repeated with little
or no variation, rather than recreated. Formulas play an important
role in certain styles of improvised oral composition, where they have
been much studied; but their usage is far more widespread, and
106
reaches back into prehistory.
Secondo lo studioso, infatti, le formulas tend to make reference
to culturally significant features or phenomena something that
matters. After nearly a decade of studying the preservation, diffusion,
trasformation, and revitalization of a single formula, that of the
107
dragon-slaying myth and congeners, in the majority of the Indo-
European poetical traditions, I am more firmly than ever convinced of
the extraordinary longevity of surface phraseology and verbal beha-
vior when it serves as the expression of an enduring cultural theme. A
proper linguistic theory must be able to account for the creativity of
human language; but it must also account for the possible long-term
preservation of surface formulaic strings in the same or different
108
linguistic traditions over millennia.
E questo perch le formulas which refer to or encode cultural
features like tabus (urinate upright) or values (imperishable fame)
offer immediate information about the proto-culture. But they also

105
Ivi, p. 794.
106
Ivi, p. 792.
107
Cfr. supra, pp. 51 sgg.
108
Ivi, p. 793.

87
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

may function
109
to encapsulate entire myths and other narratives
[].
Condensate cos le tesi di C. Watkins, inizier lapprofondimento
del metodo della New Comparative Philology partendo proprio da
questultimo punto.
Dunque, secondo Watkins, the formula [] is the verbal and
grammatical device in oralliterature for encoding and transmitting a
given theme or interaction of theme, with the repetition or potential
repetition assuring the long-term preservation of the surface structu-
110
re, the wording; riprendendo questa definizione del 1974, egli
aggiunse poi una prima volta: that is to say that theme is the deep
111
structure of the formula, e infine, nel 1992, rivedendo ulterior-
mente le sue affermazioni, precis che: the point can stand even if
today I would be inclined to think that deep theme is not so far from
surface formula, or what Nagy in his influenti al 1979 book The best
112
of the Acheans calls simply diction.
Sia Watkins che Nagy partono esplicitamente dagli studi di M.
Parry, che definiva la formula: a group of words which is regularly
employed, under the same metrical conditions, to express a given
113
essential idea; anche G. Nagy infatti, riprendendo e precisando
Parry, definisce, similmente allultimo Watkins, la formula come a

109
Ivi, p. 796.
110
Cit. da C. WATKINS, Response to P. KIPARSKY, Oral Poetry: Some Linguistic and
Typological Considerations, in A. STOLZ R. S. SHANNON (eds.), op. cit. (nota 72, p. 45), p. 110.
111
Cit. da C. WATKINS, 1981b, p. 779.
112
Cit. da C. WATKINS, 1992, p. 392; lidea di G. Nagy a cui egli si riferisce, espressa cos
a p. 1 del volume suddetto (i corsivi sono dellA.): my approach to archaic Greek poetry is
based on two major working assumptions. One, the mechanics and artistry of a given poem are
traditional not only on the level of form let us call it diction but also on the level of content
let us call it theme. Two, the diction is a most accurate expression of the theme.
113
Cit. da M. PARRY, Studies in the Epic Technique of Oral Verse-Making. 1. Homer and
Homeric Style, in HSCPh 14 (1930), p. 80; gli studi di Milman Parry, scomparso prematura-
mente in un incidente di caccia nei Balcani, sono stati poi raccolti dal figlio Adam, a sua volta
morto prematuramente in un incidente automobilistico in Gran Bretagna, in A. PARRY (ed.), The
Making of Homeric Verse. The Collected Papers of Milman Parry, Oxford 1971; alle ricerche
pioneristiche di Parry, hanno fatto seguito altri lavori fondamentali sulla dizione epica, tra i quali
vanno ricordati almeno: A. B. LORD, The singer of Tales, Cambridge (Mass.) 1960; A. HOEKSTRA,
Homeric Modifications of Formulaic Prototypes. studies in the Development of Greek Epic
Diction, Amsterdam 1965; ID., The Sub-Epic stage of Formulaic Tradition, Amsterdam 1969; J. B.
HAINSWORTH, The Flexibility of the Homeric Formula, Oxford 1968; la bibl. posteriore in III,
4,5, pp. 375 sgg. Anche in questo ambito, lapporto della scuola italiana cospicuo e importan-
te: basti pensare, per fare qualche nome, agli studi di B. Gentili, M. Cantilena, C. O. Pavese, L.
E. Rossi ecc.

88
3 IL METODO

fixed phrase conditioned by the traditional themes of oral poetry,


aggiungendo poi per che il meter is diachronically generated by
114
formula rather than vice versa.
Messo momentaneamente da parte il problema formula ~ metro
su cui torner pi avanti, accetter in questa ricerca la definizione di
formula data da Nagy e da Watkins.
Rispetto alla definizione di M. Parry, qui cruciale il passaggio da
un concetto generico come quello di a given essential idea, alla
nozione specifica di tema, di cui N agy ha dato sia una definizione
pi ristretta di quella di Watkins vista sopra I use the word theme
(and thematic) as a shorthand reference to a basic unit in the traditio-
nal subject patterns of myth. My model for a sensible deployment of
115
this word is Lord, 1960, pp. 68-98., sia una sostanzialmente simile
a quella on the diachronic hierarchy of theme (in the sense of a
traditional unit of composition on the level of meaning) over formula
(in the sense of a traditional unit of composition on the level of
wording) over meter (in the sense of a traditional unit of composi-
116
tion on the level of rhythm).
Queste due definizioni di tema non sono in contraddizione tra
117
loro, in specie se si accetta, come fa Nagy e come far anchio nel
presente lavoro, la definizione di mito proposta da Walter Burkert:
Mythos ist eine traditionelle Erzhlung, die als Bezeichnung von
Wirklichkeit verwendet wird. Mythos ist angewandte Erzhlung.
Mythos beschreibt bedeutsame, berindividuelle, kollektiv wichtige
118
Wirklichkeit.

114
Cit. da G. NAGY, Formula and Meter, in A. STOLZ R. S. SHANNON (eds.), op. cit. (nota
72, p. 45), p. 251, ripreso in G. NAGY, 1990, p. 29.
115
Cit. da G. NAGY, 1990, p. 9, nota 10, il corsivo dellA.; ho citato per esteso il volume di
A. B. Lord alla nota 113.
116
Cit. da G. NAGY, Pindars... (cit. alla nota 80, p. 46), p. 4, nota 15.
117
Cfr. G. NAGY, 1990, p. 8.
118
Cit. da W. BURKERT, Mythisches Denken, in H. POSER (hrsg.), Philosophie und Mythos.
Ein Kolloquium, Berlin New York 1979, p. 29; Burkert (vd. infra, pp. 198 sgg.) parla di
motivemi invece che di temi, ma la nozione la stessa. Insieme a G. NAGY, 1990, p. 10, adotto
qui anche la definizione di rito proposta da Burkert: il rituale, visto dallesterno, un
programma di azioni dimostrative prefissato a seconda del tipo di esecuzione e spesso a
seconda del luogo e del periodo ed sacro, in quanto ogni omissione o disturbo suscita
grande ansiet ed causa di sanzioni. Comunicazione e impronta nel contempo, il rituale crea ed
assicura la solidariet del gruppo chiuso: cito da W. BURKERT, Griechische Religion... cit. (nota
62, p. 26), vol. I, pp. 12-3; per una definizione di culto operativamente utile, anche se forse

89
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

Tra le due definizioni di tema proposte da Nagy, tuttavia, riten-


go che quella dallaccezione pi larga a traditional unit of compo-
sition on the level of meaning , che poi la stessa di Watkins priva
delle appendici generativiste, sia pi sfruttabile e meno vincolante
per le nostre indagini, perch non sempre e non solo il mito loggetto
119
della significazione codificata dal linguaggio poetico i.e.
Ma, prosegue Nagy, the theme is the key to all the other levels of
fixity in oral poetry including both the formulaic and the metrical
120
levels, anche se fixity of form in oral poetry should not be
121
confused with uniformity, e, ancora, flexibility should not be
confused with irregularity. [] The flexibility is also regular. In other
122
words, the variations on the regularities are also regular.
Per affrontare convenientemente lindagine sui meccanismi con
cui fissit e flessibilit operano nella poesia orale, anche Gregory
Nagy, similmente a ci che diceva in quanto riportato sopra C.
Watkins, propone di sfruttare appieno alcuni dei concetti fonda-
mentali della linguistica moderna: one of these conceptes of lingui-
stics is the distinction between synchronic and diachronic. By syn-
chronic I mean the workings of a system as it exists at a given time
and pIace; by diachronich, the transformations of this system through
123
time.

riduttiva, seguo invece direttamente G. NAGY, 1990, p. 8: by cult I mean a set of practices
combining elements of ritual as well as myth.
119
Torner sui rapporti tra mito e linguaggio poetico nella seconda parte: vd. infra, pp. 197
sgg.
120
Cit. da G. NAGY, 1990, p. 25.
121
Ivi, p. 28.
122
Ivi, p. 32; Nagy basa queste affermazioni sulla flessibilit della tradizione formulare,
principalmente sui risultati del lavoro di Hainsworth citato sopra.
123
Cit. da G. NAGY, Pindars cit. (nota 80, p. 46), p. 6; nello stesso volume, nota 18 di p.
21, egli afferma: I am using the terms diachronic and synchronic [] not as synonyms for
historical and current respectively. It is a mistake to equate diachronic with historical, as is often
done. Diachrony refers to the potential for evolution in a structure. History is not restricted to
phenomena that are structurally predictable; i corsivi sono tutti dellA.; sullapplicazione di
sincronia e diacronia nello studio della oral poetry, vd. anche G. NAGY, 1990, pp. 19-20. Sulla
storia di queste due nozioni, sono importanti le riflessioni di R. AMBROSINI, Momenti e problemi
di storia della linguistica. De saussure Jakobson Chomshy, Pisa 1985, passim e i saggi di W.
BELARDI, Contrasti teoretici nella linguistica del Novecento, e, Linguistica e poetica di Roman
Jakobson, in ID., op. cit. (nota 99, p. 82), rispettivamente pp. 93 sgg. e 375 sgg.; vd. anche V.
ORIOLES (ed.), Modelli esplicativi della diacronia linguistica. Atti del Convegno della Societ
Italiana di Glottologia (Pavia: 15-17/9/1988), Pisa 1989 e M. NEGRI D. POLI (ed.), La
semantica in prospettiva diacronica e sincronica. Atti S.I.G. (Macerata-Recanati: 22-24/10/12),
Pisa 1994.

90
3 IL METODO

Programmaticamente, altrove Nagy aveva scritto:

in the intellectual history of linguistics as an academic discipline, the dia-


chronic approach preceded the synchronic. Por the actual methodology of
linguistics, it is now recognized that the synchronic analysis of language must
precede the diachronic. Por solving the manifold mysteries of language,
however, the synchronic approach is not sufficient and must be supple-
mented with the diachronic approach. I am proposing the same program for
solving the problem of formula and meter in the study of oral poetry. The
synchronic approach, although it is the essential first step, is not sufficient.
As Albert Lord says about traditional poetry, It cannot be treated as a flat
surface. Ali the elements in traditional poetry have depth, and our task is to
plumb their sometimes hidden recess; for there will meaning be found. We
must be willing to use the new tools for investigation of multiforms of themes
and patterns, and we must be willing to learn from the experiences of other
oral poetries. Otherwise oral is only an empty label and traditional is
devoid of sense. Together they form merely a faade behind which scholar-
124
ship can continue to apply the poetics of written literature.

Il secondo concetto della linguistica usato da Nagy, ma anche da


125
Watkins, [] is the distinction, from a synchronic perspective,
between the marked and unmarked members of any opposition within
the system of language. These ,terms are definited as follows by R.
Jakobson: The general meaning of a marked category states the
presence of a certain (whether positive or negative) property A; the
general meaning of the corresponding unmarked category states
nothing about the presence of A, and is used chiefly, but not exclusi-
vely, to indicate the absence of A. The unmarked category is the
general category, which can include the marked category, whereas the
126
reverse situation cannot hold.

124
Cit. da G. NAGY, 1990, p. 35; la cit. di A. B. Lord, tratta da ID., Homer as Oral Poetry,
HSCPh 72 (1968), p.4 6; cfr. anche P. ZUMTHOR, Introduction la posie orale, Paris 1983, p.
34.
125
Cfr. ad esempio, C. WATKINS, 1981b, pp. 774 sgg. e ID., 1987c, p. 290.
126
Cit. da G. NAGY, Pindars cit. (nota 80, p. 46), p. 6, i corsivi sono dellA.; la citazione
di R. Jakobson da ID., Russian and slavic Grammmar: studies 1931-1981 (ed. by M. Halle and
L. R. Waugh), The Hague 1984, p. 47 (il lavoro originale del 1957); alla nota 16 della stessa p.
6, G. Nagy precisa che ha omesso the final segment of Jakobsons definition, the general
meaning of the corresponding unmarked category states nothing about the presence of A, and is
used chiefly, but not exclusively, to indicate the absence of A, sulla base di B. COMRIE, Aspect:
An Introduction to the study of Verbal Aspect and Related Problems, Cambridge 1976, p. 122;

91
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

Secondo Nagy,

the distinction of marked-unmarked can be further applied in a variety of


context [], The descriptive term oral in oral poetry has come to have an
overly narrow meaning, restricted by our own cultural preconceptions
about writing and reading. We feel the need to define oral in terms of
written: if something is oral, we tend to assume a conflict with the notion
of written. Prom the general standpoint of social anthropology, however, it
is written that has to be defined in terms of oral. Written is not something
that is not oral; rather it is something in addition to being oral, an that
additional something varies from society to society. It is dangerous to
universalize the phenomenon of literacy. To restate the problem in terms
of the distinction beetwen marked and unmarked: if we juxtapose oral and
written, it is written that functions as the marked member of the opposi-
tion, while oral is unmarked. The definition of written is predicated on the
127
given of oral.

Introducendo nel suo apparato metodologico anche la teoria degli


128
speech-acts, Nagy aveva sostenuto poi che

we can find that marked speech occurs as a rule in ritual context, as we can
observe most clearly in the least complex or smallest-scale societies. It is in
such societies also that we can observe most clearly the symbiosis of ritual
and myth, and the ways in which the language of ritual and myth is marked,
whereas everyday language is unmarked. The Greek language gives us an
exemple of these semantics: m means I have my eyes closed or I have
my mouth closed in everydays situations, but I see in special way or I say
in special way in ritual. Hence msts is one who is initiated and must-
rion is that into which one is initiated, mystery (Latin mysterium). Hence
also mthos, myth: this word, it has been argued, is a derivate of m and

anche su questa nozione, molto si impara dai lavori di Ambrosini e Belardi citati nella nota 123.
127
Cit. da G. NAGY, Pindars cit., p. 8, i corsivi sono dellA.; cfr. anche ivi, p. 29: I have
used the term oral tradition only in a broad sense to the extent that the medium of writing is
not to be taken as a prerequisite for either composition or transmission: per ora, come
definizione di lavoro, sar anche la mia; con literacy, termine intraducibile, si intende in genere
da dimestichezza con la scrittura: cfr., ad es., J. GOODY, The Interface between the Written and
the Oral, Cambridge 1987, trad. it. Milano 1989, p. 3; un esempio di utilizzo della nozione
marcato non-marcato nella ricostruzione i.e., in A. L. PROSDOCIMI, Il lessico istituzionale
italico. Tra linguistica e storia, in La cultura italica. Atti S.I.G. (Pisa: 19-20/12/1977), Pisa 1978,
pp. 35 sgg.
128
Sullapplicazione di questa teoria negli studi di etnolinguistica, vd. G. R. CARDONA,
Introduzione alletnolinguistica, Bologna 1980, II ed., pp. 214 sgg.

92
3 IL METODO

had at an ealier stage meant special as opposed to everyday speech. []


Prom an anthropological point of view, myth is indeed special speech in
that it is a means by which society affirms its own reality. Such a thought
pattern is pertinent to the theories of J. L. Austin an J. R. Searle concerning
the performative aspects of language. A speech-act, according to Austin and
Searle, entails a situation in which the word is the action; the antithesis of
word and action is neutralized. [] the mthos is not just any speech-act
reported by poetry: it is the speech-act of poetry itself. Viewed in this light,
myth implies ritual in the very performance of myth. And that performance is
129
the essence of poetics.

E questo perch ci che [] makes words authoritative is the


130
value that the given society attaches to their performance, ma
poich composition and performance in oral poetry are aspects of
the same process, in that each performance is an act of recomposi-
131
tion, noi possiamo concludere che only in performance can the
132
formula exist and have clear definition.
***
Fin qui, credo non ci siano difficolt nel seguire e nel condividere
limpostazione metodologica di Watkins e di Nagy: la validit delluti-
lizzo nelle indagini sulla oral poetry di alcune delle nozioni pi
affidabili elaborate della linguistica di questo secolo, trova infatti
conferma proprio nelle brillanti ricerche da loro stessi condotte.
Tuttavia, nel caso delle tradizioni che hanno fornito i materiali pi
133
importanti e pi cospicui alla indogermanische Dichtersprache, cio
Omero e i Veda, noi abbiamo a che fare con la trasmissione orale di
testi fissi e ci comporta qualche ulteriore aggiustamento di tiro alla
134
teoria.

129
Cit. da G. NAGY, 1990, pp. vm-XI; i corsivi sono dellA.
130
Cit. da G. NAGY, Pindars cit., p. 9.
131
Ivi, p. 19; cfr. A. B. LORD, op. cit. (nota 113, p. 88), p. 13: Singer, performer, composer,
and poet are one under different aspects but at the same time. Singing, performing, composing
are facets of the same act.
132
Cit. da A. B. LORD, op. cit., p. 33, vd. anche G. NAGY, 1990, p. 26.
133
Per le tradizioni celtica e avestica, cio le altre due grandi apportatrici di materiale alla
comparazione poetica i.e., la situazione in parte diversa, come si vedr oltre.
134
Sullaspetto prevalentemente sin cronico dellaccostamento di M. Parry a Omero, in-
fluenzato dalle sue ricerche sul campo, vd. G. NAGY, 1990, pp. 20 sgg.

93
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

A questo scopo pertanto, prima di tornare, esprimendo qualche


riserva, a Watkins e chiudere definitivamente il capitolo sulla New
Comparative Philology, continuer fino al punto in cui egli, comin-
ciando ad affrontare il mondo poetico greco, si allontaner definitiva-
mente dallorizzonte della presente ricerca ad esporre i metodi e i
risultati di G. Nagy, il quale, sfruttando il metodo comparativo e
partendo proprio dal confronto col vedico delle sue prime ricerche,
ha elaborato una teoria sulla nascita e la formazione della dizione
greco antica, in particolare di quella epica e di quella lirico-arcaica;
poich le ritengo utili anche per le indagini sulla lingua poetica i.e.,
estrapoler qui dalla sua teoria le assunzioni generali sulla dizione
poetica orale, ricavate dalla comparazione linguistica e etno-
antropologica, cercando in tal modo di ottenere altri punti fermi con
135
cui esaminare il mondo poetico i.e.
Ritengo tale operazione coerente con quanto ho fatto finora,
perch il punto di partenza delle indagini di Nagy sulla grecit e
quello a cui sempre in qualche modo egli si volge come riferimento ,
la comparazione poetica i.e, e il suo punto di vista, lo sguardo con
cui osserva un singolo universo filologico, comunque quello del
comparatista, come ben si accorto lo stesso Calvert Watkins, che
infatti non si perita di utilizzare nelle sue comparazioni i risultati e i
metodi di un filologo.
Ritengo, insomma, che in generale avesse ragione Enrico Campa-
nile, quando diceva:

da un punto di vista programmatico quale potr essere, in questo genere di


ricerca, il rapporto tra il comparatista e il filologo?
Vorrei dire che un tempo ero assai ottimista in materia; oggi sono
decisamente scettico. Il filologo, infatti, filologo di una filologia o di un
insieme di filologie da un punto di vista storico assai strettamente connesse
tra loro, come il caso del filologo classico o del filologo romanzo , laddove
in questo campo di studi il comparatista deve utilizzare proprio testi appar-
tenenti alle culture (apparentemente!) pi lontane. I problemi, cio, nascono
dallanalisi in simultanea di testi storicamente eterogenei, mentre il filologo,
per definizione, studia solo testi storicamente omogenei. N il comparatista
pu limitarsi a cogliere fior da fiore nelle singole filologie ossia, fuor di

135
Anche nel caso di Nagy, come gi per Watkins, metto insieme osservazioni sparse in
varie sue opere: naturalmente, mia la responsabilit interpretativa connessa a questa opera di
ricucitura.

94
3 IL METODO

metafora, a recepire i risultati di singole filologie , giacch il pi delle volte i


materiali pi significativi sfuggono a chi opera una lettura necessariamente
monoculturale.
A questo punto resta una sola via: il comparatista, pur volgendo piena
attenzione ai risultati di singole filologie, dovr farsi in proprio filologo di pi
filologie ed arrivare ad un contatto personale coi testi. Compito pesante,
senza dubbio, ma anche compito che stato puntualmente assolto da tutti i
grandi comparatisti, dal Wackernagel al Benveniste, dal Meillet al Wa-
136
tkins.

Allelenco di maiores che stilava Campanile, si pu aggiungere


legittimamente Gregory Nagy comparatista fattosi filologo e non
filologo prestato alla comparazione e utilizzare qui le sue scoperte
con fiducia nel loro valore comparativo.
***
Tornando allora a quanto si diceva sopra, secondo Nagy, [] the
evolution of the fixed texts that we know as the Iliad and Odyssey may
be envisaged as a comulative process, entailing countless instances of
composition/performance in a tradition that is becoming streamlined
into an increasingly rigid form as a result of ever-increasing prolifera-
137
tion.
Per Nagy, rispetto alle tradizioni balcaniche indagate da Parry e
da Lord, dietro alla conservazione unitaria di testi come lIliade e i
Veda, sorti come processo cumulativo di migliaia di atti di composi-
zione/esecuzione, bisogna supporre una tradizione rapsodica che li
abbia trasmessi immutati per secoli, fino alla loro definitiva fissazione
per iscritto:

[] the Vedas have been transmitted unchanged, as a fixed text, for all
these year by way of mnemonic techniques that had been part of the oral
tradition. Given the authority of the Homeric and Hesiodic poems by the
time they surface in the historical period of Greece, it is not unreasonable to
suppose that their rhapsodic transmission entailed comparable mnemonic
efforts which need not have required writing at allo In theory, though,
written texts of the Homeric and Hesiodic poems could have been generated

136
Cit. da E. CAMPANILE, in F. CREVATIN (ed.), op. cit. (nota 61, p. 71), p. 30; cfr. anche E.
CAMPANILE, 1987a, p. 28.
137
Cit. da G. NAGY, The Best cit. (nota 56, p. 43), p. 8, vd. anche le pp. 78-9.

95
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

at any time in fact, many times during the lenghty phase of rhapsodic
138
transmission.

Dal cantore, che incarnava indifferenziati tutti i diversi ruoli


139
socio-linguistici richiesti dalla parola autorevole, si passa, gi nel
140 141
mondo ie., al rapsodo:

an inevitable consequence of such evolution from compositional trends to set


poems is that the original oral poet, who composes while he performs and
performs while he composes, evolves with the passage of time into a mere
performer. We must not be too quick to dismiss the importance of the
rhapsode, however: he must have been a master of mnemonic techniques
inherited directly from oral poets. [] The etymology of rhapsids stitcher
of song reveals a traditional conceit of the oral poet as overtly expressed by
the poet himself in cognate Indo-European poetic traditions. There is, then,
no demotion implicit in the formal distinction between rhapsids and aoids,
singer []. It is simplistic and even misleading to contrast [] the creative
aoids with the reduplicating rhapsids. We must keep in mind that even
the traditional oral poet does not really create in the modern sense of
authorship: rather, he re-creates for his listeners the inherited values that
142
serve as foundations for their society.

Ci sono allora sufficienti evidenze per concludere che [] what


the rapsodes recited was directly descended from what earlier singers
143
had sung.

138
Cit. da G. NAGY, 1990, p. 41, il corsivo dellA.; sfrutter meglio questultima
affermazione di Nagy nella seconda parte, precisando le mie idee, diverse da quelle di Nagy,
sullesistenza e la funzione della scrittura nel mondo i.e.
139
Cfr., tra gli altri, G. NAGY, 1990, p. 59; sulla figura dci poeta i.e, resta fondamentale E.
CAMPANILE, 1977, cap. II.
140
Cfr. J. WACKERNAGEL, Betrge zur Lehre vom griechischen Akzent, in Programm zur
Rektoratsfeier der Universitat Basci (1893), p. 34 = ID., Kleine schriften, Gttingen 1953, vol.
II, p. 1103; M. L. WEST, Thesinging ofHomerand the Modes of Early Greek Music, JHS 101
(1981), p. 114, nota 12; G. NAGY, Hesiod, in T. J. LUCE (ed.), op. cit. (nota 81, p. 46) pp. 45 e 69.
141
Uso il termine rapsodo per indicare, in generale per tutto il mondo di lingua i.e. e non
per il solo mondo greco, una figura di poeta, laico elo religioso, che esibiva la sua maestria di
fronte a un pubblico, che, condizionato dal ricordo di generazioni di esecuzioni poetiche, si
attendeva da lui il massimo grado di fissit nci contenuto e nella forma dci testo: cfr. G. NAGY,
1990, p. 27; per la differenza tra luditorio dci rapsodo e quello dellaedo, vd. ivi, pp. 42-43;
dissento qui, in parte, da M. DURANTE, 1976, pp. 177-179.
142
Cit. da G. NAGY, 1990, p. 42.
143
Cit. da G. NAGY, Pindars cit. (nota 80, p. 46), p. 28.

96
3 IL METODO

dunque possibile rappresentare le differenziazioni avvenute, nel


seguente schema diacronico:

basis derivation
144
SO NG song types
vs
145
poetry
vs
speech

By speech I mean everyday or unmarked language, and by SONG I mean


special or marked language that is set off from speech on the formal level of
phonolgy, morphology, syntax, or any combination of these three. From a
functional point of view, SONG would be any speech-act that is considered
set apart from everyday speech from the standpoint of a given society. The
perception of plain or everyday speech is a variable abstraction that depends
on the concrete realization of whatever special speech, or SONG, is set apart
for a special context. In small-scale societies, the setting apart would normal-
146
ly happen in terms of myth and ritual.

Infatti,

in small-scale societies rather than complex ones we can observe most


clearly the symbiosis of ritual and myth, how neither is to be derived from the
other, and how the language of ritual and myth is marked, let us call it
SONG, while everyday language, speech, is unmarked. To repeat, the per-
ception of plain or everyday speech is a variable abstraction that depends on
the concrete realization of whatever special speech is set apart for a special
context, let us call it occasion. In small-scale societies, the setting apart is
normaliy a matter of ritual and myth, and the idea of ritual includes not only
such basic activities as sacrifice and prayer but also such diverse occasions as
meeting, eating and drinking, courtship, hunting, gathering, farming, build-

144
I print song types, not just song, to indicate the potential plurality of song types in
opposition with any single given type of poetry: cito da G. NAGY, Pindars cit., p. 29, nota 67;
i corsivi sono dellA.
145
[] The affinities between song and poetry in ancient Greece can be viewed in terms
of an evolution of various kinds of song into something differentiated from song let us call it
poetry so that song and poetry can then coexist as alternative forms of expression: ivi, p. 18.
146
Ivi, p. 30, i corsivi sono dellA.

97
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

ing, and traveling. The marked speech-acts associated with the special occa-
sion of ritual and myth are what we are calling SONG. Internal criteria for
marked speech acts can be expected to vary from society to society: what may
147
be marked in one may be unmarked or everyday in another.

Nelle societ complesse, come certo dovettero essere per esempio


quella greco-arcaica e quella vedica, [] the pervasiveness of myth
and ritual, as well as their connectedness with each other, may be
considerable weakned. Stili, the marking of speech, that is, the turning
of unmarked speech into marked SONG, may persist as the basic way
148
to convey meaning in the context of ritual and myth.
La funzione della lingua marcata dunque quella di convogliare
significazione nel contesto mitico-rituale, esprimendo attraverso la
narrazione ci che una data societ afferma su se stessa; ma,

in most societies, not only the smaller-scale but the more complex as well, the
pattern of opposition between marked and unmarked speech takes the forffi
of an opposition between SONG and speech respectively, with the singing
of SONG being marked by a wide variety of patterns resulting from con-
straints on available features of speech in the given language. From the
standpoint of our own cultural preconceptions, singing is a patterning of
149
both melody (stylized tone or intonation) and rhythm (stylized duration
and/or intensity). From a cultural survey of a variety of societies, however, it
is evident that singing may also be equated with many other available types of
stylized phonological patterning, such as isosyllabism, rhyme, assonance, and
alliteration, and that the patterning of SONG extends to the levels of
150
morphology as syntax as well.

Pertanto, prosegue Nagy,

undifferentiated SONG as opposed to speech can be imagined as having had


features that ranged all the way from what we see in differentiated song to
what we see in poetry. Thus, for example, SONG in any given society may or

147
Cit. da G. NAGY, Pindars cit., p. 31, i corsivi sono dellA.
148
Ivi, p. 31; il corsivo dellA.
149
When differences in pitch have a lexical function (as in ancient Greek), it is a matter of
tone; where they have a syntactical function (as in English), it is a matter of intonation: ivi, p. 33
nota 86, vd. anche p. 34, nota 94; cfr. A. M. DEVINE L. D. STEPHENS, Stress in Greek?, in
TAPA 115 (1985), pp. 125-152.
150
Ivi, p. 33.

98
3 IL METODO

may not require melody. In other words what counts as poetry for us may in
another given society count as song if there are no melodic prerequisites. In
this light, I cite a particularly useful formulation by An Ben-Amos, based on a
wide cross cultural variety of ethnographic data: The existence or absence of
metric substructure in a message is the quality first recognized in any
communicative event and hence serves as the primary and most inclusive
151
attribute for the categorization of oral tradition. Consequently, prose [=
what I have been calling speech] and poetry [= what I have been calling
SONG] constitute a binary set in which the metric substructure is the crucial
attribute that differentiates between these two major divisions. It serves as
the definitive feature that polarizes any verbal communication and does not
provide any possible intermediary positions. A message is either rhythmic or
noto However, within the category of poetry [in my sense of SONG],
speakers may be able to perceive several patterns of verbal metrical redun-
152
dancy which they would recognize as qualitatively different genres.

Tuttavia, rispetto a Ben-Amos, Nagy, partendo dalle ricerche di


153
S. Allen, preferisce precisare meglio il concetto di metric sub-
structure, tornando a quanto diceva nel 1974:

first, [...] traditional phraseology simply contains built-in rhythms. Later, the
factor of tradition leads to the preference of phrases with some rhythms over
phrases with other rhythms. Stilliater, the preferred rhythms have their own
dynamics and become regulators of any incoming non-traditional phraseol-
ogy. By becoming a viable structure in its own right, meter may evolve
independently of traditional phraseology. Recent metrical developments may
even obliterate aspects of the selfsame traditional phraseology that had
154
engendered them, if these aspects no longer match the meter.

Tale formulazione presuppone per che [] the traditional


phraseology of SONG, generating fixed rhythmical patterns, is itself

151
Questa affermazione di D. Ben-Amos, basata su consistenti dati etno-comparativi e
condivisa da una lista di specialisti troppo lunga per essere citata, conferma che E. Campanile
aveva torto nel misconoscere limportanza della metrica come strumento di differenziazione tra
poesia e prosa quotidiana: vd. supra, p. 38 e p. 74.
152
Ivi, pp. 36-7; la citazione di D. Ben-Amos tratta da ID., Analytical Categories and
Ethnic Genres, in D. BEN-AMOS (ed.), Folklore Genres, Austin 1976, p. 228.
153
Egli fa qui riferimento a W. S. ALLEN, Accent and Rhythm. Prosodic Features of Latin
and Greek: A study in Theory and Recontruction, Cambridge 1973 e ID., Vox Graeca: The
Pronunciation of Classical Greek, Cambridge 1987, III ed.
154
Cit. da G. NAGY, 1974, p. 145.

99
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

already regulated by principles of phonological, morphological, and


syntactical parallelism and repetition that serve to differentiate
155
SONG from speech.
Lo strumento che innesca il processo di fissazione testuale, a
partire dalla metrica stessa, dunque la fraseologia tradizionale:

predictable patterns of rhythm emerge from favorite traditional phrases with


favorite rhythms; the eventual regulation of these patterns, combined with
regulation of the syllable count in the traditional phrases, constitutes the
essentials of what we know as meter. Granted, meter can develop a syn-
chronic system of its own, regulating any new incoming phraseology; never-
theless, its origins are from traditional phraseology. In short, the comparative
evidence of Indic poetry leads to a paraliel formulation about meter and
traditional phraseology in early Greek poetry. In this case, however, we may
156
specify formula instead of the more generaI traditional phraseology.

Stando a Nagy, oltre alla comparazione, anche lanalisi sincronica


mostra che [] the regularities of meter are clearly subordinate to
the regularities of phrasing; the inference, then, is that metrical units
157
were diachronically generated from phraseology units.
Lipotesi di Nagy dunque che

the phraseology of SONG tends to stylize and regularize its own built-in
rhythms, and that these regularizations result diachronically in what we call
meter. Similarly, I also propose that the phraseology of SONG can stylize
and regularize its own built-in tones or intonations, resulting diachronically
in that we cali melody. If we combine the two proposals, we get a scheme
where both rhythm and melody in SONG could be viewed as regularized
outgrowths of speech that serve eventually to distinguish SONG from speech.
In term of this composite scheme, I am now ready to substituite rhythm or

155
Cit. da G. NAGY, Pindars cit., p. 37, il corsivo dellA.
156
Cit. da G. NAGY, 1990, p. 30; lo studioso aveva risposto ad alcune obbiezioni espresse
da J. Puhvel (in B. A. STOLZ R. S. SHANNON, Oral Literature cit., pp. 261-263) sulla
prevalenza della fraseologia sulla metrica, gi in G. NAGY, 1979, pp. 615-6; anche E. Campanile
(cfr. ID., 1990c, pp. 142 sgg.) si opponeva alla prevalenza della formula sul metro, ma con
argomenti a mio parere deboli e senza conoscere apparentemente gli studi di Nagy seguenti al
1974 (cfr. ivi, Bibliografia).
157
Cit. da G. NAGY, 1990, p. 32.

100
3 IL METODO

melody or both for metric substructure in the formulation of Ben-Amos. The


158
result is a formulation that is not alien to ethnomusicology.

Confrontati quindi i dati forniti dalletnomusicologia sulle con-


nessioni primitive tra musica (= SONG) e linguaggio e sui modi e i
tempi della loro differenziazione, Nagy afferma che [] SONG, as a
marked form of language, is structurally capable of generating diffe-
rentiated subforms such as dance and instrumental music. From a
diachronic point of view, then, dance and instrumental music are
159
optional realizations of stylized speech-act.
Stando cos le cose, [] if indeed poetry is to be derived from
SONG, it is really one step further removed from speech: to repeat the
diachronic construct, song is specialized by retaining and refining
melody from SONG, while poetry is specialized by losing or failing to
develop the melody that is potential in SONG. In terms of differentia-
tion, some form of SONG had to lose melody, or fail to develop
melody, so that poetry could be differentiated from song. In terms of
differentiation, some form of SONG had to lose melody, or fail to
160
develop melody, so that poetry could be differentiated from song.
Ma, prosegue lo studioso, at another stage further removed, the
appropriate way to imitate the single format of speech with the multi-
ple formats of SONG would be to contrast a non-metrical form with
the plurality of metrical forms. The nonmetrical form would be prose:

basis derivation further derivation

SO NG song types
vs
vs
speech poetry poetry types
vs
161
prose.

158
Cit. da G. NAGY, Pindars cit., pp. 38-9, i corsivi sono dellA.
159
Ivi, p. 41, il corsivo dellA.
160
Ivi, p. 45, il corsivo dellA.
161
Ivi, p. 46, il corsivo dellA.

101
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

Quanto detto finora, porta infine G. Nagy alle seguenti conclusio-


ni:

with any differentiation of poetry from song through the loss of melody,
there would have to come about a new structural strain in the oral tradition.
Melody can be an important feature in the mnemonics of oral tradition in
song, as we know from the studies of folklorists who scrutinize the transmis-
sion and diffusion of song: melody helps recall the words. [] In terms of
differentiation of oral SONG into oral poetry as opposed to oral song, I offer
this axiom: with the structural strain brought about by the loss of melody in
poetry, there would come about, for the sake of mnemonic efficiency, a
compensatory tightening up of rules in the poetic tradition. This tightening
up would entail an intensification of both phraseological and prosodic
regularities []. I also suggest that the concept of formula, stemming ulti-
mately from Milman Parrys study of Homeric phraseology, applies primarily
to such regolarities stemming from the differentiation of oral poetry from
oral song. In other words the formula is to be seen as a characteristic
primarily of oral poetry as opposed to song. In order to account for the
distinct regularities of oral song as opposed to poetry, the concept of formula
162
could be considerably broadened.

Siamo tornati cos al punto di partenza: le formule e i temi.


***
Nagy, insomma, come dicevo, rivedendo e affinando gli studi
sulla oral poetry, perviene ad una teoria dellevoluzione della dizione
poetica (greca) che pu essere, in generale, riferita allintera lingua
poetica i.e.; riassunta assai schematicamente, tale teoria sostiene dun-
que che una data popolazione che vive in uno stadio di civilt esclusi-
vamente orale, in tutte le occasioni cultuali e rituali che la vita sociale e
personale offre, esplicita a se stessa le proprie tradizioni e le proprie
conoscenze,
163
cio la propria cultura nel senso pi ampio del termi-
ne, attraverso narrazioni tradizionali che saranno col tempo affida-

162
Cit. da G. NAGY, Pindars cit., pp. 50-1, i corsivi sono dellA.
163
Definisco quindi la cultura come la somma teorica delle conoscenze, delle credenze e
dei saperi creati, posseduti e trasmessi da una generazione allaltra, dai membri di una particola-
re societ; con ideologia definisco invece ogni credenza, o sistema di credenze intendo credenza
nel suo significato pi esteso di nozione impegnativa per la condotta pubblica e privata a
prescindere dalla sua fondatezza o dalla sua realizzabilit usato per il controllo dei comporta-
menti collettivi; infine, con religione intendo la credenza in una garanzia soprannaturale offerta

102
3 IL METODO

te esclusivamente a specialisti della parola autorevole; una delle forme


di tali racconti tradizionali il mito.
Gli atti linguistici che occorrono in occasioni mitico-rituali, sono
marcati rispetto alla lingua impiegata comunemente, perch in una
societ orale ci che rende autorevole la parola la sua performance
pubblica; quel che principalmente differenzia il linguaggio marcato da
164
quello non marcato, la presenza del ritmo; da ci sorger nel
tempo una serie di differenziazioni ulteriori, basate sul diverso utilizzo
della marca ritmico-musicale, che condurranno alle diverse forme
storiche di comunicazione artistico-letteraria. Quelle che allinizio
erano soltanto improvvisazioni, ma svolte pur sempre sulla base di
temi tradizionalmente propri a una determinata cultura, mediante
migliaia di atti di composizione/esecuzione, selezionati con lapprova-
zione o la disapprovazione delluditorio e uniformati prima nella
fraseologia e poi nella metrica dalla progressiva attesa di conferme del
medesimo uditorio, col susseguirsi delle generazioni divennero un
repertorio di formulazioni orali standardizzate, cio di testi fissi. Tali
testi fissi, trasmessi oralmente nei secoli con laffermarsi di una nuova
figura di sacerdote/poeta il rapsodo e con lausilio di accuratissi-
me mnemotecniche, furono poi, con modalit diverse e in epoche
anche assai lontane tra loro, messi per iscritto.
La New Comparative Philoogy di Watkins e Nagy, unendo
senza pregiudizi a una salda componente filologico-linguistica, i meto-
di e i risultati di discipline diverse ma contermini, come lo studio
comparato delle letterature e letnologia, giunge e questo, a mio
parere, senza uscire dal paradigma storico-comparativo alla deter-
minazione di un impianto metodologico coerente con gli studi pi
recenti sulla oral poetry, diversamente da quel che era accaduto in
parte tra gli altri a R. Schmitt, e tale da dare una cornice generale
verosimile per lo sviluppo e la fissazione della tradizione poetica i.e.
Tale cornice, esplicita, anche se forse non compiutamente organica,
nelle ricerche letterarie di Nagy e parzialmente sottesa, ma evidente
nella sua deriva, nelle comparazioni di Watkins, unita a quel che di
pi convincente ed efficace ha prodotto leuristica degli studi sulla
lingua poetica i.e., che quanto ho esaminato in questo capitolo, mi

alluomo per la propria salvaguardia o salvezza e le tecniche dirette a ottenere o conservare


questa garanzia; il mio riferimento principale per tutto ci, N. ABBAGNANO, s.vv.
164
Nel senso di a system that operates in terms of stress (duration or intensity or both) e
altezza, aggiungo io: cit. da G. NAGY, Pindars cit., p. 37, nota 105.

103
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

consentir di valutare nel prossimo la validit delle nuove acquisizioni


fattuali contenute nelle ricerche pubblicate dopo la summa di R.
Schmitt.
Prima, necessaria ancora qualche precisazione.
165
Diversamente da quel che pensa Watkins, seguendo G. Bate-
166
son, ritengo innazitutto che linsieme dei temi veicolati dalle formu-
le della fraseologia tradizionale di un data popolazione, non sia linte-
rezza della sua cultura, ma soltanto la codificazione di tale cultura a
fini trasmissori; e poi che i temi non vadano intesi come in qualche
167 168
modo simili ai concetti o alle idee a cultural nexus , ma
che in realt essi vadano avvicinati a quelli che F. Bader chiama
motifs narratifs hrits, cio, in definitiva, con qualcosa che forse
simile alle funzioni di Propp o, meglio, ai motivemi che Burkert
169
mutua da A. G. Dundes, e questo perch la psicologia popolare
organizzata in base a caratteristiche narrative piuttosto che concettua-
170
li.
Detto questo, resta poi ancora forse unultima questione da chia-
rire, un problema le cui implicazioni per ci riportano allinizio del
171
presente capitolo, al cuore del metodo comparativo.

165
Vd. supra, p. 86.
166
Cfr. infra, pp. 144 sgg.
167
In specie se per concetto intendiamo ogni procedimento mentale che renda possibile la
descrizione, la classificazione e la previsione degli oggetti conoscibili: cfr. N. ABBAGNANO, s.v.
168
Cfr. C. WATKINS, 1992, p. 408.
169
Anche in questo caso, ritengo dunque in parte giustificati i dubbi espressi a suo tempo
da J. Puhvel, in B. A. STOLZ R. S. SHANNON, Oral Literature cit., pp. 262-263; su tutto ci, vd.
comunque infra, pp. 198 sgg.
170
Cit. da J. BRUNER, Acts of Meaning, Cambridge (Mass.) 1990, trad. it. Torino 1992, p.
48; sul pensiero narrativo, vd. infra, pp. 195 sgg.
171
Sul metodo storico-comparativo e il problema della ricostruzione linguistica, vd. tra gli
ultimi, H. H. HOCK, Principles of Historical Linguistics, Berlin New York 1986; A. MORPURGO
DAVIES, Il metodo comparativo, passato e presente, AION 10 (1988), pp. 27-48; R. ANTILLA,
Historical and Comparative Linguistics, Amsterdam Philadelphia 1989, II ed.; PH. BALDI (ed.),
Linguistic Change and Reconstruction Methodology, Berlin New York 1990; A. GARRETT, Indo-
European Reconstruction and Historical Methodologies, Language 67 (1991), pp. 790-804; C.
F. JUSTUS, The Comparative Method and Reconstruction in Historical Linguistics, Diachronica
9 (1992), pp. 87-104; M. NEGRI V. ORIOLES (eds.), Storia problemi e metodi del comparativismo
linguistico. Atti del Convegno S.I.G (Bologna: 29-11/1-12-1990), Pisa 1992; W. P. LEHMAN,
Theoretical Bases of Indo-European Linguistics, London 1993 (questo volume, anche se si
propone come introduzione per neofiti, in realt tuttaltro che un libro divulgativo); A. FOX,
Linguistic Reconstruction. An Introduction to Theory and Method, Oxford 1995; R. S. P. BEEKES,
Comparative Indo-European Linguistics. An Introduction, Amsterdam Philadelphia 1995 (gli
ultimi due sono manuali utili e informati); sul cambio linguistico, in particolare, vanno visti tra

104
3 IL METODO

Nel I capitolo, era rimasta sospesa una domanda cos formulabi-


le: possibile ricostruire generi poetici di epoca i.e.? Tra gli speciali-
sti non vi unanimit di giudizio; E. Campanile, ad esempio, oscillava
tra lescludere
172
lesistenza di un genere specifico come la poesia sati-
rica e lesistenza stessa di generi letterari i.e. sul che, comunque,
non sarei del tutto daccordo, dato il carattere totalitario di quella
173
poesia. In generale, si ritiene che le tradizioni orali possano, e
174
quasi sempre quelle note lo sono, articolarsi in generi diversi, ma
che tali generi vadano considerati come non immediatamente sovrap-
ponibili, per es. nella scansione tra i vari generi o nei vincoli che essi
pongono al poeta, a quelli delle tradizioni scritte, perch laccresciu-
ta formalizzazione dei generi letterari tipica del modo scritto, in
parte grazie allaggiunta di un elemento visivo-spaziale in parte grazie
alla nuova possibilit di riorganizzare il materiale verbale in modi
175
diversi.
Se non vi dunque, in via di principio, ragione per opporsi al fatto
che la lingua poetica i.e. potesse essere articolata in generi, fatta salva
la verifica da fare di volta in volta su quali generi sia realmente
possibile attribuirle, la domanda vera allora sar: la ricostruzione
poetica i.e. del tipo formalistico-funzionale o del tipo realistico-
sostanziale?
Dar una risposta limitata a quel che qui ci riguarda, senza
dilungarmi troppo sulla pi generale vexata quaestio della ricostruzio-
ne i.e. in s.

gli ultimi: L. E. BREIVIK E. H. JAHR (eds.), Language Change. Contributions to the Study of Its
Causes, Berlin New York 1989; E. C. POLOM (ed.), Research Guide on Language Change,
Berlin New York 1990; V. LABOV, Principle of Linguistic Change. Internal Factors, Oxford 1994.
172
Cfr. E. CAMPANILE, 1990c, p. 79.
173
Ivi, p. 107; la poesia i.e. sar da intendere piuttosto come totalizzante che totalitaria, ma
anche su ci, vd. infra, pp. 295 sgg.
174
Cfr., tra gli altri, J. VANSINA, La tradizione orale. Saggio di metodologia storica, Roma
1976, ed. it. riveduta e aggiornata, e G. R. CARDONA, op. cit., cap. 7,4: qui si user laccezione
ampia, corrente nelletnografia della comunicazione e nello studio dellarte verbale, per cui un
genere ogni modello testuale che abbia sue proprie ed enunciabili caratteristiche formali e
strutturali; ivi, p. 192, il corsivo mio.
175
Cit. da J. GOODY, The Domestication of Savage Mind, Cambridge 1977, trad. it. Milano
1987, II ed., p. 181; vd. anche infra, pp. 207 sgg.; come dicevo sopra, vd. pp. 17 sgg., non
tuttavia credibile che si possa determinare lesistenza di un genere letterario di epoca i.e. sulla
base di una classificazione semantico-tipologica estrapolata dalle formule stesse e comunque
suggerita da una mentalit moderna: lesistenza o meno di un genere i.e. andr stabilita invece
per molteplicit di indizi e plausibilit di assunti storico-culturali.

105
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

176
Con W. Belardi, posto che il metodo comparativo-ricostruttivo
si basa sul principio che stabilisce che [] perch gli elementi
linguistici possano essere comparati tra loro e si possa da essi rico-
struire larchetipo, necessario che essi possano essere osservati e
studiati nellatto di funzionare sul piano immediatamente superiore a
177
quello a cui appartengono, e che pertanto, poich le parole delle
lingue storiche sono i complessi stabili e riusabili pi grandi che ci
178
dato osservare in sede di studio comparativo-ricostruttivo, la
ricostruzione fonologica e morfologica lunica che possa dirsi real-
mente genealogica, tale geneaologia linguistica pu essere soltanto
179
sostanziale-materiale.
Eccezionalmente, tuttavia, complessi stabili pi grandi delle pa-
role sono le locuzioni, ma qui la stabilit un fatto di stile formulare.
Ne discende la possibilit di studiare anche locuzioni indoeuropee,
riconducendole per a un particolare livello di stile. il livello [] sul
quale si colloca la cosiddetta lingua poetica indoeuropea, preistorica
e protostorica, ricca di composti e di locuzioni, espressione di partico-
lari strati sociali guerrieri, sacerdoti dei quali strati, pertanto, si
180
intravvede qualche leit-motiv ideologico.
Nellinsieme, comunque, si tratta di un numero assai limitato di
formule, e il motivo di questa rarit evidente: la ricostruzione di una
formula poetica indoeuropea presuppone non solo lesistenza della
formula, ma presuppone altres lesistenza in pi lingue indoeuropee
di testi arcaici che coltivino il particolare genere letterario in cui quella
data formula poteva apparire; in quelle stesse lingue deve, inoltre,
essersi mantenuto inalterato ogni singolo lessema che compariva nella
formula in questione. Se non si realizzano entrambe queste due
condizioni, allora la ricostruzione di una formula a priori impossibi-
181
le.

176
Cfr. W. BELARDI, Genealogia, tipologia, ricostruzione e leggi lonetiche, in ID., op. cit.
(nota 99, p. 82), pp. 155-216.
177
Ivi, p. 184.
178
Ivi, p. 185.
179
Ivi, p. 199; il corsivo dellA.
180
Ivi, p. 185; non credo ci siano difficolt ad identificare i leit-motiv ideologici di Belardi
con i temi di Watkins e di Nagy, e con i motivemi di Burkert: vd. infra, pp. 198 sgg.
181
Cit. da E. CAMPANILE, La ricostruzione linguistica e culturale, in R. LAZZERONI (ed.),
Linguistica storica cit. (nota 61, p. 71), p. 135.

106
3 IL METODO

Questo numero assai limitato di formule sostanziali-materiali


cio, ancora una volta: formule in cui etimologia e significato degli
elementi comparati sono identici quello raccolto da R. Schmitt,
con tutti i limiti di utilizzo storiografico e con le non molte aggiunte
182
posteriori di cui si detto.
A quale fase delli.e. esse appartengono? A quella immediatamen-
te precedente la frantumazione dellunit, cio a quelli.e. ricostruito,
che fuori dallo spazio e dal tempo e non corrisponde a nessuna
lingua reale, perch:

1) nella lingua ricostruita si assommano e si confondono elementi


appartenenti a epoche diverse: per es. tratti ereditari e tratti postdiasporici;
2) nella lingua ricostruita non figurano tratti non continuati dalle lingue
storiche o, se continuati, non riconoscibili come ereditari;
3) nella lingua ricostruita non figurano varianti di qualsiasi tipo che pure
183
sono parte essenziale del diasistema di ogni lingua reale.

I limiti della ricostruzione lessicale della cultura i.e., sia essa


materiale o intellettuale, sono quindi insiti nello stesso metodo geneti-
co e dunque, in generale, B. Schlerath ha ragione quando ribadisce
che der idg. Wortschatz bietet als solcher keine Mglichkeit, die
geistige Kultur der Indogermanen zu rekonstruieren, weil mit dem
rekonstruktierten Wortkrper auch Wortinhalte der Grundsprache
vindiziert werden, die man nur um den Preis der unverbindlichen
184
Blsse eliminieren kann.
Ci non esclude, tuttavia, il fatto che

in certi casi, il metodo della ricostruzione ci consente di raggiungere signifi-


cati unitari o abbastanza comuni anche l dove lassegnazione allindeuropeo
comune di una unicit formale del significante non possibile. Vi sono casi
ma sono assai pochi nei quali ci che ricostruiamo uno schema espressivo
vuoto, quasi un modo di dire, una locuzione idiomatica, ma pi nella sua
forma interna, che in una precisa determinazione lessicale. Quindi un dato
linguistico culturale, provvisto, per altro, di una stabilit e di una vitalit
millenarie []. Ovviamente le occasioni di ricostruire schemi mentali puri

182
Cfr. supra, pp. 56 sgg.
183
Cit. da R. LAZZERONI, Indoeuropeo e Indoeuropa; un problema di metodo, in InL 9
(1984), p. 94; si trover in questo lavoro di Lazzeroni la bibl. di riferimento.
184
Cit. da B. SCHLERATH, art. cit. (nota 74, p. 75), p. 13; cfr. anche R. LAZZERONI, La
ricostruzione culturale Ira comparazione lessicale e ricostruzione cit. (nota 61, p. 71), pp.
163-165.

107
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

sono rare; meno rara la possibilit di ricostruire segni linguistici completi di


significante e significato. Comunque [] si ricostruiscono piuttosto moduli
185
che sintagmi modulari stabili.

questa, pur nelle diverse articolazioni dovute alla sensibilit


euristica dei singoli studiosi, la ricostruzione del tipo formalistico-
funzionale che contraddistingue la gran parte degli studi posteriori a
Schmitt: una ricostruzione poetico-culturale su base semantico-
testuale, con una metodologia propria che appunto quella esami-
nata nel presente capitolo e una certezza di risultati certamente non
186
allineabile alla concretezza della genealogia materiale, ma che nei
casi pi fortunati pu dirsi anchessa genetica, una genealogia ovvia-
mente tipologico-funzionale, come nel caso della formula per uccide-
187
re il drago scoperta da Watkins.
A quale i.e. appartengono allora i risultati ottenuti in tal modo?
Essi appartengono alli.e. reale,

alla lingua effettivamente parlata, con tutte le sue varianti, dalla (o dalle)
comunit donde proceduta la colonizzazione. [] Sul piano dellindoeuro-
peo reale e, dunque, della storia si possono formulare le ipotesi seguenti:
1) certo che alcuni (e forse molti) tratti delli.e. ricostruito corrispondo-
no a tratti delli.e. reale. [] Se, per, vero che i tratti (o molti tratti) comuni
alle lingue i.e. storiche sono ereditati, allora possibile che siano ereditati
anche alcuni tratti derivati da varianti prediasporiche. Li.e. reale sicuramen-
te era, come ogni altra lingua, differenziato in senso diatopico e diastratico;
[] 2) una parte dei tratti attribuiti alle protolingue intermedie pu
corrispondere ai caratteri di un sottoarchetipo reale ovviamente n unitario
n impermeabile nellipotesi che un sottogruppo derivi dalla disgregazione
di unarea colonizzata secondariamente da una data lingua;
[] 3) le lingue i.e. debbono le loro caratteristiche allintreccio di
isoglosse irradiate in varie epoche e da vari centri e perci ai processi di
disgregazione e aggregazione di circolazione linguistica, insomma di cui
188
tale intreccio espressione.

185
Cit. da W. BELARDI, op. cit, p. 213; allinterno di questo passo, Belardi cita dal proprio
Superstitio, Roma 1976, p. 96.
186
Cfr. ancora W. BELARDI, op. cit., p. 214 e supra, pp. 59 sgg.
187
Cfr. supra, pp. 51 sgg.
188
Cit. da R. LAZZERONI, Indoeuropeo e Indoeuropa cit., pp. 93-95.

108
3 IL METODO

Se dunque allinterno dellarea indeuropeizzata vi stata circola-


zione linguistica, e cos deve essere stato altrimenti non si spieghereb-
be la distribuzione delle isoglosse,

ogni ipotesi sulli.e. reale e sulla formazione delle lingue storiche deve
muovere da questo presupposto e proporsi di ricostruire la storia di questa
circolazione. I punti di metodo fondamentali saranno i seguenti:
1) in linea di principio le isoglosse parziali comuni a pi lingue sono
indizio di una relazione storica o preistorica fra le lingue medesime. Lipotesi
tanto pi probabile (e tanto meno lo quella contraria, che esse siano
dovute a sviluppi paralleli e indipendenti) quanto pi numerosi sono i tratti
comuni e pi vicine sono, o sono state, le lingue che li condividono;
2) gli archetipi unitari non appartengono alla realt; e perci metodica-
mente fallace ritenere, senzaltre prove, i tratti non unificabili pi recenti dei
tratti unificabili, oppure, sempre in nome dellunit dellarchetipo, attribuire
alla preistoria di una lingua i tratti documentati da unaltra;
3) se le isoglosse comuni a due o pi lingue sono, nella cronologia
relativa, pi antiche di quelle differenziali, ci indicher un fenomeno di
disgregazione: la circolazione linguistica in unarea dialettale si sar attenuata
o interrotta e le parti di quellarea che prima gravitavano intorno a centri
comuni avranno preso a gravitare intorno a centri diversi;
4) se, invece, le isoglosse differenziali sono pi antiche di quelle unitarie,
ci indicher un fenomeno di aggregazione: aree dialettali prima orientate
189
verso centri diversi avranno preso a gravitare intorno a centri comuni.

Una delle vicende che hanno segnato la storia della circolazione


linguistica allinterno dellIndeuropa certo la lingua poetica i.e.
190
Per il linguista che sia attento alla storia, attraverso lindagine
sulla lingua poetica ie. sar dunque possibile partecipare in maniera
non secondaria alla ricostruzione delle articolazioni dellIndeuropa e
delle vicende grazie alle quali essa ha assunto le sembianze attuali,
perch, per dirla ancora una volta con le parole di E. Campanile:

on pourra reprocher toute reconstruction culturelle des erreurs, des impr-


cisions, des ingnuits, des esagrations dans lanalyse des textes, des ides
prconues; il est cependant difficile aujourdhui de mettre en discussion la
lgitimit des tentatives visant reconstruire avec des moyens linguistiques
les seuls dont nous disposions la culture indo-europenne; moins que

189
109
Ivi, p. 100.
190
Cfr. lD., ibid.
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

jamais nous nacceptons le principe que la linguistique indo-europen doit


avoir pour seul objectif la reconstruction de lindo-europen. Si la linguisti-
que indo-europen comme toute linguistique diachronique est una
science historique, alor sa lgitimit consistera faire de lhistoire: par
191
consquent, histoire de la langue, mais aussi histoire de la culture.

191
Cit. da E. CAMPANILE, Reconstruction culturelle et reconstruction linguistique, in F.
BADER (ed.), Langues Indo-Europens, Paris 1994, p. 40; in questo lavoro, uno degli ultimi
dello studioso pisano, E Campanile risponde, in maniera spesso convincente, anche alle critiche
metodologiche espresse da alcuni studiosi tedeschi B. Schlerat, J. Untermann, S. Zimmer
sulla ricostruzione culturale.

110
Capitolo 4

IL MATERIALE

Parole, parole, sostantivi! Basta che aprano le


ali e millenni cadono dal loro volo.
(G. Benn)

Lo scopo del presente capitolo quello di fornire al lettore una


raccolta sintetica del nuovo materiale attribuito, a vario modo e con
diversa probabilit, alla lingua poetica i.e., cos com reperibile nelle
ricerche condotte tra il 1967 e il 1992, le ricerche cio descritte in
generale nel I capitolo e analizzate singolarmente e globalmente nella
1
Rassegna critica.
Diversamente da questultima, resteranno tuttavia esclusi dal se-
guente inventario tutti quegli studi che a mio giudizio non apportano
novit interpretative e fattuali concrete o verosimili.
Il materiale, raggruppato per tematiche di analisi e per spazi
dindagine larghi, riportato in forma schematica e riassuntiva e
questo per non appesantire inutilmente il testo con, ad es., lunghi
elenchi di formule nome-epiteto riconducibili, come in G. Costa,
1984 (50), tutte a uno stesso comune denominatore; per lo stesso
2
motivo, mentre indicher le lingue di volta in volta in oggetto, anche
per i testi comparati rinvio, in generale, ai singoli lavori indicati come
fonte di provenienza del materiale, lavori che rimangono, dunque, il

l
Il numero tra parentesi che compare dopo il nome dellAutore rimanda appunto alla
Rassegna critica.
2
Laddove non vi siano indicazioni di lingue particolari, largomento da intendersi come
riferito alli.e. in generale.

111
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

3
riferimento primario per ogni utilizzo ulteriore; il materiale di diver-
so tipo presente nello stesso lavoro, per es. confronti fraseologici e
identificazione di temi poetici comuni, qui raccolto in paragrafi
diversi.

4. 1. FRASEOLOGIA

F. Bader, 1978b (5): formulario del sorvegliare e proteggere


( i.e. *p- / *swer-) in gr., av., ved. e um.; formulario di Nestore e di
Indra.
F. Bader, 1980 (7): formulario di Nestore e di C Chullainn, della
guerra di rapina e della razzia.
F. Bader, 1988b (11): la rad. *pei-k/-g- intagliare > scrivere,
testimonia lesistenza della scrittura presso gli i.e.
F. Bader, 1989 (12): formule della conoscenza poetica; formulario
gr. e ved. sullenigma dellatto sessuale; formulario gr. e ved. sullenig-
ma della procreazione in linea patrilineare; formulario ereditato sul-
lenigma cosmogonico della protogenesi; eredit fraseologica nel mito
delle terre oscure; formule di nominazione e di dation du nom.
F. Bader, 1991a (16): sintagmi poetici ereditati allinterno del
formulario di Iris.
E. Benveniste, 1968 (21): 15 confronti fraseologici tra ved. e av.,
legati oltre che dalletimologia, dalla comunanza sintattica, stilistica e
denotativa: i composti del tipo vedo vjra-hasta-; 2 particolarit comu-
ni nellimpiego dei corrispondenti ptan- / pan-; 4 correlazioni
nellimpiego sintattico delle forme di nmas- / nmah-; coincidenze
nella descrizione di Indra e di Mitra; la formula vivapi- + ratha-
indo-ir.; hukrta- / sktam dhnuh; locuzioni comuni nella defini-
zione di Soma / Hauma; concordanza nella descrizione di dsa- / Ai
Dahka; vive sajasah / hazaoanh vspanh; indra vasud / ahura
mazd vanhud; uruckah / vouru-ane; epiteti divini: suktr- /
huxaqra-, abbhiac- / hv-aiwia -, subhg- / tam daste hupuqrm,
sjt- / gn hubag hufdr; un parallelo tipologico nella denomi-
nazione di demoni: mradeva- e kunda-, kundia-.

3
Questa avvertenza particolarmente necessaria per F. BADER, 1989 (12): il volume della
studiosa francese sulla lingua poetica i.e. infatti cos denso di dati, attestazioni, etimologie,
interpretazioni, riletture ecc., che ogni tentativo di schematizzare le novit in esso contenute
temo sia destinato inevitabilmente a perdere qualcosa per strada.

112
4 IL MATERIALE

E. Campanile, 1977 (32): formule del dio padre o re; formula di


saluto rivolta al dio; formula di evocazione del dio; formula per
guarire le fratture in celtico.
E. Campanile, 1980 (35): confronto tra il composto celt. *bardos
(< i.e. *g H-dheH1-s colui che stabilisce (= offre, fa) canti di lode e
w

i sintagmi ved. giro dh- e av. gar d-: il nesso appartiene al lessico
della lingua poetica i.e.
E. Campanile, 1987b (41): formula de laurora che risplende
ampiamente in gr., ved. e av.
G. Costa, 1982 (49): circa 50 nuovi confronti tra epiteti divini gr. e
ved.
G. Costa, 1984 (50): 9 confronti tra formule gr. e vedo del tipo
teonimo + composto avente come primo termine il nome delloro;
qualche confronto anche con lav.; paralleli con gr., ved., airl. e germ.
G. Costa, 1987a (51): confronto tra gli epiteti gr. e ved. che
significano distruttore di fortezze; identificazione della nozione
arcaica di atterratore di mura nelle due lingue.
G. Costa, 1987b (52): confronto tra il vedo nn cyautn- e lom.
laossoj.
G. Costa, 1990 (54): molti confronti tra composti gr., ved., air. e
celt. con *dus- e *su- come primo membro.
M. Durante, 1974b (59): confronto tra il gr. kmoj, il ved. msa- e
il gath. sgha- (e alcuni loro composti) nel significato poetico di
lode di esseri umani, encomio di eroi.
M. Durante, 1976 (60): 32 isoglosse poetiche comuni al gr., al ved. e
spesso anche allav.; 25 confronti tra formule gr. e vedo del tipo nome +
epiteto, con confronti avo e paralleli da altre lingue i.e.; confronto tra
mnoj e aind. sumn-; lessico del fare poetico, del poetare come
tessere e come filare in gr. e indo-ir.
W. Euler, 1982 (63): la formula es war ein Knig (cfr. R. Schmitt,
1967a, p. 275) appartiene alla lingua poetica ie.
V. Grazi, 1990 (74): 12 confronti tra epiteti divini gr., aisl. e ved.;
1 tra aisl. e ved.; 14 tra gr. e aisl.
R. Gusmani, 1975 (76): illidio kave poeta, sacerdote lunico
corrispettivo i.e. dell'aind. kavs saggio, veggente, poeta.
L. Hertzenberg, 1974 (80): formula greco-vedica die Erde erscht-
tem.
R. Lazzeroni, 1970 (97): ndrpodoj il risultato della trasfigura-
zione greca della formula i.e bipedi e quadrupedi (cfr. R. Schmitt,
1967a, pp. 12 sgg.).

113
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

R. Lazzeroni, 1975a (98): inquadramento storico-culturale della


formula i.e. bipedi e quadrupedi.
R. Lazzeroni, 1975b (99): la formula visto e non visto, attestata in
ved., lat. e um. (cfr. R. Schmitt, 1967a, pp. 207 sgg.), non risale alla
lingua poetica i.e.
M. e. Naafs-Wilstra, 1987 (111): 9 elementi poetici i.e. gi noti
sono attestati anche nella poesia lesbia.
N. Oettinger, 1989-90 (119): la formula del tipo gaa mlaina non
i.e.
A. Pagliara, 1969 (126): confronti tra composti vedo e nessi om.
con j, esito di antichi composti: j nr / s-nra-; j qerpwn /
su-rath-, su-bndhu-, su-sakh-; j te mgaj te / s-mahat-; n t
fnein te / svapnas-, av. afnahvant-, airl. somne.
E. Risch, 1987 (137): il nome proprio femm. mic. a-qi-ti-ta
/Ak hthit/ una forma abbreviata che risale o a un composto
w

contenente la formula kloj fqiton (*Ak hthitokwejja / *Ak hthito-


w w

w
klewes) o direttamente al sintagma (*ak hthiton klewos) (contra, E.
Campanile, 1990c, p. 105).
R. Schmitt, 1969 (151): confronto tra om. qrasummnon e ved.
dhamanas-.
C. Watkins, 1975a (181): confronto tra il lat. iouiste e il ved.
yviha-: luso del superlativo in -isto- per lepitesi divina risale alli.e.
C. Watkins, 1976a (183): confronto tra airl. dan poema e
anord. tafn, armo tawn e lat. damnum.
C. Watkins, 1979a (190): formulario ereditato e tassonomia della
ricchezza in itt.
C. Watkins, 1979b (191): formulario dellAtto di Verit in ved.,
av., gr. e airl.
C. Watkins, 1986a (194): un esempio della formula i.e. per lucci-
sione del drago in un rituale luvio.
C. Watkins, 1986b (195): confronto tra la seconda parte del
nome Meleagro = *(-)#agroj e vedo vjra-, avo vazr come residuo
della formula i.e. per luccisione del drago.
C. Watkins, 1987b (198): la formula i.e. per luccisione del drago
in gr., itt. e ved.
C. Watkins, 1987c (199): aggiunge esempi av., air., gr., germ. alla
formula precedente.
C. Watkins, 1991 (202): formulario dellescatologia e sue connes-
sioni con la formula per luccisione del drago in gr., lat., av., itt. e ved.

114
4 IL MATERIALE

4. 2. STILISTICA

F. Bader, 1978b (5): la formula del tipo poimn lan non una
metafora ma una designazione ereditata del protettore.
F. Bader, 1988b (11): le figure fonetiche come sapienza iniziati ca
sulla scrittura.
F. Bader, 1989 (12): aind. i- come metafora corporale; il nome
dei druidi come esempio di kenning ereditata; kenningar temporali;
designazioni di animali e kenningar; meccanismo di creazione di una
kenning; lossimoro come tipo di enigma ereditato; indicazioni astrali
e kenningar; le metafore del vento.
F. Bader, 1990a (13): il legare ( i.e. *sH2-) come metafora
dellattivit poetica.
F. Bader, 1990b (14): le kenningar come stilema ermetico; i nomi
doppi nella lingua degli dei; allitterazione, figure e giochi fonetici
come legame costruttivo dellermetismo poetico.
F. Bader, 1991a (16): allitterazione e figure fonetiche nel formula-
rio di Iris
F. Bader, 1991c (18): connessioni tra allitterazione e enigmi poeti-
ci.
E. Benveniste, 1968 (21): figura etimo comune al vedo e allav.:
skh skhye / haxa hae le compagnon au compagnon, parallelo
anche limpiego di susakh- e di hu-haxi- ben disposto, amichevole.
L. Bottin, 1969 (26): conferma che luso dellaumento non
regolato da fatti poetici, tantomeno di origine i.e.
E. Campanile, 1974a (29): metafore del toro e della vacca, del
vitello e della giovenca per indicare il marito e la moglie, luomo e la
donna in gr., ved. e airl.
E. Campanile, 1974b (30): metafora del timoniere come guida sul
campo di battaglia, principe che saggiamente e coraggiosamente gui-
da i suoi uomini in guerra (assente in gr.); metafora delleroe come
colonna in celt. e gr.; metafora delleroe come onda o tempesta o
fuoco che tutto devasta.
E. Campanile, 1977 (32): metafore del poeta come carpentiere e
come tessitore in ved., celt., av., aingl.; metafora del lupo = guerriero
e i suoi rapporti con lonomastica; stilema sommatorio in lat., gr., ved.
airl.: indica un dato reale attraverso lenumerazione degli elementi che
lo costituiscono; stilema dellespressione polare come espressione
della totalit in av., ved., gr., oum., lat.; stilema del tipo Aussage plus
negierte Gegenaussage (a un dato elemento lessicale o concettuale e

115
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

apposta la negazione della sua negazione: porta molto, non poco) in


ved., av., apers., gr., aol., airl.; la kenning germ. e celt. non risale alla
lingua poetica i.e.; metafore laudative del principe in airl., gr. e ved.
E. Campanile, 1979b (34): la metafora del lupo = straniero, uomo
bandito da suo popolo, criminale, attestata in airl., itt., germ. e aind.,
risale alli.e.
E. Campanile, 1986a (38): la metafora i bovi del Sole = i raggi del
sole in gr., av. e ved.
E. Campanile, 1986b (39): chiarisce definitivamente la metafora
erotica identificata da C. Watkins, 1978a, attribuendola alla lingua
poetica i.e.
E. Campanile, 1988 (42): aggiunge una testimonianza di Plutarco
a conferma e precisazione di quanto sopra.
E. Campanile, 1990c (46): gli arcaismi e i Realien nei testi poetici
come stilema i.e.; uso della metafora e dellepiteto.
G. Dunkel, 1979 (56): il combattimento tra guerrieri e la corsa dei
cavalli come metafore della competizione poetica in gr. e in ved.
M. Durante, 1976 (60): stilemi greco-arii; in generale: lepiteto, la
metafora, il paragone, la personificazione, la ripetizione, gli arcaismi,
le figure fonetiche. In particolare: metafore: il miele della parola,
leroe baluardo del popolo, leroe spirante ardore, leroe vestito di
forza, la battaglia simbolo di gioia; metafore della luce; un campo
metaforico: il discorso come cammino. Paragoni: il dio discende dal
cielo come un uccello, il dio si muove rapido come il pensiero, il
guerriero colpito stramazza al suolo come un albero.
T. Elizarenkova V. N. Toporov, 1979 (62): uso magico-
apotropaico delle figure fonetiche e etimologiche in vedo e altre
lingue i.e.
K. Hoffmann, 1986 (85): lo stilema del tipo als Stratege bin ich ein
guter Stratege risale al periodo indoiranico comune.
V. V. Ivanov, 1967a (88): luso della paronomasia in aarm. risale
alli.e.
V. V. Ivanov, 1967b (89): paralleli tra le figure etimo della poesia
russa con balt., air. e aisl.; luso dellallitterazione in aarm. non di
origine i.e.
R. Lazzeroni, 1977 (100): luso opzionale dellaumento non un
tratto poetico i.e.; invece un arcaismo luso dellingiuntivo nella
poesia aind., air. egr.

116
4 IL MATERIALE

B. L. Ogibenin, 1984 (122): aggiunge paralleli itt. e apers. alla


metafora dellaggiogare i destrieri al carro del poeta (cfr. M. Durante,
1976, cap. IV).
B. L. Ogibenin, 1985 (123): paralleli lat. alla metafora sopra
indicata.
V. Pisani, 1974 (130): lom. (n) nuktj molg e lanord. ()
nttar- eli, contengono la stessa metafora: nel sacco (di pelle) della
notte = nella parte pi oscura della notte.
S. Sani, 1972 (142): lallitterazione, attestata nella fasi pi antiche
quasi solo in ved., lat., germ. e celtico, uno strumento magico-rituale
pi che una tecnica letteraria.
R. Schmitt, 1967b (149): laumento non un fatto di poesia i.e.
C. Watkins, 1975b (182): identifica una metafora sessuale i.e. in
ved., arm., gr., itt.
C. Watkins, 1977a (186): metafora saziet, abbondanza di api =
sciame di api, schiera di nemici in celt. egr.
C. Watkins, 1977b (187): un esempio gr. di composizione circola-
re, uno stilema gi i.e.
C. Watkins, 1978a (188): identifica una metafora sessuale i.e. (cfr.
E. Campanile, 1986b, 1988) attestata in airl., germ., asI., gr. e ved.
C. Watkins, 1979a (190): uso del merismo, uno stilema gi i.e.,
in itt.
M. L. West, 1989 (211): uso dellingiuntivo in gr. e in ved. per
descrivere le attivit degli dei.

4. 3. METRICA

E. Campanile, 1990a (44): non esiste un metro i.e.; la tradizione


metrica gr. segna una rottura forte sul piano formale col passato i.e.
E. Campanile, 1990c (46): metodologia nella ricostruzione della
metrica i.e.; lisosillabismo e la costanza della cadenza non sono
caratteristiche metriche di epoca i.e.
M. Durante, 1971 (57): continuit tra metrica om. e mic.; diversit
tra metrica gr. e metrica vicino-orientale.
M. Durante, 1976 (60): confronti tra metrica gr. e metrica ved.:
concordanza tra gliconeo e ottonario della strofe tristica (gaytr) e
tetrastica (anuubh) e tra endecasillabo saffico e pda della triubh;
sono di origine comune anche la sillaba ancipite in fine di verso,
labbreviamento di vocale lunga o dittongo davanti inizio di parola

117
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

vocalico, lequiparazione di sillaba lunga per posizione alla sillaba


lunga naturale, leliminazione di una sequenza di tre brevi mediante
lallungamento di una delle sillabe.
J. A. Fernndez Delgado, 1982 (64): le origini dellesametro van-
no ricercate nella poesia religiosa e in un verso pi breve, un tipo di
verso impiegato in particolare nellespressione gnomica tipica della
poesia sapienziale.
R. Gusmani, 1975 (76): le poche caratteristiche identificabili della
metrica lidia non sono di origine i.e.
K. Klar B. O Hehir E. Sweetser, 1983-4 (90): la metrica celt. e
quella germ. sono assai pi vicine di quanto si ritenesse (allitterazione
e accento iniziale) e il paremiaco i.e. si realizza in gall. e airl. non come
eptasillabo cadenzato (Watkins), ma come verso molto pi breve.
J. Kuryowicz, 1975b (94): le diversit tra metrica aind. e metrica
air. rendono difficile lipotesi dellesistenza di una metrica indo-
iranica comune; le affinit tra metrica gr. e metrica vedo risalgono
forse a un periodo post-diasporico comune.
G. Nagy, 1974 (112): lesametr deriva dalla metrica i.e. attraver-
so tre diverse fasi di espansione dattilica; origine e sviluppo compara-
to della jagat aind. e del trimetro giambico gr.
G. Nagy, 1979 (113): variazioni e semplificazioni alla sua teoria
sullorigine i.e. dellesametro.
G. Olmsted, 1991 (124): i metri base i.e. erano tre: 1) 4 cola, 16
sillabe; II) 3 cola, 12 sillabe; III) 2 cola, 8 sillabe.
S. Suzuki, 1988a (162): la metrica germ. di origine i.e.; lobbliga-
toriet dellallitterazione e la variabilit del numero delle sillabe sono
sviluppi posteriori di lingua e non di poesia.
S. Suzuki, 1988b (163): confronto tipologico tra metrica germ. e
airl. con riferimento al verso i.e.
S. Suzuki, 1992 (164): cos come per il verso i.e., il verso iperme-
trico della poesia germ. formato dallaggiunta di un colon extra alla
linea normale.
J. F. Vigorita, 1973 (170): ricostruisce tre metri i.e.: 1) un verso di
8/7 sillabe (xx-x/x/xu-); II) un verso di 11/10 sillabe (xx-x/x/u uxu-
x); III) un verso di 8 sillabe (xx-x/xx-x) formato alla ripetizione di un
colon iniziale di 4 sillabe.
J. F. Vigorita, 1976a (171): il decasillabo dellepica serbo-croata,
stante le affinit col decasillabo vedo e col paremiaco gr., di probabi-
le origine i.e.

118
4 IL MATERIALE

J. F. Vigorita, 1976b (172): non esisteva un dodecasillabo i.e.;


lesistenza in gr., ved. e serbo-croato di un verso di 12 sillabe dovuta
a processi di metricizzazione paralleli ma indipendenti.
B. Vine, 1977 (174): catalessi e acefalia fanno parte della tradizio-
ne metrica i.e.; verosimilmente ne faceva parte anche il verso eptasil-
labico.
D. Ward, 1973 (179): similarit delle strutture metriche della
poesia satirica ved., gr., airl., asI. e germ.
C. Watkins, 1976b (184): la licenza contenuta nel primo verso
della Coppa di Nestore is a reflex of the Indo-European free initial in
octosyllabic and dodecasyllabic verse with iambic closing.
C. Watkins, 1976c (185): liscrizione del Vaso di Dipylon contiene
una relativa che un perfetto esametro dattilico, costruito secondo i
canoni della dizione formulare epica da un poeta erede della tradizio-
ne i.e.; se la seconda parte delliscrizione (mutila) contenesse realmen-
te un adonio, avremmo complessivamente un confronto con un raro
metro ved.
C. Watkins, 1978b (189); identifica in un carme palaico un
esempio dellequivalenza i.e. verse-line = sentence e del derivato
verse-line = clause.
M. L. West, 1973b (207): sistema dei metri i.e. ricostruiti:

M. L. West, 1982 (209): conferma che lopposizione (iper)-


catalessi / acatalessi risale alla metrica i.e. e che il verso i.e. era basato
sul computo delle sillabe, con unopposizione tra sillabe breve e
sillaba lunga nella cadenza.

119
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

4. 4. TEMATICA

F. Bader, 1978b (4): tema del certamen oratorio in gr., airl. e ved.;
tema delle gesta di Nestore; tema del festino; tema della razzia e
delleroe che va in cerca dei buoi.
F. Bader, 1980 (7): tema delliniziazione del guerriero in lat., gr. e
airl.; tema della razzia in om. e airl.
F. Bader, 1984 (8): motivo della caccia; motivo del furto della
cintura di unamazzone da parte di un eroe; canovacci narrativi eredi-
tati: Nestore e Cli Chulainn; Romolo e Remo; Eracle; Achille; Melea-
gro, Sigfrido e Bellerofonte; strutture narrative delliniziazione.
F. Bader, 1988b (11): la lingua degli dei come conoscenza inizia-
tica della scrittura; tema delliniziazione alla scrittura di Odino e
Bellerofonte.
F. Bader, 1989 (12): trame narrative ereditate ne lAvssml.
F. Bader, 1990b (14): altri esempi gr. e aisl. della lingua degli dei.
F. Bader, 1990c (15): connessioni tematiche tra la lingua degli
dei itt. e quella gr. (Omero, Esiddo e Pindaro): tema dellordine e
della sovranit cosmica, della legittimit sociale, della bisessualit,
dellautobiografia poetica.
F. Bader, 1991a (16): tema del messaggero veloce degli dei.
E. Campanile, 1974b (30): tema delleroe che combatte in prima
linea; tema delleroe vincitore.
E. Campanile, 1977 (32): tema delle virt militari del principe
committente; tema delloltretomba.
E. Campanile, 1981 (36): tema delle nozze sacre tra re e dea; tema
del culto delle Matres in germ. celt. e ved.
E. Campanile, 1990c (46): tema delluccisione dei nemici in gr. e
airl.; tema della genealogia come elogio; tema dellimmortalit del
nome e del destino delluomo dopo la morte.
T. M. Compton, 1988 (48): tema dellesilio (della punizione lega-
le, delluccisione, dellespulsione dal corpo sociale) del poeta a causa
dei suoi versi satirici; tema del guerriero-poeta; tema del poeta come
farmakj.
G. Costa, 1984 (50): tema delloro nellepitesi divina.
M. Durante, 1971 (57): origine mic. dei temi om. di Aiace Tela-
mania, Eracle e Merione.
M. Durante, 1976 (60): temi mitico-poetici greco-ved.: gesta di
Eracle e di Indra, il cielo di pietra, la terra sovraffollata alleggerita dal
peso degli uomini con una guerra.

120
4 IL MATERIALE

T. Elizarenkova V. N. Toporov, 1979 (62): raccolta di temi


poetici vedo di origine i.e.
A. Hiltebeitel, 1982 (83): tema del combattimento tra fratelli
adottivi e tema del dialogo tra guerriero e auriga in airl. e in aind.
J. T. Hooker, 1980 (86): tema della morte del figlio del dio
supremo nellIliade e nellEdda; tema della punizione dei peccatori
in gr., av. e ved.
P. Mac Cana, 1988 (104): tema del poeta come sposa del suo
patrono in id., gall. e aind.
G. Nagy, 1981a (115): temi della ricchezza materiale vs. la perpe-
tuit e dellimmortalit personale vs. limmortalit data dalla poesia.
G. Nagy, 1981b (116): temi del parallismo e dellantagonismo
mutuale tra un dio e leroe che messo in simbiosi cultuale con lui, in
gr., aind. e i.e.
V. N. Toporov, 1969 (168): paralleli tematici tra esorcismi asI.,
balt., germ. e atharva-vedici.
C. Watkins, 1970 (180): lingua degli dei e lingua degli uomini
come tradizione metalinguistica i.e; aggiunge testimonianze celtiche ai
dati gi noti.
C. Watkins, 1977b (187): tema della collera divina.
C. Watkins, 1979a (190): tema della ricchezza in itt., oum., lat.,
aind., air.
C. Watkins, 1979b (191): tema della verit in gr., airl., aind., air.,
itt.
C. Watkins, 1981a (192): un caso di tema popolare in gr. e airl.
C. Watkins, 1987b (198): tema del prestito del carro (vd. prec.) in
gr., airl. e asI.
C. Watkins, 1987c (199): tema delluccisione del drago e sue
varianti.
C. Watkins, 1990 (201): tema del greatest local oath in asI., airl. e gr.
C. Watkins, 1991 (202): tema dellescatologia in gr., av., ved., lat.
e itt.

4.5. LETTERARIET

R. Ambrosini, 1970 (3): esistenza di una poesia drammatico-


dialogica i.e recitata a pi voci.
F. Bader, 1980 (7): identificazione di due tecniche letterarie in gr.
e celt.: lun [] anaphorique, rsoud les problmes poss par lunit

121
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

de temps []. Il consiste enchasser, sous forme de discours, dans le


rcit de bataille, la narration dvnements antrieurs aux premiers
vers de lpope []. Lautre procd est dictique: cest celui de
lcriture contrapuntique, destin annoncer des vnements qui se
drouleront dans le cours meme de la narration, des auditeurs
auxquel ces vnements ne seront pas conts dune seule haleine.
F. Bader, 1984 (8): rapporto tra strutture narrative ereditate e
realt preistorica.
F. Bader, 1989 (12): esistenza di una letteratura i.e. denigmi; gli
enigmi oracolari; interpretazione della lingua degli dei; ricorrenze
deittiche e anaforiche nelle kenningar; enigma dellatto sessuale; enig-
ma della procreazione in linea patrilineare; tecniche letterarie deller-
metismo poetico; gli enigmi cosmogonici; strutture dellinterrogazio-
ne enigmatica in aind., air. e germ.
F. Bader, 1990b (14): le tecniche ermetico-letterarie della lingua
degli dei: enigmi, intrecci, sovrapposizioni tra testi neutri e testi
ermetici, articolazioni nella composizione discontinua, uso dei miti,
ricorrenze lessicali, intreccio tra lingua degli dei e momento narrati-
vo, intreccio tra soggetto e tempi della scansione narrativa.
E. Campanile, 1981 (36): i componimenti geneaologico-catalogici
delle tradizioni celt., germ., gr., air., e lat. risalgono a un genere
letterario i.e.
E. Campanile, 1990b (45): la posie i.e. se ralisait sous des
formes bien diffrentes de celles dune grand et dfinitive epope.
E. Campanile E. Orlandi S. Sani, 1974 (47): caratteristiche
della pesia eulogistica airl. e ved.
G. Costa, 1989 (53): funzionalit letteraria e riutilizzo policonte-
stuale delle formule della lingua poetica i.e.
M. Durante, 1971 (57): generi poetici gr. di tradizione mic. o non
om.
T. Elizarenkova V. N. Toporov, 1979 (62): plurilinguismo nei
testi anord.; esempi di doppio registro con regole dialogiche tra
uomini e dei; uso metaling. del nome del cavallo.
P. L. Henry, 1986 (79): there is no reason [] to doubt that the
praise poem is an old traditional Celtic form going back to Indo-
European times (p.150).
D. Ward, 1973 (179): il genere satirico risale alla poesia i.e.
C. Watkins, 1976c (185): sopravvivenze nella grecit dellottavo
sec. a.e. di una tradizione di composizione letteraria risalente alli.e.

122
4 IL MATERIALE

C. Watkins, 1977a (186): un caso di de-poeticization di una meta-


fora i.e. in celt.; creativit ricorsiva della lingua poetica.
C. Watkins, 1987b (190): la struttura narrativa ereditata di un
malum carmen asco; trasformazioni formulari nel passaggio dal mito
allepopea e al carme magico.
C. Watkins, 1987c (199): bidirezionalit, intertestualit e trasfor-
mazioni della formula per luccisione del drago.
C. Watkins, 1991 (202): identifica una comune struttura narrativa
in ved., av. e itt.: a sequence of conditional or temporary victory of
the one adversary, and the final victory of the other.

4.6. POETOLOGIA

F. Bader, 1978b (4): terminologia del certamen oratorio in ved.,


gr. e celt.; ruolo sociale del poeta e sua concezione della lingua; ruolo
del potlach nei rapporti tra poeta e committente.
F. Bader, 1980 (7): lorigine divina dellispirazione poetica in gr. e
celt.
F. Bader, 1988b (11): esistenza di una poesia ermetica, basata
sulla conoscenza iniziatica della scrittura e su una tradizione di ricerca
fonologica sulla lingua e sulladattamento ad essa dellalfabeto.
F. Bader, 1989 (12): Odino e lacquisizione della poesia; scrittura,
ispirazione poetica e conoscenza memorizzata; visione, veggenza e
saggezza poetica; i druidi e la lingua degli dei; listituzione degli
enigmi; la lingua degli dei come lingua degli iniziati; poesia, saggezza
totale e scuole poetiche; il doppio nome come confronto tra microco-
smo e macrocosmo; conoscenza e ermetismo: tipologie della lingua
degli dei; la condizione mortale delluomo e la funzione del poeta.
F. Bader, 1990a (13): i nomi propri dei poeti come segno iniziati-
co di voluta oscurit ermetica.
F. Bader, 1990b (14): ermetismo e scuole poetiche; dati autobio-
grafici del poeta nascosti allinterno del testo.
F. Bader, 1990c (15): altri esempi dellautobiografia criptata dei
poeti; conservazione e innovazione nellinsegnamento della tradizione
poetica.
E. Campanile, 1977 (32): retribuzione del poeta e suoi rapporti
col principe; il poeta itinerante in gr., av., vedo e airl.; il poeta come
sacerdote, come giurista, come guaritore, come precettore.

123
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

E. Campanile, 1989 (43): eredit i.e. nelle funzioni storiche dei


poeti gr., oum. e gall.
E. Campanile, 1990c (46): funzioni e ruolo del poeta nella societ
i.e.; scuole poetiche e apprendistato del poeta in airl., ved. e gr.;
funzione storiografica del poeta; specializzazioni poetiche; margina-
lit storica del ruolo del poeta i.e.
E. Campanile E. Orlandi S. Sani, 1974 (47): funzioni sociali
del poeta i.e.: abiamo visto come egli operasse nellambito del diritto,
delle tradizioni sociali e morali, della medicina, della magia, della
religione, oltre che nellambito della celebrazione di gesta gloriose del
passato [] e della poetica esaltazione dei sovrani suoi ospiti; scuole
poetiche e formazione professionale del poeta in ambito gr. e celt.
T. M. Compton, 1988 (48): la poesia come ispirazione parallela al
furore guerriero (Starkathr e Suibhne); il poeta come farmakj e i
suoi rapporti ambigui con le divinit (mito di Marsia).
G. Costa, 1990 (54): i composti i.e. con *dus- e *su- come mezzo
poetico di trasmissione ideologica.
M. Durante, 1974b (59): terminologia aria dellencomio dgli eroi
e tradizione poetica laico-guerriera.
M. Durante, 1976 (60): differenze tra poesia i.e. occidentale e
poesia i.e. orientale; la tradizione poetica aria; poesia eroica e strutture
inniche; la celebrazione laica degli eroi; strutture comuni alla preghie-
ra gr. e ved.; la terminologia della creazione poetica in gr. e in ved.;
poesia e ispirazione; la poesia come fonte di immortalit in gr., ved. e
germ.; uso della sfragj in gr. e in ved.
T. Elizarenkova T. N. Toporov, 1979 (62): riesame e reinterpre-
tazione anagrammatica di: lingua degli dei lingua degli uomini
come diglossia intrinseca alla lingua poetica i.e.; funzione e status
sociale dei poeti nella fase mitopoetica e cosmologica.
E. P. Hamp, 1977 (77): ricostruzione del campo semantico relati-
vo allattivit poetica in celtico.
A. Hiltebeitel, 1982 (83): tradizione bardica e ruolo poetico
dellauriga in airl. e aind.
C. Watkins, 1970 (180): dottrina poetica sulla lingua (poetica)
espressa mediante gerarchie lessicali allinterno del tema lingua degli
dei lingua degli uomini.
C. Watkins, 1976a (183): sistema della reciprocit del dono tra
poeta e mecenate in airl. e ved.

124
CAPITOLO 5

CONCLUSIONI E PROSPETTIVE

Le temps est venu pour la reconstruction de la


pense i.e.
(F. Bader)
The comparative method in historical linguistics
can illumine not only ancient way of life but also
ancient modes of thought.
(C Watkins)

5.1. SUL CONCETTO DI LINGUA POETICA

Anche ammettendo, come ho fatto arbitrariamente e proditoria-


mente nel corso della presente ricerca, che esista unopinione general-
mente condivisa su cosa intendere con lingua, poetico e indeuropeo,
resterebbe pur sempre ancora da chiarire cosa significhi esattamente
lingua poetica i.e.: giunti alla fine della prima parte, forse ora
possibile.
1
Per circoscrivere la questione, necessario innanzitutto ricorda-
re, e tenere poi ben presenti, alcuni dei punti stabiliti in precedenza:
1) abbiamo qui a che fare con una poesia orale;
2) essa frutto di una elaborazione collettiva;
3) nelle societ orali la funzione della lingua poetica quella di
convogliare significazione nel contesto mitico-rituale, esprimendo at-
traverso la narrazione pubblica ci che una data societ afferma su se
stessa;
4) ci che marca la lingua poetica rispetto alla lingua quotidiana
la presenza del ritmo;

1
Vd. supra, pp. 88 sgg.

125
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

5) i testi pi antichi delle lingue i.e. da un certo punto in avanti sono


diventati formulazioni orali standardizzate, cio testi fissi;
6) in una societ arcaica la letteratura orale costituisce la summa
dei saperi di quella specifica etnia.
Detto questo, cosa intendere allora per lingua poetica?
Senza entrare nel labirinto delle decine di teorie diverse esistenti
2
su tale concetto, far qui riferimento in parte ad alcuni scritti di R.
Ambrosini, uno studioso che nel corso del tempo tornato pi volte
ad esaminare, specificatamente ma non esclusivamente, la nozione di
3
lingua poetica i.e.
La prima distinzione da fare quella tra lingua poetica, lingua
della poesia e lingua letteraria; il termine di confronto per tutte e tre
queste nozioni la lingua in genere, la lingua spontanea, la lingua
quotidiana, la prosa, insomma quella lingua che non essendo n
poetica n letteraria ha una forma che deliberatamente prescinde da
4
costanti strutturazioni ritmico-melodiche.
Lingua poetica e lingua della poesia non sono la stessa cosa: la
lingua della poesia la lingua dei testi in versi in quanto opposti ai testi
non in versi; invece, con lingua poetica bisogna intendere, in generale,
un tipo di lingua le cui caratteristiche formali (per es. landamento
ritmico-musicale o drammatico, la complessit sintattica e lessicale,
ecc.) la contrappongono s alla lingua quotidiana, ma che non esclusi-
5
va della poesia, potendo essere propria anche a opere in prosa.
Nel caso della lingua poetica i.e., tuttavia, lingua poetica e lingua
della poesia finiscono per coincidere perch non abbiamo testimo-
nianze arcaiche in prosa alta coeve a quelle in poesia: il contenuto
delle tavolette micenee noto; la parte in prosa dellAtharva-Veda,
oltre a essere di redazione pi recente, cos come lEdda in prosa

2
Pur nel rispetto dovuto a uno dei miei maestri mi sono infatti addottorato a Pisa
avendolo come relatore della tesi finale (insieme a R. Lazzeroni), un volume che poi ha avuto la
bont di pubblicarmi nella sua Nuova collana di linguistica , come si vedr tuttavia non tutto
di ci che egli sostiene su questi argomenti mi convince.
3
A questo riguardo, di R. Ambrosini va visto innanzitutto Per una concezione processuale
della ricostruzione linguistica, in Studi T. Bolelli, Pisa 1974, pp. 17 -37, e poi alcuni lavori dedicati
precipuamente ai concetti di lingua letteraria e di lingua poetica apparsi nel 1984/1988, ma
rivisti e ripubblicati in ID., Saggi di critica linguistica, Pisa 1989; da ultimo, anche alcune pagine
di ID., Le lingue indo-europee. Origini, sviluppo e caratteristiche delle lingue indo-europee nel
quadro delle lingue del mondo, Pisa 1991.
4
Cit. da R. AMBROSINI, Saggi cit., p. 70.
5
Secondo R. AMBROSINI (Saggi cit., pp. 69 sgg.), le caratteristiche principali della lingua
poetica sono larmonizzazione, la libera associabilit e lermetismo.

126
5 CONCLUSIONI E PROSPETTIVE

rispetto allEdda poetica, non cos significativa da permettere una


6
sicura contrapposizione rispetto alle parti in poesia; il caso dei testi
i.e. anatolici a met tra i precedenti, essendo essi per la quasi totalit
7
in prosa e per lo pi certo di qualit non poetica.
Anche se, stante la documentazione esistente in altre culture, non
si pu escludere a priori lesistenza nel mondo i.e. di narrazioni orali
tradizionali in prosa, certo che la prosa mal si presta ad essere
8
memorizzata e trasmessa: verosimile che se esistettero tali testi,
9
esistenza di cui dubito assai, sia questo uno dei motivi per cui non ne
abbiamo testimonianza.
Se dunque vi stata, da parte degli studiosi che si sono occupati di
lingua poetica i.e., nellinterpretazione del sintagma indogermanische
Dichtersprache confusione tra lingua della poesia e lingua poetica, essa
appare in parte giustificata; meno giustificabile appare invece la man-
cata distinzione tra lingua poetica e lingua letteraria.
Qualsiasi cosa si intenda per lingua letteraria, non si pu certo
negare che la lingua di Omero e la lingua del g-Veda siano lingue
letterarie. Ma una lingua letteraria esiste in quanto se ne ha o se ne
propone un concetto []. lidea che si ha di una serie di convenzio-
ni sollecitate da particolari motivazioni e caratterizzate da attributi
particolari quella che determina la formazione (e quindi la forma) di
10
una lingua letteraria; essa dunque innanzitutto frutto di un atto di
consapevolezza: [] la lingua letteraria si realizza in un testo organiz-
zato secondo princpi determinati che discendono a loro volta da
motivazioni tutte sociali, ma di varia specie. Poich i testi in lingua
letteraria sono proposti allaltrui attenzione e comunicano contenuti
che sono giudicati degni di essere ricordati, si differenziano dagli atti
di lingua spontanea, che hanno, s, la possibilit di disporre di conte-
nuti altrettanto validi ma con la differenza che tale condizione vi solo
eventuale e non normativa. Da ci deriva la possibilit delle frasi della
lingua spontanea di essere chiuse o no, di essere pi o meno ordinate e
collegate tra loro, mentre quelle in lingua letteraria sono normativa-

6
Cit. da R. AMBROSINI, Saggi cit., p. 72.
7
Il caso del miceneo e delle lingue i.e. anatoliche, le uniche fonti di testimonianze arcaiche
i.e. scritte, ovviamente pi complesso di quanto qui possa apparire: verr trattato nella seconda
parte.
8
Cfr. E. A. HAVELOCK, op. cit. (nota 37, p. 39), p. 41.
9
Vd. infra, pp. 271 sgg.
10
Cit. da R. AMBROSINI, Saggi cit., p. 72.

127
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

mente ed esclusivamente tali ed utilizzano non casualmente ma di


proposito successioni foniche o ritmiche determinate. Tale proposito
non nientaltro che la manifestazione volontaristica del concetto di
11
lingua letteraria.
Le principali caratteristiche di una lingua letteraria (orale) sono
12
poi le seguenti:
1) essa organizzata internamente al fine di trasmettere una
determinata idea in modo che valga al di l del contingente: essendo
dotata di unautorit che le deriva dalla forma scelta, essa tende ad
essere potenzialmente riutilizzabile in contesti diversi da quelli della
prima redazione. La lingua letteraria [] una delle grammatiche
possibili della lingua usata anzi questa la parte pi organicamente
funzionale e specificatamente finalizzata. Nonostante la contraddizio-
ne apparente, proprio finalizzazione e funzionalit permettono il riuso
13
non contestuale della lingua letteraria [];
2) la lingua letteraria si pone come forma dellespressione di
determinati valori, esprime cio la verit sociale dei contenuti espressi
per suo tramite: [] essa si propone di rendere oggettivo se non
14
addirittura un oggetto ci che con essa vien detto;
3) la sua forma tale da suscitare, grazie alluso di mezzi retorici
adeguati, accettazione e memorizzazione;
4) le sue frasi, e in particolare i versi, hanno una struttura (ritmica)
autonoma e in s completa, tale da non consentire aggiunte ulteriori;
5) nella lingua letteraria assente un destinatario specifico, come
in ogni messaggio in cui sia il mittente che il destinatario sono sperso-
nalizzati.
Credo sia evidente come queste caratteristiche si leghino ai punti
ricordati sopra; quali conclusioni trarne allora?
La lingua della poesia i.e. ad un certo punto della sua storia,
15
probabilmente nel passaggio alla fase rapsodica, si formalizz con-
sapevolmente in una lingua letteraria cio la lingua di una letteratura
in versi , modificando e adattando in parte gli strumenti poetici
cio la lingua poetica della fase preletteraria.

11
Ivi, p. 53.
12
Su tutto ci, vd. anche G. COSTA, 1989; alcune altre caratteristiche messe in luce da R.
Ambrosini mi sembrano proprie soltanto a una lingua letteraria scritta e forse moderna.
13
Cito da R. AMBROSINI, Saggi cit., p. 67.
14
Ivi, p. 64.
15
Cfr. supra, pp. 96 sgg.

128
5 CONCLUSIONI E PROSPETTIVE

Tra le caratteristiche proprie alla lingua poetica, per esempio,


limportanza dellarmonizzazione della forma fonica dovette aumen-
tare perch i testi si andavano progressivamente fissando e ritmo e
melodia sono fondamentali per la memorizzazione; per lo stesso
16
motivo, la libert di associazione dovette diminuire a favore della
fraseologia e della tematica tradizionale attesa dalluditorio; mentre,
stando anche agli studi della Bader, probabilmente crebbe e si raffin
lermetismo per la nascita di una casta di poeti professionisti.
Chiarito cos cosa intendere con indogermanische Dichtersprache,
non vedo serie obbiezioni per continuare ad usare questa denomina-
zione per le ricerche in oggetto.

5. 2. I RISULTATI

Secondo uno stilema di composizione circolare gi di epoca i.e.,


per trarre le conclusioni della prima parte e formulare gli interrogativi
a cui cercher di rispondere nella seconda, torner ora a quelle tre
17
domande iniziali da cui ero partito per commentare i risultati otte-
nuti da R. Schmitt nel 1967:
1) i confronti poetici proposti rinviano a una parentela genetica o
a unaffinit elementare e tipologica?
2) si deve parlare di lingua poetica pan-indeuropea o solo greco-
aria?
3) quale lo sfondo concreto e reale della lingua poetica i.e.?
Alla prima domanda, si pu rispondere ora, dopo aver esaminato
i venticinque anni di studi che hanno fatto seguito a Dichtung und
Dichtersprache in indogermanischer Zeit, confermando definitivamente
quanto detto sopra: la messe e la qualit dei dati raccolti tale da
escludere che la globalit dei confronti raccolti sia dovuta alla comu-
nanza tipologica o allaffinit elementare; tuttavia, come si visto in
alcuni casi nel cap. I,4, sono queste due ipotesi che rimangono sempre
possibili per i singoli confronti proposti ed compito degli studiosi
valutare di volta in volta, sulla base di un metodo oramai probante e dei

16
Non credo comunque che la libera associabilit sia il risvolto formale dellindipendenza
del rapporto vero/falso (R. AMBROSINI, op. cit., p. 90); in una lingua poetica arcaica, per lo pi
il mito a parlare e lambito del mito il certum non il verum, come gi distingueva G. B. Vico: cfr.
J. HILLMAN, On Mythic Certitude, Sphinx (1990), ora in versione italiana in ID., Oltre
lumanismo, Bergamo 1996, pp. 31-59, vd. anche infra, pp. 197 sgg.
17
Cfr. supra, p. 20.

129
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

risultati gi acquisiti, quali confronti attribuire alla lingua poetica i.e. e


quali invece escludere per la loro non restringibile indeterminatezza.
La risposta alla seconda domanda pi complessa e, almeno per
ora, pu essere compiutamente definita solo come ipotesi di lavoro.
Innanzitutto, va osservato che se resta vero che nessuna lingua i.e.
ha una tradizione letteraria paragonabile per arcaicit e quantit a
quelle greca e indiana antica, e dunque il numero dei confronti tra
questi due dominii linguistici non pu sorprenderci, pur vero anche
che liranico, forse perch la valenza innovativa della rivoluzione
zarathustriana dovette essere forte anche sul patrimonio poetico ere-
18
ditato, se molto ha in comune sul versante poetico con lindiano
antico, viceversa pi raramente offre riscontri al greco, e dunque non
di fenomeno genericamente greco-ario si dovrebbe parlare ma al pi
di fatti greco-vedici.
Comunque sia, largomento decisivo contro lipotesi, sostenuta
soprattutto da M. Durante, che il materiale poetico comparato appar-
tenga a una lingua poetica greco-aria e non globalmente i.e., viene
dalla gran messe di testimonianze raccolte nel celtico: una mole di
confronti la cui importanza per lo meno di pari valore a quella delle
tradizioni greca e aria. Se non per questo siamo autorizzati a ipotizzare
una lingua poetica greco-ario-celtica, tuttavia, diversamente da E.
Campanile, non invocher qui la norma delle aree laterali per attribui-
re alli.e.le concordanze celtico-vediche: in generale, la mia opinione
che il materiale raccolto da Schmitt e quello messo in luce dalle
ricerche seguenti, evidenzi, allinterno di un fenomeno che dovette
essere proprio gi al periodo comune, una serie di articolazioni pro-
prie sia a fasi prediasporiche, che a fasi post-diasporiche in cui gi si
erano formate le singole etnie pre-storiche. Dicendo ci, non intendo
riesumare i nodi intermedi dellalbero geneaologico e tutto quel che
ne consegue: la lingua poetica appartiene variamente e diversamente
alle singole popolazioni i.e. non solo perch, ad esempio, diversissima
la documentazione superstite delle fasi arcaiche delle varie lingue
19
i.e., ma perch essa appartiene alli.e. storico e pertanto ne riflette e
20
ne sostanzia le DIA-variazioni.

18
Un caso segnalato in G. COSTA, 1987b.
19
Vd. supra, pp. 108 sgg.
20
Seguendo A. L. PROSDOCIMI, Con DIA intendo convenzionalmente il modulo comples-
sivo della variabilit linguistica, ove accanto alla dimensione diacronica, vengono considerati e
pariteticamente intesi ai fini della variabilit i parametri dello spazio (diatopia), della societ

130
5 CONCLUSIONI E PROSPETTIVE

Almeno come ipotesi di lavoro, la lingua poetica va dunque


considerata come un fenomeno di diffusione pan-indeuropea.
Nella seconda parte della presente ricerca, e vengo cos anche alla
terza domanda, tenter di interpretare le variazioni che essa presenta,
cercando in tal modo di definire lo sfondo concreto e reale della
lingua poetica i.e..
Se consideriamo la lingua poetica come una o addirittura, come
io credo, la pi importante delle vicende intellettuali che hanno
segnato la storia della circolazione linguistica allinterno dellIndeuro-
21
pa, ricostruire lo sfondo reale, cio storico e culturale, in cui essa si
colloca, significa al contempo ricostruire le motivazioni e le modalit
alla base della distribuzione delle isoglosse poetiche e lo spazio fisico-
temporale in cui si situavano le popolazioni che di quella lingua
poetica si servirono. Intendo dire, insomma, che origini della lingua
poetica e origini i.e. non possono essere considerate, se non altro dal
punto di vista metodologico, come fatti separati tra loro, sempre che
non si voglia ancora una volta separare lingua e parlanti, lingua e
storia.
Occorre rilevare, infatti, che se le ricerche seguite alla sintesi di R.
Schmitt hanno illuminato molti degli aspetti con cui la lingua poetica
si concretizzava nelle societ arcaiche di lingua i.e., chiarendo, ad
esempio, i rapporti tra poeta e committente, tuttavia, ancora non
sappiamo come, quando, perch, da quali esigenze storiche e sociali,
psicologiche e intellettuali, essa ebbe impulso e origine. Certo, diver-
samente da altri dominii linguistico-culturali, lassenza di qualsivoglia
realt documentaria attribuibile con sicurezza agli Indeuropei rende il
tentativo di rispondere a queste domande arduo e temo forzatamente
impreciso, e tuttavia non ritengo a priori non storicizzabile la preisto-
ria i.e.; credo anzi che laver demandato questo compito ai non
linguisti, come stato per lo pi nellultimo decennio, sia stato per
lindeuropeistica un errore di prospettiva. Se, come crede C. Watkins,
gli studi sulla lingua poetica i.e. rappresentano davvero la nuova

(diastratia) e degli atteggiamenti comunicativi (diafasia): cit. da A. L. PROSDOCIMI, Filoni


indeuropei in Italia cit. (nota 74, p. 75), p. 12, nota 3; su questo concetto, dello stesso A. vd.
anche: Il lessico istituzionale italico cit. (nota 127, p. 92), p. 30, nota 3; Diachrony and
Reconstruction: genera proxima and differentia specifica, in Proceed. of the XIIth Int. Congr. of
Linguists (Wien: 28/8-2/9/1977), Innsbruck 1978, pp. 84-98; Diacronia: ricostruzione. Genera
proxima e differentia specifica, LS 13,3 (1978), pp. 335-371.
21
Vd. supra, pp. 109 sgg.

131
PARTE I VENTICINQUE ANNI DOPO

filologia comparata, lecito allora attendersi che queste ricerche


tornino a occuparsi della realt preistorica i.e.

5. 3. LA LINGUA POETICA COME EURESI DEL PENSIERO INDEUROPEO

Cos intesa, lindagine sulla lingua poetica i.e. dunque lungi


dallessere conclusa; possibile anzi che nuovi e importanti filoni di
materiale comparativo possano essere trovati in lingue rimaste finora
22
sterili sul versante poetico, come ad esempio il lettone, o che indica-
zioni significative vengano dallapplicazione di tecnologie e strumenti
nuovi. Penso qui in particolare a un possibile adattamento delle
23
procedure di analisi computerizzata sviluppate da Giampaolo Sasso
per lindividuazione di anagrammi allinterno di testi poetici moderni.
Lutilizzo di tali procedure potrebbe consentire, tra laltro, lappro-
fondimento e la verifica dei risultati ottenuti da F. Bader sulla lettera-
tura i.e. di enigmi, favorendo lestensione dellanalisi, grazie alle pos-
sibilit offerte dal computer, allintetezza di quei testi, come lIliade o
il g-Veda, la cui lunghezza uno dei primi ostacoli ad indagini cos
complesse. Oltre che rendere cos una volta per tutte giustizia alle
geniali intuizioni di Ferdinand de Saussure sugli anagrammi, avrem-
mo forse modo di scoprire legami poetici tra lingue i.e. finora parse
distanti tra loro, legami altrimenti insospettabili perch celati come
testi nei testi.
Al di l degli sviluppi indicati, possibili e auspicabili cos come
altri, a mio parere necessario comunque fin da ora far entrare in
gioco nelle ricerche sulla poetica i.e. i risultati e i metodi di altre
discipline scientifiche, contermini o meno, e questo perch se voglia-
mo tentare con qualche credibilit unimpresa ardita come quella di
24
cominciare a ricostruire il pensiero i.e., come scrive F. Bader, dob-
biamo fare appello a tutte le conoscenze sulluomo e sulla sua mente
attualmente note. Per costruire ipotesi che abbiano senso, il senso
limitato e liminare oggi possibile, occorrer sfruttare, senza pregiudizi
e senza timori epistemologici, ogni dato, ogni brandello di sapere,

22
V d. supra, nota 8, p. 56.
23
Vd. G. SASSO, Le strutture anagrammatiche della poesia, Milano 1982 e soprattutto ID.,
La mente in tra linguistica. Linstabilit del segno: anagrammi e parole dentro le parole, Genova
1993.
24
Vd. supra, p. 76.

132
5 CONCLUSIONI E PROSPETTIVE

ogni nozione che possa contribuire a farci accedere al pensiero i.e.


Pensiero e non soltanto ideologia, cultura o religione, perch,
25
seguendo Cartesio, intendo con la parola pensiero qualsiasi attivit
mentale o linsieme di tali attivit propria solo al genere umano.
La ricchezza del materiale messo a nostra disposizione dalle ricer-
che sulla lingua poetica, tale da costituire una fonte di accesso unica
e privilegiata al pensiero delle popolazioni di lingua i.e., ma la lingua
poetica in s, intesa come unit fenomenica e funzionale, costituisce
una fonte di accesso allorganizzazione del pensiero, al pensiero sul
pensiero, allautocoscienza.
Scrive E. Jnger,

la maniera sagace e mirabile con cui oggi noi rendiamo accessibile alla
conoscenza il passato pi remoto deriva dalla trasformazione del nostro
sentimento del tempo. Cos lo sguardo della storiografia acquista intensit
evocatrice, e si fa tuttuno con la poesia. Questa facolt di evocare per
incantesimo la pi antica umanit dalle sue ombre uno dei nostri grandiosi
spettacoli. Quali sono i reperti e le fonti primarie? perch cominciano a
parlare oggi, dal momento che esistevano gi, da sempre? Per lo spirito, essi
hanno la funzione di talismani, ed impressionante vedere, quando vengono
26
sfiorati come la lampada di Aladino, che cosa sale dalle arcate dei millenni.

Evocata da generazioni di studi mirabili e sagaci, dalle arcate


millenarie della lingua poetica mi prover dunque a far salire le forme
e i significati dellautocoscienza i.e.

25
Cfr. R. DESCARTES, Principia philosophiae, 1644, vol. I, par. 9.
26
Cit. da E. JNGER, Am Sarazenenturm (1954), trad. it. in ID., Il contemplatore
solitario, Parma 1995, p. 100.

133
PARTE II

LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA


INDEUROPEA
CAPITOLO 1

VERSO UN METODO COMPLESSO

Il fenomeno non staccato dallosservatore, ma


al contrario coinvolto dallindividualit di que-
stultimo.
(J. W. Goethe)

Esaurite, con la ricognizione critica degli studi precedenti e dei


metodi adottati, la raccolta dei dati e la preparazione degli strumenti
linguistico-comparativi, nella seconda parte della presente ricerca
prover a collocare le origini della lingua poetica i.e. nel tempo e nello
spazio preistorico e nell orizzonte culturale e nella trama psicologica
delle popolazioni che la utilizzarono.
Lipotesi che tenter di sostenere la seguente: la lingua poetica
i.e. rappresenta lorganizzazione delle forme mentali e dei contenuti
etico-etnici di uno stadio arcaico di autocoscienza collettiva e individua-
le. Lingua poetica e autocoscienza non sono, tuttavia, che i nomi delle
descrizioni dei due aspetti, quello fisico e quello mentale, dello stesso
fenomeno: poich nella Creatura tutto consiste soltanto in nomi, mappe
e nomi di relazioni, la lingua poetica pu essere definita, infatti, come la
mappa concettuale della realt di cui gli Indeuropei erano autocoscienti;
inoltre, costituendo essa la formalizzazione linguistica, lordinamento
tematico, lesplicitazione narrativa e il veicolo trasmissorio-asseverativo
di tale forma arcaica di autocoscienza, attraverso la sua analisi possibi-
le ricostruire lo stile operativo e le finalit di sopravvivenza di questul-
tima. Questo fenomeno ebbe origine nel periodo della transizione neoli-
tica dalle necessit tribali di autorafforzamento psichico-coesivo scaturi-
te dallincontro di alcune delle genti i.e. con le culture e le popolazioni
anindeuropee del Vicino Oriente ed ebbe poi modalit diversamente

137
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

vincolanti a seconda delle varie vicende (proto-)storiche delle singole


popolazioni i.e. coinvolte.
Poich quasi ciascuno dei termini contenuti in questa ipotesi
necessita a sua volta di una definizione metodologica e di un inqua-
dramento teoretico, il lavoro necessario a questo scopo coincider in
gran parte con la dimostrazione dellipotesi stessa.
Prima di ci, necessario tuttavia un ulteriore approfondimento
epistemologico perch gli strumenti concettuali e metaforici della sola
linguistica, da questo punto in avanti, sono insufficienti per tentare di
comprendere globalmente loggetto della ricerca e per cercare di tra-
scendere endo-psichicamente il fenomeno delimitato nella prima parte,
poich un discorso di un dato tipo logico, non importa quanto esteso e
1
quanto rigoroso, non pu spiegare fenomeni di un tipo superiore.
Aggiunger poi anche lindicazione di alcuni vincoli che ho rite-
nuto di dover imporre alla mia ricerca e, strada facendo, le definizioni
di alcuni dei termini chiave che ricorreranno pi di frequente in
questa seconda parte, da aggiungere a quelle di alcuni altri gi date
2
nella prima.
***
3
Come ho gi accennato in precedenza, non credo esistano a
priori obbiezioni allutilizzo negli studi di linguistica comparata di
nozioni e concetti tratti da altre discipline; ho detto anche che per
tentare di ricostruire il pensiero i.e. necessario far appello a tutte le
4
conoscenze sulluomo e sulla sua mente attualmente note.
Ora, io sono convinto che il metodo scientifico o ipotetico-
deduttivo o non scientifico:

molti ricercatori, specialmente nelle scienze del comportamento, sembrano


credere che il progresso scientifico avvenga in modo prevalentemente indut-
tivo, e che cos debba essere. [] Essi credono che i progressi si compiano
studiando i dati grezzi, studio che dovrebbe condurre a nuovi concetti
euristici. Questi ultimi debbono poi essere riguardati come ipotesi di lavoro
e debbono essere controllati mediante altri dati; pian piano, cos si spera, i
concetti euristici verranno corretti e migliorati fino a diventare degni, da

1
Cit. da G. BATESON, Steps cit. (nota 14, p. 140), p. 321.
2
Cfr. supra, passim.
3
Vd. supra, pp. 132-3.
4
Vd. supra, p. 132.

138
1 VERSO UN METODO COMPLESSO

ultimo, di occupare un posto nei principi fondamentali. Circa mezzo secolo


di un lavoro cui hanno contribuito migliaia di uomini intelligenti ha prodot-
to, in effetti, una ricca messe di parecchie centinaia di concetti euristici, ma,
ahim, forse neppure un solo principio degno di figurare nellelenco dei
principi fondamentali. perfino troppo evidente che la gran maggioranza
dei concetti della psicologia, psichiatria, antropologia, sociologia ed econo-
mia [ma, aggiungo io, lelenco potrebbe essere ampliato fino ad includervi tutte
le scienze umane] contemporanee sono affatto isolati dalla rete dei princpi
5
scientifici fondamentali.

Se dunque la sola induzione costituisce un metodo scientifico


insostenibile, al contrario, i progressi del sapere scientifico scaturi-
scono idealmente da un deduttivismo ipotetico; innanzitutto, lo svi-
luppo di unipotesi in rapporto alla situazione di un problema, poi la
verifica di tale ipotesi sulla base di tutte le conoscenze rilevanti del
6
caso e quindi attraverso il suo grande potere esplicativo.
Esposta pertanto secondo il metodo ipotetico-deduttivo la mia
ipotesi, dir innanzitutto che nello sfruttare nozioni e concetti tratti
da altre discipline per descrivere, interpretare e spiegare taluni dei
fenomeni connessi allipotesi suddetta e dunque nei casi particolari
e non nel metodo generale far uso dellabduzione, intendendo con
questo termine il fatto che si pu descrivere un certo evento e poi
cercare altri casi che obbediscano alle stesse regole escogitate per la
prima descrizione: lestensione laterale delle componenti astratte della
7
descrizione appunto labduzione.
Ma la metafora, il sogno, la parabola, lallegoria, tutta larte, tutta
la scienza, tutta la religione, tutta la poesia, il totemismo, lorganizza-
zione dei fatti nellanatomia comparata: tutti questi sono esempi o
8
aggregati di esempi di abduzione, entro la sfera mentale delluomo;
labduzione quindi anche un procedimento mentale, uno schema di
pensiero comune anche se meno noto dellinduzione, della deduzio-
ne o della generalizzazione le cui estensioni hanno conseguenze
9
importanti nei processi di formazione della cultura.

5
Cit. da G. BATESON, Steps cit. (nota 14, p. 140), p. 24.
6
Cit. da J. C. ECCLES, How the Self controls Its Brain, Berlin Heidelberg 1994, trad. it.
Milano 1994, p. 19.
7
Cfr. G. BATESON, Mind and Nature cit. (nota 14, p. 140), pp. 191-194.
8
Ivi, p. 192.
9
Vd. U. ECO, Trattato di semiotica generale, Bologna 1975, pp. 185-188.

139
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

Dal punto di vista della teoria dei codici, infatti, labduzione uno
di quei casi in cui la presenza di determinanti non codificate fanno s
che linterpretazione, distinta pertanto dalla decodifica, conferisca
senso a vaste porzioni del discorso sulla base di de codifiche parziali:
il termine interpretazione acquista allora il senso che ha nelle discus-
10
sioni ermeneutiche o nella critica letteraria e artistica.
[] Queste interpretazioni talora producono nuove porzioni di
codice in quanto costituiscono processi embrionali di ipercodifica o di
11
ipocodifica: rimanendo nel nostro campo di studi, un caso tipico di
ipercodifica quello delle regole narrative individuate da V. J. Propp
12
nei racconti di fiabe, mentre un caso di ipocodifica per esempio la
via con cui tentiamo la comprensione di testi appartenenti a civilt
13
scomparse.
Dal punto di vista della storia del pensiero scientifico, labduzione
quindi un procedimento frequente, essendo tra laltro, per esempio,
alla base anche dellanalisi newtoniana del sistema solare e del sistema
periodico degli elementi di Mendeleev: a patto di inserirla in un
rigoroso sistema ipotetico-deduttivo, riconoscerne prima la sua fun-
zione nel pensiero comune e applicarla poi con consapevolezza nel
metodo scientifico, pu rappresentare una base epistemologica con
cui sfruttare senza rischi di tautologie le regole di descrizione, le
nozioni e i concetti di altri ambiti disciplinari.
***
Detto ci, esporr ora, sulla base soprattutto delle idee e degli studi
14
di Gregory Bateson, alcuni dei principi generali che considero neces-

10
Ivi, p. 185.
11
Ivi, p. 188.
12
Cfr. ivi, p. 189; secondo U. Eco, si ha unipercodifica quando sulla base di una regola
precedente si propone una regola additiva per unapplicazione particolarissima della regola
generale: cfr. ivi, p. 188.
13
Dunque lipocodifica pu essere definita come loperazione per cui, in assenza di
regole pi precise, porzioni macroscopiche di certi testi sono provvisoriamente assunte come
unit pertinenti di un codice in formazione, capaci di veicolare porzioni vaghe ma effettive di
contenuto, anche se le regole combinatorie che permettono larticolazione analitica di tali
porzioni espressive rimangono ignote: ivi, p. 191; cfr. anche pp. 309 sgg.
14
Far riferimento per lo pi a G. BATESON, Steps to an Ecology of Mind, New York 1975,
trad. it. Milano 1977; ID., Mind and Nature, New York 1979, trad. it. Milano 1984, e al postumo
ID. MARY CATHERINE BATESON, Angels Fears. Towards an Epistemology of the Sacred, New
York 1987, trad. it. Milano 1989; a cura della sola M. C. Bateson, figlia di Gregory B., va tenuto
presente Our Own Metaphor: A Personal Account of a Conference on Conscious Purpose and

140
1 VERSO UN METODO COMPLESSO

15
sari per iniziare a determinare unepistemologia, che, chiarendo a noi
stessi i limiti delle nostre possibilit conoscitive e rendendoci esplicita-
mente consapevoli di come sono costruite le nostre nozioni fondamen-
16
tali, ci consenta di affrontare il problema della coscienza evitando il
rischio di fare affermazioni palesemente auto contraddittorie o di pro-
porre idee in contrasto con le attuali conoscenze scientifiche.
Ho parlato di epistemologia perch, seguendo G. Bateson, defi-
nisco lepistemologia come la scienza che studia il processo del cono-
17
scere, linterazione tra la capacit di rispondere alle differenze da
una parte e, dallaltra, il mondo materiale in cui queste differenze in
qualche modo hanno origine. Abbiamo
18
quindi a che fare con uninter-
faccia tra Pleroma e Creatura.

Human Adaptation, New York 1972. Pur essendo in questo contesto meno utili, ricordo anche
gli altri volumi di cui autore G. Bateson: Naven, Cambridge 1936, Stanford London 1958, II
ed.; ID., Communication: the social Matrix of Psychiatry, New York 1951, II ed. 1968, trad. it.
Bologna 1976; il suo lungo saggio intitolato, The Message This is Play, in B. SCHAFFNER (ed.),
Group Processes. Trans. of the II Conf. (Princeton: 9-12/10/1955), New York 1956, pp. 145-242,
appare ora in trad. it. come volume autonomo: Milano 1996. Su G. Bateson, infine, si pu
utilmente vedere: J. BROCKMAN (ed.), About Bateson, New York 1977.
15
Iniziare a determinare, perch, in generale, occorre tener presente che solo una teoria
universale pu essere completa anche sul piano epistemologico: l'unit essenziale della natura
impedisce infatti la costruzione di teorie esaurienti e autoconsistenti per una classe limitata di
fenomeni: cfr. A. EINSTEIN, Note autobiografiche, in P. A. SCHILPP (ed.), Albert Einstein,
scienziato efilosofo, ed. it. Torino 1958, pp. 46-7.
16
Come ricorda J. Hillman a proposito della psicologia, ma anche qui lavvertimento pu
essere esteso con profitto alle altre scienze umane, [] le idee che non sappiamo di possedere ci
posseggono modellando le nostre esperienze dietro le nostre spalle, a nostra insaputa. Compito
della psicologia, secondo me, di vedere, prima o durante lesame dei dati o degli eventi, il
fattore soggettivo, archetipico, che sta nei nostri occhi. Altre scienze devono far mostra di essere
oggettive, di descrivere le cose come sono; la psicologia per fortuna sempre vincolata dai suoi
limiti psichici e pu risparmiarsi la finzione delloggettivit. Anzich lobbligo a essere oggetti-
vamente fattuale, ha quello di essere soggettivamente consapevole; il che possibile soltanto se
siamo disposti ad affrontare, senza trascurarne nessuno, tutti i postulati delle nostre nozioni pi
basilari: cito da J. HILLMAN, Anima. An Anatomy of a Personified Notion, Princeton 1985, trad.
it. Milano 1989, p. 131.
17
Secondo G. Bateson la differenza (o unit elementare dinformazione) quellentit
astratta e non localizzabile che scorgiamo per es. nella diversit tra un oggetto di carta e un
oggetto di legno: quando si entra nel mondo della comunicazione dellorganizzazione, eccetera
[la Creatura], ci si lascia alle spalle l'intero mondo in cui gli effetti sono prodotti da forze, urti e
scambi di energia [il Pleroma]. Si entra in un mondo in cui gli effetti [] sono prodotti da
differenze. Cio essi sono prodotti da quel tipo di cosa che viene trasferita dal territorio alla
mappa [vd. infra, p. 150]. Questa la differenza (cit. da Steps cit., p. 469); la parola idea,
nella sua accezione pi dementare, per Bateson sinonimo di differenza: cfr. ivi, pp. 469-470.
18
Cit. da G. BATESON M. C. BATESON op. cit., p. 39 (il corsivo dellA.). Vi una
definizione pi tradizionale, secondo la quale lepistemologia semplicemente lo studio filosofi-
co di come sia possibile conoscere. Io preferisco la mia definizione come di fatto si conosce

141
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

Intesa con interfaccia la superficie che costituisce il luogo din-


19
contro tra due regioni sistemiche, in quello che segue far uso in
generale della distinzione, introdotta da G. Bateson sulla base di uno
20
spunto di C. G. Jung, tra Pleroma (= il mondo della materia non
vivente, indagato dalla fisica, che in s non contiene e non produce
distinzioni) e Creatura (= il mondo della spiegazione, in cui gli stessi
fenomeni da descrivere sono tra loro retti e determinati dalla differen-
za, dalla distinzione e dallinformazione, cio da caratteristiche orga-
nizzative e comunicative in s non materiali), perch, diversamente
dal dualismo cartesiano tra mente e materia, nella dicotomia tra
Creatura e Pleroma non vi sono separazioni di fatto, ma soltanto livelli
diversi di descrizione ed entrambi sono necessari per descrivere i
processi mentali.

Bench in questa dicotomia tra Creatura e Pleroma vi sia un evidente


dualismo, importante chiarire che essi non sono in alcun modo separati o
separabili, tranne che come livelli di descrizione. Da un canto la Creatura
esiste dentro e grazie al Pleroma; luso del termine Creatura indica la presen-
za di certe caratteristiche organizzative e comunicative in s non materiali.
Daltro canto, la conoscenza del Pleroma esiste solo nella Creatura. Queste
due entit si possono incontrare solo in combinazione, mai separate. Le leggi
della fisica e della chimica non sono affatto estranee alla Creatura: sono
sempre valide, ma non sono sufficienti per la sua spiegazione. Quindi la
creatura e il Pleroma non sono sostanze separate, come lo spirito e la
materia di Cartesio, perch i processi mentali hanno bisogno, per presentar-
si, di strutturazioni della materia, di zone in cui il Pleroma caratterizzato da
unorganizzazione che gli consente di essere influenzato dallinformazione
21
oltre che dagli eventi fisici.

A mio parere, limitatamente a quel che qui ci riguarda, tale


dualismo compatibile con la teoria dualista-interazionista di

perch inquadra la Creatura nella pi ampia totalit, nd regno presumibilmente senza vita del
Pleroma: ivi, p. 39 (i corsivi sono dellA.).
19
Questo termine sostituisce in un contesto tridimensionale la nozione di confine; G.
Bateson, e io con lui, usa il termine per indicare confini di sistemi definiti da scambi dinforma-
zione e da cambiamenti di codifica: interfaccia dunque il termine per indicare il luogo
dellinterazione sistemica; cfr. ivi, p. 315.
20
Cfr. C. G. JNG, Septem sermones ad Mortuos, in A. JAFF (hrsg.), Erinnerungen,
Traume, Gedanken von C. G. Jung, Zrich 1961.
21
Cit. da G. BATESON M. C. BATESON, op. cit., p. 36 (il corsivo dellA.); vd. anche ivi,
pp. 95-102.

142
1 VERSO UN METODO COMPLESSO

22
K. R. Popper e di J. C. Eccles a cui far riferimento pi avanti
nellesaminare il problema dellevoluzione della coscienza; la princi-
pale differenza di rilievo nel sistema di Bateson vi sono due
mondi, nel sistema di Popper tre si assottiglia se consideriamo,
come qui propongo, il Mondo 2 e il Mondo tre di Popper, cio
quello che comprende le esperienze coscienti e quello della creati-
23
vit e della conoscenza, come inclusi entrambi nella Creatura;
questo anche perch se si seguisse un opinione non irrilevante
24
diffusa ancora oggi tra i matematici, dovremmo postulare lesi-
stenza di un quarto Mondo, quello platonico delle forme matemati-
che.
Comunque sia, il fatto importante che entrambe le teorie si
discostano dal dualismo cartesiano classico, che sostanziale e non
interattivo, perch considerano parallele e interagenti levoluzione
biologica e quella della coscienza, ammettendo lefficacia causale
degli stati mentali e della coscienza nel provocare cambiamenti negli
eventi nervosi del cervello.
A quanto detto, devo aggiungere che per giustificare conveniente-
mente ladozione da parte mia delle seguenti tesi, occorrerebbe scrive-
re un altro libro, poich ciascuna di esse richiama secoli di inesausto
dibattito filosofico, e tuttavia, proprio perch nessuna di esse costitui-
sce pi per il panorama intellettuale moderno una novit, qui forse
sufficiente la forma schematica e scusabile il tono apodittico. Chie-
25
der dunque al lettore che le consideri per ora a mo di postulati: il

22
Gli scritti di K. Popper sono troppo noti per doverli citare; pu essere utile invece
ricordare, perch edito solo di recente, il testo di una serie di conferenze su questo argomento
che Sir Karl tenne nel 1969 allUniversit di Emory: Knowledge and the Body-Mind Problem. In
Defence of Interaction, London New York 1994, trad. it. Bologna 1996 (il lettore interessato
trover comunque in questo volume una bibl. degli scritti di K. R. Popper); qui per far
soprattutto riferimento a K. R. POPPER J. C. ECCLES, The self and Its Brain, Berlin Heidelberg
1977, trad. it. Roma 1992, II ed., e a J. C. ECCLES, op. cit., cap. I e IX; vd. anche infra, pp. 165
sgg.
23
chiaro che le due teorie non sono certo sovrapponibili, tuttavia la versione del
dualismo interazionista che sostiene le ricerche recenti di J. C. Eccles, pi duttile e convincente
di quella del 1977, anche se questultima, cio la teoria sui tre mondi di Popper, resta comunque
il suo punto di riferimento primario.
24
Vd., per es., J. PENROSE, Shadows of the Mind, Cambridge 1994, trad. it. Milano 1996,
pp. 500 sgg.
25
Diversamente dal formalismo logico-matematico moderno, uso qui postulato nel suo
significato aristotelico (cfr. An. Post., I, 10, 76b 14; I, 2, 72a 15) di proposizione che si ammette,
o si chiede che sia ammessa, allo scopo di rendere possibile una dimostrazione o un procedimen-

143
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

corso del lavoro chiarir, con una serie di note e di rimandi, lutilit e
26
luso di quanto qui affermato.
Esse sono:
27
1) la scienza non prova mai nulla;
2) non esiste esperienza oggettiva;
3) la divisione in parti e totalit delluniverso percepito vantag-
giosa e forse necessaria, ma niente determina come ci debba essere
fatto;
4) le successioni divergenti sono imprevedibili;
5) le successioni convergenti sono prevedibili;
28
6) dal nulla nasce nulla (senza informazione);
29
7) il numero diverso dalla quantit;
8) la quantit non determina la struttura;
9) la logica un cattivo modello della causalit;
10) la causalit non opera allindietro;
11) stabilit e cambiamento, cos come sincronia e diacronia o
tipologia e origine genetica, descrivono parti delle nostre descrizioni;
12) il linguaggio mette in luce di solito solo un aspetto di qualun-
que interazione;
13) ci che vediamo o sentiamo non mai direttamente il fenome-
no che abbiamo indagato, ma sempre soltanto qualcuna delle sue
conseguenze;

to qualsiasi e che, pur essendo dimostrabile, viene assunta e utilizzata senza dimostrazione: cfr.
N. ABBAGNANO, s.v.
26
Per i rinvii biblografici, le esemplificazioni e in generale per unesposizione pi ragionata
e discorsiva, rimando il lettore alle opere di G. Bateson citate alla nota 14, p. 140: la gran parte
delle tesi qui dencate sono tratte infatti, o sono comunque influenzate, dalle ricerche di questo
studioso, uno dei non molti, a mio parere, che ha affrontato cognitivamente il problema del
modo in cui percepiamo, del sistema di presupposizioni inconsce, quellepistemologia sepolta
nelle profondit della nostra mente, ma inaccessibile alla coscienza (cit. da G. BATESON M. C.
BATESON, op. cit., p. 145) che regge il meccanismo delle nostre percezioni, ottenendo risultati
sfruttabili nel contesto della presente ricerca.
27
G. BATESON, in Mind and Nature cit., pp. 46-47 (i corsivi sono dellA.), afferma anche
che [] la scienza un modo di percepire e di dare per cos dire senso a ci che percepiamo.
[] Ci che noi, come scienziati, possiamo percepire sempre limitato da una soglia: ci che
subliminale non giunge ad arricchire le nostre cognizioni. In qualsiasi istante, la nostra cono-
scenza sempre funzione della soglia dei mezzi di percezione di cui disponiamo. [] La scienza
non prova, esplora.
28
Sui problemi posti dallo zero, lassenza completa di ogni evento indicativo, come
messaggio, vd. G. BATESON, Mind and Nature cit., pp. 67-71.
29
Il numero appartiene al mondo della struttura formale, della Gestalt e del calcolo
numerico; la quantit appartiene al mondo del calcolo analogico e probabilistico: ivi, p. 72.

144
1 VERSO UN METODO COMPLESSO

14) non esistono mentalit primitive, ma soltanto sistemi semio-


tici, che, adeguati o inadeguati a tracciare la mappa della realt in cui
si trovano ad operare, consentono o non consentono la sopravvivenza
della popolazione che li utilizza;
15) i modelli matematici della realt sono rigorosi e coerenti per
quanto riguarda la loro struttura interna, ma usano simboli che non
sono correlati direttamente allesperienza sensoriale; i corrispettivi
modelli verbali si servono invece di concetti che possono essere
compresi intuitivamente, ma che sono sempre imprecisi e ambigui: da
questo punto di vista, questi ultimi pertanto non differiscono dai
modelli filosofici della realt, con i quali quindi possibile confrontar-
li;
16) a livello subatomico e endopsichico, la conoscenza non pi
ricavabile dallesperienza sensoriale diretta e perci il linguaggio ordi-
nario, che trae le sue immagini dal mondo dei sensi, non pi
30
adeguato a descrivere i fenomeni osservati.
***
Quanto ci che ho appena esposto sia debitore nei confronti della
31
cibernetica evidente; conviene allora ricordarne e assumerne le
32
principali condizioni, aggiungendole ai punti precedenti; la ciberne-
tica afferma:
17) la negazione di ogni tipo o forma di necessit in tutte le
situazioni in cui linformazione prende posto;
18) la negazione di ogni conoscenza assoluta cio totale, definitiva
e esauriente e dunque il riconoscimento che la conoscenza un fatto
eccezionale e improbabile;
19) il riconoscimento dellimportanza del caso, cio della distribu-
zione disordinata (equiprobabile) degli elementi (entropia), in tutte le

30
Su fisica e linguaggio, vd., tra gli altri, W. HEISENBERG, Physics and Philosophy, New
York 1958, trad. it. Milano 1961, pp. 175-6 e F. CAPRA, The Tao of Physics, New York 1975,
trad. it. Milano 1982, pp. 53 sgg.
31
Alcune recentissime teorie sulla coscienza, tra cui quella di D. J. Chalmers esposta anche
in SA (1995), f. 12, trad. it. in Le Scienze. Quaderni 91 (1996), pp. 74-80, tornano con
qualche approssimazione alla teoria dell'informazione e alle idee del fisico J. A. Wheeler,
trascurando tuttavia il fatto che a diverse questioni di principio per es. se un termostato possa
essere cosciente aveva gi risposto G. Bateson. La risposta no, naturalmente: cfr. G.
BATESON, Steps cit., pp. 346 sgg., e infra, pp. 148 sgg.
32
Su condizione vs. causalit, vd. infra, pp. 153 sgg.

145
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

circostanze o situazioni in cui luomo, o qualsiasi organismo vivente o


macchina, possa trovarsi;
20) la presenza in ogni situazione di possibilit diverse tra le quali
possibile scegliere;
21) la possibilit allinterno di ciascuna delle scelte possibili di
costruire modelli che selezionino le possibilit alternative, secondo
lordine della loro frequenza statistica, e perci di orientare le scelte
successive;
22) la possibilit di correggere, modificare, generalizzare o parti-
colarizzare tali modelli o crearne di nuovi, a seconda delle diverse
33
esigenze teoretiche o pratiche.
***
Per delineare il tratto successivo, necessario ora chiarire cosa io
34
intenda per mente: ritengo infatti che in un lavoro dedicato alla
coscienza non sia possibile sottrarsi a una sua definizione, seppur
generica e di lavoro come quella che qui esporr.
Cos come G. Bateson e altri studiosi, io credo che si possa
identificare come mente qualunque sistema sensibile alle differenze i
cui requisiti minimi rispondano ai seguenti criteri definitori:
1) la mente un aggregato di parti o componenti interagenti;
2) linterazione fra le parti della mente attivata dalla differenza e
la differenza un fenomeno asostanziale, non situato nello spazio o
nel tempo; pi che allenergia, la differenza legata allentropia e
35
allentropia negativa;

33
Questa sintesi tratta per lo pi da N. ABBAGNANO, s.v. Cibernetica; cfr. anche N.
WIENER, Cibernetics, or Control and Communication in the Animal and the Machine, Cambridge
1948, trad. it. Milano, Bompiani, 1953, n. ed. 1992; E. R. CAIANIELLO E. DI GIULIO, La
cibernetica, Firenze 1980; H. R. MATURANA F. J. VARELA, Autopoiesis and Cognition, Dordre-
cht 1980.
34
Sembra invece che evitare di definire cosa sia o cosa si intenda per mente, sia un costume
oramai invalso nella letteratura specialistica recente: vd., per es., R. PENROSE, op. cit., p. 61.
35
Ci imbattiamo qui in una differenza assai cospicua tra il modo in cui descriviamo il
comune universo materiale (il Pleroma di Jung) e il modo in cui siamo costretti a descrivere la
mente. La diversit sta in questo, che per luniverso materiale saremo di solito in grado di dire
che la causa di un evento una forza o un urto esercitati dal sistema materiale su qualche altra
sua parte: una parte agisce su unaltra. Viceversa, nel mondo delle idee [la Creatura] occorre
una relazione, o tra due parti oppure tra una parte all'istante 1 e la stessa parte all'istante 2, per
poter attivare una qualche terza componente che possiamo chiamare il ricevente. Ci a cui il
ricevente (ad esempio, un organo di senso terminale) reagisce una differenza o un cambiamen-
to. [] Il nostro sistema sensoriale e certo anche quello di tutte le altre creature [] e perfino
i sistemi mentali che stanno dietro i sensi [] pu funzionare solo con eventi, che possiamo

146
1 VERSO UN METODO COMPLESSO

3) il processo mentale richiede unenergia collaterale;


4) il processo mentale richiede catene di determinazione circolari
(o pi complesse);
5) nel processo mentale gli effetti della differenza devono essere
considerati come trasformate (cio versioni codificate) della differen-
za che li ha preceduti;
6) la descrizione e la classificazione di questi processi di trasfor-
mazione rivelano una gerarchia di tipi logici36immanenti ai fenomeni;
7) nel processo mentale linformazione37 deve essere distribuita in
modo non uniforme fra le parti interagenti;
8) i processi di formazione delle immagini sono inconsci.
Come conseguenza, un sistema di tal genere avr innanzitutto38
due caratteristiche assai importanti: lautonomia e la morte. Lautono-
mia o il controllo di s deriver dalla struttura ricorsiva del sistema
(criterio n. 4); la morte, resa possibile dal fatto che lentit composta
di molte parti (criterio n.1), sar causata dalla rottura dei circuiti e
dalla distruzione dellautonomia (criterio n. 4). Il sistema, inoltre, si
dimostrer autocorrettivo, sar cio capace di finalit e di scelte, nella
direzione dellomeostasi o nella direzione dellinstabilit; lautocorre-
zione implicher altres che il sistema, procedendo per giochi stocasti-

chiamare cambiamenti [cio differenze]. [] Gli organi terminali ricevono continuamente


eventi che corrispondono a contorni dd mondo visibile. Noi tracciamo distinzioni, cio le
estraiamo. Le distinzioni che non vengono estratte non esistono []. Le differenze latenti, cio
quelle che per una ragione qualsiasi non producono una differenza, non sono informazioni [].
Attneave ha dimostrato che linformazione (cio la differenza o distinzione percettibile)
necessariamente concentrata nei contorni: cit. da G. BATESON, Mind and Nature cit., pp. 130
sgg. (i corsivi sono dellA.); il riferimento a F. ATTNEAVE, Applications of Information Theory
to Psychology, New York 1959. Sulla distinzione tra differenze sottrattive e differenze di
rapporto, vd. G. BATESON M. C. BATESON, op. cit., p. 101; sul concetto di entropia negativa,
vd. infra, p. 151.
36
Secondo G. Bateson, linformazione pu essere definita anche come una differenza che
produce una differenza a distanza: in effetti ci che intendiamo per informazione (per unit
elementare dinformazione) una differenza che produce una differenza ed in grado di produrre
una differenza perch i canali neurali, lungo i quali essa viaggia e viene continuamente trasfor-
mata, sono anchessi dotati di energia: cit. da G. BATESON, Steps cit., p. 470 (il corsivo
dellA.); cfr. anche G. BATESON M. C. BATESON, op. cit., p. 34 e p. 186.
37
Cfr. ivi, pp. 37 e 134; G. BATESON, Mind and Nature cit., pp. 126 sgg.
38
G. Bateson ha messo in luce come la patologia sia possibile solo nella Creatura, perch
nel Pleroma la causazione fisica diretta rende impossibile lerrore. Luniverso fisico non com-
mette errori. Luniverso fisico fornisce casualit ed entropia, ma lerrore un fenomeno
biologico se col termine errore vogliamo indicare lesistenza o il valore di un eventuale
qualcosa che sarebbe giusto o corretto, essendo lerrore una differenza fra ci che e
ci che avrebbe potuto essere: cit. da G. BATESON M. C. BATESON, op. cit., p. 286 (il
corsivo dellA.).

147
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

39
ci come tentativi 40
ed errori, apprender e ricorder, accumuler
entropia negativa, sar in grado 41
di unirsi ad altri sistemi simili a s
per costruire totalit pi grandi.
Tale sistema

eseguir confronti, sar cio sensibile alla differenza (oltre a essere influenza-
to dalle ordinarie cause fisiche, come collisioni o forze); elaborer informa-
zione, e sar inevitabilmente autocorrettivo, o in direzione dellottimalit
omeostatica ovvero in direzione della massimizzazione di certe variabili. []
Ma, ed ci che pi conta in questo contesto, si sa che nessuna parte di
questo sistema in interazione pu esercitare un controllo unilaterale sul resto
del sistema o su una qualunque altra sua parte. Le caratteristiche mentali
sono inerenti o immanenti nellinsieme in quanto totalit. [] La portata di
questa conclusione si rivela quando ci si chiede: Un calcolatore pu pensa-
re? oppure: La mente nel cervello?. E la risposta sia alluna sia allaltra
domanda sar negativa []. Il calcolatore soltanto un arco di un circuito
pi ampio, che comprende sempre un uomo e un ambiente, da cui esso
riceve informazioni e su cui i messaggi efferenti dal calcolatore esercitano un
effetto. Si pu dire legittimamente che questo sistema totale, questo aggrega-
to, mostra caratteristiche mentali; esso opera per tentativi ed errori e ha
carattere creativo. Analogamente si pu dire che la mente immanente in
quei circuiti cerebrali che sono interamente contenuti nel cervello; oppure
che la mente immanente nei circuiti che sono interamente contenuti nel
sistema cervello pi corpo; oppure, infine, che la mente immanente nel pi
42
vasto sistema: uomo pi ambiente.

Dai criteri suddetti, dunque, non ne consegue necessariamente


che un tale sistema sia dotato di coscienza o che sia in grado di
autoriprodursi, n peraltro che esso sia vivo, nel senso che comune-
43
mente si d al termine vita, o che sia confinato in un involucro di
pelle o in una membrana.

39
Una successione di eventi detta stocastica se combina una componente casuale con un
processo selettivo in modo che solo certi risultati del casuale possano perdurare.
40
Su ci, vd. infra, p. 151, nota 48.
41
Cfr. G. BATESON, Mind and Nature cit., pp. 171-173.
42
Cit. da ID., Steps cit., pp. 346-349 (i corsivi sono dellA.); negli ultimi anni, lopposizio-
ne Searle, Penrose, ecc. allidea che i computer prima o poi potranno pensare, e dunque che
la mente funzioni come un computer, andata crescendo.
43
Cfr. G. BATESON M. C. BATESON, op. cit., pp. 37-38.

148
1 VERSO UN METODO COMPLESSO

44
Secondo G. Bateson,

lunit autocorrettiva totale che elabora linformazione, o che, come dico io,
pensa e agisce e decide, un sistema i cui confini non coincidono affatto
coi confini del corpo o di ci che volgarmente si chiama lio o la coscienza;
ed importante osservare che vi sono molteplici differenze tra il sistema
pensante e lio come viene volgarmente percepito:
1. Il sistema non unentit trascendente, come invece comunemente
supposto esserlo lio.
2. Le idee sono immanenti in una rete di canali causali lungo i quali si
propagano le trasformate delle differenze. Le idee del sistema hanno in ogni
caso una struttura almeno binaria: non sono impulsi ma informazioni.
3. Questa rete di canali non limitata alla coscienza, ma si estende fino
ad includere tutti i canali dei processi mentali inconsci, siano essi neurovege-
tativi, repressi, nervosi, ormonali.
4. La rete non ha per confine la pelle, ma include tutti i canali esterni
lungo i quali pu viaggiare linformazione. Include anche quelle differenze
efficaci che sono immanenti negli oggetti di tali informazioni. Include i
canali sonori e luminosi lungo i quali viaggiano le trasformate di differenze
inizialmente immanenti in cose e in altre persone e specialmente nelle
nostre stesse azioni. importante osservare che le credenze basilari (e, io
credo, erronee) dellepistemologia ordinaria si rinforzano luna con laltra.
Se, per esempio, viene scartata lordinaria ipotesi della trascendenza, essa
vien subito sostituita da unipotesi dimmanenza nel corpo. Ma questalterna-
tiva sar inaccettabile, poich vaste porzioni della rete pensante sono situate
fuori del corpo.

I requisiti sopra elencati vengono soddisfatti, insomma, da una


vasta gamma di entit complesse, cos come da parti di organismi
aventi un certo grado di autonomia di funzionamento e di autoregola-
zione, come le singole cellule e gli organi di senso.
La mente dunque un sistema capace di processo mentale, la
mente stessa un processo.
***
Detto questo, per quel che riguarda il processo mentale in genera-
45
le bisogna poi aggiungere, seguendo ancora una volta G. Bateson,

44
Cit. da G. BATESON, Steps cit., p. 351 (lultimo corsivo mio).
45
Cfr. G. BATESON M. C. BATESON, op. cit., pp. 40-41 e G. BATESON, Mind and Nature
cit., pp. 47 sgg.

149
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

che le seguenti regole per un pensiero e una comunicazione corretti


valgono per le propriet delle mappe, cio per il processo mentale
stesso, poich nel Pleroma
46
non vi sono n mappe, n nomi, n classi,
n membri di classi. 47
1) La mappa non il territorio;
2) il nome non la cosa designata dal nome;
3) il nome del nome non il nome;

46
Ogni individuo umano, anzi ogni organismo, costruisce le sue conoscenze secondo
abitudini personali, e ogni sistema culturale o scientifico favorisce certe abitudini epistemologi-
che. [] Warren McCulloch [uno dei padri della cibernetica] soleva dire che chi pretende di
avere una conoscenza diretta, cio di non avere unepistemologia, ha in realt una cattiva
epistemologia. compito degli antropologi fare confronti tra molti e diversi sistemi e magari
valutare il prezzo che i sistemi disorganizzati [cfr. supra, p. 145, punto 14] pagano per i propri
errori. La maggior parte delle epistemologie locali, personali e culturali, sbagliano di continuo,
ahim, perch confondono la mappa con il territorio e perch ritengono che le regole per
tracciare le mappe siano immanenti alla natura di ci che viene rappresentato nella mappa (cit.
da G. BATESON M. C. BATESON, op. cit., p. 40), mentre invece ogni descrizione, spiegazione o
rappresentazione necessariamente in qualche senso una proiezione degli elementi derivati dai
fenomeni da descrivere su una qualche superficie o matrice o sistema di coordinate. Nel caso di
una carta geografica, la matrice ricevente di solito un foglio di carta piano e di estensione finita,
e le difficolt si presentano quando ci che si deve proiettare troppo grande o, ad esempio,
sferico. Altre difficolt sorgerebbero se la matrice ricevente fosse la superficie di un foro
(ciambella), o una successione lineale discontinua di punti. Ogni matrice ricevente, anche una
lingua o una rete tautologica di proposizioni, ha caratteristiche formali proprie che, in linea di
principio, distorcono i fenomeni che devono esservi proiettati (cit. da G. BATESON, Mind and
Nature cit., p. 71, nota 8, il corsivo dellA.).
47
Questo principio, nella sua prima formulazione, risale a A. KORZYBISKI, Science and
sanity, New York 1941. [] Linterfaccia tra Pleroma e Creatura un esempio della contrap-
posizione tra mappa e territorio, anzi ne forse lesempio primo e pi fondamentale: cit. da
G. BATESON M. C. BATESON, op. cit., p. 40. Occorre inoltre tener presente che tutte le
informazioni digitali [un segnale digitale se tra esso e gli altri segnali dai quali deve essere
distinto vi discontinuit; quando invece una grandezza o una quantit del segnale vien usata
per rappresentare una quantit dd referente variabile in modo continuo, il segnale si dice
analogico] hanno a che fare con la differenza. Nelle relazioni tra mappa e territorio (di qualsiasi
genere, nel senso pi ampio) quello che passa dal territorio alla mappa sempre e necessaria-
mente la notizia di una differenza [cio uninformazione]. Se il territorio omogeneo, sulla
mappa non ci sono segni. [] Il concetto di differenza interviene due volte nellinterpretazione
del processo della percezione: primo, deve esserci una differenza latente o implicita nel territo-
rio; secondo, questa differenza deve essere trasformata in un evento dentro il sistema percipien-
te, cio la differenza deve superare una soglia, deve essere diversa da un valore di soglia: cit. da
G. BATESON M. C. BATESON, op. cit., p. 186 (i corsivi sono dellA.). Secondo G. Bateson,
sembra che in tutte le percezioni e in tutte le misurazioni agisca una sorta di legge di Weber-
Fechner, ogni volta cio che un organo di senso viene usato per confrontare due valori della
stessa quantit percepibile (per es., il peso o la luminosit), vi sar una soglia di differenza
percepibile al di sotto della quale lorgano non pu discriminare tra le quantit; questa soglia di
differenza sar un rapporto e questo rapporto sar costante su un intervallo di valori assai ampio.
Ci significa che fra ingresso e sensazione sussiste una relazione tale che la quantit o intensit di
sensazione varia come il logaritmo dellintensit dellingresso (cfr. G. BATESON M. C. BATE-
SON, op. cit., pp. 185-189).

150
1 VERSO UN METODO COMPLESSO

4) un elemento di una classe non la classe, neppure se la classe


ha un solo elemento;
5) la classe non membro di se stessa;
6) certe classi non hanno membri;
7) nella Creatura tutto consiste in nomi, mappe e nomi di relazioni.
***
Dir infine che ritengo che qualsiasi ricerca sul funzionamento
della mente, e tanto pi unindagine sulla coscienza, non possa pre-
scindere dal vincolare il proprio metodo al rispetto di quei principi
della fisica sulla cui validit generale persiste tuttora un accordo
condiviso dalla gran parte degli scienziati; sono tali i principi della
termodinamica della meccanica classica:
1) principio 0: due sistemi in equilibrio termico con un terzo sono
in equilibrio tra loro.
2) I principio, o della conservazione dellenergia: la somma del lavoro
esterno e di tutte le energie fornite al sistema in un certo intervallo di
tempo uguale alla somma delle variazioni di energia verificatesi nello
stesso intervallo di tempo allinterno del sistema stesso.
3) II principio, o della dissipazione dellenergia: esiste una direziona-
lit intrinseca nei processi naturali che avvengono spontaneamente, essi
sono cio irreversibili nel senso che non possono avvenire spontanea-
mente nel verso opposto: a) nessun motore pu trasformare completa-
mente, lavorando ciclicamente, calore in lavoro, cio una parte di calore
viene sempre dispersa; b) non si pu realizzare un processo fisico che
abbia come unico risultato il trasferimento di una certa quantit di calore
da un corpo a temperatura pi bassa a un corpo a temperatura pi alta.
3a) Questo principio equivale a quello dellaumento dellentropia:
nelle trasformazioni reali, irreversibili, di un sistema isolato, la varia-
zione dellentropia pu solo aumentare, cio sempre positiva; len-
tropia tende quindi a raggiungere un valore massimo, vale a dire
lequilibrio del sistema, stato al quale corrisponde la cessazione di
ogni ulteriore evoluzione spontanea del sistema; lentropia delluni-
verso dunque in continuo aumento e un sistema deve pertanto
tendere verso lequilibrio. Lentropia misura pertanto il grado di
48
disordine di un sistema.

48
Alla contraddizione tra lidea che il nuovo possa essere estratto solo dal casuale e
linevitabilit dell'entropia, G. Bateson ha dedicato il VI Cap. di Mind and Nature. Nella teoria
dellinformazione, partendo dallosservazione che un messaggio inviato attraverso un canale

151
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

4) III principio: nessun sistema pu essere portato allo zero assolu-


to, lentropia infatti tende a zero con la diminuzione della temperatu-
ra.
***
Dalla meccanica quantistica assumer invece i seguenti principi:
5) principio di indeterminazione: non possiamo mai conoscere con
precisione la posizione e la quantit di moto di una particella; in
generale: non possibile determinare con esattezza una quantit
osservabile senza rendere indeterminato il valore di altre quantit
49
osservabili: [] in generale, le esperienze eseguite per determinare
una grandezza fisica rendono illusoria la conoscenza di altre grandez-
ze ottenute precedentemente; esse infatti influenzano il sistema su cui
si opera in modo incontrollabile, quindi i valori delle grandezze
50
precedentemente conosciute ne risultano alterati.
Una sorta di principio di indeterminazione era stato adottato
anche da U. Eco nel suo Trattato:

[] la ricerca semiotica sar retta da una sorta di principio di indeterminazio-


ne: poich significare e comunicare sono funzioni sociali che determinano
lorganizzazione e levoluzione culturale, parlare degli atti di parola, signi-
ficare la significazione, o comunicare circa la comunicazione, non possono
non influenzare luniverso del parlare, del significare, del comunicare. []
nelle scienze umane si incorre sovente in una fallacia ideologica che consiste
nel considerare il proprio discorso immune dallideologia e, al contrario
oggettivo e neutrale. Sfortunatamente ogni ricerca in qualche modo
51
motivata.

qualsiasi subisce nel corso della trasmisssione deformazioni diverse per cui al suo arrivo una
parte delle informazioni che conteneva andata perduta, si stabilisce unanalogia tra questa
perdita e lentropia. In base a questa analogia, la quantit di informazione trasmessa pu essere
calcolata come entropia negativa o neghentropia, dato che nella trasmissione dei messaggi,
come nella trasformazione dellenergia, lentropia negativa decresce continuamente perch
quella positiva, cio la perdita dinformazione o la degradazione dellenergia, cresce continua-
mente (cfr. C. E. SHANNON W. WEAVER, The Mathematical Theory of Communications, Urbana
1949, ed. it. Milano 1971).
49
Com noto, la prima formulazione di questo principio fu data nel 1927 da W. HEISEN-
BERG, in ber den anschaulichen Inhalt der quantentheoretischen Kinematik und Mechanik,
ZPh 43 (1927), pp. 172-198.
50
Cit. da W. HEISENBERG, Die physikalischen Prinzipien der Quantentheorie, Berlin 1930,
vol. I, par. 1.
51
Cit. da U. ECO, op. cit., pp. 44-5.

152
1 VERSO UN METODO COMPLESSO

E pi avanti egli aggiungeva:

ogni volta che vengono descritte delle strutture della significazione si verifica
qualcosa, nelluniverso della comunicazione, che non le rende pi completa-
mente attendibili. Questa condizione di squilibrio non per una contraddi-
zione della semiotica: una condizione metodologica che la accomuna ad
altre discipline come la fisica, rette da criteri di metodo come il principio di
52
indeterminazione o il principio di complementarit.

La scoperta e lapplicazione sistematica di questo principio hanno


fatto s che al determinismo causale classico, dove la previsione
infallibile, si sostituisse un determinismo condizionale in cui la previ-
sione probabile: lo sviluppo storico della fisica conduce al risultato
che il concetto di probabilit fondamentale in tutte le asserzioni
sulla realt e che strettamente parlando non possibile una sola
asserzione circa la realt la cui validit possa essere asserita con pi
53
che probabilit.
Al concetto di causa si dunque sostituito quello di condizione
(o condizionamento), intendendo in generale con condizione ci che
rende possibile la previsione probabile di un evento. A questa parola
pertanto connesso il significato di una limitazione di possibilit tale
che ci che cade fuori delle possibilit cos limitate elimini o renda
54
non-possibile loggetto condizionato. Luso del concetto di condi-
zione, ormai diffuso nelle scienze pi diverse, consente di conciliare la
nozione dellordine con un certo grado di contingenza o di casualit
nelle relazioni tra gli elementi che entrano a comporlo, conciliando
cio sia lobbligo che ogni organizzazione reale degli elementi ha di
partecipare a un qualche sub-insieme di interazioni, sia un certo grado
di libert nella relazione reciproca delle parti, libert che essenziale
allesistenza di ogni tipo di sistema organizzato, sistema che non
esisterebbe se non fosse possibile una scelta tra un insieme di alterna-
55
tive.

52
Ivi, p. 182.
53
Cit. da H. REICHENBACH, Wahrscheinlichkeitslehre, Berlin 1935, ed. ingl. 1949, p. 10;
dello stesso, vd. anche Philosophic Foundations of Quantum Mechanics, Los Angeles 1944, trad.
it. Torino 1954.
54
Cit. da N. ABBAGNANO, s.v. Condizione.
55
Cfr. supra, p. 146, punto n. 20.

153
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

6) Principio di complementariet: la rappresentazione corpuscola-


re e quella ondulatoria sono due descrizioni complementari della
stessa realt, ciascuna delle quali solo parzialmente adeguata e con
un limitato campo di applicazione. Ognuna delle due rappesentazioni
necessaria per dare una descrizione completa della realt atomica,
ed entrambe devono essere applicate entro i limiti fissati dal principio
di indeterminazione; in generale: una descrizione spazio-temporale
rigorosa e una sequenza causale rigorosa di processi individuali non
possono essere realizzate simultaneamente, o luna o laltra deve
56
essere sacrificata.
Questo principio stato formulato per la prima volta da N. Bohr
nel 1927:

[] ogni tentativo di suddividere i fenomeni richiede necessariamente un


cambiamento nel dispositivo sperimentale, e introduce cos nuove possibilit
dinterazione fra oggetti e strumenti misuratori, non controllabili in linea di
principio. Per conseguenza, i dati ottenuti in condizioni sperimentali diverse
non si possono racchiudere in una singola immagine, ma debbono essere
considerati complementari, nel senso che solo la totalit dei fenomeni esauri-
57
sce la possibilit dinformazione sugli oggetti.

56
Cfr. A. DABRO, The Rise of New Physics, New York 1951, passim.
57
Cit. da N. BOHR, Discussione con Einstein sui problemi epistemologici della fisica atomica,
in P. A. SCHILPP (ed.), op. cit., pp. 156-7; sullimpossibilit di distinguere tra osservatore e
osservato nello studio della mente, vd. anche N. BOHR, Atomtheorie und Naturbeschreibung,
Berlin 1931, p. 62 e W. PAULI, Die philosophische Bedeutung der Idee der Komplementaritt, in
Experientia 6 (1950), p. 72; da ultimo, infine, vd. T. MAUDLIN, Quantum Non Locality and
Relativity: Metaphysical Intimations of Modern Physics, Oxford 1994.

154
CAPITOLO 2

LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

Il problema della coscienza (pi esattamente: del


divenire autocoscienti) ci compare dinanzi; sol-
tanto allorch cominciamo a comprendere in che
misura potremmo fare a meno di essa.
(F. Nietzsche)

2. 1. PER UNECOLOGIA DELLA COSCIENZA

Delineata nel capitolo precedente una cornice epistemologica


generale a cui fare riferimento e a cui attenersi, possibile ora cercare
di convogliare i risultati pi verosimili
1
a cui mi sembra siano pervenu-
te le ricerche sulla coscienza in un insieme coerente e funzionale alla
dimostrazione della mia ipotesi sulle origini della lingua poetica i.e.
2
Pur tenendo presente, come avvertiva Schopenhauer, che
unipotesi svolge nella testa, una volta che vi si insediata o, addirit-
tura, vi nata, una vita che somiglia a quella di un organismo, in
quanto dal mondo esterno assimila soltanto ci che le giovevole e
omogeneo, mentre respinge ci che le eterogeno e nocivo, oppure se
non pu assolutamente fare a meno di accoglierlo, lo espelle poi tale e
quale, bisogna dire purtroppo che nel caso della coscienza come
problema scientifico e della storia degli studi su di essa, molto di
quanto finora stato scritto pu essere tralasciato dopo averlo letto

1
Esistono, come si sa, teorie che negano tout court lesistenza della coscienza, ma, come
osserva J. Jaynes, un esercizio interessante cercare con un po di calma di essere coscienti di
ci che significa dire che la coscienza non esiste: cit. da J. JAYNES, op. cit. (p. 157, nota 6),
p. 28.
2
Cit. da A. SCHOPENAUER, ber Schriftstellerei und Stil, in ID., Parerga e Paralipomena,
Berlin 1851 (= A. HBSCHER (hrsg.), A. SCHOPENAUER, Smtliche Werke, Wiesbaden 1988, IV
ed.) cap. 23, par. 277, trad. it. Torino 1963, n. ed. Milano 1993, p. 30.

155
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

e studiato senza preoccupazione; cos che, in generale, lopinione


drastica espressa a questo riguardo da S. Sutherland e da altri studiosi,
ha un qualche fondamento:

Coscienza. Lavere percezioni, pensieri e sentimenti; consapevolezza.


Impossibile da definire, se non in termini che sono inintellegibili senza avere
unidea di ci che significa coscienza. Molti cadono nella trappola di equipa-
rare la coscienza allautocoscienza, ma in realt per essere coscienti neces-
sario solo essere consapevoli del mondo esterno. La coscienza un fenomeno
affascinante e al tempo stesso elusivo: impossibile specificare che cosa sia,
che cosa faccia, o perch si evolse. Su di essa non stato scritto niente che
3
valga la pena di essere letto.

E tuttavia, se senza dubbio vero che nessuno ancora in grado


di dire con certezza, per esempio, se e dove sia localizzata la coscien-
za nel cervello, sulla base di quali meccanismi chimico-fisici e neu-
rologici essa funzioni o perfino se essa sia immanente o trascendente
alla somma complessiva delle attivit cerebrali ecc., vero anche che
negli ultimissimi anni nelle indagini sulla coscienza sono stati fatti
alcuni progressi importanti e che ora, nonostante le diverse teorie
esistenti appaiano allo stato ancora tutte parziali e insoddisfacenti, si
comincia a poter disporre, limitatamente ad alcuni dei diversi aspetti
che il problema pone, di risultati clinico-sperimentali e teoretici
4
affidabili.
Messo da parte quindi lo scetticismo radicale, credo insomma che
sulla base di questi ultimi studi e con la scorta di unepistemologia
come quella presentata nel capitolo precedente, si possa cominciare a
ricostruire alcune tappe dellevoluzione della coscienza evitando di
fare affermazioni prive di ogni riscontro o in contraddizione con le
nostre attuali conoscenze scientifiche, un pericolo questultimo sem-

3
Cit. da S. SUTHERLAND, The International Dictionary of Psychology, New York 1989, II
ed. 1995, s.v., la trad. it. tratta da F. CRICK, The Astonishing Hypothesis, New York 1994, trad.
it. Milano 1994, p. 7.
4
La bibliografia di riferimento in III,4,6; sugli aspetti del dibattito in corso, vd. N. BLOCK
O. FLANAGAN G. GZELDERE (eds.), The Nature of Consciousness: Philosophical and Scientific
Debates, Cambridge (Mass.) 1996; sugli aspetti (neuro-)psicologici e clinici, vd. G. GZELDERE,
Consciousness, JCS 2 (1995), pp. 30-51 e pp. 112-143, e M. VELMANS, The Science Of
Consciousness: Psychological, Neuropsychological, and Clinical Review, New York 1996.

156
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

pre incombente quando si affrontano argomenti liminari, come ricor-


5
dava recentemente anche J. Searle.
La mia ipotesi sostiene proprio che la lingua poetica i.e. una di
queste tappe.
***
Innanzitutto, cos come si era visto per la definizione di mente,
occorre rilevare che la gran parte degli studi recenti sulla coscienza,
oramai diverse centinaia tra volumi e articoli, non solo evita accurata-
mente di darne una definizione, ma fatica anche a distinguere tra
coscienza e autocoscienza, come lamentava appunto S. Sutherland.
Per definire i termini principali e per cercare di arrivare a circo-
scrivere lambito dazione reale della coscienza e di conseguenza poi
quello dellautocoscienza, sar necessario allora sgombrare dapprima
il campo da una serie di equivoci e di imprecisioni tanto comuni
quanto fuorvianti.
Tale servizio reso egregiamente e con effetti sullorgoglio egoico
del lettore invero salutari, tra gli altri dal primo capitolo di un volume
6
di Julian Jaynes apparso oramai diversi anni fa. Si tratta di unopera,
7
discutibile ma in qualche modo pioneristica, che al suo apparire
8
suscit reazioni appassionate e un dibattito vivace e che oggi sembra
essere dimenticata. Anche se difficile accettare lipotesi di fondo di
9
Jaynes, perch tuttora mal si concilia con quel che poco di sicuro che

5
Cfr. J. SEARLE, The Rediscovery of the Mind, Cambridge (Mass.) 1992, trad. it. Torino
1994, pp. 264-265.
6
Cfr. J. JAYNES, The Origins of Consciousness in the Breakdown of the Bicameral Mind,
Boston 1976, trad. it. Milano 1984, nel 1996 uscita una nuova ed. it. contenente alle pp.
531-558 un lungo Post Scriptum, che per del 1990, in cui J. Jaynes riprende, precisa e in
qualche punto corregge la sua teoria; in CanPs 27,2 (1986), pp. 123-182, sono raccolti invece
gli atti di un McMaster-Bauer Symposium on Consciousness (22/11/1983), in cui J. Jaynes difende
le tesi del suo volume discutendo, con materiale e bibl. pi aggiornata, con D. C. Dennett, J.
Miller e G. Ojemann.
7
Il volume di J. Jaynes infatti uno dei rarissimi studi dedicati alla storia della coscienza;
un esempio precedente, e altrettanto discusso, E. NEUMANN, Ursprungsgeschichte des Bewu-
tseins, Zrich 1949, trad. it. Roma 1978.
8
Le molte recensioni che ha ricevuto questo volume spesso fortemente critiche, a volte
glorificanti, mai sobrie sono indicate in 111,4,6.
9
In grandissima sintesi, lo studioso sostiene che vi stato un tempo in cui la mente
delluomo era bicamerale, aveva cio un funzionamento legato a una sorta di dialogo tra i due
emisferi cerebrali: nellemisfero destro risiedeva la voce degli dei; una serie di sconvolgimenti
socio-culturali caus il passaggio allattuale tipo di mente, cio una mente in cui lemisfero
sinistro sembra essere deputato al disbrigo della gran parte delle attivit coscienti e il destro

157
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

10
sappiamo sul funzionamento degli emisferi cerebrali, nel suo volu-
me vi sono tuttavia idee e spunti che utile riprendere, qui e pi
avanti, per qualche aspetto.
Nel presente lavoro, distinguer allora tra inconscio, coscienza e
11
autocoscienza nella seguente maniera: fanno parte dellinconscio
12
tutti quei processi mentali di cui lio non consapevole; tutti i
processi della percezione, ad esempio, sono inaccessibili alla coscien-
13
za, solo i prodotti della percezione sono a volte consci: so in quale
direzione punto gli occhi e sono conscio del prodotto della percezio-
ne, ma non so nulla del processo intermedio con il quale le immagini
14
vengono formate.

essere depositario di un tipo di pensiero emotivo ed iconico, dando inizio al lungo processo
storico-culturale che port alla coscienza moderna.
10
Il problema della lateralizzazione delle funzioni cerebrali (quale funzione si lateralizzata
per prima, quale era la funzione dellemisfero sinistro prima dellevoluzione del linguaggio ecc.),
argomento di studio fin dallOttocento (sulle teorie ottocentesche riguardo alle funzioni e alle
relazioni tra i due emisferi cerebrali, c un bel libro di A. HARRINGTON: Medicine, Mind, and the
Double Brain. A Study in Nineteenth-Century Thought, Princeton 1987, trad. it. Roma 1994), non
ancora stato chiarito del tutto: una discussione ragionata, con dati e bibl. recente, anche in M.
DONALD, Origins of the Modern Mind, Cambridge (Mass.) 1991, trad. it. Milano 1996, pp. 76-101.
11
La mia distinzione tra coscienza e autocoscienza corrisponde allincirca a quella che
molti studiosi, soprattutto anglosassoni, fanno tra coscienza primaria e coscienza di ordine
superiore; per i diversi significati di consciousness, vd. T. NATSOULAS, Consciousness, in AmPs
33 (1974), pp. 906-914.
12
Considero lio come quella parte di se stesso, della propria persona(lit), che ciascuno di
noi conosce e identifica come la propria soggettivit; ricordo anche tuttavia che la cibernetica
riconosce che lio com ordinariamente inteso [Forse ci che ciascuno di noi intende per io
in realt un aggregato di abitudini di percezione e di azione adattiva pi, istante per istante, i
nostri stati immanenti di azione] solamente una parte esigua di un sistema funzionante per
tentativi ed errori molto pi grande, che pensa agisce e decide [cfr. supra, p. 149]. Questo
sistema comprende tutti i canali dinformazione che a un dato momento hanno importanza per
una data decisione. Lio una falsa reificazione di una parte impropriamente delimitata di
questo assai pi vasto campo di processi interconnessi. La cibernetica riconosce anche che due e
pi persone (un gruppo qualunque di persone) possono formare insieme un sistema pensante e
agente di quel tipo: cit. da G. Bateson, Steps cit., p. 366 (il corsivo dellA.); la cit. interna alla
cit. tratta da ivi, p. 291.
13
Le verifiche sperimentali di ci sono oramai innumerevoli e affidabili: per un panorama,
vd. per es. N. HUMPHREY, The Inner Eye, London 1986, trad. it. Torino 1992, pp. 59 sgg.; in Mind
and Nature cit., p. 51 n. 2, G. Bateson, a proposito della formazione delle immagini, osserva che
non solo i processi della percezione visiva sono inaccessibili alla coscienza, ma anche che
impossibile formulare una qualunque descrizione verbale accettabile di ci che deve accadere nel
pi semplice atto visivo. Per ci che non conscio il linguaggio non fornisce alcun mezzo di
espressione; cfr. supra, p. 145, punto 16. B. Russell riteneva invece che noi siamo coscienti di ogni
cosa che percepiamo: cfr. ID., Analysis of Mind, London 1921, trad. it. Firenze 1967.
14
Cit. da G. BATESON M. C. BATESON, Angels Fear cit. (nota 14, p. 140), p. 144. La
nostra non-consapevolezza dei nostri processi di percezione ha alcuni interessanti effetti

158
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

Sono inconsci inoltre i processi dei sistemi che regolano i riflessi, i


dispositivi omeostatici (le pulsioni e le motivazioni istintuali), le rispo-
ste condizionate di tipo pavloviano (lapprendimento di segnali),
labituazione, lapprendimento di soluzioni (lapprendimento stru-
mentale o condizionamento operante), il condizionamento associati-
15
vo; per tacere poi dellintero sistema neurovegetativo: metabolismo,
temperatura basale, respirazione, digestione, circolazione sanguigna
16
ecc.
17
Per quanto possa sembrare paradossale, stato dimostrato che
sono inconsci anche i meccanismi che regolano lesecuzione di gran
18
parte delle attivit complesse superiori: la coscienza pu non
svolgere alcun ruolo, ad esempio, nel suonare uno strumento musica-
le, nel danzare o nel giocare a tennis; perfino parlare, leggere o
scrivere non richiede luso sistematico della coscienza: mentre par-
liamo o scriviamo non siamo infatti davvero coscienti di ci che
facciamo realmente in quel momento. Il funzionamento della co-
scienza riguarda la decisione di cosa dire, come dirlo e quando dirlo,
mentre la successione ordinata e compiuta dei fonemi o delle lettere
che scriviamo qualcosa che noi ci troviamo in qualche modo gi
19
fatto.

collaterali. Ad esempio, quando questi processi operano senza essere controllati dal materiale
in entrata proveniente da un organo di senso, come nel caso del sogno o dellallucinazione o
dell'immagine eidetica, talora difficile dubitare della realt esterna di ci che le immagini
sembrano rappresentare: cit. da G. BATESON, Mind and Nature cit., p. 57; cfr. supra, p. 145,
punto 14.
15
Cfr., tra i molti, D. A. OAKLEY (ed.), Brain and Mind, London 1985, passim.
16
Sebbene la percezione sia autonoma dalle facolt mentali di alto livello che si esplicano
nel pensiero cosciente e nelluso della conoscenza cosciente, voglio ugualmente sostenere che
essa intelligente, intendendo con ci che basata su processi analoghi a quelli del pensiero
descrizioni, inferenze, soluzioni di problemi seppur fulminei, non coscienti e non verbali [].
La nozione di inferenza implica che determinate propriet percettive siano computate, a partire
da informazioni sensoriali date, utilizzando regole note a livello inconscio [ questa lepistemo-
logia inconscia di cui parla G. Bateson: vd. supra, nota 26, p. 144]. Le dimensioni delloggetto
percepito, ad es., vengono inferite a partire dallangolo visuale da cui loggetto viene percepito,
dalla percezione della distanza a cui si trova e dalle regole dellottica geometrica, grazie alle quali
possibile porre in relazione questi due tipi di informazioni: cit. da I. ROCK, Perception, New
York 1984, p. 234 (la trad. it. tratta da J. SEARLE, op. cit., p. 248).
17
Cfr., per es., L. WEISKRANTZ, Visual Capacity in the Hemianopic Field following a
Restricted Occipital Ablation, in Brain 97 (1974), pp. 709-728.
18
La coscienza pu avere invece ovviamente un ruolo importante nellapprendimento di
tali attivit.
19
Cit. da J. JAUNES, op. cit., p. 44.

159
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

Ma anche la riflessione, la formulazione di giudizi, la creativit


20
artistica e scientifica non sono processi di cui siamo coscienti: in
tutte le forme di ragionamento vengono percepiti in modo cosciente
solo la preparazione, i materiali e il risultato finale: lo stesso Einstein
non esegu mai un esperimento in vita sua. Con la teoria della relati-
vit egli concep un modo radicalmente nuovo di guardare al mondo,
eppure il concetto chiave dellintera costruzione non gli balen dinan-
zi che un mattino quando, appena sveglio e ancora a letto, improvvi-
samente si accorse che, dopo anni e anni di delusioni, tutto funzionava
21
[].
Il punto che la mente probabilmente lavora troppo velocemente
perch la coscienza possa tenerne il ritmo ed essere consapevoli passo
dopo passo di quel che si sta facendo, rende soltanto pi lenta e
peggiore e spesso di fatto impossibile lesecuzione di attivit la cui
fattiva concatenazione operazionale inconscia.
E poi, la coscienza non il deposito o il luogo dove si formano i
concetti, non una copia fedele dellesperienza, non coincide con lo
stato di veglia
Di cosa allora siamo consci? Cos dunque la coscienza? A cosa
serve?
La coscienza una strategia cognitiva integrativa per la gestione di
informazioni riguardanti noi stessi e il mondo che ci circonda; essa
pu orientare lattenzione e guidare la volizione, consentire allio di
avere la sua identit, renderci consapevoli della nostra esistenza e del
mondo esterno, dare finalit allagire: in termini generali la coscienza
serve dunque a organizzare un certo insieme di relazioni tra lorgani-
22
smo, gli stati in cui si trova e lambiente che lo circonda.
Tra le caratteristiche costitutive della coscienza vanno pertanto
23
annoverate la finitezza e la limitatezza delle sue modalit (cio il

20
Il primo capitolo de The Inner Eye di N. HUMPHREY, dedicato a un paragone tra la
genialit artistica e quella scientifica: in entrambi i casi la coscienza interviene soltanto prima e
dopo la scoperta, e anche qui non sempre.
21
Cit. da N. HUMPREY, op. cit., p. 20; il grande matematico J.-H. Poincar era solito
raccontare come lidea che le trasformazioni che aveva usato per definire le funzioni fuchsiane
fossero identiche a quelle della geometria non euclidea, gli fosse venuta allimprovviso prenden-
do un omnibus: vd. J.-H. POINCAR, Mathematical Creation, in The Foundations of Science, New
York 1913, p. 387.
22
Cit. da J. SEARLE, op. cit., p. 123.
23
La coscienza, per ovvie ragioni meccaniche, devessere sempre limitata a una frazione
piuttosto ridotta del processo mentale, se davvero utile devessere perci lesinata. La non-

160
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

fatto che noi in realt possiamo essere consapevoli soltanto dei


prodotti della percezione, della propriocezione, del flusso del pen-
siero e degli stati danimo), lunitariet (gli stati coscienti si mani-
festano a noi come una sequenza unitaria: in questo momento ho
mal di testa e contemporaneamente so di essere seduto, di guardare
24 25
fuori alla finestra ecc.), la soggettivit e una certa misura di
intenzionalit (si spesso coscienti di qualcosa, ma pu anche
accadere di essere tristi, e averne coscienza, senza un motivo par-
ticolare, senza uno specifico oggetto, avere cio stati coscienti non
26
intenzionali).
Tra le implicazioni poste dalla soggettivit della coscienza vi il
fatto che lunica coscienza di cui abbiamo conoscenza la nostra,
come gi diceva S. Freund:

coscienza associata allabitudine uneconomia sia di pensiero che di coscienza: lo stesso vale
per linaccessibilit del processo di percezione. Lorganismo conscio non ha bisogno (ai fini
pragmatici) di sapere come percepisce, ma solo di sapere che cosa percepisce: cit. da G.
BATESON, Steps... cit., p. 170 (i corsivi sono dellA.).
24
Il sentimento, qualitativo e soggettivo, caratteristico di alcuni dei nostri stati mentali, le
parti distinguibili di una scena mentale, in s complessivamente unitaria fatte salve le situazioni
patologiche, sono dette qualia: i qualia costituiscono la collezione di esperienze personali e
soggettive, di sentimenti e di sensazioni che accompagnano la consapevolezza. Sono stati
fenomenici, - come le cose ci sembrano -, in quanto esseri umani: per es., lessere rosso di un
oggetto rosso un quale: cit. da G. M. EDELMAN, Bright Air, Brilliant Fire. On the Matter of the
Mind, New York 1992, trad. it. Milano 1993, p. 177.
25
La coscienza soggettiva perch tutti gli stati coscienti, il dolore ad es., non possono che
essere gli stati coscienti di qualcuno: il lavoro filosofico e psicologico condotto negli ultimi
cinquantanni [] ha risentito pesantemente delle conseguenze dellincapacit di confrontarsi in
modo adeguato con la soggettivit della coscienza. Sarebbe difficile sopravvalutare gli effetti
negativi di questa carenza: sia il fallimento di buona parte della filosofia della mente, sia la
sterilit di molta ricerca psicologica accademica hanno scontato, sia pur per ragioni che spesso
difficile individuare con chiarezza, la persistente incapacit di confrontarsi col fatto che lonto-
logia del mentale irriducibilmente soggettiva. Motivazioni estremamente profonde, forse
intrecciate con la storia delle nostre convinzioni inconsce, ci rendono difficile, se non impossibi-
le, accettare lidea che nel mondo reale il mondo descritto dalla chimica, dalla fisica e dalla
biologia trovi spazio un elemento soggettivo ineliminabile. Pur sapendo di essere coscienti
noi e coloro che ci circondano per la maggior parte della nostra vita, fatichiamo a capire come
sia possibile conciliare questa consapevolezza, che ci costringe ad ammettere lesistenza di
misteriose entit coscienti, con unimmagine coerente del mondo. Daltra parte, pur essendo
accecati da una cattiva filosofia e da una certa psicologia accademica, siamo certi che i cani, i
gatti, le scimmie e i bambini sono coscienti, e che la loro coscienza soggettiva quanto la nostra:
cit. da J. SEARLE, op. cit., p. 111 (cit. anche da]. C. ECCLES, op. cit., p. 75); cfr. anche supra, p.
144, numero 2: non esiste esperienza oggettiva.
26
Sullintenzionalit, vd. S. GOZZANO, Storia e teorie dellintenzionalit, Roma Bari 1996;
secondo J. SEARLE (op. cit., cap. 6) la coscienza ha anche altre propriet: devo dire tuttavia che la
sua idea di estendere alcune propriet della percezione alla coscienza, come nel caso, per es.,
della struttura gestaltica figura-sfondo, non mi convince.

161
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

la coscienza trasmette a tutti noi soltanto la nozione dei nostri personali stati
danimo; che anche altre persone abbiano una coscienza una conclusione
analogica che, in base alle azioni e manifestazioni osservabili degli altri, ci
permette di farci una ragione del loro comportamento. (O, per usare una
formulazione psicologicamente pi esatta: senza riflettere pi che tanto noi
attribuiamo a tutti gli altri soggetti la nostra costituzione e quindi anche la
nostra coscienza, e questa identificazione il presupposto della nostra com-
27
prensione).

A pi di novantanni di distanza da Freud, gli studi non possono


che confermare che lunica forma di coscienza di cui abbiamo nozio-
ne diretta la nostra. Anche quando la riscontriamo in un altro essere
28
umano, vediamo solo ci che noi stessi vi abbiamo proiettato: la
coscienza di un altra persona, insomma, non pu essere osservata
direttamente come tale.
In realt, per dirla tutta, noi non siamo nemmeno in grado di
osservare ci che accade di soggettivo in noi stessi: non appena la
soggettivit cosciente chiamata in causa, cade infatti ogni distinzione
tra losservazione e loggetto dellosservazione perch qualunque in-
trospezione di uno stato cosciente a sua volta uno stato cosciente.
dunque impossibile far s che non sia la coscienza a parlare di se
stessa, e se nel farlo essa utilizza termini che sono inintellegibili senza
avere unidea di ci che significa coscienza, come sostiene S. Suther-
land, ci avviene perch comunque noi non abbiamo a disposizione
che la coscienza per indagare la coscienza e dunque essa utilizza
termini che sono inintellegibili senza avere unidea di ci che significa
avere una coscienza.
Il punto cruciale allora sar che non possiamo cogliere la realt
della coscienza allo stesso modo in cui, proprio impiegando la co-
29
scienza cogliamo la realt degli altri fenomeni, perch i modelli
tradizionali di indagine di cui disponiamo, fondati sulla distinzione tra
osservazione e oggetto osservato, a causa della loro ontologia non

27
Cit. da S. FREUD, Das Unbewusste, in IZAP 3,4-5 (1915), pp. 189-203; 257-269, trad.
it. in Opere di S. Freud, Torino 1976, vol. VIII, p. 52; questo uno dei suoi cinque saggi teorici,
meta psicologici come li aveva lui stesso definiti, rimastici; tra quelli andati perduti ve ne era uno
dedicato specificatamente alla coscienza: cfr. C. L. MUSATTI, Introduzione, in Opere di S. F.,
Torino 1976, vol. VIII, p. XII.
28
Cfr. N. HUMPHREY, op. cit., p. 94.
29
Cit. da J. SEARLE, op. cit., p. 112.

162
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

sono adatti o sono insufficienti ad affrontare la descrizione della


30
soggettivit.
In attesa che la riflessione filosofica sviluppi un apparato concet-
tuale e descrittivo compiutamente coerente col principio di comple-
31
mentariet, cio col fatto come gi sapeva Goethe che il fenome-
no non mai staccato dalla soggettivit dellosservatore, per uscire dai
paradossi posti dallindagine sulla coscienza, piuttosto che sospendere
32
qualunque operazione rappresentativa come propone J. Searle, pre-
ferisco seguire G. M. Edelman, anche se attualmente nessuna teoria
sulla mente ancora in grado di verificare lipotesi dellesistenza dei
qualia, nemmeno quella di Eccles e Beck a cui in gran parte mi rifar
33
pi avanti:

io credo che si possa ricorrere al fatto che gli esseri umani sono in una
posizione previlegiata. Pu darsi che noi non siamo gli unici animali coscien-
ti; ma siamo, con leventuale eccezione degli scimpanz, gli unici animali che
34
hanno coscienza di s. Siamo gli unici animali dotati della parola, capaci di
modellare il mondo svincolati dal presente, capaci di riferire, studiare e
correlare i nostri stati fenomenici con i risultati della fisica e della biologia.
Tutto ci suggerisce un modo di accostarsi al problema dei qualia: come
fondamento di una teoria della coscienza, sensato supporre che i qualia
siano presenti, proprio come sono presenti in noi stessi, negli altri esseri
umani dotati di coscienza, sia che li si consideri come osservatori scientifici
sia che li si consideri come soggetti (importa solo che questi qualia siano
presenti, non che siano identici per tutti gli osservatori). Si pu quindi
ritenere che gli esseri umani siano i migliori referenti canonici per studiare la
coscienza; ci giustificato dal fatto che, per gli esseri umani, si possono
stabilire correlazioni tra i resoconti soggettivi (compresi quelli sui qualia), le
azioni e le funzioni e strutture cerebrali. [] la nostra capacit di riferire e
correlare mentre sperimentiamo individualmente i qualia che schiude la
possibilit scientifica della coscienza. Lipotesi dei qualia distingue la coscien-
za di ordine superiore [lautocoscienza] dalla coscienza primaria [la coscien-
za]; la prima si basa sulla consapevolezza diretta di un essere umano, dotato
della parola, con unesistenza soggettiva che pu essere raccontata; la secon-

30
Cfr. supra, p. 145, punto 16.
31
Cfr. supra, p. 154.
32
Cfr. J. SEARLE, op. cit., p. 114.
33
Cfr. J. C. ECCLES, op. cit., pp. 149-150.
34
La questione se e quale tipo di coscienza abbiano o non abbiano gli animali com noto
molto discussa: nel presente lavoro non me ne occuper specificamente.

163
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

da pu essere costituita da eperienze fenomeniche come le immagini mentali,


ma vincolata nel tempo del presente misurabile; priva del concetto di
passato o di futuro e del concetto di s; cade al di l di un resoconto
soggettivo descrittivo e diretto fatto dal suo punto di vista. Di conseguenza,
gli esseri dotati della sola coscienza primaria non possono costruire teorie
35
della coscienza neanche teorie sbagliate!

Ma procediamo con ordine: la coscienza che sa di avere una


coscienza, che si rende conto di avere a disposizione uno strumento
cognitivo con cui interpretare e modificare il mondo lautocoscien-
za, cio la consapevolezza di s, del s, che pertanto un oggetto di
36
conoscenza per la coscienza e non la coscienza stessa; mentre lauto-
coscienza che indaga se stessa, cio lautocoscienza che rivolge la sua
attenzione sul proprio funzionamento, ovverosia lo studio dellauto-
37
coscienza, forse la preparazione di unulteriore, e verosimilmente
38
ultima, fase di coscienza: quella facolt che consente a ciascuno di
noi di avere unimmagine interiore di ,cosa significa essere se stessi e di

35
Cit. da G. M. EDELMAN, op. cit., pp. 179-180 (i corsivi sono dellA.); ritengo comunque
che abbia ragione J. Searle (ibid., pp.160-165) nel sostenere che lincorreggibilit e lintrospezio-
ne, in senso cartesiano, non siano facolt speciali o propriet essenziali della coscienza.
36
Lidea, sostenuta per es. da D. W. SMITH, The Structure of (Self) Consciousness, in
Topoi 5,2 (1986), pp. 149-156, che ogni stato di coscienza sia contemporaneamente uno stato
di autocoscienza, ci che lessere cosciente di se stessi sia una caratteristica di tutti gli stati
mentali coscienti, sbagliata, come ha mostrato ancora recentemente J. SEARLE, op. cit., pp.
158-159.
37
Sono convinto anchio come P. LVY, Lintelligence collective: pour une anthropologie du
cyberspace, Paris 1994, trad. it. Milano 1996, p. 17 e M. DONALD, op. cit., p. 442, che lominazione
e lo sviluppo della mente non siano ancora terminati; ricordo infatti che (a parte gli stati di
coscienza alterati dalle patologie e dallassunzione di droghe, il cui studio ben sviluppato e
importante per la ricerca sulla mente) la tradizione indiana conosce da sempre una forma di
ultra-coscienza, il samprajta samdhi, uno stato mentale in cui le facolt della coscienza sono
enormemente accresciute, indotto dallo yga (vd. M. ELIADE, Le Yoga, immortalit et libert,
Paris 1954, trad. it. Milano 1973, pp. 81 sgg.) o causato dal risveglio del dio-serpente Kudalini
(si veda il commento di J. Hillman in GOPI KRISHNA, Kundalini. The Evolutionary Energy in
Man, London 1970, trad. it. Roma 1971).
38
Secondo G. Bateson (Steps cit., passim), se ogni forma di apprendimento in qualche
misura stocastica, si pu costruire un ordinamento dei processi di apprendimento sulla base di
una classificazione gerarchica dei tipi di errore che si possono correggere nei vari processi
di apprendimento ( questa la base della sua teoria del deutero-apprendimento, la teoria che
condusse lo studioso alla scoperta del doppio vincolo); nella scala proposta da Bateson
(apprendimento 0/1/2/3/4) lio e la coscienza si situano allivello 2; se bene intendo, lautoco-
scienza non costituisce tuttavia gi il livello 3, ma uno degli strumenti con cui raggiungerlo:
nella misura in cui un uomo consegue lApprendimento 3 e impara a percepire e ad agire in
termini di contesti dei contesti, il suo io assumer una sorta di irrilevanza. Il concetto dellio

164
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

comprendere e interpretare noi stessi e gli altri dal nostro punto di


39
vista soggettivo.
Definiti cos i termini principali, tenter ora, sulla scorta delle
ricerche pi recenti, di indicare allo stato attuale delle nostre cono-
scenze quali si ritiene che siano le strutture neurofisiologiche alla base
dellorigine della coscienza e poi, di seguito, tenter una ricostruzione
dellevoluzione cognitiva che dalla coscienza ha portato lumanit
allautocoscienza.

2.2. DIACRONIA DELLA MENTE E NASCITA DELLA COSCIENZA

Come ho gi accennato, non abbiamo ancora una teoria completa


e sperimentalmente affidabile sulle basi neurofisiologiche della co-
40 41
scienza. Nel 1994, J. C. Eccles ha pubblicato tuttavia un volume
che rappresenta a mio parere un punto di svolta nelle indagini sulla
mente e sebbene moltissimo resti da fare e da scoprire, credo che la
42
via indicata da Eccles sia quella giusta.
43
Riassumendo qui i suoi risultati, limitatamente tuttavia alle indi-
cazioni sufficienti per dare, fin dove possibile, la necessaria base
neurofisiologica alle origini della coscienza e alla mia ipotesi, seguir

non funger pi da argomento cruciale nella segmentazione dellesperienza: ivi, p. 333. Il


livello 4 sembra non si manifesti in alcun organismo adulto vivente.
39
Per un aggiornamento sul dibattito filosofico intorno al concetto di autocoscienza, sono
utili K. DUSING, C un circolo dellautocoscienza? Uno schizzo delle posizioni paradigmatiche e dei
modelli di autocoscienza da Kant a Heidegger, e A. FERRARIN, Autocoscienza, riferimento dellio e
conoscenza di s. Introduzione a un dibattito contemporaneo, entrambi in Teoria 12 (1992), pp.
3-29 e pp. 111-152.
40
In italiano, sono utili introduzioni, L. CERVETTO C. A. MARZI G. TASSINARI, Le basi
fisiologiche della percezione, Bologna 1987, e A. CASSINI A. DELLANTONIO, Le basi fisiologiche
dei processi motivazionali ed emotivi, Bologna, entrambi con ampie e aggiornate bibl.; da ultimo,
vd. anche R. PIERANTONI, La trottola di Prometeo. Introduzione alla percezione acustica e visiva,
Roma Bari 1996.
41
Si tratta del gi citato (nota 6, p. 139) J. C. ECCLES, How the Self controls Its Brain.
Questo volume costituisce per lo studioso, premio Nobel nel 1963, il compimento di una lunga e
gloriosa carriera scientifica, dedicata per la gran parte proprio alle ricerche neurofisiologiche.
42
di questa opinione anche P. DAVIES, About Time, New York 1995, trad. it. Milano
1996, pp. 310-311.
43
Il lettore interessato ad approfondire largomento, trover nel volume di Eccles, un po
complicato e forse mal strutturato, tutto quel che gli occorre: glossario, descrizioni anatomiche,
calcoli, risultati sperimentali, bibliografia; per non appesantire ulteriormente il discorso qui mi
limiter alle indicazioni essenziali; per un commento, vd. B. I. B. LINDAHL P. ARHEM, Mind as
a Force Field: Comments on a New Interactionist Hypothesis, JTB 171 (1996), pp. 111-122.

165
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

dunque, seppure con qualche distinguo forse non secondario, le sue


idee, e questo almeno fino al punto in cui, entrando in gioco questioni
teologiche, si uscir dai limiti, pur ampi, che mi sono posto nella
presente ricerca.
Seguire la teoria di Sir Eccles, implica per da parte mia anche
laccettazione di alcuni presupposti filosofico-metodologici che me-
glio indicare subito.
Innanzitutto, il rifiuto della teoria dellidentit sia nella versione
forte dellidentit tra tipo e tipo, sia nella versione debole dellidentit
tra occorrenza e occorrenza, vale a dire lidea che a ogni stato mentale
corrisponda uno stato neurofisiologico, cio che gli stati mentali si
44
identifichino con gli stati del cervello e del sistema nervoso centrale.
Poi, la non accettazione anche delle altre teorie denominate in
genere materialiste: comportamentismo logico, funzionalismo, intelli-
45
genza artificiale forte ecc.
Infine, laccettazione di un punto di vista che in mancanza di
termini migliori o meno screditati, non si pu obtorto collo che
definire dualista, un dualismo tuttavia che non n di sostanza n di
46
propriet, ma interazionista e descrittivo.
47
Nelleterna disputa tra monisti e dualisti, concordo con J. Searle
nel dire che molta incomprensione dovuta alluso di un lessico
48
tradizionale e inadeguato, e ci tanto pi vero quando entrano in
49
campo i concetti della fisica quantistica. Personalmente, come i

44
Se la miglior esposizione della teoria dellidentit, fondamento esplicito o implicito di
quasi tutte le teorie materialiste sulla mente, quella di H. FEIGL, The Mental and the Physical,
Minneapolis 1967, la sua pi efficace confutazione in E. POLTEN, Critique of the Psycho-physical
Identity Theory, Paris 1975.
45
Oltre che in K. R. POPPER J. C. ECCLES, op. cit. (p. 143, nota 22), parte I, ripresa in J. C.
ECCLES, op. cit., passim, una discussione critica argomentata delle principali teorie materialiste di
questo secolo sulla mente in J. SEARLE, op. cit. (p. 157, nota 5), cap. 2; sullintelligenza
artificiale, vd. V. SOMENZI R. COROESCHI (a cura di), La filosolia degli atomi. Origini dellintel-
ligenza artificiale, Torino 1994, e R. COROESCHI, Lintelligenza artiliciale, in L. GEYMONAT, Storia
del pensiero filosolico e scientifico. Il Novecento, Milano 1996, vol. 10,4.
46
Cfr. supra, pp. 142-3; vd. anche J. FOSTER, The Immaterial Self: a Delense of the Cartesian
Dualist Conception of Mind, New York 1991, R. LAHAV N. SHANKS, How to be a Scientifically
Respectable Property Dualist, JMB 13 (1992), pp. 211-232, T. L. S. SPRIGGE, Consciousness,
Synthese 98 (1994), pp. 73-93, R. WARNER T. SZUBKA (eds.), The Mind-Body Problem: A
Guide to the Current Debate, Oxford 1994.
47
Cfr. J. SEARLE, op. cit., p. 70.
48
Cfr. supra, p. 145, punto 16.
49
Sui paradossi logici e sulla discrepanza tra tempo fisico e tempo soggettivo o psicologico
indotti dalle teorie einsteiniane, vd. P. DAVIES, op. cit., passim.

166
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

50
fisici quantistici e i mistici orientali, sono convinto che luniverso sia
una rete dinamica di configurazioni di energia non separabili e che
concetti come sostanza materiale, oggetto isolato o spirito non
abbiano pi alcun significato; in questo senso, sono daccordo allora
ancora una volta con J. Searle quando dice che la coscienza, in
quanto coscienza, in quanto mentale, in quanto soggettiva e qualitati-
51
va, fisica, e lo proprio perch mentale, ma non perch il mentale
sia fisico, bens perch la distinzione tra fisico e mentale esiste solo
nelle nostre descrizioni.
Dir qui anche che pur condividendo, come si visto, alcune idee
di J. Searle, non condivido per la sua tesi di fondo, il mentalismo
ingenuo, perch: a) rispondere alla domanda com possibile che
componenti di materia non cosciente producano materia non coscien-
te?, affermando che ci possibile in virt di specifiche sebbene
ancora in gran parte sconosciute propriet neurobiologiche del
52
cervello, significa non soltanto rinviare sine die la questione, ma
anche trascurare ci che gi sappiamo, per es. che sulla base degli
assunti della fisica classica non possibile che eventi materiali possano
53
generare eventi mentali, e b) perch affermare che la coscienza una
propriet di alto livello, o emergente, del cervello, allo stesso modo in
cui la solidit una propriet emergente delle molecole di H2O
quando assumono la struttura di un reticolo cristallino ordinato (il
54
ghiaccio), significa innanzitutto fare un paragone tra entit di diver-
55
so tipo logico, e poi, in contrasto con la definizione di coscienza data
da Searle stesso la coscienza una propriet biologica del cervello
56
[] ed parte integrante dellordine biologico, porre inaccettabil-
mente a confronto entit del mondo biologico con quelle del mondo
inanimato. Comunque sia, anche assumendo che il paragone sia vali-
do, se nel passaggio dallo stato liquido e quello solido le molecole
dellacqua attraversano una transizione di fase di primo ordine e la
cristallizzazione la propriet che emerge dopo la transizione, al

50
Per un confronto tra le teorie degli uni e le dottine dgli altri, vd. F. CAPRA, op. cit.
(p. 145, nota 30).
51
Cit. da J. SEARLE, op. cit., p. 31.
52
Ivi, p. 73.
53
Cfr., per tutti, J. C. ECCLES, op. cit., p. 73.
54
Cfr. J. SEARLE, op. cit., p. 73.
55
Vd. supra, p. 144, punti 8 e 9.
56
Ivi, p. 106.

167
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

contrario oramai plausibile ipotizzare che la vita esista e il cervello


funzioni solo in una terza classe di comportamento dinamico, il
margine del caos, cio uno stato di transizione di fase permanente le
57
cui leggi fisiche generali nessuno ancora in grado di immaginare,
58
ma in cui sembrano operare le regole della classe IV di Wolfram.
Detto di Searle, bisogna poi osservare che unulteriore discrimi-
59
nante fondamentale posta dai principi della fisica: se nella fisica
60
classica, come osserva tra gli altri H. P. Stapp, non c teoreticamen-
te posto per la coscienza la concezione riduzionista della fisica
classica sulla natura logicamente inadatta al compito di conformare
pensieri coscienti sostanzialmente unificati e dunque le ipotesi
materialiste si fondano su principi neurofisiologici dubbi o inapplica-
61
bili, altres vero che linterazione bilaterale mente/cervello propo-
sta dal dualismo interazionista, cio lipotesi che eventi mentali imma-
teriali possano agire su strutture materiali come i neuroni, viola ineso-
rabilmente il primo principio della termodinamica, la legge della
conservazione dellenergia.
62
Con la pubblicazione di un volume del fisico Henry Margenau e
la sua assunzione della mente come campo di probabilita, la prospet-
63
tiva mutata.
Secondo Margenau,

la mente pu essere considerata un campo nel comune senso fisico del


termine. Ma si tratta di un campo non-materiale; lanalogo pi simile forse

57
Cfr. M. M. WALDROP, Complexity. The Emerging Science at the Edge of Order and Chaos,
New York 1992, trad. it. Torino 1995, passim, e P. DAVIES, op. cit., p. 310; vd. anche i lavori
raccolti in H. HAKEN (ed.), Complex System: Operational Approaches in Neurobiology, Physics
and Computers, Berlin Heidelberg 1986.
58
Vd. S. WOLFRAM, Theory and Applications of Cellular Automata, Singapore 1986.
59
Vd. supra, pp. 151 sgg.
60
Vd. i lavori raccolti in H. P. STAPP, Mind, Matter, and Quantum Mechanics, Berlin
Heidelberg 1993; vd. anche R. PENROSE, op. cit. (nota 24, p. 143), pp. 269-295, e M. LOCKWOOD,
Mind, Brain, and the Quantum, Oxford 1989.
61
Cfr. J. C. ECCLES, op. cit., p. 72.
62
Vd. H. MARGENAU, The Miracle of Existence, Woodbridge (CT) 1984.
63
In precedenza, altri studiosi avevano indicato la necessit di far intervenire la meccanica
quantistica nelle indagini sulla mente, ma, come osserva Eccles (op. cit., p. 178), tutti questi
tentativi hanno in comune il fatto che essi considerano in termini molto generali uninterpreta-
zione della meccanica quantistica e i suoi concetti di probabilit. Tuttavia non c molta
connessione con le verit empiricamente stabilite dalla fisiologia cerebrale, n gli autori hanno
situato il processo quantistico nellultrastruttura della neocorteccia.

168
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

un campo di probabilit. Esso non pu essere paragonato ai pi semplici


campi non-materiali che richiedono la presenza di materia (flusso idrodina-
mico o acustico). [] N tale campo deve occupare necessariamente una
posizione nello spazio [] come pure non indispensabile che esso debba
contenere energia per spiegare tutti i fenomeni noti nei quali la mente
64
interagisce con il cervello.

A partire da Margenau, Eccles, in parte insieme al teorico della


65
fisica di Darmstadt Frederick Beck, ha sviluppato una serie di
ricerche volte a dimostrare che nellinterazione fra mente e cervello,
gli eventi mentali intenzionali agiscono efficacemente a livello nervoso
attraverso un campo quantico di probabilit, alterando, con un au-
66
mento momentaneo, la probabilit di emissione delle vescicole dai
reticoli vescicolari presinaptici dei bottoni sinaptici di un intero den-
drone:

deve trattarsi di unimmensa operazione in parallelo su migliaia di reticoli


vescicolari presinaptici che affrontano un neurone, cui si aggiunge lattivazione
simile di numerosi neuroni. Poi, attraverso i circuiti nervosi convenzionali,
gli eventi mentali intenzionali ottengono la risposta cerebrale desiderata, che
porta ai movimenti motori desiderati. Una spiegazione simile pu essere
fornita per effetto dellattenzione mentale concentrata che attiva speciali aree
della corteccia cerebrale. In tal modo, linterazione mente/cervello ipotizzata
67
nel dualismo si dimostra in accordo con la fisica quantistica.

Secondo Eccles, possibile utilizzare le teorie quantistiche perch


le strutture coinvolte nella trasmissione sinaptica sono cos piccole da
poter funzionare analogamente ai campi di probabilit; sulla base di
alcuni esperimenti e di una serie di calcoli fondati sul principio di

64
Cit. da H. MARGENAU, op. cit., p. 97; la trad. it. tratta da J. C. ECCLES, op. cit., p. 104.
65
Cfr. per es. F. BECK J. C. ECCLES, Quantum Aspects of Brain Activity and the Role of
Consciousness, PNAS 8 (1992), pp. 11357-11361, lavoro che anticipa alcuni conclusioni del
volume del 1994 di J. C. Eccles.
66
Nel linguaggio della meccanica quantistica, questa una selezione di eventi: la selezio-
ne quantistica il solo modo possibile per produrre stati finali differenti da condizioni iniziali
identiche, con gli stessi valori delle quantit conservate. Una tale situazione non potrebbe
prevalere in un processo che obbedisca ai princpi della fisica classica, dove una variazione nello
stato finale implica necessariamente una variazione delle condizioni iniziali o della dinamica:
cit. da J. C. ECCLES, op. cit., p. 192.
67
Ivi, p. 104.

169
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

68 69
indeterminazione, a parere di Eccles possibile allora dimostrare
che una vescicola del reticolo vescicolare presinaptico pu essere
70
selezionata per lesocitosi da uno psicone.
Nellevoluzione dei mammiferi, ad un certo punto, comparsa
una neocorteccia cerebrale con un livello superiore di complessit
71
nervosa, in particolare nella struttura delle sue cellule piramidali
72
(= principali neuroni della corteccia, di forma piramidale). I
dendriti (= appendice di un neurone specializzato come recettore;
costituisce la regione postsinaptica di un neurone) delle cellule
piramidali possiedono unenorme afferenza sinaptica (= assone che
trasmette impulsi verso il sistema nervoso centrale) e nella loro
ascesa attraverso le lamine corticali si riuniscono in fasci. Allinter-
no di un fascio dendritico, cio lunita ricettiva fondamentale della
73
corteccia cerebrale che Eccles propone di denominare dendrone,
ci sono centinaia di migliaia di afferenze sinaptiche che passano
attraverso i bottoni (= espansione terminale di una fibra nervosa

68
Vd. supra, pp. 152 sgg.
69
La dimostrazione matematico-sperimentale dellipotesi contenuta nel capitolo 9 del
volume di Eccles citato.
70
Lipotesi di Eccles prevede che tutti gli eventi mentali e le esperienze, di fatto tutto il
complesso delle sensibilit interne ed esterne del Mondo 2, siano un insieme di eventi mentali
unitari o elementari, che possiamo definire psiconi (ivi, p. 117); ciascuno di questi psiconi
reciprocamente connesso in modo esclusivo a uno specifico dendrone (il mondo della mente
dunque per Eccles di natura microgranulare): questo legame rappresenta la base dellinterazione
mente-cervello, interazione che avviene attraverso uninterfaccia (cfr. supra, p. 142, nota 19).
Precedentemente, da altri autori era stato dimostrato sperimentalmente che le intenzioni attiva-
no la corteccia cerebrale in certe regioni ben definite prima che si verifichi il movimento: la bibl.
di riferimento in ivi, pp. 241-242.
71
La suddivisione laminare canonica della neo corteccia quella di J. SZENTGOTHAI, The
Neuron Network of the Cerebral Neocortex. A Functional Interpretation, PRSL 201 (1978), pp.
219-248; ID., The Local Neuronal Apparatus of the Cerebral Cortex, in P. BUSER A. RONGEUL-
BUSER (eds.), Cerebral Correlates of Conscious Experience, Amsterdam 1978, pp. 131-138; vd.
anche ID., The Modular Architectonic Principle of Neural Centers, RPBP 98 (1983), pp. 11-61;
vd. anche, L. C. AIELLO R. I. M. DUNBAR, Neocortex Size, Group Size, and the Evolution of
Language, CA 34 (1993), pp. 184-193.
72
Sulle basi sinaptiche della memoria, vd. R. F. THOMPSON T. W. BERGER J. MADDEM
IV, Cellular Processes of Learning and Memory in the Mammalian CNS, AReNe 6 (1983), pp.
447-491; R. F. THOMPSON, The Neurobiology of Learning and Memory, Science 233 (1986), pp.
941-947.
73
Cfr. J. C. ECCLES, op. cit., p. 128; sui fasci apicali come unit anatomica fondamentale
della corteccia, vd. C. SCHMOLKE K. FEISCHAUER, Morphological Characteristics of Neocortical
Laminae when Studied in Tangential Semithin Sections through the Visual Cortex of the Rabbit,
AE 169 (1984), pp. 125-132; A. PETERS D. A. KARA, The Neuronal Composition of Area 17
of Rat Visual Cortex. IV. The Organization of Pyramidal Cells, JCN 260 (1987), pp. 573-590.

170
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

presinaptica in corrispondenza di una sinapsi; il punto in cui


viene rilasciato il trasmettitore) sinaptici. I bottoni delle sinapsi
(una sinapsi il punto di connessione tra due neuroni) a trasmis-
sione chimica possiedono unultramicrostruttura presinaptica a di-
74
sposizione paracristallina formata da proiezioni dense e vescicole
sinaptiche, ovvero un reticolo vescicolare presinaptico (in un reti-
colo vescicolare presinaptico ci sono allincirca 50 vescicole sinap-
tiche). Lattivit principale di una sinapsi consiste nel far s che una
vescicola sinaptica liberi nella fessura sinaptica il proprio contenuto
di trasmettitore, con un processo definito esocitosi, processo che
75
secondo
76
Eccles, lattivit unitaria fondamentale della cortec-
cia. Un impulso nervoso che invade un bottone determina unim-
missione di migliaia di ioni Ca++, quattro dei quali sono necessari
77
per attivare unesocitosi. La scoperta fondamentale il fatto che
in tutti i tipi di sinapsi a trasmissione chimica, un impulso che
invade un singolo reticolo vescicolare presinaptico determina al
massimo una sola esocitosi, con un processo di conservazione del
trasmettitore sinaptico cos efficace che la probabilit di esocitosi
78
di 1 su 5 o di 1 su 4.
Secondo Eccles,

la fisica quantistica offre una nuova,comprensione dei meccanismi di funzio-


namento del reticolo vescicolare presinaptico e della probabilit di esocitosi.
Le variazioni di tale probabilit sono determinate senza alcun dispendio ener-
getico, per cui la mente potrebbe esercitare unazione efficace sul cervello
semplicemente aumentando la probabilit di esocitosi, passando ad esempio
da 1 su 5 a 1 su 3. Tale effetto consentirebbe unampia risposta nervosa
quando la mente, attraverso i propri psiconi, determinasse laumento di
probabilit di esocitosi nelle centinaia di migliaia di reticoli vescicolari presi-
naptici su specifici dendroni. Si ravvisa quindi un livello di complessit

74
Cfr. K. AKERT K. PEPER C. SANORI, Structural Organization of Motor End Plate and
CentraI Synapses, in P. G. WASER (ed.), Cholinergic Mechanisms, New York 1975, pp. 43-57.
75
Cfr. J. C. ECCLES, op. cit., p. 195.
76
I processi molecolari che determinano lesocitosi non sono tuttavia ancora del tutto
chiari: per una rassegna dei problemi, vd. T. M. KASSEL E. R. KANDEL B. LEWIN L. REID (a
cura di), Signaling at the Synapse Cell 72 (1993) (= Neuron 10).
77
Cfr. P. L. MCGEER J. C. ECCLES E. MCGEER, The Molecular Neurobiology of the
Mammalian Brain, New York 1987, II ed.
78
Su ci vd. anche. S. J. REDMAN, Quantal Analysis of Synaptic in Neurons of the Central
Nervous System, Phfu 70 (1990), pp. 165-198.

171
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

nervosa, per arrivare a comprendere il modo in cui la mente pu influenzare


efficacemente il cervello nelle decisioni coscienti, senza infrangere le leggi di
79
conservazione della fisica.
80
Anche se, come riconosce onestamente lo stesso Eccles, la sua
ipotesi per ora spiega solo come alcuni movimenti volontari siano
determinati dalle intenzioni mentali, perch condurre esperimenti che
dimostrino che gli eventi mentali possono aumentare la probabilit di
esocitosi e dunque stimolare efficacemente lattivit nervosa di altre
aree corticali specifiche, estremamente difficile sulle cavie e etica-
mente improponible sulluomo, importante tuttavia riconoscere
che, sebbene lintenzione mentale di compiere un movimento sia
vincolata al fatto di poter agire solo alterando la frequenza delle
esocitosi, ciononostante essa in grado di controllare unampia serie
di movimenti, sia nellintensit che nella durata. Effetti pi diretti
81
della volont sono preclusi dalle leggi di conservazione della fisica.
Ma per Eccles, in questo modo il movimento volontario stato
spiegato nei princpi. Questa spiegazione pu essere estesa allazione
di tutte le influenze mentali sul cervello, ad esempio nellesecuzione di
82
unazione programmata, come un discorso.
Eccles poi inserisce a sua volta lipotesi sullinterazione
mente/cervello in una pi generale ipotesi evolutiva.
Secondo lo studioso, prima dellevoluzione della neo corteccia il
mondo era senza mente, cos come oggi potremmo considerare il
83
mondo di batteri, piante e animali inferiori; in seguito, grazie alla
complessa organizzazione strutturale della neocorteccia dei mammife-
84
ri e ai suoi meccanismi di probabilit quantica, avrebbero fatto la
loro comparsa le esperienze di un altro mondo, quello della mente
cosciente, presumibilmente molto primitiva e fugace. [] Con levo-

79
Cit. da J. C. ECCLES, op. cit., p. 173; il corsivo mio.
80
Cfr. ivi, p. 176.
81
Ivi, p. 195; vd. anche D. H. INGVAR, On Ideation and Ideography, in J. C. ECCLES O.
D. CREUZFELD (eds.), Experimental Brain Research, Berlin Heidelberg 1990, pp. 433-453.
82
Cit. da J. C. ECCLES, op. cit., p. 195.
83
Ivi, p. 155.
84
Secondo Eccles, solo con levoluzione della trasmissione tra neuroni da quella elettrica a
quella chimica, cio con laccumulo di trasmettitori chimici nelle vescicole sinaptiche e con la
loro conservazione attraverso unesocitosi controllata, fu possibile linizio dellinterazione
mente/cervello.

172
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

luzione degli ominidi sono stati raggiunti livelli superiori di esperienze


85
coscienti, fino allHomo sapiens sapiens con la sua autocoscienza.
Per J. C. Eccles, lipotesi complessiva dunque che levoluzione
biologica abbia indotto la formazione nella corteccia di un modello di
dendriti apicali, i dendroni, necessari a dare maggiore capacit alla
corteccia stessa di integrare la crescente complessit delle afferenze
nervose dovuta al progresso filogenetico nei recettori dei sensi speciali
luce, suono, tatto, movimento e olfatto; levoluzione di tali dendro-
ni, in grado di interagire con gli psiconi nascenti, dando una maggiore
efficienza funzionale alla corteccia cerebrale, avrebbe avuto come
effetto collaterale la capacit di amplificare i minuscoli effetti di uno
86
psicone, dando cos origine al mondo mentale e alla coscienza.
In che parte del cervello avrebbe sede allora la coscienza?

Alla luce delle prestazioni corticali nellattenzione e nel pensiero, si pu


fornire una risposta inattesa: la coscienza appartiene al cervello nella sede
dove essa viene evocata dallattenzione, che agisce su aree selezionate della
corteccia cerebrale per determinarne leccitazione. Tale eccitazione porta
allamplificazione delle risposte dendronali agli stimoli sensitivi afferenti e,
cos, allattivazione degli psiconi e della coscienza. Sovrapposto a questo
87
semplice meccanismo attenzionale ci sarebbe un dialogo continuo fra
lattenzione determinata dallio e le aree corticali selezionate con i rispettivi
88
stimoli sensitivi afferenti.
***
Pur non essendo in grado di verificare le equazioni e gli esperi-
menti alla base di questa teoria di Eccles e rimanendo dunque questo
un compito affidato agli specialisti del settore, qualche osservazione,
limitata a quel che qui ci riguarda, posso farla.
Questa ipotesi sullorigine filogenetica della coscienza a me pare
convincente perch ha una base neuronatomica, in accordo con
levoluzione biologica, sfrutta le strutture pi evolute della corteccia
cerebrale e il loro meccanismi ultra strutturali dazione, e si fonda,
infine, sui principi della fisica quantistica, superando lostacolo rap-

85
Ivi, p. 172.
86
Coscienza intesa nel senso sopra definito: vd. pp. 160 sgg.
87
Naturalmente, non conosciamo alcun elemento anatomico di questo dialogo fra io e
cervello. Si tratta di una prestazione funzionale, la cui affermazione deriva dalle esperienze di
tutta la vita: ivi, p. 207.
88
ID., ibid.; per una conferma di quanto sostiene qui Eccles, vd. infra, pp. 219 sgg.

173
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

presentato dalla I legge della termodinamica, finora parso invalicabile.


Credo insomma possa costituire una buona base di partenza non solo
per le ricerche future, ma anche per il prosieguo della dimostrazione
della mia ipotesi.
A questo proposito, essa presenta tuttavia alcuni limiti evidenti.
Come ammette lo stesso Eccles, innanzitutto ci sono grandi
89
incognite in questo supposto mondo di psiconi, poi la sua teoria
90
non spiega in alcun modo i qualia, e infine non propone alcuna
91
soluzione scientifica per lorigine dellautocoscienza.
Nella formulazione di Eccles, lipotesi degli psiconi appare certo
nebulosa, e tuttavia a renderla pi verosimile c il fatto che essa
92
ricorda assai da vicino la nozione di meme elaborata da R. Dawkins.
Per Dawkins, un meme ununit di trasmissione culturale,
93
ununit di informazione, unidea, ma soprattutto ununit di imita-
zione, cio una specie di replicatore che non ha niente a che fare con il
materiale genetico e che agisce solo in ambienti provvisti di cervelli
complessi e comunicanti, cio di menti.
Secondo Dawkins,

levoluzione la manifestazione esterna e visibile della sopravvivenza diffe-


renziale di replica tori alternativi. I geni sono replicatori, mentre gli organismi
e i gruppi sarebbe meglio non venissero considerati forme di replicatori,

89
Cfr. ivi, p. 211.
90
Cfr. ivi, pp. 149-150.
91
Eccles convinto che lautocoscienza costituisca lesperienza unica di ciascun essere
umano, che dipenda dal miracoloso avvento dellio o anima e che pertanto sia da attribuire a una
creazione spirituale soprannaturale (cfr. ivi, p. 154, p. 212 e p. 215). Questa posizione, presa
come un atto di fede individuale, in s degna di rispetto; personalmente comunque, come ho
gi detto con G. Bateson, non considero lio unentit trascendentale: vd. supra, pp. 149 sgg. Dal
punto di vista scientifico, invece, non credo sia possibile conciliare il fatto che la mente e la
coscienza siano frutto di unevoluzione filogenetica, con lidea che lio e lautocoscienza siano un
dono divino; comunque sia, nella presente ricerca, dove non mi occupo del problema dellani-
ma, riterr lio e lanima come entit non sovrapponibili.
92
Cfr. R. DAWKINS, The Selfish Gene, Oxford 1976, II ed. 1989, trad. it. Milano 1992, pp.
198 sgg. e ID., The Extended Phenotype, New York 1982, trad. it. Bologna 1986, pp. 125 sgg.;
per precisazioni e critiche, tra gli altri vd. P.J. GREEN, From Genes to Memes?, in CS 7 (1978),
pp. 706-709; J. E. R. STADDON, On a Possible Relation between Cultural Transmission and
Genetical Evolution, in P.P.G. BATESON P. H. KLOPFER (eds.), Perspectives in Ethology IV,
New York 1982; M. HAMPE S. R. MORGAN, Two Consequences of Richard Dawkins View of
Genes and Organisms, in SHPS 19 (1988), pp. 119-138; D. C. DENNETT, Memes and the
Exploitation of Imagination, in JAAC 48 (1990), pp. 127-135.
93
Cfr. supra, pp. 141 sgg.

174
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

94
poich essi sono vettori medianti i quali, e allinterno dei quali, i geni si
spostano. La selezione di replicatori il processo tramite il quale alcuni
sopravvivono a spese di altri. La selezione dei vettori il processo tramite il
quale alcuni vettori hanno pi successo di altri nellassicurare la sopravviven-
95
za dei replicatori che contengono.

Il biologo inglese, definisce

replicatore ogni cosa delluniverso della quale si possono fare copie, alcuni
esempi potrebbero essere le molecole di DNA o un foglio di carta fotocopia-
to. I replicatori possono essere classificati in due modi diversi: attivi o
passivi e, indipendentemente da ci, potrebbero essere replicatori della
linea germinale o a punto morto. Un replicatore attivo un qualsiasi tipo di
replicatore la cui natura ha qualche influenza sulla probabilit di essere
duplicato. [] Un replicatore passivo, al contrario, un replicatore che non
pu influire sulle probabilit di essere duplicato. [] Un replicatore della
linea germinale (che potrebbe essere sia attivo che passivo) un replicatore
potenzialmente capace di dare origine ad una linea di discendenti indefinita-
mente lunga. [] Un replicatore a punto morto (il quale potrebbe anchesso
essere sia attivo che passivo) un replicato re che pu essere duplicato in un
numero di copie finito, dando origine ad una breve catena di discendenti, ma
che non potenzialmente capace di formare unanaloga catena indefinita-
96
mente lunga.
97
Per pi di tremila milioni di anni afferma Dawkins il
DNA stato lunico replicatore nel mondo di cui valesse la pena
parlare, ma non detto che debba mantenere sempre questo
monopolio. Ogni volta che si verificheranno le condizioni in cui un
nuovo tipo di replicatore potr fare copie di se stesso, il nuovo
replicatore tender a prendere il sopravvento e a iniziare un nuovo

94
Un vettore una qualsiasi unit, sufficientemente discreta da sembrare degna di questo
nome, la quale contenga una collezione di replicatori e funzioni come unit di conservazione e
propagazione di tali replicatori. [] Labilit e il successo di un vettore si misurano dalle sue
capacit di propagare il replicatore che ospita al suo interno. Il pi ovvio archetipo di vettore il
singolo organismo, ma questo potrebbe non essere il solo livello della gerarchia della vita al
quale applicabile questa qualifica: cit. da R. DAWKINS, The Extended Phenotype cit., p. 147.
95
Ivi, p. 108 (il corsivo dellA.).
96
Ivi, pp. 108-109 (i corsivi sono dellA.).
97
Cit. da ID., The Selfish Gene cit., p. 203 (i corsivi sono dellA.); laffermazione finale di
Dawkins sulla velocit dellevoluzione memica importante: vd. infra, pp. 185 sgg.

175
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

tipo di evoluzione. Una volta iniziata, questa nuova evoluzione non


sar necessariamente asservita alla vecchia. La vecchia evoluzione
per selezione genica, portando alla formazione del cervello, ha
fornito il brodo in cui si sono originati i primi memi. Una volta
che si sono formati memi capaci di fare copie di se stessi, ha preso
il sopravvento il loro tipo di evoluzione, molto pi veloce dellal-
tro.
Cos come il DNA si auto duplica facendo uso dellapparato cellu-
lare, degli enzimi replicativi ecc., il meme si servirebbe degli apparati
di comunicazione e delle imitazioni interindividuali per duplicare se
stesso; gli effetti fenotipici del meme, cio le sue manifestazioni
concrete e percepibili, agendo sul comportamento dellorganismo che
lo contiene, al pari di quelli del gene, potrebbero allora influire sulle
possibilit di sopravvivenza del meme stesso, cio allessere esso repli-
98 99
cato o meno. Con un uso corretto e evidente dellabduzione, R.
Dawkins, estende poi le nozioni per descrivere le qualit che hanno
un alto valore di sopravvivenza tra i replicatori genetici, i geni, ai
replicatori culturali, i memi: esse sono la longevit, la fecondit e la
fedelt di copiatura. Cosi come per i geni, anche per i memi la
longevit di una copia qualsiasi di un meme avr unimportanza
relativa, mentre sar pi importante la fecondit di memi particolari;
quanto poi alla fedelt di copiatura, chiaro che i memi non avendo
soltanto una trasmissione del tipo tutto o niente come i geni, bens
modalit di trasmissione differentemente modulate a seconda del
mezzo mediatico-comunicativo usato, avranno uno spettro di fedelt
100
trascrittiva ampio e diversificato.
Unaltra differenza importante tra geni e memi risiederebbe nei
loro diversi processi di selezione: ogni gene pu occupare solo una
particolare regione del cromosoma, il locus; per ogni locus esistono,
nella popolazione, forme alternative del gene; queste alternative
sono dette allel(omorf)i luna dellaltra e, secondo Dawkins, sono in
competizione tra loro per loccupazione dello stesso locus. I memi
invece non sono disposti linearmente su un cromosoma e non

98
Il successo nella sopravvivenza di un meme dipender certo dallambiente sociale
e biologico, nonch dalla natura genetica della popolazione, ma dipender anche dai
memi gi presenti o dominanti nel pool memico: cfr. ivi, p. 143.
99
Cfr. supra, pp. 139 sgg.
100
Su questo punto torner pi avanti.

176
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

sappiamo se essi competano per loci discreti o se abbiano degli alleli


identificabili.
Secondo alcuni critici, tali differenze renderebbero inutile lanalo-
gia tra geni e memi proposta da Dawkins; tuttavia, se, come credo
risulti chiaro, la nozione di psicone di Eccles identificabile in gran
parte con quella di meme di Dawkins, lipotesi generale di Eccles sulla
connesione dendrone-psicone in un sito di interazione specifico, da-
rebbe maggior cogenza al paragone istituito da Dawkins, risolvendo
positivamente, per esempio, la questione se i memi/psiconi occupino
o no loci discreti.
In definitiva, cos integrata lipotesi di Eccles sullesistenza di
unit mentali elementari o unitarie, gli psiconi appunto, a me pare
unidea sostenibile e ragionevole; essa, come la pi generale ipotesi di
Eccles sullinterazione mente/cervello, necessita certo di ulteriori ve-
rifiche sperimentali e teoretiche, ma qui pu essere, con la necessaria
circospezione, utilmente adoperata.
Venendo poi ai qualia, pi che supporne o negarne lesistenza a
101
priori temo che a lungo non si potr fare.
Infine, riguardo allautocoscienza, fissata, con una teoria che
allo stato delle nostre conoscenze ritengo come la pi accettabile, la
nascita della coscienza nella lontana preistoria allinsorgere della
neocorteccia nellevoluzione dei mammiferi, necessario ora avvici-
narsi a noi nel tempo tracciando uno sviluppo storico-cognitivo
della
102
coscienza che ci conduca fino allinsorgere dellautocoscien-
za.
***

101
Cfr. supra, pp. 163.
102
Alcuni studiosi, da ultimo vd. D. J. CHALMERS, The Conscious Mind: in Search of a
Fundamental Theory, Oxford 1996, convinti che nessuna teoria neurofisiologica o fisica, per
quanto completa, potr mai spiegare il mistero dellesperienza cosciente soggettiva, hanno
proposto di considerare lesperienza cosciente una caratteristica basilare, irriducibile a qualcosa
di pi elementare, e che pertanto essa risponda a proprie leggi psicofisiche, ancora tutte da
scoprire, interagenti con le leggi della fisica vera e propria. Si tratta, com evidente, di una sorta
di dualismo implicito [] le idee che non sappiamo di possedere ci posseggono modellando
le nostre esperienze dietro le nostre spalle [], (cfr. supra, p. 141, nota 16) e improprio perch
comunque pretende di predire la struttura dellesperienza cosciente a partire dai processi
cerebrali, accetta cio la teoria dellidentit (cfr. supra, p. 166); che il mondo degli psiconi, o dei
memi se si preferisce, sia poi governato da leggi generali sue proprie, possibile, pretendere che
esse debbano essere descritte con semplicit ed eleganza come le leggi basilari della fisica, mi
pare francamente chiedere troppo a noi stessi.

177
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

103
Negli ultimi tempi, sulla scia della rivoluzione cognitiva, si
104
sono moltiplicati i tentativi di delineare alcune tappe o intere
sintesi
105
della storia (naturale) dello sviluppo della cognizione uma-
na; per gli scopi della presente ricerca, il volume di Merlin
Donald pubblicato nel 1991 costituisce uno dei tentativi pi riusci-
106
ti.
Lipotesi generale di Donald che la mente si sia evoluta a partire
da quella dei primati attraverso una serie di grandi adattamenti,
ognuno dei quali avrebbe portato alla comparsa di un nuovo sistema
rappresentativo; ciascuno di questi nuovi sistemi di rappresentazione
si sarebbe successivamente conservato, intatto o in forma vestigiale,
fino al raggiungimento dellarchitettura mentale odierna: la mente
delluomo attuale sarebbe quindi un mosaico, un ibrido formato sia
da stadi cognitivi che risalgono ai primordi dellevoluzione umana, sia
107
da strutture simboliche recenti.

103
dobbligo qui citare H. GARDNER, The Minds New Science, New York 1985, trad. it.
Milano 1988, un libro importante e tuttavia un libro in cui curiosamente la parola coscienza non
compare mai; opere introduttive pi recenti sono B. BARA, Scienza cognitiva, Torino 1990, e M.
DI FRANCESCO, Introduzione alla filosofia della mente, Bologna 1996.
104
Si veda, per es., I. DAVIDSON W. NOBLE, The Archaeology of Perception. Traces of
Depiction and Language, in CA 30 (1989), pp. 125-137 e il dibattito che ne segu: ibid., pp.
137-155 e pp. 330-342.
105
Vd., tra gli altri, R. G. KLEIN, The Human Career. Human Biological and Cultural
Origins, Chicago London 1989; ID., Anatomy, Behavior, and Modern Human Origins, GWPr
9 (1995), pp. 167-198; K. R. GIBSON T. INGOLD (eds.), Tools, Languages and Cognition in
Human Evolution, Cambridge 1993; R. S. CORRUCCINI R. L. CIOCHON (eds.), Intregrative Paths
to the Past. Paleoanthropological Advances in Honor of F. Clark Howell, Englewood Cliffs 1994;
R. LEAKEY R. LEWIN, Origins, New York 1977, trad. it. Bari 1979, passim; ID., Origins
Reconsidered, New York 1992, trad. it. Milano 1993, cap. 15; R. LAEKEY, The Origin of
Humankind, New York 1994, trad. it. Milano 1995, cap. 6; in generale sugli argomenti del
presente paragrafo, in italiano, di possono ulteriormente vedere: E. LVADAS C. UMILT, Neurop-
sicologia, Bologna 1987; L. PIZZAMIGLIO F. DENES (eds), Manuale di neuropsicologia, Bologna
1990; A. OLIVERIO, Biologia e filosofia della mente, Roma Bari 1995.
106
Si tratta del gi citato (nota 10, p. 158) M. DONALD, Origins of the Modern Mind. Dello
stesso A. vd. anche The Neurobiology of Human Consciousness: An Evolutionary Approach,
NePs 33 (1995), pp. 1087-1102; anche in questo caso, il lettore interessato allapprofondimen-
to o alla verifica di quanto qui di seguito affermato, trover nel volume di M. Donald tutti i dati e
i rinvii bibl. che servono.
107
Dal punto di vista neurofisiologico, il cervello ha sicuramente una struttura a strati, a
cipolla: esso si evolse con una serie di cambiamenti strutturali sistematici, e le strutture pi
arcaiche, come il midollo allungato, comparvero in organismi molto primitivi come le lamprede
e gli squali. Il mesencefalo comparve in seguito, e continua ad essere la struttura pi complessa
della maggior parte dei pesci e degli anfibi. La comparsa dellippocampo e della corteccia
cerebrale ancora successiva, e queste due strutture sono caratteristiche dei mammiferi: ivi, p.
169; vd. anche supra, pp. 170 sgg.

178
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

Laspetto innovativo del lavoro di Donald, consiste nellaver ri-


condotto i fattori biologici e quelli tecnologici entro un continuum
evolutivo unico, dimostrando, sulla base di una gran messe di dati
tratti con competenza dalle pi svariate discipline, che i cambiamenti
recenti avvenuti nellorganizzazione della mente umana sono fonda-
mentali quanto quelli avvenuti nel corso delle precedenti transizioni
evolutive, anche se essi, invece di essere codificati geneticamente nel
cervello, vengono mediati da nuove tecnologie della memoria, da
innovazioni tecnologiche i cui effetti, similmente a quelli delle pi
arcaiche trasformazioni biologiche, possono produrre mutamenti nel-
larchitettura della memoria.
Lanalisi dello studio di Donald, con le integrazioni e le precisa-
zione dovute, ci aiuter allora a condurre la storia della coscienza dalla
108
pi lontana preistoria, dove lavevamo lasciata con Eccles, fin oltre
le soglie del neolitico.
***
Dopo due capitoli metodologici, Donald nel terzo capitolo traccia
una storia degli studi neuropsicologici a partire da Wernicke, conclu-
dendo giustamente che lipotesi secondo cui dovremmo raggruppare
tutte le facolt cognitive peculiarmente umane nellambito di un unico
adattamento filogenetico e collocarle nel solo emisfero cerebrale sini-
stro, non sostenibile.
Dalla disamina della letteratura neuropsicologica, Donald coglie
tuttavia anche un altro fatto importante e cio che lintuizione di
Darwin che lintelligenza umana abbia comunque propriet che la
distinguono da quella delle scimmie antropomorfe anche in assenza di
109
linguaggio, confermata dagli studi pi recenti.
stato infatti dimostrato che capacit come la gestualit, la
mimica spontanea, labilit di costruire strumenti e la prassia in gene-
rale, lespressione delle emozioni, lintelligenza sociale, fra cui labilit
di comprendere eventi complessi e di ricordare ruoli, abitudini e
comportamenti appropriati, sopravvivono anche in totale assenza di
linguaggio; ci potrebbe indicare che queste capacit cos importanti
per la sopravvivenza umana potrebbero esere comparse prima del

108
Vd. supra, p. 173.
109
Tra la molta letteratura citata da M. Donald, il lavoro pi importante quello in cui
viene esaminato il famoso caso di frate John: A. R. LECOURS Y. JOANETTE, Linguistic and
Other Aspects of Paroxysmal Aphasia, in B&L lO (1980), pp. 1-23.

179
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

linguaggio, allinizio della nostra evoluzione: la loro dissociabilit


neuropsicologica dal linguaggio indica un livello di sviluppo cognitivo
tipicamente umano ma prelinguistico, e potrebbe avere costituito una
base per un precoce adattamento ominide che apr la strada alla
110
comparsa del linguaggio.
Prima di giungere ai capitoli pi importanti per la presente ricer-
ca, che sono il sesto, il settimo e lottavo, nel quarto capitolo, Donald
esamina dunque la questione annosa dellorigine del linguaggio; il
dilemma se linsorgere del linguaggio possa essere spiegato sulla base
della sola encefalizzazione, e dunque se lo specifico apparato vocale
umano sia solo il completamento di una capacit emersa gradualmen-
te, o se la cultura ominide sia stata sostanzialmente simile a quella
delle antropomorfe fino alla comparsa di un tratto fisico peculiare
grazie al quale sarebbe sorto, in modo repentino e in tempi a noi
vicinissimi, il linguaggio verbale e da qui la cultra neolitica, risolto
da Donald con lindicazione che il problema del divario tra antropo-
morfe e uomo non risolvibile solo con la determinazione precisa di
quando sorse il linguaggio, perch esso non sufficiente a spiegare il
nostro vantaggio cognitivo rispetto agli ominidi.
Secondo Donald, e io concordo con lui, la definizione degli stadi
cognitivi richiede che la cultura umana venga reinterpretata, e in parte
necessariamente ricostruita, in termini cognitivi, interpretando i dati
delle testimonianze archeologiche e paleoantropologiche con laiuto
dei concetti elaborati dalla psicologia sperimentale e della vasta lette-
ratura etnografica sulle odierne societ di cacciatori-raccoglitori.
Prima di tutto, va detto allora che si in genere concordi nel
fissare le tappe principali dellevoluzione umana, anatomica e cogniti-
111
va, nella seguente maniera: in un periodo che i resti fossili pongono
circa 4 milioni di anni fa (fine del Miocene), ma che i dati della
biologia molecolare spingono fino a 7 milioni, con la comparsa delle
australopitecine e del bipedismo, inizi il distacco fra scimmie antro-
pomorfe e ominidi e si affermarono alcune delle strutture sociali il
legame di coppia e la cooperazione nellapprovigionamento del cibo e

110
Cit. da M. DONALD, op. cit., p. 114.
111
Dati aggiornati e sintesi efficaci sono nelle opere di R. Leakey sopra citate: nota 105, p.
178; vd. anche, G. CAMPS, La preistoria, Milano 1985; A. BROGLIO J. KOZOWSKI, Il paleolitico.
Uomo, ambiente e cultura, Milano 1987; G. PINNA, Paleontologia, Milano 1992; F. FACCHINI
(ed.), Paleoantropologia e Preistoria. Origini, Paleolitico, Mesolitico, Milano 1993.

180
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

nella cura della prole che ancora oggi caratterizzano la societ


umana.
Una seconda tappa, con la comparsa di Homo habilis, la prima
forma del genere Homo, va collocata a partire da circa 2,5-2 milioni di
anni fa (fine del Pliocene, Paleolitico arcaico): legata probabilmente
alla cultura olduvaiana, questa prima specie ominide era molto simile
nellaspetto fisico a Australopithecus, seppure verosimilmente dotata
112
di un cervello e di un quoziente intellettivo superiore.
La tappa fondamentale per fu quella seguente: con Homo erec-
tus, comparso circa 1,8-1,6 milioni di anni fa (Pleistocene inferiore,
Paleolitico medio), inizi infatti unimponente espansione encefalica e
una serie di cambiamenti culturali radicali che condussero alla nascita
di industrie litiche distintive (cultura acheuleana), alla caccia sistema-
tica e di gruppo, agli accampamenti stagionali, alluso controllato del
113
fuoco, e alla prima espansione fuori dallAfrica.
La quarta tappa, lultimo stadio dellencefalizzazione, quella che
port, con un ulteriore aumento del 20 per cento del volume cerebrale
complessivo, al cervello delluomo anatomicamente moderno, inizi
con Homo sapiens arcaico, circa 400.000/250.000 anni fa (Pleistocene
medio, Paleolitico inferiore), e termin con lavvento di Homo sapiens
sapiens, allincirca 100.000 anni fa (Pleistocene superiore); in questa
ultima fase, il Paleolitico superi9re, il cambiamento culturale assunse
una rapidit evolutiva fino a quel punto sconosciuta: riti, miti, arte,
forme diverse di organizzazione sociale fecero la loro comparsa, con-
ducendo luomo alla cultura musteriana e dando poi inizio, attraverso
il mesolitico e il neolitico, alla grande corsa verso luomo114attuale.
Riguardo allora allorigine del linguaggio, Donald accetta, an-
che se115con qualche riserva, e cos anchio, lipotesi di Philip Lieber-
mann, secondo cui il tratto vocale delluomo anatomicamente mo-

112
Nonostante le ricerche di Ph. v. Tobias, non abbiamo invece prove verosimili che
Homo habilis possedesse un linguaggio, ancorch rudimentale.
113
La pi forte impressione che si riceve da Homo erectus quella di un essere capace di
ragionamento sistematico e di un buon livello di organizzazione, in grado di cooperare con i
propri simili nella caccia e nella costruzione di strumenti, in grado di utilizzare il fuoco per
cuocere e di trasmettere le proprie conoscenze alle generazioni luture: ivi, p. 127 (il corsivo
mio); sullespansione encefalica, cfr. anche supra, pp. 170 sgg.
114
Cfr. ivi, p. 141.
115
Vd. P. LIEBERMANN, On the Origins of Language: an Introduction to the Evolution of
Human Speech, New York 1975; ID., The Biology and Evolution of Language, Cambridge (Mass.)
1984; ID., Uniquely Human. The Evolution of Speech, Thought, and Selfless Behavior, Cambridge

181
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

116
demo, e di conseguenza il linguaggio verbale pienamente sviluppa-
to, sarebbe uninnovazione molto recente, risalente allavvento di
Homo sapiens sapiens.
In che modo allora il linguaggio, il cui avvento da solo, come si
detto, non sufficiente a spiegare il divario cognitivo tra antropomor-
fe e uomo, si situ allinterno dellarchitettura cognitiva gi esistente?
Dopo unanalisi sulla cognizione dei primati, M. Donald conclu-
de il capitolo 5 indicando come le antropomorfe 117
rappresentino la
massima espressione della mente episodica, una forma di mente
legata a quel
118
tipo di memoria che E. Tulving ha definito appunto
episodica. Tale memoria, che differisce 119
da quella procedurale,
strutturalmente diversa e pi arcaica, cos come da quella seman-

(Mass.) 1991; lipotesi di Liebermann, ipotesi che lo studioso stesso ha nel tempo aperto alla
possibilit che una qualche forma di linguaggio non pienamente sviluppato dovesse forse esistere
anche in fasi precedenti, ha avuto comunque diverse critiche: vd., tra gli altri, M. LEMAY, The
Language Capability of Neanderthal Man, in AJPA 42 (1975), pp. 9-14; D. FALK, Comparative
Study of the Larynx in Man and the Chimpanzee: Implications for Language in Neanderthal, in
AJPA 43 (1976), pp. 123-132; D. BURR, Neanderthal Vocal Tract Reconstructions: a Critical
Appraisal, in JHE 5 (1976), pp. 285-290; G. L. STEBBINS, Darwin to DNA, Molecules to
Humanity, New York 1982; P. V. TOBIAS, Recent Advances in the Evolution of the Hominids with
Special Relerence to Brain and Speech, in C. CHAGAS (ed.), Recent Advances in the Evolution of
Primates, Roma 1983; anche J. C. ECCLES, op. cit. (nota 6, p. 139), p. 62, respinge lipotesi di
Liebermann, ma egli sbaglia perch lega la coscienza al linguaggio, mentre, come vedremo, il
linguaggio legato a un tipo di autocoscienza (verbale) e non alla coscienza in generale.
116
Nelluomo, il tratto vocale caratterizzato da una posizione molto bassa della laringe e,
viceversa, da una posizione alta della faringe, che forma un angolo retto con la cavit orale; la
lunghezza del palato molle, la discesa della lingua e della faringe costituiscono una morfologia
anatomica propria solo alluomo attuale, legata alla posizione delle vertebre cervicali e a una
accentuata curvatura basicranica assente nei gorilla, negli scimpanz, nelle australopitecine e nei
neandertaliani. Tale innovazione anatomica certamente connessa ad uno sviluppo neurale
altamente specializzato delle aree sensoriali e motorie, nonch a innovazioni della muscolatura e
del sistema di controllo della respirazione, cio ad innovazioni che coinvolsero il sistema nervoso
centrale nella definizione di una nuova mappatura sistematica dellapparato percettivo basato
sulla nuova anatomia motoria, perch la ricezione e la produzione del linguaggio sono due
aspetti necessari dello stesso sistema funzionale.
117
Di fatto, la parola che sembra riassumere meglio la cultura cognitiva delle antropo-
morfe [] il termine episodico. La loro vita vissuta interamente nel presente, come una serie
di episodi concreti, e il pi elevato elemento del loro sistema di rappresentazione della memoria
sembra situarsi allivello di rappresentazione di eventi. Mentre luomo capace di rappresenta-
zioni astratte della memoria simbolica, le antropomorfe sono vincolate alla situazione concreta o
al singolo episodio, e il loro comportamento sociale rispecchia tale limitazione situazionale. La
loro cultura potrebbe quindi essere classificata come episodica: cit. da M. DONALD, op. cit., p.
179 (il corsivo dellA.).
118
Cfr. E. TULVING, Elements of Episodic Memory, New York 1983.
119
La memoria procedurale pu essere considerata come la componente mnestica di
modelli di azione appresi; al contrario di quella episodica, essa conserva il ricordo degli aspetti

182
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

120 121
tica, la memoria predominante nella mente umana, 122
si caratteriz-
za per un certo grado di consapevolezza conscia e si evoluta nelle
antropomorfe pi che in altre123 specie, portandole a una maggiore
capacit di percepire gli eventi.
La principale limitazione della cultura episodica riguarda la rap-
124
presentazione: le antropomorfe eccellono nellanalisi situazionale e
nel richiamo alla memoria, ma non sono in grado, n individualmente
n collettivamente, di rievocare un evento per riflettere su di esso.
Tuttavia, rispetto per esempio alle societ formate da insetti, i cui
membri agiscono in base a meccanismi automatici stereotipati e rifles-
si, le antropomorfe ricordano i rapporti diadici appresi e sono in
grado di avere una vita in comune regolata da complessi rapporti
sociali plurimi. Le antropomorfe, insomma, nelle loro capacit cogni-
tive individuali e di gruppo sono assai pi evolute, per esempio, delle
api: nonostante lassenza di evoluzione linguistica o simbolica, levo-
125
luzione sociale e cognitiva continuata.

generali dellazione, ignorando gli aspetti specifici delle situazioni e degli eventi con un tipo di
strategia di immagazzinamento che opposto a quella della memoria episodica: cfr. D. A.
OAKLEY, The Varieties of Memory: a Philogenetic Approach, in A. MAYS (ed.), Memory in
Animals and Humans, Wokingham 1983; D. F. SHERRY D. L. SCHACTER, The Evolution of
Multiple Memory Systems, PsR 94 (1987), pp. 439-454.
120
Vd. W. KINTSCH, The Rappresentation of Meaning in Memory, Hillsdale 1974.
121
Luomo possiede sistemi di memoria procedurale e episodica, ma essi sono gerarchica-
mente dominati, e di fatto quasi sostituiti, dalla memoria semantica, la forma di memoria di gran
lunga predominante nella cultura umana.
122
Vd. infra, pp. 210 sgg.
123
La percezione di eventi la capacit di percepire come unitari gruppi a volte ripetitivi di
stimoli complessi e in movimento; rispetto alla percezione di oggetti, la percezione di eventi in
grado di prendere in considerazione una pluralit di input contestuali in situazioni di crescente
astrazione e complessit, come ad es. eventi sociali in cui sono coinvolti agenti e oggetti diversi
per un periodo di tempo significativamente lungo.
124
Secondo Donald, la dipendenza delle antropomorfe dalla memoria episodica spiega
anche perch esse abbiano tante difficolt ad apprendere il linguaggio gestuale: pi di 20 anni di
studi sperimentali sistematici hanno dimostrato che esse hanno rappresentazioni interiori, forse
persino intenzioni, e che possiedono qualche capacit di etichettare le proprie cognizioni
quando siano state istruite con un sistema di segni adatto a loro, ma anche che esse non sono in
grado di ordinare sintatticamente pi di due parole o di saper rappresentare pienamente la loro
palese conoscenza del proprio ambiente; ma la constatazione pi importante che esse non
sono in grado di inventare spontaneamente n segni n simboli (le cit. sono da M. DONALD, op.
cit., p. 161, il corsivo mio).
125
Ivi, p. 192; su teoria evoluzionistica e sviluppo cognitivo, vd. H. C. PLOTKIN, Evolu-
tionary Epistemology and Evolutionary Theory, in ID. (ed.), Learning, Development, and Cultu-
re: Essays in Evolutionary Epistemology, Chichister 1982; ID., Evolutionary Epistemology as
Science, B&Ph 2 (1987), pp. 295-313; ID., An Evolutionary Epistemological Approach to the

183
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

Arriviamo cos ai capitoli centrali del volume di Donald.


Si detto dunque che le antropomorfe non sono in grado di
inventare spontaneamente n segni n simboli; lavvento del linguag-
gio umano dovette invece essere preceduto da una fase cognitiva in
cui si affermarono propriet che servirono da base per la successiva
comparsa del linguaggio verbale pienamente sviluppato: procedere
dalle limitate capacit rappresentative delle antropomorfe al livello
successivo, quello delluso di simboli, richiese un cambiamento della
qualit della cognizione, il compimento di un passo verso linvenzione
di simboli affiancato dal cambiamento culturale che lacquisizione di
126
una simile capacit implicava.
Secondo Donald, possibile individuare questo stadio cognitivo
prelinguistico in una cultura che avrebbe fatto da ponte nella transi-
zione dalle antropomorfe alluomo attuale, una cultura arcaica ma
fondamentalmente gi umana che egli definisce come mimica; tale
cultura fu la base delle acquisizioni culturali di Homo erectus e per-
dur fino a circa due-trecentomila flnni fa.
Questa ipotesi, sebbene senza prove dirette e in una certa misura
speculativa, si basa per lo pi su un uso esteso ma corretto del
concetto di vestigia (vestigia cognitive, residuo vestigiale, struttura
127
vestigiale, ecc.): M. Donald ritiene infatti che sia possibile indivi-
duare nellattuale architettura cognitiva umana delle caratteristiche
isolabili dal linguaggio che rifletterebbero uno stadio intermedio tra la
cultura episodica delle antropomorfe e la cultura simbolica di Homo
sapiens sapiens. Vediamo in sintesi come.

Evolution of Intelligence, in H.J. JERISON (ed.), The Evolutionary Biology of Intelligence, New
York 1988.
126
Cit. da M. DONALD, op. cit., p. 164; occorre precisare che secondo lo studioso (cfr. ivi, p.
194), stante la pochezza dei fossili e lincertezza sullattribuzione della cultura olduvaiana,
pressoch impossibile trarre conclusioni verosimili sullo stadio cognitivo rappresentato da
Homo abilis (e dalle ultime austrolopitecine).
127
Com noto, uno dei principi fondamentali della teoria delevoluzione, quello
secondo il quale i vantaggi ottenuti con gli adattamenti precedenti si conservano nelle fasi
seguenti: una cultura cognitiva qualitativamente nuova come quella che deve aver caratteriz-
zato Homo erectus lasci tracce nei suoi discendenti, e una cultura cognitiva che seppe
inventare, mantenere e trasmettere complesse capacit sociali e tecnologiche continu a essere
utile anche dopo la comparsa del linguaggio. Dovremmo quindi essere in grado di individuare
le vestigia cognitive di Homo erectus nella societ attuale: ivi, p. 197; anche M. ALINEI, Origini
delle lingue dEuropa. Vol. 1: La teoria della continuit, Bologna 1996, pp. 250 sgg., pur con
altri termini, teorizza e utilizza questo concetto; sul suo uso in linguistica, vd. anche infra, pp.
241 sgg.

184
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

Innanzitutto, Donald distingue tra mimetismo, imitazione e mimi-


ca nella seguente maniera: il mimetismo il tentativo letterale di
duplicare nella maniera pi esatta possibile, per esempio, unespres-
sione facciale o un suono emesso da un altro essere, ed una capacit
128
interspecifica propria a molti animali. Limitazione, che una
capacit frequente tra le scimmie antropomorfe e non, invece meno
letterale del mimetismo: i piccoli imitano il comportamento dei geni-
tori ma non li mimano. La mimica, che comprende in s sia il mimeti-
smo che limitazione, fondamentalmente diversa perch, aggiungen-
do una dimensione rappresentativa allimitazione, cerca di riprodurre
e rappresentare un evento o un rapporto: essa coinvolge dunque
linvenzione di rappresentazioni consce e intenzionali (e ovviamente
129
non linguistiche).
La mimica, inoltre, pu auto-rappresentare levento, allo scopo
di reiterare e di affinare una capacit: lazione stessa pu essere
analizzata,
130
riprodotta e rianalizzata, cio rappresentata per se stes-
si, ma quando lazione mimica compiuta di fronte a un pubblico
che linterpreta, essa anche un mezzo di comunicazione sociale. La
rappresentazione mimica infatti un elemento essenziale dellarte
antica e moderna: le danze rituali aborigene, i mimi greci e romani, le
rappresentazioni medievali, le danze tradizionali indiane e cinesi, ma
anche il teatro, lopera, il cinema. Questo perch il possesso delle
capacit mimiche da parte dei membri di un gruppo sociale altera
immediatamente la gamma dei modelli di azione disponibili e delle
capacit cognitive di cui essi possono avvalersi. A ci seguono intera-
zioni mimiche che poi daranno luogo ad abitudini, giochi, abilit e
rappresentazioni collettivamente inventate e mantenute. La capacit
mimica, aggiunta a una cultura episodica preesistente, condusse ne-

128
Nel caso degli uccelli anche intraspecifica: i pappagalli, p. es., sono in grado di
riprodurre i suoni emessi da altri uccelli.
129
La mimica pu comprendere una gran variet di azioni e di modalit adatte ai propri
scopi. Toni di voce, espressioni facciali, movimenti degli occhi, segni e gesti manuali, atteggia-
menti posturali, movimenti standardizzati dellintero corpo e lunghe sequenze di questi elementi
possono esprimere numerosi aspetti del mondo percepito. La pantomima, che ha unorigine
antichissima e che tuttora pratichiamo per divertimento nonostante il possesso del linguaggio
verbale, mette in risalto le nostre capacit mimiche, evidenti anche nei bambini piccoli. La azioni
compiute nel contesto di questo genere di giochi sono prevalentemente non apprese e non
reiterate, ed improbabile che nascano semplicemente dallimitazione, ma sono piuttosto azioni
espressive, creative e inedite: ivi, p. 201.
130
Cit. da Id., ibid.; questo punto importante, ci torner sopra pi avanti.

185
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

cessariamente alla nascita di innovazioni culturali e a nuove forme di


controllo sociale. Di fatto, le abitudini mimiche di un gruppo servo-
131
no a delineare la definizione collettiva della societ.
Per Donald, quantunque preceda logicamente il linguaggio, la
rappresentazione mimica presenta caratteristiche che vengono consi-
derate essenziali per il linguaggio stesso e che di conseguenza hanno
preparato il terreno per la successiva comparsa del linguaggio verbale.
Fra le importanti propriet di singoli atti mimici vi sono lintenziona-
lit, il generativismo, la comunicativit, il riferimento, lendogenesi e
132
labilit di modellare un numero illimitato di oggetti.
Rispetto al linguaggio, infatti, occorre rilevare che la mimica si
presta a funzioni differenti e resta tuttora il mezzo pi efficace, per
esempio, nella comunicazione delle emozioni e nella trasmissione
delle abilit rudimentali; inoltre, come stato dimostrato analizzando
133
casi clinici odierni, la capacit mimica sopravvive alla perdita del
linguaggio perch pu essere dissociata dai meccanismi semiotici e
simbolici:

la mimica strettamente correlata alla concreta memoria episodica di un


evento, e non presuppone linvenzione di un sistema arbitrario di simboli.
Essa molto pi prossima alla cultura primitiva delle antropomorfe che al
linguaggio parlato o scritto. Anche nelluomo attuale la mimica solitamente
unelaborazione o una sintesi dellesperienza episodica. La rappresentazione
mimica di un evento emozionale, come il senso di esaltazione o lira,
incentrata sulle posture, sulle espressioni facciali e sui gesti che riassumono
134
levento. La rappresentazione di capacit, dallartigianato allatletica,
comporta una riproduzione episodica. Nel modellamento dei ruoli sociali gli

131
Ivi, p. 206; su questultimo punto torner pi avanti. Lestensione delle capacita
mimiche alla sfera sociale d luogo a un modello concettuale collettivo della societ espresso nei
riti e nei giochi condivisi perch attraverso i riti e i giochi mimici reciproci, come la danza,
possibile modellare il comportamento degli adulti, i ruoli, le attivit e i rapporti sociali senza
ricorrere al linguaggio. Una cultura mimica probabilmente in grado di raggiungere una
complessit rituale assai limitata ed intrinsecamente assai conservatrice, come dimostra la
lentissima modificazione degli atti mimici di gruppo delluomo moderno.
132
Ivi, p. 203; dimostrazioni, dati e bibl. sono nel cap. 6 del volume suddetto.
133
Cfr., tra gli altri, T. SHALLICE, From Neuropsychology to Mental Structure, Cambridge
1988, trad. it. Bologna 1990; frate John, per es., durante le crisi epilettiche in cui era afasico,
disartrico e dislessico era comunque in grado di usare la mimica per comunicare: cfr. supra, p.
179, nota 109.
134
Cfr. supra, pp. 159 sgg.

186
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

135
eventi sono riuniti in sequenze che esprimono relazioni. Tali sequenze
rappresentano gli eventi cos come essi avvengono nel mondo reale e, di
fatto, potrebbero essere considerati come un ideale modello di riferimento
136
degli stessi.

Sebbene la mimica sia una forma di rappresentazione molto pi


limitata del linguaggio, perch lenta, ambigua e non tutto pu essere
mimato, tuttavia essa si armonizza con il livello della capacit di
percezione di eventi propria dei primati e ne rappresenta, logicamen-
te, il passo successivo, uno dei pochi percorsi agibili nellascesa della
137
loro scala evolutiva. La mimica consent non pi la sola scomposi-
zione e analisi degli eventi percettivi, ma il loro modellamento in atti
motori endogeni, dando origine a una cultura capace di modellare i
suoi precedenti episodici.
Secondo M. Donald, in conclusione, la capacit mimica rappre-
sent un nuovo livello di sviluppo culturale, poich condusse a una
variet di importanti nuove strutture sociali, compreso un modello
comune della societ. Essa forn sia un nuovo mezzo di controllo e di
coordinazione sociale, sia la base cognitiva per laffermarsi della capa-
138
cit pedagogica e dellinnovazione culturale. Dal punto di vista
cognitivo, nella mente del singolo individuo la mimica fu in parte il
prodotto di un nuovo sistema di rappresentazione di s, e per la
maggior parte il prodotto di un sistema di controllo mimico sopramo-
dulare in cui le azioni del s possono essere impiegate per modellare le
139
rappresentazioni di eventi percettivi. Nella mimica, inoltre, erano
gi presenti gran parte delle caratteristiche cognitive che vengono
considerate essenziali per il linguaggio stesso e che di conseguenza
hanno preparato il terreno per la successiva comparsa del linguaggio
verbale: tra le altre la comunicazione intenzionale, la ricorrenza e la
differenziazione del riferimento.
Grazie alla cultura mimica sorsero, insomma, tutte quelle innova-
zioni che caratterizzarono il periodo di Homo erectus:

135
Cfr. infra, pp. 192 sgg.
136
Cit. da M. DONALD, op. cit., p. 234.
137
Cit. da ID., ibid.
138
Ivi, p. 237.
139
Cit. da ID., ibid.

187
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

la cultura mimica fu un adattamento stabile e riuscito, una strategia di


sopravvivenza attuata dagli ominidi per pi di un milione di anni. Essa forn
le fondamentali strutture sociali e semantiche cui, in seguito, si sarebbe
aggiunto il linguaggio simbolico. Le strutture cerebrali sottostanti allazione
mimica, osservabili solo nella linea evolutiva delluomo, fanno parte del
cervello degli ominidi arcaici, quello stesso cervello che si sarebbe ulterior-
mente modificato per incorporare la capacit linguistica nel proprio arma-
140
mentario di sistemi e di moduli.
***
Dopo la transizione dalla cultura episodica delle antropomorfe
alla cultura mimica degli ominidi, la seconda grande transizione verso
luomo moderno fu quella che condusse dalla cultura mimica alla
cultura mitica.
La lunga transizione da Homo erectus a Homo sapiens sapiens
dur allincirca da 0,5-0,4 milioni fino a 50-30.000 anni fa e ancora
non del tutto chiaro come ci avvenne.
Uno dei problemi principali posto dal ruolo da assegnare alluo-
mo di Neandertal, una specie ominide vissuta tra 150.000 e 35.000
anni fa ed estintasi rapidamente e improvvisamente: nessuno, dopo un
secolo e mezzo dalle prime scoperte di fossili neandertaliani, ancora
in grado di dire con certezza se essi furono i nostri progenitori
immediati o un ramo secco dellevoluzione.
La mancata soluzione del problema posto dalluomo di Neander-
tal, lascia tuttora sospeso il giudizio sulle due principali teorie esistenti
sullorigine delluomo moderno, lipotesi dellevoluzione multiregio-
141 142
nale e lipotesi della (seconda) migrazione dallAfrica. La prima
ipotesi sostiene che luomo di Neandertal parte di una tendenza
evolutiva comune allEuroasia e allAfrica (Homo sapiens arcaico) e
possiede caratteristiche anatomiche intermedie tra Homo erectus e
Homo sapiens sapiens : le attuali popolazioni europee deriverebbero
143
pertanto direttamente dai neandertaliani; per la seconda ipotesi,

140
Cit. da ID., ibid.
141
Cfr. A. G. THORNE M. H. WOLPOFF, The Multiregional Evolution of Humans, SA
(1992,4), pp. 76-83; M. H. WOLPOFF (et al.), Multiregional Evolution. A World-Wide Source for
Modern Human Populations, in M. H. NITECKI V. NITECKI (eds.), Origins of Anatomically
Modern Humans, New York 1994, pp. 175-199.
142
Cfr. C. STRINGER C. GAMBLE, In Search of the Neanderthal, London 1993.
143
Dal punto di vista anatomico, questa ipotesi presenta almeno un problema di difficile
soluzione: i neandertaliani erano bassi, tarchiati, di braccia e gambe corte e di costituzione

188
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

luomo anatomicamente moderno comparve per la prima volta in


Mrica circa 125.000 anni fa e da l si diffuse soppiantando le popola-
zioni premoderne esistenti: nel primo caso le attuali popolazioni
geografiche (comunemente definite razze), essendo distinte da circa
2 milioni di anni, sarebbero profondamente diverse sul piano geneti-
co; nel secondo caso, derivando tutte da un ceppo comune formatosi
in epoca relativamente recente in Mrica, le differenze genetiche sareb-
144
bero esigue.
In tempi recenti, tuttavia, i dati tratti dalla genetica di popola-
zioni e dallo sviluppo di modelli statistici sullinterazione tra popo-
lazioni diversamente avvantaggiate nella competizione demografica,
hanno fatto propendere lopinione di gran parte degli specialisti
verso lipotesi africana: ununica transizione iniziata forse circa
200.000/150.000 anni fa avrebbe allora dato origine alluomo moder-
145
no.
Comunque stiano le cose, sebbene non siano noti con precisione
gli eventi evolutivi che condussero poi alla comparsa delluomo anato-
micamente moderno, ci invece ben noto, come scrive M. Donald, il
loro effetto: la grande rivoluzione costituita dalla cultura del paleoliti-
co superiore; dunque, ci che ci occorre determinare lessenziale
mutamento cognitivo e ladattamento biologico che si situarono alla
base della cultura umana prealfabetizzata, differenziandola dalla cul-
146
tura mimica sottostante.
***
Non conosciamo alcun fattore climatico o geografico che possa
aver prodotto una pressione selettiva tale da provocare la comparsa

robusta, caratteristiche insomma che li rendevano adatti al clima freddo; i primi uomini
anatomicamente moderni che abitarono le stesse regioni erano invece alti, slanciati e dagli arti
lunghi, tutte caratteristiche adatte a un clima tropicale o temperato.
144
Cit. da. R. LEAKEY, The Origin of Humankind cit., p. 100.
145
Anche in questo caso rimane tuttavia qualche dubbio: lipotesi correlativa basata sulle
analisi del DNA mitocondriale, sostiene che luomo anatomicamente moderno sorto in Africa
non si sarebbe mescolato geneticamente coi suoi predecessori neandertaliani (di contatti cultu-
rali abbiamo invece tracce sicure: la tecnologia chatelperroniana: cfr. R. LEAKEY R. LEWIN,
Origins Reconstdered cit., pp. 218 sgg.): come avvenne allora la sostituzione? Di genocidi non
c traccia; quale vantaggio, ancorch piccolo, avrebbe dato nellarco di non pi di due millenni
una superiorit tale alluomo di Cro-Magnon da cancellare la presenza dei neandertaliani? Una
delle risposte possibili il linguaggio di tipo moderno.
146
Cit. da M. DONALD, op. cit., p. 245; anche M. ALINEI, op. cit., p. 730, considera ai fini
delle indagini linguistico-comparative tutto sommato ininfluente quale delle due teorie sulle
origini delluomo moderno finir per prevalere tra gli specialisti.

189
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

delluomo moderno. Inoltre, mentre la maggior parte delle altre spe-


cie di mammiferi coesiste con altre sottospecie, ciascuna delle quali
occupa la propria nicchia, luomo fa eccezione: evidentemente, una
sola specie ominide pu occupare la nicchia ecologica umana per un
147
periodo di tempo piuttosto lungo. dunque probabile che nel-
lambito della specie umana i maggiori progressi derivino dalla com-
petizione tra sottospecie e che la competizione non riguardi le strate-
gia di sopravvivenza degli individui ma quelle dei diversi gruppi in
quanto societ pi o meno coese. Di conseguenza, con ogni probabi-
lit, levoluzione del genere umano avvenne a livello di cambiamento
culturale, e forse la pressione evolutiva si fece sentire quando uninno-
vazione cognitiva offr a un gruppo di ominidi, in quanto tale, un
148
significativo vantaggio culturale su un altro gruppo.
La cultura del paleolitico superiore, tra 35.000 e 10.000 anni fa,
tale da far ritenere che in essa tutte le propriet fondamentali della
mente umana fossero gi presenti; rispetto alle precedenti culture, il
salto qualitativo cos significativo e improvviso, che solo lavvento
del linguaggio verbale pienamente e definitivamente sviluppato pu
149
forse spiegarlo.
Il linguaggio fu verosimilmente, tuttavia, soltanto laspetto anato-
mico di un nuovo e complesso modello di adattamento, e contempo-
raneamente al suo insorgere dovettero svilupparsi dei mutamenti
cognitivi altrettanto significativi: la comparsa di un nuovo adatta-
mento periferico come lapparato vocale moderno, deve essere stata il
corollario di un corrispondente mutamento allivello di pensiero, un
mutamento fondamentale che prima avvi linvenzione linguistica e
150
poi ne acceler il ritmo.
151
Come si detto, le antropomorfe possono essere addestrate
alluso dei simboli, ma questa capacit non le ha condotte allacqui-
sizione n di un linguaggio n di una cultura mimica. dunque

147
Ivi, p. 247.
148
Cit. da ID., ibid.
149
Come si detto, cfr. supra, p. 181, nota 115, lipotesi che lo sviluppo del linguaggio
articolato coincida con quello delluomo anatomicamente moderno non provata con sicurezza
n accettata da tutti: tra i contrari, vd. ancora R. HALLOWAY, Human Paleontological Evidence
Relevant to Language Behavior, HN (1983,2), pp. 105-114; T. DEACON, The Neural Circuitry
Underlaying Primate Calls and Human Language, HEv (1989,4), pp. 367-401; tendenzialmen-
te contrario anche M. ALINEI, op. cit., passim.
150
Cit. da M. DONALD, op. cit., p. 255.
151
Cfr. supra, p. 183.

190
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

evidente che la semplice capacit di collegare un segno arbitrario con


il suo significato non conduce ad alcuna forma di linguaggio. Di fatto,
i legami fra significanti e segni testimoniano solo la presenza di
capacit discriminatorie condizionate, o di elementari percezioni di
eventi. Tale legame ha a che fare con la cognizione episodica, un
152
campo in cui le antropomorfe eccellono.
Viceversa, linvenzione di un simbolo richiede la capacit di
pensiero;
153
esso ci che Gregory ha definito uno strumento menta-
le. I simboli vengono inventati per facilitare unoperazione o uno
scopo cognitivi, e lo scopo, o la soluzione, devono in qualche modo
presentarsi alla mente dellinventore. Le antropomorfe non possiedo-
no questa competenza e non possono inventare uno strumento men-
154
tale. Questo perch lintelligenza rappresentativa sottostante al
simbolo che ne definisce il potere e conduce alla sua invenzione.
Dunque, ci che sospinge alla ricerca del simbolo perfetto, del mezzo
appropriato ad esprimere un concetto non ancora catturato, il
155
nascente modello mentale.
Ma come sorsero i primi simboli?
Per Donald, inizialmente la fonte pi probabile di simboli arbitra-
ri fu la standardizzazione delle prestazioni mimiche, cio il gesto:
inevitabilmente, in una cultura mimica, doveva essere presente un
certo grado di invenzione semiotica, e la forma che questa assunse fu il
156
gesto.
Poich la mente mimica pu generare una ricca variet di gesti
[], pu darsi che il repertorio di gesti di cui dispone luomo attuale
sia il risultato di millenni di accrescimento gestuale e concettuale. Ci
owiamente significa che sistemi di simboli gestuali piuttosto elaborati
potrebbero aver preceduto ladattamento per il linguaggio verbale,
157
specialmente durante il periodo di transizione.
I simboli, tuttavia,

152
Ivi, p. 258.
153
M. Donald fa qui riferimento a R. L. GREGORY, Mind in Science, London 1981, trad. it.
Milano 1985.
154
Cit. da M. DONALD, op. cit., p. 258.
155
Ivi, p. 259.
156
Ivi, p. 260.
157
Ivi, p. 265; non detto per che tutte le forme di gesto osservabili nelluomo attuale, di
solito usate come complemento del linguaggio verbale, dovessero far parte anche di culture
umane precedenti.

191
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

non poterono comparire per primi e, per il fatto di essere stati inventati, dare
lavvio al linguaggio e al pensiero. Linvenzione di simboli, parole comprese,
deve aver seguito un progresso delle capacit di pensiero, e fu parte integran-
te dellevoluzione della capacit di costruire modelli. Analogamente, ancora
pi improbabile che la semplice comparsa di un meccanismo per la vocaliz-
zazione del linguaggio verbale sia nel cervello che nel tratto vocale delle
antropomorfe, o addiruttura in Homo erectus, possa aver condotto allinven-
zione di simboli o al linguaggio verbale. Essa potrebbe aver condotto solo
allimitazione e a un ulteriore uso pragmatico della vocalizzazione imitativa.
[] la capacit vocale non comport cambiamenti cognitivi, ma segu (o
almeno procedette in parallelo con) un fondamentale cambiamento delle
capacit intellettive di modellamento che rese utile la capacit vocale. La pi
importante fonte di pressione selettiva per levoluzione di un apparato vocale
pi affinato fu una mente cui, per la propria attivit di modellamento,
158
occorrevano le caratteristiche necessarie per il linguaggio vocale.

I modelli mentali delle antropomorfe derivano dalla percezione di


159
eventi; sulla base di ci, i mammiferi superiori poterono sviluppare
modelli anche molto complessi, come per esempio modelli di situazio-
ni e di relazioni sociali che comportavano lintegrazione di scene visive
in scenari. Anche la rappresentazione mimica dipende da un processo
di modellamento ad alto livello, e tuttavia, anche se fu essa a gettare le
basi per il linguaggio e per il pensiero simbolico, le mancava ancora un
elemento essenziale: la capacit di produrre modelli mentali era infatti
incompleta. Luomo differisce dalle antropomorfe e dagli altri mam-
miferi non tanto nel fatto di possedere segni e simboli, quanto nei tipi
di modelli mentali che in grado di costruire: [] il processo di
modellamento si rese necessario non per decodificare un linguaggio
160
che non esisteva ancora ma per inventarlo.
Secondo Donald, infatti,

quantunque il linguaggio sia stato in primo luogo uno strumento sociale, la


sua utilit iniziale non fu tanto quella di contribuire al raggiungimento di un
nuovo livello di capacit tecnologica o di organizzazione allinterno del
gruppo, o di permettere la trasmissione di capacit o lacquisizione di una pi
ampia organizzazione sociale, come avvenne in seguito, ma di venir utilizzato

158
Ivi, p. 259; il corsivo dellA.
159
Vd. supra, p. 183.
160
Ivi, p. 274.

192
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

per la costruzione di modelli concettuali delluniverso umano. La sua funzio-


ne fu evidentemente legata allo sviluppo del pensiero integrato, alla grande
sintesi unificatrice di quelli che fino ad allora erano stati frammenti di
informazione isolati. Mentre la rappresentazione mimica era limitata a episo-
di concreti, il pensiero metaforico in grado di effettuare una comparazione
incrociata degli episodi, derivandone principi generali e contenuti temati-
161
ci.
162
Cos come a suo tempo per la comparsa del bipedismo, lavven-
to del linguaggio verbale coinvolse insomma un insieme complesso di
mutamenti, un elenco dei quali, secondo Donald, dovrebbe compren-
dere almeno:
1) un meccanismo vocomotorio per il controllo del linguaggio
verbale fluente;
2) un adattamento uditivo per la percezione di oggetti ed eventi
uditivi;
3) un meccanismo correlato (loop articolatorio) comprendente
un magazzino fonologico a breve termine destinato alla reiterazione
vocale;
4) un accrescimento del repertorio lessicale e della memoria ad
esso dedicata;
5) una capacit di definizione di caratteristiche, anche sintattiche,
di eventi;
6) nuove facolt cognitive a livello integrativo e di modella-
mento, mediante le quali lanalisi del discorso e della narrazione,
nonch il pensiero formalizzato, possono essere conseguiti nellambi-
163
to del controllo simbolico.
Il cambiamento cognitivo sotteso allo sviluppo del linguaggio
deve essersi dunque verificato come parte di un unico adattamento:
linguaggio e sviluppo concettuale avanzato a livello simbolico sono
cos interdipendenti da apparire inscindibili e da lasciar intendere che
164
abbiano compiuto il gran balzo insieme.
Rispetto ai sistemi di invenzione simbolica precedenti, il sistema
fonologico presentava un grande vantaggio:

161
Ivi, p. 254.
162
Vd. supra, p. 180.
163
Ivi, p. 279.
164
ID., ibid.

193
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

era possibile generare enunciati ben distinti in numero praticamente illimita-


to ed era possibile ricordarli e reiterarli. Questa caratteristica permise al
repertorio simbolico di espandersi rapidamente in un ampio corpo di item
facili da ricordare e da richiamare dalla memoria. Inoltre linvenzione e la
comunicazione fonologica non interferirono con lo svolgimento di altre
importanti attivit mentali, come la locomozione, la manualit, lorientamen-
to spaziale e la percezione visiva. Linvenzione fonologica pot quindi svilup-
parsi parallelamente agli altri aspetti del comportamento. Essa rimane il
mezzo ideale con cui un organismo primariamente visuomotorio, che viva in
stretto contatto con i suoi conspecifici, pu sviluppare un sistema di simboli
165
da utilizzare in concomitanza con altre attivit mentali.

Laccelerazione dellevoluzione del linguaggio verbale determin


verosimilmente anche una deflagrazione lessicale, una capacit di
invenzione simbolica su larga scala e un intero nuovo repertorio di atti
che era possibile riprodurre e reiterare. Forse fu il distacco del lin-
guaggio verbale da gran parte delle attivit sensomotorie del mondo
materiale a consentirgli di estendere la propria portata oltre la mate-
rialit. Proprio perch si trattava dI un nuovo sistema, non gravato
dalle esigenze che pesano sul sistema mimico visuomotorio, il linguag-
gio verbale pot accrescere la propria capacit, in parallelo, senza
166
interferire con funzioni cognitive preesistenti.

Il linguaggio, insomma,

non avrebbe potuto svilupparsi, specialmente in questi stadi precoci, senza


che intervenissero mutamenti fondamentali nei modelli mentali dei singoli
individui. Il processo di definizione del mondo in realt quello attraverso il
quale questi modelli vengono portati sotto il controllo simbolico. Ma questo
processo d luogo anche a diversi tipi di modelli, in cui la struttura del
mondo, in termini di eventi, si differenzi e i componenti divennero accessi-
bili luno indipendentemente dallaltro nella memoria. In questo senso, i
modelli cos costruiti comprendono le parole utilizzate nella loro definizione,
e le parole, a loro volta, costituiscono una parte integrante della propria
definizione. Quando una mente inizia a costruire un proprio mondo verbal-
mente codificato, i prodotti di questa operazione pensieri e parole non
167
possono essere dissociati gli uni dalle altre.

165
Ivi, p. 292.
166
Ivi, p. 295.
167
Ivi, p. 296; per questo motivo che frate John non pu pensare linguisticamente (cfr.
supra, pp. 186-7): i modelli e le loro parole sono cos strettamente interrelati che, in assenza di

194
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

Visto dunque da una prospettiva evoluzionistica,

il sistema del linguaggio comport non solo un nuovo apparato vocale ma un


sistema interamente nuovo di rappresentazione della realt. Lintero sistema di
immagazzinamento di proposizioni e lintera memoria semantica verbale
furono prodotti dal linguaggio, e fanno parte di un adattamento verticalmente
integrato che in ultimo si unific sotto un dispositivo di controllo linguisti-
co. [] Il dispositivo di controllo linguistico un processo rappresentativo i
cui prodotti sono i modelli della narrazione. Il pensiero narrativo la
normale attivit automatica del dispositivo di controllo linguistico; esso
produce commenti orali-verbali su esperienze con la stessa naturalezza con
cui il sistema mimico produce rappresentazioni in termini di modelli di
azioni. Si tratta di un dispositivo di modellamento, ed la forza motrice
dellinvenzione linguistica. Il dispositivo di controllo linguistico fa funziona-
re il resto del sistema; specificatamente, esso dirige il processo di assemblag-
gio lessicale, nel quale appropriate voci lessicali sono riunite in frasi comples-
se sottoposte a vincoli sintattici e morfologici. In relazione a ci, la parte
essenziale delladattamento al linguaggio si colloca alla sommit del sistema,
168
non alla sua base.

Basandosi poi sugli studi di J. Bruner sul pensiero narrativo come


169
fondamento delletno-psicologia, o psicologia popolare, M. Do-
nald sostiene convincentemente, che

limmaginazione narrativa pu essere sostenuta da una tradizione puramente


orale, tipica delle cultura prealfabetizzate. Le culture di cacciatori-
raccoglitori aborigeni, sia nel possesso di complesse narrazioni mitiche della
realt sia nel loro uso quotidiano del linguaggio, rivelano che la loro modalit
di pensiero prevalentemente narrativa. La capacit narrativa la forza
motrice delluso del linguaggio, particolarmente di quello verbale, per la cui
acquisizione la capacit di descrivere e di definire eventi e oggetti centrale. I
racconti di cui lintero gruppo sociale era spettatore condussero allelabora-
zione di versioni collettive della realt: una narrazione, infatti, si rivolge quasi

parole, lintero sistema viene meno. In altri termini, non sopravvive un linguaggio del pensiero
da cui le parole siano scollegate, e la loro assenza determina unassenza totale di simboli, di
pensiero simbolico e di complessi modelli simbolici: ivi, pp. 296-297.
168
Ivi, p. 305; i corsivi sono dellA.
169
Cfr. soprattutto J. BRUNER, Actual Minds, Possible Worlds, Cambridge (Mass.),
London 1986, trad. it. Roma Bari 1988; ID., Acts of Meanings cit. (nota 170, p. 104), vd. anche
A. SMORTI, Il pensiero narrativo. Costruzione di storie e sviluppo della conoscenza sociale, Firenze
1994, e infra, pp. 197 sgg.

195
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

sempre ad un pubblico. Conseguentemente, la pressione adattiva che con-


dusse allespansione della capacit simbolica, lutilit dellinvenzione simbo-
lica e il valore di un meccanismo del linguaggio verbale fluente con unim-
mensa capacit di memoria dipendono tutti dalla capacit della mente di
indirizzare questa abilit verso la ricostruzione della realt o [] in primo
luogo verso la sua costruzione. [] In una societ prealfabetizzata [], il
linguaggio serviva fondamentalmente per diffondere e tramandare racconti.
Il linguaggio viene utilizzato per lo scambio di informazioni sulle attivit
quotidiane dei membri del gruppo, per la narrazione di eventi del passato e,
entro determinati limiti, per pervenire a decisioni collettive [] Il fondamen-
to di tutto ci la modalit narrativa, che forse il prodotto fondamentale
del linguaggio. Nelle poco numerose societ prealfabetizzate il prodotto
supremo della modalit narrativa il mito. Questo potrebbe essere definito
la versione pi autorevole, il prodotto pi finalizzato, filtrato e dibattuto di
170
generazioni di interscambi narrativi sulla realt.

Limportanza del ruolo svolto dal mito

emerge chiaramente quando si prenda in considerazione la collocazione del


mito nellambito dellarchitettura mentale. Nelle societ del paleolitico supe-
riore il mito fu lineludibile risultato della capacit narrativa nonch la
suprema forza organizzatrice. A giudicare dalla continuit del ruolo delle
rappresentazioni mimiche osservabile nel rito, nel canto, nella danza e nei
giochi, la costruzione di narrazioni e miti non sostitu la cognizione mimica
ma ne divenne il complemento perfetto. Il mito conquist il suo particolare
posto un posto centrale, un ruolo di controllo nel complesso delle facolt
cognitive. La capacit mimica, cos fondamentale per le acquisizioni culturali
dei pi antichi membri del genere Homo, mantenne una certa importanza,
171
ma rimase relegata a un ruolo secondario.

In conclusione, a parere di Donald,

la cultura mitica condusse rapidamente allintegrazione della conoscenza. Il


repertorio eterogeno e concreto della cultura mimica pass sotto il dominio
integrato re della mitologia. [] Lintegrazione mitica fu conseguente allin-
venzione simbolica e al dispiegamento di un pi efficiente apparato per la
costruzione di simboli. A ci provvide ladattamento fonologico, con il suo
buffer articolatorio. Quando il meccanismo per lo sviluppo e la reiterazione

170
Ivi, p. 302; il corsivo dellA.
171
Ivi, p. 303.

196
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

delle narrazioni di eventi si fu instaurato, si ebbe uninevitabile espansione


della memoria semantica e propositiva, che poi sarebbe stata parte integrante
dello stesso processo iterativo di cambiamento evolutivo. Nel frattempo, un
importante ruolo di controllo dellattenzione nelluomo venne assunto dal
sistema del linguaggio. I circuiti reiterativi del sistema verbale consentirono
sia un rapido accesso sia un sistema di memoria endogena. Il linguaggio forn
dunque un mezzo molto pi affinato di manipolazione conscia e volontaria
del processo di formazione di modelli mentali. [] Linvenzione simbolica su
vasta scala permise alla struttura intrinseca degli eventi episodici di articolar-
si. I dispositivi simbolici, e particolarmente il lessico, favorirono linvenzione
mitica, attraverso la quale la struttura degli eventi poteva essere modificata,
interrelata e rimodellata con gli occhi della mente. La mente umana aveva
compiuto un cerchio completo, iniziato con un apparato rappresentativo di
cultura episodica concreta e legata allambiente per diventare un dispositivo
capace di imporre uninterpretazione del mondo dallalto, cio dalle proprie
172
creazioni mitiche generate e condivise dalla collettivit.
***
Prima di passare allanalisi della terza grande transizione, quella
che segn, con linvenzione della scrittura, il passaggio dalla cultura
mitica alla cultura teoretica, credo sia necessario a questo punto
riprendere il discorso sul mito iniziato nel capitolo I,3,5 e approfon-
dirlo definitivamente.
Dunque, come si visto, anche secondo W. Burkert il mito
173
appartiene al genere del racconto tradizionale.
174
Sviluppando questa tesi, Burkert aveva sostenuto inoltre che

[] se il mito un racconto tradizionale, esso un fenomeno linguistico, e


non una creazione sui generis analoga e a un tempo estranea alla lingua
duso []; e se il mito un racconto tradizionale, ci si dovrebbe liberare nello
stesso tempo dal problema che ha dominato gli studi di mitologia sin
dallantichit: Come stato creato il mito, e da chi?. Non la creazione n
lorigine del mito a costituire il fatto fondamentale, ma la trasmissione e la

172
Ivi, pp. 314-315.
173
Vd. supra, p. 89; W. Burkert riprende unipotesi di G. S. KIRK, Myth: Its Meaning and
Functions in Ancient and Other Cultures, Berkeley Los Angeles 1970, trad. it. Napoli 1980, pp.
17-55; ID., The Nature of Greek Myths, Harmondsworth 1976, II ed., trad. it. Roma Bari 1980,
pp. 23-31.
174
La lunga ma necessaria cit. che segue tratta da W. BURKERT, Structure and History in
Greek Mythology and Ritual, Berkeley 1979, trad. it. Roma Bari 1987, cap. I: Lorganizzazione
del mito, pp. 3-57, passim, i corsivi sono sempre dellA.

197
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

conservazione, anche senza luso della scrittura, in una civilt orale primiti-
va. [] Un racconto diviene tradizionale non in virt della creazione, ma
175
grazie allessere ripetuto e accettato.
[] La forma del racconto non prodotta dalla realt, ma dal linguag-
176
gio, donde derivato il suo carattere essenziale: la linearit.
[] Mito, allora, allinterno del genere dei racconti tradizionali, un
racconto di storia non fattuale.
[] I miti sono polivalenti: lo stesso mito pu essere riferito alla natura o
alla storia, alla metafisica o alla psicologia, e ha un senso in ciascun campo,
rilevando a volte un senso in accordo con le predilezioni dellinterprete, ma
la vasta pluralit delle applicazioni deve metterci in guardia; un mito, in
quanto racconto, non pu essere ridotto a referente, in modo specifico e
immediato, di un aspetto della realt, di una origine fuori dal racconto.
Quanto detto porta alla seconda tesi, che non vanta maggiore originalit
della prima: lidentit di un racconto tradizionale, incluso il mito indipen-
dente com da ogni testo o linguaggio particolare e da un riferimento diretto
alla realt deve essere trovata in una struttura di senso allinterno del
177
racconto stesso.
178
[] Un racconto una sequenza di motivemi; in termini linguistici:
una catena sintagmatica con varianti paradigmatiche; in termini pi elemen-
tari: un programma di azioni - intendendo azione in senso lato, compren-
dente piani, reazioni ed esperienza passiva nella sequenza dellintreccio.
[] Il concetto di una struttura di senso senza referenza diretta non
I79
autocontradditorio. Il significato, sebbene collegato alla referenza, non si
identifica con essa. [] Il significato di un racconto, anche allivello di una
sequenza proppiana, molto pi ricco e pi complesso. La sequenza

175
Su oralit e tradizione, vd. supra, pp. 86 sgg.
176
Sulla sequenzialit come propriet prima e fondamentale della narrazione, cfr. J.
BRUNER, Acts of Meaning cit., pp. 54 e 81 sgg.
177
Una seconda caratteristica della narrazione che essa pu essere reale o immagina-
ria, senza che la sua forza come racconto abbia a soffrirne. Questo significa che tra il senso e il
riferimento esterno del racconto sussiste una relazione anomala. Lestraneit del racconto
rispetto alla realt extralinguistica sottolinea il fatto che esso possiede una struttura interna al
discorso. In altre parole, la sequenza delle frasi, piuttosto che la verit o la falsit di una qualsiasi
di esse, ci che determina la configurazione o trama generale. Questa particolare sequenzialit
indispensabile perch un racconto sia significativo e perch la mente si organizzi in modo da
coglierne il significato: cit. da J. BRUNER, op. cit., p. 55 (i corsivi sono dellA.).
178
Sostituendo con i motivemi le funzioni di V. J. Propp (ma anche i temi di Nagy e
Watkins e i leit-motiv di Belardi: vd. supra, p. 89 e p. 106), Burkert segue qui A. G. DUNDES, The
Morphology of North American Indian Folktales, Helsinki 1964, pp. 50-53; si tratta per della
stessa nozione: essi sono le unit dazione della trama; sulle funzioni di Propp come esempio di
ipercodifica, vd. supra, p. 140.
179
W. Burkert si richiama in tal modo a quanto sostenuto tra gli altri da P. RICOEUR, La
mtaphore vive, Paris 1975, trad. it. Milano 1981, pp. 285 sgg.

198
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

propriamente detta, tuttavia, rappresenta una regola semantica maggiore,


che determina il significato degli elementi. Ma una tale regola ha dinamiche
proprie ben specifiche. La sequenza di motivemi potrebbe anche essere
descritta come un programma di azioni; [] se [] ci chiediamo da dove
siano sortiti una tale struttura di senso e un tale programma di azioni, la
180
risposta sar necessariamente: dalla realt della vita, anzi, dalla biologia.
[] Il linguaggio naturale, dopotutto, il linguaggio degli esseri viventi; se le
sequenze di motivemi corrispondono ai programmi di azione, siamo proprio
181
nel campo della biocibernetica. Senza dubbio, bench i programmi di
azione non siano una peculiarit della ragione umana, solo luomo pu per
esprimersi verbalmente a proposito di essi.
[] La struttura pi profonda di un racconto sarebbe, dunque, una serie
di imperativi: get , cio: esci, chiedi, trova, combatti per quello che hai
trovato, prendi, fuggi.
[] Riducendo la struttura dei racconti a programmi di azioni, non
cadiamo nella trappola del corto circuito: non stiamo spiegando il racconto
con un riferimento originario a un qualche fatto oggettivo.
[] Il modulo dazione stabilisce un principio di sintesi a priori rispetto
a qualsiasi racconto specifico. Ci spiega perch sia possibile che lascoltatore
diventi a sua volta narratore e questo il principio del racconto
tradizionale e perch i buoni racconti si possano memorizzare cos facil-
mente pur avendoli ascoltati una sola volta: non ci sono molti items ardui da
memorizzare, dal momento che la struttura era ampiamente nota gi da
prima. Grazie a questo, i racconti tradizionali possono conservare una certa
stabilit insieme a un discreto potere di rigenerazione; si possono correggere
malintesi e reintegrare omissioni, poich narratori e ascoltatori consciamente
o inconsciamente concordano per ci che concerne le strutture del raccon-
I82
to. Questo potrebbe essere probabilmente il punto di partenza di una
indagine nelle dinamiche inconsce della psiche, che si trovano in un luogo
imprecisato tra biologia e linguaggio, e che, senza dubbio, sono coinvolte
nella comprensione e rinarrazione dei racconti. [] Fermiamoci alla terza
tesi: le strutture del racconto, in quanto sequenze di motivemi; si basano su
programmi fondamentali di azioni, di tipo biologico o culturale, e procediamo
nellaltra direzione, dallinconscio verso la verbalizzazione.

180
questa in sostanza anche la tesi di fondo sostenuta da G. Bateson: il mondo della
Creatura ununit biologica e sociale, dove tutto determinato dallinformazione e dalla
differenza: cfr. supra, pp. 142 sgg.
181
Si ricordi qui quanto detto sopra sulla cibernetica, vd. pp. 145 sgg.
182
Sulle strutture narrative come teoria della mente condivisa da un gruppo sociale, vd.
ancora J. BRUNER, op. cit., capp. 2 e 3.

199
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

[] Ci che rende un racconto specifico, efficace, indimenticabile, a


quanto pare, pu essere linterazione di molteplici strutture. Definisco ci
cristallizzazione di un racconto.
[] Altro problema fino a che punto la trasmissione orale possa
preservare cristallizzazioni, attraverso un periodo di tempo prolungato, in
assenza di una forma poetica, metrica. [] Levidenza sembra mostrare che
183
le strutture sono infrante.
[] A questo problema segue linterrogativo su che cosa realmente
costituisca lidentit di un racconto in versioni differenti.
[] Il problema pu esere risolto se riconosciamo che c pi di un
livello di strutture.
[] Il risultato allora sarebbe che ci sono s sovrastutture, strutture
narrative effettive e importanti, che sono parcellizzate in un processo di
trasmissione culturale trasversale, ma che la struttura di base del modello di
azione pu trascendere le barriere della lingua e fornire una comunicazione e
184
comprensione per un ampio spazio di civilt e periodi vicini tra loro.
[] Che cosa, allora, peculiare al mito, in contrasto con altri racconti
popolari? [] Il carattere specifico del mito non sembra risiedere n nella
struttura n nel contenuto di un racconto, ma nelluso al quale destinato; e
questa sarebbe la mia tesi conclusiva: il mito un racconto tradizionale con un
riferimento secondario, parziale, a qualcosa che ha importanza collettiva.
Il mito un racconto tradizionale applicato; e la sua importanza e seriet
derivano chiaramente da questa applicazione. Il riferimento secondario,
poich il significato di un racconto non pu derivare da esso a differenza
della favola, che inventata a beneficio della sua applicazione; ed parziale,
poich racconto e realt non saranno mai del tutto isomorfi in queste
applicazioni. E tuttavia il racconto , spesso, la prima e fondamentale verba-
lizzazione della realt complessa, il principale modo di esprimersi su proble-
mi dai molteplici aspetti: proprio la narrazione di un racconto risultata
essere un mezzo elementare di comunicazione. Il linguaggio lineare, e la
narrativa lineare perci un mezzo prescritto dal linguaggio per rappresen-
tare la realt. I fenomeni di importanza collettiva che sono verbalizzati con
lapplicazione di racconti tradizionali sono da ricercare, in primo luogo, nella
185
vita sociale.
[] Il pensiero mitico, quindi, non uninvenzione spontanea dei miti.
[] Unet del mito, nella nostra accezione, sarebbe unepoca in cui
ladattamento dei racconti tradizionali lunico o il principale modo della

183
Che la tramissione orale debba necessariamente basarsi anche sulluso di strutture
ritmiche, quanto ho sostenuto nella prima parte della presente ricerca, cfr. supra, pp. 38 sgg.
184
Su questo punto si ricordi quanto sostiene e dimostra C. Watkins (vd. supra, pp. 87
sgg.) e quanto sie detto (vd. supra, pp. 174 sgg.) sui memi.
185
quanto abbiamo visto sostenere anche da M. Donald: cfr. supra, p. 196.

200
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

speculazione e comunicazione generale, allo scopo di verbalizzare i fenome-


186
ni, per dar loro coerenza e senso. Un siffatto metodo antropomorfo, o
biomorfo, ma nientaffatto semplicistico; giocoso nel senso di Piaget,
poich adatta la realt allattivit piuttosto che lattivit alla realt, ma non
arbitrario. Il pensiero mitico non assume come operatori n linclusione di
categoria n la dicotomia verolfalso, ma azioni o sequenze di azioni.
[] Il pensiero mitico era, ed , non una ripetizione meccanica di
assurdit, ma unattivit mentale che pu essere molto acuta ed efficace. Esso
187
produce, soprattutto, una sintesi di fatti isolati.
[] Infatti la struttura prestabilita del mito uno strumento opportuno
per avere rapporti con nuovi eventi, con lo sconosciuto.
[] Il mito pu costituire cos una presa anticipata di decisioni, una
188
motivazione e certamente una propaganda.
[] Il pensiero mitico risulta essere unimportante forza della vita co-
189
sciente. [] Ci vuol dire mettere in pratica da fermo, per cos dire
programmi elementari di azione, che sono al tempo stesso sequenze di
esperienza psichica, neutralizzando cos la depressione e la paura. [] Certe
esperienze, atteggiamenti e prospettive sono pre-formati, elaborati e socializ-
zati raccontando delle storie; non contengono molto messaggio, molto
valore di informazione; piuttosto, il racconto tende a ristabilire e confermare
190
i modelli preesistenti.
[] Una modifica, o per lo meno una precisazione, della definizione di
mito come racconto applicato ancora necessaria. Questa definizione non
da intendere nel senso di postulare due distinte epoche storiche, una del
puro racconto, laltra del mito; non presuppone ancora due distinte opera-
zioni. Infatti gli agenti adoperati nelle esposizioni mitiche possono essere pi
semplici, pi elementari di quelli di un qualsiasi racconto completo.
[] Ci sono casi in cui gli elementi del racconto e la loro applicazione
sembrano intimamente fusi; ci ha dato origine alla falsa convinzione che il
mito derivasse direttamente da quella fusione. Il linguaggio, tuttavia, a parte
il mito, non prodotto da fatti. Pi spesso apparir manifesta lincongruenza,
la tensione tra fatti e verbalizzazioni. Il racconto tende a cristallizzarsi,
attraverso il contrasto e la simmetria; ha bisogno di personaggi distinti e
plausibili, di motivazioni e di continuit per essere efficace. Dallaltro lato, ci
sono fatti semplici, determinati e spesso noiosi. Il racconto flessibile, pu

186
Anche qui Burkert e Donald sono in sintonia: cfr. supra, p. 195.
187
Sul ruolo della cultura mitica come sintesi unificatrice degli eventi episodici della
cultura mimica, vd. supra, pp. 196 sgg.
188
Su questi ultimi due punti, vd. infra, pp. 297 sgg.
189
Sul mito come tipo di autocoscienza, vd. infra, pp. 214 sgg.
190
Sul racconto e la tradizione narrativa come fonte di legittimit e autorevolezza, vd.
anche J. BRUNER, op. cit., pp. 57 sgg.

201
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

adattarsi; ci sono molte possibilit di reinterpretazione e rielaborazione che


fanno s che il racconto si adatti alle circostanze. Ma esso pu anche lasciar
libera nuovamente, mettendo in moto un flusso di libera fantasia che si
accorda solo con se stesa, una logica non referenziale. E questo quanto deve
essere accaduto a pi riprese ai miti nella storia: mutamenti consecutivi di
cristallizzazione e applicazione. Un racconto ben strutturato, assunto per
spiegare qualche fenomeno o situazione complessa, pu divenire, in un
191
determinato ambiente culturale, la verbalizzazione fissata. Pu rilevare da
esso dettagli caratteristici, che allargano e modificano la sua struttura; pu
acquisire uno status sacrale e divenire immutabile; ma, rinarrato in una
nuova situazione, tender a cristallizarsi nuovamente, conservando tuttavia
alcuni elementi della sua precedente applicazione; nella nuova forma potr
essere ancora applicato a nuove circostanze, e via di seguito. Questa la
dimensione storica del mito, come pure del linguaggio in genere. Se dobbia-
mo comprendere un qualsiasi mito dato in tutti i suoi dettagli, dobbiamo fare
i conti con il fatto che esso porta le impronte della sua storia, di livelli
multipli di applicazione e di cristallizazione. possibile non curarsi di
questo, costruire un modello strutturale, onnicomprensivo, ma gli effetti
della trasmissione permangono. La tradizione storia, e il racconto tradizio-
nale non pu essere disgiunto da essa. [] Certe caratteristiche sono intima-
192
mente connesse con strati culturali identificabili.

Quanto sostiene W. Burkert, conferma dunque le idee di M.


Donald sul mito e rafforza limportanza della cultura mitica nella
storia della cognizione umana; unulteriore conferma viene tuttavia
anche dalle indagini degli antropologi sociali sui miti dei popoli
193
primitivi odierni, ricerche i cui risultati sono cos riassunti da Sir
Edmund Leach:

These myths have certain general characteristics which can be summa-


rized as follows:
1. They are very long. []
2. The myths are in story formo They provide a history of the known
world which explains how things have come to be as they are and why things
are done in the way they are done. The extent of this known world is very

191
Sulle formulazioni orali standardizzate, vd. supra, pp. 93 sgg.
192
Abbiamo qui pertanto una conferma di pi del fatto che in teoria possibile
identificare attraverso i testi specifiche facies culturali: cfr. supra, pp. 73 sgg.
193
Sulla necessit di integrare i dati dellarcheologia e della paleoantropologia con le
ricerche etnografiche, vd. supra, pp. 180 sgg.

202
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

limited and the sense in which the mythology refers to the past is qualified.
The hero-ancestor-deity characters who are the protagonists of the stories are
presumed to be close at hand both in time and space.
3. The various stories form a corpus. They lock in together to form a
single theological-cosmological-jural whole. Stories from one part of the
corpus presuppose a knowledge of stories from all other parts. There is
implicit cross-reference from one part to another. It is an unaivoidable
feature of storytelling that events are made to happen one after another, but
in cross-reference, such sequence is ignored. It is as if the whole corpus
referred to a single instant of time, namely, the presents moment.
4. The principal use to which these stories are put is to justify whatever is
now being done. As Malinowski put it, myths [] provide charters (id est,
legal precedents) for social action. But as P.-Y. Jacopin has recently pointed
194
out, this formula can also be reversed. It is not just that the myth provides
a model for social reality but social behavior is conducted as if the myth
referred to a presently existing real world in which human beings attempt to
partecipate.
5. From this point of view even the most mundane everyday actions are
reenactments of myth, but there is also a special class of behaviors that the
visiting anthropologist is likely ot categorize as ritual.
[] Myth requires the existence of a corpus of text, id est, many distinct
stories which can be treated as a transformational set; the mythical message
is not to be found in any one story but in the set as a whole. In my prototype
case the corpus of text is provided by a body of oral traditions recorded in a
single locality in a preliterate community.
[] But in what circumstanes does a document become part of a
mythology? And are there circumstances when an oral tradition is not part
of a mythology?
[] An oral tradition is not a myth if it is simply an isolated story
standing by itself; it becomes a myth or part of a myth only when it is
treated as a part of a transformational set of stories all of which derive from
the same general context. [] But what about literary documents? The same
general principle applies. A single document taken by itself can never be a
myth. It has no meaning other than that contained in its manifest content.
But as soon as we have a number of documents, all of which purport to be
about the same general subject matter even though their manifest content is
substantially or even totally different, then we have the materials for con-
195
structing a mythology.
***
194
E. Leach fa qui riferimento a P.-Y. JACOPIN, La parole gnrative de la mythologie des
indiens Yakuna, Diss. Neuchatel 1981.
195
Cit. da E. LEACH, Critical Introduction, in M. I. STEBLIN-KAMENSKIJ, Mif, Leningrad
1976, trad. ingl. Ann Arbor 1982, pp. 1-20, passim (i corsivi sono dellA.); lultimo esempio

203
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

Approfondite e chiarite la genesi del mito e le funzioni del pensie-


ro mitico, possiamo ora tornare al volume di M. Donald e concluder-
ne lanalisi.
Secondo M. Donald, i pi importanti fenomeni cognitivi che
differenziano la cultura mitica dalla cultura moderna, che egli chiama
teoretica, e che caratterizzano la terza grande transizione cognitiva
dellumanit, sono linvenzione visuografica, la memoria esterna e la
costruzione di teorie: la cultura mitica in senso stretto si estese
comprendendo le societ di tutto il paleolitico superiore, del mesoliti-
co e del neolitico. Essa perdura oggi in numerose tradizioni, e le sue
vestigia sono tuttora distintamente riconoscibili in alcuni aspetti della
civilt postindustriale. Il suo esatto confine esterno non pu essere
seguito facilmente. La cultura teoretica cresciuta allinterno della
cultura mitica e a poco a poco lha inglobata. Essa si sviluppata
nellarco di parecchi millenni ed divenuta la forma predominante di
196
pensiero della societ postindustriale.
La prima innovazione fondamentale sottostante alla cultura teore-
tica fu dunque linvenzione visuografica, cio la scoperta delluso
simbolico dei mezzi grafici.
Tale innovazione si svilupp gradualmente luso delle pitture
corporali, delle incisioni intenzionali su strumenti e delle disposizioni
rituali di oggetti risale infatti almeno a Homo sapiens arcaico, ma a
partire per lo meno da circa 25.000 anni fa, lepoca delle pitture
rupestri di Altamira e Lascaux, essa mostra gi capacit figurative
altamente sviluppate. Dalle pitture, dai disegni e dalle sculture paleo-
litiche si arriv poi, partire dal 8-6.000 a.c., agli ideogrammi, ai
geroglifici, alla scrittura cuneiforme delle civilt mesopotamiche e,
197
infine, allalfabeto fonetico.

proposto da E. Leach corrisponde al caso della lingua poetica i.e.: un corpus di testi letterari
costruiti con una comune lingua poetica e sorretti da una comune mitologia: cfr. supra, pp. 102
sgg.
196
Cit. da M. DONALD, op. cit., pp. 322-323.
197
In italiano, una buona introduzione G. R. CARDONA, Storia universale della scrittura,
Milano 1986; anche se sulla nascita della scrittura e sui suoi rapporti con la cultura mitico-orale
torner a dilungarmi pi avanti, bisogna qui ricordare tuttavia che il solo possesso di un
linguaggio verbale non conduce automaticamente allinvenzione grafica, anzi: delle migliaia di
lingue parlate in tempi e luoghi diversi, meno di un decimo ha sviluppato una propria forma
scritta e di queste solo poco pi di un centinaio ha generato un corpus letterario di qualche
rilevo: cfr., tra i molti, R. HARRIS, The Origin of Writing, London 1986.

204
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

Ma la novit pi importante della terza transizione fu il fatto che


la mente si colleg con il sistema simbolico esterno sorto mediante
linvenzione visuografica e ne divenne parte integrante:

la terza transizione, dalla cultura mitica alla cultura teoretica, differisce dalle
precedenti nellhardware: mentre le prime due transizioni dipesero da un
nuovo hardware biologico, e specificatamente da cambiamenti intervenuti nel
sistema nervoso, la terza transizione dipese da un equivalente cambiamento
198
nellhardware tecnologico, e specificatamente da cambiamenti dei disposi-
tivi della memoria esterna. Fin dallinizio la cultura teoretica fu codificata
esternamente, e la sua costruzione coinvolse una nuovissima sovrastruttura
di meccanismi cognitivi esterni alla memoria biologica dellindividuo. Come
nelle transizioni precedenti, i pi antichi adattamenti vennero conservati e a
poco a poco la cultura teoretica inglob le dimensioni episodica, mimica e
199
mitica della mente, estendendo ciascuna di esse in nuovi territori.

Secondo Donald, linvenzione visuosimbolica intrinsicamente


un metodo di immagazzinamento nella memoria esterna: occorre
fare distinzione fra la memoria contenuta allinterno dellindividuo e
la memoria come parte di un sistema di immagazzinamento collettivo
e esterno. La prima ha sede nel Gervello, e quindi la possiamo definire
memoria biologica. La seconda pu risiedere in parecchi e differenti
magazzini esterni, compresi i sistemi di immagazzinamento visivo ed
elettronico o i ricordi di altri individui che vengono trasmessi cultural-
mente [questo corsivo mio]. La caratteristica fondamentale del
secondo tipo di memoria di essere esterna alla memoria biologica di
200
una determinata persona, per cui la definiremo memoria esterna.
Per Donald,

198
A parere di Donald, da natura non biologica dellhardware non ha alcuna rilevanza dal
punto di vista di una storia naturale della cognizione, poich il risultato ultimo fu una transizione
evolutiva non meno fondamentale delle precedenti. Quando i dispositivi della memoria esterna
furono presenti e quando la nuova architettura cognitiva comprese un circuito della memoria
esterna illimitatamente espandibile e perfezionabile, erano state gettate le fondamenta della
future strutture teoretiche: cit. da M. DONALD, op. cit., p. 414.
199
Ivi, pp. 321-322.
200
Ivi, p. 360; se, come osserva lo stesso Donald (ibid., p. 361) che uno psicologo, la
psicologia non offre alcuna struttura teoretico-concettuale in cui inserire la nozione di memoria
esterna, la teoria dellinformazione (e gli studi di G. Bateson, come si visto: cfr. supra, pp. 140
sgg.), costituisce invece a questo proposito un punto di riferimento sicuro.

205
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

la memoria esterna una caratteristica determinante della cognizione umana


quando si voglia tentare di costruire un ponte evolutivo dal neolitico alle
capacit cognitive delluomo attuale o un ponte strutturale dalla cultura
mitica alla cultura teoretica. Pu darsi che il cervello, in tempi recenti, non
abbia subito cambiamenti genetici, ma il suo collegamento con una rete della
memoria esterna in costante espansione gli conferisce capacit cognitive che
non avrebbe potuto sviluppare in condizioni di isolamento. Questa pi di
una metafora: ogni volta che la mente compie unoperazione di concerto con
il sistema di immagazzinamento esterno, essa entra a far parte di una rete, la
struttura della sua memoria temporaneamente alterata e il locus del control-
lo cognitivo cambia. [] Il pi importante locus della conoscenza immagaz-
201
zinata fuori, non entro i confini della memoria biologica. La memoria
biologica porta con s il codice, e non una quantit di informazioni specifi-
202
che. Quando le monadi si trovano dinanzi a un ambiente di informazioni
simboliche sono affrancate dallobbligo di dipendere interamente dalla me-
moria biologica, ma il prezzo di questa libert il bagaglio interpretativo. La
ragione per cui altri mammiferi non sono in grado di apprezzare lambiente
simbolico delluomo non limpossibilit di udire, vedere, ricordare e occa-
sionalmente utilizzare simboli, ma limpossibilit di interpretarli. Essi non
possiedono n i sistemi di riferimento semantico a vari livelli n le strategie
per la codificazione, entrambi essenziali per quellesteso uso di simboli che
203
contraddistingue lumanit.

Poi, con il radicamento della scrittura, il campo della memoria


esterna divenne un dispositivo pi complesso e potente, poich era in
grado di collegarsi con tutti e tre i sistemi rappresentativi umani [cio
quello episodico, quello mimico e quello linguistico] e in tal modo il

201
Linvenzione visuografica e il risultante accrescimento dei mezzi della memoria simbo-
lica esterna hanno alterato la natura della memoria di lavoro e il ruolo della memoria biologica
delluomo. Ora il pi importante locus della memoria di lavoro, per scopi teoretici, esterno, e i
pi importanti sistemi schiavi della memoria di lavoro sono anchessi esterni; il vero sketchpad
visuospaziale il campo della memoria di lavoro esterna, e la narrazione di eventi per iscritto
molto pi importante del loop articolatorio, almeno per la costruzione di un prodotto teoretico
finito. Ci si verifica perch i dispositivi esterni permanenti permettono che un processo di
pensiero iterativo e interattivo operi ripetitivamente sui propri prodotti; e, ancora pi importan-
te, il processo di pensiero in s pu essere esteriorizzato e istituzionalizzato in larga misura.
Poich i dispositivi della memoria esterna sono in grado di stabilire un collegamento con tutti i
precedenti livelli dellevoluzione cognitiva, essi servono anche nella costruzione di un campo
integrativo, dove i prodotti di vari tipi di pensiero possono essere giustapposti e combinati: ivi,
p. 415; vd. anche infra, pp. 219 sgg.
202
Seguendo Giordano Bruno e Leibnitz, la mente biologicamente incapsulata potrebbe
essere definita una monade: ivi, p. 365.
203
Ivi, pp. 364-366.

206
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

sistema di immagazzinamento esterno, pi ampio e permanente, Si


204
espanse con rapidit.
Cos come per linvenzione linguistica, anche limpulso verso
linvenzione visuosimbolica e verso un uso sistematico del materiale
immagazzinato nella memoria esterna, dovette scaturire da un proces-
so di modellamento: lo sviluppo concettuale fu al centro della spinta
in direzione di un uso estensivo del SISE. In riferimento al suo
prodotto finale, il nuovo livello di sviluppo concettuale potrebbe
essere definito teoretico, ma lo sviluppo teoretico fu graduale e si
205
realizz in pi vie parallele.
Tuttavia, anche se i complessi sviluppi sociali e tecnologici del
neolitico potrebbero far pensare che alcune capacit di pensiero
206
analitico possano essere precedenti alla comparsa della scrittura, in
realt solo con questultima che cominci a crearsi il clima intellet-
tuale necessario per un mutamento fondamentale: la mente umana
inizi a riflettere sui contenuti delle proprie rappresentazioni, a modi-
ficarle e ad affinarle. Luomo si allontan da un tipo di ragionamento
e di problem solving immediato e pragmatico per avviarsi verso lap-
plicazione delle proprie capacit alle rappresentazioni simboliche
207
permanenti contenute nelle fonti della memoria esterna.

204
Ivi, p. 357; il sistema di immagazzinamento simbolico esterno (SISE) si distingue dal
campo della memoria esterna (CME) per disponibilit e permanenza. La definizione di SISE si
applica a tutti gli item della memoria immagazzinati in un formato esterno relativamente
permanente, indipendentemente dal fatto che siano o non siano immediatamente disponibili per
lutente. TI CME un insieme temporaneo di parte del materiale contenuto nel SISE, ad uso del
singolo individuo. In questo modo una persona pu avere unintera biblioteca di materiale
disponibile per un progetto, ma pu rimuovere solo alcuni item e disporli in un ordine per le sue
necessit immediate; la prima fa parte del SISE mentre i secondi costituiscono il CME di cui
quella persona dispone in quel momento: cit. da ID., ibid.
205
Ivi, p. 387; la parte conclusiva del capitolo 8 del volume di M. Donald dedicata
allindividuazione delle principali tappe dello sviluppo del pensiero teoretico; su una di esse, le
prime conoscenze astronomiche, torner pi avanti.
206
I maggiori prodotti del pensiero analitico, daltra parte, sono generalmente assenti
dalle culture puramente mitiche. Un elenco, seppure incompleto, delle caratteristiche assenti
comprende: le argomentazioni formali, la tassonomia sistematica, linduzione, la deduzione, la
verifica, la differenziazione, la quantificazione, lidealizzazione e i metodi di misura uniformati.
Il dibattito, la scoperta, la prova e la sintesi teoretica, al contrario, fanno parte delleredit di
questo tipo di pensiero. Il pi elevato prodotto del pensiero analitico, e il costrutto che lo
governa, la teoria formale, un dispositivo integrativo che molto pi dellinvenzione simbolica,
e consiste piuttosto in un modo di pensare e di argomentare mediante il quale possibile
formulare previsioni e spiegazioni: ivi, p. 321.
207
Ivi, p. 390.

207
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

Com noto, infine, con lavvento della scrittura alfabetica nella


grecit classica, il pensiero e la cultura teoretica conobbero poi linizio
del loro definitivo e inarrestabile sviluppo:

il pensiero delluomo primitivo nel corso dei millenni che precedettero i


Greci fu pienamente pago di intendere se stesso e il proprio contesto sotto
forma di personaggi in un racconto, e non come entit o realt da definire nel
quadro di un sistema teorico. Le prime forme del modo di pensare teoretico,
e del linguaggio adeguato a esprimerlo, parzialmente inventati prima di
Platone, furono tramandati a lui in eredit per un progresso e una sistematiz-
zazione, ed egli a sua volta, insieme ad Aristotele, tramand allEuropa questi
risultati. La miccia che innesc questa rivoluzione fu linvenzione dellalfabe-
to greco, che consent il passaggio, in Grecia, dalloralit alla scrittura. [] In
breve, fu una rivoluzione a un tempo mentale e linguistica, che stravolse il
sistema della conservazione del sapere. Nella fase di cultura orale essa ha
luogo per il tramite della memoria umana, e il materiale mnestico di tipo
narrativo, ovvero in forma di racconti di eventi agiti da personaggi, non di
enunciati astratti, sostanziati di categorie e princpi. Nella fase alfabetizzata
della Grecia, limmagazzinamento del sapere fu garantito invece dallausilio
materiale della parola scritta, nella forma del documento che poteva essere
usato e riusato senza necessit di ricorrere alla memoria. E dal momento che
lurgenza del memorizzare venne meno, la mente fu libera di elaborare
208
concetti.

In conclusione, ciascuna delle tre transizioni cognitive indicate e


ricostruite da M. Donald ha dunque comportato la costruzione di un
adattamento rappresentativo interamente nuovo e relativamente a s
stante, un modo di rappresentazione del mondo umano capace di
confermare lesistenza di un certo livello di cultura e di una strategia
di sopravvivenza cui il genere umano era pervenuto. Ciascun stile di
rappresentazione acquisito nel corso dellevoluzione umana stato
conservato, formando una cerchia sempre pi ampia di pensieri rap-
presentativi. Il risultato un sistema di canali mentali al contempo
rappresentativi e paralleli in grado di eleborare il mondo congiunta-
209
mente.

208
Cit. da E. A. HAVELOCK, Alle origini della filosolia greca. Una revisione storica (trad. it.
postuma dellinedito The Preplatonic Thinkers of Greece. A Revisionist History), Roma Bari
1996, pp. 6-7.
209
Cit. da M. DONALD, op. cit., p. 414.

208
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

In particolare, il complesso teoretico dei dispositivi simbolici


visivi, delle capacit di gestione della memoria e delle capacit meta-
210
linguistiche correlate, generato nellultima transizione, fu del tut-
to nuovo e costitu un inedito apparato rappresentativo umano di
efficacia ineguagliata. La risultante architettura cognitiva una strut-
tura ibrida di grande complessit interna ed esterna, molto lontana da
211
quella dei nostri parenti evolutivamente pi prossimi.

2. 3. TIPOLOGIE DELLAUTOCOSCIENZA

Con lanalisi del volume di M. Donald, siamo giunti fin quasi alle
soglie della classicit; quel che accaduto poi nella storia dello svilup-
po della mente e della coscienza umana per lo pi noto e comunque
non riguarda direttamente la presente ricerca.
Per la mia ipotesi, tuttavia, il dato pi importante che si pu trarre
dal lavoro di M. Donald, il fatto che lo studioso, nel corso della
storia naturale della cognizione che egli traccia, identifichi e isoli per
ciascuna delle tre transizioni ricostruite, forme diverse di coscienza e
di consapevolezza di s: ci significa che sono esistite tipologie di
autocoscienza diverse da quella delluomo attuale, basata, come ognu-
no di noi sa, sul dialogo interiore con se stessi.
Linsorgere di questultimo tipo di autocoscienza, legato al
nome di un uomo la cui esistenza ha modificato, forse come nessuno
mai nella storia dellumanit, il nostro modo di pensare e la nostra
stessa concezione di attivit mentale: Socrate. Egli stato uno dei
primi uomini di cui abbiamo notizia con certezza, se non il primo in
assoluto, a possedere una voce interiore, di dentro, con cui, nella
solitudine della propria mente, discutere e dibattere, parlare e ascolta-
re, una voce da cui prendere ordini e ricevere consigli. Socrate nacque
nel 469 e mor nel 399 a.c.; se si pu dunque individuare nella vita di
Socrate lo spartiacque temporale per la nascita dellautocoscienza

210
Le capacit metalinguistiche sono state determinanti per il successo umano con il SISE
e hanno costituito lessenza dei curricula scolastici per due millenni, cominciando con la retorica
classica e proseguendo attraverso diversi stadi addizionali. Le discipline su cui i corsi di studio
erano imperniati si spostarono dalla forma parlata a quella scritta, da una struttura complessiva-
mente narrativa alle intricate capacit di pensiero coinvolte nella grammatica, nella logica e
nellinduzione, e infine dallesteso modello di costruzione di una narrazione ampia alla costru-
zione di prodotti teoretici via via pi specializzati: ivi, p. 415.
211
Ivi, p. 416.

209
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

dialogico-verbale, argomento su cui torner comunque nel paragrafo


seguente, restano invece da individuare le modalit di funzionamento
e gli stili operativi delle precedenti forme di autocoscienza. quel che
ora far.
***
212
In precedenza, si osservato che la memoria episodica, diver-
samente da quella procedurale, comporta un certo grado di consape-
volezza conscia, legata alla percezione di eventi: senbra infatti che la
mente episodica costruisca una sorta di documentazione continua
dellesperienza individuale e la immagazzini nella cornice spazio-
temporale costituita dalla memoria episodica.
Le antropomorfe pi vicine a noi come lo scimpanz e in parte
lorangotango, sono le uniche in grado di superare il test dello spec-
213
chio, cio di riconoscere se stesse nellimmagine riflessa; anche se i
risultati e limpostazione di questi esperimenti sono stati per qualche
214
aspetto criticati, possibile ipotizzare che alcune antropomorfe
possiedano un sistema di rappresentazione di s, verosimilmente lega-
215
to al controllo della mano e alla possibilit dellesplorazione ma-
nuale di s e del mondo, diverso e pi sviluppato rispetto a quello
delle scimmie inferiori. tuttavia altres verosimile, come osserva R.
216
Leakey, che questa elementare consapevolezza di s, limitata nelle
capacit di immedesimazione alla percezione della propria identit
corporea, ma comunque sufficiente per una vita sociale molto com-
217
plessa, nelle stesse antropomorfe non si sia ulteriormente evoluta
negli ultimi cinque milioni di anni.

212
Cfr. supra, p. 183.
213
Cfr. G. G. GALLUP, Chimpanzees: Self Recognition, Science 167 (1970), pp. 86-87;
ID., Self Awareness and the Emergence of Mind in Primates, AJPr 2 (1982), pp. 237-248; D.
GRIFFIN, Prospects for a Cognitive Ethology, BBS 4 (1978), pp. 527-538; anche gli esperimenti
basati sul cosiddetto test dellinganno tattico danno risultati sostanzialmente simili: cfr. R.
BYRNE A. WHITEN, Machiavellian Intelligence: social Expertise and the Evolution of Intellect in
Monkeys, Apes, and Human, Oxford 1988; vd. anche D. GRIFFIN, Animal Minds, Chicago 1992.
214
Cfr., tra gli altri, R. EPSTEIN R. P. LANZA B. F. SKINNER, Self Awareness in the
Pigeon, Science 212 (1981), pp. 695-696.
215
Il controllo della mano comporta, per la prima volta nella storia dellevoluzione, una
convergenza di retroazioni visive, tattili e propriocettive sullo stesso sistema di azione: cfr. M.
DONALD, op. cit. (p. 158, nota 10), p. 176.
216
Cfr. R. LEAKEY, The Origin of Humankind cit. (p. 178, nota 105), p. 164.
217
Cfr., tra gli altri, N. HUMPREY, The Inner Eye cit. (p. 158, nota 13), e ID., A History of
the Mind, New York 1993.

210
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

In un sistema episodico la consapevolezza di s pertanto sar


contingente e concreta: ci che noi sperimentiamo come una fonda-
mentale consapevolezza non riflessiva corrisponde in qualche modo
allesperienza episodica diretta, non interpretata da alcuno dei nostri
sistemi rappresentativi. Questi stati non riflessivi sono probabilmente
quanto nelluomo pu essere pi vicino alle culture episodiche dei
mammiferi superiori. In tale stato, lassenza di rappresentazione mimi-
ca o linguistica fa s che, per esclusione, il controllo passi alla strutture
218
cognitive episodiche.
La svolta nella direzione dellautocoscienza di tipo moderno,
219
come si gi indicato, dunque costituita dallinsorgere del genere
Homo e della cultura mimica, il vero anello mancante nella storia della
differenziazione tra antropomorfe e uomini nella cognizione e nellau-
tocoscienza.
Sebbene anchessa limitata dallassenza di un linguaggio verbale
pienamente sviluppato, la cultura mimica ebbe come base cognitiva
una pi estesa rappresentazione di s e di conseguenza un migliora-
mento sostanziale del controllo motorio conscio: il maggior discosta-
mento dalle capacit dei primati fu il modo in cui il corpo di un
individuo e i suoi movimenti nello spazio venivano rappresentati nella
220
mente.
Da questo punto di vista, la capacit essenziale della cultura
mimica consiste nel combinare la percezione degli eventi con una
mappa corporea estesa e conscia e con i suoi modelli di azione, in uno
spazio superordinato rispetto alla rappresentazione di s e del mondo
esterno: una nuova struttura, che pu essere definita come un siste-
221
ma di controllo mimico situato alla sommit di una gerarchia.
Entro il sistema di controllo mimico, le rappresentazioni di s
possono essere valutate e classificate in riferimento ad altre rappresen-
tazioni di s oppure a eventi esterni: il primo prodotto della capacit
mimica in evoluzione fu probabilmente unaccresciuta variabilit,
novit e riproducibilit dei modelli di movimento dellindividuo. Per
tale prodotto, il modellamento conscio di un modello di s nel compi-

218
Cit. da M. DONALD, op. cit., p. 427; il corsivo dellA.
219
Cfr. supra, pp. 184 sgg.
220
Ivi, p. 225.
221
Cit. da ID., ibid.

211
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

mento di unazione, insieme con la continua reiterazione e il costante


222
affinamento del movimento stesso, divenne una necessit.
Laddove poi gli output della memoria episodica erano percettivi e
letterali, il sistema di controllo mimico poteva invece incorporare gli
output in metafore di azioni: la percezioni di eventi divenne cos
riproduzione conscia di eventi.
La struttura degli insiemi di eventi non tuttavia n gerarchica n
piramidale, n peraltro si pu presumere che essa sia cladistica come
quella in genere presupposta per i concetti codificati simbolicamente:
un immagine pi appropriata potrebbe essere quella di una nube
statistica, cio di un raggruppamento di dati in uno spazio multidi-
223
mensionale. Se il riconoscimento di eventi da parte degli animali
confuso, fluido, astratto e non denotativo, di conseguenza anche
224
limitazione avr le stesse caratteristiche; la mimica invece funziona
in base a un principio metaforico, un principio di rassomiglianza
percettiva: la differenziazione di classi di eventi generalmente
basata su ripetuti contatti con ciascuna classe di eventi, e i prototipi
degli eventi episodici incorporano una casistica crescente. Le rappre-
sentazioni mimiche possono dunque essere considerate veri e propri
225
eventi.
La differenziazione delle rappresentazioni di s funziona come la
differenziazione di eventi esterni, perch dipende dalle risorse dispo-
nibili per la creazione di unautoimmagine: parti del s sono differen-
ziate, classi di azioni sono differenziate e lintero corpo differenziato
dallambiente.
Ma la rappresentazione di eventi in termini di azioni del s
richiede un parallelismo tra modelli del s e modelli di insiemi di
eventi, nonch una comune destinazione mediante la quale essi possa-
no essere confrontati e valutati. Quando una mente mimica interpre-
ta un evento in termini di azione, questo processo comparativo
costituisce lessenza dellinterpretazione. Lazione autocosciente dun-
226
que alla base della mimica.

222
Ivi, p. 226.
223
Ivi, p. 228; il concetto di nube statistica tratto dalla meccanica quantistica.
224
Cfr. E. L. MOERCK, The Fuzzy set called Imittions, in G. E. SPEIDEL K. E. NELSON
(eds.), The Many Faces of Imitation in Language Learning, New York 1989, pp. 277-303; sulle
differenze tra imitazione e mimica, vd. supra, p. 185.
225
Cit. da M. DONALD, op. cit., p. 228.
226
Ivi, p. 229; il corsivo mio.

212
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

Nella mente del singolo la mimica fu quindi in parte il prodotto di


un nuovo sistema di rappresentazione di s, ma soprattutto il prodot-
to di un sistema di controllo in cui le azioni del s potevano essere
consapevolmente impiegate per modellare le rappresentazioni di
eventi percettivi.
In conclusione, secondo Donald,

gli stati di consapevolezza prevalentemente mimici tendono a essere orientati


verso gli eventi, basati sullazione e, di solito, socialmente interattivi. Soprat-
tutto, e in contrapposizione con lesperienza episodica non riflessiva, gli stati
mimici assumono un approccio attivo di modellamento nei confronti del-
lesperienza. Linvenzione e la pratica di sport, di giochi, della danza, di riti e
di attivit artigianali senza che il pensiero verbale fosse impegnato sono tipici
di tali stati, e qualunque scambio espressive non linguistico, intenzionale ed
227
esteso, riflette uno stato di consapevolezza prevalentemente mimico. Tali
scambi sono pi comuni di quanto luomo attuale ritenga. Soggettivamente,
noi abbiamo la costante impressione di dialogare con noi stessi, se non a voce
alta almeno mentalmente. Ma di solito, e soprattutto quando ci troviamo in
mezzo a una folla anonima, ci comportiamo in modi quasi del tutto mimici. Da
ci consegue che in chiesa, negli stadi, nelle dimostrazioni di massa, nelle
celebrazioni pubbliche e in vari riti collettivi luomo si comporta in modi che
tradiscono una comprensione non riflessiva dellordine sociale e che sono
collettivamente rappresentativi, ma la cui base non linguistica. In tali
situazioni il linguaggio molte volte relegato a una funzione di sostegno, e
228
lintera struttura dello scambio sociale mimica.
***
227
Si pu pertanto qui precisare quanto detto sopra (cfr. pp. 159 sgg.) in generale sulla
coscienza: la consapevolezza di tipo mimico ad essere implicata nello svolgimento di molte
attivit complesse superiori.
228
Ivi, p. 427; com ovvio, nella cultura delluomo attuale gli scambi mimici avvengono
solitamente nellambito di una pi ampia cornice semiotica che include lespressione linguistica,
ma le parole non mutano sostanzialmente gli elementi non verbali dello scambio. A quanto
sembra, il linguaggio serve per scopi comunicativi differenti e procede in parallelo, senza
intaccare il tessuto dellespressione mimica spontanea. Le prove avanzate da Eibl-Eibesfeldt
[Donald fa qui riferimento a I. EIBL-EIBESFELDT, Human Ethology, New York 1989, trad. it.
Torino 1993] dimostrano come lo strato mimico di rappresentazione perduri sotto la superficie,
in forme tuttora universali, non necessariamente perch geneticamente programmate ma perch
la mimica il nocciolo di una cultura che ha radici antiche e che peculiarmente umana.
Indipendentemente da come la nostra cultura orale-linguistica si evolse, e indipendentemente da
quanto sofisticata sia la ricca variet di materiale simbolico che ci circonda, gli scenari mimici
continuano a costituire il nocciolo espressivo dellinterscambio sociale umano: ivi, pp. 224-225.

213
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

opinione diffusa, tuttavia, che solo con lavvento del linguaggio


articolatorio pienamente sviluppato luomo pot dotarsi di una vera e
piena consapevolezza di s, cio di un uso compiutamente consapevo-
le della propria coscienza. Se poniamo lorigine del linguaggio, come
qui ho fatto, intorno a 30/35.000 anni fa in corrispondenza con linizio
del paleolitico superiore, e facciamo viceversa iniziare linteriorizza-
zione della voce dellautocoscienza con Socrate, restano dunque circa
trenta millenni in cui lumanit ebbe una cultura e una forma di
consapevolezza di s mitica e non interiore.
229
Come si visto prima anche con W. Burkert, rispetto alla
consapevolezza propria alla cultura mimica, il pensiero mitico una
costituente assai pi importante dellattivit mentale e rappresenta un
ulteriore decisivo progresso verso la vita cosciente: in questo periodo
della storia dellumanit, essendo ladattamento dei racconti tradizio-
nali lunico o il principale modo della speculazione e della comunica-
zione, il mito serve infatti a verbalizzare i fenomeni di importanza
collettiva, a dare loro coerenza e senso, producendo una sintesi di fatti
altrimenti isolati.
il mito costituisce inoltre uno strumento efficace per avere rap-
porti con gli eventi nuovi, con ci che sconosciuto, perch consente
di mettere in pratica programmi elementari di azione che sono al
tempo stesso sequenze di esperienza mentale, neutralizzando in tal
modo lincapacit decisionale e la paura del diverso.
il mito pu dunque costituire una presa anticipata di decisioni,
una motivazione allazione e una propaganda ideologica e culturale:
esperienze, atteggiamenti e prospettive sono preformati, elaborati e
socializzati raccontando delle storie che forse non contengono molta
informazione ma tendono piuttosto a ristabilire e confermare i model-
li preesistenti.
Ma tutto ci ha a che fare con lautocoscienza e in che modo? Se
assumiamo intutivamente che la risposta sia positiva, in generale,
allora, a cosa serve lautocoscienza?
Nella prospettiva evoluzionistica adottata dalla presente ricerca,
implicito il fatto che lautocoscienza abbia costituito un vantaggio
evolutivo per la specie umana; ma quale vantaggio, perch e come?
230
Ho detto sopra che la coscienza una strategia cognitiva
integrativa per la gestione di informazioni riguardanti noi stessi e il

229
Cfr. supra, p. 89 e pp. 160 sgg.
230
Vd. pp. 197 sgg.

214
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

mondo che ci circonda e che lautocoscienza la consapevolezza di


avere
23l
a disposizione un tale strumento interpretativo; si detto an-
che che probabile che nellambito della specie umana la competi-
zione non riguardi soltanto le strategie di sopravvivenza degli indivi-
dui, ma anche quelle dei diversi gruppi in quanto societ pi o meno
coese, che levoluzione del genere umano deve essere avvenuta a
livello di cambiamento culturale e che la pressione evolutiva si fece
sentire quando uninnovazione cognitiva offr a un gruppo umano un
significativo vantaggio culturale su un altro gruppo.
In quel complesso gioco di relazioni sociali in cui si svolge la vita
di gruppo fin dallapparire delle antropomorfe e che N. Humphrey ha
232
definito come gli scacchi sociali, verosimilmente i giocatori pi
dotati quelli provvisti di un modello mentale pi acuto e di una pi
penetrante consapevolezza ebbero il maggior successo sociale e
riproduttivo. Ci forn la materia su cui la selezione pot operare,
233
portando lautocoscienza a livelli sempre pi alti. Questo graduale
sviluppo ci mut in un animale di nuovo tipo, un animale che stabilisce
modelli arbitrari di comportamento
234
basati sul proprio concetto di cosa
sia giusto e cosa sia sbagliato.
Il punto fondamentale proprio questultimo.
235
Ho gi osservato che noi siamo consapevoli solo di una piccola
parte dei nostri processi mentali e che la coscienza intrinsecamente

231
Cfr. supra, pp. 190 sgg.
232
Cfr. i volumi di N. Humphrey citati alla nota 217 di p. 210.
233
Una volta che lautocoscienza si fu sviluppata non vi fu modo di tornare indietro
perch gli individui meno dotati si trovarono in una situazione evolutivamente svantaggiata,
mentre quelli che ne erano dotati in misura maggiore, anche di poco, furono ulteriormente
favoriti. Ne segu una sorta di corsa agli armamenti che spinse il processo ancora pi avanti,
accrescendo lintelligenza e rendendo pi acuta la consapevolezza di s. A mano a mano che
locchio della mente acuiva la propria capacit di osservazione sarebbe necessariamente emerso
un vero e proprio senso del s, una coscienza autoriflessiva sintetizzabile nel binomio occhio
interiore/io interiore: la cit. da R. LEAKEY, The Origin of Humankind cit. (p. 178, nota
105), pp. 158-159, ma qui lo studioso descrive, e accetta, la teoria dellintelligenza sociale di N.
Humphrey, che cos riassume le proprie opinioni: in termini evolutivi locchio della mente deve
aver rappresentato un significativo passo in avanti. Immaginiamo i vantaggi biologici goduti dai
nostri progenitori che per primi svilupparono la capacit di fare illazioni plausibili sulla vita
interiore degli altri, e si trovarono cos a poter visualizzare in qualsiasi momento tanto i pensieri
dei rivali quanto le loro probabili azioni future: leggere nella mente degli altri semplicemente
leggendo nella propria. Tutto ci apr la via a nuove pratiche sociali fra gli uomini, da cui a loro
volta nacquero la comprensione, la compassione, la fiducia, il tradimento e la doppiezza, vale a
dire ci che ci rende veramente umani: cit. da N. HUMPHREY, The Inner Eye cit., p. 80.
234
Ivi, p. 164; il corsivo mio.
235
Cfr. supra, pp. 158 sgg.

215
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

236
parziale e selettiva, perch ci che giunge alla coscienza un
campione sistematico, ma non stocastico, della totalit dellattivit
237
che si svolgono e delle informazioni che raggiungono la mente:
se questa parte scelta in una maniera sistematica qualunque, certo
che le verit della coscienza saranno, nel loro insieme, una distorsione
238
della verit di qualche unit pi vasta.
239
Infatti, se linsieme della mente una rete integrata, ci che
apparir sopra la superficie, in seguito alla resezione operata dalla
coscienza, saranno archi di circuito, e non i circuiti completi, o i pi
vasti circuiti completi di circuiti. [] La vita dipende da circuiti di
contingenze interconnessi, mentre la coscienza pu vedere solo quei
brevi240 archi di tali circuiti sui quali il finalismo umano pu interveni-
re.
241
Se la coscienza agisce sul resto della mente e se la coscienza ha a
che fare solo con una parte degli eventi che coinvolgono la mente nel
suo complesso, esiste dunque una differenza sistematica, vale a dire
non aleatoria, tra la consapevolezza che noi abbiamo dellio e del
mondo e la loro vera natura. Tale differenza distorce il processo di
adattamento tra uomo e ambiente, rendendo laccoppiamento per il
tramite della coscienza tra luomo e i sistemi omeostatici che lo

236
di questa opinione tra gli altri anche lo stesso N. Humphrey: cfr. ID., The Inner Eye
cit., p. 75.
237
ovvio che la totalit della mente non potrebbe essere riprodotta in una sua parte e ci
consegue logicamente dal rapporto fra il tutto e la parte. Lo schermo televisivo non fornisce una
rappresentazione o riproduzione degli eventi che accadono nellintero procedimento televisivo;
e ci non solo perch gli spettatori non sarebbero interessati a un tale resoconto, ma anche
perch la descrizione di ogni ulteriore parte del processo complessivo richiederebbe ulteriori
circuiti, e la descrizione degli eventi in questi circuiti richiederebbe a sua volta un ulteriore
aggiunta di circuiti e cos via. Ogni ulteriore passo verso un aumento di coscienza porter il sistema
pi lontano dalla coscienza totale [questo corsivo mio). Aggiungere la descrizione degli eventi
in una certa parte della macchina far in realta diminuire la percentuale degli eventi descritti:
cit. da G. BATESON, Steps cit. (p. 140, nota 14), p. 446, il corsivo dellA.; dunque fuori strada
J. Searle (op. cit., p. 125) quando afferma che si pu ipotizzare che il vantaggio evolutivo
conferitoci dalla coscienza vada ricercato nella maggior flessibilit, sensibilit e creativit di cui,
proprio grazie ad essa disponiamo: come ben sanno tutti i grandi artisti, la coscienza
costrizione della volont, non libert creativa.
238
Cit. da G. BATESON, Steps cit., p. 180.
239
Se il contenuto della coscienza solo un campionario di varie parti e luoghi di questa
rete, allora, inevitabilmente, limmagine cosciente della rete come un tutto una mostruosa
negazione dellintegrazione di quel tutto: ivi, p. 180; sulla mente come parte di una rete
cibernetica, cfr. supra, pp. 146 sgg.
240
Ivi, p. 181; il corsivo mio.
241
Cfr. supra, pp. 160 sgg.

216
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

circondano, nellevoluzione culturale e nellapprendimento indivi-


duale, incompleto e fuorviante a causa dellessenza intrinsecamente
limitata della coscienza e delle sue finalit consapevolmente seleziona-
242
te dallautocoscienza, cio dalluso cosciente della coscienza.
Se in genere nella storia dellevoluzione gli organismi si sono
adattati allambiente o hanno cambiato ambiente, luomo nel corso
della sua storia ha quasi sempre cambiato lambiente, tendendo alla
creazione di ecosistemi che consentissero lesistenza solo della sua
specie, cio di quella dominante, al pi insieme ai suoi simbionti e
parassiti; ma, se alla coscienza manca informazione sulla natura
delluomo e dellambiente, o se linformazione distorta e scelta in
modo inadeguato, allora probabile che laccoppiamento tra diversi
sistemi
243
autocorrettivi generi una succesione meta-aleatoria di even-
ti.
La conseguenza ultima dellavere a che fare con una successione
imprevedibile di eventi, sar la distruzione, attraverso un processo che
244
Bateson chiamava schismogenesi, di quel dato gruppo umano che
in qualche modo laveva innescata. Ci significa in definitiva confer-
245
mare, che, per quanto sembri paradossale, possono darsi forme di
autocoscienza inadatte a garantire la sopravvivenza di un gruppo
sociale, vale a dire che se la parte di informazioni che giunge alla
coscienza scelta sistematicamente in maniera erronea essendo
246
lerrore una differenza tra ci che e ci che avrebbe potuto essere
, ci pu causare la morte di un individuo o di una collettivit.

242
Cfr. G. BATESON, Steps cit., pp. 459 sgg.
243
Ivi, p. 459, il corsivo mio. Le particolari caratteristiche acquisite generate in risposta
a un dato cambiamento dellambiente possono essere prevedibili. Se si riducono le riserve
alimentari, probabile che lindividio dimagrisca []. Analogamente, spesso possibile preve-
dere un cambiamento particolare allinterno dellambiente: si pu prevedere che una variazione
climatica verso il freddo ridurr la biomassa locale e ridurr quindi le riserve di cibo per molte
specie di organismi. Ma ambiente e organismo presi insieme diventano imprevedibili. N
lorganismo n lambiente contengono informazioni che permettano alluno di conoscere la
mossa successiva dellaltro: cit. da G. BATESON, Mind and Nature cit. (p. 140, nota 14), p. 237,
il corsivo dellA. Per esemplificare limprevedibilit generata dallaccoppiamento inadeguato
di due sistemi biologici, G. Bateson ricorda la partita a croquet tra Alice e il fenicottero: in quella
partita, Lewis Carroll crea un gioco meta-aleatorio perch la sua casualit non pu essere
ristretta a insiemi finiti di alternative note ai giocatori, come per es. in testa o croce; vd. anche R.
GILMORE, Alice in Quantumland, Berlin New York 1995, trad. it. Milano 1996.
244
Cfr. G. BATESON, Steps cit., pp. 101 sgg., e supra, p. 144, punti 4 e 5.
245
Cfr. supra, p. 145, punto 14.
246
Cfr. supra, pp. 147 sgg; e in particolare la nota 38.

217
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

La coscienza, insomma, non in grado da sola di comprendere la


natura sistemica della mente, dellio e del mondo perch, oltre a essere
in s limitata, da un certo punto in poi nella storia dellumanit essa
stata consapevolmente organizzata e diretta in termini di finalit
individuali e di priorit di gruppo, stato cio fatto un uso cosciente
della coscienza: essa ci fornisce una scorciatoia che ci permette di
giungere presto a ci che vogliamo; non di agire con la massima
saggezza per vivere, ma di seguire il pi breve cammino logico o
causale per ottenere ci che si desidera appresso, e pu essere il
pranzo, o una sonata di Beethoven, o un rapporto sessuale. Pu,
247
soprattutto, essere il denaro o il potere.
Nel tempo in cui il mito era il sistema fondamentale di rappresen-
tazione e di organizzazione delluniverso mentale dellumanit, un
tempo durato almeno 30.000 anni, lautocoscienza vale a dire,
ancora una volta: la scelta sistematica mediante un sistema di finalit e
priorit collettivo-individuali delle informazioni che dovevano entrare
a far parte dello schermo limitato della coscienza assumeva le forme
e i contenuti del patrimonio tradizionale di racconti mitici collettiva-
mente e individualmente propri a una data popolazione. Il corpus
formato dai racconti tradizionali costituiva il riferimento primario per
gli orientamenti decisionali e risolutivi di problemi del gruppo sociale,
gruppo che tale corpus contribuiva a tenere coeso asssicurando ai suoi
membri, attraverso la condivisione di una comune struttura di pensie-
ro, la consapevolezza della propria identit tribale; il corpus stesso
assicurava poi al gruppo la sopravvivenza nelle temperie del mondo
offrendo ai suoi membri, attraverso la tradizione di azioni concrete e
di atteggiamenti mentali di cui era portatore, un programma conchiu-
so di finalit vitali specifiche.
Donald ricorda che

nel sottomettere una societ rivale, il primo atto dei vincitori limposizione
dei propri miti ai vinti. E il pi forte istinto di questi ultimi di opporre
resistenza, poich la perdita dei propri miti comporta una perdita di identit
e un conseguente profondo disorientamento. In questo tipo di societ il
sistema mitologico si colloca alla sommit della piramide cognitiva; esso non
solo regola il comportamento e difende gelosamente la conoscenza, ma pone
vincoli sulla percezione della realt e incanala le capacit di pensiero di
coloro che vi aderiscono. E chi era responsabile per la conservazione e la

247
Ivi, p. 448.

218
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

gestione del sistema mitologico sacerdoti e sciamani [e poeti] deteneva


248
posizioni di grande potere nella gererchia cognitiva del gruppo.

Ci accade perch

di fatto, le immagini e i racconti che noi forniamo ai parlanti come modello e


come indicazione di quando possono parlare e di quel che possono dire nelle
varie situazioni, possono costituire un primo reale condizionamento della
natura dellio. [] Miti e storie, infatti, definiscono la gamma dei personaggi
canonici, delle situazioni in cui operano, nonch delle azioni consentite e
comprensibili, e perci forniscono, una mappa di ruoli e di mondi possibili in
conformit ai quali azione, pensiero e definizione di s sono consentiti (o
desiderabili). [] In nessun caso pu darsi un io indipendente dalla propria
esistenza storico-culturale. [] Senonch, dalle promettenti ricerche sulla
249
metaconoscenza comparse negli ultimi anni, una cosa emerge in modo
sorprendentemente chiaro, e cio che lattivit metacognitiva (autoammoni-
mento e autocorrezione) compare nelle persone in modo molto diseguale, varia
col variare dello sfondo culturale e, cosa forse ancora pi importante, pu essere
250
insegnata con successo alla stregua delle altre abilit.

2. 4. LA VOCE DI DENTRO

Quando la consapevolezza di s prevalentemente dialogico-


interiore, com quasi sempre nelluomo attuale, il quadro cognitivo
invece molto pi complesso.
Dopo la terza transizione, il sistema di controllo linguistico si
situato alla sommit della piramide cognitiva e pu dunque inglobare
in s e modellare o interpretare gli altri sistemi rappresentativi. Il
controllo conscio tuttavia flessibile e complesso: la consapevolezza
risiede nel sistema rappresentativo dominante al momento e il centro
dellattenzione pu spostarsi con grande rapidit, consentendo allin-
dividuo, come capita per esempio agli spettatori di un film, di passare
da un focus di controllo a un altro: lalternanza nel focus del controllo
conscio routinaria, poich gli eventi possono far passare con rapidit

248
Cit. da M. DONALD, op. cit., pp. 302-303; cfr. supra, pp. 196 sgg.
249
J. Bruner fa qui riferimento soprattutto agli studi di A. L. BROWN, J. R. HAYES e D.
PERKINS; le indicazioni bibl. sono in J. BRUNER, Actual Minds cit. (nota 169, p. 195), p. 219, e
ID., Acts of Meaning cit. (nota 170, p. 104), p. 146.
250
Cit. da J. BRUNER, Actual Minds cit., pp. 82-83; i corsivi sono miei.

219
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

la mente dello spettatore attraverso una serie di stati in cui il controllo


risiede di volta in volta nelle immagini mentali, nel suono, nella
narrazione, nella logica, nellespressione mimica, nei modelli analogi-
251
ci, negli ideogrammi o in una loro combinazione.
anche possibile per, come accade in alcuni riti, in talune forme
di meditazione o in arti marziali come lAikido, spostare volontaria-
mente il controllo conscio dellattenzione e dellautoconsapevolezza
riducendo temporaneamente la dominanza del pensiero linguistico-
analitico, o collocare, volontariamente e reversibilmente, lo stesso
controllo nel campo della memoria esterna, come nei casi, oramai
documentati sempre pi frequentemente dalla letteratura neuropsico-
logica, di dipendenza patologica dalla televisione o, caso recentissimo,
da Internet.
Nel modello di sviluppo cognitivo proposto da Donald e qui
accettato, poich i sistemi rappresentativi agiscono per lo pi in
parallelo, la coscienza e lautocoscienza attuali non sono poi localizza-
bili in unico emisfero cerebrale e non esiste un unico sistema supervi-
sore centralizzato, cos come, poich la teoria prevede che i sistemi
cognitivi precedenti siano stati incapsulati da quelli pi recenti,
impossibile generalizzare la localizzazione e lorganizzazione dei pro-
cessi mentali superiori dagli animali e nemmeno dalle scimmie
antropomorfe alluomo, se non per aspetti puramente episodici del
252
comportamento.
Gli aspetti pi complessi della cultura teoretica, sono inoltre in
generale difficilmente collocabili in un contenitore neurologico ben
definito:

lapparato teoretico a sostegno della terza transizione giunto molto di


recente, dipende in ampia misura dalla memoria esterna ed determinato da
modelli di uso del cervello che appaiono stabiliti dagli stessi mezzi di comuni-
cazione della memoria esterna. Per esempio, non vi uno schema di collega-
menti interni a sostegno del tipo di sintesi resa possibile da un diagramma
scientifico: la sintesi fuori, nel diagramma stesso. Lo studioso dipende
fortemente dallaiuto di unimmensa variet di dispositivi cognitivi esterni
simboli matematici, curve, diagrammi, istogrammi, misure analogiche, termi-
nologia tecnica per giungere alla formulazione di una teoria. Senza tali

251
Cit. da M. DONALD, op. cit., p. 429; questa una conferma di quanto sostenuto anche da
Eccles, vd. supra, pp. 173 sgg.
252
Ivi, p. 420.

220
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

mezzi questo tipo di pensiero non sarebbe possibile perch lo stato finale, o
conclusione, raggiunto dalla mente indotto direttamente dalla stessa
rappresentazione. Dunque illocus di un processo come la sintesi teoretica
difficile da attribuire a qualsivoglia singola parte della rete interna-esterna che
253
costituisce il sistema.

E comunque, seppure le funzioni comparse con la terza transizio-


ne qualche localizzazione la debbano pur avere, esse potrebbero non
essere localizzate allo stesso modo in ciascun individuo:

le regioni cerebrali pi caratteristicamente umane in particolare le due


grandi espansioni del lobo frontale e della parte anteriore del lobo temporale
sono probabilmente le pi plastiche strutture neurologiche esistenti in natu-
ra, e sono in grado di assumere forme diverse. Esse sono altamente configura-
bili e riconfigurabili, poich le loro risorse sono attribuite su base competitiva
alle numerose vie di input ad esse afferenti. Di fatto, la struttura fisica della
mente diventata sempre meno fissa col progredire dellevoluzione neocortica-
254
le. Ci lascia spazio non solo ai tipi di riconfigurazione radicale introdotti
255
dalla letteratura, ma anche (presumibilmente) a pi ampie differenze fra i
cervelli degli esseri umani di quanto sia possibile fra gli altri primati e a
256
unulteriore, e forse fondamentale, ristrutturazione cognitiva.

Tra le funzioni superiori comparse con la terza transizione e di


difficile collocazione in un comune modello neurofisiologico, vi
257
anche la lettura.
258
Come si detto, lo sviluppo della capacit visuografica umana
da ricondurre a una riconfigurazione drastica dellarchitettura co-
gnitiva, riconfigurazione che a sua volta la capacit visuografica ha

253
Ivi, pp. 437-438; i corsivi sono dellA.
254
Sullevoluzione della corteccia cerebrale, vd. supra, pp. 170 sgg.
255
M. Donald intende qui riferirsi agli ormai molti casi clinici documentati dalla letteratura
neuropsicologica, in cui una diversa riconfigurazione delle attivit mentali ha consentito a dei
cerebrolesi di supplire in parte ai danni derivati da lesioni anche estese: vd., per es., D. L.
SCHACTER M. P. MCANDREWS M. MOSCOVITCH, Access to Consciousness: Dissociation
between Implicit and Explicit Knowledge in Neuropsychological Syndromes, in L. WEISKRANTZ
(ed.), Thought without Language, Oxford 1986, e V. FRISK B. MILNER, The Relationship of
Working Memory to the Immediate Recall of Stories Following Unilateral Temporal or Frontal
Lobectomy, Neps 28 (1990), pp. 121-135.
256
Cit. da M. DONALD, op. cit., pp. 439-440; il corsivo dellA.
257
Cfr. ivi, pp. 431-437, con bibl. e esemplif.
258
Cfr. supra, pp. 204 sgg.

221
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

contribuito a determinare, e a una riorganizzazione dei processi di


controllo e di gestione della memoria e dellattenzione.
La lettura, ideografica, cuneiforme o alfabetica che fosse, pose
richieste senza precedenti allelaborazione visiva e alla memoria, au-
mentando sensibilmente il carico di memoria visiva che gravava sulla
mente:

fin dallinizio la memoria umana fu unespansione della memoria dei primati.


La pi antica forma di cultura ominide, la cultura mimica, dipendeva dal-
lespansione dei sistemi di auto rappresentazione della mente e cre la base
per limmagazzinamento nella memoria semantica, che inizialmente consiste-
va in scenari di azione rappresentativa riflessi nel mimo, nei gesti, nella
manifattura di oggetti e nelle capacit umane. Con levoluzione del linguag-
gio verbale e dellabilit narrativa si registr un accrescimento ancor maggio-
re nel carico della memoria biologica, che divenne pi pesante non solo nelle
reti di immagazzinamento per le regole fonologiche e per il lessico nel suo
insieme, ma anche nel capacissimo magazzino della conoscenza concettuale
259
narrativa.

La creazione e la progressiva espansione di un sistema di imma-


260
gazzinamento simbolico esterno (SISE), basato, a partire da un
certo punto in poi, per lo pi su materiale scrittorio, e il conseguente
grande incremento nel numero dei concetti simbolicamente codificati
conoscibili, insieme alla diffusione delle capacit di leggere e di scrive-
re, diedero poi lavvio a cambiamenti radicali nellorganizzazione e
nella struttura della memoria.
Posta di fonte alla necessit di dover gestire una memoria esterna
estesa e potenzialmente illimitata, la memoria biologica svilupp un
261
sistema di selettivit e di priorit con cui cercare, localizzare e
scegliere gli item dai potenziali insiemi disponibili; uno dei requisiti
necessari per un uso efficace del SISE fu la creazione di una mappa dei
suoi contenuti: la memoria biologica deve contenere informazioni
sulla struttura e sulle vie di accesso del SISE, come anche sui suoi
codici di richiamo. Queste capacit sono necessarie, al di sopra e al di
l delle capacit di decodificazione necessarie per comprendere le

259
Cit. da M. DONALD, op. cit., p. 372.
260
Cfr. supra, pp. 205 sgg.
261
Su questo punto, vd. supra, p. 288.

222
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

voci del SISE, per trovare le informazioni appropriate quando occor-


262
re.
Oltre alla mappa, anche i ricordi in forma narrativa ovvero gli
elaborati costrutti semanticiresi possibili dalluso del linguaggio ver-
bale furono un aspetto della memoria biologica pi immediatamen-
te utile e devono essere serviti come base per linterpretazione e la
costruzione della struttura del SISE in alcuni campi. In determinate
aree,263quindi, la memoria biologica esport la propria organizzazio-
ne.
La memoria biologica attuale ingombra di item privi di contenu-
to che riguardano primariamente la gestione della stessa memoria, e le
strutture di controllo della mente delluomo moderno dipendono in
larga misura da questo tipo di informazione: lanalogo dellattenzio-
ne selettiva in un SISE esteso in ultima analisi una funzione di
indicatori, puntatori e priorit, e non una semplice questione di
selettivit front-end di carattere percettivo o motorio. Gran parte
della memoria biologica orientata verso il SISE, quindi, necessaria-
mente occupata da informazioni direzionali e categorie di indirizzi,
oltre che da una struttura generale, o mappa, di quella parte del SISE
264
a cui lindividuo ha accesso.
Anche se la lettura stessa pu essere definita come uno stato
cognitivo in cui la mente biologica viene temporaneamente condotta
265
sotto il controllo di un dispositivo del SISE, pur vero che il
processo di pensiero continua a svolgersi nella mente biologica del
lettore: si ritiene in genere che tale processo si svolga nella memoria di
266
lavoro.
Con memoria di lavoro o memoria a breve termine, si intende in
generale quella parte del sistema della memoria biologia che concorre,
o per alcuni dove di fatto si svolgono, ai processi atti alla soluzione di

262
Ivi, p. 374; sulla creazione e i requisiti delle mappe, vd. supra, pp. 150 sgg.
263
Ivi, pp. 374-375. Nella memoria biologica hanno luogo sia la suddivisione che il
raggruppamento delle informazioni, ma la suddivisione viene operata prevalentemente in termi-
ni di ritmo, durata e aggregazione spaziale e dipende dallapprendimento di pi ampi gruppi di
item significativi; questo fatto noto fin da G. MILLER, The Magical Number seven Plus or Minus
Two: Some Limits on our Capacity to process Information, PsR 63 (1956), pp. 81-97, vd. anche
supra, pp. 95 sgg. e pp. 205 sgg.; delle strutture della narrazione tradizionale si gi parlato a
lungo.
264
Cit. da M. DONALD, op. cit., p. 376.
265
Cfr. ivi, p. 377.
266
Cfr. ivi, p. 378.

223
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

problemi, allapprendimento e al pensiero, utilizzando anche materia-


le richiamato, per mezzo della memoria di lavoro medesima, dalla
267
memoria a lungo termine.
268
I teorici della memoria, mediante una serie di esperimenti,
hanno dimostrato tuttavia che la consapevolezza e la memoria a breve
termine hanno grandi limitazioni strutturali: illoop articolatorio per-
269
dura senza ulteriori reiterazioni meno di due secondi e la memoria
270
per gli elenchi di parole non pi di quindici. La memoria a breve
271
termine pu accogliere solo da cinque a sette item per volta,
molto sensibile alle interferenze esterne e largamente inaffidabile,
272
anche nei suoi resoconti immediati, oltrech soggetta alla disorga-
273
nizzazione psicotica se posta in isolamento sensoriale. Infine, la
memoria visiva risulta poi essere particolarmente vulnerabile alle
274
interferenze ambientali.
La memoria di lavoro dunque troppo limitata e instabile per
poter realmente elaborare pensieri complessi:

nella moderna cultura umana, coloro che svolgono attivit intellettualmente


impegnative in realt impiegano sempre materiale simbolico esterno, visua-
lizzato nel campo della memoria esterna (CME), come vera e propria

267
Quale che sia la sua base fisiologica, il materiale della memoria di lavoro pi rilevante
e disponibile per il pensiero conscio del materiale che proprio perch contenuto nel
magazzino a lungo termine presumibilmente meno accessibile per lelaborazione: ivi, p.
381; vd. anche D. L. SCHACTER, On the Relation between Memory and Consciousness: Dissociable
Interactions and Conscious Experience, in H. ROEDIGER F. CRAIK (eds.), Varieties of Memory
and Consciousness: Essays in Honor of E. Tulving, Oxford 1989.
268
Opere recenti e aggiornate sulla memoria, sono: S. RONCATO, Apprendimento e memo-
ria, Bologna 1982; R. L. SQUIRE, Memory and Brain, Oxford 1987; S. CHRISTINSON (ed.),
Handbook of Emotion and Memory, Hillsdale 1992; qui di seguito citer invece studi oramai
classici.
269
Sulla memoria di lavoro, vd. A. D. BADDELEY, The Psychology of Memory, New York
1976; ID., Working Memory, Oxford 1986, trad. it. Milano 1990; S. E. GATHERCOLE A. D.
BADDELEY, Working Memory and language, Hillsdale 1993.
270
Cfr. L. R. PETERSON M. J. PETERSON, Short Term Retention of Individual Verbal Items,
JEPs 58 (1959), pp. 193-198.
271
Cfr. G. MILLER, art. cit., passim.
272
Cfr. R. BUCKOUT, Eyewitness Testimony, in U. NEISSER (ed.), Memory Observed:
Remembering in Natural Context, New York 1982, pp. 00.
273
Cfr. W. HERON, The Pathology of Boredom, in J. L. MCGAUGH N. WEINBERGER R.
WHALE (eds.), Psychobiology, San Francisco 1967; vd. anche D. S. OLTON, spacial Memory SA
236 (1977), pp. 82-98.
274
Cfr. A. BADDELEY, Working Memory cit., passim.

224
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

memoria di lavoro. In altri termini, essi si avvalgono della propria memoria


biologica, assistita dal proprio apparato percettivo, pi che altro come
dispositivo per la costante assimilazione di dati []. In questa nuova dispo-
sizione, la memoria biologica (e non necessariamente il suo solo aspetto di
memoria di lavoro) diviene il circuito del processo di pensiero che compie
trsformazioni e analizza il data base fornito da simboli esterni, mentre il
CME diventa la vera memoria di lavoro, o contenitore per limmagazzina-
mento temporaneo. Simultaneamente [], le apposite vie di richiamo allin-
terno dei sistemi SISE diventano parte integrante del processo di pensiero,
nello stesso modo in cui la memoria di lavoro [biologica] deve necessaria-
mente far parte di qualsivoglia operazione cognitiva complessa. Questa
disposizione pu essere vista come una struttura cognitiva temporanea in cui
la mente utilizza il sistema simbolico esterno per un tempo limitato sia per
conservare certi item sia per organizzare il materiale mnestico in determinati
modi. Il pensiero complesso dipende quasi sempre da questa disposizione:
nellatto di pensare, noi selezioniamo e organizziamo item del SISE secondo
un obbiettivo e inoltre utilizziamo il potere sia del sistema orale-narrativo sia
dei sistemi simbolici visivi per esaminare, elaborare, riordinare e inventare
nuove voci del SISE. Ciascuna iterazione solitamente breve: le limitazioni
della coscienza sono cos grandi che, in qualsiasi forma di pensiero creativo
realmente originale, chi lo elabora deve orbitare intorno al data base del
SISE, trasformando in forma verbale, abbozzando idee (solitamente, una
parte del SISE serve come sketchpad visuospaziale esterno), producendo
nuovi output, in un circuito iterativo, fino al raggiungimento di una soluzio-
275
ne soddisfacente.

Questa simbiosi tra memoria di lavoro umana e CME fonda-


mentale per il pensiero delluomo attuale ed stata in grado di
sostenere lo sviluppo teoretico cui luomo pervenuto negli ultimi
276
quattro millenni.
Lipotesi sullo sviluppo del SISE e sullaggiunta del CME come
circuito esterno per processi di pensiero organizzati, oltre a offrire,
277
come si gi detto, una spiegazione strutturale per i cambiamenti

275
Cit. da M. DONALD, op. cit., pp. 383-384.
276
In un mondo prealfabetizzato le sole fonti di informazioni presuddivise sono probabil-
mente da ricercare nellorganizzazione temporale del linguaggio parlato e nella gestualit; nel
SISE, invece, la suddivisione e il raggruppamento coinvolgono molta flessibilit spaziale, e non
solo nel raggruppamento di parole e locuzioni [], La memoria biologica non si presta
facilmente a questo tipo di organizzazione e senza dubbio ci ha imposto gravi limitazioni al
pensiero umano precedentemente allaccrescimento del SISE: ivi, p. 371.
277
Vd. supra, pp. 205 sgg.

225
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

radicali che si sono verificati con la terza transizione, indica soprattut-


to che i sistemi di memoria tradizionali hanno assunto un ruolo
278
diverso: in particolare, verosimile che il sistema della memoria di
lavoro biologica abbia mantenuto s la sua funzione di sostegno al
linguaggio parlato, ma anche che col tempo abbia poi funto da
sostegno alla creazione di un commento orale-narrativo ai processi del
pensiero organizzato, allattenzione, allintenzione e alla consapevo-
lezza: la voce dellautocoscienza.
Il mondo occidentale e di lingua i.e., nella sua lunga transizione
dalla cultura mitica alla cultura teoretica, adott tardi, per i motivi che
vedremo nei prossimi capitoli, la scrittura, ma il passaggio dalla
lettura ad alta voce alla lettura silenziosa port con s
linteriorizzazione della voce della coscienza: Socrate.
***
Dopo la parentesi sillabica micenea e indipendentemente da que-
sta, la scrittura alfabetica fece la sua comparsa in Grecia nel corso
279
dellVIII sec. a.C., irrompendo in un mondo dove la cultura mitica,
la tradizione orale, e in particolare il kloj, la gloria, la rinomanza,
280
concetto omerico di ascendenza poetica i.e., dominava incontrasta-
28l
to.
Agli inizi, la scrittura servir pertanto ad incrementare la produ-
zione di kloj, ad esempio grazie alle iscrizioni funerarie, che garanti-
scono al defunto una nuova forma di posterit. In tal modo, la
scrittura sar posta al servizio della cultura orale, in una prospettiva
che non le estranea: non per salvaguardare la tradizione epica
(bench abbia finito col farlo), ma per contribuire alla produzione di
282
suono, di parole efficaci, di gloria riecheggiante.

278
Cfr. M. DONALD, op. cit., p. 385.
279
Sulle origini dellalfabeto greco, vd. da ultimo, L. AGOSTINIANI, La nascita delle scritture,
in stampa, pp. 40, con ampia bibl.
280
Cfr. supra, pp. 13 e 26 sgg.
281
Cfr. J. SVENBRO, La Grecia arcaica e classica: linvenzione della lettura silenziosa, in G.
CAVALLO R. CHARTIER (eds.), Storia della lettura nel mondo occidentale, Roma Bari 1995, pp.
3-36; dello stesso A. si vedano anche Phrasikleia. Anthropologie de la lecture en Grce ancienne,
Paris 1988, trad. it. Roma Bari 1991, pp. 161 sgg., e La lecture haute voix. Le tmoignage des
verbes grecs signifiant lire, in C. BAURAIN C. BONNET V. CRINGS (eds.), Phoimkeia grammata.
Lire et crire en Mditerrane, Lige Namur 1991, pp. 539-548.
282
Cit. da J. SVENBRO, La Grecia arcaica cit., p. 4.

226
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

283
Lesame del lessico greco della lettura, ci consente innanzitutto
di stabilire che inizialmente la lettura era, com naturale nellantichi-
t, fatta ad alta voce, ma che tale lettura tuttavia era un distribuire
oralmente tra gli ascoltatori, cos come lo stesso nmoj legge, nome
284
dazione di nmein, verbo il cui significato principale distribuire,
indica come anche la legge fosse una distribuzione vocale, appoggiata
285
da principio alla memoria e poi alla scrittura.
Una lettura, insomma, le cui principali caratteristiche, secondo
Svenbro, erano la natura strumentale del lettore o della voce lettrice, il
carattere incompleto della scrittura, che aveva bisogno per essere
286
compresa di essere sonorizzata, e, conseguenza delle prime due
caratteristiche, la concezione dei destinatari dello scritto come udito-
ri (koontej, kroata.).
Come e perch sorse dunque la lettura silenziosa in Grecia?
Dopo aver individuato in un iscrizione parlante del VI sec. a.C.
alcuni indizi che sembrano gi indicarne lesistenza, J. Svenbro ricor-
287 288
da come dal Sofista e dal Teeteto, noi apprendiamo che il pensie-

283
Cfr. J. SVENBRO, art. cit., pp. 4-15; a questo proposito, va ricordato qui un famoso
articolo di P. CHANTRAINE, Les verbs grecs signifiant lire, in Mlanges Grgoire, Bruxelles 1950,
vol. II, pp. 115-126.
284
Dallesame di un frammento di Sofocle (114 Nauck), Svenbro rende plausibile lidea
che nmein significasse anche leggere ad alta voce, cos come due suoi rari composti: nanmein
e nanmesqai; dal fatto che nmein si trovi forse al centro di una famiglia lessicale che significa
leggere mi pare invece meno probabile si possa ricavare che nmoj avesse poi il valore basilare
di lettura, anche se sappiamo (cfr. ERMIPPO, Fr. 88 Wehrli), per es., che le leggi di Caronda
venivano cantate.
285
Su nmoj e lgoj in Platone, vd., tra i molti, J. DERRIDA, La dissmination, Paris 1972,
trad. it. Milano 1989, pp. 101 sgg.; su Platone e la scrittura, utile anche M. ERLER, Der sinn der
Aporien in den Dialogen Platons: Ubungsstcke zur Anteilung im philosophischen Denken, Berlin
1987, trad. it. Milano 1991.
286
quel che si ricava tra laltro anche dallesame dei verbi pilgesqai e nagignskein:
cfr. J. SVENBRO, art. cit., pp. 10-12; vd. anche F. BRESSON, La lecture et ses difficults, in R.
CHARTIER (ed.), Pratiques de la lecture, Paris 1985, pp. 14-45.
287
Cfr. PLAT., Sph., 263e-264a: pensiero e discorso non sono forse la stessa cosa, salvo che
il dialogo interiore dellanima con se stessa, senza voce, questo appunto fu da noi denominato
pensiero?. Questa trad. e la seguente sono tratte da Platone. Tutte le opere, Firenze 1974.
288
Cfr. PLAT., Tht., 18ge-190a: io, insomma, mi figuro che, quando lanima pensa, non
faccia altro che ragionare con se medesima, per via di domande e risposte, di affermazioni e
negazioni; e che, quando si ferma in un pensiero ben definito, sia che vi pervenga pi o meno
lentamente, o rapidamente e dun colpo; quando si decide e non dubita pi, questa noi la
riteniamo la sua opinione. Sicch io, per conto mio, dico che lopinare un ragionare, e
lopinione un ragionamento espresso con parole, non per ad un altro n con la voce, ma a se
medesimo, in silenzio.

227
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

ro di Socrate era silenzioso e che il dialogo dellanima con se stessa si


svolgeva in lui come un dialogo senza fwn, ma che egli, fin da
bambino, udiva anche dentro s una voce che lo ammoniva e lo
consigliava. Socrate udiva inoltre, come riporta il Critone (54d), le
voci dialoganti tra loro dei Nmoi, le Leggi personificate: questi
rimproveri, mio caro Critone, sappi chio credo di udire, come gli
esaltati da un furore coribantico credono di udire il suono dei flauti. E
leco di queste parole risuona nei miei orecchi e fa s che io non possa
udirne altre.
289
DallApologia (31d), apprendiamo poi che Socrate aveva labi-
tudine di parlare di questa voce ai propri concittadini e che laccusa
che lo avrebbe poi condannato a morte sembra vi facesse allusione. La
voce interiore della coscienza era dunque per la gran parte degli
ateniesi contemporanei di Socrate una novit scandalosa.
Noi sappiamo anche, tuttavia, che proprio a partire dallepoca
di Erodoto e di Protagora, contemporanei di Socrate, che la distribu-
290
zione della giustizia, di dke, comincia a diventare, da operazione
291
esterna il cui strumento era la voce, un atto interiore e individuale,
come indica anche la comparsa del termine dikaiosnh senso della
292
giustizia: interiorizzazione constatabile sul piano lessicale, dun-
que, e che avvalora quella del nmoj come voce della coscienza,
293
attestata per Socrate nellopera di Platone.
Nel Grecia del V secolo a.c., insomma, mediante un unico e
identico moto cognitivo, lautocoscienza la voce del pensiero e del
giudizio e la voce del lettore si interiorizzano.
Riguardo infatti alla lettura silenziosa, come precedentemente
294 295
aveva indicato B. M. W. Knox, in testi del V a.C., almeno due
brani ci indicano come tale pratica, pur non essendo certo ancora
diffusa, a quel tempo era tuttavia gi nota.

289
Cfr. anche PLAT., Thg., 128d, e Phdr., 242b-c.
290
Cfr. E. A. HAVELOCK, The Greek Concept of Justice from Its shadow in Homer to Its
substance in Plato, Cambridge (Mass.) 1978, trad. it. Roma Bari 1981.
291
Tra le testimonianze antiche, vd. per es. ESIODO, Op., v. 213 e v. 224.
292
Cfr. E. A. HAVELOCK, Dikaiosyne. An Essay in Greek Intellectual History, Phoenix 23
(1969), pp. 49-70; cfr. anche ID., op. cit., pp. 365 sgg.
293
Cit. da J. SVENBRO, art. cit., p. 20.
294
Cfr. B. M. W. KNOX, Silent Reading in Antiquity, GRBS 9 (1968), pp. 421-435.
295
Si tratta dellIppolito di Euripide (vv. 874-875) che del 428 e dei Cavalieri di
Aristofane (vv. 118-127) che del 424.

228
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

Secondo Svenbro, poi, se da una parte la scriptio continua non


dovette costituire per i Greci un serio ostacolo alla lettura silenziosa,
dallaltra lintroduzione dei segni di separazione (VII sec. d.C.), non
fu motivo
296
sufficiente a generalizzare la lettura silenziosa nel medioe-
vo, n peraltro per linsorgere della lettura silenziosa fu sufficiente
la sola frequentazione di grandi quantit di testi: la lettura estensiva
parrebbe piuttosto il risultato di uninnovazione qualitativa nellatteg-
giamento mentale di fronte allo scritto: il risultato di tutto uno schema
mentale, nuovo e potente, in grado di ristrutturare le categorie della
lettura tradizionale. La lettura silenziosa non si lascia strutturare dal
297
semplice fattore quantitativo [].
possibile invece che la lettura silenziosa sia stata al meno in
parte modellata anche sullesperienza del teatro.
A teatro, il pubblico guarda e ascolta passivamente: non con-
cesso agli spettatori n intervenire sulla scena n leggere il testo, che,
assente dalla scena, vi regge tuttavia lintera azione. Memorizzato
298
dagli attori, il testo non visibile al momento in cui pronunciato:
gli attori si sono sostituiti ad esso, in modo da tradurlo in scrittura
vocale piuttosto che in lettura ad alta voce. Gli attori non leggono il
299
testo: ne producono una copia vocale.
La separazione tra la scena da cui la scrittura vocale emanata e il
pubblico che lascolta tale da aver probabilmente suggerito ai Greci
unanaloga separazione tra testo scritto e lettore:

il lettore tradizionale, che ha bisogno della voce per riconoscere la sequenza


grafica, intrattiene con lo scritto, sul piano della sonorizzazione, una relazio-
ne sensibilmente attiva (bench in rapporto allo scrittore di cui esegue il
programma egli possa assumere il ruolo di partner passivo). Deve fare uno
sforzo mentale e fisico per assolvere la propria funzione strumentale, o le
lettere rimarranno prive di senso. Al contrario, chi sa leggere in silenzio ha un

296
Fu infatti solo con la Scolastica che la lettura silenziosa prese piede nel medioevo, pur
rimanendo confinata al solo ambito monacale: cfr. P. SAENGER, silent Reading. Its Impact on Late
Medieval Script and Society, Viator 13 (1982), pp. 378 sgg.
297
Cit. da J. SVENBRO, La Grecia arcaica cit., p. 23.
298
Su questo punto cfr. anche CH. SEGAL, Greek Tragedy: Writing, Truth, and the
Rappresentation of the Self, in H. EVJEN (ed.), Mlanges Hulley, Chico (CA) 1984, pp. 43-67, e
ID., La musique du sphinx, Paris 1987, pp. 263-298.
299
Cit. da J. SVENBRO, La Grecia arcaica cit., p. 24.

229
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

300
rapporto con lo scritto che sembrerebbe piuttosto di tipo passivo. Non pi
strumento dello scritto, poich lo scritto gli parla da solo. [] Il lettore
che legge nella propria testa non deve attivare o riattivare lo scritto mediante
lintervento della propria voce. Gli sembra, semplicemente, che la scrittura
gli parli. Egli allascolto di una scrittura come lo spettatore teatrale
allascolto della scrittura vocale degli attori. Lo scritto riconosciuto in
maniera visiva sembra possedere la stessa autonomia dello spettacolo teatra-
le. Le lettere si leggono o piuttosto, si dicono da sole. il lettore silenzioso
non ha bisogno di intervenire sulla scena della scrittura: capaci di parlare, le
lettere possono fare a meno dellintervento della voce. Al lettore spetta
soltanto di ascoltarla allinterno di se stesso. La voce lettrice si trova ad
301
essere interiorizzata.

Questa forma nuova di lettura, in cui il lettore come spettatore


passivo di una scrittura che esprime attivamente il proprio senso, a
302
parere di Svenbro, segue uno schema cognitivo che si ritrova nella
teoria della percezione visiva elaborata da alcuni filosofi dello stesso V
secolo: Empedocle, ma soprattutto gli atomisti Leucippo e Democri-
303
to. Per gli atomisti, la vista dovuta allemissione continua di
corpuscoli da parte delloggetto visto, emissione che poi raccolta
dallocchio; essi ritengono che locchio, per vedere, non emetta, come
in altre teorie, un raggio di luce, ma riceva leffluvio degli oggetti visti
e che questa sia la direzione nella quale transita linformazione visiva:

questo rapporto analogico fra percezione visiva e lettura silenziosa, in cui


locchio sembra ricevere, passivamente, lirradiazione dello scritto, non ac-
quista tuttavia tutto il suo peso se non lo si confronta con un fatto fondamen-
tale nella teoria degli atomisti. Le combinazioni di elementi nel mondo fisico
si spiegano presso di loro con lausilio del modello alfabetico, in cui le parole
si formano dalla combinazione fra le ventiquattro lettere; in greco, stoicea
significa in effetti lettere e elementi al tempo stesso. Tragedia e comme-
dia si scrivono con le stesse lettere, leggiamo in Leucippo (Fr. A 9 Diels-
Kranz); ugualmente, nel mondo fisico, sono gli stessi elementi a combinarsi e

300
Il controllo della mente, insomma, posto temporaneamente allesterno: cfr. supra, pp.
206 sgg.
301
Ivi, pp. 24-25.
302
Cfr. ivi, pp. 27-29.
303
Sui filosofi cosiddetti presocratici, ma in realt contemporanei di Socrate, cfr. il gi
citato E. A. HAVELOCK, The Preplatonic Thinkers of Greece. A Revisionist History, ed. it.
Roma Bari 1996.

230
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

ricombinarsi per cambiare le cose. A buon diritto si parlato di ontografia


degli atomisti. Nella loro teoria, la percezione visiva si lascia infatti assimilare
304
a una lettura una lettura silenziosa del mondo.

Se il teatro si interiorizza nel libro, il libro a sua volta si interioriz-


za nello spazio mentale, designato talvolta come frn, talvolta come
yuc: la metafora della scrittura nellanima, nota gi a Pindaro (cfr.
305
Ol., 10, 1-3), ma che trover nei tragici la sua massima fortuna e
306
sar ripresa poi da Platone:

per il poeta drammatico, lattore riceve uniscrizione, come se fosse pietra o


foglio di scrittura. Linteriorit dellattore uno spazio scrittorio. Il che
significa che il testo drammatico iscritto nello spirito di colui che lo
pronuncia sulla scena. Cos si spiega lespressione scrittura vocale [] e si
comprende perch Eschilo [] scriva nella memoria dei suoi attori, laddove
Omero (anche se fosse stato scrittore) non pu essere considerato come uno
che scriva nella memoria dei suoi recita tori, troppo distanti da lui nel
307
tempo e nello spazio perch una tale metafora risulti pertinente.

Ma se cos si avvicinano tra loro i rapporti di interiorizzazione fra


teatro e libro e fra libro e anima, bisogna osservare anche che

a questi due movimenti di interiorizzazione dal teatro allo scritto, dallo


scritto allanima corrispondono peraltro due movimenti di esteriorizzazio-
ne, che procedono nel senso inverso. In primo luogo, lo spazio mentale
naturalmente esteriorizzato nel libro. Si pu addirittura postulare lesistenza
di una scrittura silenziosa, bench essa sia forse impossibile da documentare.
308
In effetti, lpmnhma scritto pu sostituirsi ad una memoria inefficiente:
esso costituisce una memoria esterna [questo corsivo mio], oggettiva, un

304
Cit. da J. SVENBRO, La Grecia arcaica cit., pp. 28-29; su questi argomenti, vd. anche S.
SAMBURSKY, The Phisical World of the Greeks, Oxford 1956, trad. it. Milano 1983, IV ed., e H.
WISSMANN, Le modle graphique des atomistes, comunicazione al colloquio LEcriture, son
autonomie et ses nouveaux objets intellectuels en Grce ancienne (Paris, septembre 1984), cit. in J.
SVENBRO, Phrasikleia cit. (nota 281, p. 226), p. 176, nota 60.
305
Si veda ad es. ESCHILO, Prom., vv. 788-78: a te, lo, dir dapprima gli errori della tua
corsa turbinante: scrivili sulle tavolette fedeli della tua memoria, e Coef, V. 450: ascolta,
Oreste, e iscrivi nel tuo cuore; cfr. G. NIEDOU, La metalora della memoria come scrittura e
limmagine dellanimo come deltos, QS 19 (1984), pp. 213-219.
306
Cfr. PLAT., Phaedr., 275d-276a; Phil., 38e-39a.
307
Cit. da J. SVENBRO, art. cit., pp. 31-32.
308
Cfr. PLAT., Phaedr., 276d.

231
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

309
pro-memoria, da non confondere con la memoria vivente di una persona.
Conscio dei limiti di questa memoria oggettivata, il filosofo Platone ne fa uso,
al pari del poeta drammatico, il cui testo costituisce un pmnhma, scritto non
in funzione dei lettori futuri, bens in vista dello spettacolo unico, di cui
sembra essere una condizione indispensabile.
Se lo spazio mentale pu esteriorizzarsi nello spazio scritto, lo spazio
310
scritto pu, a sua volta, esteriorizzarsi nello spazio teatrale.
In primo luogo, naturalmente, quando il testo drammatico portato sulla
scena, movimento in un certo senso originale in questo sistema di
rappresentazioni interdipendenti, poich d luogo a quella che ho definito
scrittura vocale. Ma questa esteriorizzazione stata anche letteralmente
messa in scena nella Grecia antica e in modo assai singolare nello
311
Spettacolo dellalfabeto del poeta ateniese Callia.

Lo Spettacolo dellalfabeto mostra proprio ci che in teatro


normalmente dissimulato, cio il testo scritto:

il grande assente dalla scena vi fa finalmente la sua comparsa. Gi il titolo


dellopera insiste su questo punto: theoria, termine derivato come qatron
da qeomai (io vedo, io contemplo), significa appunto spettacolo per
locchio. A teatro si va dunque per vedere le lettere, non soltanto per
ascoltare la scrittura vocale degli attori. Le lettere dellalfabeto saranno
offerte alla vista, non solo iscritte nella memoria degli attori. Tutta la scena
dimostrer di essere, in ultima analisi, uno spazio scrittorio in grado di
rispondere di dirsi, di leggersi e di interpretarsi ad alta voce. Lidea di una
simile rappresentazione drammatica potuta nascere solo nella mente di
qualcuno per il quale le lettere sono gi autonome e la loro vocalizzazione
non condizione necessaria alla loro comprensione. Vale a dire, nella mente
di qualcuno per cui le lettere si sono trasformate nelle pure rappresentazio-
ni di una voce (realmente trascritta o fittizia, come nel caso di una lettura
silenziosa) e per il quale la loro finalit originaria generare kloj, rinoman-

309
Su memoria biologica e memoria esterna, cfr. supra, pp. 205 sgg.
310
Sullimportanza del sistema di immagazzinamento simbolico esterno (SISE) e sulla sua
interdipendenza con la mente biologica in ogni espressione di pensiero creativo, cfr. supra, pp.
207 sgg.
311
Cit. da J. SVENBRO, La Grecia arcaica cit., p. 33; sul testo di Callia, che verosimilmen-
te della seconda met del V sec. a.c. ed intitolato Grammatik qewra (= Fr., 31 Edrnonds), vd.
E. POHLMANN, Die ABC-Komodie des Kallias, RM 114 (1971), pp. 230-240; vd. anche F. D.
HARVEY, Literacy in the Athenian Democracy, REG 79 (1966), pp. 585-635.

232
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

za sonora non pi lunica. In breve, nella mente di qualcuno per il quale la


312
lettura silenziosa intimamente familiare.

Legata ad un unico grande cambiamento cognitivo e concettuale


in cui furono coinvolte la diffusione della scrittura, la nascita della
lettura silenziosa, lo sviluppo del grande teatro drammatico e gli inizi
della speculazione teoretica, lautocoscienza interiorizz la propria
voce allinterno della mente individuale, dando cos parola al s, al s
313
esteso, politeista e multiforme della classicit.
Tuttavia, cos come la lettura silenziosa rimase certo ancora per
secoli un fenomeno marginale, limitato forse soltanto ai professionisti
della parola scritta, anche la voce interiore ebbe bisogno di secoli di
storia per diventare il tipo di autocoscienza prevalente nel mondo
314
attuale.
***
Per la presente ricerca, la centralit del lungo e faticoso capitolo
che qui si conclude, tale che credo se ne renda necessario un
riassunto.
Nel mondo occidentale e di lingua i.e., la voce interiore dellauto-
coscienza individuale sorse nella Grecia del V sec. a.c., contempora-
neamente a diversi e fondamentali sviluppi cognitivi, in particolare
insieme alla nascita della lettura silenziosa.
Prima di tale data, lumanit aveva conosciuto altre forme di
coscienza e di consapevolezza di s, sostanzialmente diverse da quella
basata sulla voce interiore con cui noi moderni siamo soliti dialogare.
315
Definita la terminologia di base e facendo riferimento allepi-
stemologia definita in n,l, grazie ad alcune importanti ricerche recenti
e per una convergenza di dati e di concetti tratti da discipline
molteplici ci forse avr potuto disorientare qualche lettore, ma si

312
Cit. da J. SVENBRO, art. cit., p. 35.
313
Sul concetto di s esteso, vd. J. BRUNER, Acts of Meaning cit. (nota 170, p. 104), cap. 4,
con ampia bibl.; si vedano poi anche i lavori di J. Hillman citati in 111,4,6.
314
Cfr. i lavori raccolti in P. HEELAS A. LOCK, Indigenous Psychologies. The Anthropology
of the Self, London New York 1981, e C. TAYLOR, sources of the Self, Cambridge (Mass.) 1989,
trad. it. Milano 1993; sullevoluzione del concetto di individualit in Grecia, si legge ancora con
profitto B. SNELL, Die Entdeckung des Geistes. Studien zur Entstehung des europischen Denkens
bei den Griechen, Hamburg 1953, III ed., trad. it. Torino 1963, VI ed.
315
Va da s che le definizioni di pp. 158 sgg. devono esser prese per quello che sono, un
tentativo, una sorta di reductio ad scientiam.

233
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

tratta di un procedimento necessario per il tipo di argomento e


frequente nella letteratura cognitiva si sono potute ricostruire le
linee di una storia dellevoluzione della coscienza.
Stabilita lorigine delle basi neurofisiologiche della coscienza nella
preistoria, e indicati nella meccanica quantistica e nel concetto di meme
gli strumenti con cui indagare linterazione tra mente e cervello, sono
state identificate nella storia dellumanit tre transizioni cognitive fon-
damentali dalla cultura episodica a quella mimica, dalla cultura
mimica a quella mitica, dalla cultura mitica a quella teoretica , e per
ciascuna di esse stata descritta la cultura relativa in particolare ci si
soffermati sulla cultura mitica , insieme ai meccanismi cognitivi inno-
vativi necessari per sostenerla.
A ogni transizione si visto poi corrispondere una diversa tipolo-
gia di consapevolezza di s e di autocoscienza, questo anche perch
lattivit metacognitiva compare nelle persone in modo molto dise-
guale, varia col variare dello sfondo culturale e pu essere insegnata
con successo alla stregua delle altre abilit cognitive.
Con linsorgere del linguaggio, la consapevolezza di s diventata
unautocoscienza nel senso pieno del termine, cio la scelta sistemati-
ca, mediante un sistema di finalit e priorit collettivo-individuali,
delle informazioni che dovevano entrare a far parte dello schermo
limitato della coscienza.
Si visto poi anche che se linformazione che giunge alla coscien-
za distorta o scelta in modo inadeguato, cio lautocoscienza fonte
sistematica di errori valutativi e comportamentali, ci pu causare la
distruzione del gruppo sociale che su di essa basava la propria soprav-
316
vivenza.

316
Scriveva Nietzsche: la coscienza lultimo e pi tardo sviluppo dellorganico e di
conseguenza anche il pi incompiuto e il pi depotenziato. Nella coscienza hanno radice errori
che provocano la morte di una bestia o di un uomo prima del tempo necessario, al di l del
destino, come dice Omero. Se il vincolo conservatore dellistinto non fosse cos assolutamente
potente, se non servisse, nel complesso, da regolatore, lumanit dovrebbe perire per i suoi errati
giudizi e il suo fantasticare a occhi aperti, per la sua superficialit e la sua credulit: o piuttosto,
senza di quello, essa sarebbe gi scomparsa da un bel pezzo! Prima che una funzione sia
compiutamente formata e maturata, costituisce un pericolo per lorganismo: un bene se viene
cos a lungo e validamente tiranneggiata! Cos la coscienza a essere validamente tiranneggiata:
e in misura non indifferente dallorgoglio che se ne ha. Si pensa che qui sia il nocciolo dellessere
umano: ci che di esso durevole, eterno, ultimo, assolutamente originario! Si considera la
coscienza una stabile grandezza data! Si negano il suo sviluppo, le sue intermittenze! La si
intende come unit dellorganismo! Questa ridicola sopravvalutazione, questo travisamento
della coscienza hanno come corollario un grande vantaggio, consistente nel fatto che con ci

234
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

Questo sviluppo graduale ci ha trasformati, insomma, in un ani-


male in grado di stabilire modelli arbitrari di comportamento basati
sul proprio concetto di cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, ma ha
anche fatto s, tuttavia, che ogni ulteriore passo verso un aumento di
coscienza porti il sistema pi lontano dalla coscienza totale, perch la
coscienza pu vedere solo una parte della complessa rete cognitiva di
cui la mente fa parte, cio quei brevi archi di circuiti sui quali il
finalismo umano pu intervenire.
***
La frase di Nietzsche posta come motto allinizio del capitolo
tratta da un brano che ora si pu citare nella sua interezza:

il problema della coscienza (pi esattamente: del divenire autocoscienti) ci


compare dinanzi, soltanto allorch cominciamo a comprendere in che misura
potremmo fare a meno di essa: e a questo principio del comprendere ci
conducono oggi fisiologia e storia degli animali (scienze, queste, che hanno
dunque avuto bisogno di due secoli per raggiungere il sospetto precocemente
balenato nella mente di Leibniz). Noi potremmo difatti pensare, sentire,
volere, rammemorare, potremmo ugualmente agire in ogni senso della
parola, e ciononostante tutto questo non avrebbe bisogno dentrare nella
nostra coscienza (come si dice immaginosamente). La vita intera sarebbe
possibile senza che ci si vedesse, per cos dire, nello specchio: in effetti, ancor
oggi la parte di gran lunga prevalente di questa vita si svolge in noi senza
questo rispecchiamento e invero anche la nostra vita pensante, senziente,
volente, per quanto ci possa risultare offensivo a un antico filosofo. A che
scopo una coscienza in generale, se essa in sostanza superflua? Ebbene, se si
vuol prestare ascolto alla mia risposta a questa domanda e alla sua supposi-
zione forse stravagante, mi sembra che la sottigliezza e la forza della coscien-
za stia sempre in rapporto con la capacit di comunicazione di un uomo (o di
un animale) e che la capacit di comunicazione sia daltro canto in rapporto
con il bisogno di comunicazione: non dovendosi intendere questultimo come
se proprio il singolo uomo stesso, che appunto maestro nella comunicazio-
ne e nel rendere comprensibili i suoi bisogni, dovesse in pari tempo, anche

stato impedito un troppo celere perfezionarsi della medesima. Perch gli uomini ritenevano di
possedere gi la coscienza, si sono dati scarsa premura per acquistarla, e anche oggi le cose non
stanno diversamente! ancor sempre un compito del tutto nuovo, proprio in questo momento
baluginante allocchio umano e a stento riconoscibile con chiarezza, quello di incarnare in se
stessi il saper e di farlo istintivo: un compito scorto soltanto da chi giunto a comprendere che
fino ad oggi si sono incarnati in noi solo i nostri errori e che tutta la nostra coscienza in
rapporto ad errori!: cit. da F. NIETZSCHE, Die frhliche Wissenschaft, II, 11, Leipzig 1887, II
ed., trad. it. Milano 1986, IV ed., pp. 44-45, i corsivi sono dellA.

235
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

per i suo bisogni, fare per lo pi assegnamento sugli altri. A me sembra


pertanto che relativamente a intere razze e catene di generazioni le cose
stiano in questo modo: laddove il bisogno, la necessit hanno lungamente
costretto gli uomini a comunicare tra loro, a comprendersi lun laltro in
maniera rapida e sottile, esiste alla fine un eccesso di questa forza e arte della
comunicazione, per cos dire una facolt che si gradatamente potenziata, e
che aspetta ora soltanto un erede che ne faccia un prodigo uso (i cosiddetti
artisti sono questi eredi, similmente i predicatori, gli oratori, gli scrittori: tutti
gli uomini che vengono sempre alla fine duna lunga catena, ogni volta nati
in ritardo nel senso migliore della parola e, come si detto, dissipatori per
natura). Posto che sia giusto questo rilievo, mi lecito procedere alla suppo-
sizione che la coscienza in generale si sia sviluppata soltanto sotto la pressione
del bisogno di comunicazione, che sia stata allinizio necessaria e utile soltanto
tra uomo e uomo (in particolare tra colui che comanda e colui che obbedi-
sce), e soltanto in rapporto al grado di questa utilit si sia inoltre sviluppata.
Coscienza propriamente soltanto una rete di collegamento tra uomo e
uomo solo in quanto tale stata costretta a svilupparsi: luomo solitario,
luomo bestia da preda non ne avrebbe bisogno. Il fatto che le nostre azioni, i
pensieri, i sentimenti, i movimenti siano anche oggetto di coscienza almeno
una parte di essi la conseguenza di una terribile necessit, che ha
lungamente signoreggiato luomo: essendo esso lanimale maggiormente in
pericolo, ebbe bisogno daiuto, di protezione; ebbe bisogno dei suoi simili,
dovette esprimere le sue necessit, sapersi rendere comprensibile e per
tutto questo gli fu necessaria, in primo luogo, coscienza, gli fu necessario
anche sapere quel che gli mancava, sapere come si sentiva, sapere quel
che pensava. Perch, lo ripeto ancora una volta: luomo, come ogni creatura
vivente, pensa continuamente, ma non sa; il pensiero che diviene cosciente ne
soltanto la pi piccola parte, diciamo pure la parte pi superficiale e
peggiore: infatti soltanto questo pensiero consapevole si determina in parole,
cio in segni di comunicazione, con la qual cosa si rivela lorigine della
coscienza medesima. Per dirla in breve, lo sviluppo della lingua e quello della
coscienza (non della ragione, ma soltanto del suo divenire autocosciente)
procedono di pari passo. Si aggiunga poi, che non soltanto il linguaggio serve
da ponte tra uomo e uomo, ma anche lo sguardo, la pressione, la mimica: il
farsi coscienti in noi stessi le nostre impressioni sensibili, la forza di poterle
fissare e di porle, per cos dire, al di fuori di noi, tutto ci andato crescendo
nella misura in cui progredita la necessit di trasmetterle ad altri mediante
segni. Luomo inventore di segni insieme luomo sempre pi acutamente
cosciente di s: solo come animale sociale luomo impar a divenir cosciente
di se stesso ci che egli sta facendo ancora, ci che egli fa sempre di pi.
Come si vede, il mio pensiero che la coscienza non appartenga propriamen-
te allesistenza individuale delluomo, ma piuttosto a ci che in esso natura
comunitaria e gregaria; che come deriva da tutto questo essa si
sottilmente sviluppata solo in rapporto ad una utilit comunitaria e gregaria;

236
2 LE ORIGINI DELLA COSCIENZA

e che di conseguenza ognuno di noi, con la miglior volont di comprendere


se stesso nel modo pi individuale possibile, di conoscere se stesso,
purtuttavia render sempre oggetto di coscienza soltanto il non individuale,
quel che in se stesso esattamente la sua misura media; che il nostro stesso
pensiero viene continuamente, per cos dire, adeguato alla maggioranza e
ritradotto nella prospettiva del gregge a opera del carattere della coscienza,
del genio della specie in essa imperante. Tutte quante le nostre azioni sono
in fondo incomparabilmente personali, uniche, sconfinatamente individuali,
non v dubbio; ma appena le traduciamo nella coscienza, non sembra che lo
siano pi Questo il vero fenomenalismo e prospettivismo, come lo inten-
do io: la natura della coscienza animale implica che il mondo, di cui possiamo
aver coscienza, solo un mondo di superfici e di segni, un mondo generaliz-
zato, volgarizzato; che tutto quanto si fa cosciente, diventa per ci stesso
piatto, esiguo, relativamente stupido, generico, segno, segno distintivo del
gregge; che a ogni farsi della coscienza collegata una grande fondamentale
alterazione, falsificazione, riduzione alla superficialit e generalizzazione. Lo
svilupparsi della coscienza non , infine, senza pericoli, e chi vive tra gli
ipercoscienti europei sa anche che una malattia. Non , come si pu
indovinare, lopposizione tra soggetto e oggetto che mimporta: questa di-
stinzione io la lascio ai teorici della conoscenza, che sono rimasti penzoloni
nei lacci della grammatica (la metafisica popolare). Non minteressa nemme-
no il contrasto tra cosa in s e fenomeno: giacch siamo ben lontani dal
conoscere abbastanza, per poter pervenire anche solo a una tale distinzione.
Non abbiamo appunto nessun organo per il conoscere, per la verit: noi
sappiamo (o crediamo, o cimmaginiamo) precisamente tanto quanto pu
essere vantaggioso sapere nellinteresse del gregge umano, della specie, e
anche quando ci che qui detto vantaggio infine nientaltro che una
credenza, unimmaginazione, e forse esattamente quella quanto mai funesta
317
stoltezza per cui un giorno precipiteremo in rovina.

Come sempre gli accade nei suoi momenti pi felici per equilibrio
tra visione e serenit e La gaia scienza da questo punto di vista forse
il suo libro migliore, in sole quattro pagine Nietzsche delinea e risolve
lenigma dellautocoscienza, fondando senza che nessuno se ne sia
accorto lo studio scientifico della coscienza: esse costituiscono il
miglior riassunto possibile del capitolo appena scorso.

317
Cit. da F. NIETZSCHE, op. cit., V, 354, pp. 220-223, i corsivi sono dellA.

237
CAPITOLO 3

LE ORIGINI INDEUROPEE

Non pu esservi coscienza senza la percezione


delle differenze.
(C. G. Jung)
Nessun popolo potrebbe vivere senza prima valu-
tare; ma, se vuole conservarsi, non pu valutare
cos come valuta il suo vicino.
(F. Nietzsche)

3. 1. LE VESTIGIA PALEOMESOLITICHE

Nel capitolo precedente, si visto che possibile far coincidere i


confini entro cui situare la cultura mitico-orale in generale, con la
forma di autocoscienza che le era propria, e linizio della cultura
teoretica occidentale, con il cambiamento di autocoscienza che ne
segu, con il paleolitico superiore e la vita di Socrate.
La vicenda preistorica e protostorica dei popoli di lingua i.e. si
muove, allincirca, allinterno dei medesimi limiti temporali, perch,
da un lato, le tradizioni linguistico-letterarie i.e. conservano alcuni
tratti culturali tipicamente paleolitici, e, dallaltro, le medesime tradi-
zioni rinviano, pur nella grande diversit temporale che le contraddi-
stingue, agli inizi della storia dei singoli dominii etno-linguistici.
Nel presente capitolo, tenter allora di indicare quello che ritengo
sia lo scenario storico-culturale e spazio-temporale pi plausibile in
cui situare le vicende iniziali dei popoli di lingua i.e.; questo per
cercare poi, nel capitolo seguente, di concludere la dimostrazione
dellipotesi posta allinizio della seconda parte della presente ricerca:
la lingua poetica i.e. il fondamento di un sistema arcaico di autoco-
scienza. Unipotesi finora confortata e confermata, in generale, da
quanto la ricostruzione per grandi linee cognitivo-temporali fatta nel

239
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

capitolo precedente ci ha consentito di comprendere sulla storia


dellevoluzione della coscienza.
***
Il problema delle origini degli Indeuropei e della loro Urheimat, si
pu dire che sia sorto insieme alla nascita dellindeuropeistica come
1
disciplina autonoma; nessuno tuttavia mai stato in grado di indicare
una soluzione, non dir pienamente verificabile, ma almeno scientifi-
camente convincente.
2
In verit, pi che le risposte che nel tempo sono state tentate, a
me pare, come a E. Campanile e a qualcunaltro, che sia la domanda
stessa ad essere sbagliata:

parlare di sedi originarie significa, di fatto, supporre che [] gli Indoeuro-


pei fossero una popolazione stanziale, saldamente ancorata a un certo terri-
torio, e che di l, a un certo momento, si trasformarono in nomadi conquista-
tori. Ora, una tale ipotesi non ha alcun fondamento documentario ed
inconsciamente suggerita solo dal bisogno di dare un inizio alla storia degli
Indoeuropei: dalla notte dei tempi fino al 5000 a.C. gli Indoeuropei vegeta-
no, come oggetti di natura, in un certo territorio; dopo quella data comincia-
no a muoversi e cos ha inizio la loro storia. La presupposizione ingenua. La
storia non ha inizio, se non per il taglio arbitrario che lo storico d alla sua
narrazione e per la presenza di documenti, diretti o indiretti, su cui egli possa
basarsi. Nel caso degli Indoeuropei non si ha alcuna prova a favore dellesi-
stenza di una sede originaria; potremmo, ugualmente bene, immaginarli
come popolazioni nomadi anche nelle et pi lontane: come tutti i falsi
3
problemi, anche questo ammette pi di una soluzione.

l
Sugli sviluppi recenti dellindeuropeistica, vd. O. SZEMERNYI, Recent Development in
Indo-European Linguistics, TPhS (1985), pp. 1-71; K. M. HAYWARS, The Indo-European
Language and the History of its Speakers: the Theories of Gamkrekidze and Ivanov, Lingua 78
(1989), pp. 37-86; W. P. LEHMANN, The Current Thrust of Indo-European Studies, GL 30
(1990), pp. 1-52, ID., Die gegenwrtige Richtung der indogermanistischen Forschung, Budapest
1992; F. R. ADRADOS, The New Image of Indo-European. The Story of a Revolution, IF 97
(1992), pp. 1-28; J. P. MALLORY, Encyclopedia of Indo-European Studies, in stampa.
2
Per una panoramica, vd. J. P. MALLORY, A Short History of the Indo-European Problem,
JIES 1 (1973), pp. 21-65; ID., The Indo-European Homeland Problem: the Logic of the Inquiry,
Ph. D. Thesis, Los Angeles 1975; ID., In Search of the Indo-Europeans. Language, Archaeology
and Myth, London 1989, capp. I e VI; R. AMBROSINI, Le lingue indo-europee cit. (nota 3, p.
126), capp. I e II; la bibl. di riferimento comunque in III,4,7.
3
Cit. da E. CAMPANILE, Antichit indoeuropee, in A. GIACALONE RAMAT P. RAMAT
(eds.), op. cit. (nota 61, p. 71), p. 39.

240
3 LE ORIGINI INDEUROPEE

La questione della sede originaria degli Indeuropei insomma


viziata da una confusione di tipi logici, dalla commistione tra due
4
ipotesi di genere diverso: un conto , come si detto sopra, li.e.
storico, una realt nella quale non pu esserci stata una sola sede da
cui sarebbe iniziata la diaspora, perch le lingue reali sono sempre
differenziate anche diatopicamente, cio distribuite in un arco spa-
ziale storicamente variegato, mutevole e, nel caso delli.e., con ogni
probabilit anche non definibile con precisione a priori, stante
limpossibilit di identificare nella preistoria lestensione territoriale
di una lingua in assenza di plausibili confini linguistici riferibili ad
5
altre lingue contermini e coeve, e un conto lipotesi delli.e.
ricostruito, ipotesi nella quale invece lidea di una Urheimat ha forse
una sua cogenza conseguente al metodo genealogico e alla
considerazione delli.e. come un tutto unico e indifferenziato,
unipotesi, tuttavia, che deve necessariamente limitarsi ad indicare
per li.e. una sede unica e un popolo unico senza poter mai
sperare di identificare concretamente luna o laltro perch pone
metodologicamente la Ursprache e la Urheimat fuori dal tempo e
dallo spazio.
Messo allora da parte il falso problema della sede originaria degli
Indeuropei e ricordato che la lingua poetica i.e. appartiene al pi
vasto fenomeno storico-culturale della circolazione linguistica allin-
6
terno delli.e. reale, invece che proporre qui lennesima variazione sul
tema della sede originaria degli Indeuropei, ritengo pi funzionale alla
mia ipotesi cercare dapprima allinterno del mondo i.e. le vestigia
linguistiche, culturali e cognitive di fasi anteriori al periodo storico,
seguitando cos con limpostazione data nel capitolo precedente, e da
qui tentare poi un inquadramento spazio-temporale della questione
i.e. in generale.
***
Ora, noto che le pi antiche attestazioni certe di una lingua i.e.
risalgono ai testi delle tavolette cuneiformi in ittita antico, cio intorno
al 1700 a.c.; nelle stesse fonti, si trovano inoltre i resti di

4
Vd. supra, pp. 108 sgg.
5
Oltre che di una facies archeologica sicuramente e autonomamente definibile come i.e.:
cfr. supra, pp. 69 sgg.
6
Vd. supra, pp. 108 sgg.

241
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

7
altre due lingue i.e. imparentate con littita antico ed a esso coeve,
il palaico e illuvio (cuneiforme), ma anche le pi antiche attestazio-
ni dellindo-ario (1500-1300 a.c.), risalenti questultime al periodo
8
del regno hurrita dei Mitanni. Sappiamo poi anche che il greco
delle tavolette micenee in linerare B risale al 1500-1200 a.c. e che
esso probabilmente fa parte gi di una variante dialettale meridona-
9
le.
Da tutto ci ne consegue direttamente che nel II millennio a.C. le
lingue e le popolazioni i.e. suddette erano gi pienamente e definitiva-
mente differenziate dalli.e. e tra loro, ma anche, indirettamente, che
con grande verosimiglianza dovevano essere gi autonome, distinte e,
almeno qualcun altra di esse, come lo slavo, gi stanziate nelle sedi
10
storiche, anche le rimanenti lingue i.e. Nel caso, per esempio, del
latino e delle altre lingue i.e dellItalia antica, pur se uninfinit di
11
questioni restano aperte, credo si possa dire oramai con buona

7
Vd., per tutti, J. G. MACQUEEN, The Hittites and Their Contemporaries in Asia Minor,
London 1988, II ed.; su questarea in generale, utili aggiornamenti bibl. sono: D. SILVESTRI, Gli
studi sulla preistoria linguistica dellEurasia: prospettive e retrospettive, AION 10 (1988), pp.
17-25; A. SORRENTINO, Saggio di una bibliografia sulla preistoria linguistica dellEurasia, Napoli
1988; V. VALERI M. D. PEDUTO, Preistoria e protostoria linguistica dellEurasia. Aggiornamenti
bibliografici, AION 12 (1990), pp. 357-361.
8
Cfr. T. BURROW, The sanskrit Language, London 1973, III ed., pp.27 sgg.; ID., The
Proto-Indoaryans, JRAS (1973), pp. 123-140; R. LAZZERONI, Per una definizione dellunit
indo-iranica, SSL 8 (1968), pp. 131-159; lo., sanscrito, in A. GIACALONE RAMAT P. RAMAT
(eds.), Le lingue indoeuropee cit. (nota 61, p. 71), pp. 123 sgg.; M. MAYRHOFER, Die Arier im
Vorderen Orient Ein Mythos?, Wien 1974; A. V. ROSSI, Preistoria linguistica dellarea di
contatto indo-iranica, AION 10 (1988), pp. 217-237 (con bibl. archeologica aggiornata); R.
SCHMITT, Aryans, in Y. ESHAN (ed.), Encyclopaedia Iranica, London-New York 1987, vol. II, 7,
pp. 684-687; M. WITZEL, Tracing the Vedic Dialects, in C. CAILLAT (ed.), Dialects dans les
littratures indo-aryennes, Paris 1989, pp. 97-265.
9
Cfr. E. RISCH, Die Gliederung der griechischen Dialekte in neuer sicht, MH 12 (1955),
pp. 61-76; R. SCHMITT, Einfhrung in die griechischen Dialekte, Darmstadt 1977; A. QUATTOR-
DIO MORESCHINI, Dal miceneo al Greco alfabetico. Osservazioni sullo sviluppo delle labiovelari con
particolare riferimento alla lingua epica, Pisa 1990.
10
Per quel che riguarda il baltico, di questa opinione anche W. R. SCHMALSTIEG, Le
lingue baltiche, in A. GIACALONE RAMAT P. RAMAT (eds.), op. cit., p. 482, con bibl.
11
Su questo argomento ora importante il gi citato (nota 74, p. 75) A. L. PROSDOCIMI,
Filoni indeuropei in Italia. Riflessioni e appunti, dove a p. 15 detto: il discorso fatto per il greco
vale anche per le altre realt linguistiche preistoriche, quelle che ho pudicamente chiamato
filoni, ma che sia pure con le dovute attenzioni per quanto pertinente al culturale e/o al
politico nellessere della lingua devono essere configurate come realt linguistiche complete cos
come lo il greco rispetto al latino, il nordico rispetto allanglosassone, ecc. (il corsivo mio).
Anche per questo lavoro di Prosdocimi, pervenutomi nel novembre 1996 a ricerca oramai
conclusa, vale quanto detto per il volume di Alinei: cfr. la nota seguente.

242
3 LE ORIGINI INDEUROPEE

probabilit che esse erano presenti in Italia e variamente differenziate


12
tra loro gi nel II millennio.
Si pu allora trarre una prima indicazione provvisoria: la dia-
spora delle lingue i.e. doveva essere gi terminata almeno agli inizi
del III millennio a.c.; nel caso poi delle lingue i.e. anatoliche,
verosimile, cos come ritengono diversi autorevoli specialisti, che il
loro13 distacco dalle altre lingue i.e. risalga perlomeno al IV millen-
nio.
Detto questo, occorre poi rilevare che forse possibile trovare nei
testi della tradizione indo-iranica probabili indicazioni temporali ante-
riori ai periodi ora indicati.
14
In un saggio pubblicato allinizio del secolo, che a suo tempo
15
ebbe un certa diffusione e suscit opinioni contrastanti e che in
16
tempi pi recenti stato ripreso da alcuni studiosi di vaglia, sono
interpretati diversi passi del g-Veda e dellAvesta, oltre che di altri

12
Era quel che cominciava a pensare negli ultimi anni anche G. Devoto: vd. ID., Il latino di
Roma, in A. L. PROSDOCIMI (ed.), Popoli e civilt dellItalia antica. VI: Lingue e dialetti dellItalia
antica, Roma 1978, pp. 471-485 (il saggio stato pubblicato postumo, ma la sua stesura risale in
realt agli anni 1970-71 ed era gi apparso in tedesco parzialmente nella Fest. L. R. Palmer, Wien
1976, come indica anche A. L. PROSDOCIMI nella Premessa alla ristampa anastatica a G. DEVOTO,
Storia della lingua di Roma, Bologna 1983, (I 1940, II 1944), p. XVII). Vedo ora che di questa
opinione anche M. ALINEI, Origini delle lingue dEuropa cit. (nota 127, p. 184), cap. IV;
quando questo volume di Alinei apparso (ottobre 1996), la presente ricerca era gi sostanzial-
mente terminata: sono lieto di poter constatare, che, pur con finalit e da punti di vista diversi e
sfruttando dati differenti, su alcune questioni centrali i nostri due studi giungono a conclusioni
assai simili; mi riservo, tuttavia, di esprimere il mio giudizio complessivo su questo lavoro
ponderoso quando sar pubblicato il secondo e ultimo volume. Desidero qui ringraziare, infine,
il Prof. M. Alinei per il proficuo e utile colloquio che mi ha concesso il 31 ottobre 1996. Ricordo
ancora (cfr. supra, p. 79) che sui rapporti greco-latini di et micena sono fondamentali e
illuminanti le ricerche di E. Peruzzi (le indicazioni bibi. sono in 111,4,7).
13
Per dati e indicazioni, vd. tra i molti J. P. MALLORY, In search of cit. (nota 2, p. 240),
pp. 24-30.
14
Si tratta di L. G. B. TILAK, The Arctic Home in the Vedas, Poona 1971, III ed. (I ed., ivi
1903), trad. it. Genova 1986, in precedenza (1979), ne era uscita anche una trad. francese
pubblicata a Milano; dello stesso A. vd. anche Orion, or Research into the Antiquity of the Vedas,
Poona 1893, trad. it. Genova 1991; in tedesco, un ampio riassunto, con laggiunta di ulteriori
riscontri mitologici e un appoggio convinto alle tesi di Tilak, era stato dato da G. BIEDENKAPP,
Der Nordpol als Volkerheimat, Jena 1906.
15
Tra gli studiosi favorevoli alle tesi sostenute da Tilak, ci furono H. Jacobi, M. Bloomfield
e, limitatamente a qualche aspetto, lo stesso Max Mller; tra i contrari Macdonell, Keith,
Oldenberg, Thibaut, Whitney: la bibi. fino al 1912 in A. A. MACDONNEL A. B. KEITH, vol. I,
pp. 409-431, s.v. nakatra.
16
Per es. da A. LOROI-GOURHAN, La pristoire, Paris , III ed., pp. 192-193, e da J. HAUDRY,
Les Indo-Europens cit. (nota 63, p. 26), pp. 119-121; tra gli oppositori recenti invece J. P.
MALLORY, In search of cit., p. 269.

243
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

testi chiave delle due letterature, che descrivono fenomeni astronomi-


17
ci e naturali, alla luce anche di osservazioni18
astronomiche e calcoli
matematici confermati in parte di recente.
19
I risultati pi importanti raggiunti da Tilak, e dagli studi seguen-
ti citati, sono lindicazione che alcuni dei fenomeni a cui alludono tali
testi non possono essere stati osservati che a una latitudine prossima al
circolo polare artico, e che losservazione di taluni altri fenomeni
20
databile con precisione alla prima met del V millennio a.C.
Dal punto di vista cognitivo, queste testimonianze sono poi im- 21
portanti perch esse attestano anche per una parte del mondo i.e.

17
Ne ricorder soltanto qualcuno tra quelli esaminati da Tilak e da altri: un giorno e una
notte di 6 mesi ciascuno, laurora che dura molti giorni, le 30 parti dellalba, lanno di dieci mesi
e di 5 stagioni, i 100 sacrifici fatti durante 100 notti consecutive, ecc.
18
Vd. I. J. S. TAPAROREWALA, The Indo-European Homeland: a Restotement of the Que-
stion, in Proc. and Trans. of the sixth Ali-India Conjerence, Patna 1930, pp. 635-642; P. C.
SENGUPTA, Ancient Indian Chronology, Calcutta 1947; S. C. KAK, On the Chronology of Ancient
India, IJHS 22 (1987), pp. 222-234; ID., Astronomy in Satapatha-Brahmal:la, in Proc. of the Int.
symposium on Indian and other Asiatic Astronomies, Hyderabad 1991; lo., The Indus Tradition
and the Indo-Aryans, ManQ 32,3 (1992), pp. 195-213.
19
Altre tesi sostenute in questo volume sono, al contrario, scientificamente inverosimili.
Per quanto riguarda poi gli aspetti politico-ideologici sottesi allidea di una sorta di perduta et
delloro della tradizione ariana contenuta nel libro di Tilak, che comunque unidea ben diversa
da quella famigerata e altrettanto inconsistente di razza ariana, essi a me paiono sostanzialmente
innocui e del tutto trascurabili; riguardo invece alluso che ne stato fatto in seguito il volume
di Tilak infatti diventato nel tempo uno dei capisaldi del cosiddetto pensiero tradizionale, un
atteggiamento questo, pi che una filosofia, cronologicamente collaterale, e qualche volta, nelle
vicende personali, colluso, ma che ci tiene a distinguersi, con i totalitarismi di destra di questo
secolo: cfr. R. GUNON, Forme tradizionali e cicli cosmici, Roma 1974 (1929), pp. 28 sgg.; J.
EVOLA, Rivolta contro il mondo moderno, Roma 1969 (1934), III ed., p. 236, e il numero
monografico dedicato a La tradizione artica della rivista Arthos 27-28 (1983) , io credo che
nessun autore possa essere chiamato a rispondere dellintelligenza dei propri lettori, e comun-
que sia, Tilak resta pur sempre un eroe della resistenza anticolonialista indiana, Gunon un
grande studioso e Evola, come si dice a Firenze, un rintronato.
20
Per es., leclisse parziale della stella Tiya (= Sirio) descritta in alcuni testi vedici,
databile con precisione al 4650 a.c.; sul corrispettivo iranico di Tiya, vd. A. PANAINO, Titrya.
Part 1: The Avestan Hymn to syrius, Roma 1990. Sirio la stella (a della costellazione del Cane
maggiore) pi luminosa del cielo e fin dalla pi remota antichit la regolarit del suo moto
servita a misurare il tempo: gli Egizi, per es., che la chiamavano Sothis, basavano sul suo sorgere
eliaco ( questa la denominazione con cui si indicava il primo levare di una stella nel crepuscolo
del mattino), costantemente sempre intorno al 20 luglio, il cosiddetto periodo sotaco, cio il
periodo di 1460 anni solari che Sirio impiegava per riportarsi nuovamente alla stessa data
dellanno civile egiziano.
21
Per il lessico i.e. celeste, vd. O. SCHRADER A. NEHRING, vol. II, pp. 70-76; G. DEVOTO,
Origini indeuropee, Firenze 1962, p. 215 (e sgg.): il vocabolario compatto [] documenta
largamente fenomeni celesti, come oggetto di osservazione, come strumento di organizzazione e
di calcolo del tempo [].

244
3 LE ORIGINI INDEUROPEE

lesistenza di un patrimonio minimo di conoscenze astronomiche


22
molto antiche.
E a proposito dellastronomia, M. Donald osserva che

la pi antica testimonianza di formazione di una teoria, quantunque elemen-


tare, ci offerta dalle conoscenze astronomiche, che, al pari della scrittura,
sono un potente mezzo di controllo sociale []. Allinizio della storia del
23
simbolismo visuografico furono inventati alcuni dispositivi analogici che
avevano la funzione sia di misurare il tempo sia di formulare predizioni, e che
a lungo andare permisero alluomo di seguire gli eventi celesti, compilare
calendari abbastanza precisi e misurare il trascorrere del tempo in giornate.
[] Lorigine delle misure analogiche molto antica, com testimoniato dal
24
loro uso comune nelle societ aborigene. Semplici indici analogici di
misure possono essere ottenuti mediante luso di asserzioni linguistiche
relative o comparative: le distanze, per es., possono essere misurate in termini
di tempo (una giornata di cammino) e il volume pu essere misurato in
termini di contenente (una manciata, una tascata, un boccone, una braccia-
ta). La distanza di simili metafore verbali dalle misurazioni sistematiche non
grande: se sul tardi equivale a ombre lunghe, non occorre molto per
ideare un congegno che segni quelle ombre. Ma una volta che i simboli

22
Per una descrizione astronomica del pi famoso osservatorio preistorico, sulla cui
origine tuttavia si ancora incerti, vd. G. S. HAWKINS, Stonehenge Decoded, Nature 200
(1963), p. 306; ID., Stonehenge: A Neolithic Computer, Nature 202 (1964), p. 1258; G. S.
HAWKINS J. B. WHITE, Stonehenge Decoded, London 1965; un lavoro recente assai utile, con
ampia bibl. e che ripercorre criticamente gli studi precedenti sulla cosiddetta astronomia
megalitica, quello di C. RUGGLES, Astronomical and Geometrical Influences on Monumental
Design: Clues to Changing Patterns of social Tradition?, in T. L. MARKEY J. A. C. GREPPIN
(eds.), When Worlds Collide: The Indo-Europeans and the Pre-Indo-Europeans, Ann Arbor 1990,
pp. 115-150; per una storia recentissima dellastrologia nel mondo occidentale, vd. O. POMPEO
FARACOVI, Scritto negli Astri, Venezia 1996.
23
Per la distinzione tra analogico e digitale, vd. supra, nota 47, p. 150; per la distinzione tra
numero e quantit, vd. supra, punto 7, p. 144 e nota 29.
24
Sulle rappresentazioni analogiche spazi ali in alcune popolazioni aborigene, vd. N. D.
MUNN, The spatial Presentation of Cosmic Order in Walbiri Iconography, in A. FORGE (ed.),
Primitive Art and society, London 1973; P. D. HARVEY, The History of Topographical Maps,
London 1980; C. D. SMITH, Cartography in the Preistoric Period in the Old World: Europe, the
Middle East and North Ajrica, in J. B. HARLEY D. WOODARD (eds.), History of Cartography, Vol.
1: Cartography in Prehistoric, Ancient and Medieval Europe and the Mediterranean, Chicago
1987; C. M. LEWIS, Indian Delimitations ojPrimary Geographic Regions, in T. E. ROSS T. G.
MOORE (eds.), A Cultural Geography of North American Indians, Boulder (CO) 1987; nel mio
libro Anemonimi Benacensi cit. (nota 15, p. 34), in part. vd. cap. IV, ricostruito un sistema,
tassonomicamente completo e ancoroggi funzionante, di misurazione analogico-spaziale me-
diante losservazione e la descrizione dei venti gardesani, la cui origine, se le mie ipotesi sono nel
giusto, risalirebbe perlomeno al neolitico. Sui dialetti come fonte di dati preistorici, torna ora a
insistere con forza M. ALINEI, Origini delle lingue dEuropa cit., passim.

245
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

analogici visivi furono creati, si present la possibilit di utilizzarli come


sistema di immagazzinamento nella memoria e come dispositivi computazio-
nali. Il fenomeno ricorrente della luna che a met estate si leva nello stesso
punto dellorizzonte poteva essere verificato disponendo sistematicamente
delle pietre come punto di riferimento. Altri eventi astronomici molti eviden-
ti e approssimativamente prevedibili vennero anchessi verificati e, nel
corso di un certo periodo di tempo, vennero determinati gli estremi della
variabilit, cio le massime deviazioni dalla tendenza generale. [] La costruzione di
25
congegni visivi analogici coinvolse un circuito del SISE diverso da quello
impegnato nellinvenzione linguistica orale. Prima della scrittura, i pi anti-
chi modelli analogici dovevano necessariamente essere creati attraverso lin-
terazione fra il modellamento visivo mimico e i commenti orali sul processo
di modellamento. [] Probabilmente il sistema mimico forn la base per
semplici gesti metaforici, e la capacit narrativa orale forn un meccanismo
per commentare tali metafore visive, cio per assegnare simboli al processo
visivo analogico. Ci consent al sistema linguistico di esercitare un certo
controllo sul processo analogico stesso. Dunque, i primi modelli analogici
26
furono probabilmente il prodotto comune dei due sistemi interagenti. []
Numerosi elementi della scienza moderna erano gi presenti nellastronomia
primitiva: losservazione sistematica e selettiva seguita dalla raccolta, dalla
codificazione e infine dallimmagazzinamento dei dati; lanalisi dei dati gi
immagazzinati per lindividuazione dei fenomeni ricorrenti e dei rapporti che
li legano; in ultimo, la formulazione di previsioni sulla base delle regolarit
accertate. [] Le basi per losservazione e le previsioni scientifiche erano gi
state gettate tra 5000 e 10000 anni or sono, non necessariamente sotto forma
di simboli scritti ma mediante uninvenzione visuografica di tipo diverso, che
rappresentava un sistema analogico di conoscenza. Gli elenchi scritti delle
osservazioni astronomiche vennero molto pi tardi, in Cina e a Babilonia.
Tutto ci dimostra che la scrittura segu, e non precedette, linvenzione di
dispositivi simbolici visivi analogici []. La registrazione visiva e il modella-
mento visivo dei dati erano necessari al progresso scientifico, ma le parole
scritte non furono sempre il propulsore originario del pensiero scientifico,
mentre, indubbiamente, lo furono i commenti orali. [] In conclusione,
lastronomia fu probabilmente il pi antico esempio di sviluppo teoretico
ampio e socialmente rilevante della storia umana. [] I mezzi di misurazione
analogici [] erano strettamente connessi con levoluzione del processo
teoretico. I modelli visivi risultanti riflettevano lo stato della teoria, in
quanto erano un prodotto diretto del processo di teorizzazione. Le teorie
non scaturivano ancora da riflessioni cos complesse e distaccate come

25
Sul Sistema di Immagazzinamento Simbolico Esterno (SISE), vd. supra, pp. 206 sgg.
26
Su tutto ci, cfr. supra, pp. 191 sgg.

246
3 LE ORIGINI INDEUROPEE

sarebbe avvenuto in seguito, ma il modellamento di un universo pi ampio era


27
gi iniziato.

Sebbene, com ovvio, di congegni analogici di epoca preistorica


sicuramente riferibili a popolazioni i.e. non ne resti traccia archeologi-
ca, alcune testimonianze linguistiche ci consentono di attribuire anche
al mondo preistorico di lingua i.e. un sistema di misurazione del
tempo basato sulle conoscenze astronomiche, per esempio il sostanti-
vo i.e. *mnes-/*mns-/*ms-, nome della luna e del mese, specia-
lizzatosi poi in alcune lingue nel solo significato di mese (cfr. lat.
mensis), derivato dalla radice i.e. *m- che significava misurare.
28

Un altro indizio linguistico che testimonia la presenza anche nel


mondo i.e. di sistemi preistorici di misurazione analogica, il sostan-
tivo *wetos, il termine pi solido che si possa ricostruire nellambito
29
del vocabolario compatto, un termine cos antico e radicato nel
mondo i.e. da essere tra i pochi sopravvissuti del lessico originario in
ittita: witt anno, e che indicava dapprima il vitello di sviluppo
corrispondente al periodo di un anno ed poi passato a significare
vecchio in alcune lingue e anno in altre.
Se dunque alcuni fenomeni astronomici descritti nei testi della
tradizione indo-iranica sono databili al V millennio a.c. e la misura-
zione del tempo e i primi sistemi di misurazione analogica ci riportano
alla prime fasi della cultura neolitica, e non vi dubbio peraltro,
30
come gi sosteneva M. Durante, che il nucleo fondante della cultura
i.e. rinvii al neolitico , per risalire ancora pi indietro nel tempo
disponiamo soltanto di prove indirette, sebbene di consistenza solida.
Intendo qui riferirmi innanzitutto, da un lato alle ricerche di
31
Walter Burkert sulle origini paleolitiche di alcuni riti e miti greci,

27
Cit. da M. DONALD, op. cit. (nota 10, p. 158), pp. 390-396; lultimo corsivo mio.
28
Vd. POKORNY, p. 703 e 731; ERNOUT-MEILLET, s.v. mensis, G. DEVOTO, Origini cit., pp.
219-220, ecc.; in generale, vd. V. CHAMBERLAIN J. YOUNG J. C. CARLSON (eds.), Proc. of the
First World Ethnoastronomy symposium, Washington 1989. Sullastronomia zarathustriana, vd.
W. BELARDI, Studi mithraici e mazdei, Roma 1977, cap. II: Teologia e astronomia nel calendario
zoroastriano.
29
Cit. da G. DEVOTO, Origini cit., p. 217; vd. POKORNY, p. 1175.
30
Cfr. M. DURANTE, Aspetti e problemi della paleontologia indeuropea cit. (nota 44, p.
40), pp. 42 sgg.
31
Vd. soprattutto W. BURKERT, Homo necans: Interpretationen altgriechischer Opferriten
und Mythen, Berlin New York 1972, trad. it. Torino 1981, e ID., Wilder Ursprung. Opferritual
und Mythos bei den Griechen, Berlin 1990, trad. it. Roma Bari 1992.

247
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

32
dallaltro agli studi di Ileana Chirassi Colombo sulla presenza nei
miti e nei riti greci di consistenti residui di fasi culturali precedenti o,
in qualche caso, parallele agli inizi della cerealicoltura neolitica, inizi
che in Grecia vengono ora indicati al VI-V millennio a.c.
A partire da Homo necans, un libro che merita appieno il largo
successo che ha avuto anche al di fuori della ristretta cerchia degli
33
antichisti, W. Burkert ha mostrato, in particolare, come nei miti e
nei riti greci di epoca storica connessi ai sacrifici cruenti, agiscano
ancora modalit di comportamento ritualizzate risalenti alla cultura di
caccia paleo- e mesolitica:

sul piano psicologico sono soprattutto i complessi dellaggressivit e della


sessualit che determinano, in una peculiare cooperazione, il comportamen-
to di caccia e che hanno formato in tal modo alcuni fondamenti della societ
umana. [] La continuit tra caccia e rito sacrificale si manifesta con partico-
lare insistenza negli elementi del rituale, che non lasciano traccia archeologi-
ca tangibile []. Le coincidenze vanno dalla preparazione con le sue purifi-
cazioni e astensioni sino ai riti di chiusura eseguiti su ossa, crani e pelli. []
Attraverso la ritualizzazione il comportamento di caccia si consolid diven-
tando nel contempo trasmissibile; in tal modo si mantenuto ben oltre let
dei primi cacciatori. Ci non si spiega soltanto sulla base della meccanica
psichica di imitazione e impronta, che sta a fondamento della trasmissione

32
Vd. in particolare I. CHIRASSI COLOMBO, Elementi di culture precereali nei miti e nei riti
greci, Roma 1968.
33
Questo forse perch Homo necans un libro ricco anche di tensione morale e letteraria:
la coesione e la perpetuazione di un gruppo e della sua cultura sono perfettamente garantite, in
virt di unistanza suprema ed eterna, nel rituale religioso e nella conseguente adorazione del
dio. Egli consente di trasformare lopposizione in collaborazione. Nelle tempeste della storia
hanno sempre finito per affermarsi solo le organizzazioni sociali fondate su basi religiose.
Dellimpero di Roma rimase la Chiesa romana. Anche al centro di questa rimase il sacrificio
inaudito, unico e volontario, nel quale la volont del padre diviene una con quella del figlio,
ripetuto nel banchetto sacro che, col riconoscimento della colpa, porta alla redenzione. In tal
modo, si istituito un ordine duraturo, il progresso della civilt nel quale per si conservata la
violenza delluomo. Tutti i tentativi di fare un uomo nuovo sono sino a oggi falliti. Si potranno
aprire nel futuro prospettive forse pi favorevoli, se luomo comincer col riconoscere se stesso
nelluomo antico, che reca limpronta del passato: cit. da ID., op. cit., p. 72. Come scrive G. W.
MOST, in La ricerca assidua delle origini selvagge. Walter Burkert sul mito e il rito, prefazione a W.
B., Origini selvagge cit., p. XII: sempre di nuovo egli conduce il lettore dalla chiara luce del
giorno dellumanit greca alla notte spaventosa dellaggressione incontrollata, delle pulsioni
distruttive che precedettero quel giorno, costantemente lo assediarono e continuamente minac-
ciarono di distruggerlo. Una vera inquietudine promana dalla apollinea rappresentazione di
oggetti dionisiaci, dalla erudita trattazione di terribili pericoli che Walter Burkert ci offre.

248
3 LE ORIGINI INDEUROPEE

34
dei costumi: erano indispensabili proprio questi riti per la loro particolare
efficacia. Sembra chiaro che nel corso della preistoria e della storia si siano
imposti solo quei gruppi che si erano consolidati attraverso la forza mortale
35
presente nel rituale. La prin1issima comunit umana si era costituita per
luccisione collettiva nella caccia; nel rituale sacrificale la societ trov in
seguito la propria forma grazie alla solidarizzazione, alla cooperazione artico-
36
lata e allistituzione di un ordine incrollabile.

merito invece di ileana Chirassi Colombo aver attirato latten-


zione, sulla base anche di precedenti ricerche di A. E. Jensen e A.
37
Brelich, in particolare sullimportanza delleconomia orticola e giar-
diniera, e della cultura mitico-religiosa ad essa legata, nella grecit
arcaica e storica: le genti della campagna continuarono anche in et
storica a basare la loro alimentazione su piante come le leguminose, le
cucurbitacee di vario tipo, le piante a radice bulbosa, le specie arbore-
scenti fruttifere, gli ortaggi. Aglio, cipolla, fichi, mirti, melagrane,
[malva, asfodelo], ecc. continuarono a lungo a comparire sulla mensa
del contadino mediterraneo quali voci principali della dieta quotidia-
38
na.
Secondo la studiosa, tali vestigia rimandano ad un sincretismo
tra lelemento indoeuropeo greco e [le] culture anelliche mediterra-
nee in un momento in cui la tradizione precerealicola doveva avere
39
ancora un valore preciso ed operante. Tali culture si riportano
tutte a quella florida facies neolitica estesa nel mondo egeo e sul suolo
greco in parallelo con culture dellAnatolia, della Siria e della Meso-
potamia continuando [] una primitiva koin culturale gi attestata a

34
Sulla cultura mimica e sul rito, in quanto forma mimico-arcaica di auto-consapevolezza
tribale e sulla sua importanza nellevoluzione cognitiva, vd. supra, pp. 211 sgg.
35
A proposito del rituale, W. BURKERT (Homo necans... cit., p. 38, il corsivo mio) sostiene
che un rituale pu sopravvivere nella comunit solo se non porta alla autoeliminazione della
comunit stessa. [] Il rituale religioso porta un evidente vantaggio selettivo per un gruppo, se
non per lindividuo, in ogni caso per la sopravvivenza dellidentit del gruppo. Ci conferma
ancora una volta quanto dicevo sopra (vd. pp. 217 sgg.) riguardo al fatto che possono darsi, e
nella storia di fatto si sono date, forme di autocoscienza inadatte a garantire la sopravvivenza del
gruppo sociale di cui sono espressione.
36
Cit. da W. BURKERT, Homo necans... cit., Cap. I, passim.
37
Cfr. A. E. JENSEN, Das religiose Weltbild einer jriihen Kultur, Stuttgart 1948; ID., Mythos
und Kult bei Naturvolker, Wiesbaden 1960; ID., Prometheus und Hainuwele Mythologem,
Anthropos (1963), pp. 145 sgg.; A. BRELICH, Quirinus, SMSfu> 31 (1960), pp. 63-119.
38
Cit. da I. CHIRASSI COLOMBO, op. cit., pp. 12-3.
39
Ivi, p.197.

249
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

grandi linee dallEuropa centrale allAnatolia nel lontano Mesoliti-


40
co.
41
Anche se W. Burkert ha in seguito rivisto alcune sue posizioni e
alcune delle convinzioni sottese al lavoro della Chirassi Colombo non
42
sono oggi pi difendibili, in generale lidea di un sostrato indo-
43
mediterraneo esclusivamente non i.e. e in particolare lidea di un
matriarcato mediterraneo legato ad uneconomia umile e quotidiana
dominata da divinit femminili, precedente la superiore cultura cerea-
44
licola e politeista della grecit micenea e storica, e alcune altre,
grazie allo sviluppo degli studi di paleobotanica, sono state diversa-
45
mente precisate, quanto appena detto sul mondo greco sulla scorta

40
Ivi, p. 198.
41
W. Burkert ha chiarito levoluzione del proprio pensiero e in qualche modo preso le
distanze da alcuni aspetti dei suoi lavori precedenti, in Burkert ber Burkert. Homo necans:
Der Mensch, der ttet, Frankfurter Allgemeine Zeitung 3 agosto 1988, n. 178, pp. 29-30, e An
Interview with Walter Burkert, Favonius 2 (1988), pp. 41-52.
42
La studiosa stessa daltronde mi pare non le difenda pi: vd. I. CHIRASSI COLOMBO, La
religione in Grecia, Roma-Bari 1983, pp. 7-12.
43
Vd. infra, pp. 262 sgg.
44
La geniale e fantastica ricostruzione del matriarcato preistorico a opera di Bachofen
[cfr.]. J. BACHOFEN, Das Mutterrecht, Stuttgart 1861, ora in K. MEULI (ed.), Gesammelte Werke,
Basel 1948, vol. II, trad. it. Torino 1988] ha ostacolato la comprensione di queste divinit
femminili. Di un reale predominio della donna non si pu parlare n per le civilt agricole del
Neolitico n per le societ di caccia del Paleolitico superiore. Inoltre, in queste dee sempre
presente il carattere del selvaggio, del pericoloso: sono loro che ammazzano, pretendono e
giustificano il sacrificio: cit. da W. BURKERT, Homo necans cit., p. 71 (il corsivo mio). Ho gi
detto sopra (vd. pp. 69 sgg.) che prima ancora che nei dati archeologici e etno-antropologici (per
una critica ben documentata, vd. per es. D. W. ANTHONY, The Kurgan Culture. Indo-European
Origins, and the Domestication of the Horse: a Reconsideration, CA 27 (1986), pp. 291-313),
ritengo la teoria kurganica di M. Gimbutas inaccettabile dal punto di vista metodologico e
viziata, al pari delle precedenti teorie invasioniste ariane, da pregiudizi politico-ideologici
uguali e contrari.
45
Dal tardo Paleolitico al Mesolitico sintensifica (in modo variabile da regione a regione)
limpiego del fuoco (ignicoltura) per incrementare lo sviluppo dellerba e quindi la selvaggina,
come pure gli alimenti vegetali per luomo. ovvio che tale tipo di economia non sia di caccia e
raccolta tout court, ma gi in sostanza, abbia carattere produttivo, cio in nuce di coltivazione (in
particolare dei foraggi) e di allevamento []. Nel primo neolitico, accanto a tale tipo di
economia, si inizia e sviluppa lorticoltura nelle aree umide. Limpiego del fuoco nellambito di
questa si limita al disboscamento iniziale, e al successivo contenimento della vegetazione erbacea
e arbustiva. Nei periodi seguenti, si assiste allincrocio, e quindi alla fusione, tra lorticoltura e
lagricoltura estensiva nei territori interfluviali pi asciutti. Il risultato il sorgere dellagricoltura
vera e propria, e linvenzione dellaratro. [] Con lintroduzione del maggese si riduce notevol-
mente, nelle regioni asciutte pi densamente abitate, il ruolo dellignicoltura cerealicola. In
quelle umide irrigue (valle del Nilo, ad esempio) si sviluppa la coltura continua: cit. da G.
FORNI, Problemi di convergenze linguistico-archeologiche nelle indagini sulle origini dellagricoltura
euro-mediterranea: metodologie e applicazioni, QdS 13 (1992), p. 51; vd. anche ID., Gli

250
3 LE ORIGINI INDEUROPEE

delle indagini di Burkert e della Chirassi Colombo, potrebbe essere


facilmente esteso alle altre popolazioni i.e., basti pensare alla cultura
46 47
di zappa degli Slavi o ai Celti cacciatori di teste come i Pigmei: le
tradizioni i.e conservano insomma significative vestigia di un passato
paleomesolitico: we must not ignore that the originaI homeland, the
originaI Indo-European sociocultural tradition, had more remote pre-
48
neolithic antecedants about which little is known.
***
Lipotesi tradizionale che prevedeva una datazione bassa (fine
III/inizio II millennio a.C.) per il periodo i.e. comune e linizio della
dispersione, dunque da rivedere, cos come sostengono oramai molti
49
studiosi di discipline diverse, e non atto daudacia ricondurre

albori dellagricoltura. Origine ed evoluzione fino agli Etruschi ed Italici, Roma 1990. In questo
ambito di ricerca il testo di riferimento ora: D. ZOHARY M. HOPF, Domestication of Plants in the
Old World, Oxford 1988, vd. anche D. ZOHARY, Domestication of Plant in the Old World: the
Emergingsynthesis, in T. L. MARKEY J. A. C. GREPPIN (eds.), op. cit. (nota 22, p. 245), pp. 35-44.
46
Cfr. E. GASPARINI, Il matriarcato slavo. Antropologia culturale dei Protoslavi, Firenze
1973. Questo bello e misconosciuto volume raccoglie a mio parere prove etno-antropologiche
pi che sufficienti a mostrare come verosimilmente gli Slavi siano sempre stati allincirca dove
sono oggi e come il neolitico li abbia raggiunti sono in tempi relativamente recenti; su quella che
era la tesi di fondo di Gasparini, cio che gli Slavi siano un popolo non i.e. indeuropeizzato nella
lingua ma non nella cultura, temo tuttavia di non poter essere daccordo: non sono gli Slavi a non
avere una cultura di tipo i.e., ma limmagine della cultura i.e. cos come stata vulgata in
passato (e, ahime!, anche in tempi recenti, per es. da personaggi come la Gimbutas) monilitica,
patriarcale, guerresca, elitaria, razzista, nomadico-pastorale, ecc. che sbagliata.
47
Vd. tra gli ultimi C. STERCKX, Les Tetes Coupes et le Graal, SCelt 20-1 (1985-6), pp.
1-42; B. LINCOLN, The Druids and Human sacrifice, in studies in Honor of E. C. Polom,
Washington 1991, vol. I, pp. 381-395; E. CAMPANILE, Aspetti del sacro nella vita delluomo e
della societ celtica, in J. RIES (ed.), Trattato di Antropologia del Sacro, vol. II: Luomo indoeuro-
peo e il sacro, Milano 1991, pp. 166 sgg.
48
Cit. da A. R. DIEBOLD JR., The Traditional View of the Ind-European Paleoeconomy:
Contradictory Evidence from Anthropology and Linguistics, in E. C. POLOM (ed.), Reconstructing
Languages... cit. (nota 42, p. 66), p. 353, nota 10.
49
Credo vada dato atto a C. Renfrew di essere stato il primo a rendersi conto del fatto che
solo una datazione alta (VIII-VII millennio) pu conciliare archeologia e linguistica sul proble-
ma della diaspora i.e.; Renfrew ha anche il merito indiscutibile di aver scosso dalle fondamenta
un paradigma oramai sterile e di aver sottratto ai linguisti una vicenda, come appunto quella
delle origini i.e., troppo importante per lasciarla solo in loro mano. Dato a Renfrew quel che di
Renfrew, dir soltanto che seppure la sua teoria, oramai abbastanza nota da non doverla qui
riassumere, presenti alcuni aspetti avvincenti e taluni convincenti, essa tuttavia lascia irrisolti pi
problemi di quanti ne risolva (per es. la posizione dellarmeno e i suoi rapporti col greco, i
rapporti tra greco e indiano antico, l'indo-iranico, ecc.); di pi non mi pare corretto aggiungere,
perch, come osserva tra gli altri R. Ambrosini (cfr. ID., Le lingue indo-europee cit. [nota 3, p.
126], p. 24), una delle obbiezioni pi forti al quadro i.e. preistorico delineato da Renfrew,
proprio l'esistenza e la consistenza della lingua poetica i.e.

251
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

50
fino al Paleolitico superiore (circa 30000-15000 a.C.) la tradizione
dei popoli di lingua i.e.
Tornando allora all'ipotesi vista prima di una fase certo non
dellorigine i.e.! circumpolare, presente nei miti iperborei di diver-
51
se popolazioni i.e., miti della cui appartenenza al cosiddetto sostrato
52
indo-mediterraneo non sono in alcun modo convinto, bisogna dire
che essa ci consentirebbe di risalire alla fine dellultima glaciazione
53
(Wrm) e agli inizi della deglaciazione nellEuropa settentrionale, e
di porre per qualche tempo gli antenati di alcune popolazioni i.e. pi a
nord di quanto in genere si propensi a credere:

vers -12000 commence le rchauffement climatique qui caractrise lpoque


actuelle; le Post-Wrm des gologues. Elle dbute par une priode dinstabi-
lit, entre -10000 et -8000, avec deux retours du froid. On peut supposer

50
Cit. da M. DURANTE, Aspetti e problemi cit. (nota 44, p. 40), p. 44. Altre testimonianze
lessicali che sembrano rinviare al paleolitico sono indicate, tra gli altri, anche in M. DURANTE,
art. cit., passim, e in M. ALINEI, op. cit., pp. 502 sgg.: non intendo discuterle singolarmente
poich, per gli scopi della presente ricerca, qui sufficiente laver mostrato che il mondo (che
sar poi) i.e. risale perlomeno al paleolitico superiore; esula anche dagli scopi della presente
ricerca tentare di ricostruire fasi linguistiche e culturali i.e. che precedono il paleolitico superio-
re, ammesso che esistano e che sia possibile indagarle. Su questo problema riflessioni per lo pi
condivisibili sono in A. L. PROSDOCIMI, Lingua e preistoria, Appunti di lavoro, in Miscellanea E.
Manni, Roma 1980, pp. 1833-1890, e ID., Filoni indeuropei in Italia cit. (nota 74, p. 75), pp.
144 sgg.
51
Testi e materiali in G. H. MACURDY, CR (1916), pp.180 sgg.; L. ALFOLDI, Gnomon
9 (1933), pp. 517 sgg.; A. B. COOK, Zeus, Cambridge 1914-1940, vol. II, pp. 459-501; A. KRAPPE,
CIPh 37 (1942), pp. 353 sgg.; K. KERNYI, Apollon: studien ber antike Religion und
Humanitt, Dsseldorf 1953, III ed., pp. 42 sgg.; ID., Dionysos. Urbild des unzerstbaren Lebens,
Mnchen Wien 1976, trad. it. Milano 1993, II ed., pp. 198 sgg.; per i corrispettivi celtici, vd. F.
LE ROUX C. J. GUYONWARCH, Les Druides, Paris 1982, III ed., pp.302 sgg., e anche R. GRAVES,
The White Goddess. A Historical Grammar of Poetic Myth, London 1961, II ed., trad. it. Milano
1992, pp. 112 sgg. e 328-333; lipotesi di G. M. BONGARD-LEVIN, The Origin of Aryans, New
Delhi 1980, secondo il quale Indo-Arii, Iranici, Sciti e Greci avrebbero elaborato insieme tali
miti nel periodo comune delle steppe ponto-caspie si avvicina forse in parte alla soluzione.
52
Era invece unidea, tra gli altri, anche di V. PISANI, Lunit culturale indo-mediterranea
anteriore allavvento di semiti e Indeuropei, in Scritti in onore di A. Trombetti, Milano 1936, pp.
199-213, poi in ID., Lingue e culture, Brescia 1969, pp. 53 sgg.; sul sostrato (indo-mediterraneo),
vd. D. SILVESTRI, La nozione di indomediterraneo in linguistica storica, Napoli 1974; ID., La
teoria del sostrato: metodi e miraggi, Napoli 1977, vol. I, 1979 vol. II,1981 vol. III; ID., La teoria
ascoliana del sostrato e la sua rilevanza metodolgica, AION 4 (1982), pp. 15-33; ID., La teoria
del sostrato nel quadro delle ricerche di preistoria e protostoria linguistica indeuropea, in E.
CAMPANILE (ed.), Problemi di sostrato nelle lingue indoeuropee, Pisa 1983, pp. 149-157; ID.,
Epilegomena a G. I. Ascoli sostratista, in A. QUATTORDIO MORESCHINI (ed.), Un periodo di storia
linguistica: i Neogrammatici cit. (nota 5, p. 56), pp. 131-145.
53
Vd. C. GAMBLE, The Paleolithic settlement of Europe, Cambridge 1986.

252
3 LE ORIGINI INDEUROPEE

que certains hommes du Wrm finale, trs adapts au gibier des steppes
neigeuses, ont pu suivre les rennes dans les plaines pri-arctiques nouvelle-
ment libres des glaciers; il y avait dj, peut-tre, une sorte de symbiose
entre la troupe de rennes et celle des hommes, comme nagure dans le Grand
Nord europen. Ces migrs nordiques ont-ils t la souche lointaine des
Indo-Europens? Les fouilles futures en zone pri-arctique et une linguisti-
54
que comparative plus fine le diront peut-tre.

Lauspicio espresso da Leroi-Gourhan comincia ora a prendere


forma, perch questa ipotesi sembra potersi inserire nel quadro ar-
cheologico recentemente tracciato da uno studioso di vaglia come H.
L. Thomas sulla base delle pi significative ricerche archeologiche
degli ultimi anni:

today it is evident that archaeologists and linguists have not been able to find
a generally accepted homeland for the Indo-European through the use of
archaeological evidence largely relevant to their dispersal. In view of this it
would seem to be usfeul to search for clues as to its possible location in the
archaeological record of the transition from the Upper Palaeolithic through
the Mesolithic to the Neolithic. [] In Europe, major changes began with the
retreat of the Scandinavian ice-sheet and mountain glaciers during the Las-
caux Inter-Stadial (15.000-13.000 B.C.). It was followed by a renewal of cold
during the Oldest Dryas, which was the time of cultures such as the Magdale-
nian. With the warm Allerod period (10.000-9.000 B.C.), the Upper Paleo-
lithic cultures gave way to the Epi-Paleolithic cultures that persisted through
the coulder Younger Dryas (9.000-8.000 B.C.), which marks the end of the
Pleistocene. The increasing warmth of the Pre- Boreal and Boreal brought the
final retreat of the Scandinavian ice-sheet from centraI Sweden and Southern
Finland. The oceanic waters looked up in the Scandinavian ice-sheet melted
and led to a dramatic rise in sea-levels. The area of the English Channel and
southern North Sea above water throughtout the Upper Pleistocene, sank
below the sea. The increasing warmth culminated in the Atlantic Optimum.
There were major changes in both floral and faunal distributions creating
environmental conditions often associated with the Proto-Indo-
55
Europeans. The impact of the warm Atlantic climate is marked in the
archaeological record by technological changes made by Mesolithic peoples.
They range from the domestication of plants and animals in southwestern
Asia to the development of composite microlithic tools to cope with new

54
Cit. da A. LEROI-GOURHAN, op. cit. (nota 16, p. 243), loc. cit.
55
Cfr. G. CLARK, The Earlier stone Age settlement of scandinavian, Cambridge 1975.

253
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

hunting and collecting conditions in lands bordering the Mediterranean and


in northwestern Europe. In northern Europe, new types of bone and antler
tools were invented to cope with increasingly forested and swampy condi-
tions. [] Today, it is increasingly clear that Mesolithic peoples had a role in
the formation of the Neolithic. [] The late Upper paleolithic of eastern
Central Europe and eastern Europe is known from the Esat Gravettian
Culture. [] During the warm Allerd, the East Gravettian, perhaps now to
be called Epi-Gravettian moved to the north along with herds of game
seeking cooler climate conditions. This northward movement was important
because when forests spread in the Pre- Boreal and Boreal there was a
transformation of culture comparable to that which had taken pIace on the
North European Plain and in southern Scandinavia. [] If the forebears of
the Indo-European can be associated with the widespread Eastern Gravet-
tian culture of the late Upper Paleolithic it becomes possible to understand
the widespread distribution of the Indo-European peoples. The formation of
the culture [] probabily took pIace during the period of the Atlantic
Optimum, when there was a shift of floral zones to the north. It was also a
time when elements of a Neolithic culture could penetrate northwards from
southeastern Europe, the Caucasus and CentraI Asia. The regional differen-
tiation of Mesolithic and then Neolithic cultures, which had developed
through the eleboration of traditions extending back into the distinct Indo-
European groups found on the North European Plain and Scandinavia, the
Baltic area, the woodlands of Russia, and the steppes of Eurasia. By time of
the Sub-Boreal, the distinct Indo-European groups were forced to move
southwards by increasingly colder and drier conditions. It is these positions
that we have long known from evidence associated with their dispersal. Many
of the diachronic and synchronic archaeological problems associated with
the search of the homeland of the Indo-Europeans can be solved by postulat-
ing that they were ultimately associated with the Eastern Gravettian culture.
In the late Upper Paleolithic, this culture occupied eastern Central Europe,
the steppes of southern Russia, Kazakhstan and the Yenisei valle. The mild
Allef0d (10000-9000 B.C.), which allowed the Boreal forests to move north-
wards to the Beltic Ice-lake and CentraI Russia, brought a limited northward
movement of cultures. The return of cold during the Younger Dryas (9000-
8000 B.C.) partially restored conditions of the Pleistocene. It was only during
the Pre-Boreal and Boreal (8000-6000/5500 B.C.) that the amelioration of
climatic conditions again brought a movement of the Boreal forests north-
wards to northern Russia and the spread of mixed forests from the North
European plain to the Baltic States and centraI Russia. The Mesolithic
cultures, which derived from the eastern Gravettian, made an adaptation to
the changed environment condition of the woodlands of northern Europe
and the steppes of southern Russia and Kazakhstan. The Atlantic Optimum
(ca. 6000/5500-4000/3000 B.c.) brought the maturing of the forest lands of
northern Europe. Here Mesolithic forest cultures were transformed through

254
3 LE ORIGINI INDEUROPEE

the acculturation of Neolithic elements Central Europe and South Russia


during the late fifth and early fourth Millennium. In the third millennium,
these cultures developed into the Cordored Ware cultures of southern
Central Europe, the North European Plain, southern Scandinavia, the Baltic
States and Russia. On the steppes, the acculturation of Neolithic elements
from the Caucasus and Central Asia led to the rise of the Pit Grave and
Afanasievo cultures. It is possible that these cultures were created by Proto-
56
Indo- European?

Dal punto di vista linguistico-comparativo e storico-culturale la


verifica definitiva dell'ipotesi circumpolare implicherebbe certo
unindagine lunga, complessa, e metodologicamente simile, per quan-
to possibile in tradizioni per molti aspetti diverse, a quel metodo che
E. Peruzzi ha applicato cos efficacemente al mondo romano nel suo
insieme di lingua, cultura, archeologia e storie trdite sulle proprie
origini. Anche se non questo il luogo per svolgere tale indagine, si
pu tuttavia aggiungere ad essa un dato ulteriore: i numerosi prestiti
57
indo-iranici in ugro-finnico.
La questione, nota da molto tempo e tuttavia non del tutto
58
sfruttata nel recente dibattito sulle origini i.e., stata ripresa in due

56
Cit. da H. L. THOMAS, Indo-European: from the Paleolithic to the Neolithic, in Studies E.
C. Polom, Washington 1991, vol. I, pp. 29 sgg.; vd. anche ID., Archaeology and Indo-European
Comparative Linguistics, in E. POLOM (ed.), Reconstructing Languages cit. (nota 42, p. 66), pp.
281-315.
57
Dato che anche a me non sembra esistano prestiti significativi in ugro-finnico (o in
proto-uralico) sicuramente attribuibili alli.e. in quanto tale i lessemi riconducibili al periodo
proto-uralico comune sono infatti forse solo una decina e su di essi non c unanimit di giudizio;
pi solide sembrano invece le concordanze sui pronomi e i suffissi derivativi , non ritengo ci sia
materiale sufficiente per poter parlare di rapporti tra i.e. tout court e queste lingue, n tantomeno di
un indo-uralico, cio di una parentela originaria ( quello che pensava, tra gli altri, anche G.
DEVOTO, op. cit. (nota 21, p. 244), p. 36). pi verosimile invece lipotesi di D. SILVESTRI [in La
posizione linguistica dellindoeuropeo. Genealogie, tipologie, contatti, in E. CAMPANILE (ed.), Nuovi
materiali per la ricerca indoeuropeistica, Pisa 1981, pp. 161-201, con ampia bibi. sui rapporti tra
li.e. e le altre famiglie linguistiche; per gli aggiornamenti successivi, vd. supra, nota 7, p. 242], il
quale sostiene che i dislivelli della documentazione vanno interpretati come due distinte fasi di
rapporti tra lingue i.e. e lingue uraliche: una prima fase che coincide con il distacco dellanatolico
e del tocario, e una seconda fase posteriore al distacco del gruppo indo-iranico. A quanto sostiene
Silvestri bisogna aggiungere, naturalmente, le fasi dei rapporti con le lingue germaniche e balto-
slave, di epoca posteriore. Va detto, infine, che non esistono dati che ci obblighino a credere che gli
Indo-iranici possano essere stati sempre e soltanto a sud dei Proto-Uralici, come sembra pensare
invece J. P. MALLORY, In search cit., pp. 145 sgg.
58
Uneccezione H. HAARMANN, Contact Linguistics, Archaeology and Ethnogenetics: an
Interdisciplinary Approach to the Indo-European Homeland Problem, JIES 22 (1994), pp.
265-288, ma con assunti e conclusioni diverse da quelle qui prospettate.

255
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

articoli complementari pubblicati nella recente e autorevole sintesi


59
sulle lingue uraliche curata da D. Sinor.
Anche se il tempo e il luogo preciso dei contatti tra Ugro-Finni e
Indo-iranici restano indefiniti, a causa ovviamente delle persistenti
incertezze sugli Indeuropei, la quantit e la qualit dei prestiti testi-
moniano di una continuit ininterrotta di contatti, iniziati forse gi nel
periodo proto-uralico, con gli Arii e gli Iranici ancora indivisi, e
proseguiti via via fino in epoca storica con scambi avvenuti poi con
lingue del solo gruppo iranico.
Nella stessi raccolta ora citata, si pu per anche leggere:

Proto-Uralic was the language spoken in the vast area between the Baltic
Sea and the Ural mountains (and perhaps beyond) during the Mesolithic age.
Nothing indicates that there would have been other linguistic groups in the
area and no relicts other languages have been found. The sparse Stone Age
population of that area must have been very small by the modern scale,
perhaps under 100.000 people subsisting on fishing, hunting, and gathering.
It is likely that they were constantly on the move following a given migration
pattern as do most of the arctic and subarctic subsistence populations we
have information ono The populations was probably also divided into exo-
gamic groups of roughly 200-300 individuals in each. Frequent latitudinal
eontacts between subsistence groups living in the same ecological zone by
which artifaets, material and genes were exchanged between the groups
contribuited to areallinguistic homogeneity. This relative homogeneity be-
gan disintegrating after the introduction of neolithic techniques and live-
hoods together with the new possibilities for longitudinal contacts that
emerged when agricolture began producing relocatable surplus resources in
the areas south of the Uralic proto-population. It can be estimated that
Proto-Uralic began diverging as a result of new are al patterns of comunica-
tion into Proto-Finno-Ugric and Proto-Samoyed as early as seven or six
thousand years ago during the early Neolithic. The disintegration of Proto-
Finno-Ugric can be dated at about 3500-3000 B.C. or approximately at the
time when comb ceramics were introduced in the western part of settlement

59
Si tratta di K. RDEI, Die ltesten indogermanischen Lehnworter der uralischen Sprachen,
pp. 638-664, e di E. KORENCHY, Iranischer Einflu in den finnisch-ugrischen sprachen, pp.
665-681, in D. SINOR (ed.), The Uralic Languages. Description, History and Foreign Influences,
Leiden 1988; sui prestiti i.e., nella stessa silloge vd. anche A. J. JOIA, Zur Geschichte der
uralischen sprachgemeinschaft unter besonderer Bercksichtigung des Ostseefinnischen, pp. 584
sgg.; di questo A. resta importante Uralier und Indogermanen. Die alteren Berhrungen zwischen
den uralischen und indogermanischen sprachen, Helsinki 1973.

256
3 LE ORIGINI INDEUROPEE

area, whereas Proto-Samoyed seems to have persisted considerably longer,


60
probably until the last millennium B.C.

Senza voler aggiungere unaltra Urheimat alle tante esistenti, som-


mando tuttavia i prestiti indo-iranici in ugrofinnico a quanto detto
finora sullipotesi circumpolare, unipotesi lo ripeto che resta
comunque sub iudice, mi pare se ne possa ricavare una conclusione
minima, ma forse importante per la presente ricerca: gli Indo-Arii
difficilmente potranno essere autoctoni del continente indiano o esse-
61
re giunti l direttamente dallAnatolia; invece molto verosimile che
essi, in parte nel periodo indo-iranico comune, in parte nel successivo
periodo indo-ario, abbiano avuto stretti e frequenti contatti etno-
linguistici gi con i Proto-Ugro-Finni, se non forse con i Proto-Uralici
mesolitici, e che tali contatti siano avvenuti in unarea prossima a
dove, stando alle ricerche recenti, i Proto-Urali prima, e gli Ugro-
Finni poi, sono sempre all'incirca stati.

3. 2. LA TRANSIZIONE NEOLITICA

Lipotesi di C. Renfrew di unorigine anatolica degli i.e., connes-


sa, com noto, alla teoria sulla diffusione demica dellagricoltura di L.
L. Cavalli-Sforza e dei suoi collabpratori; anche questa teoria troppo
62
famosa perch debba qui riassumerla, arrivo dunque subito al pun-
to centrale.

60
Cit. da P. SAMMALAHTI, Historical Phonology of the Uralic Languages, with Special
Reference to Samoyed, Ugric, and Permic, in D. SINOR (ed.), op. cit., p. 480; vedo ora che anche M.
ALINEI, op. cit. (nota 127, p. 184), pp. 116-118, 312-314, 571, intende sfruttare in ambito i.e. le
teorie recenti sulla sede originaria dei Proto-Uralici: dagli accenni alluso che ne far nel secondo
volume, mi pare che le nostre idee, almeno nei riguardi dellindo-iranico, divergano assai.
61
Per vie diverse giunge alle stesse conclusioni, tra gli altri, I. M. DIAKONOFF, Languages
Contacts in the Caucasus and the Near East, in T. L. MARKEY J. A. C. GREPPIN (eds.), op. cit.
(nota 22, p. 245), pp.53-65.
62
Il lettore trover comunque tutto ci che gli occorre nella recentissima edizione italiana
di L. L. CAVALLI-SFORZA, Gnes, peuples et langues, = Gem; popoli e lingue, Milano 1996. La
proposta contenuta in questo volume (pp. 236 sgg.) di unificare le teorie di Renfrew e della
Gimbutas in ununica teoria compatibile con i dati della genetica, inverosimile, come ha
ribadito lo stesso C. Renfrew pi volte. Su A. J. AMMERMAN L. L. CAVALLI-SFORZA, The
Neolithic Transition and the Genetics of Population in Europe, Princeton 1984, trad. it. Torino
1986, il primo e forse pi importante studio complessivo di Cavalli-Sforza su tale argomento, si
pu vedere la mia recensione in AGI 72 (1987), pp. 150-154. Per una opinione genetista
spesso diversa da quella di Cavalli-Sforza e i suoi collaboratori, vd. R. R. SOKAL (et al.), Genetic
Differences among Language Families of Europe, AJPA 79 (1989), pp. 489-582; ID., Genetic

257
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

63
Linterpretazione del gradiente di sviluppo messo in luce dalle
mappe della distribuzione di alcune delle strutture genetiche delle
attuali popolazioni europee e medio-orientali, come risultato dellon-
da di diffusione dellagricoltura neolitica a partire dal Vicino Oriente
basata su una migrazione continua e ininterrotta di popolazioni di
agricoltori verso lEuropa, non ha riscontri archeologici e paletnologi-
64 65
ci, sottovaluta gli sviluppi demografici mesolitici, non mostra
ondate migratorie dirette verso il nord-est, ecc.
dunque assai pi agevole pensare invece che lagricoltura si
66
diffuse non a onda ma a mosaico: in alcune aree, piccoli gruppi di
coloni medio-orientali si integrarono con le presistenti popolazioni

and Language in European Population, AmNat 135 (1990), pp. 157-175; R R. SOKAL N. L.
ODEN C. WILSON, Genetic Evidence for the spread of Agricolture in Europe by Demic Diffusion
Nature 351 (1991), pp. 143-145; R. R. SOKAL N. L. ODEN B. A. THOMSON, Origins of the
Indo-European: Genetic Evidence, PNAS 89 (1992), pp. 7669-7676.
63
bene ricordare che proprio di interpretazione si tratta, perch a) le nostre attuali
conoscenze scientifiche non ci consentono ancora,di estrarre il DNA dai fossili e dunque tutte
queste ricerche si basano solo sulle mappe dei geni delle popolazioni attuali, e b) impossibile
scoprire un gene presente, prima della diffusione dellagricoltura, in una delle due popolazioni
(europei e medio-orientali) e assente del tutto nellaltra. Insomma, non potendo i genetisti
autodatare le mappe genetiche, le loro proiezioni (prei-)storiche di dati genetici sono e restano
interpretazioni, non dati incontrovertibili: ogni espansione ha prodotto gradienti di diversa
importanza, ma ha sempre avuto come risultato una mescolanza graduale con le popolazioni
vicine. Siccome ne sono avvenute parecchie, che si sono in parte sovrapposte, sarebbe difficile
isolarle luna dallaltra senza laiuto delle componenti principali. Finora non stato possibile
darne una datazione quantitativa diretta, ma si pu forse stabilire qualitativamente lordine
storico, che dovrebbe corrispondere di solito a quello della loro importanza numerica. []
Pressoch tutte le date di separazione ottenute in genetica sono calcolate in riferimento a tempi
esterni standard, e sono valide se questi sono corretti e se la relazione tra numero di differenze in
nucleotidi (o aminoacidi per le proteine) e tempo di separazione rimane costante: cit. da L. L.
CAVALLI-SFORZA, Gnes... cit., pp. 193-194. Il metodo di datazione genetica assoluta sviluppato
in D. B. GOLDSTEIN W. RURZ-LINARES L. L. CAVALLI-SFORZA M. W. FELDMANN, Genetic
Absolute Dating Based on Microsatellites and the Origin of Modern Human, PNAS 92 (1995),
pp. 6723-6727, soggetto ancora a un errore statistico cos elevato da essere poco utilizzabile.
64
Cfr., anche per altre fondate critiche a questa teoria, M. ZVELEBIL K. M. ZVELEBIL,
Agricoltural Transition cit. (nota 66), pp. 243 sgg.
65
Cfr., per es., M. COHEN G. ARMELAGOS (eds.), Paleopathology at the Origins of
Agricolture, New York 1984, e R. DENNELL, European Economic Prehistory, London 1983; ID.,
The Hunter-Gatherer/Agricoltural Frontier in Prehistoric Temperate Europe in S. GREEN S.
PERLMAN (eds.), The Archaeology ojFrontiers and Boundaries, Cambridge 1985, pp. 113-140.
66
Cfr. M. ZVELEBIL (ed.), Hunters in Transition, Cambridge 1986; M. ZVELEBIL K. M.
ZVELEBIL, Agricoltural Transition, Indo-European Origins, and the spread of Farming, in T. L.
MARKEY J. A. C. GREPPIN (eds.), op. cit., pp. 237-266; ID., Agricoltural Transition and
Indo-European Dispersals, Antiquity 62 n. 236 (1988), pp. 574-583; M. ZVELEBIL P. M.
DOLUKHANOV, The Transition to Farming in Eastern and Northern Europe, JWP 5 (1991), pp.
223-278.

258
3 LE ORIGINI INDEUROPEE

tardo-paleolitiche e mesolitiche importando la cultura neolitica; in


altre, lagricoltura si svilupp
67
dal mesolitico locale; in altre ancora,
come lEuropa orientale, la transizione neolitica dur millenni.
altres verosimile ritenere che questo tipo di diffusione non abbia
lasciato tracce genetiche evidenti.
Il gradiente genetico pu essere allora forse fatto coincidere con
londata migratoria di Homo sapiens sapiens dallAfrica intorno al
68
100.000 a.c., cio con larrivo delluomo anatomicamente moderno,
una dispersione avvenuta, per quella parte del mondo che qui ci
riguarda, probabilmente attraverso quelle che saranno pi tardi le
piste euroafricana occidentale (atlantica) e euroafricana orientale
(anatolico-mesopotamica):

la prima pista ha un andamento longitudinale e, attraverso il corridoio


iberico, si irradia nellEuropa mediterranea occidentale (Sardegna, Corsica,
Liguria, Gallia preceltica) ed arriva fino alla Gran Bretagna e allIrlanda. La
seconda pista ha invece un andamento stella re (o radiale) con un baricentro
linguistico e culturale in area para caucasica ed irradiazioni gravitazionali che
vanno dallarea siro-palestinese alla indefinita regione transcaucasica. [] La
prima pista appartiene alla preistoria media antica (paleolitico medio) e si
identifica con la civilt megalitica e con larte parietaria di comunit di
cacciatori (-preallevatori); la seconda, decisamente pi recente (paleolitico
superiore), chiama in causa le prell}.esse della cosiddetta rivoluzione neoliti-
69
ca (genesi dellagricoltura e della cerealicoltura, in particolare).

Nel contributo ora citato, D. Silvestri afferma anche che la prei-


storia antica

caratterizzata da un lentissimo costituirsi di macroaree di generalizzazione


tipogenetica (in senso geografico: SPAZI), il che non implica agnizioni di
identit linguistica originaria ed ipotesi di lingue madri, ma soltanto il
riconoscimento di coincidenze linguistiche a maglie larghe []. Fenomeni

67
Vd. supra, pp. 253 sgg.
68
Cos in parte anche H. HAARMANN, art. cit. (nota 58, p. 255), p. 283, ma in una visione e
in un impianto kurganico non condivisibili; sulla migrazione africana, vd. supra, pp. 188 sgg.
69
Cit. da D. SILVESTRI, Preistoria e protostoria linguistica nel Mediterraneo, in A. LANDI
(ed.), LItalia e il Mediterraneo antico cit. (nota 74, p. 76), p. 153 (la seconda parte della
citazione la nota 31 di p. 153); dello stesso A., vd. anche La posizione linguistica dellindoeuro-
peo cit. (nota 57, p. 255), pp. 167-169, e Problemi di preistoria e protostoria linguistica
dellEurasia, in B. BROGYANYI (ed.), Fest. Szemernyi, Amsterdam Philadelphia 1992, pp. 51-60.

259
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

culturali paralleli, a quota cronologicamente alta, sono certe modalit di


larghissima diffusione di tecniche paleolitiche, [] o, con una cronologia
relativa inferiore, la rappresentazione di animali totemici a coppie []. In
questa fase remotissima, in una situazione di plurilinguismo diffuso, il code
switching reiterato prima causa della convergenza strutturale delle pi
svariate tradizioni linguistiche ed poi favorito da questa ed anche plusibile
che si instaurino comunanze translinguistiche precoci []. [segue nota 6, p.
141] Le prime comunit di parlanti della preistoria antica (costituite da
bande di cacciatori-raccoglitori) saranno state sicuramente molto omogenee
da un punto di vista sociolinguistico e poco numerose (sullordine di alcune
decine di individui differenti per sesso ed et). Si deve inoltre supporre che
esse fossero in contatto costante tra loro e con un senso molto scarso di una
propria identit etnolinguistica. Un modello (ancora) attuale di tali comunit
potrebbe essere fornito dalle forme organizzative dei pigmei africani (anche
70
dal punto di vista di una non marcata autoidentificazione linguistica).

Secondo lo studioso, la preistoria media, invece,

caratterizzata da un costituirsi relativamente veloce di mesoaree di specifica-


zione gruppogenetica (in senso geografico: PISTE), il che ancora una volta
non comporta fenomeni di disgregazione di improbabili lingue madri ma
piuttosto fatti di convergenza (cio: GRUPPI) secondo coincidenze linguisti-
che a maglie strette (si instaurano in questa fase numerose isoglosse lessicali
ed alcune convergenze morfologiche e sintattiche che sono caratteristiche
delle cosiddette leghe linguistiche). Le piste a cui pensiamo possono pre-
sentarsi secondo assi [] o anche costituirsi con un andamento a stella, ove
sussista unarea di gravitazione etnica e culturale []. In questa fase remota
lenciclopedia delle conoscenze si organizza secondo particolari tassonomie
culturali e lincremento di un identico vocabolario specialistico attraverso
varie tradizioni linguistiche. Quelle che restano escluse da questi fenomeni
sono ipso facto anche diversificate. [segue nota 8, p. 142J In questa fase i
parlanti, costituiti in comunit sempre pi ampie e socialmente diversificate
(trib), tendono ad arricchire il proprio identikit culturale: da cacciatori-
raccoglitori si trasformano in (pre)allevatori (pre)agricoltori e sono pronte
ad importare/esportare tecnologie sempre pi complesse. Cresce ovviamente
il senso di autoidentificazione linguistica, anche se si esplica in modo, per cos
71
dire, traversale (cio in forme etnicamente policentriche).

70
Cit. da D. SILVESTRI, Preistoria e protostoria cit., pp. 140-141; lultimo corsivo mio.
71
Ivi, pp. 141-142; lultimo corsivo mio.

260
3 LE ORIGINI INDEUROPEE

Sempre secondo Silvestri, la preistoria recente, per contro,

contrassegnata da un accelerato costituirsi di microaree di caratterizzazione


glottogenetica (in senso geografico: NICCHIE), in altri termini comporta, con
linsorgere delle prime entit protostatali, una sorta di sempre pi
accentuata definizione idiosincratica del loro assetto etnolinguistico. Non
siamo pi in presenza di una serie pi o meno ampia e significativa di
coincidenze linguistiche, ma piuttosto di una compattazione di uno strumen-
to di comunicazione (non un tipo o un gruppo, ma una lingua nella sua
accezione corrente ed attuale) che invoca ormai i processi di standardizzazio-
ne grafica e di istituzionalizzazione testuale (in tal senso li.e. arriva a sfiorare
la soglia della storia e la sua dispersione areale, il suo precoce big bang
interrompono un processo che sicuramente aveva gi attinto la costituzione di
testi ad es. secondo un canone di lingua e cultura poetica a cui mancava
solo la forma grafica). Le nicchie sono in ogni caso caratterizzate da unarea-
lit definita (che pu coincidere, ad es., con il territorio della citta-stato
mesopotamica, dove per territorio sar bene intendere sfera di influenza) e
sono le premesse indispensabili dellaffermarsi di alcune lingue egemoni e,
tra queste, delle cosiddette lingue madri. [segue nota 9, p. 142] I parlanti di
questo terzo e conclusivo stadio preistorico sono ormai allevatori ed agricol-
tori, sia pure di fase aurorale; sono numerosi e soprattutto organizzati
(popoli) ed in possesso di una specifica facies culturale. La loro autoidentifica-
72
zione linguistica completa.
***
73
Se consideriamo, infine, che altre ricerche hanno confermato
74
quel che W. H. Goodenough, inascoltato, aveva detto gi nel 1970,
e cio che lidea che gli i.e., fin dalla pi lontana preistoria, praticasse-

72
Ivi, p. 142; gli ultimi due corsivi sono miei. Su questi argomenti, di D. SILVESTRI vd.
anche Storia delle lingue e storia delle culture, in R. LAZZERONI (ed.), Linguistica storica cit.
(nota 61, p. 71), pp. 55-85, e la mia recens. in SILTA 17 (1988), pp. 134-140, al volume curato
da Lazzeroni.
73
Vd. da ultimo A. R. DIEBOLD JR., art. cit. (nota 48, p. 251), pp. 317-367.
74
Cfr. W. H. GOODENOUGH, The Evolution of Pastoralism and Indo-European Origins, in
G. CARDONA H. M. HOENIGSWALD A. SENN (eds.), Indo-European and Indo-Europeans.
Papers presented at the Third Indo-European Conjerence at the Univ. of Pennsylvania, Philadel-
phia 1970, pp. 153-256; vd. poi S. SANDOR, The History of Domestic Animals in Central and
Eastern Europe, Budapest 1974; ID., Horses and sheep in East Europe in the Copper and Bronze
Ages, in S. N. SKOMAL E. C. POLOM (eds.), Studies M. Gimbutas, Washington 1987, pp.
136-144; ID., Das domestizierte Pferd in Mitteleuropa, in B. HANSEL S. ZIMMER (eds.), Die
Indogermanen und das Pderd. Fest. B. Schlerath, Budapest 1994 (va visto tutto il volume), K.
PARKER, Equestrians: Parallel processes of Adaptation, UOPA 17 (1976), pp. 1-13, D. W.
ANTHONY, art. cit., (nota 44, p. 250), pp. 291-313.

261
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

ro la pastorizia nomadica e in particolare fossero dediti al Reiternoma-


dismus, il tipo di nomadismo pastorale pi specializzato, fossero cio
pastori nomadi che usavano il cavallo, non ha alcun riscontro etno-
75
antropologico e archeologico sicuro, possiamo chiudere il cerchio e
trarre le dovute conclusioni.
Anche se ben lungi dallessere compiutamente definito e con
almeno tre o quattro teorie ancora in lotta tra loro, il quadro dinsieme
sulle origini i.e. che in qualche modo emerge dalle ricerche recenti
consente tuttavia, limitatamente a quel che qui ci occorre, di dare per
verosimilmente acquisite alcune cose:
1) le origini ultime degli i.e. risalgono perlomeno alla fine del
paleolitico superiore;
2) esiste una sostanziale continuit archeologica, culturale, pa-
leoeconomica e linguistica tra tardo paleolitico, mesolitico e inizi del
neolitico (i.e.);
3) gli sconvolgimenti climatici seguiti allultima glaciazione e la
diffusione della cultura neolitica e dellagricoltura sono due dei prin-
cipali fattori alla base degli inizi della dispersione dei popoli e delle
lingue i.e.;
4) la cultura neolitica e lagricultura si diffusero, anche nel mondo
di lingua i.e., con un sistema a mosaico e non a onda, in cui si
sommano e si sovrappongono la diffusione demica (colonizzazione),
la diffusione culturale e lo sviluppo locale;
5) non vi sono tracce di invasioni massive e violente nel mondo
che storicamente sar di lingua i.e.;
6) il fenomeno delle lite nomadico-equestri (i.e.), se mai esisti-
to, un fatto recente.
***
Lultima conseguenza di quanto si visto finora, riguarda il
76
cosiddetto sostrato indo-mediterraneo.
In un suo recente contributo, G. Garbini giunge alle seguenti
conclusioni: se

75
Invasionismo e nomadismo sono i correlati necessari, ma non sufficienti, della cronolo-
gia i.e. bassa; sorprende perci che sia proprio C. Renfrew a proporre una serie dinvasioni di
agricoltori pacifici, il che suona oltretutto come un ossimoro, per spiegare la diffusione delle
lingue i.e.
76
Per la bibl. vd. supra, nota 52, p. 252.

262
3 LE ORIGINI INDEUROPEE

un filone semitico nel sostrato di Grecia e Italia giustificabile tra il II e il IV


millennio a.C. [], il discorso cambia completamente quando passiamo a
confrontare radici con larga attestazione nei due gruppi linguistici. []
Quando lindeuropeo a fornire una spiegazione semantica adeguata a una
radice semitica e a mostrare la forma originaria dalla quale sono derivate le
molte e a volte bizzarre radici semitiche, siamo costretti a trarre diverse
conclusioni. Intanto dobbiamo presupporre un pre-indeuropeo assai arcaico
parallelo al pre-semitico) entrambi in piena et neolitica; quindi dobbiamo
prendere atto della secondariet del processo che ha portato alla creazione
delle radici semitiche storicamente attestate. Questo fatto era gi noto, ma
veniva giudicato come un processo di formazione lessicale, mentre invece
cominciamo a vedere che si trattato di un processo di frantumazione quasi
caotica, certamente a livello dialettale, di un patrimonio lessicale pi salda-
mente strutturato. Lalternarsi di radici a due e tre radicali per lo stesso
concetto o la stessa parola, linverosimile oscillare delle consonanti radicali
sulla base di affinit esclusivamente fonetiche, senza curarsi minimamente
delle regole dei neogrammatici, ci fa cogliere in atto il processo attuatosi nel
IV millennio, quando per un effetto gravitazionale (mi sempre piaciuta
questa immagine di V. Pisani) la creazione della civilt urbana e della lingua
scritta ha costretto il semitico a darsi una struttura, cio a diventare semitico.
Prima del IV millennio vi era dunque un pre-semitico abbastanza diverso dal
semitico; un pre-semitico che [] potrebbe tranquillamente chiamarsi anche
pre-indeuropeo. Per non entrare i.p discussioni e polemiche inutili, lasciamo
da parte questi termini e torniamo al neutrale so strato mediterraneo o
indo-mediterraneo: ma con laccortezza di non metterci sopra superstrati
indeuropei o semitici arrivati da fuori. Il sostrato mediterraneo semplice-
mente la somma del pre-indeuropeo, del pre-semitico, del pre-asianico e di
chiss quante altre lingue ancora: era la grande lega linguistica in continua
evoluzione delle operose genti neolitiche della cui eredit ideologica ancora ci
77
nutriamo purtroppo quasi sempre senza saperlo.

77
Cit. da G. GARBINI, Convergenze indeuropeo-semitiche tra preistoria e protostoria,
AION 10 (1988), p. 80 (i corsivi sono miei); dello stesso A., vd. anche Innovazione e
conservazione nelle lingue semitiche, in V. ORIOLES (ed.), Innovazione e conservazione nelle
lingue. Atti del Convegno S.I.G. (Messina: 9-11/11/1989), Pisa 1991, pp. 113-125, e, in generale,
ID., Le lingue semitiche. Studi di storia linguistica, Napoli 1984, II ed.

263
CAPITOLO 4

LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

I Persiani insegnano ai loro figli soltanto tre cose:


a cavalcare, a tirare con larco e a dire la verit.
(Erodoto)
Il principe assiro impari a cavalcare, a tirare con
larco e larte di scrivere seguendo le tradizioni
dei maestri.
(Assurbanipal)

4.1. LA LINGUA POETICA COME COSCIENZA DELLORALIT

Il tragitto fin qui compiuto, servito innanzitutto a condurre per


mano il lettore attraverso le conoscenze necessarie a renderlo consa-
pevole della possibilit che siano esistiti tipi di coscienza, struttural-
mente e funzionalmente, diversi dal suo, e a rendere poi sostenibile, in
generale, lidea che la lingua poetica abbia costituito, per alcuni dei
popoli di lingua i.e., una delle tappe evolutive della loro autocoscien-
za.
Strada facendo, cos come avevo indicato allinizio della seconda
parte, ho cercato inoltre di chiarire e di inquadrare i termini contenuti
nellipotesi che sorregge limpianto della presente ricerca; pur se la
spiegazione di alcune vicende importanti, per esempio lorigine del-
luomo anatomicamente moderno, resta sospesa tra due o pi teorie in
concorrenza tra loro, credo che ora non soltanto abbiamo a disposi-
zione tutto ci che ci serve per compiere il passo definitivo verso
laccertamento concreto della validit della mia ipotesi iniziale, ma
anche che, con quanto si visto finora, lipotesi stessa si sia affinata
nella capacit descrittiva e accresciuta nella potenzialit esplicativa.

265
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

Cos attrezzati, possiamo allora sciogliere le vele e navigare verso


il mare aperto.
***
Sulla scorta dunque di quanto visto finora, credo non si sar
troppo lontani dal vero nel dire intanto, in generale, sulla lingua
poetica i.e. quanto segue: nel patrimonio linguistico e storico-
culturale dei popoli i.e., sono riscontrabili le vestigia di un remoto
passato paleolitico; per questi periodi temporali, si pu supporre
1
lesistenza di tradizioni mitico-rituali in via di consolidamento, la cui
conservazione era affidata a stregoni/sciamani, uomini del sacro che
per non erano ancora specialisti esclusivi, n tantomeno
2
sacerdoti/poeti: di lingua poetica in senso proprio non si pu ancora
certo parlare.
Pi tardi, tuttavia, la lingua poetica, nel suo progressivo processo
di fissazione canonica, dovette raccogliere leredit di tali forme pri-
migenie di sapienza, accogliendo in s, e di conseguenza salvando
dalloblio e tramandando, molto di cri che a cominciare dal paleoliti-
3
co superiore, cio dallinizio della cultura mitica, era entrato a far
4
parte della tradizione orale: per questo motivo, possibile riscontra-
re anche nella lingua poetica alcune vestigia linguistiche, mitico-rituali
e cognitive dei periodi pi remoti della storia dei popoli i.e.
Tuttavia, seppure dobbiamo ritenere per certo che tutti gli Indeu-
ropei abbiano un passato paleolitico, in certi casi la scarsit della
documentazione attribuibile alla lingua poetica i.e., un ostacolo
grave alla possibilit, che pure come si visto esiste, di ricostruire, o
semplicemente riconoscere le vestigia di tali periodi; mentre in altri
casi, pur in assenza di documentazione poetica, possibile talvolta
riconoscere altrove alcune vestigia paleolitiche, ma per lo pi soltanto
in quelle popolazioni, come ad esempio gli Slavi, che ne conservano le
tracce perch raggiunte solo in tempi pi recenti dagli sviluppi cultu-
rali neolitici.
Tutto ci significa che prima di attribuire al patrimonio conserva-
to dalla lingua poetica i.e. tratti linguistici e culturali che sembrano
rinviare al paleolitico, comparando dominii linguistici che hanno

1
Vd. supra, p. 248.
2
Vd. supra, p. 126.
3
Vd. supra, p. 196.
4
Vd. supra, p. 247.

266
4 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

conosciuto transizioni dal paleolitico al neolitico assai diverse tra loro,


occorre prudenza e attenzione, onde evitare di non riconoscere affi-
nit elementari dovute alla generale, riconosciuta uniformit della
cultura paleolitica, o fatti dovuti allinflusso di lingue e culture estra-
nee e mediatrici. Per intendersi: talune concordanze tra la tradizione
magico-apotropaica indiana antica e quella slavo-germanica, potreb-
bero perfino risalire in ultima istanza al paleolitico e spiegarsi pertanto
allinterno di questa cultura di diffusione estesissima.
Questo anche perch in fasi temporali cos remote, nelle piccole,
sociolinguisticamente omogenee bande di cacciatori-raccoglitori, for-
mate gi da primi nuclei di genti i.e. in stretto contatto tra loro, il
senso di autoidentificazione etnolinguistica, cio la consapevolezza
della propria identit e diversit linguistica, e la coscienza di s,
5
lautocoscienza, dovevano essere ancora assai scarse, e ci, insieme a
6
un plurilinguismo che dobbiamo supporre diffuso, doveva rendere
tali gruppi particolarmente permeabili alle influenze esterne.
***
Alla fase seguente, quella della lunga transizione che dal tardo
paleolitico superiore, attraverso il mesolitico, giunge fino alla soglia
del neolitico, appartiene invece verosimilmente in gran parte la prima
organizzazione dellenciclopedia orale delle conoscenze in specifiche
7
tassonomie etno-scientifiche.
Tale organizzazione, fondata su programmi biologici di azione e
8
costruita coi motivemi, trova nella narrazione mitologica dei racconti
tradizionali la sua modalit lineare di espressione linguistica, accresce
9
il lessico specialistico e le capacit cognitive collegate, e crea alcune
10
importanti diversificazioni intertribali: si deve presumere che
lesclusione di alcune tradizioni linguistiche i.e., quali il baltico e lo
slavo, dai nascenti fenomeni di convergenza poetica, cominci dunque
forse gi in questa fase.

5
Cfr. supra, pp. 260 sgg.
6
questa unopinione oggi condivisa da un numero crescente di studiosi: vd., per es., J. P.
MALLORY, In Search of cit. (nota 2, p. 240), p. 259.
7
Cfr. supra, p. 34, e infra, p. 268.
8
Cfr. supra, p. 198.
9
Cfr. supra, p. 194.
10
Cfr. supra, p. 260.

267
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

La formazione di alcune tassonomie, ad esempio, messe in luce


11
anche dagli studi di C. Watkins, deve risalire a questa fase, a un
periodo in cui tuttavia, come sembrano dimostrare appunto le ricer-
che di C. Watkins, littita e le altre lingue i.e. anatoliche, ma forse gi
non pi il tocario, erano ancora in stretto contatto con le rimanenti
12
lingue i.e.; come si gia detto, le tradizioni linguistiche che restano
escluse da tale processo di organizzazione tassonomica si diversificano
e si estraniano dalle altre tradizioni, mentre quelle che vi partecipano
sviluppano un lessico specialistico comune la fraseologia tradiziona-
le e rafforzano i legami tra di loro, dando avvio, per il tramite delle
formule, alla standardizzazione testuale prima, e alla fissazione del
canone poetico poi.
La gran parte delle comparazioni poetiche i.e di pi larga atte-
stazione risale probabilmente a questo periodo; poi la diversit
delle singole vicende storico-culturali penso qui, per esempio, alle
non confrontabili vicende testuali e letterarie del latino, dellosco-
umbro e del germanico , ma anche alla diversit della documenta-
zione a noi pervenuta basti soltanto ricordare, per esempio, che
lingue come il venetico, il messapico e larmeno restano ancora
sostanzialmente assenti dal dossier poetico i.e. , a tracciare i singoli
percorsi in modo che restino o meno allinterno della tradizione
poetica ereditata.
In questa fase, in cui dai piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori si
passa alle trib mesolitiche e preneolitiche, la nascente lingua poetica
i.e. contribuisce inoltre a rafforzare lautoidentificazione trib ale , av-
13
viandola cos verso lethnos vero e proprio, e a facilitare lassorbi-
14
mento cognitivo e culturale di tecnologie complesse importate,

11
Penso qui soprattutto alla Folk Taxonomy of Wealth (cfr. C. WATKINS, 1979a) e alla
formalizzazione sul come uccidere un drago in i.e. (cfr. ID., 1987b, 1987c, 1991); altre tassono-
mie conservate dalla lingua poetica i.e., per es. quella delloro (cfr. G. COSTA, 1984), sembrano
invece essere state elaborate in periodi pi recenti.
12
Cfr. supra, p. 260.
13
Per una definizione di questo concetto, seguo qui C. RENFREW, op. cit. (nota 42, p. 23),
p. 216 (il corsivo mio): Ethnos [] can be defined as a firm aggregate of people, historically
established on a given territory, possesing in commun relatively stable particularities of language
and culture, and also recognizing their unity and difference from other similar formations
(selfawarenessl and expressing this in a self-appointed name (ethnonym).
14
Cfr. supra, p. 260.

268
4 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA
15
quali quelle legate allagricoltura neolitica, ma anche allesportazio-
ne di alcune tecniche specificatamente i.e., come ad esempio lapicol-
16
tura mobile, una delle basi della paleoeconomia i.e., fatto di cui i
prestiti i.e. in ugro-finnico sono la migliore testimonianza: *meke
Biene, Apis mellifica (cfr. finn. mehilinen, mehiinen Honigbie-
ne; est. mehilne mehine, mord. E mek mak, ung. mh, ecc.
Biene) < pre-ario *mek- (cfr. aind. mk mkik, av. mah-,
17
curd. m, ecc. Fliege, Biene); *mete Honig, aus Honig gegore-
ner Trank (cfr. finn. mesi, est. mesi, mord. E med, ecc. Honig)
< *mdhu- (cfr. aind. mdhu, av. madu, toc. B mit, mqu, air. mid, aat.
18
metu, lit. meds, ecc. Honig, ssser Trank, Wein).
La lingua poetica i.e., insomma, asssumendo progressivamente in
s la gran parte dellenciclopedia orale, a causa delle necessit connes-
se alla memorizzazione del patrimonio tradizionale in via di accresci-
mento e agli inizi dello sviluppo di un sistema di immagazzinamento
19
simbolico esterno (SISE), pur essendo ancora uno strumento me-
diatico e non gi un messaggio ideologico, cio non ancora una forma
compiuta di autocoscienza, va a costituire lepistemologia delle genti
20
che la utilizzano, svolgendo anche la funzione di interfaccia cultura-
le e cognitiva in un universo ancora etnicamente policentrico:

linterfaccia la saldatura tra due zone diverse: attraverso di essa passano, in


entrambe le direzioni, esperienze e prodotti, uomini e tecnologie, elaborazio-
ni coerenti con i caratteri delle rispettive zone e manchevoli in quelle adia-
centi. Il passaggio comporta di norma un cambiamento di codici valutativi
ed espressivi, ed ha un effetto di fertilizzazione reciproca e di confronto e
aggiustamento dei risultati che molto ha contribuito allevoluzione delle
comunit umane sin dalle fasi pi antiche. I fenomeni di interfaccia produco-
no talvolta lo spostamento fisico dei nuclei umani: tipica in questo senso la
transumanza stagionale di pastori attestati a sfruttare interfacce del tipo

15
Cfr. supra, p. 249, e A. R. DIEBOLD JR., art. cit. (nota 48, p. 251), pp. 347 sgg.
16
Cfr. A. R. DIEBOLD JR, art. cit., pp. 329 sgg.: the triad of pig, goose, and honeybee []
circumscribes the nature of herding practiced in prehistoric Indoeuropia; vd. anche E.
CRANE, The Archaeology of Beekeeping, London 1983; ID., Honeybees, in I. L. MASON
(ed.), Evolution of Domesticated Animals, London 1984, pp. 403-415.
17
Cfr. K. RDEI, art. cit. (nota 59, p. 256), pp. 655-656;vd. anche Mayrhofer, II, pp.
540-542.
18
Cfr. MAYRHOFER, II, pp. 570-572, e POKORNY, p. 707.
19
Cfr. supra, p. 207, e infra, p. 287.
20
Cfr. supra, p. 159.

269
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

montagna/pianura o del tipo vallata irrigua/steppa arida. Ma pi spesso i


gruppi umani pur stabili sfruttano la loro collocazione a ridosso dellinterfac-
cia mediante un accesso previlegiato a risorse differenziate e complementa-
21
ri.

Se mai lo stata, dunque forse in questa fase che la lingua


poetica pu essere stata parte di una lingua franca, una sorta forse di
lingua ufficiale o cerimoniale usata da parlanti i.e. e anindeuropei
22
nelle occasioni pubbliche.
***
Anche per la lingua poetica i.e., tuttavia, la fase cruciale la terza,
quella neolitica.
Dopo il pieno affermarsi del neolitico nel Vicino Oriente tra il
7500 e il 6000 a.c., con linsorgere della cultura urbana, della scrittura
e delle organizzazioni protostatali, in un periodo collocabile tra lini-
23
zio del V e la met del IV millennio, il mondo anatolico-
mesopotamico anindeuropeo assunse le caratteristiche, anche lingui-
24
stiche, che gli saranno proprie fino al periodo proto-dinastico,
quando, con la nascita delle prime entit statali vere e proprie, la
25
situazione mut radicalmente.
26
altres in questa fase che in una serie di nicchie eco-culturali,
anche i popoli i.e., formati oramai da allevatori e agricoltori con una
propria facies culturale specifica, danno corso definitivo al loro as-

21
Cit. da M. LIVERANI, Antico Oriente. Storia Societ Economia, Roma Bari 1988, p. 29; sul
concetto di interfaccia come luogo dellinterazione sistemica, vd. anche supra, p. 142, e ivi nota
19.
22
Cfr. J. P. MALLORY, In Search of cit., p. 258 e R. Ambrosini, Le lingue indo-europee
cit., p. 127.
23
Per un inquadramento storico-archeologico pi esauriente di quanto qui possibile, vd.
M. LIVERANI, op. cit., passim.
24
Cfr. supra, p. 263.
25
Cfr. J.-D. FOREST, Mesopotamia. Linvenzione dello stato, ed. it., Milano 1996; si tratta di
un libro assai interessante che propone una tesi innovativa sulla nascita dello stato mesopotami-
co come risultato di un processo in cui le istanze ideologiche si intrecciano con quelle
economico-sociali, un tipo di accostamento molto vicino a quello che, per il versante i.e.,
propugno nella presente ricerca.
26
Il concetto di nicchia (ecologica e culturale) sottolinea il valore di certe zone compatte e
coerenti, delimitate da interfacce anche ravvicinate, e protette rispetto allambiente circostante
in modo tale da riuscire a sviluppare al meglio le loro potenzialit produttive e organizzative: cit.
da. M. LIVERANI, op. cit., p. 31; sul concetto di nicchia, vd. anche supra, p. 261.

270
4 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

setto etnolinguistico, completando idiosincraticamente il processo di


autoidentificazione
27
in un gruppo di lingue potenzialmente egemo-
ni.
Da qualsiasi parte li si faccia originariamente provenire, in que-
sto periodo di tempo alcuni popoli i.e., in particolare (coloro che
poi saranno) i Greci, gli Arii, gli Iranici e i Celti, gi divisi e
autonomi ma ancora in rapporto tra loro, prima dei movimenti
proto-storici e storici di cui abbiano qualche pur vaga notizia e
28
senza invasioni massive o violente, dovettero accrescere, per il
tramite di luoghi fisici e mentali di interfaccia, la quantit e la
qualit dei contatti diretti e indiretti con le genti non i.e. del Vicino
Oriente, ed in questo momento che la lingua poetica assunse
definitivamente il suo ruolo di garante dellidentit etnolinguistica di
alcuni popoli i.e., diventando la forma e la sostanza della loro
autocoscienza.
***
Tracciato un quadro generale sulla base di quanto visto in prece-
denza, cercher ora di stringere il cerchio, aggiungendo qualche altro
dato o sfruttando diversamente parte di quelli gi esaminati.
noto come in epoca proto-storica e storica diverse popolazioni
i.e. conoscessero la scrittura; esse tuttavia non la utilizzavano per
trasmettere e tramandare pubblicamente la propria cultura: la scrittu-
ra era un sapere per iniziati.

27
Vd. supra, pp. 253 sgg.
28
Si donc on veut tenir compte du fact que linterprtation la plus probable des hymnes
vdiques est dabord mythique et mythologique, de labsence de traces des destructions archo-
logiquement attribuables au ryas, et da la continuit constate de la civilisation matrielle, il
devient difficile de considrer limmigration aryenne en Inde comme un phnomne de masse,
une priode de rupture et de destructions, une abolition du pass pr-aryen et le dbut dune
civilisation de type entirement nouveau. On imagine mieux des phnomnes dacculturation,
larrive de petits groupes ryas, faiblement diffrencis mais cohrents, composs de jeunes
guerriers accompagns de spcialistes de la langue et de la religion, venus avec ou sans femmes
(ver sacrum) et prenant loccasion des pouses dans la population locale. Ces groupes ryas
avaient toute la place ncessaire pour stablir dans une Inde peu peuple o les terres libres
abondaient. Il est probable quil y a eu des heurts avec les populations pr-aryennes, et aussi avec
les groupes aryens arrivs les premiers, mais il nest pas ncessaire de postuler une invasion en
rgle ni une conqute militaire. Ensuite tout se passe comme si les ryas avaient impos leur
langue et leur culture, leur supriorit politique probablement aussi, et quils aient adopt les
manires de vivre et la civilisation du pays qui tait devenu le leur: cit. da G. FUSSMANN,
Lentree des ryas en Inde, ACF 89 (1988-89), p. 529-530.

271
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

In un passo famoso del Bellum gallicum (B.G. VI, 14,3-4), Cesare


racconta che gli allievi delle scuole druidiche

magnum ibi numerum versuum ediscere dicuntur. Itaque annos nunnulli


vicenos in disciplina permanent. Neque fas esse existimant ea litteris manda-
re, cum in reliquis fere rebus, publicis privatisque rationibus, Graecis utantur
litteris. Id mihi duabus de causis instituisse videntur, quod neque in vulgum
disciplinam efferri velint neque eos, qui discunt, litteris confisos minus
memoriae studere, quod fere plerisque accidit ut praesidio litterarum dili-
29
gentiam in perdiscendo ac memoriam remittant.

Plutarco (Lyc. 13, 1-4) racconta poi come ancora Licurgo non
avesse messo per iscritto le sue leggi, ma anzi avesse espressamente
30
proibito di farlo anche dopo di lui; allo stesso modo, sempre Plutar-
co (Num. 22,2-3), narra che Numa volle che fossero seppelliti con lui
i libri che aveva scritto: li volle seppelliti con s, come se non stesse
bene che i misteri fossero custoditi da lettere morte. Per la medesima
ragione dicono che i Pitagorici non affidano il loro precetti alla
scrittura e ne imprimono invece la conoscenza e il ricordo in coloro,
31
che sono degni, senza scriverli.
Anche nel mondo germanico sono numerose le testimonianze che
dimostrano come la scrittura fosse riservata agli iniziati e ritenuta uno
32
strumento perfido e pericoloso.
Nel mondo iranico, lAvesta fu messa per iscritto, fissando un
canone codificato, solo in epoca sassanide, probabilmente durante il

29
Su tutto ci, ancora utile G. DUMZIL, La tradition druidique et lcriture: le Vivant et
le Mort, RHR 122 (1940), pp. 125-133 (ora anche in Cahiers pour un temps. G. Dumzil, Paris
1981, pp. 325-338); vd. anche G. WIDENGREN, Religionsphnomenologie, Berlin 1969, pp. 570
sgg.; vd. E. CAMPANILE, 1990C, pp. 49 sgg., per un commento al passo di Cesare, le corrispon-
denze irlandesi e i confronti col mondo vedico e greco.
30
Vd. S. SVENBRO, art. cit. (nota 281, p. 226), p. 8, e, in generale, ID., La parola e il marmo.
Alle origini della poetica greca, Torino 1984; sulla continuit orale della poesia greca dopo
lintroduzione della scrittura, vd. C. O. PAVESE, Poesia ellenica e cultura orale, in I poemi epici
cit. (nota 218, p. 305), pp. 231-260; la bibl. su Mnhmosnh e la poesia greca vastissima: ricordo
qui soltanto M. DETIENNE, Les matres de vrit dans la grce archaque, Paris 1967, trad. it.,
Roma Bari 1977, cap. I, J-P. VERNANT, Mythe et pense chez les Grecs. Etudes de psychologie
historique, Paris 1971, II ed., trad. it. Torino 1978, cap. II; C. CALAME, Le rcit en grce ancienne,
Paris 1986, trad. it. Roma Bari 1988, cap. II. Do per conosciuta la polemica di Platone
contro la scrittura e il dibattito moderno su di essa.
31
Cit. da C. CARENA (a cura di), Plutarco. Vite parallele. (Num., 22, 2), Milano 1974, p. 127.
32
Dati e bibl., tra i molti, in F. BADER, La racine de POIKILOS, PIKROS cit (nota 8, p. 33),
pp. 41-60, e in G. DUMZIL, art. cit., p. 328 sgg.

272
4 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

regno di Shapur II (309-379 d.C.), spezzando, per motivi legati allas-


sunzione dello zoroastrismo come religione ufficiale dellimpero neo-
persiano e tra mille difficolt frapposte dal clero tradizionale, una
tradizione millenaria volutamente orale, cos come aveva insegnato
33
Zarathustra.
34
Da una testimonianza di Mani, laltro grande profeta iranico,
apprendiamo per che almeno un secolo prima della redazione uffi-
ciale sassanide, i sacerdoti zarathustriani possedevano gi dei libri
sacri, e che questi, pur non essendo stati scritti da Zarathustra, erano
posti sotto la sua autorit, garantita dal clero dei mbad e hrbad, e
cio dei sacerdoti e dottori della legge religiosa, che ne reclamavano
35
uno stretto monopolio. Mani, accusando polemicamente il clero
tradizionale di aver frainteso e tradito linsegnamento del Maestro,
decise di divulgare il suo insegnamento scrivendo egli stesso i testi
fondamentali della sua nuova dottrina dualista, diversamente da quel
che Cristo, Buddha e lo stesso Zarathustra avevano fatto, aprendo cos
essi stessi la strada ad alterazioni e interpretazioni fallaci del loro
insegnamento.
Se dunque la redazione scritta del testo avestico in un alfabeto
ispirato a quello pahlavico fu una misura presa dal potere politico e da
quello religioso al fine di mettere in condizione la Chiesa zoroastriana
di competere con le religioni che potevano fondarsi su scritture sacre,
36
quali il manicheismo, il cristianesimo e il buddhismo, deve essere
altres probabile che le texte de lAvesta est issu, suivant la tradition,
de reconstitutions successives fondes en partie sur des crites, en
partie sur des textes mmoriss, en partie aussi sur les additions des
37
diascvastes.
Nel mondo indiano, per alcuni versi la situazione simile a quella
iranica: infatti, pur in presenza di una tradizione orale vivissima ancora

33
Cfr. A. BAUSANI, Persia religiosa, Milano 1959, pp. 20 sgg.; G. WIDENGREN, Holy Book
and Holy Tradition in Iran. The Problem of Sassanid Avesta, in F. F. BRUCE E. G. RUPP (eds.),
Holy Book and Holy Tradition, Manchester 1968, pp. 36-53; G. GNOLI, LIran antico e lo
zoroastrismo, in J. RIES (ed.), op. cit. (nota 47, p. 251), pp. 106 sgg.
34
Vd. ora M. TARDIEU, La diffusion du Buddhisme dans lEmpire kouchan, lIran et la
Chine, daprs un kephalaion manichen indit, StIr 17 (1988), pp. 153-182, con bibl.
35
Cit. da G. GNOLI, art. cit., p. 109.
36
Ivi, p. 114.
37
Cit. da J. HAUDRY, Formules croises dans lAvesta, BSL 72 (1977), pp. 166 (129-168).

273
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

38
oggi, molti fatti rendono lecito pensare che i brahmani facessero
39
della scrittura, fin dalla sua introduzione, un loro strumento di potere
e un uso che deve ben definirsi di classe. Fu il buddhismo che, da
Asoka in poi, ruppe la consegna brahmanica del silenzio, spezz il
40
monopolio e diede alluso della scrittura una pi ampia circolazione.
Ma per quel che riguarda la tradizione vedica, la situazione pi
41
complessa e pi discussa. Se da una notizia di fonte musulmana,
sappiamo che i Veda furono messi ufficialmente per iscritto probabil-
mente solo intorno al 1000 d.C. in teoria dunque solo dopo 1500
anni dalla prima adozione della scrittura forse da un brahmano di
42
nome Vasukra, e si pu certo pensare, come gi scriveva O. Boe-
htlingk nel 1860, che gli antichi autori abbiano composto gli inni
vedici senza conoscere la scrittura e anche che quei canti siano stati
trasmessi alle generazioni seguenti senza lausilio della scrittura,
tuttavia molto difficile accettare che anche la redazione degli inni e i
testi che da questa redazione dipendono, siano stati composti senza il
sussidio della scrittura. Una cosa mandare a memoria testi di grande
mole e unaltra cosa comporre opere di grande mole su testi e per
testi che si posseggono solo nella memoria. Non riesco a concepire
come si possa prima faticosamente raccogliere il materiale nella pro-
pria testa; poi ordinarlo nel modo pi accurato; infine elaborarlo
43
ancora e solo nella propria testa.

38
Vd. per es. F. STAAL, Nambudiri Veda Recitation, The Hague 1961.
39
Come si sa, i documenti indiani scritti pi antichi a noi pervenuti sono le iscrizioni di
Asoka del 250 a.c.; luso della scrittura in India, tuttavia, deve risalire almeno a un periodo tra la
fine del VI e gli inizi del V a.c., perch una delle due scritture in cui sono redatte tali iscrizioni, la
kharoh, di sicura derivazione aramaica e dunque la sua adozione si spiega con la conquista
persiana dellIndia e luso dellaramaico come lingua amministrativa dellimpero; mentre laltra
scrittura in cui sono redatte la pi parte delle iscrizioni di Aoka, la brhm, deve essere di
qualche epoca posteriore allaltra, anche se allo stato non precisabile, poich in esse compare gi
matura. Pini, poi, il grande grammatico indiano vissuto forse tra la seconda met del V e la
prima met del IV sec. a.c., conosceva per certo la scrittura (si trover tutta la bibl. su questi
argomenti nelle opere citate alla nota seguente).
40
Cit. da P. DAFFIN, Sulluso della scrittura nellIndia antica, RSO 65 (1991), p. 31
(13-39); vd. anche, tra gli ultimi, G. FUSSMANN, Les premiers systmes dcriture en Inde, ACF
89 (1988-1989), pp. 507-514, e H. FALK, Schrift in alten Indien, Tbingen 1993.
41
Anche un grande indianista come L. Renou, sui modi della trasmisione della tradizione
vedica ha avuto posizioni discordanti, vd. per es. ID., Les coles vdiques e la formation du Veda,
Paris 1947, pp. 33 e 222, e ID., tudes vdiques et pinennes, Paris 1960, vol. VI, pp. 40-44.
42
I dati e la bibl. sono in P. DAFFIN, art. cit., p. 32.
43
Cit. da O. BOEHTLINGK, Ein Paar Worte zur Frage ber das Alter der Schrift in Indien,
Bulletin de lAcadmie Impriale des Sciences de St.-Ptersbourg 1 (1860), collo 351-352, la
trad. it. di P. DAFFIN, art. cit., p. 33.

274
4 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

44
Come osservava di recente anche F. Crevatin, non si tratta
45
qui, insomma, solo di problemi, diciamo cos, filologici, ma di
questioni cognitive pi generali che riguardano le possibilit e i
46
limiti della cultura orale, un tipo di cultura, come si visto, le cui
possibilit cognitive non sono n infinite n paragonabili a quelle
della cultura teoretica, una cultura questultima il cui sviluppo
legato indissolubilmente alla nascita e allo diffusione della scrittu-
47
ra.
A questo riguardo, proprio sulla base di considerazioni di ordine
48
cognitivo e antropologico, alcuni anni fa J. Goody ha pensato di
scorgere nella composizione e nella trasmissione dei Veda, cio fin
dalla fase pi antica, linflusso determinante della scrittura e della
49
cultura di una societ gi allitterata.

44
Cfr. F. CREVATIN, Riflessioni su problemi vedici. Aja ekapd: oralit e scrittura, InL 11
(1986), pp. 59-69.
45
A questo proposito, nonostante quel che sostiene J. BRONKHORST, Some Observations on
the Padapha of the g Veda, II] 24 (1982), pp. 181-189, 273-282, mancano prove testuali e
filologiche certe per far risalire la recensione scritta del Padapha al 700 a.c.; vd. tuttavia, M.
BLOOMFIELD F. EDGERTON, Vedic Variants, Philadelphia 1932, voI. II., pp. 400 sgg., con
lindicazione di errori testuali sicuramente di origine scrittoria.
46
Vd. supra, pp. 207 sgg.
47
Oltre a quanto gi detto sopra. (vd., pp. 220 sgg.), in questo ambito sono importanti gli
studi di M. McLuhan e del suo allievo D. de Kerckhove (troppo alla moda per doverli citare), i
lavori di J. Goody (vd. alla nota seguente) e quelli di W. J. ONG, soprattutto The Presence of the
Word, New Haven London 1967, trad. it. Bologna 1970; ID., Interlaces of the Word, Ithaca
London 1971; ID., Fighting for life: Context, Sexuality, and Consciousness, Ithaca London 1981;
ID., Orality and Literacy. The Technologizing of the Word, London New York 1982, trad. it.
Bologna 1986; ID., Writing and the Evolution of Consciousness, Mosaic 18 (1985), pp. 1-10;
ID., Writing is a Technology that Restructures Thought, in P. DOWNING S. D. LIMA M.
NOONAN (eds.), The Linguistics of Literacy, Amsterdam Philadelphia 1992, pp. 293-319. Per un
commento critico-culturale a queste teorie, vd. P. GOETSCH, Der bergang von Mundlichkeit zu
Schriftlichtkeit. Die kulturkritischen und ideologischen Implikationen der Theorien von McLuhan,
Goody and Ong, in W. RAIBLE (ed.), Symbolische Formen Medien Identitt, Tbingen 1991, pp.
113-129.
48
Vd. J. GOODY I. P. WATT, The Consequences of Literacy, CSHS 5 (1963), pp.
304-345 (poi in J. GOODY (ed.), Literacy in Traditional Societies, Cambridge 1968, pp. 27-84); J.
GOODY, The Domestication of the Savage Mind cit. (nota 175, p. 105), e soprattutto ID., Oral
composition and Oral Transmission: A Note on the Vedas, in B. GENTILI G. PAIONI (eds.),
Oralit. Cultura, letteratura, discorso, Roma 1985, pp. 7-17 (poi in J. GOODY, The Interlace
between the Written and the Oral cit. (nota 127, p. 92), pp. 120-132); ID., The Logic of Writing
and the Organization of Society, Cambridge 1986, trad. it. Torino 1988.
49
Su ci, vd. anche F. OLIVER, Some Aspects of Literacy in Ancient India, QNL 1 (1979),
pp. 57-62.

275
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

Questa ipotesi radicale ha suscitato qualche reazione contraria, da


50
parte soprattutto degli oralisti ad oltranza, ma ha anche trovato
51
qualche estimatore tra i linguisti storici.
Al di l delle due posizioni estreme, la tradizione vedica
sempre stata soltanto orale senza la scrittura non avremmo i Veda ,
credo che la questione si possa porre con pi equilibrio nei termini
seguenti: una antichissima tradizione poetica di origine i.e., sopravvis-
suta, coltivata e accresciuta nella migrazione della diaspora, ha trovato
la sua continuazione in India nelle tradizioni orali delle singole fami-
glie di poeti; quando poi il poeta degli inni, inteso come tipo sociale,
scomparve assieme alla societ che laveva prodotto, [] prevalse la
sacert
52
del corpus innico su quella dellormai diversa attivit poeti-
ca.
Nella fase dunque di redazione del canone vedico, e non certo in
quella della composizione degli inni, verosimile che la scrittura sia
stata daiuto in una scelta fatta ab antiquo e imposta dalla necessi-
53
t causata da una crisi culturale: quasi tutti i grandi corpora
tradizionali vengono raccolti e redatti in momenti di crisi o cambio
culturale, quando chi li aveva espressi non cera pi. Cos devesser
accaduto anche nel caso del gVeda: era rimasto vitale un forte
interesse speculativo ed un interesse liturgico, e non dubito che
potessero esistere prima della redazione delle limitate samhit
familiari orientate appunto verso i bisogni inerenti al sacrificio, ma si
trattava appunto di unaltra temperie culturale. Chi redasse piena-
54
mente il Veda, ormai lo comprendeva solo parzialmente.
Non credo comunque a un gVeda scritto e canonizzato in toto in
epoca pre-piniana, anche se va ricordato che le scuole rigvediche si
sono costituite quando la redazione canonica del gVeda era gi
55
conclusa e il testo oramai canonizzato, ma penso piuttosto a scritti

50
Vd. per es. H. FALK, Goodies for India. Literacy, Orality, and Vedic Culture, in W. RAIBLE
(ed.), Erscheinungslormen kultureller Prozesse, Tbingen 1990, pp. 103-120, ma anche F. STAAL,
The Fidelity of Oral Tradition and the Origin of Science, Amsterdam 1986.
51
Vd. per es. F. CREVATIN, art. cit., pp. 65 sgg.
52
Ivi, p. 68.
53
Cit. da P. DAFFIN, art. cit., p. 39.
54
Cit. da F. CREVATIN, art. cit., p. 68, con bibl.
55
Vd. L. RENOU, Les coles cit. (nota 41, p. 274), passim, e F. CREVATIN, art. cit., p. 64;
sulle scuole vediche in generale, vd. ora M. WITZEL, Materialien zu den vedischen Schulen. ber
die Caraka-kha, I = Stlr 7 (1980), pp. 108-132, II = Stlr 8 (1981), pp. 171-240; ID., On the

276
4 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

di appoggio alla tradizione orale, cos come in qualche modo la


stessa grammatica di Pini, costruita tutta in funzione dellapprendi-
mento mnemonico e della trasmissione orale, a materiali scrittorii
(volutamente) poco conservabili, a liste di vocaboli ormai poco intel-
56
legibili come quella commentata da Yska e necessarie perci al-
57
lesegesi, a libri di famiglia, a una situazione insomma non dissimile
da quelle iranica, celtica e forse greca.
Anche se ebbe un ruolo nella formazione del canone vedico, la
scrittura rimase tuttavia in India uno strumento a lungo vituperato e
proibito nella trasmissione e nella divulgazione dei Veda nel Mah-
bhrata (13, 24, 70), ad esempio, ne viene fatto esplicito divieto ,
perch i sacerdoti vedici, non diversamente dal clero zarathustriano,
difesero strenuamente il loro potere di casta. Questo spiegherebbe,
anche a mio parere, perch non vi siano tracce della scrittura nella
tradizione brahmanica: nella tradizione brahmanica nulla si trova
che ci consenta di capire che impiego si facesse, nel suo ambito, della
scrittura. Apparentemente nessuno se si toglie quello epigrafico, ini-
ziato dal buddista Asoka, ma poi adottato anche dai sovrani brahma-
nici; o quello epistolare attestato da Klidsa. [] La letteratura non
buddistica dellIndia reticentissima su tutto quanto concerne la
58
scrittura e il suo impiego, specie il suo impiego letterario, e questo
perch una volta messi per iscritto, cera il rischio che i testi sacri
finissero in mani non brahmaniche e sinfrangesse cos il monopolio
dai brahmani gelosamente detenuto. Quindi la necessit non solo di
tener nascosto il testo scritto e di fare come se non esistesse, ma anche
di non insegnare a leggere e a scrivere a nessuno che non fosse
59
appartenuto alla casta monopolizzatrice.
Questa forma, diciamo cos, di autodifesa, inoltre, trov appoggio
in e a sua volta diede nuovo vigore a una tradizione di

Localisation of Vedic Texts and Schools, in G. POLLET (ed.), Fest. Eggermont, Leuven 1987, pp.
173-213.
56
Yska, vissuto forse nel VI a.c., lautore del Nirukta, unopera in cui commenta una
lista di parole vediche di difficile interpretazione, una lista tradizionale e gi studiata da altri
prima di lui, definita Nighau.
Vd., tra gli altri, R. DANDEKAR, The Two Births of Vasiha. A Fresh Study of gVeda VII,
57

39, 9-14, in Gedenkschrift H. Gntert, Innsbrck 1974, pp. 223 sgg.; E. CAMPANILE C.
ORLANDI S. SANI, 1974.
58
Cit. da P. DAFFIN, art. cit., p. 31.
59
Ivi, p. 33.

277
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

60
esoterismo scrittorio che risaliva ai poeti famigliari e ai loro ante-
cedenti i.e.
Anche in India, insomma, cos come nel resto del mondo i.e. che
conserva le tracce pi cospicue della lingua poetica, un mondo,
quello i.e., come ha osservato qualcuno, che non ha mai dato vita a un
61
sistema di scrittura originale , nel periodo protostorico e per gran
parte di quello storico, la scrittura ebbe un uso assai limitato e fu
sempre ostacolata e osteggiata da coloro che detenevano il monopolio
della tradizione sapienziale orale.
Le istanze ultime di tale atteggiamento, che si pu senza troppi
imbarazzi far risalire al periodo comune, a una vera e propria ideolo-
62
gia i.e. della memoria, risalgono per, come ha indicato anche F.
Bader la civilisation i.e. est une civilisation oralit, o lcriture
63
est rserve des initis comme Odinn ou Bellrophon e come
vedremo meglio ora, alla tradizione ermetica dei poeti i.e. e alla loro
conoscenza iniziati ca della scrittura.
***
A partire dal 1987, F. Bader, in una serie di lavori che qui, a
64
completamento di quanto gi detto sopra, conviene riprendere, ha
reso dapprima sostenibile e poi, a mio parere, convincente, lipotesi
che le popolazioni i.e. conoscessero la scrittura fin dalle fasi pi
arcaiche.
Secondo la studiosa, la prova di ci risiederebbe innanzitutto nel
fatto che in i.e. esisteva una radice di diffusione quasi pan-dialettale,

60
Come ricorda P. DAFFIN, art. cit. ,p. 34 (e note 66 e 67), di uso esoterico della scrittura
da parte dei sacerdoti indiani, parlavano gi nel 1873-74 W. D. Whitney e A. C. Burnell.
61
Cfr. H. HAARMANN, IF 96 (1991), pp. 5 (allesistenza della cosiddetta proto-scrittura
europea di Vinc comunque non credo); di questa opinione anche R. AMBROSINI, Le lingue
indo-europee cit. (nota 3, p. 126), p. 42: gli i.e., quindi, non avevano escogitato nessuna grafia
nuova, ma hanno imparato a scrivere da alcune genti in cui si sono imbattuti; in generale, vd.
anche H.J. MARTIN, Histoire et pouvoirs de lcrit, Paris 1988, trad. it. Roma Bari 1990, pp. 10
sgg.
62
Cfr. M. DURANTE, 1976, pp. 179 sgg.; E. CAMPANILE, 1990c, cap. III; F. BADER, 1988b,
passim.
63
Cit. da F. BADER, 1989, nota 1, p. 99; sulle iniziazioni di Odino e Bellerofonte alla
scrittura, vd. ivi, pp. 36 sgg.; che gli Indeuropei evitassero consapevolmente luso della scrittura
e che quella i.e. fosse una civilt fondata sulloralit, era daltronde unidea gi di A. MEILLET,
Aperu dune histoire de la langue grecque, Paris 1913, I ed., pp. 151-152.
64
Vd. F. BADER, La racine de POIKILOS cit. (nota 8, p. 33), poi EAD., 1988b, 1989; vd.
supra, pp. 32 sgg., e le singole voci della Bibliografia critica.

278
4 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

che indicava latto di scrivere; tale radice, *pei-k-/*pei- g- , attestata in


indo-iranico, balto-slavo, greco, latino, germanico e tocario col signi-
65
ficato di scrivere, pitturare, ornare, avrebbe avuto come valore
pi antico e pi generico quello di user dune pointe pour entrer
dans, user dun instrument pointu pour inciser (graver, entiller, dtial-
ler); un significato, che, nella lunga vicenda che ha portato questa.
radice dallincidere del periodo paleolitico allo scrivere del
neolitico, a dtermin son emploi pour les diverses techniques qui
mettent en oeuvre lentaille au moyen dun instrument pointu,
poinon, aiguille, ecc.: gravure sur pierre (et os), qui a pu tre accom-
pagne de peinture, et laquelle est anciennement associe lcriture
[inscrite]; puis gravure sur mtal (et criture sur supports divers);
ornementation des tissus, toffes par broderie et tapisserie, et tissu
66
corporel humain, par tatouage.
Basandosi poi su quanto sostiene A. Leroi-Gourhan sulla comune
origine del grafismo, dei coloranti (ocra e manganese) e degli oggetti
ornamentali a partire dal paleolitico superiore, e cio sul fatto che
sebbene la figurazione artistica e la scrittura, dalla nascita dellecono-
mia agricola neolitica, appaiano come due strade divergenti, in realt
67
ne costituiscono una sola, F. Bader sostiene che on ne stonnera
pas quune mme racine ait t employe la fois pour la peinture et
pour lcriture; ce nest quune illustration linguistique dun phno-
mne gnral, qui concerne les rapports entre lart figurative et lcri-
ture. [] La technique commune aux deux que dsigne la racine
*pei-k-, *pei-g- dans les langues i.e. est celle de la gravure, qui accompa-
gne la peinture p. ex. Lascaux. Cette technique date de lage de
68
pierre.
Per il suo significato, infatti, cette racine sest applique ce que
nous devons considrer comme la prmiere des techniques par le-
squelles celle-ci a t produite, lincision, sans rfrence au type
69
dcriture, ideographique, syllabique, alphabetique [], e ci ren-

65
Cfr. POKORNY, p. 794; FRISK, S.v. poikloj; CHANTRAINE, s.v. poikloj; ERNOUT-MEILLET,
s.v. ping; MAYRHOFER, II, p. 268, ecc.
66
Cit. da F. BADER, La racine de cit., pp. 41-42.
67
Vd. A. LEROI-GOURHAN, Le geste et la parole. Technique et language, Paris 1964, trad. it.
Torino 1977, voI. I, cap. VI.
68
Cit. da F. BADER, art. cit., pp. 45-46.
69
Cit. da F. BADER, 1988b, p. 226.

279
PARTE 2 LE ORIGINI DELLA LINGUA POETICA INDEUROPEA

de possibile che gli i.e., pur non avendola inventata, abbiano cono-
sciuto la scrittura fin dalle sue origini.
Alla testimonianza delletimologia, F. Bader aggiunge, come si
70
gi detto sopra, unanalisi della lingua degli dei dellIliade tanto
efficace quanto sorprendente, dimostrando che in essa, per il tramite
di una serie di figure fonetiche, nascosto unalfabeto; si tratta di
une recherche alphabtique, qui est en meme temps phonologique:
elle et loeuvre dun pote qui rflchi ladequation entre sons et
lettres de lalphabet, une poque qui doit et re de peu postriore
71
ladoption de lalphabet phnicien par le grec [].
Questa ricerca, sebbene non possa risalire oltre al tempo dellado-
zione dellalfabeto da parte dei Greci, tuttavia, suppone

un einsegnament dispens dans des coles de potes, comparable aux coles


de druides [], coles dout nous ne savons quasiment rien par suite de la
volont dhermtisme qui entourait tout ce qui avait trait lacquisition dun
savoir que les initis voulaient initiatique []: le savoir des potes, les
omniscientes, qui devaient napprendre ii crire quau terme de longues
annes dinitiation, en meme temps quils se rendaient matres de lanalyse
phonique des lements de la langue pour lagencement de leurs vers [],
ainsi que des techniques dhermtisme qui ont leur point daboutissement
72
extrme dans la pratique de la langue des dieux.

Allinterno dunque di una tradizione di ermetismo che risale al


periodo comune e la cui esistenza testimoniata da quei passaggi a
doppia lettura e dalla letteratura di enigmi messi in luce dalle ricer-
che di73 C. Watkins, di E. Campanile e soprattutto della stessa F.