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Licenziamento per ragioni oggettive, repechage e societ collegate.

di Domenica Cotroneo

La Suprema Corte torna ad occuparsi di onere di repchage a carico dellimpresa che licenzia
per ragioni oggettive.
La Cassazione, modificando lorientamento da tempo maggioritario, ha ritenuto che lobbligo
di verificare lesistenza di eventuali possibilit di utilizzo del lavoratore in altro ruolo, deve
intendersi riferito al solo ambito operativo del titolare del rapporto di lavoro, senza
coinvolgimento di altre e differenti societ seppur tra loro economicamente collegate
nellambito di un gruppo dimpresa.
Al fine di comprendere appieno la decisione della Suprema Corte, riteniamo utile analizzare
brevemente la materia del licenziamento per ragioni oggettive; il connesso onere di repchage
e le conseguenze che da questo derivano se ci si trova in presenza di societ collegate.
Come noto, il licenziamento intimato per giustificato motivo oggettivo richiede che vengano
soddisfatti due requisiti: i) lesistenza di ragioni economiche reali e non pretestuose, ovvero
addotte al solo fine di aggirare la normativa sui licenziamenti individuali ii) la verifica e
conseguente esclusione, da parte del datore di lavoro, della possibilit di ripescare il
lavoratore che si appresta a licenziare per collocarlo in altro ruolo equivalente (c.d. repchage).
Nellambito di societ collegate e gruppi societari, lonere di repechage ha sempre assunto
connotati particolarmente ampi, come conseguenza dellesistenza di un orientamento
giurisprudenziale finalizzato a punire e, in ogni caso scoraggiare, il costituirsi di gruppi di
impresa c.d. di comodo.
In particolare, in presenza di imprese formalmente distinte (ciascuna dotata di autonoma
ragione sociale, sede legale, etc.) operanti, nei fatti, in maniera del tutto promiscua, la
giurisprudenza ha riconosciuto la possibilit di identificare un unico soggetto giuridico in tutti
i casi in cui la separazione risultasse mero requisito formale, vale a dire utilizzato quale
strumento per "aggirare" norme di legge inderogabili, quali quelle poste a tutela del lavoratore
in caso di licenziamento.
A tale riguardo, proprio con riferimento al mancato assolvimento dellobbligo di repchage
del lavoratore licenziato in passato, i giudici della Suprema Corte hanno sanzionato il mancato
assolvimento di tale obbligo da parte del datore di lavoro, accogliendo i ricorsi promossi dai
lavoratori (cfr. Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 16/01/2014 n. 798; Cassazione Civile,
sez. lavoro, sentenza 16 maggio 2003, n. 7717, Tribunale di Milano, 23/10/2006).
La sentenza oggi in commento, ponendosi in contrasto con i precedenti appena indicati,
tuttavia, respinge le pretese del lavoratore licenziato.
Nel caso in esame la controversia riguardava la posizione di un lavoratore che - licenziato a
causa di una ristrutturazione aziendale con conseguente soppressione delle funzioni svolte
aveva ottenuto in primo grado la reintegra nel posto di lavoro in quanto, ad avviso del giudice,
il datore di lavoro, facente parte di un gruppo pi ampio di imprese localizzate anche in vari
stati esteri, ben avrebbe potuto ricollocare il lavoratore in una delle posizioni equivalenti
presso le societ collegate con sedi operative allestero.
La societ datrice di lavoro aveva promosso appello e, in tale sede, era stata revocata la
reintegrazione del lavoratore, sulla scorta del principio per il quale lobbligo di repchage va
riferito al solo ambito proprio dellente titolare del rapporto di lavoro, senza fare riferimento
a societ diverse ancorch tra loro economicamente collegate nellambito di un gruppo.
La decisione in commento ha aderito al principio espresso dalla Corte dAppello di Milano,
evidenziando, peraltro, come il lavoratore nulla aveva offerto per dimostrare lingerenza della
societ capogruppo nelle singole societ, tra cui quella ove era adibito.