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Simone Tosi, Lazione locale. Tra lavoro di comunit e rigenerazione urbana, in Passaggi.

Rivista italiana di scienze transculturali, 4, 2002, pp. 11-38.

Abstract
Da qualche decennio sono ricomparse in tutti i paesi industrializzati forme di azione locale, sia come
manifestazione di esperienze spontanee, dal basso, sia come iniziative promosse da politiche pubbliche.
Lidea che lazione locale possa essere una base fondamentale per lazione organizzata coinvolge differenti
campi di politiche, differenti discipline e pratiche professionali. Essa ha conquistato uno spazio tale da
costituirsi come un vero e proprio paradigma.
Lenfasi sempre pi diffusa sul valore delle azioni locali rende oggi particolarmente urgente approfondire le
condizioni di efficacia di questo tipo di azioni. La popolarit che il modello dellazione locale ha conseguito,
fino a farne quasi il modello dellintervento sociale, rischia di favorirne una applicazione che non si fa carico
di verificarne i criteri di efficacia.
Per questa verifica risultano di particolare interesse due tipi di operazioni. Da una parte sembra utile
sviluppare il confronto tra lattuale fase del lavoro locale o di comunit e la fase originaria, quella che si
colloca nei due decenni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale. Dallaltra occorre
riflettere sul ruolo che i recenti sviluppi delle scienze sociali hanno svolto nella costituzione del nuovo
paradigma e sul potenziale che esse possono offrire per una migliore comprensione delle condizioni di
efficacia dellazione locale. In questa seconda direzione tre concetti risultati dall esplosione del concetto
di comunit - appaiono particolarmente utili: quelli di empowerment, di locale e di network sociali/capitale
sociale.

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Lazione locale: tra lavoro di comunit e rigenerazione urbana

1. La riemersione del lavoro di comunit

1.1. Da qualche decennio sono ricomparse in tutti i paesi industrializzati forme di azione locale, sia come
manifestazione di esperienze spontanee, dal basso, sia come iniziative promosse da politiche pubbliche. In
esse possibile individuare temi tra i pi caratteristici di quel lavoro di comunit che aveva caratterizzato
molto lavoro sociale negli anni del secondo dopoguerra in Italia.

Questa ripresa va al di l di quanto suggerisca la terminologia. Il termine comunit non ha oggi un ruolo
centrale nella costruzione dellazione locale e nelle pratiche del lavoro locale. Il termine di solito sostituito
da altri semanticamente limitrofi o tesi a sottolineare particolari dimensioni dellazione locale, per esempio
quartiere, partecipazione, empowerment, cittadinanza. Ci dovuto a diversi ordini di ragioni.
Innanzitutto alla maggiore articolazione delle teorizzazioni e delle esperienze di azione locale, che ora non
passano necessariamente o non passano esplicitamente per una tematizzazione dellidea di comunit.
Inoltre lo scostamento dalla terminologia comunitaria rivela la necessit di prendere le distanze dalle
connotazioni ideologiche e dalle implicazioni teoriche che hanno tradizionalmente accompagnato il concetto
di comunit. Quello che importa che, anche quando non usa il linguaggio comunitario, la pratica attuale
dellazione locale fa riferimento ad alcuni dei principali elementi costitutivi del dibattito teorico allorigine
del lavoro di comunit (1).

1.2. La riemersione del lavoro di comunit, dopo leclisse degli anni 60-70 deve essere compresa
allinterno della vicenda storica che ha costituito le alterne fortune dellazione locale. Il riferimento al locale
stato un riferimento importante per lazione e le politiche sociali nei due decenni successivi al secondo
conflitto mondiale. Questo il periodo in cui si verifica una rapida ascesa, e un altrettanto rapido declino, del
lavoro di comunit [Martini e Sequi 1988; AA.VV. 1996]. Decisamente influenzato dalle ideologie
anglosassoni e americane dello sviluppo di comunit e dell organizzazione di comunit e dalla
riflessione sociologica classica sulle forme di socialit (da Tonnies alla sociologia americana di quegli anni),
il lavoro di comunit ha costituito anche in Italia una importante variante dellazione locale. Ben presto
tuttavia, nel nuovo clima ideologico che ha accompagnato il miracolo economico e la modernizzazione del
paese, il riferimento al locale e a maggior ragione il riferimento alla comunit perdono di importanza sia
come chiavi interpretative dei processi di organizzazione sociale sia come basi per lazione sociale. Ma gi
dalla met degli anni 70 lazione locale trova nuove ragioni e riemerge come riferimento dellazione e del
lavoro sociale: ci comporta anche una ripresa degli interessi che erano stati alla base del lavoro di comunit
e delle pratiche che lo avevano caratterizzato [Rei 1996].

Dagli anni 70 lidea che la comunit possa costituire una base per lazione riacquista credito tra studiosi,
operatori e politici. Sebbene, come si detto, con terminologie a volte differenti da quelle utilizzate negli
anni 50, gli elementi del dibattito richiamano ampiamente i concetti propri del lavoro di comunit. Ci che
caratterizza questa nuova fase del lavoro di comunit la sua collocazione in un contesto favorevole, nel
senso che i presupposti sui quali il lavoro di comunit si basa i principi dellazione locale integrata e
partecipativa sono ora ampiamente condivisi (Conseille de lEurope 2001). Si tratta di un vero movimento,
che coinvolge sia le politiche pubbliche sia lazione autorganizzata e nel quale le tradizionali motivazioni
alla base dellazione locale si combinano con nuove ragioni e atteggiamenti. Tale movimento ha avuto
diversi campi di applicazione (community care, sviluppo sociale di quartiere, rigenerazione urbana, progetti
locali di lotta contro la povert ecc.) e coinvolge tanto i metodi del lavoro di comunit quanto le sue
prospettive teoriche e lo stesso modo di rappresentarsi e di perseguire lefficacia del lavoro sociale.

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Oggi lidea che lazione locale possa essere una base fondamentale per lazione organizzata coinvolge
differenti campi di politiche, differenti discipline e pratiche professionali. Essa ha conquistato uno spazio tale
da costituirsi come un vero e proprio paradigma. Con la crisi dellideologia della modernizzazione che
tanta parte aveva avuto nel relegare la comunit al ruolo di residuo premoderno, destinato alla
marginalizzazione o allestinzione si determina un clima favorevole alla ripresa dellazione locale. A ci
concorre la ri-valorizzazione del locale, essa stessa conseguenza in qualche modo della crisi del moderno.
Daltra parte la stessa evoluzione delle scienze sociali in questi decenni ha fornito gli strumenti teorici per
ripensare e ri-legittimare lazione locale.

Nella stessa direzione operano anche le domande poste dalla nuova fase storica. Il nuovo interesse per
lazione locale e per la comunit pu essere facilmente messo in relazione con un insieme di circostanze
storiche che segnano la crisi degli anni 70 e il passaggio al post-industriale. Nel campo delle politiche
sociali, il riferimento generale la ricerca di una maggiore efficacia nelle politiche pubbliche. A tale nuova
domanda, posta in particolare in relazione alla crisi del welfare state, le nuove forme di lavoro sociale
cercano di fornire delle risposte [de Leonardis 1998; Donati 1998; Ranci 1999]: che si fanno carico, ad
esempio, della nuova domanda di servizi da parte dei cittadini, delle nuove preferenze espresse dagli utenti
[Melucci 1990; Barnes 1999] e della richiesta di una maggiore partecipazione da parte degli utenti e delle
stesse istituzioni [Sgroi 1997]. Infine possibile leggere il nuovo interesse in relazione alle dinamiche
proprie della postmodernit: nei cambiamenti osservabili a livello dei sistemi produttivi, dei nuovi
movimenti sociali, e dellincremento di complessit sociale ecc. [Touraine 1993]. Questi temi non
rappresentano soltanto dei nuovi dati che costituiscono nuovo spazio per lazione locale/comunitaria: sono
stati anche oggetto, da parte di interpreti o sostenitori del nuovo lavoro di comunit, di teorizzazioni
specifiche che su queste basi hanno portato, pi o meno esplicitamente, argomenti a favore del nuovo lavoro
di comunit.

1.3. I contesti urbani caratterizzati da eterogeneit etnica o da conflitto interetnico sono ambiti in cui queste
azioni locali hanno trovato ampia applicazione. Molte delle esperienze che hanno fatto da apri pista alle
attuali versioni del lavoro sociale locale nascono proprio in relazione allesigenza di gestire situazioni nelle
quali la complessit, e spesso la conflittualit etnicamente connotata, rendevano problematico lutilizzo dei
tradizionali strumenti delle politiche sociali e urbane (si pensi ai progetti Urban nellInghilterra della fine
degli anni 60 [Brammidge 2000]). In questo senso, le potenzialit dellazione locale sono state investite in
due principali direzioni. Da un lato lapproccio negoziale, che tipico dei nuovi modelli dellazione locale
ha fornito gli strumenti per il trattamento del conflitto interetnico, ma pi in generale sembrato utile
come principio generale per programmare e gestire in modo appropriato, in situazioni di multietnicit, le
questioni relative allo sviluppo della comunit locale. Dallaltro lato lidea di empowerment ha trovato un
campo di applicazione esemplare nei tentativi di rafforzare le minoranze etniche dentro la comunit - sia
nelle situazioni di quartiere etnico sia in quelle di quartieri etnicamente compositi (2).

Se il primo tema esemplifica le virt dellazione locale partecipativa in situazioni di complessit,


imponendosi questa con una particolare forza ed evidenza in contesti etnicamente eterogenei, nei quali le
politiche tradizionali evidenziano i limiti maggiori, il secondo tema istituisce una relazione tra lazione locale
e i temi dellintegrazione delle persone straniere nei contesti urbani. Come evidente, tale relazione
presuppone che sia avvenuto il superamento del concetto tradizionale di comunit: essa rende infatti ancora
pi irrealistiche le rappresentazioni non conflittuali della comunit mutuate dalla sociologia classica.

2. La costruzione dellazione locale: problemi

2.1. Lenfasi sempre pi diffusa sul valore delle azioni locali rende oggi particolarmente urgente
approfondire le condizioni di efficacia di questo tipo di azioni. La popolarit che il modello dellazione
locale ha conseguito, fino a farne quasi il modello dellintervento sociale, rischia di favorirne una

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applicazione che non si fa carico di verificarne i criteri di efficacia. Per questa verifica risultano di
particolare interesse due tipi di operazioni. Da una parte sembra utile sviluppare il confronto tra lattuale fase
del lavoro locale o di comunit e la fase originaria, quella che si colloca nei due decenni immediatamente
successivi al secondo conflitto mondiale. Dallaltra occorre riflettere sul ruolo che i recenti sviluppi delle
scienze sociali hanno svolto nella costituzione del nuovo paradigma e sul potenziale che esse possono offrire
per una migliore comprensione delle condizioni di efficacia dellazione locale.

La riemersione del lavoro di comunit nellattuale fase si caratterizza per notevoli elementi di continuit
rispetto agli anni 50, ma anche per elementi di discontinuit cos forti da fare apparire una realt
storicamente differente, che mantiene molti riferimenti ideali riportabili alla tradizione del lavoro di
comunit, ma anche si innova in modo sostanziale per quanto riguarda concetti, metodi, professioni. Se da un
lato gli elementi di continuit sono tali da autorizzare la narrazione che vede nellattuale lavoro locale una
riemersione di una tradizione, tuttavia, ricollocandosi tali elementi nellattuale contesto storico, delle
politiche sociali, organizzativo e sociale il nuovo lavoro sociale di comunit assume elementi di originalit
che occorre mettere in evidenza.

La sottolineatura delle differenze non deve daltra parte indurre nellerrore di contrapporre in termini di
bianco e nero gli approcci dei due periodi. La pluralit e lestrema differenziazione delle esperienze, allora
quanto oggi, permetterebbe certamente di individuare negli anni 50 elementi che anticipano aspetti
qualificanti delle attuali novit, cos come nella fase attuale non mancano esperienze che riproducono
modalit tra le pi caratteristiche del lavoro di comunit del dopoguerra.

2.2. Proprio il concetto di comunit quello intorno a cui possibile evidenziare, in modo paradigmatico, i
principali elementi di discontinuit tra il lavoro di comunit degli anni 50/60 e la fase attuale.

Il nuovo lavoro di comunit mantiene in generale latteggiamento positivo nei riguardi della comunit, ma,
a differenza delle esperienze degli anni 50, ora la comunit non considerata n il luogo naturale delle
relazioni umane n un valore in s. Essa diventa piuttosto una opportunit. Correlatamente, acquista
preminenza una dimensione che nelle esperienze passate aveva presenza pi debole: il carattere
strumentale della comunit. La comunit (i suoi valori) viene vista in molti casi come strumento per
obiettivi esplicitabili. Ci costituisce la possibilit di distinguere tra la comunit come mezzo e la comunit
come fine: anche se si tratta, in realt, di una distinzione relativa, e nella maggior parte dei progetti la
comunit considerata sia come mezzo che come fine.

Denominatore comune delle impostazioni post-belliche del lavoro sociale di comunit era un concetto di
comunit fortemente caratterizzato da implicazioni valoriali positive. Esse utilizzavano le classiche
formulazioni di derivazione tnniesiana e le teorizzazioni della sociologia americana di quegli anni, e la
maggior parte degli approcci partiva dal presupposto che la comunit fosse naturalmente il luogo di una
positiva interazione tra individui. I progetti e le azioni che venivano messi in atto si fondavano su una
generica fiducia nel carattere positivo di tutto ci che sorgeva dalla comunit.

Questo atteggiamento si fondava su di una serie di convinzioni comuni tra i sociologi dell'epoca: che il
gruppo locale fosse in ogni caso appunto una comunit, luogo cio di processi di integrazione e di rapporti
caratterizzati da sentimenti di solidariet; che quello locale fosse ambito privilegiato delle relazioni
personali; e che la prossimit fosse una base fondamentale nel costituire relazioni comunitarie o personali. A
partire da questi presupposti l'idea della naturalit delle relazioni fondate sulla prossimit nello spazio
avrebbe fortemente segnato la riflessione sul locale.

Nellattuale lavoro di comunit, la contrapposizione la rigida distinzione dicotomica tra comunit e societ,
ma anche lopposizione della comunit al libero elemento associativo come meccanismo di costruzione di
legami interindividuali non appare una concettualizzazione utile. Sempre pi si sono evidenziati i caratteri

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di sovrapposizione, di coesistenza tra forme comunitarie assimilabili a quelle descritte da Tnnies e nuove
strutture aggregative in grado di fornire le basi di moderne appartenenze [Touraine 1988; Maffesoli 1988].

Luso del concetto di comunit risulta dunque ampiamente (ma non totalmente) svincolato dalle accezioni
naturalistiche e positive che caratterizzavano il dibattito classico. La nostalgia per la comunit perduta non
costituisce pi un elemento cardine comune ai diversi approcci del lavoro sociale. La comunit non pi
dunque un fine definito eticamente, ma assume pi il carattere di un mezzo, di uno strumento attraverso cui
possibile raggiungere altri tipi di obiettivi (lefficacia delle politiche, la pratica democratica ecc.).

2.3. Come si vede, si tratta di un passaggio che accomuna levoluzione del lavoro di comunit e quella delle
scienze sociali. Il nuovo lavoro di comunit consapevole delle condizioni di esistenza della comunit nelle
moderne societ complesse e del modo in cui il lavoro di comunit pu svilupparsi efficacemente in tali
societ. La comunit viene vista come un sistema aperto, non esaustivo, e come costruzione che deve
contare su opzioni libere e investimento da parte dei membri non cio come un dato [Bauman 2001].

Ci in linea con levoluzione che si verificata nelle scienze sociali. Le relazioni comunitarie sono
concepite dalle moderne scienze sociali, nel quadro delle societ complesse, come qualcosa di molto pi
ampio e differenziato di quanto immaginato dalla sociologia classica. La comunit non necessariamente
definita dalle relazioni (prevalentemente) ascrittive, primarie, stabili (quando non immutabili), cui
facevano riferimento le sociologie classiche. Anche i legami che la sociologia tradizionalmente definiva
superficiali oppure strumentali (quelli associativi), tipici delle forme moderne di relazione, assumono un
ruolo centrale nella costruzione delle strategie individuali e di gruppo nella societ moderna, e la comunit
pu alimentarsi anche di queste forme. Il ruolo dei legami deboli evidenziato da Granovetter [1973]
costituisce un esempio dellimportanza che relazioni diverse da quelle comunitarie in senso classico possono
avere.

La comunit viene cos ad assumere una connotazione dinamica e mutevole. Diviene un sistema aperto in
grado di adattarsi alla complessit della societ globale e di flettersi in modo da continuare a svolgere
importanti funzioni, sia in termini identitari nellambito di una pluralit identitaria caratteristica delle
societ complesse, ma anche in una pluralit di identit individuali che, conseguentemente, in termini
operativi, in quanto capacit di connettere e mobilitare risorse per lazione.

Il carattere costruito della comunit, la sua dinamicit, il suo variare al variare di ci che essa chiamata a
fare diviene in questo modo un nodo centrale del lavoro sociale di comunit. Ci permette anche di
aggirare un rischio insito in alcune impostazioni degli anni 50, quello cio di lavorare a una comunit che
immaginata in intrinseca opposizione alla societ si poneva di fronte a unanacronistica e probabilmente
impraticabile rinuncia ai vantaggi della modernit (in termini di apertura, di scambio culturale e materiale
ecc.).

2.4. In relazione con questa visione laica del problema, avviene una esplosione del concetto di comunit,
esplosione che pu contare su di un ventennio di avanzamenti delle scienze sociali nel trattare dimensioni
che tradizionalmente erano compattate nel concetto di comunit: identit, reti di relazioni positive e
significative, localit, ecc. Labbandono (relativo) del termine (in Italia in particolare), se da un lato segnala
la difficolt storica di usarlo dopo la sua compromissione in sistemi ideologici ormai consumati, riflette
anche questo passaggio a nozioni parziali.

Dallambiguit e dalla densit ideologica in cui il concetto di comunit era calato sono emersi, a partire dalla
fine degli anni 60, diversi orientamenti tesi a tematizzare i nodi tipici del dibattito sulla comunit secondo
prospettive specifiche e parziali. Con riferimento al significato operativo della comunit assumono una
rilevanza centrale il concetto di empowerment, il concetto di locale, e i concetti costruiti attorno alle
nozioni di legame sociale, rete sociale, capitale sociale. La loro importanza deriva dal contributo che
possono dare nel ridefinire la comunit in termini dinamici e consapevoli del suo carattere costruito, nella

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elaborazione di quel rapporto tra comunit come fine o come mezzo che abbiamo visto essere fondamentale
per i nuovi approcci al lavoro sociale di comunit. Il concetto di empowerment, che rispetto ai due precedenti
pi direttamente e strettamente legato al lavoro sociale consente inoltre di individuare la dimensione
processuale del lavoro di comunit, contribuendo ad evidenziarne le finalit attuali e a suggerire gli aspetti
operativi delle nuove dimensioni affiorate dal dibattito recente (la multidimensionalit della comunit, la
possibile conflittualit interna, di nuovo la sua dinamicit).

Come si sopra accennato, gli stessi cambiamenti del contesto che rendono plausibile oggi il lavoro locale
contengono anche le indicazioni a favore di nuove nozioni di comunit. Nello stesso tempo essi contengono
elementi problematici nuovi: ad esempio lorganizzazione degli aggregati trattati dal lavoro locale o di
comunit presenta novit per la cui comprensione non possono bastare le schematizzazioni tradizionali del
lavoro locale. Ad esempio, per quanto riguarda la composizione e la qualit della domanda di servizi quale si
determinata negli anni pi recenti, si osserva una sorta di sfilacciamento delle reti di cura di tipo
familiare, in seguito allaumento della mobilit geografica [Taylor 1998 e 2000]; inoltre i network sociali
appaiono generalmente meno coesi e stabili, con prevalenza delle relazioni deboli. Ci ha importanti
implicazioni, oltre che sullorganizzazione dei servizi, anche sulla configurazione che la comunit viene ad
assumere.

Queste novit rendono ancora meno attendibile che nel passato le definizioni tradizionali della comunit. La
dimensione etnica diviene in questo senso di rilevanza cruciale. Risulta sempre pi chiaro che la comunit
non pu essere definita sulla base di quelle dimensioni che avevano lungamente prevalso nelle teorie
formulate da scienziati sociali e assunte nella cassetta degli attrezzi degli operatori e dei promotori del lavoro
di comunit. Non solo lomogeneit e ancora meno la naturalezza della comunit non possono pi essere
considerate dimensioni fondanti del concetto di comunit. Anche lassenza di conflitto e di tensione
diventano in modo sempre pi evidente elementi pi prossimi a una versione tradizionale quando non
ideologica tout court che non a caratteristiche reali della comunit.

Le fratture interne alle comunit si impongono quindi alla comune attenzione. E, se da una parte si diffonde
la convinzione che le diversit porteranno allesplosione di tensioni e conflitti (3), dallaltra prendono piede e
si diffondo esperienze tese a cercare di risolvere tali conflitti, proprio a partire dai luoghi del vivere
quotidiano.

2.5. I dati problematici in effetti non riguardano soltanto i dati oggettivi del nuovo contesto, ma anche la
costruzione sociale del modello dellazione locale. I limiti teorici, gli elementi di debolezza che
accompagnano la rinascita dellazione locale - e che costituiscono rischi notevoli per lo sviluppo del dibattito
e per una sua traduzione in termini di politiche - rimandano allincertezza delle definizioni e delle categorie
(ed in questo senso che si impone una migliore integrazione con la parallela riflessione delle scienze
sociali): incertezza che a sua volta riferibile da un lato ad una prevalenza della dimensione operativa
dallaltro alla collocazione ideologica di molte riproposte dellazione locale.

Il punto critico la scarsa riflessione sulle condizioni di efficacia dellazione locale, la identificazione dei
fattori che discriminano tra diversi tipi di azione diversamente efficaci. Il tema dellefficacia delle politiche
sociali al centro del discorso sullazione locale. su questa base che viene riproposta nel contesto del
dibattito sulla crisi del welfare lidea che la comunit possa offrire importanti soluzioni ai problemi dei
policy makers. Come stato osservato, prevale un approccio pragmatico, che mira a risultati di breve
periodo, che cerca di dare risposte pratiche al bisogno dei policy makers di trovare alternative praticabili ai
modelli esistenti di decision making: senza tematizzare in maniera approfondita in quali accezioni la
comunit possa svolgere questo ruolo [Butcher 1993, 56]. Questo pragmatismo del tutto coerente con le
logiche della ripresa neo-liberistica, di cui molte versioni dellazione locale oggi risentono. Esso rafforza gli
effetti negativi della popolarit dellidea di azione locale: rischia di offuscare le ragioni e la riflessione circa
le condizioni della sua efficacia. Tutto ci concorre a de-problematizzare la riflessione, a confortare una

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fiducia nel locale e nella comunit simile a quella che nel passato si reggeva sulle virt naturali della
comunit.

Lo stesso concetto di efficacia pu certamente assumere definizioni differenti. Willmott, ha cercato di legare
il problema dellefficacia ad una classica distinzione propria del dibattito sui processi di decisione: quella tra
iniziative top down e iniziative bottom up. Secondo Willmott lidea stessa di efficacia e il successo delle
iniziative ha significati differenti nelle due prospettive. Nelle iniziative top down successo significa offrire
servizi (per esempio nel caso del community care) [] pi fattivi o agire sulle risorse proprie delle persone
per integrare le risorse pubbliche [Willmott 1989, 34]. Nelle attivit bottom up il criterio di valutazione
dellefficacia dellazione consiste in quanto le vite delle persone si sono effettivamente arricchite o quanto
sono migliorate come risultato della loro partecipazione [ibidem].

Osservazioni simili si possono fare per il rapporto che esiste tra la riproposta dellidea di comunit, cos
come ritematizzata a partire dagli anni novanta, e le implicazioni della post-modernit [Butcher 1993] delle
nuove tendenze che annunciano forme post-moderne di societ e delle nuove riflessioni che convergono
nella costruzione di una teoria della post-modernit. In questa chiave assumono rilevanza i vari temi che
sono al centro del dibattito sul passaggio al post-industriale e al post-moderno: in particolare il ruolo delle
nuove tecnologie, nel quadro del superamento del modello di produzione fordista, e il ruolo dei nuovi
movimenti sociali, in quanto rivelatori e fattori delle nuove forme sociali che caratterizzano la post-
modernit: il pluralismo politico e culturale, le nuove etiche dei consumi, i nuovi localismi.

Anche questo tema si presta a valutazioni e applicazioni pratiche diverse. Se non si discute delle alternative
interpretazioni - e se non si riconosce lambivalenza dei processi in gioco c il rischio che la fiducia nel
pluralismo culturale, nel locale, nella virt dei network si riproduca con gli stessi automatismi che
caratterizzavano la fiducia nella comunit negli anni 50-60.

In effetti, se vero che il passaggio da unorganizzazione di tipo fordista ad una di tipo post-fordista ha
avuto manifestazioni anche nellambito dei servizi e degli orientamenti pratici nelle politiche sociali, in linea
diretta ci che pu essere osservato nel campo dei servizi tuttavia soltanto una generica enfasi
sullimportanza di procedure decisionali snelle, semplici e il meno possibile centralizzate. Ci ha a che fare
in qualche modo con le idee di partecipazione, di diffusione di potere, di empowerment. Ma pi spesso la
logica soggiacente a questo discorso rimanda a concezioni prettamente di mercato che difficilmente si
possono applicare con successo allambito dei servizi (Taylor e al. 1992).

Invece, di nuovo, lincremento di complessit sociale che caratterizzazione fondamentale delle societ
post-moderne e post-industriali [Lyotard 1985] una condizione le cui esigenze dovrebbero essere
adeguatamente valutate anche per quanto concerne le forme del progetto locale. La necessit di introdurre
processi decisionali e forme di legittimazione che richiamano la comunit stata spesso affermata nel
rivendicare le ragioni degli approcci partecipativi alla progettazione. Le ragioni di quella che viene
presentata come una vera e propria necessit sono numerose. Le politiche convenzionali appaiono sempre
meno adatte a trattare i problemi che emergono nelle societ attuali: si rende necessario il confronto tra una
molteplicit crescente di interessi e di attori, e in particolare con i destinatari finali delle politiche urbane e
sociali. Inoltre occorre che sul piano dei processi di costruzione delle politiche si cerchino pratiche
sperimentali che prevedano una pi ampia flessibilit normativa e gestionale [Paba 2000, 18].

Il tema si intreccia con quello dellefficacia delle politiche e dei servizi. La ricerca di qualit nelle politiche,
in effetti, appare sempre meno misurabile attraverso parametri e indicatori delle prestazioni fornite. Sempre
pi la qualit si afferma come propriet relazionale, per cui diviene importante il modo attraverso cui i
risultati vengono raggiunti, e principalmente le relazioni tra fornitori di servizi e utenti, tra governo della
citt e cittadini.

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3. Lesplosione del concetto di comunit: apprendere dalle scienze sociali

3.1. Si sono manifestate nelle scienze sociali di questi decenni alcune linee di riflessione, che sono parte
integrante della costituzione del nuovo paradigma dellazione locale. Una pi attenta considerazione di
queste linee potrebbe aiutare a rendere meno casuali e frammentari i riferimenti utilizzati dal lavoro di
comunit e dallazione locale, e ad affrontare con maggiore rigore il problema della loro efficacia. A questo
fine sembrano utili in particolare, come si detto, tre tipi di concetti (e aree di ricerca) tra quelli che sono
risultati dall esplosione del concetto di comunit: quelli di empowerment, di locale e di network
sociali/capitale sociale.

Di questi concetti, empowerment quello maggiormente legato alla dimensione operativa del lavoro sociale.
Lapproccio centrato sullempowerment enfatizza quello che possiamo considerare la chiave di volta del
nuovo lavoro di comunit: considerare la comunit locale come soggetto/attore, non come destinatario di
azioni o come bacino di utenza di una serie di servizi ecc. Non quindi di che cosa ha bisogno la comunit
locale?, ma piuttosto chi ? che cosa sa fare? che cosa pu fare la comunit locale?. Gli strumenti (che
costituiscono anche obiettivi di breve periodo) dellazione fondata sullempowerment sono costruiti attorno
allidea di fare leva sulle risorse della comunit locale [Martini e Sequi 1995], di favorirne la crescita,
lidentit, lautonomia, la responsabilit.

Empowerment assume allora contemporaneamente la doppia valenza di obiettivo e di processo. Di obiettivo,


essendo il rafforzamento della comunit il fine cui le azioni sono orientate (non necessariamente il
rafforzamento della comunit come tale, quanto piuttosto della sua capacit di costruire azioni che ne
migliorino la qualit della vita o le possibilit di sviluppo). Di processo, dato che attraverso lazione che la
comunit sperimenta e apprende le modalit di lavoro comune, le dinamiche cooperative, la partecipazione
che costituiscono elementi essenziali della sua forza.

Il concetto di empowerment oggi diventato un tema chiave pressoch universale nel discorso pubblico sui
progetti locali e sui progetti di sviluppo. Ora, nel campo del servizio sociale lempowerment sembra
riassumere le aspirazioni e le idee del lavoro di comunit [Warren 1996, 107]. Tuttavia luso che del concetto
viene fatto spesso indiscriminato e vago, e dietro lapparente consenso ci sono significati diversi e interessi
spesso divergenti.

3.2. Per quanto riguarda lofferta delle scienze sociali, possiamo pensare che una migliore comprensione
delle condizioni di efficacia del lavoro locale potrebbe essere ottenuta con un pi equilibrato utilizzo delle
diverse tematizzazioni che sono state proposte. Il concetto di empowerment stato elaborato in due distinti
ambiti disciplinari. Il primo che trova un notevole seguito sia nel dibattito teorico che nelle applicazioni
pratiche quello della psicologia di comunit. Lattenzione in questo caso posta in particolare sugli
aspetti individuali dellempowerment: sulla necessit, in particolare, che gli individui disempowered
intraprendano un percorso teso a rafforzare la loro autostima, le loro competenze ecc. Il secondo ambito,
meno noto, quello sviluppato negli studi di sviluppo alternativo, punto di incrocio tra differenti tradizioni
delle scienze sociali (economia, sociologia, scienza politica). Lanalisi del potere e dei processi di
empowerment sviluppata in questo ambito centrata sulla relazione tra dimensione locale e caratteristiche
macro del sistema.

Ora, dei due tipi di elaborazione il lavoro di comunit utilizza prevalentemente quella di derivazione psico-
sociale. E lecito pensare che una riflessione maggiormente centrata sugli aspetti sociologici, legati a
dimensioni macro dellempowerment, possa portare al dibattito e alla pratica del lavoro locale apporti
essenziali. Possiamo illustrare il punto con riferimento al contributo di J. Friedmann [1992], il cui lavoro
rappresenta la pi sistematica elaborazione di questa impostazione.

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Per Friedmann la mancanza di potere deriva da un processo di lungo periodo che egli chiama di
disempowerment sistematico nel corso del quale si verificata una concentrazione del potere nello Stato
e nel sistema economico. Tale concentrazione (che Friedmann legge con particolare riferimento allAmerica
Latina) ha progressivamente marginalizzato la societ civile (e in parte il sistema politico), impoverendo
lintero sistema sociale.

Questo processo ha generato una separazione sempre pi netta tra mondi vitali, dato che la sostituzione di
una sfera con un'altra produce un impoverimento del sistema sociale nella misura in cui vengono a mancare
le logiche ed i sistemi di pratiche specifiche della sfera che soccombe:

Ciascun ambito ha un nucleo di istituzioni autonome che governa ogni rispettiva sfera. Il nucleo
dello stato consiste nelle sue istituzioni esecutive e giuridiche; il nucleo della societ civile la
sfera domestica; il nucleo delleconomia e la grande industria; e il nucleo della comunit
politica sono le organizzazioni politiche indipendenti e i movimenti sociali. Per ciascuno di
questi nuclei possono essere individuate forme tipiche di potere il potere statale, il potere
sociale, il potere economico e quello politico a seconda del tipo di risorse che gli attori
mobilitano in ogni diverso dominio [Friedmann 1992, 28].

Questo impoverimento ha non poche conseguenze anche per quanto riguarda le potenzialit di mobilitazione
della societ civile. Anche nelle situazioni di massima concentrazione del potere lungo lasse stato-
economia, gli ambiti pi deprivati tendono ad attivare forme di rivendicazione che mirano ad una
riappropriazione della loro parte di potere. Nascono cos organizzazioni dal basso, spontanee, spesso
ampiamente informali, comunque indipendenti dall'intenzione e dalla volont degli ambiti maggiormente
dotati di potere.

Lanalisi di Friedmann presenta notevoli elementi di interesse per il lavoro di comunit. Innanzitutto essa
tenta di rendere conto di una sorta di mappa del potere che vada al di l di un riferimento ai soli ambiti dello
stato e dell'economia. La societ civile viene infatti inclusa tra gli attori che concorrono nell'arena del potere,
e nello schema teorico si colloca allo stesso livello gerarchico delle altre sfere. Non vista, come nel
modello economicistico, come un sub-attore funzionale all'esistenza e al mantenimento delle sfere politica,
statale ed economica; non dunque bacino di voti, o cittadino, o consumatore, ma assume un ruolo
paritetico rispetto alle altre tre sfere. Il recupero della societ civile come attore paritetico rispetto a stato,
politica ed economia non si risolve nell'aumento numerico degli attori che economicisticamente si
considererebbero in competizione per l'acquisizione di risorse scarse. soprattutto il modello di relazione tra
le quattro sfere ad essere profondamente reinterpretato. Esse vengono tutte ugualmente valorizzate nelle loro
rispettive specificit.

Inoltre viene messa in evidenza la permeabilit dei confini posti tra l'una e l'altra sfera, cos come le aree di
sovrapposizione che individuano ambiti di azione nei quali il potere deriva da una negoziazione tra attori
appartenenti a sfere diverse.

3.3. Certamente lo schema di Friedmann presenta anche alcuni limiti (4) Nel suo insieme il suo contributo di
Friedmann presenta grande interesse in quanto fornisce elementi teorici per riconcettualizzare una serie di
elementi che fanno parte del bagaglio storico del lavoro di comunit, e al tempo stesso costituiscono
caratteristiche centrali delle tematizzazioni pi recenti sullargomento. Alcune attuali tendenze delle
politiche sociali (quelle rivolte alla famiglia, quelle relative alla lotta allesclusione sociale o rivolte a
specifiche fasce deboli) attribuiscono unimportanza centrale alla sfera della societ civile come ambito in
cui le politiche vengono costruite e al tempo stesso come soggetto della costruzione di tali politiche.

Lidea stata formulata in diversi modi: tra questi limportanza dellinformale, sia inteso come sistema di
relazioni che si radica in concetti come quello di vicinato o di parentela sia nel senso di ci che altro
dallistituzionale (in termini organizzativi, ad esempio, il terzo settore), assume un ruolo centrale (5). I beni e

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le relazioni prodotti nell'ambito del sistema informale al di l cio delle dinamiche macro economiche e
macro politiche i cui sistemi normativi mutuano i processi alla base delle citate forme di esclusione
costituiscono per Friedmann il fulcro del sistema di strategie (di negoziazione) che muovono dalla societ
civile. Il concetto di informale implica da un lato il rifiuto della riduzione istituzionale dei bisogni, dallaltro
una critica dellindividuazione unidimensionale delle pratiche e dellorganizzazione sociale. Nel caso di
Friedmann il riferimento allinformale consente di fornire una ulteriore indicazione di grande interesse per il
lavoro di comunit: lidea che anche nelle situazioni di estremo disempowerment vi siano risorse
mobilitabili.

In larga misura le argomentazioni di Friedmann si basano su un motivo le cui implicazioni teoriche e


pratiche sono di grande rilevanza: lidentificazione della sfera domestica come nucleo centrale della societ
civile. Ci permette di connettere il carattere macro sociale in cui il discorso si inserisce con una dimensione
micro che ha i suoi attori di riferimento nelle persone che compongono la sfera domestica.

Gli households possono essere definiti come un gruppo residenziale di persone che vivono sotto
uno stesso tetto e mangiano alla stessa tavola. Ogni household forma un insieme politico ed una
economia in miniatura; lunit elementare della societ civile. Le persone che risiedono in un
household possono avere legami di sangue oppure no. Le loro vere famiglie comprendono
parenti che possono vivere in household che sono spazialmente dispersi ma rimangono legati
lun laltro attraverso modelli di mutua obbligazione [Friedmann 1992, 32].

Questo tipo di concezione, in contrasto con la teoria economica neoclassica, che assume come unit sociale
fondamentale la fabbrica, restituisce alle relazioni primarie e di vicinato una funzione fondamentale in
termini sia di produzione di beni e servizi che di pratiche e saperi.

Infine, interessa rilevare come lidea di empowerment di Friedmann utilizzi la distinzione tra tre
fondamentali tipi di potere. Il primo il potere sociale, cio la capacit di accedere ad elementi di base quali
l'informazione, la partecipazione ad organizzazioni sociali e alle risorse finanziarie. L'aumento dell'accesso a
questo tipo di risorse si riflette in una crescita di capacit della sfera domestica di raggiungere i propri
obiettivi. Il secondo tipo di potere quello politico, che riguarda l'accesso ai processi decisionali, e che
ovviamente non si esprime solamente attraverso il potere di voto ma anche attraverso pi ampie strategie di
azione collettiva e di voice. Infine il potere psicologico, che consiste in un senso di potenza sia individuale
che dello household come unit sociale. Esso spesso il frutto di un positivo esito negli ambiti definiti di
potere sociale e politico ma pu anche precedere l'acquisizione degli altri due tipi di potere e costruirne la
base. Un percorso di empowerment, secondo Friedmann, deve tenere conto in maniera integrata di queste tre
forme di potere.

Alcuni progetti in corso in quartieri etnicamente eterogenei prestano grande attenzione allidea di
empowerment, e in diversi casi lapplicazione al problema delle minoranze etniche ne comporta
interpretazioni originali. Lintervento a Tower Hamlets (Londra) un caso particolarmente innovativo -
prevede azioni specifiche di empowerment in particolare per la componente pi debole della comunit: le
minoranze etniche bengalesi. A Tower Hamlets il coinvolgimento della comunit locale deve significare in
particolare coinvolgimento dei gruppi etnici minoritari, dato che proprio in questi gruppi che si riscontrano
le situazioni pi acute di marginalit e svantaggio sociale. I progetti di rigenerazione urbana degli ultimi anni
hanno focalizzato lattenzione su questi gruppi intervenendo con specifiche iniziative, come quella dei corsi
di lingua inglese o la consulenza e il supporto per lavviamento di imprese a carattere etnico [Brammidge
2000, 9].

Si tratta da questo punto di vista di migliorare il livello di integrazione degli immigrati nel tessuto produttivo
dellarea, in modo da renderli meno vulnerabili ai cambiamenti in corso. Oltre che da unidea di equit
sociale, questo tipo di azioni nasce dalla convinzione che la comunit sia tanto pi forte nel suo complesso
quanto meno sono presenti al suo interno gruppi svantaggiati. Lefficacia di queste azioni anche finalizzata

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a favorire una maggiore conoscenza reciproca tra immigrati e autoctoni costruendo il terreno per una
maggiore collaborazione tra i due gruppi.

3.4. Per quanto riguarda il secondo concetto - quello di locale - la riflessione recente delle scienze sociali
offre indicazioni particolarmente utili laddove insiste sul carattere costruito del locale. Non tanto (o
comunque non soltanto) la strutturazione dello spazio a determinare la delimitazione di unarea locale, ma la
sua antropizzazione, la definizione soggettiva che ne danno coloro che vivono tale contesto [Pasqui 1998,
1998a]. Per questa via laccento viene posto appunto sul carattere costruito del locale, sulla sua
differenziazione interna, sulla sua apertura e interazione con il mondo esterno. Si rende in questo modo
disponibile un concetto operativo in grado di rendere conto di come le diverse esperienze che del locale
hanno i soggetti che interagiscono in un certo spazio si sovrappongono, si incrociano e si modificano. Il
locale cos definito costituirebbe quindi una base concreta per lazione comunitaria in una prospettiva
svincolata dalle implicazioni localistiche che spesso affiorano nel lavoro locale[Strassoldo 1992].

Inoltre e qui il dibattito sul locale si compone con quello sulle reti il tema del locale fornisce le ragioni e
le categorie per superare le identificazioni/riduzioni delle tradizionali teorie della comunit. La stretta
connessione tra lidea di locale e quella di comunit [Bagnasco 1999], stata intesa di solito con un
prevalente riferimento alla dimensione spaziale della comunit e del locale [Willmott 1989], particolarmente
evidente nel lavoro di comunit. La maggior parte delle accezioni con cui stato utilizzato il concetto di
comunit fa riferimento alla prossimit e alla propinquit: dove la propinquit coresidenzialit locale
determinata dalle strategie di vita di individui e gruppi e la prossimit vicinanza personale, densit morale,
che deriva da relazione volontaria e comunicazione libera [Rei 1996, 7]. In parte, a confortare questo modo
di mettere in relazione locale, comunit e spazio, ha contribuito una tradizione che, dalla Scuola di Chicago
in avanti, ipotizza una stretta relazione tra dinamiche spaziali e forme sociali. Pi recentemente, invece, con
la sottolineatura del carattere non naturale del locale, anche le sue connotazioni spaziali sono state
problematizzate e in qualche misura relativizzate.

In questa stessa direzione si mosso il dibattito sulle reti sociali. La nozione di rete consente di affrontare
problemi tradizionalmente mal concettualizzati nella ricerca sulla comunit. In particolare viene a ridefinirsi
il rapporto tra spazio e relazioni sociali, rifiutando lidentificazione tra relazioni di prossimit e relazioni
importanti, e aprendo a una gamma di modelli di relazioni ampia e non predeterminata [Granovetter 1973;
Piselli 1995; Di Nicola 1998).

Il concetto di rete sociale limmagine dellindividuo come nodo di una rete costituita dalla complessa
trama delle relazioni di amicizia e di conoscenza e lidea che le caratteristiche della rete possono essere usate
per interpretare il comportamento sociale delle persone coinvolte permette di allontanarsi dallassunto della
ricerca tradizionale che una proporzione importante delle relazioni sociali degli abitanti della citt sono
organizzate per localit per affidare invece allanalisi di rete la verifica di questa possibilit. Diventa allora
evidente che le relazioni di vicinato o locali sono un tipo di legame, che pu essere rilevante o meno, e pi
o meno significativo nellinsieme delle relazioni che costituiscono una rete sociale. La questione cruciale di
vedere in quali circostanze si costituiscono queste relazioni, e quando esse assumono quella forma forte
di relazione positiva e coinvolgente - che costituirebbe il vicinato secondo le identificazioni tradizionali.
Essere un vicino un ruolo, non un'esistenza. Lo studio della neighborliness implica la valutazione delle
relazioni tra un certo mondo di vicini e il pi ampio sistema di reti e relazioni sociali in cui gli individui sono
implicati (Bulmer, l986, pp. l9-2l) (6).

3.5. I concetti di capitale sociale, legame sociale e rete sociale sono ampiamente interconnessi tra loro ma
ognuno con la capacit di porre in evidenza aspetti differenti del problema. Nellinsieme essi forniscono gli
elementi per muoversi nel rapporto tra comunit come fine e comunit come strumento e per trattare le
conseguenze metodologiche che vengono da una visione non ideologica della comunit: compresi gli
ostacoli che la stessa comunit pu costituire nei confronti di uno sviluppo sociale.

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Il rapporto tra comunit come fine lidea di porre come obiettivo dellazione la costruzione della comunit
e comunit come strumento per perseguire altri obiettivi per cui le relazioni comunitarie costituiscono
uno dei possibili fattori di efficacia delle politiche rappresenta un primo punto nevralgico. In esso si gioca
buona parte della differenza tra il lavoro di comunit degli anni 50 e le attuali impostazioni. Il capitale
sociale presente in una comunit pu essere considerato presupposto e risorsa per lintervento e al tempo
stesso obiettivo dellintervento; questo secondo significato, spesso identificato come la creazione di legami
sociali, un obiettivo particolarmente ovvio nei progetti di sviluppo di comunit rivolti a situazioni sociali di
emarginazione, disgregazione ecc. [Abrams 1977, 1980; Abrams e McCullogh 1976; Bulmer 1986, 1992].

Questa distinzione comporta una serie di problemi, soprattutto se si considera che le varie comunit locali
sono diversamente dotate di capitale sociale. Alcune comunit locali presentano una fitta rete di relazioni
interpersonali ed associative; il tessuto sociale in qualche modo predisposto ad assumere un ruolo attivo e
partecipativo nella comunit e per la comunit. In questi casi lattivazione di progetti di comunit necessita
solamente di una ragione contingente per avere luogo. In altri casi la qualit e la quantit dei legami sociali
allinterno della comunit pi scarsa: il problema diventa allora quello dello sviluppo di un capitale
sociale o di una comunit. Lindividuazione e liniziale coinvolgimento dei potenziali attori di un
progetto di sviluppo costituisce in questi casi una fase molto importante e lo scopo del progetto di sviluppo
spesso proprio quello di innescare reticoli comunitari (a volte latenti pi che assenti). Con capitale sociale
daltra parte non vanno intese solo le forme di solidariet (o quanto meno di collegamento) rispetto alle
cosiddette reti informali. Anche il rapporto e la reciproca stima tra reti informali e istituzioni costituisce un
elemento di importanza fondamentale [Mutti 1994].

Lesistenza o meno di forme di relazione sfruttabili nel lavoro sociale, specifiche di una certa comunit
identificate come capitale sociale individua dunque un fattore cruciale. Lidea di comunit come risorsa,
gi tema centrale del lavoro sociale negli anni del dopo guerra, non per pi fondata su una generica
fiducia nei naturali effetti positivi della comunit, ma vengono assunte criticamente le implicazioni che i
network hanno nello strutturare forme di relazione utilizzabili nellazione di comunit. Tali network possono
infatti presentare caratteri di chiusura e influenzare le dinamiche dellazione di comunit, oltre che la
redistribuzione dei benefici di tale azione, inibendo e ritardando (comunque influenzando) leffetto
dellazione [Taylor e Hoggett 1994].

Note

1) Non mancano comunque posizioni, come il filone neocomunitarista (Etzioni 1993; Dworkin e Maffettone
1996), che hanno recuperato ampiamente oltre a forme di pratica sociale tipica degli anni del dopoguerra
anche lo stesso linguaggio, riproponendo unidea di comunit e di lavoro sociale di comunit prossimi a
quelli tradizionali. Pur sviluppate su basi teoriche e ideologiche notevolmente diverse, le posizioni degli
attuali (neo)comunitaristi hanno notevoli somiglianze con le posizioni del primo lavoro di comunit
soprattutto per quanto attiene alle connotazioni valoriali della comunit [v. Siza 1998].

2) Tra i non molti casi italiani di azioni locali integrate (di quartiere) incentrate su problemi di integrazione
degli immigrati o sulla gestione di conflitti interetnici, v. lesperienza di San Salvario a Torino [Cicsene
1996; Bocco 1997]

3) Di fatto, in alcune situazioni, i conflitti esplodono: in Gran Bretagna episodi come quello di Brixton
[Hoggett 1997] divengono lemblema della conflittualit e della problematicit interne alle comunit. Un
caso italiano che ha avuto notevole eco sulla stampa nazionale quello delle tensioni tra immigrati
maghrebini e altri residenti nel quartiere di San Salvario a Torino [Cicsene 1996; Bocco 1997].

4) Soprattutto si pu notare come ciascuna delle quattro sfere, presentata come ununit omogenea e coesa,
in realt presenta al suo interno numerose linee di distinzione, quando non fratture vere e proprie. Basti

12
pensare, ad esempio, alle classi sociali e ai gruppi etnici o religiosi, tutti parte della societ civile ma
portatori di istanze specifiche e spesso tra loro in contrasto.

5) In particolare il movimento antiutilitarista francese si configura come esperienza di ricerca intorno ai temi
dellinformale e delle relazioni non interpretabili nei termini delle relazioni strumentali-razionali. Autori
come Latouche e Caill sono forse gli interpreti pi noti di questo tipo di analisi.

6) Questo schema concettuale intanto che consente di allontanarsi dalle interpretazioni deterministiche da
cui era partita la ricerca sulla comunit assume positivamente le circostanze storiche nelle quali questi
legami si costituiscono: lestensione della gamma individuale di scelta nel fare e nel mantenere le relazioni
personali. Lurbanizzazione moderna ha accresciuto la variet dei mondi sociali, li ha parzialmente svincolati
dalla residenza e ha favorito il carattere elettivo e selettivo delle relazioni. In questo quadro la qualit di
questi rapporti non corrisponde, nella maggior parte dei casi, a quella immaginata dalle teorie tradizionali:
pi spesso le relazioni tra vicini combinano interazione frequente e limitato coinvolgimento; il neighboring
tende ad assumere i caratteri di quelli che nella network analysis sono chiamati legami deboli. Il che
naturalmente non impedisce di riconoscere la rilevanza dellabitare in uno stesso territorio - rilevanza che
pu essere apprezzata anche senza identificare il quartiere con la comunit e senza condividere gli assunti
deterministici delle origini della sociologia delle sottocomunit; n impedisce di riconoscere che - se vero
che i legami sociali sono meno vincolati dallo spazio di quanto lo siano mai stati nel passato - questo non
significa che la selezione delle relazioni sociali non continui ad essere influenzata dalla localizzazione (Tosi
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