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TEMPO DI CAMBIARE

IV.
Migrazioni e lavoro agricolo:
un confronto tra Italia e Spagna in tempi di crisi*
di Francesco Caruso e Alessandra Corrado

1. Tendenze e cambiamenti delle forme di mobilit


nel Sud Europa.

La crisi che ha investito i paesi occidentali nel corso dellultimo


decennio ha avuto una ricaduta particolarmente significativa dal
punto di vista economico e sociale nei paesi mediterranei dellU-
nione europea, in primo luogo Grecia, Italia, Spagna e Portogallo.
Di fronte agli squilibri e alle asimmetrie socioeconomiche che si so-
no articolate e ampliate su scala continentale durante questa fase di
recessione, alcuni economisti (Brancaccio e Realfonzo 2008) hanno
richiamato quel processo di mezzogiornificazione dellEuropa gi
paventato nei primissimi anni di strutturazione dello spazio comu-
ne di libero mercato da Paul Krugman (1995), secondo il quale la
nascente Unione europea rischiava di articolarsi attraverso il mede-
simo dualismo economico che ha caratterizzato il processo di uni-
ficazione dellItalia. Riprendendo gli studi classici sulla questione
meridionale italiana (Gramsci 1974), sembra utile guardare non
solo alle asimmetrie della bilancia commerciale interna, ma anche al
movimento, inverso alle merci, della forza lavoro. La crisi econo-
mica si infatti tradotta nel sud Europa a differenza dei paesi del-
lEuropa centrosettentrionale in una crescita sostanziale dei tassi
di emigrazione e in un affievolimento costante dei flussi migratori
in entrata. Si tratta di comprendere fino a che punto possibile in-
quadrare questa tendenza allinterno del modello mediterraneo
delle migrazioni (Baldwin-Edwards - Arango 1999; King, Lazari-
*
Il presente studio frutto della collaborazione fra gli autori. Tuttavia Francesco Save-
rio Caruso ha redatto i parr. 3 e 4, Alessandra Corrado il par. 5, mentre i parr. 1 e 2 sono il
risultato di unelaborazione comune.

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Francesco Caruso e Alessandra Corrado

dis, Tsardanidis 2000) oppure quanto il movimento interno della


forza lavoro che evidenzia la coesistenza tra emigrazione e immi-
grazione sia arrivato a scardinare il suo stesso presupposto episte-
mologico, cio il passaggio dato ormai per acquisito da oltre venti
anni della trasformazione degli Stati del Sud Europa da paesi di
emigrazione a paesi di immigrazione. Il modello mediterraneo del-
le migrazioni era andato plasmandosi sulle basi della ristrutturazio-
ne postfordista e delle specificit dei contesti socio-economici sud-
europei, in particolare in funzione della domanda crescente di lavo-
ro dequalificato, a basso costo e flessibile, espressa dai settori in
espansione del turismo, dei servizi alla persona, dellagricoltura e
delle costruzioni (soprattutto nelle regioni meridionali), ma poi an-
che dalle piccole imprese manifatturiere, in un contesto di miglio-
ramento dei livelli di istruzione, di crescita delloccupazione fem-
minile, di carenza dei servizi di welfare e di relazioni economiche e
lavorative caratterizzate dallinformalit, dallo sfruttamento e dal-
levasione fiscale. In queste trasformazioni avevano trovato inseri-
mento migrazioni dalle nazionalit estremamente eterogenee, pro-
gressivamente caratterizzate dal crescere della componente femmi-
nile e poi anche di quella di rifugiati e richiedenti asilo.
Il rovesciamento in negativo dei rispettivi saldi migratori in Gre-
cia, in Spagna e in Portogallo rispecchia lintensit di questa inver-
sione di tendenza in atto, rispetto al recente passato. Nel caso italia-
no, invece, il saldo migratorio resta positivo malgrado una diminu-
zione del 60% di immigrati dai 556 543 ingressi in Italia nel 2007 ai
302 432 del 2013 e un aumento del 200% del tasso di emigrazione
dai 64 345 del 2007 ai 130 059 del 2013 (Istat 2014a). Per compren-
de le ragioni di questa differenza tra lItalia e gli altri paesi del Sud
Europa, importante analizzare le dinamiche ri-organizzative e le
specificit strutturali dei diversi contesti, ma anche guardare alla ri-
configurazione dei processi di mobilit socio-spaziale e alla gestione
degli stessi. Il presente contributo intende decifrare i cambiamenti in
atto focalizzando in particolare lattenzione sulla componente della
migrazione straniera che trova impiego nel lavoro agricolo. In que-
sta sede intendiamo verificare limpatto che la crisi economica ha
avuto sulle tradizionali traiettorie migratorie che hanno interessato
nel corso degli ultimi anni le campagne del Sud Europa; tale percor-

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Migrazioni e lavoro agricolo

so verr esplicitato attraverso una comparazione tra lItalia e la Spa-


gna, ricorrendo a fonti documentarie diverse e ai risultati empirici
ottenuti dalle ricerche condotte tra il 2010 e il 2015, in particolare
nelle regioni meridionali dei due paesi Campania, Calabria e Pu-
glia per lItalia, e Andalusia per la Spagna.
Lanalisi delle migrazioni interne e del lavoro in agricoltura nel
solco della crisi permette di cogliere insieme le dinamiche di casua-
lizzazione del lavoro e precarizzazione delle condizioni di vita che
hanno colpito in maniera particolare la popolazione straniera, e i
processi di ristrutturazione che stanno interessando il mondo rura-
le, nelle sue componenti produttive ma anche residenziali, dunque
sociali e di insediamento a livello territoriale. Le ipotesi da cui muo-
ve lanalisi che qui presentiamo sono due: se da un lato appare di-
spiegarsi un processo di rurubanizzazione, ovvero un movimento
insediativo dai centri urbanizzati in direzione delle periferie rurali,
semi-rurali o nello spazio periurbano, in prossimit della campagna,
dallaltro stiamo assistendo a una sorta di agrarizzazione del lavo-
ro migrante (Pugliese 2012), ovvero allingresso progressivo o a una
emersione del lavoro straniero in agricoltura (o nel settore agroali-
mentare pi in generale). Per comprovare la prima ipotesi abbiamo
interrogato le statistiche demografiche, le iscrizioni e cancellazioni
presso gli uffici anagrafici, e fatto ricorso ai dati dellIstituto statisti-
co nazionale (Istat) per lItalia e dellInstituto Nacional de Estadsti-
ca (Ine) che elabora lEncuesta de Variaciones residenciales per la
Spagna; la seconda ipotesi invece corroborata dai dati forniti dai
rapporti dellIstituto nazionale di economia agraria (Inea) del perio-
do 2008-2013 e dai rapporti sul mercato lavoro e gli immigrati tra il
2008 e il 2013 per lItalia, e da quelli dellObservatorio de Mercado
de Trabajo (Omt) e dellObservatorio Permanente de la Inmigracin
(Opi), sempre per il periodo 2008-2013, per la Spagna. I due conte-
sti, come vedremo, evidenziano importanti differenze, le cui deter-
minanti rinviano alliscrizione dei processi analizzati in un quadro
pi ampio, che deve necessariamente tener conto della storia migra-
toria, delle politiche di governo delle migrazioni, dellorganizzazio-
ne del settore agricolo a livello territoriale, dei diversi paesi.
Il capitolo strutturato in quattro parti. Nella prima parte si svi-
luppa unanalisi delle dinamiche migratorie di fronte ai processi di

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Francesco Caruso e Alessandra Corrado

crisi (economica, sociale, geo-politica, di alcuni contesti agricoli), se-


gnalando le specificit nei diversi casi presi in considerazione, ma te-
nendo anche in conto il quadro pi ampio della mobilit internazio-
nale (verso nuove destinazioni, di ritorno verso o circolari con i pae-
si di origine). Nella seconda parte si focalizzer lattenzione sulle di-
namiche delle migrazioni interne (tra contesti rurali, tra citt e cam-
pagna, tra settori, tra Nord e Sud) in funzione del processo di agra-
rizzazione del lavoro migrante. La terza parte guarder invece alle
dinamiche residenziali o insediative dei migranti stranieri che stanno
ridisegnando la morfologia sociale di alcuni territori, come si det-
to, sulla base di un processo di rururbanizzazione. Nella quarta e ul-
tima parte, le similitudini che emergeranno dallanalisi dei due con-
testi serviranno a leggere le rispettive specificit, ma soprattutto la
convergenza tendenziale dei processi ipotizzati che, a un livello di
generalizzazione pi ampio, segnalano le trasformazioni socio-eco-
nomiche in atto.

2. Processi migratori e crisi economica.

Tra gli anni ottanta del secolo scorso e gli anni duemila, lItalia e
la Spagna hanno registrato un tasso impetuoso di crescita dei tassi di
immigrazione: in Spagna si passa dai 360 655 immigrati (lo 0,91%
della popolazione) presenti nel 1991 al picco storico di 5 598 691 del
2009 (12,2%), cos come in Italia dai 356 159 (0,7%) del 1991 si arri-
va ai 4 922 085 del 2013 (8,1%).
Nella fase iniziale di sviluppo dei processi di immigrazione, la
mancanza di politiche di regolamentazione e gestione dei flussi1 ave-
va contribuito alla strutturazione di un sistema autogestito e infor-
1
In Italia, un primo provvedimento normativo, legge n. 943 del 30.12.86, si occupa
esclusivamente di regolare le condizioni di lavoro subordinato dei lavoratori stranieri. Se-
guiranno poi la legge Martelli n. 39 del 1990, la legge Turco-Napolitano n. 40 del 1998 e la
legge Bossi-Fini n. 189 del 2002, poi modificata. In Spagna invece, la prima ley de extranje-
ria, la ley orgnica 4 su Derechos y Libertades de los Extranjeros en Espaa y su Integracin
Social, solo del 2000. In precedenza il tentativo di colmare il vuoto normativo in materia in
un paese che fino ad allora aveva conosciuto solo movimenti di emigrazione, aveva prodot-
to la ley orgnica 7/1985 (Derechos y Libertades de los extranjeros), fortemente criticata per
lapproccio politico e restrittivo allimmigrazione e ai diritti degli stranieri. La ley orgnica
4/2000 fu poi modificata dalle l.o. 8/2000, 14/2003 e 2/2009.

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Migrazioni e lavoro agricolo

male di mobilit e inserimento lavorativo, che prevedeva un periodo


pi o meno lungo di permanenza nelle aree meridionali dei rispetti-
vi paesi, dove pi facile era laccesso irregolare al mercato del lavo-
ro, ai servizi minimi e a un alloggio. La permanenza in queste aree
avveniva spesso in attesa di un provvedimento di sanatoria che per-
mettesse di regolarizzare la propria posizione e dunque di realizza-
re il trasferimento nelle regioni del Centro-nord degli stessi paesi o
anche dellEuropa, dove era possibile trovare nuove opportunit di
lavoro, spesso in fabbrica o nei servizi, in condizioni regolari, meglio
remunerate e meno faticose2. LAndalusia e lItalia meridionale si
configuravano dunque come aree di transito, tappe intermedie di
una migrazione nella migrazione (Pugliese 2002). Successivamen-
te, gi a partire dai primi anni del nuovo millennio, si progressiva-
mente affiancato un processo lento, di sedentarizzazione o stabiliz-
zazione dei migranti anche nelle regioni meridionali, spesso attra-
verso ricongiungimenti familiari e in condizioni difficili (Caputo
2007; Corrado 2012; Cortese - Span 2012; De Filippo - Ferrara
2010; De Filippo - Strozza 2012).
Lavvento della crisi economica si inserisce in questo quadro di
migrazioni interne, rovesciando alcune traiettorie e rinforzandone
nuove. Il dato pi rilevante, sia in Italia che in Spagna, il crollo,
quasi il dimezzamento, del numero degli ingressi annuali di immi-
grati nel corso del quinquennio: dai 490 430 ingressi del 2008 si pas-
sa ai 279 021 del 2013 in Italia; in Spagna, invece, dai 599 074 immi-
grati entrati nel 2008 si passa ai 280 772 del 2013. Nello stesso perio-
do, a fronte del dimezzamento del numero degli ingressi, si registra
in entrambi i paesi il raddoppio del numero di trasferimenti alleste-
ro: in Italia dai 61 671 emigrati del 2008 si passa ai 125 735 del 2013,
in Spagna invece dai 288 432 del 2008 si passa ai 532 303 del 2013.
interessante evidenziare la composizione delle nuove emigrazioni. A
differenza dellItalia, dove nel 2013 la componente straniera stata
2
I provvedimenti di sanatoria testimoniano linefficienza dei sistemi di regolazione del-
limmigrazione nei due paesi, che producono masse di immigrati irregolari, per le restrizio-
ni allingresso, ma soprattutto per le procedure previste per il rilascio e il rinnovo del per-
messo di soggiorno. In Italia decreti di sanatoria sono promulgati al varo di ogni nuova leg-
ge: nel 1985, nel 1990, nel 1995, nel 1998, nel 2002, quella mascherata del 2006, nel 2009 (ri-
servata a colf e badanti); in Spagna, tra il 1985 e il 2005 sono state adottate sei procedure di
regolarizzazione di massa che hanno interessato 1,2 milioni di stranieri, la met dei quali so-
lo nel 2005 (Finotelli - Arango 2011).

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Francesco Caruso e Alessandra Corrado

solo il 32% del totale degli emigrati in uscita, nel caso spagnolo, in-
vece, emerge in modo netto come i nuovi emigranti siano prevalen-
temente vecchi immigrati o spagnoli di origine straniera: la cosid-
detta migrazione neo-ispanica (Domingo - Sabater 2013; Domingo,
Sabater, Ortega 2014). Nell86,4% dei casi infatti, cio 458 974 per-
sone, sono cittadini stranieri che in parte scelgono di trasferirsi nei
paesi del Nord dellEuropa, ma soprattutto, nella stragrande mag-
gioranza dei casi (377 198 nel solo 2013), decidono di abbandonare
temporaneamente o definitivamente il proprio percorso migratorio,
rientrando nei propri paesi di origine, in particolare in Marocco, Ro-
mania e nei paesi dellAmerica Latina (Marcu 2013; Sanz Abad 2013;
Torres Prez 2013; Viruela 2013; Viruela - Torres Prez 2015)3.
Le ragioni di questo cambiamento cos radicale dei flussi migra-
tori sono da ricercare ovviamente nella mancanza e nella perdita del-
le opportunit lavorative. Diversi studi e ricerche sullimpatto socia-
le della crisi hanno gi posto in evidenza come le conseguenze nega-
tive in termini occupazionali abbiano riguardato in primo luogo la
componente migrante (Esteban 2011; Fullin - Reyneri 2013; Torres
- Gaeda 2015). Laumento considerevole dei licenziamenti tra le fila
dei lavoratori migranti da correlare con la stratificazione su base et-
nica del lavoro, con una forte concentrazione del lavoro migrante
nelle mansioni con pi bassa qualificazione si parla in proposito di
etnostratificazione o etnoframmentazione del mercato del lavoro
(Camarero, Sampedro, Oliva 2013; Pedreo 2005) appunto la fa-
scia maggiormente colpita dalla crisi. I dati statistici sono abbastan-
za eloquenti da questo punto di vista: se il tasso di disoccupazione
per i lavoratori italiani nel quinquennio di riferimento raddoppia-
to, passando dal 6,4% al 12,5%, per i migranti residenti in Italia si
passa dal 8,5% al 17,7%. In Spagna, dove il tasso generale di disoc-
cupazione aumentato dall8,9% al 25,1%, per gli immigrati pi
che triplicato, passando dal 12,6% al 39,1%.
Come alternativa al compimento di una nuova migrazione verso
nuove destinazioni o verso i paesi di origine, la strategia adottata
quella di spostarsi in altre localit interne ai contesti nazionali. In
3
Il governo spagnolo ha varato una serie di provvedimenti per promuovere il ritorno dei
migranti nei paesi di origine, anche in collaborazione con i governi stranieri: il caso, ad esem-
pio, di Ecuador e Bolivia (Parella, Petroff, Serradell Pumareda 2014; Parella - Petroff 2014).

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Migrazioni e lavoro agricolo

molti casi questo movimento si configura come una migrazione di


retrocessione (Caruso - Corrado 2012): maggiormente colpiti dalla
crisi, i migranti ripiegano nelle regioni meridionali e nellagricoltura
per non azzerare il proprio percorso migratorio. Gi analizzato in
alcuni recenti lavori (De Filippo, Morlicchio, Strozza 2011; De Fi-
lippo - Strozza 2011; Perrotta 2014), questo processo presenta forti
analogie tra il contesto italiano e il contesto spagnolo (Caruso 2015).
Gi alcuni autori (Valero-Matas, Coca, Valero-Oteo 2014) hanno
individuato, nelle traiettorie delle migrazioni interne spagnole, una
tendenza molto pi accentuata tra i cittadini neocomunitari e me-
no tra i latinoamericani ad abbandonare le grandi citt del Nord
della Spagna per riposizionarsi sul litorale mediterraneo, dove il mi-
nor costo della vita controbilanciato dalla presenza, seppur di-
scontinua, di offerte di lavoro nel settore agricolo. I dati sulla mobi-
lit interprovinciale dei lavoratori in Spagna ci descrivono infatti non
solo un tasso di mobilit doppio dei lavoratori immigrati rispetto
agli autoctoni (20,07% contro il 10,61%)4, ma anche un aumento co-
stante nel corso degli ultimi anni, con le punte pi alte tra le perso-
ne provenienti da Mali, Pakistan e Senegal. Sono soprattutto i mi-
granti nativi dei paesi africani che registrano il pi alto tasso di mo-
bilit, avendo cambiato residenza in Spagna nel 42,4% dei casi per
pi di una volta e nel 20,7% avendola cambiata da due a cinque vol-
te dal loro arrivo nella penisola iberica (Arroyo 2014).
Se nei contesti metropolitani la mobilit interprovinciale dei la-
voratori stranieri particolarmente bassa Madrid e Barcellona si
aggirano intorno all11% nelle province andaluse dellagricoltura
intensiva stagionale, e ovviamente nelle province circostanti, si arri-
va a sfiorare anche il 50%, con punte del 54% a Jaen, del 46% ad Al-
bacete, percentuali che confermano come lagricoltura rappresenti,
con il 34,72%, il settore con il pi alto tasso di mobilit. Si tratta in-
fatti di una mobilit interna del bracciantato migrante che si svilup-
pa lungo lintero arco mediterraneo, dove si localizzano tre fulcri.
Uno tra le province limitrofe della zona orientale: Murcia, Alicante,
Albacete e Almera. Un altro tra Barcellona e le provincie catalane di
Tarragona e Girona. E un terzo rappresentato dai flussi tra Valencia,

4
I dati si riferiscono al numero di contratti di lavoro che prevedono il cambiamento di
provincia rispetto al totale dei contratti firmati. Cfr. Observatorio de las Ocupaciones 2014.

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Francesco Caruso e Alessandra Corrado

Alicante, Castelln e Barcellona (Observatorio de las Ocupaciones


2014, p. 19).
Migliaia di immigrati svolgono in queste aree una migrazione
circolare del bracciantato migrante vincolata alla concatenazione, nel
tempo e nello spazio, delle campagne agricole di raccolta pi impor-
tanti (Viruela - Torres Prez 2015, p. 49); nel caso dellAndalusia,
questa migrazione circolare si concentra nella raccolta invernale nei
600 0000 ettari di uliveti nella provincia di Jaen e nella raccolta pri-
maverile delle fragole nella provincia di Huelva, mentre nel caso di
Almera la produzione a ciclo continuo della sericoltura richiede un
apporto molto limitato di lavoratori stagionali, essendo necessaria
per quasi tutti i mesi dellanno una forza lavoro maggiormente stan-
ziale. In termini statistici, nel 2013, su 39 880 migranti contrattualiz-
zati in provincia di Jaen, 24 271 erano i migranti residenti in altre
province della Spagna, cio il 54%, mentre ad Almera erano 19 512
i migranti residenti in altre province reclutati per il lavoro in agri-
coltura e a Huelva 24 990.
Per fronteggiare la discontinuit del lavoro, molti immigrati au-
mentano la disponibilit alla mobilit, inseguendo le differenti sta-
gioni di raccolta. Lagricoltura delle regioni pi a sud dellEuropa si
trova cos a beneficiare di un esercito di riserva che si muove in re-
lazione ai picchi di fabbisogno di forza lavoro. Tale fenomeno, ap-
profonditamente studiato nel corso degli anni novanta soprattutto in
Spagna, balzato allattenzione dellopinione pubblica in seguito al-
le rivolte e alle violenze scoppiate in alcune localit di immigrazione
nel 2000 a El Ejido, in Spagna (Forum Civique Europen 2001;
2002; Checa 2001; Martinez Veiga 2001), e nel 2010 a Rosarno, in
Italia che hanno rivelato le drammatiche condizioni di vita a cui so-
no sottoposti i lavoratori stagionali immigrati in agricoltura5. Alcu-
ni studi hanno prefigurato una diffusione delle dinamiche di mobi-
lit circolare (Pedreo 2014; Mangano 2014) allinterno degli scena-
ri di californizzazione dellagricoltura italiana e spagnola ovve-
5
In Francia si sono ugualmente registrate proteste che hanno coinvolto soprattutto i la-
voratori stagionali Omi (Office des Migrations Internationales) gi nel 1974-75 ad Avigno-
ne e Montpellier e nel 1980 a Orlans; poi, nel 1997-98 e 2005, nella regione Bouches-du-
Rhne. In Grecia, nella localit di Manolada, si sono verificate proteste anche violente nel
1998-99 e pi di recente nel 2008 e nel 2013. In Italia, prima di Rosarno, mobilitazioni e vio-
lenze si verificano gi alla fine degli anni ottanta a Villa Literno; nuove proteste scoppieran-
no poi a Nard nel 2011 e a Castel Volturno nel 2012.

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Migrazioni e lavoro agricolo

ro di trasformazione secondo un modello di produzione, di frutta e


verdura in particolare, che fa del lavoro migrante flessibile e a bas-
so costo una componente strutturale per uno sviluppo intensivo
dellagricoltura (Berlan 1986; 1994; 2001). Tuttavia, come vedremo,
il processo di rururbanizzazione e sedentarizazione nei contesti ru-
rali di unampia fascia di migranti e, insieme, i processi di trasfor-
mazione dellagricoltura (da una parte la destagionalizzazione pro-
dotta dai sistemi di serre, dallaltra la crisi di alcuni comparti pro-
duttivi locali) hanno contribuito a ridurre in maniera significativa le
possibilit di inserimento di una componente della popolazione mi-
grante maggiormente vulnerabile e debole allinterno del mercato
del lavoro, ma pi in generale a livello sociale, spesso in virt delle
condizioni giuridico-amministrative o di processi di esclusione e
marginalizzazione su basi etnico-razziali. Tale fenomeno, che cer-
tamente sfugge alle statistiche ufficiali, rilevato attraverso lindagi-
ne qualitativa. Le testimonianze di diversi lavoratori stagionali resi-
denti in quella che gi dieci anni fa veniva definita la capitale del
circuito stagionale del lavoro agricolo (Msf 2005), cio larea di Ca-
stel Volturno nella provincia di Caserta, concordano nella perce-
zione di una diminuzione drastica del numero dei partecipanti ai
circuiti stagionali e nella riduzione dei periodi di transumanza
nelle diverse aree agricole del circuito stagionale, ormai ridotti a po-
che settimane, nei mesi estivi nel Foggiano per la raccolta del po-
modoro e nella piana di Gioia Tauro nei mesi invernali per la rac-
colta agrumicola: dieci anni fa eravamo almeno duemila persone
che ci spostavamo a Foggia e poi in gran parte ci ritrovavamo a Ro-
sarno pochi mesi dopo, oggi saremo al massimo ottocento persone
(intervista a Malik, bracciante maliano).

3. Lagrarizzazione delle migrazioni meridionali.

Nel periodo di riferimento 2008-2013, lanalisi dei dati occupa-


zionali su base settoriale, sia in Spagna che in Italia, mette in risalto
che, a fronte dei segni negativi presenti in ogni comparto, a prescin-
dere dallorigine autoctona o migrante dei lavoratori, con punte
estreme di vero e proprio crollo nelledilizia in Spagna e nel settore

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Francesco Caruso e Alessandra Corrado

industriale in Italia, il solo segno positivo che inevitabilmente balza


agli occhi il numero dei lavoratori stranieri impiegati nel settore
primario. In termini assoluti si tratta di migliaia di migranti che han-
no trovato rifugio nellagricoltura, a dimostrazione del fatto che se
nei paesi industrializzati esiste un meccanismo polmonare che atti-
ra ed espelle i lavoratori migranti a seconda della congiuntura eco-
nomica (Perocco 2003, p. 407), lagricoltura con un meccanismo in-
verso assolve una funzione anticiclica, anche per quanto riguarda la
componente del lavoro migrante. In Italia, non pochi autori hanno
evidenziato lemergere di un ritorno alla campagna (Barberis
2009) o dinamiche di trasformazione e di innovazione significative
in agricoltura (Cersosimo 2012; Sivini - Corrado 2013); tuttavia, se
la componente autoctona trova inserimento nel lavoro autonomo o
in nicchie produttive ad alto valore aggiunto, il lavoro agricolo non
qualificato ad assorbire la stragrande maggioranza dei lavoratori
stranieri. Non un caso che nel lavoro agricolo permane lormai sto-
rico rapporto inversamente proporzionale tra laumento del lavoro
migrante e la diminuzione del lavoro autoctono, che trova ulteriore
conferma anche allinterno del ciclo attuale di recessione economica.
Nei primi anni novanta, nella fase embrionale dellinserimento del
lavoro migrante nellagricoltura mediterranea, alcuni studi e ricerche
scientifiche avevano gi posto in evidenza il crescente ruolo degli im-
migrati nella tenuta e nello sviluppo del settore primario in Spagna e
in Italia (Gimenez Romero 1992; Calvanese - Pugliese 1991). Tutta-
via, le cifre raggiunte allindomani della crisi economica sono parti-
colarmente significative: secondo i dati Inea (2009; 2014), in Italia, la
componente migrante in agricoltura passa dal 19,4% del 2008 al
37% del 2013, con un balzo impressionante soprattutto nelle regio-
ni meridionali. In termini assoluti, nel Sud Italia, il numero dei lavo-
ratori neocomunitari ed extracomunitari in agricoltura quasi rad-
doppia, passando da 66 044 del 2007 a 129 574 del 2013. Disaggre-
gando i dati su scala regionale, nel medesimo periodo, in Sicilia, si
passa da 7770 a 39 220, con un aumento di oltre il 500%; in Calabria
da 9350 a 14 950 (+60%); in Basilicata da 2170 a 8581 (+400%); in
Puglia da 26 468 a 43 242 (+70%). Sebbene laumento del numero dei
migranti neocomunitari impiegati in agricoltura si presenti, con di-
versa intensit, come una tendenza generalizzata a livello nazionale

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Migrazioni e lavoro agricolo

conseguente allimplicita regolarizzazione lavorativa dei cittadini


neocomunitari allindomani dellallargamento dellUnione europea,
in alcune regioni del Nord questo aumento controbilanciato dalla
diminuzione dei lavoratori extracomunitari6: si assiste in pratica a un
vero e proprio ciclo di sostituzione etnica che lascia quasi invaria-
to il numero complessivo di lavoratori stranieri, come ad esempio in
Veneto dove il numero degli extracomunitari si dimezza (da 13 656
a 8695), mentre il numero dei neocomunitari triplica, passando da
7352 a 17 960. Nelle regioni meridionali, invece, lingresso nel mer-
cato del lavoro agricolo dei neocomunitari ancora sostitutivo della
forza lavoro autoctona che diminuisce di 84 234 unit nel quinquen-
nio 2008-2013, a fronte dellaumento di 24 394 lavoratori extraco-
munitari e 49 303 neocomunitari.
Il fenomeno si presenta sostanzialmente analogo nel caso spa-
gnolo: anche qui, a livello nazionale, c un rapporto inversamente
proporzionale tra la diminuzione del numero complessivo dei lavo-
ratori agricoli, che passano da 905 800 del 2008 a 790 900 del 2013, e
laumento della componente migrante che passa nel quinquennio
della crisi dal 19,1% al 24% della forza lavoro totale in agricoltura.
LAndalusia presenta questa tendenza in modo ancora pi accentua-
to: se la crisi economica si traduce a livello nazionale nel ritorno a
casa in massa dei migranti soprattutto latinoamericani, nel licenzia-
mento di massa con una forte caratterizzazione etnica di quasi un
milione di lavoratori nel solo settore edilizio, nelle province di Al-
mera, di Jaen, di Huelva, la tenuta e la crescita del comparto agrico-
lo immune dalla crisi anche e soprattutto perch orientato alle-
sportazione verso i paesi del centro e del Nord Europa si tradot-
ta nellaumento (quasi nel raddoppio) dei contratti di lavoro per i la-
voratori migranti. il caso di Huelva, dove nel periodo di massima
punta per il reclutamento della forza lavoro per la campagna stagio-
nale della raccolta delle fragole, a fronte dei 21 657 lavoratori stra-
nieri contrattualizzati nel mese di marzo del 2007, si passa ai 47 768
contratti stipulati nel medesimo mese del 2015 dei quali pi della
6
Si pu ipotizzare un processo di emersione dopo i fatti di Rosarno del 2010 e il suc-
cessivo varo della cosiddetta legge Rosarno (d.lgs. n. 109, luglio 2012), con cui di fatto lI-
talia ha dato attuazione alla direttiva europea 2009/52 (direttiva Sanzioni) che introduce nor-
me minime relative a sanzioni e a provvedimenti nei confronti di datori di lavoro che impie-
gano cittadini di paesi terzi il cui soggiorno irregolare.

65
Francesco Caruso e Alessandra Corrado

met sottoscritti da donne dellEuropa dellEst. La crescente inci-


denza del lavoro migrante nellagricoltura andalusa durante la crisi
possibile coglierla anche attraverso il numero di lavoratori iscritti al
Reass (Regime speciale agrario di sicurezza sociale): nel caso della
provincia di Almera, nel 2008 risultavano iscritti 18 800 lavoratori
migranti a fronte di un numero complessivo di 68 200 unit (27,5%),
mentre nel 2013, a fronte di poco pi di 80 000 lavoratori iscritti, cir-
ca 32 022 erano stranieri (40%), di cui 26 220 extracomunitari, in
gran parte marocchini.

4. Un processo di rurubanizzazione.

Il crescente peso del lavoro migrante in agricoltura ha evidente-


mente un impatto non solo nella struttura del mercato del lavoro,
ma anche nei processi di insediamento e stanzializzazione dei pro-
cessi migratori. Si tratta di migliaia di persone che lasciano contesti
urbani e metropolitani per trasferirsi in contesti rurali e rururbani o
periurbani, dove i costi della vita sono pi contenuti o lofferta di
lavoro nel settore agricolo garantisce una tenuta seppur rimodulata
del proprio progetto migratorio (Osti - Ventura 2012). Questo pro-
cesso ha profonde implicazioni sociologiche poich, in controten-
denza rispetto alle tendenze tradizionali di urbanizzazione e indu-
strializzazione che hanno caratterizzato la storia contemporanea,
investono e destrutturano lantica dicotomia citt-campagna. Nelle
regioni del Centro-nord italiano le migrazioni avevano gi realizza-
to percorsi analoghi: se in un primo momento la migrazione nel-
la migrazione verso il centro-nord avvenuta prevalentemente in
direzione dei grandi centri urbani (Milano, Torino, Bologna, Pado-
va) e dei capoluoghi di provincia economicamente pi dinamici
(Brescia, Bergamo, Genova, Treviso, Vicenza, Verona, Modena,
Trento), nel giro di pochi anni, si verificato uno spostamento si-
stematico verso le piccole citt, i paesi, i contesti semi-rurali (Fer-
rero - Perocco 2011, p. 17).
Per comprendere il peso crescente di questo processo di ruruba-
nizzazione dei percorsi migratori bisogna focalizzare lanalisi su al-
cuni contesti locali maggiormente investiti da questo fenomeno, vol-

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Migrazioni e lavoro agricolo

gendo quindi lo sguardo verso le enclaves agroalimentari pi si-


gnificative che si sono strutturate nel corso dellultimo ventennio
nelle polpe meridionali italiane e spagnole. Abbiamo preso come
riferimento statistico gli stessi contesti locali nei quali abbiamo svol-
to nel corso degli ultimi anni ricerche sul campo di tipo qualitativo,
concentrando lattenzione sullevoluzione demografica dei comuni
localizzati nel cuore di distretti agroindustriali: in Spagna, larea di
El Ejido nella serricoltura almeriense, larea di Cartaya nella fragoli-
coltura di Huelva; in Italia, larea di Rossano Calabro nella Piana di
Sibari, larea di Eboli nella Piana del Sele e larea di Marina di Acate
nel Ragusano. Si tratta di contesti locali dove lindustrializzazione
dei processi di produzione e la valorizzazione di specifiche variet
colturali hanno favorito lemergere di una forte offerta di lavoro
agricolo, non pi solo stagionale, e il conseguente insediamento se-
mistanziale e stanziale di una quota sempre pi rilevante di popola-
zione migrante. Il paesaggio rurale di queste aree si repentinamen-
te trasformato in confuse conurbazioni periurbane nelle quali linci-
denza e il peso crescente dellindustrializzazione agroalimentare e
del boom demografico convivono nel medesimo spazio, con unoc-
cupazione a chiazze e disordinata di ogni lembo di terra disponibile,
tanto per ledificazione edilizia quanto per linstallazione di nuove
serre o piantagioni.
Il mare di plastica del Poniente Almeriense abbastanza em-
blematico: nelle serre che si estendono per oltre trentamila ettari, nei
quali vengono prodotte tre milioni di tonnellate di ortofrutta a ciclo
continuo per tutto lanno, decine di migliaia di rumeni e marocchini
portano avanti questa vera e propria catena di montaggio agroali-
mentare. Campagne semidesertiche e piccoli villaggi rurali costruiti
sul finire degli anni cinquanta dal regime franchista per la coloniz-
zazione dellarea si sono oggi trasformati in nuclei urbani di decine
di migliaia di abitanti. Per fare un esempio, ai tempi della caccia al
moro durante gli scontri etnici nel febbraio del 2000, a El Ejido su
53 008 residenti 4317 erano immigrati, cio meno del 10% della po-
polazione locale, ma un numero sproporzionato secondo lallora
sindaco Juan Enciso Encriso che aizz la popolazione autoctona
contro i migranti; a distanza di tredici anni la citt ha conosciuto un
vero e proprio boom demografico, dovuto essenzialmente allimmi-

67
Francesco Caruso e Alessandra Corrado

grazione, con circa 27 066 residenti stranieri (il 30% circa della po-
polazione locale) che hanno portato il numero totale degli abitanti a
80 987 unit. Lo stesso aumento si registra nelle altre localit circo-
stanti del Poniente e nellarea di Nijar, cio le due aree dove si con-
centrano le serre di Almeria: a Roquetas de Mar su 87 868 abitanti,
25 435 sono migranti regolarmente residenti, ovvero quasi il 30%; a
Nijar si arriva a 11 432 migranti, circa il 40% della popolazione com-
plessiva locale. In una fase storica nella quale tutti gli indicatori sul-
limmigrazione in Spagna registrano segni negativi, dove anche le
aree metropolitane storicamente investite in maniera pi corposa dal
fenomeno delle migrazioni presentano un calo pi o meno evidente,
nelle aree interessate dallagricoltura intensiva i flussi migratori si
consolidano, con un contributo rilevante anche da parte dei migran-
ti provenienti dalle altre province dellAndalusia e della Spagna, so-
prattutto di lavoratori espulsi dagli altri settori economici come le-
dilizia e lindustria.
Nella provincia di Huelva, la situazione simile. In questarea la
necessit di braccia per la piantumazione e la raccolta di circa 300 000
tonnellate annue di fragole, ha determinato un flusso di lavoro tem-
poraneo istituzionalmente regolato attraverso il sistema della con-
tratacin en origen, che prevede il reclutamento dei lavoratori stra-
nieri direttamente nei paesi di origine, da parte delle associazioni im-
prenditoriali locali, e lobbligo per i lavoratori di rientrare nel pro-
prio paese di origine al termine della stagione lavorativa. Malgrado il
modello della contratacin en origen di Huelva venga ripreso e ri-
lanciato a livello europeo dalla direttiva dellEuroparlamento del 5
febbraio 2014 sulle condizioni di ingresso e di soggiorno dei citta-
dini di paesi terzi ai fini di un impiego stagionale, questo sistema
dopo aver raggiunto il suo apice nel 2007 con lingaggio di 43 234 la-
voratori provenienti principalmente dal Marocco e dalla Romania
tende praticamente a scomparire sotto i colpi della crisi economica e
della retorica politica della cosiddetta preferenza nazionale (Ce-
bolla - Gonzales 2013). Ma il crollo della contratacin en origen (nel
2013 sono solo 2185 i lavoratori ingaggiati), il taglio di oltre il 95%
del contingente previsto dai procedimenti annuali di ammissione dei
lavoratori extracomunitari e del catalogo dei lavori di difficile co-
pertura, nonch il varo del Piano di ritorno volontario per i migran-

68
Migrazioni e lavoro agricolo

ti non hanno sortito alcun effetto: piuttosto che il prospettato ri-


torno alla campagna dei disoccupati locali, si prodotto nel corso
della crisi economica un processo di sedentarizzazione dei flussi mi-
gratori nellarea (e una riduzione della migrazione circolare), con un
impiego multifunzionale della forza lavoro migrante anche fuori
dalla stagione della raccolta e un nuovo processo di sostituzione et-
nica, per effetto del ritorno in agricoltura dei migranti africani ma-
schi, prevalentemente marocchini, in sostituzione delle lavoratrici
dellEst Europa (Gualda 2012; Viruela 2013). Possiamo verificare
questa tendenza attraverso landamento demografico del Comune di
Cartaya: si tratta di un dato particolarmente significativo perch
proprio lamministrazione comunale di Cartaya si propose nel 2006
come capofila di un progetto europeo Aeneas sulla gestin integral
y tica de flujos de migracin circular entre Marruecos y Huelva da
cui prese origine la contratacin en origen. A Cartaya, nel 2008 su 17
427 abitanti la componente migrante era del 12,6%, mentre nel 2013
i migranti erano diventati 4107, cio il 21,6% della popolazione, au-
mento rilevato anche nei comuni circostanti di Moguer (dove si pas-
sa da 2905 migranti a 5540, cio dal 15,4% al 26,1%) e Almonte (dal
10,2% al 19,2%), comuni dove sono presenti alcune migliaia degli
oltre settemila ettari di fragolicoltura presenti nella provincia. Per
comprendere il valore di questi aumenti percentuali, bisogna consi-
derare che, nel quinquennio di riferimento, nella citt di Huelva, che
conta oltre 148 000 abitanti, il numero di migranti presenti si sem-
pre attestato intorno al 5-6%, con una impercettibile diminuzione in
termini assoluti.
Lo stesso processo di riposizionamento rururbano dei flussi mi-
gratori si registra in Italia. In Calabria, malgrado le difficolt del
comparto agrumicolo italiano, nellarea della sibaritide (a differenza
dellarea di Gioia Tauro-Rosarno caratterizzata da una agrumicultu-
ra povera e di scarsa qualit destinata soprattutto alle industrie di
trasformazione), la specializzazione nella produzione di qualit del-
le clementine e dei mandarini ha garantito la tenuta del settore. Il
boom demografico di Rossano Calabro, cos come dei comuni limi-
trofi di Corigliano e Crosia, ha unevidente connessione con i flussi
migratori. Basti considerare che nel 2006 erano 309 i migranti pre-
senti (lo 0,8% della popolazione), mentre nel 2013 la componente

69
Francesco Caruso e Alessandra Corrado

migrante era pi che decuplicata, passando a 3350 unit (il 9,3% del-
la popolazione), sorpassando in termini assoluti anche Cosenza, il
capoluogo di provincia che registra poco pi di 3000 iscritti stranie-
ri ma con un numero complessivo di abitanti quasi doppio rispetto
al comune di Rossano. In questo contesto soprattutto la compo-
nente bulgara e rumena che ha sviluppato un forte radicamento sul
territorio, che funge anche da supporto per il lavoro agrumicolo in-
vernale, quando la maggiore richiesta di forza lavoro viene soddi-
sfatta dalle reti di migrazione circolare, con larrivo di squadre di
braccianti direttamente dai paesi di origine per le sole settimane del-
la raccolta stagionale di clementine e arance (Corrado 2012).
Nellarea della Piana del Sele, assistiamo a un identico processo
di rurubanizzazione dei flussi migratori. In questo caso la compa-
razione con il contesto urbano di Salerno che ci offre una prospet-
tiva abbastanza nitida dellemergere dellarea rururbana di Eboli co-
me polo di attrazione territoriale dei flussi migratori. In questa area,
nel corso degli ultimi dieci anni, si rafforzato un processo di in-
dustrializzazione dellagricoltura incentrato sulla produzione di or-
tofrutta di quarta gamma allinterno delle serre, che ha rafforzato
linsediamento storico di lavoratori maghrebini nel settore (Avallo-
ne 2013). Lo sgombero del ghetto di San Nicola Varco nel novem-
bre del 2010 ha alimentato quel processo di ghetizzazione diffusa
(Checa 2001) gi emerso in altri contesti europei, in cui un ruolo
fondamentale lo ha svolto la cementificazione selvaggia del litorale
e la conseguente disponibilit e degradazione di seconde case di vil-
leggiatura. In questo comune si passa dai 1445 migranti (il 4,8%)
iscritti al registro comunale al 1 gennaio 2008 ai 4347 del 31 di-
cembre 2013 (11,07%), triplicando il numero e raggiungendo in ter-
mini assoluti il capoluogo di provincia Salerno che invece registra
4371 unit, ossia il 3,6% su una popolazione complessiva tripla ri-
spetto a Eboli.
Un sorpasso che ritroviamo anche nel contesto ragusano, altra
area a forte vocazione agricola, dove la produzione di ortofrutta in
serra ha determinato la destagionalizzazione dei flussi migratori. In-
torno allofferta del lavoro agricolo, il dato pi sorprendente dal
punto di vista demografico il primato di Acate, un piccolo comu-
ne storicamente a forte vocazione agricola e oggi posto al centro del

70
Migrazioni e lavoro agricolo

distretto agroindustriale di Vittoria. Qui oltre il 25% della popola-


zione locale neocomunitaria e extracomunitaria, con un salto si-
gnificativo di quasi il 400%, dai 691 migranti del 2008 ai 2672 del
2013, con una vera e propria colonizzazione etnica della contrada
di Marina di Acate che ha portato questo comune ad essere al primo
posto nel Centro-sud per percentuale di popolazione migrante e al
quarto posto a livello nazionale. In questo comune, come nel caso di
Rossano e di Eboli, oltre allofferta di lavoro nel campo agricolo, an-
che la vasta disponibilit di alloggi, costruiti sullonda dellespansio-
ne edilizia legata alle seconde case per la villeggiatura nei decenni
passati, ha facilitato il processo di insediamento abitativo della com-
ponente migrante. Se la vicina Santa Croce di Camerina registra il
medesimo trend di crescita esponenziale della popolazione migran-
te, contando 2077 abitanti stranieri ossia circa il 20% della popola-
zione totale, nella citt capoluogo di provincia, Ragusa, avviene in-
vece un aumento molto pi contenuto, passando da 2223 stranieri
regolari a 2950, cio meno del 5% della popolazione locale.

5. Una nuova trasformazione del mondo rurale?

Dopo le rivolte di El Ejido in Spagna, di Rosarno, Nard e Ca-


stel Volturno in Italia, i dossier di organizzazioni non governative e
la moltiplicazione di ricerche sul campo, sono cresciuti lattenzione
e limpegno da parte della societ civile e della stampa per denuncia-
re le condizioni di vita e di lavoro drammatiche nelle quali sono co-
stretti a vivere migliaia di migranti coinvolti nelle attivit stagionali
della raccolta. Limportanza di tale impegno emerge ancor di pi nel
vuoto o a fronte della debolezza degli interventi istituzionali, delle
organizzazioni sindacali e di politiche locali inadeguate a confron-
tarsi con quelli che non possono considerarsi come fenomeni emer-
genziali, ma come processi di trasformazione dei territori di cui
oramai le migrazioni sono componenti strutturali, anche nelle aree
rurali meridionali. Pertanto, invece che segnalare i casi estremi
(Pugliese 2009, p. 23), proprio alla luce dei dati esaminati, impor-
tante riuscire a decifrare i processi di cui proprio le migrazioni e le
forme di mobilit interna rappresentano la cartina di tornasole. Il da-

71
Francesco Caruso e Alessandra Corrado

to pi significativo senza dubbio la crescita impetuosa della com-


ponente del lavoro migrante nellagricoltura meridionale e andalusa
negli anni della crisi economica, un dato ancor pi rilevante perch
in netta controtendenza rispetto a tutti gli indicatori occupazionali
ed economici dei due paesi. La crisi economica ha riversato migliaia
di migranti nelle campagne meridionali e andaluse, accentuando un
lento processo di emersione in grigio e di sedentarizzazione. Agra-
rizzazione e rurubanizzazione dei processi migratori sono trasfor-
mazioni che invertono le dinamiche migratorie e di trasformazione
territoriale degli ultimi cinquanta anni, inducendo dunque a que-
stionare i paradigmi interpretativi classici dello sviluppo. Tuttavia
opportuno non cedere a facili generalizzazioni o comunque rilevare
la specifica collocazione spazio-temporale di questi processi: siamo
nelle polpe meridionali della Spagna e dellItalia, negli anni della cri-
si economica. Sar importante valutare se una ripresa economica, o
comunque la fine della recessione, determiner laffievolimento di
queste tendenze o se, invece, la ri-strutturazione dellagricoltura e le
trasformazioni delle aree rurali determineranno le condizioni per
unaffermazione di tali tendenze. Emerge oramai come dato incon-
trovertibile, a fronte dei processi di espansione e intensificazione
agraria (ma anche di diversificazione) da un lato, e di individualiz-
zazione (Ortiz-Miranda, Arnalte Alegre, Moragues Faus 2013) o
de-familizzazione (Gonzlez Rodrguez - Gmez Benito 1997)
dellagricoltura dallaltro, linsufficienza della manodopera familiare
e la dipendenza strutturale dalla forza lavoro salariata, oggi preva-
lentemente immigrata. questo un elemento sempre pi chiaro nel
contesto dellEuropa mediterranea, ma anche altrove, in virt di una
ristrutturazione del sistema agro-alimentare che fa leva anche sul ge-
nere e sulla componente razziale. Un altro elemento che emerge con
evidenza dallanalisi dei dati e sul campo la sostituzione etnica co-
me strategia spesso sostenuta dalle politiche di immigrazione per
annullare o indebolire le resistenze sul lavoro o sostenere la riorga-
nizzazione della produzione, che, nel periodo di crisi, si incrocia con
i processi di retrocessione di alcuni gruppi o di ritorno di altri ( il
caso ad esempio degli africani e dei latinoamericani in Spagna), ma
anche con i processi di femminilizzazione che sempre di pi caratte-
rizzano alcune produzioni (si pensi alle fragole o ai kiwi). La globa-

72
Migrazioni e lavoro agricolo

lizzazione agro-alimentare opera non solo come principio ordinato-


re dei territori, come abbiamo visto in Andalusia e in diversi conte-
sti del Sud Italia (Delgado 1999), ma gestisce anche la mobilit e la
diversit in funzione della riorganizzazione delle catene del valore.
Laccento posto sullemersione di processi di stabilizzazione e
contrattualizzazione del lavoro in agricoltura o sullaumento della
residenzialit nelle aree rurubane non nega certo lincidenza del la-
voro grigio, lesistenza di sacche importanti di lavoro sommerso o
semi-sommerso, di condizioni precarie, di pratiche di sfruttamento
e di negazione di diritti. Negli ultimi anni, la crisi economica ma an-
che le crisi umanitarie, le nuove guerre, lirrigidimento delle politi-
che migratorie hanno poi determinato la presenza nelle campagne
meridionali di migranti con permessi temporanei per motivi umani-
tari, rifugiati, denegati o irregolari (Dines - Rigo 2015), proiettati
verso altri progetti e destinazioni diverse, ma confinati o intrap-
polati nella condizione di manodopera casuale ed estremamente
mobile nelle campagne. evidente il bisogno di nuovi studi per de-
cifrare la definizione possibile di un nuovo modello mediterraneo
delle migrazioni, in funzione della governance europea, ma anche
delle politiche agricole e di partenariato economico, dei cambiamen-
ti geopolitici (in particolare in Medio Oriente e Africa) e di una rior-
ganizzazione dei processi produttivi e del lavoro, che collega encla-
ves produttive, territori e reti a livello transnazionale.

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