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ITABOOK

SCIENCE FICTION N. 2

Harry Harrison
John Wyndham
Herbert Werner Franke
Eric Frank Russell
L. Sprague de Camp
Christopher Anvil
Poul Anderson
Chad Oliver
Keith Laumer
Larry Niven
Philip Jos Farmer
Clark Ashton Smith
A. E. Van Vogt
Paul Scheerbart
Miriam Allen de Ford
Wolfgang Jeschke
Joanna Russ
Antonio Bellomi
Gustavo Gasparini
Magnus Ludens
Vittorio Catani
ITABOOK SF N. 2

INDICE

PRESENTAZIONE....................................................................................4

Le mura di Gerico di John Wyndham......................................................5


Violazione di pace di Herbert Werner Franke........................................24
Il punto debole di Eric Frank Russell....................................................26
Il giorno del giudizio di L. Sprague De Camp.......................................36
La guerra di Cantor di Christopher Anvil............................................. 52
Duello sulla Sirte di Poul Anderson.......................................................68
Final Exam di Chad Oliver.....................................................................87
Sopravvivenza di Harry Harrison..........................................................99
Il relitto di Keith Laumer...................................................................... 114
In attesa di Larry Niven........................................................................ 125
Figlia di Philip Jos Farmer.................................................................135
Un viaggio a Sfanomo di Clark Ashton Smith.................................... 152
L'altalena di A.E. Van Vogt................................................................... 160
Il Nocchiero di Malwu di Paul Scheerbart.......................................... 175
La scivolata di Miriam Allen De Ford.................................................. 182
Dodici minuti e un po' di pi di Wolfgang Jeschke.............................194
C' nessuno in casa? di Joanna Russ................................................... 205
Le verdi colline della Terra di Antonio Bellomi..................................222
Quarta dimensione di Gustavo Gasparini...........................................235
Ritratto d'ignoto di Gustavo Gasperini...............................................246
B.A.T.T.A.G.L.I.A di Luigi Naviglio....................................................264
Ossessione di Gustavo Gasparini..........................................................270
Psicocinesi di Gustavo Gasparini.........................................................282
Mia signora Selene di Magnus Ludens................................................285
I melomani di Vittorio Catani............................................................... 292
PRESENTAZIONE
Eccoci al secondo appuntamento con ITABOOK SF.
I primi 17 racconti fanno parte del secondo e del terzo volume della
Grande Enciclopedia della Fantascienza, con tema rispettivamente "Le
guerre spaziali, le armi aliene e del futuro terrestre" (i primi 9) e "Tutti gli
altri mondi" (gli altri 8).
Gli ultimi otto sono apparsi in appendice a vari volumi e precisamente:
"Le verdi colline della Terra" e "Quarta dimensione" in appendice a "Il
soldato della luce" (I libri di Solaris n. 4 - ITABOOK 195), "Ritratto
d'ignoto" in "Galassie in fiamme" (I romanzi del Cosmo n. 108),
"B.AT.T.A.G.L.I.A.", "Ossessione" e "Psicocinesi" in "Il distruttore di
stelle" (Gemini Fantascienza n. 9 - ITABOOK 63) e infine, apparsi in coda
a "Galassie come granelli di sabbia" (Galassia n. 62 - ITABOOK 032)
"My Lady Selene" e "I melomani".
Buona lettura

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Le mura di Gerico
di John Wyndham
(And the walls came tumbling down..., Startling Stories, 1951)
Traduzione di Mario N.Leone

RAPPORTO N. 1. Da Mantus, Comandante del Gruppo


Esplorativo N. 8 (Sol 3), a Zennacus, Comandante in Capo
dell'Avanguardia Forze Migratorie (Electra 4).
Signore,
Condizione Scafi: In piena efficienza 4; Lievi danni 1;
Perduti in azione 2.
Condizioni del Personale: Abili 220; Inabili 28; Perduti in
azione 102.
Attuale Posizione: 54/28/4 x 23/9/10 Sol 3.
Condizione dei Rifornimenti: Molto soddisfacente.
Equipaggiamento. Soddisfacente.
Morale: Buono, in via di miglioramento.

Manovre di avvicinamento a Sol 3 eseguite alle 28/11 (ora


di Electra 4). Rilevati segni immediati di ostilit. Ritirata la
spedizione senza contrattaccare. Compiuto avvicinamento
sull'altro emisfero. Segni di ostilit sempre pi violenti. Due
navi disintegrate con tutto l'equipaggio. Una terza nave e 28 a
bordo sofferto lievi incrinature. Ritirata la spedizione. Segni di
ostilit provenienti da tutte le zone abitate visitate in seguito.
Indetta conferenza. Deciso di atterrare in area disabitata, se
adatta. Dopo ricerche, individuata area ideale. Spedizione
atterrata senza interferenze, alle 32/12. Tenendo conto delle
ostilit incontrate, deciso di iniziare immediatamente la
costruzione di un ridotto.

Caro Zenn, quanto sopra vale per la registrazione ufficiale, potrebbe


comunque bastare per farti presente che razza di inferno possa risultare,
4
per noi, questo pianeta Terra. La mia solita fortuna bastarda, che mi sia
toccato proprio il Gruppo N. 8. Me lo merito, cos imparer a comportarmi
da onesto cretino quando avrei potuto benissimo tirarla per le lunghe e
imboscarmi in una situazione pi comoda. La politica non sar mai il mio
forte, temo, ammesso che mi riesca di scamparla su questa grottesca
caricatura di pianeta. Posso definirlo, in breve, come un postaccio
pericoloso e rivoltante, con tutto il potenziale di un vero paradiso.
Tanto per cominciare dalle caratteristiche peggiori, circa due terzi della
superficie sono allagati. Cos l'atmosfera viene infestata da grandi masse di
vapore che se ne restano l sospese, a girare in eterno. Puoi immaginarti
l'effetto tetro che presenta l'insieme! Ma ancora peggio quando qualcuno
di questi ammassi putridi si dilegua. Allora, quel tanto di umidit che resta
mischiato all'atmosfera d a tutto il cielo una minacciosa, repellente tinta
blu. chiaro che nessuno si aspetterebbe di ritrovare le cose esattamente
come a casa, ma qui pare proprio che la regola sia di pervertire
deliberatamente ogni sano principio.
Intanto sarebbe logico supporre che uno sviluppo civile dovrebbe
manifestarsi nei punti pi salubri e adatti alla vita, ma non certo da queste
parti. I centri maggiori sono stati facili da individuare, composti da gruppi
di costruzioni artificiali da cui si irradiano delle tracce che potrebbero
rappresentare forme di comunicazione. E non ce n' uno che non sia
collocato nelle zone peggiori.
Mentre ci avvicinavamo a uno di questi centri, nella convinzione di non
essere stati individuati, ci accorgemmo invece che tutto era pronto per
respingerci. Le difese erano gi in azione, senza che ci fosse stato un
minimo tentativo di conoscere prima le nostre intenzioni. Bisogna dedurne
che gli abitanti del luogo sono dotati di una natura anormalmente
sospettosa, o addirittura motivati da malvagit.
Dopo aver considerato l'evenienza che in altre zone di questo pianeta il
nostro arrivo non fosse stato ancora segnalato, ci siamo spostati
sull'emisfero opposto, dove i centri abitati apparivano pi frequenti e
meglio organizzati. Niente da fare: anche qui le difese erano pronte ancora
pi efficienti delle prime. Il loro raggio d'intercettazione era di tale portata
e accuratezza che due nostre navi sono state subito disintegrate senza
possibilit di scampo, e un'altra ha riportato fratture notevoli.
A bordo delle quattro navi superstiti, noi, testimoni impotenti, soggetti a
vibrazioni e tensioni al limite della sopportabilit, eravamo scossi al punto
da temere prossima anche la nostra fine. Con una buona dose di fortuna ci

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stato possibile ritirarci a una distanza di sicurezza, con la sola perdita di
qualche oggetto pi fragile, di non grande importanza. Dopo di che,
usando la massima cautela, ci siamo avventurati a investigare parecchie
altre citt. Non ne abbiamo trovato una sola che non fosse gi pronta e
decisa ad attaccarci.
Ci riesce incomprensibile il perch di questa aggressivit gratuita da
parte degli abitanti. Da parte nostra, nessuna provocazione. Non ci stata
offerta la minima possibilit di spiegare che le nostre intenzioni sono
pacifiche n di provare a stabilire un qualsiasi contatto. Giunti alla meta di
questo lungo viaggio, ci ritroviamo in una situazione senza uscita che ci
deprime non poco.
Ho indetto una conferenza per decidere quale sarebbe stata la prossima
mossa. Le opinioni, in generale, non sono state incoraggianti. La
convinzione pi diffusa emersa nel dibattito che questo pianeta presenta
aspetti di una follia senza confronti. Qualcosa di positivo, comunque, se ne
ricavato. La concentrazione di vita civilizzata nei posti meno indicati, di
solito aree umide e malsane, spesso lungo vasti corpi d'acqua, non pu
essere del tutto accidentale, anche se il suo scopo rimane oscuro. Implica
per, per quanto assurdo possa sembrare, che le regioni pi ospitali non
presentano segni di vita.
Questa osservazione, condivisa da diversi partecipanti, ha contribuito
parecchio a sollevarci il morale. Cos abbiamo deciso di stabilirci in una di
queste zone disabitate, per costruire un ridotto nel quale si possa vivere al
sicuro finch non si riesca a scoprire un sistema per comunicare con gli
abitanti del pianeta e rassicurarli sulle nostre intenzioni. Cos abbiamo
fatto, sistemandoci nella posizione sopra indicata, ed facile spiegare il
rapporto che riguarda il morale degli equipaggi se descrivo il luogo in cui
ci siamo fermati, una concentrazione incredibile delle vettovaglie pi
succulente. Immagina, se ci riesci, una intera area composta
esclusivamente di silicati! Non me lo sarei mai aspettato in vita mia, ma si
tratta della pura verit.
Eptus dell'opinione che il pianeta sia quasi interamente composto di
silicati, anche sotto le distese d'acqua e sotto la schifosa roba verde che
ricopre gran parte della restante superficie. una idea fantastica, vorrei
crederci, ma per ora mi limito ad accettare la sua ipotesi con molta cautela.
Se per risultasse vero, tutti i nostri problemi sarebbero risolti. Si
aprirebbe per noi una nuova era, volendo supporre, di conseguenza, che
anche gli altri pianeti del sistema abbiano una composizione simile a

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questo. In altre parole, saremmo presto in grado di formulare un rapporto
che indichi il sistema di Sol come composto quasi esclusivamente di
silicati in una forma facilmente assimilabile e in quantit inesauribile. Ad
ogni modo sar necessario investigare con cura prima di averne una prova
certa. Per ora, il resto della nostra compagnia sa soltanto che ci siamo
scelti una favolosa sacca, appetitosamente ricca di alimenti.
Il punto preciso che abbiamo fissato per il ridotto situato fra due grandi
rocce che offrono bastioni naturali a nord e a sud, per cui baster innalzare
mura soltanto a est e ad ovest, e un tetto che protegga la costruzione. Il
tutto non dovrebbe richiedere molto tempo. Il sole abbastanza vicino per
assicurare sufficiente energia. Diversi membri del gruppo hanno subito
ricevuto l'incarico di assimilare silicati finch non abbiano raggiunto la
forma e la densit necessarie. Indirizzati in posizione riflettente su un
deposito di quarzo di purezza eccezionale, si giunti alla fusione con
notevole velocit. In breve tempo abbiamo avuto a disposizione materiale
sufficiente per mettere insieme parecchi forni lenticolan, con cui ora
stiamo fondendo e squadrando blocchi di ottimo boltik dal materiale
greggio che si stende attorno a noi in abbondanza.
Dal momento dell'atterraggio non si avuto nessun segno degli abitanti,
ma, da varie caratteristiche locali, ci venuto il sospetto che la regione,
anche se trascurata, non deve essere del tutto ignota. Per esempio, una
striscia di terreno appare molto pi solida di tutto il resto, come se un peso
notevole vi fosse stato trascinato sopra. Questa striscia si estende
pressappoco verso est ed ovest, passando fra le due rocce che abbiamo
scelto per il ridotto. In direzione ovest continua inalterata, senza
interruzione, mentre ad est si congiunge con un'altra striscia pi larga,
evidentemente prodotta dalla trazione di un oggetto ancora pi pesante.
Dove le due strisce si incontrano, sul lato verso di noi, si erige una strana
forma, di una certa regolarit, e che perci riteniamo di origine artificiale.
composta di un materiale fibroso poco resistente e vi appaiono dei segni
disposti in sequenza non casuale. Questi:

STRADA DESERTICA
RIFORNIRSI DI ACQUA

Non riusciamo a indovinare di che si tratti, ammesso che vi si possa


scoprire un significato logico.

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Da quando ho iniziato questo resoconto, Eptus e Podas sono venuti da
me con delle novit di natura tanto fantastica che ho stentato a crederci.
Devo per fidarmi della loro competenza. Sembra che Podas abbia
raccolto nelle vicinanze diversi campioni da studiare. Alcuni sono oggetti
asimmetrici, in qualche modo aderenti al terreno. Un altro, di tipo molto
diverso, mostra invece una certa simmetria. Si tratta di un cilindro morbido
che termina con una sporgenza tozza da un lato e una allungata, a punta,
dall'altro. Il tutto sostenuto da altre quattro sporgenze pi o meno uguali.
Del tutto indipendente dal terreno, in grado di muoversi con sorprendente
agilit quando usa le quattro sporgenze inferiori. Dopo un esauriente
esame, Podas ha dichiarato che si tratta di oggetti viventi e che in entrambi
i casi la base dell'organismo il carbonio! Non chiedermi come sia
possibile una cosa del genere. Dal momento che anche Eptus della stessa
opinione, sono costretto ad accettarla. Come risultato di questa scoperta
hanno in pi dedotto che, se la vita su questo pianeta tutta basata sul
carbonio, abbiamo un'ottima spiegazione per lo stato di abbandono in cui
si trova questa meravigliosa riserva di silicati. Quello che non si spiega,
per, l'immediato atteggiamento ostile degli abitanti, cosa che in questo
momento mi sta molto pi a cuore.
Podas dichiara che nessuno dei suoi campioni mostra segni di
intelligenza, sebbene l'oggetto cilindrico reagisca in modo evidente a
stimoli esterni. Mi riesce difficile immaginare l'eventuale aspetto di un
essere intelligente basato sul carbonio. Comunque ho idea che non
tarderemo a scoprirlo, e devo ammettere che la possibilit di tale evenienza
non solo mi attira poco ma sono anche portato a considerarla con una
notevole sensazione di disgusto.

***

RAPPORTO N. 2. Condizioni e posizioni immutate. Ridotto


completato. Nessuna conferma di contatto con forme di vita
intelligenti.

Caro Zenn, poco dopo la terza apparizione del sole, con le fornaci in
piena efficienza, siamo stati in grado di produrre il boltik necessario per
finire il nostro ridotto. L'ultimo blocco stato fuso verso la met del
periodo diurno, che qui molto breve. stato un sollievo vederlo
terminato senza subire interruzioni. Ora che disponiamo di una protezione

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cos efficiente, sia per noi che per l'apparecchio, ci sentiamo in grado di
affrontare il futuro con maggiore fiducia.
Podas ed Eptus hanno esaminato altri esemplari locali. Questo ha
confermato le loro teorie, senza per aggiungere niente di nuovo. Per ora
nessun contatto con esseri intelligenti. Dopo le prime brutte esperienze,
non facciamo nessuno sforzo per andarli a cercare: aspetteremo qui che
qualcuno trovi noi. Per la precisione, dovrei aggiungere che Podas crede ci
sia stato, o quasi, un incontro con creature intelligenti, durante il quarto
sole, e che tale situazione sia ancora attuale. Eptus per non d'accordo e,
a pensarci bene, darei ragione a lui. Ecco quanto accaduto.
Verso la met del quarto periodo di sole, una nuvola di polvere stata
notata ad est, sulla striscia pi lunga di cui ti ho gi parlato. Non ci
voluto molto per renderci conto che l'oggetto che la stava provocando si
stava muovendo verso di noi. Mentre si avvicinava ci siamo stupiti non
poco nel constatare che si trattava di una creatura sostenuta da quattro
dischi, con un corpo nero e lucido. Sul davanti brillavano diversi accessori
metallici. Stava avanzando a velocit moderata, evidentemente a disagio
per le continue scosse trasmesse dalle asperit del terreno ai dischi di
supporto. Eptus ne deduce che deve aver avuto origine in ambienti
completamente lisci, probabilmente ghiacciati, e che quindi inadatta a
spostarsi in luoghi come questo.
Mentre si avvicinava sempre pi, non c' stato nessun dubbio sulle sue
intenzioni ostili, infatti lo abbiamo sentito proiettare fortemente verso di
noi. probabile che per fortuna non possedesse abbastanza dati sul nostro
conto, o che non disponesse di mezzi per un attacco efficace, perch il suo
campo d'azione si dimostrato del tutto inoffensivo. Per poterlo esaminare
meglio, lo abbiamo lasciato avvicinare al massimo, prima di investirlo con
la nostra emissione. Siamo rimasti pi che stupiti e, devo dirlo, abbastanza
costernati, nel renderci conto che il risultato era stato nullo. La nostra
ansiet cresciuta nel vederlo muoversi lungo la striscia verso di noi,
incolume e sempre pi vicino. Due altre emissioni a frequenze pi potenti
della prima hanno avuto lo stesso effetto negativo. A questo punto Podas
ha espresso l'opinione che non poteva logicamente trattarsi di una creatura
senziente. L'oggetto era ormai vicinissimo e proseguiva nella nostra
direzione come se noi non esistessimo.
Sempre alla stessa velocit, lo abbiamo visto sbattere contro la parete del
ridotto, con l'effetto immediato di schiacciare la parte anteriore. Nello
stesso tempo, alcuni pezzi se ne staccavano con violenza. Dopo aver atteso

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un poco, constatato che rimaneva del tutto immobile, siamo usciti dal
ridotto per studiarlo da vicino.
Sembra si tratti di una creatura composita. Una parte se ne era separata,
proiettata contro il muro al momento del brusco impatto. Di aspetto
cilindrico, pi o meno come quella descritta nel primo rapporto, questo
tipo di creatura tuttavia ne differisce per i tegumenti distaccabili che la
ricoprono. La sua protuberanza anteriore aveva incontrato il muro del
ridotto con forza considerevole. Ne abbiamo dedotto che questa
circostanza possa aver causato la sua de-animazione. Investigando il corpo
della creatura su dischi, Podas ha scoperto nell'interno una seconda
creatura cilindrica, un poco pi piccola dell'altra. Potrebbe trattarsi di una
singolare forma di parto, naturale per gli esseri di questo pianeta. Non so
proprio cos'altro suggerire. gi abbastanza duro farcela a restare
aggrappati alla propria ragionevolezza, in questo luogo pazzo, che
meglio lasciar perdere le elucubrazioni su cose che appaiono del tutto
irragionevoli.
Un fatto certo che nessuna delle due creature pi piccole mostra traccia
di dischi. Tutte e due erano ricoperte da tegumenti che non sembrano
naturali, in particolare nel caso della seconda, i cui tegumenti palmati
verso il basso sembrerebbero fatti apposta per impacciare le estremit
posteriori. In realt potrebbero servire a scopi pi logici che non facile
teorizzare. Abbiamo portato queste creature pi piccole nell'interno del
ridotto per un esame pi accurato. Quella pi voluminosa, genitore o
ospite simbiotico che sia, rimane fuori, perch occuperebbe troppo spazio.
Studiandoli con attenzione, ci siamo accorti che esistono delle diversit,
fra i due esseri cilindrici, Non ci sembrano per di grande importanza: la
differente lunghezza delle fibre applicate alle estremit superiori tozze, per
esempio, potrebbe essere attribuita a qualche incidente. Podas, dopo aver
aperto il corpo schifosamente molle della prima creatura, con un'assenza di
disgusto tipicamente scientifica che posso solo invidiargli, ha riferito che
la disposizione dell'interno, per quanto incomprensibile possa risultargli,
dello stesso tipo di quella riscontrata nell'altro esemplare di piccole
dimensioni di cui ho parlato nella mia ultima. Eptus sarebbe ansioso di
aprire anche l'altra creatura disponibile, per una conferma, ma Podas
contrario. Dice che non ne ricaveremmo alcun elemento nuovo e che, per
di pi, non sembra del tutto inattivata. Lo interessa un curioso movimento
ritmico di inflazione e deflazione che per ora non sa come spiegare.

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Podas il responsabile di questo servizio, perci la faccenda per il momento
resta in sospeso.
Nel frattempo, Orkiss, il capo della sezione matematica, per pura
curiosit aveva esaminato quella che supponevamo fosse la creatura-
madre, all'esterno del ridotto. sua precisa opinione che non si tratti di
una creatura, bens di un artefatto. In una seconda ispezione lo ha
accompagnato Podas, che ora condivide questa ipotesi. Eptus si riserba un
giudizio. Podas ha anche azzardato il suggerimento che il nostro secondo
esemplare, quello che aveva le sporgenze inferiori racchiuse nello strano
tegumento palmato, possa rappresentare un qualche tipo di intelligenza,
dal momento che l'abbiamo trovato nell'interno di un artefatto. A quest'idea
Eptus si oppone strenuamente. Come ci si pu aspettare che una qualsiasi
forma di intelligenza, riconoscibile come tale, ci chiede, possa provenire
da una sciatta raccolta di tubi innumerevoli appesi a una carcassa di calcio
indurito? Inoltre, aggiunge, il ragionamento pi elementare presuppone
almeno la capacit di concepire una linea retta. E questo tipo di creatura
non esibisce una sola linea retta nella sua costruzione. Arrotondata, molle,
risulterebbe pi o meno amorfa, se non fosse per la carcassa che la
sostiene. chiarissimo che non partecipa di una natura in grado di
concepire una linea retta, e ne consegue che deve essere del tutto incapace
di un pensiero matematico, e pertanto neanche di un qualsiasi pensiero
logico.
Cos ragiona Eptus, e devo dire che i suoi argomenti mi convincono.
Podas ribatte che l'artefatto lasciato all'esterno presenta evidenti linee rette.
Eptus non accetta l'idea che si tratti di un prodotto artificiale. Podas insiste
sulla convinzione che invece si tratti proprio di questo, e per di pi
concepito da un certo tipo di ragionamento. Eptus gli obietta che
l'esistenza di una creatura formata da una sacca piena zeppa di tubi di per
s del tutto irragionevole, perci lasciamo perdere che si possa crederla
capace di ragionare. Cos stanno le cose, per il momento.

***

RAPPORTO N. 3. Nessun cambiamento (eccetto Perdite).


Perdite: Una.
Scarsi sviluppi da riferire. Scoperto un certo tipo di essere
intelligente. Contatto non ancora stabilito. Il termine
intelligente va inteso qui solo in senso tecnico e dedotto
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dalla relativa capacit di influire su riflessi esterni. Sia il
raziocinio che la percezione sono cos limitati, nel campione in
esame, da far considerare poco probabile che si tratti della
forma locale pi avanzata. L'esemplare ostile e ha provocato
una perdita fra il personale, Althis, meccanico. Siamo sempre
in attesa di contatto con forme di intelligenza superiore.

Caro Zenn, una sovrabbondanza di cose buone pu presentare altrettanti


problemi quanto la scarsit di mezzi per sopravvivere. Diversi membri del
gruppo non hanno saputo resistere davanti alla incredibile ricchezza di
silicati facilmente assimilabili che ci circondano. Almeno una dozzina dei
nostri hanno ceduto e si sono abbandonati a quella che potrei descrivere
come un'orgia di ghiottoneria. Quando li abbiamo scoperti, un po' ad ovest
della nostra posizione, avevano gi creato una cavit di notevoli
dimensioni, aumentando la propria struttura a un punto tale da rendere
impossibile il loro rientro nel ridotto. Cos, a loro rischio, dovranno
rimanere l fuori. Ho richiamato l'attenzione degli altri sulle conseguenze
di una simile intemperanza, spero con effetto salutare. Staremo a vedere.
Nel frattempo, Podas ha dimostrato l'accuratezza di alcune sue
deduzioni, con nostro grande stupore. Eptus ne un tantino indispettito e
insiste con accanimento sulla necessit di usare per prima la ragione. Lo fa
in un modo che a Podas, e anche a me, devo dire, sembra del tutto
irragionevole. Come gli ho fatto notare, questo pianeta al di l di
qualsiasi ragionevolezza. Basandoci sulle prime esperienze, non mi
sorprenderebbe affatto di scoprire, per esempio, che due pi due fa sette,
secondo le regole del posto. A un'idea del genere Eptus, ostinato, si rivolta,
asserendo che la ragione assoluta e universale, e perci misura valida
anche sul pianeta pi folle. Quanto a me, posso solo ribattere che questo
non mi sembra proprio il caso nostro, a giudicare da quanto sta capitando.
Il secondo esemplare di Podas, quello estratto dall'oggetto su dischi,
dopo un periodo in cui rimasto in posizione orizzontale senza esibire
altro fenomeno percepibile oltre alla regolare espansione e contrazione di
cui ho detto, ha iniziato a mostrare qualche segno di rianimazione. Si
mosso un poco e, subito dopo, due piccoli lembi del tessuto permanente
che gli ricopre l'estremit ottusa si sono sollevati, rivelando delle specie di
piccole lenti, composte a quanto pare, di liquido colorato. Per un po' di
tempo non si verificato altro. Ma in seguito abbiamo avuto la prova che
ci trovavamo di fronte a un certo tipo di intelligenza, per quanto abnorme.

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Riuscivamo a sentire la sua mente, che fino ad allora era rimasta
silenziosa, o in uno stato di diffusione impercepibile. Mentre
concentravamo la nostra attenzione sull'eventuale condensarsi di una
qualunque forma logica, la creatura ha sollevato verticalmente la massa
cilindrica principale, sostenendola sulla rotondit terminale inferiore, che
in questa specie non possiede un prolungamento appuntito. Il primo
riflesso stato una forte inquietudine, dovuta all'assenza dei tegumenti che
Podas aveva prelevato per esaminarli a parte. Questa preoccupazione,
tuttavia, stata subito sostituita da un'altra maggiore: un'immediata paura
di cadere. Ha girato le lenti verso il basso. Questo movimento ha
provocato un caos improvviso di emozioni nella sua mente, in cui il
motivo dominante era: perch restava sollevata a una certa distanza dal
terreno, invece di cadere?
Bene, e perch mai avrebbe dovuto? Era sostenuta da un solido blocco
di boltik, che a sua volta poggiava sul solidissimo pavimento. L'ha per
scoperto quasi subito, tastando la superficie con una delle lunghe
escrescenze superiori. Ma questo, invece di rassicurarlo, non ha fatto che
aumentare il suo stato di confusione. qui che abbiamo fatto una
sorprendente scoperta, e cio che le sue lenti sono straordinariamente
difettose. Il loro campo visivo talmente limitato da renderle del tutto
insensibili non solo al boltik, ma anche ad ogni altro nostro materiale, noi
stessi compresi! Questa creatura pu rendersi conto della nostra esistenza
solo per mezzo del contatto fisico.
Di conseguenza, si stava ora chiedendo come fosse possibile trovarsi
sospesa a una certa altezza sopra il terreno, in mezzo a questo deserto.
Dopo aver rivolto la sua attenzione all'esterno, verso l'artefatto
danneggiato, ha ripreso in parte il controllo, apparentemente con lo scopo
assurdo di dimostrare a se stessa la propria esistenza.
Che l'ostilit sia un tratto istintivo, in questa specie, pi che evidente.
La loro arma integrata nell'interno e viene proiettata attraverso un
orifizio posto al disotto delle due lenti. Questo assume la forma di una
fessura o di un cerchio, approssimativamente, a seconda della forza
impiegata. A questo punto, la creatura ha iniziato ad usarla, per fortuna a
bassa energia, un registro di frequenze moderate che ci ha causato solo un
lieve disagio.
Muovendo una delle lunghe sporgenze inferiori, e trovato il bordo del
blocco, l'ha spinta a tastare il pavimento. Rassicurata sulla sua esistenza,
ha allungato verso il basso anche la sporgenza gemella. Ma poi, invece di

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usare anche le altre anteriori per sorreggersi, rimasta perfettamente
equilibrata soltanto sulle prime due! La vista di questo fenomeno ha spinto
Eptus a dichiarare che doveva trattarsi di una allucinazione. Secondo lui, il
peso della creatura cos evidentemente concentrato verso l'alto che la sua
stabilit nella posizione in cui la vedevamo si opponeva a qualsiasi logica
e ragione. Eravamo tutti d'accordo sul principio enunciato, ma gli abbiamo
fatto notare che stavamo anche noi testimoniando lo stesso fenomeno, e
perci dovevamo accettarne la realt, a dispetto di ogni ragione. Eptus,
sconvolto, ha dichiarato che di certo Podas, nell'esaminare l'interno del
primo esemplare, aveva trascurato l'esistenza di un giroscopio, in mezzo
alla gran confusione di quei tubi.
Nel suo stato verticale, la creatura rimasta un momento immobile,
prima di iniziare a spostarsi in direzione dell'artefatto, con uno sgradevole
trasferimento del peso da una delle sporgenze all'altra. Nell'impossibilit di
percepire il muro del ridotto, ne venuta a contatto all'improvviso,
emanando sensazioni di evidente sorpresa. Ha rinnovato le sue
manifestazioni di ostilit mentre tastava la superficie, in stato di completa
confusione. Poi, scoraggiata, tornata indietro.
stato in quel momento che per la prima volta ha notato l'altro
esemplare, ridotto in uno stato di notevole disordine, dopo l'investigazione
di Podas. Si fermata di colpo, mentre la dimensione delle sue lenti
aumentava in modo sensibile. E qui abbiamo imparato a nostre spese
quanto tremendo possa rivelarsi un attacco di questi esseri. Pur non
riuscendo a vederci, deve aver sospettato in qualche modo la nostra
presenza, noi sentivamo che era consapevole di un pericolo, qualcosa che
per lei rappresentava una minaccia. Per questo motivo ha usato la sua arma
a piena energia. Per sfortuna, credo, piuttosto che per un intento preciso,
era sintonizzata esattamente sull'onda di Althis, il meccanico. Il disgraziato
stato distrutto in un secondo. Di lui rimasto solo un triste mucchio di
polvere. Simultaneamente si verificata un'incrinatura in uno dei muri
interni del ridotto.
Per nostra fortuna, la secca detonazione con cui Althis si era
disintegrato, ha posto la creatura in acuto stato di allarme. Per il momento
ha interrotto l'attacco ed rimasta a guardarsi attorno per individuare la
provenienza del rumore. Prima che facesse in tempo a rinnovare le ostilit,
siamo riusciti a entrare in azione, in modo da impedirle l'uso della sua
terribile arma. Con encomiabile prontezza di spirito, Podas ha modellato
una forma di boltik e l'ha raffreddata, questo perch avevamo scoperto che

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la sostanza di cui queste creature sono composte si calcina anche a basse
temperature. L'ha poi applicata con destrezza, in modo che quest'essere
ostile non fosse pi in grado di riutilizzare la sua pericolosa fessura. Posso
dire che questo non l'ha di certo rappacificata, perch ha insistito nei
tentativi di recuperare l'uso dell'arma, ma ormai la sua energia era ridotta a
un livello che si rivelato solo leggermente fastidioso. Quando l'abbiamo
lasciata libera ci ha colpiti, agitando le sporgenze superiori nella nostra
direzione, bench non fosse affatto in grado di vederci. In questo modo ha
leso il suo molle tegumento su Eptus, lasciandogli addosso una macchia di
liquido rosso. Sembrava molto inquieta, nel vedere la macchia muoversi,
come sospesa in aria, quando lui si muoveva.
Nel rendersi conto che le sue membra troppo molli restavano
danneggiate se battevano contro di noi, ha cessato di agitarsi, per dedicare
i suoi sforzi a rimuovere l'impedimento costruito da Podas, con l'evidente
intenzione di attaccarci di nuovo. Quando si accorta che non ci sarebbe
riuscita, com' naturale, considerata la debolezza della sua costituzione, ha
incominciato a tastare le pareti interne del ridotto, in apparenza alla ricerca
di un'uscita. Intanto non desisteva dai vani tentativi di usare la sua arma.
Ci parso poi che avesse danneggiato anche le lenti, in qualche modo,
perch ne scendeva del liquido verso la fessura bloccata. I suoi processi
mentali erano ridotti in uno stato di confusione e di allarme tale che non
siamo riusciti a individuarvi alcun segno di raziocinio.
La situazione era a questo punto quando stato individuato in distanza
un altro artefatto su dischi. Si avvicinato sempre seguendo la striscia,
poi, raggiunto un punto adiacente alla posizione dell'altro artefatto, si
arrestato e ne uscita una creatura simile al nostro primo esemplare, cio
con tegumenti del tipo biforcato alle estremit inferiori. Lo abbiamo visto
considerare il primo artefatto con ovvia curiosit, fino a ispezionarne
l'interno.
Nel frattempo, anche il nostro esemplare racchiuso nel ridotto aveva
notato l'arrivo della nuova creatura. Ha cercato subito di muoversi nella
sua direzione, ma stato naturalmente trattenuto dalla solida superficie del
muro. Con segni evidenti di frustrazione ha allora tentato di usare ancora
la sua arma, questa volta contro uno della sua stessa specie, circostanza
che ha destato in noi non poca perplessit. In quel momento la creatura
all'esterno ha alzato le lenti e ha potuto notare l'altra che si agitava
all'interno del ridotto. Per un attimo ci siamo aspettati un attacco. Le sue
lenti si sono allargate in modo notevole, la fessura si spalancata, ma,

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stranamente, per un certo periodo non ne uscito nulla. Quando
accaduto, l'emissione stata a un livello di energia del tutto innocuo.
Dobbiamo prenderlo, prima che ci attacchi ha consigliato Eptus.
Potrebbe anche non attaccare, se non gliene diamo una buona ragione
ha replicato Podas.
Ragione! BAH! Eptus diventa molto irritabile, quando si ritorna a
quel concetto.
Un nuovo genere di confusione aveva intanto disorientato il nostro
esemplare. Lo abbiamo visto raccogliere in fretta uno dei pezzi di
tegumento che Podas gli aveva distaccato e stringerselo contro il tubo
principale. La creatura all'esterno, dopo essersi alquanto schiariti i processi
mentali, aveva incominciato a proiettare pensieri verso l'altra. Abbiamo
scoperto che, in casi come questo, in cui la forma di comunicazione appare
diretta, siamo parzialmente in grado di seguirla. Il discorso era,
pressappoco: Peccato che tu non sia vera, tesoro! Se da queste parti i
miraggi sono tutti cos, ho sciupato un mucchio di tempo sulle spiagge.
Che cosa intendesse significare con questo, proprio non l'abbiamo
afferrato. Ma abbiamo potuto osservare un fatto molto curioso: mentre nel
pensiero non mostrava traccia di ostilit, nello stesso tempo emetteva
energia aggressiva a basso livello attraverso la fessura apposita. Era anche
evidente che il nostro esemplare non stava ricevendo il messaggio. Stava
invece simultaneamente lanciando una richiesta di aiuto che l'altro non
recepiva, se non in misura molto debole.
davvero curioso! ha osservato Podus.
Sembra che non esista la minima comprensione, fra i due. Per di pi,
mentre il nostro compie grandi sforzi per usare la sua arma, non si nota
alcun intento aggressivo nella sua mente. Sar possibile che queste armi
abbiano, come scopo secondario, quello di comunicare?
In un posto di questo genere tutto possibile, e tutto inverosimile
gli ha risposto Eptus. Ormai ho raggiunto uno stato in cui sar
prontissimo a credere che il loro sistema normale di comunicare sia
picchiarsi a morte, se tu mi dichiari che cos.
La creatura all'esterno si avvicinata, sbattendo contro il muro del
ridotto. Si strofinata la parte che aveva fatto contatto, per poi
incominciare a esplorare la parete usando le due escrescenze superiori, con
la mente invasa da un costante senso di meraviglia. Intanto, la creatura
all'interno sembrava volesse spingersi attraverso il muro. Visto quanto
risultasse inutile questo tentativo, ha ripreso a segnalare con le sue

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sporgenze, indicando s, l'artefatto e il primo esemplare de-animato.
Quando quest'ultimo stato finalmente notato dalla creatura esterna, la sua
mente si bloccata con rapidit eccezionale. Ha arretrato, per poi estrarre
un oggetto da una fessura del suo tegumento. Lo ha allungato in direzione
del ridotto. C' stato un forte rumore secco, non dissimile da quello che si
produce quando una persona si disintegra, e perci su una gamma
inoffensiva per noi.
Qualcosa ha colpito il muro ed subito ricaduto. La creatura si
avvicinata e ha raccolto un piccolo disco di metallo schiacciato. Era ben
percepibile la sua perplessit. Poi ha appoggiato le estremit superiori al
muro e l'ha tastato per tutta la larghezza, da una roccia all'altra. Era
costernato. Ha spostato la parte di tegumento che gli poggiava
sull'estremit superiore pi tozza, di cui ha poi stimolato la superficie
fibrosa, con l'intenzione di sollecitare i processi mentali, o cos ci
sembrato. Si poi accostata al suo artefatto, ne ha estratto un piccolo
cilindro scuro che ha poi portato con s tornando al ridotto. L'oggetto
conteneva una sostanza nera, viscosa, con la quale la creatura ha
scarabocchiato sulla parete. I segni ci sono ancora. Dall'interno appaiono
disposti in questa formazione:

ASPETTATEMI. TORNER.

Sembra che la nostra creatura ne abbia recepito il senso perch ha


risposto con un segnale. L'altra rientrata nell'artefatto e si allontanata.
Questa la situazione, al momento.
Finalmente anche Eptus accetta l'idea che l'oggetto su dischi sia un
artefatto ma rifiuta di credere che creature di costituzione flaccida e
semiliquida come il nostro esemplare possano aver costruito un oggetto di
quella consistenza. Sostiene, perci, che qui deve esistere una diversa, e
senza dubbio superiore, forma di intelligenza contenuta in un involucro
molto pi solido e resistente, capace di usare materiali di quel tipo.
Podas sta ancora cercando di stabilire un rapporto con il nostro
esemplare, che ora se ne sta ripiegato in un angolo fra il muro e il
pavimento e insiste nei tentativi per liberarsi dalla forma di boltik che gli
impedisce l'uso della sua arma. Podas convinto che la fessura sia in
qualche modo anche collegata alla trasmissione del pensiero. Eptus
sostiene che questa una vera sciocchezza. Secondo lui chiaro che il
nostro muro blocca le onde mentali delle creature, per cui devono ricorrere

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a una forma di comunicazione secondaria, a base di segni grafici. Podas gli
fa notare che da qui siamo stati in grado di rilevare le onde mentali della
creatura all'esterno, alcune anche con molta chiarezza. Al che Eptus ribatte
che naturale, dal momento che, logicamente, possediamo una sensibilit
di gran lunga superiore a quanta se ne possa attribuire a una forma di vita
acquosa e rivoltante come questa con cui abbiamo la disgrazia di avere a
che fare. Secondo me, discussioni a un livello del genere potrebbero
andare avanti all'infinito, ed quanto accadr, temo.

***

RAPPORTO PROVVISORIO.
Caro Zenn, sono preoccupato per i recenti sviluppi della situazione. La
verit che non ne sappiamo abbastanza su questi esseri strani per riuscire
a controllare il corso degli avvenimenti. Ora ce n' una folla, con i loro
artefatti, all'esterno del muro, verso est.
Nel frattempo, parecchi del nostro gruppo si sono disintegrati, e temo
che da un momento all'altro possano verificarsi altre perdite. Questi esseri
lanciano attorno a s le pi pericolose frequenze, non solo senza il minimo
sforzo, ma anche del tutto incuranti delle conseguenze. Podas suggerisce
che non da escludere la possibilit che potrebbero ignorare il pericolo
rappresentato dalle frequenze, perch improbabile che corpi tondeggianti
e molli ne vengano traumaticamente influenzati, e che addirittura
sarebbero in grado di assorbire i suoni senza danno. Ti parr incredibile,
ma una volta tanto Eptus tende a dargli ragione. Questa teoria parrebbe
confermata, dopo l'esperienza con le nostre emissioni difensive dirette
contro di loro.
Abbiamo inviato una emissione fra le pi potenti, usando tutte le gamme
di frequenze altamente distruttive. Non posso dichiarare che non si sia
rilevato alcun effetto: per un momento si sono fermati, e questo ci ha
procurato un certo sollievo. Ci siamo illusi di essere vicini alla lunghezza
d'onda giusta. Gli esseri si sono girati gli uni verso gli altri, con
dimostrazioni di evidente perplessit nello scambio di pensieri. Sembra
che Podas abbia ragione. Infatti, invariabilmente, quando comunicano
accompagnano le proiezioni mentali con movimenti delle loro fessure. Da
quel poco che ci consentito di interpretare, si stavano dicendo cose
come: Anche tu l'hai sentito...? Non sono soltanto le mie orecchie, vero...?

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Come una specie di musica strana..., solo che non musica... davvero
curioso... Incredibile...
Quest'ultima sembra la reazione pi diffusa fra loro. Cos, non solo la
nostra emittente non in grado di disintegrarli, ma pare che, al massimo
della potenza, non ottenga altro effetto che disturbarli vagamente e
sconcertarli un poco. In altre parole, quest'arma potentissima e per noi
micidiale del tutto inutile, contro di loro. Cos ora non sappiamo che fare.
Dal momento che la situazione non mi piace affatto, ho deciso di
anticipare i tempi e, prima di un eventuale, se possibile, rapporto ufficiale,
ti invio questo resoconto diretto di quanto sta accadendo.
Dunque, la creatura che ci aveva fatto visita in precedenza tornata,
seguita da un certo numero di artefatti simili al suo. In seguito ne sono
arrivati altri, e altri ancora ne vedo avvicinarsi mentre faccio questo
rapporto.
Precedentemente, la creatura che teniamo qui si era fatta pi inquieta.
Podas era dell'idea che sentisse il bisogno di nutrimento, cos Eptus le ha
messo davanti dei silicati, ma senza suscitare il minimo interesse. Podas,
richiamandosi alla sua base chimica, ha ridotto a carbonati alcuni degli
esemplari fibrosi locali, ma il risultato stato ancora negativo.
Vorremmo evitare qualsiasi inutile motivo di disagio a questa creatura,
ma troppo difficile escogitare come comportarci in proposito. Potremmo
provare a iniettare del carbonato in uno dei suoi orifizi, se avessimo la
minima idea di quale usa per assimilare nutrimento. Comunque, il ritorno
dell'altra con il suo seguito ha stimolato in lei un certo grado di attivit, per
cui si di nuovo sollevata in posizione eretta.
Quasi tutti gli esseri in arrivo erano del tipo dotato di tegumenti inferiori
biforcati. Alcuni esattamente uguali fra di loro, di un colore blu scuro con
accessori metallici. La reazione immediata davanti al nostro esemplare
stata pressappoco uguale a quella gi notata nel primo. a questo punto
che ci siamo resi conto di quanto sia grossolano e sciatto l'uso che questi
esseri fanno normalmente delle loro frequenze. Per fortuna, quelle
adoperate, per il momento erano ancora tutte sotto il livello di pericolo.
Come l'altro venuto prima, hanno incominciato a tastare lungo il muro
del ridotto. Tutte le loro menti erano, e sono ancora, colme di stupore
incredulo. Una volta controllata l'ampiezza del nostro rifugio, si sono
industriati per scoprirne l'altezza, cos ce ne siamo ritrovati alcuni sopra il
tetto. La maggior parte era portata a stimolare la protuberanza tozza
superiore, che sembrerebbe il ricettacolo delle loro menti, con una frizione

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praticata dalle appendici anteriori pi lunghe. Li abbiamo visti
sperimentare sul muro con vari attrezzi metallici, ma naturalmente quel
materiale non era abbastanza duro per produrre qualche minimo effetto sul
boltik. Come risultato, si sarebbe detto che si sentissero impotenti nei
nostri confronti quanto noi nei loro.
Ma non tutti si dedicavano alla stessa attivit. In particolare, uno se ne
restava fermo accanto a un artefatto, emanando frequenze dalla sua fessura
verso un oggetto che vi teneva accostato. Era chiaro dai suoi pensieri che
stava descrivendo la situazione ma non ci riuscito di afferrare a chi o a
che cosa si rivolgesse, e per quale motivo.
Sperando di poter apprendere qualcosa di nuovo da un esemplare vivo
del tipo biforcato, abbiamo deattivato la nostra parte. Uno di loro,
continuando a tastare lungo il muro, alla fine ha scoperto l'apertura ed
entrato. Podas aveva gi pronta un'altra struttura bloccante, per prevenire
l'emissione di frequenze pericolose e, richiusa la porta, gliel'abbiamo
subito applicata sulla fessura. L'avvenimento ha provocato un notevole
grado di costernazione in quelli rimasti fuori. Intanto abbiamo dovuto
riconoscere la correttezza della teoria di Podas sul loro modo di
comunicare. Infatti i due ora chiusi nel ridotto hanno compiuto vari sforzi
per usare le apposite fessure uno verso l'altro, ma, essendone impediti,
hanno rinunciato e sono rimasti frustrati, nell'impossibilit di
comprendersi.
La nostra curiosit stata distratta dall'arrivo di altri artefatti. Alcuni
contenevano creature del tipo a tegumento palmato. Abbiamo stabilito che
sono queste le pi pericolose. Una di esse, appena uscita all'aperto, ha
emesso una frequenza estremamente dolorosa per molti di noi.
Disgraziatamente, Ankis e Falmus rispondevano a quell'esatta gamma e,
raggiunta la vibrazione periodica critica, si sono disintegrati in un attimo.
La secca detonazione provocata dalla loro distruzione simultanea ha posto
in allarme tutte le creature, che hanno subito iniziato una ricerca per
scoprirne la causa, naturalmente senza riuscirvi.
Ancora non si pu apprendere molto dal nostro nuovo esemplare. La sua
mente sembra dominata da un caotico senso di apprensione. Pare
disorganizzarsi al massimo soprattutto alla vista del lavoro di Podas sul
primo esemplare del suo tipo. Avevo gi suggerito a Podas che avrebbe
dovuto incenerire da tempo quell'oggetto sgradevole. Ora insister perch
lo faccia.

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***

Abbiamo eseguito, ma i risultati non pare abbiano ottenuto un effetto


sedativo sulle menti dei nostri due esemplari. Ci risulta sempre pi
sconcertante il comportamento dell'essere che, all'esterno, seguita senza
interruzione ad emettere vibrazioni dirette al suo strumento. Dapprima
recepivamo solo lui. Ora per lo riceviamo considerevolmente amplificato,
dal momento che le stesse sue frequenze stanno uscendo duplicate da
parecchi degli altri artefatti su dischi. Com' possibile? E perch, una
moltiplicazione del genere? Non riusciamo a determinarvi alcun senso
logico. Tutte le altre creature qui attorno stanno gi osservando
direttamente quegli stessi fatti che lui si sforza di riferire. Oltre tutto,
l'insieme ci disturba in modo considerevole.
Una fila delle creature, all'esterno del muro, sta ora cercando di
comunicare con i nostri due esemplari. Tutti seguitano ad emettere con
grande ostinazione su una frequenza innocua quanto sgradevole, ma senza
successo. Ora stanno componendo dei segni scuri su delle superfici
bianche. A questo i nostri due rispondono a cenni, dall'interno.
Un altro artefatto un po' differente, sovrastato da una macchina a lenti,
appena arrivato. Viene puntato verso di noi da una creatura che manovra
da tergo. del tutto inefficace, non ci procura alcun disturbo. Continua
l'arrivo di nuovi artefatti a dischi. Tutte le creature sono molto dubbiose
sulla prossima mossa. Un piccolo gruppo sta discutendo se il caso di
portare contro il nostro muro una certa cosa, una cosa capace di
disintegrare con violenza, non ho afferrato bene il concetto, ma hanno
paura che, se la usassero, potrebbero danneggiare anche i nostri due
esemplari... Una delle creature, nell'esplorare il nostro tetto all'altra
estremit, caduta oltre il bordo ovest. Altre hanno fatto il giro del ridotto
per raccoglierla, cos ora le abbiamo da tutti e due i lati.
Nel frattempo, sempre tentando di comunicare con gli esemplari, Podas
ha combinato una batteria di dieci menti, per provare a concentrare
simultaneamente il nostro pensiero su di loro. La pressione terribile... e
del tutto inefficace! Questi esseri non sono altro che rozzi, ottusi, inutili
brandelli di materia, del tutto insensibili anche al pensiero pi acuto.
Una delle creature all'esterno ha appena emesso una frequenza che in un
secondo ha distrutto tre di noi. una faccenda orribile. Dobbiamo provare
di nuovo con la nostra arma emittente.

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Sono rimasti sorpresi, niente di pi, fermi, come se ascoltassero. Anche
la creatura parlante ha fatto silenzio. Sta sollevando il suo strumento come
se volesse afferrare le onde che stiamo lanciando. Che cosa...? NO! Basta!
BASTA!!
stato terribile. Non sappiamo come, le nostre emissioni sono
rimbalzate verso di noi. C' una larga incrinatura nel muro, spaccature sul
soffitto. Un'altra mezza dozzina dei nostri rimasta disintegrata. Sono
certo che tutto dipeso da quella creatura parlante e dal suo strumento, ma
come? Non ce la faccio a comprendere. Ora ha cominciato di nuovo a
parlare. Le altre creature si danno da fare per scoprire l'origine degli scoppi
di disintegrazione. Sono del tutto confuse.
La creatura parlante ha cessato di emettere, cos per noi va meglio. Ma il
suono riprodotto proveniente dagli artefatti su dischi non si fermato.
Come mai? Gi, ora deve trattarsi dell'amplificazione di un altro essere, le
risonanze sono diverse. Curioso! Non altro che suono, quello che
emerge, ed senza significato. Non riesco a percepire alcuna onda mentale
che vi sia collegata. Il suono deve aver origine in un altro luogo. Non
capisco. Ecco, si interrotto, ora, meglio cos.
Il... OH, cielo misericordioso, che emanazione, d'improvviso, da quei
riproduttori! Che supplizio! Un suono terrificante! Ritmico, pulsante,
trafiggente, diabolico! Ci sta distruggendo... che siano dannati! Ci sta... ci
sta scuotendo, ci sta facendo a pezzi...
Spaventoso... Angosciante... OH... oh...!
Almeno una ventina di noi sono scomparsi, con loro Podas. Ora Eptus...
L'intero ridotto sta tremando... quella frequenza, Ora... quasi al punto
critico... Se va ancora un poco pi in su...
Troppo tardi! Il boltik va in frantumi. Sta cadendo in polvere tutt'attorno
a noi... Oh, quel suono... quell'orrendo suono! Non... non posso... oh, che
angoscia! Quasi sulla mia frequenza, ormai...
Ora ... Oh!... OH...! OH!!

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Violazione di pace
di Herbert Werner Franke
(Friedensbruch, Der grne Komet, 1960)
Traduzione di Mariangela Sala

il destino che fa s che l'uomo uccida anche quando non vuole?


Lui non lo sapeva, ma era colpa sua.

C' un essere sconosciuto nella colonia.


Cammina su due gambe.
intelligente?
S, intelligente.
Da dove viene?
Non si sa.
Sussurri intorno a me. Da sinistra, da destra, da sopra e dal basso.
Prende la strada verso sud.
Trasporta qualcosa.
La mia traduttrice automatica trasponeva tutti gli impulsi sconosciuti.
Era un pianeta alieno e io ero solo. Avevo un po' di paura: in qualunque
momento avrei potuto essere assalito da qualcosa di sinistro.
Come funziona?
Non si sa.
E poi pi violento, come se fosse un urlo udii: Attenzione! Pericolo!
L'essere diffonde un gas velenoso!
Che tipo di gas?
Cinque secondi... Biossido di carbonio!
Non respirate!
Trattenete il respiro!
Camminavo su un terreno morbido e sabbioso. Una specie di strada
portava tra i vegetali, piante simili ad alberi con lunghe foglie pendule e
ispessimenti bulbosi nei punti in cui partivano i rami. Qualcosa si mosse e
io mi spaventai, ma era solo il vento che frusciava tra le chiome degli
alberi.

23
Poi di nuovo quei forti impulsi: L'essere ci attacca.
Emette batteri.
Germi patogeni?
S. Germi patogeni.
un attacco sistematico?
Non si sa.
Non riuscivo a trovare gli esseri che sentivo parlare. La corrente
negatronica continuava a provenire da tutte le parti. Mi tranquillizzai un
po' perch non mi sembrava che fossero pericolosi. Poi all'orecchio mi
arriv un ronzio irregolare: erano forse pensieri di creature inferiori? O
sequenze di impulsi in codice che erano sinonimo di pericolo? Questa
volta il rilevamento ebbe successo. Quel fenomeno proveniva lateralmente,
cio dal bosco.
Alzai la pistola e mi tolsi dalla strada andando tra gli alberi. Vidi un
movimento tra alcune giovani piante. Spezzai un vegetale che mi impediva
la vista... Ma c'era un uomo?
Dalla traduttrice automatica mi giunse una serie caotica di impulsi ad
alte frequenze che si accavallavano: Ha violato la pace.
Riparatevi, pericolo!
un assassino!
Ha ucciso un piccolo!
L'essere che si era accoccolato tra i cespugli si rizz a met. Due occhi
scuri e spaventati mi guardarono: una faccia informe, un corpo agile, nudo,
quasi umano scomparve a quattro zampe tra gli alberi.
Accanto a me c' qualcosa che sussulta: il rametto che avevo spaccato
prima. Una resina giallastra sgorga dallo stelo cavo. Una pianta: come mai
mi dispiace cos tanto?
Questo pianeta ha la temperatura giusta e ossigeno a sufficienza. L'ho
trovato io e si chiamer come me. Noi lo occuperemo, lo colonizzeremo,
dissoderemo le foreste, costruiremo citt. Ma la frase un assassino!
continua a risuonare.
Ha violato la pace!
La pianta per terra sta ancora torcendosi. Comincio a comprendere.
Non posso farci niente, se sono un uomo. Ma tante volte me ne
vergogno.

24
Il punto debole
di Eric Frank Russell
(Weak Spot, Astounding SF, 1954)
Traduzione di Antonio Bellomi

Un'immensa flotta di nere astronavi sbuc all'improvviso dal quadrante


stellare e in trenta ore si impadron di Demeter. Le distruzioni furono
minime e le perdite umane di scarsa rilevanza. L'attacco era stato troppo
improvviso e calcolato con troppa precisione e l'elemento sorpresa troppo
grande perch la guarnigione potesse opporre una resistenza di qualche
rilievo. Demeter cadde in un giorno e una notte. Fu il trionfo dei Barb e la
sconfitta dell'Impero.
I Barb dilagarono sul pianeta appena conquistato, giubilando per
l'entusiasmo, un pianeta che consisteva in un mondo di media grandezza,
ma su cui la vita era agevole, su cui si trovavano tre citt, dodici villaggi,
cinquantadue miniere, quattordici fabbriche, una stazione idroelettrica di
vaste dimensioni, un moderno astroporto e settantamila prigionieri. Tutti
gli impianti erano in buone condizioni e perfettamente in grado di
continuare a funzionare.
Inoltre ora avevano una stazione spaziale e un avamposto militare
potenzialmente formidabile posto a trenta gradi sul bordo dell'Impero
rispetto al loro sistema planetario composto da otto pianeti. Considerato
che quell'Impero incorporava qualcosa come millecinquecento sistemi
solari con pi di seimila pianeti, i Barb non se la cavavano poi male per
essere delle pulci.
I vincitori trasmisero immediatamente a casa la notizia della vittoria che
provoc bellicosi entusiasmi. Milioni di abitanti marciarono per le strade a
ranghi di quaranta per volta, a passo militare, portando insegne e cantando
canzoni di guerra mentre agli altri davano fiato a lunghi corni d'argento.
Kalandar, il signore supremo, li osservava impettito da un balcone e,
sorridente, salutava con un cenno di mano mentre nella piazza sottostante
un'immensa folla ululava di gioia e agitava i pugni contro il cielo in segno
di sfida. Ben conscia delle dimensioni enormi del nemico abbattuto, la

25
folla gongolava al pensiero che "pi sono grossi pi fanno rumore quando
cadono".
Ma neanche a Kalandar sfuggiva quel punto. vero che Demeter era
solo uno di tanti mondi abitabili e che l'Impero ne possedeva moltissimi
altri. Ma ci che pu essere fatto una volta, pu essere fatto di nuovo... e
poi ancora e ancora. Cos sogghignava mettendo in mostra tutti i denti e
quando salutava provocava applausi scroscianti.
Una situazione assai comune nella storia: battaglia, conquista e
ubriacatura generale per la vittoria. Quella volta per c'era un piccolo
particolare che rendeva quella vittoria differente dalle altre e di cui
Kalandar e le sue orde guerriere erano completamente all'oscuro: anche nel
cuore dell'Impero sconfitto un piccolo gruppo di capi gongolava non meno
dei vincitori.
Demeter era caduto, hip, hip, hurr!

Nella grande Sala Verde del Palazzo dell'Amministrazione, diciassette


uomini erano seduti attorno a un tavolo a forma di ferro di cavallo e
formava in effetti il cervello vitale dell'Impero. Al di l delle finestre
svettavano verso il cielo le innumerevoli torri e guglie di Gilstrand, la
capitale di seimila mondi.
Eldon, un uomo tarchiato dai capelli bianchi e con spalle enormi, ritir
un foglietto di carta che gli aveva passato un usciere silenzioso, lo scorse
con una rapida occhiata poi, con calma, disse:
Ma bene! esclam uno.
Bel lavoro! comment un altro col tono di chi apprezza un favore
resogli.
Naturalmente adesso dobbiamo approfittare della situazione,
continu Eldon che rivolse poi la sua attenzione a un individuo alla sua
destra; dal naso affilato e dagli occhi acuti. Datti da fare, Wanstell.
Appiccica la notizia su tutti i muri.
Wanstell fece un cenno d'assenso e usc.
I sedici che rimasero ripresero la discussione precedente esattamente
come se la guerra e la perdita di un mondo fossero sciocchezzuole senza
importanza. Per un'ora discussero pacati, con calma e senza fretta, con
l'aria di uomini la cui razza aveva perso tutta la capacit per il
melodramma da venti, cinquanta o addirittura cento generazioni.
Sotto questo punto di vista differivano radicalmente dai Barb, esseri
dalla pelle squamosa come le lucertole, ma per il resto umani, che al

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minimo pretesto sbavavano per la collera. Ma i Barb erano per natura dei
combattenti dal sangue caldo, turbolenti, truculenti, irrequieti, impetuosi e
godevano fama di essere imbattibili a meno di non venire sterminati dal
primo all'ultimo. I diciassette leader dell'Impero, invece, erano per natura
dei freddi calcolatori, uomini che consideravano pi micidiale della spada
la capacit di saper fare due pi due.
Cos gli uomini seduti al tavolo a forma di ferro di cavallo rimasero
impassibili e continuarono a chiacchierare finch non furono raggiunte
diverse decisioni. Dopo di che ognuno se ne and per i fatti propri.
Quando anche l'ultimo di loro fu uscito, Eldon si ferm davanti a una
finestra e osserv i raggi arancione del sole al tramonto che tingevano il
cielo di violetto.
Poi si avvicin alla sua scrivania, si sedette e studi una placca fissata al
muro su cui c'erano delle parole scritte in oro. Leggendole, sorrise solo con
gli angoli degli occhi.
Un insetto pu anche mordere un leone..., Ma l'insetto rimane sempre
un insetto e il leone rimane leone.

Wanstell, in qualit di capo del Dipartimento delle Comunicazioni


Imperiali, diede ufficialmente la notizia alla maggior parte della galassia:
Il governo annuncia la perdita del sistema solare esterno T.K. 490
composto di quattro pianeti di cui uno, Demeter, abitabile e colonizzato.
Quando il sistema stato conquistato da una forza operativa di Barb, nella
giornata di oggi, sul pianeta vi si trovavano settantamila cittadini
dell'Impero. Il governo sta per dare inizio ai negoziati per lo scambio dei
prigionieri e fra breve si dar inizio a delle misure per riconquistare
Demeter. Intendiamo assicurare tutti i cittadini dell'Impero che la
situazione perfettamente sotto controllo e che non c' nessuna ragione di
allarme.
Gi all'alba dei tempi, quando la culla dell'Impero si riduceva a un
mondo coperto di acqua chiamato Terra, gli uomini politici avevano usato
simili frasi per blandire i popoli. Ed esattamente come era avvenuto in quel
lontanissimo passato, i servizi di informazione indipendenti gettarono
benzina sul fuoco e diramarono comunicati infuocati.
VITTORIA BLITZ DEI BARB! gridarono le trasmissioni attorno a
Sirio. CADUTO DEMETER MENTRE LA FLOTTA DORME
ringhiarono i video sempre irritabili e antigovernativi del sistema di Wolf.

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L'ORA GIUNTA fu il titolo dell'editoriale dei giornali d'informazioni,
primitivi ma assai influenti, del lontano gruppo Rimbold.
Da almeno ventimila anni, pontific il sussiegoso Sentinel di
Gilstrand, e chiss per quanto tempo ancora, i Barb sono stati una
inenarrabile scocciatura. Finch essi continueranno ad esistere come forza
bellica unificata, i confini dell'Impero rimarranno sempre poco sicuri. E fin
tanto che ogni cent'anni o gi di l faranno delle audaci incursioni nel
nostro settore di spazio, non ci sar nessuna sicurezza in nessun punto
dell'Impero. perci ora che noi raggiungiamo un accordo tra i nostri
interessi contrastanti, che la smettiamo di litigare per delle sciocchezzuole
e ci mettiamo spalla a spalla per porre fine una volta per tutte a questa
insopportabile minaccia!
E cos via, con dichiarazioni dello stesso tenore. Ogni gruppo solare
tuonava a seconda della psicologia particolare di quel gruppo. Era passato
tanto tempo, ormai, dall'origine e, sebbene tutti i cittadini dell'Impero
fossero degli uomini, essi si dividevano in diversi gruppi con diverse
culture, diverse motivazioni e diverse modalit di pensiero. L'Impero
aveva fatto da incubatrice a millecinquecento nuove razze che avevano per
ogni problema millecinquecento punti di vista diversi.
Le ripercussioni a seguito della caduta di un pianeta relativamente poco
importante dilagarono da un'estremit all'altra del cosmo e dimostrarono
che azione e reazioni possono essere contrarie ma enormemente diverse.
L'effetto poteva essere in un certo senso paragonabile a quello che tanti e
tanti secoli prima poteva provocare un piccolo massacro ad opera di Sioux
sulla Terra.
Insomma, erano cose che ci si poteva aspettare, anzi gli esperti erano in
grado di prevederle in anticipo e di calcolare con un ragionevole grado di
precisione l'ampiezza e l'impatto dello shock emotivo anche su qualche
pianeta scarsamente colonizzato a migliaia di anni luce di distanza.
I Barb si diedero da fare furiosamente, con l'energia tipica della loro
razza. Le loro astronavi facevano continuamente la spola avanti e indietro
per trasferire rapidamente soldati e rifornimenti su Demeter in modo da
consolidare la loro posizione prima che l'Impero potesse organizzare le sue
contromisure.
Nessuno dubitava che alla fine la stangata sarebbe venuta, n che
sarebbe stata tremenda. Non per niente conoscevano bene l'Impero,
almeno quando l'Impero conosceva loro. Da tanto, tantissimo tempo i due
nemici vivevano in giustapposizione e godevano la reciproca

28
comprensione di coloro che coesistono per millenni in uno stato di
platonico odio.
Mentre i Barb muovevano cielo e terra per trasformare Demeter in una
inviolabile fortezza dello spazio, alcune loro astronavi facevano una rapida
corsa fino al mondo neutrale di Kvav, dove avvenne il solenne scambio dei
prigionieri. Questa fu una formalit post vittoria cui non avevano mai
pensato prima che le frontiere in espansione dell'Impero giungessero fino a
loro. Ai vecchi tempi i prigionieri venivano tenuti come schiavi e
lavoravano finch cadevano, quindi venivano uccisi. L'Impero per aveva
introdotto il sistema di scambio e dopo un periodo di gravi sospetti i Barb
si erano adeguati. Inoltre, dal momento che secondo loro un Barb valeva
dieci cittadini dell'Impero, il cambio alla pari li rendeva sempre assai
solleciti ad accorrere al banco degli scambi.
Per quanto riguardava i Barb, la pratica dello scambio dei prigionieri
aveva introdotto dei cambiamenti nel loro modo di fare la guerra. Ora le
battaglie spaziali e le conquiste territoriali non erano pi sufficienti, ora
bisognava fare anche delle incursioni per procurarsi prigionieri ogni volta
che il numero di quelli fatti da una parte non concordava con quello fatto
dall'altra. Ma per chiss quale ragione l'onere di riequilibrare la bilancia
ricadeva pi spesso sui Barb che sull'Impero. E oggi era gi considerata
una grossa vittoria catturare un migliaio di cittadini dell'Impero, cosa che
permetteva il ritorno di un migliaio dei loro.
Un piccolo squadrone di astronavi Barb fece la spola tra Demeter e
Kvav, scaric settantamila prigionieri e caric un ugual numero di Barb,
alcuni dei quali attendevano da quattro o cinque anni di essere scambiati.
Tutta l'operazione si svolse con la regolarit di un orologio.
Nessuno cerc di barare catturando un'astronave Barb in arrivo o in
partenza.
L'Impero aveva delle enormi flotte impegnate altrove in operazione di
pattuglia.
E nessuno lo trovava strano.

Eldon e Wanstell erano seduti alla scrivania del primo e stavano


controllando i rapporti del controspionaggio. Le reazioni dei mass media
dell'Impero erano assai soddisfacenti. Anche le mosse dei Barb li
riempivano di soddisfazione. Tutti e due si rendevano conto della
situazione paradossale per cui non potevano risolvere il problema di

29
concedere una medaglia a Kalandar senza creare tumulti in
millecinquecento sistemi solari.
Davanti a loro, e agli assenti, c'era un problema che un normale
ingegnere avrebbe considerato impossibile: erano insomma come gli
operatori specializzati di una gigantesca macchina che funzionava meglio
se le si gettava una chiave inglese tra gli ingranaggi.
Le prove erano davanti a loro. Su Quimper, una rivolta ancora agli inizi
dei giovani contro i vecchi si era sgonfiata come un palloncino forato
quando gli arruffapopolo pi energici erano corsi a imbarcarsi sulle
astronavi della marina spaziale. Ventiquattro mondi che stavano studiando
una unione doganale indipendente avevano lasciato cadere la proposta a
favore di una comune politica spaziale.
Duecentottanta pianeti di frontiera, dotati di forte individualismo, che
fino a ieri si erano levati sempre pi minacciosi contro l'autorit centrale,
oggi si erano impauriti e avevano sollevato alte grida perch venisse loro
accordata protezione. I pacifisti rigelliani offrivano contributi fino ad ora
rifiutati per la difesa. I sistemi gemelli nei pressi di Bootes avevano
abbandonato delle assurde idee di guerra civile e avevano deciso di fare a
gara a chi distruggeva pi Barb. La pubblica opinione attorno ad Arcturus
si era fatta sentire e si era pronunciato contro un forte movimento
secessionista.
C'erano state almeno un migliaio di situazioni di crisi che avevano ormai
dimostrato come in date circostanze basta gettare una chiave inglese tra gli
ingranaggi per migliorare notevolmente l'efficienza.
C'era solo una cosa che minacciava di rovinare tutta la faccenda e di
questa cosa nessuno per il momento sapeva nulla. All'esterno, stava
lentamente salendo le scale un trio che portava in spalla una metaforica
chiave inglese, questa volta troppo grande.
Uno di questi tre, che era un funzionario del Palazzo
dell'Amministrazione, buss ed entr, lasciando gli altri fuori della porta.
A Eldon disse: Signori, nel corso dello scambio dei prigionieri ci siamo
trovati di fronte a una piccola complicazione.
In che senso? chiese Eldon.
Kalandar esige il ritorno di Jazan, il suo figlio minore, un ex pilota
d'astronavi. L'abbiamo catturato due anni e mezzo fa, se ricordate.
No, non ricordo, rispose Eldon, aggrottando la fronte. Ma
comunque a noi non interessa. Il regolamento prescrive in modo tassativo
che i prigionieri vengano scambiati in ordine di cattura senza distinzioni di

30
grado o di posizione sociale. Non vedo quindi perch Jazan non debba
essere consegnato. Lo guard di sottecchi. C' forse qualche ragione?
Sissignore.
Quale?
Jazan non desidera tornare... per ora.
Non lo desidera? ripet Eldon incredulo. Un Barb che non
desiderava spasmodicamente tornare nella mischia era inconcepibile. E
perch no?
Questo, signore, potrebbe spiegarvelo meglio il cappellano, se volete
ascoltarlo.
Fatelo entrare subito gli ordin Eldon.
L'altro and alla porta e ritorn indietro con un ecclesiastico grassoccio,
dal viso solenne. A un gesto di Eldon, il nuovo venuto si sedette con le
mani in grembo.
Be', allora cosa volevate dirmi?
Come voi forse sapete, io sono il cappellano del campo Numero
Dodici, spieg il nuovo arrivato, un luogo difficile. Significa che da un
branco di lupi bisogna cercare di tirare su un piccolo gregge. Comunque
sono riuscito a fare una conquista importante.
Jazan?
S. Il religioso parve riflettere un attimo, vagamente a disagio. Voi
conoscete la natura dei Barb. Sono una razza altamente emotiva e incline
al fanatismo. Il Signore deve averli fatti cos per qualche sua
imperscrutabile ragione.
E allora?
In linea generale, un Barb convertito cercher di essere dieci volte pi
cristiano di qualsiasi altro cristiano. Poich la sua formazione quella che
, non c' verso di tenerlo indietro. un crociato che desidera lanciarsi
nell'universo per salvare la Creazione intera. Ha insomma il carattere
innato del missionario ...e del martire.
E questo cosa significa per noi?
Tutto creato per uno scopo buono e saggio, afferm il cappellano.
Jazan fermamente convinto che lui e la sua razza siano stati creati cos
per diventare i missionari dell'Impero nel grande abisso dello spazio che
ancora deve essere esplorato. Perci desidera discutere con voi di questa
faccenda e si rifiuta di tornare a casa prima di averlo fatto.

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Eldon lanci un'occhiata a Wanstell e vide che il suo esimio collega
stava esaminando il soffitto con aria studiata. Allora rivolse la sua
attenzione al cappellano.
D'accordo, lo ricever subito... da solo.

Jazan aveva la tipica struttura alta e slanciata della sua razza. Ne aveva
anche gli occhi fiammeggianti che per apparivano ora un po' modificati
da una luce di misticismo interiore.
Stava in piedi, di fronte a Eldon, con la testa leggermente china e le
mani dietro la schiena e a bassa voce gli disse: Il mio compito ora
quello di guidare mio padre sul sentiero della verit. E anche i miei fratelli
e tutto il mio popolo. Vi chiedo perci di cessare tutte le ostilit in
concomitanza col mio ritorno.
E se non lo faremo?
Pregher per voi come per ogni altro peccatore.
Non smetteremo di combattere solo dopo che il vostro popolo avr
appreso ad essere buono, non prima, dichiar Eldon con voce decisa. E
per questo ci vorr tempo, molto tempo.
Il mio popolo vedr la luce e quando l'avr vista la diffonder
ovunque. Le vostre astronavi seguiranno in pace i sentieri che noi avremo
aperto.
Lo faremo, quando verr quel giorno, disse Eldon. Ma per ora non
ancora arrivato.
Una fiammata dardeggi per un istante negli occhi di Jazan, e il
caratteristico colore bluastro dovuto alla collera gli alter il viso, ma subito
scomparve soffocato dall'autocontrollo. Per essere un Barb, Jazan era
insolitamente intelligente e dotato di molto autocontrollo.
Il giovane disse. Che a voi piaccia o no, vogliate o no cooperare, io
intendo trasformare la mia gente. Gli umili erediteranno il regno dei cieli
mentre gli orgogliosi saranno umiliati. Voi dovreste essere ben disposto ad
aiutarci. Un giorno la nostra razza potrebbe esservi molto utile. Rialz la
testa e fiss Eldon dritto negli occhi, aggiungendo: Molto pi utile di
quanto sia adesso!
Cosa volete dire con questo? chiese Eldon.
In qualit di vero credente io ho appreso qualcosa sul conto del vero
potere dell'Impero, un potere infinitamente pi grande di quanto creda il
mio popolo, cos grande che voi potreste distruggerci da un giorno con

32
l'altro e l'avreste potuto fare gi da secoli. Il suo sguardo torn a
incontrare quello dell'altro. Perch non l'avete fatto?
Eldon gli indic la placca sul muro. Non si pu annientare un leone,
anche se si continua a pungerlo.
E allora perch ci permettete di farlo?
Appoggiato all'angolo della scrivania, Eldon disse:
Dovr usare una semplice analogia. Voi sapete come funziona una
caldaia a vapore?
S, certo.
In teoria un punto debole nella caldaia potrebbe provocare
un'esplosione. Ma in pratica ci non succede. Devo dirvi perch?
Andate avanti.
Perch la mente umana dotata di intelligenza capace anche di
prevedere le cose. Cos quando noi costruiamo una caldaia, la costruiamo
con un punto pi debole destinato a cedere appena la pressione supera di
poco quella necessaria per funzionare. Cos l'esplosione accidentale non
avviene mai perch sempre preceduta da un sibilo dovuto a una perdita
prestabilita. Questo punto debole chiamato valvola di sicurezza e serve
per disperdere l'eccesso di pressione.
Questo posso capirlo.
L'Impero, continu Eldon, pu essere paragonato a una enorme
caldaia che lavora sottoposta a una moltitudine di pressioni diverse create
dalla competizione, le rivalit, gli interessi contrastanti e da decine di altre
tensioni inevitabili. E non pu essere costruita di maggiori dimensioni
finch non troveremo il modo di attraversare il grande abisso che sta oltre i
nostri confini.
Capisco.
Nel frattempo la vostra gente cos bellicosa ci sta sempre alle costole e
serve perfettamente per scaricare il nostro vapore in eccesso. Tutto questo
molto gentile da parte vostra e ve ne siamo grati. Fin tanto che voi
continuerete la vostra parte noi non correremo il pericolo di saltare in aria.
Non avete nessuna obiezione da muovere se esporr queste teorie alla
mia gente.
Proprio nessuna, lo assicur Eldon con un sorriso. La maggior
parte di essa non vi creder e i pochi che capiranno rimarranno furiosi.
Questi ultimi si troveranno in una cronica situazione di stallo perch non
potranno neppure sfogare la loro collera senza stare al nostro gioco.
Cos voi rifiutate di porre fine alla guerra?

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Tanto per cominciare, noi non possiamo porre fine a ci che non
abbiamo cominciato, osserv Eldon. Sentite, se volete darvi la pena di
consultare i libri di storia, vedrete che l'Impero non ha mai colpito per
primo, ma gli ha sempre fatto comodo venire colpito prima di passare alla
ritorsione, anche questa per condotta con grande prudenza e capacit di
giudizio in modo da non menomare la vostra funzione di nemico
necessario. La parte che compete a voi quella degli aggressori e noi non
abbiamo nessun desiderio di privarcene.
Questo significa che l'iniziativa sta dalla nostra parte, osserv Jazan,
acutamente. E voi non potete ordinarci di impiegarla. Perci io me ne
torno a casa e intendo mettervi di fronte al problema della pace.
Se la vostra gente cos bellicosa vi permetter di vivere tanto a lungo
da farlo.
Jazan se ne usc in silenzio. Eldon fece due volte il giro della stanza,
gett la solita occhiata fuori dalla finestra, poi ritorn alla scrivania. La sua
mano corse al quadrante dell'intercom, scelse un pulsante, lo premette e
alla voce che rispose disse:
Sanders, il tempo comincia a stringere troppo per i miei gusti. D'ora in
avanti bisogna accordare la massima priorit a quelle ricerche sulla iper-
propulsione. Fece una pausa, ascolt, poi esclam. Al diavolo la
campagna per gli armamenti! Ho detto la massima priorit!
Sicuro. Perch era il vuoto il vero nemico.

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Il giorno del giudizio
di L. Sprague De Camp
(Judgement Day, 1955)
Traduzione di Mario N. Leone

Ce n' voluto, del tempo, per farmi prendere questa decisione.


Decidere se la Terra deve continuare a esistere oppure no. A qualcuno
potrebbe sembrare una cosa facile, e lo credo, ma per me no. Io so
benissimo quale scelta farei, mentre i pi sani principi morali mi
imporrebbero il contrario.
Forse sono il primo e l'unico a dover considerare seriamente una scelta
del genere. Hitler pu aver ordinato la morte di dieci milioni di persone e
Stalin potr averne fatti annientare altri dieci milioni, ma nessuno dei due
ha avuto l'opportunit di obliterare il mondo intero in una sola fulgida
vampata tracciando pochi segni su un pezzo di carta.
Oggi soltanto, la fisica ha raggiunto un grado di sviluppo che permette a
qualcuno di contemplare decisioni come questa. Eppure, e lo dichiaro con
la dovuta modestia, non credo che la mia scoperta fosse del tutto
inevitabile. Forse in futuro, fra qualche secolo, quando questa scienza sar
meglio organizzata, qualcuno potrebbe inciampare nelle mie stesse
deduzioni. Ma l'equazione di cui parlo tutt'altro che ovvia. Infatti, nelle
ultime tre decadi, tutti gli sviluppi della fisica nucleare sono stati rivolti
nell'opposta direzione.
La mia reazione a catena basata sul ferro, l'ultimo materiale che
verrebbe in mente di impiegare in una sequenza del genere. Qualunque
altra cosa potrebbe essere trasformata in ferro con una liberazione di
energia, mentre occorre parecchia energia esterna per ottenere altro dal
ferro. Infatti, nel mio caso, l'energia non viene dal ferro, ma dal..., diciamo
dagli altri elementi usati nella reazione. Ma il ferro indispensabile. Non
adoperato propriamente come catalizzatore: viene convertito e poi
riportato di nuovo allo stato primitivo, mentre un vero catalizzatore rimane
immutato. Ma l'effetto lo stesso. Il ferro un elemento cos comune nella

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crosta terrestre che, applicando i miei calcoli, sarebbe possibile farla
scoppiar via tutta intera in un solo fatidico momento.
Ho ancora ben presente quello che ho provato quando mi son trovato
davanti alle mie equazioni, qui nello studio, il mese scorso, Sono rimasto
immobile a fissare il nome, il mio, sul vetro della porta: Dr. Wade
Ormont, solo che all'interno lo si legge al rovescio. Ero certo di aver fatto
qualche sbaglio, in quei maledetti calcoli. Ho controllato, ricontrollato,
calcolato e ricalcolato. Ho ripassato almeno trenta volte le mie assurde
equazioni nucleari. E ogni volta il cuore, questo vecchio cuore esausto,
batteva sempre pi forte, e cresceva intanto la sensazione di avere un nodo
allo stomaco, sempre pi stretto. Ho avuto abbastanza giudizio di non aprir
bocca sulla mia scoperta con nessuno dei colleghi del dipartimento.
Ma le verifiche ancora non mi bastavano. Ho inserito le equazioni nel
computer, con l'idea di aver commesso qualcuno di quegli errori tanto
ovvi, lampanti, da sfuggire a un sottile controllo ragionato. Se ben ricordo,
qualcosa del genere era accaduto persino ad Einstein, un pi per un
meno, o viceversa. Mi considero un fisico discreto, ma non di certo un
Einstein, perci un incidente simile poteva benissimo capitare anche a me.
Il computer ha smentito questo sospetto. Non avevo commesso errori di
alcun genere.
Ora la prima domanda da porsi era questa: come impiegare quei
maledetti risultati? Non potevano servire in nessun modo agli obiettivi e
scopi del nostro laboratorio, che riguardavano esclusivamente la ricerca di
nuove, pi potenti armi nucleari e un pi efficiente procedimento per
generare energia. Di solito si redigeva un rapporto. L'avrebbero
fotocopiato, timbrato Top Secret, per poi distribuirne alcune copie, a
mezzo corriere, ai pochi che avevano il diritto di essere messi al corrente.
La Commissione per l'Energia Atomica e qualche altro. La gente impiegata
in questo campo di ricerche abituata a tenere la bocca ben chiusa, ma
questo non avrebbe impedito alla mia scoperta di diffondersi, sia pure a
distanza di anni.
Non credo proprio che il governo degli Stati Uniti possa mai progettare
di fare esplodere il mondo. Altri per potrebbero. Se ne avesse avuto i
mezzi, Hitler ci avrebbe provato, una volta resosi conto della sua
inevitabile sconfitta. I sovietici oggi non commetterebbero sciocchezze,
sanno quello che fanno, ma non possiamo prevedere chi si trover al
potere da loro fra dieci o vent'anni. Chiunque in possesso di sufficiente
equipaggiamento nucleare sarebbe in grado di innescare la fine del mondo,

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una volta diffusa la conoscenza delle mie equazioni. Molti non ci
vorrebbero provare, per nessun motivo. Ma altri potrebbero minacciare di
farlo, come ricatto, e chi pu escludere che qualcuno di loro non lo faccia
davvero, se frustrato nelle sue richieste. Quale sar la percentuale di
paranoici e di altri tipi di spostati, fra la popolazione della Terra? Deve
essere abbastanza elevata, considerando che una buona parte dei
governanti e capi di fazione sono sempre state persone di questo tipo.
Nessuna delle forme di governo sperimentate a tutt'oggi, monarchia,
aristocrazia, teocrazia, democrazia, dittatura, o quello che vi pare, sar mai
capace di impedire l'ascesa al potere di gente del genere. Finch queste
trib di scimmie nude saranno organizzate in stati sovrani, un Armageddon
nucleare non solo possibile, ma abbastanza probabile.
Consideriamo bene: come verrei definito io, se non un mentecatto, dal
momento che sto valutando seriamente la possibilit di far saltare in aria il
pianeta?
Ma no. Per lo meno uno psichiatra mi ha assicurato che, se ho dei
disturbi, non sono di questo genere. Non si pu definire matto uno che
cerca soltanto di soddisfare i propri desideri in maniera razionale. Certo,
considerando i desideri comuni, in questo senso si potrebbe affermare che
l'umanit non si mai dimostrata tanto razionale. Quanto a me, posseggo
adeguati motivi per desiderare lo sterminio della mia specie. E questa
voglia non deriva da nessuna teoria altisonante, esoterica, n da mania
religiosa (cancellare tutti i peccati del genere umano!) ma semplicemente
da una sana brama di vendetta. S, i cristiani, in teoria, non approvano la
vendetta, ma la loro non che una faccia della medaglia. Molti altri
importanti tipi di cultura l'hanno ritenuta un diritto giusto e naturale. Ne
deduco che il mio spinto desiderio non rappresenta affatto una prova di
anormalit.
Per esempio, se percorro all'indietro questi cinquantatre anni di
esistenza, che cosa risulta pi evidente dai miei ricordi? Bene, prendiamo
il primo anno di scuola...

A sei anni devo esser sembrato una specie di bestiolina impaurita. Con
un corpiciattolo debole, tutt'ossa, dotato di intelletto precoce, caparbio,
introverso. Avevo un padre professore, cos, frequentandolo, imparai a
usare paroloni sproporzionati. I miei discorsi erano fin allora infarciti di
espressioni come teoreticamente o psiconeurotico. Spesso malato, ero

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ridotto magro come la vittima di qualche carestia, i pochi muscoli di cui
disponevo appena sufficienti a permettere un minimo di deambulazione.
L'immagine che m'ero costruito di me era quella di un bimbetto
estremamente amabile e inoffensivo, con cui ce l'avevano tutti. Dei miei
parenti anziani, molto pi tardi, mi assicurarono che mi ero sbagliato di
grosso. Secondo loro mi ero sempre dimostrato l'esserino pi intrattabile e
antipatico con cui avessero mai avuto a che fare. Non che fossi poco
rispettoso o esibissi istinti distruttivi. Al contrario, ero ligio a tutti i doveri,
non mancavo mai di obbedire con il massimo zelo a tutte le regole e
formalit. Sarei stato la gioia e la consolazione del pi severo sergente
prussiano. Ma, in situazioni che richiedevano non il rispetto di qualche
regola ma invece un sentito adeguamento a eventuali necessit o desideri
di altri, gli unici desideri o necessit che sapessi rispettare erano i miei. E
facevo l'impossibile per esaudirli, con una ostinazione che aveva del
fanatico. Per quanto mi riguardava, gli altri potevano essere anche soltanto
oggetti inanimati, inseriti nell'ordine naturale delle cose all'unico
sacrosanto scopo di sopperire ai miei bisogni. Dei loro pensieri non sapevo
niente, n ci tenevo a sapere qualcosa che non mi riguardasse.
E va bene, cos assicuravano quei miei parenti. Non da escludere che
avessero qualche nero pregiudizio nei miei confronti. Una cosa certa che,
appena mi trovai in prima, alla scuola elementare di New Haven, fin dal
primo giorno ebbi da divertirmi. Nell'intervallo, due mi strapparono il
berretto e lo usarono per una partita di quiqual. Sarebbe a dire che si
lanciavano il berretto, da uno all'altro, mentre il proprietario del medesimo
saltava avanti e indietro, come un pesce all'amo, per recuperarlo.
E questo fu solo l'inizio. Di giorno in giorno, di mese in mese, in quella
scuola per me le cose andavano peggio, per quanto riguardava i rapporti
con i compagni. Con gli insegnanti era diverso, perch mi mancava
quell'istinto di ribellione che molti di quest'et hanno da sempre provato
verso gli adulti. Nella mia abnorme precocit intellettuale, consideravo
valida l'esperienza dei loro anni e la rispettavo. Cos feci presto a diventare
il loro beniamino, cosa che non miglior i rapporti con i coetanei.
Mi tendevano perfino delle imboscate, mentre tornavo a casa,
imperversando poi con giochi che avevano per obiettivo la mia
esasperazione. Oltre tutto, senza saperlo davo loro corda, reagendo nel
modo peggiore alle loro provocazioni, con conati di rabbia impotente e
sfoggi istrionici di disperazione che, invece di dissuaderli, non facevano
che aumentare il loro giubilo e stuzzicare il loro sadismo. Il risultato fu che

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a scuola finirono per farmi uscire dieci minuti prima degli altri,
permettendomi di raggiungere la mia casa indisturbato.
Questo insieme di cose non fece che accentuare la mia tendenza a
rifugiarmi nei libri. A nove anni avevo gi esplorato buona parte
dell'Electron, di Millikan. Mio padre ogni tanto mostrava qualche vaga
preoccupazione nei miei confronti, ma non avrebbe saputo che
provvedimenti adottare, con il suo carattere introverso, anche lui topo di
biblioteca e amante della solitudine. Questo, oltre tutto, lo faceva
simpatizzare con il mio atteggiamento. Le occasioni in cui si provava a
distrarmi dallo studio, con poco convinti tentativi di giochi all'aperto,
erano rare e duravano poco. Intanto, odiava ogni attivit fisica, e
possedeva, accentuate, se possibile, le mie caratteristiche negative per
quanto riguarda un uso sciolto e naturale del proprio corpo.
A proposito di questa connaturata goffaggine, ricordo il periodo in cui
mi sforzai di applicarmi a un corso regolare di esercizi fisici,
vagheggiando di uscirne trasformato in un giovane Tarzan, con il risultato
di trovarli tanto insopportabilmente noiosi da lasciar perdere quell'eroica
risoluzione poco dopo aver iniziato a metterla in pratica.

Non sono uno psicologo. Come molti altri seguaci delle scienze esatte,
sono portato a definire scienza la psicologia, usando le virgolette, il che
implica la convinzione che soltanto studi pratici come la fisica hanno
diritto a questo nome. Pu sembrare ingiusto, ma cos la vedono molti
fisici e matematici.
Facciamo un esempio: com' possibile che gli psicologi abbiano
continuato per tutti questi anni a trattare il sadismo come una forma
anormale, provocata, tanto per dire, da un genitore idiota che impedisce al
suo bambino di tritare il mobilio con un'accetta, riempiendolo cos di
frustrazione e insicurezza? Sulla base delle mie personali esperienze, sono
in grado di testimoniare che tutti i ragazzi, be', diciamo il novantanove per
cento, sono sadici nati. Per la maggior parte sono stati purgati di questa
caratteristica a forza di botte. Mi correggo: gli stata respinta, a furia di
bastonate, in fondo al subconscio, o come gli spremicervelli chiamano
oggi la parte nascosta della mente. E l si rimpiatta, in attesa
dell'occasione adatta per schizzar fuori di nuovo. Di qui delitti, guerra,
persecuzioni, tradimenti, e ogni altro marciume della societ. probabile
che nell'et della pietra questo genere di crudelt si sia evoluto come un
utile tratto per sopravvivere. Un amico antropologo mi ha informato che

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quest'idea fuori moda da cinquant'anni almeno. Ma anche lui potrebbe
sbagliarsi.
Di quella caratteristica, utile o no, la mia parte devo avercela anch'io.
Per lo meno, sono sicuro che non ho mai desiderato niente con la stessa
foga appassionata quanto di uccidere fra le pi lunghe e atroci torture quei
piccoli mostri di New Haven. Questo, ancor oggi me lo sento dentro, tale e
quale. In vita mia non mi mai riuscito di scordare un insulto o un male
qualsiasi ricevuto. Non ne vado orgoglioso, ma neanche me ne vergogno.
Cos sono fatto, e basta. E poi, mi pare di averne avute abbastanza, di
buone ragioni per desiderare di far fuori i piccoli bastardi, mentre loro non
avevano diritto a nessun risentimento legittimo nei miei confronti. L'unica
mia colpa era quella di offrire un bersaglio invitante per sfogare 1 loro
istinti sadici.
Questo per quanto riguarda i ragazzi. Delle ragazze non saprei cosa dire.
Mia madre era una donna imperiosa, priva di quelle caratteristiche che si
usa definire femminili. Non ho mai avuto un appuntamento con una
ragazza prima dei trent'anni. Mi sono sposato tardi ed durato poco, niente
figli. Risolverei pulitamente il mio problema attuale se scoprissi un
sistema sicuro per far saltare in aria solo la met del genere umano,
risparmiando solo le donne. E non perch aspiri a combinarmi un super-
harem, neanche per sogno. Mi costato quanto basta soddisfare una donna
sola, mentre ero sposato. Il fatto che l'umanit di sesso femminile non si
mai data tanto da fare per crearmi attorno un inferno, giorno dopo
giorno, anno dopo anno, come hanno fatto gli altri. Cos ho la sensazione
vaga, un po' distaccata, che mi potrebbe dispiacere distruggere anche le
donne.
A undici anni, i miei rapporti con i compagni di scuola erano peggiorati,
se possibile. Mia madre era convinta che solo un istituto militare avrebbe
potuto fare di me un uomo. L'esercizio fisico sarebbe diventato una
regola, e la convivenza avrebbe risolto anche il problema del rapporto con
gli altri ragazzi. La pratica soldatesca mi avrebbe insegnato a stare ben
diritto, a testa alta. E l'avrei finita di rintanarmi nello studio, ad ammuffire
sulle enciclopedie. Mio padre rimase turbato da questa proposta. Pensava
che allontanarmi da casa avrebbe significato privarmi del mio unico
rifugio. Oltre tutto, il suo stipendio, appena integrato da una modesta
entrata, non era tale da potersi permettere di mandarmi a una scuola
privata. Naturalmente, come al solito l'avrebbe vinta mia madre.

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Sulle prime ne fui soddisfatto. Qualsiasi altra proposta sarebbe stata
accettabile, in confronto al tormento che ero costretto a sopportare in quel
periodo. Un diverso gruppo di ragazzi non sarebbe arrivato a trattarmi
come questi. E, in ogni caso, l'insieme di tante attivit non avrebbe lasciato
loro n il tempo n la voglia di occuparsi di me. Cos, quell'autunno, con
qualche timore, ma pi che altro speranze, feci il mio ingresso
all'Accademia Militare Rogers, di Waukeegus, New Jersey...

Il primo giorno le prospettive sembravano invitanti. Mi piacevano le


uniformi grigie con le striscette di ottone sulle visiere dei berretti. Ma
bast una settimana per imparare due cose. La prima era che questa scuola,
con tutte le sue uniformi e le esercitazioni militari, era condotta in un clima
di discreta sciatteria. C'era abbastanza rilassatezza perch gli alunni
avessero tutto il tempo che volevano per combinare guai. L'altra scoperta
fu che, per mezzo di quel senso misterioso che posseggono i ragazzi, i
compagni mi scelsero immediatamente come il bersaglio pi facile e
godibile. La storia si ripeteva.
Il terzo giorno qualcuno mi appunt sulla schiena un cartellino che
diceva: CHIAMATEMI SALLY. Per tutta la giornata girai senza
accorgermene, stupito e irritato nel sentirmi chiamare Sally. E Sally
restai, per tutto il tempo che fui costretto a trascorrere all'accademia.
L'unico motivo per affibbiarmi un nome da ragazza era che mi vedevano
piccolo, tutto ossa e asociale. Non mi sono mai scoperto tendenze sessuali
di tipo anormale. Se ne avessi avute avrei potuto soddisfarle senza
problemi, in quell'ambiente. In tal senso, qui non era diverso da qualsiasi
altro tipo di scuola con alloggio. Comunque, a tutt'oggi, vorrei sparire
sotto terra, ogni volta che sento pronunciare quel nome. Quando ero
ancora scapolo, un giorno, amici animati dalle migliori intenzioni mi
presentarono una ragazza bella e intelligente. Si chiamava Sally. Mi
piaceva, ma fu il nostro unico incontro. La evitai come la peste.
Di scherzi grossolani ce n'era per tutti i nuovi arrivati, all'accademia
Rogers, gli insegnanti, prima o poi, erano costretti ad assumere un
atteggiamento fatalistico e finivano per voltarsi dall'altra parte.
Naturalmente, in questi termini ero io il bersaglio preferito, ma, mentre per
le altre reclute il rapporto si normalizzava da s dopo le prime settimane,
con me la cosa si prolung per tutto l'anno. Una mattina, ricordo bene, era
il Marzo del '28, mi svegliai alle cinque per ritrovarmi immobilizzato da

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diversi ragazzi, mentre un altro cercava di infilarmi in bocca un grosso
pezzo di sapone.
Attento, ti pu mordere! rideva uno.
Si faceva meglio con l'olio di ricino! sghignazzava un altro.
Ma non ce n', peccato. Stringigli il naso, cos la spalanca tutta.
Dovevamo tagliarlo a pezzettini, il sapone, avrebbe fatto pi schiuma!
Aspettate, gli faccio solletico, cos gli arrivano le solite convulsioni!
Ecco, ecco, schiumeggia, che bell'effetto, ammirate, ammirate!
Piantala di starnazzare, Sally, o ti ficchiamo la schiuma anche negli
occhi.
O mettigliela, mettigliela subito, che perfetto mostriciattolo diventer!
Guardate che occhiacci... e come strilla bene...!!
Perch non gli smozzichiamo i capelli?! Buffo, sempre pi buffo!
Le mie urla strazianti attirarono uno dei professori che, molto seccato,
fece interrompere il supplizio. Mi sollevai sulla branda sputando bile e
schiuma di sapone. Speravo che i miei tormentatori come minimo
venissero espulsi dalla scuola, invece, il superiore, Wilson, si limit a
infliggere una punizione che trovai iniquamente leggera, mentre gli
sfacciati la presero come una pesante ingiustizia di cui io ero stato il
responsabile, con le mie urla disperate. Per questo ce l'ebbero sempre pi
con me, e me lo dimostrarono in tutte le maniere. Le mie reazioni
forsennate non facevano che incrementare il loro divertimento. L'unica
volta che mi riusc di far sanguinare il naso di uno di quei mostri, (e come
ne fui orgoglioso, di solito ero io a prenderle) dovetti pentirmene
amaramente. Mi tese un agguato nella piscina, ci manc poco che
annegassi. Ormai ero terrorizzato al punto che non osavo pi denunciare
nessuno, e tacqui anche allora, quando fui interrogato da Wilson dopo che
mi ebbero rianimato con la respirazione artificiale.
Ormont, siamo al corrente di tutto quello che devi subire. Per,
capisci, non possiamo procurarti una guardia del corpo che ti stia sempre
alle costole. E rendiamoci conto che anche se fai una denuncia ogni volta e
provochi punizioni, non faresti che peggiorare le cose...
Ma come dovrei comportarmi, allora, signore? Io faccio tutto il
possibile per rispettare il regolamento!
Non si tratta di questo.
E allora di che cosa? Non gli faccio niente, io, a questi ragazzi. Sono
loro, che non mi lasciano mai in pace.

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Be', intanto potresti togliergli il gusto di vederti andare su tutte le furie
scazzottando a vuoto qua e l e urlando come un ossesso. Wilson
tamburellava sulla scrivania, nervoso. Succede sempre, qui, con ragazzi
come te. Non riesco a immaginare come evitarlo. Tu... Tu, via, guardiamo
le cose in faccia, sei strambo.
Strambo?! Ma come?
Oh, senti, intanto usi un linguaggio troppo difficile, da adulti... E poi,
un'altra cosa. Devi sempre discutere su tutto, trovare da ridire su un
mucchio di storie. Capita anche che per lo pi tu abbia ragione. Ma non
penserai che la gente ti prenda a benvolere, quando gli dimostri che ha
torto, non ti pare?
Ma invece dovrebbero apprezzare...
Giusto, dovrebbero, ma non cos. Non ce la farai mai a cambiare il
mondo da solo. Tu avessi il fisico di un lottatore, te la potresti cavare senza
problemi, in impicci di questo genere, ma purtroppo non ce l'hai davvero.
L'unica alternativa che tu adotti una specie di mimetizzazione. Fingi di
non accorgerti dei loro attacchi e degli insulti. Non discutere mai, non
lamentarti di niente, non criticare nessuno. Scocca un bel sorriso fisso
verso chiunque, anche nei momenti in cui hai in mente l'omicidio. Tienti
sul semplice nel parlare e cerca di condividere qualsiasi opinione, ti
piaccia o no. Mi rincresce molto suggerirti di far l'ipocrita, ma non vedo
proprio altra alternativa, dal momento che non puoi difenderti con la forza.
Questo discorso non mi lasci indifferente. Eravamo verso la fine
dell'anno scolastico, due settimane dopo ero a casa. Raccontai ai miei
genitori delle orribili angherie subite e chiesi di tornare alla scuola
pubblica di New Haven. Ma un giorno, mentre attraversavo un terreno da
costruzione deserto, alcuni miei vecchi compagni di scuola mi piombarono
addosso, e, senza misericordia, me le dettero di santa ragione. Mi ritrovai
pieno di lividi, con la faccia gonfia, il naso rotto. Mi resi conto che, per
quanto tremendi si fossero dimostrati i ragazzi dell'accademia, in mezzo a
loro non figurava il tipo pi temibile: lo zotico muscoloso e senza cervello,
bocciato a pi riprese, che sfoga la sua noia e l'invidia provando gusto a
tormentare i suoi compagni pi bravi e pi mingherlini. Cos la smisi di
lamentarmi dell'accademia e mi rassegnai a tornarci.

Di solito la gente ama ricordare con una certa nostalgia quei dorati anni
della prima giovinezza, i cari anni di scuola, i carissimi compagni, e via
dicendo. Peggiori idiozie non saprei immaginare. Gli psicologi mi dicono

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che, s, ci sono state anche sofferenze, nell'infanzia, ma quelli che restano
in mente sono soltanto i momenti pi piacevoli, che poi, in seguito,
vengono ulteriormente idealizzati.
Per quanto mi riguarda, tutte e due le concezioni sono sbagliate. Ho
avuto un'infanzia spaventosa e i ricordi peggiori, quarant'anni dopo, mi
restano vividi e dolorosi come allora. Se voglio perdere l'appetito, basta
che mi metta a ripensare alla mia cara, lontana infanzia perduta.
Intanto, ho sempre aborrito qualsiasi genere di baraonda, i giochi
pesanti, le competizioni basate sull'abilit fisica, tutte cose di cui invece si
gloria l'infanzia. Ho sempre posseduto un acutissimo senso di dignit e di
integrit personale. Qualsiasi, anche minimo attacco a queste prerogative
mi ha senza eccezione riempito di un micidiale risentimento. Il mio senso
dell'umorismo troppo sottile per essere apprezzato da chiunque non sia
della sua stessa razza.
Il secondo anno, all'accademia, cercai di mettere in pratica il consiglio di
Wilson. Nessuno potr mai immaginare quello che mi costrinsi a subire
senza opporre la minima reazione. Il mio involucro, in apparenza
acquiescente, in realt racchiudeva un magma ribollente di odio e di furia
repressa. Mi sosteneva la speranza che alla fine questa assenza di reazioni
annoiasse i miei aguzzini e, almeno in parte, questo si verific. A volte
capitava che restassi indisturbato o quasi anche per un'intera settimana.
Naturalmente mi toccava sopportare tutti i giorni quell'odioso soprannome
Sally, ma ormai veniva buttato l pi per abitudine che per cattiveria.
Era appena iniziato il terzo anno, nell'autunno del '29, quando croll la
Borsa, e le compagnie in cui mio padre aveva investito il poco denaro
messo da parte fallirono senza rimedio. Cos, tornando a casa per le
vacanze di Natale, appresi che era finita con l'accademia e avrei continuato
gli studi alla scuola media di New Haven.

Sarebbe tedioso, e per me ancora oggi troppo angosciante, riferire le


nuove crudeli esperienze che fui costretto a sopportare nella scuola
pubblica, dove alcuni dei compagni gi mi conoscevano ed erano pronti a
riprendere con giudizio le nefaste attivit di qualche anno prima, per cui, le
tattiche mimetiche sperimentate con successo all'accademia, qui sulle
prime non servirono a niente.
Bench stessi ormai crescendo di statura, ero sempre magrissimo, debole
e goffo nei movimenti, chiunque avrebbe potuto malmenarmi senza
preoccuparsi delle conseguenze. Ma, alla fine, anche questi giovani

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demoni si stancarono, davanti alla mia ben simulata indifferenza, e
finirono per lasciarmi in pace. Ma con quale abdicazione alla mia dignit,
dopo quale ignominiosa rinuncia a quel senso di integrit fisica e morale a
cui avevo sempre tenuto tanto! Ancora oggi ho delle ghiotte fantasie in cui
mi appaiono le teste dei miei compagni di scuola infilzate in altrettanti
paletti, o qualcuno di loro che, stracciato e affamato, viene a chiedermi
lavoro, e io che lo faccio rotolare per le scale.
Finalmente ottenni il diploma, con ottimi voti, in particolare nelle
materie scientifiche, cos riuscii a entrare all'universit con una borsa di
studio. Altrimenti mio padre non avrebbe potuto permettersi di farmela
frequentare. Qui le cose incominciarono ad andare molto meglio, in parte
per merito della corazza protettiva che ormai avevo perfezionato al punto
da non lasciar trasparire la minima emozione. Anche se lo avessi
desiderato, come avrei potuto permettermelo, dal momento che l'unica
emozione pronta ad esplodere era composta di una fiammeggiante furia
omicida e di odio concentrato, dopo tutti quegli anni di torture? Se mi fossi
lasciato andare avrei finito per uccidere qualcuno alla minima
provocazione. E cos, ecco il vitreo sorriso insincero che mi si accendeva
automaticamente, su comando, la stretta di mano cordiale, i manierismi
improntati alla pi abbietta modestia e sottomissione, tutto quello insomma
che poteva presentarmi come il pi accomodante e inoffensivo degli
individui.
C'era anche il fatto che ora diversi dei miei compagni appartenevano al
mio stesso tipo di studioso introverso, e che le materie da imparare erano
tante e cos complesse che restava ben poco tempo per i divertimenti a
buon mercato o per lo sport. Cos, anche la mia inferiorit fisica non
risaltava in modo speciale, nessuno ne approfittava e venivo lasciato
abbastanza tranquillo. L'assenza di sentimenti positivi, dei quali non
sentivo alcun bisogno, mi permetteva di considerare il mondo attorno a me
con lo stesso distacco di un visitatore allo zoo.
Per migliaia di anni preti e filosofi ci hanno ripetuto di amare l'umanit,
senza per fornirci nessuna ragione valida per farlo. La massa composta
solo di scimmie senza pelo, pigre di mente, crudeli, disoneste, traditrici. I
pi ci odiano, odiano insensatamente noi, gli intellettuali, e ci hanno
affibbiato ogni sorta di nomignoli infamanti, bench siamo stati proprio
noi a sollevarli dal fango primordiale, dove si rotolavano nudi e cercavano
il cibo raspando sotto i sassi. Oppure ci odiano proprio per questo, stavano
meglio l. E noi dovremmo amarli!

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Oh, devo ammetterlo, ho anche conosciuto qualcuno che mi ha
dimostrato dell'amicizia. Ma sono state occasioni ben rare, e non a caso,
dal momento che difficile sentirsi amici di uno che, per difendersi, ha
imparato a reprimere con tanto successo qualsiasi emozione e sentimento.
Distaccato e impersonale, di ottime maniere e apparentemente equilibrato,
giudicato abbastanza brillante nel mio lavoro, ormai consideravo la
maggior parte dei miei simili soltanto come esseri da manipolare per poter
sopravvivere.
Il resto della storia di ordinaria routine. Dopo essermi laureato in fisica
nel '39, ho insegnato un solo anno, prima di essere prelevato per lavorare
nei laboratori del governo, durante la guerra.
Poi venne il centro di ricerche di Berkeley, e tutta una serie di impieghi
dello stesso genere. Sono considerato valido, forse non un raro genio
creativo come Fermi o Teller, ma unico nell'individuare errori e decidere la
linea di ricerche da seguire. Non ho alcuna smania di potere, mi accontento
di quello che guadagno, pi che sufficiente per un uomo che vive da solo.
Gi, una volta c'era mia moglie. Ero gi laureato, quando ebbi il primo
appuntamento con una ragazza. Negli anni che seguirono vi furono altre
occasioni, molto rare. Il mio comportamento con loro era il solito: una
gran riservatezza, modi formali, troppo distaccati, credo. Non mi provavo
nemmeno a baciarle, lasciamo stare poi l'idea di portarle a letto. Perch?
La religione non c'entrava per niente, l'ho sempre considerata un insieme
di superstizioni puerili adatte solo a trib primitive come quelle che
popolano ancor oggi la Terra. Ma sapevo quanto potevo rivelarmi
maldestro nel fare i primi approcci, temevo di essere respinto o deriso. La
tendenza pi prepotente a cui abbia obbedito in tutta la vita stata quella
di non mettermi mai in una situazione in cui qualcuno potesse ridere di me.
Di conseguenza, e con questa paura ben presente, ho modellato in quel
senso la mia personalit.
Vari incidenti, che per altri avrebbero significato poco o niente, mi
hanno in diversi casi costretto persino a cambiare posto di lavoro. Una
volta, per esempio, la mia segretaria aveva riso, divertita, nello scoprire
una mia piccola mania, quella di annotare i manierismi e le frasi fatte, nei
discorsi degli altri. Erano dati statistici che ritenevo potessero servirmi in
futuro. La sciagurata mi aveva detto, benevolmente: Oh, Dottor Ormont!
Ma davvero, voi siete un pochino matto!
Non si mai resa conto di quanto, in quell'attimo, sia andata vicina alla
morte. L'istinto pi immediato era stato quello di fracassarle il cranio con

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un pesante calamaio che avevo a portata di mano. La odiai in modo
particolare perch da tempo avevo io stesso qualche serio dubbio sulla mia
salute mentale, e non potevo tollerare che mi si chiamasse pazzo, neanche
scherzando.
Cos piantai tutto, per fare prima, non potevo provocare il suo
licenziamento senza un buon motivo, e mi trovai un lavoro migliore, con
una segretaria migliore. Tanto migliore che finii per sposarla, nel 1958. Si
chiamava Georgia Ehrenfels, aveva dodici anni meno di me, era stata gi
sposata, aveva divorziato e sembrava trovare in me qualcosa che le andava
bene. Dio solo sa che cosa!
Oggi ho l'impressione che le furono sufficienti sei mesi per rendersi
conto di aver commesso uno sbaglio pi grosso della prima volta. A
quell'epoca non mi accorsi affatto della sua insoddisfazione, tutti i miei
pensieri li dedicavo alla fisica. Sentivo mia moglie come una gradevole
comodit ma non certo come un essere tanto speciale da costringermi ad
aprire per lei tutte le porte che avevo serrato con tanta fatica. Pi tardi,
quando fu lampante che le cose andavano male, ci provai a schiuderle, per
accorgermi di aver perso le chiavi.
Georgia fece dei tentativi per cambiarmi, ma tutt'altro che facile
riuscire in un'impresa simile con un uomo di mezza et, anche in
condizioni pi favorevoli. Fra l'altro si adopr per farmi comprare una casa
fuori citt, nella speranza che un ambiente pi sereno avrebbe appianato
qualcosa. Non avevo mai posseduto una casa e ben presto mi accorsi
quanto mi mostrassi inefficiente nell'amministrarla. Non sopportavo di
dedicarmi alle piccole riparazioni, ai lavoretti in giardino, n badare a tutte
le noiose minuzie della vita nei suburbi. Cos era a lei che toccava la
maggior parte del lavoro. Questo le cost un aborto, l'unica volta che
rimase incinta. Al momento mi dispiacque, ma che avrei potuto farci, io?
Pochi mesi dopo, tornando dal lavoro, trovai la casa vuota, e al posto di
mia moglie un biglietto che incominciava cos:

Caro Wade,
non c' niente da fare. Non colpa tua. Sei fatto cos,
purtroppo avrei dovuto rendermene conto all'inizio. Pu darsi
che io sia una stupida, incapace come sono di apprezzare i tuoi
tanti meriti, stupida a insistere nel desiderio di quel calore umano
che a te proprio manca...

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E cos ottenne il divorzio e pi tardi spos un altro professore. Pu darsi
abbia sbagliato di nuovo, pare che questo succeda, secondo gli psicologi, il
ripetere pi volte gli stessi errori. Quanto a me, mi sono protetto da questa
evenienza con il semplice espediente di evitare con cura tutte le donne.
Fino ad ora ha funzionato. Non posso negare per che quella rottura mi
disturb un poco, all'inizio. Incominciai a bere pi del necessario, cosa
molto insolita per me. Peggio ancora, mi accorsi di commettere qualche
sbaglio nel mio lavoro. Finalmente decisi di consultare uno psichiatra. Per
quanta poca fiducia potessi nutrire nella loro professione, a chi altri avrei
potuto rivolgermi?
Questo analista era un tipetto quadrato e senza esibizionismi. Me l'ero
immaginato ben diverso, il suo aspetto fin per tranquillizzarmi: lasciai che
mi spremesse per qualche mese, senza opporre resistenza. Alla fine mi
parl. Non c' la minima traccia di psicopatia, in voi, caro Wade. Tatt'al
pi possedete quella che noi chiamiamo personalit schizoide. Gente del
vostro tipo trova sempre estremamente difficoltosi i rapporti con il
prossimo. Ora, nel vostro caso avete creduto di poter risolvere questo
problema costruendovi una maschera di amabile indifferenza. Il guaio
che questa posa durata tanto da diventare il vostro modo normale di
esistere, un modo che non manca di far sorgere nuove difficolt. Avete
praticato tanto a lungo e con tanta buona volont la soppressione di tutte le
emozioni, che ora non riuscite pi a sfogare, anche quando lo vorreste...
E cos via, sullo stesso tono. Era una diagnosi che in gran parte avevo
formulato gi per conto mio, ero perfettamente d'accordo, ma che
provvedimenti avrei potuto prendere? C'era poco da fare: sapevo che dopo
i quarant'anni le probabilit di cambiare qualcosa con un trattamento
psicanalitico o simile sono infinitesimali, tanto trascurabili che non vale la
pena di provarci! Io stavo sprecando il mio denaro, l'analista il suo tempo,
cos, dopo un anno, ci rinunciammo.
Mi ero intanto adattato a vivere in una casa grande, senza troppi
inconvenienti. Ne avevo bisogno anche perch non avrei saputo dove
mettere tutti i libri, le riviste e opuscoli utili al mio lavoro che mi si
accumulavano intorno. Ho anche imparato a tenere a posto il giardino, per
non suscitare le critiche del vicinato. Non ci vuol molto, a saperci fare, una
spessa coltre di terriccio, che non richiede zappature, e un giardiniere ogni
tanto per badare al pi difficile. Ho una domestica a ore, brutta e anziana
quanto basta perch non mi vengano per caso certe idee.

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Faccio di tutto per non disturbare i vicini, e se loro si comportassero allo
stesso modo avrei meno difficolt a decidere che farmene della mia
reazione a catena. Ma pare che, se uno decide di starsene da solo e
preferisce non essere seccato dalle amenit suburbane, deve essere per
forza anormale, una specie d'orco da considerare con sospetto.

Se mi decider a fare una relazione sulla mia scoperta, esistono buone


probabilit che la notizia si diffonda. Nessun regolamento di sicurezza
potr far zittire del tutto la gente, quando c' di mezzo la fine del mondo.
Una volta accaduto questo, ci vorr poco prima che la Terra salti in aria,
pu bastare anche una decina di anni. probabile che io sia gi morto, in
quel momento, ma non mi disturberebbe affatto anche se accadesse prima.
Non ci perderei gran che.
Ho cinquantatre anni ma ne dimostro di pi. Il dottore dice che sono
conciato piuttosto maluccio. Il cuore mi d fastidio, ho la pressione troppo
alta, dormo male e soffro di frequenti emicranie. Non si tratta di mali che
si possono eliminare con una semplice operazione o una dieta. Il mio
solo un corpo troppo debole e invecchiato precocemente dagli abusi a cui
un troppo intenso e prolungato lavorio mentale l'ha sottoposto per tutti
questi anni. L'unica emozione genuina che potrebbe restarmi l'odio.
Con una certa moderazione, odio l'umanit in generale. Pi intensamente
l'umanit di sesso maschile, in particolare tutti i ragazzi. Naturalmente
sono abbastanza obiettivo per rendermi bene conto delle cause di questo
odio. Ma ci non modifica il sentimento che provo. So altrettanto bene che
non sarebbe giusto distruggere l'umanit al completo. Includerei milioni
che non hanno fatto del male n a me n ad altri. Ma perch diavolo dovrei
essere giusto? Quando mai questi glabri primati hanno usato giustizia nei
miei confronti? Quello spremicervelli ha cercato di spingermi a sfogare le
mie emozioni, e solo se ci riuscissi potrei forse sentirmi alla fine felice.
Bene, oggi dentro di me nascosta un'unica vera emozione. E, se la sfogo
il mondo finir.
Avevo rimuginato la faccenda per parecchi giorni senza raggiungere una
decisione. Poi arrivata la vigilia di Halloween, Ognissanti, giorno che
nell'antichit era dedicato alle streghe e agli spiriti maligni. Come in altre
parti del mondo, anche nei miei paraggi i ragazzini ne approfittano e si
divertono a far dispetti per le case, combinando ogni sorta di guai. E la
sera dopo ripetono il loro giro a pretendere elargizioni di dolci e altro in
quelle stesse case che avevano preso di mira. Ci fosse il permesso di

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prenderli a fucilate e decimarli, gli altri si comporterebbero con maggior
civilt.
Nel mio vicinato tutti i ragazzi mi odiano. Inutile cercare il perch. Io
non d loro nessun motivo di risentimento, qualcosa che annusano
nell'aria, recepiscono da lontano l'odio che emano verso di loro, senza che
io muova un dito per dimostrarlo.
Ero talmente immerso nel mio problema che avevo dimenticato quale
sera fosse. Come al solito mi ero fermato in citt a cenare in un ristorante,
per poi prendere il treno verso il sobborgo dove abito. Quando sono
arrivato a casa era gi buio da un pezzo. In mia assenza, approfittando
dell'oscurit, i ragazzi del posto si erano sfogati a dovere. I vetri delle
finestre insaponati, i bidoni della spazzatura rovesciati qua e l, strisce di
carta igienica drappeggiate un po' dovunque, bene, queste idiozie avrei
anche potuto sopportarle. Ma avevano anche forzato il garage e si erano
sfogati sulla mia piccola macchina sportiva. Gomme perforate,
l'imbottitura trinciata, tutti i fili strappati dal motore. Oltre a questo,
c'erano vari arbusti sradicati.
Perch non avessi dubbi sui loro sentimenti, avevano lasciato in giro una
quantit di pezzi di cartone con delle vistose frasi in stampatello. Come
queste:

LA VECCHIA SIGNORA ORMONT UNA MATTA!


ATTENTI ALLO SCIENZIATO PAZZO!
ORMONT UNA CHECCA!!

Eccetera.
Cos l'ho presa, questa decisione. C' solo un modo perch possa
trascorrere felice gli ultimi anni. La sicurezza che tutti quei bastardi
ricevano quanto si meritano, un giorno. Li odio. Li odio tutti. Voglio
distruggere l'umanit, vorrei distruggerla tutta fra le pi lente, atroci
torture, se potessi. Non potendo, andr bene anche far saltare in aria la
Terra.
Rediger il mio rapporto.

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La guerra di Cantor
di Christopher Anvil
(Cantor's War, If, 1974)
Traduzione di Ferruccio Alessandri

Il maggiore generale A.C. Hewell stava in piedi nella tenue luce,


racchiuso nella balconata di vetro sovrastante il bianco muro fluorescente
che illuminava le file di uomini e donne della spazionautica gi, intenti ai
loro centri di controllo computerizzati.
Al fianco del generale, un giovane colonnello con cuffia e microfono
disse: Scusate, generale, questo significa...
Diciassette astronavi nemiche per unit standard di spazio-Tau,
senatore. Il che un incremento di uno, dall'ultima lettura aggiunse
Hewell.
E di solito l'attacco si concretizza... Il senatore cercava la domanda.
Quando la densit di ventiquattro o pi.
Vedo. Ora, quel grande e luminoso schermo davanti a noi...
Mostra una rappresentazione schematica dello spazio-Tau.
Naturalmente impossibile rappresentare con accuratezza lo spazio-Tau in
uno schermo a tre dimensioni. Grosso modo questo schermo rappresenta
una sezione trasversale. Il centro corrisponde a un punto fissato
arbitrariamente nello spazio-Tau. Muovendosi dal centro alla periferia
dello schermo la scala cambia. La periferia rappresenta uno spazio
incommensurabile lontano dal centro. Le astronavi nemiche sono indicate
con puntini argentei. Ci sono sempre astronavi nemiche.
Il generale si volse a parlare con il giovane colonnello e un momento
dopo il contrasto dello schermo cambi, in modo che si potesse vedere una
moltitudine di punti argentei, come piccoli avannotti sfreccianti, nel suo
centro. I punti rimpicciolivano rapidamente quando l'occhio correva alla
periferia per mescolarsi a un fondo argenteo che infine si fondeva con un
contorno d'argento allo schermo.
E disse il senatore con un tono di profonda curiosit con una
densit di diciassette per unit standard... Unit di volume, immagino...
Esatto. Volume di spazio-Tau.
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...In questo spazio-Tau prosegu il senatore con una densit di
diciassette per unit, qual laggi la loro forza totale?
Infinita rispose immediatamente il generale.
Il quarto uomo, sui trent'anni, alto e con l'aria da intellettuale, parl per
la prima volta con voce aspra. Infinita?
Il tono secco della domanda fece voltare il generale e alzare gli occhi per
un istante al colonnello.
Esatto conferm il generale.
Mi piacerebbe discuterne disse il quarto uomo con voce critica e
tagliente a meno che non usiate la parola nel semplice significato di
grande oltre ogni nostra capacit di misura.
Il generale aggrott le sopracciglia, cercando di classificare il tono
particolare di quella voce. Si guard intorno. Non avete ancora
presentato il vostro amico, senatore.
Il senatore si scus. Questo il dottor T. Binding Phipps, generale.
Dottor Phipps, il generale Hewell. Il dottor Phipps un matematico ed
stato compagno di scuola di mio figlio Alex. capitato che il dottor Phipps
si trovasse con il comitato quando stato reso noto il vostro rapporto su
questa situazione. I suoi commenti sono stati tanto acuti e interessanti che
ho pensato di portarlo con me. Il dottor Phipps e mia figlia... Il senatore
si schiar la gola e lasci morire l'asserzione nell'indeterminatezza per
permettere al generale di speculare sulla precisa natura della relazione
implicita. Questi alz le spalle.
Felice di avervi con noi, dottor Phipps disse.
Il dottor Phipps chin appena il capo, in parco segno di ringraziamento.
Il colonnello disse: Densit diciotto, signore. Pi uno.
Il generale annu.
Posso chiedere chiese bruscamente il compagno del senatore come
determinare le dimensioni di questa presunta unit di volume?
Il generale scocc un'occhiata al senatore, che appariva benevolo e
disimpegnato.
Dottor Phipps, disse con attenta cortesia credo che il colonnello
Smith possa rispondervi meglio di me.
Il colonnello alz gli occhi. Qual era la domanda, dottor Phipps?
Ripeto, come fate a determinare le dimensioni di questa presunta unit
di volume?
La domanda fu sparata come uno schiocco di frusta, ma il colonnello,
dopo una pausa, rispose pacatamente.

52
Non le determiniamo, signore. Si tratta di un volume elementare
ripetuto che va a suddividere il cosiddetto spazio-Tau. Un altro nome
con cui si indica lo spazio-Tau spazio multiplo. uno spazio che si
ripete in continuazione.
Il che evade piuttosto nettamente la mia domanda disse il dottor
Phipps con un'evidente nota di trapano da dentista nella sua voce invece
di soddisfarla. Nel rapporto questa incoerenza era chiaramente ovvia.
Il colonnello ammicc, il generale aggrott le sopracciglia. Il senatore
guardava blando.
Forse disse il generale qui giochiamo a non capirci. Non c'erano
domande sui fatti.
Notando la durezza della voce e il percettibile arrossarsi del volto del
generale, il colonnello si affrett a dire: Dottor Phipps, pu darsi che
abbia capito male la vostra domanda. Avete chiesto, mi sembra, come
facciamo a determinare le dimensioni... cio il volume, di questa unit
elementare quando diciamo, per esempio, che la densit delle navi
nemiche nello spazio-Tau diciassette o diciotto?
essenzialmente esatto Il tono da trapano dava la sensazione di
scavare dentro un nervo. E la sua risposta era evidentemente evasiva.

Il generale s'irrigid e scocc una rapida occhiata al senatore. Il senatore


non disse nulla, continuando a guardarli con aria benevola.
Il colonnello disse con attenzione: Dipende da quello che intendete
quando dite determinare, dottor Phipps. Noi non determiniamo un
volume nel senso con cui potremmo determinare un volume di spazio
ordinario.
E perch no, se posso chiederlo?
Per incominciare, non possiamo entrare nello spazio-Tau. Se ci
mandiamo un osservatore umano, questo ritorna sparpagliato per tutta la
nave... Se siamo abbastanza fortunati da riavere la nave indietro, cio.
Inoltre non possiamo misurare con facilit il volume in termini di spazio
normale a causa di certi aspetti anormali dello spazio-Tau.
Allora, in breve, non siete un'unit di volume.
In termini di spazio normale, no. Non posso dire che l'unit di volume
dello spazio-Tau di tot anni luce cubici, per esempio, senza creare una
falsa immagine mentale. semplicemente il volume di unit di ricezione.
Sar felice di spiegarvi che cosa intendo con questo, se vi interessa.

53
Il dottor Phipps aggrott le sopracciglia, come se fosse incerto se valesse
la pena di seccarsi o no, ma il senatore disse: Se me lo spiegaste, lo
apprezzerei molto, colonnello.
stata un'esperienza insolita per noi, signore disse il colonnello e
un po' difficile a capirsi, anche ora. Vedete, questi incursori sbucavano
fuori per attaccare i nostri centri spaziali locali, disturbavano le rotte dei
mercantili per poi svanire in quello che apparentemente era il subspazio.
La nostra reazione naturale fu di inseguirli, seguire le loro tracce e scoprire
da dove venissero. Con navi con equipaggio umano fu un disastro, come
ho detto prima. Cos provammo con navi senza uomini. Ognuna di queste
navi aveva un dispositivo d'identificazione le cui funzioni erano
semplicemente di creare un segnale che ci avrebbe fatto localizzare la
nave. Non appena ognuna di queste navi entr in quello che
immaginavamo essere il subspazio, il dispositivo d'identificazione
impazz. Era come se aveste gettato una lampadina accesa in una sala di
specchi e ne aveste di ritorno un infinito numero di immagini.
Volete dire interruppe il dottor Phipps con condiscendenza un
numero indeterminato di immagini.
Il generale emise lentamente il fiato, come se contasse.
Il colonnello aspett che il rombo gli uscisse dalle orecchie, poi continu
educatamente. In questo caso il segnale d'identificazione, che di solito
indica le distanze-Tau facendo muovere un ago sulla taratura di un
quadrante, faceva girare l'ago senza fine, come se lo stesso segnale venisse
contemporaneamente da un numero infinito di posizioni. E quando dico
infinito, proprio questo che intendo.
Dubito disse il dottor Phipps che siate professionalmente
qualificato a capire il significato di infinito.
Ci fu un lungo silenzio in cui il senatore, dopo aver guardato benigno il
generale e il colonnello, tir fuori un sigaro, lo accese e continu a
guardarli benevolmente attraverso una nuvola di fumo. Intanto il
colonnello lottava con successo per non fare o dire nessuna delle cose che
gli veniva in mente di fare o dire, e infine fu in grado d'inghiottire e
respirare con un ritmo pi o meno normale. Ma un certo capogiro lo
avvisava di stare fermo e tenere la bocca chiusa.
Apparentemente per rompere l'imbarazzo, il senatore disse:
interessante, colonnello. Comincio ad averne un'idea che il rapporto non
mi dava. Ora...

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Comunque non dice nulla di nuovo disse il dottor Phipps. L'idea
che d tanto...
Senti, Binding, disse il senatore con tono di rimprovero, tu sei un
matematico laureato, e questo tutto nel tuo campo... Ma noi profani
dobbiamo brancolare alla cieca su qualcosa per trovare un appiglio ed
afferrarlo bene. Cerca di calare al nostro livello. Come puoi sapere tu come
vede le cose un profano, eh? No, quando il colonnello Smith spiegava
quella faccenda del segnale d'identificazione, ho incominciato ad afferrare
il punto.
Non c' nessun punto. Sarebbe assurdo postulare...
L, l, Binding. Sei professionalmente qualificato a capire un profano?
Il dottor Phipps apr la bocca e la richiuse, chiaramente confuso.
Al colonnello sembr che le orecchie gli esplodessero, poi ebbe la
sensazione di essere tornato normale. Disse: Senatore, difficile a
spiegarsi. Per cominciare, francamente non facciamo finta di sapere che
cosa succede qui. L'effetto come se, quando ci mandiamo una nave,
questa si riproduca un infinito numero di volte, e cos la localizziamo in un
infinito numero di posizioni. Comunque ogni nave presente
separatamente nel suo proprio volume finito di spazio, che apparentemente
resta costante...Questo il volume di unit di ricezione a cui mi riferisco.
Se mandiamo dentro sei o sette navi, tutto il gruppo appare in ogni unit di
volume.
Il dottor Phipps stava per obiettare, ma esit perplesso... apparentemente
bloccato dal pensiero di non avere davvero idea di quali concetti fossero
traducibili in linguaggio profano.
Ed una specie di illusione ottica? disse il senatore.
Be' rispose il colonnello all'inizio lo pensavamo, ma poi, con lo
sviluppo delle tecniche di controllo a distanza abbiamo scoperto di poter
concentrare due o pi di queste navi nella stessa zona... Il che
sembrerebbe impossibile se fossero il riflesso della stessa nave. Ripetendo
una specie di sbalzo subspaziale nello spazio-Tau, siamo riusciti a
concentrare parecchie migliaia di navi in un'unit di volume data.
Questo chiese il senatore dopo aver mandato l qualche nave per
incominciare?
S, signore. Per quanto possa sembrare incredibile.
E quando le fate tornare... Che succede?

55
Il colonnello esit e il generale disse: Una volta che abbiamo fatto
quest'abracadabra di concentrare un certo numero di navi in una zona, la
nave base non l'abbiamo pi indietro.
Nessuna nave?
No, signore. Sembra che le navi, o quasi-immagini di navi, o
qualunque cosa siano, debbano essere distribuite una per ciascuna unit di
spazio-Tau e sistemate ciascuna nell'unit giusta perch possiamo far
tornare la nave originale. Se no non succede niente: la nave resta l.
Che succede a quelle che non tornano indietro?
Be', difficile immaginare che cosa succederebbe se l potessimo fare
esperimenti con comodo. Ma non possibile. L ci sono sempre navi
nemiche, in numero infinito come le nostre, e in genere ci superano
grandemente di numero.
No! s'intromise aspro il dottor Phipps.
Il colonnello chiuse gli occhi. Il generale guard in giro e disse con
cortesia: Ha detto qualcosa, dottor Phipps?
S sembrava che il dottor Phipps stesse lottando con uno scomodo
problema imbarazzante: la possibilit di proiettare i suoi concetti a livello
profano. Scusate, ma avete detto che vi superano di numero. Avete detto
che le nostre navi sono in numero infinito come le loro, eppure che le loro
vi superano di numero.
Esatto. Possono superarci di venti a uno come momentaneamente di
sedici a dodici. Il punto che di solito entriamo l e cerchiamo subito una
via d'uscita. Non stiamo l a gingillarci se non funziona, e non ha mai
funzionato, perch in un tempo brevissimo si chiudono su di noi e siamo
eliminati. La difficolt che non abbiamo abbastanza navi comandate a
distanza per soverchiarle. Ci superano di numero. Se potessimo mandare l
navi con equipaggio...
Oh, disse il dottor Phipps. ... semplicemente... si schiar la
gola. Questo naturalmente non il mio campo di specializzazione, ma
certo il teorema di Cantor si occupa adeguatamente del problema.
Binding, disse il senatore ricorda che siamo profani. Il teorema di
chi?
Di Cantor. Si schiar ancora la gola. Esprimiamolo in questo modo:
se abbiamo due serie infinite... Diciamo la serie di numeri l, 2, 3, 4, 5, 6,
ecc. e la serie di numeri pari 2, 4, 6, ecc, e se queste due serie possono
essere piazzate in corrispondenza di uno a uno ciascuna con l'altra, cos...
Tir fuori un pezzo di carta per scrivere:

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1 2 3 4 5 6 7 8...
2 4 6 8 10 12 14 16...

Allora prosegu ne consegue che le due serie sono ugualmente


numerose, visto che ciascuna serie pu essere indefinitamente
proseguita...Per sempre. Il vostro problema esattamente analogo.
Ci fu un breve silenzio, poi il colonnello disse: questo il teorema di
Cantor?
Be', certo un esempio molto elementare...
Ma questo teorema dice proprio che esistono tanti numeri pari quanti
sono i dispari e i pari insieme?
Esatto.
Il colonnello prese il foglietto e scrisse:

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10...
2 4 6 8 10...

Questo disse corrisponde alla situazione pi favorevole in cui di


solito ci troviamo. Direi che siamo soverchiati di due a uno, no?
Niente affatto.
Non lo siamo?
Certo che no. Ogni classe i cui elementi possono essere posti in
corrispondenza di uno a uno con gli elementi di un'altra classe uguale in
cardinalit, cio in numero degli elementi, con l'altra classe. questo il
teorema di Cantor.
Vediamo quel foglio disse il generale.
Segu un lungo silenzio. Poi il generale alz gli occhi.
Devo ammettere che non capisco del tutto contro che cosa ci troviamo
qui. Ora, se questo teorema dice il vero...
Su questo non ci sono dubbi disse il dottor Phipps, il teorema di
Cantor completamente accettato.
Be', allora... Questo ci indica una via d'uscita da questo buco.
Signore, intervenne il colonnello se siamo soverchiati di due a uno
in ciascuna di un numero infinito di zone finite, il che la situazione in cui
ci troviamo, non vedo come possiamo pareggiare le cose se
contrabbandiamo navi da una zona all'altra.

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Il vostro errore disse il dottor Phipps risiede nel postulato che siate
soverchiati.
Siamo soverchiati.
E invece no.
Il colonnello era esasperato. Immaginate che ci siano in ogni unit di
spazio trentasei navi per una delle nostre. Allora siamo certamente
soverchiati!
Niente affatto. Quello che cercate di mettere a raffronto la serie dei
numeri con un'altra serie che comprende un numero ogni trentasei. Ora, da
una classe numerabile si pu estrarre un numero numerabilmente infinito
di classi numerabilmente infinite senza compromettere la cardinalit della
classe. Inoltre...
Non vi seguo disse esasperato il colonnello.
La mentalit del profano disse il dottor Phipps ha gualche difficolt
nel trattare l'infinito e i suoi paradossi. naturale che un certo grado di
educazione e di addestramento professionale sia un requisito
indispensabile.
Il colonnello inghiott rumorosamente e tacque.
Il generale disse: Se hanno una densit di trentasei navi per unit di
spazio quando noi abbiamo una densit di una nave, allora loro hanno
tante navi quanto noi?
Certo. Il dottor Phipps scrisse:

1 2 3 4 5 6...
36 72 108 144 180 216...

Gli porse il foglio e spieg: Visto che si possono accoppiare uno a uno
gli elementi della serie dei numeri con quelli della serie di un numero ogni
trentasei, ne consegue che le due serie sono uguali nel numero degli
elementi.
Il generale guard il foglio. Il teorema di Cantor lo sostiene?
S.
E il teorema di Cantor accettato come valido?
Certo.
Be'... magnifico. Vedete, quello che ci blocca che se la densit
delle nostre navi comincia ad avvicinarsi a quella delle loro, aumentano la
loro pi velocemente di quanto non possiamo fare con la nostra. Ora, se
effettivamente non ci superano di numero, possiamo avere la supremazia,

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perch individualmente le nostre navi di prima classe sono superiori allo
stesso tipo di nave nemica. Ora, dottore, vogliate scusarmi per la domanda
che vi far, ma se facciamo la mossa sbagliata possiamo perdere un sacco
di costoso equipaggiamento. Siete davvero qualificato per dare pareri
sull'infinito come fate?
Anche se questo non il mio particolare campo specialistico di studio,
tutto completamente elementare.
Va bene. Prendo per buona la sua parola. Colonnello!
Signore?
Ordinate che una nave-Tau di prima classe si prepari a fare il balzo.
S, signore.
Il generale si volt verso il senatore. Senatore, avrete la possibilit di
vedere come funziona questo centro di comando. E se funziona, per un bel
po' non strilleremo pi per avere un altro grosso stanziamento.

Il dottor Phipps fin di dare le istruzioni per accoppiare le due flotte,


nave per nave. Il generale guardava l'enorme schermo con aria pensierosa.
Il senatore si avvicin al colonnello e disse a bassa voce: Credete che
funzioner?
Il colonnello scroll le spalle. Non ne ho idea. Come ce l'ha messa lui,
abbiamo navi che vengono da dovunque per essere accoppiate con le navi
nemiche al culmine di quella curva complessa che incomincia nel centro
dello spazio-Tau e che poi si piega ad uscirne per infine includere tutto il
resto. Dice che le possiamo accoppiare nave per nave, perch possiamo
sempre richiamare altre navi; cos assicurato che saremo pari... Non so.
Il senatore annu e tir fuori un sigaro. Be', in un modo o nell'altro,
vinciamo.
Che cosa ve lo fa pensare?
Se lui ha ragione, vinciamo nello spazio-Tau, Una delle nostre
astronavi di prima classe in grado di battere un'astronave nemica, no?
S, ma se non funziona siamo soverchiati e perdiamo la nave. Come
facciamo a vincere?
Ci sono uomini in quella nave?
No, signore. automatica.
Be' disse il senatore abbassando la voce se perdiamo, allora il
professor T. Binder Phipps d una bella culata per terra, e non c' nulla che
mi piacerebbe pi di vedere.

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L'ormai familiare tono da trapano da dentista s'inser nella loro
conversazione. Generale, ho controllato le procedure. Il processo di
accoppiamento di mia completa soddisfazione. Potete procedere quando
volete.
Vi piacerebbe ringhi il senatore, avere quello l come futuro
genero?
Il colonnello rabbrivid.
Nel suo stato naturale continu il senatore era gi abbastanza
insopportabile. Ma ora i rifulgenti raggi di gloria del suo dottorato
continuano sempre a pungermi gli occhi e a restarmi in gola.
Il colonnello scocc un'occhiata al senatore. Ma immaginiamo che
fosse proprio Cantor a sbagliarsi.
Il senatore sogghign. Anche meglio. Allora Binder deve spiegare
come abbia fatto un'Autorit Riconosciuta Nel Campo a fare uno sbaglio.
tanto impossibile?
Per Binder s. Binder unanime con l'Autorit. Portatelo indietro di
qualche secolo e lo troverete a far fuori in un minuto Galileo per aver
indicato che un corpo pesante e uno leggero cadono alla stessa velocit,
quando Aristotele aveva detto altrimenti. Come ci possano essere dei
Credenti Nella Sacra Autorit in matematica e nelle scienze mi sfugge, ma
pi grande diventa un campo e pi ci vanno a mettere bottega.
La voce del generale chiese: Densit, colonnello?
Diciotto, signore. Nessun cambiamento.
Procedete.
Il colonnello parl brevemente nel microfono.
Il grande schermo sul muro opposto si tinse improvvisamente di azzurro.
Il senatore disse: Quel colore bluastro...
Una delle loro navi rispose il generale crea sullo schermo
un'immagine bianco argento. Una delle nostre una blu. Visto che siamo
largamente soverchiati, lo schermo rimane bianco con qualche chiazza blu.
Fece una pausa, Ah... Ci siamo...
Nel centro dello schermo era apparso un luminoso punto blu che emise
quattro braccia a spirale dello stesso colore, che cominciarono a crescere e
poi a curvarsi in dentro e all'infuori in un complesso schema geometrico
che aument fino a riempire una piccola regione al centro dello schermo
per poi ripiegarsi verso l'esterno...
Meno venti disse il colonnello.

60
Il generale disse: Con una concentrazione come quella che c' ora
possiamo contare su circa venti secondi del nostro tempo prima che il
nemico prenda contatto e ci colpisca.
Come potete osservare disse il dottor Phipps la zona di
corrispondenza uno a uno si espande con uniformit.
Era vero. Nell'enorme schermo che occupava tutto il muro la zona blu
scuro aveva raggiunto le dimensioni del coperchio di un bidone della
spazzatura.
S disse il senatore ma mi sembra che si stia espandendo pi
lentamente.
Pu darsi, ma solo in proporzione. Non c' nessun limite di volume.
Naturalmente dobbiamo man mano procurarci navi da accoppiare sempre
da pi lontano. Il che irrilevante, visto che la scorta Infinita.
Il colonnello disse: Meno quindici.
Il disco blu scuro era ora circondato da un vivo anello bianco che
gradualmente sfumava in azzurro ai margini dello schermo.
Il senatore chiese: Perch quel bianco intenso?
Chiaramente preoccupato, il generale rispose: Devono essere le zone
da cui le nostre navi sono state spostate per un accoppiamento al centro.
Dottor Phipps, credevo che aveste detto...
Non importante, generale disse il dottor Phipps con impazienza.
Trattiamo con grandezze infinite. Abbiamo gi tenuto conto di tutto
questo.
In una serie di pulsazioni l'anello bianco intenso svaniva nell'azzurro
intorno al crescente disco blu scuro. Ma mentre il bianco si stemperava in
blu intorno al disco, l'azzurro intorno all'anello impallidiva notevolmente
verso il suo orlo esterno. Il disco aument ancora di qualche centimetro di
diametro, l'azzurro intorno svan ancora nel bianco in un bagliore brillante,
con l'anello bianco che era parecchie volte pi grande di prima.
Il colonnello disse: Meno dieci.
M'mmm disse il generale, occhieggiando l'abbagliante anello bianco
intorno al disco blu. Con una serie di pulsazioni la parte interna dell'anello,
adiacente al disco, svaniva nell'azzurro e a tempo debito il disco s'ingrand
ancora, mentre nelle altre zone dello schermo l'azzurro si scioglieva
dappertutto, tranne ai margini dello schermo. Poi ci fu un'enorme zona
luminosa di bianco abbagliante che fece sembrare pi piccolo, e non pi
grande, il disco al centro dello schermo.

61
Naturalmente disse il generale, questo schermo ci d solo una
rappresentazione schematica, ma...
Ogni cosa procede in modo del tutto soddisfacente, generale disse il
dottor Phipps.
Il colonnello disse: Meno cinque.
Il generale si schiar la gola. Il contatto avverr quasi certamente tra
cinque secondi, e allora verr aperto automaticamente il fuoco. La
distruzione di un elemento della forza nemica creer un lampo giallo sullo
scherno. Un lampo rosso indicher la distruzione di uno dei nostri.
Il disco blu si allarg. Intorno l'anello bianco si allarg ulteriormente.
Zero disse il colonnello.
Tutt'intorno all'orlo dello schermo ci fu una breve luce rosa, come se le
navi umane non ancora accoppiate fossero state distrutte. Nel centro il blu
si accese di un miscuglio di rosso e giallo che svaniva in un blu pi chiaro,
mentre le navi umane, singolarmente pi potenti, vincevano. Poi l'anello
intatto di bianco abbagliante si strinse con un bagliore rossastro che rose
direttamente il centro del disco blu per poi svanire, lasciando un uniforme
biancore argenteo da un capo all'altro dello schermo.
Il generale si volt a guardare il dottor Phipps.
Il senatore scosse la testa. Bene, generale, vedo che questo metodo non
li ha battuti. Far rapporto al comitato di questo incidente.
Io... Io non... disse il dottor Phipps.
Gli altri aspettarono che proseguisse, ma egli rimase a fissare il bianco
schermo vuoto da cui il blu era stato cancellato con ridicola facilit.
Il colonnello si volt e guard di sottecchi il generale. Vorrei poter fare
qualche domanda al dottor Phipps, signore.
Fate pure.
Dottor Phipps, disse il colonnello in questa procedura di
accoppiamento... Voi prendete un'unit della prima serie, la spostate per
accoppiamento con una dell'altra serie, e poich avete un metodo per cui
potete accoppiarle ad una ad una, dite che le due serie sono uguali, giusto?
Phipps emise un lungo sospiro aspro. Esatto.
Ma in ogni istante le parti accoppiate delle due serie sono finite, no?
Le parti della serie di numeri e quelle della serie di numeri pari, tanto per
restare nel vostro esempio. Anche dopo che ne avete accoppiate un
milione, un miliardo, un miliardo di miliardi, la parte accoppiata ancora
finita, no?
Io... Questo non il mio... Be', suppongo che sia corretto.

62
Allora determinate le dimensioni comparative di due serie infinite
prendendole da ciascuna una parte finita?
Ehm...
Quindi, poich i gruppi finiti di ciascuna serie, che sono sempre
insignificanti a paragone al resto delle serie... Poich questi gruppi finiti si
accoppiano, allora dite che le rimanenze infinite, che non avete paragonato
ma da cui avete le stesse dimensioni? cos?
Il dottor Phipps si asciug la fronte.
Ehm... Temo che la difficolt sia che il processo di accoppiamento
deve continuare all'infinito... Quindi ciascuna delle due parti accoppiate
di lunghezza infinita.
Nondimeno resta l'altra parte, quella non accoppiata, da cui estraete
ancora numeri per la parte accoppiata delle serie. La procedura che usate
per accoppiare le serie ne accoppia solo una parte, no?
Il dottor Phipps si avvinghi al problema e ne segu un lungo silenzio.
Il colonnello prosegu: Ora, tanto per chiarire le cose, dottor Phipps,
vorrei chiedervi se questo metodo di accoppiamento potrebbe essere usato,
per esempio per paragonare un infinito numero di astronavi con un infinito
numero di piloti, postulando che esattamente una met delle astronavi ha
un pilota e l'altra met non ce l'ha. Possiamo usare il metodo di Cantor per
scoprire se ci sono pi piloti o astronavi?
S. S, certo. Molto facilmente.
Bene. Ogni nave alterna ha un pilota chiuso dentro. Come usiamo il
metodo?
Be', all... allineiamo le navi, poi allineiamo i piloti al loro fianco, ad
uno ad uno, e questo mostra che ci sono un uguale numero di astronavi e di
piloti.
Solo una nave s e una no hanno un pilota, ma quando usiamo il
metodo ne risultano di pari numero?
Esatto. C' una corrispondenza di uno a uno.
In altre parole noi accoppiamo i piloti alle navi, mettendo un pilota
nella seconda nave della fila, per esempio, usando un pilota che prendiamo
pi avanti da qualche parte?
S. Mettiamo piloti nella seconda, quarta, sesta, ottava nave, e cos via,
per ottenere una corrispondenza di uno a uno tra navi e piloti.
Va bene. Torniamo a questo primo pilota che avete messo
nell'astronave numero due. Dove l'avete preso?
Ehm...

63
Ricordate, una met delle navi hanno un pilota chiuso dentro, l'altra
met non ce l'ha affatto. Non ci sono piloti a bighellonare in giro. Dovete
prendere il pilota da qualche parte.
S, vedo.
Ora, quando mettete un pilota nella nave numero due, per
incominciare questa corrispondenza di uno a uno, da dove lo tirate fuori?
L'ho... Ehm... L'ho preso da qualche astronave altrove.
Cos lo tirate fuori da una nave con pilota?
S.
E usate quel pilota per metterlo nella nave numero due?
S. Esatto.
Allora tutto quello che fate spostare il pilota. ovvio che non
importa come li muovete, se ogni volta che mettete un pilota dentro una
nave qui dovete procurarvelo tirandolo fuori da una nave l, per cui c'
cambiamento nel rapporto generale tra navi con pilota e navi senza.
Il dottor Phipps strizz gli occhi, Ora vediamo... Si direbbe esatto... S.
esatto. Ovviamente non importa come i piloti vengono trasferiti, rimane
sempre lo stesso numero di navi con pilota e di navi senza. Perch ogni
volta che mettiamo un pilota dentro una nave, dobbiamo tirarlo fuori da
un'altra nave. S, perfettamente chiaro. La proporzione tra piloti e navi
rimane globalmente costante. Necessariamente, prendendo in esame tutto
il campo, la produzione fissa.
Allora disse il colonnello abbiamo appena dimostrato che ci sono
tante navi con pilota quante senza o, in altre parole, due navi per pilota, o
due volte tante astronavi che piloti. Eppure col metodo di Cantor dite di
poter provare che il numero di navi e di piloti uguale. Dopo aver
realizzato una procedura per accoppiare un pilota ad ogni nave alla testa
della fila, incidentalmente ammucchiando un sacco di astronavi vuote e
truccate che avete realizzato in cima alla fila sussiste anche dall'altra parte,
che avete saccheggiato senza mai contarla, e su questa base sostenete che
avete paragonato le due serie nella totalit e che cos potete provare che
sono uguali. Accoppiando un pilota a ciascuna astronave a un'estremit,
provate che si sono tanti piloti quante navi. Ma avete in continuazione
ottenuto quei piloti in pi svuotando una moltitudine di navi, e queste
astronavi vuote si accumulano con l'esatta velocit sufficiente a mantenere
la proporzione di due a uno con ogni pilota, ma intenzionalmente queste
navi vuote non le contate. E questo lo chiamate un metodo valido?
Ci fu un lungo silenzio.

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Infine Phipps disse con voce sorda: Quando lo sentii per la prima volta
pensai che in questo metodo c'era qualcosa che non riuscivo ad afferrare.
Ma sapevo che se un'autorit come il dottor Cantor lo usava, doveva essere
corretto. Ero dubbioso, ma... se avessi fatto domande poteva sembrare che
non avessi capito. Io... Io volevo aver successo, cos tenni chiusa la bocca.
E poi... Sembr che si rendesse conto improvvisamente del significato di
quello che diceva e s'interruppe bruscamente.
Il generale chiese con curiosit: Volevate aver successo e cos
teneste chiusa la bocca?
Il senatore si schiar la gola, ma dopo una pausa temporanea Phipps
prosegu pi sicuro. Naturalmente dev'essere che il dottor Cantor con
questo suo metodo intende in realt una cosa diversa da quella che
abbiamo trattato qui. Eppure sono certo che era quello il senso con cui
stato insegnato... E con cui stato applicato molte volte.
Forse disse il generale ci sono stati altri che volevano aver
successo e hanno tenuto chiusa la bocca, mentre la cosa non era chiara
neanche a loro.
E aggiunse il senatore a tempo debito si presero la loro laurea e
diventarono infallibili Autorit nel Campo.
Phipps trasal, poi si raddrizz imbronciato con una certa aria di sfida.
Il generale scroll le spalle. Be', il guaio fatto. Senatore, credo che
possiamo bloccare qualunque incursione. Naturalmente, nello spazio
normale possiamo avere la supremazia con astronavi con equipaggio e
siccome tutte e due le parti, sempre nello spazio normale, hanno solo un
numero finito di navi, possiamo tenerli a bada. Ma questo significa che
siamo legati qui a prevenire incursioni. E che non possiamo inseguirli e
finirli finch non possiamo mandar loro dietro nello spazio-Tau una forza
superiore.
Il senatore annu amabile. Ora ho capito, generale, e credo che abbiate
provato in modo convincente la vostra tesi. Lo dir al comitato. Be', ora
andiamo. L'angolo della bocca gli si sollev in uno strano sorriso.
Andiamo, Binding, ragazzo mio. Quando saremo a casa, racconteremo a
Marylou tutta la nostra avventura, vero?
I due uscirono, uno sprofondato nella tristezza, l'altro estroverso ed
espansivo.
Il generale scocc un'occhiatina al colonnello.
Perch diavolo tanto contento? Gli piacciono le disfatte?
Il colonnello scosse la testa.

65
Ho l'impressione, signore, che un certo futuro membro della famiglia
fosse un po' difficile,.. Pensa di aver allontanato con successo la parentela
di Binding.

66
Duello sulla Sirte
di Poul Anderson
(Duel On Syrtis, Planet Stories, 1951)
Traduzione di Mario N. Leone

La notte sussurr il messaggio, un messaggio che viaggi per miglia e


miglia di plaghe deserte, trasportato dal vento, diffuso dal fruscio dei
licheni semisenzienti e degli alberi nani, mormorato da una all'altra di
quelle creaturine che si annidavano nei crepacci, nelle caverne, nelle dune
ombrose. Un messaggio che non era fatto di parole, ma che era una
pulsazione di paura che riecheggi nel cervello di Kreega e il messaggio
carico di monito diceva:
Sono tornati in caccia.
Kreega prov un brivido sotto un'improvvisa folata di vento. La notte
era enorme attorno a lui, sopra di lui, dalla tetra massa di quelle colline
amare alle lucenti costellazioni che roteavano a migliaia di anni luce sopra
di lui. Tremebondo sond il vuoto con le sue percezioni, sintonizzandosi
sulla steppa e sul vento e su quelle piccole cose che scavavano gallerie
sotto i suoi piedi, lasciando che fosse la notte a parlare per lui.
Solo. Solo. Non c'era un altro marziano nel raggio di cento miglia. Solo
il vuoto. Solo i minuscoli animaletti e le sterpaglie tremanti e il triste,
sottile ansito del vento.
Il grido senza voce dei morenti viaggi di pianta in pianta attraverso le
macchie di vegetazione, riecheggiato dalle pulsazioni di terrore degli
animali e riflesso sonoramente dalle colline. Ed essi si raggomitolarono, si
raggrinzirono e si annerirono mentre il razzo li inondava della morte
luminescente e le loro vene, i loro nervi avvizziti, gridavano il loro grido
di dolore alle stelle.
Kreega si rannicchi contro uno scheletrico spuntone. I suoi occhi erano
come delle lune gialle nelle tenebre, freddi di odio e di terrore e in essi vi
si poteva leggere la decisione che stava lentamente maturando. Con
espressione tetra, giudic che la morte veniva seminata in un raggio dal

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diametro di dieci miglia. E lui era intrappolato proprio dentro di esso e
presto il cacciatore sarebbe venuto a cercarlo.
Alz lo sguardo verso le stelle che brillavano indifferenti e tutto il suo
corpo fu percorso da un lungo fremito. Poi sedette e cominci a pensare.

Tutto era cominciato qualche giorno prima nell'ufficio privato del


commerciante Wisby.
Sono venuto su Marte disse Riordan per procurami un civetto.
Wisby in tanti anni aveva ormai imparato il valore di una faccia
perfettamente impassibile, da giocatore di poker, quindi scrut l'uomo da
sopra il bordo degli occhiali, cercando di valutarlo.
Anche in un buco dimenticato dal Signore come Port Armstrong,
chiunque aveva sentito parlare di Riordan. Erede di una ditta di spedizioni
del valore di un milione di dollari che lui stesso aveva trasformato in un
gigante tentacolare presente in tutto il Sistema Solare, Riordan aveva
anche fama di grande cacciatore. Aveva preso prede dappertutto, dai draghi
di fuoco di Mercurio, ai mostri striscia-ghiaccio di Plutone, con l'unica
eccezione di un marziano, naturalmente. Quella particolare caccia, infatti,
era ormai proibita.
Riordan si sparapanz sulla sedia. Era un uomo ancora giovane, grosso,
forte e spietato che faceva rimpicciolire quella stanza cos disordinata con
la sola sua presenza e la forza che sembrava sprigionare. I suoi freddi
occhi verdi soggiogarono il commerciante.
illegale, lo sapete bene gli disse Wisby. E se vi prendono, sono
vent'anni di galera.
Bah! Il Commissario per Marte si trova su Ares, dall'altra parte del
pianeta. Se ci diamo subito da fare, chi verr mai a saperlo? Riordan
ingoll il suo drink. Mi rendo benissimo conto che fra un altro anno o
gi di l avranno talmente stretto i freni che la caccia sar assolutamente
impossibile. Questa insomma l'ultima occasione di potersi aggiudicare
un civetto. Ed per questo che sono qui.
Wisby esit, guardando fuori dalla finestra. Port Armstrong non era altro
che un ammasso polveroso di cupole, collegate tra di loro da tunnel,
disposte su un immenso deserto di sabbia rossa che si stendeva fino
all'orizzonte. Un terrestre munito di tuta pressurizzata e di casco
trasparente stava camminando per la strada e contro una parete
ciondolavano un paio di marziani. Per il resto niente... una monotonia

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silenziosa e mortale che covava sotto un sole sempre pi piccolo. La vita
su Marte non era particolarmente piacevole per un essere umano.
Voi non vi siete lasciato prendere da tutto quell'amore per i civetti che
ha corrotto la Terra? chiese Riordan con sprezzo.
Oh, no! esclam Wisby. Io li tengo al loro posto a casa mia. Ma i
tempi stanno cambiando. Non c' nulla da fare.
C' stato un tempo in cui erano schiavi gli ricord Riordan. Adesso
ci sono quelle vecchie beghine della Terra che gli vogliono dare perfino il
voto! sbuff con indignazione.
Sicuro, i tempi stanno cambiando ripet Wisby in tono pi tranquillo.
Quando i primi umani atterrarono su Marte un centinaio di anni fa, la
Terra era appena passata attraverso gli orrori delle Guerre degli Emisferi.
Le peggiori che si fossero mai conosciute. Per poco tutte le vecchie idee di
libert ed eguaglianza non andarono a pallino. La gente era diventata dura
e sospettosa... ed era necessario che lo fosse, se voleva sopravvivere. Cos
non era in grado di fraternizzare con i marziani, o comunque vogliate
chiamarli. Non riusciva assolutamente a considerarli nulla di pi che
animali intelligenti. E i marziani si rivelarono degli schiavi veramente
utili... Avevano bisogno di pochissimo cibo, calore e ossigeno. Potevano
perfino sopravvivere per un quarto d'ora o gi di l senza neanche
respirare. E i marziani selvatici potevano offrire anche una bellissima
diversione sportiva... Erano una preda intelligente che poteva spesso
riuscire anche a sfuggire e qualche volta era perfino in grado di uccidere il
cacciatore.
Lo so disse Riordan. per questo che voglio dare la caccia a un
marziano. Non c' nessun divertimento se anche la selvaggina non ha una
possibilit di difesa.
Ma adesso diverso continu Riordan. La Terra ha conosciuto un
lungo periodo di pace. Prevale la sinistra moderata e naturalmente una
delle sue prime riforme stata di porre fine alla schiavit dei marziani.
Riordan imprec. Il rimpatrio forzato dei marziani che lavoravano sulle
sue astronavi gli era costato una fortuna. Sentite, io non ho tempo per le
discussioni accademiche disse. Se voi potete organizzarmi una caccia a
un marziano, sarete adeguatamente ricompensato.
Quanto? chiese Wisby.
Contrattarono un po' prima di stabilire una cifra. Riordan aveva portato
con s delle armi e una piccola scialuppa a razzo, ma Wisby avrebbe
dovuto fornire del materiale radioattivo, un falco e un cane selvatico.

69
Poi bisognava anche pagarlo per il rischio di una causa legale, ma questo
non era molto. Il totale tuttavia arrivava alle stelle.
Bene! esclam Riordan. E adesso dove trovo il mio marziano?
Con una mano indic i due che ciondolavano per la strada. Intendete
prendere uno di quelli e lasciarlo libero nel deserto?
Questa volta fu Wisby ad essere sprezzante. Uno di quelli? Ah! Quelli
sono marziani di citt! Un abitante di una qualsiasi citt della Terra vi
offrirebbe una partita pi emozionante!
I marziani non sembravano nulla di speciale. Erano alti solo un metro e
venti circa e si reggevano su delle gambette magre dai piedi ad artiglio e le
braccia che terminavano con mani ossute munite di solo quattro dita erano
viscose. Avevano il petto ampio e profondo ma la cintura ridicolmente
stretta. Erano vivipari, a sangue caldo e allattavano i propri piccoli, ma
avevano la pelle coperta di piume. Le teste, rotonde e dal becco a gancio,
con grossi occhi ambrati e ciuffi di piume sulle orecchie, rivelavano
chiaramente la ragione per cui erano stati chiamati civetti. Indossavano
solo delle cinture munite di tasche e portavano dei coltelli inguainati;
perfino le forze liberali della Terra non erano pronte a concedere loro
attrezzi ed armi moderni. C'erano ancora troppi vecchi rancori
insoddisfatti.
I marziani sono sempre stati dei bravi combattenti afferm Riordan.
Ai vecchi tempi hanno cancellato dalla faccia del pianeta pi di un
insediamento di terrestri.
Quelli selvatici ammise Wisby. Ma non questi. Questi sono solo
degli stupidi operai che dipendono dalla nostra civilt quanto noi. Ma a voi
serve un vero marziano di vecchio stampo e io so dove posso trovarvelo.
Spieg una carta geografica sulla scrivania. Ecco qui, sulle Colline di
Hraefn, a circa cento miglia da qui. Questi marziani hanno una vita molto
lunga, probabilmente circa due secoli, e questo Kreega c'era gi quando
sono atterrati i primi terrestri. A quei tempi ha guidato parecchie incursioni
di marziani, ma da quando c' stata l'amnistia generale e la pace, vissuto
laggi da solo in una delle vecchie torri in rovina. Un vero guerriero d'altri
tempi, un guerriero che odia a morte i terrestri. Di tanto in tanto viene qui
per scambiare pelli e minerali, cos un po' lo conosco. Gli occhi di Wisby
ebbero un lampo selvaggio. Ma farete un piacere a noi tutti se
eliminerete quell'arrogante bastardo. Quando viene qui, sembra che sia lui
il padrone. E potete stare certo che vi offrir una caccia emozionante. Non
rimpiangerete i vostri soldi.

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La grossa testa scura di Riordan annu.

L'uomo aveva un uccello e un cane selvatico. Questo era male. Se ne


fosse stato sprovvisto, Kreega sarebbe riuscito a seminarlo in quel labirinto
di caverne, canyon e macchie di arbusti... Ma il cane sarebbe riuscito a
seguire il suo odore e l'uccello avrebbe potuto individuarlo dall'alto.
A rendere ancora peggiori le cose, l'uomo era sceso vicino alla torre di
Kreega, l dove erano custodite tutte le armi, e adesso lui si trovava
tagliato fuori dalla torre, disarmato e solo, e poteva contare solo sullo
scarso aiuto che gli poteva offrire la vita del deserto. A meno che non fosse
riuscito a ritornare in qualche modo nella torre... Ma nel frattempo doveva
pensare a restare vivo.
Si sedette in una caverna e abbass lo sguardo su un paesaggio
tormentato di sabbia, arbusti e rocce scavate dal vento che si stendeva per
qualche miglio fino al punto in cui brillava il metallo del razzo che era
atterrato. L'uomo era solo un minuscolo puntino in quel deserto dall'aria
limpida, un insetto solitario che strisciava sotto un cielo azzurrino. In
quella atmosfera estremamente rarefatta, le stelle brillavano perfino di
giorno e la luce del sole, pallida e debole si versava sulle rocce color ocra
scuro e rosso ruggine, sopra i piccoli cespugli spinosi e impolverati e i
bassi alberi contorti e la sabbia che il vento spingeva debolmente tra di
essi. Quello era l'Equatore di Marte!
Ma solo o no, quell'uomo aveva un fucile che poteva seminare la morte
fin sulla linea dell'orizzonte e poi aveva anche i suoi animali e a bordo del
razzo avrebbe anche avuto una radio per chiamare i suoi simili. Inoltre la
morte luminescente li chiudeva in un cerchio magico che Kreega non
avrebbe potuto attraversare senza richiamare su di s una morte ancora
peggiore di quella che avrebbe avuto dal fucile...
O forse c'era una morte ancora peggiore? Venir abbattuto dal mostro il
quale avrebbe riportato a casa la sua pelle imbalsamata per esibirla come
trofeo agli idioti? Il vecchio orgoglio indomabile della sua razza colp
Kreega con la violenza di una frustata. Ormai lui non chiedeva poi molto
alla vita... Cercava solo la solitudine della sua torre per potersi dedicare a
quelle lunghe meditazioni di marziano e creare i piccoli e squisiti oggetti
artigianali che tanto amava; la compagnia dei suoi simili nella Stagione del
Raduno, la grave e antica cerimonia che gli offriva l'acre felicit e la
possibilit di generare e allevare figli; di tanto in tanto un viaggio fino alla
colonia terrestre per procurarsi oggetti di metallo e il vino, le uniche cose

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di qualche valore che gli invasori avevano portato su Marte; un vago sogno
di poter emancipare la sua gente in modo che potesse ergersi da uguale di
fronte a tutto l'universo. Non chiedeva altro. E adesso volevano portargli
via anche queste cose!
Lanci una rauca imprecazione all'indirizzo del terrestre e riprese a
scalpellare un frammento di pietra per farne la punta di una lancia, che
chiss se gli sarebbe poi servita. La sterpaglia arida frusci in segno di
allarme, i minuscoli animali nascosti ovunque mugolarono per il terrore e
il deserto gli grid che il mostro stava avanzando verso la sua caverna. Ma
non era necessario mettersi a fuggire ora.

Riordan spruzz l'isotopo di metallo pesante attorno alla vecchia torre


per un raggio di cinque miglia. Lo fece di notte, giusto per evitare di venire
sorpreso da qualche pattuglia di sorveglianza. Ma una volta atterrato, era al
sicuro, in quanto avrebbe potuto sempre sostenere di essere impegnato in
qualche esplorazione o di dare la caccia ai saltatori o comunque di non fare
nulla di illegale.
La radioattivit aveva un mezzo ciclo vitale di quattro giorni circa, il che
significava che sarebbe stato pericoloso avvicinarsi per circa tre
settimane... o come minimo due. Ma sarebbe stata sufficiente, una volta
che il marziano fosse stato imprigionato in quell'area cos ristretta.
Non c'era pericolo che tentasse di attraversare la barriera. I civetti
avevano ormai imparato cosa voleva dire la radioattivit, l'avevano
imparato a loro spese quando avevano combattuto contro gli umani e la
loro vista, che si stendeva fino all'ultravioletto, la rendeva loro visibile
grazie alla luminescenza, per non parlare poi degli altri sensi
assolutamente non umani di cui disponevano. No, Kreega avrebbe cercato
di nascondersi e magari di combattere e alla fine si sarebbe trovato con le
spalle al muro e nessuna via di scampo.
Tuttavia non c'era ragione di correre rischi. Riordan caric il segnatempo
della radio di bordo. Se non fosse tornato a spegnerlo entro due settimane,
questo segnatempo avrebbe emesso un segnale che Wisby avrebbe captato
e lui sarebbe stato salvato.
Controll l'equipaggiamento. Aveva una tuta pressurizzata studiata
appositamente per le condizioni di Marte, con una piccola pompa azionata
da un raggio energetico proveniente dal razzo per comprimere l'atmosfera
in modo da rendergliela respirabile. La stessa unit era in grado di
recuperare dal suo fiato acqua sufficiente a permettergli di non caricarsi di

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un peso eccessivo di provviste per parecchi giorni, considerato anche che
la gravit marziana era ridotta rispetto a quella della Terra. Come arma
aveva un fucile calibro 45 costruito per funzionare appunto nell'aria
marziana e che era abbastanza potente per lo scopo che si era prefisso. E
naturalmente era anche munito di bussola, binocolo e sacco a pelo. Un
equipaggiamento piuttosto leggero in definitiva, ma cui non voleva
rinunciare.
Come ultima misura di emergenza aveva una piccola bombola di
sospensine e che poteva venire immessa nell'aria che respirava aprendo
una valvola. Il gas non provocava esattamente un'animazione sospesa, ma
paralizzava i nervi efferenti e rallentava in generale il metabolismo a un
punto tale per cui un uomo poteva sopravvivere per diverse settimane con
la sola aria che aveva nei polmoni. Era un gas utilissimo in chirurgia e
aveva salvato la vita di pi di un esploratore interplanetario quando c'era
stato qualche guasto ai respiratori. Ma Riordan non si aspettava di doverlo
usare. Certo sperava di non doverlo fare. Sarebbe stato davvero tedioso
rimanere completamente sveglio per giorni e giorni in attesa che il segnale
automatico chiamasse Wisby.
Riordan scese dal razzo e lo chiuse. Non c'era pencolo che il civetto vi
penetrasse nel frattempo in quanto ci sarebbe voluta della tordenite per
incrinare lo scafo.
Con un fischio chiam i suoi animali. Queste erano delle bestie indigene
addomesticate da tempo dai marziani e pi tardi dagli uomini. Il cane
selvatico era simile a un agile lupo, ma aveva il petto assai sviluppato ed
era coperto di penne, ottimo per la caccia quanto un qualsiasi segugio della
terra. Il falco invece, assomigliava di meno alla sua controparte
terrestre: anch'esso era un uccello da preda, ma in quella tenue atmosfera
aveva bisogno di un'apertura alare di quasi due metri per sollevare un
corpicino da nulla. Riordan era ben contento di come erano stati addestrati.
Il cane abbai, fu una nota bassa e tremolante che sarebbe stata quasi
inaudibile in quell'aria cos rarefatta se il casco di plastica del cacciatore
non avesse avuto inclusi microfoni e amplificatori. Il segugio si mise a
girare in tondo annusando, mentre il falco si lev in volo in quel cielo
alieno.
Riordan non guard attentamente la torre, un mozzicone di costruzione
diroccata in cima a una collina rossastra, disumana e grottesca. Un tempo,
forse diecimila anni fa, i marziani avevano avuta una loro civilt, citt e
agricoltura e una tecnologia neolitica, ma assecondando la loro tradizione

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avevano raggiunto poi una unione o una simbiosi con la vita selvaggia del
pianeta e avevano abbandonato quegli ausilii metallici in quanto non
necessari. Riordan sbuff.
Il cane abbai di nuovo. Il suono sembr rimanere sospeso nell'aria
fredda e silenziosa con effetto soprannaturale, per poi dileguarsi tra le
rocce e morire con riluttanza in quel silenzio senza fine. Ma era il suono di
una tromba, la sfida orgogliosa a un mondo che era divenuto ormai
vecchio... Fatevi da parte, tutti, ecco che arriva il conquistatore!
Improvvisamente l'animale balz in avanti. Aveva colto un odore.
Riordan si incammin di buon passo, agevolato dalla bassa gravit. I suoi
occhi brillavano come frammenti di ghiaccio verde. La caccia aveva avuto
inizio!
Nei polmoni di Kreega ci fu un ansito convulso e doloroso. Ora sentiva
le gambe deboli e pesanti e i tonfi del suo cuore sembravano scuotergli
tutto il corpo.
Ma continu a correre, mentre dietro di lui si levava un terribile clamore
e il tonfo delle zampe del cane si faceva pi vicino. Kreega si mise a
fuggire, saltando, correndo, sgattaiolando di roccia in roccia, scivolando
gi per pendii argillosi e inoltrandosi in mezzo a macchie di alberi.
Ma il segugio era sempre dietro di lui e il falco si librava sulla sua testa.
Erano bastati un giorno e una notte per ridurlo in quella situazione,
costringendolo a scappare come un pazzo tallonato dalla morte. Non aveva
mai immaginato che un umano potesse muoversi cos velocemente e con
tanta costanza.
Il deserto si batteva dalla sua parte; le piante con la loro straordinaria
vita cieca che nessun terrestre avrebbe mai compreso erano dalla sua parte.
I loro rami spinosi si dipartivano quando lui vi si gettava in mezzo a
capofitto, per poi tornare a sfregare i fianchi del cane e rallentarne
l'avanzata... ma non poteva lo stesso fermarne lo slancio brutale. Il cane si
limitava a sfondare l'ostacolo di quelle dita adunche ma senza forza e
abbaiava sulle peste del marziano.
L'umano procedeva pi a fatica un buon miglio pi indietro, ma non
mostrava segni di stanchezza. Ma Kreega continuava a correre. Doveva
raggiungere il cornicione dell'altura prima che il cacciatore potesse
inquadrarlo nel mirino del fucile... Doveva farlo, ad ogni costo, e il cane
ormai ringhiava a meno di un metro di distanza.
Risal di corsa il lungo pendio. Il falco piomb gi in picchiata, cercando
di colpirlo alla testa col becco e gli artigli, Kreega vibr un colpo al falco

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con la lancia e si ripar dietro un albero, poi l'albero fece scattare un ramo
su cui il segugio si schiant rimbalzando indietro e riempiendo l'aria di
guaiti.
Il marziano si lanci sull'orlo dell'altura che dall'altra parte cadeva a
picco fino in fondo al canyon, centocinquanta metri di rocce ferrose su cui
spirava il vento. Al di l delle rocce il sole che stava calando lo abbacin.
Kreega si ferm solo un attimo, perfettamente inquadrato contro lo sfondo
del cielo, un bersaglio perfetto se il cacciatore fosse sbucato in tempo, poi
salt al di l.
Kreega aveva sperato che il cane si sarebbe lanciato a capofitto in
avanti, ma l'animale fren giusto in tempo. Kreega rotol gi per il pendio,
aggrappandosi con gli artigli ad ogni spaccatura e tremando mentre la
roccia resa friabile dall'et si sgretolava sotto le sue dita. Il falco gli
sfrecci vicino, cercando di colpirlo e gracchiando per richiamare il
padrone. Kreega non poteva combatterlo, ora che aveva le dita delle mani
e dei piedi impegnate a impedirgli di cadere nel vuoto, ma...
Scivol lungo il pendio del precipizio e fin in un groviglio di arbusti e i
suoi nervi lanciarono il richiamo dell'antica simbiosi. Il falco si lanci di
nuovo all'attacco e Kreega rimase immobile, rigido come se fosse morto,
finch il volatile non lanci un acuto strillo di trionfo e non gli si pos
sulla spalla per accingersi a beccargli gli occhi.
Poi i viticci scattarono. Non erano forti, ma le loro spine si affondarono
nella carne del falco e questi non pot pi liberarsi. Kreega continu la
faticosa discesa in fondo al canyon mentre i viticci laceravano in due il
volatile.
Riordan apparve in cima all'altura, enorme contro lo sfondo del cielo che
stava abbuiandosi. Spar una volta, due e i proiettili ronzarono
orribilmente vicino a Kreega, ma il marziano riusc a sparire nelle ombre
che salivano dal basso.
L'uomo azion l'amplificatore del microfono e la sua voce rimbomb
mostruosamente nella notte, un rimbombo di tuono quale il pianeta Marte
ormai da tempo arido non aveva pi sentito da millenni: Un punto per te!
Ma non ancora finita! E io ti trover!
Il sole cal sotto l'orizzonte e la notte scese come un manto. Nel buio,
Kreega ud l'uomo ridere. Le antiche rocce tremarono sotto quella risata.
Riordan cominciava ad essere stanco del lungo inseguimento e
l'insufficienza della scorta di ossigeno cominciava a preoccuparlo.
Desiderava fumare, mangiare, un pasto caldo, ma nulla di tutto questo era

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possibile. Oh, pazienza, sarebbe tornato ad apprezzare i lussi della vita
ancora di pi quando sarebbe tornato a casa... con la pelle del marziano!
Sogghign mentre si accampava per la notte. Il piccoletto si stava
rivelando una preda coi fiocchi, questo era certo. Ormai era da due giorni
che resisteva, in una piccola zona circolare dal diametro di dieci miglia e
aveva perfino ucciso il falco. Ma Riordan ormai lo incalzava cos da vicino
che il cane poteva seguire le sue peste, perch su Marte non c'erano corsi
d'acqua che potevano interrompere una pista. Cos non c'era nulla da fare.
Il cacciatore rimase sdraiato a osservare quella splendida notte di stelle.
Fra poco avrebbe cominciato a far freddo, un freddo intenso e spietato, ma
il suo sacco a pelo era bene isolato e lo avrebbe tenuto al caldo con la sola
energia solare immagazzinata durante il giorno dalle cellule Gergen. Marte
era buio di notte, le sue lune offrivano poca luce... Phobos era solo un
ciottolo celeste e Deimos una stella luminosa. Buio, freddo e vuoto. Il cane
selvatico si era scavato una buca nella sabbia l vicino, ma se appena il
marziano si fosse avvicinato al campo avrebbe subito dato l'allarme. Non
che questo fosse probabile... anche lui avrebbe dovuto trovare un posto in
cui ripararsi se non voleva morire congelato.
I cespugli e gli alberi e gli animaletti furtivi del deserto sussurrarono una
parola che non pot sentire e si raccontarono l'un l'altro sulle ali del vento
la storia del marziano che si teneva al caldo col lavoro, ma lui non riusc a
capire quella lingua che non era una lingua.
Mezzo addormentato, Riordan ripens alle passate cacce. Le grandi
prede della Terra, i leoni e le tigri e gli elefanti e i bufali e le pecore sulle
alte vette inondate di sole delle Montagne Rocciose. Le foreste
piovviginose di Venere e il cupo ruggito del mostro delle paludi dalle
molte gambe che aveva sradicato gli alberi nella sua folle corsa verso il
punto in cui si trovava lui. Il rullio di primitivi tamburi in una notte calda e
umida, il canto dei battitori che danzavano accanto al fuoco... Le
scarpinate sulle pianure infuocate di Mercurio sotto un sole enorme che
cercava di forzare la misera tuta isolante che lo riparava... La grandiosit e
la desolazione delle paludi di gas liquido di Nettuno e l'enorme essere
cieco che lo rincorreva urlando...
Ma questa era la caccia pi strana e solitaria e forse pi pericolosa di
tutte quante e appunto per questo, anche la migliore.
Non provava sentimenti di cattiveria verso il marziano, anzi rispettava il
coraggio di quel piccolo essere cos come aveva rispettato il valore degli

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altri animali che aveva abbattuto. Qualunque fosse il trofeo che avrebbe
riportato a casa dopo quella caccia, sarebbe stato un trofeo ben meritato.
Il fatto che il suo successo avrebbe dovuto essere trattato con
discrezione non aveva importanza, perch lui non cacciava tanto per la
gloria, anche se doveva ammettere che la pubblicit non gli dava certo
fastidio, quanto per amore. I suoi antenati si erano sempre battuti sotto un
nome o l'altro... vichinghi, crociati, mercenari, ribelli, patrioti, qualunque
fosse la dizione comune al momento. Lui aveva la lotta nel sangue e in
questi tempi degeneri c'erano ben pochi tipi di lotta, anzi restava solo la
caccia.
Be', domani... lentamente il sonno lo colse.

Si svegli all'alba, un'alba breve e grigia, fece una rapida colazione e


con un fischio fece scattare in piedi il cane. Le nari gli si dilatarono per
l'eccitazione e prov un'ubriacatura che lo galvanizz come una canzone di
guerra. Oggi... s, forse oggi era il gran giorno!
Per scendere nel canyon dovettero fare un giro di deviazione e il cane
dovette andare avanti e indietro per quasi un'ora prima di riuscire a
ritrovare la pista. Poi si ud di nuovo il grido profondo e si rimisero in
marcia... pi lentamente adesso, perch la pista di roccia era assai
disagevole.
Il sole si lev alto mentre scarpinavano lungo l'antico letto del fiume. La
sua luce pallida e fredda inondava gli acuminati spuntoni di roccia e
dipingeva di fantastici colori le alture, le masse argillose e la sabbia e tutta
quanta la rovina di tante ere geologiche. La sterpaglia bassa e arida
scricchiolava sotto i suoi piedi e si contorceva e crepitava in segno di
impotente protesta. Per il resto tutto era ancora silenzio, un silenzio
profondo e teso, quasi in attesa.
Il cane infranse la quiete lanciando un guaito e si tuff avanti. Aveva
trovato le peste! Riordan si gett dietro di lui calpestando i folti arbusti,
ansimando e imprecando e sogghignando per l'eccitazione.
Improvvisamente le sterpaglie cedettero e con un ululato di terrore il
cane scivol gi lungo la parete della fossa che era rimasta fino a quel
momento nascosta. Riordan si butt in avanti con rapidit felina, pancia a
terra, e con una mano riusc appena in tempo ad afferrare l'animale per la
coda. Per poco lo strappo non trascin anche lui nella fossa. Pass un
braccio attorno a un cespuglio che gli sfiorava il casco e tir su di peso
l'animale.

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Poi, tremando, scrut la trappola. Era stata ben costruita... era profonda
circa sette metri e aveva le pareti lisce e strette, almeno come potevano
esserlo delle pareti scavate nella sabbia, e il foro era stato abilmente
coperto di sterpaglie. Sul fondo erano piantate tre lame di selce dalla punta
minacciosa. Se solo fosse stato un'ombra meno svelto nelle sue reazioni,
avrebbe perso il cane e magari anche la vita.
Si guard attorno scoprendo i denti in un ringhio da lupo. Il civetto
doveva aver lavorato tutta notte per costruire quella trappola. Quindi non
poteva essere lontano... e doveva essere molto stanco...
Come in risposta ai suoi pensieri, un masso piomb gi da una piccola
altura. Era un oggetto mostruoso, ma su Marte un oggetto cade con met
dell'accelerazione che avrebbe sulla Terra e Riordan salt a fianco mentre
il masso si schiantava proprio nel punto in cui c'era lui un momento prima.
Ci sei! grid e si lanci su per l'altura.
Per un istante sulla cima comparve una forma grigia che gli lanci
contro una lancia. Riordan spar un colpo e la sagoma svan. La lancia
.schizz via dalla tuta quando ne urt il tessuto resistente e Riordan si
arrampic su per il precipizio fino a raggiungere un cornicione in cima.
Il marziano non era pi visibile, ma c'era una leggera stria rossa che si
snodava tra le rocce. L'ho preso, per Dio! Il cane fu pi lento a risalire gli
schisti d'argilla e quando arriv in cima aveva le zampe che gli
sanguinavano. Riordan imprec contro di lui e si rimisero in caccia.
Seguirono le tracce per uno o due miglia poi la pista fin. Riordan si
guard attorno cercando di vedere attraverso l'intrico di alberi e di rami
che bloccavano la vista in ogni direzione. Era chiaro che il civetto si era
ritirato fin l per salire in cima a una di quelle rocce da cui poteva lanciarsi
con un balzo verso qualche altro punto. Ma dove?
L'uomo aveva il viso e il corpo madidi di sudore e non poteva tergerseli
per cui provava un prurito intollerabile. I polmoni gli dolevano per lo
sforzo che avevano fatto con la scarsit d'aria offertagli dal respiratore. Ma
scoppi lo stesso in una risata soddisfatta. Che caccia! Oh, che caccia!

Kreega era sdraiato all'ombra di un'alta roccia e prov un brivido di


stanchezza. Al di l della zona d'ombra, la luce del sole danzava e quel
riverbero per lui era accecante, intollerabile, caldo e crudele e assetato di
sangue, duro e luminoso come il metallo dei conquistatori.
Era stato un errore perdere delle ore a montare quella trappola mentre
avrebbe potuto riposare. Infatti non aveva funzionato e questo avrebbe

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anche potuto aspettarselo. Ed ora aveva fame e la sete lo divorava come
una cosa viva. E aveva ancora gli inseguitori alle calcagna.
Non erano pi molto lontani ormai. Era tutto il giorno che gli tenevano
dietro e non era mai riuscito a distanziarli per pi di mezz'ora di cammino.
Niente riposo, solo una caccia senza quartiere in un aspro deserto di pietra
e di sabbia e adesso non gli restava che aspettare lo scontro finale esausto
dal peso di quella fatica.
La ferita al fianco gli bruciava. Non era profonda, ma gli era costata
sangue e dolore e i pochi minuti di sonno che altrimenti sarebbe riuscito a
fare.
Per un momento il guerriero Kreeka non fu pi e nel silenzio del deserto
si udirono i singhiozzi di un bambino solo e spaventato. Ma perch non mi
lasciano in pace?
Si ud uno stormire di sterpi. In uno dei crepacci un corridore della
sabbia lanci il suo richiamo. Si stavano avvicinando.
Kreega si arrampic stancamente in cima alla roccia e si acquatt. Era
tornato indietro sulle proprie tracce, ora secondo ogni logica gli inseguitori
avrebbero dovuto passargli oltre per puntare verso la sua torre.
La poteva vedere bene da l, una costruzione gialla diroccata, straziata
dai venti di millenni. C'era stato solo il tempo di correre dentro per
afferrare un arco, delle frecce e un'ascia. Delle ben misere armi, per,
perch le frecce non sarebbero potute penetrare attraverso la robusta tuta
del terrestre quando c'era solo la debole mano di un marziano a tendere
l'arco e perfino la testa d'acciaio dell'ascia era una ben povera cosa. Ma era
tutto ci che aveva assieme ai suoi piccoli alleati di un deserto che
combatteva solo per difendere la propria solitudine.
Gli schiavi rimpatriati gli avevano raccontato della potenza della Terra.
Le loro macchine rombanti rompevano il silenzio dei loro deserti,
sfiguravano il volto tranquillo della loro luna e facevano tremare i pianeti
con la furia insensata di una energia che in fondo non aveva nessun
significato. Loro erano i conquistatori e a loro non era mai venuto in mente
che una pace antica e fatta di silenzi valeva la pena di essere rispettata.
Bene... Inser una freccia sulla corda e si rannicchi sotto il sole cocente
e silenzioso, in attesa.
Il primo ad arrivare fu il cane che guaiva e ululava. Kreega tir indietro
la corda tenendo l'arco al massimo della potenza. Ma l'umano doveva
avvicinarsi di pi...

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Ed ecco che poi arriv di corsa, rimbalzando da una roccia all'altra con
fucile in mano e gli occhi irrequieti che gli brillavano di una luce verde,
diretto verso la morte. Kreega si gir lentamente sul fianco. La bestia
aveva gi superato la roccia e il terrestre era quasi di sotto.
La corda dell'arco cant e con un brivido di selvaggia esultanza, Kreega
vide la freccia che trapassava il cane. La bestia fece un salto nell'aria e poi
prese a rotolare spasmodicamente su se stessa ululando e cercando di
mordere la cosa che aveva conficcata nel fianco.
Poi con la rapidit di un lampo, la grigia sagoma del marziano si lanci
gi dalla roccia addosso all'umano. Se solo fosse riuscito a spezzargli il
casco con l'ascia...
Riusc a colpire l'uomo e caddero a terra entrambi. Il marziano vibr dei
colpi all'impazzata, ma l'ascia scivol via sulla plastica del casco... non
c'era spazio per poter far roteare il braccio e colpire con forza. Riordan
lanci un ruggito e vibr un pugno. Kreega rotol indietro con una
sensazione di nausea.
Riordan cerc di colpirlo con una pallottola. Kreegan si volt e fugg.
L'uomo si mise in posizione di tiro con un ginocchio a terra e prese con
cura di mira la forma grigia che sfrecciava su per il pi vicino pendio. Un
piccolo serpente del deserto si arrampic su per la gamba dell'uomo e gli si
avvolse attorno al polso. La sua forza per quanto piccola fu sufficiente a
far deviare il colpo e la pallottola fischi accanto all'orecchio di Kreega
proprio mentre svaniva in una spaccatura della roccia.
Il marziano sent la debole agonia e il dolore della morte del serpente
mentre l'uomo se lo strappava di dosso e lo schiacciava sotto il tacco dello
stivale. Un po' pi tardi ud un'esplosione soffocata tra le colline. L'uomo
aveva preso dell'esplosivo dal suo razzo e aveva fatto saltare la torre.
Kreega aveva perso l'ascia e l'arco. Ora era completamente disarmato e
non aveva neppure un posto in cui riparare per l'ultima resistenza. E il
cacciatore non si sarebbe certo arreso. Anche senza gli animali avrebbe
continuato a dargli la caccia, pi lentamente forse, ma con la stessa
pervicacia di prima.
Kreega croll su una roccia piatta. Il suo corpo fu scosso da singhiozzi
senza lacrime e il vento del tramonto pianse con lui.
Poi alz lo sguardo verso il sole che scendeva in una immensit di colori
rossi e gialli. Lunghe ombre scivolavano sulla terra, pace e tranquillit per
un breve istante prima che si abbattesse sul deserto il freddo tenace della
notte. Da qualche parte risuon tra le alture corrose dai venti, il trillo dolce

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di un corridore della sabbia e le sterpaglie cominciarono a parlare, un
sussurro continuo e generale che parlava un antico linguaggio senza
parole.
Il deserto, il pianeta col suo vento e la sua sabbia sotto le stelle alte e
fredde, la vasta distesa aperta fatta di silenzio e isolamento e un destino
che non era quello dell'uomo, gli parlarono. La grande, immensa unicit
della vita di Marte, cos unita contro la crudezza dell'ambiente, gli
rimescol il sangue. E mentre il sole calava e le stelle sbucavano in tutto il
loro gelido splendore, Kreega riprese a pensare.
Non odiava il suo persecutore, ma la durezza di Marte era in lui. Lui
combatteva la guerra di tutto ci che era vecchio e primitivo e perso nei
suoi sogni contro il dissacratore alieno. Quella guerra era antica e spietata
come la vita e ogni battaglia vinta o perduta significava qualcosa anche se
nessuno ne avrebbe mai sentito parlare.
Tu non combatti da solo, gli sussurrava il deserto. Tu combatti per tutto
Marte e noi siamo con te.
Qualcosa si mosse nelle tenebre, una minuscola forma tiepida che gli
corse su per la mano, un piccolo esserino pennuto simile a un topo che
scavava le sue tane sotto la sabbia e viveva una breve vita di fuggiasco ed
era lieto di quel modo di vivere. Ma tutto ci faceva parte di un mondo e
Marte non conosceva la piet.
Tuttavia c'era della tenerezza nel cuore di Kreega e la sua risposta fu un
dolce sussurro nella lingua che non era una lingua fatta di parole: Tu farai
questo per me? Tu lo farai, fratellino?
Riordan era troppo stanco per poter dormire bene. Cos era rimasto
sveglio a lungo, pensando, e questo non era bene per un uomo che si trova
solo tra le colline di Marte.
Cos adesso anche il cane selvatico era morto. Ma non aveva
importanza, il civetto non sarebbe riuscito a sfuggire. Ma in qualche modo
il fatto gli fece comprendere l'immensit, l'et e l'isolamento del deserto.
Il deserto sussurrava attorno a lui. Le sterpaglie stormivano e qualcosa
uggiolava nelle tenebre e il vento soffiava tristemente sopra le alture
debolmente illuminate ed era come se tutto quel mondo avesse una voce e
mormorasse contro di lui e lo minacciasse nella notte. Cos si chiese
vagamente se l'uomo sarebbe mai riuscito a sottomettere Marte e se la
razza umana non aveva forse incontrato un avversario che era troppo
grande per lei.

81
Ma questo era una sciocchezza. Marte era un pianeta vecchio, esausto e
spoglio che sognava solo di poter sprofondare lentamente nel dolce oblio
della morte. Ora i passi pesanti degli uomini, le loro grida e il rombo delle
loro astronavi lo stavano risvegliando ma per un nuovo destino, quello
dell'uomo. Quando Ares aveva innalzato le sue aspre guglie sopra le
colline della Sirte, dove erano allora gli antichi dei di Marte?
Faceva freddo e il freddo si intensificava man mano che la notte
progrediva. Le stelle erano fuochi di ghiaccio, dei diamanti che
luccicavano in una tenebra cristallina. Di tanto in tanto si sentiva un debole
scoppiettio trasmesso dalla terra quando una roccia o un ramo si
spaccavano in due. Il vento si quiet, i rumori si congelarono in un silenzio
di morte e ci furono solo i raggi limpidi e freddi delle stelle che
inondavano il deserto.
Di nuovo si agit qualcosa e Riordan si svegli da un sonno irrequieto in
tempo per vedere un piccolo esserino che sgattaiolava verso di lui.
D'istinto port la mano verso il fucile accanto al sacco a pelo, ma poi
scoppi in una rauca risata. Era solo un topo del deserto, ma ci gli
dimostrava che il marziano non aveva nessuna possibilit di sorprenderlo
mentre riposava.
Ma non rise una seconda volta. Quel suono era sembrato troppo lugubre
nel chiuso del casco.
Quando sorse la prima alba scialba, si alz. Ora voleva farla finita con
quella caccia. Si sentiva sporco e aveva la barba lunga ed era nauseato
dalle reazioni di emergenza che aveva dovuto ingollare e si sentiva anche
tutto indolenzito e stanco per lo sforzo. Ora che era privo di cane, l'aveva
dovuto abbattere purtroppo, l'inseguimento sarebbe stato pi lento, ma non
voleva tornare a Port Armstrong per procurarsene un altro. No, che il
diavolo si portasse quel dannato marziano, fra poco avrebbe avuta la sua
pelle!
Dopo aver fatto colazione ed essersi mosso si sent meglio. Con occhio
ben addestrato cerc la pista del marziano. C'erano sabbia e sterpaglie
dappertutto, perfino le rocce mostravano segni di erosione dovuta ad esse.
Il civetto non avrebbe potuto nascondere perfettamente le sue tracce... se ci
avesse provato, sarebbe stato troppo rallentato. Riordan prese a camminare
di buona lena.
Il mezzogiorno lo sorprese in una zona pi alta, aspre colline dagli
acuminati spuntoni di roccia che si levavano per qualche metro verso il
cielo e lui continu per la strada, fiducioso nella propria abilit per sfinire

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la preda. Sulla Terra aveva cacciato il cervo, un giorno dopo l'altro finch
il cuore dell'animale era scoppiato e la bestia aveva atteso il suo
avvicinarsi negli ultimi sussurri della morte.
La pista ora appariva chiara e fresca e Riordan si tese tutto, conscio che
il marziano non poteva essere lontano ormai.
Era troppo chiara, per! Che fosse un'altra esca per un'altra trappola?
Imbracci il fucile e procedette con maggiori cautele. Ma no, non poteva
averne avuto il tempo...
Riordan si arrampic in cima a un alto costone e scrut quel torvo e
fantastico paesaggio. Vicino alla linea dell'orizzonte vide una striscia
nerastra, il confine della sua barriera radioattiva. Il marziano non avrebbe
potuto procedere oltre e se fosse tornato sui suoi passi, Riordan avrebbe
avuto la possibilit di individuarlo agevolmente.
Accese il microfono e la sua voce rugg nel silenzio: Vieni fuori,
civetto! Sono deciso a prenderti e tanto vale che tu esca subito e la faccia
finita!
L'eco si impadron della sua voce e la port qua e l tra i picchi spogli,
vibrante sotto la gran volta del cielo. Vieni fuori, vieni fuori, vieni fuori...
Il marziano parve sbucare dal nulla, un grigio fantasma che sorse da un
cumulo di pietre e rimase ritto in piedi a meno di sette metri di distanza.
Per un istante lo choc di quella vista improvvisa fu troppo forte e Riordan
rimase a bocca spalancata, incredulo. Kreega non si mosse, e rest in
attesa, la sua immagine vibrava nell'aria come quella di un miraggio.
Poi l'uomo lanci un grido e sollev il fucile. Ma ancora il marziano
rimase immobile come se fosse intagliato nella pietra grigia e con un
brivido di delusione. Riordan pens che forse, dopo tutto, aveva deciso di
darsi cos la morte da solo.
Be', in fondo era stata una buona caccia. Addio! sussurr Riordan e
premette il grilletto.
Ma dal momento che il topolino del deserto era strisciato nella canna, il
fucile esplose.
Riordan ud il rombo e vide la canna spaccarsi come una banana troppo
matura. Non era rimasto ferito, ma mentre lui faceva un passo indietro,
ancora scosso per l'incidente, Kreega si lanci verso di lui.
Il marziano era alto un metro e venti, magro e privo di armi, ma urt il
terrestre con la violenza di un piccolo tornado. Le sue gambe si strinsero
attorno alla cintura dell'uomo e le sue mani cercarono il tubo dell'aria.

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Sotto l'impatto, Riordan cadde e ringhi ferocemente mentre le sue mani
stringevano la gola sottile del marziano. Kreega cerc inutilmente di
colpirlo col becco ed entrambi rotolarono a terra in una nube di polvere. Le
sterpaglie presero a sfringuellare eccitate.
Riordan cerc di spezzare il collo di Kreega, ma il marziano si sottrasse
alla mossa per poi tornare all'attacco.
Con un sussulto di terrore, l'uomo ud il sibilo dell'aria che fuggiva
quando il becco e le dita di Kreegan riuscirono alla fine a strappare il tubo
dell'aria dal punto di inserzione. Una valvola automatica si chiuse di
scatto, ma purtroppo la pompa ora non gli forniva pi aria...
Riordan imprec e riport le mani alla gola del marziano e quando ci
riusc non le mosse pi da l, continuando a stringere in modo che,
nonostante i sussulti e i contorcimenti, Kreega non riuscisse a liberarsi.
Allora Riordan sorrise stancamente e continu a tenere le mani attorno
alla gola del marziano. Dopo cinque minuti o gi di l, Kreega smise di
contorcersi e rimase immobile. Riordan continu a stringergli la gola per
altri cinque minuti, tanto per essere sicuro, poi lo lasci andare e con le
mani cerc freneticamente di raggiungere la pompa dietro le spalle.
L'aria nella tuta era ormai calda e fetida. E lui non riusciva a raggiungere
la pompa dietro le spalle per collegarla col tubo di alimentazione.
Una progettazione infelice, pens vagamente. Ma dopo tutto queste tute
stagne non sono state progettate come armature.
Guard la forma slanciata e silenziosa del marziano. Un debole
venticello gli scompigliava le piume. Che avversario era stato quel
piccoletto! Sarebbe stato il suo pezzo pi prezioso sulla terra, l nella
stanza dei trofei.
Ma adesso... Srotol il sacco a pelo e lo distese accuratamente al suolo.
Non ce l'avrebbe mai fatta a raggiungere in tempo il razzo con la poca aria
che gli restava, cos era necessario immettere la sospensina nella tuta
stagna. Ma se non voleva che il freddo della notte gli congelasse il sangue
doveva prima entrare nel sacco a pelo.
Vi strisci dentro, chiuse accuratamente i risvolti e apr la valvola del
serbatoio di sospensina. Una fortuna averla avuta con s, ma del resto un
buon cacciatore deve sempre pensare a tutto. Naturalmente si sarebbe
annoiato terribilmente nell'attesa, fin tanto che Wisby avesse ricevuto il
segnale tra una decina di giorni e fosse venuto quindi a cercarlo, ma ce
l'avrebbe fatta. Sarebbe stata un'esperienza indimenticabile. E in quell'aria
cos asciutta la pelle del marziano si sarebbe conservata perfettamente.

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Sent che la paralisi lo raggiungeva, il cuore che si indeboliva, i polmoni
che rallentavano il ritmo. I suoi sensi e la mente, per, erano ancora vivi e
si accorse a poco a poco che il completo rilassamento aveva anche degli
aspetti spiacevoli. Oh, be', aveva vinto. Aveva ucciso la preda pi difficile
con le sue stesse mani.
Un istante dopo Kreega si rizz a sedere. Si tocc con cautela. Gli parve
di avere una costola rotta, ma poco male, sarebbe guarita. Cosa pi
importante... era vivo. Era rimasto soffocato per dieci minuti buoni, ma un
marziano pu durare anche quindici minuti senz'aria.
Apr il sacco a pelo e prese le chiavi di Riordan, poi torn lentamente
con passo zoppicante verso il razzo. Un giorno o due di prove gli
insegnarono come funzionava. Ora avrebbe potuto raggiungere i suoi
simili vicino alla Sirte e adesso che avevano una macchina terrestre e armi
terrestri da copiare...
Ma prima c'era un'altra faccenda di cui occuparsi. Kreega non odiava
Riordan, ma Marte un mondo aspro. Torn indietro verso il terrestre e lo
trascin in una caverna, nascondendolo in modo che nessuna squadra di
ricerca umana sarebbe mai riuscita a trovarlo.
Per un po' fiss gli occhi dell'umano e vi vide riflessa un'espressione di
silenzioso orrore. Lentamente, in un inglese incerto e zoppicante, Kreega
gli disse: Per tutti coloro che hai ucciso e per essere uno straniero su un
mondo che non ti vuole, fino al giorno in cui Marte sar libero, io ti
abbandono qui da solo.
Prima di andarsene definitivamente, prese diversi contenitori d'ossigeno
dal razzo e li colleg alla riserva d'aria dell'uomo. Ora Riordan ne aveva
parecchia per un uomo in animazione sospesa. Abbastanza per tenerlo vivo
per almeno mille anni.

85
Final Exam
di Chad Oliver
(Final Exam, Fantastic, 1952)
Traduzione di Hilia Brinis

Il mezzo spaziale charter proveniente da Martopoli atterr sul campo


privato di Ed Crowley, smuovendo appena, grazie agli antigravitazionali,
le spighe di lavanda. Nell'aria sottile regn per un attimo il silenzio, poi gli
studenti cominciarono a scendere a terra.
Non erano tutti studenti, naturalmente, B. Barratt Osborne, lo scrittore,
era presente, e cos un pilota spaziale zoppo e il figlioletto di questi. Ma
per la maggior parte i passeggeri appartenevano al famoso Corso Superiore
di Storia Marziana del Dottor Thomas La Farge, corso che era l'orgoglio
dell'Accademia Americana. Quello era il loro viaggio di istruzione.
Eccone uno esclam con voce emozionata Charlotte Stevens.
Guardate!
Era un autentico marziano, in carne ed ossa. Stava scendendo lentamente
da un furgone-merci e ora veniva verso di loro. Era altissimo, e smilzo e
stranamente goffo, proprio come nelle fotografie. Aveva la pelle rossastra e
una gran massa di capelli bianchi come la neve. Gli occhi a mandorla
erano verdi, liquidi e profondi. Sembrava fissare il gruppo fermo
all'esterno della nave spaziale come se non lo vedesse, e non diceva
neppure una parola.
Osservate, osservate bisbigliava il dottor Thomas La Farge. Ve
l'avevo detto che non aprono mai bocca.
Mamma mia! disse Charlotte Stevens.
Guarda, pap, disse a voce alta Bobby Fitzgerald, tirando il padre per
la manica. Guarda com' buffo quel marziano.
Venite, venite, brav'uomo, diede istruzioni il professor La Farge.
Le valigie sono sulla nave. Il capitano Stuart le far vedere dove.
Il marziano assent e sal a bordo, senza una parola.

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Mah, comment con una smorfia Pat Somerset, lisciandosi la gonna
al di sopra delle gambe inguainate di seta. Francamente, non mi sembra
un tipo molto cordiale.
Sono fatti cos disse il professore. Sono come bambini!
Wilson Thorne, in un insieme sportivo composto da calzoni di vigogna
grigia e giacca di panno scozzese, scrutava da dietro le lenti cerchiate di
corno, tirava boccate dalla pipa alla Sherlock Holmes e assentiva con l'arte
di chi la sa lunga. Voi e io, professore, sembravano dire i suoi modi. Noi
due ci comprendiamo.
Si ammassarono tutti dentro uno degli aerodinamici mezzi di trasporto di
Ed Crowley, lasciato in sosta ai margini del campo. Con fare esperto, il
professor La Farge premette il pulsante di destinazione e, con un lieve
ronzo, il mezzo part. La bianca strada pavimentata in plasti-roccia
tagliava attraverso foreste di spighe di lavanda alte un metro e mezzo, e
l'aria era satura del dolce profumo.
Ranch House, una struttura estesa e irregolare in levigatissimo legno di
sequoia marziana, si annidava ai piedi di una bassa catena di colline
violacee, lungo i cui i versanti crescevano qua e l degli aranci. Una dolce
brezza faceva frusciare l'erba. A sinistra, in lontananza, c'erano ancora i
resti abbandonati di quello che era stato un tempio marziano,
Mamma mia! comment Charlotte Stevens.
Un caratteristico paesaggio marziano. Osserv il professore.
Sar disse B. Barratt Osborne, un essere notoriamente sprezzante
verso qualsiasi sentimento non espresso alla perfezione da B. Barratt
Osborne.
John Fitzgerald cercava di non essere d'impaccio agli altri con la sua
gamba malata e osservava la faccia di suo figlio. Bobby guardava a occhi
sgranati, incantato. Dev'essere tutto meraviglioso, per lui, immaginava il
pilota spaziale. Egli stesso aveva provato quell'impressione, la prima volta.
Il veicolo si ferm proprio di fronte a Ranch House.
Ecco Ed Crowley annunci sottovoce il professore. Non certo un
raffinato, intendiamoci, ma tenete presente che il gruppo pi numeroso di
marziani ancora esistente alloggiato sulla sua propriet.

Ed Crowley, figura tondeggiante nascosta dietro un sigaro scuro e


pestilenziale, veniva verso il veicolo, facendo allegri cenni di saluto.
Lieto di vedervi, e dico sul serio ridacchiava. Dalla voce profonda e
rauca si capiva che il grand'uomo aveva quasi dato fondo alla sua seconda

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bottiglia. Avevo quasi rinunciato alla speranza, ormai. Come va,
Einstein? Lieto di rivedervi.
Il dottor Thomas La Farge ricambi la stretta di mano con simulata
cordialit e present il suo seguito. B. Barratt Osborne conosceva gi il
grand'uomo, naturalmente. Conosceva tutti, lui.
Sissignore borbott Ed Crowley, dandosi una fregatina alle mani.
Proprio in tempo per darvi una rinfrescata e assistere alla Danza della
Morte, che gli indigeni terranno stasera al chiaro delle due lune gemelle.
Su, ora mettetevi comodi, dico bene? Ragazzo!
Un marziano apparve da dietro un angolo. A occhi non esperti, poteva
apparire identico al primo. E c'era un particolare stranissimo: per quanto
uno potesse stargli vicino, lo sentiva gelido e distante.
Salve, Uno, disse il professore. Allora, come andiamo?
Uno fece appena un cenno col capo, offrendo un totale di non-
dichiarazioni sullo stato delle cose.
Un marziano genuino assicur orgogliosamente Ed Crowley.
Guardatelo, guardatelo bene; lui mica ci bada. Uno, accompagna questi
signori nelle loro stanze. C' qualcuno che mi fa compagnia per bere un
sorso di bourbon?
Domanda oziosa dell'anno comment B. Barratt Osborne. Prese
sottobraccio il padrone di casa e spar insieme al grand'uomo nella Ranch
House. Gli altri si avviarono in branco appresso a Uno, la cui presenza
raggelava un po' la conversazione. Era cos diverso.
Mi fa venire la pelle d'oca bisbigli Pat Somerset, passandosi le dita
affusolate tra i capelli biondi.
Sssst! mormor Charlotte Stevens.
Ti sente.

Wilson Thorne tirava boccate dalla pipa con l'aria di chi la sa lunga, e si
teneva vicino al professore. Percorsero un corridoio che sembrava
stranamente scavato nel legno, e con strani quadri alle pareti. Fuori, via via
che un sole pallido calava dietro le colline marziane, le lunghe ombre della
sera s'insinuavano attraverso l'erba altissima e il vento diventava gelido e
soffiava da nord.
Dopo essersi cambiati e avere indossato giacche pesanti, John Fitzgerald
e suo figlio lasciarono la loro stanza per andare a raggiungere gli altri.
Lampade argentee pendevano dalle travature, dando al legno dei corridoi

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un intenso riflesso marrone-dorato. I misteriosi dipinti si ritraevano
nell'ombra e aspettavano, con pazienza antica, perenne.
Che fine hanno fatto i marziani, pap? domand Bobby, i vividi
occhi celesti spalancati nel faccino lavato di fresco. Cosa gli sar
capitato?
Noi, caro, tra capo e collo,
Io li trovo molto buffi. Perch li abbiamo uccisi?
Non li abbiamo uccisi... Non direi, esattamente. S, alcuni di loro
cercarono di respingerci, ma non avevano niente con cui combattere; n
armi n astronavi... Niente. La maggior parte morta di epidemie, e gli
altri non si sa che fine abbiano fatto. Sono scomparsi.
Perch?
Mah, figliolo. Forse perch avevano una sfera di cristallo.
John Fitzgerald si sforz di non zoppicare quando entrarono nel
soggiorno vividamente illuminato dove gi c'erano gli altri. Si sentiva
vagamente fuori posto, l, anche pi che a Martopoli.
Not che Pat Somerset si era cambiata e sfoggiava ora un abito di raso
nero: evidentemente, le sembrava la cosa adatta da indossare per un
viaggio di istruzione su Marte. Gli faceva gli occhi dolci, come sempre, e
lui doveva fare uno sforzo per non ridere. Charlotte Stevens ascoltava con
aria rapita Ed Crowley, il quale stava esercitando, come padrone di casa, la
prerogativa di parlare troppo e a voce troppo alta.
Al principio, quando arrivai su Marte, in questa zona qui non c'era un
bar decente nemmeno a pagarlo stava dicendo il grand'uomo. S, dico,
era un posto selvaggio. Solo una manica di piloti spaziali, senza offesa,
signor Fitzgerald, e il panorama. Come ho messo piede qui, ho preso
questa parte del pianeta e ne ho fatto un paradiso per i turisti. Nuoto,
passeggiate notturne sotto le lune di Marte, a pesca nei gelidi torrenti di
montagna... Non ho trascurato niente. C' anche il lato culturale, tra
marziani, vecchi ruderi locali e via discorrendo. Ho trasformato questo
pianeta in un affare con i fiocchi, ve l'assicuro io, e se oggi ho la posizione
che ho, lo devo soltanto ai miei sforzi.
Senti, senti comment B. Barratt Osborne, dentro il suo bourbon.
Ora, sapete bene che non sono tipo da vantarmi assicur Ed
Crowley. Ma posso ben dire d'averne fatto qualcosa di questo posto. S,
dico... Ha una certa classe.
Parlateci dei marziani disse con fare ispirato Charlotte Stevens.

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Ce n'erano in giro tanti, una volta... Dico bene, signor Fitzgerald?
Quelli che arrivarono qui con le prime astronavi li vedevano. Adesso,
invece, ce n' soltanto qualcuno nelle citt e nelle altre propriet terriere,
almeno per quello che ne sappiamo. Qui da me ce ne sono dieci, e tanti
cos, tutti insieme, non li ho mai visti da nessuna parte.
Mamma mia! mormor Charlotte Stevens.
Ucci, ucci, sento odor di marzianucci disse B. Barratt Osborne, che
aveva sempre la battuta pronta.
Vi dir continu il grand'uomo. Questi qui che ho io fanno da
guida ai turisti, vanno a prenderli allo sbarco, si producono nelle danze. Il
solo fatto che ci sono, aggiunge un po' di colore locale. Per conto mio,
sono un individuo tollerante. Li tratto bene, e non so proprio di che cosa
potrebbero lamentarsi. Che siano un po' strani, be', lo sono, ma in fondo
sono come i bambini; tutto sta a sapere come farli rigare.
S, questo in sostanza esatto si pronunci il professor La Farge.
Come forse saprete, ho fatto esperimenti con alcuni ratti grigi marziani,
sottoponendoli a diversi problemi di labirinto abbastanza complessi. I loro
schemi di comportamento psicologico erano decisamente infantili, e grazie
all'uso dell'Equazione di La Farge, detta anche degli Equivalenti, ho potuto
applicare i risultati ottenuti ai marziani nel loro insieme. Molti di voi,
penso, avranno letto la mia monografia sull'argomento.
Sar comment B. Barratt Osborne, sostenendo cos la sua fama
interplanetaria di intellettuale arguto e sarcastico.
Wilson Thorne tirava boccate dalla pipa e intanto, con aria solenne, si
annotava l'impagabile commento su un taccuino.
Bene, signori miei, tempo che la compagnia si metta in marcia
disse Ed Crowley. Quella Danza della Morte vi dico io che proprio una
chicca, non so se rendo l'idea. Ultima autentica forma d'arte di una razza in
estinzione e via discorrendo. Ora, se ognuno di loro vuole infilare i suoi
dieci dollari dentro questa scatoletta...
Tutti fecero ressa per depositare dieci dollari dentro la scatola, salvo
s'intende B. Barratt Osborne, il quale godeva per principio di privilegi
speciali dato che era un tipo cos spassoso. John Fitzgerald not che Pat
Somerset si dava un gran da fare ad accarezzare la testa di Bobby.
Oh, ma che bel bambino! tubava.
Di' grazie alla signora, che cos gentile disse John Fitzgerald.
Grazie ripet Bobby, ubbidiente.

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Due! sbraitava Ed Crowley. Ehi, Due! Dove diavolo si sar
cacciato quel maledetto marziano?
Gli studenti seguirono il grand'uomo all'aperto, nella notte.

Il vento era caduto, e l'aria, sotto le lune di Marte, era fredda e immobile.
John Fitzgerald rabbrivid mentre aiutava Bobby a prendere posto sul
mezzo. Uno dei marziani si mise ai comandi manuali. Il suo corpo
altissimo appariva sproporzionato in quello spazio ristretto, e la massa di
capelli candidi e ondulati quasi sfiorava il tetto del veicolo,
C' da dire una cosa, a proposito di questi indigeni osserv Ed
Crowley. Imparano al volo.
Diffusione culturale sentenzi il professor La Farge. Funziona nei
due sensi.
Ed Crowley si arm di un microfono, sebbene non ve ne fosse alcun
bisogno. Ora notate esord, lanciandosi nel commento che si era
preparato in anticipo notate i caratteristici fiori notturni che sbocciano in
un ignorato splendore sotto le belle lune gemelle di Marte, Fobos e
Deimos. I due nomi significano Paura e Panico, come sapete. Paura e
Panico sono gli antichi compagni di Marte, come sulla Terra era chiamato
un tempo il dio della guerra. difficile credere, guardando questo mondo
cos placido, che possa essere stato messo in rapporto con qualcosa come
la guerra. Ci stiamo ora avvicinando a un tempio abbandonato, dove in
tempi passati...
John Fitzgerald non ascoltava; il sentimentalismo loquace, di seconda
mano, lo metteva sempre a disagio. Personalmente, avrebbe preferito che
Crowley tacesse.
La luminosit ricordava le pianure dell'ovest sotto la luna piena, sulla
Terra. L'erba alta era come un mare d'argento sotto lo stellato. L'aria era
tersa e fredda. Guardando quella scena, si poteva quasi immaginare che
niente fosse cambiato, che tutto fosse com'era stato prima dell'arrivo dei
terrestri...
Il mezzo di trasporto si ferm. Scesero tutti e si affrettarono lungo un
sentiero che correva tra l'erba immobile. Arrivarono a una radura dove file
di panche di pietra biancheggiavano nel chiarore di ghiaccio delle lune.
Eccoci qui disse Ed Crowley. Non ci vorr molto, ormai.
Aspettarono.
Le panche di pietra erano fredde e desolate. Il gruppetto di visitatori si
teneva bene unito nell'immobilit circostante. Pat Somerset pesc dentro la

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borsa una sigaretta profumata e prese a tirare boccate fino a che quella si
accese. L'erba era ferma, le ombre nere. L'oscurit aveva qualcosa di vivo.
Al di l della radura, un movimento.
Eccoli, i marziani! Che buffi! esclam Bobby.
Attenti, ora disse B. Barratt Osborne,
Sta per cominciare sentenzi il professore.
I marziani uscirono dalle tenebre e la danza ebbe inizio.
Non c'era musica... O c'era? John Fitzgerald non poteva dirlo con
certezza. Per quel che poteva vedere, strumenti non ce c'erano, n i
danzatori avevano l'aria di accompagnarsi con il canto. Eppure, qualcosa
c'era: una sensazione, un ritmo, una melodia argentea che ti correva come
un fremito su per la spina dorsale.
I marziani danzavano, e non avevano pi niente di goffo. Le loro chiome
candide spiccavano vivide nel chiarore lunare e i loro corpi snelli si
muovevano con fluida grazia. Facevano parte, in un certo senso... S,
facevano parte della radura, con l'erba tutt'intorno e le violacee, silenti
colline nello sfondo. E la musica...
ogni volta leggermente diversa disse il professore,
Ora ci manca soltanto il mostro di Frankenstein e poi la festa proprio
allegra comment Pat Somerset.
Sssst! bisbigli Charlotte Stevens.
Io trovo che sono favolosi.
Wilson Thorne fumava la pipa e prendeva appunti frenetici sul suo
taccuino.

Era una danza strana: silenziosa, lentissima e quasi fatta a caso nei suoi
movimenti. Ma c'erano degli schemi nelle aggraziate movenze dei
danzatori, e Fitzgerald se n'era accorto: era come una pantomima al
rallentatore... Una met dei marziani eseguiva, con gli occhi chiusi, passi
in apparenza senza significato. L'altra met girava attorno lentamente, poi
si avvicinava per colpire, e questo veniva ripetuto di continuo.
La Danza della Morte.
John Fitzgerald si sentiva percorrere da un brivido gelido. L'intera scena
aveva del soprannaturale. I marziani davano l'impressione di uccidere con
coltelli e mani e armi da fuoco e raggi della morte. Non fallivano un colpo.
Ma i marziani, diceva a se stesso Fitzgerald, non hanno armi, n raggi
mortali. La danza continuava, senza crescendi n diminuendi di intensit.
Continuava, semplicemente.

92
Sono una razza in estinzione osserv il professore.
Secondo me, sono pazzi disse Pat Somerset, stringendo i lembi della
pelliccia attorno all'abito di raso.
Io li trovo cos pittoreschi disse Charlotte Stevens.
Improvvisamente com'era cominciata, la danza termin. I marziani
svanirono di nuovo nell'oscurit e l'impressione di musica scomparve. La
radura era deserta.
E sarebbe per questo che abbiamo fatto il viaggio fin qui da
Martopoli? disse Pat Somerset. Grazie tante, preferisco senz'altro i
numeri di ballo del Cristal.
Basta, signorina Somerset! la redargu il professore. Devo dirvi che
mi avete deluso. Immensamente deluso.
Pat Somerset gli sorrise, con indifferenza. Risal nel mezzo di trasporto e
gli altri la seguirono. C'era gi un marziano ai comandi.
Mi sto occupando degli aspetti funzionali della Danza della Morte
annunci il professor La Farge mentre, nel buio, viaggiavano cullati da un
lieve ronzo per fare ritorno a Ranch House. I miei amici antropologi mi
dicono che queste danze rituali hanno sempre una qualche funzione, in una
cultura totale, a prescindere dal fatto che i partecipanti ne siano al corrente.
Questo valeva anche per le antiche danze indiane da noi sulla Terra. Avrete
visto, forse, alcune foto di quelle danze scattate non pi tardi del 1980.
Non erano pi quelle originali, logico, dato che la stessa cultura indiana
non era pi quella di un tempo, ovvio, e ormai non servivano ad altro che
a portare avanti una tradizione sopravvissuta alla propria ragione d'essere.
Ma tanto per dare un'idea. Bene, tali danze rituali venivano usate per
integrare la societ, addestrare i bambini, esaltare la religione, rinforzare
l'autorit: ogni genere di cose, in sostanza. Ma c'era sempre una funzione
vera, in contrapposizione con ci che avveniva l all'aperto. Tornando alla
Danza della Morte, direi che rappresenta un interessante problema;
potrebbero volerci alcune settimane per riuscire a risolverlo. La mia teoria
che la danza raffiguri la rassegnazione dei marziani al loro destino.
Stanno spegnendosi, capite, e...
Taci! sibil B. Barratt Osborne. Il nemico ti ascolta!
Gli studenti risero, e Wilson Thorne scrisse un'altra annotazione sul suo
taccuino.
Pap, bisbigli Bobby voglio andare a casa.
John Fitzgerald guard suo figlio. Strano: la stessa idea era venuta anche
a lui, un impulso inesplicabile di partire, di lasciare il pianeta. Marte era

93
cos diverso dal mondo che lui aveva conosciuto, e tuttavia egli stesso
aveva contribuito a renderlo cos. E quella gente...
D'accordo, Bobby, disse tranquillamente. Questo viaggio non
andato, per te, nel modo che avevo sperato, e me ne dispiace. Domani
mattina partiremo in elicottero per Martopoli e domani sera saremo sulla
nave che ci riporter sulla Terra! Sei contento?
S, pap, disse Bobby, illuminandosi.
Continuarono la loro corsa attraverso l'aria tersa e gelida, e l'erba
marziana, nel chiarore lunare, sembrava ammantata d'argento.

La sera dopo tutte le luci di Ranch House erano accese, e il loro chiarore
ardeva intenso nelle tenebre. Un forte vento da nord soffiava attraverso i
campi e si perdeva nei canyon di roccia delle montagne. Una delle due
piccole lune stava spuntando al di sopra dell'orizzonte, e le stelle erano
vivide e fredde.
Ed Crowley, il professor La Farge e B. Barratt Osborne facevano a gara
ad alzare il gomito davanti al fuoco che ruggiva nel massiccio caminetto
del vasto soggiorno. Le fiamme gettavano ombre guizzanti che danzavano
scherzosamente tra le travature del soffitto,
Uno! chiam Ed Crowley. Nessuna risposta.
Uno!
Silenzio.
Dove diavolo sono quei marziani? domand Crowley, rivolto a
nessuno in particolare. Sono ore che non se ne vede uno. Mai che ci
siano, quando li vuoi.
Come bambini farfugli il professor La Farge. Pro-proprio c-come
baa... baa...
Eh, s disse B. Barratt Osborne, tornando a riempirsi il bicchiere. A
proposito di bambini, dove sono i nostri scienziati in erba?
Se la stanno spassando gi al fiume lo inform Ed Crowley, Mi sa
che andr a dare un'occhiatina anch'io laggi, pi tardi. S, dico, quella Pat
Somerset un bel bocconcino, non so se rendo l'idea.
Se vi piacciono i bocconcini replic il grande scrittore, con
indifferenza.
Ehi, un momento obiett il professore, Un momento, un
momentiiino soolo, peppiacehe. Io sono respon... responscia...
Responsabile sugger B. Barratt Osborne.
Seeh. Responsciabile della... della... che cosa stavo dicendo?

94
Lasciate perdere consigli B. Barratt Osborne.
Ed Crowley si lasci andare su una poltrona. Quello che vorrei sapere
dove si sono cacciati quei marziani disse in tono lamentoso. Questo
posto sembra... diverso.
Il vento soffiava gelido nella notte.
Avete bisogno di berci su sentenzi B. Barratt Osborne.
Nella stanza, chiss perch, c'era un gran freddo. Il fuoco ardeva
scoppiettante e il bourbon faceva del suo meglio, ma nell'aria persisteva un
senso di gelo. Rumorosa nel silenzio, un'imposta sbatteva a intervalli
regolari contro un muro esterno.
L'orologio regolato sull'ora terrestre batt le undici.
Vorrei proprio sapere dove sono andati a cacciarsi quei maledetti
marziani ripet nervosamente Ed Crowley.

Le ombre scherzavano sulle pareti. E qualcosa si mosse nell'angolo pi


buio.
Cos' stato? scatt improvvisamente B. Barratt Osborne.
Io non...
L... l nell'angolo. C' qualcosa, l. Nel caminetto, il fuoco crepitava.
Uno! chiam ad alta voce Ed Crowley. Uno, sei tu?
Nessuna risposta.
Uno! Se sei tu, ti spello vivo!
Ombre. Ed Crowley brand rabbiosamente una bottiglia e si alz di
scatto.
Per l'ultima volta minacci con voce stridula e acuta vieni fuori di l!

La cosa venne avanti. Era Uno, in effetti... Ma non era solo. C'erano altri
con lui. Marziani. In modo del tutto inaspettato, la stanza si era riempita di
marziani. Entravano dalle porte e si arrampicavano dentro dalle finestre.
Venivano gi dalle scale. Erano centinaia: alti, magri e goffi. Le loro
chiome candide brillavano sotto le luci, i loro freddi occhi verdi non
battevano ciglio. Erano armati. Armati di pistole, raggi mortali, tubi e
svariati oggetti metallici che nessun uomo aveva mai visto prima di quel
momento.
Ed Crowley si lasci sfuggire la bottiglia di mano.
Eccoli i marziani disse Uno. Che buffi, eh?
Attenti, ora disse Due.
Stanno per cominciare disse Tre.

95
Le tenebre premevano contro la casa.
Ma, voi parlate mormor Ed Crowley.
Parliamo conferm Uno. Continuava ad avanzare.
I tre uomini se ne stavano rannicchiati contro la parete di fianco al
caminetto, le facce pallidissime e inondate di sudore.
Le armi, i raggi! E siete in tanti. Dove...?
Siamo milioni disse in tono gelido Uno.
Milioni? Tutti morti, estinti...
Per cinquant'anni siamo vissuti nelle grotte sotto le montagne disse
con voce ferma Due. Gli occhi verdi sembravano di ghiaccio. Erano
grotte particolarissime, e ci siamo rifugiati l quando apparso chiaro che
in nessun altro modo avremmo potuto far fronte contro i pazzi venuti dalla
Terra. Abbiamo sistemato le cose in modo che fosse impossibile trovarci, e
ci siamo messi all'opera. Sappiamo leggere nel pensiero, e abbiamo udito
ogni parola di quello che voi dicevate. Mandavamo spie a scoprire i segreti
delle vostre astronavi e delle vostre armi, e apportavamo miglioramenti
alle nostre. Noi vi mandavamo delle spie... E voi le prendevate per
attrazioni turistiche.
I marziani ridevano. Senza mandare alcun suono.

C' da dire una cosa, a proposito di questi indigeni disse Tre.


Imparano al volo.
Sono come bambini scimmiott Uno.
I marziani si fecero pi vicini. Allungavano le loro mani sottili e
toccavano gli uomini atterriti. Poi li portarono fuori, nella notte gelida, e li
caricarono sul mezzo di trasporto.
Avete... avete intenzione di ucciderci tutti? domand con voce
tremante il professor La Farge.
Non tutti rispose allegramente Uno.
La maggior parte. Alcuni, come quei dotti ragazzi l sul fiume, li
terremo. Come attrazioni turistiche, capite?
Il professor La Farge cominci a singhiozzare disperatamente.
Notate i caratteristici fiori notturni recit ironicamente Due, mentre
il mezzo di trasporto ronzava attraverso l'immobilit. La sua voce era tinta
di odio. Notate come sbocciano in ignorato splendore sotto le belle lune
gemelle di Marte. Ci stiamo ora avvicinando a un tempio abbandonato, che
nei tempi andati...
Il veicolo si ferm.

96
No mormor B. Barratt Osborne.
I marziani li portarono nel tempio, dove tutto era immobilit e gelo.
Avevano aspettato molto a lungo.
Non fatelo, non fatelo implor Ed Crowley, crollando in ginocchio,
Abbiamo imparato la lezione... S, imparato la lezione. Ce ne andremo:
non vi disturberemo pi, mai pi. Questo pianeta vostro, com' sempre
stato. Potete riprendervelo.
Spiacente ma non basta disse con voce incolore Tre.
Disgraziatamente per voi, anche noi abbiamo imparato la lezione. Marte
vecchio, esausto. Non rivogliamo indietro il nostro pianeta.
Allora che cosa volete?
Il vostro disse Tre.
A Ranch House, l'orologio-terra batteva la mezzanotte.
I marziani si avvicinarono per colpire, proprio come milioni di loro
fratelli stavano facendo su tutto Marte. Con armi e raggi e navi prodotti in
gran numero nelle viscere delle montagne.
Ed Crowley mand un urlo.
Sono una razza in estinzione disse Uno.
Secondo me, sono pazzi disse Due.
Io li trovo cos pittoreschi disse Tre.
Pochi minuti dopo, era tutto finito. Gli allievi avevano imparato bene la
lezione. Tranquillamente, inesorabilmente, mentre Paura e Panico
dominavano la notte, si ripresero il loro mondo, togliendolo ai maestri.
Quella stessa mattina, con un rombo che scosse il pianeta, i grandi razzi
marziani decollarono, con destinazione Terra.

97
Sopravvivenza
di Harry Harrison
(Survival Planet, Fantasy & Science Fiction, 1961)
Traduzione di Mario N. Leone

Ma, quando finita quella guerra io non ero ancora nato! Che
importanza pu avere una torpedine, dopo tutti questi anni?
Nella sua esuberante curiosit, Dall il Giovane poteva anche infastidire.
Per sua grande fortuna, il Comandante Navale Lian Stane era paziente per
natura, dote, questa, accentuata dalle numerose, dure esperienze passate.
Sono trascorsi cinquant'anni, da quando la Grande Schiavocrazia stata
sconfitta, s, questo per non implica che sia stata cancellata dalla faccia
dell'Universo.
Il Comandante Stane, intento, osservava lo spazio al di l del portello. In
quel confuso insieme di punti luminosi, lui riusciva a intravvedere i
contorni fantomatici dell'impero che avevano combattuto cos a lungo.
La Schiavocrazia ha avuto modo di espandersi indisturbata per pi di un
millennio. La sua sconfitta non l'ha eliminata, ci ha solo concesso
l'opportunit di accedere ai diversi pianeti che la componevano. Siamo
solo a met del lavoro necessario per riuscire a trasformare il loro tipo di
economia aberrante.
Tutte cose che so bene lo interruppe Dall il Giovane, impaziente.
Li ho conosciuti, quei pianeti, fin da quando mi sono arruolato. Ma che
c'entra, con tutto questo, la torpedine Mosaico che abbiamo inseguito? Ne
avranno lanciate pi di un milione, durante la guerra. Non capisco come,
dopo tanto tempo, proprio questa qui possa suscitare ancora tanto
interesse.
Se tu avessi letto i rapporti gli rispose Stane, e gli indic la spessa
cartella accanto al banco di navigazione ne sapresti molto di pi e ti
risparmieresti certe domande. Un consiglio di questo genere poteva
rappresentare, per il mite Comandante, qualcosa di molto vicino a un
rimprovero. Dall il Giovane ebbe la buona grazia di arrossire un poco, per
ascoltarlo con maggiore attenzione.

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La torpedine Mosaico un'arma spaziale intesa a provocare un ciclo
incontrollabile di disgregazione energetica in qualsiasi cosa riesca a
colpire. Tutte le torpedini usate dai due opponenti avevano detettori di
massa automatici che le disarmavano, nel caso si avvicinassero a oggetti
con massa planetaria, dal momento che la reazione innescata da una
torpedine era in grado di disintegrare un mondo intero con la stessa facilit
con cui poteva distruggere una semplice nave. Puoi renderti conto
dell'interesse che pu suscitare la scoperta di una certa torpedine
programmata soltanto allo scopo di disintegrare un pianeta. Tutti i dati
trasmessi dal suo computer vennero intercettati, registrati, archiviati, e solo
recentemente interpretati. Questa torpedine, spedita da molto lontano, era
stata diretta precisamente verso il quarto pianeta della stella a cui ci stiamo
avvicinando. E, se non l'avessimo disarmata, fra non molto l'avrebbe
distrutto.
Abbiamo dei dati, su questo pianeta? gli chiese Dall.
Niente di niente. un sistema inesplorato, almeno per quanto riguarda
noi. Ma la Grande Schiavocrazia ne sapeva abbastanza per volere la
distruzione di questo mondo. Siamo qui appunto per scoprire il perch.
Dall il Giovane aggrott la fronte, mentre rimuginava l'idea.
Sarebbe questo, l'unico motivo? chiese alla fine. Dal momento che
abbiamo gi disinnescato quell'oggetto e impedito l'annientamento del
pianeta, tutto sommato si potrebbe anche tornare a casa.
Proprio un modo di pensare come questo spiega chiaramente perch
qui dentro ti tocca il grado pi basso. Il tono del Cannoniere Arnild, che
era appena entrato, era poco benevolo, come di abitudine. I suoi non molti
anni di servizio erano riusciti a stagionarlo in modo impressionante. Cos
non aveva pi pazienza per niente e per nessuno, a parte i suoi computer e
le sue armi. Si piazz di fronte al giovane Dall, che era ammutolito.
Mi permetto di suggerire qualcuna delle ipotesi che persino io riesco a
figurarmi. Prima di tutto, mi pare quanto mai ovvio che qualsiasi nemico
della Schiavocrazia potrebbe invece dimostrarsi amico nostro. Oppure, al
contrario, qui ci si potrebbe trovare di fronte un arcinemico di tutta la razza
umana, e potremmo anche ritenere giusto attivare un'altra torpedine per
completare quello che gli Schiavisti avevano iniziato. Vuoi un'altra
possibilit? Gli Schiavisti potrebbero aver installato qui impianti di una
certa importanza, come per esempio un centro di ricerche, che
preferirebbero distruggere, piuttosto che lasciarli a nostra disposizione.

99
Che ne dici? Non ne basterebbe una, di queste probabilit, perch meriti
dare un'occhiata da vicino al pianeta?
Entreremo nell'atmosfera fra venti ore annunci Dall, senza
rispondere. Intanto si stava calando di sotto, attraverso il boccaporto.
Devo controllare la lubrificazione dei propulsori.
Ci vai troppo leggero, con quel ragazzo, brontol il Cannoniere
Arnild. Intanto, di malumore, fissava il sole sempre pi vicino, la sua luce
accecante gi offuscata dai filtri entrati in azione automaticamente sul
portello.
E tu gliela metti gi troppo dura ribatt Stane. Almeno c' un certo
equilibrio. Ti scordi sempre che lui non ha fatto la guerra e non ha mai
visto niente degli Schiavisti.

Sfiorato il bordo esterno dell'atmosfera, la nave-scout si avvent poi


attraverso il percorso calcolato di un'orbita ellittica, per subito battere in
ritirata nella sicurezza dello spazio, mentre il computer digeriva e faceva
copie delle registrazioni e riprese effettuate dagli strumenti di bordo. I
duplicati vennero inseriti in una torpedine messaggera, e solo quando
questa ebbe iniziato il suo viaggio verso la lontana base, il Comandante
Stane si concesse di esaminare con calma i risultati dei rilevamenti.
Bene. Abbiamo fatto il nostro dovere fece, rilassandosi. Cos, non
ci resta che prepararci e scendere a sbirciare l sotto.
Arnild bofonchi il suo assenso. Il dito indice gli si muoveva da solo,
come se premesse un grilletto invisibile. Con Stane si chin a studiare i
grafici e le foto sparpagliate sul tavolo. Dall cercava di rendersi conto
anche lui, alle loro spalle, passando in fretta le fotografie che gli altri
avevano gi esaminato. Fu il primo a commentare.
Non mi sembra ci sia un gran che. Grande abbondanza di acque, una
grossa isola-continente. Niente altro di notevole.
Cos risulta dai rilievi conferm Stane, mentre scartava i grafici a
uno a uno. Niente radiazioni sensibili, nessuna massa metallica, n in
superficie n sotto, niente riserve di energia. E di conseguenza nessun
motivo valido perch si resti nei paraggi, almeno in teoria.
Ma intanto ci siamo borbott Arnild, sempre di cattivo umore.
Cos, vediamo di atterrare, e verifichiamo di persona se c' invece
qualcos'altro che gli strumenti non possono dirci. Questo sarebbe un punto
adatto. Mostr una delle foto e la infil nel proiettore. Potrebbe

100
trattarsi di una citt primitiva composta di capanne. Si vede gente
affaccendata, fumo dai tetti...
E quelle cose nei campi potrebbero essere pecore si intromise Dall,
eccitato. E barche arenate sulla riva. Scommetto che laggi scopriremo
qualcosa.
Ne sono certo dichiar il Comandante Stane. Preparatevi per
l'atterraggio.
Leggera come un uccello, e altrettanto silenziosa, la nave discese dal
cielo, descrivendo un morbido arco che si concluse presso un folto di alti
alberi, su un colle sopra il villaggio.
Rapporto sull'atmosfera positivo annunci Dall, che stava
controllando i quadranti dell'analizzatore.
Stai pronto con l'artiglieria, Arnild! Il Comandante Stane cercava di
alleggerire una certa tensione. Non perderci di vista, per non sparare
senza che te lo ordini io.
O se vedr che non sei pi in condizioni di ordinarmelo! aggiunse
Arnild, senza mostrare la minima emozione.
Gi, bravo gli rispose Stane, altrettanto freddo. Nel qual caso
assumerai tu il comando. Strinse le fibbie dello zainetto con il corredo da
ricognizione e, seguito da Dall, si infil attraverso la doppia porta a tenuta
ermetica. Fuori l'aria era dolce, gradevolmente tiepida, arricchita dal buon
odore fresco delle foglie giovani.
Fa piacere una boccata, d'aria vera, dopo aver respirato per tanto
tempo quella roba conservata... Il giovane Dall era contento.
Ci tieni proprio a confermare la tua immensa bravura nel blaterare le
considerazioni pi ovvie. La voce di Arnild raspava pi che mai,
attraverso gli auricolari, Di l riuscite a vedere quel che succede nel
villaggio?
Dall stava trafficando per districare il binocolo dalla borsa. Il
Comandante Stane aveva adoperato il suo fin da quando avevano lasciato
la nave. Laggi non si nota nessun movimento. Spedisci fuori un Occhio.
L'Occhio, ronzando, fil dalla nave in un arco veloce che lo port fra le
capanne del villaggio. Lo poterono seguire mentre le ispezionava a una a
una. Erano circa un centinaio, costruzioni semplicissime: un palo centrale
da cui partiva un tetto di arbusti e paglia.
Non c' proprio nessuno annunci Arnild, che seguiva l'ispezione sul
monitor. Anche gli ammali, quelli delle foto, sono spariti tutti.

101
La gente non pu essere svanita cos protest Dall. I campi qui
attorno sono tutti vuoti. E non c' nessun rifugio visibile. Invece si vede
bene uscire ancora del fumo dalle case!
Bene, il fumo c', la gente no gli ribatt, secco, Arnild. Fa' due
passi e va' a controllare di persona.
L'Occhio aveva lasciato il villaggio e stava tornando verso la nave. Dopo
una brusca virata attorno alle piante vicine, lo videro arrestarsi di colpo a
mezz'aria.
Aspettate! La voce di Arnild risuon aspra negli auricolari. Le
capanne sono vuote, ma su quell'albero, il pi vicino a voi, c' qualcuno. A
circa dieci metri di altezza!
I due sulla collina trattennero l'impulso di alzare la testa. Con calma si
spostarono un po' di lato, in modo da evitare la possibilit di essere
bersagliati dall'alto.
Va bene, basta cos li avvert la voce di Arnild. Ora sposto
l'Occhio. Vedremo di che si tratta. I motori dell'Occhio, appena audibili,
modularono il loro tenue ronzio, mentre la macchina cambiava posizione.
una ragazza. Indossa qualcosa fatto di pelli. Non vedo armi, ha solo un
sacchetto legato alla vita. Non si muove: sta aggrappata all'albero, tiene gli
occhi serrati. Si direbbe che abbia paura di cadere.
I due uomini ora riuscivano a vederla, confusamente: una forma
indistinta, raggomitolata.
Resta a quella distanza, con l'Occhio, avvert il Comandante Stane.
Non avvicinarti, ma attacca l'altoparlante e inseriscimi nel circuito.
Ecco fatto. Hai la linea.
Siamo amici...Scendi...! Scendi gi... Non ti faremo del male...
Le parole rimbombavano dalla macchina ondeggiante sulle loro teste.
Ha sentito, ma sembra che non capisca lo 'Speranto', avvis la voce
di Arnild. Si limitata ad aggrapparsi all'albero con pi forza, mentre
parlavi.
Il Comandante Stane aveva avuto modo di conoscere bene la lingua
degli Schiavisti, durante la guerra. Con un certo sforzo mentale, riusc a
ritrovare le parole giuste per tradurre il suo annuncio. Lo ripet, attraverso
l'altoparlante dell'Occhio, nella lingua del nemico sconfitto.
Stavolta una reazione c' stata, rifer Arnild. scattata come una
molla, c' mancato poco che non cadesse di sotto. Poi si arrampicata due
rami pi su, prima di riattaccarsi al tronco.

102
Fate provare a me, signore! Dall si era fatto avanti. Cercher di
portarla quaggi. Posso salire dietro a lei con una corda, mi sembra l'unico
sistema. L'ho gi provato con un gatto che non riusciva pi a scendere.
Stane rimugin l'idea per un poco. Potrebbe essere una soluzione
disse alla fine. Va' a prendere il rotolo da duecento metri e i ferri da
scalata, nella nave. Cerca di far presto, fra non molto sar buio.
I ferri risuonarono contro il legno e Dall inizi l'ascesa, cauto, fino ai
rami pi bassi. Sopra di lui la ragazza si era mossa, gli apparve la macchia
chiara del suo viso rivolto in gi a guardarlo. Riprese a salire finch la
voce di Arnild non lo blocc, secca e improvvisa. Aspetta! Ha ripreso ad
arrampicarsi verso l'alto. Cerca di non farsi raggiungere.
Che devo fare, Comandante? chiese il ragazzo, mentre cercava una
posizione pi comoda nella biforcatura di un grosso ramo. La scalata lo
aveva esilarato, si sentiva la pelle viva, solleticata leggermente dal sudore.
Sbotton il colletto e aspir con forza l'aria ricca di umori.
Seguita cos. Non potr sfuggirti, oltre la cima.
Ora la scalata era pi facile, i rami pi piccoli e pi vicini. Dall saliva
senza affrettarsi, per evitare che la ragazza, allarmata, potesse mettere un
piede in fallo. Sotto, lontano, il terreno era ormai celato dalle foglie. Loro
due erano soli in un mondo di rami folti che dondolavano, come dotati di
una loro vitalit misteriosa. Il tubo argenteo dell'Occhio era l'unico segno
di altre presenze vicine. Dall il Giovane si ferm un momento per praticare
un nodo scorsoio all'estremit della corda, facendo attenzione perch
risultasse ben saldo. Per la prima volta, da quando aveva avuto inizio la
missione, si sentiva nella parte di un protagonista. Quei due vecchi cavalli
da battaglia non erano cattivi compagni, ma gli facevano pesare troppo i
loro anni di esperienza. Ora invece c'era qualcosa che lui solo avrebbe
saputo fare meglio. L'idea lo rallegrava, si scopr a fischiettare
sommessamente.
La ragazza avrebbe potuto arrampicarsi anche pi in alto, i rami erano
ancora abbastanza robusti per sostenerla. Ma, per qualche suo motivo, si
era invece ritirata su un ramo e sembrava aspettare. Ce n'era un altro
vicino, facile da raggiungere. Dall, cauto, vi si spinse sopra, accostandosi
gradatamente a lei.
Non c' niente da aver paura le sorrise. Voglio solo aiutarti a
scendere sana e salva per riportarti dai tuoi amici. Su, attaccati a questa
corda.

103
La ragazza incominci a tremare e si spost, per allontanarsi da lui. Era
giovane e graziosa, vestita solo di un gonnellino di pelle. Aveva i capelli
lunghi, ma pettinati e raccolti sulla nuca con una stringa. In lei non c'era
niente di alieno, se non quell'irragionevole paura. Mentre le si avvicinava,
Dall pot rendersene ben conto. Braccia e gambe le tremavano
violentemente, senza interruzione. Serrava i denti sulle labbra al punto di
farle sanguinare. Non gli sembrava possibile che occhi umani potessero
restare sbarrati come questi che ora lo fissavano, colmi di una disperazione
folle.
Non devi aver paura le ripet, fermandosi vicinissimo. Il ramo era
sottile, elastico. Se provava ad afferrarla c'era il caso che venissero sbalzati
gi tutti e due. Non voleva che proprio ora capitasse qualche incidente.
Con estrema cautela, Dall si leg la corda intorno ai fianchi e la assicur al
ramo pi vicino. Con la coda dell'occhio vedeva la ragazza muoversi e
girare la testa attorno, smarrita.
Amici! Cercava di rassicurarla, ma la parola, probabilmente, non
aveva significato, per lei. Gliela tradusse nella lingua degli Schiavisti,
prima gli era sembrato che lei la capisse: Noi'r venn!
L'effetto fu immediato e imprevisto. La bocca le si spalanc, le gambe le
si contrassero. L'urlo fu terribile, simile a quello di un animale morente. Lo
colse alla sprovvista e lo fece esitare. Quando si slanci in un tentativo
disperato di afferrarla era troppo tardi.
La ragazza non aveva perso l'equilibrio. Con tutta la sua forza si era
scagliata nel vuoto, saltando cos verso una morte certa, piuttosto che
lasciarsi toccare da lui. Per un attimo sembr a Dall che restasse sospesa a
mezz'aria, all'apice della traiettoria, in una posizione contorta, con una
espressione folle di terrore, prima che la forza di gravit la facesse
piombare attraverso le foglie. Poi anche Dall cadde nel vuoto, tentando
vanamente di aggrapparsi a qualcosa.
La corda che aveva assicurato al ramo lo salv. In uno stato di quasi
completo intontimento, riusc a risalire lungo il tronco, per sciogliere i
nodi. Raggiunse il terreno come un automa irrigidito. Gli ci volle del
tempo. Intanto, una coperta era stata appoggiata sulla cosa informe che
giaceva sull'erba. Non c'era bisogno di chiedere niente.
Ho fatto il possibile... Ho fatto tutto il possibile per fermarla. Dall
non riusciva a mantenere ferma la voce. Il Comandante stava esaminando
il contenuto della borsa che la ragazza aveva con s.

104
Certo, certo, lo rassicur. Abbiamo seguito tutto con l'Occhio.
Quando ha deciso di saltare, nessuno avrebbe potuto fermarla.
Non c'era bisogno di parlarle in quella lingua, per fece, brusco,
Arnild, che stava uscendo in quel momento dalla nave. Pareva che volesse
aggiungere qualcos'altro, ma un'occhiata decisa del Comandante lo fece
zittire. Anche Dall se n'era accorto.
Me ne ero scordato...! Cercava di parlare con voce normale, senza
riuscirvi. Mi passato per la mente che poteva capire quella lingua, e
basta. Non ricordavo che avrebbe potuto spaventarla. So di aver sbagliato,
ma chiunque, in quelle condizioni... Non volevo che morisse...! Intanto
muoveva lo sguardo da uno all'altro dei loro volti privi di espressione. Con
uno sforzo serr le mascelle tremanti e volt le spalle.
Sar meglio che tu prepari qualcosa da mangiare gli consigli Stane.
Non appena il portello della nave si fu chiuso alle spalle del ragazzo,
indic ad Arnild il corpo sull'erba. Andiamo. Ti aiuter a seppellirla.
Fu un pasto breve e silenzioso. Nessuno di loro aveva molto appetito.
Pi tardi, Stane sedette al banco delle carte, rigirando fra le mani il sodo
frutto verde che aveva trovato nella borsa. Ecco che cosa stava facendo,
su quell'albero. Raccoglieva frutta. Cos non le riuscito di svanire nel
niente, come tutti gli altri. Il fatto che siamo atterrati proprio l accanto,
intrappolandola sull'albero, stato puramente accidentale. Lanci
un'occhiata di sbieco a Dall che guardava altrove, silenzioso.
Che facciamo, aspettiamo domani mattina? chiese Arnild. Si sta
facendo buio, ormai. Aveva smontato una pistola e ne stava controllando
e oliando i pezzi.
Sar meglio approv il Comandante. Spedisci un Occhio con un
proiettore infrarosso sopra il villaggio, per registrare qualsiasi eventuale
novit.
Vorrei restare ai controlli dell'Occhio propose Dall, ansioso. Io
non... Non ho sonno. Potrei scoprire qualcosa. Il Comandante esit un
attimo. Va bene. Svegliami, se c' del nuovo. Altrimenti fatti sentire
all'alba.

Durante la notte, niente si mosse nel villaggio silenzioso. Alle prime


luci, il Comandante Stane e Dall s'incamminarono gi dalla collina,
preceduti da un Occhio librato a pochi metri dal suolo. Nella nave, Arnild
era rimasto ai controlli.

105
Se venite da questa parte, signore, c' qualcosa che ho notato stanotte,
mentre andavo in giro con l'Occhio, un po' a caso.
C'era una grande escavazione, dove Dall stava indicando. Attorno ai
bordi smussati dalle intemperie crescevano grandi alberi. Sul fondo
luccicava una pozza d'acqua da cui sporgevano i resti di macchinari
arrugginiti.
Devono essere ruspe o qualcosa di simile. Per quanto, non facile
esserne sicuri. Il tempo le ha ridotte male.
L'Occhio venne diretto verso il fondo, per esaminare la ferraglia da
vicino, poi s'immerse sott'acqua per un minuto. Erano proprio macchine
scavatrici annunci la voce di Arnild. Per lo pi rovesciate e mezzo
sepolte, come se fossero state gettate nella buca di proposito. E tutte di
fabbricazione Schiavista.
Stane parve colpito. Ne sei proprio sicuro? chiese.
Pi che sicuro. So leggere i marchi e le etichette.
Il Comandante sembrava ruminare, pensoso. Poi si riscosse. Su,
andiamo al villaggio.
Dall il Giovane non perse tempo a scoprire dove fossero andati a finire
gli abitanti. Non era poi un gran segreto, quello che svelarono nella prima
capanna visitata. Il pavimento era di terra battuta, c'erano pietre disposte a
cerchio, come focolare. Tutti gli oggetti che trovarono erano di fattura
semplicissima, primitivi. Vasi e scodelle di spessa creta seccata, pellicce
non conciate, qualche utensile di legno rozzamente intagliato. Dall stava
rovistando in mezzo a delle stuoie dietro il focolare quando gli apparve
l'orifizio.
Era un'apertura, del diametro di circa un metro, che sprofondava nel
terreno seguendo una pendenza praticabile. La terra, l dentro, era battuta
come quella della capanna. Ecco dove si sono nascosti! Il Comandante
era abbastanza eccitato. Fammi vedere quanto profonda.
Non c'era modo di capirlo. Il raggio della torcia rivelava una specie di
tunnel dalle pareti lisce che, dopo cinque metri, spariva in una brusca
curva. L'Occhio si abbass, per restare sospeso, ronzando, in mezzo
all'ingresso.
Dalla nave, la voce di Arnild si fece sentire:
Prima ho mandato l'Occhio a esplorare le altre capanne. In ognuna c'
una buca come questa. Vuoi che diamo uno sguardo laggi dentro?
S, ma fallo muovere con cautela lo ammon Stane. Se c' gente
nascosta, non il caso di creare allarme inutile. Ritirati appena trovi

106
qualcosa. Il ronzio si allontan, mentre l'Occhio spariva dietro la curva
del tunnel.
Questo si unisce a un altro passaggio annunci Arnild. E ora un
nuovo incrocio. Incomincio a confondermi... non lo so se sar possibile
riportarlo indietro per la stessa via.
Non sar una gran perdita, ne abbiamo di riserva. Va' avanti, ordin
Stane.
Ora dev'esserci della roccia solida tutt'intorno... Il segnale si
indebolisce, faccio fatica a mantenere il controllo. Ecco, questo sembra un
ambiente pi grande, una specie di caverna... ASPETTA! C' qualcuno!
Per un attimo ho visto un uomo infilarsi in uno dei tunnel laterali.
Seguilo! Stane era teso, impaziente.
Ci fu un momento di silenzio. Non facile. Sembra un vicolo cieco.
Una grossa roccia blocca il tunnel. Deve essere stata spostata a bloccare il
passaggio dopo che quel tipo passato di l. Torno indietro a...
ACCIDENTI...!!
Che c', che non va...?
Un'altra roccia che prima non esisteva, proprio dietro all'Occhio...
L'hanno intrappolato in quel tratto di tunnel. Ora lo schermo vuoto, tutto
quello che ricevo un segnale di guasto! La voce di Arnild era
esasperata, rabbiosa.
Molto ben congegnato fece il Comandante. Questa gente peggio
che sospettosa, verso gli estranei, e pare siano anche abbastanza efficienti
nell'inventare i mezzi per liberarsene. A quest'ora probabilmente hanno
fatto crollare il tratto di tunnel dove si trova l'Occhio.
Ma perch tanta paura?! esclam Dall, sconcertato, guardandosi
intorno. La capanna era l'abitazione pi squallida e scomoda che avesse
mai visto. Che potrebbero avere avuto di cos prezioso da attirare gli
Schiavisti? E perch, ancora oggi, temono gli stranieri fino a questo punto?
chiaro che gli Schiavisti avranno impiegato ogni mezzo per riuscire a
rovistare anche l sotto. L'avranno trovato, poi, quello che cercavano? E
hanno in seguito deciso di distruggere tutto perch l'hanno trovato... o al
contrario perch non l'hanno trovato...?
Vorrei proprio saperlo gli rispose Stane, malinconico. Il lavoro che
stiamo facendo ne sarebbe parecchio facilitato. Stenderemo un rapporto
preciso per il Quartier Generale. Forse a loro potr venire qualche geniale
ispirazione.

107
Sulla via del ritorno, verso la nave, notarono la terra smossa di fresco tra
gli alberi. C'era una buca stravolta nel posto in cui avevano sepolto la
ragazza. Il terreno era stato divelto e scaraventato in ogni direzione. Erano
evidenti sui tronchi vicini solchi rabbiosi, profondi sfregi provocati da
lame taglienti... o da unghiate gigantesche. Qualcuno, o qualcosa, era
venuto a cercare la ragazza, aveva dissepolto il suo corpo e sfogato una
cieca, forsennata furia sul terreno e sugli alberi. Impronte fresche
conducevano a un'apertura seminascosta fra le radici di una grande pianta.
Scendeva di sbieco, profonda, un nascondiglio enigmatico, misterioso
come gli altri che l'Occhio aveva rivelato.

Prima di ritirarsi, quella sera, il Comandante Stane controll due volte


che i portelli fossero bloccati a dovere e i circuiti di allarme funzionanti.
And a letto, ma non riusc a prender sonno. La risposta al problema
sembrava molto vicina, e tuttavia irraggiungibile. La sentiva galleggiare ai
bordi della sua consapevolezza, appena fuori portata. Aveva abbastanza
elementi a disposizione per concludere. Ma come? Scivol in un
dormiveglia irrequieto senza trovar risposta.
Si risvegli, nell'oscurit della cabina, con la sensazione che fosse
accaduto l'irreparabile. Con la mente ancora appannata dal sonno, cerc tra
le ultime fugaci impressioni, senza capire. Che cosa poteva averlo
svegliato? Forse un rumore lieve come un sospiro, una breve ventata.
Avrebbe anche potuto essere il portello doppio che si apriva e richiudeva.
Vincendo un panico improvviso, balz a sedere, fece scattare
l'interruttore e afferr la pistola appesa accanto alla cuccetta. Intanto
Arnild era comparso sulla porta, sbadigliava, un po' stralunato.
Che succede? gli domand, sbattendo le palpebre.
Chiama Dall! Qualcuno deve essere entrato nella nave.
Piuttosto, uscito, io credo. Dall non nella sua cuccetta.
Che cosa?! Stane si precipit nella cabina di comando. Il circuito
d'allarme era stato disattivato. Su uno dei quadranti era appoggiato un
pezzo di carta. Il Comandante lo afferr e lesse quello che vi era scritto:
un'unica parola. Aspir violentemente, nel comprendere, poi appallottol il
foglio in un movimento convulso del pugno. Che idiota! grid. Che
dannato ragazzo deficiente! Arnild! Metti subito in funzione un
Occhio, ...No, due! Star io all'altro controllo!
Ma che successo? Arnild era sbalordito dalla sua reazione. Che
avrebbe combinato, quello stupido?

108
andato laggi sotto. Nei tunnel. Dobbiamo fermarlo!
All'esterno, Dall non era visibile, ma l'ingresso del tunnel fra gli alberi
appariva calpestato da poco..
Mander un Occhio l dentro. Fa' scendere il tuo per l'ingresso pi
vicino. Usa gli altoparlanti. Di' loro che siamo amici, in quella maledetta
lingua...
Ma... eppure hai visto che reazione ha avuto la ragazza, quando l'ha
usata Dall... Arnild era perplesso, confuso.
Lo so benissimo, quello che accaduto scatt Stane. Secondo te
abbiamo altra scelta? Muoviti, facciamo presto!
Arnild stava per ribattere, ma la febbrile intensit dei movimenti di
Stane ai controlli lo blocc. In silenzio, stacc un altro Occhio e lo sped
verso il villaggio.

Se coloro che si acquattavano nel labirinto di passaggi sotterranei


avevano compreso il messaggio, certamente non lo avevano creduto. Uno
degli Occhi rest bloccato da una ostruzione improvvisa in un tunnel senza
uscita. Il Comandante tent di penetrare con la macchina nel mucchio di
terra e detriti, senza riuscirvi. Gli venivano trasmessi rumori, come tonfi
sordi e colpi di pala, mentre nuovo materiale veniva aggiunto a rinforzare
l'ostacolo.
Per mezzo dell'altro Occhio, Arnild aveva scoperto un vasto ambiente
sotterraneo gremito di pecore impaurite che si serravano l'una all'altra.
Nessuna traccia degli indigeni. Uscendo da questa caverna, l'Occhio venne
fermato e sepolto da una frana di roccia. Alla fine il Comandante Stane fu
costretto a dichiararsi sconfitto.
Quello che succeder d'ora in poi dipende soltanto da loro. Quanto a
noi, non potremo cambiare niente, ormai.
C' stato un movimento, fra quegli alberi, Comandante scatt Arnild.
L'ho appena registrato con il detector. Ora passato.
Con le armi in pugno, esitanti scivolarono all'esterno, affrontando una
natura arrossata dai riflessi dell'alba. Avanzavano dividendo una quasi
certa consapevolezza di quello che avrebbero trovato, ma incapaci di
esprimerlo a voce alta finch restava un'ombra di speranza.
Una speranza che non poteva cambiare la realt. Il corpo di Dall il
Giovane giaceva accanto alla bocca del tunnel dal quale era stato spinto
fuori. Il rosso del cielo luccicava sul rosso del sangue. Il ragazzo era morto
in modo orribile.

109
Arnild non seppe trattenere un urlo angosciato. Ma sono diavoli!
Bestie! Trattare cos uno che cercava soltanto di aiutarli...! Guarda... Gli
hanno spezzato braccia e gambe... gli hanno raschiato via tutta la pelle...
Del viso... non c' rimasto niente. L'anziano soldato lasci andare il fiato
con un suono che era pi che altro un singhiozzo. Andrebbero scovati a
forza di bombe, fatti saltare in aria tutti senza piet! Proprio come
giustamente volevano fare quegli altri... Incontr lo sguardo fisso di
Stane e tacque.
S, probabile che allo stesso modo l'abbiano sentita gli Schiavisti
gli disse, senza espressione, il Comandante. Non ti rendi conto di quello
che successo, tanto tempo fa, in questo posto?
Arnild scosse il capo, senza comprendere. Dall ha intravisto parte della
verit. Ha sbagliato, credendo che fosse ancora possibile cambiare
qualcosa. Ma, per lo meno, aveva un'idea del pericolo a cui stava andando
incontro. Per non ha esitato, soprattutto perch si sentiva in colpa per la
morte della ragazza. Ecco perch ha lasciato il biglietto con la parola
schiavi , come indizio, nel caso non avesse fatto ritorno. Stane si
appoggi stancamente a un tronco vicino. L'idea di una semplicit
estrema. Non abbiamo capito subito perch eravamo in cerca di qualcosa
di pi complicato, con connotati tecnici, magari. Mentre non era un
problema di natura fisica, quello che stavamo affrontando. Si tratta
piuttosto di una questione che riguarda tutta una societ.
Arnild era ancora confuso, sembrava non capire.
SCHIAVI, enunci Stane. Quell'impero, la Grande Schiavocrazia,
era in continua espansione, e tu sai bene che i loro sistemi di conquista
erano costosi, in termini di vite umane. Avevano un costante bisogno di
rinnovare le loro fonti di rifornimento, perci erano costretti a crearsele.
Questo pianeta rappresentava una delle risposte. Fatto su misura, in un
certo senso. Un unico continente, con scarse e rade foreste, in pratica senza
nascondigli, per chi volesse sfuggire alle navi schiaviste. Bast insediare
un nucleo, rifornirlo di sufficienti fonti di sopravvivenza ma evitando con
cura la possibilit che si diffondesse qualsiasi forma di tecnologia. Poi se
ne andarono, per lasciarli procreare a volont. Ogni dieci, venti anni,
tornavano a prelevare tutti quelli che potevano servire, lasciando gli altri a
rifornire le scorte. Per non tennero conto di un elemento.
Arnild stava riprendendosi. Ora incominciava a capire. Lo spirito di
adattabilit della razza umana disse.

110
Naturalmente. La capacit, con il tempo, di adattarsi a qualunque
situazione, anche estrema. Qui ne abbiamo un esempio perfetto. Una
popolazione isolata, senza storia, senza una lingua scritta, unica dote
l'istinto di sopravvivenza. Di tanto in tanto, creature infami piombano dal
cielo e rubano i loro figli. Cercano di sfuggire, ma non c' dove
nascondersi. Costruiscono delle barche, ma non trovano altro luogo in cui
approdare. Non c' via di scampo...
Finch uno di loro, pi furbo degli altri, sollecitato dalla disperazione,
non si fa venire un'idea nuova: scava una buca profonda e vi si nasconde
con la famiglia. E la cosa funziona...!
Questo fu soltanto l'inizio annu Stane. L'idea si diffonde. Quando
gli Schiavisti cercano di snidarli, i tunnel vengono scavati sempre pi
profondi e complessi. Cos che, alla fine, gli schiavi l'hanno vinta sui loro
padroni. Senza dubbio fu questo il primo pianeta che si sia ribellato alla
Grande Schiavocrazia con risultati positivi. Non c'era mezzo, per snidarli
vivi. Avranno usato dei gas, o sistemi simili, ma anche questo non
servito. Probabilmente ci saranno stati dei suicidi collettivi, quando
l'alternativa era uscire o morire. La loro disperazione e il loro senso di
rivolta erano giunti a questo punto. E se qualcuno dei loro oppressori era
abbastanza stolto da scendere l sotto a cercare di prenderli... Non gli
riusc di terminare la frase. Il corpo di Dall era pi eloquente di qualunque
discorso.
Ma l'odio e la paura possono bastare per... Arnild scuoteva il capo.
Il modo in cui quella ragazza si uccisa, piuttosto che lasciarsi toccare...
I tunnel hanno finito per far parte di una forma di religione,
evidentemente. Cos doveva essere, perch potessero essere conservati e
riparati durante i periodi abbastanza lunghi fra una visita e l'altra degli
Schiavisti. Ai bambini bisognava insegnare che dal cielo calavano soltanto
demoni, e che ogni possibile salvezza risiedeva laggi sotto. Esattamente il
contrario di quanto dicevano le antiche religioni della Terra. Odio e paura
venivano inculcati profondamente, in modo che ognuno di loro, a
qualunque et, sapesse cosa c'era da fare all'apparire di una nave. Devono
esistere innumerevoli ingressi segreti. Pochi secondi dopo la segnalazione
di una nave in arrivo, tutta la popolazione ha modo di scomparire sotto
terra. Per loro era certo che anche noi fossimo Schiavisti. Soltanto creature
infernali possono piovere dal cielo.
Stane si pass una mano fra i capelli e sospir. Dall ha probabilmente
intuito tutto questo. Ha commesso il fatale errore di credere di poterli

111
convincere, con la ragione, che gli Schiavisti non esistevano pi, e che non
dovevano pi nascondersi. E che anche uomini buoni possono scendere dal
cielo. Ma questa, per loro, pura eresia. Basterebbe, per farsi uccidere,
ammesso che abbiano ascoltato una sola parola prima di farlo.
Con ogni cura, lentamente, trasportarono il corpo di Dall il Giovane
verso la nave.
Non sar un lavoro da poco, far capire a questa gente la verit. Si
erano fermati un momento a riposare. Ancora per non riesco a
immaginare perch la Schiavocrazia volesse distruggere il pianeta.
Anche qui, cercavamo una spiegazione troppo complicata gli rispose
il Comandante Stane. Perch credi che un esercito occupante faccia
saltare edifici e distrugga monumenti, quando costretto a ritirarsi?
Rabbia e frustrazione, nient'altro. Sono emozioni elementari, antiche come
l'uomo. Se a me impossibile tenere una cosa, ebbene, non l'avrai neanche
tu. Questo pianeta deve aver infastidito a morte gli Schiavisti per parecchi
anni. Era la sede di una ribellione ostinata che non riuscivano a
schiacciare. Non si rassegnavano all'idea di essere sconfitti da una banda di
schiavi, cos usarono ogni mezzo, prima di dover ammettere che non
l'avrebbero avuta vinta. A questo punto, non restava che distruggere il
pianeta, per liberarsi dei loro furibondi sentimenti, dalla frustrazione pi
nera. Ho notato che anche tu hai provato qualcosa del genere, quando hai
visto come era ridotto il nostro Dall. una brutta reazione negativa, ma
pienamente comprensibile, negli esseri umani.
Erano vecchi soldati, tutti e due, cos la loro emozione non era troppo
evidente quando, prima di ripartire, sistemarono il corpo del giovane Dall
nell'apposito cubicolo.
Ma erano vecchi anche in un altro senso, ormai, e certamente molto pi
vecchi ora di quando erano giunti su questo pianeta. Lo denunciavano i
loro movimenti torpidi, lo sentivano nella rigidezza dell'anima di chi ha
visto e subito troppo cose, eppure sopravvive.

112
Il relitto
di Keith Laumer
(A relict of war, Analog, 1969)
Traduzione di Ferruccio Alessandri

Esister certo un tipo di soldato per cui si possa dire: I vecchi soldati
non muoiono mai....

La vecchia macchina bellica stava nella piazza del villaggio, con gli
impotenti cannoni che puntavano senza mirare verso la strada assolata, Le
crescevano intorno lussureggianti erbacce alte come un uomo, che
s'intrufolavano nei solchi dei battistrada larghi due metri; viticci si
arrampicavano su per i suoi alti fianchi, rugginosi e macchiati dallo sterco
dei volatili. Una fila di decorazioni smaltate e ossidate si stagliava opaca
sulla prua, riflettendo il sole pomeridiano.
Vicino alla macchina oziava un gruppo d'uomini. Portavano pesanti abiti
da lavoro e stivali, le loro mani erano grandi e callose, i volti bruciati dalle
intemperie. Si passavano una brocca di mano in mano e bevevano a lunghi
sorsi. Era la fine di una lunga giornata di lavoro e si sentivano rilassati e di
buon umore.
Ehi, ci dimentichiamo del vecchio Bobby disse uno. Avanz a grandi
passi e spruzz un po' di whisky puro sulla bocca annerita dalla fuliggine
del cannone che pendeva ad angolo acuto dalla torretta anteriore. Gli altri
risero.
Come va, Bobby? chiese a gran voce l'uomo.
Dalle profondit della macchina venne una specie di frinire.
Molto bene, grazie sussurr una debole voce raschiante da una grata
sotto la torretta.
Le tieni d'occhio le cose, eh, Bobby? grid un altro uomo.
Tutto a posto fu la risposta che venne: il trillo di un uccellino emesso
da un dinosauro.
Bobby, non ti stanchi mai di restare l?
Cavolo, non ti stancare, Bobby! disse l'uomo con la brocca. Gli
han dato un lavoro da fare, gli han dato, al vecchio Bobby.
Ehi, Bobby, che tipo di ragazzo sei? chiese un uomo dagli occhi
sonnacchiosi.
113
Sono un bravo ragazzo replic obbediente Bobby.
Certo, Bobby un bravo ragazzo. L'uomo con la brocca si allung a
dare una pacca alla curva di lega al cromo annerita dal tempo sopra di lui.
Bobby fa la guardia per tutti noi.

Le teste si girarono a un rumore al di l della piazza: l'urlo lontano di


una turboauto che si avvicinava per la strada nella foresta.
Ehi! Non il giorno della posta disse un uomo. Rimasero a guardare
in silenzio mentre una piccola e impolverata auto a cuscino d'aria sbucava
dall'ombra profonda nella gialla luce della strada. Attravers lentamente la
piazza, gir a sinistra e and a fermarsi di fianco al marciapiede di fronte
alla serranda di metallo ondulato di un negozio, su cui era dipinto
BLAUVELT PROVVISTE. La carlinga si apr con uno scatto e ne usc un
uomo. Di altezza media, portava un semplice soprabito nero di citt.
Esamin la serranda, la strada, poi si volt a guardare gli uomini.
S'incammin verso di essi.
Chi di voi Blauvelt? chiese quando li ebbe raggiunti. Aveva una
voce calma e fredda. I suoi occhi andavano da un uomo all'altro.
Un uomo giovanile con la faccia squadrata e i capelli schiariti dal sole
chin il capo.
Presente! disse. E voi chi siete?
Mi chiamo Crewe. Ufficiale dell'Eliminazione, Comitato residuati
bellici. Il nuovo venuto alz gli occhi verso la grande macchina che si
stagliava sopra di loro. Bolo Stupendous modello 24, disse. Scocc
un'occhiata alle facce degli uomini, poi si ferm su Blauvelt. Ci hanno
riferito che qui c'era un Bolo vivo. Vi rendete conto con che cosa state
giocando?
Cavolo, quello soltanto Bobby! disse un uomo.
la mascotte della citt! aggiunse un altro.
Questa macchina potrebbe spazzare la vostra citt via dalla carta
geografica dichiar Crewe. E con lei una bella fetta di giungla.
Blauvelt sogghign. Le zampe di gallina intorno agli occhi gli davano
un'aria beffarda.
Non vi sconvolgete tanto, mister Crewe disse. Bobby innocuo...
Un Bolo non mai innocuo, mister Blauvelt. Sono macchine belliche,
nient'altro.
Blauvelt si avvicin calmo a dare un calcio a un battistrada corroso.
Ottantacinque anni in questa giungla sono un po' duri per una macchina,

114
Crewe. La linfa e l'altra roba degli alberi si mangia la lega al cromo come
un candito. Le piogge sono acide e rodono l'equipaggiamento quasi alla
stessa velocit con cui lo portiamo qui. Bobby pu ancora parlare un po',
ma tutto.
Certo che deteriorato: questo che lo rende pericoloso. Un nulla
potrebbe far scattare i suoi circuiti reattivi al combattimento. Ora, se voi
fate sgombrare tutti dalla zona, ci penso io.
Vi muovete un bel po' alla svelta, per uno che appena arrivato in citt
disse Blauvelt, aggrottando le sopracciglia.
Che cos'avete in mente di fare?
Gli trasmetter un impulso che neutralizzer quello che gli rimasto
del computer nel centro di controllo. Non vi preoccupate: non c'
pericolo...
Ehi! disse precipitosamente un uomo del gruppo. Questo vuol dire
che non potr pi parlare?
Esatto! conferm Crewe. E che non potr neanche aprire il fuoco
su di voi.
Non cos in fretta, Crewe disse Blauvelt. Non pasticcerete con
Bobby. Ci piace cos com'. Gli altri avevano cominciato ad avanzare,
formando attorno a Crewe un cerchio minaccioso.
Non fate gli idioti! esclam Crewe. Che cosa credete che farebbe
alla vostra citt la salva di un'unit campale semovente?
Blauvelt ridacchi ed estrasse dalla tasca del panciotto un lungo sigaro.
Lo annus e poi grid: Va bene, Bobby... Fuoco uno!
Si sent un sordo rimescolo, poi un brusco click! nelle viscere
dell'enorme massa della macchina, Una piccola lingua di fiamma usc dalla
bocca rigata dalla fuliggine del cannone. Rapido l'uomo si chin in avanti
e accese sbuffando il sigaro. Ci fu un boato di risate del pubblico.
Bobby fa quello che gli viene detto, ecco tutto! disse Blauvelt. E
non molto. Mise in mostra i denti bianchi in un sorriso senza allegria.
Crewe sollev il risvolto del soprabito: vi brillava un piccolo e
lucidissimo distintivo. Fareste meglio a non interferire con le azioni di
un ufficiale del Comitato disse.
Non cos in fretta, Crewe! interloqu un uomo bruno con la faccia
lunga. Non di vostra competenza. Ho sentito parlare di voi, della
Spazzatura. Il vostro lavoro di localizzare vecchi depositi di munizioni,
equipaggiamenti abbandonati, roba cos. Bobby non abbandonato.
propriet della citt. qui da quasi trent'anni.

115
Assurdit. Questo un equipaggiamento bellico, di propriet
dell'esercito spaz...
Uh-uh! Il sorriso di Blauvelt era storto. E a noi sono stati concessi i
diritti di recupero, Nessun titolo, ma ne possiamo mettere insieme uno alla
svelta. Ufficiale: io qui sono il sindaco, e anche il governatore distrettuale
Quella cosa una minaccia per uomo, donna e bambino
dell'insediamento scatt Crewe. Il mio lavoro consiste nel prevenire
una tragedia...
Scordatevi Bobby lo interruppe Blauvelt. Indic con un gesto
ondeggiante della mano il muro di giungla al di l dei campi coltivati. L
fuori ci sono trecento milioni di chilometri quadrati di territorio vergine
aggiunse. L potete fare quello che volete. Vi vender perfino le
provviste. Ma la nostra mascotte la lasciate stare, chiaro?
Crewe lo guard, poi diede un'occhiata circolare a tutti gli altri.
Siete un idiota! disse. Siete tutti degli idioti! Si volt e and via
tutto impettito.

Nella stanza che aveva preso in affitto nell'unica pensione della citt
Crewe apr la valigia e ne trasse un piccolo strumento rivestito di plastica
grigia. I tre bambini del proprietario della pensione, che lo osservavano
dalla porta senza serratura, si facevano avanti un po' per volta.
Accidenti, quella una vera radio stellare? chiese il pi grande, un
dodicenne magro e dal collo lungo.
No rispose asciutto Crewe.
Il ragazzo arross e chin il capo.
una trasmittente di comandi disse Crewe impietosito. fatta per
parlare alle macchine belliche, per dare loro ordini. Solo esse reagiscono
allo speciale segnale modulato che emette. Gir un interruttore e un
indicatore sul lato dello strumento si accese.
Volete dire come Bobby? chiese il ragazzo.
Com'era Bobby una volta. Crewe richiuse l'interruttore,
Bobby buono disse un altro bambino ci racconta le storie di
quando faceva la guerra.
Ha preso delle medaglie disse il primo ragazzo. Avete fatto anche
voi la guerra, mister?
Non sono tanto vecchio rispose Crewe.
Bobby pi vecchio del nonno.

116
meglio che andiate, ragazzi disse Crewe. Devo... S'interruppe e
rizz la testa in ascolto. Fuori s'udivano delle urla: qualcuno gridava il suo
nome.
Crewe si fece strada tra i bambini, percorse rapidamente l'ingresso e usc
sul marciapiede. Pi che udire sent un lento e pesante pulsare, un coro di
striduli cigolii, un gemito metallico. Dalla piazza un uomo con la faccia
rossa stava correndo verso di lui.
Bobby! grid. Si muove! Che cosa gli avete fatto, Crewe?
Crewe corse verso la piazza, rasentandola. Si vedeva il Bolo in fondo
alla strada, che avanzava pesantemente trascinandosi dietro erbacce e
viticci sradicati.
Va dritto verso il deposito di Spivac! grid qualcuno.
Bobby! Fermo l! Apparve alla vista Blauvelt, che correva nella scia
della macchina, La grossa macchina sferragliava in avanti. Mentre Crewe
raggiungeva la piazza, comp un mezzo giro a sinistra, mancando l'angolo
di una costruzione di qualche centimetro. Sbriciol un pezzo di
marciapiede e cominci ad attraversare il cortile di un deposito. Una
catasta di tronchi tagliati rozzamente si ribalt, rotolando sul suolo
polveroso. Il Bolo abbatt una palizzata e si diresse verso un campo
coltivato. Blauvelt si gir bruscamente e si diresse su Crewe.
Questa opera vostra! Prima non abbiamo mai avuto guai...
Lasciate perdere, ora! Avete una jeep?
Noi... Blauvelt si controll. E anche se l'avessimo?
Posso fermarlo... Ma devo essergli vicino. Da un momento all'altro
entrer nella giungla. L la mia auto non ce la fa.
Lasciamolo andare disse un uomo con il fiatone della corsa.
Laggi non pu far male a nessuno.
E chi l'avrebbe detto? disse un altro uomo. Fermo l tutti quegli
anni... Chi avrebbe mai detto che avrebbe potuto muoversi cos?
La vostra cosiddetta mascotte potrebbe avere in serbo per voi altre
sorprese! scatt Crewe. Trovatemi una macchina, presto! Questa una
requisizione ufficiale, Blauvelt!
Ci fu un momento di silenzio, rotto soltanto dal distante abbattersi degli
alberi, mentre il Bolo si muoveva all'inizio della foresta. Davanti a lui si
piegavano, per poi cadere, alberi alti trenta metri.
Lasciamolo andare disse Blauvelt. Come dice Stinzi, non pu far
del male a nessuno.
E se torna indietro?

117
Cavolo! borbott un uomo. A noi il vecchio Bobby non farebbe
niente...
La macchina! ringhi Crewe. State sciupando del tempo prezioso.
Blauvelt aggrott le sopracciglia. Va bene... Ma non fate niente, a
meno che non sembri che voglia tornare indietro a colpire la citt. Chiaro?
Andiamo.
Trottarono verso il garage della citt, con Blauvelt in testa.

La pista lasciata dal Bolo era un solco di una decina di metri, tagliato
attraverso la foresta vergine. Le impronte del battistrada nel terriccio nero,
dove lo si poteva scorgere nel guazzabuglio di rami e foglie cadute, erano
profonde quasi mezzo metro.
Si sposta a trenta all'ora, pi veloce di quanto possiamo noi disse
Crewe. Se continua questo percorso, la curva lo riporter alla vostra citt
in cinque ore circa.
Far delle deviazioni disse Blauvelt.
Pu darsi. Ma non correremo il rischio. Fate una deviazione di 270,
Blauvelt. Cercheremo di intercettarlo tagliando attraverso il cerchio.
Senza una parola Blauvelt ubbid. L'auto prosegu nella profonda
oscurit verde sotto gli enormi alberi dalla corteccia lanuginosa.
Giganteschi insetti ronzavano e cozzavano contro il parabrezza. Piccole e
medie lucertole saltavano, dardeggiavano, sbattevano. Foglie di felce
grandi come tende strisciavano lungo la macchina, mentre questa si
arrampicava sopra anelli e spire di tenaci radici, macchiando con lunghe
strisce di linfa la carrozzeria di plastica chiara. A un certo punto
raschiarono contro uno sperone sporgente di bruna roccia friabile. Se ne
staccarono scaglie grosse come piattini, mettendo a nudo del metallo.
Pinna dorsale di un mezzo di pattugliamento, disse Crewe. Ecco che
cos' rimasto di quello che si pensava fosse una lega resistente alla
corrosione.
Oltrepassarono altre tracce di una battaglia di tanto tempo prima: il
massiccio retromeccanismo sconquassato di un Hellbore su piattaforma, lo
chssis sventrato di quella che avrebbe potuto essere stata un'autobomba,
parti di un aereo abbattuto, frammenti di una blindatura esplosa. Molti dei
relitti erano di linea terrestre, ma spesso erano le sagome da ragno dalle
strane curve di un arrugginito microcannone o di un proiettore implosivo
degli Axorc a sbucare tra il verde.

118
Dev'essere stata un'azione massiccia disse Crewe. Una di quelle
verso la fine, di cui quella volta non avemmo molte notizie. Qui c' della
roba che non ho mai visto prima, modelli sperimentali, immagino, messi
insieme dal nemico per l'ultima resistenza a oltranza.
Blauvelt grugn.
Contatto tra un minuto o due disse Crewe.
Mentre Blauvelt apriva la bocca per replicare, ci fu un lampo accecante,
un urto violento, e la giungla esplose loro in faccia.

A Crewe la cintura di sicurezza stava tagliando le costole. Aveva le


orecchie piene di un acuto scampanello costante e la bocca gli sapeva
d'ottone. La testa gli pulsava all'unisono con il cuore.
Al suo fianco c'era la macchina, l'interno un miscuglio di oggetti
sparpagliati, di cavi strappati, di plastica frantumata. In parte sotto di lui,
Blauvelt gemeva. Lo liber e vide che era intontito ma in s.
Avete cambiato idea sul vostro cuccioletto innocuo? chiese,
pulendosi il sangue che gli gocciolava sull'occhio destro. Filiamo prima
che spari ancora con i suoi cannoni scarichi. Potete camminare?
Blauvelt borbott e strisci fuori del tutto dall'abitacolo frantumato.
Crewe annasp in mezzo ai detriti, in cerca della trasmittente dei
comandi...
Buon Dio, gracchi Blauvelt. Crewe si torse e vide l'alta e stretta
sagoma color jodio della macchina aliena appollaiata su zampe da
granchio venti metri pi in l, incorniciata dal fogliame strinato
dall'esplosione. La sua batteria multipla di microcannoni era puntata sulla
macchina capovolta.
Non muovete un muscolo! sussurr Crewe. Il sudore gli gocciolava
sul volto. Un insetto, una specie di libellula dalle ali smozzicate grande
una decina di centimetri, venne a ronzare su di loro e prosegu. Il metallo
caldo crepit mentre si contraeva. Istantaneamente il cacciatore alieno
avanz di un paio di metri, abbassando leggermente la bocca dei cannoni.
Scappiamo! url Blauvelt. E si rizz in piedi con un annaspamento
improvviso. La macchina nemica si lanci ad inseguirlo e...
Un gigantesco albero si pieg, si schiant, venne gettato da parte.
Apparve alla vista la grande prua strisciata di verde del Bolo che
s'intromise tra la macchina pi piccola e gli uomini. Si gir a fronteggiare
il nemico. Il fuoco lampeggi, riflettendosi sugli alberi circostanti, il suolo
sobbalz una volta, due volte, con colpi duri e torturanti. I rumori

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risuonavano sordi nelle orecchie di Crewe, annebbiate dalle esplosioni.
Scintille luminose sprizzavano dal Bolo mentre avanzava. Crewe sent
l'urto massiccio delle due macchine belliche che si scontravano; vide il
Bolo esitare, poi spingersi in avanti, impennarsi, travolgere la macchina
pi leggera, macinarla passandoci sopra, lasciando una massa di rottami
schiacciati sulla sua scia.
Avete visto che cos'ha fatto, Crewe? gli grid Blauvelt nell'orecchio.
Avete visto che cos'ha fatto Bobby? Gli andato dritto contro i cannoni e
l'ha fatto piatto come una lattina di birra vuota!
Il Bolo si arrest, si volt pesantemente e si ferm di fronte agli uomini.
Rivoli lucenti di metallo fuso gli scorrevano sui fianchi blindati per cadere
fumando e sputacchiando sulla vegetazione devastata.
Ci ha salvato la pelle disse Blauvelt. Si alz barcollando e and
vicino al Bolo a fissare i resti fumanti dell'avversario spappolato.
Unit d'impiego Nove cinque quattro a rapporto. Contattata forza
nemica disse improvvisamente la voce meccanica del Bolo. Unit
nemica distrutta. Ho riportato vasti danni, ma sono ancora operativo al
nove virgola sei per cento della capacit base. In attesa di ulteriori ordini.
Ehi! disse Blauvelt. Non si direbbe che...
Ora forse capirete che questa un'unit da combattimento Bolo, e non
l'idiota del villaggio! scatt Crewe. Si avvi sul terreno triturato per
fermarsi davanti alla grande macchina.
Missione compiuta, Unit Nove cinque quattro! grid. Forze
nemiche neutralizzate. Azzera i circuiti di combattimento e torna in stato di
allarme minimo.
Si rivolse a Blauvelt.
Torniamo in citt disse e raccontiamo che cos'ha fatto la vostra
mascotte.
Blauvelt alz gli occhi a fissare l'antica macchina sinistra. Il suo volto
squadrato e abbronzato era ora giallastro e tirato. Va bene rispose.

La banda cittadina di dieci elementi stava schierata in doppia fila davanti


alla piazza del villaggio appena falciata. Tutta la popolazione
dell'insediamento, qualcosa come trecentoquarantadue tra uomini, donne e
bambini, era presente col vestito buono. Bandierine pendevano,
sventolando da fili tesi. Il sole luccicava sui fianchi blindati del Bolo, puliti
e appena lucidati. Un grosso mazzo di fiori selvatici sbucava dalla bocca
non pi fuligginosa dell'Hellbore.

120
Crewe fece un passo avanti.
Per la mia qualit di rappresentante governativo mi stato chiesto di
parlare a questa cerimonia disse. Voi cittadini avete fatto fare una
medaglia e l'avete assegnata all'Unit Nove cinque quattro in
ringraziamento dei servizi resi in difesa della comunit, oltre ogni limite
del dovere. Fece una pausa, guardando i volti del pubblico. Numerose
altre medaglie pi elaborate sono state assegnate per molto meno
aggiunse. Si gir verso la macchina. Due uomini avanzarono, uno
portando una scala, l'altro una saldatrice portatile. Crewe si arrampic e
punt la nuova decorazione accanto alla fila di medaglie vecchie di un
secolo. Il tecnico la sald rapidamente al suo posto. La folla acclam, poi
si disperse chiacchierando alle tavole da pic-nic sistemate per le strade.

Era crepuscolo avanzato. L'ultimo sandwich con uova farcite era stato
mangiato, gli ultimi discorsi declamati, l'ultimo barilotto prosciugato.
Crewe sedeva con pochi altri nell'unico locale pubblico della citt.
A Bobby! disse un uomo alzando il bicchiere.
Correzione disse Crewe. All'Unit Nove cinque quattro. Gli
uomini risero e bevvero.
Be', ora di andare, credo disse uno. Gli altri ne convennero e si
alzarono, tra un gran smuovere di sedie. Quando l'ultimo fu uscito, entr
Blauvelt e and a sedersi davanti a Crewe.
Ehm, restate questa notte? chiese.
Pensavo di tornare disse Crewe. Qui il mio lavoro finito.
Davvero? disse teso Blauvelt.
Crewe lo guard, aspettando.
Sapete che cosa dovete fare, Crewe.
Ah, lo so? Crewe bevve un sorso dal suo bicchiere.
Dannazione, devo metterlo per iscritto? Finch quella macchina era
solo un idiota sovrasviluppato, andava tutto bene. Una specie di
monumento alla guerra e cose cos. Ma ora che ho visto quello che pu
fare... Crewe, non possiamo avere un assassino vivo che sta seduto in
mezzo alla nostra citt... Senza mai sapere quando potrebbe decidere di
rimettersi a sparare!
Finito? chiese Crewe.
Non che non siamo grati a...
Fuori! disse Crewe,
Un momento, sentite, Crewe...

121
Fuori! E tenete tutti alla larga da Bobby, chiaro?
Vuol dire che...
Ci penso io.
Blauvelt si alz in piedi.
Gi disse. Certo.

Dopo che Blauvelt se ne fu andato, Crewe si alz e gett una banconota


sul tavolo. Raccolse dal pavimento la trasmittente dei comandi e usc in
strada. Dall'altra parte della citt, dove la folla si era raccolta a vedere i
fuochi artificiali, giungevano deboli grida. Un razzo giallo descrisse un
arco nel cielo, esplose in uno spruzzo di luce dorata, cadendo, svanendo...
Crewe si diresse alla piazza. Il Bolo, un'enorme ombra nera, si stagliava
contro il cielo pieno di stelle. Crewe rest in piedi di fronte ad esso,
guardando in su le bandierine gi sporche e il mazzo avvizzito di fiori
afflosciato sulla bocca del cannone.
Unit Nove cinque quattro, sai perch sono qui? disse con voce
dolce.
Calcolo che la mia utilit come macchina bellica sia giunta al termine
rispose la voce rauca.
Esatto disse Crewe, Ho controllato con i sensori nel raggio di mille
chilometri. Non rimasta viva nessuna macchina nemica. Quella che hai
ucciso era proprio l'ultima.
Faceva il suo dovere disse la macchina.
stata colpa mia disse Crewe. Era programmata a individuare le
trasmittenti dei comandi e a puntare su di essi. Quando ho acceso la mia
trasmittente, entrata in azione. Naturalmente tu l'hai avvertita e le sei
andato incontro.
La macchina rimase silenziosa.
Avresti potuto ancora salvarti aggiunse Crewe. Se mi avessi
travolto e ti fossi diretta nella giungla, sarebbero passati secoli, prima
che...
Prima che venisse un altro uomo a fare quello che dev'essere fatto?
Meglio allora finire ora, per mano di un amico.
Addio, Bobby,
Correzione: Unit Nove cinque quattro.
Crewe gir la chiave. Sulla macchina cadde un senso d'oscurit.

122
In fondo alla piazza Crewe si volt a guardare. Alz la mano in un saluto
spettrale, poi si allontan per la strada polverosa e bianca per la luna
sorgente.

123
In attesa
di Larry Niven
(Wait it out, The Future UNbounded, 1968)
Traduzione di Mario N. Leone

Notte su Plutone. Ben netta, affilata, la linea dell'orizzonte taglia a met


il mio campo visivo. Al di sotto mi appare l'indistinto bianco-grigiastro
della neve appena rischiarata dalle stelle. E, sopra, le stelle che
bucherellano capricciose lo spazio profondo. Dietro una corona di monti
frastagliati nel ghiaccio, le stelle fredde si riversano, si sparpagliano,
sbandierate a grappoli, in torrenti, poche isolate, e anch'esse unite alle altre
da un torpido movimento che solo un occhio fermo e intento come il mio
pu catturare.
Qualcosa non normale. Plutone di solito se la prende comoda, ha un
periodo di rotazione che supera sei dei nostri giorni. Perci, io dico,
qualcosa non funziona a dovere. Vedo animarsi le stelle: il MIO tempo ha
rallentato il suo corso.
Ma si sarebbe dovuto fermare del tutto, invece. Considerando bene, mi
chiedo se non abbia commesso uno sbaglio da incosciente.
Il pianeta miserello, e l'orizzonte appare vicino. Sembra anche pi
vicino per quest'ombra bassa di atmosfera che annebbia le distanze. Due
picchi aguzzi si protendono verso lo sciame delle stelle come i canini
affilati di un carnivoro preistorico. Attraverso la fenditura che li separa
brilla forte un improvviso punto di luce.
Riconosco il Sole, anche se il suo disco uguale a quello delle altre
stelle pi pallide. Il Sole scintilla forte, un puntino con poco calore fra i
due picchi ghiacciati. Ora ha superato le rocce, la sua luce mi accarezza il
viso.
Il Sole sparito, il pascolo delle stelle ha ondeggiato, come per una
folata improvvisa, e via. Devo avere perso i sensi per un poco.
Quello che sta accadendo potevo aspettarmelo. Ho davvero calcolato
male? Se cos non ne morir. Questo non esclude che la cosa possa farmi
impazzire.

124
Per ora non mi pare di esser del tutto pazzo. Non mi pare di esser niente.
Non provo dispiacere, n senso di perdita, n rimpianto n paura. E
neanche mi compiango. Dico soltanto: ma che razza di situazione.
Grigio e bianco contro bianco e grigio, il cono basso del modulo di
atterraggio riposa acquattato, sepolto a mezzo sotto il pianoro di ghiaccio
che si allunga davanti ai miei occhi. E qui io mi ergo, esposto ad oriente, in
attesa.

In quel periodo, non era Plutone il pianeta pi distante. Non lo era pi


gi da dieci anni, fino a toccare il perielio, il punto pi prossimo al Sole (e
perci anche alla Terra) che la sua orbita riesce a raggiungere.
Un'opportunit del genere non andava sprecata.
Cos ce ne venimmo, Jerome e Sammy, e anch'io, dentro una grossa
bolla di plastica applicata su di un razzo a ioni. Per un anno e mezzo
eravamo rimasti rinchiusi l dentro. Tutto quel tempo noi tre soli, senza la
pi pallida possibilit di una vita privata, come minimo avremmo dovuto
finire per odiarci. E invece no. I selezionatori del reparto psicologico
dell'ONU avevano fatto una buona scelta.
Per, potersene stare almeno qualche minuto senza aver sempre gli altri
alle costole! Poter fare qualcosa per conto proprio, anche una minima cosa,
ma che non fosse fra quelle gi predisposte! Speravamo nel mondo
sconosciuto verso cui stavamo filando, almeno l ci si poteva aspettare
qualche sorpresa. A dire il vero, sorprese ce le poteva riservare anche
quell'insieme di ferramenta tanto ben collaudato su cui, incoscienti,
stavamo viaggiando. E poi non credo che qualcuno di noi si fidasse
interamente del propulsore Nerva-K applicato al nostro modulo di
atterraggio.
Pensiamoci bene. Nello spazio, per i viaggi pi lunghi, viene usato un
razzo a ioni che imprime una spinta modesta a intervalli prolungati. Quello
applicato sul nostro apparecchio aveva un'anzianit di almeno dieci anni.
Inoltre, quando la gravit materialmente inferiore a quella della Terra, si
scende usando i pi sicuri razzi a propulsione chimica. Per atterrare sulla
Terra o su Venere abbiamo visto adoperare anche schermi termici e
sfruttare il potere frenante dell'atmosfera. Per arrivare sui giganti gassosi...
gi, ma chi ne ha voglia, di arrivarci?
I razzi a fissione della categoria Nerva vengono usati soltanto per partire
dalla Terra, nel qual caso, spinta ed efficienza contano di pi. D'altro
canto, alta sensibilit e buona manovrabilit sono i requisiti pi importanti

125
per effettuare un atterraggio con i motori in funzione. E poi, un pianeta ad
alta gravit avr sempre un'atmosfera in cui frenare.
E invece Plutone non ce l'aveva.
Plutone era troppo lontano. Per di pi, i razzi a propulsione chimica che
ci avrebbero permesso di scendere, per poi riportarci in su, erano troppo
pesanti da trasportare, per un tragitto del genere. Andava bene, al
contrario, un compatto motore atomico a razzi del tipo Nerva, che
impiegava idrogeno per la reazione.
E noi l'avevamo. Ma c'era poco da fidarsene.
Scendemmo, Jerome Glass ed io, lasciando Sammy Gross in orbita. A
lui, naturalmente, questa divisione dei compiti non piaceva affatto, e ce lo
rinfacciava da un pezzo, Ma qualcuno doveva pur restare a bordo, a
controllare che tutto si mantenesse in perfetto ordine, sul veicolo che ci
avrebbe riportato verso casa, e a mantenere i contatti con la Terra. Non
ultimo dovere, sganciare le bombe che avrebbero dovuto risolvere l'unico
vero mistero di Plutone.
Nessuno fino ad ora era stato in grado di risolverlo, quel mistero: come
se l'era procurata, Plutone, la sua incredibile massa? Una densit dodici
volte superiore a quella che gli sarebbe ragionevolmente spettata. Con le
bombe si poteva arrivare a capirci qualcosa, usando press'a poco lo stesso
sistema che aveva permesso di risolvere il mistero della struttura terrestre,
durante lo scorso secolo. Vennero ricavati utili diagrammi dalle
configurazioni delle increspature provocate dai terremoti nell'interno del
globo. Ben detto. Ma quei mutamenti erano provocati da fenomeni di
origine naturale, come l'eruzione del Krakatoa. Su Plutone le bombe
avrebbero ottenuto risultati pi soddisfacenti.
Di nuovo il Sole fiammeggiava improvviso fra le due zanne della
montagna. Mi chiedo se avranno trovato una risposta, quando la mia veglia
sar finita.
Il cielo ha un soprassalto, poi si blocca di nuovo, e...
Sono rivolto ad est, verso la pianura dove siamo atterrati. Oltre, le
montagne sembrano affondare in un oceano misterioso, nuova Atlantide,
un'illusione creata dal torrente delle stelle in ascesa. Scivoliamo senza fine
gi gi, per il cielo di tenebra, io, Jerome, la nave incastrata nel ghiaccio.

Nella discesa, il Nerva-K si comport a dovere. Restammo librati


qualche minuto, per aprirci un varco sciogliendo i vari strati di sostanze
congelate e trovare sotto qualcosa di solido su cui atterrare. I gas volatili

126
fumavano tutt'intorno nel ricondensarsi, cos toccammo la superficie
avvolti in una morbida aureola bianca illuminata dalla nostra vampa. Sotto
la curva della bordatura di atterraggio ci apparve il colore scuro del terreno
bagnato. Lasciai che la nave vi si appoggiasse, piano piano.
Ci volle un'ora per controllare che tutto fosse a posto, poi ci preparammo
a uscire. Ma chi sarebbe andato per primo? Non era una domanda oziosa.
Per un lungo periodo nel futuro, Plutone avrebbe rappresentato il pi
lontano avamposto, la statua che gli uomini avrebbero innalzato al primo
che vi aveva messo piede sarebbe stata rispettata, lisciata e rilisciata per un
bel po', nell'avvenire.
Tirammo a sorte con una moneta: vinse Jerome. Bene, il nome di Jerome
sarebbe stato citato per primo negli articoli e nei libri di storia. Ricordo
come gli sorrisi storto; ah, vorrei riuscire a sorridere in quel modo anche in
questo momento, ma, figuriamoci, potrei sforzarmi per un'eternit...
Jerome, carino, rideva spontaneo, invece, e scherzava su future statue di
marmo, mentre si infilava nel doppio portello. A ripensarci ora, se ne
avessi voglia potrei godere l'umorismo nero di quell'osservazione!
Stavo avvitando il mio elmetto, prima di uscire a mia volta, quando il
microfono che era inserito incominci a vibrare nel trasmettermi una filza
di oscenit infuocate. Jerome se le stava vociferando per s, all'esterno.
Smisi di preoccuparmi d'altro e lo seguii di corsa. Mi bast un'occhiata per
capire cosa era successo.
Quello che ci era parso terreno, sotto la bordatura, era invece ghiaccio,
ghiaccio sporco composto d'acqua mista a gas leggeri e a pezzi di comune
roccia. Dopo l'atterraggio, il calore residuo della propulsione lo aveva
sciolto. Le rocce che conteneva, calando, si erano assestate pi in basso, e
altrettanto aveva fatto il nostro modulo, di modo che, quando l'acqua si era
di nuovo solidificata, il ghiaccio arrivava a ricoprire quasi mezzo scafo. La
nostra navicella era ormai solidamente incapsulata.
Decidemmo che a questo punto tanto valeva dare un'occhiata in giro. Da
bravi vigliacchi, volevamo rimandare il tentativo di liberare il modulo.
Quando lo comunicammo a Sammy, lui non si trov affatto d'accordo. Ma
Sammy era lass, nella nave attrezzata per tornare sulla Terra, e noi
quaggi, con il nostro modulo incastrato nello schifoso ghiaccio di un altro
dannato mondo..
Eravamo terrorizzati, Se non riuscivamo a liberarlo potevamo davvero
considerarci fuori gioco, lo sapevamo bene tutti e due. Mi chiedo perch

127
ora non mi riesce di ricordare com'era quel senso di estremo terrore. Ora
non ricordo pi, per niente, cosa possa essere la paura, in generale.
Almeno una possibilit di salvezza c'era, per. Il modulo era stato
progettato perch potesse muoversi anche sulla superficie del pianeta.
Perci era fornito di un alto bordo inferiore, per l'atterraggio, invece dei
soliti piedi snodati. Questo bordo, poggiando, doveva aver catturato dei
gas nell'ampia cavit interna, formando una specie di bolla vuota in cui ora
si trovava sospeso il Nerva-K.
Si poteva sciogliere la morsa di ghiaccio, scaldando il motore con le
dovute maniere. E il modulo si sarebbe liberato.
Non avremmo potuto agire con maggior circospezione, lo ricordo bene.
Eravamo troppo spaventati, la nostra vita dipendeva dal non commettere il
minimo sbaglio, in quei minuti di estrema tensione. Lentissimamente il
calore aumentava, nel maledetto Nerva-K. In volo il motore si raffreddava
automaticamente con l'immissione del carburante all'idrogeno. Qui, per
evitare un surriscaldamento, non potevamo servirci di quel mezzo, ma
contavamo sul gran freddo circostante per raggiungere una compensazione
di temperatura che...
I quadranti erano impazziti, di colpo. Qualcosa non aveva retto al
violento differenziale termico. Jerome prov a mettere in funzione le
valvole di sicurezza, senza riuscirci. Erano fuse, probabilmente. Forse
erano saltati dei fili nell'impianto, oppure le resistenze, in quel gelo, si
erano trasformate in superconduttori. Forse, la pila... Ma che importano
pi, ora, tutte quelle congetture?
Di nuovo mi chiedo perch non riesco a ricordare l'angoscia di quei
momenti.
La luce del sole...

E un senso di sogno oppressivo. Sono di nuovo cosciente. Le solite stelle


stanno levandosi nella stessa formazione sopra alle stesse montagne buie.
Qualcosa di greve mi sta spingendo da dietro. Ne sento il peso contro la
schiena e le gambe. Che pu essere? E perch non ho la minima paura?
Ora mi sta scivolando di fronte: sembra una grossa ameba, informe e
traslucida; nel suo interno, in trasparenza, si muovono corpi pi scuri.
Deve pesare pi o meno come me. Dall'atteggiamento, mi ricorda una
grossa foca in cerca di informazioni.
Una forma di vita su Plutone! Com' possibile? Superfluidi? Un
composto di Elio II con aggiunta di molecole complesse? Se cos, questo

128
essere far meglio a muoversi e cercare un po' d'ombra prima che sorga il
sole.
No, ti prego, torna qui! Scemo, se ne sta andando, sembra che rifluisca,
come un liquido, verso un distante creatore. Sono stato io, con i miei
pensieri, a farlo allontanare? Sciocchezze. Probabilmente non gli andava il
mio aroma. Deve spostarsi con una lentezza estrema se, nelle mie
condizioni, riesco a percepire i suoi movimenti. ancora nel mio campo
visivo, sta discendendo verso il modulo. Fra poco sparir, oltre la
minuscola statua del primo uomo defunto su Plutone.
Dopo il fallimento ignominioso del Nerva-K c'era poco da fare: uno di
noi doveva infilarsi l sotto a controllare i danni. Questo significava aprirsi
un varco nel ghiaccio con la fiamma di uno dei piccoli propulsori a spalla e
strisciare nel buco, sotto la bordura d'atterraggio. Tutti e due ci guardammo
bene dall'accennare ai rischi che una soluzione del genere poteva
implicare. Tanto, in ogni caso era probabile che ci si potesse gi
considerare bell'e morti. Quello che sarebbe disceso nella cavit sotto il
modulo avrebbe goduto di maggiori probabilit, in quel senso, ma che
poteva importarci? Un morto non pi o meno morto di un altro morto, e
cos sia.
Non ho sensi di colpa. Ci sarei andato anch'io senza fare troppe storie, se
la moneta mi avesse designato. Ed ecco cosa trov Jerome: il Nerva-K
aveva vomitato pezzi e frammenti fusi della pila, sparpagliati ora per tutta
la cavit sottostante. Eravamo intrappolati sul serio. Diciamo piuttosto: io
ero intrappolato, Jerome era morto. Quella cavit dove si era trattenuto...
Un inferno radioattivo.
Jerome bestemmiava sottovoce, mentre si infilava l dentro. Era
assolutamente zitto, invece, quando ne venne fuori. Aveva esaurito il suo
vocabolario pi raffinato su altri argomenti meno personali, immagino.
Ricordo che poi stavo piangendo, in parte per il gran dispiacere, ma
anche, e forse soprattutto, per la paura. Jerome non l'ha mai saputo.
Ricordo che riuscii a mantenere la voce ferma, e il casco nascondeva il
resto. Quello che Jerome avr immaginato sono fatti suoi. Mi spieg la
situazione, mi disse addio e si allontan svelto a grandi passi sul piano
ghiacciato, prima di svitare il casco e levarselo. Gli vidi la testa avvolta in
una soffice palla bianca, vaporosa, che poi esplose in microscopici fiocchi
di neve,
Tutto questo mi appare infinitamente remoto. Jerome ora se ne sta ritto
laggi, con il suo casco serrato fra le mani: una statua di s dedicata a se

129
stesso, il primo uomo su Plutone. Un velo di umido congelato nasconde la
sua espressione.
Si leva il sole. Spero che l'ameba...

Questa stata la pi bella. Buffissima, direi. Il sole rimasto in bilico


per un istante, un candido punto di riferimento fra i due picchi gemelli. E,
subito dopo, sfrecciato in su, ...e nello stesso attimo il cielo roteante ha
frenato di botto e si pietrificato. Non c' da stupirsi che mi sia sfuggito, le
altre volte. stato incredibilmente rapido.
Un pensiero sconcertante: guanto successo a me poteva succedere
anche a Jerome! Me lo chiedo...
C'era rimasto Sammy, nel veicolo che doveva riportarci sulla Terra, ma
lui non disponeva di nessun mezzo per raggiungermi quaggi. E io? No,
non avrei potuto raggiungerlo, neanche se avessi avuto le ali. Nel modulo,
il sistema di sicurezza, (cio per sopravvivere, chiaro?) era in perfetto
ordine, ma questo non avrebbe impedito che, prima o poi, io boccheggiassi
senz'aria o schiattassi di freddo.
Me ne restai nell'interno del modulo una trentina di ore, dopo aver
prelevato campioni del ghiaccio e del suolo. Li analizzai, per inviare poi i
dati a Sammy per mezzo della trasmittente a laser. Gli propinai in pi una
filza di elevati ultimi messaggi, e intanto incominciava a farmi una gran
pena. Ogni volta che uscivo dal modulo finivo per passare davanti alla
statua di Jerome. Per un cadavere, considerato che nessun beccamorto di
lusso, ci aveva messo le mani per renderlo pi carino, ha un aspetto quanto
mai accettabile. Anzi, lasciando da parte l'invidia, direi che proprio
stupendo. La pelle, con la sua spolverata di brina, non ha niente da
invidiare al marmo. Gli occhi ispirati rivolti alle stelle sembrano specchi
del sogno pi commovente di tutta l'umanit. Quando gli passavo accanto
non mancavo di chiedermi se avrei potuto competere mai con la sua pudica
dignit, quando fosse arrivato il mio turno.
E intanto Sammy, angustiato, seguitava a pregarmi di cercare un bello
strato di ossigeno.
E perch mai? fingevo io, indifferente.
Ma per restare vivo! Prima o poi lo manderanno, un battello di
soccorso! Non devi darti per vinto...!
Povero Sammy. Io l'avevo gi fatto. Avevo rinunciato a sperare. Un po'
d'ossigeno c'era, ma non in strati, come Sammy sperava. Piccole vene di

130
ossigeno in mezzo a tante altre porcherie, come si trovano vene d'oro nella
roccia. Troppo poco, troppo sparso perch potesse servire.
E allora adopera il ghiaccio! giusto che tu lo sfrutti, dopo quello che
ti ha combinato?! Puoi estrarre l'ossigeno con l'elettrolisi!
Mah. Per fare un'elettrolisi occorre energia. E l'energia ci voleva anche
per riscaldarmi. Avevo solo delle batterie, non potevano servire a tutto.
Anni, ci sarebbero voluti, prima che un'altra nave venisse costruita e poi
arrivasse fin qui a cercarmi. Figuriamoci, avrebbero dovuto ristrutturare
anche un modulo nuovo, dal niente.
Sammy rifiutava l'idea che, comunque, prima o poi sarei rimasto senza
energia. Lo capivo. Era pi disperato lui, libero, lass, che non io, bloccato
quaggi. Intanto avrei potuto continuare all'infinito, con i miei nobili lirici
ultimi messaggi, non mi mancava la vena. Ma tagliai corto invece.
Interruppi ogni comunicazione, non volevo che il Buon Sammy impazzisse
per colpa mia.

Passando e ripassando vicino alla statua che un tempo era Jerome, lo


considerai con ammirazione una volta di troppo, ed ecco il risultato: mi
venne un'IDEA. Cose che capitano a chi, di morire, non ne ha proprio
voglia...
A tre miliardi di miglia da qui, nel Nevada, tanti bei corpi umani
congelati, un mezzo milione, se ne stanno allungati in certi sotterranei,
immersi in nitrogeno liquido. Mezzo milione di morti sono l, in attesa
della resurrezione della carne. Pazienti aspettano il giorno in cui la scienza
medica sar in grado di scongelarli senza rischio, quando sar stato
scoperto un rimedio per i mali di cui stavano per morire, e un altro per
rimediare ai danni provocati dai cristalli di ghiaccio che potrebbero aver
lesionato le pareti delle cellule, eccetera eccetera,
Un mezzo milione di ex-poveri-scemi-illusi? Forse. Ma avevano altra
scelta? Sarebbero morti presto, comunque.
Anch'io sarei morto presto.
Nel vuoto, un essere umano pu restare cosciente qualche decina di
secondi. Se ero svelto abbastanza, sarei potuto sgusciare dalla tuta in
tempo prima che la nera notte di Plutone risucchiasse tutto il mio poco
calore. A quella temperatura, sarei rimasto immutato, surgelato, pronto per
l'uso, fino all'avvento di un qualsiasi Giorno della Resurrezione.
La luce del sole...

131
...E le stelle. Nessun segno del grosso coso che mi ha fatto visita ieri. Ma
forse fuori del mio campo visivo. Spero si sia messo al riparo.
Mi ergo verso oriente, sotto di me la pianura su cui siamo atterrati. Con
la coda dell'occhio riesco a intravvedere la nostra piccola nave, in
apparenza intatta, immutata.
La tuta accanto a me, posata sul ghiaccio. Me ne sto ritto su questo
picco di roccia nera, ben atteggiato, in maglia e mutande argentate di brina,
scrutando in eterno verso l'orizzonte. Prima che il gelo mi bloccasse del
tutto il cervello, ho trovato un ultimo momento in cui assumere una bella
posizione eroica. Vai, l oriente, giovanotto. Sarebbe carino avessi
confuso i punti cardinali. Non difficile, avevo una certa fretta... La
nebbia della mia ultima aria mi si stava congelando addosso.
Sammy Cross sulla strada di casa, ormai. Non mancher di spiegare
dove possono trovarmi.
Le stelle seguitano a riversarsi in alto, scaturiscono dalle montagne. Le
montagne, e la pianura, e Jerome, e anch'io, sprofondiamo senza fine sotto
questo cielo che turbina.
Mah! Il mio cadavere dovrebb'essere uno dei due pi gelidi in tutta la
storia dell'uomo. Perfino quei morti speranzosi, sulla Terra, sono
immagazzinati alla misera temperatura del nitrogeno liquido, Come se
fossero all'Equatore, in confronto alla notte di Plutone, quando i 50
Fahrenheit (sotto zero assoluto) elargiti dal giorno si sono dispersi nello
spazio.
Un superconduttore, ecco cosa sono diventato. La luce del sole alza la
temperatura un tantino di troppo, e questo mi devitalizza la coscienza,
come se venisse schiacciato il bottone off di una dannata macchinetta. A
ogni alba mi spengo. Ma di notte, click, di nuovo in funzione. Il mio
sistema nervoso si trasforma in un superconduttore, Correnti fluiscono in
me, fluiscono i pensieri, le sensazioni. Lentamente, lentamente, Le
centocinquantatre ore che Plutone impiega per una rotazione saettano via
in meno di quindici minuti, per quanto mi riguarda. Di questo passo, s,
posso anche permettermi di aspettare.
Il mio un punto di vista unico, letteralmente, ormai. Quello di una
statua che non si pu meravigliare se niente la emoziona. L'acqua come
roccia, qui, e le mie glandole non sono che piccole forme di ghiaccio
dentro di me. Ma provo sensazioni: l'attrazione delle gravit, un dolore
nelle orecchie, lo strappo esercitato dal vuoto su ogni centimetro quadrato
del mio corpo. Il vuoto non riesce a far ribollire il mio sangue. Ma i nervi

132
mi dicono che, nel mio ghiaccio, anche le tensioni fisiche esistono,
congelate. Sento una specie di fiato sussurrare dalle mie labbra, come
quando si esala il fumo di una sigaretta.
Ecco quel che ti pu succedere, a non voler morire. Ma che bello
scherzetto, se il mio desiderio si avverasse.
Credete che mi troveranno? Per un pianeta, Plutone abbastanza ridotto.
Sempre un po' troppo abbondante, se uno ci si perde. Ma abbiamo il
modulo, che fa da contrassegno.
Il modulo mi pare sia rivestito di brina. Gas evaporati si riaggrumano
sullo scafo. Grigio-bianco su bianco-grigio, solo una gibbosit su un piatto
di ghiaccio. Posso anche abituarmi all'idea di restarmene qui per sempre,
se devo contare sulla speranza che se ne accorgano, della nave.
Piantala, tu.
Arriva il sole.
Quante stelle si rotolano in su, verso il cielo. Sempre lo stesso ricamo
che si dipana ogni volta verso l'alto, senza fine scaturisce dalle due cime
aguzze come denti preistorici.
Chiss se il corpo di Jerome sta vivendo di questa stessa mezza vita che
toccata a me. Avrebbe dovuto spogliarsi, come ho fatto io. Accidenti!
Come facevo a immaginarmelo prima? Non ho pensato a ripulirgli gli
occhi dal ghiaccio...
Non mi dispiacerebbe se quel simpatico blob di superfluidi tornasse a
farmi visita.
Maledizione. Fa FREDDO.

133
Figlia
di Philip Jos Farmer
(Daughter, Thrilling Wonder Stories, 1954)
Traduzione di Algredo Pollini

CQ! CQ!
Qui Mamma Testadura che sta trasmettendo.
Fate silenzio, tutte voi Vergini e Mamme, mentre io comunico. Ascoltate,
ascoltate, tutte voi che siete collegate con questa trasmissione. Ascoltate, e
io vi dir come ho lasciato la mia Mamma, come le mie due sorelle ed io
ci facemmo crescere i gusci, come ho affrontato l'upolay, e perch sono
diventata la Mamma di maggiore prestigio, con il guscio pi forte, con
l'emittente e il radar pi potenti, e con la capacit di trasmettere in un
linguaggio nuovo. Innanzi tutto, prima di narrare la mia storia, riveler a
tutte voi che non lo sapete, che mio padre era un mobile. Non rabbrividite.
Questa una storia cos. Non affatto una storia non-cos.
Mio padre era un mobile.

La Mamma trasmise: Fuori!.


E poi, per dimostrare che stava facendo sul serio, apr il diaframma
dell'ingresso.
Questo ci raffredd e ci fece comprendere che parlava davvero sul serio.
Prima, tutte le volte che apriva il diaframma, lo faceva perch ci
esercitassimo a trasmettere alle altre piccole accovacciate sulla soglia del
grembo delle loro Mamme, o a mandare un rispettoso saluto alle altre
Mamme, o magari a mandarne uno, molto rapido, alla Nonna, che stava
lontano lontano, su di una montagna. Non credo che lei ricevesse i nostri
messaggi, perch noi piccine eravamo troppo deboli per trasmettere ad una
distanza simile. Comunque, la Nonna non diede mai segno di aver ricevuto
i nostri segnali.
Qualche volta, quando la Mamma era irritata perch noi volevamo
trasmettere tutte in una volta invece di chiederle il permesso di parlare una
ad una, o perch ci arrampicavamo sulle pareti del suo grembo e poi ci

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lasciavamo cadere dal soffitto al pavimento con un tonfo rumoroso, lei ci
trasmetteva di andarcene fuori e di costruirci i nostri gusci. E affermava
che diceva sul serio.
Allora, a seconda del nostro umore, o ci mettevamo tranquille o
diventavamo ancora pi sfacciate. La Mamma allungava i tentacoli, ci
teneva ferme e ci sculacciava. Se anche questo non serviva a niente,
minacciava che sarebbe venuto l'upolay. Questo ci faceva effetto. Cio,
fino a quando lei non ce lo ripet per troppe volte. Noi pensavamo che
Mamma stesse inventando una storia non-cos. Tuttavia avremmo dovuto
capire che non era possibile, perch la Mamma detestava le storie non-
cos.
Un'altra cosa che le metteva i nervi in agitazione era la nostra
conversazione con Pap in Orsemme. Sebbene lui le avesse insegnato la
sua lingua, si era sempre rifiutato di insegnarle l'Orsemme. Quando lui
voleva trasmetterci qualche messaggio, e sapeva che lei non l'avrebbe
approvato, comunicava nella nostra lingua privata. Fu anche questo,
appunto, secondo me, che alla fine esasper tanto la Mamma da indurla a
buttarci fuori nonostante le suppliche di Pap, il quale avrebbe voluto farci
restare ancora per quattro stagioni.
Perch dovete sapere che noi vergini eravamo rimaste nel grembo della
Mamma molto pi a lungo di quanto avremmo dovuto. E la causa di
questo fu Pap.
Lui era mobile.
S, so benissimo quello che stai per ribattere. Tutti i padri sono mobili,
dirai.
Ma lui era Pap. Era il mobile che trasmetteva.
S, sapeva farlo anche lui. Sapeva comunicare con noi. O magari, lui
personalmente non poteva farlo. Non direttamente. Noi trasmettiamo per
mezzo di organi del nostro corpo. Ma Pap, se ho capito esattamente le sue
spiegazioni, si serviva di una specie di essere che era distaccato dal suo
corpo. O forse era un organo che non era veramente fissato a lui.
Comunque, non aveva organi interni e neppure antenne esterne, per
trasmettere. Si serviva di questo essere, di questa r-a-d-i-o, come la
chiamava lui. E funzionava perfettamente.
Quando conversava con Mamma, lo faceva in impulsi-Mamma, o nella
sua lingua, impulsi-mobile. Con noi adoperava l'Orsemme. come gli
impulsi-mobile, solo un po' diverso. Mamma non era mai riuscita a capire
quella differenza.

135
Quando avr finito di raccontare la mia storia, carina, ti insegner
l'Orsemme. Mi hanno trasmesso che tu hai sufficiente prestigio per entrare
a far parte della nostra Sorellanza della Collina pi Alta, e quindi per
imparare il nostro sistema segreto di comunicazione.
Mamma sosteneva che Pap aveva due mezzi per trasmettere. Oltre alla
sua radio, che adoperava per comunicare con noi, sapeva trasmettere anche
in un altro modo completamente diverso. E non usava il sistema dot-dit-
dat-det. Quegli impulsi avevano bisogno dell'aria, per venire trasmessi, e li
inviava con lo stesso organo con il quale mangiava. Ribolle proprio lo
stomaco al solo pensarci, non vero?
Pap era stato catturato mentre passava davanti alla mia Mamma. Lei
non sapeva che profumo di fragola doveva mandare sottovento verso di
lui, per attirarlo alla portata dei suoi tentacoli. Non aveva mai fiutato un
mobile come quello, prima di allora. Ma lui aveva un odore molto simile a
quello di un mobile d'un'altra specie, e la Mamma lo mand verso di lui. A
quanto pare il sistema funzion, perch lui si avvicin quanto bastava
perch lei lo afferrasse con i tentacoli extrauterini e lo scaraventasse dentro
al guscio.

Pi tardi, quando ero gi grandicella, Pap mi trasmise per radio (in


Orsemme, naturalmente, perch la Mamma non potesse capire) che lui
aveva sentito quel profumo e che era stato anche quello ad attirarlo. Ma era
l'odore di un mobile peloso che si arrampicava sugli alberi, e lui si era
chiesto che cosa ci facessero esseri di quel genere su di una collina
completamente spoglia. Quando aveva imparato a conversare con Mamma,
fu molto sorpreso scoprendo che lei lo aveva identificato con un mobile di
quella specie.
Oh, beh, trasmise poi, non era la prima volta che una femmina trattava
un uomo da scimmione.
Pap mi inform anche di avere scambiato Mamma, in un primo
momento, per un enorme macigno in vetta alla collina. Soltanto quando
una sezione della presunta roccia si apr lui si accorse che c'era qualcosa
fuori dell'ordinario, e che il macigno era il guscio di Mamma e riparava il
suo corpo. Mamma, mi trasmise, una specie di lumaca o di medusa
grande come un dinosauro, dotata di organi che generano onde radar e
onde radio, e con una cavit a forma di uovo grande come il soggiorno
d'una villetta, un utero nel quale lei genera e alleva le sue piccine.

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Io non capivo neppure la met di questi termini, naturalmente. E Pap
non era capace di spiegarmeli in modo chiaro.
Mi fece promettere di non trasmettere a Mamma che lui l'aveva
scambiata per una grossa massa di minerali. Perch abbia voluto questa
promessa, non lo so.
Pap era un enigma, per Mamma. Anche se si era dibattuto, quando lei
l'aveva trascinato dentro, non aveva unghie e denti abbastanza aguzzi per
lacerare la protuberanza della concezione. Mamma cerc di provocarlo,
ma lui rifiut di reagire. Quando lei si rese conto che era un mobile capace
di trasmettere e lo lasci andare per studiarlo, Pap incominci ad aggirarsi
dentro al grembo, Dopo un po', comprese che Mamma trasmetteva per
mezzo dell'antenna interna del grembo. Impar a parlare con lei,
servendosi del suo organo staccabile, che chiamava panrad. Alla fine, le
insegn la sua lingua, gli impulsi dei mobili. Quando Mamma l'ebbe
imparata e ne inform le altre Mamme, il suo prestigio crebbe e divenne
pi grande di quello di tutte le altre Mamme della zona. Nessuna Mamma
aveva mai pensato ad una lingua nuova: quell'idea le sbalord.
Pap diceva di essere l'unico mobile capace di comunicare, su questo
mondo. La sua a-s-t-r-o-n-a-v-e era precipitata, e lui sarebbe rimasto
sempre con Mamma, ormai.
Pap impar gli impulsi-pranzo quando Mamma chiam a mangiare le
sue piccine: e trasmise il messaggio giusto. Mamma aveva i nervi a pezzi,
al pensiero che fosse semantico, ma apr il diaframma dello stufato e gli
diede da mangiare. Poi Pap incominci a mostrare frutti e altri oggetti, in
modo che Mamma gli trasmettesse con l'antenna interna i dot-dit-dat-det
corrispondenti a ciascuno. Lui ripeteva il nome per mezzo della panrad,
per controllare se aveva capito bene.
Naturalmente, Mamma era molto aiutata dal suo olfatto. Qualche volta
molto difficile scoprire la differenza fra una mela e una pesca
semplicemente inquadrandole col radar. Gli odori sono di grande aiuto.
Mamma impar presto. Pap le disse che era molto intelligente... per
essere una femmina. Questo le sconvolse i nervi. Per molti periodi-pasto
non volle pi comunicare con lui.

C'era una cosa, in Pap, che piaceva moltissimo a Mamma: quando


veniva il momento della concezione, lei poteva dargli le istruzioni e
insegnargli quello che doveva fare. Non era costretta ad attirare nel suo
guscio, per mezzo dei profumi, un mobile non semantico, e poi a tenerlo

137
stretto contro la protuberanza della concezione mentre quello graffiava e si
dibatteva e mordeva per liberarsi dalla stretta dei tentacoli. Pap non aveva
artigli, ma portava con s un artiglio staccabile. Lui lo chiamava b-i-s-t-u-
r-i.
Quando gli domandavo perch aveva tanti organi staccabili, lui mi
rispondeva che era un uomo a pezzi.
Pap diceva sempre tante cose strane.
E faceva anche fatica a capire Mamma.
I suoi sistemi di riproduzione lo meravigliavano molto. Per D-i-o ,
trasmetteva, chi potrebbe mai crederlo? Un processo di cicatrizzazione di
una ferita che ha come risultato la concezione? l'esatto contrario del
cancro.
Quando noi eravamo gi adolescenti, quasi pronte per venir spinte fuori
dal guscio di Mamma, captammo un messaggio di Mamma che chiedeva a
Pap di lacerare ancora la protuberanza della concezione. Pap disse di no.
Lui voleva aspettare ancora per quattro stagioni. Aveva detto addio per
sempre a due covate di piccine sue, e voleva tenerci con lui il pi a lungo
possibile, per impartirci un'istruzione pi completa e per godere della
nostra compagnia invece di incominciare ad allevare un altro gruppo di
vergini.
Quel rifiuto scosse molto i nervi di Mamma e sconvolse il suo stomaco
dello stufato, al punto che per parecchi pasti il nostro cibo seppe di acido.
Ma non fece nulla contro Pap; lui le conferiva un prestigio troppo grande.
Tutte le Mamme stavano abbandonando il linguaggio delle Mamme e
imparavano la lingua del mobile da Mamma.
Io chiesi: Che cos' il prestigio?
Quando tu trasmetti, le altre debbono ricevere. E non osano trasmettere
una risposta fino a che tu non abbia finito e non hai accordato loro il
permesso di farlo.
Oh! Mi piacerebbe proprio il prestigio!
Pap si intromise.
Piccola Testadura, se vuoi essere pi in gamba delle altre, sintonizzati
su di me. Ti dir alcune cose che neppure la tua Mamma pu dirti. In fin
dei conti, io sono un mobile, e ho girato parecchio.
Lui mi spiegava quello che dovevo aspettarmi, dopo avere lasciato lui e
Mamma, e mi diceva che, se avessi usato il cervello, avrei potuto
sopravvivere e ottenere un prestigio anche pi grande di quello di Nonna.

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No so proprio perch mi chiamasse Testadura. Ero ancora vergine e
naturalmente non mi ero ancora fatta crescere il guscio. Il mio corpo era
molle come quello di tutte le mie sorelle. Ma lui mi diceva che mi voleva
b-e-n-e proprio perch avevo la testa cos dura. Io accettavo quella sua
affermazione senza neppure cercare di capire cosa significava.
Comunque, restammo dentro a Mamma per otto stagioni pi del
normale, perch Pap voleva cos. Avremmo potuto restarci,
probabilmente, ancora pi a lungo: ma quando ritorn l'inverno, Mamma
insistette perch Pap lacerasse la protuberanza della concezione. Lui
rispose che non se la sentiva. Stava riuscendo appena allora a conoscere
bene le sue figliole lui ci chiamava Sluggos e, quando noi ce ne
fossimo andate, non avrebbe avuto pi nessuno con cui parlare, eccetto
Mamma, fino a quando fosse cresciuta la nuova nidiata.
E poi, Mamma incominciava a ripetersi, e lui pensava che non lo
apprezzasse quanto avrebbe dovuto. Troppo spesso lo stufato era inacidito
o troppo cotto, e la carne era ridotta a brandelli, quasi in poltiglia...
Questo fu troppo, per Mamma.
Fuori! trasmise.
Benissimo! E non credere di buttarmi fuori a morire di freddo!
Trasmise Pap, di rimando. Il tuo guscio non certo l'unico, in questo
mondo!
Questo fece fremere i nervi di Mamma al punto che tutto il suo corpo
trem. Estromise la grande antenna esterna e si mise in comunicazione con
le sue sorelle e con le sue zie. La Mamma al di l della valle confess che,
una delle volte che Pap se ne stava sdraiato al s-o-l-e davanti al
diaframma aperto di Mamma, gli aveva chiesto di andare a vivere da lei.
Mamma cambi idea. Si rendeva perfettamente conto che, se lui se ne
fosse andato, il suo prestigio sarebbe finito, e quello della pettegola di
fronte sarebbe cresciuto moltissimo.
A quanto pare, rester qui a vita trasmise Pap.
E poi:
Si direbbe proprio che la vostra Mamma sia g-e-l-o-s-a!
La vita con Pap era piena di questi incomprensibili gruppi semantici.
Molto spesso non si voleva o non si poteva spiegare meglio.
Per molto tempo, Pap rimase in un angolo a meditare: non parlava n
con noi n con Mamma.
Alla fine, lei non resistette pi. Eravamo diventate cos grosse e cos
impertinenti e agitate che lei continuava a tremare. E poi pensava che

139
finch c'eravamo noi a comunicare con Pap, lei non sarebbe riuscita a
convincerlo a lacerare la protuberanza della concezione.
E cos ce ne andammo.
Prima che ci allontanassimo per sempre dal suo guscio, Mamma
trasmise: Attente all'upolay.

Le mie sorelle non le diedero ascolto, ma io fui molto impressionata.


Pap ci aveva descritto quella belva e le sue terribili abitudini. Anzi, si
dilungava tanto nei particolari che alla fine noi non adoperammo pi il
vecchio termine per indicare quella bestia e adottammo quello di Pap.
Tutto era incominciato quando lui rimprover Mamma perch ci
minacciava troppo spesso parlandoci di quella belva, quando non ci
comportavamo bene.
Non gridare troppo al lupo! disse lui.
Poi mi trasmise la storia dell'origine di quella strana frase. Lo fece in
Orsemme, naturalmente, perch Mamma lo avrebbe picchiato con i
tentacoli, se avesse immaginato che lui stava raccontando una storia non-
cos. La sola idea di una cosa non-cos le sconvolgeva il cervello al punto
che non riusciva pi a pensare chiaramente.
Io non sapevo esattamente che cosa fosse non-cos, ma le storie di
Pap mi piacevano moltissimo. E, come le altre Vergini e la stessa
Mamma, incominciai a chiamare quella bestia l'upolay.
Comunque, dopo che ebbi trasmesso Buona emissione, Mamma ,
sentii gli strani tentacoli rigidi di Pap attorno a me, e qualcosa di umido e
di caldo che mi cadeva addosso.
Buona f-o-r-t-u-n-a, Testadura , trasmise lui. Mandami un
messaggio attraverso la rete di collegamento qualche volta. E ricordati
sempre quello che ti ho detto dell'upolay.
Trasmisi che l'avrei fatto. Me ne andai, con una sensazione
indescrivibile dentro di me. Era un tremito nervoso che era insieme
piacevole e spiacevole se riesci ad immaginare una cosa del genere, mia
cara.
Ma ben presto me ne dimenticai: ero troppo impegnata a rotolare gi per
una collina, a salire lentamente la collina successiva, con il mio unico
piede, a rotolare di nuovo lungo il versante opposto e cos via. Dopo circa
dieci periodi di tepore, tutte le mie sorelle, tranne due, mi avevano lasciata.
Avevano trovato cime di colline libere e vi avevano costruito i loro gusci.
Ma le mie due fedeli sorelle avevano dato ascolto alle mie idee: non

140
avremmo dovuto accontentarci di poco; dovevamo trovare le colline pi
alte.
Quando ci si fa crescere il guscio, poi si rimane sempre dove si .
Perci decisero di seguirmi.
Ma io le guidavo per un cammino lunghissimo: e loro si lamentavano di
essere stanche e indolenzite e avevano paura di imbattersi in qualche
mobile carnivoro. Avrebbero persino voluto sistemarsi nei gusci vuoti di
certe Mamme che erano state divorate dall'upolay o erano morte di cancro,
che si era sviluppato invece delle piccole nella protuberanza della
concezione.
Andiamo , le esortavo io. Trasferirsi nei gusci vuoti non d nessun
prestigio. Volete proprio occupare l'ultimo posto nelle trasmissioni della
comunit, solo perch siete troppo pigre per farvi crescere il guscio?
Ma noi riassorbiremo i gusci vuoti, e pi tardi faremo crescere il
nostro!
Davvero? Quante Mamme hanno detto cos? E quante lo hanno fatto?
Avanti, Sluggos!
Avanzavamo in una zona sempre pi alta. Alla fine, io trovai quello che
cercavo. Era una montagna dalla vetta piatta, circondata da moltissime
colline. Vi salii. Quando arrivai in cima, feci una trasmissione di prova. La
vetta era pi alta di tutte quelle che potevo raggiungere con le mie
emissioni. Pensai che quando fossi diventata adulta e avessi avuto una
potenza maggiore, sarei riuscita a coprire un'area molto grande. Nel
frattempo, prima o poi altre Vergini avrebbero finito per arrivare fin l, e
avrebbero occupato le colline pi basse. Come avrebbe detto Pap con una
delle sue tipiche espressioni, io ero in cima al mondo.

Si d il caso che la mia montagna fosse molto ricca. I tentacoli da ricerca


che feci spuntare e che affondai nel terreno trovarono molte variet di
minerali. Avrei potuto utilizzarli per costruirmi un guscio enorme. Pi
grande il guscio, pi grande la Mamma. Pi grande la Mamma pi
potenti sono le sue emissioni.
Inoltre, avevo osservato la presenza di molti grandi mobili volanti. Pap
li chiamava aquile. Sarebbero stati ottimi compagni: avevano becchi
aguzzi e artigli affilati.
In basso, in una valle, scorreva un ruscello. Feci spuntare un tentacolo
cavo, lo insinuai sottoterra, gi per il fianco della montagna, fino a quando
entr nell'acqua. Poi cominciai a pompare per riempire i miei stomaci.

141
Il suolo della valle era ottimo. Feci quello che nessun'altra della nostra
specie aveva mai fatto, quello che mi aveva insegnato Pap. I miei
tentacoli pi lunghi raccolsero semi caduti dagli alberi, dai fiori o lasciati
cadere dagli uccelli e li piantai. Diffusi una rete sotterranea di tentacoli
attorno ad un melo. Ma non avevo intenzione di far passare i frutti caduti
da un tentacolo mobile all'altro, su per il pendio, fino al mio diaframma.
Avevo in mente un'altra idea.
Intanto le mie sorelle s'erano sistemate in vetta a due colline molto pi in
basso della mia. Quando scoprii quello che stavano facendo, i miei nervi
fremettero. Tutte e due s'erano fatte crescere il guscio! Uno era di vetro:
l'altro, di cellulosa!
Cosa credete di fare? Non avete paura dell'upolay?
Smettila, vecchia pettegola. Non impicciarti dei fatti nostri. Noi siamo
gi pronte per l'inverno e per la fregola, ecco! Noi saremo gi Mamme e tu
sarai ancora occupata a farti crescere il guscio. E dove andr a finire il tuo
prestigio? Le altre non vorranno neppure comunicare con te, perch sarai
ancora vergine, e con un guscio a met.
Testadivetro! Testadilegno!
Ah! Ah! Testadura!
Avevano ragione loro... in un certo senso. Io ero ancora molle e nuda e
indifesa: una massa di carne tremula sempre in fase di crescita, una preda
facile per qualunque mobile carnivoro che mi avesse trovata. Ero una
sciocca, e rischiavo troppo. Tuttavia, me la presi con calma. Affondai i
tentacoli e trovai parecchi minerali e risucchiai particelle di ferro in
sospensione e costruii un guscio interno ancora pi grande, credo, di
quello di Nonna. Poi vi stesi sopra uno strato di rame, perch il ferro non si
arrugginisse. Sopra al rame feci crescere uno strato d'osso, con il calcio
che avevo ricavato dalle rocce calcaree. E, a differenza delle mie sorelle,
non mi preoccupai di riassorbire la mia antenna da vergine e di farne
crescere una da adulta. Lo avrei fatto pi tardi.
Verso la fine dell'autunno, completai i miei gusci. Cominciai a cambiare
forma ed a crescere. Mangiavo i frutti dei miei raccolti, e avevo anche
grande abbondanza di carne, perch avevo messo nella valle piccoli gusci
a grata fatti di cellulosa, e vi allevavo molti mobili che avevo catturato nei
nidi, ancora piccoli, con i miei tentacoli pi lunghi.
Pianificai la mia struttura con un'idea ben chiara nella mente. Mi feci
crescere uno stomaco molto pi grande, molto pi profondo del normale.

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Non che avessi un appetito eccezionale, questo no: avevo un altro scopo,
che ti trasmetter pi tardi, carina.
Il mio stomaco dello stufato era, inoltre assai pi vicino alla sommit del
mio guscio di quanto lo sia normalmente. Anzi, spostai deliberatamente il
mio cervello dalla sommit a un lato, e misi al suo posto lo stomaco. Pap
mi aveva spiegato che avrei dovuto approfittare della mia facolt di
decidere, almeno in parte, l'ubicazione dei miei organi di adulta. Questo
richiese parecchio tempo, ma finii proprio prima che arrivasse l'inverno.
Venne il freddo.
E l'upolay.

Venne come viene sempre, con il lungo naso munito di antenne retrattili
che fiutava le minuscole incrostazioni di minerale puro lasciate come
tracce dalle Vergini. L'upolay segue il proprio naso dovunque lo porta.
Questa volta, lo port fino alla mia sorella che s'era fatta crescere un
guscio di vetro. Io avevo sospettato che sarebbe stata la prima ad essere
avvicinata da un upolay. Infatti, fu proprio per quella ragione che avevo
scelto una collina pi oltre. L'upolay attacca sempre il guscio pi vicino.
Quando sorella Testadivetro scopr il terribile mobile, trasmise impulsi
frenetici.
Che cosa faccio? Che cosa faccio?
Stai buona, sorella, e spera.
Ascoltare un consiglio del genere era come mangiare stufato freddo, ma
era il migliore e l'unico che io potevo darle. Non le ricordai che avrebbe
dovuto seguire il mio esempio, costruire un triplice guscio invece di avere
tanta fretta di finire al buon tempo pettegolando con le altre.
L'upolay si aggir attorno a lei, cerc di scavare attorno alla sua base,
che era piantata sulla roccia compatta, e non ci riusc. Ma riusc a staccare
un pezzetto di vetro come campione. Normalmente, avrebbe dovuto
inghiottire il campione e andarsene via, per trasformarsi in pupa. Questo
avrebbe dato a mia sorella una stagione di tregua, prima che il mostro
ritornasse all'attacco. Nel frattempo, lei avrebbe potuto farsi crescere un
altro rivestimento di materiale diverso: e cos avrebbe frustrato le
intenzioni del mostro per un'altra stagione.
Ma accadde invece che, sfortunatamente, quell'upolay avesse fatto il suo
ultimo pasto a spese di una Mamma il cui guscio era egualmente di vetro.
Perci aveva ancora gli organi specializzati per liquidare quel miscuglio di
silicati. Uno di questi organi era una sfera grossa e molto dura,

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all'estremit della sua coda lunghissima. Un altro mezzo era un acido
capace di indebolire il vetro. Dopo averlo fatto sgocciolare su un
determinato punto, percosse il guscio di mia sorella con la sfera.
Pochissimo tempo prima che cadesse la prima nevicata, riusc a infrangere
il guscio e arriv alla carne.
Le emissioni frenetiche di panico e di orrore di mia sorella mi fanno
ancora vibrare i nervi, quando ci penso. Eppure devo ammettere che la mia
reazione era anche sfumata di un certo disprezzo. Credo che mia sorella
non si fosse mai presa il disturbo di mettere ossido di boro nel suo vetro.
Se lo avesse fatto, avrebbe...
Che cosa? Come osi interrompermi... Oh, benissimo, accetto le tue umili
scuse. Che non succeda mai pi, mia cara. In quanto a ci che volevi
sapere, pi tardi ti descriver la sostanze che Pap chiamava silicato e
ossido di boro e via di seguito. Dopo che avr finito la mia storia.
Per continuare: il mostro, dopo avere finito Testadivetro, segu con il
naso la traccia di lei, a ritroso, gi per la collina, fino al punto in cui quella
traccia si univa alle altre. L, dovette scegliere fra la traccia di mia sorella e
la mia. Scelse l'altra. E anche questa volta cerc di scavare attorno alla sua
base, le strisci sopra, morsic la sua antenna e riuscii a staccare un
pezzettino di guscio.
Cadde la neve. L'upolay s allontan, si scav una buca e vi si rintan
per passare l'inverno.
Sorella Testadilegno fece crescere un'altra antenna. Era esultante.
S' accorto che il mio guscio era troppo duro per lui! Non mi divorer
mai!
Ah, sorella mia, se avessi ricevuto le emissioni di Pap e se non avessi
sprecato tanto tempo a giocare con le altre Sluggos! Allora ti saresti
ricordata quello che lui ci aveva insegnato. Avresti saputo che l'upolay,
come noi, differente da quasi tutti gli altri esseri viventi. La maggioranza
degli esseri hanno funzioni che dipendono dalle loro strutture. Ma l'upolay,
quella creatura maligna, ha una struttura che dipende dalle sue funzioni.
Non volli farle fremere i nervi dicendole che, avendo assorbito nel
proprio corpo un campione del suo guscio di cellulosa, adesso l'upolay era
passato allo stadio di pupa proprio attorno al quel campione. Pap mi
aveva spiegato che alcuni artropodi hanno una esistenza differenziata in
molti stadi: uovo, larva, pupa, adulto. Quando un bruco diventa pupa, nel
suo bozzolo, per esempio, il suo corpo tutto intero, in pratica, si scioglie, i
suoi tessuti si disintegrano. Poi qualcosa riforma questa sostanza ridotta a

144
polpa, formando una creatura strutturalmente nuova con funzioni nuove, la
farfalla.
Tuttavia, la farfalla non ritorna mai allo stadio di larva. L'upolay s. Ha
questa straordinaria facolt che lo distingue dagli altri artropodi. Perci,
quando attacca una Mamma, preleva un minuscolo frammento del guscio e
poi si addormenta. Per una stagione intera, raggomitolato nella sua tana,
sogna sul campione... o almeno il suo corpo sogna. I suoi tessuti si
disciolgono e poi si riformano. Rimane intatto soltanto il suo sistema
nervoso, che in questo modo conserva il ricordo della identit e di ci che
dovr fare quando uscir dalla sua tana.
E accadde proprio cos. L'upolay usc dal suo covo, si annid sopra mia
sorella Testadilegno, e inser un ovopositore modificato nel foro praticato
staccandole l'antenna a morsi. Io potei seguire pi o meno il suo piano di
attacco, perch molto spesso il vento soffiava nella mia direzione, e potevo
sentire l'odore delle sostanze chimiche di cui la belva si serviva.

Ridusse in poltiglia la cellulosa con una soluzione, l'intrise con una


sostanza caustica, e poi rivers un fluido puzzolente che bolliva e
gorgogliava. Quando questo fluido ebbe cessato la sua azione
violentissima, vers altre sostanze caustiche nella depressione che si
andava allargando e alla fine, attraverso un tubo, soffi fuori la soluzione
viscosa. E ripet per parecchie volte l'intero procedimento.
Bench mia sorella, credo, producesse disperatamente altra cellulosa,
non riusc a farlo abbastanza rapidamente. L'upolay, instancabile, allarg il
buco. Quando fu abbastanza ampio, scivol all'interno del guscio.
Fine della seconda sorella...

Fu una faccenda molto lunga, quella dell'upolay. Io mi davo da fare, e


acquistai un po' di tempo grazie a qualcosa che avevo fatto ancora prima di
costruirmi il guscio. Si trattava della falsa traccia di incrostazioni che
avevo predisposto, una delle cose di cui le mie sorelle si erano fatte beffe.
Loro non capivano quello che stavo facendo, quando ritornai indietro sulle
mie tracce, impiegando parecchi giorni, e nascosi con la terra la traccia
vera. Ma, se fossero sopravvissute, avrebbero certamente capito. Perch
l'upolay abbandon la pista vera che portava fino a me e segu quella falsa.
Naturalmente, alla fine si trov sul ciglio di un burrone. E, prima che
riuscisse a frenare la sua andatura svelta, precipit.

145
Non so come, riusc a cavarsela senza grossi danni e risal, lungo la pista
falsa, a rovescio. Alla fine scopr e dissotterr le tracce vere, coperte di
terra.
La traccia contraffatta era un ottimo trucco, e me lo aveva insegnato
Pap. Peccato per che non fosse andato tutto come speravo, perch il
mostro venne su diritto per la montagna, verso di me con le antenne che
aravano la terra smossa ed i ramoscelli con cui avevo coperto le mie
incrostazioni.
Comunque, io non ero ancora spacciata. Avevo raccolto un grande
numero di grosse pietre e le avevo cementate insieme, fino a formare un
grosso macigno. Questo macigno era posato, in bilico, sull'orlo della mia
vetta. Attorno alla sua parte centrale, avevo depositato un cerchio di ferro,
innestato su di un binario dello stesso metallo, che scendeva fino a met
del pendio. Cos, quando il mostro arriv a quel binario di ferro e lo segu
lungo il fianco della montagna, io tolsi con i miei tentacoli i piccoli sassi
che impedivano al macigno di rotolare gi per la scarpata.

La mia arma rotol sul binario ad una velocit terrificante, e son sicura
che avrebbe schiacciato l'upolay se quello, con il naso, non avesse
percepito le vibrazioni del metallo. Balz da una parte e si acquatt. Il
macigno gli rotol accanto, sfiorandolo, e lo manc di pochissimo.
Per quanto fossi delusa di tutto ci, mi aveva dato un'altra idea per
tenere a bada gli upolay, in futuro. Se avessi deposto due rotaie lungo il
pendio, una su ciascun lato della linea principale, e poi avessi fatto rotolare
contemporaneamente tre macigni, il mostro poteva schizzare da una parte
o dall'altra, se voleva, ma sarebbe stato egualmente travolto!
L'upolay dovette spaventarsi moltissimo perch, dopo quell'episodio,
non percepii pi la sua presenza per ben cinque periodi di tepore. Poi
ritorn, su per la rotaia e non, come avevo immaginato, lungo il fianco
opposto, molto pi ripido, della montagna. Era veramente molto stupido.
A questo punto desidero fare una pausa per spiegare che quel macigno
era stata un'idea mia, non di Pap. Debbo aggiungere, tuttavia, che fu
Pap, non Mamma, ad insegnarmi a pensare con il mio cervello. So
benissimo che roba da far fremere tutti i nervi, il pensiero che un
semplice mobile, buono soltanto come cibo o per l'accoppiamento, potesse
essere non solo semantico, ma anche dotato di un grado superiore di
semanticismo.

146
Non voglio affermare che possedesse qualit superiori. Credo che fosse
differente, ecco tutto, e che da lui ho preso proprio questa qualit
differente.
Per ritornare al mio racconto, non potevo fare nulla, mentre l'upolay si
aggirava attorno a me e prelevava campioni del mio guscio. Potevo
soltanto sperare. E, come ebbi modo di scoprire, sperare non bastava. Il
mobile stacc con un morso un pezzetto del rivestimento esterno del mio
guscio: quello fatto di osso. Pensavo che si sarebbe accontentato di quello:
e, quando fosse ritornato dopo essere uscito dallo stadio di pupa, avrebbe
trovato il secondo strato, quello di rame. Cos, avrebbe dovuto attendere
un'altra stagione. Poi avrebbe trovato il ferro e avrebbe dovuto ritirarsi di
nuovo. Allora sarebbe gi stato inverno, e lui sarebbe stato costretto ad
ibernare: o forse, sarebbe stato cos deluso e frustrato che avrebbe
rinunciato ad attaccarmi e avrebbe preferito andare alla ricerca di una
preda pi facile.
Non sapevo, allora, che un upolay non rinuncia mai, ed molto
scrupoloso. Per giorni e giorni scav attorno alla mia base e scopr un
punto che io avevo rivestito in modo insufficiente. L, era possibile
scoprire tutti e tre gli elementi del mio guscio. Sapevo che esisteva quel
punto debole, ma non avrei mai pensato che lui scavasse a tanta
profondit.

Il mostro se ne and, per trasformarsi in pupa. Quando venne l'estate,


strisci di nuovo fuori dalla sua tana. Ma, prima di attaccare me, divor
tutto il raccolto, rovesci i miei gusci-gabbie e mangi tutti i mobili che
c'erano dentro, dissotterr i miei tentacoli e li divor e ruppe i miei tubi
dell'acqua.
Ma quando raccolse tutte le mele del mio albero e le consum, i miei
nervi fremettero. L'estate precedente, per mezzo della mia rete di tentacoli
sotterranei, io avevo trasportato fino all'albero un buon quantitativo di
minerale velenoso. Per farlo, finii con l'uccidere i tentacoli che
trasportavano quella sostanza, ma riuscii a immettere nelle radici della
pianta una certa quantit di roba... mio Pap la chiamava selenio. Feci
crescere altri tentacoli e portai all'albero altro veleno. Alla fine, l'albero era
saturo di quella sostanza, ma io l'avevo accumulata cos lentamente che
aveva finito per raggiungere, la pianta, una specie di immunit. Una
specie, voglio dire, perch aveva l'aria abbastanza malandata.

147
Devo ammettere di avere preso quell'idea da una delle storie non-cos di
Pap, trasmessa in Orsemme perch Mamma non si indignasse. Quella
storia parlava di un mobile: era un mobile femmina, sosteneva Pap, anche
se il concetto di una femmina mobile mi sembra cos intollerabile che
preferisco non indugiarvi. Era la storia di una femmina mobile, insomma,
che era stata addormentata, un sonno molto lungo, per mezzo di una mela
avvelenata.
A quanto pareva, per, l'upolay non conosceva affatto quella storia.
Tutto quello che fece fu vomitare. Quando si fu ripreso, avanz e si
appollai in cima al mio guscio, strapp via la mia grande antenna, inser
l'ovopositore nel foro e cominci a fare sgocciolare l'acido.
Io ero spaventata. Non vi nulla che incuta terrore pi dell'essere privata
dell'antenna e di non sapere che cosa succede nel mondo, fuori dal tuo
guscio. Ma, nello stesso tempo, devo dire che le azioni dell'upolay erano
precisamente, quelle che mi aspettavo. Perci cercai di reprimere il fremito
dei miei nervi. Dopotutto, sapevo che l'upolay avrebbe incominciato a
lavorare proprio in quel punto. Era proprio per quella ragione che avevo
spostato lateralmente il mio cervello e avevo il mio stomaco
esageratamente grande pi vicino alla sommit del guscio.
Le mie sorelle si erano burlate di me perch mi ero data tanta pena a
sistemare i miei organi. Loro si erano accontentate di crescere
normalmente, per raggiungere la grandezza di una Mamma. Mentre stavo
ancora aspettando che l'acqua pompata dal ruscello riempisse il mio sacco,
le mie sorelle gi da un pezzo avevano riscaldato la loro acqua e stavano
mangiando ottimi stufati caldi. Io, invece consumavo molta frutta e carne
non cotta, che qualche volta mi faceva stare male. Comunque la roba che
rigettavo andava benissimo per concimare le mie colture, e cos la
faccenda non si chiudeva, per me, con una vera perdita.
Come ben sai, quando lo stomaco pieno d'acqua e ben chiuso, il calore
del nostro corpo riscalda il liquido. Poich non c' perdita di calore, se non
quando facciamo entrare o uscire carne e verdura attraverso il diaframma,
l'acqua finisce per raggiungere il punto di ebollizione.
Bene, per continuare a trasmettere la mia storia, quando il mostro ebbe
scrostato via l'osso, il rame e il ferro con i suoi acidi ed ebbe praticato un
foro abbastanza largo per farvi passare il suo corpo, si lasci cadere dentro
il guscio, con l'intenzione di divorarmi.

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Immagino che si aspettasse d'avere a che fare con una delle solite
Mamme o Vergini indifese, con i nervi storditi per il terrore, che si
lasciasse divorare.
Se la pensava cos, i suoi nervi dovettero subire un bello scossone. C'era
un diaframma, sulla parte superiore del mio stomaco, che avevo fatto
crescere tenendo bene in mente le dimensioni di un certo mobile carnivoro.
Ma vi fu un momento in cui pensai che forse non avevo formato
un'apertura abbastanza grande. Lui era passato per met, ma non riusciva a
superare con le zampe posteriori il diaframma. Era incastrato saldamente, e
a unghiate mi strappava via grossi pezzi di carne. Io soffrivo tanto che il
mio corpo tremava e, credo oscillava addirittura sulla base, guscio
compreso. Eppure, nonostante i miei nervi sconvolti, mi sforzai e mi
sforzai e deglutii con tutte le mie forze, oh, proprio con tutte le mie forze.
E alla fine, proprio quando stavo per rivomitarlo attraverso il foro dal
quale era entrato, il che sarebbe stata la mia fine, deglutii convulsamente, e
riuscii a farlo cadere nell'interno.
Il mio diaframma si chiuse. E non lo riaprii, anche se il mostro mordeva
e versava acidi brucianti. Ero decisa a mettere la sua carne nel mio stufato:
il pi grosso pezzo di carne che una Mamma avesse mai avuto.
Oh, lui lott e si dibatt. Ma non per molto tempo. L'acqua bollente gli
entr nella bocca aperta e gli strinse i sacchi della respirazione. Non
poteva certamente prelevare un campione di quel fluido scottante e
andarsene per trasformarsi in pupa.
Era spacciato... ed era squisito.
S, so benissimo che ci si deve congratulare con me e che queste mie
informazioni sul modo migliore di trattare questi mostri devono essere
trasmesse a tutte quante, dovunque. Ma non dimenticare che una parte del
merito di questa vittoria sul nostro antico nemico va ad un mobile. So che
pu far fremere i nervi soltanto a pensarci ma proprio cos.
Dove ho preso l'idea di piazzare il mio stomaco dello stufato proprio
sotto al punto dove l'upolay fa sempre il suo foro, in cima ai nostri gusci?
Ecco, una delle tante idee che ho avuto. derivata da una delle storie
non-cos di Pap, raccontate in Orsemme. Te le trasmetter, una volta o
l'altra, quando non sar tanto indaffarata. E quando tu, cara, avrai imparato
il nostro linguaggio segreto.
Ora incomincer la lezione. Per prima cosa...

149
Come? Stai fremendo per la curiosit? Oh, benissimo, ti dar un'idea
della storia non-cos, e poi proseguir la lezione che sto facendo a questa
neofita.
Parla di nuay upolay e iday etray orcellinipay...

150
Un viaggio a Sfanomo
di Clark Ashton Smith
(A voyage to Sfanomo, Weird Tales, 1931)
Traduzione di Hilia Brinis

Molte sono le favole meravigliose, mai raccontate n scritte, destinate a


non essere n registrate n ricordate, che dormono nel doppio silenzio del
tempo che regredisce in distanza e dello spazio, Le cronache di Saturno,
gli archivi della Luna nel suo pieno rigoglio, le leggende di Antillia e di
Moaria... sono tutte storie ricche di un incanto mai supposto o dimenticato.
E strani sono i racconti compositi trattenuti dagli anni-luce della Stella
Polare e della Galassia. Ma nessuno pi strano, nessuno pi
meraviglioso della storia di Hotar e di Evidon, e del loro viaggio fino al
pianeta Sfanomo dall'ultima isola dello sprofondante Atlantide. Ascolta,
poich io solo narrer la storia, io che arrivai in sogno al centro senza
mutamento dove il passato e il futuro sono sempre contemporanei al
presente; e vidi svolgersi il fatto autentico; e, svegliandomi, lo resi con
parole:

Hotar ed Evidon erano fratelli per sapere, oltre che consanguinei. Erano
gli ultimi rappresentanti di una lunga discendenza di illustri inventori e
ricercatori, i quali avevano contribuito tutti, chi pi chi meno, alla
conoscenza, alla saggezza e alle risorse scientifiche di una nobile
civilizzazione maturata attraverso cicli. Uno per uno, essi e gli studiosi
loro colleghi avevano imparato i segreti arcani della geologia, della
chimica, della biologia, dell'astronomia; avevano sovvertito gli elementi,
avevano imbrigliato il mare, il sole, l'aria e la forza di gravit,
costringendoli a servire le necessit dell'uomo; e ultimamente avevano
scoperto il modo di liberare il potere ciclonico dell'atomo, di distruggere,
trasmutare e ricostruire a volont le molecole della materia.
Tuttavia, per quell'ironia della sorte presente a tutti i trionfi e le
conquiste dell'uomo, il progredire di quella padronanza delle leggi naturali
coincideva con i profondi mutamenti e sconvolgimenti geologici che

151
provocavano il graduale inabissamento di Atlantide. Era per era, eone per
eone, il processo era continuato: immense penisole, interi litorali, alte
catene di montagne, pianure popolate e altipiani, tutto sprofondava a turno
al di sotto delle ondate diluviali. Con il progredire della scienza, il
momento e il luogo dei futuri cataclismi si potevano prevedere in modo
sempre pi accurato; ma niente si poteva fare per evitarli.
Ai tempi di Hotar e di Evidon, tutto ci che restava del continente era
una vasta isola, chiamata Poseidone. Era noto a tutti che quell'isola, con i
suoi porti opulenti, i suoi monumenti d'arte e di architettura sopravvissuti
alle ere, le fertili vallate del suo entroterra, e le montagne che levavano le
loro vette innevate al di sopra di giungle semi-tropicali, era destinata a
sprofondare prima che i figli e le figlie della generazione presente
arrivassero alla maturit.

Come molti altri della loro famiglia, Hotar ed Evidon avevano dedicato
lunghi anni di ricerche alle oscure leggi telluriche che governavano
l'imminente catastrofe; e avevano cercato di escogitare qualche mezzo per
prevenirla o, almeno, per ritardarla. Ma le forze sismiche impegnate
agivano troppo in profondit ed erano troppo diffuse per essere in qualche
modo o misura controllabili. Nessun meccanismo magnetico, nessuna zona
di forza repressiva era abbastanza potente da neutralizzarle. Quando i due
fratelli si avvicinavano ormai alla mezz'et, si resero conto dell'assoluta
futilit dei loro sforzi; e sebbene gli abitanti di Poseidone continuassero a
considerarli come possibili salvatori, le cui cognizioni e risorse erano quasi
sovrumane, essi avevano segretamente abbandonato ogni sforzo di salvare
l'isola condannata, e lasciata Lefara, la citt sul mare dove da tempo
immemorabile risiedeva la loro famiglia, si erano ritirati in un osservatorio
e laboratorio privato, su nelle montagne dell'interno.
L, grazie alla ricchezza ereditaria di cui potevano disporre, i fratelli si
circondavano non soltanto di tutti gli strumenti noti e i materiali per la
ricerca scientifica, ma anche di un certo grado di lusso personale. Erano
isolati dal mondo da un centinaio di scarpate e di precipizi e da molte
leghe di giungla pressoch impraticabile; e ritenevano quella reclusione
consigliabile per le fatiche che ora proponevano a se stessi, e la cui vera
natura si erano astenuti dal divulgare con chicchessia.
Hotar ed Evidon erano andati al di l di tutti i loro contemporanei nello
studio dell'astronomia, La vera natura del mondo, del Sole, della Luna, del
sistema planetario e dell'universo stellare, cos come il rapporto esistente

152
tra loro, erano noti da lungo tempo in Atlantide. Ma i due fratelli avevano
concepito ipotesi pi audaci, avevano fatto calcoli pi approfonditi e pi
accurati di chiunque altro. Con i potenti specchi di ingrandimento del loro
osservatorio, avevano dedicato un'attenzione speciale ai pianeti vicini; si
erano formati un'idea precisa della loro distanza dalla Terra; avevano fatto
una stima approssimativa della loro dimensione; e si erano fatti il concetto
che diversi, o forse tutti, potessero benissimo essere abitati da esseri simili
all'uomo; o se non abitati, che fossero potenzialmente capaci di sostenere
la vita umana.
Venere, che gli atlantici conoscevano con il nome di Sfanomo, era il
pianeta che pi di ogni altro attirava la loro curiosit ed era oggetto di
congetture. A causa della sua posizione, supponevano che potesse
facilmente assomigliare alla Terra per condizioni climatiche e per tutti i
requisiti essenziali allo sviluppo biologico. E l'attivit alla quale stavano
ora dedicando in segreto tutte le loro energie era niente meno che la
progettazione di un veicolo con il quale fosse possibile abbandonare l'isola
minacciata dall'oceano e mettersi in viaggio verso Sfanomo.
Un giorno dopo l'altro i fratelli si affannavano a perfezionare la loro
invenzione; e una sera dopo l'altra, attraverso il variare delle stagioni,
scrutavano la lucente sfera oggetto delle loro meditazioni, sospesa l nel
crepuscolo smeraldino di Poseidone, o al di sopra delle cime ammantate di
viola che ben presto avrebbero mostrato le orme color zafferano dell'alba.
E si abbandonavano alle pi audaci fantasie, ai progetti pi strani e pi
pericolosi.
Il veicolo che stavano costruendo era progettato con perfetta capacit di
prevedere tutti i problemi che andavano affrontati, tutte le difficolt che
bisognava superare. Vari veicoli aerei erano stati usati in Atlantide nel
corso del tempo; ma essi sapevano che nessuno di quei mezzi sarebbe stato
adatto al loro scopo, sia pure con delle modifiche. Il veicolo che alla fine
misero a punto, dopo molto progettare e lunghe discussioni, era una sfera
perfetta, come una luna in miniatura; dato che, cos ragionavano, tutti i
corpi che viaggiavano attraverso l'etere avevano quella forma. Aveva un
doppio scafo in una lega metallica di cui essi stessi avevano scoperto il
segreto: una lega che era a un tempo leggera e resistente al di l di
qualsiasi altra sostanza classificata dalla chimica o dalla mineralogia.
C'erano una dozzina di finestrini rotondi, in vetro infrangibile, e una porta
della stessa lega dello scafo, che si chiudeva a tenuta ermetica.
L'esplosione di atomi entro cilindri sigillati doveva fornire la forza

153
propulsiva e levitativa e sarebbe inoltre servita a riscaldare l'interno della
sfera contro il gelo assoluto dello spazio. Entro contenitori di argentone
sarebbe stata racchiusa l'aria solidificata da vaporizzatori a un tasso
sufficiente a mantenere respirabile l'atmosfera. Inoltre, prevedendo che
l'influsso gravitazionale della Terra sarebbe diminuito e cessato a mano a
mano che si fossero allontanati, avevano creato nell'impiantito della sfera
una zona magnetica atta a simulare l'effetto di gravit e ad ovviare cos a
qualsiasi disagio o pericolo di farsi male cui altrimenti sarebbero stati
esposti.
Le loro fatiche venivano portate avanti senz'altro aiuto che quello di
alcuni schiavi, appartenenti a una razza aborigena di Atlantide, i quali non
avevano alcuna idea dello scopo per il quale la navicella veniva costruita;
inoltre, ad assicurare la loro totale discrezione, erano sordomuti. Non vi
erano interruzioni da parte di visitatori, poich in tutta l'isola era dato
tacitamente per scontato che Hotar ed Evidon fossero impegnati in ricerche
sismologiche che richiedevano una concentrazione profonda e insieme
prolungata.

Alla fine, dopo anni di sforzi, di incertezza, di dubbi e di ansie, la sfera


venne completata. Lucente come un'immensa bolla argentea, posava su
una terrazza del laboratorio che affacciava verso ovest, terrazza da cui il
pianeta Sfanomo era ora visibile, a sera, al di l del purpureo mare di
giungla. Tutto era pronto: la navicella era abbondantemente rifornita per
un viaggio di molti lustri e decenni, ed era corredata di un'abbondante
scorta di libri, di strumenti dell'arte e della scienza, nonch di tutte le cose
necessarie alla comodit e al benessere dei viaggiatori.
Hotar ed Evidon erano ormai uomini di mezz'et, nella vigorosa maturit
di tutte le loro facolt e le loro forze. Appartenevano al tipo pi nobile
della razza atlantica: carnagione chiara, statura imponente, lineamenti di
discendenza a un tempo aristocratica ed intellettuale. Consapevoli
dell'imminenza del cataclisma finale, non si erano mai sposati, non si
erano formati neppure dei legami affettivi, e si erano invece votati alla
scienza con dedizione monastica. Piangevano sull'inevitabile scomparsa
della loro civilizzazione, con tutta l'erudizione accumulatasi nel corso delle
epoche, la ricchezza materiale e artistica, la raffinatezza consumata. Ma
avevano imparato l'universalit delle leggi che ora stavano facendo
inabissare Atlantide: le leggi del mutamento, della crescita e del declino; e
avevano addestrato se stessi a una rassegnazione filosofica. Rassegnazione

154
che, forse, era stemperata dalla previsione della singolare gloria, delle
esperienze nuove, uniche, che il loro viaggio attraverso lo spazio finora
mai percorso avrebbe comportato.
Il loro stato d'animo, di conseguenza, era un miscuglio di rimpianto
altruistico e di personale attesa quando, la sera fissata per la partenza,
congedarono con un decreto di emancipazione i loro perplessi schiavi ed
entrarono nella navicella sferica. E Sfanomo con un pulsante brillio, prese
a splendere sempre pi vivido di fronte a loro non appena essi
cominciarono il loro viaggio attraverso i cieli verdemare d'occidente,
mentre Poseidone si oscurava gi in basso.
Sotto la loro guida, il grande veicolo spaziale prendeva quota con agile
abbrivo; ben presto, essi poterono scorgere le luci di Susran, la capitale, e
del suo porto gremito di navi, Lefara, dove ogni sera si faceva baldoria e
dove le fontane davano vino, affinch la gente potesse dimenticare per un
poco l'imminente condanna. Ma la nave spaziale si era gi portata cos in
alto, nell'aria, che Hotar ed Evidon non udivano da lass neppure il pi
fioco mormorio dei chiassosi strumenti e del baccano festaiolo delle citt
sottostanti. E continuarono a viaggiare, in avanti e verso l'alto, finch il
mondo divenne una macchia scura e i cieli un fiammeggiare di stelle che i
loro specchi ottici non avevano mai rivelato. Ed ecco che il nero pianeta
gi in basso si orlava di una crescente falce di fuoco, e dalla sua ombra
essi si libravano verso una sconvolgente luce diurna. Ma i cieli non erano
pi di un azzurro familiare, poich avevano assunto il lucido ebano
dell'etere; e nessuna stella n pianeta, nemmeno il pi piccolo dei corpi
celesti, era smorzato dalla rivalit del Sole. E il pi splendente di tutti gli
astri era Sfanomo, sospeso l nel vuoto con uno sfavillio che non
tremolava mai. Un miglio stellare dopo l'altro, la Terra si faceva sempre
pi lontana; e Hotar ed Evidon, intenti a scrutare innanzi, verso l'obiettivo
dei loro sogni, l'avevano quasi dimenticata. Poi, voltandosi a guardare,
videro che non era pi al di sotto ma al di sopra di loro, come una luna pi
vasta. E studiandone gli oceani, le isole e i continenti, li elencavano via
via, riscontrandoli uno per uno sulle loro mappe a mano a mano che il
globo compiva la sua rivoluzione; ma invano cercarono Poseidone, in
mezzo all'ininterrotta e sfavillante distesa del mare. E allora i due fratelli
avvertirono quel rimpianto carico di tristezza che il giusto tributo alla
bellezza che scompare, allo splendore che tramonta. E per un poco
meditarono su quella che era stata la gloria di Atlantide, e richiamarono
alla memoria i suoi obelischi, le cupole, le montagne, le palme dalle alte

155
creste svettanti, e le piume simili a fiamme dei suoi guerrieri, che mai pi
si sarebbero levate nel sole.

La loro esistenza, nel veicolo a forma di sfera, si svolgeva pacata e


tranquilla, e differiva ben poco da quella cui erano abituati. Si dedicavano
agli amati studi, portavano avanti esperimenti che avevano progettato o
iniziato tempo addietro, si leggevano l'un l'altro i classici della letteratura
di Atlantide, discutevano e dibattevano problemi a non finire di filosofia e
di scienza. E il tempo stesso aveva poca importanza per Hotar ed Evidon;
le settimane e i mesi del loro viaggio divennero anni, gli anni si
accumularono in lustri e in decenni. N essi erano sensibili al mutamento
in se stessi e nell'altro, mentre gli anni tessevano sulle loro facce una
ragnatela di rughe, tingevano le loro fronti del giallo avorio dell'et e
intessevano nelle loro barbe bionde fili candidi. C'erano troppe cose di
risolvere o da discutere, troppe teorie e ipotesi da avanzare, perch simili
particolari, tanto trascurabili, usurpassero la loro attenzione.
Sfanomo diveniva sempre pi grande, a mano a mano che gli anni
trascorrevano semi-ignorati; finch, ecco che prese a roteare sotto di loro
con strani contorni di continenti inesplorati e di mari mai solcati
dall'uomo. E ora i discorsi di Hotar ed Evidon vertevano soprattutto sul
mondo in cui tra poco sarebbero arrivati, e sugli individui, gli animali e le
piante che potevano aspettarsi di trovare. Nei loro cuori senza et,
sentivano l'emozione di un'attesa senza paragone, mentre pilotavano la
nave spaziale verso il globo sempre pi grande che stava sospeso sotto di
loro. Ben presto orbitarono al di sopra della sua superficie, in un'atmosfera
di tropicale calura, satura di nuvole; ma sebbene provassero un'ansia quasi
infantile di mettere piede sul nuovo pianeta, decisero saggiamente di
continuare il loro viaggio a livello d'orizzonte, cos da poter studiare la
topografia con un certo grado di accuratezza e di precisione.
Con loro sorpresa, non trovarono traccia nella luminosa distesa
sottostante di qualcosa che facesse pensare all'opera di uomini o di esseri
viventi. Si erano aspettati di vedere citt dall'esotica architettura aerea,
ampie arterie, canali e zone agricole dai campi misurati geometricamente.
Invece, c'era soltanto un paesaggio primordiale fatto di monti, paludi,
foreste, oceani, fiumi e laghi.
Alla fine, decisero di azzardarsi a scendere. Sebbene fossero molto
vecchi e con lunghissime barbe bianche, fecero atterrare l'astronave a
forma di luna con tutta la perizia di cui sarebbero stati capaci nel fiore dei

156
loro anni; e, aperta la porta rimasta ermeticamente chiusa per anni,
uscirono a turno: Hotar prima di Evidon dato che era il maggiore.

La loro prima impressione fu di calore torrido, di colore abbagliante e di


profumo che stordiva. Nell'aria pesante, strana, immobile, sembravano
esserci milioni di odori: odori che risultavano quasi visibili nella forma di
vapori intrecciantisi, profumi che erano come elisir o narcotici, che
conferivano al tempo stesso un senso di beato torpore e una divina euforia.
Videro che c'erano fiori dappertutto: che erano atterrati in un vero mare di
corolle. Erano tutte di forma non terrestre, di bellezza, dimensione e
variet aliene, con rotoli e volute di petali multicolori che sembravano
attorcigliarsi su se stessi con un'animazione o una facolt di sentire pi che
vegetali. Crescevano da un terreno che il sovrapporsi dei loro steli e dei
loro calici aveva completamente nascosto; pendevano da tronchi e fronde
d'alberi simili a palme, che avevano ammantellato fino a rendere
impossibile il riconoscerli; galleggiavano sull'acqua di stagni immobili; si
posavano sopra i fusti pi alti della giungla, come alate creature viventi
nell'atto di librarsi verso cieli gravi di aromi. Sotto gli occhi dei due
fratelli, quei fiori crescevano e sfiorivano con taumaturgica rapidit,
cadevano e lasciavano il posto ad altri come per un gioco di prestigio delle
leggi di natura.
Hotar ed Evidon guardavano deliziati, si chiamavano l'un l'altro come
bambini, indicavano ogni nuova meraviglia floreale pi squisita e pi
curiosa delle altre; e si meravigliavano della velocit di quel continuo,
miracoloso fiorire e sfiorire. E ridevano, alla bizzarria senza esempio dello
spettacolo, ogni volta che scorgevano qualche animale nuovo alla
zoologia, strane creature che trotterellavano attorno su un numero di
zampe superiore al normale, con germogli che ricordavano le orchidee
nascenti dai quarti posteriori.
Avevano gi dimenticato il loro lungo viaggio attraverso lo spazio,
dimenticato che fossero mai esistiti un pianeta chiamato Terra e un'isola di
nome Poseidone; e dimenticavano via via la loro cultura e la loro
saggezza, mentre vagavano in mezzo ai fiori di Sfanomo. L'aria esotica
con tutti i suoi odori dava alla testa come un vino generoso; e le nuvole di
polline candido e dorato che piovevano dalle arcate di vegetazione erano
pi potenti di chiss quale fantastica droga. Si compiacevano al pensiero
che le loro barbe bianche e le loro tuniche viola s'incipriassero di quel

157
polline e delle fluttuanti spore di piante che erano aliene a tutta la botanica
terrestre.
Improvvisamente, Hotar mand un grido di nuova meraviglia, e rise, in
preda ad una ilarit anche pi spensierata e spavalda. Si era accorto che
una foglia stranamente accartocciata stava spuntando dal dorso di una delle
sue mani rattrappite, la destra. La foglia si schiudeva, crescendo, e gi
lasciava intravvedere il bocciolo di un fiore. E, stupore! il bocciolo si
apriva, diveniva una corolla a triplo calice dalle sfumature inusitate,
aggiungendo un nuovo profumo all'aria gi inebriante. Ora, dalla sua mano
sinistra, un altro germoglio appariva nello stesso, identico modo; ed ecco
che foglie e petali gli spuntavano dalla faccia e dalla fronte rugosa,
sbocciavano in filari successivi dalle sue membra e dal suo corpo,
intrecciavano i loro viticci sottili come capelli e i loro pistilli a forma di
lingua con i peli della sua barba. Hotar non provava alcun dolore, soltanto
un senso di infantile sorpresa e di sbalordimento nel guardarli sbocciare.
Ora i germogli avevano cominciato a spuntare anche dalle mani, dalla
faccia e dagli arti di Evidon. E ben presto i due vegliardi avevano cessato
d'avere sembianze umane, e si potevano a stento distinguere dagli alberi
sovraccarichi di ghirlande che li circondavano. Poi, morirono senza
agonia, come se gi facessero parte della pullulante vita floreale di
Sfanomo, con percezioni e sensazioni diverse, appropriate al nuovo modo
di esistere. Non and molto e la metamorfosi divenne totale, e ora ogni
fibra del loro corpo aveva subito un processo di dissoluzione,
trasformandosi in fiore. E la navicella con la quale avevano affrontato il
viaggio venne completamente nascosta alla vista da una inesauribile massa
rampicante di fogliame e di petali.
Tale fu la sorte di Hotar e di Evidon, gli ultimi figli di Atlantide, e i
primi (se non anche gli ultimi) visitatori umani su Sfanomo.

158
L'altalena
di A.E. Van Vogt
(The Seesaw, Astounding SF, 1941)
Traduzione di Mario N. Leone

Dal GAZETTE-BULLETINdel 16 Giugno 1947:

STRANO FENOMENO DI IPNOSI COLLETTIVA

Polizia e giornalisti sono persuasi che ben presto Middle


City potr contare sulla visita di un prestidigitatore di gran
classe. Gli si prepara il pi cordiale benvenuto, a patto che si
degni di fornire una spiegazione logica del trucco mirabolante
con cui si suppone abbia voluto pubblicizzare il suo arrivo.
Tutti ci chiediamo come sia riuscito a materializzare davanti a
centinaia di persone un curioso edificio prima inesistente, una
specie di negozio d'armi, almeno in apparenza.
Si creduto di veder comparire la costruzione sullo stesso
spazio in realt occupato dal Self-Service di Aunt Sally e dalla
sartoria Patterson, mentre, all'interno dei due negozi, il
personale non ha notato niente di insolito, come dichiarato in
seguito. Una grande insegna, luminosissima, spiccava sopra
questa strana armeria sorta dal nulla in maniera che diremmo
miracolosa. Proprio questa insegna ha fornito la prima prova
che si trattava di un trucco, per quanto ingegnoso. Infatti, da
qualsiasi angolazione venisse letta, la scritta appariva sempre
frontalmente. Ed era questa:

LE MIGLIORI ARMI QUI!


IL DIRITTO ALLA LIBERTA
IL DIRITTO DI COMPRARE ARMI

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La mostra comprendeva un assortimento di fucili e
rivoltelle, tutti di forma assai singolare. Un altro assurdo
cartello luminoso, nella vetrina, affermava:

LE PI AGGIORNATE ARMI AD ENERGIA PRODOTTE


NELL'UNIVERSO

Un tentativo dell'Ispettore Clayton, del Reparto


Investigativo, che intendeva introdursi nel negozio, non ha
avuto esito: la porta sembrava chiusa a chiave dall'interno.
Poco dopo, un nostro reporter, C.J. (Chris) Mc Allister, ha
voluto provare a sua volta, e non ha avuto alcuna difficolt ad
entrare, mentre l'Ispettore Clayton, deciso a seguirlo, ha di
nuovo trovato la porta bloccata.
opinione generale che Mc Allister, attraversando il
fantomatico negozio, ne sia uscito poi dal retro, come
testimoniano diversi spettatori. Immediatamente dopo la sua
riapparizione, il supposto edificio svanito di colpo nell'aria,
senza lasciar traccia.
I testimoni, polizia compresa, non sanno fornire una
spiegazione plausibile per questo trucco magistrale che ha
funzionato a lungo, e davanti agli occhi di una folla notevole.
Si spera che il suo autore si faccia vivo presto e fornisca altre
prove della sua abilit. Tutta la cittadinanza pronta ad
accoglierlo con entusiasmo.

Nota dell'autore: Il resoconto qui riportato non menziona il


fatto che la polizia locale, non convinta, ha poi compiuto vari
tentativi per mettersi in contatto con Mc Allister, senza
riuscire a localizzarlo. Varie settimane dopo, di lui non si
ancora scoperta alcuna traccia a Middle City).

Come sono andate in realt le cose, per Mc Allister, da quell'attimo in


cui la porta dell'armeria gli si aperta davanti senza opporre resistenza?

C'era qualcosa di molto curioso, in quella porta. Non era tanto il fatto
che si fosse spalancata quasi da sola al suo primo tocco, ma piuttosto la
sensazione che non avesse alcun peso. A Mc Allister sembr che il
pomello si staccasse, restandogli in mano. Stupito, si sofferm, immobile,

160
oltre la soglia. L'interno era immerso in una oscurit densa che gli
impediva di distinguere gli oggetti. Solo la sua innata curiosit di reporter
gli permise di avanzare verso quel buio insondabile, oltre il rettangolo
luminoso dell'ingresso, ora alle sue spalle.
Con la coda dell'occhio, intravvide la mano dell'Ispettore Clayton
allungarsi verso quella stessa maniglia che lui aveva toccato pochi
momenti prima. Sapeva per abitudine che prima premura del poliziotto
sarebbe stata impedire a qualsiasi giornalista di precederlo in un ambiente
sospetto come questo. Aveva appena girato la testa ad osservare l'Ispettore,
mentre si preparava ad avanzare nel locale oscuro, quando avvenne
qualcosa di sorprendente.
La maniglia sembrava rifiutarsi alla mano di Clayton. Era come se si
stesse torcendo, in maniera incomprensibile, animata da una sorta di
energia che la rendeva stranamente indistinta. E la stessa porta,
apparentemente immobile, all'improvviso venne in contatto con il calcagno
di Mc Allister che, senza pensare, cos stimolato da quel tocco leggero,
non fece neppure in tempo a riflettere su quanto gli era parso di vedere e,
in due o tre passi, si ritrov nel bel mezzo del locale. Mentre avanzava nel
buio, ci fu un momento in cui i nervi gli si tesero fino allo spasimo. Poi
sent la porta chiudersi del tutto e scattare, mentre quella breve sensazione
sgradevole scompariva senza lasciare traccia. E davanti a lui ora c'era un
negozio risplendente di luce, e, alle sue spalle, ... qualcosa di incredibile!

Per Mc Allister, l'attimo che segu fu uno di completa passivit mentale.


Rimase impietrito, il corpo contorto in un atteggiamento sbilanciato, solo
vagamente consapevole di quanto lo circondava. Ma gli era ben presente,
invece, quello che, incredulo, scopriva ora al di l della porta trasparente
che aveva da poco varcato.
Era pieno giorno, e nessuna traccia dell'Ispettore Clayton, n della
squallida fila di negozi sul lato opposto della strada. Ma quale strada? Al
suo posto si estendeva un tranquillo parco deserto, e, al di l del parco,
luccicante sotto il sole meridiano, una citt di proporzioni tanto grandiose
che i suoi occhi e la sua mente si rifiutavano di accettarla. Dietro di lui,
una voce bassa, armoniosa, una voce di donna, gli stava dicendo: Forse
desiderate un fucile?
Bench la visione della citt impossibile lo avesse quasi paralizzato,
quelle parole lo fecero girare automaticamente. Tutto aveva l'aspetto
irreale di un sogno. In un attimo l'immagine assurda che gli era apparsa al

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di l della vetrina era sparita, per essere sostituita da quella di una giovane
donna che ora gli veniva incontro dal retro del negozio. Era snella, ben
fatta, con occhi scuri e capelli castani curati a dovere. Il suo abito semplice
e i sandali che portava gli fecero un'impressione di assoluta normalit,
accentuata dal sorriso cordiale che gli stava rivolgendo.
Gli venne spontanea un'osservazione che, date le circostanze
straordinarie, suon a lui stesso un tantino incongrua: Quello che non
capisco perch quel poliziotto che mi seguiva non riuscito a entrare. E
ora, dov' andato a finire?
Il sorriso della donna era svanito. Ora lo stava studiando, seria. Quando
gli rispose sembrava che stesse misurando le parole. pi che normale,
che un poliziotto non possa entrare qui dentro. Sappiamo comunque
quanta gente sia convinta che sciocco da parte nostra mantenere ancora
vivi i nostri dissapori. Prosegu, con voce pi ferma: Altrettanto bene
conosciamo la propaganda astuta con cui si cerca di dimostrare la stupidit
della nostra posizione. Con tutto ci, seguitiamo a tenere alla larga i suoi
uomini e a praticare i nostri principi con la massima seriet.
La ragazza aveva fatto una pausa, come in attesa di una reazione
comprensiva da parte di Mc Allister. Ma, dalla perplessit che esprimeva il
suo sguardo, lui cap che l'espressione con cui aveva accolto quello strano
discorso non la soddisfaceva per niente. I suoi uomini! Che aveva voluto
dire? Sembrava si riferisse a qualche personaggio importante, in relazione
al suo commento sull'Ispettore Clayton, un uomo della polizia. L'unica
cosa chiara era che i poliziotti, di qualunque genere, non avevano libero
accesso in questo negozio, la porta li respingeva. Il senso di vuoto che
sentiva nello stomaco gli si stava trasmettendo al cervello, la prima vera
sconvolgente impressione che questo pasticcio stava trascendendo
qualsiasi normalit.
Con una nota di allarme nel tono, ora pi deciso, la ragazza gli stava
dicendo: Vorreste farmi credere che non ne siete al corrente? Non sapete
che per molte generazioni la Corporazione degli Armaioli si assunta il
compito di proteggere gli uomini dalla schiavit, in quest'epoca minacciata
dall'abuso di energie devastatrici? Il diritto di comprare armi... Si era
fermata di nuovo, scrutandolo attentamente. A pensarci bene, c'
qualcosa di illogico, nel vostro aspetto. Quegli abiti stravaganti... Venite
per caso dalle pianure del nord, o sbaglio?
Lui riusc solo a scuotere la testa, sempre pi contrariato dalla propria
incapacit a reagire. Ma non poteva farci niente. La tensione cresceva,

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facendosi intollerabile, come se dentro di lui una molla vitale si stesse
caricando e rischiasse di spezzarsi da un momento all'altro.
La ragazza ora sembrava decisamente allarmata. Fatemi pensare...
assurdo che un poliziotto abbia cercato di entrare e non sia suonato
l'allarme... In un guizzo veloce le apparve in mano qualcosa di metallico,
lucente come acciaio sotto il sole. Era scomparsa ogni traccia di cordialit
dalla sua voce, mentre gli intimava: Ve ne starete fermo qui, signore,
mentre io chiamo mio padre. Nel nostro lavoro, con le responsabilit che ci
siamo addossate, non possiamo permetterci errori. C' qualcosa, qui, che
non quadra affatto.
Per quanto possa sembrare illogico, proprio in quell'attimo la mente di
Mc Allister riprese la sua attivit normale. L'atteggiamento allarmato della
donna aveva provocato in lui una salutare reazione. Incominci a porsi
delle domande chiare: come poteva succedere che un negozio come questo
apparisse all'improvviso su una normale strada del 1947? E lui, come
aveva fatto a ritrovarsi in una situazione tanto assurda? Era proprio vero,
qualcosa non andava per il giusto verso!
La ragazza si era voltata verso la parete alla sua sinistra. Anche Mc
Allister si gir da quella parte, e immediatamente sette luci minuscole
brillarono all'unisono. Delle luci curiose, un gioco di chiarori e di ombre,
un trasferirsi ondeggiante di luminosit da una lampada all'altra, un effetto
incredibilmente sottile di reazioni istantanee, come provocato da un
barometro ipersensibile... Mentre le luci apparentemente si stabilizzavano,
lanci un'occhiata alla ragazza e rimase sorpreso nel constatare che stava
riponendo l'arma con cui l'aveva minacciato.
Gli automatismi sono puntati su di voi, ora gli annunci lei.
Prosegu, in tono dubbioso: Probabilmente non ve ne state rendendo
conto, ma la vostra presenza ha gi messo in difficolt le nostre
attrezzature. Le luci del sistema automatico avrebbero dovuto accendersi
appena mio padre ha premuto i bottoni. Non successo, ed molto
innaturale.
Perplessa, aggrottava la fronte.
C'era una sedia, accanto a Mc Allister che, dopo una breve esitazione,
decise di usarla. Sospir. Per favore! Non so neanche di che stiate
parlando. Ancora mi chiedo come ho fatto a ritrovarmi qui dentro..
Lasci calare la voce, stanco. Stava sedendosi, ma scatt di nuovo in piedi,
nello scoprire una scritta che riluceva sopra una vetrina in cui erano

163
disposti dei fucili, alle spalle della ragazza. La voce gli usc rauca,
indistinta: Quello... Quello sarebbe un calendario?
Lei segu il suo sguardo. Ma s. il tre di Giugno. Che cosa c' che
non va?
Gi non andava il giorno. Era il sedici, e non il tre. Ma ben altro lo
aveva turbato. Facendosi forza, a fatica, chiese: Quei numeri, sopra... In
alto...! Che anno , questo?
La ragazza sembrava sorpresa. Apr la bocca per rispondergli, ma,
guardandolo meglio, la richiuse e arretr di un passo. Non c' bisogno
che mi fissiate cos disse finalmente. Questo l'Anno 4784 della
Imperial Casa di Isher, lo sanno tutti. Non c' niente di anormale.
Mc Allister decise di lasciarsi cadere seduto. Non riusciva neanche pi a
stupirsi, Quello che gli stava accadendo incominciava a mostrare una
logica, sia pure distorta. L'apparizione di questo edificio al posto di quello
del 1947, lo strano comportamento della porta, l'assurda dicitura
sull'insegna esterna, che convalidava la mostra di armi in vetrina... le
armi migliori di tutto l'Universo... Gradualmente si rese conto che la
ragazza stava parlando concitatamente con un uomo alto dai capelli grigi,
fermo sulla soglia della porta da cui lei era prima entrata. Era evidente una
certa tensione, nel loro atteggiamento, le fitte parole che si stavano
scambiando a bassa voce gli giungevano come annebbiate, suoni confusi,
con un sottinteso allarmante. Poi la ragazza si gir verso di lui. Come vi
chiamate? gli domand.
Quando il giovane le ebbe risposto, esit un poco. Signor Mc Allister,
mio padre vorrebbe sapere da che anno venite...!
L'uomo dai capelli grigi si era fatto avanti. Temo che non ci sia tempo
per le spiegazioni disse, con voce grave. accaduto proprio quello che
temevamo e che ci ha tenuti per tanto tempo in stato di allerta, e cio che
sarebbe arrivato qualcuno avido di illimitato potere, qualcuno che, per
raggiungere il suo scopo, trova necessario per prima cosa liberarsi di noi.
La vostra presenza qui dipende da una manifestazione dell'energia che lei
ha rivolto contro di noi, una forza nuova di cui non potevamo ancora
sospettare l'esistenza. Ma non c' il minimo tempo da perdere. Pensaci tu, a
chiedergli tutte le informazioni che potranno servirci, Lystra, e fagli
presente il pericolo che lui stesso sta correndo. Bruscamente, l'uomo
volt le spalle e scomparve dietro la porta che subito si richiuse silenziosa.

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Che cosa intendeva, riferendosi a un pericolo che mi riguarda?
chiese Mc Allister alla ragazza. Gli sembr a disagio, mentre rispondeva.
difficile da spiegare. La fonte dell'energia in quell'edificio che
vedete laggi.
Ora c'era una finestra, di fianco alle luci degli automatismi. Un'altra
stranezza: Mc Allister non ricordava affatto di averla notata prima. Dopo
un'occhiata all'imponente struttura aerodinamica che lei gli aveva indicato,
oltre il vetro, si gir per farsi spiegare meglio quelli che per lui erano
ancora misteri. La sua mossa sembr spaventare Lystra che si scost
rapida. La voce le usc malsicura: Non prendetemi per una sciocca, e non
offendetevi se cerco di non avvicinarmi troppo...! Se ci tenete alla vita,
mentre vi trovate qui evitate il contatto fisico, con chiunque!
Mc Allister si tir indietro, sorpreso. Sentite incominci. Mettiamo
le cose in chiaro. Volete dire che non c' pericolo, a patto che non vi
tocchi, cos?
Lei annu. Esatto. Il pavimento, le pareti, qualsiasi mobile, in sostanza
l'intero negozio, sono composti di materiale isolante.
Mc Allister stava provando la sensazione di trovarsi in equilibrio su una
corda tesa sopra un abisso senza fondo. Era snervante come questa ragazza
lo mettesse in guardia contro pericoli tremendi senza fargli minimamente
capire di cosa potesse trattarsi. Cerc di vincere l'agitazione. Vediamo di
prendere le cose una alla volta le disse, facendo uno sforzo per vincere
l'apprensione. Come avete fatto, voi e vostro padre, a capire che... Fece
una pausa, la frase gli sembrava ancora troppo assurda ...A capire che io
non appartengo a questo... tempo?
A vostra insaputa, mio padre vi ha osservato con i raggi X, per
controllare il contenuto delle vostre tasche. Cos, per caso, ha scoperto la
verit. Vedete, gli stessi raggi X si sono trasformati in conduttori
dell'energia di cui siete sovraccarico. Ecco cos'ha scoperto, ed ecco perch
i congegni automatici non riuscivano a mettervi a fuoco, e...
...Energia? Sovraccarico..? Mc Allister non riusciva ad afferrare un
significato logico in quelle spiegazioni.
La ragazza gli spalanc gli occhi addosso, incredula. Ma come, non
capite? Siete arrivato qui dal passato, attraversando un periodo di settemila
anni. E, di tutte le energie esistenti nell'universo, quella temporale la pi
potente. In voi si sono accumulate decine e decine di miliardi di unit di
energia temporale. Se appoggiate un piede fuori da questo locale, farete

165
immediatamente saltare in aria tutta Imperial City e una cinquantina di
miglia di territorio che la circonda.
Un'altra voce le fece eco. Quella del padre, comparso alle loro spalle.
cos, signor Mc Allister. Non solo, ma concepibile che siate
potenzialmente in grado di distruggere l'intero pianeta... Il pericolo tale, e
tanto urgente la necessit di farvi tornare da dove siete venuto, che ho gi
convocato il Consiglio dei Fabbricanti di Armi, e...
Si era interrotto. Ah, signori, fece, mentre sollevava lo sguardo oltre
le spalle di Mc Allister, che si gir di scatto. Una fila di persone stava
uscendo dalla parete, nello stesso punto in cui prima si apriva la finestra.
Con estrema naturalezza scaturivano dal muro solido, in tutto dovevano
essere una trentina, uomini sobri dall'espressione austera, tutti meno uno
che, dopo uno sguardo stancamente divertito in direzione del giornalista,
gli si rivolse con un mezzo sorriso. Come credete che avremmo potuto
altrimenti sopravvivere per tutti questi anni, se non ci fosse possibile
trasmettere a distanza oggetti, e anche persone? La soldataglia degli Isher
ossessionata dalla smania di bloccare le nostri fonti di rifornimento. Ma
posso anche presentarmi: mi chiamo Cadron, Peter Cadron.
Prima che Mc Allister riuscisse a rispondergli, un altro, dai lineamenti
grevi, si interpose. E io mi chiamo Dresley. Rivolgendosi a tutti gli
altri, continu: Ci troviamo riuniti proprio qui perch sembrerebbe ovvio
che la fonte della nuova forma di energia quel grande edificio qui fuori.
Mc Allister port lo sguardo verso la parete, nel punto indicato da
Dresley. La finestra si era di nuovo formata, come per magia, ma ormai
nulla poteva pi sorprenderlo. Not invece che, all'esterno, sia nelle
vicinanze del grande palazzo, sia nel parco che lo circondava, non v'era
traccia di presenze umane. Tutto era deserto e fermo, persino le foglie
degli alberi non si muovevano, nella chiara giornata estiva.
La mano di Peter Cadron si protese verso di lui, porgendogli qualcosa di
grigio e morbido. Poich Mc Allister fissava l'oggetto senza capire, il
giovane cerc di spiegargli: Questa una tuta isolante, e rappresenta la
nostra, e la vostra, unica speranza. Quello che ci proponiamo di applicare
il sistema della leva e del fulcro a questa situazione. Voi dovrete
rappresentare il peso sistemato alla estremit pi lunga della leva
energetica che sollever l'altro peso, maggiore, che invece poggia
sull'estremit pi corta. In questo modo, andrete indietro nel tempo per
settemila anni. L'altro peso, cio la macchina contenuta in quell'edificio, e
l'edificio stesso, si sposter invece verso il futuro, ma di pochi secondi, in

166
base alla relazione fra i due pesi. Sar sufficiente per spezzare ogni
tensione fisica dello spazio in cui ora si trova. In questo modo la macchina
perder qualsiasi utilit per le forze imperiali e non rappresenter pi alcun
pericolo per noi.
Soltanto cos potremo guadagnare il tempo che ci serve per
contrattaccare aggiunse uno degli altri convenuti.
Credo di capire esclam Mc Allister. Ora ricordo il principio.
Quell'antico detto: con una leva abbastanza lunga e un appoggio adatto si
potrebbe riuscire anche a spostare la Terra dalla sua orbita!
Esatto. Era Dresley, l'uomo dal volto carnoso, che interveniva.
Solo che questa particolare leva funziona nella dimensione tempo.
Idealmente bilanciato sull'estremit maggiore, compirete un movimento
che vi porter settemila anni indietro, cio nel vostro tempo.
Mc Allister non nascondeva la propria esitazione. Gli sembrava che la
stanza stesse surriscaldandosi in modo insopportabile. Il sudore gli colava
sulle guance, l'incertezza gli stava procurando un vero e proprio malessere
fisico. Lo sguardo gli cadde sulla ragazza che se ne stava muta e dimessa
accanto alla porta. Le si accost e la vide impallidire. Era evidente che la
sua vicinanza la spaventava a morte. Ascoltate le fece, risoluto.
Ormai ci sono dentro fino al collo. Voglio conoscere i rischi. Devo sapere
quante probabilit ho di cavarmela, Questa gente ha un'aria troppo
sorniona. Se c' un trucco, non dovete nascondermelo, almeno voi.
Il volto di Lystra era del tutto privo di colore, ora, grigio quasi come
l'indumento che il giovane serrava fra le mani. La frizione... mormor
alla fine. Potreste anche non farcela, ad arrivare fino al 1947. Perch,
cercate di capire... Sareste una specie di peso morto, e cos...
Mc Allister non fin di ascoltarla. Con una mossa rapida, si infil la tuta,
composta di un materiale morbido e compatto quanto sottile. Gli andava a
pennello sopra gli abiti che portava. Si adatta anche alla testa, non
cos? domand.
Fu il padre di Lystra a rispondergli. Certo. Una volta chiusa la
cerniera, la tuta sar invisibile. Chiunque vi osservi potr vedere solo gli
abiti che portate sotto. La tuta a prova di qualsiasi emergenza, potreste
vivere anche sulla Luna, indossandola.
Non mi spiegate per come ho fatto ad arrivare fin qui sano e salvo dal
1947, senza nessuna protezione. E perch, ora, invece..? Aggrott la
fronte. Un momento. Che ne sar, di tutta questa energia che secondo voi
mi porto addosso, una volta isolato dentro questo affare?

167
Da come le espressioni dei presenti si erano fatte pi tese, cap che
aveva toccato un argomento scottante.
Allora, ecco come stanno le cose! scatt. La tuta isolante serve a
impedire qualsiasi fuga di energia dal mio corpo. Ecco perch, cos,
costituirei un peso. Sono sicuro che c' un rapporto ben definito fra
questo vestito e quell'altra macchina. Bene, non ancora troppo tardi.
Stava per sfilare la cerniera quando si sent afferrare da quattro uomini.
Dita decise chiusero fino in fondo la cerniera, dopo di che, senza che gli
riuscisse di opporre la minima resistenza, fu trasportato di peso verso la
porta. In quell'attimo risuon un comando secco. Era la voce di Cadron, gli
uomini si fermarono. Attraverso lo strano materiale della tuta, Mc Allister
scorse la figura imperiosa di Cadron rivolgersi agli altri, a testa alta.
Signori, lo so che ogni minuto che passa ha la sua importanza, ma la
vostra fretta degradante. giusto invece che in questo momento di ansia
ci mostriamo superiori alle nostre paure e non dimentichiamo la nostra
dignit di fronte a questo sfortunato giovane. Purtroppo possiamo dirgli
soltanto questo: Abbiate coraggio. Non possiamo garantirvi niente, non
siamo neppure in grado di prevedere esattamente quello che accadr. Ma ci
teniamo ad assicurarvi che qualunque assistenza sar in nostro potere di
offrirvi, noi non ve la negheremo. E ora... Ora dovremo proteggervi dalla
pressione psicologica che dovrete subire e che altrimenti di sicuro
finirebbe per distruggervi.
Troppo tardi Mc Allister si accorse che tutti gli altri avevano distolto la
faccia da quella parete straordinaria, la parete che gi aveva dimostrato
tanta incredibile versatilit. Non vide neanche chi avesse attivato il
meccanismo che fece scaturire dal muro un abbagliante lampo di luce
azzurra.
Per un attimo si sent la mente messa a nudo, inesorabilmente, e su
quella penosa nudit la voce di Peter Cadron ora premeva, lasciando segni
profondi. Per conservare l'autocontrollo e la sanit mentale questa
l'unica speranza, l'unica possibilit. Dovrete farlo, nonostante tutto. Per il
vostro stesso bene, non riferite la vostra esperienza a nessuno, se non a
uomini di scienza o a chi comunque abbia autorit e comprensione
sufficienti per potervi aiutare. Buona fortuna!
L'effetto di quel breve lampo era stato cos violento che solo vagamente
ebbe l'impressione di mani intente a sospingerlo.
Subito dopo, si sent sprofondare nel vuoto.

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Con le braccia protese si aggrapp a qualcosa di solido, per rendersi
conto subito dopo che la sua apparente caduta si era conclusa sul cemento
di un marciapiede. Si alz in piedi a fatica. Gli si present un gruppo
indistinto di facce curiose che lo stavano osservando sbalordite. Nessuna
traccia del parco, della imponente citt. Al loro posto, una modesta fila di
botteghe a un piano si ripeteva monotona sui due lati della strada.
Appannata, gli giunse una voce maschile, su una incerta babele di altri
suoni: Ne sono sicuro, il reporter che abbiamo visto entrare in quella
armeria...
Cos, questo era di nuovo il 1947, il suo tempo normale. Lo stesso
giorno in cui l'aveva lasciato. Incominci ad allontanarsi, seguito dalla
voce penetrante dell'uomo che continuava: Direi che stia piuttosto male.
Mi domando che cosa...
Non ud il seguito, ma gli venne fatto di commentare, fra s: Gli sembra
che io stia male! Quella gente non avrebbe mai potuto rendersi conto di
quanto grave fosse il suo male. Ma doveva pur esserci, in qualche angolo
della Terra, qualcuno, uno scienziato, un saggio, che avrebbe avuto il
potere di aiutarlo. Per il momento doveva accontentarsi di un fatto
positivo: il viaggio temporale non aveva avuto conseguenze, per lo meno
non era esploso. La tuta isolante funzionava.
Ora camminava pi svelto, oltre il gruppo di gente che stava
sciogliendosi. Il momentaneo interesse suscitato dalla sua apparizione
sembrava esaurito. Mc Allister gir un angolo, senza pi badarci. Per ora
non doveva render conto a nessuno di quanto gli era accaduto. Devo
decidere... Parole ad alta voce che lo colsero quasi di sorpresa, prima di
rendersi conto che era stato lui stesso a pronunciarle.
Decidere? Decidere che cosa? Fino ad ora non gli era passato per la
mente che la sua posizione potesse risolversi con una azione decisiva. Ma
ora si trovava qui, imbottigliato in questa maledetta tuta che eppure era
l'unica salvaguardia per evitare un disastro in cui lui per primo sarebbe
rimasto annientato.
Trovare uno scienziato... Sembrava un'idea assurda, ora, ma non era il
caso di scartarla. A chi avrebbe potuto rivolgersi? Gli venne in mente il suo
vecchio professore di fisica, all'Universit. Senza esitare si infil in una
cabina telefonica e cerc la tasca in cui teneva gli spiccioli. Lo assal il pi
deprimente senso di sconfitta nel rendersi conto che la tuta, per quanto
trasparente agli occhi di tutti, era ben solida, e non avrebbe potuto

169
permettersi di sfilarsela per nessuna ragione. Si rigir, per uscire, a capo
chino, ma fu costretto ad arrestarsi, di botto, profondamente scosso.
Che cosa gli stava succedendo, ora?!
Era notte, in una citt tutta soffusa di luce. Lui si trovava nei bel mezzo
di uno spazioso viale che si allungava, brillante come un gioiello, per
sparire nella lontananza. Una strada come non ne aveva mai visto prima,
viva di una soffice luminescenza che si diffondeva dalla sua superficie. Un
grande nastro di luce, liscio e diritto, come un fiume sotto un sole
invisibile.
Mc Allister si ritrov a camminare in quel luogo sconosciuto senza
pensare n riuscire a capire. Gli stava per maturando, in qualche strato
sommerso della coscienza, una speranza nata dalla disperazione. Quando
l'idea riusc a formularsi, chiara, nella sua mente, gli parve assurda, ma fu
costretto ad aggrapparsi a questa estrema probabilit di salvezza. E se
questa fosse la stessa era in cui la Casa di Isher era andata al potere e i
Fabbricanti di Armi esercitavano il loro ardito commercio? Non era da
escludere. L'ambiente sembrava quello giusto. Poteva significare che loro
avevano deciso di riportarlo indietro per tentare qualche provvedimento
che migliorasse la sua situazione. Dopo tutto, non potevano essere
malvagi, avrebbero di sicuro cercato di salvarlo. Intanto potevano essere
passate anche delle settimane, nel loro tempo.
Prese a camminare pi svelto, Doveva assolutamente trovare uno di quei
negozi. Un uomo gli pass accanto, e Mc Allister si volt a chiamarlo, Il
passante si ferm solo un attimo, girandosi a guardarlo, come incuriosito,
per poi riprendere la sua strada. Il giovane ebbe una fugace visione di due
occhi scuri, intensi, quelli di una persona con una sua vita privata, un
uomo come lui, diretto verso una incredibile casa del lontano futuro. A
fatica represse l'impulso di rincorrerlo.
Avrebbe dovuto farlo, invece. Quella fu l'unica persona che incontr
girando per le strade silenziose. Doveva essere quasi mattino. Ora la cosa
che lo turbava di pi, comunque, non era il vuoto di presenze umane, ma
piuttosto il fatto evidente che da quelle parti non esisteva un solo negozio
dei Fabbricanti d'Armi. Per neanche questa scoperta deludente bast per
farlo disperare del tutto. Presto si sarebbe fatto giorno. Gli abitanti delle
strane case luminose sarebbero usciti, lui avrebbe potuto interpellarli.
Questa doveva essere un'epoca in cui gli scienziati avevano raggiunto
poteri simili alla magia. Poteva contare su di loro, lo avrebbero esaminato
con calma e trovato un rimedio, nella quiete dei loro super-laboratori.

170
La fantasticheria fu interrotta bruscamente. Di sorpresa, lo colse il nuovo
cambiamento.
Era in mezzo a una tormenta di neve. Barcoll, sotto l'improvvisa raffica
di un vento selvaggio che lo percuoteva con quel turbinio accecante. Si
fece forza, in un tentativo di ritrovare un minimo di calma. Scomparsa la
favolosa, rilucente citt notturna; scomparsa la bella strada silenziosa con
il suo soffice chiarore. Al loro posto, questo mondo in cui regnava un caos
primitivo. Cerco di capire dove si trovava aguzzando lo sguardo oltre la
furiosa cortina di neve. Era giorno, ma riusciva appena a intravvedere le
ombre confuse di grandi alberi che si levavano non lontano.
A fatica, guidato pi che altro dall'istinto, si port vicino ai loro tronchi,
finalmente al riparo dalla forza del vento. Pens soltanto: ...Un minuto
nel futuro lontano, e ora, dove?
Era impossibile immaginare una citt, in questi paraggi. Un inverno
primevo in una foresta disabitata. Non gli riusc di calcolare per quanto
tempo fu costretto a stringersi fra gli alberi per ripararsi dalla forza
irresistibile degli elementi, mentre mille pensieri gli si accavallavano,
lasciandolo in una confusione estrema. Fece in tempo comunque a rendersi
conto che la tuta lo proteggeva dal gelo con la massima efficacia. E poi...
Niente pi alberi, dissolta la tormenta. Il cambiamento era stato radicale.
Ora si trovava su una spiaggia sabbiosa. Davanti a lui si stendeva un mare
azzurro e soleggiato che si frastagliava sui misteriosi resti di edifici
candidi, smozzicati. Tutt'intorno, fino a disperdersi in quella bassa marea
dolcemente mossa, e fino a raggiungere le sommit di colline cespugliose,
si ergevano gli avanzi di una citt dalle proporzioni grandiose. Su tutto
aleggiava un senso di incredibile antichit, nel silenzio di quelle cose
morte rotto soltanto dal tenue sciabordio delle onde.
E di nuovo un mutamento improvviso. Abbastanza preparato, stavolta,
non gli riusc per di evitare di sprofondare almeno due volte sotto la
superficie di un vasto fiume che lo stava trasportando veloce verso chiss
quale estuario. Nuotarvi era difficile, ma lo aiutava a stare a galla l'aria che
veniva in continuazione prodotta nell'interno della tuta. Dopo qualche
difficolt, gli riusc di dirigersi verso la riva alberata che vedeva profilarsi
a una cinquantina di metri.
Poi lasci perdere. Gli aveva attraversato la mente un pensiero che
rendeva futile qualsiasi istinto di sopravvivenza. A che cosa poteva
servirgli, ora, per esempio, raggiungere quella riva? La verit, per quanto
terribile, era molto semplice. Il suo era un viaggio senza fine, dal passato

171
al futuro, e viceversa. Lui non era altro che il peso all'estremit pi
lunga di un'altalena di energia. A ogni nuovo dondolio si ritrovava sempre
pi in avanti, e poi sempre pi indietro nel tempo. Solo cos riusciva a
spiegarsi i mutamenti di cui era stato testimone e oggetto. Entro un'ora, pi
o meno, un altro cambiamento si sarebbe verificato.
E fu cos. Stavolta giaceva a faccia in gi su un fresco tappeto d'erba.
Levando lo sguardo, scorse una fila di cinque o sei bassi edifici che
spuntavano sull'orizzonte verde. Avevano un aspetto alieno, inumano. Ma
la sua curiosit era rivolta altrove, ormai ben poco di quello che gli
appariva riusciva a interessarlo. Quanto duravano, in realt, le sue fermate,
in ognuna di queste epoche, cos diverse fra di loro?
Tenne d'occhio l'orologio: stavolta l'esperienza si era protratta per due
ore e quaranta minuti. Ma fu l'ultima curiosit che ebbe voglia di
soddisfare. Periodo dopo periodo, era dopo era, se ne rest disteso,
immobile, senza mutare posizione, mentre l'altalena temporale accentuava
il suo fatale dondolio. Terra, acqua, deserti, ghiaccio, luoghi abitati,
incredibili desolazioni... ormai non faceva pi alcuna differenza, per lui.
Passato, futuro senza fine.
A questo punto la sua consapevolezza era tutta interiore. La vaga
sensazione che ci fosse ancora un dovere da compiere era l'unico stimolo.
Qualcosa che poteva riguardare una certa decisione di cui, in qualche
remota regione del suo subconscio il seme, la convinzione di una necessit
a cui non avrebbe potuto sottrarsi. Ma, coscientemente, non avrebbe
saputo definirla.
Gli dava una certa soddisfazione la certezza che ormai i Fabbricanti
d'Armi avevano ottenuto la dilazione di cui non potevano fare a meno, il
tempo necessario per scongiurare la minaccia degli Isher. Perch, all'altra
estremit di questo vertiginoso gioco, doveva trovarsi la macchina che i
servi dell'Impero avevano usato per sprigionare l'energia attivante.
Anch'essa, come lui, stava dondolando il suo andirivieni pazzesco dal
passato al futuro, e dal futuro al passato, in questa folle altalena.
Mc Allister non riusciva pi a prendersela per quella decisione tanto
personale, tanto decisiva che aveva intuito di dover prendere. Non era
possibile esprimersi razionalmente, in questa oscurit senza dimensioni.
Riusc ad aprire gli occhi a fatica, per rendersi conto che se ne stava
sospeso, perfettamente immobile, nello spazio fra le stelle. Ma non vide la
Terra, sotto di s. Cap che era finalmente giunto in un tempo in cui la

172
Terra ancora non esisteva. Quella stessa curiosit catartica era pregna di
attese impensabili, per eventi di portata cosmica.
Era in attesa di lui.
Un attimo di totale comprensione lo abbagli con la consapevolezza di
quanto stava per accadere. Un senso di meraviglia, nel riconoscere il
proprio unico destino e, parallelamente, come se una bolla d'aria fosse
salita da acque profonde per rilevarsi, scoppiando al contatto dell'aria, il
freddo senso di quella che doveva essere la misteriosa decisione finora
volutamente nascosta: doveva rassegnarsi ad accettare la propria fine.
Del resto, non era una decisione difficile, in quel momento. Era molto
stanco. Un ricordo, fra il dolce e l'amaro, gli attravers la mente, l'ultimo,
ma significativo. In un tempo e in un luogo ormai irrimediabilmente
scomparsi, si rivide, nell'angolo pi sperduto di una penisola mediterranea.
Abbandonato fra i rottami di un insensato campo di battaglia, stava
rassegnandosi a scomparire. In quei momenti di verit coatta si era
persuaso che la sua non sarebbe stata una morte vana, avrebbe aperto
qualche possibilit di vita a molti altri, forse migliori di lui. Ora, la
sensazione era molto simile, ma ben pi forte, e a un livello infinitamente
superiore.
Non aveva la minima idea dei meccanismi sovrumani che avrebbero
effettuato questo miracolo, ma una cosa era certa. L'altalena si sarebbe
arrestata nel passato pi profondo, nel momento preciso in cui si sarebbe
finalmente liberata la colossale scorta di energia temporale che si era
gradualmente accumulata in lui nello svolgersi di quel titanico gioco.
Non sarebbe stato testimone, ma elemento indispensabile alla
formazione dei pianeti.

173
Il Nocchiero di Malwu
di Paul Scheerbart
(Stenermann Malwu, 1910)
Traduzione di Mariangela Sala

L'asteroide Vesta sempre circondato da pesanti nuvole e i vestani che


vivono sulla superficie di quella sfera non riescono mai a penetrare tutte
quelle nubi e perci non immaginano che al di fuori esistono altre stelle; i
vestani non sanno neppure che vivono in uno spazio la cui caratteristica
principale di essere incomprensibilmente infinito. Tutta la letteratura dei
vestani, una grande letteratura mitologica, si occupa del problema di cosa
potrebbe esserci oltre le nubi. Queste mitologie vestane sono riportate con
una complicata scrittura ideografica su lunghissime strisce di pelle molto
sottile che gli abitanti di Vesta si cingono attorno al corpo e agli arti.
Non si pu tuttavia parlare di corpo nel vero senso della parola: I vestani
ingeriscono il cibo attraverso imbuti ossei mobili; il nutrimento viene dalle
nuvole ed molto leggero, in maniera tale che il corpo non viene
necessariamente usato per digerirlo. Anzi, il corpo, quando c', non mai
pi grosso della testa.
Ma la cosa strana di quegli abitanti che dal punto di vista esteriore
nessuno assomiglia a un altro; ciascuno possiede un particolare tipo di arti:
ora corti ora lunghi; alcuni tubolari ed elastici come gomma, altri a forma
di sega e duri come l'acciaio, con tanti denti dalla forma sempre diversa.
Con questi arti, seghettati il vestano pu tagliare pietre, metalli e zolle di
terra.
Su Vesta anche la deambulazione del tipo pi diverso; la maggior parte
striscia o salta con le membra; questi ultimi spesso si spostano come
serpenti.
Tutti vivono su isole piccole o grandi che galleggiano in un mare pieno
di gorghi; il mare ha propriet elettriche che impediscono di bagnarvisi.
La vita su quelle isole perci straordinariamente movimentata, dato
che queste vengono continuamente trascinate dai gorghi del mare agitato

174
da scariche elettriche, spesso ruotano veloci e molto di rado scivolano
lente sull'acqua.
Dal mare di quella sfera si ergono come colonne dei coni di roccia ripidi
sulle cui cime arde sempre una luce elettrica naturale. Quei coni rocciosi
vengono chiamati fari. Sono tanto erti che difficilissimo arrampicarvisi.
Inoltre in quei fari ci sono solo un paio di punti che somigliano a cavit e
dove un vestano potrebbe sedersi per un breve lasso di tempo. Tanto non
pu mai restare poich, per via del cibo, deve tenere gli imbuti diretti verso
l'alto onde ricevere il leggero nutrimento che viene dalle nuvole; ma le
pareti ripide di rado permettono al vestano di aprire bene gli imbuti; a
questo si aggiunge la direzione del vento che su Vesta cambia
continuamente.
Nel bagliore delle cime dei fari i vestani viaggiano senza posa sulle loro
isole galleggianti; ora sfrecciano veloci in linea retta, ora ruotano, poi
procedono pi lenti seguendo un complesso sistema di curve caotiche. Ma
la cosa pi penosa di quei viaggi che spesso le isole si scontrano e
nell'urto violento tutto crolla.
Ovviamente i vestani hanno sempre cercato di governare le isole, ma
un lavoro molto difficile. Solo i vestani pi abili sono stati in grado di
contrastare i pericolosi gorghi dell'acqua del mare con larghi remi, stanghe
di profondit dotate di palloni cornei e altri strumenti. Ogni isola
governata da un nocchiero che ha parecchi sostituti se non in grado di
eseguire bene il suo arduo compito.
Questo capita pi spesso di quanto uno possa immaginare. Il vestano
non muore nel senso terrestre del termine e non sa neppure cosa siano le
malattie, ma talvolta gli si rompono gli arti e senza che lui se ne accorga,
perch non prova dolore; gli arti del vestano muoiono: lui resta sempre in
vita e la sua testa resta sempre salda anche se i cambiamenti sono tali che
il vestano non viene pi riconosciuto da quelli che non lo vedevano da
parecchio.
L'esperienza pi spiacevole per un vestano perdere di colpo tutti gli
arti, tranne dire il vero gli imbuti sulla testa che non possono mai essere
colpiti.
Questo ci che accadde in una notte tempestosa al nocchiero Malwu
dallo sguardo acuto. Mentre con la testa cadeva sul terreno di caucci della
sua isola, Malwu vide i propri arti rotolare nella tempesta fino alla duna
pi vicina. Rest inerme con la testa sul suolo di caucci e l'unica cosa che
gli rest da fare fu di emettere squillanti segnali di salvataggio con la

175
proboscide. Lo udirono i fratelli Zeka e Peka, i quali per mezzo delle
gambe a sega stavano tagliando l vicino un pezzo di isola.
Zeka e Peka si affrettarono a recarsi da lui e portarono la testa del loro
nocchiero sulla grande terrazza-impalcatura nel centro dell'isola, dove
Malwu pass solennemente le consegne di nocchiero al sostituto pi
prossimo.
Dopodich cominci a piangere orribilmente e tutti i vestani spaventati
voltarono lo sguardo verso di lui: nel bagliore di due fari scorsero l'orrenda
espressione che aveva assunto la faccia di Malwu: gli occhi sporgevano
dalle orbite, il naso a proboscide aveva adesso una forma a spirale e
tremava, i tre alti imbuti erano rigidi, eretti e tremavano; tutta la testa era
l'immagine di una tremenda angoscia,
E la testa, tremando, disse:
Tutti i manoscritti mi sono rotolati fino alla settima collina dell'ultima
grande duna. Se volano in mare cosa far? Andate a prenderli! Andate a
prenderli!
E gli imbuti gli ricaddero flosci sulla fronte e sugli occhi e il naso a
proboscide si infil nella sabbia.
Dopodich tutti i vestani che avevano udito le parole terrorizzate del
loro capo, saltando, voltolando e rotolando semplicemente, andarono alla
settima collina dell'ultima grande duna.
Nello stesso tempo il sostituto di Malwu diede ordine di segare
immediatamente con tutte le forze disponibili un pezzo di terra cresciuto
da poco dall'altra parte dell'isola.
Cos molti di coloro che correvano verso la duna dovettero essere
richiamati. Malwu scorse tutto questo e guard inorridito il proprio
sostituto; ma costui con gli imbuti che tremolavano osserv:
Non posso fare altrimenti, sono costretto; stiamo dirigendoci verso il
grande gorgo e come sai, l ci sono sempre dei pezzi di isola che
galleggiano: meglio che la nostra almeno cerchi di essere rotonda se deve
resistere agli urti inevitabili.
Malwu convenne che l'altro aveva ragione e avrebbe annuito con la testa
se questo gli fosse stato possibile, nella sua singolare condizione.

La situazione delle isole era come quella degli abitanti; non vi


crescevano alte montagne ma i territori costieri mutavano di continuo:
nuove strisce di terra crescevano e altre pi vecchie si sbriciolavano.

176
Per fortuna la crescita degli arti avveniva abbastanza in fretta mentre il
distaccarsi dai territori costieri era piuttosto lento.
Sulle isole non esistevano specie di animali inferiori e superflue e la
vegetazione consisteva solo in un tipo di canna palustre dal facile
attecchimento quanto caduca, che mostrava una grande variet di forme e
spesso emetteva strane fosforescenze talvolta visibili anche sul mare
elettrico e pieno di gorghi, soprattutto durante la notte.
Il giorno si distingueva dalla notte per una maggiore luminosit delle
masse di nubi. I vestani non sapevano proprio come spiegarsela. Durante
la notte le nubi lampeggiavano, ma i lampi non arrivavano mai alle isole
marine del pianeta. I vestani ritenevano che il tuono, raramente molto
forte, fosse il linguaggio magico di giganteschi spiriti che i vestani
adoravano profondamente perch era solo merito di quegli spiriti se quel
benefico nutrimento continuava a scendere (e con quale regolarit!) in
forma di rugiada, neve o nebbia scivolando senza difficolt negli imbuti
sulla testa dei vestani.

Quando, rimasto solo con la testa, si ritrov inerme in mezzo all'isola, il


nocchiero Malwu si mise a riflettere sulle condizioni del pianeta Vesta e
attese i propri manoscritti. Poi un vestano gli riport un braccio, un altro
una gamba seghettata, un terzo un dente stranamente lungo,
Alla fine la maggior parte dei manoscritti gli giaceva davanti e lui pot
toccarla con il proprio naso a proboscide.
La notte era ancora buia e tempestosa. Le luci dei fari lampeggiavano
gettando lunghi fasci come se fossero dei proiettori che si spostavano
rapidi. In alto, le nubi mandavano lampi. E tra uno e l'altro tuonava in
maniera misteriosa. Le gambe dure come l'acciaio del nocchiero Malwu
vennero impacchettate con cura una volta tolti i manoscritti; tutto quello
che era duro come acciaio veniva usato per la costruzione di terrazze nel
centro dell'isola. E pi spesso, se non c'era altro uso, veniva adoperato per
fortificare le coste. I vestani usavano i materiali duri come acciaio anche
come ossatura per le loro isole piuttosto traballanti. Ma le stanghe dure
non erano ricavate solo dagli arti che si erano staccati, bens anche dalla
vegetazione di canne che offriva parecchi elementi duri che i vestani
raccoglievano con cura.

177
Malwu rifletteva sulla vita paurosamente priva di quiete che
conducevano su Vesta; l'eterno vagare per i vestani era una delle torture
pi tremende.
Intanto anche i fratelli Peka e Zeka durante il loro lavoro (segavano
sempre insieme!) avevano perso un paio di arti e in compenso un altro paio
era ricresciuto loro all'improvviso e le membra si erano unite, in maniera
tale che i due non riuscirono pi a separarsi. Quell'unione involontaria
provoc una grande ilarit sull'isola di Malwu. E i due si recarono dalla
testa di Malwu con questa novit, per consolarlo.
Bisognava consolare Malwu perch non tutti i suoi manoscritti erano
stati ritrovati e inoltre era risaputo che un vestano, se a un tratto perdeva
tutti gli arti che si trovavano sotto il mento, non poteva riaverne di nuovi
con molta rapidit: in questo caso la ricrescita era piuttosto lunga, in
maniera tale che il povero Malwu era costretto a vivere con la sola e
inerme testa.
Ma proprio questa sosta forzata gli concesse un benefico riposo e lui fu
in grado di pensare meglio e pi in fretta del solito; perci Malwu disse a
Peka e Zeka che lo consolavano:
Sono dell'idea che dobbiamo riunire tutte le nostre energie per tirarci
fuori dalla vita che facciamo. necessario che riusciamo a raggiungere la
tranquillit. Dobbiamo fare in modo di ancorarci da qualche parte.
Dobbiamo riuscirci. Forse anche possibile unire tante isole.
Abbiamo gi cercato di attuarle tutte e due ribatt Peka, e non ci
siamo mai riusciti.
Comunque non smetteremo di tentare disse Zeka. Dobbiamo
raggiungere la tranquillit per poterci dedicare alla spiegazione del mondo
di nubi sospeso sopra di noi. nostro dovere occuparci soprattutto dei
grandi spiriti che si trovano lass e che ci elargiscono con tanta amicizia
tutto quello di cui abbiamo bisogno per vivere, senza chiederci alcuna
contropartita.
Ha ragione! grid Malwu con la proboscide (Peka e Zeka non
avevano proboscide!). E perci dovete lasciarmi sul faro pi vicino
perch possa meditare in tutta tranquillit su quale sar e dovr essere il
destino di tutti i vestani, o dei vestani della nostra isola, perch la nostra
vita non sia pi un eterno viaggiare e segare. Il rumore bello e segare fa
bene ai nostri corpi ma il nostro cielo e gli spiriti delle nubi sono pi
importanti.

178
Il giorno seguente Malwu venne lanciato sul faro pi vicino per mezzo
di una freccia di una gomena e di un grande arco fibroso. La freccia si
conficc saldamente nella pietra e Malwu, dopo essersi liberato dal dardo,
con l'ausilio degli imbuti e del naso a proboscide, raggiunse senza intoppi
la cavit pi vicina dove, senza essere disturbato, poteva pensare sul da
farsi.
Restando nella cavit, con un grande sforzo estrasse il dardo dalla roccia
e, sempre con l'aiuto della proboscide e degli imbuti, lo ritir nella cavit
insieme alla gomena, pieg quest'ultima (anche questo usando imbuti e
proboscide) e vi si sedette sopra.
Intanto era scesa la notte nera come la pece, e nelle nubi c'erano lampi e
si udivano tanti tuoni.
E il nocchiero si sentiva gli imbuti arsi per la sete.
Piant una freccia piuttosto lunga in una profonda fessura che aveva
scoperto all'entrata della cavit.
Aiutandosi con un imbuto e con la proboscide si arrampic fino all'altra
estremit del dardo e l spalanc gli imbuti a turno, usandone un altro per
tenersi aggrappato.
E mentre assorbiva quel celeste nutrimento guardando con occhi
sgranati il parapiglia di lampi nelle nubi oscure e ascoltando con un
brivido rispettoso il tuono sommesso, a un tratto gli venne un'idea.
Cosa succederebbe esclam, se conficcassimo nei fari tutti i
materiali duri come l'acciaio e ci mettessimo a vivere l? Avremmo
raggiunto la tranquillit e saremmo pi vicini al cielo. Poi potremmo anche
sistemare i pali pi lunghi nella parte inferiore dei fari, e collegarli gli uni
agli altri in maniera da formare una terrazza. E queste terrazze potrebbero
essere pi ridotte mano mano che si sale. In tal modo ogni vestano pu
spalancare gli imbuti ottenendo un sicuro successo, e potremmo finalmente
meditare con calma sul nostro cielo.
Malwu era tanto soddisfatto dell'idea che gli era venuta e poco manc
che cadesse dalla freccia nel tornare indietro.
Nella cavit il nocchiero dallo sguardo acuto tuttavia si rattrist di non
poter comunicare subito a Zeka e Peka l'idea che aveva avuto.

Per molti giorni e molte notti Malwu rest nella cavit arrampicandosi
sul suo dardo per nutrirsi, e medit sui grandi spiriti che dalle nubi
dominavano e rendevano felice il pianeta Vesta. E pervenne cos alla

179
convinzione che lass non potevano dimorare spiriti maligni, come
avevano tendenza a credere alcuni vestani.
Questo, Malwu aveva intenzione di riferirlo a tutti con grande
entusiasmo non appena fosse ridisceso.
Poi lesse alacremente tutti i propri manoscritti che aveva arrotolato sul
dardo quando era partito dall'isola portandoseli felice nella cavit; infatti
erano stati ritrovati tutti.
E da l continuava a guardare fuori, verso le isole galleggianti, verso il
mare dai bagliori spesso luminescenti e le grandi nubi che tante volte
mostravano i colori pi variopinti come se dietro di loro ci fosse una luce:
una enorme, violenta luce.....
Ma noi non sappiamo disse Malwu se esiste davvero una luce
dietro le nuvole. Non lo sappiamo. Eppure, possono esserci soltanto le
tenebre se a noi, da qui, spesso lass sembra tanto luminoso?
Proferite queste parole, si ud un tuono in pieno giorno, come di rado
succedeva.
E Malwu si spavent.
Quando gli arti di Malwu furono ricresciuti e lui ritorn alla sua isola,
tutti i vestani accolsero con grande entusiasmo la sua grandiosa idea.
E presto tutti gli abitanti di Vesta dimorarono sui fari, su vecchie
membra dure come l'acciaio, sotto il lampeggiante cielo nuvoloso,
vicinissimi al grande tuono, il linguaggio dei grandi spiriti.
E presto tutti credettero di comprendere il mondo molto pi di prima. E i
loro sottilissimi rotoli manoscritti ogni giorno si fecero pi lunghi.
Laggi in basso, nelle profondit sotto di loro il mare mugghiava e
gorgogliava intorno a isole galleggianti dove nessuno dimorava pi...

180
La scivolata
di Miriam Allen De Ford
(Slip Take Over, Fantasy & Science Fiction, 1964)
Traduzione di Ferruccio Alessandri

Davenant alz con interesse lo sguardo dalla sua birra. Le parole erano il
suo hobby, e anche se aveva visto pi di una volta Bah! in caratteri di
stampa, questa era la prima volta che la sentiva pronunciare,
Interviste coi marziani... Con tanto di foto! aveva detto l'uomo vicino
a lui. Bah!
Per frugalit Davenant aveva lasciato l'albergo, per non pagare un'altra
giornata, e prima che il suo aereo partisse per Boston aveva due ore da
ammazzare. Aveva terminato il lavoro che l'aveva portato a New York e
non riusciva a pensare a nessuno che volesse telefonargli o fargli visita. La
passeggiata con la valigetta in direzione del terminal l'aveva portato
davanti a quel piccolo bar che non aveva mai notato prima.
Da Tim, diceva la modesta insegna al neon dall'aria antiquata. Un
buon posto per passare un po' di tempo, aveva pensato, se fosse stato
tranquillo.

Era abbastanza tranquillo. Nel bar non c'era nessuno, a quell'ora


pomeridiana, tranne il barista e quell'uomo calvo di mezza et con un
vestito di tweed. Davenant aveva ordinato una birra e stava alzando il
bicchiere quando aveva udito quel Bah!
Non era sicuro se l'uomo si rivolgesse al barista o a lui.
Era a Davenant che si rivolgeva. Con la sinistra indicava il titolo di un
giornale spiegato vicino a lui. Quale, Davenant non riusc a capirlo, mentre
gesticolava con un bicchiere mezzo pieno di highball nella destra.
La scienza ha provato prosegu nel vedere l'espressione disponibile
di Davenant che nessuno dei pianeti del nostro sistema solare abitabile,
tantomeno per esseri come noi. Il meglio che si potrebbe sperare da Marte
un lichene pensante. Da Venere un pesce pensante... Un tipo di pesce
piuttosto strano. Da Giove una salamandra pensante.

181
Allora non credete che esseri di un altro pianeta stiano osservando la
Terra? chiese Davenant.
Questo non lo direi. Quest'universo pieno di soli e un sacco di essi
hanno pianeti che gli ruotano intorno. Alcuni di questi pianeti possono
essere benissimo popolati da esseri intelligenti. Ma qualunque, diciamo,
entit civilizzata, capace di attraversare uno spazio illimitato, sarebbe
probabilmente tanto diversa dai nostri modelli che non la riconosceremmo
come umana, e nemmeno come individuo. Non ci rassomiglierebbe
neanche un po', ammesso poi che sia capace di comunicare con noi.
No prosegu pensieroso. La verit tanto pi strana... E tanto pi
familiare. Come questo mondo in cui ci troviamo ora.
Volete dire... Il nostro mondo?
Voglio dire questo mondo... Questo schema di riferimento parallelo a
quello da cui provenite, lo stesso da cui provengo io, immagino... Questo
in cui siamo slittati tutti e due.
Davenant lo guard a bocca aperta. L'uomo sembrava sobrio e
completamente in s.
Non ci arrivo disse.
Sentite, ribatt l'uomo calvo posso dirlo. Prima d'ora non mi mai
sfuggito uno che ha fatto la scivolata. Ma forse vi appena successo e
ancora non lo sapete. Mi sembrate un uomo istruito. Conoscete un po' di
matematica superiore?
Dovrei. Faccio il contabile.
Non intendevo l'aritmetica. Voglio dire quella roba di alto livello.
Continuum spazio-tempo, cose cos.
Certo, un po' ne mastico.
Be', allora non avete mai sentito parlare di mondi multidimensionali...
Schemi paralleli di riferimento? Non so quanti ce ne siano... Non lo sa
nessuno: possibile che siano innumerevoli. Ma so che in ciascuno di
questi c' della gente fatta psicologicamente in modo tale che la
separazione tra loro debole... Cos che pu, e qualche volta lo fa,
scivolare da uno all'altro. E non ho pi naso se non fate parte di questa
gente... Proprio come me.
Temo che la vostra profondit vada oltre ai miei limiti, disse
Davenant.
No, invece. Vi faccio vedere. L'uomo vuot il bicchiere con un
sorso. Tim! chiam. Un altro dello stesso per me. E riempi anche il
bicchiere del signore.

182
Il corpulento barista esegu e rimase ad ascoltare. Davenant chin il capo
in segno d ringraziamento. Il calvo prosegu.
Avete mai sentito parlare del fattore che and in stalla a mungere le
vacche, e le vacche furono trovate non munte e il fattore non fu mai pi
visto? O dell'areo da turismo, con dentro solo il proprietario, che si
fracass, e l'areo fu trovato, ma il pilota no? O del diplomatico che pass
dietro i cavalli della sua carrozza... E svan? Diavolo, i libri di Charles Fort
sono pieni di questi casi... Ammesso che mai abbiate sentito parlare di
Charles Fort. Prendiamo Dorothy Arnold e il giudice Crater e, risalendo
agli inizi del diciannovesimo secolo, il presidente della Corte Lansing.
Dove sono andati a finire? E che ne dite della gente che compare
all'improvviso su una panchina del parco o in una strada affollata, anni
dopo e a miglia di distanza dalla vita che erano soliti condurre? Di solito
dicono di non ricordare. Ma dove sono stati? O prendiamo il mito
universale di ogni paese e pi vecchio della storia dei bambini rubati dalle
fate o dal pastore che trova una caverna nella montagna e ci entra. O Rip
Van Winkle. O il Pifferaio Magico di Hamelin. I miti sono solo tentativi di
spiegare i fatti senza i dati necessari. E mettendola in un altro modo... Che
ne dite di gente come Raspar Hauser, che improvvisamente appare... Da
dove? E cos che cos' successo? Come la vedo io, sono slittati. Sono
scivolati nel buco e la lampo si chiusa dietro di loro.
Volete dire che li credete trasferiti in qualche altra dimensione?
Non nel modo che probabilmente intendete. Non potrebbero uscire da
porte chiuse a chiave, n rovesciarsi come un guanto, n scavare buchi dal
sotto in su. Ma so maledettamente bene che sono scivolati. Non so dove
sia il giudice Crater, forse stato soltanto ucciso, ma ho incontrato miss
Arnold... Qui. Ormai vecchia un bel po'. E ne ho visti un sacco d'altri...
Come voi. Ho riconosciuto lo sguardo dei vostri occhi nell'istante che siete
entrato qui dentro. Diavolo, lo so per certo. Ho fatto la scivolata anch'io. E
anche Tim.
Tim annu solennemente.
Davenant ebbe un sorriso incerto.
Be', come storia buona! arrischi.
L'uomo calvo aggrott le sopracciglia.
questo che pensate? disse. Ditemi, poco fa non avete sentito
una... Una specie di scossa elettrica? Nella testa? A noi di solito succede,
Davenant sobbalz. Era la descrizione esatta di... di quella strana
sensazione che aveva provato un istante prima di notare il bar di Tim: una

183
specie di piccolo terremoto dentro il cranio, poi in un secondo tutto era
tornato a posto, come se prima fosse stato... curvato. Per un momento
aveva pensato con preoccupazione alla pressione sanguigna, chiedendosi
se non avesse avuto un leggero colpo. Involontariamente annu.
Lo sapevo disse l'uomo.
Davenant si tratteneva a malapena.
Sentite, grid all'improvviso vi ho colto in castagna. Se questo un
mondo diverso, come mai parlate inglese?
E perch no? Voi non lo fate? Questa New York, no?
Volete dire di credere che ogni citt, ogni posto sulla Terra, ha il suo...
come l'avete chiamato... parallelo?
Certo. Lo so di persona. Ci sono stato abbastanza, nel mio mondo
natale e qui.
Cos la vostra... la vostra New York ha un Empire State Building, un
Rockfeller Center e una Statua della Libert, come la mia?
Questo non lo direi. Ha i suoi equivalenti, ma questi possono non
avere gli stessi nomi o non essere gli stessi posti, perch la storia diversa.
Per esempio, mi ricordo che dove c' ora questo bar nel mio mondo
precedente c'era un negozio di fiorista.
Davenant rise.
Va bene, amico, disse. Vi prendo in parola. Sono qui per affari...
Vivo a Boston. Molto presto prender un aereo per tornare a casa. E voglio
scommettere qualunque cosa vogliate che all'arrivo Boston sar l dov'
sempre stata.
Potete prendere l'aereo... Anche se pu darsi che l'aeroporto non sia
dove vi aspettavate. E giungerete a Boston in orario. Il porto di Boston
sar l, e il monte Beacon, e il fiume Charles... Tutti oggetti naturali. Ma
pu darsi che non si chiamino con gli stessi nomi (non so... in questo
mondo non sono mai stato a Boston) e i palazzi saranno diversi. E in tutta
la citt non ci sar un essere umano che abbiate mai visto prima... A meno
che non incontriate qualcun altro che ha fatto la scivolata.
E anche se lo incontra s'intromise il barista non detto che venga
dal suo stesso mondo, mister Gorham. Voi ed io non lo siamo.
Giusto. Non ci pensavo. Per ho la sensazione che voi ed io veniamo
dallo stesso luogo, mister...
Davenant. Charles Davenant.

184
Mi chiamo Gorham... James B. Ditemi, mister Davenant, avete mai
sentito parlare di Aristotele, o di Giulio Cesare, o di Guglielmo il
Conquistatore, o di Shakespeare?
Scherzate?
Okay. Tim... Hai mai sentito questi nomi?
Su, mister Gorham, sapete che non sono molto istruito.
Va bene, allora dimmi: chi era Lincoln? Chi era Washington? Hai mai
sentito parlare di Hitler? O di Stalin? O di Eisenhower?
Mi avete incastrato! si limit a rispondere Tim.
Vedete? Voi ed io abbiamo la stessa storia, Tim no. Non
riconosceremmo i grandi nomi che sa lui. Ma lui viene dalla sua America,
proprio come noi veniamo dalla nostra.
Ma ogni tanto incontro qualcuno del mio mondo s'intromise Tim con
aria avida e allora ricordiamo le stesse cose. Di come Randolph prese
Richmond nella Guerra di Secessione o che Thomas Endicott fu il primo
presidente... Per non mai nessuno che conoscessi da prima.
Vedete? disse Gorham. Funziona cos, mister Davenant. In ogni
mondo la storia cambia un poco. Quelli che fanno la scivolata sono
relativamente pochi... In assoluto, tanti. Diavolo, in ogni grande citt tutti i
giorni c' gente che sparisce. Se non hanno amici o parenti che lo notano e
se ne preoccupano, non se ne accorge nessuno. Siete sposato?
No rispose Davenant riservato. Stava pensando.
Bene. Come la vedo io, la cosa peggiore in questa storia una moglie
o un marito lasciato ad aspettare, a interrogarsi e a non sapere mai che
cos' accaduto. Per loro peggio che per chi slitta, perch questo almeno
sa di non essere morto e di non aver abbandonato il coniuge, Anch'io ho
avuto questo genere di fortuna... Anche se darei tutto per far sapere a mio
padre e mia madre che non sono scappato da loro. buffo. Qualche volta
pi di un membro di una famiglia che si rivela capace di slittare. Ho
sentito parlare di due fratelli, gi ad Oakland, in California. Hanno slittato
tutti e due, a quattro anni di distanza l'uno dall'altro. E l'hanno fatto nello
stesso modo: uscendo di casa (erano due vecchi scapoli) e lasciando luci e
radio accese e il pranzo sui fornelli. Quando arrivato il secondo, si sono
ritrovati. Se non sono morti, sono ancora insieme a Oakland... Questa
Oakland. Ma non ho mai sentito parlare di una coppia di sposi capaci di
slittare tutti e due. Dicono che gli opposti si attraggono... Forse i tipi che
slittano non si sposano mai tra di loro. Qualche volta, quando un uomo o
una donna sono qui da tanto tempo e cominciano a starci volentieri, si

185
risposano. Naturalmente bigamia... Ma la legge non li perseguir mai.
Anch'io sono sposato, ora... Ma prima non lo ero.
Davenant guardava fisso i due uomini.
Davvero credete a questa roba? chiese lentamente.
Gorham sospir.
Lo so... Anche a me c' voluto un sacco di tempo e di vita dura. Ecco
perch cerco di aiutare gli altri, quando li riconosco. Non avete notato che
da quando siete entrato voi non entrato pi nessuno? Non poi cos
deserto, anche a quest'ora, eh, Tim? Non volevo che ci interrompessero.
Ho dato una strizzata d'occhio di nascosto a Tim e lui ha chiuso l'ingresso,
in modo che potessimo parlare a lungo. Questo locale suo.
D'accordo disse Tim. Mister Gorham stato un buon amico per
me... Mi ha aiutato a comprare questo locale. Non m'importa di perdere
qualche affare ogni tanto per fargli un favore.
Davenant sentiva il sangue montargli alla testa.
Ehi! grid. Questo non mi piace! Lasciatemi uscire, se no...
Calma, amico. Potete uscire quando volete. Non vi fermeremo. Ma
sentite, discutiamo la cosa quietamente per un po', eh? Prendete un'altra
birra, proseguiamo e fatemi tutte le domande che volete.
La rabbia abbandon Davenant. Poteva essere un buon sportivo e stare
al gioco. Diede un'occhiata all'orologio. Ancora un sacco di tempo.
Okay! disse. E gli altri? E questa mia valigetta?
Gli abiti li avevate addosso e sono venuti con voi. Non come per il
tele trasporto. Ma guardate se avete con voi il biglietto di ritorno per
Boston. Non dovreste averlo, perch l'avete comprato qui.
Davenant tolse di scatto la mano dalla tasca vuota come se gliel'avessero
morsicata.
una specie di gioco di prestigio borbott. Sento che nel
portafogli c' ancora il denaro.
E perch no? Anche quello l'avevate su di voi... Anche se qui non
potrete spenderlo. Potete cambiarlo per la somma che vi serve con il mio.
Avr un aspetto diverso, ma sar buono, e io potr tenere il vostro come
souvenir.
Un interessante nuovo tipo di truffa, pens Davenant. Gorham sembr
leggergli in mente.
Sentite, mister Davenant, se pensate che sia uno scherzo, posso
provarvi chi sono.

186
Cominci ad esibire documenti... Patente di guida, appartenenza alla
camera di commercio, carte di credito.
Voglio aiutarvi, amico mio. A me non mi ha aiutato nessuno, e so
com' dura, agli inizi. Diciamo che andate a Boston e, per amor di
discussione, diciamo che troviate le cose nel modo che vi ho detto. Non
avrete pi n casa n lavoro... Sono da qualche parte in un altro schema di
riferimento parallelo. Vediamo...
Gli tese un biglietto da visita. James B. Gorham, assistente del
vicepresidente, Compagnia d'Assicurazioni sulla vita della Mutual, Bank.
Nel nostro ufficio di Boston ci pu servire un altro contabile.
Naturalmente dovrete qualificarvi. Ma potete fare riferimento a me e cos
oltrepasserete il peggiore ostacolo per chi fa la scivolata: non poter provare
i propri titoli di studio e la propria esperienza.
Davenant osservava sospettoso il biglietto.
Mai sentito parlare di questa compagnia osserv.
piuttosto antica rispose calmo Gorham. Indic una riga di stampa:
Fondata nel 1848.
A Davenant venne in mente una cosa e il viso gli si rischiar per il
trionfo.
Finalmente vi ho colto! ridacchi. Cos avete fatto una scivolata
anche voi, no? Neanche voi avevate delle credenziali, quando siete venuto.
E allora come mai tutto all'improvviso siete l'assistente del vicepresidente
di una grossa compagnia d'assicurazioni?
Non tutto all'improvviso, mister Davenant. La voce di Gorham era
desolata. Qui ho passato una met della vita. Immagino che morir qui.
Non so neanche se vorrei davvero tornare pi indietro... Ho dimenticato un
sacco di cose e la maggior parte della gente che conoscevo ormai sar
morta.
Be', allora che ne dite della gente che torna indietro? chiese
insistente Davenant.
Perch non raccontano che cosa gli successo? Perch hanno sempre
l'amnesia, quando voi qui non l'avete sull'altro mondo?
Perch dicono sempre di non ricordare, vorrete dire. Forse qualcuno ha
davvero un'amnesia per lo shock. Ma basta pensarci su un minuto. Che
cosa succederebbe a uno che slittasse avanti e indietro e poi cercasse di
spiegare la verit? E, in quanto a questo, che cosa succederebbe ad uno, in
questo o in qualche altro mondo parallelo, che raccontasse la verit a un
altro che non fosse come lui? Quanto tempo ci vorrebbe per mettere quel

187
pazzo delirante in un manicomio? E credo che un sacco di loro ci siano
proprio, poveracci! E pensate quanto dev'essere stato peggio prima che la
gente avesse il concetto di scienza. Pensate al destino del povero idiota che
raccontava dov'era stato o da dove veniva: incatenato a una sbarra di ferro
o a un pagliericcio, o a un palo a bruciare vivo come una strega.
Un momento, un momento obiett Davenant. State dicendo che le
civilt sono sempre quelle in tutti questi vostri cosiddetti mondi paralleli?
Intendete... Dite che questo in cui siamo in realt un mondo diverso e la
sua situazione attuale la stessa del nostro... Minacciato da una guerra
nucleare, dalla distruzione, dal caos e da tutto il resto?
Ho detto che erano mondi paralleli, amico mio, replic grave
Gorham. La storia diversa nei particolari, ma alla fin fine cause similari
producono similari effetti. In quanto alla seconda domanda,
sfortunatamente la risposta s, almeno per quel che riguarda finora questo
mondo. Ma prima di discutere di politica o di sociologia, avete un
problema personale da risolvere. Su questo chiedetemi tutto quello che
volete. E in qualunque momento lo direte Tim aprir la porta e potrete
uscire a fare il vostro viaggio a Boston.
Se tutta questa faccenda uno scherzo elaborato disse addolorato
Davenant mi arrendo: mi avete fatto fare la figura dello stupido e
diciamo che ho perso. Comunque d'accordo, continuer ancora un po' il
gioco. Perch qualcuna di queste persone che spariscono riappare presto,
magari in poche ore, mentre altre non tornano pi?
Non lo so, perch: so solo che accade cos. Alcuni slittano avanti e
indietro con frequenza, e imparano a controllarlo. E ne ho incontrati altri
che hanno fatto un passaggio (traslazione nell'assoluto positivo lo
chiama Fort, qualunque cosa possa significare) tanto rapido da rendersene
conto a malapena. Forse voi sarete uno di questi pendolari rapidi: lo spero,
per il vostro bene. Non ho mai sentito parlare di qualcuno che sia slittato in
pi di un altro mondo, ma forse ce ne sono anche di questo tipo. Per quelli
che vanno avanti e indietro alla svelta, se gli capita quando sono
addormentati, il passaggio pu sembrare un vivido sogno. Se fossero
svegli il doppio shock potrebbe essere troppo grande e si limiterebbero a
perdere la coscienza e dimenticare tutto quanto. O magari potrebbe
ucciderli. Forse questo che capita a qualcuna delle persone trovate morte
a letto, senza prove evidenti di malore. Scoraggiato e a disagio Davenant
fissava Gorham. Ricordava delle cose. Cerc a tastoni una sedia a uno dei
tavolini e si sedette.

188
Una notte, quando era piccolo, aveva fatto uno strano sogno che ancora
ricordava. Nel sogno camminava per strada quando aveva sentito un sordo
rumore ritmico. Aveva chiesto a una passante che cos'era e lei aveva
risposto: Sono le lavandaie che vivono sotto terra.
La razionalizzazione di un bambino. Ma era in quel periodo della vita in
cui illusione e realt sono indissolubilmente mescolate. Cos la mattina
dopo aveva chiesto a sua madre: Perch non sento pi le lavandaie?
Lei aveva risposto: Ma di chi parli? E lui gliel'aveva spiegato. La
madre aveva riso. L'hai solo sognato, caro, aveva detto... Ma lui non
l'aveva mai dimenticato.
Ricordava anche qualcosa d'altro. Spesso, man mano che cresceva,
aveva una strana esperienza poco prima di cadere nel sonno. Volti
sconosciuti balenavano davanti alla sua coscienza o afferrava brani di
conversazione che in seguito non riusciva a ricordare. Prima di diventare
adulto aveva diviso nella mente le immagini e i suoni in tre categorie:
immagini e suoni ordinari, immagini e suoni puramente immaginati o
ricordati, e quello che definiva a met strada. Immaginava che chiunque
condividesse la sua esperienza, finch un giorno non aveva parlato per
caso di queste esperienze pseudo-oniriche con un suo amico. Sei pazzo,
Chuck? aveva voluto sapere Russell. Perch, gli aveva chiesto
attonito, non le hai anche tu? Ho cosa? Sei svitato? Dopo di che non
aveva mai pi parlato di met strada.

Gorham e Tim lo guardavano con compassione. Si alz in piedi


tremando. Allora era questo che... cominci con voce tremula.
Poi all'improvviso ricord una cosa. Sent che il volto gli diventava
bianco. Non era stato mai tanto furioso in vita sua.
Interviste e fotografie dei marziani! disse con voce strangolata.
Che sporco trucco! Come potevano degli adulti divertirsi con uno
scherzo meschino come quello... Cercando di fargli credere...
Sentite! Sono solo pochi anni che quei libri sui dischi volanti hanno
cominciato ad uscire. Siete stato qui per anni e anni, no? E allora dove
avete saputo di quegli svitati che credono di aver parlato con gli
extraterrestri? E non ditemi che l'avete fatto conversando con qualcuno che
aveva fatto la scivolata. Non il tipo di argomento che salta fuori con
facilit in una conversazione banale!

189
Ho detto che questi erano mondi paralleli, Davenant, disse quieto
Gorham. Anche i loro miti sono paralleli.
All'inferno! Lasciatemi uscire! Ora...
Certo. Lascialo uscire, Tim.
Tim gir intorno al bancone, frug nella tasca dei pantaloni e
imperturbabile apr la porta con la chiave. Poi si mise in mezzo al
passaggio e tese la mano aperta,
Sono cinquanta cents, mister, per la prima birra annunci.
Rosso dall'imbarazzo Davenant tolse una banconota dal portafoglio,
notando l'1 sull'angolo.
Tenete il resto per lo spettacolo! grugn.
Poi per un secondo fu sul punto di riagguantare indietro il denaro.
Svitati! borbott. Apr la porta e se la sbatt dietro, troppo furioso per
voltarsi a guardare quei volti pietosi, troppo furioso per fare alcunch se
non marciare rapidamente per la strada verso il luogo dove, lo sapeva,
stava il terminal della zona ovest.

Era proprio l. Non sembrava un po' diverso il pulmino dell'aeroporto?


Ormai tutto gli sarebbe sembrato un po' diverso: Gorham l'aveva
completamente sconvolto con quelle assurdit. Ma l'aereo sembrava
proprio uguale a quello che aveva preso per venire fin l, e cos il pullmino
che lo port in citt dall'aeroporto di Boston.
Non aveva bisogno di andare in ufficio fino all'indomani: avrebbe
telefonato dal suo appartamento da scapolo sul lato sbagliato della collina
Beacon. Chiam un taxi e not con una scossa spiacevole che era rosa.
Aveva mai visto prima un taxi rosa? Be', lui non era troppo osservatore, e
c'erano sempre nuove compagnie di tass che incominciavano l'attivit.
Avevano fatto quasi tutto il percorso prima che si rendesse conto che
teneva gli occhi lontano dal finestrino. In quel momento l'autista parl.
Avete detto al 12, mister? Non c' il numero 12 in Laurel Street.
Era Laurel Street, d'accordo. Riconobbe alcune delle case. Ma dove c'era
stata la sua residence, c'era un parcheggio.
Davenant si sent un po' male. Avrebbe presto risolto tutto questo, ma
ora doveva andare da qualche parte a sedersi a pensare. Portatemi al
Copley-Plaza disse con voce strangolata.
Al Mottley-Plaza, cio corresse l'autista.
Davenant rabbrivid.

190
Non guard: non avrebbe notato le diversit. Ebbe una camera senza
difficolt e segu intontito l'inserviente nell'ascensore e nella stanza.
Ehi! disse il ragazzo nel momento di lasciarlo. Che razza di denaro
questo?
Davenant non os scoccare un'occhiata sul mezzo dollaro che gli aveva
appena dato. Che testa avrebbe dovuto esserci sopra, invece di quella di
Kennedy? Cerc di sorridere, ma il sorriso gli si tramut in una smorfia. Il
ragazzo sembrava un po' spaventato. Che tirchio! borbott a mezza
voce e se ne and in fretta. Davenant chiuse a chiave la porta.
Non perdere la testa! si ammon con severit. Si tolse la cravatta e
immerse il capo in acqua fredda. Quando ebbe smesso di tremare, si
massaggi la mascella e alz la cornetta del telefono. Diede al centralino il
familiare numero del suo ufficio.
Riappese e il telefono suon quasi immediatamente. Con il cuore che gli
batteva troppo veloce, disse: Qui Davenant, passami George Watson,
Lucille.
S'intromise una voce: era ancora la ragazza del centralino.
Scusatemi, signore, ma ho solo preso una registrazione che il numero
che avete chiamato non operativo.
Improvvisamente fu molto arrabbiato.
Sentite, scatt sto chiamando Black, Watson e Heilkrammer,
nell'Old State Building. Forse hanno cambiato numero stanotte, ma non
credo. Fatemeli avere.
Mi spiace, signore, ma non il mio... Ma lui aveva riappeso. Questa
volta passarono cinque minuti, prima che lei richiamasse.
Non c' nessun Black, Watson e Heilkrammer sull'elenco telefonico. E
non c' nessun Old State Building a Boston.
Davenant riappese senza dire nulla. Torn a sedere nella sedia, con la
testa che gli girava.
Anche supponendo che le assurdit di Gorham fossero vere, allora, come
aveva fatto ad arrivare fin l? Perch l'uomo del terminal di New York
aveva preso il suo denaro per il biglietto? Oh-oh, ora ricordava. Aveva
incassato un traveler's check: probabilmente erano gli stessi in tutti e due i
mondi. E il tassista... Doveva averlo pagato con il resto che aveva avuto al
terminal. Ma la mancia per l'inserviente era venuta fuori da un'altra tasca:
era denaro che aveva prima che... Prima.
Un momento: c'era un solo modo di raddrizzare le cose, per quanto al
momento si potessero raddrizzare. Pesc dal portafoglio il biglietto da

191
visita che Gorham gli aveva dato. Compagnia di Assicurazioni sulla vita
della Mutual Bank, James B. Gorham assistente del vicepresidente. Lo
lesse forte per vedere se riusciva a parlare senza che la voce gli tremasse:
poi, con le labbra e i polpastrelli gelidi, alz ancora la cornetta del telefono
e diede il numero sul biglietto.
Non fu sorpreso... Solo terrificato fino al pi profondo. In un certo senso
se l'era quasi aspettato.
Anche questo numero non operativo, signore. La voce della
centralinista esit. Scusate, ma sono numeri di Boston quelli che
chiedete?
Non importa si sforz di alitare e rimise la cornetta sulla forcella. Gli
era appena venuta in mente una cosa.
Ricordava la sua uscita furiosa dal locale di Tim, ricordava di aver
camminato indignato per la strada. E ora ricord anche qualcosa d'altro.
Da qualche parte tra il bar e il terminal quella strana cosa gli era successa
di nuovo: quella microesplosione istantanea, come una piccola scossa
elettrica, che gli perforava il cervello. Poi, improvvisamente le cose erano
tornate quelle di prima.
Ma dove: in che mondo era slittato? Dov'era ora, in nome di Dio?
Gir il volto verso lo schienale e si avvinghi ai braccioli. Lo
scuotevano singhiozzi secchi della sua gola infiammata.
Aiuto! grid a qualcuno o a qualcosa Davenant, un bambino
smarrito. Aiuto! Voglio andare a casa!

192
Dodici minuti e un po' di pi
di Wolfgang Jeschke
(Zwlf Minuteten und einiges mehr, 1970)
Traduzione di Mariangela Sala

Questa una storia comune, comune per un'epoca nella quale vivere-nel-
tempo noioso, come per noi lo ... diciamo, un viaggio in treno, di notte,
tanto lungo da sembrare senza fine. Tu stacchi un biglietto ed entri nel
TEMPORIZZATORE. Ti porta in secoli nei quali tu non esisti ancora, la
tua materia disordinata, polvere della storia. Uno di questi viaggi dur...

DODICI MINUTI E UN PO' DI PI

Il sole, spietato, gravava sul campo di volo.


Kiara.
Vecchia Terra, inaridita e gravida di storia.
Arsura.
La polvere scintillava e ingrigiva i pochi alberi.
Al limite del campo stava il TEMPORIZZATORE, e le sue alte finestre
pareva sbadigliassero a quell'ora pomeridiana.
Il vento dormiva.
I fili del grande apparecchio erano cervelli che lui teneva nel lento flusso
del tempo; aveva steso le proprie antenne, aleggiava sopra abissi del
passato, su voragini e baratri, acque morte, vegliava, esile staccionata in
ci che vago. Eppure nessun piede tentava il passo, nessuna mano
cercava appiglio: solo stasi, sonno e un pallido riflesso.
Una trama di elettrodi argentei nei grigi veli della corteccia cerebrale,
una mano che ti attraversa cauta la fronte e ti tiene; minuscoli fili di
energia, schemi imponderabili posti nella scatola cranica trasportano il tuo
Io oltre punti di collegamento e dispositivi amplificatori, nella grande
tenebra dei corridoi nei quali scorre il tempo.

193
Il sole spietato gravava sul campo di volo, il campo di volo di Kiara, al
limite dell'antichissima citt abbandonata tra il deserto e il fiume da tanto
prosciugatosi, che i vecchi, eoni prima avevano chiamato Nilo.
Arsura.
Io ho un subaffittuario.
Voi direte che non c' niente di particolare, e avete ragione. Tanta gente
ha inquilini, simpatici o antipatici che danno continue grane, ma vedrete
che il mio qualcosa di particolare. Infatti abitiamo insieme nella stessa
stanza, eppure, io non l'ho mai visto n sentito. Voglio dire, udito nel vero
senso della parola.
un inquilino piacevolissimo, direte voi, ma piano, andate piano!
Adesso state a sentire. Vi devo assicurare che non credo ai fantasmi, di
solito non sono un pauroso, eppure la faccenda ha qualcosa di inquietante.
per questo che vi racconto questa storia. Non mi sarei mai sognato di
darvi fastidio, ma vorrei sapere se ci sono altri che abbiano avuto
un'esperienza simile alla mia.
Non ridete, ho i miei motivi per supporlo. Allora, dicevo che ho un
subinquilino che non ho mai visto n sentito. Udito nel vero senso della
parola.
Solo di notte, di notte talvolta lo sento.
Parla molto piano, e a un tono quasi impercettibile, anche se la sua voce
nel mio cervello e io posso tapparmi gli orecchi, anzi, spesso devo
tapparmeli per concentrarmi sulla sua voce. Voce, dire troppo. un
sussurro, un bisbiglio, un mormorio indistinto; faccio molta fatica a
capirlo, spesso devo chiedere, o addirittura interrompere la nostra
conversazione, alzarmi e andare a lavarmi. Talvolta sono troppo stanco o
troppo privo di concentrazione, e allora lo supplico di rinviare il nostro
colloquio. Lui acconsente: non mai irritato perch ha tempo, molto
tempo, pi di quanto voi e io possiamo immaginarci.

Molte delle cose che lui racconta, io non le capisco, mi sembrano


confuse e insensate, ma voglio raccontare come credo di aver sentito pi e
pi volte.
Lui dice di trovarsi nel temporizzatore. Pare che sia una macchina, un
veicolo, o qualcosa di simile, ma allo stesso tempo ha anche una porta che
se la si varca si comincia a viaggiare nel tempo e quando se ne esce si
torna al punto di partenza. Da questo aggeggio, dal futuro lui venne
trasportato in un passato lontano, pare che l abbia perso la coincidenza e

194
adesso deve aspettare. Dice di essere vecchissimo, eppure non ancora nato,
di non esistere nel vero senso della parola, eppure di essere tra noi e
ovunque, di essere voi e io, cenere e foglia, mare e polvere, stelle e luci,
eppure ancora privo di ordine.
Afferma che io sono un telepate straordinario secondo lui una dote
rara; sono telepate, come farei ad esserlo? Non ho idea se rallegrarmene o
no. Ma lui deve saperlo, perch vecchissimo e ha visto e sentito tante
cose anche se non ancora nato, e forse io sono il suo antenato, con
quell'ante elevato a chiss quale potenza. Chi lo sa? Folle, vero?
Mi ha raccontato la sua storia, una storia strana. Di notte, quando la citt
silenziosa e sotto i suoi tetti la gente dorme, e la luna piena e nuota
lucente nel cielo, al limite del sogno io allora posso sentirlo.
Me ne guarder bene dal raccontare la faccenda ai miei vicini.
Arriccerebbero il naso, mi deriderebbero di nascosto perch loro non
capiscono. E come potrebbero? Forse mi prenderebbero addirittura per
matto e mi segnerebbero a dito oppure mi creerebbero difficolt.
Ma io non vi conosco, e se ridete fatelo pure, non mi fa dispiacere, e
additarmi non potete perch non sapete come mi chiamo e dove abito. Ma
forse la vostra reazione totalmente diversa, forse non ridete e fate un
respiro di sollievo, avendo finalmente la certezza che non capita solo a voi,
forse conoscete la mia storia troppo bene, avete anche voi un inquilino che
vi spaventa e vi fa pena.
Oh, ne sono certo! Ce ne sono tanti che aspettano che venga inventata la
prima macchina con la quale possano ritornare nella loro patria, il futuro;
aspettano la porta di Johannesburg, come mi ha raccontato il mio. Il nostro
secolo una specie di gigantesca e orrenda sala d'aspetto in cui loro stanno
seduti invisibili, indistinti, si schiariscono la voce, talvolta sospirano,
tentano di intrattenersi a voce sussurrata, altri dormono: non c' pi nulla
che li interessi, hanno visto tutto, fin troppo. Adesso aspettano che il primo
treno parta, ma non hanno nemmeno posato i binari sui quali deve
viaggiare. Orrendo!
Alcune volte cercano di attaccare discorso con noi.
Forse sentite la loro voce. Di notte, quando la citt silenziosa e la luna
nuota al disopra dei tetti, allora prestate ascolto.
Al limite del sogno. Forse...?
Kiara e arsura,
E davanti alle alte finestre, il pomeriggio sul campo di volo.

195
Prima o poi dovrebbe piovere, Gin. Sai, un bel temporale con una
pioggia che bagni tutto, e lo bagni bene...
Gli piaceva dire bene, ed era uno degli ultimi impiegati al
TEMPORIZZATORE. Indossava un'uniforme color sabbia e sudava
abbondantemente. L'uniforme era sbiadita, aveva quasi preso il colore
della polvere sulle foglie, e chiazze scure la macchiavano di sudore. La
testa calva era arrossata dal sole, e il volto vecchio rideva formando mille
piccole rughe.
I temporali qui non sono permessi, capo. Scariche elettriche
nell'atmosfera sarebbero una catastrofe per il TEMPORIZZATORE. Lo sai
bene quanto me, capo. L'ufficio meteorologico non permetter mai
temporali in questa area.
Gin era alto e magro. Si muoveva in maniera energica e flessuosa, e non
sudava. La pelle era liscia, la voce alquanto incolore. Il corpo era fatto di
metallo e plastica. Era un androide.
S, lo so, purtroppo. Soltanto sole e ancora sole. Non producono un po'
di arietta, quei vigliacchi, anche se dovessimo languire in questa baracca,
Desidererei che piovesse, nonostante tutti i divieti. Con che aria cretina ci
resterebbero. Se lo immagin e strofin le mani divertito. Una bella
pioggia, in maniera tale che si bagni tutto. Ci pensi Gin, tutto bagnato
fradicio!
Certo capo, ma le reazioni del mio organismo all'umidit sono meno
felici. I miei progenitori non vengono dall'acqua come quelli degli uomini.
Voi ammassi di ferraglia odiate l'acqua come i gatti. Ma oggi andr a
cercarmi un temporale. Un bel temporale, con vento e pioggia. Dammi la
carta meteorologica.

Sul campo di volo scese una nave, come se fosse una goccia, e
l'altoparlante svegli il pomeriggio dal suo torpore. Lui fugg nel deserto e
quella grande voce tuon alle sue spalle fino al limite della pista, dove
stanno i magazzini, poi torn indietro, per perdersi. L'arsura restava.
Venti minuti di sosta a Kiara, poi Vega, Aldebaran, Berenice, poi.,.
Il ristorante con un sussurro scese ondeggiando sullo spiazzo e si pos.
Irradiava frescura ed era colorato.
Arrivarono ospiti e si sedettero ai tavoli; uno usc dall'ombra e attravers
lo spiazzo, verso il TEMPORIZZATORE. Il cliente aveva i capelli lunghi
ed era magro. Aveva un aspetto misterioso, straniero, e pareva arrivare da
molto lontano.

196
Pos la grande sacca allo sportello.
Un viaggio, per favore.
Lo disse a bassa voce, quasi con timidezza, come un ragazzo che vuole
comperare qualcosa di grosso.
Anche la sua voce, come il volto, sembrava venire da molto lontano.
Per dove, prego? domand Gin punzonando la scheda.
17346 prima di Zahatopolk, per favore disse lo straniero, e si guard
le scarpe impolverate. Aveva capelli neri come l'ebano e folti, era ancora
giovane, duecento anni al massimo.
L'uomo che aveva parlato della pioggia alz lo sguardo e si deterse il
sudore dalla fronte; quindi disse:
In quest'area abbiamo fino a due anni di dispersione. Non abbiamo
neppure corpi a disposizione, capite, voglio dire corpi veri, o...
L'impiegato sorrise ... avete forse poteri paranormali? domand.
Lo sconosciuto alz le spalle e fece un gesto vago.
Vi faccio notare che un viaggio di ritorno possibile solo a circa
15300 prima di Zah. Perci avete tanto da aspettare. Capite cosa significa?
Ce la fate a resistere? L'impiegato sembrava preoccupato.
Lo so perfettamente disse lo sconosciuto. Sono preparato. Un
incarico, sapete. Devo...
S'interruppe, come se avesse gi detto fin troppo e si mise a contare i
crediti allo sportello.
Be', allora state a sentire disse l'impiegato e indic l'enorme tavola
del campo dietro di s. Noi ci troviamo qui. Il dito segu a ritroso la
linea del tempo coperta di centinaia di marcature e numeri colorati, molto
all'indietro, fino a una zona dove i segnali erano sempre pi scarsi, e
ancora pi oltre. Voi atterrerete qui. Fece scattare un piccolo disco
azzurro in un punto della linea temporale dove rest attaccato. Gin
punzon la posizione nella scheda. Da qui dobbiamo lasciarla andare alla
deriva. Dovete aspettare per tremila anni all'incirca un punto nel passato.
L'impiegato segu la linea temporale in avanti. Qui... batt con il dito
su un segnale verde, ...15370 prima di Zah viene inventato il
TEMPORIZZATORE, ma solo settant'anni pi tardi vengono aperte le
prime porte verso l'alto a viaggiatori della nostra area temporale. Vi
consiglio la porta di Johannesburg, il primo vero TEMPORIZZATORE
usabile, molto preciso per le possibilit tecniche di quell'epoca, aperto a
partire dal 15275. Molto fidato. Archeologi e storici prendono la
Johannesburg, Non abbiamo mai avuto guai. Da l vi portiamo senz'altro

197
indietro. Se voi non vi trovate l, dovremo cercarvi. Pu darsi che ci
vogliano ancora un paio di secoli. Perci nel vostro interesse essere
puntuale. Noi lo siamo sempre. Adesso ne siete informato.
S, grazie. Bene, ci sar
Vi auguro un buon periodo.
Grazie.
Non c' di che, sempre al vostro servizio. Gin, accompagna il signore
alla cabina tredici.
Di qua, prego.
Gin precedeva. Lo straniero alz gli occhi verso le alte cabine di viaggio
che formavano una specie di nido d'ape. La piattaforma sal fluttuando.
La porta della cabina cigol e si apr. Gin gli soffi del gas sulla faccia e
lo osserv dal vetro.
Lo straniero vide il volto dell'androide offuscarsi e cominci a librarsi.
Il TEMPORIZZATORE intervenne. Quando gli elettrodi gli penetrarono
a tastoni nel cervello, gli parve di avere tra i capelli le lunghe dita di una
mano delicata.
Cominci a volare.
L'ambiente intorno a lui si oscur e si raffredd: volava sempre pi
veloce.
Corridoi del tempo.
Solo il piglio leggero della mano tra i capelli lo teneva nell'oscurit, lo
teneva perch non cadesse e andasse perduto.
Continu a volare, al disopra di pianure di cenere e notte, verso il luogo
ove il suo corpo era ancora polvere e foglia, albero e animale, te e me.
Stelle e luce e ogni cosa allo stesso tempo, senza ordine.
Giaceva nella cabina appoggiato all'indietro, privo di sensi, mentre il
punto iridescente al centro, che era, e sar il suo Io, sfrecciava su rel e
ramificazioni, attraverso schemi elettronici che lo sovrapponevano e lo
rinforzavano, continuando a volare su pianure fatte di polvere e notte.

Kiara e arsura.
Gin, guarda! Hai mai visto dei libri, veri libri?
Mise la mano nella spelacchiata sacca da viaggio che lo sconosciuto
aveva lasciato allo sportello.
Libri veri, senz'altro antichissimi. Ne sollev uno con cautela e vi
diede un'occhiata. Hanno odore di non-so-che.
Lo sfogli, ma non conosceva i caratteri. Scosse la testa,

198
Che uomo strano, Gin. Sconosciuto come i suoi libri.
Tutti gli uomini sono strani osserv Gin laconico, e segu il punto
luminoso sulla linea temporale.
Credi?
Il pomeriggio si era di nuovo avventurato sul campo di volo e si
aggirava attorno alla nave straniera e i tavoli del ristorante all'aperto,
all'ombra.
Il punto luminoso della linea temporale si era spento nell'area d'arrivo.
Gin a un tratto si volt.
Capo, ce l'ho.
Cos'hai?
Ho seguito la data, mi pareva di conoscerla. Adesso ci sono. Si diceva
che era nato uno che...
Be', e poi?
Il 17346 stato perci l'inizio della vecchia datazione temporale di
questo pianeta; era collegata a un avvenimento storico o culturale.
E allora? Una ragione in pi per storici o sociologi per andare a dare
un'occhiata. Forse uno studioso di storia dell'esplorazione spaziale,
adesso molto di moda.
A quanto ne so, in quei secoli il volo spaziale non esisteva ancora.
Be', qualcosa vorr pure. A noi non importa, Ma improbabile che uno
accetti di aspettare per tremila anni senza un motivo. Non un
divertimento, te lo assicuro, Gin. Per me non sarebbe niente, anche se ho
gi avuto qualche esperienza lungo la linea del tempo.
Anche a me piacerebbe viaggiare nel tempo,
Gin lo disse in tono quasi nostalgico.
Ci mancherebbe anche questo. Per fortuna impossibile per voi
cervelli a bassa tensione, altrimenti dovremmo raccattare la vostra ferraglia
per millenni. Ma di' un po'... si volt stupito, ...che ingegnere
elettronico demente ti ha programmato simili desideri repressi?
Non programmato tutto quello che sono, penso e sento disse Gin.
Sembra che tu dimentichi che sono del tipo capace di evolversi.
Be', allora evolviti pure disse il vecchio impiegato, con un sorriso.
Io preferisco farmi mettere in pensione oggi piuttosto che domani, ma poi
chi sale nel cassone e va a tirare fuori la gente che il TEMPORIZZATORE
ha sparso da qualche parte?
Stanno sviluppando un sistema con il quale si pu logorare un cervello
positronico senza distruggerlo.

199
Lo spero, Gin, perch ne ho davvero abbastanza. Io sono vecchio.
Mille anni al servizio del TEMPORIZZATORE. Per lui niente, uno zero in
pi sulla scala, ma per me tantissimo.
S, capo.

Il TEMPORIZZATORE aveva gettato un filo conduttore e aspettava


nell'epoca di Johannesburg.
Quando lo straniero arriv, la macchina registr uno schema di onde
cerebrali identico. La mano intervenne e lo riport indietro, oltre la cenere
e foglia, mare e polvere, gelo e tenebra.
Kiara,
Nella marcatura della porta di Johannesburg un punto luminoso si accese
e risal la linea del tempo, per spegnersi alla segnalazione di partenza data
TEMPORIZZATORE Kiara. Nello stesso tempo una campana suon.
qui, capo disse l'androide, che aveva controllato gli strumenti.
Sveglialo, Gin. Io gli preparer un bicchiere d'acqua. Ne avr passate
tante.
Quando usc dalla cabina, lo straniero zoppicava.
Nonostante la pelle scura, si vedeva che era pallido e le scarpe erano
impolverate come 3000 anni prima.
Be', disse l'impiegato. Soddisfatto? Bel lavoro, vero? Nessuna
dispersione. Esattamente dodici minuti.
Fece un sorriso di compiacimento e indic il grande orologio al disopra
del quadro degli strumenti, dove su uno schermo, sotto una targa con la
dicitura TEMPORIZZATORE-PRESENTE RELATIVO-EPOCA
D'ARRIVO guizzavano i secondi indicati a caratteri luminosi.
Lo straniero pareva stordito e osserv gli strumenti con aria confusa.
L'impiegato aveva seguito il suo sguardo e sorrise. S, a una prima
occhiata non semplice raccapezzarsi. Infatti, oltre al tempo-standard
dell'universo e al tempo-relativo PRESENTE di questo sistema, misuriamo
pi di 7000 tempi relativi. E con una macchina vecchia. Ma bevete un
sorso.
Gli spinse il bicchiere pieno d'acqua attraverso lo sportello. Lo straniero
si strofin le mani come se gli facessero male.
Vi siete ferito?
No, non niente disse.
Avete potuto portare a termine il vostro incarico o avete avuto
difficolt? s'inform l'impiegato.

200
Tutto bene disse. Come previsto. Solo...
S, s, lo so. L'attesa.
Lo straniero scosse la testa, ma non rispose. I suoi occhi cercavano la
nave sul campo di volo,
La nave ancora qui? domand sbalordito.
Certo. Ve lo dicevo. Un bel lavoro pulito. Dodici minuti. Lo straniero
tese distratto la mano verso il bicchiere e le mani si richiusero intorno alla
fresca rotondit, come se fossero caldissime.
Grazie disse. E bevve.
S, avete ancora tempo, ma non molto osserv Gin, rompendo il
silenzio. La nave parte fra tre minuti.
Grazie. Si volt per uscire.
La vostra sacca, signore. Non dimenticate la sacca disse Gin.
Lo straniero lo guard come se stentasse ancora a raccapezzarsi. Quando
usc con la borsa e i libri, non zoppicava pi. Il punto luminoso era
ritornato, aveva ripreso il controllo del corpo e l'aveva adattato.
Quando la porta si richiuse alle sue spalle, Gin disse:
Non sembra che abbia avuto un buon periodo.
Non dipende dalla macchina disse il vecchio colpa dei tempi.
Nessun periodo buono.
Il ristorante si era sollevato e se ne era andato. Quando la nave aveva
fatto il balzo, il pomeriggio era tornato esistente sul campo di volo, aveva
diffuso la propria tranquillit e si era messo a meditare.
La polvere di disperdeva col vento e ingrigiva ancora di pi i pochi
alberi al limite del campo.
L'arsura restava.
Lo straniero aveva finito di bere. Il vecchio impiegato, che sudava, si
vers il resto dell'acqua nel cavo della mano e sbuffando si lav faccia e
nuca.
Gin, disse domanda alla direzione del trasmettitore se posso avere
un canale con Manila. Che mi tengano aperto un collegamento.
Fatto, capo.
L piover. Indic la carta meteorologica. L piove sempre, per il
parco naturale dei Tropici disse, e si rallegr gi sentendo gli scrosci
d'acqua che gli scorrevano sulla pelle, bagnandola.
Gin quasi sorrise cercando di far s che questo pensiero lo affascinasse,
ma l'idea del bagnato lo fece rabbrividire.

201
L'uniforme dell'impiegato, che era un uomo, in quel momento mostrava
alcune gocce tra le grandi macchie sotto le braccia e sulla schiena.
Davanti alle alte finestre, il campo di volo era sotto un sole spietato, e il
vento dormiva nel deserto oltre la citt abbandonata i monconi delle
piramidi che riposano consumate come ciottoli nel letto del grande corso
d'acqua.
Kiara. La vecchissima citt, tra il deserto il fiume asciutto che i vecchi,
eoni prima avevano chiamato Nilo.
Kiara.
Porta su un passato misterioso per archeologi, storici, cercatori di dei e
gente strana, base di un punto lontano della galassia.
Terra.

Scusate se ricomincio a parlare di me e del mio sub-inquilino, ma pu


darsi che vi troviate nella mia stessa situazione.
Sabato splendeva il sole. Faceva freddo, ma era una bella giornata e
allora io e il mio amico siamo andati all'istituto Max Planck, a Garching. Il
mio amico ha un'auto, sapete, io no perci l'ho convinto. Abbiamo dato
un'occhiatina, naturalmente da lontano, perch si pu andare fino allo
sbarramento. In tutti i posti dove fanno esperimenti con gli atomi fanno
una confusione con fili spinati e permessi speciali, ma solo per impedire
che la gente venga a ficcare il naso. Fanno e studiano un sacco di cose e si
spendono somme che a uno gira la testa, ma ben considerato, il tutto ha un
aspetto ben misero.
Abbiamo fatto due chiacchiere con il guardiano e abbiamo bevuto
insieme una birra. Ci ha raccontato che adesso hanno un nuovo computer
che calcola con tanta velocit che in un'ora pu compiere quello che cento
matematici riescono a fare in cento anni. Il mio amico trova che sia una
faccenda importante e il guardiano anche, ma io non sono della loro
opinione.
Io credo che per essere padroni del tempo, si dovrebbero possedere
macchine che in un'ora calcolano quello che cento di questi computer
computano in cento anni.
E quando ci si siede in auto e il riscaldamento non funziona, allora si
potrebbe provar pena per quelli che aspettano il primo
TEMPORIZZATORE. Non cos anche per voi? Quelli dovranno starsene
seduti un bel po', prima di tornare a casa. Si dovranno ancora pensare e
calcolare un mucchio di cose. Naturalmente un giorno verr il momento in

202
cui apriranno le porte, altrimenti io non avrei un inquilino. Questo
chiaro. Ma ci vorr molto tempo. Adesso sono quasi 2000 anni che quel
poveraccio aspetta. Immaginatevi un po'! In questa orrenda sala d'aspetto
del tempo, grigia e confusa. Dovremmo rivolgerci a loro con bont, essere
amichevoli.
Forse stasera li udiamo.
Vogliamo tentare?
Di notte, quando la citt silenziosa e la gente sotto i tetti dorme, e la
luna nuota lucente nel cielo. Allora, se siamo svegli o in dormiveglia al
limite dei nostri sogni...
Un sussurro, un bisbiglio, un mormorio, vicinissimo. Prestate ascolto!
Forse...?

203
C' nessuno in casa?
di Joanna Russ
(Nobody's Home, New Dimensions # 2, 1972)
Traduzione di Mario N. Leone

Sistemato il lavoro al polo nord, Jannina era scesa alle raffinerie sul Mar
Rosso, per dare un'occhiata agli interessi di famiglia, poi un salto a Nuova
Delhi, una cena veloce. Dopo un pisolino in un albergo pubblico nel
Queensland aveva raggiunto a piedi la stazione, pensando di fare una visita
alle Isole Leeward, ma le cabine erano tutte prese, cos, dopo aver scelto le
Caroline per godersi l'alba, fu proprio qui che incontr Charley.
Ma dove ti eri cacciato, tutto questo tempo, caro C?
In Tanzania. E intanto tu ti sei sposata.
No.
Avevo sentito che ti eri sposata. I Lee l'hanno detto agli Smith che
l'hanno detto ai Kerguelen che l'hanno detto agli Utsumb, e noi
proliferiamo dappertutto, noi Utsumb. Una nuova moglie, si diceva. Non
mi ero reso conto che ti andassero tanto le donne.
Hai frainteso, quella la moglie di mio marito. E ancora non siamo
sposati, Charley. Lei una donna sfortunata: ha messo su famiglia la prima
volta nel '35, due mariti fulminati secchi da un sovraccarico mentre si
occupavano dei trasporti per un concerto, il secondo fra l'altro aveva
chiesto il divorzio, mi pare, mentre poi lei se l'era svignata dal terzo, un
tipo grande e grosso, e con il quarto c' stata una baruffa tremenda, gente
che si rincorreva rovesciando tavoli, qualcosa del genere.
Povera donna!
Si erano avvicinati, con la naturalezza di chi si diverte scambiando
chiacchiere alla leggera, schiena a schiena, comodi per terra, strofinando le
spalle e la nuca l'una contro l'altro. Disse Jannina, con un certo rimpianto:
Che magnifici capelli hai, Charley Utsumb, come una retina di
metallo...
Siamo tutti belli, noi Utsumb, siamo sfacciatamente belli.
Intrecciarono le braccia. Il sole, che ora chiunque poteva inseguire intorno

204
al mondo, veder nascere o calare anche venti volte al giorno, o cinquanta,
se si voleva trascorrere la vita cos, si stava levando sopra la palude dai
grandi cipressi. Nessuno attorno, per miglia e miglia. La nebbiolina saliva
dalle conche, come fumo.
Dio mio! fece lui, all'improvviso. estate! Dovrei essere a Tanga,
oggi.
Che? disse Jannina.
Si perde la nozione disse lui, dispiaciuto. Mi rincresce amore, ma
ho certi affari che non potr evitare. La tassa lavorativa...
Ma l'estate, che c'entra, l'estate...?
Associazione di idee! Troppo complicato... (e gi una nota era calata,
gi il piccolo flirt era finito. S'era intromesso l'unico obbligo che nessuno
poteva rimandare a piacere, n trasferire dove uno avrebbe preferito. Ora
lui se ne sarebbe andato a inserire la propria vitalit in un macchinario per
riparare le strade, forse, o in un qualche dottore automatico).
Lei rimase seduta a gambe incrociate sulla piattaforma della stazione, a
guardarlo mentre si infilava nella cabina e regolava il quadrante.
Vieni in Africa con me, signora bella! rise, affacciandosi alla porta di
vetro.
Gli rispose facendo marameo. Non montarti, Charley U! Per me non
sei altro che un capriccio passeggero! Lui le sped un bacio, si chiuse
dentro e svan. (Il campo del trasmettitore comprende uno spazio che va
oltre la cabina, per ovvie ragioni; la cabina congegnata in modo da
restare fissa, energizzata da un campo alternato che palpita diversi milioni
di volte al secondo, e intanto il macchinario protetto dalle intemperie, e
anche si evita che la gente perda gomiti o ginocchia, o gli resti affettato un
mezzo pacco o un mezzo bambino. Le cabine del centro criogenico al Polo
Nord hanno mischiato tante volte la loro aria con quelle di regioni pi
calde che ognuna finisce per ritrovarsi con un microclima tutto suo; foglie
e semi e vegetazione varia e terra si ammucchiano sul pavimento. Vietato
calpestare l'erba!, dicono i biglietti affissi sulla porta, oppure:
Scambierei virgulto di paulonia con muschio canadese subartico, Fate
attenzione a dove piantate le vostre maledette zampe, Smarrito uno
scoiattolo qui ieri, chi me lo ritrova, prima che muoia? Otto bambini
inconsolabili attendono, firmato Cecilia Ching, Buenos Ayres, ecc.)
Con un sospiro, Jannina si infil il completo in lana di vetro. Era
spiacevole rivestirsi, ma a casa faceva freddo. Portava sempre dietro
qualcosa da mettere addosso, non si sa mai. Anni fa (stava ripensandoci)

205
sono stata qui con qualcuno nel pieno dell'inverno, un uomo non ancora
accoppiato, o un marito novello, comunque c'eravamo noi due soli, e
abbiamo nuotato nell'acqua gelida e ballato come matti, e poi dimostrato
che si poteva cantare e bere birra contemporaneamente, in mezzo a una
palude, buon Dio! E dopo ce ne siamo andati all'Isle de la Cit per
assistere a tutti gli spettacoli professionali, commedie, l'opera,
competizioni, e l non facile farsi ammettere! Anche allora ci tocc
vestirci, perch faceva freddino in settembre, dopo il tramonto. No,
aspetta, quella volta stato in Venezuela, guardavamo le luci mentre si
accendevano, fumati da incoscienti a un tavolino di caff, a stuzzicare il
robot cameriere inventandogli che eravamo vecchi, decrepiti, che avevamo
forse centocinquant'anni... Quanto tempo fa?
Ma era proprio quello, il posto che ricordava? si chiese, prima di
cancellare per sempre dalla mente l'episodio e introdursi nella cabina.
Chiuse la porta e azion il quadrante per andare a casa. L'Himalaya. La
linea principale era libera. La fermata di zona anche. Il rice-trasmettitore di
famiglia, (sistemato nell'anticamera, fra due porte, per non rendere troppo
arduo il compito di riscaldare la casa), avrebbe dovuto essere libero, o
peggio per chi ci si trovava, sarebbe volato diritto nel vestibolo. I
compensatori di movimento-calore permisero a Jannina di arrivare a casa
senza squilibri nella temperatura interna, che si abbassa sempre
notevolmente durante una teleportazione verso l'alto. Verr un giorno,
pens, che tutti decideranno che sar meglio per tutti vivere in un clima
decente. Ma non era ancora cos. Non per i tutti di oggi.
Arriv a casa cantando Il Mondo il mio Cortile, S, il Mondo il mio
Guscio, una canzone popolare durante la sua prima giovinezza,
settant'anni prima, pi o meno.

La residenza dei Komarov era di spuma plastica indurita e disponeva di


una linea automatica interna per la scuola, nei pressi di Napoli. Per prima
cosa, Jannina us quella. Era bello potersi permettere una educazione
indipendente. Al suo ritorno si trov davanti i bambini, tutti sui sette anni,
distesi con le teste unite e i corpi che si irradiavano in un asterisco a sei
punte. Cos disposti, (l'idea era di stimolare il lato mistico della mente),
giocavano al Barufaldi, cercando di indovinare l'identit di personaggi del
passato per mezzo di frasi anagrammate: le prime lettere di ogni parola di
questi periodi, nascoste in aforismi o proverbi, simultaneamente

206
sillabavano una morale e una serie di numeri Goedel tradotti in un codice
prestabilito ogni volta, che...
Oh, carissima, quanto mai gaudioso il miracolo del tuo comparire!
le grid uno dei ragazzini. Abbracciami, mia amata genitrice! Avviluppa
con i tuoi preziosi arti superiori la mia fremente persona!
- Maleducato! rise Jannina.
- Non sum filius tuus? le fece il bambino.
Nossignore, non sei mio figlio carnale, ti ho adottato. Tua madre ti ha
lasciato a me prima di morire. Che stai studiando, ora?
Quale altra domanda potevo attendermi, da una genitrice? le ribatt
lui, aggrottando la fronte. Che imparo? Come guidare un elicottero.
Come preparare cibo dai suoi originari, rivoltanti componenti crudi. Sono
libero, ora?
Come ti pare! Diavoletto malefico!
Bene bene, ti ho dato un senso di colpa. No, non fare cos. Scivol
dalle mani di Jannina per riprendere il gioco, mentre lei tentava di
abbracciarlo. Il pettirosso zampetta zitto zitto su per il ramo della robinia
declam, tutto d'un fiato, lasciandosi cadere di nuovo disteso.
E questo sarebbe un aforisma? (era un altro giocatore, a obiettare).
Certo che lo .
No, non lo .
Si, invece.
No no.
, .
Non...
Sparita la scuola, era comparsa al suo posto l'anticamera. In cucina, Chi
Komarov stava massaggiando la schiena nuda del figlio sedicenne. Da
queste parti i genitori non la finivano mai di baciarsi, e i bambini, per non
essere da meno, si baciavano anche loro in continuazione. Jannina salut
accostando la fronte a quella dei due uomini, poi appese il suo completo al
gancio accanto al complesso da radioamatore. Cera sempre qualcuno in
giro per la casa. Lei fece scattare il coperchio del cronometro da polso: ora
standard locale, latitudine-longitudine, connessione con il computer di
famiglia. Questa era libera. Premette il bottone che forniva i dati dal
computer, cos seppe che Ann stava pagandosi le tasse lavorando nelle
scuole, un tantino al mese, tutto pianificato, la pratica Ann; Lee ne aveva
ancora per tre mesi, poi libero cinque anni, bravo Lee; Phuong ancora con
le sue prove, a Parigi; C.E. sparito senza rivelare dove, l'estemporaneo

207
C.E.; Ilse intenta a riparare qualcosa in cantina, non proprio una cantina,
ma il locale pi in basso sulla montagna. Jannina sal le scale e ridiscese
dall'altra parte per dare un'occhiata al salotto-piscina. I monti erano ben
visibili attraverso la parete trasparente.
Il Vecchio Al, che si era unito a loro gi anziano, si occupava un po' del
giardino, durante le brevi estati, e di solito se ne restava l attorno. Lei gli
sorrise, felice di rivederlo. Salve, Vecchio Al! Grande e robusto, il suo
pelo bianco scomposto le si presentava come una delizia rara. Gli si
accomod in grembo.
arrivata?
La nuova? Non ancora, le rispose.
Ti va di nuotare un po'?
Le rivolse una smorfia espressiva. No, mia cara. Piuttosto me ne
andrei a Napoli a guardare i bambini che si divertono con gli elicotteri.
Sono rimasto in acqua tutto il giorno a sorvegliare una persona noiosissima
che se ne stava a ristrutturare banchi coralliferi e a fare esperimenti con
polipi poliploidi.
Vorresti dire che eri tu, quello.
Al lavoro ci si fa l'abitudine.
Ma nessuno ti obbliga!
Un progetto personale. Come tutte le cose pi interessanti.
Lei gli bisbigli qualcosa all'orecchio.
Con i volti arrossati dal piacere, entrarono nel giardino interno del
Vecchio Al e serrarono bene la porta.

Jannina, per il momento responsabile della famiglia, dopo essersi infilata


l'elmetto del computer, inserite le necessarie connessioni si dedic alla
pulizia della casa, fece un rapido controllo delle scorte alimentari, si
occup un tantino delle faccende legali, sempre all'ordine del giorno in una
famiglia composta da diciotto adulti, (due matrimoni a tre, uno a quattro e
un gruppo di otto persone). Quando ebbe finito era molto soddisfatta di s.
Decise di mettersi in contatto radio con il QG elettronico locale (a circa
duemila metri sull'Himalaya) e, inserendo il suo computer nei circuiti
generali, (una sensazione molto buffa, dall'elmetto, come un bisogno di
starnutire mai soddisfatto), riusc a porgere un invito formale a una certa
Leslie Smith, (Perch non ti fermi con noi per un po'?) e a intimare a
ogni Komarov libero da doveri di tornare a casa, e di corsa. Sei di quei
vagabondi potevano farcela per la sera stessa. Ricordarsi di cucinare in

208
pi. Primo temporale dell'anno ad Albany, New York, (America del Nord).
Occorrono due stanze in pi per gioved. Sembra che i Palnatoki stiano
traslocando. Non ci serve un gattino. Ho bisogno del geranio che le ho
prestato, Mrs. Adam, Cile. Il miglior soffiatore di vetro del mondo ha
ucciso in duello il secondo miglior soffiatore, dopo averlo sfidato perch
aveva disertato nel movimento pro-ceramica. Si prevede una lotta senza
quartiere negli ambienti dell'economia mondiale. Occorre un designer
specialista in illuminazione. Ci occorrono quindici cantanti e un
pansensicon elettronico. Attenzione, tutti i tassa-lavoratori da XXXXXPJ a
XXXYQ diretti a Cambaluc, attenzione: un forte movimento tectogenico...
Con il senso di colpa inevitabile quando uno si mette a scambiar
pettegolezzi con un computer, perch, a guardar bene, la cosa non
reciproca, Jannina svelta si liber dall'elmetto. Poi decise di andare a
prendere Ilse. Di ritorno, si arrampicarono attraverso la stanza di spuma
bianca, la stanza di spuma porporina, quella di spuma verde, ognuna
ingombra dei progetti e degli esperimenti di quegli intelligenti Komarov, o
degli ancor pi intelligenti loro bambini, per fermarsi nella nursery perch
Ilse allattasse il piccino. Jannina, calma si dava da fare attorno alla
diligente. Ilse. Inserirono il robot-nurse e lo schermo televisivo. Ilse si
bevve la sua birra nella sala-piscina, per il latte. Intanto snocciolava
commenti preoccupati sugli avvenimenti del giorno. Difetti nelle
fondamenta, gente che era venuta apposta da Chichester per far visita a
C.E. e, non trovandolo, uno di loro era scoppiato in lacrime; un nuovo
esperimento di genetica su cui circolavano chiacchiere strane attraverso il
computer, una serie di equazioni esecrabili trasmessa da un qualche
impostore di Bucarest.
E poi un duello! disse Jannina.
D'accordo, ammisero che era spaventoso. Ma tanto divertente. Nuova
moda, forse. Bisognava essere abbastanza matti per arrivare a certi punti.
Terribile.
Si accese una luce sulla porta del tunnel che univa la casa vera e propria
all'anticamera, e, in rapida successione, come se la linea si fosse liberata
soltanto in quel momento, fecero il loro ingresso otto Komarov. La luce
lampeggi di nuovo e ne spuntarono altri tre uno dietro l'altro, gente tutta
incappottata, con stivali pesanti, zaini, maschere protettive. Erano decorati
di neve che si scrollarono di dosso nell'anticamera, prima di appender fuori
la loro roba. Santo cielo, non sei circonciso! stava esclamando uno di
loro. Calorose strette di mano e grandi abbracci, come a un matrimonio.

209
Velet Komarov (quello pi basso e scuro) aveva riconosciuto Fung Pao-Yu
e l'aveva afferrata, sollevandola da terra. Incominciarono a scherzare,
toccandosi e lisciandosi le braccia fra di loro. Ti andata male, la
camminata? chiedeva Velet a Pao-Yu. Sei una camminatrice di
prim'ordine, eh? La luce sopra l'anticamera si era accesa di nuovo, ma
non si riusciva a distinguere niente dentro la cabina, il vetro era appannato,
per il contrasto fra aria calda e fredda. Il Vecchio Al, che stava entrando
dalla cucina, si arrest sulla soglia. Riconoscibile soltanto da orecchie ben
abituate, rintocc al piano superiore la campanella del ricevitore per i
bagagli. Nell'apposito ricettacolo si stavano materializzando pacchi e
pacchetti personali, ornamenti, com'era probabile, i giovani ci tengono ad
addobbarsi, e gli itineranti Komarov erano tutti giovani. Intanto Jannina
lanciava scommesse sul nuovo, ancora invisibile, arrivo. Ann o Phuong?
Cinque a tre, qualcuno ci sta?
Ma la persona che ora faceva capolino dal rice-trasmettitore era invece
una sconosciuta. Sensazione sconcertante: una ragazza robusta, con il
corpo dipinto qua e l, cosa stranissima, perch non era pi di moda da un
bel po', e, in ogni caso, non proprio indicato per una serata in famiglia.
Che sbaglio madornale, pens Jannina. Ma intanto la visitatrice stava
commettendone un secondo peggiore.
Sono Leslie Smith annunci. Evidentemente la sua era sbadataggine,
pi che maleducazione. Chi Komarov (alto e biondo) se n'era accorto
subito e ora, levandosi al volo i suoi occhialoni all'antica, le correva
accanto per elargirle dei colpettini affettuosi mentre diceva, celiando: Ma
come, non ci siamo gi visti? Andiamo, non sei sposata con qualcuno che
conosco bene?
No, no! esclam Leslie Smith, tutta rossa per l'emozione.
Lui le toccava il collo. Ah, ma allora sei quella che danzava sulla
corda...!
Oh, no! esclam Leslie Smith.
Io, io so ballare sulla corda disse Chi. Lo crederesti?
Ma no, sei troppo... troppo spirituale..! esit Leslie Smith.
Spirituale! Che ne dite, famiglia? Spirituale, io! grid Chi,
entusiasta, rivolto a tutti gli altri, (anche troppo entusiasta, pensava
Jannina, pi di quanto la situazione non richiedesse). Intanto Chi lisciava
amorevolmente il collo di Leslie Smith.
Che bel collo hai! le disse.

210
Questo calm l'agitazione della ragazza. Mi piacciono gli uomini alti
disse, e finalmente si permise di considerare il resto della famiglia. Chi
sarebbero, tutte queste persone? domand, e c'era da sospettare che non
stesse affatto facendo la spiritosa.
Stavolta fu Pao-Yu a tentare il salvataggio: Chi sarebbero tutte queste
persone? Gi, chi sono? Mi viene il dubbio che non siano nessuno. Si
potrebbe anche dire: conosco questa gente, ma sar poi vero? C'
qualche autentico messaggio esistenziale in una dichiarazione del genere?
Prendiamo me, io posso anche dire Li conosco tutti, mi sono stati
presentati. E con ci? Per me sono come il Sahara, spalancato a tutti,
eppure sempre avvolto nel suo mistero. Per me potrebbero anche non avere
un nome... E cos via, senza riprender fiato. Poi il lungo smilzo Chi
Komarov e Fung-Yu si disputarono il possesso di Leslie Smith, e Fung
Pao-Yu la tirava per un braccio, mentre Chi Komarov le serrava l'altro, e
lei, su e gi, a balzi selvaggi, finch non calarono le luci e arriv la cena e
tutti erano pi rilassati, o cos pareva a Jannina. Ma che c' di pi
imbarazzante e delizioso che starsene a mangiare in quindici nella stessa
stanza?
Noi Komarov siamo famosi per saper mangiare qualsiasi cosa in
qualsiasi momento riusciamo a procurarcela annunci Velet, con
orgoglio. Tutti questi diversissimi Komarov si erano scelti le sistemazioni
pi svariate, per esempio i tre podisti scalatori adagiati su cuscini, e Ilse
lunga distesa sul tappeto. Jannina us l'alluce per pigiare un bottone, e le
luci fatate illuminarono a sprazzi tutto il soffitto. I bambini, disse il
Vecchio Al. opera dei bambini. Si era sistemato a fianco di Leslie
Smith e la stava imboccando: so-chi dalla sua scodella. Lei rispondeva
con un sorriso contratto. Una volta disse uno dei compagni di viaggio
di Fung Pao-Yu abbiamo combinato una cena in un anfiteatro, e met
facevamo da servitori all'altra met, e per quelli che non arrivavano in
tempo c'era una penitenza. Tutto per una scommessa. Come ai vecchi
brutti tempi. Ma lo sapevate che una volta c'erano cinque miliardi di
persone, al mondo? Cinque miliardi! I gabbiani stanno accoppiandosi,
sull'Isola di Skye disse Ilse. Ci fu un mormorio di apprezzamento. A Chi
stava iniziando un'erezione, cosa che provoc l'ilarit generale. Il Vecchio
Al pretendeva della musica, mentre Velet non ne voleva sapere. Poteva
trasformarsi in un litigio, ma Ilse li fece smettere con qualche sentita pacca
sulle orecchie. Poi, irritata, se ne and a controllare la nursery.

211
Leslie Smith ed io siamo all'antica disse il Vecchio Al. A noi due
non interessa il pettegolezzo. Come va, Chi, il tuo teatro?
Figurati che dobbiamo rimandare indietro un mucchio di gente. Chi
si protese con una mossa vivace, picchiettando le dita sulle ginocchia
incrociate. Sul serio. Ce ne sono, di quelli che non ce la fanno a entrare,
che minacciano di suicidarsi.
Una scelta come un'altra disse Velet, ragionevole. Qualcuno raccolse
la scodella di Leslie Smith, che l'aveva lasciata cadere.
Aiiy, cosa mi viene in mente disse Pao-Yu. Mi son ricordata che
una volta ho mangiato polenta deidratata per tre giorni di seguito, tax-
issue, naturalmente. Lo sapevate, che uno dei miei babbi si suicidato?
No! fece Velet, sorpreso.
Anni fa disse Pao-Yu. Diceva che non avrebbe sopportato il giorno
in cui le sedie sarebbero tornate di uso comune. In pi era fissato con
l'ulteriore sviluppo dell'ingegneria genetica, per aumentare il livello di
intelligenza, mi pare. Si ucciso per dispetto, ne sono certa. Credo che
l'abbia fatto lottando a mani nude con uno squalo. Jannina, anche questo
cibo tax-issue? Anche la salsa sarebbe del tipo tax-issue di
quest'anno?
No, dell'anno venturo scatt Jannina. Ma insomma, certa gente!
Decise di continuare usando il finlandese, cos sarebbe risaltata la cattiva
pronuncia di Pao-Yu. Tu che ne dici? chiese a Leslie Smith.
In tono pi caritatevole, Jannina li inform tutti, sempre in finlandese
per, che i Komarov avevano annullato la loro partecipazione a una
comune alimentare indipendente, eccettuata Ann, che si era riservata un
posto, perch, insomma, chi avrebbe trovato il tempo di dedicarsi anche a
quello? E la roba tax-issue non ammazza. Appena finito, buttarono i
piatti nel disintegratore, e Velet, dopo aver sfogliato lo strato superiore del
tappeto, ci infil anche quello. Accondiscendente, il Vecchio Al inizi un
giro:
Rosso.
Sole disse Pao-Yu.
Il Sole Rosso disse uno dei tre gemelli.
Il Sole Rosso Alto, Il... disse Velet.
Il Sole Rosso Alto, Il Blu... segu Jannina. Erano arrivati a Leslie
Smith, che avrebbe potuto scegliere se completare la frase o passarla.
Scelse di dichiararla completa cos, senza la timidezza di prima,
semplicemente indicando il Vecchio Al.

212
Il sole rosso alto, il blu! esclam lui. Molto sottile! proviamo con
un'altra Ching.
Nu.
Ching nu ch'i ch'u.
Ssu.
Wo.
Sssu wo yu. Il giro era di nuovo arrivato a Leslie Smith. Non ce la
faccio protest. Jannina si alz e si mise a ballare: in fondo son simpatica
anche quando faccio i dispetti, pens. Gli altri si stavano dirigendo verso la
piscina. Sullo schermo del monitor era comparsa Ilse, dalla nursery. Ora
scendo anch'io disse. Qualcuno stava chiedendo che ore erano in
Argentina.
Le cinque del mattino.
Mi vien voglia di andarci.
E vacci, allora.
Vado.
Buon'andata.
La luce rossa sulla porta dell'anticamera lampeggi e si spense.
Dimmi un po', come mai hai lasciato l'altra tua famiglia? chiese Ilse
a Leslie Smith, mentre si accomodava a fianco del Vecchio Al. Presto Ann
sarebbe arrivata a casa, dalle sue parti era gi sera; Chi, che si era svegliato
da poche ore, nell'America Occidentale, si sarebbe trattenuto ancora.
Quanto al Vecchio Al, nessuno aveva idea dei suoi orari, e la stessa Jannina
stava perdendo la nozione del tempo. Sarebbe rimasta finch non le fosse
venuto sonno. D'abitudine, la sua giornata normale si protraeva per circa
ventott'ore, quella di Phuong era di ventidue (poco pratico, quando c'erano
di mezzo delle prove!) Ilse stava su per sei ore e dormicchiava altre sei.
Jannina era sul punto di appisolarsi quando la riscosse quella domanda.
Non sono stata io, a lasciarli. Mi hanno lasciato loro. Intorno alla
piscina si lev un mormorio comprensivo.
Mi hanno lasciato perch ero stupida aggiunse Leslie Smith. Stava
con le mani unite passivamente in grembo. Aveva un che di molto distinto,
con il corpo dipinto in blu, questa ragazza tozza dai piccoli seni. Uno dei
tre gemelli Komarov, che stava flirtando con gli altri due nella piscina,
all'udire le sue parole cacci un buffo suono strozzato. I membri della
famiglia che non erano impegnati in acqua si affollarono subito attorno a
Leslie Smith, prodigandosi in mille carezze leggere, e la baciavano,
toccandola con tutte le superfici pi vulnerabili dei loro corpi, le pi

213
morbide e indifese. Il Vecchio Al le baci le mani. Lei se ne restava seduta,
ferma, stranamente apatica.
Ma lo sono, stupida disse. Ve ne accorgerete anche voi. Jannina
le pose le mani, a coppa, sopra le orecchie. Una masochista! La
ragazza alz gli occhi verso di lei con una curiosa espressione stolida,
indifferente. Poi abbass lo sguardo e, distratta, prese a lisciarsi un
ginocchio dipinto di blu.
Bagaglio! url Chi, e batt le mani, mentre i gemelli si slanciavano
verso le scale.
No, vado a letto disse Leslie Smith. Sono stanca. E, con la
massima semplicit, si alz e si lasci accompagnare dal Vecchio Al,
salendo attraverso la stanza rosa, la stanza azzurra, la stanza delle
tartarughe e degli altri animali domestici (temporaneamente vuota), la
stanza di sgombero e tutte le altre, fino alla camera per gli ospiti, che
aveva una parete trasparente esposta sul freddo fianco della montagna a
guardare fin sotto, verso le piantagioni a terrazza.
Il miglior soffiatore di vetro del mondo disse Chi, ha ucciso in
duello il secondo miglior soffiatore di vetro del mondo.
Perch si era unito al movimento in favore della ceramica, disse Ilse,
ancora colma di riverente stupore.
Jannina si sent rabbrividire: era intessuta di queste cose, l'amara
sostanza che si celava sotto la quieta superficie della vita quotidiana, la
furia che poteva ribollire da un momento all'altro. Una dura battaglia
prevista negli ambienti dell'economia globale. Le care vecchie elargizioni
tax-issue seguitano intanto a farci compagnia, imperterrite, anno dopo
anno. Eppure, pensava Jannina, mi sento incredibilmente grata di vivere in
questo momento, di ritrovarmi in un mondo cos straordinario, di avere
ancora tanto tempo a disposizione prima di morire. Tante cose da fare!
Il Vecchio Al era tornato nella sala-piscina. gi a letto, annunci.
Bene, chi di noi..? chiese il gemello che aveva finto di strozzare,
passando lo sguardo da uno all'altro con un'aria di birboncello. Chi stava
per offrirsi volontario, pi che altro cedendo alla sua solita scrupolosit,
pens Jannina, ma intanto lei stessa si ritrov all'improvviso in piedi, e
subito, altrettanto improvvisamente ricadde a sedere. No, non ne ho
proprio il coraggio disse. Allora Velet Komarov si diresse alle scale
camminando sulle mani, poi, con una capriola, scomparve verso il piano
superiore. Il Vecchio Al si spost dal baule intagliato a mano su cui stava
seduto per aprirlo e cavarne una scatoletta di birra. Stacc il coperchio e

214
bevve, prima di dire: Ma stupida davvero, sapete. Jannina si sent
venire la pelle d'oca.
Ooooh! fece Pao-Yu. Chi si alz per portarsi in cucina da dove
ritorn con una cartelletta in mano. Era incrostata di brina. La scroll per
ripulirla, poi, impaziente, la lasci cadere nella piscina. Il gemello dai
capelli rossi la recuper a nuoto. Smith, Leslie lesse. Adam Due,
Leslie. Yee, Leslie. Schwarzen, Leslie.
Che accidenti avr mai fatto questa donna al mondo, oltre a sposarsi a
getto continuo? esclam Pau-Yu.
Ha pilotato un hovercraft, lesse Chi in certe localit fuori mano
sul Pacifico, finch non vennero completate le ultime stazioni sotterranee.
Qui dice anche che da bambina voleva guidare un autocarro.
Be', possibile comment il gemello rosso, Come no? Basta
andare nell'Arizona o fra le Montagne Rocciose e guidare sulle strade. La
strada da sessanta miglia all'ora, la strada da trenta miglia. Uno dei
migliori svaghi artistici.
Ma non lavoro disse il Vecchio Al.
Non potrebbe per esempio occuparsi di bambini? disse il gemello
rosso.
Ilse fece un verso nel naso.
La stupidit non proprio la qualit pi indicata, per un lavoro del
genere disse Chi. Vediamo un po'. Niente figli, be', c'era da
aspettarselo. Superata la quota di tassa-lavoro richiesta, sbrigando varie
cosette di routine, dice qui. Kim, Leslie. stata a Mosca e ha stipulato un
contratto a due con qualcuno, questo Kim, ma non durato. Si registrata
come singola, ma neanche questo durato. Diceva che si sentiva sola e
sfruttata.
Il Vecchio Al annuiva.
Al ritorno si messa non ufficialmente con un gruppo teatrale. L'ha
lasciato. Si sottoposta a psicoterapia. Si offerta volontaria per parecchi
programmi sperimentali di incremento dell'intelligenza e non l'hanno
accettata... Mmmm... con il solstizio d'inverno avr sessantacinque anni.
Coordinamento muscolare, medio; sviluppo muscolare, superiore alla
media; nessuna forma mentale patologica apparente; empatia media:
scarsa.
Ma quello che vorrei davvero sapere aggiunse Chi, sollevando la
testa dai fogli chi ha conosciuto la signorina Smith e ha poi deciso che
avevamo proprio bisogno di questa dama nella nostra Magione!

215
Nessuno apr bocca. Jannina stava per dire Ann, forse..? ma, nello
stesso attimo in cui le era venuto l'impulso, si domand se era una cosa
giusta rifiutare una persona in un modo simile, e per un motivo del genere,
poi! Chi aveva continuato a sfogliare il dossier ed era giunto all'ultima
pagina, il bollo dell'emissione tax-issue ben chiaro sulla copertina,
incorporato nella carta.
Sar stato il computer, a invitarla disse Pao-Yu, con un ghignetto
idiota.
Bene, disse Jannma, balzando in piedi.
Ora strappalo, mio caro, o dammelo qui a me e te lo faccio a pezzi io.
Sono convinta che Miss Leslie Smith meriti lo stesso identico trattamento
che di solito riserviamo a chiunque altro. Per quanto mi riguarda
personalmente, ho la precisa intenzione di salire subito da lei...
Dietro a Velet comment il Vecchio Al, secco.
Con Velet, se sar proprio necessario disse Jannina, alzando le
sopracciglia. E se proprio tu, vecchione, ti dimentichi quali sono i doveri
verso gli ospiti, io invece li ho ben presenti, e intendo tenerne conto. un
caso fortunato che sia proprio io a occuparmi della casa questo mese, tu
probabilmente non le avresti dato da mangiare altro che alghe.
Vedrai che non ti piacer, Jannina disse il Vecchio Al.
Se mi piacer o no lo scoprir da me gli ribatt Jannina, con una
certa durezza. E il mio consiglio che tu faccia altrettanto. Mio caro
Pap, fatti aiutare da lei in giardino. Dalle da fare, spruzzare la spuma
sulle pareti delle stanze nuove, per esempio. E ora prosegu rivolgendosi
agli altri, bellicosa devo ripulire proprio questa stanza qui, cos sar
meglio che filiate, tutti quanti. E, corsa in cucina, aveva gi l'elmetto in
testa e le sistole in azione prima ancora che gli altri fossero usciti dall'area
della piscina. Quando ebbe finito and a riappendere l'elmetto al muro e
controll la data sul cronometro.
Tornata nella sala, la trov vuota, c'era rimasto solo il dossier di Leslie
Smith, posato sul baule. Ecco Leslie Smith, pens, l c'era tutta la sua vita.
Jannina buss sulla credenza a muro che si rigir, presentando il lato
apribile. Lei ne tolse della chewing gum. Masticando lentamente,
incominci a leggere nel dossier.

DOMANDA: C' qualcosa, osservato negli ultimi vent'anni, che vi


abbia colpito in modo speciale?

216
RISPOSTA: Non saprei... Il museo, mi pare. A Oslo. Volevo dire, la...
la sirena e il museo per bambini, quello mi andava bene, anche se era
un museo per bambini.
DOMANDA: Vi piacciono i bambini?
RISPOSTA: Oh, no.
(Certamente niente di grave, almeno in questo, pens Jannina).
DOMANDA: Per vi piaciuto il museo per i bambini.
RISPOSTA: S, signore. S... mi piacevano quegli animaletti, quelli
finti nel... nel...
DOMANDA: Nel locale per i neonati?
RISPOSTA: S, s e mi piacevano tutte quelle cose vecchie, le cose del
passato, i dipinti sul muro, con tutti i fiori, sembravano proprio veri.
(Oh, buon Dio!)
DOMANDA: Avete detto che vi eravate unita a un gruppo che faceva
teatro, a Tokio. Vi piaceva?
RISPOSTA: No... S. Non saprei, ora.
DOMANDA: Era gente simpatica?
RISPOSTA: Oh, s, erano tanto simpatici. Ma finirono per arrabbiarsi
con me, cos mi sembrato. Vedete, ...be', pare che non mi riesca
sempre di afferrare le cose nel modo giusto. Non voglio dire il lavoro,
per quello me la cavo bene, ma le altre... le piccole cose. sempre
stato cos.
DOMANDA: Quale sarebbe il motivo, secondo voi?
RISPOSTA: Voi... Credo che voi lo sappiate bene.

Impaziente, Jannina sfogli il resto del dossier: normale, normale,


normale. Miss Smith rappresentava il massimo della normalit. Miss
Smith era stupida. Neanche poi stupida del tutto. Era proprio una brutta
faccenda. Al massimo entro una settimana, i Komarov non l'avrebbero pi
sopportata. S, ne avremo fin sopra i capelli, di lei, pens Jannina, incapace
com' di afferrare il senso di una battuta, o di tono di voce, sempre goffa,
sbadata, anche se piena di buona volont, e mai contenta, mai a suo agio.
Trovarle qualcosa da fare sarebbe anche stato possibile, e poi, cos'altro?
Jannina riprese a leggere il dossier, ma era gi annoiata.

DOMANDA: Stavate dicendo che vi sarebbe piaciuto vivere ai vecchi


tempi. Come mai? Credete che avreste avuto esperienze pi
avventurose, oppure perch vi sarebbe piaciuto avere molti bambini?

217
RISPOSTA: Io... Voi non avete il diritto..! State usando un tono
accondiscendente.
DOMANDA: Mi spiace. Immagino intedeste dire che, allora, la vostra
intelligenza sarebbe stata considerata superiore alla media. Ed vero,
lo sapete.
RISPOSTA: Lo so, L'ho sentito dire. Non fate l'accondiscendente.

Bene, peggio di cos! Jannina aveva le lacrime agli occhi. Ma che aveva
fatto di male, quella povera donna? La sua condizione era accidentale,
questo era il punto pi orribile, non si poteva nemmeno parlare di tragedia.
Era come se tutti avessero in fronte un timbro che diceva Scegli, tutti
meno Leslie Smith. Avr anche bisogno di denaro, pens Jannina,
ricordando che ai brutti vecchi tempi la gente si dava da fare per denaro.
Oggi come oggi nessuno poteva sentirsi attratto da una Leslie Smith. Non
era abbastanza partita da sopportare le offese, o da lasciarsi sfruttare dagli
altri senza reagire. Non era abbastanza intelligente per poter interessare a
qualcuno. Non che fosse debole di mente, di sicuro non era un caso da
clinica per i deboli di mente o per chi aveva subito traumi al cervello.
Infatti, (Jannina stava di nuovo esaminando il dossier), ci si erano provati,
a farla lavorare in uno di quei posti, ed era finita che lei aveva elargito un
bel cazzotto al superiore. Dalle sue dichiarazioni, i ricoverati, l dentro,
erano orrendi e rivoltanti. Fra l'altro, risultava che non era neanche
dotata di particolari attitudini per la meccanica. Niente interessi ben
definiti. E in giro, oggi, non esisteva disponibilit di materiale che lei
riuscisse a leggere o guardare e capire. E come sarebbe stato possibile, con
quella testa? Dal dossier risultava che la maggior parte del tempo lo
passava lavorando o unendosi a comitive turistiche per visitare luoghi
esotici, come isole coralline, posti del genere. Le piaceva il nuoto
subacqueo, ma non ci si dedicava spesso perch finiva per trovarlo noioso.
E questo era tutto. Considerando bene, non c'era gran che da fare, per
Leslie Smith. Si sarebbe perfino potuto dire che da sola rappresentava un
perfetto campionario di tutti i difetti pi comuni nei brutti vecchi tempi.
Come si fa a immaginare un mondo popolato da creature del genere?
Jannina stava sbadigliando. Chiuse il dossier e lo mise via. Con passo
pesante torn in cucina. Peccato che Miss Smith non fosse neanche bella, e
doppio peccato che avesse abbastanza equilibrio, dicevano le note, da non
potersi illudere che un trattamento di chirurgia cosmetica avrebbe

218
cambiato qualcosa. Buon per te, Leslie, almeno quello ce l'hai, un certo
buon senso.

Jannina, mezzo addormentata, trov Ann in cucina, la bellissima snella


Ann, adagiata su un cuscino con il suo so-chi e una fetta di melone. Cara
vecchia Ann. Jannina le strofin una spalla con il naso. Ann la tast con un
dito.
Guarda qui, disse Ann, mentre estraeva dalla borsa che teneva alla
vita un minuto frammento di stoffa macchiata di un bruno rugginoso.
Che sarebbe, questo?
Il secondo miglior soffiatore di vetro... Oh, via, lo sai che successo.
Be', questo il suo sangue. Dopo che il miglior soffiatore di vetro del
mondo ha colpito al cuore il secondo miglior soffiatore di vetro del mondo,
e in pi gli ha poi tagliato la gola, dei bambini hanno inzuppato nel sangue
diversi fazzoletti, e ora spediscono i pezzetti per tutto il mondo.
Buon Dio! grid Jannina.
Non prendertela, cara, disse la bella Ann. una cosa che si ripete
ogni dieci anni, pi o meno. I bambini dichiarano che vogliono riportare
nel mondo la crudelt, la sporcizia, le malattie, la gloria e l'inferno. Ma poi
se ne scordano, qualsiasi insegnante potrebbe assicurartelo. Aveva un
tono divertito. Oggi per temo di aver perso la calma, ho mollato un
ceffone al tuo figlio adottivo. Resta in famiglia, comunque.
Jannina ripens a quando era molto pi giovane, e Annie, appena
adolescente, era venuta a vivere con loro. Ann si divertiva a fare la
bambina e spesso aveva appoggiato la testa sulla spalla di Jannina,
chiedendole: Jannie, raccontami una storia. Cos ora Jannina pos la
testa sul petto di Ann e le chiese: Annie, raccontami una storia...
Ne ho raccontata una ai bambini, oggi disse Ann. Un mito della
creazione. Tutti i miti che riguardano la creazione devono spiegare come
mai la sofferenza e la morte sono venuti in questo mondo, perci anche qui
il soggetto quello. Dunque, all'inizio, il primo uomo e la prima donna
vivevano felici e contenti in un'isola, finch un giorno non incominciarono
ad aver fame. Cos chiamarono la tartaruga che sostiene il mondo per
chiederle qualcosa da mangiare. La tartaruga mand loro un mago. Lo
mangiarono e si sentirono soddisfatti, ma solo fino al giorno dopo, quando
ebbero di nuovo fame. Tartaruga, tartaruga, chiamarono mandaci
qualcosa da mangiare. Cos la tartaruga mand loro un chicco di caff. Ai
due sembr piuttosto piccino, ma lo mangiarono comunque e restarono

219
soddisfatti. Il terzo giorno chiamarono di nuovo la tartaruga, e stavolta lei
mand due cose differenti: una banana e un sasso. L'uomo e la donna non
sapevano quale dei due fosse buono da mangiare, e lo chiesero alla
tartaruga. Scegliete voi rispose lei. Cos scelsero la banana e la
mangiarono, poi si misero a giocare con il sasso. Allora disse la tartaruga:
Avreste dovuto scegliere per primo il sasso, e sareste vissuti sani in
eterno. Ma avete invece scelto la banana, e cos Morte e Dolore sono
entrati nel mondo, e non sar io che riuscir a fermarli.
Jannina stava piangendo. Abbandonata fra le braccia della sua vecchia
amica, piangeva amaramente, le pareva di sentire un gran bruciore nel
petto, e in bocca un sapore di cenere e di morte. Era tremendo. Era orribile.
Le tornava in mente l'embrione di squalo che, a tre anni, aveva visto al
Centro di Ricerca sui Cetacei, alle Isole Auckland, e come aveva pianto
anche allora. Ma stavolta non sapeva perch stesse piangendo. No, no!
singhiozzava.
No che cosa? chiese Ann, con affetto. Jannina sciocchina!
No, no, no! piangeva Jannma. No, no, vero, vero..! E
continu cos per parecchi minuti. La morte era entrata nel mondo.
Nessuno avrebbe potuto fermarla. Non le importava di s, ma gli altri! Il
suo bambino adottivo, per esempio. Era spaventoso. Sarebbe morto.
Avrebbe sofferto. Nessuno avrebbe potuto farci niente. Duello, suicidio,
vecchiaia, era sempre la stessa cosa. Questa vita! ansim Jannina, fra le
lacrime. Questa vita orribile! Il pensiero della morte stranamente si
confuse, intrecciandosi con quello di Leslie Smith, a letto di sopra, e
Jannina riprese a piangere con pi foga, ma alla fine ricordarsi di Leslie
Smith, in qualche modo riusc a calmarla. La fece ritornare in s. Si
asciug gli occhi con la mano. Si sollev a sedere. Hai voglia di fumare?
le chiese la bella Ann, ma Jannina scosse il capo. Incominci a ridere.
Ma davvero, che le stava succedendo? Era una faccenda estremamente
ridicola.
Ora, c' questa Leslie Smith sospir, ad occhi asciutti. Bisogner
scovare un modo per liberarci di lei, con il maggior tatto possibile. Ma
pazzesco, che di questi tempi succedano ancora certe cose.
E incominci a raccontare tutta la storia alla bella Annie.

220
Le verdi colline della Terra
di Antonio Bellomi
(I libri di Solaris n. 4, 1979)

"Signor Jones..." grid da lontano la bambina. "Signor Jones..."


L'uomo alz la testa dal vaso di fiori e guard in direzione della figuretta
che avanzava veloce su per il prato. Fece un saluto con la mano e si rizz
in piedi, strofinando sulla tuta le dita imbrattate di terra.
La bambina correva con leggerezza sull'erba verde e in un attimo Jones
se la trov vicina. Era emozionata. Straordinariamente emozionata, pens
osservando gli occhi lucidi e il petto ansante.
"Ciao, Jane."
"'giorno signor Jones," salut la bambina.
S'arrest di colpo tirando il fiato, mentre lui la osservava incuriosito. In
tutti quegli anni che la conosceva, fin da quando non era che un fagottino
frignante non l'aveva mai vista cos emozionata. Neppure il primo giorno
di scuola, quando Miss Miles, la maestrina del paese, era rimasta
conquistata dalla sua vivacit.
"Allora Jane..." cominci Jones, "cosa c'? "
Il viso della bambina splendette.
"Vado sulla Luna."
L'aveva detto. Non sarebbe pi stata capace di trattenere la notizia
ancora per un secondo.
"Ah..." disse Jones semplicemente.
Si chin sul vaso di gerani appena trapiantati e premette la terra intorno
ai bordi. Era come se la notizia l'avesse colpito rudemente e ora dovesse
ricuperare il controllo.
"Ti piace? " le domand rialzandosi e sfregando di nuovo le dita sulla
tuta.
"Signor Jones..." Jane aveva le lacrime agli occhi. "Non hai sentito?
Vado sulla Luna!"
Jones sorrise pi caldamente. "Certo che ho capito. Intendevo chiederti
se ti piace davvero."
221
"Oh, s! "
Stringeva al petto una bambola di pezza, molto vecchia, e alz il visetto
intelligente in cui due occhi nerissimi splendevano di gioia.
"Ho sognato tutta la notte il viaggio. Pap me l'ha detto ieri sera,"
Jones la sfior paternamente con un buffetto. "Cosa credi di trovare sulla
Luna? "
"Non lo so."
"Non lo sai, ma ti piace lo stesso."
"S..." la piccola si lasci cadere su una panchina e scosse la testa. I
capelli svolazzavano scompigliati in un turbine biondo.
"Anche se non lo so," riafferm con voce pensosa.
Jones abbozz un sorriso. "E ci vuoi andare lo stesso?" ripet stupito.
"S." Rimase un attimo pensierosa, poi soggiunse: "Forse per questo.
Per vedere un po' come fatta la Luna. Mi hanno detto che ci sono burroni
e crepacci e rocce. E tante stelle intorno. Sempre, e pi belle di quelle che
vedo qui, quando alla sera sto in veranda con la mamma a guardare le
stelle. Zio Luke lavora gi sulla Luna."
Si riordin i capelli con aria assorta.
"Deve essere meraviglioso," comment estatica.
" meraviglioso, Jane! "
La bambina lo guard meravigliata. "Ma tu sei stato sulla Luna, signor
Jones? Quando?"
L'uomo la guard con benevolenza, sorridendo lievemente. "S, ci sono
stato, Jane," sussurr, "molto tempo fa, e ho anche visto Marte con i suoi
rossi deserti e le giungle di Venere. Ho visto Giove con i suoi mari di
ammoniaca e Plutone con i suoi ghiacciai, e anche Urano e Nettuno."
La bambina spalanc gli occhioni quasi increduli.
"Perch non me l'avevi mai detto?"
Una nube di tristezza offusc gli occhi dell'uomo, come se un ricordo
doloroso lo angustiasse ancora. Rest un attimo con la fronte corrugata,
solo un attimo, ma bast perch Jane si sentisse avvilita e un po' offesa.
C'era stato un segreto tra loro.
"Oh, signor Jones..." disse in tono di scusa. "Non volevo..."
Ma gi i tratti dell'uomo si erano ridistesi nella consueta serenit.
"Non importa, Jane," disse. " tutta acqua passata, ormai."
La rincuor con un sorriso. "Niente di male, mi hai solo preso alla
sprovvista, e mi tornato un ricordo che credevo d'aver dimenticato per
sempre."

222
Stettero in silenzio. La bambina rigirava impacciata tra le mani il lacero
bambolotto.
Fu Jones a rompere l'atmosfera che si era formata.
"Ma dimmi," chiese, "come hanno fatto i tuoi a decidersi a partire per la
Luna? "
"Non lo so precisamente. arrivato a casa un opuscolo e l'hanno letto.
Sono stati su tutta la notte a discutere; io li sentivo parlare dalla mia
stanza, anche se non riuscivo a capire che cosa dicessero. La mamma per
era contraria e ha acconsentito solo quando il babbo riuscito a
convincerla, spiegandole tutti i vantaggi che sarebbero venuti in seguito. A
me hanno detto tutto solo il giorno dopo, quando venuta a pranzo la zia
Liz."
"E non hai dormito dalla gioia!"
"Proprio cos."
Rise allegramente, completamente dimentica di quanto era successo
poco prima.
"Ma non solo io," soggiunse subito, "anche tutti gli altri bambini del
paese si sono eccitati e non hanno dormito, quando l'hanno saputo.
Qualcuno anzi le ha prese di santa ragione, perch non capiva pi niente e
continuava a combinare disastri! "
"Hai detto tutti gli altri bambini." chiese istintivamente l'uomo. "Chi
altri parte con voi?"
"Quasi tutte le famiglie. Anche il babbo di Bob ha accettato."
Potenza delle lusinghiere promesse dell'Ufficio per la Colonizzazione
Planetaria! Come vent'anni prima! Un'altra evacuazione in massa, cui
sarebbe seguita una seconda, una terza e cos via.
"E i tuoi sono contenti?"
"Non troppo. Il babbo vuole andare solo per il lavoro, ma preferirebbe
stare sulla Terra; e la mamma pure: ieri piangeva di nascosto. Forse perch
deve lasciare soli i nonni, qui."
"Tu invece? "
"Oh, io..." alz le spalle con importanza, "io sono contentissima.
Finalmente viagger nello spazio su un'astronave con indosso uno
scafandro e poi vedr le caverne della Luna, con i burroni e le rocce.
Credo proprio che sar felice lass, signor Jones!"
"Speriamo, Jane, ma non so come farai a resistere, tu che ami correre a
piedi nudi per i prati, libera come una libellula, raccogliendo i fiori mentre

223
il sole ti accarezza e il vento ti scompiglia i capelli. Non riesco davvero ad
immaginarlo."
Ma questo Jones non lo disse, lo pens soltanto, non voleva togliere
quell'ultima beata illusione che sarebbe presto crollata tra pareti anguste,
manometri, bombole a pressione e rauchi appelli attraverso gli auricolari.
Lo spazio non era fatto solo di stelle splendenti come aveva creduto lui,
ma anche di dolori e di morte.
"E mi verrai a trovare, quando ritornerai?" disse.
"Certamente, signor Jones," promise la bambina.
Jones la guard con affetto. "Verr a trovare i tuoi uno di questi giorni;
desidero parlare con tua madre prima che partiate."
La bambina batt le mani contenta. "Vieni davvero a cena da noi una
sera, cos ci sar anche il babbo e potrai fermarti a parlare con lui. Magari
della Luna. Lui andato proprio oggi a comperare un libro per informarsi:
tu potrai insegnargli qualcosa: io ho paura che lui sia un po' troppo
inesperto, perch non mai andato sui pianeti neppure per un breve giro,"
disse gravemente.
Jones sorrise: decisamente la gente non cambiava con gli anni.
Succedevano sempre le stesse cose di vent'anni prima, quando si andava da
Fred il rigattiere e con un dollaro si tornava a casa stracarichi di libri usati
sulla vita dello spazio. Ne sapeva qualcosa anche lui, a parte che il vecchio
Fred e le sue carabattole non c'erano pi.
"Verr," le promise.
Prima di mezzogiorno Jones fin di trapiantare i gerani. Trasport i vasi
all'ombra, tagli l'erba del prato con la falciatrice elettrica e ottenne un
tappeto tutto ben livellato. Pul le aiuole dalle erbacce e spazz i sentieri di
sasso che intersecavano il giardino. Poi cambi la tuta, con un abito pi in
ordine, mangi, e nel pomeriggio scese in paese a piedi.
Vista dal basso la sua villa appariva ancora pi graziosa, appollaiata in
cima a una collinetta tutta in fiore.
Vi era un'insolita animazione in paese. Incontr qualche amico.
"Salve Jones!"
"Salve."
Entr nel locale del vecchio Binder. C'erano pochi avventori. Le finestre
erano aperte, ma avevano abbassato gli scuri per impedire all'afa
pomeridiana di entrare. L'odore della birra stagnava nella semioscurit.
Si accost al bancone e salut il padrone che si affannava in un angolo
con uno strofinaccio. Salve Binder.

224
"Oh, Jones... salve!" Il vecchio si alz e lasci cadere lo strofinaccio
sotto il banco. "Finalmente ti si rivede. un bel po' di tempo che non ti fai
vivo da queste parti. Bevi?"
"Una Coca."
Il liquido gorgogli nel bicchiere. Il vecchio si sporse dal banco e
sorrise. "Vuoi qualche informazione, non vero?" rideva in un modo che
gli metteva in mostra tutti i denti cariati.
"Infatti."
Jones accost il bicchiere alle labbra e sorseggi la bibita ghiacciata.
"Cos' questa storia che partite tutti per lo spazio? " domand poi.
"L'hai saputo?" Il vecchio parve realmente stupito. "Non riesco ad
immaginare chi te l'abbia potuto dire. Non un paio di mesi che non
scendi in paese? "
" stata Jane, la figlia dei Tinsdale."
"L'amica tua, dimenticavo."
"Ma vero," insistette Jones, "che ve ne andate tutti quanti? Jane mi ha
detto che ha deciso di partire anche il padre di Bob; uno che andava in giro
giurando che non si sarebbe mai mosso dalla Terra."
"Tutto effetto della propaganda governativa. Quelli hanno bisogno di
uomini e promettono mari e monti agli ingenui che ci cascano. Per non
vanno tutti e i vecchi restano."
"Uhu." Borbott Jones sorseggiando la bibita. "Non poi che siano tutte
fandonie le promesse della propaganda. Le mantengono effettivamente,
invece."
"Ma che gusto c' andare a farsi rosolare al sole o crepare di gelo fuori
dalla Terra, che gusto c'!" disse il vecchio, scrollando comicamente il
capo. Si allontan per servire un altro cliente poi torn da Jones.
"E i giovani li dovresti sentire!" continu. "Sembra che vadano alla
conquista dell'universo intero, se si bada a quello che dicono."
Tir fuori un giornale da sotto il banco e lo spieg davanti a Jones.
"Guarda i titoli: 'La cittadina di Millstone si affaccia alle porte
dell'Universo! La strada per le stelle aperta agli abitanti di Millstone'!"
Sospir. "I giovani sono sempre stati cos, anche noi... Tu che dici?
Forse che con l'et abbiamo perso ogni velleit e preferiamo criticare gli
altri?"
" cos," mormor Jones, accendendosi la pipa. Poi si guard intorno.
"Non vedo Dick!"

225
"Oh, quello..." Binder ebbe un vago gesto di protesta. "Quel pazzo di
mio figlio stato il primo ad accettare. Ora passa tutto il tempo alla
biblioteca a leggersi il volume di Orson Dean. Farebbe meglio a darmi una
mano qui!"
"Tu ne sei convinto?"
"Diavolo!"
" meglio stare qui a lavorare o accettare d'andare in mezzo a quelle
diavolerie?"
"Lo spazio non una diavoleria," disse Jones in tono pacato.
Il vecchio lo interruppe a met. "Proprio tu parli cos?"
"Io, Binder."
"Nonostante quello che successo ai tuoi su Ganimede?"
Jones gli mise una mano sulla spalla. "Quello stato un incidente:
poteva avvenire dappertutto, anche sulla Terra; non bisogna dare la colpa
di tutto allo spazio. Questo stato il mio sbaglio."
Gli batt amichevolmente la mano sulla spalla. "Sono lieto di
congratularmi con te di tuo figlio," gli disse.
Nell'uscire si imbatt nella signorina Splinter che tornava a casa carica
di pacchetti e pacchettini.
La Splinter era la zitella pi simpatica del paese. Oddio, i migliori
rappresentanti del sesso forte l'avevano battezzata "il-manico-di-scopa-
che-parla-sempre", sia per l'aspetto fisico tutt'altro che attraente, sia per la
lingua sempre in movimento anche di notte, aggiungeva malignamente
qualcuno ma nel raggio di venti miglia non c'era persona pi simpatica di
lei, se uno attaccava i predicozzi sui costumi decadenti dei tempi moderni.
"Posso aiutarla?" s'offerse cavallerescamente Jones.
"Oh, grazie, veramente gentile," sorrise.
In realt il sorriso era pi che altro un'intenzione di sorriso, ma Jones
l'accett per quello che valeva.
"Ha sentito la novit?" gli chiese la donna, mentre camminavano per la
via principale.
Jones annui. "S, stamattina da Jane Tinsdale e adesso da Binder. E lei
non parte?" le chiese maliziosamente, suo malgrado.
La Splinter non parve accorgersi della sottile ironia. "Certo. Mi hanno
fissato un posto come operatrice ai calcolatori elettronici," disse, "un
lavoro che mi interessa assai pi della Terra."

226
Gi, la Splinter non era poi tanto vecchia, come comunemente si credeva
pensando a lei o alle zitelle. Non doveva avere pi di trent'anni e per la
Luna la gente di quell'et andava bene.
Si ricord che una volta gli aveva accennato vagamente a certi esami
subiti anni prima.
"E dove ha fatto gli esami di operatrice?"
"Alla Shephard, dieci anni fa."
"Ma allora ha conosciuto il professor Teece!" esclam Jones.
"Quell'ometto calvo che ha diretto la prima spedizione su Plutone!"
"Solo di vista. Non ricordo di avergli, mai parlato." Rispose la donna.
"Forse lei lo conosceva?"
Jones si mise a ridere forte. "Come no! Mi ha piantato tante di quelle
grane all'Accademia che lo avrei spellato vivo, se avessi potuto. Ed il bello
che finii ai suoi ordini e diventammo ottimi amici."
"Bei tempi," comment nostalgica la donna. Questa volta riusc a
sorridere in modo apprezzabile. Segno che i ricordi la ringiovanivano.
"Davvero," fece eco Jones, accorgendosi per che la sua stessa voce gli
suonava falsa.
Erano giunti alla palazzina dove abitava la Splinter, una casetta
civettuola con un piccolo giardino davanti.
"Caro Jones, se vuole entrare a prendere qualcosa, sar molto lieta di
sdebitarmi della sua gentilezza."
"Grazie infinite, devo proprio scappare," disse. "Ho fretta di giungere a
casa per finire alcuni lavoretti. Sar per un'altra volta."
"Come vuole."
Sulla via del ritorno incontr il Reverendo Patterson, ma fortunatamente
questi non gli fece perdere molto tempo. Voleva solo sapere se uno di quei
giorni poteva sistemargli i fiori del giardinetto antistante la chiesa.
Si misero d'accordo che sarebbe venuto il gioved mattina.
Quella sera Jones mangi pochissimo e di malavoglia. Tutto il passato
sembrava ad un tratto esplodergli sul viso: si era rifugiato in quel paesino
per sfuggire all'incubo dello spazio, ed ora esso tornava a farsi sentire.
A letto non riusc a prendere sonno.
"Lo spazio non una diavoleria, Binder." Aveva detto. E ne era ancora
convinto, tuttavia non ci poteva pensare senza disgusto e orrore.
"Quale controsenso," mormor nel buio. "Lo difendo e lo odio nello
stesso tempo. Capisco l'entusiasmo di chi parte e vorrei poterli trattenere

227
con tutte le mie forze. E soprattutto lo odio, sapendo di sbagliare, tanto che
non oso confessarlo a me stesso."
Solo verso il mattino riusc a cadere addormentato, ma il sonno fu molto
agitato.
Vivida e reale come quindici anni prima, c'era nella sua mente la visione
di un pesante "cargo" che si schiantava su una delle cupole di Ganimede.

Il giorno dopo mentre lavorava in giardino venne a trovarlo Bob. Aveva


un'aria felice, ma si capiva che era un'aria falsa e che c'era qualcosa che
non andava. Lo seguiva il suo cane.
"Ciao Bob."
"'giorno, signor Jones."
Jones interruppe il suo lavoro. "Ho sentito che vai anche tu sulla Luna
con Jane. Sei contento?"
Il viso di Bob s'illumin. "Certamente. un mucchio di tempo che
sognavo un viaggio nello spazio, ma i miei non hanno mai voluto. Credevo
di doverci rinunciare per sempre, ed invece mi capitata questa fortuna."
Rise contento. "Per..." il viso gli si oscur improvvisamente.
"Per?"
"Non vogliono che porti con me Wolf. Dicono che sull'astronave non c'
posto per un cane e sulla Luna neppure."
" vero, non c' nulla da fare."
"Ma non disturba; allevato benissimo."
"Non ha nessuna importanza." ribatt Jones.
Il cane aveva alzato la testa come se avesse compreso, che stavano
parlando di lui. Emise un leggero brontolio, come per manifestare la sua
disapprovazione.
"Buono Wolf." Il ragazzo gli accarezz il muso, poi si rivolse a Jones.
"Non potrei tenerlo in braccio durante il viaggio?" disse appeso a un filo di
speranza.
Jones rise di cuore. "No, di certo. Un'astronave non uno stratobus e
inoltre ci sono dei regolamenti molto severi che nessuno si sogna di
trasgredire."
"Per potevano anche non farli," protest il ragazzo.
"No, Bob, non si poteva," spieg poi pazientemente, "e non si pu
abolirli neppure ora. Tutto prezioso nello spazio, acqua, ossigeno,
energia, viveri. Tutto. Non ci si pu permettere il lusso di sprecare tutte
queste cose per un cane."

228
Il ragazzo aveva quasi le lacrime agli occhi, come se dovesse perdere la
cosa pi cara che aveva al mondo. E forse lo era veramente, dopo lo
spazio.
"E Wolf?"
Jones stese la mano e strofin il pelame morbido del cane. "Non
preoccuparti per Wolf," disse, "lo puoi lasciare a me."
"Davvero?"
Jones annu. "Avevo gi deciso di prenderne uno e cos sono gi a
posto."
"Signor Jones, non so come ringraziarla...!"
"Di nulla Bob, figurati. Sono pi che contento di farti un favore. Vuol
dire che quando tornerai, ci farai una visitina. Ma adesso vieni in casa che
ti devo dare qualcosa. Immaginavo che saresti venuto."
Jones accompagn il ragazzo nello studio, mentre Wolf rimaneva fuori a
crogiolarsi al sole, mollemente sdraiato sul prato. (
Prese tre libri che erano sullo scrittoio e li porse a Bob.
"Tieni, sono per te."
"Oh, grazie," disse commosso il ragazzo. Li prese in mano ed osserv
quei titoli magici che aveva sentito nominare tanto spesso.
"'Il volo spaziale', 'Vita nello spazio', 'Il manuale del pioniere spaziale',"
lesse emozionato.
"Ma sono nell'edizione superleggera per spaziali!" esclam.
"Infatti, erano i miei, un tempo."
"I suoi! Non mi ha mai detto niente." Guard ancora i libri e apr la
copertina di uno di essi. "Capitano di I Classe Eric Jones," lesse.
Poi balbett: "Capitano di I Classe!"
Jones annu. "S, sul Perseus, poi accadde un avvenimento che mi fece
abbandonare per sempre lo spazio.. per questo che non te ne ho mai
parlato."
"Capisco."
"Questa invece," disse Jones, tendendogli un oggetto, " una piccola
radiotrasmittente, ma di eccezionale potenza, superiore a quella che ti
daranno in dotazione sulla Luna. Ti consiglio di portarla sempre con te
quando esci dalla cupola. In caso di pericolo ti torner molto utile."
Gli diede un amichevole scappellotto. "Adesso," disse, "andiamo a
cercare un posto per la cuccia di Wolf."

229
C'era una ressa spaventosa intorno agli autobus della Compagnia
Spaziale che doveva trasportare la gente alle basi di lancio.
Le grida si intrecciavano nell'aria con un frastuono frenetico e festoso
nello stesso tempo.
"Qui Nick, non scappare."
"Freddie. Susie, state fermi, un momento."
Gli inevitabili: "Ma stia attento. Chi crede di essere? "
I bambini erano tutti sudati ed eccitati. Le madri, rosse in viso,
allungavano ogni tanto qualche scappellotto senza ottenere il minimo
risultato.
La gente pigiava disordinatamente per salire, nonostante che i vari
inservienti della Compagnia tentassero di disciplinare, l'afflusso. Chiss
perch sempre disordinatamente, dal momento che i posti erano numerati!
"Permesso?"
"Lasciate salire per favore!"
Un grasso signore si appoggi pesantemente al bracci di un assistente
ed iss a bordo con i suoi cento chili e passa di carne sudante e sbuffante.
Tutta la famiglia Tinsdale era gi a posto, seduta quietamente sui sedili
posteriori. Jane aveva abbassato il finestrino e con Bob aveva sporto fuori
la testa per parlare con Jones.
"Siete contenti di partire?"
Ovviamente, la domanda, si rese conto Jones, era retorica, ma comunque
di prammatica.
Abbassarono contemporaneamente la testa senza parlare. Un groppo alla
gola li rendeva muti.
I signori Tinsdale sedevano compostamente nei loro posti, rigidamente
appoggiati alle spalliere mobili. Silenziosi e solenni nei loro abiti migliori.
A volte giravano intorno lo sguardo, ma non parlavano. Si fissavano e si
comprendevano.
"Lasciamo troppe cose qui..."
L'abitino celeste di Jane era perfettamente armonizzato con gli occhi
della bimba. Occhi lucidi, quasi da febbricitante.
"Signor Jones..." chiese timidamente Bob.
"S..."
"Mi saluter Wolf?"
Jones sorrise. "Puoi stare tranquillo."
Bob si rilass, mentre gli occhi gli si inumidivano.
"Anche per me," aggiunse Jane.

230
Due stratobus si erano levati in volo; gli altri si stavano riempiendo o
erano gi in procinto di decollare.
"Caro Jones," fece una voce nota alle spalle. " giunto il momento di
salutarla."
Era la signorina Splinter.
Jones si lev cerimoniosamente il cappello. "Buon viaggio e stia bene,"
augur, stringendole la mano. Pareva quasi pi giovane, vestita
elegantemente con quel cappellino civettuolo messo un po' di sbieco.
Vennero tutti gli altri a salutarlo. Tutti quelli che non erano venuti la sera
prima.
C'era Dick il figlio di Binder. Stephens il pretino che poteva avere s e
no venticinque anni, alto e smilzo, con il viso pi da gangster che da prete,
ma sempre con un sorriso cordiale sulle labbra e il cuore in movimento.
E altre persone. Crane con le sue due figliole in uniforme di
crocerossine. Fenton, un colosso sempre pronto a farsi in quattro per tutti.
Larry Carter e il fratello che la comunit aveva mantenuto a sue spese nel
miglior college della zona. E Fairbanks e Norton la pedagogista, tutto un
campionario di umanit che Jones aveva imparato a conoscere ed
apprezzare in quel piccolo paese dove si era rifugiato per dimenticare.
Altri tre stratobus si erano alzati.
Poco lontano un bambino frign. "Voglio le mie canne da pesca!" Poi lo
si ud piangere sconsolato al rifiuto della madre.
Il signor Tinsdale scost i bambini dal finestrino e si rivolse a Jones.
"Caro signor Jones, la ringrazio di nuovo per tutto quello che ha fatto
per noi: stato veramente gentile."
"Davvero, signor Jones, le siamo molto grati," interloqu la moglie,
improvvisamente apparsa a fianco del marito.
"Oh, s'immagini," fece Jones.
Un campanello squill mentre la portiera si chiudeva.
"Si parte!"
Le voci si levarono immediatamente di qualche tono.
Gli ultimi saluti, le ultime raccomandazioni.
"Ciao zio, scrivi!"
"Ciao pap, ciao mamma!"
"Salutami il nonno e la zia Fran!"
"Ciao!"
"Scrivete!"
"Ciao!"

231
A fianco del signor Tinsdale apparvero i visetti eccitati dei bambini.
"Ci scriva signor Jones!"
"Anche voi mi raccomando. E tu Bob leggi attentamente quei libri che ti
ho dato, ti serviranno."
"Signor Jones, arrivederci fra un anno!"
"Arrivederci!"
Il signor Tinsdale allung il collo mentre gi lo stratobus vibrava tutto.
"E grazie infinite, ancora, per quel biglietto di presentazione. Le far
sapere qualcosa."
"Bene, arrivederci tutti! Ciao bambini!"
Lo stratobus si alz lentamente. Era tutto uno sventolio di mani e
fazzoletti.
"State bene!"
"Buon viaggio!"
"Scrivete!"
"Ciao! Ciao!"
Il mezzo prese velocit, prendendo rapidamente quota nell'aria limpida,
poi punt deciso verso l'est.
Sventolo di fazzoletti, d'ambo le parti. Grida ormai fioche. La gente si
radunava presso gli altri stratobus.
Ancora un cenno di mano, poi lo stratobus rimpicciol nel cielo azzurro.
Erano andati.
Jones si sent improvvisamente triste, estraneo a tutta quella folla, come
se avesse perso qualcosa di caro.
Gli occhi gli bruciavano di nuovo dopo tanti anni. Cammin fuori dal
paese, su per i prati inondati di sole.
Cammin lungo il fiume, costeggiato di pini.
Poi di nuovo riprese la strada per i prati sotto il sole.
Cammin per non pensare.
Torn a casa che era gi sera.

Seduto nella veranda nella sua poltrona preferita Jones fumava


lentamente l'immancabile pipa e quando tirava una boccata pi forte delle
altre la brace segnava un puntino luminoso nell'oscurit in cui era immersa
la casa.
Il cane accovacciato a fianco uggiol all'improvviso la tristezza di mille
separazioni, poi tir un sospiro e si fece di nuovo silenzioso.
Jones continuava a fumare lentamente.

232
" quasi l'ora, Wolf," disse ad un tratto al cane. Questi alz il muso
aguzzo e guard il cielo come se avesse capito.
"Eccoli."
Lontano, molto lontano, una decina di razzi apparvero d'incanto
lasciando dietro di loro una striscia rossastra. Trafissero il buio verso una
mta al di l della Terra, poi sparirono, inghiottiti dalle tenebre dello
spazio.
Rimasero le stelle ad occhieggiare sulla Terra, come sempre. Fredde ed
immobili, lontane.
Sotto il cielo senza Luna, Jones rimase ad osservarle con la pipa ormai
spenta che gli pendeva dalle labbra. Ma non si cur d'accenderla. Il cane
uggiol di nuovo, quasi a condividere la tristezza del padrone.
Siete andati, pens Jones, andati con tutte le vostre speranze giovanili.
Ma fino a quando tu, piccola Jane, sarai felice della tua nuova vita? E tu
Bob? Vi aspetta tutta una vita di stenti e di sacrifici e poi vi abituerete col
tempo. La Terra diverr per voi qualcosa di fiabesco, il luogo dei vostri
giochi infantili. Tornerete in permesso, ma non sar la stessa Terra che
troverete. Qualcosa sar perso irrimediabilmente e capirete che la vostra
vita ormai dello spazio. L continuerete a lottare, per anni ed anni: quasi
per tutta la vostra vita. Fino a che un giorno qualcosa cambier in voi: la
nostalgia per la Terra diverr sempre pi struggente e allora sarete costretti
a ritornare. Vi accorgerete che non avevate potuto dimenticare la Terra, e
allora tornerete ad essa, per sempre.
Le verdi colline della Terra vi attenderanno con i loro prati in fiore, il
vostro serto trionfale, poserete di nuovo le vostre membra in quei luoghi
dove spensierati avete trascorso la vostra fanciullezza e da vecchi alzerete
gli occhi al cielo, verso le stelle, e scuoterete la testa ai giovani che partono
baldanzosi verso lo spazio per conquistarlo.
Scrollerete il capo come il vecchio Binder e sarete paghi della Terra e di
quello che vi offre; ed essa non vi avr aspettato inutilmente per tanti anni.
Sotto il cielo senza luna, e trapunto di stelle, il vento divenne pi freddo
e sfior con dolcezza rinnovata i clivi e i prati. Jones si alz per entrare in
casa. Per la terza volta il cane uggiol tristemente.

233
Quarta dimensione
di Gustavo Gasparini
(I libri di Solaris n. 4, 1979)

Bulmer sollev gli occhi dal romanzo che stava leggendo ed incontr lo
sguardo dello sconosciuto. Da quanto tempo lo stava osservando? Si
chiese con una sensazione di disagio, cercando di riprendere la lettura dal
punto in cui l'aveva interrotta. Ma l'operazione non risult affatto cos
agevole come aveva pensato: la consapevolezza di essere guardato gli
riusciva intollerabilmente molesta, impedendogli di concentrare la sua
attenzione sulla pagina che aveva davanti. Dopo aver letto due o tre volte
la stessa frase senza riuscire a comprenderne il senso, Bulmer sollev di
nuovo lo sguardo e ancora una volta incontr quello dello sconosciuto.
Era un individuo di mezza et, vestito di grigio, dalla faccia pallida e
insignificante che per sembr a Bulmer percorsa in quel momento da un
sotterraneo sorriso beffardo. Occupava il sedile accanto al finestrino,
proprio di fronte a lui, ed egli non riusciva a ricordarsi quando fosse
entrato nello scompartimento. Gli altri posti erano vuoti.
Bulmer si rituff nella lettura, pervaso da una sorda irritazione, e
stringendo i denti riusc a leggere un altro paio di pagine. Quindi gett il
libro da parte ed affront deliberatamente lo sguardo dello sconosciuto. Il
sorriso di questi parve accentuarsi misteriosamente, fino a trapelare, come
un filo di luce da una porta socchiusa, dalla piega sardonica delle labbra
sottili, e Bulmer sent ad un tratto il bisogno di giustificarsi.
"Questi viaggi in treno sono cos noiosi!" esclam in tono di scusa. "Un
buon romanzo di fantascienza quanto ci vuole per combattere la noia."
L'uomo atteggi le labbra ad una smorfia di ironica sufficienza. "Non
bisogna confondere i libri che si leggono in viaggio con quelli che fanno
viaggiare." Sentenzi. "Ma i viaggi offerti dalla letteratura di fantascienza
sono decisamente troppo a buon mercato."
"Be'," ribatt Bulmer, vagamente risentito, "non potr negare che in
questo campo esistano dei lavori eccellenti."

234
"Tutte puerilit!" esclam lo sconosciuto in tono apertamente colmo di
disprezzo. "Incompetenza scientifica, presunzione, faciloneria, pessimo
gusto: ecco le pi salienti caratteristiche della fantascienza!" Sembrava
veramente disgustato.
Bulmer era incerto se ritenersi offeso o invitato alla discussione
polemica; opt per lo scontro dialettico.
"Forse lei non conosce a fondo questo genere di letteratura," obiett in
tono conciliante.
L'altro sogghign con aria divertita.
"Lei stava leggendo un cumulo di sciocchezze sulla quarta dimensione,"
osserv, indicando con l'indice il titolo del romanzo che Bulmer aveva
meccanicamente ripreso in mano. "La quarta dimensione esiste, ma dubito
fortemente che qualcuno all'infuori di me possa parlarne con cognizione di
causa."
"Oh! Oh!," rise Bulmer, mezzo incredulo e mezzo incuriosito. "Adesso
non mi verr a dire che lei prende sul serio la quarta dimensione!"
'Diavolo!' pensava. 'Prima parte in quarta contro la fantascienza e poi
dichiara tranquillamente di essere addirittura l'unico depositario dei segreti
della fantomatica quarta dimensione!' E aggiunse, fiero della propria
erudizione scientifica: "Sappiamo con Einstein che la cosiddetta quarta
dimensione non altro che il tempo."
" qui che lei si sbaglia," asser con calma lo sconosciuto. "La quarta
dimensione esiste davvero, ma noi non possiamo percepirla e perci
attribuiamo al tempo gli aspetti tetradimensionali della realt."
"Ma lo spazio ha soltanto tre dimensioni:" insistette Bulmer in tono
polemico, "lunghezza, larghezza e profondit."
L'altro lo guard con una sorta di compatimento.
"Prenda uno di quegli individui, benemeriti della scienza, di cui si
servono gli sperimentatori," continu, senza degnarsi di rilevare
l'interruzione di Bulmer. "Per esempio un tizio nato cieco, ma che grazie
ad un provvidenziale e felice intervento chirurgico acquisti la vista verso i
trent'anni. Ha un'idea di quali saranno le sue prime reazioni?"
"Non saprei. Di gioia, immagino."
"Non intendevo alludere alle sue reazioni emotive, ma richiamare
semplicemente la sua attenzione sul fatto che per parecchi giorni
quest'uomo rimane assolutamente incapace di percepire la terza
dimensione: tutti gli oggetti gli appaiono piatti. Ora supponga di metterlo
in presenza di un cubo che gli venga fatto lentamente girare davanti agli

235
occhi. Egli vede prima una superficie quadrata, poi questa si contrae
gradatamente in un rettangolo, per trasformarsi di nuovo in un quadrato, e
cos via. Egli arriva alla concezione di un oggetto piatto che continuamente
cambia forma, ossia diventa pi stretto o pi largo col passare del tempo.
incapace di concepire le varie superfici quadrate del cubo come esistenti
contemporaneamente tutte insieme in uno spazio a tre dimensioni, ma
interpreta il tutto come una successione nel tempo di superfici piane o
come la vita storica di un oggetto piatto. In altre parole, ci che per noi
situato nella terza dimensione, per lui sta nel tempo e non esiste nello
spazio se non in istanti successivi. Se ad un individuo simile noi
insinuassimo l'idea di una terza dimensione, egli direbbe: 'Ma la cosiddetta
terza dimensione non altro che il tempo!' Esattamente come lei poc'anzi
ha dichiarato: 'Ma il tempo la quarta dimensione'!"
Lo sconosciuto tacque e lo guard con aria di trionfo. Bulmer si sent
scosso.
Alcuni minuti passarono lentamente, simili a dense gocce pigramente
striscianti nel collo inclinato di una bottiglia, riluttanti a staccarsene.
"Sicch lei sostiene di conoscere la quarta dimensione," riprese Bulmer
con voce un po' incerta. "Ma come sarebbe possibile? "
L'uomo ebbe un sorriso enigmatico.
" facilissimo trasferirsi nella quarta dimensione," asser pacatamente,
"basta un semplice atto di volont." Calcol una pausa sapiente ed
aggiunse: "Dopo aver debitamente sottoposto le molecole del proprio
organismo ad un opportuno trattamento tetrametabolico."
"Tetrameta..." fece Bulmer in tono smarrito, cercando faticosamente di
dominare la propria crescente agitazione.
Gli occhi dello sconosciuto sembravano penetrarlo come pungiglioni
d'insetti. "Ma s..." continu con indifferenza. "Basta mescolare nella
misura dovuta tre o quattro polverine assolutamente innocue, acquistate
per pochi soldi in farmacia."
"Quali polverine?" s'inform Bulmer con voce roca, azzardando senza
successo una pietosa simulazione di noncuranza.
"Bravo!" Adesso l'uomo rideva apertamente, in un modo poco meno che
offensivo. "Non creder che venga a dirlo a lei!"
"Perch no?" domand Bulmer con voce quasi supplichevole. Ma subito
si vergogn di se stesso. "Del resto non che uno scherzo!" esclam
aspramente, ridendo senza convinzione.

236
"Proprio cos: soltanto uno scherzo. Non ci pensi pi," conferm lo
sconosciuto, fattosi improvvisamente serio, come pentito delle rivelazioni
che si era incautamente lasciato sfuggire. Il suo volto aveva ripreso
l'impenetrabilit di una sfinge, ma Bulmer avrebbe giurato che dietro a
quella maschera impassibile serpeggiasse un perverso sogghigno.
Poco dopo il treno cominci, a rallentare e lo sconosciuto si alz in
piedi.
"Sono arrivato," dichiar; e aggiunse in tono compito: " stato un vero
piacere conversare con lei."
Quindi usc dallo scompartimento.
" matto!" pens Bulmer con forza, quasi nel tentativo di convincere se
stesso, non appena fu rimasto solo. "Matto da legare!"
Riprese in mano il romanzo di fantascienza, ma cerc inutilmente di
interessarsi alla lettura.
E dire che l'aveva scritto lui!

La notizia, Bulmer venne a conoscerla due giorni dopo, leggendo il


giornale a colazione. Era stato il nome della citt alla cui stazione era sceso
il suo strano compagno di viaggio, ad attirare la sua attenzione.
Noto agente di cambio scompare misteriosamente. La polizia ha iniziato
le indagini.
'Curiosa coincidenza!' pens. 'Proprio a...' Ma un secondo pensiero si
accavall al primo tumultuosamente, stordendolo con la violenza di una
mazzata. Lesse febbrilmente il resto dell'articolo, in cui si accennava ai
recenti dissesti finanziari subiti dall'agente di cambio e si avanzava
velatamente la supposizione che questi avesse cercato di sottrarsi con la
fuga ai propri obblighi verso i creditori.
Bulmer non osava nemmeno rivestire di parole l'assurdo sospetto che
l'aveva proditoriamente assalito, ma esso divampava ormai con furia
selvaggia dentro di lui come un incendio indomabile. E se qualcuno
avesse aiutato quell'uomo a fuggire nella quarta dimensione'?
Scosse rabbiosamente le spalle: sciocchezze! Era dunque vero che uno
scrittore di fantascienza, a forza di valicare spavaldamente e senza il
minimo imbarazzo, nei propri racconti, le solide frontiere della realt,
avrebbe finito una volta o l'altra per correre il rischio di perderle di vista
anche nel mondo concreto della vita quotidiana, sconfinando nella follia?
Da un certo punto di vista per uno scrittore del genere quella avrebbe
potuto essere considerata una condizione ideale, almeno secondo la

237
divertente opinione espressa un giorno dal suo emerito collega William
Campbell: 'Non necessario essere pazzi per scrivere un buon lavoro di
fantascienza, ma indubbiamente ci aiuterebbe moltissimo'. Un brivido di
terrore gli serpeggi attraverso le ossa, fornendogli la misura di quanto
poco lo invogliasse una simile prospettiva. Doveva controllare i propri
pensieri se non ci teneva a finire la sua carriera rinchiuso in una clinica
psichiatrica. E basta con quella stupida storia!
Ma pareva che gli avvenimenti si fossero messi a congiurare contro la
tranquillit di Bulmer. Mai come in quell'epoca egli aveva letto nei
giornali una messe cos imponente di casi di persone misteriosamente
scomparse. O non era invece la segreta ossessione di Bulmer, ad
indirizzare la sua attenzione verso le notizie riguardanti una particolare
specie di eventi che sarebbero altrimenti passati inosservati ai suoi occhi?
Cos almeno egli cercava di spiegarsi la straordinaria frequenza con cui in
quel periodo la gente sembrava scomparire senza lasciare la minima
traccia.
Egli leggeva avidamente tutti gli articoli riguardanti quelle sparizioni
misteriose, aveva anzi finito per raccogliere in una cartella un mucchio di
ritagli di giornali su quell'argomento. Diceva a se stesso di aver
l'intenzione di scrivere su quel tema un romanzo di fantascienza, per cui
quel materiale gli sarebbe stato prezioso, ed era quasi sul punto di lasciarsi
convincere dalle proprie speciose ragioni, quando un caso di scomparsa
misteriosa si verific anche nella citt in cui egli abitava.
Bulmer si sent elettrizzato. Si ricord di avere un amico che faceva il
cronista presso il quotidiano locale, e and a trovarlo nel suo ufficio.
Clifton sedeva davanti alla macchina da scrivere, tenendo una matita fra
i denti come un pirata avrebbe tenuto un pugnale. Emise un sordo grugnito
in risposta al saluto di Bulmer e continu a picchiare sui tasti come se
avesse voluto schiantarli.
Al di sopra della spalla dell'amico, Bulmer lanci un'occhiata all'articolo
che questi stava scrivendo e si sent vacillare. Il titolo diceva: Fuga nella
quarta dimensione.
"Che hai?" rugg Clifton, alle cui spalle Bulmer si era appoggiato per
non cadere. "Sei ubriaco?" E sfil il foglio dalla macchina da scrivere.
"Si tratta di quel tizio che sparito l'altro giorno," spieg Bulmer, che
era crollato pesantemente a sedere accanto a lui. "Per conto mio, l'ha fatto
fuori la moglie, una manza piena di soldi, con la quale non faceva che
litigare. Delle scenate terribili, pare. Lui non voleva concederle il divorzio.

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Ma queste cose non possiamo scriverle, naturalmente... Ehi, dico, mi stai a
sentire? Hai un'aria imbambolata!"
"Che c'entra la quarta dimensione?" articol Bulmer a fatica.
Clifton scoppi in una risata.
"Hai paura che ti soffi il mestiere? soltanto un pezzo di colore, un
divertissement. Pare che da parecchi giorni il povero Smith andasse
confidando agli amici di possedere il segreto per trasferirsi a volont nella
quarta dimensione!" Si tocc la fronte con l'indice. "Il bello che
sembrava realmente convinto di quanto asseriva." Incroci le dita simili a
salsicce sul grosso pancione prominente. "A che razza di stravaganze
possono condurre i dissapori coniugali!" concluse in tono di semiseria
deplorazione. Si accese una sigaretta. "A che debbo il piacere della tua
visita?" domand.
Bulmer non rispose. I suoi occhi, incollati con attonita fissit sul
faccione rotondo di Clifton, scorgevano in realt un altro viso, pallido ed
enigmatico, percorso da un segreto sogghigno.

Quasi senza accorgersene si trov davanti all'abitazione degli Smith.


Accese uh fiammifero per poter leggere i nomi sul portone. Alexander
Smith: doveva abitare al quinto piano.
Il suo sguardo s'inerpic velocemente sull'alta facciata dell'edificio,
simile a un ladro notturno. Tre finestre del quinto piano erano illuminate, e
Bulmer le contempl a lungo, come affascinato. Al di sopra del palazzo le
nuvole avevano nascosto la luna.
Il portone davanti a lui si apr all'improvviso ed un uomo ne usc
frettolosamente. Prima ancora che la luce di un lampione gli illuminasse la
faccia, Bulmer sent che era lui: lo sconosciuto del treno. Gli and incontro
col cuore in tumulto.
"Buona sera," lo salut con voce malferma.
L'uomo sollev il capo di scatto. "Ah, lei," fece, riconoscendolo.
"Come vanno gli affari?" domand alla fine Bulmer, non sapendo che
cosa dire, attanagliato dall'emozione.
"Non c' male, grazie," rispose l'altro piuttosto seccamente. Sembrava
irritato da quell'incontro.
"Senta, non berrebbe qualcosa con me?" propose Bulmer. "Mi
piacerebbe scambiare quattro chiacchiere con lei."
L'uomo parve sul punto di rifiutare, poi cambi idea. "Con piacere,"
rispose.

239
Prima di entrare nel bar, Bulmer si ferm press e un'edicola a comprare
dei fascicoli dalle copertine illustrate a colori vivaci.
"Mi permetto di offrirle questi tascabili nella speranza di riuscire a
convertirla alla fantascienza," disse quando si furono seduti. "Li ho scritti
io."
"Bulmer, John Bulmer," pronunci lentamente l'uomo, percorrendo con
lo sguardo i titoli e le illustrazioni campeggianti sulle copertine. " un suo
pseudonimo?"
"No, il mio vero nome," rispose Bulmer, e subito si pent di aver
rivelato allo sconosciuto la propria identit. Sollev il bicchiere in un
brindisi. "Alla sua salute, signor..." cominci.
"Rice," complet l'uomo. "Al suo successo nella fantascienza!"
"Che cosa c' nella quarta dimensione, signor Rice?" domand Bulmer
in tono frivolo, deponendo il bicchiere.
"Niente, assolutamente niente, gliel'assicuro," dichiar Rice nel
medesimo tono. "Non vale proprio la pena di andarci a ficcare il naso."
"E allora perch tanta gente vi si reca continuamente?" insistette Bulmer.
"Davvero?" si stup Rice. "Non lo sapevo. Che cosa le fa sospettare una
cosa del genere?"
" lei che li aiuta, Rice," afferm Bulmer con aria di sicurezza.
"Suppongo, dietro un adeguato compenso."
L'uomo parve contrariato dalla piega che andava assumendo la
conversazione.
"Senta," protest vivacemente, "finora io ho sempre scherzato, ma lei
sembra aver preso tutte queste sciocchezze dannatamente sul serio.
Dipende dalla mentalit fantascientifica?"
Bulmer lo guard diritto negli occhi e parl lentamente: "Possiedo le
prove che lei ha fornito ad Alexander Smith il mezzo per trasferirsi nella
quarta dimensione."
Le labbra di Rice si stirarono in un sorriso ironico.
"Ci beva sopra!" lo esort in tono sarcastico, riempiendogli nuovamente
il bicchiere.
Bulmer aveva l'impressione di essere diventato lui stesso il personaggio
di un racconto di fantascienza. Tutta quella storia era veramente cos
assurda! Ma egli sapeva nello stesso tempo che era anche terribilmente
vera: proprio come in un romanzo di quelli che scriveva lui.
Tracann d'un sorso il bicchiere; accese una sigaretta. Frattanto l'uomo
si era alzato e gli tendeva la mano.

240
"Purtroppo devo scappare, signor Bulmer. La ringrazio infinitamente per
la stimolante conversazione, l'ottimo brandy e i romanzi, che mi
riprometto di leggere non appena i miei affari mi lasceranno un po' di
tempo libero. E per restare nel clima della fantascienza, voglio confessarle
una cosa." Ammicc con aria di complicit. "Senza che lei se ne
accorgesse, ho versato nel suo bicchiere una dose di quella certa mistura
tetrametabolica... Fra due o tre giorni al massimo il suo corpo sar in grado
di trasferirsi con la massima facilit nella quarta dimensione, grazie ad una
semplice decisione in tal senso da parte sua. Le auguro un buon viaggio.
Addio."
Bulmer strinse meccanicamente la mano dello sconosciuto, quindi
l'osserv uscire dal locale a passi tranquilli e decisi.

Trascorse i giorni che seguirono macerandosi in un lento supplizio,


combattuto da opposti sentimenti: da una parte si dava del pazzo,
vergognandosi terribilmente della propria debolezza, dall'altra viveva
immerso in un' attesa sempre pi spasmodica dell'istante in cui la droga
propinatagli dallo sconosciuto avrebbe cominciato ad agire. Allo scoccare
della quarantottesima ora dal momento della presunta ingestione della
droga, si disse con una certa solennit: "Ecco, da quest'attimo in poi posso
sapere con sicurezza se sono pazzo o se ho ragione."
Resistette una ventina di minuti e alla fine capitol: chiuse gli occhi e
pens intensamente: 'Voglio trasferirmi nella quarta dimensione.'
Non accadde nulla: quando riapr gli occhi, trepidando, si trovava ancora
nel proprio appartamento.
'Sono pazzo!' pens con un senso di tristezza, ma al tempo stesso
immensamente sollevato.
La quarta dimensione non esisteva! Si accorse di respirare pi
liberamente. Se era stato pazzo a crederci, adesso si sentiva completamente
guarito!
Ma le parole di Rice riaffiorarono perfidamente nella sua memoria,
colpendolo come affilati pugnali.
"Fra due o tre giorni," aveva detto, "fra due o tre giorni!"
E con la dolorosa sensazione di sprofondare vorticosamente in un mare
tenebroso in cui la sua ragione si sarebbe per sempre smarrita, Bulmar si
abbandon senza ritegno, durante le successive ventiquattro ore, ad
un'orgia funebre e disperata di tentativi e di insuccessi.

241
Quante volte, nel corso di quelle terribili ore deliranti, allucinate,
desider intensamente, furiosamente, con tutto il suo essere e le tempie che
gli martellavano fino a scoppiare, quante volte formul il desiderio di
trasferirsi nella quarta dimensione?
In compenso, la fine del terzo giorno lo vide abbandonarsi sul letto,
stremato, ma definitivamente rinsavito. Adesso Bulmer poteva finalmente
ricominciare a vivere come un uomo normale, lasciandosi dietro alle spalle
quell'assurda ossessione come una sbornia violenta, ma ormai
completamente passata.

Lavor di buona lena per quasi un mese, e il romanzo abocciava


gagliardamente sotto le sue dita veloci, simile a uno splendido fiore.
Utilizz largamente la ricca messe di articoli di giornale raccolti a suo
tempo, limitandosi a cambiare i nomi delle persone e dei luoghi e
coordinando le diverse vicende in una storia organica e avvincente, che si
sviluppava progressivamente in nere spirali d'orrore, aventi per centro la
misteriosa figura di Rice, l'uomo che conosceva il segreto della quarta
dimensione. Essa balenava dalle pagine del romanzo viva ed
indimenticabile, simile a un personaggio di Dickens, rifinita in tutti i
particolari, dal pallore sinistro della faccia alla fredda luce degli occhi
impassibili, all'enigmatico sogghigno serpeggiante sotto le labbra sottili.
E per saldare il suo debito di riconoscenza verso l'ispiratore del
romanzo, Bulmer glielo dedic in una breve frase posta in corsivo nella
prima pagina: A Rice, ovunque si trovi.
Quindi ripose il dattiloscritto in un cassetto e part per una breve
vacanza. Al ritorno l'avrebbe riletto ed inviato al proprio editore.

Ritorn alcune settimane pi tardi, col treno di mezzanotte. La citt


giaceva sommersa da una pesante coltre di nebbia e Bulmer si incammin
frettolosamente verso casa, il bavero del pastrano rialzato, la mano libera
dalla valigia affondata nella tasca.
Sotto la pallida luce dei lampioni i marciapiedi apparivano lucidi e
sdrucciolevoli, e Bulmer fu lieto quando finalmente sbuc nella via in cui
si trovava la sua abitazione.
Un uomo lo urt ad una spalla ed egli mormor alcune parole di scusa.
L'ombra si arrest di colpo e ritorn immediatamente sui propri passi.
"Bulmer!" esclam la voce di Rice. "La credevo nella quarta
dimensione!"

242
"Io non ci sono andato," rise Bulmer fermandosi davanti alla porta di
casa e cercando le chiavi, "ma vi ho mandato i personaggi del mio nuovo
romanzo, lei compreso."
Osserv la faccia di Rice allungarsi in un'espressione di stupore e
sogghign fra s, compiaciuto: questa volta il vantaggio era suo!
"Entri, Rice," lo esort allegramente. "Le propiner un whisky e qualche
pagina particolarmente interessante!"
Rice trangugi il suo whiscky d'un fiato, senza curarsi di celare la
propria impazienza, quindi si immerse nella lettura del dattiloscritto.
Seduto di fronte al suo ospite, Bulmer spiava sulla sua faccia il riflesso
delle impressioni suscitate in lui dalla letteratura. Si sentiva
straordinariamente soddisfatto: quella notte Rice sembrava aver perduto
l'alone di enigmatica superiorit dal quale Bulmer era stato un tempo
intimidito. Stava l seduto inerme di fronte a lui, avvinto dalla profonda
suggestione del romanzo che egli stesso gli aveva inconsapevolmente
ispirato. Spesso pareva trasalire dall'emozione, e la sua faccia si accigliava
in un'espressione assorta, comunicando a Bulmer una calda e deliziosa
sensazione di compiacimento. Alla fine richiuse il fascicolo sopra le
ginocchia e disse lentamente: "Estremamente interessante! Non lo ha
ancora fatto pubblicare?"
"Lo spedir domani al mio editore," spieg Bulmer sorridendo.
"Apparir nelle edicole fra tre o quattro mesi."
"No," dichiar Rice con voce fredda e decisa, alzandosi in piedi.
"Questo romanzo non verr pubblicato."
"Come sarebbe a dire?" fece Bulmer, sconcertato, sollevando lo sguardo
verso il suo ospite. "E perch, poi?"
Una piccola rivoltella apparve improvvisamente fra le dita di Rice e
Bulmer ne osserv sbigottito la canna tozza e scura puntata
minacciosamente contro di lui ad una distanza di pochi centimetri dalla sua
faccia.
"Ma che cosa fa?" balbett terrorizzato, mentre avvertiva tutto il suo
sangue abbandonare precipitosamente il corpo, simile ad un equipaggio
che lasci in fretta la nave in procinto di affondare.
Le parole di Rice parevano arrivare alle sue orecchie da una distanza
immensa: "Lei sa troppe cose, Bulmer. Non posso permettermi di lasciarla
vivere."
Allora era vero! Con la cieca violenza di un cataclisma quell'orribile
consapevolezza di avvent su di lui, precipitandolo in un vortice di

243
smarrimento. Rice era veramente in possesso di quel misterioso segreto, e
nel suo romanzo egli l'aveva involontariamente smascherato, rivelandone
le malefatte!
Quella rivelazione lo stord come un'improvvisa ubriacatura: forse allora
era possibile... In fondo lui non aveva aspettato che tre giorni... Sarebbe
ritornato dalla quarta dimensione con le prove dei delitti di Rice!
La canna della rivoltella terminava in un occhio nero, senza fondo,
sempre pi vicino.
Formul, affannosamente il desiderio.
Intorno a lui la stanza ondeggi liquidamente e si dissolse nel nulla.
Un nulla cieco, buio e solitario, sprofondato nell'orrida, inconcepibile
natura del non-essere, in cui la sua coscienza atterrita sarebbe naufragata
per l'eternit nell'infinito dell'assoluta negazione; un nulla vertiginoso e
SENZA RITORNO, un nulla che, angosciosamente lo cap, non era la
morte.

244
Ritratto d'ignoto
di Gustavo Gasperini
(I romanzi del Cosmo n. 108, 1962)

Passando un giorno per caso per quella strada di periferia, Bloom si


arrest incuriosito davanti alla vetrina dell'antiquario. Era una bottega assai
modesta, che si sarebbe forse meglio potuta definire di rigattiere: un antro
tenebroso dentro il quale s'intravedeva un ammasso confuso di oggetti
eterogenei, mobili, tappeti, arazzi, quadri, libri, orologi, statue, argenterie,
portaombrelli, vecchie armi, vecchi grammofoni.
L'oggetto che aveva prepotentemente richiamato l'attenzione di Bloom,
strappandolo alle sue oziose riflessioni, era un quadro di medie
dimensioni, appoggiato contro il fondo della vetrina fra un vecchio vaso di
porcellana e un violino che sembravano aver conosciuto tempi migliori.
Dal posto in cui si trovava, Bloom non poteva analizzarlo nei particolari,
ma qualcosa in esso lo aveva singolarmente colpito, agitando dentro di lui
delle imponderabili sensazioni.
Bloom non riusciva a staccarsi dalla vetrina dell'antiquario, davanti alla
quale si muoveva con irrequietezza, cercando di collocarsi nell'angolo di
osservazione pi favorevole alla contemplazione del quadro, ed era alla
fine riuscito a piazzarsi in una posizione abbastanza felice, che per lo
meno aveva il vantaggio di consentirgli di affondare lo sguardo dentro la
vetrina senza che esso venisse fastidiosamente ferito dai riflessi della luce
nella lastra, quando fu riscosso da una voce bassa e piuttosto servile,
sommessamente zampillata da un ometto apparso silenziosamente sulla
soglia della bottega: Il signore desidera qualcosa? Il signore ha trovato
qualcosa di suo gradimento?
Colto alla sprovvista, Bloom non trov di meglio che accennare
vagamente al quadro esposto in fondo alla vetrina, borbottando qualche
confuso apprezzamento.
Il signore ha gusto fino! esclam l'antiquario, illuminandosi in volto
di una luce grifagna. Prego, voglia accomodarsi.

245
E Bloom si trov quasi senza accorgersene nell'interno della bottega,
mentre l'uomo trotterellava con aria indaffarata intorno a lui.
Pezzo di eccezionale interesse! dichiar in tono di competenza,
togliendo finalmente il quadro dalla vetrina e tenendolo ritto sul banco di
vendita davanti al cliente. Dietro le spesse lenti cerchiate di metallo i suoi
occhi ammiccavano con aria d'intelligenza e quasi di complicit.
Bloom si chin avidamente sul quadro, come sull'acqua sorgiva il
pellegrino assetato. Su di uno sfondo scuro si disegnava in perfetto rilievo
la testa, mirabilmente modellata, di una persona dall'et indefinibile non
si sarebbe potuto stabilire con sicurezza neppure se si trattava di un uomo
o di una donna dai lineamenti piuttosto irregolari, ma illuminati da una
specie di interiore armonia e atteggiati a un'espressione profondamente
assorta. Ma ci che in quel volto maggiormente suscitava l'inquieto
interesse di Bloom era lo sguardo: esso aveva qualcosa di strano e di
enigmatico che egli non avrebbe saputo definire, ma che produceva nel suo
spirito un turbamento profondo.
Avvert gli occhi dell'antiquario spiarlo con avidit al di sopra del
quadro e cerc di assumere un atteggiamento indifferente.
S, abbastanza interessante concesse, raddrizzandosi sul banco. C'
una certa padronanza della tecnica... Insomma, quanto ne volete ricavare?
Gli occhi dell'uomo brillavano di un fuggevole lampo. Il signore un
intenditore, il signore sa meglio di me qual il reale valore di questo
pezzo! recit con calore. Tuttavia, per la gioia che io provo nel saperlo
caduto in buone mani (perch il signore non deve credere che io avrei
ceduto questo quadro a chiunque, mi fosse pure stato pagato a peso d'oro),
per la contentezza, dicevo, di vederlo affidato a un autentico amatore, sono
disposto a fare per il signore un prezzo veramente eccezionale: diciamo,
ehm, cento sterline.
Un prezzo eccezionale davvero! rise Bloom, nervosamente. Mi
dispiace, ma non se ne fa niente. Arrivederci. E mosse alcuni passi verso
l'uscita. Sapeva con penosa certezza che sarebbe stato incapace di varcarne
la soglia, irretito come si sentiva in quella specie di misterioso sortilegio, e
presentiva dolorosamente la propria disastrosa capitolazione, quando fu
raggiunto dall'antiquario.
Il signore non se ne vada, possiamo sempre metterci d'accordo
supplicava, e Bloom respir di sollievo.
Mezz'ora dopo usciva dal negozio col quadro sotto il braccio e il
portafoglio alleggerito di quindici sterline.

246
Bloom alloggiava in una pensione di modeste pretese, ma pulita e fornita
di una discreta cucina. Sal frettolosamente nella propria camera col suo
involto sotto il braccio, impaziente di contemplare a suo agio il misterioso
ritratto.
Decise di appenderlo sulla parete di fronte alla finestra, in modo da
poterlo ammirare in piena luce. Mentre lo sistemava nella posizione
voluta, fu colpito dalla strana natura del materiale di cui era composto.
Non sembrava tela e neppure legno, non ricordava a Bloom nessuna
sostanza conosciuta in natura o ottenuta per via sintetica. La banale cornice
che lo racchiudeva era invece di legno lavorato.
Con lo sguardo incollato sul quadro, Bloom indietreggi di alcuni passi,
alla ricerca della posizione pi adatta alla contemplazione del ritratto.
L'oscura sensazione gi provata nel negozio dell'antiquario lo aveva
riassalito con rinnovata intensit, facendo cadere il suo spirito in una sorta
di vibrante agitazione. Gli pareva che gli occhi dell'ignoto lo seguissero in
qualunque parte egli si ponesse, e la sua stessa espressione gli sembrava
variare secondo il diverso angolo di osservazione, ora tenera e sognante,
ora crudele ed enigmatica, ora inquieta e pensosa, come se differenti
personalit affiorassero di volta in volta nel gioco sottile della mobile
fisionomia.
Quel quadro andava esercitando sul suo spirito una suggestione intensa e
misteriosa, alla quale gli riusciva sempre pi difficile sottrarsi. Egli
avvertiva lucidamente la assurda anormalit di quella situazione, che lo
avviluppava in spire sempre pi strette, simile a un incubo allucinante e
angoscioso, ma non era capace di liberarsene, sentiva tutto il suo essere
come risucchiato da quello sguardo profondo e alla fine, bruscamente, ogni
sua resistenza fu finita ed egli cess di ribellarsi a quella forza occulta e
dispotica, lasciandosi trascinare da essa come il ferro dalla calamita.
Allora l'inimmaginabile accadde: Bloom fu improvvisamente conscio
che il suo spirito aveva abbandonato il proprio corpo, il quale si era
afflosciato sul pavimento in una posa innaturale.
La consapevolezza di trovarsi a contemplare il proprio corpo dal di
fuori, come cosa non sua, lo invase come una sconvolgente emozione.
Avrebbe voluto sollevare dal pavimento quel corpo inanimato, comporlo in
una posizione pi naturale e soprattutto rientrare dentro di esso, ma sentiva
che almeno per il momento ci gli era impossibile.

247
Cap che per un oscuro prodigio il suo spirito era stato per cos dire
assorbito dal quadro, avvert quasi fisicamente i propri lineamenti
sovrapporsi a quelli del ritratto, fondendosi con essi in una nuova
fisionomia che era contemporaneamente la sua e quella di moltissime altre
persone. E un mondo di rappresentazioni non sue, ma che erano
inspiegabilmente entrate a far parte del suo spirito allibito, lo sconvolse in
un'immensa sinfonia di voci, di gesti, di ricordi, di sentimenti, di
sensazioni, di pensieri: era come se mille vite diverse fossero
tumultuosamente confluite nella sua esistenza, dilatandola oltre i limiti
della sua personalit in una dimensione universale, ed egli fu volta a volta
fanciulla e sacerdote, soldato e poeta, astronauta e giornalista, madre e
avventuriero...

Il suo spirito divamp in un'immensa fiammata, mentre in piedi davanti


alle alte vetrate egli si abbandonava alla corsa sfrenata dei suoi sogni di
gloria.
In piedi davanti alle alte vetrate, Khunst contemplava assorto la scena
maestosa offerta dal tramonto che inondava di luce rossastra le torri e gli
aerei pinnacoli della citt. Non appena il grande astro fosse scomparso
dietro la cresta elegante delle montagne di cristallo, dall'altra parte del
cielo sarebbero simultaneamente sbocciati con grazia sinuosa i gracili fiori
verdi, rossi e gialli delle sette lune di Kmohr.
Khunst si domand, senza tuttavia provocare alcun sentimento di
apprensione o di rimpianto, in virt dello speciale condizionamento
psichico al quale era stato sottoposto nel pomeriggio, se avesse mai avuto
la possibilit di contemplare ancora una volta nella sua vita
quell'indimenticabile spettacolo.
L'indomani all'alba la sua astronave sarebbe partita per un'impresa
indubbiamente carica di gloria, ma non meno gravida di incognite e di
rischi.
Dopo avere esplorato ad uno ad uno i sistemi solari pi vicini alla
ricerca di pianeti abitabili ed ospitanti una vita intelligente, colossale
impresa durata moltissimi secoli e coronata da parecchi successi, Kmohr si
era finalmente accinta al grande balzo verso i mondi pi lontani, spinta da
quell'irresistibile anelito di conoscenza che costituiva l'essenza e per cos
dire l'anima stessa della sua splendida civilt.
Era stato lui, Khunst, ad essere designato a compiere la ardimentosa
impresa. Avrebbe avuto a sua disposizione la astronave pi perfetta del

248
mondo, in cui le pi alte realizzazioni della scienza e della tecnica si
fondevano in una creazione veramente unica, eccelsa sinfonia di metallo e
d'energia osannante all'immortale genio di Kmohr. Ai suoi ordini, un
esercito di androidi altamente selezionati l'avrebbe seguito ed aiutato nell'
esplorazione di quel remoto universo, a cui egli avrebbe imposto il proprio
nome.
Le riflessioni di Khunst furono interrotte con estrema discrezione dalla
sommessa voce telepatica dell'androide cameriere, che gli annunciava
l'arrivo di Knyll, ed egli corse incontro alla ragazza, con il volto illuminato
di gioia.
Essa lo attendeva seduta in una poltrona bioplastica, che modellandosi
sulle armoniose forme del suo corpo, la avvolgeva interamente in una
tonificante carezza. I verdi capelli le incorniciavano come una preziosa
cornice il pallido viso, su cui risaltavano come note squillanti le azzurre
profondit marine degli occhi e la ardente fiammata delle labbra. Balz
subito in piedi e vol fra le braccia di Khunst, che la strinse a s
appassionatamente.
Allora parti! esclam con voce rotta la ragazza, quando le loro bocche
si furono dissuggellate. Sono venuta a recarti il mio saluto.
Ormai non lo speravo pi confess Khunst, con le labbra affondate
nei suoi capelli. Temevo che tu non volessi pi saperne di me!.
Cos avrebbe voluto il buon senso sospir Knyll. Ma come pu
dargli retta l'amore? Se non mi sono pi fatta viva dal giorno della nostra
burrascosa separazione, questo non significa affatto che io non abbia
pensato a te continuamente, anzi!.
Khunst ricord quel giorno, quando in preda ad una incontenibile
esultanza aveva comunicato a Knyll l'estrema ed inappellabile decisione
dei Grandi Saggi di Kmohr: fra numerose migliaia di aspiranti
rigorosamente selezionati proprio e soltanto lui, Khunst, era stato prescelto
a compiere la gloriosa impresa. Non era trascorso molto tempo da allora,
ma gli sembrava che fosse passata un'eternit. Invece di mostrarsi contenta
e fiera di lui, Knyll era scoppiata in singhiozzi e lo aveva implorato di
ricusare un onore cos alto, di ritirarsi da un'azione cos illustre ed ambita.
Invano Khunst aveva cercato di calmarla, di farle intendere quanto
ingiustificata fosse la sua richiesta, e immensa la gloria che egli si sarebbe
conquistata con quella spedizione. Le sue parole non avevano avuto altro
effetto che di esasperare maggiormente la ragazza, la quale aveva finito
per andarsene, dichiarando di non volerlo rivedere mai pi.

249
Invano nei giorni seguenti Khunst aveva cercato di incontrarla: istruiti
da disposizioni severissime, gli androidi di Knyll glielo avevano sempre
impedito cortesemente, ma con inflessibile fermezza. Allo stesso modo la
ragazza si era sempre ostinatamente sottratta a tutti i suoi tentativi di
mettersi in contatto con lei per mezzo del videofono, del rappresentatore
stereomagnetico e di ogni altro mezzo di comunicazione.
Perch allora non hai pi voluto vedermi? domand Khunst con
tenero rimprovero. Se tu sapessi quanto mi hai fatto soffrire!
Allora Knyll si sciolse dolcemente dalle sue braccia e raccogliendo dalle
mani del suo androide personale, premurosamente accorso al suo richiamo
mentale, una specie di nero specchio a forma rettangolare, lo offr
solennemente a Khunst con queste parole:
Questa l'ultima opera di arte della tua Knyll, la chimiopsicopoetessa
che tu hai amato e che da domani consumer i suoi sterili giorni nella vana
attesa di chi l'avr abbandonata per sempre! La sua voce s'incrin
bruscamente, mentre gli occhi le si empivano di lagrime. S, Khunst, mio
adorato, non mi faccio illusioni! grid con disperazione, scoppiando in
singhiozzi impetuosi. Tu non ritornerai mai pi!.
Khunst imprec silenziosamente contro il condizionamento psichico,
che lo rendeva pressoch insensibile davanti all'angoscia di Knyll. Mai pi
sgomento alcuno o profonda costernazione avrebbero avuto il potere di
insinuare le loro gelide dita nella serena roccaforte del suo spirito
invulnerabile, aperta ormai solamente alle esaltanti emozioni
dell'avventura e dell'epica conquista. Mosse incerto alcuni passi esitanti
verso la ragazza, ma questa si ritrasse vivacemente davanti a lui.
No, non avvicinarti, crudele! esclam con voce agitata. Il mio cuore
un giardino abbandonato, frequentato unicamente dai fantasmi di un
meraviglioso passato ormai morto per sempre, e il presente non ha pi il
diritto di entrarvi!. Segu una brevissima pausa, durante la quale la
ragazza parve rapidamente ricomporsi.
Il dono che ti ho recato riprese con voce pi calma costituito di un
materiale indistruttibile, proveniente dal rosso pianeta di Fshyar, l'ultimo in
ordine di tempo entrato a far parte dell'impero di Kmohr, e il pi lontano.
Me lo regal mio padre al suo ritorno da quel mondo remoto, di cui era
stato per un anno governatore. dotato di un curioso potere
psicomagnetico, dovuto al gioco delle forze cosmiche imprigionate nella
sua struttura subatomica, potere che io sono riuscita a convogliare e a
stabilizzare in uno speciale schema mnemoelettronico le cui linee di forza

250
riproducono nei suoi tratti essenziali il disegno del mio psicodramma
personale... Una specie di autoritratto dell'anima, se cos posso
esprimermi, nel quale potranno riconoscermi e riconoscersi tutti coloro la
cui struttura psichica ha qualche affinit con la mia: tu soprattutto,
Khunst! sospir, abbassando lo sguardo. Cos almeno ho creduto per
tanto tempo!....
meraviglioso! esclam Khunst, sopraffatto dalla ammirazione. Tu
hai fatto questo! il tuo poema pi bello, Knyll, sublime! E vuoi
privartene per me...
S, te lo dono. Voglio che affondato nella gelida solitudine degli spazi,
tu ritrovi l'immagine di colei che ti ha amato e l'immagine pi profonda di
te, ignota a te stesso! Voglio che amaramente disubriacato della tua stolta
ebbrezza di gloria, tu conosca l'insopportabile angoscia del bene perduto
per sempre e della felicita stupidamente calpestata, voglio che tu soffra,
Khunst, la dilaniarne tortura dell'amore crudelmente ferito e ucciso per
sempre!
Chino sulla nera superficie levigata, lo sguardo sprofondato in quella
cupa voragine come in un abisso senza fondo, Khunst percepiva ormai le
parole della ragazza come una eco lontana, trascinato da una rapinosa
vertigine di sensazioni oscure e inafferrabili a cui non avrebbe saputo dare
un nome. Ed ecco, lentamente affiorando da quella buia profondit,
ondeggiando fluttuante come un'immagine riflessa sulla superficie di un
lago, il volto di Knyll si disegn sullo specchio, come evocato
imperiosamente da tutto il suo essere segreto. Travolto da una ondata di
sentimenti indefinibili, Khunst sent pericolosamente vacillare la sicurezza
del suo condizionamento psichico e sollev precipitosamente gli occhi dal
quadro, cercando lo sguardo della ragazza. Ma Knyll se n'era gi andata,
seguita dal suo androide personale.

Immersa nel proprio campo extradimensionale, che le consentiva di


superare agevolmente la velocit della luce, l'astronave solcava con
eleganza le abissali profondit dello spazio, simile a un uccello delle
montagne di cristallo, librantesi gioiosamente nel roseo cielo di Kmohr.
Ad uno ad uno erano sfrecciati ai suoi fianchi i sistemi solari conosciuti,
la verde stella di Xh, circondata dai suoi diciannove pianeti, di cui sette
colonizzati da Kmohr e quattro formicolanti di una vita segreta, enigmatica
e terribile, la bianca Zhetra, nel cui minuscolo pianeta pulsava
l'inimmaginabile esistenza dell'Essere Unico, eternamente rinascente dopo

251
aver divorato se stesso nell'incessante vicenda del suo inconcepibile ciclo
biologico, l'ardente Hyeal, sotto il cui occhio sanguigno e corrucciato si
era sviluppata un'altissima civilt psicominerale, che dopo avere raggiunto
i supremi fastigi di una sconfinata potenza si era autodistrutta in una guerra
immane, di una violenza spaventosa, la cui risonanza cosmica aveva
valicato gli spazi, la Confederazione dei Cinque Soli Azzurri, che per
annoverarsi fra le pi recenti province dell'Impero, non era tuttavia meno
ricca e splendente della stessa capitale, con la variet delle sue razze
evolutissime e il prestigio delle antichissime tradizioni, e cento altre stelle
esplorate dagli arditi navigatori di Kmohr.
Quindi fu il balzo nella solitudine pi profonda, il tuffo nell'ignoto, alla
conquista di un altro remoto lembo dell'universo.
Quanto tempo trascorse? Questo interrogativo non aveva alcun senso per
Khunst e per l'intera astronave, immersa in un campo extradimensionale,
in cui il ritmo del tempo era praticamente congelato in una spirale
immobile, ma Khunst sapeva che se a un certo momento avesse invertito la
rotta in direzione di Kmohr, al suo ritorno in patria avrebbe ritrovato il
pianeta inoltrato nel tempo di almeno vent'anni rispetto alla data della sua
partenza.
A bordo la vita scorreva con monotona regolarit, scandita dall'attivit
silenziosa e funzionalmente perfetta degli androidi, fra i quali Khunst
aveva a volte l'impressione di essere poco meno che un intruso. Essi
sembravano quasi delle emanazioni della stessa astronave, un esercito di
cellule mobili dell'immenso organismo, partecipi della pulsante vita
segreta dei suoi innumerevoli ordigni, cadenzata nelle ardite geometrie
degli infiniti circuiti, delle attrezzature elettroniche e dei complicati
dispositivi ad energia cosmica.
Il ricordo di Knyll si affacciava talvolta alla coscienza di Khunst senza
turbarla, inondandola anzi di una soffusa dolcezza. Il suo dono giaceva,
avvolto in un drappo prezioso, nella camera di Khunst, che per si
guardava bene di sollevare quel drappo, memore della passata esperienza,
che aveva rischiato di travolgere le barriere, rivelatesi insospettatamente
fragili, del suo condizionamento psichico; e di esso Khunst intuiva
confusamente che non avrebbe potuto fare a meno. Era la sua difesa, la sua
carezza, che lo proteggeva dall'insostenibile angoscia degli spazi solitari,
vertiginosi abissi di non essere in cui la sua nuda coscienza si sarebbe
smarrita.

252
Venne finalmente il momento in cui gli apparecchi sensibilissimi
dell'astronave segnalarono la vicina presenza di un sistema solare
sconosciuto. Successivamente cominciarono ad affluire i dati che gli
androidi s'incaricavano di sottoporre al vaglio dei cervelli elettronici, e
quindi rielaboravano, interpretavano e traducevano in linguaggio umano.
Intorno a una stella singola di modesta grandezza ruotavano dieci pianeti
di varie dimensioni, assieme a un folto pulviscolo cosmico formato di
alcune migliaia di piccolissimi corpi celesti, forse i resti di un undicesimo
pianeta esploso in una misteriosa catastrofe.
Arrivata ad una distanza esattamente determinata dal pianeta periferico
del sistema, la astronave riemerse con un ruggita nell'universo spazio-
temporale, dissolvendo intorno a s il campo extradimensionale che
l'aveva avvolta come in un bozzolo durante l'intero viaggio. Entr quindi
nell'orbita del pianeta, mentre i perfezionatissimi complessi elettronici
continuavano incessantemente a fornire nuovi dati su quel mondo
sconosciuto.
Troppo lontano dall'astro centrale per poter ricevere da esso luce e
calore, il pianeta era tuttavia immerso permanentemente in un'azzurra
aureola di luce propria, e gli strumenti rivelarono la presenza di una
temperatura variabile fra i dieci e i quaranta gradi sopra lo zero. La forza
di gravit risultava un poco pi leggera di quella di Kmohr e l'atmosfera
composta degli identici gas, con lievissime tracce di un altro elemento
sconosciuto e un tenue aumento della percentuale di ossigeno.
Era un pianeta piuttosto piccolo, circa la met di Kmohr: le terre emerse
costituivano tre compatti continenti circondati dal mare. Dappertutto era
diffusa una brulicante vita vegetale ed animale. Dopo avere soppesato
rigorosamente tutti i dati pervenuti in suo possesso, il cervello elettronico
concluse che la vita vi era possibile anche per una creatura di Kmohr.
Khunst era esultante: la prima parte di quell'impresa senza precedenti
poteva considerarsi felicemente approdata al suo termine, coronata dal pi
vivo successo: la scoperta di un mondo simile a Kmohr, ospitante varie
forme di vita vegetale ed animale. Restava adesso da scoprire l'eventuale
esistenza di una forma di vita intelligente.
L'astronave si tuff con un balz nell'azzurra luminescenza del pianeta, e
presto sugli schermi stereoscopici apparvero le stupefacenti visioni delle
ondeggianti foreste, dei mobili oceani rossastri, delle alte montagne e
Khunst ebbe l'improvvisa sensazione che il cuore gli esplodesse nel petto!
delle vertiginose citt.

253
S, non ci poteva essere dubbio alcuno, quelle audacissime ed armoniose
architetture non potevano essere opera cieca del caso, ma rivelavano in
maniera inequivocabile il laborioso travaglio di un'intelligenza volta a
modificare secondo le proprie esigenze le condizioni offerte dalla natura.
Creature intelligenti ed evolute, abitanti la superficie del pianeta, con le
quali sarebbe stato possibile stabilire una cordiale intesa, ulteriore
contributo alla costruzione di quell'indistruttibile ponte di solidariet che
valicando gli abissi degli spazi avrebbe riunito in un'unica, immensa
famiglia tutte le razze intelligenti dell'universo.

L'astronave atterr dolcemente in una vasta pianura ricoperta dal soffice


tappeto di una vegetazione rosea e profumata. Seguito da un gruppo di
androidi, Khunst usc all'aperto, respirando a pieni polmoni un'aria tersa e
purissima, azzurra come gli occhi di Knyll.
Il ricordo della ragazza lo assal a tradimento, assieme a un irresistibile
desiderio di rivederla, di riudire la sua voce ormai inghiottita per sempre
nelle profondit del passato.
Accanto a lei quel luogo gli sarebbe sembrato doppiamente incantevole:
il dolce azzurro dell'aria, il rosa tenero della vegetazione, la suggestione
profonda del paesaggio inesplorato avrebbero ispirato al suo cuore di
poetessa un poema immortale, in cui egli avrebbe introdotto i possenti
accordi del suo amore e della sua felicit.
Ma anche se questo sogno non si era realizzato, Khunst poteva lo stesso
rivedere la sua amata: non aveva che da sollevare un certo drappo nella sua
camera e affondare lo sguardo nella buia voragine dello specchio di Knyll!
Che bisogno aveva egli ormai del condizionamento psichico? La sua
missione era felicemente compiuta ed egli sapeva il suo spirito abbastanza
temprato da consentirgli di affrontare senza vacillare le nuove prove che lo
attendevano.
S, avrebbe evocato Knyll dalle profondit del magico specchio e le
avrebbe detto ancora una volta tutto il suo amore! Per alcuni dolcissimi
istanti avrebbe rivissuto assieme a lei, assolutamente immemore di quanto
lo circondava, la breve e remota favola della loro felicit, trascorsa sul
lontano pianeta delle sette lune!
Ascolt con impaziente fastidio un messaggio telepatico urgentemente
trasmessogli dall'Androide Coordinatore; era per avvertirlo di un semplice
guasto prodottosi nei circuiti delle frequenze temporali dell'astronave, che
l'automa era venuto a interrompere le sue dolci fantasticherie!

254
Procederemo alla riparazione, c' tempo! rispose bruscamente, e
ritorn in fretta all'astronave, mentre gli androidi si allontanavano in
ricognizione attraverso la pianura.

Non appena ebbe varcato la soglia, fu invaso da una sensazione


nuovissima e inaspettata, mentre calde ondate formicolanti si dilatavano
tumultuosamente nel suo cervello in febbrili rimescolii, e soprattutto fu
assalito dall'acuta percezione di una presenza occulta e minacciosa
insediata nell'interno dell'astronave.
Un androide balz alle sue spalle, armato di paralizzatore, e Khunst fece
appena in tempo ad evitare il colpo con uno scatto fulmineo, folgorando
l'aggressore con una scarica della sua rivoltella neutronica.
Si appoggi ansante alla parete, coi nervi in subbuglio, cercando di
rendersi rapidamente conto di quanto stava accadendo.
Un androide rivoltarsi contro di lui! Era una cosa inaudita! E qual era la
ragione dell'incessante, rombante confusione che gli stordiva la testa?
Pareva che mostruose dita invisibili andassero brutalmente frugando il suo
cervello piega per piega, alla ricerca dei suoi riposti segreti.
Concentr con tutte le sue forze le proprie energie mentali ed alcuni
concetti non suoi gli balenarono improvvisamente nella coscienza, come
pesci guizzanti in una rete: FUGA! ODIO! DISTRUZIONE!
Lo sportello dell'astronave si chiuse con un colpo secco alle sue spalle,
mentre una serie di vibrazioni leggere animava improvvisamente il
pavimento e le pareti: l'astronave stava decollando! Gli androidi erano
dunque impazziti? Lanci rabbiosamente una raffica di richiami mentali,
ma le risposte non arrivarono tutte con la medesima prontezza; alcune di
esse gli pervennero incerte, smozzicate, come smarrite, molte altre non gli
giunsero affatto.
Imprecando sordamente fra i denti, Khunst si precipit nella sala degli
schermi stereoscopici: le immagini del pianeta si andavano allontanando
velocemente, ben presto l'astronave sarebbe emersa dall'atmosfera di quel
mondo sconosciuto, precipitandosi nell'immensit degli spazi.
Tornate subito indietro! url mentalmente Khunst, in preda ad un
estremo furore. Immobilizzate gli androidi ribelli! Bloccate i dispositivi
degravitazionali!.
Pensava con rabbia impotente agli androidi abbandonati sul pianeta,
erano fra i meglio selezionati, una perdita incolmabile se non fosse riuscito
a ricuperarli!

255
Mani invisibili ripresero a rovistargli il cervello con impeto rinnovato.
Maledetto! esplose Khunst selvaggiamente. Chi sei dunque? Che vuoi?
Dove ti nascondi?
Con uno sforzo estremamente doloroso riusc ancora una volta a
concentrare la propria mente in un blocco granitico, impenetrabile, ma con
mille tentacoli vibratili, flagellanti intorno alla ricerca dell'occulto nemico.
Alla fine riusc a localizzarlo: era una mente straordinariamente evoluta,
affondata in un corpo gelatinoso, ma ci che comunic a Khunst un gelido
brivido di orrore che solo il condizionamento psichico riusc a controllare,
furono i suoi ricordi ancestrali: gli antenati del mostro erano state creature
nobili ed armoniose, una razza straordinariamente somigliante a quella di
Khunst. Essa aveva abitato il terzo pianeta di quel sistema solare,
raggiungendovi un altissimo grado di civilt e spingendosi con le proprie
astronavi ad esplorare gli altri pianeti del sistema, che aveva per trovati
inadatti alla vita, eccettuato l'ultimo, il pianeta periferico visitato da
Khunst.
A questo punto era sopraggiunta la catastrofe: quella razza aveva corso il
rischio di autodistruggersi in una guerra atroce, nel corso della quale erano
state impiegate delle terribili armi ad energia nucleare. Devastata dalle
micidiali radiazioni, la popolazione superstite del pianeta si era tra
sformata in una mostruosa razza di mutanti, che alle aberrazioni del fisico
e della mente aveva aggiunto delle acquisizioni paranormali di una potenza
inaudita. Solamente nel lontano pianeta periferico, l'ospite Gahram,
rimasto estraneo all'immane conflitto, i coloni avevano conservato lo
spirito e la civilt dei Terrestri (cos si chiamavano gli abitanti del terzo
pianeta), una civilt che si era anzi andata sempre pi affinando in un
clima di superiore altruismo e di spiritualit.
Ma i cugini degeneri della Terra, nei quali il ritmo delle funeste
mutazioni avevano per cos dire esaltato fino all'estremo parossismo le
tendenze aggressive e distruttive, avevano assalito il pianeta lontano, ebbri
di sete di dominio e di furia devastatrice, e la guerra durava ormai da
parecchi anni.
Comandante supremo dell'astroflotta dei mutanti, Juhd era stato
catturato nel corso di una recente battaglia spaziale e condotto prigioniero
su Gahram, ma era in seguito riuscito a fuggire, ed ora cercava di
raggiungere la Terra a bordo dell'astronave di Khunst.

256
Il sibilo di un raggio paralizzante sfior minacciosamente un orecchio di
Khunst, che si gett con un balzo nella cabina mobile di controllo,
immergendosi rapidamente nelle viscere dell'astronave.
Di nuovo era riuscito a sfuggire per un pelo alla cattura da parte degli
androidi caduti sotto l'influenza della mente straniera, ma quante volte
ancora egli sarebbe stato pi veloce di loro? Bisognava ricuperare al pi
presto il controllo sugli automi perduti, soprattutto quelli preposti al
governo dell'astronave!
Percorse correndo un labirinto di sale e di corridoi, chiamando
mentalmente gli androidi a raccolta nella sala delle consultazioni, ma non
riusc a raccoglierne pi di un centinaio, meno della met dell'intero
equipaggio. Tenendo conto di quelli abbandonati su Gahram, dovette
constatare con disappunto che il Terrestre era riuscito a impadronirsi di
almeno un'ottantina di automi, e per giunta fra quelli pi altamente
selezionati.
Dopo alcuni infruttuosi tentativi di ricuperarli per via telepatica, Khunst
si risolse a impadronirsi con la forza del controllo dell'astronave.
Bisognava inoltre scovare il nascondiglio di Juhd e metterlo
nell'impossibilit di nuocere.
Per prima cosa occorreva espugnare la sala dei comandi e ridurre
all'impotenza gli androidi piloti. Quindi per mezzo del pilota automatico
Khunst si proponeva di fare invertire la rotta dell'astronave, e
successivamente si sarebbe occupato di Juhd.
Ma fra gli androidi di Khunst gi serpeggiava la rivolta ed egli dovette
abbatterne quattro o cinque con la pistola neutronica.
Dove si nascondeva il Terrestre? Khunst avrebbe voluto misurarsi con
lui faccia a faccia, gli pareva che l'esasperata violenza della sua collera
repressa sarebbe stata sufficiente a travolgere come in un'incandescente
lava di furore quel mostro scellerato e pregevole. Ma l'orribile creatura si
sottraeva alla lotta, annidata nell'ombra colpiva vilmente da lontano,
decimando le forze di Khunst sotto i suoi occhi impotenti.
Seguito dai suoi androidi, Khunst fece violentemente irruzione nella sala
dei comandi. La mischia divamp furibonda, fra i sibili dei raggi
paralizzanti e i lampeggiamenti delle rivoltelle neutroniche. Il
combattimento degli androidi divenne ben presto un corpo a corpo serrato
e senza quartiere, Khunst assisteva con dolorosa impotenza alla distruzione
di quei perfetti congegni psicomagnetici e soprattutto alle brutali

257
devastazioni alle quali venivano sottoposti i delicatissimi strumenti di
regolazione della sala dei comandi.
La sua rivoltella neutronica produceva larghi vuoti tra le file degli
androidi ribelli, ma per un funesto prodigio sembrava che fossero quelli di
Khunst ad essere pi rapidamente decimati, mentre gli avversari parevano
quasi aumentare di numero sotto i suoi occhi.
Improvvisamente Khunst si rese conto dell'amarissima realt: il
controllo mentale di Juhd si estendeva sempre pi rapidamente al resto
degli androidi, minandogli progressivamente il terreno sotto i piedi: fra
poco egli si sarebbe trovato completamente solo, circondato di nemici.
Assalito da un cieco furore, si diede a sparare all'impazzata contro la
massa degli androidi, deciso a sterminarli fino all'ultimo. Li vide
convergere implacabili verso di lui, come una marea irresistibile, poi
qualcosa lo colp rudemente alla nuca ed egli scivol sul pavimento senza
emettere un grido.

Quando riprese conoscenza, si trov solidamente legato in una poltrona


della sua cabina personale, sotto l'occhio vigile di un androide armato di
rivoltella elettronica.
Un'ondata di collera impotente tumultu selvaggiamente dentro di lui,
dilagando come una rossa fiammata per tutte le fibre dei suoi nervi
contratti, ma lo abbandon presto, lasciandolo completamente vuoto e
quasi indifferente a quanto accadeva intorno a lui.
E cos, il mostro aveva vinto, era rimasto l'unico padrone dell'astronave
e degli androidi ancora validi. Per lui, Khunst, era davvero finita.
Consider con pacatezza la prospettiva della propria morte, come di un
fatto che non lo riguardava. Aveva lottato, aveva perduto, per lui la partita
era chiusa.
Ricordando i danni subiti dagli strumenti di regolazione nel corso della
terribile mischia esplosa fra gli androidi nella sala dei comandi, nonch il
guasto verificatosi, a detta dell'Androide Coordinatore, nei circuiti delle
frequenze temporali, Khunst si rese conto con amara soddisfazione che
neppure per Juhd le cose erano andate troppo bene: difficilmente il
Terrestre avrebbe potuto godere i frutti della propria vittoria. Anche se i
pochi automi rimastigli fossero stati in grado di riparare gli apparecchi
gravemente danneggiati della sala dei comandi, gli sarebbe stato
assolutamente impossibile rimettere in sesto i circuiti delle frequenze

258
temporali senza l'aiuto dell'Androide Coordinatore, il quale era rimasto su
Gahram.
Assai difficilmente Juhd avrebbe ritrovato la Terra quale egli l'aveva
recentemente lasciata, era molto probabile invece che sarebbe andato a
finire su di un pianeta per lui del tutto irriconoscibile, diventato pi antico
o pi giovane di alcune migliaia di anni.
Cos la disperata fuga di Juhd si era rivelata alla fine inutile, rifletteva
Khunst stancamente, n pi n meno della sua stessa orgogliosa impresa
attraverso gli spazi infiniti per la maggiore gloria di Kmohr.
Le amare parole pronunciate da Knyll alla vigilia della sua partenza
quanto tempo prima? sulla crudele vanit della sua sete di gloria gli
riecheggiavano insistentemente all'orecchio e fra le rovine del suo
condizionamento psichico gli apparivano in quel momento grondanti di
una dolorosa, patetica verit.
Ed ecco sent il proprio spirito staccarsi dal corpo inerte per affondare
nel luminoso abisso degli occhi di Knyll, che parevano contemplarlo da
lontananze infinite, ed egli fu lei, in un'ineffabile estasi di comunione
dolcissima, in cui le loro anime si fusero in un'unica sinfonia.
Scorgeva di fronte a s il suo corpo immobile e come senza vita, gli
occhi fissi e sbarrati, le membra rigide sotto la stretta dei lacci tenaci;
comprese che il proprio spirito era imprigionato nel quadro, nella
complessa trama delle linee di forza psicomagnetiche, modellate dall'arte
di Knyll sul comune disegno dei loro psicogrammi individuali.
Avvert con viva consapevolezza il lento modellarsi, sulla superficie del
quadro, di un volto umano in cui i caratteri di lui e quelli di Knyll erano
fusi e per cos dire compenetrati in un'espressione armoniosa e profonda,
quasi a suggello della loro mistica unione, ed ebbe l'acuta certezza che solo
la morte del corpo avrebbe potuto strappare il suo spirito dal quadro
incantato.
Una grande macchia scura si dilat improvvisamente nello schermo
stereoscopico posto accanto alla poltrona in cui giaceva immobile il corpo
di Khunst, e Juhd irruppe parlando nella stanza. Era un essere verde e
molliccio, i cui occhi gialli, enormi nella larga faccia priva di naso,
brillavano di una luce impazzita. I suoi tentacoli gelatinosi afferrarono per
le spalle e scossero rabbiosamente il corpo di Khunst, il cui spirito,
imprigionato nel quadro, rabbrivid di ribrezzo.
Precipitiamo! Fate qualcosa, maledetto! urlarono nella mente di
Khunst le sue parole convulse in un parossismo di forsennato terrore. Ma il

259
corpo inanimato del prigioniero scivol rigidamente sul pavimento, lo
sguardo fisso e immobile, le labbra sigillate nel silenzio.
In quel momento uno schianto terribile squass l'astronave ed ogni cosa
svan dalla vista di Khunst, mentre la sua coscienza sprofondava in un
vortice di dissolvimento.

Mille e mille esistenze s'intrecciarono nello spirito di Bloom,


accavallandosi, sovrapponendosi, fondendosi in una immensa
fantasmagoria di passioni, di canti, di luci, di colori, di lotte, di sofferenze,
di vittorie, di amori, di sconfitte, di abiezioni, di sacrifici, di spasimi, di
esaltazioni, di turpitudini, di dolori, di gioie senza fine, ed egli conobbe la
gloria del trionfo sulla Via Sacra fra le ali della plebe inneggiante, in piedi
sul fulgido cocchio trascinato dagli avversari in catene; disegn sulle pareti
della caverna, colorandole con ocra rossa, le scene di caccia alla renna,
consapevole di attirare con quella magica operazione i branchi di renne
della regione verso gli agguati pazientemente tesi dai maschi della trib;
impar, nella tranquilla serenit del gineceo, a tessere, a cucinare, a
dirigere gli schiavi, nell'attesa ansiosa del giovane eroe che l'avrebbe
sposata davanti all'altare di Athena; seguito dalla schiera osannante dei
druidi, invoc, avvolto nella sontuosa magnificenza dei paramenti
sacerdotali, la benedizione di Borvo, il supremo signore delle nubi
tempestose, e solennemente recitando le formule tradizionali recise dalla
quercia antichissima il primo ramo di vischio con la sua piccola falce
d'oro; ricoperto di una tunica bianca come la virt, di una veste rossa come
il sangue e di un mantello nero come la morte, dopo una notte passata nel
digiuno e nella preghiera egli prest giuramento, in ginocchio davanti al
suo signore, di difendere i deboli e gli oppressi e la santa causa della
Chiesa, e rivestito di armi nuove e lucenti ricevette dal suo signore lo
schiaffo rituale e sul collo tre colpi col piatto della spada e fu consacrato
cavaliere; vide sua madre morire sul rogo e giur a se stessa di vendicarla,
e distill nel suo antro segreto un filtro dolce come il peccato e ardente
come l'inferno, che incaten ai suoi piedi la colpevole anima del
margravio, inducendolo a sposare davanti al prete una figlia di strega;
partecip alla congiura dei nobili, ma per sfuggire alla vendetta del potente
cardinale dovette rifugiarsi in Ispagna, dove conobbe Isabella, che
facendogli dimenticare ogni cosa lo trascin con lei sulle montagne, a
vivere di brigantaggio e di disonore; si trov al fianco del generale nella
disastrosa ritirata e fu ferito dal piombo di Lipsia e di Waterloo; pilot i

260
Mig 64 e saccheggi gli archivi segreti del Reichsag; conobbe la paura e la
disperazione, l'odio e l'esultanza, l'ebbrezza e la perdizione, e la sua mente
fu una tastiera infinita percorsa da innumerevoli dita, un tempestoso e
sublime concerto di anime incatenate, profondo come l'oceano e come il
cielo notturno, disperato come la carne in agonia, sereno come i prati di
primavera, corrotto come i profumi d'Oriente, trionfante come le folgori
dell'uragano.
Anch'io, anch'io, pensava confusamente, scriver la mia vita
nell'indistruttibile libro di Knyll, e quelli che dopo di me varcheranno
quella soglia immortale conosceranno, assieme alle gesta leggendarie
dell'eroe, l'umile trama della mia modesta esistenza nella citt anonima e
grigia, senza un solo avvenimento degno di nota, per quanto ricca di sogni,
oh, questo s, di sogni stupendi e meravigliosi come le avventure lontane,
romanzo e mito di quello che avrebbe potuto essere, come la vita la
cronaca di quello che stato.
Lo prese un'accorata piet per quel suo povero corpo scompostamente
accasciato sul pavimento, quel corpo che egli aveva nutrito,
accompagnato, in cui era vissuto per tanti anni; avrebbe voluto sentire di
nuovo il suo calore, il familiare pulsare del sangue e il sapore amico delle
sensazioni quotidiane: ma non gli era possibile.
Fu assalito da un'improvvisa preoccupazione per il suo cuore, che
sapeva sofferente: quella posizione innaturale e prolungata non doveva
certamente fargli bene. Da quanto tempo ormai la sua mente si trovava
imprigionata nel quadro? Le rosse luci del tramonto avevano invaso la
stanza, poi la penombra della sera e l'oscurit notturna erano penetrate a
passi di lupo dalla finestra e infine l'alba era silenziosamente arrivata con
la sua carezza lieve e furtiva. Adesso splendeva il sole, un trionfante sole
di tardo mattino.
Bloom avvert improvvisamente bussare alla porta, che egli aveva
chiuso a chiave il giorno prima, e ci avvenne ripetutamente, senza che lui
potesse dare il minimo segno di vita. Qualche tempo dopo vide comparire
alla finestra il portiere della pensione, il quale vi era salito per mezzo di
una lunga scala. Introdottosi lestamente nella stanza, si chin ansiosamente
ad osservare il corpo giacente esanime sul pavimento; quindi apr la porta
della camera, dalla quale entrarono subito la proprietaria della pensione e
altri del personale, che adagiarono sul letto il corpo di Bloom.

261
Poco dopo arriv un medico e Bloom lo vide scuotere la testa del suo
corpo inanimato, per poi chinarsi ad auscultargli il cuore con lo
stetoscopio.
In quel momento le immagini si confusero nello spirito di Bloom, che
vacill e si estinse rapidamente come una fiamma sotto un vento
improvviso.

262
B.A.T.T.A.G.L.I.A
di Luigi Naviglio
(Gemini Fantascienza n. 9, 1978)

TAC!!!

...avanzai. Decisamente. E mi pareva da sempre, come in un gioco senza


fine, misterioso, al di sopra di ogni mia possibilit di comprensione.
Come il mistero, l'enigma, della nostra stessa esistenza. Della realt di
tutto ci che ci circondava.
Eppure ero l, nella giungla, ed arrancavo faticosamente, passo dopo
passo, nella melma, nel pantano, fra gli odori nauseabondi che si
sprigionavano in lente spirali dal fango molliccio.
Con il disintegratore puntato davanti a me abbattevo gli arbusti, le
piante, il fine, impenetrabile intreccio delle liane che ostacolavano il
cammino, la nostra marcia. Ed al mio fianco si trovava il sergente O'
Connor.
Guardai di sfuggita il suo volto stanco, tirato, cosparso di sudore.
Una maschera di fango.
Eppure sapevo che mi sarebbe rimasto vicino, sempre, sino alla fine. E
poi, lo sentivo, la fattoria non poteva essere lontana.
E l, nella fattoria, c'era Jane ed i suoi due fratelli, Nik ed Adams,
accerchiati dai mostri verdi.
Noi stavamo correndo a salvarli.
Speravo proprio di giungere in tempo, con il sergente O' Connor, con i
dieci fidati soldati che componevano il nostro gruppo.
Era una lotta senza fine, la nostra, che si svolgeva fra l'intrico delle
giungle, delle savane, delle paludi ribollenti di sabbie mobili. Era l che i
mostri verdi si celavano, pronti ad emergere all'improvviso dal folto della
vegetazione, ad attaccare a distruggere, a compiere razzie. E chi ne
soffriva di pi erano le fattorie isolate, facile preda degli attacchi dei
mostri.

263
Cos noi, dal fortino, eravamo sempre in perlustrazione, cercando il covo
dei mostri verdi fra le giungle, conducendo una continua guerriglia che ci
logorava senza portare a risultati apprezzabili.
Cos, da sempre. Non riuscivo a ricordare come fosse, prima. Era
sempre stato cos. Le fattorie, il fortino, le giungle, i mostri verdi. E noi
tesi nella costante ricerca dei nostri avversari, pronti ad intervenire ad ogni
loro attacco contro le fattorie isolate.
I pionieri, i componenti delle fattorie, non intendevano abbandonare le
loro case, i loro campi, il frutto di un duro lavoro, per ripararsi nel fortino.
Dicevano che la loro terra veniva prima di tutto, che se l'avessero
abbandonata non avrebbero trovato pi niente, al ritorno. E cos
rimanevano per difendere la casa, il terreno, il frutto di una vita di sforzi.
Avevano ragione. A noi del fortino spettava il compito di distruggere i
mostri verdi ma ancora, da sempre, non ci riuscivamo. Comparivano
all'improvviso e scomparivano fra l'intreccio della vegetazione che
costituiva il loro regno, imprendibili, irriducibili. Creature malefiche nate
per un tragico scherzo dell'imprevedibile volere della natura. E noi ne
facevamo le spese.
Non sapevamo nemmeno chi in realt fossero, i mostri verdi. N da dove
provenissero. Sapevamo solo che erano i nostri nemici, i massacratori dei
pionieri, i razziatori dei nostri sforzi. Niente altro. Da sempre.
E questa volta era proprio Jane ad essere in pericolo, la mia Jane. I
mostri avevano gi ucciso i suoi genitori nel corso di un precedente attacco
ma lei non aveva voluto seguirmi al forte. Era rimasta l, nella casa dei
suoi padri, assieme ai due fratelli. Sapevo che finch in lei vi fosse stato un
alito di vita sarebbe sempre rimasta l, non potevo fare assolutamente
niente per dissuaderla.
Salvare la vita, questo s. Era in pericolo. Avevamo avvistato i tre razzi
rossi, il segnale di pericolo provenire dalla direzione della sua fattoria.
Avanti, avanti, fra il fango, la melma, la vegetazione che sembravano
voler trattenere i nostri passi, renderci arduo il cammino. Un mondo
alleato dei mostri verdi, ecco cosa era quel posto dannato.
Il sergente O' Connor si ferm un istante. Al mio sguardo interrogativo
mi fece un cenno di silenzio. Il nostro gruppo si arrest, trattenendo il
respiro.
"Sente, capitano?" chiese il sergente. Indic di fronte a noi, oltre il muro
di vegetazione che ci sbarrava il passo.

264
Allora, distintamente, udii l'eco di grida, il secco rumore delle
esplosioni.
"Avanti!" gridai. Eravamo vicini e Jane si stava ancora difendendo.
Saremmo arrivati in tempo.
Balzammo contro la giungla come un solo individuo, facendo
avvampare le fiamme dei nostri disintegratori. La barriera si apr, ci
infilammo nel verde cunicolo e finalmente, d'improvviso, ci trovammo
fuori.
Davanti a noi, come per incanto, si stendeva una fresca radura. Al centro
di essa la fattoria, tutto attorno un fantastico carosello degli esseri verdi,
simili a piante striscianti, semoventi, con rami simili a braccia, con un
gigantesco, unico occhio, posto al centro del volto foglioso.

"In posizione," ordinai. Ci disponemmo in fila e puntammo i fucili


elettronici verso gli avversari.
Notai che alcuni di essi cominciavano a lanciare frecce incendiarie verso
la fattoria. Qualcuna di esse aveva raggiunto il tetto e cominciavano a
svilupparsi focolai d'incendio.
"Fuoco a volont!" gridai. I mostri verdi, intenti come erano nell'attacco,
non ci avevano visti. Ero deciso a puntare tutto sul fattore sorpresa dal
momento che i nostri avversari erano pi numerosi di noi, circa una
trentina.
Dalla fattoria guizzavano verso gli attaccanti lampi argentei. Jane ed i
suoi due fratelli non stavano certamente risparmiando le pile dei loro
disintegratori.
Il fuoco dei nostri fucili si abbatt sui mostri verdi con estrema
precisione. Ne vidi cadere almeno una decina. Gli altri si arrestarono, colti
da un improvviso panico. Naturalmente ci avevano visti.
Continuammo a sparare mentre le prime frecce piovevano verso di noi.
Uno dei miei soldati cadde al suolo con uno strale infisso nel petto. Non
c'era niente da fare contro le frecce. Bastava una ferita superficiale per
rimanere stecchiti, le punte erano cosparse di chi sa quale veleno. Il fatto
che i mostri erano dei tiratori molto abili cos che la differenza tra i
disintegratori ed i fucili elettronici da una parte e le frecce dall'altra, era
assolutamente relativa. In un certo senso, nella giungla, erano i mostri
verdi ad essere favoriti.
Un altro dei miei soldati cadde senza un grido ed allora balzai avanti,
mantenendo premuto il pulsante di sparo del mio mitra elettronico.

265
I mostri verdi cominciarono a sgusciare via, verso la giungla,
confondendosi con la vegetazione.
"Avanti!" gridai. "Non lasciamogli tregua! Inseguiamoli!"
In quello stesso istante Jane usc dalla fattoria mentre i suoi due fratelli
cominciavano a gettare secchi ricolmi d'acqua contro i focolai d'incendio.
"John! " mi disse lei venendomi vicina. Aveva il volto sporco di polvere,
in una mano teneva ancora il disintegratore.
Sent l'impulso di fermarsi, per prenderla fra le braccia, accarezzarla
gridare tutta la mia gioia perch era viva. Ma non lo feci. Accennai appena
un saluto con la testa e proseguii nella corsa verso la boscaglia ove si erano
eclissati i nemici. Ella rimase al mio fianco.
"Che fai?" le chiesi. "Resta alla fattoria."
"No, vengo con te." Sapevo che era inutile discutere con lei, specie in
quel momento. Comprendevo, del resto, ci che ella doveva provare, l'odio
verso le orribili creature che gi le avevano ucciso i genitori, devastato i
campi. Non avrebbe avuto pace finch uno solo di quei mostri fosse
esistito.
Sempre cos: quando erano nella giungla si mimetizzavano cos bene
con essa da risultare introvabili. E magari erano a pochi passi da noi, ci
stavano spiando, pronti a colpirci con le loro infallibili fecce.
Rallentammo il passo, guardandoci pi volte attorno, pronti a sparare su
qualsiasi cosa si muovesse.
Sentii un nervosismo crescente farsi strada nel mio cuore. Anche i volti
dei miei soldati erano tesi.
"Non avresti dovuto venire," dissi a Jane.
Ella scroll le spalle in segno di indifferenza senza pronunciare parola.
Proseguimmo in silenzio, i sensi tesi. La morte poteva piovere su di noi da
un istante all'altro, da un qualsiasi luogo, dalla direzione pi imprevista.
Ma dovevamo proseguire. Era il nostro dovere, la nostra ragione di
esistere. Pensai che se non vi fossero stati i mostri verdi non avremmo
avuto alcuna ragione di stare al mondo. Forse la nostra vita era proprio la
lotta, quella guerriglia assurda, inconcepibile, esistita da sempre.
Qualcosa mi sfuggiva, un insieme di pensieri, di verit, pi grandi, al di
l della mia possibile comprensione. Un mondo senza senso, il cui unico
significato era la lotta. Forse, tutto ci che ci circondava esisteva proprio
perch vi era la lotta fra noi ed i mostri verdi. Come uno scenario, un
fondale, un teatrino di cui noi eravamo gli interpreti principali.

266
Una commedia, una farsa. Tanti dolori, fatiche, lotte, emozioni... per
nulla.
A che cosa stavo pensando? Non dovevo distrarmi. Poteva esserci
pericolo, attorno, i mostri verdi in agguato.
Poi c'era Jane. Un dolce tepore scese dentro di me dissipando i dubbi, gli
strani pensieri giunti da orizzonti lontani fra le spirali della fantasia. Jane.
Giovane, volitiva, fiera, Ci che contava era lei, la sua vita, la sua
esistenza, la sua compagnia.
Il mondo non avrebbe avuto senso, privo di lei. Nulla, niente, avrebbe
avuto ragione di esistere, almeno per me.

O' Connor sbarr gli occhi e si aggrapp a me.


"Cosa fai?" gli chiesi. Lui mi guardava con gli occhi sgranati, senza
parlare.
Me lo scossi da dosso e lui scivol a terra. Aveva una freccia infissa
dietro la schiena. Morto, naturalmente.
"Attenti!" gridai. Sparammo una raffia tutto attorno bruciando cespugli
sterpi, alberi. La giungla sembrava irriderci.
I soldati, muti, avevano il terrore dipinto sul volto. E la disperazione.
Tutti ci sentivamo depressi, consapevoli di combattere una battaglia senza
futuro. Oppure eterna. Interminabile. Proprio cos.
Non ne avrei vista la fine. O' Connor giaceva ai nostri piedi ma non
l'avevano nemmeno degnato di uno sguardo, il nostro fido, bravo, buon
sergente O' Connor. L'avevo conosciuto da sempre ed ora era morto.
Attori senza futuro, comparse. Arlecchini di una esistenza provvisoria,
pulcinella del niente. Cos noi eravamo.
Il grido di Jane mi riscosse dai nuovi pensieri.
"L!" disse indicando un punto davanti a noi. E spar. Il mostro verde si
agit, in preda alle fiamme distruttrici, senza emettere il pi fievole
rumore. Poi gli altri emersero dalla giungla e furono su di noi, da ogni
parte.
Ci avevano accerchiati in silenzio ed ora si accingevano a finirci. Ma
avremmo venduto cara la nostra pelle.
Fu la mischia, il caos, la battaglia. Grida, ordini insulti, balenare di raggi
argentati, gemiti, sibilare di frecce.
Jane era vicina a me, i capelli al vento, il volto teso nell'emozione della
lotta e, forse, della morte imminente.
Scattai in avanti e...

267
TAC!!!
"Luigi, vieni. ora di andare a fare i compiti."
"Ma mamma..."
"Niente ma. Hai giocato tutta la mattina con quei soldatini elettronici
programmati, ora devi studiare. E poi lo sai che non li devi tenere in
attivit tanto tempo, con quello che costano!"
Il bimbo si alz dal cantuccio ove era seduto ad osservare la battaglia
dei suoi soldatini e raggiunse la madre. E lo fece con un notevole sforzo.
La serie di soldatini elettronici programmati, capaci di svolgere una
azione individuale, erano veramente il gioco preferito dai bambini del XX
secolo.

268
Ossessione
di Gustavo Gasparini
(Gemini Fantascienza n. 9, 1978)

Erano circa le due del mattino quando la partita a poker ebbe termine.
Mezz'ora pi tardi Carlo Sarpi si conged dagli amici e s'incammin
lentamente verso casa. Non aveva affatto sonno. Ascoltava il rumore dei
propri passi risuonanti sul lastricato delle vie deserte, mentre il suo
sguardo errava oziosamente sulle facciate dei bianchi palazzi illuminati
dalla luna. Era una dolce notte d'estate e Sarpi, che aveva vinto al gioco
una discreta somma, si sentiva particolarmente euforico e incline ad
assaporare pienamente la serena bellezza dell'ora.
Era arrivato a pochi isolati da casa sua, quando il rumore di una vivace
colluttazione, proveniente da una strada laterale e accompagnato da
femminili invocazioni d'aiuto, attir la sua attenzione. Gir rapidamente
l'angolo della via e la scena che gli si present davanti agli occhi lo fece
subito ribollire di indignazione.
A pochi passi da lui la calma luce di un fanale illuminava un corpulento
individuo di et avanzata, dai lineamenti contratti in una smorfia di furore,
mentre andava percuotendo con forsennata violenza una giovane donna
caduta ai suoi piedi. Aggrappata disperatamente alle sue ginocchia e forse
ormai priva di sensi, essa non sembrava opporre alcuna resistenza alla
cieca furia del bruto, che le rovesciava addosso una selvaggia tempesta di
colpi.
Senza esitare un istante, con un balzo Sarpi fu sopra allo sconosciuto,
colpendolo al volto con un vigoroso manrovescio. "Mascalzone!" grid
indignato. "Trattare una donna in questo modo! Vigliacco!"
All'improvvisa irruzione del giovanotto, l'uomo rest alcuni secondi
come inebetito, del che approfitt Sarpi per strappargli la ragazza dalle
grinfie. Solo allora l'uomo parve voler reagire, ma un altro sonoro ceffone
lo mand violentemente a sbattere contro il fanale, al quale rimase
addosso, ansimando. I suoi occhi arrossati sembravano trafiggere il
giovane con una carica d'odio cos intensa, che questi sent un'ondata di
269
collera avvampargli le tempie e si lanci di nuovo contro di lui, deciso a
dargli una buona lezione. Ma lo sconosciuto non si lasci raggiungere,
sfuggendogli con insospettata agilit, e dopo una breve corsa Sarpi
rinunci all'inseguimento, ritornando sui propri passi.
In piedi sotto il lampione, la ragazza si andava accomodando le vesti e i
capelli in disordine, massaggiandosi le membra indolenzite. Il fascino
della sua prepotente bellezza avvolse subito Sarpi come un'impetuosa
fiammata, ed egli rimase immobile ad ammirarla, soggiogato.
La ragazza sollev lo sguardo su di lui e gli rivolse un sorriso. "Vi
ringrazio infinitamente." Modul, "non so come sarebbe finita senza il
vostro intervento."
"Vi ha fatto male?" domand il giovane premurosamente, avvicinandosi.
"Be', non si trattava propriamente di carezze!" ammise la ragazza e
aggiunse, tendendogli la mano: "Mi chiamo Frieda, sono terribilmente
contenta di fare la vostra conoscenza."
Sarpi divorava con gli occhi la giovane sconosciuta, che gli sembrava
essere uscita dalle mani del suo persecutore assai meno malconcia di
quanto si fosse aspettato. Frieda gli confid di essere straniera (e questa
circostanza spiegava il suo leggero accento esotico) e di essersi smarrita
nel dedalo della citt, avendo pure dimenticato il nome dell'albergo in cui
aveva preso alloggio. Per colmo di sfortuna, era infine rimasta vittima di
una rapina che solo il coraggioso intervento di Sarpi aveva impedito di
trasformarsi in un delitto ancora pi orribile. A questo punto la giovane
donna rivolse al suo salvatore uno sguardo cos dolce di riconoscenza e di
simpatia, che il giovanotto si sent rimescolare fino al pi profondo del
cuore.
Da un campanile non lontano arrivarono gli scanditi rintocchi delle tre
del mattino.
"Sentite, Frieda," azzard Sarpi con ostentata disinvoltura, "perch non
venite a dormire a casa mia per questa notte? C' una graziosa cameretta
tutta azzurra che sembra fatta apposta per voi. Domattina cercheremo
insieme il vostro albergo."
"Vivete solo?" s'inform la ragazza, e alla risposta affermativa del
giovane, accett la sua proposta senza esitazione.
Sarpi la condusse fino al suo appartamento tenendola per mano, una
manina liscia, morbida e tiepida, che rispondeva con simpatia alle
pressioni sempre pi audaci e frequenti delle sue dita. Il cuore del

270
giovanotto pareva volergli balzare dal petto, mentre infilava la chiave nella
serratura con mano resa tremante dall'eccitazione.
Nel salottino i due giovani brindarono al loro incontro guardandosi
lungamente negli occhi, poi le loro mani si cercarono per intrecciarsi in
una tenera stretta. A Sarpi sembrava di vivere un sogno meraviglioso, dal
quale temeva di doversi svegliare da un momento all'altro, e quando il
morbido corpo di Frieda si trov finalmente fra le sue braccia, egli lo
strinse a s avidamente, quasi contendendolo alla brutale realt del
risveglio che glielo avrebbe crudelmente strappato.
In quel momento la porta si spalanc con violenza e quattro individui
armati di rivoltella fecero irruzione nella stanza: in uno di essi Sarpi
riconobbe l'omaccione che egli aveva messo in fuga poco prima. Un
crudele sorriso gli stirava le labbra.
"Siamo venuti a regolare un conticino, don Chisciotte dei miei stivali!"
sghignazz all'indirizzo di Sarpi, quindi lo colp rudemente alla tempia col
calcio della pistola. Le immagini si oscurarono alla vista del giovane, che
scivol a terra privo di sensi.
Quando riprese conoscenza si trovava allungato sul pavimento di legno
di una stanza sconosciuta, con le mani solidamente legate dietro la schiena.
I raggi del sole che penetravano a fiotti dalla rozza finestra priva di
imposte gli ferivano dolorosamente gli occhi: giudic che dovevano essere
a un di presso le dieci del mattino.
Non avevano ritenuto necessario di legargli anche le caviglie, ed egli si
sollev faticosamente sulle ginocchia e quindi in piedi. Si trovava nel
vecchio solaio di una casa di campagna; sotto la finestra si stendeva un
ampio cortile inondato di sole: impossibile effettuare un salto da
quell'altezza e per di pi con le mani legate. La porta priva di maniglia
risultava solidamente chiusa a chiave. Sarpi si sentiva come un leone in
gabbia e il pensiero della ragazza in pericolo raddoppiava la sua
agitazione. Bisognava assolutamente evadere da quella prigione.
A prezzo di mille contorcimenti riusc a farsi uscire l'accendino da una
tasca dei pantaloni e dopo molti infruttuosi tentativi pervenne a farlo
funzionare; quindi accost alla fiammella i polsi legati contro la schiena,
con l'intenzione di bruciare i lacci che li stringevano, ma all'inizio riusc
soltanto a procurarsi delle scottature alla pelle. Nondimeno resistette alla
sofferenza e alla fine le sue mani furono libere.
Proprio in quel momento la chiave gir nella toppa e la porta si apr; un
uomo entr nella stanza. "Dove diavolo..." cominci, girando intorno lo

271
sguardo alla ricerca di Sarpi. Ma questi non gli lasci terminare la frase,
abbattendolo con un colpo bene assestato. Impadronitosi dell'arma del suo
carceriere, discese cautamente le scale e si arrest davanti a una porta
chiusa, oltre la quale era percepibile un parlottio confuso. A un certo punto
il giovane intese pure un gemito soffocato e fu certo che Frieda si trovava
in quella stanza. Senza esitare spalanc l'uscio con un calcio e balz
dentro. Un proiettile sibil minacciosamente vicino al suo orecchio, ma la
sua rivoltella rispose immediatamente con implacabile precisione e i tre
uomini si accasciarono esanimi sul pavimento. Sarpi si inginocchi
accanto al corpo di Frieda, la liber dai legami che l'immobilizzavano e se
la strinse teneramente fra le braccia.
Quella fu l'ultima operazione condotta brillantemente a termine contro
l'organizzazione della droga dall'ufficiale della Polizia Internazionale
Frieda Wenzel, dopo di che essa present le proprie dimissioni per
convogliare a nozze con Carlo Sarpi.
Il loro matrimonio fu allietato dalla nascita di tre bambini che
costituirono la gioia dei loro genitori, e i lunghi anni vissuti insieme videro
il loro amore cementarsi in una pacata dolcezza fatta di felicit e di
comprensione. All'et di ottantaquattro anni, pochi mesi dopo il sereno
trapasso della moglie, Carlo Sarpi si spense a sua volta quietamente, nel
proprio letto, circondato dall'amorosa assistenza dei figli e dei numerosi
nipoti.

Sarpi si dest in quell'istante, stupito di trovarsi ancora vivo, ma


immediatamente comprese che l'intera esistenza da lui vissuta fra il
venticinquesimo e l'ottantaquattresimo anno di et non era stata altro che
un sogno. Le ben note e familiari pareti della sua camera di scapolo ne
testimoniavano, togliendo ogni realt alla lunga vicenda da lui vissuta
dormendo.
Eppure quel sogno era stato di una cos intensa evidenza, di una tale
ricchezza di particolari, che Sarpi durava fatica a convincersi della sua
irrealt. I suoi figli, i suoi nipoti, non erano dunque mai esistiti al di fuori
della sua immaginazione... E gli spacciatori di droga... E Frieda!...
Balz a sedere sul letto, col cuore pieno di sgomento. Frieda no! Frieda
gli apparteneva! Non voleva perderla!
Si accese con mano tremante una sigaretta e aspir avidamente alcune
boccate. "Vediamo, cerchiamo di ragionare." Andava dicendo fra s.
"Dov' cominciato il sogno? La partita a poker di ieri sera stata ben reale,

272
questo indubitabile. Non posso averla sognata! Altrimenti dovrei
supporre..." Si arrest, incapace di accettare le conclusioni del suo
pensiero; "...altrimenti dovrei supporre che tutta la mia vita precedente non
sia stata altro che un sogno!"
Si prese la testa fra le mani: aveva paura di impazzire. La piccola sveglia
sul comodino segnava le quattro del mattino. "A che ora ho cominciato a
sognare?" Un'idea gli illumin improvvisamente la mente smarrita. Cerc
il portafoglio nella tasca della giacca e lo frug ansiosamente. Il suo
sguardo si rischiar: la partita a poker non l'aveva sognata! Lo provavano
quei biglietti di banca fruscianti fra le sue dita. Ma Frieda! FRIEDA!
L'aveva davvero incontrata?
Usc dalla stanza col cuore in tumulto, accese la luce nel salotto, e subito
la sua insostituibile angoscia fu dissipata da una deliziosa certezza: Frieda
esisteva, lo attestavano i due bicchieri rimasti sul vassoio, i bicchieri che
lui e la ragazza avevano portato alle labbra non pi di un'ora prima,
guardandosi teneramente negli occhi.
Frieda era stata l! Lo aveva baciato! E poi che cos'era accaduto? Non
riusciva a ricordare altro, disturbato dalla vivida reminiscenza del sogno.
Con molta probabilit in quel momento Frieda stava tranquillamente
dormendo nella camera azzurra, ma come esserne certo? Sarpi era
combattuto fra il timore di essere mal giudicato dalla ragazza e la
spasmodica necessit di sapere... Non avrebbe saputo resistere
nell'incertezza fino all'indomani!
Si avvicin silenziosamente alla camera della giovane donna: avrebbe
socchiuso la porta di appena un semplice spiraglio, una sottile fessura che
gli permettesse di sincerarsi...

Fu una meravigliosa notte d'amore. L'indomani Sarpi e la sua fidanzata


partirono per il paese di Frieda, dove il giovane fece conoscenza con i suoi
genitori, un distinto professore di matematica e una signora dall'aspetto
fragile e sognante, autrice di graziosi acquarelli dalle sfumature delicate.
Si sposarono a Natale e l'anno seguente nacque il loro primo bambino, il
quale fu chiamato Edmund, che era il nome del padre di Frieda. Sarpi
aveva ripreso la sua attivit giornalistica e stava inoltre lavorando al suo
primo romanzo, "Le procellarie," che ottenne pi tardi un lusingher
successo di pubblico e di critica. Ma fu soprattutto il suo quinto romanzo,
pubblicato dodici anni dopo, che valse la pi grande notoriet
consacrandolo maestro dell'ultima generazione.

273
Furono quelli gli anni d'oro della carriera e della vita di Sarpi, allietati da
ogni genere di soddisfazioni. Padre di due ragazzi svegli e simpatici,
marito di una donna che amava ancora con l'ardore dei primi mesi di
matrimonio, scrittore di successo ammirato e invidiato, ricco e felice, Sarpi
non avrebbe saputo che cosa altro domandare dalla vita.
Tuttavia la sua buona stella stava gi per tramontare, anche se nessuno
ancora lo sospettava. Il gusto, il costume, il senso della vita erano andati a
poco a poco mutando, passando attraverso una successione di sottili e
imponderabili trasformazioni. Egli non aveva voluto, o saputo, mettersi al
passo col suo tempo, e quasi senza accorgersene aveva finito per trovarsi
isolato. I suoi romanzi erano invecchiati, il suo stile fuori moda: a
cinquant'anni Sarpi poteva ormai venire considerato uno scrittore finito.
Dopo i totali insuccessi dei suoi ultimi libri, Sarpi si era visto chiudere la
porta in faccia da parte di quegli stessi editori che dieci anni prima si
contendevano le sue opere a gara. Alle umiliazioni dello scrittore fallito si
aggiunsero pi tardi pesanti preoccupazioni finanziarie, in seguito a una
serie di sfortunate speculazioni in mezzo alle quali Sarpi si era trovato
coinvolto.
Di gradino in gradino Sarpi discese fino in fondo la scala della pi
completa abiezione. Abbruttito dall'alcool e dal gioco, separato dalla
moglie dopo averla cinicamente tradita in una serie di squallide avventure,
privo ormai di una casa, ridotto a vivere di miserabili espedienti, partecip
a una rissa di taverna nell'inverno del 1983: una coltellata lo raggiunse
all'addome ed egli ruzzol sotto un tavolo fra gli sputi degli ubriaconi e le
puzzolenti chiazze di vino. Ritrov nel sapore dell'agonia un acre disgusto
di se stesso. "Come un verme!" rantol, e gli parve che il suo disonore gli
sarebbe sopravvissuto.

Si dest con la gola contratta dall'angoscia e sul principio non riusc a


capire; poi la sensazione di sentirsi vivo, giovane, ancora padrone del
proprio destino, gli dilat i polmoni in un empito di gioia: non era stato
che un sogno! Ma ben presto a quella impetuosa ondata di esultanza
succedette un'inquietudine acuta e dolorosissima, che lo attanagliava nelle
pi intime fibre dell'essere.
Aveva sognato, vero: ma con quale tremenda potenza di
rappresentazione! Poteva ben dire che nel corso di quei sogni,
prodigiosamente inseriti l'uno dentro l'altro, egli aveva letteralmente
vissuto due intere esistenze giorno per giorno, ora per ora, fin nei minimi

274
particolari! Potevano dirsi i suoi dei semplici sogni? E se invece quelle due
esistenze fossero state entrambe reali? Se uscire dalla vita, morire, non
fosse stato altro in realt che destarsi da un lungo sogno per ritrovarsi
nell'interno di un sogno pi grande, alla fine del quale ci si sarebbe
risvegliati dentro un sogno pi grande ancora, e cos via in progressione
infinita, senza mai fine, nella spalancata voragine del tempo? Chi aveva
detto che la vita non era altro che "un sogno dentro a un sogno?"
Simili a foglie d'autunno trascinate dal vento, pensieri informi e
inquietanti turbinavano vorticosamente nel cervello di Sarpi, vi si
accavallavano impetuosamente come le onde di un oceano tempestoso,
producendo in tutto il suo essere un'agitazione febbrile.
Se cos era... se cos era, quella volta qualcosa non doveva aver
funzionato! Per un infinitesimabile inceppamento del meccanismo egli era
venuto accidentalmente a conoscere le regole del gioco, quelle regole che
gli uomini avrebbero dovuto per sempre ignorare: egli sapeva! Egli sapeva
di sognare!
Un fremito d'orgoglio immenso dilag per tutte le sue fibre, lo ubriac
come un vino generoso. Aveva scoperto il segreto della vita e della morte;
avrebbe fatto all'umanit il dono pi grande che essa avesse mai potuto
desiderare: la liberazione dal terrore della morte. Ma sarebbe stato preso
sul serio? Non l'avrebbero tacciato di pazzo, di visionario?
L'abbagliante mattino d'estate lo sorprese profondamente immerso nella
meditazione; sbatt le palpebre affaticate davanti a quella luce troppo viva
e si alz lentamente. Quello era veramente il mattino di un'esistenza
nuova.

Dopo una doccia fresca che contribu a schiarirgli le idee, si rec in


cucina, dove prepar la colazione. Davanti all'uscio della camera azzurra
rimase un poco esitante, quindi si fece coraggio e buss lievemente.
Passarono alcuni secondi che gli parvero secoli. Alla fine una voce
argentina rispose: "Avanti!" Il respiro di Sarpi ridivenne normale ed egli
entr baldanzosamente nella stanza, reggendo il vassoio della colazione.
"Buongiorno, Frieda!" salut allegramente. " una giornata magnifica.
Avete dormito bene?"
"Deliziosamente! E voi? Avete sognato di me, come mi avevate
solennemente promesso?"
"Non potete nemmeno immaginare quanto vi ho sognata!" esclam
Sarpi, conscio della propria assoluta sincerit.

275
Alla luce del sole Frieda era ancora pi bella. Sarpi si domandava fino a
che punto fosse arrivato coi suoi approcci la notte precedente: le immagini
dei suoi sogni o delle sue due esistenze? gli confondevano un poco
nella mente gli effettivi ricordi. Eppure egli conosceva gi cos bene il
gusto di quelle labbra di fragola!
Lo riassapor sulla spiaggia, al ritorno da una lunga nuotata, ed era
proprio com'egli lo ricordava, arricchito di una lieve nota salmastra. Sotto
l'ardente carezza del sole lo splendido corpo di Frieda sembrava sbocciare
come un meraviglioso fiore tropicale, ed egli non si saziava di
accarezzarlo, di sentirlo vibrare sotto le sue mani, simile a un
sensibilissimo strumento musicale perfettamente accordato.
Nel pomeriggio, dopo avere denunciato alla polizia l'aggressione subita
la notte prima dalla ragazza, si misero alla ricerca del suo albergo, che
ritrovarono con relativa facilit. Dopo qualche esitazione, Frieda
acconsent ad abbandonarlo per trasferirsi in casa Sarpi, che la sistem
nella camera azzurra.
Quella fu per Sarpi un'estate assolutamente incantevole. Libero da
impegni professionali, egli visse con Frieda un'esistenza paganamente
gioiosa, nella pienezza di un amore appassionato. Lunghe passeggiate sulla
spiaggia, sciacquio lento delle onde contro lo scafo della barca a vela,
volteggiare di danze sulla terrazza del Night Club alla musica discreta di
un'orchestra invisibile, chiari di luna limpidi e magici come acquari,
quando gli occhi della donna amata diventano pizzi luminosi e profondi in
cui attingere, refrigerio per l'arsura del cuore...
In autunno si sposarono e poco dopo Sarpi riprese la sua attivit di
insegnante. Il ricordo di quei due sogni lontani si era piuttosto affievolito
nella sua mente, e quanto ancora ne rimaneva aveva molto perduto del
primitivo carattere di assoluta realt. Sarpi, il quale dapprincipio aveva
meditato di scrivere un libro sulla sua straordinaria scoperta a proposito di
quella che egli denominava la "struttura oniropsichica individuale," non
era andato oltre alla stesura di alcune pagine di annotazioni vaghe e
piuttosto sconclusionate.
In seguito la vita lo aveva afferrato nel suo vortice sempre pi rapido,
facendogli dimenticare quelle remote fantasticherie. I suoi bambini
crescevano ed egli doveva guadagnare di pi per assicurare alla sua
famiglia un'esistenza agiata e serena. Accett di impartire lezioni private e
cominci a collaborare ai giornali locali.

276
Allorch venne collocato in pensione e i figli si furono sposati, si ritrov
solo con Frieda nella casa divenuta vuota e stranamente pi grande. Dopo
quarant'anni di matrimonio egli e sua moglie si amavano ancora
intensamente e spesso, seduti nella penombra del crepuscolo, rievocavano
insieme i periodi pi felici della loro vita in comune, con gli occhi
luccicanti di tenerezza e di nostalgia. Il solo inespresso rammarico dei loro
cuori era di essere ormai diventati troppo vecchi per poter contenere una
fiamma che si era conservata ostinatamente giovane.
Un giorno Sarpi ritrov per caso, ingiallite fra le pagine di un vecchio
libro, le sue annotazioni di tanti anni prima, e rileggendole incuriosito fu
prepotentemente assalito dalla certezza di aver visto giusto. Come per un
misterioso prodigio, improvvisamente quei due sogni lontani scaturirono
di nuovo nella sua memoria, ricchi di una vivida e plastica evidenza,
grondanti di realt viva e sofferta, convincendolo del loro inequivocabile
significato.
Quella sera ne parl a Frieda, esponendole diffusamente la sua teoria
giovanile. "Pensa:" concluse con voce leggermente tremante, "alla fine
della nostra vita ci risveglieremo come da un lungo sonno e ci ritroveremo
giovani come ci siamo conosciuti... Vivremo infinite esistenze, ancora
insieme, giovani, innamorati!..."
Gli occhi della vecchia brillavano intensamente; la sua mano nocchiuta e
grinzosa cerc quella del marito, stringendola convulsamente. "Oh, Carlo!"
ansim. "Non possiamo pi aspettare! Destiamoci! Destiamoci subito!"
I loro sguardi s'incatenarono perdutamente, naufragando in un abisso di
disperata speranza. " vero!" mormor il vecchio con voce roca. "Non
possiamo pi aspettare!"
I giornali l'indomani avrebbero parlato di un fatale incidente, provocato
da un'eccessiva dose di sonnifero presa da due vecchi sofferenti d'insonnia.
Ma per loro l'addormentarsi sarebbe stato un risveglio, pensava Sarpi,
mentre coricato silenziosamente accanto a Frieda, attendeva di sprofondare
nel gorgo. I suoi pensieri si confusero a poco a poco ed egli si lasci
sommergere sorridendo.

Si risvegli immerso nella pi fitta oscurit. Volle accendere la luce, ma


si accorse con terrore di trovarsi nell'assoluta impossibilit di compiere il
minimo movimento. Una statua di marmo dagli occhi sbarrati, fasciata di
tenebre, questo era lui ormai, da immemorabile tempo: lo sapeva, cap di
averlo sempre saputo. Simili a gabbiani impazziti, volteggiarono nella sua

277
mente sconvolta brandelli di esistenze passate, centinaia, migliaia, non
avrebbe saputo dirlo: esse penetravano l'una dentro l'altra in un allucinante
groviglio, mostruoso caleidoscopio di avvenimenti, di gesti, di facce, di
voci. Sogni! Sogni di una statua di marmo immersa nel buio, condannata a
sognare invece di vivere!
Il tempo era una tenda nera che lo separava dal nulla, il tempo era una
botola senza fondo, in cui egli precipitava in una caduta infinita.
Improvvisamente, lo schianto: abbagliante clangore di spasimo,
vertiginoso, precipizio di luce. LA LUCE! Trapassando dolorosamente i
suoi occhi sbarrati essa inondava come un bianco, impetuoso torrente la
sua coscienza smarrita. E come l'immagine di se stesso affiorante alla
superficie di uno stagno, egli vide il proprio volto chinarsi su di lui,
scrutarlo con occhi intenti. Un volto non pi giovane, un volto devastato
dagli anni e da una vita presumibilmente assai intensa, una vita fatta di
contrasti, di trionfi, di gioie, di appetiti, di passioni, una vita che egli non
aveva vissuto.
Avvert le mani dell'altro se stesso afferrarlo saldamente alle anche e
sollevarlo dalla sua posizione supina, ed ebbe l'impressione di essere
diventato straordinariamente leggero. Mentre veniva deposto rigidamente
in piedi in mezzo alla stanza, not una specie di oblunga bara dal
coperchio sollevato, l'abitacolo che per tanto tempo aveva custodito il suo
corpo, il suo corpo addormentato, ubriaco di sogni! Ma non capiva, non
capiva ancora...
In quel momento l'uomo davanti a lui si scost leggermente, rivelando
alle sue spalle un grande specchio, in cui l'immobile sguardo di Sarpi
affond come una pietra in un lago: una muta esplosione di sgomento gli
sconvolse la mente, precipitandolo in una voragine di silenzioso terrore.
Quel corpo... quel corpo rigido e inanimato riflesso dallo specchio non era
il suo! Era il corpo di Frieda!
Con gesti sicuri e precisi le mani dell'uomo aprivano le vesti sul petto di
Frieda ed armeggiarono per alcuni secondi sulla sua candida epidermide:
inchiodato in gelido orrore, Sarpi scorse sotto le sue abili dita aprirsi un
largo sportello, che rivel una profonda cavit balenante di congegni
metallici e di luci fosforescenti.
Un automa! L'incantevole corpo di Frieda, il corpo nel quale si trovava
imprigionata la coscienza di Sarpi, non era altro che un perfezionatissimo
automa!

278
Effettuate alcune rapide manipolazioni, l'uomo richiuse dolcemente lo
sportello, che parve svanire all'istante senza lasciare alcuna traccia di s, e
riassett con cura le vesti della ragazza. Una corrente di caldi formicolii
andava frattanto invadendo il corpo dell'automa, sciogliendone a poco a
poco la rigida immobilit. Sorretto dall'uomo, Sarpi pot muovere alcuni
passi attraverso la stanza, scendere lentamente una rampa di scale, salire
nell'automobile che aspettava davanti al marciapiede.
Mentre la vettura correva nella notte, la mente di Sarpi venne assalita da
un'impetuosa marea di pensieri, di ricordi non suoi, mentre un'atroce
consapevolezza stava progressivamente facendosi luce nella sua coscienza
atterrita. Adesso finalmente comprendeva! Una verit spaventosa,
inconcepibile, andava lentamente tessendo i suoi mostruosi contorni nella
trama del suo spirito sbigottito.
Travolta da una misteriosa catastrofe, una civilt millenaria era
sprofondata nei gorghi dell'oceano centinaia di secoli prima, quando il
resto dell'umanit non aveva ancora iniziato il suo lento cammino verso la
luce. Solitaria superstite, la mente dell'automa era sopravvissuta, racchiusa
nel suo involucro di biomateriale sintetico, ed onde preservarlo dal logorio
degli incalzanti millenni, si era successivamente trasferita nel corpo di
innumerevoli uomini, di cui aveva vissuto la rigogliosa giovinezza, mentre
la loro coscienza, imprigionata nell'involucro inerte, trascorreva una fittizia
esistenza fatta di sogni, nell'attesa di reintegrarsi in un corpo ormai vecchio
e stremato.
Ladra! Ladra di vita! Ladra di giovinezza! DELLA SUA
GIOVINEZZA! La mente dell'automa si era impossessata del corpo di
Sarpi nel fiore degli anni, per restituirgli ora lo stanco corpo di un
vecchio... Insediato in quel corpo usurpato, l'automa aveva conosciuto i
luminosi mattini d'estate, le tormentose dolcezze dell'amore, l'incanto delle
illusioni fugaci, l'eccitante sapore della lotta e della dura conquista, e in
cambio di tutto questo Sarpi non aveva ottenuto che una manciata di labili
sogni irreali, prigioniero di un manichino senza vita.
Ma ora, ora stava per ritornare nel suo vecchio corpo, mentre l'automa
avrebbe cercato una nuova, giovane vittima per la sua successiva
incarnazione. Sarpi si sent tutto ribollire di furia vendicatrice: questa volta
egli l'avrebbe impedito! Avrebbe fatto giustizia, distruggendo l'automa e
liberando per sempre l'umanit da quell'immondo vampiro di giovinezza.

279
Improvvisamente si trov fra le mani il volante dell'automobile e cap di
essere rientrato nel proprio corpo, abbandonato tanti anni prima. Avvertiva
lo sguardo dell'automa trafiggergli la nuca e per alcuni lunghissimi istanti
colmi di smarrimento contempl sullo specchietto retrovisore il bellissimo
volto di Frieda illuminato da un delizioso sorriso. Sent la propria mente
vacillare, e il cuore accelerare pazzamente i suoi battiti, ma si riebbe
prontamente. Ferm di colpo l'automobile e ne usc rapidamente,
precipitandosi sullo sportello posteriore, ma Frieda aveva indovinato le sue
intenzioni ed era agilmente uscita dall'altro lato della macchina,
allontanandosi di corsa nella notte.
Sarpi si lanci all'inseguimento, ma ben presto il suo corpo di vecchio
cominci a perdere rapidamente terreno. Egli strinse i denti e si costrinse
ad accelerare la corsa; tuttavia gi quasi disperava di poter raggiungere la
ragazza, quando, girato l'angolo di una via, se la trov improvvisamente di
fronte, in piedi sotto a un lampione, intenta ad accomodarsi i capelli
spettinati dalla lunga corsa.
Con un ruggito le fu sopra, mentre Frieda lanciava acute invocazioni
d'aiuto, e come una morsa d'acciaio le sue mani si serrarono strettamente
intorno al collo della ragazza. Ma Frieda non moriva! Non poteva morire
soffocata! Allora Sarpi la scaravent per terra con tutte le sue forze e
cominci a calpestarla furiosamente sul petto, sperando di fracassarne i
delicati congegni...
In quel momento si sent afferrare energicamente alle spalle e scagliare
con violenza contro il lampione. Un giovanotto con la faccia sconvolta
dall'ira dardeggiava su di lui uno sguardo di fuoco. "Miserabile!" sibilava
con voce rotta dall'indignazione. "Lurido vecchio! Maltrattare cos una
ragazza."
E gli sferr un pugno terribile in piena faccia; ma Sarpi riusc
miracolosamente a schivarlo, e volte repentinamente le spalle al suo
assalitore, si diede a una fuga precipitosa, scomparendo rapidamente nella
notte.

280
Psicocinesi
di Gustavo Gasparini
(Gemini Fantascienza n. 9, 1978)

Egli passeggia spensieratamente lungo un viale alberato, deserto in


quell'ora crepuscolare. Non saprebbe spiegarsi perch e come si trovi in
quel luogo, ma in fondo non gli importa molto di saperlo, non lo inquieta
neppure il fatto di ignorare tutto di s, persino il proprio nome, percorso
come si sente da una felicit languida e leggera che lo accarezza come una
fresca rugiada: e lui pago di questo. la vita, questa, egli pensa
confusamente, la calma felicit dell'esistenza, ininterrotta, uguale, simile
ad una sorgente montana, e si compiace di assaporarla goccia a goccia, da
intenditore raffinato.
Egli non sa da quanto tempo si trovi in quel viale: per quanto si sforzi di
ricordare, ha l'impressione di essere l da sempre e non riesce neppure ad
immaginare un altro luogo diverso da quello. Fuori, oltre la barriera
protettrice dei grandi alberi, la notte, fatta di tenebre e di vuoto, di
assurdo e di infinito. Ma l'orrore delle voragini cosmiche ormai per
sempre bandito dalla sua nuova esistenza, mai esso riuscir a valicare
quella sicura barriera, egli ne deliziosamente certo ormai, e cammina
indolentemente per il lungo viale, rassicurato dalla presenza amica degli
alti alberi millenari.
La vita scorre serenamente nel suo sano e razionale equilibrio, egli ne
soddisfatto e compiaciuto come di un'opera propria. Ma ecco ad un tratto
si accorge che il viale diventato pieno di gente, di individui tutti al pari di
lui normalmente partecipi alla vita: alcuni passeggiano oziosamente come
lui, altri si muovono frettolosamente, incalzati dagli affari, altri ancora
stanno fermi in gruppo, conversando animatamente fra loro, dappertutto
spira un'aria di cordialit e di intesa, anzi egli crede di cogliere fra quella
gente dei segni e degli sguardi d'intelligenza, quasi di complicit. Sono
sorrisi carichi di significato, occhiate eloquenti e sornione, cenni del capo
maliziosi e soddisfatti. Anch'egli vorrebbe partecipare a quella specie di
muta complicit, egli pure adesso dei loro, e con intenzione si mette a
281
fissare negli occhi un signore che gli sta passando accanto in quel
momento, atteggiando contemporaneamente le labbra ad un sorriso
d'intelligenza.
Ma l'uomo sembra non capire (o forse non vuole?) quel messaggio di
tacita intesa, e pare piuttosto stupito; anzi, siccome lui continua a fissarlo
con aria complice e significativa, comincia ad agitarsi; adesso gli si
fermato davanti e gli va domandando nervosamente che cosa desideri da
lui. Egli non riesce ad afferrare le parole del signore che gli sta di fronte,
come se gli giungessero da un mondo estraneo e lontanissimo, che non gli
appartiene. Questa la sua netta e dolorosa impressione, ma egli fa di tutto
per reagirvi, e si mette a parlare anche lui, parla precipitosamente, ma le
sue stesse parole gli sembrano assurde e inadeguate, ben altro, ben altro
ci sarebbe da dire! e quasi pronunciate in una lingua straniera.
Grosse gocce di sudore gli imperlano la fronte, ed egli si affanna a
spiegare, a giustificarsi, ma l'uomo evidentemente non comprende le sue
parole e va sempre pi irritandosi, come se fra lui e l'altro si fosse alzata
una parete di cristallo: egli vede l'uomo agitarsi, minacciarlo col pugno
sollevato, e dalla sua bocca contorta dall'ira erompono torrenti di parole
che egli dovrebbe ascoltare con la massima attenzione per potervi
validamente ribattere, ma esse passano rapidissime al di sopra di lui senza
lasciarsi afferrare, un tumultuoso silenzio lo avvolge gelidamente come
una spessa campana di piombo.
Frattanto molta gente si raccolta intorno a lui e lo guarda con ostilit,
agitandosi minacciosamente, e gli facile capire che stanno tutti insieme
gridando concitatamente, poich vede le loro labbra guizzare in una ridda
convulsa, simili a rosse lucertole impazzite. Un'angoscia acutissima lo
assale, perch ormai si reso conto che tra la sua esistenza e quella degli
altri si aperta una profonda frattura, che va allargandosi sempre di pi.
Ed ecco i grandi alberi si contorcono e vacillano come se stessero
sostenendo una lotta disperata contro un nemico invisibile ed immenso, ed
infine rovinano al suolo con terrificante fragore: il ricordo dell'astronave in
fiamme, del suo antico corpo agonizzante nel sussulto frenetico dei mille
tentacoli aggrovigliati, del suo disperato strisciare verso l'attrezzatura di
salvataggio, seguito dal terribile spasimo della psicocinesi, il ricordo come
un impetuoso uragano si precipita urlando nella sua mente sconvolta,
quindi un buio profondo la inghiotte: egli rimasto solo.
Tutti gli altri piccoli esseri dalla faccia bianca ed incomprensibile, fra i
quali egli aveva tentato invano di sopravvivere, avvinghiato ad un corpo

282
usurpato, tutti gli altri sono dileguati come ombre inseguite dal fuoco, al
dilagare della notte trionfante: ormai essa lo avvolge strettamente, lo
avviluppa nel suo liquido amplesso, dissolvendo la sua coscienza in un
vortice di annientamento.

283
Mia signora Selene
di Magnus Ludens
(My Lady Selene, Galaxy, 1963)
Traduzione di Ugo Carrega

Quando avvenne l'urto fece appena in tempo a vedere la testa di Hatter


battere contro il sedile. Come Hatter perse i sensi, tocc l'interruttore
nascosto.
Una scossa, quindi il buio.
La prima cosa che riusc a ricordare, fu il proprio nome: Marcusson, Al
Marcusson. Come gli aveva spiegato il padre nel cortile dietro casa quel
giorno in cui aveva compiuto i sedici anni. Indossava un paio di blue jeans
ed aveva in viso un'espressione rassegnata. Il padre aveva un'espressione
di mistero, uno strano sorriso sulle labbra.
Oggi compi sedici anni, cominci suo padre, ed io ti devo dire una
cosa. A me la disse mio padre quando compii sedici anni e cos aveva fatto
suo padre con lui. Prima di tutto, il nostro nome non Marcusson ma
Marcopoulos. Il tuo nome completo Alexander Marcopoulos.
Che? Pap, stai scherzando! Ma se tutti i documenti...
I documenti non vanno in l nel tempo. Il nostro vero nome stato
cambiato quattro generazioni fa, ma i documenti comprovanti il fatto
bruciarono in un incendio del tribunale. Per quanto ne sa la gente il nostro
nome sempre stato Marcusson. Mio nonno and nel Minnesota e si
stabil con gli svedesi che abitavano la zona. Al contrario di molti altri
stranieri, gli fu facile apprendere subito l'inglese e lo svedese. Era in
gamba con le lingue. Per un momento quel sorriso fuori posto riaffior
sulle sue labbra. Lo siamo tutti in famiglia. Ce la sbrighiamo bene con le
lingue, ce la sappiamo fare con la gente, difficilmente ci lasciamo
confondere o ci sperdiamo. meglio che tu faccia attenzione, Al, a quello
che dico. Questa la prima e l'ultima volta che ti parlo della nostra
famiglia, come fece mio padre. Non abbiamo mai fatto molto caso a come
era scritto il nostro nome. Sarai libero di credermi o di pensare che sono
stato seduto troppo a lungo al sole, ma ti voglio dire come era scritto
quello del nostro pi famoso antenato: Marco Polo.
Oh, adesso...

284
Lascia perdere quello che pensi adesso. Comunque, non risponderei a
nessuna tua domanda. Mio padre non lo fece con me e ne ebbe ragione. Ho
scoperto alcune cose per conto mio, tempo dopo; probabilmente tu ne
scoprirai delle altre ancora. Per esempio, l'esplorazione il nostro lavoro
congeniale. Ecco perch io sono divenuto geologo petrolifero. Un'altra
cosa: imparare le leggende del posto in cui ci si trova, se ti dedicherai
all'esplorazione, pu significare il successo contro una rottura di collo.
tutto, ragazzo. Credo che raccoglier qualche peonia per la mamma da
mettere in tavola a cena.
Al Marcusson era salito tranquillamente nella sua camera.
Avanti con gli anni, la sua speciale disposizione per le lingue e la
matematica gli fece superare brillantemente gli studi di ingegneria; il suo
senso direzionale e il fisico eccezionale gli permisero di essere scelto come
Astronauta quando prestava servizio militare nell'Aviazione.
Mentre era al campo di addestramento di Cape Kennedy conobbe e
spos una bella ragazza che era bibliotecaria in una cittadina della costa.
Gli hobbies di Marcusson erano gli esperimenti elettronici e la lettura. Il
suo psichiatra not una tendenza alla riservatezza, quasi al segreto, il che
non era nemmeno negativo in un uomo che lavorava in un settore cos
delicato ed importante e doveva affrontare lunghi periodi di solitudine.
Inoltre la sua facilit di rapporti col prossimo compensava largamente
quella che poteva sembrare una carenza.

Le cose ritornavano lentamente a chiarirsi nella mente di Al Marcusson


mentre riacquistava coscienza. Ricordava adesso i mesi di addestramento
trascorsi quando aveva imparato a galleggiare nell'aria. Il volo orbitale...
l'unica parte che gli era davvero piaciuta era stata quando era rimasto quel
quarto d'ora solo con SARAH, il cervello elettronico, tagliato fuori dal
Controllo ed anche dal gruppo di salvataggio, solo con la musica del vento
e del mare.
Nel lancio sulla Luna egli era responsabile delle comunicazioni, delle
registrazioni e dei mezzi di sensitivit all'interno della capsula, mentre
Hatter era responsabile dei sistemi di mantenimento in vita e gli altri due
uomini pi in alto erano responsabili rispettivamente della propulsione e
dell'atterraggio. Aveva compiuto tutte le operazioni prelancio, l'innesto
segreto dei contatti. Poi il cieco terrore del lancio quando le pulsazioni
erano salite a 120; la vista annebbiata, i denti stretti, la tuta che sembrava
volesse penetrargli nella pelle, il breve sollievo della diminuzione di peso

285
durante la salita vertiginosa piena di nuove strane sensazioni. L'occhio
della telecamera fissato impietosamente sopra la sua testa. Sulla Terra...
era gi sulla Terra, come una cosa lontana, remota, coma se la Terra fosse
un porto dal quale era partito... le cose si dimenticavano. Adesso aveva
l'impressione che tutto gli tornasse alla mente in un continuo accavallarsi
di immagini. Per esempio, la grazia con cui sua moglie gli aveva fissato
una cinghia che adesso galleggiava nell'aria come una marionetta azionata
da dita invisibili; e la piccola borsa di pelle contenente il suo amuleto.
Ogni volta respirava quell'aria che sapeva di plastica e di prodotti
chimici e che gli era familiare perch l'aveva respirata a lungo negli
addestramenti. Tutto ci che avrebbe dovuto essere nuovo ed avventuroso
era invece automatico e gi consumato perch tutto era gi stato
sperimentato durante gli addestramenti. I suoi occhi posavano sui contatori
e gli interruttori a colori semantici ed a loro associava quel senso di nausea
che aveva provato quando, chiuso nella camera centrifuga, compiva le
operazioni che adesso aveva meccanicamente ripetuto. Il sedile, lo
riportava con la memoria alle lunghe ore passate nella centrifuga da cui
veniva sempre fuori con lo stomaco in disordine. La pelle gli prudeva sotto
il nastro adesivo che vi faceva aderire gli elettrodi applicati al corpo;
prudeva come la sabbia sotto il suo corpo dopo una bella nuotata in mare
aperto. Era sempre l'aria della Florida che respirava, ma i filtri l'avevano
depurata dei magnifici odori del sale e del pesce, dei profumi allettanti
delle cucine delle tavernette lungo la costa. La voce di Hatter e la sua, cos
monotone e cadenzate, cos eccitanti e nuove agli ascoltatori, risuonavano
tristi alle sue orecchie: un gergo stabilito, frasi scelte esattamente per
permettere la pi chiara comprensione dalla Terra.
Il Centro di Controllo lo ricordava per avervi seguito lui stesso dei lanci
orbitali. Macchine che pazientemente registravano le pulsazioni, la
respirazione, la temperatura. Linee ballonzolanti negli schermi, difficile
scrittura dei calcolatori, altri schermi in cui punti e linee si alternavano con
diversa frequenza di significazione, schermi che mostravano pannelli di
comandi, schermi dove sarebbe apparso il suo stesso casco dentro al quale
tutti avrebbero visto il suo viso contratto come una tragica maschera di
gomma. Sent dei rumori nella cuffia, segnali in codice, gli giungevano
attraverso quella minuscola apparecchiatura dalle prestazioni sorprendenti.
Allo stesso tempo, nella capsula, tutta una serie di apparecchiature
delicatissime sistemate con sospensioni speciali per non subire

286
danneggiamento nell'atterraggio, si sarebbe messa in funzione per
registrare, analizzare, trasmettere dati su dati.
Ma aveva staccato l'interruttore.
Al Marcusson spalanc gli occhi completamente sveglio.
Si accinse a liberarsi, operazione paragonabile al tentativo di districare
le ali di una farfalla da una ragnatela. Ogni scricchiolio della tuta e del
sedile rimbombava come uno schianto nella capsula immersa nel nuovo
silenzio. Udiva il proprio respiro come un suono fuori di s. Ma nessun
segnale era trasmesso dagli elettrodi applicati al suo petto ad indicare
anormalit cardiache o di altro genere. Si sedette. Il pannello di vetro
pressurizzato lasciava penetrare una pallida luce cremosa. Si pieg in
avanti ma non pot vedere altro che una nebbia biancastra e opaca.
Slacci i guanti e li tolse. Alla luce della lampadina fissata al suo polso
controll la respirazione di Hatter. Era normale. Si rimise i guanti. Non
avrebbero dovuto lasciare la nave spaziale, naturalmente. Comunque era
stata considerata la necessit di dover uscire per qualche riparazione e
quindi ci era teoricamente possibile. Cominci ad aprire il portello. Gli ci
volle un po'. Alla fine cedette.

A causa dell'interruttore che Al Marcusson aveva staccato, le antenne


avevano smesso di girare. Gli uomini gi nella sala di controllo inviarono i
segnali di emergenza ma senza ottenere alcuna risposta. Allo stesso tempo,
i reporters televisivi cercavano di trovare argomenti per riempire quei
momenti spasmodici in cui sugli schermi apparivano le linee orizzontali
dei monitors.
Al Marcusson scese gi e rotol due o tre volte sul fondo ricoperto di
polvere bianca. Polvere lunare che non precipitando avvolgeva l'astronave
in una nube di bianco d'uovo. Si alz con cura e mosse alcuni passi
lentamente cercando di sollevarne il meno possibile. La nuvola si
disperdeva. Pul il vetro del casco con la mano inguantata.
Picchi, crateri, declivi, creste e spuntoni erano tutti l come nelle
fotografie eccetto che per una strana... come definirla?... coreografia che si
rese conto aveva quella peculiare atmosfera di sogno e mistero per via
della luce e dei colori. Oh, quei colori!
Picchi rosso rubino, superfici bucherellate dalla caduta di meteoriti i cui
crateri, di color rosa, sembravano le grasse bocche di fiori giganteschi;
spezzoni di verde smeraldo si levavano al cielo nero, come obelischi; la
lava era di color viola cupo; stalattiti di topazio brillavano pendendo dalle

287
creste di zaffiro; guglie di ametista emergevano da dune di agata... e il
tutto ricoperto di quella pallida, tenue polvere bianca lunare.
Quando eravate bambini, non vi siete mai svegliati nella cuccetta di un
vagone letto e, consci di essere voi soli svegli, vi siete messi a guardare la
luna al di l del vetro? Vi siete mai recati da soli all'alba a caccia o a
pesca? Avete mai salito il pendio di un colle vergine esplorandone i boschi
e non vi siete mai trovati davanti ad una statua mezza nascosta dagli alberi,
una statua con un sorriso segreto sulle labbra?
Al Marcusson era in piedi nella luce ovattata della luna e guardava il
sole splendente al di l della cortina di polvere. I suoi raggi filtravano
riflettendo stupendi colori, come attraverso le immense, magnifiche vetrate
della cattedrale di Chartres. Guard su, verso la Terra, adesso nella sua
nuova posizione, ed un anello maestoso di fuoco blu e violetto, rosso ed
oro, risplendeva nel cielo. Liber il piccolo sacchetto di pelle che
conteneva il suo amuleto del bene ed attese.
Essi vennero.

Li poteva vedere stagliati contro la Terra, la lunga fila a V, ondeggiante


nel cielo. Poteva scorgere adesso le loro ali muoversi nel vacuo che non li
poteva sostenere ed ud il loro solitario gracidio nel vuoto che non poteva
trasmettere suoni. Le grandi ali bianche si avvicinavano sempre pi. Fu
presto avvolto da una tempesta bianca, una tempesta che non sollev
polvere ed i cigni si radunarono intorno a lui.
Al Marcusson si eresse nella persona.
Mia Signora Selene, cominci, parlando con attenzione conscio che la
sua voce non poteva essere udita fuori dal casco. Mia Signora Luna, Mia
Signora dei Cigni, ti rendo omaggio. So delle tue vere leggende: so che sei
Afrodite la Guidatrice di Cigni, dea dell'amore e della passione. So che sei
la Dea Bianca, la Tre-donne-in-una-sola, che mut i propri schiavi in cigni.
So delle tue due sorelle gemelle, Elena la bella, distruttrice di Troia e la
nera Clitennestra, distruttrice di Micene. So dei tuoi voli che guidarono
Beowulf nelle gesta; delle tue apparizioni come Diana cacciatrice crudele;
ricordo le tue ali di cigno ombreggianti gli ospiti del Principe Igor nella
steppa, ho veduto gli anelli dei tuoi sacri cigni di Hansa decoranti i gradini
dei tuoi templi a Ceylon, i voli dei tuoi cigni sulle tombe dell'antico Egitto.
Le streghe della Tessaglia rivolgevano a te le loro formule magiche. Alla
festa di Beltana, il primo giorno di Maggio, i Druidi, i sacerdoti dei Celti,
sacrificavano in tuo onore. Ma come le leggende persero nel tempo la loro

288
verit, tu passasti nel cuore dei bimbi. Solo nelle favole di Andersen tu
muti ancora i tuoi schiavi in cigni, solo i bambini comprendono le rime
senza senso di Mother Goose. I bambini sanno, conoscono la Signora che
vola sul dorso delle oche candide, e ciascuna generazione subisce ancora il
tuo magico fascino, mia Signora dei Cigni. E i poeti a volte, altre i
cacciatori e gli amanti, guardano su verso il tuo pallido viso e tremano,
consci del tuo magico potere.
Al Marcusson smise di parlare. Gli uccelli lo attorniarono. Alz il suo
amuleto, un piccolo cigno di cristallo di rocca, di quelli che si rinvengono
nelle antiche tombe dei re del mare delle isole egee.
Mia signora Selene, grid, ti ho portato un'offerta! Sono venuto solo,
prima degli altri, per chiederti di trasferire i tuoi magici poteri in un altro
luogo. Con la mia offerta ti faccio una richiesta sacra: che tu ci permetta di
venire nella tua casa ma che tu non ci privi della poesia del tuo magico
splendore, trasformando la tua dimora su di un altro pianeta e continui a
guardarci dall'alto per non lasciarci cadere nella miseria della nostra
insensibilit.
Le piume intorno a lui si mossero ed una forma nervosa emerse, una
evanescente pietra lunare con neri occhi di opale che sorrideva e cantava.
Le ginocchia di Marcusson cedettero, i suoi occhi si chiusero. Ella
spalanc grandi ali di cigno e la sua grande ombra copr l'uomo avvolto
nella tuta spaziale, steso al suolo. Si lev. Ed i suoi cigni... le miriadi di
cigni... si levarono con lei. Volarono via allineati a V, verso gli spazi
infiniti. Quando l'ultimo cigno si fu alzato, la Luna non fu che un comune
pezzo di roccia colorata.
Al Marcusson trov la forza di alzarsi e dirigersi verso l'astronave.
Rinnest i contatti. Un ronzio riemp la capsula spaziale. Sulla Terra gli
strumenti cominciarono nuovamente a registrare i dati trasmessi dalla
capsula. Gli occhi di Hatter sbatterono ed apr le labbra. Alcuni istanti pi
tardi la sua voce venne fuori disumanizzata dal monitor, intenta a leggere
dati dai contatori, trasmettere notizie. Quindi il viso di Al Marcusson
riapparve sugli schermi. Gi al Centro di Controllo, potevano ora vedere il
suo viso guardare verso il portello.
Sulla Terra gli uomini davanti ai televisori si davano pacche sulla
schiena e ghignavano e si strofinavano gli occhi. Quel buon vecchio
Marcusson! Buon vecchio Al! Ce l'avevano fatta! Erano lass, lass sulla
Luna. Dopotutto la Luna era semplicemente un pezzo di roccia.

289
Ma una nuova stella sorta nella costellazione del Cigno: gli occhi dei
poeti e degli amanti l'hanno gi individuata!

290
I melomani
di Vittorio Catani
(Galassia n. 62, 1966)

Vrj Joensuu si soffi silenziosamente il naso col fazzoletto... ad


ultrasuoni, scuotendo i folti capelli bianchi lunghi sino alle anche, poi
parl.
Colleghi, come avrete potuto intuire, la questione ci interessa solo da
un punto di vista teorico. di nostra pertinenza, ovviamente; siamo qui
proprio per questo. Solo che... be..., vi dir con tutta sincerit: sono
rimasto un poco deluso.
Le frasi del professor Joensuu furono seguite da un ragionevole
intervallo di silenzio.
Ad un tratto si spalanc la porta e nella sala entr come una folata di
vento un batuffoletto giallo.
Pap! Pap! Hai sentito la radio? Voglio andare ad Hmeenlinna!
Vogl...
Intanto era entrato fulmineo un robot, che prese la ragazzina e la trascin
di peso, senza troppi complimenti, fuori. Poi chiuse la porta senza fiatare.
Perdonatemi, signori, disse allora Mika Pertti.
Si era alzato in piedi. Tutti poterono notare meglio i suoi Raggi, ossia
degli aghi rilucenti che fuoruscivano dalla cornea degli occhi. Pertti era
facoltoso e poteva permettersi anche i lussi dannosi.
...sapete. stava dicendo Mika, ho desiderato che vi riuniste a casa
mia, ma non vi ho nascosto che avremmo avuto seccature con mia figlia.
una creaturina adorabile, disse Aarn Merikanto con fare conciliante
un gomitolo di pepe e zafferano.
Mi sta mettendo in croce da un paio di giorni. Vuole andare ad ogni
costo ad Hmeenlinna per vedere personalmente P. T. Ounas, la grande
cantante di Canzoni.
Accidenti! disse il vecchio Joensuu, che sino a quel momento non
aveva aperto bocca dopo l'interruzione. I miei centosessantatre anni

291
cominciano a pesarmi. Allora tra poco Ounas giunger a
Kristiinankaupunki! E dire che me n'ero dimenticato!
L'anno scorso mi costrinse ad un viaggio fino a Kilpisjrvi per vedere
Zdenek Jiracek, quel maestro di tuba-SOL MAGG. cecoslovacco. E
siccome eravamo sulla via di Karesuvanto, volle andare a vedere la tomba
di Paavo Kokkola. E quella volta che mi trascin in Lapponia...
Ma Joensuu l'interruppe quasi con sgarbo.
Presenta senza dubbio uno spiccatissimo senso musicale ed ha ereditato
dal padre un orecchio precoce. Ma, signori, se non avete nulla in contrario,
vorrei continuare a parlarvi della scoperta fatta a Suomenlinna.

Come vi stavo dicendo, alit Yrj Joensuu, una volta terminato il


nostro lavoro, noi abbiamo provato una sorta di disillusione. Dicendo
"noi", includo sia coloro che mi hanno aiutato materialmente, coi quali ho
trascorso notti insonni, come i signori Merikanto, Kekkonen, Wegelius, qui
presenti, ed anche quelli che hanno validamente sorretto col loro munifico
appoggio la Sezione Ricerche dello Istituto Musicale di Helsinki. Lo
sguardo di Joensuu a tali parole corse a Mika Pertti, immobile come una
statua, e con gli occhi che mandavano Raggi di luce.
Signori! disse con enfasi Joensuu. Abbiamo svelato i segreti della
musica di circa mille anni or sono. Per il dottor Wegelius potr meglio di
me esporvi in breve ci che sappiamo.
Non ci furono battiti di mani, ma solo un silenzio cortese ed una calma
greve di aspettativa.
Kuun Wegelius era giovane, con tutte le caratteristiche somatiche dei
nordici, ed aveva una voce da baritono.
Possiamo dire, cominci, che la musica nata con l'Uomo. Noi al
giorno d'oggi non sapremmo concepire una vita senza l'apporto sollevatore
e sensuale, catartico e dilettevole dell'arte dei suoni. Radiotelevisione, sub-
onde che ci portano musiche da pianeti lontani migliaia di anni luce, e via
dicendo, hanno ormai abituato il nostro orecchio ad ascoltare musica dalla
mattina alla sera ed ovviamente tutto questo, non disgiunto da una seria
preparazione scolastica, ha avuto come effetto un vertiginoso aumento
delle capacit auditive.
In questo campo, fattore di capitale importanza l'assimilazione di
musiche basate su fondamenta diverse dalle nostre. Per esempio la Musica
Krajili, dell'VIII pianeta di Aldebaran, presenta caratteri di originalit e
peculiarit di struttura che ne fanno un mondo a parte. Essa postula

292
abitudini uditive estranee alle nostre e quasi una formazione dell'orecchio
incompatibile col nostro senso musicale. Eppure, ormai la musica Krajili
non impressiona pi nessuno.
Le Canzoni con la solista P. T. Ounas, dotata di straordinaria musicalit
e con una voce capace di comprendere otto ottave-Hcab come se nulla
fosse, hanno acquistato subito popolarit anche presso il pubblico meno
maturo. Gli che ormai siamo molto ben disposti anche verso i quattro
cori polifonici misti, e ci rappresenta un vero trionfo.
Di questo tuttavia parleremo tra poco. Tutto questo preambolo era per
annunciarvi che circa mille anni fa... ebbene, il concetto di "musica" era
inaspettatamente diverso.

In che senso, di grazia? chiese Hyrynsalmi, corrispondente di Nuova


Karigasniemi, la colonia scandinava di Ganimede.
Wegelius volse gli occhi in giro, senza arroganza.
In breve, era di una povert senza eguali. Era logico attenderselo?
Quello che ci ha meravigliato subito, che in un'epoca in cui si
cominciava ad intravvedere il miraggio dei voli spaziali e dell'energia
nucleare, musicalmente parlando gli uomini fossero ancora tanto rozzi e
semplicistici. Innanzi tutto, la musica vocale, dopo un periodo di fulgore,
decadde per lasciar posto a quella strumentale... Orrore! Solo questa
spaventosa distinzione di generi d un'idea della loro limitatezza. Inoltre a
quei tempi erano in voga composizioni per un determinato strumento. Ci,
al giorno d'oggi, sembra un assurdo, visto che uno strumento ha la facolt
di emettere una sola nota sempre la stessa, anche se con sottilissime
varianti di volume, di durata e a volte di tonalit. A quei tempi invece un
unico strumento era in grado di trarre numerosi suoni.
una contraddizione in termini, disse Mika Pertti. Come era
possibile che lo si suonasse?
C'era gente che lo studiava tutta una vita, un determinato strumento, col
risultato che variava da individuo ad individuo ma che ovviamente
restringeva di molto la scoperta di talenti. Molti, infatti, abbandonavano gli
studi per la eccessiva complessit.
L'orchestra il termine si conservato sino ai nostri giorni era
composta di quaranta, settanta o pi strumenti...
Incredibile! Ma come si poteva...
Signor Pertti, mi lasci finire, la prego. Lo so, erano ridicolmente pochi
confrontati ai nostri trenta o quarantamila. Tuttavia anche allora si sentiva

293
la necessit di qualcosa di pi grande, pi espressivo. Un tale chiamato
Gustav Mahler compose una musica per mille esecutori, detta "Sinfonia
dei Mille". Un Francese, Ettore Berlioz, sogn orchestre "ciclopiche" (sic)
composte da 200 strumenti. Ed in tale stato d'animo, a quanto abbiamo
letto nei papiri di Suomenlinna, orchestr il suo Requiem per un tale
complesso di esecutori, da farli risvegliare, i morti. Un viennese, Johann
Strauss Jr., in un festival mondiale della pace che si tenne a Boston nel
1872, diresse un'orchestra con 20 mila coristi ed un migliaio di esecutori.
Egli fu ben lieto di trovare 20 assistenti pronti a ripetere i segni della sua
bacchetta ad uso dei suonatori seduti nelle zone pi lontane dal podio. Il
segnale d'attacco del "Bel Danubio Blu", un suo motivo ballabile famoso
in tutto il mondo, veniva dato da un colpo di cannone, un'arma da fuoco
dell'epoca.
Roba da far sbellicare dalle risa anche il pi sprovveduto dei nostri
malati di amusa. Infatti il numero degli esecutori non deve impressionarvi,
se si pensa che, contrariamente a quanto avviene per noi, essi si limitavano
a cantare tutti, grosso modo, la stessa cosa!
Wegelius tacque.
In altre parole, intervenne Kekkonen, anche se ad essi non era
sconosciuta la polifonia naturalmente intesa in un senso limitato cio
l'arte di combinare due tre o pi voci in modo che, pur cantando cose
diverse, dessero un senso di piacere auditivo, essi non erano assolutamente
in grado di afferrare pi di cinque voci contemporaneamente, e questo
fermava moltissimo lo sviluppo di tale arte.
Precisamente, disse Wegelius. Inoltre avevano un sistema musicale
basato su un cumulo di assurdit: il sistema "temperato".
E sarebbe? chiese sospettosamente Hyrynsalmi.
A questo proposito vi legger un brano trovato nella cripta di
Suomenlinna, disse Wegelius. Sentite: "Il sistema temperato equabile
nacque verso il 1700 con Werckmeister e Neidhart. Essi divisero l'ottava
(rapporto 2) in dodici semitoni assolutamente uguali. Qui, il semitono
temperato vale: radice 12.a di 2 (o 2 potenza 1/12) = 1,059463 = 25,086 o
25,09, o 25 savarts. In questo sistema non ci sono quinte sacrificate, n
"quinte del lupo", poich tutte le quinte sono leggermente falsate di un
"comma schisma" = 0,49 Savarts, cio riescono tutte un po' troppo
piccole, allo scopo di eliminare il comma pitagorico. All'epoca di Bach,
ardente sostenitore di questo sistema di accordatura, la gamma era
chiamata "ben temperata". J. S. Bach non ha dunque inventato il sistema,

294
ma ha mostrato in modo geniale, con la sua opera "Il Clavicembalo ben
Temperato", che l'accordatura in 12 semitoni... ecc. Ma sentite ancora:
"Finora nessun sistema riuscito pi pratico del temperamento equabile,
senza per che esso sia totalmente soddisfacente. Il pi grave
inconveniente che tutti gli intervalli, salvo l'ottava, sono falsi e
artificiali. Disgraziatamente, NON ESISTE IL SISTEMA PERFETTO".
Ma questo il colmo! proruppe Mika Pertti. Oltre tutto, peccare di
presunzione!
Signori, permettete che continui. Giunti a questo punto abbiamo in
mano elementi tali da poter seguire con la mentalit dell'epoca alcune di
quelle opere. Le musiche che ascolteremo sono, in ordine: "L'Offerta
Musicale" di Bach; la Sinfonia n. 9 di Beethoven e "La Sagra della
Primavera" di Stravinsky.

Le esecuzioni presero circa tre ore. Furono seguite con somma


attenzione e minimo sforzo dal gruppo, e furono inevitabilmente seguite da
commenti. La parola finale l'ebbe Yrj Joensuu.
Come avete agevolmente constatato, sono musiche prive di
qualsivoglia attrattiva, nonostante i titoli pomposi ed altisonanti. Nel primo
brano, l'ingenuit si mescola con la monotonia; nel secondo predominano
antiestetici scatti sonori ed una irritante esibizione d'intensit: il terzo
forse il pi interessante, nei suoi limiti costituiti dall'arroganza del caos
sonoro. Penso che lor signori siano d'accordo e che non convenga perdere
altro tempo su questo argomento.
Otto teste annuirono all'unanimit. Tuttavia Aino Aslak, che sino ad
allora non aveva aperto bocca, si alz per dire:
Professore Joensuu, ho una domanda da farle. Le tre opere test
ascoltate in registrazione sono inequivocabilmente scritte in un sistema
temperato "tonale". Abbiamo notato che durante lo svilupparsi delle
composizioni, in particolar modo le prime due, gli autori sentono quasi
l'imperativo di non discostarsi troppo dalla tonalit principale del pezzo.
Poich il temperamento equabile implica dodici diverse scale diatoniche,
la modulazione pu essere rappresentata, ad esempio, dal quadrante di un
orologio, in cui le ore 12 simbolizzino la tonalit principale. Ebbene, i
compositori in esame non osano avventurarsi troppo lontano nei loro
schemi modulati. Essi vanno da XII a I a XI, per tornare precipitosamente
a XII!

295
Lei mi ha prevenuto, dottor Aslak, disse con calma Joensuu. Sino ad
ora, il modo di comporre di questi antichi ci lascia stupefatti, sia per il
vuoto nulla musicale, se cos posso esprimermi, che emerge da questi
lavori, sia per tutte le restrizioni di ordine tecnico in cui erano impastoiati;
a volte per ignoranza di procedimenti migliori, a volte, strano a dirsi, per
loro volont, per tradizione.
Ci nonostante, nel secondo decennio del Sec. XX, nacque una musica
atonale...
Ma atonalit, in senso generico, non che anarchia, disse Mika Pertti.
Mi riferisco ad un genere speciale di atonalit. Se l'anarchico non si
preoccupa affatto di negare la esistenza di un sistema di leggi naturali, la
musica di cui voglio parlarvi invece una sorta di "nominalismo" perch si
preoccupa proprio di negare sistematicamente l'esistenza di
un'organizzazione naturale dei suoni. Tale sistema era chiamato
Dodecafonico. La dodecafonia non fu solo una ribellione contro il sistema
antico, ma volle essere l'instaurazione di un metodo nuovo. Questo
pretendeva che ogni brano dovesse essere basato sulla successione delle 12
note (di qui il termine "dodecafonia"), che vien detta "serie" fondamentale.
E per evitare che l'ascoltatore non percepisse pi le "parentele naturali" dei
suoni, occorreva che prima di ripetere una qualsiasi delle dodici note, il
compositore facesse ascoltare le altre undici, altrimenti la nota ripetuta
acquisterebbe un carattere di privilegio di fronte alle altre. Il compositore
era libero di disporre nel modo voluto della "serie"; tuttavia quest'ultima,
una volta stabilita, dava da sola origine a tutte le melodie ed armonie del
brano...
Bestiale! disse con sarcasmo Hyrynsalmi. Le regole di questa
derivazione non potranno essere che un complesso quanto gratuito sistema
di artifizi.
Allo scopo, signori, disse Joensuu, vi far ascoltare un breve pezzo
dodecafonico. Dottor Wegelius...
Il gigante si schiar la voce potente, poi disse:
Nella cripta scoperta a Suomenlinna, sono comprese le "Variazioni, op.
27" di Anton von Webern (1883-1945). Sentite cosa leggiamo in proposito:
"Mentre Alban Berg sintetizza nella propria opera le pi profonde
relazioni tra il vecchio mondo tonale e il nuovo mondo dello spazio
dodecafonico, Webern imprime sin dall'inizio alla propria opera musicale
un carattere di nuova metafisica dei rapporti strutturali. Un passo pi in
l (anche qui il tragico aut-aut insito in tutta la poetica espressionista) e si

296
cade nel pi puro formalismo. Per scrivere come Webern bisogna essere
come Webern. La sua spaventosa esigenza di assoluto determina
l'assolutezza architettonica delle sue opere pi importanti. Nelle
"Variazioni Op. 27" (1936) non esiste nulla di udibile o di non udibile che
non faccia capo ad un principio spirituale e tecnico predisposto dal
compositore. Le "Variazioni, Op. 27" rappresentano storicamente una
vittoria sulla disperazione e sul disordine operata da un grande artista
vissuto in un'epoca tragica...".
Basta, per piet! disse Hyrynsalmi, notoriamente il pi suscettibile,
emotivamente, del gruppo.
Silenzio, per favore! sbott Yrj Joensuu, ed ora eccovi le
famigerate "Variazioni, Op. 27".

Per concludere anche con questo argomento, disse Joensuu, anche il


principio fondamentale della tecnica dodecafonica appare un cumulo di
assurdit.
Specialmente, intervenne Merikanto, nel voler prendere a base della
tecnica musicale la tastiera del pianoforte. Le note del pianoforte infatti
non sono altro che il prodotto di una semplificazione artificiale (e di questo
ha parlato prima il dr. Wegelius) che ha ridotto a dodici le note dell'ottava
per non creare una tastiera troppo complessa. Mi riferisco sempre a
problemi del Secolo XX, dato che oggi, come sappiamo, tali argomenti ci
appaiono d'ordine preistorico.
Un'altra assurdit, fu la volta di Kekkonen consiste nel credere di
cancellare cos le parentele naturali dei suoni, ai quali, in quei tempi, erano
talmente abituati, che non credo proprio che...
Eppoi, lo interruppe Mika Pertti, a quanto abbiamo capito, il
musicista dodecafonico doveva ogni volta allestirsi la "serie", ovvero il suo
materiale di dodici note, per poi elaborarla trasformandola in diverse
maniere melodiche e armoniche, e tutto ci sar ancora materiale da
elaborare. La composizione "seriale" avveniva quindi in due tempi: a)
l'allestimento del materiale, che riguarda solo il compositore e che
l'ascoltatore non conoscer mai; b) la composizione per mezzo di esso. In
una tal sorta di musica "al quadrato", possibile comporre emotivamente
(nel secondo tempo) dopo che ci si legate le mani col lavoro cerebrale
del pre-allestimento del materiale?
Lei ha fatto centro, signor Pertti! disse Joensuu. Fu proprio questo il
problema fondamentale dello stile dodecafonico.

297
Scusi, professore, disse Hyrynsalmi, ma lei oltre alle "Variazioni,
Op. 27" di von Webern, ci ha fatto ascoltare altri due brani non
dodecafonici. Come mai?
Volevo presentarvi anche questa volta un trio di opere diverse per stile
e contenuto. La prima era una sinfonia di Jean Sibelius (1865-1957) un
musicista finlandese di rilievo internazionale. Il titolo "Sinfonia n. 4".
Come avete potuto notare, tutta imbastita sulla cellula madre
dell'intervallo di quarta eccedente...
Un romantico, essenzialmente. disse Merikanto. E quel che peggio,
quelle robuste volute sonore attestano il suo gusto decadente.
Il secondo brano era di Webern. Il terzo era un esempio di musica
"concreta". Questa si svilupp verso il 1950, e il suo scopo era di riunire
"oggetti sonori", suoni vari registrati, ecc per costruire, mediante la
composizione autentica, una dialettica della durata che avesse un valore
estetico. Ogni oggetto sonoro era percepibile come un tutto, attorno ad un
"centro di interesse", e compiva una funzione analoga alle note della
musica consueta d'allora, note che ne costituivano casi particolari. Ma la
loro complessit non permise di usare la notazione normale per la
trascrizione. Mi spiego? L'opera musicale cos ottenuta, sottraendosi agli
schemi soliti, non poteva essere afferrata che come un tutto "concreto",
donde il suo nome.
In sostanza, precis Wegelius, la musica concreta si proponeva di
sfruttare ogni suono esistente in natura per creare della musica.
In effetti sarebbe stata l'orchestra pi completa, se avessero avuto il
polso sicuro, riprese Joensuu. Il brano che avete ascoltato di un
americano d'origine francese. Edgar Varse, e si intitola
"IONIZZAZIONE". Fu composto nel '31, quindi una specie di
precursore.
Per la cronaca, ecco quanto ci tramandano dalla Cripta di
Suomenlinna, disse Wegelius.
"Il brano scritto per tredici batterie, formate da: grande piatto cinese,
grancassa a suono molto grave, da 7 a 9 cencerros (campanacci per
bovini) con sordina, gong, tam-tam a suono chiaro e a suono grave,
bongos, tamburo militare, cassa rullante, sirena a suono chiaro, clave,
triangolo, tamburo a suono chiaro con la pelle poco tesa, maracas,
blocchi cinesi, frusta, guiro, nacchere, glockenspiel, campane, incudini,
pianoforte ecc. Nessuno strumento a suono determinato figura nella
partitura. (L'impiego del piano alla fine del pezzo, non pu essere

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assolutamente considerato come comparsa di un episodio melodico o
armonico, anche perch l'esecutore si serve di tutto l'avambraccio per
attaccare i gradi cromatici compresi tra i due indicati nella partitura; da
altra parte gli aggregati che figurano in questa medesima parte del piano
e nella parte delle campanelle, non devono essere in alcun modo
considerati armonie, ma pure sonorit)".
Penso che sia chiaro, concluse Joensuu. Un esperimento come tanti
altri e nulla di pi. A proposito, disse guardandosi attorno, ci sarebbe un
altro capitolo da prendere in esame, quello della musica elettronica. Di
questa per ci resta ancora oggi qualche esempio, non troppo brillante, in
effetti. Tutti ricorderanno quegli strani suoni derivanti dagli oscillatori a
tubi elettronici, ricchi di armonici, ottenuti modificandone lo spettro e
l'altezza per mezzo di circuiti elettrici. Rammento questo perch gli
antichi, con la loro continua volubilit e sete di cose originali ad ogni
costo, credevano di aver ravvisato nella musica elettronica (povera per
definizione) un'illustrazione pratica di precetti antichissimi secondo i quali
la musica stessa era solo "scienza di relazione". Insomma si erano lasciati
impressionare dalle atmosfere rarefatte e congelate tipiche dei suoni
elettronici.

A tal punto Plienen, l'unico che aveva taciuto per tutta la durata della
discussione anche perch era il pi digiuno di teoria musicale volle
dire qualcosa.
Siamo tutti d'accordo, signori, sulla musica sin qui esaminata. Per ora,
professor Joensuu, affrontiamo un argomento pi interessante: a proposito
di Canzoni, cosa ci tramanda la Cripta di Suomenlinna?
Si fece un attento silenzio.
Yrj Joensuu si alz in piedi lentamente. Trascorsero alcuni affannosi
secondi, poi, con voce limpida, senza il minimo accenno di tremore, disse:

Ho da dirvi qualcosa di incredibile. A quei tempi, non esistevano


Canzoni.
Come! disse con voce querula Hyrynsalmi. Non esistevano, ha
detto? ormai, rosso in viso, parlava in falsetto. Ma come era organizzata
la loro societ?
la prima volta che mi vergogno di essere un uomo, disse con voce
cupa Mika Periti. Questa una bestemmia in piena regola. Ma pensate un
solo istante che le basi del governo... pensate solo un attimo all'enorme

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complesso di interessi che si agitano, attorno al mondo della Canzone!
sicuro di quello che dice, professore? La canzone un'esigenza dello
spirito, un bisogno incoercibile, e come tale genera un piacere
nell'ascoltare. allo stesso livello di alcune necessit della nostra specie,
come respirare, mangiare, digerire, riprodursi...
Joensuu tir un lungo sospiro carico di rimpianti.
Non potevano assolutamente esistere Canzoni, signori, perch nella
Cripta di Suomenlinna non ve n' traccia; non se ne parla proprio. Se ve ne
fosse stata anche una sola, la storia ce l'avrebbe tramandata prima di ogni
altra cosa.
mostruoso! come si fa? ridacchi Aslak. Noi sentiamo canzoni
dalla mattina alla sera; ne siamo imbottiti, sono parte integrante di noi.
Apriamo la televisione 3-D e vediamo cantare Oinon Pantesunteri
accompagnato da trentaduemila orchestrali. Accendiamo l'apparecchio ad
onde sub-eteriche e ci estasiamo alla musica singhiozzante, evolutissima
del pianeta Orxyy-Klynnnnntrudtz. Col trasferitore iperspaziale possiamo
ascoltare musiche esistenti non solo come fenomeno umano nello spazio
tridimensionale, ma anche negli ipo o iper-spazi, che si possono concepire,
sia pure in modo astrattamente matematico. Queste musiche, grazie a Dio,
non sono precluse alle reali percezioni dei nostri organi sensoriali, non
sono fondate esclusivamente sulle possibilit auditive, perci sono pi che
un'arte dei suoni! Abbiamo superato, distrutto, persino l'"armonia delle
sfere" in un senso pitagorico! COME, mi chiedo, COME, di grazia,
possibile VIVERE, SENZA CANZONI?
Ah, ah! fece Hyrynsalmi, sentite questa: mi venuta cos,
all'impronta. Sapete qual il colmo per un musicista che adotta il sistema
tonale temperato? Vivere su Kranon! ah, ah!
I raggi di fuoco di Mika Pertti lo fissarono chiedendogli,
rimproverandogli quasi, il "perch", se ce n'era uno.
facile, perch. Kranon l'OTTAVA... luna di Sirio. Ah, ah, buona,
questa!
Va' al diavolo! disse Kekkonen, e lo ignor.
In quell'istante si ud un furioso scalpitare metallico dietro la porta, poi
un rumore di ferraglia che rovina per terra. La porta si spalanc e un
cosino dai capelli d'oro rotol tra le braccia di Mika Pertti.
Pap, anche Kittil va ad Hmeenlinna! Voglio sentire Ounas! Non
vero che le Canzoni di Ounas sono belle? Non vero che tutte le canzoni
sono bellissime?

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Certo, cara, certo, disse Mika Pertti abbracciando la figlia; e tutti,
ascoltandolo, si raddrizzarono sulle spalle. Sono l'unica cosa che valga
veramente.
Per QUELLE Canzoni, forse, aveva ragione...

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