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Quel vescovo che prefer morire scomunicato

di Giovanni Servodio By Redazione On 30 agosto 2017 1 Comment .

Marcel Lefebvre nacque nel 1905, terzo di otto figli, in una famiglia tradizionalmente e
profondamente cattolica, venne ordinato sacerdote nel 1929 e consacrato vescovo nel 1947.
La sua formazione cattolica, basata sulla profonda religiosit familiare, fu totalmente fondata sulla
centralit di Roma e del Papa: entrambi fattori portanti della vera cattolicit. Impensabile, per
Mons. Lefebvre, essere cattolici prescindendo dal Papa e dalla Citt Eterna; secondo la volont di
Dio: il primo Vicario di Cristo, la seconda centro della Cristianit e della cattolicit.

Quando, in occasione del concilio Vaticano II, Mons. Lefebvre si rese conto che la cattolicit
correva il rischio di subire una deviazione modernista e protestante, si adoper per cercare di
correggere le tendenze devianti, insieme ad altri Padri conciliari, senza tuttavia riuscire ad ottenere i
risultati sperati. La chiusura del Concilio e le riforme che ne seguirono lo indussero ad assumere
delle iniziative per la salvaguardia della dottrina e della liturgia cattoliche.

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Con lapprovazione preventiva del vescovo del luogo, ratificata dalle autorit romane, fond in
Svizzera un seminario che fosse in grado di mantenere vivo il vero sacerdozio cattolico e perpetuare
linsegnamento della Chiesa di sempre.

Il contrasto tra la volont innovatrice delle autorit romane e il suo convincimento tradizionale, non
tardarono a porre Mons. Lefebvre in una situazione di estremo disagio. Richiesto di porre fine alla
formazione e allordinazione di sacerdoti cattolici non in linea con le innovazioni, egli si vide
costretto a disobbedire a quella Roma e a quel Papa che per lui costituivano un imprescindibile
riferimento di principio.
Inevitabilmente si giunse alla revoca dellapprovazione del seminario, che secondo le intenzioni di
Roma doveva coincidere con la fine delle iniziative del prelato non allineato. Ma Mons. Lefebvre
oper una nuova rottura con lautorit innovatrice romana: non solo consider nulla la revoca
sopraggiunta, ma increment ulteriormente la sua iniziativa, ampliando per quanto poteva, con
laiuto di vaste schiere di fedeli laici, la congregazione religiosa che aveva fondata intitolandola a
quel Papa marcatamente antimodernista che fu San Pio X.
Non desistette dalla disubbidienza a Roma neanche di fronte alle sanzioni canoniche la
sospensione a divinis che colpirono lui, i suoi sacerdoti e i suoi seminaristi; e continu ad
amministrare i sacramenti, compreso lOrdine.

La divergenza tra i tradizionali insegnamenti della Chiesa cattolica e lazione innovatrice


delle autorit romane, divenne sempre pi accentuata, e di conseguenza la disubbidienza di
Mons. Lefebvre divenne sempre pi motivata e giustificata. Una disubbidienza che contrastava
fortemente con lattaccamento del vescovo cattolico a Roma e al Papa. Tale contrasto, doloroso per
Mons. Lefebvre, lo indusse a non tralasciare alcun tentativo per risanare i rapporti con lautorit
romana.

Come per avviare il suo seminario e la sua congregazione si era premurato di ottenere
lapprovazione dellOrdinario del luogo, cos per continuare la sua opera di salvaguardia della
Tradizione cattolica, Mons. Lefebvre si adoper per ottenere lapprovazione del Papa.
I tentativi furono continui e diversificati, fino a quando non si giunse ad un documento che
ratificava lesistenza e la continuazione del seminario e della congregazione. Ma ancora una volta
Mons. Lefebvre si vide costretto ad operare una nuova rottura con lautorit romana.
Nonostante il documento, del maggio 1988, prevedesse la consacrazione di almeno un nuovo
vescovo scelto da Mons. Lefebvre tra i sacerdoti della Fraternit San Pio X (consacrazione da
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effettuarsi abitualmente nella festa dei Santi Pietro e Paolo, il 29 giugno), lautorit romana
tergivers sulla modalit (adesso Mons. Lefebvre avrebbe dovuto presentare una terna di nomi da
sottoporre alla verifica di idoneit e lasciare al Papa la designazione del candidato) e sulla scelta del
momento (postergato nei mesi a venire in maniera imprecisa e impropria).
Da notare che la presentazione della terna e la verifica dellidoneit, comportava la possibilit che il
Papa potesse scegliere eventualmente un nome diverso dai tre proposti, un nome che corrispondesse
alle impostazioni vaticane invece che a quelle della Fraternit, il che, di fatto, si configurava come
una pratica vanificazione della teorica autonomia concessa alla Fraternit stessa. Del pari,
labbandono della data vincolante del 29 giugno, apriva la possibilit di rimandare sine die la data
della consacrazione, fino a profilare leventualit di una consacrazione non pi effettuata da Mons.
Lefebvre, per il sopraggiungere della sua indisponibilit fisica e perfino della sua morte.
Tali nuove difficolt, accompagnate da informazioni confidenziali provenienti dallo stesso
Vaticano, fecero capire a Mons. Lefebvre che lautorit romana si muoveva non per facilitare la
soluzione della questione, ma per imporre vincoli e limiti che in definitiva avrebbero portato al
danneggiamento della Fraternit, spogliandola di quella autonomia di cui avrebbe dovuto godere
sulla base delle assicurazioni verbali da lui ricevute. Cos, non vedendo assicurata la reale
continuazione della sua opera, Mons. Lefebvre revoc la firma che aveva gi apposta al documento
e ne denunci il contenuto.

Tuttavia, la continuazione della sua opera, ormai diffusasi nel mondo intero, necessitava di nuovi
vescovi, i soli in grado di assicurare la continuazione del sacerdozio e dellinsegnamento cattolici.
Tale necessit era sentita particolarmente urgente dal presule anche per lavanzare della sua et e
per il complicarsi del suo stato di salute. Preoccupato di essere chiamato a Dio prima che avesse
assicurato alla sua opera i mezzi necessari per continuare ad esistere, Mons. Lefebvre decise
di portare la sua disubbidienza fino al punto estremo e risolse di consacrare dei vescovi senza
il mandato pontificio, atto che lui era cosciente che avrebbe comportato la scomunica ipso
facto.
La consacrazione avvenne il 30 giugno 1988 e la scomunica per i due vescovi consacratori e i
quattro vescovi consacrati giunse due giorni dopo.
Mons. Lefebvre mor nel 1991.

Questa complessa vicenda, qui richiamata per sommi capi, tutta centrata sulla contraddizione che
abbiamo segnalato allinizio: Mons. Lefebvre era un vescovo cattolico che viveva la sua cattolicit,

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come di dovere, sul fondamento della Chiesa romana con a capo il Vicario di Cristo, cos come
voluti da Nostro Signore. Essere cattolico ed essere sottomesso a Roma e al Papa, per lui
costituivano un tuttuno.
Com possibile che un tale cattolico, per ben 16 anni (1975 prima condanna 1991 morte)
ag in nome proprio e di migliaia di fedeli, chierici e laici, in aperta contrapposizione con
Roma e col Papa?
Ancora oggi si dibatte la questione da punti di vista diversi, e sono innumerevoli i distinguo e le
precisazioni, tra cui prevalgono: a) Mons. Lefebvre intese ubbidire alla Chiesa di sempre,
perseguendo il bene della Chiesa anche contro la deviata volont delle coeve autorit romane; b)
Mons. Lefebvre diede priorit al suo convincimento circa la necessit di salvaguardare a suo modo
il sacerdozio e la dottrina cattolica, rispetto al dovere di ubbidienza a Roma e al Papa.

In entrambe queste posizioni presente un fattore contraddittorio: il bene della Chiesa in contrasto
con lautorit della Chiesa.
Ora, tenuto conto, teoricamente, dei tradizionali criteri di cattolicit, questa contraddizione appare
insanabile, con la conseguenza che Mons. Lefebvre avrebbe portato avanti un comportamento
scismatico. Tenendo presente, per, il dato indiscutibile della profonda cattolicit del presule, mai
da alcuno contestata, si costretti a considerare che, praticamente, lelemento contraddittorio
scaturisce non dalla volont di Mons. Lefebvre, ma dallimpostazione e della condotta nellautorit
romana.
Se Mons. Lefebvre perseguiva il bene della Chiesa, lautorit romana non avrebbe dovuto
contrastarlo, tranne che lidea di bene della Chiesa non fosse diversa per luno o per laltra.

Per Mons. Lefebvre, il bene della Chiesa consisteva nel guardare alla Chiesa stessa con lo sguardo
volto alla sua origine: Nostro Signore Ges Cristo; per lautorit romana, a partire dal Vaticano II, il
bene della Chiesa consisteva nel guardare alla Chiesa stessa con lo sguardo rivolto in senso inverso.
Ora, non v dubbio che, si guardi alle origini o al momento ultimo della vita della Chiesa, il
riferimento sempre e solo Nostro Signore. Ma, mentre lo sguardo rivolto allorigine comporta il
permanere della continua presenza di Nostro Signore, lo sguardo rivolto al momento ultimo della
vita della Chiesa pu perdersi nellorizzonte indeterminato di un futuro sempre difficile da definire,
dove la presenza originaria di Nostro Signore pu assumere connotazioni sempre pi sfocate.
Vero che Nostro Signore ha promesso che sarebbe stato presente fino alla fine del tempo, ma
ancora pi vero che, umanamente, questo possibile viverlo se il fedele non perde mai di vista

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linsegnamento e la volont originarie di Cristo. Uno sguardo volto al momento ultimo della vita
della Chiesa, che consideri genericamente scontate e appartenenti al passato linsegnamento e la
volont originarie di Cristo, finisce col rimanere prigioniero dellintermezzo terreno e umano che
intercorre tra il presente e tale momento ultimo.

Senza il sostegno trascendente della reale presenza di Cristo, che si realizza attraverso la fedelt ai
Suoi insegnamenti, dati allorigine e una volta per tutte, il fedele scivola nella sua umanit e guarda
al futuro della Chiesa solo attraverso tale umanit.

E quello che accaduto col Vaticano II, quello che Mons. Lefebvre poteva cattolicamente solo
respingere, quello che ha determinato la diversit di visione del bene della Chiesa: per il cattolico
fedele tale bene sta nel passato della Chiesa, che si proietta per sua natura, vivo e presente, fino alla
Parusia: la Tradizione; per il cattolico che crede di essere ancora fedele, pur guardando al bene
della Chiesa attraverso il mondo e luomo, tale bene sta nel futuro indefinito, dove la percezione
sempre pi sfocata della presenza originaria di Cristo lo porta a perdere ogni elemento di certezza
e ogni vero fondamento: la tradizione svuotata della Tradizione la cosiddetta tradizione
vivente, progrediente, intesa cio in evoluzione e mutante; ben diversa dalla Tradizione viva e
presente, la quale per ci stesso non pu essere e non soggetta n ad evoluzione progressiva n a
mutazione.

E curioso come non si colga limportanza del punto originario di ogni elemento vivente: senza di
esso ogni vita evolve suppostamente per se stessa, avulsa dalla sua origine, fino a vivere di una vita
propria senza origine e quindi senza destino: senza verit.

Ci posto, Mons. Lefebvre intese rimanere fedele al vero bene della Chiesa, come lo abbiamo
sinteticamente abbozzato prima e come era stato sempre inteso nei due millenni precedenti, e
perci stesso dovette venir meno al rispetto della sua formazione cattolica che imponeva
lubbidienza al Papa: date le circostanze, non poteva assolvere il suo dovere di ubbidienza al
Papa senza venire meno al suo dovere di perseguire il bene della Chiesa.
La contraddizione tale solo se si prescinde dal fatto che era il Papa che era venuto meno al suo
dovere di assicurare la trasmissione della Tradizione integra e totale; e questa situazione, mai
verificatasi nella vita della Chiesa, impediva che si potesse tenere conto dei criteri di cattolicit fino
allora vigenti e praticati.
La fedelt di Mons. Lefebvre a Roma e al Papa, paradossalmente, ma realmente, gli imponeva
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di disobbedire e di assicurare solo la continuit della sua opera.
Non v dubbio che, ad una considerazione superficiale, Mons. Lefebvre corrispose allesistenza
della sua opera pi che allubbidienza al Papa, innescando una nuova contraddizione, ma, ad una
considerazione pi approfondita e reale, costretto dalla situazione oggettiva che si era venuta a
creare col Vaticano II, egli venne indotto ad identificare la sua opera con la Tradizione, e
dovendo salvaguardare la Tradizione non ebbe altra scelta che assicurare la vita e la
continuit della sua opera.

Se si trasferisce tutto questo ai giorni nostri, e si considera laccentuazione odierna della deviazione
dellautorit romana e del Papa in senso antitradizionale o, se si vuole, nel senso della nuova
concezione della cosiddetta tradizione vivente, o della tradizione svuotata dalla Tradizione, salta
allocchio che la sopravvivenza dellopera di Mons. Lefebvre, da assicurarsi nonostante le
intenzioni di Roma e del Papa, oggi pi impellente di quando lo fosse al tempo di Mons.
Lefebvre.
Anzi, pi che al tempo di Mons. Lefebvre, se si intende proseguire realmente la sua opera, e
salvaguardare la Tradizione, lodierna situazione oggettiva di Roma e del Papa costringe a dare la
priorit al bene della Chiesa nonostante la Roma e il Papa attuali, poich diversamente si
avallerebbe la deviazione: si abbandonerebbe la Tradizione viva a favore della moderna tradizione
vivente, la tradizione svuotata della Tradizione, e si finirebbe col non perseguire pi il bene della
Chiesa.

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In qualunque modo si volessero oggi tenere fermi i criteri di cattolicit della sottomissione a Roma
e al Papa, non solo si contraddirebbe la ponderata determinazione di Mons. Lefebvre a non curarsi
pi di essi per forza maggiore, ma si innescherebbe un processo di svuotamento della sua opera:
facendo venire meno la perpetuazione del sacerdozio cattolico e il mantenimento della dottrina
cattolica.

Fino a quando Roma e il Papa guarderanno al bene della Chiesa prescindendo dalla Tradizione, e
fino a quando linversione di questa tendenza non sar talmente manifesta da saltare allocchio,
soprattutto per la pi o meno completa cassazione di quanto fissato da dopo il Vaticano II, i fedeli
cattolici devono sentirsi vincolati a seguire lesempio di Mons. Lefebvre, mantenendosi
teoricamente fedeli allautorit e tuttavia prescindendo praticamente da essa, fino alle estreme
conseguenze, quando tale autorit traligna.

Mons. Lefebvre prefer morire scomunicato piuttosto che essere connivente con lautorit romana
che aveva abbandonato la Tradizione.

Daltronde, come diceva lo stesso Mons. Lefebvre, una scomunica comminata in circostanze tanto
eccezionali, presenti allora, e persistenti pi tragicamente fino ad oggi, non solo non comporta per
sua natura una qualche reale esclusione dalla Chiesa di Cristo, ma praticamente svuotata di ogni
valenza reale, canonica e morale, in quanto emanata da unautorit che ha voluto coscientemente
privarsi di ogni legittimazione tradizionale e quindi di ogni reale valenza cattolica.

Oggi pi di ieri, chi intende richiamarsi allopera di Mons. Lefebvre, perfino considerandosi
suo continuatore, non ha altra scelta che accettare, se il caso, di subire la scomunica romana,
ormai illegittima e inefficace, piuttosto che scendere al compromesso sulla Tradizione. Il
contrario umanamente comprensibile, ma cattolicamente inammissibile, perch sarebbe come
ammettere la menzogna del Vaticano II che la Tradizione non essenzialmente quella di Nostro
Signore Ges Cristo, trasmessaci dagli Apostoli, ma quella predicata e praticata in maniera
evolutiva e mutante dai papi moderni, liberali e modernisti, cio dai papi che non servono pi
Cristo, ma il mondo.

Per ultimo, e affinch il lettore non si lasci tentare dal fin troppo corrente giuoco sottile del richiamo
alle complessit teologiche implicate nella vicenda, sottovalutando il valore dei fatti, precisiamo
che questa nostra riflessione, nel suo essere schematica, ha voluto prescindere a ragion veduta da
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ogni implicazione teologica, poich, se vero che la disquisizione teologica aiuta a spiegare la
concatenazione dei fatti, ancora pi vero che il punto di partenza comunque costituito da
quegli stessi fatti dei quali si sempre detto che contra factum non valet argumentum.
Daltronde, sia agli occhi del teologo, sia agli occhi del semplice fedele, la vicenda che abbiamo
richiamato, unita a quanto accaduto e continua ad accadere nella vita di questi ultimi
cinquantanni della Chiesa cattolica, ci che conta realmente per la pratica quotidiana della Fede
sono proprio i fatti nella loro nudit e crudit, soprattutto per ci che essi comportano in termini
di magistero pratico ed esemplare. Sia il teologo, infatti, sia il semplice fedele, in ultima analisi
non possono che tenere sempre presente linsegnamento di Nostro Signore: Guardatevi dai falsi
profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Dai loro frutti li
riconoscerete (Mt. 7, 15-16); sul quale si regoleranno attenendosi al semplice, esauriente ed
edificante comando di Nostro Signore: il vostro parlare sia s, s, no, no, il di pi viene dal
maligno (Mt. 5, 37).

fonte: UnaVox