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b.

Il ventennio fascista

C. Capra, G. Chittolini, F. Della Peruta, Corso di Storia. Vol 3: LOttocento e il Novecento, Le


Monnier, Firenze 1992, pp. 653-664; pp.667-689

INDICE

LA CRISI DELLO STATO LIBERALE E LAVVENTO DEL FASCISMO iv


9. LA NASCITA DEL FASCISMO iv
Lideologia del fascismo dalle origini iv
Il programma fascista del giugno 1919 iv
Antisocialismo e nazionalismo iv
La capacit espansiva del fascismo iv
10. IL RITORNO DI GIOLITTI v
Giolitti di nuovo al governo v
Le difficolt del tentativo giolittiano v
La questione di Fiume v
Le elezioni amministrative v
La nascita del Partito comunista vi
11. IL FASCISMO: BASI DI MASSA E VIOLENZA vi
Ceti medi e fascismo vi
Latteggiamento degli industriali vi
Il fascismo e le campagne vii
Violenze e spedizioni punitive vii
Loffensiva del fascismo vii
Lo sviluppo dellavanzata del fascismo vii
La debolezza del governo Giolitti viii
Le elezioni del maggio 1921 viii
Il governo Bonomi viii
12. LAGONIA DELLO STATO DEI E LA MARCIA SU ROMA ix
Il fascismo da movimento a partito; il nuovo programma ix
Il governo Facta e la scissione dei socia riformisti ix
La mobilitazione delle squadre: la marcia su Roma ix
Rivoluzione e reazione x
IL FASCISMO AL POTERE xi
1. Il FASCISMO VERO LA DITTATURA xi
Il Governo Mussolini xi
Un regime autoritario xi
Il Gran Consiglio xi
La fusione con i nazionalisti xi
Lestromissione dei popolari dal governo xi
La legge Acerbo; le elezioni dellaprile 1924 xii
Lopposizione parlamentare; lassassinio di Matteotti e lAventino xii
Verso la dittatura: la liquidazione dello Stato liberale xii
2. LE PREMESSE DELLO STATO TOTALITARIO xiii

i
La nuova ondata squadristica; lo scioglimento della Massoneria xiii
La fascistizzazione della stampa xiii
Le leggi fascistissime del 1926 xiii
Il rafforzamento del potere personale di Mussolini xiv
Le leggi elettorali del 1928 xiv
La subordinazione del Partito fascista allo Stato xiv
La regolamentazione delle relazioni industriali xiv
Il Patto di Palazzo Vidoni xiv
La Carta del lavoro e lo scioglimento delle Confederazioni sindacali cattolica e socialista xv
La Conciliazione tra Stato e Chiesa xv
Il Concordato xv
I risultati dei Patti Lateranensi xvi
Il plebiscito del 1929 xvi
3. IL REGIME AUTORITARIO DI MASSA xvi
Il Partito nazionale fascista e le sue strutture xvi
Il fascismo e la giovent; lo scontro con la Santa Sede per lAzione cattolica xvi
I sindacati fascisti; lOpera nazionale dopolavoro xvii
La propaganda la previdenza sociale xvii
La scuola e la riforma Gentile xvii
La politica culturale; Giovanni Gentile e la dottrina del fascismo xvii
Il Manifesto degli intellettuali fascisti xviii
Benedetto Croce e il Manifesto degli intellettuali antifascisti xviii
4. LANTIFASCISMO: EMIGRAZIONE E OPPOSIZIONE CLANDESTINA xviii
La varia ispirazione dellantifascismo xviii
Piero Gobetti xviii
Il Partito comunista di Gramsci xviii
I socialisti Pietro Nenni e Carlo Rosselli xix
Lemigrazione; la Concentrazione di azione antifascista xix
Giustizia e libert xix
Presenza del Pci in Italia; i cattolici e il gruppo guelfo xix
Il patto dunit dazione tra comunisti e socialisti xix
Fermenti di opposizione in Italia prima della guerra xx
5. LA VITA ECONOMICA: I PROGRESSI DELLINDUSTRIA xx
Il liberismo di De Stefani; la crisi monetaria xx
La svolta deflazionistica xx
Gli effetti della crisi del 29 xxi
Gli intrecci tra industrie e banche; lImi e lIri xxi
Lautarchia xxi
Lindustria tra privato e pubblico xxii
Lo sviluppo industriale xxii
Le emigrazioni interne xxii
Il dualismo tra nord e sud xxii
6. LA VITA ECONOMICA: LA STAGNAZIONE DELLAGRICOLTURA xxiii
La ruralizzazione xxiii
La sbracciantizzazione xxiii
La battaglia del grano xxiii
La bonifica integrale xxiii
Il basso livello del tenore di vita xxiv
7. LA POLITICA ESTERA: ESPANSIONISMO E CAUTELE DIPLOMATICHE xxiv
Lideologia militarista; espansionismo e imperialismo xxiv
Il revisionismo dei trattati di pace xxiv

ii
La cautela iniziale: i rapporti con la Iugoslavia xxiv
La riconquista della Libia xxv
La crescita dellaggressivit xxv
I rapporti con la Germania hitleriana: il patto a quattro xxv
Il temporaneo avvicinamento alla Francia xxv
8. LA GUERRA DETIOPIA xxvi
Lattacco allEtiopia xxvi
Le operazioni militari xxvi
La proclamazione dellimpero e la debole reazione della Societ delle Nazioni xxvi
Il consenso al regime xxvi
9. LAVVICINAMENTO ALLA GERMANIA E LA MILITARIZZAZIONE DEL PAESE xxvii
LAsse Roma-Berlino xxvii
Il Patto anticomintern e il Patto dAcciaio xxvii
La militarizzazione del paese xxvii
Le leggi contro gli ebrei xxvii
Verso la guerra mondiale xxviii

iii
LA CRISI DELLO STATO LIBERALE
E LAVVENTO DEL FASCISMO (pp. 653-654 del testo originale)

9. LA NASCITA DEL FASCISMO


Lideologia del fascismo dalle origini
Il Fascismo, il cui nome faceva riferimento al fascio littorio dellantica Roma, era il movimento
costituitosi a Milano il 23 marzo 1919 intorno a Benito Mussolini, come continuazione dei Fasci
di azione rivoluzionaria, sorti dallinizio del 1915 per sostenere lentrata in guerra dellItalia e ispi-
rati dallo stesso Mussolini, dopo che questi era stato espulso dal PSI in seguito al suo passaggio nel-
le fila dellinterventismo.
Lideologia nazionale del fascismo fu composita e confusa, perch in essa confluivano elementi di-
sparati, derivanti dal nazionalismo antidemocratico e antiparlamentare, dal sindacalismo rivoluzio-
nario del francese Gorge Sorel con il suo mito della violenza, del futurismo attivista e irrazionalista.
E, del resto, il nascente movimento in un primo tempo non si preoccup di darsi una coerente base
di principi perch per il fascismo idee e dottrine dovevano servire come strumenti per aggregare
consensi e irrobustirsi. Non cera nessuno specifico piano dottrinale nel mio spirito dir pi tar-
di Mussolini La mia dottrina I era la dottrina dellazione e fu azione.

Il programma fascista del giugno 1919


Questo pragmatismo spiega il carattere radicale tendenzialmente repubblicano e anti-clericale
del programma fascista reso pubblico il 6 giugno del 1919, nel quale figuravano: la convocazio-
ne di una assemblea costituente, la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori alla gestione tec-
nica delle imprese industriali, la giornata [NdC. lavorativa] di otto ore e una riforma fiscale incar-
dinata su una forte imposta straordinaria e progressiva sul capitale e sul sequestro dei beni delle
congregazioni religiose. Il documento riaffermava daltra parte le rivendicazioni italiane su Fiume e
la Dalmazia, e proponeva un mutamento istituzionale dello Stato di tipo corporativo, attraverso la
formazione di Consigli nazionali tecnici del lavoro, dellindustria, dei trasporti, delligiene sociale,
delle comunicazioni, ecc. eletti dalle collettivit professionali o di mestiere con poteri legislativi.
A parte le sue enunciazioni verbali il fascismo si qualific per sin dallinizio come un movimento
non solo antiparlamentare, ma anche antisocialista; e non a caso una delle sue prime manifestazioni
di forza, resa possibile dallafflusso nelle sue file di ex combattenti e di arditi, fu lassalto e
lincendio della sede milanese dellAvanti!, il quotidiano del Psi (15 aprile 1919).

Antisocialismo e nazionalismo
Grazie alla sua duttile spregiudicatezza il movimento di Mussolini riusc cos a conquistarsi grada-
tamente spazi crescenti, approfittando abilmente di tutti i motivi di disorientamento e di crisi pre-
senti nel paese: il sentimento di rivolta di molti ex combattenti contro i socialisti, i bolscevichi,
che ai loro occhi avvilivano la patria; il desiderio di azione e di lotta destato nei giovani dal clima
della guerra; i fermenti nazionalistici ingigantiti dal mito della vittoria mutilata; lincapacit della
vecchia classe dirigente di affrontare con decisione i problemi dellora; il senso di frustrazione, dif-
fuso nella piccola borghesia colpita dalla congiuntura economica; le preoccupazioni dei ceti pro-
prietari di fronte alla conflittualit sociale.

La capacit espansiva del fascismo


Le elezioni del 16 novembre 1919 furono un insuccesso per i fascisti, che a Milano, lunico colle-
gio in cui si presentarono con una lista propria, ottennero 4.795 voti di contro ai 170.000 voti socia-
listi. Ma alla fine del 1919 il fascismo si era allargato da Milano in molte decine di centri urbani
dellItalia centro-settentrionale, dove si erano costituiti pi di un centinaio di fasci. Alla met del
iv
1920 lorganizzazione del movimento in via di ulteriore rafforzamento, appariva particolarmente
consistente a Trieste e nella Venezia Giulia. Qui il fascismo si era infatti dato una struttura paramili-
tare articolata in squadre armate, da impiegare contro i socialisti e le associazioni delle popola-
zioni slave; un modello operativo che sar poi impiegato su larga scala nel resto del paese dalla fine
del 1921.

10. IL RITORNO DI GIOLITTI


Giolitti di nuovo al governo
Nel frattempo il ministero Nitti, indebolito dalla difficolt dei rapporti con il partito di Sturzo1 e
dallimpopolare proposta di aumentare il prezzo del pane, fu costretto a rassegnare le dimissioni
(giugno 1920) aprendo cos la via alla resurrezione politica di Giolitti.
Lo statista piemontese ispir inizialmente la sua azione di governo alle linee esposte il 12 ottobre
1919 a Dronero in un discorso orientato a sinistra, che gli frutt da parte dei conservatori il sopran-
nome di bolscevico dellAnnunziata (Giolitti era stato difatti insignito dellordine della Santis-
sima Annunziata, la pi alta onorificenza sabauda). Egli intendeva cio proseguire lazione riforma-
trice dei suoi ministeri prebellici, tenendo conto della nuova situazione e delle rivendicazioni delle
masse, ma sempre entro i limiti della democrazia parlamentare e nel quadro di una stabilizzazione
economica e sociale.
Cardini del suo progetto erano il passaggio dal re al Parlamento delle decisioni in materia di trattati
internazionali e di dichiarazioni di guerra, cos da evitare interventi dallalto come quello che nel
maggio 1915 aveva condotto allentrata nel conflitto scavalcando la maggioranza parlamentare, e
incisive misure fiscali per colpire le ricchezze accumulate, attraverso limposta progressiva sul red-
dito e sulle successioni e la nominativit delle azioni e delle obbligazioni.

Le difficolt del tentativo giolittiano


Ma questo progetto si scontrava con grandi difficolt perch ora Giolitti, a differenza degli anni
prebellici, non poteva contare sul sostegno o sulla neutralit del nutrito gruppo parlamentare sociali-
sta, costretto a negargli il proprio voto dallintransigenza della direzione del Psi. Di conseguenza e-
gli era obbligato ad appoggiarsi su una maggioranza che andava dai liberal-democratici ai popolari;
questi erano contrari alla nominativit dei titoli (sgradita al Vaticano perch avrebbe leso i suoi inte-
ressi finanziari) e si indussero a dare il loro voto al progetto ministeriale solo in cambio
dellimpegno di istituire lesame di Stato nelle scuole secondarie, il che voleva dire la sostanziale
parificazione dellistruzione privata e confessionale a quel la pubblica.

La questione di Fiume
Le sue doti di intuito e di equilibrio permisero tuttavia a Giolitti di superare il delicato frangente
delloccupazione delle fabbriche, e anche di risolvere la questione di Fiume. Il 12 novembre 1920 i
governi italiano e iugoslavo firmavano infatti il trattato di Rapallo, che faceva di Fiume uno Sta-
to libero, attribuiva allItalia Zara e alcune isole dalmatiche, e stabiliva la frontiera sulle Alpi Giu-
lie, con linclusione di quasi mezzo milione di slavi entro il territorio italiano. DAnnunzio per non
riconobbe il patto e Giolitti ricorse allora allazione di forza ordinando alle truppe italiane di attac-
care Fiume il 24 dicembre 1920; dopo pochi giorni di scontri (il cosiddetto Natale di sangue) la
resistenza dei legionari fu vinta, e il poeta e i suoi uomini, disarmati, dovettero lasciare la citt.

Le elezioni amministrative
Qualche settimana pri ma, il 31 ottobre e il 7 novembre 1920, si erano svolte le elezioni per il rinno-
vo dei consigli comunali e provinciali. A prima vista i risultati della consultazione sembrarono con-

1
NdC. Don Luigi Sturzo aveva fondato nel 1919 il Partito Popolare Italiano.

v
fermare il successo toccato ai socialisti e ai cattolici nelle elezioni del novembre 1919: i due partiti
di massa si assicurarono infatti la direzione del 44% dei consigli comunali, concentrati essenzial-
mente nellItalia centro-settentrionale.
A ben guardare le elezioni amministrative segnarono invece un primo momento di flessione per il
Psi, con un arretramento lieve ma diffuso nei grandi centri, nei quali riusc a prevalere soltanto a
Milano e a Bologna. Nelle altre citt maggiori si affermarono invece i blocchi nazionali, conclusi
in funzione antisocialista dalle forze liberal-conservatrici con lappoggio generalizzato dei fascisti,
che per loccasione elettorale avevano anche costituito squadre di vigilanza preludio del succes-
sivo fenomeno dello squadrismo.

La nascita del Partito comunista


Lincipiente crisi socialista fu aggravata di l a qualche mese dalla scissione della frazione di estre-
ma sinistra avvenuta il 21 gennaio 1921 nel congresso di Livorno, dalla quale prese origine il
Partito comunista dItalia, che sarebbe poi divenuto il maggiore antagonista del fascismo. Il nuo-
vo organismo politico, minoritario rispetto al Psi (i suoi aderenti erano circa 40.000), nasceva dalla
confluenza della corrente astensionista di Bordiga, del gruppo dellOrdine nuovo, della maggio-
ranza degli aderenti alla Federazione giovanile socialista, e di alcune frange dei massimalisti2.
Al di l della diversit delle esperienze ideali e pratiche questi uomini erano accomunati dalla con-
vinzione, carica di tensione morale e quasi mistica, che lincapacit del Partito socialista di elabora-
re una strategia rivoluzionaria vincente imponesse un drastico rinnovamento. Appariva cos neces-
sario costruire un partito nuovo, capace di guidare le masse, accentrato e disciplinato, ispirato al
marxismo concepito come guida per trasformazione rivoluzionaria della societ e plasmato quindi
sul modello indicato da Lenin e dalla Terza Internazionale.

11. IL FASCISMO: BASI DI MASSA E VIOLENZA


Ceti medi e fascismo
Tra la fine del 1920 e linizio del 1921 il movimento di Mussolini si dimostr in grado di approfitta-
re della nuova stagione politica, caratterizzata sul piano interno dalla flessione della spinta rivendi-
cativa di operai e contadini e dai primi sintomi di riflusso del movimento socialista, e sul piano eu-
ropeo dallinsuccesso della linea rivoluzionaria della Terza Internazionale.
Il fascismo esercit anzitutto la sua forza di attrazione sulla massa della piccola e media borghesia
urbana: ex combattenti delusi; negozianti e commercianti irritati dalla concorrenza delle cooperative
rosse e bianche; impiegati, tecnici, insegnanti animati da sensi di rivalsa nei confronti degli operai
considerati privilegiati perch difesi dalle loro organizzazioni sindacali e insofferenti degli
scioperi, specie quando si allargavano ai servizi pubblici; piccoli risparmiatori colpiti dallinflazio-
ne. Questi strati videro cos nel fascismo la possibilit di allontanare la minaccia del declassamento,
di uscire dalla loro condizione di subalternit politica e di affermare il proprio ruolo nella societ,
inserendosi in una struttura politica che si presentava come movimento di reazione antisocialista e
antidemocratica.

Latteggiamento degli industriali


Nello stesso tempo Mussolini cominci a divenire un interlocutore valido anche per una parte del
mondo industriale, sensibile alle affermazioni fasciste sulla necessit di anteporre le esigenze della
produzione nazionale alla conflittualit sindacale e di conciliare gli interessi dei produttori superan-
do gli schemi della lotta di classe in un clima di disciplina sociale. E questa convergenza dimo-
strata anche dai sostanziosi finanziamenti versati dagli imprenditori ai fasci si accentu dopo

2
NdC. I massimalisti appartenevano a quella corrente del socialismo italiano che intendeva ottenere il massimo
previsto dal programma di partito, anche attraverso linsurrezione del proletariato.

vi
loccupazione delle fabbriche, che aveva messo in discussione il potere di gestione delleconomia
industriale e che secondo il padronato non era stata fronteggiata con la necessaria energia dallo Sta-
to liberale.

Il fascismo e le campagne
Il passaggio del fascismo a fenomeno di massa avvenne dapprima nelle campagne della Padania e
della Puglia e in Toscana. In queste zone i fascisti poterono far leva sul desiderio di rivincita che
metteva grandi proprietari e affittuari contro le organizzazioni sindacali; ma essi giocarono abilmen-
te anche sui contrasti interni che dividevano i lavoratori della terra. Una parte dei mezzadri (quelli
che impiegavano manodopera salariata sui loro poderi), dei coloni e degli stessi salariati era infatti
stanca dei metodi a volte discutibili come le limitazioni alle prestazioni lavorative dei compo-
nenti il nucleo famigliare praticati dalle leghe per disciplinare il mercato del lavoro. E su questi
stessi strati cominciava anche a far presa il demagogico slogan della terra a chi la lavora usato dal
fascismo.

Violenze e spedizioni punitive


Lo strumento impiegato dai fascisti per abbattere le organizzazioni sindacali nelle campagne
prima quelle socialiste e poi anche quelle cattoliche fu la spedizione punitiva. Le squadre delle
camicie nere, montate su camion e munite di armi da fuoco e di randelli (i manganelli partiva-
no da un centro urbano verso le localit circostanti dove pi forte era la presenza socialista e sinda-
cale per attaccare e distruggere spesso con la tolleranza delle autorit statali Camere del lavo-
ro, leghe, circoli, cooperative, Case del popolo; i drigenti sindacali e politici e gli amministratori
rossi erano costretti a rassegnare le dimissioni, a bere olio di ricino e talora a emigrare (il cosiddetto
bando). E in alcune province, come in quella di Ferrara, i braccianti, rimasti senza capi e senza
possibilit di difendersi , passarono nelle organizzazioni sindacali fasciste.

Loffensiva del fascismo


Loffensiva delle squadre, iniziata alla fine delle sanguinose provocazioni inscenate dai fascisti a
Bologna e a Ferrara dopo la conquista socialista di quei municipi, dilag nella prima met del 1921,
con migliaia di spedizioni punitive che distrussero le strutture sindacali, politiche e amministrative
socialiste. La rapida vittoria fu resa possibile da pi ragioni. Anzitutto ci fu la sottovalutazione del
fenomeno da parte dei socialisti, convinti che si trattasse di una forma di reazione pi violenta di al-
tre del passato, ma non destinata a durare e controllabile da parte dello Stato. E questa convinzione
spiega le disposizioni date dal partito ai suoi militanti di non reagire alle aggressioni per non esten-
dere le fiamme della guerra civile.
Vi erano poi la connivenza coperta e talora anche lappoggio palese ai fascisti delle autorit civili e
militari, pronte invece a reprimere i tentativi di autodifesa dei lavoratori (come avvenne con gli
Arditi del popolo, formazioni popolari organizzatesi nel corso del 1921, con lappoggio degli a-
narchici). E va infine rilevato il carattere militarmente professionale dellazione squadristica che,
coordinata da ex ufficiali, si basava sullattacco improvviso condotto con forze ammassate da pi
parti contro singoli obiettivi (prima Comuni e poi intere province), i quali cadevano uno dopo laltro
prima di poter opporre una difesa coordinata.

Lo sviluppo dellavanzata del fascismo


Espugnate le roccaforti rosse delle campagne dellItalia settentrionale e centrale, dalla met del
1921 i fascisti cominciarono a penetrare pi largamente nel Mezzogiorno, grazie allappoggio dei
gruppi clientelari e trasformistici disposti a passare dalla parte dei vincitori; mentre lazione squa-
dristica investiva anche i centri maggiori, ma con successo pi limitato perch la concentrazione
nelle fabbriche e il superiore livello di organizzazione dei lavoratori di citt come Milano, Torino e
Genova permetteva loro di opporre una resistenza assai pi efficace.

vii
La debolezza del governo Giolitti
Il governo Giolitti tenne un atteggiamento di sostanziale debolezza verso il fascismo, e non ne con-
trast come avrebbe potuto lazione eversiva. Giolitti non era un reazionario, e non intendeva
identificarsi con le posizioni della destra eversiva nazionalista e fascista, per la quale non nutriva
alcuna simpatia. Ma, educato come era a una concezione parlamentare e di vertice della vita pubbli-
ca, gli sfuggivano le modificazioni di fondo e le nuove dimensioni di massa della politica italiana; e
si lasci quindi guidare dal calcolo illusorio che il fascismo giudicato un fatto transitorio po-
tesse essere utilizzato come contrappeso al socialismo, salvo poi metterlo da parte a normalizzazio-
ne avvenuta.
Allinterno di questa logica Giolitti sciolse quindi la Camera e indisse nuove elezioni per il 15 mag-
gio 1921, nellintento di ridurre il peso parlamentare dei popolari e soprattutto del Psi, che si trova-
va in una posizione difficile in seguito alla scissione di Livorno e alloffensiva fascista.

Le elezioni del maggio 1921


I partiti liberali e delle varie gradazioni della democrazia costituzionale affrontarono la prova e-
lettorale con la formazione di blocchi nazionali, aperti sulla destra ai fascisti, che presentarono
unottantina di loro candidati. Il piano giolittiano ebbe un successo solo parziale. Larretramento
della sinistra ci fu, ma in misura inferiore a quella sperata, perch essa ottenne 138 seggi rispetto ai
156 del 1919 (123 socialisti e 15 comunisti; ma il calo percentuale fu maggiore, perch la nuova
Camera era passata da 508 a 535 seggi); mentre ai popolari andarono 108 deputati rispetto ai 100
precedenti. I blocchi ebbero 265 deputati, ma di questi 10 toccarono ai nazionalisti e 35 ai fasci-
sti, che furono i veri vincitori e che approfittarono dello spostamento a destra in atto nel Paese. Gio-
litti riconobbe il fallimento del suo piano, e di fronte alla difficolt di governare con una maggio-
ranza eterogenea, il 27 giugno rassegn le dimissioni.

Il governo Bonomi
Al governo Giolitti segu quello presieduto da Ivanoe Bonomi (luglio 1921 - febbraio 1922), il qua-
le nel 1912 era stato tra i fondatori del Partito socialista riformista e nel 1914-15 uno dei pi cal-
di sostenitori dellinterventismo democratico. Anche Bonomi cerc di recuperare il fascismo
nellarea della legalit utilizzandolo al tempo stesso in funzione antisocialista; e in questa ottica la-
vor a un patto d pacificazione tra fascisti e socialisti (firmato dalle due parti il 2 agosto 1921),
che avrebbe dovuto porre fine al clima di guerra civile.
Il patto era stato voluto anche da Mussolini, il quale intendeva cos dare un nuovo volto legalitario
al fascismo e tenersi aperta la strada per lentrata nellarea governativa; ma fu invece respinto dai
capi del fascismo agrario e dello squadrismo (i cosiddetti ras), che intendevano concludere
lopera di distruzione delle organizzazioni di sinistra. Ne segu allinterno del movimento una breve
crisi con le temporanee dimissioni di Mussolini dalla Commissione esecutiva dei fasci , su-
perata con la vanificazione dellaccordo, che non fu rispettato dalle squadre, le quali proseguirono
le loro sistematiche violenze.

viii
12. LAGONIA DELLO STATO DEI E LA MARCIA SU ROMA
Il fascismo da movimento a partito; il nuovo programma
Il fascismo andava intanto estendendo la sua presa, faci1itato anche dalla crisi economica attraver-
sata dallItalia tra la fine del 1921 e linizio del 1922; ci indusse Mussolini a decidere la trasforma-
zione del suo movimento in partito (il Partito nazionale fascista, Pnf), avvenuta al congresso di
Roma del novembre 1921.
Il nuovo partito, forte ormai di circa 300.000 aderenti, abbandon definitivamente la coloritura de-
magogica e la fraseologia di sinistra delle origini, per presentarsi esplicitamente come una forza di
destra. Nel programma definitivo venivano posti al vertice dei valori la Nazione e lo Stato, incar-
nazione della Nazione; si accentuava poi limportanza della produzione economica, che avrebbe
dovuto essere sviluppata per mezzo delle Corporazioni, organismi interclassisti cui era demanda-
ta lelezione di Consigli tecnici nazionali. Al tempo stesso Mussolini, intenzionato a ottenere
lappoggio della Chiesa, abbandon lanticlericalismo iniziale; e per superare le ultime diffidenze
della Corona rinunci anche alla pregiudiziale repubblicana.

Il governo Facta e la scissione dei socia riformisti


Intanto si consumava lagonia dello Stato liberale, un organismo ormai minato dalla crisi di autorit,
dal distacco fra lopinione pubblica borghese e il Parlamento, dalla difficolt di coagulare salde
maggioranze capaci di esprimere un governo deciso a ristabilire la legalit. Perdurava infatti la con-
trapposizione netta tra cattolici e socialisti massimalisti, mentre il Partito popolare e Sturzo diffi-
davano di Giolitti, al quale preclusero il ritorno al potere dopo le dimissioni di Bonomi (1 febbraio
1922), vittima della instabilit della Camera. Si dovette cos ripiegare sullaffidamento dellincarico
al giolittiano Luigi Facta, una scialba figura di secondo piano, privo dellenergia richiesta dalla gra-
vit del momento.
E quando lala dei socialisti fedeli a Turati si mostr disposta, anche a costo di rompere con i mas-
simalisti, a collaborare a un governo che svolgesse una politica antifascista era ormai troppo tardi;
cos che a nulla servi la scissione dei riformisti collaborazionisti, decisa nel congresso del Psi di
Roma (1- 4 ottobre 1922), con la costituzione del Partito socialista unitario italiano (Psui, cui
aderirono 61 deputati e che ebbe per segretario Matteotti
Il fascismo si era cos aperto la strada per la conquista del potere, in un crescendo di scenografiche
adunate, di occupazioni di citt (da Ferrara a Bologna a Cremona) e di sopraffazioni che toccarono
il culmine dopo il fallimento del cosiddetto sciopero legalitario del l - 3 agosto, indetto per fron-
teggiare loffensiva fascista.

La mobilitazione delle squadre: la marcia su Roma


Il 13 agosto si costitu un comando unificato delle formazioni militari fasciste, dando cos carattere
ufficiale a un esercito privato illegale ma tollerato dal governo. Il 27 ottobre cominci la mobilita-
zione di queste forze, che il 28 dovevano convergere su Roma agli ordini di un Quadrumvirato
composto da Italo Balbo, comandante delle squadre ferraresi, Cesare Maria De Vecchi, capo dei fa-
scisti torinesi e convinto monarchico, Emilio De Bono, comandante di corpo darmata durante la
guerra, e Michele Bianchi, segretario del partito.
In un tardivo soprassalto di energia, Facta propose allora a Vittorio Emanuele III di proclamare lo
stato dassedio e di bloccare la marcia su Roma con lesercito; ma il re, insicuro dellobbedienza
delle forze armate, rifiut di firmare il decreto e prefer sanzionare la vittoria fascista chiamando a
Roma Mussolini per affidargli la formazione del nuovo governo. Il fascismo assumeva quindi il po-
tere con un larvato colpo di Stato reso possibile dal cedimento del re, sul quale ricade una forte re-
sponsabilit per lavvento di Mussolini al vertice dello Stato e linizio del ventennio.

ix
Rivoluzione e reazione
Si concludeva cos la lunga crisi iniziata nel 1914, con un esito che non era una rivoluzione, co-
me sostennero i fascisti, ma una reazione di fronte al movimento operaio e al socialismo. Questa re-
azione ebbe per un carattere peculiare, cio lampiezza delle sue basi di massa e una relativa lar-
ghezza di consensi, dovute al fatto che il fascismo riusc a saldare intorno a s un blocco sociale che
andava da larghi settori del mondo imprenditoriale e del padronato agrario ai ceti della piccola e
media borghesia (impiegati privati e pubblici, commercianti, professionisti), influenzando anche
strati dellindustria e delle campagne.

x
IL FASCISMO AL POTERE (pp. 667-689 del testo originale)

1. Il FASCISMO VERO LA DITTATURA


Il Governo Mussolini
Dopo la marcia su Roma, il fascismo sino al gennaio 1925 non oper sul piano istituzionale una rot-
tura brusca con le forme dello Stato liberale. Il governo costituito il 30 ottobre 1922 da Mussolini,
pur accentuando il ruolo personale del duce (che tenne per s il ministero dellinterno e quello
degli esteri), fu infatti di larga concentrazione; in esso accanto a fascisti e nazionalisti figuravano
infatti esponenti liberali, popolari e alla guerra e alla marina due militari di grande prestigio,
Cadorna Paolo Thaon di Revel.
Ma nella sostanza si fece invece presto chiara quella volont del fascismo di rafforzare sempre pi il
suo potere che avrebbe portato nel giro di pochi anni allintroduzione di un regime autoritario e to-
talitario. Del resto lo stesso Mussolini nella presentazione del nuovo ministero alla Camera aveva
lasciato pochi dubbi sulle sue intenzioni: Potevo fare di questaula sorda e grigia un bivacco di
manipoli, sono le sue parole potevo sprangare il Parlamento e costituire un governo esclusi-
vamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto.

Un regime autoritario
Mussolini anzitutto esautor la Camera della maggior parte delle sue funzioni con una legge del 3
dicembre 1922 che, attribuendo amplissimi poteri al governo per riordinare il sistema tributario e la
pubblica amministrazione, permise di realizzare un riassetto della burocrazia in senso gerarchico e
accentratore. Al tempo stesso, si procedette allo smantellamento della legislazione sociale varata nei
primi anni del dopoguerra, coronando questa azione con una misura emblematica del nuovo clima:
labolizione della festa del lavoro del 1 maggio e la sua sostituzione con il Natale di Roma (21
aprile).

Il Gran Consiglio
Ma un carattere assai pi decisamente eversivo del vecchio ordine costituzionale ebbe la istituzione
del Gran Consiglio del fascismo, una sorta di supergoverno formato da esponenti fascisti, incari-
cato di preparare i principali provvedimenti legislativi, che fino alla sua legalizzazione (1928) fun-
zion come puro organo di fatto. Altrettanto grave fu la trasformazione delle squadre in Milizia
volontaria per la sicurezza nazionale (gennaio 1923), diretta a creare un esercito privato al servizio
di Mussolini.

La fusione con i nazionalisti


Sempre nel 1923 la capacit di aggregazione del fascismo fu rafforzata grazie alla fusione con i na-
zionalisti, i quali gli fornirono una pi meditata e organica elaborazione dottrinale incentrata
sullidea di una comunit nazionale di produttori coesa e disciplinata, in grado di proiettarsi
allesterno come volont di potenza statuale. Al tempo stesso allinterno del partito cresceva sempre
pi lautorit di Mussolini, il solo in grado di mediare i contrasti che opponevano revisionisti e
intransigenti: i primi disponibili a un inserimento del fascismo nel filone della politica conserva-
trice delle vecchie classi dirigenti, gli altri decisi a trasformare invece in senso fascista Stato e isti-
tuzioni.

Lestromissione dei popolari dal governo


Mentre nel paese continuavano le violenze squadristiche contro le organizzazioni politiche e sinda-
cali della sinistra, Mussolini impieg le sue capacit manovriere per indebolire il Partito popola-
re, che costituiva ancora una notevole forza democratica nonostante la presenza al suo interno di

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unala di destra clericale e filo-fascista, che dopo la met del 1923 fin per staccarsi dal partito. I
popolari vennero cos estromessi dal governo (23 aprile 1923) e poco pi tardi Sturzo, non sostenu-
to dal Vaticano, fu costretto a dimettersi dalla carica di segretario politico.
Al tempo stesso Mussolini lavor a guadagnarsi i favori della Santa Sede con una serie di provve-
dimenti che dovevano tornarle graditi: il lancio di una campagna contro la Massoneria; il salvatag-
gio dal dissesto del Banco di Roma, legato alle finanze vaticane; lapprovazione della riforma della
scuola preparata da Giovanni Gentile, che accoglieva richieste tradizionali dei cattolici come
lesame di Stato, linsegnamento della religione nelle scuole elementari, la presenza del crocefisso
nelle aule.

La legge Acerbo; le elezioni dellaprile 1924


Il coronamento dellazione di Mussolini in questi mesi fu la legge elettorale elaborata dal sottose-
gretario Giacomo Acerbo che, con ladozione del maggioritario, assegnava due terzi dei seggi della
Camera (cio 356) alla lista che aveva ottenuto il maggior numero di voti, e il restante terzo, da ri-
partire su base proporzionale, alle liste rimaste soccombenti.
Le elezioni si tennero il 6 aprile 1924, dopo una campagna elettorale caratterizzata da intimidazioni
e violenze. Le liste del Pnf, in cui entrarono anche un centinaio di candidati liberal-democratici
fiancheggiatori, tra cui Salandra e Orlando, ottennero il 65% dei voti e 374 deputati, di cui 275 i-
scritti al partito. Le altre liste, il Partito Popolare (9%), il Psu (5,9%) il Psi (5%), il PCdI (2,7%)
persero complessivamente circa la met dei suffragi del 1921.
Assai pi forte fu la falcidia dei gruppi liberali e democratici (tra cui quello di Giolitti); questi vide-
ro diminuire di due terzi il loro elettorato, soprattutto in seguito al travaso nel listone fascista di
una gran parte di quei voti di natura clientelare del Mezzogiorno che in passato avevano contribuito
a formare le maggioranze parlamentari di Depretis, Crispi e Giolitti. Va per rilevato che in Pie-
monte, Liguria, Lombardia e Veneto le liste di minoranza ebbero pi voti di quelle fasciste; e questo
prova che il fascismo incontrava una forte resistenza nelle classi lavoratrici di quelle regioni.

Lopposizione parlamentare; lassassinio di Matteotti e lAventino


Nella nuova Camera le opposizioni si attestarono su un terreno di rigorosa intransigenza antifasci-
sta, soprattutto con i discorsi del socialista Giacomo Matteotti che denunci le illegalit e le sopraf-
fazioni della campagna elettorale, e di Giovanni Amendola, il coraggioso leader liberal-
costituzionale.
La risposta fu lassassinio di Matteotti, rapito a Roma il 10 giugno 1924 da una squadra di sicari fa-
scisti. Il delitto, di cui Mussolini aveva la responsabilit per lo meno indiretta, sollev nel paese una
profonda ondata di indignazione, che parve vanificare buona parte dei consensi che il fascismo si
era fino ad allora procurati; le opposizioni abbandonarono i lavori parlamentari e iniziarono quella
secessione che, con una reminiscenza della storia romana, fu chiamata 1Aventino.
Ma la linea politica degli aventiniani, valida sul piano morale, manc di concretezza. Per abbattere
il fascismo gli aventiniani puntarono infatti le loro carte non su forme di azione diretta ma su una
campagna giornalistica concentrata sulla questione morale e su un intervento della corona che a-
vrebbe dovuto preparare nuove elezioni in un clima di maggiore libert. Vittorio Emanuele III ri-
conferm invece la sua fiducia in Mussolini, e il fascismo pot cos risalire la corrente, grazie anche
alla neutralit del Vaticano e allappoggio dei conservatori, degli ambienti economici e dei circoli
militari, timorosi di una ripresa delle forze di sinistra.

Verso la dittatura: la liquidazione dello Stato liberale


Il 3 gennaio 1925 Mussolini si present quindi in Parlamento per assumersi la piena responsabilit
politica, morale, storica di quanto era accaduto e per annunciare una soluzione di forza della crisi.

xii
Lopposizione aventiniana, priva dellappoggio del re, era ormai impotente, nonostante la tardiva
resipiscenza di Giolitti e Salandra, che abbandonarono latteggiamento di favoreggiamento del fa-
scismo; il Partito popolare era stato lasciato a se stesso dal Vaticano; e i partiti di ispirazione socia-
lista non erano in grado di contrastare con efficacia lazione fascista.
Mussolini pot cos procedere senza grandi resistenze alla liquidazione delle strutture residue dello
Stato, liberale e alla costruzione dello Stato fascista, con una radicale eversione delle istituzioni nate
e cresciute dopo la formazione dellunit nazionale. Questa rottura, che va giudicata come una deci-
sa interruzione nella continuit della vita statuale, non risparmi lo Statuto albertino del 1848,
che non venne abolito formalmente ma fu violato in pi punti e annullato nel suo spirito.

2. LE PREMESSE DELLO STATO TOTALITARIO


La nuova ondata squadristica; lo scioglimento della Massoneria
Nei mesi successivi al discorso del 3 gennaio si svilupp una seconda ondata squadristica fa-
vorita dal nuovo segretario del PNF, Roberto Farinacci, ras del Cremonese e fautore della linea
dura , alla quale si accompagn un rincrudimento della repressione poliziesca, che fin per an-
nullare i residui, scarsi margini di libert di organizzazione. Nel corso di queste nuove spedizioni
punitive fu aggredito Amendola, che aveva da poco creato la Unione nazionale democratica per
cercar di dare nuovi, pi avanzati contenuti al liberalismo, e che mor poco dopo per le lesioni ripor-
tate.
Il giro di vite coinvolse anche le logge massoniche, la forma di associazione politica pi ramificata
della borghesia italiana; e quindi alla fine del 1925 la Massoneria, che aveva stretti addentellati con
il mondo demo-liberale e il Partito repubblicano, fu costretta a sciogliersi e a disperdersi.

La fascistizzazione della stampa


La fascistizzazione investi anche la stampa. Mentre i fogli delle op posizioni dal popolare Popo-
lo al socialista Avanti! alla comunista LUnit erano sottoposti a ricorrenti sospensioni e
sequestri, i quotidiani di informazione e di opinione dovettero assumere una linea di attiva adesione
al fascismo; anche il milanese Corriere della sera e la torinese Stampa, i pi importanti giornali
italiani, che avevano mantenuto un atteggiamento antifascista, furono costretti a cambiare i loro di-
rettori (Luigi Albertini e il senatore Alfredo Frassati) e ad adeguarsi alle direttive del governo.

Le leggi fascistissime del 1926


Il colpo mortale alle libert fu inferto dalle leggi fascistissime emanate dopo lattentato contro
Mussolini compiuto a Bologna dal sedicenne Anteo Zamboni (subito ucciso a pugnalate dai fascisti
presenti) il 31 ottobre 1926. Quei provvedimenti contemplavano tra laltro lo scioglimento di tutti i
partiti antifascisti; la revoca a tempo indeterminato delle pubblicazioni periodiche contrarie al fasci-
smo; lintroduzione della pena di morte per chi attentasse alla vita dei regnanti e del capo del go-
verno; la creazione del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, formato da ufficiali della milizia
e delle forze armate e competente per i delitti contro le personalit dello Stato (vale a dire per gli
atti di opposizione al fascismo); listituzione del confino di polizia per gli antifascisti.
Contemporaneamente la maggioranza fascista della Camera dichiar decaduti dal mandato parla-
mentare 120 deputati aventiniani e del Partito comunista, con una decisione che segn la fine del-
la vita legale dei partiti democratici. N fu risparmiato il principio dellautogoverno locale, perch
gi tra il febbraio e il settembre 1926 due leggi avevano abolito il carattere elettivo degli organismi
di governo Comuni; al sindaco fu cos sostituito un podest di nomina regia assistito da consulto-
ri municipali nominati dal prefetto, sulla base di un ordinamento accentratore che nel 1928 sar e-
steso anche alle amministrazioni provinciali.

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Il rafforzamento del potere personale di Mussolini
Parallelamente procedette la modificazione delle istituzioni di vertice, voluta da Mussolini per raf-
forzare il proprio potere allinterno dello Stato. Una legge del 24 dicembre 1925 istitu infatti la fi-
gura del capo del governo, nominato e revocato dal re e non pi responsabile davanti Parlamento.
Il primo ministro quindi non era pi un primus inter pares (primo tra i pari), ma un personaggio dal-
le amplissime competenze che svuotavano la funzione delle Camere (anche perch nessuna legge
poteva essere posta allordine del giorno del Parlamento senza previa autorizzazione del capo del
governo), limitavano le stesse prerogative della Corona e abrogavano il principio della solidariet e
della collegialit ministeriali.

Le leggi elettorali del 1928


Il riordinamento istituzionale in direzione autoritaria fu completato nel 1928 con due leggi che se-
gnavano il completo distacco del regime fascista dal sistema politico introdotto con lo Statuto alber-
tino del 1848. La prima, una nuova legge elettorale, subordinava definitivamente la Camera al fa-
scismo, con listituzione di una lista unica di 400 candidati scelti dal Gran Consiglio sulla base di
proposte fatte dalle Confederazioni dei sindacati fascisti e dei datori di lavoro e sottoposta in
blocco a una approvazione plebiscitaria.
La seconda dava una sanzione costituzionale al Gran Consiglio, chiamato non solo a nominare le
alte cariche del Pnf, ma anche a esprimere un parere obbligatorio su materie quali la successione al
trono e la designazione delle persone idonee ad assumere la carica di capo del governo: attribuzioni
queste che umiliavano la Corona e provocarono risentimento negli ambienti monarchici. Il Gran
Consiglio fu per convocato sempre pi raramente e fin per perdere il suo rilievo politico, cos che
la vita del paese venne regolata dalle decisioni del duce, il capo carismatico.

La subordinazione del Partito fascista allo Stato


Nel corso di questa ristrutturazione di cui fu principale artefice Alfredo Rocco, il giurista ex na-
zionalista teorico dello Stato autoritario fu gradatamente superato il dualismo tra Pnf e Stato, con
una diminuzione del ruolo del primo e la subordinazione dei suoi gerarchi (come si cominciarono
a chiamare i capi fascisti) alle autorit di governo centrali e periferiche. Sintomatici di tale tendenza
allassorbimento del partito nello Stato furono lemarginazione dello squadrismo e lassegnazione
del controllo e della repressione delle attivit antifasciste agli organi di polizia e allOVRA, la po-
tente e misteriosa organizzazione della polizia politica segreta.

La regolamentazione delle relazioni industriali


Un carattere radicalmente innovatore rispetto alla prassi liberale ebbe infine il proposito di regolare
i rapporti tra imprenditori e lavoratori attraverso le decisioni e larbitrato di organi dello Stato e non
pi attraverso le mediazioni della societ civile. A spingere verso la regolamentazione dallalto del-
le relazioni industriali contribu, al di l dellideologia propria al fascismo, la ripresa dei sindacati di
classe nei primi mesi del 1925, dimostrata dal successo dello sciopero dei metalmeccanici in Lom-
bardia e Piemonte e dai risultati delle elezioni per le commissioni interne della FIAT del maggio,
nelle quali le liste comuniste ottennero la maggioranza relativa.

Il Patto di Palazzo Vidoni


La Confederazione dei sindacati fascisti e la Confindustria, che di l a poco si inseri ufficialmente
nel fascismo, firmarono cos a Roma il 2 ottobre 1925 il patto di Palazzo Vidoni (dal nome
delledificio dove fu siglato), che costitu la premessa dellordinamento corporativo. Le due Confe-
derazioni si riconoscevano reciprocamente la rappresentanza esclusiva delle maestranze e degli in-
dustriali; e stabilivano che quindi i rapporti contrattuali fossero di competenza soltanto delle orga-
nizzazioni da esse dipendenti; venivano inoltre abolite le commissioni interne, estromettendo con

xiv
ci il sindacato da qualsiasi potere dl intervento nellambito dellazienda, che vedeva riconosciuta la
struttura autoritaria.
Laccordo fu integrato poco dopo da norme di legge che sanzionavano il monopolio della rappre-
sentanza dei lavoratori a favore dei sindacati fascisti, proibivano la serrata e lo sciopero, istituivano
una speciale Magistratura lavoro che avrebbe poi funzionato in maniera assai limitata per
conciliare le controversie relative ai rapporti collettivi di lavoro; fu inoltre prevista la creazione, che
si far attendere fino al 1934, di Corporazioni quali organi centrali di collegamento tra le associa-
zioni di imprenditori e lavoratori.

La Carta del lavoro e lo scioglimento delle Confederazioni sindacali cattoli-


ca e socialista
Il culmine propagandistico di questa disciplina dallalto delle relazioni fra capitale e lavoro fu la
Carta del lavoro (21 aprile 1927), una dichiarazione programmatica del Gran Consiglio che
dava norme generali sulla contrattazione e sui rapporti di lavoro. Il documento accoglieva alcune
rivendicazioni tradizionali del movimento operaio in materia di riposo settimanale, di ferie, di in-
dennit di licenziamento, ma non divenne mai legge dello Stato, quindi la sua efficacia pratica rest
assai scarsa; esso dette peraltro il colpo di grazia alle gi indebolite centrali sindacali non fasciste
cos che la Cil si sciolse alla fine del 1926 e la CGcIL ne segui lesempio nel gennaio 1927.
Anche il ruolo dei sindacati fascisti drasticamente ridimensionato alla fine del 1928 dal cosiddetto
sbloccamento, ossia lo scioglimento della Confederazione unica e dalla sua sostituzione con sei
Confederazioni settoriali, che avevano come potente interlocutore la Confederazione degli indu-
striali, rimasta unitaria; questa azione di freno accrebbe il potere contrattuale degli imprenditori,
che per tutta la durata del fascismo si trovarono cos in una posizione di forza.

La Conciliazione tra Stato e Chiesa


Per allargare le basi del consenso al suo regime, Mussolini coron con i Patti Lateranensi sotto-
scritti l11 febbraio 1929 tra lo Stato italiano e la Santa Sede, lavvicinamento alla Chiesa cattolica
iniziato dal 1922. La Conciliazione poneva fine allannosa questione romana, che per non rive-
stiva pi quel carattere di acutezza che aveva assunto negli ultimi trentanni dellOttocento.
Laccordo fu inoltre facilitato dal fatto Pio X (Achille Ratti), elevato al soglio pontificio nel 1922,
era un pontefice dal carattere autoritario, profondamente avverso al liberalismo e al comunismo (del
quale aveva avuto unesperienza abbastanza diretta quando nel l919-20 era stato nunzio apostolico a
Varsavia), e disposto a patteggiamenti con una forza antidemocratica come il fascismo pur d fron-
teggiare il pericolo rosso in Europa.

Il Concordato
I Patti Lateranensi constavano dun trattato e di un concordato. Il trattato in virt del quale la
Chiesa riconosceva lo Stato italiano con Roma capitale abrogava la legge delle guarentigie3,
creava lo Stato della Citt del Vaticano, al quale assicurava ampie garanzie in campo nazionale e
internazionale, e liquidava con il versamento di 1 miliardo e 750 milioni di lire (una somma eleva-
tissima, dato il valore della lira in quel tempo) i crediti vantati dalla Santa Sede verso lItalia in se-
guito agli espropri di beni religiosi compiuti nei primi anni unitari.
Il Concordato riaffermava anzitutto il carattere cattolico dello Stato italiano, assicurava alla Santa
Sede il libero esercizio del potere spirituale e sanzionava il riconoscimento giuridico degli ordini re-
ligiosi. Ma le clausole pi rilevanti perch intaccavano il carattere laico della legislazione civile, e-
rano quelle che attribuivano effetti civili al matrimonio religioso indissolubile e introducevano an-

3
NdC. Si tratta di una legge del 1871 introdotta dopo la presa di Roma per stabilire garanzie e poteri del papato, ma
mai da questo accettato.

xv
che nelle scuole secondarie linsegnamento della dottrina cattolica, proclamata fondamento e coro-
namento dellistruzione pubblica.

I risultati dei Patti Lateranensi


I Patti lateranensi risultarono pi vantaggiosi per il Vaticano che per lo Stato, perch questo rinun-
ci a una parte dei suoi poteri sovrani e accord ampi privilegi al clero e alla Chiesa, che ottenne
anche il riconoscimento formale dellAzione cattolica, potenziata da Pio X per rafforzare il con-
trollo sul laicato: una concessione importante in un paese dove non esisteva pi la libert di associa-
zione. Il fascismo per consegu a sua volta il pieno riconoscimento da parte della Santa Sede e raf-
forz quindi la sua posizione sia allinterno che sul piano internazionale; i contemporanei giudica-
rono infatti la Conciliazione come unalleanza tra la Chiesa e il regime di Mussolini (definito da Pio
XI luomo posto sul suo cammino dalla provvidenza).

Il plebiscito del 1929


In questo clima di rafforzamento del regime si tennero il 24 marzo 1929 le elezioni generali sulla
base della nuova legge elettorale del 1928; non si tratt per di libere consultazioni, ma di un plebi-
scito rigorosamente controllato dallalto per la lista unica selezionata dal Gran Consiglio, che otten-
ne il 98% dei voti validi.

3. IL REGIME AUTORITARIO DI MASSA


Il Partito nazionale fascista e le sue strutture
Il fascismo, consolidatosi come blocco di potere in cui predominavano gli interessi dei maggiori
gruppi industriali e finanziari, realizz negli anni successivi al 1926 un regime reazionario di nuovo
tipo. Si cre cio uno Stato autoritario fondato su una relativa base di massa, attraverso un processo
storico complesso, ma nel quale era evidente la volont di fondo di controllare rigidamente e dirige-
re i ceti medi e le classi lavoratrici, togliendo loro ogni possibilit di organizzazione autonoma. Gli
strumenti di cui il regime si serv per modellare e inquadrare lItalia per i suoi fini furono il Pnf, e
soprattutto le organizzazioni collaterali.
Il partito, specie durante la segreteria di Achille Starace (1931-39), si gonfi in maniera pletorica
soprattutto dopo che dal 1932 la tessera discrizione divent obbligatoria per i pubblici impiegati (e
di qui il nome di tessera del pane) sino a raggiungere i 2.600.000 aderenti nel 1939. Con la
crescita numerica si verific una massiccia burocratizzazione, che fece del PNF, privato della sua
forte vocazione politica originaria, una macchina mastodontica utilizzata per trasmettere parole
dordine propagandistiche e svolgere funzioni assistenziali.

Il fascismo e la giovent; lo scontro con la Santa Sede per lAzione cattolica


Il regime, che con gli anni and assumendo una facciata sempre pi militaresca, irreggiment poi
dal 1926 la giovent nellOpera nazionale balilla articolata nei balilla (8-12 anni) e negli
avanguardisti (12-18 anni) e nei Fasci giovanili (18-21 anni), assorbiti gli uni e laltra nel
1937 nella Giovent italiana del littorio (Gil): organismi che svolsero una attivit paramilitare,
sportiva e ricreativa.
Anzi, la pretesa del fascismo al monopolio delleducazione della giovent, che lo aveva spinto a
sciogliere nel 1927-28 le altre associazioni giovanili, compresa quella degli Esploratori cattolici, fu
nel 1931 alla base di un grave contrasto tra il governo fascista e la Santa Sede che raggiunse toni
acuti, con devastazioni e violenze da parte fascista; ma dopo qualche mese si arriv a un accordo
che permise allAzione cattolica di continuare la sua attivit, anche se con qualche limitazione.

xvi
I sindacati fascisti; lOpera nazionale dopolavoro
I sindacati fascisti furono in sostanza uno strumento di compressione sociale destinato a impedire
ogni iniziativa dal basso; ma tuttavia, al di l della loro demagogia di facciata e del carattere buro-
cratico (derivante dal fatto che i loro dirigenti erano delegati del governo e del partito), svolsero una
limitata azione positiva per la difesa delle condizioni di vita dei lavoratori.
Una maggiore forza dattrazione sulle masse esercit lOpera nazionale dopolavoro (Ond), costi-
tuita nel 1925 per andare incontro allesigenza, largamente sentita, della ricreazione organizzata nel
tempo libero: un compito cui la rete dopolavoristica fece fronte con cori, gruppi teatrali, spettacoli
cinematografici, gite turistiche collettive (i treni popolari) e soprattutto con il potenziamento delle
attivit ginnico-sportive, cresciute a livelli sconosciuti nel passato.

La propaganda la previdenza sociale


Il fascismo dimostr infine una particolare abilit nellutilizzare spregiudicatamente a fini di pro-
paganda e di indottrinamento i mezzi di comunicazione di massa affermatisi durante il ventennio;
il cinema, con i notiziari di parte (i film Luce e i film politicizzati o quelli di evasione (il filone
dei telefoni bianchi); e la radio, impiegata anche per trasmettere i principali discorsi del duce e
per convogliare ad ascoltarli nelle piazze dItalia le coreografiche adunate oceaniche. E per inca-
nalare dallalto il flusso dellinformazione venne istituito un ministero apposito, quello della cultu-
ra popolare (il famigerato Minculpop), che con le sue veline impartiva ai giornali e alla radio diret-
tive cui era obbligatorio attenersi.
Nel proposito di radicarsi maggiormente nel mondo del lavoro lo Stato fascista potenzi anche lun-
go le linee direttrici gi delineatesi nellet liberale, il sistema previdenziale e assistenziale introdu-
cendo tra laltro lassicurazione obbligatoria contro la disoccupazione, contro la tubercolosi (una
malattia sociale allora endemica) e per la maternit.

La scuola e la riforma Gentile


Cure altrettanto assidue furono poi dedicate alla scuola, per farne un canale di trasmissione dei valo-
ri ideologici del fascismo. Si cominci con la riforma Gentile del 1923, definita da Mussolini la
pi fascista delle riforme, che privilegi la cultura umanistica a detrimento quella tecnica profes-
sionale e scientifica, accentu il carattere selettivo degli studi e introdusse un marcato autoritarismo
nel governo del mondo scolastico.
E il processo prosegu con ladozione del libro di testo unico di Stato per le elementari e con
ladeguamento dei libri di testo delle altre scuole alle direttive del governo e con lobbligo del giu-
ramento di fedelt al re, imposto dapprima ai maestri elementari poi ai professori medi, e nel 1931 a
quelli universitari (e tra questi, circa 1.200, furono lo una dozzina quelli che non si piegarono).

La politica culturale; Giovanni Gentile e la dottrina del fascismo


Da ultimo, per accrescere il suo potere di attrazione e di aggregazione allinterno della societ civi-
le, il regime fascista svilupp una cultura con una sua coerenza interna, nella quale confluirono
gli apporti degli intellettuali del nazionalismo da Rocco a Luigi Federzoni e soprattutto le e-
laborazioni teoriche di Giovanni Gentile.
E fu proprio il filosofo dellattualismo a definire la dottrina del fascismo, allinterno di una impo-
stazione spiritualistica che unificava teoria e pratica, respingeva come disvalori socialismo e demo-
crazia e collegava strettamente il fascismo al Risorgimento, visto come il periodo di maturazione
del senso dello Stato. Al vertice della costruzione di Gentile, vi era infatti lo Stato, uno Stato forte,
realt morale, etica, e non naturale, che subordina a s ogni esistenza e interesse individuale,
non sopprimendoli, ma riconoscendoli come realizzazione della stessa personalit statuale.

xvii
Il Manifesto degli intellettuali fascisti
Indubbiamente lapporto teorico di Gentile ebbe un peso rilevante nellavvicinamento al fascismo di
frazioni del ceto intellettuale italiano. Lo dimostrano le adesioni al Manifesto degli intellettuali fa-
scisti, redatto dal filosofo nel 1925, e i successi della sua intensa opera di organizzatore culturale,
culminata nella valida impresa della grande Enciclopedia italiana da lui diretta e pubblicata tra il
1929 e il 1937 con il concorso finanziario dellindustriale Giovanni Treccani e alla quale collabora-
rono anche molti studiosi non fascisti.

Benedetto Croce e il Manifesto degli intellettuali antifascisti


Tuttavia il fascismo rest una cultura di parte perch non riusc a stabilire una egemonia completa
sugli intellettuali rimasti in Italia, e questo grazie soprattutto allopera di Benedetto Croce. Il filoso-
fo, una volta superato latteggiamento iniziale di benevola attenzione per il fascismo, contrappose al
manifesto gentiliano il Manifesto degli intellettuali antifascisti, e svolse con le sue opere e con le
pagine della Critica (la rivista da lui pubblicata fino al 1944) un coraggioso magistero in difesa
della religione della libert, che contribu a impedire il cedimento completo degli intellettuali di-
nanzi al fascismo.

4. LANTIFASCISMO: EMIGRAZIONE E OPPOSIZIONE CLANDESTINA


La varia ispirazione dellantifascismo
Laccenno a Croce in duce a portare il discorso sullantifascismo, cio sul complesso fenomeno del-
la resistenza al fascismo, alla quale diedero il proprio contributo forze politiche e correnti ideali di
varia matrice, dai comunisti ai cattolici. Si gi parlato dellopposizione al fascismo che venne
condotta fino al 1926 dalle forze di sinistra e da una parte del Partito popolare e delle organizzazio-
ni bianche (tra laltro, il 24 agosto 1923 cadde ucciso dai fascisti il coraggioso arciprete di Argenta,
Giovanni Minzoni).

Piero Gobetti
Ma va anche ricordato che tra gli oppositori spicc per la sua originalit intellettuale Piero Gobetti,
animatore della rivista torinese Rivoluzione liberale (1922-25). A Gobetti, sostenitore di una ri-
fondazione del liberalismo attraverso la creazione di una classe dirigente animata da profonda ten-
sione morale, il fascismo appariva come il coronamento delle carenze del Risorgimento che, opera
di minoranze, non aveva affondato le radici nel popolo; si trattava cio di un movimento di reazione
borghese, che avrebbe potuto essere sconfitto unicamente con il contributo di un movimento ope-
raio rinnovato lungo la via indicata dal gruppo comunista dellOrdine nuovo.

Il Partito comunista di Gramsci


Sempre negli anni tra il 1922 e il 1926 nellarea della sinistra si delinearono orientamenti destinati a
lasciare unimpronta profonda sulla successiva storia dellantifascismo. Cos nel Pci la sostituzione
della settaria direzione di Bordiga con quella del gruppo formatosi intorno a Gramsci e a Togliatti
fu accompagnata da una radicale revisione di strategia e di programma, giunta a compimento nelle
Tesi approvate al congresso di Lione nel 1926. Superando la visione operaistica, bracciantile e
settentrionale dominante nel Psi, Gramsci individuava non solo nella classe operaia e nei braccianti
agricoli del nord ma anche nelle masse rurali del sud le forze motrici di una rivoluzione che, grazie
allalleanza di quelle classi e alla risoluzione della questione meridionale con laccesso dei con-
tadini al possesso della terra, avrebbe dovuto portare alla costituzione di un governo operaio e con-
tadino fondato sulla egemonia del proletariato.

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I socialisti Pietro Nenni e Carlo Rosselli
Quanto ai socialisti, pi che ricordare le vicende del Psi e del Psu, colpiti da una grave crisi, vanno
richiamati per gli esiti futuri gli orientamenti emergenti in alcuni gruppi di giovani intellettuali
che miravano a una revisione del marxismo in chiave volontaristica e polemica nei confronti del
meccanicismo positivistico. Il documento pi rappresentativo di tale tendenza fu la rivista Quarto
Stato (1926) data a Milano da Pietro Nenni, ormai figura di primo piano nel Psi, e da Carlo Ros-
selli che nel 1925 aveva animato il foglio clandestino fiorentino Non mollare.

Lemigrazione; la Concentrazione di azione antifascista


Dopo le leggi eccezionali del 1926, mentre sceglievano la via dellemigrazione numerose personali-
t dellantifascismo (Nitti, Sturzo, i due popc nistra Giuseppe Donati e Francesco Luigi Ferrari, Ga-
etano Salvemini, Carlo Sforza, Gobetti e Amendola, e poi Nenni, Turati e Rosselli), soltanto i co-
munisti decisero di mantenere in Italia il centro della loro azione attraverso la scelta della clandesti-
nit, nonostante la decapitazione del gruppo dirigente (Gramsci, arrestato nel 1926, non torner pi
in libert sino alla morte, nel 1937).
Le altre principali forze politiche dellemigrazione diedero invece vita in Francia (aprile 1927) alla
Concentrazione di azione antifascista, formata dai due partiti socialisti (riunificatisi poi nel 1930),
dal Partito repubblicano e dalla Lega italiana dei diritti delluomo. La Concentrazione, da cui
restarono fuori i comunisti, assai critici verso i socialisti, e che fu una prosecuzione allestero del
cartello dei partiti aventiniani, defin un programma incentrato sugli obiettivi della Costituente e
della repubblica; ma non svolse unattivit pratica di rilievo in Italia, perch i suoi dirigenti non ri-
tenevano realistico tentare le vie della lotta clandestina nel paese.

Giustizia e libert
Linsoddisfazione per la linea prudente della Concentrazione spinse Rosselli a creare in Francia nel
1929 Giustizia e libert, un movimento che intendeva superare distinzioni di schieramento giudi-
cate non pi attuali. Lelemento coesivo fu la costante tensione attivistica, che port Giustizia e li-
bert la quale proponeva una incisiva riforma agraria, la socializzazione di importanti settori
industriali e il controllo operaio sulle aziende a promuovere audaci azioni dimostrative, come il
volo propagandistico su Milano di Giovanni Bassanesi (1930), e a costituire gruppi cospirativi
nellinterno.

Presenza del Pci in Italia; i cattolici e il gruppo guelfo


Il solo partito che negli anni della dittatura riusc a mantenere con continuit una sua presenza orga-
nizzata in Italia fu il Pci; e questo nonostante gli alti costi umani che portarono allarresto di mi-
gliaia di militanti (su 4.600 condannati dal Tribunale speciale fino al 1943, circa 4.000 erano co-
munisti). Tale tenuta permise al partito di mettere radici nel paese, specie in alcuni strati delle classi
lavoratrici del centro-nord, ed evit la sua trasformazione in un semplice raggruppamento di fuoru-
sciti.
Quanto ai cattolici, a parte la persistenza di unopposizione ideale fondata sul valore religioso della
libert, in alcuni ambienti dellAzione cattolica, e specie tra i laureati, va ricordato il gruppo
guelfo di Piero Malvestiti, diffusosi in Lombardia dopo il 1928 e stroncato dagli arresti nel 1934,
il quale si collegava alla dottrina sociale della Chiesa e alle tradizioni del Partito popolare.

Il patto dunit dazione tra comunisti e socialisti


Lavvento al potere del nazismo in Germania e la minaccia di unespansione dei regimi totalitari fa-
scisti nel cuore dellEuropa diedero, a partire dal 1933, una dimensione internazionale
allopposizione al fascismo. La strategia del fronte unico adottata dallinternazionale comuni-
sta determin un avvicinamento tra i socialisti e i comunisti europei; e in questo quadro cos muta-

xix
to il riunificato Partito socialista italiano e il Pci giunsero, subito dopo lo scioglimento della Con-
centrazione, alla firma di un patto dunit dazione (agosto 1934) che poneva fine alle aspre po-
lemiche durate 15 anni.
Di l a poco si ebbe la partecipazione di 3500 volontari italiani alla guerra di Spagna (1936-39) nelle
file dei repubblicani, stimolata da Carlo Rosselli (ucciso in Francia nel 1937 in un agguato da sicari
fascisti assieme al fratello Nello, storico del Risorgimento), il quale lanci in quelloccasione la pa-
rola dordine: Oggi in Spagna, domani in Italia. Fu quello uno dei momenti pi alti
dellantifascismo e permise unesperienza di lotta unitaria preziosa la quale sarebbe stata messa poi
a frutto nella Resistenza durante la seconda guerra mondiale.

Fermenti di opposizione in Italia prima della guerra


In questi stessi anni in Italia, mentre andava proseguendo il lavoro dei comunisti, sviluppato soprat-
tutto allinterno delle fabbriche e delle organizzazioni studentesche fasciste, si deline dai 1934 an-
che una ripresa del lavoro clandestino dei socialisti, con la costituzione di un centro interno che si
impegn in una revisione della vecchia tradizione, insistendo sulla preminenza della classe operaia
rispetto al partito e su una concezione libertaria della dittatura del proletariato.
E sempre nel periodo immediatamente precedente la seconda guerra mondiale prese corpo la lenta
formazione di un nuovo e composito tipo di antifascismo, specie giovanile e intellettuale, nel quale
si coagul il dissenso alimentato da varie componenti: lostilit alla dipendenza sempre pi stretta
dalla Germania nazista, linsofferenza per il clima di stagnazione culturale, laspirazione al libero
dibattito delle idee, la presa di coscienza della sostanza reazionaria del fascismo.

5. LA VITA ECONOMICA: I PROGRESSI DELLINDUSTRIA


Il liberismo di De Stefani; la crisi monetaria
Lindustria italiana, dopo le incertezze derivanti dalla riconversione della produzione dalla guerra
alla pace e la depressione attraversata nel 1921-22, conobbe nel 1923-27 un boom secondo solo a
quello giapponese, grazie alla ripresa della domanda internazionale e alla diminuita concorrenza
della Germania. Lespansione fu favorita da un indirizzo di politica economica liberistico, che ebbe
il suo principale assertore in Alberto De Stefani, ministro delle finanze dal 1922 al 1925, che elimi-
n i residui vincoli alla libert dimpresa e favor gli investimenti azionari.
Nel 1925-26 leconomia italiana si trov per alle prese con una pericolosa crisi monetaria, dovuta
alla speculazione internazionale e al peggioramento della bilancia dei pagamenti; di qui un rapido
accendersi dellinflazione e il preoccupante peggioramento del corso del la lira (145 lire per una
sterlina alla met del 1925). La situazione fu affrontata dal governo e dal nuovo ministro delle fi-
nanze, Giuseppe Volpi (un uomo di primo piano nel mondo industriale e finanziario), con la deci-
sione annunciata da Mussolini in un di scorso tenuto a Pesaro il 18 agosto 1926 di difendere a
tutti i costi la lira, stabilizzandola a quota 90 rispetto alla sterlina.

La svolta deflazionistica
La manovra, su cui ebbero un notevole peso le pressioni dellalta finanza statunitense aveva per al
fondo pressanti ragioni economiche: ridurre il peso delle importazioni, attrarre gli investimenti este-
ri, riportare la fiducia tra i piccoli risparmiatori e incrementare la tendenza al risparmio. La svolta
deflazionistica fu rea1izzata con la decisa restrizione del credito bancario, che rese difficile la ricer-
ca di mezzi liquidi (cio di lire), con il consolidamento del debito pubblico, che port a una riduzio-
ne degli interessi corrisposti dallo Stato e con 1abbassamento dimperio delle retribuzioni nella mi-
sura del 20% attuato nel 1927 e compensato solo parzialmente da una riduzione dei prezzi al minu-
to.

xx
A pagare il costo della rivalutazione furono dunque soprattutto i lavoratori dipendenti e le industrie
esportatrici, come le tessili. Ma sul piano tecnico la manovra riusc, anche in virt degli ingenti pre-
stiti americani e nel complesso la ripresa produttiva non si interruppe, grazie allazione di sostegno
allindustria effettuata dal regime per mezzo di un rafforzamento della protezione doganale, di sgra-
vi fiscali, dellassegnazione di commesse per i lavori pubblici, per le ferrovie e per le forze armate,
e di finanziamenti ai maggiori gruppi industriali.

Gli effetti della crisi del 29


Lo sviluppo del sistema industriale italiano fu invece interrotto dalle ripercussioni della disastrosa
crisi economica partita nel 1929 dagli Stati Uniti. LItalia sent gli effetti di questo sommovimento
in misura non inferiore a quella dei paesi europei pi industrializzati, con un calo della produzione
industriale del 23% nel giro di qualche anno e un aumento della disoccupazione. Lo Stato fascista
rispose con una nuova riduzione dei salari e degli stipendi, lincoraggiamento al processo di con-
centrazione delle imprese gi iniziato negli anni precedenti, la formazione di consorzi obbligatori e
il controllo dei nuovi impianti (legge del gennaio 1933).

Gli intrecci tra industrie e banche; lImi e lIri


Le difficolt dellindustria si ripercossero a loro volta sullapparato bancario, che nei decenni pre-
cedenti aveva contribuito largamente con le banche miste al finanziamento diretto di molte im-
prese industriali con la conseguente creazione di uno netto intreccio tra industria e sistema bancario.
A seguito della crisi i bilanci delle banche miste si trovarono appesantiti da una grande quantit di
crediti difficili da incassare e di pacchetti azionari (cio di quote di capitale sociale) svalutati a cau-
sa della caduta dei corsi in borsa.
Per evitare una pericolosa serie di crolli finanziari il governo decise di intervenire per il salvataggio
delle banche pi esposte, con unazione guidata con lucida intelligenza da Alberto Beneduce, un ex
deputato social-riformista che godeva la fiducia personale di Mussolini. Nel 1931 ci fu cos la costi-
tuzione dellIstituto mobiliare italiano (Imi), un ente di diritto pubblico destinato a sostituire le
banche private nel finanziamento delle imprese. Segu nel 1933 la creazione dellistituto per la rico-
struzione industriale (Iri), un altro ente pubblico che prese sotto controllo le tre banche pi esposte
(Banca commerciale, Credito italiano e Banco di Roma) acquisendo la propriet delle loro parteci-
pazioni azionarie, per un complesso pari a pi del 25% del capitale azionario totale.
Il salvataggio pes sulla collettivit, perch in sostanza fu operata una nazionalizzazione delle per-
dite dei privati, e port a un allargamento senza precedenti e di tipo nuovo dellintervento dello Sta-
to nelleconomia, con conseguenze di lunga durata e di grande rilievo dopo la seconda guerra mon-
diale.

Lautarchia
La concentrazione nelle mani dello Stato di un ampio potere di controllo e di gestione dellecono-
mia ebbe unulteriore accelerazione quando lItalia, impegnata nella guerra di conquista dellEtiopia
(1935-36) e poi nello sforzo di preparazione bellica che preluse al secondo conflitto mondiale, im-
bocc la via dellautarchia, annunciata da Mussolini nel marzo 1936 per realizzare il massimo
possibile di autonomia nella vita economica della nazione.
Lautarchia, che accentu lindirizzo restrittivo e vincolistico della politica economica, punt a ri-
durre il pi possibile le importazioni e ad aumentare le esportazioni anche con lo sviluppo forzato di
alcuni rami industriali. A tale fine, si sostituirono generi di consumo non indispensabili con surro-
gati (ad es. il caff con la cicoria) e si tentarono, ma senza grande successo, nuovi procedimenti tec-
nici per creare prodotti alternativi, autarchici (come il lanital, fibra di lana artificiale ottenuta con un
derivato del latte).

xxi
Lindustria tra privato e pubblico
Questo processo di pubblicizzazione dellindustria e di assunzione del ruolo di imprenditore da par-
te dello Stato non intacc tuttavia il fondamentale carattere capitalistico privato delleconomia; gli
ambienti industriali e finanziari conservarono un forte ruolo nella gestione delle imprese a parteci-
pazione statale, e poterono cos controllare ai loro fini la compenetrazione tra Stato e capitale e di-
fendere i meccanismi dellaccumulazione.
In conclusione lindustria italiana tra le due guerre mondiali segui, tra fasi espansive e recessive, un
cammino ascendente, anche se con tassi di incremento moderati (tra il 1929 e il 1936 laumento
complessivo fu del 15%). Non quindi accettabile la tesi, che ha avuto largo credito, la quale inter-
pretava il ventennio come un periodo di ristagno delle attivit industriali, sacrificate agli interessi
degli agrari e della grande propriet latifondistica.

Lo sviluppo industriale
Lo sviluppo industriale confermato da vari indicatori statistici. Anzitutto si accrebbe il numero
degli addetti allindustria, che toccarono nel 1936 il 30% della popolazione attiva (anche se i lavora-
tori dellagricoltura, in diminuzione, erano sempre assai pi numerosi di quelli industriali). Ci fu
anche un aumento degli addetti alle attivit terziarie e alla pubblica amministrazione, gonfiatasi a
causa della crescente burocratizzazione dello Stato e degli apparati fascisti e della tendenza a creare
nuovi posti di lavoro impiegatizi per estendere il consenso tra i ceti medi. Si accrebbe pure la per-
centuale dellindustria nella formazione del prodotto interno lordo (Pil, passato [NdC.] dal 25 al
34%), con una quota che nel 1936-1940 super per la prima volta quella dellagricoltura.

Le emigrazioni interne
Assai significativo anche landamento delle emigrazioni interne. Mentre lemigrazione transoce-
anica si and contraendo, soprattutto in seguito alla chiusura degli sbocchi nellAmerica del nord,
sino a ridursi dopo il 1931 a quantit assai limitate, negli anni 30 un gran numero di italiani si spo-
st entro i confini nazionali, tanto che la media annuale dei cittadini che cambiavano residenza su-
per la cifra di 1.200.000 unit. E fu cos vanificato il tentativo del regime di opporsi con provve-
dimenti vincolanti della residenza allurbanesimo visto come un fattore di destabilizzazione sociale.
Questi flussi furono in parte a largo raggio, dal sud verso il nord, con una prefigurazione del feno-
meno, assai pi massiccio, che si verificher negli anni 50 e 60; ma pi rilevante fu la tendenza
agli spostamenti a medio e piccolo raggio, con labbandono delle zone di montagna e dei centri ru-
rali per i comuni medi e grandi, cos che la popolazione dei centri con pi di 100.000 abitanti pass
tra il 1921 e il 1936 dal 12,9% al 17,8% del totale.

Il dualismo tra nord e sud


La crescita dellindustria, resa possibile soprattutto dalla compressione dei salari rimasti inferiori
ai livelli del 1921-22 riguard soprattutto i settore elettrico (gruppo Edison), quello chimico, in-
centrato sulla Montecatini di Guido Donegani (produzione di concimi azotati) e sulla Pirelli, il ramo
delle fibre artificiali e il comparto meccanico (Fiat, affermatasi come grande produttrice di autovei-
coli). Questo sviluppo aggrav daltra parte il dualismo tipico dello sviluppo industriale italiano e il
distacco tra nord e sud. Infatti, nel 1937, quasi met degli addetti allindustria, il 64% del capitale
azionario e il 55% delle imprese con pi di 500 addetti erano concentrati nel triangolo industriale
(Piemonte, Liguria, Lombardia) mentre intere regioni meridionali non avevano insediamenti mani-
fatturieri di una qualche consistenza e il Mezzogiorno, tagliato fuori dallindustrializzazione, resta-
va un paese agricolo e depresso, con livelli di reddito assai pi bassi di quelli del nord.

xxii
6. LA VITA ECONOMICA: LA STAGNAZIONE DELLAGRICOLTURA
La ruralizzazione
Diverso invece il giudizio da portare sulle vicende dellagricoltura, il cui prodotto rimase quasi
stazionario in termini assoluti, mentre diminuiva il numero degli addetti, passati tra il 1921 e il 1938
dal 59% al 51,5% della popolazione attiva. Questa sostanziale stagnazione era per il risultato di li-
nee di tendenza divergenti, perch allulteriore penetrazione di elementi capitalistici nelle zone pi
progredite della Padania si contrappose la permanenza del latifondo coltura estensiva nel Mezzo-
giorno.
La politica agraria del regime si inser nei quadro ideologico della ruralizzazione, un obiettivo
anacronistico lanciato nel 1927-28 e fondato sulla convinzione che lItalia dovesse rimanere un pae-
se essenzialmente agricolo e con uno sviluppo industriale legato soprattutto alla trasformazione dei
prodotti. La ruralizzazione come si visto and tuttavia incontro a un sostanziale fallimento e
rest quindi un insieme di slogan propagandistici incentrati su una visione edulcorata e patriarcale
della vita dei campi, considerata come una garanzia della sanit fisica e morale della stirpe: unim
magine che aveva per scarsi riscontri nella realt del vivere quotidiano delle popolazioni contadi-
ne, fatto di duro lavoro e di stenti.

La sbracciantizzazione
E cos pure non ebbe successo la campagna per la sbracciantizzazione, promossa per tentare di
ridurre il massiccio strato dei braccianti incrementando la diffusione del piccolo affitto, della mez-
zadria e di altre forme contrattuali imperniate sulla compartecipazione del lavoro al prodotto, consi-
derata pi adatta per la conservazione della pace sociale. Se infatti i dati del censimento del 1931
davano un aumento del numero dei mezzadri e dei coloni parziari rispetto al 1921, nel 1936 la ten-
denza si era invertita e i braccianti erano tornati a crescere.

La battaglia del grano


Gli altri strumenti sui quali fece leva il fascismo nelle campagne furono la battaglia del grano e
la bonifica integrale, due cavalli di battaglia della propaganda del regime i cui risultati non corri-
sposero alle intenzioni.
La battaglia del grano, iniziata nel 1925, nasceva dallesigenza di alleggerire la bilancia commer-
ciale mediante un accrescimento della produzione frumentaria che consentisse lautosufficienza. Lo
scopo fu parzialmente raggiunto per quanto concerne la quantit, ma con pesanti costi economici e
sociali. La collettivit pag infatti la protezione doganale concessa ai cereali con una riduzione del
consumo pro capite dovuta agli alti prezzi che avvantaggiavano solo gli agrari e con un au-
mento della disoccupazione nelle campagne, perch le coltivazioni granarie avevano bisogno di un
numero relativamente ridotto di braccia. E in secondo luogo la spinta alla cerealicoltura indusse a
trascurare colture specializzate e pi redditizie (come quella degli agrumi) e soprattutto la zootec-
nia.

La bonifica integrale
Quanto alla bonifica integrale regolata da una legge del 24 dicembre 1928 e ispirata da un tecni-
co assai capace, Arrigo Serpieri mirava a integrare la bonifica idraulica (limitata al drenaggio
delle acque e allirrigazione) con una serie di miglioramenti tecnico-produttivi sui terreni bonificati
o coltivati irrazionalmente, da finanziare con il concorso dello Stato e dei proprietari. Loperazione
fu coronata da successo solo in zone ristrette, come quella dellAgro pontino circostante Roma, do-
ve tra il 1931 e il 1934 furono create le nuove citt di Littoria (odierna Latina) e di Sabaudia. Ma
nel Mezzogiorno la battaglia fu perduta per lostilit degli agrari, restii agli investimenti necessari
per lopera di trasformazione fondiaria e legati alla tradizionale coltura cerealicola estensiva sul lati-

xxiii
fondo. Le terre bonificate furono perci alla fine solo 250.000 un complesso di 2.600.000 ettari da
bonificare.

Il basso livello del tenore di vita


Tirando le somme allaumento del reddito nazionale non tennero dietro un consistente allargamento
del mercato interno e il miglioramento del basso tenore di vita della grande maggioranza della po-
polazione, ancora in buona parte analfabeta, costretta a comprimere i consumi e spesso esposta alla
minaccia della disoccupazione , sia per la crisi dellemigrazione che per la politica demografica del
regime, che accresceva le tensioni nel mercato del lavoro.
Infatti il fascismo, convinto che la potenza politico-militare dipendesse sostanzialmente dal numero
degli abitanti e che per la difesa nazionale occorressero otto milioni di baionette, favor in tutti i
modi la natalit con premi in denaro e agevolazioni alle famiglie numerose e con penalizzazioni per
i celibi (come limposta sul celibato, introdotta nel 1926).
Questo orientamento, che ebbe il pieno appoggio della Chiesa, interessata a restaurare la moralit
fece s che, pur in presenza di un tasso di mortalit ancora elevato, la popolazione aumentasse tra il
1921 e il 1936 da 39 a 44 milioni.

7. LA POLITICA ESTERA: ESPANSIONISMO E CAUTELE DIPLOMATI-


CHE
Lideologia militarista; espansionismo e imperialismo
La politica estera assunse subito un rilievo essenziale nelle prospettive del regime, e fu condizionata
dalla ideologia antipacifista e militaresca del fascismo, che vedeva nella guerra il momento di mas-
sima tensione delle energie nazionali. Lazione dellItalia nel ventennio, che fu sempre guidata da
Mussolini, al di l delle improvvisazioni e dei colpi di testa del duce rivela una sua sostanziale uni-
tariet, poich essa si ispir a motivi di grandezza e di prestigio, in coerenza con la concezione dello
Stato forte, e manifest una vocazione espansiva di natura imperialista assai pi conseguente e deci-
sa di quella dellet liberale. Limpero fascista continu tuttavia ad avere, come quello prefascista,
una natura pi politica che economica, con una preminenza dellintervento dello Stato rispetto alla
penetrazione finanziaria e commerciale.

Il revisionismo dei trattati di pace


La linea seguita dalla diplomazia del regime, che si serv del vecchio personale disposto, tranne
poche eccezioni, a dare la sua collaborazione al fascismo punt sin dallinizio a raggiungere il
piede d parit con le grandi potenze vincitrici e a rivedere lassetto uscito dai trattati di pace. Era
questo un revisionismo a senso unico, che non teneva conto dei vantaggi territoriali conseguiti nel
1919 e metteva invece laccento sul mancato raggiungimento degli obiettivi massimi cari ai nazio-
nalisti, dalla Dalmazia allacquisizione di territori coloniali e di zone dinfluenza in Turchia e in A-
frica.

La cautela iniziale: i rapporti con la Iugoslavia


Tuttavia sino al 1932 la politica estera mussoliniana sulla quale influ lopera moderatrice del
ministro degli esteri Dino Grandi dimostr una certa cautela, non contraddetta sostanzialmente
dalloccupazione dellisola greca di Corf (agosto settembre 1923), un gesto di forza in reazione
alleccidio in territorio greco di una missione militare italiana rientrato rapidamente grazie alla me-
diazione inglese.
In questi anni, caratterizzati da rapporti amichevoli con lInghilterra e da ricorrenti attriti con la
Francia, vennero anzitutto regolate le relazioni con la Iugoslavia mediante il patto di Roma (27
gennaio 1924), che stabiliva la sovranit italiana su Fiume. Un accordo italo-britannico (15 luglio

xxiv
1924) assegn allItalia il territorio dellOltregiuba, in Somalia; successivi accordi con lAlbania fe-
cero di questo paese una sorta di protettorato, mentre altri trattati con gli Stati danubiano-balcanici
tendevano a rafforzare la presenza italiana in quellarea, da tempo direttrice primaria del nostro e-
spansionismo, in funzione antiiugoslava e antifrancese.

La riconquista della Libia


Tra il 1922 e il 1932 fu realizzata infine la riconquista della Libia, andata quasi completamente per-
duta durante il conflitto mondiale e passata sotto il controllo di notabili locali. Le operazioni militari
per domare la tenace resistenza araba furono condotte dal generale Rodolfo Graziani, che adott
metodi di estrema durezza contro le popolazioni della Cirenaica, deportate in massa in campi di
concentramento dove morirono di stenti decine di migliaia di persone.

La crescita dellaggressivit
A partire dal 1932 la politica estera fascista acquist via via una maggiore aggressivit, approfittan-
do dellallentamento della presenza degli Stati Uniti, inclini allisolazionismo, e poi dellavvento in
Germania del nazismo (1933), un avvenimento che acuiva le tensioni internazionali.
La presa del potere da parte di Hitler colpiva alla radice lambizione nutrita sino ad allora dal fasci-
smo di esercitare una influenza esclusiva sui regimi di destra dei paesi del lEuropa danubiano-
balcanica e minacciava la direttrice espansionistica italiana verso quellarea. Il programma nazista
di annessione dellAustria alla Germania (lAnschluss), per accorpare in un solo Stato tutte le po-
polazioni di lingua tedesca, contrastava anchesso con il disegno di Mussolini di stabilire un rappor-
to privilegiato e di protezione con Vienna ed era considerato per di pi come una pericolosa minac-
cia sul confine del Brennero.

I rapporti con la Germania hitleriana: il patto a quattro


Nonostante le affinit ideologiche tra fascismo e nazismo e la comune volont dei due regimi di
mettere in primo piano le esigenze della lotta contro lUnione Sovietica e il comunismo, nei rapporti
tra lItalia mussoliniana e la Germania hitleriana inizialmente prevalsero quindi i motivi di contra-
sto.
Le preoccupazioni per laggressivo revisionismo di Hitler sostenuto da una struttura economica e
militare assai pi poderosa ed efficiente di quella italiana, indussero perci Mussolini a cercare di
svolgere un ruolo di mediazione tra Germania da una parte, e Francia e Inghilterra dallaltra; egli
promosse cos il Patto a quattro (7 giugno 1933), che intendeva creare una sorta di direttorio delle
quattro potenze per la revisione pacifica dei trattati di pace, ma che non divenne operante perch il
governo francese dopo luscita della Germania dalla Societ delle Nazioni (ottobre 1933) si rifiut
di ratificarlo. E sempre in funzione antitedesca seguirono poi laccordo con lAustria e lUngheria
(marzo 1934) mirante a garantire lindipendenza austriaca dalle minacce di Hitler, e la conferenza
di Stresa (aprile 1935), nella quale Italia, Francia e Gran Bretagna si pronunciarono contro il riarmo
della Germania nazista.

Il temporaneo avvicinamento alla Francia


In questa situazione si era profilato un avvicinamento tra Italia e Francia, che voleva lappoggio ita-
liano per frenare laggressivit di Hitler; ed probabile che nel corso del colloqui svoltisi nel gen-
naio 1935 a Roma tra Mussolini e il ministro degli esteri francese Pierr Laval questi desse il suo
consenso alla conquista italiana dellEtiopia, che era ormai da tempo divenuta un obiettivo concreto
dei progetti di espansione coloniale del fascismo.

xxv
8. LA GUERRA DETIOPIA
Lattacco allEtiopia
Nel quadro della vocazione imperiale del fascismo le mire sullEtiopia il solo paese ancora indi-
pendente (con la Liberia) in Africa erano state una direttrice di fondo della politica estera musso-
liniana; e lItalia aveva cercato di farne una sorta di protettorato giocando anche sui contrasti tra i
vari capi feudali e il potente ras Tafari, che nel 1930 era salito al trono imperiale come re dei re
(negus neghesti) con il nome di Hail Selassi I.
I preparativi militari vennero accelerati allinizio del 1935; per coinvolgere psicologicamente il pae-
se fu lanciata una grande campagna propagandistica che faceva leva sulla contrapposizione tra na-
zioni povere e proletarie, come lItalia,- e nazioni ricche come lInghilterra (il popolo dei cinque
pasti al giorno), rivendicando un posto al sole per le prime. E non si trascur di solleticare i sen-
timenti nazionalistici insistendo sulla necessit di vendicare Adua e sulla missione di civilt che gli
italiani erano chiamati a svolgere in un paese barbaro e feudale dove esisteva ancora la schiavit (ed
emblematica fu in proposito la popolare canzonetta Faccetta nera, bellabissina, che presentava i
soldati italiani come liberatori delle Popolazioni etiopiche dalla schiavit).

Le operazioni militari
Lattacco, partito dal lEritrea e dalla Somalia il 2 ottobre 1935, sotto il comando del lex quadrum-
viro De Bono, sostituito poi dal maresciallo Badoglio (coadiuvato da Graziani), ebbe un successo
abbastanza rapido, data la schiacciante superiorit dellaggressore. Le operazioni furono infatti im-
postate dal comando italiano come una guerra moderna, totale, con limpiego di 400.000 militari
(dotati di aerei, carri armati e aggressivi chimici, largamente usati), ai quali Hail Selassi poteva
contrapporre un numero eguale di uomini, privi per di un armamento adeguato, male addestrati e
senza una direzione unitaria a causa delle rivalit tra i vari capi feudali. Dopo una serie di battaglie
vittoriose (Tembien, Endert, Scir, lago Ascianghi) le truppe di Badoglio superarono la disperata
resistenza etiopica e il 5 maggio 1936 occuparono la capitale imperiale, Addis Abeba, abbandonata
tre giorni prima dal negus per lesilio.

La proclamazione dellimpero e la debole reazione della Societ delle Nazioni


Il 9 maggio Mussolini poteva annunciare cos agli italiani la riapparizione dellImpero sui colli fa-
tali di Roma e la proclamazione a imperatore di Vittorio Emanuele III.
La reazione allaggressione italiana delle due maggiori potenze occidentali, Francia e Inghilterra, fu
debole, nonostante il loro proclamato impegno di voler difendere lEtiopia, Stato membro della So-
ciet delle Nazioni.
Lunica arma adottata per contrastare lazione fascista furono le sanzioni economiche decise dalla
Societ ginevrina e rimaste in vi gore dal novembre 1935 al luglio 1936, che vietavano agli Stati so-
cietari di esportare in Italia materiale bellico o materie prime utiliz zabili a fin militari e di conce-
dere crediti al nostro paese. Ma lefficacia di queste misure riusc assai scarsa, sia perch tra i pro-
dotti sanzionati non vi era il petrolio, sia perch lItalia pot contare sui rifornimenti di Stati Uniti,
Germania e Giappone, assenti dalla Societ delle Nazioni.

Il consenso al regime
Limpresa etiopica, che parve far coincidere il fascismo con gli interessi nazionali italiani, segn
il culmine delladesione al regime; questo ottenne infatti il consenso non solo dei ceti medi, ma an-
che quello attivo o passivo di una parte delle classi popolari, specie del Mezzogiorno, dove
aveva fatto presa lidea che limpero avrebbe potuto appagare la fame di terra dei contadini.
Ma nella realt la creazione dellAfrica Orientale Italiana non miglior le condizioni di vita delle
nostre popolazioni, perch non divenne mai una colonia di popolamento in grado di dare sfogo alla
xxvi
disoccupazione. Anzi, la nascita di un movimento di guerriglia costrinse il governo a impegnare in
quel lontano paese cospicue risorse finanziarie sottratte alla madre patria.

9. LAVVICINAMENTO ALLA GERMANIA E LA MILITARIZZAZIONE DEL


PAESE
LAsse Roma-Berlino
Dopo la guerra dEtiopia lItalia, rimasta isolata, non ebbe altra scelta che quella di avvicinarsi alla
Germania, seguendo un cammino facilitato dalla natura totalitaria e anticomunista dei regimi al po-
tere nei due paesi e dallorientamento filotedesco del nuovo ministro degli esteri (dal 1936),
lambizioso Galeazzo Chino, genero del Duce. Questo rovesciamento delle alleanze fu per attuato
in una condizione di subalternit allimperialismo tedesco, dovuta allo squilibrio dei rapporti di for-
za, che sarebbe apparsa sempre pi chiara col passar del tempo. Laccostamento italo-tedesco fu
sancito negli accordi del 22 ottobre 1936 (il cosiddetto Asse Roma-Berlino), che prevedevano la
collaborazione tra i due governi su varie questioni: dallatteggiamento verso i paesi danubiani alla
lotta al bolscevismo e allintervento militare in Spagna per appoggiare la sedizione dei generali e
delle destre contro il governo repubblicano, cominciata nellestate.

Il Patto anticomintern e il Patto dAcciaio


Seguirono poi ladesione (6 novembre 1937) al Patto anticomintern, firmato il 25 novembre 1936
dalla Germania e dal Giappone per collaborare contro lopera disgregatrice dellInternazionale
comunista, e il Patto dacciaio, il trattato di alleanza militare tra Italia e Germania concluso a
Berlino il 22 maggio 1939, che contrapponeva i due paesi alle nazioni democratiche in vista del
conflitto europeo ormai considerato imminente.
Il prezzo iniziale pagato da Mussolini a quella che stata chiamata la brutale amicizia di Hitler fu
il consenso allinvasione tedesca dellAustria (12 marzo 1938 e alla sua annessione al Reich; un
prezzo alto non compensato dalloccupazione dellAlbania (aprile 1939) la cui corona, dopo la fuga
del re Zog, fu assunta da Vittorio Emanuele III.

La militarizzazione del paese


Il peggioramento della situazione internazionale e la necessit di accelerare la preparazione bellica
in seguito allalleanza con la Germania nazista produssero un intensificazione della militarizzazio-
ne della vita economica, politica e sociale italiana, con un parallelo rafforzamento della concentra-
zione della grande industria. Il segno esteriore pi appariscente di questo fenomeno fu lobbligo di
indossare la divisa del regime imposto a quasi tutte le categorie della popolazione specialmente du-
rante il sabato fascista (istituito nel giugno 1935), la mezza giornata lasciata libera affinch operai,
impiegati e studenti potessero dedicarsi ad attivit ginniche e premilitari.
Le iniziative del regime per plasmare a propria immagine e somiglianza gli italiani e farne un popo-
lo di combattenti finirono con lassumere il carattere di imposizioni grottesche e controproducenti,
come ladozione del passo romano come passo di parata, la sostituzione del lei con il voi nella
lingua parlata e scritta, limposizione del saluto fascista al posto della stretta di mano, il bando
alle parole straniere.

Le leggi contro gli ebrei


Questo processo degenerativo, che cominci a incrinare quel consenso che era andato al fascismo
durante la guerra dEtiopia, culmin nelle leggi contro gli ebrei promulgate nellestate 1938 a imi-
tazione della Germania per compiacere Hitler. In virt di tali misure maturate sulla base di un
razzismo che affermava la superiorit degli ariani e di un antisemitismo che in Italia non aveva
grande seguito veniva proibito agli studenti ebrei di frequentare le scuole secondarie pubbliche,

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si stabiliva lesclusione degli ebrei dal servizio militare e da tutte le amministrazioni pubbliche e si
proibivano i matrimoni misti.
Questa legislazione, ripugnante sul piano morale e condannata con decisione dalla Chiesa, fu disap-
provata nella propria coscienza da buona parte degli italiani e provoc lallontanamento dal regime
di molti giovani e intellettuali che sarebbero poi diventati antifascisti militanti.

Verso la guerra mondiale


Con il Patto dacciaio e lacquiescenza alla politica aggressiva del pi potente alleato il fascismo
avviava cos il Paese verso la partecipazione al secondo conflitto mondiale, una guerra totale che
sarebbe riuscita disastrosa per il regime.

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