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Franz Kafka

Il castello
Primo capitolo

Quando K arrivò era sera tardi. Il villaggio era


sprofondato nella neve. Della collina su cui
stava il castello nulla era visibile, nebbia e
tenebra la circondavano, nemmeno il più
debole bagliore di luce permetteva di
riconoscere il gran castello. K stette a lungo in
piedi sul ponte di legno che conduceva dalla
strada provinciale al villaggio seguitando a
guardare nell'apparenza del vuoto.
Quindi andò a cercare un posto per la notte;
nella locanda si era ancora svegli, il locandiere
non aveva nessuna camera da affittare, in
realtà, ma, sorpreso e confuso in sommo grado
dal tardivo ospite, accettò di far dormire K su
un saccone di paglia nella sala comune della
locanda. K fu d'accordo. C'erano ancora dei
villici a bere birra, ma lui non volle far
conversazione con nessuno, da se prese il
saccone nel solaio e si sdraiò vicino alla stufa.
Faceva caldo, i villici tacevano, lui li scrutò per
un poco con gli occhi stanchi e poi si
addormentò.
Tuttavia dopo breve tempo venne svegliato. Un
giovane in abito cittadino dal volto teatrale,
occhi stretti, pupille intense, si trovava vicino a
lui insieme al locandiere. I villici c'erano
ancora, alcuni avevano voltato la loro sedia per
vedere e sentire meglio. Il giovane si scusò
assai cortesemente di aver svegliato K, si
presentò come figlio del portinaio del castello e
poi disse: „Questo villaggio dipende dal
castello, chi soggiorna o pernotta qui in certo
qual modo soggiorna o pernotta nel castello.
Nessuno può farlo senza il consenso comitale.
Voi non avete tale permesso, però, o almeno
non lo avete esibito.“
K si era sollevato a metà, aveva sistemato i
capelli, dal basso guardò quei tipi e disse: „In
quale villaggio mi sono perduto? E qui c'è un
castello?“
„Certo“, disse il giovane con lentezza intanto
che qua e là v'era chi scuoteva la testa udendo
K, „è il castello del signor conte Westwest.“
„E si deve avere il permesso di
pernottamento?“ - chiese K come se si volesse
sincerare di non aver magari sognato le
precedenti comunicazioni.
„Il permesso si deve avere“, fu la risposta, e
maggior beffa vi fu a carico di K quando il
giovane allargando un braccio chiese al
locandiere ed agli avventori:“O forse non si
deve avere?“
„Allora dovrò andare a procurarmi il
permesso“, disse K sbadigliando e togliendosi
la coperta di dosso come se volesse mettersi in
piedi.
„Sì, ma da chi?“ - chiese il giovane.
Dal signor conte“, disse K, „non c'è null' altro
da fare."
„Andare ora che è mezzanotte a procurarsi il
permesso?“ - chiese ad alta voce il giovane
facendo un passo indietro.
„Non si può?“ - chiese K senza agitarsi. „E
allora perché mi avete svegliato?“
A quel punto il giovane smaniò. „Sono modi da
vagabondo!“- esclamò.“Io pretendo rispetto di
fronte all'autorità comitale! Perciò vi ho
svegliato, per comunicarvi che dovete subito
lasciare il territorio comitale.“
„Ne ho abbastanza di questo scherzo“, disse K
pianissimo, si mise giù e si tirò addosso la
coperta. „Giovanotto, voi state un po'
esagerando e domani riprenderò in
considerazione la vostra condotta. Il locandiere
e questi signori sono testimoni, nel caso che io
ne abbia bisogno. Per altro lasciatevi dire che
io sono l'agrimensore che il conte ha fatto
venire. I miei aiutanti arriveranno domani in
carrozza con l'attrezzatura. Io non volevo farmi
scappare la marcia attraverso la neve, ma
purtroppo più volte sono uscito di strada e per
questo in particolare sono arrivato così tardi.
Che fosse troppo tardi per presentarmi al
castello lo sapevo da me prima che voi me ne
deste l'informazione. Perciò mi sono adattato a
questo giaciglio qui che voi avete avuto la
scortesia di turbare - a dir poco. Con questo le
mie spiegazioni sono terminate. Buona notte,
signori miei.“ E K si girò dalla parte della stufa.
„Agrimensore?“ - udì domandare alle sue spalle
in modo esitante, quindi fu silenzio generale. Il
giovane però si riprese alla svelta ed al
locandiere, in un tono abbastanza smorzato per
valere come riguardo nei confronti del sonno di
K ed abbastanza alto per esser da lui capito,
disse: „M'informerò telefonicamente.“ E che, in
quella locanda di villaggio c'era anche un
telefono? Accidenti, che eccellente
attrezzatura! Il dettaglio sorprese K, sebbene
l'insieme se lo fosse aspettato. Risultò che il
telefono era installato quasi sopra la sua testa,
assonnato com'era lui non ci aveva fatto caso.
Se a quel punto il giovane doveva telefonare
non poteva rispettare con la migliore volontà il
sonno di K, in questione era solo questo, se K
doveva lasciarglielo fare, e decise di
permetterglielo. Ragion per cui non aveva
nessun senso fingere di dormire, e lui perciò si
rimise supino. Vide i villici avvicinarsi
timidamente e far commenti tra loro, l'arrivo di
un agrimensore non era affatto insignificante.
La porta della cucina s'era aperta, la riempiva
la poderosa figura della locandiera, in punta di
piedi le si avvicinò il locandiere per riferirle. E a
quel punto iniziò la telefonata. Il portinaio
dormiva, però c'era un sotto portinaio, uno dei
sotto portinai, un signor Fritz. Il giovane, che si
presentò come Schwarzer, raccontò che aveva
trovato K, un uomo sulla trentina, certo un
poco di buono, che tranquillamente dormiva su
un saccone di paglia con un piccolissimo zaino
come cuscino sotto la testa, a portata di mano
un nodoso bastone. Com'è naturale lui s'era
insospettito, e, poiché il locandiere aveva
trascurato il suo dovere, era stato il suo, di
Schwarzer, quello di andare in fondo alla cosa.
K aveva preso assai di malagrazia, forse a
ragione, come infine si era dimostrato dal
momento che K asseriva di essere un
agrimensore mandato a chiamare dal signor
conte, il fatto di venir svegliato, di essere
interrogato e la minaccia, dovuta, di espulsione
dalla contea. Com'è naturale era almeno
formalmente doveroso verificarla,
quell'asserzione, perciò Schwarzer pregò il
signor Fritz di informarsi presso la cancelleria
centrale se era davvero atteso un agrimensore
così e così, e di telefonare subito la risposta.
Poi si tacque, Fritz s' informò in quell'ufficio di
cancelleria e nella locanda si attese la risposta.
K restò com'era stato fin lì, senza voltarsi,
nemmeno sembrava curioso, lo sguardo volto
davanti a sé. Il racconto di Schwarzer,
mescolanza di malvagità e cautela, gli dava
un'immagine dell'educazione diciamo
diplomatica di cui nel castello disponeva
facilmente anche gentuccia come Schwarzer.
Anche in fatto di diligenza lì abbondavano; la
cancelleria centrale disponeva di un servizio
notturno e senza dubbio con gran rapidità
arrivò la risposta di Fritz, che già era al
telefono. Il rapporto sembrò del resto
brevissimo, visto che Schwarzer mise giù
subito con rabbia il ricevitore. „Ma io l'avevo
detto!“, urlò. „Non c'è traccia alcuna di
agrimensore, è solo un vagabondo bugiardo,
una rogna, probabilmente .“ K per un attimo
pensò che tutti, Schwarzer, i villici, il locandiere
e la sua signora, si sarebbero lanciati su di lui.
Almeno per scansare l'inizio della burrasca
strisciò tutto sotto la coperta. In quel momento
suonò ancora il telefono in modo
particolarmente poderoso, sembrò a K. Spinse
di nuovo la testa fuori. Per quanto fosse
improbabile che riguardasse ancora K, tutti si
fermarono, e Schwarzer tornò all'apparecchio.
Stette a sentire una lunga spiegazione e poi
disse a bassa voce: „Una svista, dunque?
Davvero mi dispiace. Il capufficio in persona ha
telefonato? Strano davvero. Come faccio a
spiegarlo al signor agrimensore?“
K stava a sentire. Il castello aveva fatto
dunque menzione di lui come di un
agrimensore. Da una parte ciò non gli
conveniva, dimostrando che nel castello di lui si
sapeva tutto il necessario, il rapporto tra le
forze in gioco aveva avuto il suo peso ed aveva
ben assorbito l'incidente. D'altra parte gli
conveniva anche, infatti provava, secondo lui,
che lo si sottovalutava e che avrebbe avuto
maggior libertà di quanta ne avesse potuta
sperare in precedenza. E se si credeva di
poterlo mantenere in un durevole stato di
paura con il mezzo di quel riconoscimento
morale, certo ponderato, del suo essere
agrimensore, allora ci s'illudeva; gli venne da
rabbrividire, tutto lì.
K fece segno di no a Schwarzer che gli si
avvicinava umilmente; rifiutò di trasferirsi nella
stanza del locandiere, dove lo si spingeva, si
limitò a prendere da lui una pozione per
dormire, dalla locandiera una catinella, sapone
e asciugamani, e neanche fu costretto a
pretendere che la sala fosse sgomberata, visto
che tutti quanti si spingevano fuori con le facce
girate, in modo che lui, non si sa mai, il giorno
dopo non li riconoscesse. La lampada venne
spenta e finalmente lui ebbe requie. Dormì fino
al mattino, appena un po' disturbato una o due
volte da topi che gli guizzavano davanti.
Dopo la colazione, che, come in genere l'intero
sostentamento di K, secondo quanto affermato
dal locandiere, doveva esser pagata dal
castello, lui aveva intenzione di andare subito
nel villaggio. Tuttavia, visto che il locandiere,
con cui fin lì aveva parlato solo lo stretto
necessario in ricordo della sua condotta del
giorno prima, a mo' di muta preghiera
seguitava ad aggirarglisi attorno, si impietosì e
lasciò che gli si sedesse accanto per un
pochino.
„Ancora non conosco il conte“, disse K, „è
abituato a pagar bene il lavoro ben fatto,
nevvero? Quando si è in viaggio come me tanto
lontano da moglie e figlio, poi si vuol riportare
a casa anche qualcosina.“
„Da questo punto di vista il signore non deve
affatto preoccuparsi, non si sentono lamentele
per cattiva paga.“ - „Vediamo“, disse K, „non
son certo un timido e posso dir quel che penso
anche a un conte, ma sbrigarsela con
soddisfazione con i signori è di gran lunga
meglio, com'è naturale.“
Il locandiere sedeva di fronte a K sul bordo del
davanzale, non osava mettersi più comodo, e
non smetteva di guardare ansioso verso K con i
suoi grandi occhi marroni. Dapprima si era
accostato a K, dopo pareva come se volesse
scappar via. Temeva di essere interrogato a
proposito del conte? Temeva che il „signore“
che lui considerava K, fosse un qualcosa da
non farci affidamento? K dovette distrarlo.
Guardò l'orologio e disse: „Oh, dunque, presto
verranno i miei aiutanti, potrete alloggiarli
qui?“
„Certo signore“, disse, „ma non alloggeranno
con te nel castello?“
Tanto facilmente e volentieri rinunciava agli
ospiti ed in particolare a K, assegnandolo
senz'altro al castello?
„Ancora non è sicuro“, disse K, „mi devo
informare per prima cosa che razza di lavoro
c'è per me. Se per esempio dovessi lavorare
quaggiù, allora sarà più ragionevole alloggiare
qui. Temo inoltre che vivere su nel castello non
mi corrisponda. Voglio esser sempre libero.“
„Non conosci il castello“, disse il locandiere a
bassa voce.
„Ovvio“, disse K, „non si deve giudicare in
anticipo. Per il momento non so del castello
altro che vi si sa scegliere l'agrimensore giusto.
Forse vi sono anche altre buone qualità.“
E si alzò, per allontanare da sé il locandiere
che inquieto si mordicchiava le labbra. Difficile
guadagnarsi la fiducia di quell'uomo.
Nel muoversi urtò sulla parete un ritratto scuro
in una cornice scura. L'aveva già notato dal suo
giaciglio, ma da lontano non ne aveva distinto i
particolari, aveva creduto che si trattasse di un
vero e proprio dipinto, cornice a parte, e che
vi si vedesse solo la parte posteriore di un
cappello nero. Ma era un ritratto, come a quel
punto si dimostrò, d'un uomo di circa
cinquant'anni. Teneva la testa così bassa sul
petto che si vedeva a stento qualcosa degli
occhi, a causa dell'inclinazione risaltava l'alta
grave fronte ed il forte naso a becco. La barba,
compressa sul mento a causa della posizione
della testa, sporgeva in basso. La mano
sinistra, aperta tra i folti capelli, non riusciva
tuttavia a sollevare di più la testa. „Chi è?“-
chiese K. „Il conte?“ K si trovava davanti al
ritratto senza guardare in direzione del
locandiere, che disse: „No, il portinaio.“ - „Ne
hanno uno bello, al castello, questo è vero“,
disse K, „peccato che abbia un figlio tanto
maleducato.“ - „No“, disse il locandiere, lo tirò
un poco verso di sé e gli mormorò in un
orecchio: „Schwarzer ieri ha esagerato, suo
padre è solo un sotto portinaio, addirittura uno
degli ultimi.“ Il locandiere sembrò a K come un
bambino. „Che pezzente!“ - disse K ridendo,
ma il locandiere non rise con lui, invece disse:
„Anche suo padre ha potere.“ - „Ma va'!“- disse
K. „Tu consideri chiunque un potente. Per caso
anche me?“ - „Te non ti considero uno
potente“, disse timidamente, ma con serietà.
„Allora sei un buon osservatore“, disse K, „vale
a dire, io davvero non sono uno potente, detto
in confidenza. Ed al cospetto dei potenti, come
conseguenza di ciò, non ho forse meno rispetto
di te, solo che non sono così sincero come te e
non voglio sempre ammetterlo.“ E K colpì
leggermente il locandiere su una guancia per
incoraggiarlo e per farglisi più amico. Quello
sorrise un poco. Era davvero un ragazzo, con
quel viso tenero e quasi senza barba. Come
aveva fatto ad arrivare a sua moglie, badiale e
stagionatella, che, oltre la finestra interna, si
vedeva indaffarata là in cucina, i gomiti distanti
dal busto? K però non volle indagare di più così
facendo sparire quel sorriso finalmente venuto
alla luce. Gli fece cenno dunque solo di aprirgli
la porta, ed uscì nel bel mattino inverale.
Vide il castello nettamente definito nell'aria
chiara risaltare per via delle forme
completamente alterate dalla neve, donatrice
dappertutto di raffinata grazia. Del resto sulla
collina si vedeva assai meno neve che lì nel
villaggio, verso il quale K avanzò non meno
faticosamente di quanto aveva fatto il giorno
prima sulla strada provinciale. La neve
raggiungeva le finestre delle casupole
arrivando a premere direttamente sul loro
basso tetto, nel villaggio, su in alto ogni cosa si
ergeva libera e leggera, almeno così sembrava
da giù.
In generale il castello corrispondeva, come si
rivelava lì da lontano, alle aspettative di K. Non
si trattava né di un vecchio maniero, né di un
palazzo nuovo, ma di una costruzione estesa
che consisteva in pochi edifici a due piani e in
molti, ma stretti e bassi accostati tra loro; non
si fosse saputo che era un castello, si sarebbe
potuto prenderla per una cittadina. K vide solo
una torre, non si capiva se facesse parte d'un
fabbricato abitativo o d'una chiesa. Sciami di
corvi le giravano attorno.
Tenendo gli occhi sul castello K proseguì, di
null'altro gl'importava. Avvicinandosi tuttavia
ne fu deluso, era soltanto una ben misera
cittadina fatta di case contadinesche
ammucchiate insieme, segnalata solo dal fatto
che tutto era forse fatto di pietra; ma
gl'intonaci s'erano da tempo staccati e la pietra
appariva in via di sbriciolamento.
Fuggevolmente K ricordò la sua cittadina
d'origine; era appena più modesta di quel
cosiddetto castello. Fosse venuto solo per
vederlo, K, allora sarebbe stata una fregatura
la lunghezza del viaggio a piedi, e lui sarebbe
stato più ragionevole andando a rivedere, per
una volta, il luogo natio, dove già da tanto non
era stato. Mentalmente paragonò il suo
campanile con quella torre lassù. Il suo
campanile, dalla base rastremato verso l'alto,
largo di tetto a tegole rosse, era una
costruzione peritura - che cos'altro possiamo
costruire? - ma, senza dubbio, aveva uno
senso più elevato rispetto all'agglomerato di
case basse intorno, come una voce più
squillante, festiva, di quella che ha il fioco
giorno qualsiasi, feriale. La torre lassù - si
trattava dell'unica visibile - la torre di una casa
d'abitazione, come in quel momento si
dimostrò, forse della parte principale del
castello, era una costruzione uniformemente
cilindrica in parte coperta dalla grazia
dell'edera, con finestrine che in quel momento
riflettevano il sole - ciò aveva qualcosa di
stupido - e terminante in forma di terrazza, i
cui merli incerti, irregolari, frantumati, come
disegnati dalla mano timorosa o trascurata di
un bambino, rendevano il cielo azzurro
dentellato. Era come se un abitante
malinconico che avesse meritato di star
rinchiuso nella stanza più remota della casa,
avesse praticato un foro nel tetto e si fosse
elevato per segnalarsi al mondo.
Di nuovo K si fermò come se, stando fermo,
acquisisse forza di giudizio. Venne tuttavia
disturbato. Dietro la chiesa del villaggio presso
la quale s'era fermato - si trattava
propriamente solo d'una cappella ingrandita
come un fienile per poter accogliere i
parrocchiani - c'era la scuola. Edificio basso e
lungo che stranamente riuniva il carattere della
provvisorietà e dell'essere molto vecchio, essa
si trovava dietro un giardino con recinto che in
quel momento era un campo innevato. I
ragazzini con il maestro stavano appunto
uscendo. Attorniavano in un mucchio serrato il
maestro, gli occhi di tutti puntati su di lui,
chiacchieravano senza sosta da ogni parte, K
non ne capì affatto la svelta parlata. Il
maestro, una persona giovane, piccola, di
spalle strette, ma non ridicola, assai dritta,
aveva già da lontano scorto K, del resto K, a
parte la scolaresca, era l'unica persona visibile.
K, in quanto forestiero, salutò per primo un
tale omettino diciamo capeggiante. „Buon
giorno signor maestro“, disse. Di colpo i
ragazzini tacquero e tale silenzio improvviso,
come preparazione alla sua parola, magari poté
piacere al maestro. „Guardate il castello?“-
chiese con dolcezza, come K s'era aspettato,
però con un tono come non approvasse quel
che K faceva. „Si“, disse K, „sono un forestiero,
giusto da ieri sera qui.“ -“Non vi piace il
castello?“- chiese svelto il maestro. „Come?“-
chiese K di rimando, un po' stupito ripetendo in
forma attenuata la domanda:“ Se il castello mi
piace? Perché pensate che non mi piaccia?“ -
„Non piace ad nessun forestiero“. Disse il
maestro. Per non dire alcunché d'importuno K
cambiò discorso e chiese: „Conoscete bene il
conte?“ - „No“, disse il maestro con l'intenzione
di voltarsi. K non s'arrese e ridomandò: „Come,
non conoscete il conte?“ - „Come mai dovrei
conoscerlo?“ - disse a bassa voce il maestro
proseguendo ad alta voce in francese: „Siate
cauto, ci sono dei piccoli innocenti.“ Per cui K si
ritenne in diritto di chiedere: „Potrei, signor
maestro, venire una volta a trovarvi? Rimango
qui a lungo e già ora mi sento un po' isolato;
non mi trovo né con i villici né, beninteso, con
l'ambiente del castello.“- „Tra i villici ed il
castello non c'è alcuna gran differenza“, disse il
maestro.“ Sarà così“, disse K, „ciò non cambia
la mia situazione. Vi potrei venir a trovare?“
-“Abito nella Via dei Cigni dal macellaio.“ Si
trattava in effetti, più che di un invito, di
un'informazione, ciò non di meno K disse:
„Bene, verrò.“ Il maestro annuì e trasse oltre il
mucchio di nuovo urlante dei ragazzini. Presto
scomparvero in una viottola molto in discesa.
K restò perplesso, irritato dalla conversazione.
Per la prima volta dalla sua venuta sentì
veramente la stanchezza. Pareva non averlo
affatto fiaccato di primo acchito il lungo
cammino fin lì, com'era venuto avanti, giorno
per giorno, con calma, passo dopo passo! -
Però in quel momento, in altri termini non a
tempo debito, si manifestavano le conseguenze
dello sforzo più che grande. Ciò lo spingeva
irresistibilmente a cercare nuove conoscenze,
ma ogni nuova conoscenza rinforzava la
stanchezza. Se nella sua condizione di quel
giorno si costringeva a prolungare la sua
passeggiata fino all'ingresso del castello, era
anche troppo.
Dunque riprese a camminare, ma la strada era
lunga. In altri termini la strada, quella
principale del villaggio, non conduceva alla
collina del castello, conduceva solo nei pressi,
per poi tuttavia far una curva a gomito, come
intenzionalmente, e, pur non allontanandosi dal
castello, tuttavia non vi si avvicinava. K stava
sempre ad aspettare che una buona volta la
strada dovesse riprendere la direzione del
castello, e continuava a camminare soltanto
perché se lo aspettava; in palese conseguenza
della sua stanchezza esitava a lasciar perdere
quella strada, inoltre lo confondeva l'estensione
del villaggio, che non aveva un limite, ancora e
sempre casettine e vetri delle finestre
ghiacciati e neve e vuoto di persone - infine si
staccò da quella strada intrappolante, una
viuzza stretta lo accolse, neve ancora più alta,
tirar fuori i piedi sprofondati era una fatica
pesante, cominciò a sudare, improvvisamente
si fermò e non riuscì ad andar oltre.
Orbene, però lui non era isolato, a destra ed a
sinistra c'erano casupole di contadini. Fece una
palla di neve e la tirò contro una finestra.
Subito s'aprì la porta - la prima durante l'intero
cammino nel villaggio - ed un vecchio villico in
pellicciotto marrone, affacciandosi con la testa
piegata da un lato, gentile e gracile, vi rimase.
„Mi fate venire un po' da voi?“- disse K, „sono
molto stanco.“ Non sentì neppure la risposta
del vecchio, grato accettò che gli venisse fatto
scivolare incontro un asse che subito lo trasse
in salvo dalla neve, e in pochi passi fu nella
casa.
Una grande stanza in penombra. Chi veniva da
fuori dapprima non vedeva quasi nulla. K
inciampò su una tinozza, la mano di una donna
lo tenne indietro. Da un angolo veniva un
abbondante gridio di piccini. Da un altro angolo
un gran fumo oscurava la scarsa luce. K era
come tra le nuvole. „E' già ubriaco“, disse
qualcuno. „Chi siete?“ Gridò una voce
imperiosa rivolta al vecchio: „Perché l'hai fatto
entrare? Si fanno entrare tutti quelli che
cincischiano per strada?“-“Sono l'agrimensore
comitale“, disse K in tal modo tentando di
rispondere all'invisibile. „Ah, è l'agrimensore“,
disse una voce femminile, al che seguì un
completo silenzio. „Mi conoscete?“ - chiese K.
„Certo“, tagliò corto la stessa voce. Che lo
conoscessero non parve una cosa positiva per
K.
Infine un po' di fumo evaporò e K riuscì
lentamente ad orientarsi. Sembrava un giorno
di bagno generale. Vicino alla porta si lavava la
biancheria. Il vapore però era venuto dall'altro
angolo dove, in un mastello di legno così
grande come K mai ne aveva veduti - aveva
all'incirca la circonferenza di due letti - due
uomini facevano il bagno nell'acqua che
emanava vapore. Ancor più sorprendente però,
senza che si sapesse in cosa consistesse il
sorprendente, era l'angolo di destra. ccc Da
una grande apertura, l'unica nella parete
posteriore della sala, proveniva, certo dal
cortile, una pallida luce di neve che dava,
all'abito d'una donna che in fondo a
quell'angolo, stanca, quasi giaceva su un
seggiolone, una luminosità come di seta.
Teneva al seno un poppante. Attorno a lei
giocavano alcuni bambini, figli di contadini,
visibilmente, che non sembravano però far
parte del contado, in altri termini, malattia e
stanchezza affinano anche i contadini.
„Sedetevi!“ - disse uno degli uomini, con la
barba lunga e per di più con dei baffi sotto i
quali teneva la bocca sempre aperta
ansimando, indicando in modo comico da
vedere, con la mano sopra il bordo della
tinozza, una cassapanca e con ciò schizzando
tutta la faccia di K d'acqua calda. Sulla
cassapanca stava già seduto, assopito, il
vecchio che aveva fatto entrare K. K fu grato di
potersi finalmente sedere. Nessuno si curò più
di lui. La donna presso la tinozza, bionda, nel
pieno della giovinezza, cantava a voce bassa
mentre lavorava, gli uomini che facevano il
bagno pestavano e si giravano, i bambini
volevano avvicinarsi a loro, ma venivano a
forza di schizzi d'acqua di continuo rimandati
indietro, la donna sul seggiolone pareva morta,
neanche una volta guardò il bimbo che aveva
al seno, ma da qualche parte in alto.
K l'aveva guardata ben a lungo, quella
immagine bella, triste, che non mutava, poi
però doveva essersi addormentato, infatti
quando venne richiamato da una voce alta si
spaventò, teneva la testa sulla spalla del
vecchio accanto a lui. Gli uomini avevano
terminato il bagno e stavano vicini l'uno
all'altro davanti a K , nell'acqua a quel punto si
muovevano i bambini sorvegliati dalla donna
bionda. Si vide che il barbuto dalla voce alta
era tra i due uomini il più basso. In altri termini
l'altro, non più grosso del barbuto e con la
barba molto meno lunga, era un silenzioso
uomo lento a ragionare, dotato di una larga
figura, anche il volto era largo, e teneva il capo
chino. „Signor agrimensore“, disse, „qui non
potete rimanere. Perdonate la mancanza di
cortesia.“ - „Non avevo quest'intenzione
neanch'io“, disse K, „volevo solo riposarmi un
poco. Ciò è stato ed ora vado.“ - „Forse vi
stupirete della scarsa ospitalità“, disse
quell'uomo, „ma l'ospitalità non è nostro
costume, non abbiamo affatto bisogno di
ospiti.“ Un po' rinfrancato dal sonno, un po' più
fine d'udito di prima, K fu contento di tal parlar
franco. Si mosse con più libertà, appoggiò or
qua or là il suo bastone, si avvicinò alla donna
sul seggiolone, nella stanza del resto era
l'entità corporea più vasta.
„Certo“, disse, „a che vi servono gli ospiti. Di
tanto in tanto c'è bisogno di uno, però, di me,
per esempio, l'agrimensore.“- „Non lo so“,
disse lentamente quell'uomo, „se vi si è
chiamato probabilmente si ha bisogno di voi, si
tratta di un'eccezione, ma noi, gente modesta,
ci atteniamo alla regola, questo non potete
rimproverarcelo.“-“No no“, disse K, „ho
soltanto da ringraziarvi, voi e tutti quelli qui.“ E
inaspettato da ognuno tornò in un balzo e si
mise davanti alla donna. Che lo guardò con
occhi azzurri e stanchi, una pezzuola di seta
trasparente le arrivava fino alla metà della
fronte, il poppante dormiva al suo seno. „Chi
sei?“-domandò. Sprezzante - non fu chiaro se il
dispregio riguardasse K o la risposta che dette
- lei disse: „Una ragazza del castello.“
Il tutto era durato solo un momento, di già K
aveva alla sua destra ed alla sua sinistra uno
dei due uomini e venne spinto, come se
mancasse ogni altro mezzo di espressione, con
gran forza alla porta. Il vecchio si compiacque
di qualcosa e batté le mani. Anche quella che
lavava rise dell'improvvisa esplosione di
chiasso dei bambini.
K fu presto nella via, gli uomini lo controllavano
dalla soglia. Era ricominciato a nevicare, ciò
nonostante sembrava esserci un po' più di luce.
Il barbuto gridò impaziente:“dove volete
andare? Di qua si va al castello, di là al
villaggio.“ K non gli rispose, ma all'altro, che
nonostante la sua preminenza pareva più
accessibile, disse: „Chi siete voi? Chi devo
ringraziare per l'ospitalità?“- „Sono il capo
conciatore Lasemann“, fu la risposta, „ma non
dovete ringraziare nessuno.“ - „Bene“, disse K,
„forse ci incontreremo ancora.“ - „Non credo“,
disse quell'uomo. In quel momento il barbuto
sollevando una mano gridò: „Buondì Artur,
buondì Jeremias!“ K si girò, si vedevano
dunque altre persone in strada, in quel
villaggio! Dal castello venivano due giovani di
taglia media, entrambi assai snelli, con abiti
aderenti, tra loro molto simili anche di faccia, il
cui colore era marrone scuro ed un pizzo
particolarmente nero ciò nonostante vi
spiccava. Camminavano, data la situazione in
cui si trovava la strada, incredibilmente veloci
slanciando le magre gambe in modo cadenzato.
„Che volete?“- gridò il barbuto. Con loro ci si
poteva intendere solo gridando, tanto svelti
camminavano senza fermarsi. „Affari!“-
risposero ridendo. „Dove?“-“Alla locanda.“ - „Ci
vado anch'io!“- gridò K che a un tratto più di
tutto aveva gran desiderio di venir accolto dai
due; la loro conoscenza non gli sembrava di
certo vantaggiosa, ma buona, essi erano
manifestamente compagni di strada svegli.
Sentirono le parole di K, però si limitarono ad
un cenno e furono già oltre.
K si trovava ancora nella neve, aveva poca
voglia di sollevarne il piede per riaffondarlo un
pezzettino più avanti; il conciatore e il suo
compagno, soddisfatti di aver definitivamente
messo fuori K, scivolarono lentamente in casa,
continuando a guardar indietro verso di lui,
attraverso la porta a quel punto un poco
aperta, e k fu solo con la neve che lo
avvolgeva. Gli venne da pensare, „se resto
ancora qui senza volere, soltanto per caso, un
po' c'è da disperare.“
In quel momento si aprì nella casupola a
mancina una finestra piccolissima; chiusa
sembrava blu, forse per contrasto con la neve,
ed era così ridotta che quando, in quel
momento, fu aperta tutto il volto di chi
guardava all'estremo non era visibile, ma solo
gli occhi, castani, di vecchio. „Sta lì“, sentì K
che una voce femminile tremula diceva. „E'
l'agrimensore“, disse una voce maschile.
L'uomo allora venne alla finestra e chiese, non
sgarbato, ma come se fosse opportuno il fatto
che nel pezzo di strada davanti a casa sua tutto
fosse a posto: „Chi aspettate?“-“Una slitta che
mi raccolga“, disse K. „Qui di slitte non ne
vengono, „qui non c'è traffico.“-“Ma è la strada
che porta al castello“, obbiettò K. „Va bene, va
bene“, disse quell'uomo in certo modo
inesorabilmente, „ma qui non c'è per niente
traffico.“ Allora entrambi tacquero. Quell'uomo
però manifestamente rifletteva, infatti continuò
a tenere aperta la finestra, da cui usciva fumo.
„E' una stradaccia“, disse K per spingere
quell'uomo.
Che però si limitò a dire: „Sì, certo.“
Tuttavia dopo una pausa disse: „Se volete vi
porto io con la mia slitta.“ - „Fatelo, per
favore“, disse K contento, „quanto
volete?“-“Nulla“, disse quell'uomo. K se ne
stupì molto. „Voi siete l'agrimensore“, disse
quell'uomo a mo' di spiegazione, „e
appartenete al castello. Dov'è che volete
andare?“ - „Al castello“, disse K svelto. „Allora
non vi porto“, disse subito quell'uomo.
„Appartengo al castello, però“, disse K
ripetendo le parole di quell'uomo. „Può essere“,
disse quello, sgarbato. „Allora portatemi alla
locanda“, disse K. „bene“, disse quello, „arrivo
subito con la slitta.“ Tutto ciò non faceva
l'effetto d'una particolare gentilezza, ma
piuttosto di un certo sforzo malsano, ansioso,
quasi pedantesco, di togliere K dal pezzetto di
via davanti a casa.
Il portone del cortile si aprì ed una piccola slitta
per carichi leggeri, tutta piatta, priva d'un
qualsiasi sedile, tirata da un cavallino gracile,
venne fuori, e dietro quell'uomo, piegato,
debole, zoppicante, viso magro, arrossato,
grinzoso, che sembrava particolarmente piccolo
per via d'uno scialle di lana avvolto stretto
attorno al capo. Visibilmente malato, solo per
poter sbolognare K era venuto fuori. A
qualcosa di questo genere K fece cenno, ma
quell'uomo dette risposta negativa. Venne solo
a conoscenza, K, che era il trasportatore
Gerstaecker, e che aveva preso quella scomoda
slitta perché era per l'appunto pronta e, a
tirarne fuori un'altra, ci sarebbe voluto troppo
tempo. „Sedetevi“, e con la frusta indicò la
slitta. „Mi metterò seduto accanto a voi“, disse
K. „Io vado“, disse Gerstaecker. „Ma perché?“-
chiese K. „Vado“, ribadì Gerstaecker, ed ebbe
un accesso di tosse che lo squassò tanto che lui
fu costretto a piantare le gambe nella neve ed
a tenersi con le mani sul bordo della slitta. K
non aggiunse altro, si mise seduto dietro sulla
slitta, la tosse di placò piano piano e si
mossero.
Il castello lassù, già stranamente scuro, cui K
quel giorno aveva sperato di arrivare, di nuovo
si allontanò. Come se però a lui dovesse esser
fatto un segno di saluto provvisorio, vi risuonò
un suono di campana felicemente alato, d' una
campana che almeno per un attimo fece
tremare il cuore come lo minacciasse - infatti il
suono era anche spiacevole - del compimento
del saluto di cui incerta era la voglia. Presto
però questa grande campana tacque e venne
sostituita da una campanella debole,
monotona, forse ancor più in alto, forse invece
già nel villaggio. Tal tintinnio era confacente di
certo meglio alla lentezza del viaggio ed al
misero ma inesorabile conducente della slitta.
„Senti“, alzò d'improvviso la voce K - si
trovavano già nei pressi della chiesa, in
prossimità della via verso la locanda, K poteva
già osar qualcosa - „mi meraviglio molto che tu
di tua propria responsabilità osi riportarmi, ma
lo puoi fare?“ Gerstaecker non gli fece caso e
tranquillo andò di nuovo accanto al cavallino.
„Ehi!“ gridò K, appallottolò un po' di neve dalla
slitta e colpì Gerstaecker in un orecchio. A quel
punto questi si fermò e si voltò; vedendolo
però tanto vicino a sé - la slitta era scivolata un
pochino oltre - questa figura china, per così
dire bistrattata, il volto arrossato, stanco,
scarno, con, chissà come, le guance dissimili,
una piatta, l'altra crollata, la bocca aperta,
ansimante, dov'erano alcuni denti isolati, quel
che aveva detto prima per cattiveria ora lo
dovette ribadire per compassione, se
Gerstaecker non avrebbe potuto venir punito
per il fatto di trasportare K. „Cosa vuoi?“ -
chiese Gerstaecker senza capire, ma non
aspettò ancora alcuna spiegazione, richiamò il
cavallino e ripartirono.

Secondo capitolo

Quando furono quasi alla locanda - K la


riconobbe mentre facevano un curva - con sua
sorpresa era già buio fitto. Era stato via tanto?
Eppure secondo i suoi calcoli era andato via di
mattina, solo per circa un'ora o due, e non
aveva avuto alcuna esigenza di mangiare, e
fino a poco prima era stato giorno chiaro,
uniforme, e poi subito il buio. „Giornate corte,
giornate corte!“ - si disse, scivolò dalla slitta e
si diresse verso la locanda.
In cima alla scaletta della casa c'era, assai
cordiale, il locandiere a fargli luce con la
lampada tenuta in alto. Fuggevolmente
ricordandosi del conducente, K si fermò, da
qualche parte si tossiva nel buio, era quello.
Dunque l'avrebbe rivisto certo dopo poco.
Quando fu accanto al locandiere, che lo salutò
umilmente, vide mondo cane un uomo a un
lato della porta ed uno all'altro. Prese la
lanterna al locandiere e illuminò i due; si
trattava di quelli che aveva già incontrato e che
erano stati chiamati Artur e Jeremias. Lo
salutarono. Ricordandosi del suo periodo da
militare, bei tempi, rise. „Chi siete?“ - chiese
guardando l'uno e poi l'altro. „I vostri aiutanti“,
risposero quelli. „Si tratta degli aiutanti“,
confermò a voce bassa il locandiere. „Cosa?“ -
fece K, „siete i miei vecchi aiutanti che io ho
fatto arrivare dopo di me e che aspettavo?“
Confermarono. „Bene“, disse K dopo un po',
„bene, che siate arrivati.“ - „Del resto“, disse K
dopo un'ulteriore pausa, „avete tardato assai,
siete molto trascurati.“-“Percorso allungato“,
disse l'uno. „Percorso allungato“, ripeté K,
„eppure io vi ho incontrato che venivate dal
castello.“ -“Sì“, dissero senz'altra spiegazione.
„L'attrezzatura dove l'avete?“- chiese K. „Non
ci s'ha“, dissero. „L'attrezzatura che vi ho
affidato“, disse K. „Non ci s'ha“, ripeterono.
„Ma che gente che siete!“ - disse K, „di
agrimensura ne capite qualcosa?“ - „No“,
dissero. „Se siete i miei vecchi aiutanti dovete
pur capirne“, disse K e li spinse dentro.
Si misero seduti tutti e tre, alquanto silenziosi,
nella sala, a bere birra attorno a un tavolinetto,
K nel mezzo, a destra e a sinistra gli aiutanti.
Sennò c'era solo un tavolo occupato da villici,
come il giorno prima. „Ci ho una difficoltà con
voi“, disse confrontando ancora le loro facce,
„com'è che vi devo distinguere? Avete soltanto
i nomi, diversi, altrimenti siete uguali come“ -
si fermò, senza volere poi continuando -
„altrimenti siete uguali tra voi come serpenti.“
I due sorrisero. „Ma invece ci si riconosce
bene“, dissero a mo' di giustifica. „Ci credo“,
disse K, „ne sono stato anzi testimone, ma io
vedo soltanto con i miei occhi, e con questi
occhi non riesco a distinguervi. Ragion per cui
vi tratterò come un sol uomo e vi chiamerò
tutti e due Artur, come si chiama uno di voi.
Tu, per caso?“ - chiese K a uno. „No“, disse
quello, „mi chiamo Jeremias.“ - „Fa lo stesso“,
disse K, „vi chiamerò tutti e due Artur. Se
mando Artur da qualche parte ci andate tutti e
due, do un lavoro da fare ad Artur e lo fate
tutti e due, ovviamente per me è assai
svantaggioso non potervi impiegare per due
lavori distinti, ma c'è un tornaconto, che voi
siete entrambi in pieno responsabili per tutto
quello di cui v'incarico. Il modo come vi
dividete il lavoro mi è indifferente, basta che
non parliate uno insieme all'altro, voi siete per
me un unico uomo.“ Ci pensarono e dissero:
„Sarebbe per noi davvero spiacevole.“ - „E
come no“, disse K, „naturale che non vi piaccia,
ma è così.“ Già da un po' K aveva visto uno dei
villici aggirarsi attorno al tavolo, infine quello si
decise, andò da uno degli aiutanti e stava per
mormorargli qualcosa. „Scusate“, disse K
colpendo il piano del tavolo con una mano ed
alzandosi, „questi sono i miei aiutanti e stiamo
parlando. Nessuno ha il diritto di
disturbarci.“-“Prego, prego“, disse il villico
impaurito tornando indietro dalla sua
compagnia. „Ecco cosa dovete prima di tutto
osservare“, disse K tornando a sedersi. „Non
dovete parlare con nessuno senza il mio
permesso. Qui sono un forestiero e se voi siete
i miei vecchi aiutanti allora anche voi lo siete.
Noi tre forestieri perciò dobbiamo far causa
comune, per cui datemi la mano.“ Troppo
volenterosi la tesero a K.“ Giù la zampa“, disse
lui, „ma il mio ordine è valido. Ora andrò a
dormire ed anche a voi consiglio di farlo. Oggi
abbiamo perso una giornata di lavoro, domani
dobbiamo iniziare prestissimo il lavoro. Dovete
approntare una slitta per il castello e trovarvi
pronti qui davanti alle ore sei.“-“bene“, disse
uno. L'altro però s'intromise:“Dici bene, eppure
lo sai che è impossibile.“-“Silenzio“, disse K,
„voi vi state distinguendo.“ allora anche il
primo disse: „Lui ha ragione, è impossibile,
senza il permesso nessun forestiero può andare
al castello.“-“Dove si fa domanda per il
permesso?“- „Non lo so, magari dal
portinaio.“-“Allora faremo domanda telefonica
lì, telefonate subito al portinaio, tutti e due!“
Corsero all'apparecchio, ottennero la
comunicazione - come ci si pigiavano, lì!
Ridicolmente obbedienti, all'apparenza - e
chiesero se K il giorno dopo poteva andare al
castello con loro. K udì il „No“ della risposta fin
dal tavolo. La risposta però fu anche più
dettagliata, diceva: „Né domani né un'altra
volta.“-“Telefonerò io stesso“, disse K, e si
alzò. Mentre K ed i suoi aiutanti fin lì, a parte il
caso di quell'unico villico, erano stati poco
osservati, l'ultima cosa detta da K produsse
l'attenzione di tutti. Tutti si alzarono insieme a
K, e per quanto il locandiere tentasse di
respingerli, si raggrupparono presso
l'apparecchio in stretto semicerchio attorno a
lui. Prevaleva in loro l'opinione che K non
avrebbe ricevuto neanche una risposta. Lui fu
costretto a pregarli di star calmi, non volle
sentirla, la loro opinione.
Dal ricevitore veniva un ronzio come K non
l'aveva mai sentito al telefono. Era come se si
formassero dal ronzio innumerevoli voci
infantili - ma non era neppure un ronzio,
piuttosto era un canto di voci lontanissime di
ogni specie - come se si formasse da tal ronzio,
in un modo addirittura impossibile, un'unica
sublime eppur poderosa voce che colpiva
l'orecchio come se pretendesse di infilarsi più in
profondità che nell'insufficienza dell'udito. K
stette in ascolto senza dir nulla, aveva
appoggiato il braccio sinistro sul piano del
telefono e stava a sentire così.
Quanto a lungo non sapeva, a lungo, finché il
locandiere lo tirò per la giacca, era arrivato un
messo per lui. „Via!“, urlò K indomito, forse nel
telefono, infatti in quel momento qualcuno si
presentava. Si sviluppò la seguente
conversazione: „Qui Oswald, chi è?“ - gridò una
severa arrogante voce con un difettino di
pronuncia, come parve a K, cui essa tentava di
sfuggire compensandola con una ulteriore
aggiunta di severità. K esitava a presentarsi,
nei confronti del telefono era inerme, se l'altro
poteva buttar giù mettendo via il ricevitore, K
si era sbarrato una forse non importante via.
L'esitazione di K rese impaziente quell'uomo.
„Chi è?“- ripeté aggiungendo: „avrei assai caro
se da costì non si telefonasse tanto, si è
telefonato un momento fa.“ K non si soffermò
su tale osservazione, e con rapida decisione e
rispose: „Qui è l'aiutante del signor
agrimensore.“-“Che aiutante? Che signore?
Che agrimensore?“ A K tornò in mente la
conversazione telefonica del giorno prima.
„Chiedete a Fritz“, disse rapido. Con sua
sorpresa ciò funzionò. Ma si stupì, più che del
fatto che funzionasse, dell'omogeneità del
servizio al castello. La risposta fu:“Già so.
L'eterno agrimensore. Certo, certo. Che altro?
Quale aiutante?“-“Josef“, disse K. Alle sue
spalle il mormorio dei villici lo disturbava un
po'; manifestamente non erano d'accordo sul
fatto che lui s'era presentato scorrettamente.
Non aveva però tempo di aver a che fare con
loro, infatti la conversazione gli s'impose.
„Josef?“ - di nuovo la domanda. „Gli aiutanti si
chiamano“- breve pausa, manifestamente
quello chiedeva i nomi a qualcuno - „Artur e
Jeremias.“-“Sono quelli nuovi“, disse K.“No,
sono quelli vecchi.“-“Sono quelli nuovi, io sono
quello vecchio, arrivato oggi dopo
l'agrimensore.“-“No!“ - un urlo, a quel punto.
„Chi sono allora?“- domandò K, seguitando ad
esser calmo. E dopo una pausa la stessa voce
con lo stesso difetto di pronuncia, eppure era
un'altra voce, più profonda, più degna di
attenzione, disse:“Tu sei il vecchio aiutante.“
K stava a sentire il suono della voce e quasi
non sentì la domanda:“Cosa vuoi?“ - Più
volentieri d'ogni altra cosa avrebbe già messo
giù il ricevitore, K. Da tale telefonata non si
aspettava più nulla. Solo per forza, lesto
chiese:“Quando può venire al castello il mio
padrone?“-“Mai“, fu la risposta. „Bene“, disse K
e riappese il ricevitore.
I villici gli si erano accostati completamente
dietro. Gli aiutanti, sogguardandolo, erano
occupati a scostarglieli di dosso. Pareva solo
una finzione, però, inoltre i villici la smisero
pian piano, soddisfatti del risultato della
conversazione. A quel punto il loro gruppo fu
diviso da dietro dall'avanzare rapido d'un uomo
che s'inchinò davanti a K e gli consegnò una
lettera. K la tenne in mano guardando
quell'uomo che sul momento gli parve più
importante. C'era una gran somiglianza tra lui
e gli aiutanti, era snello come loro, vestito
altrettanto aderente, inoltre come loro agile e
svelto, eppure completamente diverso. Meglio
aver lui, come aiutante! Un po' gli ricordò la
donna con il lattante che aveva visto a casa del
mastro conciatore. Era vestito quasi di bianco,
l'abito non era di seta, era invernale come tutti
gli altri, ma aveva la morbidezza e la sfarzosità
di un abito di seta. Il viso era luminoso e
aperto, gli occhi più grandi del normale. Il
sorriso era incoraggiante in modo
straordinario; si portò una mano al viso come
volesse scacciarlo, quel sorriso, ma non gli
riuscì. „Chi sei?“- chiese K. „Mi chiamo
Barnabas“, disse quell'uomo.“Sono un messo.“
Morbide eppure virili gli si aprivano e
chiudevano le labbra nel parlare.“Ti piace
qui?“- chiese K indicando i villici, per i quali
ancora non aveva perduto interesse, e che
stavano lì a guardare con quei volti in effetti
tormentati - il cranio pareva essergli stato
schiacciato ed i lineamenti formati nel dolore
dello schiacciamento -, con quelle labbra
grosse, a bocca aperta, e però anche non
stavano a guardare, infatti lo sguardo gli si
smarriva ed aderiva, prima di ritornare, a un
qualche banale oggetto, quindi K indicò anche
gli aiutanti, che se ne stavano abbracciati l'uno
all'altro, guancia a guancia, e sorridevano, non
si sa se ossequiosi o irridenti, K indicò al messo
tutti come se gli presentasse, con il mezzo di
particolari dettagli, il suo obbligatorio seguito,
ed aspettasse - in ciò consisteva la fiducia di K
- che Barnabas una volta per tutte facesse una
distinzione tra lui e loro. Ma quello non raccolse
proprio - totalmente incolpevole, era da
riconoscere - la domanda, subendola come un
servo beneducato una parola del padrone solo
apparentemente a lui destinata, si limitò a
guardarsi attorno in armonia con la domanda,
salutò con la mano conoscenti tra i villici e
scambiò alcune parole con gli aiutanti, libero e
indipendente, senza mescolarsi con loro. K
tornò - rifiutato ma senza umiliazione - alla
lettera che aveva in mano e la aprì. Eccone il
tenore: „Stimatissimo signore! Voi siete, come
vi è noto, ammesso al nostro sovrano servizio.
Il vostro più prossimo superiore è il capo
villaggio, che vi comunicherà tutti i dettagli
relativi al vostro lavoro ed alla sua
remunerazione, e a cui renderete conto.
Nonostante ciò, neanche io vi perderò di vista.
Barnabas, latore di questa lettera, di tanto in
tanto s'informerà presso di voi per venire a
conoscenza dei vostri desideri e per
comunicarli a me. Sempre mi troverete pronto
a favorirvi, nei limiti del possibile. E' di mio
gusto il fatto di avere lavoratori soddisfatti.“ La
firma non era leggibile, ma accanto v'era il
sigillo della direzione della decima segreteria.
„Aspetta!“- disse K a Barnabas che s'inchinava,
poi gridò al locandiere che gl'indicasse una
camera, aveva desiderio di star solo un certo
tempo con la lettera. Insieme si ricordò del
fatto che Barnabas con tutta la simpatia che gli
faceva non era altro che un messo, e gli fece
dare della birra. Stette attento a come ciò
sarebbe stato accolto da Barnabas, che
manifestamente la prese bene e bevve subito.
Poi K andò con il locandiere. Nella casetta non
c'era altro di approntabile per K che una piccola
mansarda, ed anch'essa aveva aspetti difficili,
infatti c'erano due serve che fino a quel
momento ci avevano dormito che avrebbero
dovuto spostarsi da qualche altra parte. In
pratica non si era fatto altro che metter fuori le
serve, per il resto la camera era proprio
uguale, nessun lenzuolo sull'unico letto, ma
solo un paio di cuscini ed una coperta da
cavalli, a disposizione, tutto com'era rimasto
dalla notte precedente. Alla parete due
immagini sacre e fotografia di soldati.
Nemmeno era stata data aria, manifestamente
si sperava che il nuovo ospite non sarebbe
restato a lungo e non si faceva nulla allo scopo
di trattenerlo. K approvò ogni cosa, si avvolse
nella coperta, sedette al tavolo ed iniziò alla
luce d'una candela a ripassare la lettera.
Non era uniforme, c'erano luoghi dove gli si
parlava come ad un libero cittadino del quale si
riconosceva la personale volontà, così l'esordio,
così il luogo riguardante i suoi desideri. C'erano
però luoghi dove veniva trattato apertamente o
celatamente come un modesto operaio a stento
degno di nota da parte della sede di quella
direzione che era costretta a sforzarsi „di non
perderlo di vista“, suo superiore era soltanto il
capo villaggio, cui addirittura doveva render
conto, suo collega era forse il poliziotto del
villaggio. Erano indubbie contraddizioni, così
visibili che dovevano essere intenzionali. K
sfiorò appena il pensiero, folle in rapporto ad
una simile autorità, che nella avesse avuto un
ruolo l'irresolutezza. Assai di più ci vide una
scelta a lui apertamente presentata, gli era
lasciato ciò che voleva fare, al di fuori delle
disposizioni contenute nella ; se voleva essere
un dipendente del villaggio associato al castello
comunque in modo risaltante, ma solo in
apparenza, oppure, tuttavia in apparenza,
essere un dipendente del villaggio in realtà
determinato in ogni suo rapporto di lavoro dai
messaggi del Barnabas. K non esitò a scegliere,
anche senza le esperienze da lui già fatte, non
avrebbe esitato. Solo come dipendente del
villaggio, il più possibile lontano dalla vista dei
signori funzionari del castello, era in grado di
arrivare a qualcosa nel castello, i villici, ancora
così diffidenti nei suoi confronti, avrebbero
iniziato a parlare se lui fosse divenuto un loro
compaesano, per quanto non un amico, ad un
tempo non distinguibile da un Gerstaecker o da
un Lasemann - e ciò doveva succedere molto
alla svelta, tutto quanto ne dipendeva -, poi gli
si aprivano certo in un colpo tutte le strade
che, se fosse dipeso dai signori altolocati e dal
loro favore, non soltanto sarebbero state
sbarrate per sempre, ma sarebbero restate
invisibili. Naturalmente sussisteva un pericolo
messo abbastanza in rilievo nella , esso era
illustrato, con una certa soddisfazione, come
inevitabile. Si trattava della condizione di
lavoratore. Di parole come servizio, dirigenza,
lavoro, salario, rendiconto, lavoratore, la
brulicava, ed anche quando era detto dell'
altro, di più personale, era detto da quel punto
di vista. Se voleva diventare lavoratore, K,
poteva diventarlo, allora però con una serietà
da far paura, senza alcuna altra prospettiva. K
sapeva che non incombeva su di lui una vera
costrizione, che non temeva, almeno non in
quel momento, ma il potere di scoraggiamento
di ciò che lo circondava, l'abitudine alle
delusioni, il potere degli influssi inavvertiti
d'ogni momento, che lui certo temeva, ma con
tale pericolo lui doveva osar di combattere. La
anzi non taceva neanche che, se si doveva
arrivare alla lotta, K aveva avuto l'audacia di
cominciare; ciò era detto finemente, e soltanto
un'inquieta coscienza - inquieta, non cattiva -
poteva notarlo, erano le tre parole „come voi
sapete“ riguardanti la sua assunzione in
servizio. K si era presentato e da allora lui
sapeva, come si esprimeva la , che era
assunto.
K tolse una delle immagini dalla parete ed al
chiodo appese la , lì avrebbe abitato, lì doveva
essere appesa la .
Quindi scese nella sala comune della locanda.
Barnabas sedeva ad un tavolino insieme agli
aiutanti. „Ah, sei qui“, disse K senza motivo,
solo perché era contento di vedere Barnabas.
Questi si alzò subito. Non appena entrato K i
villici si alzarono per avvicinarglisi, era già
diventata loro abitudine andar sempre da lui.
„Ma cosa continuate a volere da me?“- fece K
ad alta voce. Quelli non la presero male e si
voltarono di nuovo verso i loro posti. Uno
ritirandosi disse a mo' di spiegazione, con
leggerezza, con un sorriso indecifrabile quello
che alcuni altri accettarono:“Si sente sempre
qualche novità“, e si leccò le labbra, come se la
novità fosse da mangiare. K non fu conciliante,
andava bene se quelli avevano un po' di
rispetto nei suoi confronti, ma non appena si
mise seduto accanto a Barnabas sentì il respiro
d'un villico sulla nuca; veniva per la saliera,
disse, ma K pestò rabbiosamente un piede in
terra, e infatti il villico scappò via senza saliera.
Era davvero facile trovare il punto debole di K,
bastava per esempio aizzargli contro i villici, il
loro testardo interesse a lui pareva non meno
cattivo della riservatezza degli altri, a parte ciò
era anch'esso riservatezza, infatti se K si fosse
seduto al loro tavolo, di certo loro non ci
sarebbero restati. Solo la presenza del
Barnabas lo trattenne di fare una piazzata.
Tuttavia si voltò ancora minaccioso verso quelli
che erano tornati lì da lui. Quando però li vide
seduti ognuno al suo posto, senza che
parlassero tra loro, privi di visibile contatto
reciproco, legati solo dal fatto che tutti lo
fissavano, gli parve che non fosse affatto
cattiveria, ciò che li rendeva suoi persecutori;
forse davvero volevano qualcosa da lui e non
sapevano dirlo, e se non era quello, allora era
forse soltanto della fanciullaggine che lì pareva
esser di casa; non lo era anche il locandiere,
infantile? Doveva portare un bicchiere di birra a
un qualche avventore, lo teneva con tutt'e due
le mani, stava fermo, guardava K senza sentire
che la locandiera, che s'era affacciata alla
finestrella della cucina, lo chiamava.
Placato, K si volse a Barnabas, gli aiutanti li
avrebbe mandati via volentieri, ma non trovò
un pretesto. Del resto se ne stavano zitti a
guardare la loro birra. „Ho letto“, cominciò K,
„ne conosci il contenuto?“-“No“, disse
Barnabas, il suo sguardo parve dire più delle
sue parole. Forse sul fatto che restasse il
beneficio della presenza di Barnabas, K forse
ora s'ingannava in termini di bontà, come per i
villici in termini di cattiveria. „Si parla anche di
te, voglio dire che di tanto in tanto devi
trasmettere informazioni tra me e la direzione,
perciò avevo pensato che tu conoscessi il
contenuto.“-“Io ricevetti“, disse Barnabas,
„solo l'incarico di consegnare la , di aspettare
che la sua lettura fosse fatta e, se ti pare
necessario, di riportare una risposta a voce o
scritta.“-“Bene“, disse K, „non c'è richiesta di
scrivere, rivolgi al signor direttore - ma come si
chiama? Non sono riuscito a leggere la
firma.“-“Klamm“, disse Barnabas. „Rivolgi
dunque al signor Klamm il mio ringraziamento
per l'assunzione ed anche per la sua particolare
gentilezza che, come persona che qui ancora
non ha dato alcuna prova di sé, io so valutare.
Mi muoverò completamente secondo i suoi
propositi. Oggi non ho desideri speciali.“
Barnabas, che aveva prestato attenzione come
si doveva chiese di poter ripetere il messaggio
al cospetto di K. Questi dette il suo consenso,
Barnabas ripeté tutto parola per parola. Quindi
si alzò per congedarsi.
Per tutto il tempo K aveva esaminato il viso del
messo, a quel punto lo fece per l'ultima volta.
Barnabas era all'incirca della stessa
corporatura di K, ciò nonostante il suo sguardo
pareva abbassato su K, tuttavia ciò accadeva
quasi con umiltà, era impossibile che
quell'uomo mettesse in imbarazzo qualcuno.
Indubbiamente era solo un messo, non
conosceva il contenuto della che aveva da
recapitare, ma anche il suo sguardo, il suo
sorriso, la sua andatura parevano essere un
messaggio e magari lui neppure di tal
messaggio sapeva alcunché. K gli porse la
mano, cosa che sorprese Barnabas, che voleva
soltanto inchinarsi.
Appena se ne fu andato - prima di aprirla, si
era ancora appoggiato un po' con una spalla
alla porta e con uno sguardo che non era più
diretto a nessuno abbracciò la sala - K disse
agli aiutanti: „vado in camera a prendere i miei
disegni, poi parliamo del lavoro che è da fare
per primo.“ Quelli volevano accompagnarlo.
„Fermi!“- disse K. Quelli continuavano a volerlo
accompagnare. K fu costretto a ripetere il
comando con più forza. Barnabas non era più
nel vestibolo. Se n'era andato in quel
momento, eppure davanti alla locanda K non lo
vide - nuova neve cadeva -. Gridò: „Barnabas!“
Nessuna risposta. Era ancora all'interno della
locanda? Non pareva esserci alcuna altra
possibilità. Ciò nonostante K urlò il nome con
tutta la sua forza. Risuonò nella notte. E a
distanza debolmente venne una risposta;
Barnabas dunque era già lontanissimo. K gridò
ancora il nome ed insieme gli andò incontro;
nel punto in cui s'incontrarono, dalla locanda
non erano più visibili.
„Barnabas“, disse K senza riuscire a reprimere
un tremito nella voce, „ti volevo dire ancora
qualcosa. Ho l'impressione che sia molto mal
concepito il fatto che io sia diretto soltanto in
coincidenza con la tua venuta, quando
necessito qualcosa dal castello. Nel caso che
non ti avessi raggiunto - tu voli, pensavo che
fossi ancora nella locanda - chissà quanto a
lungo avrei dovuto aspettare la tua
comparsa“-“Ma puoi pregare la direzione“,
disse Barnabas, „che io venga nei momenti
precisamente indicati da te.“- „Non basta“,
disse K,“forse per un anno non ho niente da
farti dire, ma proprio dopo un quarto d'ora da
quando sei andato via voglio farti dire qualcosa
d'indilazionabile.“-“Devo dunque“, disse
Barnabas, „avvisare la direzione che tra lei e te
dev'essere creato un contatto diverso da
me?“-“No no“, disse K, „per niente, il mio era
un accenno solo tra perentesi, stavolta sono
stato anzi fortunato a raggiungerti.“-“Vogliamo
tornare nella locanda“, disse Barnabas, „perché
tu possa darmi il nuovo ordine?“ aveva già
fatto un passo in direzione della locanda.
„Barnabas“, disse K, „non è necessario, faccio
un pezzetto di strada con te.“-“Perché non vuoi
andare nella locanda?“- chiese Barnabas. „La
gente, lì mi disturba“, disse K, „l'invadenza dei
villici l'hai vista tu stesso.“- „Possiamo andare
nella tua stanza“, disse Barnabas. „E' la
camera delle serve“, disse K, „sporca e umida;
per non esser costretto a restarci volevo fare
un po' di strada con te; basta che tu“, aggiunse
per vincere definitivamente l'esitazione di
Barnabas, „lasci che mi appoggi a te, perché
hai il passo più sicuro.“ E si attaccò al suo
braccio. Buio fitto, K non ne vedeva neanche il
viso, indistintamente la figura, il braccio aveva
tentato già un momento prima di individuarlo.
Barnabas si rassegnò, e si allontanarono dalla
locanda. Senza dubbio lo sentì, K, che non era
capace di tenere il passo di Barnabas,
nonostante che facesse grandissimi sforzi, che
gli impediva il libero movimento, e che tutto, in
circostanze normali, già avrebbe dovuto fallire
perché, banalmente, nelle viuzze come quelle
dove la mattina era sprofondato nella neve,
riusciva a venirne fuori soltanto sostenuto da
Barnabas. Tali preoccupazioni le tenne lontane
da sé, consolato anche dal fatto che Barnabas
taceva; se camminavano in silenzio, allora
anche per Barnabas solo il procedere poteva
costituire lo scopo del loro essere insieme.
Camminavano, ma K non sapeva verso dove;
non riusciva a riconoscere nulla, neppure se
erano già passati davanti alla chiesa, sapeva. A
causa della fatica che gli causava il mero
camminare gli accadde di non riuscire a
dominare i suoi pensieri. Invece di restare
diretti allo scopo, essi si confondevano.
Continuava a tornare a galla il luogo natio, e lui
era colmo di ricordi di esso. Anche lì nella
piazza principale c'era una chiesa, in parte
circondata da un vecchio camposanto
circondato a sua volta da un alto muro.
Soltanto pochissimi ragazzi avevano scalato
quel muro, neanche K ancora ci era riuscito. Ve
li spingeva non la curiosità, il camposanto per
loro non aveva più alcun segreto. Attraverso il
suo cancelletto loro erano già spesso entrati,
desideravano sconfiggere solo il muro alto e
liscio. Una mattina - la piazza vuota, silenziosa,
era era soverchiata dalla luce, quando, sia
prima che dopo, K l'aveva vista in quel modo? -
gli riuscì sorprendente facile; in un punto dove
spesso era stato sconfitto, scalò il muro alla
prima rincorsa, tra i denti una bandierina.
Ancora franava pietrisco sotto di lui e già lui
era in alto. Conficcò la bandiera, il vento ne
distese la stoffa, lui guardò in basso ed intorno,
ed alle sue spalle, verso le croci affondanti
nella terra; nessuno lì in quel momento era più
grande di lui. Per caso venne poi il maestro e
spinse giù K con un'occhiata adirata. Il salto gli
provocò una ferita a un ginocchio, solo con
fatica tornò a casa, però sul muro ci era stato.
Il sentimento di tale vittoria gli parve allora
costituire l'appiglio in vista d' una lunga vita,
ciò che non era stato del tutto assurdo, infatti
in quel momento, dopo molti anni, nella notte
nevosa al braccio di Barnabas, gli venne in
aiuto.
Gli si attaccò più stretto, quasi lo tirava,
Barnabas, il silenzio non s'interruppe. Del
percorso ora K sapeva che, considerato lo stato
della strada, ancora non avevano svoltato in
alcuna via laterale. Si ripromise di non farsi
trattenere dal proseguire da nessuna difficoltà
del percorso o da preoccupazioni circa il
ritorno. In definitiva per poter continuare ad
essere trascinato, la sua forza sarebbe stata
ben sufficiente. E poteva del resto il percorso
essere infinito? Durante il giorno il castello gli
si era presentato come una facile meta, ed il
messo certo conosceva il percorso più breve.
A quel punto Barnabas si fermò. Dov'erano?
Non si andava più avanti? Barnabas l'avrebbe
congedato? Non gli sarebbe riuscito. K gli
teneva il braccio stretto, quasi gli faceva male.
Oppure doveva essere accaduto l'incredibile, e
loro si trovavano già nel castello o davanti al
suo portone? Però, a quanto K ne sapeva, non
erano affatto saliti. Oppure Barnabas l'aveva
pilotato lungo un percorso tanto
inavvertibilmente in salita? „Dove siamo?“-
chiese K a voce bassa, più a se stesso che
all'altro. „A casa“, disse Barnabas sullo stesso
tono. „A casa?“ - „Ora però, signore, fa'
attenzione a non scivolare. La via scende.“-
„Scende?“ - „sono soltanto due passi“,
aggiunse Barnabas già bussando a una porta.
Aprì una ragazza; si trovarono sulla soglia d'un
grande soggiorno quasi nell'oscurità, infatti
solo una piccolissima lampada a olio pendeva
al di sopra di un tavolo a sinistra in fondo. „Chi
c'è con te, Barnabas?“- chiese la ragazza.
„L'agrimensore“, disse lui. „L'agrimensore“,
ripeté la ragazza a voce più alta in direzione
del tavolo. Da cui si alzarono due persone
anziane, un uomo e una donna, e un'altra
ragazza. Salutarono K. Barnabas lo presentò a
tutti, erano i suoi genitori e le sue sorelle. Olga
e Amalia. A stento li vedeva, K, gli tolsero il
soprabito bagnato e lo misero vicino alla stufa
per farlo asciugare. K lasciò fare.
Dunque non erano a casa, c'era Barnabas, a
casa. Ma perché erano lì? K prese Barnabas da
parte e gli chiese: „perché sei venuto a casa? O
abitate già nei paraggi del castello?“ - „Nei
paraggi del castello?“ - ripeté Barnabas come
se non comprendesse K. „Barnabas“, disse K,
„Eppure tu eri intenzionato ad andare al
castello, dalla locanda.“ - „No signore“, disse
Barnabas, „volevo venire a casa; al castello
vado presto, non ci dormo mai.“ - „Quindi“,
disse K, „non volevi andare al castello, ma
qui.“ - Smorto gli parve il suo sorriso, e lui
stesso insignificante.- „perché non me l'hai
detto?“ - „Signore, non me l'hai chiesto“, disse
Barnabas, „volevi soltanto darmi un incarico,
ma non nella sala comune della locanda né in
camera tua, allora ho pensato che avresti
potuto darmelo senza disturbi qui dai miei
genitori. Si allontaneranno tutti subito, se lo
vuoi; e potresti anche pernottare qui, se ti
piace di più qui da noi. Non ho fatto bene?“
K non riuscì a rispondere. C'era stato dunque
un equivoco, un banale e volgare equivoco, e
lui vi si era abbandonato completamente. S'era
fatto incantare dalla giubba aderente e serica
di Barnabas che costui in quel momento
sbottonava e sotto la quale sbucò, sul petto
robusto e squadrato da contadino, una camicia
grossolana, ingrigita dallo sporco,
plurirattoppata. E intorno non solo tutto quanto
era in armonia con tale camicia, ma la
superava, il vecchio padre gottoso che si
muoveva più con l'aiuto delle mani tastanti
che non delle gambe rigide lentamente
scorrenti, la madre con le mani congiunte sul
seno, che a causa della sua corpulenza anche
lei era capace di fare passi minimi. Entrambi,
padre e madre, s'erano mossi, dopo che K era
entrato, dal loro angolo verso di lui, ed ancora
non erano arrivati a lui. Le sorelle, bionde,
somiglianti tra loro ed a Barnabas, con abiti
però meno frivoli di quelli di lui, grosse robuste
serve, stettero attorno al nuovo venuto in
attesa di qualche parola di saluto. Lui però non
riuscì a dir nulla; aveva creduto che lì nel
villaggio ognuno avesse importanza, per lui, ed
era così, magari, solo che di quella gente lì non
gl'importava affatto. Se fosse stato in grado di
venir da solo a capo della via per la locanda, se
ne sarebbe andato subito. La possibilità di
andar presto al castello con Barnabas, non lo
attirava per niente. Allora nella notte,
inosservato, avrebbe voluto entrare nel
castello, condotto da Barnabas, ma da quel
Barnabas stesso che lui aveva visto fino a quel
momento, del quale nello stesso tempo aveva
creduto che fosse strettamente collegato al
castello parecchio al di là della sua importanza
visibile. Tuttavia andare al castello in pieno
giorno al braccio del figlio di una simile
famiglia, cui egli apparteneva in pieno ed
insieme alla quale già sedeva a tavola, di un
uomo che significativamente non aveva
neppure il permesso di dormire al castello, era
impossibile, era un tentativo risibilmente senza
speranza.
K si mise su una panca presso la finestra,
deciso a trascorrerci anche la notte ed inoltre a
non avvalersi affatto della famiglia. La gente
del villaggio che l'aveva mandato via o aveva
paura di lui gli parve innocua, perché in fondo
lo rimandava a se stesso, lo aiutava a
concentrare le sue forze; ma simili apparenti
soccorritori che, invece che al castello, lo
portavano nella loro famiglia grazie ad una
piccola mascherata, lo sviavano, volenti o
nolenti lavoravano alla distruzione delle sue
forze. Un invito dal tavolo della famiglia non lo
prese nemmeno in considerazione restando a
testa china sulla sua panca.
Allora Olga si alzò, era la più dolce delle sorelle
e mostrava una traccia di imbarazzo verginale,
andò da K e lo pregò di andare a tavola. Pane e
lardo vi erano pronti, lei avrebbe preso anche
la birra. „Da dove?“ - chiese K. „Alla locanda“,
disse lei. Cosa che fu assai ben accolta da K. La
pregò di non andarci proprio, a prendere birra,
ma di accompagnarlo alla locanda, ci aveva lì
ancora cose di lavoro indispensabili da fare.
Saltò fuori però che lei non aveva intenzione di
andare tanto lontano, non nella locanda di lui,
ma in un'altra molto più vicina, quella dei
signori funzionari. Ciò nonostante K le chiese di
poterla accompagnare, forse, pensò, là si trova
un'opportunità per dormire; poteva anche
esser possibile, lui l'avrebbe preferita al miglior
letto lì in casa. Olga non rispose subito, si voltò
verso il tavolo. Il fratello s'era alzato, annuì
pronto e disse: „Se il signore lo desidera.“
Quasi avrebbe mosso k, tale consenso, a
ritirare la sua richiesta, quello poteva soltanto
dare consensi privi di valore. Tuttavia quando
si manifestò la questione se K sarebbe stato
ammesso nella locanda, e tutti ne dubitarono,
lui incalzante insisté di andare, senza però
curarsi di trovare una ragione comprensibile
alla sua richiesta; quella famiglia doveva
prenderlo com'era, diciamo che non se ne
vergognava affatto. In merito a ciò solo
Amalia lo metteva in imbarazzo un poco con il
suo sguardo serio, schietto, inquieto, forse
anche un po' bieco.
Andando verso locanda - K si era attaccato a
Olga e da lei veniva tirato, lui non sapeva
cavarsela altrimenti, quasi come prima da suo
fratello - lui venne a sapere che era
propriamente destinata ai signori funzionari del
castello, nel caso che avessero qualcosa da
fare nel villaggio vi mangiavano e talvolta
pernottavano. Olga parlava con K a bassa voce
e come in intimità, era piacevole camminare
insieme a lei, quasi come con suo fratello. K si
ribellava a questo senso di benessere, ma esso
permaneva.
La locanda da fuori somigliava molto a quella
dove K abitava. Nel villaggio le differenze
esteriori erano senz'altro minime, eppure
alcune erano subito visibili, la scala d'ingresso
aveva una balaustra, e una bella lanterna era
fissata sopra la porta. Quando entrarono
s'agitò sulle loro teste un drappo, era un
vessillo con i colori comitali. Nel vestibolo
venne subito loro incontro il locandiere, che
manifestamente stava facendo un giro di
controllo; nel venire avanti guardò K con
occhietti scrutatori oppure assonnati e disse:
„Il signor agrimensore ha il permesso di
arrivare soltanto fino all'osteria.“ - „Certo“,
disse Olga, sollecita nei confronti di K, „sta
soltanto accompagnandomi. „ Tuttavia K,
ingrato, si staccò da Olga prendendo da parte il
locandiere. Olga paziente restò ad aspettare
nel frattempo in fondo al vestibolo. „Mi
piacerebbe pernottare qui“, disse K. „Purtroppo
è impossibile“, disse il locandiere. „Pare che
ancora non lo sappiate. L'edificio è
esclusivamente destinato ai signori funzionari
del castello.“ - „Può essere il regolamento“,
disse K, „ma certo è possibile lasciarmi dormire
da qualche parte in un angolo.“ - „Vi
accontenterei volentieri, per una volta“, disse il
locandiere, „ma, a prescindere dalla severità
del regolamento, di cui voi parlate con i modi
d'un forestiero, ciò è ineseguibile perché i
signori funzionari sono estremamente sensibili;
ho la convinzione che essi non siano in grado,
almeno non sono pronti, a sopportare la vista
d'un forestiero; se vi lasciassi pernottare qui,
dunque, e per un caso - e la casualità è sempre
dalla parte loro - veniste scoperto, io sarei non
solo perduto, ma lo sareste anche voi. Suona
ridicolo, ma è la verità.“ Quell'alto abbottonato
signore che, una mano puntellata contro la
guancia e l'altra sul fianco, un po' piegato
verso K, gli parlava in modo confidenziale,
pareva a stento far parte del villaggio, anche
se il suo abito scuro aveva un aspetto
strettamente da contadino. „Vi credo in modo
totale“, disse K, „inoltre l'importanza del
regolamento non la sottovaluto affatto, anche
se mi sono espresso in modo maldestro. Solo
una cosa vi voglio far notare; io ho al castello
relazioni di tutto rispetto e ne avrò di ancora
più rispettabili, esse vi assicurano contro ogni
pericolo che qui potrebbe derivare a causa del
mio pernottamento, e vi garantiscono del fatto
che io sono capace di essere pienamente grato
di una piccola concessione.“ - „Lo so“, disse il
locandiere, e ripeté: „Questo lo so.“ A quel
punto K avrebbe potuto con calore esprimere il
suo desiderio, ma proprio quella risposta del
locandiere lo rendeva perplesso, per cui si
limitò a chiedere:“ Molti signori funzionari del
castello pernottano qui, oggi?“ - „Da questo
punto di vista stanotte non va male“, disse il
locandiere in certo modo seduttivo. „Di loro ne
è rimasto uno solo.“ Non poteva continuare a
insistere, K, sperava inoltre di essere già quasi
accettato, a quel punto; così si limitò a
chiedere il nome di quel signore. „Klamm“,
disse il locandiere di rimando intanto che si
voltava verso sua moglie, la quale, vestita sì di
un fine abito cittadino, ma particolarmente
consunto, passato di moda , appesantito da
crespe e pieghe, arrivava affannata. Voleva il
locandiere, perché il signor direttore aveva un
qualche desiderio. Prima di andare il locandiere
si volse a K, come se non lui, ma K dovesse
decidere per il pernottamento. K non seppe dir
nulla, specie la circostanza che il suo capo era
lì, lo sconcertava. Senza saperselo spiegare del
tutto non si sentiva nei confronti di Klamm
tanto libero come nei confronti del castello;
esser colto lì da lui, non sarebbe stato
spaventoso nel senso del locandiere, ma pure
sarebbe stato penoso e sconveniente all'incirca
come se avesse cagionato sventatamente un
dolore a qualcuno cui era obbligato; inoltre lo
opprimeva assai vedere che in tale sua
esitazione manifestamente si segnalavano già
le temute conseguenze dell'esser lavoratore e
subordinato, e che lì, dove esse si
presentavano, lui non era neppure in grado di
soffocarle. Stette così senza dir nella
mordendosi le labbra. Ancora una volta il
locandiere, prima di scomparire in una porta,
guardò indietro a K. Questi gli andò dietro con
lo sguardo e non si mosse da dov'era fino a
quando Olga non arrivò e lo tirò via. „Che cosa
volevi dal locandiere?“ - chiese Olga. „Volevo
pernottare qui“, disse K. „Eppure pernotterai a
casa nostra“, disse Olga stupita. „Sì, certo“,
disse K lasciandole l'interpretazione delle sue
parole.

Terzo capitolo

La mescita era grande, il banco stava nel


mezzo d'una stanza completamente vuota,
sedevano alle pareti in prossimità dei barili e
sopra alcuni villici, che avevano però un
aspetto diverso rispetto a quelle presenti nella
locanda di K. Erano più puliti e uniformemente
vestiti di grezza stoffa giallo grigia, i giacchetti
erano imbottiti, le camicie aderenti. Si trattava
di uomini piccoli a prima vista tra loro assai
somiglianti, con volti schiacciati, ossuti eppur
tuttavia avevano guance piene. Tutti erano
tranquilli e si muovevano appena, seguivano
solo con lo sguardo chi entrava, ma con
lentezza e indifferenza. Ciò nonostante fecero
un certo effetto su K, perché erano numerosi e
c'era tanto silenzio. Lui riprese il braccio di
Olga, ciò per spiegare a quelli la sua presenza
lì. Da ogni parte si alzava un uomo, un
conoscente di Olga, e stava per andar da lei,
ma K la voltò agganciandola con un braccio in
un'altra direzione. Nessuno a parte lei notò la
cosa, lei la sopportò con uno sguardo
sorridente di lato.
La birra venne mesciuta da una giovinetta che
si chiamava Frieda, non appariscente, piccola,
bionda, con gli occhi tristi e le guance magre,
che però con il suo sguardo sorprendeva, era
uno sguardo particolarmente lucido. Quando
tale sguardo cadde su K a lui parve che esso
avesse già liquidato le cose che lo riguardavano
e di cui lui stesso non sapeva neppure
l'esistenza, della quale però esso lo convinse. K
non smise di guardarla di sfuggita, Frieda,
neanche quando lei già parlava con Olga. Non
sembravano amiche, Olga e Frieda, si
scambiarono soltanto poche fredde parole. K
voleva accelerare la cosa e perciò domandò
repentinamente: „Conoscete il signor Klamm?“
Olga fece una risata. „Perché ridi?“- chiese K
adirato. „Non rido mica“, disse lei, ma rise
ancora. „Olga è davvero ancora una bambina“,
disse K sporgendosi parecchio sopra il banco
per attirare ancora una volta lo sguardo di
Frieda strettamente su di sé. Lei però lo tenne
giù ed a voce bassa disse: „Lo volete vedere, il
signor Klamm?“ K accolse la proposta con
calore. Lei indicò una porta proprio alla sua
sinistra accanto a lei. „C'è uno spioncino,
potete guardare da qui.“ - „E la gente che è
qui?“- chiese K. Lei sbuffò con il labbro
inferiore e lo tirò con una mano incredibilmente
morbida verso la porta. Attraverso lo spioncino
che manifestamente era stato creato con scopi
di osservazione, lui abbracciò con lo sguardo
quasi l'intera stanza accanto.
Ad una scrivania in mezzo alla stanza, su una
comoda sedia con la spalliera rotondeggiante,
si trovava, illuminato con forza da una lampada
ad incandescenza appesa bassa davanti a lui, il
signor Klamm. Un signore di taglia media,
grasso, goffo. Il volto era ancora liscio, ma le
guance calavano un po' già con il peso dell'età.
Il pizzo nero era parecchio lungo. Un paio di
occhiali a stringi naso riflettenti, messi di
sbieco, coprivano gli occhi. Se fosse stato
seduto del tutto al tavolo K avrebbe visto solo
il suo profilo; poiché però Klamm era voltato
parecchio, lui lo guardò bene in viso. Aveva il
gomito sinistro appoggiato al piano della
scrivania, la mano sinistra in cui teneva un
Virginia, riposava sul ginocchio. Sul piano della
scrivania c'era un bicchiere di birra; poiché il
bordo al margine della scrivania era alto, K non
poté vedere bene se c'era qualche documento
scritto, ma gli sembrò che il piano della
scrivania fosse vuoto. Per sicurezza chiese a
Frieda di guardare dal buco e di dargli
schiarimenti in merito. Dal momento però che
era stata da poco nella stanza fu senz'altro in
grado di confermare che lì non c'erano
documenti scritti. K le domandò se doveva già
andarsene, ma lei disse che poteva guardare
attraverso il buco finché ne aveva voglia. In
quel momento erano soli, Olga si era ritrovata
con i suoi conoscenti, lui se n'era accertato
fuggevolmente, sedeva in alto su un barile e
dimenava i piedi. „Frieda“,mormorò K, „lo
conoscete bene il signor Klamm?“- „Ma certo“,
disse lei. „Molto bene.“ Si appoggiò vicino a K e
scherzosamente si aggiustò, come subito ne
s'accorse K, la camicetta color crema, leggera,
scollata che stava sul suo povero corpo come
cosa estranea. Poi disse: „Vi ricordate della
risata di Olga?“ - „Sì, Olga la sgarbata“, disse
K. „Orbene“, disse lei conciliante, „ce n'era
motivo. Voi chiedevate se io conosco Klamm, e
io sono“ - a quel punto si eresse senza volere
un poco e di nuovo fu attraversata da uno
sguardo su K, di vittoria, che non aveva nulla a
che fare con quel che veniva detto - „sono la
sua amante“ - „Amante di Klamm“, disse K. Lei
annuì. „Allora siete“, disse K sorridendo per
non far sorgere troppa serietà tra loro due,
„una persona rispettabile, per me,“ - „Non solo
per voi“, disse Frieda, gentile, ma senza
raccogliere il sorriso di lui. K aveva un mezzo
contro la sua alterigia, e lo usò; chiese: „Siete
già stata al castello?“ Tuttavia non funzionò,
perché lei rispose: „No, ma non è sufficiente
che io sia qui al banco delle mescite?“ La sua
ambizione manifestamente era folle e proprio
con K sembrava che lei la volesse saziare. „ma
certo“, disse K, „qui a banco delle mescite,
come no, voi ne capite, del lavoro del
locandiere.“ - „Proprio così“, disse lei, „ed ho
cominciato a servizio nella scuderia nella
locanda del ponte.“ - „Con queste mani
morbide?“ - disse K, a metà chiedendolo, e non
lo sapeva neanche lui se stava solo adulandola
o se davvero era anche conquistato da lei. Del
resto quelle mani erano piccole e morbide; ma
si sarebbero potute anche dire fiacche ed
insignificanti. „Nessuno ci ha badato, allora“,
disse lei, „e anche ora ...“ K la guardò
interrogativo. Lei scosse il capo e non volle
continuare. „Naturalmente avete“, disse K, „i
vostri segreti e non ne parlerete con nessuno
che conoscete da una mezz'ora e che ancora
non ha avuto alcuna occasione di raccontarvi
com'è davvero che gli vanno le cose.“ Fu però,
come si vide, un'osservazione sbagliata, fu
come se lui avesse svegliato Frieda da un
piacevole sopore. Lei prese dalla borsa di cuoio
che aveva attaccata alla cintura, un pezzettino
di legno, ci tappò lo spioncino e disse a K,
visibilmente controllandosi, per non lasciare
che lui notasse alcunché del cambiamento della
sua disposizione: „Per quel che vi riguarda so
tutto, voi siete l'agrimensore“, e poi aggiunse:
„Ora però devo lavorare“, e andò al suo posto
dietro il banco della mescita intanto che qua e
là qualcuna dei presenti si alzava per farsi
riempire il suo bicchiere vuoto da lei. K voleva
ancora parlarci con discrezione, perciò prese un
bicchiere vuoto da dove stava e andò da lei:
„Ancora una cosa, signorina Frieda“, disse, „è
straordinario e serve una forza superiore per
avanzare dal servizio di scuderia a quello di
ragazza addetta alle mescite, ma per una tale
persona è con ciò raggiunta la meta finale?
Domanda sciocca. Nei vostri occhi, non mi
canzoni, signorina Frieda, non parla tanto la
battaglia trascorsa, quanto la futura. Ma le
opposizioni del mondo sono grandi e
aumentano di grandezza con la crescita delle
mete, e non c'è alcuna vergogna
nell'assicurarsi l'aiuto sia pure di un uomo
modesto, privo di influenze eppure combattivo.
Forse una volta potremmo parlare insieme con
calma, non tenuti d'occhio da tanta gente.“ -
„Non so, che cosa volete“, lei disse, e nel suo
tono parvero risuonare, a dispetto di quel che
voleva, non le vittorie della sua vita, ma le
infinite delusioni. „Mi volete forse sottrarre a
Klamm? Per l'amor del cielo!“- e congiunse le
mani con un colpo. „Mi avete capito“, disse K ,
innervosito da tanta sfiducia, „proprio questa
era la mia intenzione. Voi dovreste lasciare
Klamm e diventare la mia amante. E con
questo anzi posso andarmene. Olga!“- gridò K.
„Andiamo a casa.“ Obbediente Olga si lasciò
scivolare da sopra il barile, ma non si liberò
subito degli amici che la circondavano. Allora
Frieda disse a bassa voce, squadrando
minacciosa K: „Quando posso parlare con
voi?“- „Posso pernottare qui?“- chiese K. „Sì“,
disse Frieda. „Posso restare qui lo
stesso?“-“Uscite con Olga, in modo che io
possa qui mandar via la gente. Tra poco poi
potete tornare.“- „Bene“, disse K e attese
impaziente Olga. Ma i villici non la lasciarono,
avevano inventato un ballo di cui Olga era il
fulcro, ballavano ruotando attorno a lei, e ad
ogni urlo collettivo uno s'avvicinava ad Olga, la
stringeva forte con una mano ai fianchi e la
faceva mulinare diverse volte, la ruota
danzante si fece sempre più veloce, le urla
fameliche, i rantolii, divennero gradualmente
quasi un suono unico. Olga, che prima voleva
rompere, ridendo, il cerchio, ora non faceva
che barcollare, con i capelli scompigliati,
dall'uno all'altro. „Gente simile, mi mandano“,
disse Frieda mordendosi con rabbia le labbra
sottili. „Chi sono?“ - chiese K. „ stallieri di
Klamm“, disse Frieda. „Continua a portarsi
dietro questa massa la cui presenza mi turba.
So a stento che cosa vi ho detto, signor
agrimensore; se era qualcosa di male,
perdonatemi, ne è responsabile la presenza di
questa gente, sono la cosa più abbietta e
ripugnante che io conosca, e devo riempirgli i
bicchieri di birra. Quante volte ho già pregato
Klamm di lasciarli a casa; devo già sopportare
gli uomini al servizio di altri signori funzionari,
lui potrebbe aver riguardo per me, ma ogni
preghiera è vana; un'ora prima che lui arrivi
sono già a sciamare qui, come bestiame nella
stalla. Ma davvero devono andarci, nella stalla,
di cui fan parte. Se non foste stato voi, avrei
spalancato la porta e lo stesso Klamm li
avrebbe dovuti buttar fuori.“ - „Ma non li
sente?“- chiese K. „No“, disse Frieda. „Dorme.“
- „Cosa?“- gridò K. „Dorme? Quando ho
guardato nella stanza era ancora sveglio e
sedeva al tavolo. „ - „Sta sempre così“, disse
Frieda, „anche quando l'avete visto voi
dormiva. Ve l'avrei lasciato guardare
altrimenti? Era la sua posizione per dormire, i
signori funzionari dormono molto, è una cosa a
stento concepibile. Del resto se non dormisse
tanto come farebbe a sopportare questa gente?
Ora dovrò buttarli fuori io stessa.“ Prese una
frusta in un angolo e balzò verso quelli che
ballavano con un salto unico, strano, non del
tutto preciso, come all'incirca un agnellino.
Prima quelli le si rivolsero quasi fosse
intervenuta come una nuova ballerina, e di
fatto per un attimo parve che lei volesse lasciar
perdere la frusta, ma poi si rianimò. „In nome
di Klamm“, gridò, „nella scuderia! Tutti nella
scuderia!“ E ora videro che faceva sul serio;
impauriti in modo per K incomprensibile
iniziarono a retrocedere verso il fondo della
sala, all'urto del primo di loro una porta si aprì,
l'aria della notte spirò all'interno, e tutti
sparirono insieme a Frieda, che
manifestamente li spinse oltre il cortile nella
scuderia.
Tuttavia nel silenzio improvviso subentrato K
udì passi provenire dall'atrio. Per mettersi in
qualche modo al sicuro saltò dietro il banco
della mescita, sotto cui c'era l'unica possibilità
di nascondersi. Certamente di stare nella
mescita non gli era vietato, ma, siccome voleva
pernottarci, allora doveva evitare di esser
visto. Perciò quando la porta si aprì davvero lui
scivolò sotto il banco. Esser scoperto lì non era
senza dubbio cosa da poco, c'era comunque la
scusa che lui si era nascosto dai villici
scatenati. Era il locandiere. „Frieda!“- chiamò
aggirandosi nella sala.
Per fortuna Frieda arrivò presto senza far
parola su K, si limitò a rammaricarsi dei villici e
premurosa andò a cercar K sotto il banco. K
riuscì a toccarle un piede e da quel momento si
sentì al sicuro. Siccome Frieda non faceva
parola di K, alla fine dovette farlo il locandiere.
„E l'agrimensore dov'è?“- chiese. Era
senz'altro, per via della franca
frequentazione, relativamente lunga, con
persone altolocate, un uomo gentile e ben
educato, però con Frieda parlava in modo
particolarmente attento, ciò colpiva soprattutto
perché, nonostante ciò, nella conversazione lui
non cessava di essere il datore di lavoro
davanti al dipendente, davanti oltre a ciò ad un
dipendente senza peli sulla lingua. „Me ne son
dimenticata completamente, dell'agrimensore“,
disse Frieda mettendo il suo piedino sul petto
di K. „Se n'è andato da un bel pezzo“ - „Ma io
non l'ho visto“, disse il locandiere, „eppure
sono stato quasi tutto il tempo nell'atrio.“ -
„Qui però non c'è“, disse Frieda con freddezza.
„Forse s'è nascosto“, disse il locandiere,
„Stando all'impressione che ho avuto di lui c'è
da crederlo capace di questo e altro.“ -
„Quest'audacia davvero non la avrà“, disse
Frieda pigiando di più il piede su K.
V'era qualcosa di lieto, libero, nel suo
carattere, che K prima non aveva proprio
notato, e che prese, inverosimile, il
sopravvento quando lei improvvisamente
ridendo si abbassò su K con le seguenti parole:
„Forse è nascosto qui sotto“, lo baciò
fuggevolmente e risaltò su dicendo afflitta:
„No, qui non c'è.“
Tuttavia anche il locandiere dette occasione di
stupefazione quando poi disse: „mi è assai
sgradevole non sapere con precisione se è
andato via. Ha a che vedere non solo con il
signor Klamm, ha a che vedere con il
regolamento. Che però vale per voi, signorina
Frieda, come per me. Restate per le mescite, il
resto della casa lo riguardo io. Buona notte!
Buon riposo!“ Non poteva ancora aver lasciato
la sala che già Frieda aveva spento la luce
elettrica e era con K sotto il banco.“Mio tesoro!
Mio dolce tesoro!“- sussurrò, ma senza
nemmeno toccarlo, come fosse stremata
dall'amore, giacque sulla schiena e allargò le
braccia, 'di fronte al mio felice amore non si
contan più le ore' - più che cantarla, questa
canzonetta, la sospirò. Poi saltò su spaventata,
visto che K restava tranquillamente immerso
nei pensieri, e cominciò come una bimba a
tirarlo: „Vieni, che qui sotto si soffoca!“ Si
afferrarono, il corpicino bruciava nelle mani di
K, rotolarono, lui continuando invano a cercare
di fermarsi, alcuni passi lontano, sconsiderati, e
urtarono di brutto sulla porta di Klamm; poi
giacquero sopra il bagnaticcio di birra ed il
resto della sporcizia di cui il pavimento era
coperto. Trascorsero ore, ore di respiri
mescolati, di battiti uniti dei loro cuori, ore
durante le quali K non smise di sentire che
stava perdendosi, oppure s'era così inoltrato
nell'alieno come prima di lui ancora nessuno, in
un alieno dove anche l'aria non aveva niente
dell'aria di casa, dove si era costretti a
soffocare al cospetto dell'alienità e nelle cui
seduzioni insensate non si poteva far null'altro
che proseguire continuando a perdersi. Per cui
non lo spaventò affatto, almeno all'inizio, la
chiamata, dalla stanza di Klamm, d' una voce
profonda, imperiosa-indifferente, ma invece fu
per lui come un albeggiare consolante.
„Frieda“, disse K all'orecchio di Frieda, con ciò
chiamandola di nuovo. Lei voleva saltar su,
davvero innatamente sottomessa, poi si
rammentò dov'era, si stirò, rise tranquilla e
disse: „Ma non ci andrò mai e rimai da quello.“
K voleva obbiettare, voleva spingerla ad
andare da Klamm, cominciò a raccattare quel
che restava della camicetta di lei, ma non riuscì
a dir nulla, troppo felice di avere in mano
Frieda, troppo gioioso-timoroso, perché gli
sembrava che, lasciandolo Frieda, tutto quello
che lui aveva lo abbandonasse. E come se
Frieda fosse rafforzata dal consenso di K,
strinse il pugno e colpì la porta gridando:
„Sono con l'agrimensore! Sono con
l'agrimensore!“ A quel punto Klamm in effetti
taceva, ma K si alzò, s'inginocchiò vicino a
Frieda guardandosi attorno nell'opaca luce del
primo mattino. Cos'era accaduto?Dov'erano
finite le sue speranze?Che cosa poteva
aspettarsi da Frieda, quando tutto era svelato?
Invece di procedere cauto in conformità alla
grandezza dell'avversario e della meta, s'era
rotolato per tutta la notte nel bagnaticcio di
birra, il cui odore era diventato stordente.
„Cos'hai fatto?“ - disse a se stesso
irriflessivamente. „Siamo perduti entrambi.“ -
„No“, disse Frieda, „solo io lo sono, però ho
conquistato te. Sta' calmo, guarda però come
ridono quei due.“ - „Chi?“- chiese K voltandosi.
Sul banco stavano seduti entrambi i suoi
aiutanti, un po' stanchi , ma contenti di quella
contentezza che dà l'aver fatto il proprio
dovere fedelmente. „Cosa volete qui?“- gridò K,
come se fosse tutta colpa loro. Cercò in giro la
frusta che la sera prima ci aveva Frieda. „Ma
avevamo il dovere di cercarti“, dissero gli
aiutanti, „visto che non facevi ritorno da noi
nella sala comune della locanda; ti abbiamo
cercato da Barnabas, e alla fine eccoti qui.
Tutta la notte seduti qui. Servizio mica
semplice.“ - „Mi servite di giorno, non di notte“,
disse K, „via di qua.“ - „Ma ora è giorno“,
dissero senza muoversi. Davvero era giorno, la
porta del cortile venne aperta, Olga e i villici,
che K aveva completamente scordato,
sciamarono dentro. Olga era briosa come la
sera, per quanto l'abito e i capelli fossero un
disastro già sulla porta i suoi occhi cercarono K.
„Perché non sei venuto con me a casa?“ - disse
quasi in lacrime. „Per una simile poco di
buono!“ - disse poi e lo ripeté. Frieda, che per
un momento era sparita, tornò con un fagotto
di biancheria. Olga triste si fece da parte. „Ora
possiamo andare“, disse Frieda; era evidente
che intendeva la locanda del ponte, dove loro
dovevano andare. K con Frieda, gli aiutanti
dietro, questo il corteo. I villici mostrarono
molta attenzione per Frieda, era evidente,
perché lei fin lì aveva dominato con energia;
uno addirittura prese un bastone e fece come
se non la volesse far passare, prima che lei
saltasse al di sopra del bastone; ma bastava il
suo sguardo, a scacciarlo. Fuori nella neve K
respirò per un poco profondamente. La felicità
di essere all'aperto era tanto grande da
rendere stavolta sopportabile la difficoltà del
cammino; fosse stato da solo, K avrebbe
camminato anche meglio. Nella locanda subito
andò in camera e si sdraiò sul letto, Frieda si
preparò un giaciglio lì accanto, per terra. Gli
aiutanti erano entrati per forza, vennero
cacciati, ma poi riapparvero dietro la finestra. K
era troppo stanco per scacciarli ancora. La
locandiera per parte sua venne a salutare
Frieda, venne chiamata 'mammina' da Frieda;
fu un saluto incredibilmente affettuoso, baci e
ripetuti abbracci. Di calma nella cameretta ce
n'era poca, diverse volte anche le serve
vennero coi loro scarponi maschili a far
rumore. Avevano bisogno di prender qualcosa
dal materasso pieno zeppo di svariati oggetti,
tirandolo fuori senza riguardo da sotto K.
Frieda le salutò come sue pari. Nonostante
questa mancanza di calma K rimase a letto
tutto il giorno e tutta la notte. Frieda gli
provvide qualche assistenza. Quando infine la
mattina dopo si alzò rinfrancato era già il
quarto giorno del suo soggiorno nel villaggio.

Quarto capitolo

Avrebbe volentieri parlato con Frieda


nell'intimità, ma gli aiutanti con i quali del resto
Frieda a tratti scherzava e rideva, glielo
impedirono con la loro mera presenza
invadente. Non che fossero esigenti, s'erano
piazzati in un angolo per terra su due vecchi
abiti da donna. Come da loro stabilito con
Frieda, ambivano a non disturbare il signor
agrimensore ed a servirsi del minor spazio
possibile, in tale prospettiva, sempre com'è
naturale tra bisbigli e risate, fecero diversi
tentativi, incrociarono braccia e gambe, si
accoccolarono uno addosso all'altro,
all'imbrunire nel loro angolo si vedeva un gran
groviglio. Ma ciò nonostante purtroppo si
sapeva dalle esperienze fatte alla luce del
giorno che erano osservatori molto attenti, non
smettevano di fissare K ancorché
adoperassero, in un gioco apparentemente
infantile, le loro mani all'incirca come
cannocchiale e facessero simili sciocchezze,
oppure anche solo ammiccassero e
sembrassero occupati soprattutto a prendersi
cura della loro barba di cui moltissimo
gl'importava e che innumerevolmente
sottoponevano all'esame rispettivo della
foltezza e lunghezza, di cui facevano decidere
Frieda.
Sovente K guardava, stando sul letto, i traffici
dei tre con totale indifferenza.
Quando si sentì abbastanza forte da lasciare il
letto tutti s'affrettarono al suo servizio. Non
ancora così forte da poter impedirglielo, notò di
essere incappato, a causa di tal servizio, in una
certa dipendenza da loro che poteva avere
brutte conseguenze, ma dovette lasciar fare.
Non era poi molto spiacevole bere al tavolo il
buon caffè che Frieda era andata a prendere,
scaldarsi alla stufa che Frieda aveva acceso, far
correre su e giù le scale agli aiutanti, fervidi e
inetti, a portare acqua per lavarsi, sapone,
pettine e specchio, e infine, espresso che lui ne
aveva appena, ma in modo trasparente, il
desiderio, anche un bicchierino di rum.
Nel mentre che dava ordini e veniva servito, K
disse, più per estro di comodità che per
speranza di successo: „Andatevene, ora, voi
due, per il momento non ho più bisogno di
nulla e voglio parlar da solo con la signorina
Frieda.“ E non vedendo diretta opposizione sui
loro visi, disse anche, per ripagarli: „Poi noi tre
andiamo dal capo villaggio, aspettatemi giù in
sala.“ Stranamente eseguirono, solo che prima
di andare dissero ancora: „potremmo aspettare
qui.“ E K rispose: „lo so ma non voglio.“
Irritante ma in un certo senso anche benvenuto
fu per K che Frieda, sedutaglisi in grembo
subito dopo che gli aiutanti se n'erano andati,
dicesse: „Che cos'hai caro contro gli aiutanti?
Davanti a loro non dobbiamo aver nessun
segreto, sono fidati.“ - „Accidenti alla
fidatezza“, disse K, „mi stanno addosso di
continuo, è stupido, ma disgustoso.“ - „Credo
di capirti“, disse lei attaccandoglisi al collo,
voleva dire ancora qualcosa, ma non parlò
oltre; dato che la sedia si trovava vicino al letto
vi si dondolarono sopra cadendo sul letto. Lì
giacquero, ma non con l'abbandono dell'altra
notte. Di qualcosa aveva voglia lei, di qualcosa
lui, con rabbia, smorfie, si piantarono il capo
reciprocamente in seno, ne andarono alla
ricerca, di quel qualcosa, ed i loro abbracci, i
loro corpi arroganti non li fecero immemori,
ricordando loro invece il rovello del desiderio;
rasparono i loro corpi come cani disperati; e
goffamente, delusi, per cogliere ancora l'ultima
felicità, fecero andare più volte le loro lingue,
l'un l'altra, sul viso. Solo la stanchezza li rese
quieti e reciprocamente grati. A parte ciò, le
serve vennero su: „va' come stanno, qui“,
disse una, e gli buttò per compassione un
cencio sopra.
Quando più tardi K se ne liberò e si guardò
intorno, c'erano di nuovo, nel loro angolo, gli
aiutanti - non se ne stupì - che si ammonivano
l'un con l'altro ad esser seri indicando K e
salutandolo; inoltre, stretta al letto sedeva la
locandiera, lavorava a maglia una calza,
un'attività poco armonica con la sua colossalità
pressoché oscurante la stanza. „Sto aspettando
già da un pezzo“, disse sollevando il viso,
largo, attraversato da molte rughe, ma nella
sua gran massa ancora pieno e, forse, un
tempo bello. Le parole suonarono come un
rimprovero, di quelli pedanti, infatti K non
aveva certo chiesto che lei venisse. Dette la
convalida quindi solo a forza di cenni del capo
alle parole di lei, e si tirò su. Anche Frieda si
alzò, si staccò da lui e si appoggiò alla sedia
della locandiera. „Signora locandiera, non
potreste“, disse K perplesso, „rimandare quel
che volete dirmi a quando faccio ritorno dal
capo villaggio dove ho un colloquio
importante?“ - „Questo qui è più importante,
credetemi, signor agrimensore“, disse la
locandiera, „lì si tratta probabilmente solo d'un
lavoro, invece qui si tratta d'una persona, di
Frieda, la mia cara serva.“ - „Ah ecco“, disse K,
„allora benissimo; solo che non so perché
questa cosa non si lasci a noi due.“ - „Per
amore, per premura“, disse la locandiera e
attirò verso di sé la testa di Frieda che,
reggendosi su una spalla, toccò la locandiera.
„Poiché Frieda si fida tanto di voi“, disse K,
„questo vale anche per me. E poiché da poco
Frieda ha definito i miei aiutanti fidi, certo
siamo tra amici. Allora posso dirvi, signora
locandiera, che riterrei un'ottima cosa se Frieda
ed io ci sposassimo, e prestissimo. Purtroppo,
purtroppo non potrò con ciò rimpiazzare quel
che per causa mia lei ha perduto, il posto
presso la locanda dei signori funzionari e
l'amicizia di Klamm.“ Frieda sollevò il viso, i
suoi occhi erano pieni di lacrime, niente di
vittorioso in loro. „Perché io? Perché proprio a
me doveva capitare?“ - „Come?“ - chiesero K e
la locandiera all'unisono. „E' confusa, la povera
bambina“, disse la locandiera, „confusa
dall'aver incontrato insieme fortuna e sfortuna
in quantità,“ Ed a confermare queste parole
allora Frieda si precipitò su K, lo baciò
selvaggiamente, quasi che nessuno fosse nella
stanza, e poi si mise a piangere continuando ad
abbracciarlo, inginocchiata davanti a lui.
Mentre K passava le sue mani nei capelli di
Frida, chiese alla locandiera: „Mi date ragione?“
- „Siete un galantuomo“, disse la locandiera,
anche lei aveva nella voce il pianto, pareva un
po' in difficoltà fisica e respirava a fatica; ciò
nonostante trovò ancora la forza di dire: „Ci
saranno da considerare ora certe garanzie che
dovete dare a Frieda, infatti, per quanto anche
grande sia la stima che ho per voi, siete
purtuttavia un forestiero, non potete appellarvi
a nessuno, la vostra situazione famigliari è
ignota, qui. Garanzie sono dunque necessarie,
lo terrete in considerazione, caro signor
agrimensore, anche voi stesso avete
puntualizzato quant'è ciò che per sempre perde
Frida legandosi a voi.“ - „Certo, garanzie,
naturale“, disse K, „che saranno date davanti al
notaio, è certo la cosa migliore, ma anzi, anche
altre autorità comitali c'entreranno, forse. Del
resto anch'io devo prima delle nozze liberarmi
di qualcosa, assolutamente. Devo parlare con
Klamm.“ - „E' impossibile“, disse Frieda
sollevandosi un poco e stringendosi a K, „che
razza d'idea!“ - „Deve avvenire“, disse K. „Se a
me è impossibile ottenerlo, lo devi fare tu.“ -
„Non posso, K, non posso“, disse Frieda,
„Klamm non parlerà mai con te. Come puoi
anche solo pensare che Klamm parlerà con te!“
- „E con te parlerebbe?“ - chiese K. „Neanche
con me“, disse Frieda, „non con te, non con
me, si tratta di pure impossibilità.“ Si volse
verso la locandiera allargando le braccia: „Non
vedete, signora locandiera, che cosa vuole?“ -
„Siete bizzarro, signor agrimensore“, disse la
locandiera, ed era spaventoso come in quel
momento sedeva eretta, le gambe piazzate
distanti tra loro, le poderose ginocchia spinte in
avanti dentro l'abito scuro. „Volete
l'impossibile.“ - „Perché è impossibile?“ - chiese
K. „Ve lo spiegherò“, disse la locandiera in un
tono come se tale spiegazione non fosse,
all'incirca, un estremo favore, ma già la prima
sentenza da lei pronunciata, „ ve lo spiegherò
volentieri. Certamente non faccio parte del
castello, sono soltanto una donna e solo una
locandiera in una locanda, questa, di infima
importanza - non infima, ma poco ci manca - e
così potrebbe essere che voi conferiate poca
importanza alla mia spiegazione, tuttavia nella
mia vita ho tenuto gli occhi aperti, ho avuto a
che fare con molta gente e da sola ho
sopportato l'intero peso della gestione della
locanda, perché mio marito, certamente, è un
bravo giovane, ma non è un locandiere e non
capirà mai cos'è la responsabilità. Voi ad
esempio lo dovete soltanto alla sua negligenza
- io quella sera ero già stanca da stramazzare -
il fatto che vi troviate qui nel villaggio, che
state a letto beato e contento.“ - „Come?“ -
chiese K, svegliandosi da una certa perplessità,
eccitato più dalla curiosità che non
dall'irritazione.
„Lo dovete soltanto alla sua negligenza!“ -
gridò di nuovo la locandiera, tenendo l'indice
dritto contro K. Frieda cercò di placarla. „Tu,
che vuoi?“ - disse la locandiera rapidamente
voltandosi con l'intero corpo. „Il signor
agrimensore mi ha fatto una domanda e io
devo rispondergli. Come, inoltre, deve capire
quel che è evidente, che il signor Klamm non
parlerà mai con lui, ma che dico 'parlerà“, non
può parlarci mai. Ascoltate, signor
agrimensore! Il signor Klamm è un signor
funzionario del castello, il che significa già di
per sé, del tutto a prescindere dalla posizione
ventura di Klamm, un rango assai elevato. E
che cosa siete voi, da cui noi qui aspiriamo
umilmente ad ottenere la volontà di sposarsi?
Non siete del castello, non siete del villaggio,
non siete nulla. Purtroppo qualcosa però siete,
eppure, un forestiero, uno che per la via è di
troppo in ogni dove, uno a causa del quale si è
continuano ad avere seccature, a causa del
quale le serve devono sloggiare, uno le cui
intenzioni sono ignote, uno che ha traviato la
nostra carissima Friedina ed al quale purtroppo
bisogna darla in moglie. Di tutto ciò non vi
rimprovero mica, in fondo. Siete quel che siete;
in vita mia ne ho già visti troppi perché io non
possa sopportarne di nuovo la vista. Ora però
esponete quel che volete davvero. Un uomo
come Klamm deve parlar con voi! Con dolore
ho sentito che Frieda vi ha lasciato guardare
dallo spioncino, già quando lo fece era traviata
da voi. Ditemi, come avete fatto a tollerare la
vista di Klamm? Non dovete rispondere, lo so,
l'avete tollerato assai bene. Non siete neppure
capace di vederlo davvero, Klamm, non è
arroganza, da parte mia, poiché neanch'io ne
sono capace. Klamm deve parlare con voi, ma
lui non parla neanche con le persone del
castello, ed ancora non ha mai parlato con la
gente del villaggio. Anzi era la grande
distinzione di Frieda, distinzione che fino al
termine della mia vita sarà il mio orgoglio, che
lui almeno avesse cura di farne il nome e che
lei potesse parlargli a piacere ed avesse
l'accesso allo spioncino, tuttavia con lei non ha
mai parlato. E che talvolta la chiamasse non
può affatto avere l'importanza che si potrebbe
facilmente attribuire a ciò, lui chiamava
semplicemente il nome 'Frieda' - chi conosce le
sue intenzioni? - che Frieda com'è naturale
accorresse era affar suo, e che, senza
obbiezioni, lei venisse ammessa alla sua
presenza, era bontà di Klamm, ma che lui
l'avesse addirittura chiamata non si può
sostenere. Senza dubbio a questo punto quel
che è stato è finito per sempre. Forse Klamm
chiamerà ancora il nome 'Frieda', è possibile,
ma lei non sarà più di certo ammessa alla di lui
presenza, una ragazza che ha bazzicato con
voi. E solo una cosa, solo una cosa non ce la
faccio a capirla con la mia povera testa, che
una ragazza di cui si diceva che fosse l'amante
di Klamm - definizione che del resto io ritengo
assai esagerata - si è fatta anche solo toccare
da voi.“
„In effetti è strano“, disse K prendendosi in
grembo Frieda, che subito, ancorché a testa
china, obbedì, „ciò prova però, io credo, che
non tutto sta esattamente come credete voi.
Così, per esempio, avete certo ragione quando
dite che davanti a Klamm io sono uno zero; ed
anche se ora io pretendo di parlare con Klamm
e nemmeno dalle vostre spiegazioni ne son
distratto, con ciò non è detto ancora che io sia
in grado anche solo di sopportarne la vista
senza la mediazione della porta, se pure non
corro via dalla stanza già al suo apparire.
Tuttavia una simile ancorché giustificata
paurosità non è per me ancora minimamente
motivo di non osare, tuttavia, la cosa. Se mi
riesce di fronteggiarlo, però, allora non è
nemmen necessario che lui mi parli, mi basta
vedere l'effetto che gli fanno le mie parole, e se
non gliene fanno affatto o non le sente
nemmeno, tuttavia ci ho il tornaconto di aver
parlato liberamente davanti a un potente. Voi
però, signora locandiera, con la vostra gran
conoscenza della vita e delle persone, e Frieda,
che ancora ieri era l'amante di Klamm - non
vedo alcun motivo di desistere da questa
parola - potete certo facilmente procurarmi
l'occasione di parlare con Klamm; non è
possibile in alcun altro modo? - allora
precisamente nella locanda dei signori
funzionari, forse lui è lì anche oggi.“
„Impossibile“, disse la locandiera, „e vedo che
vi manca la capacità di capirlo. Tuttavia dite, di
che cosa volete parlare con Klamm?“ - „Di
Frieda, naturalmente“, disse K.
„Di Frieda?“ - chiese la locandiera, senza
capire, volgendosi verso Frieda. „Lo senti,
Frieda, vuol parlare di te con Klamm, con
Klamm.“
„Ah“, fece K, „signora locandiera, siete una
donna così saggia, che incute rispetto, eppure
siete intimorita di ogni piccolezza. Ordunque,
voglio parlare di Frieda con lui, non è mica
tanto più abominevole di quanto non sia auto
evidente. Infatti certo vi sbagliate se credete
che Frieda sia divenuta insignificante per
Klamm dal momento della mia comparsa. Lo
sottovalutate, se credete questo. Ho la precisa
sensazione che sia presuntuoso da parte mia
volervi illuminare in questa direzione, ma lo
devo pur fare. Nulla può a causa mia venir
mutato nel rapporto di Klamm con Frieda. O
non c'era alcun significativo rapporto - dicono
questo coloro i quali privano Frieda
dell'onorevole nome di amante - e allora non
c'è neppure oggi; oppure c'era, e allora in qual
modo potrebbe, a causa mia, uno zero agli
occhi di Klamm, come voi a ragione dite, in
qual modo potrebbe Frieda esser disturbata a
causa mia. Tali cose si credono nell'attimo
iniziale dello sbigottimento, ma già la più
modesta riflessione deve rettificarlo. Lasciamo
del resto che Frieda dica però la sua opinione
in merito.“
Con lo sguardo che vagava lontano, appoggiata
una guancia al petto di K, Frieda disse: „E'
certo come dice mammina: Klamm di me non
ne vuol più sapere nulla. Ma assolutamente
non perché tu, amore, sei arrivato, niente di
simile avrebbe potuto scuoterlo. Invece credo,
davvero, che sia opera sua quel che c'è
capitato sotto il banco; benedetta sia l'ora, non
maledetta.“ - „Se è così“, disse K lentamente,
infatti le parole di Frieda erano miele, chiese gli
occhi per qualche secondo per lasciarsi
penetrare da esse,“se è così c'è ancor meno
ragione di aver timore d'una spiegazione con
Klamm.“
„Davvero“, disse la locandiera guardando
dall'alto in basso K, „mi ricordate a volte mio
marito, siete come lui, tanto infantile ed
ostinato. Qui da pochi giorni, e già volete saper
tutto meglio di chi c'è nato, meglio di me che
sono vecchia, e meglio di Frieda, che tante ne
ha viste e udite nella locanda dei signori
funzionari. Non nego che sia possibile cogliere
magari qualcosa che è del tutto contro le
regole e contro la tradizione; non ho vissuto
cose simili, ma a quanto pare ce ne sono
esempi, può essere; ma allora non successe
certo secondo la modalità da voi usata, quella
di continuare a dir 'No, no', di fidarsi solo della
propria testa e di far finta di non sentire i
consigli sinceri. Credete che mi preoccupi di
voi, per caso? Mi sono preoccupato di voi
quando eravate da solo? Anche se sarebbe
stato bene e molto si sarebbe evitato. L'unica
cosa che ho detto a mio marito su di voi, quella
sera, fu: 'tienti lontano da lui.' Ciò sarebbe
stato valido ancora oggi, per me, se Frieda non
fosse stata tirata dentro la vostra vicenda. E' a
lei che dovete - vi piaccia o meno - la mia
premura, anzi, addirittura la mia attenzione. E
non potete semplicemente respingermi, poiché
siete seriamente responsabile davanti me,
l'unica che veglia con materna sollecitudine
sulla piccola Frieda. Possibile che Frieda abbia
ragione, che tutto ciò che è successo dipenda
dal volere di Klamm; ma io ora di Klamm non
so nulla; non parlerò mai con lui, lui mi è
totalmente irraggiungibile; invece voi state qui,
tenete la mia Frieda e - perché nasconderlo? -
sarete tenuto da me. Sì, da me, infatti,
giovanotto, se vi butto fuori di casa, cercatelo,
un alloggio da qualche parte nel villaggio, e sia
pure un casotto da cani.“
„Grazie“, disse K, „sono parole chiare, e vi
credo in tutto. Tanto incerta è dunque la mia
posizione e quella di Frieda ne dipende.“
„No!“ - gridò la locandiera nel frattempo
infuriatasi. „La posizione di Frieda non ha nulla
a che fare con la vostra, da questo punto di
vista. Frieda fa parte della mia casa, e nessuno
ha il diritto di chiamare incerta la sua posizione
qui.“
„Va bene, va bene“, disse K, „vi do ragione
anche su questo, specialmente perché Frieda
per motivi a me ignoti mostra di aver troppa
paura di voi, per intromettersi. Continuiamo
dunque provvisoriamente con me. La mia
posizione è incertissima, questo non lo negate,
ma vi sforzate di provarlo. Come su tutto quel
che dite, anche questo è soltanto in massima
parte giusto, ma non interamente. Così io so
per esempio di un posto per la notte
veramente buono che è libero.“
„Ma dove? Dove?“- proruppero Frieda e la
locandiera tanto simultanee e con tale
impazienza come se avessero la stessa
motivazione per chiederlo. „Da Barnabas“,
disse K.
„Pezzenti!“- gridò la locandiera. „Scaltri
pezzenti! Da Barnabas! State a sentire -“ e si
volse verso l'angolo, ma gli aiutanti già da un
bel pezzo si erano fatti avanti e stavano a
braccetto dietro la locandiera che, come se in
quel momento avesse bisogno di un sostegno,
afferrò la mano di uno di loro, „state a sentire
dov'è che questo signore gironzola, nella
famiglia del Barnabas! Certo, che lì gli danno
un posto per dormire, accidenti, magari
l'avesse avuto lì invece che nella locanda dei
signori funzionari! E voi dov'eravate?“
„Signora locandiera“, disse K, ancor prima che
gli aiutanti rispondessero, „sono i miei aiutanti,
ma voi li trattate come se fossero vostri
aiutanti e tuttavia miei controllori. In tutto il
resto sono disposto almeno a discutere
cortesemente le vostre opinioni, riguardo i miei
aiutanti non sono disposto, perché in questo
caso la cosa e anche troppo chiara! Per cui vi
prego di non parlare con i miei aiutanti, e se
non doveste soddisfare la mia preghiera, io
proibisco loro di rispondervi.“
„Dunque non ho il permesso di parlare con
loro“, disse la locandiera, e tutti e tre risero, lei
canzonatoria, ma assai più delicata di quel che
K si era atteso, gli aiutanti nel loro modo
abituale, ingiustificabile e indicativo di molto e
di nulla.
„Non t'incattivire“, disse Frieda, „tu devi
comprendere la nostra agitazione in modo
giusto. Se si vuole, lo dobbiamo solo a
Barnabas, che noi ora ci apparteniamo
reciprocamente. La prima volta che ti ho visto
nell'osteria - venivi attaccato a Olga - già
sapevo diverse cose di te, ma in generale mi
eri del tutto indifferente. Orbene, non soltanto
tu mi eri indifferente, quasi tutto, quasi tutto lo
era per me. Anzi, allora ero insoddisfatta di
molte cose, e diverse mi irritavano, e che razza
di insoddisfazione e irritazione! Per esempio mi
urtava uno degli avventori della mescita, mi
stavano sempre dietro - li hai visti lì quei
giovanotti, ce n'erano però anche di peggio, gli
uomini al servizio di Klamm non erano i
peggiori - dunque uno mi dava noia, in che
cosa? Era per me come se fosse accaduto molti
anni prima o come se non fosse accaduto a
me, o come se l'avessi sentito raccontare, o
come se io stessa l'avessi già dimenticato. Però
non riesco a descriverlo, neppure a
immaginarlo, così tutto è mutato, da quando
Klamm mi ha lasciato.“
Frieda interruppe il suo racconto, triste
abbassò la testa e tenne strette in grembo le
mani.
„Vedete“, proruppe la locandiera, ciò facendo
come se non fosse lei a parlare, ma invece
prestasse la sua voce a Frieda, si avvicinò e
sedé vicinissima a Frieda, „le vedete, signor
agrimensore, le conseguenze dei vostri atti, ed
anche ai vostri aiutanti, con cui anzi io non ho
il permesso di parlare, piace osservare il vostro
ammonimento! Se avete strappato Frieda dalla
condizione più fortunata che a lei fosse mai
stata attribuita, vi è riuscito prima di tutto
perché Frieda, con la sua esagerata
compassione da bambina, non poté tollerare
che voi foste attaccato al braccio di Olga e così
appariste consegnato alla famiglia del
Barnabas. Vi ha tratto in salvo e con ciò si è
immolata. E ora che è successo che Frieda ha
barattato tutto quel che aveva per la fortuna di
sedervi sulle ginocchia, eccovi a giocare la gran
carta vincente che quella notte avevate
l'opportunità di avere il permesso di pernottare
da Barnabas. Con ciò mi volete dimostrare che
non dipendete da me. Certo, se aveste davvero
pernottato da Barnabas sareste così
indipendente da me che subito e con la
massima sollecitudine dovreste lasciare la mia
casa.“
„Cosa abbia fatto di male la famiglia del
Barnabas io non lo so“, disse K cautamente
sistemando pian piano Frieda, esanime, sul
letto, ed alzandosi, „forse avete ragione in
merito, ma io certissimamente avevo ragione
quando vi ho supplicato di lasciare a noi
soltanto, a me ed a Frieda, gli affari nostri.
Accennavate prima a qualcosa, amore e
sollecitudine, di cui non ho poi però notato
molto, molto di più invece ho notato odio,
disprezzo e sfratto. Forse avete progettato, a
questo proposito, di allontanare Frieda da me o
me da Frieda, anzi, era stato fatto davvero con
abilità; ma non vi riuscirà, io credo, e se vi
dovesse riuscire ve ne pentirete amaramente -
permettete anche a me per una volta un'oscura
minaccia. Per quel che riguarda l'abitazione che
voi mi concedete - con ciò potete intendere
soltanto questo buco ripugnante - non è
assolutamente certo che lo facciate di vostra
volontà, assai di più sembra essere, quanto a
ciò, un'indicazione dell'autorità comitale. Io ora
segnalerò lì che qui mi è stato revocata, e
quando poi mi si assegna un'altra abitazione,
voi potrete tirare un sospirone bello liberatorio,
io però anche più profondo. E adesso vado per
queste ed altre ragioni dal capo villaggio; per
favore, prendetevi almeno cura di Frieda che
avete, con i vostri discorsi per dir così materni,
abbastanza mal ridotto.“
Poi si volse agli aiutanti. „Venite!“ - disse,
prese la klammiana dal gancio e stava per
andare. La locandiera l'aveva seguito in silenzio
con lo sguardo, quando lui aveva già la mano
sulla maniglia disse: „Signor agrimensore, vi
do ancora qualcosa visto che siete di partenza,
infatti per quanti discorsi vi vada di fare e per
quanto abbiate intenzione anche di offendermi,
me, una donna anziana, lo stesso siete il futuro
marito di Frieda. Solo per questo vi dico che
siete terribilmente ignaro delle situazioni
presenti in questo luogo, a uno gira la testa
quando vi si sta a sentire e quando si confronta
mentalmente quel che dite e opinate con la
realtà vera. Tale inconsapevolezza non è
rimediabile in una volta e forse non lo è
affatto; ma può migliorare molto se un poco mi
credete e ve la tenete sempre davanti agli
occhi, questa inconsapevolezza. Diventerete
allora per esempio subito più equilibrato nei
miei confronti e comincerete a intuire che razza
di terrore ho provato - e le conseguenze del
terrore durano ancora - quando ho saputo che
la mia carissima Frieda per dir così ha lasciato
l'aquila per legarsi all'orbettino, ma la
situazione vera è certamente anche molto più
grave, e io devo continuare a cercar di
dimenticarmene, o non riuscirei a dirvi alcuna
parola tranquilla. Ah, di nuovo v'incattivite. No,
non andate ancora, state a sentire solo questa
richiesta: ovunque andiate, restate
consapevole di questo, che qui siete il più
insipiente, e siate prudente; qui da noi, dove la
presenza di Frieda vi protegge dai guai, vi
piace liberarvi il cuore a suon di chiacchiere,
qui per esempio potete segnalarci com'è che
progettate di parlare con Klamm; basta che
nella realtà, nella realtà, ve ne prego, non lo
facciate!“
Si alzò un po' vacillante per l'emozione, andò
da K, gli prese una mano e lo guardò
implorante. „Signora locandiera“, disse K, „non
capisco perché per una cosa del genere voi vi
abbassiate a pregarmi. Se per me è
impossibile, come dite, parlare con Klamm, non
riuscirò a farcela, sia che mi si preghi o no. Se
però dovesse essere possibile, perché allora
non devo farlo, specialmente perché allora con
il venir meno del vostro argomento principale
anche le vostre ulteriori paure divengono
discutibili assai. Ovvio, io sono insipiente, tale
verità rimane valida comunque, e questo per
me è molto triste; ma ciò ha anche il vantaggio
che l'insipiente osa di più, perciò ho intenzione
di tollerare volentieri l'insipienza e le sue certo
cattive conseguenze ancora un pochino, quanto
le forze ce la fanno. Tali conseguenze però
riguardano in sostanza solo me, perciò
soprattutto non capisco perché mi preghiate. Vi
preoccuperete certo sempre di Frieda, e, se
sparisco del tutto dal suo orizzonte, ciò stando
alla vostra logica può significare soltanto una
fortuna. E dunque di cosa avete paura? Non
temete forse che tutto all'insipiente appaia
possibile?“ a questo punto K stava aprendo la
porta, „non temete forse per Klamm?“ La
locandiera lo seguì con lo sguardo senza
parlare mentre lui scendeva in fretta e gli
aiutanti lo seguivano.
Quinto capitolo

Il colloquio con il capo villaggio a K dava, quasi


meravigliandolo, poche preoccupazioni. Cercò
di spiegarsi la cosa come segue, secondo le sue
esperienze fin lì fatte aver a che fare per motivi
burocratici con le autorità comitali era stato per
lui molto semplice. La ragione era da una parte
che, riguardo al trattamento della sua pratica,
manifestamente era stata fatta valere una
regola precisa e per sempre, a lui
apparentemente favorevole, d'altra parte la
ragione risiedeva nella ammirevole monotonia
del servizio, che s'indovinava specialmente
benvenuto specie lì dove probabilmente non
c'era. Bastava che alle volte K pensasse a
questa cosa per trovare quasi quasi la sua
situazione soddisfacente, anche se si diceva
sempre alla svelta, dopo un simile accesso di
piacere, che proprio lì c'era pericolo.
Aver a che fare direttamente con le autorità,
anzi, non era troppo difficile, dato che le
autorità dovevano, per quanto potessero
essere ben organizzate, sempre propugnare
cose remote, invisibili, solo in nome di quei
remoti, invisibili signori funzionari, mentre K
lottava per qualcosa di vivissimamente vicino,
per sé stesso; oltre a ciò, almeno
inizialissimamente, lottava di sua propria
volontà, dato che lui era all'attacco; e non
soltanto lui lottava per sé, manifestamente
lottavano anche altre forze da lui ignorate, ma
cui poteva credere in riferimento alle
disposizioni delle autorità. Dal momento però
che le autorità gli venivano molto incontro fin
da principio in cose secondarie - non era stato
in questione fin lì qualcosa di meno secondario
- gli toglievano la possibilità di una modesta,
facile vittoria, e, con quella possibilità, la
relativa soddisfazione, e la ben fondata
personale sicurezza per ulteriori più importanti
battaglie. Invece della lotta esse lasciavano che
K bighellonasse, certo soltanto internamente al
villaggio, dove desiderava, con ciò viziandolo e
infiacchendolo, eliminando, eccoci, soprattutto
ogni lotta, con ciò facendolo perdere nella vita
privata, limitata, triste, tra estranei. In tal
modo, se lui non stava sempre in guardia,
poteva ben accadere che un giorno, nonostante
tutta la gentilezza delle autorità e nonostante il
completo esaudimento di tutti i così
esageratamente facili doveri burocratici,
ingannato dalla apparente benevolenza
mostratagli, conducesse la sua vita non
lavorativa in modo tanto incauto, eccoci, da
rovinarsi, tanto che l'autorità, ancor sempre
mite e gentile, avrebbe dovuto intervenire
quasi contro la sua volontà, ma in nome di un
qualche a lui ignoto ordinamento pubblico, allo
scopo di sbarazzarsi di lui. E che cos'era, lì, la
sua vita non lavorativa? Da nessuna parte
come lì K aveva visto ufficio e vita così
intrecciati che a tratti poteva apparire che
ufficio e vita si fossero scambiati di posto. Per
esempio, che cosa significava il fin lì solo
formale potere che Klamm esercitava sul
servizio di K, paragonato al potere che Klamm
aveva effettivissimamente nella camera da
letto di K? Il fatto era che un procedura un po'
disinvolta, una certa distrazione nei confronti
delle autorità convenisse, mentre altrimenti
però fosse necessaria sempre gran cautela,
una circospezione totale ad ogni passo.
K trovò presso il capo villaggio confermata
subito in pieno la sua opinione sulle autorità
locali. Il capo villaggio, un uomo gentile,
grasso, ben rasato, era ammalato, aveva un
serio attacco di gotta ed accolse K stando a
letto. „E' dunque il nostro signor agrimensore“,
disse, aveva intenzione di sollevarsi per
salutare, ma non riuscì a farlo e si ributtò sui
cuscini scusandosi accennando alle gambe. Una
donna silenziosa, quasi umbratile nella
penombra della camera miseramente finestrata
e resa più oscura dalle tende, portò a K una
sedia e la mise vicina al letto. „Sedetevi,
sedetevi, signor agrimensore“, disse il capo
villaggio, „e ditemi che cosa desiderate.“ K gli
lesse la di Klamm corredandola con alcune
osservazioni. Riebbe la sensazione della
straordinaria facilità dell'aver a che fare con le
autorità. Ogni onere tolleravano, in pratica,
tutto si poteva loro accollare, e lo stesso si
rimaneva intatti e liberi. Come se a modo suo
lo sentisse anche il capo villaggio, si rigirò a
disagio nel letto. Infine disse: „Signor
agrimensore, ho saputo di questa cosa, come
certo a voi non è sfuggito. Che ancora io non
abbia disposto nulla ha il suo motivo, intanto
nella mia malattia, e poi nel fatto che, dato
che non venivate, già pensavo che vi foste
ritirato dalla cosa. Ma ora, poiché siete così
gentile di venirmi perfino a trovare, devo dirvi
tutta la spiacevole verità. Siete assunto come
agrimensore, come dite; purtroppo però a noi
non serve nessun agrimensore. Non ci sarebbe
il minimo lavoro per lui. I confini delle nostre
piccole proprietà sono tracciati, tutto è
registrato con cura. Cambi di proprietà
capitano a stento, e le piccole liti confinarie le
regoliamo noi stessi. Che ne dobbiamo fare di
un agrimensore?“ K era intimamente convinto,
senza certo prima averci riflettuto, di essersi
aspettato una comunicazione simile. Appunto
per questo poté subito dire: „Ciò mi sorprende
molto. Manda a monte tutti i miei calcoli. Posso
soltanto sperare che ci sia un equivoco.“- „No,
purtroppo“, disse il capo, „è come dico.“ - „Ma
com'è possibile?“- esclamò K. Non ho fatto
questo viaggio senza fine per ora venir
rimandato indietro!“ - „Questo è un'altra
questione“, disse il capo, „che non dipende da
me, però come l'equivoco sia stato possibile,
posso spiegarvelo. Nell'ambito di una autorità
così grande come quella comitale può anche
succedere che una sezione abbia questo
compito, un'altra quello, e che nessuna sappia
dell'altra, il controllo di livello superiore certo è
estremamente ben eseguito, ma arriva per sua
natura troppo tardi, e così però è possibile che
sorga una piccola confusione. Si tratta sempre
com'è naturale solo di irrilevanti minuzie come
per esempio è il caso vostro. Nessun errore è
ancora venuto alla mia conoscenza nell'ambito
delle cose importanti, tuttavia anche le minuzie
sono spesso abbastanza fastidiose. E' quel che
attiene il vostro caso, così voglio raccontarvi
apertamente, senza segretezze d'ufficio - io
non sono all'altezza di un funzionario per le
cose segrete, sono e resto un villico - com'è
andata. Molto tempo fa, allora ero da pochi
mesi capo villaggio, non so più da parte di
quale sezione venne emesso un decreto nel
quale si comunicava nel modo categorico
caratteristico dei signori funzionari che si
doveva chiamare un agrimensore, ed la
municipalità veniva incaricata di tenere a
disposizione per il di lui operare tutti i
necessari piani e disegni. Quel decreto non può
naturalmente aver riguardato voi, infatti fu
emesso molti anni or sono, e non me ne sarei
ricordato ora se non fossi stato a letto malato
avendo abbastanza tempo per rimuginare sulle
cose più risibili. Mizzi“, disse, interrompendo di
colpo il racconto, alla moglie che,
incomprensibilmente affaccendata, sfrecciava
per la stanza, „per favore da' un'occhiata
nell'armadio, forse lo trovi, il decreto.“ - „Mi
spiego“, disse a K, „dal tempo del mio inizio
come capo villaggio ho raccolto tutto.“ La
moglie aprì subito l'armadio, K e il capo
villaggio stettero a guardare. Era strapieno
degli atti. Aprendosi rotolarono fuori due
grossi mazzi degli atti legati come si ha cura di
fare con la legna da ardere, e la donna saltò
spaventata di lato. „In basso, dev'essere in
basso“, disse il capo villaggio dirigendo la
ricerca dal letto. Obbediente lei tirò tutto fuori
dall'armadio raccogliendo gli atti con entrambe
le braccia per arrivare a quelli più in basso. Le
carte già coprivano metà della stanza. „Molto
lavoro è stato sbrigato“, disse annuendo il capo
villaggio, „e questo è solo una piccola parte. Il
più l'ho conservato nel fienile e la massima
parte è andata perduta. Chi ce la fa a tenere
tutto! Comunque nel fienile ce ne ancora
moltissimi.“ - „Ci riesci a trovare il decreto?“- si
voltò di nuovo verso la moglie. „Devi trovare
un documento su cui la parola 'agrimensore' è
sottolineata in blu.“ - „E' troppo scuro, qui“,
disse lei, „andrò a prendere una candela“, e se
ne andò dalla stanza passando sugli atti. „Mia
moglie è per me un gran sostegno in questo
lavoro d'ufficio“, disse il capo villaggio, „che
deve venir fatto come sovrappiù. Certo, per i
lavori di tipo scritturale anche un aiuto, il
maestro, ciò nonostante è impossibile finire,
rimane sempre molto lavoro in sospeso che si
trova raccolto lì in quel cassetto“, ed indicò un
altro armadio. „E addirittura aumenta, quando
sono malato“, disse e si appoggiò indietro
stanco eppure con fierezza. „Non potrei“, disse
K dopo che la donna era tornata con la candela
e in ginocchio davanti al cassetto cercava il
decreto, „aiutare vostra moglie nella ricerca?“
Il capo villaggio scosse sorridendo la testa:
„Come già dicevo non ho nessun segreto
d'ufficio con voi; ma lasciarvi cercare tra gli
atti, tanto oltre non posso spingermi.“ Si fece
allora silenzio nella stanza, era udibile solo il
frusciare delle carte, il capo villaggio forse
perfino sonnecchiava un po'. K si voltò ad un
leggero bussare all'uscio. Naturale, erano gli
aiutanti. Un po' erano già educati, non
irruppero subito nella stanza, ma mormoravano
preliminarmente attraverso la porta socchiusa:
„fuori ci fa troppo freddo.“ - „Chi è?“- chiese il
capo villaggio allarmato. „Sono solo i miei
aiutanti“, disse K, „non so dove devo lasciarli
ad aspettare, fuori è troppo freddo, e qui
danno noia.“ - „A me non ne danno“, disse il
capo villaggio gentilmente. „Fateli entrare.
Comunque già li conosco. Vecchie conoscenze.“
- „A me però danno noia“, disse K con
franchezza muovendo lo sguardo dagli aiutanti
sul capo villaggio e di nuovo su gli aiutanti,
notando che tutti e tre sorridevano
indistinguibilmente. „Visto che già ci siete“,
disse poi come tentativo, „c'è da aiutare lì la
signora a cercare un documento su cui la
parola 'agrimensore' è sottolineata di blu.“ Il
capo villaggio non fece obbiezioni. Ciò che K
non aveva il permesso di fare, gli aiutanti
potevano, si gettarono sulle carte, ma, più che
cercare, grufolarono nel mucchio, mentre uno
tentava di leggere una scritta l'altro continuava
a strappargliela di mano. La donna invece
stava in ginocchio davanti al cassetto vuoto,
pareva che non cercasse nemmeno più, in ogni
caso la candela era piazzata molto lontano da
lei.
„Gli aiutanti“, disse il capo villaggio con un
sorriso di autocompiacimento come se tutto
tornasse secondo le sue disposizioni, ma
nessuno fosse in grado anche solo di
immaginarselo, „dunque vi danno noia, eppure
sono i vostri aiutanti.“ - „No“, disse
freddamente K, „li ho trovati qui“ - „Ma come
trovati qui“, disse il capo villaggio, „assegnati,
dite come sta.“ - „Allora, assegnati“, disse K,
„tanto poco fu considerata quest'assegnazione
che loro potevano esser fioccati giù anche
bene.“ - „Qui non succede nulla che sia
sconsiderato“, disse il capo villaggio addirittura
dimenticando il male al piede e mettendosi in
piedi. „Nulla“, disse K, „e come la mettiamo
con il mio impiego?“ -“Anche il vostro impiego
fu ben ponderato“, disse il capo villaggio, „Solo
circostanze marginali sono intervenute in modo
confusivo, io ve lo dimostrerò
documentatamente.“ - „gli atti certo non
verranno trovati“, disse K. „Non trovati?“ -
esclamò il capo villaggio. „Mizzi, per favore,
cerca un po' più alla svelta! Comunque la storia
per il momento ve la posso raccontare anche
senza gli atti. A quel decreto di cui ho parlato
prima noi rispondemmo, ringraziando, che non
avevamo bisogno di alcun agrimensore.
Tuttavia tale risposta pare esser pervenuta non
alla sezione iniziale, chiamiamola A, ma per
sbaglio alla sezione B. La sezione A restò senza
risposta, dunque, ma purtroppo neanche la B
ricevé la nostra risposta completa; sia che il
contenuto del documento fosse rimasto da noi,
sia che fosse andato perduto durante il
percorso - non certo nella sezione stessa, lo
garantisco io - comunque anche alla sezione B
pervenne solo una copertina sulla quale era
registrato solo che l'atto incluso, purtroppo
però mancante, trattava della chiamata d'un
agrimensore. La sezione A nel frattempo
attendeva una nostra risposta, certo era
documentata in merito alla cosa, ma come
logicamente accade in molti casi e può, per la
precisione, accadere di ogni adempimento
scritto, l'incaricato si fidò del fatto che noi
avremmo risposto e che poi lui o avrebbe
chiamato l'agrimensore oppure, secondo la
bisogna, avrebbe ulteriormente corrisposto con
noi. Conseguentemente egli trascurò la
documentazione in suo possesso e il tutto gli
passò nel dimenticatoio. Nella sezione B però la
copertina del documento pervenne ad un
incaricato famoso per la sua scrupolosità, di
nome Sordini, un italiano; anche a me, che
sono un iniziato, è incomprensibile il motivo
per cui un uomo con le sue capacità venga
lasciato in posizione quasi subordinata. Questo
Sordini naturalmente ci rimandò la copertina
con nulla dentro perché la completassimo.
Orbene, da quel primo scritto indirizzato alla
sezione A erano trascorsi già molti mesi, se
non anni; logicamente infatti, se, com'è la
regola, un documento compie la strada giusto,
arriva alla sua sezione al più tardi in un giorno
e nel giorno stesso viene sbrigato; ma nel caso
che sbagli strada - e deve cercarla con zelo, la
strada sbagliata, data l'eccellenza
dell'organizzazione, o non la trova - allora, eh,
allora ovviamente la cosa dura a lungo,
eccome. Per cui quando ricevemmo la nota di
Sordini, noi eravamo capaci di ricordarci della
cosa solo in modo totalmente incerto, eravamo
allora solo in due per tale lavoro, Mizzi ed io, il
maestro non mi era stato ancora aggregato,
conservavamo copie soltanto nei casi di
faccende le più essenziali, in breve fummo in
grado di rispondere a Sordini solo in modo
assai incerto che di tale chiamata non
sapevamo nulla e che da noi di un agrimensore
non c'era alcun bisogno.“
„Tuttavia“, s'interruppe il capo villaggio, a quel
punto come se per lo zelo di raccontare si fosse
spinto troppo oltre, o come se fosse, almeno,
possibile che si fosse spinto troppo oltre, „Non
vi annoia la storia?“
„No“, disse K. „Mi diletta.“
„Non ve lo racconto a scopo di diletto“, replicò
il capo villaggio.
„E ciò nonostante mi diletta“, disse K, „avere
una visuale della confusione che decide, in
certe circostanze, della vita d'un uomo.“
„Ancora non avete avuto alcuna visuale“, disse
serio il capo villaggio, „e posso continuare a
raccontarvi. Un Sordini com'è naturale non era
soddisfatto della nostra risposta. Io lo ammiro,
per quanto mi tormenti. Diffida, voglio dire, di
tutti, anche se, per esempio, ha imparato a
conoscere qualcuno in circostanze innumerevoli
come la persona più affidabile, ne diffida la
volta successiva come se non lo conoscesse
neppure, o meglio, come se lo sapesse un poco
di buono. Lo ritengo giusto, un funzionario
deve procedere così; purtroppo non ci riesco,
per mia natura, a seguire questa regola, voi
vedete anzi che a voi, un forestiero, rivelo ogni
cosa, non riesco a far diversamente. Al
contrario Sordini prese subito, alla nostra
risposta, a diffidare. Se ne sviluppò dunque
una gran corrispondenza. Sordini chiedeva
perché d'improvviso mi fosse venuto in mente
che non dovesse esser chiamato alcun
agrimensore; risposi con l'aiuto della
prodigiosa memoria di Mizzi che il primo
impulso dell'ufficio s'era esaurito (che si
trattasse d'una sezione diversa naturalmente
l'avevamo dimenticato); e Sordini da parte sua
chiedeva perché menzionassi allora per la
prima volta la lettera; ed io: perché me ne ero
ricordato allora; Sordini: davvero degno di
nota; io: per niente degno di nota in una cosa
trascinatasi così a lungo; Sordini: eppure
degno di nota, perché la lettera di cui m'ero
ricordato, non esisteva; io: naturale che non
esista, dato che tutto l'atto è andato perduto;
Sordini: però una traccia documentale di quella
prima lettera dovrebbe sussistere, ma non
sussiste. Allora io mi arrestavo, infatti che nella
sezione di Sordini fosse avvenuto un errore non
osavo né sostenerlo né crederlo. Voi, signor
agrimensore, forse rimproverate mentalmente
a Sordini questo, che il rispetto per la mia
opinione avrebbe dovuto almeno muoverlo a
informarsi presso altre sezioni in merito alla
cosa. Proprio ciò sarebbe però stato sbagliato,
non voglio che anche solo mentalmente vi
rimanga una macchia riguardo a quest'uomo.
E' una regola operativa dell'autorità che
soprattutto delle possibilità d'errore non si
tenga conto. Questa regola è giustificata
dall'eccellente organizzazione complessiva, ed
è necessaria quando dev'essere conseguita
l'estrema rapidità di esecuzione. A Sordini
dunque non era affatto consentito d'informarsi
presso altre sezioni, del resto esse non gli
avrebbero neppure risposto poiché avrebbero
notato subito che era in questione un tentativo
di ricerca d'una possibilità di errore.“
„Consentitemi, signor capo villaggio, che
v'interrompa con una domanda“, disse K, „non
menzionavate prima, in un caso, un'autorità di
controllo? Stando alla vostra esposizione la
proprietà lo è al punto che uno si sente male
all'idea che il controllo potrebbe mancare.“
„Siete molto intransigente“, disse il capo
villaggio. „Tuttavia moltiplicate per mille la
vostra intransigenza, e confrontatela con quella
che l'autorità usa con se stessa. Solo un totale
forestiero può porre le vostre domande. Ci
sono autorità di controllo? Solo autorità di
controllo, ci sono. Ovviamente non sono
destinate a trovare errori nel senso grossolano
della parola, infatti di errori non se ne
presentano certo, ed anche quando si presenta
un errore, come nel vostro caso, chi è
autorizzato a dire definitivamente che si tratta
di un errore?“
„Sarebbe qualcosa di totalmente nuovo!“-
esclamò K.
„Qualcosa di molto vecchio, per me“, disse il
capo villaggio. „Non molto diversamente da voi
sono convinto del fatto che si è manifestato un
errore, Sordini per la disperazione causatagli
da ciò è gravemente ammalato, e i primi
funzionari di controllo, cui noi dobbiamo la
scoperta dell'origine degli errori, anche in
questo caso riconoscono l'errore. Ma chi è
autorizzato ad asserire che i secondi funzionari
addetti al controllo giudicheranno nello stesso
modo, ed anche i terzi e poi gli altri?“
„Può essere“, disse K, „in simili considerazioni
preferisco non immischiarmi, anzi sento per la
prima volta di questi funzionari addetti al
controllo e naturalmente ancora non so capirli.
Credo soltanto che qui debbano venir distinti
due diversi piani: mi spiego, primo, ciò che più
conta tra i funzionari e che poi può venir
considerato, in un modo o nell'altro, cosa
d'ufficio; secondo, la mia persona reale, io, che
sono esterno ai funzionari e che da loro sono
minacciato di un ostacolamento tanto insensato
che io continuo a non poter credere alla serietà
del pericolo. Per il piano primo vale
probabilmente ciò che voi, signor capo
villaggio, narrate con sbalorditiva, straordinaria
conoscenza delle cose in oggetto, solo che poi
mi piacerebbe sentire una parola anche su di
me.“
„Aggiungo“, disse il capo villaggio, „che
tuttavia potreste non capire se non premetto
qualcos'altro. Che già ora menzionassi i
funzionari addetti al controllo era prematuro.
Ritorno dunque al disaccordo con Sordini.
Come detto, diminuì pian piano la mia
resistenza. Se tuttavia Sordini ha in mano
anche soltanto il minimo vantaggio nei
confronti di chiunque sia, ha già vinto, infatti
allora cresce ancora la sua attenzione, energia,
presenza di spirito; e lui è per l'assalito una
visione tremenda, magnifica per l'avversario
dell'assalito. Solo perché in altri casi ho vissuto
anche quest'ultima circostanza, posso
raccontare di lui. Del resto ancora non mi è mai
riuscito di vederlo con i miei occhi, lui può non
apparire, è troppo sovraccarico di lavoro, la sua
stanza mi è stata descritta così: tutte le pareti
sono coperte di pile di grossi pacchi degli atti
accatastati uno sull'altro, per limitarci agli atti
cui Sordini sta lavorando e, poiché dai pacchi
vengono tolti gli atti ed in essi inseriti, e tutto
accade in gran fretta, le pile continuano a
cadere, ed appunto questo perenne tracollo
che segue rapido ad un altro tracollo è
divenuto per l'ufficio di Sordini caratteristico.
Ebbene sì, Sordini è un lavoratore, ad al caso
infimo egli dedica la stessa cura che dedica al
caso più grosso.“
„Signor capo villaggio“, disse K, „voi chiamate
sempre il mio caso il più misero, eppure ha
tenuto indaffarati molti funzionari, e se forse,
all'inizio, era modesto, si è trasformato, a
causa dello zelo di funzionari del genere del
signor Sordini, in un grosso caso. Purtroppo, e
molto contro la mia volontà, infatti non è mia
ambizione arrivare a dar luogo a grandi pile
degli atti relativi al mio caso e di farli tracollare
l'uno sull'altro, ma lo è lavorare con calma a un
tavolino da disegno come modesto
agrimensore.“
„No“, disse il capo villaggio, „non si tratta di un
grosso caso. Da tal punto di vista non avete
alcun motivo di lamentarvi, è uno dei più
miseri casi tra i miseri. La dimensione del
lavoro non indica l'importanza del caso, voi
siete ancora molto distante dal comprendere
l'autorità, se credete questo. Tuttavia anche se
l'importanza del caso dipendesse dalla
dimensione del lavoro, il vostro caso sarebbe
uno dei più modesti, i casi normali, dunque
quelli senza cosiddetto errore, danno anche
molto più lavoro ed anche molto più proficuo.
Del resto ancora non sapete nulla del lavoro
che il vostro caso propriamente ha provocato,
cosa che anzi voglio raccontarvi subito.
Dapprima Sordini mi lasciò fuori dal gioco,
tuttavia vennero i suoi funzionari,
quotidianamente ebbero luogo nella locanda
dei signori funzionari udienze protocollari di
stimati membri della municipalità. La maggior
parte tennero per me, solo alcuni si stupirono;
la questione dell'agrimensore tocca uno degli
abitanti del villaggio, esse sospettarono
qualche tipo di accordo segreto ed ingiustizia,
oltre a ciò trovarono una guida e Sordini fu
costretto, dalle loro dichiarazioni, ad acquisire
la convinzione che se io avessi presentato la
questione in consiglio comunale non tutti
sarebbero stati contro la nomina di un
agrimensore. Divenne così evidente - che
nessun agrimensore è, in parole povere,
necessario - tuttavia in modo come minimo
incerto. In particolare un certo Brunswick si
segnalò in proposito - non lo conoscete - forse
non è malvagio, ma sciocco e affetto da
fantasiosità, si tratta di un cognato di
Lasemann."
"Del mastro conciatore?", - chiese K e
descrisse il barbuto che aveva visto da
Lasemann.
"Sì, è lui", disse il capo villaggio-
"Conosco anche sua moglie", disse K un po' a
casaccio.
"E' possibile", disse il capo villaggio e tacque.
"E' bella", disse K, "ma un po' pallida e dall'aria
malata. Viene dal castello?", Ciò fu domandato
con esitazione.
Il capo villaggio guardò l'orologio, bevve la
medicina da un cucchiaio e la inghiottì in fretta.
"Al castello allora conoscete solo i burocrati?",-
chiese K in modo rozzo.
"Sì", disse il capo villaggio con un sorriso
ironico seppure riconoscente. "Si tratta delle
persone più importanti. E per quanto riguarda
Brunswick: se potessimo cacciarlo dalla
municipalità saremmo quasi tutti felici e
Lasemann non sarebbe l'ultimo. Tuttavia quella
volta Brunswick conseguì un certo influsso,
certo non è un oratore, è uno che urla ed
anche questo a molti basta. E così fu che venni
costretto a presentare la cosa al consiglio
comunale, unico successo di Brunswick, del
resto, infatti naturalmente il consiglio a gran
maggioranza non volle saper nulla di un
agrimensore. Si parla di anni e anni fa, ma
tutto questo tempo non è bastato ad archiviare
la cosa, in parte a causa della scrupolosità di
Sordini, che tentò di indagare le motivazioni
tanto della maggioranza quanto della
opposizione con investigazioni le più accurate,
in parte a causa della stoltezza e ambizione di
Brunswick che ha numerose relazioni personali
con le autorità che lui induce a muoversi con
sempre nuove escogitazioni della sua fantasia.
Certo Sordini non si lasciò ingannare da
Brunswick, come avrebbe potuto Brunswick
ingannare Sordini? - Però proprio per non farsi
ingannare furono necessarie investigazioni
nuove, ed ancor prima che esse fossero finite,
Brunswick già aveva escogitato qualcosa di
nuovo, innegabilmente egli è persona assai
versatile, ciò fa parte della sua stoltezza. E
vengo ora a parlare d'una particolare
caratteristica propria alle nostre autorità in
quanto apparato. A parte la lor precisione esse
sono anche estremamente sensibili. Quando
una pratica è stata assai lungamente
considerata può accadere, anche senza che le
valutazioni siano terminate, che d'improvviso
salti fuori una decisione risolutiva come un
lampo là dove fin lì non s'era immaginato e che
dopo non è più rintracciabile, la qual decisione
risolutiva, anche se il più delle volte
giustissima, chiude la pratica per sempre in
modo arbitrario. E' come se le autorità in
quanto apparato non avessero più tollerato la
tensione, la provocazione lunga anni da parte
della medesima pratica, forse in sé
insignificante, e avessero escogitato la
decisione risolutiva da sé, senza la
collaborazione dei funzionari. Naturalmente
nulla di stupefacente è successo, e certo un
qualche funzionario l'ha sbrigata per scritto, la
decisione risolutiva, oppure l'ha escogitata
senza metterla per scritto, in ogni caso non
può essere stabilito, non da noi, non qui, anzi
neppure dall'ufficio, quale funzionario ha in
questo caso deciso né per quali ragioni. I
funzionari addetti al controllo per primi lo
stabiliscono molto tardi, ma noi non lo
sappiamo più, del resto potrebbe ancora
interessare a stento a qualcuno. Ordunque,
proprio queste decisioni risolutive sono per lo
più impareggiabili, disturba soltanto in esse
che, come di solito la cosa in sé comporta, se
ne venga a conoscenza troppo tardi e per
questo, nel frattempo, si continui ancora a
discutere appassionatamente su pratiche da
lungo tempo chiuse. Io non so se nel vostro
caso una decisione risolutiva del genere è
stata emanata - molti dicono di sì, molti di no -
se però fosse accaduto, la nomina vi sarebbe
stata inviata, e voi avreste fatto il gran viaggio
fin qui, molto tempo sarebbe trascorso e nel
frattempo Sordini avrebbe continuato a
lavorare nella stessa cosa fino all'esaurimento,
Brunswick avrebbe intrigato, ed io sarei stato
molestato da entrambi. Mi limito ad indicare
questa possibilità, di certo so quanto segue: un
funzionario addetto al controllo scoprì nel
frattempo che dalla sezione A molti anni prima
alla municipalità era pervenuta una richiesta
per un agrimensore senza che fin lì si fosse
ricevuta una risposta. Di nuovo si chiese a me
ed a quel punto l'intera casa fu chiarita, la
sezione A fa soddisfatta della mia risposta che
non era necessario alcun agrimensore e Sordini
fu costretto a riconoscere che in questo caso
non era stato all'altezza e che ovviamente
senza colpa aveva fatto tutto quell' inutile
snervante lavoro. Se nuovo lavoro da ogni
parte non si fosse accumulato come sempre e
se il vostro caso, e sia pure caso molto
modesto, non ci fosse stato - quasi si può dire
il più modesto tra i modesti - noi avremmo
sospirato davvero di sollievo, credo, anche lo
stesso Sordini. Soltanto Brunswick aveva da
ridire, ma la cosa era ridicola e basta. E ora
voi, signor agrimensore, immaginatevi la mia
delusione - e da allora ne è passato tanto di
tempo, di nuovo - d'improvviso apparite e
sembra come che la cosa ricominci da capo.
Che io sia fermamente deciso per quel che mi
compete a non permetterlo in nessun caso ce
la fate a capirlo?",
"Certo", disse K, "ma anche meglio capisco che
qui un tremendo abuso mi viene provocato,
forse perfino per mezzo delle leggi. Io però
saprò difendermi, per quanto mi riguarda."
"E come avete intenzione di fare?", - chiese il
capo villaggio.
" Questo non posso rivelarlo", disse K.
"Non voglio impicciarmi", disse il capo villaggio,
"soltanto vi propongo di riflettere sul fatto che
voi in me avete - non voglio dire un amico
perché anzi siamo del tutto estranei - ma
diciamo un collega. Solo che siate assunto
come agrimensore non lo permetto; quanto al
resto potete rivolgervi a me sempre con
fiducia, ovviamente nei limiti del mio potere,
che non è grande."
"Parlate sempre", disse K, "del fatto che devo
essere assunto come agrimensore, ma sono già
assunto. Qui c'è la lettera di Klamm."
"La lettera di Klamm", disse il capo villaggio.
"Vale ed è venerabile a causa della firma di
Klamm, sembra vera, del resto però - non oso
esprimermi su questo da solo. Mizzi!", -
chiamò, e poi: "ma cosa fate?",
Gli aiutanti tanto a lungo non tenuti d'occhio e
Mizzi non avevano, palesemente, trovato l'atto
cercato, poi avevano voluto infilar di nuovo
tutto nell'armadio, ma non ci erano riusciti a
causa della gran quantità disordinata degli atti.
Allora gli aiutanti erano arrivati alla pensata
che in quel momento stavano realizzando.
Avevano messo disteso l'armadio in terra,
avevano ficcato dentro tutti gli atti, quindi
insieme a Mizzi si erano seduti sugli sportelli
dell'armadio e cercavano in quel momento di
abbassarcisi sopra lentamente spingendo.
"L'atto non è saltato fuori", disse il capo
villaggio. "Peccato, però la storia già la sapete
bene, non ne abbiamo propriamente più
bisogno, del documento, del resto certamente
verrà trovato, probabile che si trovi dal
maestro, presso cui si trovano molti altri atti.
Ma vieni qui con la candela, Mizzi, e leggimela."
Mizzi venne e apparve allora ancor più grigia e
umile quando si mise seduta sul lato del letto e
si accostò al marito, forte e pieno di vitalità,
che la tenne stretta. Solo il suo visetto era da
considerare in quel momento sotto la luce della
candela, con lineamenti netti, forti, addolciti
solo dalla decadenza dell'età. Appena ebbe
guardato la lettera congiunse leggiadra le
mani. "E' di Klamm", disse. Poi la lessero
insieme, mormorarono qualcosa tra loro e alla
fine, intanto che gli aiutanti stavano gridando
"Hurrà!", poiché finalmente avevano chiuso lo
sportello dell'armadio e Mizzi li guardava zitta e
grata, il capo villaggio disse:
"Mizzi è del tutto del mio parere e dunque
posso osare di pronunciarmi. Questa lettera
non è affatto una comunicazione ufficiale, è
una lettera privata. Ciò si riconosce
chiaramente già dall'intestazione 'Stimatissimo
signore!' Oltre a ciò non vi si dice in nessuna
delle parole che siete assunto come
agrimensore, il discorso è assai di più in
generale su servizi che riguardano i signori
funzionari, ed anche ciò non è espresso in
modo impegnativo, ma voi siete assunto 'come
sapete', che significa che la prova che siete
assunto è a vostro carico. Infine venite per
quel che riguarda l'ufficio definitivamente
rimandato a me come vostro più prossimo
superiore, a me che devo farvi sapere in ogni
dettaglio quel che nella massima parte è già
accaduto. Per una persona che sa leggere testi
burocratici e come conseguenza ancor meglio
legge missive non burocratici, tutto questo è
evidente. Che voi, un forestiero, non
riconosciate ciò, non mi meraviglia.
Complessivamente la lettera non significa
null'altro, Klamm progetta di occuparsi di voi
personalmente nell'ipotesi che voi veniate
assunto in servizi che riguardano i signori
funzionari."
"Spiegate così bene la lettera, signor podestà",
disse K, " che alla fine non rimane nient'altro
che la firma su un foglio di carta vuoto. Non vi
accorgete di come in tal modo abbassate il
nome di Klamm che asserite di stimare?",
"C'è un equivoco", disse il capo villaggio. "Non
disconosco l'importanza della lettera, non la
diminuisco con la mia interpretazione, al
contrario. Una lettera privata di Klamm
naturalmente ha molta più importanza d'un
testo burocratico; solo che tal lettera non ha
proprio il significato che voi le attribuite."
"Conoscete Schwarzer?", - chiese K.
"No", disse il capo villaggio, "e tu, Mizzi?
Nemmeno lei. No, non lo conosciamo."
"E' strano", disse K, "si tratta del figlio di un
sotto portinaio."
"Caro signor agrimensore", disse il capo
villaggio, "come faccio a conoscere tutti i figli
dei sotto portinai?",
"Bene", disse K, "allora dovete credermi, lo è.
Con questo Schwarzer già al mio arrivo ebbi un
battibecco spiacevole. Allora lui s'informò per
telefono presso il sotto portinaio Fritz ed ebbe
l'informazione che io sono assunto come
agrimensore. Come lo spiegate, signor capo
villaggio?",
"Semplicissimo", disse il capo villaggio, "Voi
davvero non siete ancora mai venuto a
contatto con le nostre autorità. Tutti questi
contatti sono solo apparenti, ma voi in
conseguenza della vostra ignoranza delle
situazioni li prendete per veri. E a proposito di
telefono: lo vedete, qui da me, che ho in verità
sufficientemente a che fare con le autorità, non
c'è alcun telefono. In luoghi come le sale delle
locande o simili può far comodo, tipo un
magnetofono, tutto qui. Avete già telefonato
una volta, vero? Ebbene, allora forse mi
capirete. Nel castello il telefono, è chiaro,
funziona a meraviglia; come mi si è raccontato,
lì si telefona ininterrottamente, cosa che com'è
naturale accelera molto il lavoro. Udiamo tale
ininterrotto telefonìo nei telefoni di qui come
sibilo e suono, certo anche voi l'avete sentito.
Orbene, tal sibilo e suono, però, sono l'unica
cosa corretta e credibile che i telefoni di qui ci
trasmettono, tutto il resto è ingannevole.
Manca qualsiasi contatto preciso con il castello,
qualsiasi centralino che ritrasmetta le nostre
chiamate; se da qui si chiama il castello,
suonano lì tutti gli apparecchi delle sezioni
infime o meglio, suonerebbero se in quasi tutti
gli apparecchi la suoneria non fosse, come io
so con precisione, chiusa. Qua e là un
funzionario esausto ha l'esigenza di distrarsi un
poco, specie la sera o di notte, e inserisce la
suoneria; allora riceviamo risposta, certamente
una risposta che non è altro che uno scherzo.
Ma è anche questo comprensibilissimo. A chi è
concesso avanzare pretese, far squillare il
telefono per le sue modeste preoccupazioni
private, in mezzo ad attività importantissime e
sempre procedenti con furia? Non comprendo
nemmeno come perfino un forestiero possa
credere che, s'egli chiama per esempio Sordini,
a rispondergli sia davvero Sordini. con ogni
probabilità si tratta d'un modesto archivista di
tutt'altra sezione. Al contrario può accadere,
certo in un'ora speciale, che, se si chiama il
modesto archivista, a rispondere sia Sordini in
persona. Allora ovviamente è meglio che si
scappi via dal telefono prima che il primo
squillo sia udibile."
"Io così io non l'ho vista, la cosa, certamente",
disse K, " queste particolarità non potevo
saperle, molta fiducia in queste conversazioni
telefoniche non l'avevo e mi era ben noto che
solo ciò che precisamente nel castello si viene
a sapere o si raggiunge ha vera importanza."
"No", disse il capo villaggio attaccandosi ad una
parola," spetta assolutamente vera importanza
a queste risposte telefoniche, perché no? Come
dovrebbe un'informazione che un funzionario
del castello fornisce essere priva di
importanza? Già dissi occasionalmente della
lettera klammiana; tutte queste espressioni
non hanno alcun significato burocratico; se
ascrivete loro significato burocratico vi
sbagliate; al contrario il significato privato in
senso amichevole od ostile è assai grande,
molto più grande di quel che potrebbe esser
mai un significato burocratico."
"Bene", disse K, "ammesso che tutto stia così,
allora avrei una folla di buoni amici al castello;
a ben guardare, già allora, molti anni or sono,
l'escogitazione di quella sezione, che si potesse
far venire un giorno un agrimensore, fu
un'azione amichevole nei miei confronti, ed in
seguito se ne salva uno dopo l'altro fino a
quando non venni adescato io, per altro con
risultato cattivo, infatti mi si minaccia
d'espulsione."
"Non manca di verità la vostra
interpretazione", disse il capo villaggio, "in
questo avete ragione, che non è consentito
prendere alla lettera le dichiarazioni del
castello. Tuttavia è necessario prima di tutto
esser cauti, non solo qui, e tanto più necessario
quanto più importante è la dichiarazione in
questione. Ciò però che poi dicevate
sull'adescamento mi è incomprensibile. Se
aveste seguito meglio la mia esposizione, allora
dovreste sapere che la questione della vostra
chiamata qui è troppo difficile perché noi qui,
nel corso d'una breve conversazione, possiamo
risolverla."
"Resta il risultato", disse K, "che tutto è molto
confuso e intricato fino all'espulsione."
"Chi sarebbe intenzionato ad espellervi, signor
agrimensore?",- disse il capo villaggio. "
Proprio l'oscurità delle questioni di base vi
garantisce il trattamento più cortese, è
probabile che siate solo troppo sensibile.
Nessuno vi trattiene qui, ma questo non è
affatto espulsione."
"Oh, signor capo villaggio", disse K, "ora siete
di nuovo voi che vede molte cose troppo
chiaramente. Vi enumererò alcune cose in
merito a ciò che mi trattiene qui: il sacrificio
che ho fatto per venir via da casa, il lungo e
difficile viaggio, le fondate speranze che avevo
di esser assunto qui, la mia totale perdita del
patrimonio, l'impossibilità di ritrovare ora un
altro lavoro adeguato in patria ed infine, ma
non come cosa minore, la mia fidanzata, che è
una del posto."
"Ah sì, Frieda", disse il capo villaggio senza
alcuna sorpresa. "So. Ma Frieda vi seguirebbe
ovunque. Per quel che riguarda il resto sono
necessarie certo alcune considerazioni e io ne
riferirò al castello. Se dovesse esser deciso
qualcosa o dovesse prima divenir necessario
chiamarvi in udienza ancora una volta, vi farò
chiamare. Siete d'accordo?",
"No, nient'affatto", disse K, "non voglio alcuna
gratifica dal castello, ma quel che è mio
diritto."
"Mizzi", disse il capo villaggio alla moglie, che
ancora seduta lì attaccata a lui si baloccava
sognante con la lettera di Klamm di cui aveva
fatto una barchetta; spaventato K gliela tolse.
"Mizzi, la gamba ricomincia a farmi male molto,
dobbiamo rifare l'impacco."
K si alzò. " Allora vi porgerò i miei rispetti."
"Sì", disse Mizzi, che già preparava una
pomata, "c'è troppa corrente." K si voltò; gli
aiutanti nel loro zelo servile sempre disdicevole
avevano subito dopo quel che aveva dichiarato
K aperto entrambe i battenti della porta. K per
preservare la camera del malato dal freddo che
entrava con forza poté soltanto fuggevolmente
inchinarsi davanti al capo villaggio. Poi corse
via dalla stanza strappando gli aiutanti con sé
e chiudendo la porta svelto.
Sesto capitolo

Davanti alla locanda lo aspettava il locandiere.


Senza venirne richiesto non avrebbe osato
parlare, perciò K gli chiese che cosa
desiderava. "Hai già un nuovo posto per
stare?",- chiese il locandiere con lo sguardo
diretto a terra. "Tu chiedi su incarico di tua
moglie", disse K, "sei così dipendente da lei?",
-"No", disse il locandiere, "non lo chiedo perché
mi ha incaricato lei. Però è molto inquieta e
sfortunatamente a causa tua non riesce a
lavorare, giace a letto, sospira e si lagna senza
sosta." - "devo andar da lei?", - chiese K. "Per
favore", disse il locandiere, "volevo venirti a
prendere dal capo villaggio, stavo a sentire alla
porta, ma stavate parlando, non volevo
disturbare, inoltre mi preoccupavo per mia
moglie, sono tornato indietro di corsa, ma lei
non mi ci vuole, con sé, così non mi restava
altro che aspettarti." - "Allora svelto", disse K,
"la tranquillizzerò presto." - "magari ci si
riuscisse", disse il locandiere.
Passarono per la luminosa cucina dove tre o
quattro serve, ognuna distante dalle altre,
fissarono con intenzione lo sguardo su K
intanto che lavoravano. Già in cucina si sentiva
sospirare la locandiera. Giaceva in uno stanzino
privo di finestra separato dalla cucina da una
leggera parete di assi. C'era posto solo per un
gran letto matrimoniale e un armadio. Il letto
era sistemato in modo che da esso si poteva
tener d'occhio l'intera cucina e controllare il
lavoro. Al contrario, dalla cucina si vedeva a
stento qualcosa nello stanzino. Vi era buio
completo, a parte il copriletto biancorosso che
baluginava. Appena entrati ed abituati gli
occhi, si distinguevano dei dettagli.
"Eccovi finalmente", disse la locandiera
debolmente. Giaceva distesa sulla schiena,
respirare le era manifestamente molesto, ed
aveva buttato indietro il piumino. In letto
sembrava assai più giovane che non vestita,
ma una cuffietta da notte delicatamente
lavorata all'uncinetto che lei indossava
nonostante che, troppo piccola, le vacillasse
sull'acconciatura dei capelli, rendeva pietosa la
decadenza del volto. "Perché avrei dovuto
venire?", - disse K con dolcezza. "Non mi avete
mica fatto chiamare" - "Non avreste dovuto
farmi aspettare tanto", disse la locandiera con
la cocciutaggine degli ammalati. "Sedetevi",
disse indicando il bordo del letto, "voi altri
andatevene!", A parte gli aiutanti nel frattempo
si erano accalcate dentro anche le serve.
"Anch'io voglio andarmene, Gardena", disse il
locandiere. Era la prima volta che K udiva il
nome della donna. "Naturale", disse lei
lentamente e, come fosse occupata con altri
pensieri, aggiunse distrattamente: "Perché poi
dovresti restare proprio tu?", Tuttavia quando
tutti si erano ritirati in cucina - anche gli
aiutanti stavolta seguirono subito, certo anche
perché stavano dietro a una serva - Gardena fu
sufficientemente attenta da riconoscere che
dalla cucina si poteva udire tutto quel che lì
veniva detto, infatti lo stanzino non aveva
porta, ragion per cui ordinò a tutti di lasciare
anche la cucina. Che avvenne subito.
"Per favore", disse poi Gardena, "signor
agrimensore, appena sul davanti dell'armadio
c'è appeso uno scialle, porgetemelo, voglio
coprirmici, non sopporto il piumino, respiro
tanto difficilmente." E quando K le ebbe portato
lo scialle, disse:" Vedete che bello scialle, non
è vero?", A K parve un normale scialle di lana,
lo tastò ancora solo per compiacenza, ma non
disse nulla. "Sì, è un bello scialle", disse
Gardena avvolgendovisi. Allora giacque
soddisfatta; ogni pena sembrava allontanata da
lei, anzi perfino le vennero in mente da distesa
i suoi capelli in disordine, si tirò un pochino su
e accomodò l'acconciatura attorno alla
cuffietta. Ne aveva, di capelli.
K si fece impaziente e disse: "Signora
locandiera voi mi avete fatto chiedere se ho già
un altra abitazione." - "Vi ho fatto chiedere?", -
disse la locandiera. "No, è un errore." - "Me
l'ha appena chiesto vostro marito." - "Lo
credo", disse la locandiera, "ne ho abbastanza
di lui. Quando non volevo avervi qui, lui vi ci ha
tenuto, ora che mi fa piacere che abitiate qui,
lui vi caccia. Fa sempre così." - "Avete
dunque", disse K, " cambiato tanto la vostra
opinione su di me? In una, in due ore?", -
"Non ho cambiato la mia opinione", disse la
locandiera, di nuovo debolmente, "porgetemi la
mano. Così. Ed ora promettetemi di essere
pienamente leale, anch'io voglio esserlo con
voi." - "Bene", disse K, "ma chi inizia?", - "Io",
disse la locandiera. Non si aveva l'impressione
che lei volesse con ciò compiacere K, ma che
bramasse di parlar per prima.
Da sotto i cuscini tirò fuori una fotografia e la
porse a K. "Guardate questo ritratto", disse con
tono di preghiera. Per vedere meglio K entrò
nella cucina, ma anche lì non era facile
riconoscere qualcosa del ritratto, infatti era
sbiadito dal tempo, molto sciupato, sgualcito e
macchiato. "Non è affatto in condizioni molto
buone", disse K, "Purtroppo, purtroppo", disse
la locandiera, quando ci si porta dietro un
ritratto per anni, sempre, succede questo. Ma
se guardate bene riconoscerete tutto, è sicuro.
Del resto posso aiutarvi, ditemi quel che
vedete, mi piace molto sentirne parlare, del
ritratto. Dunque?", - "Un giovane", disse K.
"giusto", disse la locandiera, "e che cosa fa?", -
"E' disteso su una tavola, credo, si stira e
sbadiglia." La locandiera rise. "Non è vero
niente", disse. "Ma la tavola c'è e lui ci sta
disteso", insisté K. "Ma guardate meglio", disse
stizzita la locandiera, "davvero è disteso?", -
"No", disse stavolta K, "non sta disteso, si libra
e, ora lo vedo, non si tratta di un tavolato, ma
probabilmente di una corda, ed il giovane fa un
salto in alto." - "E dunque", disse contenta la
locandiera, "salta, si esercitano così i messi
degli uffici di cancelleria. Lo sapevo che
l'avreste riconosciuto. Il viso lo vedete?",- "Del
viso vedo pochissimo", disse K, "sta facendo
chiaramente molta fatica, la bocca è aperta, gli
occhi stretti, e i capelli svolazzano." - "Molto
bene", disse la locandiera in tono di
approvazione. "Di più chi non lo ha visto di
persona non può riconoscere. Ma era un bel
giovane; l'ho visto una volta soltanto di
sfuggita e non lo dimenticherò mai." - "Ma chi
era?", - chiese K. "Era", disse la locandiera, "il
messo per mezzo del quale per la prima volta
Klamm mi convocò."
K non riuscì a sentire bene, fu distratto dal
tintinnare di un vetro. Individuò subito la causa
del disturbo. Gli aiutanti erano fuori in cortile,
saltellavano nella neve da un piede all'altro.
Era come se fossero felici di rivedere K; dalla
felicità se lo indicavano l'un l'altro e
continuavano a picchiettare alla finestra della
cucina. Ad un movimento minaccioso di K
smisero subito, cercarono di spingersi indietro
l'un l'altro, ma subito uno scappava all'altro e
già entrambi erano di nuovo davanti alla
finestra. K si affrettò nello stanzino dove da
fuori gli aiutanti non potevano vederlo e lui non
era costretto a vederli. Eppure il lieve quasi
implorante tintinnare dei vetri della finestra lo
seguì anche là ancora a lungo.
"Ancora gli aiutanti", disse alla locandiera per
giustificarsi e indicò fuori. Ma lei non fece caso
a lui, il ritratto glielo aveva tolto, esaminato,
lisciato e di nuovo spinto sotto i cuscini. I suoi
movimenti si erano fatti rallentati, ma non per
stanchezza, piuttosto per il peso del ricordo.
Aveva avuto intenzione di raccontare a K e lo
aveva dimenticato nel ricordo. Giocherellava
con le frange del suo scialle. Dopo un poco
sollevò lo sguardo, si passò una mano sugli
occhi e disse: "Anche questo scialle è di
Klamm. E anche la cuffietta. Il ritratto, lo
scialle e la cuffietta, sono tre ricordi che ho di
lui. Non sono giovane come Frieda, non sono
ambiziosa come lei, nemmeno tanto sensibile,
lei lo è molto; in breve, mi so adattare nella
vita, ma devo riconoscere che senza queste tre
cose non ce l'avrei fatta, anzi, non ce l'avrei
fatta probabilmente nemmeno per un giorno.
Questi tre ricordi a voi sembrano forse
insignificanti, ma vedete: Frieda che tanto a
lungo ha avuto a che fare con Klamm, non
possiede nessun ricordo, glielo ho domandato,
lei è troppo stravagante ed anche insaziabile;
io al contrario, che da Klamm sono stata solo
tre volte - dopo non mi ha più fatta chiamare,
non so perché - come presentendo la brevità
del mio tempo ho preso questi ricordi.
Ovviamente bisogna occuparsene, Klamm di
persona non dà niente, ma se là si vede
qualcosa di carino, lo si può chiedere."
Rispetto a quelle storie K si sentiva a disagio,
tanto riguardavano anche lui.
"Ma da quanto c'è tutto questo?",- chiese
sospirando.
"Più di venti anni", disse la locandiera. "Oltre
venti anni."
"Tanto a lungo si è fedeli a Klamm", disse K.
"Ma siete consapevole, signora locandiera,
anche di questo, che voi con simili confessioni,
se penso al mio matrimonio futuro, mi fate
gravi preoccupazioni?",
La locandiera trovò sconveniente che K si
volesse immischiare nelle sue faccende, in quel
momento, e lo guardò sdegnata di traverso.
"Siate buona, signora locandiera", disse K.
"Non ho mica detto nulla contro Klamm, ma io
per la forza degli eventi sono entrato in certe
relazioni con Klamm; questo non può negarlo il
più grande adoratore di Klamm. E allora.
Conseguentemente menzionando Klamm io
sono costretto sempre a pensare anche a me,
c'è poco da fare. Del resto, signora locandiera"
- a quel punto K le prese una mano che esitava
- "pensate a com'è riuscita male la nostra
ultima conversazione e che stavolta stiamo per
separarci in pace."
"Avete ragione", disse la locandiera, ed
abbassò il capo, "ma abbiate pazienza. Non
sono più sensibile di altri, al contrario, ognuno
ha luoghi sensibili, io ho solo questo."
"Purtroppo è nello stesso tempo anche il mio",
disse K, "ma io certo mi dominerò; ora però
spiegatemi, signora locandiera, come devo
sopportare nel matrimonio questa terribile
fedeltà nei confronti di Klamm, sempreché
anche Frieda in ciò vi assomigli?",
"Terribile fedeltà?", - replicò la locandiera con
rancore. "Ma è poi fedeltà? Io sono fedele a
mio marito, ma a Klamm? Lui una volta ha
fatto di me la sua amante, posso mai perdere
tale rango? E come dovete sopportarlo nel caso
di Frieda? Ah, signor agrimensore, ma chi siete
per osar chiederlo?",
"Signora locandiera", disse K con tono
ammonitore.
"D'accordo", disse la locandiera,
accondiscendente, "ma mio marito non ha fatto
domande del genere. Non so chi è da chiamare
infelice, se lo fui io, un tempo, o lo è Frieda
oggi. Frieda, che temerariamente lasciò
Klamm, o io, che lui non ha fatto più chiamare.
Forse lo è Frieda, anche se non sembra ancora
saperlo in pieno. La mia infelicità eppure
dominò ai tempi i miei pensieri in modo
esclusivo, continuavo a domandarmi, e in
fondo ancora oggi non ho smesso: perché è
successa questa cosa? Tre volte ti ha fatto
chiamare, Klamm, non la quarta, e mai più! Ciò
che mi occupava di più, ai tempi? Di che
cos'altro potevo parlare con mio marito, che
allora avevo sposato da poco? Di giorno non
avevamo tempo, avevamo rilevato questa
locanda in uno stato miserando e dovevamo
tentare di riportarla in alto, ma di notte? Per
anni i nostri discorsi notturni ebbero come
unico oggetto Klamm e i motivi del suo
mutamento di opinione. E quando mio marito
durante tali conversazioni si addormentava io
lo svegliavo ed andavamo avanti a parlare."
"Vi farò ora", disse K, "se me lo permettete,
una domanda molto rozza."
La locandiera tacque.
"Dunque non posso farla", disse K, "mi basta
anche questo."
"Ma certo", disse la locandiera, "vi basta anche
questo, e questo in particolare. Voi interpretate
ogni cosa in modo erroneo, anche il silenzio.
Non sapete far altro, in pratica. Vi do il
permesso di chiedere."
"Se interpreto tutto male", disse K, "forse
interpreto male anche la mia domanda, e forse
non è neanche così rozza. Volevo soltanto
sapere come avete conosciuto vostro marito e
come siete divenuti proprietari di questa
locanda."
La locandiera corrugò la fronte, ma con
indifferenza disse: "questa è una storia
semplicissima. Mio padre era fabbro, e Hans, il
mio attuale marito, che era garzone di scuderia
presso un grosso proprietario, veniva spesso
da mio padre. Fu dopo l'ultimo convegno con
Klamm, ero molto infelice e propriamente non
avrei dovuto esserlo, dato che. anzi, tutto era
proceduto in modo corretto, che io non avessi
più la possibilità di andar da Klamm era deciso
da lui, ed era dunque corretto; soltanto i motivi
erano oscuri, né potevo indagarli, ma infelice
non avrei potuto permettermi di esserlo.
Orbene, però lo ero e non riuscivo a lavorare e
stavo seduta nel nostro giardinetto davanti a
casa tutto il giorno. Hans mi vide lì, si sedette
qualche volta vicino a me, non mi confidai con
lui, ma lui lo sapeva di cosa si trattava, e
poiché è un bravo ragazzo successe che pianse
insieme a me. E quando il locandiere di allora,
cui la moglie era morta e doveva perciò
lasciare l'attività - inoltre era già vecchio - una
volta passò davanti al nostro giardinetto e ci
vide seduti lì, si fermò e ci propose senza tante
storie di affittarci la locanda, non volle soldi in
anticipo, aveva fiducia in noi, e fissò un affitto
molto conveniente. Al babbo non volevo esser
di peso, tutto il resto mi era indifferente, e così
concessi la mano a Hans pensando alla locanda
ed al nuovo lavoro, magari un po' utile a
dimenticare. Questa è la storia."
Vi fu un poco di silenzio, poi K disse: "Il modo
di agire del locandiere fu bello , ma incauto, o
aveva ragioni speciali per la sua fiducia in voi
due?",
"Conosceva bene Hans", disse la locandiera,
"era suo zio".
"Allora di sicuro alla famiglia di Hans", disse K,
"premeva molto chiaramente di associarsi con
voi?",
"Forse", disse la locandiera, "non lo so, non me
ne è mai importato."
"Dev'essere stato così, però", disse K, "se la
famiglia era pronta a fare un simile sacrificio e
a darvi in mano, semplicemente senza
garanzie, la locanda."
"Non era incauto, come più tardi si è
dimostrato", disse la locandiera. "Mi buttai nel
lavoro, ero forte, la figlia del fabbro, non avevo
bisogno di serva, di garzone; ero ovunque,
nella sala comune, in cucina, nella stalla, nel
cortile, ero così brava a cucinare che portavo
via clienti perfino alla locanda dei signori
funzionari. Prima di mezzogiorno erano già
pronti in sala comune, voi non conoscete i
nostri avventori del mezzogiorno, ai tempi
erano anche di più, da allora già molti sono
venuti a mancare. E l'evento fu che non solo
potemmo pagare l'affitto regolarmente, ma che
dopo pochi anni comprammo tutto e oggi è
quasi senza ipoteche. L'evento successivo fu
naturalmente che io mi rovinai, divenni malata
di cuore e ora sono diventata una vecchia. Voi
credete forse che io sia molto più anziana di
Hans, ma in realtà lui ha due o tre anni meno
di me e certo non invecchierà mai, dato che
con il suo lavoro - fumare la pipa, stare a
chiacchiera con gli avventori, svuotare la pipa e
ogni tanto prendersi una birra - con un lavoro
così non s'invecchia."
"Quel che avete realizzato è straordinario",
disse K, "non c'è dubbio, ma noi si parlava dei
tempi delle vostre nozze, e allora sarebbe stato
strano se la famiglia di Hans, con sacrificio di
denaro o almeno con l'assunzione di un così
gran rischio com'era lasciare la locanda, avesse
fatto pressione verso le nozze e non avesse
avuto in merito nessun altra speranza che la
vostra capacità lavorativa, che anzi ancora
nemmeno si conosceva, e la capacità lavorativa
di Hans, della cui inconsistenza si doveva però
già aver saputo."
"Ma sì", disse stanca la locandiera, "lo so dove
volete andare a parare e quanto state
sbagliando strada. Di Klamm in tutte queste
cose non c'era alcuna traccia. Perché avrebbe
dovuto preoccuparsi di me, o meglio: come
avrebbe potuto preoccuparsi proprio di me?
Che non mi avesse più fatta chiamare era un
segno che mi aveva dimenticata. La persona
che non fa più chiamare, lui la dimentica
completamente. Non volevo parlarne in
presenza di Frieda. Non è però solo
dimenticare, è di più. Di chi si è dimenticato si
può, anzi, nuovamente fare conoscenza. Con
Klamm ciò non è possibile. La persona che non
fa più chiamare, lui non la ha solo
completamente dimenticata per quanto
riguarda il passato, ma anche di fatto per il
futuro tutto. Se mi sforzo molto riesco a
introdurmi nei vostri pensieri, nei vostri
pensieri forse validi nel villaggio straniero da
cui venite, qui insensati. E' possibile che vi
spingiate fino alla follia di credere che Klamm
mi avrebbe dato come marito proprio il mio
Hans perché io non avessi molta difficoltà ad
andar da lui quando in futuro una volta mi
avrebbe fatta chiamare. Orbene, la follia non
può andar oltre. Dove sarebbe l'uomo che
potrebbe impedirmi di correre da Klamm
quando Klamm mi fa un cenno? Insensatezza,
piena insensatezza; ci si smarrisce, se si gioca
con tale insensatezza."
"No", disse K, "non ci smarriamo, non ero
arrivato ancora tanto oltre con i miei pensieri
come voi supponete, anche se, per dir la
verità, ero su quella strada. Per ora mi
meravigliavo tuttavia solo che il parentado si
aspettasse tanto dalle nozze e che queste
speranze in realtà si realizzarono, certo con
l'utilizzo del vostro cuore e della vostra salute.
Il pensiero di un rapporto di questi fatti con
Klamm mi si è certo imposto, ma non, o non
ancora, nel modo grossolano con cui voi lo
interpretate, palesemente con lo scopo di
potermi ancora una volta dare addosso, poiché
ciò vi fa piacere. Gioite pure! Tuttavia il mio
pensiero era questo: principale e chiara
motivazione delle nozze è Klamm. Senza
Klamm voi non sareste stata infelice, non
sareste stata inerte seduta nel giardinetto
davanti a casa, senza Klamm Hans non vi ci
avrebbe vista, senza la vostra mestizia il timido
Hans non avrebbe osato rivolgervi la parola,
senza Klamm non vi sareste mai trovata a
piangere insieme ad Hans, senza Klamm il
vecchio buon locandiere e zio mai avrebbe
visto voi ed Hans lì tranquillamente insieme,
senza Klamm voi non sareste stata indifferente
nei confronti della vita, e dunque Hans non lo
avreste sposato. Orbene, in tutto quanto
Klamm non manca mai, voglio dire. Ma c'è di
più. Se non aveste cercato di dimenticare,
certo non avreste faticato lavorando così
incautamente contro voi stessa, e non avreste
portato tanto in alto la locanda. Anche qui
Klamm, dunque. Tuttavia Klamm è anche la
causa primaria della vostra malattia, a
prescindere da ciò, difatti il vostro cuore già
prima delle vostre nozze era pieno zeppo
d'infelicità. Resta ancora solo la questione: che
cosa attirava tanto i parenti di Hans alle nozze.
Voi stessa accennaste una volta che essere
amante di Klamm significa un'elevazione di
stato imperitura, ebbene, questo può averli
attirati. Oltre a ciò, io credo, la speranza che la
buona stella che vi ha condotto da Klamm -
ammesso che sia una buona stella, ma voi lo
pensate - vi appartenesse, dunque dovesse
restare con voi e non vi abbandonasse per dire
così alla svelta e all'improvviso come Klamm ha
fatto."
"Dite tutto questo sul serio?",- chiese la
locandiera.
"Sul serio", disse K svelto, "solo che credo che
il parentado di Hans con le sue speranze non
avesse né del tutto ragione né del tutto torto, e
credo anche di conoscere lo sbaglio che essi
hanno fatto. Dall'esterno certo tutto sembra
riuscito, Hans è ben mantenuto, ha una moglie
di bella presenza, ha prestigio, la locanda è
priva di ipoteche. In effetti però non è riuscito
tutto, se lui fosse insieme ad una ragazza
semplice di cui fosse il primo grande amore,
certo sarebbe molto più felice; se, come voi gli
rimproverate, lui delle volte se ne sta lì in sala
come smarrito è perché si sente davvero come
smarrito - senza per questo essere infelice,
certo, per quanto io lo conosca - ma tanto più
certo è che che questo bel ragazzo assennato
con un'altra moglie sarebbe più felice, con il
che nello stesso tempo intendo più
indipendente, attivo, virile. Voi stessa poi certo
non siete felice e, come dicevate, senza quei
tre ricordi non avreste nemmeno voglia di
continuare a vivere, e siete pure malata di
cuore. Aveva dunque il parentado torto a
sperare? Non credo. Avevate il successo a
portata di mano, ma non lo si seppe afferrare."
"Che cos'è mancato?", - chiese la locandiera.
Giaceva distesa sulla schiena e guardava su
verso il soffitto. "Di consultare Klamm, è
mancato", disse K.
"E con questo saremmo di nuovo a voi", disse
la locandiera. "O a voi", disse K. "Le faccende
nostre confinano l'una con l'altra."
"Cosa volete dunque da Klamm?", - chiese la
locandiera. Si era tirata su, ammucchiati i
cuscini per potervisi appoggiare sedendo, e
guardò fisso negli occhi. "Vi ho raccontato il
mio caso, di cui avreste potuto sapere
qualcosa, tutto intero. Ditemi dunque senza
meno che cosa volete chiedere a Klamm. Ho
fatto fatica a convincere Frieda a salire nella
vostra stanza ed a restarci; temevo che voi in
sua presenza non avreste detto tutto."
"Non ho niente da nascondere", disse K. "Per
prima cosa però voglio attirare la vostra
attenzione su qualcosa. Klamm dimentica
subito, dicevate. Ciò a me intanto pare assai
inverosimile, poi comunque indimostrabile,
palesemente è solo una leggenda escogitata da
qualche cervellino di fanciulla che si trovava ad
essere appunto nelle grazie di Klamm. Mi
meraviglio che voi crediate ad un'invenzione
tanto insulsa."
"Non è affatto una leggenda", disse la
locandiera, "è assai di più, un'esperienza
generale tramandata."
"Dunque confutabile anche per mezzo di una
invenzione", disse K. " Inoltre c'è una
differenza tra il vostro caso e quello di Frieda.
Che Klamm non abbia più mandato a chiamare
Frieda non è, in certo modo, affatto accaduto,
assai di più, lui l'ha mandata a chiamare, ma
lei non ha obbedito. E' addirittura possibile che
ancora stia aspettandola."
La locandiera tacque e si limitò a lasciare che il
suo sguardo vagasse su K. Poi disse: "Voglio
sentire tutto quel che avete da dire con calma.
Parlate più chiaro, non risparmiatemi. Solo una
preghiera vi faccio. Non servitevi del nome
Klamm. Chiamatelo 'lui" o in altro modo, ma
non per nome."
"Volentieri", disse K, "ma quel che voglio da lui
è arduo da dire. Tanto per cominciare voglio
vederlo da vicino, poi voglio sentirne la voce,
poi voglio sapere da lui come si pone in
rapporto al nostro matrimonio. Ciò che poi
forse gli chiederò ancora dipende
dall'andamento del colloquio. Può essere che si
parli di molte cose, ma per me è decisivo che
io gli stia davanti. In altri termini, io non ho
ancora parlato direttamente con alcun vero
funzionario. Pare che a parlare con lui sia più
difficile arrivarci di quanto credessi. Ora però
ho l'obbligo di parlarci come con un privato e
ciò secondo me è assai più facile da ottenere.
Come con un funzionario posso parlarci
soltanto nel suo forse inaccessibile ufficio di
cancelleria, nel castello oppure nella locanda
dei signori funzionari, ciò che è già
problematico. Come con un privato invece
dappertutto, in casa, in strada, dove mi riesca
di incontrarlo. Se poi, tra parentesi, avrò
davanti a me anche il funzionario, lo accetterò
volentieri, ma non è il mio primo obbiettivo."
"Bene", disse la locandiera premendo il viso nei
cuscini come se dicesse qualcosa di sfacciato.
"Se ci arrivo con i miei contatti, a che la vostra
preghiera di un colloquio sia avviata a Klamm,
mi promettete di non intraprendere niente di
vostra iniziativa fino all'arrivo della risposta?",
"Non posso prometterlo", disse K, "volentieri
vorrei soddisfare la vostra preghiera o la vostra
disposizione d'animo. In altri termini, la cosa
preme, specie dopo il risultato sfavorevole del
mio colloquio con il capo villaggio."
"Questa obbiezione non regge", disse la
locandiera, "il capo villaggio è una persona del
tutto insignificante. Ma non ve ne siete
accorto? Non potrebbe restare nemmeno un
giorno al suo posto se non ci fosse sua moglie,
che ha tutto in mano."
"Mizzi?",- chiese K. La locandiera annuì. "Era
lì", disse K.
"Si è pronunciata?", - chiese la locandiera.
"No", disse K, "ma non ho avuto l'impressione
che potesse farlo."
"Ma davvero voi qui vedete tutto in modo
erroneo", disse la locandiera. "Comunque: ciò
che il capo villaggio ha disposto di voi non
significa niente, e con la moglie quando capita
ci parlerò io. E se dunque ancora vi prometto
che la risposta di Klamm verrà al più tardi in
una settimana, non avete più alcun motivo di
non accondiscendere a me."
"Tutto questo non è determinante", disse K,
"La mia decisione è presa e cercherei di
attuarla anche se venisse una risposta
sfavorevole. Se però ho quest'intenzione a
priori non posso però, prima, lasciare che si
preghi ai fini di un colloquio. Ciò che senza
pregare forse resta un tentativo ardito, eppure
ingenuo, sarebbe, dopo una risposta
sfavorevole, palese insubordinazione. Che
sarebbe ovviamente molto peggio."
"Peggio?", - disse la locandiera. "E'
insubordinazione in ogni caso. E fate ora come
volete. Passatemi la vestaglia."
Senza badare a K si mise la vestaglia e
velocemente andò in cucina. Già da parecchio
si sentiva confusione provenir dalla sala
comune. Alla finestra interna bussavano. Gli
aiutanti avevano aperto e richiamato
l'attenzione sul fatto che loro avevano fame.
Altre facce erano apparse. Addirittura si sentiva
un basso eppur polifonico canto.
Com'è ovvio la conversazione di K con la
locandiera aveva di molto ritardato la
preparazione del pranzo, ancora non era
pronto, ma gli avventori erano radunati.
Nonostante ciò nessuno aveva osato entrare in
cucina a dispetto del divieto della locandiera.
Allorché gli osservatori apparvero alla finestra
interna, arrivò subito la locandiera, in cucina le
serve si affrettarono, e, quando K entrò nella
sala, sciamarono, ad assicurarsi un posto ai
tavolini, dalla finestra interna dove si erano
raccolti, i numerosissimi membri della
compagnia, più di venti persone, uomini e
donne, gente della provincia, ma non abbigliata
alla contadina. Solo in un angolo a un tavolino
già sedeva una coppia di coniugi con alcuni
bambini; il marito, un simpatico signore dagli
occhi azzurri, arruffato nella barba e nei capelli
grigi, stava piegato verso i figli e e con un
coltello in mano dava il tempo al loro canto che
lui continuava a sforzarsi di smorzare; forse
voleva far loro dimenticare la fame per mezzo
del canto. La locandiera si scusò con la
compagnia borbottando alcune banali parole,
nessuno la rimproverò. Si voltò verso il
locandiere che si era imboscato già da
parecchio tempo, vista la difficoltà della
situazione. Poi andò lentamente in cucina; per
K, che corse da Frieda in camera sua, non ebbe
più uno sguardo.

Settimo capitolo

K di sopra incontrò il maestro. La stanza


felicemente era appena riconoscibile, tanto
Frieda si era prodigata. Era stata ben
arieggiata, la stufa in pieno calore, il pavimento
lavato, il letto rifatto, le robe delle serve, tra le
quali l'odioso sozzume, inclusi i quadretti,
erano sparite, il tavolo, che prima con il suo
piano ingrommato di sudiciume in effetti era
persecutoriamente visibile a uno, ovunque
questi si voltasse, era ricoperto con una
coperta bianca lavorata a maglia. A quel punto
si potevano già avere ospiti; che la piccola
scorta di biancheria di K che evidentemente
Frieda aveva lavato fosse appesa ad asciugare
vicino alla stufa, disturbava poco. Il maestro e
Frieda, seduti al tavolo, si levarono all'ingresso
di K. Frieda salutò K con un bacio, il maestro
fece un piccolo inchino. K, perplesso ed ancora
in preda all'inquietudine della discussione con
la locandiera, iniziò a scusarsi di non aver
ancora potuto far visita al maestro, come se
ammettesse che il maestro, impaziente a causa
della mancanza di K, avesse fatto lui stesso la
visita. Il maestro però, nel suo modo misurato,
mostrò con lentezza di ricordarsene solo allora,
che una volta tra lui e K era stato concertato
qualcosa come una visita. "Ma certo, siete voi,
signor agrimensore", disse con lentezza, "il
forestiero con cui ho parlato alcuni giorni fa
nella piazza della chiesa." - "Sì", disse K
asciutto; ciò che allora, nel suo isolamento,
aveva tollerato, lì nella sua stanza non doveva
consentirselo. Si volse verso Frieda e si
consigliò con lei in merito ad una importante
visita che aveva da fare subito e per la quale
doveva esser vestito il meglio possibile. Frieda
chiamò subito, senza sentire oltre K, gli
aiutanti, che erano per l'appunto impegnati
nell'esame della nuova coperta del tavolo, e
ordinò loro di pulire giù in cortile l'abito di K e
gli stivali che lui subito iniziò a togliersi. Lei
stessa prese una camicia dall'armadio e corse
giù in cucina a stirarla.
A quel punto K fu solo con il maestro che di
nuovo con calma si sedé al tavolo; lo fece
aspettare ancora un poco, si tolse la camicia e
iniziò a lavarsi nella catinella. Solo allora,
voltategli le spalle, gli chiese il motivo della sua
venuta. "Vengo su incarico del signor capo
villaggio", disse quello. K era preparato ad
ascoltare. Poiché però le parole di K nello
sciacquio erano difficili da intendere, il maestro
fu costretto ad avvicinarsi e ad appoggiarsi alla
parete vicino a K. Questi si scusò di lavarsi e
della sua fretta con l'urgenza della visita che
aveva in programma. Il maestro di
conseguenza si allontanò e disse: "Foste
scortese con il signor capo villaggio,
quest'uomo anziano, benemerito, di molta
esperienza, venerabile." - "Di esser stato
scortese non lo so", disse K mentre si
asciugava, "che però avessi da pensare ad
altro che non a una condotta raffinata, è
giusto, dato che in questione era la mia
esistenza che è minacciata da una pessima
organizzazione burocratica le cui caratteristiche
non devo svelarvi, dato che siete un membro
effettivo di tale autorità. Si è lagnato di me il
capo villaggio?", - " Di chi avrebbe dovuto
lagnarsi?", - disse il maestro. "Ed anche se
avesse avuto qualcuno di cui lagnarsi, lo
avrebbe mai fatto? Io ho steso solo un breve
verbale che lui mi ha dettato in merito alla
vostra conversazione e quindi sono informato
in merito alla bontà del signor capo villaggio e
in merito alla natura delle vostre risposte."
Mentre cercava il pettine che Frieda doveva
aver riposto da qualche parte, K disse: "Un
verbale? Stilato in mia assenza e in un secondo
tempo da qualcuno che nemmeno c'era,
durante la conversazione? Mica male. E perché
poi un verbale? Era forse un atto ufficiale?", -
"No", disse il maestro, "semiufficiale, anche il
verbale è solo semiufficiale; fu fatto solo
perché da noi in ogni cosa dev'esserci ordine
rigoroso. In ogni caso ora c'è e non vi fa
onore." K, che finalmente aveva trovato il
pettine finito nel letto, disse con più calma:
"Ammesso che ci sia, voi siete venuto ad
annunciarmelo?", - "No", disse il maestro,
"però io non sono mica un automa e ve la
dovevo dire, la mia opinione. Al contrario, il
mio incarico è una prova ulteriore della bontà
del signor capo villaggio; sottolineo che tale
bontà mi è incomprensibile e che eseguo
l'incarico costretto dalla mia posizione e per la
mia venerazione del signor capo villaggio." K,
lavato e pettinato, si mise seduto al tavolo in
attesa della camicia e dell'abito; era poco
curioso di quel che dal maestro gli veniva; era
inoltre influenzato dall'infima opinione che la
locandiera aveva del capo villaggio. " E' già
passato mezzodì?", - chiese pensando al
cammino che gli stava davanti, poi si corresse
e disse: "volevate precisarmi qualcosa da parte
del capo villaggio?", - "Ebbene, sì", disse il
maestro con un'alzata di spalle, come
stornando da sé ogni sua propria
responsabilità. "Il signor capo villaggio teme
che voi, nel caso che la soluzione del vostro
caso tardi troppo, farete di vostra iniziativa
qualche imprudenza. Per parte mia non so
perché lui lo tema; secondo il mio punto di
vista potete fare, è la cosa migliore, quel che
volete. Non siamo i vostri angeli custodi e non
abbiamo alcun obbligo di corrervi dietro
ovunque andiate. Orbene, il signor capo
villaggio ha una opinione diversa. La decisione
stessa, che è cosa delle autorità comitali,
ovviamente lui non può affrettarla. E però lui
vuole, nell'ambito dei suoi poteri, dar luogo a
una combinazione provvisoria veramente
generosa, sta solo a voi accoglierla: vi propone
provvisoriamente il posto di bidello." A ciò che
gli veniva proposto K dapprima fece appena
caso, ma il fatto che gli venisse proposto
qualcosa, non gli sembrò insignificante. Voleva
dire che lui, secondo il capo villaggio, era in
grado, allo scopo di difendersi, di far cose la
protezione dalle quali, per la municipalità
stessa, giustificava certi costi. E come si
prendeva sul serio la cosa! Il maestro, che
aveva già aspettato lì del tempo e, prima,
aveva anche redatto un verbale, doveva anzi
esser stato addirittura incalzato dal capo
villaggio. Quando il maestro vide che aveva
reso K meditabondo, continuò: "Io feci le mie
obbiezioni. Richiamai l'attenzione sul fatto che
fin qui non era stato necessario alcun bidello;
la moglie del sagrestano di tanto in tanto mette
in ordine, e la signorina Gisa, la maestra,
soprintende. Io tribolo abbastanza con i
ragazzini, non voglio arrabbiarmi anche con un
bidello. Il signor capo villaggio rispose che però
nella scuola c'è molta sporcizia. Replicai,
secondo verità, che ciò non è molto grave. E,
aggiunsi, andrà meglio poi, se noi prendiamo
quell'uomo come bidello? Sicuramente no. A
parte il fatto che lui di lavori del genere non
capisce niente, l'edificio scolastico ha solo due
aule senza altre stanze, dunque il bidello con la
sua famiglia deve abitare in una delle aule,
dormire, forse anche cucinare, cosa che
naturalmente non può incrementare la pulizia.
Tuttavia il signor capo villaggio controreplicò
che questo posto di lavoro per voi è una
salvezza dall'indigenza e che voi perciò vi
impegnerete con tutte le forze a farlo bene;
inoltre dichiarò il signor capo villaggio che noi
guadagniamo con voi anche le braccia di vostra
moglie e dei vostri aiutanti di modo che non
solo la scuola, ma anche il suo giardino
potranno venir tenuti in ordine esemplare. Con
facilità confutai il tutto. Infine il signor capo
villaggio non fu più in grado di produrre
alcunché in vostro favore, rise e disse solo che
voi siete però agrimensore e potreste perciò
appunto abbellire in modo particolare le aiuole
del giardino della scuola. Ora, quando si
scherza non c'è argomento che tenga, e così
eccomi da voi con l'incarico." - "Vi preoccupate
inutilmente, signor Maestro", disse K. "Non ci
penso nemmeno a prendere questo impiego." -
"Ottimo", disse il maestro, "ottimo, voi rifiutate
senza riserve", prese il cappello, s'inchinò e se
ne andò.
Subito dopo arrivò Frieda, il volto perturbato,
recando la camicia non stirata, e non rispose
alle domande; per distrarla K le raccontò del
maestro e dell'offerta; a stento lei ascoltò,
gettò la camicia sul letto e se ne andò di nuovo
in fretta. Presto ritornò, ma insieme al
maestro, che pareva irritato e neppure salutò.
Frieda lo pregò di avere un po' di pazienza -
evidentemente lo aveva già fatto diverse volte
ritornando nella stanza - quindi spinse K
attraverso una porta laterale, a lui del tutto
ignota, nella vicina soffitta dove infine gli
raccontò eccitata e respirando a fatica che cosa
le era successo. La locandiera, umiliata per il
fatto di essersi, davanti a K, abbassata a
confessioni e, peggio ancora, a concessioni
inerenti un colloquio di Klamm con K, e per il
fatto di non aver ottenuto nient'altro, come
diceva, che una freddo e per di più tortuoso
rifiuto, era decisa a non tollerare più K nella
sua casa; se lui aveva relazioni con il castello,
si compiacesse di usarle e alla svelta, perché
quel giorno, anche subito, doveva lasciare la
casa, e soltanto su ordine e pressione diretta
delle autorità lo avrebbe accolto di nuovo;
sperando tuttavia che a ciò non si arrivasse,
aveva anche lei relazioni con il castello ed
avrebbe saputo farle valere. Comunque fosse,
certamente lui si trovava nella locanda solo in
conseguenza della trascuratezza del locandiere
e non era affatto in stato di necessità, dal
momento che quella mattina si era vantato di
avere pronto un posto per dormire.
Naturalmente Frieda doveva restare; qualora
se ne andasse con K, lei, la locandiera,
sarebbe stata profondamente infelice, già di
sotto in cucina sarebbe stata al solo pensiero a
piangere piegata fino a terra, la povera donna
malata di cuore! Ma come avrebbe potuto
altrimenti condursi, lei, a quel punto,
trattandosi, almeno nella sua idea, addirittura
della dignità del ricordo di Klamm? Così dunque
stavano le cose quanto alla locandiera. Frieda
ovviamente avrebbe seguito K dove lui volesse,
nella neve e nel ghiaccio, su quello
naturalmente non c'era da sprecare alcun
verbo, ma la loro situazione era comunque
cattiva, perciò lei aveva salutato con gran gioia
la proposta del capo villaggio, foss'anche un
impiego inadatto a K, era, ciò veniva rimarcato
in modo esplicito, solo transitorio, si
guadagnava tempo e si sarebbero facilmente
trovate altre possibilità, anche nel caso che la
decisione finale dovesse riuscire sfavorevole.
"Se necessario", gridò infine Frieda, già al collo
di K, "ce ne andremo, che cosa ci trattiene qui
nel villaggio? Ma per ora, non è vero amor mio,
accogliamo la proposta. Ho riportato il maestro,
tu gli dici 'accetto', nient'altro, e ci trasferiamo
nella scuola."
"Non va", disse K senza però parlare del tutto
sul serio, oltre a ciò assai infreddolito, svestito
com'era, lì nella soffitta che, aperta su due lati,
veniva pungentemente attraversata da aria
fredda, "ora che hai messo in ordine così bene
la stanza dobbiamo andarcene? Malvolentieri,
malvolentieri accetterei l'impiego, già la
momentanea umiliazione di fronte a questo
maestrino mi duole, ed ora deve diventare anzi
il mio capo. Se si potesse ancora restare qui un
pochino, forse la mia situazione cambia anche
oggi nel pomeriggio. Se almeno tu resti, si
potrebbe aspettare e dare al maestro una
risposta vaga. Per me un posto per la notte lo
trovo sempre, se necessario, da Bar..." Frieda
gli tappò la bocca con una mano. "Questo no",
disse angosciata, "per favore, non dirlo più. Ma
ti seguo in ogni caso. Se vuoi, resto qui da
sola, per quanto sarebbe triste. Se vuoi,
decliniamo l'offerta, per quanto secondo me
sarebbe sbagliato. Infatti vedi, se trovi un'altra
possibilità addirittura oggi pomeriggio, bene, è
evidente che noi lasciamo subito la
sistemazione nella scuola, nessuno ce lo
impedirà. Quanto all'umiliazione davanti al
maestro lascia che io mi curi che non avvenga,
gli parlerò io stessa, tu ti limiterai ad assistere
in silenzio, ed anche dopo non sarà altro che
questo, mai dovrai parlarci, se non vuoi,
proprio con lui, in realtà solo io sarò sua
dipendente, e nemmeno io, infatti conosco la
sua debolezza. Così dunque nulla è perduto, se
prendiamo quest'impiego, ma molto lo è se lo
rifiutiamo; prima di tutto, nel caso che non
ottenessi oggi stesso qualcosa dal castello, non
troveresti da nessuna parte del villaggio un
giaciglio, neppure per te da solo, voglio dire un
giaciglio di cui come tua futura moglie non
dovrei vergognarmi. E se non ti procuri alcun
giaciglio, vuoi pretendere da me qualcosa come
che io dorma qui al caldo della stanza mentre
so che fuori tu vaghi nella notte e nel freddo?",
K, che tutto il tempo aveva usato le mani,
incrociando le braccia sul petto, per colpirsi la
schiena allo scopo di scaldarsi un po', disse:
"Non resta dunque altro che accettare. Vieni!",
Nella stanza corse subito alla stufa senza
occuparsi del maestro; questi sedeva al tavolo,
tirò fuori l'orologio e disse: "S'è fatto tardi." -
"Ma ora siamo d'accordo, in compenso", disse
Frieda. "Accettiamo l'impiego." - "Bene", disse
il maestro, "ma l'offerta è per il signor
agrimensore, e deve pronunciarsi lui." Frieda
venne in aiuto a K. "Ovvio", disse, "accetta
l'impiego, non è vero K?", E così K poté limitare
la sua dichiarazione ad un semplice 'sì', diretto
neanche al maestro, ma a Frieda. "Allora",
disse il maestro, "mi resta solo da mettervi
davanti ai vostri doveri di lavoro in modo da
essere d'accordo una volta per tutte; voi,
signor agrimensore, avete entrambe le aule da
pulire e riscaldare ogni giorno, da fare piccole
riparazioni nell'edificio ed inoltre alle
attrezzature ginniche, da tener libero dalla
neve il sentiero che attraversa il giardino, da
far commissioni per me e per la signorina
maestra e, nei periodi più caldi dell'anno, da
occuparvi del giardinaggio. In compenso avete
diritto di abitare una delle due aule a vostra
scelta; tuttavia dovete, se non si fa lezione
nelle due aule contemporaneamente e voi
abitate proprio l'aula dove si fa lezione,
trasferirvi naturalmente nell'altra aula. Non
avete il permesso di cucinare nella scuola, in
compenso venite sostentato, insieme ai vostri,
qui nella locanda a spese della municipalità.
Che voi dobbiate condurvi conformemente con
la dignità della scuola e che, in particolare, i
ragazzini, mentre si fa lezione, mai possano
diventare testimoni di scene sconvenienti della
vostra vita famigliare, lo accenno tra parentesi,
infatti come uomo fatto voi dovete saperlo. In
aggiunta a ciò dichiaro anche che noi dobbiamo
insistere sul fatto che voi legittimiate quanto
prima la vostra relazione con la signorina
Frieda. Su tutto questo e su alcuni dettagli
viene steso un foglio di servizio che dovete
firmare subito al vostro ingresso nell'edificio
scolastico." A K tutto ciò pareva trascurabile
come se non lo riguardasse o comunque non lo
vincolasse; solo la iattanza del maestro gli
dava ai nervi, e alla leggera disse: "Ma sì, sono
i soliti impegni." Per cancellare un po' tale
osservazione Frieda s'informò sul salario.
"Verrà ponderato se pagare un salario dopo un
mese di prova." - "Questo però per noi è
severo", disse Frieda. "Dobbiamo sposarci
quasi senza soldi, creare la nostra economia
famigliare dal nulla. Non potremmo, signor
maestro, presentare un'istanza alla
municipalità chiedendo il favore d'un piccolo
immediato salario? Lo consigliereste?", -
"No", disse il maestro, che rivolgeva sempre le
sue parole a K. "Un'istanza del genere verrebbe
senz'altro rifiutata, se io la raccomandassi, ed
io non lo farei. La concessione del posto di
lavoro non è altro che una compiacenza nei
vostri confronti, e si deve esercitare
compiacenza se si resta consapevoli della
propria responsabilità pubblica, non troppo
oltre." A questo punto però anche K entrò nel
discorso, quasi contro la sua volontà. "
Compiacenza riguardo cosa, signor maestro?",
- disse, "credo che voi sbagliate. E' piuttosto
compiacenza da parte mia." - "No", disse
sorridendo il maestro, che aveva a quel punto
indotto K a parlare. "A tal proposito sono ben
informato. Ci serve urgentemente il bidello
all'incirca come l'agrimensore. Bidello o
agrimensore, si tratta di un giogo che abbiamo
sul collo. Mi costerà ancora molta riflessione il
modo come io debba motivare la spesa davanti
alla municipalità. Cosa migliore e conforme alla
verità sarebbe limitarsi a lanciare la sfida senza
motivarla." - "la penso così anch'io", disse K,
"dovete assumermi contro la vostra volontà.
Per quanto vi causi grave riflessione, dovete
assumermi. Se qualcuno è costretto ad
assumere un altro e quest'altro si lascia
assumere, è assunto, ed è lui quello garbato." -
"Straordinario", disse il maestro, "che cosa
dovrebbe costringerci ad assumervi? Il buono,
l'ottimo cuore del signor capo villaggio ci
costringe. Voi, signor agrimensore, lo vedo
bene, dovrete rinunciare a molte illusioni prima
di diventare un bidello capace. Ed affermazioni
come le vostre reclamizzano poco la
concessione d'un eventuale stipendio. Vedo
anche che la vostra condotta mi darà ancor
molto da fare; per tutto il tempo - seguito ad
osservare e quasi a non crederci - eccovi a
trattare con me in camicia e mutande." - "Sì",
gridò ridendo e battendo le mani K, "quei
mostri degli aiutanti! Ma dove si sono
cacciati?",
Frieda corse alla porta; il maestro, notando che
con K a quel punto gli era divenuto impossibile
parlare, chiese a Frieda quando avrebbero
preso alloggio nella scuola. "Oggi", disse
Frieda. "Allora domattina presto vengo a
verificare", disse il maestro, salutò con un
cenno della mano, stava per uscire dalla porta
che Frieda aveva aperto per sé, ma andò a
sbattere sulle serve già in arrivo con le loro
cose per ripiazzarsi nella stanza. Fu costretto a
sgattaiolare tra loro. che non sarebbero
retrocesse davanti a nessuno, e Frieda lo
seguì." Andate di fretta, però", disse K, che
stavolta era assai contento di loro, "siamo
ancora qui e voi dovete già presentarvi?",
Quelle non risposero e con imbarazzo
sfagottarono la loro roba in cui K vide spuntar
fuori i ben noti stracci sudici. "Non l'avete
ancora mai lavate le vostre cose, vero?",,
osservò K, detto non in modo malvagio, ma
con un che di affettuoso. Quelle se ne
accorsero, aprirono nel contempo le loro
bocche spietate, mostrarono i loro denti belli,
forti, animaleschi, e risero mute. "Venite
dunque", disse K, "sistematevi, che è la vostra
camera." Siccome però quelle continuavano a
esitare - la loro camera gli pareva troppo
cambiata davvero - K ne prese una per un
braccio per spingerla avanti. La mollò subito,
però, tanto era stupito dal loro sguardo, che,
dopo una rapida occhiata reciproca d'intesa,
non toglievano più da K. "Ora mi avete
guardato abbastanza", disse K reprimendo una
certa qual sensazione spiacevole, prese l'abito
e gli stivali che Frieda, seguita dagli aiutanti
intimiditi, aveva appena portato, e si vestì.
Incomprensibile gli era sempre, ed ora di
nuovo, la pazienza che Frieda aveva con loro.
Li aveva trovati, eppure avrebbero dovuto pulir
l'abito di K in cortile, dopo lunghi tentativi per
fortuna di sotto a mangiare, in grembo a loro
l'abito non pulito, tutto appallottolato, e allora
aveva dovuto far tutto lei; eppure non ci
litigava affatto, sapeva come fare con la gente
comune, inoltre parlava in loro presenza della
loro gran trascuratezza come d'un piccolo
scherzo e dava uno schiaffetto lieve sulla
guancia d'uno di loro, come adulando. K aveva
intenzione di rimproverarli quanto prima. Però
era arrivato il tempo massimo per andarsene
via. "Gli aiutanti restano qui a darti una mano
nel trasloco", disse K. Del resto loro non erano
d'accordo su questo. Ben nutriti e soddisfatti
com'erano avrebbero fatto volentieri un po' di
movimento. Quando Frieda disse: "Certo, voi
restate qui", si adattarono. "Sai dove vado?", -
chiese K. "Certo", disse Frieda. "E non mi
trattieni più?", - chiese K. "Troverai così tanti
ostacoli", disse lei, "cosa significherebbe la mia
parola!", salutò K con un bacio, gli dette,
poiché non aveva mangiato, un pacchettino
con pane e salsiccia che aveva portato da sotto
per lui, gli ricordò che doveva tornare non più lì
dov'erano, ma nella scuola, e lo accompagnò,
tenendogli una mano sulle spalle, fino alla
porta.

Ottavo capitolo

Subito K fu lieto di essersi liberato del fittume


di serve e aiutanti in quella stanza calda.
Inoltre faceva un po' più freddo, la neve era
più dura, camminare più facile. Solo che stava
cominciando, ovviamente, a far scuro, e lui
accelerò i passi.
Il castello i cui contorni iniziavano già a
perdersi, stava come sempre nella quiete, mai
ancora K aveva visto i più piccoli segni di vita,
forse da tale distanza era impossibile
riconoscer qualcosa, eppure gli occhi volevano
vederlo e non tolleravano la sua quiete.
Quando K guardava il castello era a momenti
come se osservasse qualcuno che con calma
sedesse lì e guardasse davanti a sè, non come
se fosse perso nei pensieri e perciò chiuso nei
confronti di tutto e tutti, ma libero e
indisturbato come fosse da solo e nessuno lo
guardasse, eppure doveva accorgersi che
veniva osservato, ma ciò non lo smuoveva per
nulla nella sua calma, e veramente - s'ignorava
se ciò fosse la causa o l'effetto - gli sguardi
dell'osservatore non riuscivano a restare fissi e
deviavano. Tale impressione quel giorno veniva
rafforzata dal primo buio; più a lungo lui
guardava tanto meno riconosceva, tanto più
tutto sprofondava nel crepuscolo.
Quando K pervenne alla locanda dei signori
funzionari ancor priva d'illuminazione, al primo
piano si aprì una finestra, un giovane signore
grasso, ben rasato in pelliccia si sporse fuori e
poi restò alla finestra. Non parve rispondere
con il più lieve cenno del capo al saluto di K.
Nell'atrio e nella mescita K non incontrò
nessuno, l'odore di birra stantia era anche
peggio che non la volta precedente, qualcosa di
simile non promanava nella locanda del ponte.
K andò subito alla porta attraverso la quale
aveva osservato la volta precedente Klamm,
cautamente abbassò il saliscendi, ma la porta
era chiusa a chiave; allora cercò a tastoni il
punto dov'era lo spioncino, ma la chiusura
probabilmente era così ben incassata che con
quel metodo lui non poteva trovare il punto,
per cui accese un fiammifero. E venne
spaventato da un urlo. Nell'angolo tra la porta
e la credenza, vicino alla stufa, sedeva
rannicchiata una ragazzina guardandolo fisso,
mentre accendeva il fiammifero, con occhi
appena aperti, ubriachi di sonno.
Evidentemente era la sostituta di Frieda. Presto
si calmò , accese la luce elettrica, l'espressione
del viso era ancora non buona quando
riconobbe K. "Ah, il signor agrimensore", disse
sorridendo, gli porse la mano e si presentò. "Mi
chiamo Pepi". Era piccola, rossa, di aspetto
sano, ricca la chioma biondo rossiccia
robustamente acconciata a treccia e per il resto
arricciolata attorno al viso; l'abito le stava
malissimo, sbrendolava tutto, era di stoffa
grigio lucida, in basso con infantile goffaggine
era raccolto in una striscia di seta che finiva in
una maglia, di modo che Pepi risultava
impacciata. Chiese notizie di Frieda e se
sarebbe tornata presto. Era una domanda che
sfiorava la cattiveria. "Son stata chiamata in
fretta", disse poi, "subito dopo che Frieda se
n'era andata, perché qui non si può servirsi di
una qualunque, finora ero addetta alle camere,
ma non è che abbia fatto un buon cambio. Qui
si lavora la sera e la notte, molto stancante,
farò fatica a sopportarlo, non mi meraviglio che
Frieda abbia smesso." - "Frieda qui era molto
contenta", disse K allo scopo di attirare
l'attenzione di Pepi sulla differenza esistente
tra lei e Frieda, differenza cui lei non faceva
caso. "Non credetele", disse Pepi. "Frieda è
capace di contenersi come a nessuno riesce
facilmente. Quel che non vuol ammettere, non
lo ammette, per cui non ci si accorge nemmeno
che lei abbia qualcosa da ammettere. Con lei
ho lavorato già alcuni giorni, abbiam sempre
dormito nello stesso letto, ma non sono sua
intima, di certo lei a me ora non ci pensa più.
Forse la sua unica amica è la signora della
locanda del ponte, e questo è significativo." -
"Frieda è fidanzata con me", disse K cercando
nel contempo lo spioncino nella porta. "lo so",
disse Pepi, "è proprio per questo che dico
queste cose. Altrimenti a voi non importerebbe
nulla." - "Capisco", disse K, "voi intendete che
io posso essere fiero di essermi accattivato una
ragazza tanto chiusa." - "Sì", disse Pepi
ridendo contenta come se si fosse guadagnata
K in un'intesa segreta riguardante Frieda.
Tuttavia non erano davvero le parole di lei che
davano da pensare a K un po' deviandolo dalla
ricerca, ma la sua comparsa ed la sua presenza
lì. Ovviamente era molto più giovane di Frieda,
quasi ancora una bambina, e il suo abito faceva
ridere, evidentemente se l'era messo in base a
quel che lei s'immaginava, esagerando, su ciò
che significava fare la mescitrice di birra. E nei
suoi modi tali fantasie avevano ancora il diritto
di esistere, infatti il posto per cui ancora lei non
era neanche all'altezza, era insperato e
immeritato e le era toccato solo
provvisoriamente, non le era stato nemmeno
affidata la borsetta che Frieda aveva sempre
portato alla cintura. E la sua presunta
insoddisfazione del posto di lavoro era solo
presunzione. Eppure, a dispetto della sua
sconsideratezza anche lei probabilmente aveva
aderenze con il castello; anzi, se non aveva
mentito, era stata ragazza addetta alle
camere; senza conoscere le sue doti, perdeva lì
le giornate, ma un abbraccio di quel piccolo
grasso corpo un po' culone non poteva certo
portarle via le sue doti, poteva invece toccarle
incoraggiandola ad una via brutta. Era poi forse
un caso diverso rispetto a quello di Frieda?
Eppure era diverso. Bastava pensare allo
sguardo di Frieda, per capirlo. Mai K avrebbe
toccato Pepi. Tuttavia per un attimo lui dové
nascondere il suo sguardo, tanto l'osservava
voglioso.
"Non dev'essere acceso", disse Pepi spegnendo
la luce, "ho acceso soltanto perché mi avete
così tanto spaventata. Che cosa volete qui? Ha
dimenticato qualcosa Frieda?", - "Sì", disse K
indicando la porta, "qui nella stanza accanto
una coperta da tavolo bianca fatta a maglia." -
"Sì, la sua coperta da tavolo", disse Pepi, "mi
ricordo, un bel lavoro, a farlo l'ho aiutata, ma è
difficile che sia in questa stanza." - "Frieda
crede di sì. Ma chi ci sta?", - chiese K.
"Nessuno", disse Pepi." Si tratta della stanza
riservata ai signori funzionari, mangiano e
bevono qui, voglio dire, è destinata a questo,
ma i più restano di sopra nelle loro stanze." -
"Sapendo", disse K, "che ora non c'è nessuno,
volentieri entrerei e cercherei la coperta. Ma
non è sicuro, per l'appunto; per esempio
Klamm di solito si siede lì." - "Klamm ora certo
non c'è", disse Pepi, "sta per partire, anzi, la
slitta sta aspettando in cortile."
Subito, senza una parola di spiegazione, K
lasciò la mescita, nell'atrio svoltò invece che
verso l'uscita in direzione dell'interno
dell'edificio e in pochi passi fu nel cortile.
Com'era bello e tranquillo lì! Un cortile
quadrato su tre lati dell'edificio e sulla strada -
una che K non conosceva - limitato da un muro
bianco, alto, con un gran portone pesante in
quel momento aperto. Dal lato del cortile
l'edificio appariva più alto che da fuori, almeno,
il primo piano si ergeva per intero ed aveva un
aspetto più grande, perché era circondato da
un loggiato di legno chiuso fino ad una piccola
fenditura all'altezza degli occhi. Obliquamente
rispetto a K, ancora nella parte mediana, ma
già dove l'ala laterale vi si attaccava, c'era un
accesso all'edificio aperto, senza porta. Davanti
sostava una slitta scura, chiusa, con due cavalli
attaccati. Fino a dov'era il cocchiere che K a
distanza nell'oscurità più che riconoscere
presumeva, non si vedeva nessuno.
La mani in tasca, cautamente guardandosi
attorno, rasente il muro K fece due lati del
cortile finché non fu presso la slitta. Il
cocchiere, uno di quei villici che la volta
precedente erano stati nella mescita, affondato
nella pelliccia, indifferente lo aveva visto
avvicinarsi come all'incirca si segue il percorso
di un gatto. Anche quando K si trovò vicino a
lui salutando e, addirittura, i cavalli si erano
fatti un po' inquieti a causa di quell'uomo
saltato fuori dal buio, quello restò
completamente disinteressato. K ne fu molto
contento. Appoggiato al muro spacchettò il cibo
pensando con gratitudine a Frieda che si era
preoccupata tanto per lui, e scrutò intanto
nell'interno dell'edificio. Una scala fatta a
rampe portava in alto e giù s'incrociava con un
basso ma apparentemente lungo andito; tutto
era pulito, intonacato di bianco, netto e
appunto nitido.
L'attesa fu più lunga di quel che K avesse
pensato. Da un pezzo aveva finito di mangiare,
il freddo era acuto, dal crepuscolo si era
passati alla piena oscurità, e Klamm continuava
a non arrivare. "Può durare ancora parecchio",
d'improvviso disse una voce arrochita tanto
vicina a K da farlo sobbalzare.
Era il cocchiere che, come svegliatosi, si stirava
e sbadigliava. "Ma quanto?",- chiese K, non
dispiaciuto del disturbo, infatti il silenzio
continuato e la tensione erano già divenuti
spiacevoli. "Andrete via prima", disse il
cocchiere. K non capì, ma non fece altre
domande ritenendo così di indurre meglio a
parlare quell'altezzoso. Non rispondere era
quasi eccitante lì nel buio. E infatti dopo un po'
il cocchiere chiese a K se voleva del cognac.
"Sì", disse K senza pensarci sopra, troppo
attirato dalla proposta, dato che aveva freddo.
"Allora aprite la slitta". disse il cocchiere, "nella
tasca laterale ci sono delle bottiglie,
prendetene una, bevete e poi passatemela. Per
me è complicato scendere, con la pelliccia." Far
servizi del genere indispettiva K, ma poiché con
il cocchiere aveva già fatto comunella, obbedì,
per quanto temesse di essere per così dire
sorpreso da Klamm. Aprì la larga portiera ed
avrebbe potuto subito estrarre la bottiglia dalla
tasca che si trovava nell'interno della portiera,
ma ora che era aperta lui fu talmente spinto
verso l'interno della slitta che non riuscì a
resistere, volle sedersi solo per un momento.
Scivolò dentro. Il caldo era straordinario, e non
cessò nonostante che la portiera, che K non
osava chiudere, fosse spalancata. Non si
sapeva mica, se ci si trovava seduti su una
panca, tanto si giaceva tra coperte, cuscini e
pellicce; ci si poteva girare da ogni parte e
allungarsi, si continuava ad affondare nel
morbido e nel caldo. Le braccia allargate, il
capo appoggiato ai cuscini sempre a
disposizione, K guardò all'esterno della slitta
verso lo scuro edificio. Perché ci voleva tanto
prima che Klamm uscisse? Come stordito dal
caldo dopo la lunga sosta nella neve K
desiderava che alla fine Klamm venisse. Del
pensiero che nella sua posizione sarebbe stato
meglio non esser visto da Klamm era
consapevole in modo oscuro, come di un lieve
turbamento. Fu assecondato in tale oblio dalla
condotta del cocchiere, che pure doveva
saperlo, che lui era nella slitta, e che ce lo
lasciò perfino senza pretendere da lui il cognac.
Cosa riguardosa, ma K volle invece servirlo.
Goffamente, senza cambiar posizione, si
allungò verso la tasca laterale, ma non quella
della portiera aperta, che era troppo distante,
piuttosto all'indietro verso quella chiusa,
ebbene, era lo stesso, c'erano bottiglie anche
in quella. Ne tirò fuori una, svitò il tappo,
annusò, senza volere fu costretto a sorridere,
l'odore era così dolce, così carezzevole come
quando si sentono, da qualcuno che si ha
molto caro, parole buone ed elogi, e nemmeno
si sa bene di che cosa si tratta, e non si vuol
sapere, si è solo felici nella consapevolezza che
è lui a parlare. "Sarà il cognac?", - si chiese K
nel dubbio, e per curiosità assaggiò. Era
cognac, strano a dirsi, bruciava e scaldava.
Quanto mutato, se si beveva, da un qualcosa
che trasmetteva quasi solo dolci esalazioni, in
una bevanda da cocchieri! "E' possibile?",- si
chiese K come rimproverando se stesso, e
bevve ancora una volta.
A quel punto - K era appunto alle prese con
una lunga sorsata - si fece chiaro, brillò la luce
elettrica all'interno delle scale, nell'andito,
nell'atrio, fuori all'ingresso. Si sentirono passi
in discesa per le scale, la bottiglia cadde di
mano a K, il cognac si versò su una pelliccia, K
balzò fuori dalla slitta, aveva appena potuto
chiudere la portiera, sbattendola, cosa che fece
un minaccioso frastuono, quando poco dopo un
signor funzionario lentamente uscì dall'edificio.
Parve l'unica consolazione, che non fosse
Klamm, o era proprio questo da rimpiangere?
Era quel signor funzionario che K aveva visto
alla finestra del primo piano. Un giovane
estremamente di bell'aspetto, bianco e rosso,
ma molto serio. Anche K lo guardò tetro, ma
con tale sguardo si riferiva a se stesso.
Avrebbe fatto meglio a mandar lì i suoi
aiutanti; di comportarsi così come aveva fatto,
lo avrebbero capito anche loro. Quel signore
nei confronti di lui tacque ancora come se nel
suo vasto petto non avesse abbastanza fiato a
causa del troppo da dire. "E' qualcosa di
veramente terribile", disse poi spingendosi il
cappello un po' indietro sulla fronte. Ma come?
Quel signore non sapeva probabilmente nulla
della sosta di K dentro la slitta e già
individuava un qualcosa di terribile? Che per
esempio fosse penetrato fino al cortile? "Ma
come siete arrivato qui?", - chiese quel signore
già a voce più bassa, già in grado di respirare,
arrendendosi all'irrevocabile. Che razza di
domande, che razza di risposte! K doveva
all'incirca giustificargli con precisione che il suo
cammino iniziato con tante speranze era stato
inutile? Invece di rispondere, K si voltò verso la
slitta, l'aprì e prese il berretto che aveva
dimenticato lì. Notò con disagio che il cognac
colava sul predellino.
Poi si voltò di nuovo verso quel signore; di
mostrargli che era stato dentro la slitta a quel
punto non aveva più scrupoli, e non era
nemmeno il peggio; nel caso che ne venisse
richiesto, certo solo in quel caso, non aveva
intenzione di tacere che il cocchiere stesso lo
aveva indotto almeno ad aprirla, la slitta. Il
vero guaio era però che quel signore lo avesse
sorpreso, che non c'era stato più sufficiente
tempo per nascondersi per poi poter
indisturbato attendere Klamm, oppure che lui
non aveva avuto abbastanza presenza di spirito
per restare dentro la slitta, di chiudere la
portiera e di aspettare tra le pellicce Klamm, o
almeno di restarci finché quel signore era lì
vicino. Ovviamente lui non aveva potuto sapere
se Klamm stesso, forse già in quel momento,
venisse, nel qual caso sarebbe certo stato
meglio assai accoglierlo all'esterno della slitta.
Anzi, era stata molteplicemente da
considerare, quest'ipotesi, ma a quel punto non
più, infatti si era arrivati alla fine.
"Venite con me", disse quel signore, non
proprio in tono di comando, il comando non
stava nelle parole, ma nel breve,
intenzionalmente indifferente,
accompagnamento delle parole con un cenno
della mano. "Aspetto qualcuno qui", disse K,
senza più sperare in una qualche successo, ma
solo per principio. "Venite", disse ancora una
volta quel signore con gran fermezza, come
volesse mostrare di non aver mai dubitato che
K aspettasse qualcuno. "Però poi non incontro
chi sto aspettando", disse K con un movimento
convulso. Nonostante tutto quel che era
successo, aveva la sensazione che ciò che fin lì
aveva ottenuto era un genere di possesso, lui
lo deteneva certo soltanto in apparenza,
eppure non doveva restituirlo in forza d'un
qualsiasi comando. "Non lo incontrate in ogni
caso, sia che aspettiate sia che andiate", disse
quel signore, rigido certamente nella sua
opinione, ma sorprendentemente elastico in
rapporto all'andamento dei pensieri di K.
"Allora preferisco non incontrarlo
aspettandolo", disse K con ostinazione, non si
sarebbe certo lasciato portar via solo per le
parole di quel giovane signor funzionario.
Dopodiché quest'ultimo chiuse per un attimo gli
occhi con una espressione meditativa del volto
abbassato, come se volesse tornare
dall'incomprensione di K di nuovo alla suo
proprio buon senso, fece passare sulle labbra
un poco aperte la punta della lingua e poi disse
al cocchiere: "Staccate i cavalli."
Il cocchiere, devotamente rispetto a quel
signore, ma con una occhiataccia laterale verso
K, dovette a quel punto scendere impellicciato
ed iniziare, assai esitante, come se non si
aspettasse da quel signore un contrordine, ma
invece aspettasse un cambiamento
d'intenzione da parte di K, a far retrocedere i
cavalli insieme alla slitta verso l'ala laterale
dell'edificio dove evidentemente, dentro un
gran portone, si trovavano la scuderia e la
rimessa dei veicoli. K si vide solo, da una parte
si allontanava la slitta, dall'altra lungo il
percorso che lui aveva fatto per arrivare, il
giovane signor funzionario, entrambi certo
lentamente come se volessero mostrare a K
che era ancora in suo potere andare a
riprenderli.
Forse lo aveva, ma non gli sarebbe servito a
nulla; andare a riprendere la slitta significava
sloggiare. Cosi' rimase fermo come unico
padrone del campo, ma si trattava di una
vittoria che non dava nessuna gioia. Seguì con
lo sguardo un po' quel signore ed un po' il
cocchiere. Il primo aveva già raggiunto la porta
attraverso cui prima K era entrato nel cortile,
guardò indietro un'altra volta, K ritenne che
scuotesse la testa su tanta ostinazione, poi si
volse con un deciso, breve, definitivo
movimento ed entrò nell'atrio, dove subito
sparì. Il cocchiere restò di più nel cortile, aveva
molto da fare con la slitta, dovette aprire il
pesante portone della scuderia, manovrando
portare indietro la slitta al suo posto, staccare i
cavalli, portarli alle loro greppie, fece tutto con
serietà, concentrato completamente su di sé,
senza nessuna speranza d'un imminente
viaggio; tal silenzioso darsi da fare senza
guardar mai K parve a quest'ultimo che fosse
un rimprovero molto più duro che non la
condotta del signor funzionario. E quando poi,
al termine del lavoro nella scuderia, il cocchiere
attraversò il cortile con la sua lenta oscillante
andatura, chiuse il gran portone, tornò
indietro, tutto con lentezza e soltanto
interessato alle sue orme nella neve, si chiuse
nella scuderia, e tutta la luce elettrica cessò -
a chi sarebbe servita? - rimanendo ancora solo
in alto chiara la fenditura nel loggiato di legno,
allora parve a K come se se fosse stato
interrotto ogni contatto con lui e come se, a
quel punto, lui fosse sicuramente più libero che
non mai e potesse aspettare lì in quel luogo
altrimenti proibito quanto voleva, e che si fosse
conquistato quella libertà come a mala pena un
altro avrebbe potuto, e nessuno potesse
permettersi di smuoverlo o di sloggiarlo, anzi,
di rivolgergli solo la parola; ma - tal
convinzione era almeno altrettanto forte -
come se allo stesso tempo nulla ci fosse di più
assurdo, nulla di più dubbio, di quella libertà, di
quell'attesa, di quella invulnerabilità.
Nono capitolo

Si schiodò e fece ritorno nell'edificio, stavolta


non rasente il muro, ma attraversando la neve,
incontrò il locandiere che lo salutò senza parole
e fece segno in direzione della mescita, seguì
tal segno perché aveva freddo e perché voleva
vedere qualcuno, ma fu molto deluso quando,
a un tavolino che certo era stato messo
appositamente, dato che lì altrimenti ci si
accontentava dei barili, vide il giovane signor
cancelliere seduto e davanti a lui - vista per K
deprimente - la signora della locanda del
ponte. Pepi, fiera, il capo eretto, sorriso
sempre uguale, consapevole della sua
incontestabile dignità, dimenando la treccia ad
ogni mossa, correva avanti e indietro, portò
birra e poi inchiostro e penna, infatti quel
signor funzionario aveva disteso una carta
davanti a sé, confrontava dati che trovava ora
in tale carta, ora in un'altra che stava dall'altra
parte del tavolo, e aveva intenzione ordunque
di scrivere. La locandiera, dalla sua mole, le
labbra un poco rovesciate, come rilassandosi,
osservava immobile il signor funzionario e le
carte come se avesse detto già tutto il
necessario e fosse stato ben accolto. "Il signor
agrimensore, finalmente", disse il signor
funzionario all'entrata di K guardando rapido
per poi sprofondarsi di nuovo nelle sue carte.
Anche la locandiera sfiorò K solo con uno
sguardo indifferente e privo di sorpresa. Pepi
invece parve fargli attenzione, quando lui andò
al banco ed ordinò un cognac.
K si appoggiò al banco, premé le mani sugli
occhi e se ne infischiò di tutto. Centellinò il
cognac e poi spinse indietro il bicchiere, era
imbevibile. "Lo bevono tutti i signori
funzionari", disse Pepi svelta, bevve il
rimanente, lavò il bicchiere e lo rimise al suo
posto. "Hanno anche di meglio, quei signori
funzionari", disse K. "Può essere", disse Pepi,
"ma io no". Con il che aveva sbrigato K e fu di
nuovo al servizio del signor funzionario, che
però non aveva bisogno di nulla e dietro il
quale lei continuava a camminare attorno
facendo rispettosissimi tentativi di sbirciare le
carte da sopra le spalle; era però soltanto
curiosità e presunzione infondata, che anche la
locandiera biasimava sollevando le sopracciglia.
D'improvviso però la locandiera tese l'orecchio
e fissò, intenta completamente all'ascolto, il
vuoto. K si girò, non udiva nulla di particolare,
nemmeno gli altri sembrava che udissero
alcunché, ma la locandiera si affrettò in punta
di piedi a gran passi verso la porta in fondo,
che portava al cortile, guardò attraverso il buco
della serratura, poi si voltò verso gli altri, occhi
sbarrati, viso rosso, fece loro un cenno
chiamandoli a sé e cominciarono a turno a
guardare dal buco, certamente la locandiera
rimanendo la massima parte in causa, ma
anche Pepi era pur sempre in questione, e
rispetto a loro indifferentissimo quel signor
funzionario. Pepi e lui vennero inoltre via alla
svelta, solo la locandiera continuò ad aguzzare
lo sguardo dal buco, tutta chinata, quasi in
ginocchio, si aveva quasi l'impressione che a
quel punto lei implorasse solo il buco, ormai, di
lasciarla passare, dato che da vedere da un bel
po' non c'era più nulla. Quando infine poi si
sollevò, passò le mani sul viso, mise i capelli a
posto, fece un sospirone, fu costretta
visibilmente ad abituare gli occhi di nuovo alla
stanza ed alle persone che vi si trovavano
facendo ciò con riluttanza, K disse, non per
farsi confermare qualcosa che sapeva, ma per
prevenire un attacco che quasi temeva, tanto a
quel punto era vulnerabile: "E dunque Klamm è
già partito?", - la locandiera gli passò davanti
muta, invece quel signor funzionario dal suo
tavolo disse: "Sì, certo. Quando voi avete
lasciato il vostro posto di guardia, Klamm è
stato in grado di partire. Ma è una meraviglia,
la sensibilità di quell'uomo. Ci avete fatto
caso, signora locandiera, come guardava in
giro inquieto, Klamm?", La locandiera parve
non averci fatto caso, ma il signor funzionario
continuò: "Bene, fortunatamente non c'era più
nulla di visibile, il cocchiere aveva spianato
anche le impronte nella neve." - "La signora
locandiera", disse K, "non ha notato niente",
ma non lo disse con una qualche speranza,
piuttosto irritato soltanto dall'osservazione del
signor funzionario, che aveva voluto suonare
tanto conclusiva e inappellabile." Forse non
stavo già più al buco della serratura", disse la
locandiera, subito protettiva nei confronti del
signor funzionario; poi però volle dar ragione
anche a Klamm e continuò: "Del resto a una
così gran sensibilità di Klamm io non credo.
Non v'è dubbio, stiamo in ansia per lui e
cerchiamo di proteggerlo perciò partendo dal
presupposto di ammettere un'estrema
sensibilità. Va bene così e certo Klamm lo
vuole. Come in realtà tuttavia stanno le cose,
non lo sappiamo. Certo, Klamm mai parlerà
con qualcuno con cui non vuol parlare, per
quanta pena si dia quel qualcuno e per quanto
intollerabilmente si spinga avanti, ma questo
solo fatto, che Klamm mai ci parlerà, mai lo
lascerà venire al suo cospetto, davvero basta;
perché in realtà lui dovrebbe non riuscire a
tollerare la vista di un tal de'tali? Come
minimo, non è consentito stabilirlo, perché mai
ve ne sarà la prova." Il signor funzionario annuì
con energia. "In fondo è anche la mia
opinione", disse, "mi sono espresso un po'
diversamente, è successo questo, allo scopo di
farmi capire dal signor agrimensore. Eppur
tuttavia è esatto che Klamm, quando è uscito
all'aperto, si sia guardato attorno." - "Forse mi
ha cercato", disse K. "Possibile", disse il signor
funzionario, "quest'idea non mi era venuta."
Tutti risero, Pepi, che a stento aveva capito
qualcosa di tutto il discorso, rise più di tutti.
"Visto che ora siamo così felicemente riuniti",
disse il signor funzionario, "vi pregherei molto,
signor agrimensore, di completare la mia
documentazione con alcune informazioni." - "Si
scrive parecchio, in questo posto", disse K
guardando da lontano le carte. "Sì, è una
cattiva abitudine", disse il signor funzionario di
nuovo ridendo, "ma voi ancora forse non
sapete nemmeno chi sono. Sono Momus,
cancelliere di Klamm al villaggio." Dopo queste
parole la scena si fece tutta quanta seria; per
quanto la locandiera e Pepi conoscessero
naturalmente il signor funzionario, pure erano
come colpite dal fatto che il nome venisse
pronunciato, e dalla sua carica. E perfino il
signor funzionario stesso, come avesse detto
più di quanto potesse, e volesse, almeno in
seguito, sfuggire alla solennità insita nelle sue
proprie parole, si immerse negli atti e iniziò a
scrivere, tanto che nella stanza non si udì che
la penna. "Ma che cos'è il cancelliere incaricato
al villaggio?", - chiese K dopo un po'. Al posto
di Momus che, a quel punto, dopo che si era
presentato, non riteneva più dignitoso dare
anche spiegazioni simili, la locandiera disse: "Il
signor Momus è cancelliere di Klamm come lo
sono gli altri di Klamm, ma la sua posizione
burocratica e, se non sbaglio, la sua attività -"
Momus vivacemente scosse la testa cessando
di scrivere, e la locandiera si corresse,
"dunque, solo la sua posizione burocratica è
ristretta al villaggio, non la sua attività. Il
signor Momus si occupa del lavoro scritturale di
Klamm via via necessario in rapporto al
villaggio e accoglie per primo le petizioni a
Klamm provenienti dal villaggio. " Poiché K,
ancora poco toccato da tali cose, guardava con
occhi vuoti la locandiera, lei, mezzo
imbarazzata, aggiunse: "Funziona così, tutti i
signori funzionari del castello hanno i loro
cancellieri addetti al villaggio." Momus, che era
stato a sentire con molta più attenzione di K,
disse alla locandiera per completezza: "la
maggior parte dei cancellieri addetti al villaggio
lavorano solo per un signor funzionario, io
invece per due, per Klamm e per Vallabene." -
"Sì", disse la locandiera, che ora stava
ricordandosene, e si volse verso K. "Il signor
Momus lavora per due signori funzionari, per
Klamm e per Vallabene, è dunque doppiamente
cancelliere incaricato al villaggio." -
"Doppiamente, per Bacco", e annuì in direzione
di Momus, che quasi sportosi in avanti lo
guardava, come si annuisce ad un bambino che
si è appena sentito elogiare. In ciò era insito un
certo disprezzo che, o non venne notato, o
proprio non si volle vedere. Giusto in presenza
di K, che pure non era neanche degno
abbastanza da aver il permesso di esser visto
anche per caso da Klamm, le benemerenze
d'un uomo del più stretto ambito klammiano
venivano dettagliatamente presentate con la
scoperta intenzione di attirare il riconoscimento
e la lode di K. Eppure K non aveva testa per
cose del genere; lui, che con tutte le sue forze
s'era adoperato per un'occhiata da parte di
Klamm, per esempio valutava la posizione
d'un Momus, che aveva il permesso di vivere
sotto gli occhi di Klamm, non elevata, lungi da
lui stupore o magari invidia, dato che non la
vicinanza a Klamm in sé era per lui
desiderabile, ma che lui, K, soltanto lui, nessun
altro con le sue aspirazioni e con quelle di
nessun altro, si avvicinasse a Klamm, e vi si
avvicinasse non per starsene con le mani in
mano vicino a lui, ma per transitargli davanti in
direzione del castello.
Guardò il suo orologio e disse: "Ora però devo
andare a casa." Subito mutò la situazione in
rapporto alla benevolenza di Momus. "Ma
certo", disse questi, "i doveri di bidello
chiamano. Tuttavia dovete ancora dedicarmi un
momento. Solo alcune domande brevi." - "Non
ne ho alcuna voglia", disse K con l'intenzione di
andare alla porta. Momus sbatté un documento
sul tavolo e si alzò: "In nome di Klamm vi
esorto a rispondere alle mie domande." - "In
nome di Klamm?", - replicò K. "L'importano
dunque le mie cose?", . "Non ne ho alcuna idea
e voi ne avete certo molte meno, dunque
entrambi lasciamo la cosa tranquillamente a
lui. E però vi esorto, nella posizione conferitami
da Klamm, a restare ed a rispondere." -
"Signor agrimensore", s'intromise la
locandiera, "mi guardo bene dal consigliarvi di
nuovo; anzi, sono stata respinta da voi in
modo inaudito, con i consigli fin qui dati, i più
sinceri che si potessero dare, e ora sono
venuta dal signor cancelliere - non ho niente da
nascondere - per informare l'ufficio della vostra
condotta e delle vostre intenzioni e per
proteggermi per sempre dal fatto che veniate
più o meno alloggiato un'altra volta presso di
me, tra noi le cose stanno così e nulla le
cambierà più, davvero, e se io mi pronuncio
ora non lo faccio per aiutarvi, diciamo, ma per
facilitare un po' al signor cancelliere il gravoso
compito che aver a che fare con un uomo come
voi significa. Ciò nonostante però potete, se
volete, trarre profitto dalle mie parole proprio
a causa della mia completa sincerità - solo
modo che io abbia per trattar con voi, per
quanto con riluttanza. E dunque vi rendo noto
che l'unica via che vi porti a Klamm passa, qui,
dal verbale del signor cancelliere. Però non ho
intenzione di esagerare, forse la via non porta
a Klamm, forse termina lungi da lui, di ciò
decide come vuole il signor cancelliere. In ogni
caso è però l'unica via che vi possa portare
almeno verso Klamm. E volete rinunciare a
quest'unica via per nessun altro motivo che per
ostinazione?", - "Ah, signora locandiera", disse
K, "non si tratta né dell'unica via verso Klamm
né è migliore delle altre. E voi, signor
cancelliere, decidete se quello che io direi qui è
lecito o meno che attinga Klamm?", -
"Altrimenti", disse Momus guardando a destra
e a manca, dove non c'era nulla da vedere, con
gli occhi orgogliosamente abbassati, "a che
scopo sarei cancelliere." - "Ordunque, signora
locandiera, vedete", disse K, "non ho bisogno
di una via verso Klamm, ma verso il signor
cancelliere, prima." - "Tal via volevo aprirvi",
disse la locandiera. "Non vi ho proposto
stamattina di trasmettere la vostra richiesta a
Klamm? Ciò sarebbe accaduto tramite il signor
cancelliere. Ma voi avete rifiutato, eppure ora
non vi resterà null'altro che questa via.
Ovviamente dopo la scena di oggi, dopo
l'attacco di sorpresa a Klamm tentato da voi,
avete ancor meno prospettive di successo.
Eppure questa ultima, minima speranza, che
sta svanendo, in realtà nemmen sussistente, è
la vostra unica." - "Com'è, signora locandiera",
disse K, " che all'inizio avete cercato tanto di
tenermi lontano dal presentarmi a Klamm ed
ora la mia richiesta la prendete così sul serio e
sembrate considerarmi in certo modo perduto
per via del fallimento del mio piano? Se mi si
poteva sconsigliare prima con sincerità di
aspirare a Klamm in particolare, com'è
possibile che ora mi si spinga addirittura avanti
con la stessa sincerità sulla via verso Klamm,
per quanto si ammetta che nemmeno possa
arrivarci, tal via?", - "Vi spingo avanti, sul
serio?", - disse la locandiera. "Vuol dire
spingere avanti, se dico che i vostri tentativi
sono senza speranza? Sarebbe davvero il
massimo della temerità se voi voleste scaricare
su di me la responsabilità vostra - questo. E'
forse la presenza del signor cancelliere che ve
ne dà la voglia? No, signor agrimensore, io non
vi spingo proprio a niente. Solo questo posso
ammettere, di avervi un po' sopravvalutato la
prima volta che vi ho visto. Il vostro rapido
successo su Frieda mi spaventò, non sapevo di
che cosa avreste potuto esser capace, volevo
evitare un'ulteriore catastrofe e credevo di non
poter ottener ciò se non cercando di scuotervi
con preghiere e minacce. Poi ho imparato a
pensare a tutto quanto con più calma. Potete
fare quel che volete. I vostri atti forse
lasceranno là fuori nella neve in cortile
profonde impronte, ma non altro." - "La
contraddizione non mi pare affatto chiarita",
disse K, "eppure mi accontento di averla fatta
notare. Ora vi prego, signor cancelliere, di
dirmi però se l'opinione della signora locandiera
è giusta, quella per cui in pratica il verbale che
voi volete redigere con me potrebbe portare
come conseguenza che io abbia la possibilità di
comparire davanti a Klamm. Se è così sono
pronto subito rispondere ad ogni domanda. In
tal prospettiva sono pronto assolutamente a
tutto." - "No", disse Momus, "non ci sono tali
connessioni. Si tratta solo di redigere una
descrizione corretta per l'ufficio di cancelleria di
Klamm di oggi pomeriggio. La descrizione è già
pronta, dovete colmare soltanto due o tre
lacune, per amor dell'ordine; non sussiste altro
scopo e non potrà neppur essere raggiunto." K
guardò in silenzio la locandiera. "Perché mi
guardate?", - chiese lei, "ho detto per caso
qualcos'altro? Fa sempre così, lui, signor
cancelliere, sempre così: falsa le informazioni
che gli si danno e poi crede di aver avuto
informazioni false. Gli ho detto dall'inizio, oggi
e sempre che che non ha la minima speranza
di venir ricevuto da Klamm; ora, se non c'è
alcuna speranza, lui non l'avrà nemmeno per
mezzo di questo verbale. Ci può essere
qualcosa di più chiaro? Poi dico che questo
verbale è l'unico contatto burocratico che lui
possa avere con Klamm; anche questo è
abbastanza chiaro e indubitabile. Se però lui
non mi crede e continua a sperare - non so
perché e che cosa - di poter avanzare verso
Klamm, allora può aiutarlo, se permane nel suo
modo di pensare, solo l'unico vero contatto
burocratico che lui ha con Klamm, cioè questo
verbale. Ho detto soltanto questo, e chi pensa
diversamente distorce malamente le parole." -
"Se è così, signora locandiera", disse K, "allora
vi prego di scusarmi, vi ho fraintesa; credevo
in pratica - sbagliando, come si rivela ora - di
cavar fuori dalle vostre parole di prima,
udendole, che mi rimanesse una qualche
minima speranza." - "Certo", disse la
locandiera, " è quel che penso anch'io, voi
distorcete di nuovo le mie parole, solo che
stavolta lo fate nella direzione opposta. Una
speranza del genere secondo la mia opinione
sussiste e del resto si fonda solo su questo
verbale. Ma non è che voi possiate
semplicemente investire il signor cancelliere
con la domanda 'potrò andar da Klamm, se
rispondo alle domande?' Se un bambino fa una
domanda così, se ne ride, se la fa un adulto è
un affronto all'ufficio, il signor cancelliere si è
benignamente limitato a mascherare ciò con la
finezza della sua risposta. La speranza, però,
che io intendo, sussiste proprio nel fatto che
voi per mezzo del verbale abbiate un qualche
tipo di contatto, forse un qualche tipo di
contatto con Klamm. Non è sufficiente? Se vi si
chiede dei meriti che vi rendono degno del
dono d'una simile speranza, ne potreste esibire
anche uno minimo? Ovviamente in merito a
questa speranza non c'è modo di parlare in
modo più esatto, e in particolare il signor
cancelliere, nella sua condizione burocratica,
mai potrà farne il minimo accenno. Per lui si
tratta, come dice, soltanto di una descrizione
del pomeriggio odierno, per amor dell'ordine;
di più non dirà, anche se ora subito in relazione
alle mie parole gliene farete richiesta." - "Ma
Klamm lo leggerà, signor cancelliere", chiese K,
"questo verbale?", - "No", disse Momus, "E
perché, poi? Klamm non può mica leggere tutti
i verbali, in particolare non ne legge nessuno.
'State alla larga da me coi vostri verbali!' - dice
di solito." - "Signor agrimensore", prese a
gemere la locandiera, "con simili domande mi
esasperate. E' poi necessario o anche solo
desiderabile che Klamm legga questo verbale
ed abbia contezza letterale delle vanità della
vostra vita? Non preferite umilissimamente
pregare che il verbale sia celato a Klamm,
preghiera del resto che sarebbe irragionevole
tanto quanto la precedente - chi infatti può
celar qualcosa a Klamm? - che però permette
di riconoscere un carattere più simpatico. Ed è
poi necessario per ciò che voi chiamate la
vostra speranza? Non avete voi stesso spiegato
che sareste soddisfatto se aveste l'occasione di
parlare al cospetto di Klamm, anche se non vi
guardasse e non vi stesse a sentire? E non
ottenete almeno questo, con il verbale, ma
forse molto di più? - "Molto di più?", - chiese K.
"In qual modo?", - "Se non voleste aver la
pappa sempre scodellata subito come un
bambino!", - gridò la locandiera." Chi può
rispondere a tal domanda? Il verbale perviene
all'ufficio del registro di Klamm relativo al
villaggio, l'avete sentito, questo, di più non può
esser detto con precisione. Ma poi lo conoscete
tutto il significato del verbale, del signor
cancelliere, dell'ufficio del registro? Sapete che
cosa vuol dire se il signor cancelliere v'ascolta
in udienza? Forse o con probabilità non lo sa
neppure lui. Siede con calma qui e fa il suo
dovere, per amor dell'ordine, come disse.
Ricordatevi però che lo ha chiamato Klamm,
che lui lavora in nome di Klamm, che ciò che
fa, per quanto mai arrivi fino a Klamm, pure fin
da principio ha l'approvazione di Klamm. E
come può qualcosa che non sia colmo del suo
spirito aver l'approvazione di Klamm? Lungi da
me voler lusingare in modo goffo, diciamo, il
signor cancelliere, non lo permetterebbe
neppure, ma io non parlo della sua personalità
autonoma, ma di ciò che lui è quando ha
l'approvazione di Klamm, come appunto
adesso: in quel caso lui è uno strumento, si
trova in mano a Klamm, e guai a chi non si
adegua a lui."
Le minacce della locandiera non spaventarono
K, era stanco delle speranze con cui lei tentava
di intrappolarlo. Klamm era distante. Una volta
la locandiera aveva scambiato Klamm per
un'aquila e ciò era apparso ridicolo a K, ma ora
non più; pensò alla distanza di lui, alla di lui
inespugnabile abitazione, alla di lui mutezza
interrotta forse solo da urla come K ancora
aveva mai udito, al di lui sguardo abbassato
che mai si lasciava accertare, mai confutare,
alle di lui alte sfere inattaccabili giù dall'abisso
in cui K si trovava, alte sfere che lui in alto
regolava secondo leggi oscure, visibile solo a
momenti: di Klamm era tutto questo, e
dell'aquila. Certo con tutto ciò non aveva nulla
a che fare il verbale sul quale in quel momento
Momus spezzettava una ciambella salata che si
concedeva di assaggiare con la birra, e con la
quale cospargeva tutte le carte di sale e
comino.
"Buona notte", disse K, "ho un'avversione
contro ogni udienza", andando ora
effettivamente verso la porta. "Ed eccolo che
se ne va", disse alla locandiera Momus, quasi
intimorito. "Non oserà", disse costei, già K non
udiva più, si trovava già nell'atrio. Era freddo e
tirava un forte vento. Da una porta venne
avanti il locandiere, sembrava che avesse
tenuto sotto osservazione l'atrio da dietro uno
spioncino. Doveva essersi avvolto con le falde
della giacca lo stomaco, tanto il vento tirava
perfino lì nell'atrio. "Andate già, signor
agrimensore?", - disse. "Ve ne stupite?",-
chiese K. "Sì", disse il locandiere. " Ma non
venite ascoltato in udienza?", - "No", disse K,
"non mi faccio interrogare." - "Perché no?",-
chiese il locandiere. "Non so", disse K, "perché
devo farmi interrogare, perché devo obbedire a
uno scherzo o ad un qualche umore
burocratico. Forse in un'altra occasione l'avrei
fatto parimenti per scherzo o per un qualche
umore, ma oggi no." - "Ma sì, certo", disse il
locandiere, ma si trattava d'una approvazione
di cortesia, per nulla convinta. "Ora devo far
andare gli stallieri di Klamm nella mescita",
disse poi, "è già da tempo l'ora. Solo che non
volevo disturbare l'udienza." - "Lo ritenete
tanto importante?", - chiese K. "Oh, sì", disse il
locandiere. "Dunque non avrei dovuto
rifiutarlo", disse K. "No", disse il locandiere,
"non avreste dovuto." Poiché K taceva,
aggiunse, sia per consolare K, sia per
andarsene: "Va bene, ma ora per questo non
deve mica piovere zolfo dal cielo." - "No", disse
K, "non pare che ve ne sia l'aria." E se ne
andarono ognuno per la sua strada ridendo.
Decimo capitolo

K uscì usando le scale esterne brutalmente


investite dal vento e guardò nella tenebra.
Tempo davvero cattivo. In qualche connessione
con ciò gli venne da pensare a come si era
sforzata, la locandiera, di addomesticarlo al
verbale, e a come però lui aveva resistito.
Certo, non si era affatto trattato di uno sforzo
esplicito, contemporaneamente sotto sotto lei
lo aveva allontanato dal verbale; infine non si
sapeva se si era fatto resistenza o si era
ceduto. Natura intrigante in apparenza al
lavoro come il vento secondo lontani, strani
impulsi dei quali mai si intuiva qualcosa.
Aveva fatto appena qualche passo sulla strada
che a distanza vide due luci oscillanti; tal segno
di vita lo rallegrò e fece sì che lui corresse
verso quelle, che da parte loro gli penzolavano
incontro. Non sapeva perché fosse tanto
deluso, quando riconobbe gli aiutanti. Gli
venivano incontro, eppure, con probabilità
mandati da Frieda, e le lanterne che lo
liberarono dalla tenebra dentro tutt'intorno cui
gli ululava addosso il vento, erano ben roba
sua, ciò nonostante fu deluso, s'era aspettato
estranei, non queste vecchie conoscenze che
gli eran di peso. Non si trattava però solo degli
aiutanti, dal buio che c'era tra loro spuntò fuori
Barnabas. "Barnabas!",- gridò K tendendogli la
mano. "vieni da me?", La sorpresa di rivederlo
fece dimenticare tutto il dispetto che Barnabas
in un caso aveva causato a K. "Da te", disse
Barnabas con l'immutata gentilezza d'una
volta. "Con una lettera da Klamm" - "Una
lettera da Klamm!",- disse K, arretrando il
capo, e gliela prese in fretta di mano. "Fate
luce!",- disse agli aiutanti che a destra e a
sinistra si strinsero a lui sollevando le lanterne.
Fu costretto a ripiegare diverse volte il gran
foglio, per leggere, al fine di riparalo dal vento.
Poi lesse: "Al signor agrimensore, locanda del
ponte. Le opere di agrimensura che voi avete
condotto finora sono da me apprezzate. Anche
il lavoro degli aiutanti è lodevole, voi sapete
ben incoraggiarli al lavoro. Non diminuite il
vostro zelo! Portate a buon fine le opere.
Un'interruzione mi dispiacerebbe. Per il resto
siate fiducioso, la questione della
remunerazione verrà decisa al più presto. Non
vi dimentico." Sollevando gli occhi dalla lettera
K subito notò che gli aiutanti, molto più lenti di
lui nel leggere, gridavano per festeggiare le
buone nuove tre volte "Hurrà!", agitando le
lanterne. "Calma", disse lui, e, rivolto a
Barnabas: "E' un equivoco." Barnabas non
capiva. "Un equivoco", ripeté K, e la
stanchezza del pomeriggio gli ricadde addosso,
la strada per arrivare all'edificio scolastico gli
parve ancora così lunga, e dietro a Barnabas si
trovava la di lui famiglia al completo, e gli
aiutanti continuavano a premersigli tanto
addosso che lui li scacciò a gomitate; come
aveva potuto, Frieda, mandarglieli incontro
quando lui aveva ordinato che dovevano
restare con lei? La strada per tornare a casa
l'avrebbe trovata anche da solo, più facilmente
da solo che in quella compagnia. Per di più uno
aveva, stretto attorno al collo, un fazzoletto le
cui cocche sbattevano al vento ed avevano
colpito diverse volte il viso di K, del resto l'altro
aiutante aveva continuato a togliergliele
con le sue lunghe appuntite dita sempre
ruzzanti, con ciò senza migliorare la cosa.
Entrambi parevano aver trovato gusto a tal
leva e metti, come se il vento e la notte agitata
in particolare li agitasse. "Via!",, urlò K, "se mi
siete venuti incontro così presto, perché non mi
avete portato il bastone? Con qual mezzo devo
spingervi a casa?", Si rannicchiarono dietro
Barnabas, ma non erano così impauriti,
avrebbero piazzato a destra e a sinistra sulle
spalle del loro riparo le lanterne, ma lui se le
scosse ovviamente subito.
"Barnabas", disse K, accorato dal fatto che
quello visibilmente non lo capisse, che fosse un
voltagabbana, bello brillante in tempi di calma,
ma, facendosi seria la cosa, di nessun aiuto,
capace solo di far resistenza muta, resistenza
contro cui non si poteva combattere, lui era
inerme, illuminato solo dal sorriso, che serviva
più o meno come le stelle, in alto, contro la
tempesta di vento, in basso. "Vedi cosa mi
scrive quel signor funzionario", disse K
tenendogli la lettera davanti al viso. "E'
malinformato. Io non faccio alcun lavoro di
misurazione e cosa valgano gli aiutanti lo vedi
tu stesso. Il lavoro che non faccio ovviamente
non posso interromperlo, neppure la sua
irritazione, posso provocare, come potrei
meritare il suo riconoscimento? E fiducioso,
non posso esser mai." - "Farò una rettifica",
disse Barnabas, che tutto il tempo era stato a
leggere nel foglio, che del resto non avrebbe
potuto leggere, infatti ce l'aveva accostata
davanti al viso. "Ah", disse K, "tu mi prometti
che farai una rettifica, ma ti posso davvero
credere? Ho talmente bisogno di un messo
fidato ora più che mai." K si morse le labbra
dall'impazienza. "Signore", disse Barnabas
inclinando con tenerezza il collo - quasi
sarebbe di nuovo indotto a credere a Barnabas,
da tal tenerezza - "rettificherò certo; anche
quello di cui ultimamente mi hai incaricato,
certo lo rettificherò." - "Ma come?", - gridò K,
"ancora non l'hai rettificato? Non ci sei stato
ieri, al castello?", - "No", disse Barnabas. "Mio
padre è vecchio, l'hai visto, e per l'appunto
c'era molto da fare, dovevo aiutarlo, ma ora ci
andrò presto un'altra volta, al castello." - "Ma
cosa fai, allora, uomo del mistero?",- gridò K
colpendosi la fronte. "Non hanno dunque la
precedenza su tutte le altre, le cose di Klamm?
Hai l'alto ufficio di messo e lo eserciti con tanta
ignominia? A chi importa del lavoro di tuo
padre? Klamm aspetta comunicazioni e tu,
invece di scapicollarti di corsa, preferisci levare
il letame dalla stalla?", - "Mio padre è
calzolaio", disse Barnabas imperturbabile,
"aveva ordinazioni da parte di Brunswick, ed io
aiuto mio padre." - "Calzolaio - ordinazioni -
Brunswick", gridò K irritato, come se rendesse
ciascuna di quelle parole inservibile per
sempre. "Ma chi ha bisogno di stivali sulle
strade sempre vuote? E che m'importa di tutto
questo far stivali? Ti ho affidato un messaggio
non perché tu lo dimenticassi e ingarbugliassi
sul banco del calzolaio, invece perché tu lo
portassi subito a quel signor funzionario." A
questo punto K si placò un poco quando gli
venne in mante che Klamm probabilmente non
per tutto il tempo era stato nel castello, ma
nella locanda dei signori funzionari, ma
Barnabas lo irritò di nuovo quando iniziò a
recitare il primo messaggio di K come prova
che lo aveva ben ritenuto. "Basta, non voglio
saper nulla", disse K. "Signore, non esser
cattivo", disse Barnabas e, come se volesse
punire K, distolse lo sguardo da lui ed abbassò
gli occhi, ma era solo sgomento causato dalle
urla di K. "Io non sono cattivo con te", disse K,
ed a quel punto la sua inquietudine si volse
contro lui stesso. "Non con te, ma per me è
davvero male avere per le cose più importanti
un simile messo."
"Vedi", disse Barnabas parendo come se
dicesse più di quel che gli era consentito per
difendere il suo onore di messo, "Klamm non
sta mica ad aspettare le comunicazioni,
addirittura si arrabbia, quando io arrivo.
'Ancora nuove comunicazioni', disse una volta,
e di solito si alza, quando da lontano mi vede
arrivare, passa nella stanza accanto e non mi
riceve. Nemmeno è stabilito che io debba
arrivare subito con ogni comunicazione,
naturalmente se arrivassi subito, sarebbe
stabilito, ma nulla è stabilito in materia, e se io
non arrivassi mai non verrei sollecitato a farlo.
Se porto un messaggio, accade per mia
volontà."
"Bene", disse K osservando Barnabas e
ignorando a bella posta gli aiutanti, i quali,
alternandosi dietro le spalle di Barnabas,
lentamente risalivano come da un'immersione
e svelti, con un lieve fischio che imitava il
vento, di nuovo sparivano come se fossero
terrorizzati dalla vista di K, e si divertivano da
un pezzo. "Come stanno le cose da Klamm io
non lo so; dubito che tu possa sapere tutto
correttamente, là, ed anche se tu lo sapessi
non potremmo migliorare le cose. Di portare un
messaggio però ti riesce ed io ti prego di farlo.
Brevissimo messaggio. Puoi domattina subito
portarlo e subito domattina dirmi la risposta o
almeno informarmi su come sei stato accolto?
Puoi e vuoi farlo? Per me sarebbe di gran
valore. E forse trovo anche l'occasione di
ringraziarti in modo adeguato, se non hai già
ora un desiderio che io possa esaudire." -
"Certo porterò il messaggio", disse Barnabas.
"Ed hai intenzione di sforzarti di portarlo meglio
che puoi, di consegnarlo a Klamm, di aver la
risposta sua e subito, subitissimo, domani in
mattinata, ce l'hai quest'intenzione?",
"Farò il mio meglio", disse Barnabas, "ma lo
faccio sempre." - "Non è il momento di litigare,
ora", disse K. "Il messaggio è: l'agrimensore
chiede al signor direttore di permettergli una
visita; accoglie a priori ogni condizione che
potrebbe venir annessa a tal permesso. E'
costretto alla sua richiesta dal fatto che finora
tutti gli intermediari hanno completamente
fallito, prova ne sia che lui non ha eseguito il
minimo lavoro di agrimensura e, stando alle
comunicazioni del capo villaggio, mai neppure
ne eseguirà, ragion per cui è con con disperata
vergogna che lui ha letto l'ultima lettera del
signor direttore, soltanto vedere di persona il
signor direttore può a questo punto servire.
L'agrimensore sa quant'è grande la sua
richiesta, ma si sforzerà di rendere il disturbo
al signor direttore il più lieve che sia possibile,
si assoggetta ad ogni limitazione di tempo, si
subordina inoltre ad una, come dire, giudicata
necessaria limitazione del numero di parole di
cui lui possa servirsi nel corso del colloquio, già
con dieci parole crede di farcela. Con profonda
venerazione ed estrema impazienza resta in
attesa della decisione." K aveva parlato
dimenticandosi dov'era, come si trovasse
davanti alla porta di Klamm e parlasse con il
portinaio. "E' venuto molto più lungo di quel
che pensavo", disse poi, "tu però a voce puoi
rettificarlo, non scriverò una lettera, che di
sicuro percorrerebbe l'infinita via burocratica."
Così K si limitò a scarabocchiar qualcosa per
Barnabas sopra un pezzo di carta sulla schiena
di uno degli aiutanti intanto che l'altro faceva
luce, potendo però stendere appunti secondo il
dettato di Barnabas, che aveva ritenuto ogni
cosa e la ripeteva scolasticamente alla
perfezione senza curarsi dei suggerimenti falsi
degli aiutanti. "Ci hai una memoria
eccezionale", disse K dandogli la carta, "ma
ora, ti prego, segnalati eccezionalmente anche
nel resto. E il desiderio? Non ne hai nessuno?
Mi conforterebbe un poco, lo dico
sinceramente, riguardo alla sorte del mio
messaggio, se tu ne avessi, quale?", Dapprima
Barnabas rimase in silenzio, poi disse: "manda
i saluti alle mie sorelle." - "Alle tue sorelle",
disse K, "sì, quelle ragazzone robuste." -
"Manda i saluti a entrambe, ma in particolare
ad Amalia", disse Barnabas, "mi ha pure
portato questa lettera per te dal castello."
Attenendosi a tal comunicazione più che alle
altre, K chiese: "Non potrebbe portare anche il
mio messaggio al castello? Oppure, non
potreste entrambi andarci e provare ognuno
per conto suo?", - "Amalia non ha il permesso
di andare nelle cancellerie", disse Barnabas, "
altrimenti lo farebbe certo volentieri." - "Forse
verrò domani da voi", disse K, "basta che
prima tu venga con la risposta. Ti aspetto nella
scuola. E saluta da parte mia le tue sorelle."
La promessa di K parve render molto felice
Barnabas, dopo la stretta di mano di congedo
fuggevolmente toccò K sulla spalla, oltre a ciò.
Così, come di nuovo tutto fosse come quando
Barnabas aveva fatto il suo luminoso ingresso
nella sala comune della locanda in mezzo ai
villici, K sentì tale contatto, del resto
sorridendo, come un onore. Placatosi, lasciò
sulla via del ritorno, che gli aiutanti facessero
quel che volevano.

Undicesimo capitolo

Completamente congelato fece ritorno a casa,


dappertutto era buio, le candele nelle lanterne
erano spente, condotto dagli aiutanti che erano
già pratici del luogo andò a tastoni in una delle
aule. "La vostra prima prestazione lodevole",
disse ricordando la lettera di Klamm; ancora
mezza addormentata, Frieda da un angolo
gridò: "Lasciate dormire K! Non lo disturbate!",
Tanto i suoi pensieri erano occupati da K
seppure, sopraffatta dalla sonnolenza, non
fosse riuscita ad aspettarlo. Venne fatta luce, a
quel punto; del resto la lampada non poté
venir accesa abbastanza forte, dato che c'era
dentro solo poco petrolio. L'acerba
organizzazione domestica aveva ancora diverse
pecche. Era riscaldato, certo, ma lo stanzone,
usato anche per la ginnastica - l'attrezzatura si
trovava in giro e pendeva dal soffitto - aveva
già consumato tutto la legna disponibile, c'era
anche stato un piacevolissimo calore, come
venne assicurato a K, ma sfortunatamente
faceva di nuovo freddo. In un capanno non
mancava una maggior riserva di legna
disponibile, ma era chiuso, e la chiave l'aveva il
maestro, che concedeva di prelevare la legna
solo per il riscaldamento nelle ore di lezione.
Sarebbe stato tollerabile se ci fossero stati letti
dove rifugiarsi. Ma da tal punto di vista non
c'era altro, lì, che un unico saccone di paglia
lodevolmente lindo con uno scialle di lana di
Frieda tirato sopra, ma senza cuscino e solo
con due rozze coperte infeltrite che scaldavano
a stento. Eppure gli aiutanti guardarono quel
povero saccone con desiderio, naturale tuttavia
che non avessero speranza di potercisi
distendere mai. Frida guardò K angosciata; che
lei sapesse arrangiare foss'anche la più misera
stanza come abitazione l'aveva dimostrato
senza dubbio nella locanda del ponte, ma lì non
era riuscita a far meglio, completamente senza
mezzi com'era. "Il nostro unico ornamento
sono gli attrezzi ginnici", disse, ridendo a fatica
tra le lacrime. Riguardo però la massima pecca,
l'insoddisfacente opportunità di dormire e di
riscaldamento, lei promise rimedi certi già dal
giorno seguente e pregò K di pazientare. Non
una parola, un accenno né un'espressione
facevano pensare che lei avesse in cuor suo
anche solo la minima animosità contro K, per
quanto lui, come dovette dire a se stesso,
l'avesse strappata tanto dalla locanda dei
gentiluomini quanto dalla locanda del ponte.
Per questo si sforzò di trovare tutto
sopportabile, cosa che neanche gli era troppo
difficile, dato che mentalmente era con
Barnabas e ripeteva parola per parola il suo
messaggio, non però come l'aveva affidato a
Barnabas, ma invece come credeva che
sarebbe risuonato al cospetto di Klamm. Nello
stesso tempo però era sinceramente
soddisfatto del caffè che gli preparava Frieda
su un fornello a spirito e seguiva,
appoggiandosi alla stufa che si raffreddava, i
movimenti svelti e molteplici con cui lei
spiegava l'immancabile tovaglia bianca sulla
cattedra, ci metteva sopra una tazza ornata di
fiori e insieme pane, prosciutto e perfino una
scatola di sardine. Dunque tutto fu pronto,
nemmeno Frieda aveva ancora mangiato, ma
invece era stata ad aspettare K. A disposizione
c'erano due sedie su cui si misero K e Frieda al
tavolo, gli aiutanti, ai loro piedi sul basamento
della cattedra, senza mai star calmi li
disturbarono anche durante la cena. Per quanto
lautamente avessero avuto di ogni tutto ancora
non erano a posto, si sollevavano di tanto in
tanto per accertare se sul tavolo ci fosse
ancora molto e loro potessero aspettarsi
ancora qualcosa. K non si preoccupava di loro,
fu perché Frieda rideva che si fece attento nei
loro confronti. Adulante le coprì la mano con la
sua ed a bassa voce le chiese perché badava
tanto a quelli ed anzi prendeva perfino i loro
sgarbi con gentilezza. In tal modo non ci si
sarebbe mai liberati di loro, mentre con un
trattamento per così dire energico adeguato
alla loro condotta si sarebbe potuto ottenere o
di domarli o, cosa che sarebbe stata probabile
ed anche migliore, di disgustarli tanto della loro
sistemazione che alla fine se la sarebbero
svignata. Non aveva certo l'aria di voler
divenire molto piacevole, il soggiorno, lì
nell'edificio scolastico; ora, non sarebbe durato
a lungo, no, ma tra tutte le pecche a stento se
ne sarebbe notata qualcuna, senza la presenza
degli aiutanti, e se nell'edificio tranquillo ci
fossero stati loro due da soli. Ma non se
n'accorgeva, lei, che gli aiutanti diventavano
ogni giorno più insolenti così come li
incoraggiava propriamente prima di tutto la
presenza di Frieda e la speranza che K di fronte
a lei non prendesse iniziative come altrimenti
avrebbe fatto? Del resto c'era un semplicissimo
mezzo, forse, di liberarsi di loro alla svelta,
forse lo conosceva perfino Frieda, che era tanto
pratica della situazione del luogo. E agli
aiutanti si faceva probabilmente solo un
piacere, se li si cacciava in qualche modo,
infatti certo non facevano la bella vita, lì, ed
anche l'ozio di cui fino a quel momento
avevano goduto sarebbe almeno in parte finito,
avrebbero infatti dovuto lavorare, mentre
Frieda dopo le emozioni degli ultimi giorni
doveva aver cura di sé e lui, K, avrebbe avuto
da fare per trovare una via d'uscita dalla loro
condizione di penuria. Comunque fosse,
quando gli aiutanti avessero dovuto andar via,
lui si sarebbe sentito così agevolato da poter
facilmente eseguire tutto il lavoro di bidello
come qualsiasi altro lavoro.
Frieda. che era stata a sentire con attenzione,
lentamente gli accarezzò le braccia e disse che
la pensava nello stesso modo, che però forse
lui sopravvalutava le maniere non buone degli
aiutanti, erano ragazzotti allegri e ingenui per
la prima volta al servizio d'un forestiero fuori
dalle rigide regole del castello, perciò di
continuo un poco eccitati e stupefatti, stato nel
quale qualche volta facevano bambinate di cui
certo naturalmente c'era da arrabbiarsi, ma più
ragionevolmente da ridere. Lei non avrebbe
talvolta potuto trattenersi dal ridere.
Ciononostante lei era totalmente d'accordo con
K sul fatto che sarebbe stata la cosa migliore
mandarli via e stare da soli loro due. Si fece
più vicina a K e nascose il viso sulla schiena di
lui. Da lì, assai difficile da capire, disse che K
doveva sottomettersi a lei, ma che lei non
sapeva come fare nei confronti degli aiutanti e
temeva che tutto ciò che K aveva proposto
sarebbe fallito. A quanto lei sapeva K stesso li
aveva pretesi, ora li aveva e li avrebbe tenuti.
Era la cosa migliore prenderli come veniva,
come gente facilona, ciò che erano, così
sopportandoli nel modo migliore. K non fu
contento della risposta; tra il serio e il faceto
disse che lei gli sembrava in combutta con loro
o almeno che avesse per loro una gran
simpatia; certo erano giovani carini, ma di
nessuno non ci si può liberare mettendoci della
buona volontà, e lui glielo avrebbe dimostrato
riguardo agli aiutanti.
Disse Frieda che gli sarebbe stata molto grata
se gli fosse riuscito. D'altra parte se da quel
momento in poi lei non avrebbe più riso a
proposito di loro e non ci avrebbe più
scambiato parole non necessarie, era anche
davvero non insignificante essere sempre sotto
osservazione da parte di due uomini, e lei
aveva imparato a guardarli di rimando. In
realtà sobbalzò un poco quando in quel
momento gli aiutanti si levarono di nuovo, in
parte per verificare la scorta di cibo, in parte
per scoprire il motivo del continuo mormorio. K
ne approfittò per guastarla con gli aiutanti, la
tirò verso di sé e stretti l'un con l'altra
terminarono il pasto. A quel punto si sarebbe
dovuti andare a dormire, tutti erano molto
stanchi, un aiutante si era perfino
addormentato mentre mangiava, cosa che
divertì molto l'altro che volle portarci i padroni
a guardar da vicino il dormiente, senza però
riuscirci, in alto K e Frieda sedevano
indisponibili. Nel freddo che diventava
insopportabile esitavano anche ad andare a
dormire; alla fine K spiegò che si doveva
riaccendere o non sarebbe stato possibile
dormire. Chiese se c'era un'ascia, gli aiutanti
ne erano al corrente, di un'ascia, e la
portarono, quindi ci si mosse verso il capanno
della legna. Dopo poco il leggero uscio fu
spezzato, entusiasmati come se non avessero
mai vissuto qualcosa di così bello, spingendosi
e urtandosi a vicenda gli aiutanti iniziarono a
trasportare la legna nell'aula, presto vi fu un
gran mucchio, fu acceso, tutti si sdraiarono
attorno alla stufa, gli aiutanti ebbero una
coperta per avvolgercisi, bastò loro
abbondantemente infatti venne stabilito che
uno sempre dovesse vegliare e mantenere vivo
il fuoco, presto vicino alla stufa fu così caldo
che non serviva nemmeno la coperta, la
lampada fu spenta e felicemente al caldo e nel
silenzio K e Frieda si distesero nel sonno.
Quando durante la notte un qualche rumore
svegliò K e con il primo incerto movimento
ancora assonnato toccò dov'era Frieda si
accorse che invece di lei gli dormiva vicino un
aiutante. Fu, probabilmente in seguito alla
suscettibilità che già l'improvviso venir svegliati
comporta, lo spavento maggiore che fin lì
aveva vissuto nel villaggio. Con un urlo si alzò
a metà e dette senza ragione all'aiutante un
tale pugno che quello iniziò a piangere. Del
resto l'intera cosa si spiegò subito. Frieda era
stata svegliata perché - almeno così le era
sembrato - un qualche grosso animale,
probabilmente un gatto, le era saltato sul seno
e poi era scappato via subito. Era in piedi e
cercava per tutta la stanza con una candela
l'animale. Se n'era approfittato uno degli
aiutanti per procurarsi per un poco l'uso del
saccone, cosa che arrivati a quel punto pagava
amaramente. Frieda però non riuscì a trovare
nulla, forse era stata soltanto un'illusione,
tornò da K e, consolatrice, fece passare una
mano sui capelli dell'aiutante che rannicchiato
piagnucolava, come se avesse dimenticato il
discorso fatto la sera prima. K non commentò;
si limitò a ordinare di smetterla con il
riscaldamento, dato che s'era fatto già troppo
caldo e si era consumata quasi tutta la legna
accumulata.
Dodicesimo capitolo

La mattina si svegliarono tutti che i primi


scolari erano lì a girare incuriositi attorno ai
giacigli. Fu spiacevole, infatti in conseguenza
del gran caldo che a quel punto, verso mattina,
del resto era di nuovo sceso allo stato di
rimarchevole freddo, tutti si erano spogliati fino
alla camicia ed appunto, mentre iniziavano a
vestirsi, sulla porta apparve Gisa, la maestra,
una ragazza bionda, grande, bella, solo un po'
impacciata. Si vedeva che era preparata al
nuovo bidello ed aveva ricevuto anche dal
maestro istruzioni, infatti già sulla soglia disse:
"Non posso tollerarlo. In queste belle
condizioni! Loro hanno solo il permesso di
dormire nell'aula, ma io non ho il dovere di far
lezione nella loro stanza da letto. Un bidello e
famiglia che si stiracchiano a letto fino alla
mattina, pfui!", Veramente qualcosa da
obbiettare ci sarebbe, pensò K, specie riguardo
alla famiglia e ai letti, intanto che con Frieda -
gli aiutanti non parteciparono, giacquero sul
pavimento guardando ammirati la maestra e i
ragazzini - in gran fretta spostava le sbarre e il
cavallo, copriva tali attrezzi con le coperte
formando così un piccolo spazio in cui, fuori
dagli sguardi dei ragazzini, almeno potesse
vestirsi. Di calma del resto non se n'ebbe
alcuna, prima la maestra litigò perché nel
lavabo non c'era acqua fresca; K per l'appunto
aveva pensato di prendere il lavabo per sé e
Frieda, rinunciò all'idea per non irritare troppo
la maestra, ma la rinuncia non servì a nulla,
difatti poco dopo venne un gran fracasso,
sfortunatamente si era in altri termini si era
mancato di togliere il rimanente del pranzo
notturno dalla cattedra, la maestra rimosse il
tutto con il righello, e ogni cosa volò in terra; la
maestra non doveva preoccuparsi che l'olio
delle sardine e i fondi di caffè colassero e la
caffettiera andasse in pezzi, il bidello avrebbe
certo rimesso in ordine subito. Ancora non del
tutto vestiti, K e Frieda osservarono appoggiati
alle sbarre la distruzione del poco che
possedevano; gli aiutanti che manifestamente
non ci pensavano nemmeno, a vestirsi,
occhieggiavano il gran divertimento dei
ragazzini di tra le coperte. Com'è naturale la
perdita della caffettiera addolorò
maggiormente Frieda; non appena K, per
consolarla, le assicurò che sarebbe andato
subito dal capo villaggio a pretendere e ad
ottenerne la sostituzione, lei si calmò tanto
che, in camicia e sottoveste e basta, uscì dal
recinto per almeno prendere le coperte e
preservarle da ulteriore insudiciamento. E le
riuscì anche, per quanto la maestra, per
spaventarla continuasse a battere sul tavolo
con il righello mettendola in tensione nervosa.
Quando K e Frieda si furono vestiti dovettero
non solo a suon di comandi e botte costringere
a vestirsi gli aiutanti, come storditi dagli eventi,
ma anche in parte vestirli addirittura. Poi,
quando furono tutti pronti, K distribuì le
prossime cose da fare: gli aiutanti dovevano
andare a prendere la legna e accendere la
stufa, però in un'altra aula dove incombevano
ancora grandi rischi - infatti lì verosimilmente
c'era già il maestro. Frieda doveva pulire il
pavimento e K sarebbe andato a prendere
l'acqua e poi fatto ordine; a far colazione per il
momento non si poteva pensare. Allo scopo
però di informarsi in genere circa l'umore della
maestra, K volle uscir per primo, gli altri
dovevano seguire subito quando li chiamasse,
escogitò tale ordine da una parte perché non
voleva permettere che gli aiutanti fin dall'inizio
peggiorassero la situazione, dall'altra perché
voleva proteggere al meglio Frieda, dato che lei
era orgogliosa, lui per niente, lei era sensibile,
lui non lo era, lei pensava soltanto alle presenti
atrocità, lui invece a Barnabas e al futuro.
Frieda lo seguì in quel che faceva a stento
distogliendo lo sguardo da lui. Non appena si fu
fatto avanti la maestra, tra le risate dei
ragazzini, che da quel momento in poi non
smisero, gridò: "E allora, dormito
abbastanza?", K non ci badò, non trattandosi di
una vera domanda, e invece si diresse verso il
tavolo del lavabo, allora la maestra chiese: "E
alla mia micia cosa avete fatto?", Una grossa
vecchia gatta carnosa stava spaparanzata sul
tavolo, e la maestra ne esaminava le zampe
manifestamente un po' ferite.
Frieda dunque aveva avuto ragione, questa
gatta certo non le era saltata addosso, infatti a
saltare non era più buona, ma era strisciata via
sopra di lei impaurita dalla presenza di persone
nell'edificio, altrimenti vuoto, si era rimpiattata
in fretta e si era ferita a causa di tale fretta per
lei inconsueta. K cercò di spiegarlo con calma
alla maestra che però ammise solo il risultato e
disse: "Ma sì, l'avete ferita voi, per averla
introdotta qui. Guardate!", Chiamò K alla
cattedra, gli fece vedere le zampe e senza che
lui se lo aspettasse ecco che gli aveva graffiato
il dorso della mano con le unghie; le unghie
erano certo spuntate, ma la maestra, in quel
caso senza curarsi della gatta, gliele aveva
conficcate tanto da lasciare strie sanguinose.
"E ora andate al vostro lavoro", disse
impaziente chinandosi di nuovo sulla gatta.
Frieda, che insieme agli aiutanti era stata a
vedere da dietro le sbarre, alla vista del sangue
urlò. K mostrò la mano ai ragazzini dicendo:
"vedete, questo me l'ha fatto una gatta cattiva
e scaltra." Non lo disse ovviamente a beneficio
di quelli, le cui urla e risate già si erano fatte
tanto vistose che nessun ulteriore motivo o
impulso serviva ad esse, né alcuna parola
poteva penetrarci o influirci. Quando però
anche la maestra rispose solo con un breve
sguardo laterale rimanendo alle prese, del
resto, con la gatta, la rabbia parve soddisfatta
dalla punizione a sangue, K chiamò Frieda e gli
aiutanti e il lavoro iniziò.
Quando K ebbe messo fuori il secchio con
l'acqua sporca, portato acqua pulita e dunque
iniziato a scopare l'aula, uscì dal suo banco un
bambino sui dodici anni, toccò la mano di K e
disse qualcosa d'incomprensibile nel gran
chiasso. Poiché tutto si zittì, K si voltò. Era
successo ciò che era stato temuto per l'intera
mattinata. Sulla porta stava il maestro,
l'ometto teneva per il bavero uno gli aiutanti,
uno per mano; li aveva colti a prender la legna,
per questo gridò a piena voce, facendo tra una
parola e l'altra una pausa: "Chi ha osato
sfondare il capanno della legna? Dov'è il tizio,
che lo spezzo?", Allora Frieda si sollevò dal
pavimento che ai piedi della maestra si
arrabattava a lavare, guardò K come se
volesse farsi forza e, quasi che ci fosse
qualcosa della sua superiorità nello sguardo e
nella postura, disse: "sono stata io, signor
maestro. Non sapevo come fare altrimenti. Si
dovevano riscaldare le aule e presto, si doveva
aprire il capanno; di notte non osavo venir da
voi a prendere la chiave; il mio fidanzato era
nella locanda dei signori funzionari, magari ci
restava l'intera notte, così ho dovuto decidere
da sola. Se ho fatto male, perdonate la mia
malaccortezza; sono stata già sgridata
abbastanza dal mio fidanzato quando vide che
cos'era successo. Anzi, arrivò a proibirmi di
accendere presto, dato che credeva che voi con
la chiusura del capanno aveste indicato di non
volere che vi si accedesse prima del vostro
arrivo. Che non sia acceso è lui responsabile,
che il capanno sia stato sfondato sono
responsabile io." - "Chi ha sfondato la porta?",
chiese il maestro agli aiutanti che seguitavano
inutilmente a cercare di scrollarsi dalla sua
presa. "Il signore", dissero entrambi indicando,
a scanso di equivoci, K. Frieda rise, e quel riso
parve anche più confermativo delle sue parole,
poi cominciò a strizzare nel secchio lo straccio
con cui aveva lavato il pavimento come se con
la sua spiegazione l'incidente fosse chiuso e
quel che avevano detto gli aiutanti fosse solo
uno scherzo fatto in ritardo; quando fu
inginocchiata e pronta al lavoro disse: "I nostri
aiutanti sono ragazzini che nonostante i loro
anni appartengono ancora a questi banchi di
scuola. Voglio dire che verso sera ho aperto
con l'ascia la porta del capanno, cosa
semplicissima, non mi servirono gli aiutanti,
avrebbero solo disturbato. Quando poi però
durante la notte il mio fidanzato venne e uscì
per esaminare il danno e possibilmente
ripararlo, gli aiutanti corsero con lui
probabilmente perché tenevano di restar qui da
soli, videro il mio fidanzato darsi da fare alla
porta rotta e perciò ora dicono - sono dei
ragazzini - "
Durante la spiegazione di Frieda gli aiutanti
continuarono a scuotere la testa indicando
ancora K e si sforzarono di distogliere con mute
smorfie Frieda dalla sua posizione; poiché ciò
non riuscì loro alla fine si adattarono, presero
come un ordine le parole di Frieda e non
risposero più ad una ulteriore domanda del
maestro. "Così", disse il maestro, " avete
dunque mentito? O almeno avete dato la colpa
al bidello sconsideratamente?", Essi
continuarono a tacere, ma il loro tremito ed il
loro sguardo angosciato sembravano significare
che erano consapevoli della loro colpa. "Allora
vi bastonerò subito", disse il maestro e mandò
un bambino nell'altra aula a prendere il
bastone di bambù. Quando poi lo alzò Frieda
gridò: "Gli aiutanti hanno detto proprio la
verità", scagliò disperata lo straccio nel secchio
facendone schizzar fuori l'acqua e corse a
nascondersi dietro le sbarre. "Gente bugiarda",
disse la maestra, che aveva appena terminato
la fasciatura delle zampe e teneva in grembo
l'animale, che quasi ci stava stretto.
"E dunque resta il signor bidello", disse il
maestro, spintonò via gli aiutanti e si volse a K
che, tutto il tempo, era stato a sentire
appoggiato alla scopa. "Questo signor bidello
che per viltà tranquillamente permette che si
incolpino altri a torto della sua propria
cialtroneria." - "Dunque", disse K che aveva
ben visto che l'intervento di Frieda aveva però
ammorbidito l'iniziale rabbia sfrenata del
maestro, "se gli aiutanti fossero stati bastonati
un po' non mi sarebbe dispiaciuto; se in dieci
occasioni giuste sono stati risparmiati,
potrebbero scontarlo in un caso sbagliato.
Tuttavia mi sarebbe a parte ciò stato anche
gradito se fosse stato evitato uno scontro
diretto tra voi e me, signor maestro, e forse
sarebbe stato bene anche per voi. Poiché però
Frieda mi ha sacrificato agli aiutanti -" qui K
fece una pausa e si sentì nel silenzio Frieda
singhiozzare dietro le coperte - "si deve
naturalmente chiarire la cosa." - "Inaudito",
disse la maestra. "Sono pienamente d'accordo
con voi, signorina Gisa", disse il maestro. "Voi,
bidello, siete com'è naturale licenziato
immediatamente a causa di tale vergognosa
violazione del servizio; la punizione che seguirà
me la riservo; ora però andatevene subito
dall'edificio con tutte le vostre cose. Sarà per
noi un vero sollievo e finalmente la lezione
potrà iniziare. E dunque, alla svelta!", - "Io non
mi muovo da qui", disse K. "Voi siete mio
superiore, ma non quello che mi ha dato
l'impiego, cioè il signor capo villaggio, io
accetto soltanto il suo, di licenziamento.
Tuttavia è certo che lui non mi ha dato una
sistemazione da gelarci, io con i miei, qui, con
il che lui impedisce atti sconsiderati di
disperazione da parte mia - come voi stesso
diceste. Licenziarmi in tronco ora sarebbe
perciò direttamente contrario alla di lui
intenzione; finché non odo dalla sua bocca
l'intenzione opposta, non ci credo. E' del resto
probabilmente vostro gran vantaggio se io non
obbedisco al vostro sconsiderato
licenziamento." - "Dunque non obbedite?",
chiese il maestro. K scosse la testa. " pensateci
bene", disse il maestro. "Le vostre decisioni
non sono sempre le migliori; pensate ad
esempio al pomeriggio di ieri, quando rifiutaste
di essere interrogato." - "Perché adesso vi
riferite a ciò?", chiese K. "Perché mi va", disse
il maestro, "ed ora ripeto per l'ultima volta:
fuori!", Quando però anche stavolta non
successe nulla il maestro andò alla cattedra ed
a bassa voce si consigliò con la maestra, lei
disse qualcosa sulla polizia, ma il maestro
rifiutò, infine si accordarono, il maestro esortò i
ragazzini a trasferirsi nella sua aula, avrebbero
fruito della lezione insieme agli altri. Tale
variazione piacque a tutti, subito l'aula si vuotò
tra risate e grida, il maestro e la maestra se ne
uscirono per ultimi. La maestra portò con sé il
registro con sopra, nella sua mole,
l'indifferentissima gatta. Il maestro l'avrebbe
lasciata volentieri dov'era, ma la maestra
relativamente a ciò oppose decisa un accenno
alla crudeltà di K; così K per il massimo della
stizza caricava il maestro anche della gatta. Su
ciò influirono anche le ultime parole che il
maestro rivolse a K sulla porta: "La signorina
lascia questa stanza con i ragazzini per
necessità, dato che voi persistete nel
disobbedire al mio licenziamento, e dato che
nessuno da lei, una fanciulla, può pretendere
che faccia lezione in mezzo al vostro sudiciume
domestico. Dunque restate da soli e allargatevi
pure come volete non turbati dal decoro di
antipatici spettatori. ma non durerà a lungo,
ve lo garantisco io!", E con ciò chiuse la porta.

Tredicesimo capitolo
Non appena furono tutti via K disse agli
aiutanti: "Andate fuori!",Confusi d quest'ordine
inatteso essi obbedirono, ma, quando K ebbe
chiuso dietro di loro la porta, vollero rientrare,
piagnucolavano all'esterno e bussavano. "Siete
licenziati!", gridò K. "Mai più vi prendo al mio
servizio." Essi non acconsentirono, s'intende, a
ciò e presero a pugni e calci la porta. "Signore,
di nuovo da te!", gridarono, come se K fosse la
terra ferma e loro stessero affogando tra le
onde. K però non ebbe alcuna compassione,
impaziente attendeva fino a che il chiasso
insopportabile avrebbe costretto il maestro ad
intervenire. Ciò avvenne in fretta. "Fate entrare
i vostri dannati aiutanti!",, urlò. "Li ho
licenziati!", urlò di rimando K; ciò ebbe l'effetto
secondario non voluto di indicare al maestro
com'era sorprendente quando qualcuno era
abbastanza forte non solo da licenziare, ma
anche di eseguire il licenziamento. Il maestro a
quel punto cercò di placare gli aiutanti
amichevolmente, dovevano soltanto aspettare
lì calmi, alla fine K avrebbe dovuto di nuovo
ammetterli. Poi se ne andò. E sarebbe stato il
silenzio, se K di nuovo non avesse iniziato a
gridare che quelli erano licenziati in modo
definitivo e non avevano la minima speranza di
riassunzione. Ragion per cui quelli
ricominciarono a far chiasso come prima. Di
nuovo venne il maestro, ma a quel punto non
ci trattò, con loro, invece li spinse fuori
dall'edificio scolastico, manifestamente usando
il temuto bastone di bambù.
Presto apparirono davanti alle finestre della
palestra, bussarono ai vetri e urlarono; le
parole non si capivano più, però. Comunque
non restarono lì a lungo, nella neve alta non
riuscivano a saltellare quanto la loro
inquietudine richiedeva. Perciò corsero
all'inferriata del giardino della scuola,
balzarono sul basamento di pietra dove ebbero
una vista migliore nella stanza, per altro da
lontano; corsero lì tenendosi stretti
all'inferriata, qua e là, di nuovo si fermarono e
protesero supplici le mani giunte verso K.
Continuarono a lungo senza curarsi della
inutilità dei loro sforzi; erano come accecati,
non smisero nemmeno quando K fece cadere le
cortine alle finestre allo scopo di liberarsi della
loro vista.
Nella stanza a quel punto in penombra K andò
alle sbarre per accertarsi di Frieda. Sotto il suo
sguardo lei si alzò, mise in ordine la chioma, si
asciugò il volto e si mise a fare il caffè. Per
quanto fosse al corrente di tutto s'informò
pignola se lui aveva licenziato gli aiutanti. Lui
si limitò ad annuire. Si mise seduto in un banco
ad osservare gli stanchi movimenti di lei. Erano
sempre state la freschezza e l'energia ad
abbellire il suo trascurabile corpo; tale bellezza
era finita, a quel punto. Pochi giorni di vita in
comune con K erano bastati a tal risultato. Il
lavoro nella mescita non era stato leggero, ma
probabilmente adeguato a lei. Oppure era
l'allontanamento da Klamm la vera e propria
ragione del suo deterioramento? La prossimità
con Klamm l'aveva resa così insensatamente
stuzzichevole, con tale stuzzichevolezza lei
s'era accaparrata K ed a quel punto gli
appassiva tra le braccia.
"Frieda", disse K. Lei mise via il macina caffè e
andò da K nel banco. "Sei arrabbiato con me?",
chiese. "No", disse K. "Non puoi fare
diversamente, credo. Hai vissuto bene nella
locanda dei signori funzionari. Avrei dovuto
lasciartici."- "Sì", disse Frieda guardando con
tristezza davanti a sé, "avresti dovuto
lasciarmici. Non sono degna di vivere con te.
Senza di me forse potresti arrivare a tutto
quello che vuoi. Per riguardo a me ti assoggetti
a quel tiranno del maestro, accetti
quest'impiego miserabile, cerchi faticosamente
di ottenere un colloquio con Klamm. Tutto per
me, ma io in cambio non ti do niente." -"No",
disse K mettendole consolatorio un braccio
attorno. "Si tratta di piccolezze che non mi
addolorano, e da Klamm certo non voglio
andarci per causa tua. E tu per me hai fatto di
tutto! Prima di conoscerti, io qui ero totalmente
perso. Nessuno mi accoglieva e le persone cui
mi attaccavo velocemente mi sbolognavano. E
se presso qualcuno avrei potuto trovar pace
era gente come quella di Barnabas, dal cui
cospetto mi sottraevo di nuovo."-"Tu gli
sfuggisti, a loro, vero? Amore!", gridò Frieda in
un soprassalto di vivacità, per poi, dopo un
esitante "sì" di K, ricadere nella fiacca. Tuttavia
neanche K aveva più la convinzione di spiegare
in che cosa tutto per lui s'era volto al bene a
causa della sua relazione con Frieda. Tolse
lentamente il braccio da lei e stette un poco in
silenzio, fino a quando Frieda, come se il
braccio di K le avesse dato il calore di cui non
poteva in quel momento più fare a meno,
disse: "Non sopporterò questa vita qui. Se vuoi
tenermi con te, dobbiamo andarcene da
qualche parte, nella Francia meridionale, in
Spagna." - "Non posso andarmene", disse K,
"sono venuto qui per restarci. Ci resterò."
E contraddicendosi senza nemmeno darsi la
pena di spiegarlo, aggiunse come parlando a se
stesso: "Ma in quest'insipido luogo che cosa
avrebbe potuto attirarmi, se non la voglia di
restarci?", Poi disse: "Ma anche tu vuoi restare,
è pur sempre il tuo paese. Ti manca solo
Klamm questo ti porta a pensieri disperati."
-"Mi dovrebbe mancare Klamm?", disse Frieda.
"Di Klamm qui c'è lo strapieno, troppo Klamm;
voglio andar via per sfuggirgli. Non mi manca
Klamm, mi manchi tu, per te voglio andar via;
perché qui, dove tutti mi sono addosso, non
posso saziarmi di te. Meglio levarsi la maschera
garbata, meglio il mio misero corpo, perché io
possa vivere con te in pace." K fece caso a una
cosa sola. "Klamm è ancora in contatto con
te?", domandò subito. "Ti manda a chiamare?",
- "Di Klamm non so nulla", disse Frieda, "ora
parlo di altri, per esempio degli aiutanti." -"Ah,
gli aiutanti!", disse sorpreso K. "Ti braccano?",
-"Non te ne sei accorto?", chiese Frieda. "No",
disse K cercando di ricordarsi inutilmente
qualche dettaglio, "son certo ragazzi invadenti
e lascivi, ma che si azzardassero con te non mi
sono accorto." - "Non te ne sei accorto?", disse
Frieda. "Non ti sei accorto che non si riusciva a
tenerli via dalla nostra stanza nella locanda del
ponte, che sorvegliavano i nostri rapporti
gelosamente, che uno da ultimo si mise nel
mio posto sul saccone, che testimoniano contro
di te per farti fuori, per rovinarti, per esser soli
con me? Non te ne sei accorto di tutto
questo?", K guardò Frieda senza rispondere.
Quelle accuse contro gli aiutanti erano ben
giuste, ma tutte potevano venir interpretate
molto più ingenuamente a causa della natura
dei due, tutta ridicola, infantile, irrequieta,
priva di controllo. E non deponeva contro la
colpevolezza anche che loro avevano sempre
aspirato ad andare ovunque con K e non a
rimanere presso Frieda? Cose del genere fece
presenti K.
"Simulazione", disse Frieda, "non l'hai
indovinato? Anzi, perché poi li hai sbattuti via,
se non per questi motivi?", Andò alla finestra
sposto un poco di lato la tenda, guardò fuori e
poi chiamò K. Gli aiutanti erano ancora
all'inferriata, per quanto visibilmente fossero
già stanchi, di tanto in tanto protendevano le
braccia imploranti verso la scuola raccogliendo
tutte le loro forze. Uno aveva, per non
dovercisi tenere di continuo, infilato la giacca in
una stanga dell'inferriata.
"Poveretti!Poveretti!", disse Frieda.
"Perché li ho sbattuti via?", gridò K. "La ragione
immediata sei stata tu." - "Io?", chiese Frieda,
senza distogliere lo sguardo da fuori. "Il modo
troppo amabile con cui li tratti", disse K, "
perdonargli le cattive maniere, riderci su,
sfiorargli i capelli, la continua compassione,
'poveretti, poveretti", ripeti, e infine l'ultimo
fatto, risparmiar loro il bastone, visto che io
come prezzo non ero troppo alto." - "E' così",
disse Frieda, "è così, non lo nego, e la cosa mi
rende infelice, mi allontana da te, mentre non
conosco nessuna maggiore mia felicità che star
con te, per sempre, senza interruzione, senza
fine, mentre sogno questo, che qui sulla terra
non c'è alcun posto più tranquillo per il nostro
amore, non nel villaggio né chissà dove, e
m'immagino perciò una fossa stretta e
profonda; ci teniamo abbracciati lì come
attanagliati, io affondo il mio viso in te, tu il tuo
in me, e nessuno ci vedrà più. Ma qui - vedi gli
aiutanti! Non è a te che giungono le mani, ma
a me." - "Ma sei tu che li guardi", disse K,
"mica io." - "Certo, io", disse quasi con
cattiveria Frieda, "sto continuando a parlare di
questo. Che cosa dovrebbe voler dire, sennò,
che gli aiutanti mi stanno dietro? Potrebbero
essere anche emissari di Klamm." - "Emissari
di Klamm", disse K, colto di sorpresa da tale
denominazione, tanto gli pareva naturale.
"Emissari di Klamm, certo", disse Frieda,
"possono esserlo, per quanto siano ragazzi
balordi che ancora hanno bisogno del bastone
per essere educati. Che razza di ragazzi orribili
e neri, sono! E che orribile contrasto tra le loro
facce che fanno pensare a esseri cresciuti, anzi
quasi a studenti, e la loro condotta tra
l'infantile e il folle! Credi che non lo veda? Io
anzi mi vergogno di loro. Però è proprio così,
non si staccano da me e invece sono io a
vergognarmi di loro. Sono costretta a guardarli
sempre. Se capita che ci si arrabbi con loro,
sono costretta a ridere. Se li si vuol colpire,
sono costretta a sfiorar loro i capelli. E quando
giaccio accanto a te di notte, non riesco a
dormire e sono costretta a guardare oltre te
come l'uno dorme arrotolato nella coperta e
l'altro s'inginocchia davanti allo sportello della
stufa aperto e accende, e sono costretta a
sporgermi in avanti al punto che quasi ti
sveglio. E non è la gatta che mi spaventa -
figurati, conosco i gatti ed anche il
sonnecchiare inquieto e sempre turbato nella
mescita - non è la gatta che mi spaventa, io
stessa mi faccio spavento. E non c'è bisogno
affatto di questo colosso di gatta, io sobbalzo al
minimo rumore. In un caso ebbi paura che ti
svegliassi quando tutta la cosa fosse finita,
allora salto su di nuovo e accendo la candela,
solo perché tu ti svegli, ma subito, e possa
proteggermi." - "Di tutto questo non ho saputo
nulla", disse K, "solo subodorandolo li ho
cacciati; ora però sono via, forse tutto è a
posto, ora." - "Sì, alla fine sono via", disse
Frieda, ma aveva il viso dolente, non contento,
"solo che non sappiamo chi siano. Emissari di
Klamm, li chiamo dentro di me, così per gioco,
ma forse lo sono davvero. I loro occhi, ingenui
eppure lampeggianti, in qualche modo mi
ricordano gli occhi di Klamm, sì, è così: è lo
sguardo di Klamm che a volte mi attraversa,
dai loro occhi. E perciò non è giusto quando
dico che mi vergogno di loro. Volevo soltanto
che fosse così. So per certo che altrove e in
persone diverse la stessa condotta sarebbe
sciocca e urtante, in loro non è così. Con
attenzione e stupore osservo le loro
sciocchezze. Tuttavia se sono emissari di
Klamm, chi ci libera da loro? E poi sarebbe un
bene venir liberati da loro? E non dovresti
allora richiamarli in fretta ed essere felice se
vengono ancora?", - "Vuoi che li riammetta?",
chiese K. "No, no", disse Frieda "nulla voglio
meno di ciò. Lo sguardo loro, se ora
piombassero dentro, la loro gioia di rivedermi,
il loro saltellare in giro come bambini ed il loro
protendere le braccia, da uomini, tutto ciò forse
non potrei neppure sopportarlo. Se però poi
ripenso che tu resti duro nei loro confronti, con
il che neghi a Klamm in persona l'accesso a te,
voglio proteggerti con tutti i mezzi dalle
conseguenze di questo. E allora voglio che tu li
lasci entrare. Allora, K, in fretta, che entrino!
Non ti curare affatto di ciò che mi tocca! Mi
difenderò finché posso; se però dovessi avere
la peggio, bene, avrò la peggio, ma con la
consapevolezza che questo sarà successo per
te." - " Tu stai soltanto rinforzandomi nella mia
decisione riguardo agli aiutanti", disse K. "Mai
rientreranno di mia volontà. Che io li abbia
mandati fuori indica però che all'occorrenza li si
può dominare ed inoltre perciò che non hanno
alcuna connessione particolare con Klamm.
Solo ieri sera ricevetti una lettera da Klamm da
cui si nota che in merito agli aiutanti Klamm è
stato informato malissimo, per cui di nuovo si
deve concludere che essi gli sono del tutto
indifferenti, se infatti non lo fossero lui avrebbe
certo potuto procurarsi informazioni corrette.
Che però in loro tu veda Klamm non significa
nulla, infatti ancora purtroppo continui ad
essere influenzata dalla locandiera e
dappertutto vedi Klamm. Sei sempre
innamorata di Klamm, non già la mia donna.
Talvolta ciò mi rattrista, è come se avessi
perduto tutto, e sento allora come se fossi
appena arrivato nel villaggio, non però ricco di
speranza com'ero nella realtà in quel caso, ma
consapevole che mi aspettano solo delusioni e
che io dovrò godermele una dopo l'altra fino
all'ultimo fondiglio. Solo talvolta, però",
aggiunse sorridendo K quando vide che Frieda
alle sue parole crollava, "e indica qualcosa di
buono, voglio dire, che cosa significhi per me.
E se ora mi chiedi di scegliere tra te e gli
aiutanti, con ciò loro hanno già perduto. Che
razza di idea, scegliere tra te e gli aiutanti! Ora
però voglio essere definitivamente libero da
loro, nei pensieri e nelle parole. Chi sa del
resto se la fiacchezza che a tutti e due è
sopravvenuta non derivi dal fatto che ancora
non abbiamo fatto colazione?", - "Può darsi",
disse Frieda sorridendo stanca, e si mise
all'opera. Ed anche K riprese la scopa.
Dopo un po' bussarono piano. "Barnabas!", urlò
K, buttò via la scopa e in un salto fu alla porta.
Spaventata più dal nome che a tutto il resto,
Frieda lo guardò.
Non ci riuscì subito, K, ad aprire la vecchia
serratura, incerto di mani. "Sto aprendo",
continuava a ripetere, invece di chiedere chi in
effetti bussasse. E quindi fu costretto ad
osservare che dalla porta spalancata non
entrava Barnabas, ma un ragazzetto che già in
precedenza aveva voluto rivolgere la parola a
K. Che non ne aveva nessuna voglia, di
badargli. "Ma che cosa vuoi qui?", disse.
"Lezione si fa nell'aula accanto." - "Vengo di lì",
disse il ragazzo guardando tranquillamente K
con i suoi grandi occhi castani, stante
sull'attenti. "Cosa vuoi dunque? Svelto!", disse
K chinandosi un po', dato che il ragazzo
parlava a bassa voce. "Posso aiutarti?", chiese
il ragazzo. "Ci vuole aiutare", disse K rivolto a
Frieda, e poi al giovane: "Come ti chiami?", -
"Hans Brunswick", disse, "sono della classe
quarta, figlio di Otto Brunswick, calzolaio in
Madeleinegasse." - "Ma guarda, ti chiami
Brunswick", disse K, ora più amichevolmente.
Emerse che Hans era stato talmente
spaventato, dai graffi a sangue che la maestra
aveva inferto alla mano di K, che aveva deciso
stare dalla sua. Senza autorizzazione era
allora, a rischio di una seria punizione,
sgattaiolato via dall'aula accanto a mo' di
disertore. Potevano, prima di tutto, essere
fantasie di fanciullo, quelle che lo dominavano.
Conforme ad esse era anche la serietà che si
esprimeva in tutto ciò che lui fece. Inizialmente
solo la timidezza gli fu di ostacolo, presto però
familiarizzò con K e con Frieda, quando poi
ebbe un bollente e buon caffè divenne vivace e
disinvolto; le sue domande erano intelligenti e
azzeccate come se volesse il più possibile
velocemente informarsi dell'essenziale per poi
poter prendere decisioni in autonomia per K e
Frieda. Nel suo carattere c'era anche qualcosa
di dispotico, ma era talmente mescolato
all'innocenza infantile che ci si assoggettava
facilmente a ciò, un po' per scherzo, un po' sul
serio. Comunque pretese tutta l'attenzione per
sé, tutto il da fare fu interrotto e la colazione
andò molto per le lunghe.
Per quanto sedesse in un banco, mentre K
stava alla cattedra e Frieda su una sedia
accanto, pareva come che il maestro fosse
Hans, come se saggiasse le risposte e le
valutasse; un lieve sorriso sulla sua tenera
bocca pareva mostrare che lui ben sapeva che
si trattava solo di un gioco, ma tanto più era
d'altra parte seriamente sulla cosa, magari non
era neppure un sorriso, ma la felicità dell'esser
fanciullo che giocava sulle sue labbra.
Sorprendentemente solo tardi aveva ammesso
che già conosceva K, da quando una volta lui
era stato da Lasemann. K ne fu contento.
"Giocavi, quella volta, ai piedi della signora?",
chiese K. "Sì", disse Hans, "era mia madre." E
allora dovette raccontare di sua madre, ma lo
fece solo con esitazioni e solo su ripetute
richieste, ciò indicando che era un ragazzino
dal quale del resto pareva talvolta che parlasse
quasi un uomo più energico, più saggio, più
lungimirante, specie per le sue domande, forse
previdenti il futuro, ma forse anche solo come
conseguenza dell'illusione dei sensi
dell'ascoltatore inquieto-attento, un uomo che
poi però subito dopo senza transizione era uno
scolaro che non capiva affatto molte domande,
altre le equivocava, che, trascuratamente
infantile, parlava a voce troppo bassa per
quanto spesso fosse stato avvisato di tale
mancanza, che infine tacque del tutto come per
dispetto davanti a molte domande stringenti,
però senza alcun imbarazzo come un adulto
mai avrebbe potuto. Più che altro era come se,
stando alla sua opinione, solo a lui fosse
permesso far domande ed invece con le
domande altrui fosse tradita una prescrizione e
sprecato il tempo. Era allora capace di sedere
in silenzio a lungo, irrigidito, a testa bassa,
imbronciato. A Frieda piaceva talmente,
questo, che ripetutamente gli pose domande
da cui sperava che lo avrebbero fatto star zitto
in quel modo; le riuscì anche, diverse volte, ma
ciò irritava K. In genere si venne a sapere
poco. La madre era un po' malata, ma che tipo
di malattia fosse rimase indefinito, il bambino
che la signora Brunswick aveva tenuto in
grembo era la sorella di Hans e si chiamava
Frieda (Hans accolse senza benevolenza il fatto
che la donna che faceva domande si chiamasse
come sua sorella), vivevano tutti nel villaggio,
ma non da Lasemann, ci erano stati solo in
visita per fare il bagno, dato che Lasemann
aveva quel gran mastello dentro cui si
divertivano in particolare a bagnarsi ed ad
agitarsi i bambini piccoli, dei quali però Hans
non faceva parte; di suo padre parlò con gran
venerazione o timore ma soltanto se allo stesso
tempo il discorso non verteva sulla madre, in
confronto alla madre il valore del padre era
palesemente modesto, del resto tutte le
domande fatte sulla vita famigliare restarono
senza risposta, per quanto si cercasse di
accostarlesi. Del mestiere del padre si seppe
che lui era il maggior calzolaio del luogo,
nessuno gli era pari, ciò ripetuto anche in
occasione di tutt'altre domande, che dava
lavoro addirittura ad altri calzolai, per esempio
anche al padre di Barnabas, in quell'ultimo
caso Brunswick lo faceva solo come speciale
concessione, almeno questo suggerì la fierezza
con cui Hans atteggiò il capo, ciò che indusse
Frieda a saltar su ed a dargli un bacio. Alla
domanda se era stato già al castello rispose
dopo molte volte che era stata ripetuta e
semplicemente con un "no"; alla domanda se
c'era stata la madre non rispose neanche.
Infine K si stufò; gli sembrò inutile porre
domande, si trovò d'accordo con il ragazzo,
inoltre c'era qualcosa di umiliante nel voler con
strane manovre indagare, per mezzo di un
ragazzino innocente, i segreti di una famiglia,
del resto due volte umiliante era che non si
venisse a sapere nulla. Quando poi K gli chiese,
in conclusione, per che cosa si offriva di essere
utile, non si stupì più di sentire che Hans
voleva aiutare lì nel lavoro perché il maestro e
la maestra non litigassero più tanto con K. Lui
gli spiegò che tale aiuto non era necessario, la
litigiosità apparteneva alla natura del maestro,
da essa a stento ci si sarebbe potuti proteggere
anche con il lavoro più preciso, il lavoro non
era pesante, lui quel giorno era in ritardo solo
in conseguenza di circostanze casuali,
comunque tale litigiosità faceva effetto su di
lui, K, non come ad uno scolaro, lui se ne
infischiava, gli era quasi indifferente, e sperava
anche di poter molto presto affrontarlo, il
maestro. Dato dunque che si era trattato solo
di aiuto a dispetto del maestro K ringraziò
moltissimo il ragazzo congedandolo con la
speranza che non sarebbe stato punito. Pur
non insistendo, K, sul fatto che di un aiuto solo
contro il maestro non aveva bisogno, e solo di
passata accennandoci, lasciando invece aperta
la questione d'un altro tipo di aiuto, Hans udì
chiaro e forte e chiese se K magari aveva
bisogno d'un altro aiuto; si sarebbe reso utile
molto volentieri, e se lui non fosse stato
capace, avrebbe pregato sua madre di farlo, e
allora certo la cosa avrebbe funzionato. Anche
se il babbo si preoccupava, lui lo chiedeva, un
aiuto alla mamma. La mamma aveva già
chiesto di K, lei a stento usciva di casa, solo in
via eccezionale, quella volta, era stata da
Lasemann; lui, Hans, invece ci andava spesso a
giocare, con i figli di Lasemann, e la mamma
una volta gli aveva chiesto se l'agrimensore ci
era tornato, in quella casa. La mamma, debole
e stanca, non si poteva mica turbare, e allora
lui, Hans, semplicemente le aveva detto di non
avercelo visto, lì, l'agrimensore, e non se n'era
riparlato; quando però l'aveva trovato lì a
scuola, aveva dovuto rivolgergli la parola per
poterne riferire alla mamma. Infatti le faceva il
massimo piacere se si realizzavano i suoi
desideri senza che lei lo comandasse
espressamente. Dopo breve riflessione K
rispose che non gli serviva alcun aiuto, aveva
tutto quel che gli era necessario, ma che era
molto caro, da parte di Hans, volergli essere
utile, e che lui gli era grato per l'intenzione,
anzi magari più avanti avrebbe avuto necessità
di qualcosa e si sarebbe rivolto a lui, l'indirizzo
ce lo aveva. Al contrario forse poteva essere
lui, K, a dare stavolta una mano, gli dispiaceva
che la mamma di Hans fosse malata e che nel
villaggio nessuno ci capisse qualcosa, delle sue
sofferenze; in casi trascurati del genere può
subentrare un grave peggioramento di un male
in sé lieve. Orbene, lui, K, aveva alcune
conoscenze in fatto di medicina e, ciò che
valeva ancor di più, esperienza nel trattare con
i malati. Molte cose che ai medici non erano
riuscite a lui erano andate bene. A casa lo si
era sempre chiamato, per suoi risultati in
termini di guarigione, "l'erba amara".
Comunque avrebbe visto volentieri la mamma
di Hans e ci avrebbe parlato. Forse avrebbe
potuto dare un buon consiglio, anche subito,
per amor di Hans. I cui occhi a tal proposta
luccicarono inducendo K a farsi più sollecito,
tuttavia l'esito non fu soddisfacente, infatti
Hans sollevò svariati problemi, nemmeno molto
triste nel farlo, dalla mamma non era permessa
alcuna visita insolita, dal momento che era
molto bisognosa di riposo; anche se in
quell'occasione K ci aveva parlato appena, lei
era rimasta alcuni giorni a letto, cosa che
senza dubbio avveniva spesso. In quel caso il
babbo si era arrabbiato parecchio per via di K e
certo non avrebbe permesso che andasse dalla
mamma; anzi, quella volta aveva intenzione di
trovare il modo di punire K per la sua condotta,
solo che la mamma lo aveva trattenuto. Per
prima cosa la mamma, però, non voleva
parlare con nessuno e la sua domanda in
merito a K non significava alcuna eccezione alla
regola, al contrario, proprio in occasione della
menzione di lui avrebbe, la mamma, potuto
esprimere il desiderio di vederlo, ma non
l'aveva fatto e con ciò aveva espresso
distintamente la sua volontà. Voleva soltanto
sentirne parlare, di K, non voleva parlare con
lui. D'altra parte non era affatto una malattia
vera e propria, di qualunque cosa soffrisse, lei
sapeva molto bene la causa del suo stato e
talvolta vi accennava anche: probabilmente era
l'aria del luogo, che lei non tollerava; ma non
voleva di nuovo abbandonarlo, il luogo, per via
del babbo e dei bambini, e andava già meglio
di quanto non era stato prima. Secondo K era
come se le capacità mentali di Hans
aumentassero visibilmente allorquando voleva
proteggere la mamma da K, a cui aveva avuto
intenzione, in apparenza, di rendersi utile;
anzi, allo scopo di tener lontano K dalla
mamma il ragazzo contraddiceva molte cose
dette in precedenza, per esempio riguardo alla
malattia. Ciò nonostante però K notò che Hans
continuava ad essere ben disposto verso di lui,
solo che tutto passava nel dimenticatoio se in
questione era la mamma; chi veniva messo
davanti alla mamma subito stava dalla parte
del torto, in quel caso era toccato a K, ma
poteva toccare anche al babbo, per esempio. K
volle saggiare tale idea dicendo che certo era
molto assennato, da parte del babbo, che lui la
proteggesse tanto da ogni disturbo, e se lui, K,
quella volta avesse soltanto subodorato
qualcosa del genere, non avrebbe osato certo
rivolgere la parola alla mamma e, sia pure in
ritardo, voleva essere scusato, lì a casa di
Hans. Al contrario non sarebbe riuscito, lui K, a
capire del tutto perché il babbo, se la causa del
male era così chiaramente stabilita come
diceva Hans, trattenesse la mamma dal
recuperare le forze in un luogo con un'altra
aria, Si sarebbe detto che la trattenesse, dato
che usciva solo per i bambini e non per motivi
suoi, i bambini poteva portarli con sé, ma per
poco tempo di assenza e non lontano, già
sull'altura del castello l'aria era tutta un'altra
cosa. I costi di tale escursione il babbo non
avrebbe dovuto temerli, non era il maggior
calzolaio del villaggio? Certo o lui o la mamma
ci avevano al castello parenti o conoscenti che
l'avrebbero accolta volentieri. Perché non la
lasciava andare? Non avrebbe dovuto
sottovalutare un male simile; certo K aveva
visto la mamma solo di sfuggita, ma proprio il
suo sorprendente pallore e la debolezza lo
avevano mosso a rivolgerle la parola; già
quella volta si era stupito che il babbo avesse
permesso a quella donna malata di stare nella
cattiva aria del bagno e della toeletta collettivi
e non si fosse imposto di vietarglieli chiaro e
tondo. Il babbo non lo sapeva bene, di cosa si
trattasse; poteva darsi che ultimamente il male
si fosse attenuato, un male del genere è
bislacco, ma alla fine arriva, se non lo si
combatte, con piena forza, e nulla può più
giovare. Se K non aveva potuto di già parlare
con la mamma, sarebbe stato bene che
parlasse con il babbo e lo rendesse conscio di
tutto ciò.
Hans era stato ad ascoltare intento, il più lo
aveva inteso, fortemente colpito dalla
minacciosità dell'oscuro restante. Ciò
nonostante disse che K con il babbo non poteva
parlarci, il babbo ci aveva contro di lui, K,
un'avversione e con ogni probabilità lo avrebbe
trattato come aveva fatto il maestro. Lo disse
sorridendo timidamente, quando parlava di K,
e triste, tetro, quando accennava al babbo.
Eppure aggiunse che forse K, però, con la
mamma ci avrebbe potuto parlare, ma solo
senza che il babbo lo sapesse. Poi Hans per un
po' ci pensò su con gli occhi fissi, pareva una
donna che vuol fare qualcosa di proibito e
cerca una possibilità di realizzarlo senza essere
punita, e disse che due giorni dopo forse
sarebbe stato possibile, il padre la sera andava
alla locanda dei signori funzionari, ci aveva da
parlare lì, allora lui, Hans, la sera sarebbe
venuto e avrebbe condotto K dalla mamma,
ammesso comunque che la mamma
consentisse, cosa ancora assai improbabile.
Prima di tutto non non faceva nulla contro il
volere del babbo, in tutto si subordinava a lui,
anche in cose di cui anche lui, Hans, intuiva la
sensatezza. Davvero cercava dunque aiuto
contro il babbo, Hans; era come se si fosse
ingannato quando aveva creduto di voler
rendersi utile a K, mentre in realtà aveva
voluto indagare se forse, poiché nessuno del
solito ambiente avrebbe potuto giovare, questo
forestiero improvvisamente apparso e dunque
menzionato, addirittura, dalla mamma ne
sarebbe stato capace. Il ragazzo era
inconsapevole, ermetico, quasi subdolo. Fin lì
dalla sua comparsa e dalle sue parole c'era
stato da capire poco e nulla; lo si notava dalle
confessioni regolarmente tardive estratte a
caso ed a proposito. Ed ora con lunghi discorsi
con K esaminava quali difficoltà ci fossero da
superare. Erano insuperabili, anche con la
miglior volontà di Hans; tutto immerso nei
pensieri eppure alla ricerca di aiuto continuava
ad apparire a K con quegli occhi ammiccanti.
Prima dell'uscita del babbo non poteva dir nulla
alla mamma, altrimenti il babbo veniva a
saperlo e tutto era reso impossibile, dunque
poteva farne cenno solo più tardi, ma ancora
con cautela, nei confronti della mamma, non
d'improvviso e veloce, invece lento e
all'occasione favorevole; poi doveva chiedere
alla mamma se aderisse o no, e allora poteva
andare a chiamare K; ma non era già troppo
tardi, non incombeva già il ritorno del babbo?
No, era impossibile. K mostrò invece che non
era impossibile. Che il tempo non sarebbe
bastato, di ciò non non si sarebbe dovuto
temere, un breve colloquio, una breve riunione
sarebbe stata sufficiente, e Hans non doveva
andare a chiamare K, che avrebbe aspettato
nascosto da qualche parte nelle vicinanze di
casa e che ad un segnale di Hans sarebbe
arrivato subito. No, disse Hans, K non avrebbe
potuto aspettare vicino a casa - di nuovo era in
preda della sua sensibilità dovuta alla mamma
-, senza che la mamma lo volesse K non si
sarebbe potuto muovere, una tal comunella
segreta con la mamma Hans non poteva
lasciargliela, a K; lui avrebbe dovuto chiamarlo
fuori dalla scuola, e non prima che la mamma
lo sapesse e lo permettesse. Va bene, disse K,
dunque era davvero pericolosa, la cosa, ed era
possibile che il babbo lo sorprendesse in casa;
se questo non doveva succedere, allora non si
sarebbe lasciato, certo, che la mamma si
prendesse paura di K; e tutto sarebbe fallito
per colpa del babbo. Di nuovo Hans si oppose a
tal discorso e così la disputa seguitò.
Da un bel po' K aveva chiamato Hans alla
cattedra, se lo era tirato tra le ginocchia e lo
aveva accarezzato più volte, per rabbonirlo. Tal
vicinanza contribuì a stabilire un accordo,
nonostante la temporaneo resistenza di Hans.
Ci si concertò alla fine come segue: Hans
avrebbe detto alla mamma la verità intera,
prima di tutto; però, per facilitarle il consenso,
avrebbe aggiunto che K voleva parlare anche
con Brunswick stesso, non della mamma, del
resto, ma della sua situazione personale. Ciò
era anche appropriato, a K nel corso della
conversazione era venuto in mente che, certo,
Brunswick magari era anche un uomo malvagio
e pericoloso, ma suo avversario vero e proprio
non poteva essere più, lui era stato, almeno
secondo il rapporto fatto dal capo villaggio, il
capo di coloro che, foss'anche per motivi
politici, avevano richiesto la chiamata d'un
agrimensore. L'arrivo di di K nel villaggio
doveva dunque essere benvenuto, per
Brunswick; allora d'altra parte il saluto stizzito
a K il primo giorno e l'avversione, di cui parlava
Hans, erano quasi incomprensibili; forse però
Brunswick era offeso proprio per questo,
perché K non si era rivolto a lui per primo per
farsi dare una mano, forse c'era un altro
fraintendimento che si sarebbe potuto chiarire
con alcune parole. Se però era successo
questo, allora K, in Brunswick, poteva trovare
un sostegno nei confronti del maestro, anzi, nei
confronti perfino del capo villaggio, tutto
quanto l'imbroglio burocratico - cos'altro era,
poi? - con cui il capo villaggio ed il maestro gli
avevano precluso le autorità del castello e lo
avevano forzato nella posizione di bidello,
poteva venir svelato; arrivando di nuovo ad
una battaglia temuta su K tra Brunswick e il
capo villaggio, Brunswick doveva aver dalla sua
K, K sarebbe stato ospite in casa di Brunswick,
le leve di potere di Brunswick sarebbero state
messe a sua disposizione a dispetto del capo
villaggio; chissà dove sarebbe arrivato con tal
mezzo, lui, e vicino alla donna sarebbe stato
comunque spesso - così giocava con i sogni e i
sogni giocavano con lui, mentre Hans,
pensando solo alla mamma, osservava assai
preoccupato il silenzio di K come si fa al
cospetto d'un medico immerso nelle sue
riflessioni, per trovare un rimedio ad un caso
grave. Con tale suggerimento di K, di voler
parlare con Brunswick dell'impiego da
agrimensore, Hans fu d'accordo, del resto solo
perché con tal mezzo la sua mamma era
coperta nei confronti del babbo e perché si
trattava solo di un caso di necessità
sperabilmente evitabile. Si limitò a chiedere
ancora come K avrebbe spiegato al babbo la
tarda ora della visita, e alla fine si accontentò,
per quanto con la faccia un po' abbuiata, del
fatto che K avrebbe detto che l'insostenibile
impiego come bidello ed il relativo trattamento,
a causa del maestro, gli avevano fatto
dimenticare, improvvisamente disperato, ogni
riguardo.
Quando dunque in tal modo tutto, per quanto
era prevedibile, fu progettato, e almeno la
possibilità del successo non fu più preclusa,
Hans, liberato dal peso della riflessione,
contento, come un bambino continuò per un
poco a chiacchierare, prima con K e poi anche
con Frieda, che a lungo era rimasta seduta
come in tutt'altri pensieri ed allora di nuovo
iniziava a prender parte alla conversazione. Tra
l'altro gli chiese che cosa voleva diventare; lui
non ci pensò su molto e disse che voleva
diventare un uomo come K. Quando poi gli fu
chiesto perché, non seppe proprio rispondere,
ed alla domanda se voleva diventare per
esempio bidello rispose decisamente di no.
Indagando oltre si capì per quale giro era
pervenuto a tal desiderio. La situazione
presente di K non era affatto invidiabile, era
triste e spregevole, questo lo vedeva bene
anche Hans, né aveva bisogno per capirlo di
osservare le altre persone; lui stesso avrebbe
volentierissimo voluto risparmiare alla mamma
ogni vista di K, e la di lui parola. Tuttavia,
nonostante, ciò veniva da K, lo pregava che lo
aiutasse, ed era lieto se K acconsentiva, anche
presso altra gente lui credeva di riconoscere lo
stesso atteggiamento verso K, e prima di tutto
era stata la mamma, a farne menzione, di K.
Da tale contraddizione nasceva in lui la
credenza che nel tempo presente K certo era
tapino e scoraggiante, ma in un lontano futuro
del resto quasi inimmaginabile avrebbe
superato tutti. Proprio tale lontananza
addirittura folle e la superba evoluzione cui
essa doveva condurre, attiravano Hans: a tal
prezzo chiudeva un occhio perfino sul K
presente. La non comune ingegnosità, tra
l'infantile ed il senile, di tal desiderio, risiedeva
nel fatto che Hans guardava a K come ad un
giovane il cui futuro si allargava come il suo
proprio, il futuro d'un ragazzino. Ed era anche
una serietà quasi tetra, quella con cui lui
parlava di tali cose, indotto dalle domande
insistenti di Frieda. Subito K lo rasserenò
quando disse che lo sapeva che cosa gli
invidiava, era il suo bel bastone nodoso, che
stava sul tavolo e con cui Hans, durante la
conversazione, aveva distrattamente giocato.
Orbene, lui un bastone simile intendeva
fabbricarlo, ne avrebbe fatto uno anche più
bello, per Hans, se il loro piano fosse riuscito. A
quel punto non fu più del tutto chiaro se Hans
davvero aveva avuto invidia solo del bastone,
tanto si rallegrò della promessa di K e si
congedò lieto non senza stringere la mano a K
dicendo: "Dunque a dopo domani".
Era moltissimo che Hans se n'era andato,
infatti poco dopo il maestro spalancò la porta e,
quando vide K e Frieda sedere tranquilli al
tavolo, urlò: "Scusate il disturbo! Ma ditemi,
quando verrà liberato alla fine il campo, qui?
Noi di là siamo costretti a star seduti tutti
pigiati insieme, la lezione ne soffre, voi invece
spaparanzati in questa gran palestra, e per
avere ancora più spazio avete anche mandato
via gli aiutanti! Ora pero almeno alzatevi e
muovetevi!", E rivolto solo a K: "Tu ora vammi
a prendere la colazione alla locanda del
ponte!",
Tutto ciò urlato con rabbia, ma le parole in
proporzione erano morbide, anche il 'Tu', di per
sé grossolano. K era pronto ad eseguire subito;
solo, per farsi un 'idea di cosa aveva in corpo il
maestro, disse: "Ma io sono licenziato" -
"Licenziato o non licenziato, vammi a prendere
la colazione", disse il maestro."Licenziato o non
licenziato, proprio questo voglio sapere", disse
K. "Cosa vai cianciando?", disse il maestro. "Tu
non l'hai accettato, il licenziamento." - "Basta
per invalidarlo?", chiese K. "Per me non basta",
disse il maestro, "questo puoi crederlo, ma
incredibilmente basta al capo villaggio. Ora
però sbrigati, o ti scaravento fuori." K fu
soddisfatto che il maestro avesse dunque nel
frattempo parlato con il capo villaggio, o forse
nemmeno parlato, ma si fosse solo adeguato
alla prevedibile opinione del capo villaggio, che
era favorevole a K. Aveva intenzione di correre
a prendere la colazione subito, ma, mentre
andava, di nuovo il maestro lo richiamò; sia
che avesse, con quel particolare ordine, voluto
solo provare la servizievolezza di K per
potercisi regolare in seguito, sia che trovasse
nuovo piacere nel comandare e fosse contento
di metter fretta a K e poi, come un cameriere,
al suo comando, farlo in fretta girare di nuovo.
Da parte sua K sapeva che con troppa
arrendevolezza si sarebbe reso schiavo e
capro espiatorio del maestro, ma fino a un
certo limite a quel punto voleva accettare con
pazienza l'umoralità del maestro, infatti se
quello non poteva licenziarlo a buon diritto,
come era evidente, poteva certo rendere
l'impiego come bidello spiacevole fino
all'insopportabile. Tuttavia K proprio a
quell'impiego ci teneva più di prima. La
conversazione con Hans gli aveva dato da
sperare, abbiamo visto, in modo improbabile,
infondato, eppure non più obliabile; quasi
quasi facendo di Barnabas un palliativo. Se vi si
abbandonava, e non poteva evitarlo, doveva
raccogliere tutta la sua forza per non curarsi
d'altro, del cibo, dell'abitazione, delle autorità
del villaggio, e nemmeno di Frieda; ed in fondo
si trattava proprio soltanto di Frieda, infatti
tutto lo affliggeva davvero in rapporto a lei.
Ecco perché quell'impiego, che dava una certa
sicurezza a Frieda, lui doveva cercare di
conservarlo e non poteva permettersi di
pentirsi, in vista di tal meta, di sopportare dal
maestro più di quanto avrebbe altrimenti
sopportato su di sé. Tutto ciò non era troppo
penoso, faceva parte della serie delle costanti
pene della vita, non era niente in confronto a
quello cui K aspirava, e non era venuto lì per
condurre una vita tranquilla e onorevole.
Quindi, come subito era stato pronto a correre
nella locanda, fu subito pronto, mutato il
comando da parte del maestro, a rimettere in
ordine la stanza perché la maestra e la sua
classe potesse di nuovo ritornarci. L'ordine
però doveva venir fatto velocissimamente, dato
che dopo K doveva andare a prendere la
colazione, e il maestro già ci aveva molta fame
e sete. K fece in modo che tutto andasse
secondo il desiderio del maestro, che un po'
stette a guardare come K si sbrigava, levava il
giaciglio di mezzo, riordinava gli attrezzi
ginnici, spazzava in fretta, intanto che Frieda
lavava e strofinava il basamento della cattedra.
Lo zelo parve soddisfare il maestro; fece
attenzione anche che davanti alla porta fosse
approntato un mucchio di legna per il
riscaldamento - al capanno non volle che K ci
andasse più - quindi se ne andò minacciando di
ritornare presto a controllare i ragazzini.
Dopo un momento di lavoro in silenzio Frieda
chiese perché poi K, a quel punto, fosse tanto
ligio al maestro. Era davvero una domanda
empatica, ma K, che pensava a quanto
scarsamente le era riuscito, dopo la sua iniziale
promessa, di proteggerlo dagli ordini e dalle
prepotenze del maestro, si limitò a dire in
breve che a quel punto lui, diventato un
bidello, doveva farlo, quel lavoro. Poi di nuovo
fu silenzio finché K - giusto durante il breve
scambio di parole ricordandosi che Frieda già
tanto a lungo era stata perduta in pensieri pieni
di preoccupazione soprattutto durante quai
tutto il colloquio con Hans - le chiese
apertamente, portando dentro la legna, che
cosa la rendesse assorta. Lei rispose, alzando
lentamente lo sguardo su di lui, che non era
nulla di preciso; pensava solo alla locandiera
ed alla validità di molte delle sue parole.
Quando K insisté lei rispose, dopo vari dinieghi,
in modo più dettagliato senza ciò nonostante
interrompere il suo lavoro, non è che lo
facesse con diligenza, il lavoro non procedeva
affatto, ma invece funzionava solo allo scopo
che lei non fosse costretta a guardare dalla
parte di K. E dunque raccontò che prima era
stata a sentire tranquillamente il colloquio di K
con Hans e poi, spaventata da certe parole di
K, aveva iniziato a registrare con più precisione
il senso delle parole e non era più stata capace
da quel momento di smettere di udire, in quelle
parole, le conferme di un ammonimento della
locandiera che lei si rammentava ed alla cui
competenza, però, mai aveva voluto credere.
K, stizzito in generale per tale locuzione ed
anche, più che toccato, provocato dalla voce di
Frieda, piena di lacrime e di lagne -
innanzitutto perché la locandiera s'infilava nella
sua vita di nuovo, almeno in forma di ricordi,
dato che di persona fin lì aveva avuto poco
successo - buttò in terra la legna che portava
in braccio,, vi si piazzò sopra e pretese,
parlando seriamente, piena chiarezza. "Già
diverse volte", iniziò Frieda, "dall'inizio, la
locandiera si è ingegnata di farmi dubitare di
te, non sosteneva che tu menti, al contrario,
diceva, sei sincero come un bambino, ma la tua
natura è così diversa dalla nostra che noi,
anche quando parli con sincerità, riusciamo con
difficoltà a convincerci a crederti, e se una
buona amica prima non ci trae in salvo,
dobbiamo farci l'abitudine, a credere, solo per
mezzo di un'esperienza amara. anche a lei, che
ha uno sguardo tanto acuto sulle persone, a
mala pena è andata diversamente. Tuttavia,
dopo l'ultimo colloquio con te nella locanda del
ponte, lei ha scoperto il tuo trucco - mi limito a
ripetere le sue cattive parole -, ora non potresti
più ingannarla anche sforzandoti di nascondere
le tue intenzioni. Tuttavia tu non nascondi
mica, lei continuava a dire, e poi diceva anche:
sforzati però di starlo a sentire davvero in ogni
occasione, non solo in modo superficiale.
Null'altro che questo ha fatto, ed inoltre ha
capito, in relazione a me, all'incirca questo: tu
ti sei insinuato in me - è ricorsa a quest'infame
parola - solo perché casualmente ti sono
capitata davanti, non proprio dispiacendoti, e
perché molto erroneamente tu ritieni una
ragazza che lavora in una mescita vittima
predestinata di ogni avventore che allunghi la
mano. Oltre a ciò, come la locandiera è venuta
a sapere dal locandiere della locanda dei
signori funzionari, tu avevi intenzione di
pernottare per un qualche motivo nella sua
locanda, e ciò era per altro conseguibile, in
primo luogo, nient'altro che per il mio tramite.
Tutto questo sarebbe stato un'occasione
sufficiente a far di te, per quella notte, il mio
ammiratore; perché però il risultato fosse
maggiore serviva qualcosa di più, e tale di più
era Klamm. La locandiera sostiene di non
sapere che cosa vuoi tu da Klamm, ritiene solo
che tu, prima di conoscermi, miravi
intensamente a Klamm come dopo. La
differenza l'ho compresa solo in questo senso,
nel senso che prima eri senza speranza, ma
ora credevi di avere in me un mezzo sicuro per
farti avanti davvero e presto, addirittura con
superiorità. Quanto sono inorridita oggi -
all'inizio però solo fuggevolmente, senza motivi
profondi - quando oggi in un caso hai detto che
prima di conoscermi avresti sbagliato strada.
Forse sono le stesse parole di cui si è servita la
locandiera; lo dice anche lei che tu da quando
mi hai conosciuto sei divenuto consapevole
della meta. Ciò è dipeso dal fatto che tu
ritenevi di aver conquistato, in me, un'amante
di Klamm e per suo tramite di possedere un
pegno che potesse venir liberato solo al prezzo
più alto. Tua unica mira è trattare con Klamm
tale prezzo. Dato che non t'importa nulla di
me, ma tutto t'importa del prezzo, tu sei
pronto in rapporto a me ad ogni compiacenza,
in rapporto al prezzo sei ostinato. Ecco perché
ti è indifferente che io perda il posto nella
locanda dei signori funzionari, indifferente che
lasci anche il posto alla locanda del ponte,
indifferente che io dovrò fare il duro lavoro di
bidella. Non sei affatto tenero con me, anzi,
non hai più tempo, mi abbandoni agli aiutanti,
non conosci la gelosia, io valgo unicamente,
per te, per il fatto che ero amante di Klamm,
nella tua insipienza ti sforzi di non farmelo
dimenticare, Klamm, perché alla fine io non mi
opponga troppo quando sia venuto il momento
decisivo; ciò non di meno lotti anche contro la
locandiera, la sola che tu credi capace di
strapparmi a te, per ciò spingesti la lite con lei
all'estremo, per dover lasciare insieme a me la
locanda del ponte; che io sia in tutti i casi tua
proprietà, per quanto mi riguarda, non hai
dubbi. Ti immagini il colloquio con Klamm come
un affare di scambio. Tieni conto di tutte le
possibilità; sempreché tu ottenga la
ricompensa, sei pronto a far tutto; se Klamm
mi vuole, mi darai a lui; se vuole che tu resti
con me, ci resterai; se vuole che tu mi scacci,
tu mi scaccerai; ma sei anche pronto a fare la
commedia; se sarà vantaggioso, allora tu
asserirai di amarmi, cercherai di combattere la
sua indifferenza mettendo in rilievo la tua
nullità ed imbarazzandolo con il fatto della tua
condizione di suo successore, o trasmettendogli
la mia dichiarazione d'amore nei suoi confronti,
da me veramente effettuata, e chiedendogli di
riprendermi, del resto pagando il prezzo; se
non serve null'altro, allora semplicemente
mendicherai in nome dei coniugi K. Se tuttavia
poi vedrai, così concluse la locandiera, che ti
sei ingannato da cima a fondo, nelle tue
supposizioni e nelle tue speranze, con la tua
idea di Klamm e della sua relazione con me,
allora per me inizierà l'inferno, infatti sarò
allora veramente tua unica proprietà su cui fare
assegnamento, ma insieme una proprietà che
si è dimostrata priva di valore e che tu tratterai
in proporzione a ciò, poiché non hai per me
alcun altro sentimento che quello del padrone."
K era stato a sentire, attento, imbronciato, la
legna sotto di lui s'era smossa e così era quasi
scivolato sul pavimento senza accorgersene; si
tirò subito su, si sedé sul basamento della
cattedra, prese la mano di Frieda che cercava
debolmente di sottrarglisi, e disse: "Non sono
sempre riuscito a distinguere in quel che hai
riferito la tua opinione da quella della
locandiera." - "Era solo l'opinione della
locandiera", disse Frieda. "Sono stata ad
ascoltare tutto perché la venero; ma era la
prima volta in vita mia che rigettavo in tutto e
per tutto la sua opinione. Tanto mi pareva
querulo, quel che lei diceva, tanto distante da
ogni comprensione di quello che riguardava
noi. Piuttosto, mi parve appropriato il contrario
totale di quello che lei diceva. Pensai al triste
mattino dopo la nostra prima notte, a quando
t'inginocchiasti vicino di me con uno sguardo
come se tutto fosse perduto. Ed a quando poi
le cose si svilupparono davvero in modo che,
per quanto mi sforzassi, non ti ero d'aiuto, ma
d'impedimento. Per via di me la locandiera ti
divenne nemica, una potente nemica che tu
continui a sottovalutare; a causa di me, per cui
avesti tante preoccupazioni, sei stato costretto
a lottare per la tua sistemazione, hai avuto la
peggio nei confronti del capo villaggio, hai
dovuto sottometterti al maestro, sei stato
affidato agli aiutanti, ma il peggio è stato che
per amor mio forse hai offeso Klamm. E' sta
certo solo l'impotente brama di riconciliarti in
qualche modo con lui, quella che ora ha
continuato a spingerti ad arrivare a lui
E mi dico che la locandiera, che tutto questo
certo lo sa molto meglio di me, mi voleva
proteggere con le sue insinuazioni solo da auto
rimproveri troppo cattivi. Benintenzionata
fatica, ma indesiderata. Il mio amore per te mi
avrebbe aiutato a passare sopra a tutto,
avrebbe infine portato avanti anche te, se non
qui nel villaggio, da qualche altra parte; anzi,
una prova della sua forza già la ha data, ti ha
già tratto in salvo da quella gente di
Barnabas." - "Era questa dunque la tua contro
opinione, allora", disse K, "e da allora che cosa
è cambiato?",-"Non lo so", disse Frieda
guardando la mano di K che teneva la sua,
"forse nulla è cambiato; quando tu sei così
vicino accanto a me e così tranquillamente fai
domande, allora credo che nulla sia cambiato.
In verità però" - tolse la mano a K, gli sedette
diritta davanti e pianse a volto scoperto; gli
tenne davanti quel viso pieno di lacrime libera
come se non piangesse per sé e dunque non
avesse niente da nascondere, ma come se
piangesse per il tradimento di K e così a lui
spettasse anche l'afflizione dello spettacolo -
"in verità però tutto è cambiato da quando ti
ho sentito parlare con il ragazzo. Come hai
incominciato innocentemente, chiedevi delle
cose domestiche, di questo e quello; era, per
me, come quando arrivasti per l'appunto nella
mescita, premuroso, schietto, e cercasti come
un bambino fervido il mio sguardo. Non c'era
alcuna differenza con allora ed io desideravo
soltanto che qui ci fosse la locandiera, che ti
sentisse e cercasse poi di restare della sua
opinione. Poi però, d'improvviso, non so com'è
accaduto, feci caso allo scopo con cui ci parlavi,
con il ragazzo. Per mezzo delle parole sollecite
ti sei guadagnato la sua fiducia non facile da
guadagnare, per poi indisturbato dirigerti verso
la meta che io riconoscevo via via meglio. Tale
meta era la donna. Nelle tue parole
apparentemente preoccupate di lei parlava del
tutto scoperta soltanto la considerazione degli
affari tuoi. Tu l'abbindolasti, la donna, ancor
prima di essertela guadagnata. Non solo il mio
passato, sentivo nelle tue parole, ma anche il
futuro; era come se la locandiera sedesse
vicina a me e mi spiegasser tutto ed io con
tutte le mie forze cercassi di mandarla via
vedendo però chiara la mancanza di speranze
di tale sforzo, e con ciò davvero non ero
propriamente nemmeno io, che venivo
abbindolata - io non sono stata di fatto
abbindolata - ma la donna estranea. E quando
mi sono scossa e ad Hans ho chiesto cosa
volesse, e lui ha detto che vorrebbe diventare
come te, già dunque ti apparteneva
completamente, che gran differenza poi c'era
tra lui, il buon ragazzo di cui ti sei approfittato
qui, e me, quella volta nella mescita?",
"Tutto", disse K, che, adeguandosi al biasimo,
si era ripreso, "tutto ciò che dici in un certo
senso è giusto; non manca di verità, solo che è
ostile. Si tratta di idee della locandiera, mia
nemica, anche se tu credi che siano tue, questo
mi consola. Per quanto istruttive esse siano,
ancora parecchio si può imparare della
locandiera. A me non l'ha detto, per quanto
non mi abbia risparmiato; è chiaro che ti ha
fornito di quest'arma nella speranza che tu
l'avresti usata in un'ora per me particolarmente
cattiva o decisiva. Se io mi approfitto di te, lo
stesso fa lei. Ma ora, Frieda, rifletti: anche se
tutto fosse così, esattamente come lo dice la
locandiera, sarebbe un caso assai maligno solo
se tu non mi vuoi bene. Allora, solo allora,
sarebbe davvero così, che io ti ho conquistato
con il calcolo e l'astuzia allo scopo di sfruttare
tale possesso. Allora forse faceva già parte del
mio piano perfino che io, quella volta, per
suscitare la tua simpatia entrassi a braccetto
con Olga, e la locandiera ha solo dimenticato di
accennarvi, nel computo delle mie colpe. Se
però non è in questione il caso maligno, e
quella volta non ti ha strappato a sé uno
scaltro animale da preda, ma invece tu sei
venuta incontro a me come io a te e ci siamo
trovati entrambi dimentichi di noi, di', Frieda,
come sta allora la cosa? Allora, i fatti miei io li
tratto come fossero tuoi; non c'è differenza,
solo una nemica può distinguerli. Vale per
tutto, anche riguardo ad Hans. Nel giudicare il
colloquio con Hans esageri molto, del resto,
con la tua delicatezza, infatti se le mie
intenzioni e le sue non coincidono del tutto non
ci vorrà molto perché ci sia un diciamo
contrasto tra loro, inoltre ad Hans certo non è
rimasto celato il nostro disaccordo, se lo credi,
tu sottovaluteresti questo cauto ometto, ed
anche se tutto dovesse essergli rimasto
nascosto a nessuno ne verrà un danno, io
spero."
"E' così difficile orientarsi, K", disse Frieda
sospirando. "Non ho diffidato certo di te, e se
qualcosa del genere è passato dalla locandiera
in me, me ne sbarazzerò felicissima e ti
chiederò perdono in ginocchio come in effetti
faccio sempre, anche quando ti dico cose tanto
cattive. Resta vero, però, che tu mi nascondi
molto; vai e vieni, non so dove né da dove.
Quando Hans ha bussato hai fatto addirittura il
nome 'Barnabas'. Magari tu avessi una volta
fatto il mio, di nome, così amoroso, come in
quel momento, per motivi a me
incomprensibili, hai fatto questo nome odioso.
Se tu non ti fidi per niente di me, come faccio
allora a non diffidare? Sono allora pienamente
affidata alla locandiera, cui tu con il tuo
comportamento sembri dar ragione; non hai
comunque cacciato gli aiutanti per causa mia?
Oh, se sapessi con quale brama cerco in tutto
ciò che fai e dici, anche se mi fa male, un
granello di bontà per me." - "Prima di tutto,
Frieda", disse K, "non ti nascondo la minima
cosa. Quanto mi odia, la locandiera, e come si
sforza di strapparti a me, con che razza di
mezzi spregevoli lo fa e come le cedi, Frieda,
come le cedi! Dillo, dov'è che ti nascondo
qualcosa? Che io voglia arrivare a Klamm lo
sai, che in ciò non puoi essermi d'aiuto e che io
perciò devo arrivarci da solo, lo sai anche
questo, che ancora non ci sono riuscito lo vedi.
Devo dunque raccontando gli inutili tentativi
che già in verità mi umiliano
abbondantemente, duplicare l'umiliazione?
Devo diciamo gloriarmi di aver atteso a vuoto,
gelando alla portiera della slitta di Klamm, un
lungo pomeriggio? Fortuna, non doverci più
pensare, corro da te, e riecco tutto questo che
mi viene incontro minaccioso da te. E
Barnabas? Certo, lo aspetto. E' il messo di
Klamm; non l'ho nominato io, messo." -
"Ancora Barnabas!", gridò Frieda. "Non riesco a
credere che sia un buon messo." - "Forse hai
ragione", disse K, "ma è l'unico messo che mi
viene mandato." - "Tanto peggio", disse Frieda,
"tanto più dovresti proteggerti da lui." -
"Purtroppo finora non me ne ha dato alcuna
ragione", disse K sorridendo. "Viene di rado e
quello che reca è senza importanza; solo il
fatto che provenga direttamente da Klamm lo
rende pieno di valore." - "Ma non vedi", disse
Frieda, "che la tua meta non è neanche più
Klamm? Questo forse m'inquieta
maggiormente. Che tu sempre ti spingessi via
da me verso Klamm, era male, che tu ora
sembri abbandonarlo è molto peggio, è
qualcosa che nemmeno la locandiera
prevedeva. Secondo lei la mia fortuna, per
quanto discutibile e però vera, terminava il
giorno che tu considerassi in modo definitivo
che la tua speranza in Klamm fosse vana.
Tuttavia ora non aspetti più neppure quel
giorno; arriva all'improvviso un ragazzino e tu
inizi a lottare con lui per sua madre come se
lottassi per l'aria da respirare." - "Il mio
colloquio con Hans tu l'hai compreso bene",
disse K. "Era davvero così. Tutta la tua vita di
prima, però, era così decaduta, per te (la
locandiera è esclusa, naturalmente, lei non si
lascia tirare in basso), che tu non sai più che si
deve lottare per andare avanti, specie se si
viene dal basso? Che si deve adoperare tutto
quello che dà in qualche modo speranza?
Questa donna viene dal castello, me l'ha detto
lei stessa quando il primo giorno mi smarrii da
Lasemann. Cosa c'è di più naturale che
chiederle consiglio o perfino aiuto? La
locandiera conosce bene tutti gli ostacoli che
tengono lontani da Klamm, allora questa donna
probabilmente sa la via, anzi la ha già
percorsa." - "La via verso Klamm?", chiese
Frieda. "Certo, cos'altro sennò?", disse K. Poi
saltò su: "Ora però è tardissimo, devo andare a
prendere la colazione. "Incalzante oltremodo,
Frieda lo pregò di restare come se il suo
restare confermasse tutto quello che lui le
aveva detto di consolante. K però ricordò la
presenza del maestro, indicò la porta che in
ogni momento avrebbe potuto aprirsi con
fracasso tonante, promise di venire subito, lei
non doveva neanche accendere la stufa, se ne
sarebbe curato lui. Alla fine Frieda si rassegnò
in silenzio. Quando K fuori calcò la neve a gran
passi - da parecchio la via avrebbe dovuto
essere spalata, era degna di nota la lentezza
con cui il lavoro procedeva - vide uno degli
aiutanti tenersi stanco morto all'inferriata. Uno
solo, e l'altro? Aveva dunque K almeno
spezzato la tenacia di uno? Quello rimasto
pareva ancora abbastanza zelante; lo si vide
quando, rianimato alla vista di K, iniziò subito
con violenza a tendere le braccia ed a roteare
gli occhi bramoso. "La sua inflessibilità è
esemplare", si disse K, dovendo del resto
aggiungere, "ma è il modo di congelarsi, lì".
Però visibilmente K non fece per l'aiutante
nient'altro che minacciarlo con il pugno, ciò che
escluse ogni accostamento, anzi, l'aiutante
arretrò impaurito di un bel tratto. Per l'appunto
Frieda aprì una finestra per dare aria prima di
accendere la stufa, com'era stato stabilito con
K. Subito l'aiutante mollò K e si mosse furtivo
verso la finestra, irresistibilmente attratto. Lei,
il viso caricaturalmente benigno nei confronti
dell'aiutante e supplichevolmente debole verso
K, agitò un poco in alto una mano all'esterno
della finestra - non era nemmen chiaro se
fosse per scacciare o salutare -, l'aiutante non
si fece nessun scrupolo di avvicinarsi. Allora
Frieda chiuse in fretta la finestra, ma rimase
dietro, con una mano sulla maniglia, il capo
inclinato da un lato, occhi spalancati, irrigidita
in un sorriso. Lo sapeva che in quel modo più
che spaventare l'aiutante lo attirava? K però
smise di guardare, voleva piuttosto sbrigarsi al
massimo e ritornare presto.
Quattordicesimo capitolo

Finalmente - era già buio, tardo pomeriggio - K


aveva liberato il sentiero nel giardino,
ammonticchiato e reso ferma la neve ai suoi
lati, e a quel punto era a posto con il lavoro
della giornata. Si trovava al cancello del
giardino, tutt'intorno a lui nessuno. Da ore
aveva già mandato via l'aiutante, inseguendolo
per un bel tratto; allora l'aiutante si era
nascosto da qualche parte tra il giardinetto e il
capanno, non si era più potuto trovare, e da
allora non era nemmeno rispuntato fuori.
Frieda in casa aveva lavato la biancheria, e
stava altresì lavando la gatta di Gisa; gran
segno di fiducia, da parte di Gisa, aver affidato
tale opera a Frieda, del resto sgradevole e
nauseante, e di cui K certo non avrebbe
tollerato l'incarico se non fosse stato assai
saggio, dopo le svariate manchevolezze nel
servizio, sfruttare ogni occasione con cui si
potesse rendere Gisa obbligata. Gisa era stata
a guardare compiaciuta come K aveva portato
giù dal solaio la vaschetta da bagno dei
bambini, com'era stata scaldata l'acqua e come
infine con cautela vi s'era sollevata la gatta. Poi
Gisa addirittura aveva lasciato la gatta tutta a
Frieda, infatti Schwarzer, conoscenza di K fin
dalla prima sera, era venuto, aveva salutato K
con un misto di soggezione, di cui quella sera
era stato posto il fondamento, e di disprezzo
fuori misura, come si doveva ad un bidello, e
si era messo poi con Gisa nell'altra aula.
Dov'erano ancora. Come aveva raccontato a K
nella locanda del ponte, Schwarzer, che pure
era figlio di un portinaio, viveva nel villaggio
per amore di Gisa già da un po', aveva
ottenuto tramite le sue aderenze di essere
nominato dalla municipalità supplente,
esercitava tale ufficio però soprattutto in modo
da non mancare quasi a nessuna delle ore di
lezione di Gisa, o sedeva tra i piccoli nel banco
o meglio sula basamento della cattedra ai piedi
di Gisa. Non dava neanche più noia, i piccoli ci
si erano da tempo abituati tanto più facilmente
dal momento che Schwarzer non aveva né
simpatia né comprensione per loro, ci parlava
appena, da Gisa si era limitato a prendersi
l'insegnamento della ginnastica, per il resto era
contento di vivere vicino a lei, nella sua aria,
nel suo calore. suo maggior divertimento era
sedere accanto a Gisa e correggere i quaderni.
Anche quel giorno erano indaffarati in quella
cosa lì, Schwarzer aveva portato una gran
bracciata di quaderni, il maestro dava loro
sempre anche i suoi, e fintanto che era stato
chiaro K li aveva visti entrambi lavorare a un
tavolino presso la finestra, le teste vicine,
immobili, a quel punto si vedeva solo la
fiamma di due candele.
Era un amore serio, di poche parole, quello che
univa i due; il tono lo stabiliva con precisione
Gisa, il cui carattere, improntato alla lentezza,
certo talvolta, infuriato, rompeva ogni limite,
eppure lei mai avrebbe tollerato qualcosa di
simile da un altro in un altro momento; così
anche il vivace Schwarzer doveva rassegnarsi a
camminare piano, a parlare lentamente, a
tacere molto; ma di tutto veniva ripagato,
questo si vedeva, dalla semplice calma
presenza di Gisa. Per contro Gisa forse non lo
amava neanche, comunque i suoi occhi tondi,
grigi, in pratica mai luminosi se non nelle
pupille apparentemente mobili, a tale questione
non rispondevano affatto; soltanto che lei
tollerava Schwarzer senza contraddizione, si
vedeva, ma lei l'onore di venir amata dal figlio
di un portinaio certo non sapeva valutarlo, e
muoveva il suo corpo pieno, rigoglioso con
calma immutata, sia che Schwarzer la
seguisse, o che non la seguisse, con lo
sguardo. Al contrario lui le faceva il costante
sacrificio di restare nel villaggio; i messi del
padre, che spesso venivano a prenderlo, li
sbrigava indignato come se il breve ricordo da
loro causato del castello e dei doveri filiali di lui
fosse un grave turbamento della sua felicità.
Eppur tuttavia disponeva di molto tempo
libero, dato che Gisa gli compariva davanti in
genere solo durante le ore di lezione e di
correzione dei quaderni, ciò ovviamente non
per calcolo, ma perché lei sopra ogni cosa
amava la comodità, perciò starsene da sola, e
probabilmente il massimo della felicità era
quando a casa poteva stendersi in piena libertà
sul canapè, accanto a lei la gatta che non
disturbava per il fatto che, anzi, si poteva
appena muovere. Così Schwarzer si trascinava
per gran parte della giornata sfaccendato, ma
anche ciò gli era caro, perché ci aveva sempre
la possibilità, che spesso sfruttava, di andare
nella Loewengasse dove abitava Gisa, di salire
fino alla mansardina di lei, di stare ad ascoltare
alla porta sempre sbarrata e di scappare poi in
gran fretta dopo che nella stanza
immancabilmente aveva constatato il più
completo ed il più inafferrabile dei silenzi.
Comunque talvolta in lui si manifestavano le
conseguenze di questo stile di vita - mai
presente Gisa - nella forma di accessi risibili di
alterigia burocratica momentaneamente
risvegliata che ovviamente abbastanza male
corrispondeva alla sua presente posizione; la
cosa poi del resto il più delle volte durava poco,
come anche K aveva vissuto di persona,
sappiamo.
Strano era soltanto che, almeno nella locanda
del ponte, si parlasse con una certa stima di
Schwarzer, anche quando si trattava di cose
più risibili che non degne di stima, ed anche
Gisa era compresa in tale stima. Comunque
non era giusto, quando Schwarzer come
supplente credeva di essere straordinariamente
superiore a K, tale superiorità non sussisteva;
un bidello per i maestri, e certo per un maestro
del tipo di Schwarzer, è una persona assai
importante che non è consentito disprezzare
impunemente ed il disprezzo della quale, se
non si può rinunciarci per interesse di casta,
almeno si deve rendere sopportabile con
qualcosa che lo compensi. K intendeva pensarci
all'occasione, inoltre dalla prima sera
Schwarzer era in difetto con lui e la cosa non
era divenuta meno grave perché i giorni
successivi avevano propriamente dato ragione
al tipo di accoglienza di Schwarzer. Per causa
sua tutta l'attenzione delle autorità si era
diretta in modo totalmente insensato su K fin
dalle prime ore, quando lui, ancora del tutto un
estraneo nel villaggio, senza conoscenti, senza
rifugio, spossato dalla marcia, del tutto
indifeso, in quanto giacente sul saccone di
paglia era in balìa di ogni autorità che mettesse
le mani su di lui. Solo una notte più tardi tutto
avrebbe potuto avere un decorso già diverso,
tranquillo, a metà celato; in ogni modo
nessuno avrebbe saputo qualcosa di lui, avuto
alcun sospetto, almeno non avrebbe esitato a
tenerlo presso di sé un giorno come garzone
viaggiante; si sarebbe vista la sua abilità e
fidatezza, si sarebbe diffusa la voce nel
vicinato, probabilmente presto lui avrebbe
trovato un posto da qualche parte come
bracciante. Naturalmente l'autorità non si
sarebbe opposta a ciò. Tutta un'altra cosa, se
nel cuore della notte a causa di lui veniva
svegliata la cancelleria centrale, o chiunque
fosse al telefono, e veniva richiesta una
decisione sul momento in modo
apparentemente umile eppure noiosamente
inesorabile, inoltre da Schwarzer,
probabilmente lassù malvisto, o se, invece, il
giorno dopo K bussava in orario d'ufficio al
capo villaggio e, come si conveniva, si
presentava come garzone viaggiante con già
un posto per dormire presso un membro della
comunità e forse il giorno successivo in
procinto di andarsene di nuovo; dandosi
l'improbabilissimo caso che lui trovi sul posto
un , sarebbe solo per alcuni giorni, com'è
naturale, infatti di più lui non vuol rimanere in
nessun caso. Sarebbe stato più o meno così,
senza Schwarzer. L'autorità si sarebbe
occupata della cosa anche di più, ma con
calma, secondo i percorsi burocratici, senza
esser disturbata dall'impazienza da lei
probabilmente detestata delle fazioni. Orbene,
K non era certo responsabile di tutto ciò, la
responsabilità era di Schwarzer, che però era
figlio di un portinaio ed anzi all'apparenza si
era mosso correttamente, si poteva dunque
farla pagare solo a K. E la risibile ragione di
tutto ciò? Magari la luna storta, quel giorno, di
Gisa, per cui lo Schwarzer insonne era andato
in giro, la notte, per rifarsi poi con K del suo
dolore.
Si poteva anche dire d'altra parte che K a tale
condotta doveva molto. Solo per tal causa era
divenuto possibile qualcosa che K da solo mai
avrebbe raggiunto e mai osato raggiungere, e
che l'autorità a stento avrebbe mai concesso,
che cioè proprio dall'inizio lui affrontasse
l'autorità senza sotterfugi, apertamente, faccia
a faccia, nei limiti di quanto ciò in rapporto ad
essa era possibile. Ciò tuttavia era un brutto
regalo, risparmiava certo a K molto in fatto di
menzogna e di misteri, ma lo rendeva anche
quasi indifeso, lo metteva in stato di
svantaggio ed avrebbe potuto renderlo senza
speranze in vista della lotta se non fosse stato
costretto a dirsi che il dislivello di potere tra
l'autorità e lui era talmente enorme che ogni
menzogna e astuzia di cui sarebbe stato capace
non avrebbe potuto ridurre il dislivello di fondo
a suo favore. Comunque questo era solo frutto
dei pensieri autoconsolatori di K, Schwarzer
restava responsabile, quella sera aveva
danneggiato K, magari poteva presto essergli
utile, K avrebbe avuto bisogno anche in seguito
di aiuto nei suoi primissimi passi e nell'ambito
di piccolezze di ogni tipo, così, per esempio,
ma certo, anche Barnabas pareva di nuovo
mancargli.
A causa di Frieda tutto il giorno K aveva esitato
ad andare ad informarsi a casa di Barnabas;
per non dover riceverlo davanti a Frieda aveva
lavorato all'esterno ed anche dopo aver
lavorato era rimasto fuori in attesa di
Barnabas, ma Barnabas non venne. Allora non
restò altro che andare dalla sorelle, solo un
pochino di tempo, solo dalla soglia di casa
voleva chiedere, presto sarebbe stato di
ritorno. Piantò la pala nella neve e corse via.
Senza fiato arrivò a casa di Barnabas, Dopo
aver bussato in fretta aprì la porta e chiese,
senza far attenzione all'interno della stanza:
"Non è ancora venuto Barnabas?", Si accorse
allora che Olga non c'era, i due vecchi anche in
questo caso stavano seduti lontano presso il
tavolo, la situazione era crepuscolare, ancora
non avevano capito che cosa era successo lì
alla porta, lenti volsero i loro visi, per finire
Amalia, distesa sotto una coperta sulla panca
presso la stufa, aveva fatto un balzo impaurita
inizialmente dalla comparsa di K , e si teneva
una mano alla fronte per dominarsi. Ci fosse
stata Olga avrebbe risposto subito e K avrebbe
potuto riandarsene, così fu costretto a fare
almeno qualche passo verso Amalia, tenderle la
mano, che lei strinse in silenzio, ed a pregarla
di dissuadere gli sbigottiti genitori dal mettersi
a passeggiare nella stanza, cosa che lei fece in
poche parole. K venne a sapere che Olga
spaccava la legna nel cortile, Amalia, esausta -
non dichiarò perché -, da poco si era dovuta
stendere e Barnabas certo ancora non era
arrivato, ma molto presto doveva arrivare,
infatti di notte non restava mai al castello. K
ringraziò per l'informazione, dunque poteva di
nuovo andare, ma Amalia chiese se non voleva
aspettare Olga; purtroppo lui non aveva più
tempo. Chiese poi Amalia se lui quel giorno
aveva già parlato con Olga; sorpreso disse di
no e chiese se Olga voleva comunicargli
qualcosa in particolare. Amalia fece una
smorfia leggermente stizzita annuendo senza
parlare - era chiaramente un congedo - e si
ritirò sulla panca. Dal giaciglio lo esaminò come
stupita che fosse ancora lì. Aveva uno sguardo
freddo freddo, immobile come sempre; lui non
fu affatto toccato dal suo scrutava, invece si
avvicinò - ciò fu sgradito -, non sembrando
debolezza, non imbarazzo, non insincerità quel
che provocava tale sguardo, piuttosto un
desiderio continuo, superiore ad ogni altro
sentimento, di star sola, che forse solo in tal
modo diveniva consapevole a lei stessa. K
credette di ricordarsi che quello sguardo già la
prima sera gli aveva dato da fare, anzi, che
probabilmente tutta quanta l'impressione di
ostilità che quella famiglia gli aveva fatto
risaliva a quello sguardo che di per sé non era
ostile, ma altero e, nella sua chiusura, onesto.
"Sei sempre tanto triste, Amalia", disse K , "ti
tormenta qualcosa? Non riesci a dirlo? Una
ragazza di campagna come te ancora non la ho
vista. E' oggi che questo mi ha proprio colpito.
Sei originaria del villaggio? Nata qui?", Amalia
assentì come se K avesse posto solo l'ultima
domanda, poi disse: "Allora l'aspetterai,
Olga?", - "Non so perché continui a
chiedermelo", disse K. " Non posso restare
ancora, perché a casa mi aspetta la mia
fidanzata."
Amalia si appoggiò sul gomito, di fidanzate non
sapeva nulla. K le fece il nome. Amalia non la
conosceva. Chiese se Olga sapeva del
fidanzamento; K credeva di sì, Olga lo aveva
visto certo con Frieda, e nel villaggio simili
notizie si diffondono alla svelta. Amalia però gli
assicurò che Olga non lo sapeva e che
l'avrebbe resa assai infelice, infatti sembrava
che amasse K. Non ne aveva apertamente
parlato, perché era assai riservata, ma l'amore
si tradisce involontariamente. K era sicuro che
Amalia si sbagliava. Lei sorrise e tale sorriso
per quanto triste le rischiarò il viso foscamente
aggrottato, rese espressiva la mutaggine,
l'estraneità intima, fu la rinuncia a un segreto,
a un segreto fin lì custodito che certo poteva
ritornare tale, ma mai più in modo completo.
Amalia disse che non si sbagliava di certo; anzi
sapeva anche di più, sapeva che anche K aveva
un'inclinazione verso Amalia e che le sue visite
che avevano il pretesto di qualche messaggio
del Barnabas in realtà riguardavano solo Olga.
Tuttavia a quel punto, poiché Olga sapeva
tutto, lui non doveva più attenersi tanto
rigidamente al pretesto e poteva venire pure.
Aveva voluto dirgli solo questo. K scosse la
testa e ricordò il suo fidanzamento. Amalia non
parve sprecare molti pensieri su tal
fidanzamento, l'immediata impressione di K,
che si trovava solo soletto davanti a lei, era
decisiva; si limitò a chiedergli quando poi
l'avesse conosciuta, quella ragazza, era solo da
pochi giorni nel villaggio. K riferì della serata
nella locanda dei signori funzionari, al che
Amalia si limitò a dire in breve di essere stata
contraria a che lo si conducesse alla locanda
dei signori funzionari. Di ciò chiamò a
testimone anche Olga, che appunto stava
entrando con una bracciata di legna, fresca e,
grazie all'aria fredda, vivace ed energica, come
trasformata dalla fatica rispetto al suo
altrimenti gravoso rimanere nella stanza. Buttò
la legna, salutò con naturalezza K e chiese
subito di Frieda. K dette un'occhiata d'intesa ad
Amalia, ma lei non parve ritenersi confutata.
Da ciò un poco irritato K riferì di Frieda in modo
più dettagliato di quanto altrimenti avrebbe
fatto, descrisse in che difficili condizioni lei
cercasse di far casa all'interno della scuola e si
lasciò prendere nella fretta del racconto -
aveva intenzione di andarsene a casa subito -
al punto che invitò le sorelle, a mo' di congedo,
ad andarlo magari a trovare. Del resto si
spaventò e si bloccò, Amalia infatti, subito,
senza lasciargli il tempo di parlare ancora,
dichiarò di accettare l'invito; doveva a quel
punto aderire anche Olga, e lo fece. K però,
sempre preso dal pensiero che fosse necessario
un congedo veloce e sentendosi inquieto sotto
lo sguardo di Amalia, non esitò a confessare
senza eufemismi che l'invito era stato del tutto
precipitoso ed ispirato dal suo personale
sentire, ma che non poteva purtroppo
mantenerlo perché esisteva una grande, a lui
del resto incomprensibile, ostilità tra Frieda e la
gente di Barnabas. "Non c'è nessuna ostilità",
disse Amalia alzandosi dalla panca e gettando
la coperta dietro di sé, "niente di così grave, si
tratta solo di una opinione generale ripetuta a
pappagallo. Va' ora, va' dalla tua fidanzata, lo
vedo che fretta che hai. Non temere che noi si
venga, l'ho detto subito, ma per scherzo, per
malignità. Invece tu puoi venirci più volte, da
noi, non c'è impedimento, puoi addurre come
scusa i messaggi di Barnabas. Te lo facilito
pure, dicendo che Barnabas, anche se reca un
messaggio per te dal castello, non può
arrivare poi fino alla scuola per annunciartelo.
Non può far tutti questi giri, il povero ragazzo,
si consuma di lavoro, dovrai venire tu di
persona, a prenderti la notizia." K ancora non
aveva udito Amalia dire tante cose insieme, il
suo discorso suonava pure diverso dal solito, in
esso c'era una sorta di elevatezza che non
sentì solo K, ma anche Olga, chiaramente,
sorella, pure, abituata a lei. Stava un po' da
parte, le mani in grembo, al solito ben piazzata
sulle gambe, in posizione leggermente
inchinata, gli occhi rivolti su Amalia che
guardava solo K. "Ti sbagli di grosso", disse K,
"se credi che non sia serio quando parlo di
attendere Barnabas. La messa in ordine dei
miei affari con le autorità è il mio desiderio
maggiore e veramente unico. E Barnabas deve
aiutarmi in ciò, la gran parte della mia
speranza sta in lui. Certo in un caso mi ha già
molto deluso; ma fu più colpa mia che sua,
capitò nella confusione delle prime ore, allora
credevo di poter ottenere tutto con una
passeggiatina serale, e per il fatto che
l'impossibile si sia mostrato come impossibile
poi ho portato rancore a lui. Anche sul giudizio
sulla vostra famiglia, su di voi, ciò ha influito su
di me. Ciò è superato, ora credo di capirvi
meglio, voi siete perfino ..." K cercò la parola
adatta, non la trovò subito e si accontentò di
un generica - "bonari come chiunque, tra quelli
che abitano qui nel villaggio, per quanto le
abbia fin qui conosciute. Ora però, Amalia, mi
confondi di nuovo quando abbassi, se non già il
servizio di tuo fratello, il suo significato per me.
Forse non sei a conoscenza delle faccende del
Barnabas, allora va bene e io voglio lasciar le
cose come stanno, ma forse ne sei a
conoscenza - e ne ho piuttosto
quest'impressione - e allora non va bene,
perché significherebbe che tuo fratello
m'inganna." - "Sta' tranquillo", disse Amalia,
"non ne sono a conoscenza, nulla potrebbe
commuovermi a conoscere le sue faccende,
nulla, nemmeno in considerazione di te, per
quanto faccia molto dato che, come dicevi, noi
siamo bonari. Tuttavia le faccende di mio
fratello appartengono a lui, di esse non so
nient'altro che quel che per caso, senza volere,
di tanto in tanto ascolto. Al contrario, Olga ti
può informare bene, infatti è la sua
confidente." E se ne andò prima dai genitori,
Amalia, mormorò loro qualcosa, poi in cucina;
senza congedarsi da K , era andata via, come
sapesse che sarebbe rimasto ancora a lungo e
non servisse alcun congedo.

Quindicesimo capitolo

K rimase un po' stupito, Olga ne rise, lo attirò


sulla panca della stufa, pareva davvero felice
per il fatto che a quel punto poteva sedere con
lui da sola, ma era una felicità quieta, non
certo intorbidata dalla gelosia. E proprio tale
distanza dalla gelosia e quindi da ogni asprezza
fece bene a K; guardò volentieri quegli occhi
azzurri non tentanti, non dispotici, ma
modestamente riposanti, fermi e riposanti. Era
come se in quel luogo tutti gli avvertimenti di
Frieda e della locandiera non lo avessero reso a
tutto ciò più sensibile, ma più attento ed acuto.
E rise insieme ad Olga, lei stupendosi che lui
avesse definito proprio Amalia bonaria, Amalia
essendo una quantità di cose ma davvero non
bonaria. Dopo di che K spiegò che l'elogio
naturalmente valeva per lei, Olga, ma che
Amalia era tanto dispotica che si attribuiva non
solo tutto quel che veniva detto in sua
presenza, ma che volontariamente le si
concedeva tutto. "Questo è vero", disse Olga,
facendosi seria, "più vero di quanto tu non
creda. E' più piccola di me ed anche di
Barnabas, ma decide lei in famiglia, nel bene e
nel male; e senza dubbio più di tutti lei è
portatrice di bene come di male." K ritenne che
ciò fosse esagerato, Amalia aveva appena
detto che per esempio delle faccende di
Barnabas non s'interessava, Olga invece ne
sapeva tutto. "Come devo spiegarlo?", disse
Olga. "Amalia non s'interessa né a me né a
Barnabas, di nessuno si occupa, se non dei
genitori, li assiste giorno e notte, ora ha
chiesto loro che cosa desideravano ed è andata
in cucina a far da mangiare, a causa loro si è
costretta ad alzarsi, infatti da questo
pomeriggio è malata e stava distesa qui sulla
panca. Tuttavia per quanto non s'interessi a
noi, ne siamo dipendenti come se lei fosse la
più grande, e se ci consigliasse nelle nostre
cose noi la seguiremmo, solo che lei non lo fa,
le siamo estranei. Tu hai molta esperienza delle
persone, vieni dall'estero; lei non ti sembra
anche intelligente in modo particolare?", - "A
me sembra particolarmente infelice", disse K,
"ma come si accorda con il vostro rispetto il
fatto che per esempio Barnabas faccia questo
lavoro da messo che Amalia disapprova e forse
addirittura disprezza?", - "Se lui sapesse
cos'altro fare lascerebbe subito il servizio, che
non lo soddisfa affatto." - "Ma non ha
terminato l'apprendistato come calzolaio?",
chiese K. "Certo", disse Olga, "certo, lavora
anche per Brunswick, e avrebbe, se volesse, da
lavorare giorno e notte guadagnando bene." -
"E dunque un'alternativa al servir da messo ce
l'avrebbe" - "Alternativa al servir da messo?",
chiese stupita Olga. "Ma lo ha accettato per il
salario?", - "Può essere", disse K, "ma dicevi
che non lo soddisfa." - "Non lo soddisfa, e per
svariate ragioni", disse Olga, "ma si tratta di
servire nel castello, pur sempre di un genere di
servizio nel castello, almeno così si potrebbe
credere." - "Come?", disse K, "perfino su
questo siete in dubbio?", - "Dunque", disse
Olga, "non proprio, Barnabas va nelle
cancellerie, ha relazioni con gli uscieri suoi pari,
da lontano vede anche qualche funzionario,
riceve missive relativamente importanti, anzi
perfino riferisce messaggi ricevuti a voce,
questo è certamente molto e noi possiamo
essere fieri di quanto abbia ottenuto in così
giovane età." K annuì, a quel punto a tornare a
casa non ci pensava. "Ha anche una apposita
livrea?", chiese. "Vuoi dire la giubba?", disse
Olga. "No, gliela ha fatta Amalia ancor prima
che fosse messo. Però ti avvicini al punto
dolente. Avrebbe dovuto ricevere già da tempo
non una livrea, che nel castello non c'è, ma un
abito ufficiale, gli è stato anche assicurato,
tuttavia al castello da questo punto di vista si è
assai lenti, e il male è che mai si sa cosa
significhi questa lentezza; può significare che la
cosa burocraticamente procede, ma anche che
il processo burocratico non è ancora iniziato,
che per esempio ancora si vuole in primo luogo
sperimentare Barnabas, per esempio, ma in
definitiva può anche significare che il processo
è già terminato e che per qualche ragione si è
ritirata la promessa e Barnabas mai lo riceva,
l'abito. Più esattamente non ci si può informare
in merito a ciò, oppure soltanto dopo molto
tempo. A proposito cade qui il detto, forse lo
conosci: le decisioni burocratiche sono
riservate come fanciulle." - "E' una buona
osservazione", disse K, prendendo ciò più sul
serio che non Olga, "buona, le decisioni
burocratiche possono avere in comune con le
ragazze anche altre caratteristiche." - "Forse",
disse Olga. "ovviamente non so a cosa ti
riferisci. Forse è qualcosa di elogiativo. Per
quanto riguarda l'abito ufficiale, però, è proprio
una delle preoccupazioni di Barnabas, e poiché
ci preoccupiamo insieme, è anche la mia.
Perché non gli danno nessun abito da
impiegato, ci chiediamo inutilmente. Ma tutta
questa cosa non è così semplice. Per esempio, i
funzionari non sembrano aver proprio nessun
abito ufficiale; a quanto noi qui sappiamo ed a
quanto Barnabas riferisce, i funzionari se ne
vanno in giro con abiti normali, anche se belli.
Del resto Klamm lo hai visto. Orbene, Barnabas
non è un funzionario, naturalmente, nemmeno
di infima categoria, e non ha l'ardire di volerlo
essere. Tuttavia anche gli uscieri di grado
elevato, che qui nel villeggio è ovvio che non si
arriva assolutamente a vedere, non hanno,
stando a Barnabas, alcun abito ufficiale; è
consolante, un po', si potrebbe dire da questo
punto di vista, ma è ingannevole, infatti
Barnabas è un usciere di grado elevato? No,
anche volendo esser benevoli nei suoi riguardi,
ciò non si può dire, non lo è, già che venga nel
villaggio, anzi che addirittura abiti qui, è una
controprova, gli uscieri di grado elevato sono
anche più riservati dei funzionari, forse a
ragione, forse essi sono superiori a molti
funzionari; qualcosa consente di dirlo: essi
lavorano meno, e secondo Barnabas dev'essere
una visione stupefacente vedere questi
straordinariamente grossi e robusti uomini che
procedono lentamente per i corridoi, Barnabas
gli gira sempre alla larga. Per farla breve, è
fuori discussione che Barnabas sia un usciere di
grado elevato. Dunque potrebbe essere uno
degli uscieri di grado inferiore, ma costoro per
l'appunto hanno abiti ufficiali, almeno quando
scendono nel villaggio, non si tratta nemmeno
di vere livree, ci sono inoltre molte differenze,
ma si riconosce subito dall'abito l' usciere del
castello, gente del genere l'hai di certo vista
nella locanda dei signori funzionari. Quel che
colpisce di più negli abiti è che per lo più sono
aderenti, un contadino o un lavoratore manuale
abiti del genere non potrebbe usarli. Dunque,
quest'abito Barnabas non lo ha; ciò non è
soltanto, diciamo, umiliante o degradante,
questo si potrebbe tollerare, ma, specie nelle
ore tristi - e talvolta, non troppo di rado, ne
abbiamo, Barnabas ed io - fa dubitare di tutto.
E' davvero servire nel castello, ciò che
Barnabas fa, ci chiediamo allora; certo va nelle
cancellerie, ma esse sono propriamente il
castello? Ed anche se facessero parte del
castello, sono cancellerie, quelle dove lui può
metter piede? Ci arriva, ma solo parzialmente,
poi vi sono barriere dietro le quali ci sono
ancora altre cancellerie. Non è che proprio gli si
proibisca di andare oltre, eppure non ci può
andare, oltre, trova i suoi capi, loro se lo
sbrigano e lo mandano via. Lì si è sempre sotto
osservazione, inoltre, almeno, lo si crede. Ed
anche se lui andasse oltre, a cosa servirebbe se
lì non ha da fare alcun lavoro d'ufficio e
sarebbe un intruso? Tali barriere puoi anche
non immaginartele come un preciso limite,
anche Barnabas continua a farmelo sempre
notare. Di barriere ce ne sono anche nelle
cancellerie dove lui va; ve ne sono anche di
quelle che lui supera, e non hanno
un'apparenza diversa da quelle che lui non ha
superato, non per questo è pensabile a priori
che dietro queste ultime barriere in effetti si
trovino cancellerie diverse rispetto a quelle in
cui Barnabas già è stato. Solo che proprio in
quelle ore tristi lo si crede. Ed ecco che il
dubbio si allarga, non se ne scappa. Barnabas
parla con funzionari, riceve messaggi. Ma che
tipo di funzionari, che tipo di messaggi, sono?
Ora, come lui dice, è assegnato a Klamm e
riceve personalmente da lui gli incarichi.
Dunque, ciò sarebbe moltissimo, anche uscieri
di grado più elevato arrivano a tanto, sarebbe
quasi troppo, questo è ciò che preoccupa.
Basta che tu ci pensi, essere assegnati
direttamente a Klamm, parlarci di persona. Ma
è così davvero? Sì, ma perché allora Barnabas
dubita che il funzionario che lì viene indicato
come Klamm, sia davvero Klamm?", - "Olga",
disse K, "non scherzare, come può esservi
dubbio circa l'aspetto di Klamm, si sa che
aspetto ha, io stesso l'ho visto." - "No, no, K",
disse Olga, "non si tratta di scherzi, ma delle
più serie tra le mie preoccupazioni. Non ti
riferisco questo mica per alleggerire il mio
cuore e, diciamo, appesantire il tuo, lo faccio
perché tu hai chiesto di Barnabas, è Amalia che
mi ha incaricato di riferire, e perché credo che
anche per te sia utile una conoscenza più
esatta. Anche per Barnabas lo faccio, affinché
tu non ti aspetti troppo da lui, lui ti delude e
poi si duole anche della tua delusione. E molto
sensibile, per esempio stanotte non ha dormito
perché ieri sera non eri soddisfatto di lui;
sembra che tu abbia detto che non va affatto
bene per te avere un messo come Barnabas.
Parole che gli hanno tolto il sonno. Tu non
avrai notato certo granché dei suoi turbamenti,
i messi del castello devono dominarsi molto.
Per lui però non è facile, nemmeno con te lo è.
Certamente non credi di pretendere troppo da
lui, ti sei fatto determinate idee del servir da
messo stando alle quali misuri le tue esigenze.
Nel castello si hanno idee diverse del servir da
messo, non collimanti con le tue, anche se
Barnabas si è sacrificato completamente al
servizio, cosa cui purtroppo talvolta pare
pronto. Obbedire sarebbe certo dovuto, senza
obbiettare niente, salvo domandare se ciò che
lui fa davvero è il servir da messo. Davanti a te
non può naturalmente esprimere alcun dubbio
in merito; significherebbe per lui minare la sua
propria esistenza, se lo facesse, violare in
modo grossolano leggi sotto le quali lui certo
crede ancora di stare, ed anche davanti a me
non parla liberamente, sono costretta a
lusingarlo, a sbaciucchiarlo, per farlo parlare
del suoi dubbi, ed anche allora si oppone
all'ammissione che i dubbi siano dubbi.
Nel suo sangue c'è qualcosa di Amalia, e certo
non mi dice tutto, per quanto io sia la sua
unica confidente. Tuttavia di Klamm talvolta
parliamo, ancora non l'ho visto - a Frieda, lo
sai, piaccio poco e mai me ne avrebbe
concesso la vista -, ma naturalmente il suo
aspetto nel villeggio è conosciuto, alcuni lo
hanno visto, tutti ne hanno sentito e questo ha
dato luogo ad una immagine di Klamm fatta di
apparenze, voci ed anche di molti scopi
secondari erronei, immagine nelle
caratteristiche di fondo ben corrispondente.
Solo in quelle, tuttavia. Sennò è variabile e
forse neanche così variabile come il vero
aspetto di Klamm. Può darsi che lui ne abbia
uno del tutto diverso quando viene nel villaggio
ed un altro quando se ne va, un altro prima di
bere birra, un altro dopo, un altro da sveglio,
un altro nel sonno, un altro da solo, un altro
nel colloquiare e, cosa ciò detto comprensibile,
uno quasi del tutto diverso su al castello. Ed
anche all'interno del villaggio ci sono differenze
abbastanza grandi che vengono riferite,
differenze di grandezza, di portamento, di
grassezza, di barba, solo riguardo all'abito per
fortuna i referti sono omogenei: lui porta
sempre lo stesso abito, un completo nero a
lunghe falde. Tutte queste differenze, ora,
com'è naturale non risalgono ad alcun
sortilegio, ma sono molto comprensibili, si
formano attraverso la disposizione d'animo
momentanea, il grado di turbamento, le
irriferibili gradazioni della speranza o della
disperazione, nei quali si trova l'osservatore
che oltre a questo ha la possibilità di vedere
Klamm solo in modo momentaneo. Ti riferisco
tutto come più volte me lo ha spiegato
Barnabas, e ci si può in genere consolare con
ciò, se non si è immediatamente interessati alla
cosa di persona. Noi non possiamo, per
Barnabas è una domanda vitale, se lui parla
con Klamm o no." - "Per me non meno", disse
K, e loro si accostarono ancora di più l'uno
all'altra sulla panca della stufa.
K certo fu colpito dalle sfavorevoli novità di
Olga, eppure ci vide per lo più un risarcimento,
nel fatto di trovar lì persone cui almeno in
superficie le cose andavano molto similmente a
come andavano a lui stesso, persone cui
dunque lui poteva attaccarsi, con cui poteva
intendersi su molte cose, non solo su qualcuna,
come con Frieda. Certo perse poco a poco la
speranza di un successo del messaggio di
Barnabas, ma peggio andava a Barnabas e più
lui gli si accomunava in fatto di inermità, mai K
avrebbe pensato che dal villaggio potesse venir
fuori un simile penare a vuoto com'era quello
del Barnabas e di sua sorella. Ovviamente la
cosa ancora non era affatto sufficientemente
chiara e poteva ancora alla fine capovolgersi
nel contrario; non si doveva farsi subito
sedurre dalla natura certo innocente di Olga, e
credere inoltre alla schiettezza del Barnabas. "I
referti circa l'aspetto di Klamm", proseguiva
Olga, "Barnabas li conosce molto bene, molti
ne ha raccolti e confrontati, forse troppi, una
volta ha anche visto Klamm nel villaggio
attraverso il finestrino d'una carrozza, o
creduto di vederlo, dunque era
sufficientemente preparato a riconoscerlo,
eppure, andato in un ufficio di cancelleria nel
castello, indicatogli uno tra diversi funzionari,
dettogli che si trattava di Klamm, non lo ha
riconosciuto - come te lo spieghi? - e ancora
dopo lungo tempo non ha potuto adattarsi al
fatto che che potesse trattarsi di Klamm. Se
però domandi a Barnabas in che cosa si
distingue quell'uomo dalla consueta immagine
che si ha di Klamm, non è capace di
rispondere, piuttosto risponde e descrive il
funzionario nel castello, ma la descrizione
coincide correttamente con quella di Klamm
come noi la conosciamo. 'E allora, Barnabas',
dico io, 'perché dubiti, perché ti tormenti?'
Dopo di che lui, visibilmente in pena, inizia ad
enumerare le particolarità del funzionario nel
castello, che però lui sembra più escogitare che
riferire, che oltre a ciò sono così futili -
riguardano per esempio un particolare
movimento del capo o anche solo il panciotto
sbottonato - che è impossibile prenderle sul
serio. Ancor più importante a me pare il modo
con cui Klamm si relazione a Barnabas.
Barnabas me lo ha spesso descritto, perfino
mostrato. Abitualmente Barnabas viene
condotto in una grande stanza dell'ufficio di
cancelleria, ma non si tratta dell'ufficio di
cancelleria di Klamm, in genere non si tratta
dell'ufficio di cancelleria di uno in particolare.
Questa stanza è divisa secondo la lunghezza da
parete a parete con un unico tavolo per
scrivere in piedi: ci sono due parti, una stretta,
dove due persone riescono ad evitarsi a mala
pena, cioè lo spazio dei funzionari; ed una
larga, cioè lo spazio delle parti contendenti,
degli osservatori, degli uscieri, dei messi. Sul
tavolo si trovano aperti grossi registri uno
accanto all'altro presso i quali stanno in piedi i
funzionari, e vi leggono. Non restano sempre
sullo stesso registro, ma senza cambiarlo,
cambiano invece di posto, per Barnabas è
stupefacente come essi in tale scambio di posto
sono costretti a premersi l'uno addosso
all'altro, proprio a causa della strettezza dello
spazio. Davanti al tavolo alto, attaccati ad
esso, ci sono bassi tavolini ai quali siedono
scrivani i quali, quando i funzionari lo
desiderano, scrivono sotto loro dettatura.
Barnabas si meraviglia sempre per come ciò
avviene. Non segue alcun espresso ordine del
funzionario, né viene dettato a voce alta, si
nota a stento che viene dettato, piuttosto il
funzionario par che legga come prima, solo che
nel farlo mormora, e lo scrivano ascolta.
Spesso il funzionario detta così piano che lo
scrivano stando seduto non può nemmeno
udire, quindi è costretto di continuo a saltar su,
ad afferrare il dettato, a sedersi svelto e
scriverlo, poi di nuovo a saltar su e così via.
Com'è strano, questo! Quasi incomprensibile.
Barnabas, si capisce, ha abbastanza tempo per
osservare tutto ciò, infatti sta per ore nello
spazio degli osservatori - e talvolta per giorni,
prima che lo sguardo di Klamm cada su di lui.
Ed anche quando Klamm lo ha già visto e
Barnabas si mette sull'attenti nulla ancora è
deciso, infatti Klamm può di nuovo volgersi via
da lui verso il registro e dimenticarsene;
questo avviene spesso. Ma che razza di servir
da messo è, che conta così poco? Divento
triste, quando di buon'ora dice che va al
castello. Probabilmente si tratta di un cammino
fatto completamente senza scopo,
probabilmente d'una giornata perduta, d'una
speranza probabilmente vana. A che serve? E
qui si accumula il lavoro da calzolaio che
nessuno fa e per la cui esecuzione Brunswick fa
pressione." - "Vabbè", disse K, "Barnabas deve
aspettare a lungo prima di ricevere un incarico.
Questo è comprensibile, sembra esserci dopo
tutto un eccesso di personale, ognuno non può
ogni giorno avere un incarico, di ciò non dovete
lamentarvi, tocca a tutti. In definitiva anche
Barnabas riceve incarichi, a me ha portato due
lettere." - "Può essere", disse Olga, "che noi
non si abbia ragione di lamentarci, specie io
che conosco tutto per sentito dire e che, in
quanto ragazza, nemmeno posso capirlo bene
come Barnabas, che di sicuro diverse cose le
tiene per sé. Ascolta però come van le cose con
le lettere, per esempio con le lettere per te.
Non le riceve direttamente da Klamm, ma dallo
scrivano. In un giorno qualsiasi, a un'ora
qualsiasi - anche per questo il servizio, per
quanto sembri facile, è tanto affaticante, infatti
Barnabas deve star di continuo attento - lo
scrivano si ricorda di lui e gli fa un cenno.
Klamm sembra che non abbia nemmeno dato
disposizioni, legge tranquillamente nel suo
registro; del resto talvolta, ma lo fa anche
spesso, sta nettando gli occhiali a stringi naso,
quando arriva Barnabas, e magari nel farlo lo
guarda; ammesso che senza lenti ci veda,
Barnabas lo mette in dubbio, Klamm ha gli
occhi quasi chiusi, pare che dorma e che netti
le lenti solo in sogno. Nel frattempo lo scrivano
tira fuori dai molti atti e dalla corrispondenza
che ha sotto il tavolo, una lettera per te, che
dunque non è affatto una lettera che lui abbia
appena scritto, piuttosto è, stando all'aspetto
della busta, una lettera assai vecchia già da
molto giacente lì. Se però è una vecchia
lettera, perché si è fatto aspettare tanto
Barnabas? Ed anche te? E in definitiva anche la
lettera, infatti a questo punto è già invecchiata.
E Barnabas lo si porta con ciò nella cattiva
fama di essere un messo lento. Lo scrivano del
resto la prende alla leggera, dà la lettera a
Barnabas e dice: 'Da Klamm per K' e con ciò
Barnabas è mandato via. Allora cosa succede,
succede che Barnabas viene a casa senza fiato,
con la lettera finalmente carpita sotto la
camicia sul corpo nudo, ci sediamo come ora
qui sulla panca, lui racconta, esaminiamo e
valutiamo nel dettaglio tutto ciò che ha
ottenuto, ed alla fine troviamo che è assai poco
- ed il poco è discutibile, allora Barnabas mette
via la lettera e non ha nessuna voglia di
consegnarla, però nessuna voglia di andare a
dormire, prende il lavoro da calzolaio e passa
la notte lì sullo sgabello. Le cose stanno così,
K, e si tratta dei miei segreti, e ora davvero
non ti stupisci più che Amalia non voglia
saperne." - "E la lettera?", chiese K. "La
lettera?", disse Olga. "Dunque; dopo un certo
tempo, se ho abbastanza sollecitato Barnabas,
possono essere passati nel frattempo giorni e
settimane, lui la prende e va a consegnarla. In
simili formalità è tuttavia abbastanza
dipendente da me. Voglio dire, quando ho
superato la prima impressione del suo
resoconto posso di nuovo riprendermi, ciò di
cui probabilmente non è capace in quanto per
l'appunto ne sa di più. E così allora posso
continuare a dirgli all'incirca: 'Che cosa vuoi
veramente, Barnabas? Quale carriera sogni,
quale meta? Vuoi spingerti tanto oltre, forse,
da abbandonarci del tutto, da abbandonare
me? E' più o meno questa la tua meta? Non lo
credo, perché sennò sarebbe davvero
incomprensibile, perché sei così terribilmente
insoddisfatto di quanto hai già raggiunto? Ma
guardati intorno, se qualcuno tra i nostri vicini
è arrivato così lontano. Senza dubbio la loro
posizione è diversa dalla nostra e non hanno
alcun motivo di bramare più di quel che
possiedono, ma anche senza far paragoni si
deve tuttavia riconoscere che tutto ti è andato
al meglio. Ci sono impedimenti, problematicità,
delusioni, ma ciò indica soltanto, e noi già
l'abbiamo saputo prima, che nulla ti vien
regalato, che invece anche per ogni singola
piccolezza devi lottare; un motivo di più per
esser fiero, per non essere avvilito. E poi non
combatti anche per noi? Non significa niente,
questo? Non ti dà forza ulteriore? E non ti dà
certezza alcuna che io sia felice e quasi
superba d'avere un fratello del genere?
Veramente mi deludi, non per quel che hai
conseguito al castello, ma per ciò che io ho
conseguito con te. Tu hai il permesso di andare
al castello, sei uno stabile visitatore delle
cancellerie, passi giornate intere nello stesso
posto di Klamm, sei palesemente un messo
riconosciuto, puoi reclamare un abito ufficiale,
ricevi corrispondenza importante da portare
fuori; sei tutto ciò, puoi far tutto ciò e tornar
quaggiù, e, invece di stare, piangendo di gioia,
l'uno nelle braccia dell'altra, sembra che ogni
baldanza ti abbia abbandonato, a ciò è
sufficiente una mia occhiata; dubiti di tutto, ti
attirano solo le forme per le scarpe, e lasci
giacente la lettera, questa garanzia del nostro
futuro.' Così gli parlo, e dopo che l'ho ripetuto
per giorni, lui sospirando prende una buona
volta la lettera e va. Probabilmente tuttavia ciò
non è neppure effetto delle mie parole, invece
a spingerlo è soltanto tornare al castello, e
senza aver eseguito l'incarico non oserebbe." -
"Comunque hai ragione, con tutto quel che gli
dici", fece K. "Hai meravigliosamente riassunto
tutto. Che pensiero stupendamente limpido
hai!", - "No", disse Olga, "t'inganni, e forse così
io inganno anche lui. Che cosa ha poi
realizzato? Può entrare in un ufficio di
cancelleria, ma non pare nemmeno un ufficio di
cancelleria, piuttosto l'anticamera, forse
nemmeno l'anticamera, forse è una stanza
dove si devono trattenere tutti quelli che
possono entrare negli uffici di cancelleria veri.
Parla con Klamm, ma si tratta di Klamm? Non è
invece qualcuno che un po' somiglia a Klamm?
Forse un cancelliere, al massimo, che somiglia
un po' a Klamm e si sforza di assomigliargli
ancora di più, e poi si dà importanza secondo i
modi sonnolenti e sognanti di Klamm. Questa
parte del suo essere è facilissima da imitare,
del restante diversi si sforzano naturalmente
con prudenza di non occuparsi. Ed un uomo
così spesso agognato e tanto di rado raggiunto
com'è Klamm assume nell'immaginazione delle
persone con facilità svariate forme. Per
esempio Klamm qui ha un cancelliere incaricato
al villaggio di nome Momus. Lo conosci? Anche
lui si modera molto, ma io l'ho già visto alcune
volte. Un signor funzionario giovane, robusto,
no? E così probabilmente per niente
somigliante a Klamm. Eppure nel villaggio puoi
trovare gente che giurerebbe che Momus sia
Klamm e nessun altro. Ecco come la gente
lavora alla sua propria confusione. E nel
castello dev'essere diverso? Qualcuno ha detto
a Barnabas che quel funzionario è Klamm e di
fatto tra i due c'è una somiglianza, ma una
somiglianza messa senza sosta in dubbio da
Barnabas. E tutto parla a favore del suo
dubbio. Klamm dovrebbe spingersi qui in uno
spazio comune, tra altri funzionari, con la
matita infilata dietro l'orecchio? Ma è
altissimamente improbabile. Barnabas è solito
dire, un po' infantilmente talvolta - si tratta
però già di un estro ottimistico: il funzionario, è
vero, somiglia molto a Klamm; qualora sedesse
nel suo ufficio di cancelleria, alla sua scrivania,
e sulla porta vi fosse il suo nome, non avrei più
nessun dubbio. E' infantile, però anche
ragionevole. Ancor più ragionevole del resto
sarebbe se Barnabas, quando è su,
s'informasse con più d'uno su come stanno
veramente le cose; secondo quel che riferisce
nella stanza si trovano abbastanza persone. E
anche le loro affermazioni non sarebbero molto
più sicure di quelle di chi, non richiesto, gli ha
indicato Klamm, dovrebbero almeno esser
provate, a causa della loro molteplicità, da un
punto d'appoggio, di paragone. Non è un'idea
mia, ma del Barnabas, ma lui non osa
realizzarla; per timore di poter perdere, a
causa di una qualche non voluta infrazione d'un
ignota norma, la sua posizione, non rivolge la
parola a nessuno, tanto si sente insicuro; tale
propriamente miserabile insicurezza mi
chiarisce la sua posizione più di ogni
descrizione. Come devon parergli tutti sospetti
e minacciosi, lì, se non osa neppure tirar fuori
un'innocente domanda. Quando ci penso mi
accuso di lasciarlo andar da solo in quei luoghi
ignoti dove le cose vanno in modo tale che
perfino lui, più temerario che pauroso,
probabilmente lì trema di paura."
"Qui, io credo, arrivi al punto decisivo", disse
K, "E' questo. Dopo tutto ciò che hai riferito,
credo di veder chiaro. Barnabas è troppo
giovane per questi incarichi. Nulla di quel che
riferisce si può senz'altro prendere sul serio.
Dal momento che lassù muore di paura, non è
capace di osservare, e se lo si costringe ciò non
di meno a far rapporto se ne ricavano storielle
confuse. Non me ne stupisco. La reverenza nei
confronti dell'autorità qui l'avete innata, vi
viene instillata inoltre durante tutta la vita nei
modi più vari e da ogni parte, e ve ne servite
voi stessi ad ogni pie' sospinto. In fondo non
ho nulla in contrario; se un'autorità è valida
perché non si dovrebbe aver reverenza nei suoi
confronti. Ma non è consentito mandare di
colpo al castello un ragazzo disinformato come
Barnabas, mai uscito dalle cerchie del villaggio,
poi pretendere da lui rapporti fedeli, studiare
come se fosse una rivelazione ogni sua parola
e far dipendere dall'interpretazione la propria
felicità. Nulla di più erroneo. Certo mi sono
lasciato confondere da lui anch'io, come te,
tanto sperandone quanto patendone delusioni,
entrambe le cose fondate solo sulle sue parole,
come dire infondate." Olga taceva. "Non è
facile per me", disse K, "distoglierti dalla
fiducia in tuo fratello, perché vedo come lo ami
e che cosa ti aspetti da lui. Deve però avvenire
senza riguardi per il tuo amore e le tue
aspettative. Perché vedi, qualcosa continua ad
impedirti - non so che cosa sia - di riconoscere
in pieno quello che Barnabas diciamo non ha
raggiunto ma invece gli è stato regalato. Ha il
permesso di andare negli uffici di cancelleria o
se vuoi in un'anticamera d'ufficio di cancelleria;
dunque, è un'anticamera, ma ci sono porte che
portano oltre, barriere attraversabili, qualora
se ne abbia la fortuna. Per esempio in
quest'anticamera, per lo meno ora, io non
posso andarci. Con chi parli in quel luogo
Barnabas io non lo so, forse è, quello scrivano,
il più basso usciere, ma anche se è il più basso,
può condurre al successivo meno basso, e se
non può farlo, almeno lo può nominare, e se
non può farlo, potrà rimandare a qualcuno che
potrà nominarlo. Il presunto Klamm magari con
quello vero non ha nulla in comune, la
somiglianza può sussistere solo nel turbamento
dei ciechi occhi del Barnabas, costui magari è il
più basso dei funzionari, magari non è neppure
un funzionario, ma uno che ha un incarico
presso quel tavolo divisorio, legge un qualcosa
nel suo grosso registro, mormora un qualcosa
allo scrivano, pensa un qualcosa, per caso il
suo sguardo cade su Barnabas e c'indugia, ed
anche se tutto ciò non è vero, ed egli con i suoi
atti non significa nulla, però qualcuno lo ha
messo lì e lo ha fatto con una qualche
intenzione. Con questo voglio dire che un
qualcosa c'è, un qualcosa al Barnabas viene
proposto, per lo meno un qualcosa, e che è
solo responsabilità del Barnabas se lui non
riesce a realizzarci nient'altro che dubbio, ansia
e disperazione. E dopotutto ho preso le mosse
certo dal caso più svantaggioso, che è perfino
assai improbabile. Infatti noi abbiamo in mano
la lettera, non è che confidi molto in essa, ma
molto più che delle parole del Barnabas. Magari
sono vecchie lettere senza valore che vengono
estratte a caso da un mucchio di lettere
altrettanto senza valore, senza valore e di non
maggior senso di quello che applicano i
canarini nelle fiere annuali per beccar fuori da
un mucchio un numero a caso, e magari queste
lettere hanno almeno un qualche rapporto con
il mio lavoro; sono per me significative, anche
se forse non destinate ad essermi utili; sono,
come il capo villaggio e sua moglie hanno
provato, opera di Klamm in persona ed hanno,
sempre secondo il sindaco, certo solo un
significato privato e poco chiaro, eppure
grande." - "L'ha detto il capo villaggio?", chiese
Olga. "Sì", rispose K. "Lo riferirò a Barnabas",
disse rapida Olga, "lo incoraggerà molto." -
"Ma non gli serve incoraggiamento", disse K,
"incoraggiarlo significa dirgli che ha ragione
che deve limitarsi a perseverare nel modo fin
qui usato, ma proprio con questo modo non
otterrà mai qualcosa. Uno che abbia gli occhi
bendati puoi ancora tanto incoraggiarlo a
guardare attraverso la benda, non vedrà però
mai qualcosa; se gli si toglie la benda può
vedere. Barnabas necessita di aiuto, non
d'incoraggiamento. Ma rifletti: lassù l'autorità
nella sua grandezza inestricabile - credevo
prima di arrivar qui di averne delle idee
approssimative, com'era infantile tutto ciò - là
dunque c'è l'autorità e Barnabas l'affronta,
nessun altro, solo lui, miserevolmente solo, è
anche troppo onorevole per lui se non rimane
disperso per tutta la vita, rannicchiato in un
angolo buio degli uffici di cancelleria." - "Non
credere, K", disse Olga, "che noi
sottovalutiamo la difficoltà dell'incarico che
Barnabas si è addossato. In fatto di
venerazione nei confronti dell'autorità non
siamo carenti di certo, l'hai detto tu stesso." -
"Ma è venerazione deviata", disse K,
"venerazione erronea, una simile venerazione
degrada il suo oggetto. E' ancora da dirsi
venerazione quando Barnabas spreca il dono
dell'accesso in quello spazio per passarci le
giornate senza far nulla, o quando torna giù e
sospetta e denigra coloro davanti ai quali ha da
poco tremato, o quando per disperazione o
stanchezza non recapita subito le lettere o non
trasmette subito i messaggi affidatigli? Questa
è piuttosto una venerazione minima. Tuttavia il
biasimo va oltre, e riguarda te, Olga; non
posso risparmiarti. Tu hai mandato Barnabas al
castello, o almeno non l'hai trattenuto, in tutta
la sua fanciullaggine, debolezza e
sprovvedutezza, per quanto tu creda di avere
venerazione nei confronti dell'autorità,"
"Già da molto mi faccio anch'io il rimprovero
che mi rivolgi", disse Olga. "Del resto non mi si
può rimproverare di aver mandato Barnabas al
castello. Non ce l'ho mandato io, c'è andato da
sé, però io avrei dovuto trattenerlo davvero
con ogni mezzo, con forza, con furbizia,
persuasione. Avrei dovuto, ma se oggi fosse
quel giorno, quel giorno decisivo e sentissi la
miseria del Barnabas, la miseria della nostra
famiglia come allora ed oggi, e se Barnabas,
consapevole distintamente di tutta la
responsabilità e del pericolo, di nuovo si
liberasse di me sorridente e leggero allo scopo
di andare, anche oggi non lo tratterrei
nonostante tutte le esperienze intercorse e, io
credo, nemmeno tu al mio posto potresti far
diversamente. Non conosci la nostra miseria,
perciò ci fai un torto, ma prima di tutto lo fai a
Barnabas. Allora speravamo più di oggi, ma
anche allora non speravamo molto, molta era
solo la nostra miseria e tale è rimasta. Ma
Frieda non ti ha raccontato niente di noi?", -
"Solo accenni", disse K, "nulla di preciso; ma
già il vostro nome la sdegna." - "Nemmeno la
locandiera ha raccontato nulla?", - "No, nulla."
- "Nemmeno qualcun altro?", - "Nessuno." -
"Naturale, come potrebbe qualcuno raccontar
qualcosa. Ognuno sa qualcosa su di noi, o la
verità, per quanto sia accessibile alla gente, o
almeno un qualcosa di assunto come verità, o
più di tutto una diceria inventata, e ognuno
pensa a noi più di quanto sia necessario, ma
nessuno riferirà assolutamente di cibarsi di tali
cose, la gente le teme. Ed ha ragione. E' dura
da tirar fuori, la cosa, anche davanti a te, K,
non è infatti possibile che una volta sentitala tu
te ne vada e che non vorrai saperne più di noi,
parendo che ti riguardi così poco? E allora ti
avremo perduto, te, che per me adesso, lo
capisco, significhi quasi più del servizio di
Barnabas fin qui fatto nel castello. Eppure - è
un'obbiezione che mi tormenta da tutta la sera
- devi sapere o altrimenti non hai nessuna idea
generale sulla nostra situazione, resti ingiusto
verso Barnabas, e questo mi addolorerebbe in
modo particolare.; la necessaria piena
concordia ci mancherebbe, e tu non potresti né
aiutarci né accettare il nostro aiuto, per quanto
insolito. Resta però una domanda: ma vuoi
sapere davvero?", - "Perché lo domandi?",
disse K. "se è necessario lo saprò; ma perché
lo chiedi?", - "Per scaramanzia", disse Olga.
"Sarai coinvolto nelle nostre cose senza
responsabilità, non molto più responsabile di
Barnabas." - "Sbrigati a raccontare", disse K,
"non ho paura. Tu la rendi peggiore di quel che
è anche per colpa della tua angoscia da
femmina."

Segreto di Amalia

"Anche i giudizi", disse Olga, "del resto ciò


suona assai semplice, non si capisce subito
come possano avere un gran significato. Nel
castello c'è un importante funzionario che si
chiama Sortini." - "Ne ho già sentito parlare",
disse K, "ebbe parte nella mia nomina." - "Io
non credo", disse Olga, "Sortini a stento appare
in pubblico. Non ti sbagli con Sordini, scritto
con la d ?", - "Hai ragione", disse K, "si
trattava di Sordini." - "Certo", disse Olga,
"Sordini è ben conosciuto, è uno dei più
accurati funzionari, di cui molto si parla; al
contrario Sortini è molto ritirato ed ai più
estraneo. Più di tre anni fa lo vidi per la prima
e l'ultima volta. Fu il tre luglio durante una
festa del corpo dei vigili del fuoco, anche il
castello partecipava ed aveva donato una
nuova pompa. Sortini, che deve aver a che fare
in parte con ciò che riguarda il corpo dei vigili
del fuoco (tuttavia forse era là soltanto in
rappresentanza del castello - i funzionari si
rappresentano reciprocamente l'un l'altro,
perciò è difficile riconoscere la giurisdizione di
questo o quel funzionario), prendeva parte alla
consegna della pompa; naturalmente erano
venuti anche altri dal castello, funzionari ed
uscieri, e Sortini si teneva, com'è espressione
del suo carattere, indietro. Si tratta di un
signor funzionario piccolo, fragile, pensoso;
qualcosa che dava nell'occhio a tutti quelli che
in genere lo notavano, era il modo come aveva
la fronte corrugata, tutte le rughe - ce n'era
una folla, per quanto lui non abbia certo più
quaranta anni - voglio dire, si estendevano a
ventaglio dalla radice del naso verso la fronte,
mai visto qualcosa del genere. Dunque, era in
corso quella festa. Noi, Amalia ed io, da
settimane ne avevamo goduto, gli abiti della
domenica in parte erano stati rinnovati, specie
quello di Amalia era bello, la blusa bianca
risaltante, file di pizzi una sull'altra, la mamma
aveva a tale scopo dato in prestito tutti i suoi
ed io ne fui quella volta gelosa, piansi per metà
della notte prima della festa. All'alba la
padrona della locanda del ponte venne a
vederci ..." - "La padrona della locanda del
ponte?", chiese K. "Sì", disse Olga, "era molto
in amicizia con noi, così venne, dovette
ammettere che Amalia era avvantaggiata e
perciò mi prestò, per calmarmi, la sua collana
di granati di Boemia. Quando però poi fummo
pronte per uscire, Amalia si trovava davanti a
me, tutti noi l'ammirammo e il babbo disse:
'Oggi, datemi retta, Amalia trova un fidanzato',
allora io, non so perché, mi tolsi la collana, di
cui ero fiera, e la misi ad Amalia, non più
gelosa. M'inchinai davanti al suo trionfo
credendo che ognuno dovesse inchinarsi
davanti a lei, forse ci sorprese quella volta che
lei apparisse diversa dal solito, infatti proprio
bella certo non era, ma il suo sguardo oscuro,
che da allora ha mantenuto in quel modo, alto
ci passava sopra con indifferenza e ci
s'inchinava quasi per forza davanti a lei. Tutti
ci fecero caso, anche Lasemann e sua moglie,
che vennero a prenderci." - "Lasemann?",
chiese K. "Certo, Lasemann", disse Olga.
"Eravamo molto rispettati, e per dire la festa
non avrebbe potuto iniziare bene senza di noi,
perché il babbo era il terzo dirigente
nell'ambito dell'addestramento dei vigili del
fuoco." - " Era ancora tanto in forze tuo
padre?", chiese K. "Il babbo?", chiese Olga
come se non avesse ben capito. "Tre anni fa
era ancora per così dire un uomo giovane; per
esempio ha portato fuori di corsa sulle spalle,
durante un inizio d'incendio nella locanda dei
signori funzionari, un funzionario, il pesante
Galater. C'ero anch'io, non era certo un vero
incendio, solo legna secca vicino alla stufa che
cominciava a far fumo, ma Galater ebbe paura,
gridò aiuto dalla finestra, i vigili del fuoco
arrivarono e mio padre dovette portarlo fuori
anche se il fuoco era già spento. Dunque,
Galater è un uomo che si muove con
pesantezza e in certi casi deve fare attenzione.
Lo riferisco solo per il babbo, non sono passati
molto più di tre anni da allora, e guarda come
sta seduto lì." Dapprima K vide che Amalia si
trovava di nuovo nella stanza, ma parecchio
distante, presso la tavola dei genitori, dove
imboccava la madre che, reumatica, non
poteva muovere le braccia, e intanto al padre
diceva che poteva pazientare ancora un po' per
mangiare, subito lei sarebbe andata da lui a
imboccarlo. Ma la sua esortazione non ebbe
alcun successo, infatti il padre, bramosissimo
di arrivare già alla minestra, vinse il suo
debole fisico e cercò di succhiarla prima dal
cucchiaio, di ingurgitarla poi subito dal piatto,
brontolando incattivito quando non gli riuscì né
l'una né l'altra cosa, il cucchiaio prima di
arrivare alla bocca era già bello vuoto e mai
una volta che la bocca gocciolasse e facesse
spruzzi, solo il pizzo proteso in giù continuava
a inzupparsi nella minestra in ogni sua parte,
fuorché in bocca. "Tre anni gli hanno fatto
questo?", chiese K, ma continuò a non avere
per i vecchi e per l'intero angoletto del tavolo
famigliare nessuna compassione, solo
avversione. "Tre anni", disse Olga lentamente,
"o meglio, alcune ore di una festa. La festa era
su un prato antistante il villaggio sul ruscello,
c'era già una gran ressa quando noi
arrivammo, era venuta mota gente anche dai
villaggi vicini, il chiasso era sconvolgente.
Dapprima fummo portati dal babbo
naturalmente alla pompa, rise di gioia nel
vederla, una pompa nuova lo rendeva felice,
cominciò a toccarla ed a spiegarcela, non
sopportava alcuna obbiezione o mancanza di
entusiasmo da parte degli altri; c'era qualcosa
degno d'attenzione sotto la pompa, fummo
costretti ad abbassarci tutti e quasi a strisciarci
sotto; Barnabas, che a quel punto si rifiutava,
si prese una bastonata. Solo Amalia si
disinteressava alla pompa, se ne stava nel suo
bell'abito e nessuno osava dirle qualcosa, più
volte andai da lei e la presi per un braccio, ma
lei zitta. Ancora non riesco a spiegarmi come
accadde che noi stessimo così a lungo davanti
alla pompa e, quando il babbo se ne staccò,
facessimo caso a Sortini, che evidentemente
già per tutto il tempo era stato appoggiato
dietro la pompa a una leva. Ovviamente il
chiasso era a quel punto spaventoso, non solo
come capita nelle feste. Il castello, voglio dire,
aveva regalato al corpo dei vigili del fuoco
anche delle trombe, strumenti particolari dai
quali si potevano trarre i suoni più violenti con
il minimo sforzo, anche un bambino ci sarebbe
riuscito; a sentirli si credeva che fossero
arrivati i turchi e non ci si poteva far
l'abitudine, ad ogni nuovo squillo si trasaliva.
Dato che si trattava di trombe nuove tutti
volevano provarle e, dato che si trattava di una
festa popolare, lo si permetteva. Proprio
attorno a noi, forse li aveva attirati Amalia,
c'erano alcuni di questi suonatori; era difficile
non perderci la testa, ed anche se, stando
all'ordine del babbo, si doveva prestare
attenzione alla pompa, ciò era l'ultima cosa che
si riusciva a fare, e accadde così che ci
trovammo vicino a Sortini, di certo fin allora
nemmeno lo avevamo conosciuto, per un
tempo così inconsuetamente lungo. 'Sortini è
lì', mormorò infine Lasemann al babbo - io ero
lì accanto. Il babbo s'inchinò profondamente e
agitato c'indicò di inchinarci. Senza fin lì
conoscerlo il babbo da sempre aveva avuto una
venerazione per Sortini in qualità di esperto di
cose inerenti il corpo dei vigili del fuoco e più
volte a casa aveva parlato di lui, per noi era
dunque molto sorprendente e significativo
vedere Sortini in persona. Sortini però non
badò a noi - non era affatto caratteristico di
Sortini, ciò, la maggioranza dei funzionari in
pubblico apparivano indifferenti -, era anche
stanco, solo il dovere burocratico lo tratteneva
laggiù; i funzionari che sentono
particolarmente opprimenti proprio tali doveri
di rappresentanza non sono i peggiori; alcuni
funzionari ed uscieri infatti si mescolarono tra
la gente del popolo, per una volta che vi si
trovavano; lui invece restò presso la pompa
scacciando con il suo silenzio ognuno che
tentasse di avvicinarsi a lui con qualche
richiesta o adulazione. Così accadde che lui si
accorgesse di noi dopo che noi ci eravamo
accorti di lui. Prima, quando ci inchinammo con
gran venerazione cercando il babbo di
giustificarci, guardò verso di noi, dall'uno
all'altro della fila, con stanchezza; era come se
lui sospirasse perché la nostra fila non finiva,
finché non si arrestò su Amalia, verso la quale
fu costretto ad alzare lo sguardo, infatti lei era
molto più alta di lui. Allora si fermò, saltò sul
timone per esserle più vicino, noi
equivocammo, dapprima, e volevamo,
comandati dal babbo, avvicinarci a lui, ma lui ci
tenne a distanza sollevando una mano e poi
facendoci cenno di andarcene. Fu tutto. Poi
motteggiammo Amalia perché davvero aveva
trovato un fidanzato, nella nostra
incomprensione per tutto il pomeriggio fummo
assai felici; Amalia invece fu più silenziosa che
mai. 'S'è certo innamorata pazzamente di
Sortini', disse Brunswick che è sempre un po'
grossolano e non ci capisce niente, di caratteri
come Amalia; ma stavolta la sua osservazione
ci parve quasi giusta; soprattutto eravamo
straniti per la giornata e tutti, anche Amalia,
come storditi dal vino dolce del castello,
quando dopo mezzanotte tornammo a casa." -
"E Sortini?", chiese K. "Sortini, certo", disse
Olga, "Sortini lo vidi ancora diverse volte,
trascorrendo la festa, sedeva sul timone, aveva
le braccia incrociate sul petto e restò così fino a
quando arrivò a prenderlo la carrozza del
castello. Non andò neppure alle esercitazioni
dei vigili del fuoco nelle quali il babbo, proprio
sperando che Sortini stesse a vedere, si
distinse tra tutti gli uomini della sua età." - "E
di lui non avete più sentito parlare?", chiese K.
"Sembra che tu abbia gran venerazione per
Sortini." - "Sì, venerazione", disse Olga. "Certo,
ed abbiamo sentito ancora parlare di lui. Il
giorno dopo fummo svegliati dal nostro sonno
vinoso da un urlo di Amalia; gli altri ricaddero
subito nei loro letti, ma io ero ben sveglia e
andai da Amalia. Stava con una lettera in mano
che le aveva appena porto un uomo dalla
finestra e che ancora aspettava risposta. Lei
l'aveva già letta - era breve - e la teneva nella
mano che penzolava molle. Non appena ebbi
fatto lei la riprese dopo avermi guardata
brevemente, ma non smise di leggersela, la
strappò e la tirò in faccia a quell'uomo là fuori
chiudendo la finestra. Ecco quella mattina
decisiva. La chiamo decisiva, ma ogni
momento del pomeriggio seguente è stato lo
stesso decisivo." - "E nella lettera che cosa
c'era?", chiese K. "Già, ancora non l'ho
raccontato", disse Olga. "La lettera era di
Sortini, indirizzata alla ragazza con la collana di
granati. Non posso restituire il contenuto. Era
un invito ad andar da lui alla locanda dei
signori funzionari e subito, perché Sortini
entro mezz'ora doveva partire. La lettera si
atteneva ad espressioni volgarissime che io mai
avevo udito e che indovinai a metà solo dal
contesto. Chi non conosceva Amalia ed avesse
letto soltanto questa lettera, avrebbe dovuto
considerare disonorata la ragazza cui qualcuno
aveva osato scrivere così anche se lei non
dovesse esser stata neppure sfiorata. Non era
per niente una lettera d'amore, non c'era
alcuna parola galante, Sortini piuttosto era
palesemente in collera per il fatto che l'aspetto
di Amalia l'avesse toccato e distolto dai suoi
affari. Noi più tardi interpretammo così, Sortini
probabilmente aveva intenzione la sera stessa
di andare al castello, era rimasto nel villaggio
solo a causa di Amalia e la mattina, furente di
non esser riuscito nemmeno nella notte a
dimenticarla, aveva scritto la lettera.
Innanzitutto nei confronti di quella lettera si
doveva indignare anche la più dotata di sangue
freddo, poi però avrebbe probabilmente
prevalso, in un'altra che non fosse Amalia, la
paura davanti al tono malvagio, minaccioso,
nel caso di Amalia rimase l'indignazione, lei
ignora la paura, la ignora per quanto riguarda
lei e per quanto riguarda gli altri. E mentre io
allora mi nascosi di nuovo nel letto ripetendomi
la frase finale sospesa: 'e dunque vieni subito,
sennò -!' Amalia rimase seduta davanti alla
finestra guardando fuori come se attendesse
nuovi ordini e fosse pronta a trattare tutti come
aveva trattato il primo." - "Ecco dunque i
funzionari", disse K esitante, "tra loro si
trovano esemplari del genere. Tuo padre che
cosa ha fatto? Un energico reclamo dove si
doveva in merito a Sortini, spero, se non ha
preferito la via più breve e certa nella locanda
dei signori funzionari. Quel che è più orribile di
questa storia non è certamente l'offesa subita
da Amalia, facilmente riparabile, non so perché
tu le dai un'importanza tanto smisuratamente
grande; perché Sortini con una lettera del
genere dovrebbe aver compromesso per
sempre Amalia? Stando al tuo racconto si
potrebbe crederlo, ma proprio ciò non è
possibile, una riparazione era facilmente
ottenibile per Amalia, ed in pochi giorni il fatto
era dimenticato; Sortini non ha compromesso
Amalia, ma se stesso. Arretro orripilato davanti
a Sortini, dunque, dinnanzi alla possibilità che il
potere conceda un abuso del genere. L'abuso
che in questo caso non è riuscito perché si
parlò chiaro e tondo, completamente senza
veli, e perché in Amalia trovò un avversario più
forte, in mille altri casi, in casi solo un poco più
sfavorevoli, può riuscire in pieno e può sottrarsi
ad ogni sguardo, anche allo sguardo della
persona abusata."
"Zitto", disse Olga, "Amalia guarda da questa
parte." Aveva finito di far mangiare i genitori
ed a quel punto c'era la madre da svestire; le
aveva appunto slegato la veste, si teneva al
collo le braccia di lei, le sollevò un poco, le sfilò
la veste e la rimise giù con dolcezza. Il padre,
sempre scontento che la madre venisse servita
prima di lui - ma questo avveniva solo perché
lei era messa peggio di lui -, cercava di
spogliarsi da solo forse anche per punire la
figlia della sua lentezza, come lui credeva, ma
per quanto cominciasse con quel che era più
inutile e facile, le enormi pantofole in cui i suoi
piedi stavano ficcati larghi, non gli riuscì in
nessun modo di cavarsele; fu costretto presto
a rinunciare rantolando fioco e si rimise seduto
rigidamente.
"Non capisci quel che è decisivo", disse Olga,
"magari hai ragione su tutto, ma decisivo fu
che Amalia non andasse nella locanda dei
signori funzionari; come lei aveva trattato il
messo poteva in sé anche andare, lo si sarebbe
lasciato correre; ma per il fatto che lei non ci
andò, nella locanda dei signori funzionari, fu
pronunciata la maledizione sulla nostra
famiglia, e anche il tipo di trattamento
riservato al messo era comunque qualcosa di
imperdonabile, anzi, fu spinto in primo piano
per il pubblico." - "Come!", gridò K subito
abbassando la voce, infatti Olga aveva
sollevato una mano pregandonelo. "Tu, la
sorella, non stai mica dicendo, più o meno, che
Amalia avrebbe dovuto obbedire a Sortini ed
andarci di corsa, alla locanda dei signori
funzionari?", - "No", disse Olga, "voglio essere
al riparo da un sospetto simile; come puoi
crederlo? Non conosco nessuno come Amalia
strettamente in regola in tutto quel che fa. Se
fosse andata nella locanda dei signori
funzionari, lo stesso le avrei dato ragione,
senza dubbio; che però non ci sia andata, fu
eroico. Per quanto mi riguarda, te lo confesso
apertamente, se avessi ricevuto io una lettera
del genere, sarei andata. Non avrei sopportato
la paura davanti a quel che sarebbe venuto
dopo, solo Amalia poteva sopportarla. C'erano
però diverse vie d'uscita, un'altra, per dire, si
sarebbe fatta bella come si deve e in ciò
sarebbe passato un po' di tempo, poi sarebbe
andata nella locanda dei signori funzionari ed
avrebbe appreso che Sortini era già andato via,
forse che subito dopo l'invio del messo era
partito, qualcosa di molto probabile, infatti gli
stati d'animo dei signori funzionari sono
volubili. Invece Amalia non fece questo e nulla
di simile, Lei <maiuscolo nell'originale - n.d.t.>
era troppo profondamente ferita e rispose
senza riserve. Se in qualche modo avesse
obbedito solo per la forma, se avesse superato
la soglia della locanda dei signori funzionari per
tempo, il destino avrebbe preso un'altra strada,
qui abbiamo molti avvocati capaci che sanno di
un nulla fare quel che si vuole, ma in questo
caso non fu affatto disponibile il più opportuna
dei nulla; al contrario c'era ancora lo svilimento
della lettera sortiniana e l'offesa del messo." -
"Macché destino", disse K, "macché avvocati;
si poteva dunque accusare o punire Amalia a
causa del modo di comportarsi criminale di
Sortini?", . "Eppure", disse Olga, "si poté farlo;
non secondo un regolare processo, è ovvio, e
nemmeno la si punì immediatamente, invece la
si punì in altro modo, lei e tutta la nostra
famiglia, e la gravità della punizione tu stai
cominciando a capirla. A te sembra ingiusto ed
enorme, si tratta di un'opinione del tutto
isolata nel villaggio, è a noi molto favorevole e
dovrebbe consolarci, e sarebbe anche così, se
non fosse ovviamente sbagliata. Posso
provartelo facilmente se parlo, in rapporto a
ciò, di Frieda, scusa, ma tra lei e Klamm c'è
stato qualcosa - a prescindere dagli ultimi
sviluppi - di completamente simile al caso di
Amalia e Sortini, eppure tu ora già lo trovi
giusto, anche se all'inizio magari ti ha
orripilato. E non è abitudine, non si diventa
così insensibili per abitudine, quando si tratta
di semplice giudizio ciò è solo perdere
l'abitudine agli errori." - "No, Olga", disse K, "io
non so perché chiami in causa Frieda, si tratta
di un caso tutto diverso, non mescolare tra loro
cose fondamentalmente diversi e continua a
raccontare." - "Ti prego", disse Olga, "non
prendertela con me se insisto nel paragone, è
un residuo di errori anche riguardo a Frieda, se
tu credi di doverla difendere da un paragone.
Lei non è affatto da difendere, è solo da
elogiare. Se io paragono i casi non dico certo
che sono uguali; stanno in rapporto reciproco
come il bianco e il nero, e Frieda è il bianco.
Nella peggiore delle ipotesi si può ridere di lei
come io ho fatto in modo screanzato nella
mescita - poi me ne sono assai pentita -, ma
anche chi ride, sia cattiveria o invidia, in ogni
caso ridere si può. Amalia invece, se non le si è
legati da vincoli di sangue, si può soltanto
disprezzare. Perciò sono casi
fondamentalmente diversi, come dici, ma
anche simili." - "Non sono neanche simili",
disse K scuotendo senza volere la testa, "lascia
stare Frieda, lei non ha ricevuto nessuna
graziosa lettera come Amalia da Sortini e
Klamm lo ha amato davvero, chi ne dubito può
chiederglielo, lei lo ama ancora." - "Ma si tratta
di differenze grosse?", chiese Olga. "Credi che
Klamm non avrebbe potuto scrivere nello
stesso modo a Frieda? Quando i signori
funzionari si alzano dalla scrivania, dal punto di
vista sociale sono disorientati, loro sono così, e
distrattamente dicono grossolanità d'ogni tipo,
non tutti, ma molti. La lettera ad Amalia può
certo esser stata messa sulla carta
sovrappensiero, in totale disattenzione per quel
che vi era davvero scritto. Cosa ne sapiamo di
quel che pensano i signori funzionari?Non hai
tu stesso sentito o sentito raccontare in che
toni Klamm ha avuto a che fare con Frieda? Di
Klamm è noto che sia molto grossolano; non
parla, sembra, per delle ore e poi dice
improvvisamente una tale grossolanità che fa
venire i brividi. Di Sortini ciò non è noto, come
in genere certo lui è ignoto. Propriamente di lui
si sa soltanto che il suo nome assomiglia a
quello di Sordini; se non ci fosse tale
somiglianza di nome probabilmente non lo si
conoscerebbe nemmeno. Anche come esperto
di cose inerenti il corpo dei vigili del fuoco
probabilmente lo si scambia con Sordini, che è
l'esperto vero e proprio e sfrutta la somiglianza
di nome per scaricare su Sortini i doveri di
rappresentanza e così restare indisturbato nel
suo lavoro. Se dunque uno socialmente
sprovveduto come Sortini di colpo viene
toccato dall'amore per una ragazza del villaggio
la cosa assume una forma diversa rispetto a
quando si innamora il garzone falegname che
abita qui vicino. Si deve inoltre considerare che
tra un funzionario ed una figlia di calzolaio c'è
una gran distanza che deve in qualche modo
esser superata, Sortini tentò di farlo in quel
modo, un altro magari in modo diverso. Certo
questo implica che noi tutti apparteniamo al
castello e che non c'è nessuna distanza e nulla
da superare, ciò forse sembra poco fine, ma
purtroppo noi abbiamo avuto occasione di
vedere che per l'appunto, se poi capita, non lo
sembra neppure. Comunque ti sarà divenuto,
dopo tutto ciò, più comprensibile e meno
enorme il modo di fare di Sortini, di fatto
paragonabile con quello di Klamm, molto più
comprensibile e, per quanto vi si sia interessati
direttamente, molto più sopportabile. Se
Klamm scrive una lettera delicata ne risulta
maggior fastidio che non con la grezzissima
lettera di Sortini. Capiscimi bene, non oso dar
giudizi su Klamm, mi limito a paragonare, dato
che tu ti difendi contro paragone. Klamm è
come un comandante delle donne, ora ordina a
questa ora a quella di andar da lui, non ha
nessuna pazienza e così come ordina di andar
da lui ordina pure di andarsene. Oh, Klamm
non farebbe la fatica di scrivere prima una
lettera. E continua ad essere enorme, in
paragone con ciò, se il Sortini, che vive
completamente ritirato ed i cui rapporti con le
donne sono per lo meno ignoti, una volta si
siede e nella sua bella grafia da funzionario
scrive una lettera del resto abominevole? E se
su tal punto non risulta alcuna differenza a
vantaggio di Klamm, semmai il contrario,
dovrebbe farla risultare l'amore di Frieda? La
relazione delle donne con i funzionari è, credi a
me, assai difficile o piuttosto sempre molto
facile da giudicare. Essa mai è priva di amore.
Non esistono amori infelici con i funzionari. Non
è affatto un elogio, da questo punto di vista, se
di una ragazza si dice - non sto parlando
affatto solo di Frieda - che si è data al
funzionario solo perché lo amava. Lo amava e
gli si è data, è stato così, ma non c'è nulla da
elogiare. Amalia però non ha amato Sortini, tu
obbietti. Ma certo, non l'ha amato, ma forse
invece sì, chi è in grado di deciderlo?
Nemmeno lei. Come può credere di non averlo
amato, se lo ha respinto con tanta energia
come probabilmente nessun funzionario mai è
stato respinto? Dice Barnabas che lei ancora
trema a causa del colpo con cui tre anni fa
sbatté la finestra chiudendola. E' anche vero,
questo, perciò non si può domandarglielo; ha
chiuso con Sortini e non sa più di questo; se lo
ama o no, non lo sa. Noi però sappiamo che le
donne non possono fare a meno di amare i
funzionari, se una volta essi una volta si
rivolgono loro; anzi, li amano già da prima, per
quanto vogliano negarlo, e Sortini certo non si
è solo rivolto ad Amalia, ma è saltato sul
timone, quando l'ha vista, con quelle
gamberelle da scrivania ci è saltato. Dirai che
Amalia però è un'eccezione. Sì, lo è, lo ha
provato quando si è rifiutata di andare da
Sortini, ciò è piuttosto eccezionale; che però
lei, a parte questo, abbia potuto non amare
Sortini, sarebbe già quasi troppo eccezionale,
sarebbe addirittura incomprensibile. Eravamo
certo accecati, quel pomeriggio, ma che allora
nebulosamente credessimo di notare una certa
infatuazione da parte di Amalia, stava ad
indicare però un certo sangue freddo, anche.
Se tuttavia si fa il paragone completo, che cosa
resta ancora di differente tra Frieda e Amalia?
Solo che Frieda fece quello che Amalia si è
rifiutata di fare." - "Può darsi", disse K, "però
per me la differenza principale è che Frieda è
la mia fidanzata, mentre in fondo di Amalia non
m'importa molto, al di là del fatto che è sorella
del Barnabas, del messo del castello, e la sua
sorte è intrecciata con il servizio di Barnabas,
forse. Se un funzionario le avesse fatto un
torto tanto clamoroso come, stando al tuo
racconto, dall'inizio mi è apparso, sarei stato
alle prese con ciò, molto, eppure molto più
come davanti a una cosa d'interesse pubblico
che non come davanti a una pena personale di
Amalia. Ora però il quadro mi si muta, dopo il
tuo racconto, esso mi diventa non del tutto
comprensibile; dato che sei tu a raccontare in
un modo sufficientemente credibile, intendo
molto volentieri non badarci, a questa cosa,
comunque non sono affatto un vigile del fuoco,
di Sortini che m'importa? M'importa molto di
Frieda, invece, e mi fa specie il modo come tu,
di cui ho fiducia e sempre voglio averne,
continui a cercare di sovrapporre per vie
traverse Frieda ad Amalia e di insospettirmi.
Non ritengo che tu lo faccia con intenzione e
nient'affatto con cattive intenzioni; altrimenti
avrei dovuto andarmene già da un bel pezzo.
Non lo fai apposta, sono le circostanze che ti
inducono a ciò; per amore vuoi mettere Amalia
al di sopra di tutte le donne e poiché a tale
scopo non trovi in lei stessa sufficienti elementi
di lodabilità ti aiuti immiserendo le altre donne.
Il gesto di Amalia è rimarchevole, ma quanto
più ne parli, tanto meno è decidibile se lei sia
stata grande o misera, giudiziosa o sciocca,
eroica o pusillanime, le sue motivazioni ce le ha
chiuse nel suo cuore, nessuno gliele sottrarrà.
Invece Frieda non ha fatto proprio nulla di
strano, ha solo seguito il suo cuore, ciò è
chiaro per chiunque voglia interessarsene, non
c'è posto per le chiacchiere, chiunque può
verificarlo. Io però non voglio abbassare Amalia
né patrocinare Frieda, solo spiegarti in che
rapporto sono con Frieda e come ogni attacco a
lei è nello stesso tempo un attacco alla mia
esistenza. Sono venuto qui di mia volontà e qui
di mia volontà mi sono attaccato, ma tutto ciò
che è successo dopo e soprattutto le mie
prospettive future - per quanto possano essere
fosche purtuttavia persistono - lo devo a
Frieda, questo non si può mettere in
discussione. Io qui certo sono stato assunto
come agrimensore, ma era solo apparenza, si è
giocato con me, mi si è cacciato da ogni casa,
anche oggi si gioca con me, ma, per quanto sia
complicato dettagliare, in generale, diciamo, ho
vinto, e già ciò significa qualcosa, io ho, per
quanto sia il tutto di scarso rilievo, già una
casa, una posizione e un lavoro vero, ho una
fidanzata che quando ho altri impegni mi
solleva dal mio lavoro professionale, la sposerò
e diverrò membro della comunità, al di fuori di
quello burocratico ci ho anche un rapporto
personale con Klamm, fin qui ovviamente
inutilizzato. E' qualcosa, no? E quando vengo
da voi, chi salutate? A chi confidate la storia
della vostra famiglia? Da chi vi aspettate la
possibilità, e sia pure la microscopica possibilità
d'un qualche aiuto? Ma non certo da me,
dall'agrimensore che per esempio una
settimana fa Lasemann e Brunswick hanno
cacciato di casa con veemenza, tu l'aspetti
invece dall'uomo che già possiede certi
strumenti di potere, strumenti di potere che io
devo a Frieda, Frieda, tanto modesta che se
cercherai di domandarle qualcosa di questo
genere certo preferirà non saperne niente.
Eppure sembra dopo tutto che Frieda con la
sua innocenza abbia fatto più di Amalia con
tutto il suo orgoglio; infatti, guarda, ho
l'impressione che tu chieda aiuto per Amalia. E
da chi? Da nessun altro propriamente se non
da Frieda?" - "Ho davvero parlato di Frieda così
negativamente?, disse Olga. "Certo non volevo
e non credo di averlo fatto, ma è possibile, la
nostra posizione è tale che noi siamo in rotta
con tutto il mondo e cominciamo a lamentarci,
non se ne può fare a meno, in qualche
direzione. Tu inoltre hai ragione, c'è una gran
differenza ora tra noi e Frieda ed è bene
sottolinearla, una buona volta. Tre anni fa noi
eravamo ragazze borghesi e Frieda, l'orfana,
serva nella locanda dei signori funzionari, le
passavamo davanti senza sfiorarla con lo
sguardo; certo eravamo troppo superbe, ma
eravamo state educate così. Di sera nella
locanda dei signori funzionari magari l'hai vista,
però, la situazione di ora: Frieda con la frusta
in mano, io nel mucchio dei servi. Ma è anche
peggio. Magari Frieda ci disprezza, corrisponde
alla sua posizione, lo impongono le effettive
relazioni. Ma chi non ci disprezza! Chi si decide
a disprezzarci entra subito in una compagine
vasta senza pari. Conosci quella che è
succeduta a Frieda? Si chiama Pepi. L'ho
conosciuta appena ieri sera; fin allora faceva la
serva. Certamente supera Frieda in fatto di
disprezzo per me. Mi ha visto dalla finestra
quando andavo a prendere della birra, è corsa
alla porta e l'ha sprangata, ho dovuto pregarla
a lungo e prometterle la fascia che portavo sui
capelli, prima che mi aprisse. Quando però
gliela ho data, lei l'ha gettata in un angolo.
Ora, a lei piace disprezzarmi, in parte io non ho
alternative al fatto di benvolerla, è la ragazza
addetta alla mescita nella locanda dei signori
funzionari; ovviamente lo è solo in modo
provvisorio e certo non ha le qualità necessarie
per venir impiegata lì in modo durevole. Basta
stare a sentire come il locandiere parla con lei
e fare il confronto con il modo come lui parlava
con Frieda. Però questo non impedisce a Pepi
di disprezzare anche Amalia, il cui solo sguardo
basterebbe a sbatterla fuori di lì in un colpo, la
piccola Pepi, con le sue trecce e i suoi fiocchi al
seguito, tanto alla svelta come mai sarebbe
capace di fare con solo le sue gambette grasse
a disposizione. Che razza di fastidiose
chiacchiere su Amalia ho dovuto stare di nuovo
a sentire ieri da parte sua, finché alla fine gli
avventori non si sono interessati a me
ovviamente nel modo che già una volta hai
visto." - "Come sei angosciata", disse K, "io ho
soltanto messo Frieda nel luogo che le
compete, ma non avevo intenzione di
degradare voi, come ora tu affermi. La vostra
famiglia anche per me ha un qualcosa di
particolare, questo non l'ho taciuto; come però
questa particolarità potrebbe dare occasione al
disprezzo, io non lo capisco." - "Ah, K", disse
Olga, "anche tu lo capirai, temo; che la
condotta di Amalia nei confronti di Sortini sia
stata la prima occasione di tale disprezzo, non
riesci in alcun modo a capirlo?" - "Sarebbe
troppo fuor del comune", disse K, "stupirsi o
condannare Amalia si potrebbe, per quello, ma
disprezzarla? E se, a causa d'un sentire che io
non capisco, si disprezza davvero Amalia,
perché il disprezzo si estende su di voi, sulla
famiglia senza colpa? Che per esempio Pepi ti
disprezzi è grossa e, quando ritorno una volta
nella locanda dei signori funzionari, voglio
fargliela pagare." - "Se volessi, K, far cambiare
opinione a tutti quelli che ci hanno tradito,
sarebbe un lavoraccio, dato che tutto proviene
dal castello. Mi ricordo ancora bene delle ore
che seguirono a quella mattina. Brunswick, che
allora era nostro aiutante, era venuto come
ogni giorno, il babbo gli aveva assegnato il
lavoro e l'aveva mandato a casa, poi noi ci
mettemmo a far colazione, tutti, anche Amali
ed io, eravamo molto eccitati, il babbo
continuava a parlare della festa, aveva diversi
progetti relativamente al corpo dei vigili del
fuoco, voglio dire, il castello ha un suo proprio
corpo dei vigili del fuoco che aveva mandato
alla festa una delegazione con cui si erano
stabilite parecchie cose, i signori funzionari del
castello presenti avevano visto di che cosa
erano capaci i nostri vigili del fuoco
esprimendosi in merito in modo molto
favorevole, paragonandone le capacità con
quelle dei vigili del fuoco del castello; il
risultato era favorevole a noi e si era parlato
della necessità di una riorganizzazione del
corpo dei vigili del fuoco del castello cui erano
necessari istruttori del villaggio, certo alcuni
erano da prendere in considerazione a tale
scopo, ma il babbo sperava che la scelta
sarebbe caduta su di lui. Dunque, parlava di
questo e, come a lui piaceva, si era ben bene
allargato vicino al tavolo, sedeva lì
abbracciandolo per metà e quando guardava
fuori dalla finestra aperta verso il cielo il suo
viso era così giovane, nella gioia della
speranza; non dovevo vederlo più così. A quel
punto Amalia, con una ponderatezza che non le
conoscevamo, disse che di simili discorsi dei
signori funzionari non ci si doveva fidare molto,
loro in occasioni del genere hanno volentieri
cura di dire cose gradevoli, ma di significato
scarso o nullo, non appena dette sono per
sempre dimenticate, ovviamente nella trappola
si cade alla successiva occasione. La mamma le
rinfacciò questi discorsi, il babbo si limitò a
ridere di lei come di una che la sapeva lunga e
aveva una consolidata esperienza, poi però si
fermò, parve cercar qualcosa di cui in quel
momento notava la mancanza, e disse che
Brunswick aveva riferito qualcosa d'un messo e
d'una lettera fatta a pezzettini, e chiese se ne
sapessimo qualcosa, chi riguardasse e di cosa
trattasse. Noi tacemmo, Barnabas, allora
ancora un agnellino, disse qualcosa di
particolarmente sciocco o impertinente, si parlò
d'altro e la cosa cadde nel dimenticatoio."

Castigo di Amalia

"Poco dopo però venimmo inondati da ogni


parte di domande provocate dalla storia della
lettera, a venire furono amici e nemici,
conoscenti ed estranei; non restavano a lungo,
però, i migliori amici si congedavano con la
massima fretta. Lasemann, altrimenti sempre
lento e dignitoso, venne come se volesse
verificare l'estensione del soggiorno, uno
sguardo in giro e nient'altro, un pupazzo
orribile parve che fosse, quando scappò,
Lasemann, e il babbo dietro, liberatosi degli
altri, di corsa fino alla soglia di casa per poi
rinunciarci; venne Brunswick e gli dette la
disdetta, al babbo; voleva rendersi autonomo,
disse tutto fiero, testa avveduta che sapeva
sfruttare il momento; vennero clienti a rilevare
i loro stivali dal magazzino del babbo, dove li
avevano in riparazione, dapprima il babbo
cercò di far loro cambiare opinione - e noi a
sostenerlo con tutte le nostre forze - poi ci
rinunciò e li aiutò nella ricerca senza una
parola, nel libro degli ordini venne cancellata
riga dopo riga, le scorte di pellame che loro
avevano da noi vennero restituite, pagati i
debiti, tutto senza la minima lite, c'era
soddisfazione quando riusciva presto e
completa la liberazione dalla relazione con noi,
magari in perdita, non ci si faceva caso. Da
ultimo prevedibilmente fece la sua comparsa
Seemann, il capo del corpo dei vigili del fuoco;
ancora mi vedo la scena: Seemann, grande e
robusto, ma un po' ripiegato e malato ai
polmoni, sempre serio, non riesce nemmeno
ridere, sta in piedi davanti a mio padre che ha
ammirato, cui in ore di confidenza ha promesso
il posto di vice capo, e ora deve comunicargli
che il corpo dei vigili del fuoco lo licenzia
sollecitandogli la restituzione del diploma. Le
persone che si trovavano da noi smisero di
occuparsi alle loro cose e si accalcarono intorno
ai due. Seemann non riesce a dir nulla, si limita
a continuare coi suoi colpetti sulla spalla del
babbo come se volesse spolverargli via le
parole che deve dirgli, senza riuscire a trovarle.
Intanto continua a ridere per consolare se
stesso e tutti, ma ridere non può e ridere non
lo si sente mai, a nessuno viene in mente di
credere che quello sia un ridere. Il babbo però
è già troppo stanco e disperato a causa di
questa giornata per poter far qualcosa, anzi,
sembra troppo stanco in genere per riflettere
su che cosa succede. Eravamo davvero tutti
disperati, ma come giovani noi non ci
potevamo credere a quel crollo completo,
continuavamo a pensare che tra i tanti
visitatori alla fine sarebbe venuto qualcuno ad
ordinare basta e a far tornare indietro il tutto di
corsa. Seeman ci pareva, nella nostra
incomprensione, particolarmente adatto a ciò.
Con tensione aspettavamo che da quel ridere
continuo alla fine venisse liberata la parola
chiara. Cosa c'era da ridere, infatti, in quel
momento, solo della stupidità dell' ingiustizia
che ci capitava. Signor capo, signor capo,
ditegliela questa parola, infine, alla gente,
pensavamo stringendoci a lui, cosa che però lo
indusse solo a strane giravolte. Finalmente
cominciò, non certo ad esaudire i nostri intimi
desideri, ma a parlare corrispondentemente
alle esortazioni o alla rabbia della gente.
Continuavamo a sperare. Iniziò elogiando
grandemente il babbo. Lo disse vanto del corpo
dei vigili del fuoco, inarrivabile esempio per la
nuova generazione, membro indispensabile il
cui ritiro avrebbe implicato la quasi rovina del
corpo. Ciò era tutto molto bello; se lui si fosse
fermato lì! Invece continuò a parlare. Se ciò
nonostante il corpo si era deciso a sollecitare il
congedo del babbo, comunque solo
temporaneo, si sarebbe riconosciuta la serietà
del motivo che costringeva a ciò il corpo. Forse
senza i brillanti contributi del babbo alla festa
del giorno prima la cosa non sarebbe andata
tanto oltre, ma proprio tali contributi avevano
particolarmente attirato l'attenzione dei
funzionari; il corpo a quel punto si trovava in
piena luce e doveva ancor più di prima badare
alla propria immacolatezza. E ora che era
capitato che il messo fosse stato insultato il
corpo non aveva trovato nessun altra via
d'uscita , e lui, Seemann, si era assunto il
difficile compito di farne l'annuncio. Avesse il
babbo il garbo di non renderglielo più arduo.
Com'era contento Seemann, d'aver tirato fuori
la cosa, nella certezza di ciò non era neppure
più troppo cauto, accennò al diploma appeso
alla parete indicandolo. Il babbo annuì e andò a
staccarlo, ma senza riuscirci, a levarlo dal
gancio con le mani che gli tremavano; salii su
una sedia e gli venni in aiuto. da quel momento
in poi tutto fu finito; non tolse il diploma
nemmeno dalla cornice, ma dette a Seemann
tutto com'era. Poi si mise a sedere in un
angolo, non si mosse né parlò più con nessuno,
fummo costretti ad aver a trattare con la gente
da soli, praticamente andò così." - "E
l'influenza del castello dove ce la vedi?", chiese
K. "Per ora non sembra che ci sia entrata. A
quanto hai riferito finora, è stato solo paura
irriflessiva della gente, piacere del danno altrui,
labilità nell'amicizia, cose che s'incontrano
dappertutto, e da parte di tuo padre una certa
piccineria - almeno mi pare; infatti quel
diploma cos'era? Attestazione delle sue
capacità, e lui comunque le conservava, lo
rendevano indispensabile, tanto meglio, e lui al
capo avrebbe reso davvero difficile la cosa,
bastava che gli gettasse ai piedi il diploma
subito dopo la seconda parola. Particolarmente
indicativo però mi pare che tu Amalia
nemmeno la menzioni, Amalia, che aveva colpa
di tutto, se ne stava probabilmente sullo sfondo
guardando con calma la rovina." - "No", disse
Olga, "nessuno è da rimproverare, nessuno
poteva fare diversamente, era tutto già sotto
l'influsso del castello." - "Influsso del castello",
ripeté Amalia, che inosservata era rientrata dal
cortile, i genitori già da tempo messi a letto.
"Si raccontano storie del castello? Ancora lì
seduti insieme? E tu K avevi voluto andartene
subito, sono già le dieci. Ma t'interessano poi
simili storie? Qui c'è gente che se ne nutre, si
siedono in compagnia come voi qui e ci si
tormentano a vicenda, con storie simili; ma tu
mi pare che non faccia parte di questa gente."
- "Eppure ne faccio parte lo stesso". disse K,
"al contrario quelli che di simili storie si
disinteressano e si lasciano prendere da altre
storie a me non fanno molta impressione." -
"Ebbene sì", disse Amalia, "ma l'interesse della
gente è molto articolato, una volta ho sentito di
un giovanotto che era notte e giorno alle prese
con pensieri sul castello, tutto il resto lo
trascurava, si temeva per la sua ragione
normale perché essa stava tutta su al castello.
Alla fine venne fuori che lui in effetti non
pensava al castello, ma solo alla figlia d'una
sguattera presso gli uffici di cancelleria, del
resto la ebbe e tutto tornò a posto." -"Credo
che mi piacerebbe, quest'uomo", disse K. "Ne
dubito", disse Amalia, "forse sua moglie sì. Ma
non voglio disturbarvi, comunque vado a
dormire, e spegnerò la luce, per via dei
genitori; si addormentano subito, ma dopo
un'ora il sonno vero finisce e allora il minimo
riflesso di luce li disturba. Buonanotte." E
davvero fu subito buio, Amalia si preparò
chissà dove il suo giaciglio vicino al letto dei
genitori. "Ma chi è questo giovanotto di cui
parlava?", chiese K. "Non lo so", disse Olga.
"Forse Brunswick, per quanto non tutto gli
vada bene, forse è un altro. Non è facile capirla
come si deve, perché spesso s'ignora se parla
sul serio o fa dell'ironia. Il più delle volte è sul
serio, ma sembra ironico." - "Finiscila con le
spiegazioni!", disse K. "Come sei finita in una
dipendenza tanto grande da lei? Era così anche
prima della gran disgrazia? O dopo? E non
intendi renderti mai indipendente da lei? Ma
poi, questa dipendenza ha fondamenti
ragionevoli? Lei è la più giovane e come tale
deve obbedire. Ha fatto, colpevole o no, cadere
la disgrazia sulla famiglia. Invece di chiedere
perdono a ognuno di voi ogni giorno, tiene alta
più di tutti la testa, non si cura di nulla se non,
a mala pena, dei genitori, cara grazia, non
vuole essere coinvolta in nulla, come dice lei,
e, quando finalmente una volta parla con voi, è
sul serio che lo fa, per lo più, anche se pare
che sia ironica. O signoreggia per mezzo
diciamo della sua bellezza, da te a volte
menzionata? Ora, voi tre siete molto simili, ciò
tuttavia in cui lei si distingue da voi due le è
del tutto sfavorevole, già la prima volta che
l'ho vista mi spaventò il suo sguardo
inespressivo, freddo. E poi d'accordo, è la più
giovane, ma non lo si nota esternamente, lei
ha l'aspetto senza età di quelle donne che
invecchiano appena ma a stento sono mai state
davvero giovani. La vedi ogni giorno, non fai
nemmeno caso alla durezza del suo viso. Per
cui che Sortini abbia avuto un'inclinazione per
lei, se ci rifletto, non riesco a prenderlo sul
serio, forse con la lettera voleva punirla e
basta, ma non chiamarla a sé." - "Di Sortini
non voglio parlare", disse Olga. "Con i signori
funzionari nel castello tutto è possibile, che sia
in questione la più bella ragazza o quella più
brutta. Comunque riguardo ad Amalia ti sbagli
completamente. Vedi, non ho alcun motivo di
accattivarti in rapporto a lei e se però ci provo
lo faccio soltanto per te. In qualche modo
Amalia è stata la causa della nostra disgrazia, è
certo, ma anche il babbo, che pure è stato
colpito dalla disgrazia al massimo e che mai si
è saputo dominare in quel che diceva, e in casa
per niente, mai ha detto una parola di
rimprovero ad Amalia, nemmeno nei tempi
peggiori. E non perché, diciamo, avesse
approvato la condotta di lei; come avrebbe
potuto approvarla, lui, che Sortini lo venerava;
neppure alla lontana poteva capirla; se stesso
e tutto quel che aveva l'avrebbe offerto a
Sortini ben volentieri, non comunque come è
successo ora in realtà, in mezzo alla probabile
ira di Sortini. Probabile, dal momento che di lui
non abbiamo saputo più nulla; ritirato era stato
finora, ritirato da ora in poi, come se in
assoluto non ci fosse più. E ora, avresti dovuto
vederla Amalia, in quel periodo. Tutti
sapevamo che nessun castigo esplicito sarebbe
venuto. Ci si limitava a ritrarsi da noi. La gente
di qui come anche il castello. Mentre com'è
naturale il ritrarsi da parte della gente si
notava, quello da parte del castello era del
tutto invisibile. Neppure prima avevamo fatto
caso, certo, ad alcuna premura da parte del
castello, come avremmo potuto ora notare un
cambiamento? Questa calma era il peggio. Di
gran lunga non lo era il ritrarsi della gente, la
gente non l'aveva fatto certo per una qualche
convinzione, forse non aveva qualcosa di serio
contro di noi, il disprezzo attuale non
persisteva affatto, s'era ritirata solo per paura,
ed ora aspettava come sarebbe finita.
Nemmeno la miseria avevamo da temere, tutti
i debitori ci avevano pagato, i saldi erano stati
vantaggiosi, per quel che ci mancava in fatto di
sostentamento segretamente ci aiutavano
parenti, era facile, s'era al tempo del raccolto,
d'altra parte non avevamo campi e da nessuna
parte si lasciava che partecipassimo al lavoro,
per la prima volta nella vita fummo condannati
all'ozio. E allora, sedevamo vicini, finestre
chiuse, nel calore del luglio e dell'agosto. Non
succedeva nulla. Nessuna citazione, nessuna
notizia, nessuna notifica, nessuna visita, nulla."
- "Dunque", disse K, "se non succedeva nulla e
non c'era da aspettarsi alcun esplicito castigo,
di che cosa avete avuto paura? Che razza di
gente che siete!" - "Come te lo devo
spiegare?", disse Olga. "Non temevamo nulla di
futuro, soffrivamo già del presente, con ciò
stavamo nel cuore della punizione. La gente nel
villaggio aspettavano solo che andassimo da
loro, che il babbo riaprisse la bottega, che
Amalia, capace di cucire vestiti bellissimi anche
se solo per la gente ricca, ricominciasse a
prendere ordinazioni, a tutti certamente
dispiaceva quel che avevano fatto; quando nel
villaggio una famiglia stimata all'improvviso
viene esclusa, tutti ne son danneggiati in
qualche modo, loro avevano creduto, quando
avevano rotto con noi, di fare solo il loro
dovere, anche noi al posto loro non avremmo
fatto diversamente. Non avevano certo
nemmen saputo bene di cosa si fosse trattato,
il messo era tornato nella locanda con in mano
i pezzetti di carta, tutto qui. Frieda l'aveva
visto uscire e poi ritornare, ci aveva scambiato
poche parole e quel che aveva saputo lo aveva
subito diffuso; ma ancora non per inimicizia
contro di noi, piuttosto semplicemente per
dovere, come in casi uguali sarebbe stato
dovere di ogni altro. E dunque, te l'ho già
detto, per la gente sarebbe stato graditissimo
un lieto fine di tutto quanto. Se noi
d'improvviso una volta fossimo arrivati con la
notizia che tutto era già a posto, che per
esempio era stato un equivoco nel frattempo
pienamente chiarito, o che sì, era stato un
fallo, tuttavia praticamente riparato, oppure -
sarebbe bastato anche questo alla gente - che
tramite i nostri contatti nel castello eravamo
riusciti a soffocare la cosa; a braccia aperte
certissimo ci avrebbero riaccolti, baci e
abbracci, si sarebbe fatto festa, ci son passata
alcune altre volte in cose così. Ma nemmeno
una notizia simile sarebbe stata necessaria,
sarebbe bastato che fossimo andati, liberi e
disponibili, ed avremmo riannodato i vecchi
contatti senza spendere anche solo una parola
sulla storia della lettera, e sarebbe bastato, con
gioia tutti avrebbero rinunciato a discutere
della cosa; era stata prima di tutto la sua
spiacevolezza, insieme alla paura, certo, il
motivo per cui si erano separati da noi,
semplicemente per non saperne niente, per
non parlarne, non pensarci, in alcun modo
dover esserne toccati. Quando Frieda l'aveva
svelata, la cosa, non l'aveva fatto per goderne,
ma per proteggersene insieme a tutti, per
informare la comunità del fatto che era
successo qualcosa da cui ci si doveva
accuratissimamente tener fuori. Non noi
eravamo presi in considerazione come famiglia,
ma lo era solo la cosa, e noi solo a causa del
fatto che con la cosa ci eravamo intrecciati. Se
dunque noi fossimo usciti di casa, se avessimo
lasciato in pace il passato e avessimo segnalato
con la nostra condotta che noi avevamo
superato la cosa, non importa come, e che
l'opinione pubblica avrebbe avuto la meglio
sulla nostra convinzione al punto che la cosa,
di qualunque natura potesse esser stata, non
sarebbe stata di nuovo in discussione, anche
così tutto sarebbe andato bene; dappertutto
avremmo trovato la vecchia disponibilità
all'aiuto, anche se avessimo dimenticato la
cosa in modo incompleto lo si sarebbe capito, e
saremmo stati aiutati a dimenticarla. Invece
stavamo in casa. Non so che cosa stessimo ad
aspettare, magari che Amalia decidesse, quella
volta, quella mattina, lei aveva s'era
sequestrata la guida della famiglia e la teneva
stretta. Senza particolari manifestazioni, senza
ordini, senza preghiere, quasi solo per mezzo
del tacere. Noialtri è ovvio avevamo molto da
discutere, era un continuo mormorare da mane
a sera e talvolta il babbo, improvvisamente
angosciato, mi chiamava a sé ed io passavo
metà della nottata al letto. Oppure talvolta ci si
rannicchiava insieme, io e Barnabas,
pochissimo ci capiva di tutto quanto, lui, e
seguitava a chiedere con passione delle
spiegazioni, sempre le stesse, lo sapeva bene,
gli anni spensierati che altri della sua età si
aspettavano per lui non c'erano più, così ci si
metteva a sedere - proprio come noi ora, K - e
si dimenticava l'arrivo della notte e del nuovo
giorno. La mamma era la più fragile di noi, ha
partecipato al dolore di tutti noi, ma anche a
quella di ognuno, e così orripilati potevamo
verificare in lei mutamenti che, come
sentivamo in anticipo, incombevano su tutta la
nostra famiglia. Il suo posto preferito era
l'angolo d'un canapè - da molto tempo non lo
abbiamo più, si trova nel soggiorno, più grande
del nostro, di Brunswick - sedeva lì pisolando
oppure teneva lunghi discorsi con se stessa, lo
indicava il movimento delle labbra - di cosa si
trattasse, non si sa bene. Era certo naturale
che noi senza tregua discutessimo della storia
della lettera, da ogni lato, in tutti i particolari
certi e in tutte le incerte possibilità, e che
senza tregua ci superassimo nell'escogitare
modi di pervenire a una buona soluzione, era
naturale ed inevitabile, ma non andava bene,
anzi noi in quel modo ci s'infilava sempre di più
in ciò che avevamo intenzione di affrontare. E a
cosa servivano poi queste eccellenti idee;
nessuna era realizzabile senza Amalia, erano
tutte preliminari, perciò insensate, perché i loro
risultati non arrivavano neanche ad Amalia e,
pervenutevi non avrebbero incontrato che
silenzio. Ora, per fortuna oggi io conosco
Amalia meglio che non allora. Lei reggeva più
di noi tutti; è incomprensibile come abbia retto
ed ancora viva tra noi. La mamma sopportava
forse tutto il nostro dolore, lo sopportava
perché le era capitata all'improvviso e non lo
sopportò a lungo; che oggi ancora lo sopporti
in qualche modo non si può dire, e già allora la
sua ragione era sconvolta. Amalia invece non
solo ha sopportato il dolore, ma ha avuto
anche l'intelligenza di guardarlo in trasparenza,
noi vedevamo solo le conseguenze, lei ha
guardato la causa, noi speravamo in un
qualche mezzuccio, lei sapeva che tutto era
deciso, noi avevamo di che mormorare, lei solo
da tacere, in piedi, guardando in faccia la
verità, viveva e sopportava questa vita allora
come oggi. Quanto ci andava meglio che non a
lei, in tutta la nostra miseria! Ovviamente
dovemmo lasciare casa nostra; la comprò
Brunswick, ci venne assegnata questa casetta,
si fece il trasloco con una carretto tirato a
meno in alcuni viaggi, io e Barnabas si tirava, il
babbo e Amalia spingevano, la mamma, che
avevamo portato qui subito, ci accolse seduta
su una cassa continuando a piagnucolare
piano. Mi ricordo però che già durante i faticosi
viaggi - molto umilianti anche, infatti più volte
incontrammo carri carichi di covoni i cui
accompagnatori davanti a noi ammutolivano e
volgevano lo sguardo - noi, Barnabas ed io,
anche durante questi viaggi non si poteva
smettere di parlare delle nostre pene e dei
nostri piani e a volte ci si fermava ed era un
grido del babbo a richiamarci al dovere. Tutte
le discussioni però non cambiarono, anche
dopo il trasloco, la nostra vita, solo che ora si
era arrivati un po' alla volta alla miseria. I
sussidi dei parenti cessarono, i nostri mezzi
erano quasi alla fine e appunto allora iniziò a
svilupparsi, il disprezzo per noi, come lo vedi.
Si notò che non avevamo la forza di darci da
fare per uscire dalla storia della lettera, e
fummo presi in mala parte, non si sottovalutò
la pesantezza della sorte nostra, per quanto
non si conoscesse bene si sapeva che
probabilmente non si sarebbe resistito a quella
prova meglio di noi, tanto meno tuttavia era
necessario separarsi completamente da noi; se
noi avessimo superato la cosa ci avrebbero
stimato altamente, poiché invece non ci si
riusciva, fecero in modo definitivo quello che
fin lì avevano fatto solo in modo provvisorio: ci
chiusero fuori da ogni cerchia. Dunque non si
parlò più di noi come di persone, il nome della
nostra famiglia non venne più fatto; se
costretti a parlar di noi, ci chiamavano di nome
Barnabas, il più innocente tra noi, anche la
nostra casetta cadde nel discredito, e se ti
analizzi capirai che anche tu al tuo primo
ingresso hai creduto di notare che questo
disprezzo era giustificato; più tardi quando
qualche volta veniva gente da noi arricciavano
il naso su cose trascurabili, tipo sul fatto che il
lumino a olio era appeso lì al di sopra del
tavolo. Ma dove poi doveva stare appeso, se
non al di sopra del tavolo, eppure a quelli
pareva insopportabile. Se tuttavia l'avessimo
appesa altrove nulla sarebbe cambiato nella
loro avversione. Tutto quel che eravamo e
facevamo incontrava lo stesso disprezzo."

Questuanti

"E cosa facevamo frattanto? Il peggio che


avremmo potuto fare, qualcosa per cui
avremmo potuto esser disprezzati più
legittimamente di quel che accadeva davvero:
tradimmo Amalia, ci sbarazzammo del suo
comando silenzioso, non potevamo più
sopravvivere, senza nessuna speranza non
potevamo vivere, e cominciammo, ognuno a
modo suo, a pregare il castello, a tempestarlo
perché avesse il garbo di perdonarci.
Certamente sapevamo di non essere in grado
di ottenere qualcosa di buono, sapevamo
inoltre che l'unico contatto su cui sperare con il
castello, quello con Sortini, il funzionario
benevolo con nostro padre, proprio a causa
dell'accaduto era diventato per noi
impraticabile, ciò nonostante ci mettemmo
all'opera. Il babbo iniziò, cominciarono gli
insensati viaggi questuanti dal dirigente, dai
cancellieri , dagli avvocati, dagli scrivani, il più
delle volte lui non veniva ricevuto, e quando,
per via di astuzie o del caso, veniva invece
ricevuto - come gioivamo a tal notizia
fregandoci le mani - con la massima velocità
era buttato fuori e mai ricevuto ancora. Anche
troppo facile rispondergli, è la specialità del
castello. Ma cosa voleva? Che cose gli era
successo? Per cosa voleva esser perdonato?
Quando e da chi era stato mosso anche solo un
dito contro di lui nel castello? Certo, era
diventato povero, aveva perso i clienti e così
via, ma erano fenomeni della vita normale, del
lavoro artigianale, cose riguardanti il mercato,
il castello dovrebbe curarsi di tutto? Sì, in
effetti lo fa, ma non poteva certo intervenire in
modo grossolano nello sviluppo del caso,
semplicemente e con nessun altra meta che
non fosse servire all'interesse d'un unico uomo.
Dovrebbe inviare, diciamo, funzionari suoi, e
costoro dovrebbero rincorrere la clientela del
babbo e riportarla d'autorità da lui? Tuttavia,
obbiettava allora il babbo - ne discutevamo
bene a casa, di queste cose, prima e poi dopo,
in un angolo come di nascosto da Amalia, che
si accorgeva bensì di tutto lasciando correre -
tuttavia, obbiettava allora il babbo, lui non si
lagnava del suo impoverimento, tutto quel che
aveva perduto lo avrebbe riavuto facilmente,
ciò era accessorio, sol che venisse perdonato.
'Ma perdonato di che cosa?', gli si rispondeva,
una denuncia finora non era arrivata, almeno,
non si trovava ancora tra gli atti protocollari,
per lo meno, non in quelli accessibili
legalmente al pubblico; ragion per cui, a
quanto si poteva stabilire, non era stato
intrapreso qualcosa contro di lui, né era in
corso. Avrebbe potuto menzionare
un'ingiunzione burocratica contro di lui?
Oppure, aveva avuto luogo un'azione di un
organo ufficiale? Il babbo non ne sapeva nulla.
Ordunque, se lui non sapeva nulla e nulla era
successo, ma che cosa voleva? Di che cosa
avrebbe potuto esser perdonato? Al più, del
fatto che ora infastidiva i funzionari senza
scopo, ma proprio questo era imperdonabile.
Il babbo non desistette, ai tempi trovava
sempre più energia e la costrizione all'ozio gli
dava una quantità di tempo. 'Riguadagnerò
l'onore ad Amalia, non durerà ancora, questo',
diceva a me ed a Barnabas diverse volte al
giorno, ma solo pianissimo, perché Amalia non
doveva udire; ciò nonostante ciò lo diceva solo
per via di lei, dato che lui non pensava affatto
di riguadagnarne l'onore, ma solo al perdono.
Tuttavia per ricevere il perdono per prima cosa
doveva stabilire la colpa; e quella proprio dai
funzionari gli veniva contestata. Giunse a
pensare - ciò indicando che era già
psichicamente indebolito - che gli si tenesse
segreta la colpa perché non pagava
abbastanza, voglio dire, fin lì pagava sempre
solo le tasse stabilite che, almeno per le nostre
condizioni, erano abbastanza alte. Invece
credeva a quel punto di dover pagare di più,
ciò che era certo sbagliato, infatti presso i
nostri funzionari per far prima si accetta di
esser unti evitando discorsi inutili, ma non si
ottiene nulla, per tal via. Era però la speranza
del babbo, e in ciò non lo disturbammo.
Vendemmo quel che ancora avevamo - era
quasi soltanto l'indispensabile - per procurare
al babbo il mezzo per le sue indagini ed a lungo
avemmo ogni mattina la soddisfazione che il
babbo, quando si metteva in movimento,
potesse sempre far tintinnare delle monete in
tasca. Ovviamente facevamo la fame, mentre
l'unica cosa che ottenemmo procurando soldi
era che il babbo venisse tenuto in una certa
gioia speranzosa. Scarso tornaconto. Lui si
stancò presto di andare per uffici e ciò che,
senza i soldi, prestissimo avrebbe avuto la
meritata fine, venne procrastinato. Dato che
con il mezzo del pagamento extra in effetti non
si poté far niente di straordinario, capitò che
uno scrivano, almeno in apparenza, cercasse di
far qualcosa, promise indagini, accennò che si
sarebbero già trovate certe tracce da seguire,
non per dovere d'ufficio, ma soltanto per far
piacere al babbo; che, invece di farsi più
dubbioso, diveniva sempre più credulone. Fece
ritorno con una promessa del genere,
chiaramente vana, come se stesse già
riportando in casa nostra la piena prosperità, e
fu penoso da vedere come, continuando a
indicare Amalia di nascosto, sorridendo
caricaturalmente e sbarrando gli occhi al suo
indirizzo, intendeva farci comprendere che la
redenzione di Amalia, destinata a non
sorprendere nessuno più di lei stessa, era
vicinissima, grazie alle sue premure, ma che
tutto era ancora segreto, segreto da
proteggere. Sarebbe continuata ancora a lungo
così se da ultimo non fossimo stati
completamente incapaci di fornire i soldi al
babbo. Certamente nel frattempo Barnabas
dopo molte preghiere era stato preso da
Brunswick come apprendista, del resto solo
così, di sera a buio andava a prendere gli ordini
e ancora a buio riportava il lavoro fatto - c'è da
concedere che Brunswick qui a causa nostra
faceva correre un certo rischio alla sua
bottega, ma il Barnabas lo pagava pochissimo,
pur essendo il suo lavoro perfetto - ed il salario
bastava a mala pena a proteggerci dalla fame
totale. Indulgentissimi e cauti molto,
informammo il babbo della cessazione del
nostro sostegno in fatto di soldi, e lui la prese
con gran calma. Non era più in grado di capire
la mancanza di prospettive dei suoi interventi,
ma era stanco delle continue delusioni.
Certamente disse - non parlava più tanto
chiaro come prima, quando aveva parlato quasi
troppo chiaro - che aveva bisogno ancora solo
di pochissimi soldi, quel giorno o il giorno dopo
già sarebbe venuto a sapere ogni cosa, dunque
tutto era stato inutile, il fallimento era limitato
ai soldi e così via, ma da come lo disse si
capiva che non ci credeva a tutto ciò. Inoltre
ebbe subito nuovi progetti, senza intervallo.
Dato che non gli era riuscito stabilire la colpa e
come conseguenza non riusciva a ottenere
nulla di più andando per uffici, doveva
dedicarsi alle suppliche e rivolgersi di persona
ai funzionari. e c'eran tra loro certo taluni con il
cuore buono, compassionevole cui certamente
in sede d'ufficio non potevano cedere, ma solo
al di fuori, se li si prendeva di sorpresa a una
cert'ora."
A questo punto K, che fin lì era stato a sentire
tutto chino verso Olga, interruppe il racconto
con la domanda: "E non lo ritieni, corretto?"
Certamente la risposta gliel'avrebbe data il
seguito, ma lui voleva sapere subito.
"No", disse Olga, "non può essere affatto
questione di compassione o di qualcosa di
simile. Eravamo anche tanto giovani ed
inesperti, lo sapevamo, ed anche il babbo
naturalmente lo sapeva, ma se n'era
dimenticato, di ciò, come di tutto quanto,
quasi. Aveva escogitato il piano di piazzarsi
nelle vicinanze del castello sulla strada
principale là dove le carrozze dei funzionari
transitano con lo scopo, eventualmente, di
presentar loro preghiera di perdono. Detto
sinceramente, un piano d'ingegno minorato,
anche se fosse accaduto l'impossibile e la
preghiera fosse pervenuta davvero all'orecchio
d'un funzionario. Un unico funzionario può
perdonare? Ciò potrebbe tutt'al più esser cosa
dell'intera autorità, ma probabile è che
nemmeno essa sia in grado di perdonare,
piuttosto di giudicare e basta. Ma in genere
può un funzionario, qualora volesse scendere
dalla carrozza ed occuparsi della cosa, farsene
un'immagine dopo quel che il babbo, il
pover'uomo stanco e invecchiato, gli ha
bofonchiato in faccia? I funzionari sono assai
ferrati, ma solo in modo unilaterale, nel suo
ambito un funzionario intravvede al di là d'una
parola subito schiere di idee, ma si può star ore
a spiegargli d'un altro settore ed al massimo
annuirà cortesemente, ma senza capire una
parola. E' del tutto auto evidente, anzi; si tenti
di capire anche soltanto le faccenduole
burocratiche che toccano ad uno, robetta che
un funzionario se ne sbarazza facendo
spallucce, si tenti di capirle fino in fondo e ci si
avrà a che fare per un'intera vita senza venirne
al termine. Se tuttavia il babbo fosse
incappato in un funzionario competente, questi
però non può risolver nulla senza
documentazione preliminare ed in particolare
non per la strada, non può perdonare, ma solo
sbrigare faccende d'ufficio ed a tale scopo
rimandare di nuovo alla via burocratica, ma
nell'arrivare per tal via a qualcosa il babbo
aveva completamente fallito. A che punto
doveva essere arrivato, per cacciarsi in un
piano simile! Se ci fosse una qualche possibilità
di tal genere, anche solo lontanissima, lì sulla
strada principale dovrebbero brulicare, i
questuanti, ma dato che si tratta in questo
caso di un'impossibilità che ad uno già la più
elementare istruzione scolastica imprime nella
mente, su quella strada c'è il vuoto totale.
Forse anche questo rinforzava il babbo nella
sua speranza, che lui la nutriva da ogni lato. E
ciò era assai indicato, anche; un intelletto più
sano non era costretto a imbarcarcisi
nemmeno, in quelle grandi riflessioni, doveva
veder chiara l'impossibilità già subitissimo.
Quando i funzionari vanno ne villaggio o
ritornano al castello, non sono mica gite di
piacere, sia nel villaggio che nel castello li
attende il lavoro, per cui vanno a velocità assai
sostenuta. Neppure vien loro in mente di
guardar fuori dal finestrino della carrozza e di
cercar là fuori chi presenta una supplica,
mentre le carrozze son piene degli atti che i
funzionari studiano."
"Ma io", disse K, "ho visto l'interno d'una slitta
da funzionario dove non c'erano documenti
affatto." Nel racconto di Olga gli si schiudeva
un mondo così grande, quasi incredibile, che lui
non poteva concederselo, di arrivarci, con le
sue modeste esperienze, per convincersi
chiaramente tanto dell'esistenza di quel mondo
quanto della sua propria.
"E' possibile", disse Olga, "allora è anche
peggio, se il funzionario ha impegni così
importanti che gli atti sono troppo preziosi o
troppo voluminosi per poter essere trasportati,
quelli come lui fanno andar i cavalli al galoppo.
Comunque per il babbo non c'è proprio tempo.
E inoltre: vi sono diverse vie d'accesso al
castello. Una volta è di moda una e i più
passano di lì, una volta un'altra, e tutti si
accalcano lì. Secondo qual regola ha luogo
questo cambiamento, ancora non è stato
trovato. Un volta alle otto di mattina tutti ne
percorrono un'altra, dieci minuti dopo una
terza, mezz'ora dopo magari ancora la prima, e
ciò per tutto il giorno, ma ogni momento c'è la
possibilità d'un cambiamento. Certamente in
prossimità del villaggio tutte le vie d'accesso si
unificano, ma a quel punto tutte le carrozze già
corrono all'impazzata, mentre in prossimità del
castello la velocità è un po' più moderata. Però
come l'ordine d'uscita riguardo alle strade non
ha regole ed è imperscrutabile, così è anche
con il numero delle carrozze. Vi son anzi spesso
giorni nei quali non si vede alcuna carrozza; poi
però di nuovo viaggiano in massa. Ed ora,
davanti a tutto ciò immaginati nostro padre.
Esce di casa ogni mattina accompagnato dalle
nostre benedizioni vestito con il suo abito
migliore - presto l'unico. Porta con sé un
piccolo distintivo del corpo dei vigili del fuoco
da lui, in verità, a torto conservato, per
metterselo quand'è fuori dal villaggio, dentro
ha paura di mostrarlo, per quanto sia tanto
piccolo che a due passi di distanza si vede a
stento, ma secondo il babbo può essere adatto
ad attirare su di lui l'attenzione dei funzionari
che passano. Non lontano dall'ingresso al
castello c'è un negozio d'ortolano, è d'un certo
Bertuch, che fornisce verdura al castello, il
babbo lì sullo stretto basamento in pietra
dell'inferriata dell'orto si sceglie un posto.
Bertuch lo tollera perché prima era stato in
amicizia con il babbo ed aveva fatto anche
parte della sua più fedele clientela, voglio dire,
ci ha un piede un po' deforme e credeva che
solo il babbo fosse capace di fargli uno stivale
adatto. Dunque, il babbo sedeva lì giorno dopo
giorno, fu un brutto autunno, piovoso, ma il
tempo per lui non contava; di mattina ad una
determinata ora aveva la mano sulla maniglia e
ci faceva un cenno di saluto, di sera tornava -
parendo che giorno dopo giorno si facesse più
gobbo - tutto bagnato e si buttava da una
parte. Prima ci raccontava le sue piccole
avventure, per esempio che Bertuch gli aveva
lanciato, per compassione ed amicizia di
vecchia data, al di sopra dell'inferriata una
coperta, o che aveva creduto di riconoscere in
una carrozza che passava questo o quel
funzionario, o che ancora di tanto in tanto lo
riconosceva un cocchiere e per scherzo lo
sfiorava con la frusta. Poi smetteva di
raccontare queste cose, era chiaro che non
aveva più speranze di ottener nemmeno un
qualcosa soltanto, lì, lo riteneva già solo come
un dovere suo, un impiego insulso, andarci e
trascorrerci la giornata. E iniziarono allora i
dolori reumatici, l'inverno s'avvicinava, cadde
la prima neve, da noi l'inverno inizia molto
presto; e dunque, una volta sedeva sulle pietre
bagnate di pioggia,poi di nuovo nella neve. La
notte gemeva dal dolore, di mattina qualche
volta era incerto se andare o no, ma si vinceva
e andava. La mamma gli si attaccava e non
voleva che andasse via; lui, forse fattosi
pusillanime a causa delle membra non più
docili, le permetteva di andar con lui, ed anche
la mamma venne presa dai dolori. Spesso
eravamo presso di loro, portavamo da
mangiare o andavamo soltanto in visita o
volevamo persuaderli a tornare a casa; spesso
assai ce li trovavamo ripiegati insieme e l'un
l'altra appoggiati sul loro stretto sedile,
rannicchiati dentro una coperta leggera che a
stento li racchiudeva, attorno nient'altro che il
grigio della neve e della nebbia, in lungo e in
largo nessuno e nessuna carrozza, che vista, K,
che vista! Fin quando una mattina il babbo non
mise più fuori dal letto le gambe irrigidite, che
tristezza, un po' delirando per la febbre
credeva di vedere un funzionario, su da
Bertuch una carrozza si fermava, un
funzionario scendeva, esaminava l'inferriata,
scuoteva la testa e stizzito ritornava in
carrozza. Il babbo cacciò un urlo tale, allora,
che fu come se volesse, qui da casa, farsi
notare lassù dal funzionario, e spiegare quanto
incolpevole fosse la sua assenza. Che fu lunga,
non ci tornò più, dové a restare a letto per
settimane. Amalia prese su di sé le faccende di
casa, l'assistenza, la cura, tutto, e tutto ha
mantenuto con delle pause, in effetti finora.
Conosce erbe curative che placano i dolori, non
ha quasi bisogno di dormire, mai si spaventa,
non teme nulla, mai si spazientisce, sbriga
tutto il lavoro per i genitori; ma mentre noi,
senza poter giovare a qualcosa, inquieti ci
agitavamo qua e là, lei restò in rapporto a ogni
cosa fredda e calma. Quando però il peggio fu
finito e il babbo, cautamente sostenuto da
destra e da sinistra, poté di nuovo tirarsi fuori
dal letto, subito Amalia si ritirò lasciandolo a
noi."

Piani di Olga

"E dunque conveniva trovare per il babbo un


qualche impegno di cui ancora fosse capace, un
qualcosa che almeno gli facesse credere che
servisse ad allontanare la colpa dalla famiglia.
Qualcosa del genere non era difficile da
trovare, tutto in fondo era appropriato come lo
star seduto davanti all'orto di Bertuch, ma io
trovai qualcosa che mi fece addirittura sperare
un poco. Per quanto fosse stata discussa la
nostra colpa presso funzionari o scrivani
eccetera, sempre si era accennato soltanto
all'offesa ai danni del messo di Sortini, oltre
nessuno osava spingersi. Ora, mi dissi, se
l'opinione generale anche solo in apparenza
sapeva soltanto dell'offesa al messo, tutto,
anche solo in apparenza, si poteva rimettere a
posto se si riusciva a far pace con il messo.
Certo non è arrivata alcuna comunicazione, si
chiarisce, nessun funzionario ha ancora la
faccenda in mano, ne consegue che il messo è
libero di perdonare per quanto lo riguarda di
persona e non si tratta più d'altro. Tutto ciò
non poteva avere alcun significato decisivo, era
solo apparenza e, ancora, non poteva produrre
alcunché, ma avrebbe dato gioia al babbo, e
quelli, i molti chiacchieroni che lo avevano così
tormentato, si sarebbe forse potuto metterli un
poco alle strette con tal mezzo, e lui sarebbe
stato soddisfatto. Prima cosa, ovvio, si doveva
trovare il messo. Quando esposi al babbo il mio
piano dapprima lui si arrabbiò molto, voglio
dire, era diventato parecchio cocciuto, in parte
credeva - mentre ciò era un prodotto della
malattia - che gli avessimo sempre impedito il
successo finale: prima con la cessazione del
finanziamento, ora con il tenerlo a letto, in
parte non era nemmen capace di afferrare in
pieno le idee altrui. Non avevo finito ancora
l'esposizione e già il mio piano era rigettato;
secondo la sua opinione, lui doveva di nuovo
stare in attesa presso l'orto di Bertuch e poiché
certo non sarebbe più stato capace d'andarci
ogni giorno avremmo dovuto portarcelo in
carriola. Tuttavia non smisi e poco a poco lui si
rassegnò all'idea, solo che lo disturbava che nel
metterla in pratica fosse del tutto dipendente
da me, infatti quella volta io soltanto avevo
visto il messo, lui non lo conosceva. Ovvio, un
usciere somiglia a un altro e nemmeno io ero
pienamente certa che lo avrei riconosciuto.
Iniziammo allora ad andare nella locanda dei
signori funzionari ed a cercare tra gli uscieri.
Certamente era stato un usciere di Sortini e
Sortini nel villaggio non veniva più, ma i signori
funzionari cambiano di frequente i loro uscieri,
lo si poteva trovare benissimo nel gruppo di un
altro signor funzionario, e se lui non era
possibile trovarlo si poteva averne notizia dagli
altri uscieri. Con tale scopo del resto si doveva
ogni sera essere nella locanda dei signori
funzionari e volentieri non eravamo visti da
nessuna parte, specie in un posto del genere;
nemmeno potevamo figurare, è certo, come
avventori paganti. Ma si manifestò il fatto che
si poteva aver bisogno di noi; sai bene che
razza di piaga erano quelli al servizio dei
signori funzionari, per Frieda, in fondo si tratta
per lo più di gente tranquilla viziata dal facile
servizio e resa pigra. 'Possa tu star come un
usciere' , recita la benedizione dei funzionari, e
di fatto per quanto riguarda la bella vita gli
uscieri sono i veri padroni, nel castello, lo
sanno riconoscere anche troppo e nel castello,
dove si muovono sotto le regole loro, stanno
tranquilli e dignitosi - spesso mi è stato
confermato - ed anche qui tra gli uscieri si
trovano tracce di ciò, solo tracce però,
altrimenti essi sono come trasformati dal fatto
che le regole del castello non valgono più del
tutto nel villaggio, per loro; son gente
selvaggia, disubbidiente, invece che dalle
regole dominati dai loro impulsi insaziabili. La
loro inverecondia non conosce alcun limite,
fortuna per il villaggio che possano lasciare la
locanda dei signori funzionari solo se
comandati, ma anche nella locanda dei signori
funzionari si deve cercare di andarci
d'accordo; a Frieda riusciva difficile, dunque, e
così le veniva comodo assai rifarsi a me allo
scopo di placare gli uscieri; da più di due anni,
almeno due volte alla settimana, trascorro la
notte nella scuderia con loro. Prima, quando il
babbo ancora poteva venir con me nella
locanda dei signori funzionari, dormiva da
qualche parte nella sala della mescita e stava
in attesa così delle notizie che io avrei portato
presto. Non bastò. Il messo cercato fino ad
oggi non l'abbiamo ancora trovato, deve essere
sempre al servizio di Sortini, che lo stima
moltissimo, e deve averlo seguito quando
Sortini si è ritirato in lontani uffici di
cancelleria. Gli uscieri per lo più non lo hanno
visto per lo stesso tempo che non l'abbiamo
visto noi, e se uno nel frattempo tuttavia ha la
pretesa di averlo visto, si tratta certo d'uno
sbaglio. Così il mio piano in effetti sarebbe
fallito, eppure non lo è del tutto, certamente il
messo non l'abbiamo trovato, ed al babbo
l'andar nella locanda dei signori funzionari e
pernottarci, forse perfino la compassione per
me, se ancora ne è capace, purtroppo han dato
il colpo di grazia, ed è da quasi due anni che
sta così come tu l'hai visto, eppure sta meglio
della mamma, la cui fine ci aspettiamo ogni
giorno, e ciò tarda solo grazie agli sforzi
smisurati di Amalia. Quel che tuttavia ho
ottenuto nella locanda dei signori funzionari è
un certo contatto con il castello; non mi
disprezzare se ti dico che di quel che ho fatto
non mi pento. Ma quale gran contatto con il
castello può essere, forse tu penserai. E hai
ragione; non è un gran contatto. Ora
certamente conosco molti degli inservienti,
quasi tutti quelli dei signori venuti nel villaggio
negli ultimi anni, e se una volta dovessi andare
al castello non sarò un'estranea. Ovvio, si
tratta solo degli uscieri nel villaggio, nel
castello son tutt'altra cosa e forse lì non
riconoscono più nessuno, ed in particolare
assolutamente non qualcuno con cui hanno
avuto rapporti nel villaggio, magari nella
scuderia, cento volte giurando di esser molto
contenti di rivedersi nel castello. Del resto ho
imparato già quanto poco significhino per tutti
simili promesse. Ma la cosa di maggior rilievo
non è affatto questa. Non solo attraverso gli
uscieri io ho un contatto con il castello,
piuttosto forse, si spera, ho un contatto tale
che chi dall'alto osservi me e quel che faccio -
e l'amministrazione del gran numero degli
uscieri è ovviamente una parte estremamente
importante e delicata del lavoro delle autorità
-, che chi mi osservi forse pervenga ad un
giudizio meno severo di quello d'altri su di me,
forse riconosca che io, certamente in modo
miserabile, lotto però anche per la nostra
famiglia e continuo le fatiche del babbo. Se la
si vede in questo modo forse allora mi si
perdonerà del fatto che accetto soldi dagli
uscieri e li spendo per la nostra famiglia. Ed ho
ottenuto anche dell'altro di cui del resto mi
farai una colpa. Io ho saputo dagli stallieri
molte cose su come per via indiretta, senza la
procedura d'assunzione pubblica, complicata e
lunga anni, si possa entrare a servizio nel
castello, certo poi non si ha apertamente
l'impiego, piuttosto si è ammessi segretamente
e a metà, non si hanno né diritti né doveri, che
non si abbia nessun dovere è il peggio, ma se
uno lo si ha, allora si è vicini a tutto il resto: si
possono riconoscere le occasioni favorevoli e
sfruttarle, non si ha l'impiego, ma
accidentalmente si può trovare un qualche
lavoro, se un impiego non è per l'appunto a
portata di mano, ci chiamano, si corre e ciò che
un momento prima ancora non esisteva,
eccolo, lo è divenuto, è un impiego. Del resto,
quando si trova una simile occasione? Spesso
subito, appena si è arrivati, appena ci si è
guardati intorno, ecco già l'occasione, non tutti
l'hanno, la presenza di spirito di coglierla
subito, in quanto principianti, ma per un altra
volta ci vorranno più anni che per la procedura
pubblica, ed una simile ammissione a metà non
può affatto diventare più un'assunzione
pubblica secondo le regole. Le esitazioni a
questo punto son di troppo; cessano però
davanti al fatto che per l'assunzione pubblica
viene fatta una selezione assai scrupolosa e un
membro d'una famiglia comunque malfamata è
scartato a priori, se uno del genere si espone
per esempio a questa procedura trema per
anni in vista dell'esito, da ogni parte gli si
chiede perplessi, dal primo giorno, come possa
osar qualcosa di così privo di prospettive,
eppure lui spera, come potrebbe vivere, sennò;
ma dopo molti anni, forse da vecchio, viene a
sapere che è stato respinto, che tutto è
perduto e la sua vita è stata inutile. Anche qui
ovviamente ci sono eccezioni, da questo
appunto si viene sedotti. Capita che proprio
gente malfamata alla fine sia assunta, vi sono
funzionari che addirittura amano
involontariamente l'odore di tal selvaggina,
nelle analisi in vista dell'assunzione van
fiutando l'aria, fanno smorfie con la bocca,
strabuzzano gli occhi, un uomo malfamato
sembra loro esser per così dire enormemente
appetibile, e sono costretti ad attenersi molto
strettamente alle regole scritte per potergli
resistere. Molte volte ciò non serve del resto,
all'uomo in questione, ad essere assunto, ma
solo all'interminabile estensione della
procedura di assunzione che in genere non
termina, ma soltanto dopo la di lui morte viene
interrotta. Così è dunque tanto l'assunzione
secondo le regole, quanto l'altra, piena di
manifeste e occulte difficoltà e, prima che ci
s'infili in qualcosa del genere è assai
consigliabile considerar bene tutto quanto. Ora,
Barnabas ed io non abbiamo mancato in ciò.
Sempre, quando tornavo dalla locanda dei
signori funzionari, ci sedevamo insieme, io
riferivo le ultime novità che ero venuta a
sapere, ne discutevamo per giorni ed il lavoro
che il Barnabas aveva in mano procedeva più
lentamente di quanto fosse ben fatto. E qui
magari ho una responsabilità nel senso che
intendi tu. Lo sapevo che nei racconti degli
stallieri non c'era molto da fidarsi. Sapevo che
loro non avevano mai voglia di raccontarmi del
castello, deviavano sempre su altro, ogni
parola se la facevano tirar fuori a forza di
preghiere, ma poi ovviamente, quando
avevano iniziato a parlare, lo facevano senza
remore, chiacchieravano come matti, si
vantavano, facevano a gara tra loro in
esagerazioni ed invenzioni tanto che
palesemente, nell'interminabile schiamazzo in
cui l'uno dava all'altro il cambio, lì nell'oscurità
della scuderia nel migliore dei casi potevano
trovarsi poche allusioni alla verità. Io però
riferivo al Barnabas ogni cosa come me l'ero
tenuta a mente, e lui, che ancora quasi era
incapace di far distinzioni tra il vero e il falso e
che, in conseguenza della situazione della
nostra famiglia, quasi moriva dalla sete di
quelle cose, se le beveva tutte e bruciava
d'entusiasmo per averne ancora. E di fatto il
mio piano si appoggiava su di lui. Dagli stallieri
non c'era più nulla da ottenere. Il messo di
Sortini non era trovabile e mai lo sarebbe
stato, Sortini e lui continuava a sembrare che
si fossero ritirati, spesso il loro aspetto e il loro
nome cadeva nel dimenticatoio e mi toccava
spesso descriverli a lungo senza con ciò
ottenere null' altro che ci si rammentasse a
fatica di loro e non si potesse dirne alcunché.
Per quel che riguardava poi il mio star con gli
stallieri non ci potevo naturalmente far nulla su
come veniva giudicato, potevo solo sperare che
venisse accettato per come era stato e che un
minimo della colpa della nostra famiglia venisse
detratto, ma di ciò non ebbi segni esterni. Ci
rimasi però, perché non vedevo per me nessun
altra possibilità di ottener qualche risultato per
noi, nel castello. Fu per Barnabas che vidi una
possibilità del genere. Dai racconti degli stallieri
potevo venir a sapere, quando ne avevo voglia,
e tale voglia l'avevo in quantità, che chi è
assunto al servizio del castello può ottener
moltissimo per la sua famiglia. In tali racconti,
com'è ovvio, cos'era credibile?Impossibile
stabilirlo, chiaro era che fosse pochissimo. Se
infatti per esempio uno stalliere che mai più
avrei visto o che, se anche l'avrei potuto
vedere, a stento avrei riconosciuto,
gravemente assicurava di procacciare a mio
fratello una sistemazione nel castello o almeno,
qualora Barnabas in qualche altro modo
dovesse andare al castello, di aiutarlo,
qualcosa dunque tipo rifocillarlo - infatti
secondo i racconti dello stalliere succede che
quelli in attesa di posti durante il tempo
lunghissimo che attendono svengano o
ammattiscano e che poi siano perduti, se gli
amici non si preoccupano di loro -, se cose del
genere o molte altre mi venivano raccontate si
trattava probabilmente di ammonizioni giuste,
ma le promesse ad esse relative eran
completamente a vuoto. Non per Barnabas;
certamente lo avvisavo di non crederci, ma già
che io gliene facessi il resoconto bastava a
conquistarlo ai miei piani. Quel che specificavo
io valeva poco per lui, su di lui facevan presa
soprattutto i racconti dello stalliere. E così fui
costretta a ricorrere proprio completamente a
me sola, con i genitori nessuno salvo Amalia
poteva in genere comunicare, quanto più
seguivo a modo mio i vecchi piani di mio padre
tanto più Amalia si ritirava da me, dinnanzi a te
o ad altri parlava con me, lei, da sola mai più,
per gli stallieri nella locanda dei signori
funzionari ero un giocattolo che si sforzavano
rabbiosamente di rompere, durante due anni
non ho pronunciato con uno di loro nemmeno
una parola confidenziale, solo perfidie o
menzogne o insensatezze, mi restò solo
Barnabas, ed era ancora molto giovane. Se
durante i miei resoconti gli vedevo negli occhi il
lampo che da allora ha mantenuto, mi
spaventavo eppure non smettevo, mi pareva di
far la parte dell'adulta. Ovviamente non avevo i
grandi anche se vani piani di mio padre, non
avevo la decisione maschile, restavo
all'affronto fatto al messo da rimediare ed
anche volevo che tale umiltà mi si accreditasse
come merito. Ma quel che da sola non mi
riusciva, ora lo volevo ottenere altrimenti e con
sicurezza tramite Barnabas. Avevamo offeso un
messo e gli avevamo fatto lasciare il suo
vecchio ufficio di cancelleria; che cosa c'era di
più a portata di mano del proporre un messo
nuovo nella persona di Barnabas, del far fare a
Barnabas il lavoro dell'offeso ed all'offeso
render facile così di restare lontano in pace
quanto voleva, quanto a lungo serviva per
dimenticare l'offesa? Vedevo certamente bene
che in tutta l'umiltà di questo piano c'era anche
presunzione, che esso poteva destare
l'impressione che noi intendessimo indicare alle
autorità come ordinare le domande di
assunzione, o che noi dubitassimo che le
autorità fossero capaci di far ordine da sé al
meglio, e che addirittura l'ordine l'avessero
fatto da lungo tempo, prima che noi
arrivassimo a pensare che qualcosa potesse
esser fatto. Però credevo impossibile che le
autorità mi equivocassero tanto, o che esse,
qualora lo facessero, ne avessero l'intenzione,
cioè che tutto quel che facevo fosse respinto a
priori senza esaminarlo da vicino. Quindi non
mi arresi, e l'ambizione del Barnabas fece la
sua parte. In questo periodo di preparazione
Barnabas divenne tanto superbo da trovare il
lavoro di calzolaio troppo misero per lui, il
futuro impiegato di cancelleria; anzi,
addirittura osò, quando Amalia gli disse
qualcosa, fatto abbastanza raro, contraddirla, e
certo in modo radicale. Io fui lieta di questa
sua breve gioia, infatti con il primo giorno che
lui andò nel castello gioia e superbia finirono,
com'era facile da prevedere. Cominciò dunque
quel servizio apparente di cui già ti ho riferito.
Una sorpresa fu come Barnabas senza difficoltà
entrò nel castello o meglio in quell'ufficio di
cancelleria che è diventato il suo posto di
lavoro, per dir così. Tale successo mi rese
quasi folle, quando la sera Barnabas, tornato a
casa, me lo sussurrò, corsi da Amalia, la presi,
la sospinsi da una parte, la baciai non solo con
le labbra, ma anche con i denti, al punto che
dal dolore e dallo spavento pianse. Non riuscivo
a dir nulla dall'eccitazione, inoltre da tanto non
parlavamo insieme, certo, rimandai al giorno
dopo. Ovviamente però il giorno dopo non c'era
più nulla da dire. E a ciò che tanto alla svelta
s'era raggiunto ci si rimase. Per due anni
Barnabas fece questa vita monotona ed
opprimente. Gli stallieri mancarono
completamente, detti una breve lettera a
Barnabas nella quale lo raccomandavo
all'attenzione degli stallieri cui ricordavo nello
stesso tempo le loro promesse, e Barnabas
ogni volta che vedeva uno stalliere tirava fuori
la lettera e gliela proponeva, a volte incappava
in stallieri che non mi conoscevano e quelli che
mi conoscevano s'irritavano per il suo modo di
segnalare la lettera senza dir nulla - dato che
non osava parlare, lassù - comunque era
scandaloso che nessuno gli desse una mano, e
fu un sollievo che avremmo potuto procurarci
da soli e senza dubbio da tempo la volta che
uno stalliere, cui forse la lettera era stata
imposta diverse volte, l'appallottolò e la buttò
in un cestino. Avrebbe quasi potuto dire, mi
venne in mente questo: 'Ecco cosa ci si fa con
la tua lettera.' Per quanto tutto questo tempo
fosse senza risultati, a Barnabas risultò
favorevole, se si vuol dire così, maturò in
fretta, in fretta si fece uomo, anzi, sotto vari
aspetti serio e avveduto fuori del normale. Mi
rese spesso molto triste vederlo e confrontarlo
con il ragazzo che ancora due anni prima era. E
non ci avevo nemmeno il conforto ed il
sostegno che come uomo lui forse avrebbe
potuto darmi. A stento senza di me sarebbe
arrivato nel castello, ma da quando è lì da me
lui è indipendente. Si confida solo con me,
tuttavia di certo mi racconta solo una piccola
parte di quel che ha in cuore. Mi racconta
molto del castello, ma dai suoi racconti, dai
piccoli fatti che lui comunica non si comprende
granché come ciò abbia potuto cambiarlo
tanto. Non si può in particolare comprendere
perché lassù abbia come uomo così
completamente perduto l'umore che da
ragazzo, fino a tutta la nostra disperazione,
aveva. Ovviamente è questo inutile star lì ad
attendere giorno dopo giorno e sempre così di
nuovo senza ogni prospettiva di mutamento,
che fiacca e rende scettici ed infine incapaci
d'altro che non sia tal disperato star lì. Ma
perché lui non si è opposto affatto, prima? In
particolare poiché tosto riconobbe che avevo
avuto ragione, lì non si raccoglieva nulla che
accontentasse l'ambizione, ben tuttavia
accontentando però l'esigenza di miglioramento
della situazione della nostra famiglia. Là infatti
tutto procede - tranne l'umore dell' usciere -
con gran modestia, l'ambizione cerca
soddisfazione nel lavoro e, quando i fatti
prevalgono, l' usciere perde completamente se
stesso, per desideri infantili là non c'è posto.
Ebbe ben a credere Barnabas, come mi
raccontò, di veder chiaramente quanto grande
fosse il potere ed il sapere stesso di questi
funzionari, eppur di fama ben dubbia, nella cui
stanza lui aveva il permesso di essere. Come
dettavano, veloci, ad occhi semichiusi, con
rapidi movimenti delle mani, com'essi senza
alcuna parola, solo con l'indice liquidavano il
borbottio degli uscieri che, pur col fiatone,
sorridevano felici, o come trovavano un certo
luogo nei loro registri azzeccando in pieno dove
fosse, e come gli altri, per quanto era possibile
nello stretto spazio, s'affrettavan lì ed
allungavano il collo. Queste ed altre cose simili
produssero in Barnabas grande idealizzazione
di tali uomini, ed egli ebbe l'impressione che se
fosse arrivato ad esser notato da loro ed a
poterci scambiare alcune parole - non da
estraneo, da collega di cancelleria, certo in
subordine - avrebbe potuto esser raggiunto per
la nostra famiglia l'imprevedibile. La cosa però
non si è sviluppata così e Barnabas non osa
fare quel che potrebbe avvicinarlo a tale
sviluppo, per quanto sappia già bene che
nonostante la sua giovinezza lui è salito
all'interno della nostra famiglia, a causa delle
sfortunate situazioni, alla posizione gravida di
responsabilità di padre di famiglia. E ora, per
considerare anche ciò che è recente. da una
settimana sei venuto tu. Sentii qualcuno farne
menzione, nella locanda dei signori funzionari,
ma non me ne occupai; un agrimensore era
arrivato; nemmeno sapevo cos'è. Ma la sera
dopo viene a casa Barnabas - ho l'abitudine
comunque ad una cert'ora di andargli incontro
- prima del solito, vede nel soggiorno Amalia,
perciò mi tira in strada e premendo il viso sulla
mia spalla piange per alcuni minuti. E' di nuovo
il ragazzino di prima. Gli è accaduto qualcosa
cui non era all'altezza. E' come se si fosse
aperto improvvisamente un mondo tutto nuovo
e lui non potesse sopportare la felicità e le
preoccupazioni di tutta questa novità. E non gli
è accaduto in fondo null'altro che aver ricevuto
una lettera da consegnare a te. E' però
ovviamente la prima, il primo lavoro che in
assoluto mai abbia ricevuto."
Olga s'interruppe. C'era silenzio, a parte il
pesante respiro a tratti rantolante dei genitori.
K alla leggera si limitò a dire, come ad
integrazione del racconto di Olga: "Voi avete
finto, nei miei confronti. Barnabas mi consegnò
la lettera come un messo più anziano e molto
più affaccendato, e tu, tanto quanto Amalia,
stavolta dunque con voi concorde, faceste
come se il servizio di messo e la lettera fossero
solo un qualcosa di passaggio." - "Devi
distinguere tra noi", disse Olga. "Barnabas a
causa delle due lettere è ridiventato un
ragazzino felice nonostante tutti i dubbi che lui
ha in merito alla sua funzione. Tali dubbi ce
l'ha solo per sé, per me; rispetto a te lui cerca
prestigio nel fatto di apparire come un vero
messo, così come i veri messi, secondo quanto
lui pensa, appaiono. Così, per esempio, dovetti,
anche se ora la sua speranza s'allarga ad una
divisa ufficiale, trasformargli tanto i calzoni,
nello spazio di due ore, che almeno
assomigliassero a quelli aderenti dell'abito
d'ufficio e lui potesse in tal modo tenerti testa,
a te che da questo punto di vista naturalmente
eri ancora facile da ingannare. Barnabas è
questo. Amalia però disprezza davvero il
servizio di messo ed ora, dopo che lui pare
aver un po' di successo, siccome può
facilmente scoprire lui e me e il nostro star
seduti insieme a bisbigliare, ora lo disprezza
anche più di prima. Dice la verità, lei, non ti
ingannare mai, non dubitarne. Se però io, K,
qualche volta il servizio di messo l'ho svalutato,
non è successo con l'intenzione di ingannarti,
ma per paura. Queste due lettere che finora
son passate dalle mani di Barnabas sono da tre
anni il primo, del resto ancora abbastanza
incerto, segno di grazia che la nostra famiglia
abbia ricevuto. Questa mia virata, se lo è, non
è affatto un inganno - gl'inganni son più
frequenti dei cambi d'opinione - , sta in
rapporto con la tua venuta qui, la nostra sorte
è entrata in certo stato di dipendenza da te,
forse queste due lettere sono solo un inizio, e
l'attività del Barnabas si amplierà al di fuori del
servizio di messo che ti riguarda - lo speriamo,
per quanto è possibile -; per il momento però
tutto tende a te. Lassù dunque dobbiamo
accontentarci di ciò che ci vien concesso,
quaggiù però potremmo fare forse qualcosa noi
stessi, cioè: assicurarci il tuo favore o almeno
proteggerci dalla tua avversione o, che è la
cosa più importante, difenderti con le nostre
forze ed esperienze affinché tu non perda il
contatto con il castello - di cui forse potremmo
vivere -. Come avviare tutto ciò, dunque, al
meglio? In modo che tu non abbia alcun
sospetto rispetto a noi se ci avviciniamo a te,
infatti qui tu sei un forestiero certo pieno di
sospetti in ogni direzione. Inoltre noi certo
siamo disprezzati e tu sei influenzato
dall'opinione generale, specialmente attraverso
la tua fidanzata; come possiamo accostarci a te
senza per esempio metterci contro la tua
fidanzata, anche se non ne abbiamo nessuna
intenzione, con ciò oltraggiandoti? Ed i
messaggi, che io prima che tu li ricevessi ho
letto ben bene - Barnabas non li ha letti, come
messo non se l'è consentito -, non sembrarono
a prima vista molto importanti, datati,
perdevano da sé importanza in quanto ti
rimandavano al capo villaggio. Come
dovevamo, in questa prospettiva, condurci nei
tuoi confronti? Sottolineando la loro
importanza, ci rendevamo sospetti del fatto
che, sopravvalutandone così l'irrilevanza
manifesta e magnificandoteli in quanto latori di
queste notizie, noi perseguissimo il nostro
scopo, non il tuo, anzi, noi potevamo con ciò
sminuire ai tuoi occhi le notizie stesse e così
ingannarti, molto malvolentieri. Non
attribuimmo tuttavia alla lettera molto valore,
ci rendemmo sospetti lo stesso, infatti perché
ci davamo da fare con la consegna di tale
irrilevante lettera, perché ci opponevamo l'uno
all'altro per le nostre condotte e le nostre
parole, perché così ingannavamo non solo te, il
destinatario, ma anche il destinatore, che certo
non ci aveva consegnato la lettera perché noi
con le nostre spiegazioni la svalutassimo
presso il destinatario. E tenere il mezzo tra le
esagerazioni, dunque giudicando in modo
giusto le lettere, è certo impossibile, esse
mutano di continuo il suo valore, le riflessioni
cui esse danno il via sono infinite e dove
esattamente ci si ferma è determinato solo dal
caso, dunque anche l'opinione è casuale. E
quando dunque ancor ritorna l'angoscia in
merito a te, tutto si confonde, non puoi
giudicare le mie parole con troppa severità.
Quando per esempio, com'è successo una
volta, Barnabas viene con la notizia che tu sei
insoddisfatto del suo servizio di messo e lui
nella iniziale paura e purtroppo senza neanche
sensibilità professionale si è proposto di ritirarsi
da tal servizio, allora sono certo capace, per
rimediare all'errore, di ingannare, di mentire,
d'imbrogliare, di fare ogni male, basta che
serva. Ma allora lo faccio, almeno credo, per il
tuo ed il nostro bene."
Bussarono. Olga andò alla porta ed aprì. Nel
buio cadde una striscia di luce da una lanterna
cieca.
Il tardivo visitatore pose sussurrando domande
ricevendo sussurrata risposta, ma non se ne
accontentò e volle entrare a forza nel
soggiorno. Olga non riusciva più a tenerlo
indietro e perciò chiamò Amalia da cui
chiaramente sperava che, per difendere il
sonno dei genitori, si prodigasse tutta per
allontanare il visitatore. In realtà Amalia si
affrettò sul posto, spinse di lato Olga, uscì in
strada e si chiuse la porta dietro. Solo un
momento, subito rientrò, tanto velocemente
aveva ottenuto ciò che ad Olga era stato
impossibile.
K seppe poi da Olga che la visita era stata per
lui; era uno degli aiutanti che lo cercava su
incarico di Frieda. Olga aveva voluto difenderlo
dall'aiutante, se K era intenzionato ad
ammettere più tardi con Frieda la sua visita lì,
lo poteva fare, ma la visita non doveva venir
scoperta dagli aiutanti. K approvò. Però la
proposta di Olga di passar lì la notte, e di
aspettare Barnabas, la rifiutò; in sé e per sé
forse l'avrebbe accettata, infatti era già notte
tardi e gli pareva di essere a quel punto, che lo
volesse o no, talmente legato a quella famiglia
che un giaciglio lì, per altri motivi forse
spiacevole, fosse però in tutto il villaggio per lui
il più naturale in considerazione di tale
relazione, ciò nonostante rifiutò, la visita
dell'aiutante l'aveva allarmato, gli era
incomprensibile come Frieda, che pure
conosceva la sua volontà, e gli aiutanti, che
avevano imparato a temerlo, si fossero
incontrati ancora in tal modo che Frieda non
evitasse di mandargli un aiutante, solo uno
d'altra parte, mentre l'altro certo era rimasto
con lei. Chiese ad Olga se ci aveva una frusta,
non l'aveva, ma una buona verga di vimine ce
l'aveva, lui la prese e poi domandò se c'era un
seconda uscita dalla casa, ce n'era una dal
cortile, solo che si doveva anche arrampicarsi
sulla staccionata del giardino accanto ed
attraversarlo, prima di arrivare alla strada. K
volle farlo. Mentre Olga lo guidava per il cortile
fino alla staccionata, lui cercò di calmarla, che
non si preoccupasse, spiegò di non essere
affatto arrabbiato con lei a causa del piccolo
stratagemma di cui aveva raccontato, ma che
la capiva molto bene, ringraziò della fiducia che
lei aveva in lui, dimostrata con il suo racconto,
e l'incaricò di mandargli subito Barnabas alla
scuola dopo che era tornato, anche se fosse
stata ancor notte. Certo i messaggi di Barnabas
non erano la sua sola speranza che non gli
andasse storta, ma in nessun modo voleva
rinunciarci, voleva attenervisi, ed insieme non
voleva dimenticare Olga, lei era per lui anche
più importante, quasi, dei messaggi, lei, il suo
coraggio, la sua avvedutezza, il suo giudizio, la
sua dedizione alla famiglia. Se avesse dovuto
scegliere tra lei ed Amalia, ciò non gli sarebbe
costato troppa riflessione. Le strinse la mano di
cuore mentre già stava facendo oscillare la
staccionata del giardino accanto.
Sedicesimo capitolo

Quando poi fu in strada vide, per quanto la


notte nera lo permettesse, l'aiutante seguitare
ad andar su e giù davanti a casa di Barnabas, a
tratti si fermava e cercava di far luce nel
soggiorno attraverso la tenda dietro la finestra.
K lo chiamò; quello senza apparire spaventato
smise di spiare e andò da K. "Chi cerchi?",
chiese K mettendo alla prova sulla coscia
l'elasticità della verga di vimine. "Te", disse
l'aiutante mentre si avvicinava. "Ma chi sei?",
disse K d'improvviso, infatti non pareva che si
trattasse dell'aiutante. Sembrava più anziano,
più stanco, più rugoso, ma di viso più pieno, ed
anche la sua andatura era del tutto diversa
rispetto a quella spedita degli aiutanti,
un'andatura come elettrizzata nelle giunture,
era lento, un po' arrancante, distintamente
malaticcio. "Non mi riconosci?", chiese quello.
"Jeremias, il tuo vecchio aiutante." - "Ecco",
disse K facendo spuntare la verga di vimine
che aveva nascosto dietro la schiena. "Sembri
proprio un altro." - "E' perché sono solo", disse
Jeremias. "E con la solitudine anche la felice
giovinezza è finita." - "E Artur dov'è?", chiese
K. "Artur?", chiese Jeremias. "Il tesorino? Ha
lasciato il servizio. Tu però fosti anche un po'
grossolano e duro con noi. Quella tenera anima
non l'ha sopportato. E' tornato nel castello e si
lagna di te." - "E te?", chiese K. "Non potevo
restare", disse Jeremias, "Artur si lagna anche
per me." - "Ma di cosa vi lagnate?", chiese K.
"Ci si lagna", disse Jeremias, "perché non
tolleri affatto gli scherzi. Cosa abbiamo fatto,
poi? Fatto un po' il chiasso, riso un po',
punzecchiato un po' la tua fidanzata. Tutto
comunque comandati. Quando Galater ci
mandò da te - " - "Galater?, chiese K. "Sì, lui",
disse Jeremias. "Allora sostituiva proprio
Klamm. Quando ci mandò da te disse - me lo
ricordo bene, anzi, noi ci facciamo riferimento -
:'Voi andate là come aiutanti dell'agrimensore.'
Noi si disse: 'Ma non ci capiamo niente di
questo lavoro.' E lui: 'non è questa la cosa più
importante; se sarà necessario ve l'insegnerà
lui. La cosa più importante tuttavia è che lo
dilettiate un po'. Mi s'informa del fatto che lui
prende tutto molto sul serio. E' arrivato ora nel
villaggio, e subito ciò per lui è stato un
grand'evento, mentre in realtà non lo è per
nulla. Questo dovete insegnarlo voi a
lui.'"-"Dunque", disse K, "Galater ha avuto
ragione, ed avete eseguito l'incarico?" -
"Questo non lo so", disse Jeremias."Nel poco
tempo non era nemmeno possibile. So solo che
tu fosti molto grossolano, e noi ce ne
lamentiamo. Non capisco com'è che tu, che
pure sei soltanto un impiegato, e nemmeno un
impiegato del castello, non riesci a considerare
che un servizio simile è un duro lavoro e che è
molto ingiusto complicare il lavoro a chi lavora,
con malignità quasi infantile, come hai fatto tu.
La mancanza di riguardo con cui ci hai fatto
congelare all'inferriata o come con un pugno
hai quasi, sul materasso, ammazzato Artur,
una persona che patisce per giorni una parola
cattiva, o come mi hai inseguito qua e là nel
pomeriggio sulla neve, al punto che ho avuto
bisogno d'un'ora per riavermi dallo
sconvolgimento. Non son mica più giovane!" -
"Caro Jeremias", disse K, "hai proprio ragione,
solo che dovresti riferirne a Galater. Vi ha
mandato di sua volontà lui, non vi ho richiesto
io a lui. E siccome voi non vi ho voluto, potevo
anche rimandarvi indietro, lo avrei fatto con
gioia, come mia scelta, ma voi evidentemente
volevate quello e non altro. Perché del resto
non hai parlato chiaro subito come fai ora?"-
"Perché ero in servizio", disse Jeremias,
"questo è evidente." - "E ora non lo sei più?",
chiese K. "Ora non più", disse Jeremias, "Artur
ha rinunciato al servizio nel castello, o almeno
è in corso la procedura che ci deve liberare di
lui definitivamente." - "Ma mi cerchi ancora
come se fossi in servizio", disse K. "No", disse
Jeremias, "ti cerco solo per tranquillizzare
Frieda. Voglio dire, quando l'hai lasciata per via
delle ragazze del Barnabas è stata molto
infelice non tanto per la perdita quanto per il
tuo tradimento; del resto già se l'era sentito
sdrucciolare da tempo, molto soffrendoci. Son
ritornato ancora alla finestra della scuola per
vedere se eri diventato più ragionevole. Ma non
c'eri, c'era solo Frieda seduta in un banco che
piangeva. Allora ci sono andato e ci siamo
intesi. E' tutto bell'e fatto. Io sono cameriere
nella locanda dei signori funzionari almeno fin
quando la mia pratica nel castello non è finita,
e Frieda è tornata nella mescita. Meglio per lei.
Non c'era ragione che diventasse tua moglie.
Non hai neppure saputo apprezzare il sacrificio
che lei ha voluto farti. Orbene, però la bontà
continua ad avere scrupoli, magari ti è stato
fatto un torto, forse eri ancora dalla gente di
Barnabas. Per quanto naturalmente non
potesse esserci proprio nessun dubbio su dove
tu fossi, sono venuto e stabilirlo una volte per
tutte; infatti dopo tutte le emozioni Frieda se lo
merita finalmente una buona volta di dormire
in pace, e certo me lo merito anch'io. Dunque
sono venuto e non solo ho trovato te, ma
insieme ho potuto anche vedere che le ragazze
pendono dalle tue labbra. Specie la mora, una
vera gatta selvatica, sta dalla tua. Bene,
ognuno ha i suoi gusti. In ogni caso però non
serviva che tu facessi il giro dal giardino,
conosco la strada."
Era dunque successo quel che era prevedibile,
ma che era stato impossibile impedire. Frieda
lo aveva abbandonato. Non poteva esser nulla
di definitivo, quindi non era tanto un guaio;
Frieda era stata ricatturata, era facilmente
influenzabile dai forestieri, e del tutto da quegli
aiutanti i quali ritenevano il posto di Frieda
simile al loro e dunque, poiché loro l'avevano
disdetto, avevano spinto anche lei a farlo, ma
bastava che K le passasse davanti, le
ricordasse tutto quel che lei aveva detto in suo
favore ed era, lei, di nuovo pentitatamente la
sua, se lui, diciamo, fosse stato capace di
giustificare la visita dalle ragazze come una
conseguenza dovuta a lei. Tuttavia nonostante
tali considerazioni con le quali cercava di
tranquillizzarsi a causa di Frieda, non si
tranquillizzò. Era passato poco da quando s'era
vantato di Frieda davanti ad Olga definendola il
suo proprio sostegno; ed ora tal sostegno non
era il più solido, non era necessario che
intervenisse un potente per portar via Frieda a
K, bastava anche quel poco appetibile aiutante,
quel corpo che tendeva a dar l'impressione di
non essere ben vivente.
Jeremias aveva già cominciato ad allontanarsi:
K lo richiamò indietro. "Jeremias", disse,
"voglio esser del tutto aperto con te, rispondimi
onestamente a una domanda. Non siamo certo
più nel rapporto tra padrone e servo, cosa di
cui non sei contento solo tu, ma anch'io, non
abbiamo dunque nessun motivo di ingannarci
l'un l'altro. Qui davanti ai tuoi occhi spezzo la
verga che ti era destinata, infatti non avevo
scelto la via del giardino per paura di te, ma
per sorprenderti e stampartela un po' addosso.
Ora non me la prendo più, è tutto finito; tu non
fossi stato un servo assegnatomi
burocraticamente, ma un semplice conoscente,
certo ci saremmo sopportati magnificamente,
anche se talvolta il tuo aspetto mi disturba un
po'. E potremmo anzi supplire ora a quel che
abbiamo mancato di fare da questo punto di
vista." - "Tu credi?", disse l'aiutante
premendosi gli occhi stanchi e sbadigliando.
"Potrei spiegarti la faccenda in modo più
dettagliato, ma non ho tempo affatto, devo
andare da Frieda, la bimba mi aspetta, ancora
non ha ripreso servizio, il locandiere su mio
consiglio le ha dato - lei voleva, probabilmente
per dimenticare, tuffarsi subito nel lavoro - un
po' di riposo che vogliamo almeno trascorrere
insieme. Quanto alla tua proposta, non ho
certo nessun motivo di mentirti, ma altrettanto
poco di confidarti qualcosa. Voglio dire, nel
caso mio è diverso che nel tuo. Fin quando ero
in rapporto servile con te, com'è naturale eri
una persona molto importante, non per via
delle tue qualità, ma per il compito servile, e
per te avrei fatto tutto ciò che volevi, ora però
mi sei indifferente. Neppure che tu abbia rotto
la verga m'impressiona, mi ricorda soltanto che
razza di padrone sgarbato avevo, non serve a
renderti simpatico." - "Tu mi parli", disse K,
"come se fosse del tutto certo che tu non avrei
mai più qualcosa da temere da parte mia. Ma
non è proprio così. E' probabile che tu non sia
libero rispetto a me, qui non si cessa tanto alla
svelta."-"Anche più alla svelta di così, a volte",
obbiettò Jeremias."A volte", disse K, "nulla
indica che stavolta sia successo, almeno né tu
né io abbiamo in mano una cessazione scritta.
La procedura è solo all'inizio, dunque, ed io non
sono nemmeno intervenuto con i miei contatti,
ma lo farò. Metti che non ti riescano favorevoli
e vedrai che non ti sei accreditato il tuo
padrone, e che forse è stato eccessivo spezzare
la verga di vimine. Frieda; certamente l'hai
portata via e ti s'è rizzata la cresta in modo
fenomenale; ma con tutto il rispetto - io per te
ce ne ho, nonostante che tu per me non ne
abbia - poche parole rivolte da me a Frieda
bastano, lo so, a fare a pezzi le frottole con cui
l'hai catturata. E solo delle frottole potevano
farle voltar le spalle a me." - "Queste minacce
non mi spaventano", disse Jeremias. "Tu come
aiutante non mi vuoi affatto, hai paura di me
come aiutante, gli aiutanti li temevi in genere,
sol per paura hai picchiato il buon Artur." -
"Forse", disse K. " Ha fatto per questo meno
male? Forse potrò nello stesso modo segnalarti
la mia paura diverse volte. Vedo che far
l'aiutante ti fa poco contento, d'altronde, al di
là della paura, a me mi diverte al massimo
costringerti a farlo. E certo stavolta mi
prenderò a cuore di aver te solo come aiutante,
senza Artur; potrò dedicarmi a te di più,
allora." - "Credi", disse Jeremias, "che abbia la
minima paura di tutto ciò?" - "Certo", disse K,
"un po' di paura certo che ce l'hai e, se sei
saggio, parecchia. Perché in caso contrario non
saresti già andato da Frieda? Dimmi, ma ti è
cara?" - "Cara?, disse Jeremias. "E' una buona
ragazza, saggia, ex amante di Klamm, dunque
in ogni caso degna di rispetto. E se continua a
pregarmi di liberarla da te perché non dovrei
farle il piacere, specie perché con ciò non ti
causo alcun dolore, a te che ti sei consolato
con la gente maledetta di Barnabas." - "Ora
vedo la tua ansia", disse K, "miserabile ansia,
tu cerchi di intrappolarmi con le bugie. Frieda
ha chiesto una cosa sola, d'esser liberata dagli
aiutanti, diventati intrattabili, libidinosi come
cani; purtroppo non ho avuto proprio il tempo
di accontentarla in pieno, ed ecco ora le
conseguenze della mia mancanza."
"Signor agrimensore, signor agrimensore!"
Gridò qualcuno per la strada. Era Barnabas.
Arrivò senza fiato ma senza dimenticare
d'inchinarsi a K. "Mi è riuscito", disse. "Riuscito
cosa?", chiese K. "Hai presentato a Klamm la
mia preghiera?" - "No, questo no", disse
Barnabas. "Mi son dato molto da fare, ma è
stato impossibile, mi sono spinto avanti, ho
tenuto duro tutto il giorno senza essere
chiamato, così vicino al tavolo che in un caso
uno scrivano cui levavo la luce è arrivato a
spingermi via, mi sono segnalato, cosa
proibita, alzando la mano, nel caso che Klamm
sollevasse gli occhi, son rimasto nell'ufficio di
cancelleria al massimo del tempo, già ero
restato solo con gli uscieri quando ho avuto la
gioia di vedere Klamm tornare indietro, solo
che non era per me, voleva solo in fretta
consultare qualcosa in un registro e se n'è
andato via subito, infine l'usciere, dato che non
mi muovevo ancora, mi ha cacciato dalla porta
con la scopa. Dichiaro tutto ciò perché tu non
sia di nuovo scontento delle mie prestazioni." -
"Cosa me ne faccio di tutta la tua
applicazione", disse K, "se resta senza nessun
successo." - "Ma io ne ho avuto", disse
Barnabas. "Quando sono uscito dalla mia
cancelleria - la chiamo così - vedo un signor
funzionario che viene avanti lentamente dai
corridoi più interni, a parte lui nessuno; era già
parecchio tardi. Ho deciso di aspettarlo; era
una buona occasione di restare ancora lì, ci
sarei restato più volentieri di tutto in assoluto,
per non doverti portare la cattiva notizia. Ma
n'è valsa la pena anche per altro, di aspettare il
signor funzionario, era Erlanger. Non lo
conosci? E' uno dei primi cancellieri di Klamm.
Un fragile piccolo signor funzionario, zoppica
un poco. Subito mi riconosce, è rinomato per la
sua memoria e la sua conoscenza delle
persone, gli basta corrugare le sopracciglia per
riconoscere ciascuno, spesso anche gente che
mai ha visto, di cui ha sentito parlare e basta o
ha letto, me per dire a stento poteva avermi
visto. Ma per quanto riconosca subito ogni
persona, per prima cosa chiede, come se fosse
incerto. 'Non sei mica Barnabas?' mi dice. E
dopo: 'conosci l'agrimensore, no?' Poi dice:
'che bella combinazione; vado ora nella
locanda dei signori funzionari. L'agrimensore
deve venire da me lì. Sono nella stanza numero
quindici. Dovrebbe venire ora subito, però. Ci
ho solo pochi colloqui da fare lì e poi vengo via
presto, alle cinque. Diglielo, che m'interessa
parlare con lui."
Di colpo Jeremias si mise a correre. Barnabas,
che appena ci aveva fatto caso, nella sua
eccitazione, chiese: "Ma Jeremias cosa vuole?"
- "Precedermi da Erlanger", disse K correndo
già dietro a Jeremias; lo acchiappò, gli si
attaccò a un braccio e disse: "E' la voglia di
Frieda che t'ha preso di botto? Non mi manca
nemmeno a me e così andremo dello stesso
passo."

Diciassettesimo capitolo

Davanti alla scura locanda dei signori


funzionari c'era un gruppetto di uomini, due o
tre avevano lanterne portatili, dimodoché
diversi volti erano riconoscibili. K trovò solo un
conoscente, Gerstaecker, il carrettiere. Che lo
salutò con la domanda: "sei ancora nel
villaggio?" - "Sì", disse K, "son venuto per
starci." - "Non me ne importa mica", disse
Gerstaecker, sputò con forza e si volse verso
un altro. Risultò che tutti aspettavano Erlanger.
Che era già arrivato, ma era a colloquio ancora
con Momus, prima di ricevere i contendenti. Si
discuteva tutti sul fatto che non si poteva
aspettare all'interno dell'edificio, ma si doveva
star lì fuori nella neve. In effetti non faceva
molto freddo, ciò nonostante lasciare i
contendenti forse per ore, di notte, davanti
all'edificio era irriguardoso. Ovviamente non
dipendeva da Erlanger che anzi era
compiacente, a stento ne sapeva, della cosa, e
certo si sarebbe molto arrabbiato se lo si fosse
informato. Dipendeva dalla locandiera che, con
la sua morbosa aspirazione all'eleganza, non
voleva permettere che molte parti interessate
entrassero tutte insieme nella locanda dei
signori funzionari. "Se non se ne può fare a
meno e quelli devon venire", diceva di solito,
"che sia, santo cielo, sempre uno alla volta." E
aveva ottenuto che i contendenti, che avevano
aspettato prima semplicemente in un corridoio,
poi per le scale, poi nell'atrio e per ultimo nella
mescita, da ultimo fossero sbattuti nella via. E
non le bastava ancora. Non sopportava di
"venir assediata" di continuo in casa sua, come
s'era espressa. Non riusciva a capire
soprattutto a cosa servisse il va e vieni dei
contendenti. "A far sudicio a partir dalle scale",
le aveva detto in risposta una volta un
funzionario, probabilmente stizzito; a lei però
era parsa parecchio lampante, l'osservazione, e
la citava volentieri. Ragion per cui mirava, ciò
incontrando i desideri dei contendenti, a che di
fronte alla locanda dei signori funzionari
s'erigesse una costruzione entro la quale i
contendenti potessero aspettare. Il meglio per
lei sarebbe stato che anche le discussioni ed
audizioni dei contendenti avessero luogo
all'esterno della locanda dei signori funzionari,
ma i funzionari erano contrari, e se essi si
opponevano sul serio lei non ce la faceva,
naturalmente, per quanto nelle questioni
secondarie, forte del suo fervore instancabile e
però dotato di delicatezza femminile, lei
esercitasse in piccolo una sorta di tirannia. Le
discussioni e audizioni avrebbe dovuto
prevedibilmente tollerarle anche in seguito,
nella locanda dei signori funzionari, la
locandiera, infatti i signori funzionari del
castello si rifiutavano di lasciare la locanda per
le pratiche d'ufficio riguardanti il villaggio.
Sempre di fretta, solo, e molto, di contraggenio
ci stavano, nel villaggio, non avevano
la minima voglia di estendere oltre
l'assolutamente necessario il loro soggiorno lì,
per cui non si poteva pretender da loro, solo
per riguardo alla pace domestica nella locanda,
che ogni tanto si muovessero con tutte le loro
carte diretti in un qualche altro edificio,
perdendo tempo. Ottimale era per i funzionari
svolgere le pratiche d'ufficio nella mescita o
nelle loro stanze, possibilmente durante il
pasto o dal letto prima di prender sonno, o di
mattina, se eran troppo stanchi per alzarsi e
volevano starsene distesi nel letto ancora un
po'. Mentre la questione del metter su un luogo
d'attesa esterno sembrava avvicinarsi ad una
positiva soluzione, senza dubbio era una
punizione severa per la locandiera - un po' se
ne rideva - che proprio la faccenda del luogo
d'attesa da costruire all'esterno necessitasse di
numerose discussioni e che i luoghi di transito
all'interno della locanda facessero fatica a
svuotarsi.
Di tutto ciò si discuteva a mezza voce tra
coloro che stavano ad aspettare, a K parve
degno di nota che sì, l'insoddisfazione fosse
abbastanza grande, ma che nessuno avesse da
protestare qualcosa sul fatto che Englader
convocasse i contendenti nel cuore della notte.
Pose domande in merito a ciò cavandone
l'informazione che sarebbe stato addirittura
doveroso esserne molto grati ad Erlanger.
Erano assolutamente la sua buona volontà e l'
alta concezione del suo ufficio che lo
spingevano soprattutto a venire nel villaggio;
avrebbe potuto anzi, volendo - ciò forse
sarebbe corrisposto perfino meglio al
regolamento - mandare uno qualsiasi dei sotto
cancellieri e da lui far ricevere i contendenti
con la documentazione del caso. Tuttavia lui si
rifiutava quasi sempre di far ciò, voleva vedere
e sentire tutto di persona, quindi era costretto
a sacrificare a tale scopo le sue nottate, infatti
non era previsto alcun tempo per recarsi nel
villaggio nel suo orario d'ufficio. K obbiettò che
però Klamm ci veniva, durante il giorno nel
villaggio, e ci restava perfino più giorni; era
forse lassù Erlanger, pur soltanto cancelliere,
indispensabile? Alcuni risero di gusto, altri
tacquero imbarazzati, questi ultimi erano i più
ed a stento fu data una risposta a K. Solo uno
esitante disse che naturalmente Klamm era
indispensabile nel castello come nel villaggio.
In quella si aprì la porta e Momus apparve tra
due uscieri dotati di lanterna. "I primi che
vengono fatti passare dal signor cancelliere
Erlanger", disse, "sono: Gerstaecker e K. Sono
qui entrambi?" Essi si fecero avanti, ma
davanti a loro Jeremias con un "faccio il
cameriere qui" sgattaiolò nell'edificio salutato
da una botta sulla spalla da Momus, sorridente.
Dovrò starci più attento, a Jeremias, si disse K,
restando consapevole del fatto che Jeremias
probabilmente era molto più innocuo di Artur,
che nel castello lavorava contro di lui. Forse
era perfino più saggio farsi tormentare da loro
in qualità di aiutanti, che non lasciare che
senza controllo si aggirassero e ordissero
liberamente i loro intrighi, per i quali sembrava
che avessero una disposizione speciale.
Quando K fu davanti a Momus, questi agì come
se solo allora riconoscesse in lui l'agrimensore.
"Ah, il signor agrimensore", disse, "lui, che si fa
ascoltare così malvolentieri, viene all'udienza.
Con me sarebbe stato più semplice. Ma
ovviamente è difficile scegliere le udienze
giuste." Volendo trattenersi K su questa
allocuzione, Momus disse: "Andate, andate! E'
allora che mi sarebbero servite le vostre
risposte, non ora." Ciò nonostante K, irritato
dalla condotta di Momus, disse: "Ci avete in
testa solo voi stessi. Io non rispondo oggi solo
perché lo vuole l'ufficio; né risposi allora."
Momus disse: "ma chi dobbiamo averci, in
testa? Chi c'è qui se non noi? Andate!".
Nell'atrio un usciere li accolse e fece loro strada
nella locanda percorrendo luoghi a K già noti,
poi attraverso il portone e nell'andito basso,
leggermente in discesa. Ai piano superiori
abitavano chiaramente solo i funzionari
superiori, invece i cancellieri abitavano lungo
quell'andito, ed anche Erlanger, per quanto
fosse uno dei più importanti tra loro. L'usciere
spense la sua lanterna, infatti lì c'era una
buona illuminazione elettrica. Tutto era
modesto, lì, ma realizzato con grazia. Lo spazio
era sfruttato al massimo possibile. L'ambulacro
bastava appena a camminarci senza
abbassarsi. Ai suoi lati v'era una porta quasi
accanto all'altra. Le pareti laterali non
arrivavano al soffitto, ciò probabilmente per
ragioni di ventilazione, infatti le camerette nel
lungo andito, similmente ad una cantina, non
avevano finestre. Lo svantaggio di quelle pareti
che non terminavano del tutto era la mancanza
di quiete nell'andito e, necessariamente, anche
nelle camere. Molte parevano occupate, nella
maggior parte di esse si era ancora svegli, si
sentivano voci, martellate, tintinnare di
bicchieri. Non si aveva però l'impressione che
ci si divertisse in modo particolare. Le voci
erano soffocate, a mala pena si capiva una
parola, qua e là, nemmeno sembrava che vi
fossero conversazioni, probabilmente c'era solo
qualcuno intento a dettare o a leggere ad alta
voce, e fuori dalle stanze da cui veniva il suono
di bicchieri e piatti non s'udiva alcuna parola,
mentre le martellate ricordarono a K qualcosa
che da qualche parte gli era stato riferito, che
diversi funzionari per riprendersi dal continuo
sforzo mentale si occupavano quando potevano
di falegnameria, di meccanica di precisione e di
cose simili. L'andito in sé era vuoto, solo
davanti ad una porta sedeva un alto signor
funzionario pallido, magro, con una pelliccia
sotto cui spuntava una camicia da notte;
probabile che la camera fosse diventata troppo
afosa e che lui quindi si fosse seduto fuori a
leggere un giornale, ma senza attenzione, a più
riprese smetteva di leggere sbadigliando, si
chinava in fuori e guardava lungo l'ambulacro;
forse aspettava una parte interessate da lui
citato e che tardava. Quando gli furono passati
davanti, l'usciere in riferimento al signor
funzionario disse a Gerstaecker: "E' il
Pinzgauer!" Gerstaecker annuì. E' tanto che
non è venuto giù, "disse. "E' un bel pezzo, sì",
confermò l'usciere.
Infine arrivarono davanti a una porta che era
l'ultima e dietro cui, come comunicò
l'inserviente, abitava Erlanger. L'usciere si fece
issare sulle spalle da K e guardò dentro la
stanza attraverso l'apertura che c'era in alto.
"E' sul letto", disse l'usciere scendendo, "del
resto è vestito, ma credo però che sonnecchi. A
volte qui nel villaggio lo assale la stanchezza,
dipende dal cambio di modo di vivere.
Dovremo aspettare. Quando si sveglia,
suonerà. Del resto è già capitato che abbia
continuato a dormire per tutto il suo soggiorno
nel villaggio e che subito dopo essersi svegliato
dovesse far ritorno al castello. E' lavoro
volontario quello che fa qui." - "Meglio che ora
dorma fino alla fine", disse Gerstaecker, "se
dopo la sveglia ha ancora un po' da lavorare lui
si irrita molto per aver dormito, fa tutto in
fretta e a stento si riesce a dir qualcosa." -
"Venite a causa del conferimento dei mezzi di
trasporto per la costruzione?", chiese l'usciere.
Gerstaecker annuì, tirò da una parte l'usciere e
gli parlò a bassa voce; ma l'usciere stava
appena a sentire, guardava al di sopra di
Gerstaecker, che sovrastava di tutta la testa ed
oltre e, serio, si passò la mano tra i capelli.

Diciottesimo capitolo

Allora K, guardato che ebbe senza scopo, vide


lontano, ad una svolta dell'andito, Frieda; lei
fece finta di non riconoscerlo, si limitò a
guardarlo fisso, avendo in mano una chicchera
con delle tazze vuote. Disse all'usciere, che
nemmeno gli badò - quanto più gli si parlava
tanto più distratto sembrava diventare,
l'usciere - che sarebbe tornato subito, e corse
in direzione di Frieda. Arrivato da lei, la prese
per le spalle come se ne ripigliasse possesso e
le pose alcune domande senza importanza
fissandola scrutatore negli occhi. Tuttavia si
sciolse appena, la sua rigidità, lei smosse
distrattamente le tazze che aveva in mano
dicendo: "Ma cosa vuoi da me? Vattene da
quelli - ora certo ti è noto come si chiamano.
Anzi, vieni appunto di lì, lo capisco dalla tua
faccia." K rapido se ne distolse; la spiegazione
non doveva arrivare così di colpo, e del tipo
peggiore, cominciare da quel che gli era più
sfavorevole. "Pensavo che tu fossi nella
mescita", disse. Frieda lo guardò stupita e gli
passò delicatamente con la mano che aveva
libera sulla fronte e le guance. Era come se
avesse dimenticato il suo aspetto e volesse in
quel modo richiamarlo alla sua coscienza,
anche gli occhi avevano l'espressione velata del
ricordare a fatica. " Sono riassunta alla
mescita", disse poi lentamente come se quel
che diceva non avesse importanza, ma sotto le
sue parole lei conduceva con K anche una
conversazione che era più importante. "Questo
lavoro non vale nulla per me, se ne può curare
anche un'altra qualsiasi; una che sappia rifare i
letti, fare il viso gentile e che non si adombri
per le molestie degli ospiti, ma addirittura le
stimoli, una così può essere una brava serva.
Nella mescita però è un'altra cosa. Sono stata
subito riassunta per la mescita, per quanto
prima non l'avessi lasciata molto
onorevolmente; ovviamente allora ci avevo
protezione. Tuttavia il locandiere era contento
che ce l'avessi, la protezione, e per questo gli è
stato facilmente possibile riassumermi. E'
avvenuto addirittura che mi si dovesse far
pressione perché prendessi il posto; se ci
pensi, che cosa mi ricorda la mescita, lo
capirai. Infine, ho preso il posto. Qui a far la
serva ci sono per poco. Pepi ha chiesto di non
subire l'onta di dover lasciare subito la mescita,
perciò le abbiamo dato, visto che è stata
diligente e si è preoccupata di tutto, per quanto
le sue capacità hanno permesso, una dilazione
di ventiquattr'ore." - "Tutto molto ben
arrangiato", disse K, " soltanto c'è che hai
lasciato per causa mia la mescita, una volta, e
ora che siamo a un passo dalle nozze, ci
ritorni?" - "Non ci saranno affatto nozze", disse
Frieda. "Perché sono stato infedele?", chiese K;
Frieda annuì. "Vedi, Frieda", disse K, "di questa
presunta infedeltà abbiamo già parlato più
volte, e sempre alla fine hai dovuto considerare
che si trattava di un sospetto ingiusto. Da
allora però non è cambiato nulla da parte mia,
tutto è restato senza macchia com'era e come
non può altrimenti diventare. Dunque è da
parte tua che qualcosa dev'essere cambiato per
via di insinuazioni da parte di estranei. In ogni
caso mi fai un torto; infatti vedi com'è andata
con queste due ragazze? Una, la mora - quasi
mi vergogno di dovermi difendere così
dettagliatamente, ma sei tu che mi provochi -,
la mora dunque è probabile che non mi sia
meno molesta di te; se solo riesco a tenermene
lontano in qualche modo, lo faccio, e lei lo
facilita, inoltre, non si può essere più ritrosi di
lei." - "Certo", gridò Frieda, le parole le
vennero fuori contro la sua volontà, felice K, di
vederla tanto mobilitata; era diversa da quel
che voleva, "ti compiaci di reputarla ritrosa, la
più svergognata di tutte tu la chiami ritrosa, ed
è incredibile, ma tu lo dici sul serio, non fingi,
io lo so. La locandiera del ponte di te dice: 'non
riesco a sopportarlo, ma nemmeno ad
abbandonarlo, impossibile dominarsi del resto
anche alla vista d'un bambino piccolo che
ancora non sa camminare bene eppure osa
spingersi lontano; si deve intervenire.' " -
"Accoglilo stavolta, il suo insegnamento", disse
K sorridendo, "ma di quella ragazza - sia
ritrosa oppure svergognata lasciamolo da parte
- io non voglio saper nulla." - "Ma perché la
chiami ritrosa?", chiese Frieda senza
arrendersi, e K prese tale partecipazione come
un segno per lui positivo. "L'hai messa alla
prova, o vuoi screditare altre ragazze, in
questo modo?" - "Niente di tutto ciò", disse K,
"la chiamo così per riconoscenza, perché lei mi
ha reso facile ignorarla e perché io, anche solo
se mi avesse rivolto la parola più spesso, non
avrei potuto risolvermi a tornarci, ciò che
tuttavia sarebbe stato assai dannoso per me
dato che andarci devo, a causa del nostro
comune futuro, come sai. E' la ragione per cui
devo parlare anche con l'altra ragazza che
certo stimo per la sua capacità, circospezione
ed altruismo, ma della quale nessuno può
osservare che sia una seduttrice." - "Gli stallieri
son di opinione diversa", disse Frieda. "Su
questo come in altri aspetti", disse K, "vuoi
concludere che sono infedele dalle voglie degli
stallieri?" Frieda tacque, e lasciò che K le
togliesse la chicchera ed il resto di mano, che li
mettesse per terra, che la prendesse a
braccetto e lentamente, in poco spazio,
iniziasse a camminare con lei su e giù. "Tu
ignori cosa sia la fedeltà", disse lei
difendendosi un poco dalla sua vicinanza.
"Come ti garba comportarti con le ragazze, non
è la cosa più importante; è per me già
un'intollerabile onta che da tale famiglia in
genere tu ci vada, e che torni con negli abiti
l'odore della loro stanza. Che tu corra via dalla
scuola senza dir qualcosa e resti da loro quasi
metà della notte. Che ti faccia negare, quando
si chiede di te, negare con fervore dalle
ragazze, in particolare dalla ritrosa senza pari.
Che te la svigni per un percorso segreto fuori
dalla casa forse proprio per riguardo alla
reputazione delle ragazze, la reputazione di
quelle ragazze! No, non ne parliamo più!" - "Di
questo no", disse K, " ma di altro sì, Frieda. Su
questo non c'è proprio nulla da dire. Perché
devo andarci, dici. Non è facile, ma faccio uno
sforzo. Non dovresti rendermelo più difficile di
quanto lo sia. Oggi ho pensato di andarci solo
per un momento a chiedere se Barnabas, che
già da tempo avrebbe dovuto portare un
messaggio importante, finalmente era arrivato.
Non lo era, ma doveva arrivare entro
pochissimo, come mi si assicurava e com'era
da credere. Non volevo farlo venire in un
secondo tempo nella scuola per non infastidirti
con la sua presenza. Passavano le ore, e
purtroppo lui non arrivava. E' però venuto un
altro che io detesto. Non avevo alcuna voglia di
farmi spiare e dunque sono passato dal
giardino vicino, ma nemmeno volevo
nascondermi da lui, invece sono andato allo
scoperto da lui nella strada con una verga di
vimine flessibilissima, per dir la verità. Tutto
qui, non c'è altro da aggiungere, ma su
qualcos'altro sì. Come cavolo stanno le cose
con gli aiutanti, far menzione dei quali mi
ripugna quasi quanto a te ripugna la menzione
di quella famiglia? Confronta il tuo rapporto con
loro e come io mi comporto con la famiglia.
Capisco la tua avversione nei confronti della
famiglia e riesco a condividerla. Vado da loro
solo per via della famosa faccenda, a volte mi
sembra quasi di far loro un torto, di
approfittarne. Tu e gli aiutanti, invece! Tu non
hai neanche messo in discussione che essi ti
bracchino, ed hai risposto che ne sei attirata,
da loro. Non te ne ho voluto, per questo, ho
capito che in gioco ci sono forze che non
controlli, era già qualcosa che almeno le
combattessi, sono servito a difenderti, e, solo
perché ho smesso per poche ore di farlo
fidandomi della tua fedeltà, del resto anche
sperando che l'edificio fosse sicuramente
chiuso, che gli aiutanti fossero definitivamente
scacciati - temo di continuare a sottovalutarli -,
solo perché ho smesso di difenderti per poche
ore, quel Jeremias, a ben guardare un tipo non
molto in salute, e pure non di primo pelo, ha
avuto l'audacia di entrare dalla finestra, solo
per questo devo perderti, ed accettare di sentir
come saluto: 'non ci saranno affatto nozze.'
Non sarei proprio io quello che potrebbe
permettersi di far rimproveri, e non ne faccio,
continuo a non farne." Di nuovo sembrò a K
buona cosa sviare un po' Frieda, e la pregò di
portargli qualcosa da mangiare, perché era da
mezzogiorno che non mangiava, lui. Frieda,
chiaramente agevolata anche dalla preghiera,
annuì e andò a prender qualcosa senza rifare il
percorso verso dove K supponeva fosse la
cucina, ma invece dirigendosi da una parte, per
alcuni scalini in discesa. Presto portò un piatto
di affettato e una bottiglia di vino che tuttavia
erano proprio soltanto gli avanzi d'una cena:
c'eran pochi pezzi nuovi disposti nel piatto per
dissimulare il fatto, perfino pelli di salsiccia
v'erano dimenticate e la bottiglia era vuota per
tre quarti. K però non commentò e si mise a
mangiare di buon appetito. "Stata in cucina?",
chiese. "No, in camera mia", disse lei, "ho qui
da basso una stanza" - "Tu m'avessi portato
con te", disse K, "sarei venuto per mettermi a
mangiare stando un po' seduto." - "Ti porterò
una sedia", disse Frieda rimettendosi in
movimento. "Grazie", disse K trattenendola,
"non vengo né con te, né mi serve più una
sedia." Frieda sopportò con dispetto la presa di
lui, aveva abbassato il capo e si mordeva le
labbra. " Disse: "Ma sì, lui è da basso. Cos'altro
t'aspettavi? Sta nel mio letto, ha preso freddo,
fuori, gela, ha mangiato appena. In fondo è
tutta colpa tua; tu non li avessi cacciati e non
fossi andato da quella gente noi ci potremmo
trovare nella scuola e contenti. Sei stato solo te
a distruggere la nostra felicità. Credi che
Jeremias, finché era in servizio, avrebbe osato
rapirmi? Se è così allora tu non capisci per
nulla come vanno le cose qui. Mi voleva, s'è
tormentato, m'ha braccato, ma era solo una
finta, come quando un cane affamato finge, ma
non osa saltare sul tavolo. E io pure. Mi
piaceva, giochiamo insieme da quando
eravamo bambini - si giocava insieme sul
pendio dell'altura dov'è il castello, bei tempi,
mai mi hai chiesto del mio passato. - Eppure
tutto questo non contava, finché Jeremias era
trattenuto dall'essere in servizio, perché io
certo li sapevo i miei doveri di moglie tua
prossima. Poi però li hai cacciati, gli aiutanti, e
te ne sei vantato come se tu avessi fatto
qualcosa per me; ebbene, in un certo senso
era vero. Con Artur ti è riuscito, per altro solo
provvisoriamente, lui è tenero, non ci ha la
passione che nulla teme del Jeremias, lo hai
anche quasi distrutto con quel pugno notturno
- inferto anche contro la nostra felicità -, è
volato al castello per lagnarsi e anche se presto
ritornerà ora è ancora lì. Jeremias invece è
rimasto. In servizio temeva un guizzo del
padrone, fuori servizio non ha paura di nulla. E'
venuto e mi ha preso; abbandonata da te,
dominata da lui, dal vecchio amico, non ho
potuto resistere. Non ho aperto il portone della
scuola, io, è lui che ha rotto la finestra e mi ha
tirato fuori. Siamo fuggiti qui, il locandiere lo
stima, anche per gli ospiti non c'è nulla che sia
più gradito che avere un simile cameriere, e
così siamo stati assunti, lui non abita con me,
ma abbiamo una stanza in comune." -
"Nonostante tutto", disse K, "non me ne
rammarico, di averli cacciati, gli aiutanti. Se il
rapporto era come lo descrivi te, e la tua
fedeltà dunque limitata dai vincoli di servizio
degli aiutanti, allora è stato bene che tutto
finisse. La felicità del matrimonio tra le due
bestie predatrici che si piegano solo sotto la
sferza non sarebbe stata molto grande. E allora
a quella famiglia che senza volere ha
contribuito a staccarci io le sono anche grato."
Tacendo camminarono ancora vicini su e giù
senza che si sapesse chi stavolta avesse
iniziato a farlo. Frieda, accanto a K, sembrava
irritata che lui non la riprendesse a braccetto.
"E così tutto sarebbe a posto", continuò K, "e
potremmo salutarci, tu andare dal tuo signor
Jeremias, che probabilmente ha ancora il
freddo preso nel giardino della scuola e che tu,
considerando ciò, hai lasciato troppo a lungo da
solo, e io andare nella scuola o piuttosto, dato
che senza di te non ci ho nulla da fare, da
qualche altra parte dove mi si accolga. Se ciò
nonostante esito è perché con buone ragioni
seguito a dubitare un po' di quel che m'hai
raccontato. Di Jeremias ho l'impressione
contraria. Finché era in servizio ti è stato dietro
e non credo che il servizio col tempo lo avrebbe
trattenuto dal saltarti addosso sul serio. Ora
però, da quando lui vede il servizio sospeso, la
cosa cambia. Perdona se me lo spiego come
segue: da quando non sei più la fidanzata del
suo padrone non sei affatto più, per lui, una tal
tentazione com'eri prima. Magari sei sua amica
fin dall'infanzia, però lui - in effetti lo conosco
solo da una breve discussione di stanotte - non
dà secondo me molto valore a tali faccende
sentimentali. Non so perché ti appaia come un
carattere passionale. A me il suo modo di
pensare sembra invece particolarmente freddo.
Ha ricevuto un qualche incarico non troppo
positivo per me da Galater, si sforza di
eseguirlo con una certa passione servile, lo
voglio concedere - non troppo comune da
queste parti - ne fa parte che lui distrugga la
nostra relazione; forse ci ha provato in diversi
modi, uno è stato il tentativo di sedurti con la
sua brama lasciva, un altro - in cui la
locandiera lo ha favorito - è stato la favola
della mia infedeltà, il colpo gli è riuscito,
qualche ricordo di Klamm che lo circonda
magari gli ha dato una mano, certamente lui
ha perso il posto, ma forse proprio nel
momento in cui non ne aveva più bisogno, ecco
che raccoglie i frutti della sua opera e ti tira
fuori dalla finestra, con ciò l'opera è conclusa e,
abbandonato dalla passione servile, diventa
fiacco, starebbe volentieri nella posizione di
Artur, che non si lagna affatto, ma raccoglie
lode e nuovi incarichi, tuttavia qualcuno pure
deve restarci, dietro, a seguire lo svolgimento
ulteriore delle cose. Per lui è un dovere
molesto, provvedere a te. Di amore per te non
c'è alcuna traccia, me l'ha confessato, come
amante di Klamm naturalmente per lui sei da
rispettare e annidarsi in camera tua, sentirsi
una volta come un piccolo Klamm, certo gli
aggrada molto, ma è tutto qui, tu in persona
ora non significhi nulla per lui, è solo un
supplemento alla sua incombenza principale,
che ti abbia piazzato qui; per non inquietarti è
rimasto anche lui, ma solo momentaneamente,
fin quando non riceve nuove informazioni dal
castello e il suo raffreddamento non è curato
del tutto da te." - "Come lo infami!", disse
Frieda battendo i suoi piccoli pugni l'un
sull'altro. "Infamare?", disse K. "No, non voglio
infamarlo. Forse gli faccio un torto, ovvio, è
possibile. Quel che ho detto su di lui non è che
sia molto chiaro, sotto la superficie; è
interpretabile anche diversamente. Ma
infamare? Infamare potrebbe solo aver lo
scopo di combattere il tuo amore per lui. Se
fosse utile, infamare sarebbe un mezzo adatto,
non esiterei ad infamarlo. Nessuno potrebbe
disapprovarmi per questo, lui tramite chi lo ha
incaricato è in tale vantaggio su di me che io,
non avendo nessun altro che me stesso, potrei
infamarlo un po'. Sarebbe in proporzione un
mezzo di difesa innocente e in fin dei conti
certo anche una impotente. lascia dunque in
pace i pugni." E K prese la mano di Frieda nella
sua: lei voleva levargliela, ma sorridendo e
senza grande impegno. "Tuttavia non devo
infamare", disse K, "perché tu non lo ami di
certo, lo credi soltanto, e mi sarai grata se ti
libero dall'illusione. Vedi, se qualcuno volesse
portarti via da me, senza forza, ma con il più
accurato calcolo possibile, allora dovrebbe farlo
tramite entrambi gli aiutanti. Apparentemente
buoni, infantili, allegri, irresponsabili, ragazzi
volati dall'alto del castello fin qui, un po'
ricordo d'infanzia incluso, questo è già tutto
molto piacevole specialmente quando io sono
all'incirca il contrario di tutto ciò, per cui
continuo ad essere preso da faccende che tu
non capisci in pieno, che ti dispiacciono, che mi
conducono da gente che detesti e che, senza
che io ne abbia alcuna colpa, trasmette
qualcosa di ciò su di me. Il tutto è solo una
malvagia ma molto abile utilizzazione dei difetti
della nostra relazione. Ogni relazione ne ha, la
nostra parecchi, noi rispettivamente veniamo
da mondi del tutto diversi e da quando ci
conosciamo la vita di ognuno di noi ha preso
una via tutta nuova, ancora ci sentiamo incerti,
è troppo nuova. Non parlo di me, non è così
importante, io in fondo ho anzi continuato a
ricevere doni da quando per la prima volta hai
rivolto lo sguardo su di me; ed abituarcisi, ai
regali, non è difficile. Ma tu, a parte tutto il
resto, sei stata liberata da Klamm; non so
valutare che cosa ciò significhi, ma ne ho già
tratto poco a poco una vaga idea, si vacilla,
non si riesce ad orientarsi, ed anche se io ero
pronto ad accoglierti sempre, non ero però
sempre presente, talvolta le tue chimere o
qualcosa di più vivo, tipo la locandiera, ti
trattenevano; in breve, ci sono stati momenti
nei quali hai distolto gli occhi da me, hai avuto
una gran voglia d'un qualcosa a metà indistinto
da qualche parte, povera piccola, e durante
simili intermezzi è bastato che venissero
piazzate sulla linea del tuo sguardo persone
adatte e tu in loro ti sei smarrita, vittima
dell'illusione che quelli che erano solo momenti,
fantasmi, vecchi ricordi di vita d'un tempo, in
fondo passata e sempre più lontana, che ciò
ancora sia la tua vita reale di oggi. Un
malinteso, Frieda, null'altro che l'ultima, a ben
vedere, spregevole difficoltà della nostra
unione. Torna in te, riprenditi; anche se hai
pensato che gli aiutanti siano inviati da Klamm
- e non è affatto vero, vengono da parte di
Galater -, se hanno potuto anche con l'aiuto di
tale illusione stregarti tanto da farti credere di
trovar tracce di Klamm nella loro sconcezza e
lussuria - come qualcuno crede di vedere in un
mucchio di letame una pietra preziosa un
tempo smarrita, mentre in realtà non potrebbe
affatto trovarcela anche se ci fosse davvero -
loro sono solo tipi del genere degli stallieri,
peccato che non ne abbiano la salute, basta un
po' d'aria fresca per farli ammalare e gettarli a
letto, del resto il letto son capaci di sceglierlo
con l'astuzia da servo." Frieda aveva
appoggiato il capo sulla spalla di K, stanche le
braccia l'una sull'altra, andando essi in silenzio
su e giù. "Fossimo partiti", disse Frieda
lentamente, con calma, quasi placida, come
sapesse che le era riservata una piccolissima
pausa di pace, alla spalla di K, eppure volesse
goderla fino all'ultimo, "fossimo partiti subito
già in quella notte, potremmo essere sicuri da
qualche parte, sempre insieme, la tua mano
sempre abbastanza vicina da poterla stringere;
quanto bisogno ho della tua vicinanza, da
quando ti conosco, sono abbandonata senza di
te; la tua vicinanza è, credi a me, l'unico sogno
che io faccio, nessun altro." In quella qualcuno
chiamò da sotto, era Jeremias, si trovava sul
gradino più basso della scala laterale, aveva
solo la camicia, con sopra però uno scialle di
Frieda. Per come stava lì, i capelli arruffati, la
barba rada come bagnata di pioggia, gli occhi
penosamente supplicanti, sbarrati
nell'attitudine rimproverante, le guance scure
arrossate, ma come fatte di carne troppo
molle, le gambe nude tremanti di freddo ed
insieme a loro tremolanti le lunghe frange dello
scialle, pareva uno scappato dall'ospedale di
cui non si potesse pensar null'altro che
riportarlo di nuovo a letto. Anche Frieda la
prese in questo modo, si sottrasse a K e fu
subito da basso presso quello. La loro
vicinanza, la cura con cui lei gli strinse lo scialle
addosso, la fretta con cui lo volle spingere di
nuovo nella camera, parvero rinforzarlo già un
poco; fu come se riconoscesse K solo ora. "Ah,
il signor agrimensore", disse accarezzando una
guancia a Frieda, che non voleva più concedere
alcuna conversazione, per ammansirla.
"perdonate il disturbo. Non sto affatto bene,
questo mi scusa. Credo di aver la febbre, mi ci
vuole un tè per sudare. La maledetta inferriata
nel giardino della scuola, ci dovrò certo
pensare di nuovo, e ora, già congelato, ha
anche fatto una corsa notturna. Si sacrifica,
senza accorgersene subito, la propria salute
per cose che davvero non ne son degne. Ma
voi, signor agrimensore, non dovete farvi
disturbare a causa mia, venite da noi nella
camera, fate una visita a chi è malato e intanto
dite a Frieda quel che ancora c'è da dire.
Quando due che hanno abitato insieme si
separano, naturalmente avete negli ultimi
momenti tante cose da dire che un terzo è
impossibile che le capisca, se giace a letto e
aspetta il tè promesso. Basta che veniate
dentro ed io starò zitto." -"Basta, basta", disse
Frieda tirandolo per un braccio. "Ha la febbre e
non sa che cosa dice. Tu però, K, non andarci,
te ne prego. E' la stanza di lui e la mia, o
meglio, la mia soltanto, ti proibisco di entrarci.
Tu mi vieni dietro, oh, K, perché mi vieni
dietro?Mai, mai tornerò da te, mi vengono i
brividi, se penso a una simile possibilità. Ma va'
dalle tue ragazze; stanno in camicia e
nient'altro addosso sulla panca vicino alla stufa
accanto a te, come mi si è riferito, e se viene
qualcuno a prenderti gli soffiano contro. Là sei
davvero a casa, se ti garba proprio tanto. T'ho
sempre tenuto lontano da lì, con poco
successo, ma ho seguitato a tenertene lontano,
ora è finita, sei libero. Ti aspetta una bella vita,
sarai costretto forse a combattere un po' con
gli stallieri, ma per quanto riguarda la seconda
delle due non c'è nessuno in cielo e in terra che
te la invidi. La relazione è benedetta in
partenza. Non obbiettare, certo, tu sai rigirare
a parole ogni cosa, ma in conclusione non hai
rigirato proprio niente. Pensa, Jeremias, ha
rigirato tutto!" S'intendevano a sorrisi e cenni
del capo. "Ma", continuò Frieda, "ammesso che
avesse a parole rigirato tutto, a che cosa con
ciò si sarebbe arrivati, che cosa me ne
importa? Come possa andare la cosa, laggiù, è
affar suo da cima a fondo, non mio. Affar mio è
curarmi di te tanto finché non stai bene come
prima, prima che K ti tormentasse per causa
mia." -"Allora non venite davvero dentro con
me, signor agrimensore?", chiese Jeremias, ma
venne a quel punto trascinato via
definitivamente da Frieda, che non si voltò
nemmeno verso K. Si vedeva da basso una
porticina ancor più bassa delle porte che si
trovavano lì nell'andito - non solo Jeremias,
anche Frieda nell'entrare dovette abbassarsi -,
dentro sembrava illuminato e caldo; si udì
ancora un po' di mormorio, probabile opera di
tenera persuasione a portare Jeremias a letto,
poi la porta fu chiusa.
Solo a quel punto K notò come s'era fatto
silenzio nell'andito, non solo in quella sua parte
lì, dov'era stato con Frieda e che pareva far
parte dei locali della locanda, ma anche nella
parte lunga con le camere prima tanto piene di
vita. Quindi i signori funzionari finalmente
s'erano addormentati. Anche K era assai
stanco, forse per stanchezza non s'era opposto
a Jeremias quanto avrebbe dovuto. Sarebbe
stato forse più saggio regolarsi su Jeremias,
che visibilmente esagerava il suo
raffreddamento - la sua lamentosità non veniva
dal raffreddamento, ma era innata e non
curabile con alcun tè della salute -, regolarcisi
del tutto, esibire, tanto quanto faceva
Jeremias, la sua stanchezza veramente grande,
mettersi giù lì nell'andito, cosa che già in sé
doveva far molto bene, sonnecchiare un po' e
poi forse farsi curare un po'. Solo che non
avrebbe avuto un esito così favorevole come
nel caso di Jeremias, che in tale gara di
compassione certo avrebbe vinto e
probabilmente a buon diritto, e
manifestamente in ogni altra lotta. K era così
stanco che pensò se non avrebbe potuto cercar
di andare in una delle camere, delle quali certo
diverse erano vuote, e di dormire un po'. Ciò
secondo la sua opinione avrebbe potuto
divenire un risarcimento sotto molti aspetti. Ci
aveva pronta anche una pozione soporifera. Sul
vassoio che Frieda aveva lasciato sul
pavimento c'era una bottiglietta di rum. Non
badò alla fatica di tornare indietro, K, e vuotò
la bottiglietta.
Ora dunque si sentì almeno abbastanza forte
per andare da Erlanger. Cercò la porta della
camera di Erlanger, ma poiché l'usciere e
Gerstaecker non si vedevano più e tutte le
porte erano uguali, non riuscì a trovarla.
Credette di ricordarsi però in quale punto
dell'andito all'incirca era la porta, e decise di
aprirne che secondo lui era quella cercata.
Tentativo non troppo periglioso, se era la
stanza di Erlanger, costui lo avrebbe accolto
bene, se era la stanza di un altro sarebbe stato
però possibile scusarsi ed andarsene, nel caso
che l'ospite dormisse, cosa altamente
probabile, la visita di K non sarebbe stata
nemmeno notata; male poteva andare solo se
la stanza era vuota, dato che K a stento
avrebbe potuto resistere alla tentazione di
mettersi sul letto e dormire senza limiti.
Guardò ancora una volta a destra e a sinistra
nel senso della lunghezza dell'andito, tante
volte venisse qualcuno che lo avrebbe potuto
informare rendendo inutile il tentativo, ma
l'andito era silenzioso e vuoto. Allora stette in
ascolto alla porta, nemmeno lì alcun ospite.
Bussò tanto piano che uno che dormisse non
avrebbe potuto venir svegliato e, quando
nemmen'ora successe nulla, con la massima
cautela aprì la porta. Solo che fu accolto da un
urletto.
Si trattava di una cameretta occupata per più
della metà da un letto largo, sul tavolino da
notte era accesa la lampadina elettrica, vicino
c'era una borsa da viaggio. Nel letto, ma
nascosto completamente sotto la coperta si
mosse inquieto qualcuno mormorando da un
varco tra lenzuolo e coperta: "Chi è?" Non
poteva ora andarsene senz'altro, K, infelice,
osservò il letto, voluttuoso ma non vuoto, poi
ricordandosi della domanda disse il suo nome.
Ciò parve fare un effetto buono, l'uomo tirò un
po' giù dal viso la coperta, ma pronto per la
paura a ricoprirsi subito nel caso che là fuori
qualcosa non dovesse quadrare. Ma poi
abbassò la coperta senza pensarci e si mise a
sedere. Non era certo Erlanger. Era un piccolo
signor funzionario di bell'aspetto il cui volto era
contraddittorio per il fatto che le guance erano
tonde come quelle d'un bambino, gli occhi
erano infantilmente allegri, ma l'alta fronte, il
naso appuntito, la bocca scarna di cui le labbra
stentavano a combinarsi, il mento quasi
assente non erano affatto infantili, ma
tradivano un pensare superiore. Era certo la
soddisfazione, la soddisfazione di sé che gli
aveva conservato una forte traccia di sanità
infantile. "Conoscete Friedrich?", chiese. K fece
cenno che non lo conosceva. "Ma lui conosce
voi", disse il signor funzionario sorridendo. K
annuì; di gente che lo conosceva ce n'era non
poca, ciò era addirittura l'ostacolo principale sul
suo cammino. "Sono il suo cancelliere", disse il
signor funzionario, "mi chiamo
Buergel"-"Scusatemi", disse K riprendendo la
maniglia, "purtroppo ho scambiato la vostra
con un'altra porta. Voglio dire, ho la
convocazione dal cancelliere Erlanger." - "Che
peccato", disse Buergel. "Non che siate
convocato altrove, ma che abbiate scambiato la
porta. Voglio dire, una volta svegliato
certissimamente non mi riaddormento. Ora,
non è che dobbiate prendervela tanto, è un
fatto mio personale di sfortuna. Nemmeno le
porte si possono chiudere, qui, e perché?
Ovviamente c'è il motivo. Perché secondo una
vecchia panzana le porte dei cancellieri devon
essere sempre aperte. Ma questo non dovrebbe
venir preso tanto alla lettera, comunque."
Guardò K interrogativo e lieto, contrariamente
a quanto lamentava pareva fresco come una
rosa; mai stato stanco come lo era in quel
momento K, Buergel. "E ora dove avreste
intenzione di andare?", chiese. "Sono le
quattro. Dovreste svegliarlo, chiunque sia
quello da cui vorreste andare, non tutti sono
abituati ad essere disturbati come lo sono io,
non saranno tutti tolleranti, i cancellieri son
gente nervosa. Restate un pochino. Verso le
cinque qui si comincia ad alzarsi, allora potrete
al meglio rispondere alla citazione. Lasciate
stare la maniglia, ve ne prego, e sedetevi da
qualche parte, qui c'è poco posto, sarà meglio
che vi mettiate sul bordo del letto. Stupito che
io non abbia né sedia né tavolo? Il fatto è che
potevo scegliere tra una camera arredata
completamente, ma con un letto stretto come
quelli degli alberghi, o questo gran letto e però
null'altro che il lavabo. Ho scelto il letto
grande, in una stanza da letto la cosa
principale è ben il letto! Ah, chi ci riuscisse, ad
allungarsi e a dormir bene, questo letto
dovrebbe essere davvero prezioso per un buon
dormitore. Ma anche a me, che sono di
continuo stanco senza poter dormire, va bene,
ci passo gran parte della giornata, sbrigo qui
tutta la corrispondenza, eseguo le conciliazioni
tra i contendenti. Va davvero bene. Certo, i
contendenti non hanno dove sedersi, ma se ne
consolano, anche per loro è meglio se stanno in
piedi mentre l'addetto al protocollo si sente a
suo agio, che non se siedono comodi e intanto
vengono trattati male. Poi c'ho anche questo
posto al margine del letto, da assegnare,
destinato però a transazioni notturne, non è
affatto un posto ufficiale. Ma voi siete davvero
silenzioso, signor agrimensore!" - "Sono
stanchissimo", disse K, che all'invito subito,
grossolanamente, senza rispetto si era seduto
sul letto ed appoggiato a una colonna.
"Naturale", disse Buergel ridendo, "qui son tutti
stanchi. Per dire, non è mica poco il lavoro che
ieri e anche oggi ho sbrigato. Certo è
pienamente escluso che ora mi addormenti, ma
se dovesse accadere la cosa di tutte più
improbabile ed io dovessi riaddormentarmi,
allora per favore statevene zitto e non aprite la
porta. Niente paura, di certo non mi
addormento e in caso favorevole soltanto per
alcuni minuti. Voglio dire, succede questo, io,
probabilmente perché sono tanto abituato alla
frequentazione dei contendenti, lo stesso mi
addormento, anche se leggerissimamente, se
ci ho compagnia." - "Dormite pure, per favore,
signor segretario", disse K, rallegrandosi a tale
comunicazione, "anch'io poi, col vostro
permesso, dormirò un poco." - "No no", rise di
rimando Buergel, "su puro invito non mi riesce
di addormentarmi, solo mentre si conversa se
ne può dar l'occasione, mi fa dormire al più
presto, una conversazione. Certo, con il nostro
lavoro i nervi patiscono. Io per esempio sono
cancelliere di collegamento. Non sapete che
cosa sia? Bene, io costituisco il più forte
collegamento. " - nel dir ciò si fregò le mani
rapido, con involontaria felicità - "tra Friedrich
e il villaggio, costituisco il collegamento tra i
suoi cancellieri al castello ed i suoi cancellieri
nel villaggio, sono per lo più nel villaggio, ma
non stabilmente; ogni momento devo essere
rassegnato ad andare al castello. Vedete la
borsa da viaggio, una vita senza tregua, non è
per tutti. D'altro canto bisogna dire che di
questa caratteristica del lavoro non potrei farne
a meno, ogni altro lavoro mi sembrerebbe
insipido. Ma con il lavoro di agrimensore com'è
che stan le cose?" - "Non faccio per nulla un
lavoro del genere, non avrò da fare come
agrimensore", disse K, non che avesse i
pensieri su quelle cose lì, in effetti si struggeva
solo per una cosa, che Buergel si
addormentasse, ma anche ciò lo faceva per un
certo senso del dovere verso se stesso,
interiormente credeva di sapere che il
momento del sonno di Buergel era ancora
imprevedibilmente lontano. "Strano", disse
Buergel voltando il capo vivacemente ed
estraendo un taccuino da sotto la coperta per
annotarsi qualcosa. "Siete agrimensore e non
avete alcun lavoro di agrimensura." K annuì
meccanicamente, aveva disteso il braccio
sinistro sopra la spalliera del letto e ci aveva
appoggiato la testa, già aveva diverse volte
tentato di mettersi comodo però quella
posizione era la migliore di tutte, ora poteva
anche fare un po' meglio attenzione a quel che
Buergel diceva. "Sono pronto", continuò
Buergel, "a seguirla, questa faccenda. Da noi
certo le cose non stanno certissimamente così,
che ci si permetta di lasciare inutilizzata una
forza professionale. Ed anche per voi
dev'essere mortificante; non ne patite?" - "Ne
patisco", disse lentamente K ridendo tra sé,
infatti proprio in quel momento lì non ne
soffriva proprio per nulla. Ed anche l'offerta di
Buergel gli faceva poca impressione. Era
assolutamente dilettantistica. Senza saper
qualcosa delle circostanze in cui aveva avuto
luogo la nomina di K, delle difficoltà che essa
aveva incontrato nella comunità e nel castello,
delle complicazioni che durante il soggiorno di
K già si erano accumulate o manifestate, senza
saper qualcosa dell'insieme, anzi addirittura
senza dimostrare che almeno un sentore della
cosa lo aveva toccato, ciò che da parte di un
cancelliere avrebbe dovuto senz'altro
presumersi, quello si proponeva di dar ordine
alla cosa, lassù, senza difficoltà con l'aiuto del
suo taccuino. "Sembra che abbiate avuto già
alcune delusioni", disse Buergel, dimostrando
però di nuovo qualche conoscenza delle
persone, come in generale K, dopo che era
entrato nella stanza, a tratti si era imposto di
non sottovalutarlo, tuttavia nel suo stato era
difficile veder bene qualcos'altro che non fosse
la propria stanchezza. "No", disse Buergel
come rispondendo ad una riflessione di K e
volesse con riguardo risparmiargli la pena di
esprimersi. "Non dovete farvi spaventare dalle
delusioni. Qui molte cose sembrano fatte alle
scopo di spaventare, e quando vi si arriva
nuovi gli impedimenti a uno sembrano
completamente impenetrabili. Non intendo
indagare come sta propriamente la faccenda,
forse l'apparenza corrisponde di fatto alla
realtà, dalla mia posizione mi manca la
distanza giusta per stabilirlo, ma se fate
attenzione poi si ripresentano talvolta occasioni
che con la situazione generale quasi non si
accordano, occasioni nelle quali con una parola,
uno sguardo, un segno di fiducia si può
ottenere di più che con sforzi estenuanti senza
fine. Certo, è così. Ovviamente allora queste
occasioni corrispondono, di nuovo, alla
situazione generale per quanto mai di esse si
sia approfittato. Ma perché non se ne è
approfittato, ritorno sempre a chiedere." K non
lo sapeva; certamente notava che ciò di cui
Buergel parlava probabilmente lo riguardava
molto, ma in quel momento lui aveva una gran
ripugnanza nei confronti di tutto quel che lo
riguardava, spostò la testa un po' di lato come
sgombrasse la via con ciò alle domande di
Buergel e potesse non esserne più toccato.
"Trattasi", continuò Buergel stendendo le
braccia e sbadigliando, cose in contrasto
imbarazzante con la serietà delle sue parole,
"trattasi d'una stabile lagnanza dei cancellieri
per il fatto che sono costretti alla maggior
parte delle udienze inerenti il villaggio - di
notte. Ma perché se ne lagnano? Perché ciò li
stanca troppo? Perché preferiscono dedicare la
notte al sonno? No, certo non si lagnano di ciò.
Naturale, ci sono tra i cancellieri gli accurati ed
i meno accurati, come dappertutto; ma nessun
di loro si lagna dello sforzo eccessivo, almeno
non in pubblico. Semplicemente non è il nostro
stile. Non conosciamo da questo punto di vista
alcuna differenza tra il tempo di lavoro ed il
tempo comune. Ci sono estranee, tali
differenze. Cos'hanno dunque contro le udienze
notturne, i cancellieri? Trattasi di riguardo, più
o meno, per i contendenti? No no, non è
nemmeno questo. I cancellieri sono irriguardosi
nei confronti dei contendenti, del resto non
sono in nessuna misura più irriguardosi nei
confronti dei contendenti che non nei confronti
di se stessi, ma solo nella stessa misura
irriguardosi. Propriamente tale irriguardosità
non è certo nient'altro che obbedienza ferrea
ed esecuzione del servizio, è il riguardo più
grande che i contendenti potrebbero desiderare
per sé. In fondo questo viene totalmente
disconosciuto - un osservatore superficiale
ovviamente non se n'accorge; anzi, per fare un
esempio, in questo caso son proprio le udienze
notturne che ai contendenti son gradite, contro
le udienze notturne non pervengono sostanziali
reclami. Perché dunque l'avversione dei
cancellieri?" K non sapevo nemmeno questo,
sapeva così poco, neppure capiva se Buergel
volesse sul serio o solo in apparenza una
risposta. Se mi lasci stare nel tuo letto, pensò,
risponderò a tutte le domande domani a
mezzodì o meglio la sera. Ma Buergel pareva
non fare attenzione a lui, soprattutto gli dava
da fare la domanda che si era rivolto da sé: "A
quanto so ed a quanto io ho sentito dire, i
cancellieri riguardo alle udienze notturne la
pensano all'incirca come segue: per questa
ragione la notte è meno adatta alle udienze,
perché di notte è difficile o assolutamente
impossibile proteggere il carattere burocratico
delle discussioni. Ciò non consiste in
esteriorità, naturalmente le forme potrebbero
venir osservate nella notte a piacimento con la
stessa rigidezza che di giorno. Non è questo
dunque, al contrario è il giudizio burocratico
che patisce di notte. Senza volere si è
abbassati nella notte a giudicare le cose da un
punto di vista più privato, le deposizioni dei
contendenti acquistano più peso di quanto
gliene tocca, nel giudizio si intromettono,
nient'affatto al posto che loro compete,
considerazioni riguardo ai contendenti, le loro
pene e preoccupazioni; la necessaria barriera
tra parti e funzionari, nella forma magari
sussistente senza fallo, si rompe, e dove
altrimenti, come dev'essere, c'era un via vai di
sole domande e risposte, talvolta sembra aver
luogo un più particolare, del tutto sconveniente
scambio tra le persone. Così almeno i
cancellieri dicono, son gente del resto a causa
del suo impiego dotata per cose del genere
d'una sensibilità straordinariamente fine. Ma
anch'essi notano poco, durante le udienze
notturne, di quegli effetti negativi - di ciò nelle
nostre cerchie veniva spesso discusso; al
contrario, si sforzano di combatterli a priori e
credono infine di esser riusciti a fornir chissà
quali speciali prestazioni. Se tuttavia più tardi
si spigolano gli atti, ci si stupisce spesso della
lor fragilità, manifestamente messa in luce. Tali
manchevolezze sono ogni volta di nuovo
vantaggi, a metà illegittimi, dei contendenti,
vantaggi almeno secondo le nostre norme non
più riparabili secondo percorsi normalmente
brevi. Certissimamente verranno una volta
anche corretti da un ufficio di controllo, ma ciò
gioverà solo al diritto, non potrà più nuocere a
quel contendente. Non sono giustificate, date le
circostanze, le lagnanze dei cancellieri?" K
aveva semidormicchiato già un pochinino, e
dunque fu ridisturbato. A che pro tutto questo?
A che pro?, si chiese guardando ad occhi
semichiusi Buergel non come un funzionario
che discuteva con lui di questioni difficili, ma
come un qualcosa che gl'impediva di dormire il
di cui senso lui non poteva scoprire. Buergel
però, totalmente consegnato al corso del suo
pensiero, sorrideva come se gli fosse per
l'appunto riuscito di far smarrire un po' K.
Tuttavia era pronto a riportarlo subito sulla
retta via. "Orbene", disse, "queste lagnanze le
si posson chiamare anche non del tutto
legittime. Le udienze notturne certamente non
son prescritte assolutamente in nessun luogo,
dunque non si va contro nessuna norma,
quando si cerca di evitarle, tuttavia le
situazioni, l'eccesso di lavoro, la natura
dell'attività dei funzionari nel castello, la lor
difficile disponibilità, la norma che l'udienza dei
contendenti debba venir dopo, subito però, la
completa conclusione dell'istruttoria
preliminare, tutto questo ha reso le udienze
notturne inevitabilmente necessarie. Se
dunque son divenute una necessità - dico io -
questo però è anche, almeno indirettamente,
un risultato del regolamento, e trovar da ridire
sul sistema delle udienze notturne vuol dire
quasi - esagero naturalmente un po', a ciò mi
permetto di dar espressione in quanto
esagerazione - vuol dire trovar da ridire
addirittura sul regolamento.
Al contrario, può restar concesso ai cancellieri
che essi tentino di difendersi nei limiti del
regolamento contro le udienze ed i lor forse
solo apparenti svantaggi, ecco come funziona.
Lo fanno eccome, e certo in larghissima
misura. Ammettono soltanto oggetti da
discutere dei quali in ogni senso ci sia il meno
possibile da temere, esaminano bene se stessi
in vista delle discussioni e revocano, se il
risultato dell'esame lo richiede, anche all'ultimo
momento tutti gli accordi, si rimpannucciano,
mentre convocano una parte spesso dieci volte,
prima di occuparsene davvero, si fanno
volentieri sostituire da colleghi che in rapporto
al caso in questione sono incompetenti e quindi
con maggior disinvoltura possono occuparsene,
fissano le discussioni minimo all'inizio o alla
fine della notte ed evitano le ore che stanno nel
mezzo, di tali precauzioni ve n'è molte ancora,
non si fanno facilmente avvicinare, i
cancellieri, sono quasi altrettanto capaci di
difendersi ed insieme vulnerabili. " K dormiva,
non era certamente proprio alcun sonno,
sentiva le parole di Buergel forse meglio che
non durante la veglia mortalmente stanca di
prima, una parola dopo l'altra colpiva il suo
orecchio, ma la fastidiosa consapevolezza era
venuta meno, lui si sentiva libero, non era più
Buergel a trattenerlo, verso cui si limitava di
tanto in tanto ad allungare una mano, era
tuffato nel sonno, ma non immerso nella sua
profondità. Nessun poteva più rubarglielo. Era
per lui come se una gran vittoria con ciò
l'avesse raggiunto, e già c'era una gran
compagnia a far festa, lui o anche qualcun altro
alzavano il bicchiere di champagne in onore di
tale vittoria. Tutti dovevano sapere di cosa si
trattasse, il combattimento e la vittoria ancora
una volta venivano ripetuti o forse nemmeno
ripetuti, piuttosto si stavano svolgendo e si era
fatto festa già prima senza smettere di
festeggiare lui, poiché l'esito era felicemente
certo. Un cancelliere, nudo, molto somigliante
alla statua d'un dio greco, veniva costretto a
combattere da K. Era comicissimo, e K ne rise
affondato nel sonno, il modo come il cancelliere
veniva sempre scacciato dalla sua fiera postura
dagli affondi di K e doveva all'incirca adoprare
i pugni e tirar su le braccia per coprire la sua
nudità, però sempre troppo lento a tale scopo.
Il duello non durava molto; un passo dopo
l'altro, ed eran passi grandi assai, K avanzava.
Era proprio un duello? non c'era alcun serio
impedimento, solo a tratti uno squittio del
cancelliere. Quel dio greco squittiva come una
fanciulla cui vien fatto il solletico. Ed infine lui
era via, K era da solo in un grande spazio,
pronto a combattere si girava intorno e cercava
l'avversario; non c'era però più nessuno, anche
la compagnia se n'era andata, rimaneva in
terra a pezzi il bicchiere dello champagne. K lo
calpestava completamente. I pezzi però
tagliavano, e lui tra gli spasimi si svegliò male
come un bambino piccolo quando viene
svegliato. Ciò nonostante alla vista del petto
scoperto di Buergel lo levò dal sogno il
pensiero: eccotelo il dio greco! Sloggialo dal
letto. "V'è tuttavia", disse Buergel sollevando
pensoso il volto verso il soffitto come cercasse
nella memoria un esempio, ma non sapesse
trovarlo, "v'è tuttavia, nonostante tutte le
misure precauzionali, anche una possibilità per
i contendenti di sfruttare questa debolezza
notturna dei cancellieri - ammesso sempre che
sia una debolezza. Ovviamente assai rara, o,
per dir meglio, che quasi mai si presenta.
Consiste nel fatto che il contendente nel cuor
della notte venga senza annunciarsi. Forse voi
vi stupite che ciò, per quanto appaia ovvio,
soglia avvenire così tanto di rado. Orbene, voi
non avete certamente confidenza con la nostra
situazione. Tuttavia potrebbe avervi dato
nell'occhio di già la mancanza di lacune
nell'organizzazione burocratica. Da tale
mancanza di lacune risulta che ognuno che
abbia una qualche domanda o che, per altri
motivi, debba essere udito in merito a
qualcosa, subito senza indugio riceve la
citazione, per lo più perfino prima che abbia
preparato la cosa, anzi, ancor prima che lui
stesso ne sia a conoscenza. Egli non viene
ancora interrogato subito, per lo più non
ancora interrogato, ancora tanto matura, di
solito, l'occasione non è, ma la citazione lui ce
l'ha, senz'appuntamento non può più venire,
tutt'al più può venire a tempo indebito, orbene,
se allora gli vien notificata solo la data e l'ora
della citazione ed egli ritorna a tempo debito,
di regola viene mandato via, ciò non
costituendo più alcuna difficoltà; la citazione in
mano al contendente e la prenotazione agli
atti, ciò per i cancellieri certamente non
sempre basta, ma si tratta però di robuste armi
di difesa. Ciò del resto è riferibile solo al
cancelliere cui compete la pratica; ognuno è
libero anche di ricorrere agli altri di sorpresa,
durante la notte. In pochi lo faranno, è quasi
insensato. Prima di tutto si irriterebbe molto il
cancelliere competente, noi cancellieri non
siamo, è vero, certo gelosi l'un dell'altro
riguardo al lavoro, ognuno ne fa uno anche
troppo altamente misurato, davvero un carico
di lavoro assegnato senza la minima grettezza,
ma nei confronti dei contendenti in nessun
caso possiamo tollerare disturbi in merito di
competenza. Più d'uno ha già perso di vista i
contendenti perché, credendo di non progredire
nell'ambito di competenza, cercava di
sgattaiolare in quello di non competenza. Simili
tentativi devono fallire del resto anche perché
un cancelliere incompetente, anche quando
viene colto alla sprovvista di notte e ce la
mette tutta, proprio in seguito alla sua
incompetenza è in grado di afferrare poco più
d'un qualsiasi avvocato o in fondo molto meno,
infatti - anche se potrebbe far anche qualcosa
perché conosce le vie segrete del diritto meglio
di tutti i signori avvocati - manca
semplicemente d'ogni tempo per ciò di cui non
ha competenza, non può sprecarci un
momento. Chi dunque, in tal prospettiva,
sprecherebbe le sue notti con cancellieri
incompetenti, anche i contendenti son
occupatissimi, se vogliono, accanto al loro
impiego normale, conformarsi alle citazioni ed
ai consigli delle autorità competenti,
occupatissimi, ovvio, nel senso dei contendenti,
ciò che naturalmente non è di gran lunga lo
stesso che nel senso dei cancellieri." K annuiva
sorridendo, credeva di capire tutto bene; non
perché gliene importasse, ma perché era
convinto di addormentarsi completamente da
un momento all'altro, stavolta senza esser
disturbato da sogni; tra i cancellieri competenti
da una parte e gli incompetenti dall'altra ed al
cospetto alla massa di occupatissime parti
sarebbe affondato nel sonno profondo ed in tal
modo sarebbe sfuggito a tutto. Si era a quel
punto talmente abituato alla bassa,
compiaciuta voce di Buergel, manifestamente
vana in riferimento alla sua sonnolenza, che il
sonno lo favoriva, essa, più che disturbarlo.
Macina, macina, mulino, pensò, non macini per
me. "Dov'è dunque", disse Buergel giocando
con due dita sul labbro superiore, occhi ben
aperti, collo proteso, quasi si avvicinasse dopo
una faticosa camminata ad un punto
d'osservazione incantevole, "dov'è dunque
quella menzionata possibilità, rara, che quasi
mai si presenta? Il segreto si cela nel
regolamento circa la competenza. Voglio dire,
in ogni grande organizzazione viva non è e non
può essere che per ogni pratica sia competente
solo un preciso cancelliere. Il fatto è che uno
ha la competenza principale, ma molti altri
hanno per certi versi una competenza, anche
se più modesta. Da solo chi potrebbe, e
foss'anche il più gran lavoratore, tenere
insieme sul suo scrittoio tutta la corrispondenza
anche soltanto dei casi più piccoli? Anche ciò
che ho detto della competenza principale, è
eccessivo. Non v'è anche nella minima
competenza già l'intera competenza? Qui non
sta la differenza nella passione con cui alla
pratica si dà di piglio? E non è tal passione
sempre identica, sempre piena? In chiunque
tra i cancellieri posson esserci differenze, ed
essa sono innumerevoli, ma non in fatto di
passione; nessun di loro potrà tirarsi indietro,
quando gli si rivolge l'esortazione di occuparsi
d'un caso per cui egli possieda sol la minima
competenza. Del resto dall'esterno deve venir
colta una ordinata possibilità di trattativa e così
mai per i contendenti si mette in primo piano
un determinato cancelliere cui esse debbano
burocraticamente attenersi. Questi però non
deve affatto esser del tipo che possieda la
massima competenza per il caso in questione,
qui decide l'organizzazione secondo le sue
particolari possibilità del momento. Le cose
stanno così. E ora considerate, signor
agrimensore, la possibilità che un contendente
in certe circostanze, malgrado quelle già
descrittevi in generale piene quanto basta
d'impedimenti, nel cuor della notte sorprenda
però un cancelliere che possieda una certa
competenza per il caso in questione. A tal
possibilità ancora non avete pensato? Voglio
credervi. Non è anzi nemmeno necessario,
pensarci, infatti non si presenta quasi mai.
Che razza di speciale, precisissimamente
foggiato, piccolo ed abile granello
dovrebb'essere un contendente del genere, per
scivolare attraverso l'insuperabile setaccio?
Credete che non possa affatto passare? Avete
ragione, non ci passa. Ma una notte - chi può
garantire in assoluto? - eppur ci passa. Tra i
miei conoscenti non ne ho alcuno, del resto, cui
ciò sia successo, orbene, non è certo una gran
prova, essi sono in confronto ai numeri qui in
questione pochi, inoltre non è affatto certo che
un cancelliere cui sia accaduto qualcosa del
genere voglia anche ammetterlo, è una
faccenda assolutamente molto personale e per
così dire confinante con l'onta burocratica.
Tuttavia la mia esperienza prova che si tratta
d'un fatto così raro, esistente in effetti soltanto
in base a voci, da null'altro confermato, che
dunque è assai irragionevole averne paura.
Anche se dovesse davvero accadere si può - si
dovrebbe credere - neutralizzarlo poco a poco
per cui si si provi, facilissima cosa, che al
mondo non ha spazio alcuno. In ogni caso è
patologico se ci si nasconde sotto la coperta
per l'ansia di tale fatto e non si osa dare
un'occhiata fuori. Ed anche se la completa
improbabilità di colpo dovesse prendere forma,
è poi già tutto perduto? Al contrario. Che tutto
sia perduto è ancor più improbabile
dell'improbabilissimo. Ovvio, se il contendente
è nella stanza, è già pessima cosa. Si stringe il
cuore. Quanto a lungo potrai opporti?, ci si
chiede. Non ci sarà però proprio nessuna
opposizione, questo è noto. La situazione, non
avete che da immaginarvela per bene. Il
contendente, mai visto, sempre atteso, cui
davvero s'è anelato, sempre ragionevolmente
concepito come inaccessibile, eccolo lì. Già con
la sua muta presenza egli invita a ficcarsi nella
sua povera vita, a darsi dunque da fare come
se fosse la nostra e ad appassionarsi alle sue
vane richieste. Tale invito nella notte silente
affascina. Lo si accoglie ed ecco che si è finito
d'essere un burocrate. E' una situazione in cui
già presto diventa impossibile respingere una
preghiera. Si è senza speranza, alla lettera;
ancor più alla lettera si è fortunati assai. Senza
speranza, infatti l'inermità con cui si sta ad
aspettar la preghiera del contendente e si sa
che la si deve, una volta che sia stata
espressa, soddisfare anche se fa in pratica a
pezzi l'organizzazione burocratica, almeno per
quanto se ne possa avere una vasta visione, è
questo il peggio che a uno possa succedere
nella professione. Prima di tutto - a prescindere
da ogni altra cosa - perché è anche
un'elevazione di rango assolutamente
inconcepibile quella che qui per il momento si
pretende. Nei limiti della nostra posizione non
siamo affatto autorizzati a soddisfare preghiere
come quelle di cui qui si tratta, ma con la
vicinanza di questo contendente notturno ci
crescono per così dire anche le forze
burocratiche, ci costringiamo a cose che sono
esterne al nostro campo; anzi, le eseguiremo.
Il contendente ci estorce nella notte, come il
masnadiero nella foresta, un sacrificio di cui
altrimenti mai saremmo capaci; orbene, le cose
vanno così, quando il contendente c'è ancora,
ci rafforza, costringe e sprona e tutto sta
andando ancora in modo a metà inconsulto;
come sarà però dopo, a cose fatte, quando il
contendente, soddisfatto ed incurante, ci lascia
e noi eccoci lì, da soli, indifesi davanti al nostro
abuso burocratico - neppure è concepibile!
Eppure siamo fortunati. Quanto può essere
suicidaria la fortuna! Potremmo certo sforzarci
di tener segreta al contendente la vera
situazione. Di suo lui a stento se n'accorge, di
qualcosa. Secondo la sua opinione,
probabilmente solo per alcuni motivi
indifferenti, casuali - troppo stanco, deluso,
irrispettoso ed indifferente a causa del
sovraffaticamento e della delusione - è
penetrato in un'altra stanza, come voleva siede
lì ignaro, occupato a pensare, se davvero si
occupa del suo errore o della sua stanchezza.
Si potrebbe lasciarcelo? Non si può. Con la
loquacità di chi ha il cuor contento bisogna
spiegargli tutto. Si deve, senza potersi
risparmiare un minimo, mostrargli nel dettaglio
che cosa è accaduto e per quali motivi, quanto
straordinariamente rara e quanto unicamente
grande è l'occasione, si deve mostrare come il
contendente in quest'occasione certo con totale
inettitudine, lui, del quale nessun'altra creatura
che non sia appunto solo un contendente può
essere al livello, si sia mosso a tentoni, come
però ora, se vuole, signor agrimensore, può
padroneggiare il tutto e non ha da far altro a
tale scopo che presentare in qualche modo la
sua preghiera il cui esaudimento è già
disponibile, anzi, verso cui egli si protende,
tutto ciò si deve mostrare; si tratta dell'ora
grave del funzionario. Ma quand'anche lo si sia
fatto, signor agrimensore, è accaduto ciò che è
strettamente necessario, e si deve limitarsi ad
aspettare."
K dormiva, isolato da tutto quel che accadeva.
Il capo, che dapprima sopra il braccio sinistro
era appoggiato ad una colonna del letto, nel
sonno era sceso e pendeva ora liberamente
calando lento più in basso ancora; l'appiglio del
braccio non bastava più, K macchinalmente se
ne procurò uno nuovo puntellando la mano
destra sopra la coperta del letto, e ciò facendo
casualmente agguantò per l'appunto un piede
di Buergel che si ergeva da sotto la coperta.
Buergel dette un'occhiata e e gli lasciò il piede,
per quanto ciò potesse esser fastidioso.
In quella bussarono con diversi forti colpi alla
parete di lato. K si spaventò e guardò verso la
parete. "Non c'è l'agrimensore lì?", fu chiesto.
"Sì", disse Buergel, liberò il piede da K e di
colpo si stirò brutale e sfrenato come un
ragazzino. "Allora finalmente deve venir di
qua", fu detto inoltre; per Buergel o per il fatto
che lui ancora potesse aver bisogno di K non si
aveva nessun riguardo. "E' Erlanger", disse
Buergel mormorando; che Erlanger fosse nella
stanza accanto, pareva non sorprenderlo.
"Andate subito da lui, è già indispettito, cercate
di placarlo. Ha un buon sonno; ma noi ci siamo
intrattenuti troppo a voce alta; non si riesce a
dominare se stessi e le proprie voci quando si
parla di certe cose. Andate, dunque, non
sembrate neppur capace di rimettervi dal
sonno. Andate, che cosa volete ancora, qui?
No, non dovete giustificarvi del vostro
intorpidimento, perché poi? Le forze fisiche
arrivano solo ad un certo limite; quale colpa
abbiamo che proprio tal limite significhi anche
altro? Nessuna colpa. Così si corregge anche il
mondo nella sua corsa, e mantiene l'equilibrio.
Si tratta anzi d'una regolazione eccellente, che
non cessa di esserlo, inimmaginabilmente, per
quanto da un altro punto di vista sia triste.
Andate dunque, non so perché mi guardate
così. Se esitate ancora, Erlanger viene qui,
cosa che eviterei molto volentieri. Andate;
chissà che cosa vi aspetta di là, qui le occasioni
non mancano. Solo che com'è ovvio ci sono
occasioni che per dir così son troppo grandi per
approfittarne, ci sono cose che vanno a vuoto
in null'altro che in se stesse. Certo, è
sbalorditivo. Del resto però io spero di
prendere un po' di sonno. Ovvio, son già le
cinque e presto inizia il chiasso. Magari voleste
andarvene almeno voi!"
Stordito dall'improvviso risveglio da un sonno
profondo che aveva subito, ancora bisognoso di
dormire senza limiti, dolorante soprattutto a
causa della penosa postura, K non riuscì a
lungo a decidere di levarsi, si teneva la fronte e
si guardava in grembo. Neanche il protrarsi dei
commiati da parte di Buergel avrebbero potuto
muoverlo ad andarsene, solo un senso della
totale inutilità d'ogni ulteriore permanenza in
quella stanza lentamente lo decise.
Indescrivibilmente desolata, gli parve la
stanza. Se fosse diventata tale o lo fosse
sempre stata, lui non lo sapeva. Non gli
sarebbe nemmeno riuscito di riaddormentarsi,
lì. Quella persuasione fu addirittura decisiva;
sorridendone un po', si sollevò, si resse dove
trovò un appiglio, nel letto, alla parete, alla
porta, e uscì come se da molto si fosse
congedato da Buergel, senza un saluto.

Diciannovesimo capitolo

Probabilmente sarebbe transitato con la stessa


indifferenza davanti alla stanza di Erlanger se
questi non fosse stato sulla porta, che era
aperta, e non gli avesse fatto un cenno. Breve,
singolo, con il dito indice. Erlanger era già
completamente pronto ad andarsene,
indossava un cappotto di pelliccia nero dal
bavero abbottonato strettamente fino in cima.
Un usciere gli porgeva per l'appunto i guanti e
il berretto di pelliccia. "Avreste dovuto venire
da un bel pezzo", disse Erlanger. K aveva
intenzione di giustificarsi. Erlanger con un muto
chiuder gli occhi indicò che ci rinunciava. "Si
tratta di quanto segue", disse. "nella mescita
era a servizio prima una certa Frieda; ne
conosco solo il nome, lei non la conosco, non
m'interessa. Questa Frieda un tempo ha servito
a Klamm la birra. Ora pare che vi sia un'altra
ragazza. Ora, questo cambiamento
naturalmente è insignificante, probabilmente
per tutti, e con ogni certezza per Klamm. Tanto
più grande però è un'opera, e quella di Klamm
è ovviamente la massima, tanta meno forza
resta per proteggersi contro il mondo esterno,
ragione per cui ogni insignificante
cambiamento di ciò che è più insignificante può
essere una seria turbativa delle cose. Il minimo
cambiamento sulla scrivania, l'eliminazione
d'una macchia di sporco da tempo
immemorabile presente, cose del genere
possono essere turbative, e lo stesso lo è una
nuova ragazza di servizio alle camere. Ora,
tutto ciò ovviamente, anche se disturbasse
ogni altro all'opera con un lavoro qualsiasi, non
disturba Klamm; è fuori discussione. Ciò
nonostante siamo tenuti a vegliare sul
benessere di Klamm al punto di rimuovere
anche turbative che per lui non sono tali - e
probabilmente non ve n'è alcuna, per lui - se
esse ci danno nell'occhio come possibili
turbative. Non rimuoviamo queste turbative
per lui né per la sua opera, ma per noi, per la
nostra coscienza e la nostra pace. Perciò quella
Frieda deve far subito ritorno nella mescita,
forse proprio con il ritornarvi disturberà; ora,
noi in seguito la manderemo via di nuovo, ma
temporaneamente deve ritornare. Voi vivete
con lei, come mi si è detto, disponete dunque
subito il suo ritorno. In merito non può aversi
alcun riguardo per i sentimenti personali, è
evidente, perciò non mi metto nella minima
ulteriore discussione della faccenda. Faccio
assai di più di quanto sia necessario se accenno
al fatto che, qualora voi diate buona prova in
tale piccolezza, ciò nella vostra carriera può
esservi utile, all'occasione. E' tutto quel che ho
da dirvi." fece un segno di saluto a K, si mise il
berretto di pelliccia che l'usciere gli porgeva e
se ne andò veloce, seguito dall'usciere, però un
poco claudicante, via nell'andito.
Talvolta lì venivan dati comandi facilissimi da
soddisfare, ma tale facilità non rallegrò K. Non
solo perché il comando riguardava Frieda e
certamente era inteso come tale, facendo
tuttavia a K l'effetto d'una derisione, in
particolare soprattutto perché da esso per K
c'era da spettarsi la vanificazione di tutte le sue
fatiche. I comandi gli passavano sulla testa, i
negativi ed i positivi, ed anche quelli positivi
avevano in definitiva un nocciolo di negatività,
comunque tutti gli passavano sulla testa e lui
aveva una posizione troppo bassa per
interferirvi o nel concreto per farli tacere e per
far sentire la sua voce. Se Erlanger ti fa cenno
di no, cosa vuoi fare, tu? E se non facesse
cenno di no, che cosa potresti dirgli?
Certamente K era consapevole che quel giorno
la stanchezza lo aveva danneggiato più della
negatività delle situazioni, ma perché non
poteva, lui che aveva creduto di poter fidarsi
del suo fisico e che senza tal convinzione
nemmeno si sarebbe messo in cammino,
perché non poteva sopportare un'unica
nottataccia e pure senza sonno, perché era
diventato proprio così indomabilmente stanco lì
dove nessuno lo era, o dove piuttosto ognuno
continuava ad esserlo senza che ciò
danneggiasse il lavoro, anzi, pareva che lo
incoraggiasse di più, il lavoro? Se ne
concludeva che era una stanchezza di tipo
totalmente diverso da quella di K. Lì la
stanchezza era davvero mescolata alla felicità
del lavoro; qualcosa che dall'esterno pareva
stanchezza ed era calma propriamente
imperturbabile, imperturbabile pace. Se a
mezzodì si è un po' stanchi ciò fa parte del
felicemente naturale corso della giornata. I
signori funzionari qui han di continuo il
mezzodì, si diceva K.
E ciò corrispondeva assai al fatto che il quel
momento, attorno alle cinque, dappertutto ai
due lati dell'andito v'era vita. Tale confusione di
voci nelle stanze aveva qualcosa di
estremamente lieto. A momenti sembrava
come esultanza di bambini che si preparano ad
un'escursione, a momenti come l'apertura d'un
pollaio, come la gioia di essere in
iperconsonanza con il sorgere del giorno, da
qualche parte la voce d'un signor funzionario
imitava il verso d'un gallo. L'andito di per sé
era ancora certamente vuoto, ma le porte già
erano in azione, di continuo una veniva aperta
un po' e velocemente richiusa, v'era un
rumore, per via di tale aprir e chiuder porte,
qua e là K vedeva già, su, nell'apertura lasciata
dalle pareti che non arrivavano fino al soffitto,
teste mattinalmente arruffate apparire e
sparire. Da lungi veniva lentamente condotto
da un usciere un carrello che conteneva
documenti. Un secondo usciere accanto al
primo aveva in mano una lista e confrontava
in esso chiaramente i numeri delle porte con
quelli degli atti. Il carrello si fermava davanti
alla maggioranza delle porte, normalmente si
apriva anche la porta ed gli atti pertinenti,
talvolta solo un foglietto - in casi del genere si
sviluppava una discussioncina tra la stanza e
l'andito, probabile che all'uscire venissero fatti
dei rimproveri - venivano pòrti nelle stanze. Se
la porta restava chiusa gli atti accuratamente
venivano accumulati sulla soglia. In casi del
genere parve a K come se il movimento delle
porte vicine non venisse dopo, per quanto
anche lì gli atti fossero stati distribuiti, ma si
infittisse in anticipo. Forse gli altri avidamente
tenevan d'occhio gli atti giacenti sulle soglie
chissà perché non ancora tirati su, non
riuscivano a capire come qualcuno avesse
bisogno solo di aprir la porta per entrare in
possesso dei suoi atti e però non lo facesse;
forse era perfino possibile che gli atti
definitivamente non tirati su più tardi venissero
distribuiti tra gli altri signori funzionari, i quali
già sul momento con occhiate continue
volevano sapere se gli atti continuavano a
giacere sulle soglie e se dunque per loro c'era
ancora speranza. Del resto tali atti rimasti sul
pavimento erano per lo più fascicoli
particolarmente grossi; e K suppose che vi
fossero stati temporaneamente lasciati per
malvagità, per spacconeria od anche per
giustificata alterigia, a scopo di stimolare i
colleghi. Lo rinforzò in quella supposizione il
fatto che talvolta, sempre quando lui non stava
guardando, il cumulo, dopo che lui era stato
abbastanza a lungo di vedetta, d'improvviso e
in fretta era tirato dentro la stanza, poi la porta
restava immobile come prima ed allora anche
le porte vicine si placavano, deluse o
soddisfatte per la rimozione finale dell'oggetto
ininterrottamente provocatorio, tuttavia poi di
nuovo si rimettevano gradualmente in
movimento. Osservava il tutto, K, non solo con
curiosità, ma anche con partecipazione. Si
sentiva quasi dentro il meccanismo, guardava
qua e là e seguiva - anche se a distanza
appropriata - gli uscieri che ovviamente s'erano
voltati già diverse volte verso di lui con sguardi
severi, testa abbassata, labbra protruse, ed
assisteva al loro lavoro di distribuzione. Essa
procedeva sempre meno liscia, mai scorreva, o
la lista non corrispondeva del tutto, o gli atti
non eran sempre ben distinguibili per l'usciere,
o i signori funzionari per altri motivi facevano
obbiezioni; in ogni caso accadeva che diverse
assegnazioni dovessero esser fatte tornare
indietro, allora il carrello retrocedeva e veniva
discussa attraverso gli spiragli delle porte la
restituzione degli atti. Già in sé le discussioni
creavano grandi difficoltà, ma succedeva di
frequente che, trattandosi di restituzione, per
l'appunto le porte che prima erano state in
vivace movimento, in quel momento
restassero inesorabilmente chiuse, come se
della cosa non volessero nulla più saperne.
Allora soltanto iniziavano propriamente le
difficoltà. Chi riteneva di aver diritto agli atti
era impaziente al massimo, faceva gran
chiasso in camera sua, batteva le mani,
pestava i piedi, continuava ad reclamare dallo
spiraglio della porta, lì nell'andito, un certo
documento numerato. Allora il carrello restava
spesso del tutto abbandonato. Uno degli uscieri
era occupato a placare l'impaziente, l'altro
lottava davanti alla porta chiusa per la
restituzione. Per entrambi era dura.
L'impaziente diventava spesso, a causa dei
tentativi di placarlo, ancor più impaziente, non
poteva più neppure star a sentire le vuote frasi
dell'usciere, non voleva esser consolato, voleva
gli atti; uno così in un caso vuotò attraverso
l'apertura in alto un'intera catinella sull'usciere.
All'altro usciere, palesemente di grado
superiore, andò anche peggio. Il signor
funzionario in questione in particolare si mise a
discutere, eran questioni pratiche cui l'usciere
faceva riferimento sulla sua lista, il signor
funzionario sulle sue note e appunto sugli atti
che lui doveva restituire, ma che per il
momento stringeva in mano, tanto che a mala
pena un angolino ne rimaneva visibile, agli
occhi avidi dell'usciere. Poi l'usciere fu anche
costretto a far ritorno, per nuove verifiche, al
carrello che, nell'andito un po' in discesa, era
rotolato un pezzetto oltre, o ad andare dal
signor funzionario che reclamava gli atti ed ivi
scambiare le obbiezioni del precedente
possessore con nuove contro obbiezioni. Simili
discussioni duravano assai a lungo, in certi casi
ci si metteva d'accordo, il signor funzionario
restituiva per dire una parte degli atti o
riceveva come indennizzo altri atti, quando si
era trattato di uno scambio; succedeva però
anche che qualcuno dovesse senz'altro
rinunciare a tutti gli atti da lui pretesi, sia che
per mezzo delle prove dell'usciere fosse messo
alle strette, sia che fosse stanco di seguitare a
trattare, ma allora non dava gli atti all'usciere,
piuttosto li scagliava con improvvisa risoluzione
per l'andito, talché i legacci si scioglievano, i
fogli volavano e gli uscieri penavano assai a
rimettere tutto a posto. Ma tutto era
relativamente ancor più semplice rispetto a
quando l'usciere con la sua preghiera di
restituzione essenzialmente non otteneva
alcuna risposta, stava davanti alla porta chiusa,
pregava, reclamava, citava la sua lista, si
richiamava alle istruzioni che aveva avuto,
tutto inutile, dalla stanza non veniva suono, e
senza permesso l'usciere chiaramente non
aveva alcun diritto di entrare. Allora
l'autocontrollo abbandonava anche quello
squisito usciere, andava al suo carrello, si
sedeva sugli atti, si detergeva il sudore dalla
fronte e non cercava per un po' di far
nient'altro che dondolare i piedi impotente.
Attorno ci s'interessava assai alla cosa,
dappertutto si mormorava, di porte calme ce
n'era al massimo una, e da sopra il parapetto
in cima alla parete, curioso, quasi
completamente contraffatte da sciarpe, facce
che oltre a ciò non restavano un momento
calme dov'erano seguivano tutto quel che
accadeva. Tra quell'agitazione per K fu strano
che la porta di Buergel per tutto il tempo
restasse chiusa e che gli uscieri avessero già
oltrepassato quella parte dell'andito senza però
aver dato a Buergel alcun atto. Forse dormiva
ancora, il che avrebbe significato in quel
chiasso un sonno assai sano, ma perché non
aveva ricevuto alcun atto? Solo pochissime
stanze, ed inoltre probabilmente vuote erano
state tralasciate in quel modo. Al contrario,
nella stanza di Erlanger c'era già un nuovo e
davvero inquieto ospite, Erlanger doveva esser
stato, poco a poco, cacciato nella notte, cosa
poco confacente alla freddezza e complicatezza
del suo carattere, ma che lui avesse dovuto
aspettare K sulla soglia però ne era indice.
Da tutte le osservazioni singole poi K
continuava a tornare presto all'usciere; nel
caso di quello non accadeva veramente ciò che
a K era stato riferito sugli uscieri in generale,
della loro inerzia, della loro confortevole vita,
della loro arroganza, tra di loro c'eran davvero
eccezioni o, più probabilmente, gruppi diversi,
infatti lì in quel posto, come K notava, c'erano
molte differenze di cui fino a quel momento
aveva appena potuto vedere un accenno. In
particolare l'inflessibilità di quell'usciere gli
piaceva molto. Nel combattimento con quelle
piccole ostinate stanze - a K pareva per lo più
un combattimento con le stanze perché a
stento ne poteva vedere gli occupanti -
l'usciere non aveva mollato. Certamente
esausto - chi non si sarebbe stancato? - presto
si era ripreso, era sceso via dal carrello e di
nuovo s'era lanciato digrignando i denti contro
la stanza cocciutamente chiusa. E successe che
lui fu respinto due, tre volte, in modo molto
semplice del resto, unicamente dal diabolico
silenzio, senza tuttavia venirne affatto
sconfitto. Quando capì che attaccando
apertamente non avrebbe ottenuto nulla, tentò
in un altro modo, per esempio, per quel che
capì K, con l'astuzia. Apparentemente mollò la
porta, le lasciò diciamo esaurire la silenziosità,
si rivolse ad altre porte, dopo un pochino
ritornò indietro, chiamò l'altro usciere, tutto in
modo che attirasse l'attenzione, a voce alta, ed
iniziò ad ammucchiare gli atti sulla soglia della
porta chiusa come se avesse cambiato opinione
ed al signor funzionario legittimamente non
fosse da togliere alcunché, ma invece da
consegnare. Poi andò oltre tenendo però
sempre d'occhio la porta e quando il signor
funzionario, come accadeva di solito, presto
cautamente aprì la porta per incamerare gli
atti, l'usciere con pochi salti fu lì, spinse il
piede tra porta e infisso costringendo il signor
segretario ad aver a che fare con lui almeno
faccia a faccia, cosa che di solito portava ad un
esito pressappoco soddisfacente. E se non ci
riusciva o, ad un'altra porta, non gli sembrava
il modo giusto, ne cercava uno diverso. Per
esempio faceva ricorso ad un signor segretario
reclamante gli atti. Spingeva poi l'altro usciere
che lavorava sempre in modo meccanico, un
aiuto davvero misero, da una parte ed iniziava
lui a cercar di convincere il signor segretario
mormorando segretamente, ficcando il capo
nella stanza, probabile che gli facesse
promesse e gli assicurasse anche, in vista della
prossima consegna una punizione conveniente
dell'altro signor cancelliere, almeno indicava
più volte la porta dell'avversario e rideva, per
quanto la sua stanchezza lo permettesse. Poi ci
furono uno o due casi in cui rinunciò ad ogni
tentativo, ma anche in tal caso K ritenne che
fosse solo un'apparenza di rinuncia o almeno
una rinuncia per motivi giustificati, infatti se ne
andò calmo, tollerò senza voltarsi indietro il
chiasso del signor segretario danneggiato, solo
la chiusura degli occhi per un certo tempo
indicando che il chiasso lo faceva soffrire.
Tuttavia poi anche il signor segretario si calmò
pian piano, come un ininterrotto pianto
infantile pian piano si trasforma in singhiozzi
sempre più isolati così fu anche del suo
gridare; ma anche, dopo che tutto si era
taciuto già completamente, di nuovo ancora a
tratti vi fu un urlo isolato o un fuggevole aprire
e chiudere quella porta. Comunque ciò indicava
che anche lì l'usciere probabilmente era andato
avanti in modo pienamente corretto. Alla fine
rimase solo un signor segretario che non
intendeva calmarsi, tacque a lungo, ma solo
per riprendersi poi ricominciò non più debole
che non prima. Non era del tutto chiaro perché
gridasse tanto e protestasse, forse neppure
dipendeva dalla distribuzione degli atti. Intanto
l'usciere aveva finito il suo lavoro; solo un
unico atto, davvero solo una carterella, un
foglietto d'un taccuino era restato nel carrello
per un errore dell'aiuto usciere, ed ora
s'ignorava a chi consegnarlo. Potrebbe essere
benissimo il mio, di atti, passò per la testa a K.
Il capo villaggio aveva infatti parlato sempre di
questo caso di tutti il più infimo. E K tentò, per
quanto in fondo trovasse arbitraria e ridicola la
sua pretesa, di avvicinarsi all'usciere, che
pensieroso esaminava il foglietto; non fu del
tutto facile, infatti l'usciere ricambiava male la
propensione di K, anche immerso nel più duro
lavoro aveva sempre trovato ancora il tempo di
guardar male o con impazienza e nervoso
scuoter della testa in direzione di K. Solo
allora, finita la distribuzione, pareva aver un
poco aver dimenticato K come in genere s'era
fatto più indifferente, la sua grande
spossatezza giustificava l'indifferenza, anche
con il foglietto non si dette molta pena, forse
neppure lo lesse tutto, solo questo, anche se lì
nell'andito probabilmente avrebbe dato una
gioia ad ogni titolare di camera dandogli il
foglietto, prese una diversa decisione, ne aveva
abbastanza di dar documenti, con un indice
sulle labbra segnalò al suo accompagnatore di
tacere, fece a pezzetti - K essendo ancora non
lontano da lui - il foglietto e se lo ficcò in tasca.
Era la prima irregolarità che lì, nell'attività
burocratica, K avesse visto, del resto era
possibile che lui non la capisse in modo
corretto. Ed anche se era una irregolarità, era
perdonabile; nella situazione lì dominante non
poteva, l'usciere, operare senza pecche, una
buona volta la rabbia accumulata,
l'inquietudine, dovevano esplodere, e se si
esprimevano solo nel fare a pezzettini un
foglietto, ciò era ancora abbastanza innocente.
Continuava in effetti a rintronare lungo l'andito
la voce implacabile del signor cancelliere, ed i
colleghi, che per altro avevano rapporti
reciproci non molto amichevoli, sembravano
riguardo al chiasso pienamente d'un'unica
opinione; poco a poco era come se quel signore
si fosse assunto l'incarico di far chiasso per
tutti loro, che lo incoraggiavano, solo a parole
e cenni del capo, a non mollare. A quel punto
però all'usciere non gliene importava più
nemmeno, con il suo lavoro era a posto, indicò
il manico del carrello e l'altro usciere lo afferrò
ed insieme lo trascinarono via come erano
venuti, solo più contenti e così alla svelta che il
carrello rimbalzava davanti a loro. Solo in un
caso ebbero un movimento convulso e dettero
un'occhiata indietro, quando quel signore
ancora urlante, davanti a cui K in quel
momento indugiava per il fatto che avrebbe
volentieri compreso cosa voleva, quello, ad
urlare palesemente non ce la faceva più,
probabile che avesse scoperto il pulsante d'un
campanello elettrico e, completamente
incantato di non dover urlare, cominciò a
suonare senza interruzione. Ragion per cui
nelle altre stanze iniziò un gran mormorio,
pareva significare consonanza, quel signore
sembrava fare qualcosa che gli altri già da
tempo avrebbero fatto e che solo per ignoti
motivi avevano dovuto tralasciare. Era forse la
servitù, magari Frieda, che quel signore voleva
chiamare? In quel caso ne aveva da suonare.
Frieda era bell'e presa ad avvolgere Jeremias di
panni umidi e, anche se lui doveva già star
meglio, lei non ce l'aveva affatto il tempo,
perché poi s'era sdraiata tra le braccia di lui.
Tuttavia lo scampanellio ebbe lo stesso un
risultato. S'affrettava già da lungi sul posto il
locandiere, di nero vestito ed abbottonato
come sempre; era però come se lui avesse
dimenticato la sua dignità, e camminava a
braccia mezzo allargate come se fosse
chiamato per una gran disgrazia ed accorresse
per afferrarla, la disgrazia, e ficcarsela in seno
subito, e ad ogni piccola stonatura dello
scampanellio pareva che facesse un saltello e
corresse ancor di più. Un bel pezzo dietro di lui
fece la sua comparsa anche la moglie, anche lei
correva a braccia larghe, ma i suoi passi eran
brevi e leziosi; K pensò che sarebbe arrivata
troppo tardi, il locandiere nel frattempo
avrebbe fatto tutto quel che ci voleva. Per far
posto alla corsa del locandiere K si strinse alla
parete, ma quello si fermò proprio alla sua
altezza come se K fosse il suo scopo e subito
anche la locandiera fu lì, ed entrambi lo
ricoprirono di rimproveri che lui non capì, tra la
sorpresa e la fretta, specie perché vi si
mescolava il campanello del signor cancelliere
e addirittura altri campanelli iniziavano ad
agire, a quel punto non per necessità, ma per
gioco ed eccesso di piacere. Per il fatto che
gl'importava molto di capir bene la sua colpa, K
fu d'accordo che il locandiere lo prendesse
sotto braccio e con lui si allontanasse dal
chiasso che seguitava a rinforzarsi, infatti
dietro a loro - K non si voltò nemmeno, perché
quei due, specie lei, lo assediavano di parole -
si spalancavan le porte, l'andito si animava,
pareva svilupparvisi un traffico come lungo una
vivace viuzza, davanti invece le porte
aspettavano innocentine che K alla fine vi
passasse davanti per poter rilasciar i signori
cancellieri, ed in tutto ciò i campanelli
suonavano, continuavano ad esser suonati,
come per festeggiare una vittoria. Da ultimo -
eran già di nuovo nella silente corte bianca
dove alcune slitte aspettavano - pian piano K
s'informò, insomma, di cosa si trattava? Né il
locandiere né la moglie riuscivano a capacitarsi
del fatto che K avesse potuto far qualcosa di
simile. Ma che aveva poi fatto? , continuava a
chiedere K, senza però riuscire a capirlo subito,
perché la colpa per quei due era troppo
evidente e neppure alla più lontano pensavano
che lui fosse in buona fede. Solo assai con
lentezza K capì tutto quanto. Era stato
nell'andito senza averne diritto, in generale al
massimissimo per lui era praticabile la mescita,
e ciò solo per graziosa concessione e contro
ogni smentita. Se citato da un signor segretario
lui doveva comparire nel luogo della citazione,
ma restar sempre consapevole - ma ce l'aveva
il comune comprendonio o no? - del fatto che si
trovava in un qualche dove di cui propriamente
non faceva parte, in cui solo un signor
cancelliere, con grandissima riluttanza e solo
perché n'era giustificato richiedendolo un affare
di tipo burocratico, lo aveva convocato. Doveva
dunque svelto comparire, farsi interrogare, ma
poi sparire se possibile anche più svelto. Lì
nell'andito, ma non l'aveva sentita proprio la
grave sconvenienza? Ma se l'avesse sentita,
come avrebbe potuto vagolar lì come un
animale al pascolo? Non era stato citato ad
un'udienza notturna? Non lo sapeva perché si
adottano le udienze notturne? Le udienze
notturne - e qui K ebbe una nuova spiegazione
della sua interpretazione - avevan solo lo scopo
di sentir le parti contendenti, la cui vista ai
signori cancellieri di giorno è intollerabile, alla
svelta, di notte, con la possibilità, alla luce
artificiale, di dimenticarne subito dopo
l'udienza, nel sonno, tutta l'oscenità. La
condotta di K però aveva ridicolizzato ogni
disposizione cautelativa. Anche gli spettri
spariscono prima del mattino, invece K era
rimasto lì, le mani in tasca, come se aspettasse
che, poiché non s'allontanava, lo avrebbe fatto
l'intero andito con tutte le stanze ed i signori
cancellieri. E ciò sarebbe anche - ne avrebbe
potuto star certo - sicurissimamente avvenuto,
se soltanto fosse stato in qualche modo
possibile, infatti il tatto dei signori cancellieri è
sconfinato. Nessuno lo spingerà via K, diciamo,
od anche solo gli dirà ciò che del resto è
evidente, che finalmente lui deve andarsene
via; nessuno lo farà, anche se essi, presente K,
tremino turbati ed il mattino, l'ora più amata,
verrà loro guastato. Invece di agire contro K,
essi preferiscono soffrire, ciò facendo del resto
nella speranza che anche lo stesso K però alla
fine dovrà poco a poco capire ciò che alla vista
è risaltante in riferimento alla pena dei signori
cancellieri, e soffrirne fino a non sopportarlo,
tanto è orribilmente fuori luogo star lì di
mattina nell'andito viabile a tutti. Speranza
vana. Non lo sanno o non vogliono saperlo,
nella loro gentilezza e degnazione, che ci sono
anche cuori insensibili, duri, inteneribili da
nessuna riverenza. Non se lo cerca pure il grillo
notturno, povero animale, quando arriva il
giorno, un angolo tranquillo, si appiattisce, gli
garberebbe al massimo sparire ed è infelice
perché non gli riesce? Invece K si piazza lì dove
è più visibile e se con ciò potesse impedire
l'arrivo del giorno, lo farebbe. Non può
impedirlo, ma può ritardarlo, renderlo
complicato, purtroppo. Non ha assistito alla
consegna degli atti? Qualcosa cui nessuno ha il
permesso di assistere, a parte gli addetti.
Qualcosa che non han potuto vedere né il
locandiere né sua moglie in casa loro. Di cui
han sentito riferire sol per accenni, come oggi
per esempio dall'usciere. Ma non ci ha fatto
caso, K, che è qualcosa in sé d'incomprensibile
in quali difficoltà si sia svolta la consegna degli
atti, laddove ognun dei signori cancellieri si
limita a servir la causa, mai pensa al suo
vantaggio singolo e perciò in ogni modo deve
sforzarsi di fare in modo che la distribuzione
degli atti, questo importante, fondamentale
lavoro, abbia luogo rapidamente, facilmente e
senza pecche? E non gli è davvero affiorato, a
K, nemmen da lungi, il sentore che la causa
principale di tutte le difficoltà sia che la
distribuzione è stata condotta per forza a porte
quasi chiuse senza possibilità di comunicazione
diretta tra i signori cancellieri, che
naturalmente avrebbero potuto capirsi in un
attimo, mentre la distribuzione tramite uscieri
deve durare quasi ore, e mai può avvenire
senza reclami, è un continuo tormento per
signori cancellieri ed uscieri e probabilmente
avrà conseguenze dannose anche sul lavoro
successivo? E perché i signori cancellieri non
potevano comunicare tra loro? Ma ancora non
lo capisce, K? Qualcosa di simile alla locandiera
non si è presentato - ed il locandiere, per
quanto lo riguarda, conferma -
eppure loro due hanno avuto a che fare già con
una quantità di gente cocciuta. Cose che
altrimenti non si osa dire, a lui si devono dire
con chiarezza, o lui non capisce quel che è di
tutto il più essenziale. E dunque per forza sarà
detto questo: a causa sua, solo e
definitivamente per causa sua, i signori
cancellieri non han potuto uscire dalle loro
stanze dato che sono, al mattino, poco dopo
aver dormito, troppo pudichi, troppo vulnerabili
per potersi esporre a sguardi estranei; si
sentono in pratica, magari ancora non così
completamente vestiti, troppo scoperti per
mostrarsi. E' davvero difficile da dire per qual
motivo si vergognano, forse si vergognano,
questi lavoratori indefessi, solo perché han
dormito. Forse però ancor di più che di
mostrarsi, si vergognano di vedere estranei;
ciò che felicemente per il tramite delle udienze
notturne hanno superato, la vista dei
contendenti per loro così ardua da sopportare,
mica vogliono di primo mattino di colpo senza
mediazioni lasciar che li invada di nuovo senza
veli. Non ne son proprio all'altezza. Che razza
di persona dev'essere quella che non rispetta
questo! Bene, dev'essere una persona come K.
Uno che se ne frega di tutto, della legge come
dei più tra tutti normali riguardi umani, con
questa ottusa indifferenza e disattenzione, uno
al quale non importa nulla di rendere quasi
impossibile la distribuzione degli atti e di
danneggiare la reputazione della casa e che
riesce a far quello che ancora non è mai
accaduto, che i signori cancellieri stessi, portati
alla disperazione, inizino a difendersi, dopo
essersi sforzati in modo impensabile per gente
normale dian di piglio ai campanelli e chiamino
aiuto per cacciare K, per altri versi inamovibile!
Loro, i signori cancellieri, che chiedono aiuto!
Locandiere, locandiera e personale tutto non
sarebbero infatti accorsi da un pezzo, si
sarebbero limitati, a malincuore, ad osar di
prima mattina, la lor comparsa davanti ai
signori cancellieri, foss'anche solo per portare
aiuto per poi subito sparire. Tremando
d'indignazione contro K, sconsolati a causa
della loro impotenza, essi avrebbero atteso lì
all'inizio dell'andito, e proprio l'inatteso
scampanellare sarebbe stato per loro una
liberazione. Ora, il peggio era finito! Magari
avessero potuto guardar solo un momento la
lieta attività dei signori cancellieri finalmente
liberi da K! Naturale che ovviamente per K non
era finita lì; avrebbe dovuto rispondere certo
di ciò che aveva causato lì.
Nel frattempo erano arrivati fin nella mescita;
perché il locandiere nonostante tutta la sua
arrabbiatura ci avesse condotto K non era del
tutto chiaro, ma forse aveva riconosciuto che la
stanchezza di K gli aveva reso impossibile
lasciar la casa subito. In assenso d'una
richiesta di mettersi ad aspettare, subito K in
pratica si afflosciò sopra un barile. Lì nel buio
stava bene. Nel vasto ambiente brillava solo
una debole lampada elettrica al di sopra dei
rubinetti della birra. Anche all'estreno era
ancora buio fitto, pareva che nevicasse. Lì si
era al caldo, si doveva esser grati e provvedere
a non farsi cacciare. Gli stavano ancora davanti
il locandiere e la locandiera, come se lui
significasse ancora un certo pericolo, come se
data la sua piena inaffidabilità non fosse affatto
escluso che d'improvviso lui si alzasse e
cercasse di ripenetrare nell'andito. Erano
anch'essi sfiancati dallo spavento notturno e
dalla levata prematura, in particolare la
locandiera, che addosso aveva un abito di seta
frusciante, gonna larga, marrone, abbottonato
e sistemato un po' disordinatamente - da dove
l'aveva tirato fuori, nella fretta? - , teneva
appoggiato alla spalla di suo marito il capo
come fosse rotto, con un fine fazzolettino si
sfiorava gli occhi, nel frattempo rivolgendo
occhiatacce infantili su K. Per tranquillizzare la
coppia K disse: tutto quel che gli avevano
riferito gli era completamente nuovo, che
tuttavia, nonostante la sua insipienza, non era
rimasto tanto a lungo nell'andito, dove davvero
non aveva niente da fare e certo non aveva
intenzione di tormentare nessuno, tutto invece
era successo a causa della sua straordinaria
stanchezza. Li ringraziava per aver messo fine
alla penosa scena, nel caso che lo si fosse
chiamato a risponderne ne sarebbe stato molto
contento, infatti solo in quel modo avrebbe
potuto impedire che la sua condotta venisse
interpretata male. Solo della stanchezza e di
nient'altro era stata colpa. Tale stanchezza
però derivava dal fatto che lui ancora non era
abituato allo strapazzo delle udienze. Non
aveva certo intenzione di rimanere a lungo.
Fatta qualche esperienza di udienze qualcosa di
simile non accadrebbe di nuovo. Forse lui le
prende troppo sul serio, le udienze, però
questo mica è un inconveniente. Due udienze,
ha avuto da passare, una da Buergel e la
seconda da Erlanger, specie la prima lo ha
molto spossato, la seconda del resto non è
durata a lungo. Erlanger gli ha chiesto solo un
favore, ma insieme le due son state qualcosa di
più di quanto lui potesse sopportare, forse
anche per un altro, mettiamo per il signor
locandiere, sarebbero troppo. Solo che, dalla
seconda udienza, è uscito barcollando. Quasi in
uno stato d'ubriachezza; visti e uditi per la
prima volta due signori cancellieri, dovuto
anche risponder loro. Tutto andato bene, poi
però ecco capita la disgrazia, che però dopo
quel che è successo prima davvero si fa fatica
a fargliene una colpa, a lui. Se solo avessero
saputo il suo stato, Erlanger e Buergel, di
sicuro se ne sarebbero curati ed avrebbero
prevenuto tutto il resto, purtroppo però
Erlanger subito dopo l'udienza doveva andar
via subito, chiaramente al castello, e Buergel,
probabilmente spossato per via di quell'udienza
- come avrebbe dunque potuto sopravviverle,
K, senza esaurir le forze? -, s'era
addormentato ed aveva seguitato a farlo
durante tutta la distribuzione degli atti. Avesse
K avuto una simile possibilità, ne avrebbe
usufruito con gioia e volentieri rinunciato a
guardare ciò che era proibito, tanto più
facilmente perché in realtà non era affatto in
condizione di vedere, per cui anche i signori
cancellieri più sensibili avrebbero potuto
mostrarsi davanti a lui senza paura.
La menzione delle due udienze - anzi di quella
con Erlanger - ed il rispetto con cui K parlava
dei signori cancellieri, gli disposero in modo
positivo l'animo del locandiere. Parve già
d'accordo con la preghiera di K, di appoggiare
sui barili una tavola per poterci dormire almeno
fino alle prime luci del mattino, la locandiera
però era evidentemente contraria, acquisita
consapevolezza del disordine della sua mise,
muovendosi senza scopo qua e là, continuava a
scuotere la testa; una controversia
manifestamente più vecchia riguardante la
nettezza della casa stava per riesplodere.
Stanco com'era, per K quello di cui discutevano
i due sposi acquistò un enorme significato.
Venir scacciato di lì gli sembrava una disgrazia
sormontante tutto quel che aveva privato fino
a quel momento. Non doveva succedere, anche
se i due si fossero coalizzati contro di lui.
Attento li guardò, ripiegato sopra il barile,
finché la locandiera, con quella sua irritabilità
che da molto aveva colpito K, d'improvviso fece
un passo di lato e - forse aveva già parlato
d'altre cose con il locandiere - proruppe: "Ma
quanto mi guarda, questo! Mandalo via, una
buona volta!" K però, cogliendo l'occasione e
dunque pienamente sicuro, quasi fino
all'indifferenza, disse: "Non guardo te, soltanto
il tuo abito."
"Perché?", chiese la locandiera infuriata. K fece
spallucce.
"Andiamo!", disse la locandiera al locandiere.
"E' ubriaco, questo tanghero, ma di sicuro.
Lasciamolo qui a smaltire la sbornia!" Ed
ordinarono inoltre a Pepi, scappata fuori dal
buio al loro richiamo, scombussolata, stanca,
trascuratamente in mano una scopa, di
buttargli un cuscino, a K.

Ventesimo capitolo

Quando si sveglio K dapprima credeva di aver


dormito quasi niente; la stanza era
immutatamente vuota e calda, tutte le pareti al
buio, l'unica lampada a incandescenza al di
sopra dei rubinetti della birra era spenta, pura
fuor delle finestre era notte. Quando però si
stirò, il cuscino cadde e scricchiolarono asse e
barili, subito arrivò Pepi e lui venne dunque a
sapere che era già sera e che aveva dormito
parecchio più di dodici ore. Durante la giornata
la locandiera aveva chiesto di lui diverse volte,
anche Gerstaecker, che al mattino, quando K
aveva parlato con la locandiera, era stato nel
buio in attesa della birra, ma poi non aveva più
osato disturbare K, nel frattempo era venuto
una volta per vederlo ed infine anche Frieda
era venuta, forse, ed era rimasta un momento
presso K pur non essendo lì per lui, quasi, ma
perché aveva da preparare diverse cose in
vista della ripresa del suo servizio, quella sera.
"Non le garbi più, dunque?", chiese Pepi,
intanto che portava caffè e facaccia. Non lo
chiese però malignamente secondo la sua
vecchia maniera, ma con tristezza, come se nel
frattempo avesse imparato a conoscere la
cattiveria del mondo, dinnanzi a cui ogni
privata cattiveria decade e diventa insensata;
parlava a K come a un compagno nella pena, e
quando lui assaggiò il caffè e lei credette di
vedere che lui non lo trovava abbastanza dolce,
corse a portargli l'intera zuccheriera. Ovvio,
non aveva nascosto la sua tristezza, forse quel
giorno non più da camuffare come l'altra
volta; aveva una quantità di nastri e fiocchi
intrecciati nei capelli che erano accuratamente
messi in piega sulle tempie, ed al collo aveva
una catenina che sprofondava nella scollatura
della blusa. Quando K, soddisfatto finalmente
di aver una buona volta dormito e di poter bere
un buon caffè, familiarmente allungò una mano
su uno dei fiocchi cercando di scioglierlo, Pepi
stancamente disse:" Ma lascia, dài", e si mise
accanto a lui su un barile. Non dovette
nemmeno farle domande sulla sua pena, fu lei
a cominciare il racconto, guardando fissa la
ciotola del caffè di K, come avesse bisogno di
una distrazione anche nel raccontare, come se
non potesse, anche occupandosi delle sue
pene, sacrificarsi completamente a loro, per lei
era troppo. Seppe presto, K, di avere
responsabilità proprio lui dell'infelicità di Pepi,
ma che lei non gliene portava rancore. Mentre
raccontava faceva energici cenni per non far
saltar fuori obbiezioni da parte di K. Tanto per
cominciare lui aveva portato via Frieda dalla
mescita e reso possibile la promozione di Pepi.
Null'altro di concepibile avrebbe potuto
muovere Frieda a lasciare il suo posto, lei
sedeva lì come il ragno nella ragnatela, aveva
dappertutto i suoi fili a lei sola noti; levarla di lì
contro la sua volontà sarebbe stato del tutto
impossibile, solo l'amore per un inferiore,
qualcosa dunque d'inconciliabile con la sua
posizione, poteva cacciarla da dov'era. E Pepi?
Ci aveva mai pensato, a guadagnarsi quel
posto? Faceva la serva, posizione
insignificante, con poche prospettive a
disposizione, sogni d'un gran futuro ce li aveva
come ogni ragazza, non ci si possono proibire, i
sogni, ma seriamente lei non pensava a un
progresso, si era rassegnata a quel che aveva
raggiunto. E a quel punto Frieda era scomparsa
di colpo dalla mescita, era stato così
improvviso che il locandiere un sostituto adatto
a portata di mano subito non l'aveva, lo cercò e
gli cadde l'occhio su Pepi, fattasi avanti,
s'intende, a modino. Allora lei amava K come
ancora mai aveva amato nessuno; mesi, era
stata giù nella sua minuscola camera buia,
preparata a vivere trascurata anni e, in caso
sfavorevole, tutta la sua vita, e allora era
spuntato di colpo K, un eroico liberatore di
fanciulle e dalla sua altezza le aveva aperto la
strada. D'altra parte lui non sapeva nulla di lei,
non l'aveva fatto per causa sua, ma ciò non
contava niente, lei era grata, la notte
precedente al suo nuovo collocamento - ancora
incerto, ma anche molto probabile - trascorse
ore a parlare con lui, a sussurrargli all'orecchio
i suoi grazie. E che fosse proprio Frieda la
persona di cui il fardello lui si era assunto
aumentò ai suoi occhi il valore di quel che lui
aveva fatto; c'era qualcosa
d'incomprensibilmente altruistico nel fatto che
lui, per tirar fuori Pepi, avesse reso sua amante
Frieda, una ragazza non carina, non di primo
pelo, magrolina, capelli corti e radi, inoltre
subdola, che ci ha sempre qualche segreto,
cosa che corrisponde bene al suo aspetto;
senza dubbio la miseria sta nel volto e nella
figura, ma devono esserci almeno altri segreti
che nessuno può verificare, per dire, la sua
presunta relazione con Klamm. Ed a Pepi
allora eran venute queste idee qui: possibile
che K ami Frieda davvero? Non s'inganna, o
inganna proprio solo Frieda e forse l'unico
risultato di tutto ciò sarà solo l'ascesa di Pepi?
K dopo se ne accorgerà, dell'errore, oppure
non vorrà più nasconderlo e non vedrà più
Frieda, ma solo Pepi, cosa che non doveva
essere affatto una insensata fantasia di Pepi,
infatti con Frieda lei poteva comprenderlo
benissimo, da ragazza a ragazza, quel che
nessuno negherà, cioè prima di tutto la
posizione di Frieda e lo splendore che lei aveva
saputo darle, da cui in un attimo K era stato
accecato. K sarebbe venuto, quando Pepi
avesse il posto, a pregarla, e lei avrebbe avuto
la scelta tra farlo contento lasciando il posto, e
rifiutarlo per ascendere ancora, questo aveva
sognato Pepi. E s'era predisposta a lasciar tutto
ed a ripiegar verso di lui, ad insegnargli
quell'amor vero che lui mai avrebbe potuto
apprendere con Frieda e che è indipendente da
ogni brillante sistemazione. Poi è andata
diversamente. Per colpa di cosa? Prima di tutto
K e poi è ovvio la scaltrezza di Frieda. K prima
di tutto; infatti cosa vuole lui, che razza di
persona speciale è? Cosa brama, che razza di
cose importanti sono quelle che lo occupano e
che gli fan dimenticare quel che è più vicino,
che è il meglio, il più bello? Pepi è la vittima
sacrificale, vince la stupidità e tutto è perduto;
e chi avesse la forza di dar fuoco a tutta la
locanda dei signori funzionari e di bruciarla, ma
da cima a fondo, che non ne resti traccia
alcuna, bruciarla come una carta nella stufa,
quello sarebbe in questo momento il diletto di
Pepi. Certo, Pepi è venuta, son quattro giorni,
nella mescita, appena prima del pranzo di
mezzodì. Non è affatto un lavoro leggero, è
quasi un lavoro micidiale, ma quel che si arriva
a fare non è mica poco. Pepi non era stata
mica con la testa nel sacco, prima, ed anche se
mai avrebbe preso in considerazione per sé nei
più arditi pensieri un posto simile, aveva fatto
abbondanti osservazioni, lo sapeva, di cosa si
trattasse, non si era presa il posto
impreparata. Non lo si può prendere da
impreparate, o lo si perde in poche ore. Come
se si volesse agire, nella mescita, a mo' di
serva! Come ragazze di servizio alle camere,
davvero, ci si sente col tempo completamente
perdute e dimenticate; è un lavoro come in una
miniera, almeno nell'andito dei cancellieri è
così, per giorni vi si vedon pochi contendenti
diurni che guizzano qua e là senza osare alzar
gli occhi su nessuno che non siano le due tre
altre ragazze di servizio alle camere e che sono
similmente amareggiate. Di mattina soprattutto
nessuno può uscire dalla stanza, i cancellieri
vogliono restar soli con sé stessi, il pranzo
glielo portano dalla cucina i servi per cui
normalmente le ragazze di servizio alle camere
non hanno nulla da fare, anche durante il
tempo del pranzo non è permesso mostrarsi
nell'andito. Solo mentre i signori cancellieri
lavorano le ragazze di servizio alle camere
possono far le pulizie, ma naturalmente non le
stanze occupate, solo quelle vuote, e il lavoro
deve procedere silenziosissimo perché il lavoro
dei signori cancellieri non sia disturbato. Ma
come si fa a pulire senza far rumore, quando i
signori cancellieri occupano le stanze diversi
giorni e per di più anche i servi, questa sudicia
gentaglia, ci gironzolano e la stanza, quando la
serva ci ha il via libera è in un tale stato che
nemmeno un diluvio potrebbe lavarla a fondo.
Ci son lì signori davvero altolocati, ma si deve
farsi forza e vincere la nausea che si prova, per
riuscire a far le pulizie dopo la loro uscita. Le
ragazze di servizio alle camere non hanno certo
un gran lavoro, in quantità, ma in qualità. E
mai una parola gentile, sempre solo rimproveri,
tra i quali, penosissimi ed assai ripetuti, questi:
che atti vanno perduti durante le pulizie.
Veramente, perduto non va niente, ogni
foglietto si consegna al locandiere, ma è ovvio
che atti van perduti, solo che non è colpa delle
ragazze di servizio alle camere. E poi ecco le
commissioni, le ragazze di servizio alle camere
devono lasciare la loro stanza e la commissione
esamina i letti, le ragazze di servizio alle
camere non han nulla di proprio, le loro poche
cose le hanno lì dove si trovano le loro gerle a
spalla, ma la commissione sta a cercare per
ore. Naturale, non trova nulla, la commissione,
come dovrebbero arrivarci gli atti? Ma il
risultato sono di nuovo, mediatore il locandiere,
solo insulti e minacce da parte della
commissione, delusa. Mai pace, né di giorno né
di notte, chiasso per metà nottata, chiasso di
prima mattina. Se almeno non si fosse
obbligati ad abitarci, ma lo si è, infatti portare
nelle altre ore, senza preavviso, questo o
quello dalla cucina è cosa delle ragazze di
servizio alle camere, specie di notte.
All'improvviso, sempre, ecco che batte il pugno
sulla porta delle ragazze di servizio alle
camere, ecco dettato il da farsi, la corsa giù in
cucina, la sveglia ai ragazzi, gli sguatteri che
dormivano, la messa giù della tazza, con
dentro quel che è ordinato, davanti alla porta
delle ragazze di servizio alle camere, da dove i
servi la prendono su, che tristezza tutto ciò.
Che però non è il peggio. Il peggio è piuttosto
quando non viene alcuna ordinazione, quando
in altri termini nel cuor della notte in cui tutti
già dovrebbero dormire e per lo più la
maggioranza lo fa, infine, capita che alla porta
delle ragazze di servizio alle camere s'inizi a
gironzolarci davanti. Allora le ragazze scendono
dai loro letti - che son l'uno sull'altro,
dappertutto nella stanza manca spazio, in
effetti l'intera stanza non è altro che un grande
armadio diviso in tre scompartimenti - e stanno
in ascolto alla porta, s'inginocchiano, si
abbracciano angosciate. E si seguita a sentire
quel gironzolio davanti alla porta. Sarebbero
tutte contente se alla fine venisse dentro, ma
non succede niente, nessuno entra. E
nonostante questo si deve dirsi che dev'esserci
un pericolo imprecisato a minacciare, forse è
solo qualcuno che va e viene davanti alla porta,
riflette se deve ordinare qualcosa e non riesce
a decidersi a farlo. Forse non è altro, forse però
è qualcosa di totalmente diverso. In effetti i
signori cancellieri nemmeno si conoscono, anzi,
li si è visti a mala pena. Comunque sia le
ragazze dentro di sé muoiono di paura e
quando finalmente fuori si fa silenzio, si
appoggiano alla parete e non hanno
abbastanza forza per ritornare a letto. Una
vita così, è quella che di nuovo attende Pepi,
già in serata deve riprender posto nella stanza
delle ragazze di servizio alle camere. E perché?
A causa di K e di Frieda. Di nuovo in quella
vita, da cui è appena sfuggita, da cui
certamente con l'aiuto di K, ma anche con sua
propria maggior fatica, è sfuggita. Perché in
quel servizio lì le ragazze si trascurano, anche
quelle altrimenti più avvedute. Per chi devono
farsi belle? Nessuno le vede, nel migliore dei
casi chi lavora in cucina; a qualcuna, cui garba
farsi bella, questo basta. Ma sennò nel loro
stanzino, o nelle stanze dei signori cancellieri,
seguitarci ad entrar pulite d'abito è spreco e
leggerezza. E sempre alla luce artificiale e con
l'aria pesante - non si fa altro che attizzare il
fuoco - e sempre in pratica stanche. Quando va
bene si passa l'unico pomeriggio libero della
settimana a dormirselo in pace e senz'angoscia
in qualche angolo della cucina. Perché dunque
farsi belle? Anzi, a stento ci si veste. E poi Pepi
vien spostata di colpo nella mescita, dove,
ammesso che vi si voglia restare, è necessario
esattamente il contrario, dove si è sempre
sotto gli occhi della gente, inclusi signori più
raffinati e attenti, così si deve apparire sempre
il più possibile fini e gradevoli. Ora, questo è
stato una una svolta. E Pepi è in grado di dire
che non ha trascurato nulla. Come si sarebbe
più tardi manifestato la cosa non ha reso Pepi
inquieta. Che avesse le capacità necessarie a
quel lavoro lei lo sapeva, ne era certissima,
questa convinzione l'ha ancora e nessuno può
portargliela via, nemmeno nel giorno della sua
sconfitta. Come se la sarebbe cavata nei
primissimi tempi, solo questo era difficile,
perché lei era solo una povera ragazza di
servizio alle camere, senza abito né bellurie, e
perché i signori funzionari non hanno la
pazienza di aspettare come una sviluppa se
stessa, ma vogliono subito senza transizione
una ragazza addetta alla mescita come si
conviene, altrimenti le voltan le spalle. Si
potrebbe pensare che le loro pretese non
fossero nemmeno grandi, per esser soddisfatte
da Frieda. Ma non è così. Pepi spesso ci ha
riflettuto, più volte anzi ha incontrato Frieda e
per un periodo ci ha dormito insieme. Non è
facile da scoprire, Frieda, e chi non fa molta
attenzione - e quali, tra i signori funzionari,
fanno molta attenzione? - viene subito
ingannato. Nessuno sa meglio di Frieda in
persona quanto lei abbia un aspetto misero,
quando per esempio si vedono i suoi capelli
sciolti vien da stringer di compassione le
proprie mani, una ragazza del genere non
potrebbe affatto essere addetta alla mescita,
stando alle regole; lei lo sa e ci ha pianto molte
notti stretta a Pepi con i capelli di Pepi attorno
alla sua testa. Ma quando è in servizio tutti i
dubbi spariscono, si ritiene la più bella e lo sa
insinuare in tutti nel modo giusto. Conosce la
gente, è la sua personale abilità. e mente
veloce ed abbindola al fine che la gente non
abbia tempo di guardarla bene. Naturalmente
ciò non basta, col tempo, la gente gli occhi ce li
ha ed essi alla fine avrebbero la meglio. Ma nel
momento in cui lei si accorge di un tale rischio,
ci ha già pronto un altro mezzo, negli ultimi
tempi per esempio la sua relazione con
Klamm! La sua relazione con Klamm! Se non ci
credi, puoi certo verificarlo; va' da Klamm e
chiediglielo. Quant'è furba, quant'è furba. E se
per dire tu non dovessi osar andarci, da
Klamm, per una domanda simile, e se forse
non dovessi essere ammesso da lui con
domande infinitamente più importanti, e
addirittura Klamm ti è del tutto inattingibile -
solo a te ed a quelli uguali a te, infatti Frieda
per esempio ci entra saltellando quando vuole
-, se è così, tu nonostante ciò puoi verificare la
cosa, hai solo da aspettare! Klamm non potrà
tollerare a lungo una falsa voce simile, di sicuro
ne è imbestialito, di quel che si racconta di lui
nella mescita e nelle camere degli ospiti, tutto
ciò per lui è importantissimo, e se è falso lui
subito lo rettificherà.
Non lo rettifica, tuttavia; dunque non c' è nulla
da rettificare e si tratta della chiara verità. Ciò
che si vede è certamente solo che Frieda porta
la birra nella stanza di Klamm e fa ritorno con i
soldi; ma quel che non si vede è Frieda a
raccontarlo, e si deve crederle. E non lo
racconta nemmeno, non spiattellerà segreti del
genere; no, i segreti si propagano da sé e, una
volta propagati, del resto, non teme più di
parlarne anche lei, ma con sobrietà, senza
affermare un qualcosa, lei si appella solo a ciò
che comunque è generalmente noto. Non a
tutto, per esempio del fatto che Klamm, da
quando lei è nella mescita, beve non un po'
meno birra di prima, ma invece
significativamente meno, lei non parla, certo la
cosa può avere anche numerose ragioni, è
iniziato per l'appunto un periodo in cui Klamm
degusta meno la birra, oppure si scorda di
berla a causa di Frieda. Comunque sia, per
quanto possa essere anche sorprendente,
Frieda è l'amante di Klamm. Ciò che è
sufficiente per Klamm com'è che dovrebbe
stupire gli altri; e così Frieda, quando meno lo
si aspetta, è divenuta una gran bellezza, una
ragazza che ha le qualità giuste per la mescita;
anzi, quasi troppo bella, troppo potente, già la
mescita non le basta. E di fatto - alla gente
pare strano che si trovi ancora nella mescita;
essere una ragazza addetta alla mescita è
molto, per cui pare assai credibile la relazione
con Klamm, ma se la ragazza addetta alla
mescita è a un tratto amante di Klamm, perché
lui ce la lascia, e così a lungo, nella mescita?
Perché non la eleva? Si può dire migliaia di
volte alla gente che non c'è contraddizione, in
ciò, che Klamm ha ragioni precise di condursi
così, oppure che d'improvviso una volta, forse
già prestissimo, arriverà l'innalzamento di
Frieda, tutte queste cose non hanno molto
effetto; la gente ha delle fantasie precise e non
si fa deviare, pur con ogni abilità, in fatto di
loro consistenza. Anzi, nessuno ha più dubitato
che Frieda sia l'amante di Klamm, anche coloro
che lo sapevano meglio, erano già troppo
stanchi per dubitarne. Sia pure l'amante di
Klamm, tu, porco demonio, ma se già lo sei,
allora vogliam vederlo anche dalla tua ascesa.
Però non si vide nulla, e Frieda restò nella
mescita come fin lì, segretamente anche molto
felice che fosse così. Ma agli occhi della gente
lei perse credito, non poté naturalmente non
accorgersene, lei le cose di solito le nota ancor
prima che siano presenti. Una ragazza davvero
bella, gentile, non deve, una volta che si è
abituata alla mescita, metter in atto alcuna
abilità; finché è bella sarà, se non interviene un
caso particolarmente sfortunato, ragazza
addetta alla mescita. Una ragazza come Frieda,
però, deve di continuo preoccuparsi del posto
che occupa, naturale che non lo faccia capire,
preferisce lagnarsi e maledirlo, il posto. Ma in
segreto ne osserva senza tregua l'atmosfera. E
così ha visto come la gente si faceva
indifferente, l'entrata di Frieda non era più
nulla su cui valesse la pena di sollevare lo
sguardo, nemmeno agli stallieri importava di
lei, si aggrappavano comprensibilmente a Olga
ed a ragazze del genere, anche dalla condotta
del locandiere Frieda si è accorta di esser
sempre meno indispensabile, storie sempre
nuove da Klamm non se ne potevano cavare,
tutto ha dei limiti, fu così che la brava Frieda
s'è decisa a qualcosa di nuovo. Chi sarebbe
stato in grado soltanto di capirlo! Pepi l'ha
subodorato ma purtroppo non capito. Frieda ha
deciso di dar scandalo, lei, l'amante di Klamm,
ha optato per uno a caso, possibilmente il più
scarso di tutti. Questo avrebbe fatto rumore, se
ne sarebbe parlato a lungo ed infine, infine ci
se ne sarebbe ricordato, di cosa vuol dire
esser l'amante di Klamm e ripudiare tale onore
per una cotta nuova. Difficile era solo trovarlo,
l'uomo confacente con cui giocar la furba
recita. Un conoscente non poteva essere,
nemmeno uno degli stallieri, magari avrebbe
fatto tanto d'occhi e sarebbe andato oltre,
prima di tutto lui non avrebbe garantito
abbastanza serietà e sarebbe stato impossibile,
pur con tutta la parlantina, diffonder la storia
che Frieda era stata assalita, che non aveva
potuto difendersi da lui e che in un momento di
sconsideratezza gli aveva ceduto. E
quand'anche dovesse essere uno dei più scarsi,
bisognava che fosse uno di cui potesse esser
reso credibile che nonostante la sua natura
ottusa, priva di finezza, lui non bramasse
nessun altra che per l'appunto Frieda e
mancasse d'un desiderio più elevato che non
sposare - signore Iddio! - Frieda. Anche nel
caso che dovesse trattarsi d'un uomo rozzo,
magari peggio d'uno stalliere, molto peggio,
però che fosse uno che nessuna ragazza
deride, cui si sarebbe potuto trovare forse
anche un'altra ragazza non scema e un po'
attraente, una volta. Dov' è un uomo simile?
Un'altra probabilmente l'avrebbe cercato senza
successo per tutta la vita. A Frieda la fortuna le
porta l'agrimensore nella mescita, magari
proprio la sera che il piano l'è venuto in mente
per la prima volta. L'agrimensore! Certo, ma a
cosa pensa, K? Che razza di idee speciali ci ha
in testa, lui? Arriverà a qualcosa di speciale? Ad
una buona posizione, ad una distinzione? Vuol
qualcosa del genere? Ma allora avrebbe dovuto
agire fin dall'inizio in modo diverso. E' una
nullità, però, davvero affligge osservarne la
situazione. E' agrimensore, forse è già
qualcosa, ha dunque imparato qualcosa, ma se
non ci si sa fare nulla, ciò è nulla. Malgrado ciò
lui presenta rivendicazioni, non proprio, ma si
osserva che qualcuna ne fa, cosa
imbarazzante. Se infatti lo sapesse, che perfino
una ragazza addetta al servizio nella camere ci
rimette, a trattenersi a parlar con lui! E con
tutte queste rivendicazioni particolari lui casca
subito la prima sera nella trappola più
grossolana. Ma non si vergogna? Che cosa l'ha
conquistato, di Frieda? Arrivati a questo punto
potrebbe pure confessarlo. Gli è potuta garbare
davvero, sta cosa giallognola e secca? Ma no,
non l'ha nemmen guardata, lui, lei gli ha detto
d'essere l'amante di Klamm e basta, cosa che
in lui ha fatto colpo come una notizia, e s'è
perduto! Lei però doveva andarsene , a quel
punto naturalmente non c'era più posto per lei
nella locanda dei signori funzionari. Pepi l'ha
vista, ancora al mattino, prima della partenza,
il personale era accorso, ognuno era curioso
dello spettacolo. E tanto grande era ancora il
potere di lei che la si compianse; tutti anche i
suoi nemici, la compiangevano eppure fin
dall'inizio lo scotto che lei pagava pareva
giusto; essersi degradata con un uomo simile a
tutti appariva incomprensibile, un colpo di
sfortuna, le piccole sguattere che naturalmente
ammirano ogni ragazza addetta alla mescita,
non riuscivano a crederlo. Anche Pepi ne era
toccata, non poteva nemmeno impedirselo del
tutto, di esserne toccata, anche se la sua
attenzione riguardava in effetti qualcos'altro.
La colpiva la scarsa tristezza di Frieda. Eppure
in fondo era un' orribile sfortuna, quella che
l'aveva colpita, sì, faceva come se fosse
davvero infelice, ma non era sufficiente, quella
recita non poteva ingannare Pepi. Che cosa la
sosteneva, dunque? La felicità del nuovo
amore, diciamo? Una considerazione priva di
tenuta, ma cos'era, allora? Cosa le dava la
forza di esser come sempre freddamente
gentile verso Pepi, che già era in carica come
sua successora? Pepi in quel momento non
aveva tempo a sufficienza per rifletterci, aveva
troppo da fare per prepararsi al nuovo posto.
Entro poche ore probabilmente doveva
prenderne possesso e non aveva per niente
una bell'acconciatura di capelli, nessun abito
elegante, niente biancheria fine, niente
stivaletti adeguati. In poche ore tutto avrebbe
dovuto essere fatto; se non ci si poteva
attrezzare bene, meglio rinunciare al posto e
basta, tanto lo si sarebbe perso
certissimamente nella prima mezz'ora. In parte
le riuscì. Per acconciar chiome ha talento,
perfino la locandiera una volta l'ha fatta venire
ad acconciarle i capelli, si tratta d'una
particolare levità manuale che le è data senza
limiti, ovviamente ciò avviene altrettanto per la
sua folta chioma. Anche per l'abito vi è stato
aiuto. Entrambe le sue compagne le sono
rimaste fedeli, per loro è anche un certo onore
se proprio una ragazza del loro gruppo diventa
addetta alla mescita, e poi Pepi certo più avanti
potrebbe, quando avesse il potere di farlo,
procurar loro diversi vantaggi. Una di loro da
tempo aveva da parte una stoffa pregiata, era
il suo tesoro, spesso l'aveva lasciata ammirare
alle altre sognando di utilizzarla
grandiosamente, una buona volta e - cosa
molto ben fatta - a quel punto, avendone
bisogno Pepi, gliel'ha sacrificata. Entrambe si
sono prodigate a cucire, se lo avessero fatto
per sé non avrebbero potuto essere più zelanti.
Era un lavoro perfino assai lieto, piacevole.
Sedute ognuna sul suo letto, una sopra l'altra,
cucivano cantavano e si porgevano da su a giù
e viceversa l'una con l'altra le parti fatte del
vestito e gli accessori. Quando Pepi ci pensa
sempre più s'accora per l'inutilità di tutto, e per
il ritorno dalle sue amiche a mani vuote! Che
sfortuna, e con che leggerezza, prima di tutto
da parte di K, è stata causata! Com'erano
contente quella volta, dell'abito, pareva la
garanzia della riuscita, e se ancora lei trovava
un posto per un nastrino in più, cadeva ogni
dubbio. E non è davvero bello, l'abito? E' già
spiegazzato e un po' macchiato, Pepi non ne
aveva un secondo, aveva dovuto portarlo
giorno e notte, ma si vede ancora quanto è
bello, nemmen quella dannata gente di
Barnabas era capace di portarne uno più bello.
E che si possa stringere come si vuole e
riallentare, sopra e in basso, e dunque è
soltanto uno, ma così mutabile - è un
particolare vantaggio e proprio una sua
invenzione. Com'è ovvio non è difficile per lei
cucire, ma Pepi non se ne gloria; tutto va bene
a ragazze giovani e sane. Molto più difficile è
stato procurarsi biancheria e stivaletti, dove
comincia il guaio vero e proprio. Anche in quel
caso dettero una mano le amiche per quel che
potevano, ma molto non potevano. Fu solo
biancheria grossolana quella che misero
insieme e rappezzarono, e, invece di stivaletti
con il tacco, si rimase alle pantofole, che
volentieri si nascondono, più che mostrarle. Si
consolò Pepi: anche Frieda non era vestita
molto bene, e a volte andava in giro così
trasandata che gli avventori si facevano servire
dai ragazzi addetti alla cantina più volentieri
che non da lei. Era così, in effetti, ma Frieda se
lo poteva permettere, era già stimata e
benvoluta; se una signora per una volta si
mostra vestita trasandata e macchiata ciò è
anche più attraente, ma se capita con una
novellina come Pepi? A parte questo, Frieda
non poteva neanche vestirsi bene, infatti è
priva di ogni buon gusto; se qualcuno ha la
pelle giallognola se la deve ovviamente tenere,
però non deve, come Frieda, indossare una
bluse scollatissima color crema che a uno gli
occhi gli lacrimano per via del troppo giallo. Ed
anche se non fosse andata così, era troppo
avara per vestirsi bene; tutto quel che
guadagnava se lo teneva stretto, nessuno
sapeva per far cosa. Sul lavoro non le
servivano mica i soldi, se la cavava a suon di
bugie e di trucchetti, quest'esempio Pepi non
voleva né poteva imitarlo, perciò era
giustificato che lei si facesse bella per mettersi
in evidenza fin dall'inizio. Se solo avesse potuto
agire con mezzi migliori sarebbe rimasta
vincitrice, nonostante tutta la scaltrezza di
Frieda, nonostante la stoltezza di K. Cominciò
molto bene. Dei pochi accorgimenti e
conoscenze necessari lei aveva già fatto
esperienza prima. Non appena nella mescita, ci
fece l'abitudine. Nessuno sentì la mancanza di
Frieda. Solo il secondo giorno alcuni avventori
chiesero informazioni su dove fosse Frieda. Non
vi furono errori, il locandiere era soddisfatto,
durante la prima giornata aveva continuato a
stare in ansia nella mescita, dopo venne solo di
tanto in tanto, infine lasciò tutto quanto a Pepi,
poiché la cassa quadrava - l'incasso era
mediamente un po' maggiore, addirittura, di
quando c'era Frieda. Introdusse delle
innovazioni, Pepi. Frieda, non per diligenza, ma
per avidità, per sete di dominio, per paura di
cedere un po' dei suoi privilegi a qualcuno,
aveva sorvegliato anche gli stallieri, almeno in
parte, specie quando qualcuno stava a vedere,
invece Pepi lasciò questo lavoro totalmente ai
ragazzi addetti alla cantina, che per quello sono
molto migliori. In tal modo risparmiava tempo
per le camere dei signori funzionari, e gli
avventori venivano serviti alla svelta; ciò
nonostante aveva ancora modo di scambiare
qualche parola con tutti, non come Frieda, che
si conservava, pare, tutta per Klamm e
guardava ogni parola, ogni accostamento d'un
altro come una umiliazione di Klamm. Ciò
ovviamente era anche ingegnoso, infatti se lei
una volta lasciava che qualcuno le stesse
accanto, ciò rappresentava un inaudito favore.
Pepi tuttavia queste abili mosse le odia, per
quanto esse siano, come iniziali, inefficaci. Pepi
era gentile con tutti e tutti la ripagavano con
gentilezza. Tutti erano visibilmente lieti del
cambiamento; quando i signori funzionari finito
il lavoro finalmente possono sedersi un poco
per bere birra, li si può in pratica trasformare
con una parola, un'occhiata, con un'alzata di
spalle. Mani così fervide passavano sui ricci di
Pepi che doveva rifarsi l'acconciatura dieci volte
al giorno, nessuno resisteva alla seduzione di
quei riccioli infiocchettati, neppure l'altrimenti
tanto sbadato K. Così passarono giornate
emozionanti, laboriose ma fruttuose. Non
fossero passate così velocemente, fossero state
un po' di più! Quattro giorni sono troppo pochi
quando ci si sforza fino all'esaurimento, forse il
quinto giorno sarebbe stato sufficiente, ma
quattro furono troppo pochi. Pepi in solo
quattro giorni aveva acquistato fautori ed
amici, stando alle loro occhiate, anzi nuotava,
quando s'avvicinava con i boccali di birra, in un
mare di amicizia, uno scrivano di nome
Bartmeier s'è infatuato di lei, le ha donato la
catenina con il ciondolo con dentro la sua
fotografia, ciò che del resto era
un'impertinenza; è successo questo e altro, ma
erano solo quattro giorni, in quattro giorni, se
Pepi ci si mette, Frieda può quasi esser
dimenticata, ma non completamente; e
sarebbe stata dimenticata tuttavia anche
prima, se non si fosse con il suo grande
scandalo provvido installata sulla bocca della
gente, cui con tal mezzo era divenuta nuova,
l'avrebbero rivista volentieri solo per curiosità;
quel che era diventato noioso fino alla nausea,
per merito dell'altrimenti del tutto indifferente
K, riaveva per loro, la gente, un fascino, non gli
avrebbero sacrificato Pepi, è ovvio, fin tanto
che lei si trovava lì e agiva con la sua
presenza, ma sono in maggioranza signori
anziani, i funzionari, pesantemente abitudinari,
prima che si adattino a una nuova ragazza
addetta alla mescita ce ne vuole, e per quanto
il cambio sia tanto favorevole, però qualche
giorno, qualche giorno ci vuole, che i signori lo
vogliano o no, forse solo cinque giorni, ma
quattro non bastano, nonostante tutto Pepi
continua a restare la provvisoria. E poi la
sfortuna forse più grande: nei quattro giorni
Klamm, per quanto durante i primi due giorni
fosse nel villaggio, non scese nella stanza degli
ospiti. Fosse venuto, sarebbe stata la prova più
decisiva di Pepi, una prova del resto che lei
temeva meno di tutto, di cui invece era
contenta. Non sarebbe divenuta amante di
Klamm - in cose del genere è molto meglio non
farsi impressionare dalla parole - e non se ne
sarebbe inventata una simile, di cose, ma
almeno avrebbe saputo posare graziosamente
quanto Frieda il bicchiere di birra sul tavolo,
avrebbe salutato con grazia senza le
impertinenze di Frieda e si sarebbe allontana
con grazia, e se Klamm negli occhi di una
ragazza cerca qualcosa, lui l'avrebbe trovata
negli occhi di Pepi fino al pieno appagamento.
Ma perché lui non venne? Per caso? Pepi allora
l'aveva anche creduto. Per due giorni lo attese
ogni momento, anche di notte. Ora Klamm
verrà, continuava a pensare, e andava qua e là
senz'altra ragione che l'inquietudine dell'attesa
e la brama di vederlo subito, appena entrato.
Tale continua disillusione la fiaccò molto;
perciò faceva forse non tanto quanto avrebbe
potuto. Sgattaiolava, appena aveva un po' di
tempo, nel corridoio, dov'entrare è rigidamente
vietato al personale, lì si appiattiva in una
nicchia ed aspettava. Se ora Klamm venisse,
pensava, se potessi coglierlo all'uscita dalla sua
stanza e condurlo tra le mie braccia giù nella
stanza degli ospiti! Sotto tale carico non
crollerei, anche se fosse così grande. Ma lui
non venne. Su in questo corridoio c'è un tale
silenzio che non ci si può nemmeno
immaginare se non ci si è stati. C'è un tale
silenzio che nemmeno si sopporta a lungo, il
silenzio ti scaccia via. Ma continuamente, dieci
volte scacciata, Pepi dieci volte salì su.
Certamente insensato. Se Klamm aveva
intenzione di venire sarebbe venuto, ma se non
ne aveva intenzione, Pepi non l'avrebbe
attirato fuori, per quanto nella nicchia il
batticuore la soffocasse mezza. Era insensato,
ma se non veniva lui, quasi tutto certamente lo
era. E non venne. Oggi Pepi sa perché. Frieda
si sarebbe divertita grandemente, se avesse
potuto vedere Pepi su nel corridoio nella
nicchia, entrambe le mani sul cuore. Klamm
non scese perché Frieda non lo permetteva.
Non aveva ottenuto ciò con le sue preghiere, le
sue preghiere a Klamm non arrivavano. Ma lei,
il ragno, ha relazioni di cui nessuno sa nulla. Se
Pepi dice a un avventore qualcosa, glielo dice
apertamente, anche il vicino di tavolo può
sentire. Frieda non ha niente da dire, posa la
birra sul tavolo e se ne va; fruscia solo la sua
sottana di seta, l'unica cosa per cui spende
soldi. Ma se una volta dice qualcosa, non è
apertamente, la sussurra all'avventore, si china
tanto che al tavolo vicino si allungano le
orecchie. Quel che dice probabilmente è senza
importanza, ma non sempre, lei ha relazioni, le
tiene in piedi una per mezzo dell'altra, e se le
più falliscono - a chi importa durevolmente di
Frieda? - di tanto in tanto ne mantiene una.
Queste relazioni comincia a questo punto a
usarle. K gliene dette la possibilità, invece di
starle accanto e di sorvegliarla, a stento si
ferma a casa, va in giro, parla con questo e
quello, sta attento a tutto, ma non a Frieda, e
per darle infine più libertà ancora si trasferisce
dalla locanda del ponte nella scuola vuota.
Tutto ciò è un bell'inizio della luna di miele.
Ora, Pepi certo è l'ultima che farà rimproveri a
K per non avercela fatta a stare con Frieda;
non ci si può stare, con lei. Ma perché poi non
l'ha mollata del tutto, perché ha seguitato a
tornarci, perché con i suoi giri ha reso
verosimile l'idea che lui lotti per lei? E'
sembrato anzi come se avesse scoperto per la
prima volta tramite il contatto con Frieda la sua
effettiva dappocaggine, che se ne volesse
render degno, come se volesse in qualche
modo annaspare in su, che rinunciasse
temporaneamente perciò a stare insieme a lei
per potersi rifare dopo, indisturbato, delle
rinunce. Nel frattempo Frieda non perde
tempo, sta nella scuola dove anzi
probabilmente lei ha pilotato K , osserva la
locanda dei signori funzionari e osserva K. A
portata di mano ha speciali messi: gli aiutanti
di K, che lui le lascia a completa disposizione -
questo non si capisce, anche se si conosce K
questo non si capisce. Lei li invia dai suoi
vecchi amici, si fa ricordare, lamenta di essere
intrappolata da un uomo come K, dà addosso a
Pepi, annuncia il suo prossimo arrivo, chiede
aiuto, giura di non rivelare nulla a Klamm,
agisce come se Klamm debba esser trattato
con tatto e non possa perciò in nessun caso
esser lasciato entrare nella mescita. Ciò che
con l'uno vende come salvaguardia di Klamm,
rispetto al locandiere lo utilizza come sua
conseguenza facendo notare che Klamm non
viene più. Ma come potrebbe venire, se da
basso a servire c'è solo una Pepi? Certo il
locandiere è responsabile, la Pepi continuava
ancora ad essere il miglior sostituto che si
potesse trovare, solo che a lui non basta
neppure per pochi giorni. Di tutta quest'attività
di Frieda K non sa nulla; quando non se ne va
in giro, le sta ai piedi senza sospettar di nulla,
mentre lei conta le ore che ancora la separano
dalla mescita. Tuttavia gli aiutanti non prestano
solo questo servizio di messi, servono anche
render K geloso, a tenerlo caldo! Fin dalla sua
infanzia li conosce, Frieda, certo non han più
alcun segreto reciproco, ma essi onorano K
con lo spettacolo della loro reciproca bramosia
di modo che K senta il pericolo che se ne
sviluppi un grande amore. E K fa tutto per
piacere a Frieda, anche la cosa più
contraddittoria, si fa render geloso dagli
aiutanti, sopportando però che tutti e tre
restino insieme mentre lui da solo va per i suoi
giri. E' quasi come se lui fosse il terzo aiutante
di Frieda. Allora Frieda, sulla base delle sue
osservazioni, si decide infine al gran colpo:
delibera di far ritorno. E davvero si tratta
dell'ora più giusta, è meraviglioso come Frieda,
la furba, la riconosce e la utilizza; questa forza
osservativa e decisionale sono l'abilità
inarrivabile di Frieda; se l'avesse Pepi, la sua
vita andrebbe ben diversamente. Fosse restata
due giorni in più nella scuola, Pepi era
inamovibile, definitivamente ragazza addetta
alla mescita da tutti benvoluta e rispettata, ha
guadagnato abbastanza soldi per completare
splendidamente il necessario corredo, ancora
uno, due giorni e Klamm non è più tenuto
lontano da alcun intrigo dalla stanza degli
ospiti, viene, beve, si sente a suo agio ed è
assai soddisfatto del cambiamento, in
particolare, quando nota l'assenza di Frieda,
ancora un giorno o due, e Frieda con il suo
scandalo, con le sue relazioni, con gli aiutanti,
con tutto, è completamente dimenticata e mai
più vien fuori. Allora potrebbe forse tenersi
tanto più stretta a K, e potrebbe, ammesso che
ne sia capace, saper amarlo davvero? No,
neanche questo. Infatti nemmeno a K serve più
di un giorno, non di più, per esser nauseato di
lei, per riconoscere come vergognosamente lei
lo inganna in tutto, con la sua pretesa beltà, la
sua pretesa fedeltà e più di tutto con il preteso
amore di Klamm; solo un giorno ancora, non
più, gli serve per cacciarla con tutto il suo
sudicio maneggio di aiutanti dalla casa;
nemmeno a K serve di più, si pensa. E dato che
tra questi due pericoli, già su di lei iniziando a
chiudersi la tomba - è K che nella sua
dabbenaggine le lascia ancora l'ultimo
striminzito passaggio libero -, lei sbuca via - a
stento qualcuno se lo aspettava più, è una cosa
contro natura -, di colpo è lei a scacciare K, che
ancora l'ama, che sempre la bracca, apparendo
al locandiere, sostenuta da amici e aiutanti,
come salvatrice e più attraente di prima a
causa dello scandalo, com'è stato dimostrato
desiderata dall'infimo come dall'eccelso.
decadendo verso l'infimo però solo per un
momento, presto sbattendolo via, come si
sente dire, di nuovo da lui e da tutti
irraggiungibile come prima; solo che prima
tutto quanto era a ragione da dubitare, ora
però è di nuovo convincente. Così lei fa ritorno,
il locandiere, guardando di sfuggita Pepi, esita
- deve sacrificare quella che ha fatto una così
buona prova? - , ma presto è persuaso, troppe
cose parlano a favore di Frieda e prima di tutto
lei di certo riconquisterà Klamm alla stanza
degli ospiti. Facciamo attenzione, è sera. Pepi
non starà ad aspettare che Frieda venga a
trionfare con la ripresa del posto. La cassa già
l'ha consegnata alla locandiera, può andarsene.
Il suo posto letto giù nella stanza delle ragazze
addette al servizio nelle camere è pronto per
lei, lei arriverà, salutata dalle amiche in
lacrime, si strapperà l'abito di dosso, i nastri
dai capelli, e li ficcherà ben nascosti in un
angolo che non faccia inutilmente ricordare
tempi che devono rimanere dimenticati. Poi
prenderà il grosso secchio e la scopa e a denti
stretti andrà al lavoro. Per il momento però
deve raccontare ancora tutto a K perché, lui
che senza aiuto anche adesso non l'avrebbe
riconosciuto, una buona volta veda
distintamente in che modo tremendo s'è
comportato con Pepi e come l'abbia resa
infelice. Ovviamente anche lui ha nello stesso
tempo subito abusi.
Pepi aveva finito. Si asciugò sospirando alcune
lacrime sulle guance e poi guardò K
accennando con la testa come se volesse dire
che in fondo non si trattava poi di una disgrazia
sua, che lei l'avrebbe sopportata e non avrebbe
necessitato a tale scopo né di aiuto né di
conforto da parte di un qualcuno e men che
meno di K, nonostante la sua giovinezza lei
conosceva la vita, e la sua disgrazia era
soltanto una conferma delle sue conoscenze,
invece si trattava di K, lei aveva voluto
metterlo davanti a una descrizione, anche dopo
il crollo di tutte le sue speranze lei aveva
ritenuto ancora utile farlo. "Che razza di
fantasia sfrenata, hai, Pepi", disse K. "Non è
vero affatto che hai scoperto tutte queste cose
solo ora; non si tratta che di sogni scaturiti
laggiù dalla vostra buia stretta camera, lì sono
al loro posto, ma qui nella mescita, all'aperto,
si presentano come singolari. Con questi
pensieri qui non potevi restarci, è evidente. Già
il tuo abito e la tua pettinatura, di cui ti vanti
tanto, sono scaturigini di quel buio e di quei
letti nella vostra camera, lì son certo belli, ma
qui ognuno ne ride tra sé o apertamente. E che
altro racconti? Che io dunque ho subito abusi e
inganni? No, cara Pepi, io sono stato abusato e
ingannato poco come te. E' vero, Frieda mi ha
presentemente lasciato o si è, per esprimermi
come te, presa una cotta per uno degli aiutanti,
tu vedi un barlume di verità, e davvero è molto
improbabile che lei ancora diverrà mia moglie,
ma è del tutto falso che io ne sarei stato
nauseato o che l'avrei cacciata al più presto
oppure che lei mi avrebbe ingannato, come
altrimenti forse una donna inganna il marito.
Voi ragazze addette al servizio nelle camere
siete abituate a spiare dal buco della serratura,
e di ciò risente il modo in cui pensate,
concludendo da dettagli visti davvero una
totalità tanto grandiosa quanto falsa. Ne
consegue che io per esempio in questo caso ne
so assai di meno che non te. Io non posso
spiegare, di gran lunga non bene come te,
perché Frieda mi abbia lasciato. La più
probabile spiegazione a me pare quella sfiorata
anche da te, ma non utilizzata, che io ho
trascurato Frieda. Purtroppo è vero, l'ho
trascurata, ma ciò per particolari motivi che
non sono ora pertinenti; sarei felice se lei
tornasse da me, ma inizierei subito di nuovo a
trascurarla. E' così. Quando lei era con me
sono di continuo stato a far quei giri da te
derisi; ora che lei è via non ho quasi da fare,
sono stanco e desidero di aver sempre meno
da fare. Hai nulla da consigliarmi, Pepi?" - "Ma
noi", disse Pepi, di colpo divenendo vivace e
stringendo le spalle a K, "siamo entrambi
ingannati, restiamo insieme. Vieni giù dalle
ragazze!" - "Fintanto che lamenti di esser stata
ingannata", disse K, " non posso farmi capire
da te. Continui a pretendere di esser stata
ingannata perché ciò ti lusinga e ti commuove.
Ma la verità e che tu non sei adatta a questo
posto. Dev'esser davvero chiara
quest'inadeguatezza se perfino io, che secondo
te sono il più insipiente, lo comprendo. Tu sei
una buona ragazza, Pepi; ma ciò non è affatto
facile da riconoscere, io per esempio all'inizio ti
ho considerato spietata e arrogante, ma non lo
sei, è solo il posto che ti confonde, perché non
sei adatta ad esso. Non voglio dire che il posto
per te è troppo elevato; in effetti non è affatto
un posto straordinario, forse è, a ben guardare,
qualcosa di dignitoso come il posto che avevi
prima, nel complesso la differenza non è
grande, entrambi sono piuttosto simili tra loro
al punto di essere indistinguibili; anzi, si
potrebbe quasi osservare che essere ragazza
addetta al servizio nelle camere sarebbe
preferibile alla mescita, infatti lì si è sempre tra
cancellieri, anche se nelle stanze degli ospiti si
può servire, tra i cancellieri, i superiori, invece
qui si deve consegnarsi a gente infima, per
esempio a me; non posso trattenermi, anzi,
secondo le leggi, in altro posto che proprio qui
nella mescita, e la possibilità di tornar con me
dovrebbe essere così tanto prestigiosa? Ora, è
a te che sembra così, e forse ne hai anche dei
motivi. Ma proprio per questo sei inadatta. E'
un posto come un altro, ma per te è il
paradiso, ragione per cui prendi tutto quanto
con esagerato zelo, ti fai bella come secondo te
lo sono gli angeli - ma in realtà son diversi - ,
trepidi per questo lavoro, continui a sentirti
perseguitata, cerchi di guadagnarti con
gentilezze fuori misura tutti quelli che secondo
te potrebbero appoggiarti, ma in questo modo
li disturbi, perché all'osteria vogliono la pace e
non le preoccupazioni della ragazza addetta
alla mescita, oltre alle loro. E' solo possibile,
che dopo il ritiro di Frieda nessuno degli ospiti
altolocati abbia proprio fatto caso all'accaduto,
ma oggi lo sanno e bramano Frieda, infatti lei
ha gestito ogni cosa in tutt'altro modo.
Comunque possa essere lei in altri casi e
comunque lei sapesse apprezzare il suo posto,
lei era navigatissima sul lavoro, fredda e
padrona di sé, tu stessa lo rilevi senza per altro
trar profitto della lezione. Hai mai osservato il
suo sguardo? Non era nemmen più quello
d'una ragazza addetta alla mescita, era quasi
quello d'una locandiera. Lei vedeva tutto ed
insieme ogni singolo, e lo sguardo che
avanzava per il singolo era ancora abbastanza
potente per assoggettarlo. Cosa conta che lei
fosse forse un po' magra, attempatella, che ci
si potessero figurare capelli più puliti? Queste
son minuzie, se paragonate con le sue vere
qualità, e la persona che questi difetti avessero
disturbato con ciò avrebbe mostrato solo che
gli mancava la testa per le cose di prima
grandezza. E' solo l'angolo visuale erroneo
d'una fanciulla inesperta quello che non ti fa
credere all'amore di Klamm per Frieda, questo
non si può certo rinfacciare a Klamm. Che a te
appare - e ciò a ragione - inarrivabile, per cui
tu credi che neanche Frieda avrebbe potuto
avvicinarsi a lui. Sei in errore. Nel senso che io
sarei il solo a credere alle parole di Frieda pur
senza prove inoppugnabili. Ti pare tanto
incredibile e così poco conciliabile quel che tu
immagini del mondo con l'insieme dei
funzionari, con l'eleganza e l'effetto della
bellezza femminile, ma è vero, come noi
sediamo qui insieme ed io ti tengo le mani tra
le mie così sedettero insieme, come se fosse la
cosa più scontata del mondo, anche Klamm e
Frieda, e lui veniva di sua volontà, anzi
addirittura si affrettava giù, nessun gli faceva
la posta nel corridoio trascurando il normale
lavoro, Klamm doveva disturbarsi a scendere e
i difetti nell'abbigliamento di Frieda di cui tu
saresti inorridita, lui non lo disturbavano
affatto. Non vuoi crederci! E non sai che brutta
figura ci fai, come riveli proprio la tua
inesperienza! Anche chi non sapesse affatto
della relazione con Klamm dovrebbe
riconoscere dalla sua natura che essa è stata
formata da qualcuno stante più in alto di te e di
me e di tutta la gente del villaggio, e che in
tale relazione ci s'intratteneva al di là degli
scherzi usuali tra avventori e cameriere, che
sembrano essere la meta della tua vita. Ma ti
sto facendo torto. Tu riconosci certo molto
bene i pregi di Frieda, noti la sua capacità
d'osservazione, la sua fermezza, la sua
influenza sulle persone, solo che ovviamente
interpreti tutto in modo sbagliato, credi che lei
volga tutto egoisticamente a suo vantaggio e al
male, o addirittura l'adoperi come arma contro
di te. No, Pepi, anche se lei avesse simili frecce
così da vicino non potrebbe scagliarle. Ed
egoista? Piuttosto si potrebbe dire che con il
sacrificio di ciò che aveva e di ciò che poteva
aspettare lei ci ha dato ad entrambi l'occasione
di far bene in un posto più elevato, che noi
però l'abbiamo delusa e praticamente costretta
a far ritorno qui. Non so se è così, nemmeno la
mia responsabilità mi è chiara, solo se mi
paragono a te mi affiora qualcosa del genere,
come se noi due ci fossimo entrambi adoperati
troppo, troppo rumorosamente, troppo
infantilmente, troppo da inesperti, allo scopo
di ottenere qualcosa, che si conquista
facilmente ed impercettibilmente con la calma
di Frieda, con il suo realismo, per mezzo di
lacrime, graffi, strappi - come un bambino
strappa la tovaglia senza ottenere nulla, solo di
disfare quel che c'è di splendido rendendoselo
per sempre irraggiungibile; non so se è così,
ma che sia più così di come tu lo racconti,
questo lo so." - "Va bene", disse Pepi, "sei
innamorato di Frieda perché ti è scappata via;
non è difficile esserne innamorati, quando non
c'è. Ma se è come tu vuoi, e puoi aver ragione
in tutto, anche nel fatto che tu mi ridicolizzi,
cosa vuoi fare ora? Frieda ti ha lasciato, né
secondo la mia spiegazione né secondo la tua
hai speranza che lei ritorni da te, ed anche se
dovesse tornare da qualche parte nel frattempo
devi far qualcosa, fa freddo, e tu non hai né
lavoro né letto, vieni da noi, le mie amiche ti
piaceranno, ti metteremo a tuo agio, ci aiuterai
nel lavoro che in realtà solo per le ragazze è
troppo pesante, noi non saremo abbandonate a
noi stesse e non patiremo più di angoscia
durante la notte. Vieni da noi! Anche le mie
amiche conoscono Frieda, ti racconteremo
storie su di lei finché non ne sarai nauseato.
Vieni dunque! Abbiamo anche una foto di
Frieda e te la faremo vedere. Allora Frieda era
ancora più senza pretese di oggi, la
riconoscerai a stento, soprattutto dagli occhi,
già allora impazienti. Dunque, verrai?" - "Ma è
permesso? Ieri c'è stato gran scandalo perché
son stato sorpreso nel vostro andito." - "Perché
ti ci hanno beccato, ma se stai da noi, non lo
sarai. Nessuno lo saprà, solo noi tre. Oh, sarà
divertente. Già lì mi si presenta la vita molto
più sopportabile che solo un attimo fa. Forse
ora non ci perdo nemmeno tanto, se devo
andarmene dal posto di addetta alla mescita.
Senti, anche in tre non ci siamo annoiate, si
deve addolcirsi la vita, già da ragazzine ci vien
resa amara, ora, noi tre andiam d'accordo,
viviamo piacevolmente quanto lì è possibile, in
particolare Henriette ti piacerà, ma anche
Emilia, le ho già raccontato di te, lì si sta a
sentire simili storie incredulamente come se al
di fuori della stanza non potesse accadere, è
stretto e caldo lì, e noi ci stringiamo ancor di
più tra noi; no, per quanto si sia abbandonate
a noi stesse non ce ne siamo nauseate; al
contrario, se io penso alle amiche quasi mi
sembra giusto che io ritorni indietro; perché
devo avanzare più di loro? Era proprio quello
che ci teneva insieme, che a noi tre il futuro
fosse chiuso nello stesso modo, ed dunque
sono spezzata in due ed ero separata da loro.
E' ovvio, non le ho dimenticate ed è stata la
mia prima preoccupazione poter fare qualcosa
per loro; la mia posizione era ancora incerta -
quanto lo fosse non lo sapevo nemmeno - e già
parlavo con il locandiere di Henriette e di
Emilie. Riguardo a Henriette il locandiere non
era del tutto intransigente, per Emilie, che è
molto più grande di noi, più o meno dell'età di
Frieda, non mi ha dato del resto nessuna
speranza. Ma pensa solo a questo, che loro non
vogliono andarsene, lo sanno che la vita che
fanno lì è misera, si sono rassegnate, povere
anime, credo che le loro lacrime al momento
del commiato valessero per il dolore che io
dovessi lasciare la stanza in comune, che
uscissi nel freddo - e tutto quel che sta fuori
dalla stanza lì sembra freddo - e dovessi
precipitar giù in quelle grandi stanze estranee
piene di omoni estranei senza alcun altro scopo
che vivacchiare, ciò che comunque anche in
comunanza con loro mi era riuscito.
probabilmente non si stupiranno affatto se io
ora ritorno, e si rammaricheranno un po' della
mia sorte solo per indulgenza verso di me. Poi
però ti vedranno e noteranno che però è stato
un bene che io sia stata via. Che ora ci
abbiamo un uomo che ci dia una mano e ci
difenda le farà felici e saranno assolutamente
incantate dal fatto che tutto debba restar
segreto e che noi a causa di tal segreto saremo
ancora più strettamente unite che non finora.
Vieni, te ne prego, vieni da noi! Non comporta
certo alcun obbligo per te, non sarai legato per
sempre alla nostra stanza come lo siamo noi.
Quando poi vien la primavera e trovi altrove un
alloggio e da noi non ti garba più, certamente
te ne puoi andare; però d'altra parte devi
anche in quel caso mantenere il segreto e
faccio per dire tradirci, perché sarebbe per noi
l'ultima ora nella locanda dei signori funzionari,
del resto è naturale che anche te, stando da
noi, sia cauto, non devi mostrarti da nessuna
parte dove secondo noi non è privo di rischi, e
soprattutto devi seguire i nostri consigli; è
l'unica cosa che t'impegna e te ne deve
importare quanto a noi, per il resto sei
pienamente libero, il lavoro che ti daremo non
sarà pesante, non temere. Allora, vieni?" -
"Quanto manca a primavera?", domandò K. "A
primavera?", rispose Pepi. "L'inverno da noi è
lungo, molto lungo e uniforme. Quaggiù però
non ce ne lagniamo, siamo al sicuro contro
l'inverno. Ora, una buona volta arriva anche la
primavera e l'estate, anche per loro c'è il
tempo giusto; ma ora, a ricordarsene,
sembrano tanto corte come se non durassero
molto più d'un paio di giorni, ed anche in questi
giorni, fosse il giorno più bello di tutti, alle
volte nevica."
In quella si aprì la porta. Pepi sobbalzò, s'era
allontanata troppo nel pensare dalla mescita,
ma non era Frieda, era la locandiera. Si stupì di
trovarci ancora K. Lui si giustificò dicendo che
l'aveva aspettata nello stesso tempo
ringraziandola di avergli permesso di
pernottare lì. La locandiera non capiva perché
K l'avesse aspettata. K disse di aver avuto
l'impressione che lei volesse ancora parlargli, le
chiese scusa se era stato uno sbaglio,
comunque a quel punto doveva andarsene,
troppo a lungo aveva lasciato a se stessa la
scuola dove era inserviente, tutto per colpa
della citazione del giorno avanti, ci aveva
ancora troppo poca esperienza in quelle cose,
certo non sarebbe successo di nuovo che lui
desse alla signora locandiera simili fastidi come
il giorno avanti. Inchinandosi stava per
andarsene. La locandiera lo guardò come
sognante. Tale sguardo trattenne K più di
quanto volesse. Sorrise anche un poco, lei, e
per così dire fu svegliata dal viso stupito di K;
era come se avesse atteso una risposta al suo
sorriso e, dato che essa non veniva, si
svegliasse. "Hai avuto ieri l'ardire di dir
qualcosa sul mio abito." K non riusciva a
ricordarsi. "Non te ne ricordi? All'ardire tien
dietro la viltà." k si giustificò con la stanchezza
che pativa il giorno avanti, era ben possibile
che avesse blaterato qualcosa, in ogni caso non
poteva più ricordarsene. Cosa poteva aver
detto sull'abito della signora locandiera? Che
era bello come lui ne aveva mai visti uguali. O
almeno, ancora mai aveva visto alcuna
locandiera al lavoro vestita in quel modo.
"basta con questi commenti!", disse
velocemente la locandiera. "Non voglio sentirti
più dir nulla sull'abito. Non te ne deve
importare. Te lo proibisco una volta per tutte."
k s'inchinò ancora una volta ed andò alla porta.
"Ma cosa dovrebbe significare", gli gridò dietro
la locandiera, "che non hai mai visto una
locandiera al lavoro vestita così? A cosa
servono questi sciocchi commenti? E' del tutto
sciocco. Cosa vuoi dire?" K si voltò e pregò la
locandiera di non agitarsi. Cero i commenti
erano sciocchi. Del resto non ne capiva un'acca
di vestiti. Stando come stava lui ogni abito
pulito e senza toppe gli faceva l'impressione di
pregio. S'era stupito di veder apparire la
signora locandiera in un abito da sera tanto
bello nell'andito, di notte, tra tutti quegli
uomini a mala pena vestiti, tutto lì. "Allora",
disse la locandiera, "alla fine pare che tu te li
ricordi i commenti di ieri. E li completi con delle
altre bischerate. Che non capisci niente di
vestiti, è giusto. Però allora fanne a meno -
intendo chiedertelo seriamente - di sentenziare
su quanto siano di pregio oppure no. Abiti da
sera e simili,,,Soprattutto." - qui fu come se le
traboccasse addosso un getto di gelo - "non
devi creare problemi con i miei abiti, hai
capito?" E poiché K in silenzio stava di nuovo
voltandosi, chiese: "Da dove la tiri fuori la tua
sapienza in fatto di abiti?" K alzò le spalle, mica
ne aveva di sapienza, per niente. "Non ce
l'hai", disse la locandiera. "Ma non devi
presumere d'averla. Vieni in ufficio, ti mostrerò
qualcosa e si spera che la smetterai per
sempre con le tue impertinenze." Prese la porta
e uscì: Pepi balzò verso K col pretesto di farsi
pagare, essi s'intesero alla svelta, fu
facilissimo, dato che K conosceva il cortile il cui
portone dava nella strada vicina, accanto al
portone c'era una porticina dietro cui Pepi
circa dopo un'ora si sarebbe trovata e gli
avrebbe aperto dopo tre bussate.
L'ufficio privato si trovava davanti alla mescita,
c'era solo da attraversare l'atrio, la locandiera
già vi si trovava, era illuminato, lei gli dette
un'occhiata impaziente. Ci fu però un altro
disturbo. Gerstaecker era stato in attesa
nell'atrio e voleva parlare con K. Niente facile,
sbarazzarsene, la locandiera collaborò
biasimandolo per la sua invadenza. "Ma dove?
Ma dove?" si udì gridare Gerstaecker ancora
quando la porta era già chiusa, e le parole si
mescolarono con gemiti e colpi di tosse.
Era una stanzetta surriscaldata, alla parete
corta c'era un tavolo per scrivere in piedi ed
una cassa di ferro, alla parete lunga un
armadio ed un'ottomana. La maggior parte del
posto lo prendeva l'armadio; non solo perché
occupava tutta la parete lunga, con la sua
profondità restringeva molto la stanza, aveva
tre sportelli a scorrimento. La locandiera indicò
a K l'ottomana perché avesse la compiacenza
di sedersi, lei si mise sulla sedia girevole che
c'era vicino al tavolo. "Hai mai imparato a fare
il sarto?", chiese la locandiera. - "No, mai",
disse K - "Cosa sei propriamente?" -
"Agrimensore" - "E che sarebbe?" K spiegò, la
spiegazione fece sbadigliare la donna. "Non dici
la verità. Perché poi non la dici?" - "Nemmen tu
la dici" - "Io? Ricominci con le tue
impertinenze? Quand'anche io non l'avessi
detta - ma che, devo risponderne a te? E in che
cosa non la dico, la verità?" - "Non sei soltanto
una locandiera come pretendi" - "Ma guarda un
po'! Sei pieno di rivelazioni? E allora cosa sono?
Le tue impertinenze stanno già aumentando." -
"Non so, cos'altro sei. Vedo solo che sei una
locandiera e però porti abiti che non sono
adatti ad una locandiera e come nessuno di
mia conoscenza indossa qui nel villaggio." -
"Eccoci dunque all'essenziale. Non ce la fai a
tacere, non sei nemmeno ardito, forse, sei solo
un ragazzino che sa una qualche sciocchezza e
da nulla potrebbe esser portato a tacerla. E
parla, allora! Cos'è lo speciale di quest'abito?" -
"Ti arrabbierai, se lo dico." - "No, ne riderò,
sarà una chiacchiera da ragazzini di sicuro.
Come sono allora questi abiti?" - "Vuoi saperlo?
Dunque, son di buona stoffa, certo di pregio,
ma sono fuori moda, sovraccarichi, anche
strapazzati, logori, e non sono adatti né alla
tua età né alla tua figura, né alla tua posizione.
M'han colpito subito la prima volta che t'ho
visto, circa una settimana fa, qui, nell'atrio." -
"Eccoci dunque" Sono fuori moda, sovraccarichi
e poi cos'altro? E da cosa lo dici tutto questo?"
- "Lo vedo, non ho bisogno di alcun
insegnamento." - "Lo vedi e basta. Non hai
bisogno di chiedere da nessuna parte e lo sai
subito, cosa è di moda. Mi sarai indispensabile,
allora, perché per i bei vestiti ci ho un debole.
E cosa dirai del fatto che questo armadio è
pieno di vestiti?" - Fece scorrere gli sportelli, si
vide un abito stretto a quello accanto, compatti
in tutta la larghezza dell'armadio, per lo più
erano vestiti scuri, grigi, marroni, neri, tutti
accuratamente appesi e distesi." Ecco i miei
vestiti, tutti fuori moda, sovraccarichi, come
dici. Sono solo però quelli per cui non ho posto
in camera mia, lì ne ho ancora due armadi
pieni, armadi grandi quasi come questo. ti par
strano?"
"No, me l'aspettavo, qualcosa di simile; anzi ho
detto che tu non si solo locandiera, tu miri a
qualcos'altro."
Miro solo a vestirmi bene, e tu sei o un matto o
un ragazzino, oppure un tipo molto cattivo e
pericoloso. Ma ora vattene!"
K era nell'atrio, e Gerstaecker già lo teneva per
le spalle, allorché la locandiera gli gridò dietro:
"Domani ne ricevo uno nuovo, di vestiti,
magari te lo fo andare a prendere."
Titolo originale: Das Schloss (1926); traduzione di N. Spinosi
(2017).