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CINZIA BEARZOT

LA POLIS GRECA
a Marta Sordi, con gratitudine
il Mulino
ISBN 978-88-15-13421-9
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Indice
I. Per una definizione della polis
1. Gli antichi
2. I moderni

II. Origini della polis


1. La nascita della polis
2. La riforma oplitica
3. Polis e poleis
4. Lideologia della polis: autonomia e libert
5. Polis e stato federale

III. Polis e politeia


1. La politeia
2. Le diverse forme di costituzione: il Tripolitico di Erodoto
3. La riflessione teorica sulla politeia nel IV secolo
4. La propaganda costituzionale: la patrios politeia

IV. Citt e territorio


1. Il centro urbano
2. La chora
3. Leschati
4. Lorganizzazione dello spazio

V. Cittadini ed esclusi
1. I cittadini
2. Le donne
3. Gli stranieri: xenoi e meteci
4. Gli schiavi
5. Il problema degli apolidi

VI. La fine dellesperienza della polis


1. La polis nei regni ellenistici
2. Le istituzioni delle citt ellenistiche
3. La politica dei regni ellenistici nei confronti delle poleis
4. Dalla polis alla metropoli

Bibliografia

CAPITOLO I
PER UNA DEFINIZIONE DELLA POLLS
La storia della Grecia antica caratterizzata, come noto, dalla centralit dellesperienza
politica vissuta nellambito della comunit cittadina, la polis. Essa costituisce, per i Greci, la
principale forma di stato, tant vero che il pensiero politico greco si concentra quasi
interamente sulla polis e sulle sue forme costituzionali. Il celebre dibattito erodoteo sulle
costituzioni (Erodoto III, 80-82) verte, non a caso, sulle costituzioni della polis; nella Politica,
Aristotele si preoccupa quasi esclusivamente della polis, senza dare spazio significativo a
questioni che riguardino, per esempio, gli stati federali. Nello stesso senso ci indirizza la
terminologia: la costituzione detta politeia in quanto sentita come elemento fondamentale
della polis, mentre il termine che designa il cittadino polites, come se appunto la polis fosse
lunica vera forma di stato. Il mondo greco conobbe in realt anche altre forme di
organizzazione statale: gli stati federali, i cosiddetti koind o ethne, presenti accanto alle poleis
fin dallarcaismo, e gli stati territoriali, dalla Siracusa di Dionisio I ai regni ellenistici. Tali forme
sono alternative alla polis e ne mettono in discussione alcuni limiti, come la gelosia della
cittadinanza, lincapacit di dar vita ad un equilibrio internazionale stabile, il carattere di
societ chiusa. Ma il pensiero politico greco, come mostra anche lincertezza terminologica
relativa a stati federali e territoriali, non sembra considerare altre forme di stato che la polis.

1. GLI ANTICHI
Il termine polis ha diverse valenze e pu significare cittadella fortificata, acropoli, centro
urbano, ma anche entit statale dotata di un centro politico, e soprattutto koinonia politik,
comunit nella sua dimensione politica. Le fonti antiche segnalano con grande insistenza il
carattere non tanto urbanistico, quanto sociale e istituzionale della polis. Che la citt sia,
prima di tutto, una comunit di uomini associati fra loro lo mostra un topos letterario molto
comune, quello secondo cui sono gli uomini, i cittadini, a costituire la realt della citt. Gi
Alceo (F 112, 10 Lobel-Page) afferma che sono gli uomini la torre che difende la citt.
Analoga impostazione offre Tucidide (VII, 77, 7), quando fa dire allo stratego ateniese Nicia,
in un discorso pronunciato durante la spedizione di Sicilia, che i soldati ateniesi devono
essere coraggiosi e capaci di sfuggire ai nemici, se vogliono che le sorti di Atene si
risollevino: infatti, egli ricorda, gli uomini costituiscono la citt, non le mura o le navi vuote
duomini.

Allo stesso modo Temistocle, quando, nel 480, durante la seconda guerra persiana, il corinzio
Adimanto gli rinfaccia di essere un apolis, un uomo senza polis, perch Atene stata distrutta
dallattacco persiano, e di non poter quindi parlare n dare il suo voto nellassemblea dei
Greci, risponde (Erodoto VIII, 61) dimostrando

come gli Ateniesi avessero una citt e una terra pi grandi dei Corinzi, finch avessero
duecento navi in assetto di guerra: nessuno dei Greci infatti avrebbe potuto respingerne
lattacco.
Questi passi inducono a definire la polis prima di tutto come una comunit politica di cittadini
insediata su un territorio. La prevalenza della dimensione politica ben illustrata da un passo
di Pausania (X,

4, 1), in cui si afferma che la citt focese di Panopeo priva di strutture urbanistiche
adeguate, giacch gli abitanti non hanno archivi, n ginnasio, n teatro, n agor, n strutture
di servizio o abitazioni degne di questo nome sembrerebbe non meritare il nome di polis:
tuttavia, essa va considerata tale, perch gli abitanti

sono divisi dai vicini da confini e mandano anchessi delegati allassemblea dei Focesi.

dunque la dimensione politica, unita a quella territoriale, a definire la polis, e quando i Greci
si soffermano sul problema del rapporto fra luomo e lo stato, alla polis che pensano. Un
passo del Filottete di Sofocle, in cui leroe lamenta di essere stato reso apolis, un morto tra i
vivi, evidenzia bene il rapporto fra luomo greco e la polis. Nella stessa prospettiva possono
essere richiamate le celebri definizioni aristoteliche, che parlano delluomo come di un
animale che per natura vive nella polis e ritengono questultima una struttura il cui fine di
far vivere bene luomo (Politica, I, 1253a). A riprova di quanto detto, si osservi che tracce di
riflessione sugli stati federali, che pure accompagnano la storia dei Greci fin dallarcaismo,
sono molto modeste nel pensiero politico greco. Aristotele d uno spazio limitatissimo, nella
Politica, agli stati federali, arrivando addirittura a negare che uno stato federale possa avere
una vera e propria costituzione (VI, 1326b). Discutendo delle dimensioni dello stato ideale, il
filosofo afferma infatti che una citt che abbia un numero troppo esiguo di cittadini non pu
bastare a se stessa e tradisce cos la sua natura di citt, mentre quella che ne ha troppi, pur
bastando a se stessa come un ethnos, non pi una polis, perch difficilmente potr avere
una costituzione (politeia). Se Aristotele coglie qui un elemento caratteristico delle
federazioni, la forza demografica, finisce tuttavia, sottolineando lassenza di politiaia, per
negarne il carattere di vero e proprio stato. Qualche traccia di riflessione sul federalismo si
trova nel IV secolo, nelle Elleniche di Ossirinco (cap. 19, 2-4, pp. 32-33 Chambers) e in
Senofonte (Elleniche, V, 2, 12-19), e poi soprattutto in Polibio (II, 37 ss.), che attribuisce
allordinamento federale la crescita della potenza degli Achei in et ellenistica; ma si tratta
sempre di interventi piuttosto modesti in confronto alla riflessione sulla polis. Quanto agli stati
territoriali, una riflessione in merito praticamente assente: non si arriv mai, infatti, ad
elaborare una teoria dello stato ellenistico, che valorizzasse aspetti come, per esempio, la
fusione di elementi etnici diversi. Nelle definizioni presenti nelle fonti letterarie ed epigrafiche
sembra venir sottolineata una delle caratteristiche principali dello stato territoriale, ovvero la
complessit politica e sociale e larticolazione fra realt diverse allinterno del territorio: ta
pragmata indica linsieme degli affari, ed di carattere molto vago; re, amici, forze militari
(basileus, philoi, dynameis) esprime lideologia della monarchia militare; basileis, dynastai,
poleis, ethne comprende lintero mondo ellenistico nelle sue forme statali. Queste definizioni
evidenziano unarticolazione tra elementi centralizzanti (sovrano, esercito) e realt locali
(poleis, ethne, philoi), cogliendo la complessit dello stato ellenistico. N nel caso degli stati
federali, n nel caso di quelli territoriali, dunque, abbiamo una riflessione che possa essere
lontanamente paragonata a quella sulla polis: non a caso, il celebre saggio di Victor
Ehrenberg dal titolo Lo stato dei Greci (1965) era interamente dedicato alla polis. Tuttavia, la
storiografia pi recente si sottratta al condizionamento degli antichi: sono ormai numerosi i
contributi moderni dedicati anche agli stati federali e territoriali, e sintesi recenti sulle forme
dello stato antico, come quella di A. Demandt (1995), mostrano un pieno superamento della
posizione poleocentrica.

2. I MODERNI
Una pur breve storia della storiografia moderna sulla polis richiederebbe uno spazio enorme:
si intende qui, pertanto, solo richiamare alcune delle pi recenti riflessioni su questo tema,
che continua ad attirare lattenzione degli studiosi. Se il problema delle origini della polis
sembra, di fatto, non risolvibile in modo soddisfacente allo stato attuale, si per sviluppata
una serie di riflessioni su altri temi non meno significativi, dal problema della
divisione/organizzazione dello spazio e del rapporto con il territorio (la chora) a quello, ricco di
sfumature, del significato della polis come comunit cittadina. Il tentativo di ridiscutere il
concetto di polis nel senso di cittstato e la sua adeguatezza a cogliere pienamente il
fenomeno storico cui fa riferimento, condotto qualche anno fa da W. Gawantka (1985), ha
messo in evidenza la necessit di verificare la validit di concetti interpretativi che rischiavano
ormai di diventare veri e propri luoghi comuni (un mito storiografico, come stato
sottolineato: Giangiulio 2001). La nozione di citt-stato elaborata dai moderni (che la intende
come la forma di stato per antonomasia nel mondo greco e ne sottolinea lassoluta
preminenza sullindividuo) non sarebbe necessariamente corrispondente alla nozione greca
di polis, e sarebbe comunque troppo rigida per esprimere le diverse realt locali in cui era
frazionata la Grecia antica: il termine polis sembra infatti far riferimento ad una grande variet
di forme di insediamento e di comunit politiche e a livelli cronologici troppo diversi. La
ridiscussione del concetto di polis, dopo la provocazione di Gawantka, non certo mancata:
particolarmente intensa stata la discussione sollevata, soprattutto in area anglosassone, sul
carattere non tatuale dellesperienza della polis. Lidea della polis senza stato (stateless
polis) stata anticipata da alcuni interventi volti a sottolineare il carattere prevalentemente
sociale della citt greca. R. Osborne (1985) ha sottolineato che nella polis mancano tanto
una vera e propria autorit statale che monopolizzi la coercizione, quanto un potere
esecutivo vero e proprio; sulla stessa linea, P. Cartledge (1998) ha osservato che la polis
ignora la distinzione tra governanti e governati e le nozioni di diritti dellindividuo e di
tolleranza, mentre conosce una serie di forme di controllo sociale, cui si affida per il
mantenimento dellordine costituito. In seguito, la riflessione stata approfondita da M. Berent
(1994; 2000): partendo da modelli antropologici, egli sostiene che la polis non corrisponde ai
criteri necessari per poter parlare di stato in senso hobbesiano e weberiano. Essa, infatti,
non presenterebbe una adeguata distinzione fra popolo e potere esecutivo; non avrebbe il
monopolio della coercizione (essendo priva di esercito permanente e di polizia), con la
conseguente necessit di affidare la tutela dellordine pubblico alliniziativa individuale e al
controllo sociale; mancherebbe inoltre di aspetti essenziali, come una territorialit ben definita
e una adeguata burocrazia. La polls non era dunque una citt-stato, ma una stateless
community: non nel senso di una comunit tribale tenuta insieme dalla parentela, come
vorrebbe lantropologia (una prospettiva di questo genere sarebbe inaccettabile
nellinterpretazione della polis greca), ma nel senso di una comunit di guerrieri, la cui
coesione dipendeva dalla tattica di combattimento oplitico. Una prima obiezione potrebbe
riguardare lopportunit di valutare la statualit della polis sulla base di confronti con uno stato
di tipo moderno, alcuni aspetti del quale risalgono a non prima del XIX secolo, e sono quindi
posteriori alla stessa riflessione di Hobbes. Ma soprattutto, posizioni come quella di Berent
sembrano sottovalutare aspetti importanti della polis, dalla complessit della struttura
istituzionale alla territorialit. Una critica serrata alle posizioni di Berent venuta da uno dei
massimi studiosi di storia delle istituzioni greche e in particolare della democrazia ateniese,
M.H. Hansen (2002). Prima di considerare gli argomenti di Hansen, vale la pena di richiamare
il prezioso contributo offerto, nellambito degli studi sulla polis, dal Copenhagen Polis Centre,
che ha operato sotto la sua guida dal 1993 al 2005. Le ricerche del CPC hanno preso lavvio
dalla riconosciuta necessit di evitare una discussione su basi esclusivamente teoriche e di
raccogliere preventivamente una documentazione pi ampia possibile sulla polis, per poter
poi, sulla base dellanalisi di un materiale davvero esaustivo, mettere a fuoco i diversi
problemi che la riguardano. Nei numerosi volumi prodotti dal centro di ricerca troviamo una
raccolta delle fonti per la storia della polis, un prezioso inventario delle medesime e gli atti
di vari convegni dedicati alle pi diverse problematiche concernenti la polis. Sulla base di
questo ampio lavoro preparatorio, il carattere statuale della polis viene rivendicato con
convinzione da Hansen e dal suo gruppo di ricerca; la stessa traduzione di polis con citt-
stato, tanto contestata, appare ad Hansen sostanzialmente corretta (city-state is the best
possible equivalent to polis: Hansen [1998, 123]). Nella sua polemica con Berent, Hansen
sottolinea prima di tutto come non si possa restringere la discussione al concetto di stato
come governo, concentrandosi su problemi come la monopolizzazione delluso della
coercizione, ma si debba piuttosto considerare anche lo stato come territorio e come
corpo politico. Ora, gi non sarebbe corretto parlare di totale assenza di istituzioni di
governo nella polis; se poi si considerano le altre due prospettive, le differenze tra stato antico
e stato moderno tendono a indebolirsi. Il territorio, pur non costituendo certo la parte
fondamentale della polis, ne infatti un elemento di rilievo, come mostrano diversi aspetti,
dalla problematica del confine alle dispute territoriali ai provvedimenti di bando, che implicano
un riferimento al concetto di territorio. Quanto allo stato come corpo politico, questa una
sicura caratteristica della polis che non per affatto assente negli stati moderni; per contro
non manca, nel pensiero greco, lidea che la polis sia non solo il corpo cittadino, ma anche
qualcosa di impersonale, distinguibile dai politai (la documentazione proposta da Hansen
mette in luce come lazione di un cittadino o di un organo di governo, intrapresa a favore o
per conto della polis, evidenzi una distinzione fra il singolo individuo e la comunit nel suo
complesso, intesa in senso istituzionale). Ci consente di non enfatizzare il problema della
mancata distinzione fra popolo ed esecutivo, fra governanti e governati, che caratterizzerebbe
la polis: la sovrapposizione tra depositari della sovranit e detentori del potere esecutivo in
effetti un elemento presente nella citt greca, e in particolare nella citt democratica, ma
anche vero che non si mai governanti e governati contemporaneamente, in quanto il
cittadino, quando diviene magistrato, assume comunque uno statuto particolare. Per quanto
riguarda lamministrazione della giustizia, Hansen osserva innanzitutto che alcune
caratteristiche, come lassenza di forze di polizia, il ricorso allautodifesa da parte del
cittadino, la sua possibilit di intervenire con azioni suppletive come larresto sommario, luso
delliniziativa popolare nella promozione dellazione legale, non sono esclusive della polis, ma
sono riscontrabili anche in molti stati europei fino al XVIII secolo; a questo rilievo egli
aggiunge che non si pu affermare che lordine pubblico nella polis fosse garantito dal solo
controllo sociale, essendo prevista una serie di complessi meccanismi giuridici. Quanto,
invece, allassenza di un esercito stabile come indizio di assenza di statualit, prima di tutto
bisogna tener conto di una serie di eccezioni (tra cui, come ammette lo stesso Berent, Sparta,
Atene e le citt rette da regimi tirannici; ma Hansen menziona altri casi: la Siracusa
democratica, Tebe, Argo, la Lega arcadica, lElide); inoltre, occorre piuttosto valutare il grado
di militarizzazione della societ, molto elevato nelle citt greche, in cui i cittadini potevano
essere spesso chiamati alle armi e in cui le spese militari erano notevoli. Anche il livello
progredito delle relazioni internazionali e degli istituti della diplomazia non depone a favore
dellinterpretazione della polis come stateless society. A parere di Hansen, insomma, le
differenze tra polis e stato moderno finiscono per risultare modeste, se si considera la
documentazione nel suo complesso senza selezionarla indebitamente allo scopo di costruire
quello che egli definisce a skewed model, un modello distorto. Ci che accomuna stato
moderno e polis, al di l delle inevitabili differenze, la nozione di cittadinanza: cio
lappartenenza di un individuo a uno stato, in virt della quale egli, come cittadino, gode di
una serie di privilegi in campo politico, economico e sociale e di adeguate forme di tutela
(nonostante lassenza, spesso sottolineata, della nozione di diritti dellindividuo). Dunque la
polis pu essere considerata uno stato, perch assomma le seguenti caratteristiche: un
potere pubblico legittimo con giurisdizione su un territorio definito, che si manifesta nella
costituzione e nelle leggi ed in grado di monopolizzare luso della forza; inoltre, conosce
una chiara separazione fra stato e societ, fra pubblico e privato. Se dunque Berent tenta di
escludere il carattere statuale della polis sulla base di un improprio confronto con lo stato
moderno, anche vero che Hansen, da parte sua, tende talora a sovrapporre stato moderno
e polis: le due visioni contengono entrambe elementi anacronistici. La polis, in realt, non era
n una stateless community, n uno stato nel senso moderno del termine (Faraguna
2000). Come stato sottolineato (Giangiulio 2004), certamente legittimo parlare di statualit
della polis, ma in senso del tutto peculiare, perch peculiare il rapporto tra ambito sociale e
ambito politico nella polis greca. La citt in senso politico-istituzionale e la citt intesa come
societ in realt coesistono, come nella riflessione di Aristotele, in un rapporto complesso che
non pu prescindere, peraltro, dal legame con il territorio. Ancora recentemente, il carattere
fortemente politico dellesperienza della polis stato rivendicato da O. Murray (1991;
1993 ), il quale ha proposto unidea della polis come citt della ragione, in cui ogni
decisione presa in seguito allapplicazione della procedura razionale della discussione. La
polis, bench appaia certamente diversa da forme organizzative moderne, si presenta
pertanto non come una societ di tipo tribale, ma come un contesto in cui si esprime
pienamente una forma di razionalit politica: essa offre la possibilit di vivere secondo
ragione, di vivere bene in senso aristotelico, in base ad un ordine non imposto dallalto,
ma concordato dalla comunit. Per concludere, se alcune discussioni, spesso condotte in
base a modelli mutuati dallantropologia e a confronti non sempre convincenti con esperienze
moderne, appaiono talora poco produttive, merito indiscusso di questa serie di ricerche
stato soprattutto di mettere in luce le molteplici e non univoche dinamiche che caratterizzano
la polis greca, di sottoporne a verifica alcuni contenuti tradizionalmente dati per scontati (per
esempio, il concetto di autonomia) e, insieme, di mostrare come la complessit delle realt
poleiche non implichi che si debba rinunciare al concetto di polis come modello, purch del
suo carattere di modello si abbia consapevolezza.

CAPITOLO 2
ORIGINI DELLA POLIS
1. LA NASCITA DELLA POLIS
Le fasi del processo che portarono la Grecia fuori dallet oscura ci sfuggono in gran parte;
possiamo per affermare che tale processo sub una notevole accelerazione in alcune zone
come lAttica, lEubea, lArgolide, larea dellIstmo, con la formazione delle prime citt. I
processi di trasformazione caratteristici della fase di transizione e di assestamento che d
origine alla polis si possono collocare nellVIII secolo: si tratta di un fenomeno complesso, che
d alla Grecia classica il suo assetto caratteristico, consistente nella coesistenza di una
spiccata unit culturale (in senso etnico, linguistico, religioso, giuridico) e di un forte
frazionamento politico, determinato dalla presenza di pi di 1.000 stati indipendenti (di cui pi
di un quarto erano colonie), diversi per le dimensioni geografiche e la natura del territorio, per
le caratteristiche socio-demografiche e insediative, per lassetto urbanistico e monumentale,
per le modalit di definizione della costituzione (politeia). Gli studi moderni sulla nascita della
polis hanno sottolineato ora la continuit con let micenea e submicenea, ora limportanza
della frattura culturale costituita dallet oscura, con conseguenze cronologiche assai diverse.
In realt, il processo di formazione della polis sembra iniziare prima dellVIII secolo (quando la
colonizzazione implica ormai lesistenza di realt cittadine) e si estende per un lungo arco
cronologico, secondo alcuni fino al VI. Certamente alla seconda met del VII secolo risale
uniscrizione cretese proveniente da Drero (ML 2), in cui si accenna a decisioni prese dalla
polis e che ci offre quindi la prima attestazione sicura della citt intesa come comunit
politica. Tale processo presuppone alcuni fattori che segnalano il superamento delle
condizioni caratteristiche dellet oscura: la stabilit delle comunit sul territorio, lo sviluppo
delleconomia agricola, la dispersione della propriet terriera, la crescita demografica, il
miglioramento del livello di vita. Tuttavia, nellet oscura che il fenomeno affonda le sue
radici, quando, con la caduta dei centri di potere rappresentati dai palazzi, le comunit locali
guidate dai basileis (re) divengono nuovi poli di aggregazione, di carattere prevalentemente
religioso-cultuale; intorno a santuari e centri di culto si costituisce cos, con il contributo
dellintera comunit dei liberi, la polis. Si cercato di collocare la nascita della polis in contesti
geopolitici particolari, come lAsia Minore, che avrebbe maggiormente risentito dellinfluenza
del Vicino Oriente antico e in particolare della Fenicia. Le citt della Ionia sono in effetti sede
di un precoce sviluppo politico e culturale; elementi di carattere archeologico, come la
presenza di cinte murarie molto antiche (al IX secolo risalirebbe quella di Smirne),
sembrerebbero confermare questa interpretazione; ma, al di l della discussione ancor viva
sui reperti ora menzionati, in ogni caso il ruolo delle fortificazioni sembra legato alla situazione
insediativa (in aree pi o meno esposte a pericoli esterni) e resta modesto nellidentificazione
di una citt, come mostra il caso di Sparta, che non ebbe mai mura. In realt, non sembra
corretto enfatizzare un contesto geografico, perch il fenomeno della formazione della polis
interessa lintera Grecia e ha un carattere non soltanto urbanistico, ma anche e soprattutto
sociale: non possibile scindere da esso fenomeni come la progressiva affermazione delle
classi medie e la riforma oplitica. Tale processo, di natura assai articolata, comprende la
definizione territoriale, lo sviluppo istituzionale, laffermazione di una comunit politica dotata
di una precisa identit. Labbandono della struttura del villaggio, attestato in diverse aree della
Grecia nellVIII e nel VII secolo, sembra avere in esso un ruolo significativo, confermando la
visione aristotelica, che parla di una progressione dalla casa privata al villaggio alla citt. Con
un movimento centripeto, definito sinecismo, la realt cittadina si organizza intorno a un
centro attraverso laggregazione fisica di diverse unit minori, i villaggi (komai) o, anche, le
circoscrizioni territoriali come i demoi ateniesi. Contestualmente, laggregazione determina
una definizione del territorio nei confronti del mondo esterno, attraverso i santuari di confine e
talora attraverso la costruzione di mura, e una sua articolazione interna in un rapporto fra
centro e periferia, citt e campagna, anchesso mediato dal sacro. Nel centro urbano, luogo
politico e religioso, trovano sede le principali strutture funzionali (il pritaneo, sede del focolare
pubblico e delle magistrature; lagor, luogo di incontro e di mercato, area a cielo aperto
delimitata da cippi, poi da portici, e posta eventualmente anche in posizione non centrale ma
collocata allo snodo delle principali direttrici di comunicazione; il bouleuterion, sede del
consiglio; lekklesiasterion, sede dellassemblea) e cultuali (templi, focolare comune, tomba
del fondatore). La tradizione ricorda il sinecismo dellAttica, attribuito a Teseo, ma compiutosi
in un lungo periodo che si conclude a fine VIII-inizi VII secolo. Cos lo descrive Tucidide (II,
15, 1-2):
Ai tempi di Cecrope e dei primi re fino a Teseo gli abitanti dellAttica erano sempre stati divisi
in citt che avevano propri pritanei e magistrati. [...] Teseo [...] sciolse i consigli e le
magistrature delle altre citt. E nella citt di ora, indicando che li doveva esservi il consiglio e
il pritaneo, fuse politicamente tutti gli abitanti dellAttica; e sebbene ciascuno abitasse le sue
terre come prima, li costrinse ad avere come unica citt Atene, la quale, ora che ogni tassa
veniva pagata in essa, divenne grande e tale fu lasciata da Teseo ai successori.

Lo storico descrive un fenomeno di unificazione esclusivamente istituzionale, che non


comporta un trasferimento della popolazione: ci sembra dovuto al caso particolare
dellAttica, dove si continu a risiedere nella chora. Tale fenomeno si esprime anche
nellevoluzione del volto architettonico della polis: la creazione di un bouleuterion (la
sede del consiglio) e di un pritaneo (la sede del focolare della citt, sacro a Estia, e delle
magistrature) unitari comporta anche ledificazione concreta dei relativi edifici. Lunificazione,
in sostanza, si esprime in forma insieme architettonica e istituzionale: merita di essere
sottolineato il suo carattere politico, che non comporta cambiamenti sul piano insediativo, ma
solo la creazione di strutture unitarie. Si ricordi, per, che il concetto di sinecismo non sembra
aver carattere univoco. Tucidide (I, 10, 2) presenta Sparta, che pure disponeva certamente di
organismi istituzionali centralizzati, come una citt organizzata in villaggi, secondo lantico
modo dei Greci, che non ha avuto il sinecismo: il motivo forse da ricercare, oltre che
nellaccento posto in questo caso sul tipo di insediamento, sparso e non concentrato, nella
particolare valorizzazione delle mura come indicatore di progresso e di civilt da parte di
Tucidide. La natura complessa della polis, fenomeno urbano e soprattutto comunit civile,
costituita da uomini che si riconoscono in culti e in leggi comuni, emerge gi dalle diverse
valenze semantiche del termine, che oscillano tra il significato concreto di cittadella
fortificata, acropoli, centro urbano e quello ideale di comunit civica: Aristotele
(Politica, III, 1276b) definisce la polis koinonia ton politn, comunit dei cittadini. Non
certo un caso che luso linguistico greco privilegi, nella definizione della comunit cittadina,
letnico (gli Ateniesi) rispetto al toponimo (Atene), e che la stessa iconografia della polis
prediliga la raffigurazione dellesperienza umana nella citt a quella del paesaggio urbano. La
polis definibile come una societ politica basata sullidea di cittadinanza, nella cui
formazione, pi dellassetto topografico e delle strutture urbanistiche, svolgono un ruolo
primario elementi ideali. Prima di tutto il culto poliade, che esprime, definisce e afferma
lidentit della polis; inoltre, lideologia comunitaria, che si basa sulla nozione di koinn o
possesso comune e, insieme, di meson, spazio mediano e condiviso, terreno comune di
discussione e di confronto. Lideologia della polis comporta che territorio e popolazione
siano sentite come una cosa comune; che la popolazione debba partecipare alla sua gestione
politica ma anche a tutti gli aspetti della vita civile (riti, sacrifici, feste), avendo parte ai benefici
che ci comportava (rendite, distribuzioni), come in una societ per azioni, secondo una
felice espressione di C. Ampolo (1996); che il potere debba essere esercitato per periodi
definiti e a rotazione; che il suo esercizio debba essere conforme alle regole fissate dalla
legge (nomos: il termine etimologicamente legato al verbo nemein e alla nozione di
condivisione). Proprio lassenza di simili forme di integrazione politica nelle citt omeriche,
pure dotate di strutture urbanistiche (mura, agor, porti, santuari: Odissea, VI, 262 ss.), ci
consente di concludere per lassenza di vere e proprie poleis in Omero, bench gi nellIliade
(XVIII, 483 ss.) lo scudo di Achille ci offra una testimonianza di vita organizzata in cui sono
riconoscibili alcuni tratti costitutivi della polis. Dal punto di vista dellorganizzazione politica,
tutte le citt presentano una struttura di base analoga, comprendente un consiglio,
unassemblea (che in origine coincide con lassemblea del popolo in armi e mantiene in
seguito molti elementi che ne evocano lorigine militare), magistrati (per lo pi organizzati in
forma collegiale) e tribunali. Le differenze di ordine costituzionale e le diverse competenze
degli organismi ricordati dipendono dai criteri di accesso alla partecipazione politica, su cui si
torner nei capitoli dedicati alla politeia e alla figura del cittadino. Per ora basti dire che le
suddivisioni interne alle citt, come le trib (le phyla ad Atene, le oba a Sparta) o come i
demi attici, di qualunque carattere siano, genetico o territoriale, vanno intese come strutture di
integrazione, che consentono un pi facile rapporto fra cittadino e istituzioni: per accedere ai
diritti di cittadino occorreva infatti essere inseriti nelle unit in cui la cittadinanza si articolava,
unit in parte legate alla polis, in parte invece precedenti (come le fratrie, organismi molto
antichi di carattere prevalentemente sacrale, attestati in varie citt greche con denominazioni
diverse, che raggruppavano diverse famiglie). Elemento essenziale nella formazione della
polis , infatti, lintegrazione: attraverso il progressivo inserimento in una comune
dimensione politica che la comunit dei liberi raggiunge la necessaria stabilit. Lopera di
mediazione tra le parti sociali, svolta da Solone in Atene, va intesa appunto come azione di
potenziamento della dimensione comunitaria, della solidariet interna della polis.

2. LA RIFORMA OPLITICA
La cosiddetta riforma oplitica uno dei fattori chiamati in causa per spiegare il processo di
formazione della citt intesa come realt sociale. Con questa riforma militare il nucleo
dellesercito venne ad essere costituito non pi dalla cavalleria, ma dai fanti armati
pesantemente, i cosiddetti opliti (il termine deriva da hopla, le armi che costituiscono
larmamento del fante). Con questa riforma la funzione guerriera cess di essere un privilegio
aristocratico e si ampli fino a comprendere anche i membri del demos, cio della
popolazione contadina residente sul territorio. Larmamento delloplita era costituito da elmo,
corazza, schinieri, scudo rotondo a doppia impugnatura, lancia: la documentazione
archeologica permette di farlo risalire al 700 circa. Tale armamento, diversamente da quello
necessario per combattere in cavalleria, era accessibile anche ai membri della classe media, i
piccoli proprietari contadini: furono cos questi ultimi a fornire il servizio di fanteria pesante
oplitica. In cambio del contributo dato alla difesa della comunit, gli opliti richiesero e
ottennero una corrispondente integrazione sociale e soprattutto politica. Il ruolo della riforma
oplitica nella formazione della polis stato molto discusso e alcuni hanno voluto minimizzarlo,
in base alla difficolt di collocare cronologicamente una riforma che fu in realt un processo
di lunga durata. Ma sembra difficile negare limportanza del fattore militare nei cambiamenti
politici che hanno a che fare con la nascita della polis, intesa come appartenenza ad una
comunit in cui le prerogative politiche sono attribuite in base alla funzione militare. Non sono,
comunque, solo larmamento e il combattimento di massa a definire loplita: scontri di massa
sono presenti gi in Omero, ma senza che si possa parlare di un vero e proprio schieramento
falangitico. La caratteristica nuova data dal fatto che nella falange oplitica il soldato
combatte a ranghi serrati, difendendo se stesso e il proprio vicino, e per poterlo fare deve
mantenere il proprio posto nello schieramento: ci implica il superamento dellindividualismo e
una profonda integrazione del singolo nel gruppo. La virt (arete) eroica del guerriero
aristocratico viene cos superata e si affermano nuovi valori, come lautocontrollo, la
moderazione (sophrosyne) e il senso della solidariet e della parit fra uguali. Dalloplitismo
nacquero cos comunit di cittadini pi ampie e coese, che, sul piano costituzionale, si
diedero, in luogo delle aristocrazie, governi timocratici, cio basati sul censo (time) e quindi
potenzialmente pi aperti e caratterizzati da una maggiore mobilit sociale.
3. POLIS E POLEIS
Si detto che il termine polis fa riferimento a realt storiche molto diversificate. Vi sono in
effetti notevoli differenze tra le poleis (pi di 1.000, di cui 700 nella metropoli e 300 nelle aree
coloniali). Tali differenze investono diversi piani. Prima di tutto, il piano delle dimensioni e
delle caratteristiche geografico-territoriali. Il 75% delle poleis aveva territori di estensione
molto limitata, inferiore ai 100 km2; tuttavia, non poche citt avevano territori anche molto
ampi, come Atene, il cui territorio coincide con lintera Attica e copre 2.400 km2, Sparta, il cui
territorio comprende tutta la Laconia (8.400 km2), Argo (1.400 km2), Corinto (880 km2). Con il
territorio collegata la questione delle differenze sul piano insediativo: citt il cui territorio
coincide con una regione, come Sparta e Atene, presentano diversi centri abitati,
funzionalmente differenziati rispetto alla citt principale (le citt perieciche, in stato di
dipendenza, per la Laconia; i demi, antiche poleis divenute semplici circoscrizioni
amministrative dopo il sinecismo, per lAttica). Forti differenziazioni si registrano anche a
livello socio-demografico. Vi sono citt con un livello demografico elevato, di centinaia di
migliaia di individui, di status diverso: il caso di Atene, Sparta, Siracusa, citt in cui la
popolazione residente comprende un elevato numero di persone non dotate di pieni diritti di
cittadinanza, come i meteci, i perieci, gli schiavi domestici o pubblici. Ma la maggior parte
delle citt contava poche centinaia o al massimo migliaia di uomini, prevalentemente di status
cittadino, con scarsa presenza di stranieri e laggiunta di un numero non elevato di schiavi
domestici. Soprattutto, diversa appare la struttura della societ, giacch nel passaggio dal
miceneo allet oscura e poi allarcaismo le comunit greche si organizzarono diversamente,
attraverso differenti modelli sociali. Il modello dorico, visibile in Laconia, ma anche a Creta e
in Tessaglia, prevedeva che fossero schiavi, diversamente denominati, a coltivare la terra,
mentre la popolazione libera poteva dedicarsi alla vita politico-militare. Nel modello
affermatosi in Attica (stato unitario il cui centro una polis democratica) e in Beozia (stato
federale a gestione oligarchicomoderata) la terra era invece coltivata da agricoltori liberi,
diretti discendenti del damos di et micenea. Infine, le differenze forse pi significative,
almeno per quanto riguarda laspetto esteriore, si registrano a livello urbanistico e
architettonico: Atene presenta un grande sviluppo monumentale, mentre nota la diversa
struttura di Sparta, dispersa in villaggi: Tucidide (I, 10, 1-2), confrontando laspetto esteriore
delle due poleis, sottolinea come il criterio di grandezza in senso monumentale non valga a
indicare la potenza delle citt, che pu essere valutata solo dal punto di vista strettamente
politico. Insomma, quando parliamo di polis, cerchiamo di cogliere gli elementi comuni di
esperienze estremamente variegate, sia a livello strutturale, sia a livello pi ampiamente
ideologico. Basterebbe, ad esemplificare questa variet, lenorme diversit dei modelli
spartano e ateniese, che, pur costituendo entrambi un unicum, divennero i punti di riferimento
delle esperienze oligarchiche e democratiche. Sparta propone lintegrazione di un ristretto
gruppo di cittadini di pieno diritto, cui riconosciuta perfetta uguaglianza, distribuiti in trib
genetiche (le tre trib doriche) e in organismi territoriali chiamati oba; il ruolo dei cittadini
definito dalla funzione militare, mentre la coltivazione della terra affidata agli iloti; il sistema
sociale, con la tripartizione in Spartiati, perieci e iloti, appare rigido, sostanzialmente
immobilistico, non suscettibile di riforme. Atene, invece, estende la qualit di polites al di l di
ogni discriminazione di carattere economico-sociale; il demos comprende fin dagli inizi del VI
secolo non solo i piccoli contadini, ma anche i teti, i nullatenenti privi di propriet terriera che
si procurano da vivere con il lavoro di braccianti salariati o attraverso attivit artigianali;
tramite un processo che passa per Solone, Pisistrato e Clistene, e che apparso come una
conferma della tendenza alla progettazione razionale insita nel sistema polis, il demos
acquista unidentit consapevole. Ci fa da presupposto allo sviluppo di una democrazia
assembleare molto avanzata, in cui il valore della partecipazione promosso e incoraggiato,
e che si rivela capace di autocontrollarsi e di autoriformarsi nel tempo, adattandosi a nuove
situazioni. Le due citt vengono cos a costituire i due poli, luno democratico e laltro
oligarchico, dellesperienza statale greca, in una contrapposizione comunque non sempre
pienamente legittima, data la peculiarit del modello spartano rispetto alle oligarchie storiche
greche e del modello ateniese rispetto alle altre citt a governo democratico non direttamente
esemplate su Atene. Argo, che presentava una struttura sociale tipicamente dorica, con un
damos libero e una popolazione asservita, i gimneti, non si irrigid come Sparta, ma, sotto la
spinta di eventi politico-militari, immise nella cittadinanza inferiori di status servile o periecico
e si diede una nuova organizzazione politico-territoriale, con quattro trib al posto delle tre
trib doriche originarie; questi mutamenti innescarono un processo di democratizzazione e
Argo, da unorganizzazione di tipo spartano, pass a unorganizzazione di tipo ateniese,
bench assai meno stabile. Corinto, citt di commercianti e agricoltori, la cui popolazione
residente comprendeva un numero elevato di schiavi, ebbe invece una costituzione
oligarchica molto stabile, che fu il presupposto della sua duratura alleanza con Sparta. Tebe,
al centro di uno stato federale di antica tradizione, pass dalla oligarchia estremista
(dynasteia) dellepoca delle guerre persiane alloligarchia moderata, basata sul possesso di
propriet terriera, della seconda met del V secolo, per poi darsi, nel IV, strutture
democratiche di ispirazione ateniese. Siracusa, grande citt dorica dOccidente, colonia di
Corinto, fu quasi sempre governata da tirannidi, ma tra il 466 (caduta della tirannide dei
Dinomenidi) e il 405 (avvento di Dionisio I) ebbe un governo oscillante fra oligarchia pi o
meno moderata e democrazia, politicamente e socialmente molto instabile per la mancanza
di un demos di formazione omogenea: afferma il siracusano Atenagora in un discorso del 415
(Tucidide VI, 38, 3) che la nostra citt poche volte tranquilla, e affronta lotte e dissidi contro
se stessa pi spesso che contro i suoi nemici, e talvolta soggetta anche a tirannidi e a
ingiuste dominazioni.

Questi pochi esempi sono sufficienti a mostrarci come le comunit cittadine, a partire da una
formazione comune, si siano evolute in sistemi molto diversi per ispirazione politica e
organizzazione concreta. Ovviamente, non mancano elementi comuni che, essendo
caratteristici della polis, concorrono a identificare come tale una comunit: la capacit di
battere moneta, il possesso di istituzioni come il consiglio, lassemblea, il pritaneo, le
magistrature, lappartenenza ad una lega militare o ad uno stato federale, la capacit di
dichiarare la guerra, di concludere la pace, di sottoscrivere trattati e cos via. Un elenco di
queste caratteristiche, individuato attraverso unaccurata analisi della documentazione,
raccolto e discusso nellintroduzione allInventory of Archaic and Classical Poleis curato da
M.H. Hansen e Th.H. Nielsen (2004).

4. LIDEOLOGIA DELLA POLIS: AUTONOMIA E LIBERT


Si accennato, a proposito del concetto di polis come comunit di uomini che si riconosce in
leggi e culti comuni, a quella che potremmo chiamare ideologia della polis. Ma si possono
aggiungere altre considerazioni. Con lesperienza storica delle guerre persiane, i Greci
maturarono la coscienza dei valori della loro civilt, di fronte al rischio epocale che il loro
sistema di vita aveva corso nello scontro con i Persiani: essi sono essenzialmente i valori
della Grecia delle citt, dato che i nomi che compaiono sul tripode delfico, il monumento
celebrativo dedicato dai Greci vincitori dopo la vittoria nella seconda guerra persiana, porta i
nomi di 31 genti greche, tutte organizzate in citt, da Sparta e Atene fino alla piccolissima
Micene, che Tucidide (I, 10, 1) considera insignificante. I valori in questione sono,
sostanzialmente, autonomia e libert (autonomia kai eleutheria); bench essi siano
insistentemente rivendicati dalla poleis della Grecia classica e non solo classica, non facile
definirne i contenuti. Autonomia non ricorre nelle fonti fino alla seconda met del V secolo
e sembra identificare la possibilit di governarsi con proprie leggi liberamente accettate,
senza condizionamenti esterni. Per la precisione, autonomo lo stato che libero di stabilire
le norme secondo cui vuole vivere, in un campo che sembra investire soprattutto il livello
politico (integrit territoriale, autonomia costituzionale) e militare (partecipazione ad alleanze
militari paritarie); autonomos, quindi, si oppone a suddito (hypekoos). La genesi di questo
concetto stata indagata senza che sia stato possibile giungere a risultati sicuri. Poich
lautonomia definisce il grado di indipendenza in relazione a un potere pi forte, si cercato di
collegare la genesi del concetto con l rapporto fra Greci dAsia e Persia, con le relazioni fra
egemone e alleati nellambito dellimpero ateniese oppure con le relazioni interne in ambito
peloponnesiaco, dove lepigrafia segnala una particolare sensibilit al tema dellautonomia. Il
carattere definitorio dellautonomia per la concezione della polis stato anche negato
(Hansen 1995), sulla base del fatto che una polis priva di autonomia (cio in stato di
dipendenza come le citt perieciche della Laconia, o i membri di una federazione non
paritaria) non perde per questo la sua natura di polis. Ora, sul fatto che possano esistere
poleis in condizioni di dipendenza si pu senzaltro essere daccordo, ma non credo che ci
obblighi a concludere che lautonomia non un elemento definitorio della polis. Lautonomia,
come la libert e lautarchia, collegata con il modello ideale di polis: se poi per alcune, forse
anche per molte di esse, questo o altri ideali non trovano corrispondenza nella realt storica
(una polis come Atene, per esempio, non era autarchica dal punto di vista economico), ci
non significa che non si trattasse di un ideale sentito. Per valutare la portata del concetto di
autonomia, forse pi importante sottolineare che i Greci cercarono insistentemente di
stabilire un equilibrio internazionale sulla base dellautonomia delle citt e che quindi questo
valore fu ritenuto, a livello panellenico, come degno di essere perseguito e difeso. Eleutheria
(libert), che parola gi omerica, identifica invece la possibilit di svolgere una politica
estera indipendente. In origine, il termine indica la condizione, libera o non libera,
dellindividuo (ma anche il concetto di autonomia ricorre per la prima volta in Sofocle a
proposito di Antigone, quindi per un individuo che si definisce in rapporto a un potere che non
riconosce); poi passa a definire il regime della citt, libera o sottomessa a regimi autoritari, e
la sua indipendenza da un potere straniero. Nel V secolo i due termini non si sovrappongono
del tutto, poich eleutheria sembra riguardare soprattutto la politica estera, autonomia una
serie di aspetti tra i quali sembra prevalere quello costituzionale, anche se talora si preferito
individuare una distinzione diversa, per cui eleutheria avrebbe a che fare con il livello ideale,
autonomia con il livello pi concreto del diritto positivo; nel IV secolo lespressione tende a
diventare unendiadi. Questi valori conservano grande importanza anche in et ellenistica,
quando non solo le citt li rivendicano nei confronti dei sovrani, ma gli stessi successori di
Alessandro cercano consenso tra i Greci attraverso una propaganda sul tema della difesa
della libert e dellautonomia delle poleis. Proprio lesasperazione di questi valori rese difficile
laffermazione di un equilibrio internazionale stabile nel mondo greco. A partire da Tucidide,
che nellarcheologia ricorda come i Greci non facessero spedizioni comuni in territorio
straniero per aumentare la propria potenza, ma preferissero farsi guerra tra vicini (I, 15, 2-3),
la tradizione sottolinea insistentemente il collegamento tra la divisione interna del mondo
greco e la sua debolezza politica, individuando, per contro, nella capacit di agire in comune
un elemento di sviluppo e di rafforzamento. Furono dunque sperimentate diverse forme di
collaborazione tra stati, dalle anfizionie (leghe sacre di popoli vicini, che si riconoscevano in
un culto comune) alle leghe militari (symmachiai), di natura originariamente difensiva: nelle
quali un gruppo di poleis riconosceva volontariamente la guida (egemonia) di unaltra polis:
ad essa venivano delegati il comando in guerra e la responsabilit di organizzare lattivit
militare comune, in caso di attacco ad uno degli stati membri. Di questa natura furono la Lega
del Peloponneso, che riuniva diversi stati peloponnesiaci sotto legemonia di Sparta, e le due
leghe navali costituite sotto la guida di Atene nel V (Lega delio-attica) e nel IV secolo
(Seconda lega ateniese). Ma la tendenza delle poleis egemoni ad utilizzare a proprio
vantaggio le leghe militari si fece sentire costantemente nellambito della storia greca,
riducendo sensibilmente il valore di queste strutture per la realizzazione di un efficace
coordinamento dei Greci fra loro. In origine alleanze di tipo difensivo, su piede di parit, in cui
lautonomia dei singoli stati membri era rispettata e i contraenti erano obbligati allintervento
armato in favore dellegemone o di un membro della lega solo in caso di aggressione (o
comunque in seguito ad una decisione comune degli alleati), esse manifestarono la tendenza
a mutarsi in alleanza offensiva e difensiva, in cui gli stati membri erano costretti a condividere
integralmente la politica estera dellegemone, rinunciando ad averne una propria (il greco
esprime questa situazione con la formula avere gli stessi amici e gli stessi nemici). In
questo caso, lautonomia e la libert delle citt alleate venivano gravemente lese
dallegemone, il cui interesse finiva per prevalere su quello comune. Il tentativo di superare la
frammentazione politica del mondo greco si scontr dunque con la volont delle singole
poleis (o almeno delle pi potenti fra esse) di affermare la propria autonomia a detrimento
delle altre, nonostante levidente danno che ne derivava per la stabilit generale della Grecia
e per la sua capacit di contrastare efficacemente spinte imperialistiche esterne. N
ottennero miglior successo formule elaborate dal diritto internazionale greco, come la pace
comune, allo scopo di realizzare e di mantenere una convivenza internazionale stabile,
bench sia stato sottolineato di recente (Giovannini 2007) linteresse della maggior parte delle
citt greche a mantenere relazioni pacifiche. Il sentimento di una unit panellenica,
certamente percepito a livello di lingua, di cultura, di religione, di stile di vita fin dal V secolo
(Erodoto VIII, 144 ricorda, come contenuti dellHellenikn, cio dellessere Greci, lo stesso
sangue e la stessa lingua, e i santuari comuni degli dei, i sacrifici e gli usi analoghi), non
seppe mai esprimersi efficacemente a livello politico, neppure quando, con la fine del V
secolo, si svilupp unacuta sensibilit al problema del panellenismo e alle forme della sua
possibile realizzazione storica.

5. POLIS E STATO FEDERALE


Lo stato federale greco (denominato koinn o ethnos) era caratterizzato dallunione di diverse
citt e villaggi in un rapporto di sympoliteia o cittadinanza comune: il termine indica la
coesistenza di una cittadinanza federale con una cittadinanza locale. In ambito ufficiale, essa
si esprime nella definizione onomastica del cittadino, che accosta alletnico della federazione
(per esempio, Tessalo) la specificazione della localit di origine (di Larissa). Lo stato
federale fu, in et arcaica, la struttura politica delle comunit caratterizzate da una identit
etnica e non cittadina, situate in zone spesso periferiche e isolate, caratterizzate da
uneconomia prevalentemente pastorale, da difficolt di comunicazione, da arretratezza di
sviluppo, dalla mancanza di urbanizzazione. Rimasti ai margini della storia della Grecia
classica, dominata dalle grandi poleis, a partire dal IV secolo a.C. gli stati federali, favoriti da
una capacit di sviluppo collegata con la maggiore disponibilit allintegrazione politica e alla
collaborazione interstatale, divennero unesperienza di stato alternativa a quella cittadina,
logorata dalle lotte per legemonia, fino ad affermarsi pienamente come potenze politiche in
et ellenistica.
Anche gli stati federali presentavano una grande variet di forme costituzionali, di carattere
democratico, oligarchico e addirittura monarchico ( il caso della Macedonia o dellEpiro). Le
strutture principali erano, come per le poleis, lassemblea, il consiglio e le magistrature. Nei
diversi stati, diversamente regolato era laccesso alla partecipazione politica da parte dei
cittadini: i regimi pi diffusi erano quelli di carattere moderato, cio oligarchie piuttosto
ampie, che garantivano la partecipazione ai piccoli proprietari terrieri e ne escludevano i
nullatenenti. Allinterno di ciascun koinn convivevano istituzioni locali e federali: le prime si
occupavano dellamministrazione delle singole comunit (poleis, semplici villaggi o komai,
trib), le seconde avevano competenza sugli affari esteri, sulla gestione dellesercito e su
tutte le questioni di interesse comune, di carattere politico, giudiziario e finanziario. Il
problema principale, nellambito degli stati federali, era costituito proprio dallarticolazione tra
potere federale e poteri locali. In genere, lanalogia degli orientamenti politici e delle forme
istituzionali nei due ambiti e la netta separazione delle competenze favoriva una buona
interazione fra i due livelli, specialmente laddove esistevano istituzioni federali di tipo
rappresentativo. Potenti elementi di rafforzamento dellunit federale furono poi il fattore
religioso e lo scambio di diritti di carattere privato (di matrimonio e di propriet) tra i membri
della federazione, come ricorda Senofonte (Elleniche, V, 2, 19) per il koinn dei Calcidesi.
Tuttavia, il rapporto tra polis e koinn appare spesso caratterizzato da forti conflitti. Si tratta, in
effetti, di due realt alternative, i cui principi sono in contrasto: da una parte la polis con i suoi
ideali di indipendenza e di autonomia, dallaltra il koinn con la sua pretesa di coordinare
realt locale e realt federale in un sistema integrato. La vita cittadina che, quasi assente in
origine, si svilupp poi anche negli stati federali ag cos ora come forza centrifuga (cio
spezzando lunit della federazione: il caso della Tessaglia, che nel corso della sua storia
speriment pi volte la crisi dellunit federale), ora come forza centripeta (assoggettando la
federazione alla polis: il caso dei Beoti o dei Calcidesi di Tracia). Inoltre le poleis, oltre a
minacciare la coesione della federazione con le loro ambizioni autonomistiche e talora
secessionistiche, la condizionarono fortemente dal punto di vista politico, attraverso le
ingerenze delle fazioni interne alle singole citt nella politica estera federale e le conseguenti
controversie. Per contro, lassenza di tensioni interne provocate dalle poleis costitu, in alcuni
stati federali, un elemento di forza e di progressiva affermazione politica, come nel caso degli
Etoli e degli Achei. Se ne pu concludere che, nello stato federale, la polis rimase un
elemento fortemente condizionante, fattore di sviluppo e insieme di crisi.

CAPITOLO 3
POLIS E POLITEIA

1. LA POLITEIA
Nel mondo greco, lidea di costituzione (politeia) fondata sulla nozione di legge
(nomos): la legge stessa il limite allarbitrio dei governanti. Si potrebbe affermare che nella
polis esistono solo leggi costituzionali, non leggi ordinarie: la legge costituisce in s un limite
sia per i cittadini sia per i pubblici poteri, e non concepibile che una legge possa essere
incostituzionale perch in contrasto con i principi fissati nella costituzione. Per la
comprensione del concetto di politeia, il nesso politeia/nomos dunque fondamentale. Per
partire dalla terminologia, politeia un termine polisemantico, con valore sia collettivo sia
individuale, che deriva da polis, attraverso polites, ed esprime, insieme ai verbi
politeuo/politeuomai (essere cittadino), lo statuto e linsieme delle funzioni e delle attivit
civiche dei politai. Come tutti i termini con suffisso -eia, si tratta di un astratto di formazione
recente, assente in Omero e nella lingua poetica e attestato a partire da Erodoto. Pu
indicare lorganizzazione politica di una comunit (la costituzione, il regime, il governo,
talora con il senso specifico di governo democratico o repubblicano), ma anche la
cittadinanza (nel senso di condizione di cittadino, di diritto di cittadinanza, di diritti
politici). Politeia compare per la prima volta in Erodoto (IX, 33, 4-5; 34, 1) con il significato di
diritto di cittadinanza, richiesto agli Spartani dallindovino eleo Tisameno allepoca della
battaglia di Platea (479).
In seguito, il termine ricorre sei volte nella Costituzione degli Ateniesi di Pseudosenofonte
(variamente datata fra il 440 e gli inizi del IV secolo), un pamphlet antidemocratico che fa
parte del genere letterario delle politeiai, nato nellambito della sofistica. Tale genere letterario
comprende scritti teorici sulla politeia (Protagora, Ippodamo) e trattati descrittivi sulle
costituzioni (Crizia, autore di politeiai degli Spartani e dei Tessali); la Costituzione degli
Spartani di Senofonte invece, come lopera di Pseudosenofonte, un vero e proprio
pamphlet politico di ispirazione costituzionale. Eredi di questa tradizione, Aristotele e la sua
scuola dedicano grande impegno alla raccolta di dati sulle costituzioni greche; delle politeiai
aristoteliche, circa 150, il cui elenco ricostruibile grazie al riassunto di Eraclide Lembo, ci
resta solo, grazie ad un fortunato ritrovamento papiraceo, la Costituzione degli Ateniesi. In
Tucidide, la terminologia della politeia ricorre in una ventina di casi e appare ormai
pienamente affermata. Se ne pu concludere che il tema della politeia emerge nella seconda
met del V secolo, nella prosa di carattere storico e politico; la documentazione epigrafica di
V e IV secolo offre una ventina di esempi. Limportanza della politeia nella definizione della
polis sottolineata dagli interventi di alcuni autori del IV secolo. Isocrate (Panatenaico, 138;
cfr. Areopagitico, 13-14) definisce la politeia anima della citt (psych poleos), esercitando
su di essa un potere pari a quello della mente sul corpo. essa che delibera su tutti i
problemi, che conserva i successi ed evita le disgrazie, insomma la causa di tutto ci che
accade alle citt; per Aristotele (Politica, IV, 1295a) la politeia invece in un certo senso, la
vita stessa della citt (bios poleos). In entrambi i casi, la citt viene equiparata ad un
organismo umano, di cui la politeia costituisce il principio vitale e caratterizzante, capace di
plasmare il cittadino sul proprio modello; una buona politeia quindi fondamentale per
realizzare il fine della polis, che , nella visione aristotelica, quello di far vivere bene
luomo, animale politico per eccellenza.

2. LE DIVERSE FORME DI COSTITUZIONE: IL TRIPOLITICO DI ERODOTO


Come si visto nel capitolo precedente, le poleis mostrano una grande variet nellassetto
esteriore, quanto a dimensioni e caratteristiche del territorio, livello demografico,
organizzazione della popolazione, aspetto monumentale. Unanaloga variet si riscontra
anche nella definizione della politeia, nonostante il riproporsi degli organismi politici principali
(assemblea, consiglio, magistrature e tribunali). * Si detto che il termine politeia indica sia
lorganizzazione politico-costituzionale, sia la cittadinanza; in questo secondo senso, esso
collegato con le nozioni di appartenenza e di condivisione, tanto che essere cittadini si dice
in greco metechein tes politeias, aver parte alla politeia. La composizione del corpo civico,
cio di coloro che godono dei pieni diritti politici, pu essere definita, quanto ad ampiezza, in
modo molto diverso, sulla base di differenti criteri: nascita, censo, contributo militare (in
genere, tale contributo direttamente proporzionale al riconoscimento del diritto alla
partecipazione politica). Ne deriva una variet estrema di forme di organizzazione politica,
che comprende poleis governate da regimi autocratici (cio da tirannidi), da governi
oligarchici ristretti (le cosiddette dynasteiai), da oligarchie censitarie relativamente moderate
aperte ai piccoli contadini proprietari, cio alla classe oplitica (le cosiddette oligarchie
isonomoi), da democrazie pi o meno radicali. In tutti i casi si afferma la tendenza a
concepire come uguali coloro che partecipano alla politeia: anche i regimi oligarchici sono
a partecipazione diretta e intendono garantire luguaglianza ai membri della politeia, cosicch
si pu ben affermare che la polis, indipendentemente dalla sua organizzazione, tende a
svilupparsi in senso isonomico. Ovviamente, questa tendenza si manifesta pienamente nei
sistemi democratici, che portano alle estreme conseguenze il processo di inclusione dei liberi
nella cittadinanza. Il pensiero politico greco classifica le costituzioni sulla base di una
tripartizione in monarchia, oligarchia e democrazia, la cui prima attestazione articolata si trova
in Erodoto (III, 80-82), nel dialogo cosiddetto Tripolitico. Un accenno, in realt, si trova gi
in Pindaro, Pitica, II, 86 ss., del 475 ca., dove laccento posto sullaspetto morale:

Un uomo dalla parola franca si fa valere ovunque; presso i tiranni, l dove regna la folla
turbolenta, e nelle citt rette dai saggi.

Il criterio utilizzato da Erodoto invece, evidentemente, quello dellestensione della sovranit,


affidata a uno solo, a pochi o a tutti (demos indica originariamente tutto il popolo nel suo
complesso); i termini utilizzati sono composti con kratos (che esprime la forza, il potere, la
sovranit, e che ritroviamo in democrazia, con riferimento alla sovranit del demos, la
comunit civica nel suo insieme) ed arch (che esprime il potere di comando, tipico dei
magistrati, il cui esercizio delegato a uno solo oppure a pochi). Il carattere innovativo del
contributo erodoteo si rileva anche dal fatto che nella sua opera che compaiono per la
prima volta sia il termine democrazia (bench solo attraverso il verbo demokrateisthai, in
VI, 43, 3: nel Tripolitico si preferisce ricorrere a isonomia), sia il termine oligarchia (che
ricorre sei volte). Nel dibattito, che si immagina tenuto in Persia tra i notabili Otane, Megabizo
e Dario, vengono discussi, oltre al tema dellestensione della sovranit, anche il valore morale
e la competenza necessari per essere qualificati a governare e limportanza della legge, il
nomos, che funge da garanzia che linteresse del singolo non prevalga su quello comune.
Otane, difensore della democrazia, caratterizza il regime monarchico con i tratti tipici della
tirannide, in cui lautocrate, con la sua prepotenza e la sua invidia dei migliori, viola
sistematicamente la legge: lopposizione democrazia/tirannide tipica della tradizione
ateniese (cfr. Euripide, Supplici, 403 ss.). Al contrario, la democrazia definita da Otane con il
termine isonomia, che esprime luguaglianza di fronte alla legge e per mezzo di essa, o
meglio ancora lidea di un ordine basato sulla legge e sulla nozione di condivisione: la
moltitudine che governa ha in primo luogo il nome pi bello di tutti: isonomia; in secondo
luogo, non fa nulla di quanto fa il monarca; le cariche sono esercitate a sorte; chi ha una
carica deve renderne conto; tutte le decisioni sono prese in comune.

Otane consiglia pertanto di dare il potere al popolo, in quanto tutto risiede nella
maggioranza. In s, isonomia non equivale a democrazia, tant vero che anche
unoligarchia pu essere definita isonomos; ma il riferimento alla democrazia emerge con
chiarezza nei contenuti istituzionali, che rimandano alla sovranit popolare, alluguaglianza,
alla partecipazione, garantita dal sorteggio delle cariche (che assicura un accesso non
discriminato e unopportuna turnazione), dal controllo dei magistrati e, soprattutto, dalla
messa in comune, in mezzo (eis to koinn, eis meson) di tutte le decisioni. Linsistenza
sullidea di maggioranza caratterizza la democrazia come governo dei pi rispetto ai pochi,
presente anche in altri testi della seconda met del V secolo, che mostrano uno slittamento
dallidea originaria del governo del demos come governo di tutti a quella, pi realistica, di
governo della maggioranza. Mi riferisco a un passo dellEpitafio, il discorso che Tucidide
attribuisce a Pericle in occasione della pubblica cerimonia funebre per i morti del primo anno
della guerra del Peloponneso (inverno del 430/29), in cui si afferma (Tucidide II, 37, 1) che la
politeia degli Ateniesi, poich retta in modo che i diritti civili spettino non a poche persone,
ma alla maggioranza, chiamata democrazia, e al discorso del siracusano Atenagora nel 415
(Tucidide VI, 39, 1), in cui luomo politico dichiara che chiamato demos il complesso dei
cittadini, mentre chiamata oligarchia soltanto una parte; [...] che le migliori decisioni le piglia,
dopo essersi informata, la maggioranza, e che queste classi, sia unite che separate, in una
democrazia hanno parti uguali.

Al demos viene rivendicata lintelligenza politica (xynesis) sufficiente a governare: alle accuse
di voler affidare la gestione dello stato a gente ignorante e priva di competenze specifiche, i
democratici rispondevano collegando il diritto a governare con il concetto di maggioranza,
capace di garantire, attraverso lampiezza della consultazione, la bont del processo
decisionale. Megabizo parte, come Otane, dal rifiuto della tirannide, ma critica duramente la
democrazia, insistendo proprio sul fatto che il popolo non qualificato a governare: privo di
intelligenza (xynesis) e ricco di arroganza, il popolo una massa inutile. Infatti,

come potrebbe avere cognizione di causa chi non stato istruito, chi non conosce il bello e
nulla che gli sia proprio, chi senza riflettere sconvolge le cose su cui si getta, simile a un
fiume in piena?

Il popolo dunque non meno violento e irrispettoso della legge del tiranno, il quale, almeno,
agisce a ragion veduta. Nella visione aristocratica, che le parole di Megabizo riflettono,
individuo e massa sono equiparati quanto a violenza e illegalit, e la scelta di un governo
oligarchico imposta dal fatto che dagli uomini migliori (aristoi) derivano le deliberazioni
migliori. Il termine aristoi trasfigura in senso etico-politico una selezione di carattere
prevalentemente socio-economico; in modo uguale e contrario, il popolo, in quanto povero,
anche poners, cattivo e ignorante, privo di quelle capacit di discernimento e moderazione
tipiche degli aristoi e capaci di realizzare una vera eunomia, un buon governo.
Diversamente da oligarchia, lastratto aristocrazia non compare in Erodoto, essendo di
formazione pi tarda: esso sembra nascere, sul modello di democrazia, come parola
dordine delle fazioni oligarchiche, pi adatta alla propaganda di oligarchia (di significato
neutro o addirittura negativo), come attesta Tucidide (III, 82, 8, a proposito della guerra civile
di Corcira del 427):
i capi di fazione, ciascuno usando nomi onesti, cio di preferire il popolo e luguaglianza civile
oppure unaristocrazia moderata, a parole curavano gli interessi comuni, ma a fatti ne
facevano un premio della loro lotta.

Dario, infine, dopo aver criticato loligarchia in quanto caratterizzata dallo sviluppo di gravi
rivalit personali legate alla sete di potere e la democrazia per la malvagit innata del popolo
e lemergere delle aspirazioni di singoli capi, entrambe situazioni dannose per lo stato e
tendenti in ogni caso a sfociare nel potere di uno solo, sostiene la monarchia in quanto un
solo uomo eccellente (aristos), grazie alle proprie straordinarie capacit, pu governare nel
modo migliore e garantire al sistema la massima efficienza. Interviene qui un altro tema del
dibattito sulla democrazia, quello dellefficienza del sistema: alla democrazia si rimproverava,
fra laltro, di perdere tempo nel confronto e nel dibattito e di reagire con lentezza, con grave
danno se lavversario poteva invece muoversi con assoluta libert di iniziativa. In ogni caso,
lelogio della monarchia suona in qualche modo accademico per la Grecia del V secolo: i
regimi pi diffusi allepoca in Grecia erano democrazia e oligarchia, entrambi caratterizzati,
non casualmente, da quella partecipazione diretta (anche se sulla base di limiti numerici
diversi) che la monarchia invece esclude in linea di principio. La discussione, come si detto,
appare dominata, oltre che dalla questione dellestensione della sovranit, dal tema della
qualifica a governare. Al popolo, inteso come maggioranza, viene rivendicato da Otane il
pieno possesso della xynesis: ribadendo ci, i democratici si oppongono alle accuse di
incompetenza e di classismo, molto vive nella polemica contemporanea, come emerge per
esempio dalla Costituzione degli Ateniesi di Pseudosenofonte (I, 1-2), dove si afferma che
lessenza della democrazia risiede appunto nel mandare al governo i ponero e nellagire poi,
con perversa coerenza, secondo linteresse della parte meno qualificata della popolazione:

La politeia degli Ateniesi, cio la loro scelta di questo tipo di costituzione, io non lapprovo,
perch con essa hanno scelto che i cattivi (ponero) siano meglio dei buoni (chresto).

Ma lintervento di Otane a favore della democrazia contiene anche, come si ricordato,


significativi riferimenti istituzionali, gi presenti del resto nel passo euripideo citato pi sopra
(Supplici, 403 ss.):
Il potere non in mano a un sol uomo: la citt libera, il popolo sovrano, le cariche sono
annuali e a rotazione. La ricchezza non prevale: anche il povero ha uguali diritti.

Non difficile individuare in tali riferimenti allusioni trasparenti alla contemporanea


democrazia ateniese. Nel dialogo erodoteo, ampiamente influenzato dal dibattito dellet
periclea, la democrazia appare dunque come la miglior realizzazione delle tendenze
isonomiche insite nel concetto di polis.

3. LA RIFLESSIONETEORICA SULLA POLITELA NEL IV SECOLO


Nel IV secolo la riflessione sulla politeia, condotta da oratori e filosofi, si sviluppa e si
approfondisce: il canone delle costituzioni viene ampliato introducendo, accanto alle tre
forme tradizionali, il loro contraltare negativo. Si afferma inoltre, sviluppando uno spunto gi
presente in Erodoto, lidea del ciclo costituzionale, per cui ogni costituzione tende a
degenerare nel suo contraltare negativo e a trasformarsi in un altro modello, fino a ritornare
allinizio del ciclo stesso: un processo di decadenza al quale ci si domanda come lo stato
possa sfuggire. Isocrate (Panatenaico, 132) ripropone la divisione in monarchia. oligarchia,
democrazia, incentrata sul tema della sovranit e sul numero di coloro che la esercitano;
tuttavia, il valore delle singole costituzioni viene fatto dipendere non tanto dal numero, e
quindi dal modello scelto, quanto dalle qualit etiche e di competenza di chi governa:

quanti sono soliti eleggere alle magistrature e mettere alla direzione degli altri affari i cittadini
pi competenti [...] sotto qualsiasi forma di governo si regoleranno bene.

Ci comporta che si possa avere una democrazia buona (per esempio, la democrazia
aristocratica di Teseo, cfr. Panatenaico, 131) o cattiva, unoligarchia buona o cattiva (cfr.
anche Areopagitico, 70; Panatenaico, 114): il criterio del numero perde il suo valore
prevalente e sono le qualit intrinseche dei governanti ad essere messe in primo piano. Un
criterio ancora diverso, gi accennato nel dialogo erodoteo, che si affianca a numero e
competenza/moralit, quello del rispetto della legge: esso trova particolare sviluppo nel IV
secolo. Eschine (Contro Timocrate, 4-5; Contro Ctesifonte, 6), parlando delle tre forme
principali di governo, distingue tra tirannidi e oligarchie, amministrate secondo il capriccio dei
capi e dunque esposte a rischi di sovversione provenienti dalliniziativa dei pi forti, e
democrazie, che si reggono secondo le leggi stabilite e in cui sia i cittadini sia la
costituzione sono tutelati dalla legge. Questa visione, che lega al rapporto con la legge il
valore di un modello costituzionale, si oppone in un certo senso a quella del sofista
Trasimaco, riportata in Platone, Repubblica, I, 338d-339, secondo cui ogni governo pone le
leggi che gli siano vantaggiose: la democrazia democratiche, la tirannide tiranniche, e le altre
allo stesso modo. Con ci son venute a dichiarare ai sudditi che questo giusto, ci utile a
loro stesse, e puniscono chi non vi si attiene come trasgressore e operatore dingiustizia.

In questo caso, il riferimento al canone costituzionale non ha lo scopo di valutare vantaggi e


limiti dei diversi modelli, ma di sottolineare che, in ognuna di esse, le leggi sono stabilite
secondo linteresse di chi governa. La scelta del migliore regime, dunque, non ha pi valore
assoluto, ma va fatta in ragione dellinteresse di chi ha il potere, in una prospettiva non molto
diversa da quella di Pseudosenofonte, che, pur criticando la democrazia, ammette che essa
difende al meglio linteresse del demos (I, 1-2):

La politeia degli Ateniesi, cio la loro scelta di questo tipo di costituzione, io non lapprovo [...]
ma poich hanno deciso cos, dimostrer come in tutto e nel modo dovuto essi difendano la
loro costituzione e facciano tutte quelle altre cose che al resto dei Greci sembrano sbagliate.

Anche Demostene, come Eschine, contrappone talora la democrazia alle altre politeiai,
oligarchie e tirannidi (Contro Leptine, 15-16; Sullambasceria, 185-186), dando alla
democrazia un ruolo centrale. Tuttavia, va notato che egli procede a volte anche in altro
senso, accomunando democrazie e oligarchie nella definizione di politeiai, governi
costituzionali, e contrapponendole al potere assoluto del monarca, che non merita di essere
considerato tale (cfr. Olintiache, I, 5; Filippiche, II, 21); lo stesso atteggiamento si ritrova in
alcuni passi di Isocrate (Panegirico, 125; Sulla pace, 99). Le necessit della propaganda
politica (nel caso di Demostene, legate alla lotta contro Filippo) inducono a sperimentare
nuove forme di ripartizione e di accorpamento dei modelli costituzionali. Caratteristico del IV
secolo poi il passaggio dalla tripartizione ad una divisione pi articolata: ad ogni buona
forma costituzionale viene fatta corrispondere una forma degenerata, generando un canone
di sei costituzioni. Gi la tripartizione erodotea ha in s lidea di una possibile degenerazione:
nellintervento di Dario, si sottolinea che sia loligarchia, a causa delle accese rivalit
personali fra oligarchi e del desiderio di ciascuno di primeggiare, sia la democrazia, a causa
della prevaricazione dei capi del popolo, tendono a degenerare nel potere di uno solo. Il tema
prima di tutto platonico: in una serie di interventi, dalla Repubblica alle Leggi, Platone
propone unarticolazione in quattro o cinque modelli, mettendo in discussione il valore degli
schemi costituzionali tradizionali e il ruolo centrale della democrazia proposto, dopo Erodoto,
dagli oratori del IV secolo. Mentre infatti tirannide e oligarchia possono trovare in monarchia
ed aristocrazia un contraltare positivo, la democrazia ha sempre carattere negativo. Nel IV
libro della Repubblica (445c) Platone considera cinque costituzioni (monarchia/tirannide,
aristocrazia/oligarchia, democrazia), sulla base dellestensione della sovranit e della
competenza; in questa ripartizione la democrazia sempre cattiva e non pu avere un
contraltare positivo. NellVIII libro (544a) le costituzioni sono quattro, giudicate in base al
criterio del valore pi che del numero di chi governa: tirannide, oligarchia e democrazia sono
tutte cattive, mentre Munita buona laristocrazia (di modello cretese o spartano). Nel Politico
(291c), le costituzioni tornano ad essere cinque: tirannide/regno (basi/eia),
oligarchia/aristocrazia, democrazia; gli elementi distintivi diventano pi complessi rispetto a
numero e competenza dei goveri1anti e prendono in considerazione aspetti diversi, come
costrizione e obbedienza volontaria, povert e ricchezza, illegalit e legalit; anche in questo
caso non vi una alternativa positiva alla democrazia. Anche nelle Leggi (IV, 712b) le tre
costituzioni diventano cinque: monarchia/ tirannide, aristocrazia/oligarchia, democrazia
(isolata in quanto priva di una variante buona); ma interviene qui un nuovo elemento, gi
accennato nella valorizzazione delle costituzioni di Sparta e di Creta della Repubblica. Sparta
costituisce un modello positivo in quanto costituzione che include le caratteristiche di
costituzioni diverse: tirannide (gli efori), monarchia (i re), aristocrazia (i geronti), democrazia
(per luguaglianza fra i suoi cittadini). Si introduce cos nel dibattito il tema della costituzione
mista, che sfugge ai limiti riscontrabili nei singoli modelli prendendo, da ciascuno di essi, gli
elementi positivi.
La costituzione mista (mikt politeia) ha anche lo scopo di frenare la degenerazione cui ogni
costituzione va incontro nel corso del ciclo storico. Il passo della Repubblica gi considerato
(VIII, 544a) introduce lidea che anche una costituzione buona come laristocrazia possa
decadere, a causa della degenerazione interiore del tipo duomo che vi corrisponde:
dallaristocrazia nasce la timocrazia, cio un governo di pochi selezionato non sulla base del
valore, ma del ruolo sociale; dalla timocrazia loligarchia, un governo di pochi selezionato
sulla base della ricchezza; dalloligarchia la democrazia, a causa dellesasperazione indotta
nei poveri dallavidit dei ricchi; la citt si abbandona allora a una libert che sconfina nella
licenza e allesercizio di una sfrenata libert di parola (parrhesia), finch, in un clima di
esasperato che evoca la folla turbolenta di Pindaro e il fiume in piena di Erodoto, il
popolo sceglie un capo che finisce per farsi tiranno. Cos, dalla miglior costituzione,
laristocrazia, si giunge alla peggiore, la tirannide. Come sfuggire a questo ciclo
degenerativo? La soluzione inizialmente proposta da Platone la conoscenza del bene,
attraverso la formazione filosofica; in seguito, pi realisticamente, egli ripiega sul rispetto della
legge; in tutti i casi, tuttavia, non si pu prescindere dalla limitazione dellaccesso al potere,
escludendo comunque la possibilit di una democrazia buona. La costituzione mista una
soluzione appena accennata in Platone, ma che avr grande fortuna nel pensiero antico e
che recupera alcuni aspetti della prassi democratica: nelle Leggi (IV, 7 12b) Platone presenta
Sparta come modello di costituzione mista, che, prendendo da ciascuna costituzione
(monarchia, oligarchia, democrazia) gli elementi migliori, li fonde in un modello originale. Tale
modello, che elimina o tempera gli aspetti deteriori delle singole costituzioni conservando
quelli pi validi, consente di dar vita ad una esperienza costituzionale caratterizzata
dallequilibrio tra le diverse componenti e, quindi, da una maggiore stabilit. Un passo
ulteriore compiuto da Aristotele, che parla, in alcuni casi (Retorica, I, 8, 1365b; Politica, IV,
5, 1293a), di cinque costituzioni: tirannide, oligarchia/aristocrazia, democrazia (tutte suddivise
in diverse sottospecie) e, infine, la politeia o regime costituzionale, di carattere intermedio
tra democrazia e oligarchia (mixis oligarchias kai demokratias). Nel III libro della Politica (III,
1279a-b) troviamo una distinzione pi articolata, che presenta sei costituzioni, distinte sulla
base del rapporto tra interesse privato e interesse comune; sono recuperati, tuttavia, anche i
criteri del numero, della qualit dei governanti e del rapporto tra esercizio del potere e legge.
Un elemento di valutazione decisivo, in Aristotele, costituito dal rapporto tra interesse
privato e interesse comune:

Quando uno solo, i pochi o i pi esercitano il potere in vista dellinteresse comune, allora si
hanno necessariamente le costituzioni rette; mentre quando luno, i pochi o i pi esercitano il
potere nel loro privato interesse, allora si hanno le deviazioni [...] Le degenerazioni sono la
tirannide rispetto al regno, loligarchia rispetto allaristocrazia e la democrazia rispetto al
regime costituzionale (politeia). Infatti la tirannide il governo monarchico esercitato in favore
del monarca, loligarchia mira allinteresse dei ricchi, la democrazia a quello dei poveri; ma
nessuna di queste forme mira allutilit comune.

Aristotele divide la monarchia, il governo di uno solo, in tirannide da una parte, regno
(basileia) dallaltra: la possibilit di una monarchia positiva legata alle qualit personali del
monarca e alla sua capacit di governare nel rispetto della legge; questa visione trover
ampio sviluppo in et ellenistica, sulla base di riflessioni presenti in autori del IV secolo come
Senofonte e Isocrate. Loligarchia (screditata dal fatto che il presupposto che i pochi siano
anche i migliori si scontra con una realt ben diversa, quella di una selezione di natura
economico-sociale) trova un contraltare positivo in unidea di aristocrazia che sostituisce,
come criterio di selezione, leducazione (paideia) alla nobilt di nascita e alla ricchezza. Pi
complessa la questione della democrazia. Platone, come si visto, non crede alla
possibilit di una democrazia buona, n vi crede Isocrate, che affronta analiticamente, in
diversi interventi, il problema della riforma della democrazia ateniese contemporanea. La
soluzione di Aristotele , come si visto, la politeia, intesa come un regime fortemente legato
alle leggi, in cui si pu essere cittadini in senso attivo, come governanti, ma anche in senso
soltanto passivo, come governati, e in cui si comunque tutelati, anche in assenza di
partecipazione diretta, dalla legge. La classificazione aristotelica, mentre prende atto dei
possibili sviluppi positivi della monarchia e della progressiva perdita di credibilit
delloligarchia, supera la convinzione isocratea e platonica che non possa esistere una
democrazia positiva inventando la politeia, regime basato sul molo privilegiato della classe
media e caratterizzato da un rigoroso rispetto della legalit. Anche Aristotele si pone il
problema della degenerazione costituzionale, individuando nella costituzione mista,
formata da elementi tratti dai diversi modelli, la soluzione allinevitabile decadenza implicita
nel ciclo delle costituzioni. Il modello ideale ancora una volta quello spartano, in cui re, efori
e gherousia si controllano reciprocamente in un perfetto bilanciamento dei poteri (Politica, IV,
1293b):

L dove si hanno di mira due soli elementi, la virt (aret) e il popolo (demos), come a
Sparta, la costituzione una mescolanza di questi due fattori, il dominio popolare
(demokratia) e la virt (aret).

A partire da questo schema, Aristotele elabora un nuovo modello costituzionale misto,


fondato sulla classe media, garanzia di stabilit sociale e politica: una costituzione comune
di tipo moderato che il filosofo auspica possa diffondersi in tutta la Grecia ed essere accettata
ovunque, in quanto in essa possono riconoscersi cittadini abituati a regimi diversi (Politica, IV,
1289b):

Bisogna prima distinguere quante specie vi siano di costituzioni e se vi sia pi di una specie
di democrazia e di oligarchia, poi vedere quale sia la costituzione pi comune (koinotate) e
quale la preferibile dopo la migliore, e se c una costituzione aristocratica e ben costruita, ma
adatta al maggior numero di citt.

Merita infine un cenno il contributo, non privo di innovazioni, di Polibio (VI, 4, 4-10). Lo storico
svolge nel VI libro delle Storie unampia riflessione costituzionale, che parte dalla convinzione
che il motivo del successo storico di Roma vada individuato nel suo peculiare modello
costituzionale, che univa elementi democratici (le assemblee), oligarchici (il senato),
monarchici (i consoli). Scrivendo in unepoca, il II secolo a.C., in cui lesperienza della polis ha
ormai perduto le sue tradizionali connotazioni partecipative, e avendo in mente soprattutto
lesperienza federale della Lega achea, Polibio riprende sia il tema del canone delle
costituzioni, portandolo al suo stadio definitivo, sia quello della costituzione mista. In VI, 4, 4
ritroviamo sei forme di governo, con lopposizione monarchia/basileia, oligarchia/aristocrazia,
oclocrazia/democrazia. Nellultimo caso Polibio propone uninnovazione terminologica,
usando democrazia in senso positivo e parlando invece, per la forma democratica
degenerata, di oclocrazia o governo dellochlos, della folla incontrollabile. Il termine
democrazia sostituisce cos il termine politeia nel significato moderato che emerge dalla
riflessione aristotelica: con ci viene di nuovo ammessa la possibilit di una democrazia
buona, ma con una forte attenuazione dei suoi contenuti politicamente qualificanti. La
demokratia di Polibio in realt un regime moderato, non diversamente dalla politeia di
Aristotele:
non autentica democrazia quella in cui la massa padrona di fare quello che desidera o si
mette in mente; si deve invece parlare di democrazia quando, in quelle comunit nelle quali
esiste la tradizione e labitudine di venerare gli dei, onorare i genitori, rispettare gli anziani e
obbedire alle leggi, prevale la volont della maggioranza.

Ma in Polibio presente anche unarticolata teoria del ciclo costituzionale: dalla buona
monarchia, la basileia, nasce la tirannide; dal disfacimento di queste due forme si genera
laristocrazia, che degenera in oligarchia; quando infine la moltitudine dei comuni cittadini,
indignata, si sia vendicata dei soprusi commessi dai capi, nasce la democrazia. Infine, a
seguito delle violenze ed illegalit in cui, col tempo, anche questa forma di governo degenera,
subentra loclocrazia.

La visione polibiana contiene un elemento fortemente pessimistico: nessuna costituzione,


infatti, pu sfuggire al ciclo di decadenza che, in un certo senso, ognuna di esse contiene in
s, e che pu essere solo rallentato dalladozione del regime misto. Con lidea della
costituzione mista, il dibattito sulla costituzione migliore viene definito e in un certo senso
superato: ogni costituzione ha in s valori e limiti, e solo nel superamento delle
contrapposizioni che avevano caratterizzato la storia delle citt greche possibile valorizzare
ognuna al meglio. Il dibattito sulla miglior costituzione, aperto da Erodoto, si conclude quindi
con lindividuazione, evidente soprattutto nella costituzione comune di Aristotele, di un
modello medio, in cui tutti possano riconoscersi e che tutte le poleis possano adottare,
superando le notevoli differenze originarie in favore di una sostanziale omologazione
istituzionale, che si affermer in et ellenistica.

4. LA PROPAGANDA COSTITUZIONALE: LA PATRIOS POLITEIA


Nellambito del dibattito costituzionale greco merita attenzione un concetto che ebbe grande
fortuna, quello della patrios politeia o costituzione degli antenati. Si tratta di uno slogan che
pu assumere, di volta in volta, contenuti diversi, a livello ideologico e istituzionale, al servizio
di diverse e opposte propagande. La fortuna di questo mito costituzionale evidenzia il
rispetto del pensiero politico greco per i modelli politici tradizionali, che proprio dalla loro
appartenenza alla storia politica e costituzionale locale traggono legittimit. Sullo scorcio del
V secolo lopposizione antidemocratica ateniese, che non aveva potuto condurre a fondo la
sua lotta alla democrazia per via istituzionale (una vera e propria opposizione organizzata alla
democrazia periclea cess con lostracismo di Cimone e di Tucidide di Melesia), pass,
approfittando della grave crisi successiva alla sconfitta in Sicilia (413), alla via rivoluzionaria
e, per cercare il consenso necessario a coinvolgere il demos nelle prime fasi della rivoluzione,
elabor una propaganda sulla democrazia diversa: si poteva essere democratici non nello
stesso modo rispetto al modello affermatosi in Atene dalla riforma di Efialte in poi (la formula
usata dalloligarca Pisandro in Tucidide VIII, 53, 1). Tra 415 e 411 lemergenza militare
consent di presentare la riforma della democrazia (consistente nella riduzione dei diritti
politici alla classe media, che forniva la fanteria oplitica) come lunica salvezza possibile per
Atene. La diversit riguardava i meccanismi istituzionali: il potere decisionale e il diritto
elettorale passivo dovevano essere drasticamente ridotti (da 30/50.000 a circa 5.000
persone), istituendo unoligarchia moderata, fondata sulla classe media. La democrazia
diversa doveva per essere presentata come avente alle spalle una consolidata tradizione,
per evitare laccusa di sovversione delle istituzioni democratiche: non si trattava di una
rivoluzione, ma di un ritorno allantico. Nasce cos il mito della costituzione dei padri. La
prima attestazione del concetto di patrios politeia si trova in un frammento del sofista
Trasimaco di Calcedone (Dionisio di Alicarnasso, Su Demostene, 3 = DK 85 F1), datato al
411 sulla base dei riferimenti allo stato di guerra e di discordia interna in cui si trova Atene. Il
frammento fa riferimento a una costituzione denominata patrios, del buon tempo antico,

quando ai giovani bastava tacere, poich la situazione politica non li costringeva a parlare in
pubblico e gli anziani amministravano la polis con rettitudine;

una costituzione con chiare sottolineature oligarchiche, capace di assicurare pace e


concordia, accessibile alla conoscenza e possesso comune di tutti i cittadini, in quanto
presente nella tradizione. Nonostante le originarie sottolineature oligarchiche, la costituzione
degli antenati viene concepita diversamente dalle diverse fazioni ateniesi. Gli
antidemocratici responsabili degli esperimenti oligarchici dei Quattrocento (giugno-settembre
411) e dei Trenta Tiranni (anno 404/3) costruirono modelli ideali di tipo pi o meno moderato,
che facevano riferimento a Dracone, a Solone e a Clistene e che, comunque, guardavano al
quadro costituzionale anteriore alla riforma di Efialte (Aristotele, Costituzione degli Ateniesi,
29, 3). Per il 411, rimanda al tema della patrios politeia (pi precisamente, ai patrioi nomoi) il
cosiddetto emendamento di Clitofonte (uno dei documenti elaborati dai rivoluzionari
oligarchici per convincere il popolo ad abolire la democrazia ed approvati durante il colpo di
stato): esso evoca i modelli costituzionali di Solone (autore di una costituzione isonomica, ma
non propriamente democratica) e di Clistene (rappresentante di una democrazia formale, ma
non ancora sostanziale), assimilandoli fra loro in un modello di democrazia moderata
capace di togliere autorit a quello della democrazia radicale periclea (Aristotele,
Costituzione degli Ateniesi, 29, 3):

Clitofonte propose [...] che i prescelti indagassero anche le leggi dei padri, stabilite da
Clistene quando istitu la democrazia, affinch, prestando attenzione anche a quelle,
deliberassero il meglio; era convinto che la costituzione di Clistene non fosse democratica,
ma vicina a quella di Solone.

Sempre nel 411, rimanda al tema della patrios politeia laffermazione che il regime oligarchico
dei Quattrocento andava considerato secondo le tradizioni dei padri (Aristotele,
Costituzione degli Ateniesi, 31, 1).
Per il 404, appare significativo luso tendenzioso della clausola di non interferenza presente
nel trattato di pace con Sparta, forse suggerita dagli stessi rivoluzionari oligarchici: essa
prevedeva per Atene un governo kat ta patria, che fu inteso come secondo la patrios
politeia piuttosto che come secondo le tradizioni locali. Ne segu un dibattito su quale
fosse effettivamente in Atene la vera patrios politeia, su cui ci informa Aristotele (Costituzione
degli Ateniesi, 34, 3), e che mostra bene il carattere ambiguo dello slogan, rivendicato
contestualmente da fazioni diverse:

Poich la pace era stata conclusa a condizione che si governassero secondo la patrios
politeia, i democratici cercavano di salvare la democrazia, mentre dei notabili, quelli che
appartenevano alle eterie e alcuni degli esiliati, che erano rientrati dopo la pace, volevano
loligarchia; quelli invece che non facevano parte di nessuna eteria, e che per il resto non
sembravano affatto da meno degli altri cittadini, perseguivano davvero la patrios politeia;
cerano fra loro Archino, Anito, Formisio e molti altri, stava loro a capo soprattutto Teramene.

Che il punto centrale del programma oligarchico fosse la restaurazione della patrios politeia lo
mostra il fatto che i Trenta Tiranni furono designati (Senofonte, Elleniche, II, 3, 2) con
lincarico di redigere una legislazione conforme alla tradizione patria (patrioi nomoi), e che
uno dei punti principali del programma oligarchico fu, a quanto pare, la restaurazione delle
competenze del consiglio dellAreopago, abolite dalla riforma democratica di Efialte: i Trenta,
secondo Aristotele (Costituzione degli Ateniesi, 35, 2), individuavano in questa riforma, che a
quanto pare si inseriva in una sorta di progetto di laconizzazione dellAttica (lAreopago era
spesso equiparato alla gherousia spartana), il cuore della restaurazione della patrios politeia.
I democratici, a loro volta, rivendicarono il carattere tradizionale della costituzione
democratica, come mostrano i riferimenti del democratico Trasibulo alle leggi dei padri
(patrioi o archaioi nomoi) nei discorsi che gli vengono attribuiti in Tucidide VIII, 76, 6 e in
Senofonte, Elleniche,11, 4, 40-42. Nel IV secolo il tema della patrios politeia al centro della
riflessione politica di Isocrate: nel 354 venne pubblicato l Areopagitico, opera contenente un
progetto di riforma della democrazia ateniese basata su unampia restaurazione dei poteri
dellAreopago e quindi sul ritorno allantica costituzione anteriore alla riforma di Efialte.
Isocrate preferisce evitare di parlare espressamente di patrios politeia, perch lespressione
era troppo connotata in senso oligarchico dopo le vicende del 411 e del 404: egli preferisce
parlare, per esempio, della democrazia di un tempo (cfr. Sulla pace, 64; 75-77) e della
costituzione di Solone e di Clistene, la pi democratica e la pi utile allo stato
(Areopagitico, 16-17), o ancora della politeia degli antenati (progonoi: Areopagitico,12 ss., 15-
17), che, diversamente dalla democrazia contemporanea, in cui regnano malgoverno e
disordine, incarna il vero ideale democratico. In realt, i contenuti del progetto isocrateo non
sono affatto democratici: la restaurazione del ruolo dellAreopago e delle sue antiche
funzioni solo un elemento di un programma pi vasto, che comprende la limitazione dei
diritti politici (con particolare riferimento al diritto elettorale passivo) ad una lite di uomini colti
e agiati, labolizione del sorteggio, il ritorno alle magistrature elettive. Il carattere democratico
del governo si sarebbe espresso non nella partecipazione diretta, per la quale il popolo
mancava della necessaria qualificazione, ma nel controllo del governo, esercitato eleggendo i
magistrati e sottoponendoli a rendiconto (qui starebbe, secondo Isocrate, Areopagitico, 27, la
democrazia pi sicura e pi giusta). Il programma, che si rif agli antecedenti di fine V
secolo, soprattutto nellidea di una democrazia diversa che il popolo potesse accettare
come parte della propria tradizione, recupera con intelligenza e realismo i progetti di riforma
moderata del sistema democratico; per ottenere lassenso dellopinione pubblica, Isocrate
trasforma di fatto il movimento antidemocratico da movimento rivoluzionario a movimento
riformista, che si propone di cambiare la democrazia dallinterno. Quello della patrios politeia
dunque un mito costituzionale utilizzato nellambito dello scontro propagandistico, con
contenuti di volta in volta diversi, a livello ideologico e istituzionale: la sua fortuna rivela il
rispetto del pensiero politico greco per ci che antico, tradizionale, tipico della storia politica
e costituzionale di un popolo e che proprio da ci, oltre che dal consenso generale, trae la
propria legittimit. La patrios politeia costituisce innanzitutto un elemento della propaganda
politica: ma, con la sua grande fortuna, ci aiuta anche a comprendere a fondo la mentalit
tradizionalista dei Greci in ambito politico e costituzionale (che porta anche i rivoluzionari a
fare appello allantico) e limportanza del legame tra polis e politeia, tra identit cittadina e
tradizione politico-costituzionale locale.

CAPITOLO 4
Citt e territorio
La polis come comunit cittadina e come entit politica indipendente, dotata di istituzioni e
leggi proprie, corrisponde ad uno spazio geografico stabile e definito, comprendente la parte
urbana, il territorio rurale, larea di confine, i santuari extraurbani. Il processo di definizione del
territorio e del rapporto con esso , come gi si detto, una delle fasi fondamentali della
formazione della citt. Come stato messo in evidenza di recente (Camassa 2007), esiste
una notevole continuit, al di l della frattura dellet oscura, fra mondo delle civilt palaziali
(minoico e miceneo) e alto arcaismo greco. La polis, forma di insediamento su un territorio di
una comunit che si raccoglie intorno a un centro religioso e politico, presenta infatti, da un
punto di vista insediativo, da una parte strutture di eredit micenea e addirittura minoica,
dallaltro significative novit nellorganizzazione del territorio. Se il binomio agor/santuario,
che esprime i rapporti politici e cultuali tipici della polis, e la definizione del territorio attraverso
il sacro sembrano presenti gi nella citt palaziale minoica, tipicamente micenea
larticolazione tra lacropoli, la rocca fortificata in cui ha sede non pi il palazzo del wanax, ma
il tempio della divinit poliade ( questo il senso originario del termine polis, gi presente in
Omero), e la citt bassa (asty, termine anchesso presente in Omero); la continuit spesso
sottolineata dalla scelta del sito in cui sorgono le nuove citt (lo stesso dei centri palaziali
micenei), legata al suo intrinseco valore per possibilit difensive, disponibilit di acqua e di
terra coltivabile, distanza dal mare. Elemento nuovo rispetto al miceneo invece linterazione
fra il centro cittadino, denominato ancora asty, e la campagna coltivata, la chora, alla quale va
aggiunta larea territoriale periferica denominata eschatid, destinata a pascolo o comunque a
forme alternative di sfruttamento: una struttura che nasce come circolare (cos come
circolare il mondo della polis rappresentato sullo scudo di Achille) e che ha alla base
quellidea di meson che caratterizza lideologia poleica. Non un caso che in Grecia sia
sempre stata ritenuta caratterizzante, come segno di un modo di vivere pi o meno avanzato,
la modalit di stanziamento abitativo. Si pensi allopposizione tra insediamento kat poleis e
insediamento kat komas, in citt o in villaggi, opposizione assente in Omero ma che si
ripropone in forma crescente a partire da Esiodo, e che caratterizza il villaggio come realt
insediativa qualitativamente inferiore. Aristotele, parlando di uno sviluppo che porta dalla casa
privata (oikia) al villaggio (kome) alla citt (asty), considera, nel I libro della Politica, la citt
come un punto darrivo qualificato, che presuppone non semplicemente unidea di grandezza,
di estensione, di monumentalit, ma quella di un raggruppamento funzionale, organizzato
intorno ad un centro e allinterno di un perimetro. Ci pone il problema dellorganizzazione
dello spazio cittadino: a questo proposito, il mondo greco conosce due tendenze alternative,
una allortogonalit e una alla circolarit. Si parlato di recente (Musti 2008) del cerchio e
della linea come espressione del cuore e della ragione nella costruzione della citt, che
da una parte si oppongono, dallaltra vengono combinate e fatte coesistere in creazioni
originali. La tendenza ortogonale, che persegue una regolamentazione geometrica e una
sorta di normalizzazione nella distribuzione e nella utilizzazione, privata o pubblica, dello
spazio, trova espressione nel pensiero di Ippodamo di Mileto, bench sia probabilmente pi
antica di lui: dietro questa tendenza, tipica delle nuove fondazioni, vi soprattutto lesigenza
di organizzare lo spazio per garantire, allinterno della polis, non solo la funzionalit, ma
anche la stabilit dei rapporti spaziali (e con essi di quelli politici, economici, sociali). Pi
antica, e tipica delle citt a sviluppo progressivo, la tendenza di carattere delimitante, che
cio considera lo spazio come qualcosa da circoscrivere rispetto allesterno, attraverso
lidentificazione di un confine al di l del quale un certo sistema di vita non pi possibile.
vero che il confine, quando non segnato da elementi naturali, scarsamente individuato e
spesso scarsamente difeso; tuttavia la tendenza alla circoscrizione, se pensiamo ad un
confine pi ideale che territoriale, ha un certo peso ideologico, come rivela il rifiuto del
pensiero conservatore, platonico e aristotelico, verso forme di apertura come la moneta, il
porto, i commerci. Lobiettivo in questo caso quello di preservare lo spazio cittadino da
pericoli esterni, secondo gli ideali di autonomia, libert e autarchia, che richiedono protezione
da influenze estranee. Lesempio tipico , ancora una volta, Atene, con un centro che
coincide, fin dallepoca micenea, con lacropoli e con i suoi santuari: la forte continuit del
culto di Atena conferma forse la tradizione dellautoctonia, con cui gli Ateniesi evidenziavano
appunto, fra laltro, una stabile presenza insediativa fin dallet micenea.

1. IL CENTRO URBANO
Come gi si ricordato, la presenza di strutture urbanistiche non basta a definire la polis: in
assenza di forme di integrazione politica, la citt omerica, pure dotata di mura, agor, porti,
santuari, non pu essere considerata una vera e propria polis. Anche in et meno remote, la
presenza di un adeguato sviluppo urbanistico e architettonico non sembra aver giocato mai
un ruolo significativo n nella definizione della polis in quanto tale, n nella distinzione fra
poleis grandi e piccole. Le fonti, infatti, mostrano indifferenza per le dimensioni spaziali e
per le strutture urbanistiche: Pausania (X, 4, 1) ammette la definizione di polis per Panopeo,
nella Focide, che pure priva di edifici pubblici, di strutture di servizio e persino di abitazioni
decorose; mentre la misurazione della grandezza delle citt in termini esclusivi di potenza
politica, e non di dimensioni spaziali e di modalit urbanistiche, risulta da Erodoto (I, 5) e
soprattutto da Tucidide (I, 10, 1-2), il quale, commentando nellarcheologia la povert dei resti
monumentali di Micene, osserva che

se la citt dei Lacedemoni fosse devastata e si salvassero solo i templi e le fondamenta degli
edifici, dopo molto tempo assai difficilmente i posteri potrebbero credere che la sua potenza
fosse stata corrispondente alla sua fama,

Tuttavia, il fenomeno della formazione della polis non pu prescindere completamente dallo
sviluppo di strutture che richiedono unadeguata organizzazione dello spazio. Si gi
ricordato il fenomeno del sinecismo, che porta la citt a organizzarsi intorno a un centro,
attraverso laggregazione fisica di villaggi; a definire il territorio nei confronti del mondo
esterno; a insediare nel centro urbano le principali strutture necessarie alla vita comunitaria in
ambito politico (agor, pritaneo, sede del consiglio e dellassemblea) e cultuale (templi,
focolare pubblico, tomba del fondatore), a cui vanno aggiunti gli edifici di abitazione, i servizi
educativi e di intrattenimento. Bench il sinecismo riguardi per lo pi le strutture della
convivenza politica e civile, non si pu non sottolineare che lo spazio religioso, cio la
porzione di territorio che la polis riserva alle manifestazioni collettive della sua religiosit, a
dotarsi per primo di strutture architettoniche. Sullo scorcio dellet oscura, lo sviluppo di luoghi
di culto, di depositi votivi e di veri e propri templi appare un fenomeno caratteristico; il culto
degli eroi, che spesso collegato a sepolture di et micenea, costituisce, da parte della
comunit, un modo per definire la propria area spaziale e per affermare la propriet della
terra. Gli edifici pi antichi che compaiono nelle aree urbane, destinati al culto e risalenti
allVIII secolo (altari, heroa, santuari) affermano il primato dellesperienza religiosa come
fattore unificante della comunit, mentre solo in un secondo momento compaiono, con una
ulteriore specializzazione dello spazio cittadino in senso non solo religioso, ma anche politico,
gli edifici di carattere pi propriamente civile e amministrativo. Ci dovuto al fatto che, nel
processo di formazione della polis, il santuario svolge un ruolo primario, come stato messo
in evidenza in una serie di studi recenti: il culto, con la sua forza identitaria, stabilisce una
coesione comunitaria stabile tra gruppi prima legati solo da semplice vicinanza geografica o
sociale, e con la sua centralit costituisce un polo di attrazione capace di dare un forte
impulso allorganizzazione dello spazio e alla ridefinizione dei rapporti politici e sociali,
processi inscindibili da quello della formazione della polis. In questo contesto va ricordata
anche limportanza del culto dellecista, il fondatore, in cui la citt esprime in modo particolare
la sua identit e tutela la memoria delle sue origini. Il carattere identitario dellesperienza
religiosa spiega perch i monumenti pi antichi siano quelli che affermano il primato degli
aspetti religiosi e dei culti specifici della comunit.

2. LA CHORA
Sul piano terminologico, chora pu indicare sia il territorio nel suo complesso, compreso il
centro urbano, sia la campagna vera e propria. Il primo uso, che trova corrispondenza nel
fatto che il termine polis, nel senso di stato, include citt e territorio, mostra che lequilibrio
citt/territorio uno degli aspetti caratteristici della polis. Non a caso, il rapporto organico tra
citt e campagna gi presente nella descrizione dello scudo di Achille: il centro urbano,
protagonista del fenomeno sinecistico, non pu sussistere indipendentemente dalla sua
chora. Una parte significativa della popolazione, infatti, risiedeva nelle campagne, come
attesta larcheologia; e Tucidide (II, 14) ricorda che la decisione di Pericle di concentrare la
popolazione allinterno delle mura cittadine allinizio della guerra del Peloponneso fu assai
male accolta dalla popolazione attica:

lo sloggiare fu per costoro gravoso, per il fatto che la maggioranza era stata sempre abituata
ad abitare nei campi.

Aspetti come lampia diffusione della piccola propriet, la presenza di conflitti sociali legati al
problema della terra, lidentificazione tra proprietari terrieri e ceto dirigente confermano la
grande importanza della chora nella definizione della polis. Sul piano economico, la citt
greca ha una vocazione prevalentemente agricola, anche in presenza di vasti interessi
commerciali e di una base economica molto articolata (come nei casi di Corinto e di Atene, la
cui economia dipende ampiamente da attivit artigianali e commerciali). Una delle
caratteristiche del passaggio dallet oscura allarcaismo proprio la massiccia espansione
dellagricoltura a danno dellallevamento: nuove aree coltivabili furono ricavate attraverso
interventi mirati come la realizzazione di terrazze, bonifiche, disboscamenti, messa a cultura
di terre marginali. La chora veniva sfruttata in modo stabile e intensivo per lo pi da contadini
liberi piccoli proprietari, ampiamente attestati nel caso ateniese (anche se i possedimenti dei
ricchi proprietari terrieri erano lavorati da schiavi o da liberi salariati, e manodopera servile
poteva riscontrarsi anche nella coltivazione della piccola propriet). La diffusa presenza di
contadini liberi collegata con il fatto che la propriet della terra una delle modalit della
partecipazione del cittadino alla comunit, e la piccola propriet (costituita da appezzamenti
di quattro-cinque ettari, il tipico kleros oplitico) in genere ampiamente diffusa, costituendo la
base di sostentamento della classe media. Dal punto di vista del paesaggio rurale, notevole
era la diffusione, archeologicamente attestata, di fattorie occupate stabilmente dai coltivatori
(caratterizzate da colture che richiedono lavoro assiduo ed attrezzature elaborate e
dallintegrazione con lallevamento di ovini e caprini), il che suggerisce un intenso e razionale
sfruttamento del territorio. La chora non era, ovviamente, tutta uguale: quella della pianura
era ritenuta di qualit superiore rispetto a quella collinare, tanto che, per garantire
luguaglianza fra i cittadini, i teorici come Platone e Aristotele suggerivano di assegnare loro
due lotti di terreno, uno centrale e uno periferico. Tuttavia nel complesso la terra, sfruttata in
modo razionale attraverso lintegrazione della triade mediterranea (cereali, per lo pi orzo,
ulivo e vite) con altre colture (in particolare leguminose), allo scopo di contrastare le crisi
legate al clima e aumentare la produttivit, e attraverso il ricorso ad alcune innovazioni
tecniche ben attestate archeologicamente (macine, presse, torchi, mulini a movimento
rotatorio), costituiva unadeguata fonte di sussistenza per il cittadino proprietario,
garantendogli anzi quellautarchia cui polis e polites dovevano almeno idealmente
conformarsi (Aristotele, Politica, VII, 1326b). Questo vale, considerando il caso ateniese, sia
peri ricchi proprietari residenti in citt, come lIscomaco protagonista dellEconomico di
Senofonte, sia per i piccoli contadini residenti in campagna, in grado di mantenersi attraverso
il consumo diretto e lo scambio dei beni prodotti, di accumulare qualche risparmio e persino di
possedere qualche schiavo per laiuto nei lavori agricoli. Sarebbe erroneo pensare al piccolo
contadino, allo zeugita, come a un povero; poveri erano in realt i teti, i liberi privi di propriet
terriera, costretti a lavorare a giornata per il salario. La polis poteva inoltre trarre rendite dalla
terra mediante laffitto delle terre demaniali (demosia chora), che costituivano circa il 10% del
territorio, assicurando alla comunit un introito in denaro e in natura; anche per i santuari il
possesso e lo sfruttamento della terra (hierd chora) costituiscono una significativa fonte di
reddito. Per la maggior parte delle citt greche la chora provvedeva opportunamente ad
assicurare il sostentamento dei cittadini e le risorse per far fronte alle esigenze della
comunit.

3. LESCHATI

Leschati (o perioiks) la parte pi esterna del territorio, che si trova lungo la fascia di
confine, in genere, come gi si detto, non fortificato (salvo casi particolari, come il confine
attico-beotico) ma segnato da indicatori sacrali, come santuari e horoi. Si ritiene in genere
che si tratti di una sorta di terra di nessuno, indivisa e non coltivata, destinata a pascolo
pubblico e a legnatico. Lidea della sua inferiorit qualitativa affonda le radici nel pensiero
aristocratico, per cui la vita politica si svolge nel centro urbano e la vita fuori di esso appare
indegna di essere vissuta; gli stessi riti di passaggio che impongono una periodica
separazione nelleschati (per esempio, per gli efebi) si basano su questa visione. In realt,
studi recenti sottolineano che linterpretazione del termine eschati non pu essere cos
rigidamente univoca (Giangiulio 2001). La terminologia delleschati rimanda certamente ad
una posizione decentrata, distante dal centro, ma non necessariamente legata al confine;
attestazioni omeriche, epigrafiche e lessicografiche portano verso la definizione di eschati
come terreno le cui risorse, provenienti dallincolto, si integrano pienamente con la
produzione agricola. La marginalit propria dei terreni montuosi o paludosi, sostanzialmente
incolti e selvaggi, non necessariamente quella delleschati, che pu essere anche unarea
coltivata situata in una chora pi lontana dal centro cittadino (cfr. [Demostene] 42, 5-7; 20: 28;
Eschine I, 97-98), ma non per questo marginalizzata (come un approccio basato
esclusivamente sullantinomia centro/periferia, gi presente negli antichi, pu far pensare). La
presenza nelleschati di santuari destinati al percorso di integrazione di giovani (i santuari
visitati dagli efebi), fanciulle (Artemide Brauronia) e illegittimi (il ginnasio denominato
Cinosarge), rivela certo una marginalizzazione ideologica e simbolica di queste aree, che non
necessariamente coinvolge anche gli aspetti socio-economici e sulla quale non bisogna
insistere eccessivamente a proposito della organizzazione territoriale della polis.

4. LORGANIZZAZIONE DELLO SPAZIO


Il tema dellorganizzazione dello spazio nelle citt greche stato molto dibattuto in tempi
recenti. Erodoto (IV, 78) racconta dello scita Scile, il quale si compiaceva, quando giungeva
nella citt greca di 01bia sul mar Nero, di ostentare i costumi greci appresi dalla madre. Tali
costumi consistevano, oltre che nel vestirsi alla greca, in due elementi principali: passeggiare
nellagor e fare sacrifici agli dei. Se ne deduce che le caratteristiche principali dello stile di
vita greco, quale si esprimeva nellambito della polis, erano la partecipazione alla vita
comunitaria a livello politico-sociale e a livello religioso. Ora, lo strutturarsi della societ in
comunit politica e religiosa determina la divisione e la configurazione dello spazio
insediativo: un tema cui occorre dedicare qualche pagina della nostra riflessione. La nascita
della citt comporta infatti, dopo la distinzione dalla chora e la conseguente definizione della
base economica, una ristrutturazione dello spazio urbano e una sua qualificazione. Le fonti
consentono di rilevare una distinzione fra spazio pubblico e spazio privato, il primo dei quali
risulta diviso in spazio sacro e profano (Aristotele, Politica, VII, 1330a; questa prospettiva
tripartita si trovava gi in Ippodamo, sempre secondo Aristotele, Politica, II, 1267b). Lo
spazio pubblico stato spesso inteso come spazio civico, cio riservato ai soli cittadini di
pieno diritto; in realt, corrisponde forse meglio al quadro della nostra documentazione lidea
di uno spazio pubblico che pu essere destinato ad attivit da cui i soli residenti (donne,
meteci, xenoi) sono esclusi. Si tratta di uno spazio politico e religioso, destinato a rispondere
ai bisogni della comunit, che pu definirsi diversamente a seconda di come essa viene a
costituirsi. Le citt cosiddette ad evoluzione progressiva, che nascono per sinecismo, non
mostrano unorganizzazione sistematica: esse tendono a svilupparsi in modo naturale e
spontaneo intorno al centro, identificato in prima istanza dal santuario poliade, senza
delimitare accuratamente gli spazi sul piano funzionale. il caso di Atene, il cui spazio
pubblico si organizza intorno allacropoli e allagor del Ceramico, o di Corinto, dove
lorganizzazione avviene intorno al tempio di Apollo e allagor: in questi casi, i quartieri
commerciali e residenziali si concentrano intorno al centro, la delimitazione tra spazi pubblici
e privati resta incerta e lo stesso centro cittadino ha una struttura poco differenziata, in cui si
concentrano spazi deputati al culto e alla vita politica e amministrativa. Con le riforme di
Clistene, edifici come il bouleuterion, i tribunali, gli altari, il monumento degli eponimi sono
collocati nel mezzo: essi costituiscono, con i culti cittadini e il focolare comune di Estia, il
centro, il meson della citt. Questa visione concentrica, che deriva forse dalla cosmologia
ionica, trova espressione anche nellidea del mettere in mezzo (es meson pherein),
caratteristica dellideologia poleica e in particolare della teoria democratica. Le citt nate da
un atto di fondazione, come le colonie, mostrano invece una diversa ripartizione dello spazio,
che fa capo a diversi poli, come si pu osservare, per esempio, nel caso di Olinto: gli spazi
pubblici non si trovano necessariamente al centro, ma anzi si collocano spesso nellambito di
una cintura; le diverse zone sono riservate a funzioni specifiche; il ruolo dei santuari
suburbani, che segnala unappropriazione del territorio, appare molto forte anche rispetto ai
santuari cittadini. Alla concezione unitaria e centralizzatrice si oppone, in questo caso, una
concezione pluralista e differenziata, in cui non c un meson e leunomia ricercata nella
proporzione, nellequilibrio tra le parti. A partire dal VI secolo, poi, lo spazio tende a
specializzarsi anche nelle citt del tipo di Atene e Corinto: si individuano e si delimitano spazi
religiosi, politici, commerciali, privati. Ad Atene, dove agor e acropoli erano in origine
associate strettamente, si registra una dispersione di edifici di carattere pubblico (la Pnice, il
pritaneo, il teatro, diversi luoghi di culto) lungo le pendici settentrionali, orientali e meridionali
dellacropoli. Tornando allarticolazione dello spazio civico in spazio politico e spazio
religioso, il primo deputato allesercizio dei diritti politici veri e propri: ad Atene esso
comprende, per esempio, lagord e la collina della Pnice con le loro diverse installazioni
(pritaneo, bouleuterion, ekklesiasterion, dikasterion, teatro). Si tratta di edifici tardivi (risalgono
in genere al V o addirittura al IV secolo) che, nella loro semplicit, rivelano una scarsa
propensione alla monumentalit nellarchitettura politica, in contrasto con quanto si verifica
nellarchitettura religiosa. Lo spazio religioso una parte di territorio (urbano, della chora o
periferico) dedicata alle manifestazioni della religiosit comunitaria, con linsediamento di
santuari o necropoli, o assegnata alla divinit. La scelta del luogo sacro non mai affidata al
caso e dipende, di solito, dalla presenza nel sito di particolarit che possano favorire la
comunicazione con il divino (disponibilit di acqua, necessaria per molti riti;
presenza di segni di presunti interventi divini), ma anche da fattori legati non allaspetto
naturale, bens alla mediazione umana e alla funzione sociale del culto, come il rapporto con
il territorio dello stato e con la comunit di riferimento. I santuari in cui la potenza divina si
manifesta in forme divinatorie e guaritrici, per esempio, si trovano lontano dai luoghi della vita
quotidiana, alla quale in un certo senso si oppongono; i santuari dedicati a culti femminili sono
situati lontano dal centro della vita politica, da cui le donne sono escluse; i santuari dedicati a
divinit ctonie, come Ecate, o sede di culti di carattere iniziatico, come quelli di Demetra e di
Dioniso, vengono dislocati in sedi separate rispetto alla normalit del vivere quotidiano. Il
centro della citt invece la sede dei santuari dedicati alle divinit pi strettamente
politiche, dal carattere tipicamente poliade (cio difensore della citt), come Atena ed
Apollo. Il vincolo tra la comunit e il luogo sacro si riflette nelle processioni, che si svolgevano
lungo le vie sacre e adempivano ad una funzione di collegamento tra la sede del culto e la
comunit che in esso si riconosce, tra spazio sacro e spazio profano: si pensi alla
processione che ogni anno veniva condotta da Atene al santuario di Eleusi o da Argo
allHeraion, oppure alla processione panatenaica svolta in onore di Atena che, snodandosi
lungo la Via sacra, conduceva lintera comunit al tempio poliade sullacropoli. Gli edifici pi
antichi che compaiono negli spazi pubblici di carattere sacrale sono altari (il pi antico, quello
dellHeraion di Samo, risale alla fine del IX secolo), heroa e aree sacre separate dal territorio
e dedicata al dio (temene): la documentazione archeologica prova cos, anche grazie ai
ritrovamenti relativi ad utensili necessari per consumare cibi e bevande, che le prime attivit
cultuali che si svolgono nei santuari sono i banchetti rituali collegati con i sacrifici. A partire
dallVIII secolo compaiono veri e propri santuari con pretese di monumentalit: il santuario
assume laspetto di un grande recinto, attraversato da una via sacra e contenente una serie
di costruzioni, prima fra tutte il tempio, dimora della divinit principale e contenente lagalma,
la statua di culto (in origine semplici xoana di legno, poi in pietra e marmo o addirittura in oro
e avorio), davanti al quale si trovava laltare, per i riti che si svolgevano allaperto. Il recinto
sacro poteva poi contenere edifici secondari con funzioni diverse, come altri templi ed altari,
alloggi per i pellegrini, monumenti, tempietti in forma di tesori, tholoi, porticati. La propriet
del dio era accuratamente delimitata, con cippi di confine (horoi) o muri, rispetto alle aree
profane.
La prima testimonianza di architettura santuariale costituita da un modello in terracotta
dellinizio dellVIII secolo, trovato nellHeraion di Perachora in Laconia: ha forma di grande
sala absidale coperta da un tetto e preceduta da un portico sostenuto da due colonne. Verso
la fine del secolo si impone invece la pianta rettangolare, presente nei templi dorici dedicati
ad Era ad Argo e a Samo. La realizzazione monumentale del santuario fondamentale per
radicare il culto, organizzare lo spazio come luogo di mediazione con il divino, dare un
principio ordinatore allambiente quotidiano a partire dal luogo di culto, collocato in primo
piano fra gli interessi della comunit. Anche quando, in un secondo tempo, si sviluppa
larchitettura civile, il potere di attrazione dei luoghi di culto resta molto forte, essendo
impossibile separare vita religiosa e vita civile in una polis greca. Allo stesso modo spazio
politico e spazio religioso, architettura religiosa e architettura civile sono profondamente
compenetrati; i santuari svolgono anche funzioni civili, e amministrative, giacch possono
fungere da archivio, da deposito di ricchezze, o ancora assolvere ad una funzione
comunicativa e informativa, fungendo da spazio espositivo per i documenti ufficiali della citt,
incisi su stele di pietra, marmo o bronzo. Alla localizzazione dei santuari tra centro urbano,
aree suburbane, chora e frontiere corrispondono diverse tappe dello sviluppo della citt. Nella
citt arcaica, la posizione centrale del santuario poliade, che si riscontra per esempio per il
tempio di Atena in Atene e per quello di Apollo a Corinto, relativamente rara; i santuari
principali hanno spesso una collocazione suburbana o addirittura extraurbana. I templi della
chora testimoniano lappropriazione del suolo da parte della comunit e la sua trasformazione
attraverso colture e insediamenti; con essi si affida alla divinit la protezione dello spazio
agrario e del diritto a possederlo e sfruttarlo e si creano luoghi di integrazione tra citt e
campagna. I templi posti allestremit della pianura ove si trova labitato, sul confine tra zona
agricola ed eschati, costituiscono invece unindicazione simbolica di frontiera tra zona
qualificata dallinsediamento e dalle attivit umane e zona indeterminata: un caso
particolarmente significativo quello di Argo con il tempio di Atena Argiva, collocato sul
confine orientale del territorio. Alcuni santuari si trovano poi in piena eschati, lo spazio che
segna simbolicamente il passaggio al mondo esterno, e manifestano lintegrazione di quelle
divinit che presiedono ai riti di passaggio di ragazzi e fanciulle allet adulta. Talora, infine, la
posizione del santuario a notevole distanza dal centro della citt, in zone rurali vere e proprie,
anche funzionale alla delimitazione dei confini o alla segnalazione simbolica del controllo
del territorio (il tempio di Era Argiva segnala il controllo di Argo sullintera Argolide; i templi di
Artemide Brauronia o di Posidone al Sunio lunit dellAttica sotto legida ateniese).
Lapparizione di un santuario comporta sempre una sensibile modificazione della
percezione dello spazio, organizzato e ripartito fra sacro e profano, e in cui la parte sacra
assume particolare significato nellaggregazione comunitaria. Con il processo di
monumentalizzazione, il tempio esprime pienamente il potere, la ricchezza e il prestigio della
citt (santuari urbani) o il controllo del territorio (santuari extraurbani). I riti che vi si svolgono
assolvono ad una importante funzione identitaria e unificante: ne un esempio la
processione panatenaica, nella quale tutta la citt, e non i soli detentori del potere politico,
esprimeva la propria appartenenza alla comunit e il proprio senso civico; il corteo
comprendeva i magistrati, i sacerdoti, gli indovini, gli atleti vincitori, le ergastinai e le arrefore
(le fanciulle dellaristocrazia che, rispettivamente, avevano tessuto e recavano il peplo alla
dea), le canefore, gli addetti al culto, il popolo, compresi i meteci. Le Grandi Panatenee sono
anche loccasione per dispiegare la potenza politica della citt di fronte agli alleati, che in
quelloccasione venivano in Atene a versare i propri tributi al tesoro della lega e a dedicarne
la sessagesima al tesoro di Atena.
Spazio politico e spazio religioso non esauriscono la complessit organizzativa dello spazio
della polis. Occorre considerare anche lesistenza di uno spazio privato, costituito dalle aree
di edilizia residenziale, diversamente dislocate e articolate (secondo uno sviluppo ora
disordinato, ora regolare) ma sempre ispirate a sobriet ed essenzialit, e dalle strutture di
servizio dedicate alle esigenze dei cittadini in termini di qualit della vita: la polis organizza gli
spazi per la crescita umana e culturale dei membri della comunit cittadina, nella sfera del
sacro (feste, processioni, sacrifici) e del ricreativo (teatro; allestimento di ginnasi, bagni,
giardini, portici), come stato sottolineato da D. Musti (1985) in particolare per la democrazia
periclea. Non meno importante quello che stato chiamato spazio strategico, relativo alla
difesa del territorio, che si esprime nel trattamento delle aree di confine, nellarticolazione
territoriale delle competenze del collegio degli strateghi, nella presenza di zone di rispetto
allinterno delle mura, destinate ad essere coltivate o abitate in caso di necessit. Ad Atene vi
era il cosiddetto Pelargico di cui parla Tucidide II, 17,1: allinizio della guerra del Peloponneso
gli Ateniesi si trasferiscono dalle campagne, occupando

le parti non costruite della citt, i luoghi sacri e i templi degli eroi - ad eccezione dellAcropoli e
dellEleusinion - e qualsiasi altro luogo chiuso che fosse sicuro. E il cosiddetto Pelargico,
posto sotto lAcropoli, che una maledizione proibiva di abitare E...) per via delle necessit
presenti, fu completamente abitato.

Il cittadino aveva diverse occasioni per prendere coscienza dello spazio della polis. Come
membro della comunit egli aveva accesso ai luoghi pubblici per esercitarvi i propri diritti
politici e civili (e poteva, per contro, esserne interdetto in caso di atimia totale); poteva essere
chiamato a difendere in armi il territorio della polis, in cui esercitava il diritto alla propriet
della terra; poteva avere occasione di percorrerlo per motivi religiosi. Tale consapevolezza
era incoraggiata, come mostra il percorso di formazione degli efebi, che comportava una
perlustrazione del territorio attico e una visita ai principali santuari.
Limportanza dellorganizzazione dello spazio ben evidenziata dalla riforma clistenica, che
supera le vecchie suddivisioni territoriali (le tre parti principali dellAttica, centro urbano, costa
e interno) e genetiche (le quattro trib ioniche) creando dieci nuove trib, ognuna delle quali
formata da tre trittie, una del centro urbano, una dellinterno e una della costa: unoperazione
che tende a creare nuove articolazioni territoriali, formate da unit non contigue
geograficamente e quindi artificiali, in cui sono rappresentati interessi ed esigenze diversi e in
cui si realizza quella mescolanza che essenziale per la formazione di una comunit
cittadina coesa.

CAPITOLO 5
Cittadini ed esclusi
1. I CITTADINI
Nella polis diritto di cittadinanza e residenza non coincidevano. Il godimento dei pieni diritti
politici spettava ai soli maschi adulti di status libero che, in base a criteri diversi, erano
considerati politai; non esisteva neppure un termine per individuare i soli residenti. I criteri
di accesso alla cittadinanza potevano variare (Aristotele, Politica, III, 1278a; VI, 1319b) e
investire la discendenza (ad Atene vigeva lo ius sanguini s: si era cio cittadini se figli di
cittadini, prima di uno soltanto, poi, a partire dalla legge di Pericle del 451/50, di due) oppure
altri aspetti come la propriet, il ruolo militare, la professione (a Tebe erano esclusi dalla
cittadinanza coloro che non avevano propriet terriera; a Corinto ne erano esclusi coloro che
svolgevano professioni artigianali; a Sparta, i cittadini potevano dedicarsi esclusivamente alla
guerra), lo svolgimento di un percorso di formazione (1agogh per gli Spartani). In alcune
citt i diritti politici erano appannaggio di gruppi molto ristretti; in altre di gruppi pi ampi, ma a
numero fisso (600 a Marsiglia, 1.000 a Locri); altrove, come a Sparta, il corpo, relativamente
ristretto, dei cittadini di pieno diritto conviveva con popolazione libera ma esclusa e con
popolazione servile; altrove ancora, la cittadinanza tende progressivamente a coincidere con
la popolazione libera. In ogni caso, dal godimento dei pieni diritti erano esclusi le donne, gli
stranieri residenti liberi, gli schiavi: in questo la democrazia ateniese non fa eccezione.
Le procedure di accesso alla cittadinanza ci vengono descritte, per il caso di Atene, dal
capitolo 42 della Costituzione degli Ateniesi di Aristotele. Allet di diciotto anni i giovani
ateniesi venivano presentati allassemblea del loro demo di residenza per il controllo della
maturit fisica e della legittimit di nascita (dovevano essere liberi e figli di due cittadini); se
superavano lesame, venivano iscritti nel lexiarchikn grammateion, una lista degli abili alle
armi conservata in sede demotica. Se veniva respinto, il giovane, o meglio colui che lo
presentava, poteva fare appello al tribunale: se perdeva la causa, veniva venduto come
schiavo; se la vinceva, veniva iscritto fra i demoti. Lesito delliter di ammissione era infine
controllato dalla boul.
Dopo aver superato lesame, i giovani venivano accolti tra gli efebi, la classe det tra i
diciotto e i ventanni che si preparava alla piena integrazione politica e militare. Seguiti da
dieci sofronisti e da un cosmete, responsabili delladdestramento tecnico e delleducazione
morale, gli efebi seguivano un percorso di formazione che implicava non solo laddestramento
militare, ma anche lintroduzione ai principali culti cittadini, attraverso la visita ai santuari
dellAttica: il giuramento, con cui gli efebi si impegnavano a difendere la patria e ad obbedire
alle leggi, veniva fatto nel santuario di Aglauro, la prima delle divinit invocate nella formula
(ce la conserva una celebre e discussa iscrizione del IV secolo, la stele di Acarne: Tod 204;
cfr. Licurgo, Contro Leocrate, 76). Una volta divenuto cittadino, il giovane ateniese veniva
inquadrato, oltre che nel demo (che faceva parte, con il nome personale e il patronimico, della
onomastica che lo definiva), nella trib cui il suo demo afferiva. La trib era un tipo di
organizzazione della popolazione ampiamente diffusa nelle citt greche: ad Atene, dopo la
riforma di Clistene, non troviamo pi trib genetiche (le quattro trib ioniche, che
raggruppavano uomini legati da una pseudo-parentela), ma trib territoriali, create
artificialmente per spezzare le clientele aristocratiche e realizzare quella mescolanza fra le
diverse componenti della cittadinanza che la tradizione ricorda fra gli aspetti fondamentali
della riforma di Clistene. Demo e trib costituivano dunque gli strumenti dellinquadramento
del cittadino nelle strutture della citt.
Tuttavia, i cittadini erano inseriti anche in strutture preesistenti alla realt poleica e risalenti
alle antiche organizzazioni di carattere genetico, che sopravvivevano come organismi paralleli
a quelli propriamente statali. In particolare, nascita, matrimonio e legami di parentela erano
controllati non dalla citt, ma dalle fratrie. In Atene, il cittadino celebrava presso la fratria il
sacrificio in occasione del matrimonio, e sempre alla fratria presentava i figli che intendeva
legittimare, a dieci giorni dalla nascita e poi allepoca della pubert. Ne consegue che solo le
fratrie erano in grado di censire donne e minori (nel phraterikn grammateion: la citt,
attraverso la lista demotica e lelenco degli aventi diritto ad entrare in assemblea, il pinax
ekklesiastiks, censiva solo i cittadini maschi adulti) e di controllare i legami di parentela, sui
quali si basava linclusione nel corpo cittadino. Stranieri e meteci potevano essere accolti tra i
cittadini mediante un decreto di ascizione. La delibera richiedeva lespressione di un voto
favorevole, con la modalit del voto segreto, da parte di un quorum di almeno 6.000 votanti.
Al decreto seguiva liscrizione in un demo, in una trib e in una fratria (gli organi attraverso i
quali si esercitavano ad Atene i diritti politici, civili, familiari e sacrali). Le naturalizzazioni,
perseguite in Atene da Solone e da Clistene, divennero rare in et classica: nel passaggio
dallarcaismo al V e IV secolo si registra una progressiva chiusura nei confronti dello
straniero, che culmina nella legge di Pericle del 451/50. Ci pu apparire strano in una citt
democratica, ma si spiega con la volont di restringere al gruppo chiuso degli Ateniesi puri
diritti politici molto ampi e il cui esercizio comportava pesanti costi per lo stato. Le concessioni
erano per lo pi individuali e di carattere puramente onorifico (cio fatte a grandi personaggi,
che non avrebbero mai realmente esercitato i loro diritti di cittadino); concessioni collettive,
come quella fatta ai Plateesi nel 427, ebbero carattere eccezionale. Per lo stesso motivo, la
lista dei cittadini era sottoposta a periodiche revisioni, che davano origine a un certo numero
di contese legali: spesso esse erano collegate con le necessit di chiarire I il numero dei
beneficiari di distribuzioni destinate ai cittadini o con mutamenti politici.

1.1. Diritti e doveri del cittadino


Diritti e doveri del cittadino comprendono lattivit politica, il servizio militare e la
partecipazione alla vita religiosa della comunit. Sul piano politico, i diritti fondamentali erano
archein (esercitare la sovranit e le magistrature), dikazein (praticare lattivit giudiziaria),
ekklesiazein (andare in assemblea); Aristotele (Politica, III, 1275a), in particolare, considera il
ruolo di giudice e di magistrato definitorio per il cittadino. La partecipazione investiva
soprattutto il potere giudiziario: le fonti ateniesi sottolineano linteresse del cittadino a svolgere
la funzione di giudice nei tribunali. Pi difficile valutare linteresse per laccesso alle
magistrature, anche se il divieto, vigente ad Atene, di essere buleuti per pi di due volte nella
vita sembra segnalare una certa disponibilit. Certamente modesta era la partecipazione
allassemblea, cui presenziava mediamente il 10% degli aventi diritto (Tucidide VIII, 72, 1): la
retribuzione per le sedute assembleari fu introdotta, allinizio del IV secolo, proprio per la
difficolt di raggiungere il numero legale (Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 41, 3). In ogni
caso, probabile che vi fosse un certo disimpegno da parte dei cittadini residenti in
campagna.
Alcuni cambiamenti intervengono nel corso del IV secolo. Accanto al concetto di politeia si
afferma infatti quello di politeuma, affine ma non coincidente, come risulta da diversi passi
della Politica aristotelica. Appartiene al politeuma chi gode dei pieni diritti politici attivi e
passivi; fanno invece parte della politeia anche coloro che conservano solo alcuni diritti di
carattere politico (per esempio, quello di votare in assemblea) e ai quali riconosciuto il
privilegio di essere inseriti in un contesto legalitario e tutelato. Si afferma cos, accanto a
quella del polites, la figura, ben presente in Aristotele, dellarchomenos polites: si tratta di un
cittadino che tale bench eserciti solo alcuni dei diritti politici, come quelli di votare e di
accedere al tribunale. Tale figura si inserisce perfettamente nel modello della politeia
aristotelica, governo moderato inteso a ridurre i difetti della democrazia partecipativa senza
per questo ricadere nelloligarchia estremista. Il fenomeno anche accentuato dalla
professionalizzazione della politica: se luomo politico di V secolo stratego e oratore, cio
offre tutti i servizi di cui la citt ha bisogno, la divisione in oratori e strateghi, in uomini che
parlano allassemblea e in uomini che si occupano di questioni militari, e la crescente
richiesta di specifiche competenze, per esempio di carattere amministrativo, contribuisce nel
IV secolo allindebolimento della figura tradizionale del cittadino partecipativo. Essere cittadini
comportava una serie di vantaggi di carattere economico: oltre alla retribuzione delle cariche
pubbliche, al cittadino erano riservati il possesso di beni immobili (terre e case) e laccesso ai
sussidi statali (il theorikn, per accedere agli spettacoli teatrali; il sussidio per gli invalidi e gli
orfani di guerra) e distribuzioni (denaro, grano, carne dei sacrifici). La tassazione, in forma
indiretta, colpiva per lo pi le cosiddette classi liturgiche, pentacosiomedimni e cavalieri: esse
si facevano carico, non senza qualche malcontento, di circa un centinaio di servizi (liturgie)
allanno, alcuni dei quali molto onerosi, come la coregia (lorganizzazione di cori per le
rappresentazioni teatrali) o la trierarchia (lallestimento di una nave da guerra). Anche sugli
zeugiti ricadeva invece leisphor, la tassa straordinaria per le spese militari. Per il resto, si
pagavano solo imposte indirette come le tasse portuali o i dazi.
Per quanto riguarda il ruolo militare, esercito e cittadinanza coincidono: nel mestiere di
cittadino, la guerra costituisce una delle attivit principali (lunica nel caso di Sparta). In Atene,
al servizio militare, al quale si veniva preparati con i due anni di efebia, si era tenuti dai venti
ai quarantanni; in seguito, fino ai cinquantanove anni, si costituiva la riserva; con i
sessantanni si usciva dalle liste degli abili alle armi. Nelle citt greche il cittadino soldato era
essenzialmente un oplita: ma ad Atene, dove la difesa della citt era assicurata soprattutto
dalla flotta, nella quale remavano i teti, lidentit tra cittadino e soldato assumeva una
dimensione particolare. Veniva in genere mobilitata solo una parte della cittadinanza,
integrando, se necessario, con i meteci e i mercenari. Nel IV secolo si determin un
progressivo disamore dei cittadini per il mestiere di soldato, con il contestuale affermarsi degli
eserciti mercenari; in realt, una certa professionalizzazione dellesercito, e degli stessi
strateghi, era resa necessaria dai mutamenti nel modo di combattere e dalla necessit di
condurre campagne pi lunghe e impegnative. Il fenomeno vivamente deplorato dalle fonti
conservatrici, che vedevano venir meno, con la figura del cittadino soldato, il quadro sociale
tradizionale della polis.
Il fattore religioso fondamentale per il polites: nella citt, infatti, non vi una sfera religiosa
nettamente separata da quella della politica, della guerra, della vita familiare. La religione
pervade tutti gli aspetti della vita civile, a livello pubblico e privato; ogni attivit, dalle riunioni
dellassemblea alle spedizioni militari agli spettacoli teatrali, ha inizio con un momento
religioso, una preghiera o un sacrificio. La stessa partecipazione del singolo alla vita della
comunit si esprime in una serie di pratiche religiose comuni, che contribuiscono, in misura
non inferiore alle forme prettamente politiche della partecipazione, a rinsaldare fortemente il
senso di appartenenza. Un passo delle Elleniche di Senofonte (II, 4, 20-22) mette in luce
molto bene come la comune esperienza religiosa potesse essere invocata, in momenti in cui
occorreva richiamare ai fondamenti della comune appartenenza, come elemento unificante
della comunit civile. Nel corso della guerra civile fra i democratici ateniesi e i Trenta Tiranni
(404 a.C.), Cleocrito, araldo dei Misteri eleusini che militava nella resistenza democratica, fa
appello al partito della citt, cio agli Ateniesi che avevano costituito la base di consenso
delloligarchia, per una pronta riconciliazione:

Cittadini, perch ci cacciate? Perch volete ucciderci? Non solo noi non vi abbiamo mai fatto
nulla di male, ma anzi abbiamo partecipato insieme a voi alle cerimonie pi sante, ai sacrifici
e alle feste pi belle; abbiamo cantato insieme nei cori, siamo stati compagni di scuola e
compagni darme; abbiamo affrontato con voi molti pericoli per mare e per terra per la
comune salvezza e libert di entrambi. In nome degli di dei nostri padri e delle nostre madri,
dei nostri vincoli di sangue, di parentela, di amicizia (molti di noi infatti sono uniti da legami di
questo genere), rispettate dei e uomini, smettete di danneggiare la patria, non obbedite ai
Trenta nella loro grande empiet: essi che, per i loro interessi personali, hanno ucciso in otto
mesi quasi pi Ateniesi di tutti i Peloponnesiaci in dieci anni di guerra. Mentre ci sarebbe
possibile vivere in pace nella nostra citt, costoro ci mettono gli uni contro gli altri nella guerra
pi vergognosa, pi dolorosa, pi odiosa a di e uomini che sia mai esistita.
Il tema fondamentale del discorso di Cleocrito il recupero dellunit della comunit cittadina,
attraversata dalla profonda frattura della guerra civile: recupero che viene perseguito sulla
base della comunione di esperienza religiosa (sacrifici, feste), sociale (cori, scuole) e politica
(servizio militare, difesa della salvezza e della libert comuni) che unisce i cittadini di Atene in
una comunit di cui si deve recuperare lunit. Cleocrito riprende dunque, con i suoi accenti
religiosi (non si dimentichi che si tratta di un esponente del culto eleusino), un elemento
costitutivo dellideologia della citt: il suo appello in favore della riconciliazione nazionale
pone in primo piano lesperienza religiosa tra i fattori di aggregazione della, comunit
cittadina. Limmagine della polis come luogo di condivisione di esperienze politiche, sociali,
religiose, e come luogo della mediazione fra diversi interessi (come allepoca di Solone), non
deve comunque far dimenticare che la vita politica nelle citt greche fu caratterizzata da un
vivace confronto e da unestrema conflittualit allinterno delle comunit: il senso di
appartenenza non impedisce il conflitto (anzi pu favorirlo: in Tucidide VI, 92, 2-4, Alcibiade
giustifica il tradimento a favore di Sparta con lamore per la patria, sottrattagli ingiustamente
con la condanna a morte e lesilio). Un fenomeno estremamente diffuso fu quello della stasis,
la guerra civile: Tucidide, nel descrivere la stasis di Corcira del 427 (III, 82-83), sottolinea
drammaticamente il rovesciamento dei valori e il profondo snaturamento dei rapporti politici
che essa determina, fino a provocare labbandono della prospettiva del comune interesse in
favore di quella dellutile personale. Scrivendo a proposito delle vicende della guerra del
Peloponneso, Tucidide considera la stasis un fenomeno ormai quasi fisiologico, accentuato
dal conflitto globale: la riflessione che egli propone per il caso di Corcira, e che collega la
degenerazione delle lotte civili e le conseguenti stragi con lo snaturamento della comunit
civica e dei suoi valori, vale per la maggior parte delle citt greche. Molte di esse, in effetti,
conobbero periodiche guerre intestine che sfociarono in stragi civili con centinaia di vittime:
basti pensare al caso di Argo, retta da una democrazia fragile e profondamente divisa,
insidiata dalla costante attivit di una fazione oligarchica tenace e mai doma, dove le tensioni
politiche esplosero periodicamente in lotte sanguinose (Isocrate, Filippo, 5152). Sembra
costituire una relativa eccezione il caso di Atene, dove, pur in presenza di un vivacissimo
confronto politico, il clima politico-sociale appare sostanzialmente stabile, se si eccettuano i
momenti di crisi democratica, relativamente brevi, del 411, del 404 e del 322-318: elementi
diversi, come il diffuso ricorso ai processi, la funzione distensiva costituita dalla procedura
dellostracismo e gli orientamenti sostanzialmente moderati degli Ateniesi, possono
contribuire a spiegare questa relativa pace politica e sociale. Ma pi probabilmente Atene
risent positivamente della profonda coesione che caratterizzava la sua comunit politica,
peraltro priva di originarie divisioni interne come sottolinea il mito dellautoctonia, a partire
dalla mescolanza realizzata dalla riforma di Clistene: ci le consent di evitare quei
fenomeni di tensione civile che sono espressione, in altri contesti, di profonde e difficilmente
sanabili fratture sociali. Ad Atene, insomma, la polis sembra svolgere con successo la sua
funzione di mediazione tra le diverse componenti della comunit e la riuscita integrazione a
livello socio-economico e politico pare aver frenato il prevalere di interessi personali o di
fazione, almeno nella forma drammatica che Tucidide ricorda per il caso corcirese.

1.2. Limmagine del cittadino


La concezione del cittadino appare in stretta corrispondenza con la concezione della polis.
Esattamente come la polis in cui vive, anche il polites libero ed autonomo. Il termine
autonomos indica la capacit di autogovernarsi: non fa riferimento a una situazione di
anarchia in cui lindividuo legge a se stesso, ma piuttosto alla capacit di esercitare opzioni
libere di fronte alle leggi e ai culti religiosi, e quindi di aderire con convinzione, in seguito a
libera accettazione, ad una serie di norme di comportamento che tali leggi e culti implicano. Il
termine eleutheros, libero, implica che il soggetto non condizionabile da altri soggetti di
diritto, individuali o collettivi, nelle proprie scelte: il termine allude al rifiuto di rapporti di
sudditanza vuoi con altri individui, vuoi, soprattutto, con lo stato. I concetti di libert e
autonomia del cittadino investono diversi aspetti della vita, dallambito economico a quello,
pi elevato, della libert di coscienza. Per laspetto economico, interessante notare come le
societ greche si pongano come riferimento ideale il modello del cittadino autarchico,
capace di bastare a se stesso e di evitare forme di dipendenza anche per quanto concerne la
propria sussistenza economica. Asse portante della societ quella classe media che porta
su di s lonere/onore della difesa militare; sua cellula il cittadino-soldato, piccolo
proprietario agricolo, che vive del proprio lavoro e non ha bisogno di svolgere attivit
commerciale o artigianale, entrambe sentite nella mentalit greca come deteriori non tanto
perch di tipo manuale (anche lagricoltura lo ), ma perch svolte a servizio di altri e
nellambito di un rapporto di dipendenza dalla domanda e dallofferta altrui, e quindi assimilate
a forme di servit. Allaltra estremit, lautonomia del singolo individuo si esprime nella libert
di coscienza, cio nellosservanza di riferimenti di valore con cui altri (soprattutto lo stato) non
possono interferire, il che talora si pone in drammatico contrasto con le esigenze della
convivenza politica e civile (come nei casi di Antigone, in cui si manifesta il contrasto tra leggi
della citt e leggi non scritte di ispirazione religiosa, e di Socrate, che evidenzia piuttosto il
contrasto tra legge positiva e giustizia ideale). Esigenze che, peraltro, la coscienza greca
tiene nella massima considerazione, proprio a causa dellimportanza della dimensione
politica: proprio il caso di Socrate, con la sua ostinata difesa delle leggi a dispetto della loro
giustizia, esemplare su questo punto. Limmagine del cittadino dipende fortemente dalla
tim, cio dal valore che viene attribuito alluomo dalla comunit in cui inserito.
La tim (onore, valore) in democrazia assume la configurazione peculiare dellaxiosis
(reputazione, apprezzamento sociale) e identifica il cittadino ideale come capace di
contribuire allesperienza politica (democratica) vissuta dalla comunit. Lo chiarisce bene un
passo dellEpitafio di Pericle (II, 37, 1), che ha, fra i suoi motivi di interesse, quello di
costituire il manifesto della democrazia ateniese. A proposito del rapporto fra il cittadino e
lo stato, Pericle afferma che le leggi danno a tutti luguaglianza, ma per quanto attiene alla
gestione dello stato tengono conto dellapprezzamento sociale (axiosis):

di fronte alle leggi [...] a tutti spetta un piano di parit, mentre per quanto riguarda la
considerazione pubblica nellamministrazione dello stato, ciascuno preferito a seconda del
suo emergere in un determinato campo, non perla provenienza da una classe sociale ma per
quello che vale.

significativo laccento posto sullimportanza dellapprezzamento della comunit nei confronti


dellindividuo, perch lindividuo stesso possa felicemente integrarsi nellesperienza comune.
Il polites deve insomma inserirsi in modo costruttivo in una comunit viva, che gli chiede, in
cambio dei diritti che gli offre, impegno e partecipazione e che lo giudica sulla base della sua
capacit di rispondere alle opportunit che gli sono offerte. Si comprende allora linsistenza di
Pericle sulla volont dei democratici di rimuovere ogni condizionamento alla partecipazione
derivante dallinferiorit sociale:

Per quanto riguarda la povert, se uno pu fare qualcosa di buono alla citt, non ne
impedito dalloscurit del suo rango sociale.
La democrazia vuole essere aristocratica sul piano delle capacit individuali e non
prescinde da un apprezzamento del valore del singolo, ma rifiuta il principio della selezione di
ordine economico-sociale. Linserimento nella comunit determina per i politai anche un
reciproco controllo: le regole della convivenza democratica, improntate a reciproca tolleranza
e a una libert personale insistentemente rivendicata, impongono un rigido rispetto della
legalit, che non deriva dal timore, ma soprattutto dalla convinzione del valore intrinseco delle
leggi che la citt si data ed ha liberamente accettato (Tucidide II, 37, 2-3). Libert e rispetto
rigoroso della legge vanno di pari passo, associando alla riconosciuta libert di iniziativa del
singolo forme di controllo o di deterrenza che intendono difendere il funzionamento
dellorganismo collettivo.
Si comprende allora perch Pericle deplori che il cittadino si chiuda nella sua sfera privata,
per povert (pure di per s non vergognosa) o per indifferenza: il cittadino che non partecipa
non un cittadino apragmon (termine positivo che designava luomo tranquillo perch non
incline a iniziative sovversive), ma piuttosto un cittadino inutile (achreios: Tucidide II, 40, 2).
Coerentemente con lideologia della polis, di cui il discorso di Pericle costituisce una delle
massime espressioni, il polites trova nella citt la sua pi completa realizzazione ed
espressione ai livelli pi diversi.

2. LE DONNE
La polis esclude le donne, anche se di status libero e figlie di cittadini, da ogni forma di
partecipazione politica. Nella polis greca, e in particolare ad Atene la cui situazione ci
meglio nota, la donna libera e cittadina (denominata ast) era definita dal matrimonio, dalla
procreazione e dal lavoro domestico. Nel matrimonio svolgeva un ruolo passivo, in quanto era
data in moglie dal padre, o dal tutore legale, in base ad un accordo con la famiglia dello
sposo in cui non aveva parte alcuna; obiettivo del matrimonio era la generazione di figli
legittimi. Conseguenza di tale definizione della funzione femminile era la segregazione della
donna nellambito delloikos, cio della casa e della vita familiare: il suo ruolo nella polis si
riduceva a quello, peraltro assai importante, di strumento di trasmissione della cittadinanza
attraverso la procreazione di cittadini.
La segregazione, almeno per le donne di condizione medio-alta, aveva lo scopo di evitare
che un eventuale adulterio introducesse nelloikos figli illegittimi e nel corpo cittadino elementi
spuri. La totale subalternit della donna espressa dal diritto, che la pone in stato di perenne
minorit, bisognosa della tutela del kyrios (tutore); non pu possedere alcunch (al massimo
pu trasmettere la propria dote ai figli e, se ereditiera, cio unica discendente di un oikos, pu
farsi tramite delleredit ai figli); le sue stesse relazioni sociali (per esempio, il rapporto con la
fratria) dipendono dal padre o dal marito. I suoi spazi di espressione restano dunque quelli
delloikos e della religione: le cerimonie del culto familiare e cittadino erano per le donne
lunica occasione di avere una vita sociale. La polis ateniese prevedeva per le donne, oltre
alla partecipazione ai normali culti poliadi (si veda la presenza della componente femminile
della cittadinanza alla grande processione delle Panatene), anche riti specificamente loro
riservati, legati ai culti di Atena e di Artemide e concepiti, con il loro carattere iniziatico, per
avviare le fanciulle al ruolo di moglie e madre. Altre feste tipicamente femminili, come le
Tesmoforie (festa cittadina del matrimonio fecondo, festeggiata da mogli e madri legittime) e
le Adonie (feste di carattere privato legate alla seduzione, celebrate anche dalle cortigiane),
costituivano uno spazio di espressione religiosa per categorie diverse di donne, sia quelle
parzialmente integrate nella polis come mogli e madri di cittadini, sia quelle aventi un diverso
e meno nobile status e ruolo sociale. N va dimenticata la posizione assai prestigiosa e
autorevole, quasi magistratuale, riservata alle sacerdotesse di culti legati a divinit
femminili e alla fertilit. In altri contesti giuridici (per esempio, nel mondo dorico) la situazione
della donna pare leggermente pi avanzata sul piano della capacit giuridica, soprattutto in
ambito patrimoniale. Nel codice della citt cretese di Gortina, la donna gode di alcuni diritti in
materia di propriet (sulla dote e sulleredit) e del diritto di esprimere il consenso al
matrimonio (sicuro nel caso delle ereditiere, probabile anche in altri casi). Per quanto riguarda
Sparta, Aristotele (Politica, II, 1270a) attesta la presenza di ereditiere che avrebbero
accresciuto il loro patrimonio fino a possedere i due quinti del paese, il che sembrerebbe
attestare il diritto della donna a possedere terra: ma le conoscenze su Sparta che provengono
da fonti esterne sono fortemente condizionate dallincomprensione culturale e dal pregiudizio
ideologico. Alcune forme di parificazione esteriore (le ragazze spartane non erano segregate,
ma venivano cresciute con i maschi e facevano addirittura ginnastica insieme a loro) sono
poco significative, perch lobiettivo di queste pratiche, come rilevato gi dalle fonti antiche,
resta comunque quello di far s che la donna possa procreare cittadini sani: in esse si riflette
pertanto non una forma di emancipazione femminile, ma la consueta riduzione della donna al
ruolo di procreatrice e di elemento di trasmissione della cittadinanza. Per altri contesti
cittadini, alcune testimonianze di et ellenistica sembrano mostrare maggiore disponibilit a
concedere alla donna alcuni diritti, come quello di possedere beni o di svolgere transazioni,
ma difficile capire se ci dipenda dal diverso contesto culturale o dal diverso periodo
cronologico. Comunque, queste differenze riguardano soprattutto i diritti ereditari e il diritto di
propriet: lesclusione politica resta un dato ineludibile ovunque. Nella democratica Atene,
Pericle, nellEpitafio (Tucidide II, 45, 2), non trova di meglio che dire, rivolto alle donne
ateniesi:

sar una gloria se di voi si parler pochissimo tra gli uomini, in lode o in biasimo.

3. GLI STRANIERI: E METECI


Gli xenoi
Il mondo greco distingue fra lo straniero di stirpe greca (xenos: sostanza, il Greco che
appartiene ad una comunit politica diversa dalla propria) e il barbaro. I livelli di estraneit
sono, nei due casi, ai diversi. Nel caso dello xenos, lestraneit investe esclusivamente spetto
politico: il Greco cittadino di un altro stato appartiene infatti a medesima comunit di sangue,
di lingua, di culti, di costumi che finisce, in Erodoto VIII, 144, la Grecit come unit etnico-
cultutrale. Il barbaro invece straniero sia sul piano etnico-culturale, sia su quello politico:
mentre non condivide con i Greci nessuno degli elementi identificati da Erodoto nella
definizione della Grecit, vive pure unesperienza dello stato radicalmente antinomica rispetto
a quella dei Greci, da schiavo e da suddito e non da libero cittadino. Egli insomma, come
stato detto, straniero due volte (Moggi 1992). Bench la percezione dello xenos non
risenta, ovviamente, dellestraneit etnico-culturale relativa ai barbari, non per questo la
tolleranza nei suoi confronti molto maggiore. Lo xenos, a meno che non goda della
protezione convenzionalmente accordata ad araldi ed ambasciatori e qualora non sia
garantito da specifici rapporti di tipo personale o familiare, che lo trasformano in ospite, o
protetto da convenzioni stipulate a livello di comunit, un individuo formalmente privo di
diritti e, quanto meno potenzialmente, anche un nemico. Fin dallet arcaica si cerca di porre
rimedio a questa situazione con istituti particolari, che riguardano prevalentemente il mondo
degli xenoi: le forme di mitigazione della posizione dello straniero sembrano dunque
presupporre, almeno idealmente, unomogeneit politico-culturale. Tra queste forme, la pi
antica era la xenia, presente nel mondo greco fin dallarcaismo: una forma di ospitalit
fondata sulla reciprocit, che prevedeva la mutua assistenza (espressa attraverso lospitalit
concreta, cio lofferta di vitto e alloggio, e attraverso la rappresentanza di fronte alla
comunit cittadina ospitante) e veniva sancita con lo scambio di symbola, piccoli oggetti
spesso spezzati in due parti, che servivano come strumento di riconoscimento. La prossenia
costituisce ladattamento alle esigenze pubbliche dellantica pratica, di carattere privato, della
xenia. Il prosseno era un cittadino che, risiedendo nella sua citt dorigine, rappresentava la
comunit straniera che gli aveva conferito il titolo di prosseno. Suo compito era
essenzialmente quello di assicurare la protezione materiale dello straniero e la cura dei suoi
interessi, qualora giungesse nella sua comunit; in cambio, il prosseno veniva considerato
straniero privilegiato nello stato che lo aveva nominato, e talora gli veniva addirittura
concessa la cittadinanza.
Lasylia, un istituto di grande importanza nella convivenza internazionale greca, si svilupp
invece in ambito sacrale. In origine lasylia o inviolabilit caratterizza il luogo sacro, da cui
persone e cose non possono essere allontanate con la violenza ed entro il quale sono immuni
dal diritto di rappresaglia; con levoluzione del diritto, si sviluppa una differenza tra la sacralit
del santuario, ove chiunque ha il diritto di porsi come supplice, e lasylia vera e propria, che
presuppone una concessione. Lasylia, nel senso di immunit dal diritto di rappresaglia,
poteva essere concessa ai singoli in virt di particolari benemerenze oppure ad intere citt in
seguito a trattati; essa tuttavia poteva essere concepita anche non come un diritto personale,
ma come il riconoscimento dellinviolabilit di unarea sacra o di un intero territorio, sottratti
alla giurisdizione secolare e quindi tali da garantire protezione a chi vi si trovava. Lo xenos
che vi entrava assumeva lo statuto di supplice ed era posto sotto la protezione della divinit:
tuttavia, per evitare abusi, era previsto che le sue ragioni fossero vagliate dalle autorit
competenti, per ottenere la conferma della protezione. Le dichiarazioni di asylia si diffusero in
et ellenistica e, nonostante il loro carattere prevalentemente onorifico, contribuirono
notevolmente, grazie alla protezione che offrivano, a favorire la libera circolazione
internazionale.
Lo straniero di passaggio nella polis poteva poi vedersi concedere diversi diritti. Nel diritto
attico sono attestati il diritto di svolgere traffici commerciali nellagora; il diritto di usare pascoli
in territorio ateniese; il dritto di possedere immobili (enktesis ghes kai oikias); il diritto di
sposare una donna attica (epigamia). Concessioni come lepigamia e lenktesis, che
incoraggiavano la stabilizzazione, erano di carattere eccezionale, perch la polis era assai
riluttante a concedere forme di equiparazione allo straniero, anche in contesto democratico.
Inoltre, chi usufruiva dei dritti di commercio o di pascolo (pi diffusi, in quanto collegati con la
sanzione economica svolta dallo straniero nella polis) doveva pagare una tassa (xenikn,
epinomion), di natura simbolica, che serviva a sottolineare il principio secondo cui lo straniero
era diverso dal cittadino e non poteva godere dei medesimi privilegi.
Non tutti gli stati greci avevano lo stesso atteggiamento di fronte al rapporto con lo xenos: alla
tradizionale disponibilit di Atene ad accogliere stranieri sul proprio territorio fa riscontro la
chiusura di Sparta, che faceva sorvegliare attentamente gli stranieri di passaggio dagli efori e
praticava regolari xenelasiai, espulsioni di stranieri. La motivazione va ricercata,
probabilmente, nel timore che il contatto con gli stranieri e, pi specificamente, limportazione
di denaro monetato alterassero il delicato sistema socio-economico spartano. Un notevole
progresso nella mitigazione della posizione dello straniero fu costituito dagli accordi giuridici
fra stati che assicuravano agli stranieri una serie di garanzie. Le convenzioni giudiziarie tra
due stati, destinate a proteggere i rispettivi cittadini nei casi di contenzioso riguardanti
prevalentemente lambito commerciale, presero il nome di symbola, termine che designava in
origine i doni ospitali. Symbolai, invece, erano denominati in origine gli accordi tra Atene e le
citt appartenenti alla Lega delio-attica (trattati che garantivano limmunit della persona e dei
beni di cittadini ateniesi e regolavano le procedure esperibili per agire in giudizio sui rispettivi
territori); il termine fu poi usato anche per gli accordi giudiziari di portata generale tra stati
greci.

3.2. I meteci
La metoikia costituisce la pi avanzata forma di integrazione dello straniero nella comunit
poleica: listituto ci noto soprattutto in ambito ateniese, ma esisteva certamente anche in
altre citt greche. I meteci, o stranieri residenti, avevano uno status intermedio tra cittadini e
xenoi: erano stranieri, di stirpe greca, che si stabilivano in Atene, per motivi commerciali, per
un periodo superiore a un mese. Avevano lobbligo di porsi sotto la protezione di un cittadino,
che assumeva la funzione di patrono o prostates: suo compito era appoggiare la richiesta di
iscrizione nelle liste dei meteci e garantire il pagamento del metoikion, la tassa (di 12 dracme
allanno) cui erano sottoposti gli stranieri residenti e da cui erano esenti solo i meteci
isoteleis, cio equiparati ai cittadini a proposito degli oneri tributari.
I meteci erano iscritti come residenti in speciali registri tenuti dai demi ed erano quindi inseriti
negli elenchi delle trib; prestavano servizio militare (flotta, truppe ausiliarie), ma erano
esclusi da ogni forma di partecipazione politica. In linea di principio potevano ottenere
lepigamia, lenktesis e gli altri onori minori tributabili a stranieri, ma non vi era labitudine di
concederli, per evitare di favorire lintegrazione; avevano inoltre accesso ad alcune forme di
espressione religiosa e cultuale. Per quanto riguarda la capacit processuale, potevano
ottenere la tutela dei loro diritti intentando le apposite azioni davanti al magistrato competente
per i rapporti con gli stranieri, larconte polemarco. Si ritiene in genere che avessero la
possibilit di agire in giudizio solo quando erano in gioco i loro interessi particolari: potevano
cio esperire solo azioni private, non pubbliche (riservate ai cittadini), e comunque, secondo
una testimonianza di Aristotele (Politica, 1275a), attraverso il prostates. Questultimo avrebbe
avuto, in ambito giudiziario, il compito di rappresentare il meteco nel promuovere lazione e
prendere la parola in tribunale in sua vece. Tuttavia, sembra probabile che lassistenza del
prostates si riducesse ad una funzione di garanzia sede di citazione o di istruttoria (anche in
relazione al deposito delle spese legali).
La posizione del meteco nellambito della comunit della polis stata ampiamente discussa.
Tradizionalmente ci si preoccupati di sottolineare le forme di esclusione del meteco rispetto
al cittadino: limpossibilit di esercitare i diritti politici, le restrizioni in termini di godimento dei
diritti civili (matrimonio, propriet), la mancata equiparazione giuridica e fiscale. Il
mantenimento dei meteci in condizione di inferiorit, nonostante il contributo che essi davano
alleconomia ateniese e alla stessa difesa della citt, stato ritenuto uno dei limiti della
democrazia classica. Pi di recente si invece preferito sottolineale le modalit di parziale
integrazione a diversi livelli (militare, fiscale, giudiziario), riesaminando il significat
dellisoteleia (lequiparazione fiscale che, oltre ad eliminare lobbligo di pagare il metoikion,
consentiva forse anche di adire i tribunali secondo le modalit aperte ai cittadini di pieno
diritto) e proponendo un forte ridimensionamento del ruolo del prostates. La posizione del
meteco rispetto alla comunit ateniese sembra insomma da ripensare in una prospettiva di
maggiore integrazione, in progressiva accentuazione nel corso del IV secolo, soprattutto nel
campo giudiziario. Il problema ha dimensioni non soltanto istituzionali, ma anche
sociologiche. Un aspetto di esso il modo in cui i cittadini guardavano al gruppo sociale degli
stranieri residenti e la misura in cui intendevano integrarlo; un altro, non meno interessante,
il modo in cui i meteci percepivano il loro rapporto con la comunit civica della citt ospitante.
Le orazioni di Lisia, di ricca e prestigiosa famiglia metecica, ci offrono diversi elementi di
valutazione in questo senso: da una parte, su ci che lopinione pubblica ateniese si
attendeva dal meteco; dallaltra, su ci che il meteco preferiva sottolineare delle proprie
virt civili. Lisia ricorre in diversi passi al motivo dellaner apragmon (cio delluomo che fa
i fatti suoi, estraniandosi per quanto possibile dalla vita pubblica) per caratterizzare il
comportamento dei meteci, compreso il proprio e quello dei familiari. Lopinione pubblica
democratica si attendeva dunque dai meteci che interferissero il meno possibile nella vita
pubblica e privata dei cittadini ateniesi, evitando ogni coinvolgimento in vicende processuali e
astenendosi con ci da ogni pretesa di confronto a livello paritario con il cittadino.
Lapragmosyne era virt ambigua nella democrazia ateniese, richiesta agli esponenti delle
classi pi elevate (dai quali ci si attendeva scarso interesse alla partecipazione politica, ma
grande disponibilit a mettere a disposizione il proprio patrimonio per il bene comune) oppure
agli uomini di fede democratica incerta: ma nellideologia democratica il cittadino tranquillo
era anche inutile. Il meteco invece, non avendo comunque diritto alla partecipazione
politica, non rischiava, dichiarandosi tranquillo, di vedersi giudicato inutile e quindi
estraneo ai principi democratici. In effetti, in Lisia il meteco non si limita ad ascrivere a proprio
merito il fatto di condurre una vita ritirata e di contribuire generosamente alle spese comuni,
ma sottolinea intensamente la propria devozione alla democrazia. Un contributo di particolare
interesse offrono, a questo proposito, le orazioni di carattere autobiografico, cio la XII
(Contro Eratostene) e la frammentaria Contro Ippoterse.
In XII, 4 ss. Lisia presenta il meteco ideale attraverso lesperienza della propria famiglia: in
trentanni di permanenza in Atene, i suoi componenti non hanno mai intentato n subito un
processo, e si sono comportati in modo da non far torti e da non subirne. La devozione alla
democrazia per ribadita nel 4, in cui Lisia orgogliosamente dichiara: Abbiamo vissuto
da democratici, e nel 6, dove la persecuzione da parte dei Trenta Tiranni collegata, oltre
che con la ricchezza dei meteci, con la loro ostilit alla nuova costituzione antidemocratica.
Nel (paragrafo) 20, Lisia contrappone il comportamento dei meteci democratici, con la loro
rigorosa obbedienza alla citt, a quello dei Trenta, cittadini indegni:

Eppure non era questo che ci meritavamo dalla citt, noi che avevamo sostenuto tutte le
coregie e molte volte avevamo versato contribuzioni, che ci eravamo sempre dimostrati
obbedienti e avevamo fatto tutto quello che ci veniva ordinato, che non ci eravamo fatti alcun
nemico e avevamo anzi riscattato molti Ateniesi dalle mani dei nemici: ma nonostante questo
ci hanno ritenuto meritevoli di un trattamento come quello, noi che come meteci ci eravamo
comportati in modo ben diverso da loro come liberi cittadini!

Lisia sottolinea qui ladesione agli ideali democratici della polis ateniese da parte dei meteci,
nella quale essi non raramente superano gli stessi cittadini di pieno diritto.
Gli stessi temi tornano nei frammenti della Contro Innnterce. Loratore (forse un syneoros o
avvocato) cerca di sostenere la posizione di Lisia, impegnato nel tentativo di recuperare
parte dei suoi beni persi sotto la tirannide dei Trenta, ricordandone alcuni meriti. Prima di tutto
la condivisione delle sofferenze del popolo: Lisia ha subito una parte, e non certo la pi
piccola, delle vostre sofferenze, perdendo per mano dei Trenta suo fratello e buona parte
della sua fortuna, in modo del tutto illegale; inoltre, il contributo finanziario alla resistenza
fornito nel corso dellesilio, poi lirreprensibile comportamento tenuto dopo il rientro in Atene:

Dopo il rientro non ha infastidito nessun Ateniese n ricordando le proprie benemerenze, n


rimproverando a qualcun altro le colpe commesse.
I valori principali appaiono ancora una volta la disponibilit a mettere in comune le proprie
risorse finanziarie e la mancata interferenza con la vita dei cittadini ateniesi: ma anche in
questo caso assume un ruolo fondamentale la differenziazione del comportamento del
meteco da quello, tuttaltro che irreprensibile, del cittadino Ippoterse sul tema del rapporto con
la democrazia. Ippoterse, che ha partecipato alla rivoluzione antidemocratica sia nel 411 che
nel 404, pur essendo cittadino di pieno diritto non condivide affatto gli ideali democratici degli
Ateniesi:

[Lisia] trascinato in giudizio da un uomo che al tempo dei Quattrocento andato in esilio, e
che muovendo da Decelea ha marciato in armi assieme ai nemici contro la patria; i nemici
della citt lo hanno fatto rientrare e lo hanno fatto di nuovo vostro concittadino; perci penso
che sia chiaro a tutti [...] che la vostra prosperit non gli genera certo le stesse speranze che
gli davano le vostre sventure; per di pi, essendo cittadino di pieno diritto, senza aver mai
dato segni di pentimento [...] sparge false accuse contro molti cittadini, dopo tutto quello che
vi ha fatto!

Il meteco ideale prospettato dalloratore della Contro Ippoterse dunque accetta certamente
una prospettiva limitante (egli sente di dover condividere i doveri del cittadino, pur senza
godere dei relativi diritti), ma insieme rivendica con convinzione un attaccamento agli ideali
democratici che molti cittadini di pieno diritto, come Ippoterse, non hanno saputo dimostrare.
Lautorappresentazione del meteco, quale emerge da Lisia, sembra dunque giocarsi
soprattutto sul tema delle forme di inserimento nella comunit democratica ateniese. Al
meteco la partecipazione negata sul piano politico e sconsigliata sul piano giudiziario, e
quindi lapragmosyne appare la sua virt fondamentale; ma egli rivendica un suo ruolo nella
democrazia, in netta contrapposizione con quei cittadini che per avversione ideologica,
indifferenza o paura dichiarano il loro scarso interesse alla partecipazione democratica. La
tranquillit del meteco infatti la conseguenza della piena adesione al ruolo subordinato
che gli assegnato dalla polis, mentre quella del cittadino tranquillo la conseguenza di
un venir meno ai doveri del proprio ruolo. Lisia rivendica, per s, per la propria famiglia e per
gli altri meteci, unadesione ai valori democratici che molti cittadini non hanno saputo
mostrare: proprio per questa convinta adesione egli chiede il riconoscimento di un ruolo nella
comunit civica ateniese, e fonda laspirazione ad una pi profonda integrazione giuridica e
ideale per s e per il proprio gruppo sociale.

4. GLI SCHIAVI
Gli schiavi, di origine greca o barbarica, divenivano tali per lo pi in seguito a prigionia di
guerra, oppure perch nati in casa; pi raramente in seguito a condanne penali. Essi dunque
non costituivano una classe omogenea: diversi per provenienza geografica, origine etnica,
motivazioni dello stato di servit, gli schiavi vivevano in condizioni diverse dal punto di vista
dellimpiego economico e della situazione sociale. Assai diversa era la condizione di uno
schiavo pubblico (impiegato nelle zecche, nelle opere pubbliche o in funzioni amministrative),
di uno schiavo domestico, di uno schiavo impiegato nelle miniere o in una manifattura;
diversa ancora quella di un servo della gleba come lilota spartano o il penesta tessalico, la
cui condizione di servit dipendeva dalla sottomissione da parte di popolazioni di invasori. Sul
piano giuridico lo schiavo era propriet, non persona, e quindi non era soggetto di diritto; la
sua testimonianza in tribunale era valida solo se resa sotto tortura, anche se sono stati
avanzati dubbi sul fatto che venisse realmente praticata. Le tutele di cui pure godeva nel
diritto attico sembrano riflettere lambiguit del suo status: per esempio, egli non poteva
essere picchiato o ucciso impunemente (anche se le pene erano inferiori a quelle previste nel
caso di reati contro liberi) e in ci la volont di difendere la persona dello schiavo si
confondeva con quella di difendere la propriet del padrone, che aveva comunque maggiori
margini di azione nei confronti dello schiavo. Gli schiavi, soprattutto se domestici, godevano
di una larga autonomia di fatto, in particolare nellambito delle attivit commerciali; col loro
lavoro essi sostenevano molte attivit economiche (soprattutto nel campo della produzione
artigianale), ma, anche nei momenti di massimo sviluppo delleconomia cosiddetta
schiavistica, come lepoca dellimperialismo ateniese, non si pu parlare di esclusivo lavoro
servile, in quanto le fonti testimoniano la diffusa compresenza del lavoro libero. La loro
proporzione rispetto ai cittadini liberi sembra esser stata relativamente alta: i moderni hanno
pensato, per Atene, ora a 1/5, ora a 1/3, ora a met della popolazione residente (ma Demetrio
Falereo avrebbe censito ben 400.000 schiavi su 21.000 cittadini; a Sparta, la proporzione
degli iloti rispetto ai cittadini sembra essere stata di 7 a 1). La qualit della vita, per quanto
riguarda il contesto ateniese, era complessivamente buona: Pseudosenofonte (I, 10-11)
deplora che in Atene gli schiavi siano impudenti e godano di libert di parola, che non sia
neppure possibile picchiarli impunemente, in quanto non si distinguono dai liberi nellaspetto,
e che abbiano un buon tenore di vita. Diversa era, ovviamente, la condizione degli schiavi
pubblici, in particolare quelli addetti al lavoro nelle miniere (a loro probabilmente, e agli
schiavi addetti alla produzione industriale, si riferisce Tucidide VII, 27, 5, quando segnala la
fuga di 20.000 schiavi allepoca delloccupazione spartana di Decelea, negli ultimi anni della
guerra del Peloponneso). Una conferma della condizione relativamente buona degli schiavi,
almeno in Atene, stata vista nel fatto che mentre Sparta fu sempre minacciata dalle rivolte
servili, Atene pot invece contare sullappoggio degli schiavi nei momenti di maggiore
difficolt, come per esempio la sconfitta del 404. Certo le manomissioni erano rare e lo
statuto degli schiavi liberati (apeleutheroi) incerto, con il costante rischio di ricadere in stato di
servit: si manifesta qui la consueta riluttanza dei Greci allintegrazione degli stranieri.

5. IL PROBLEMA DEGLI APOLIDI


Gli apolidi, in quanto esuli, si trovavano in una posizione anche pi delicata di quella degli
xenoi. Essendo stati privati della cittadinanza, gli esuli erano disprezzati in un quadro sociale
in cui lo status di cittadino era fondamentale. Si diventava esuli in seguito a provvedimenti di
bando, dovuti allapplicazione di una pena oppure a motivi di carattere politico: le lotte civili
che caratterizzarono la storia della Grecia classica e che determinarono, allinterno delle citt,
la polarizzazione dei conflitti in fazioni contrapposte furono potenti fattori di crescita del
fenomeno dellesilio (un caso significativo costituito dalle espulsioni di massa praticate in
Atene sotto i Trenta Tiranni e sotto loligarchia di Focione). Era per relativamente frequente
che vi si ricorresse volontariamente, per sfuggire (anche preventivamente) ai provvedimenti
ora ricordati o per cercare altrove condizioni di vita pi favorevoli. Nel corso del IV secolo il
numero degli esuli crebbe enormemente nel mondo greco. Isocrate fa spesso riferimento
nelle sue opere (Plataico, 46 ss.; cfr. Archidamo, 68; Filippo, 96) a masse di apolidi privi di
residenza fissa, definendoli con il nome di planomenoi, erranti. Questi gruppi di esuli, che
le fonti presentano come privi di mezzi di sostentamento capaci di garantire loro una minima
sicurezza di vita (Isocrate, Panegirico, 174), andarono ad accrescere la consistenza delle
masse di avventurieri, mercenari, briganti, creando, in una Grecia povera di risorse, una
situazione sociale estremamente instabile.
Lesule poteva porre rimedio alla sua condizione (che spesso com,portava anche la rottura
dei rapporti familiari, di diritto o di fatto, e la confisca dei beni) chiedendo ospitalit ad unaltra
comunit politica. Egli si affidava, in questo caso, al principio religioso della sacralit
dellospite, posto sotto la protezione di Zeus Xenios, e poteva rendere pi impegnativa per
linterlocutore la sua richiesta ponendosi nella condizione di supplice: tuttavia, le autorit
potevano esitare nel concedere protezione, per motivi di opportunit politica (evitare conflitti
potenzialmente pericolosi con la comunit dorigine dellesule) o anche per il possibile
contrasto tra norma religiosa e legge positiva (lesule poteva trovarsi nella sua condizione
anche in base a fondati motivi giuridici). La sicurezza dellesule dipendeva insomma dalla
disponibilit di comunit che non avevano obblighi nei suoi confronti, il che lo esponeva a
diversi rischi: egli poteva essere dichiarato nemico dallo stato ospite, e dunque perseguito,
catturato e ucciso (si pensi al caso di Temistocle, inseguito per tutta la Grecia da emissari
spartani e ateniesi, o ai cacciatori di esuli sguinzagliati dai Macedoni contro i democratici
ateniesi nel 322), oppure poteva essere oggetto di una richiesta di estradizione (come quella
rivolta da Sparta alle citt greche a proposito dei democratici ateniesi esuli allepoca dei
Trenta Tiranni). Il tema dei rischi che lesule corre nel momento in cui si rivolge ad una
comunit per chiedere ospitalit fortemente presente nella tragedia attica, a riprova
dellimportanza del problema nella societ, nella cultura e nelletica greca (basti pensare alle
Supplici di Eschilo o agli Eraclidi di Euripide); il tema era molto caro agli Ateniesi, in quanto la
loro citt aveva fama di grande disponibilit allaccoglienza di esuli e la alimentava come una
delle caratteristiche positive del proprio stile di vita (cfr. Tucidide II, 39, 1). Lepigrafia ha
restituito diversi decreti ateniesi in favore di esuli, i quali prevedono, oltre a vari onori e
concessioni, forme di affidamento alle autorit, affinch i beneficiari possano godere di tutela
giuridica. La massima aspirazione degli esuli era costituita, in ogni caso, non dallintegrazione
in un diverso contesto politico e sociale, ma dal ritorno alla propria comunit di origine. Lo
mostra bene il caso degli abitanti di Platea, una comunit di esuli che, in condizioni assai
sfavorevoli, riusc a mantenere, tra i1427, data della prima distruzione della citt da parte dei
Tebani, e i1338, data della definitiva ricostruzione, una salda identit cittadina: i Plateesi
coltivarono sempre il sogno del ritorno, mostrandosi disinteressati allintegrazione definitiva in
un contesto diverso, compreso quello ateniese in cui erano stati accolti come cittadini con
inusitata generosit. Quanto ai planomenoi, gli intellettuali greci, e soprattutto Isocrate,
mostrano sensibilit per la loro condizione e le conseguenti ricadute sociali: ma i rimedi
suggeriti, legati a interventi di carattere coloniale che trovano riscontro concreto in iniziative di
leader come Timoleonte e Alessandro, appaiono utopici, perch legati a modelli sociali troppo
tradizionali. I planomenoi preferivano il mestiere rischioso, ma ben remunerato, di mercenario
a quello di piccolo contadino e desideravano poter riallacciare prima o poi i rapporti con le
citt dorigine, non essere indirizzati ad una colonizzazione in terre lontane, in Oriente o in
Occidente, dove fungere da strumento di contenimento dei barbari. La restaurazione del
quadro sociale tradizionale della polis, con la sua classe media di piccoli proprietari terrieri e i
suoi eserciti di opliti cittadini, non suscitava particolare interesse in uomini che erano piuttosto
alla ricerca di fonti alternative di sicurezza economica, non pi legate alla tradizionale
economia agricola. Nonostante lindubbio attaccamento che molti apolidi mostravano verso le
comunit originarie, questo un primo indizio del progressivo superamento dellesperienza
della polis, cui la societ greca andava avviandosi nellavanzato IV secolo.

CAPITOLO 6
La fine dellesperienza della polis
Laffermazione dei grandi regni ellenistici segn il tramonto della polis come esperienza
politica. Non che le citt non siano sopravvissute allellenismo: da un punto di vista
quantitativo, questo un periodo di grande fioritura, sia per le poleis gi esistenti, sia per le
nuove fondazioni. Esse infatti non solo conservarono le loro tradizionali strutture, ma
conobbero anzi un notevole sviluppo sul piano urbanistico e monumentale, con la formazione
di vere e proprie metropoli, caratterizzate da una popolazione molto numerosa e da un
tessuto sociale composito. Diversa la questione per laspetto qualitativo. Gi nel periodo di
transizione compreso fra let di Filippo e di Alessandro e lepoca delle lotte fra i diadochi,
linterferenza dei Macedoni nelle questioni interne delle citt greche divenne la norma: i
contendenti appoggiarono governi democratici o oligarchici, insediarono presidi militari,
imposero provvedimenti gravi e impopolari (come il ritorno degli esuli chiesto da Alessandro
nel 324), mostrando che le relazioni con le citt greche si ispiravano solo formalmente soli
schemi della tradizione greca e che lesperienza cittadina si avviava ad uno svuotamento di
significato. Con la stabilizzazione della divisione dellimpero di Alessandro tra i successori e
lavvento delle grandi monarchie, poi, la funzione delle citt cambi completamente: laspetto
urbanistico prevalse nettamente su quello politico; lo spazio cittadino dellet classica si
personali7z e divenne propriet del sovrano; la relazione fra centro urbano e chora e il
rapporto fra cittadinanza, ruolo militare e propriet terriera vennero meno; la corte, centro del
potere politico e luogo in cui affluivano da tutto il mondo greco artisti e intellettuali, sostitu la
polis come centro propulsivo, in senso politico e culturale, della vita del mondo ellenistico. In
un certo senso, il nuovo ruolo svolto dalle citt una delle caratteristiche principali
dellellenismo. Non facile, tuttavia, parlare della citt ellenistica in generale. Le condizioni
delle citt, quanto a statuto e relazioni con il potere regio, furono diverse a seconda del
periodo cronologico, della posizione geografica, dellambiente politico, nonch delle
dimensioni, risorse e prestigio della polis. Non mancano, tuttavia, diversi elementi comuni: la
polis assunse nellepoca ellenistica una caratterizzazione pi omogenea sul piano
istituzionale, rispetto alla grande variet di modelli dellarcaismo e dellet classica, e conobbe
una certa uniformit sul piano educativo, culturale e religioso.

1. LA POLIS NEI REGNI ELLENISTICI


La polis ellenistica , in realt, una sorta di enclave inserita nellambito di un vasto stato
territoriale. I grandi regni ellenistici erano infatti realt complesse, caratterizzati dalla grande
estensione territoriale, (con la conseguente eterogeneit geografica ed economica), dalla
ricchezza demografica (con una popolazione numerosa ed etnicamente composita) e dalla
complessit di articolazione interna: la terminologia, che per definirli adotta espressioni
pluriverbali che colgono la complessit dellassetto etnico-territoriale (citt, popoli, dinasti),
lo mette bene in evidenza. Al modello della polis, che prevede un centro urbano unico
circondato dalla chora, e a quello dello stato federale, che prevede diversi centri di pari diritto,
politicamente collegati con la sede del governo centrale, si sostituisce una struttura che
prevede una capitale, cui si affianca una chora in cui si trovano altre citt, o diverse capitali. Il
territorio, di propriet dello stato, cio del re (chora basilik: pu essere concessa in dono a
parenti, amici, funzionari, citt o templi), comprende, accanto alle propriet regie, le citt
greche, i santuari (veri e propri stati templari autonomi), le colonie militari, dinasti locali,
trib e popolazioni in stato di vassallaggio pi o meno blando. Il re doveva quindi adottare
moduli diversi per rapportarsi efficacemente alle varie realt presenti nel suo regno, tra cui le
citt, che costituivano un elemento particolarmente problematico. Inserita nella realt dello
stato territoriale ellenistico, la polis, nonostante il grande sviluppo urbano, si ridusse ad una
comunit di uomini liberi in cui si viveva una dimensione pi culturale (nel senso dello stile
di vita) che non politica. Il corpo civico era greco; spesso la necessit di rinforzarlo induceva a
procedere a politografie (concessioni di cittadinanza), a scambi bilaterali dei diritti di
cittadinanza (isopoliteiai), a sinecismi, senza che si realizzasse mai, per, una vera fusione
con gli indigeni. Dal punto di vista economico, la citt viveva, come in et arcaica e classica,
soprattutto dello sfruttamento agricolo del territorio, cui si aggiungevano i proventi, anche
fiscali, provenienti dal commercio; problemi di sussistenza alimentare, collegati con
lapprovvigionamento granario, e linsufficienza delle entrate finanziarie potevano indurla a
sollecitare un beneficio (euerghesia), prestito o donativo, dal re. Levergetismo caratterizza i
rapporti fra sovrani e citt: nel corso dellalto ellenismo diadochi e re si preoccupano di
intervenire a sostegno delle citt (con donativi in denaro, cereali, armi, mercenari) per legarle
a s, in seguito tali interventi sono collegati per lo pi alla promozione dellaspetto pi
latamente culturale (costruzione di ginnasi, portici, teatri; promozione di feste e di strutture
educative). Al re ci si rivolgeva anche come giudice, cos come venivano frequentemente
richiesti arbitrati a stranieri per dirimere contese sulla base di un diritto che si andava
progressivamente unificando, per diventare, da diritto delle poleis, diritto ellenistico.
Le citt intrattenevano con i re rapporti diplomatici attraverso gli amici (philoi) del re stesso,
notabili locali che godevano della sua fiducia; spesso si trattava di uomini di cultura (artisti,
letterati, scienziati) che svolgevano ruoli nellambito della corte ed erano destinati a tenere i
rapporti tra potere centrale e realt locali. La volont del sovrano si esprimeva attraverso
lettere, ordinanze (i prostagmata regi), rescritti spesso sollecitati dalle stesse realt locali, e
che talora la documentazione epigrafica ci ha preservato. La situazione per non era
uniforme: nel regno seleucidico, per esempio, le citt greche della costa godevano di una
significativa autonomia e di vantaggi materiali, in quanto la loro fedelt era necessaria per
contrastare i Lagidi dEgitto; mentre le colonie fondate nellinterno da Alessandro e le colonie
seleucidiche (le katoikiai), fondate per motivi strategici (come la protezione di frontiere e vie di
comunicazione), economici e sociali (come la ricchezza di unarea e la possibilit di offrire
una vantaggiosa stabilizzazione a veterani e mercenari), venivano controllate pi
direttamente da commissari regi (gli epistatai) e dovevano fornire contributi militari.

2. LE ISTITUZIONI DELLE CITT ELLENISTICHE


Sul piano politico-amministrativo, le poleis di epoca ellenistica presentavano alcune affinit.
Esse rivendicavano la loro natura democratica, in opposizione a tirannidi e oligarchie, ed
erano organizzate, di norma, secondo gli istituti della democrazia di tipo ateniese, cio un
consiglio, unassemblea, magistrati (sorteggiati o eletti) e tribunali; la popolazione era ripartita
in trib, demi, trittie, fratrie, a seconda dei contesti locali. Il consiglio aveva le consuete
funzioni probuleumatiche, cio preparatorie dei lavori assembleari: limportanza che le citt
attribuivano allattivit del consiglio come espressione dellidentit cittadina attestata dalle
dimensioni eccezionali dei bouleuteria. Lassemblea discuteva di temi quali gli affari sacri, le
finanze, gli approvvigionamenti, la difesa della citt e del territorio, nonch alcuni aspetti delle
relazioni internazionali (soprattutto in merito ad arbitrati e convenzioni giudiziarie). Essa
eleggeva anche i magistrati, molti dei quali avevano mandati brevi (non annuali ma mensili o
trimestrali), per evitare al singolo cittadino eccessivi oneri o per scongiurare laccumulo
dipoteri su una sola persona. Infine, appare ben documentato luso di ricorrere,
nellamministrazione della giustizia, a giudici provenienti dallestero: il fenomeno evidenzia la
perdita del controllo popolare della giurisdizione, man mano che le istituzioni democratiche
assumono un carattere pi formale che sostanziale, e sembra dovuto alla necessit di
garantire quellamministrazione imparziale della giustizia che non sempre veniva assicurata
allinterno della comunit. In generale, nelle citt pur governate democraticamente
andarono formandosi, col tempo, aristocrazie di notabili (anche a motivo delle necessit
crescenti in ambito evergetico, che consigliavano ai soli ricchi la partecipazione alla vita
politico-amministrativa della citt).
Le poleis ellenistiche conservarono un grado pi o meno elevato di autonomia e libert: ma le
due nozioni appaiono sensibilmente cambiate rispetto allet classica, quando esprimono
fortemente lautodeterminazione della comunit cittadina a diversi livelli, interno e
internazionale. Per autonomia si intende ormai, essenzialmente, la sopravvivenza delle
principali istituzioni della citt; per libert la possibilit di intrattenere con il sovrano una
relazione in qualche modo paritaria (di libert parla in genere proprio il sovrano nel
definire il suo rapporto con la polis, come risulta dalla documentazione epigrafica).
Lautonomia promessa alle citt dalla propaganda di Antigono Monoftalmo e dei Tolemei, che
garantiva, secondo una formula assai fortunata, libert, autonomia, immunit dai tributi,
immunit dalle guarnigioni, si traduceva nei tatti in una questione puramente amministrativa:
le citt libere ed autonome non erano soggette al diretto controllo dei delegati del re,
potevano eleggere liberamente i loro magistrati, legiferare, battere moneta, amministrare la
giustizia, nonch sottoscrivere alcuni accordi di carattere internazionale, ma non avevano una
vera indipendenza politica, che pure veniva insistentemente rivendicata (Polibio, XXI, 43, 2,
ricorda come gravemente lesivi dellautonomia delle citt lesazione di tributi, limposizione di
guarnigioni, lemissione di prostagmata regi).
Esistevano certo anche citt effettivamente indipendenti, come Rodi, che avevano mantenuto
le prerogative dellet classica: ma la maggior parte delle poleis ellenistiche fu costituita, in
realt, o da citt alle quali il sovrano sotto la cui autorit ricadevano aveva concesso
unautonomia del tutto formale, o da nuove fondazioni volute dagli stessi re. In tutti i casi, le
motivazioni propagandistiche prevalgono su ogni altra nelle relazioni citt/sovrano. I Tolemei,
che nel corso delle lotte fra i diadochi si presentarono al mondo greco come sostenitori delle
autonomie, ostentarono grande rispetto per le istituzioni politiche tradizionali delle citt
(esterne al regno) con cui furono in rapporto e a cui riservarono anche generosi donativi; in
Macedonia e in Siria lintervento del re nelle strutture cittadine, direttamente o attraverso
funzionari regi, fu in genere molto ampio, bench addolcito da unintensa attivit evergetica.
Le tradizionali strutture poleiche, dunque, sopravvissero ormai prive, una volta venute meno
lautonomia e la libert sostanziali, della loro funzione politica, sociale e religiosa e, di
conseguenza, del loro pi autentico significato partecipativo. La partecipazione si indirizz
piuttosto verso la vita associativa, in ambito militare, commerciale e religioso-cultuale; poich
a queste forme avevano accesso anche gli stranieri, la differenza fra cittadini, meteci e xenoi,
cos forte nella polis classica, si affievol, favorendo quellintegrazione degli elementi stranieri,
anche di etnia non greca, che nella polis classica non era pensabile. Nelle citt sorsero gruppi
di ellenisti, che parlavano greco e apprezzavano lo stile di vita greco, espresso soprattutto
nella frequentazione del ginnasio; tuttavia, la massa degli indigeni rest ai margini di questo
processo di acculturazione.

3. LA POLITICA DEI REGNI ELLENISTICI NEI CONFRONTI DELLE POLEIS


I regni ellenistici svolsero una politica diversa nei confronti delle poleis, non solo conducendo
nei loro confronti opposte propagande, ma anche valorizzandole in senso diverso nellambito
dei loro regni. La Macedonia, immune dal dualismo tra Greci e indigeni che caratterizz le
altre due grandi monarchie ellenistiche, non presentava problemi di organizzazione
territoriale. Ladozione del principio federale garantiva la convivenza tra le regioni dellinterno,
organizzate in distretti e dotate di unampia autonomia locale, e le citt della costa,
comprendenti anche nuove fondazioni (come Cassandria-Potidea, Tessalonica=Terme,
Demetriade-Pagase): del resto, lurbanizzazione era vista in Macedonia come un elemento di
progresso, come risulta da un discorso di Alessandro (Arr. VII, 9, 2) in cui il re ricorda, fra le
benemerenze del padre Filippo, quella di aver fatto scendere i Macedoni dalle montagne,
portandoli nella pianura e facendone abitatori di citt. Furono piuttosto le citt della Grecia
a costituire un problema, in quanto perseguirono a lungo il tentativo di recuperare
lindipendenza dalla Macedonia, talora appoggiandosi anche a forze esterne. Si pu quindi
affermare che le poleis, legate ai loro antichi valori di libert e autonomia, costituirono per il
regno macedone un elemento di notevole instabilit: la tensione tra principio dellautonomia e
principio dellegemonia, che caratterizzala storia politica ellenistica, si fece sentire con
particolare forza nellarea controllata dalla Macedonia.
Al contrario, lEgitto era praticamente privo di citt che rivendicassero la loro autonomia, e
tale rest perch i Tolemei evitarono di svolgere una politica di colonizzazione: oltre ad
Alessandria, sede della corte e centro politico, economico e culturale del regno, le uniche citt
del territorio furono lemporio di Naucrati e le due citt di nome Tolemaide fondate
rispettivamente da Tolemeo I nellEgitto meridionale, sulla riva sinistra del Nilo, e da Tolemeo
II sulla costa occidentale del mar Rosso. Essendo il loro potere garantito dalle strutture
tradizionali del paese, i Lagidi non vollero in alcun modo procedere alla sua ellenizzazione;
anzi, lautonomia religiosa e i privilegi delle caste sacerdotali furono rigorosamente rispettati.
La diffusione della vita cittadina non rispondeva dunque agli interessi dei Tolemei;
limmigrazione greca si fondava sullassegnazione di lotti di terra nelle campagne e faceva
perno sui villaggi, senza utilizzare strutture cittadine.
Il regno seleucidico era, come quello achemenide che lo aveva preceduto nei territori asiatici,
molto esteso sul piano territoriale e assai eterogeneo sul piano etnico e culturale. I Seleucidi
cercarono di assicurarne lunit svolgendo una intensa attivit coloniale: le citt greche
(dotate di istituzioni tradizionali, consiglio, magistrati e assemblea) dovevano svolgere da un
lato un ruolo di controllo delle vie commerciali e delle posizioni strategiche, dallaltro quello di
diffondere, con la vita cittadina, lo stile di vita greco. Le citt pi importanti furono comunque
le quattro sedi della corte, Antiochia sullOronte, Apamea, Seleucia e Laodicea, tutte nella
Siria settentrionale; mantennero un ruolo significativo Babilonia e, nel settore occidentale,
Sardi. Le poleis, soprattutto quelle di pi antica tradizione, crearono problemi non irrilevanti ai
sovrani, chiedendo autonomia, libert e democrazia: questultima nozione, di carattere
costituzionale, non allude alle istituzioni democratiche classiche, ma semplicemente alla
sovranit del corpo cittadino ed , come risulta dalla documentazione epigrafica, il termine in
genere usato dalla citt per definire i propri rapporti con il sovrano. Il caso pi riuscito di
integrazione fra antiche e nuove forme insediative e istituzionali sembra quello del piccolo
regno di Pergamo, nato da una secessione dal regno seleucidico e costituito dalla citt di
Pergamo e da un territorio molto ricco di risorse ed estremamente articolato, in cui convissero
strutture cittadine, villaggi, colonie militari, propriet templari. In sostanza, la polis resta,
anche in et ellenistica, profondamente condizionante per il mondo politico greco, di cui
caratterizza lo stile di vita: anche nelle esperienze federali e territoriali le poleis restano fattori
di instabilit, creando difficolt al potere centrale con le loro insistite rivendicazioni di
autonomia. In et ellenistica, le monarchie territoriali si trovano in continua dialettica con le
poleis che vivono al loro interno, le quali, se ormai non sono pi in grado di svolgere una
effettiva funzione interlocutoria rispetto al potere centrale, si oppongono comunque ad una
autentica assimilazione: esse vengono cos a costituire in ogni caso un fattore di divisione e
di debolezza, soprattutto nei momenti di crisi del potere centrale, che si infittiscono a partire
dal II secolo.

4. DALLA POLIS ALLA METROPOLI


In et ellenistica, nuove poleis presero il posto delle pi antiche citt della Grecia, ormai
relegate ai margini della storia perch sfavorite dal fatto di non essere in grado di competere,
quanto a risorse finanziarie e militari, con le grandi monarchie, sostituendole sul piano
economico e culturale. Alessandria, grande porto granario che attingeva alle coltivazioni della
Cirenaica, e Rodi, importante scalo tra lEgitto e il mar Egeo in buoni rapporti sia con i Lagidi
che con i Seleucidi, sostituirono il Pireo come centri del commercio marittimo. I tradizionali
centri culturali furono sostituiti dalle grandi capitali, dove i sovrani facevano a gara ad attirare
intellettuali di prestigio (filosofi, poeti, storici, artisti), da Alessandria, dove Tolemeo II fond il
Museo e la celebre Biblioteca, ad Antiochia sullOronte, a Pergamo. Tra le citt greche, Atene
conserv il suo ruolo culturale come sede di scuole filosofiche e retoriche e come centro della
commedia nuova; importante fu anche Rodi, una delle pi ricche e potenti citt greche di et
ellenistica, che riusc per tutto il III secolo a mantenere, grazie alla sua potenza commerciale
e alla sua accorta diplomazia, una reale indipendenza dalle grandi monarchie.
Le strutture cittadine cambiarono profondamente in relazione al diverso carattere e alle
diverse esigenze di chi vi risiedeva. Vita e aspetto della citt ellenistica appaiono fortemente
condizionati dalla presenza del re e dal suo potere: di qui limportanza delle parti pubbliche
riguardanti il sovrano e lesercito, in omaggio alla natura di monarchia militare del regno
ellenistico; di qui anche luso dellopera darte a celebrazione non pi della comunit cittadina
(come nel fregio fidiaco del Partenone), ma del sovrano (come nellaltare di Pergamo).
Nellimpianto urbanistico, la tradizionale tendenza greca alla circolarit si coniuga con la
razionalit della visione ortogonale: le citt hanno in genere un impianto ippodameo, ma non
manca lidentificazione di un centro, che, non casualmente, spesso coincide con la residenza
reale e con il complesso di edifici ad essa collegati. Ad Alessandria, di cui Strabone (XVIII, 1,
8) ci ha conservato la descrizione, la citt si organizza in funzione del sovrano e il centro
focale della citt costituito non pi dallagor, ma dalla reggia; il complesso della residenza
reale comprende la Biblioteca, il Museo, le tombe reali, gli edifici amministrativi, il teatro, le
palestre, il parco, fino a coprire 1/4 o anche 1/3 dellintera citt; i vari elementi della parte
regia sono collegati da una rete stradale indipendente da quella del resto della citt e,
forse, protetti da una fortificazione autonoma. Alcune parti pubbliche della citt risentono delle
pi antiche tradizioni: il santuario pi importante, il Serapeo, trova posto su unaltura per la
quale conservata la denominazione di acropoli; lagor mantiene la sua funzione di luogo di
scambio, forse con la distinzione fra agor commerciale (nei pressi dei porti) e agor civile
(aggregata al ginnasio: gli edifici destinati a ospitare ginnasi in et ellenistica non sono pi
collocati in aree periferiche ma nel centro cittadino, ad esprimere unidentit culturale che
appare sempre pi caratterizzante rispetto a quella politica). Le parti private, i quartieri di
residenza, risultano da un impianto incentrato su assi viari perpendicolari, da cui si dipartono
vie secondarie che creano isolati divisi appunto in quartieri. Alessandria, grande metropoli in
cui convissero, accanto ai conquistatori greco-macedoni, le etnie pi diverse, pu ben
costituire un esempio della diversa capacit della citt ellenistica, rispetto a quello della
Grecia classica, di realizzare una pi efficace integrazione fra uomini di provenienza
eterogenea, rimuovendo discriminazioni e pregiudizi culturali e realizzando una unit
linguistica, giuridica, di costumi, insomma di civilt, capace di maggiore accoglienza: centro di
cultura pi che forma di stato, la polis ellenistica pu essere considerata, diversamente da
quella classica, una pi favorevole struttura di integrazione. Prima di Alessandria, tale era
stata in un certo senso la Siracusa dei due Dionisii, continuata in quella di Agatocle: una
grande metropoli dal popolamento complesso ed eterogeneo, comprendente cittadini
originari, immigrati e mercenari; una polis divenuta il centro di un grande impero,
comprendente la Sicilia greca e indigena, liberata dal pericolo cartaginese, la Magna Grecia,
lAdriatico e il Tirreno, e addirittura i popoli barbarici dellOccidente; un vero e proprio stato
territoriale con un territorio non omogeneo ma articolato, basato su un sistema di rapporti
complesso, in cui Siracusa, capitale ed egemone, si rapportava attraverso moduli diversi con
differenti realt, citt e popolazioni: Greci, indigeni e barbari. La Siracusa del IV secolo una
citt classica di cui stato riconosciuto il carattere paradigmatico rispetto ad esperienze
innovative come quelle degli stati ellenistici (per i quali sarebbe errato limitarsi a riconoscere
le influenze orientali) e della stessa Roma, con una prospettiva veramente europea
riconosciuta dalle fonti contemporanee: in un certo senso, la polis aveva saputo, nel caso
siracusano, superare i suoi limiti storici e anticipare soluzioni future.

Bibliografia
Fonti
Aristotele, La costituzione degli Ateniesi. Alle radici della democrazia occidentale, a cura di A.
Santoni, Bologna, 1999. -, Politica, a cura di C.A. Viano, Milano, 2002.
Erodoto, Le storie, III, a cura di D. Asheri, S. Medaglia e A. Fraschetti, Milano, 1990; VIII, a
cura di D. Asheri, A. Corcella, A. Fraschetti e P. Vannicelli, Milano, 2003.
Isocrate, Opere, I-II, a cura di M. Marzi, Torino,1991.
Lisia, Orazioni, I-II, a cura di E. Medda, Milano, 1991-1995.
Platone, La Repubblica, a cura di F. Adorno e E Gabrieli, Milano, 2004.
Polibio, Storie. Libri I-XL, a cura di A. Vimercati, Milano, 1987.
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dellIstituto di Filologia Greca dellUniversit di Padova, 4, 1979.
Senofonte, Elleniche, a cura di M. Ceva, Milano, 1996.
Sofisti, Testimonianze e frammenti, I-III, a cura di M. Untersteiner; IV, a cura di A.
Battegazzore e M. Untersteiner, Firenze, 1949-1962.
Tucidide, La guerra del Peloponneso, I-III, a cura di E Ferrari, Milano, 1985.
ML = R. Meiggs e D. Lewis, A Selection of Greek Historical Inscriptions to the End of the Fifth
Century B.C., Oxford, 1988^2.

Capitolo primo
- Sulle forme dello stato greco
A. Demandt, Antike Staatsformen. Eine vergleichende Verfassungsgeschichte der Alten Welt,
Berlin, 1995.
- Opere di sintesi sulla polis (tutte con ampia bibliografia)
C. Ampolo, Il sistema della polis. Elementi costitutivi e origini della citt greca, in I Greci.
Storia cultura arte societ, II.1, a cura di S. Settis, Torino, 1996, pp. 297-342.
G. Camassa, Forme della vita politica dei Greci in et arcaica e classica, Bologna, 2007.
J.K. Davies, The Origins of Greek Polis, in The Development of the Polis in Archaic
Greece, a cura di L.G. Mitchell e P. Rhodes, London-New York, 1997, pp. 24-38.
V. Ehrenberg, Der Staat der Griechen, Zurich-Stuttgart, 1965; trad. it. Lo stato dei Greci,
Firenze, 1967.
W. Gawantka, Die sogenannte Polis. Entstehung, Geschichte und Kritik der modernen
althistorischen Grundbegriffe der griechische Staat, die griechische Staatsidee, die Polis,
Stuttgart, 1985.
M. Giangiulio, Alla ricerca della polis, in La civilt dei Greci. Forme, luoghi, contesti, a cura di
M. Vetta, Roma, 2001, pp. 59-104.
E. Greco (a cura di), La citt greca antica. Istituzioni, societ e forma urbana, Roma, 1999.
M.H. Hansen, Polis. An Introduction to the Ancient Greek City-State, Oxford, 2006.
E. Lepore, La citt greca, in Modelli di citt. Strutture e funzioni politiche, a cura di P. Rossi,
Torino, 1987, pp. 87-108.
M. Lombardo, La polis. Societ e istituzioni, in La citt greca antica. Istituzioni, societ e
forma urbana, a cura di E. Greco, Roma, 1999, pp. 5-36.
M. Moggi, La polis e le altre organizzazioni politico-territoriali, in Storia dEuropa e del
Mediterraneo, II.3, a cura di A. Barbero, Roma, 2007, pp. 93-130.
O. Murray, Cities of Reason, in The Greek City from Homer to Alexander, a cura di O. Murray
e S. Price, Oxford, 1991, pp. 1-25. -, La citt greca, Torino, 1993.

In particolare sullaspetto ideologico


D. Musti, Lo scudo di Achille. Idee e forme della citt nel mondo antico, Roma-Bari, 2008.
A. Schnapp, Citt e campagna. Limmagine della polis da Omero allet classica, in I Greci.
Storia cultura arte societ, I, a cura di S. Settis, Torino, 1996, pp. 117-163.

- Contributi del Copenhagen Polis Center


Atti
M.H. Hansen (a cura di), The Ancient Greek City-State. Symposium on the Occasion of the
250th Anniversary of The Royal Danish Academy of Sciences and Letters, July, 1-4 1992 (Atti
del Copenhagen Polis Centre, 1), Copenhagen, 1993.
-, Sources for The Ancient Greek City-State. Symposium August, 24-27,
1994 (Atti del Copenhagen Polis Centre, 2), Copenhagen, 1995.
-, Introduction to an Inventory of Poleis. Symposium August, 23-26
1995 (Atti del Copenhagen Polis Centre, 3), Copenhagen, 1996.
-, The Polis as an Urban Centre and as a Political Community. Symposium August, 29-31
1996 (Atti del Copenhagen Polis Centre, 4), Copenhagen, 1997.
- Polis and City-State. An Ancient Concept and its Modern Equivalent. Symposium, January 9,
1998 (Atti del Copenhagen Polis Centre, 5), Copenhagen, 1998.
Th.H. Nielsen e J. Roy (a cura di), Defining Ancient Arkadia. Symposium, April, 1-4 1998 (Atti
del Copenhagen Polis Centre, 6), Copenhagen, 1999.
-, The Imaginary Polis. Symposium, January 7-10, 2004 (Atti del Copenhagen Polis Centre,
7), Copenhagen, 2005.

Papers
D. Whitehead (a cura di), From Political Architecture to Stephanus Byzantius. Sources for the
Ancient Greek Polis (Papers del Copenhagen Polis Centre, 1), in Historia Einzelschriften,
87,1994.
M.H. Hansen e K. Raaflaub (a cura di), Studies in the Ancient Greek Polis (Papers del
Copenhagen Polis Centre, 2), in Historia Einzelschriften, 95, 1995.
-, More Studies in the Ancient Greek Polis (Papers del Copenhagen Polis Centre, 3), in
Historia Einzelschriften, 108, 1996.
Th.H. Nielsen (a cura di), Yet More Studies in the Ancient Greek Polis (Papers del
Copenhagen Polis Centre, 4), in Historia Einzelschriften, 117,1997.
P. Flensted-Jensen (a cura di), Further Studies in the Ancient Greek Polis (Papers del
Copenhagen Polis Centre, 5), in Historia Einzelschriften, 138,2000.
Th.H. Nielsen (a cura di), Even More Studies in the Ancient Greek Polis (Papers del
Copenhagen Polis Centre, 6), in Historia Einzelschriften, 162, 2002.
-, Once Again: Studies in the Ancient Greek Polis (Papers del Copenhagen Polis Centre, 7),
in Historia Einzelschriften, 180, 2004.
M.H. Hansen (a cura di), The Return of the Polis. The Use and Meaning of the Word Polis
in Archaic and Classical Sources (Papers del Copenhagen Polis Centre, 8), in Historia
Einzelschriften, 198, 2007.

Agli Atti e Papers del CPC vanno aggiunti


P. Flensted-Jensen, Th.H. Nielsen e L. Rubinstein (a cura di), Polis and Politics. Studies in
Ancient Greek History Presented to Mogens Herman Hansen on his Sixtieth Birthday, August
20, 2000, Copenhagen, 2000.
M.H. Hansen (a cura di), A Comparative Study of Thirty City-State Cultures. An Investigation
Conducted by the CPC, Copenhagen, 2000.
-, A Comparative Study of Six City-State Cultures. An Investigation Conducted by the CPC,
Copenhagen, 2002.
M.H. Hansen e Th.H. Nielsen (a cura di), An Inventory of Archaic and Classical Poleis,
Oxford, 2004.

- Per i termini della discussione sulla statualit della polis, si vedano


M. Berent, The Stateless Polis, Diss., Cambridge, 1994.
-, Anthropology and the Classics: War, Violence, and the Stateless Polis, in The Classical
Quarterly, 50, 2000, pp. 257-289.
P. Cartledge, Introduction: Defining a Kosmos, in Kosmos. Essays in Order, Conflict and
Community in Classical Athens, a cura di P. Cartledge, P. Millet e S. von Reden, Cambridge,
1998.
M. Faraguna, Individuo, stato e comunit. Studi recenti sulla polis, in Dike, 3, 2000, pp.
217-229.
M. Giangiulio, Stato e statualit nella polis: riflessioni storiografiche e metodologiche, in Poleis
e politeiai. Esperienze politiche, tradizioni letterarie, progetti costituzionali (Atti del Convegno,
Torino, 29-31 maggio 2002), a cura di S. Cataldi, Alessandria, 2004, pp. 31-53.
R. Osborne, Demos. The Discovery of Classical Attika, Cambridge, 1985.

- Sulla storia della storiografia sulla polis


K. Vlassopoulos, Unthinking the Greek Polis. Ancient Greek History Beyond Eurocentrism,
Cambridge-New York, 2007, pp. 13-67.

Capitolo secondo
- Sulla nascita della polis
J.K. Davies, The Origins of Greek Polis, in The Development of the Polis in Archaic
Greece, a cura di L.G. Mitchell e P. Rhodes, London-New York, 1997.
K. Raaflaub, Homer to Solon: The Rise of Polis, in The Ancient Greek City- State. Symposium
on the Occasion of the 250th Anniversary of The Royal Danish Academy of Sciences and
Letters, July, 1-41992 (Atti del Copenhagen Polis Centre, 1), Copenhagen, 1993, pp. 41-105.
A. Snodgrass, The Rise of Polis. The Archaeological Evidence, in The Ancient Greek City-
State. Symposium on the Occasion of the 250th Anniversary of The Royal Danish Academy of
Sciences and Letters, July, 1-4 1992 (Atti del Copenhagen Polis Centre, 1), a cura di M.H.
Hansen, Copenhagen, 1993, pp. 30-40.

- Sulla riforma oplitica


P. Cartledge, La nascita degli opliti e lorganizzazione militare, in I Greci. Storia cultura arte
societ, II.1, Torino, 1996, pp. 681-707.
K. Raaflaub, Soldiers, Citizens and the Evolution of the Early Greek

Polis, in The Development of the Polis in Archaic Greece, a cura di L.G. Mitchell e P. Rhodes,
London-New York, 1997, pp. 49-59.

- Sulle istituzioni
G. Camassa, Le istituzioni politiche dei Greci, in Storia delle idee politiche economiche e
sociali, I, a cura di L. Firpo, Torino, 1982, pp. 3-126. G. Daverio, Citt-stato e stati federali
della Grecia classica, Milano, 1993.
J.K. Davies, Strutture e suddivisioni delle poleis arcaiche. Le suddivisioni minori, in I Greci.
Storia cultura arte societ,11.1, Torino 1996, pp. 599-651.

- Su autonomia e libert
M.H. Hansen, The Autonomous Greek City-State. Ancient Fact or Modern Fiction?, in
Studies in the Ancient Greek Polis (Papers del Copenhagen Polis Centre, 2), a cura di M.H.
Hansen e K. Raaflaub, Stuttgart, 1995, pp. 21-43.
Ed. Lvy, Autonomia et leuthria au V sicle, in Revue Philosophique, 57, 1983, pp. 249-
255.
M. Ostwald, Autonomia: Its Genesis and History, in American Classical Studies, 11, 1982.
K. Raaflaub, Die Entdeckung der Freiheit. Zur historischen Semantik und
Gesellschaftsgeschichte eines politischen Grundbegriffes der Griechen, Munchen, 1985; trad.
ing. The Discovery of Freedom in Ancient Greece, Chicago, 2004.

- Sul sinecismo
M. Moggi, I sinecismi interstatali greci, I, Pisa, 1976.

- Sui villaggi
M.H. Hansen, Kome. A Study, in How the Greeks Designated and Classified Settlements
Which Were not Poleis, in Studies in the Ancient Greek Polis (Papers del Copenhagen Polis
Centre, 2), a cura di M.H. Hansen e K. Raaflaub, Stuttgart, 1995, pp. 45-81.

- Sulla stasis
H.-J. Gehrke, La stasis, in I Greci. Storia cultura arte societ, I1.2, Torino, 1997, pp. 453
-480.
A. Lintott, Violence, Civil Strife and Revolution in the Classical City, Baltimore, 1981.

- Sulle relazioni internazionali


D. Asheri, Lotte per legemonia e lindipendenza nel V e nel IV secolo a.C., in I Greci. Storia
cultura arte societ, I1.2, Torino, 1997, pp. 163-179.
A. Giovannini, Les relations entre tats dans la Grce antique du temps dHomre
lintervention romaine (ca. 700-200 ay. J.-C.), in Historia Einzelschriften, 193, 2007.
K.-J. Hlkeskamp, La guerra e la pace, in I Greci. Storia cultura arte societ, II.2, Torino,
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P. Lvque, Anfizionie, comunit, concorsi e santuari panellenici, in I Greci. Storia cultura arte
societ, II.1, Torino, 1996, pp. 1111-1140. M. Moggi, Fra particolarismo e panellenismo: la
difficile ricerca di un equilibrio, in Lequilibrio internazionale dagli antichi ai moderni (Contributi
di storia antica, 3), a cura di C. Bearzot, E Landucci e G. Zecchini, Milano, 2005, pp. 3-27.
L. Piccirilli, Linvenzione della diplomazia nella Grecia antica, Roma, 2002.
- Su polis e stati federali
L. Aigner Foresti, A. Barzan, C. Bearzot, L. Prandi e G. Zecchini (a cura di), Federazioni e
federalismo nellEuropa antica (Atti del Convegno internazionale, Bergamo, 21-25 settembre
1992), Milano, 1994.
H. Beck, New Approaches to Federalism in Ancient Greece. Perceptions and Perspectives, in
The Idea of European Community in History, II. Aspects of Connecting Poleis and Ethne in
Ancient Greece, Athens, 2003, pp. 177-190.
J.A.O. Larsen, Greek Federal States. Their Institutions and History, Oxford, 1967.
M. Sordi, La Grecia degli ethne: genti e regioni settentrionali e centrali, in I Greci. Storia
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Capitolo terzo
- Sul pensiero politico greco
S. Gastaldi, Storia del pensiero politico antico, Roma-Bari, 1998. Ch. Rowe, M. Schofield, S.
Harrison e M. Lane (a cura di), The Cambridge History of Greek and Roman Political
Thought, Cambridge, 2000.

- Sul problema costituzionale


J. Bordes, Politeia dans la pense grecque jusqu Aristote, Paris, 1982. S. Cataldi (a cura
di), Poleis e politeiai: Esperienze politiche, tradizioni letterarie, progetti costituzionali (Atti del
Convegno, Torino, 29-31 maggio 2002), Alessandria, 2004.
A. DAtena, E. Lanzillotta (a cura di), Alle radici della democrazia. Dalla polis al dibattito
costituzionale contemporaneo, Roma, 1998.
-, Costituzionalismo antico e moderno, Tivoli, 2003.

- Sul dibattito erodoteo


D. Asheri, in Erodoto, Le storie. Libro III. La Persia, Milano, 1990, pp. 295-301.
M. Sordi, Il dibattito sulle costituzioni nella Grecia dellet classica e la tirannide, in Per i 40
anni della costituzione, Milano, 1989, pp. 9-23.

- Sul canone delle costituzioni


J. de Romilly, Le classement des constitutions dHrodote Aristote, in Revue des tudes
Grecques, 72, 1959, pp. 81-99.

- SullEpitafio di Pericle
C. Bearzot, Pericle, Atene, limpero, in Storia dEuropa e del Mediterraneo. Il mondo antico, II.
Grecia e Mediterraneo dallet delle guerre persiane allEllenismo, a cura di M. Giangiulio,
Roma, 2008, pp. 289-320.

U. Fantasia, in Tucidide, La guerra del Peloponneso. Libro II, Pisa, 2003, pp. 353 ss.
D. Musti, Demokratia. Origini di unidea, Roma-Bari, 1995.

- Sulla costituzione mista


K. von Fritz, The Theory of the Mixed Constitution in Antiquity: A Critical Analysis of Polybius
Political Ideas, New York, 1958.

- Sulla patrios politeia


S.A. Cecchin, Patrios politeia. Un tentativo propagandistico durante la guerra del
Peloponneso, Torino, 1969.
C. Moss, Le thme de la patrios politeia dans la pense grecque du IVe sicle, in Eirene,
16, 1978, pp. 81-89.

Capitolo quarto
- Sullorganizzazione dello spazio
E. Greco, Definizione dello spazio urbano: architettura e spazio pubblico, in I Greci. Storia
cultura arte societ, II.2, Torino, 1997, pp. 619-652.
M.H. Hansen, The Polis as an Urban Centre. The Literary and Epigraphical Evidence, in The
Polis as an Urban Centre and as a Political Community. Symposium August, 29-31 1996 (Atti
del Copenhagen Polis Centre, 4), a cura di M.H. Hansen, Copenhagen, 1997, pp. 9-57.
M. Jameson, Private Space and the Greek City, in The Greek City from Homer to Alexander,a
cura di O. Murray e S. Price, Oxford,1990, pp. 171-195.
C. Marconi, Lagora e il santuario. I centri della vita pubblica nella polis di et arcaica e
classica, in La civilt dei Greci. Forme, luoghi, contesti, a cura di M. Vetta, Roma, 2001, pp.
225-267.
R. Martin, Lespace civique, religieux et profane dans les cits grecques de larchasme
lpoque hellnistique, in Architecture et socit de larchaisme grec la fin de la Rpublique
romaine (Actes du Colloque International, Rome 1980), Paris-Rome, 1983, pp. 9-41.
D. Musti, Pubblico e privato nella democrazia periclea, in Quaderni Urbinati di Cultura
Classica, 20, 1985, pp. 7-17.
G. Nenci, Spazio civico, spazio religioso e spazio catastale nella polis, in Annali della Scuola
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E de Polignac, La naissance de la cit grecque, Paris, 1984; trad. it. La nascita della citt
greca: culti, spazio e societ nei secoli VIII-VI Milano, 1991.

- Sul confine
G. Daverio Rocchi, Frontiera e confini nella Grecia antica, Roma, 1988.

- In generale sugli aspetti territoriali della citt greca


R. Osborne, Landscape with Figure: The Ancient Greek City and its Countryside, London,
1987.

- Sulla chora
L. Gallo, Lo sfruttamento delle risorse, in I Greci. Storia cultura arte societ, II.2, Torino, 1996,
pp. 423-452.
-, La polis e lo sfruttamento della terra, in La citt greca antica. Istituzioni, societ e forma
urbana, a cura di E. Greco, Roma, 1999, pp. 37-54.

- Sulleschati
M. Giangiulio, Leschatia: prospettive critiche su rappresentazioni antiche e modelli moderni,
in Problemi della chora coloniale dallOccidente al Mar Nero (Atti del XL convegno di studi
sulla Magna Grecia), Taranto, 2001, pp. 333-361.

- Sui santuari
S.E. Alcock e R. Osborne (a cura di), Placing the Gods: Sanctuaries and Sacred Space in
Ancient Greece, Oxford, 1996. C. Bearzot, I santuari e le loro funzioni, in I Greci. Il sacro e il
quotidiano, Cinisello Balsamo, 2004, pp. 57-81.
E Graf, Gli dei greci e i loro santuari, in I Greci. Storia cultura arte societ, II.1, Torino, 1996,
pp. 343-380.
N. Marinatos e R. Hgg (a cura di), Greek Sanctuaries. New Approaches, London-New York,
1993.

Capitolo quinto
- Sul cittadino
P. Cartledge, La politica, in I Greci. Storia cultura arte societ, I, Torino, 1996, pp. 39-72.
D. Lotze, Il cittadino e la partecipazione al governo della polis, in I Greci. Storia cultura arte
societ,11.2, Torino, 1996, pp. 369-401.
C. Moss, Le citoyen dans la Grce antique, Paris, 1992; trad. it. Il cittadino nella Grecia
antica, Roma, 1998.

- In generale sugli esclusi


S. Ferrucci, Ai margini della polis? Donne, stranieri, schiavi, in Storia dEuropa e del
Mediterraneo, II.4, a cura di A. Barbero, Roma 2008, pp. 509-541.
F. Gschnitzer, Abitanti senza diritti di cittadinanza: non liberi e stranieri, in I Greci. Storia
cultura arte societ, 11.2, Torino, 1997, pp. 403-421.

- Sugli stranieri
M.-F. Baslez, Ltranger dans la Grce antique, Paris, 1984.
R. Lonis (a cura di), Ltranger dans le monde grec, Nancy, 1988.
M. Moggi, Greci e barbari: uomini e no, in Civilt classica e mondo dei barbari. Due modelli a
confronto, a cura di L. de Finis, Trento, 1991, pp. 31-46.
-, Straniero due volte: il barbaro e il mondo greco, in Lo straniero ovvero lidentit culturale a
confronto, a cura di M. Bettini, RomaBari, 1992, pp. 51-76.
-, Lo straniero (xenos e barbaros) nella letteratura greca di epoca arcaica e classica, in
Ricerche storico-bibliche, VIII, 1-2, 1996, pp. 103-116.
W. Nippel, La costruzione dellaltro, in I Greci. Storia cultura arte societ, I, Torino, 1996,
pp. 165-196.

- Su xenia, prossenia e asylia


E. Culasso Gastaldi, Le prossenie ateniesi del IV secolo a. C.: gli onorati asiatici, Alessandria,
2004.
K.J. Rigsby, Asylia. Territorial Inviolability in the Hellenistic World, Berkeley-Los Angeles,
1996.
M.B. Walbank, Athenian Proxenies of the Fifth Century B.C., Toronto- Sarasota, 1978.

- Sugli accordi giudiziari tra citt


S. Cataldi, Symbolai e relazioni tra le citt greche nel V secolo a. C., Pisa, 1983.
P. Gauthier, Symbola. Les trangers et la justice dans les cits grecques, Nancy, 1972.

- Sugli esuli
J. Seibert, Die politischen Flchtlinge und Verbannten in der griechischen Geschichte, 2 voll.,
Darmstadt, 1979.
- Sui meteci
C. Bearzot, Apragmosyne, identit del meteco e valori democratici in Lisia, in Identit e valori:
fattori di aggregazione e fattori di crisi nellesperienza politica antica (Atti del Convegno,
Bergamo-Brescia 16-18 dicembre 1998), Roma, 2001, pp. 63-80 (ora in Ead., Vivere da
democratici. Studi su Lisia e la democrazia ateniese, Roma, 2007, pp. 121-140).
D. Whitehead, The Ideology of the Athenian Metic, Cambridge, 1977.

- Sulle donne
G. Arrigoni (a cura di), Le donne in Grecia, Roma-Bari, 1985. E. Cantarella, Lambiguo
malanno. La donna nellantichit greca e romana, Roma, 1995.
R. Just, Women in Athenian Law and Life, London-New York, 1991.
C. Moss, La femme dans la Grce antique, Paris, 1983: trad. it. La vita quotidiana della
donna nella Grecia antica, Milano, 1995.
I. Savalli, La donna nella societ della Grecia antica, Bologna, 1983,
R. Sealey, Women and Law in Classical Greece, Chapel Hill, 1990.

- Sugli schiavi
N.R.E. Fischer, Slavery in Ancient Greece, London, 1993.
Y. Garlan, Les Esclaves en Grce ancienne, Paris, 1982; trad. it. Gli schiavi nella Grecia
antica, Milano, 1984.

Capitolo sesto
- Sulla questione dellautonomia M. Bertoli, Sviluppi del concetto di autonomia tra IV e III sec.
a. C., in Gli stati territoriali nel mondo antico, a cura di C. Bearzot, F. Landucci e G. Zecchini,
Milano, 2003, pp. 87-110.
A.B. Bosworth, Alessandro: limpero universale e le citt greche, in I Greci. Storia cultura arte
societ,I1.3, Torino, 1998, pp. 47-80.
A. Mastrocinque, Leleutheria e le citt ellenistiche, in Atti Istituto Veneto, 135, 1976-77, pp.
1-23.
-, Osservazioni sui rapporti tra i diadochi e le citt dAsia Minore, in Xenia. Scritti Treves,
Roma, 1985, pp. 121-128.

- Sulla citt ellenistica


P. Briant, Colonizzazione ellenistica e popolazioni del Vicino Oriente: dinamiche sociali e
politiche di acculturazione, in I Greci. Storia cultura arte societ, II.3, Torino, 1998, pp. 309-
333.
D. Campanile, La vita cittadina nellet ellenistica, in I Greci. Storia cultura arte societ, II.3,
Torino, 1998, pp. 379-403.
R. Fortsch, Limmagine della citt e limmagine del cittadino, in I Greci. Storia cultura arte
societ, II.3, Torino, 1998, pp. 405-466.
Ph. Gauthier, Les Cits Hellnistiques, in The Ancient Greek City-State. Symposium on the
Occasion of the 250th Anniversary of The Royal Danish Academy of Sciences and Letters,
July, 1-41992 (Atti del Copenhagen Polis Centre, 1), a cura di M.H. Hansen, Copenhagen,
1993, pp. 211-231.

- Su Alessandria
P.M. Fraser, Ptolemaic Alexandria, I-II, Oxford, 1972.
F. Pesando, Alessandria, in La citt greca antica. Istituzioni, societ e forma urbana, a cura di
E. Greco, Roma, 1999, pp. 431-451.

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