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URANIA
avventure nell'universo e nel tempo

Copertina di Curt Caesar


Illustrazioni Interne di Carlo Jacono

Biblioteca Uranica URv-02


Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952
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Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952

L'Occhio dell'Infinito romanzo breve di A. E. Van Vogt ........ 5

LA SCIENZA DI URANIA ............................................................. 106


Nell'anno di grazia 2052 .........................................106
IL FATTO INCREDIBILE ............................................................. 111
LA POSTA DI URANIA ................................................................. 113

Nello stesso preciso momento


racconto di Murray Leinster ..................................................119
Gli Orfani dell'Infinito racconto di Michael Shaara ...........137
Falso Allarme racconto di Richard Wilson ............................162
I Mostri romanzo breve di F. L. Wallace (puntata 2)...............185

LA SFINGE MODERNA ................................................................ 233

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L'Occhio dell'Infinito
romanzo breve di A. E. Van Vogt

Testo della deposizione di Thomas Barron


innanzi ai giurati d'ufficio, del magistrato inquirente.

M i chiamo Thomas Barron, e sono stato, per nove anni, membro


della societ di fatto Slade & Barron, Rappresentanze. Non ho
mai avuto motivo di sospettare che il mio socio, il signor Slade, fosse
comunque anormale.

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Dopo l'incidente automobilistico che contribu a far precipitare gli
eventi, mi sono incontrato con Slade una dozzina di volte: quasi sempre
per trattare della cessione della sua parte dell'azienda che mi propo-
nevo di rilevare. Anche in tali occasioni, non ho mai notato in lui al-
cunch di diverso dal solito. In sostanza, non so immaginare neppure
lontanamente che cosa pu essergli accaduto.

Terminato il volo pauroso, l'auto fin per fermarsi dolcemente,


capovolta. Slade, riverso sulla schiena, si accorse, ancora stordito, di
aver perduto gli occhiali. Dalla fronte gli gocciolava qualcosa di te-
pido nell'occhio sinistro.
Vi pass sopra un fazzoletto e vide, spaventato, che si trattava di
sangue. Rimedi un povero sorriso a beneficio della moglie che sta-
va sollevandosi e disse:
Be'... A quanto pare, ce la siam cavata. Dev'essermisi spezzato il
congegno di guida... credo.
Tacque. Miriam gli era venuta vicino. Quanto bastava perch i
suoi occhi di povero miope notassero, anche senza l'aiuto delle lenti,
che la moglie lo guardava tra inorridita e colma d'apprensione.
Michael! balbett la donna. Ti sei tagliata la fronte... Proprio l
dove hai quel tuo punto molle! Sanguina tutto e... Vi sta spuntando
un occhio!
Allibito, Slade si pieg come un automa sullo specchietto retrovi-
sivo dell'auto. Armeggi impacciato fin che non fu in grado di veder-
si il capo. A circa due centimetri e mezzo dal punto in cui gli comin-
ciavano i capelli, la pelle della fronte gli si era nettamente spaccata,
formando una ferita larga almeno tre centimetri.
E il terzo occhio si vedeva benissimo.
Ancora impegolato da una certa quantit di sostanza appiccicatic-
cia, l'occhio reag inaspettatamente a una vaga percezione di luce con
deboli fremiti delle palpebre.
E cominci a far molto male.

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SPUNTA A UN NOSTRO CONCITTADINO
UN TERZO OCCHIO.

Laceratosi la pelle della fronte nel corso d'un banale inci-


dente automobilistico, Michael Slade, giovane e noto uomo
d'affari della nostra cittadina, s' accorto di esser provvisto di un
terzo occhio. A chi l'ha interrogato in ospedale dove l'aveva
trasportato d'urgenza un automobilista di passaggio, Slade
apparso di buon umore. Ma non stato capace di spiegare la sua
incredibile anomalia.
Ho avuto una "bozza" molle in mezzo alla fronte da quando
son nato ha detto lo Slade ma non avrei mai pensato a una
stranezza di questo genere. Ritengo questo occhio un'inutile
appendice, un lusus naturae che non riesco a spiegarmi.
A quanto sembra, lo Slade conta di farsi ricucire le palpebre
del suo strano occhio. I mostri ha detto stan bene nei barac-
coni del Parco dei Divertimenti, alla fiera... In circolazione per
le strade, suscitano giustificato ribrezzo.
La scoperta di un trinoculo in questa cittadina ha sollevato,
naturalmente, immenso interesse tra gli scienziati locali. Arthur
Trainor, ben noto docente di biologia, ha accennato a una ino-
pinata "alterazione", ma non ha esitato a parlare di "regresso" se
si dovesse ammettere una umanit dotata di tre organi visivi
apparsa in tempi preistorici sulla Terra, quantunque la cosa ap-
paia assai poco probabile, dato che in tutto il regno animale si
conoscono soltanto esseri forniti di un solo paio d'occhi. Non
si dimentichi, per ha concluso Trainor che c' ancora qual-
cuno che chiama "occhio pineale" la glandola omonima.
L'oculista Joseph McIver, invece, ha detto che gli piacerebbe
moltissimo tentare la rieducazione alla vista di tutti e tre gli oc-
chi del nostro Michael Slade. Naturalmente, ha ammesso che
sarebbe una faccenda assai seria. L'occhio test spuntato, infatti,
riesce a malapena a percepire qualche barlume di luce e gli altri
due sarebbero suscettibili di rieducazione all'aggiustamento fo-
cale combinato, soltanto a capo di lunghissimi allenamenti col
metodo da poco scoperto ed entrato in uso.
Comunque ha concluso il dottor McIver non dimenti-

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chiamo che il cervello umano un apparato straordinario, sor-
prendente. In stato di perfetto rilassamento riesce a equilibrare
tutto magnificamente. soltanto quando si trova in stato di ten-
sione, comunque indotta, che la nostra mente origine di di-
sturbi a carico dell'apparato ottico, acustico, digerente e via di-
cendo...

Testo della deposizione della signora M. Slade


innanzi ai giurati d'ufficio.

Mi chiamo Miriam Leona Crenshaw, e sono stata a suo tempo sposa


di Michael Slade. Ho diritto di servirmi nuovamente del mio nome di
giovanetta, poich mi sono legalmente separata da mio marito. Lo co-
nobbi sei anni or sono, e non avrei mai immaginato che egli fosse
anormale.
Dopo l'incidente automobilistico che ne rivel l'anomalia, mi sono
incontrata con Michael Slade in due sole occasioni. La prima volta,
stato quando ho vanamente tentato di far tornare mio marito sulla de-
cisione da lui presa di servirsi del suo "terzo occhio". Infatti, profonda-
mente colpito dalle dichiarazioni rese alla stampa da un noto oculista,
mio marito sperava di riuscire a rieducare perfettamente alla vista tut-
ti e tre gli occhi dei quali era dotato. Sosteneva inoltre che fosse ormai
inutile tentare qualsiasi sotterfugio, perch intorno alla sua anormalit
era stata gi fatta una pubblicit enorme.
Questa, e non altra, l'origine del disaccordo che doveva condurci in
breve al divorzio. Lo vidi per l'ultima volta quando procedemmo alla
firma dei documenti di separazione.
Di quanto pu essergli accaduto dopo, non conosco nulla, pratica-
mente. Non volli neppure visitarne la salma, quando mi dissero che
Michael Slade era stato ritrovato morto, col corpo orribilmente sfra-
cellato.

Mentre aspettava l'oculista, Slade si copriva e scopriva gli occhi, a


turno, con le mani e fissava i "quadri Snellen".
I "quadri" erano inondati di sole, ma Slade sedeva nell'ombra,

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comodamente adagiato in una poltrona. Rilassare, lasciarsi andare...
Ecco il segreto della cura.
Ma tre mesi di sforzi autodidattici, l'avevano condotto a trascura-
bili risultati.
All'improvviso scricchiolare della ghiaia del viale, Slade si volse a
guardare incuriosito lo specialista. Privo di occhiali, accert soltanto
che il dottor McIver era un pezzo d'uomo dai capelli grigi, sulla cin-
quantina. Non altro.
Il domestico m'ha detto che vi avrei trovato qui esord senza
preamboli il medico. E incurante di una risposta, si mise a osservare
assai compiaciuto il giardino e i tre quadri disposti rispettivamente
alla distanza di un metro e mezzo, tre metri, e sei metri dalla poltro-
na nella quale sedeva il suo paziente.
Molto bene approv. Vedo che i principi basilari dell'allena-
mento alla vista vi sono familiari. Come vorrei che fossero milioni le
persone capaci di comprendere quale fortuna sia il poter disporre
d'una lampada di diecimila candele che si accende in cielo apposi-
tamente per illuminare i loro giardini! inutile! Prima di chiudere
gli occhi, finir per diventare un adoratore del sole!
E Slade prov viva simpatia per il suo medico. S'era deciso a te-
lefonargli, non ancora certo dell'opportunit di chiedere il concorso
d'uno specialista per risolvere i suoi problemi.
E si accinse a raccontare all'oculista le sue delusioni. Dopo quasi
tre mesi d'ininterrotto esercizio, il suo terzo occhio riusciva, vero, a
discernere la riga che avrebbe dovuto leggere a tre metri di distanza,
a soli trenta centimetri dalla punta del naso. Ma bastava che allonta-
nasse la poltrona di poche decine di centimetri, perch la sua vista
peggiorasse del tutto sproporzionatamente all'aumentata distanza. A
novanta centimetri, riusciva a discernere a malapena la "C" da vedersi
a trenta metri.
In altre parole comment il dottor McIver il problema, a que-
sto punto, diventa di ordine psicologico. Se il vostro cervello si rifiuta
di vedere immagini familiari, perch s' abituato a ci da lungo
tempo. Vediamo un po' concluse il medico, fiducioso, che cosa

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possiamo fare per indurre la vostra mente ad abbandonare questa
pessima abitudine.
La grande sicurezza del medico, il calore della sua convinzione,
infusero a Slade un senso di pace, di rilassamento. Ecco che cosa gli
era mancato, sino a quel giorno!
Cominciamo con un paio di domandine esord il dottor McIver
dopo aver tolto dalla sua valigetta un retinoscopio. Avete continuato
a leggere un po' di caratteri da stampa minuti, tutti i giorni? Sapete
aggiustare gli occhi alla luce solare diretta? Molto bene! Cominciamo
con l'occhio destro, senza oscurarlo prima con la mano.
A sei metri circa, Slade lesse la riga che avrebbe dovuto vedere a
quindici metri di distanza. Mentre compitava, not che McIver gli
osservava l'occhio con il retinometro posto a due metri e mezzo di
distanza. Dopo qualche istante lo specialista stabil:
Visione dell'occhio destro: 20/50; astigmatismo di due diottrie.
Lo fate ogni tanto l'esercizio con i "pezzi" da domino? indag poi lo
specialista.
Slade fece un cenno d'assenso. E rimase soddisfatto nel costatare
che, alla prima diagnosi del medico, lo squilibrio dei muscoli interni
dei suoi tre occhi, causa prima dello astigmatismo da cui erano affet-
ti, risultasse considerevolmente migliorato.
Vediamo un po' l'occhio sinistro, ora propose il dottor McIver.
E a osservazione avvenuta, pronunci: Visione 20/70; astigmatismo
di 3 diottrie.
E dopo qualche istante:
Occhio centrale 3/200; astigmatismo di 11 diottrie. Vediamo ora
che cosa succede oscurando prima gli occhi con la mano.
Il sistema diede come risultato lunghi sprazzi di visibilit 20/20
all'occhio destro ed a quello sinistro, nonch qualche istante di visi-
bilit 5/70 all'occhio centrale.
Ritengo opportuno cominciare col tentar di stabilire una miglio-
re illusione del nero decise a questo punto il dottor McIver. Pu
darsi che quanto vedete, sembri nero alla vostra immaginazione. Ma
ora che vi rendiate conto del "trucco" che giocate a voi stesso.

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Quando avremo terminato col problema del "nero" passeremo alle
rapide sostituzioni dell'oggetto, e a qualche esercizio con le palle da
tennis.
Armeggiato a lungo nella borsa che aveva portato con s, il me-
dico ne trasse un involto di tela nera. Conteneva un collo di pelliccia
nero, una matassa di lana nera, stoffa di cotone di color nero, un
quadrato di cartone nero, della seta nera, un pezzo di metallo nero,
un gingillo di ebano lavorato a mano, e molti altri oggetti, tutti neri di
colore, tra i quali Slade ebbe modo di riconoscere anche una penna
stilografica di materiale plastico, una cravatta per abito da sera e un
libricino dalla copertina nera.
Osservate attentamente questi oggetti sugger McIver. Osser-
vateli uno alla volta, coprendo e scoprendo di continuo gli occhi. La
mente ricorda il nero, qualunque ne sia la gradazione, per pochi se-
condi soltanto.
A capo di mezz'ora, Slade registrava un notevole miglioramento
della visibilit di ognuno dei suoi occhi. A sei metri di distanza riusc
a leggere la "C" maiuscola servendosi soltanto del suo terzo occhio, il
quale riconobbe, sia pure un tantino "sfuocate", la "R" e la "B" della
riga sottostante, pi minuta. Ma quanto a vederci perfettamente, era
un altro paio di maniche.
Nascondetevi gli occhi dietro le mani impose allora il medico.
E non appena vide che il paziente l'aveva obbedito, pronunci con
voce dolce e bassa: Il nero nero, nero. Non esiste altro nero che
il nero. Il nero puro, immacolato, nero nero.
Parole senza senso, dietro le quali, tuttavia, si nascondeva un di-
segno razionale. A un certo momento, Slade fin per sorridere nel
rievocare davanti agli occhi della mente il color nero dei diversi og-
getti che McIver gli aveva sciorinato in grembo. "Nero!" pensava
"Nero! Perch sei nero?"
Poi, successe semplicemente quanto segue: spontaneamente,
Slade pens: "Nero, com' nero il nero d'una notte priva di luna e di
stelle. Nero com' nero l'inchiostro da stampa; nero come il nero pi
nero che mente umana sia mai riuscita a concepire... IL NERO

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CONCETTO DI NERO..."
Spalanc l'occhio che aveva in mezzo alla fronte e vide, da tre
metri, la linea stampata sul "quadro" da sei. Sbatt le palpebre, ma la
visione rimase chiara, nitida come la stampa dei caratteri. Assai sor-
preso, spalanc anche gli altri due occhi. No. Continuava a veder
bene; perfettamente a fuoco. Volse intorno a s, sul suo giardino, gli
occhi che ormai percepivano con visibilit eguale a 20/10...
E vide!
Dapprima, la siepe, gli edifici vicini, i "quadri" e i cespugli conti-
nuarono a far parte della scena, e fu come guardare due immagini
sovrapposte, come vedere due immagini raccolte da due paia d'occhi
differenti. Vere e proprie scene diverse, ognuna appartenente a due
realt distinte.
Quella di tutti i giorni, il giardino cio, col suo bravo colle sulla
destra e la sommit dei tetti delle case vicine che ne chiudevano l'o-
rizzonte... sembravano avere il solo scopo di rendergli sfocata l'al-
tra... La scena ben diversa.
Gradualmente, tuttavia, i contorni esterni di quello spettacolo
inatteso ebbero il sopravvento su tutto il resto. Alla sinistra di Slade,
l dove gli edifici vicini si tuffavano in una conca bassa, prese consi-
stenza una vastissima, sconfinata palude, nascosta dal fitto d'una ve-
getazione lussureggiante. A destra, dove Slade si era abituato a vede-
re il colle che gli aveva precluso la vista "dell'ultimo orizzonte", gli si
presentarono una ventina di caverne con un focherello acceso da-
vanti a ogni ingresso.
Arricciolate lingue nereggianti, quei fuochi mandavano al cielo
fumi grigiastri che contribuivano ad annebbiare quanto Slade riusci-
va ancora a vedere delle ville Morton e Gladwander, appollaiate sul-
la sommit del colle. Svanivano, quelle costruzioni, allo sguardo di
Slade. Svanivano sempre pi. Sino a che la collina gli apparve pi
ripida ed elevata, con tutti quei suoi antri; pi di quanto non fosse
stata soltanto con i villini. Davanti agli ingressi delle caverne, scorreva
uno stretto sentiero serpeggiante. Fu l che Slade not improvvisa-
mente la presenza di qualcosa di ben diverso...

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Gli apparvero degli esseri umani. Si movevano affaccendati, chi a
disporre una pentola sulle fiamme, chi ad aggiunger legna ai fuochi.
Altri entravano o uscivano dagli antri. Non eran numerosi. Quasi
tutti avevano lunghissime chiome. Come le donne. Altrimenti, eran
piccini o di struttura fisica piuttosto immatura, infantile. Le vesti
primitive che ricoprivano quegli esseri, che Slade vedeva ormai
chiaramente a dispetto della distanza notevole, ne rendeva ancor
meno naturale la reale presenza.
Slade rimase l, seduto sulla poltrona a guardarli. Sentiva un re-
moto impulso che lo voleva in piedi: non gli obbed, ancora incapa-
ce di reazioni, di rendersi conto. Finalmente, ricord che quanto
vedeva lo doveva a un suo improvviso miglioramento della vista. E
come un lampo gli attravers la coscienza questa domanda: "Che
cosa gli era mai successo? Gli aveva dato di volta il cervello?"
Quello stupore angoscioso aveva preso forma assai vagamente,
ancora, nell'intimo di Slade. E la scena degli antri popolati dai caver-
nicoli gli si stendeva sempre pi nitida davanti agli occhi. Le case che
circondavano il suo giardino non formavano pi che immagini assai
tenui. Miraggi sul punto di subire gli effetti d'una evanescenza com-
pleta, sembravano cose vedute attraverso una densa foschia che le
avviluppasse interamente.
E Slade fin per accorgersi di aver sottoposto i suoi occhi allo
sforzo enorme di mettere a fuoco due immagini distinte. La fatica,
tuttavia, si fece meno dolorosa a mano a mano che dedicava mag-
giore attenzione all'altra scena. Quella con le caverne.
Allora si senti sciolto dalla paralisi che l'aveva impedito. Obbe-
dendo a naturale riflesso, Slade si alz.
Vide, in preda a immensa curiosit che l'affannava sempre pi,
che l dove finiva la palude si stendeva una prateria. Tra un ondeg-
giar d'erbe verdissime c'erano qua e l folti cespugli adorni di fiori
giganteschi. Da lungi, remoti, si rizzavano al cielo tronchi altissimi
come non ne aveva mai veduti.
Tutto era nitido, luminoso com' il mondo d'una estate piena di
sole. Tiepida, accogliente natura selvaggia quasi intatta da mano

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d'uomo si stendeva senza fine davanti agli sguardi di Slade. Era un
paesaggio da racconti di fate e l'uomo dai tre occhi non poteva sa-
ziarsene la vista.
Finalmente, con un brivido di gioiosa anticipazione, Slade si volse
lentamente a guardare verso l'orizzonte opposto... E in quel mo-
mento una ragazza usc da dietro l'albero che Slade si trov proprio
davanti.
Era alta, diritta. E doveva esser sul punto di bagnarsi nel ruscello
che mormorava l vicino prima di perdersi nella palude. Non era
cinta di altro che d'un monile d'argento intorno ai fianchi.
Aveva tre occhi, la ragazza. Tutti e tre quegli occhi fissavano il
vuoto stupiti. Senza ombra d'imbarazzo. Ma c'era qualcosa di pi
negli sguardi della giovane: qualcosa ch'era poco attraente, repellen-
te, anzi. Ed era una espressione dominatrice, da donna abituata a
provvedere e a pensare unicamente a se stessa. E Slade riusc anche
a notare che la ragazza doveva essere assai pi vecchia di quanto non
sembrasse.
Stretti gli occhi a formare tre fessure a pena visibili, la donna par-
l con voce che ricordava il contralto di un violino. Disse parole in-
comprensibili per Slade, che ne not tuttavia il tono aspro, offensivo.
E la ragazza cominci a svanire. Anche gli alberi e la immensa
palude che Slade intravedeva alla sua sinistra cominciarono a dissol-
versi parzialmente. Attraverso il corpo della donna prese forma la
sagoma d'una casa. Tutto intorno, il mondo sin qui cognito a Slade
torn a presentarsi com'era sempre stato.
Improvvisamente, riapparve per intero il giardino, e Slade si ri-
trovo in piedi accanto alla sua poltrona.
Il dottor McIver mostrava le spalle a Slade: stava cercando il suo
paziente sbirciando al di l dell'angolo della casa. Quando nel voltar-
si rivide il malato, gli si illumin il volto di soddisfazione.
Dove vi eravate cacciato? indag stupito. Volto le spalle e voi
mi svanite dalla poltrona senza dire una parola.
Slade non rispose subito. Gli dolevano gli occhi come se li bru-
ciasse un fuoco. Continuarono a fargli male per molto tempo anco-

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ra.

Deposizione resa dal dottor McIver


al cospetto del magistrato inquirente.

Ho avuto modo di frequentare personalmente il signor Michael Sla-


de per circa due mesi e mezzo. Durante questo periodo mi sono recato
tutti i giorni a casa sua per impartirgli lezioni di esercizio alla vista
della durata di un'ora. Il mio paziente migliorato assai lentamente. E
dopo un apparente, sensibile progresso verificatosi il primo giorno, il
signor Slade sub un inconsueto peggioramento.
Richiesto di confidarmi se avesse veduto od osservato alcunch di
strano e particolare durante il breve miglioramento della vista cui ho
gi accennato, il mio paziente fin per rispondermi negativamente, do-
po aver esitato a lungo.

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Dopo dieci settimane dall'inizio della cura il terzo occhio aveva rag-
giunto una visibilit normale di appena 10/400, la qual cosa lo indusse
a interrompere le lezioni per concedersi una vacanza in quel di Canon-
ville, localit natale del paziente, il quale sperava di migliorare assai
tornando all'ambiente della sua fanciullezza. Qui, sosteneva, la sua
mente avrebbe trovato il necessario rilassamento che solo poteva gua-
rirlo.
Ho saputo molto dopo che il signor Slade era tornato a casa sua. Io,
tuttavia, lo rividi soltanto all'obitorio dove fui chiamato a identificarne
la salma sfracellata.

II

Che frescura, quella prima giornata in campagna! Quando usc in


giardino per esercitarsi alla vista con i suoi quadri, l'erbe dei pascoli
rabbrividivano alla brezza di settembre. Era giunto tardi, Slade; e il
sole era gi basso ad occidente. Sospir: il giorno era sul finire, pur-
troppo.
Eppure il tentativo andava ripetuto quel giorno. Slade "sentiva" di
doverlo fare. Lo sentiva con estrema forza: quel giorno sarebbe cer-
tamente riuscito a ristabilire in s quella pace, quel rilassato lasciarsi
vivere di cui aveva fatto l'esperienza da fanciullo. L... In quella casa
di campagna. Sapeva, inoltre, che se non fosse riuscito nei suoi ten-
tativi quel giorno, in seguito l'avrebbe amareggiato per sempre il
dubbio. Lo tratteneva un poco la sensazione di angoscia che s'era
insediata in fondo alla sua mente al ricordo di quei cavernicoli. L'i-
dea di venire a trovarsi a un tiro di pietra da una trib di primitivi era
prospettiva che l'aveva colmato di riluttanza. L, invece, nel mezzo di
quella prateria tutto sarebbe stato diverso. Impossibile che i cittadini
di quel mondo, necessariamente distribuiti con scarsit sulla terra,
contassero dei rappresentanti anche in quei luoghi.
"Purch l'oggetto sia reale" si ripeteva Slade "la mente finisce per
vederlo, se vuole veramente vederlo". E form pi volte quel pen-

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siero nel tentativo di indursi psicologicamente a voler vedere.
Liberato l'occhio centrale dal palmo della mano con il quale l'a-
veva schiacciato per un po', guard il "quadro". A sei metri di distan-
za riusciva a vedere la "C" maiuscola. La "R" e la "B", sottostanti, gli
apparvero come due macchie confuse. T, F e P si erano trasformate
in altrettante chiazze grigiastre. Miglioramento praticamente trascu-
rabile.
Pigi nuovamente il bulbo oculare con la mano. Infatti, Slade sa-
peva che i teorici dell'allenamento alla vista consideravano l'occhio
un organo di forma rotonda, capace di diventare pi convesso
quando doveva vedere da vicino e pronto ad appiattarsi quando si
trattava di discernere da lontano. E molti tra gli oculisti che avevano
voluto trasportare quelle teorie nel campo della pratica, si dimostra-
vano propensi a ritenere che diversi mutamenti di forma del cristal-
lino si potevano determinare mediante l'intervento dei muscoli cilia-
ri.
Si era ancora lontani dal conoscere con esattezza quali fossero le
ragioni che contribuivano al successo del metodo. Ma si sapeva
inoppugnabilmente che a una trazione muscolare comunque inade-
guata, corrispondeva scarsa visibilit. E le cose diventavano oltre-
modo difficili per i pazienti usi da tempo a portare occhiali o affetti
da disturbi cronici della vista, in quanto i muscoli ciliari obbedivano
agli ordini dell'immaginazione, settore della mente che rispondeva
molto poco a rieducazione.
"Dipende esclusivamente da me" pensava Slade. "Come son gua-
rito dall'astigmatismo dal quale erano afflitti i miei due occhi di pri-
ma, cos debbo guarire l'occhio centrale che continua a essere astig-
matico sino a cecit".
Inutile! I disturbi visivi all'occhio centrale, Slade doveva attribuirli
unicamente al suo stato psicologico. Ne aveva la prova: gli altri, i due
occhi "normali", si erano perfettamente rieducati alla vista.
E a un'ora dal tramonto del sole la mente di Slade si rifiutava an-
cora ostinatamente di "lavorare" tramite il "terzo occhio".
"Forse" pens allora "dovrei tornare nei luoghi che pi vivace-

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mente si associano ai miei ricordi di fanciullo. In quei posticini, mi
riuscirebbe forse di ritrovare quello stato d'animo che..."
Scelse per primo il torrente. L dove nascosto tra il folto dei ce-
spugli della riva era rimasto per ore e ore a, contemplare il passaggio
delle automobili. Di quei veicoli favolosi che passavano veloci diretti
verso fantastiche mete.
Era cresciuta folta, l'erba, nel luogo in cui l'aveva piegata il peso
del suo corpo di fanciullo. Nel mettersi in ginocchio, Slade avvert
con doloroso ricordo il profumo di quella vegetazione. Vi nascose il
volto beandosi della frescura. Si distese nel tappeto morbido dell'er-
ba conscio di quanto l'avessero stancato, esaurito lo sforzo e la ten-
sione di quegli ultimi mesi.
"Possibile ch'io sia stato sciocco al punto da provocare la collera
di mia moglie, la rottura con i miei amici, soltanto per inseguire una
pazzesca speranza?" si domand Slade.
E "quell'altro mondo" era stato oggetto realmente veduto o illu-
sione fantastica della sua mente sottoposta a gravoso aggiustamento
organico?
Slade si sent ancor pi depresso. Era calato il sole. Tutto intorno
la penombra cominciava a sfumar nella notte. Si alz da terra, av-
viandosi lentamente verso casa lungo la via del torrente.
Nell'oscurit non gli riusc di trovare il sentiero e prese la via del
prato inciampando, di tanto in tanto, in un cespuglio d'erba pi folto
degli altri. Fissava, per orientarsi, una finestrella illuminata: quella
d'angolo di casa sua. Ma gli sembr stranamente pi lontana di quel
che avrebbe dovuto essere. Quella costatazione, in un certo senso, fu
la prima nota d'allarme. Di l a cinque minuti, tuttavia, si sent strin-
gere il cuore per una constatazione assai pi spaventosa: si accorse di
non essersi ancora imbattuto nella siepe. Avrebbe dovuto incontrarla
da un pezzo, ormai...
La luce che vedeva brillare doveva trovarsi a non pi di cento
metri di distanza dal punto in cui s'era fermato bruscamente.
Slade si lasci cadere al suolo. Lentamente. Deglut dolorosa-
mente e pens: " ridicolo. Mi lascio giocare dall'immaginazione".

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Ma che cos'era, allora, la sensazione angosciosa di vuoto che av-
verti allo stomaco, quando cerc di penetrare con lo sguardo l'oscu-
rit che l'avvolgeva da ogni parte? Non c'era luna. E sopra di lui do-
veva esserci un denso banco di nubi se non riusciva a vedere nean-
che una stella. La luce, relativamente vicina, continuava a brillare
appena annebbiata. E non illuminava affatto l'edificio al quale ap-
parteneva
Sempre pi affascinato, Slade contemplava quella luce. E sent
sciogliersi l'ansia che l'attanagliava al pensiero che, dopo tutto, non
gli sarebbe stato troppo difficile far ritorno in Terra. In sostanza, l
c'era arrivato psichicamente. Sarebbe potuto tornare abbastanza fa-
cilmente...
Si rizz in piedi e riprese il cammino. Nell'avvicinarsi alla sorgen-
te luminosa, not che brillava dall'interno d'una porta d'ingresso.
Vagamente, Slade stabil anche che quel portone si spalancava sotto
una fiancata di metallo ricurvo che si perdeva, enorme, verso l'alto. Il
metallo rifletteva molto debolmente la luce. Quando Slade lo vide
emergere dall'oscurit che tutto lo circondava non riusc a discer-
nerne completamente la struttura.
A circa trenta metri dalla porta, si ferm, esitante. Si sentiva at-
tratto pi che mai da quel mistero. Ma gli toglieva lena il timore di
mettersi ad investigare proprio di notte... Nell'oscurit che regnava in
quel momento, in quello che doveva essere un altro piano dell'esi-
stenza. Meglio attendere che facesse giorno, forse. Come lo pens fu
certo, inquieto, che domani la sua mente sarebbe stata nuovamente
preda di una tensione negativa.
"Basta bussare una volta a quella porta" pens Slade. "Un'occhiata
e... via! Ti nascondi di nuovo nel buio".
La porta era di metallo. Cos spesso che le nocche di Slade ne
strapparono un rumore appena percettibile. Aveva in una tasca
qualche moneta di argento. La fece tintinnare, e se ne serv per bus-
sare. Poi si ritrasse, pavido, in attesa.
Il silenzio divenne immenso Si trasform in una orrenda pulsione
che non gli dava requie. E intorno era l'oscurit silente d'una notte

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che ammantava luoghi primitivi, popolati da cavernicoli e...
Che? No! Quella non poteva essere l'abitazione d'un selvaggio!
Possibile che fosse capitato in un piano d'esistenza diverso da quello
nel quale aveva veduto quella ragazza?
Slade torn ad appiattarsi tra l'erbe. Lontano da quella luce. Nel
fuggire inciamp. S'era fatto male ad uno stinco. Poggiato al suolo un
ginocchio, tent di riconoscere l'oggetto colpevole della sua caduta.
Era metallo. Se ne sent pazzo di curiosit. Guardandosi attorno con
circospezione, spost la levetta della sua torcia elettrica. Niente. S'era
guastata. Imprecando, afferr l'oggetto metallico semisepolto in terra
e tent di strapparlo al suolo. Impossibile. Vi era sprofondato trop-
po.
Sembrava trattarsi d'una ruota congiunta a una specie di scatola
rettangolare. Una cassetta, forse. Stava ancora scotendola violente-
mente nel tentativo di liberarla, quando Slade s'accorse che s'era
messo a piovere. Si tuff sotto un albero in cerca di riparo. Ma pio-
veva sempre pi forte e dai rami l'acqua cominci a gocciolargli fitta
nel collo. Forse cos voleva il fato. Slade torn alla porta illuminata.
Ne afferr la maniglia e spinse. Il portone s'aperse immediatamente.
Dentro c'era molta luce. Davanti a Slade si apriva un lungo cor-
ridoio metallico che rimandava debolmente il lume, sfavillando a
pena. L'enorme anticamera, non poteva esser altro, terminava dopo
una trentina di passi. Qui, su ciascuno dei lati del corridoio, si apri-
vano tre porte.
Slade le tent una dopo l'altra. La prima si spalanc su di una
cameretta che sembrava aver le pareti fatte interamente di specchi
azzurrini. Cos sembrava almeno... Perch dopo pi attento esame,
Slade vi vide sfavillar le stelle nel profondo.
Richiuse frettolosamente quella porta. No. Non era fuggito da
quella stanza per paura. Una esitazione, era stata. L'incapacit, forse,
di spiegarsi quel che stava vedendo.
Attravers l'anticamera e si diresse verso il primo uscio che aveva
alla sua sinistra. Si spalancava su di una stanza a met colma di cas-
sette, piene, messe l'una sopra l'altra. Qualcuna s'era rotta e se ne

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vedeva il contenuto sparso al suolo. Eran strumenti. Un'accozzaglia
di aggeggi di genere e dimensioni diverse.
Nel richiudere anche quell'uscio, Slade si sent sempre pi incu-
riosito. Ma gli si era sciolta la tensione, non provava lo spavento di
poc'anzi. Un magazzino, era qualcosa di comprensibile, in fondo.
Un ripostiglio, insomma, la sua mente poteva anche accettarlo senza
"sapere" che cosa contenessero, di preciso, tutte quelle cassette.
Le due porte centrali si spalancavano anche esse su stanze pi o
meno simili all'ultima. Soltanto che erano occupate quasi fino al sof-
fitto da macchine enormi. Slade le riconobbe a dispetto delle loro
dimensioni straordinarie. Giornali e riviste di tutta l'America avevano
pubblicato una quantit di fotografie che rappresentavano le mac-
chine alimentate da energia atomica in corso di allestimento presso
l'Universit di Chicago, incaricata della costruzione sperimentale di
una aeronave a razzi. L'aspetto di quelle macchine, bench diverso,
era molto simile a quello che Slade ricordava.
Richiuse in fretta anche quelle porte, Slade si ritrov in antica-
mera, assai poco soddisfatto della situazione in cui si trovava. Una
aeronave per la navigazione spaziale piantata l, nel mezzo d'una
piana appartenente ad uno strano settore di vita... E quella luce invi-
tante, accesa proprio davanti all'uscio come un faro che prometta
salvezza al navigante sperduto... Possibile che fosse realt?
Slade ne dubitava. Lo colse il dubbio d'essersi tuffato troppo
profondamente in un incubo, dal quale doveva per finire per de-
starsi, madido di gelido sudore, nel letto di casa sua.
Ma i secondi passavano e il risveglio non si verificava. Gradual-
mente, la coscienza di Slade accett il silenzio profondissimo che lo
circondava. Il panico allent la sua morsa, e l'uomo dotato di tre
occhi pos la mano sulla quinta porta.
Si aperse sul buio. E Slade fu lesto a fare un passo indietro. Poi,
abituati gli occhi alla penombra, distinse la sagoma schiacciata contro
la parete pi in ombra della stanza. Slade vide splendere di luce ri-
flessa i tre occhi che si sbarravano su di lui ansiosi, e... la sua mente
si rifiut di vedere oltre.

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Istantaneamente, aeronave e luce disparvero. Slade cadde dall'al-
tezza di ottanta centimetri su di una ripa erbosa. A mezzo miglio di
distanza vide occhieggiare una luce giallastra: Quella della sua casa di
campagna.
Slade aveva fatto ritorno in Terra.
Rimase, incapace di prendere una decisione qualsiasi, nella sua
villa. E costat che i suoi tre occhi ci vedevano assai peggio di prima.
Preoccupante, tuttavia, era lo stato psicologico in cui si trovava, ora.
Dopo la recente esperienza era diventato un groviglio di nervi in
subbuglio. Non poteva, continuava a ripetersi Slade, non poteva es-
ser stata la stessa donna dell'altra volta quella che aveva veduto ap-
piattata nell'ombra d'una antica nave degli spazi abbandonata. L a
spiarlo... Una ragazza con tre occhi che spiava... lui!
La somiglianza con quell'altra, quella che aveva veduto davanti
alle caverne, era stata enorme, per. Tanto vero che il suo cervello
s'era immediatamente sentito vittima di una tensione eccessiva,
anormale. Peggio! La velocit con la quale la sua mente aveva re-
spinto come logica, la presenza in quel luogo della ragazza, stava
proprio a dimostrare che Slade l'aveva riconosciuta!
E il problema in attesa di soluzione, era questo, ormai: doveva
Slade continuare i suoi esercizi, il suo allenamento? Per oltre un
mese lo si vide gironzolare per la sua tenuta, incapace di decidere
per l'una o per l'altra soluzione. E la ragione principale della sua in-
certezza trovava origine nella convinzione che non c'era stato alcun
bisogno, quella notte, di far ritorno al mondo dei due occhi. Di fug-
gire, praticamente.
D'altra parte, pensava Slade, a veder bene vi si poteva arrivare
non solo mediante componenti equilibratrici d'ordine mentale, psi-
cologico, ma anche grazie al concorso di fattori positivi, d'ordine fi-
sico. Indeboliti dall'uso prolungato degli occhiali, da quiescenza
troppo a lungo protratta, i muscoli ciliari forse mancavano di capaci-
t a resistere alle pulsioni paurosamente veloci della psiche. Ade-
guatamente irrobustiti, sarebbero stati in grado di resistere a degli
choc assai pi intensi di quelli di cui aveva fatto l'esperienza.

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"Tuttavia" diceva a se stesso Slade "la donna che ho veduto ap-
piattata nell'ombra d'un buio aerovascello, in una terra d'ombre, non
poteva essere che demoniaca..." E non si sentiva affatto entusiasta,
certe volte, all'idea di lasciarsi andare a quell'altro piano dell'esisten-
za... di abbandonarsi ad una donna conscia di lui, che tentava di
adescarlo.
Un mese dopo la prima neve imbiancava i colli. Slade tornava in
citt pi esitante ed indeciso che mai.

Deposizione del professor Gray.

Mi chiamo Ernest Gray e sono insegnante di lingue. Qualche tempo


fa, non ricordo la data con esattezza, mi venne a consultare il signor
Michael Slade e, da quanto mi disse, appresi che egli aveva lasciato la
citt per trascorrere qualche tempo in una sua tenuta. Rientrato dalla
campagna, aveva saputo che una donna munita di tre occhi era venuta
a chiedere di lui.
Il signor Slade mi raccont allora che il suo domestico si era affret-
tato ad accogliere in casa questa donna. Soggiogato dalla personalit
dominatrice e sicura di s della sconosciuta, il servo le aveva concesso
ospitalit nell'appartamento del padrone per la durata di ben cinque
giorni. Allo scadere del quinto giorno, ventiquattro ore prima che il si-
gnor Slade tornasse in citt, la donna era ripartita lasciando una ven-
tina di dischi fonografici accompagnati da una lettera. Il signor Slade
mi mostr quella lettera e quantunque io sappia che la missiva in
possesso del Magistrato in qualit di referto distinto nell'indagine in
corso, tengo a leggerne il contenuto a maggiore chiarezza di quanto
oggetto della mia deposizione. Lo scritto, dunque, diceva:
Egregio Signor Slade,
Desidero che apprendiate la lingua Naze servendovi di que-
sti dischi fonografici. L'incisione chiave di questo linguaggio
scomparir dal suo disco due settimane dopo la prima audi-
zione. Prima d'allora tuttavia, dovrete gi esser completamente
padrone del linguaggio.

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Apprenderete a suo tempo che la situazione a Naze delle
pi elementari, bench assai pericolosa. Vi atterrete comunque
alle seguenti disposizioni. Appresa la lingua, raggiungerete in
automobile la piana che si stende a due miglia ad ovest della
citt di Smailes. A mezzanotte di un giorno qualsiasi potrete
lasciare la vostra auto a fianco d'un granaio abbandonato che
troverete a qualche centinaio di metri dalla strada nel punto
pi sopra indicatovi.
In ogni evenienza, a Naze guardatevi da Geean e dai caccia-
tori della citt.
LEEAR.
Il signor Slade venne a consultarmi, nel mio studio, che l'incisione
chiave di uno dei dischi era gi svanita dai solchi. Ma avendo ascoltato
attentamente quanto rimaneva dell'incisione sono in grado di affer-
mare senza esitazione che il linguaggio Naze una frode, un volgare
imbroglio. Probabilmente non altro che un codice che serve al popolo
degli uomini muniti di tre occhi per comunicare in segreto.
Provata l'esistenza della donna munita di tre occhi, sono indotto a
ritenere che le persone di questa terra afflitte da tale anomalia siano
parecchie. Nell'udir parlare di Naze, ho sospettato dapprima di tro-
varmi di fronte ad un complotto di nazisti. Ma la parola Naze pro-
nuncia nei dischi fonografici come i vocaboli inglesi "faze" e "daze"
(fees, dees).
Deploro molto la perdita dell'incisione-chiave. Sarebbe potuta ser-
vire a tradurre un linguaggio che, in ultima analisi, giudico il prodotto
delle neurotiche elucubrazioni delle persone munite di tre occhi.
Ho appreso che il cadavere del signor Slade fu ritrovato a suo tempo
a circa un miglio di distanza dal granaio indicato dalla misteriosa
"Leear". Non ho nulla a che vedere con questa circostanza. Non ho ve-
duto personalmente il cadavere.

III

Per qualche tempo, Slade rimase a bordo dell'auto. Ma quando si

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accorse che mancava poco a mezzanotte, scese dalla vettura per an-
dare ad esaminare da vicino il granaio al lume della torcia elettrica.
Vuoto, scoperchiato, rudimentale come gli era apparso nel corso
della prima ispezione fatta nel pomeriggio.
Il campo di stoppie si stendeva immenso, fino a perdersi nel
buio, al di l del raggio pi lontano della sua lampada. A oriente c'e-
ra una falce di luna e le stelle lucevan pallide. Facevano sembrare
ancor pi profonda l'oscurit.
Slade lanci un'occhiata al quadrante dell'orologio che aveva al
polso. Sapeva che mancava poco all'ora stabilita. Ma rimase egual-
mente scosso: le 11.45! Tra cinque minuti, pens inquieto, sarebbe
venuta LEI!
Per l'ennesima volta la ricord, risentito. Possibile che Leear fos-
se stata capace di fargli commettere la sciocchezza estrema di aderire
a quell'appuntamento? Perch era stato tanto stupido da venire in
quel luogo abbandonato dove nessuno avrebbe potuto raccogliere le
sue eventuali grida di aiuto? Aveva la pistola in tasca, vero... Ma
Slade sapeva che avrebbe esitato a servirsene.
E poi... Che sfacciata, quella Leear ! Non gli aveva nemmeno da-
to un appuntamento preciso. La mezzanotte d'un giorno qualsiasi,
aveva detto. Quanto bastava perch il cervello del solo uomo dotato
di tre occhi sulla Terra ne fosse messo alla tortura. Un giorno dopo
l'altro. S. Perch se quella creatura infernale avesse indicato con
precisione l'ora, oltre che il luogo del convegno, Slade, forse, sareb-
be stato capace di rifiutarsi.
Era stato quel senso dell'indefinito a polverizzare la sua resistenza,
la sua riluttanza. Per quanti giorni, da quello ormai lontano in cui
aveva ricevuta la lettera, non s'era chiesto: ci andr oggi? E il far da
pendolo tra l'una e l'altra decisione aveva finito per scombussolargli
la mente, per rovinargli la salute. Finch s'era tranquillizzato, dicen-
dosi che Leear non si sarebbe presa la briga di insegnargli la lingua
Naze per fargli poi del male la notte in cui Slade si sarebbe deciso a
venire all'appuntamento.
Quella donna dimostrava vivo interesse per lui. No! Leear non

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era attratta sentimentalmente! Si era proposta di servirsi di Slade per
ben diversi fini! Ma lo sapeva, Leear: Slade aveva tre occhi come lei
e non poteva rimanere insensibile al suo richiamo. E se quella notte
gli riusciva di parlarle, di strapparle utili informazioni, forse, valeva la
pena di correre qualche rischio.
E Slade era venuto. Pronto a qualunque evenienza.
Intascata la torcia elettrica, ancora una volta lesse l'ora al qua-
drante luminoso dell'orologio da polso. Anche questa volta si sent
correre un brivido lungo la schiena. Un brivido pi profondo, pi
intenso. Era mezzanotte in punto.
Il silenzio s'era fatto profondissimo, assoluto. Non un suono tur-
bava la quiete notturna. Al pensiero di aver spento i fanali dell'auto,
Slade si persuase di aver commesso un deplorevole errore. Perch
non li aveva lasciati accesi?
Mosse in direzione dell'auto, ma si ferm all'improvviso, pen-
sando che non doveva pi permettere a se stesso di esitare. Di sfug-
gire la sua stessa decisione. Non poteva abbandonare il granaio de-
serto proprio in quel momento! Torn sui suoi passi. Fino a toccare
la parete di fondo con la schiena. Rimase l. In attesa. Accarezzando
la pistola.
Quel che ud, quasi non gli parve un suono. Pi che altro avvert
un lieve movimento d'aria. Ma non si trattava di brezzolina notturna.
Veniva dall'alto.
Dall'alto! Slade pieg il capo all'indietro in un gesto repentino,
violento. Ma non riusc a veder nulla sopra di s. Nulla che si sta-
gliasse sul fondo nerazzurro del cielo notturno. E sentiva bruciarsi in
petto un fuoco. Il senso dell'ignoto che gli si ingigantiva nel cuore
come mai prima d'allora.... E poi...
Soprattutto, Michael Slade disse sonora la voce ormai nota di
Leear alta e invisibile sopra il suo capo Soprattutto dovrai cercare di
rimaner vivo durante le prossime ventiquattro ore! Le trascorrerai
nella citt di Naze e dovrai essere cauto, giudizioso. Non ammetterai
mai di sapere o di ignorare questo o quell'altro. Buona fortuna!
Un abbagliante lampeggiare a quattro metri di altezza dal suolo

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costrinse Slade a socchiudere gli occhi. Cav la rivoltella e rimase l a
guardarsi intorno, pronto a vender cara la pelle.
Ma il granaio non c'era pi. E se n'erano andati anche la sua auto
e le stoppie tra i campi. Slade si trovava nel bel mezzo d'una via. Una
via cittadina. Tutto intorno a lui era il nereggiare altissimo di costru-
zioni a forma di spirale; sagome indistinte che si perdevano in una
foschia violacea che nascondeva quasi interamente il cielo della not-
te. Quella nebbiolina viola si diffondeva, immensa cappa ricurva,
dall'alto d'una spirale d'incommensurabile altezza che si vedeva gi-
ganteggiare in lontananza.
Slade ebbe coscienza di tutti quei particolari con una sola occhia-
ta. E mentre guardava intorno a s. comprese quanto era accaduto.
Era stato trasportato alla citt di Naze.
Dapprima, la strada gli parve deserta, profondissimo il silenzio.
Poi, rapidamente la sua sensibilit cominci ad adattarsi alla nuova
realt. Percep un vago sussurro. Come di qualcuno che mormorasse
all'orecchio d'un altro. Lontano, in fondo alla via, un'ombra attra-
vers la strada e si tuff nel buio a pi d'una costruzione a spirale.
Allora Slade comprese che l'esser finito nel bel mezzo d'una stra-
da, e rimanervi troppo a lungo, poteva diventar pericoloso. Avvert il
rischio che correva con una stretta al cuore.
E cominci a muoversi cautamente verso il marciapiede di destra.
La sede stradale appariva in pessime condizioni. Due volte inciamp
e fu sul punto di stramazzare al suolo. Era appena riuscito a con-
fondersi tra l'ombra cupa d'un grosso albero, quando ud levarsi un
grido umano a cinquanta metri di distanza.
Fu un urlo che lo scosse assai profondamente. E Slade si butt
ventre a terra, con la rivoltella nel pugno. Rimase in quella posizione
a lungo. Sul chi vive.
Prima di raccapezzarsi, gli ci volle qualche minuto. E trascorse
alcuni istanti senza riuscire a identificare i suoni che udiva: quelli di
un alterco, una zuffa. Da qualche punto, nell'oscurit, si levarono
grida, gemiti, imprecazioni soffocate. E quando si spensero ci fu un
silenzio greve, strano. Sembrava quasi che gli aggressori si fossero

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esauriti nella lotta, e stessero li immobili in attesa di riprender lena.
A meno che, e ci sembrava assai pi probabile, non fossero occu-
pati a depredare la vittima evitando di fare il minimo rumore.
Quando in piena coscienza ebbe modo di riguadagnare il terreno
perduto nei confronti delle reazioni istintive, Slade si trov di fronte
ad un interrogativo al quale era difficile trovar risposta. Dove era fi-
nito? Dove era capitato? Giacque immobile stringendo tra le dita la
sua pistola automatica sino a che, eran passati pochi istanti, gli si
form nella mente un secondo pensiero: "Questa, dunque, la citt
di Naze!"
E Slade si senti sopraffatto. Come, come aveva mai fatto Leear a
trasferirlo di peso in quella realt? Ad un abbagliante lampo di luce
era seguito, istantaneo, il passaggio ad un altro piano dell'esistenza:
Naze!

28/234
Leear doveva esser ricorsa allo stesso mezzo meccanico che a suo
tempo le era servito per trasferirsi in Terra. Di uno strumento che
riusciva, chiss come, ad influenzare mediante la luce i centri visivi di
ciascun occhio. Slade non sapeva trovare altra spiegazione logica. E
quella spiegazione, nonch l'astronave destinata alla navigazione in-
terspaziale, testimoniavano dell'esistenza d'una scienza assai progre-
dita, su quel piano dell'esistenza. Una scienza che aveva raggiunto
cognizioni assai approfondite intorno al sistema nervoso degli uomi-
ni.
C'era soltanto da chiedersi se l'effetto di quella scarica luminosa
sarebbe stato duraturo; se non avrebbe finito per annullarsi gra-
dualmente.
Mentre cos rifletteva, ud risonare alto un grido di collera: Vo-
gliamo la nostra parte di sangue, maledetto. la nostra parte di sangue,
maledetto...
L'imposizione era stata pronunciata in lingua Naze e Slade com-
prese facilmente ogni vocabolo, tranne l'ultimo.
Slade, ancora sdraiato al suolo, sper di aver capito male. Non gli
fu permesso di dubitare oltre quando un'altra voce, assai pi colleri-
ca della prima, fece sapere:
un ladro! S' servito d'un recipiente ch' il doppio dei nostri!
Gli toccata una parte due volte la nostra!
Una terza voce, indubbiamente quella dell'accusato, si difese con
un: Non vero!. Ma il colpevole doveva sapere bene che non gli
sarebbe valso a nulla di negare, perch ben presto la strada rison di
passi in corsa e un uomo assai alto di statura pass veloce accanto a
Slade, ansando. Poco dopo apparvero, pure correndo, con le mani
protese ad artiglio davanti a loro, ben quattro inseguitori.
Sfrecciarono veloci accanto a Slade, che, da terra, li riconobbe.
Sagome simili all'uomo. Le vide svanir ben tosto ingoiate dal buio
della notte. Per quasi un minuto ud lo strepito della corsa. A un
certo momento rison alta una imprecazione.
Poi, i suoni svanirono come quegli uomini e fu il silenzio. Slade
non si mosse. Ormai ne sapeva abbastanza. Aveva veduto ed udito.

Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952 234/29


A una quarantina di metri di distanza da lui, doveva esserci un uomo
che giaceva ucciso in mezzo alla strada dopo esser stato privato di
tutto il suo sangue. Non c'era dubbio... Naze, la notte, era una citt
abitata da vampiri
Trascorsero, interminabili, un paio di minuti. E finalmente Slade
si chiese: "Ma che cosa si vuole da me? Che cosa son venuto a fare,
qui?"
Ricord allora l'avvertimento lanciatogli da Leear pochi istanti
prima di abbagliarlo con la sua luce. "Soprattutto, dovrai badare a
rimaner vivo durante le prossime ventiquattro ore che trascorrerai a
Naze".
Ventiquattro ore! Slade se ne sent rabbrividire. Possibile che
quella donna l'avesse scaraventato in piena Naze senza impartirgli
altre istruzioni che quella di cercar di salvar la pelle? Possibile che
l'avesse abbandonato l... Senza dirgli dove andare, che cosa fare...
nulla?
Almeno ci fossero stati i fanali in quelle strade! Ma non se ne ve-
deva uno. N vicino, n lontano. Non regnavano tenebre profonde
nella citt, tuttavia. Dilagava ovunque una luminosit strana che non
aveva nulla a che fare con quella che caratterizzava le citt della Ter-
ra a notte. L, donde si diffondeva la foschia viola, dall'alto dalla
torre pi aerea, il cielo luceva debolmente. E da una dozzina di co-
struzioni a forma di spirale si vedevano brillare le finestre molto
strette.
Slade si rizz in piedi. Stava per attraversar la strada, dopo aver
lasciato l'ombra cupa dell'albero, quando una voce femminile lo
chiam con un sussurro dall'altro marciapiede.
Signor Slade!
Il meschino rimase l come trasformato in pietra. Poi accenn a
battersela. Soltanto in quell'istante si rese conto del fatto che l'avevan
chiamato per nome. E ne prov un tal sollievo che, quasi, si sent
piegar le ginocchia.
Son qui! annunci a bassa voce. Qui!
La donna che l'aveva chiamato attravers la via. Scusatemi per il

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ritardo! sussurr amando. Ma ci son tanti cacciatori di sangue, in
giro! Seguitemi! invit spalancando su Slade la luce dei suoi tre oc-
chi assai belli. Poi si volse e prese a risalire rapidamente la strada.
Non era Leear.
Rapidamente i due s'addentrarono nella citt.
Poi salirono una delle scale pi ripide che Slade avesse mai vali-
cato e si fermarono di fronte ad un uscio. La fanciulla buss secon-
do un segnale convenuto. Tre colpi lievi, distanziati, due colpi rapidi
e, dopo un discreto intervallo, l'ultimo, forte.
L'attesa fu piuttosto lunga. Nel frattempo la ragazza trov il modo
di dire:
Vi siamo tutti molto grati, signor Slade! Siete stato molto corag-
gioso a venir qui. Con tutti i pericoli che ci sono... Comunque, noi
faremo del nostro meglio per farvi conoscere bene Naze. E speria-
mo che questa volta la Nave finisca per aver la meglio sulla Citt.
Finalmente si ud scattare una serratura e l'uscio s'aperse scric-
chiolando. Si vide un'anticamera illuminata. Una donna imponente
per altezza e grassezza stava avvicinandosi lentamente a una sedia.
Entrato in quella casa, Slade si guard attorno incuriosito. Si tro-
vava in una stanza assai ampia e lunga, scarsamente ammobiliata.
C'erano due divani e qualche poltrona, due tavole e pi di un tavo-
lino, sedie e tappeti. Tendaggi e tappezzerie, sarebbero piaciuti an-
che alla sua Miriam, molto tempo addietro.
Un tempo. Molto, moltissimo tempo addietro, stabil Slade con
una occhiata meno distratta. Perch quei tendaggi e quelle tappezze-
rie che, nuove, dovevan essere costate parecchio danaro, ora eran
cos stinte e sciupate da sembrare addirittura poco decenti.
Slade sped mentalmente la stanza in secondo piano e and a se-
dersi, stanco, in una poltroncina. Aveva di fronte la donna grassa.
Ma continuava a guardare la ragazza.
Questa s'era fermata a pochi passi di distanza e gli sorrideva. Era
una bella figliola dalla carnagione olivastra. Nel suo sorriso c'era una
punta d'orgoglio.
Vi ringrazio le disse Slade. Dovete aver corso molti rischi per

Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952 234/31


venirmi a prendere!
Sarete molto stanco, immagino rispose la fanciulla respingendo
gentilmente il complimento di Slade con un grazioso cenno negativo
del capo. Prima che vi corichiate aggiunse avrei piacere di farvi
conoscere la nostra ospite... Caldra! autrice dei nostri piani... Cal-
dra, cara concluse sorridendo la fanciulla questo Slade. uno di
quelli della Nave
La presentazione della ragazza era stata precisa. Inequivocabile.
Slade era "uno di quelli della Nave"... Perbacco! Quella Leear di-
sponeva di lui con una sfacciataggine addirittura unica...
L'anziana lo guardava movendo pigramente gli occhietti dallo
sguardo spento. Reagiva con lentezza cos esasperante, la vecchia,
che Slade le dedic per la prima volta somma attenzione. Aveva le
pupille color del piombo, Caldra. Esangue il volto, appariva gonfia,
abulica quasi. Slade si accorse per che quell'essere impassibile co-
me una mummia, lo stava guardando. E sillabando con lentezza
esasperante, disse:
Molto lieta di conoscervi, signor Slade.
Slade non si sentiva di ricambiare quel sentimento. Faceva fatica a
non mostrare quanto gli riuscisse disgustosa la vista del volto flacci-
do, inespressivo, della vecchia. Non era la prima volta, ricord Sla-
de, che gli capitava di incontrare persone di quel genere. Caldra,
per, gli ispirava repellenza. Uno schifo che non aveva mai provato
prima.
Doveva esser colpa della tiroide, pens Slade. E come ebbe for-
mulata mentalmente la diagnosi che la riguardava, Caldra gli sembr
pi accettabile. E riflett su quanto gli aveva detto la ragazza: dietro il
volto gonfio, senza vita, della vecchia, Slade si sforz di discernere il
viso di un'altra Caldra. Quella che aveva concepito un "piano".
Liberata la mente dalla prima impressione, assolutamente negati-
va, Slade fece una concessione a favore della vecchia: la gente capace
di pensare con lentezza, quando ci sa fare veramente, riesce assai
meglio degli altri. Soprattutto nei particolari...
Lo colse un momento di vuoto psicologico, di stanchezza, in so-

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stanza. Smise di interessarsi di quanto gli stava intorno, conscio sol-
tanto di quanto l'avessero stancato, esaurito, le pi recenti esperienze
alle quali era stato sottoposto. Dai diciotto ai vent'anni, Slade era
stato uno di quei ragazzi che passano le notti tra un cocktail e l'altro,
tra un locale notturno alla moda e l'altro. A trent'anni aveva comin-
ciato ad andare a nanna alle dieci... E come si indispettiva Miriam
per quell'abitudine del marito! Nelle rare occasioni nelle quali aveva
"fatto" mezzanotte, gli era riuscito a stento di soffocare abissali sbadi-
gli. Ora si trovava a Naze... Di notte. E il suo orologio da polso gli
disse che mancavano soltanto cinque minuti all'una. Slade guard la
ragazza. E mormor:
Non potrei andare a dormire?
Mentre la fanciulla lo precedeva verso un uscio in fondo ad un
corridoio, la vecchia mormor lentamente:
La situazione mostra per chiari segni d'esser sul punto di matu-
rare. Il momento decisivo pu presentarsi a noi da un momento
all'altro.
Slade stava varcando la soglia dell'uscio, quando la vecchia disse
con un chiocciare divertito:
Non ti avvicinare troppo a lui, Amor! L'ho sentito anch'io!
Parole che per Slade non avevano alcun significato. Rimase sor-
preso, tuttavia, nel notare che mentre gli apriva la porta della camera
da letto, la ragazza aveva il volto rosso come il fuoco. La fanciulla,
comunque, si limit a dirgli:
Qui vi troverete al riparo da qualsiasi pericolo, sino ad un certo
punto. Ce ne sono molti, come noi, che credono nella prossima di-
struzione di Naze. Abitiamo quasi tutti in questo quartiere della cit-
t.
Bench si sentisse stanchissimo, Slade non riusc a prender subito
sonno.
Slade si trovava a Naze. Al di l delle pareti della sua stanza c'era
tutta una citt, una fantastica citt appartenente ad un altro piano
dell'esistenza. Il giorno seguente l'avrebbe veduta in tutta la sua stra-
nezza, quella citt... Domani!

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S'addorment.

IV

Inondata dal sole d'un tepido, luminoso mattino d'autunno, Naze


offriva uno spettacolo sconvolgente. La prima impressione che ne
riport Slade percorrendone una delle vie ampie a fianco di Amor,
fu quella d'una citt in decadenza, disperata. Ed era antica, Naze...
Antichissima!
Slade ne aveva notato i sintomi di decadenza sin dalla sera ante-
cedente. Ma non aveva potuto rendersi conto appieno di quanto
fosse grave la sciagura che doveva aver colpito la citt. Le case che si
trovava davanti, gli apparivano vecchie al di l d'ogni immaginazione.
Dovevano esser trascorsi cinquecento, ottocento, mille anni, addirit-
tura, dal giorno in cui le avevan costruite.
Da centinaia di migliaia di giorni, di notti, Naze aveva continuato
a decadere sotto i raggi del sole, delle stelle. Da tempo immemora-
bile le sue strade sopportavano il passaggio dell'umanit. Per quanto
strano il materiale da costruzione impiegato, le case di quella straor-
dinaria citt non avevano dovuto cedere all'azione distruttrice del
tempo.
I marciapiedi apparivano quasi interamente consunti. Soltanto
qua e l, un tratto di lucida e consistente pavimentazione testimo-
niava di uno splendore passato. Le strade apparivano in condizioni
leggermente migliori. Apparivano comunque logore dal lunghissimo
abuso che ne era stato fatto.
Non si vedeva un veicolo. Soltanto uomini. A gruppi, a mucchi.
La citt non aveva pi un veicolo a ruote...
Che cosa era successo? Che cosa poteva esser successo a Naze?
D'accordo! La Citt era in guerra contro la Nave! Ma perch questa
guerra? Slade fu sul punto di domandarlo alla sua accompagnatrice.
Ma ricordando che Leear gli aveva raccomandato di non dare ad in-
tendere a nessuno quanto sapeva o ignorava, prefer tacere. E conti-

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nuare ad osservare.
La citt che si apriva davanti agli occhi di Slade non era che un
relitto. Il ricordo sbiadito di quella che doveva esser stata una fioren-
tissima civilt. Bast questa malinconica costatazione per spegnere
nel petto di Slade la voglia di sottoporre ad interrogatorio la fanciulla
che lo accompagnava. Mai aveva veduto tanta gente affollare le stra-
de di una metropoli, Slade. Mai, soprattutto, aveva veduto la gente
delle sovrappopolate citt della Terra, comportarsi in quel modo. A
Naze, la folla non aveva meta. Uomini e donne sedevano, accucciati
al suolo, in mezzo alla via, sugli angoli delle strade, sui marciapiedi.
Quasi, sembravano non accorgersi nemmeno di chi passava loro ac-
canto, di chi li sfiorava. Sedevano. E spalancavano pigramente gli
occhi nel nulla. L'abulia di quelle folle era spettacolo che faceva ma-
le al cuore. Improvvisamente, Slade fu avvicinato da un mendicante.
Il misero allung una specie di tazza, e lamentoso disse:
Qualche goccia del vostro sangue, signore... Se non me ne date
vi squarcio la carotide...
Amor fece guizzare lo staffile di cui era armata e lo cal con fero-
cia sul viso del postulante. Vi apparve subito una livida contusione,
sanguinante in pi punti.
Bevi il tuo! disse con voce stridula la ragazza. Le si era arrossato
il volto per l'ira. Appariva addirittura feroce.
Bestie! soffi Amor all'indirizzo di Slade. Si appiattano
nell'ombra dei vicoli, la notte. Ed aggrediscono i passanti per... Ma
dimenticavo che lo sapevate gi
Slade non pronunci una sola parola. Era vero: sapeva che cosa
succedeva a Naze, la notte. Ma su quel che ignorava si poteva scri-
vere un volume!
La realt che lo circondava gli impediva ogni preoccupazione
personale. Le strade brulicavano di folla che non aveva occupazione.
Di gente che non aveva niente da fare! E per tutto il tempo della
passeggiata fu un continuo avvicendarsi di mendichi, un susseguirsi
di voci imploranti che domandavano:
Avete un sangue molto forte, signore... Si vede benissimo! Da-

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temene una goccia, altrimenti
Pi d'una volta, not Slade, era una donna che stendeva la tazza.
L'orrore che provava a quella vista gli impediva di parlare. Allun-
gando lo sguardo verso le vie laterali che partivano dalla strada prin-
cipale da lui percorsa, Slade le vide brulicanti di esseri abbominevo-
li, sfaccendati. Per la prima volta costat con i suoi occhi sino a qual
punto pu giungere la depravazione dell'animale uomo.
No. Quella citt non doveva continuare ad esistere. Slade com-
prendeva, ora. Leear l'aveva trasportato a Naze perch vedesse. Cer-
ta che l'orribile realt sarebbe valsa a cancellargli ogni dubbio dalla
mente. Slade infatti vedeva chiaro ormai. Le spaventose condizioni
di decadenza, di depravazione in cui versava la citt di Naze, eran
certamente dovute alla guerra in corso tra la Citt e la Nave.
E la causa di quella guerra, diventava secondaria, di fronte all'or-
rore della realt.
Per prima cosa bisognava estirpare la piaga.
Era tanto l'orrore, che Slade giunse a quella conclusione senza
esitare un istante. Sentiva angoscia profonda, al pensiero di quella
citt che viveva in quel modo da secoli. Giorno per giorno... Non
poteva continuare! E in quell'istante Amor disse:
C' stato un momento in cui credevamo d'essere riusciti a libe-
rarli dalla cupidigia del sangue, togliendo loro le tazze chimiche. Ma
dopo un po'
Interrottasi bruscamente, la fanciulla concluse dopo qualche
istante di silenzio: Ma inutile che ve lo dica... Dimenticavo che
sapevate gi... Comunque resta stabilito che la depravazione conosce
solo il peggioramento. E incapace di redenzione.
Slade accolse le dichiarazioni di Amor in assoluto silenzio. Era
chiaro. Poich ignorava nel modo pi assoluto troppi particolari,
Slade non era in grado di comprendere appieno quell'inferno. Ma a
che cosa gli sarebbero serviti i particolari? Quanto vedeva era pi
che sufficiente, per lui.
Naze doveva finire. Doveva essere distrutta. Slade sarebbe andato
ad ingrossar le file della quinta colonna del partito della Nave.

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Avrebbe aiutato i cospiratori. A costo della vita, Naze doveva essere
annientata!
E Slade si sent perfettamente calmo. Tanto da mettersi a far l'a-
nalisi del discorso di Amor. "Tazze chimiche" aveva detto. Non era il
sangue in s e per s, dunque, che scatenava la cupidigia di quella
gente. Era uno sconosciuto processo chimico indotto dalle tazze in
cui veniva raccolto il sangue che trasformava la linfa vitale in liquore
inebriante!
E quando li avevan privati delle loro tazze, gli abitanti di Naze
avevano indirizzato la loro depravazione verso obbiettivi ancor pi
infami. Quali? Inutile chiederlo. La ragazza credeva che Slade lo
sapesse.
Torniamo a casa mormor l'uomo venuto dalla Terra. Per og-
gi, ne ho avuto abbastanza concluse mormorando debolmente.
Le prime portate della colazione furono consumate in assoluto
silenzio. Mangiando, Slade continuava a pensare alla citt. Ricord
la Nave degli spazi, i cavernicoli. Pens anche al compito che gli era
stato affidato. Conosceva soltanto l'essenziale della situazione... Ave-
va veduta la Nave. Aveva visitato la Citt...
Questo, il problema: che cosa volevan fargli fare, "quelli della
Nave"? Si accorse in quell'istante che Caldra, la tarda Caldra, stava
per dir qualcosa.
La vecchia, infatti, depose lentamente la forchetta. Un gesto in cui
spese molti secondi. Poi sollev il capo. E prima che quegli occhi
mettessero a fuoco Slade, trascorse un bel po' di tempo.
La seconda fase dell'operazione richiese maggior lasso di tempo.
Caldra socchiuse le labbra. Rimase in quella posizione a ponzare su
quanta avrebbe detto e finalmente cominci a pronunciare le sillabe.
Ci mise un'eternit.
Stanotte disse la vecchia assaliremo il palazzo centrale di
Geean. I nostri son pronti a farvi salire fino al quarantesimo piano
della torre. L'apparecchio di cui dovrete servirvi, secondo le istru-
zioni impartiteci da Leear, gi pronto lass. Vi consentir di spic-
care il volo dalla finestra in modo che possiate puntare il vostro dis-

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simulatore contro gli apparecchi di controllo della barriera. Dovete
averli veduti, stamattina. Fanno capo ad un centralino che si trova al
novantesimo piano.
Contiamo che la Nave attacchi la Citt, non appena sar stata in-
franta la barriera.
La portata delle parole della vecchia si era imposta all'attenzione
di Slade, assai prima che Caldra avesse terminato di parlare. Rimase
immobile, con gli occhi socchiusi. Allibito. Quella notte ci si aspet-
tava che lui... Ma... era ridicolo! Non si poteva pretendere che Slade
si gettasse all'assalto, cosa... alla cieca!
L'opinione che Slade si era formata di Leear sub una abissale
scossa negativa. Che roba era il "dissimulatore"? Possibile che quella
donna pretendesse che Slade imparasse a servirsi con esattezza di un
meccanismo, magari complicatissimo, nel pieno furore di una batta-
glia? All'ultimo momento? Caduto il silenzio, Caldra rimase l ad
aspettare che l'ospite rispondesse. E Slade si sent addirittura coster-
nato. Anche perch Amor era l, che si chinava verso di lui col volto
illuminato da profonda gioia anticipatrice.
Socchiuse le labbra e fu lesto a richiuderle. Gli era venuto in
mente anche un'altra cosa. In sostanza, il discorso di Caldra era valso
a metterlo al corrente di molte, importantissime cose. Slade sapeva
molto di pi, ormai. Per deduzione, magari; ma c'era arrivato.
La foschia luminosa che aveva veduto stendersi come una cappa
sul cielo della citt, veniva irradiata dal turrito grattacielo che aveva
intravisto sin dalla sera prima. E quella nebbiolina Slade l'aveva ve-
duta anche durante la sua passeggiata del mattino. Quella, e non al-
tro, doveva essere la barriera della quale aveva parlato Caldra. Se
quello sbarramento bastava ad impedire alla Nave l'accesso alla Citt,
doveva esser composto di radiazioni incommensurabilmente poten-
ti. Tali che in Terra non si potevano nemmeno sognare.
L'esistenza di quella barriera, d'altra parte, diceva a Slade che la
citt era praticamente sottoposta ad un assedio. E a giudicare dallo
stato di decadenza nel quale versava, l'assedio doveva durare da se-
coli, ormai...

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" assolutamente ridicolo!" disse Slade polemizzando con se
stesso. "Impossibile che Naze sia assediata da tanto tempo! Come
fanno i suoi abitanti a procurarsi il cibo? Possibile che si nutrano
esclusivamente di sangue? Del sangue che si contendono a notte,
l'un l'altro?"
Istintivamente, osserv quanto ancora gli rimaneva sul piatto. Ben
poco, purtroppo. Doveva aver mangiato dei legumi, comunque. Dei
legumi ricoperti da una spessa coltre di non so che sugo o untume.
Alz il capo. Moriva dalla voglia di domandare che cosa gli avevano
fatto mangiare, ma si fren in tempo, giudicando la domanda di se-
condaria importanza. E se Slade voleva evitare guai peggiori, era
meglio che si sbrigasse a dir qualcosa... Prima che potesse aprir
bocca, Amor esclam:
Un attacco improvviso e... tutto sar finito! Vero?
Per qualche istante, Slade rimase affascinato, dal giuoco d'emoti-
vit espresso dal volto della ragazza. Un tipino tutt'altro che racco-
mandabile anche lei, quella li, pensava Slade. Il mattino s'era servita
dello scudiscio con brutalit estrema per le strade di Naze. Ma non
bisognava esagerare. Colpa dell'ambiente. Il cervello formato dal
clima fisico in cui viveva, dava espressione all'atteggiamento del cor-
po e del viso, costringendo i sensi a reagire in quel determinato
modo.
E per la prima volta Slade pens che se mai si fosse deciso a ri-
manere in quel piano dell'esistenza, Amor sarebbe stato il prototipo
della donna che avrebbe eventualmente potuto chiedere in moglie.
Guard la fanciulla con nuovo interesse, pronto ad approfondire il
pensiero in quella direzione. Soltanto allora si accorse del trucco al
quale era ricorsa la sua mente per sottrarsi all'unico, al vero proble-
ma di quegli istanti; l'imminenza dell'assalto contro la citt, assalto al
quale avrebbe dovuto prender parte anche lui, quella notte stessa.
Sono spiacente di dovervi annunciare che stanotte la Nave non
verr disse Slade. E a tale nuova Amor balz in piedi spalancando
gli occhi per la sorpresa.
Non possibile! esclam disperata. Significherebbe aver pre-

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parato tutto invano!
La fanciulla sembrava sopraffatta dall'enormit della cattiva noti-
zia. Cadde a sedere su di una sedia accanto a Caldra. La vecchia si
scosse dal suo stato di stupore e dimostr di aver afferrato il signifi-
cato delle parole di Slade soffiando:
La Nave non verr?!
Doveva mettersi in comunicazione con me stamane mormor
Slade a sua volta assai impressionato dalla reazione delle sue ospiti.
Ma... ho atteso invano concluse.
Slade che s'era visto costretto a rimediare con una scusa qualsiasi
da un momento all'altro, pens di non essersela cavata troppo male.
Sapeva di aver soltanto accantonato e non risolto il problema cen-
trale della situazione, ma al momento si ritenne soddisfatto di se
stesso. Amor si diresse alla porta. Ferma sulla soglia mormor, triste:
Vado a dare istruzioni perch non scatenino l'assalto.
Chiusosi l'uscio alle spalle della ragazza, nella stanza cadde il si-
lenzio. Amor non torn neppure per cena e Caldra e Slade si mise-
ro a tavola soli. Mancava poco al tramonto.
Amor rientr assai tardi. Si gett svogliatamente su di una sedia e
mangiucchi senza appetito quanto Caldra le aveva servito. Pi d'una
volta, Slade si senti osservare dalla ragazza che gli indirizzava lunghe
occhiate da sotto le ciglia corrugate. C'era un'espressione nuova nello
sguardo di Amor. Slade non seppe definirla.
Ma non permise a se stesso di sentirsene turbato. Quando and
ad affacciarsi alla grande finestra della stanza di soggiorno, Amor
venne a metterglisi vicina, silenziosamente Slade finse di non accor-
gersene continu a guardare la citt di Naze che si stendeva ai suoi
piedi.
Buia, cupa d'ombre, Naze notturna si perdeva nell'oscurit. Ve-
duta dall'alto della finestra spalancata in un fianco del grattacielo a
spirale, sembrava inghiottita da un mostro nero spuntato all'ultimo
orizzonte a est.
Allora Slade fu conscio che la sua era l'avventura pi strana regi-
strata negli annali della storia del sistema nervoso umano. Nato a pi

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dei colli occidentali degli Stati Uniti era cresciuto in una azienda
agricola per diventare un brillante uomo d'affari, assai noto nella sua
minuscola cittadina del West. E da un momento all'altro... Ecco che
lo scaraventavano nella buia citt condannata d'un pianeta la cui ci-
vilt era per perire.
Ma si trovava proprio su di un altro pianeta Naze? No. Viveva di
vita strana in un piano diverso dell'esistenza. Un altro piano dell'esi-
stenza rivelatosi al cervello di Slade soltanto perch il suo corpo era
munito di tre invece che di due occhi solamente.
E la piacevole emozione che Slade provava in quegli istanti era
dovuta molto anche alla vicinanza della fanciulla. Era innegabile!
Accanto a lui, Slade "sentiva" Amor. Giovane e forte donna di quello
strano mondo. Su quel piano dell'esistenza, certamente, dovevano
esserci molte altre donne. Magari, pi carine di Amor. Ma Amor gli
era vicina, in quel momento, e le altre Slade non le conosceva. Era-
no immagini senza volto, remote.
Amor! chiam Slade a bassa voce. Ma non gli fu risposto.
Amor ripet Slade. Che intenzioni hai, per dopo?
Andr a vivere in una caverna, naturalmente... Tutti dovremo
farlo! disse la giovane strappandosi ai suoi pensieri.
"Dovremo farlo!..." Bast quell'affermazione per far cambiar cor-
so ai pensieri di Slade. "Perch?" si disse l'uomo. "Perch 'quelli della
Nave' debbono scegliere di tornare a condurre vita primitiva?"
Amor invoc nuovamente Slade deciso a corteggiare la fanciul-
la. Ma questa gli rispose con un tono dal quale era facile capire che
stava pensando a tutt'altro. Infatti, dopo un breve silenzio disse:
Ti sembrer orribile... Ma io... un tempo... sono stata una bevi-
trice di sangue.
La confessione lasci Slade quasi indifferente. Gli sembr banale,
futile. Non suscit alcuna immagine, in lui, dapprima. Le parole
mormorate dalla fanciulla, per, l'avevano messo in imbarazzo.
Anche Caldra proseguiva Amor frattanto. Tutti... E non cre-
dere che io esageri. Non c' mai stata, al mondo, una cosa simile!
Ora s che nella mente di Slade cominciavano a formarsi delle

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immagini. E molti, tumultuosi pensieri. Improvvisamente travolto da
una sensazione di ribrezzo, Slade si domin a stento, passandosi pi
volte la lingua tra le labbra inaridite.
Si chiese anche dove volesse andare a parare Amor.
Mi stato facile astenermi disse allora la fanciulla. Mi stato
facile... sino ad oggi... sino a ieri notte... Il tuo concluse con un sof-
fio di voce la ragazza sangue molto, molto forte! tutto il giorno
che lo sento!
E Slade seppe che cosa voleva Amor. Ricord i mendichi, uomi-
ni e donne, che la fanciulla aveva scacciati colpendoli con lo staffile.
Amor, si disse Slade, aveva trasferito su altri la punizione che sentiva
di meritare per s. La punizione con la quale aveva tentato di umi-
liare la sua turpe cupidigia.
Non puoi immaginare la delusione che abbiamo provato Caldra
ed io quando ci hai detto che la Nave non sarebbe venuta... Voleva
dire che tu saresti rimasto qui. Per tutta un'altra giornata, forse, ac-
canto a noi. Leear deve saperlo. Non glielo perdoneremo mai!
La repulsione di Slade crebbe smisuratamente. Se la ragazza non
stava zitta, avrebbe finito col fargli rivoltar lo stomaco. Letteralmente.
Balbettando, tuttavia, Slade offerse:
Vuoi che ti dia un po' del mio sangue, Amor?
Mi accontento di qualche stilla! fu pronta a rispondere la ra-
gazza. E lo disse con una punta di pianto, d'invocazione. Quanto ba-
stava perch Slade sentisse risonare alla memoria le lamentose invo-
cazioni di chi gli aveva chiesto linfa per la strade di Naze. Che nau-
sea! Slade per, la avvertiva soltanto cerebralmente.
E si disse che lui, tutto sommato, non aveva alcun diritto di assu-
mere la veste del censore. Comunque, l'episodio l'aveva scaraventato
assai lontano, da un punto di vista emotivo, dal clima psicologico di
partenza. E alla ragazza cui fino a pochi istanti prima s'era proposto
di far la corte, disse con tono brusco:
E stamani, sferzavi gli altri!
Nel buio che li circondava, Slade ud chiaramente la soffocata
esclamazione della ragazza. Ci fu un lungo silenzio, dopo. Nell'al-

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lontanarsi dalla finestra, la fanciulla mostr nella penombra il suo
corpicino snello, ben fatto. Sparve silenziosa nel corridoio in fondo
al quale c'era la sua stanza.
Cominci cos una notte che doveva essere molto, molto lunga.

Eran passate diverse ore e Slade non riusciva ancora a prender


sonno. Lo turbava il pensiero d'esser stato ingiusto con la donna che
gli piaceva.
Amor, in fondo, non solo l'aveva salvato da morte certa offrendo-
gli un rifugio in casa sua: l'aveva nutrito, l'aveva circondato di cure
amorose. Una gocciolina di sangue, povera figliola, se la meritava, in
fondo. Amor inoltre lottava da tempo a fianco dei suoi compagni
per metter fine alla insana bramosia che stava distruggendo comple-
tamente l'anima di Naze
E quella doveva esser stata lotta durissima. Tale da suscitare piet
e comprensione in chiunque. Soltanto lui, Slade, s'era dimostrato
spietato con la povera fanciulla. Che diritto aveva lui, Michael Slade,
di atteggiarsi a moralista? Di scagliare la prima pietra, spargendo in-
torno s sofferenza e dolore inutili?
Possibile che non fosse riuscito a capire che la cupidigia del san-
gue doveva ormai affondare solidissime inestricabili radici in fondo
all'essere di quelle povere creature? E se davvero il suo sangue pos-
sedeva caratteristiche tali da farsi SENTIRE ai miseri maniaci?
No. Era stato ingiusto, Slade. E il mattino seguente si sarebbe
fatto premura di offrire qualche stilla della sua linfa vitale ad Amor
e... ANCHE a Caldra. Una mezza tazzina, ne avrebbe offerto. Poi,
avrebbe fatto in modo di tornarsene in fretta in Terra. Non sapeva
ancora come, ma un modo o l'altro doveva pur trovarlo. Mezzanotte
era passata da un pezzo, infatti; e Slade non poteva pi aspettarsi che
fosse Leear a farlo ripiombare come per magia accanto alla sua auto,
rimasta vicino al granaio abbandonato. Le famose ventiquattro ore

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erano trascorse e di Leear non s'era pi saputo niente.
Perch aveva fissato un limite di tempo, la donna, se poi il fatto
era rimasto senza conseguenze? S'assop tra quei pensieri per destar-
si completamente poco dopo. Aveva avvertito la presenza di qual-
cuno nella sua stanza!
Giacque immobile, irrigidito, sforzandosi di penetrar con lo
sguardo le tenebre fitte che l'avvolgevano da ogni parte. La paura che
l'opprimeva era una sensazione di fobia ereditaria: il terrore da sem-
pre provato dall'uomo che, venuto a trovarsi in ambiente ostile, sa di
essere spiato nelle tenebre.
Con gli occhi che gli facevan male per lo sforzo, Slade distinse
sullo schermo meno cupo della parete una sagoma appiattata nel
buio.
Una donna. Amor, senza dubbio. Nel riconoscerla Slade si sent
il cuore colmo di piet.
Povera ragazza! Che fame spaventosa doveva essere quella cupi-
digia di sangue. Nebulosamente, l'uomo si domand se non fosse
bene per lui assaggiarne qualche stilla del suo, dopo averlo raccolto
in una di quelle coppe chimiche. Cos... Per rendersi conto... Non
era il caso di fare il tentativo in quel momento, comunque! Amor,
poverina, era venuta spinta da bramosia insopprimibile e sarebbe
stato meglio accontentarla subito. E poi... Slade era soltanto un uo-
mo! Un uomo normale. Poteva essere pericolosissimo, per lui, l'ab-
bandonarsi agli effetti perniciosi di quella che in sostanza era diven-
tata una specie di droga, uno stupefacente o qualcosa di simile.
Tent di mettersi a sedere sul letto, ma non vi riusc. L'avevano
legato.
Ricadde riverso in preda a subita collera. Amor meritava certa-
mente molta comprensione e molta compassione, ma... lo scherzetto
che gli stava combinando, andava davvero troppo in l.
Le avrebbe detto volentieri un paio di paroline. Di quelle che la-
sciano il segno. Non lo fece pensando che la fanciulla doveva sentirsi
ancora poco bene. Depressa, forse. Si pigliasse pure un po' di san-
gue.

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Avrebbe continuato a tacere, facendo finta di non essersi accorto
di nulla. Anche il mattino seguente si sarebbe comportato come se
nulla fosse stato. E presa quella decisione, Slade si sent quasi soddi-
sfatto.
Nel buio, la donna continuava a muoversi con circospezione. A
quanto sembrava, non aveva fretta. L'impazienza di Slade stava gi
per toccare il vertice, quando una sottilissima lama di luce gli illu-
min il braccio. Simultaneamente, dal buio emerse una mano.
Stringeva una siringa, il cui ago gli venne infilato abilmente nella ve-
na pi turgida dell'avambraccio. Molto interessato, Slade osserv lo
strumento trasparente colmarsi del suo sangue scuro.
Passarono alcuni secondi. L'ago continuava a succhiare, avido, la
vena. E Slade pens alla tragicit della sua situazione: abitante della
Terra, veniva dissanguato da una bella "ragazza vampiro", a notte
fonda e su di uno strano piano dell'esistenza.
Il quadro tracciato dall'immaginazione di Slade cominci a svani-
re col trascorrere dei secondi. Molti, troppi secondi. Con voce gen-
tile, disse.
Non credi che basti?
La siringa non si mosse. Rimase infissa nella vena per qualche
istante ancora, dopo che Slade ebbe pronunciato l'ultima parola.
Non s'ud nemmeno un piccolo rumore. Niente. Poi, inaspettata-
mente, mano e siringa cominciarono a sussultare, a reagire, per sor-
presa.
Slade ebbe sentore della verit soltanto dopo aver notato quanto
tempo era trascorso tra l'osservazione che aveva pronunciato e la
reazione della donna. E guard con maggior attenzione la mano che
impugnava la siringa. Non era facile, al lume assai debole di quel filo
di luce. Ma la si intravedeva, quella mano. E Slade la riconobbe.
S. Era una mano di donna. Nel riconoscerla, per, Slade trasal.
Occorreva un'altra prova per dimostrare che la mente a creare
certe sensazioni erronee, simili a vere e proprie allucinazioni? Possi-
bile che ne fosse rimasto vittima proprio lui, che pi d'ogni altro ne
aveva tratto l'esperienza? Al punto di potersi trasferire nell'universo

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degli esseri dotati di tre occhi, dimostrazione vivente di quanto po-
tesse il cervello a scapito della materia?
Purtroppo, era stata proprio la sua mente ad indurlo a concludere
che la donna entrata in camera sua fosse Amor e non altri. Non
aveva notato nulla di sospetto, Slade, nella mano che gli era dappri-
ma apparsa. Soltanto ora, la riconosceva.
Femminea e pure rugosa, quella mano era stanca. Non poteva
appartenere a una ragazza. Era un mistero! Come aveva potuto non
capire subito, Slade, sia pure dopo averla veduta in una specie di
penombra?
La donna-vampiro che gli succhiava il sangue era Caldra: la mi-
steriosa donna che aveva saputo concepire un piano di attacco con-
tro il despota del grattacielo turrito.
Slade si sapeva testimone della profonda tragedia psicologica di
quell'essere. La donna che un tempo era stata sul punto di perdersi
per la bramosia del sangue, cedeva ancora un volta all'antica sete, alla
cupidigia, al vizio. Caldra voleva bere ancora del sangue.
L'ago della siringa gli fu tolta dalla vena. La lama di luce si spense
bruscamente. Silenzio. Poi s'intese scorrere del liquido che sfrigol
in un recipiente con suono cavo. E poi silenzio di nuovo.
Slade vide con gli occhi dell'immaginazione la mano che si por-
tava la tazza alle labbra. Aveva indovinato giusto persino il tempo
che ci sarebbe voluto per compiere il gesto: come vide Caldra deglu-
tire, nell'immaginazione ud, effettivamente, qualcuno che inghiotti-
va.
A quel suono Slade si sent sconvolgere lo stomaco. Provava an-
che piet, in un certo senso. Ma si sent rabbrividire quando le dita
della donna brancolarono nel buio su di lui. "Che ne voglia ancora?!"
si domand l'uomo indignato.
No. Caldra lo scioglieva dai legami che l'avevano costretto sino a
quel momento: al petto ed alle braccia. Ud un passo leggero diriger-
si verso l'uscio che si richiuse poco dopo senza fare il minimo ru-
more.
Nel silenzio ristabilitosi profondo nella camera, Slade non tard a

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prender sonno. Si svegli quando sent posarglisi sulla bocca una
zampa ferina, enorme. Una specie di orso immane, dal muso di
gatto lo fissava ostile, dall'alto. Ne illuminava il corpaccio forte, pe-
loso, una lampada sorretta da alcuni uomini che vestivano l'unifor-
me.
I compagni di quegli strani soldati si erano impossessati degli arti
di Slade e stavano legandoli. Torcendo il capo, l'uomo vide che altri
armati affollavano le stanze dell'appartamento, il corridoio vicino.
La bestiaccia gli tolse la zampa dal viso. Slade si sent sollevare,
trasportare. C'era la luce accesa in camera di soggiorno. Caldra vi
giaceva riversa al suolo con un pugnale nella schiena fino all'elsa.
Slade ricord con subitanea angoscia Amor. Che ne era stato
della fanciulla? Ripensandoci in seguito, a cose avvenute, Slade
comprese che era stato quel pensiero la causa dell'improvviso squili-
brio. Vide infatti scomparire il pavimento sotto di s come se si fosse
dissolto nel nulla. E cadde dall'altezza di quattro o cinque metri.
Prima di riprendersi giacque al suolo stordito, a lungo.
Si alz allora lentamente graffiandosi le mani sulle stoppie pun-
genti d'un campo assai vasto. A due miglia all'ovest vide riverberare il
cielo notturno alle luci di Smailes addormentata. Mosse incerto ver-
so il granaio abbandonato accanto al quale aveva lasciato la sua au-
tomobile. La ritrov subito.
Attese qualche minuto. Leear non c'era. Esausto, Slade si infil
dietro il volante e pilot la macchina per tutto il resto della notte. Per
diverse ore del mattino. Pass il cancello di casa alle undici del mat-
tino seguente.
Nella cassetta per le lettere, c'era una busta sulla quale trov il suo
nome vergato dall'inconfondibile calligrafia un po' maschile di Leear.
Accigliato, Slade l'aperse. La lettera diceva:

Caro Michael Slade,


ora sai. Hai veduto Naze. Ti sarai chiesto, immagino, perch
non sia successo nulla allo scadere delle ventiquattro ore, lag-
gi. Ma come poteva succedere qualcosa prima, o dopo quel
termine, se tu non provavi uno choc molto intenso?

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Le condizioni di choc, naturalmente, si sarebbero dovute ve-
rificare quando ti sei trovato una di quelle due donne in came-
ra. Quando hai capito che si veniva a succhiarti il sangue. Al tri-
sto episodio sono stata costretta: non potevo far diversamente.
E me ne dispiace.
Mi dispiace anche di aver dovuto far credere ai miei com-
pagni di Naze che era suonata l'ora della riscossa. Purtroppo,
loro, non hanno idea della natura dell'uomo che dobbiamo
combattere. A petto di Geean, tutti i piani di quei poveretti fal-
lirebbero. Geean, infatti, immortale. E il fatto che i mei com-
pagni non siano nemmeno capaci di comprendere la natura e la
potenza di Geean emerge chiaro quando si pensa che essi han-
no creduto, al di l d'ogni dubbio, di poter distruggere la bar-
riera attaccando mediante un fantastico 'dissimulatore' un
certo centralino sito al novantesimo piano del grattacielo a
spirale di Geean.
Non esistono strumenti chiamati 'dissimulatori'. Il famoso
'centralino' non che un radiatore. Per vincerlo, occorrer as-
salire Geean nel cuore stesso della sua fortezza. E l'assalto a
Geean non neppure pensabile senza il tuo concorso. E sarai tu
a venire, questa volta. Spontaneamente. L'apparecchio del
quale mi son servita nei pressi del granaio produce effetti tran-
sitorii.
Non farmi aspettare troppo a lungo.
LEEAR.

Per tutto il giorno, Slade rimase in casa a leggere. A notte, usc a


passeggio per le strade spazzate dal gelo con il cappello abbassato a
filo del terzo occhio, con il capo semi-nascosto dal bavero del cap-
potto. La camminata gli spense un poco la febbre. Nei confronti di
quanto gli era capitato fin per assumere un atteggiamento sardonico.
"Non ho" decise "la stoffa dell'eroe. Non mi passa nemmeno lon-
tanamente per il capo di andare a farmi accoppare nella guerra in
atto tra Naze e la Nave."
Si sarebbe invece deciso all'idea di raggiustarsi al vivere di questa
Terra.

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Gli bast quella decisione ancora vaga per considerare la missiva
inviatagli da Leear da un punto di vista molto meno emotivo. Nel ri-
leggerla, tre settimane dopo averla ricevuta, la lettera gli sembr ad-
dirittura una rivelazione. Molto pi significativa di quanto gli fosse
apparsa nello scorrerla al primo momento. Quando la collera gli
aveva suggerito soltanto l'idea che Leear l'avesse allettato vergogno-
samente a Naze, provocando poi l'infame incidente nel corso del
quale avevano trovato la morte Amor e Caldra.
Rileggendola dopo tanto tempo, Slade trov dunque la missiva
assai meno irritante di quanto l'avesse creduta. Tra l'altro non fu ca-
pace di rintracciarvi il tono imperativo che l'aveva tanto offeso in un
primo tempo. E poi sentir Leear ammettere che non sarebbe stata
capace di far niente senza il suo aiuto, era cosa che contribuiva a
predisporlo benevolmente nei confronti di quella donna misteriosa.
Gli procurava immensa soddisfazione, anche il costatare che
Leear l'aveva sottovalutato. Si era sbagliata di grosso nel pensare che
l'episodio da lei predisposto sarebbe bastato a rispedirlo in Terra in
un baleno. Quando aveva veduto arrivare Caldra assetata del suo
sangue, non s'era sentito minimamente turbato. A provocargli lo
choc era stata la vista della vecchia uccisa. Il pensiero, soprattutto,
che Amor fosse andata incontro a sorte eguale.
Tre settimane dopo, Slade si sentiva immune da qualsiasi pro-
fonda reazione emotiva. Caldra ed Amor cominciavano a sembrargli
creature irreali; ricordi vaghi d'un brutto sogno lontano. Slade era
nelle condizioni di un malato, guarito da una forma psichica assai
grave. La prova? Era persino capace di far dell'ironia intorno ai suoi
propositi matrimoniali con Amor!
No. Non provava disprezzo, Slade, per i sentimenti che l'avevano
turbato a Naze. Erano stati reazioni basilari della vita interiore nor-
male. Non avrebbe forse fatto bene a guardarsi intorno anche in
Terra? Perch non cercarsi una moglie quaggi? Se gli fosse riuscito
di indurre Miriam a tornare a vivere con lui, si sarebbe procurato un
argomento di prima forza da opporre ad ogni eventuale impulso di
far ritorno a quell'altro piano dell'esistenza.

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Inutile. Slade doveva riannodare le fila delle sue amicizie, delle
sue conoscenze. Doveva tornare a vivere da uomo normale sulla
Terra.
Era molto pi facile pensarlo, desiderarlo, che metterlo in pratica.
Una sera, proprio mentre camminando per strada pensava a quale
sarebbe stato il modo migliore di riavvicinare Miriam, incontr due
amici. Due persone con le quali aveva avuto dimestichezza quando
era ancora un uomo d'affari. Vedendoseli passare accanto, frettolosi,
dopo averlo degnato di un sommario cenno di saluto, Slade li co-
strinse a fermarsi chiamandoli per nome. Ne segu una conversazio-
ne impacciatissima, piena di pause imbarazzanti. Una faccenda
molto poco piacevole. Slade, tuttavia, fu fermo nel suo proposito.
Per continuare a vivere sulla Terra, si diceva, non si poteva fare a
meno di amici e conoscenti. Non si poteva non avere una compa-
gna. Moglie ed amici potevano fornirgli quei legami affettivi che soli
potevano garantire una esistenza sana e normale. Senza, era meglio
nemmeno cominciare.
La chiacchieratina con quei due conoscenti piacque assai poco a
Slade; garb assai meno agli amici. Costoro si dimostrarono di volta
in volta inquieti, impacciati, falsamente briosi, desiderosissimi di
dargli tutte le informazioni di cui poteva aver bisogno. E apparvero
immensamente sollevati quando parve loro giunto il momento di
pronunciare le sacramentali frasette di commiato.
Lietissimi d'averti riveduto, Mike, vecchio volpone! Peccato che
abbiamo un appuntamento al quale non ci possibile mancare. Ci
rivedremo presto, comunque! Ciao...
Sorrideva ironico, Slade, mentre prendeva, solo, la strada di casa.
Ma si sentiva un brivido lungo la schiena. Tra l'altro, aveva appena
saputo che Miriam s'era trovata un assiduo "corteggiatore". Eran mesi
ormai, che la si vedeva soltanto in compagnia di questo signore. E gli
amici lo avevano detto a Slade con un tono che gli aveva fatto sem-
brare la cosa definitiva, fatale. Slade si vedeva preclusa ogni via di
scampo.
Ma non si arrese tanto facilmente. Il giorno dopo chiam Miriam

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al telefono. Ripet il tentativo pi volte al giorno per diversi giorni.
Gli fu sempre risposto nello stesso modo, quando fece conoscere
alla domestica il suo nome. "La signora Crenshaw non desidera co-
municare con voi."
Slade scrisse alla moglie. Nella lettera diceva tra l'altro di essere
disposto a farsi "fare una plastica". Di esser pronto ad occultare quel
dannato terzo occhio. Volle far seguire la missiva con una sua visita
di persona. Miriam, invece, "era uscita".
Non c'era proprio pi niente da fare. Slade dovette convincersene
quando si trov di fronte un funzionario di polizia venuto a chiedere
di lui un bel mattino. L'agente in borghese veniva a pregare cortese-
mente, ma con molta fermezza, il "signor" Slade di voler desistere
dalle persecuzioni cui stava da tempo sottoponendo la signora
Crenshaw. Educatissimo, il funzionario seppe adeguarsi magnifica-
mente al lusso della bella dimora di Slade. Era spiacente, il poliziot-
to. Ma avevano ricevuto diversi "esposti". E all'avvertimento, la poli-
zia era pronta a far seguire i "fatti" se Slade non desisteva...
Avrebbe desistito, Slade. S'era accorto che il suo era stato un so-
gno. Un sogno durato un'ora.

Deposizione di Wilfred Stanton


innanzi la giuria d'ufficio, del magistrato inquirente.

Il signor Michael Slade mi ha assunto in qualit di domestico cinque


anni or sono. Per tutta la durata dell'anno scorso, non mi sono mai se-
parato da lui, tranne che per un brevissimo periodo di ferie.
Durante quest'anno, il mio padrone ha dovuto spesso assentarsi. Ed
al ritorno dai suoi viaggi mi sempre apparso assai scosso. Mai, co-
munque, il signor Slade si lasciato andare alla minima confidenza.
Prima della partenza dalla quale il mio padrone non ha pi fatto ri-
torno, mi ero accorto che il signor Slade aveva assunto un atteggia-
mento molto energico. Come se avesse raggiunto una decisione a capo
di lunghe esitazioni. Comper una pistola identica a quella che gi
possedeva e fece acquisto di grande quantit di munizioni per le due

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armi. Ricordo anche che si procur molti altri oggetti sulla natura dei
quali non sono per in grado di pronunciarmi, in quanto mi furono
sempre consegnati alla porta confezionati in scatole anonime. Non fa-
ceva che leggere, il signor Slade, ultimamente. Ricordo un testo di me-
tallurgia, un grosso volume di fisica, e un altro che trattava dei motori
delle astronavi destinate alla navigazione negli spazi.
Ogni giorno passava qualche ora in giardino ad esercitarsi la vista
ai quadri "Snellen". E non manc di colpirmi il fatto che durante queste
esercitazioni della vista, il mio padrone indossava una specie di costu-
me sportivo, impermeabile, che si era fatto fare appositamente. Porta-
va inoltre le due pistole alla cintura ed era sempre munito di un grosso
coltello da caccia. Aveva anche le tasche rigonfie, ma non saprei dire
che cosa vi avesse infilato.
Il signor Slade si era accorto che mi stupiva di vederlo aggirarsi per
il giardino in quella insolita tenuta. La mia ansiet comunque sembra-
va divertirlo. Un giorno, mi disse di non allarmarmi se egli si fosse as-
sentato senza preavviso.
Il giorno dopo, uscito in giardino a chiamarlo per la colazione, non
riuscii pi a trovarlo. Mi sembr strana la sua scomparsa perch i
"quadri" erano ancora l, al loro posto. E sulla neve caduta di fresco
non fui capace di notare delle impronte che si dirigessero comunque
dal giardino verso l'esterno.
Non fui sorpreso affatto nell'apprendere che avevano trovato il ca-
davere del mio padrone a pi di cento miglia di qui. Il signor Slade si
sapeva in pericolo, ed evidente che le cose si sono proprio svolte come
egli temeva.

VI

Il passaggio, questa volta, fu semplicissimo. Rapido come lo scat-


to di una macchina fotografica. Gli bast mettere a fuoco gli occhi e
vide svanir la sua casa. E poi...
Pioveva. Una pioggia tiepida, ma fitta. Sul terreno antistante il
colle nel quale s'aprivan le caverne era tutto un rimbalzar rabbioso di

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grossi goccioloni che s'infilavano tra la melma come minuscoli dardi.
Veduto tra l'umidore di quella foschia, il paesaggio apparve a Slade
pi selvaggio dell'altra volta. Meno accogliente gli sembr anche il
verde smagliante della vegetazione.
La prima sensazione di Slade fu di stupore. Su due piani dell'esi-
stenza, reali sotto uno stesso cielo, coesistevano manifestazioni me-
teorologiche diverse: salutato dalla neve alla partenza dalla Terra,
Slade aveva preso coscienza sotto uno scrosciar di pioggia, all'arrivo
tra i cavernicoli. Lo distolsero dalle sue meditazioni alcune gocce
d'acqua cadutegli sul collo. Istintivamente, cerc riparo sotto le
fronde d'un albero vicino. Da quel precario osservatorio lanci
un'occhiata intenta al sentiero che risaliva, tortuoso, sino alle caver-
ne.
Spettacolo d'abbandono, tale da smorzargli ogni entusiasmo, il
colle gli apparve senza vita. Non ardeva un fuoco; non c'era segno
d'anima viva. La pioggia, forse, aveva costretto i cavernicoli a rinta-
narsi nei loro antri.
Slade decise per prima cosa di cercarsi un riparo. Non voleva ri-
schiare di presentarsi all'improvviso a quei selvaggi; colti di sorpresa
avrebbero immaginato intenzioni ostili; avrebbero fatto ricorso alle
armi.
Fin per costruirsi alla meglio una specie di tettoia, servendosi di
rami secchi che ricopr di foglie. Rimosso uno spesso strato di vege-
tazione impregnata d'acqua, fu lieto di trovare asciutto il suolo.
Dorm. D'un sonno inquieto che dur buona parte del pomeriggio e
della sera. La notte lo colse sveglio per molte ore. Prima di riad-
dormentarsi, profondamente questa volta, si ripromise di destarsi
per tempo. Prima dei cavernicoli.
Aperse gli occhi che un bellissimo sole splendeva nel profondo
azzurro del cielo. Davanti al suo rudimentale riparo s'era dato con-
vegno un folto gruppetto di persone. Molti esseri dotati di tre occhi
lo stavano ad osservare da vicino, inginocchiati. Ce n'erano parecchi
altri, dietro i primi. Le donne e i bimbi s'erano ammassati pi lon-
tano.

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Lentamente, Slade si mise a sedere. Sgattaiol fuori dalla tettoia
fronzuta e si rizz. Con movimenti inconsci, quasi riflessi. E temette
vivamente che la sorpresa di quell'accoglienza bastasse a causargli
una cos viva tensione psichica, da farlo ricapitombolare, all'istante,
negli Stati Uniti.
Niente di tutto ci, invece. Selvaggi e paesaggio che faceva loro da
fondo, continuarono a presentarglisi nitidamente davanti agli occhi.
Reali come la realt. Slade rimase ancorato a quel piano dell'esi-
stenza come se vi avesse avuto i natali.
Sollevato da questa prima lusinghiera costatazione, Slade not
che i selvaggi non erano armati. Ne prov una gioia intensa, come
intensa era stata la sensazione di sbigottimento al primo risvegliarsi.
E prima ancora che gli riuscisse di spiccicare una parola di saluto,
uno di coloro che pi gli eran vicini disse:
Attento. Non siete ancora completamente stabile. E gli schiac-
ci forte il terzo occhio col palmo della mano. La sorpresa di Slade
fu quasi superiore alle sue facolt di sopportazione. Reag con ritar-
do, impacciato. Tanto da non saper far altro che un passo indietro.
Stup immensamente soltanto quando gli fu chiaro il significato di
tutto l'episodio.
Chi gli stava intorno sapeva che lui non apparteneva a quel piano
d'esistenza. Sapeva a ragion veduta. E Slade si rese finalmente conto
che i cavernicoli non erano affatto dei primitivi.
Fu una sorpresa enorme, per Slade, quella. Ma doveva stupire
ancor di pi, quando l'uomo che gi gli aveva rivolto la parola gli
disse sorridendo:
Finirete certo con l'ambientarvi perfettamente.
Slade, che a tutto aveva badato, meno che alla voce del suo inter-
locutore, ne not gli accenti melodiosi, pacati, privi d'ogni asprezza.
Le parole gli cadevan di bocca come musica scritta da un maestro.
Non ci voleva altro per far rimanere Slade con un palmo di naso.
Ma quando fece scorrere lo sguardo sui volti di coloro che lo attor-
niavano sent il sollievo iniziale diventar gioia.. Tutti gli sorridevano:
amichevolmente. Assai piacenti d'aspetto avevano tutte le caratteri-

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stiche fisiche degli appartenenti ad un tipo fisicamente e psichica-
mente assai elevato. Nel confrontarli mentalmente ai degeneri vam-
piri di Naze, Slade comprese appieno l'entusiasmo che muoveva
Leear e tutti gli amici della Nave.
Ma era tempo che Slade facesse udire la sua voce.
Salve, amici mormor. Mi chiamo Michael Slade.
Osservandolo attentamente, ma con simpatia, l'uomo assai alto di
statura che per primo gli aveva parlato face un cenno d'assenso.
Sono Danbar annunci. E Slade gli tese la destra. L'uomo ader
al gesto di saluto con s franca semplicit che Slade non dubit un
istante che lo stringersi la mano fosse gesto abituale anche presso
quelle popolazioni.
Danbar, in realt, aveva risposto, adeguandovisi, al desiderio d'u-
no straniero. D'un ospite.
Finiti i convenevoli, Slade not che Danbar lo sovrastava di pa-
recchi centimetri in altezza. Uomo d'eccezionale bellezza, il caver-
nicolo aveva un volto assai avvenente. Senza l'occhio che gli splen-
deva in mezzo alla fronte sarebbe apparso molto bello anche sulla
Terra. Doveva avere circa trenta anni.
Sorridendo, Danbar accompagn Slade accanto ad un individuo
che s'era tenuto lontano dagli altri.
Questi disse Malenkens. E ne pronunci il nome con la
deferenza di chi vuol far capire che sta presentando un personaggio
assai importante. Anche dall'aspetto, Malenkens apparve a Slade fi-
gura dominatrice. Uno dei capi della trib, evidentemente. I due si
strinsero la mano con molta cordialit. Ma il sorriso di Malenkens fu
pi severo. Distante.
Conoscerete gli altri in seguito disse Danbar. Ora sar meglio
andar a mangiare un boccone.
Cos, Slade entr nel regno dei trinoculi.
Il sentiero che snodandosi lungo le pendici del colle saliva fino
alle caverne era intagliato nella pietra e adorno d'aiuole naturali. La
stradina aveva anche uno stretto marciapiede ravvivato ad intervalli
dalla vellutata verzura di stupende piantine, oggetto, era evidente, di

Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952 234/55


cure amorose e competenti.
Soffermatosi incuriosito a guardare davanti all'ingresso della pri-
ma caverna, Slade si trov di fronte ad un ambiente che con l'altro
primitivo aveva ben poco in comune. Il pavimento, di calcestruzzo,
era ricoperto di magnifici tappeti. Pareti e soffitti, pulitissimi, erano
imbiancati a calce. I mobili non erano lucidati. Ma tutto, dalle sedie
alle tavole, era disegnato con molto buon gusto, si che l'insieme ave-
va aspetto stranamente moderno.
Poich Malenkens era gi avanti, sul sentiero, Danbar sollecit
Slade toccandogli un braccio. Ripreso il cammino, Slade si guard
spesso intorno nella speranza di scorgere Leear tra i cavernicoli.
Non si stup di non vederla. L'aveva conosciuta in quei luoghi; presto
o tardi vi sarebbe riapparsa. La donna doveva sapere che l'uomo
venuto dalla Terra, sarebbe entrato nel suo mondo in quei luoghi.
Entrate qui, per favore. gli disse improvvisamente Malenkens,
rimasto silenzioso sino a quell'istante. Entrato nella caverna che gli
venne indicata, Slade sedette come vide fare dai due che l'accompa-
gnavano.
Slade cominci pensoso Malenkens, senza preamboli. Mentre
tu dormivi, abbiamo avuto agio di osservarti e studiarti molto atten-
tamente. A nostro avviso, non ti ci vorranno meno di sei anni per
adeguarti psicofisicamente al nostro ambiente. Abbiamo calcolato
questo lasso di tempo tenendo conto anche del fatto che ti ci vor-
ranno molti mesi per riuscire ad abbattere la barriera di Geean a
Naze. E speriamo che tu non venga ucciso o seriamente ferito, pri-
ma.
No. Non mia intenzione metterti in allarme o scoraggiarti inu-
tilmente. Ho fatto solamente il punto della situazione. Di' pure, ora,
Danbar.
L'interpellato rimase immobile sulla sua sedia. Guard medita-
bondo Slade e gli disse:
Se non hai ancora idea di ci a cui alludeva Malenkens, con
precisione, non hai che da aprire bene gli occhi. Guarda!
E disparve.

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Per un minuto intero, Slade rimase come impietrito al suo posto.
Non riusciva a capire. Ramment soltanto che Leear gli aveva parla-
to dall'alto del granaio senza che lui riuscisse a indovinare la sagoma
contro il nerazzurro del cielo notturno. Anche Leear, dunque, aveva
come Danbar facolt di rendersi invisibile.
Dopo un minuto di assoluta immobilit per, Slade cominci a
dirsi che, forse, quella gente si attendeva una reazione qualsiasi da
lui. Si alz in piedi e, piegatosi sulla sedia di Danbar, pass ripetu-
tamente la mano nello spazio che l'uomo aveva occupato sino a po-
chi istanti prima. Niente. Non incontrando il menomo ostacolo,
Slade rivolse un'occhiata a Malenkens che non rispose.
Ripiomb a sedere, tremando un poco. Forse, pens, dopo esser
divenuto invisibile, Danbar si era semplicemente allontanato. Poteva
essere andato a mettersi davanti all'ingresso della caverna: A meno
che non si divertisse a osservare la scena in piedi vicino alla sua se-
dia... Poteva aver fatto una qualunque di queste cose, Danbar. Ma
Slade, senza sapersene spiegare la ragione, era convinto che il caver-
nicolo era tranquillamente rimasto a sedere al suo posto.
"Cavernicoli, quelli? Altro che primitivi!" si disse Slade con amara
ironia.
Quella era gente che conosceva a menadito tutti i segreti del si-
stema nervoso. Avevano superato di gran lunga i loro parenti forniti
di due occhi. Tanto che il confronto appariva addirittura ridicolo.
Non era il caso di scoraggiarsi, comunque. Malenkens aveva detto
che dopo sei anni Slade si sarebbe psicofisicamente adeguato a quel
piano d'esistenza.
Poteva dunque gioire, Slade, a quell'idea. Anche lui, tra non
molto, avrebbe imparato a rendersi invisibile. A meno che...
Ricacci il dubbio in fondo alla mente e si lasci cadere como-
damente sulla sedia. Pens di rivolgere una domanda a Malenkens,
ma torn sulla decisione perch l'altro gli volgeva le spalle. E i minuti
passavano. E Danbar non tornava. Cominciava a diventare inquie-
tante, il fenomeno. Slade pens di nuovo che ci si aspettasse da lui
una determinata reazione

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Esitante, torn ad alzarsi. Ed obbedendo ad improvviso impulso
and a sedersi sulla sedia gi occupata dallo scomparso. Non dur a
lungo quando pens alla bella figura che avrebbe fatto, se Danbar
avesse scelto di rimaterializzarsi improvvisamente al suo posto.
Raggiunto l'ingresso della caverna. Slade si ferm sulla soglia a
guardarsi attorno. Forse, Danbar era uscito sul sentiero. C'era molta
attivit, fuori, in quel momento. La fiamma dei fuochi rosseggiava
ovunque e le donne accovacciate accanto alle pentole preparavano i
cibi.
Ovunque c'eran bimbi che correvano felici, giocando e facendo il
chiasso. Danbar, per, non si vedeva.
Bella, costat Slade, la pianura che si stendeva immensa davanti
ai suoi occhi. Bella pi d'un sogno. L'acqua rispecchiava la vegeta-
zione stupenda, tra cui intrecciavano i voli, gli uccelli. "Uccelli con
tre occhi!" si disse Slade con un tuffo al cuore. Di l dalla gora gli al-
beri svettavano altissimi. E gli apparve da lungi, come un vapore, il
molle contorno tondeggiante di colli lontani. Ovunque regnava il
verde cupo d'una estate perenne.
Rabbrividendo, Slade torn alla caverna. Era finito in uno stu-
pendo piano della Terra e non gli sarebbe mai pi venuta voglia di
tornare a quell'altro. Peccato che ci fosse la faccenda di Naze...
Bast quel ricordo. Slade torn alla realt del momento. Danbar,
not, non si era ancora rimaterializzato. "Dunque" pens. "Che cosa
farei per rendermi invisibile, forte delle cognizioni che ho su quanto
concerne la vista? Per prima cosa mi sforzerei di turbare in qualche
modo i centri visivi di chi mi sta a guardare. Poich si vede bene sol-
tanto se siamo in equilibrio psicologico perfetto, cercherei di indurre
negli altri un certo turbamento psichico".
Attribuita forma razionale ai suoi dubbi, Slade arriv a compren-
dere quasi senza accorgersene, che cosa s'era aspettata da lui quella
gente. Ricordando che il dottor McIver gli aveva insegnato che si
poteva mettere il corpo in condizioni di rilassamento, di perfetto
equilibrio psichico, con una sola profonda inspirazione, Slade inspi-
r ed espir lentissimamente, rilassando nel contempo anche la ten-

58/234
sione muscolare.
E Slade fu capace di provare che quanto gli aveva insegnato l'ocu-
lista corrispondeva a verit. Danbar gli riapparve seduto tranquilla-
mente sulla sedia, quando stava per colmarsi i polmoni per la se-
conda volta.
Benissimo, amico mio disse Danbar serio in volto. Speravo
proprio che saresti riuscito ad immaginare come stavano le cose,
senza dover ricorrere al nostro aiuto. Hai fatto personale esperienza
di una delle verit basilari intorno al sistema nervoso umano. Impa-
rerai nei prossimi mesi quanto concerne il rilassamento. Ti insegne-
remo a farlo sino a che non riuscirai ad esercitare un controllo asso-
luto su questo stato. Ed ora concluse andiamo fuori anche noi a
mangiar qualcosa.
Slade segui i compagni nel sentiero assolato.

VII

Trentadue giorni dopo essere entrato a far parte della trib, Slade
si trovava sdraiato in cima a un colle che dominava la palude. Vede-
va le caverne a pi d'un miglio di distanza. Era una giornata stupen-
da. Dopo la pioggia del mattino, il cielo era tornato del pi bell'az-
zurro che si potesse immaginare. Davanti a lui, l'erbe verdissime
eran tutte uno sfavillio di piccole gocce di pioggia iridescenti, rimaste
rapprese tra gli steli, le foglie, i rami.
Tutto intorno a lui il mondo era radiosa bellezza. Ci non toglie-
va, purtroppo, che Slade si sentisse inquieto.
"Sono smanioso di attivit" fu la sua diagnosi. "Non sono ancora
guarito dal nevrotico desiderio di far qualcosa" si analizz.
E confessava con riluttanza a se stesso che l'aveva preso l'impulso
urgente di andare a recuperare, per esaminarla, la strana macchinetta
di metallo nella quale era inciampato la notte che sul terreno attiguo
alla sua fattoria aveva intravisto Leear appiattata nel buio d'una vec-
chia nave destinata a navigar gli spazi.

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Immobile tra l'erbe, Slade riandava con la mente gli avvenimenti
del mese test scaduto. Era stato ricco di esperienze emozionanti.
Inutile il negarlo. Il mondo del rilassamento era, in realt, un uni-
verso dove c'era sempre qualcosa di nuovo da scoprire. Avevan co-
minciato dai muscoli. Alle lezioni teoriche avevan fatto seguito gli
esercizi pratici. Forse, non si potevan definire esercizi, quelli che
aveva compiuto. Slade continuava a chiamarli cos in attesa di trovar
per loro una espressione pi esatta. Esercizio, infatti, richiama alla
mente l'idea di una attivit: rilassarsi invece era proprio il contrario.
Non era movimento; ma immobilit. Si era trattato per Slade di ap-
prendere a inspirare ed espirare lentissimamente senza avvertire il
minimo senso di fatica. Sdraiato su un certo numero di cuscini di-
sposti ad arte, aveva dovuto concentrar la mente su determinati mu-
scoli, trasmettendo loro incessantemente lo stesso messaggio: "Rilas-
satevi. Lasciatevi andare".
Per gradi, e gli erano occorse alcune settimane per farlo, Slade
aveva imparato anche la filosofia che faceva da base al concetto del
rilassamento. Importantissimi, l'assumere la posizione giusta e respi-
rare adeguatamente. L'inesattezza di uno di questi due elementi ba-
stava a causare tensione, suscettibile di indurre perturbazioni esten-
sibili a tutto il resto del corpo. In stato di tensione, aveva appreso
Slade, non si poteva ascoltare o veder bene. Non si resisteva alla fa-
tica. Ci si sentiva stanchi e si poteva sentire la necessit di darsi agli
stupefacenti. Oltre a favorire la produzione da parte del rene di un
fluido che entrato in circolo provocava l'aumento della pressione ar-
teriosa, lo stato di tensione alterava anche la composizione chimica
dei succhi gastrici. Soprattutto metteva a malpartito l'intero sistema
nervoso, ingenerando melanconia, atteggiamento negativo nei con-
fronti della vita. Ma liberarsi dalla tensione era soltanto il primo
passo sulla via che conduceva al dominio su tutto il nostro corpo.
Il secondo era quello che conduceva a normalizzazione del si-
stema nervoso. I nervi, infatti, isolati, a gruppi, potevan prendere la
brutta abitudine di convogliar messaggi al cervello seguendo itinerari
indiretti. Quando glielo dissero, Slade, quasi, stentava a credere che

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oltre il novantacinque per cento dei suoi nervi soffrivano di questa
imperfezione. Si erano abituati da tempo immemorabile a giravolte
inutili. Ci non toglieva, comunque, che fosse necessario rieducarli
se si volevan evitare le immancabili conseguenze: salute precaria,
senescenza precoce, stato mentale confuso.
Per insegnargli a costringere al percorso esatto l'enorme quantit
d'energia nervosa mal spesa, lo incoraggiarono a concentrare la
mente su determinati itinerari nervosi "chiave". A tale operazione, ci
si doveva esercitare, allenare. Una faccenda molto simile a quanto
era avvenuto per il rilassamento muscolare. Anche l, non era bastato
scegliersi un comodo posticino per sdraiarvisi oziosi, in attesa che il
rilassamento si manifestasse spontaneamente. Slade aveva dovuto
assoggettarsi a gesti ed atteggiamenti mentali ben definiti. Una cosa
era certa: rieducati al rilassamento, i muscoli conservavano quasi
perennemente quello stato. E i nervi ai quali si imponeva con co-
stanza di seguire un determinato percorso, finivano per obbedire:
bastava che il soggetto rievocasse davanti agli occhi della mente il
percorso voluto.
Acquisito il controllo sui propri nervi, si poteva aspirare alla terza
fase: quella che consentiva dominio sulle molecole. Slade aveva
chiesto, naturalmente, qualche accenno anticipatore a Danbar, ma
s'era sentito rispondere: Vedrai. Proverai tu stesso.
Mentre comodamente abbandonato tra l'erbe del colle rievocava
le sue pi recenti esperienze, Slade si convinse di saperne abbastan-
za, in tema di rilassamento muscolare, per poter far senza, almeno
per un certo periodo, del suo istruttore. Perch non andare allora a
ricercare quella famosa macchinetta rimasta semisepolta nei pressi
del luogo in cui, sul piano terrestre, esisteva ancora la sua fattoria?
Sentir che cosa ne pensano Danbar e Malenkens decise Slade.
E si lev dall'erba.
Parl dei suoi proponimenti a Danbar, quella sera dopo gli eser-
cizi. Il "maestro" apparve molto scosso. Chiese aiuto a Malenkens
con una occhiata e fu l'altro a rispondere a Slade.
Aveva ragione Leear disse infatti Malenkens. Sapeva che ti sa-

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resti mostrato irrequieto. Ci mi costringe a esser molto franco con
te, per cui ti ricorder che sei qui soltanto perch Leear si propone
di servirsi di te nella sua guerra contro la Citt. Noi non facciamo
parte del suo stato maggiore di rivolta come potresti credere; ci limi-
tiamo ad esercitare su Leear certe restrizioni. Vorrai sapere a che
cosa alludo e sono pronto ad accontentarti.
Leear, come dicevo, vuole che tu l'aiuti a Naze e noi non siamo
in grado, n vogliamo farlo, di impedirglielo. Sappiamo solo che ci si
propone di liberare il popolo di Naze uccidendo Geean. A sentir
Leear soltanto tu puoi farlo. Come? Non so.
Noi abbiamo fatto del nostro meglio per rimandare l'esecuzione
dei suoi piani sino al momento in cui avrai appreso almeno i primi
rudimenti dei nostro meraviglioso sistema. Cos stando le cose con-
cluse Malenkens il meno che tu possa fare evitare di disperdere
energie trastullandoti con faccenduole di nessun conto.
Slade rimase letteralmente allibito. Pi meditava sulle parole di
Malenkens e pi si sentiva dolorosamente sorpreso. Quasi non cre-
deva a se stesso: poco pi d'un mese di vita pastorale era bastato a
fargli dimenticare tutto quanto si nascondeva di orrendamente po-
tenziale dietro i nomi di Leear e di Naze.
Ora per gliel'avevan detto senza tanti riguardi. Chiaro e tondo
gliel'avevan detto. In Terra, ricordava Slade, gli amici s'eran spesso
meravigliati della sua straordinaria facolt nel definire con paragoni
brutali, offensivi, addirittura, determinate situazioni. Anche in questa
occasione, Slade non venne meno alla sua abitudine: "In sostanza" si
disse "Leear mi tratta come un porco che s'ingrassa prima di con-
durlo al macello".
E la notte dorm male, agitato. Si svegli mille volte in preda a
collera furibonda. A giorno fatto, tuttavia, aveva preso una decisione.
Danbar e Malenkens, a sentir loro, erano unicamente riusciti a
persuadere Leear a non spingerlo intempestivamente nei guai. Gra-
zie tanto! Ma lui, Slade, doveva forse qualcosa a Leear? Tutt'al pi
un cazzotto sul muso, per la morte orrenda che aveva fatto incontra-
re a Caldra ed Amor.

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Se Leear credeva di potersi valere di Slade a suo piacimento,
senza neanche prendersi il disturbo di informarlo per tempo, Slade
avrebbe risposto valendosi d'ogni mezzo a sua disposizione per
mandare all'aria i suoi propositi.
Presa questa decisione, Slade si sent soddisfatto. Purtroppo la
sensazione di sollievo non dur oltre la mattinata: Slade si convinse
che non sarebbe stato facile sottrarsi alle macchinazioni di quella
donna. Si trovava in condizioni d'inferiorit, digiuno com'era dei si-
stemi cui avrebbero potuto far ricorso individui a giorno d'ogni se-
greto del sistema nervoso umano. In sostanza, Slade si sarebbe tro-
vato a lottare con una fazione che oltre a disporre d'una nave per la
navigazione nello spazio disponeva d'una quantit enorme di aggeggi
e strumenti stranissimi, dei quali almeno uno aveva facolt di' trasfe-
rire dall'uno all'altro piano dell'esistenza gli oggetti.
Rimuginando razionalmente sulla sua situazione, Slade fin per
trovare una certa calma. In ultima analisi, non doveva far altro che
impedire a Leear di scaraventarlo nuovamente in piena citt di Naze.
Per farlo, era inutile gingillarsi coi risentimenti, sensazioni emotive
che avrebbero finito per metterlo in condizioni di svantaggio.
Terminata la frugale colazione, Slade usc dalla caverna. And a
sedere accanto a Malenkens e gli disse:
Non credi che abbia diritto di sapere che cosa c' in effetti, die-
tro la guerra tra la Nave e la Citt?
Capisco mormor l'interpellato che hai riflettuto tutta la notte
sulle mie parole di ieri. Non che mi spiaccia di averti fatto quei di-
scorsi prosegu Malenkens notando che Slade non confermava n
respingeva la sua deduzione. Purtroppo, per, non posso proprio
dirti di pi. Leear che pu metterti al corrente della situazione.
Noi le abbiamo promesso di non rivelarti niente.
Dimmi almeno chi questa Leear! impose inviperito Slade.
Leear una Cintura d'Argento.
Una che cosa?!
Vedi rispose pacato Malenkens spiegandotelo finirei per dan-
neggiare i piani di Leear da un punto di vista psicologico. Abbi pa-

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zienza. E accontentati di sapere che se uscirai vivo dal tentativo di
distruggere Naze, l'universo sar interamente tuo: se lo vorrai...
A quelle parole, un vaticinio addirittura, sulle labbra di Malen-
kens, Slade prov un senso di momentaneo appagamento. Per la
prima volta il pensiero della grande avventura che gli aveva riserbato
il destino, gli diede enorme soddisfazione.
Tanta gioia, tuttavia, doveva essere di breve durata. Era facile
immaginare che se la posta in gioco era cos grandiosa, altrettanto
enormi sarebbero stati i sacrifici, i pericoli cui Slade avrebbe dovuto
andare incontro. C'era di che sentirsene rabbrividire. A costo di ve-
nire ai ferri corti con quella gente, il poveretto decise di assumere
una posizione ben definita in tutta la faccenda.
Con franchezza assoluta, espose per intero quel che ne pensava.
Si sarebbe rifiutato di collaborare con Leear prima di essere effetti-
vamente "pronto". Era ridicolo che quella donna tentasse di cacciarlo
nei guai, di null'altro munito se non della raccomandazione di ca-
varsela meglio che poteva. Avrebbe ignorato i propositi di Leear, se
prima non gli fossero stati spiegati con abbondanza di particolari.
Prima di abbracciare una causa, Slade voleva sapere. E trovarsi in
condizioni di fare una libera scelta.
Tutto quel che ti posso dire gli rispose Malenkens con voce
stranamente scossa che dovrai uccidere un uomo. So che non hai
mai ucciso fino ad ora, e dopo averti attentamente studiato durante
questo periodo sono d'accordo con Leear che ritiene di poterti in-
durre al delitto soltanto dopo averti sottoposto a condizioni psicolo-
giche d'intensa emotivit indotta da paura.
Grazie tanto disse Slade. Non mi passa nemmeno per l'anti-
camera del cervello. Io non uccider mai!
Cadde il silenzio. Slade temeva che i suoi rapporti con la trib
sarebbero notevolmente inaspriti, dopo quel colloquio. Ma si con-
vinse, in ultima analisi, che la discussione con Malenkens non aveva
avuto il carattere di una rottura definitiva. Slade sarebbe rimasto in
seno alla trib per qualche tempo ancora. Quanto gli bastava per de-
cidere a ragion veduta del suo futuro. Allontanarsene in collera, su

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due piedi, sarebbe stato semplicemente puerile.
Torn a fare i suoi esercizi, come sempre.
E durante il suo secondo mese di soggiorno presso i cavernicoli si
accorse che il ritmo vitale dava segni allarmanti di acceleramento.
L'autoanalisi gli rivel che era divenuto pi sospettoso ed inquieto.
Continuamente avido di informarsi, di aver notizie, ascoltava ed os-
servava gli altri con cupida attenzione. E dormiva sempre con la pi-
stola sotto il cuscino.
Fu soltanto a capo del secondo mese che gli venne in mente di
servirsi in pubblico delle sue armi: i cavernicoli, forse, non ne ave-
vano mai vedute di eguali. E non le avevano mai sentite sparare. Far
centro su di un obiettivo qualunque al cospetto di quella gente, cre-
deva Slade, gli avrebbe conferito una certa posizione di superiorit.
Esitava soltanto perch era restio a sciupare anche una sola cartuc-
cia. Poteva tornargli utile anche una sola pallottola, persuaso com'era
che Leear non sarebbe riuscita a trascinarlo contro voglia a Naze se
non facendo ricorso ai fortissimi maschi della trib.
In quel periodo, comunque, Slade ebbe modo di fare scoperte
assai esilaranti. Quando aveva chiesto a Malenkens se su quel piano
dell'esistenza non vivevano gli animali s'era sentito rispondere:
Le bestie ci sono. Le vedrai solo quando esse si degneranno di
scoprire la natura della reazione che debbono provocare in te per-
ch tu le possa vedere.
Slade giudic quelle parole senza senso, in un primo tempo.
Cominci a comprenderle meglio di l a quattro settimane. Quando
gli animali del luogo si degnarono di notarlo... Cos, Slade ebbe im-
provvisa e fugace visione d'un animaletto che gli pass davanti trop-
po velocemente per permettergli di distinguerne precisamente l'a-
spetto. Un quadrupede pezzato, scarno, molto simile al cane si mo-
str a Slade quanto bast perch l'uomo venuto dalla Terra notasse
con quanto sdegno la bestia lo guardasse dall'alto in basso. Poi gli si
par davanti, all'improvviso, una specie di cavallo che dopo averlo
contemplato un po' con aria dubitativa, si allontan nitrendo di
scherno. Da ultimo gli si manifest una bestia davvero spaventosa.

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Mentre passeggiava, ozioso, in fondo a una valletta poco discosta
da quella abitata dalla sua trib, Slade un giorno si volt casualmente
pe guardarsi alle spalle. Lo seguiva a poco pi d'una decina di metri
di distanza un animale enorme che sembrava met orso e met gat-
to. Saltellava agile come i felini ed aveva mantello di color bruno gri-
giastro.
Era un animale identico a quello che gli aveva posato una zampa
sul petto la notte in cui erano state uccise Caldra ed Amor.
In preda ad una agitazione molto simile alla paura, Slade fu lesto
a cavar la pistola. La bestia spalanc le fauci in un ghigno feroce che
ne rivel le candide zanne, mostr gli artigli, e fatta una piroetta su se
stessa si tuff nel folto di una macchia vicina.
Quella sera, Slade apprese che quelle bestie si chiamavano "nit".
Danbar, che gli aveva insegnato il vocabolo, non fece il minimo
commento quando Slade gli raccont l'episodio di cui una di quelle
bestie era stata protagonista a Naze. Poco dopo, Slade sorprendeva
Danbar in intimo colloquio con Malenkens. I due smisero imme-
diatamente di parlare al suo avvicinarsi, dalla qual cosa Slade dedus-
se che stava facendo le spese della conversazione.
Sapersi oggetto di discussione lo rese inquieto. Il fatto, in un certo
senso, sottolineava la precariet della sua situazione. Slade decise di
tirar fuori le pistole per dare finalmente una dimostrazione di forza.
Da tempo era indeciso sulla maniera migliore di farlo. Finch glie
ne offersero l'occasione gli uccelli. Da due mesi si vedeva sfrecciar
davanti quei pennuti grigi, maculati, che davano vita alle verzure che
circondavan la gora. Eran bestiole molto accorte, per, e avvicinarle
quanto bastava per osservarle bene, voleva dire sobbarcarsi a lunghe
manovre di astuzia, spesso inutili perch all'ultimo momento gli uc-
celli finivano per spiccare il volo, scomparendo in un batter d'occhio.
L'avevano tanto indispettito, che il desiderio di stringere uno di que-
gli uccelli tra le mani era diventata una mania addirittura, per Slade.
Quel giorno, comunque, decise di tentare di abbattere uno di
quei volatili a revolverate, dall'alto del sentiero che costeggiava il col-
le. Riuscendo nel suo intento avrebbe preso i classici due piccioni

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con la proverbiale fava.
Seduto davanti alla sua caverna, Slade spi attentamente la vege-
tazione sottostante tenendosi in grembo, bene in vista, le sue pistole.
Dieci minuti dopo si accorse che tutti lo osservavano di nascosto. E
di l a qualche istante gli venne a seder vicino Danbar.
Credi davvero che riuscirai a far qualcosa con quelle armi, sul
nostro piano d'esistenza? gli domand il maestro.
Ne dubiti?! s'indign Slade.
Di l a qualche istante, tuttavia, la incredulit dell'altro gli si era in-
gigantita in cuore a tal segno che all'avvicinarsi di un folto volo di
uccelli impugn una rivoltella e presa la mira con molto impegno
annunci:
Bada. Far un colpo tremendo! E tir il grilletto.
Click!
Cilecca. Slade si sent umiliato come se gli avessero strappato le
vesti di dosso in pubblico. Sul sentiero inondato di sole continuava a
diffondersi piacevolissimo tepore... Ma da due mesi, ormai, s'era
fatto coraggio col pensiero delle sue due pistole! Era stato soltanto
accarezzandone l'acciaio freddo, brunito, che s'era confortato dal ti-
more di vedersi sopraffatto da una dozzina di cavernicoli decisi a
consegnarlo a Leear, le mani e i piedi legati.
Infranto quel punto d'appoggio spirituale, Slade conobbe mo-
menti di cupa depressione. Dopo qualche istante di immobilit
espulse un proiettile dal tamburo per toglierne la polvere. La rac-
colse in un mucchietto sul sentiero e le avvicin la fiamma d'un tiz-
zone che and a procurarsi a un fuoco vicino. La vide incendiarsi e
bruciare a fatica: come brucia un grosso pezzo di cartone spesso.
Danbar che gli era venuto vicino comment:
Per farla funzionare qui, bisognerebbe cambiarle un poco la
combinazione chimica.
Troppo ci sarebbe voluto! Venutagli a mancare l'unica protezione
di cui s'era creduto forte, Slade entr nella caverna e si cacci in ta-
sca tutto quanto gli apparteneva. Pistole comprese. Quando usc
Danbar gli si mise al fianco.

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Te ne vai, Slade?
Dov' Malenkens? domand l'interpellato.
Partito
Che? si stup Slade. Per dove?
Malenkens spieg Danbar allora non uno dei nostri. Si de-
gna di venirci a trovare ogni tanto, ma... una Cintura d'Argento.
Dopo qualche istante di riflessione, Slade comprese quanto era
successo.
L'avevano consegnato ad uno degli alti papaveri della gerarchia di
cui faceva parte anche Leear. Possibile che non si fosse accorto pri-
ma quanto pi spiccata delle altre fosse la personalit di Malenkens?
Qualunque cosa accada diceva Danbar frattanto non serbarci
rancore. Ancora lungi dall'esser perfetti, i miei compagni, qui, alle
caverne, hanno raggiunto soltanto la fase di controllo molecolare del
corpo.
Non abbiamo voce in capitolo tra la guerra scatenatasi tra la Na-
ve e la Citt. Sappiamo soltanto che non giungeremo mai allo stadio
finale, alla fase del controllo completo del nostro corpo sino a che
esister la citt di Naze.
Naze un fattore negativo per il nostro sviluppo: ricordare,
pensare i miseri che Geean tiene schiavi a migliaia dietro la sua dia-
bolica barriera vuol dire schiacciare il nostro spirito d'ignominia,
vuol dire impedirci di realizzare appieno tutte le nostre possibilit.
Indirettamente, dunque, anche noi delle caverne siamo alla merc di
Geean.
Buona fortuna, amico! concluse Danbar.
Un'ora dopo il colle dei cavernicoli era gi cos lontano che Slade,
voltandosi, non lo intravide nemmeno.

VIII

Col passar del tempo il paesaggio intorno a Slade si fece sempre


pi selvaggio. Animali non se ne vedevano, ma si sentivan cinguettar

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gli uccelli tra la verzura. Diversi, almeno genericamente, da quelli
che aveva osservato presso le caverne, erano anche pi stolidi. Du-
rante la marcia, Slade ne scavalc addirittura un paio senza che le
bestiole notassero la sua presenza. Verso il tramonto uccise due
pennuti simili al piccione con un robusto ramo raccolto per via. Non
aveva mai stretto in pugno un animale dotato di tre occhi, prima
d'allora...
Li arrost allo spiedo al calar della notte. Sulle fiamme del foche-
rello che scoppiettavano con accento di sfida nelle tenebre subito
addensatesi.
A stomaco pieno, Slade cerc di spiegarsi gli esseri a due e tre
occhi nonch i mondi da loro abitati. L'origine, ereditaria, doveva
essere comune. Impossible che si fossero presentati nella realt due
specie distinte di umani. Chiss quando, nella notte dei tempi, molte
creature venute alla luce nel mondo dei due occhi se n'eran visto
spuntare un terzo ed eran scivolati istintivamente nell'altro universo
loro destinato.
Per spiegarsi la faccenda bisognava andare alle radici del concetto
di realt, cos come era gi stato fatto per la luce e per i sensi. Ci
che non esiste per la mente, non neppure per i sensi. Cos ignora-
to, l'oggetto non era in grado neppure di manifestarsi al corpo nel
suo insieme.
Nulla di nuovo, sin qui. Ma impostare il quesito con la celebre
frase: "Continua a dormire sotto la stufa, il gatto, quando io non ci
sono?" voleva dire non tener conto di ci che per la mente umana
era "senso di certezza". Voleva dire dimenticare, in sostanza, l'esi-
stenza di una assoluta convinzione, secondo cui il gatto continua ad
esserci anche se non c' nessuno che lo sta a guardare. Tanto vero,
per dirne una, che i ciechi derivano certezza semplicemente dal tatto
e dall'udito.
L'elemento pi importante dunque era la mente.
Durante la notte, Slade si dest molto spesso. Ed ogni volta ri-
cord con angoscia le sue pallottole che non volevano esplodere.
Quel pensiero torn a presentarglisi molto spesso durante i giorni

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seguenti. Poco manc che non lo costringesse a mutare radicalmente
i suoi piani.
Aveva infatti deciso di andare a prendersi quella famosa cassettina
di metallo, rimasta semisepolta accanto alla nave degli spazi. Poi si
sarebbe spostato decisamente a sud cos da allontanarsi sempre pi
dalla regione in cui si trovavano Leear e Naze. Soluzione tutt'altro
che eroica, ammise Slade. Ma fu pronto a giustificarsi.
"In sostanza" si disse "mi trovo coinvolto nella pi fantastica av-
ventura che mente umana abbia concepito. Logico prendere ogni
precauzione".
D'accordo. Altri si sarebbero buttati in quella guerra a capofitto.
Gente di quella fatta, a quest'ora sarebbe gi stata in cammino per
Naze, pronta a sfidare Geean nel cuore del suo grattacielo turrito.
Sdraiato per terra, avvolto dalle tenebre, Slade si sent tentennare.
No, decise poi. Inutile farsi stupide illusioni: gesti di folle coraggio
non eran fatti per lui. Doveva unicamente badare a non mettersi in
viaggio per il sud privo di quell'oggetto metallico. Quel "coso" poteva
anche risultare assolutamente inutile. Ma gli sarebbe servito un
giorno: sarebbe potuto diventare una prova, un documento, un re-
ferto. Senza contare che magari funzionava ancora. No. Non se lo
sarebbe lasciato alle spalle.
Le foreste eran quiete, lunghe le valli, sempre pi elevate le cime.
Davanti allo sguardo di Slade si apriva un immenso continente an-
cora vergine. Ma quel che lo colpiva al di l d'ogni altra cosa era no-
tare quanto gli riuscisse familiare la strada, il percorso. Soltanto la
profondit dei canyons era diversa da quella del piano terrestre a lui
ben noto. Qualche vetta, forse. Anche le marcite sconfinate, gli albe-
ri delle foreste e dei boschi. I prati, i cespugli... Ma l'aspetto genera-
le, del paesaggio era perfettamente eguale. E Slade aveva percorse
tante volte le cento miglia che dividevano casa sua dalla sua tenuta in
campagna che non smarr mai la strada, con sua enorme soddisfa-
zione.
Dopo dieci giorni di marcia, Slade giungeva finalmente nella zona
collinosa dove, sul piano terrestre, c'era la sua tenuta agricola. Si av-

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vicin con mille precauzioni al punto in cui aveva veduto la nave de-
gli spazi, approfittando di ogni nascondiglio offertogli dal terreno.
Aveva veduto che la nave non c'era, sin da lontano: ma non rinunci
egualmente ad ogni precauzione.
Trov la macchina che era venuto a cercare, dieci minuti dopo
aver raggiunta la zona. Per estirparla dal suolo si serv d'un robusto
bastone trovato per via. Dovette sudare venti minuti per disseppel-
lirla, tanto profondamente era insabbiata.
Slade ne vide finalmente per intero l'aspetto. Non era altro che
una scatola munita d'una specie di ruota. Pur essendo piuttosto vo-
luminosa era di una leggerezza sconcertante. Soltanto il litio o il
magnesio puro potevano giustificarla.
L'apparecchio non doveva pesare pi di una quindicina di chilo-
grammi, valut Slade. Sfavillava al sole dimostrando di non aver mi-
nimamente sofferto per la lunga esposizione agli elementi. Slade de-
cise di studiarla attentamente altrove.
Se la port in ispalla tutto il giorno, cambiandola spesso di posi-
zione. Giunto in riva ad un ruscello verso il tramonto, stanchissimo,
Slade decise di accamparvisi quantunque la localit gli sembrasse un
po' troppo esposta. Distava qualche miglio dalla foresta pi vicina.
Divorata in fretta la cena, si avvicin alla macchina in preda a vi-
vissima curiosit. Le sorgenti d'energia conosciute a Naze, gli aveva
detto un giorno Malenkens, eran di ordine atomico o magnetico.
"Naturalmente" aveva aggiunto la 'Cintura d'Argento' "dovrete aspet-
tarvi di vederle agire diversamente da quel che immaginate, su que-
sto piano dell'esistenza."
E dopo quanto era successo alle sue pistole, Slade non stentava
minimamente a crederlo. Senza riuscire a spiegarsene la ragione, si
augur che la macchina strana si movesse in virt di forza magnetica.
E cominci a studiarla attentamente.
Era la ruota che gli riusciva difficile da capire. Una sola, ma
enorme in proporzione alla "cassetta" in mezzo alla quale spariva
"l''albero". Di forma cubica, la cassetta doveva avere capacit pari a
trenta centimetri cubi circa. La ruota invece misurava poco pi di

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settanta centimetri di diametro. E spuntava dalla cassetta dilatandosi
come una grossa foglia verso l'alto, fino ad assumere una forma che
ricordava la cornucopia. Era cos capace da poterla paragonare ad
una minuscola betoniera.
M-m-mah! brontol Slade.
Il suo errore, forse, consisteva proprio in quel suo ostinarsi a
pensare alla cornucopia "come a una ruota", anche se la vedeva gira-
re velocemente sul suo mozzo.
Eppure... Cos'altro poteva essere?
Slade le inferse un colpo e la cornucopia gir su se stessa. Si fer-
m dolcemente e non accadde altro.
Rivolt l'oggetto da tutte le parti, in cerca di un ingranaggio, di un
dispositivo di comando qualsiasi. L'aveva gi cercato ma ripet l'o-
perazione con maggior accuratezza. Niente.
Questa volta, per, not tre punti lucidissimi, che spiccavano
splendenti su uno dei fianchi della "macchina". Avevano tutto l'a-
spetto di tre tacche ottenute scavando una sostanza dura. Passandovi
sopra i polpastrelli non sent la minima depressione, il minimo in-
cavo.
Ce n'era d'avanzo per stupire. Slade guard a lungo, intento. Fiss
lo sguardo nel luccicore di quei tre punti. Che cos'era quello sfavil-
lio? Quel luccicore?
Sent qualcosa attanagliargli lo sguardo e balz indietro lasciando
cadere l'apparecchio.
Non piomb al suolo. La macchina rimase sospesa nello spazio
davanti a lui, a meno di trenta centimetri di distanza. Con la ruota in
posizione verticale e i tre punti luminosi che sfavillavano come tre
carboni accesi e gli abbagliavano lo sguardo.
Chiuse gli occhi e sbatt pi volte le palpebre: i tre punti gli ber-
sagliavano gli occhi di luce anche a palpebre abbassate. Ormai preda
del panico, Slade spinse lontano da s la macchina.
La vide scivolar nello spazio per una trentina di metri. Si ferm
che non aveva mai cessato di bombardargli gli occhi di luce. Era
come se i tre punti luminosi li avesse ancora davanti al viso; come se

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la distanza non esistesse neppure.
Allora Slade le corse appresso deciso a capovolgerla. Doveva far-
lo se non voleva che i tre punti di luce finissero per accecarlo. Rag-
giunta la macchina l'afferr con mani tremanti e la fece rotare su se
stessa.
Si rovesci senza fare resistenza alcuna. E venuto a mancare il
contatto luminoso tra macchina ed uomo atterrito, lo strumento si
pos dolcemente al suolo, rimbalzandovi pi volte, leggero, come un
pallone. Slade lo prese e lo nascose nel folto d'un cespuglio che sor-
geva sulla riva del ruscello. Poi si ritir, tremando, lungo la riva er-
bosa. Gli ci volle un po' di tempo, tanto l'aveva scosso la strana espe-
rienza, per capire che, in ultima analisi, non gli era accaduto nulla di
male. Ci vedeva benissimo infatti. Si sentiva addirittura gli occhi ri-
posati, freschi, per nulla offesi o affaticati.
Dorm tranquillo tutta la notte. Senza sogni. Si dest che il sole
spuntava all'orizzonte. Colse qualche frutto dagli alberi vicini e stava
ancora mangiandone quando qualcosa gli sibil accanto.
Evit con un balzo di poche spanne l'oggetto venuto che vide ca-
dere nel punto m cui s'era trovato lui sino a pochi istanti prima.

IX

Si guard alle spalle e vide un laccio. Una specie di nodo scorsoio


di fune metallica, animata meccanicamente. Slade lo vide agitarsi e
stringersi. I due capi del cappio sparivano all'interno d'una minusco-
la scatoletta.
Non pot chinarsi ad esaminarla meglio, perch avvert di nuovo
un sibilo sferzante. Salt di lato, appena in tempo per sfuggire al se-
condo laccio che gli sfior una spalla. Rimbalz dall'omero come un
oggetto di gomma e si abbatt su di un tronco poco lontano.
Che cosa diav...? imprec Slade. E corse a tuffarsi nel folto
d'una macchia vicina. La raggiunse che due altri nodi scorsoi eran
piombati al suolo, serrandovisi. Spi l'orizzonte e vide di dove gli

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davan la caccia con quei lassos.
Glieli stavan lanciando da bordo (in un certo senso) di certi ag-
geggi in grado di sostenersi nel vuoto e di volare. A quella distanza
non vedeva chiaramente. C'erano delle gambe, ma non gli riusciva di
discernere un paio d'ali, un'elica... Qualcosa sfavillava al sole. Rosso
scarlatto, argento, verde... Soltanto allora Slade vide braccia umane
aggrappate a un oggetto sospeso sopra di loro.
Erano quegli strani oggetti, dunque, che volavano. Gli uomini vi
stavano semplicemente attaccati.
E ad intervalli pi o meno regolari, lanciavano un nodo scorsoio
in direzione di Slade, il quale, data la distanza notevole, non riusciva
a cogliere tempestivamente il movimento.
C'era da rabbrividire per il terrore. Che cosa significava quella
"storia"? Mentre ristava, angosciato, Slade ramment allora la lettera
che gli aveva scritto a suo tempo Leear: " ...Geean e i cacciatori di
Naze".
Quelli eran dunque i "cacciatori"! E come volavan alti!
Almeno un migliaio di metri, valut Slade. Tremando pens che,
anche riuscendo a farle funzionare, le sue pistole a quella distanza
non gli sarebbero servite a niente. Smarrito, braccato, si guard in-
torno in cerca di scampo. S... I boschi gli eran lontani di parecchie
miglia. Doveva accontentarsi di cespugli che aveva vicini, delle mac-
chie. Se riusciva a non perder la testa, sarebbe forse riuscito a cavar-
sela.
Mentre cos rifletteva sulla triste situazione in cui si trovava, si vi-
de cader vicini cinque nodi scorsoi. Si avvent per impossessarsene,
pensando di impoverire cos le scorte dei cacciatori, che non pote-
vano disporne di molti, tanto vero che recuperavano i lacci lanciati.
Tuffatosi di bel nuovo nel folto d'una macchia spi il cielo per
valutare le forze nemiche... Uno, due... sette cacciatori!
"Per cavarmela" si disse la 'preda' "debbo 'tirare' sino al tramonto".
Ma quando osserv la posizione del sole si sent cascar le braccia:
sembrava non essersi nemmeno spostato. La caccia durava soltanto
da pochi secondi.

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E la notte era lontana. Remota.
Facendo appello a tutte le sue forze riusc a spegnere un poco la
febbre che lo agitava. Gli si plac il tremito delle membra alla subita
decisione di tentar la fuga. Con un po' d'audacia se la sarebbe cavata
certamente, avrebbe raggiunto la foresta che vedeva lontana davanti a
s...
Ma quando tent di spostarsi correndo verso un'altra macchia,
dal cielo gli piovve un laccio sulle spalle. Scivol un poco in basso,
gli strinse le braccia con forza incredibile.
Tent di dar di piglio al coltellaccio che gli pendeva al fianco, ma
aveva le mani troppo strette al tronco.
Si divincol, ma, inciampato in una pietra, cadde riverso in un
cespuglio rotolando pi volte sul terreno.
Il laccio, praticamente, era una molla d'acciaio. Tagliava le carni
cos profondamente che Slade emise un urlo di dolore. Non c'era
modo di allentare un poco la stretta? Soltanto un pochino...!
Si agit disperato nel tentativo di infilare un dito tra corpo e nodo
scorsoio. Invano. E mentre cos tentava di liberarsi not qualcosa
che gli veniva vicino dal cielo. Non riconobbe che cosa fosse perch
lagrimava per il male. Un battito delle palpebre, e distinse finalmen-
te i cacciatori della Citt vestiti d'argento. Gli volavan in gruppo so-
pra il capo e scendevan su di lui da trenta metri di altezza.
Cess la lotta vana.
I cacciatori presero terra a cinque metri intorno alla preda. Slade
li guard stupefatto. Che ci fosse anche Geean tra loro? La cosa gli
sembr cos poco probabile che dimentic presto gli uomini per in-
teressarsi vivamente dei loro apparecchi di volo. Rimasti sospesi so-
pra i cacciatori, dopo qualche secondo Slade li vide scendere al
suolo dolcemente, rimbalzando come palle di gomma. Uno dei suoi
catturatori aveva un "velivolo" di scorta.
Gli strumenti di quella gente sembravano una estrusione d'aspetto
vetroso, ruvida e di color rossiccio. Misuravano cinque centimetri di
spessore ed eran poco pi lunghi d'un metro. Ne pendevano nume-
rose maniglie.

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E non si vedeva altro. Nulla che ricordasse una macchina, una
sorgente qualsiasi d'energia. Slade sent spegnerglisi ogni curiosit
quando, fatto il gesto istintivo di prendere in mano uno di quegli
strani aggeggi, gli torn vivissimo il senso di dolore causatogli dal lac-
cio che lo stringeva in vita. Alz allora gli occhi sugli uomini.
Volti dall'espressione intenta, diafani, dissoluti, che si curvarono
sogghignando sopra di lui. Uno disse qualcosa ai compagni e tutti
scoppiarono a ridere divertiti. Ma tornarono poi a sembrare intenti e
Slade non riusc a capire che cosa si eran detti.
Gli tolsero le pistole e quant'altro aveva nelle tasche. Osservarono
tutto molto attentamente, prima di raccogliere il bottino in una bi-
saccia che s'eran portata. Mentre era in corso la perquisizione, uno
dei cacciatori armeggi un poco con il laccio che si spalanc. Lo
tolse a Slade, passandoglielo sopra il capo.
Non aveva tempo da perdere quella strana genia. Slade si stava
massaggiando ancora le membra intorpidite, quando uno dei suoi
nemici lo costrinse ad infilare il polso nella maniglia del velivolo di
riserva, indicandogli nel contempo un compagno che stava decol-
lando.
Fai come lui ordin breve.
Un cacciatore dal costume di argento agit ritmicamente la sua
sbarra simile a vetro davanti a s e balz leggermente in aria.
Si vide la sbarra animarsi. Prender vita, quasi, fremere come una
freccia pronta ad esser scoccata dall'arco, e scivolar nell'aria col "pi-
lota" aggrappato ad una maniglia. Accanto a Slade rison laconico
l'ordine:
Avanti. Tocca a te.
Temette di sentirsi piombare l'apparecchio sul cranio. Ignaro del
paradosso, temette nel contempo di sentirsi spiccar le braccia dal
busto non appena quello strano "affare" avesse preso il volo.
Niente di tutto ci. L'arnese non piomb al suolo. Slade non si
senti "strappare", sollevare dal suolo. Avvert invece un senso di leg-
gerezza fisica in tutto il corpo. Una specie di corrente benefica che
gli toglieva gravit. Non si sosteneva nello spazio in virt della forza

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di trazione dell'apparecchio, ma grazie al senso di "leggerezza". Si
senti una piuma adagiata sul vento.
Dura, metallica d'aspetto, la "macchina volante" si moveva davanti
a Slade che finalmente comprese di aver fatto conoscenza con una
specie di "agente di catalizzazione" capace di influire sul suo organi-
smo al punto da permettergli di sostenersi nel vuoto. La macchina,
infatti, non trasportava il suo passeggero. Questi ne pendeva, sem-
plicemente volando con essa, divenuto parte dell'apparecchio: a un
certo momento macchina ed uomo diventavano la stessa cosa, tanto
vero, ramment Slade pensando all'atterraggio dei cacciatori, che
gli uni non potevan fare a meno delle altre.
Chiss qual forza basilare aveva stabilito un legame indistruttibile
tra la macchina e il suo sistema nervoso si da fargli perdere comple-
tamente il peso. E Slade ramment, stupito, che in sostanza anche
quella macchina si comportava come quella munita di "cornucopia",
che l'aveva tanto spaventato. D'istinto si volt in direzione del luogo
in cui l'aveva nascosta tra l'erba. Se n'era ormai troppo allontanato.
Costatarlo gli diede un senso di tranquillit. Di curiosit, anche,
per quella strana gente che aveva scoperto strabilianti mezzi di sfrut-
tamento del sistema nervoso. In meccanica dovevano esser avanza-
tissimi. Anche gli altri cacciatori, frattanto, s'eran levati in volo e si
dirigevano verso di lui. Gli si affollarono intorno, tranquillamente
aggrappati ai loro ordigni. Ad un certo punto, not che direzione e
velocit del suo apparecchio eran la somma degli impulsi che i suoi
catturatori davano ai loro. Il suo velivolo volava in corrente simpatica
con gli altri.
Sorvolarono cos, bassi dal suolo, la pianura cosparsa di stagni e
piccoli corsi d'acqua. Attraversarono rapidamente lunghe vallate co-
perte da fitte boscaglie e Slade not che gli aviatori di Naze tende-
vano a mantenersi vicini a terra. Non volavano mai molto alti; trac-
ciavano ampi cerchi intorno agli alberi, s'infilavano tra un tronco e
l'altro senza mai tentare di sorvolarne le chiome fronzute. E si man-
tennero sempre alla larga dalle cime incappucciate di neve che svet-
tavano al cielo a fianco della rotta. Come i fiumi, anche i cacciatori

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volanti di Naze sceglievano la via di minor resistenza. E Slade si
spieg il fenomeno pensando che uomini e macchine sfruttassero
abilmente le correnti magnetiche della terra. Null'altro di quanto
Slade riusciva a vedere poteva spiegare la spontaneit di quel volo, il
"tipo" di quella trazione.
In men che non si dica, il gruppetto volante fu in vista d'una citt.
Era tutta uno sfavillio di grattacieli a forma di spirale. Misurava al-
meno quattro miglia in larghezza e sorgeva all'imbocco d'una valle
ampia.
Era la prima volta che Slade vedeva il panorama di Naze. La
guard incantato, con gli occhi lucenti. Non la vedeva per intero a
causa del basso volo. E poi la citt posava al centro d'una vasta con-
ca.
Torri, terrazzi brillavano accoglienti nella gloria del sole mattuti-
no. Bella, Naze, a volo d'uccello. Le case si stringevan dappresso al
grattacielo turrito di Geean. Una costruzione enorme, di metallo,
che, vero e proprio pilone, tuffava il vertice tra le nubi. Slade not
ch'era molto pi alto di quanto avesse supposto. Pi alto dei colli
che cingevan la citt. Il vertice del torrione d'acciaio argenteo sbavava
su tutta la citt una foschia, una nebbiolina violacea, luminescente,
che tutta l'avvolgeva. Cappa che abbracciava tutta Naze sino ai prati
che la cingevano oltre un miglio dai quartieri pi periferici.
Gli aviatori interruppero il volo davanti alla barriera. Fu la sosta
d'un attimo perch in cima alla torre remota si accese un lampo di
luce abbagliante e gli ordigni ruvidi e rossastri s'infilarono nella cor-
tina come pugnali tra le maglie d'un ordito.
Si sfioravano i tetti delle costruzioni pi basse, si volteggiava at-
torno alle spirali, perdendo costantemente quota. A sei metri d'al-
tezza dal suolo, uno dei cacciatori afferr la maniglia del "velivolo" di
Slade e gli ordin:
Gi!
Slade lo fiss sbalordito.
Salta! impose l'altro con subitanea ferocia.
Ai suoi piedi, Slade vide il selciato d'una strada. Lasci la presa

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dopo un attimo di esitazione. In tutto il suo corpo si ripercosse do-
lorosissima la improvvisa sensazione del peso. Piomb al suolo, ca-
prioleggiandovi pi d'una volta. Fu di nuovo in piedi che gli aviatori
scomparivano di l, da un grattacielo a forma di spirale.
Slade fu solo. Da un momento all'altro.

Deposizione innanzi ai giurati d'ufficio


del magistrato inquirente, di John Alden,
agricoltore in quel di Smailes.

Solito ad alzarmi alle 5 del mattino, l'alba del 19 ero uscito sull'aia
a sbrigare le mie faccende, come di consueto. E mi capit di far da te-
stimone a un episodio che reputo addirittura straordinario.
In mezzo alle stoppie del mio campo c'era una donna che cammi-
nava lentamente, seguita a breve distanza da un grosso animalaccio
che mi sembr un orso. Temendo che la poveretta non si fosse accorta
del terribile pericolo che la minacciava e sapendo che gli orsi possono
dimostrarsi ferocissimi, mi precipitai in casa per armarmi di fucile.
Rimasi in casa pochi istanti: un minuto al massimo. Troppo poco,
comunque, perch donna e bestiaccia avessero modo di allontanarsi
dal mio campo. Ma quando tornai sull'aia non c'era pi nessuno: donna
ed orso erano svaniti!
Quel giorno stesso, di primo pomeriggio, mi sembra, hanno rinve-
nuto il corpo sfracellato di Michael Slade a due miglia di distanza circa
dalla mia fattoria. Ricordo che il medico ne faceva risalire la morte a
mezz'ora prima del rinvenimento. Non credo, comunque, che quel po-
veretto sia stato ucciso dalla donna e dall'orso che avevo veduto verso
le sei del mattino.
Non avrei parlato della donna e dell'orso, se non per aiutare in
qualche modo le Autorit incaricate di far luce sulla misteriosa fine di
quel povero Slade.
Prima che me lo portasse in casa il medico, non avevo mai veduto
l'uomo dotato di tre occhi.
Ancora una cosa... Quando mi son fatto aiutare dalla polizia di
Smailes per cercare le orme della donna e dell'orso in mezzo al mio

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campo, si costatato che ogni traccia cessava bruscamente in mezzo
alle zolle, tra le stoppie.
E questa, non so proprio come spiegarmela.

Slade s'incammin pian piano, cercando di fare il punto della si-


tuazione in cui era venuto a trovarsi. I cacciatori di Geean gli aveva-
no tolto le pistole, ma s'eran dimenticati del coltello che gli pendeva
sempre al fianco. Col fazzoletto che gli gonfiava la tasca sinistra dei
pantaloni, era rimasta anche una scatoletta di "compresse" di morfina
che s'era portato per far fronte ad eventuale, improvviso, incidente
assai doloroso.
Guardandosi attorno, Slade not che i suoi catturatori non l'ave-
vano abbandonato in una strada deserta. Infatti si vide subito venire
incontro una vecchia che biascicando minacciosa gli chiese la solita
"goccia di sangue", pena la vita...
Allontanata la mendicante con uno spintone, Slade cominci a ri-
flettere sulle ragioni che potevan aver spinto i cacciatori a liberarlo. E
non tard a capire. "Costoro vogliono lasciarmi libero di agire. Si
aspettano che io compia qualche passo compromettente. Geean mi
crede consapevole dei piani che si tramano alle sue spalle, e spera
che io lo conduca, cosciente o no, alla tana dei congiurati".
C'era da scoppiar dal ridere soltanto a pensarlo. Geean non era
stupido; d'accordo. Ma aveva fatto i conti senza il famoso oste: Slade,
infatti, non sapeva niente, ben poco in ogni caso, dell'infernale com-
plotto di Leear.
Di questo, per, si sarebbe occupato a suo tempo. C'era qualcosa
di pi urgente da sbrigare, in quel momento. Ritrovare, prima che
cadesse la notte, l'abitazione in cui l'avevano ospitato, a suo tempo,
Caldra ed Amor. Non che Slade pensasse a quella casa come ad un
rifugio molto sicuro: a Naze, Geean avrebbe finito per scoprirlo
ovunque. Tanto valeva agire nel modo pi semplice.

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Giunse ai quartieri in cui s'annidava la quinta colonna di Naze
che il sole era gi alto all'orizzonte. Riconobbe allora, una dopo l'al-
tra, diverse vie e seppe d'esser vicino alla meta. Allung il passo per
raggiungerla al pi presto, ma lo ferm di colpo una giovane che con
voce lamentosa gli chiese:
Una goccia, signore! Una goccia soltanto del vostro sangue!
E Slade non si sarebbe neppur voltato se la mendicante non
avesse lanciato un piccolo grido di stupore. Ma dato cos ad inten-
dere di averlo riconosciuto, la donna reag rivolgendosi a Slade con
spavalderia:
Salve! esclam con scherno. Ben tornato, liberatore! Distrut-
tore della citt di Naze...!
Amor! grid, quasi, Slade. E pensando che forse Geean l'aveva
fatto seguire da qualcuno Presto! impose. Se vai subito a casa di
Caldra, dopo ti do un po' di sangue... Adesso, per, fingi che io t'ab-
bia offesa e dammi uno schiaffo.
Amor obbed con sconcertante prontezza. E appiopp a Slade un
ceffone che lo lasci l per un pezzo con un acuto zufolio alle orec-
chie. Soltanto allora, quando si accorse che la fanciulla non gli era
pi vicina, l'uomo si rese conto del grave significato di quell'incontro.
Amor, la "sua" Amor era tornata a mendicar sangue per le vie.
Sent la degradazione della donna come umiliazione sua. Av-
vamp di ira per Leear, colpevole, secondo lui, anche della caduta di
Amor.
Certo che la fanciulla non sarebbe andata all'appuntamento, Sla-
de stup nel trovarla sulla soglia dell'appartamento di Caldra. Amor
gli aperse la porta e cominci a ciarlare senza posa, nel pietoso ten-
tativo di mascherare la vergogna e l'imbarazzo. Aveva le guance rosse
e gli occhi accesi di luce selvaggia, quasi. Le tremavan le mani. Era il
ritratto vivente della nevrastenia.
La notte che Caldra era stata uccisa, Amor scamp alla strage
perch aveva chiesto ospitalit ad una amica.
Se fossi rimasta spieg non avrei potuto resistere. Avrei appro-
fittato del tuo sonno.

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L'accento febbrile di quelle parole ricord a Slade la sua pro-
messa. Lasci di scatto la sedia e and in camera da letto della ra-
gazza, dove non tard a trovare la tazza e la siringa.
Di quanta bassezza capace l'animo umano! mormor melan-
conicamente Slade.
E portata la siringa in cucina la mise a bollire in un pentolino, con
un po' d'acqua. Sterilizzato l'ago, lo infil abilmente in una vena del
braccio e tir il pistone sino a che la cavit trasparente dello stru-
mento non fu piena. Nel toccare il fondo della tazza, il suo sangue
sfrigol un istante. Non ci fu altra reazione. Pos il recipiente ac-
canto alla ragazza, con mano che non tremava.
Amor si pass la lingua sulle labbra. Ma non degn la coppa
d'uno sguardo. Spento il volto, irrigidito il corpo, guardava il pavi-
mento. Con voce incolore ruppe il silenzio per dire:
Perch sei tornato?
Buon segno, pens Slade, che la fanciulla si sforzasse di sfuggire
al pensiero della droga. Che non pensasse pi al sangue. Slade le
raccont per sommi capi tutto quanto. Termin che gli occhi della
fanciulla splendevano di nuova luce. Amor si rizz in piedi ed ecci-
tatissima comment:
Magnifico! Nel tuo ritorno a Naze c' il segno d'un fato superio-
re. D'una volont che ha tutto previsto. Anche Geean sarebbe cadu-
to in pieno nella trappola che gli avevan tesa! Domandi perch? Ma
non capisci che Geean si sente in una botte di ferro, al riparo della
sua cintura d'argento, ma non sta pi nella pelle dal desiderio di
scoprire in che modo pu servirsi di te Leear per annientarlo?
Geean, da quello spavaldo che , ha deciso di rischiare il tutto per
tutto con te, per creare un'esperienza che pensa di poter sfruttare in
futuro, in caso analogo...
Amor aveva parlato passeggiando animatissima per la stanza.
Torn di fronte a Slade per domandargli con voce irruente:
Perch non ci vai subito, da Geean? Soltanto cos potresti sor-
prenderlo, dato che lui pensa che tu ti moverai soltanto dopo aver
ricevuto le istruzioni da altri! Istruzioni che non ti mancheranno,

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immagino, al momento decisivo per, dato che Leear ha detto ripe-
tutamente che senza di te non si pu far niente.
Ma a mio avviso, ti conviene andar subito da Geean. Rimandare
non serve! Se non oggi, domani dovrai trovarti a faccia a faccia con
quell'uomo! O credi di poter fuggire da Naze senza l'aiuto di Leear?
Prima di aver fatto quel che Leear vuole che tu faccia? Geean pu
farti trascinare al suo cospetto da un momento all'altro... Ascolta
me concluse Amor porgendo a Slade la tazza colma di sangue che
era venuta a prendere attraversando di corsa tutta la stanza. Ascolta
me! Bevi! Baster una goccia a infonderti coraggio inumano. Un
sorso, per, far sentire i suoi effetti soltanto per un'ora!
Incuriosito, sopraffatto, Slade contempl la coppa. Aveva gi
pensato di assaggiarne, il giorno in cui fosse riuscito a vincere la giu-
stificata repugnanza... Ma in quel momento... D'altra parte, perch
andarsi a gettare allo sbaraglio? Perch andarsi a cacciare stolida-
mente tra le grinfie di quel Geean?... Assaggiare un po' di sangue, il
suo sangue, voleva dire guadagnar tempo, in fondo...
Lev la tazza alle labbra. Dopo un ultimo istante di esitazione, ne
bevve un sorso...

Entra qua dentro! rugg l'ufficiale di guardia alla torre. Ti


verr a chiamare quando sua Eccellenza Geean avr deciso di rice-
verti!
Slade sent la porta richiudersi rumorosamente alle sue spalle, e
barcollando mosse verso la parete che aveva di fronte. L'estasi, il
piacere quasi intollerabile che aveva pervaso il suo sistema nervoso
non appena aveva inghiottito le prime stille di sangue non c'erano
pi. A tenergli trista compagnia eran rimasti il ricordo confuso di fol-
li, un impotente senso di collera furibonda.
"Piccola strega!" pensava Slade. "Vile baldracca! Lo sapeva, Amor,
che cosa mi sarebbe successo!"
Colto da una specie di pulsione ipnotica Slade s'era sentito spinto,
irresistibilmente, a vagar per le strade. Le aveva percorse in uno stato
di stupore sino a che era giunto davanti all'ingesso del Palazzo di

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Geean. Prima di bere sangue, i vampiri di Naze dovevan esser soliti
impartire alla loro volont una direttiva ben precisa. La sua l'aveva
condotto da Geean. E c'era arrivato!
Ancora stordito, Slade guard la stanza in cui l'avevan chiuso. In
un angolo c'era un divano. Di fronte si spalancava una porta-finestra
enorme. In preda a vivo senso di nausea, il prigioniero di Geean
guard dalla finestra, sporgendosi nel vuoto, fin che lo sguardo gli si
perse nel profondo. Si trovava al settantesimo piano del grattacielo
immane e si accorse di potersi sporgere tranquillamente nello spazio
quando ripet il gesto.
Gi... La porta-finestra non aveva vetri.
Slade torn tremando in mezzo alla stanza. L'aver rischiato un
capogiro che poteva essergli fatale da quell'altezza, gli diede l'esatta
misura delle sue condizioni psichiche. Meglio cercar di mettersi
tranquillo, pens. Riposare...
Si butt sul divano e lo venne subito a visitare uno di quegli incu-
bi deprimenti che si sognano sotto l'influenza degli stupefacenti. Lo
gettavano dalla finestra... Il suo corpo volava nello spazio e finiva,
sfracellato, sul selciato. Da settanta piani d'altezza... Si dest tre-
mando, con tutto il corpo irrigidito.
Un nit lo guardava dall'alto, accanto al letto, allungando verso di
lui il grugno a met d'orso, a met di felino. Aveva gli occhi che
sembravan tre pozze di luce innaturale. Doveva essersi accorto che
Slade s'era svegliato, ma non si prese la briga di allontanarsi dal letto.
Domand:
Chi t'ha ordinato di venir qui?
E rimase li. Come in attesa.
Slade si sentiva ancora stordito. Vago, addirittura. E se, in un
certo senso, aveva predisposta la mente ad uno choc qualsiasi, non
era certo pronto a sentirsi rivolgere la parola da un animale. Colto
da sorpresa troppo repentina il conscio di Slade smise temporanea-
mente di funzionare.
Fenomeno molto spiacevole, il suo metabolismo reag negativa-
mente, mentre un'ondata d'energie nervose in anarchia gli percorre-

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vano l'organismo da un capo all'altro. La nausea, subito intervenuta,
gli imped i soliti gesti del rilassamento e il meschino non riusc
neppure a deglutire o a sbattere le palpebre. Anzi. Un afflusso im-
provviso di sangue dietro i bulbi oculari gli confuse irrimediabil-
mente la vista.
Fu convinto, per paura e non per ragionamento, d'essere in pro-
cinto di precipitar nuovamente sulla Terra. E il terrore di quell'eve-
nienza fu cos forte che, finalmente capace di un pensiero ragionato,
si disse: tutta colpa dell'incubo... Avendo sognato di cadere dal
settantesimo piano del grattacielo, gli si era formato il pensiero ancor
pi spaventoso del volo al piano dell'esistenza da cui era venuto.
Tradotto in immagini, quel pensiero gli aveva paralizzato la ragione.
Ma i minuti passavano e non accadeva nulla di quanto aveva pa-
ventato. E Slade cominci a riacquistar fiducia in se stesso. In
quell'istante il ceffo dell'orso ferino gli domand ancora da meno di
trenta centimetri di distanza:
Qual il piano che deve condurre all'annientamento di Geean?
La bestia si esprimeva in un modo che manc di poco di far per-
dere completamente la ragione al povero Slade. Quello del nit, in
effetti, non era linguaggio parlato. Comunicava con lui telepatica-
mente, la bestiaccia: col pensiero.
E all'idea di avere a che fare con una belva capace di servirsi assai
meglio dell'uomo del proprio sistema nervoso, Slade si senti irrigidir
per lo stupore. E ricord gli animali che gli erano apparsi davanti
all'improvviso, per osservarlo pensosi. Ricord gli uccelli dello sta-
gno accanto alle caverne, che non gli era ma riuscito di sorprendere
una volta. Possibile che tutti gli animali di quel piano dell'esistenza
sapessero leggere tranquillamente il pensiero?
Aveva appena terminato di formulare quella domanda, che il nit
spalanc le fauci e levati su di lui gli artigli d'una zampa ripet:
Qual dunque, quel piano?
Fulmineo, Slade rotol dall'altra parte del letto e brandendo il
coltellaccio: Bada! minacci. Ti pianto questa lama nel petto!.
Slade non seppe mai che cosa successe in quel momento.

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Avrebbe poi ricordato che gettato uno sguardo alla porta-finestra
della stanza, vi aveva veduto entrare un altro nit, venuto tranquilla-
mento dal vuoto. Un nit capace di passeggiare a settanta piani di al-
tezza dal livello stradale... La belva sopraggiunta impugnava un'arma
trasparente larga una trentina di centimetri dalla quale fece partire
una radiazione di color rosa che and a colpire l'altra bestia. Il primo
nit mor all'istante. Ma la radiazione avvamp per qualche secondo
prima di dissolvere nel nulla il corpaccio sul quale era caduta. Il nit
vincitore osserv Slade con somma attenzione e gli comunic ur-
gentemente col pensiero:
Era un traditore. Leear doveva darci ordine di ucciderlo da
tempo. Ho dovuto agire in fretta. Prendi questo... intanto.
Slade non comprese la parola che serviva al nit per definire la sua
arma.
Vide l'animale spezzare abilmente l'oggetto trasparente in due
parti eguali. Lo strumento conteneva una comune resistenza avvolta
intorno ad un pezzetto di metallo. Impugnando l'arma, il nit ordin:
Presto ! Ficcatela in tasca... Cos!
E non lasci a Slade nemmeno il tempo di stupirsi. Gli fu sopra
in men che non si dica e prima ancora che Slade osasse la minima
protesta gli infil l'arma nella tasca sinistra della giubba. Raccolta da
terra l'altra met dello strumento, il nit lo lanci, appallottolato, sotto
il divano.
Stanno per venirti a prendere! comunic allora l'animale. Non
possiamo ancora cantar vittoria; rammentatelo! Sino a questo mo-
mento abbiamo fatto soltanto quanto avremmo gi potuto compiere
molti, moltissimi anni addietro!
Il momento critico, fatale, sta per venire adesso!
Si spalanc l'uscio all'ingresso di dodici armati, i quali pilotarono
Slade, senza pronunciar verbo, lungo un interminabile corridoio
buio che faceva capo ad un ascensore. Il nit seguiva tranquillamente
il drappello. L'apparecchio mont di altri dieci piani. Qui, in fondo a
un corridoio simile al primo, si apriva uno stupendo salone.
Vi si trovava un uomo di fattezze meravigliose, occupato a guar-

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dar pensosamente da una finestra. Vestiva l'uniforme argentea dei
cacciatori di Naze e veduto di spalle non suscit il menomo ricordo
nella mente di Slade. L'istante del riconoscimento fu quindi un duro
colpo. Una dolorosissima sorpresa.
Geean era Malenkens.

XI

Le sorprese di quella mattinata non accennavano dunque a finire.


Slade riusc ad emergere dalla bufera mentale che minacciava di
sommergerlo aggrappandosi alla punta ostile, sprezzante, del sorri-
setto di cui lo degnava l'uomo che gli stava davanti.
In un lampo ricord per immagini. Rivide Danbar nell'atto di
chiedergli perdono e comprese. La notte che era stata fatale a Caldra
il nit di Geean gli aveva letto il pensiero. Forte delle informazioni
ottenute dalla sua bestia, il dittatore di Naze era venuto ad attenderlo
alle caverne. L, Geean aveva saputo il resto perch Slade non aveva
avuto misteri per lui. Non richiesto, gli aveva raccontato tutto.
Ma per fare un complice d'un uomo dello stampo di Danbar,
Geean doveva aver fatto ricorso a minacce spaventose.
andata esattamente cos! gli disse infatti Geean in quel mo-
mento. E Slade sobbalz, letteralmente, a quelle parole che filavano
cos bene coi suoi pensieri. Adocchi allora il nit e la mente del be-
stione si mise immediatamente in contatto con la sua.
Naturalmente comunic dunque il nit ho dovuto fornire a
Geean l'edizione ad usum delphini del tuo pensiero. Geean, infatti,
era ricorso al mio collega traditore proprio per farsi rendere questo
servigio. Poich Geean non poteva fare a meno di un animale fidato
che leggesse per lui nei pensieri di chi gli sta intorno, sono stato
scelto a sostituire il nit defunto: e gli assomiglio moltissimo. Basta
guardarmi il mantello. Comunque stai molto in guardia.
Geean continu telepaticamente il nit molto pi agitato di
quel che sembra. Ha un concetto assai elevato di Leear e ha capito

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che siamo prossimi al redde rationem, grazie ad un certo episodio
gi in atto. Se si lascia prender la mano dal panico t'ammazza sull'i-
stante.
Tienti quindi pronto ad agire al mio telecomando!
Ma... Che cosa debbo fare? pens disperato Slade all'indirizzo
del nit. Ma attese invano una risposta alla sua domanda angosciosa.
Conscio di quanto fosse ormai implicito nel precipitare degli eventi,
pass la lingua tra le labbra aride tremanti e pens: "Bisogna per-
suadere Geean che io non sono affatto in condizioni di nuocergli.
Che non ho la minima intenzione di fargli del male". Prima che gli
riuscisse di esprimere a voce quel pensiero Geean gli disse:
Caro Slade... Sei vivo ancora soltanto perch mi trovi tutt'ora
indeciso. Una donna latr inaspettatamente con odio certa Leear,
l'unica cintura d'argento esistente oltre la mia, va blaterando che io
morr per tua mano. Potrei ucciderti con un gesto. Se non l'ho an-
cora fatto perch quella mala femmina mi tirerebbe fuori in quat-
tro e quattr'otto un altro individuo della tua specie e, questa volta,
manterrebbe segretissima la cosa. In sostanza mi vedo costretto a
giocare il tutto per il tutto. E tu, al momento, sei l'unico che abbia
agio di trarre ogni vantaggio dalla situazione. Ricorda, Slade, che per
me non c' niente di pi prezioso di una certa informazione che mi
puoi dare... Qual modo in cui Leear si propone di valersi di te per
uccidermi?
Dialogare drammaticissimo. Nel pronunciare quelle parole
Geean aveva radicalmente mutata la sua espressione. S'era fatto
profondamente serio sotto il peso d'una minaccia che occupava di s
tutto l'animo suo: Geean, l'immortale... minacciato di morte! Doveva
riuscirgli spaventosa tortura non sapere in qual modo potesse nuo-
cergli l'uomo venuto dalla Terra! Dovevan esser secoli che Geean
non si sentiva tanto attaccato all'esistenza, tanto interessato a VIVERE!
Slade interruppe le sue riflessioni non appena Geean ebbe ripre-
so la parola. Con voce dura, martellante:
Lo so che tu non sei che uno strumento in tutta questa faccenda.
Lo so! Tu non hai volont. Peggio per te, comunque. Perch io ti ho

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qui! In questa stanza! Sorda a tutte le mie minacce, a tutte le mie
esortazioni, Leear ha varcato ogni limite. In questo momento, uno
spaventoso incendio atomico opera di quella donna sta divorando la
mia torre all'altezza del quarantesimo piano! Non andr molto e ne
sentiremo gli effetti anche qui
Non ci voleva altro, per Slade! L'ennesimo catastrofico annuncio
di quel mattino lo fece irrigidire di spavento. Un incendio... Un in-
cendio ATOMICO. Dunque, si disse l'uomo venuto dalla Terra, sta
per cadere per sempre la famosa barriera! Naze condannata, or-
mai...
E cerc di immaginare quell'incendio degli incendi. Si sent preda
del panico: tutti gli altri avrebbero saputo cavarsela in quel frangen-
te... Ma lui... E 'Geean continuava implacabile:
Molto, moltissimo tempo fa Leear poteva far risorgere la rea-
zione atomica che sta distruggendo i meccanismi della mia barriera!
Ed io l'avevo ammonita di non farlo da tempo immemorabile! Leear
sapeva che a questo suo atto ostile io avrei risposto sterminando sino
all'ultimo tutti gli esseri viventi di questo pianeta!
Slade si sentiva fissato dagli occhi gelidi, vitrei di Geean. Ma era
l'espressione di quel volto che lo sorprendeva pi di ogni altra cosa,
in quegli istanti. Sparita la umana spontaneit del Malenkens che
aveva conosciuto, Slade si trovava davanti ad un Geean dal volto si-
mile ad una maschera mortale. Un ceffo che esprimeva cos abissale
malvagit da provocar lo schifo. Pochi secondi eran bastati per tra-
sformare anche quel dottor Jekyll nel selvaggio mister Hyde...
L'avevo detto a Leear! url Geean con ferocia terribile. Leear
lo sapeva! Caduta la barriera avrei sterminato la razza umana! Tra
poco risponder adeguatamente al folle gesto di Leear!
Per parecchi istanti, Slade non comprese il significato orrendo
delle parole di Geean, tanto s'era sbalordito al profondo mutamento
subito dal volto del suo interlocutore. Per lui, era stato come venirsi
a trovare improvvisamente al cospetto d'un beone abbrutito, ad un
essere abbietto. Era come se l'avessero costretto con la forza ad assi-
stere ad uno spettacolo indegno, osceno. Annichil nel comprendere

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a fondo la minaccia pronunciata da Geean.
Si sent colto da una specie di paralisi mentre gli andava ingigan-
tendo in petto l'urgenza di convincere il tiranno che lui, Michael
Slade, non era venuto per fargli del male. Fu sul punto di parlare,
ma richiuse la bocca.
Un'ombra era entrata dalla finestra spalancata alle spalle di
Geean. Una eterea sagoma femminile, immateriale. Tempestiva-
mente informato dal nit, anche Geean s'era voltato a guardare sog-
ghignando la nuova venuta. Regal un diabolico cachinno a Leear
che finiva di materializzarsi in mezzo alla stanza.
Slade la guardava con la morte nel cuore. Sentiva che ormai stava
per decidersi il suo fato. Prima che Leear riuscisse comunque a ser-
virsi di lui per nuocergli, Geean l'avrebbe ucciso. E in quell'attimo gli
giunse al cervello affaticato il pensiero ansioso del nit.
Calma, uomo! gli trasmise l'animale. Per il tuo e per il nostro
bene, calma! Possibile che tu non sappia ancora quanto sia dannosa
al nostro sistema nervoso tanta inutile emotivit? Non temere! Ti
prometto che t'avviser in tempo, in caso di pericolo. Stai calmo ed
affronta serenamente questa situazione mortale.
Rilassare! Lasciarsi andare! Slade s'aggrapp come un naufrago a
quella speranza. Avrebbe fatto in fretta a realizzarla, dopo tanti alle-
namenti. E mentre un senso di calma cominciava ad insinuarglisi
nell'animo, pens alla beffa di cui era vittima Geean ad opera del nit.
Slade osserv tra ammirato e stupefatto lo strano animale. Enor-
me micione dal grugno orsino se ne stava li, accoccolato sul tappeto,
a leggere tranquillamente il pensiero degli astanti, pronto a trasmet-
tere ad ognuno la versione riveduta e corretta di quanto aveva ap-
preso. E Geean, Geean gli CREDEVA! Era l, pazzo di collera, pronto
a vender cara la pelle, ma... CREDEVA che quello fosse il SUO nit.
Che la bestia avesse sposato la SUA causa!
Se Geean era effettivamente immortale, se non lo si poteva ucci-
dere, allora il tradimento del nit non aveva molta importanza. Ma se
Leear aveva scoperto il sistema di sopprimere il rivale, se Leear ave-
va scoperto il tallone di Geean, per il superbo era scoccata l'ultima

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ora.
Slade colm i polmoni d'un lento respiro profondo e quieto.
Espirando con eguale lentezza, non gli ci volle molto per sentirsi
nuovamente rilassato. Tanto da togliersi la voglia di guardare Leear
con ogni attenzione.
Era diversa, la donna; cambiata. Un'altra, gli sembr, ripensando
a quella che aveva intravisto nei precedenti, fugaci contatti. Nuda nei
pressi della gora dei cavernicoli, l'aveva soltanto indovinata, pi che
veduta, nell'ombra della nave interspaziale. Quando gli era capitato
di pensarla l'aveva sempre immaginata vestita come le donne delle
caverne.
E s'era sbagliato. Leear, quel giorno, era tutt'altro che una primi-
tiva. Acconciate in modo stupendo, le sue chiome meravigliose, lu-
centi, non avevano un ricciolo fuor di posto. Vestiva un abito di seta
che sembrava appena uscita dal telaio e.. era tagliato con sorpren-
dente buon gusto. Addolciva, in un certo senso, la figura aggressiva
della donna, quella molle seta. Le ingentiliva il volto. E Leear sorrise
affettuosa a Slade. Un breve sorriso che le si gel sulle labbra quan-
do si volse dura, arcigna a Geean che, prevenutala, disse con scher-
no:
Quanto sei bella, tutta bardata nei tuoi abiti nuziali!
Poi rise. Una risata rumorosa, offensiva, che soffoc per dedicarsi
interamente a Slade: Lo sai gli disse che sei l'ultima speranza di
questa zitella vecchia qualcosa come diecimila e passa anni? Non
posso spiegarti molto, qui, su due piedi... Ti basti sapere che essen-
do i cavernicoli diventati quel che sono a furia di sottoporre il loro
sistema nervoso agli esercizi che anche tu conosci, reagiscono nega-
tivamente, sopportano male l'aura, il clima di questa donna che si
procaccia energia nervosa ricorrendo a mezzi meccanici... Non le
rimangono che i miei bevitori di sangue disse Geean ridendo e se-
gnando a dito la finestra e... tu, caro Slade!
Per ragioni da ricercarsi nel suo eccelso senso della morale
prosegui Geean Leear abborre coloro che si son dati al vizio di tra-
cannare sangue, per cui tu sei proprio la sua ultima speranza,.. Di-

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vertente, no?
Poi da quel volto maligno scomparve ogni ombra di sorriso. Di
nuovo selvaggio, pronto alla violenza, Geean invest Leear urlando:
Quanto a te, mio bel tomo, ora ne sentirai delle belle! Per co-
minciare, Slade passato anima e corpo dalla mia parte. Non pi
un alleato sul quale tu possa far conto. Il mio nit m'ha comunicato in
questo istante che Slade non ha la minima intenzione di nuocermi e
che desidera solo rassicurarmi. Dato che il mio animaletto sar
pronto a lanciar l'allarme non appena al signor Slade venisse la voglia
di cambiar parere, mi trovo in posizione di dettar legge.
No. Geean non si rendeva conto. Non sospettava. E faceva male,
pena addirittura, vederlo l interamente credulo di quanto gli tra-
smetteva mentalmente la sua bestia. Senza contare che il micione
non s'era nemmeno preso la briga di mentire. Le intenzioni di Slade
eran quelle che Geean credeva. Soltanto che il nit gli si apriva ta-
cendo od accentuando quanto gli conveniva. Con una freddezza che
metteva Geean alla merc della straordinaria belva.
Meglio essere davvero immortale, povero Geean! Altrimenti...
venuto il momento di metterti un po' al corrente trasmise il
grosso felino in quell'istante a Slade. Se Geean ce ne lascer il
tempo, vorremmo farti conoscere le ragioni che hanno spinto Nave
e Citt ad una guerra secolare tra di loro. Sappi comunque che, ve-
nuto il momento fatale, sarai libero, quanto lo consente questa realt
in cui viviamo, di scegliere il tuo atteggiamento. Persuader dunque
Geean della necessit di impartirti una lezioncina di storia patria.
E Geean non fece alcuna obiezione. Sinceramente divertito, ri-
dacchi:
Debbo dunque credere che si tenda effettivamente a mettere
Slade nelle condizioni di far qualcosa... Di agire... Vi prevengo che
sul terreno storico ho tutte le probabilit di farmene un alleato. Ri-
cordo infatti che Slade mi raccontava di un bombardamento atomico
che ha distrutto una delle citt dell'universo da cui venuto e la simi-
litudine di quell'episodio con alcuni fatti salienti dei casi nostri finir
per giovare certamente alla mia causa. Vi scorgo anzi un elemento

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cos negativo per la tua, Leear, che faresti bene ad aprire addirittura
la tua mente al mio nit svelandogli senza esitazione in qual modo t'e-
ri proposta di servirti di costui per annientarmi.
Non vuoi? domand Geean sorridendo a Leear. E sia! Il rac-
conto degli eventi storici di cui sono stato protagonista, mi divertir
moltissimo, avvelenato come sar dal tuo odio di parte!
Andato a gettarsi su uno dei divani che adornavano la sala, Geean
assunse un atteggiamento di sprezzante attesa.
Sar breve promise Leear rivolta a Slade.
E mantenne la promessa. Ma spalanc davanti agli occhi della
immaginazione di Slade la visione drammaticissima d'una civilt
giunta a dover perire miseramente dopo aver toccato la perfezione
nel campo della meccanica. A Naze, apprese Slade, tutti erano stati
immortali; indistruttibili, grazie ai cinti d'argento che permettevan
loro il dominio assoluto sul sistema nervoso. A Naze, raccont
Leear, s'era arrivati a costruire macchine d'ogni genere e specie: tutte
attingevano energia unicamente dal sistema nervoso umano, a sua
volta sottoposto all'azione di certe forze inorganiche.
Ma col trascorrere degli anni tanta perfezione era divenuta fonte
di sciagura. Ai primi suicidi ci si accorse che la civilt perfetta, mec-
canicistica e materialistica, cominciava a sentir gli effetti d'un tarlo
roditore che aveva nome tedio. Il numero di coloro, uomini e don-
ne, che cercavan scampo dandosi morte, aumentava ogni giorno.
Paurosamente.
Sino a che il fenomeno aveva assunto le proporzioni di una vera e
propria tendenza di massa. Popolatissimo dapprima, sovrappopolato
addirittura, poi, il pianeta s'era visto ridotto il numero degli abitanti
ad un pugno d'infelici asserragliati in diciotto metropoli. Proprio
quando la crisi raggiungeva il punto culminante, s'eran registrate le
prime rivelazioni scientifiche sulle straordinarie capacit del sistema
nervoso umano. Eran state quelle scoperte che avevano ridato
all'uomo ammalato di noia la speranza di un domani appetibile.
Dopo i primi esperimenti, coronati da successo, eseguiti sugli uc-
celli, s'erano allevati molti esemplari appartenenti a diverse specie

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animali capaci di leggere il pensiero. Facolt che apparve subito
sbalorditiva agli uomini incapaci di tanto a dispetto della loro abilit
nel costruire macchine. E gli animali, si scoperse poco dopo, reagi-
vano in modo straordinario anche su altri, diversi piani psicologici.
Indetto un referendum, l'umanit dotata di tre occhi si pronunci
unanime contro l'immortalit artificiale. Unanime il desiderio di tut-
ti, di tentar le mete promesse dalla nuova scienza.
Ci trovavamo in una situazione che non poteva ammettere ecce-
zioni o tentennamenti. Da parte di nessuno diceva Leear. Tutti
dovevano aderire al nuovo programma di vita. Dal momento che le
nuove scoperte avevan dimostrato che l'umanit aveva calcato una
via sbagliata sin dal giorno in cui era apparsa sulla terra, non c'era
che tornar sui nostri passi e ricominciare da capo per allontanarci il
pi possibile dalle false divinit materialistiche alle quali avevamo da
lungo, troppo tempo obbedito. Si trattava di lasciar le citt e gettare
in un canto tutte le nostre macchine infernali. Hai veduto con i tuoi
occhi di quali cose siano capaci gli uomini come Danbar. Ebbene...
Danbar non giunto che a met strada: al controllo molecolare del
suo sistema nervoso. Non raggiungeremo mai la meta, ovvero lo sta-
dio del controllo elettronico del sistema nervoso, sino a che esister
la citt di Naze. L'uomo, sappilo, pu toccare un vertice cos alto da
riuscire addirittura inimmaginabile. Le nostre cinture d'argento pos-
sono soltanto darcene una pallida idea. Perch l'uomo pu arrivare
ad essere immortale. Simile ad un dio, pu diventare. Naturalmente
immortale.
Naturalmente immortale, capisci? Perch sia nel tuo sia nel no-
stro mondo milioni di esseri si sono spenti e non dovevano: avevano
in s, racchiusa nel loro corpo, una forza sovrumana, capace di sod-
disfare ogni loro desiderio.
Nell'ascoltarla, Slade era andato raffigurandosi per immagini i
concetti espressi da Leear. Spiegatasi cos l'esistenza dei cavernicoli,
Slade compose mentalmente un grande quadro a mosaico di cui non
aveva che da collocare al giusto posto tutte le "tessere". E Slade intu
persino dove intendeva andare a parare Leear.

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Pensa all'esperienza che hai fatto tu stesso continu la donna.
Sei potuto passare dal tuo al nostro piano d'esistenza con la sem-
plice accettazione psichica della realt nuova di fronte alla quale ti sei
venuto a trovare. Ma c' molto di pi. E per dimostrarti clamorosa-
mente quanto possano ingannarci i sensi ti porter l'esempio della
luce. Sono pronta a scommettere, infatti, che gli uomini a due occhi
hanno dato della luce una spiegazione materialistica, descrivendola
come un fenomeno esteriore
Slade si affrett a enunciare la teoria corpuscolare.
La luce disse Leear trionfante percezione del reagente, non
attivit dell'agente. Al corpo immane sospeso qui fuori, nello spazio,
al corpo che definiamo Sole, noi, come pure tutti gli oggetti che si
trovano in questa stanza, reagiamo, rispondiamo alla sua presenza,
come lui reagisce alla nostra. Il sole, infatti, non ci trasmette n luce
n calore. Non ci manda niente. Avvertiamo luce e calore perch c'
qualcosa in noi che ce li fa avvertire. Perch le molecole, che so?, di
quella sedia o di questa tavola hanno in s qualcosa che fa loro av-
vertire quel che noi chiamiamo luce. Noi quindi, in presenza di una
sorgente luminosa, avvertiamo qualcosa che ci si manifesta con una
percezione che chiamiamo luce. facile capire, ora, che l'uomo
primitivo, all'oscuro di queste verit, ha seguito una strada sbagliata,
incapace come era di riconoscere la pi vera natura del mondo.
Slade aveva temuto di non comprendere Leear. Cap invece per-
fettamente, soprattutto quando ricord una conferenza di uno degli
allievi di Einstein: sia pure con qualche differenza, la teoria sulla luce
esposta dall'illustre scienziato assomigliava a quella enunciata da
Leear.
Meditava ancora su quanto aveva udito quando inavvertitamente
pos lo sguardo su Geean. Bast veder quell'uomo per tornar d'un
balzo a ben diversa realt. Domand candidamente:
Che c'entra Geean in tutto questo?
M'hai tolto le parole di bocca! asser l'interessato con voce di
gelo.
Dopo un attimo di silenzio, Leear disse grave:

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Il nostro meraviglioso piano urt, e c'era da aspettarselo, contro
lo scoglio di molte opposizioni. Eravamo gi arrivati a distruggere
tutte le cinture d'argento esistenti, fatta eccezione per la mia e quella
del mio compagno, scelto a caso tra gli altri perch mi accompa-
gnasse col compito di badare alla manovra della nave e di fare la re-
lazione scritta delle nostre esperienze e dei nostri progressi, quan-
do...
... Non avevamo fatto i conti con quelli che non la pensavano
come noi riprese Leear con profonda tristezza: Geean, alla testa di
un pugno d'egoisti suoi pari
Leear s'interruppe nuovamente. Geean rise brutale e cupo poi
spieg:
Avevate fatto i conti senza l'oste, vero?
Slade vide tornare sul volto del despota l'ombra dell'espressione
che doveva aver avuto nei giorni lontani che l'avevan spinto alle pri-
me malvagit. La spietata determinazione del passato torn infatti a
vibrare nelle parole che pronunci ancora:
La notte, i miei uomini sorpresero diciassette metropoli addor-
mentate e le annientarono con un bombardamento atomico. Im-
possessatisi con l'inganno della cintura d'argento del compagno di
costei, lo uccisero. sua la cintura che indosso ancora oggi! Non ci
riusc di distruggere anche l'astronave perch Leear l'aveva allonta-
nata dal suo ricovero, per puro caso.
Rievocando gli episodi che l'avevan scosso sin nel profondo
dell'essere, Geean ansava. Non era bastata una vita eterna d'azioni
obbrobriose a cancellargli l'angoscia di quei momenti lontani.

XII

"Troppo" pensava Slade. " passato davvero troppo tempo." Ve-


deva la polvere dei secoli ammantare il crimine orrendo. Ma parte di
quel l'orrore scavalc l'abisso del tempo e venne sino a lui.
A lui! Riproponevano a lui il problema nei termini identici a

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quelli di mille anni prima; in quella stanza! L, Citt e Nave erano
ancora in guerra dopo un millennio. La Nave, simbolo di una de-
terminata collettivit, tentava di distruggere il simbolo della realt di
Naze. Come, se Geean sarebbe sopravvissuto? Come, se Geean non
poteva morire? Quell'uomo avrebbe sempre avuto facolt di vita, di
morte!, su tutti gli esseri che vivevano sul pianeta.
E la vita, era l'individuo! Quell'uomo aveva il diritto di salvarsi!
Sbagli! fu pronto a trasmettergli mentalmente il nit. la stirpe
la vita! Per essa l'individuo deve sapersi sacrificare.
E questo per Slade era troppo profondo. Non lo capiva. E poi,
Geean gli stava nuovamente rivolgendo la parola:
Il mio nit m'ha sempre tenuto informato dei tuoi pensieri, e so-
no lieto di apprendere che respingi le argomentazioni di Leear come
altrettante metafisiche campate in aria. Bravo! Comincio a pensare
che vedi le cose da un punto di vista assai vicino al mio, e sai che
cosa ti dico? Comincio anche a pensare che potresti tornarmi utile
con la facolt che hai di andare e venire dal nostro al tuo piano
dell'esistenza!
Slade non aveva mai pensato a tanto abile linea di difesa. Adoc-
chi quindi con somma sorpresa il gattone che, servendosi da con-
sumato psicologo dell'unico argomento capace di salvargli la pelle, gli
aveva reso un preziosissimo servigio.
Niente di strano gli trasmise il nit. T'avevo promesso che al
momento fatale t'avrei lasciato facolt di libera scelta, e ho mante-
nuto: Geean vuol risparmiarti. Uccider solo se si vedr costretto a
farlo.
Ma io come faccio a decidere qualcosa? pens Slade disperato
all'indirizzo del nit. Che cosa debbo decidere in sostanza?
Te l'ho gi detto rispose pronto il bestione mentalmente. In
questa realt la facolt di scelta non pi assolutamente libera: o
abbracci la nostra causa o scendi a patti con Geean.
Chiaro e tondo glielo dicevano! Doveva assumersi un rischio, per
evitarne un altro. Praticamente l'avevano inchiodato con le spalle al
muro. Furibondo, Slade pens all'indirizzo del nit:

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Che cosa debbo fare, infine?!
Geean deve morire e soltanto tu puoi ucciderlo.
Me l'avete gi ripetuto mille volte, questo! Volevo dire
Slade s'interruppe. Perch non essere sincero con se stesso ed
ammettere una volta per tutte di sapere ormai da tempo immemo-
rabile che cosa ci si aspettava da lui? La verit era che lui, Slade,
aveva accantonato quanto sapeva in un angolo della mente: e quan-
do se n'era ricordato, ad intervalli, s'era affrettato a considerare tutto
quanto una vaga fantasia. Doversi dire all'improvviso: "Eccoci qua! Il
momento venuto!" era un colpo piuttosto sensibile per lui.
Proprio cos, dunque: lui, Michael Slade, doveva uccidere Geean,
pur non essendosi mai macchiato d'un delitto prima di allora.
Uccidere? In qual modo?
Nella tasca sinistra della giacca hai uno strumento... Ti volti len-
tamente in modo da avere il fianco sinistro in direzione di Geean e
premi il bottoncino che c' in cima a quel famoso aggeggio.
L'arma, infatti, ha avuto tutto il tempo di adeguarsi, di imbeversi
del sistema nervoso, non ancora perfettamente aggiustato a vivere in
questo piano dell'esistenza. Premendo il bottone dell'arma, trasmet-
terai concentrata in una sola scarica tutta la tua instabilit a Geean
che verr istantaneamente proiettato al piano d'esistenza dal quale
vieni. Cadr dall'altezza di oltre ottanta piani. E come le tue pistole
non ti son servite tra noi, a Geean non servir la cintura d'argento
quando andr a finire sfracellato sulla vostra Terra.
Slade si sent impallidire. Come in un sogno, si rendeva conto
che Leear e Geean disputavano tra loro in un angolo del salone, ma
la sua mente rifiutava di occuparsi di quei due. Possibile che si pre-
tendesse proprio da lui un'azione cos infame?
Gli si present alla coscienza tutto l'orrore da lui provato pochi
istanti prima all'idea d'una caduta di quel genere e si sent prendere
dal panico:
"Un momento" si disse tremando. "Se costoro si vogliono servire
del mio sistema nervoso per uccidere Geean, cadr anch'io! Voler
anch'io dal..."

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No. TU non cadrai!
Ma Slade non ci credeva. VIDE, addirittura, la scena spaventosa
della sua morte atroce. Ecco dove voleva arrivare quel malefico be-
stione con tutte le sue elucubrazioni sull'individuo che deve sacrifi-
carsi per il bene della stirpe! E Slade si vedeva rotolare, caprioleg-
giare nello spazio accanto al corpo travolto di Geean per finire in un
volo ch'era morte certa.
Ti giuro trasmise il nit che tu non morrai!
Slade accolse la dichiarazione con sommo scetticismo. E si senti
smarrito.
Finirai per spingerci a soluzioni estreme si disper l'animale che
gli dava ordini. Leear, infatti, ha deciso di giocare il tutto per il tutto:
o muore lei, o muore Geean! Non capisci che se Geean non muore
metter in atto la sua spaventosa minaccia? Non capisci che se
Geean esce trionfante da questa lotta sterminer sino all'ultimo uo-
mini, donne, bimbi di questo pianeta? Leear lo sa e non glielo per-
metter! per questo dicevo che le sorti le hai in pugno tu. Il futuro di
questo mondo dipende dalle tue decisioni, ormai: o tutti schiavi di
Geean o tutti liberi di poter aspirare alla realizzazione d'ogni poten-
ziale umano!
Vuoi dire che se non vi obbedisco, Leear finir per uccidersi?
pens esitante Slade.
E sei proprio tu che ti preoccupi di Leear? pens di rimando il
nit. Proprio tu pensi a quella donna che riassume in s i caratteri
morali d'una intera stirpe? Leear un concetto privo di realt este-
riore in questo momento! Troppo difficile per te! pensa piuttosto a
sopravvivere, caruccio! Che te ne importa, in ultima analisi, che que-
sta donna perisca, che sia distrutto con lei tutto quanto d'ideale essa
rappresenta?
Disperando di riuscire a convincere Slade, il nit doveva aver rese
note le sue preoccupazioni alla donna. Leear infatti si volse brusca-
mente in direzione di Slade, mentre Geean, ormai reso folle dal so-
spetto, tonava:
Vattene, Leear! Esci immediatamente di qui o mi vedr costretto

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a tornare sulle mie decisioni! Uccider Slade se non te ne vai!
Te ne prego, amico mio implor umanissima Leear rivolgen-
dosi a Slade. Pensa a tutte le generazioni di schiavi che son vissute
in questa citt... Pensa ad Amor!... Pensa a... Perch vuoi costrin-
germi al sacrificio estremo?
Leear si port rapidamente le mani alla vita e le fece sparire tra le
pieghe della veste. Un attimo dopo ne traeva una sottile cintura di
metallo. L'agit con sommo disprezzo davanti a Geean e gliela sca-
gli ai piedi, luminoso serpentello d'argento.
La tua CINTURA D'ARGENTO! strill Geean con inumana trion-
fante incredulit. Il despota si gett, alla lettera, sull'oggetto che gli
fiammeggiava ai piedi e lo contempl da vicino, come un miope,
folle di gioia abietta. Raccolta la cintura si diresse barcollando verso
l'angolo del salone in cui era rimasto Slade, e la gett in un recipien-
te di forma conica. Slade vide le mani di Geean tremare un attimo
prima di gettare l'ornamento ch'era vita nel crogiuolo in cui si dis-
solse, abbagliante, in una sola, rapida altissima fiammata.
Soltanto allora, Geean accenn a tornare in s. Scosse il capo
come per liberarsi da un incubo e guard a turno Slade e Leear,
pienamente conscio, ormai, della totalit della sua vittoria.
Finalmente! osann. Finalmente decider appieno del tuo de-
sti
Slade non avrebbe mai saputo che cosa voleva fare Geean. Scos-
so sino nel pi profondo dell'essere dall'episodio al quale aveva test
assistito, commosso dall'invocazione di Leear, dal ricordo dell'abie-
zione di Amor, aveva veduto sfilare davanti alla sua mente, orrenda
teoria di vampiri, i turpi mendichi della citt di Naze. Gli schiavi di
un despota, di un diabolico egoista.
E s'era girato istintivamente sul fianco sinistro, per seguire, i mo-
vimenti di Geean. Si trov la mano in tasca non appena ebbe rivolto
il fianco al malvagio, e pensando che scegliere liberamente la propria
strada bene anche se talvolta significa rischiare la vita, spinse pian
piano il bottoncino dell'arma che il nit gli aveva infilata in tasca.

100/234
Deposizione del tenente Jim Murphy.

Ho ricevuto l'ordine di recarmi a Smailes quando stato rinvenuto il


corpo sfracellato di Michael Slade a pi del colle ai margini della citt.
Poich vi abitava la maggior parte dei testimoni ho chiesto io stesso
che l'inchiesta sulla morte di quell'uomo fosse svolta nella citt in cui
risiedeva.
Dir subito che tutti i testimoni, nessuno eccettuato, hanno esitato
non poco, almeno in un primo momento, a riconoscere nella salma loro
presentata, quella del loro concittadino. Quei testi dovevan dimostrare
sicurezza assai maggiore quando vennero a trovarsi di fronte al Magi-
strato Inquirente. A quanto pare avevano tacitato i loro dubbi, ag-
grappandosi all'idea che lo Slade aveva tre occhi.
A Smailes, mi ero fatto distaccare di ufficio perch mi interessava
poter stabilire dove si fosse cacciato negli ultimi mesi il povero signor
Slade.
Infatti, lo sanno tutti, sono specializzato nella ricerca di individui
scomparsi. Nel caso Slade, comunque, ho fatto fiasco su tutta la linea. Il
poveretto defunto recentemente, ma ulteriori indagini non darebbero
altri risultati che i seguenti.
Qualche mese fa, il signor Slade scomparso dal giardino di casa
sua. Ne hanno rinvenuta la salma la settimana scorsa in quel di Smai-
les.

S'arrampicarono sino in cima al grattacielo a spirale per allonta-


narsi il pi possibile dal sinistro lingueggiare della spaventosa fiam-
mata. E la salita preoccup Slade enormemente. Come avrebbero
fatto a scendere se l'incendio furoreggiava nei piani inferiori? E se,
consunte le mura, l'incendio avesse fatto crollare come un castello di
carte la parte superiore dell'edificio?
Il nit e Leear, naturalmente, se ne sarebbero andati tranquilla-
mente da dove eran venuti. Per l'aria, cio... Ma lui? Leear allora si
affrett a tranquillizzare Slade, facendogli sapere che le cose non sa-
rebbero andate cos.

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Quando siamo venuti spieg la donna che era andata a fermarsi
nel vano d'una ampia finestra ci siamo serviti della mia cintura d'ar-
gento. Speravamo di metter mano su un deposito di "velivoli", ma
dato che non abbiamo potuto farlo... l'unica nostra speranza sei tu
IO? si stup Slade.
Saresti capace di immaginare, di pensare intensamente alla
macchina che hai nascosto in un cespuglio prima che ti catturassero i
cacciatori di Naze?
Stupitissimo, Slade sbarr gli occhi addosso a Leear. Quella
donna sapeva proprio tutto, dunque! Rispose un po' seccato:
S-si! Almeno... credo!
Sei capace di pensare a quei tre punti luminosi?
Slade, stavolta, si limit ad un cenno d'assenso. E cominci a ri-
cordar di che cosa era capace quella strana macchina.
Spicciati, allora! impose Leear. Non troppo veloce. Fa due-
mila miglia all'ora circa e ci vorr un po' di tempo prima che arrivi.
Slade la guard allibito. Deglut a fatica e avvicinatosi alla finestra
chiuse gli occhi concentrando il pensiero sulla macchina, con la fa-
mosa ruota a forma di cornucopia.
Vicina a lui, Leear gli diceva a bassa voce:
Apri e chiudi gli occhi a intervalli e cerca di ricordar la macchina
senza affaticarti. Appena la vedi davanti agli occhi dell'immaginazio-
ne lasciala svanire. La tecnica questa. Tra sei anni per avremo
imparato a farlo naturalmente.
E quelle parole gli si impressero a fondo nel cervello. Gli allevia-
rono un poco la fatica di fissare il pensiero sulla macchina. Immagi-
n che cosa sarebbe stato lui di l a sei anni. Che cosa sarebbe stata
Leear. Fu lei a distrarlo, con dolcezza, da quei pensieri.
Non pensare a questo, Slade. Se non la smetti farai precipitare
l'apparecchio in terra e noi non abbiamo tempo da perdere, ora. Tra
pochi istanti il fuoco atomico raggiunger la centrale che produce le
radiazioni alla barriera e l'infame, livida nebbiolina non ci sar pi.
In quel momento, tuttavia, neppure il materiale resistentissimo di
questa torre ciclopica potr sfuggire a distruzione.

102/234
Slade si calm. E gli tornarono alla memoria gli accenni che aveva
fatto Geean agli "abiti nuziali" di Leear. La cosa lo preoccupava: non
gli andava gi l'idea di dover sposare una donna che aveva qualcosa
come diecimila anni pi di lui. Con Amor, sarebbe stato diverso.
L'avrebbe sposata subito, a dispetto dei suoi peccati, in ultima analisi
perdonabilissimi, perch umani.
Occupato come era a rievocare con l'immaginazione l'aspetto
della macchina, Slade non vide la scenetta che gli si svolgeva accanto.
Il nit aveva informato Leear dei suoi pensieri e, dopo un istante di
sorpresa, i tratti del volto della donna avevan cominciato a cambiare,
sino a rassomigliare in modo stupefacente a quelli di Amor.
Non far la stupida aveva ordinato il bestione alla donna.
questo il momento migliore di fargli sapere che Amor e Leear erano
la stessa persona? Ricordati che eri ricorsa a quella trasformazione
soltanto per dargli l'idea di che cosa era la vita d'una fanciulla a Naze:
per non atterrirlo troppo mettendolo a confronto con una bevitrice
di sangue di quelle che fan sul serio. Se gli sveli troppo, inoltre, in
questo momento Slade ti accuser della morte di Caldra e non ti
servir a nulla spiegargli che t'eri dovuta allontanare da quell'appar-
tamento per dar tempo a Caldra di prelevargli del sangue, facendolo
precipitare sul suo piano d'esistenza per lo spavento.
E non ancora finita! Ho notato disse severamente il nit col
pensiero che sei stata tu a far s che Slade nascesse con tre occhi in
un mondo di uomini che ne hanno solo due! Inutile che tu tenti di
nasconderlo tra le pieghe del tuo cervello! So, ormai, che sei stata tu
ad intervenire su Slade persino all'epoca della sua vita intrauterina! A
lui potrai dirlo dopo, col tempo! Quando, al momento opportuno, ti
rivelerai a lui donna al cento per cento.
Leear esit a obbedire al nit. Torn ad assumere lentamente le
sue sembianze, quando vide sfarfallare nello spazio l'argento della
macchina volante. Il suo grido di " caduta la barriera" fu un segnale,
dato con voce acuta, schiettamente femminile.
Soltanto allora, Slade comprese.
Vide un balenio metallico davanti a lui e la macchina strana entr

Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952 234/103


dalla finestra fermandoglisi a
pochi passi di distanza davanti
agli occhi.
Per prima cosa bisogna
mettere in salvo il nit decise
Leear. Poi toccher a me. Ver-
rai per ultimo ma non temere
perch l'operazione di salvatag-
gio sar brevissima.
Poco manc che la macchina
non facesse in tempo. L'ultima
volta che Slade se la richiam
davanti allo sguardo l'incendio
rugghiava vicino spaventoso
come se si fosse gi divorato la
stanza in cui era rimasto ormai
solo. S'arrampic sulla macchi-
na, prese posto nella cornuco-
pia, si stacc dal davanzale con
una forte spinta del piede. Ri-
mase sospeso nel vuoto.
Il Sole sfavillava in cielo in
tutta la sua gloria. Sotto di s,
Slade vedeva adunata gran folla.
Ma nell'avvicinarsi al selciato
della via non vide traccia del nit
e di Leear. Riconobbe, con un
tuffo al cuore, una fanciulla alta,
diritta che levava, agitandole, le
braccia verso di lui. Amor! Ne
invoc il nome con quanta voce
aveva e rispose con egual gesto
al richiamo della ragazza.

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Scese al centro d'una citt che gi vibrava tutta della speranza di
un destino migliore.

Verdetto della giuria d'ufficio.

unanime convinzione di questa giuria che il cadavere rinvenuto


sia quello di Michael Slade. Lo strano costume trovato indosso alla
salma ritenuto particolare di secondaria importanza e si stabilisce
che Michael Slade ha trovato morte cadendo dall'alto con tutta proba-
bilit da un aereo in volo. Nulla risulta, che induca a sospettare che la
morte di Michael Slade sia dovuta ad omicidio.

Fine
A.E. Van Vogt, The Chronicler, 1946

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LA SCIENZA DI URANIA

Nell'anno di grazia 2052

Come vivr il medio cittadino del mondo di qui a un secolo, nell'anno


di grazia 2052? interessante sapere che cosa pensa in proposito uno dei
pi noti e intelligenti scrittori americani di fantascienza, Robert A. Hein-
lein, appassionato studioso egli stesso dei problemi pi recenti di scienza
applicata.

OSPEDALI SULLA LUNA


Il solo modo di prevedere quello che potr essere il futuro, egli ha det-
to al redattore della rivista Galaxy che lo intervistava, di guardare il pre-
sente alla luce del passato. Pensiamo che cos'era, per esempio, la vita in-
torno al 1900, quando la vostra nonna era sposata di fresco e vostro padre
non faceva nulla di pi importante che poppare e dormire. Non c'erano
aeroplani, non c'erano automobili, i tram erano a cavalli, l'illuminazione
elettrica era un sogno di fantascienza e il cinematografo era ancora di l da
venire. La nonna abitava un appartamentino suburbano illuminato a gas e
riscaldato da una stufetta a petrolio o a legna. E faceva da mangiare su for-
nelli a carbone. Del bagno, termosifone e telefono, poi, non era nemmeno
il caso di parlare.
Ora trasportiamoci di un altro mezzo secolo, ma nel futuro, e immagi-
nate di andare a trovare non la nonna, ma la vostra ultima nipotina (ancora
da nascere), felicemente sposata con un giovane e brillante ingegnere

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astronavale.
Si tratta anche in questo caso di una casetta suburbana, a non pi di
centocinquanta chilometri dal centro. Voi avete gi visto dall'alto dove siete
diretto, mentre l'aerotass sta scendendo verticalmente, come si addice a
tutti gli elicotteri per bene, su un raggruppamento di emisferi che fa pen-
sare a un grappolo di bolle di sapone. Sceso dall'elicottero automatico, che
se ne torna immediatamente alla centrale lungo l'onda del radiofaro, voi
entrate sotto il portico d'ingresso, ma non avete bisogno n di suonare n
di picchiare, perch lo schermo fotoelettrico ha gi avvertito quelli di casa
che qualcuno scendeva sulla piattaforma di atterraggio e un altro piccolo
schermo sulla porta si illuminato per trasmettere la vostra immagine
nell'interno della casa, cos che non avete nemmeno bisogno di annunciare
la vostra identit al microfono presso la porta. E vostra nipote vi sta cor-
rendo incontro, tutta contenta.
All'interno la casa d'una pulizia esemplare. Il pavimento tepido e si
pu stare a piedi nudi, non ci sono correnti pericolose, non pareti fredde,
non cattivi odori. L'aria filtrata nell'istante che penetra nella casa e la pol-
vere precipitata in appositi ricettacoli. Luce sterilizzante ultravioletta inonda
ogni camera nell'istante che rimanga deserta e due o tre volte al giorno una
forte corrente d'aria spazza via la polvere, che si sia formata in casa, da
mobili e suppellettili.
In attesa che vostra nipote vada in cucina a prepararvi qualche cosa da
bere, vi sedete in giardino una specie di patio inondato di sole, con fiori
smaglianti, aiuole verdissime, panche e poltrone a dondolo e una bellissi-
ma piscina. La giornata, sebbene solatia, molto fredda, ma non nel giar-
dino di vostra nipote: che coperto da una grande cupola, una specie di
bolla di materia plastica trasparentissima (la stessa di cui sono ricoperte le
citt lunari e marziane): entro quella bolla la temperatura mantenuta co-
stante, nella misura desiderata, e il sole vi entra a fiotti.
Hai notizie della zia Agata? vi domanda vostra nipote.
Ho ricevuto stamattina un suo teleradio da Luna City. entusiasta
della Luna e vuole che si vada a trovarla lass al pi presto.
Che idea! obietta vostra nipote. Che gusto ci trova a starsene chiusa
in una caverna dall'aria condizionata!..
Quando avrai l'et della zia Agata e sarai fragile come lo lei rispon-
dete voi, saggio, e avrai i primi seri disturbi al cuore, vorrai andare anche
tu a riposare sulla Luna e ci proverai un gusto matto. Una gravit molto

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bassa quello che ci vuole per le persone anziane; e su Luna la zia arriver
comodamente a centovent'anni, non ostante il suo mal di cuore.
Perch ci saranno cliniche e ospedali, sulla Luna! E le prime trasvolate
nello spazio interplanetare sono qui, voltato l'angolo! Chi ha oggi 4 anni ha
novanta probabilit su cento di vedere prima di morire i primi razzi partire
per la luna.

TELEFONI TASCABILI
Tra le altre cose che hanno ogni probabilit di avverarsi entro il 2052
possiamo ricordare, sempre secondo Heinlein:
Una nuova psicologia pratica, che sostituir la psicanalisi (Freud co-
munque sar riconosciuto come un pioniere della intuizione prescientifica)
e operer mediante misurazioni e previsioni strettamente scientifiche;
La sconfitta del cancro, dell'influenza e della carie dentaria. Il nuovo
problema "rivoluzionario" della medicina sar lo studio della "rigenerazio-
ne", della possibilit cio di far crescere a un invalido una gamba o un
braccio in luogo di quelli perduti;
Alla fine di questo secolo, l'uomo avr iniziato l'esplorazione del siste-
ma solare e sar allo studio la costruzione della prima astronave per i voli
interstellari;
Il vostro telefono personale sar cos piccino da starvi nella tasca della
giubba o nella borsetta, e quello di casa, oltre ad avere un apparato televi-
sivo, terr nota dei messaggi ricevuti durante la vostra assenza, risponder
alle domande pi elementari e funger insomma da segretaria in molte
cose;
La velocit media con cui si viagger sar quella ultrasonica, al costo di
poche diecine di lire ogni mille chilometri;
Uno dei massimi problemi di fisica applicata sar quello di giungere al
controllo della gravit;
Si realizzer uno "stato mondiale", attraverso la liberalizzazione del co-
munismo, su tutto il pianeta;
Intorno al 1990 un emendamento costituzionale modificher profon-
damente la organizzazione federale dei singoli stati della Confederazione
Nordamericana;
Pesce e fermenti diverranno la nostra principale fonte di proteine. La
carne di manzo sar diventata un lusso; agnello e montone scompariranno,
perch le greggi distruggono i pascoli;

108/234
Il genere umano non si annienter attraverso guerre atomiche ed altre
catastrofiche previsioni pessimistiche, n la civilt verr "cancellata" dalla
faccia della Terra.

NON VIAGGEREMO NEL TEMPO


Heinlein, tuttavia, non ritiene che le seguenti "possibilit" siano realizza-
bili entro il giro di qualche generazione soltanto, ammesso che si realizzino
mai:
I viaggi nel tempo;
La velocit superiore a quella della luce, che gi rispettabile (trecen-
tomila chilometri al secondo);
Controllo della telepatia e di altri fenomeni metapsichici;
Radiotrasmissione della materia;
Automi, o robots, simili all'uomo con reazioni pseudo-umane;
Creazione della vita in laboratorio;
Conoscenza di ci che veramente il pensiero e di come sia connesso
alla materia;
Prova scientifica della sopravvivenza dell'anima;
La scomparsa definitiva delle guerre.
Da quando il progresso scientifico divenuto segreto militare, fare pre-
visioni su quelli che potranno essere domani i risultati pratici delle scienze
applicate particolarmente arduo; tuttavia certe tendenze negli sviluppi
della tecnica rivelano abbastanza chiaramente da quali scienze sar domi-
nata l'umanit nel prossimo futuro:
Cibernetica. lo studio della comunicazione e del controllo di mecca-
nismi e organismi. Comprende il campo meraviglioso dei "cervelli" mecca-
nici ed elettronici, ma non si limita ad essi soltanto: questi cervelli sono in
se stessi un fattore che accelerer i progressi tecnici con lo stesso ritmo
precipitoso con cui le guerre promuovono le applicazioni tecniche pi
straordinarie.
Semantica. Non un campo, questo, che si limiti soltanto al significato
delle parole: soprattutto un attacco frontale all'epistemologia, e cio a
quella disciplina che indaga sul "come" sappiamo ci che sappiamo, disci-
plina un tempo dominio esclusivo dei filosofi pi astratti.
Biochimica. Ricerche nella natura del protoplasma, nella chimica degli
enzimi, dei virus, ecc. ci fanno ragionevolmente sperare che un giorno si
possano debellare non soltanto le malattie che oggi conosciamo, ma che si

Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952 234/109


possa indagare nel meccanismo del vita stessa.
Chimica. Non ancora una disciplina, ma si avvia rapidamente a di-
ventarlo. la scienza che dar all'uomo le sorprese pi straordinarie. La
chimica appena nata; e quando si sar fatta un po' pi adulta, chimici
matematici indicheranno nuove sostanze, prediranno le loro propriet e
diranno ai tecnici come crearle.
Nucleonica. lo studio del nucleo, ove racchiuso il segreto dell'ener-
gia atomica. Il solo campo dei radioisotopi pi vasto di quanto non fosse
quello di tutte le scienze nel 1900.
Fisica. Vi sono oggi fisici che usano due misure del tempo, la misura T
e la misura Tau. Tre miliardi di anni su una misura possono equivalere a
una semplice frazione di secondo su un'altra, e tuttavia riferirsi entrambi a
voi e alla vostra cucina. Di siffatta anarchia soffre attualmente la fisica.

L'ERA DELLA SCIENZA


Ed anche per questo che l'Era della Scienza non si ancora aperta La
grande crisi che noi stiamo passando, dice Heinlein, non data dalla
bomba atomica, e nemmeno dalla Russia, n dalla morale languente della
giovent. una crisi nell'organizzazione e accessibilit delle conoscenze
umane. Possediamo un'enorme enciclopedia che non nemmeno ordina-
ta alfabeticamente. Ma a poco a poco lo sar. E allora sorger l'Era della
Scienza, che attraverso la rivelazione delle meraviglie del Creato ci porter
pi vicino a Dio di quanto oggi, nell'Era del Caos, la maggioranza degli
uomini non sia.

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IL FATTO INCREDIBILE

quasi certo che questa rubrica dedicata al Fatto pi straordinario della vostra
Vita, amici lettori, ne vedr e perci ne vedrete delle belle, a partire dal pros-
simo numero. Ma... acqua in bocca chi sa! Per il momento, i dotti di URANIA sie-
dono in permanenza per decidere quale possa essere il Fatto pi Incredibile ve-
ramente accaduto, a qualcuno dei lettori e perci meritevole di pubblicazione e
del premio in danaro (L. 5000).
URANIA intanto ringrazia tutti quei lettori che hanno voluto segnalarle fatti
veramente straordinari, documentati, anche se non accaduti loro. Invia pertanto in
omaggio La Legione dello Spazio e Schiavi degli Invisibili al Dr. Rosolino Andria,
Napoli, per la segnalazione di questo inesplicabile

MISTERO DELLO SPECCHIO


Nel pomeriggio del 20 febbraio 1936, nel War Memorial Hospital della
cittadina di Sault St. Marie, Michigan, un paziente, certo Jeffery Derosier,
agonizzava. Il suo letto si trovava in una piccola corsia dell'ospedale, nella
quale erano ricoverati altri quattro pazienti. Presso il letto di Derosier, sta-
va un comodino smaltato, con sopra un comune specchietto tascabile,
senza cornice e senza montatura. Derosier chiese lo specchietto e l'infer-
miera Adeline Knoop s'affrett a porgerglielo.
Gli altri pazienti seguirono tristemente la scena, delle pi comuni, pur-
troppo, in un ospedale.
Per alcuni istanti, il morente si guard nello specchio; e poi lo gett sul
comodino, ansimando disperato:
Mio Dio, sto morendo!
Ci fu un gran silenzio: nessuno si sentiva il coraggio di contraddirlo. E
allora Derosier parl di nuovo, e per dire qualcosa che non aveva senso.
Non sarete pi capaci di prendere quello specchio disse.
Pochi minuti dopo, e senza avere spiegato il significato preciso di quelle
parole, le sue ultime, Jeffery Derosier scivolava quetamente nel mondo

Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952 234/111


dell'al di l.
Rimossa la salma, uno degli altri pazienti della corsia, certo Harvey
Davenport, cerc di prendere lo specchio, rimasto abbandonato sul co-
modino. Ma lo specchietto sembrava appiccicato al piano smaltato del
mobile. Ci si prov l'infermiera, niente: lo specchio era inamovibile.
Il dr. F. Moloney, ch'era stato il medico curante del Derosier, volle
tentare anche lui, ma senza risultati apprezzabili. Vennero infermiere dalle
altre corsie, pazienti, medici, tentarono con strumenti vari di rimuovere il
perverso specchio, ma questo continuava a restare appiccicato al comodi-
no.
Per ventiquattr'ore lo specchio sfid tutti gli sforzi fatti per staccarlo dal
comodino.
In giornata lo stranissimo fatto si divulg per tutta Sault St. Marie. L' E-
vening News, di cui il dottor Andria allora residente negli Stati Uniti con-
serva una copia, pubblic un amplissimo resoconto del mistero, che, ri-
preso dall'Associated Press, fu diffuso da tutta la stampa dell'Unione.
Ma lo specchio restava appiccicato al comodino.
Quando l'infermiera Adeline Knoop cerc di insinuare l'unghia di un
dito sotto lo specchio, questo, ad un tratto, come di sua iniziativa, fece un
salto in aria di almeno un metro, andando a finire per terra. Intatto!
Fu esaminato attentamente. Non aveva nulla sul retro che potesse for-
mare un adesivo qualsiasi. Il comodino era asciutto. Rimesso sul comodi-
no, lo specchio non vi si appiccica pi. Fu messo in varie posizioni Niente.
Si gett dell'acqua sul comodino nel tentativo di creare un'aderenza per ri-
succhio. Ma lo specchio aveva cessato d'essere magico, e noi restava pi
attaccato.
Alla fine, lo specchio si ruppe, per "combinazione". I frammenti furono
gettati nella spazzatura da un'infermiera, la signora Grace Fleming, che eb-
be a parlare in proposito di "liberazione".
Dell'enigma si anche occupato in un suo libro recente lo studioso di
fenomeni "supernormali", come li chiamano in America, R. De Witt Mil-
ler, il quale ha voluto recarsi dai testimoni del fatto e controllare rigorosa-
mente ogni particolare.
Questo dello specchio un altro degli innumeri misteri, conclude il dr.
Andria, che, magari insignificanti in s, a raccoglierli e a studiarli con ani-
mo sereno, ci inducono ancora una volta a proclamare che una cosa sola
sappiamo: di non sapere.

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LA POSTA DI URANIA

Nel gennaio 1950 i giornali segnalarono che un astronomo giapponese aveva os-
servato un'esplosione su Marte. Se ne conoscono le cause? (Ing. Sirio Caimi, Roma)
Sono state avanzate alcune ipotesi in merito alla "esplosione" osservata su Mar-
te, esattamente il 27 gennaio 1950. Escluso che si trattasse d'un'eruzione vulcanica
(in questo caso sarebbe durata di pi), quasi certo che ci che l'astronomo giap-
ponese osserv sia stata la caduta sulla superficie marziana d'un grosso meteorite.
Poich Marte abbastanza vicino alla fascia degli asteroidi, dovrebbe essere bom-
bardato da questa "polvere di mondi" molto pi frequentemente della Terra.
Nell'ultimo caso del genere sulla Terra (Siberia Orientale, 1947) una enorme co-
lonna di fumo e di polvere si form immediatamente dopo la caduta del meteorite,
ma si dissolse del tutto in poche ore. L'esplosione su Marte fu probabilmente un
fenomeno analogo.

C' nesso particolare tra Urania, Urano e l'elemento Uranio? (Nicola Tarantino,
Bari)
Hanno in comune la parola greca ourans, da cui derivano e che significa cielo.
Urania era la musa dell'astronomia, la scienza cio delle cose celesti; il sommo
Herschel, scoperto il primo pianeta al di l di Saturno, volle battezzarlo Urano, a
memoria della divinit greca Ourans, personificazione del cielo e signore del
mondo. Quando poi Klaproth scoperse un nuovo elemento radioattivo sotto forma
di ossido nella pitchblenda e nella carnotite, lo battezz uranium in onore del pia-
neta di recente scoperto. I fisici moderni hanno voluto continuare la tradizione,
battezzando gli elementi oltre l'uranio coi nomi dei pianeti al di l di Urano, come
il nettunio e il plutonio.

Che cosa significa esattamente "fossile vivente"? Ed possibile che esistano pia-
neti oscuri nel sistema solare, i quali possono cos sfuggire all'osservazione astrono-
mica? (Evoluzionista ignorante, Pavia)
Fossile vivente detta una specie animale o vegetale che si conosca contempo-
raneamente allo stato fossile e in quello vivente, o anche una forma vivente che ab-

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bia tutte le caratteristiche d'un tipo fossile. Ci sono molti esempi: certe specie di
granchi, alcuni squali, delle felci, ecc.
No, pi che certo che non esistono nel sistema solare pianeti oscuri, che si
sottraggano all'osservazione telescopica, almeno all'interno dell'orbita di Urano. Se
un pianeta realmente assorbisse tutta la luce ricevuta dal Sole cos da essere total-
mente oscuro, rivelerebbe sempre la sua presenza mediante la sua forza di gravit.
Il moto degli altri pianeti a noi cogniti e gravitanti nelle sue vicinanze ne sarebbe
disturbato in modo particolarmente rivelatore. Infatti per gran tempo, tanto Net-
tuno quanto Plutone, sebbene non invisibili, sostennero la parte di "pianeti oscuri"
e furono, ancor prima di essere visti, scoperti attraverso l'influenza che la loro
massa esercitava sui pianeti a loro vicini.

vero che ci sono molte altre lune? La nostra Luna non sola? E se ci sono, dove
si trovano, queste altre lune? (Gisella Nalli, Genova)
Luna il nome che stato dato al satellite del nostro pianeta; ma la Terra non
il solo pianeta che abbia satelliti. Marte, per esempio, ne ha due; Giove, dodici; Sa-
turno, nove; Urano, cinque; Nettuno, due. E non detto che il remotissimo Pluto-
ne, di cui si sa ancora cos poco, non abbia anch'esso la sua brava piccola luna.
Inoltre, alcune di queste altre lune sono veri e propri colossi nel regno dei satelliti.
Sebbene la nostra Luna sia gi cos grande da essere considerata pi come la com-
pagna minore d'un sistema planetario doppio che un satellite vero e proprio, il
principale satellite di Saturno, per esempio, chiamato Titano, molto pi grande
della nostra Luna e perfino del pianeta Mercurio. Ha infatti un raggio di 2800 chi-
lometri (Luna, 1740; Mercurio, 2400), un'atmosfera, composta per di ammoniaca e
metano, e a buon diritto la luna pi grande del sistema solare. Se non fosse co-
stretto dalla massa enorme di Saturno a girargli intorno, avrebbe tutti gli elementi
per essere considerato un pianeta (e non il pi piccino del sistema solare). Ma ci
sono altri colossi tra la schiera delle "lune". Dei dodici satelliti di Giove, per esem-
pio, Callisto e Ganimede con 2600 e 2500 km. di raggio, sono anch'essi pi grandi
di Mercurio, mentre Io ed Europa, con raggi di 1700 e 1500 chilometri, equivalgono
la nostra Luna. Alla quale somigliano anche per le desolate condizioni di freddo
intensissimo (non meno di 150C sotto lo zero) e la mancanza di qualsiasi atmosfe-
ra. L'ultima delle lune giganti del sistema solare il remoto Tritone, satellite di
Nettuno, pi grande anch'esso di Mercurio coi suoi 2500 chilometri di raggio. Ma di
questa lontanissima luna si sa ancora troppo poco.
Come vede, nel sistema solare ci sono pi di trenta lune e alcune anche note-
volmente maggiori della nostra, ma ci lasciano vivere, e noi le lasciamo vivere....

Vorrei avere qualche notizia biografica di Eric Frank Russell. In quale regione de-
gli Stati Uniti i nato? Vive ancora? (Giovanni Buzzi, Lugano)
Eric Frank Russell non americano, essendo nato nel Surrey, in Inghilterra, nel
1905. Ha vissuto lungamente in Egitto. Durante la seconda guerra mondiale co-
mand una radio-unit della RAF aggregata all'armata del generale americano Pat-

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ton. studioso di fisica, radiotecnica e filosofia esoterica. sposato, ha una figlia,
Erica, appassionata di fantascienza e che promette di seguire le orme paterne, abita
a Liverpool, dove vive ritiratissimo lavorando ai suo straordinari racconti. Il suo
romanzo pi noto (in America la prima edizione si esaur in dieci giorni) Schiavi
degli Invisibili, che sta per uscire nei Romanzi di Urania.

Che cosa sono precisamente il protone e il positrone? e in che cosa sono diversi?
(Applicato di I Ruolo, Torino, 1929)
Entrambe sono particelle costitutive dell'atomo. Esistono due specie di parti-
celle subatomiche, quelle leggere e quelle pesanti: le pesanti con una massa circa
1840 volte la massa delle particelle leggere. Le pesanti sono il protone, con una ca-
rica elettrica positiva, e il neutrone, che ha circa la stessa massa del protone, ma
senza carica elettrica. Una terza particella pesante, il negatrone, con massa uguale
al protone, ma con carica negativa esisterebbe secondo certi fisici, in base a molte
fondate induzioni, ma non stato ancora scoperto. Le particelle leggere sono l'elet-
trone, con carica negativa, il positrone, con carica positiva, e il neutrino, che avreb-
be la stessa massa dell'elettrone, ma nessuna carica elettrica.
Il neutrino per definizione inidentificabile e pertanto non mai stato scoper-
to; ma stato necessario assumerne l'esistenza per equilibrare le equazioni.
Tra la luce e le particelle subatomiche pesanti esiste tutta una legione di mesoni
di peso diverso (fino a ottocento masse di elettrone) e dalla vita straordinariamente
breve. Una delle spiegazioni che si sono date dei mesoni ch'essi sarebbero un
temporaneo vortice di un fascio di elettroni; ma certo che nei prossimi dieci anni
si sapr molto di pi su questi misteriosi mesoni.
Poich il nucleo del normale atomo d'idrogeno un singolo protone, ci si rife-
risce spesso ai protoni come "nuclei dell'idrogeno". L'idrogeno pesante ha un nu-
cleo composto di un protone e un neutrone, e il nucleo nel suo complesso chia-
mato deutrone.
Il nucleo di quel rarissimo aspetto dell'idrogeno che consiste di un protone e di
due neutroni chiamato tritone, perch quell'isotopo dell'idrogeno si chiama tri-
tium. Il nucleo dell'elio di massa 3 (la stessa massa del tritone) consiste di due pro-
toni e di un neutrone e poich l'isotopo He-3 chiamato tralphium, stato definito
una particella tralpha, in quanto il nucleo dell'abbondante isotopo dell'elio He-4,
composto di due protoni e di due neutroni, era noto da molti anni col nome di
"particella alpha".

Il RAG. PIERO CIURLI, via de Larderel 10, Livorno, ci invia una bellissima lettera,
nella quale, oltre a esprimere il suo entusiasmo per quanto stato pubblicato fino-
ra, dice qualcosa che ci sembra riassuma uno stato d'animo molto diffuso, anche se
forse ancora inconscio, tra il pubblico. Un bisogno di bellezza spirituale, di valori
assoluti, di trascendenza, in questa epoca turbata e nuovamente incerta. Ci piace
riportare qui quanto questo innamorato di URANIA e del Creato tra l'altro ci scrive:
I problemi che ci affliggono durante la nostra breve giornata, le preoccu-

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pazioni che ci seguono giorno per giorno, i nostri incomposti e mai sazi desi-
deri diventano una cosa sciocca e priva d'importanza di fronte ai milioni di
stelle che ruotano nello spazio, alle lontanissime nebulose, la cui luce impiega
milioni di anni per giungere al nostro "atomo opaco del male"... Non posso
osservare pi di cinque minuti il cielo stellato senza che mi assalga la com-
mozione. Non so, ma mi sento tanto piccolo e meschino, mentre il Cielo
tanto grande e tanto bello. Se guardassimo pi spesso al cielo fitto di stelle
forse diventeremmo migliori e pi fratelli...
Sono lettere che consolano e confortano. Chi sa conservare intatta nell'anima la
forza del sogno, la fede in tutto ci ch' bello e puro, la speranza di qualcosa di mi-
gliore che aspetta solo da noi un piccolo sforzo di buona volont per rivelarsi, con-
serva qualcosa di molto prezioso per tutti gli uomini: la possibilit per il genere
umano di evolversi e spiritualizzarsi non ostante brutture, ricadute, follie...
E dire che i ragionieri avevano fama, un tempo, d'uomini eccessivamente pratici
e perci un tantino terra-terra! E invece Urania si rivela la Musa non solo degli
astronomi, ma anche dei ragionieri. Buon segno!

Che cosa c' di vero nei Deros, umanoidi abitanti nel sottosuolo e originari della
Lemuria, i quali provocherebbero tutti i mali che affliggono l'umanit? (Piero Vero-
na, Via Emilia 81, Roma)
Nulla di vero, naturalmente. Quanto alle teorie di Graves, sarebbe opportuno
che lei precisasse a quali particolari "teorie" paleo-etnografiche allude.
Quasi tutti i film di fantascienza in lavorazione in America saranno proiettati in
Italia nei prossimi due anni.

Vorrei sapere il tuo punto di vista sull'articolo di Mons. Miele sui viaggi interpla-
netari. (A. M. Via Asmara 50, Roma)
Mons. Icilio Miele un illustre cultore di fisica e di astronomia e pertanto la sua
opinione su un problema cos importante come le possibilit pratiche dei viaggi
interplanetari ha indubbiamente un gran peso. Ma il suo scetticismo dogmatico in
merito alle possibilit teoriche che l'uomo possa in un domani non lontano tentare
le vie degli spazi interplanetari, non condiviso da molti scienziati di fama altret-
tanto illustre. Senza contare che si potrebbe fare un volume divertente raccoglien-
do tutto quanto fu scritto nel secolo scorso da illustri matematici e scienziati sulla
assoluta impossibilit che l'uomo riuscisse ad innalzarsi dal suolo con una macchi-
na pi pesante dell'aria. Come poi i fratelli Wright e dopo di loro innumeri altri
audaci fecero... Credo che dopo la pubblicazione di serissimi volumi scientifici co-
me Rockets & Space Travel di Willy Ley e Interplanetary Flight di A. C. Clarke le
obiezioni che Mons. Miele solleva, definendo visionari e peggio i sostenitori dei
viaggi siderali, non reggano. Lo spazio e l'indole di queste pagine non mi permet-
tono di riportare le equazioni e i calcoli di questi due illustri fisici e matematici. Ma
avremo occasione di ritornare sull'argomento.

116/234
Vorrei una definizione scientifica di quello che viene chiamato comunemente
"tempo". (Riccardo Barrella, Via Villafranca 9, Roma)
Che cos' il tempo? o per meglio dire esiste di per s una cosa come il tempo? o
un'invenzione dell'immaginazione umana, uno schermo che la mente dell'uomo
crea per nascondere i limiti della sua capacit di comprendere il mondo materiale
che lo circonda? Secondo Einstein, il tempo in realt non esiste. Riemann lo defi-
nisce una quarta dimensione "immaginaria" (in senso matematico). Eddington
considera il tempo solo in funzione della termodinamica. E Newton: "Tempo ci
che in se stesso e per sua natura fluisce uguale e non suscettibile di mutare".
Ingegnosa la definizione data da uno scrittore di fantascienza americano, Ray
Cummings: "Il Tempo ci che impedisce a tutte le cose di avvenire tutte nello
stesso istante". E il celebre trinomio di Robert Bloch:
Spazio: una gran quantit di niente fra della roba.
Materia: la sola differenza esistente fra un elefante vero e uno rosa.
Tempo: non c' nulla che duri di pi.
Definizione che nel tono scherzoso e paradossale nasconde pi verit matema-
tica e precisione scientifica di quanto non sembri.
Einstein a chi gli chiedeva una volta una definizione fra tempo e infinito rispo-
se: "Ci vorrebbe un tempo infinitamente lungo per spiegare il tempo". Einstein,
mentre sostiene da una parte che il tempo non esiste in realt, dall'altra lo definisce
il mezzo col quale dividiamo la distanza per avere il moto. In questo caso il tempo
sarebbe in certo qual modo simile all'accelerazione centrifuga, che si sente come
una forza e pu essere composta con la gravit e tuttavia pu dimostrarsi una mera
astrazione geometrica. Nella sua "Macchina del Tempo" Wells per dimostrare la
reale esistenza fisica del tempo si domanda: "Pu esistere un cubo istantaneo?". Il
che mostrerebbe che la durata essenziale all'esistenza della materia come lo sono
lunghezza, larghezza e spessore.
Quanto alla barriera ultrasonica e termica, ne parleremo un'altra volta.

A quale velocit dovrei marciare all'ora un razzo interplanetare per sottrarsi alla
forza di gravit? (Luigi Manfredo, Via Gemona 52, Udine)
La velocit iniziale necessaria a un razzo interplanetare per potersi sottrarre alla
forza di gravit della Terra e poi proseguire per forza d'inerzia il viaggio nello spa-
zio detta "velocit di fuga" e non pu scendere sotto il valore minimo (teorico) di
11,1 km. sec. Poniamo che un razzo si accinga a partire dalla Terra per raggiungere
la Luna. Se mantenesse la velocit di fuga iniziale di 11 km. sec. (circa 40.000 chi-
lometri all'ora) potrebbe raggiungere la Luna in una diecina di ore. In pratica, par-
tendo alla velocit di 11 km. al secondo non potrebbe giungere sulla Luna prima di
cinque giorni.
Il signor Manfredo desidera inoltre rivolgere attraverso Urania un invito a tutti
gli appassionati di fantascienza onde vogliano mettersi in comunicazione con lui
per la fondazione di un "Club dello Spazio". Ottima idea, a cui Urania augura il pi
lusinghiero successo.

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Si suppone da molti che la razza umana non sia la forma di vita pi intelligente
dell'universo. Se cos fosse, un cenno, un avvertimento, quell'ipotetico popolo avrebbe
potuto inviarcelo! (Sergio Pessani, Corso Magenta 68, Milano)
Innanzi tutto bisognerebbe avere la certezza non solo che esistano creature pi
intelligenti dell'uomo, ma che comunque esistano nelle immensit degli spazi co-
smici altre creature. Nulla ci prova il contrario, nulla nemmeno ci prova ancor oggi
che esistano. Le ipotesi che si possono fare sono infinite quante le possibilit de-
terminate da probabilit. E del resto il fatto che noi non abbiamo mai percepito
una forma definitiva di comunicazione non esclude l'esistenza di altri esseri viventi
nell'universo. mai riuscito lei a entrare in comunicazione intelligente con una
formica, per esempio? Eppure il fatto che la formica, insetto pur intelligentissimo, a
quanto pare, possa non essersi accorta con intelligente consapevolezza dell'esi-
stenza dell'uomo, non esclude l'esistenza dell'uomo. E siamo sullo stesso pianeta!

Perch non riunire tutti i lettori di URANIA, i simpatizzanti d'astronautica, i cultori
d'astrofisica in un club chiamato appunto "Urania"? I soci potrebbero riunirsi per as-
sistere a conferenze tenute da uomini insigni, qualche socio potrebbe anche avere in
serbo qualche buona idea... (Roberto Stifani, Viale Jacopo dal Verme 5, Vicenza)
gi da tempo che se ne parla in Redazione. Abbia fiducia.

possibile che in futuro la scienza riesca ad aumentare o a diminuire la forza
d'attrazione d'un corpo celeste? (Giuseppe De Vitofranceschi, Via S. Olivieri 12, Pe-
scara)
Fu H. G. Wells, se non erro, che ne "I primi uomini sulla Luna" immagin che
uno scienziato, Cavor, avesse inventato non so che sostanza la quale riduceva ap-
punto le varie forze d'attrazione dei corpi celesti a favore del moto di traslazione di
un'astronave: la cavorite, appunto. Ma temo che la scienza sia rimasta e rimarr
forse per un tempo infinito alle invenzioni dei romanzieri, per quanto riguarda il
controllo della forza gravitazionale.

IL SELENITA

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Nello stesso preciso momento
racconto di Murray Leinster

Sapeva che sua moglie era morta, perch l'aveva veduta sep-
pellire: ma c'era una possibilit su altre mille che non lo fosse!

N ON poteva essere che un'assurdit. Se Jimmy Patterson avesse


contato a qualcun altro che non fosse Haynes quello che gli
stava accadendo, certo alcuni robusti infermieri in camice bianco sa-
rebbero venuti a prenderlo per portarlo in una casa di cura.
La cosa incominci tre mesi dopo che Jane era stata uccisa in un
incidente d'auto, e per Jimmy fu terribile. Quella notte, una notte
come ogni altra, rincasando Jimmy aveva sentito il solito nodo alla
gola mentre stava per entrare in casa: non si era ancora abituato al
pensiero che Jane non fosse l ad aspettarlo, ed ogni volta che rin-

Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952 234/119


casava provava lo stesso senso di angoscia. Quella sera fu pi forte
del solito, e Jimmy si chiese, avvilito, fino a quando avrebbe conti-
nuato a passare notti insonni o piene di incubi. Qualche volta i sogni
non erano angosciosi, Jane gli era vicina come quando era ancora
viva e Jimmy era felice, ma al risveglio la sua disperazione nel torna-
re alla penosa realt diventava cos profonda che spesso egli aveva
pensato che un giorno o l'altro l'avrebbe finita per sempre con quella
vita.
La sera in cui gli accadde il primo fatto strano, non era in uno
stato di angoscia anormale: solo quello stringimento di gola, come
ogni volta che tornava a casa, da tre mesi a quella parte. Come aveva
spiegato pi tardi a Haynes, aveva infilato la chiave nella serratura,
spinto la porta col piede, ed era entrato. Fu proprio mentre valicava
la soglia che ebbe la sensazione che ci fosse qualcosa d'anormale.
Chiuse la porta dietro di s, cercando di chiarire quell'inquietante
sensazione e sent come una lievissima corrente d'aria. Istintivamente
si volse a guardare la porta e vide che non era pi chiusa, era spa-
lancata.
And a letto coi nervi tesi: quell'incidente lo aveva turbato, ma fi-
n col dirsi che simili fatti possono accadere normalmente a chi
soprappensiero e si addorment. Fu un sonno senza sogni. Al mat-
tino si svegli coi muscoli tesi. Era un'abitudine contratta in quei tre
mesi, per difendersi dalla delusione terribile di non trovarsi Jane vi-
cina: prima ancora di aprire gli occhi cercava di ricordare che Jane
non c'era pi, s'irrigidiva per non fare il gesto di cercarla accanto a
s, poi cercava di adattarsi al pensiero insopportabile che Jane era
morta mentre lui era ancora vivo. Ma quel mattino il primo pensiero
che gli venne fu quello dell'incidente della sera prima. Ricord per-
fettamente ogni minimo movimento: la chiave che girava nella ser-
ratura, la spinta col piede, il gesto di rinchiudere l'uscio la prima vol-
ta, poi il suo stupore di vederlo spalancato e quella leggera corrente
d'aria che lo aveva avvolto e infine il movimento preciso della mano
nel far scattare la serratura la seconda volta. Era sicuro, adesso, che
la porta si era misteriosamente aperta da sola, che non era stata una

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sua immaginazione. Possibile o no, il fatto era accaduto, realmente
accaduto, si convinse.
Molto perplesso, si vest e usc. Fece la prima colazione in un ri-
storante e and in ufficio. Il lavoro lo aiutava a distrarre la mente dal
pensiero fisso della perdita di Jane, pure, ogni tanto, proprio i mini-
mi incidenti della giornata lo riportavano a lei. Sarebbe stato bello
raccontarle, la sera, tutto quello che gli accadeva durante il giorno,
cos come faceva un tempo, ridere insieme di tante cose! Quel gior-
no pens spesso all'incidente della porta e, tornando a casa, pensava
con una specie di ribrezzo alla notte insonne che certo lo attendeva e
non solo a quella notte, a tutta la vita senza Jane. Per lui la vita senza
Jane non aveva scopo, perch continuarla, allora?
Mise la chiave nella serratura, apr la porta e fece un passo. La
fronte gli sbatt contro l'anta. Per un attimo rimase immobile, poi
stese la mano, cerc la serratura. Ma la porta era aperta. Contro che
cosa, dunque, aveva sbattuto? Contro l'anta della porta. Ma la porta
era aperta davanti a lui, adesso, quindi non aveva potuto sbattervi
contro. Eppure aveva battuto la fronte, alz la mano al punto che gli
doleva ancora. E allora?
A ogni modo, non poteva farci nulla. Entr, appese il soprabito
all'attaccapanni, si lasci andare su una sedia, sfinito come dopo una
lunga corsa. Riemp la pipa per calmarsi, l'accese, mise il fiammifero
in un portacenere. Nel portacenere vi erano due mozziconi di siga-
retta; la marca era chiaramente leggibile: era la marca delle sigarette
che fumava Jane.
Allung una mano e li tocc col dito, li sent sotto il polpastrello,
solidi e reali. Gli venne l'idea che la donna che veniva a far le pulizie
avesse avuto l'impudenza di fumare le sigarette che erano state di
Jane. L'ira gli fece salire il sangue al cervello, si alz, gir per tutte le
stanze, imprecando, cercando in tutti i portacenere. Ma gli altri era-
no puliti e lucidi. Allora ritorn, col viso ancora congestionato, ac-
canto al tavolino di prima. Il portacenere era ancora l, ma era vuoto.
Jimmy incominci a dubitare delle sue facolt mentali. Mise le
dita nel portacenere: era vuoto, pulito, e nessuno avrebbe potuto

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vuotarlo mentre egli si aggirava per la casa, per la semplice ragione
che in casa non c'era nessuno all'infuori di lui. Ci significava che
egli stava diventando pazzo. Non ne prov n pena n spavento.
Meglio perdere la ragione, se la ragione significava non potersi libe-
rare del ricordo di Jane, della disperazione di sapere che non l'a-
vrebbe avuta pi accanto, mai pi, per tutta la vita. Per tutto il giorno
dopo non smise di pensare all'eventualit di diventare pazzo, e que-
sto riusc, se non altro, a distrarlo dal pensiero di Jane. Quella sera,
tornato a casa, scrisse dettagliatamente quanto gli era accaduto: l'in-
cidente della porta della prima sera, poi quello della seconda sera,
infine il fatto inspiegabile di quei due mozziconi di sigaretta che ave-
va toccato con le sue mani e che dopo pochi minuti erano scompar-
si.
Il diario di Jane era posto sulla cartella, in mezzo alla scrivania,
con una matita fra due pagine. Lo prese con un leggero tremito di
timore, ma senza aprirlo. Pens che un giorno o l'altro l'avrebbe let-
to. Jane non glielo aveva mai permesso, mentre era viva, ma ora era
diverso. Non subito quella sera, ma lo avrebbe letto. Fu proprio
mentre stava dicendosi questo, che gli venne improvviso il pensiero
che il diario di Jane non avrebbe dovuto trovarsi li, sulla scrivania.
Sussult con tanta violenza che il quaderno ricadde sul piano dello
scrittoio, aprendosi. Jimmy si sent stringere il cuore nel riconoscere
la scrittura alta ed acuta di Jane, richiuse con un gesto brusco il dia-
rio, ma gli rest nella retina la data stampata in cima alla pagina: la
data di quel giorno! S'irrigid, rimase come pietrificato finch il suo
cervello non riusc a trovare una spiegazione del fatto inverosimile
che Jane avesse scritto il suo diario in data posteriore di tre mesi al
giorno della sua morte. La spiegazione c'era, ed era semplice: Jane
non aveva tenuto conto delle date stampate sul diario, in testa a ogni
pagina, aveva riempito, giorno per giorno, pi pagine di quante ne
fossero assegnate per ciascun giorno dell'anno, ed ecco che le date
non corrispondevano al giorno effettivo.
Pi calmo, Jimmy riapr il diario, l dove la matita faceva da se-
gnalibro. Era infatti la data di quel giorno. La pagina era tutta scritta

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e la calligrafia era di Jane. Ma la scrittura gli parve fresca.
"Sono andata al cimitero" lesse Jimmy. " terribile. Sono passati
tre mesi dalla disgrazia e non sono affatto pi rassegnata del primo
giorno, anzi, il mio rancore verso il destino diventa sempre pi pro-
fondo e pi selvaggio. In principio non soffrivo in questo modo: la
morte di Jimmy mi pareva una cosa astratta, non reale. Ora invece...
Perch il caso ha ucciso lui, invece di uccidere me? Perch ha ucciso
uno di noi due?"
La mano di Jimmy si contrasse sulla matita, ed egli sent che la
pazzia stava lentamente dilagando per tutto il suo essere. Con uno
sforzo disperato riusc a scrivere "Jane, Jane, dove sei? Io non sono
morto. Credevo che tu fossi morta. In nome di Dio, dove sei?" poi il
solo fatto di aver potuto scrivere quelle parole gli annebbi del tutto
ogni facolt mentale. Per qualche minuto si sent come sprofondare
nel caos, poi riprese lentamente coscienza di s e si trov a fissare la
cartella sulla scrivania. Fra le dita non aveva pi nessuna matita e il
diario di Jane non c'era pi.
Attaccandosi disperatamente a quella realt, Jimmy si disse che il
diario non c'era mai stato, e nemmeno la matita e nemmeno la pa-
gina scritta. Si trattava di un'allucinazione, ecco tutto.
And a coricarsi, e non fu una bella notte, quella che pass, pure
non fu pi terribile di tante altre che aveva passato dopo la morte di
Jane.
La mattina dopo Jimmy compr una piccola macchina fotografi-
ca, con scatto al magnesio, e la caric accuratamente. And a casa,
come di solito, a sera inoltrata. Apr la porta con la chiave, la spa-
lanc adagio. S'accorse che la porta era ancora chiusa. Poich era
sicuro di aver sentito scattare la serratura e di averla aperta, indie-
treggi e fece scattare la macchina. Il bagliore del lampo del magne-
sio lo accec. Quando spinse la porta con la mano, la senti cedere:
era aperta. Entr. Si appoggi alla scrivania per girare la pellicola,
sostitu la lampada consumata con un'altra nuova nella macchina.
Mentre compiva questi gesti, not che sulla scrivania gli oggetti non
erano disposti come li aveva lasciati al mattino. Cercando di star

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calmo pos la macchina sul ripiano, and ad appendere il suo cap-
potto, trasse la pipa di tasca e sedette, accanto ad un tavolino, al capo
opposto della stanza, con tutti i nervi che gli dolevano per la tensio-
ne. Allung un mano, per vuotare la pipa nel portacenere e la mano
gli rest sospesa a mezzo: nel portacenere c'erano dei mozziconi di
sigaretta. Le mani incominciarono a tremargli, ma con uno sforzo di
volont caric la pipa, l'accese, cercando di non posare gli occhi sulla
scrivania. Si costrinse a fumare finch tutto il tabacco fu consumato,
sempre guardando altrove. Fu soltanto quando vuot nuovamente la
pipa nel portacenere che i suoi occhi furono attirati irresistibilmente
alla scrivania: il diario di Jane era l, sulla cartella di cuoio, nel posto
preciso dove era la notte precedente, ma aperto, con una riga che ne
teneva ferme le pagine, posata sopra orizzontalmente.
Jimmy non si spavent, si impose la calma. Attravers la camera
fino alla scrivania. Vide sulla pagina del diario le parole che egli
stesso vi aveva scritto la sera precedente, e, sotto, altre parole scritte
con la calligrafia di Jane.
"Amore, forse sto impazzendo, ma io credo che tu abbia scritto
sul mio diario come se tu fossi ancora vivo. Si, forse sono pazza, da
pazzi risponderti, ma ti supplico, amore mio, se tu sei vivo, in qual-
siasi modo tu sia vivo, ti prego"' Una macchia si dilatava sulla ri-
ga, forse una lacrima, il resto della frase era scritto in caratteri quasi
illeggibili.
Jimmy scrisse sotto, a sua volta, con la mano che quasi non riu-
sciva a reggere la matita, tanto tremava. poi mise la macchina foto-
grafica a fuoco, la fece scattare. Quando i suoi occhi si furono riabi-
tuati alla luce normale, dopo il lampo del magnesio, sulla scrivania il
diario non c'era pi. Quella notte Jimmy non pot dormire un solo
minuto e il giorno dopo era troppo stanco, troppo fuor di s per
andare a lavorare. Port la pellicola da un fotografo, pag un prezzo
sproporzionato perch gliela sviluppassero immediatamente. Le due
fotografie erano chiarissime: soltanto, a chi non sapesse come erano
state prese, potevano sembrare fotografie truccate o sovrapposte. La
prima mostrava due porte: una aperta e una chiusa. L'altra un diario

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aperto, ed era tanto chiara che con una lente di ingrandimento si
potevano leggere senza sforzo le parole scritte.
Senza osare di commentare i fatti inverosimili nemmeno con se
stesso, Jimmy cammin trasognato per la citt quasi per due ore.
L'unico pensiero a cui la sua mente potesse solidamente e ragione-
volmente attaccarsi, era di essere preda di una serie di allucinazioni :
quelle fotografie non potevano esistere, pensava Jimmy, quindi non
c'erano, egli le vedeva soltanto con l'immaginazione. Ma a un certo
punto si disse che aveva un modo per conoscere la verit. C'era un
uomo, a cui poteva parlarne senza che lo prendesse per pazzo:
Haynes.
Haynes era un suo amico. Era avvocato, ma esercitava la sua
professione senza entusiasmo.
Haynes gli disse Jimmy credo essere maturo per il manicomio.
Ad ogni modo voglio sapere che cosa vedi su due fotografie che ho
prese stanotte a casa mia.
Gli porse la prima delle due. Quello che Jimmy vi vedeva erano
due porte, quasi ad angolo retto, due porte identiche montate sugli
stessi cardini, ma una aperta e una chiusa, come se si trattasse di una
porta doppia. Haynes guard la fotografia, poi alz gli occhi e disse,
con la massima naturalezza: Non sapevo che ti divertissi a fare delle
fotografie truccate. Guard la fotografia con una lente. Ad ogni
modo, ben riuscita, la fusione delle porte sui cardini perfetta.
Immagino che tu abbia impressionato met pellicola per volta, la
prima a porta chiusa, la seconda a porta aperta. Il difficile era farle
sovrapporre nei cardini, devi avere un magnifico cavalletto, molto
stabile.
Jimmy cerc di dominare la propria voce: Ho fatto la fotografia
tenendo la macchina in mano disse.
Ma va! Non me la dai a bere! disse Haynes. Non vi sarebbe
stato possibile.
a me stesso che sto cercando di non darla a bere disse Jim-
my. Era pallidissimo. Tir fuori l'altra fotografia. E su questa, cosa
ci vedi? Haynes la guard prima a occhio nudo, poi con la lente.

Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952 234/125


Dopo un secondo d'osservazione sussult visibilmente. Aveva letto
le parole scritte sul diario di Jane. Guard Jimmy con evidente im-
barazzo.
Che cosa significa, Jimmy?
Jimmy allora raccont a Haynes quello che gli era accaduto nelle
due notti precedenti. Haynes lo ascolt in principio evidentemente
sbalordito, ma di mano in mano che Jimmy proseguiva nel suo rac-
conto, gli occhi dell'avvocato cambiarono espressione, si addolciro-
no, quasi si inumidirono di piet. Anch'egli si interessava di certi fe-
nomeni che esulavano da ogni normalit; parlava spesso, e con una
certa autorit, di quarta dimensione e di fenomeni esoterici, ma ave-
va una solida cultura legale ed una mentalit strettamente logica,
nella quale il racconto di Jimmy non poteva inquadrarsi se non a
patto di giudicare l'amico alterato nelle sue facolt mentali. Quando
Jimmy tacque, Haynes rimase per qualche minuto in silenzio.
Senti, Jimmy disse infine. Non la prima volta che mi capita
un caso del genere. Ebbi una cliente qualche anno fa la quale affer-
mava che c'era un tale che la picchiava. Non era vero, mai lei lo cre-
deva e lo affermava in perfetta buonafede e mostrava, per provarlo,
delle lividure. Era lei stessa che se le faceva, e se ne dimenticava
immediatamente, dopo: questo quanto affermarono i medici. Ca-
pisci, Jimmy?
Tu vorresti dire osserv Jimmy con stanca rassegnazione che
la mia disperazione mi ha suggerito il modo di crearmi delle prove
per poter credere quello che non , facendomi dimenticare, subito
dopo, d'aver creato io stesso queste prove?
Haynes non rispose. Pareva molto imbarazzato. Osserv di nuo-
vo e con molta attenzione le due fotografie.
un magnifico risultato di sovrapposizione disse infine.
tanto impossibile scoprire dove le fotografie si uniscono che la tua
spiegazione si presenterebbe come l'unica verosimile... Eravate die-
tro un camion che trasportava pali d'acciaio per costruzioni. Uno di
quei pali sporgeva dal rimorchio, col cartello di segnalazione appe-
so... Il camion aveva i freni pneumatici e l'autista li ingran, passando

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su un tratto di terreno bagnato. Il camion si ferm. Pur essendo fre-
nata, la tua macchina slitt... Questa la realt, il resto troppo as-
surdo, Jimmy.
Continua, per favore disse Jimmy, molto pallido.
Tu andasti a sbattere contro il retro del camion, sbandando. Il
palo sfond il parabrezza della tua macchina. Avrebbe potuto inca-
strarsi fra voi due, o avrebbe potuto colpire te. Fu per puro caso che
colp Jane.

E la uccise disse Jimmy. S. Se la macchina avesse sbandato di


pochi centimetri meno a sinistra, sarei morto io, invece di... Sul dia-
rio... hai letto, Haynes, Jane scrive come se fossi stato io ad essere
ucciso.
Il silenzio grav nella stanza, l'atmosfera era irreale: eppure, dalla
finestra aperta, si sentivano i rumori della strada e della gente e della

Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952 234/127


vita: rumori reali, normali. Haynes si mosse a disagio sulla sua sedia.
Credo proprio disse con sforzo s, credo che tu abbia fatto
come la mia cliente, Jimmy. Che tu abbia imitato la calligrafia di Jane
e poi ti sia dimenticato di averlo fatto. Sei andato da un medico?
Ci andr disse Jimmy. Ma prima continua nell'analisi della mia
pazzia, esamina tutti i fatti, fino in fondo, alla luce delle tue teorie.
Le mie teorie non sono accettate come scienza rispose Haynes.
Anzi, la maggior parte della gente le considera ciarlatanerie. Eppu-
re... Vediamo, in base ad esse, la prima cosa di cui bisogna tener
conto che Jane fu colpita per puro caso: il palo poteva benissimo
uccidere te o nessuno dei due. Le probabilit erano le stesse. Se fos-
si stato ucciso tu
Se fossi stato ucciso io disse Jimmy, ora sarebbe Jane a vivere
in casa, sola, e quello che ha scritto sul diario sarebbe logicamente
quello che avrebbe scritto, in tali condizioni.
Gi assent Haynes, impacciato. Non posso affermarlo con
prove di fatto, ma penso che vi siano moltissimi futuri possibili. Noi
non sappiamo quale di questi possibili futuri sar il nostro. Su questo
punto, soltanto coloro i quali credono che tutto sia preordinato dal
destino, potrebbero fare delle affermazioni contrarie. Quando l'oggi
faceva ancora parte del tempo di l da venire, il domani ci si presen-
tava sotto l'aspetto di molteplici possibilit. Il presente, l'attimo pre-
sente in cui ora viviamo, con i fatti che ci accadono era ed sol-
tanto uno fra i tanti, ed ognuno di questi attimi poteva pu con-
tenere in se stesso infinite e diverse possibilit di essere. Questo
sempre secondo le mie teorie, naturalmente, non secondo le realt
comunemente accettate. Quindi, stando al mio ragionamento, esi-
stono tante verit probabili, circoscritte nell'attimo in cui si vive,
quante sono le possibilit di realizzazione di fatti diversi in quell'at-
timo. chiaro? Prima che il palo colpisse, vi erano tre probabilit
una delle quali soltanto si realizzata, dal nostro punto di vista, ed
valida per noi in questo momento in cui le stiamo discutendo. La
prima era che nessuno di voi due venisse colpito; la seconda che il
colpito fossi tu, la terza che Jane venisse uccisa.

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Si ferm, imbarazzato. Poi prosegu: Ecco, io e molti altri che
accettano come possibili le mie teorie, dobbiamo trarre la conclu-
sione che non si pu escludere che anche le altre due probabilit si
siano verificate, dato che sono insite con le stesse possibilit nell'at-
timo in cui una di esse si verific. Capisci che cosa voglio dire?
Jimmy fece cenno di s, poi disse lentamente:
Ammettendo, per pura ipotesi, che ci fosse vero, Jane vivrebbe
in questo preciso momento un presente in cui sarei io il morto. Cos
come io vivo in un presente in cui lei che morta. cos?
Haynes assent, ma poi fece una scrollata di spalle.
Se ne and, poco dopo, con le sue fotografie.
Nonostante la sua ingegnosa spiegazione di quanto era accaduto a
Jimmy, Haynes era turbato, perch, naturalmente, le sue ipotesi ri-
manevano tali, di fronte ad una realt basata su fatti specifici, e questi
fatti, cos come si presentavano al senso comune, non erano spiega-
bili che con uno squilibrio mentale di Jimmy, pensava Haynes. E in
tal caso il suo dovere sarebbe stato quello di provvedere a far curare
l'amico. Ma non facile avere il coraggio di denunciare un amico
come pazzo, tanto pi quando non si hanno prove che la sua pazzia
pericolosa. Haynes si accert, innanzi tutto, che Jimmy agisse per
tutto il giorno come un uomo normale. Seppe che andava regolar-
mente al lavoro, che consumava i suoi pasti alle ore giuste e si com-
portava in tutto come un uomo normale. Nessuno avrebbe potuto
credere che Jimmy vivesse una doppia vita. L'unico che potesse so-
spettare che Jimmy passasse la notte ad accumular prove dell'impos-
sibile, era Haynes. E in certi momenti, del resto, Haynes quasi si
convinceva che l'impossibile, nel caso di Jimmy, potesse essere una
realt. Pi pensava alla fotografia della porta doppia, pi si diceva
che, essendo tecnicamente quasi assurdo poter truccare una foto fi-
no a quel limite di perfezione, l'unica spiegazione possibile dell'esi-
stenza di quella foto era ancora quella che ne aveva dato Jimmy. Ma
subito la sua ragione respingeva questa soluzione E perch, poi, un
fatto tanto inverosimile avrebbe dovuto accadere proprio a Jimmy
che non solo non si era mai assolutamente occupato di problemi del

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genere, ma ne era lontano per mentalit e temperamento? Per tutta
la settimana che segu alla sua conversazione con Haynes, Jimmy fu
quasi allegro, o per lo meno molto sollevato. La spiegazione metafi-
sica di Haynes lo aveva se non altro liberato dal bisogno di sforzarsi
a convincersi che Jane era morta. Inoltre le prove che Jane non era
morta continuavano ad accumularsi. Jane continuava a scrivergli
messaggi sul diario ed egli le rispondeva con lo stesso mezzo. Jimmy
fu tutto preso dalla gioia di poter in qualche modo comunicare con
la sua Jane.
La seconda settimana fu un po' meno felice. Era consolante sa-
pere che Jane viveva, ma a poco a poco questa sicurezza non bast
pi a Jimmy. Essere separato da lei era ancora pi insopportabile, se
lei era viva, e nessun ragionamento poteva, convincere Jimmy che
fosse necessario, per loro due, vivere separati su due piani di esi-
stenza diversi, dai quali era soltanto possibile comunicare attraverso
lettere d'amore. Per qualche tempo ambedue cercarono di nascon-
dersi vicendevolmente l'infelicit che derivava loro da questa inac-
cettabile separazione. Le loro lettere erano piene di parole tenere,
amorose, ma anche di riferimenti alle piccole cose quotidiane:
chiacchiere, notizie di fatti accaduti ai vicini, le solite cose che si di-
cono fra marito e moglie che convivano in armonia.
Tutto questo Jimmy raccont a Haynes, prima della fine, quando
lo incontr per istrada, due settimane dopo il loro colloquio.
Haynes not che Jimmy aveva un viso pi sereno, quasi allegro,
ma era molto dimagrato. Jimmy lo salut con la solita affabilit e fu
proprio Haynes a sentirsi un po' a disagio. Non osava chiedere a
Jimmy che cosa avesse fatto in quelle due settimane, ma infine si de-
cise, con palese esitazione: Di' un po', Jimmy, e quella faccenda di
cui mi parlasti, quelle fotografie, voglio dire incominci.
Ah, s. A proposito, avevi proprio ragione tu. Le realt di ogni
attimo in cui si vive possono essere molteplici e diverse. Anche Jane
d'accordo. Infatti, sul piano nel quale io vivo, Jane morta in
quell'incidente; ma nella dimensione temporale in cui vive, sono io
che sono stato ucciso.

130/234
Haynes s'innervos.
Fammi vedere ancora una volta quella fotografia, Jimmy, quella
della porta doppia. Ci ho ripensato e mi sono detto che una fotogra-
fia truccata deve assolutamente rivelare il punto di sovrapposizione a
un'analisi accurata. Ti dispiacerebbe se la facessi ingrandire?
No certo disse Jimmy. Anzi, se ti fa piacere, puoi tenerti la
pellicola. A me non serve pi.
Sempre un po' impacciato, Haynes prese la pellicola, poi fece a
Jimmy qualche domanda, a cui Jimmy rispose con la massima sem-
plicit, come se parlasse delle cose pi naturali del mondo. Fin col
dirgli che l'unica cosa che lo turbava un poco era il non sapere come
tutto questo potesse accadere e per quale ragione accadesse soltanto
a lui e a Jane.
Haynes lo aveva ascoltato, sempre pi sconvolto, stringendo le
mani una all'altra, quasi spasmodicamente.
No, Jimmy scoppi a dire, alla fine, quando l'altro tacque.
Tutto questo non pu, non pu, capisci, essere vero e reale! Devi
essere pazzo, Jimmy.
Naturalmente, se avesse creduto Jimmy realmente pazzo una si-
mile frase non gli sarebbe sfuggita.
Jimmy gli disse, per tutta risposta:
Ah, a proposito, Haynes. Jane mi ha parlato di te, qualche sera
fa. Mi ha detto che hai avuto un incidente di macchina in Saw Mill
Road.
Haynes sussult, impallidendo. vero. Un autotreno mi si par
davanti, mentre prendevo una curva, sbucando da una strada latera-
le, fuori mano. Sterzai al largo pi che mi fu possibile, per evitare lo
scontro, ma l'urto non si pot evitare e mi lanci in un fosso laterale.
L'altra macchina, bench avesse il rimorchio parzialmente sfasciato e
per poco non ribaltasse, ripart a tutta velocit, senza neanche curarsi
se mi fossi ferito o no.
Eri proprio in piena curva, nel piano temporale in cui Jane si
trova disse Jimmy. Il cozzo fu orribile, mi disse. Nell'altra macchi-
na c'era Tony Shields. rimasto ucciso sul colpo, ossia morto nel

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mondo dove Jane si trova.
Haynes si bagn le labbra aride con la lingua.
Ma assurdo disse. E io? Nel mondo di Jane rispose Jim-
my tu sei all'ospedale.
Haynes bestemmi, si sent salire l'ira al cervello pur senza ragio-
ne.
Non ci credo! scand. Ma subito aggiunse, quasi in tono sup-
plichevole: Jimmy, non pu essere vero, dimmi che non vero.
Non si pu spiegare, una cosa simile!
Jimmy scosse la testa: Ascolta, Haynes: Jane ed io ci vogliamo
piuttosto bene, direi! Sottoline ironicamente quel piuttosto. Il de-
stino ci ha voluto separare, ma il nostro amore va contro anche al
destino. Non si dice comunemente, di due che si vogliono bene, che
fanno due corpi e un'anima? Ecco, a Jane e a me accaduto qual-
cosa di questo genere: due corpi e un'anima, due esistenze su piani
diversi, ma la possibilit di comunicare. Se ci sono due esseri al
mondo a cui questo poteva accadere, quei due siamo noi, Haynes.
Dopotutto, forse solo un sassolino o una goccia d'acqua in pi de-
termin lo slittamento della mia macchina proprio al centimetro
perch Jane e non io rimanesse uccisa. Parlo del piano su cui io vi-
vo, naturalmente. In fondo, la differenza minima: un centesimo di
metro in pi o in meno in una data direzione, capisci? Una misura
tanto piccola, e forse una causa cos piccola un sassolino, una goc-
cia d'acqua ha determinato la nostra separazione materiale; ma il
nostro amore troppo immenso perch cose tanto piccole possano
influire su di esso, cosi esso supera questa fragile barriera ogni volta
che si frappone fra Jane e me. Nello stesso momento, nello stesso
posto preciso, io apro una porta e lei la chiude o viceversa. Ci
spiega quella fotografia, capisci. Ecco tutto, Haynes.
Haynes non disse una sola parola ma c'era una chiara domanda
nei suoi occhi e Jimmy vi rispose:
Noi due speriamo disse terribile essere separati, ma forse
un giorno... I fenomeni continuano a verificarsi. Il suo diario, per
esempio, a volte presente nell'attimo in cui lei vive, a volte nell'at-

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timo in cui vivo io. I mozziconi di sigarette anche. Forse. Per la
prima volta durante quel colloquio il viso di Jimmy si alter visibil-
mente: parlava come se non avesse pi nemmeno una goccia di sa-
liva: Ecco, se anche solo per un istante due attimi del piano su cui
viviamo separatamente dovessero sovrapporsi cos che Jane ed io ci
potessimo toccare, nessuna forza al mondo e nessun diavolo dell'in-
ferno ci potr separare mai pi, te lo garantisco! S, era cos, ma ci
nonostante questa era pazzia! La terza settimana di pazzia! Jimmy
disse con molta calma a Haynes che tutte le sere trovava una lettera
di Jane nel suo diario e tutte le sere egli gliene scriveva una in rispo-
sta. Gli disse che la barriera che li separava, ogni giorno si faceva pi
sottile e pi fragile. Ogni notte, quando era a letto, trovava nel por-
tacenere sul comodino un nuovo mozzicone di sigaretta. S, lui e Ja-
ne erano molto vicini, la loro barriera consisteva soltanto nella diffe-
renza fra quello che era accaduto e quello che sarebbe, con le stesse
probabilit, potuto accadere. La differenza che pu provocare in un
incidente una pietruzza o una goccia d'acqua, ecco tutto! Forse, da
un altro punto di vista, gli altri dicevano che quella differenza era la
stessa che c'era fra vita e morte, ma in fondo era soltanto questione
di guardare le cose da un lato piuttosto che da un altro. Perci Jim-
my continuava a sperare, perch sentiva che la barriera ogni giorno
pi si assottigliava. Disse a Haynes che una volta gli era parso perfino
di sentire il contatto della mano di Jane sulla sua. Se non poteva af-
fermarlo con sicurezza, era soltanto perch era ancora troppo anco-
rato al punto di vista dei pi, per poterci credere in pieno...
Mentre parlava ad Haynes di queste cose, il tono di Jimmy era
perfettamente calmo e normale.
Poi, una notte, Haynes chiam Jimmy al telefono.
Jimmy disse Haynes. Al contrario di quella di Jimmy, la sua
voce era alta di tono, quasi isterica. Credo di essere impazzito! Ti
ricordi d'avermi detto che la macchina che si scontr con la mia era
guidata da Tony Shields?
Certo rispose Jimmy gentilmente. Perch?
Tu mi dicesti che Tony era stato ucciso in quell'incidente. Sto

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impazzendo, ti dico! Ebbene, io non avevo parlato assolutamente
con nessuno di quello scontro. Ma dopo quanto tu mi dicesti non
potei resistere alla tentazione e telefonai a Tony. Era proprio lui, ca-
pisci, che guidava l'altra macchina. Gliene ho dette di tutti i colori,
non solo perch mi ha investito, ma anche perch se n' andato in
quel modo, senza occuparsi di vedere se ero vivo o morto. Ebbene,
si tanto spaventato che mi ha detto d'essere disposto a rifondermi
tutti i danni. Naturalmente io non gli ho detto che lui... che lui sta-
to ucciso. Jimmy non fece commenti: sembrava che la cosa non lo
interessasse minimamente.
Vengo da te incalz Haynes. Debbo assolutamente parlarti.
No rispose Jimmy molto calmo. Non ora. Jane ed io siamo vi-
cinissimi. Ci siamo sfiorati. E speriamo tanto che quello che ci divide
ancora scompaia, da un momento all'altro.
Ma, Jimmy, non possibile! grid Haynes, inorridito. Non
pensi a che cosa accadrebbe se tu riuscissi a raggiungerla nel posto in
cui lei si trova? Oppure se lei tornasse dove sei tu?
Non so bene che cosa succederebbe disse Jimmy e non me ne
importa. So soltanto che saremmo finalmente e ancora insieme.
Ma tu sei pazzo! Tu non devi, Jimmy, non devi...
Invece quello che spero, Haynes lo interruppe Jimmy, sem-
pre gentilmente. Qualcosa deve accadere... Io spero. Addio, Hay-
nes.
La sua voce tacque. Haynes sent un rumore nel microfono, poi
riusc a cogliere il suono di due parole: due sole parole, dette a voce
bassa, ma Haynes avrebbe giurato che erano state dette dalla voce di
Jane, una voce palpitante di felicit: Jimmy, amore!
Lasci andare il ricevitore. Poi riform il numero di Jimmy, ma
nessuno gli rispose.
Haynes non riusc nemmeno ad andare a letto, quella notte, era
cos eccitato che non poteva star fermo. All'alba cerc di telefonare
nuovamente a Jimmy, ma ancora non ricevette risposta. Un po' pi
tardi chiam l'ufficio dell'amico: gli dissero che Jimmy non si era
veduto. Allora Haynes si decise a recarsi alla polizia. Spieg che

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Jimmy era in uno stato di depressione terribile, dopo la morte di sua
moglie, e che temeva gli fosse accaduto qualcosa. Per entrare, la po-
lizia dovette scassinare la porta della casa di Jimmy. Anche le finestre
e le porte interne erano ermeticamente chiuse e dovettero essere
aperte con la forza a una a una.
Il cadavere di Jimmy fu ricercato invano dappertutto: fu persino
prosciugato uno stagno, nei pressi della citt. Ma non fu pi trovata
traccia di Jimmy, in nessun luogo. Finirono per concludere che
Jimmy aveva lasciato la citt e tutti finirono per accettare tale spiega-
zione.
Ma Haynes non si dava pace. Parecchie cose, di quelle che Jim-
my gli aveva detto o fatto constatare, turbavano Haynes. Il fatto che
egli sapesse chi guidava la macchina che lo aveva investito, per
esempio. E la fotografia della porta doppia. L'aveva fatta ingrandire e
non s'era potuto scoprire in essa ombra di trucco. Ma d'altra parte, si
chiedeva Haynes, perch, ammesso che un simile assurdo fatto po-
tesse essere accaduto, era accaduto soltanto a Jane e a Jimmy? Quali
precise contingenze o ragioni o cause, lo avevano determinato? E
potevano fatti simili determinarsi ogni volta che due persone si tro-
vassero in quelle precise contingenze per le stesse precise cause o
ragioni? O, piuttosto, le cose accadevano veramente, nel mondo?
Oppure i fatti non erano se non un'impressione soggettiva, pur se
condivisa da una massa di soggetti diversi, dalla totalit, quasi, degli
individui?
Quello che Haynes desiderava pi al mondo, dopo la scomparsa,
Jimmy, era di potergli parlare ancora una volta.
Era stato egli stesso a descrivere a Jimmy le condizioni ideali in
cui il fatto straordinario che gli era accaduto avrebbe potuto, secon-
do le sue teorie, verificarsi. E Jimmy aveva accettato la sua ipotesi di
diversi attimi del presente in cui diverse probabilit inerenti alle
stesse cause si verificassero con diversi effetti. In uno di quegli attimi
Jane era morta, in un altro di quegli attimi era morto Jimmy e in un
altro ancora nessun dei due era perito. Ora, fra due di quegli attimi
che Jane e Jimmy vivevano su piani diversi, la barriera che li divideva

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doveva essere crollata. Ma come, e perch? Ed esisteva effettiva-
mente tale barriera? E se esisteva, era bastato il desiderio assillante
di quei due di ritrovarsi insieme, per farla crollare? Per quale ragio-
ne, proprio in quell'attimo e non in un altro?
L'unica cosa certa, fin per concludere Haynes, era che nel mon-
do non c'era nulla di certo. Quello che lo consolava un poco era
che, in questa disperata incertezza d'ogni cosa, Jane e Jimmy avesse-
ro potuto trovare il modo di rendere possibile una cosa impossibile
come quella di stare insieme dopo che uno dei due era morto.
La macchina di Haynes era stata riparata. Avrebbe potuto benis-
simo andare al cimitero, dove era sicuro che almeno Jane era sepol-
ta. Ma per ragioni che egli solo conosceva, Haynes non vi and mai.

Fine
Murray Leinster, The other now, 1951

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Gli Orfani dell'Infinito
racconto di Michael Shaara

Non chiedevano che di servire, e da millenni attendevano il


ritorno dei loro Creatori. Ma vennero gli uomini

N ELLA zona oscura della Galassia chiamata Sacco di Carbone,


sul quarto satellite della stella Tyban, il capitano Steffens del
Comando Cartografico Interplanetario stava contando degli edifici.
Undici. Anzi, dodici. Si chiese se il loro numero avesse un significato
particolare. Non ne aveva la minima idea.
Che ve ne pare? domand.
Il tenente Ball, ufficiale di rotta dell'astronave, fece per grattarsi la

Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952 234/137


pera, poi si ricord che portava uno scafandro interplanetario.
Pare un luogo di residenza provvisoria rispose. Sono pochis-
simi edifici, tutti costruiti con materiali naturali, gli unici disponibili.
Che si tratti di naufraghi?
Steffens s'incammin silenziosamente lungo il pendio. La parete
di pietra liscia, corrosa dalle intemperie, si ergeva, fuor dalla sabbia,
davanti a lui.,
Niente iscrizioni osserv il capitano.
Sarebbero state cancellate, comunque. Vedete come le ha cor-
rose il vento? In ogni caso, non ci sono altre costruzioni in tutto il
maledetto pianeta. Non mi pare indizio di una grande civilt.
Non credete che questi cosi sian stati eretti dagli aborigeni?
Ball non era di quel parere. E Steffens annu.
Fissando il muro di pietra, Steffens prov il rispetto che si sente
per le cose molto antiche. Istintivamente aveva la sensazione che si
trattasse di una costruzione antica, troppo antica. Allung la mano
guantata e la fece scorrere delicatamente lungo le scanalature del
muro. Bench l'atmosfera fosse assai rarefatta, not che gli edifici
non erano muniti di compartimenti stagni per l'ingresso e l'uscita.
La voce di Ball rison nel suo casco:
Montiamo il cantiere, capo?
Steffens si ferm:
E va bene, se credete che possa servire a qualcosa.
Non si sa mai. Probabilmente gli scavi serviranno a ben poco.
Queste costruzioni hanno le fondamenta su un piano di roccia, levi-
gato dal vento. E, come vedete, si tratta di roccia naturale, intagliata
molto tempo fa concluse, indicando la spianata ai loro piedi.
Quanto tempo fa?
Ball mosse i piedi a disagio.
Non vorrei dire una sciocchezza.
Ma io vorrei saperlo cos, a occhio e croce.
Ball guard il capitano, sapendo benissimo quel che pensava,
sorrise debolmente e replic:
Cinquemila anni? Diecimila? Non saprei.

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Steffens emise un fischio prolungato.
Ball indic di nuovo la parete.
Guardate le striature. Bastan loro a dirlo. Un gagliardo vento
terrestre impiegherebbe parecchie migliaia di anni come minimo per
scavare dei solchi cos profondi, e il vento, quass, ha una forza
molto minore.
I due esploratori rimasero un momento in silenzio. L'uomo per-
correva gli spazi interplanetari da tre secoli; e quella era la prima
prova tangibile dell'esistenza di un'altra specie, ancora pi evoluta,
che trasvolava gli stessi spazi. Era un momento storico, ma n Ball
n Steffens pensavano alla storia, in quel momento.
Tre secoli prima l'uomo aveva cominciato a percorrere gli inter-
spazi. Colui che aveva eretto quelle costruzioni, li percorreva gi mi-
gliaia di anni prima.
E questo significava, pens Steffens profondamente a disagio, che
"loro", chiunque fossero, avevano un formidabile vantaggio.

Mentre la squadra degli scavatori lavorava a tutto vapore, senza


ottenere il minimo risultato, Steffens rimase solo tra gli edifici deser-
ti. Ball and a raggiungerlo e osserv i muri con aria petulante.
Be' osserv chiunque fossero, quei signori, non ci han dato
loro notizie, fino ad oggi.
No? E come possiamo esserne sicuri? chiese Steffens con una
specie di grugnito. Una stirpe oriunda di un altro pianeta batteva
questa parte della Galassia mentre gli uomini si facevano ancora la
guerra con le lance e gli scudi; s, proprio fin da allora. E questo
pianeta solo a pochi anni-luce da Varius II, che ha una civilt anti-
ca come quella della terra. Gli individui che hanno costruito questa
roba sono arrivati su Varius? sono arrivati sulla terra? Come faccia-
mo a saperlo?
Affond il piede nella sabbia con aria distratta.
E, cosa ben pi importante, dove sono ora? Una razza che ha
varie migliaia di anni
Quindicimila anni dichiar Ball, e quando Steffens alz gli oc-

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chi meravigliato, soggiunse: quel che dicono i ragazzi della squa-
dra geologica. Quindicimila, come minimo.
Il capitano, piuttosto infelice, si volt a fissare gli edifici. E,
quando si fu reso perfettamente conto della loro antichit, fu colto
da un pensiero improvviso:
Ma perch palazzi? Perch dovevano costruire in pietra per far
durare le loro opere? In questa faccenda ci sono parecchie cose che
non vanno. Non era necessario che costruissero, a meno che non si
trattasse di naufraghi. E i naufraghi si sarebbero lasciati qualcosa die-
tro. L'unica ragione per aver bisogno di un accampamento come
questo
Potevano averne bisogno, ad esempio, se la loro astronave se ne
fosse andata ed alcuni di loro fossero rimasti.
Steffens annu.
Ma allora l'astronave deve esser ritornata. E dove andata do-
po?; smise di prendere a calci la sabbia e alz gli occhi verso il cielo
meridiano, d'un azzurro nerastro. Non lo sapremo mai.
E se fossero passati sugli altri pianeti?
Abbiamo ricevuto rapporti negativi. Quelli all'interno sono
troppo caldi, e quelli all'esterno troppo pesanti e freddi. Il terzo pia-
neta l'unico che abbia una temperatura decente. Ma ha un'atmo-
sfera di anidride carbonica.
E se fossero andati sulle lune? Steffens si strinse nelle spalle.
Possiamo fare un salto a vedere.

Il terzo pianeta, finch l'astronave non si avvicin, pareva una


sfera luccicante e levigata, poi, di mano in mano, l'aspetto di palla da
biliardo cambi e apparvero strati e cumuli di nubi, al di l dei quali
si intravvedeva vagamente il suolo.
Le lune di quel sistema solare non avevano rivelato niente di
nuovo. Il terzo pianeta, un mondo caldo pesante, privo di ossigeno,
dal quale gli apparecchi d'ascolto non avevano mai captato alcun
messaggio, era l'unica possibilit che si offrisse agli esploratori. Stef-
fens s'aspettava di non trovar nulla, ma era tenuto, per dovere, a fare

140/234
quella visita. All'altezza di parecchi chilometri, sorvol la zona, in
esplorazione, seguendo la vecchia spirale classica imposta dal Co-
mando Cartografico. Sotto il velivolo parvero muoversi le sagome
nere delle colline e degli scogli.
Steffens regol il teleschermo sull'ingrandimento massimo e ap-
parve una citt.
La citt fu vista dall'intero equipaggio. Qualcuno grid, molti si
chinarono per veder meglio, e Steffens stava per chiamare l'osserva-
torio, a terra, per chiedere l'altezza precisa, quando s'accorse che la
citt era morta.
Il capitano studi i muri smozzicati simili a frantumi di vetro
opaco che sorgevano sopra la pianura, in un cerchio irregolare.
Verso il centro della citt c'era un enorme buco di almeno cinque
chilometri di diametro dalle pareti bruciacchiate. Tra le macerie non
vi era segno di vita.
Steffens cal di quota, per assicurarsi di ci che aveva visto, poi
volt l'astronave e trasvolando il principale continente del pianeta si
diresse verso la luminosa zona del sole. Pareva che le rocce scorres-
sero all'indietro sotto il velivolo. Non vi era segno di vegetazione, ma
sullo schermo apparvero, in compenso, molte altre citt, tutte con la
profonda fossa nerastra, e gli edifici sbriciolati intorno.
Il velivolo pass sulla faccia oscura del pianeta. Dopo circa due
chilometri i contatori di Geiger cominciarono a reagire. I quadranti
rivelavano che sul pianeta non poteva esistere vita biologica.
Dopo un certo tempo Ball chiese:
Be', che ve ne pare? Sono stati i nostri amici del Quarto Pianeta
a combinare questo disastro, o erano della stessa razza della gente di
quaggi?
Steffens non staccava gli occhi dal teleschermo. L'astronave stava
tornando sull'emisfero illuminato del pianeta.
Andremo gi a prenderci la risposta da soli disse. Preparate gli
scafandri antiradioattivi.
Si concentr per qualche minuto: se gli abitanti del Quarto Pia-
neta erano di un'altra specie, logicamente venivano da un'altra co-

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stellazione, e non potevano provenire dai mondi vicini alla terra, Di
loro si sapeva soltanto che possedevano velivoli interplanetari ed
erano una razza bellicosa.
L'astronave scese ancora di quota, in cerca di un buon atterraggio,
ma Steffens non si stacc dal teleschermo. E fu lui che a un tratto
vide qualcosa muoversi.
Sul pianeta, a vari chilometri da lui, si era profilata un'ombra nera
e immobile, poi, a un tratto, l'ombra aveva fatto un gesto. Steffens si
irrigid. Anche a quella distanza, aveva capito che si trattava di un
automa.
Minuscolo e nero, con una massa di braccia e di gambe pendule,
l'oggetto scendeva, come scivolando, il declivio di una collina. Stef-
fens lo vide chiaramente per un intero secondo, vide la sfera senza
lineamenti del capo volgersi verso l'alto mentre l'astronave passava,
poi la collina spar.
Rapidamente Steffens diede ordine di riprender quota. L'astro-
nave diede un balzo sotto i suoi piedi, e part verticalmente verso
l'alto. Steffens rimase presso lo schermo accrescendone l'ingrandi-
mento man mano che l'astronave s'alzava, e vide, cos, un'altra di
quelle strane creature, poi due, poi un intero gruppo nero che sci-
volava gi per la collina, coi fastelli di gambe e di braccia penzoloni.
Nessuna creatura vivente, solo automi, automi. Regol lo scher-
mo sul primo piano non appena gli fu possibile, e l'immagine ap-
parve, perfettamente a fuoco.
Alle proprie spalle sent uno degli uomini dare in un'esclamazio-
ne soffocata di meraviglia.
Intorno alla testa degli automi correva una striscia di materiale
semitrasparente... l'occhio, evidentemente, un occhio per vedere in
tutte le direzioni. In cima al capo vi era un altro tondello dello stesso
materiale, il resto era tutto metallo nero, saldato con assoluta perfe-
zione. L'astronave era quasi a perpendicolo sopra gli automi. Stef-
fens poteva vedere ben poco delle molteplici braccia e del corpo, ma
quel che aveva potuto osservare sullo schermo era sufficiente: si
trattava degli automi pi perfetti che avesse mai visti.

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Il velivolo si stabilizz. Steffens non sapeva che pesci pigliare.
L'improvvisa visione degli oggetti in movimento lo aveva sconvolto.
Aveva gi fatto sonare l'allarme e mettere in azione le corazzature di
protezione. Ora non aveva altro da fare. Cerc di concentrarsi per
scoprire che cosa avrebbe dovuto fare, secondo la Legge della Con-
venzione Intermondiale.
La Legge non gli fu di nessun aiuto. Prender contatti con razze di
pianeti al di fuori della Convenzione era proibito in ogni circostanza.
Ma un gruppo di automi, poteva venir chiamato una razza? La Leg-
ge non diceva nulla a proposito di automi, perch i terrestri non ne
possedevano. La fabbricazione di automi pensanti era rigorosamente
proibita. Ma, pens Steffens, un contatto, lui lo aveva gi preso, in
ogni caso.
Mentre il capitano se ne stava presso lo schermo, totalmente per-
plesso, per la prima volta nella sua carriera di ufficiale interplaneta-
rio, Ball gli si avvicin zoppicando leggermente. Dal nuovo graffio,
rosso e lucido, sulla guancia del ragazzo, Steffens cap che l'improv-
viso balzo in alto dell'apparecchio lo aveva colto di sorpresa.
Il giovane ufficiale era pallido per la meraviglia.
Ma che cos'erano? chiese attonito. Santo cielo, parevano au-
tomi!
E lo erano!
Ball, confuso, fiss lo schermo. Gli strani esseri erano ora un as-
sembramento di macchioline nella nebbia.
Sembrano umanoidi dichiar Steffens ma non arrivano ad es-
serlo del tutto.
Ball stava assimilando lentamente la situazione. Si volt verso il
suo superiore, fissandolo con aria interrogativa.
E che si fa, ora?
Steffens si strinse nelle spalle.
Loro ci han visti. Potremmo andarcene immediatamente e la-
sciarli a inventare una... una leggenda sulla nostra visita, oppure po-
tremmo scendere e vedere se hanno qualcosa a che fare con gli edi-
fici di Tyban IV.

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Ma possiamo, poi, scendere?
Legalmente, intendete? Non lo so. Se sono automi, possiamo,
perch gli automi non costituiscono una razza. Tamburell con le
dita sul teleschermo, piuttosto perplesso. Ma non sicuro che siano
automi. Potrebbero essere gli aborigeni.
Ball deglut a fatica.
Non riesco a seguirvi.
Potrebbero essere gli abitanti originari di questo pianeta. Il loro
cervello, almeno, protetto da un metallo a prova di radioattivit; in
ogni caso, sono gli esseri meccanici pi perfetti che io abbia mai ve-
duti.
Ball scosse il capo e si sedette di colpo. Steffens volt le spalle al-
lo schermo e cominci a camminare nervosamente su e gi, nella
cabina di comando.
Il loro gruppo era chiamato Comando Cartografico. In teoria era
tenuto a fare esplorazioni a distanza ravvicinata dei sistemi stellari
inesplorati, in cerca di forme biologiche e della possibilit di istituire
colonie umane. Un controllo, e null'altro. Ma Steffens sapeva benis-
simo che se fosse tornato sulla base di Sirio senza investigare sulla
situazione degli automi, avrebbe potuto benissimo finire davanti alla
Corte Marziale, vuoi per avere violata la Legge del Contatto, vuoi
per non aver adempiuto al sud dovere.
E c'era un'altra possibilit, che gli venne in mente all'improvviso,
cio che gli automi stessero preparandosi tranquillamente a far sal-
tare il velivolo.
Il capitano si ferm nel centro della cabina, e gli si present alla
mente un quadro di possibilit completamente nuovo. Se gli automi
fossero stati armati e pronti... non poteva trattarsi di un distacca-
mento?
Un distaccamento!
Quel pensiero, nella sua mente, parve disperdersi all'improvviso
come una nebbia dissolta dal sole. Nella mente di Steffens parlava
una voce, una voce calma e profonda:
Riveriti. Non allarmatevi. Noi non vogliamo che vi allarmiate.

144/234
Noi desideriamo soltanto servire
Tutto l'equipaggio aveva udito la voce. Quando parl di nuovo,
Steffens non riusc a capire se si trattasse di una voce sola o di un
coro.
Aspettiamo la vostra venuta dichiar gravemente la voce, e ri-
pet: Noi desideriamo soltanto servire.
E poi, gli automi mandarono una immagine.
Chiaro e perfetto come una cinematografia in rilievo, un qua-
dretto rettangolare prese forma nella mente di Steffens. Solo, contro
uno sfondo di rocce nude bruno-rossastre, stava uno degli automi.
Con un movimento lento, perfetto, lo strano essere alz una delle
numerose braccia che gli pendevano dal fianco, sulla destra, e la tese
verso Steffens come se porgesse graziosamente la mano.
Quando l'immagine fu svanita, Steffens si rese conto. che anche
gli altri l'avevano vista. Aspett per qualche minuto. Non vi furono
altri messaggi ma la sensazione della pressione esercitata sui suoi
pensieri dall'automa era ancora molto viva. L'ufficiale aveva l'impres-
sione che, l'avessero desiderato, gli automi avrebbero potuto dirigere
i suoi pensieri. Cos, quando non accadde altro, cominci ad aver
meno paura.
Mentre l'equipaggio l'osservava, affascinato, Steffens cerc di ri-
cambiare il messaggio, si concentr intensamente su quel che doveva
dire; lo disse forte, ad ogni buon fine, poi tese la mano come aveva
visto fare dall'automa.
Riveriti disse perch loro l'avevano detto, e spieg: Noi ve-
niamo dalle stelle.
Era estremamente drammatico, tutta la situazione lo era. Il capi-
tan si chiese, sempre pi perplesso, se non avesse dovuto lasciar fare
alla Commissione dei Contatti con le Specie Estranee. Avrebbe do-
vuto ordinare a qualcuno di starsene l come un idiota a pensare un
messaggio?
No, la responsabilit era sua; doveva continuare:
Noi vi chiediamo... Noi vi chiediamo rispettosamente il per-
messo di atterrare sul vostro pianeta.

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Steffens non si era reso conto che gli automi fossero cos nume-
rosi.
Avevano cominciato a radunarsi da quando l'astronave era ap-
parsa in vista, e ora ce n'erano centinaia affollati sulla collina. Quan-
do l'elicottero di sbarco ebbe preso terra, ne stavano ancora arri-
vando a schiere. Scivolavano gi dalle colline sassose con un'agilit e
una forza fantastiche, tanto che Steffens prov un istante di ansioso
sgomento. Quasi tutti se ne stavano in piedi, immobili, con la silen-
ziosa impassibilit del metallo, altri si facevano avanti per avvicinarsi
all'elicottero, ma nessuno lo tocc.
Quando Steffens scese dal piccolo velivolo, gli automi si scosta-
rono di qualche metro e fecero cerchio attorno a lui.
Uno dei pi vicini si fece avanti, movendosi, come ora Steffens
poteva vedere, su un gran numero di gambe corte, incredibilmente
forti ed agili. Lo strano essere nero si ferm di fronte all'ufficiale e gli
porse la mano come aveva fatto nell'immagine. Steffens la prese,
cordialmente, sper, e sent la potenza del metallo attraverso il
guanto dello scafandro.
Benvenuto disse l'automa, di nuovo parlando alla mente
dell'uomo, e Steffens avvert un curioso cambiamento di tono. L'au-
toma era meno amichevole, ora, era, in un certo senso, meno inte-
ressato. Steffens non riusciva a capirlo. Aveva l'impressione che la
moltitudine di "cosi" neri avesse aspettato qualcun altro.
Grazie disse Steffens. Vi siamo profondamente grati per averci
dato il permesso di atterrare.
Noi desideriamo soltanto servire ripet l'automa meccanica-
mente.
A un tratto Steffens cominci a sentirsi solo, circondato da mac-
chine senza anima; cerc di scacciare il pensiero dalla sua mente,
perch sapeva che per forza gli automi dovevano apparire disumani;
eppure...
Non atterrano i vostri compagni? chiese il robot, ancora mec-
canicamente.

146/234
Steffens sent il suo imbarazzo. L'astronave era ferma in alto, nella
nebbia, coi motori a reazione che ronzavano sommessamente.
Devono rimanere sull'astronave disse forte il capitano augu-
randosi che la compassata formalit dell'automa gli impedisse di
chiederne la ragione.
Vi fu una lunga pausa di silenzio, che accrebbe enormemente la
tensione e il disagio di Steffens. L'ufficiale non riusciva a pensare
nulla di adatto da dire agli automi, evidentemente in attesa; cos, al
colmo della disperazione, segnal alla squadra dei Contatti Estranei
di prender terra, in elicottero.
La squadra arriv, piuttosto perplessa, e il circolo degli automi si
allarg. Uno di essi parl di nuovo. Steffens not che la voce era
tornata molto amichevole:
Noi speriamo che ci perdoniate di esserci intromessi nei vostri
pensieri. nostra... abitudine... non comunicare finch non ne sia-
mo formalmente richiesti. Ma poich abbiamo costatato che eravate
all'oscuro circa la nostra vera... natura... ed eravate sul punto di ab-
bandonare il nostro pianeta, abbiamo deciso di rinunziare alla nostra
consuetudine, in modo che voi poteste basare la vostra decisione su
dati sufficienti.
Steffens, impaperandosi, replic che apprezzava la gentilezza.
Noi comprendiamo inoltre continu l'automa, che voi non vi
rendete conto di quanto sia completa la nostra facolt d'accesso alle
vostre menti, e abbiamo l'impressione che rimarreste piuttosto...
sgomenti... apprendendo che abbiamo ricavato da voi varie informa-
zioni. Ci sentiamo perci in dovere di scusarci... L'abbiamo fatto
unicamente allo scopo di comunicare con voi. Abbiamo raccolto
solo ed esclusivamente le informazioni che ci erano necessarie per
prender contatto con voi, e per comprendervi. D'ora in poi entre-
remo nei vostri pensieri solo a vostra richiesta.
Steffens non reag violentemente come avrebbe potuto, all'idea
che gli avevano letto nel pensiero. Tuttavia si sent notevolmente
sconvolto, e si ritrasse, a osservare in silenzio i ragazzi della Squadra
Contatti con le Specie Estranee che si mettevano al lavoro.

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L'automa che aveva fatto da ambasciatore non differiva per nulla
dagli altri del gruppo. Tutti gli altri automi apprendevano contem-
poraneamente tutto quel che veniva detto o pensato.
Non era eccessivamente alto di statura; era inferiore d'una trenti-
na di centimetri a un uomo medio. La caratteristica pi strana, fatta
eccezione per la fascia circolare dell'occhio, era l'enorme quantit di
simboli, incisi sul torace di. metallo. Erano allineati in lunghe file...
numeri, forse... partivano dal petto, continuavano sotto le braccia e
scendevano fino alla base del tronco. Se si trattava di numeri, pens
Steffens, era un sistema molto complicato. Ma poi not che lo stesso
intrico di disegni si ripeteva, identico, su tutti gli altri automi, venne
alla conclusione che si trattava d'un graffito ornamentale, e rinunci
a pensarci, quantunque la spiegazione non lo soddisfacesse.
Solo sulla via del ritorno Steffens ramment quei simboli, e allo-
ra, finalmente, comprese che cosa volevano dire.

Dopo un certo tempo, ormai convinto che non vi fosse nulla da


temere, Steffens diede ordine di far atterrare l'astronave. Quando
l'equipaggio usc dalle porte a tenuta d'aria fu ricevuto da una schiera
di robot, e ogni uomo si trov un automa al fianco, che gli chiedeva
umilmente di potersi render utile. Ormai si era addensata una folla
di migliaia di automi, che era giunta da tutti i punti dell'orizzonte
nudo e desolato. Una gran massa dei robot stava in disparte immo-
bile su una spianata accanto all'astronave, scintillando, nel sole, come
un immenso campo metallico di messi nere.
Gli automi erano stati ovviamente costruiti per servire qualcuno.
Steffens cominci a sentire il piacere che provavano, nonostante
l'immobilit dei loro visi senza lineamenti. Erano come bambini,
nella loro gioiosa ansia di rendersi utili, tuttavia si mantenevano ri-
servati. Coloro che li avevano fabbricati, pens il capitano con am-
mirazione, li avevano progettati estremamente bene.
Ball venne a raggiungere Steffens, fissando gli automi, attraverso il
materiale plastico trasparente del casco, con gli occhi attoniti e sgra-
nati. Un robot usc dalla folla e gli si pose al fianco. Il primo che

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aveva parlato era rimasto con Steffens.
Rendendosi conto che i loro ospiti potevano udire tutto quel che
dicevano, Ball, sulle prime, si mostr pieno d'apprensione. Ma, pian
piano, il senso d'irrealt che il giovane provava, chiacchierando con
una massa intelligente di metallo inanimato, sulle rocce nude d'un
mondo che non era pi, parve svanire. Era impossibile non provar
simpatia per i "cosi". C'era qualcosa, nel loro aspetto, che li rendeva
riposanti e gradevoli.
Coloro che li avevano fabbricati, pens Steffens, molto proba-
bilmente avevano tenuto conto anche di quello.
Sono completamente innocui disse Ball, apertamente, alla fine,
senza preoccuparsi se i robot sentivano. Sembrano sinceramente
contenti che noi siamo qui. Oh Dio del cielo, chi ha mai sentito
parlare di un automa contento?
Steffens, imbarazzato, si rivolse precipitosamente all'uomo mec-
canico pi vicino.
Spero che vogliate perdonare la nostra curiosit, ma la vostra
una razza davvero... notevole. Non abbiamo mai avuto contatti, pri-
ma d'ora, con una razza come la vostra.
Il discorsetto risult pieno di interruzioni e di pause, ma Steffens
non era riuscito a fare di meglio.
L'automa accenn di s col capo con un gesto singolarmente
umano.
Capisco che la nostra costituzione non vi sia affatto familiare.
Voi vorreste sapere se noi siamo o no completamente meccanici. Io
non sono sicuro del significato che voi date alla parola "meccanico..."
mi piacerebbe poter leggere pi profondamente nei vostri pensieri...
per credo che tra la vostra e la nostra struttura abbiamo molte cose
fondamentali in comune.
L'automa fece una pausa e Steffens comprese che era sconcerta-
to.
Debbo dirvi continu l'oggetto nero che anche noi siamo cu-
riosi. E s'interruppe di botto, arrabattandosi con una parola che non
riusciva a tradurre. Steffens rimase in attesa, oltremodo interessato.

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Finalmente il robot continu:
Noi conosciamo solo due tipi di strutture viventi. La nostra, che
essenzialmente metallica, e quella dei Creatori, che da molti punti
di vista ci pare maggiormente simile alla vostra. Io non sono un...
dottore... e perci non posso fornirvi particolari specifici sulla costi-
tuzione dei Creatori, ma se la cosa vi interessa, far venir qui un
dottore, sar molto lieto di esservi utile in qualcosa.
Fu il turno di Steffens di arrabattarsi, e l'automa aspett pazien-
temente, mentre Ball e il secondo robot li osservavano in silenzio. I
Creatori, ovviamente erano le persone (o le cose?) che avevano fab-
bricato gli automi e i "dottori". Questi ultimi, concluse il capitano,
erano probabilmente automi speciali, creati per prendersi cura degli
organismi, in carne ed ossa a quanto pareva, dei Creatori.
L'efficienza degli automi continuava a meravigliarlo, ma la do-
manda che da qualche momento aspettava di formulare, a questo
punto venne fuori d'un fiato.
Potete dirci dove si trovano i Creatori?
Entrambi i robot rimasero immobili. Steffens si accorse, in quel
momento, di non sapere quale dei due stava parlando. La voce che
gli rispose parlava con una certa difficolt.
I Creatori... Non sono qui.
Steffens sgran gli occhi, sbalordito. L'automa comprese la sua
confusione e continu:
I Creatori se ne sono andati. Se ne sono andati tanto tempo fa.
Poteva essere dolore, la nota che si avvertiva in quella voce?, si
chiese Steffens, e ad un tratto, l'immagine delle citt distrutte balz
vivida nei suoi pensieri.
La guerra. I Creatori erano stati uccisi in guerra. E gli automi
erano sopravvissuti.
Cerc di capire a fondo il significato della cosa, ma non vi riusc.
Davanti a lui c'erano migliaia di automi, che vivevano nel pieno di
una radiazione mortale, dove nulla, nulla, poteva vivere; c'erano au-
tomi, in un pianeta senza vita, che si movevano in un'atmosfera di
anidride carbonica.

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Se un tempo, su quel pianeta, vi era stata la vita animale, doveva
esserci stata anche una vita vegetale e, di conseguenza, ossigeno. Se
la guerra aveva avuto luogo tanto tempo prima, quando l'ossigeno
non era ancora svanito dall'atmosfera... Signore Iddio, quanto vecchi
erano quegli automi? Steffens guard Ball, poi i due robot silenziosi,
poi pos lo sguardo al di l del campo, dov'erano tutti gli altri uomi-
ni meccanici. Il grano nero. Il capitano si senti agghiacciare.
Erano immortali quegli automi?
Volete che vi chiami un dottore?
Steffens trasal:, alla frase familiare, poi comprese che cosa in-
tendeva l'automa.
No, non ancora, grazie rispose, deglutendo a fatica, e il robot
continu ad aspettare pazientemente.
Potreste dirmi quanti anni avete, voi, personalmente? chiese al-
la fine il capitano.
Secondo il vostro sistema di calcolo cominci l'automa, poi
s'interruppe, per fare i conti. Io ho quarantaquattro anni, sette mesi
e diciotto giorni. Mi restano, quindi, approssimativamente dieci anni
e nove mesi di vita.
Steffens fece uno sforzo per capire.
Forse la nostra conversazione diverrebbe pi semplice, se vi ri-
volgeste a me dandomi del tu, e chiamandomi per nome, come
nostra abitudine. Usando le prime... lettere... della mia designazione,
il mio nome potreste tradurlo con "Elb".
Piacere di conoscervi balbett Steffens.
Voi vi chiamate Stef dichiar l'automa, con molta cortesia. Poi
soggiunse, indicando il robot al fianco di Ball: L'et di... Peb... di
diciassette anni, un mese e quattro giorni; Perci a Peb restano da
vivere circa trent'otto anni.
Steffens stava ancora cercando di capire. La durata media della
vita d'un automa, era di circa cinquantacinque anni. Ma, allora, le
citt distrutte? E l'ossido di carbonio? L'automa, Elb, aveva detto che
i Creatori erano, grosso modo, simili all'uomo, quindi, per la loro
esistenza, dovevano essere stati necessari l'ossigeno e la vita vegetale.

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A meno che...
Gli tornarono alla mente le costruzioni su Tyban IV.
A meno che i Creatori non fossero oriundi dal pianeta in cui si
trovava. I pensieri del capitano cominciarono ad arruffarsi dispera-
tamente, e fu Ball a riportarvi ordine.
Vi fabbricate da voi? chiese il tenente al suo automa.
Peb rispose immediatamente, con una nota di gioia nella voce,
come se fosse stato molto contento di aver l'occasione di parlare.
No, non ci fabbrichiamo da soli. Noi siamo fabbricati dal
un'altra pausa per cercare il termine... dal1'Opificio.
L'Opificio?
S. stato costruito dai Creatori. Vi farebbe piacere visitarlo?
Entrambi i Terrestri annuirono con aria stupida.
Forse vi conviene usare il vostro... elicottero. La strada molto
lunga.
Fu un percorso davvero molto lungo, anche in elicottero. Alcuni
ragazzi della squadra Contatti accompagnarono Steffens e Ball. E,
sul confine della zona del crepuscolo, sull'altra faccia del pianeta, i
Terrestri videro l' Opificio delinearsi nella debole luce. Era una co-
struzione enorme, fantastica, di metallo grigio opaco, e sorgeva in
una grande valle tra due montagne levigate dal tempo. Steffens scese
di quota e gir intorno alla costruzione, molto meravigliato per
l'immensa mole. Intorno d essa si muovevano vari automi, simili a
piccoli scarafaggi neri, in distanza... si movevano intorno al luogo
della loro nascita.
I Terrestri si trattennero sul pianeta per parecchie settimane.
Steffens, abitualmente se ne stava con Elb, parlando, ora, quanto
ascoltava, e la Squadra Contatti Estranei girava liberamente per il
pianeta, studiando quella che, senza dubbio, era la civilt pi curiosa
della storia. Il mistero degli edifici di Tyban IV sussisteva ancora, e
finch non lo si fosse risolto, insieme a quello dell'origine degli au-
tomi, la spedizione non avrebbe potuto ripartire.

152/234
Steffens, cosa piuttosto sorprendente, non pensava al futuro.
Ogni volta che si avvicinava a un automa, avvertiva un'atmosfera cos
gradevole di benevolenza, che si sentiva riscaldare il cuore. D'altro
canto era tanto occupato a studiare gli strani automi, che gli rimane-
va ben poco tempo per pensare. Osserv una cosa che non aveva
compreso da principio, cio che i robot lo giudicavano strano e inso-
lito quanto lui giudicava insoliti loro. Prov un grave colpo quando si
rese conto che gli automi non avevano mai visto un essere vivente.
Non un insetto, un verme, una foglia. Non sapevano che cosa fosse
la carne. Solo i "dottori" lo sapevano e nessuno di loro tuttavia com-
prendeva con facilit il significato delle parole "materia organica". Ci
avevano messo parecchio tempo per capire che i Terrestri portavano
scafandri che non facevano parte del loro corpo, e fu ancor pi diffi-
cile per loro capire perch quegli scafandri erano indispensabili.
Ma quando finalmente lo compresero, gli automi fecero una cosa

Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952 234/153


sorprendente.
Sulle prime, a causa delle eccessive radiazioni, i Terrestri non
erano riusciti a rimanere per lungo tempo fuori dell'astronave,
nemmeno con gli scafandri protettivi. Ma un mattino, uscendo
dall'apparecchio, Steffens scoperse che centinaia di automi, lavo-
rando l'intera notte, erano riusciti a purificare completamente l'at-
mosfera della zona.
Fu a questo punto che il capitano chiese quanti automi c'erano in
tutto, e apprese con sua grande meraviglia che ne esistevano pi di
nove milioni. La maggior parte di essi era rimasta a grande distanza
dall'astronave, sparpagliata per tutto il pianeta, perch sapeva di es-
sere intensamente radioattiva.
Nel frattempo Steffens aveva cortesemente permesso a Elb di
leggergli nei pensieri. L'automa si era impadronito di tutte le cogni-
zioni del capitano, vi aveva meditato sopra e aveva cercato di assimi-
larle e di passarle ai suoi compagni. Steffens, per parte sua, aveva
avuto serie difficolt cercando di immaginarsi la mentalit di un es-
sere che non aveva mai conosciuto la vita.
Aveva un'idea vaga della storia degli automi, forse per pi orga-
nica dell'idea che ne avessero gli interessati, ma evitava di formarsi
opinioni precise in attesa del rapporto della Squadra dei Contatti
con le Specie Estranee. Quel che lo affascinava era la sorprendente
filosofia di Elb.
Che cosa fate, di solito? chiese un giorno il capitano all'automa.
Elb rispose prontamente con la sua caratteristica semplicit:
Possiamo fare ben poco. All'atto della nascita, i Creatori ci han-
no impartito una discreta conoscenza delle scienze. Noi trascorria-
mo la maggior parte del nostro tempo cercando di allargare le nostre
cognizioni per quanto ci possibile. Abbiamo fatto alcuni progressi
nelle scienze naturali e in matematica. Lo scopo, della nostra vita,
sapete, quello di servire i Creatori. Qualsiasi abilit possiamo ac-
quisire, ci render pi idonei a compiere i nostri uffici verso i Crea-
tori, quando ritorneranno.
Ma quando ritorneranno?

154/234
Non era mai passato per la mente al capitano che gli automi
aspettassero il ritorno dei loro padroni.
Elb lo osserv, con la fascia circolare del suo occhio.
A quanto vedo, immaginavate che i Creatori non sarebbero tor-
nati.
Se l'automa avesse saputo ridere, Steffens immagin che in quel
momento lo avrebbe fatto. Invece rimase dov'era, immobile, e di-
chiar cortesemente, ma sottolineando le parole:
sempre stata nostra ferma convinzione che i Creatori sareb-
bero tornati. Altrimenti, perch saremmo stati costruiti?
Steffens pens che l'automa avrebbe continuato, invece Elb non
disse altro. Per lui il problema non esisteva, come tale.
Quantunque il capitano sapesse gi che gli automi non potevano
immaginare che i loro Creatori se n'erano andati per sempre e non
sarebbero tornati mai pi, cerc di comportarsi con molto tatto.
Cerc cio di respingere le proprie opinioni in proposito nei pi
lontani recessi della propria mente, in modo da nasconderle a Elb.
Non voleva distruggere la fede del buon automa.
Ma la cosa continu ad essere un problema per lui.
Steffens aveva cominciato a spiegare a Elb la struttura della socie-
t umana, e l'automa... una macchina che non mangiava e non dor-
miva... l'ascoltava gravemente e faceva del suo meglio per capirlo.
Un giorno Steffens nomin Dio.
Dio? ripet l'automa senza capire. Che cos' Dio?
Steffens diede una breve spiegazione e l'automa osserv:
una cosa che ci ha sempre preoccupati. Da principio noi ab-
biamo pensato che voi foste i Creatori che ritornavano. Steffens si
spieg allora l'istante di freddezza, la delusione che aveva sentito ne-
gli automi appena atterrato... e intanto Elb continuava: Ma poi vi
abbiamo letto nei pensieri e abbiamo scoperto che non lo eravate,
che anzi appartenevate a un'altra razza, diversa sia dalla nostra che da
quella dei Creatori. Non eravate nemmeno Elb si corresse. Si
dava il caso che non foste telepatici. Perci ci siamo preoccupati di
sapere chi vi aveva fatti. Abbiamo trovato la parola "Creatore" nella

Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952 234/155


vostra teologia, ma ci pareva che avesse un significato particolare...
Elb fece una lunga pausa. ...Voleva dire "intoccabile", "intangibile",
ma un significato che varia secondo ciascuno di voi.
Steffens comprese e annu.
I Creatori erano il Dio degli automi, tutto il Dio di cui essi ave-
vano bisogno. I Creatori avevano costruito loro, avevano costruito il
pianeta e l'universo. Chiedere a un automa chi aveva creato i Creato-
ri sarebbe stato come chiedere a lui chi aveva creato Dio.
Era un parallelo ironico, e il capitano sorrise tra s.
Ma su quel pianeta fu il suo ultimo sorriso.

Il rapporto della Squadra dei Contatti venne completato sul finire


della quinta settimana. Il tenente Ball lo port nella cabina e lo de-
pose sulla scrivania davanti al suo superiore.
Preparatevi consigli Ball rigidamente, indicando i fogli. Sul
suo viso giovane c'era un'espressione tesa, nervosa. M'ero immagi-
nato qualcosa di simile, ma non pensavo che ci fosse sotto un guaio
cos grosso.
Quando Steffens alz gli occhi, Ball aggiunse:
Voi non sapete niente. Leggetelo. Su, avanti. E il giovane si
volt di scatto e lasci la stanza.
Steffens lo segu cogli occhi, poi abbass lo sguardo sul foglio.
L'impressione vaga che aveva avuto sulla storia degli automi gli torn
alla mente. Prese il rapporto con gesto nervoso e cominci a leggere.
La storia era molto obiettiva. Era limpida, fredda, formale come
devono essere i rapporti ufficiali. Eppure in essa c'era una gran cari-
ca di commozione. Nemmeno gli ufficiali della Squadra Contatti
erano riusciti a eliminarla.
E la storia diceva pressappoco cos:
I Creatori erano stati una razza quasi umana. Quasi, ma con al-
cune notevoli eccezioni. Erano telepatici, senza dubbio un fattore
importante, per il loro progresso tecnologico, ed erano provvisti di
un secondo paio di braccia. Gli automi-medici eran stati in grado di
dare un'impeccabile descrizione del loro metabolismo, che era mol-

156/234
to simile a quello dei Terrestri, e le citt distrutte avevano fornito
parecchie notizie circa la loro organizzazione sociale. Una monogra-
fia allegata al rapporto principale descriveva appunto l'organizzazio-
ne sociale, ma Steffens la mise da parte deciso a leggerla pi tardi.
Nel passato vi erano stati altri Opifici. I loro resti erano stati tro-
vati in vari punti degli altri continenti del pianeta. Erano stati costruiti
un certo tempo prima della guerra, e durante il conflitto erano anda-
ti distrutti, tutti, meno uno.
Eppure, i Creatori non erano, come Steffens aveva supposto sulle
prime, un popolo bellicoso. La telepatia aveva dato loro modo di
conoscere l'uno i pensieri dell'altro e di scambiarsi idee, e la pre-
ponderanza dei periodi pacifici era molto soddisfacente se confron-
tata con quella della Terra. Tuttavia per qualche ragione che la
Squadra Contatti non era riuscita a scoprire, era scoppiata una guer-
ra che ovviamente aveva preso la mano ai belligeranti.
Le emanazioni radioattive e i batterii avevano finito per distrug-
gere i Creatori; e i loro vani tentativi di difesa avevano dato luogo a
radiazioni sufficienti a distruggere del tutto la vita. Si erano usate ar-
mi batteriologiche, bombe, raggi mortali, e alla fine tutto era andato
in rovina, a eccezione di quell'unico solitario Opificio che, per un
cieco gioco del caso, si era salvato.
E, naturalmente, aveva continuato a produrre automi. Era mosso
da un'enorme pila atomica, e fornito materiali che, quando venivano
combinati con quelli degli automi logori, permettevano un funzio-
namento ininterrotto. Persino il processo di riparazione era comple-
tamente automatico.
Un anno dopo l'altro, gli automi fluivano dall'Opificio come una
corrente lenta e costante. Privi di qualcuno che li dirigesse e desse
loro istruzioni, rimanevano adunati attorno all'Opificio comunicando
solo raramente tra loro. Pian piano il ricordo della guerra, della vi-
ta... di tutto ci che non era stato instillato nella loro mente all'atto
della nascita... era andato perduto.
Gli automi continuavano a nascere e rimanevano inoperosi pres-
so l'Opificio...

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Il cervello dei robot, senz'altro la cosa pi bella che i Creatori
avessero inventata, non era identico per tutti. Non vi erano n geni
n idioti, per l'intelligenza degli automi variava considerevolmente
su una scala abbastanza ampia. Pian piano, col trascorrere intermi-
nabile degli anni, i pi intelligenti avevano cominciato ad allontanarsi
dall'Opificio, alla ricerca...
Alla ricerca di qualcuno da servire, che naturalmente non aveva-
no trovato. I Creatori se n'erano andati, ma questo non era il male
peggiore. Quando avevano ideato il primo perfetto cervello degli
automi, i Creatori si erano resi conto della necessit di produrre una
macchina che non si ribellasse mai contro di loro. Gli attuali automi
ne erano il risultato. Come Steffens aveva gi compreso, gli automi
erano in grado di soffrire. Non la sofferenza che viene da un male
fisico, perch non vi erano nervi nei corpi di metallo, ma la soffe-
renza della delusione, della rinuncia, della solitudine; insomma, po-
tevano sentire il dolore morale.
Gli ideatori avevano stabilito una norma prima nella mente della
loro meravigliosa invenzione: gli automi potevano sentirsi soddisfatti,
liberi da ogni dolore solo fintanto che servivano i Creatori. Gli au-
tomi dovevano lavorare per i Creatori, affannarsi continuamente per
esaudire i loro desideri, altrimenti avrebbero provato un disagio
sempre crescente, un'irrequietezza, uno scontento che sarebbero
paurosamente aumentati col trascorrere dei giorni oziosi.
Dopo la guerra non vi erano pi stati Creatori da servire.
La sofferenza non era insopportabile. I Creatori stessi non si
erano resi perfettamente conto dell'enorme potenziale del cervello
della loro invenzione, perci non avevano pensato di mutarlo. Cos
la sofferenza dei poveri esseri meccanici aveva raggiunto un'acme ed
era rimasta cos acuta. Ciascun robot provava questa interminabile
pena senza sollievo, costantemente, per tutti i cinquantacinque anni
della sua vita.
E gli automi non avevano mai cessato di nascere.
Era trascorso un millennio, durante il quale le creature meccani-
che avevano cominciato a pensare e ad agire per conto proprio. Ma

158/234
era trascorso molto tempo ancora prima che gli automi trovassero
modo di rendersi utili.
La pila atomica che forniva la potenza necessaria all'Opificio,
dopo aver funzionato per circa cinquemila anni, un bel giorno si era
esaurita, il flusso di energia si era arrestato e l'Opificio aveva cessato
di funzionare. Era stato il primo evento nella storia degli automi.
Mai prima di allora vi era stato qualcosa che potesse alterare il corso
della loro vita eccetto il tempo variabile e l'invariabile pena. Ora, tra
loro, ce n'era uno che aveva cominciato a ragionare. Esso aveva no-
tato che non si producevano pi altri automi, e quantunque non
fosse del tutto sicuro che non si trattasse di un ordine dei Creatori,
aveva avuto un'idea. Se lo scopo di vita degli automi era quello di
servire, essi avrebbero mancato se si fossero lasciati esaurire. L'au-
toma aveva pensato tutto questo e l'aveva comunicato ai suoi com-
pagni, poi, tutti insieme, avevano cominciato a ricostruire la pila.
Quando la pila era stata completata, gli automi avevano sentito
ritornare il dolore e, poich avevano cominciato, avevano continuato
a cercar di rendersi utili. Un gran numero di loro aveva studiato
l'impianto dell'Opificio, e aveva scoperto di essere in grado di mi-
gliorare la struttura del proprio corpo, in modo da renderlo pi
idoneo a servire i Creatori quando fossero tornati. Cos avevano la-
vorato all'Opificio perfezionandosi continuamente, sebbene non
fossero riusciti a migliorare il loro cervello. Molti altri invece avevano
lasciato l'Opificio e avevano cominciato a studiare matematica e fisi-
ca superiore.
Non era stato difficile, per loro, costruire un primitivo razzo in-
terspaziale, poich gi i Creatori erano stati vicinissimi al volo inter-
planetario, e del loro razzo gli automi si erano serviti per perlustrare,
speranzosi, il loro sistema solare alla ricerca dei Creatori. Non tro-
vandoli, avevano lasciato le costruzioni su Tyban IV, nella speranza
che i Creatori, un giorno o l'altro, passassero di l e se ne servissero.
I millenni erano trascorsi, la pila atomica si era di nuovo esaurita,
era stata ricostruita ed il ciclo si era ripetuto. Procedendo a passi in-
finitesimali gli automi avevano appreso cose nuove ed erano riusciti

Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952 234/159


a fissarle nel cervello dei nuovi esemplari. Finalmente avevano rag-
giunto il limite massimo della loro capacit.
Quel giorno la sofferenza era tornata e non era cessata mai pi.

Steffens lasci la scrivania e si chin sul teleschermo. Per parec-


chio tempo rimase a fissare, attraverso le nebbie dell'atmosfera di
anidride carbonica, le pietose, fedeli creature meccaniche, che si ag-
giravano attorno all'astronave. Prov il desiderio quasi irresistibile di
spaccare qualcosa, qualsiasi cosa, ma tutto quel che pot fare fu di
bestemmiare tra s.
Ball torn nella cabina di comando e guard Steffens negli occhi,
e vi lesse un'espressione di pena profonda.
Venticinquemila anni disse con voce rauca. Ecco quanto
durata. Venticinquemila anni
Steffens era pallido, e non apriva bocca. La folla degli automi,
all'esterno, se ne stava immobile, senza et, tra le rocce eterne, a sof-
frire senza requie. Al capitano torn in mente il frammento di una
vecchia poesia: "serve anche chi rimane immobile nel tempo
dell'attesa..."
Non si era pi sentito tanto commosso dai giorni della prima gio-
vinezza. Si alz rigidamente e cominci a dire tra s:
"E tutto finito ormai. Al diavolo il passato. Li porteremo via di
qui; lasceremo che si rendano utili, e per Dio..."
Non seppe continuare, ma il pensiero di tutto ci che si poteva
fare gli diede una nuova forza. I Terrestri avrebbero dovuto sbarcare
sul pianeta con le astronavi, per portar via i robot. Ci sarebbe voluto
un po' di tempo, ma dopo tanti secoli una breve attesa sarebbe stata
niente, meno che niente. Il capitano rimase immobile, a pensare a
tutto ci che gli automi avrebbero potuto fare, a come avrebbero
potuto rendersi indispensabili allo stesso Comando Cartografico. La
temperatura e l'atmosfera non avevano alcun significato per loro.
Avrebbero potuto stabilirsi in qualsiasi mondo, scavar miniere, co-
struire, accelerare il progresso.
Cos il dolore sarebbe finito, gli automi avrebbero servito l'Uomo.

160/234
Il capitano trasse un lungo respiro penoso. Poi usc a gran passi
dalla cabina senza rivolger la parola a Ball, and al suo armadio, si
infil lo scafandro e un istante dopo varcava il compartimento stagno
d'ingresso.
Aveva una cosa ancora da fare, e senz'altro sarebbe stata la pi
lieta e la pi difficile impresa della sua carriera. Doveva dare l'an-
nunzio agli automi.
Doveva uscire, scendere sulla sabbia, affrontare le immense
schiere degli esseri di metallo e dir loro che tutti i secoli di dolore
erano stati vani, che i Creatori erano morti, e non sarebbero mai pi
ritornati, e che ogni automa costruito in quei venticinquemila anni
era stato superfluo, senza scopo. Tuttavia, ed era questo a dargli co-
raggio, egli doveva anche annunziare che gli anni vani eran terminati,
che l'ra dell'utilit era cominciata.

Fine
M. Shaara, Orphans of the Void, 1952

Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952 234/161


Falso Allarme
racconto di Richard Wilson

FALSO ALLARME

Due uomini sperduti nello spazio, nella stazione ricerche di


un asteroide, possono facilmente impazzire e riempire il
cosmo di SOS disperati

92' giorno
Dopo un po' di tempo, una persona relegata su un pezzo di roc-
cia sperduto nello spazio cosmico incomincia a dar segni di pazzia.
Questa la ragione che spinse Sam Black a buttare in aria la scac-
chiera, mentre stava giocando una partita vittoriosa contro Alex
Hurd.
Scusami, Alex disse subito, disgustato di se stesso.
Raccolse i pezzi dal pavimento della camera di soggiorno della
Stazione Ricerche.
Sei da troppo tempo qui rispose Alex riponendo nella scatola i
pezzi.

162/234
S ammise Sam. Ma non la compagnia. l'enormit di tem-
po che passa tra un arrivo e l'altro della nave dei rifornimenti. Credo
ve ne sia abbastanza per essere compatiti; ormai siamo stati tanto in-
sieme che quasi potremmo essere due gemelli. Ma sono maledetta-
mente stufo di aver sempre e solamente davanti la tua brutta faccia e
queste quattro mura.
E il macinatore aggiunse Alex. Aveva una faccia allungata, con
zigomi alti, e fornita di un paio di ben curati baffetti. Far girare il
manico del macinatore per polverizzare i campioni di roccia... e per
tutto il santo giorno. Credo che questa operazione potrebbe benis-
simo essere compiuta da un macinatore elettrico. Penso che ci fac-
ciano fare il lavoro a mano tanto per farci guadagnare la nostra paga,
e forse anche per impedirci di pensare troppo.
un lavoro che richiede sia mani che occhi, Alex. La mano
pi lenta degli occhi, cosa che ci permette di dividere le particelle.
Se macinassimo in un polverizzatore elettrico, il materiale che cer-
chiamo si mischierebbe alla polvere e non lo troveremmo mai.
Dato e non concesso che vi sia.
Non ci avrebbero mandati qui, con le alte paghe che danno, su
questo asteroide se non fossero certissimi di trovare il materiale.
Penso quindi che non resti null'altro da fare che continuare le nostre
ricerche.

99 giorno
Erano completamente soli sul pianetino. Su di esso vi era una
forma primitiva di vita, scoperta dai primi esploratori. Ma era quasi
assopita e non viveva in superficie. La vita era rappresentata da esseri
unicellulari del colore della roccia, che si movevano alla velocit di
non pi di sedici metri all'ora. Vivevano in profondit, in gallerie che
potevano essere naturali o che forse venivano scavate da essi stessi, e
sembravano nutrirsi di qualche sostanza che trovavano nella roccia:
forse le gallerie non erano altro che il frutto del loro lavoro per pro-
curarsi il cibo, piuttosto che il mezzo per spostarsi.
Questi esseri, della grandezza di un'unghia di pollice, erano tal-

Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952 234/163


mente mimetizzati con la roccia, che ben difficilmente era possibile
vederli.
A Sam e ad Alex era stato detto che erano inoffensivi e che erano
stati chiamati "Invi", che stava per invisibili. Essi tenevano ai due
scienziati la stessa compagnia che i microbi tengono agli abitanti del-
la Terra.
Scacco disse Alex Hurd.
Stavano giocando la solita partita a scacchi.
Ci sei cascato disse Sam Black senza eccessivo entusiasmo.
Scacco a te. Ti prendo il cavallo con il mio alfiere ed matto in due
mosse.
Alex studi la scacchiera e alz le spalle. Va bene, hai vinto. Sto
diventando disattento. Sono stufo. Voglio andarmene a casa. Voglio
rivedere l'erba e le piante. Odio queste rocce. Sono convinto che
stiamo lavorando per nulla. Voglio tornare in un posto dove il sole
spunta una volta al giorno e non ogni ora.
Casa nostra sempre bella, quando ne siamo lontani disse
Sam, assorto. Ma credo che non sia tanto casa nostra che ci manca
quanto un po' di attivit. Se solamente succedesse qualche cosa, si
potrebbe sopportare la permanenza qui. Ma qui non succede mai
nulla. Si macinano le rocce, si esaminano le particelle, non si trova
nulla. Si macinano altre rocce, e non sappiamo neppure a che cosa
servir quello che troveremo, se lo troveremo mai.
Si manda fuori il razzo per prendere delle fotografie, e questo
gira rumorosamente attorno a questa anguria, vecchia e morta; ma le
fotografie non scoprono mai nulla di nuovo, nulla di quanto non
conosciamo di gi. Se succedesse almeno qualche cosa, "qualunque
cosa". Non mi importa un'acca che sia bello o brutto: mi basterebbe
che fosse qualche cosa.
Sam aveva riposto gli scacchi nella scatola e stava preparando il
rapporto alla Base. Il messaggio veniva spedito una volta al giorno,
giorno terrestre.
La guancia coriacea di Sam si irrigid, in segno di disgusto, mentre
preparava il rapporto: quattro parole, sempre le stesse da tre mesi a

164/234
quella parte, tanto per informare la Terra che loro due erano ancora
nella Stazione: "Tutto bene; nessuna novit".
Era appunto quel "nessuna novit" che pi di tutto li accasciava.
Ed anche il fatto che le loro ricerche fossero tanto segrete da non
saperle inquadrare nel quadro generale, passava in seconda linea.
"Nulla di nuovo." Se avessero almeno avuto qualche cosa da co-
municare, se almeno le parole fossero state diverse, il loro esilio non
sarebbe sembrato loro tanto inutile.
Lascia fare a me il rapporto disse Alex. Voglio fare qualche
cosa.
Che cosa?
Vedrai.
Alex prese il foglio, cancell l'espressione "nulla di nuovo" con un
tratto nervoso di penna e si stuzzic i baffi riflettendo. Scrisse in
fretta per un minuto, poi pass il foglio a Sam. Sul foglio era scritto:
"Tutto bene. Urgentissimo. Stazione di Ricerche S.O.S. Stazione at-
taccata da esseri viventi locali dalla coordinata zero otto per due set-
te. Indispensabile pattuglia bombardi localit. Nostro armamento
essendo inefficiente".
Sam lesse il messaggio.
Sei matto! disse.
Lo so, matto di noia. E non voglio che ci andiamo di mezzo noi
due. Abbiamo bisogno di qualche cosa di nuovo, l'hai detto anche
tu.
Dicevo solamente per dire. Le chiacchiere sono chiacchiere, ma
mandare un falso allarme
Accartocci il messaggio e lo gett lontano.
Non gettarlo disse Alex raccogliendo il messaggio e lisciandolo.
Faremo in modo che sembri vero. Faremo saltare un paio di vecchi
fusti vicino alla stazione e spareremo un paio di cannonate. Prepa-
reremo la scena. La pattuglia verr; bombarder; e poi scender qui
chiedendoci spiegazioni. Prepareremo una bella storia per loro e
quelli gireranno un po' attorno, e noi avremo il vantaggio di vedere
qualche faccia nuova.

Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952 234/165


Sam si alz e si mise a camminare su e gi per la camera, pen-
sieroso.
Non possiamo farlo, Alex. Non giusto. Scoprirebbero certa-
mente che stato uno scherzo e ci butterebbero fuori a pedate.
Quale pericolo vuoi che inventiamo perch la bevano? Possiamo
solo immaginare di farlo, tanto per far delle chiacchiere. I suoi oc-
chi si illuminarono di un vivo interesse. Meglio parlare di questo
che giocare a scacchi.
Certo disse Alex non lo faremo se tu pensi che non potremo
cavarcela e soprattutto se tu pensi che non sia giusto. Potremmo in-
ventare un assalto da parte di una astronave di ricognizione prove-
niente da Giove. Potremmo dire che ha atterrato qui credendo di
sbarcare su un pianeta del loro protettorato, invece che sulla Terra o
Marte. Per errore, capisci? Noi potremmo ordinare loro di andar-
sene, in termini piuttosto bruschi: quelli se la prendono e ci tirano
una cannonata. Noi naturalmente rispondiamo con un'altra e quelli
cominciano a sparare sul serio. Noi allora spediamo l'S.O.S. La pat-
tuglia butta gi una bella bomba. Naturalmente non vede il bersaglio,
ma noi diamo le ascisse e le coordinate. Naturalmente, dopo l'esplo-
sione non rimane pi nulla dell'astronave da Giove.
La faccenda non molto chiara grugn Sam. Se il tuo cervello
lavora cos non mi meraviglio che tu non sia pi capace di giocare
agli scacchi. No, dobbiamo usare quello che abbiamo a disposizione.
Niente da fare con astronavi pirata e scemenze del genere. Useremo
invece gli "Invi". Tutto d'un tratto quelli vengono alla superficie. Sar
una emigrazione periodica o qualche cosa del genere, come per gli
uccelli migratori, ma non cos frequente. Si trasformeranno da esseri
inoffensivi in piccoli esseri minacciosi. Capito?
S disse Alex entusiasta questa idea molto migliore della
mia.

100 giorno
I due scienziati avevano spedito il messaggio di falso allarme, in
versione convenientemente corretta e riveduta, dopo 24 ore di pre-

166/234
parazione e manipolazioni varie.
Debbo proprio essere diventato cretino disse Sam. Mi piace-
rebbe sapere perch mi sono lasciato trascinare da te in questa ridi-
cola situazione. Se comunicassimo che eravamo ubriachi... o in deli-
rio?
Non possiamo tornare indietro ora, Sam disse Alex con gli oc-
chi scintillanti. Guarda, sta venendo proprio ora una risposta. Or-
mai siamo dentro e bisogna ballare.
Sam lesse il messaggio.
La pattuglia arriva a tutta velocit da...
Mio Dio, vengono da lontano. Spero che gli Invi non ci mangino
prima.
Bene, benissimo! grid Alex. cos che devi vedere le cose.
Fatti l'abito mentale della situazione e siamo a posto. Cerca di im-
maginarti gli Invi ammassati in formazione a Z, che si mangiano tutto
al loro passaggio, che avanzano inesorabilmente verso di noi, come
se sentissero il nostro odore e fossero consci della nostra presenza.
L'attesa terribile. Chiss se la bomba riuscir nel suo scopo? Gli
scienziati, i coraggiosi scienziati, sopravviveranno all'assalto dell'orda
avanzante, o gli aiuti arriveranno solamente in tempo per trovare
delle povere ossa completamente ripulite? Oppure non si troveran-
no neppure le ossa? terribile, no? Mi pare di essere ancora un
bambino ad un match di football.
Tu sembri proprio uno scienziato impazzito. Sam stava ora sor-
ridendo, preso dall'entusiasmo suggestivo di Alex. La sua faccia era
allegra. Molto probabilmente sei proprio pazzo.
Certo che sono pazzo, e anche tu lo sei. Ma solamente una
cosa temporanea. Tutta questa faccenda ci permetter poi di resiste-
re alla nostra reclusione: come una valvola di sfogo, capisci?
Aspetta disse Sam. Ci siamo dimenticati di una cosa. Se gli In-
vi ci stessero attaccando non manderemmo fuori un razzo per
prendere qualche fotografia? Immagino che chi verr qui vorr ve-
dere delle fotografie.
Giusto annu Alex. Ne faremo un intero film, solamente che

Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952 234/167


nessuno ci capir nulla. Vedranno solamente il paesaggio preso con
gli infrarossi. Gli Invi sono invisibili, no? Dopo tutto sono talmente
bene mimetizzati con la roccia, che nessuno pu vederli da quell'al-
tezza. E poi ho truccato il registratore elettronico del suono in modo
tale che da questo lato puoi stare tranquillo.
Un altro messaggio pervenne dalla pattuglia in viaggio. Essa aveva
percorso una enorme distanza dal momento dell'ultimo messaggio
ed esortava i due scienziati sul pianeta a resistere al massimo.
Sam rispose per radio che il tempo sembrava favorirli. Comunic
che avevano sparato alcune cannonate, ma che gli esplosivi, di una
produzione ormai superata, non avevano alcun effetto. In ogni mo-
do gli Invi si muovevano tanto lentamente che non avrebbero rag-
giunto la stazione prima di alcune ore. Su suggerimento di Alex,
Sam comunic che stavano rilevando elettronicamente la posizione
degli Invi, e ripet le coordinate fornite precedentemente.
Una mezz'ora dopo la pattuglia era a portata di tiro, sebbene non
ancora in vista, e dava l'annuncio che poteva lanciare una bomba. I
due scienziati corressero le coordinate in modo che la bomba ca-
desse leggermente pi vicina alla Stazione e quindi diedero il segnale
di tiro.
La bomba scosse la Stazione sino alle fondamenta, pur essendo a
trenta chilometri di distanza dall'esplosione. I due scienziati lancia-
rono un razzo per raccogliere le fotografie della esplosione e questo
torn portando l'immagine di un cratere di quattrocento metri di
diametro e un diagramma che segnalava una enorme radioattivit,
ma nessuna traccia degli Invi.
Subito dopo l'astronave della pattuglia apparve nel cielo stellato e
chiese dati per l'atterraggio.
Metti fuori una tovaglia pulita grid Alex. Arriva gente.

101 giorno
Credi che si siano accorti di qualche cosa? chiese Sam. Ven-
gono qui, cacciano il naso in casa nostra, rimangono e mangiano
sulla loro astronave, girano tutto attorno al pianeta e fanno pi do-

168/234
mande di quante ne farebbe un bambino di cinque anni.
Fa parte della routine disse Alex tutt'altro che preoccupato.
Devono pur fare un rapporto e ringrazia Iddio che non dobbiamo
farne uno noi. Il comandante della nave ha detto che ci far avere
una copia del suo, da mandare alla Base. Sei stato avvicinato dai
giornalisti? Con quelli bisogner stare attenti.
Ho visto l'astronave della stampa atterrare, ma nessuno ancora
venuto qui.
Il campanello squill. Dalla porta pneumatica entr un giovanot-
to magro, dalla testa piccola; si tolse lo scafandro e si present come
il Signor Kirsten del giornale Galactic.
Signori disse credo che voi siate i due esiliati, ossia i due spe-
cialisti della Commissione di Ricerca distaccati dal Centro. Vi invito
pertanto a dividere con me questa preziosa bottiglia. Ve la offro
perch se fossi nei vostri panni e se avessi trascorsi qui tre mesi, mi
sarei bevuto tutti i liquidi portati con me, naturalmente contro i mor-
si delle vipere o, nel caso attuale, contro i morsi degli Invi. C' qual-
cuno che rifiuta?
No disse Alex. Ecco tre bicchieri. Io sono Alex Hurd e questo
Sam Black.
Molto lieto, signori disse Kirsten. Mi stato detto che il morso
degli Invi ha la caratteristica di non lasciar quasi traccia, e quindi un
povero diavolo non mai certo se deve o meno morire. E cos ci si
premunisce contro ogni eventualit, facendo largo uso del medica-
mento adatto contro la possibilit di diventare una delle vittime degli
Invi. giusto?
Parlate sempre cos? chiese Sam.
Parlo come scrivo. Sono un cronista. Per gli altri espongo i fatti
nudi e crudi, i soli aridi dati statistici. Per me invece uso le frasi che
danno vita alla scena, che colpiscono il cuore e strappano le lacrime,
oppure fanno sorridere.
S, credo che vi riusciate ammise Alex.
Il giornalista si sedette e vers tre bicchieri dalla bottiglia semi-
vuota.

Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952 234/169


Come vedete non mi spiace bere, e questa la mia disgrazia ed
il mio dispiacere disse ma nello stesso tempo una necessit ed
una gioia. Il mio direttore mi dice spesso: "Randy, tu sei uno dei
pochi che diffama la stampa. Tu sei uno scandalo ed il tuo modo di
comportarti danneggia i colleghi, tutta gente sobria e fedele alle pro-
prie mogli. Ma tu sei uno scrittore e sai usare a modo tuo le parole,
ed i tuoi modi sono tali che, se ti cacciassi fuori, tutta la opposizione
mi salterebbe addosso. Ecco perch non ti ho ancora licenziato".
Questo all'incirca quanto mi dice il mio direttore, e vi ripeto tutto
questo perch non voglio che crediate io tratti leggermente la vostra
poco allegra esperienza.
Sam ed Alex lasciarono i loro bicchieri intatti mentre ascoltavano
attentamente il cronista.
Il vostro discorso mi diverte come una bella recita disse Alex.
molto meglio disse il giornalista imperturbabile, anche per-
ch gratis. Ora, vi dispiacerebbe descrivermi le vostre sensazioni in
modo che le possa stenografare? Dopo di che provveder a radiote-
legrafare al Sistema Solare quanto mi direte.
Kirsten si sdrai quasi sulla sedia ed osserv sia l'uno che l'altro
dei due scienziati con i suoi occhi acuti.
I due specialisti bevvero e parlarono. Alex praticamente sostenne
la conversazione per ambedue e Sam si accontent di aggiungere
una o due parole per dare migliori spiegazioni. Diede anche uno o
due calci ad Alex quando si accorse che l'amico stava ricamando
troppo con la fantasia sui fatti, cosa che riteneva avrebbe fatto molto
meglio il giornalista.
Quando la bottiglia fu completamente vuota, arrivarono gli altri
giornalisti. Essi lasciarono sul pavimento i loro scafandri ed estras-
sero i blocchi per gli appunti. Alex ripet la sua storia per gli ultimi
arrivati e qualche bottiglia fu aperta. Ad intervalli, i giornalisti anda-
rono a trasmettere la loro cronaca, Kirsten compreso. Ma poi tutti
tornarono e, dato che il lavoro era terminato, l'intervista si trasform
in una riunione piacevole.
La ciurma dell'astronave si un alla compagnia nella sala di sog-

170/234
giorno della Stazione, ad eccezione del comandante, che non si fece
vedere.
Una partita a scacchi? chiese Alex, ma estrasse un mazzo di
carte.
La compagnia gioc a poker, bevve abbondantemente, cant, e ci
fu chi raccont delle storielle, sino a quando il comandante della
astronave entr per far firmare ad Alex ed a Sam una dichiarazione
dalla quale risultava che l'astronave sarebbe partita entro un'ora.
La missione era terminata. Il comandante dell'astronave e quello
della pattuglia erano pienamente soddisfatti di aver posto termine
alla invasione degli Invi.
I giornalisti, secondo le loro abitudini, avevano fatto ai due spe-
cialisti domande piuttosto scaltre, ma i due ebbero la sensazione che
nessuno avesse alcun sospetto. Erano molto soddisfatti; la loro tro-
vata aveva avuto pieno successo ed aveva rotto per qualche ora la
monotonia della loro vita sul pianeta e permesso loro di godere fi-
nalmente della conversazione e della compagnia di altri esseri uma-
ni.

143 giorno
Alex disse improvvisamente:
Incomincio a pensare che sarebbe ora di combinare qualche al-
tra visita dalla Terra.
Cosa? disse Sam, tirandosi la barba che aveva cominciato la-
sciarsi crescere sei settimane prima.
Una visita ripet Alex. Ricomincio a non poterne pi e credo
sia il caso di pensare ad un altro assalto degli Invi.
Niente da fare!
Oh, Sam, ti prego.
No! disse Sam tirandosi le basette.
No, o non ancora? chiese Alex.
No! disse Sam con fermezza; ma dopo una pausa soggiunse: O
meglio, non ancora.

Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952 234/171


176 giorno
Sai disse Alex che quel liquore portato da Kirsten era male-
dettamente buono?
Chi? La barba di Sam era ormai fluente e se la pettinava con
cura.
Kirsten, il giornalista che venne qui, quando inviammo il falso
allarme, Sam. Mi piacerebbe fare un'altra partita a poker. Credo che
se giocassi un'altra partita a scacchi con te, con quella maledetta bar-
ba che ti sei fatta crescere, diventerei matto. Mi sento quasi una pe-
dina cacciata nel vuoto, alla quale sia concesso di avanzare solamente
un quadrato alla volta, a mio scorno e noia.
Senti, anche se ti piaciuto il liquore di Kirsten, inutile che tu
ti metta a parlare come lui.
Credo che succeder qualche cosa di molto peggio se qui non
accade niente di nuovo. Cos tu ti troverai qui, in compagnia di un
pazzo, forse anche ammalato di barbifobia. Dovrai chiudermi in
qualche posto e macinarti la roccia da solo ; impiegherai doppio
tempo per approdare nel nulla con le tue ricerche. Andiamo, fac-
ciamo svegliare gli Invi.

180 giorno
Il piccolo campo di atterraggio del pianeta era affollato di astro-
navi. Era presente l'aeronave della pattuglia, una astronave bianca del
Governo Mondiale, due astronavi della stampa, ed una astronave
porta-attrezzi, munita di escavatori.
I due scienziati avevano ancora dato l'allarme, ma questa volta
avevano provocato la visita di molte pi persone che non avessero
desiderato. La nave della pattuglia aveva sganciato un'altra bomba O.
Ma le bombe O erano carissime. Un altro cratere del diametro di
quattrocento metri era stato aperto, ed ancora non era stato possibile
trovare traccia della invasione degli Invi. I due scienziati fecero no-
tare che la cosa era pi che naturale, in quanto la bomba O li aveva
distrutti. Ma il comandante non si mostr del tutto convinto. Non
questa volta, per lo meno. Egli sottopose Sam ed Alex a due ore di

172/234
interrogatorio e quindi li pass agli investigatori professionisti, che li
tartassarono nuovamente. Poi sopraggiunse una astronave governa-
tiva, con a bordo un sottocommissario della Commissione Esplora-
tiva. I due scienziati non ebbero il coraggio di confessare il loro
trucco e continuarono a ripetere la loro storia. Il Governo Mondiale
forn una astronave da esplorazione e questa cominci il sondaggio
dei crateri del piccolo pianeta. L'astronave escavatrice spost enormi
masse di rocce, mentre ad ogni ora il giorno e la notte si susseguiva-
no sul piccolo pianeta. Furono fatti saggi del terreno sempre alla ri-
cerca degli Invi, sia vivi sia morti, o disintegrati.
Poi i reporters furono ammessi a vedere i due scienziati. Essi
vennero senza liquori, questa volta, ma con sorrisi ironici ed osser-
vazioni caustiche. Sam ed Alex sostennero l'intervista e si attennero
disperatamente alla loro storia, fingendo di non avvertire la derisione
degli intervistatori, e ripetendo continuamente la descrizione
dell'orda degli Invi avanzanti in formazione a Z.
Kirsten fu il peggiore di tutti. Con la sua aria di cordialit e ,con la
sua finta seriet, quasi riusc a farli confessare, e solo per un pelo i
due scienziati riuscirono a cavarsela.
Finalmente i giornalisti se ne andarono e i due amici poterono
abbandonarsi sui loro sedili.
Sam disse Alex tentando di avviare un discorso.
Taci! lo invest Sam.
Kirsten stava dettando un articolo al giornale Galactic:
"Dal corrispondente Randy Kirsten.
" sorto qualche dubbio oggi sul fatto che una creatura dalla vita
primitiva, conosciuta col nome di 'Invi' (ripetere, Invi), ha l'abitudine
di diventare cannibale durante i pasti, come assicurano due scienziati
di qui. La residenza degli Invi un piccola pianeta presso Marte che
anche abitato, temporaneamente, dai due suddetti giovani scienzia-
ti. Il lavoro che queste due persone compiono segreto. Ma anche
molto noioso e fu con grande gioia che furono protagonisti circa tre
mesi fa di quella che essi chiamarono una invasione di Invi. La pat-
tuglia di servizio stronc sul nascere la suddetta invasione, stando al

Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952 234/173


rapporto allora fatto, ma sul quale si nutrono ora dei dubbi. Ieri dal
pianeta X venne un altro allarme. Gli Invi erano ancora in marcia..."
E cos via per tremila parole circa.

199 giorno
Non avremmo dovuto raccontare la storiella della formazione a
Z disse Alex Hurd. Questa stata la parte pi stupida di tutta la
storia.
Sono finalmente riuscito a dimenticare la faccenda disse Sam e
ti prego di non farmela ricordare.
Non sono entrato in argomento per volont mia. arrivato un
messaggio or ora.
Sam si riscosse.
Siamo licenziati?
No. Solamente un ammonimento ed abbastanza sarcastico per
essere un documento ufficiale.
da presumere continuava il messaggio che il pericolo effet-
tivamente esistesse, in quanto non erano state trovate prove contra-
rie. Tale presunzione sarebbe stata considerata la effettiva versione
dei fatti nel futuro, e la Commissione, per salvare il suo prestigio, e
non il loro, avrebbe difeso questa versione a spada tratta. Ma ag-
giungeva il messaggio del capo era altres vero che nessuna prova
era stata trovata che permettesse di credere la versione dei due
scienziati, e personalmente gli era certo che la questione degli Invi
non fosse che una leggenda. Ogni futura azione che evadesse dalla
routine normale ammoniva il messaggio sarebbe stata trattata
con la dovuta severit.
Archivia disse Sam. Archivia e ricorda.

217 giorno
Il razzo rientrato disse Sam.
Lascia andare per questa volta. Tutte le volte che guardo il film,
mi vien sonno.
Andiamo, una cosa che deve essere fatta.

174/234
I due scienziati indossarono i loro scafandri e andarono sul cam-
po di atterraggio.
Ancora fuori pista disse Alex. Vado a prendere il trattore.
And sino al razzo e lo trascin sulla pista. Tolsero la scatola
contenente il film e rientrarono per metterlo nel proiettore.
Fallo girare disse Alex. Sono pronto a fischiare.
Il proiettore irradi le solite immagini della circumnavigazione
del pianeta, quale sarebbe apparso ad un pilota che si fosse trovato a
bordo del razzo telecomandato. Era noioso, come al solito, guardare
la lunga sequenza di rocce grigie, interrotta ora dai due crateri fatti
dalle bombe O, ed ascoltare il registratore elettronico.
Ma, questa volta, verso la fine del film, il registratore sembr im-
pazzire. Cominci ad interrompersi, a sibilare, sino a che il suono si
acu e fin per diventare inaudibile.
Alex, che se ne stava accartocciato sul suo sedile, guardando ed
ascoltando automaticamente, si alz di scatto.
Rumori grid. Che cosa sar mai?
Sam arrest il proiettore. Arrotol indietro il film di circa 300
metri, e ricominci la proiezione.
Quando il suono ricominci ad interrompersi, il film rappresen-
tava una spianata che i due scienziati riconobbero trovarsi ad alcuni
chilometri ad ovest della bussola comparata. Non vi era nulla di visi-
bile sullo spiazzo, data l'altezza da cui il razzo aveva ripreso il film,
ma l'interruzione divenne un fischio man mano che la pianura si al-
largava. Il suono del fischio cominci a farsi acuto quando il razzo si
avvicin ad una cima. La cima era al termine di un altopiano sulla
sommit del quale era installata la Stazione. Il fischio entr nella
gamma dei supersuoni passando al disopra della cima, quindi ritor-
n nuovamente normale e continu sino al caratteristico rumore
dell'atterraggio.
Un ingrandimento della pellicola non permise di scoprire nulla. Il
terreno fotografato era piatto, roccioso e privo di qualsiasi vita vege-
tale.
Tornando indietro i due scienziati scoprirono che il fischio co-

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minciava in corrispondenza di un piccolo cratere, diverso da quelli
fatti dalle due bombe O. Il cratere era gi stato fotografato nei film
precedenti, ma non presentava alcuna caratteristica, ad eccezione del
fatto che probabilmente era stato causato dalla caduta di qualche
meteora, come appunto pareva.
Questo un lavoro per Buster decise Sam.
Buster era il loro cervello meccanico. Non era molto intelligente,
come tutti i cervelli meccanici; in ogni modo era impossibile avere
supercervelli meccanici, dato che erano terribilmente richiesti sia
dalla Terra sia da altri pianeti di civilt avanzata. Buster fu caricato
del film, e la macchina lo ingoi con accompagnamento di scatti
metallici. Il nostro Buster non un gran mangiatore di film disse
Alex cercando con queste parole di mascherare il suo nervosismo.
Spero che non faccia indigestione.
Dopo un po' Buster vomit il film con un foglio di carta stampa-
ta. Sam se ne impadron: e raffront i simboli scritti sopra di essa
con quelli incisi su una targhetta a fianco della macchina.
Dannazione! esclam.
Che cosa c', Sam?
impossibile, non pu essere!
Che cosa diavolo sta succedendo?
Buster dice che gli Invi stanno avanzando.
Alex guard sbalordito il suo barbuto amico.
Non capisco. Come fa la macchina a immaginare questo?
Buster non immagina, sa! una cosa che puoi capire da solo.
Quando il suono si trasforma in fischio, significa che vi qualcosa di
anormale. Anche un bambino lo capisce. Buster ascolta il fischio,
ossia registra gli impulsi che causano il fischio, e li confronta con gli
impulsi di suoni che gi conosciamo. Se la macchina non sapesse di
quali impulsi si tratta, ce lo direbbe. Siccome non l'ha fatto, vuol dire
che la macchina conosce l'origine degli impulsi. Buster fornito di
una registrazione degli impulsi che gli Invi sprigionano nel loro mo-
vimento. La macchina quindi dice che il fischio causato da un
enorme numero di Invi che si muovono sulla superficie. Pi alto il

176/234
tono del fischio e maggiore il numero degli Invi. Questa la ra-
gione per cui il fischio ad un dato momento diventato supersonico.
E ovvio quindi che il numero degli Invi tale da non poter essere
registrato con il suono.
impossibile disse Alex.
Anch'io l'ho detto, ma mi sbagliavo!
Gli Invi sono un nostro scherzo e non si muovono in orde. Il
loro assalto solamente una nostra invenzione!
Bene disse Sam lo scherzo si avverato, ed a nostro danno.

218 giorno
I due scienziati lanciarono nuovamente il razzo, caricato della
macchina da presa e collegato coll'apparecchio televisivo, in modo
da ottenere una visione istantanea di quanto stava succedendo e,
nello stesso tempo, avere una registrazione permanente. Contem-
poraneamente regolarono il razzo con il radar, dato che sapevano
che cosa specificamente stessero cercando. Una met della ripresa
cinematografica, fatta a mezzo di raggi infrarossi che penetravano
l'oscurit della brevissima notte, mostr loro una piana desolata di
roccia cinerea che terminava in una scogliera. Apparentemente nes-
sun movimento era percettibile. Ma nell'altra met della ripresa ci-
nematografica era possibile osservare una enorme massa di Invii che
si stendeva lungo tutta la base della scogliera.
Meno male che non sono in formazione a Z not ironicamente
Sam.
Eh, eh! fece Alex.
Riesci a vedere se una parte di questi insetti si stia arrampicando
sulla scogliera?
Aspetta che il razzo giri nuovamente. No. Non vedo niente.
Riesci a vedere qualche cosa tu, Sam?
Guarda! L sta cadendo un pezzo di roccia. Sembra quasi che si
stia sgretolando. Scommetto che si stanno mangiando tutta la base
della scogliera. Siccome non vi si possono arrampicare, la stanno
traforando. Sono milioni, bilioni!

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Chiamiamo l'astronave della pattuglia disse Alex. Alla velocit
con cui viaggiano, possono essere qui in un paio di giorni. Altrimenti
quegli insetti si mangiano tutta la scogliera e la nostra Stazione preci-
piter con essa.
Andiamo piano sugger Sam. L'astronave della pattuglia non si
precipiter certamente qui da noi per la terza volta. Ricordati che noi
siamo quelli che hanno gridato "al lupo".
Sicuro, ma questa volta il lupo c'! Questa volta non si tratta di
uno scherzo.
Gi rispose Sam ma proprio pericoloso? Siamo pregiudicati
dal falso allarme. Credo che non abbiamo ancora valutato nel suo
giusto valore la situazione.
Bene. Dieci minuti di logica. Io opto per la chiamata dell'astro-
nave, per il lancio di una bomba O, assumendo il rischio dell'even-
tuale ridicolo. Ma forse tu riuscirai a farmi cambiare idea.
Questo nuovo fatto forse ci dar la possibilit di uscire dalla no-
stra situazione. Non potrebbe essere migliore. Se riusciamo a pa-
droneggiare questa situazione da soli, torneremo a diventare due
bravi ragazzi e non saremo pi "i due matti delle rocce".
I due scienziati si misero a frugare tra le vecchie registrazioni rac-
colte nella Stazione. Misurarono la lunghezza e la larghezza dell'orda
degli Invi e la sua profondit. Scoprirono che quegli esseri stavano
rodendo verticalmente sulla superficie della piana oltre che in avanti.
Lanciarono il foto-razzo in esplorazione, munito sia di televisione
che di macchina da presa. Osservarono la proiezione sullo schermo
e poterono notare che il pianoro, con le sue rocce, era una barriera
naturale, anche se temporanea, all'avanzata della orda. Calcolarono
la velocit con cui il pianoro veniva divorato e rilevarono che aveva-
no ancora a disposizione un certo tempo per preparare una difesa.
Il giorno si sostitu alla notte.
Da quanto poterono notare dagli scritti raccolti nella Stazione, gli
Invi non erano mai stati studiati in laboratorio. I primi esploratori si
erano accontentati di notare che si trattava di esseri che vivevano
sotterra, ed avevano rilevato solamente alcuni fatti essenziali per

178/234
mezzo di vecchi oscilloscopi. Quindi, nella convinzione che questi
insetti fossero tanto inutili quanto inoffensivi, si disinteressarono di
loro. Non avevano neppure pensato a dar loro un nome.
Da alcuni rapporti pareva che questi esseri facessero delle appari-
zioni occasionali sulla superficie.
Certamente nel mio subcosciente mi ricordai di questo fatto
quando imbastii il nostro scherzo disse Sam.
I rapporti erano per privi della necessaria documentazione e
non furono presi in considerazione. Ufficialmente risultava che mai
una emigrazione fosse stata notata, sino ad allora.
Alex colleg un'ancora al razzo, e lo lanci, per ottenere dei
campioni. Sullo schermo della televisione osservarono il razzo men-
tre scendeva e risaliva, trascinandosi dietro un cavo al quale era fis-
sato un secchiello. Quando i due scienziati furono in possesso del
secchiello pieno di campioni, ne tolsero gli Invi che misero in un
grandissimo bacile di rame. Il color terra degli insetti era ben visibile
contro le pareti lucide del bacile di rame, ed i due scienziati potero-
no osservare il movimento della massa.
Il brevissimo giorno del pianeta stava declinando. Il crepuscolo si
trasform in oscurit mentre gli esperimenti si susseguivano. I due
scienziati infatti scoprirono che gli Invi non mangiavano il rame, il
ferro, l'acciaio, il piombo, lo zinco e qualsiasi altro metallo o lega.
Ma quando un pezzetto di roccia veniva messo in una bacinella nella
quale si trovassero degli Invi, questo veniva immediatamente divo-
rato.
Dalla velocit con cui mangiano disse Alex a quest'ora avreb-
bero dovuto aver attraversato completamente il pianeta.
A meno che sugger Sam questi insetti non mangino che du-
rante un breve periodo, il che credo sia vero, e che passino il resto
del loro tempo sotto terra digerendo quanto hanno mangiato.
La questione per era puramente accademica. Il problema era di
fermare l'avanzata dell'orda ed impedirle di minare le basi delle roc-
ce sulle quali era situata la Stazione. Non si trattava di impedire che
gli Invi arrivassero sul posto; bisognava impedire che essi minassero

Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952 234/179


la base della zona. Il problema si risolse da solo, come risult dopo
un lancio di razzo. La continua caduta di rocce aveva trasformato lo
strapiombo in una discesa, tale da poter essere facilmente risalita da-
gli Invi, ed il fenomeno poteva essere agevolmente controllato attra-
verso lo schermo televisivo.
Sam si gratt furiosamente la testa, Alex cominci a succhiarsi
una delle punte dei baffi che gli erano notevolmente cresciuti, men-
tre osservavano i progressi dell'avanzata degli Invi.
Non potremmo disse Alex fare una fasciatura in metallo at-
torno alla Stazione? Ci vorr un grande quantitativo di metallo, ma
possiamo trovarlo. Anche se mangiassero tutto il terreno attorno a
noi, ci troveremmo su un punto fermo.
Stai pensando alla barriera ciclonica che abbiamo in magazzi-
no? chiese Sam. un errore. Il metallo non li ferma, ma si limi-
tano a non mangiarlo. Inoltre i fori che sono nella barriera ciclonica
sono grandi abbastanza da permettere loro il passaggio e quindi po-
trebbero raggiungere le rocce poste sull'altro lato. Quindi gli insetti
possono benissimo mangiare le fondamenta proprio sotto di noi.
Gi disse Alex anche questo vero.
Si sedette e cominci a pensare. Si alz quindi e proiett gli ulti-
mi film presi dal razzo. Mentre stava studiandoli, masticandosi i baf-
fi, ad un tratto grid:
Ho trovato!
Alex si mun di una torcia elettrica portatile, si infil lo scafandro
e usc.
Sam indoss il suo scafandro ed usc all'inseguimento di Alex
nella notte.
Aspettami, pazzo da legare! grid.
Raggiunse Alex al limite del pianoro. Ora gli Invi avevano rag-
giunto la sommit e stavano avanzando con una velocit che era a
malapena percettibile. Alex tocc i comandi della cintura di gravit e
sal di una decina di piedi nel vuoto, quindi ridiscese lentamente fino
a che si trov, avanzando, proprio sopra l'orda. Lanci un raggio di
luce sugli Invi, da prima in una direzione e quindi nella direzione

180/234
opposta.
Gli insetti erano perfettamente visibili ai due uomini. Essi conti-
nuavano ad avanzare. Sam torn indietro e grid ad Alex di fare al-
trettanto. La sua voce era affievolita nel megafono.
Vieni gi di l! Non sai che cosa ti pu succedere se caschi!
Dovrai giocare agli scacchi da solo rispose Alex con calma.
Non ti preoccupare. Credo di aver trovato il modo di bloccarli. Si
muovono ancora?
Diavolo, si che si muovono ancora! grid Sam.
Involontariamente fece un salto indietro di sessanta centimetri.
Credo anzi che vadano pi forte.
Bene disse Alex ancora sospeso nello spazio. Adesso vedre-
mo. Con una rapida discesa si port a fianco di Sam.
Guarda disse.
Alex si chin, a pochi pollici dall'avanguardia dell'orda, e lanci
un raggio di luce direttamente contro di essa.
Gli insetti si fermarono!
Anzi, si ritirarono dinanzi al raggio di luce che li investiva diret-
tamente.
Vieni disse Alex. Ecco la soluzione del nostro problema.
I due scienziati tornarono alla Stazione ed accesero tutte le luci,
facendo brillare tutte le finestre, munite di robusti vetri, in modo da
illuminare l'intero spiazzo circostante la Stazione. La difesa fu com-
pletata con dei fari posti a terra in punti strategici.
un fenomeno che ho osservato mentre ero sopra di loro disse
Alex. Noi eravamo ad est dell'orda e questa si muoveva tanto len-
tamente da sembrar ferma. All'alba il sole splendeva direttamente
contro di loro. Questa fermata dur solamente sino a quando il sole
si trov sull'orizzonte; dopo, il guscio di cui sono coperti li protesse
dalla luce e quindi poterono avanzare nuovamente.
E ti ricordi quando abbiamo messo quegli Invi nella bacinella di
rame? chiese Alex. Hai notato come si movevano? Questi insetti
non solo non amano la luce orizzontale, ma non la possono soppor-
tare. La luce posta sopra il bacile si rifletteva su di essi da tutte le

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parti, data la lucentezza del metallo. Questa situazione era per loro
insopportabile.
Quando venne il momento di mandare il rapporto giornaliero gli
Invi avevano circondato la Stazione, ma si tenevano a debita distanza
dal cerchio di luce. Il messaggio trasmesso alla Base era composto di
solo quattro parole:
"Tutto bene. Nessuna novit."

219 giorno
Questi insetti non amano neppure la carne animale, la stoffa e la
gomma disse Alex. Se le luci non avessero arrestato l'avanzata
dell'orda, saremmo stati perfettamente al sicuro egualmente.
Questo lo sappiamo solamente oggi obbiett Sam. Che altro
sappiamo?
Credo sia tutto, Sam. C' solamente un fatto che mi sembra
strano. Hai osservato da vicino uno di questi insetti?
Alex teneva un Invi sul palmo della mano. Lo porse a Sam, il
quale rabbrivid.
Insetti disgustosi disse.
Si agita cos perch la luce lo colpisce.
Tienti questa porcheria disse Sam. Sembra l'unghia di un pol-
lice tolta a un cadavere. Che cosa stai facendo ora?
Gli sto dando da mangiare disse Alex raccogliendo un pezzetto
di roccia. Questo piccolo ha fame.
Con una serie di movimenti la piccola creatura travers il palmo
della mano di Alex fino a raggiungere la scaglietta e, raggiuntala, vi si
avvolse attorno. In un istante la scaglietta scomparve. Alex pose un
altro pezzetto di roccia sul lato opposto del palmo, e l'Invi si mosse
verso di esso. Anche questo, una volta raggiunto dall'insetto, improv-
visamente scomparve.
Sam osserv il fenomeno con un senso di repulsione.
Ma subitamente la sua espressione cambi.
Alex grid guarda! Non l'ha mangiato tutto. Hai visto che ne
ha lasciato una piccola parte?

182/234
Dove? Alex esamin attentamente il palmo. Non vedo nien-
te.
Deve battervi sopra la luce direttamente. molto piccola. Alex
riusc finalmente a vedere la particella.
Ebbene? Si vede che gli Invi sono difficili da nutrire, oppure
gradiscono lasciare qualche cosa nel piatto.
Voglio esaminarlo disse Sam. Cos, tanto per provare.
Si trattava proprio di quello che stavano cercando.
La fame degli Invi li port a scoprire quello che per sette mesi,
dopo tanto inutile lavoro, avevano cercato. I due scienziati non ave-
vano potuto trovare il materiale che si trovava in piccolissime dosi
frammiste alle rocce.
Questa si chiama fortuna! esclam Sam. Il materiale non al-
tro che una parte infinitesimale della roccia, e proprio questa parte
gli Invi si rifiutano di mangiare. La quantit del materiale da noi cer-
cata tanto piccola che avremmo potuto continuare a macinar rocce
sino al giorno del Giudizio Universale, senza scoprirla. Pensa quanti
chili di materiale dobbiamo aver gettato via senza sapere che esistes-
se!
Caro Invi disse Alex carezzando il dorso dell'insetto che teneva
sul palmo della mano ti fornir un sasso o un macigno tutto per te.
molto strano, non vero? rimarc Sam sorridendo. Ti sei
reso conto di che cosa significa tutto questo?
Certo rispose Alex solennemente. Significa che dobbiamo
prendere un'enorme quantit di Invi, dar loro da mangiare le rocce,
e raccogliere quello che lasciano. E pensare che temevo di dover fa-
re tutto questo lavoro da solo perch credevo che tu fossi diventato
un invifobo.
Non capisci nulla! Significa che tutto il terreno dagli Invi e attra-
verso cui essi sono passati, gi pronto per noi. Il pianoro, le rocce
ed anche lo spazio attorno alla nostra Stazione. Tutto quello che ci
resta da fare di andare fuori a spalare il materiale.
Gi, vero disse Alex. Molto bello, naturalmente. Ma ci si-
gnifica che non dovremo pi n raccogliere n macinare rocce. Il

Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952 234/183


che ci permetter di annoiarci ancora ci pi.
Che cosa ti sta frullando in testa? chiese sospettosamente Sam.
Mi piacerebbe tanto vedere ancora un po' di gente qui attorno...
disse Alex con occhi ansiosi.

Fine
R. Wilson, The Hoaxsters, 1952

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I Mostri
romanzo breve di F. L. Wallace (puntata 2)

Puntata 2

Entrarono quindi in azione le pompe aspiranti e il livello dell'a-


cido decrebbe lentamente.
Docchi sent che la nave oscillava in modo a lui familiare. Pre-
sto grid a Jordan.
L'impianto gravitazionale era in azione; presumibilmente, era vi-
cino il momento della partenza. Se ci fosse avvenuto, il recipiente
di acido rovesciandosi sarebbe stato altrettanto pericoloso per

Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952 234/185


l'astronave e per i suoi passeggeri quanto lo scontro con un gruppo
di grossi meteoriti lanciati ad altissima velocit.
Jordan spinse la leva il pi lontano possibile e la tenne premuta in
quella posizione. Presto ammon subito Jordan, e arrotol nuo-
vamente il tubo nella parete. L'impianto di gravit rimase in funzione
per un intero minuto.
Non appena si sent senza peso, Anti usc fuori dal serbatoio.
Da quando la conosceva, Docchi non aveva visto in lei altro che
una faccia inquadrata in un acido azzurro. Di tanto in tanto la chi-
rurgia, quando era necessario, accomodava il suo volto. Per il resto,
essa viveva sommersa in un liquido corrosivo che distruggeva i tessuti
che proliferavano disordinatamente man mano che crescevano, o
per lo meno con una velocit di poco inferiore.
Docchi distolse lo sguardo.
Ebbene, relitto umano, guarda un vero mostro brontol con
aria di rimprovero Anti.

Non si concepiscono esseri umani di tali dimensioni. La vista di


Anti non era per Docchi tanto ripugnante, quanto semplicemente
incredibile. Giove non ci ripugna per il fatto di essere il gigante dei
giganti fra i pianeti; la sua grandezza soltanto opprimente, ed al-
trettanto poteva dirsi di Anti.
Come vivrai fuori dall'acido? balbett Docchi.
Come gli uomini sono veramente privi di spirito d'osservazione
rispose Anti tristemente. Avevo previsto il nostro viaggetto e mi ci
ero preparata. Se guarderai con maggiore attenzione, te ne renderai
conto. Ho indossato uno speciale vestito chirurgico, il solo di tutto il
sistema solare che vada bene per me. stato fabbricato con una so-
stanza spugnosa che contiene una quantit di acido sufficiente a far-
mi vivere per circa trentasei ore.
Afferr un corrimano e si inoltr nel corridoio. Per individui
normali sarebbe stato un corridoio spazioso; per lei era appena ap-
pena sufficiente. La seguivano i due satelliti, l'uno dal volto incande-
scente, l'altro caratteristico per l'andatura eccentrica.

186/234
Nona era ferma dinanzi al quadro dei comandi allorch ritorna-
rono. Dinanzi a lei c'era una serie impressionante di leve, di chiavet-
te e luci, ma essa non se ne curava affatto. Tutta la sua attenzione era
concentrata su un'unica piccola chiavetta, distinta da tutto il resto.
Anti si ferm. Guardatela. Se non sapessi che uno scherzo
della natura al pari di tutti noi, anzi il solo individuo al mondo nato a
quel modo, sarebbe facile odiarla, tanto disgustosamente norma-
le.
Normale? Era vero s e no. La tecnica chirurgica, che poteva fare
a pezzettini un corpo e rimetterlo di nuovo tutto insieme con un'abi-
lit un tempo riservata alla riparazione delle macchine, aveva fatto
della bellezza una cosa comunissima. Non pi muscoli flosci, non
pi rughe; anche i vecchi avevano un aspetto attraente e giovanile
sino al giorno in cui morivano. Non pi labbra malconformate, non
pi corpi deformi. Tutti erano belli o quasi: senza alcuna eccezione.
Gli Accidentali, naturalmente, non rientravano in questa categoria
di esseri perfetti. In altri tempi, la maggior parte di essi sarebbe ser-
vita di modello per campioni di cera o finita nella formaldeide dei
vasi dei laboratori di scienze naturali.
Nona non apparteneva n alla categoria degli esseri normali, n a
quella degli esseri straordinari; essa non era il risultato di una com-
plicata opera di restauro. Guardandola da vicino e perch non si
sarebbe dovuto farlo? appariva un esemplare originale, altrettanto
lontano in un certo senso dalla normalit quanto Anti, ad esempio,
lo era in un altro.
Perch mai continua a fissare la piccola chiavetta? chiese Anti,
allorch gli altri furono entrati nella cabina-comando scivolando alle
sue spalle. C' forse in lei qualcosa che non funziona? E aggiunse,
stringendosi nelle spalle: Io, al suo posto, m'interesserei delle chia-
vette pi grandi: di quelle con le luci colorate.
Questo degno di Nona disse sorridendo Docchi. Sono certo
che non mai entrata prima d'ora nella cabina-comando di un razzo
e tuttavia si immediatamente diretta verso l'apparato pi strano. Sta

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infatti osservando l'indicatore di gravit; immediatamente dietro
all'indicatore si trova l'impianto di gravit.
Nona si volse prima che la raggiungessero.
Povero ragazzo sospir Anti fai una fatica enorme per na-
scondere le tue emozioni, se questo che ora cerchi di fare. Ad ogni
modo, smettila di splendere come un arcobaleno e d qualcosa.
Benvenuta disse Docchi.
Nona sorrise a Docchi, sebbene fosse Anti la prima ad avvicinar-
si.
No, non troppo vicina, figlia mia. Non toccare l'involucro chi-
rurgico che mi ricopre se non vuoi che il tuo bel viso resti comple-
tamente spellato.
Nona si ferm; non disse nulla.
Anti scosse il capo senza speranza: Desidero insegnarti a leggere
attraverso il movimento delle labbra o, per lo meno, a riconoscere le
parole scritte. cos difficile farsi capire da te.
Nona afferra le espressioni del volto e i gesti, pensa osserv
Docchi. Le parole invece son per lei concetti assolutamente estra-
nei.
Mediante altri concetti si pu pensare? chiese Anti incerta.
Forse mediante rapporti matematici rispose Docchi. Tuttavia
questo non il suo caso. Abbiamo fatto degli esperimenti su di lei in
proposito. E continu accigliato: Non so di quali concetti si serva
per pensare; voglio proprio saperlo.
Risparmiati queste preoccupazioni e cerca di risolvere i proble-
mi della nostra situazione attuale obbiett Anti. Le tue preoccupa-
zioni mi sembra che non abbiano niente a che vedere con essa.
Era vero. Nona si era voltata ed aveva ripreso a fissare l'indicatore
di gravit. Era difficile indovinare che cosa attirasse la sua attenzione.
Con uno sforzo Docchi ritorn alla realt: Ci rivolgeremo all'Uf-
ficio Medico disse. Chiederemo un'astronave per recarci alla stella
pi vicina. Naturalmente dovrebbe essere un razzo. Anche ammet-
tendo che sia migliore di tutti i razzi che ora possediamo, il viaggio
durerebbe molto, quaranta o cinquant'anni per il viaggio di andata e

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altrettanto per il ritorno.
Perch un razzo? interruppe Jordan. Perch non un tipo di
apparecchio azionato dalla gravit?
una bella idea ammise Docchi. Da un punto di vista teorico
non esiste alcun limite alla forza di gravit salvo la velocit della luce,
ed anche questo limite non del tutto accertato. Se l'idea fosse rea-
lizzabile, l'elemento tempo potrebbe venire quasi annullato. Ma le
esperienze degli ultimi vent'anni hanno dimostrato che gli apparec-
chi azionati dalla gravit non funzionano affatto fuori del sistema so-
lare. Anzi il loro rendimento diventa molto basso quando raggiun-
gono l'orbita di Giove.
Pensavo che l'impianto di gravit di un'astronave fosse su per gi
eguale a quello esistente sull'asteroide disse Jordan. Perch non
dovrebbe funzionare?
Non lo so il perch rispose Docchi con impazienza. Se lo sa-
pessi non mi troverei relegato su Handicap Haven. Fornito di brac-
cia o meno, biocompensatore o no, sarei il maggiore scienziato esi-
stente sulla Terra.
Con una moltitudine di donne carine che si contenderebbero il
tuo affetto aggiunse Anti.
Penso che ne avrebbe scelta una, una che dico io insinu Jor-
dan.
Povero ragazzo privo di immaginazione riprese Anti.
Quand'ero giovane...
Jordan si protese innanzi dal suo posto e guard il quadro dei
comandi. Questo il guaio, Anti. Nessuno pensa che tu senta
qualcosa, ma dovresti essere in grado di sentire la vibrazione provo-
cata dal tubo di scappamento del razzo, quando acceso.
Non sento niente di niente.
Eppure osserv Jordan, guardando Docchi il combustibile
non mancava.

Naturalmente, l'apparato di propulsione dell'astronave non ces-


sava di funzionare quando i razzi si spegnevano. Avanzavano ancora,

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non molto rapidamente e non nella direzione voluta. Cautamente,
Docchi prov le calzature magnetiche; era impacciato, ma non pi
completamente inutile nell'astronave ormai priva di gravit. Fissava
inutilmente gli strumenti come se potesse strappar loro pi segreti di
quanti potevano capirne gli strumenti elettronici.
C' un guasto meccanico a bordo disse faticosamente. C' un
solo modo di accertarsene.
Prima che potesse muoversi, Anti era gi nel corridoio.
Sta' qui, Anti le disse. Vedr io che cosa c' che non va.
Essa occupava quasi tutto lo spazio dal pavimento al soffitto e non
urt per pochi centimetri nelle pareti del corridoio. Muoversi era
per lei abbastanza facile; voltarsi non lo era altrettanto. Anti non si
volt.
Ascoltami bene gli rispose. Tu mi hai fatto salire a bordo per il
viaggio; una bella cosa, ma non mi basta. Desidero guadagnarmi il
viaggio. Voi rimanete qui e fate marciare l'astronave, dal momento
che voi sapete come si fa ed io no. Io scoprir il guasto.
Ma tu non sai che cosa si deve fare, Anti. Non ricevette alcuna
risposta. Benissimo disse rassegnato. Dobbiamo andare tutti e
due: Jordan, tu rimani ai comandi.
Anti andava avanti, visto che Docchi non avrebbe potuto supe-
rarla. Decisamente, questi camminava trascinando i piedi: c'era un
trucco nelle calzature magnetiche di cui si era quasi dimenticato. Se
ne rendeva conto lentamente, molto lentamente.
Il corridoio era sporco e scarsamente illuminato, come si addice-
va ad una vecchia astronave.
Avremmo fatto meglio ad esaminare i tubi del razzo di poppa
disse Docchi, che non poteva neppure ora passarle innanzi.
Apriamo e diamo uno sguardo.
Non posso rispose Anti. Ci sono delle maniglie, ma non riesco
ad aprirle. C' anche una luce rossa. Significa qualcosa?
Il cuore di Docchi ebbe un sobbalzo. Eccome. Non cercare di
aprire. Con la tua forza, potresti essere tanto sfortunata da riuscire
Che tipo strano sei disse bruscamente Anti. Prima vuoi che

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apra e poi mi dici di non aprire.
C' un vuoto laggi. Il tappo di combustione stato rialzato.
Questo il solo fatto che spieghi l'entrata in funzione del segnale di
allarme. Moriresti in pochi secondi se riuscissi in qualche modo ad
aprire la porta che d sullo scompartimento dei razzi.
Che cosa aspettiamo? Diamoci da fare e fissiamo il tappo.
Certo, fissiamolo. Ti rendi per conto del fatto che ci non pu
essere accaduto spontaneamente? Qualcuno, o qualcosa, ne la
causa.
Chi?
Avete visto qualcuno allorch caricavamo il vostro serbatoio
sull'astronave?
Non ho visto niente. Sentii soltanto Cameron che gridava fa-
cendo un chiasso d'inferno. Potevo vedere soltanto ci che si trovava
direttamente sopra il mio capo. Ma questo che cosa ha a che vedere
con ci?
Credo che abbia a che vedere con un automa. Ritenevo che fos-
sero usciti tutti, ma pu darsi che uno sia rimasto dentro.
Ma perch pensate ad un automa? chiese Anti improvvisamen-
te.
In primo luogo, nessun uomo tanto forte da poter rimuovere il
tappo di combustione. Ed anche se riuscisse, in un modo o nell'al-
tro, a compiere tale sforzo sovrumano, il razzo cesserebbe di fun-
zionare non appena il tappo consentisse l'uscita dei gas dal tubo. L'a-
ria uscirebbe infatti con violenza e nessuno che si trovasse all'interno
del tubo potrebbe sopravvivere.
Cos noi abbiamo a bordo un automa morto?
Un automa non pu morire e non pu neppure perdere i sensi;
non ha bisogno di aria.
Docchi cerc di rendersi conto completamente del fenomeno.
Non soltanto certo che solo un automa sarebbe stato in grado di
uscire dall'aeronave. La porta si sarebbe chiusa non appena la pres-
sione fosse caduta. Ma un automa
Anti comment amaramente: Allora abbiamo a bordo un auto-

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ma in libert, intento a compiere atti di sabotaggio?
Temo di s ammise lui, preoccupato.
Che cosa stiamo qui ad aspettare? Torniamo alla cabina-coman-
do e assumiamo il controllo dell'automa per radio. Ci che stato
danneggiato, potr cos essere riparato. Anti si era ora voltata par-
zialmente verso Docchi, cos da scorgerne il volto. Non ditemi
niente aggiunse. Avrei dovuto pensarlo. I comandi non possono
essere trasmessi all'interno dell'astronave.
Docchi annu. cos. Non sono mai stati impiegati automi a
bordo; l'apparecchio che serve a comandarli sistemato sull'antenna
di poppa, mentre la nave completamente isolata.
Bene disse Anti con gioia. Cos un automa salito a bordo
prima di noi.
vero, e ci troviamo a disporre per dargli la caccia solo delle
nostre mani.
Oh! Sta' attento! La situazione non poi cos grave come sem-
bra. L'automa era ritornato qui quando i razzi cessarono di funzio-
nare. Avrebbe potuto passare davanti alla cabina-comando senza che
noi lo scorgessimo?
No certamente. Ci sono due corridoi che conducono alla cabina,
uno per ciascun fianco dell'astronave.
Ecco quel che ho pensato. Noi abbiamo percorso un corridoio e
non c'era nessun automa. Deve trovarsi nell'altro. Se si caccer in
una cabina, filtrer all'esterno una luce. Non pu assolutamente sot-
trarsi alle nostre ricerche.
Certo, scopriremo dove si trova. Ma che cosa faremo quando
l'avremo scoperto?
Ci ho pensato rispose Anti. Tu puoi forse passare accanto a
me quando sto ferma come in questo momento?
No.
E non lo pu neppure un automa. Ho solo bisogno di una pi-
stola lanciafiamme o di qualcosa che le assomigli; con essa riuscirei a
cacciare l'automa nella cabina-comando dove Jordan potr metterlo
fuori combattimento. E con grande decisione, Anti cominci a di-

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rigersi verso l'altro corridoio. Affrettati a tornare da Jordan e digli
quello che stiamo facendo. Ci dovrebbe essere a bordo un'altra pi-
stola lanciafiamme. Probabilmente ce n' una in qualche angolo del-
la cabina comando. Portamela.
Docchi si morse le labbra, fissando il dorso di quella donna mo-
struosa. Benissimo rispose. Per rimani dove sei. Non fare niente
sino al mio ritorno.
Anti rise. Ho grande stima del mio corpo grosso e grasso ag-
giunse. C'erano altre cose che stimava molto, ma non ne parl.
Docchi si mosse con tutta la rapidit consentitagli dalle calzature
magnetiche, che non era in verit molta. La strategia era semplice,
ma ci non voleva dire che fosse senz'altro buona: una pistola lancia-
fiamme per Jordan ed una per Anti, qualora si fossero potute trova-
re.
Anti avrebbe bloccato il corridoio. L'automa avrebbe potuto diri-
gersi verso di lei, ma non avrebbe mai potuto passare: avrebbe do-
vuto forzare il passaggio. Se si fosse diretto verso Anti, questa avreb-
be potuto abbatterlo con la fiamma della pistola. Ma in tal caso, an-
che mancandolo solo parzialmente, avrebbe sparato in direzione
della cabina-comando.
Gli strumenti erano delicati.
Le cose non sarebbero andate meglio neppure se Jordan avesse
avuto la possibilit di abbattere lui l'automa; in tal caso infatti Anti si
sarebbe trovata sulla linea di tiro. No, n l'una n l'altra delle due
ipotesi poteva considerarsi soddisfacente. Si doveva pensare a qual-
cos'altro.
Jordan chiam Docchi entrando nella cabina-comando. Jordan
non c'era; c'era Nona, che continuava a guardare placidamente l'in-
dicatore di gravit.
Delle luci arrivavano dal corridoio, dalla parte opposta al quadro
dei comandi. Docchi si affrett in quella direzione, Jordan si trovava
poco oltre l'ingresso del corridoio e stringeva in mano minacciosa-
mente la pistola lanciafiamme: stava cercando faticosamente di spo-
stare il suo corpo mutilato verso prua.

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Avanzava intanto verso di lui Anti, disarmata ed enormemente
grassa. Non camminava, sembrava piuttosto che nuotasse: un enor-
me flaccido animale marino che si muoveva nell'aria. Agitava una
specie di pinne contro le pareti e con ci si spingeva innanzi.
Fallo fuori! essa grid.
Era difficile distinguere la forma vagamente umana dell'automa. Il
suo corpo possente si dissimulava contro le pareti dell'astronave, per
un'inconsapevole mimetizzazione. Stava accovacciato sulla soglia di
una cabina, esitante tra i due pericoli incombenti.
Jordan sollev l'arma, ma l'abbass immediatamente. Togliti di
mezzo disse ad Anti.
Ma questa non sapeva dove andare: era troppo grossa per entrare
in una cabina, troppo massiccia per permettere all'automa di passarle
accanto, anche se l'avesse voluto.
Non preoccuparti. Catturalo essa rispose.
Un automa tuttofare non un genio neppure secondo la scala di
valori della sua specie. Non aveva bisogno di esserlo. Il calore
mortale; e il corpo di un uomo cosa cos fragile. Egli sapeva ci e si
lanci contro Anti. A differenza di un uomo, non aveva bisogno di
calzature magnetiche. Possedeva dei piedi di metallo magnetico che
potevano muoversi rapidamente e se ne serv come meglio pot.
Docchi non pot chiudere gli occhi, bench lo desiderasse. Fu
costretto a seguire la vicenda in ogni sua fase. L'automa si lanci su
Anti come un siluro. Ma, inaspettatamente, fu l'automa ad essere
cacciato indietro. Il rapporto relativo delle masse favoriva la mo-
struosa donna.
Il cervello elettronico dell'automa obbed alle sue istruzioni origi-
narie, quali che esse fossero. Si rialz in piedi e si lanci nuovamen-
te contro Anti. Le braccia metalliche si richiusero con straordinaria
rapidit sopra il corpo della donna gigantesca. Docchi pot sentire il
rumore cupo della percossa. Nessun essere normale avrebbe potuto
sopravvivere ad una simile prova.
Ma Anti non era affatto normale; era un essere straordinario, an-
che per gli Accidentali, le cui parti vitali si trovavano al sicuro dietro

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una spessa armatura di carne. Ma, straordinariamente, afferr
1'automa e lo attir a s, e questi perse il vantaggio della sua natura
meccanica. Le braccia lucenti non colpirono pi cos rapidamente,
n con l'abituale potenza mortifera.
Gravit! grid Anti. Tutta la gravit che avete!
E si diressero contro il temibile automa.
Gravit: ecco qualcosa cui Docchi avrebbe potuto provvedere. Si
volse, fece due passi prima che l'ondata della gravit lo investisse.
Arrivava ad ondate con una successione alla quale egli non era mai
riuscito a resistere. La prima ondata lo fece vacillare, alla seconda le
ginocchia gli si piegarono e si abbatt al suolo. Subito dopo prov un
forte dolore ai timpani: gli parve di avvertire che la nave oscillasse.
Mentre giaceva a terra, si rese conto che un campo artificiale di gra-
vit di tale ampiezza era impossibile, ma tale cognizione non lo aiut
affatto a muoversi.
La grande ondata svan con la stessa rapidit con cui era arrivata.
I polmoni di Docchi si dilatarono faticosamente: tutti i muscoli gli
facevano male. Si rizz in piedi e super rapidamente Jordan.
Non s'imbatt nell'ammasso informe di carni lacerate che si
aspettava di trovare. Anti era sempre in piedi.
Auff! essa grugn e guard con soddisfazione la forma grottesca
che giaceva ai suoi piedi. Il cervello elettronico dell' automa era stato
spezzato e il corpo era disteso a terra.
Ti sei fatta male? chiese Docchi gentilmente, ma pieno di pau-
ra.
Anti scosse le estremit del corpo. Non avverto alcun male ri-
spose solennemente e cos dicendo arretr un poco per poter me-
glio contemplare l'automa. Ho lanciato l'appello gettandomi ad-
dosso con tutto il mio peso; naturalmente, al momento giusto. Il se-
greto sta appunto nella scelta del momento. Devo aggiungere che voi
ve la siete cavata egregiamente con la gravit. La sua risata di trionfo
riemp l'astronave.
Non sono stato io disse Docchi.
Allora Jordan? No, visto che si sta rialzando adesso. Allora chi

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stato?
Nona rispose Docchi. Dev'essere stata lei. Ha visto quel che si
doveva fare e lo ha fatto. Non capisco per da dove abbia attinto
tanta gravit
Chiediglielo disse Anti con affettuosa ironia.
Docchi fece una smorfia e si avvi zoppicando verso la cabi-
na-comando, seguito da Anti e da Jordan. Nona era sempre seduta
davanti all'indicatore di gravit, col suo viso piacevole e fanciullesco.
La gravit non si pu accendere e spegnere come la luce disse
Docchi con aria imbarazzata, scrutando il volto di lei per leggervi
una qualche risposta. E la si pu anche regolare solo entro limiti
piuttosto ristretti. Come hai fatto a raddoppiare o triplicare la gravit
normale?
Nona sorrise con aria interrogativa.
Anche gli ingegneri gravitazionali desidererebbero saperlo os-
serv Jordan.
Tutti desidererebbero saperlo interruppe Anti con voce irritata.
Salvo me. Io sono troppo pratica, forse, ma desidero solo sapere
quando i razzi riprenderanno a funzionare e potremo partire.
Non facile rispondere sospir Jordan. Un tappo di combu-
stione rialzato in volo significa di solito che almeno un tubo bru-
ciato. Si diresse verso il quadro dei comandi e lo guard con aria
preoccupata. Sono addirittura tre.
Questa gi una grossa difficolt osserv Docchi. Ma io stavo
pensando ancora all'automa.
Anti era impaziente: Senza dubbio un argomento interessante,
ma che importanza ha?
In che modo venivano impartiti i comandi all'automa? Non cer-
to per radio; lo scafo dell'astronave impedisce il passaggio di qualsia-
si radiazione. Gli ultimi automi che abbiamo visto ubbidivano a noi.
Benissimo, ma allora come si spiega la cosa?
Con la voce rispose Docchi. Con la voce di Cameron, per es-
sere precisi.
Ma egli si trovava nella stazione del razzo obiett Jordan.

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Ricordati di quando attendevamo al carico del serbatoio. Ad un
certo momento dovemmo guardar fuori attraverso il radiotelefono.
L'angolo di visione era sfavorevole: non riuscivamo a vedere se non
una piccola parte dell'ingresso del deposito merci. Anti, da parte sua,
non poteva vedere se non ci che si trovava direttamente sopra il suo
capo. Sia Cameron sia l'automa devono essere riusciti a salire a
bordo senza che ce ne accorgessimo.
Jordan continuava ad impugnare la sua arma. Sembra dunque
che ci sia un'altra preda da catturare. Questa volta si tratta di un me-
dico perfettamente normale.
Tienla pure a portata di mano gli disse Docchi, guardando la
pistola lanciafiamme. Ma sta' attento a come la usi. Basta un omici-
dio per farci dimenticare il motivo per il quale ci troviamo qui. Ri-
tengo che Cameron sia disposto ad arrendersi. L'astronave in que-
sto momento fuori uso: egli si terr pago di tale risultato.
Jordan scov il dottore nella parte anteriore dell'astronave. Ca-
meron ritenne pi prudente non avere a che fare con la pistola lan-
ciafiamme: nel giro di pochi minuti egli si trovava nella cabi-
na-comando.
Ora che mi avete preso, che intendete fare di me? domand.
Docchi distolse lo sguardo dal quadro degli strumenti. Non mi
aspetto un'attiva collaborazione, naturalmente, ma amo sperare che
ci darete la vostra parola di non crearci altri ostacoli d'ora in poi.
Cameron diede un'occhiata torva: Non prometto nulla del ge-
nere.
Possiamo incatenarlo ad Anti sugger Jordan. Ci baster a
metterlo in condizione di non nuocere.
E io dovrei tirarlo come un cagnolino per il guinzaglio? Neanche
per sogno esclam Anti indignata. Una signorina deve poter avere
una certa libert.
Non strabuzzate tanto gli occhi, Cameron osserv Docchi. Un
tempo Anti era davvero una ragazza, e molto carina per giunta.
Possiamo metterlo dentro ad uno scafandro e legargli le mani
dietro la schiena disse Jordan. Una specie di camicia di forza, di

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quelle che si usavano un tempo.
Cameron rise.
No, questo inumano ribatt Docchi.
Jordan giocherellava con la pistola. Potrei servirmi di questa.
Mettiamolo in una cabina e chiudiamo la porta ermeticamente, sal-
dandola con la fiamma di questa pistola. Noi potremmo poi aprire
uno spiraglio per introdurre le vivande, uno spiraglio molto stretto.
Magnifica idea. Penso che tu abbia trovato la soluzione, a meno
che il dottor Cameron non ritorni sulla sua decisione.
Cameron si strinse nelle spalle. Vi cattureranno nel giro di un
giorno o anche meno, in qualsiasi caso. Penso di non dovermi com-
promettere accettando le vostre condizioni.
Va bene.
La parola di un medico vale quanto il suo giuramento osserv
Anti. Ippocratico suona quasi come ipocrita.
Adesso, Anti, non, essere cinica. I medici posseggono il senso
dell'economia come gli altri mortali disse Docchi gravemente.
Quindi si volse a Cameron: Vedete, dopo che Anti ebbe assunto
proporzioni troppo grandi per la sua struttura ossea, i medici riten-
nero che si sarebbe trovata assai bene in ambienti privi di gravit.
Ci accadeva in tempi lontani, prima che si costruissero impianti di
gravit efficienti per le astronavi. La fecero perci caricare su una
nave interplanetaria e continuarono a trasferirla dall'una all'altra pri-
ma di ogni sbarco. Ma ci era causa di troppe noie e di spese ecces-
sive. Escogitarono perci una nuova cura: l'asteroide e il recipiente
pieno di acido. Non essendo un animale acquatico per natura, Anti
soffr assai del cambiamento. E continua a soffrire.
Non sapevo nulla di ci sottoline Cameron, con l'accento di
chi si difende.
Ci avvenne prima che voi nasceste rispose Docchi, fissando
intensamente il medico. Ma ditemi un po', perch ridevate quando
Jordan accenn agli scafandri?
Cameron sogghign. Era quello il mio progetto quando voi era-
vate intenti a dar la caccia all'automa.

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Cosa intendevate fare? Jordan
Ma Jordan si era gi mosso. Si assent per qualche tempo.
Ebbene? chiese Docchi al suo ritorno. In realt la domanda
non era necessaria; il viso aggrondato d Jordan era abbastanza elo-
quente.
Sono stati tagliati e ridotti in tanti nastri.
Tutti?
Tutti, nessuno escluso, e in maniera irrimediabile.
Ma perch vi agitate tanto per questo? brontol Anti. Noi non
abbiamo bisogno di scafandri se non nel caso che capiti qualcosa
all'astronave e che si debba uscire per ripararla.
Giustissimo, Anti. Ma come pensi che si possano sostituire i tubi
guasti? Naturalmente, lavorando dall'esterno. Danneggiandoci gli
scafandri, Cameron si garantito questa eventualit.
Anti apr la bocca per la sorpresa la richiuse per la rabbia. Essa
fissava torvamente il dottore.
Noi ci troviamo ancora nella zona dell'asteroide disse Cameron.
Di per s, questa circostanza non pericolosa; ma il pericolo sta nel
non poter evitare i meteoriti vaganti. Vi consiglio di mettervi in con-
tatto con l'Ufficio Medico. Invieranno un'astronave a prenderci e ci
rimorchieranno alla base.
Vi ringrazio molto, ma non nutro per Handicap Haven i vostri
sentimenti intervenne bruscamente Anti. Poi, volgendosi a Docchi:
Pu darsi che io sia stupida a fare una domanda simile, ma in che
cosa consiste esattamente il pericolo di morte allorch ci si trova
fuori senza scafandro?
Anzitutto il freddo, poi la mancanza di pressione e la mancanza
di ossigeno.
tutto qui? Nient'altro?.
E nel proferire tali parole rise rumorosamente.
Non ti pare abbastanza?
Desideravo esserne certa rispose Anti. Fece poi un cenno a
Nona, che era ritta in piedi vicino a lei. Insieme si avviarono al ripo-
stiglio degli scafandri.

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Cameron le guardava con aria imbarazzata, poi cominci a se-
guirle. Jordan continuava a giocherellare con la pistola.
Benissimo disse il dottore fermandosi. Poi, fregandosi il mento,
aggiunse: Che cosa sta meditando?
Non saprei rispose Docchi. Essa non ha nessuna preparazione
scientifica, se ci che volete sapere. Ma ha un'intelligenza apprez-
zabile, altrettanto apprezzabile come un tempo il suo corpo.
Ed era proprio bella?
Non parliamo di ci rispose Jordan seccamente.
Pass parecchio tempo prima che le donne ritornassero; ed era
da chiedersi se la straordinaria creatura che ondeggiava nella cabi-
na-comando assieme a Nona fosse proprio Anti.
Cameron la fiss e si rese conto con un brivido di terrore che era
proprio lei.
Avete bisogno di una visita da parte di uno psicometrista ag-
giunse. Quando saremo rientrati alla base, questa la prima cosa
che dovremo fare. Voi non potete capire
State tranquillo borbott Jordan. Ora, Anti, spiegaci che cosa
hai escogitato.
Ogni tipo di pressione va bene per quanto riguarda la superficie
esterna del corpo rispose Anti, aggiustandosi un elmetto sul capo.
La pressione meccanica agir esattamente come quella atmosferica.
Ho fatto tagliare a Nona gli scafandri in tante strisce, con le quali mi
ha poi fasciato strettamente tutto il corpo. Ho quindi trovato un el-
metto che si adatterebbe perfettamente alla mia testa qualora si ta-
gliasse via la parte danneggiata. Non sopporterebbe una forte pres-
sione atmosferica, anche se venisse calzato molto stretto, ma finch
si tratta di puro ossigeno
S, potrebbe bastare ammise Docchi. Ma potrai sopportare la
temperatura?
Pensi che dovr preoccuparmi per il freddo? chiese Anti.
Proprio io, al riparo di tutta questa carne?
Ascoltatemi disse Cameron fuor dei gangheri. Voi avete gi
compromesso gravemente la mia carriera con tutte queste stupidag-

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gini puerili. Non vi permetter di rovinarmela del tutto con un suici-
dio premeditato.
Al diavolo voi e la vostra maledetta carriera ribatt con aria
seccata. Noi non chiediamo il vostro permesso per fare alcunch.
Quindi volt le spalle al dottore: Ti rendi conto del rischio, Anti?
possibile che tutto ci non marci affatto.
Ci ho pensato rispose semplicemente Anti. D'altro canto, ho
pensato anche alla mia sorte sull'asteroide.
Benissimo disse Jordan. Docchi annu ed anche Nona scosse il
capo in segno di approvazione; era per molto dubbio che sapesse
quello che approvava.
Guardiamo un po', col radiotelefono, che cosa sta succedendo
fuori disse Docchi. Esploriamo lo spazio immediatamente a prua e
lungo ciascuno dei fianchi. Dobbiamo sapere assolutamente quello
che avviene.
Jordan si diresse al quadro dei comandi ed abbass alcune leve.
Ora, Anti disse, guardando lo schermo, avvicinati al deposito
merci. Stringiti bene l'elmetto e aspetta; io far defluire l'aria lenta-
mente, in modo che il cambiamento di pressione sia graduale. Se hai
l'impressione che qualche cosa non funzioni, fammelo sapere me-
diante la radio sistemata nell'elmetto ed io ti far rientrare immedia-
tamente. Una volta fuori ti dar ulteriori istruzioni. Tutti gli stru-
menti e i materiali necessari si trovano in uno scompartimento
esterno.
Anti part, Jordan contempl il suo corpo privo di gambe: Ri-
tengo che non dobbiamo farci illusione in merito
verissimo rispose Docchi. Anti il solo essere fra noi che
abbia qualche probabilit di compiere questo lavoro e di sopravvive-
re.
Jordan azion una chiavetta. La responsabilit di tutto questo
grava su Cameron. Se Anti non dovesse tornare, puoi essere certo
che egli far la stessa fine.
Niente minacce, per favore osserv Docchi. Quando la farai
uscire?

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Essa gi fuori rispose Jordan, il quale aveva deliberatamente
distolto l'attenzione degli altri, assumendo su di s tutto il peso di
quello sforzo emotivo. Docchi gett rapidamente uno sguardo sullo
schermo del radiotelefono. Anti pendeva dallo scafo, avvolta stret-
tamente nelle fasce ricavate dagli scafandri fuori uso, oltre che
dall'ingente mole delle sue carni. L'elmetto le stava bene sul capo; il
cilindro dell'ossigeno era allacciato sul dorso. Ad Anti non era an-
cora accaduto nulla.
Come stai? chiese ansiosamente Docchi, non badando al fatto
che il microfono era aperto.
Magnificamente fu la risposta di Anti, debole ma pronta. L'aria
sottile, ma si tratta di puro ossigeno.
E il freddo? chiese Docchi.
Non si ancora fatto sentire. Ad ogni modo non mi trovo affatto
peggio che nell'acido. Che cosa debbo fare?
Jordan impart le istruzioni. Gli altri osservavano. Il lavoro consi-
steva nel trovare gli strumenti, nell'esaminare i tubi difettosi, nello
svitarli e tirarli fuori e poi lasciarli cadere nel vuoto. Era ancora pi
difficile sostituirli, anche se mancava completamente la gravit ed
Anti fosse trattenuta a contatto della chiglia a mezzo di calzature
magnetiche.
Ma sembrava che facesse qualcosa pi che lavorare. Alla mente
di Cameron, che pure stava seguendo le mosse di Anti, si present
un bizzarro ricordo. Nel suo lontano passato, di cui Cameron nulla
sapeva, Anti aveva fatto qualcosa di simile. Era una somiglianza ri-
dicola, naturalmente. Tuttavia c'era un ritmo nei suoi movimenti, in
quel corpo informe e gigantesco, le cui ossa si sarebbero spezzate
sotto il peso qualora avesse cercato di stare ritta in piedi in un'atmo-
sfera in cui ci fosse una gravit anche soltanto pari a met di quella
terrestre. C'era un ritmo, ed insieme col ritmo una consapevolezza
dei propri fini, un'incredibile grazia gargantuesca.
Ora disse Jordan, sforzandosi di non tradire nella voce alcuna
emozione, torna allo scompartimento degli strumenti; troverai una
leva; tirala. Ci servir a rimettere a posto il tappo di combustione.

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Fatto disse Anti; dopo qualche minuto.
Questo tutto. Adesso puoi rientrare.
tutto? Ma io non ho freddo. I miei nervi non l'hanno ancora
avvertito.
Entra ripet Jordan, rivelando la sua angosciosa preoccupazio-
ne.
Essa si mosse lentamente lungo la chiglia sino a raggiungere il
deposito merci; Jordan intanto ne seguiva i movimenti attraverso le
immagini del radiotelefono. La porta esterna era appena chiusa e l'a-
ria sibilava ancora nello scompartimento che Jordan era l per
aprirle la porta che dava verso l'interno.
Va tutto bene? domand.
Essa si aggiust l'elmetto. Le sopracciglia erano coperte di brina
ed anche il naso era rosso come un peperone. Naturalmente. Le
mie mani non sono affatto assiderate. Cosi dicendo, si cav i guanti
riscaldati e agit leggermente le dita.
Non pu essere! protest Cameron. Dovete essere completa-
mente congelata!
Perch? chiese Anti ridendo. tutta questione d'isolamento e
in materia d'isolamento io sono a posto.
Cameron si volt verso Docchi: Quand'ero ragazzo, vidi un film
che aveva per protagonista una ballerina. Interpretava un balletto,
che mi pare si chiamasse "La vita dei pianeti freddi". Per qualche
strana ragione, ho pensato a lei mentre Anti era fuori. Non pensavo
a ci da anni.
Cosi dicendo, si fregava la fronte nervosamente con la mano.
Quel film mi affascin, allorch lo vidi per la prima volta, n mi
poteva uscir di mente. Quando fui grande appresi che la danzatrice
era finita tragicamente. Compiva un viaggio attorno a Venere quan-
do l'astronave su cui si trovava scomparve. Furono inviate molte
squadre di soccorso. La trovarono su una distesa di funghi dove
aveva trascorso una settimana. Sapete che cosa ci significhi: la
grande ballerina non era altro che una gigantesca cultura di spore
viventi.

Urania Rivista n. 2 - 1 dicembre 1952 234/203


Taci grugn Jordan.
Cameron sembrava che non sentisse. Naturalmente, essa mor.
Non riesco a ricordarmi il suo nome, ma non ho mai dimenticato il
balletto in cui si esib. Ma quel che ridicolo che essa mi abbia
fatto pensare ad Anti quando era fuori
Gli arriv sul volto un pugno violentissimo. Se chi glielo aveva
assestato avesse posseduto qualcosa di pi delle spalle e di un fram-
mento di corpo, la sua mascella sarebbe andata in frantumi. Ma ba-
st perch Cameron volasse in aria e andasse a sbatter contro la pa-
rete.
Tutto dolorante, Cameron si rialz. Io vi ho dato la mia parola
che non vi avrei recato altre noie. Evidentemente l'accordo non vale
per entrambe le parti. E guard con aria significativa l'arma impu-
gnata da Jordan. Forse vi sentite pi sicuro avendo in mano
quell'arnese continuamente.
Vi avevo detto di tacere rispose Jordan. Dopo di ci non si cu-
r pi del dottore. Jordan non possedeva un corpo per poterlo ese-
guire perfettamente, ma in un modo o nell'altro riusc a fare un in-
chino: Una magnifica impresa, una delle vostre imprese migliori,
Antoinette!
Lo ritenete proprio? sospir Anti. La brina nelle sue sopracci-
glia si era sciolta e le stava colando lungo le guance. Essa rimase con
Jordan.
Cameron rest indietro tastandosi la mascella. Era un colpo
troppo duro per le sue ambizioni. Sapeva ormai che non avrebbe
mai conseguito lo spettacoloso successo che un tempo aveva sperato:
no certamente, dopo che questi Accidentali erano evasi da Handicap
Haven. Tuttavia, avrebbe sempre potuto fare il medico in qualche
angolo.
La ballerina in realt non era morta, come gli era stato riferito:
sarebbe stato molto meglio per lei che lo fosse. Riusc a ricordarsi il
nome: si chiamava Antoinette.
Ora era divenuta Anti. Avrebbe potuto appurarlo, esaminando la
sua storia, qualora Handicap Haven ne avesse serbato memoria

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nell'archivio. Probabilmente, nell'archivio non c'era nulla, disse a se
stesso.

Seguiremo le rotte regolari disse Docchi. Ritengo che arrive-


remo pi facilmente alla mta. Non hanno alcuna ragione per so-
spettare che ci dirigiamo verso la Terra. Appare pi logico che fac-
ciamo rotta su Marte o su una delle lune di Giove, oppure su un
asteroide.
Non sono d'accordo. Ci prenderanno prima che abbiamo la
possibilit di dire qualcosa.
Ma non c' nulla che serva a distinguerci da un normale razzo in
viaggio fra la Terra e Marte. Abbiamo a bordo un registro delle
astronavi in servizio. Scegliamone una che appartenga alla categoria
della nostra. Da quel momento in poi, ne assumeremo l'identit.
Nell'eventualit che il centro addetto alla vigilanza del traffico ci do-
vesse chiedere informazioni e probabilmente non lo far se non
cerchiamo di atterrare prepariamo un disco con incise su per gi
queste parole: "ME 21 riferisce d'aver subito grave incidente. Il no-
stro sistema trasmissione in riparazione. Non possiamo ricevere i
vostri messaggi".
Scotendo il capo senza convinzione, Jordan fil via in direzione
della cabina riparazioni.
Mi sembri preoccupato disse Anti.
Docchi si volt: S.
C' qualcosa che non va?
Certo. Stiamo avvicinandoci alla Terra. Non ci cercano affatto in
questa zona; in realt, non sanno perch siamo fuggiti a bordo del
razzo, e perci non immaginano dove stiamo andando.
Il suo volto era teso e gli occhi stanchi. Non questo che mi
preoccupa, bens il fatto che tutte le forze di polizia dell'intero siste-
ma solare sono state messe in allarme per causa nostra.
Che cosa significa?
Seguimi. Noi ci proponiamo di scavalcare l'Ufficio Medico e di
presentare il nostro caso direttamente ai Governo Solare. Se ci cer-

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cano tanto, come la radio lo attesta, non probabile che si mostre-
ranno molto comprensivi nei nostri riguardi. Se il Governo Solare
non ci sostiene in tutti i modi, noi non avremo alcun'altra possibili-
t.
Ebbene? chiese Anti. Essa sembrava pi agile e pi vigorosa.
Che cosa stiamo aspettando? Compiamo per primo il passo che
avevamo riservato per ultimo.
Docchi sollev il capo: Il Governo Solare non lo approverebbe.
Anche se non lo approvano non possono farci nulla.
Penso invece che possano fare qualcosa, ossia farci fuori. Ru-
bando l'astronave, siamo entrati automaticamente nella categoria dei
criminali.
Sapevamo ci in anticipo.
Ne valeva la pena?
Penso di si rispose Anti.
In tal caso egli disse avr bisogno di tempo per prepararmi.
Essa lo scrut attentamente:
Forse, possiamo sistemarti.
Con braccia posticce e cosmetici? Ah no! dovranno accettarci
come siamo.
Una buona idea. Non avevo pensato al problema di riuscire
simpatici.
Non si tratta tanto di un problema di simpatia, quanto di reali-
smo. Non voglio che provino simpatia per noi per il fatto che per
essere degli Accidentali abbiamo un bell'aspetto e debbano poi cam-
biare idea quando scoprono come siamo realmente.
Anti lo guardava dubbiosa, ma se ne and tenendo per s le
obiezioni che avrebbe voluto sollevare.
Mentre si sedeva silenziosamente, Docchi la guardava andare.
Essa, per lo meno, ne avrebbe tratto qualche vantaggio. Evidente-
mente il dottor Cameron non aveva notato come l'esposizione al
freddo intensissimo avesse inibito la crescita incessante delle cellule
in misura ben superiore al bagno nell'acido. Non sarebbe mai torna-
ta alla normalit, questo era ovvio. Ma un giorno o l'altro, se la cura

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del freddo fosse stata opportunamente studiata, avrebbe probabil-
mente potuto sopportare la gravit normale.
Diede un'occhiata allo schermo del radiotelefono. Si avvicinavano
sempre pi: la Terra non era pi un punto luminoso, ma se ne po-
teva scorgere l'intero globo. Docchi avrebbe potuto distinguere il
contorno degli oceani e le forme dei continenti; avrebbe potuto im-
maginarsi anche la gente che vi abitava.
Jordan entr: Il disco inciso, ma non abbiamo mai dovuto ser-
vircene. C' per un amico che c'insegue: un amico poliziotto.
Ha guadagnato terreno su di noi?
Non ancora. Continua per ad incalzarci.
Vuole forse soverchiarci?
Gli piacerebbe.
Non permettiamoglielo.
Con questo mucchio di ferri vecchi?
Scostiamoci dalla rotta, se proprio necessario disse Docchi
con impazienza. Fra quanto tempo entreremo nella zona in cui si
pu radiotrasmettere?
Ritenevo che questa fosse la nostra ultima risorsa.
cos, almeno per quanto riguarda Anti e me. C' qualche obie-
zione?
Non ne so trovare rispose Jordan. Con un potente inseguitore
alle spalle non c' proprio nulla da obiettare.

Erano tutti riuniti nella cabina-comando. Non voglio attirare l'at-


tenzione esclusivamente su di me disse Docchi. Per un mondo
d'individui perfettamente normali io posso benissimo sembrare un
essere strano; dobbiamo per evitare l'impressione di un ritratto di
famiglia.
Passeremo per semplici campioni sugger Anti.
In un certo senso s. Molto dipende dal fatto che essi accettino
simili campioni.
Per la prima volta il dottor Cameron cominci a capire che cosa
stessero macchinando.

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Aspettate! esclam. Dovete ascoltarmi!
Noi non aspetteremo e vi abbiamo gi ascoltato abbastanza ri-
spose Docchi. Jordan, bada che Cameron rimanga fuori del campo
delle trasmissioni televisive e che non ci interrompa. Siamo arrivati
troppo lontano per permetterlo.
Certo promise Jordan duramente. Se emette un suono qual-
siasi, gli faccio saltar fuori i denti dalla bocca. Teneva la pistola al
fianco, fuori quadro per l'apparecchio televisivo, ma continuamente
puntata contro il viso di Cameron.
Cameron cominci a tremare violentemente, ma non si mosse.
Siamo pronti? chiese Docchi.
Gira il commutatore e compariremo sullo schermo tutti, cos
come ci troviamo. Se non ci guarderanno, sar perch non vorran-
no.
Il razzo usc dalle rotte normali. Si abbass vorticosamente, avvi-
cinandosi alla terra con una traiettoria rigida.
Cittadini del Sistema Solare! cominci Docchi. Abitanti tutti
della Terra! Questa una trasmissione fuori programma, un appello
non autorizzato. Ci stiamo servendo delle lunghezze d'onda d'emer-
genza, giacch per noi si tratta proprio di una situazione di emer-
genza. Chi siamo? Naturalmente degli Accidentali, come potete
rendervi conto guardandoci. So che il nostro aspetto non piacevo-
le, ma riteniamo che altre cose siano pi importanti dell'aspetto. Ad
esempio, i fatti: come sarebbe contribuire al progresso in modi non
consentiti agli esseri normali. Relegati su Handicap Haven, ci viene
negato tale diritto. Ci solo permesso di vivere in preda allo scon-
forto e alla noia, di continuare a vivere, non importa se lo vogliamo
o no. Tuttavia, noi potremmo dare un contributo gigantesco... solo
che ci venisse permesso di abbandonare il Sistema Solare, per pun-
tare sull'Alpha Centauri! In questo momento, voi non potete com-
piere il viaggio sino alle stelle, anche se alla fine ci riuscirete. Voi
dovete essere certo sconcertati da questa mia affermazione, sapendo
quanto lenti siano i nostri razzi attuali. Nessun individuo normale
potrebbe compiere il viaggio di andata e ritorno; morirebbe di vec-

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chiaia durante il viaggio. Ma noi Accidentali possiamo riuscirci! Noi
certo non moriremmo di vecchiaia! L'Ufficio Medico sa che ci
vero.., e tuttavia non ci lascia partire!
Cameron che era in piedi, appoggiato a una parete della cabi-
na-comando, apr la bocca per protestare. Jordan, lo fissava, agitando
impercettibilmente l'arma nascosta. Cameron inghiott le parole che
si apprestava a pronunciare e se ne stette perfettamente silenzioso.
Si tratta di un miracolo della biocompensazione continu
Docchi con lo stesso tono. Voi dovreste sapere qualcosa in merito;
ove per ogni informazione su questo argomento vi fosse stata tenuta
nascosta, permettetemi di spiegarmi. I1 principio della biocompen-
sazione stato per lungo tempo materia di congettura. Questa la
prima et in cui la scienza medica sia in grado di studiarlo. Ogni
cellula, ogni organismo tende a sopravvivere, sia come individuo sia
come specie. Recate loro offesa ed essi lotteranno per sopravvivere
con energia proporzionale alla gravit dell'offesa. Noi Accidentali
siamo stati mutilati in maniera quasi incredibile. I nostri organismi
fruirono dell'assistenza della scienza medica, di quella vera. Il sangue
ci fu fornito per tutto il tempo che ne avevamo bisogno, delle mac-
chine provvidero interamente alla nostra respirazione, i reni furono
sostituiti, il cuore cambiato, le secrezioni ghiandolari fornite nelle
quantit esattamente necessarie, i nostri sistemi nervoso e muscolare
vennero rigenerati. Coronamento della nostra lotta biologica e con-
seguenza del fatto che siamo stati curati come si doveva, i nostri cor-
pi sono virtualmente immuni dalla morte.
Il sudore gli rigava il volto: avrebbe vivamente desiderato posse-
dere delle mani per tergerselo.
La maggior parte degli Accidentali sono pressoch immortali;
non proprio immortali, in quanto moriremo tra quattrocento o cin-
quecento anni. Per intanto, non v' ragione perch non si possa la-
sciare il Sistema Solare. I razzi sono lenti; voi morireste prima di far
ritorno dall'Alpha Centauri. Noi no: il tempo non conta per noi. Pu
darsi che dopo la nostra partenza vengano progettati razzi pi effi-
cienti e veloci e che voi possiate arrivare alla meta molto prima di

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noi. Noi non ce ne preoccupiamo: vogliamo soltanto contribuire al
progresso nel miglior modo che ci consentito, e questo ci basta.
Con grande sforzo Docchi sorrise; ma nello stesso istante si rese
conto che quel sorriso era un errore che non avrebbe potuto cor-
reggere. Anche a lui parve piuttosto simile ad una smorfia.
Voi sapete in quale luogo siamo trattenuti: questo un eufemi-
smo per imprigionati. Noi non siamo di Handicap Haven, bens un
"mucchio di rifiuti", di "rifiuti umani'. Non vi d questo l'idea di ci
che proviamo? Io non so che cosa farete per costringere l'Ufficio
Medico a rilasciarci il permesso di partire. Noi ci appelliamo a voi
come nostra ultima speranza. Abbiamo tentato tutte le altre strade,
ma inutilmente. Il nostro avvenire di esseri umani in gioco. La
possibilit o meno di ottenere ci che desideriamo e di cui abbiamo
assoluto bisogno un problema che voi dovete sistemare con la vo-
stra coscienza.
Gir l'interruttore e si sedette. Il suo volto era pallido.
Non voglio importunarti disse Jordan ma che faremo di quelli
che c'inseguono?
Docchi gett uno sguardo sul televisore. Gli inseguitori erano
spiacevolmente vicini e assai pi numerosi dell'ultima volta che aveva
guardato lo schermo.
Cerca di sfuggire disse stancamente. Avvicinati alla Terra e
sfrutta la gravit del pianeta per fornire all'apparecchio una buona
spinta. Dobbiamo sottrarci alla cattura sino a che gli abitanti della
Terra non abbiano avuto il tempo di reagire.
Penso che dobbiamo sapere cominci Cameron. Nella sua
voce c'era qualcosa di strano.
Risparmiatevelo per dopo rispose Docchi. Io vado a dormire.
Il suo corpo tremava. Jordan, svegliami se succede qualcosa d'im-
portante. E ricordati che non devi ascoltare quel tizio se non ne hai
voglia.
Jordan fece cenno di s e manovr i comandi. Nona, protesa ver-
so l'impianto di gravit, non prest alcuna attenzione alla scena.
Sembrava ascoltare qualcosa che nessun altro poteva sentire. Non

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era uno spettacolo nuovo, ma il cuore di Docchi ebbe un tuffo
quando la scorse. Il suo respiro fin quasi in un singhiozzo nel mo-
mento in cui usc dalla cabina comando.

L'inseguimento continuava: pianeti, stelle sparivano continua-


mente alla vista. Le piccole chiazze luminose che costeggiavano du-
rante il volo non sembravano di buon augurio per Jordan, le cui
labbra tanta era la tensione parevano sigillate. Ad un certo punto
pot sentire Docchi che avanzava dietro di lui.
Che bella conversazione osserv Cameron.
Oh, s Docchi diede uno sguardo al televisore. Ci che si vede-
va non meritava ulteriori commenti.
La vostra preoccupazione vale senz'altro un discorso. Ci non vi
giova affatto. Il mio parere che dobbiate arrendervi prima che vi
venga fatto del male.
Pu darsi.
Cameron stava ritto in piedi sulla soglia. Potrei anche dirvi con-
tinu con riluttanza che ho cercato di parlare davanti allo schermo,
non appena mi sono reso conto di ci che intendevate fare. Ma voi
non mi avreste ascoltato.
Entr quindi nella cabina comando. Nona sedeva immobile e
senza espressione. Anti non c'era.
Sapete perch l'Ufficio Medico non vi ha lasciato partire?
Certo rispose Docchi.
Il metabolismo generale degli Accidentali assai pi lontano da
quello normale di quanto non lo sia il metabolismo degli animali che
peschiamo negli abissi marini. Aggiungeteci una vita di lunghezza
eccezionale e potrete capire le obiezioni dell'Ufficio Medico.
Prosegui!
Datemi ascolto riprese Cameron quasi con disperazione. Il
gruppo del Centauro comprende solo alcuni pianeti. Da ci che
sappiamo in materia di cosmologia probabile che vivano su quei
pianeti esseri intelligenti, sebbene non si sappia in quale misura. Ai
loro occhi voi sareste i nostri rappresentanti. Che aspetto abbiano

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essi non ha alcuna importanza; affar loro. Ma i nostri ambasciatori
devono soddisfare ad un minimo di requisiti. Devono per lo meno
ve ne rendete conto? sembrare degli esseri umani.
Sapevo che la pensavate cos disse Jordan, con accento di di-
sprezzo.
Io non parlo per conto mio rispose Cameron. Io sono un me-
dico come lo sono i miei colleghi dell'Ufficio Medico centrale. Noi
innestiamo o rigeneriamo gambe, braccia ed occhi. Lavoriamo in-
differentemente col sangue, con le ossa e con gli intestini. Sappiamo
benissimo quanto sia sottile la linea che distingue gli esseri normali...
da voi. Dunque, non capite? Essi sono perfetti, forse troppo. Non
tollerano neppure le piccole imperfezioni. Si precipitano da noi per
mali come i paterecci, i foruncoli e la semplice forfora. La salute o
per meglio dire la parvenza della salute diventato un feticcio. Pu
darsi che vi dimostrino della simpatia, ma ci che provano effettiva-
mente un sentimento ben diverso.
Dove volete arrivare? bisbigli Docchi.
Appunto a questo: se fosse dipeso dall'Ufficio Medico, voi sare-
ste ormai in viaggio alla volta del gruppo del Centauro. Ma non di-
pende dall'Ufficio Medico. La decisione deve sempre essere deferita
agli elettori dell'intero Sistema Solare. E l'Ufficio Medico non pu
contrastare il giudizio della pubblica opinione.
Docchi si volt disgustato.
Non credetemi pure disse Cameron. Voi non vi trovate troppo
lontani dalla Terra e potete captare le reazioni alla vostra trasmis-
sione.
Jordan guard Docchi con aria preoccupata.
Possiamo anche provare disse Docchi. Ormai una cosa da
decidere, in un modo o nell'altro.
Captarono parecchie trasmissioni: la reazione era sempre la stes-
sa. Cittadini oscuri od eminenti, uomini o donne, tutti esprimevano
la loro viva simpatia per gli Accidentali, ma...
Spegni ordin Docchi alla fine.
Ed ora che cosa si fa? chiese Jordan con aria agghiacciata.

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Non avete altra soluzione interloqu il medico.
Nessun'altra soluzione ripet Docchi con aria annoiata. Nes-
sun'altra soluzione se non arrendersi. Ci siamo ingannati sul conto
dei nostri alleati.
Sapevamo che ne avevate disse Cameron. Ma sembrava pi
opportuno permettervi di continuare a pensare a quel modo sinch
vi trovavate sull'asteroide. Ci vi dava la possibilit di nutrire qualche
speranza; vi faceva credere di non essere soli. Il guaio stato che voi
siete andati pi lontano di quanto vi ritenessimo capaci.
vero rispose Docchi, il cui stato letargico sembrava recargli
un po' di sollievo. Ed ora non v' motivo per fermarci. Jordan, met-
titi in comunicazione con le astronavi che ci inseguono. D loro che
abbiamo Cameron a bordo come ostaggio: presentalo pure come un
eroe. In fondo, egli non con coloro che ci sono avversi.
Anti entr nella cabina-comando. Ogni allegria svan immediata-
mente dal suo volto. Che cosa vi turba? chiese.
Jordan ti spiegher. Io devo riflettere.
Docchi chiuse gli occhi. L'astronave procedeva in maniera irre-
golare, sebbene la vibrazione prodotta dai razzi non fosse mutata.
Non c'era ragione di preoccuparsi; il volo di un'astronave non era
mai completamente uniforme. Docchi non ci badava affatto. Alla fi-
ne apr gli occhi. Se disponessimo di combustibile e di provviste in
misura sufficiente disse senza molta speranza sarei favorevole all'i-
dea che noi quattro puntassimo sull'Alpha o sulla Proxima Centhau-
ri, magari anche su Sirio. Non importerebbe dove, dal momento che
non avremmo intenzione di ritornare. Ma non possiamo farlo data la
scarsit delle nostre riserve di combustibile. Se potessimo liberarci
dalle astronavi inseguitrici, potremmo nasconderci sino a che non
avremmo rubato i combustibili ed i viveri necessari.
Che cosa ne faremo del dottore? chiese Jordan.
Dovremo compiere un'incursione contro un avamposto incusto-
dito, probabilmente contro un piccolo asteroide minerario. Po-
tremmo abbandonarlo su di esso.
Si disse Jordan. Una buona idea, purch riuscissimo a sfuggire

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alla nostra scorta personale di segugi. un fatto che ci non sembra
molto probabile. Essi non si sono pi avvicinati da quando comuni-
cai che avevamo il medico a bordo, ma non sono neppure spariti
S'interruppe e alz gli occhi sul televisore. Sbatt pi volte le pal-
pebre, non credendo ai suoi occhi.
Se ne sono andati! la sua voce tremava dalla commozione.
Quasi immediatamente Docchi gli fu accanto. Non esatto cor-
resse, essi c'inseguono ancora, ma sono rimasti molto indietro.
Nello stesso istante in cui guardava, le astronavi inseguitrici perde-
vano visibilmente velocit.
Qual la nostra velocit relativa? chiese Jordan. Guard e
stesso le varie leve, aggrott le ciglia, diede qualche colpo come se le
lancette fossero impigrite.
Che cosa avete fatto ai razzi? chiese Docchi.
Niente! Non era una cosa che io potessi fare. Stavano gi mar-
ciando alla velocit massima.
Noi marciamo ad una velocit superiore, e di molto. Come
mai?
Non c'era nulla che potesse spiegare tale velocit straordinaria.
Cameron, Anti e Jordan si trovavano nella cabina comando. Nona
sedeva sempre al suo posto tutta assorta, premendosi fortemente il
capo con le mani. Non c'era alcuna spiegazione, tuttavia la potenza
affluiva all'impianto di gravit, come indicava un manometro per
lungo tempo inutilizzato ed effettivamente inutile.
La forza di gravit sta facendo sentire il suo effetto osserv im-
provvisamente Docchi.
Non affatto vero disse Anti. Io non avverto alcun peso.
Tu non lo avverti rispose Docchi. N lo avvertirai. Origina-
riamente l'impianto di gravit venne istallato per azionare l'aeronave.
Quando per risult che non funzionava in maniera soddisfacente,
l'impianto fu convertito. La differenza lieve, ma importante. Un
campo generale indiretto d luogo a fenomeni di gravit all'interno
della nave per comodit dei passeggeri. Un campo diretto, all'esterno
dell'aeronave, avr invece l'effetto di farla muovere nello spazio. Ora

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voi potete avere o l'uno o l'altro, mai entrambi contemporaneamen-
te.
Ma io non ho messo in funzione l'impianto di gravit osserv
Jordan completamente sbalordito. Non avrei potuto, neanche se lo
avessi voluto, in quanto non collegato.
Sarei d'accordo con te se non ci fosse il piccolo particolare che
l'impianto funziona. Docchi, cos dicendo, guard Nona, che se ne
stava sempre con gli occhi chiusi. Attira la sua attenzione disse.
Jordan le diede un leggero colpo sulle spalle: essa apr gli occhi.
Sul quadro degli strumenti la lancetta del manometro un tempo inu-
tilizzato si alz e cadde di colpo.
Che cos'ha la povera ragazza? chiese Anti. Sta tremando.
Lasciatela in pace disse Docchi.
Nessuno si mosse. Nessuno apr bocca. I minuti passavano men-
tre la vecchia astronave scricchiolava e gemeva, lasciando lontani i
razzi pi veloci del Sistema Solare.
Credo di capire disse Docchi alla fine, ancora aggrondato.
Considerate l'impianto generatore di gravit. Una parte di esso con-
siste in un contatore elettronico capace di compiere i calcoli neces-
sari e di valutare la quantit di potenza necessaria per produrre,
senza interruzione, il campo di gravit diretto od indiretto. Si tratta in
altre parole di un cervello, di una complicata intelligenza meccanica.
Poniamoci dal punto di vista di questa intelligenza; perch dovrebbe
esso continuare all'infinito a compiere un lavoro complesso ma privo
di significato? Esso non ne comprende la ragione e proprio per que-
sto, molto semplicemente, si rifiuta di compierlo.
Ora considerate Nona. Essa sorda, non pu parlare, non pu
comunicare. In un certo senso paragonabile al contatore di gravit.
Al pari di questo, possiede un'intelligenza potenziale notevolissima.
Al pari di questo, le difficile afferrare i fatti del mondo circostante.
A differenza di questo, tuttavia, essa ha imparato qualche cosa.
Quanto abbia imparato non lo so, ma certo assai pi di quanto gli
psicologi dell'Ufficio Medico le attribuiscono.
Davvero? disse Jordan con aria incredula. Ma adesso che cosa

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sta succedendo?
Se si trattasse di due esseri umani, voi potreste definire questo
fenomeno un caso di telepatia rispose Docchi, balbettando, mentre
cercava dei concetti che poteva solo intuire senza comprendere.
Una delle due intelligenze di natura elettronica, l'altra di natura
organica. Voi dovreste coniare un nuovo termine, dato che il solo
che io conosco quello di percezione extrasensoriale, il quale in-
dubbiamente ridicolo. Non vero?
Jordan sorrise e pieg le braccia. I muscoli guizzavano sotto la ve-
ste. Non lo affatto rispose. La potenza era racchiusa nell'appa-
rato, ma noi eravamo i soli che sapessimo usarla. O, meglio, Nona
la sola.
Potenza? ripet Anti, alzandosi solennemente. Voi dovreste
risparmiarla. Io voglio infatti che ce ne sia abbastanza per arrivare
sino alla costellazione del Centauro.
Penso che ci arriverai promise Docchi. Ora, molte cose sem-
brano pi chiare. Ad esempio, perch in passato gl'impianti di gravi-
t non funzionavano bene a notevole distanza dal Sole? L'esperienza
ha dimostrato che l'efficienza di ciascun impianto era inversamente
proporzionale al quadrato della distanza fra l'impianto e il Sole. Il
contatore di gravit un cervello sensibilissimo, ma sordo e cieco. Il
fattore determinante del suo funzionamento il Sole, la pi grande
massa esistente nel sistema solare. Per un tale cervello, abbandonare
il sistema solare equivarrebbe a cessare di funzionare, dal momento
che esso ignora l'esistenza delle stelle. Ora per che al corrente
dell'esistenza della Galassia, l'impianto di gravit funzioner ovun-
que. Con Nona per dirigerlo, anche Sirio non troppo lontano.
Dottore disse Jordan con aria indifferente, avreste fatto meglio
a immaginare il modo di abbandonare l'astronave. Notate che noi
stiamo marciando ad una velocit quale nessun uomo ha mai rag-
giunto in precedenza. Egli gongolava. A meno che, naturalmente,
non amiate la nostra compagnia e non vogliate lasciarci.
Anche noi dobbiamo immaginare qualcosa intervenne Docchi.
Ad esempio, dove stiamo dirigendoci in questo momento.

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Una buona idea comment Jordan. E si diede da fare con carte
e calcoli. Un po' alla volta, le sue dita si mossero meno rapidamente;
la testa si pieg sul lavoro; alla fine si ferm e pieg le braccia.
Dove andiamo? chiese Docchi.
Verso questo punto. Jordan gir con aria stanca la manopola
del televisore ed una immagine apparve sullo schermo. Al centro
brillava un minuscolo mondo, il frammento di un pianeta esploso da
molto tempo. La loro meta era facilmente riconoscibile: era Handi-
cap Haven.
Ma perch mai vogliamo ritornare alla base? chiese Anti, guar-
dando sbalordita Docchi.
Noi non ci stiamo andando volontariamente rispose con voce
soffocata. Stiamo andando dove vuole l'Ufficio Medico centrale. Ci
eravamo scordati del sistema di emergenza. Quando Nona fece fun-
zionare l'impianto di gravit, il fatto venne segnalato a qualche sta-
zione centrale. All'Ufficio Medico centrale bastava far funzionare il
sistema di gravit di emergenza per sottrarre a Nona il controllo
dell'impianto di gravit dell'apparecchio.
Cosi, noi pensavamo di sfuggire alle astronavi inseguitrici, ma in
realt ci limitavamo a precederle al "mucchio di rifiuti"? chiese Anti.
Docchi fece cenno di s.
Bene, tutto finito. Abbiamo fatto del nostro meglio, inutile
lamentarsi. Tuttavia, essa si lamentava; si avvicin a Nona, dandole
un leggero colpo sulla spalla: Benissimo, mia cara. Tu hai tentato.
Jordan la segu fuori della cabina.
Cameron rimase; si avvicin a Docchi, dicendogli con aria un
poco imbarazzata: Tutto non perduto. Voi siete tornati al punto
di partenza, ma Nona almeno ne trarr vantaggio.
Vantaggio? chiese Docchi. Forse qualcun altro, non Nona.
Avete torto, ora che essa un elemento cos importante...
S, una macchina sperimentale straordinaria. Una macchina
molto preziosa. Non credo che le piacerebbe essere classificata in tal
modo.
Tacquero entrambi. Alla fine fu il dottor Cameron a interrompe-

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re il silenzio: Quella luce spettrale che esce dai vostri occhi quando
siete in collera mi ha sempre sconvolto. Ritorner quando si sar
spenta.
Docchi lo fissava. Cameron era il solo essere normale che sapeva
che era stata Nona a dirigere l'impianto di gravit. Tutti gli altri po-
tevano solo constatare che l'impianto era in funzione, secondo quelli
che erano stati i piani dei progettisti, ma come non era mai accaduto
in precedenza. Se Cameron avesse potuto decidere...
Docchi scosse il capo. Ci non avrebbe risolto nulla. Avrebbe
potuto ingannare i suoi superiori per qualche tempo; ma alla fine
avrebbero scoperto e avrebbero potuto considerarlo responsabile.
Nona non era capace di un simile inganno, dal momento che non
aveva mai saputo che cosa fosse un esperimento psicotecnico. Le si
avvicin; un tempo aveva sperato... Ma quel che aveva sperato non
aveva alcuna importanza. Essa lo guard e sorrise: ne aveva ben mo-
tivo. Nessuna parola aveva mai rotto il silenzio del suo cervello, ma
ora essa era in grado di comunicare con qualcosa, fosse pure un
cervello elettronico. Naturalmente non capiva che tale conversazione
aveva luogo tra due prigionieri, tra lei e il contatore di gravit.
Improvvisamente, Docchi si volt. Si arrest dinanzi al quadro
dei comandi e metodicamente cominci a tirare calci. I delicati con-
gegni andarono in pezzi: la radio di emergenza fu completamente
demolita.
L'astronave era saldamente nelle piani degli operatori dell'im-
pianto di gravit di emergenza centrale. Egli non poteva farci nulla:
non restava altro che proteggere Nona dalle loro indagini il pi a
lungo possibile.
Essa non udiva il rumore, o non se ne curava. Continuava a se-
dere al suo posto, col capo fra le mani, calma e sorridente.
L'intelaiatura esterna della stazione dei razzi si apr e si richiuse
per lasciar passare l'astronave. Jordan mise le leve in folle e sollev le
mani, borbottando fra s. Essi scendevano dolcemente infilandosi
attraverso il varco dell'intelaiatura interna. Erano giunti a casa.
Coraggio disse Cameron con vivacit. Sapete bene di non es-

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sere veramente dei prigionieri.
Nona pareva contenta, sebbene Jordan non lo fosse affatto.
Docchi non decideva nulla e la luce si era dileguata dal suo volto.
Anti non era con loro; galleggiava nella sua vasca di acido. Il campo
gravitazionale dell'asteroide rendeva ci necessario.
L'astronave atterr dolcemente; essi erano arrivati. Jordan spinse
una leva; subito si aprirono gli sportelli della cabina passeggeri e del
deposito merci.
Andiamo disse il dottor Cameron. Immagino che ci sar a ri-
cevervi un gruppo di autorit.
C'era infatti. La piccola stazione dei razzi accoglieva pi astronavi
di quante vi facessero normalmente scalo in un anno. Era evidente
ovunque la precisa confusione della disciplina militare. Soldati ar-
mati erano schierati lungo ciascun fianco della scaletta per la quale
essi dovevano scendere.
A terra, era stato sistemato un grande impianto di televisione. A
giudicare dalle sue dimensioni, si doveva pensare che quella era una
cerimonia molto importante. Dallo schermo il dirigente dell'Ufficio
Medico Thorton, di grandezza superiore al naturale, guardava con
aria di approvazione.
Il gruppo dei passeggeri dell'astronave si arrest di fronte all'im-
pianto di televisione.
Una magnifica impresa, dottor Cameron disse l'ufficiale medi-
co. Siamo stati presi assolutamente alla sprovvista dalla fuga dei
quattro Accidentali e dalla vostra contemporanea sparizione. Da
quanto ci fu dato ricostruire della vicenda, risult che vi eravate uni-
to deliberatamente al gruppo dei fuggiaschi. Un magnifico esempio
di rapidit di decisione, dottore; non c' che dire. Meritate senz'altro
un riconoscimento.
Grazie disse Cameron.
Sono spiacente di non essere cost per congratularmi personal-
mente con voi, ma ci verr tra poco. L'ufficiale medico fece una
pausa. In un primo momento la pubblicit fatta intorno all'avveni-
mento fu insufficiente, del tutto insufficiente. Noi riteniamo per

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inopportuno tener nascosta una notizia di tanta importanza. D'altra
parte, la trasmissione non autorizzata non lo avrebbe permesso. Per
fortuna, la scoperta in materia di gravit arriv al momento oppor-
tuno. Non posso nascondervi che il bilancio di questo avvenimento
si chiude senz'altro a nostro vantaggio.
Speravo che fosse cos senz'altro rispose Cameron. Nona...
Mi avete gi parlato di lei in passato. L'ufficiale medico quindi
continu con aria accigliata: Potremo ancora discuterne pi tardi.
Per il momento, provvedete affinch tanto lei che gli altri Accidentali
ritornino ai loro posti. Accompagnate subito Docchi nel vostro uffi-
cio. Desidero interrogarlo separatamente.
Cameron lo guardava sbalordito: Ma io pensavo
Niente obiezioni, dottore interruppe bruscamente Thorton.
Delle persone importanti vi stanno attendendo. Lo schermo si
spense.
Penso che abbiate udito quello che ha detto, dottor Cameron.
L'ufficiale che era al suo fianco fu assai cortese; poteva permettersi di
esserlo, dato il grado di tre grossi pianeti che faceva spicco sulla sua
uniforme.
Benissimo rispose Cameron. Nella mia qualit per di co-
mandante dell'asteroide chiedo che forniate una scorta per la ragaz-
za.
Comandante? ripet l'ufficiale. Questa bella; in base ai miei
ordini il comandante sono io, sino a nuovo avviso. Io non ho rice-
vuto nessuna comunicazione in merito. Diede uno sguardo in giro
ai suoi uomini e pieg un dito. Tenente, fate in modo che quell'o-
metto credo che si chiami Jordan sia accompagnato al grande
edificio. Quanto a voi, potete accompagnare quella graziosa ragazza
alla sua stanza o nel luogo qualsiasi in cui abita. Quindi sorrise a
Cameron, con indifferenza: Farei qualunque cosa per essere utile a
un nuovo comandante.
L'ufficiale medico Thorton aspettava con impazienza al radiote-
lefono quando essi arrivarono nello studio di Cameron.
Arriveremo fra un paio d'ore disse immediatamente. Dicendo

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arriveremo, intendo alludere a un certo numero di alti funzionari e
di scienziati. Intanto, riprendiamo il discorso della gravit. Si avvide
della presenza del comandante. Generale Judd, questa una que-
stione strettamente tecnica. Non credo che vi interessi.
Benissimo, signore. Star di guardia fuori.
L'ufficiale medico rimase in silenzio sino a che la porta non si fu
chiusa alle spalle del generale Judd. Sedetevi, Docchi disse con
inattesa cortesia; quindi fece una pausa per osservare l'effetto delle
sue parole. Io posso provare della simpatia per voi. Avete quasi a
portata di mano tutto quello che volete. Quanto a Handicap Ha-
ven... ebbene, io posso capire quel che provate. Ma dal momento
che siete tornato, penso che possiamo cercare di fare qualcosa per
voi.
Docchi fissava l'uomo che appariva sullo schermo: una macchia
luminosa gli vibrava su una delle guance e poi guizzava rapidamente
attraverso il volto.
Certamente rispose a casaccio. Ma esistono gravissime accuse
contro di noi.
Oh, si tratta di formalit disse l'ufficiale medico. Quando ci si
trova di fronte ad un fatto sensazionale come la scoperta e la risco-
perta della forza di gravit, nessuno si preoccuper molto della vo-
stra partenza non autorizzata dall'asteroide.
L'ufficiale medico Thorton appariva compiaciuto. Non voglio
indurvi in errore. Noi non possiamo far altro per voi, dal punto di
vista medico, oltre a quello che abbiamo gi fatto. Tuttavia, voi vi
troverete ad essere il centro di una societ pi piacevole; avrete ami-
ci, lavoro, qualunque cosa vogliate. Naturalmente, in cambio, ci
aspettiamo la vostra piena collaborazione.
Naturalmente. Docchi fece cenno di s con gli occhi e si alz.
La proposta pare interessante. Desidererei poter riflettere per un
minuto.
Cameron and a piantarsi proprio di fronte allo schermo. Pu
darsi che io non capisca. Ma credo che vi siete sbagliato di persona.
Dottor Cameron! esclam con indignazione Thorton. Vi pre-

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go di spiegarvi.
Era facile incorrere in un errore simile disse Cameron. Ben-
ch privo di ogni collegamento, l'impianto di gravit cominci a fun-
zionare. In che modo? Perch? E, soprattutto, per opera di chi? Voi
sapevate bene che non era merito mio: io sono un medico, non un
fisico. E neppure Jordan, che nel migliore dei casi un meccanico.
Perci doveva essere Docchi, dal momento che ingegnere. Egli
avrebbe potuto far funzionare l'impianto. Ma non stato Docchi, il
quale non ha avuto niente a che fare con ci...
State in guardia! grid Thorton, ma troppo tardi.
Cameron cadde in ginocchio. Lo stesso piede, che lo aveva fatto
cadere, lo colp al mento. Il capo gli si pieg all'indietro e fin lungo
disteso sul pavimento. Il sangue gli rigava il volto.
Docchi! grid Thorton dallo schermo.
Docchi non rispose. Egli stava fuggendo a precipizio per la porta.
Il generale se ne stava oziando, con le spalle appoggiate al muro. A
testa bassa, Docchi si precipit su di lui. La pistola gli cadde dal cin-
turone; senza quasi fermarsi, Docchi la calpest e riprese a correre.
Il comandante si rialz e raccolse l'arma. Tent di puntarla con-
tro il fuggitivo, ma un subitaneo pensiero gliela fece abbassare. Esa-
min l'arma e si rese conto ch'era danneggiata.; dopo di che la ripose
cautamente nella tasca del cinturone.
Grida soffocate uscirono dall'ufficio di Cameron: il generale entr
nella stanza. L'ufficiale medico lo fiss dallo schermo: Posso con-
statare che ve lo siete lasciato scappare.
L'ufficiale ancora, tutto sconvolto, si rassett l'uniforme: Sono
spiacente, signore. Dar immediatamente l'allarme alle guardie.
Non importa per il momento. Fate rinvenire quell'uomo.
Il generale non era abituato a soccorrere gli svenuti; quello non
era affar suo. Ci nonostante, nel giro di qualche minuto, Cameron
riprese i sensi, sebbene fosse piuttosto intontito.
E allora, dottore, se non fu Docchi il responsabile dell'improv-
viso funzionamento dell'impianto di gravit, chi stato?
Con viva soddisfazione personale, Cameron glielo disse: egli non

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si era ingannato sul conto della ragazza. Ascoltando l'illustrazione
particolareggiata delle virt mentali di Nona, il generale rimase al-
quanto perplesso, come succede talvolta ai generali.
Capisco annu l'ufficiale medico. Noi non avevamo pensato
affatto a questa possibilit. Invece che col genio meccanico di un in-
gegnere, abbiamo a che fare con lo straordinario senso telepatico di
una ragazza. Ci conferisce al problema un aspetto completamente
diverso.
Senz'altro. Cameron si tastava la mascella che gli faceva male.
Essa non potr per dirci come ci sia riuscita. Dovremo procedere
per tentativi; per fortuna, ci non comporter alcun rischio. Grazie
all'impianto centrale di emergenza, noi potremo sempre controllare
l'impianto di gravit dell'asteroide.
L'ufficiale medico si rovesci all'indietro e scosse il capo: Siete in
errore. Si suppone generalmente che le cose stiano cos, ma non
vero. Abbiamo fatto l'esperimento: per un microsecondo, l'impianto
di emergenza centrale ebbe la meglio, ma il contatore di gravit si
rivel pi efficiente di quanto pensassimo, sempre che sia stato il
contatore a escogitare il metodo in base al quale stato interrotto il
flusso di energie irradiate dal nostro impianto di emergenza. Que-
st'ultimo infatti non funzion affatto.
Cameron si dimentic della mascella: Ma se non siete stato voi a
riportare il razzo alla base, comandandolo a distanza, perch mai
essa sarebbe tornata?.
Docchi lo sa borbott l'ufficiale medico. Egli ha scoperto la
verit in codesta stanza: ecco perch fuggito. E, cos dicendo,
diede qualche colpetto alla tavola con le nocche delle dita. Essa
avrebbe potuto portare l'astronave ovunque le fosse piaciuto, senza
che noi potessimo fermarla. Dal momento che ritornata sponta-
neamente, chiaro che essa vuole addirittura scappare con l'asteroi-
de!
L'ufficiale medico Thorton cerc di far uscire il suo volto dallo
schermo: Non ci avevate mai pensato, generale? In realt, non vi
alcuna differenza tra un impianto di gravit e l'altro se non per

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quanto riguarda le dimensioni e la potenza. Ci che essa fece con
l'astronave, pu farlo altrettanto facilmente con l'asteroide. Stese un
dito e lo punt con rabbia: Non statevene li fermo, generale Judd,
scovate quella ragazza!.
Un simile comando giungeva in ritardo. Il grande edificio sopra il
loro capo tremava e scricchiolava in tutte le sue innumerevoli com-
messure. Il piccolo mondo oscillava, gemeva come se fosse rimasto
lungamente in un'orbita ormai per troppo tempo percorsa; quindi
cominci a muoversi.

Ombre vaghe si movevano, strisciavano, camminavano se lo po-


tevano. Esseri fantastici o quasi fantastici convenivano al raduno.
Grandi e piccini, con le loro gambe o con gambe artificiali, con e
senza braccia e faccia, essi arrivavano da ogni dove. La parola d'or-
dine si era diffusa con ogni mezzo: con la voce, col semplice movi-
mento delle labbra, con segni di ogni sarta.
Ricordatevi che passeranno ore e forse giorni prima di essere in
salvo cominci Docchi. La sua voce si faceva sempre pi dura:
compito nostro fare in modo che Nona abbia tutto il tempo che le
necessario.
Dove si nascosta? chiese qualcuno della folla.
Non lo so. Se anche lo sapessi, non ve lo direi. Noi dobbiamo
impedir loro di trovarla.
In che modo? chiese uno quasi in prima fila. Dando battaglia
alle guardie?
Non direttamente rispose Docchi. Non abbiamo braccia che ci
possano servire come armi. Molti di noi non hanno braccia affatto.
Tutto ci che possiamo sperare di fare di ostacolare le loro ricer-
che. A meno che qualcuno non abbia un'idea migliore, questo sa-
rebbe il mio piano. Ho bisogno di tutti gli uomini, di tutte le donne
anziane e di tutte le giovani per le ragioni che spiegher pi avanti.
Le guardie non arriveranno qui prima di mezz'ora: occorrer alme-
no questo tempo per riunirle e impartire loro gli ordini che l'ufficio
medico in questo momento sta certo elaborando. Quando arrive-

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ranno, ostacolate il loro passaggio. Come riuscirvi, lo lascio alla vo-
stra immaginazione. Fate appello alla loro simpatia finch mostrino
di provarne. Esponetevi a gravi pericoli: essi sono stati educati se-
condo principi morali; per lo meno all'inizio, saranno propensi ad
aiutarvi. Se lo faranno, cercate di derubarli delle armi. Evitate la vio-
lenza fisica nei limiti del possibile. Non desideriamo costringerli a
compiere atti di rappresaglia. Durante questa fase, la vostra condotta
si ispiri prevalentemente alla loro. Non durer a lungo.
Docchi fece una pausa e lanci uno sguardo circolare alla folla.
Ognuno di voi dovr decidere di propria iniziativa in quale mo-
mento por fine a questa specie di resistenza passiva ed iniziare un'at-
tiva guerriglia. Noi dobbiamo, per esempio, distruggere tutti gli im-
pianti di illuminazione, di localizzazione e di ventilazione. Essi sa-
ranno costretti a ripararli; forse cercheranno di difendere queste po-
sizioni strategiche. In tal caso, tanto meglio per noi: dovremo lottare
contro un minor numero di guardie.
E che cosa puoi dire sul mio conto? grid una donna delle ul-
time file. Che cosa debbo fare?
Tu sei qui per sostenere una non facile prova le promise Doc-
chi. C' tra voi Jorian?
Essa si apr la strada tra la folla.
Jorian annunci Docchi agli Accidentali una donna appa-
rentemente normale e piuttosto carina; tuttavia, non possiede traccia
alcuna di apparato digerente. Essa non pu vivere senza iniezioni
per pi di dieci ore. Ecco perch qui tra noi.
Docchi lanci una nuova occhiata inquisitiva sui presenti: Ho
bisogno di una donna esperta di cosmesi, che abbia con s tutti gli
strumenti necessari.
Una donna senza gamba si fece avanti; Docchi le parl. Sulle
prime parve sgomentarsi, ma poi accett l'incarico. Sotto le sue abili
dita Jorian fu trasformata in Nona.
Questa sar la prima Nona che essi troveranno spieg Docchi;
infatti, cos truccata, non potr certo sfuggire. Io penso, io spero,
che interromperanno le ricerche per alcune ore mentre l'esamine-

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ranno. Alla fine, per, scopriranno certamente la verit. Nel caso di
Dorian, le impronte digitali e i raggi X potranno rivelare la sua vera
identit. Ma non potranno arrivare a questo risultato immediata-
mente. Per, come sapete, Nona non pu essere interrogata e Jorian
si comporter proprio come se fosse Nona. Non appena scopriran-
no che Jorian non Nona, ebbene, allora non si preoccuperanno
pi di essere cortesi, per usare un aggettivo eufemistico. I poliziotti
non desiderano di meglio che una bella ragazza da poter maltrattare
per ragioni di servizio, specie se possono pensare che ci aiuter a
scovare Nona. Naturalmente, non li aiuter affatto; ma ci ostacoler
le indagini e questo ci che ci occorre.
Tutti se ne stavano silenziosi, senza compiere il minimo movi-
mento. Le donne si guardavano con tacita preoccupazione.
Andiamo disse Jordan seccamente.
Aspetta consigli Docchi. Io dispongo di una sola Nona vo-
lontaria; ne ho bisogno di un'altra cinquantina. Non ha alcuna im-
portanza che siate fisicamente sane o meno; noi saccheggeremo il
laboratorio dei tessuti plastici. Se credete di poter essere trasformate
cos da assomigliare a Nona, fatevi avanti.
Lentamente, una alla volta oppure a gruppi di due o tre, moltis-
sime ragazze si presentarono a Docchi: erano poche in verit quelle
che non avessero bisogno di grosse operazioni di chirurgia plastica.
Gli altri uscirono dietro a Jordan.
Era proprio un caso di produzione in massa di un individuo. Non
tutti i prodotti erano perfetti in ogni particolare, ma abbastanza buo-
ni da ingannare la maggior parte degli osservatori. Docchi seguiva il
lavoro approvando e suggerendo di tanto in tanto qualche particola-
re accorgimento.
Essa non pu n parlare n udire ricord alle volontarie. Ri-
cordatevi di ci in ogni occasione, qualsiasi cosa essi facciano. Na-
scondetevi in luoghi non facilmente accessibili. Dopo la cattura di
Jorian, quando le ricerche, prima sospese, verranno riprese, fatevi
trovare una alla volta. Ogni poliziotto che dovr arrestarvi per sotto-
porvi alle indagini uno di meno che potr andare in cerca della

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vera Nona. Ora essi devono trovarla presto o altrimenti ritirarsi
dall'asteroide.
Le donne che attendevano al lavoro di cosmesi erano indaffarate;
nessuna si prendeva un attimo di riposo. Una di esse alz per la te-
sta per chiedere: Ritirarsi? Ma perch?
Il Sole si va facendo pi piccolo.
Pi piccolo! esclam la donna.
Docchi fece cenno di s. Handicap Haven sta abbandonando il
Sistema Solare!
Le dita di lei intanto volavano, modellando la bella curva di una
mascella dove non esisteva. Subito dopo, vennero applicate delle
labbra di tessuto plastico.
Nona fra poco si sarebbe nascosta in una cinquantina di posti di-
versi. E quella vera intanto...

L'orbita di Nettuno era ormai superata largamente e l'asteroide


tuttavia accelerava ancor pi la sua velocit. Due giganteschi impianti
gravitazionali lavoravano a pieno ritmo nel cuore di Handicap Ha-
ven. Il terzo provocava su quel mondo isolato una gravit eccezio-
nalmente elevata. Lo sforzo fisico prolungato era perci doppia-
mente penoso. Un'ora dopo l'altra, ormai un giorno era trascorso,
ma gli impianti non si erano mai arrestati.
Avevate immaginato che le cose stessero proprio cos come so-
no? chiese Docchi tranquillamente. Voi vi allontanate dal Sole ve-
locemente insieme con noi; dovrete fare tutta questa strada prima di
poter iniziare il viaggio di ritorno.
Il generale non si cur di lui: Se soltanto potessimo interrompe-
re questa dannata corsa! esclam.
L'ingegnere Vegel si strinse tristemente nelle spalle. Provate
sugger. Io non desidero per essere in giro mentre fate l'esperi-
mento. Pare facile: si tratta solo di un impianto di gravit. Ma ricor-
datevi che si ha a che fare con una pila nucleare di buone dimensio-
ni.
So che non possiamo ammise il generale, guardando triste-

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mente l'oscurit che incombeva sulle loro teste. Per, noi potrem-
mo allontanarci e far saltare questa roccia da una conveniente di-
stanza.
E perdere cos ogni speranza di ritrovarla? disse Docchi mot-
teggiando.
Noi la stiamo perdendo in ogni modo comment amaramente
Cameron.
Oh, la situazione non cos grama come pensate continu
Docchi, con tono consolatorio. Ora che sapete in che cosa consiste
la difficolt, potrete sempre costruirvi un altro contatore di gravit e
dotarlo di sensi ausiliari.
Cautamente, mut posizione al suo fragile corpo che risentiva
dell'eccessiva gravit. Esiste un'altra soluzione, sebbene forse non
sia da entusiasmarvi. Non riesco a credere che Nona costituisca un
caso assolutamente unico. Ve ne devono essere altre simili a lei.
Guardatevi un poco attorno e potrete trovarne qualche altra, forse
nel corpo pi inverosimile e pi ripugnante.
Il generale Judd borbott stancamente: Se pensassi che sapete
dove si trova
Potete cercare di scovarla rispose Docchi in tono invitante,
emettendo involontariamente lampi luminosi dal viso.
Una guardia si avvicin con una prigioniera: Signore, credo di
averla trovata.
Cameron diede uno sguardo alla ragazza atterrita: Guardia, non
ti vergogni?.
Sono gli ordini, signore rispose l'uomo.
Quali ordini?
I vostri, signore. Avete detto che non aveva alcuna mutilazione.
In quale altro modo potevo accertarmene?
Cameron gli diede un'occhiataccia e scagli uno scalpello contro
il polpaccio della ragazza. Questa lo guard col volto coperto di la-
crime, ma non batt ciglio.
Si tratta di tessuto plastico, come qualsiasi pazzo potrebbe con-
statare comment Cameron duramente. La guardia parve offesa e si

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avvi con la ragazza verso l'uscita.
Lasciala andare disse con ira il medico. Penso che vi troverete
meglio entrambi.
La ragazza scapp via. La guardia la segu, tremando, con gli oc-
chi pieni di un senso di colpa.
Docchi sorrise. Ho una richiesta da farvi.
Avanti, fatela! sbuff il generale. Siamo disposti a concedervi
tutto quel che volete.
Forse si. Voi state per partire senza di lei. Quando ve ne andre-
te, non portate via tutte le astronavi. Ne avremo bisogno di almeno
tre, quando ci troveremo in un altro sistema solare.
Il generale Judd apr la bocca con rabbia.
Non dite nulla di cui poi dobbiate pentirvi lo prevenne Docchi.
Quando sarete ritornati, che cosa riferirete ai vostri superiori? Po-
tete dir loro che siete partiti senza alcuna difficolt, mentre avevate
ancora tempo per proseguire le ricerche? Non preferiranno sapere
che siete rimasti sino all'ultimo momento? Cos a lungo, da aver do-
vuto abbandonare alcune astronavi?
Il generale richiuse la bocca e fugg via. Senza dire una parola,
Cameron lo segui zoppicando.
L'ultima astronave era partita e la scia dei razzi era svanita nella
opprimente oscurit. Il Sole, che gi da un po' cercava di perdersi tra
le altre stelle, era finalmente riuscito nell'intento. L'asteroide non era
pi il "mucchio di rifiuti": era un piccolo mondo che si era trasfor-
mato in una velocissima astronave.
Potremo sopravvivere disse Docchi. Disponiamo di energia e
di ossigeno e possiamo far crescere o produrre sinteticamente i cibi
di cui abbiamo bisogno.
Sedette accanto al serbatoio di Anti, che era tornata alla sua di-
mora abituale. Sopra il loro capo, un piccolo albero fremeva sotto la
brezza artificiale. In complesso, regnava la calma: Nona per non
c'era.
Ti tireremo fuori dal serbatoio promise Jordan. Quando essa
torner, riusciremo a sistemarti in un posto dove non ci sia gravit. E

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riprenderemo la cura del freddo.
Posso aspettare disse Anti. In questo mondo, io sono un esse-
re normale.
Docchi si guard attorno con aria desolata. La sola cosa che de-
siderava vedere non c'era.
Hai torto a preoccuparti per Nona sugger Anti. I poliziotti
non l'hanno trovata.
Come fai a saperlo?
Ascolta! disse Anti. Il terreno tremava per effetto dell'azione
degli impianti di gravit. Finch funzionano, come puoi dubitarne?
Se ne fossi sicuro...
Potresti cominciare ad esserlo ora disse Jordan. Tuttavia, per
prima cosa, faresti meglio ad alzarti e a fare un giro qui attorno.
Docchi con uno sforzo si alz in piedi: Nona stava venendo verso
di lui, senza mostrare alcun segno di fatica. Se non fosse stato per
una piccola macchiolina sulla guancia mirabilmente liscia e morbida,
si sarebbe detto che fosse uscita in quel momento da un istituto di
bellezza. Senza dubbio, era la donna pi bella del mondo; natural-
mente di quel mondo, anche se avrebbe fatto una magnifica figura su
qualsiasi mondo, ove fosse stata in grado di comunicare con gli uo-
mini come con le macchine.
Dove stai andando? chiese Docchi, non aspettandosi alcuna ri-
sposta.
Essa sorrise ed egli si chiese, con un vago senso di smarrimento,
se le macchine potevano percepire ed apprezzare l'amabile sorriso d
lei o, addirittura, se potevano sorridere esse pure in un modo o in
un altro.
Desidererei poterti stringere fra le braccia disse poi con ama-
rezza.
Non un pensiero cos stupido come credi disse Anti, che os-
servava la scena dalla superficie del suo stagno. Tu non hai braccia,
ma essa le possiede tutt'e due. Tu puoi parlare ed udire, cosa che lei
non pu fare. Voi due insieme costituite una coppia perfetta.
Essa per non se ne renderebbe mai conto rispose Docchi

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sconfortato.
Jordan, bilanciandosi sulle mani, guard su con aria ridicola. Io
devo un po' assomigliarle. Tutti hanno l'abitudine di considerarmi
un meccanico nato; infatti, mettetemi in mano una chiave inglese ed
io posso fare qualsiasi cosa di una macchina. Mi pare quasi di sentire
quello che la macchina vuole che le sia fatto. Non certo nella misura
in cui in grado di capirlo Nona, per. Si potrebbe dire che fra noi
due la situazione sia rovesciata, che lei la sola che possa udire,
mentre io debbo limitarmi a leggere attraverso il movimento delle
labbra.
Tu non hai mai chiacchierato a sproposito esclam Docchi.
Tu hai qualcosa in mente.
Jordan esit: Non so se quel che sto per dire abbia senso o me-
no. Stavo pensando alla possibilit di comunicare con le macchine
mediante una specie di linguaggio convenzionale a base di segni. Tu
mi capisci, si potrebbe cominciare con le macchine pi semplici,
come orologi e simili, e vedere che cosa significhino per lei. Do-
vrebbero essere macchine fondamentali, in modo che lei debba pure
verosimilmente provare reazioni fondamentali. Poi si potrebbe ve-
dere
Tu non devi averci pensato abbastanza interruppe Docchi ecci-
tato. Questo andrebbe bene per delle reazioni elementari, ma io
non posso andar in giro con un magazzino di macchine; non sarebbe
pratico. Ci dovrebbe essere un'unica macchina variabile, portatile e
tuttavia in grado di trasmetterle tutti i segnali.
Che ne diresti di un oscillatore elettronico?
Ondate di acido andavano ad infrangersi contro le pareti del ser-
batoio, poich Anti si muoveva con impazienza. Di grazia, avete in-
tenzione di far funzionare due grandi cervelli elettronici in laborato-
rio? E quando ci sarete riusciti, avrete ancora tante esperienze da
compiere che potremo arrivare prima alle stelle. Considerate il caso
di Jordan e mio. Qual mai l'avvenire di una ragazza se non pu
sposarsi?
giusto disse Docchi. Credo per che potremo far di pi dei

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medici comuni. Nella nostra qualit di Accidentali, non interrompe-
remo gli esperimenti sino a che non saremo riusciti. Ed abbiamo
dinanzi a noi centinaia di anni per provare.
Sopra, nel cielo, le stelle mandarono un benvenuto al piccolo
mondo che si moveva con la velocit del fulmine attraverso gli spazi
interstellari.

Fine 2/ 2
F. L. Wallace, Accidental flight, 1952

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LA SFINGE MODERNA
a cura di Cielo d' Alcamo

Biblioteca Uranica URv-02

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