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“ LIBERI

NOI...”

IL LIBRO delle RAGAZZE e dei RAGAZZI di


FORZA ITALIA GIOVANI PISA

Pisa, 21 giugno 2008

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Prefazione

di Piero Pizzi

Ho letto con interesse gli articoli che compongono la pubblicazione curata


da Forza Italia Giovani di Pisa. Si tratta di un approfondimento su temi di
attualità. Le tesi esposte possono essere condivise o meno, ma comunque è
un interessante contributo al dibattito interno ed esterno al nostro partito
e un valido strumento per i nostri quadri dirigenti.

Traspare dalla lettura una grande passione politica, un costante e lucido


riferimento ai valori di fondo del nostro movimento e ad uno in
particolare: la libertà politica intesa come segno ineludibile della
democrazia ed il metodo della libertà quale segno di riconoscimento degli
uomini veramente liberi.

Molti degli autori sono dirigenti provinciali, locali o consiglieri comunali.


Testimonianza concreta che il partito nel suo insieme ha saputo
valorizzare l’impegno e le capacità dei nostri giovani.

Ci attendono scadenze politiche importanti e decisive per le sorti delle


nostre comunità. Il rinnovo di molte amministrazioni comunali previste
per il prossimo anno sarà il banco di prova delle nostre capacità di
costruire una classe dirigente all’altezza dei nuovi compiti.

Il mio augurio è che, nel Popolo della libertà, giovani e meno giovani
sappiano lavorare insieme per assicurare a tutti un futuro migliore.

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Introduzione

di Giacomo Zito

Giovani che parlano di politica. Detta così suona bene nella forma ma
manca qualcosa nella sostanza. Cosa si intende per politica? E cosa si
intende per giovani?

Una definizione spartana: politica è risolvere i problemi. Un mondo senza


problemi, senza criticità da affrontare, senza aspirazioni da cogliere e
interpretare, non avrebbe bisogno della politica. In questo senso, la
missione di chi dedica il suo tempo alla cosa pubblica è alta e nobile e la
politica si legittima se ed in quanto riesce ad affrontare e risolvere i
problemi che di volta in volta si presentano. Due i pilastri: consenso e
competenza. Chi si accinge alla politica prescindendo dal consenso può
essere un buon opinionista, un tecnico di livello, ma non un politico. Chi
interpreta la politica a prescindere dalla competenza è un illusionista, un
imbonitore. È pur vero che, nella realtà le due cose spesso si implicano a
vicenda, nel senso che chi ha consenso generalmente ha gli strumenti per
acquisire una buona competenza, e chi ha competenza fa leva su di essa
per accrescere il proprio consenso. È però necessario che entrambi questi
aspetti siano presenti nella mente di chi si accinge ad occuparsi della cosa
pubblica.
Il consenso da un lato permette di capire, attraverso il contatto diretto,
quali sono i problemi che la gente riconosce come prioritari, dall’altro
legittima le scelte, talvolta anche impopolari, necessarie per risolverli. La
competenza è lo strumento principale per individuare le proposte migliori
a fronte di determinate situazioni da risolvere dopo averle analizzate e
comprese in ogni sfaccettatura. Dopo aver esaminato il ventaglio di

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proposte possibili, il politico effettua la scelta. La scelta politica è la vera,
grande, forse unica prerogativa di chi è investito del mandato popolare.
Aggiorniamo e affiniamo allora la nostra definizione: politica è risolvere i
problemi tramite scelte che siano legittimate dal consenso e garantite dalla
competenza.
Una volta individuati ed analizzati i problemi, i cittadini si dividono su
quali siano prioritari rispetto ad altri, su quali siano le scelte migliori per
risolverli, quali le basi valoriali per agire, quali gli obbiettivi futuri da
raggiungere. E da questa divisone, da questa positiva diversità di vedute,
nascono i partiti.
Il nostro, Forza Italia, è un partito giovane, nato sull’onda del consenso
che si è creato, in un particolare momento della storia della nostra
Repubblica, attorno alla figura di Silvio Berlusconi, un uomo pragmatico,
poco incline alla politica fine a se stessa, pratico e sensibile alla politica
del fare più che a quella del “dichiarare”. In questi brevi capitoli, in linea
con questo spirito, non troverete alcun accenno a questioni “di partito” o
“di palazzo”. I brevi capitoli tematici che compongono il nostro libro si
muovono scrupolosamente sulla linea di fondo concettuale che ho appena
esposto e che riassumo schematicamente:

- individuazione dei problemi


- analisi
- proposte

Abbiamo ritenuto opportuno impostare il nostro lavoro su questi binari


perché il rischio di chi “fa politica” (rischio quanto mai attuale) è quello di
perdere di vista le reali esigenze dei cittadini e sostituirle con altre, legate
principalmente alla conservazione della posizione di potere acquisita. Così
facendo, la politica perde il suo significato originario generando una sorta
di cortocircuito che si sostanzia nell’aumento progressivo della distanza tra
stato e cittadino; la classe politica si chiude all’interno del palazzo,
alimentando i propri privilegi e guadagnandosi, oggi, il triste appellativo di
“casta”. Il presidente Berlusconi, fin dalla sua discesa in campo nel ’94, ha

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accettato con coraggio e determinazione la sfida di far tornare lo stato alla
sua antica e nobile funzione: quella di essere non più una macchina
autoreferenziale e invisa ai cittadini ma, al contrario, lo strumento principe
che i cittadini si danno per affrontare le criticità che una società complessa
come la nostra presenta di giorno in giorno, riconsegnando alla politica
quel significato originario esposto in precedenza.

L’uomo al centro della politica, lo stato al suo servizio.

E’ il pensiero liberale. Se la politica “serve” ad affrontare e risolvere i


problemi, lo stato non ha alcun valore “in sé” ma solo in relazione agli
interessi e alle aspirazioni dei cittadini, unici sovrani. Non esiste alcuna
autorità costituita che possa vantare un primato sui cittadini, una qualche
primogenitura.
Con Berlusconi si afferma una nuova, decisiva, moralità: la moralità del
programma. I politici devono dire prima delle elezioni che cosa intendono
fare, quali risposte hanno in mente per soddisfare le esigenze dei cittadini,
e su questa base chiedere loro il voto. La moralità del programma pone i
cittadini arbitri dei destini del loro paese non più sulla base di congetture o
di ideologismi di vecchio stampo, ma sulla base della realtà di una società
che chiede risposte concrete. Quando si dice “dobbiamo mantenere gli
impegni presi in campagna elettorale” si ammette, implicitamente, quella
concezione liberale dello stato appena esposta. In molti lo fanno, in pochi
capiscono che questa prospettiva è molto distante dallo statalismo spesso
trasversale alle impostazioni culturali dei vari partiti.

Due esempi: tasse e sicurezza.

Oggi le tasse sono al centro del dibattito politico e una certa sinistra
ammantata di retorica e vuota nei contenuti si affanna a dire che tutta
questa attenzione alle tasse è indice della bassezza culturale dei nostri
tempi, dove conta soltanto il denaro e il bieco interesse di bottega. A ben
vedere, invece, le tasse hanno un valore storico notevole (basti pensare

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all’origine della rivoluzione americana , “no taxation without
representation”) e costituiscono l’esempio più lampante del patto che si
instaura fra stato e cittadino: io cittadino pago te, stato (tramite le tasse), e
te stato devi garantirmi dei servizi adeguati alle mie esigenze. In Italia
abbiamo assistito, specie durante il governo Prodi, ad un aumento costante
delle tasse, finalizzato non tanto a migliorare la qualità dei servizi, ma a
finanziare centri di spesa inutili e funzionali al mantenimento degli assetti
di potere del governo più debole della storia repubblicana. Ecco ciò che la
politica non deve diventare. Ecco la negazione stessa della politica. Ecco
la piena legittimazione culturale e morale della battaglia per ridurre le
tasse, che in questa visione rappresenta il primo, indispensabile, passo
avanti per uno stato che voglia rinsaldare quel rapporto col cittadino che è
la fonte stessa della propria legittimazione. Analogo ragionamento lo
possiamo fare per la sicurezza: uno stato che non garantisce la sicurezza,
che preferisce perdersi in vuoti sofismi di stampo buonista anziché
investire a tutela dell’incolumità dei cittadini, contravviene alla sua
principale funzione , perde la sua ragion d’essere.

Giovani e politica

Se la politica è risolvere i problemi, chi fa politica tra i giovani ha il


compito di analizzare la condizione giovanile di oggi, capirne gli aspetti
essenziali, la situazioni di difficoltà, comprenderne le origini e vedere in
che modo sia possibile risolverli. Questo libro è in particolare una risposta
a questa esigenza. Parleremo di temi che interessano i giovani in prima
persona, l’istruzione e il lavoro, la sicurezza sul lavoro e la sicurezza del
lavoro. Inquadreremo poi aspetti di carattere più generale sempre ponendo
attenzione al nostro punto di vista, un punto di vista per forza di cose
orientato più al futuro, all’ambito del possibile, che al passato, all’ambito
dell’ormai.

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Di questi tempi si fa un gran parlare del mondo giovanile rappresentandolo
come una speranza, come il simbolo di un domani migliore e possibile,
nella consolante convinzione che il tempo, col suo stesso trascorrere, possa
risolvere i problemi; il giovane di oggi, bello, istruito e sorridente, ha
possibilità nuove, che la generazione precedente non ha avuto. C’è del
vero in queste parole, e come coordinatore provinciale di un movimento
giovanile dovrei esserne entusiasta, ma so bene che una riflessione che
voglia dirsi responsabile deve spingere il proprio punto di caduta un po’
più avanti nella forma e nella sostanza, onde evitare l’approssimazione e il
qualunquismo.
Anzitutto essere giovani non è un merito, è una condizione generalmente
riconosciuta come “fortunata”. Una fortuna, si converrà, provvisoria. In
secondo luogo per noi giovani tutto è possibile perché niente è ancora
definito. Grandi speranze, dunque, ma anche grandi necessità di dimostrare
qualcosa, perché di speranza non si vive. Io lo chiamo “limbo del chissà”:
chissà che un domani non diventi… chissà che magari, studiando e
dandoci dentro, tu non raggiunga… chissà, chissà, chissà. Il limbo del
chissà si presta a suscitare, in uno slancio dal sapore romantico, grandi
speranze e grandi visioni, ma se a monte non vi è la consapevolezza del
“tutto è ancora da costruire e va costruito” le speranze si possono
trasformare in illusioni. E allora in prospettiva il giovane deve uscire da
questo limbo, e farsi una sua strada concreta che lo porterà dove lui saprà,
potrà e vorrà arrivare.
Essere giovani, dunque, non basta, serve uno slancio ulteriore. L’intento,
ambizioso ma indispensabile, è quello di incanalare la speranza in
qualcosa di concreto e riconosciuto all’esterno, che veda i giovani
protagonisti su base attiva.
Prima di tutto serve l’impegno. Il giovane di oggi ha spesso un’eccessiva
propensione al “diritto acquisito”, tutto gli sembra dovuto. Se non ci pensa
la famiglia a fargli capire che la realtà è ben diversa, ci penserà la vita, e lo
farà a modo suo, senza preavviso e, talvolta, senza comprensione. Il
cosiddetto “disagio giovanile” è in parte frutto di questo scontro del
giovane con la vita reale priva del filtro di una famiglia spesso

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eccessivamente protettiva e tollerante. Fare politica fra i giovani, dunque,
significa prima di tutto valorizzare la cultura dell’impegno, del sacrificio,
dell’esigenza di mettere qualcosa di nostro in tutto ciò che facciamo, dal
gazebo all’articolo di un libro, a scuola come al lavoro, un qualcosa che
conferisca un valore aggiunto reale e tangibile, all’attività che
quotidianamente ci troviamo a svolgere.
E poi il merito, o meglio, il riconoscimento del merito. Qui ci dobbiamo
porre in un’ottica più generale, di sistema: essere giovani consapevoli,
oggi, vuol dire chiedere il riconoscimento del merito. Viviamo in una
società che tende ad appiattire le differenze, a selezionare non sulla base
del merito ma su quella delle amicizie, delle conoscenze, dei centri di
potere precostituiti, quei centri che contravvengono alla fondamentale
funzione dello stato esposta in precedenza. Questa condizione può
costituire un grave impedimento alla piena realizzazione di sé. Esempio
nella scuola: se tutti si laureano (e magari col massimo dei voti) non è che
tutti ci guadagnano; anzi, è vero l’esatto contrario: tutti ci rimettono. Chi è
particolarmente capace ci rimette perché si vede equiparato a tutti gli altri
e perde anche in termini di motivazione e impegno, chi è particolarmente
incapace ci rimette perché si illude di essere al pari dei migliori quando in
realtà non è così, con rischi evidenti specialmente per chi andrà a ricoprire,
in nome di questa falsa selezione, incarichi di responsabilità. La selezione
vera, sulla base del merito, è interesse prioritario dei giovani di buona
volontà. Il nostro presidente Berlusconi è stato molto chiaro a tal
proposito: lo stato deve garantire a tutti le stesse condizioni iniziali, le
condizioni finali saranno frutto dei talenti di ognuno. Così si cresce, così ci
si realizza, questa è la politica che serve ai giovani.

È evidente che in questa battaglia per il merito i giovani si scontrano con


gli assetti precostituiti, incontrando dei forti limiti nella loro realizzazione.
È la cosiddetta “questione generazionale”. La questione c’è, esiste ed è
difficile da negare, specialmente in politica. Non credo però che i giovani
possano, nè tantomeno debbano, affrontarla col coltello fra i denti; credo,
viceversa, che il merito lo si possa affermare soltanto con fermezza e

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serenità, fornendo continue dimostrazioni di impegno, di responsabilità, di
senso del dovere e di lealtà verso chi ha più esperienza e conoscenza di
noi, senza mai perdere d’occhio l’interesse generale. Lo sappiamo: i
giovani cercano i giovani. I partiti devono dunque garantire ai giovani una
loro soggettività e i giovani la devono saper gestire, senza colpi di testa e
nel rispetto di tutti. La questione del merito la dobbiamo affrontare con
l’impegno. Impegno e merito, i due capisaldi della nostra azione politica,
anche all’interno del partito.

Per concludere, mi sia concesso un ricordo di quando lavoravo a


Poggibonsi.

Una mattina un vecchietto simpatico e sorridente mi chiese da dove


venivo. Io, giovane impiegato di banca, gli risposi “da Perignano, vicino a
Pontedera” lui rispose “c’ho lavorato 30 anni a Pontedera. Quando avevo
la tua età, partivo alle 4 di mattina da Poggibonsi e, in bicicletta, col tempo
che c’era, bello o brutto, in 4 ore arrivavo alla Piaggio, lavoravo 8 ore in
catena, ripartivo, e alle 22 ero di nuovo a casa mia”. Gli sorrisi e gli risposi
“erano altri tempi” lui mi rispose “voi siete una generazione più fortunata
della nostra”, sorrise e se ne andò.
È vero, è evidente, noi siamo una generazione più fortunata della loro. Il
progresso tecnologico ci ha messo in condizione di non dover più fare una
vita del genere e questo è un successo di cui essere fieri, un successo
indiscutibile della nostra civiltà occidentale. Accertato questo, cerchiamo
come al solito, di spingere la nostra riflessione un po’ più in là
dell’evidenza. Una domanda peregrina: i giovani d'oggi sarebbero capaci
di fare una vita così? Risposta sensata: erano altri tempi, non torneranno
più, oggi c’è l’automobile. Vero. Riformuliamo la domanda evitando

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questo scoglio e lasciando intatta la sostanza: quanto di quella disposizione
al sacrificio che avevano quei giovani lì, quelli del dopoguerra, è rimasto
nei giovani d’oggi e, mi permetto di dire, nella società odierna? Questa
non è più una domanda peregrina, perché la progressiva erosione del senso
del dovere ha effetti evidenti in una sempre più diffusa tendenza al “meno
lavoro , meglio sto” che poi si ripercuote sulla produttività, sull’economia,
sull’etica generale del lavoro. Quando sento dipendenti, pubblici e privati,
lamentarsi per un trasferimento che li “allontana” fino a ben 15 km dalla
loro abitazione, quando sento dire che i turni di lavoro sono “estenuanti”,
quando si apre un confronto sui lavori usuranti e scopriamo, nello stupore
generale, che più o meno l’80 per cento dei lavoratori italiani fa un lavoro
“usurante” mi viene da dire: andatelo a dire al vecchietto di Poggibonsi.

Impegno, merito, responsabilità.

Buona lettura

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“Vogliamo una scuola funzionale e funzionante… ”
di Jonathan Alvino Genua

Che tipo di scuola vogliamo? Il nostro movimento si pone questa


domanda, non solo perché, noi, viviamo direttamente l’ambiente della
scuola o dell’università e ne conosciamo, quindi, da vicino gli aspetti
fondamentali, ma perché crediamo che l’istruzione sia il carburante che
permette al motore dello sviluppo di far progredire una società civile.
Che tipo di scuola vogliamo?: questo, forse, un quesito che studenti e non
dovrebbero porsi più spesso. Io, da studente, me lo sto chiedendo proprio
in questo momento: qual è il modello per una scuola ideale? Esiste, nella
realtà, un luogo dove posso apprendere e formarmi senza sentirmi
rattristito o essere molto spesso demotivato? Se esistesse questo luogo, non
sarebbe, certo, paragonabile alla scuola italiana.
La scuola, da quella primaria a quella secondaria fino ai livelli più alti di
apprendimento, è l’ambiente dove ti formi per la vita. Ciò nonostante
nessuno è mai riuscito a porla come una priorità assoluta. La nostra scuola
ha subito molti cambiamenti, anche attraverso riforme dell’intero sistema
scolastico e universitario che, però, non hanno portato mediamente a
nessuna soluzione per quanto riguarda la “mala istruzione”. Tutto questo,
naturalmente, a scapito degli studenti italiani e quindi del futuro del Paese.
Sono molte le iniziative che i singoli istituti promuovono nella loro
autonomia per contrastare questo fenomeno: convegni sull’essere,
occasioni di laboratorio collettivo, spazi dedicati a confronti con le
istituzioni. Penso, però, che ciò sia fine a se stesso. Non sono del tutto
certo che queste iniziative siano atte a migliorare l’ambiente scolastico o a
risolvere i disagi plurilaterali che vivono studenti, docenti e genitori.
Secondo me l’istituzione scolastica non dovrebbe concentrarsi
esclusivamente sulla forma o sull’immagine, come molto spesso accade,
ma investire di più nel potenziale delle componenti che la vivono e quindi

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nella qualità di questo servizio. L’istruzione, infatti, è un servizio offerto
dallo stato ai cittadini che lo pagano attraverso il prelievo fiscale. Voi
penserete che abbia scoperto l’acqua calda. Ma non è così.
Molto spesso insegnanti e studenti non riescono a cogliere l’importanza di
ciò che stanno vivendo. Ed è per prima l’istituzione che non riesce a
comprendere, o non vuole comprendere, cosa deve dare loro e quale
metodo adottare per affrontare il tema dell’istruzione. Quindi si assiste a
rapporti deludenti per quanto riguarda i risultati del nostro sistema di
istruzione nazionale. L’Ocse, ad esempio, nell’anno duemilasei ha stilato
una relazione dove bocciava letteralmente la scuola italiana. Nel rapporto
dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico si
legge che il nostro sistema risulta troppo costoso se paragonato agli scarsi
risultati che riesce a produrre. Scuola, istruzione post-secondaria e
università, sfornano studenti che non riescono a reggere il confronto con
gli altri colleghi europei e molti dei nostri laureati spesso restano
disoccupati.
Eppure in Italia, le condizioni per fare funzionare la macchina scolastica
sembrano esserci tutte: le classi sono mediamente meno affollate rispetto
alle altre realtà europee e non, il numero medio di ore di lezione rivolte
agli alunni è più alto che negli altri Paesi e il rapporto alunni insegnanti è
più favorevole.
Anche l’attuale Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, si è
pronunciato sulla condizione degli studenti e dei giovani in generale. Nelle
sue considerazioni Draghi ha parlato di “istruzione inadeguata” che ad
oggi mortifica i giovani italiani e che preclude loro la possibilità di
diventare classe dirigente nel Paese, fatta eccezione di coloro che godono
del cosiddetto ius sanguinis. Le statistiche di Bankitalia sostengono che,
mediamente, i quindicenni italiani non raggiungono il livello minimo di
competenze giudicato necessario in una società avanzata come dovrebbe
essere la nostra. La relazione continua illustrando che più del 50% dei
teenager non raggiunge il minimo standard per quanto riguarda la lettura e
la comprensione dei testi; il 32,8% in matematica e il 25,3 in scienze.

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Questi dati, a mio parere, non denunciano un semplice campanello di
emergenza per la nostra istruzione. Si tratta, piuttosto, come dice il
giornalista Roberto Paglialonga, di un vero e proprio disastro culturale. Ed
è proprio da questo forte disagio che nascono molti tra professori e
studenti che, dal sessantotto ad oggi, infestano le nostre scuole e
università. Queste figure improponibili e il loro pensiero contorto
generano opposti estremismi, indifferenza, la famosa ignavia dantesca e
soprattutto l’anti-meritocrazia; tutto questo ha a che fare con quello che nel
nostro Paese osiamo ancora chiamare mondo scolastico e universitario.
Potremmo trovare gran parte della radice di questo male nel sessantotto e
quindi nell’ideologia comunista e di sinistra che, dagli albori della prima
Repubblica, è riuscita ad occupare università e cultura, spazi informativi e
politici. Ma non voglio fermare il mio ragionamento a questo. Preferisco,
invece, analizzare quello che è oggi il risultato di un processo politico,
storico e culturale vergognoso.
Le istituzioni scolastiche e universitarie non adempiono più ai loro
impegni e in queste gli studenti partecipano, in gran parte, a lunghissime
arringhe univoche organizzate da docenti fannulloni e molto spesso
politicamente scorretti. Inoltre, siamo l’unico paese in Europa in cui non è
obbligatorio l’aggiornamento degli insegnanti. Piuttosto che strutture
formative, considero scuole ed atenei dei veri e propri centri sociali nei
quali si dà spazio all’assenza di doveri, ad una equiparazione e ad un
egualitarismo falso e dannoso, ad un insegnamento statico che non riesce a
stimolare una necessaria autoformazione negli studenti. Tutto questo mi fa
pensare al nostro sistema di istruzione nazionale come ad un principio di
incendio che si appresta a svilupparsi sempre di più, carbonizzando e
distruggendo tutto ciò che ha intorno.
E allora, prima che la “mala-istruzione” corroda e comprometta
rispettivamente le risorse e lo sviluppo dell’Italia, non sarebbe meglio
intervenire da subito arrestando l’imminente pericolo?

La prima vera riforma del sistema di istruzione dovrebbe essere una


riforma culturale che vada nella direzione della meritocrazia. Per sbloccare

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un’economia che stagna da più di vent’anni, è indispensabile valutare e
valorizzare il talento nella scuola e nell’università, negli enti pubblici e
nelle imprese.
Questa la parola chiave: il merito. Il merito è un criterio secondo il quale
chi dimostra di avere maggiori requisiti, in uno specifico ruolo, è premiato
e valorizzato rispetto a terzi.
In primis, proprio la scuola dovrebbe insegnare il senso del dovere e il
principio meritocratico. Questi due aspetti fondamentali non devono
vedere protagonisti i soli studenti, ma anche docenti e dirigenti scolastici.
Alla scuola italiana manca una trasmissione rigorosa della conoscenza, un
apprendimento metodico della materia, una reale valorizzazione delle
eccellenze quindi, come ho accennato sopra, uno sviluppo meritocratico
delle capacità dei discenti e non. L’ingegner Roger Abravanel ci dimostra
che è proprio la scarsa cultura del merito la causa principale
dell’impoverimento del nostro Paese; e nonostante il nostro principio
democratico è quest’assenza di meritocrazia che ha fatto dell’Italia la
società più ineguale del mondo occidentale.
Nelle sue prime applicazioni la meritocrazia è adottata nelle più prestigiose
e rinomate università americane e nel Regno Unito, per poi essere presa in
considerazione, tra gli altri paesi, dalla nostra cugina Francia. Questo
valore fondamentale, infatti, non è adottato solo nei sistemi educativi, ma
presenta una serie di esperienze pilota anche nelle aziende, nella pubblica
amministrazione e, addirittura, nelle organizzazioni militari. Nel nostro
Belpaese, però, il merito, in particolare nell’istruzione, è un argomento
tabù. Il nostro sistema scolastico, infatti, più che a criteri meritocratici
sembra essere indirizzato a criteri di lobby o di appartenenza politica,
sociale ed economica.
Un esempio di ciò che non funziona lo troviamo nei titoli di studio.
Diplomi, lauree e master non servono quasi a niente e conseguire il
massimo dei voti al termine di un ciclo di studi non garantisce il
riconoscimento di professionalità e/o cultura per il mondo lavorativo.
Esiste quindi una sfiducia tra i datori di lavoro nei confronti del nostro
sistema scolastico. E chi dà loro torto?

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La scuola sembra essere diventata il passaggio obbligato e scontato per
ogni giovane, piuttosto che uno strumento in grado di selezionare i
migliori e di scartare i peggiori. Gli studenti che terminano un percorso di
studi devono dimostrare ancora e in continuazione doti e conoscenze
certificate e acquisite in scuole non più credibili. Non privilegiando il
merito, infatti, il mondo accademico consente a tutti di progredire negli
studi, posticipando, però, l’importante momento di una seria verifica delle
attitudini e delle potenzialità dei singoli, per poi essere presi in
considerazione nel mondo del lavoro e nella vita. Da non molti anni sono
stati instaurati nelle scuole italiane i cosiddetti crediti formativi. Questi
potrebbero essere un inizio nella direzione della meritocrazia. Il problema,
però, di questi crediti è che vengono assegnati per attività extra-curricolari,
come ad esempio teatro, canto e ballo. Mi spiego meglio. Con tutti i
problemi che gli studenti italiani hanno nelle materie principali della
scuola dell’obbligo, non sarebbe meglio obbligarli a rimediare le lacune in
queste discipline e quindi premiarli per le eventuali eccellenze conseguite?
Mi permetto di fare un'altra considerazione per quanto concerne, in
particolare, il mondo della scuola secondaria: il problema della dispersione
scolastica degli studenti. Aspetti di questo fenomeno sono gli abbandoni,
la bocciatura, il ritardo nel corso degli studi e l’evasione dall’obbligo
scolastico. Già questo ci illustra un brutto scenario del sistema, ma ciò che
non appare è ancora più deprimente.
Mi riferisco ai comportamenti di quegli studenti che, pur essendo iscritti
regolarmente in un istituto, collezionano ritardi, accumulano assenze e
trascorrono moltissimo tempo nei corridoi della scuola di appartenenza. Il
fatto peggiore, a proposito di tali studenti, è quello di risultare fisicamente
presenti in classe, senza, però acquisire conoscenze didattiche, spesso
anche a causa delle sostanze stupefacenti consumate nei bagni dell’istituto.
Anche per questo triste fenomeno serve un’ attenta analisi da parte delle
istituzioni. Per contrastare la dispersione scolastica sarebbe utile trovare
una nuova metodologia per motivare gli studenti allo studio, in quanto le
difficoltà di quest’ultimi nel rendimento scolastico generano, spesso,

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comportamenti conflittuali (i cosiddetti fenomeni di bullismo) e condotte
non appropriate.

Concludendo il mio lungo ragionamento, spero che l’Italia riesca a dotarsi,


nel minor tempo possibile, di un sistema educativo/formativo che attui
pienamente il principio della sussidiarietà, che stimoli la responsabilità, la
cultura del merito e le capacità individuali.
Vorrei una scuola che offra a tutti i meritevoli la possibilità di accedere ai
più alti livelli di formazione e apprendimento. Ad esempio con borse di
studio e borse formative legate al merito e alle condizioni di reddito dei
singoli; e permettere ai giovani di arricchire il proprio piano di studi, anche
con la partecipazione a stage e moduli formativi in altre sedi, in Italia o
all’estero.
Vorrei una scuola in grado di formare una classe docente capace, che
frequenti obbligatoriamente aggiornamenti di categoria e che dia sostegno
per l’auto-formazione degli studenti, intesa come valorizzazione del modo
personale di sentire, immaginare, pensare. Vorrei che fossero dati aumenti
retributivi agli insegnanti più preparati e impegnati anche attraverso una
progressione meritocratica di quest’ultimi.
Vorrei una scuola organizzata attraverso una seria autonomia scolastica;
organizzata quindi attraverso piani di studio personalizzati, con una
maggiore flessibilità delle ore didattiche e delle materie di apprendimento.
Così come vorrei una piena autonomia degli atenei nel reperire risorse e
nel fissare le tasse di iscrizione.

Vorrei una scuola che sia connessa con il mondo del lavoro per offrire agli
studenti dei seri servizi di orientamento e collocamento; in particolare
attraverso una forma di collaborazione tra scuole o università ed aziende
qualificate, sarebbe possibile adottare un’alternanza scuola-lavoro volta a
favorire, anche e soprattutto, una reale transizione dal mondo accademico
a quello lavorativo.
Vorrei una scuola con un sistema efficace e moderno. Andrebbero
individuati, quindi, criteri selettivi di qualità a cui devono rispondere

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atenei e istituti per continuare a svolgere la loro attività. Vorrei una scuola
che favorisse la libertà di scelta educativa con tutti i sostegni e i
sostentamenti possibili per famiglie e studenti.

Che tipo di scuola vogliamo? Io me lo sono chiesto… e voi?

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Sicurezza sul lavoro e sicurezza del lavoro
di Tommaso Neri

La sicurezza e la salute sul posto di lavoro non sono temi né di destra né di


sinistra. Zero è quel numero, forse utopistico, a cui tutti noi auspichiamo di
arrivare nel prossimo futuro quando si parlerà di morti sul posto di lavoro.
In Italia lo scorso anno sono state infatti 1260 le persone che hanno perso
la vita svolgendo la propria mansione lavorativa, 71 solamente in Toscana,
mentre gli infortuni hanno superato la quota di 1 milione.
L'edilizia si conferma come settore ad alto rischio, visto che poco meno
del 70% dei lavoratori perdono la vita per cadute dalle impalcature.
Seguono, nell’ordine, i morti nel settore agricolo e gli incidenti stradali nel
trasporto merci per le eccessive ore trascorse alla guida.
L'età media di chi perde la vita sul lavoro è di circa 37 anni. Numeri che
ancora oggi appaiono catastrofici se si pensa che il lavoro deve servire per
vivere e che la sicurezza dovrebbe essere un diritto fondamentale oramai
acquisito da tutti i lavoratori. Il tema della sicurezza è legato anche al la
salute, le malattie più comuni sul luogo di lavoro sono i tumori causati
dall'esposizione a sostanze pericolose, i disturbi muscolo - scheletrici
(carrellisti e non solo), quelli respiratori, la perdita dell'udito, le malattie
circolatorie e le malattie trasmissibili.

Quando si parla di sicurezza sul lavoro in Italia si fa riferimento


fondamentalmente al D. Lgs 626/94 e al D.P.R. 547 del 1955, tutti almeno
una volta nella vita abbiamo sentito parlare di queste leggi, estremamente
articolate e complesse che chiariscono, “quasi sempre”, in modo univoco
ed inequivocabile quali siano gli obblighi del datore di lavoro e i doveri
per gli operatori. Già la 626, sotto alcuni aspetti, può essere considerata
una legge avanzata in quanto introduce il concetto e l’obbligo da parte
dell’azienda di redigere la valutazione del rischio e introduce il Servizio di

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Prevenzione e Protezione di cui la figura dell’ RSPP che ne è il
responsabile.
Il Datore di lavoro, quindi, non è solo “debitore della sicurezza nei posti di
lavoro” ma deve essere partecipe e responsabile di un processo di
miglioramento delle condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro attraverso
una periodica valutazione dei rischi.
In data 9 aprile 2008 è entrato in vigore il Testo Unico sulla Sicurezza che
accorpa in un solo D. Lgs le norme sulla salute e sicurezza del mondo del
lavoro fino ad oggi esistenti. Senza entrare troppo nel merito e nello
specifico di questo testo di legge possiamo sicuramente dire che sono stati
aggiunti dei controlli da effettuare da parte dell’azienda (vedi valutazione
rischio campi elettromagnetici) e sono state inasprite le pene per chi non
adempirà agli obblighi sulla sicurezza con una maggiore
responsabilizzazione da parte dei preposti e non solo; si riconosce un ruolo
importante anche alla formazione che deve partire dai banchi di scuola.
Non entrerò nel merito del Testo Unico in quanto non è questo
l’argomento che mi interessa sviluppare in queste poche righe che ho a
disposizione.
Il presidente Napolitano durante questo anno ha richiamato più volte
l’attenzione di tutti verso questo tema, affinché le morti sul lavoro non
siano più un’inevitabile fatalità, ma con l’impegno di tutte le forze sociali,
le componenti del mondo produttivo e le istituzioni, specie nelle regioni
del sud dove vi è più criticità e carenza, vi sia un maggiore impegno per
risolvere concretamente il problema alla radice.

La domanda che dobbiamo porci adesso riguardo a questo tema è se nel


nostro paese vi siano le regole e soprattutto se le normative vigenti sulla
sicurezza siano sufficienti per far diminuire nei prossimi anni quella cifra
enorme che appare nel primo rigo di questa dissertazione.
Penso che il nostro paese per quanto riguarda la sicurezza e la salute sul
posto di lavoro, come su molte altre problematiche, sia pieno di leggi da
rispettare. Non abbiamo bisogno, per quanto mi riguarda, di nuove norme.
Le leggi ci sono, sicuramente possono essere migliorate, ma intanto

21
applichiamo bene quelle. Il nostro sistema economico è già molto
“imbrigliato” di per sé, fermato in posizione di stallo dalla troppa
burocrazia presente a tutti i livelli, altre leggi potrebbero portare al collasso
il sistema produttivo, quello che serve oggi è il rispetto.
Il dramma delle morti bianche è un dramma che trova terreno fertile
soprattutto nel lavoro nero, in tutti quei luoghi, in tutte quelle condizioni
fuori dalla legge. Per questo il problema delle morti bianche colpisce
maggiormente gli extra-comunitari e i giovani. La sicurezza sul lavoro è
strettamente collegata al tema della sicurezza del lavoro.
Un giovane pur di lavorare, pur di uscire seppure temporaneamente dalla
situazione di precarietà, accetta condizioni di lavoro nero; consapevole di
essere nell’azienda solamente di passaggio, accetta la precarietà del ruolo
in cui si trova, non ha neppure il tempo di individuare i vari responsabili
alla sicurezza nell’azienda (RSPP o gli RLS cioè i responsabili sindacali
alla sicurezza), che subito deve cambiare realtà lavorativa e il datore di
lavoro quindi non ha neppure l’interesse per far fare i corsi di formazione e
affiancamento (obbligatorie 32 ore minimo per legge) necessari per
svolgere quella particolare mansione.

Per questo motivo la sicurezza sul lavoro è soprattutto un problema di


mentalità della sicurezza. Per fare sicurezza bisogna che questo tema sia
analizzato sotto il profilo culturale e deve essere affrontato da tutta la
comunità aziendale e non solo. Se noi vogliamo ridurre le morti sul lavoro,
dobbiamo per prima cosa, tutti assieme (datore di lavoro, preposti,
sindacati e lavoratori), impegnarci a fondo su questo tema, instaurare un
clima di collaborazione e di fiducia reciproca che porti ad un dialogo serio
e concreto all’interno delle aziende.
Un esempio un po’ forte potrebbe essere fatto ricordando che cosa è
successo alla Thyssen di Torino dove sono morte recentemente alcune
persone in circostanze drammatiche a causa di alcuni estintori che erano
scarichi. Certamente ricaricare gli estintori è compito del datore di lavoro,
ma è compito dei sindacati, dei lavoratori, dei preposti controllarli; tutti
devono essere attenti.

22
Le morti sul lavoro sono una tragedia, un incredibile danno per tutta la
comunità, ma 40 anni fa in Italia morivano quasi 5000 persone all’anno,
oggi ne muoiono circa 1000; sicuramente sono troppe, qualcosa si deve
fare, qualche intervento deve essere pianificato ma comunque solo
confrontando questi dati emerge che è stato fatto tanto; per fare di più ci
vuole l’impegno e la collaborazione di ciascuno.
Solamente attraverso lo sforzo univoco e la determinazione di tutti il tasso
annuale di mortalità può essere abbassato, tutti d’accordo comunque che il
buon esempio deve venire sempre dall’alto, solamente in questo modo il
preposto può essere legittimato a svolgere un’azione di controllo, è
fondamentale per svolgere bene il ruolo di controllore avere il sostegno
della direzione, affinché tutti possiamo spingere verso un’unica direzione.

Resta adesso da chiedersi che cosa debba e possa fare lo stato. Lo stato
deve avere “solamente” il compito di fare le leggi e di controllare che
queste vengano applicate; certamente, però, sarebbe utopistico pensare che
lo stato possa arrivare dappertutto. Lo stato non può risolvere tutti i
problemi, ciascuno di noi si deve impegnare per cercare di risolvere i tanti
problemi che ci sono, ognuno nel suo piccolo può e deve far qualcosa. La
cosa più grave sarebbe quella di girare la testa dall’altra parte quando si
vede qualcosa che non va bene a livello di sicurezza. In Italia vi è una
legge che obbliga a mettere il casco sul motorino, ma se andiamo al sud o
nelle grandi città nessuno lo mette; vi è una legge che obbliga gli operai
che operano sui cantieri edili a mettere il casco ma se ci guardiamo attorno
anche nella nostre realtà locali vediamo che nessuno lo adopera; resta
quindi adesso da chiedersi di chi sia la responsabilità: del Datore di
Lavoro? Forse; Del lavoratore? Probabilmente. Dello stato? Non penso
proprio. La legge in questo caso parla chiaro. Ecco cosa intendo quando
parlo di una maggiore responsabilizzazione da parte di tutti unita a una
cultura della sicurezza.
C’è da dire comunque che la vita lavorativa oggi evolve a ritmi sempre più
serrati. Con l’introduzione di nuove tecnologie, di nuovi materiali e di
nuovi processi di lavoro gli ambienti sono soggetti a cambiamenti enormi

23
e veloci. Le innovazioni apportate alla progettazione, all’organizzazione, e
alla gestione del lavoro possono creare nuovi ambiti di rischio, con
conseguente aumento del livello di stress, che può sfociare da ultimo, in un
grave danneggiamento della salute per il lavoratore stesso, e quindi la
precarietà legata alla necessità di una elevata intensità di lavoro possono
causare nuovi pericoli per gli operatori. È quindi importante oggi più di
ieri farsi trovare sempre pronti, reattivi, flessibili al cambiamento,
accettare il sacrificio e possedere un forte spirito di osservazione e
concentrazione. Bisogna quindi accettare che oggi il mondo del lavoro è
fatto da un continuo adattamento alle diverse situazioni che si evolvono
all’interno dell’azienda. Tutte queste capacità personali che matureranno
poi anche con l’esperienza e con la meritocrazia, permetteranno alla
persona di emergere divenendo quel valore aggiunto difficilmente
sostituibile all’interno della scacchiera aziendale. Per questo quando si
parla di sicurezza e di morti bianche bisognerebbe affrontare questo
problema sotto molteplici aspetti che coinvolgono tante piccole
sfaccettature della realtà in cui il nostro paese si trova.
Si tratta quindi nel futuro di favorire, tra le imprese, la cultura della
sicurezza, in modo che questa sia considerata come un valore aggiunto, un
vantaggio competitivo in termini di qualità del lavoro e, quindi, di qualità
dei processi ma soprattutto dei prodotti e non come vincolo alla libertà
dell'imprenditore. Cultura che porterebbe inoltre a stipulare dei contratti,
anche a progetto o interinali, che tutelino i lavoratori, anche in termini
formativi, dai rischi connessi con i processi di lavoro.

Molti passi in avanti potranno essere fatti a riguardo cominciando a


considerare la sicurezza come Sistema Della Sicurezza; molte aziende si
stanno già movendo: l’iter è quello della certificazione (quindi facoltativa
e non obbligatoria) OHSAS 18001, inerente appunto alla salute e sicurezza
sul posto di lavoro, che permetterà all’azienda certificata di tenere
aggiornato e quindi più facilmente gestibile tale sistema.

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Giustizia, sicurezza, certezza della Pena

di Fabio Acri

“Quella in cui viviamo è una situazione assolutamente vergognosa di


indulto quotidiano. La certezza della pena è quanto di più incerto oggi
esiste”.
Questa pesante denuncia è stata fatta dal capo della Polizia, Antonio
Manganelli, lo scorso 29 maggio in audizione alla commissione Affari
Costituzionali e Giustizia del Senato.
Ciò rappresenta un elemento inedito, se non eclatante, dato che è la prima
volta che un prefetto, senza reticenze, punta il dito contro la malagiustizia,
principale responsabile del crescente livello di insicurezza nel quale
vivono i cittadini.
Si parla di malagiustizia, è bene chiarirlo sin da subito, quando la giustizia
non è più efficiente. Questo è oggettivamente un problema. E quando è
lecito affermare che la giustizia è inefficiente? Se essa ha tempi lunghi,
costi eccessivi e non rafforza il senso di sicurezza, è normale che venga
percepita in questi termini dalla collettività. I numeri ci dimostrano la
validità di questo ragionamento. In Italia sono in corso qualcosa come
dieci milioni di cause, la cui durata media è di 1300 giorni. Nello
specifico, in una causa penale per la sentenza di I grado bisogna attendere
630 giorni. Le cose non vanno certo meglio nella giustizia civile, dove una
causa dura mediamente 1210 giorni mentre in un altro ordinamento di civil
law come la Francia sono sufficienti 331 giorni.
Questo scenario ha delle rilevantissime ripercussioni di tipo economico e
finanziario. Infatti, una giustizia lenta crea ostacolo alla crescita
economica del Paese: Confartigianato ha calcolato in 2,3 miliardi il costo
annuo per le imprese a causa della giustizia lumaca e, inoltre, non si

25
attirano investimenti esteri se le imprese devono aspettare ad esempio tre
anni per un recupero crediti.
I costi connessi alla lentezza della giustizia, dunque, sono ingentissimi. Ma
vi sono, a monte, i costi diretti dell’amministrazione giudiziaria che
gravano sul contribuente ed anche in questo caso i dati sono tutt’altro che
virtuosi: la giustizia costa al cittadino italiano 67 euro contro i 46,7 di
quella francese; e, nonostante ciò, la giustizia ha accumulato un deficit di
143 milioni nel 2007.
E’ evidente a tutti il nesso tra costi e tempi, e cioè più è lunga la durata di
un processo maggiore sarà la spesa per i cittadini. E, sovente, costo e
spreco finiscono per coincidere: basti pensare che nel 2003 i processi
conclusi con sentenza di non luogo a procedere per prescrizione dei
termini sono stati 206.000.
Il terzo livello di valutazione dell’efficienza della giustizia si basa sul
grado di sicurezza percepito dai cittadini. Qui è necessaria una
precisazione: la sicurezza dev’essere garantita congiuntamente da Polizia e
Magistratura, pertanto, in linea di principio, parte dell’insicurezza avvertita
dai cittadini potrebbe essere addebitata anche alle Forze dell’ordine. Ma
non ci sembra che sia questa la verità. Certo, l’opera di contrasto al
crimine e di prevenzione dei reati da parte degli operatori della sicurezza è
migliorabile, tuttavia è un dato di fatto che i cittadini hanno una
grandissima fiducia nelle Forze di polizia mentre ne nutrono sempre di
meno nei giudici. In poche parole, è opinione diffusa che gli agenti
arrestano i delinquenti e i giudici li rimettono in libertà.
La malagiustizia è oggettivamente un problema presente in Italia e, come
tutti i problemi, avrà sicuramente dei fattori causali.
Il potere giudiziario, l’amministrazione giudiziaria e penitenziaria
scontano tre peculiarità negative propriamente italiane: l’autoreferenzialità
e non responsabilità dei giudici, l’assenza di certezza della pena e la
difficile situazione carceraria. A questi concetti va aggiunto un fenomeno
che si è manifestato negli ultimi quindici anni ossia l’immigrazione
clandestina e irregolare che diventa un problema quando lo strumento delle
espulsioni non funziona.

26
Il primo punto di cui trattiamo è, appunto, l’autoreferenzialità dei
magistrati. A sentire talune grida d’allarme di certi giudici militanti si ha
l’impressione che il potere giudiziario sia sotto il continuo attacco della
politica, che se ne voglia minare l’indipendenza, che si presegua
l’obiettivo di controllare l’azione dei pubblici ministeri. Niente di più falso
e ipocrita. Non esiste altro luogo nel mondo civile dove i magistrati sono
più indipendenti e liberi come in Italia: ad esempio, negli Stati Uniti i
giudici sono eletti mentre in Francia il pubblico ministero dipende
gerarchicamente dal ministro. Nel nostro Paese, il magistrato è come
intoccabile e gode di veri e propri privilegi corporativi, come gli scatti di
anzianità in dispregio dei principi meritocratici ed un trattamento
retributivo e previdenziale meritevole del medesimo disappunto che
suscitano i guadagni dei parlamentari. Ed essi, non solo rappresentano un
potere autonomo dove controllori e controllati coincidono (i provvedimenti
disciplinari sono di competenza del CSM, composto per due terzi da
magistrati), ma spesso e volentieri interferiscono nella vita politica come
se fossero un partito. A onor del vero, è doveroso ribadire la stima e
l’ammirazione nei confronti di quei magistrati che svolgono il loro dovere
in silenzio, lontani dalla ribalta mediatica, soli e a volte minacciati. Ma qui
non è sotto accusa il singolo quanto il potere giudiziario che annovera,
all’interno dell’Associazione Nazionale Magistrati, la corrente di
Magistratura Democratica. A memoria del lettore si riportano di seguito
alcuni estratti del programma: “Il Paese ha alle spalle anni di eccezionale
emergenza, nei quali è stata posta in essere, scientemente ed
irresponsabilmente, una sistematica campagna di discredito e di
aggressione verso singoli magistrati e nei confronti della giurisdizione[…]
Servono posizioni chiare e nette sul ruolo della giurisdizione e sulla sua
collocazione nel quadro dell’assetto istituzionale giacchè non sono stati
completamente debellati i tentativi di assoggettamento e di intimidazione
del potere giudiziario”. E poi l’affondo: “Il frutto delle politiche criminali
dell’ultima legislatura (2001-2006) è stato un diritto penale delle
disuguaglianze che attribuisce ai reati in materia di immigrazione e di
stupefacenti il ruolo di priorità concreta sulla giustizia penale, mentre il

27
carcere, inteso come discarica sociale, è divenuto l’altra faccia di un
sistema largamente inefficace nel contrasto dei poteri e delle
organizzazioni criminali”. Infine: “E’ bene non dimenticare che il 25 e 26
giugno 2006, è stato sventato il tentativo di sovvertire il nostro ordine
costituzionale. Contro quel tentativo Magistratura Democratica si è
schierata apertamente, impegnandosi in prima persona”.
Ecco dimostrato inequivocabilmente come una parte consistente dei
giudici agita nemici come fantasmi, giudica pesantemente l’attività del
Parlamento e finisce per entrare direttamente nella lotta politica: questo è
giacobinismo!
L’altro aspetto che riguarda strettamente i magistrati è la responsabilità
civile. A beneficio dei più giovani è necessario un breve excursus storico.
Con il referendum del 1987 gli elettori hanno sancito per legge il diritto
del cittadino di chiamare alla responsabilità personale il magistrato che
commetta una grave negligenza, imperizia od omissione. Se non che
l’anno successivo il Parlamento ha approvato la “Legge Vassalli” che ha
stravolto questo principio affermando la responsabilità dello Stato per cui
il cittadino deve chiedere i danni direttamente allo Stato e, solo se avrà
ragione, ne risponderà il magistrato ma nella misura di massimo un terzo
dello stipendio. La conseguenza è stata un crollo di questi ricorsi unita ad
una sostanziale irresponsabilità dei giudici; quindi una garanzia in meno
per l’imputato.
Il secondo fattore della malagiustizia, sicuramente il più avvertito e
visibile dalla popolazione, è la mancanza di certezza della pena. “E’ ormai
opinione diffusa che in Italia tendenzialmente escono tutti”, questa la triste
constatazione fatta da Sebastiano Ardita, dirigente del Dap. Infatti, la pena
comincia a diventare incerta quando la sua effettività non è più garantita, e
la non effettività di una legge mette in discussione lo stesso principio di
autorità dello Stato.
Del resto, lo scopo della pena è quello di impedire al colpevole di fare
nuovi danni e di evitare che altri ne compiano di eguali: per cui la pena si
configura come il massimo deterrente. La realtà, purtroppo, conferma che
sempre meno la pena compie la sua funzione, vedendosi stravolta

28
quotidianamente da una esecuzione non conforme alla sanzione stessa.
Immediatamente dopo l’emanazione della condanna iniziano ad agire i
benefici, come la legge Gozzini, la sospensione condizionale della pena,
l’indulto e via dicendo. E, contestualmente, si assiste a quel ripugnante
spettacolo dei calcoli: ad esempio, una condanna di dieci anni equivale a
quattro anni e mezzo di reclusione, per uno stupro si esce dopo un paio
d’anni (nonostante la pena prevista sia da 5 a 10 anni) e per un furto dopo
pochi mesi o giorni. Sia chiaro che non si contesta la legge Gozzini in sé,
dato che tenderebbe a premiare i detenuti più virtuosi, quanto la sua
applicazione. Il ricorso a questi benefici è parso sempre più opinabile e,
spesso, sconcertante. La gente comune fa tremendamente fatica a
comprendere come sia stato possibile affidare Angelo Izzo, uno dei
massacratori del Circeo nel 1975, ai servizi sociali concedendogli la
semilibertà: le conseguenze di questo provvedimento sono note a tutti dato
che il criminale Izzo solo poco tempo fa ha violentato e massacrato altre
due donne. Dov’era l’assenza di pericolosità sociale, condizione necessaria
per ottenere la semilibertà? D’altro canto, la stessa gente rimane
esterrefatta quando ad un settantaseienne come Bruno Contrada non viene
concessa neanche la detenzione domiciliare, prevista per detenuti over60
in gravi condizioni di salute.
Il terzo fattore che contribuisce alla malagiustizia è la complessa e
drammatica condizione degli istituti di pena. È noto che i penitenziari
italiani vivono da anni una situazione insostenibile a causa di un deciso
sovraffollamento della popolazione carceraria, rispetto alla capienza
teorica di 43.000 unità. Questa motivazione ha spinto il Parlamento a
votare il provvedimento dell’indulto appena nel 2006. Nel frattempo, non è
stato fatto alcun passo in avanti per quanto riguarda l’edilizia penitenziaria
tanto che gli effetti del beneficio di legge sono già svaniti come
dimostrano i dati dell’amministrazione penitenziaria:

31/12/07 maggio ‘08


Detenuti 48.693 53.700
Stranieri 17.000 20.213
Extra-UE 13.600 16.300
29
Comunitari 3.400 3.900
Rumeni 2.500 2.800
fonte: Ministero della Giustizia

Nei primi cinque mesi del 2008 vi è stato un incremento del numero di
detenuti di oltre cinquemila unità, con un progressivo aumento di cittadini
stranieri. E’ bene precisare che di questi quasi il 60% è composto da
marocchini, rumeni, albanesi e tunisini ma è pur vero che parliamo delle
quattro maggiori etnie presenti sul nostro territorio. Si tenga presente
comunque che durante il 2007 ci sono stati 90.441 ingressi in carcere, di
cui il 48% stranieri.
Un dato che non traspare ma assai rilevante è quello della posizione
giudiziaria dei detenuti: solo il 39% sconta una pena definitiva, mentre il
58% è in attesa di giudizio e, di questi, oltre la metà attende ancora il I
grado di giudizio. E spesso la custodia cautelare non è affatto agevole. Non
si dimentichino poi i reclusi tossicodipendenti e sieropositivi, pari a quasi
un terzo del totale.
Nel complesso abbiamo in Italia un cronico sovraffollamento delle carceri,
una folta presenza di stranieri, troppi detenuti in attesa di giudizio e non
pochi soggetti probabilmente incompatibili col regime penitenziario.
Emerge da questo quadro la più grande anomalia italiana costituita per
l’appunto dalla forte incidenza di cittadini stranieri reclusi, in gran parte
extra-comunitari; ciò denota, oltre ad evidenti limiti legislativi che
vedremo in seguito, un totale fallimento delle espulsioni. Due dati ed un
confronto aiutano a comprendere meglio la realtà: lo scorso anno sono stati
rilasciati 77.000 fogli di via la cui effettività è risultata pari a 2.396 (circa
il 3%); nei primi cinque mesi del 2008 è stata avviata la procedura di
espulsione per 10.500 persone delle quali appena 2.400 hanno trovato
posto nei Cpt; la Spagna, paese rivierasco come l’Italia, ha espulso
effettivamente 370.000 immigrati negli ultimi quattro anni.
Fondamentalmente il problema è semplice anche se insormontabile: non si
riesce a rimpatriare gli immigrati irregolari, a cominciare da coloro che
hanno subito una condanna, principalmente per carenze strutturali.

30
Dare soluzione ad una tale mole di problemi è una sfida quasi impossibile,
eppure le idee non mancano. Tuttavia, ancor prima di avanzare le proposte,
che altro non sono se non mezzi e strumenti, è necessario individuare il
fine che si ha in mente di raggiungere.
I cittadini chiedono una giustizia giusta, garantista ma severa; pene certe,
esemplari e insieme rieducative. In una sola parola certezza del diritto, il
fondamento dello stato democratico.
Cosa può e deve fare la politica per risolvere questo problema? Sono
finanziariamente sostenibili i costi di questi provvedimenti? La risposta,
crediamo, sia affermativa perché, se è vero che la spesa necessaria a
debellare il problema è ingente, il beneficio derivante dalla soluzione di
esso sarà notevolmente maggiore. E dunque, il punto di partenza è la
necessità, se non l’urgenza, di aumentare il fondo di dotazione per la
giustizia, l’Amministrazione penitenziaria, il comparto sicurezza e per il
meccanismo delle espulsioni. Il nuovo esecutivo sotto questo profilo è
partito col piede giusto annunciando l’assunzione di 3.917 unità nelle
Forze dell’ordine: occorrerà inoltre adeguare il trattamento economico
degli agenti e trasferire maggiori finanziamenti per mezzi ed
equipaggiamenti. Il numero di magistrati previsti per legge è 10.109; in
realtà gli effettivi sono solo 9.052 tra requirenti e giudicanti, per cui si
dovrà provvedere al più presto a colmare questo divario. Ma ciò risulterà
un semplice palliativo se non si realizzerà una riforma organica
dell’architettura giudiziaria su più livelli completando la riforma dei
codici, razionalizzando le leggi esistenti, e separando le carriere dei
magistrati come già previsto in tutti i paesi europei. Vi sono poi due sub-
livelli su cui intervenire con decisione: le garanzie giudiziarie e la certezza
della pena. La maggiore garanzia cui ha diritto l’imputato è quella di avere
un giudizio regolare, quindi un giudice equo. Purtroppo non è sempre così
dato che il magistrato non è un robot bensì un uomo con tutte le sue
passioni, debolezze, idee, pregiudizi ed altro. E quindi non è raro che una
persona innocente venga trascinata in tribunale quando, addirittura,
condannata, e le conseguenze sono il dramma morale, fisico e
professionale. Di fronte ad una tale ingiustizia nessun risarcimento è in

31
grado di restituire il maltolto alla vittima. E’ fondamentale perciò rivedere
la normativa sulla responsabilità civile del giudice, ristabilendo il principio
del referendum popolare del 1987 che sancì la responsabilità personale e
diretta del magistrato nei casi previsti dalla legge.
Sulla scia di questo criterio va poi inserita una legge più stringente circa le
possibilità di utilizzo delle intercettazioni accompagnate da pesanti
sanzioni per chi le dovesse diffondere e pubblicare: non pubblicizzare i
contenuti di questo strumento investigativo è una garanzia non solo per
l’indagato ma anche per le stesse indagini.
In un quadro finalmente e compiutamente garantista è doveroso che la
pena sia certa. L’azione della politica dev’essere perciò rivolta nei
confronti del processo e della discrezionalità dei giudici. Troppo spesso,
come già detto, le sentenze o arrivano a scoppio ritardato o non arrivano
affatto perché è intervenuta la prescrizione. Occorre, dunque, una
rivoluzione copernicana: dibattimento immediato, rapidità di giudizio,
effettività della pena. Aumentare i casi dove sarà obbligatorio agire per
direttissima rappresenta un segnale importante in questa direzione da parte
del ministro Alfano. Sarà necessario poi intervenire sui termini della
prescrizione: la legge ha fissato un termine di tempo oltre il quale lo Stato
perde il diritto di perseguire un cittadino; e tale spazio temporale sarà tanto
maggiore quanto più grave è il delitto commesso. Principio sacrosanto
eppure in Italia questi termini appaiono dilatati: ad esempio una condanna
a 5 anni e 2 mesi di reclusione può essere comminata entro 3.600 giorni
dalla commissione del reato. Un’assurdità! Che vanifica la prontezza della
pena. Quanto più è vicina al delitto commesso, tanto più sarà giusta ed
utile. Giusta perché risparmia all’imputato il tormento dell’incertezza e,
nel caso di custodia cautelare, la privazione della libertà durerà il meno
possibile; utile perché meno tempo passa tra delitto e pena e più sarà forte
nelle persone il nesso causale (se si sbaglia, si paga!). Un ulteriore
strumento propedeutico alla velocizzazione ed allo snellimento dell’iter
processuale è quella norma che non consenta al pubblico ministero di
ricorrere in appello: in Italia, fino a prova contraria, vale la presunzione di
non colpevolezza e quindi non dev’essere l’imputato a dimostrare la sua

32
innocenza quanto il magistrato a provarne la colpevolezza. I tre gradi di
giudizio sono a garanzia della difesa e non dell’accusa.

Tutti questi provvedimenti dovrebbero costituire la base solida per la


certezza della pena. Ma si dimostrerebbero insufficienti se parallelamente
non si affrontasse il delicato tema dell’ eccessiva discrezionalità che i
giudici si prendono nell’interpretare la legge. Partiamo da quest’ultimo. E’
doveroso che la politica ritorni ad affermare con forza il ruolo della
funzione legislativa: spetta al legislatore, che è il rappresentante della
volontà generale, interpretare le leggi mentre il giudice deve applicarle,
quale esaminatore delle azioni contrarie alle leggi stesse. Diversamente si
apre la strada dell’incertezza ed aumenta il grado di discrezionalità, foriera
di decisioni incoerenti e contraddittorie, che generano confusione. Quindi,
premesso che le leggi devono essere chiare, semplici e sostenute da tutti
gli attori istituzionali, si deve garantire che la pena inflitta con sentenza
definitiva sia effettivamente scontata. Per fare ciò si deve anzitutto tirare
una riga, escludendo sconti di pena e benefici per recidivi e per i reati
gravi e che provocano allarme sociale. E’ utile aver già previsto il blocco
della sospensione carceraria per alcuni delitti come le rapine in villa. Circa
l’inasprimento delle pene non si ravvisa una necessità impellente ma
esprimerebbe il segnale di una volontà tesa a ristabilire la certezza del
diritto, oltre ad avere l’effetto pratico di ridurre i casi in cui si ricorre alla
sospensione condizionale della pena. Dev’essere comunque chiaro che la
priorità è e rimane la certezza della pena. Perché susciterà più impressione
una punizione certa ma moderata che non una sanzione terribile unita
all’impunità: la legislazione dovrebbe prevenire i delitti ancor prima di
reprimerli.
Nel perseguire questi obiettivi l’Amministrazione penitenziaria espleta una
funzione fondamentale. Anch’essa però paga problemi strutturali a causa
di risorse insufficienti a cui bisognerà porre rimedio. Ora, qual è la
funzione del carcere? Punire i colpevoli e rieducare i detenuti. Ma come è
possibile ciò in penitenziari fatiscenti e perennemente sovraffollati? È
necessario pertanto ammodernare gli istituti di pena e, apparentemente,

33
costruirne di nuovi per aumentarne la capienza. Eppure la strategia deve
prevedere altre finalità: ridurre drasticamente il numero dei detenuti che
non devono stare in carcere (stranieri), non dovrebbero esserci (in attesa di
giudizio), non possono scontare la pena in carcere (tossicodipendenti e
sieropositivi).
In altri termini, un cittadino straniero che commetta un crimine dev’essere
espulso. Ma per rendere effettivo il provvedimento è necessario concludere
accordi più stretti e vincolanti con i paesi extra-Ue che acconsentano al
rimpatrio ed un notevole aumento dei Cie (Centro per l’identificazione ed
espulsione, ex cpt) da cui transitano gli irregolari prima dell’imbarco.
Intanto, il governo Berlusconi ha disposto che la condizione per essere
espulsi è una condanna sopra i 24 mesi mentre in precedenza doveva
essere di almeno 10 anni e, in questo contesto, s’inserisce l’aggravante di
un terzo della pena sui reati commessi dai clandestini.
Si tratta sicuramente di misure costose dato che un’espulsione può
comportare un esborso di 7-8mila euro ma questo è un costo assai minore
di quanto oggi una detenzione o una permanenza nei cpt vanno a gravare
sullo Stato: rispettivamente 75.000 e 22.000 euro l’anno. Quindi…
Infine, ma non per ordine di importanza, vi è la questione dei detenuti in
situazioni psicofisiche particolari. La detenzione di questi soggetti alle
medesime condizioni delle persone normali è un atto disumano che
vanifica totalmente qualsiasi tentativo di recupero. E’ giusto che anche il
tossicodipendente sconti la pena a cui è stato condannato ma la sua
rieducazione deve passare per strutture ad hoc differenti dalla gran parte
dei penitenziari italiani.

L’obiettivo finale è, pertanto, la Giustizia, per ridare al cittadino la fiducia


nello Stato. La giustizia è una funzione della libertà degli individui nella
società. Se lo scopo dello Stato e della legge è la sicurezza dei cittadini, le
pene che la legge può infliggere hanno come fine la difesa della libertà e
della sicurezza. Solo la legge ha dunque il diritto di punire gli individui.
Essa non va interpretata, ma dev’essere chiara perché il compito del
magistrato sia solo quella di applicarla. Il giudizio e la pena dovrebbero

34
essere rapidi; i delitti andrebbero prevenuti. Lo scopo della pena è punire il
colpevole e distogliere gli altri dal commettere lo stesso reato. Per ottenere
il loro effetto occorre che le pene siano certe.

35
Alla ricerca di nuovi modelli sociali: la società delle
comunità compatibili

di Leonardo Carloppi

“Getta un ramoscello di legno in mare , galleggerà ma non sarà mai un


pesce “

Leopold Senghor

“Ma dove siamo ?” è questa la domanda che ci nasce dal profondo ogni
qualvolta ci troviamo a percorrere quelle aree urbane che a volte
freddamente e aridamente vengono definite “a forte densità migratoria”.
Perché? La risposta appare semplice: oggi non siamo più in grado di
riconoscere le Città che vivevamo un tempo non troppo lontano poiché
stentiamo a ritrovare in esse i riferimenti e i simboli che costituivano i
nostri significati culturali e soprattutto relazionali. Basta osservare uno dei
tanti quartieri cosiddetti etnici sparsi nel nostro paese per accorgersi che a
tutt’ oggi in quasi tutti i centri urbani del nostro paese coesistono e molto
spesso si scontrano le varie piccole Dakar, o le piccole Tirana, o le piccole
Benin City, e potremmo continuare. Tutto questo va ascritto alla
definizione di società cosiddetta “multiculturale “. A questo punto esistono
numerosi punti di vista che ci permettono di affrontare la questione , c’è
chi riflette sulla presunta ineluttabilità del fenomeno immigratorio sia nel
bene che nel male ovviamente analizzando cause, concause e sviluppi
presenti e futuri, come chi pone l’accento sulla importante questione della
sicurezza cercando di elaborare strategie repressive e di contrasto
36
all’immigrazione clandestina. Insomma non mancano i presunti esperti
dalle idee chiare e decise ogni qual volta si parla di elaborare regole per
governare l’immigrazione ma quando l’ottica della questione vira sul come
governare le nuove società ( e il plurale è d’obbligo) costituite da autoctoni
Italiani e immigrati a cui poi si aggiungeranno gli immigrati di seconda
generazione insieme in un crescendo delle più o meno inevitabili situazioni
“miste”, ecco scendere dal punto di vista concettuale e delle idee un
silenzio che potremmo definire assordante. Questo mio breve scritto si
pone l’obbiettivo di far sentire una flebile voce proprio su questo aspetto
nella speranza che altre voci si uniscano incrinando questo sconsolante
muro del silenzio . Nella speranza che tutti quelli che come me più o
meno smarriti nella varie società multiculturali possano alla fine
rispondere alla domanda “ma dove siamo” in maniera semplice ed
efficace.

INTEGRAZIONE FRA MULTICULTURALISMO E INTERCULTURA

Nell’abusato quanto essenziale lessico sociologico che va per la maggiore


nei media regna sovrano il termine “integrazione”, il messaggio che passa
e che continua a passare è che ogni problematica dovuta a dinamiche
immigratorie debba per forza ricondursi ad una sorta di deficit di
“integrazione”, anche e soprattutto per ciò che riguarda le scottanti
problematiche riguardanti la sicurezza dei cittadini, al che verrebbe da
riflettere che quando ci troviamo di fronte ad un immigrato che delinque in
una delle tante degradate periferie suburbane del nostro paese (degradate
da decenni e forse anche più) non ci troviamo affatto di fronte a una
mancanza di integrazione ma al contrario di un formidabile esempio di
simbiosi con la realtà sociale proprie di alcuni difficili zone delle nostre
città . Potremmo argomentare, quindi, che ciò che viene comunemente
inteso come integrazione debba intendersi come “assimilazione”, vale a
dire come “adesione totale della minoranza immigrata alla cultura
37
nazionale del paese ospitante” definendo tale cultura in grado di regolare
ogni aspetto concernente la dimensione pubblica e sociale degli ospiti
stranieri. Questo tipo di modello è unanimemente riconosciuto come
modello “Francese”, nato dagli slanci giacobini della Francia libera si
sostanzia nello slogan: chi è “di passaporto” Francese , è un Francese con
uguali diritti e doveri. Le differenze culturali di origine si devono
annichilire di fronte al Moloch dello stato Liberal Democratico modello
per tutto il mondo ( la Francia ) all’ insegna del tutti diversi ma tutti uguali
. Questa sorta di “opzione zero” identitaria e culturale si sostanzia in quei
provvedimenti di cui si è tanto discusso nei tempi addietro, come, per
esempio, la proibizione di portare simboli religiosi nei luoghi pubblici, e
naufraga a detta di molti negli incendi delle Banlieu dove motivo
scatenante di violenze immotivate pare essere proprio la riaffermazione di
una sorta di nuova identità “generazionale”, che non riconoscendosi più
nella mitologia dello stato liberaldemocratico garante formale e asettico di
ogni sorta di cultura di riferimento, intravede in esso solo un rigido
censore di ogni riferimento simbolico e sociale, a negazione di ogni forma
e idea di rappresentazione culturale cancellando cosi anche le “ragioni” a
fondamento di esse. Da questa sorta di colpo di spugna culturale globale
operato in nome di un egualitarismo di maniera nasce una cultura
distruttiva e autodistruttiva al tempo stesso, quasi come se la mente umana
circuitasse una volta privata di identità e simboli . L’assimilazionismo è il
volto istituzionale dell’ideologia del multiculturalismo proprio perchè
nasce dalla teoria relativista dell’egualitarismo culturale , ma i suoi effetti
sono una progressiva perdita di tutti quei fattori in grado di
“cementificare” una società e la prima cosa che perdiamo di fronte a
dinamiche come queste è proprio la sicurezza sociale. L’ideologia
multiculturale nelle sue forme più acritiche e nichiliste è il maggior danno
che una certa sinistra può fare a qualsiasi comunità umana che voglia
organizzarsi in base a regole principi e valori il più possibile condivisibili
da qualsivoglia soggettività, ed è speculare a quelle visioni segregazioniste
e separatiste proprie di destre radicali e antieuropee . Una forza che pone le
sue radici nel saldo patrimonio di idee del popolarismo Europeo deve

38
accettare e vincere la sfida dell’interculturalità che si sostanzia nella
costruzione di un modello umano in grado di entrare e uscire da ogni sorta
di ambito culturale alla luce di un patrimonio di valori e principi comuni
accettati, interiorizzati, ma soprattutto vissuti. Ecco quindi che riusciamo a
dare un significato vero al termine integrazione, in questo concetto
dobbiamo riassumere la capacità di realizzare un linguaggio comune che
travalichi le barriere culturali che ogni comunità si costruisce (sia per
difendersi ma anche per rendere possibile quelle strategie di acquisizione
delle risorse che le hanno spinte a lasciare la propria terra ed è questo ciò
che intendo quando parlo di “ragioni” dell’altro) il linguaggio che
chiameremo trans culturale possiamo acquisirlo solo se si avvia un
percorso di conoscenza dei paradigmi culturali dell’altro, ponendosi come
fine ultimo quello di rimodellare e rimodulare, attraverso i variegati codici
culturali di ogni gruppo umano, quell’insieme di valori presi a fondamento
da tutta l’umanità “libera” del pianeta. Ma chi detiene i “codici” e
soprattutto perché e come lo fa?

CIO’ DA CUI DOBBIAMO LIBERARCI: LA MITOLOGIA DELLA


“SOCIETA’”

Quando parliamo di società multiculturale si aggiunge d’obbligo un'altra


definizione, quella di multietnica, questo perché etnia e cultura, visto il
grado relativamente recente delle dinamiche immigratorie in Italia,
tendono a sovrapporsi. Esistono però già numerosi esempi in cui cultura e
etnia tendono a divaricarsi: è il caso di chi nasce nel nostro paese,
ovviamente, ma anche di chi, emigrando molto giovane, ha formato la sua
personalità anche grazie alla cosiddetta “forza agente” della cultura del
“posto” . Si tratta di un’umanità situata in una sorta di terra di mezzo alle
prese talvolta anche, secondo logiche conflittuali, sia con la propria
comunità di origine sia con quella autoctona dalla quale hanno
interiorizzato importanti stilemi culturali che spesso mal si conciliano con
39
le culture di appartenenza. Da questo efficace esempio si evidenzia la
problematicità dell’altro grande modello sociologico vale a dire quello del
cosiddetto Melting Pot cioè l’ibridazione di culture ed etnie all’insegna di
un continuo rimescolamento umano spinto all’ estremo che dovrebbe
identificarsi in un modello di società capace (teoricamente) di avvalersi, in
una logica prettamente funzionalista, del contributo di tutti. È il modello
degli Stati Uniti d’America dove alla dizione Americano deve premettersi
ItaloAmericano, IspanoAmericano, Afroamericano, ecc. Quale futuro è
quindi da augurarsi ai futuri Italo-Romeni, o Italo-Nigeriani? Contando
ovviamente anche i giovani stranieri naturalizzati Italiani , non un futuro
facile a mio avviso perchè barcamenandosi fra cultura di “comunità” di
origine e culture di “comunità” acquisite e/o acquisibili tenteranno di
approdare a quella sintesi sociale a prima vista più giusta, più equa , più
garantista, in altre parole più democratica e soprattutto più solidale che
prende il nome di “società” , e qui rischieranno di trovare chiuso, casomai
con un bel cartello con la scritta “lavori in corso”. Qui sta il fallimento più
grosso dell’ortodossia Multiculturalista, poiché affermare tout court e
acriticamente i principi e i valori di ogni cultura umana significa
legittimare anche i meccanismi che stanno alla base dell’esistenza di quella
comunità di cui ogni cultura è espressione, o se vogliamo sovrastruttura
ideologica , e quindi se non si interviene sulla cultura non si interviene
nemmeno sulla comunità e i valori che questa comunità esprime.
Rimandando ogni sintesi a quell’ ente astratto chiamato “società”.
Potremmo dilungarci a lungo sui meccanismi umani , sociali , politici che
stanno a fondamento dell’ idea stessa di comunità appare scontato che più
forte è lo stato di bisogno di un individuo e più forte è la ricerca della
protezione di una forma di organizzazione sociale di natura clanico -
tribale da cui discende poi l’idea stessa di comunità, la logica spicciola del
aiuto reciproco è il fondamento di ogni comunità, il rovescio della
medaglia è la ristretta circolazione di idee da cui deriva un atteggiamento
iperdifensivo. Ed è proprio quando si riesce ad affrancasi da questa logica
di mutuo soccorso che l’individuo si avvia per sentieri nuovi e se lo fa è
perche ora è proprietario di un capitale, non solo economico, ma anche

40
umano, esperenziale, intellettuale, cognitivo, che gli permettono, proprio
come in una SPA, di farsi socio della società più grande di tutte vale a dire
la “società”. È mia opinione che a tutt’oggi parlare di società nella sua
accezione più evoluta e moderna sia del tutto fuori luogo almeno nel
nostro paese, e i vari ghetti multietnici che sorgono in ogni periferia stanno
a dimostrarlo. L’interculturalità deve scardinare gli aspetti esclusivistici
tipici di ogni comunità e soprattutto sradicare quelli inaccettabili, perché
contrari ai valori fondamentali dell’essere umano, che gli danno dignità,
aspetti ancora presenti purtroppo in alcune culture del nostro paese. A
detenere i codici sono quindi le comunità e la loro funzione è quella di
riaffermare identità e culture che spesso il migrante sente minacciate in
terra straniera cosi come noi sentiamo minacciata la nostra, senza avere
mai la presa di coscienza che,comunque vogliamo, ogni identità è destinata
a mutare nel tempo poiché l’identità deriva dalla cultura e basta
soffermarci un attimo per riflettere che la cultura dei giovani di oggi non
era quella dei loro padri come quella dei loro padri non era come quella dei
loro nonni ecc. Come risolviamo allora per es. il problema del crocifisso
nelle scuole alla luce dei dettami dell’inteculturalità? Agendo sulla
mentalità, non (nota bene) sulla cultura, affermando che è patrimonio
comune di ogni cultura il rispetto e la legittimazione reciproca e che ogni
declinazione simbolico-immaginifico-religiosa non può prescindere da
questo, e se lo si fa, sia a livello di comunità che individuale, si compie un
errore di pensiero che contraddice l’essenza stessa di ogni cultura umana,
errore dovuto eventualmente non a una cultura di qualsiasi sorta ma ad una
vera e propria anticultura. Sta solo alla nostra pratica relazionale e sociale
il fallimento o la riuscita del tentativo di far uscire ogni individuo dalle
catene della propria comunità di riferimento per un approdo a una vera e
propria società globalizzata, ma si tratta di un obbiettivo a medio lungo
termine, la difficile situazione sociale di oggi ci impone di perseguire un
obbiettivo più vicino ma al tempo stesso molto importante: la società delle
comunità compatibili.

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LE COMUNITA COMPATIBILI PER UN NUOVO MODO DI
COESISTENZA UMANA

Abbiamo visto gli effetti del fallimento del modello assimilazionista e di


quello riconducibile al cosiddetto “Melting Pot”: nessuno dei due può
ricondursi alla realizzazione di un corpo sociale dotato di valori e principi
realmente condivisi da tutti. La nostra idea è che in una fase di transizione
che si preannuncia lunga e difficile, smantellare il concetto stesso di
comunità inseguendo le astrazioni e le mitologia di una società “a misura
per tutti” sia un grave errore; nessun essere umano può rinunciare al senso
di appartenenza che deriva dalla condivisione del linguaggio, della storia,
degli usi e dei costumi proprie di quella cultura in cui si è nati e vissuti, e
qui ritorna il celebre aforisma di Senghor che introduce il mio scritto.
Facciamo leva, quindi, sulla straordinaria forza di adattamento che
contraddistingue e determina le difficili scelte compiute dal migrante per,
attraverso la pratica dell’Intercultura, rendere omogeneo il messaggio che
la salvaguardia e il rispetto, ma anche la valorizzazione di ogni cultura,
passano necessariamente per l’ acquisizione di regole, valori e principi
condivisi da tutti, autoctoni e immigrati. Solo così rivolgeremo la
straordinaria forza aggregante ma al tempo stesso vincolante che ogni
comunità rivolge verso i suoi membri in una logica virtuosa e costruttiva
per tutti. Possiamo cogliere molti esempi quotidiani: ad esempio, perché
non responsabilizzare al massimo gli stranieri che, intendendo aprire un
esercizio commerciale, di fatto marcano con la loro presenza il territorio,
perchè non negoziare questo tipo di richieste con la richiesta di tenere
comportamenti virtuosi del tipo “se vuoi che il tuo negozio non venga
chiuso dalle forze dell’ordine mi devi garantire ordine e pulizia”?
Riconosceremo cosi il ruolo e l’autorità positiva di ogni comunità,
elaborando anche un insieme di regole per poter convivere nello stesso
spazio. Avremo cosi un sistema contraddistinto da tante comunità alle
quali non viene chiesto né di annullarsi in una sorta di ente trascendente
che potremmo chiamare stato, o patria, né tanto meno di atomizzarsi

42
lasciando ogni suo componente privo di una sua cultura di origine
all’insegna di un ideale individualista e globalizzatore al tempo stesso che
immagina di realizzare la condizione migliore di ogni individuo
abbandonandolo solo in mezzo ad etnie e culture di ogni parte del mondo .
Noi riteniamo che la società del prossimo domani dovrà essere pensata
come un involucro vuoto occupato totalmente da comunità etniche
compatibili le une con le altre che oltre alla propria cultura di appartenenza
siano in grado di elaborare una cultura nuova, modificando quella di
appartenenza e armonizzandola con le altre. Ciò permetterà loro di essere
cittadini in ogni cultura e quindi in ogni parte del mondo. Se lavoriamo
tutti in questa direzione vivremo forse un domani in una società molto più
ricca, stimolante e forte rispetto all’attuale senescente società autoctona di
oggi, ma si tratta di un percorso difficile che dovrà essere aiutato anche e
soprattutto dalla politica .

POLITICA E PROMOZIONE DI PERCORSI INTERCULTURALI

Sta ora alla politica compiere scelte giuste ed appropriate. L’intercultura,


per potersi affermare, necessita della realizzazione di terreni condivisi sui
quali iniziare un vero confronto fra le comunità immigrate e non; ecco
quindi che la preclusione del voto agli immigrati per le elezioni
amministrative non ci trova d’accordo; occorre ribadire che sarebbero
ammessi al voto solo i possessori della carta di soggiorno e cioè di un
documento che garantisce la regolare permanenza in Italia del cittadino
extracomunitario da oltre 5 anni; concordiamo pienamente con chi sostiene
che la via maestra per poter entrare a far parte di una comunità che si
riconosce in regole e valori condivisi sia quella della cittadinanza e infatti
ribadiamo la nostra più assoluta contrarietà alla concessione dei diritti di
cittadinanza dopo solo 5 anni di permanenza in Italia, ma è anche vero che
non possiamo permetterci di rinviare indefinitamente il dialogo con le
comunità immigrate anche perché dopo 10 anni e passa (il tempo
43
necessario oggi per ottenere la cittadinanza in Italia) l’immigrato ha
risolto, probabilmente, ogni aspetto problematico relativo all’inserimento
nella nostra comunità, anzi sfruttando la possibilità di poter entrare e uscire
dall’ Italia, non essendo più soggetto alle forche caudine dei visti
d’ingresso, non possiamo escludere che il neo cittadino Italiano dia il via a
una sorta di spola fra l’ Italia e il suo paese d’origine alla luce anche di
esperienze professionali maturate nel nostro paese con l’intento di avviare
prospettive di sviluppo anche nel paese in origine, o in altri paesi, grazie
sempre alle opportunità di espatrio che offre la cittadinanza di un paese
UE. Occorre quindi agire prima, la politica è uno straordinario veicolo di
conoscenza e di confronto e al tempo stesso è lo strumento principe con il
quale si affrontano e si provano a risolvere i problemi; basti pensare al
contatto che potremmo avere con gli immigrati sia in campagna elettorale
sia nella formazione delle liste e quali conoscenze potremmo acquisire
confrontandoci con un mondo a noi ancora sconosciuto. L’invito è quello
di compiere noi questo passo prima che ce lo imponga qualche organismo
Europeo, in base anche a un principio di democrazia che personalmente
ritengo condivisibile. Altri passi devono pero essere compiuti anche in
altre direzioni; dobbiamo riconoscere che il nostro partito non è apparso
mai molto interessato ad avere un dialogo con le associazioni di cittadini
immigrati. Questo perché con un certo genericismo viene affermato che
questi organismi sono “tutti di sinistra”, ed è per la quasi totalità vero, ma
questo avviene anche per colpa nostra ed è dovuto ad una certa preclusione
mentale a considerare l’immigrato (quello onesto che lavora ovviamente)
come un soggetto portatore di istanze sociali molto spesso legittime e
motivate fra le quali si sta affermando prepotentemente anche la naturale
esigenza di vivere senza l’incubo della microcriminalità di cui, vale la
pena ricordarlo, anche l’extracomunitario onesto è vittima al pari di un
cittadino Italiano. Questi sono a mio avviso i due principali aspetti sui
quali occorre agire subito se si vuole iniziare in tempi brevi un percorso
con le comunità immigrate. Potremmo sottolinearne altri, come
un’eccessiva burocratizzazione delle attuali normative che regolano il
rilascio dei permessi di soggiorno, che, vale la pena di ricordarlo, interessa

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principalmente chi vuole lavorare e mettersi in regola mentre il
delinquente ama di solito l’invisibilità della clandestinità. Una revisione di
tali norme accompagnate da una stretta su chi invece delinque sarebbe un
segnale di grande apertura al mondo degli immigrati onesti, vale a dire al
98% degli immigrati regolari (perché solo il 2% degli immigrati in
possesso di regolare permesso di soggiorno delinque - Dati rapporto della
Polizia 2006) e stiamo parlando di oltre 3 milioni di persone. Ciò andrebbe
a costituire anche un avallo governativo ad un nuovo modo di intendere il
mondo dell’ immigrazione. Fino ad ora abbiamo parlato di scelte che
comunque non spettano a noi, smarriti cittadini della multiforme società
multiculturale, ma alla politica e ai suoi massimi livelli. Toccherà però a
noi, un domani, il non facile compito di metterle in pratica.

Voglio concludere questo scritto introducendo il tema di come approcciare


l’immigrazione nella quotidianità, che è poi il mattone sul quale si basa
l’avvio delle varie dinamiche di interculturalità. Dico una cosa sola:
vogliamo riflettere attentamente sulla convinzione che sia l’immigrato o
meglio lo straniero colui che “ci toglie” qualcosa? e cosa “ci toglie”? Ci
toglie la tranquillità di poter uscire tranquillamente la sera nel fare la
passeggiata sotto casa ed è vero, “ci toglie” la possibilità di poter stare
tranquillamente nel mio condominio perché gli extracomunitari sono tanti
e rumorosi, verissimo, “ci toglie” la possibilità di accedere alla casa
popolare o a quell’aiuto istituzionale che vorremmo, poiché talvolta
l’immigrato può usufruire di corsie preferenziali difficilmente giustificabili
e potremmo continuare. La verità è però che queste cose noi uomini e
donne della comunità Italiana residente in Italia ce le siamo tolte da soli
rimanendo per troppo tempo indifferenti di fronte all’ affermarsi della
cultura del lassismo e del non rispetto delle regole e producendo di fatto
ingiustizie e disparità che ora si ritorcono contro tutti. “Veniamo in Italia
poiché l’Italia è l‘Africa d’Europa” cosi diceva una mia vecchia
conoscenza di un tormentato paese Africano. Sta a tutti noi, e ora con
questo governo possiamo veramente metterlo in pratica, costruire un’ Italia
nuova dove tutti rispettino le regole di convivenza civile e le leggi dello

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stato; se sarà cosi tutto ciò che di positivo che ci aspettiamo dalla nostra
idea di società interculturale verrà e molto prima di quanto possiamo
prevedere.

46
L’economia dei valori nel mercato globale

di Luca Cuccu

Fino a poco tempo fa esisteva un continente le cui origini, i cui valori


erano forti e caratteristici. Adesso quel continente, la nostra Europa, non
esiste più, perché i professionisti della non politica l’hanno svenduto in
cambio di un nuovo Dio, in cambio di quella frenetica illusione chiamata
mercatismo che sta consumando velocemente il nostro pianeta ed i nostri
futuri.
La nostra Italia è inserita in questo contesto globale che non le dà la
possibilità di competere in modo leale. La nostra storia è fatta di gesta
eroiche, di arte, di cultura e di mercato. Le nostre radici giudaico cristiane
sono alla base della nostra società anche se la nostra azione politica non
può che essere laica. Purtroppo però in questo nuovo dinamico contesto
non c’è il tempo per rafforzare le nostre radici storiche e religiose, in
questa epoca, in questa “epoca del ferro”, tutto ciò che conta risiede nel
profitto generale. La nostra nuova visione di mondo e di società è ormai
legata inscindibilmente al concetto di mercato. Da quando nel 1989 il
comunismo perse per lasciare il giusto spazio al più moderno ideale
liberalista, i vecchi rossi armati di falce e martello si prostituirono a questa
nuova visione di libero mercato. Il risultato è la sintesi dei due colossi
ideologici, il mercatismo.
“il liberalismo si basava su di un principio di libertà applicato al
mercato. Il comunismo su di una legge di sviluppo applicata alla società.
Il mercatismo è la loro sintesi. Perché applica al mercato una legge di
sviluppo lineare e globale” Giulio Tremonti
Ritroviamo i due aspetti più importanti delle scuole di pensiero. Troviamo
una visione globale di mercato, dove i confini commerciali sono stati
superati, ma al contempo in questa nuova “religione mercatista” troviamo
la standardizzazione di intere società, troviamo “consumatori a taglia
47
unica”, in questo nuovo mondo non consumiamo più per vivere ma
viviamo per consumare.
Secoli fa l’imperatore Costantino donò un simbolo ed una religione al
proprio impero: “in hoc signo vinces” questa fu la frase che fece
dell’impero romano pagano un impero cristiano. La stessa frase deve
essere stata abbinata da qualcuno a qualche trademark importante, a
significare che si può vincere solo in nome e per conto del mercato
globale. Lungi da me condannare la creazione della ricchezza, unica fonte
di finanziamento del welfare state, ma nella mia visione di economia
hanno un ruolo importante i valori e la storia dei paesi. I consumatori
devono tornare ad essere liberi di scegliere, non devono essere limitati da
mode e vincoli monetari. I lavoratori devono essere liberi di esprimersi al
massimo e non devono vivere nell’incertezza di un futuro precario. I nostri
lavoratori al contrario vivono in una morsa che li rende del tutto
insoddisfatti, stretti fra salari orientali e costi occidentali e soprattutto
vittime di una flessibilità trasformata dall’abuso in precarietà.
In questo contesto si inserisce il nostro paese. Un’Italia che ha bisogno di
un nuovo passo, che deve cercare la strada della politica perché senza di
essa il nostro belpaese si trasformerebbe in un supermarket da 56 milioni
di consumatori insoddisfatti.
“Il liberismo è una forma dell'economia di mercato, la più estrema, la più
selvaggia per alcuni versi. Può essere corretta oppure adattata. Il
liberismo corretto e adattato da alcune regole ha prodotto un livello di
benessere mai conosciuto nella storia dell'umanità” Giulio Tremonti
Se dovessi chiudermi in una rigida definizione mi definirei sicuramente
liberista. Ma riprendendo le parole del nostro Ministro Giulio Tremonti
non posso che accettare l’esistenza di alcuni limiti di questa modo di
vedere l’economia. Il sistema economico è il motore di un paese, ma
essendo uno strumento deve essere progettato, sviluppato e mantenuto. Il
mercato non ha la possibilità di stabilire equilibri di lungo periodo se
mancano le strutture per gestire lo sviluppo economico, e solo la politica
può dargliele. Nella nostra visione ideale un mercato basato su un sistema
perfettamente concorrenziale (ipotesi puramente teorica), riesce ad

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ottimizzare l’allocazione delle risorse, creando in questo modo anche un
redistribuzione della ricchezza. Quello che, purtroppo per gli italiani, molti
governi non hanno capito, è che non è possibile attuare una
redistribuzione di qualcosa che non esiste. Prima di spartire la ricchezza
essa deve essere creata, in questo senso non c’è equità senza sviluppo
economico. Devono essere due i macro-obiettivi della politica economica,
la crescita economica e l’aumento del poter d’acquisto dei consumatori.
due obiettivi che naturalmente si influenzano vicendevolmente ma che
hanno bisogno, almeno inizialmente, di proposte diverse.
Per quanto riguarda la questione salariale, oltre al palese aspetto
economico, c’è un vero e proprio problema politico, che deriva dalla
mancata definizione dei compiti di governo e sindacati. Per troppi anni si è
usata la concertazione sindacale come grimaldello per gestire il potere e le
masse. I sindacati hanno un ruolo fondamentale nel mondo del lavoro, ma
non possono sostituirsi al governo sul tema della politica economica.
Qualora in Italia arrivassimo ad un sistema bipartitico avremo ancora,
grazie a questa deformazione, almeno cinque partiti. Ci sono stati Ministri
(Ministro Ferrero) che vedevano come soluzione al problema dei salari un
aumento indiscriminato degli stipendi. Questo tipo di provvedimento
presenta almeno due limiti, uno politico, l’altro economico. Il limite
politico è legato alla disincentivazione alla produttività. Un lavoratore che
deve scegliere fra tempo libero e lavoro, o che deve scegliere se
profondere l’impegno massimo o il minimo richiesto, a parità di stipendio,
sceglie la via che gli dà maggior soddisfazione, tempo libero e pausa caffè.
Se invece noi premiassimo il lavoratore più efficiente e meritevole tramite
l’aumento dei premi produzione, attraverso la partecipazione ai ricavi e
sviluppando il discusso tema della detassazione degli straordinari,
riusciremmo ad aumentare la produttività e ad appesantire le tasche dei
lavoratori. Limite strettamente economico: un aumento degli stipendi
comporta inevitabilmente un aumento del livello dei prezzi. Anche non
considerando gli equilibri di mercato fra domanda e offerta, l’aumento
deriverebbe comunque dall’aumento del costo del personale che le imprese
dovrebbero sostenere. Questa ipotesi distruggerebbe la nostra economia, in

49
quanto ridurrebbe le nostre esportazioni già colpite dalla crescita della
nostra moneta e dalla sopra citata questione della concorrenza fra salari
orientali ed occidentali. Salvaguardare le nostre esportazioni è
fondamentale, con questo non voglio dire che il contenimento
dell’inflazione sia ispirato ad un politica mercantilista (predominanza delle
esportazioni sulle esportazioni per aumentare la quantità di moneta),
quanto dal posizionamento strategico del Made in Italy, core competence
del nostro sistema produttivo. Se vogliamo aumentare il potere d’acquisto
dei consumatori dobbiamo legare l’aumento dei salari alla produttività.
“la regola aurea della politica dei redditi prevede che il salario per
occupato aumenti alla stessa velocità del prodotto per occupato, cosicché
il costo del lavoro per unità di prodotto, dato dal rapporto tra le due
grandezze, rimanga costante. Ne consegue che se il costo del lavoro per
unità di prodotto non aumenta, le imprese sono in grado di mantenere
ragionevolmente stabili i prezzi e , quindi, i loro margini di profitto. In
caso contrario, le imprese saranno costrette ad aumentare i prezzi per
salvaguardare i loro margini di guadagno, oppure a vedersi ridurre tali
margini. Insomma, perché le cose vadano bene occorre che i salari
corrano alla stessa velocità della produttività. Bassi salari, bassa
produttività; alti salari, alta produttività.” Renato Brunetta
Un aumento del potere d’acquisto dovrebbe stimolare la crescita
economica, ma da solo non può consolidarla. L’economia italiana a mio
parere è molto simile ad un carro a cui manca una ruota. La tre ruote sono i
punti forti della nostra economia, mentre quella mancante rappresenta la
parte debole. Made in Italy, artigianato (più in generale piccola-media
impresa) e turismo (arte e cultura) sono i pilastri del nostro sistema
economico. Mentre l’anello debole della nostra economia è rappresentato
dalle inefficienze del settore pubblico, che avendo a disposizione molte
risorse libere tende a perdere di vista l’ottimizzazione dei fondi. Il nostro
carro deve essere aggiustato aggiungendo la ruota mancante e dopodiché
deve essere potenziato affinché possa diventare un potente treno ad alta
velocità. Questa figura retorica ha un significato sostanziale. È mia
convinzione che, possibilmente, l’intervento dello stato nella compagine

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economica debba limitarsi alla creazione delle infrastrutture (in senso lato)
che possano favorire il commercio. La TAV è il simbolo di uno sviluppo
infrastrutturale ormai non più rimandabile.
Cominciamo con “l’aggiustamento” del carro. Abbiamo detto che la ruota
mancante è rappresentata dall’inefficiente azione dell’ente pubblico in
ambito economico. L’intervento pubblico, tipico della visione statalista
che sostiene una forte attribuzione di potere dello stato in economia, porta
alla creazione di monopoli. Il monopolio è una forma di mercato dove
esiste un solo venditore che offre un determinato prodotto o servizio, per i
quali non esistono prodotti o servizi sostitutivi, ovvero prodotti che diano
al consumatore lo stesso livello di utilità e che quindi possano essere scelti
esclusivamente sulla base del prezzo. In questa situazione di mercato
avremmo quindi dei prezzi costanti perché è il monopolista a fissarli e non
il mercato. Come dicono gli economisti, il monopolista (nel nostro caso
l’ente o la società partecipata) è price maker. Alcune di queste società
partecipate, non solo hanno la facoltà di definire insieme alle
amministrazioni i prezzi, ma hanno anche la possibilità di non considerare
l’efficacia del prodotto o del servizio offerto. In assenza di competitor non
ci si cura della qualità e proprio per questo il risultato delle partecipate è
costituito da servizi scadenti a prezzi spesso superiori a quelli che
sarebbero stati definiti da forme di mercato diverse. Per migliorare la
qualità del servizio e per far sì che il processo di riduzione dei prezzi
faccia il suo corso, è inevitabile un percorso di liberalizzazione in quei
settori che possono essere aperti al mercato. Si deve passare dalla “mano
morta” della pubblica amministrazione alla mano invisibile di Adam
Smith, creando quelle condizioni che possono costituire delle solide
fondamenta per un sistema di mercato delle utilities puramente
concorrenziale.
Ma non esiste solo il problema del monopolio degli enti locali, un altro
problema importante è l’inefficienza del pubblico impiego. Questo tipo di
malfunzionamento dà vita a due tipi di problemi ben distinti tra loro. Un
aumento dei costi di funzionamento del settore privato, legato al
rallentamento del folto percorso burocratico ed una riduzione del

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benessere dei cittadini costretti ad usufruire di servizi di scarsa qualità. A
questi si aggiunge naturalmente il diretto aumento dei costi a carico dello
stato, che viene scaricato sui cittadini con un relativo aumento della
pressione fiscale. La soluzione? Prima dobbiamo individuare alcuni
problemi nello specifico. Un problema fondamentale è l’approccio
pubblico nella gestione del personale. Come già accennavo prima parlando
di salari, il lavoro, che sia pubblico o privato, dovrebbe essere valutato in
relazione alla produttività, ai risultati. Nel settore privato in linea di
massima la valorizzazione del lavoro si basa proprio su ciò che un
lavoratore dà all’azienda. Nel settore pubblico invece l’elemento impegno
passa in secondo piano lasciando il campo ad altri elementi che esulano
assolutamente dalla logica meritocratica a cui invece si dovrebbero
ispirare. La soluzione è molto semplice: si dovrebbero valutare i risultati
anche nel pubblico impiego non lasciando che la carriera lavorativa sia il
frutto del tempo. Gli spostamenti gerarchici, sia orizzontali che verticali,
dovrebbero essere funzione dell’impegno e dei risultati, non dell’anzianità,
elemento che riesce a disincentivare totalmente la capacità produttiva del
lavoratore. Il pubblico impiego dovrebbe riscoprire il processo di
aziendalizzazione. La mia visione di stato è molto diversa dalla realtà
aziendale, ma quando lo stato si pone lo scopo di offrire dei servizi deve
tener conto di tre fattori: efficacia, efficienza ed economicità, proprio come
un’ azienda. Per far questo devo seguire le moderne tecniche di
governance della NPM, new public management. Il primo passo è snellire
l’organizzazione (lean organization), per rendere il sistema pubblico più
dinamico e capace di rispondere ai cambiamenti evolutivi della società e
del sistema economico. Dopodiché devono essere valutate le performance,
con un progressivo controllo da parte dei cittadini, in modo da avere anche
nel settore pubblico una maggior attenzione alla costumer satisfaction, che
in questo caso si traduce chiaramente in benessere sociale. Tutto questo
deve chiaramente andare in parallelo alla considerazione dei bisogni della
società, in quanto in questo caso non si tratta di trovare il giusto messaggio
pubblicitario o la perfetta operazione di marketing. In questo settore conta
unicamente offrire servizi di qualità (efficacia), tenere sotto controllo i

52
costi impiegando razionalmente le risorse (efficienza) e massimizzare
l’utilità, benessere sociale, delle risorse impiegate (economicità).

Passiamo adesso al potenziamento del nostro carro. Made in Italy.


“e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio”
Apocalisse 13:17
Il nostro marchio, a differenza del marchio della bestia di cui parla
l’Apocalisse, è simbolo del bene. Tutta la nostra storia è racchiusa in
quella denominazione. È ciò che dà valore ai nostri prodotti. Come già
dicevo prima, il Made in Italy ha un funzione strategica. Il posizionamento
dei nostri prodotti nel mercato globale è filtrato dalla nostra immagine di
paese. Quindi se vogliamo aumentare le esportazioni dei nostri prodotti
migliori, dobbiamo migliorare l’immagine del nostro paese e pubblicizzare
la superiorità e la differenziazione dei nostri prodotti da quelli a basso
costo provenienti dal sud-est asiatico. Il Made in Italy è la direzione di
marcia del nostro treno.

Naturalmente questo non può bastare e per questo dobbiamo potenziare il


nostro sistema economico. Questo è l’aspetto più importante. Il 93% del
nostro tessuto imprenditoriale è composto da piccole medie imprese, e
sono queste a muovere la nostra economia, sono la spina dorsale del nostro
paese. È intorno a loro che deve girare la politica economica italiana. Cosa
è successo in Italia? Perché abbiamo un ritardo tecnologico di 10 anni
rispetto ad altri paesi? Perché viviamo il problema del “nanismo
imprenditoriale”? Negli anni d’oro del nostro paese, i tassi di interesse
pagati sui titoli di stato erano molto alti. Elevati tassi di interesse
dovrebbero essere collegati ad un elevato rischio finanziario, mentre questi
titoli, pur presentando un rischio minimo erano molto remunerativi. Un
qualsiasi cittadino dovendo investire i propri risparmi e dovendo scegliere
fra titoli remunerativi a basso rischio e titoli non remunerativi ad elevato
rischio finanziario, investiva nei primi, i titoli di stato. Questo ha
penalizzato moltissimo le piccole imprese quotate, perché offrendo titoli a
rischio alto nessuno pensava a finanziarle. Questo è uno dei motivi di
fondo della nostra arretratezza tecnologica. Cosa dobbiamo fare adesso per

53
creare le rotaie su cui può correre il nostro treno? Per creare un sistema
efficiente la nostra politica economica deve concentrarsi sulla supply side,
lo stato deve intervenire in ambito economico sul lato dell’offerta. La
prima cosa che dobbiamo fare per aiutare le nostre imprese è ridurre la
pressione fiscale. A questa soluzione si lega anche il problema
dell’evasione fiscale, che prima di essere combattuta deve essere
disincentivata. È utile fare riferimento ad un economista americano,Artur
Laffer (fondatore della scuola di pensiero della supply-side), molto
importante per aver convinto l’allora candidato repubblicano alle
presidenziali Ronald Reagan a diminuire le imposte dirette. La curva di
Laffer collega le entrate fiscali (il gettito), all’aliquota d’imposta. Secondo
l’economista dell’università del South Carolina questa relazione avrebbe
approssimativamente una forma a campana. Analizzando questa curva si
intuisce che esiste un livello di aliquota d’imposta che massimizza le
entrate fiscali. Aumentando l’aliquota oltre questo livello, secondo questa
teoria, il gettito diminuirebbe fino ad arrivare a zero con un aliquota pari al
100%. I paesi che applicano un livello d’imposta inferiore al punto di
massimo dovrebbero aumentare la pressione fiscale per massimizzare il
gettito, viceversa, stati che impongono aliquote poste nella parte
decrescente del curva dovrebbero diminuirla. Il punto di massimo il gettito
diminuiva per tre motivi: l’evasione, l’elusione e la sottrazione. La prima
consiste nel truccare bilanci facendo risultare un utile ante
imposta(imponibile) minore con lo scopo di pagare meno imposte. Questa
è una pratica chiaramente illegale. Non lo è, invece, l’elusione, che, nel
rispetto delle leggi vigenti, utilizza delle tecniche di bilancio finalizzate al
godimento di aliquote migliori. Ma l’effetto di cui gli economisti della
supply-side più si preoccupavano era la sottrazione, che consiste nel
sottrarre l’imponibile dalla tassazione eliminandolo o spostandolo. È
naturale che un’elevata pressione fiscale tenda a disincentivare la
produzione. Per sottrarre l’imponibile al fisco è necessario non produrre,
tradotto non fare impresa, oppure delocalizzare, produrre all’estero. In
entrambi i casi l’effetto è una riduzione della produzione e quindi della
crescita economica del paese. Basandosi su queste tesi il Presidente USA

54
Ronald Reagan ridusse le imposte. Il risultato fu un sensibile incremento
delle entrate fiscali, ma, non essendo stata contemporaneamente ridotta o
contenuta la spesa pubblica, si annullò l’effetto del maggior gettito, che
portò ad un incremento del deficit. In questo caso non si può dare la colpa
per l’aumento del flusso negativo alla curva di Laffer ma
all’amministrazione. La riduzione della spesa pubblica deve
necessariamente seguire una politica fiscale espansiva. Esiste inoltre una
relazione fra spessa pubblica e crescita economica di cui dovremmo tener
conto. Il senatore repubblicano Richard Armey era convinto che la
relazione che esiste fra spesa pubblica ed il tasso di crescita del Pil presenti
una forma ad U rovesciata. Un livello di spesa pubblica pari a 0 lo stato
non può garantire il rispetto dei contratti privati, né la protezione dei diritti
di proprietà. Con elevati livelli di spesa pubblica sarebbero del tutto
disincentivati l’investimento e la produzione, poiché la tassazione
necessaria a coprire tali livelli di spesa assorbirebbe tutta la ricchezza che
verrebbe a crearsi. Pertanto, secondo questa teoria, esisterà un livello
ottimale dell’impiego di risorse pubbliche, in funzione del quale si ottiene
la massimizzazione della crescita del reddito nazionale. In estrema sintesi
una riduzione della pressioni fiscale incentiverebbe la produzione, creando
quindi un sensibile aumento del reddito imponibile. Costringerebbe
governi ed amministrazioni locali a tenere sotto controllo la spesa
pubblica, con una conseguente, secondo Armey, crescita economica del
nostro paese.

Un grandissimo problema legato alla produzione industriale è il costo


dell’energia. Il mercato energetico non solo ci crea problemi economici,
ma la nostra dipendenza da queste risorse dà vita anche ad un problema di
subordinazione politica rispetto ai paesi fornitori.

“I cittadini italiani quando pagano le bollette spendono all’incirca 15,5


centesimi di Euro a kilowattora, mentre gli altri abitanti dell’Unione
Europea spendono in media il 30% in meno, e cioè 10,7 centesimi. Per
quanto riguarda le aziende la differenza è – in percentuale –
leggermente minore ma per niente trascurabile: di fronte ad una media

55
europea di circa 75 Euro a Megawattora, una azienda in Italia deve
spendere 20 euro in più, e pagare cioè 95 euro” Alberto Cubeddu

Non ci sono proposte intermedie, l’unico obiettivo perseguibile è il ritorno


al nucleare, solo esso può far muovere il nostro treno. Questa è
chiaramente una soluzione di lungo periodo. Nel breve dovremmo quindi
aumentare l’uso delle fonti rinnovabili, magari sfruttando anche l’energia
che si può ottenere dai rifiuti.
Adesso manca il potenziamento dell’ultima ruota, il treno vero e proprio,
un treno che non ha a che fare tanto con l’economia quanto piuttosto con i
nostri valori. La nostra storia, la nostra cultura vanno al di là del nostro
PIL che è solo un mero indice economico. Ciò su cui dobbiamo sederci, il
vagone del nostro treno, è la nostra base valoriale, i nostri principi che
derivano da anni di storia. La nostra bandiera deve riecheggiare nella
nostra politica economica, il nostro senso d’appartenenza alla civiltà
occidentale deve essere sempre presente quando pianifichiamo una
strategia commerciale, dobbiamo essere italiani ed europei in qualsiasi
momento della nostra azione politica.

Siamo alla fine. Abbiamo aggiustato il nostro carro creando una struttura
pubblica flessibile ed efficiente. Abbiamo potenziato la nostra ruota del
Made in Italy facendola diventare la direzione del nostro segmento
produttivo. Abbiamo fatto della nostra piccola e media impresa le rotaie
del nostro treno. Ed infine abbiamo donato ai cittadini italiani un treno di
economia e valori su cui possono traslocare la loro vita precaria ed
insicura in un posto migliore, in un Italia rinnovata, moderna, ricca.. e
soprattutto felice.

56
I GIOVANI DI PISA:
LA NOSTRA AMICIZIA E IL
NOSTRO IMPEGNO

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2 Dicembre 2006 – Giacomo e Elena sul pullman verso la città di Roma

2 Dicembre 2006 - Alcuni giovani alla manifestazione “Contro le tasse” a Roma

58
2 Dicembre 2006 – Jonathan e Elena al termine della manifestazione di Roma

8 Ottobre 2007 – Iniziativa su “I crimini del Comunismo” organizzata a Crespina

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14 Ottobre 2007 – Michele, Giacomo, Manuela, Luca e Cecilia partecipano al V
Convegno del Circolo Giovani a Montecatini

17 Novembre 2007: Domenico, Giacomo, Elisa e Luca


impegnati e infreddoliti hanno allestito un gazebo a Montopoli

60
17 Novembre 2007 – Luca e Manuela sorridenti al gazebo allestito a Montopoli

18 Novembre 2007 – Alcuni giovani impegnati in un gazebo a San Miniato

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18 Novembre 2007 – Luca, Tommaso, Manuela, Pasquale, Jonathan, Domenico e
Simone giunti al termine di un gazebo allestito a San Miniato

18 Novembre 2007 – Alcuni giovani impegnati in un gazebo a San Miniato


62
17 Novembre 2007 - Ilaria, Pasquale, Tommaso e Annarita
hanno allestito un tavolino per la campagna “Elezioni Subito” di Forza Italia

1 Marzo 2008 – Luca, Manuela, Sara e Cecilia


impegnati nella campagna elettorale a Pontedera

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24 Marzo 2008 – Cecilia, Fabio, Alberto e Giacomo
impegnati nella campagna elettorale a Pisa

24 Marzo 2008 – David, Alberto, Fabio, Giacomo, Cecilia, Tommaso, Luca e


Manuela impegnati nella campagna elettorale a Pisa

64
Tommaso, Fabio, Alberto, Giacomo e Luca dopo un’iniziativa
della campagna elettorale per Patrizia Paoletti Sindaco

Alcuni giovani dopo un’iniziativa


della campagna elettorale per Patrizia Paoletti Sindaco
65
20 Aprile 2008 – Iniziativa “Presidio di Libertà” a Coltano

1 Aprile 2008 - Alcuni giovani ad un’iniziativa


per la campagna elettorale a Santa Maria a Monte

66
1 Aprile 2008 – Giacomo e Manuela baciati dal sole a Santa Maria a Monte

1 Aprile 2008 - Piero Pizzi e Alvino Jonathan con l’onorevole Sandro Bondi

67
10 Giugno 2008 – Alcuni giovani dopo un iniziativa organizzata dal
coordinamento provinciale del Popolo della Libertà a Pontedera

Pasquale, Fabio e Giorgio durante una cena a Tirrenia


in vista del Congresso Provinciale di Forza Italia

68
Luca, Tommaso, Cecilia e Jonathan sorridenti durante una serata ludica a Pontedera

Daniele, Giacomo, Luca e Fabio durante una cena elettorale - Pisa 2008

69
La “scommessa”del Made in Italy

di Monia Strazzeri

Negli anni ’80 l’espressione “Made in Italy” era una formula magica che
dispensava sogni in tutto il mondo! Le nostre imprese, dall’ Emilia, al
Veneto, alla Lombardia, nonostante le modeste dimensioni, riuscivano ad
accumulare continui e corposi successi, grazie ad una forte cultura di
prodotto radicata su una storia artistica ed artigianale (figlia delle botteghe
rinascimentali) mischiata a cultura, abilità manifatturiera e territorio…
tutti elementi di quella “cross fertilisation” che rincorreva la realizzazione
di un prodotto perfetto, una perfezione che soddisfaceva più l’orgoglio di
saper fare che l’ambizione di accumulare denaro.
La stessa Italia, il Paese che da sempre si è distinto in modo esemplare per
l’erogazione di prodotti e servizi di alta qualità, è colei che oggi i media
internazionali, dalla stampa alle televisioni, minacciano nella sua
credibilità con titoli in prima pagina ed allarmanti servizi, relativi a
situazioni emergenziali che ne offuscano gravemente l’immagine
all’esterno. Da Le Monde allo spagnolo El Pais, dall’australiano The Age,
al Washingon Post, dalla Cnn a Fox news e non ultima Rai International,
l’Italia, la super-patria delle nazioni educate nella tradizione greco latina,
viene defraudata del suo onore!
Alitalia, la nostra compagnia di bandiera, lotta tra l’incubo occupazionale
ed il fallimento.
Per Napoli che è sommersa dai rifiuti e da nubi di diossina che si levano
dai roghi, si pone urgentissima la necessità di un piano strutturale di
bonifica e riqualificazione del territorio. La città rischia, infatti, ogni
giorno che passa di incorrere (come la Coldiretti denota) in un crollo di
immagine tale (soprattutto nei settori turistico ed agroalimentare), da

70
essere stimato nella perdita di ben mezzo punto percentuale di Prodotto
Interno Lordo (PIL).
Lo “scandalo dei vini” o “velenitaly” che ha intaccato uno dei simboli per
eccellenza della nostra esportazione: il vino, appunto, a partire dalla
presunta truffa del Brunello di Montalcino, nobiltà del rosso, che
contamina il Sangiovese con uve bastarde.
Non ultimo il blocco dell’importazione di mozzarella di bufala da parte
delle autorità cinesi e l’irrigidimento dei controlli su tutti i formaggi
italiani, a causa delle tracce di diossina (smentite dall’UE) trovate nei
prodotti di alcuni caseifici campani. A seguito di questi fatti di cronaca,
sembra sia calata sul nostro Paese una cappa di depressione e che
l’incontestato splendore di cui, da sempre, ha goduto il Made in Italy stia,
di conseguenza, subendo un vero e proprio tracollo. Da più parti si
comincia ad auspicare un’analisi delle cause di tale depressione per potervi
porre rimedio, per trovare quella miscela di strategie miracolose necessarie
a ridare vigore alla nostra produzione.
Significativa, è in tale contesto, la proposta di Gaetano Marzotto
(presidente di Pitti Immagine) al nuovo governo, ossia di “rilanciare
l’immagine italiana all’estero, di promuovere il made in Italy sui nuovi
mercati, di trovare una formula che stimoli i consumi interni, consumi che
nel tessile –moda, da sei anni e mezzo scendono o sono stagnanti”.Bisogna
lietamente constatare che, da subito, il nuovo governo si è dimostrato
sensibile ed attento al rilancio dell’immagine italiana nel mondo,
coerentemente con quello che è il tema principale all’interno degli obiettivi
della coalizione e cioè il tema della crescita. Il premier Berlusconi ha
infatti immediatamente incluso nel programma da portare avanti nei primi
cento giorni di attività, l’istituzione di una figura capace di rappresentare il
nostro Paese, con i suoi prodotti e lo stile che lo caratterizzano, ai massimi
livelli. Una figura che non abbia un incarico ufficiale né di governo, ma
che collabori super partes con l’esecutivo. Un ambasciatore del made in
Italy nel mondo, individuato nell’ex patron di Confindustria e presidente di
Fiat e Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo che così di seguito si è
espresso nell’accettare l’incarico:

71
“ Penso che continuare a testimoniare nel mondo le tante eccellenze e le
tante cose positive dell’Italia sia un impegno coerente con le attività che
ho sempre svolto e che continuerò a svolgere” rammentando di avere
“sempre detto che chi ha ricevuto molto, e io sono tra questi, è giusto che
con senso civico si impegni a dare un contributo al proprio Paese
nell’interesse generale”.
Ma, al di là di tale ed essenziale figura rappresentativa, quale sarà il mix di
azioni che ridarà concretamente lustro al valore intangibile del “Made in
Italy”? Una considerazione importante, come lo stesso Ministro dello
Sviluppo economico On. Claudio Scajola ha osservato durante un
intervento all’Assemblea di Confindustria, è che l’Italia necessita di
innovazione, un’innovazione che si rivolga sia al prodotto che al processo
ma che si estenda anche all’organizzazione, al management ed al
marketing. Il mercato di oggi è, infatti, un mercato in continua
trasformazione dove locale, globale, glocale si fondono e si amalgamano
in una miscela di opportunità per ogni azienda, dove i protagonisti
cambiano continuamente, dove la tecnologia influenza l’organizzazione
aziendale attivandone un veloce processo di e-business, dove nascono con
velocità incontrollabile nuove figure professionali, nuovi competitors,
nuovi modi di fare business…oggi più che mai le “decisioni non
programmabili” invadono periodicamente l’ordine del giorno del
management, al quale è di continuo richiesta una forte propensione al
problem solving ed al decision making.
Il gap qualitativo tra un prodotto e l’altro è, inoltre, ormai ridotto al
minimo ed il numero dei cherry picker (cioè di chi compra qua e là solo i
prodotti scontati ) sta crescendo notevolmente. Il problema principale delle
aziende moderne diventa quindi elaborare efficaci piani di loyalty che
riempiano di contenuti la propria offerta, per evitare che il cliente diventi
un “mercenario” e che scelga di acquistare tenendo conto soltanto della
leva del prezzo.
Il marketing di oggi diventa, di consegueza, un marketing che riesce a
stare al passo…o ancora di più che impara a correre al fianco

72
dell’innovazione, che si trasforma in un cybermarketing in grado non di
subire, ma di governare l’enorme strumento della tecnologia.
Alle imprese del Made in Italy, caratterizzate dall’eccellenza, ma anche,
per la quasi totalità, da dimensioni medio-piccole, serve, più che mai,
l’apporto delle tecnologia, che si estende anche alle nuove frontiere delle
tecnologie digitali quali, ad esempio, l’e-commerce il quale potrebbe
benissimo rappresentare un elemento di traino per l’esportazione (la
School of Management del Politecnico di Milano ha rilevato, infatti, un
trend positivo di vendite fatto registrare dai siti italiani e principalmente da
quelli di abbigliamento, turismo e food&wine) , oppure il marketing
digitale in grado di ridurre notevolmente il costo per contatto col cliente e
di rendere possibile un feedback immediato, in termini di risultati,
dell’azione promozionale dell’azienda. Ma perché si riesca a ricreare un
clima sociale e culturale favorevole all’innovazione tecnologica, bisogna
massimizzare gli sforzi attraverso, ad esempio, come lo stesso On. Scajola
sostiene, politiche di incentivazione più adeguate ed una maggiore
collaborazione tra imprese e centri di ricerca.

Altra opportunità per la ripresa e lo sviluppo del made in Italy, oltre


all’impresa quale “organismo innovativo”, è rappresentata dall’apertura
dei mercati dove Paesi emergenti richiedono una solida e diretta presenza
commerciale e dove le imprese italiane cercano di posizionarsi
orientandosi verso quei settori che possono godere, sul fronte degli
investimenti, di politiche governative maggiormente favorevoli
all’importazione. Per le imprese italiane questa ricerca di un “efficace
rapporto” con tali nuovi segmenti di mercato, rappresenta un momento di
rilancio e rinnovamento, nonché il giusto percorso verso un processo di
internazionalizzazione fondato sulla “globalizzazione del prodotto
locale” e sulla “localizzazione del prodotto globale”. A tal fine i paesi
asiatici si presentano, in termini espansivi per il nostro Made in Italy, con
una forza di attrazione attualmente superiore ad ogni altra area del mondo.

73
In Cina ed in India è previsto, ad esempio, un aumento degli investimenti
italiani in settori quali infrastrutture, telecomunicazioni, servizi di logistica
avanzata.
In paesi invece quali Hong Kong, Singapore e Thailandia, si consolida la
prospettiva di crescita riguardo al consumo di prodotti italiani di alta
gamma e collaborazioni col nostro Paese nel settore della ricerca e
sviluppo.
Inoltre, le aziende italiane, che vantano una presenza ad Hong Kong e
Macao, con una propria filiale, sono oltre trecento, operanti principalmente
nel settore moda e lusso, agevolate da una particolare ricettività da parte di
questo nuovo target di riferimento.
Singapore, d’altro canto, si conferma come bacino di fondamentale
importanza per l’esportazione di macchinari industriali offrendo buone
opportunità anche alle aziende del settore della difesa, principalmente per
la fornitura di velivoli da addestramento.
In Thailandia, invece, rappresentano settori con maggiori opportunità di
investimento l’elettronica, il tessile, l’agroalimentare ma anche i settori
delle energie alternative a dei servizi ad alto valore aggiunto.
Tutto questo testimonia come l’Italia stia abbandonando l’atteggiamento
difensivo e la tendenza a restare ai margini della realtà globale e come,
invece, stia adesso elaborando un valido processo strategico mirato a
cogliere la “favolosa opportunità” dell’internazionalizzazione delle
imprese.
La sfida della globalizzazione è anche uno degli argomenti cardine che il
Dott. Sergio Ceccuzzi, Presidente di Confindustria Toscana, mette in
evidenza durante il suo intervento al Primo Incontro sul Territorio del
Comitato Leonardo.
L’economia toscana è infatti “globale per vocazione”, è un’economia che
da sempre ha puntato sull’esportazione e che quindi si rivela alla luce di
congiunture negative quali, come il Dott. Ceccuzzi stesso individua, “il
superEuro, l’aggressione dei paesi di nuova industrializzazione,
l’implosione della domanda interna alla UE”, particolarmente colpita dai
nuovi competitors che si affacciano sul mercato internazionale.

74
La produzione regionale deve, certamente, il successo fino ad oggi
ottenuto, all’immagine favorevole che nel tempo è riuscita a comunicare
sia grazie a plus quali la competenza ed il notevole “capitale creativo”
investito, sia per l’alto valore aggiunto psicologico riconosciuto ai propri
prodotti/servizi, che per l’apprezzamento e la loyalty che tanti
consumatori-utilizzatori in ogni parte del mondo manifestano.
Nondimeno è una produzione attenta ai valori della cultura e della
tradizione, capace di trasformare una realtà tipico/locale quale lo stile di
vita italiano, in un fenomeno globale.
Perché le imprese toscane possano mantenere questo status ed essere
quindi protagoniste all’interno di uno scenario “ipercompetitivo” quale
quello a cui assistiamo oggi, è però necessario, analogamente alle necessità
nazionali, compiere uno sforzo in termini di innovazione, rapido e
continuativo, che si manifesti nella sua più completa accezione :
dall’ineccepibilità qualitativa sia dei prodotti che dei processi produttivi,
ad una adeguata gestione dell’informatizzazione e della logistica, allo
sviluppo di strategie e politiche di ricerca, di comunicazione, di
promozione…un impegno che punti, quindi, all’eccellenza!
Il settore tessile è quello che, senza dubbio, all’interno della realtà locale,
necessita di un maggiore impegno di innovazione per preservare il valore
della filiera produttiva, fiore all’occhiello della regione Toscana che ne ha
fatto uno dei simboli del Made in Italy nel mondo. Tale settore è, infatti,
quello che più di ogni altro subisce ed è continuamente alle prese con
l’imitazione e la contraffazione del marchio. A tal proposito, oltre a
permettere scelte che possano garantire un inattaccabile standard
qualitativo a tutti i livelli di intervento, il processo innovativo potrà
estendere il suo supporto tramite l’utilizzo di tecnologie come ad esempio
l’Rfid in grado, tra le altre cose, di identificare univocamente, tramite le
radiofrequenze, qualsiasi prodotto immesso sul mercato appartenente alla
filiera.
Innovazione, comunicazione, internazionalizzazione, quindi, come
processi di rilancio del Made in Italy, processi che, non bisogna
dimenticare, insieme all’intraprendenza delle singole imprese,

75
necessiteranno sempre del supporto delle istituzioni pubbliche e di una
adeguata sinergia tra governo centrale-regione-comuni perché si superino
contraddizioni ed inefficienze ad oggi limitanti.
Interessante sembra, in tale ambito, la proposta dell’ On. Scajola,
relativamente ad una “Cabina per l’Internazionalizzazione, che unisca gli
sforzi di tutte le istituzioni pubbliche e territoriali e li coordini con quelli
di imprese e banche, definendo un piano pluriennale di grandi Missioni
Italia sui mercati mondiali”; questo dovrebbe, ad esempio, evitare che
realtà locali si affaccino sul mercato mondiale senza una pianificazione
precisa, comportando uno spreco di risorse pubbliche non equamente
compensato dai risultati ottenuti.
Razionalizzazione e sviluppo, quindi, come ulteriori capisaldi a sostegno
del rilancio del Made in Italy. Quello che ci apprestiamo a raggiungere è,
certamente, un obiettivo ambizioso , un obiettivo sul quale tutti i soggetti
coinvolti investiranno certamente il massimo delle energie, un obiettivo
che costruirà le risorse da cui ogni singolo cittadino potrà attingere il suo
futuro.

È quindi una scommessa importante quella che la nostra Italia decide di


abbracciare: aprire una finestra sul mondo ed attraversarla da protagonista!
Una scommessa che è necessario vincere per logiche che vanno ancora
oltre a quelle del marketing e delle vendite…il nostro brand, il nostro
Made in Italy è ancora un modo per continuare a raccontare agli altri paesi,
attraverso ciò che sappiamo fare, la nostra storia!

76
Verso l’attuazione del federalismo fiscale
di Manuele Ciabatti

Il federalismo fiscale è un tema politico di grande attualità, frutto di


un'evoluzione storica, parallela ai cambiamenti socio – culturali del nostro
Paese.
A partire dall'Italia pre – unitaria, fino all'ultima esperienza del Governo
Berlusconi del 2006, il sistema finanziario e tributario italiano ha subito
numerose modifiche a seguito di riforme relative all'assetto istituzionale
dello Stato.
Dopo la prima unificazione amministrativa del Regno d'Italia (con legge
20 marzo 1865, n. 2248 che prevede all'Allegato A il riordino
dell'amministrazione comunale e provinciale), la riforma della finanza
locale acquisisce una precisa fisionomia con il T.U.F.L. (Testo Unico della
Finanza Locale) approvato con R.D. 14 settembre 1931, n. 1175,
attraverso un' organica disciplina di specifici tributi locali.
In quel periodo il sistema tributario e la finanza locale erano improntati su
criteri di snellimento, semplificazione ed ammodernamento che si
concretizzavano nell'attuazione della centralizzazione del prelievo
impositivo dello Stato, riguardante anche quei tributi destinati agli Enti
locali. Il legislatore fiscale, tuttavia, aveva attribuito loro una certa
autonomia attraverso il mantenimento di alcuni tributi locali e l'istituzione
di nuovi, allo scopo di risanare la grave situazione finanziaria delle
province e dei comuni.
Dopo l'entrata in vigore della Costituzione e del nuovo assetto finanziario
previsto dalle norme del Titolo V, il Testo Unico è stato modificato con la
riforma del sistema tributario degli anni '70 attraverso l'abrogazione di
molti tributi, la revisione di quelli già esistenti e l'istituzione di nuovi in un
articolato sistema di sovrimposte, addizionali e tributi locali minori.

77
Si avvertiva, infatti, l'esigenza di coordinare la finanza statale con quella
locale secondo un criterio di finanza derivata, in virtù della quale molte
delle risorse degli Enti locali erano conferite dallo Stato.
Il gettito delle realtà locali proveniva principalmente dai trasferimenti delle
risorse erariali, venendosi a consolidare sempre più un sistema finanziario
di riduzione della potestà normativa di imposizione degli Enti locali a
vantaggio di un sistema centralizzato di diretta gestione da parte dello
Stato. Questo sistema finanziario ha dominato fino alla recente riforma del
Titolo V della Costituzione con legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3
che ha introdotto formalmente principi di cambiamento di rotta nella
gestione della finanza pubblica.

Dopo questo breve inquadramento storico dell'evoluzione del sistema


fiscale italiano, da un sistema finanziario decentrato ad un sistema
fortemente accentrato, si capisce quanto sia marginale l'attività di
reperimento delle risorse da parte degli enti sub – statali, in quanto il loro
agire è vincolato dalle politiche fiscali erariali, riducendo i loro margini di
autonomia impositiva soltanto alla determinazione delle aliquote delle
singole imposte entro i limiti massimi e minimi previsti nella disciplina del
tributo con legge statale (es. i comuni determinano l'aliquota ICI tra il
quattro e il sette per mille in base a quanto previsto dal D.Lgs. 30
dicembre 1992, n. 504, emanato dallo Stato).
Anche l'attività finanziaria della Regione è stata drasticamente ridotta non
tanto dalle sue concrete possibilità di istituire tributi propri con legge
regionale, quanto da un criterio di accentramento delle politiche fiscali
volte a stabilire tributi regionali con legge ordinaria.
Inevitabilmente questo modo di gestire la finanza pubblica ha portato gli
Amministratori regionali e locali ad avere una responsabilità limitata
soltanto alle spese necessarie per il funzionale svolgimento dei servizi
basilari dei rispettivi enti.
Quindi questo sistema ha oltremodo accentuato un criterio di
deresponsabilizzazione tale da sminuire il loro operato nelle rispettive
competenze territoriali.

78
Questo ha fatto sì che il consolidarsi di un sistema di erogazione di
finanziamenti “a pioggia” a favore delle varie realtà locali e regionali
ponesse al minimo le responsabilità delle Amministrazioni sub – statali
con un gettito continuo scaturente dalle casse dello Stato.
A seguito della riforma del Titolo V della Costituzione il Governo
Berlusconi aveva istituito l'Alta Commissione per la definizione dei
meccanismi strutturali del federalismo fiscale (AcoFF) con legge n.
289/2002 (Legge Finanziaria 2003), il cui presidente era il Prof. Giuseppe
Vitaletti.
I lavori della Commissione sono di fondamentale importanza, perché
danno una precisa indicazione delle strade da percorrere per giungere al
compimento del federalismo fiscale, individuando i meccanismi necessari
per la pratica attuazione di quanto previsto nel Titolo V della Costituzione.
Per questo risulta evidente il ruolo che lo Stato, le Regioni e gli Enti locali
devono assumere per realizzare un disegno presente formalmente nella
carta costituzionale, ma che non conosce una precisa definizione.
L'attuale Governo Berlusconi deve ripartire laddove aveva lasciato nel
2006: allora il risultato elettorale mostrava che le due coalizioni avevano
sostanzialmente raggiunto un pareggio. Questo pareggio aveva consegnato
al Governo Prodi una maggioranza solida alla Camera, ma non al Senato,
dove la partita politica di attuazione dei provvedimenti e delle riforme era
sempre aperta. Oltre a questo devono aggiungersi i malumori che la
maggioranza aveva al suo interno a causa della composizione
estremamente eterogenea della coalizione di centro – sinistra. Quindi, la
capacità e la possibilità di governare il Paese erano ridotte ai minimi
termini con la consapevolezza generale che il Governo Prodi avrebbe
avuto vita breve.
Tutto ciò ha determinato un ritardo di due anni nell'affrontare i problemi e
le sfide che l'Italia ha davanti a sé. L'incapacità del Governo Prodi di
attuare riforme strutturali di ammodernamento e cambiamento del Paese
non ha permesso, inoltre, di porre le basi per superare lo stallo economico
che comprime lo sviluppo e la crescita dell'Italia. Purtroppo il continuo
rincaro dei prodotti di prima necessità e il massiccio prelievo impositivo

79
hanno ridotto fortemente il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti e
messo in crisi le piccole e medie imprese che sono la vera ricchezza
economica dell'Italia.
Invece di incentivare il lavoro attraverso una definita politica economica
e fiscale che venisse incontro alle imprese per consentire e agevolare le
assunzioni, il Governo Prodi ha attuato una politica fiscale repressiva che,
oltre a scoraggiare gli investimenti stranieri nel nostro Paese, non ha posto
alcuna soluzione alla crisi generale in tutti i settori delle attività produttive.
In questo modo ha fatto gioire le casse dello Stato, ma ha aggravato ancor
di più la condizione economica delle famiglie che adesso non riescono più
ad arrivare alla fine della terza settimana del mese.
Di fronte ad una diffusa e generale condizione di disagio, la collettività ha
avvertito la necessità di dare un taglio e di ridurre il più possibile la spesa
pubblica.
Questo modo di reperire le risorse a fronte di costi esosi della politica ha
innescato in questi anni dure battaglie politiche della Lega Nord e di tutto
il centro – destra per effettuare un cambiamento strutturale di cui l'Italia ha
effettivo bisogno. Questa esigenza nasce dalla volontà di ristrutturare uno
Stato sostanzialmente vecchio, incapace, cioè, di essere al passo con i
veloci e costanti mutamenti degli altri Paesi europei.
E' necessario, pertanto, costruire una nazione competitiva sul piano
internazionale, in quanto, oggi, essa è bruscamente rallentata da un costoso
apparato burocratico che ne limita drasticamente la crescita economica.
Il punto focale del problema riguardante la gestione delle risorse
economiche pubbliche è il forte prelievo fiscale che il cittadino subisce
costantemente, senza ottenere benefici relativi al miglioramento di servizi
pubblici.
In tal modo la collettività percepisce una sensazione di vessazione da parte
dello Stato che induce inevitabilmente a avere sfiducia verso le istituzioni
ed i suoi rappresentanti. Di conseguenza tutto ciò produce un forte
allontanamento ed una forte disaffezione della cittadinanza nei confronti
della politica che grava pesantemente sul rapporto tra il rappresentante e il
rappresentato a causa della dimostrata incapacità della classe dirigente di

80
far fronte alle dure sfide da affrontare nell'arco del breve, medio e lungo
periodo.
Dinanzi ad una situazione critica delle condizioni generali del Paese si
sono costituite le basi di una seria riflessione politica per individuare le
entrate necessarie agli Enti pubblici, al fine di garantire servizi con un
prelievo impositivo capace di gestire le risorse su base territoriale.

Alla luce di un quadro generale che sembra lasciare poco spazio alla
possibilità di cambiamento a causa di un sistema ormai ossidato, va posta
attenzione ad una scommessa che gli italiani hanno deciso di accettare
durante le elezioni del 13 e 14 Aprile scorso con la straordinaria vittoria
del Popolo della Libertà e della Lega Nord. Il risultato delle urne ha
manifestato la fiducia nella coalizione di Silvio Berlusconi per dare un
incisivo input all'Italia sulla base di un progetto elettorale premiato dalla
maggioranza della popolazione.
Questa coalizione ha l'onore di aver vinto le elezioni, ma adesso ha l'onere
di governare e di mantenere quanto previsto nel programma. Per questo
motivo in campo finanziario il Governo deve ricominciare laddove aveva
lasciato nel 2006 e cioè dal progetto di riforma del federalismo fiscale.
Attualmente il federalismo fiscale è più un'idea teorica, piuttosto che una
soluzione al problema della gestione della finanza pubblica.
Infatti la legge di riforma costituzionale n. 3/2001 ha lo scopo di introdurre
un sistema federale, volto ad attribuire maggiore autonomia a Regioni,
Province e Comuni; in particolare riconosce il ruolo esplicito delle fonti
proprie di entrata secondo quanto previsto dall'art. 119 della Costituzione.
Tale articolo permette di stabilire nuovi tributi “in armonia con la
Costituzione e secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica
e del sistema tributario”.
La riforma in questione, tuttavia, non ha ancora prodotto gli effetti sperati.
Infatti il cambiamento strutturale del Titolo V parte II della Costituzione
attraverso l'abolizione e la modifica di alcuni articoli altro non fa che dare
apparentemente una nuova direzione alla gestione della finanza locale, ma
nella sostanza nulla è mutato nel panorama della finanza pubblica.

81
L'art. 117 della Costituzione prevede tra le materie di legislazione
concorrente l'“armonizzazione dei bilanci pubblici e coordinamento della
finanza pubblica e del Sistema tributario”, ma tale formulazione
attualmente, per quanto possa essere innovativa, non cambia affatto il
sistema di procacciamento di entrate da parte degli Enti locali. Sia prima
che dopo la riforma, infatti, tali enti manifestavano la loro autonomia
attraverso la deliberazione delle aliquote di imposte stabilite con legge
ordinaria, poiché, non avendo potestà legislativa, non possono istituire
tributi, secondo la previsione dell'art. 23 della Costituzione in virtù del
quale “Nessuna prestazione né personale, né patrimoniale può essere
imposta se non in base alla legge”; per di più la maggior parte delle loro
disponibilità finanziarie è frutto di trasferimenti provenienti dallo Stato.
Con la legge costituzionale n. 3/2001 si cercava, quindi, di dare maggiori
margini di autonomia gestionale agli enti sub – statali, ma fino al momento
in cui una legge statale non provvederà a separare i presupposti e le basi
imponibili da attribuire da una parte allo Stato e dall'altra alle Regioni e
agli Enti locali, le riforme tanto auspicate non potranno mai trovare una
loro concretizzazione.

Per realizzare il federalismo fiscale, innanzitutto, è necessario provvedere


alla costituzione di un Senato federale che si occupi delle leggi relative a
materie su cui Stato e Regioni hanno competenze comuni e alla disciplina
di una fase transitoria di piena attuazione della riforma in modo tale da
attribuire agli enti i ruoli spettanti ai sensi dell'art. 117 della Costituzione
per l'armonizzazione del coordinamento della finanza pubblica nella logica
della disciplina di materie in legislazione concorrente. L’ultimo periodo di
tale articolo stabilisce che in materia di legislazione concorrente lo Stato
deve provvedere alla determinazione dei principi fondamentali.
Pertanto il nuovo assetto costituzionale prevede per la determinazione del
coordinamento della finanza pubblica e l'attuazione del federalismo fiscale
la fissazione dei principi fondamentali in modo tale:
1 da stabilire una precisa separazione delle basi imponibili dei tributi
regionali e degli Enti locali da quelli dello Stato e la realizzazione di

82
politiche macro – economiche indirizzate verso l'attuazione di
interessi nazionali;
2 da garantire l'autonomia tributaria degli Enti locali da un'eccessiva
espansione del potere legislativo delle Regioni e allo stesso tempo da
un'assenza d'iniziativa legislativa delle Regioni medesime in questo
settore.
A seguito della determinazione dei principi fondamentali con legge statale,
la potestà legislativa regionale deve intervenire sul coordinamento del
sistema tributario tra Regioni ed Enti locali che insistono sul territorio
regionale.
Questa ricostruzione sembra avvalorata anche da quanto previsto dall'art.
119 della Costituzione in base al quale il secondo comma prevede che “I
Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno risorse
autonome. Stabiliscono ed applicano tributi ed entrate propri, in armonia
con la Costituzione e secondo i principi di coordinamento della finanza
pubblica e del sistema tributario”.
Pertanto il potere d'imposizione “secondo i principi di coordinamento”
comporta che le Regioni e gli Enti locali devono rispettare la legge statale
sui principi fondamentali; tra Regioni ed Enti locali, invece, i principi sono
non fondamentali e si ispirano, quindi, a criteri politici.
Il sistema del federalismo fiscale così delineato permette di comprendere
l'ambito di manovra che gli enti sub – statali ed in particolare gli Enti
locali hanno per poter esercitare la loro autonomia tributaria.
L'art. 119 della Costituzione stabilisce al primo comma che per questi enti
le fonti di entrata sono i tributi propri, le compartecipazioni al gettito dei
tributi erariali e i proventi dei fondi perequativi.
Chiaramente il federalismo fiscale è di più facile attuazione in quelle
Regioni aventi risorse sufficienti a coprire le uscite, ma non tutte hanno un
gettito in grado di sopperire alle proprie spese.
Per questo motivo ai sensi dell'art. 119, terzo comma, della Costituzione,
va istituito un fondo perequativo in quei territori con minor capacità fiscale
per abitante, attraverso un meccanismo che stabilisca le necessità di spesa

83
e le relative capacità fiscali in modo tale da garantire l'ordinario esercizio
delle integrali funzioni attribuite agli enti territoriali.
Questo nuovo sistema di concepire la finanza pubblica in base ai vari
livelli di governo permette una maggior razionalizzazione delle risorse
pubbliche ed inevitabilmente più accuratezza nelle uscite, favorendo una
maggior responsabilità degli Amministratori nella gestione del gettito e,
quindi, riducendo al minimo gli sprechi. Questa razionalizzazione delle
risorse, inoltre, permette di fare una riflessione sulla distinzione tra i c.d.
costi della politica e i costi della democrazia.
Fino ad oggi, infatti, tutti siamo stati testimoni dell'enorme dispendio di
danaro, dalle opere pubbliche iniziate e mai terminate, oppure, se
terminate mai entrate in uso, agli enti parastatali che svolgono servizi di
cui potrebbero occuparsi gli enti territoriali.
Questi sono i costi della politica che gravano sul bilancio statale, ma che
non portano alcuna utilità alla collettività. Invece le spese sostenute per
rendere un servizio migliore che porta benefici alla popolazione attraverso
un accurato ed efficiente sistema di gestione delle risorse, è un necessario
costo della democrazia. Infatti sono costi effettuati per garantire
quell'uguaglianza e quella solidarietà sociale che sono i principi cardine
della Costituzione e che consentono quella funzionalità di servizi alla base
del comune vivere civile attraverso una doverosa responsabilità di
amministrazione.
Il sistema del federalismo fiscale si avvicina maggiormente alla
determinazione di questo processo democratico di gestione dei costi e di
funzionalità di servizi, garantiti anche grazie alla creazione di fondi
perequativi per quegli enti sub – statali con minor capacità fiscale per
abitante.
Il Governo Berlusconi deve, pertanto, ripartire dalle basi poste dalla
relazione sull'attività svolta dall'ACoFF, in quanto oggi si avverte più che
mai l'esigenza di controllare e distribuire al meglio le risorse sulla base
delle necessità e delle capacità degli enti territoriali per ridurre al minimo
gli inutili costi. Il federalismo fiscale, quindi, consente agli
Amministratori regionali e locali di dar prova, sulla base del gettito dei

84
rispettivi enti, della capacità di ottimizzare i servizi ad un costo sempre più
accessibile nel rispetto e nella valorizzazione dell'individuo.
Forza Italia – verso il Popolo della Libertà ha posto sempre al centro delle
proprie battaglie politiche la libertà e la realizzazione dell'uomo,
concependo l'apparato organizzativo dello Stato al servizio della persona.
Per questo motivo in questa legislatura il Governo deve approvare al più
presto provvedimenti necessari alla costituzione di una fase legislativa che
si concluda con l'approvazione della riforma.

85
Le infrastrutture: una necessità per lo sviluppo
dell’Italia

di Anna Paola Fagioli

IL SISTEMA COMPLESSO
Cosa sono le infrastrutture? Per infrastruttura s’intende “un insieme di
elementi strutturati in modo che, uniti, formino una struttura funzionante
per uno scopo ben preciso”.
Il sistema delle infrastrutture è quindi per sua natura molto complesso in
quanto sono plurimi gli elementi che lo compongono. La connettività
intrinseca tra questi fa sì che il comportamento di un elemento possa
influenzare quello di un altro.
Sono infrastrutture le reti di collegamento stradali, le reti di trasporto dei
materiali energetici e di scarico: tutte le comunicazioni in genere.

INFRASTRUTTURE E TERRITORIO (UN PROBLEMA


GEOGRAFICO e POLITICO)
La complessità geografica del territorio italiano è una delle cause maggiori
del mancato sviluppo di un vero masterplan nazionale, ossia, un progetto
delle opere infrastrutturali coerente ed unitario che coinvolgesse nel suo
sviluppo attuativo tutto il paese. La distanza politica ed economica che
storicamente c’è tra Nord e Sud ha fatto sì che le opere fossero costruite in
modo incoerente e disomogeneo ampliando sempre più il divario tra le due
regioni. Inoltre, i conflitti di potere tra le amministrazioni comunali,
provinciali e regionali per la tutela e lo sviluppo dei loro territori hanno
spesso inficiato linee programmatiche comuni, privilegiando particolarismi
locali. Sebbene il nostro paese appartenga al ristretto gruppo delle nazioni
più industrializzate e politicamente più evolute del mondo, le opere

86
infrastrutturali di cui godiamo risalgono al passato, ai tempi della dittatura
fascista o dei grandi imperi.

UN PROBLEMA DI NECESSITÁ
Lo sviluppo economico di ogni paese che si possa definire “moderno e
democratico” si basa sulla dotazione di infrastrutture che sono considerate
“servizi primari” ossia quei servizi che fanno da sostegno e da volano alle
economie di sviluppo industriale in un’ottica di sostenibilità ecologica
oltre che economica.
Tali servizi devono essere accessibili a tutti, a basso costo e a basso
consumo energetico e territoriale.
Mai come in questo momento storico, dato il costo delle fonti di energia,
c’è la necessità di ripensare in termini di economia ambientale alla
razionalizzazione delle infrastrutture. In questa ottica si capisce come
qualsiasi intervento di sviluppo delle fonti alternative di energia (pulita o
rinnovabile) possa diventare ininfluente se non si affianca ad una
razionalizzazione della mobilità delle merci e dei passeggeri.
La sfida che l’Italia giocherà nei prossimi anni sarà quella di colmare le
carenze di dotazione di infrastrutture attraverso l’aumento della quota di
trasporto su rotaia, la creazione di vere e proprie autostrade su mare, la
razionalizzazione del sistema degli aeroporti e il collegamento al resto
dell’Europa attraverso le grandi opere di attraversamento dei valichi.
La necessità per i prossimi anni è quindi rappresentata dalla distribuzione
di questi servizi nel territorio per la quale devono essere messe in atto
strategie di verifica e controllo dei costi sia d’impatto economico che
ambientale sui cittadini e sul territorio.

OSSERVATORIO SUGLI INVESTIMENTI


Dall’attività di monitoraggio sulle risorse per le infrastrutture condotta
dall’Istituto Grandi Infrastrutture (IGI) emergono dati poco rassicuranti in
merito all’esecuzione di grandi opere infrastrutturali e all’uso dei fondi
destinati ad esse.

87
Dalla tabella qui riportata si nota che la gran parte degli interventi previsti
dalla delibera CIPE del 2001 sono, ancora oggi, in fase di progettazione.

La fotografia dello stato di attuazione dell'intero programma L.O. per stato di avanzamento %

2004 2005 2007


Numero Valore Numero Valore Numero Valore
(studio
6,0 20,6 8,5 22,1 8,2 18,0
fattibilità)
(progetto
25,3 35,7 33,3 34,6 31,8 42,5
preliminare)
(progetto
16,6 9,3 17,9 5,8 19,7 7,0
definitivo)
(progetto
6,8 2,6 3,2 0,8 2,2 0,2
esecutivo)
TOTALE
54,6 68,3 62,9 63,4 62,0 67,7
PROGETTAZIONE
SELEZIONE
0,8 1,1 1,7 5,7 1,5 4,9
PROPOSTE IN PF
OPERE IN GARA 10,8 6,1 6,2 5,9 5,1 2,4
OPERE CON
7,6 17,3 15,3 22,1 17,4 20,3
CONTRATTO
OPERE
0,0 0,0 0,2 0,0 2,2 2,3
ULTIMATE
N.D. 26,2 7,2 13,7 3,0 11,8 2,4
TOTALE 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

La maggior parte delle opere in fase di progettazione è ancora allo stadio


“preliminare”. Le infrastrutture con contratto, quindi le opere aggiudicate
o in corso di esecuzione (cantierate), rappresentano una quota intorno al
20% sia per numero che per importo.
Il destino delle grandi opere a forte impatto mediatico come la TAV o il
Ponte sullo stretto di Messina sembra essersi impantanato tra le ceneri di
governi litigiosi che non hanno saputo imporsi sugli interessi locali e di
partito. Finanziamenti a singhiozzo, contenziosi irrisolti, confusione di
ruoli e di poteri tra i vari soggetti istituzionali, hanno paralizzato lo
sviluppo delle grandi infrastrutture disperdendo capitali ed influenzando

88
negativamente lo sviluppo dell’economia del nostro paese. Siamo convinti
che l’autorevolezza e la capacità del governo Berlusconi IV sapranno dare
una svolta a questa situazione di evidente stagnazione, nell’interesse di
tutto il paese.

IL SUD: IL SEGNO FORTE DEL PONTE SULLO STRETTO


Il Ponte sullo Stretto è l’opera infrastrutturale per eccellenza, simbolo di
un “Buon Governo” e segno tangibile di un’apertura della Sicilia alle
grandi vie di comunicazione italiane e europee, indispensabile al suo
sviluppo
I primi studi sul ponte risalgono al 1969. La Legge 1158 promuove il
progetto del Ponte sullo Stretto come “Interesse Nazionale”. Solo nel 1981
nasce la Società “Stretto di Messina” e solo nel 1992 viene presentato il
progetto di massima. Siamo nel 2008 e a distanza di quaranta anni ancora
il progetto non è stato iniziato.
Nel 2005 la società Impregilo vince la gara come general contractor. Ma
nel 2006 con l’insediamento del governo Prodi l’esecuzione dell’opera ha
una nuova frenata. Per L’Unione il ponte non è una priorità e così il
governo Prodi con un decreto fiscale sulle infrastrutture decide di dirottare
50 milioni alla realizzazione di altre opere in Sicilia e Calabria.
L’Europa ci chiede grandi infrastrutture e progetti macroregionali. L’Italia
non può più permettersi il lusso di disperdere denaro in opere
infrastrutturali frammentarie e poco efficaci per il territorio. Esiste un
quadro di grandi finanziamenti europei che devono essere recuperati fino
al 2013 per investimenti nel sud. Si parla di circa 100 miliardi di euro. Il
ponte, secondo la Impregilo, costerà 6 miliardi di Euro dei quali una parte
consistente finanziata da capitali privati mediante la gestione delle attività
una volta completato il lavoro. È quindi arrivato il tempo di agire: le
condizioni ora lo permettono.
Auspichiamo che quest’opera sia l’occasione per avviare una serie di
provvedimenti volti a semplificare il sistema di gestione degli appalti
pubblici. Auspichiamo che l’importanza mediatica del ponte ne faccia
l’emblema di una buona gestione economica e tecnica sottoposta a

89
continui controlli di trasparenza. Gli interessi economici che ruotano
intorno ad esso sono fortissimi e fortissimo è l’impatto sull’economia del
territorio. Ci auguriamo, quindi, che quest’opera faccia da apripista e da
volano a tanti altri progetti infrastrutturali che ruoteranno intorno ad essa.
Pensiamo al collegamento stradale e ferroviario tra il ponte ed il litorale e
alla capacità quindi di controllare economicamente e strutturalmente
l’impatto con le economie locali del trasporto marittimo e del turismo.
Pensiamo anche alla necessità di creare aree di servizio e parcheggi
scambiatori per i mezzi di trasporto nei pressi di Messina cercando quindi
di approfittare del nuovo impulso commerciale senza però danneggiare il
territorio dal punto di vista turistico e ambientale.
Il ponte deve essere visto quindi come il catalizzatore di diverse forze
economiche ed infrastrutturali per dare un impulso all’economia della
Sicilia creando nuove occasioni di lavoro ed utilizzo delle risorse umane e
territoriali che abbondano in questa meravigliosa regione.

IL LEGAME CON L’EUROPA – LE GRANDI OPERE DI


COMUNICAZIONE
L’Europa ci chiede di crescere.
Nell’ambito della relazione generale 2007 sull’attività della comunità
Europea, sono delineati i parametri e le direttive secondo le quali devono
essere svolti i programmi di sviluppo della mobilità.

Il 18 ottobre la Commissione ha adottato il «pacchetto» trasporto di merci


in Europa. Tale «pacchetto» comprende due comunicazioni intitolate
«L’Agenda dell’UE per il trasporto merci: rafforzare l’efficienza,
l’integrazione e la sostenibilità del trasporto di merci in Europa» e «Piano
d’azione per la logistica del trasporto di merci», e altre comunicazioni
relative al trasporto ferroviario e marittimo.

Nella stessa data la Commissione ha adottato una comunicazione sul


monitoraggio dello sviluppo del mercato ferroviario. Tale comunicazione
contiene una prima analisi statistica dell’evoluzione del mercato
ferroviario e presenta il quadro normativo ed istituzionale creato in

90
previsione della liberalizzazione dello stesso, il grado di questa
liberalizzazione, lo sviluppo del mercato in termini di prestazioni del
trasporto merci e passeggeri, nonché le prestazioni finanziarie del settore,
compresi dati sulla capacità, sullo stato e sul tasso di utilizzo
dell’infrastruttura ferroviaria e sullo sviluppo dell’industria delle forniture.

Il «pacchetto» logistico per il trasporto adottato dalla Commissione il 18


Ottobre include: una comunicazione intitolata «Verso una rete ferroviaria
a priorità merci» che mira ad accrescere la competitività del trasporto
merci su rotaia.

Il 23 ottobre il Parlamento europeo e il Consiglio hanno firmato il


regolamento OSP relativo ai servizi pubblici di trasporto di passeggeri su
strada e per ferrovia. Il Parlamento europeo e il Consiglio hanno adottato il
terzo «pacchetto» ferroviario, che mira a rendere il trasporto ferroviario
più concorrenziale. Tali studi sono il risultato della convinzione maturata
negli ultimi anni che bisogna riformare il sistema infrastrutturale
nell’ottica della sostenibilità economica ed ambientale. Tutte le analisi
svolte indicano un forte squilibrio dei sistemi di trasporto verso quello
stradale. Questo è dipeso da una crescita veloce dei consumi, dalla
dispersione delle residenze e degli insediamenti produttivi, dalla crescita
del terziario. Le reti stradali risultano congestionate producendo così una
notevole crescita di incidenti stradali, il rincaro del prezzo dei trasporti e
l’aumento dell’inquinamento.

Nell’ambito del Protocollo di Kyoto l’Italia si è impegnata a ridurre le


proprie emissioni del 6,5% rispetto ai valori del 1990 nel periodo 2008-
2012.A livello nazionale, nel 2005 il consumo di energia negli usi finali
risulta pari a circa 132 Mtep: il settore maggiormente responsabile di tali
consumi è il settore civile (circa il 35% del totale), seguono i trasporti
(circa il 33% del totale) e l’industria (circa il 31% del totale). Dei consumi
attribuibili ai trasporti, il 90% è originato dal trasporto stradale e solo il
10% dalle altre modalità, in ragione della prevalenza del trasporto su
strada rispetto agli altri.

91
Deve quindi prevalere la convinzione che i costi per sostenere lo sviluppo
del traffico su rotaia sono investimenti per il futuro dell’Italia.
In quest’ottica riveste un ruolo fondamentale l’alta velocità ferroviaria con
la realizzazione dei corridoi Berlino–Palermo, Lisbona-Lione-Torino-
Trieste-Kiev e Genova-Rotterdam. Con lo sviluppo dell’alta velocità viene
raddoppiato il numero di treni in circolazione sulla direttrice Nord-Sud ed
Est-Ovest. È probabile che nel medio e lungo raggio il treno sostituirà
l’aereo (con vantaggi energetici ed ambientali).

IL CASO TOSCANA
Il territorio toscano risulta strategico per la rete transeuropea e per i
progetti prioritari previsti dalla Commissione.
Nella regione Toscana si possono apprezzare cifre importanti nell’ambito
dei trasporti: ci sono oltre 400 chilometri di autostrade, quasi 900 di strade
statali e 1500 di strade regionali. Gli studi della Regione Toscana
calcolano un movimento all’anno di 2.130.000 veicoli, 206.940 autocarri e
280.000 motocicli. Inoltre, nei 1584 chilometri di rotaie con 13 linee
regionali viaggiano ogni giorno 220.000 passeggeri. A queste cifre vanno
poi aggiunti i trasporti aeroportuali con gli aeroporti di Pisa e Firenze e il
porto di Livorno.
Il Piano Regionale della Mobilità e della Logistica approvato con DCR
63/2004 pone tra le sue strategie il riequilibrio e l’integrazione fra i vari
modi di trasporto, razionalizzando le infrastrutture e promuovendo il
trasporto su rotaia che può rappresentare un contributo significativo alla
diminuzione strutturale dei livelli di consumo energetico per passeggero o
merce trasportata.
Il PIT (Piano di Indirizzo Territoriale) 2005-2010 è finalizzato al
riequilibrio del sistema trasporto e alla costruzione della piattaforma
logistica costiera.
Lo sviluppo della piattaforma potrà promuovere l’integrazione del
territorio toscano con le reti transeuropee, incentivare il trasporto
ferroviario, decongestionare e ridurre le strozzature del trasporto stradale,
sviluppare il sistema portuale ed aeroportuale nell’ambito di progetti

92
prioritari relativi al corridoio Berlino-Milano-Napoli, alle autostrade del
mare e al corridoio Lione-Trieste-Budapest-frontiera .
Il piano d’interventi per lo sviluppo infrastrutturale in Toscana è stimato in
17.953,00 milioni di Euro.
In merito ai principali interventi ferroviari in Toscana, si evidenzia che i
lavori per la tratta alta velocità Firenze – Bologna sono stati realizzati per
circa l’80%, mentre per il Nodo alta velocità di Firenze è stato approvato il
progetto definitivo della stazione e del sottoattraversamento alla fine del
2003 ed è conclusa la Conferenza di Servizi di approvazione dell’opera di
scavalco tra Firenze Castello e Firenze Rifredi.
Eppure sulle strade della Toscana si muore. Le analisi realizzate
dall’ISTAT e pubblicate nel dicembre 2007 evidenziano che per l’anno
2006 si sono verificati in Toscana 20.826 incidenti stradali. Sono decedute
353 persone e ne sono rimaste ferite 27648. Nonostante le forze
economiche messe in campo risultano ancora 238 i tratti stradali pericolosi
(dalla Fondazione ANIA). I maggiori problemi riguardano il fondo
stradale sconnesso (33,2%), incroci a rischio (16,8%) e curve pericolose
(9,3%). Inoltre, si riscontra che i più colpiti a seguito di incidente stradale
sono i giovani sotto i 35 anni di età.

Considerato che del Piano pluriennale di investimenti sulla viabilità


regionale per gli anni 2002-2007 ( monitoraggio del febbraio scorso), su
131 interventi previsti solo 45 sono stati ultimati e 37 appaltati, e
considerato, inoltre, che le risorse stanziate per il Piano pluriennale di
investimenti sulla viabilità regionale, per un totale di 1470 miliardi di
vecchie lire (fondi ex Bassanini 126 miliardi, fondi regionali da
indebitamento 1000 miliardi, fondi compartecipati enti locali 120 miliardi,
privati 224 miliardi di vecchie lire) non saranno tutte investite a causa
della mancata realizzazione dell’intero programma, si sente la necessità di
una riflessione attenta e elaborata, come sollecitato dal ministro Matteoli
nell’ intervista dell’8 Giugno comparsa sul Giornale della Toscana.
Bisogna accelerare il processo di sviluppo, senza barriere ideologiche.
Servono sinergie con i privati (project financing) per accelerare il passo.

93
“Il governo quindi deve essere il Soggetto garante della fattibilità di un
intervento in project”.

La politica in toto deve fare da garante e dare delle risposte certe ed


immediate ai cittadini che sono sempre più vessati dal rincaro dei prodotti,
e che tutti i giorni scontano il ritardo del nostro sistema infrastrutturale.
Anche se gli strumenti di legge ci sono, di fatto, in fase di attuazione i
ritardi dei cantieri, i litigi tra le Province o tra le Regioni, tra il governo
locale e quello nazionale, hanno reso vani gli sforzi non permettendo il
conseguimento degli obbiettivi di un programma d’intervento nazionale e
transnazionale. È l’ora della responsabilità, nell’interesse di tutti noi.

94
Energia: non possiamo aspettare oltre
di Alberto Cubeddu

Una buona conformazione morfologica e un comodo accesso alle materie


prime e alle risorse ambientali sono caratteristiche fondamentali che hanno
storicamente determinato lo sviluppo o il declino di ogni grande civiltà. A
scuola ci hanno sempre insegnato che gli Egizi hanno avuto una fortissima
espansione perché si svilupparono lungo il corso del Nilo: così facendo
non solo avevano un approvvigionamento idrico costante, ma usufruivano
del fiume anche come rete di commercio e di comunicazione. Nel corso
della storia l’uomo ha poi compreso che una particolare posizione
geografica che garantisse un clima relativamente mite e una
predisposizione ad un rapido sfruttamento delle materie prime erano
determinanti per favorire il benessere e lo sviluppo della tecnologia. Con la
rivoluzione industriale – ma in particolar modo con la modernizzazione dei
trasporti – l’economia e lo sviluppo hanno sensibilmente cambiato le
premesse necessarie per la sussistenza e la crescita di ogni nazione: in un
sistema globale come quello attuale, dove è possibile acquistare ogni sorta
di bene con relativa facilità a prescindere dalla sua lontananza, la
predisposizione geografica è in un certo senso scesa di importanza per
lasciare spazio all’ingegno e alle capacità di ottimizzazione. Un caso su
tutti è quello dello stato di Israele: nato da pochi decenni in territori
deserti, è oggi una delle principali potenze al mondo dove per strada è
possibile acquistare prodotti da tutto il mondo e dove – sebbene con costi
non particolarmente bassi – anche l’acqua viene prodotta grazie alla de-
salinizzazione del mare e non rappresenta un vincolo allo sviluppo.
La forte crescita economica e tecnologica ha comportato di pari passo
anche un necessario approvvigionamento energetico che, tuttavia, non ha
avuto lo stesso tenore di espansione. Delle numerose forme di energia,
infatti, solo poche permettono un’effettiva resa quantitativa che riesca a

95
soddisfare il fabbisogno a cui la nostra società ci ha abituato: le nazioni
che non riescono quindi a produrre autonomamente l’energia di cui
necessitano devono inevitabilmente sottostare ai vincoli imposti dai paesi
produttori. Questo determina non soltanto un aumento dei costi per tutte le
categorie economiche, ma bensì un vero e proprio freno allo sviluppo e
uno stato di dipendenza quasi assoluta dagli altri paesi. Il ruolo quindi che
storicamente avevano le materie prime nello sviluppo e nella crescita è
passato alla capacità energetica di ogni paese, che sta diventando sempre
di più il vero punto di forza dell’economia di ogni nazione. Uno stato
moderno che non riesce a fornire un adeguato approvvigionamento in
termini di energia, tale da garantire una determinata soglia di benessere, ha
al suo interno delle forti contraddizioni economiche che possono
determinare ancor più profonde fratture all’interno della società.

Andando ad analizzare la situazione energetica del nostro paese, ci


troviamo subito di fronte ad un dato che da solo rappresenta uno dei
principali blocchi allo sviluppo italiano: l’84% del fabbisogno nazionale di
energia proviene da importazioni. Questo vuol dire che la stragrande
maggioranza dell’energia di cui abbiamo bisogno non viene prodotta nel
nostro paese ma dobbiamo comprarla da altri, a costi ovviamente
maggiori. Per renderci subito conto di cosa comporta questa situazione
basta dare un’occhiata ai dati sul costo dell’energia per le industrie e per i
consumatori. I cittadini italiani quando pagano le bollette spendono
all’incirca 15,5 centesimi di Euro a kilowattora, mentre gli altri abitanti
dell’Unione Europea spendono in media il 30% in meno, e cioè 10,7
centesimi. Per quanto riguarda le aziende la differenza è – in percentuale –
leggermente minore ma comunque rilevante: di fronte ad una media
europea di circa 75 Euro a Megawattora, un’impresa in Italia deve
spendere 20 euro in più, e pagare cioè 95 euro.
Quali sono le ragioni che hanno determinato questa situazione di quasi
totale dipendenza? Si possono dare molte risposte a questo quesito: si
potrebbe dire che, a differenza di altri paesi, il nostro non ha particolari
fonti di energia. Mi riferisco per esempio ai paesi nordici, dove la

96
particolare conformazione geografica permette produzione di energia
idroelettrica, produzione interna che abbassa i costi per le aziende dai 75
euro a mWh della media Ue ai 35 della Finlandia. Un’altra ragione si
potrebbe ritrovare nella generale “lentezza” nell’approccio alla modernità
tecnologica del nostro paese: in California i cittadini hanno bisogno del
30% in meno di energia rispetto a noi a fronte dello stesso livello di
benessere.

In realtà, la causa principale che ci ha portato a questa situazione è stata


una serie di scelte sbagliate compiute negli anni settanta e ottanta e di cui
oggi paghiamo le conseguenze. Una su tutte fu quella categorica - mossa
dalla paura - del referendum sull’Energia Nucleare del 1987 che comportò
la chiusura delle 4 centrali presenti in Italia. Come tutti sanno l’esito del
referendum fu fortemente influenzato dall’incidente avvenuto due anni
prima nella tristemente famosa località di Chernobyl, in Ucraina. Di fronte
ad un guasto apportato al reattore nucleare (provocato da un esperimento
fuori programma) i modernissimi sistemi di sicurezza sovietici pensarono
bene di spegnere l’incendio scoppiato nell’impianto coprendolo con del
cemento! La sinistra e i gruppi ambientalisti in Italia non pensarono mai a
dare la colpa del terribile incidente unicamente all’arretratezza prodotta dal
comunismo russo, ma denunciarono unicamente tale forma di energia
come pericolosa e quindi da non produrre in Italia. Fortunatamente per
loro tutti gli altri paesi Europei non presero questa decisione (ad eccezione
soltanto di Austria, Portogallo e Grecia) e non soltanto non bloccarono lo
sviluppo delle centrali nucleari, ma investirono nella ricerca fino ad
arrivare alle tecnologie attuali dette di “quarta generazione” che
permettono di produrre energia senza la minima emissione e a bassi costi.
Negli altri paesi europei sono presenti in tutto quasi 200 reattori nucleari,
11 sono in costruzione e altri 18 sono in progettazione. Molti di questi,
peraltro, sono vicinissimi ai nostri confini: in Francia ci sono 59 reattori,
molti dei quali a meno di cento chilometri dal confine. Inoltre, avendo noi
rinunciato a questa tecnologia, ora dobbiamo per forza comprare l’energia
da altri paesi, energia nucleare. Questa è la situazione paradossale italiana.

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Abbiamo rinunciato a produrre una tecnologia e ora la dobbiamo comprare
da altri paesi a prezzi maggiorati, con lo stesso livello di rischio perché le
centrali sono vicinissime a noi. Inoltre le stesse aziende che producono
energia in Italia, negli altri paesi gestiscono centrali nucleari moderne e
sicure.
Ed è la sicurezza infatti il punto di forza di questa tecnologia: gli standard
rispettati sono talmente elevati che anche in caso di fusione completa del
reattore sono garantite zero conseguenze all’esterno dell’impianto. Inoltre
la probabilità che questo accada è inferiore ad 1 su dieci milioni e, anche
se è una constatazione inutile dal punto di vista statistico, non sono mai
accaduti incidenti né vi sono mai stati guasti. La situazione energetica
italiana paga quindi le conseguenze di una scelta, se non proprio sbagliata,
di certo penalizzante e fortemente immotivata, che ci rende
economicamente vulnerabili e che non dà sicurezza alle nostre aziende né
a coloro che vogliono investire nel nostro paese.

È necessario un cambiamento, ed il ministro dello sviluppo economico


Claudio Scajola appena insediato ha compreso la situazione ed ha
annunciato la volontà che anche nel nostro paese si possa usufruire della
tecnologia nucleare. La sua proposta non comprende però un semplice
piano di costruzione degli impianti bensì una vera e propria riforma
energetica che ci allinei agli standard imposti dalla Comunità Europea.
Entro il 2013, secondo il ministro, sarà possibile gettare la prima pietra dei
nuovi impianti che garantiranno circa il 25% del fabbisogno. Inoltre è
previsto un aumento della percentuale di energia prodotta da fonti
rinnovabili. Al momento in Italia questo valore si attesta all’incirca sul
14% del totale, ma il suo progetto nel lungo termine è di portarlo al 25%.
Per fare ciò saranno previsti 25 milioni di Euro di incentivi.
È una sfida decisiva, è una sfida ardua, ed è difficile prevedere come il
nostro paese reagirà a questo messaggio importante. Non basterà soltanto
un cambiamento a livello parlamentare – è necessario infatti sciogliere il
vincolo imposto dal referendum – ma bensì un cambiamento sociale. I fatti
di Napoli, dove la cittadinanza si è mobilitata contro la costruzione di

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discariche e inceneritori, potrebbero infatti ripetersi quando – una volta
decisi i luoghi delle centrali – si dovesse dare inizio ai lavori. Il rischio è
ancora una volta che qualcuno cavalchi la tigre della paura, seminando
l’insicurezza fra la popolazione.
Anche su questo punto il ministro e tutto il governo hanno le idee molto
chiare. È necessario a monte un lavoro di ricerca dei siti più adatti alla
costruzione delle centrali ed una volta decisi, un’ azione di comunicazione
verso la popolazione che spieghi non soltanto le rigide e ragionate norme
di sicurezza ma anche la necessità che il nostro paese ha di questi impianti,
ricordando ancora una volta il paradosso delle centrali nucleari straniere a
poche decine di chilometri dai confini. In questo lavoro sarà quindi molto
importante il compito delle amministrazioni locali, che in primo luogo
dovranno cercare il dialogo con il governo e la cittadinanza, e
successivamente dare l’appoggio burocratico affinché i lavori procedano al
meglio.

Questa forse è la più grande sfida. A prescindere dall’idea del nucleare,


questa legislatura deve dimostrare che il cambiamento è possibile e che,
soprattutto, non viene imposto dall’alto in maniera gerarchica ma è
necessario e in quanto tale è condiviso. E concludendo mi piacerebbe
ricordare le parole del filosofo tedesco G. C. Lichtenberg “Non so se la
situazione sarà migliore quando cambierà, ma so che deve cambiare
perché migliori”.

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VITE BRUCIATE

Analisi politico-sociale delle problematiche giovanili in materia di uso di droghe e


dipendenza da alcolici, dalle discoteche alla vita di tutti i giorni

di Giorgio Tamberi

“La paga settimanale per comprare cocaina..


Lo sballo? Sì, i genitori lo sanno bene”

I dati che facilmente si possono reperire su un qualsiasi giornale


specialistico o semplicemente su internet sono davvero allarmanti, forse
anche incredibili, se poi decidiamo una sera di addentrarci nei bui saloni di
una discoteca o di un semplice pub, il dubbio diventa triste realtà.
I giovani, ma non solo quelli, fanno largo utilizzo di sostanze stupefacenti
e di alcol. Chi per noia, chi per debolezza, chi per sentirsi più forte o simile
ai suoi pari… Le scuse sono tante, il mercato in continuo fermento. E se i
motivi di questa piaga sociale sono i più disparati, una realtà spesso si
annida triste dietro le solite scuse nella quattro mura… Il problema parte
dalla famiglia. Un’educazione sbagliata, un controllo eluso, una sottile
linea spezzata nel rapporto all’interno del nucleo familiare. Queste sono le
principali.. E poi l’emulazione, la voglia di sentirsi uguale ad altri, il voler
superare se stessi, l’avere problemi personali a relazionarsi con gli altri…
La droga, sotto forma di strumento di divertimento e prestazione, è
momento sociale di unione di generazioni, ne fanno uso i padri, ne fanno
uso i figli. Il periodo facilmente inquadrato con la dizione “1968”, da
questo punto di vista è stato a dir poco un flagello nazionale. Ha creato una
generazione di falsi intellettuali, molti sbandati, soggetti inclini ad una
educazione sbagliata, al permettere alla propria prole di fare tutto ed il
contrario di tutto in funzione dell’antiregime e dell’essere liberi di poter
fare ogni cosa, anche a dispetto della Libertà altrui. Tutto era lecito in quel
100
periodo definito da molti, me compreso, della vergogna. L’era dello
spinello (e dell’amore libero) che ancora oggi paghiamo sulla nostra pelle.
Un po’ come la preistoria e l’era moderna del fenomeno.. Molti di questi
precursori ancora oggi li troviamo tra noi. Inquadrare la gravità del
problema adesso non credo sia difficile.
Per questo non appare arduo comprendere come alcuni possano
sentenziare che la coltivazione di piantine di droga sia legale, ovvero è
difficile comprendere come si possa smantellare la “Legge Fini
Giovanardi” a vantaggio del solito buonismo strisciante delle Sinistre al
motto “canna” libera. Pensare che un tempo il motto era “Libertà e
Dovere”. Forse anche per quello i tempi sono cambiati, ma intanto
migliaia di giovani e non solo continuano a morire in malo modo.

Si inumidiscono l’indice e “assaggiano” qualcosa, che tengono non così


nascosto nel palmo della mano. Una polverina bianca in una confezione
di cellophane, abilissimi ad aprire l’involucro senza disperdere nulla.
Quella roba costa troppo: è cocaina. A impressionare non è tanto la
quantità di quel che circola, tra i gruppetti di ragazzi che aspettano di
entrare in discoteca, quando è già il primo gennaio. E’ casomai
l’indifferenza, quel gesto fatto con disinvoltura, come se fosse la cosa più
naturale del mondo. Come se i ragazzi fossero insensibili a quel che gli
sta accadendo. Nessuno smette. Nessuna paura. Ma il fotografo non è
invisibile...

“…il drogato è un malato, la cura deve essere coattiva”.


Più o meno con questo concetto forte l’attuale Presidente della Camera dei
Deputati Gianfranco Fini espresse qualche anno fa (probabilmente) la più
grande delle verità, quella verità che molti medici pronunciano a mezza
bocca e che i sociologi di turno, in cerca di notorietà, si affrettano a negare
in cambio di una mezza paginetta sul giornalino del luogo.. Curarli è per il
loro bene, anche se non vogliono.. Fargli capire che stanno sbagliando è un
gesto nobile, intervenire un dovere civico. Ma altri esperti negano questa
tesi definendo la droga un male a priori e quindi da vietare in ogni sua
forma, anche quella attualmente tollerata dallo Stato Italiano. Ed anche

101
questa è una sacrosanta verità. Le due fattispecie ritengo debbano essere in
sinergia. La droga va vietata in ogni sua forma nel nostro paese per chi
ancora non ha avuto la sfortuna di avvicinarcisi, altresì per chi già è entrato
nell’ingranaggio, servono una severità ed una fermezza volti a cagionare il
minor danno alla società civile, alle donne ed ai bambini. Educazione e
repressione del fenomeno non convincono tutti, ma si ritrovano nei volti
tristi di chi deve contarne ogni anno il numero di decessi o quello dei
contagi. È un’epidemia in continuo aumento e come tale deve essere
affrontata. Questa linea peraltro è quella su cui si sta indirizzando anche il
Governo del Paese.
Iniziano per gioco, con sostanze attive che danno minor senso di
dipendenza, ma non minor invasività e distruzione delle cellule cerebrali,
quelle che a scuola ci insegnano che non si riproducono, ovvero si
riproducono certo, ma con estrema lentezza, quindi come se non si
riproducessero.. Vi ricordate.. Epiteliali con celerità, muscolari…
Insomma per molti roba da libri di testo.. In realtà, proprio da quelle poche
righe di testo si evince il fulcro del contendere..
Non si riproducono, le bruci con l’effetto devastante della droga, la
soluzione a voi lettori..
E questa è la cosiddetta “canna”, neologismo e termine gergale per
indicare una sigaretta contenente, oltre al tabacco, anche marijuana o
hashish. Negli ambienti giovanili di tutta Italia si sono sviluppati
molteplici sinonimi di questo termine, ugualmente diffusi per originalità o
semplicemente per non far riconoscere di cosa si stia parlando, essendo
vietati in questo Paese tanto l'uso quanto la detenzione, coltivazione e la
vendita di sostanze stupefacenti (sentenze cervellotiche permettendo). Al
termine “canna” viene fatto equivalere quello di “spinello”, ma sono
presenti e diffuse diverse altre terminologie locali per indicare questo tipo
di stupefacente. L’analisi di fondo della problematica in questione è capire
come l’effetto di questa droga si ripercuoterà sull’attuale generazione e
come e quale sarà la reazione a livello cerebrale dopo aver subito
l’esposizione a lunghi periodi. Se brucia i neuroni, quale sarà l’effetto di
una percentuale minore di questi nel processo cognitivo o in quello

102
riflessivo dell’assuntore? In pratica, con molti meno neuroni attivi, quali
conseguenze si manifestano? Perdita di memoria, minore capacità di fare i
conti? Di questo i libri non specialistici non parlano in modo dettagliato.. I
testi sono facilmente reperibili in libreria e di facile lettura, ma la cosa che
fa ancora più paura, è non saper prevenire o governare il fenomeno.
Guardando molte trasmissioni televisive che riversano ore ed ore di
programmazione da ogni emittente in materia, i molti esperti ed i sedicenti
tali, riescono a dire tutto ed il contrario di tutto nella stessa trasmissione.
Questo è assai dannoso ad esempio per quelle famiglie che vivono la
problematica in prima persona e che spesso o per vergogna o per
mancanza di cultura, preferiscono non rivolgersi a quelle strutture idonee a
gestire la situazione. Per molti, per troppi, il problema è capire viene
consumato più hashish a Napoli o a Torino, oppure se consuma più il
quarantenne o il quarantaduenne... E poi grafici, diagrammi, interviste
telefoniche.. Impostandola in questo modo è come domandarsi se al
mercato è aumentato il prezzo dei pomodori o quello delle zucchine..
Il problema è molto profondo e deve essere affrontato come una vera e
propria emergenza sanitaria.
Dove non arrivano in molti, è lo Stato che deve fare la sua parte.

C’è questo sedicenne, pare un campione dello sport, il viso pulito, il figlio
ideale, che non prova neanche a nascondere la dose appena acquistata
da un coetaneo. Apre il palmo della mano sinistra. «La foto? Se vuoi, ma
non devi riprendere nulla di me», vuol essere sicuro. Lui sa benissimo
che potrebbe farne a meno, dice. E allora perché? «Per lo sballo», è
quasi deludente. Come se quella parola fosse uno slogan che mette a
tacere gli adulti, finalmente. «Scusa, adesso devo andare — ha fretta —.
Lo so che la cocaina costa. Ottanta - cento euro al grammo. Io la prendo
quando posso. Più o meno una volta al mese. Risparmio sulla paghetta.
Mia mamma lo sapeva. Mi ha fatto le analisi. Avevo smesso. Chiaro, io la
compro, non l’ ho mai venduta».

A livello visivo nella prima fase sono quelli con gli occhi iniettati di
sangue, facilmente irritabili, con un senso di superiorità ed eccitazione

103
diffusa, voglia di attaccare chi gli sta intorno, con raffreddori cronici e
narice sempre più dilatata, un bello specchietto (e una banconota da 10
Euro in tasca)… Sempre arrotolata. I più nobili usano ben altro certo, ma
si arrangiano anche così in casi di emergenza, diciamo a buon prezzo..
Non possono entrare in un aeroporto, neppure in una stazione, alle
manifestazioni pubbliche o comunque dove siano i cani antidroga, li
fiuterebbero a cento metri.. Anche nello sport agonistico non hanno avuto
fortuna, barare non è consentito e pertanto appena presi con la droga al
naso, o in vena, o chissà dove, vengono subito cacciati con grande sdegno
dei moralizzatori che forse ne fanno più uso di loro, ma devono tenere la
parte dei buoni samaritani. Ed allora via al mondo del non agonismo, lì
però si vince facilmente anche puliti, ed il gioco forse piace meno..
Se poi lavori in discoteca e quindi, obtorto collo li vedi, li conosci per
nome e cognome, ma devi fingere di non sapere, la cosa forse è ancora più
triste. Ti senti quasi colpevole di sapere, ti senti quasi colpevole di non
poter risolvere il problema. Ma non per loro, ormai irrecuperabili, ma per
gli altri, quelli normali. Quelli che guidano, lavorano, vivono in modo
onesto e senza arrecare danno alla società. Troppi, davvero troppi i
“tossici” (termine crudo, ma realistico) che sotto l’effetto di stupefacenti
arrecano danno ad altri esseri umani che hanno la sola sfortuna di
trovarseli davanti al momento sbagliato e nel posto sbagliato della loro
vita, come in un film..
Ad esempio in auto nel senso contrario al tuo che stai leggendo, ma sulla
tua stessa corsia di marcia.. Mica lo fanno consapevolmente? E se vi
tolgono la vita, salirà alla ribalta anche qualche Giudice che dirà che non
erano capaci di intendere e volere. E qualcuno dirà “poverini” e li
difenderà perché sono soggetti deboli…
Oppure li troverete in un vicolo dietro casa vostra, in crisi di astinenza o in
cerca di denaro a puntarvi una siringa al collo… Come troppo spesso
accade anche a Pisa.
Ma voglio soffermarmi proprio sulla questione dell’uso di veicoli sotto
l’effetto di droga o alcol.

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Ho avuto il privilegio di essere chiamato a testare sul territorio della
Versilia quello che sarebbe dovuto essere il primo Disegno di Legge sulle
droghe e sull’alcol nei locali e che solo qualche anno dopo avrebbe visto la
luce, con molte differenza sotto la dizione ben più conosciuta ai cittadini di
Legge Fini – Giovanardi sulle droghe. Allora era solamente il Disegno di
Legge Giovanardi.
Un grande lavoro sia teorico che pratico, la presenza costante dell’allora
Ministro competente o dei suoi collaboratori, relazioni dettagliate su quello
che facevamo, kit su alcol e droga e materiale informativo di ogni genere
da distribuire all’uscita delle discoteche o durante lo svolgimento delle
serate, braccialetti, propaganda e omaggi per i clienti, ma alla fine di
questa esperienza politica lunga e sicuramente irripetibile, una triste
consapevolezza: per la gran parte di questi giovani che si avvicinavano a
noi si trattava solamente di un gioco.. Magari per farsi belli.. Niente di più.
Ma se questo, poteva anche essere accettabile, ognuno è libero di scegliere
a cosa avvicinarsi ed a cosa no, ciò che davvero lasciava sconcertati era la
ferma opposizione con ogni mezzo dei gestori dei locali da ballo, i quali
non tolleravano né di dover limitare la somministrazione di alcolici, né
tanto meno di dover chiudere prima il loro esercizio abbassando
gradualmente l’effetto delle musiche e delle luci psichedeliche. Oppure di
dover assumere esperti per arginare l’uso delle droghe. Con il serpente in
seno ci accorgemmo ben presto che il nostro operato sarebbe stato minato
alla base a causa del profitto di pochi (avidi) commercianti e dei sindacati
schierati al loro fianco. Ed infatti il fuoco incrociato sulla nostra azione
politica si levò sia dai sindacati dei locali che dai proprietari stessi delle
discoteche, i quali non collaboravano in alcun modo, anzi, facevano
pressioni forti sul Parlamento affinché il tutto venisse accantonato. Detto
fatto, la nostra opera si completò in modo esaustivo in ogni sua parte, ma
al momento conclusivo, giochi e giochetti di potere fecero sì che in Aula il
tutto fosse bocciato per 1 (uno) solo voto, con gioia dei soliti franchi
tiratori che si erano presumibilmente accordati con i proprietari dei locali
ed avevano idealmente condannato migliaia di giovani. Ma il nostro lavoro
non è stato vanificato. Sia nella Legislatura precedente, con la normativa

105
sulla somministrazione di alcolici sospesa alle ore 2 della notte, che in
questa attuale di Governo, ripartiremo con forza per risolvere un problema
davvero all’ordine del giorno in favore dei giovani. Dice che non serve..
Ma intanto mettiamo i paletti, poi vedremo come andrà a finire..

Pochi passi indietro, in un angolo più buio, uno scambio velocissimo. Un


gruppetto di tre — c’è anche una ragazza — si avvicina a un coetaneo. Il
più basso e nervoso apre una scatolina di latta. E’ piena di dosi. Il cliente
”tira” una riga, lì, in piedi. Paga e se ne và subito. «Ne hai bisogno?»,
prova a insistere l’altro. E non è una domanda filosofica. No, stanotte
basta così. Corre via anche la pattuglia dei tre. Ogni tentativo di capire è
respinto. «Guarda, noi abbiamo molta fretta», è brusca la ragazza.
Interrompe così le giustificazioni dell’amico che, superata la sorpresa
iniziale, si assolve con fermezza: «Io non spaccio, sono altri a farlo».

Ciò che fa paura davvero è che nella maggior parte dei casi lo spacciatore è
un amico, oppure un conoscente abituale del locale dove solitamente passi
le tue serate.. Se la chiedi, si offre pronto a vendertela, se non la chiedi, si
informa su di te e valuta se proporti il suo affare o meno. Cedere all’offerta,
spesso gratuita le prime volte può essere facile per soggetti deboli, con
problematiche temporanee, che pensavo di aver trovato la panacea di tutti i
mali. Come spiegargli che è il contrario se non con un’educazione di base
che parta dall’adolescenza e culmini con sorveglianza nei luoghi pubblici e
con allontanamento e reclusione di chi vende il prodotto? Tantissimi
vendono, altrettanti acquistano.. Per l’alcol forse è ancora peggio, in molti
giovani non ritengono sia così dannoso come tutti dicono. E’ facile
chiedersi se e come gli organi preposti non si accorgano di tutto questo o
non riescano ad arginarlo. Si nota chiaramente il “drogato” in un locale da
ballo. Basta farci l’occhio. Ha sempre le medesime caratteristiche.. Nei
locali è difficile trovare altre categorie di fruitori. Per strada è diverso, è
tollerabile il vedersi sfuggire il soggetto senza capirne le finalità, ma lì non
è comprensibile, se non con la buona pace di chi dovrebbe intervenire e

106
riportare la situazione alla normalità. Il giro porta anche soldi e spese,
quindi viene tollerato (troppo spesso?). E qui entra in gioco anche l’alcol,
fenomeno come detto associato all’assunzione di droga. Per questo ritengo
sia importante agire anche sui gestori dei locali, almeno lì, se volessero,
potrebbero estirpare il problema, con minori guadagni, ma con la saggezza
dei forti. Non è così dappertutto. Alcuni locali sono molto attenti al
fenomeno, anche perché il tam-tam è incessante e per chi lavora
nell’ambiente, un parlar bene o un parlar male, potrebbe certamente
determinare l’andamento di una stagione. I più accorti evitano di gravare la
sicurezza di questo compito e spesso si affidano ad esperti in jeans e
camicia che si possano mischiare perfettamente ai clienti ed osservare le
varie fattispecie. L’esperienza di tanti anni di gestione ed organizzazione di
serate nelle discoteche mi porta a dire con una certa amarezza che
l’apparato statale è più interessato al controllo (giusto ovvio..) del singolo
biglietto, o dei dischi musicali utilizzati, piuttosto che dei clienti scorretti
che accendono le sigarette in sala, o dei gestori che servono alcolici a tutte
le ore, anche mentre vigevano limitazioni seppur temporanee, o dei giovani
e meno giovani che si drogano nei bagni o negli angoli bui. I tanti agenti
che in borghese entrano nei locali, seppur fuori servizio, non dovrebbero
dare tregua al fenomeno.
Fenomeno dilagante… Un esempio su tutti? Subito e molto eclatante:
a Milano si vendono pubblicamente sostanze psico attive in negozi ad hoc..
Funghi allucinogeni? Nessun problema… 69 Euro. C’è pure il distributore
automatico notturno per le necessità urgenti. Ma la Polizia Municipale
come fa a non accorgersi di questo? Ne ha parlato Studio Aperto, il
Telegiornale Nazionale di Italia 1, quindi la cosa è di pubblico dominio.
Cosa dobbiamo fare? Un esposto in Procura? Telefonare a Striscia La
Notizia? Non dovrebbero essere reati perseguiti d’ufficio dalle Forze
dell’Ordine anche senza che il cittadino debba attivarsi? Forse sbaglio…

Tuttavia due notti di osservazione in giro sembrano confermare quel che


pensa il buttafuori di una nota discoteca: «La droga te la porti
dappertutto, è nella vita più normale della gente. Sempre. Non si deve
cercare qui. Non solo». Ti carichi e poi esci. «Ho tirato a casa, con un
107
grammo ci fai cinque righe. Gli effetti li conosco benissimo, studio
Farmacia», confessa una ventiduenne all’una del primo Gennaio, seduta
in un locale. E’ al quinto bicchiere: un Cuba Libre, un Long Island, tre
calici di prosecco. «Con la cocaina è meglio — è convinta —. Una volta
ogni tanto, sia chiaro. Lo faccio quando posso, ho pochi soldi. La prendo
e reggo meglio l’alcol. Parlo di più, rido di più…». Ma la scienza
racconta tutta un’altra storia. Secondo alcuni studi la cocaina provoca
danni al cervello. Sicuramente dà paranoia, tremori, ipertensione,
tachicardia, problemi cardiaci, supervalutazione di sé, aggressività e
insonnia. Può bastare…?

…non basta! In molti casi, come detto, sono gli occhi iniettati di sangue e
raffreddori cronici a segnalarci come primo sentore che siamo di fronte ad
un assuntore di sostanze stupefacenti. Progressiva perdita di interesse
nello studio ed in ogni attività, cambiamento nel carattere, sonnolenza,
depressione e ribellione ai doveri, alle amicizie, mutamento nell'aspetto
fisico. Il drogato si isola dal resto della famiglia, dal gruppo. Nel suo
ambiente è facile imbattersi in farmaci, involucri o resti di strane sostanze,
cartine, cucchiai o coltelli bruciati, siringhe, cotone. Naturalmente il
soggetto ha segni di punture in varie parti del corpo se la droga è assunta
tramite iniezione. Vicino alle unghie, sotto le braccia, sui piedi, oltre alle
vene, ma questo è di dominio comune. Ad esempio l’uso di cocaina, per
via nasale, interessa tutta la personalità di un individuo, ciò che pensa,
come si comporta e ciò che ritiene giusto o ingiusto. Una persona che ha
iniziato ad abusare di cocaina e sta diventando dipendente dalla droga
spenderà molta energia per comprala e poi usarla. E’ inoltre inquietante il
constatare che l’utilizzo di queste sostanze sta entrando con forza nella vita
di tutti i giorni per molti cittadini. Gli stessi effetti dello sballo notturno per
certi versi possono aiutare molti soggetti deboli anche nel mondo del
lavoro, o nei rapporti interpersonali, quelli di tutti i giorni. E’ per questo
motivo che il fenomeno, nel corso degli anni, si è trasferito nella vita di
tutti i giorni. Dal divertimento alla consuetudine. Come si può
tranquillamente leggere in molte recensioni, la droga per molti è diventata
una compagna di vita. Come prendere il caffè a fine pasto o come leggere
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il quotidiano al mattino. Si assume per risultare maggiormente attenti sul
luogo di lavoro, come per essere brillanti ad una cena o ad un cocktail, o
magari al fianco della propria compagna.. Per dare un esame universitario
o per sostenere un compito in classe o una semplice interrogazione, come
ad un’udienza in Tribunale o semplicemente per rilassarsi magari
fumandola con amici o nella pipa. Tutto questo, ma gli esempi potrebbero
andare avanti ancora, crea a livello planetario una vera e propria pandemia.
Ad esempio il virus dell' Hiv, per la maggior parte dei casi trasmissibile
con lo scambio di siringhe tra tossicodipendenti, può essere considerato
pandemico, sebbene la sua diffusione (per ora inarrestabile nel sudest
africano) sia teoricamente controllabile con misure preventive di
applicazione piuttosto semplice, e la sua importanza in Europa e nel resto
del mondo Occidentale sia al momento piuttosto ridotta. Ma si può ben
comprendere come tutto questo possa esplodere in qualsiasi momento e
rendere il livello di controllo molto più difficoltoso. È difficile spiegare a
certi giovani i rischi che potrebbero correre, sicuramente è impossibile
farlo con soggetti adulti e già ben consapevoli di quello a cui andranno
incontro nel periodo breve. Tutto questo è stato spiegato con volantini ed
opuscoli, ma difficilmente creerà interesse nei soggetti giovani che trovano
l’argomento di scarso interesse. Ma se le problematiche personali dei
tossicodipendenti per alcuni possono essere delicate, quelle che potrebbero
riguardare terzi lo sono in modo assai più pregnante. È sempre più facile
imbattersi in siringhe a terra in ogni luogo. In spiaggia, intorno ai
cassonetti dell’immondizia, nei parcheggi pubblici ed in ogni dove. Spesso
anche intorno a strutture scolastiche tipo asili o scuole elementari ed il
rischio per bambini e insegnanti in molte zone d’Italia è alto.
E’impossibile tollerare pertanto una situazione di questo tipo, infatti come
dicono in molti se il tossicodipendente si vuol drogare e rovinare la vita,
libero di farlo a sue spese, ma non certo compromettendo l’avvenire di
molti bambini. Le possibilità di contagio sono molteplici, anche in
discoteca o al bar, magari bevendo al bicchiere che poi viene male lavato e
sterilizzato. E’ difficile da credere, ma la scienza non ci ha ancora svelato
se la puntura di una zanzara trasmetta o meno il virus, questo ci deve far

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riflettere molto sul fatto che i passi da fare in vista delle cure risolutrici
siano ancora molteplici. I medici negano la possibilità, ma la prova
scientifica ancora non esiste.

Eppure la diciassettenne che è riuscita a smettere — il primo viaggio a 14


anni — insiste: «La cocaina è carica di “bonanza”. Sei “polleggiato”,
vuoi bene a tutti e neanche te ne accorgi. Con la droga ho iniziato a 12
anni, mi facevo le canne. Sì, anche a scuola. I professori vedono che hai
gli occhi rossi. Allora cominciano a chiedere i servizi dei Carabinieri con
i cani. Due anni dopo ho provato la cocaina. Come sono riuscita a
smettere? Volendomi bene, usando la testa». Una volta ha rischiato
molto, per un micidiale miscuglio di alcol e droga. «Ho preso una
pasticca, non mi saliva niente di botta — racconta nel suo gergo —.
Avevo bevuto un Mojito, prima. Allora ho preso un’altra pasta. Niente.
Ma quando ho bevuto una birra, la pasta mi è salita di colpo. Sono
svenuta, mi hanno portato in un parco. Avevo gli occhi ribaltati. No,
nessuno ha pensato di accompagnarmi all’Ospedale. Quella è proprio
l’ultima spiaggia. Se sei a un rave e ti sei drogato, non ci vuoi andare
perché sono casini. Io mi sono salvata perché ho deciso che dovevo
uscirne. Questo deve essere chiaro. Se non sei convinto tu, tutte le
prediche del mondo non servono a niente».

Ho deciso di chiudere questo breve saggio in un secondo momento


rispetto a quanto scritto sopra e solamente dopo essermi recato presso un
Dipartimento di Emergenza – Urgenza della mia città, al fine di parlare
con un amico medico che giornalmente si trova a dover trattare soggetti in
preda ai fumi dell’alcol o all’assunzione di sostanze stupefacenti. Che il
fenomeno sia di larga scala e difficilmente risolvibile, anche per lui è cosa
pacifica. Che a livello politico ci debba essere la fermezza di chi si sente
investito del ruolo di salvatore della patria è fuori dubbio. In conclusione
però, allargando le braccia quasi sconsolato non ha potuto far altro che
dirmi: “Io sono un medico, alla fine sono pazienti anche loro..”.

“Ideali per lottare, non droga ed alcol per morire”


110
La Lettera
Caro Giacomo, cari lettori

Ho deciso di scrivere sotto forma di lettera questo capitolo dedicato ai


servizi pubblici locali al fine di cogliere lo spirito che ha spinto i giovani
di Forza Italia di Pisa nel redigere questo libro, che tratta di vari temi
politici, culturali e sociali. Il mio contributo sarà volto a dare
informazioni e spunti di riflessione a tutti i lettori, senza pretendere né di
avere la verità assoluta in tasca, né di voler essere colui che delinea la
linea politica di FI su un tema così complesso come quello che stiamo
affrontando. Il mio è solo un contributo, una riflessione che spero sia
oggetto di un confronto costruttivo.

 Cosa sono i servizi pubblici

I servizi pubblici sono la risposta che l’ente pubblico dà ai bisogni


collettivi ed individuali dei cittadini, ricevendo in cambio il pagamento di
una tassa. La definizione di servizio pubblico deve essere aperta, cioè
adeguarsi all’evoluzione dei bisogni collettivi ed individuali dei cittadini.
Ciò che in passato era concepito come servizio pubblico oggi ad esempio
potrebbe non esserlo più, grazie all’evoluzione sociale, culturale,
tecnologica ecc. Pensate alle rivoluzione per il “pane”. La produzione e
l’erogazione del pane era considerata servizio pubblico. Oggi questo
servizio viene garantito, efficientemente ed economicamente, attraverso
l’iniziativa privata in un sistema di mercato concorrenziale. Al contempo
la definizione di servizio pubblico deve essere astratta, poiché al di là dei

111
bisogni fisici umani, la sfera dei servizi è collegata dalle necessità
individuali che per loro natura sono mutevoli, relativi e personali.

 I servizi pubblici sono l’essenza stessa della politica.

La politica è la risposta che le istituzioni danno ai bisogni collettivi e


individuali dei cittadini. Questa premessa è fondamentale per capire
l’oggetto del nostro confronto, che non è altro se non quello di
comprendere:

 il ruolo delle istituzioni;


 quali sono i bisogni collettivi ed individuali a cui devono rispondere
le istituzioni o il mercato;
 il costo economico che i cittadini sono disposti a sostenere in cambio
del servizio erogato.

Compito della politica dovrebbe essere quello di realizzare ed


armonizzare una serie di meccanismi sociali, economici, culturali e
tecnologici al fini di rispondere alle necessità collettive. Non è un caso che
molti filosofi hanno individuato come fine della politica il bene comune.

Fino agli anni 80 del secolo scorso la risposta ai bisogni collettivi, il


perseguimento del bene comune, era considerato responsabilità diretta
dello Stato e degli enti locali. Oggi invece qualcosa sta cambiando, e
oserei dire deve cambiare.

Il fenomeno della municipalizzazione di inizio Novecento, affiancato dalle


nazionalizzazioni del dopoguerra, ha avuto il merito indiscutibilmente di
migliorare le condizioni di benessere dei cittadini rendendo alla portata di
tutti i servizi di primaria necessità, indispensabili per lo sviluppo igienico,
sociale ed economico. La formalizzazione giuridica di tale processo,
iniziata con la famosa legge Giolitti, ha fornito certezza sulle modalità e i
limiti di assunzione dei servizi da parte degli enti locali.

112
Negli ultimi dieci anni del secolo scorso, la dottrina, la giurisprudenza e
lo stesso Legislatore hanno tentato una via nuova per definire le forme di
organizzazione, gestione e controllo dei servizi di interesse generale. Lo
sviluppo tecnologico e le migliori condizioni di vita della società italiana,
rispetto al passato, hanno reso non più necessario l’intervento delle
pubbliche amministrazioni se non in quei casi in cui fosse evidente il
fallimento del mercato, cioè in quei settori economici, indispensabili per
la produzione di servizi sociali, ma in cui nessun privato avrebbe investito
propri capitali e proprie risorse poiché non economicamente vantaggiose.
Questo è il punto di svolta sancito con la Legge 142/1990. Si inizia a
guardare ai processi di liberalizzazione e di privatizzazione, sia per le
forme di gestione dei servizi sia per il coinvolgimento dell’imprenditoria
privata e, dunque, di managerialità qualificata.

Purtroppo ancora molte amministrazioni locali (Comuni, Province e


Regioni), tuttavia, sembrano non essere state neppure sfiorate dagli effetti
di questa grande e continua evoluzione economica e sociale. In modo
particolare, ancora oggi, si assiste ad un ricorso abnorme ed eccessivo
delle gestioni dei servizi in mano pubblica. Anche laddove il mercato
sarebbe in grado di offrire autonomamente delle convenienti risposte ai
bisogni collettivi ed individuali, l’intervento pubblico si sostituisce alla
libera attività economica. In molti casi, le attività esercitate non si
configurano neppure come servizi pubblici, ma semplicemente come
attività economiche qualsiasi esercitate, sebbene mediante forme
societarie, alla stregua dei privati.

Possiamo quindi giungere ad una prima conclusione e cioè che il


comportamento di molte amministrazioni ha sottratto di fatto l’ente locale
dal ruolo istituzionale di ente esponenziale della collettività amministrata,
che interviene laddove la società civile, intesa come luogo di libero
scambio tra gli individui, non riesce con le proprie forze (principio di
sussidiarietà), per consentirgli invece di poter invadere ogni ambito
economico e sociale, di poter condizionare il consenso elettorale
attraverso un controllo sistematico delle forme di ingresso nel mercato

113
economico ed occupazionale. In sostanza, con i pubblici denari, molti enti
locali fanno concorrenza ai privati anche nelle attività in cui non vi
sarebbe la necessità di un intervento pubblico. Casi eclatanti li abbiamo
sotto gli occhi anche a Pisa, basta pensare all’operazione realizzata dalla
Provincia in merito all’acquisto della totalità del capitale sociale della
“Società Agricola Fondi Rustici Montefoscoli srl”, oppure al “Sistema
Peccioli”, realizzato attraverso la Società Belvedere SpA.

Da questo sistema, e questa è la seconda conclusione, l’utenza non trae a


medio - lungo termine alcun vantaggio, anzi vede peggiorare la qualità
dei servizi offerti, a fronte di un aumento costante delle tariffe, perché
erogati in un mercato falsato da un soggetto non concorrenziale. Questa
situazione è aggravata dalla creazione di una rete di società controllate
dagli enti locali che, invece di valorizzare le gestioni, come potrebbe fare
una holding finanziaria, finisce per creare forme di aggregazioni
diseconomiche e ultracomunali il cui scopo è il mantenimento del
“sistema” economico e sociale realizzato (pensate a tutte le nomine nei
consigli di amministrazione o negli organi di controllo delle società, alla
possibilità di assunzioni dirette di personale ecc.), piuttosto che il
miglioramento della qualità, la maggior diffusione e la riduzione del costo
dei servizi al cittadino.

 Il socialismo municipale.

Quello che abbiamo sopra descritto, cioè l’intervento diretto dell’ente


pubblico nell’economia e nella produzione di quei servizi che sarebbero
erogati anche grazie solo alla concorrenza ed al mercato, è la radice
culturale e politica del Socialismo municipale.

Il socialismo municipale è un fenomeno politicamente importante, specie


per chi come noi si presenta agli elettori con programmi che hanno
l’obiettivo di ristabilire i confini dell’azione dell’ente locale, anche se
ancora poco indagato. Una recente ricerca (B. Bortolotti, L. Pellizzola e

114
C. Scarpa, 'Le partecipazioni dei governi locali in Italia', mimeo,
Fondazione Eni Enrico Mattei-Fondazione Iri, mimeo, 2007) ha provato a
misurare la presenza degli enti locali e regionali nel capitale delle
imprese. I dati colpiscono. Anche limitandosi alle imprese di dimensioni
medio - grandi, sopra i duecento addetti, per intenderci, e aggregando
quelle che fanno parte di uno stesso gruppo, vediamo come Comuni,
Province e Regioni detengono partecipazioni rilevanti in 369 imprese,
impiegano oltre 200mila addetti. Solo nelle imprese del Comune di Roma
lavorano 25mila dipendenti, in quelle del Comune di Milano 20mila. Il
peso che le utilities toscane hanno, in termini di occupazione, sull’intera
economia regionale è, nel 2006, pari all’1,24%, cioè 15.302 addetti. Il
valore aggiunto totale prodotto dalle aziende associate a Cispel
rappresenta l’1,10% di quello prodotto dall’intera economia regionale, ed
il 5,30% del valore aggiunto del settore industriale.

Si tratta di una realtà finora mai misurata con precisione e che ha


dimensioni davvero notevoli, e non solo nei valori assoluti appena
menzionati. Nell’aggregato, oltre l’1 per cento del reddito nazionale si
forma in queste SpA. Questo risultato, si noti, senza contare le attività
dirette dell’amministrazione pubblica vera e propria: le Asl, le scuole, e la
presenza nelle fondazioni bancarie ecc. Stiamo parlando solo di società di
capitali non finanziarie.

Circa duecento di queste imprese locali sono nei settori dei servizi di
pubblica utilità e altre cento nei trasporti pubblici locali, i settori di più
tradizionale presenza pubblica locale. Certo è che da tempo una buona
parte di questi settori dovrebbe essere aperti alla concorrenza (si pensi
alla recente liberalizzazione della vendita di energia elettrica al dettaglio,
che segue quella del gas del 2003) e la presenza di imprese controllate
dagli enti territoriali pare sempre meno ineluttabile.

Inoltre, la presenza di queste imprese in settori tradizionalmente aperti


alla concorrenza (il manifatturiero, i servizi, il commercio e l’edilizia) è
comunque significativa. Parliamo di oltre sessanta imprese (medio-

115
grandi) per un totale di quasi 25mila addetti e un fatturato totale di circa
3 miliardi di euro.

Ma forse la questione ancora più delicata è quale sia la performance di


queste imprese. Sono efficienti? Servono a fare utili, o almeno a fornire un
servizio pubblico? Dalle indagine che ho potuto studiare, come ad
esempio le analisi della Cispel o dell’IRPET, emergono alcune indicazioni
molto interessanti. Se da un lato si osserva una redditività del tutto
positiva in alcune regioni del Nord quali il Trentino, il Friuli, il Piemonte
e la Lombardia, dall’altro diverse regioni del centro sud (Puglia,
Campania, Abruzzo) presentano margini operativi sensibilmente inferiori,
che si traducono in valori negativi del Roe (il rendimento del capitale). Gli
indici di efficienza gestionale restituiscono un quadro ancora più
differenziato, ma la situazione delle principali regioni del Centro Sud
appare particolarmente negativa. L’esempio dei rifiuti in Campania ne è
la chiara dimostrazione.

Colgo l’occasione per fare due riflessioni in merito all’emergenza rifiuti in


Campania.

1. Condivido l’esigenza di intervenire attraverso nuove discariche


al fine di tamponare l’emergenza, dall’altro credo occorra
agire sia sulla base di valutazioni tecnico scientifiche, per
l’individuazione delle aree, sia attraverso il più ampio
coinvolgimento dei cittadini. Il Governo Prodi (visto che
durante la campagna elettorale è stato qualche mese senza fare
niente pur rimanendo Presidente del Consiglio), sulla base di
studi tecnici, poteva individuare tutte le aree in cui era
possibile aprire discariche per poi, attraverso referendum
consultivi, lasciare ai cittadini la decisione di scegliere le dieci
discariche da realizzare nella Regione. Ma come sapete tale
banale proposta giunge tardiva. Il governo Prodi ha lasciato
un’eredità drammatica al governo attuale. Per questo motivo
non ci resta che, con fermezza, difendere la legalità e l’autorità

116
dello Stato. Voglio comunque sottoporvi alla riflessione
sull’utilità dello strumento referendario sia per informare
compiutamente i cittadini, sia per superare i limiti attuali della
politica, che sembra immobile nel dare le urgenti risposte in
campo ad esempio energetico e per quanto concerne lo
smaltimento dei rifiuti solidi urbani e speciali (es. dove
ubicheremo i termovalorizzatori nella nostra provincia?).
2. La relazione della Corte dei Conti, che indicava gli sprechi e le
ruberie dell'era in cui come commissario c'era Bassolino,
nonché quelle delle seguenti gestioni, ha ormai più di due anni.
Bassolino dovrà rispondere, insieme ai suoi collaboratori e ad
alcuni industriali che hanno fatto affari, davanti a un tribunale
con le pesanti accuse di truffa aggravata ai danni dello Stato e
frode in pubbliche forniture. Il fatto che non si sia dimesso per
non aver saputo evitare che la Campania e Napoli fossero
invase da rifiuti, rende “l’affare Bassolino – Jervolino”
tragicomico. Ma la domanda a cui dobbiamo rispondere è:
perché la magistratura ha voluto azzerare la neo insediata
struttura di Guido Bertolaso, vanificando di fatto le scelte del
Governo e del Presidente Berlusconi operate durante il primo
consiglio dei ministri a Napoli? Consentitemi di riprendere le
parole dell'ex Capo dello Stato, Francesco Cossiga: “La
magistratura militante vuole la resa del governo proprio sul
problema mondezza. Con la retata, ordinata ieri dai pubblici
ministeri di Napoli, dello stato maggiore di Bertolaso e quindi
con la decapitazione della 'macchina da guerra' messa su da
Berlusconi per combattere la 'monnezza', la magistratura
militante ha dato un segnale preciso - sostiene Cossiga -
quello che lor signori vogliono non è né un armistizio né una
pace contrattata: essi vogliono la resa del Governo e della
maggioranza (quindi del Parlamento) alla magistratura
militante e alla sua guida: l'ANM."

117
Continuiamo il nostro discorso: un fatto da sottolineare è che le imprese
del settore dei “servizi”, che esclude tutte le utility o i trasporti, generano
in media un reddito netto per dipendente negativo. Tra il 2004 ed il 2006 i
proventi realizzati grazie alla partecipate (sotto forma di utile netto delle
controllate e delle aziende speciali e di dividendi delle società) sono
aumentati del 53,3% sfiorando quota 344 milioni. Ma con lo stesso ritmo è
aumentato anche il peso di trasferimenti e ricapitalizzazioni, che nel 2006
hanno raggiunto i 458,5 milioni. Ai capoluoghi quindi società e aziende
speciali costano 115 milioni in più rispetto a quello che rendono. La
sintesi è brutale e lo dimostra anche un ulteriore indice: il patrimonio
delle società nel 2006 valeva il 39,5% del totale degli impieghi, cioè quasi
tre punti in meno rispetto al 42,3 registrato nel 2004. Questo dimostra la
dipendenza delle aziende pubbliche dai finanziamenti dei loro “padri”
amministrativi, con buona pace della concorrenza e dell'apertura al
mercato. Come mostrano i numeri, il peso delle partecipate in perdita e
dei conseguenti piani di riparazione assicurati dai comuni, rischia di
minare gli equilibri di molti municipi, così come risulta dalle numerose
sentenze della Corte dei Conti.

Fonte Legautonomie – Sole 24Ore 9.6.2008 (NP: nessun dato)

Comune Proventi 2006 Proventi Proventi per Incidenza su


2004/2006 abitante entrate
correnti
Arezzo 2.077.602 102,83% 21,7 3,01%
Pisa 835.659 -30,94% 9,2 0,77%
Siena 450.000 -0,65% 8,4 0,55%
Prato 1.033.513 9,34% 5,6 0,77%
Pistoia 354.824 -52,56% 4,1 0,49%
Grosseto 209.869 73,17 2,7 0,29
Firenze 415.343 -10,18% 1,1 0,08%
Livorno 5.215 -93,19% 0,0 0,0%

118
Massa- 1.634 7,32% 0,0 0,0%
Carrara
Lucca ND ND ND ND

Vorrei inoltre sottolineare come 1 società su 4 può essere qualificata come


ente strumentale e opera nei servizi intermedi (informatica, sviluppo
locale, formazione ecc.). Questa tipologia cresce negli anni e riguarda
addirittura il 41% delle società create nell'ultimo biennio. Il 15% di queste
società, alla luce della Finanziaria 2008, sono illegittime poiché le
disposizioni nazionali impongono le dismissioni delle società che non
riguardano le finalità istituzionali dell'ente o servizi di interesse generale.

Un fatto da sottolineare è che le imprese del settore dei “servizi”, che


esclude tutte le utility o i trasporti, generano in media un reddito netto per
dipendente negativo. Allora a che serve entrare in settori di questo genere,
se poi se ne ricava delle perdite? Serve ad aggirare il Patto di stabilità ed
i limiti per la spesa del personale. Ma anche per realizzare un nuovo
modello sociale, culturale ed economico socialista in cui non con la
rivoluzione del proletariato, ma utilizzando i vantaggi del pubblico si
snatura e mortifica il mercato, si uccide la concorrenza e quindi
l’iniziativa privata. Il fine rimane quello di sempre: statalizzazione e
abolizione dell’iniziativa privata in un sistema concorrenziale. La nostra
proposta non può che essere una sola e opposta al modello del Socialismo
municipale: concentrare l’attività dell’ente pubblico solo per quelle
attività per cui oggi il mercato non garantisce una diffusa, completa,
economica, efficiente ed efficace risposta ai bisogni collettivi ed
individuali. In questo caso è dovere dell’ente pubblico intervenire
direttamente (programmazione, gestione e controllo del servizio). Al
contrario, qualora il mercato, la concorrenza, l’iniziativa privata riuscisse
a garantire il soddisfacimento del bisogno collettivo, allora è dovere
dell’ente pubblico controllare che questo risponda a certi precisi standard
qualitativi ed economici. Non si tratta di privatizzare il “tramonto del

119
sole”, ma si tratta di definire con chiarezza la funzione dell’ente pubblico,
dello Stato, che non è nato se non per intervenire qualora la società civile
non sia in grado di soddisfare i bisogni da sola. Rimane comunque sempre
fondamentale, anche qualora tutto fosse generato e distribuito dal mercato
in un sistema concorrenziale, la funzione del pubblico e cioè quello di
garantire il rispetto delle regole da un lato, ma anche, dall’altro, quello di
intervenire in soccorso a coloro che rimangono esclusi perché “deboli”.
Penso ai portatori di handicap, agli anziani, agli immigrati, alle persone
sole o malate. Ebbene lo Stato deve concentrare risorse ed energie verso
coloro che hanno realmente bisogno senza ergersi a gestore, erogatore,
produttore, controllore di tutto e tutti.

 Conclusioni.

Vorrei concludere questo mio scritto, e ringrazio i giovani di Forza Italia


per avermi dato lo spazio di esprimere le mie idee su un tema così
importante e affascinate, facendo una proposta concreta che potrà essere
utile a tutti i nostri consiglieri comunali e ai nostri coordinatori comunali.
Voglio proporvi uno strumento, sulla base di un sistema già rodato dal
comune di Milano, circa le modalità di selezione e nomina dei
rappresentanti degli enti locali nelle società erogatrici di servizi pubblici.

Credo che, alla luce di quanto detto, debba essere fondamentale per tutti
noi che vogliamo costruire un modello di città liberà, iniziare ad
informare i nostri concittadini delle numerose società controllate
direttamente o indirettamente dai Comuni, rendere noti i nomi dei membri
dei Consigli di amministrazione e dei revisori, ed al contempo, in questa
delicata fase di transizione, prevedere strumenti efficaci di controllo da
parte delle opposizioni.

Oggi siamo all’ oscuro di come vengono effettuate le varie nomine. Tutto
questo rende il mondo delle utilities sconosciuto e non controllato. Invece,
primo fondamentale compito dell’opposizione deve essere quello di

120
controllare l’azione amministrativa del comune, che si realizza
prevalentemente attraverso società a capitale interamente pubblico o
misto.

La proposta che vi faccio è quella di presentare in tutti i comuni la


seguente mozione:

Il Consiglio comunale di …………..

Preso atto degli articoli ……………..dello Statuto comunale;

Considerato che la materia inerente i servizi pubblici locali è in


continuo mutamento;

Accertato che compito dell’amministrazione comunale è quello di


garantire trasparenza, diffusione, efficacia, efficienza ed
economicità dei servizi pubblici locali;

Impegnano il Sindaco e la Giunta

A presentare entro 90 giorni dall’approvazione di questa mozione


una proposta di integrazione statutaria ed un regolamento di
attuazione, che tenga conto dei seguenti punti di indirizzo:

1. La nomina o la designazione dei rappresentanti del Comune di


……….negli organi degli enti da esso promossi o di cui fa
parte, nonché in ogni altro caso in cui è prevista la
designazione di persone da parte del Comune di…….., dovrà
essere disciplinata secondo quanto previsto in questo capitolo.
Le nomine dovranno essere effettuate entro i termini fissati
dalla legge.
2. Per gli incarichi di cui sopra dovranno essere scelte persone
qualificate, dotate di riscontrabili requisiti di competenza e per
le quali non sussistano elementi oggettivi che inducano a

121
mettere in dubbio la correttezza. Nel caso di rinnovo di
incarichi si dovrà tenere conto dei risultati effettivamente
conseguiti nell’esercizio del mandato.
3. Potranno presentare candidature con la documentazione
comprovante il possesso dei requisiti: a) i consiglieri comunali
b) gli ordini professionali e le università c) le associazioni
sindacali e di categoria d) le altre associazioni nazionali,
regionali e locali e) gruppi di almeno 100 cittadini.
4. Ad inizio anno, non oltre il 30 gennaio, con aggiornamento
semestrale l’amministrazione dovrà pubblicare, attraverso
affissione all’Albo Pretorio nelle sedi comunali, sul sito internet,
nonché comunicare a tutti i gruppi Consiliari, tutte le nomine
che dovrà effettuare. Dovrà essere reso pubblico il nome
dell’ente, l’organismo (CdA o Collegio dei revisori, Direttore
generale ecc.) per cui si effettuerà la nomina, il compenso, la
durata dell’incarico.
5. Le modalità e i termini per la pubblicità e per la presentazione
delle candidature e per la verifica dei requisiti saranno
disciplinate dall’apposito regolamento del Consiglio Comunale
di……………., che dovrà contenere:
o I criteri generali di pubblicità e trasparenza (affissione

all’Albo Pretorio nelle sedi comunali, pubblicazione sul


sito internet, comunicazione a tutti i gruppi Consiliari);
o Forme di pubblicità di tutte le candidature pervenute e la

relazione su ciascuna di essa, redatta dalla Commissione


(vedi punto 6);
o I requisiti generali;

o Cause di incompatibilità e di esclusione;

o Gli obblighi dei nominati e designati;

o I casi e le modalità di revocare della nomina;

6. Le candidature presentate saranno sottoposte ad una


Commissione di 5 esperti, nominata dal Consiglio Comunale
con la maggioranza dei 3/5 dei componenti. Essa dovrà durare

122
in carica fino allo scioglimento del Consiglio. La Commissione
esaminerà le candidature vagliandone i requisiti e indicherà i
nominativi dei candidati ritenuti idonei.
7. Potranno essere nominati solo candidati che siano stati

sottoposti all’esame della Commissione e che saranno stati da


questa ritenuti idonei.
8. Almeno il 25% degli amministratori delle società per azioni,

aziende speciali, istituzioni, enti, cha apparterranno al Comune


di ……..o che saranno dallo stesso controllati, dovranno
essere scelti tra i candidati proposti dagli ordini professionali e
università, dalle associazioni sindacali e di categoria e dalle
altre associazioni nazionali, regionali o locali, costituite da
almeno 1 anno.
9. Il Sindaco determinerà il numero dei posti da riservare ad ogni

ente, società o azienda, nominerà o designerà i rappresentanti


del Comune di ………….in modo da garantire il rispetto della
quota fissata.
10. Per la nomina dei rappresentanti del Comune presso enti,

aziende ed istituzioni, ad esso espressamente riservata dalla


legge, ciascun consigliere voterà, fra i nomi giudicati idonei
dalla commissione, un numero pari ai rappresentanti da
nominare, per ogni ente. Saranno eletti i candidati che
otterranno il voto dei 3/5 dei votanti ove non sia prevista
esplicitamente la presenza di candidati espressi dalla
minoranza. Qualora questa sia prevista, ogni consigliere potrà
votare un solo nominativo. Risulteranno eletti i candidati che
avranno ottenuto il maggior numero dei voti nel rispetto delle
proporzioni previste tra maggioranza e minoranza dalle norme
vigenti.

Questo è un primo passo. Ripristiniamo la centralità del Consiglio in


modo tale da poter controllare l’efficienza e l’efficacia delle società che
gestiscono i servizi pubblici. Rimane fermo il principio che là dove
vinceremo le elezioni, imposteremo un’azione vera di liberalizzazione e
123
privatizzazione di tutti quei servizi che non rientrano più tra i compiti
propri dell’amministrazione comunale.

Caro Giacomo finisce qui il mio contributo per il libro. Ti ringrazio per
avere ancora una volta coinvolto un “vecchio”, dal cuore sempre giovane.
Siete cari amici, ma soprattutto siete coloro che potranno concretamente
sviluppare un’azione politica che superi le vecchie logiche consociative di
un non lontano passato. Per questo faccio a tutti voi i miei più sinceri
auguri.

Luca Cavallini

124
Questo libro è stato pubblicato grazie all’aiuto del Coordinatore
Provinciale di Forza Italia e Consigliere Regionale,
Dr. Piero Pizzi.
A lui va il nostro sincero “grazie” per la sua amicizia e per essere
sempre stato al nostro fianco.

125
Indice

Prefazione
di Piero Pizzi…………………………………………………………….………..…3
Introduzione
di Giacomo Zito…………………………………………………………….…….…4
Vogliamo una scuola funzionale e funzionante
di Jonathan Alvino Genua…………………………………………………...……..13
Sicurezza sul lavoro e sicurezza del lavoro
Di Tommaso Neri…………………………………………………………………..20
Giustizia, sicurezza, certezza della pena
di Fabio Acri…………………………………………………………………….…25
Alla ricerca di nuovi modelli sociali: la società delle
comunità compatibili
di Leonardo Carloppi………………………………………………………….…..36
L’economia dei valori nel mercato globale
di Luca Cuccu………………………………………………………..…………….47

Da pagina 57 a pagina 69 alcune foto:


“La nostra amicizia ed il nostro impegno”

La scommessa del Made in Italy


di Monia Strazzeri…………………………………………………………….…….70
Verso l’attuazione del federalismo fiscale
di Manuele Ciabatti…………………………………………………………….…..77
Le infrastrutture: una necessità per lo sviluppo dell’Italia
di Anna Paola Fagioli………….……………………………………………...…....86
Energia – non possiamo aspettare oltre
di Alberto Cubeddu………………………………………………………...……….95
Vite Bruciate
di Giorgio Tamberi………………………………………………………...……....100
La Lettera
di Luca Cavallini…………………………………………………………………...111

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