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Giuseppe Bottai

I POCHI E I MOLTI
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("I pochi e i molti" in Critica Fascista, 1 dicembre 1925). [estratto]
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Il Fascismo antidemocratico, abbiamo detto. Ma in che senso?

antidemocratico perch rappresenta un moto di reazione ad una vasta massa


di popolo, di sconfessione a posizioni politiche avanzate, perch respinge dallo
Stato la totalit delle classi e intende riservarsene il monopolio? Evidentemente
no. All'antidemocrazia del Fascismo occorre dare un significato storico e non
dottrinale e programmatico. Antidemocratico il Fascismo perch sorto ad
abbattere un regime in sostanza oligarchico e tirannico ma sedicente
democratico in virt delle istituzioni sulle quali si basava. ormai patrimonio
acquisito di un pi illuminata critica che in Italia non vi mai stata democrazia,
se per democrazia ripetiamo s'intende una partecipazione diretta del
popolo allo Stato, e non, si badi, una chiara e precisa coscienza delle necessit
della vita politica, economica, finanziaria e spirituale della Nazione e dello
Stato.

Del resto non arduo il compito di dimostrare la mancanza di questa coscienza


statale dell'Italia unitaria, sol che ci si riferisca alle vicende storiche della Patria
negli ultimi settanta anni. Un popolo che fino al 1915 non aveva combattuto per
un'idea comune, che si era trovato dinanzi ad enormi difficolt elementari e a
dover risolvere problemi superiori alle sue forze, che aveva per la grande
maggioranza perduto il senso della dignit e della politica in un servaggio
secolare, non poteva all'indomani del Risorgimento acquistare di colpo questo
senso e quella coscienza. L'unit italiana dal '70 alla guerra non stata che una
unit geografica, legislativa, tutta formalistica insomma perch mancava una
comune e pi profonda ed intensa ragione di vita che, distrutti gli egoismi
particolari, potesse saldare i popoli della penisola nel concetto politico dello
Stato.

La tradizionale democrazia italiana perci non fu democrazia nel significato in


cui vogliamo intenderla, ma piuttosto governo di partiti, alternarsi di uomini in
un permanere quasi uniforme di metodi, antefatto necessario a quanto oggi si
svolge; in una parola paternalismo camuffato da liberalismo.
Il Fascismo, venuto a capovolgere questa situazione, per portare nella vita
italiana la linfa di una tradizione nazionale semispenta e avvilita, doveva essere,
come fu, aristocratico e sommario, assertore dogmatico e intransigente d'una
idea e di un nuovo stile di governo, e fedele a questi princip si addimostr dai
tempi delle primissime lotte sino all'inizio della grandiosa opera legislativa che
attualmente si svolge.

In questo primo tempo l'aristocrazia del Fascismo si manifest con


un'assoluta intransigenza pratica e ideale di fronte agli avversari, all'esterno, e
col fermarsi di gerarchie chiuse all'interno.

Ma come proprio questa immutabile struttura interna del Fascismo dipendeva


dalla necessit di mantenere ferreamente compatte le forze esuberanti, giovani e
numerose di un movimento ancora in piede di guerra contro avversari tenaci e
decisi a lottare sino all'ultimo, cos oggi che il campo sbarazzato da questi
incomodi, se non pericolosi nemici, si prospetta la necessit di sistemare
altrimenti, in vista di scopi ulteriori, il nostro Partito.

La vera opera costruttiva del Fascismo s'inizia ora ed insieme quella di dar
vita ad un nuovo Stato e di far s che ad esso aderisca tutto il popolo. Qui torna
il nostro discorso.

Il Fascismo dovr, per essere all'avanguardia di quest'opera, mantenersi


essenzialmente aristocratico, ma poich cinque anni di lotta politica non sono
invano trascorsi, occorrer che la sua aristocrazia diventi, oltre che militare,
politica e tecnica. Cio per non creare equivoci , dato che oggi i fini del
Fascismo sono di creare delle buone leggi, di potenziare e disciplinare le forze
morali ed economiche della Nazione, necessario che le gerarchie accolgano
largamente politici di stile fascista, uomini di pensiero e di azione che possano
e sappiano vedere il Partito in funzione della Nazione, come semenzaio di
energie vitali, come aristocrazia del Paese. Se diciamo aristocrazia politica oltre
che militare non perch disprezziamo (come ci fu rimproverato) questa per
quella, ma perch intendiamo l'aristocrazia politica come un affinarsi di quella
militare, come un nuovo periodo ricco di quell'esperienza passata. L'aristocrazia
fascista bisogna che conservi le doti e le peculiarit che contrassegnano il
primo tempo, cio la spregiudicatezza, la rapidit delle decisioni, la vigoria
dell'azione, il coraggio, tutto quanto insomma far differenziare dalle vecchie
classi dirigenti. D'altra parte questo passaggio dall'aristocrazia militare a quella
politica non un pensamento peregrino nostro, o una trovata per fin di stagione,
ma un fenomeno storicamente osservabile in ogni societ in formazione [...].
Limitate le file del Partito ai degni, trascurate la quantit per la qualit, chiedete
una disciplina che non sia soltanto ossequio ad un regolamento ma adeguazione
a un modo di vita e servizio a un'idea, e avrete un'aristocrazia aperta,
rinnovabile e temperata alle prove pi ardue [...].

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Se vero che la Nazione rappresentata dalla totalit dei cittadini non
altrettanto vero che nell'Italia di oggi tutto il popolo Nazione.

Abbiamo gi detto che la massa del popolo rimasta fuori dallo Stato; il
Fascismo deve portarcela e l'ha detto Mussolini nel suo discorso del Costanzi
asserendo che i sudditi debbono diventare cittadini e il popolo entrare nello
Stato.

S'intenda bene che parlando di popolo non vogliamo creare una astratta entit
pi o meno demagogicamente lusingatrice, ma intendiamo riferirci
precisamente a quelle classi lavoratrici fino ad oggi estranee od ostili allo Stato,
indifferenti all'interesse nazionale, trascurate e disprezzate dai partiti
conservatori, organizzate dall'altra parte dei partiti avanzati ed estremi come
strumenti elettorali.

Qui non si tratta pi di elezionismo o meno, di suffragio o di proporzionale;


ogni sistema buono purch l'azione sia sinceramente ispirata ad una volont di
progresso di quegli strati sociali che costretti in basso sono stati confitti ancor
pi gi dall'incoscienza di chi doveva elevarli.

Paese proletario per necessit naturali, il nostro ha le sue radici in quelle


operose masse di contadini e di operai, totalmente e profondamente sane, che
costituiscono l'unica nostra ed elementare ricchezza. Se potremo dare a queste
masse la sensazione che lo Stato vive quale somma e sintesi delle loro fatiche,
ch'esso presente non solo come repressore e accentratore di attributi, ma come
organismo capace di potenziare i loro sforzi, di aiutarli, di dirigerli ove occorra,
l'Italia domani avr il primo popolo dell'Europa e forse del mondo.

Questa politica della Rivoluzione pu essere condotta attraverso il


sindacalismo, ma soprattutto attraverso la viva e continua opera del Partito cui
riservato il compito di penetrazione e di conquista [...].

GIUSEPPE BOTTAI