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Roberto Saviano

La parola contro la camorra

Con scritti di Walter Siti, Aldo Grasso,Paolo Fabbri, Benedetta Tobagi

Einaudi

© 2010 Roberto Saviano Published by agreement with Roberto Santachiara Agenzia Letteraria 2010 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino. www.einaudi.it ISBN 978-88-06-20218-7

Saviano e il potere della parola di Walter Siti

Saviano, coi suoi libri e col suo esempio, pone un problema cruciale che è quello del potere della parola. Da molto tempo, ormai, le parole si mostrano usurate dalla marea montante della comunicazione; la parola letteraria, in particolare, dissipata in mille travestimenti e umiliata dalla forza delle immagini, ha preso la strada dell'intrattenimento sempre più effimero e tranquillizzante. Come in ogni processo di assuefazione, gli scrittori reagiscono in vari modi: con un'escalation di contenuti hard, o con formalismi stuzzicanti, o gareggiando col cinema. Saviano, all'inizio non del tutto consapevolmente, ha seguito un'altra strada, più impegnativa e alta: ha messo in gioco il proprio corpo e la propria vita per garantire efficacia alla scrittura. L'alternativa di cui ci parla ci lascia senza fiato: bisogna scegliere, o vita o autorevolezza - le due cose insieme, nel sistema presente, non si danno.

Come non ricordare (certo, in tutt'altro modo) la strategia dell'ultimo Pasolini ? In entrambi (ripeto, per ragioni differenti) è incistata l'idea di una insufficienza della letteratura; il reale è più forte, irrappresentabile, imprendibile e minaccioso. E allora bisogna diventare qualcosa di più e qualcosa di meno di uno scrittore: un testimone, un'icona vivente. Bisogna raggiungere, nel mondo della realtà, quel che certi grandi attori riescono ad acquisire in teatro e che si chiama presenza. Quella qualità che viene prima di qualunque testo recitato, quell'energia (o quell'aura) per cui - con cinque attori sulla scena - tutti guardavamo Eduardo muto e girato di spalle. Quel carisma per cui si crea un'attesa della parola, e per cui la parola, quando arriva, possiede un peso. Saviano ha saputo (dovuto?) attraversare le zone pantanose del successo e quelle dolorose della solitudine blindata, per filtrare il proprio lavoro e farlo diventare questo: la conquista di una presenza. Lo si capisce bene nella 'lezione' televisiva che ha tenuto nel programma di Fazio; una lezione dove il testo è importante, è ovvio, ma dove conta altrettanto il corpo di Saviano (il viso bizzarramente simile, tra l'altro, a quello di Enrique Irazoqui, lo studente basco che fu scelto da Pasolini per impersonare Cristo nel suo Vangelo); dove contano le pause, le impuntature, le commozioni a stento trattenute - e le foto proiettate («come se le tenessi nello stomaco, queste foto, da tre anni»). Foto di ragazzini che guardano i morti. Qui Saviano è nella situazione aurea del narratore: un cantastorie che parla della sua terra offesa e la racconta a chi non la conosce. La racconta a chi non vuol sentire, dicendogli «ascolta, ti conviene ascoltare perché in questa terra apparentemente lontana accadono eventi terribili che ti riguardano da vicino». Racconta da una zona di guerra: esperienze al limite, emergenza, ma anche una stravolta quotidianità (le spigole che nuotano nel Volturno, gli innocenti che non sanno piangere perché non

Il meraviglioso degli antichi cantari si congiunge all'urgenza

possiedono il know-how del dolore

dell'attualità politica: la qualità letteraria di Saviano si misura sulla capacità di tenere aperta la meraviglia squadernando la cronaca, e di condensare la verità saggistica in emblemi allucinatori. D'improvviso vediamo, come se fossimo li. Saviano non è un letterato, è un intellettuale: dalla propria esperienza di scrittura trae, e vuole trarre, indicazioni teoriche. Che vanno, pare, verso un engagement della parola: della parola che cambia il mondo, o almeno ci prova. La parola letteraria però è come un'anguilla, non si lascia indirizzare tanto facilmente. Forse sono io che iperinterpreto, ma ho avuto l'impressione che l'unico inciampo, l'unica volta che perde il filo in un monologo che va dritto come una freccia, sia quando Saviano parla del dolore dei boss per il rapimento del piccolo Tommy; in lui prevale lo sdegno, che i giornali locali parlino di quel dolore dubbio e forse ipocrita, invece che di altri dolori più nobili. Si preoccupano per Tommy proprio loro, che in altre circostanze non esitano a uccidere piccoli innocenti.

)

Eppure, se la letteratura facesse fino in fondo il suo dovere, se anche in questo caso ci

trasportasse in casa dei boss in quel momento {come se fossimo li), chissà che non potesse coglierli

in un atto di sia pure perversa generosità, di contraddittoria autenticità umana ?

La parola letteraria non ha soltanto un potere materiale e politico (di far tremare, se virtuosamente diffusa, organizzazioni potenti e Stati interi); ha anche un potere magico perché evocativo - ci trasporta in uno spazio immaginario, ci fa essere un certo personaggio. L'identificazione è una figura retorica che ha la stessa natura della metafora; se ravviso in un personaggio letterario dei tratti comuni al mio io, ecco che io non dico semplicemente «quel

personaggio mi riguarda», ma fin che dura la lettura io stesso divento lui - secondo un meccanismo

di falsa logica che parifica la parte all'intero e che gli psicanalisti hanno descritto come la logica

tipica dell'inconscio. Nessuno può controllare il proprio inconscio, e tanto meno l'inconscio sociale;

la parola letteraria è scivolosa perché può indurre chi legge a identificarsi col male invece che col

bene. Saviano, parlando del rapporto tra autore e lettori, usa a un certo punto un'espressione interessante: dice che il lettore, facendo sua una storia, «protegge» un libro.

Lesfleurs du mal non. furono 'protetti' al loro apparire; li hanno protetti i posteri, che a distanza

di sicurezza potevano permettersi di guardare quel che ai contemporanei di Baudelaire faceva paura.

L'engagement deve allargare i suoi polmoni fino a includere anche l'engagement nero, o infernale:

quello che milita dalla parte della pigrizia, della dipendenza, dell'ossessione - quello che non guarda alla storia visibile ma alla storia profonda, la storia degli incubi e dei sottosuoli. Pasolini non ebbe paura di scendere nel suo Salò.

C'è un altro piano teorico che appare scivoloso, questo non per responsabilità di Saviano ma dei suoi detrattori; rivolgendogli le medesime accuse che furono rivolte al neorealismo ('sporcare' l'immagine dell'Italia, lavare in pubblico i panni sporchi eccetera), rischiano di affibbiare un'etichetta neo-neorealista a Saviano stesso. Mentre mi pare chiaro che il talento di Saviano sta piuttosto dalla parte della visionarietà; lo credo perfettamente consapevole del fatto che la letteratura è finzione, e che la tecnica di rendere indistinguibile il vero dal fittizio è omologa (dunque per niente antagonista) a quel filone del potere mediático teso a convincerci che il finto abbia più appeal del vero. Ma non si può rinunciare al duello solo perché la scelta delle armi è toccata all'avversario. La leggerezza ha i suoi piaceri e le sue ragioni (forse anche a Saviano piacerebbe potersi abbandonare a qualche scrittura frivola e ludica, magari sciocca); ma forse è vero che questo non è il tempo per giocherellare. La domanda che Saviano rivolge a tutti quelli che hanno licenza di parola è da intendere in senso

forte: «perché tu non racconti?» (cioè «perché, invece di trastullarti con la letteratura, non ti sforzi

di conoscere e poi di riferire?»).

La voce e il silenzio di Aldo Grasso

Costretto a raccontare. Per impegno civile, certo, ma anche per continuare a vivere. Costretto ad apparire. Per mostrare l'inferno in cui viviamo, e per non precipitarvi, spinto da qualche mano vile. I libri e le apparizioni televisive di Roberto Saviano rappresentano la sua condizione di libertà, una garanzia di vita, un requisito esistenziale (la visibilità è l'ultima barriera contro la criminalità organizzata). Come Sharàzàd, costretta a escogitare un trucco per salvarsi. Si narra che il re persiano Shàhriyàr, essendo stato tradito da una delle sue mogli, decise di uccidere sistematicamente le sue spose al termine della prima notte di nozze. La bella Sharàzàd andata in sposa al re, cerca una via di salvezza nella letteratura: ogni sera racconta al re una storia, rimandando il finale al giorno dopo.

Va avanti così per mille e una notte; e alla fine il re, innamoratosi, le rende salva la vita. Difficile

pensare che la camorra si redima, ma intanto

Sharàzàd aveva letto i libri, le storie, le gesta dei re

antichi, e le notizie dei popoli passati, tanto che si dice avesse raccolto mille libri di storie:

«Sharàzàd aveva raccomandato alla sorella minore: - Quando andrò dal re, manderò a cercarti.

Quando tu sarai venuta, e vedrai che il re sarà stato insieme a me, tu dici Sorella, raccontaci una storia con cui passare la veglia, e io ti racconterò una storia, in cui, se Dio vuole, sarà la salvezza». Saviano ha disvelato il sistema con cui la camorra tiene sotto scacco una parte consistente del nostro Paese e ora vive protetto dai carabinieri della scorta. Vive perché i libri e la televisione gli permettono una visibilità che la camorra vorrebbe negargli. Ricordo che una volta, ospite di Daria Bignardi, ha detto, ha parlato a lungo, ha cercato di farsi coraggio perché ogni giorno deve affrontare entità invisibili, ma non per questo meno devastanti, come la calunnia, il rancore, la diffamazione.

E infatti le cose più tremende, inquietanti, spaventose le hanno dette altri. In un paesino del

Nord, in provincia di Lecco, alcuni abitanti interrogati sui militari caduti a Kabul hanno liquidato la

«In certe terre - ha risposto

faccenda come una questione di soldi: lo fanno per denaro, quindi

Saviano - o fai il camorrista o sei disoccupato a vita e l'esercito ti permette a volte anche di specializzarti.

Ecco perché spesso i nostri ragazzi sono tutti meridionali ed ecco perché al Sud si è sempre in guerra». Ma le parole più allarmanti sono state pronunciate da un gruppo di ragazzi di Casal di Principe che hanno accusato Saviano di aver scritto il libro solo per fare soldi: «Dovrebbe vergognarsi! » Hanno anche aggiunto che la camorra non esiste. Al massimo, «se c'è, non si vede».

Il mito della sopravvivenza attraverso la letteratura è anche racchiuso nella novella della rovina

di Kasch. Questa storia è stata raccolta nel 1912 da Leo Frobenius. Che scrive in una lettera: «La

favola della rovina di Kasch non può che essere tarda, molto tarda, il ricordo di uno stato delle cose

da lungo tempo scomparso: un ricordo di quel tempo in cui gli uomini con abnegazione totale, che

giungeva sino al dono di se stessi, 'inscenavano' il destino degli astri; ma non appartiene all'epoca in cui quell'atteggiamento è fiorito, bensì a quella in cui già appassiva, - quando negli uomini la commozione si era appannata e cominciavano tutti a cedere al bisogno di formare concetti, a scapito della loro vitalità. Nel suo insieme, questa è già una raffigurazione. L'idea di ciò che è storico qui ha preso vita». La leggenda della rovina di Kasch narra di un regno africano dove il re veniva ucciso quando gli astri raggiungevano certe posizioni celesti. Farli-Mas, un narratore venuto dall'Oriente, salva sé stesso, la sua amata e il re incantando con le sue storie i sacerdoti incaricati di seguire il corso degli

astri. Questi si confondono, non riescono a stabilire con esattezza la data dell'uccisione rituale del re e il sacrificio è rinviato per sempre. Frobenius dice che la storia gli è stata narrata non da un raccontatore professionista, ma da un cammelliere, Arach ben Hassul, originario del Dar For, che si riferiva al mitico regno di Kasch, che «viveva una volta nel Kordofan come il Mandi». Quando venne pubblicata in Atlantìs, ci si accorse che era la storia di Sharàzàd intessuta con maggior finezza e con riferimenti molto più antichi. Con Farli-Mas si esce dalla vita e si entra nella letteratura. O viceversa. Il racconto rappresenta infatti l'inizio del processo che separa e laicizza funzioni essenziali della vita civile, senza più sacrifici umani. Come pretende ancora la criminalità organizzata. Ricordo che un'altra volta, ospite di Fabio Fazio, Saviano ha pronunciato un'orazione civile. Non una semplice, se pur dura, requisitoria contro la camorra. No, qualcosa di più: teatro, lezione sui media, recital, inchiesta. Al culmine dell'indignazione c'è stata persino un'interruzione pubblicitaria, a sancire il carattere epico-mediatico del sermone. E del resto, nel corso della serata, Saviano ha rivendicato il suo diritto di scrittore, non di cronista. La voce contro il silenzio: la sua tesi principale è proprio questa. Nonostante buona parte della nostra vita si svolga in un ambiente dominato dai media, la criminalità organizzata «vive di un silenzio spesso colpevole perché non permette al Paese di capire cosa sta succedendo». E la parte più interessante è stata quella dedicata all'analisi dei giornali locali che dimostrano, almeno nella titolazione, una strana confidenza con il mondo dei boss. Saviano fa vita da recluso, scortato giorno e notte. Non nasconde la sua paura. La camorra aspetta solo che finisca nel dimenticatoio, che la luce si spenga (la luce dei media, la luce della visibilità, la luce della giustizia) per regolare i conti. Come gli ha suggerito lo scrittore Paul Auster, presente in studio: «Il mondo è la pagina che scrivi». Nella celebre apertura del Libro del riso e dell'oblio, Milan Kundera racconta come in Cecoslovacchia ogni bambino conoscesse una celebre foto ufficiale: era quella che ritraeva il dirigente comunista Klement Gottwald circondato dai suoi compagni. Faceva freddo a Praga, cadevano grossi fiocchi di neve, e Gottwald era a capo scoperto. Clementis, altro famoso dirigente, premuroso, si tolse il berretto di pelliccia che portava e lo posò sulla testa di Gottwald: «Quattro anni dopo Clementis fu accusato di tradimento e impiccato. La sezione Propaganda lo cancellò immediatamente dalla storia e, naturalmente, anche da tutte le fotografie. Da allora Gottwald, su quel balcone, ci sta da solo. Li dove c'era Clementis c'è solo la nuda parete del palazzo. Di Clementis è rimasto solo il berretto che copre la testa di Gottwald». Nelle pagine di Kundera, forti come e più delle passioni, si vedono agire quegli agenti dell'errore universale, di cui si comporrebbe la storia; il loro compito principale è quello di fomentare l'opera dell'oblio: 'l'angelo della rapina' presiede sovrano. Nulla sembra sopravvivere, ogni sopravvivenza, ogni ricorso è puramente simbolico; la nuda parete del palazzo, la cancellazione di una porzione della fotografia sono gesti abituali e quotidiani di una incomprensione che attanaglia tutti: uomini e cose, parole e gesti. Per andare avanti, ci è solo concesso di dimenticare. Milan Kunder a inserisce la parola oblio nel suo scarno dizionario personale, un dizionario fatto di parole-chiave, parole-problema, parole-amore: «Prima di diventare un problema politico, la volontà di oblio è un problema antropologico: da sempre l'uomo conosce il desiderio di riscrivere la propria biografia, di cambiare il passato, di cancellare le tracce, le proprie e quelle degli altri». Nella catena di abbagli, incomprensioni e soprusi in cui forzatamente si muovono molti dei suoi personaggi, Kundera ci fa assistere a un'opera di progressiva spoliazione del memorabile da parte dell'angelo della rapina: «Si, all'improvviso mi fu chiaro: la maggior parte della gente si inganna con una duplice fede errata: crede nella memoria eterna (delle persone, delle cose, delle azioni, dei popoli) e nella riparabilità (di azioni, errori, peccati, ingiustizie).

Sono entrambe fedi false. In realtà avviene proprio il contrario: ogni cosa sarà dimenticata e a nulla sarà posto rimedio. Il ruolo della riparazione (della vendetta come del perdono) sarà assunto dall'oblio. Nessuno rimedierà alle ingiustizie commesse ma tutte le ingiustizie saranno dimenticate». Saviano è stretto fra la voglia di ricordare e di denunciare (le malefatte della camorra) e il desiderio di dimenticare (il proprio scontento, la propria condizione di 'libertà vigilata'). Ma una nuova ansia, finora sconosciuta, sembra stringerlo. L'incessante cascata di informazioni genera una duplicazione senza sosta della realtà, tanto che si dimentica - si deve dimenticare - continuamente ciò che è vero e ciò che è falso. L'eccesso di informazione e di conoscenza non genera più cesure, tagli, pause. L'indistinguibilità è l'unico carattere dell'informazione: il senso della comunicazione si annichilisce, precipitato nella notte dei tempi, per sovrabbondanza dei segni. Il troppo è assenza, è vuoto, è oblio. La ricaduta inesausta del sapere è acqua del Lete che avanza, senza che nessuno la invochi, la desideri. Solo la letteratura (non la politica) può ergersi come una diga. Ma solo Sharàzàd e Farli-Mas sanno come.

Convivenza o connivenza di Paolo Fabbri

Una spina nella carne: ecco il mio «effetto Saviano». Vorrei capire meglio perché. Innanzitutto perché mi aiuta a intendere prima di giudicare. Contro le organizzazioni criminali è fin troppo facile tonner contre, come nello sciocchezzaio di Flaubert. Per poi cliccare subito ad altro. Immorale è il giudizio senza la comprensione e Saviano ci vuole 'compresi', in tutti i sensi della parola. Le mafie o le camorre, non sono soltanto associazioni di mutuo soccorso che sfruttano ogni tipo di illegalismo a spese della società civile e a vantaggio dei propri membri. Sono antisocietà con ideologia e subcultura; capacità di innovazione nell'illecito sfruttamento delle ricchezze e invenzione 'militare'; gerarchie flessibili di potere e di gruppi di fuoco. Parlarne non è descrivere un fenomeno di folclore locale, ma additarne la globalizzazione potenziale; i mafiascapes. Per il giudice Falcone, se ci esprimessimo in esperanto la mafia sarebbe già mondializzata. Saviano non si ferma però alla requisitoria contro la connivenza politica e l'industria della protezione; descrive una cultura, con i suoi codici, linguaggi e segni. Se si arrovella sulle parole, come dice, è perché va in guerra dentro il linguaggio stesso delle organizzazioni criminali («arrovellare» viene dal latino re-bellare, «rinnovare il conflitto»). Contro la prova di forza che impongono, contro il silenzio intimidatorio, Saviano non si limita all'asserzione e all'antitesi, diventa traduttore. Ci spiega fino al dettaglio la grammatica criminale e il suo lessico - soprannomi, pseudonimi e prestanomi compresi. Soprattutto i modi di dire e non dire; le perifrasi, per evitare le intercettazioni e i controlli; il dir troppo degli «infami» e il venire a parole; le presupposizioni e gli impliciti, le allusioni e i silenzi. Ma anche i gesti e gli sguardi, i segni di minaccia (porte incendiate, modi di ferire e di uccidere, cadaveri, escrementi, cartelli stradali bucati, ecc). Un'intera semiotica letale. Falcone avrebbe detto:

una chiave di lettura essenziale, un linguaggio, un codice. E stato per noi come un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare con i gesti. Saviano ci forza a non chiudere gli occhi - che è l'etimologia di connivenza -, le orecchie e a non turarci il naso, perché questo codice criminale è contagioso e definisce il senso e il valore delle esperienze quotidiane di vita, come dimostra la sua lettura dei media locali. L'apparente normalità è una maschera. Saviano è una spina nella carne perché configura tutti questi segni in una filza di storie di cui possiamo appropriarci. Per estrarne un senso e rifigurarlo nella nostra esperienza. Come il Sandokan, epicamente narrato da Nanni Balestrini. L'enunciazione letteraria non si riduce alla denuncia: attraverso la singolarità dei racconti può spostare un sistema di parole e ridefinirne il senso. E resistere alla capacità di diffamazione e delegittimazione delle organizzazioni criminali. Per questo, nonostante le nuove tecnologie della comunicazione, i libri forse ci lasceranno: non si spalancheranno e non voleranno via. Esponiamo ora Saviano al fuoco amico della critica massmediatica. E davvero efficace usare le immagini al livello più basso di comunicazione televisiva? Sollecitare in prima serata quella pietà per le vittime innocenti che è pietanza quotidiana dei palinsesti per l'indigestione delle indulgenze e dei perdoni? L'indignazione è un bene limitato e bussare alle coscienze con le unghie produce alla lunga l'anestesia e il cinismo. In una tv che non è

più un'istituzione pubblica, restituire la dignità storica alle vittime del crimine suscita solo compassione privata, può attivare la carità, non la giustizia.

Di nuovo la risposta si trova nella raffigurazione delle storie, nella capacità di suscitare una pietà

singolare piuttosto che la compassione astratta delle ragioni istituzionali. Non è vero che tutti i messaggi si equivalgono nel medium. Almeno quando si tratta di testualità testimoniale: quella di un testimone a rischio. I protagonisti dei racconti non sono soltanto le vittime, ma i testimoni attivi.

(Penso ancora a Falcone e ai suoi colleghi che scrivevano nelle giornate tediose di Palermo i propri, truculenti, necrologi). Saviano ci appare a volte come il salvato in un mondo di sommersi (Levi) verso i quali ha assunto un debito collettivo. Non è un testimonial dell'«etica della convinzione». La sua è un'intimazione a non isolarci nella ricezione mediática, ma ad entrare in contatto. Un atto di linguaggio per vincere la serenità dell'inazione, per aver paura d'aver paura e vergogna d'aver vergogna. Senza sentimentalismi, ipertrofia mediática delle emozioni. Il testimone, come nella corsa sportiva, è un segno di azione collettiva, un passaggio di mano in mano. Una convivenza, non una connivenza. Vorrei toccare o farmi toccare da un ultimo punto. Saviano non ha solo i destinatari generalisti dei suoi libri, delle sue foto e delle sue parole.

Si arrovella per spiegare ai giovani, potenziali affiliati delle organizzazioni camorriste e prime

vittime delle loro guerre, che c'è un'alternativa: la felicità.

La felicità personale e quella di quanto sta loro intorno di società e natura.

Compito altrimenti difficile. C'è un'attrattiva dei codici forti in una comunità in crisi di cittadinanza e in crescita di appartenenze locali. In una società disaffiliata - dove la crisi degli stili di esistenza, flessibilità, mobilità, hanno provocato slittamenti di fiducia e di fede - restano fermi il familismo (amorale) e il clientelismo. Oltre al benessere ottenuto, con grande iniziativa imprenditoriale, negli affari internazionali, l'organizzazione criminale offre un'immagine di spietata organizzazione e di efficienza, di obbedienza e di crudele professionalità. E di relativo ordine nella collettività, a copertura di loschi affari. Falcone diceva di aver appreso da questi «peggiori cartesiani» (Sciascia), più efficienti della macchina statale, delle lezioni di moralità istituzionale ! Come resiste al fascino spaccone del racconto, quello delle «gesta» criminali, un giovane che non trova risposte ad una domanda di destino; che gode di un lusso improvviso, anche se effimero, e preferisce essere invidiato piuttosto che commiserato ? Proponendogli altre storie. Racconti di altre forme di vita: di resistenza alla camorra certo, e di benessere legittimo. Ma la giovane felicità non è solo soddisfazione: ha una tensione, un gusto di superare gli ostacoli, un sapore di vittoria. Che questa spina nella carne stimoli la letteratura a rispondere a questa domanda di felicità.

Dentro e fuori dalla caverna di Benedetta Tobagi

La tv è rotta. Maledizione. Non voglio proprio perdermelo, così faccio qualcosa che non usa più, specialmente in una metropoli fredda e impersonale come Milano: suono alla porta della mia anziana vicina di pianerottolo per chiedere ospitalità. Curiosa riedizione di una scena molto anni Cinquanta, quando il giovedì sera tutti si radunavano presso le famiglie in possesso di un apparecchio a vedere Lascia o raddoppia?, mi ritrovo seduta nel tinello di un'adorabile signora che ama i gatti, ma per sentir parlare di camorra per quasi due ore. La cornice insolita si rivela perfetta per consumare un rito televisivo che sembra uscito da un altro tempo eppure ha tratti di forte novità. Si dice sempre che la televisione plasma la realtà a sua immagine, ma Roberto Saviano, per una sera, fa assomigliare la tv a se stesso. Impone i temi e i tempi. Trasforma la sua prosa densa e materica in un linguaggio asciutto, misurato, perfetto per il mezzo televisivo e il grande pubblico. Gli argomenti sono corposi, ma la serata vola. Saviano tiene il ritmo e la scena con mano decisa. «Buca» il video. Non è soltanto carisma. Non è solo una performance costruita con intelligenza. Illuminante la frase che gli scappa quando commenta le foto dell'omicidio di Dario Scherillo, un ragazzo di 26 anni, ucciso innocente: «Scusate, ma è come se tenessi nello stomaco queste immagini da tre anni». Sotto il perfetto controllo della parola c'è un'urgenza di comunicare che viene da lontano e l'emozione di poterla condividere con una platea ancora più numerosa del circuito già enorme dei suoi lettori. E difficile non essere investiti dall'autenticità di fondo attorno a cui la narrazione prende forma. La verità ha un effetto potente, lo vedo negli occhi sgranati della mia vicina, che Gomorra non l'ha letto e scopre quel mondo per la prima volta. Ogni parola pesa, come una questione di vita o di morte. Non sono la scorta, le minacce e le auto blindate: è qualcosa che comincia prima e viene da più lontano, quando, in mezzo al rumore che svuota le parole di senso e diverte l'attenzione dalle cose più vere e terribili, emerge uno scrittore molto giovane che trova il modo di raccontare ciò che vede e gli riempie l'anima di rabbia e di passione da quando era ragazzino. La parola si schiacciava la vita addosso ben prima di diventare la principale forma di vita - vita costretta che usa la parola come una bombola d'ossigeno. Porta nelle case in prima serata quello che una gran parte del Paese non vuole vedere. A partire dai titoli dei quotidiani locali, spiega come decodificare i meccanismi di intimità complice tra la stampa e le organizzazioni criminali in Campania. Un'operazione maieutica che ricorda i principi della controinformazione, come l'ha definita Eco negli anni Settanta: lavorare alle spalle della comunicazione normale per far prendere coscienza ai lettori dei codici secondo cui un certo messaggio è costruito, l'ideologia che veicola, le manipolazioni effettuate da chi scrive per suscitare risposte determinate, o inibirle («anestetizzare», dice Saviano); se comprende questi meccanismi il lettore può scoprire anche dietro le pagine dei quotidiani squarci di verità inattesi. Poi mostra immagini che raccontano storie, esemplari. Incontriamo fotogrammi, luoghi e volti che diventano anche nostri e non potremo più dimenticare. Va oltre la cronaca. E la traduzione televisiva del suo stile letterario. La spiegazione dei meccanismi - comunicativi, economici - del «sistema» si incarna nelle vicende di alcuni personaggi. Il tutto legato dalla presenza forte di un io narrante e partecipe. E un modo di raccontare

inconfondibile, che avvince.

Mi sono messa a scrivere a poco più di trent' anni: di tutt'altro, in altro modo, ma il non fiction di

Saviano - i suoi modelli, la sua ambizione, i suoi presupposti - era li, mi è venuto addosso, mi ha provocato, mentre cercavo la strada per le mie parole.

E bello quando accade questo, quando uno scrittore lascia un segno e diventa da subito una voce

con cui dialogare e confrontarsi.

La serata è un crescendo. Saviano rompe il silenzio, insegna a vedere, svela infine il volto osceno

della realtà. Mentre racconta, guardiamo lo scheletro nudo e spietato del mondo di tutti i giorni attraverso la lente dei suoi occhi, come chi uscisse dalla caverna e scorgesse per la prima volta, con stupore e spavento, i veri contorni delle cose.

Resta come un sasso nella scarpa, sotto il materasso, fastidioso, la verità. Credo che il problema stia tutto qui. Pasolini ha detto che il vero, meraviglioso arrabbiato - di quella rabbia sana che può muovere un cambiamento profondo - non è il rivoluzionario o sedicente tale, ma è Socrate. E mi torna in mente la conclusione del mito platonico della caverna. Quasi nessuno ricorda l'ultima battuta del racconto del filosofo, il destino infame che attende l'uomo che è riuscito a liberarsi dalle catene, scoprendo la vera sostanza del mondo reale, e ritorna

indietro, sconvolto, per raccontare a tutti quello che ha visto e strapparli dal buio delle illusioni che

li rendono schiavi: Socrate: [

E metti che a lui saltasse in testa di liberarli e portarli via con sé, se

mai potessero mettergli le mani addosso e ammazzarlo, credi forse che non lo farebbero ?

]

Glaucone: Lo ammazzerebbero, senza dubbio.

La verità è necessaria per vivere con pienezza, uscendo da uno stato di minorità. E al tempo

stesso, la verità è da sempre osteggiata, odiata, perché uscire dalla caverna è scomodo, è rischioso, fa paura, fa male agli occhi, espone, fa passare per pazzi.

Meglio rimanere al buio senza pensare, e se arriva qualcuno a guastare la quiete, accanto a tanti che ne saranno affascinati, moltissimi lo detesteranno. Non solo i poteri che ha messo a nudo, ma anche coloro che non vogliono guardarli in faccia. Oppure chi non vuole confrontarsi con il fatto che è possibile toccare argomenti gravi e complessi riuscendo a conquistare un grande pubblico.

Persino in televisione. Novità nello stile, novità nella sostanza. Saviano ricorda che è possibile uscire dai binari consueti, abbattere steccati culturali, imporre argomenti scomodi e fare pure audience.

Ci mette di fronte a quest'evidenza con una sorta di soave sfrontatezza, invito a mettersi - o

rimettersi - in gioco. Andare avanti. Oltre.

Di Saviano si dicono un mare di cose, alle volte pare proprio un accanimento ad arrovellarsi

attorno al dito per evitare di guardare la luna che indica con ostinazione.

La questione va ben oltre il tema del sistema camorristico.

Nel mondo oggi c'è abbastanza luce per chi vuole vedere, e abbastanza buio per chi si ostina a restare nella caverna. I vincoli esterni sono pesanti, ma non è tutto fango, non è tutto uguale. E una questione di scelte. Anche per chi scrive, per chi legge, per chi fa televisione e chi la guarda.

Nota al testo

Nelle pagine che seguono ho cercato di dare disciplina alle mie parole. Parole che avevo detto in due diverse occasioni e che non erano nate per essere scritte o per essere lette.

Il primo testo che incontrerete è la trascrizione di una ripresa video, registrata nell'ottobre del

2009.

Nel secondo, invece, vi racconto la puntata speciale che il programma di Fabio Fazio, Che tempo

che fa, mi ha dedicato il 25 marzo 2009. In quell'occasione mi concentravo in particolare sui giornali locali che ogni giorno raccontano la mia terra e sul rapporto tra il linguaggio dell'informazione e le organizzazioni criminali. Il video di ottobre e il «monologo-intervista» di marzo, nelle loro forme originali, sono contenuti nel Dvd allegato a questo libro. Ho voluto aggiungere, in coda ai testi, alcune delle immagini che avevo commentato nello speciale di Che tempo che fa, perché il lettore possa averle a disposizione. Penso che il titolo generale La parola contro la camorra renda ben conto dello spirito unico che attraversa questo libro.

Una luce costante

Parte prima

Spesso mi si chiede come sia possibile che delle parole possano mettere in crisi organizzazioni criminali potenti, capaci di contare su centinaia di uomini armati e su capitali forti. E come è possibile - questa domanda mi viene ripetuta spessissimo, soprattutto all'estero - che uno scrittore possa mettere in crisi organizzazioni capaci di fatturare miliardi di euro l'anno e di dominare territori vastissimi? E complicato dare una sola risposta e, in verità, l'unica risposta che mi viene in mente, la più plausibile è che sia proprio la diffusione della parola a mettere paura. Non è lo scrittore, l'autore, non è neanche il libro in sé, né la parola da sola, che riesce ad accendere riflettori e per questo a mettere paura. Quello che realmente spaventa è che si possa venire a conoscenza di determinati eventi e, soprattutto, che si possano finalmente intravedere i meccanismi che li hanno provocati. Quel che spaventa è che qualcuno possa d'improvviso avere la possibilità di capire come vanno le cose. Avere gli strumenti che svelino quel che sta dietro. E soprattutto avere la possibilità di percepire determinate storie come le proprie storie. Non più come storie lontane, non più come vicende geograficamente distanti, ma come facenti parte della propria vita. Allora ciò che più temono le organizzazioni criminali non è soltanto la luce continua che gli viene posta addosso, ma soprattutto che migliaia, forse milioni di persone in Italia e nel mondo, possano sentire le loro vicende e il loro destino come qualcosa che riguarda tutti. La forza di certi poteri, negli anni, è stata sempre quella di godere del silenzio, di essere secanti alla grande attenzione mediática, di rimanerne ai margini. E di uscire allo scoperto solo ogni tanto, quando accadono attentati o stragi, cercando di non essere mai al centro delle questioni. Quando però cambia la prassi e l'attenzione si sposta su di loro per la prima volta, impazziscono. Nel vero senso della parola. Non sanno più come relazionarsi al quotidiano. Luce costante significa anche maggiore attenzione ai processi e un numero più alto di inchieste, perché si fiuta l'interesse. Qualcuno può credere che questa sia una visione troppo mediática e quindi distante dalla realtà. Ma non è così. Molti episodi dimostrano che l'attenzione, anche degli intellettuali e degli artisti, data alle organizzazioni criminali e a quello che accade intorno a loro ha realmente cambiato le cose e il destino di molte persone. La storia di Giuseppe Impastato, giornalista ucciso a Cinisi in Sicilia nel 1978, ne è un esempio. Quando Impastato fu ucciso, l'opinione pubblica venne inconsapevolmente condizionata dalle dichiarazioni che provenivano da Cosa Nostra. Che si fosse suicidato in una sottospecie di attentato kamikaze per far saltare in aria un binario. Questa era la versione ufficiale, data anche dalle forze dell'ordine. Poi, dopo più di vent'anni, esce un film, 1 cento passi, che non solo recupera la memoria di Giuseppe Impastato - ormai conservata solo dai pochi amici, dal fratello, dalla mamma - ma, addirittura, la rende a tutti, come un dono. Un dono allo stato di diritto e alla giustizia. Questa memoria recuperata arriva a far riaprire un processo che si chiuderà con la condanna di Tano Badalamenti, all'epoca detenuto negli Stati Uniti. Un film riapre un processo. Un film dà dignità storica a un ragazzo che invece era stato rubricato come una specie di matto suicida, un terrorista. Sono moltissimi gli episodi che vanno in questa direzione perché - e mi preme sottolinearlo - le organizzazioni criminali hanno un grandissimo potere, quello di delegittimare e diffamare. Quasi sempre la delegittimazione arriva prima del proiettile o del tritolo, come a preparare la strada, perché il morto venga dimenticato prima, perché, nel dubbio, non se ne parli. Ma non sempre è così

e spesso la diffamazione arriva dopo. E successo per molte persone. Pippo Fava, giornalista de «I Siciliani», una rivista che stava dando molto fastidio a Cosa Nostra, viene ucciso mentre sta andando a prendere la nipotina a teatro. Gli sparano in testa, lo sfregiano. Gli omicidi delle organizzazioni criminali hanno sempre una sintassi simbolica. Sparare in faccia, per esempio, ha un significato diverso rispetto a sparare al petto. A Pippo Fava lo sfregiano, gli sparano alla nuca e pochissime ore dopo iniziano a diffondere la notizia, che poi diventerà la versione ufficiale nella società civile catanese - o forse bisognerebbe definirla incivile - che era stato ucciso perché «puppo», ovvero omosessuale, come dicono in Sicilia. Perché aveva messo le mani addosso a dei ragazzini fuori dalla scuola. Si erano inventati questa balla per delegittimarlo, per suscitare fastidio al solo pronunciare il suo nome. Per suscitare quella sensazione di diffidenza nelle persone, che trova terreno fertile in simili circostanze. Chiunque si occupi di mafie sente questa melma intorno a sé: la melma della diffidenza. Io ci convivo da anni; dal primo giorno. Va di pari passo con la mia quotidianità sentire diffidenza, soprattutto quella degli addetti ai lavori, infastiditi spesso per il solo fatto che sei arrivato a molte persone. Questo, soprattutto, a intellettuali e giornalisti non torna. «Come mai sei arrivato a tante persone ?» In un Paese dove chi arriva a tanti spesso è sceso a patti con qualche potere o ha scelto di compromettere le proprie parole. «Dove hai tradito ? Dove ti sei venduto? Con chi ti sei alleato?» Il cinismo degli addetti ai lavori è sempre questo: arrivare a un pubblico vasto di lettori, di ascoltatori, di osservatori, significa tutto sommato accettare i codici più bassi, più biechi della comunicazione. Ebbene, le organizzazioni criminali non sono tanto diverse nel valutare e nel delegittimare i propri nemici. Le organizzazioni criminali hanno necessità di portare avanti un assioma: chi è contro di noi lo fa per interesse personale. Chi è contro di noi sta diffamando il territorio, perché noi non esistiamo come loro ci raccontano. Chi è contro di noi è pagato da qualcuno per essere contro di noi. E, nella migliore delle ipotesi, sta facendo carriera personale su di noi. E andata così persino a Giovanni Falcone. Penso spesso a ciò che gli capitò un'estate, quando una borsa colma di tritolo fu ritrovata sulle scogliere dell'Addaura, dove andava in vacanza. Il giorno dopo, anche i giornali più autorevoli lasciarono intendere, negli editoriali, che quell'attentato l'aveva architettato lui stesso perché, dicevano, la mafia non sbaglia, non ti lascia il tritolo, avvisandoti. Se la mafia ti vuole morto, ti ammazza. Molto probabilmente - queste erano le voci - quel tritolo se l'era messo li per fare un po' di carriera. E io penso spesso, quando mi vengono fatte accuse simili per cose molto minori, che forse non ho il diritto di soffrire, perché rispetto a quello che ha dovuto soffrire lui, quel che vivo io è poca cosa. Falcone non si oppose a chi faceva simili insinuazioni, che condizionavano pesantemente l'opinione pubblica. Addirittura la sorella e chi gli era più vicino gli suggerirono di difendersi dalle calunnie, ma lui ebbe un coraggio che io forse non avrò mai. Lui disse, rispondendo alle persone che gli volevano bene: «La calunnia si distrugge da sola». Questa storia però ci dice anche qualcos'altro. Le parole, quando arrivano a molte persone, quando raccontano di certi poteri, diventano assai pericolose. Assai pericolose perché il rischio è che a difenderle debba essere il tuo corpo, il tuo sangue, la tua stessa carne. E successo a moltissimi scrittori, a moltissimi giornalisti. Cerco di spiegarmi meglio. Se Giovanni Falcone non fosse caduto, se non fosse stato ucciso, chi sa oggi come sarebbero valutate certe sue decisioni all'epoca molto discusse. Quella di andare a Roma, quella di aprire un dialogo con l'allora ministro di Grazia e Giustizia

Claudio Martelli, per esempio. L'Italia ha una caratteristica che in genere, quando raccontano di noi, non viene riportata: l'Italia è un Paese cattivo. Molto cattivo. Perché è un Paese dove è difficile realizzarsi, dove il diritto sembra un privilegio. La storia dell'antimafia spesso è una storia di enormi cattiverie e quando me ne rendo conto non riesco a capire come sia possibile, di fronte a delle vicende tragiche e tutto sommato chiare. La morte di don Peppe Diana, per esempio. La morte di un uomo, un ragazzo, ammazzato poco più che trentenne, sul cui conto, per anni, si è detto di tutto. Che fosse stato ucciso per presunte relazioni con delle donne, che avesse collaborato con un clan. Che era morto perché anche lui colluso e non perché aveva scritto un documento, Per amore del mìo popolo non tacerò, che aveva dato molto fastidio ai poteri criminali. In quel documento, don Diana, segnalava la strada che avrebbe seguito in quanto prete di Casal di Principe. Li dichiarava quale fosse il compito di un prete in quelle terre, cioè raccontare, denunciare e, appunto, non tacere. La morte, così, diventa la garanzia che ciò che hai detto e fatto è vero, o quantomeno che ci hai creduto sino in fondo. Questo mio è un ragionamento difficile da capire e mi rendo conto che chiedo uno sforzo enorme a chi mi sta leggendo. Però è uno sforzo che vale la pena fare per capire come funzioni il meccanismo della parola. Anna Politkovskaja, scrittrice e giornalista russa, viene uccisa e il giorno stesso della sua esecuzione il marito dichiara di provare, oltre a un profondo dolore, anche un sentimento di serenità, quasi di sollievo. Stupisce tutti. Perché serenità? Perché sollievo? Com'è possibile? «Perché so», spiega lui «che almeno con la morte non potrà più essere diffamata». Pochi giorni prima che Anna morisse, avevano tentato di sequestrarla, per narcotizzarla e farle delle foto erotiche da diffondere sui giornali di gossip. Di fronte a una delegittimazione del genere puoi invocare solo la morte. Chi lavora con le parole, con le parole che spaventano certi poteri, sa benissimo che quegli stessi poteri non possono consentire che tu abbia contemporaneamente autorevolezza e vita. O l'una o l'altra. Se hai la vita non hai l'autorevolezza, se hai l'autorevolezza non hai la vita. Tantissimi scrittori e magistrati si sono trovati nella necessità di dover scegliere. Io stesso ho avuto a che fare, in questi anni, con molti magistrati che hanno affrontato la paura, il terrore di dover morire ma ancor più di essere delegittimati. Come si può salvare la parola da questa terribile doppia condanna ? Facendo si che non appartenga più a una singola persona. La parola, se smette di essere mia, di altri dieci, di altri quindici, di altri venti e diventa di migliaia di persone, non si può più delegittimare, perché anche se si delegittima me quelle parole sono già diventate di altri. E se anche si dovesse eliminare fisicamente la persona che per prima le ha pronunciate, sarebbe comunque troppo tardi. So bene che si rischia di essere tacciati di eccessivo romanticismo se si pronunciano espressioni come «parola usata da molti», «parola contro il potere». Ma sono convinto che far diventare concreta una parola significhi innanzitutto consentirle una piena realizzazione nel quotidiano. E affinché la parola diventi realmente efficace contro le mafie non deve concedere tregua. Il grande sogno che hanno alcuni scrittori è quello che le loro parole possano mutare la realtà, che le loro parole, magari nel tempo, possano effettivamente indirizzare il percorso umano verso nuove strade. Certo mi rendo conto che nessuno può isolare il momento esatto in cui Dostoevskij o Tolstoj hanno modificato, indirizzato o semplicemente suggestionato il pensiero umano. Non è che un mese dopo l'uscita dei loro scritti qualcosa immediatamente sia cambiato. Nessuno può dire quale sia il peso reale delle Metamorfosi di Kafka oppure delle parole di Ovidio. Nessuno può dire quanto abbiano reso migliori o peggiori o indifferenti gli esseri umani. Ma chi ha la possibilità e lo strano e drammatico privilegio di vedere le proprie parole agire nella realtà, quando ancora è in vita, quando ancora il suo libro è caldo, allora questo scrittore può accorgersi di quanto effettivamente il peso specifico delle sue parole stia entrando nella

quotidianità, contribuendo a modificare i comportamenti delle persone. Quando questo accade ti rendi conto che il potere reale che hanno le parole è davvero infinito, ancor di più perché è un potere anarchico. Intendo dire che un potere che si basa sulla condivisione e sulla persuasione non è più un potere e la parola, quando viene accolta, non suscita più diffidenza e paura. Senza dubbio io ho avuto il privilegio di vedere cosa significhi la parola contro la camorra e contro le organizzazioni criminali, perché ho visto storie materializzarsi nello sguardo di molti. Storie che venivano ascritte alla periferia più misera, più lontana e marginale d'Italia, storie che, si diceva, non serviva a niente raccontare. Ho visto vicende passare dalle brevissime di cronaca nera alle prime pagine di giornali nazionali e addirittura internazionali. E quando questo accade, significa che qualcosa sta cambiando, che qualcosa è già cambiato, che nessuno può più permettersi di ignorare certi argomenti. Ed ecco migliaia di persone pronte a comprare un giornale, una rivista o un libro. Appunto, comprare. Anche questa è una parola, un concetto, che mette paura, in genere agli intellettuali, e agli intellettuali italiani ancor di più. Comprare, spendere, vendere, sono tutte dinamiche fondamentali per continuare a scrivere e far arrivare informazioni alle persone. Se non ci fossero i lettori che comprano, se non ci fossero gli scrittori che vendono, che promuovono se stessi e la propria parola, come sarebbe possibile far arrivare i messaggi ? Gli scrittori «speculano» sulle loro parole? Ben venga.

Questa «speculazione» deve essere giudicata per la qualità della parola detta, non perché viene fatta. Non provo alcun fastidio quando mi accusano di difendere troppo le mie parole. Se avessi la possibilità e la libertà, andrei porta a porta a parlare alle persone, cercherei di convincerle a leggere ciò che scrivo, dai ragazzini alle persone anziane. Senza vergognarmi. Sogno di vendere sempre più copie, ovunque nel mondo, e sono sempre insoddisfatto, nonostante i risultati siano stati buoni perché io ho un'ambizione ben più grande - e non me ne vergogno - ben più grande di quella di piazzare un po' di copie e di avere qualche buona recensione. Il sogno è che magari queste mie parole, condividendole, possano davvero diventare uno strumento. Non soltanto per affermarmi, ma anche per vivere meglio, per essere più felice e per permettere a chi mi circonda di essere più felice. Questo connubio tra ambizione personale e ambizione sociale è quello che secondo me, in passato, ha permesso in certe parti del Sud Italia di far muovere le persone che, in genere, sono circondate da una cappa di cinismo pigro, dovuto al fatto che ogni cosa sembra impossibile, ogni cosa sembra inarrivabile. Da un dottorato di ricerca a lavorare con un contratto come carpentiere, aprire un agriturismo piuttosto che poter decidere di tornare a coltivare la terra che è stata tutta avvelenata.

E l'unico sprone resta la voglia di affermarti e, affermando te stesso, inseguire il grande sogno di

poter cambiare le cose. E allora, ancora una volta, la parola, se decidi di affermarla fino in fondo, può diventare pericolosa. Certo, c'è sempre il rischio che sbagli, ma ben venga l'errore piuttosto che

il silenzio.

Relazionarsi a certi territori, a certe logiche è molto difficile. Io vengo da una terra complicata dove ogni cosa è gestita dai poteri criminali. Quello che alcuni filosofi hanno definito «biopotere» è molto più facile riconoscerlo dalle mie parti che nelle metropoli del Centro-Europa. Tutto è a esso sottoposto e tutto è sua espressione, dalla sessualità alla cronaca locale. Ed è proprio partendo dalla cronaca locale che ho voluto raccontare il mio territorio per mostrare che esiste un linguaggio, un modo di raccontare giorno per giorno la cronaca, nelle edicole, sui giornali che poi arriveranno nei bar, che circoleranno nelle salumerie, dai barbieri. Che c'è un modo di fare informazione che aderisce completamente al linguaggio e alle logiche delle organizzazioni criminali.

Si dirà che sono giornali che hanno tirature molto basse e diffusione limitata a quelle zone. Ma è

esattamente in quelle zone che loro devono circolare.

E in quelle zone che devono comunicare e costruire opinioni. E in quelle zone che l'opinione

deve essere orientata facendo aderire il lettore alle logiche di camorra. Deve essere considerato normale che un pentito venga definito infame. Che chi muore combattendo le organizzazioni criminali venga immediatamente riportato alla sua dimensione mediocre di uomo come tutti.

La paura maggiore che hanno le organizzazioni criminali è scoprire che qualcuno possa avere

ambizioni diverse e mettere in crisi i loro meccanismi.

E chi si oppone - secondo la loro ottica non si sta opponendo al sistema di cose, si sta opponendo

perché vuole guadagnare di più. Si sta opponendo perché vuole spazio maggiore. Si è pentito perché non è diventato capo. Ci sta denunciando perché non l'abbiamo fatto guadagnare. Ci sta denunciando perché vuole prendere il nostro posto.

Ne sta scrivendo perché non ha il fegato o le capacità per diventare uno di noi e allora fa

l'anticamorrista. L'elemento fondamentale per questi poteri è dimostrare che tutti abbiamo vizi, tutti siamo sporchi, tutti seguiamo due cose: il potere, e dunque fama e denaro, e le donne. O gli uomini, naturalmente.

Segnalare che si possa non essere santi o eroi, ma uomini diversi, con tutte le contraddizioni del caso, questo, invece, dà fastidio, mette paura.

E un messaggio che non deve assolutamente passare perché sarebbe come ammettere che si può

cambiare anche senza dover compromettere la propria vita o dover raggiungere chissà quali gradi di perfezione o sacrificio. Che non si può essere, non si deve essere soltanto marci, soltanto disposti ad accettare il compromesso. Eppure, c'è sempre qualcuno - il giornalista cinico e prezzolato, il politico furbo - che ha un unico grande obiettivo: mostrare che siamo tutti la stessa schifezza, mostrare che siamo tutti deboli, che in fondo deve esserci un potere forte e unico che ci guidi.

Ecco, leggere questo messaggio nella filigrana delle organizzazioni criminali, permette di capire come questa sorta di neocinismo sia in realtà ovunque.

Solo che le mafie lo affrontano in maniera più diretta, più concreta. Quando le studi, capisci immediatamente qual è il loro obiettivo e se ti metti contro di loro cercano di delegittimarti cosicché nessuno o quasi nel tuo paese o nella tua città ti appoggerà.

Mi sono chiesto come fosse possibile che ogni volta che tornavo nel mio territorio c'era questo

fastidio.

Un fastidio che percepisci - lo avvertiva la mia scorta, lo avvertivo io stesso - fisicamente, sulla

tua pelle. Sento nelle persone una reazione immediata, quasi un ghigno di fastidio, quando entro - raramente - in qualche ristorante. Oppure il fastidio della gente quando viene citato il mio nome. Una volta mi capitò di chiedere ai carabinieri di trovarmi una casa, perché non volevo andarmene via da Napoli. Era un sogno di anni fa. Me ne trovarono diverse e i proprietari, finché non sapevano chi fosse l'inquilino, si mostravano contenti, perché era stata l'Arma a mediare. Come dire, garantiscono i carabinieri. Così mi aspettavano, mi presentavo all'appuntamento, arrivavo con le auto blindate, quindi loro da lontano pensavano fossi un politico e di questo erano ancora più contenti.

Poi scendevo io e, sistematicamente, la loro espressione cambiava in modo repentino. C'era chi

la buttava sulla simpatia e mi diceva: «Dotto', tanta stima, ma tengo famiglia. Non è per me ma pe' 'e criature, per i bambini. Non posso proprio metterla in casa». C'era quello che la metteva sul tragico: «Mi dispiace, il condominio non permetterebbe mai, vivrebbero tutti in ansia». E quello più esplicito: «No, no, per favore. Ci manca solo lei».

E tutti, ma proprio tutti, mi dicevano di avere paura. Ora, la paura è un sentimento che va

rispettato - profondamente rispettato - anche con sacralità.

 

La

paura serve a conservarsi, la paura serve spesso anche a non commettere idiozie. Ma presto

mi

resi conto che quella non era paura. Era solo la motivazione nobile che trovavano per esprimere

un

sentimento assai diverso. Paura di che? In fondo c'erano mille garanzie. Non c'è mai stato un

solo episodio di persone che, cercando un obiettivo, per sbaglio vanno dal vicino o fanno saltare in aria un intero pianerottolo. Mai successo un caso del genere. Impensabile. Ancor più perché io in quell'edificio sarei stato profondamente blindato. Quindi la sicurezza dell'area sarebbe aumentata vertiginosamente. Il rischio, in definitiva, era pari a zero. Per loro. E infatti non si trattava di paura, ma di vergogna. Era il fastidio di doversi sobbarcare uno come me, in casa. Uno che li avrebbe esposti ai commenti di parenti e vicini. Fittarmi casa avrebbe significato, in quel momento e in quel luogo, stare dalla mia parte. Il racconto di queste case che non mi venivano date, di queste persone che non volevano mostrare condiscendenza nei miei riguardi, per me ha significato entrare in relazione con un territorio che non mi amava e che fingeva di sentirsi messo a rischio. Nel tempo, poi, le cose sono cambiate. Ho ricevuto molta solidarietà. Molti hanno voluto mostrarsi vicini alle mie parole forse anche perché sono emersi diversi documenti, anche video, che hanno mostrato come la camorra ammazzi ancora. E accaduto che ciò che ho raccontato, ciò che molti hanno raccontato - storici, sociologi, giornalisti, cronisti - è stato confermato da quelle testimonianze, da quelle immagini. Il video che ha fatto più scalpore è sicuramente quello di un'esecuzione avvenuta nel quartiere Sanità, nel cuore di Napoli. La vittima è Mariano Bacioterracino, boss della Sanità, con un passato di rapine. Cosa strana perché le organizzazioni criminali, quelle «serie», detestano le rapine e

soprattutto le loro conseguenze: tanta polizia e rapporti negativi con le banche, con le quali, invece, bisogna intrattenere buoni rapporti. Ma c'è una parte della camorra, quella appunto del Rione Sanità camorra «seria», importante, che fa capo al clan Misso - che invece faceva rapine, anche con una sorta di missione alla Robin Hood: un po' dei proventi, infatti, li ridistribuiva nel quartiere. Utilizzava la rapina per ottenere consenso e come strumento per accumulare denaro da reinvestire.

E quelle che hanno messo a punto, sono rimaste negli annali tragici delle rapine più gravi d'Europa,

non solo in Italia, ma anche in Spagna e in Germania.

Ebbene, Bacioterracino si trova li, all'ingresso di un bar. Ci sono due telecamere che riprendono

la scena, una all'esterno del bar e una all'interno.

Arriva un uomo con un cappellino. Entra nel bar come se volesse comprare qualcosa, poi esce. Si avvicina direttamente al suo obiettivo, che è li fuori, sulla destra, estrae la pistola e spara cinque colpi. Il primo al fianco. Tutti gli altri alla schiena. L'ultimo finale alla testa. Perché il video dell'omicidio di Bacioterracino ha sconvolto l'opinione pubblica mondiale ? Innanzitutto perché è la prima volta che questo genere di video viene diffuso. In genere ci viene mostrata sempre e soltanto la parte finale di un omicidio, la fotografia del cadavere, come unica prova. Per la prima volta, invece, tutto il percorso viene mappato. Poi c'è un altro dettaglio. L'immagine di quell'esecuzione decostruisce completamente la classica visione cinematografica che abbiamo delle esecuzioni di camorra, perché viene portata a termine in pochissimi secondi, con serena freddezza.

Non cattiva ma serena. E soprattutto chi è intorno al cadavere, ed era li prima che Bacioterracino morisse, non fa scatti, non ha reazioni isteriche. Sembra non avere paura: non scappa, non urla, non si affretta a chiamare col telefono la polizia o

i carabinieri, o almeno pare non lo faccia nell'immediato. Non fa niente se non cercare di andar via

il prima possibile, senza dare nell'occhio.

Allontanarsi a ogni costo. Per chi vede queste immagini, il primo pensiero è: ma come è possibile tanta disumanità? Chi osserva dall'estero e immagina Napoli come la città del cuore, della passione, del buon cibo e delle belle donne, ancor più non riesce a farsene una ragione. In realtà, invece, chi vive là non percepisce alcuno scandalo. Quelle immagini sono immagini quotidiane per una terra in cui, da quando sono nato, sono state uccise quattromila persone. E se

sommiamo Sicilia, Calabria e Campania negli ultimi trent'anni sono diecimila i morti. Più della Striscia di Gaza. Perché questi territori dovrebbero scandalizzarsi di fronte a un gesto del genere ?

Le persone mettono in conto di poter incontrare un camorrista o di imbattersi in un'esecuzione. E

quando avviene, il primo pensiero non è denunciare o chiedere aiuto. Il primo pensiero è portare a casa la pelle. E tu la pelle la porti a casa se non mostri che hai visto, che hai sentito. Perché dopo un'esecuzione c'è sempre un palo che osserva, che scruta e se vede qualcuno che urla in preda a una crisi di nervi, identifica quella persona come chi può descrivere il killer, come chi può denunciare e far condannare all'ergastolo uno di loro. E allora si andrebbe a cercarla, quella persona, a identificarla per impedirle di testimoniare. Ecco perché bisogna invece sgattaiolare, bisogna strisciare vicino alle pareti. C'è persino, in questo video, la scena di un padre che passa con la sua bambina in braccio. La bambina getta uno sguardo al cadavere, ma il padre non affretta il passo, non scappa, semplicemente va via.

La procura diffonde il video per far si che le persone riconoscano il killer. Per permettere loro di

riscattare in qualche modo il territorio da quel crimine, denunciando. Ma dal quartiere non arrivano segnalazioni e non per semplice disumanità, non perché siano tutti collusi o perché siano tutti camorristi. Tutt'altro. Quella disumanità è la disumanità di un paese in guerra. Non è la colpevole o strafottente disumanità del singolo: li c'è un codice. Vivere in guerra significa portare a casa la pelle. Magari se quella stessa situazione fosse accaduta al centro di Roma le reazioni sarebbero state diverse. Qualcuno sarebbe andato a toccare il cadavere e qualcun altro, magari, l'avrebbe ripreso con il cellulare. A Napoli riprendere con il cellulare significa avere prova di qualcosa, e questo ti mette in pericolo; a Roma, invece, non saresti in pericolo e il tuo gesto sarebbe considerato pura, forse deprecabile, curiosità.

Qualcosa di simile era accaduto pochi mesi prima.

Un altro video pesantissimo aveva scosso le coscienze del nostro Paese. Nel centro storico di Napoli, su dei motorini, si rincorrono delle «paranze» - termine con cui sono chiamati i gruppi di fuoco della camorra - sparandosi all'impazzata. Un proiettile colpisce un suonatore ambulante rom che stava li, in piazza Montesanto. Ferito, cerca di proteggersi entrando nella metropolitana dove si accascia e muore dissanguato. Nessuno lo aiuta.

Di tutto questo esiste un video e anche qui il Paese si indigna e si domanda come sia possibile

che nessuno presti soccorso, senza sapere che quella è la reazione più naturale perché, nella sintassi di quel territorio, uno che viene sparato in strada è un camorrista e non un povero innocente che non c'entra niente. Quindi perché aiutarlo ? Lascio perdere, piuttosto, e porto a casa la mia pelle.

Qualcuno forse ricorderà cosa accadeva negli anni Ottanta, nella guerra tra Nuova famiglia e Nuova camorra organizzata, quando veniva ferito e non ucciso un affiliato. Quando questo accadeva, avvertivano la paranza che aveva «fatto male» il lavoro. Quella o fermava l'autoambulanza e ammazzava li dentro la persona ferita o tornava indietro, prima ancora che arrivassero i soccorsi e finiva il lavoro. Addirittura le autoambulanze, quando sapevano che stavano andando a prendere un ferito di camorra rallentavano, per evitare di essere fermate con il ferito a bordo, per evitare che gli infermieri venissero malmenati e di doversi poi portare il cadavere con tutto il sangue - il sangue ma soprattutto le conseguenze - in ospedale. Allora preferivano che il «lavoro» si finisse per strada, preferivano arrivare in ritardo e caricare direttamente il cadavere. Quando vieni da queste storie, perché dovresti prestare soccorso? Ecco le radici della disumanità che ci sta attraversando: una disumanità che ha delle ragioni precise. E su questo che dovremmo intervenire.

Sempre più spesso si crede, invece, che usare lo strumento della letteratura per raccontare le contraddizioni del nostro Paese, sia solo un modo per infangarlo. Io questo non lo credo. Al contrario la considero un'enorme idiozia che giustifica e difende spesso i poteri criminali. E sposta addirittura la colpa da chi ha commesso efferatezze a chi le racconta, sottraendole al silenzio.

Lo strumento letterario permette che storie legate a determinati ambiti conquistino cittadinanza

universale. Che storie considerate lontane, di personaggi con nomi strani e tutti uguali, acquistino una forza speciale e diventino patrimonio della collettività.

E quella forza che Philip Roth attribuiva alle pagine di Primo Levi. Una volta chiesero a Roth -

mi piace ricordarlo spesso - quale fosse il libro più importante che avesse letto. Lui rispose Se

questo è un uomo di Primo Levi, «perché» continuò, «dopo averlo letto, nessuno può più dire di non essere stato ad Auschwitz». Non di conoscere Auschwitz, non di aver saputo di Auschwitz. No, nessuno può più dire di non esserci stato. La forza di quel libro è che ti prende e ti porta li.

Ricordo un altro libro, un libro di Michael Herr, del tutto diverso. Si chiama Dispacci. Racconta

del Vietnam e si chiude così: «Vietnam. In fondo ci siamo stati tutti». La forza degli scrittori e dei

giornalisti che hanno scritto contro quella guerra è stata di portare tutti li, e quindi di mostrarne la ferocia.

Ecco, allo stesso modo, io credo profondamente che la forza della parola - letteraria e non - sulle organizzazioni criminali sia far conoscere e comprendere queste storie, far si che esse diventino di tutti, che riguardino tutti, e che quindi ciascuno possa voler decidere di cambiarne il corso. Con la forza della parola, queste storie finalmente escono da quel limbo silenzioso che le ha difese, che ha permesso ai poteri criminali di prosperare nella colpevole o, più spesso, inconsapevole indifferenza. Una complicità che non ha bisogno neanche di compromissione, basta non agire e tutto è a posto.

Ogni lettore che fa sua una storia, ogni lettore che protegge un libro, che osserva, che ascolta, sta facendo moltissimo. Sta facendo moltissimo perché permetterà a quell'autore di continuare a lavorare e soprattutto contribuirà a diffondere le sue parole, a renderle strumenti pericolosi. Anche criticando, anche non condividendo, anche facendone semplicemente argomento di discussione, farà si che le tante vicende avvolte dall'ombra possano diventare invece storie degne di essere raccontate, che i tanti morti diventati semplicemente un numero possano tornare a essere persone, che i molti sogni rimasti a margine, possano tornare a essere possibilità reali.

Mi piacerebbe chiudere ricordando una persona.

Si tratta di un uomo che si chiamava Antonio Cangiano. E morto qualche mese fa. Ovviamente nessuno si è ricordato di lui: nessun giornale, nessuna televisione, nessun telegiornale. Solo i suoi amici. Antonio Cangiano era un politico; è stato vicesindaco, negli anni Ottanta, di un paesino in provincia di Caserta che si chiama Casapesenna.

Un paesino che sembra avere un nome ridicolo e che invece è uno dei luoghi più ricchi d'Italia,

ma soprattutto ha dato i natali a una famiglia mafiosa spietatissima, gli Zagaria. Ebbene, questo vicesindaco negli anni Ottanta rifiutò - una cosa banale - di far vincere l'appalto a un'azienda che non era in regola e che voleva ottenere, in quanto «del luogo», la ristrutturazione di alcune strade. Lui si impuntò: un gesto che non ti fa certo passare alla storia, ma che ti fa dormire tranquillo e ti fa credere che, tutto sommato, si può ancora essere onesti.

Non far vincere l'appalto a quell'azienda significava far vivere meglio i suoi concittadini; non era affatto un progetto sovversivo di redenzione o rivolta. Ebbene, per questo gesto, l'organizzazione decide di punire Antonio Cangiano. Gli spara alla schiena, non per ucciderlo ma per lasciarlo infermo. E la legge del taglione: «Tu non hai fatto camminare noi, noi non facciamo più camminare te». Antonio Cangiano ha avuto dei problemi enormi, perché i proiettili gli hanno compromesso il midollo spinale, non ha più potuto camminare e ha perso gran parte della sua serenità. Nel corso degli anni gli hanno amputato le gambe, ha avuto il corpo spezzato e quando è morto - mi avvertì un amico comune via mail -, anche in quella circostanza, ha avuto il silenzio intorno a sé. Mi piace ricordare Antonio Cangiano perché la sua è una storia di grande speranza. Può sembrare il contrario ma non è così. E una storia di grande speranza perché è la storia di un uomo senza gambe che in questi anni bui non si è piegato e ha camminato dritto. E non solo, è anche andato lontano, molto più di chi, invece, pur avendo le gambe è rimasto fermo. Per me, lui e

moltissimi altri, hanno significato poter credere che una scelta individuale, anche difficile, anche se ti compromette la vita, non solo è possibile, ma può anche darti conforto quotidiano. Sai che non

hai ceduto, sai che hai resistito e tutti i sacrifici fatti, in fondo, dentro di te, ti fanno sentire uomo.

Molti chiedono a chi si pone contro le organizzazioni criminali perché lo faccia. C'è un corridore,

un atleta, un recordman dei cento metri, a cui hanno chiesto una volta perché avesse deciso di correre. E la sua risposta è la risposta che io do a me stesso e a chi ogni volta mi chiede perché mi occupi di certi temi e perché continui a vivere questa vita infernale.

perché tu ti

sei fermato?» Anche a me piace rispondere così. Quando mi chiedono perché racconto, rispondo

e perché tu non racconti ?» Molti diranno e ripeteranno che ciò che faccio

semplicemente: «

significa infangare il Paese. E io ogni volta ribadirò che invece questo è l'unico, dannatissimo modo per cercare di cambiare le cose.

A questo corridore chiesero: «Ma perché corri?» E lui rispose: «Perché io corro?

30 ottobre 2009.

Così parla la mia terra

Parte seconda

Vorrei parlarvi di quello che accade nella mia terra. Lo faccio spesso, ma questa volta proverò a farlo in un modo un po' diverso. E vorrei che non immaginaste la mia faccia, che non sentiste la mia voce. Vorrei provare, qui, a farvene ascoltare un'altra: quella della mia terra che vi parlerà attraverso l'informazione quotidiana, ovvero attraverso quei giornali che, ogni giorno, ne riportano le notizie. Mi riferisco ai giornali locali o perlomeno a un certo tipo di giornali che a Napoli, a Caserta e nelle loro province, moltissime persone leggono. Ciò che vi risulterà più strano è che spesso questi giornali e le cose che vi sono scritte, per voi sarà difficilissimo comprenderle, a meno che non siate della mia terra o addirittura del mio paese. Se siete friulani, lombardi, sardi, romani, toscani, per voi sarà pressoché impossibile decifrarli da soli. Mi spiego meglio, nessuno di questi giornali vi riporterà mai nomi e cognomi di un boss o di qualsiasi altro personaggio locale, ma ne parlerà sempre e soltanto col soprannome. Credo sia difficile che qualcuno di voi possa capire immediatamente un titolo come questo: Bin Laden e o Sceriffo controllavano gli affari. Bisogna che sappiate, innanzitutto, che Bin Laden è Pasquale Zagaria, boss di Casapesenna, che ha fatto affari enormi a Parma e che, appunto, è soprannominato Bin Laden perché era introvabile, esattamente come lo sceicco.

E introvabile è rimasto finché non si è consegnato lui stesso alla magistratura. Questo è un titolo che si rivolge chiaramente a un pubblico che conosce e che sa di cosa si parla. «O Sceriffo», invece, è Michele Fontana. Il soprannome gli deriva dall'aspetto da texano: tenete conto che molti camorristi sono bufalari, allevatori di bufale, quindi vestono sempre un po', diciamo così, in maniera country. E da qui, il soprannome «o Sceriffo».

A questo punto, credo sia lecito domandarsi perché questi giornali utilizzino sempre e solo

soprannomi. Il motivo è semplicissimo. All'anagrafe, tanti possono chiamarsi Francesco Schiavone, Carmine Alfieri, Michele Fontana, ma solo uno, in paese, risponde al nome di Sandokan, o Ntufato oppure o Sceriffo. I soprannomi sono come le stimmate per un santo o il mantello per un supereroe. Non so come dire: il soprannome è qualcosa che ti rende diverso dagli altri, che ti rende più degli altri.

Nel

titolo

successivo,

ancora

una

volta

un

soprannome:

In

cella

cugino

del

defunto

«Formaggino».

 

Ci

sono persino soprannomi così, un po' ridicoli.

 

In

genere ti vengono affibbiati quando sei piccolo. Te li ritrovi quando sei ancora ragazzino, e

poi ti restano addosso per tutta la vita. Arrestato «o Cappotto». Un titolo così è impossibile da decifrare, a meno che uno non sappia che storia c'è dietro, a quale territorio faccia riferimento. Sembra paradossale, ma se qui anziché «o Cappotto» ci fosse scritto il vero nome dell'arrestato, nessuno capirebbe di chi si tratta; neanche chi è del suo paese o del suo quartiere. Ma quando quelle stesse persone leggono Arrestato «o Cappotto», immediatamente capiscono. Questo è un titolo da «Cronache di Napoli». Ed eccone un altro: Delitto Iovine, o Lupo e Nasone in tribunale. Ancora una volta soprannomi che, ancora una volta, identificano dei personaggi quasi a generare intimità tra chi sta leggendo e

chi fa il titolo. E un altro ancora: Carcere duro per Peppe o Padrino. Qui l'attributo è decisamente più esplicito. Questo, invece, è quasi illeggibile: Blitz dell'Arma da o Mussuto dopo l'agguato a o Urpacchiello, in ballo il business del caffè. E uno scioglilingua. Sono ovviamente soprannomi che, una volta di più, identificano clan, gruppi di potere, modi di relazionarsi. C'è una prassi nella mia terra, una prassi che seguono i quotidiani locali e che mi ha sempre molto colpito. Quando i processi si concludono con condanne, i giornali di cui stiamo parlando pubblicano immediatamente i nomi e i cognomi dei condannati. Nel Sud ci sono molti maxi- processi, quindi spesso quegli elenchi sono lunghi. Ma anche li, nomi e cognomi non direbbero nulla se non fossero seguiti dai soprannomi. Ecco cosa potrebbe capitarvi di leggere: «Massaro Clemente, o Pecoraro. De Rosa Italia, a Zingara. Esposito Agostino, Pummarola». A ogni condannato un soprannome, «Chiachiello, Cuzzichiello», che a volte sono nomignoli che fanno anche ridere. Eppure, dietro questi soprannomi e dietro i titoli di giornale che li riportano, c'è qualcos'altro. Qualcosa che ha a che fare con una guerra, una guerra che ogni tanto ci raggiunge. Che anzi, ci raggiunge solo quando si sparge molto sangue e quando ci sono grandi tragedie. In media si ammazzano uno, due uomini di camorra al giorno. A volte tre, ma la cronaca nazionale lo ignora. Il modo in cui si trattano questi argomenti è quasi sempre lo stesso; identico da anni, da decenni. Tutto resta li, fermo, immobile, immutabile, lasciato ai pochi cronisti locali - naturalmente i più coraggiosi - o ad altri che riportano semplicemente la notizia, nei suoi minimi termini. Tutto quello che vi sto raccontando continua a succedere e continua a godere di un silenzio spesso colpevole, che non permette all'intero Paese di capire cosa stia succedendo al Sud. E non al Sud soltanto. Che non permette di capire come si muovano i capitali e cosa accada realmente alle vite delle persone. Sarà utile, giunti a questo punto, spendere qualche parola anche sul tipo di linguaggio che questi quotidiani utilizzano e sul tipo di comunicazione che, attraverso quel linguaggio, quotidianamente veicolano. Negli ultimi mesi si è parlato molto di stupri, ma nessun giornale a diffusione nazionale ha mai riportato alcun riferimento allo stato civile delle vittime. Nessun riferimento al fatto che le donne stuprate fossero fidanzate, sposate o single. E invece, ecco un titolo del «Corriere di Caserta»:

Stupra donna sposata e finisce in cella. Perché «sposata» ? Cosa c'entra ? Perché: stupra donna sposata e non stupra donna e basta ? Molto probabilmente perché il meccanismo di intimità che si innesca tra un determinato territorio e l'informazione che a esso si rivolge, deve immediatamente suggerire a quei lettori ciò che in quel contesto più conta. Tutto sommato, quindi, la cosa grave non è lo stupro in sé, ma proprio che la donna stuprata sia sposata. Fosse stata nubile, quella violenza si poteva ancora far passare per un gesto di forza - probabilmente eccessivo - ma il cui unico e benevolo scopo era conquistare una donna. Invece no. Invece qui qualcuno sottolinea: «Stupra donna sposata». Tutto ciò che sta dietro a questo titolo è esattamente quel tipo di mondo. «Donna sposata» sta per «donna di qualcun altro». Ecco perché è così importante segnalarlo. Ancora un altro atroce titolo che in poche, pochissime parole ci racconta un mondo: Giustiziato sindacalista. «Giustiziato» e non «assassinato», non «ucciso». Giustiziato significa, alla lettera, che si è fatta giustizia e soprattutto significa che si dà per scontato che esista un potere che, legittimamente, può decidere di fare giustizia. E questo potere, per inciso, non è lo Stato. Giustiziato è una parola che, con quest'accezione, sarà ben difficile trovare nella cronaca quotidiana nazionale italiana e d'Europa. Il linguaggio di questi quotidiani può essere molto pesante, ma in altre occasioni può risultare quasi comico, come per certi soprannomi. E può essere, talvolta, anche infantile; può ricalcare il linguaggio dei bambini e anche questo, naturalmente, è funzionale al tipo di comunicazione che si

vuole dare e soprattutto alla reazione che nei lettori si vuole suscitare. Lo zio faceva cose sporche, è un titolo che sembra rubato dalla bocca di un bambino piccolo e a leggerlo, su un quotidiano, è inevitabile produca una sensazione di straniamento. Ecco, io sono cresciuto in una terra raccontata così, al ritmo di questi titoli e ciò che capita è che ti abitui a considerare determinate parole normali. L'assuefazione diventa tale che i fatti finisci per leggerli e valutarli così come ti vengono raccontati senza dubitare della loro genuinità. Questi titoli, questo tipo di informazioni, costruiscono un mondo che sarebbe un errore considerare un mondo a parte. E il mondo degli affari, ed è il mondo dei massacri. E il mondo che investe a Milano, che investe a Parma, che investe a Barcellona, che investe a Berlino. Ma ha la sua radice nel Sud Italia. Ed ecco un altro titolo che a me, personalmente, ha spaventato: Pirólo, la corte assolve l'infame. Ripeto: la corte assolve l'infame. Pirólo è un collaboratore di giustizia e viene assolto per un reato. E il titolo recita: «Pirolo, assolto l'infame». Come vengono chiamati i collaboratori di giustizia nei territori di mafia? Infami, appunto. Il titolo poteva essere ben diverso. Si poteva scrivere semplicemente «assolto». E invece no: «assolto l'infame». Perché il vocabolario da quelle parti è questo: chi parla con la giustizia è un infame. C'era un imprenditore dalle mie parti che si chiamava Dante Passarelli. Dante Passarelli ha una storia complicata, quella di un uomo che inizia la sua attività proprio nella zona dall'Agro Aversano. Comincia come salumiere e poi si fa le ossa come imprenditore. Ma trova come partner - secondo quanto dichiara la Procura antimafia - Francesco «Sandokan» Schiavone, il boss del clan dei Casalesi. Così a Dante Passarelli, sempre secondo le indagini, arriva una quantità enorme di denaro che lui reinveste. Ed è bravo, perché con gli strumenti economici e finanziari di cui dispone, riesce a conquistare il più grande zuccherificio del Mediterraneo, l'Ipam. E visto che in passato l'Ipam è stato suo, di conseguenza possiamo dire che sia appartenuto al clan dei Casalesi. Poi, come spesso accade nella vita degli imprenditori che decidono di legarsi alle organizzazioni criminali, succede qualcosa. Ma prima di arrivare a parlarvi di questo, vorrei far chiarezza su un punto. Quasi sempre le organizzazioni criminali scelgono come partner imprenditori abili, capaci di fare affari, di essere smaliziati, di vedere tutti gli ambiti e tutti gli spazi per il business. Questa ultima frase può essere presa alla lettera. Una cava dismessa diventa uno spazio per la spazzatura. Una terra incolta diventa allevamento di bufale. Un nuovo stile di costruzione, magari visto a Parigi, o assaporato in qualche passeggiata iberica, viene immediatamente imposto ai geometri e agli architetti per creare nuovo «appetito» imprenditoriale. Ecco: Dante Passarelli era un imprenditore di questo tipo. E alcuni titoli di giornale sono proprio dedicati a lui. Titoli chiari, come questo: Sigilli all'impero di Passarelli. Come spesso accade agli imprenditori di mafia, Passarelli viene accusato di riciclare denaro, di essere un imprenditore organico al clan. Sigillano il suo impero, fermano le sue attività. Case, palazzi, ville, squadre di calcio, bufale, yacht: tutto fermo. Macchine, imprese, trasporti, tutto fermo, tutto viene congelato. La notizia fa scalpore, come i titoli dimostrano: Sequestrato il nuovo tesoro di Passarelli. Nuovo, perché ne aveva già avuto uno che pure gli era stato sequestrato. Poi se n'era rifatto un altro, ma anche questo «nuovo tesoro» la Procura antimafia di Napoli riesce a scoprirlo e a congelarlo. Cosa succede quando imperi e tesori di un imprenditore del calibro di Passarelli vengono sigillati ? In genere l'imprenditore muore, perché quando vengono congelati i beni intestati a una persona, possono tornarne in possesso degli eredi o di altri soggetti solo se questa muore. All'epoca, guardando i giornali che compravo ogni mattina, mi faceva molta impressione questa specie di canto funebre cadenzato dai titoli. Sigilli all'impero di Passarelli, Sequestrato il nuovo tesoro di Passarelli, Passarelli, tragedia all'Ipam. Sequestro e morte. La forza delle organizzazioni criminali spesso è proprio questa: non permettono errori.

Non è possibile, per un imprenditore che si leghi a loro, sbagliare e non pagare, come invece è consentito a chi opera all'interno dell'economia legale. In quel mondo chi sbaglia, paga. Sempre. Solo i migliori vanno avanti. Non esistono né raccomandazioni, né protezioni. Nulla. Solo business, business, business. Sei inciampato? Ti hanno sequestrato i beni? Muori. La notizia viene data anche dal «Corriere di Caserta»: È morto Dante Passarelli .Si trovava sul terrazzo di casa a Villa Literno. Escluso suicidio. Immediatamente dopo la morte, iniziano a circolare voci, sempre più frequenti, che già parlano di omicidio. Ecco allora un altro titolo: Passarelli ucciso. E giallo sul caso. E il sottotitolo: Il magistrato attende i risultati dell'esame autoptico. Vi prego di soffermarvi su questa contraddizione. Il magistrato ancora non sa cosa sia successo, e questo lo riporta il sottotitolo in riferimento all'esame autoptico, e invece nel titolo già si legge «ucciso». Come è possibile? La causa di una morte, in genere, la si può stabilire se si dispone di un esame autoptico, se il magistrato afferma di avere delle prove. Invece no, qui ci viene detto: «guardate che il magistrato non è ancora in grado di stabilire nulla, ma noi vi diciamo lo stesso che Passarelli è stato ucciso». Per me è sempre stato molto difficile raccontare queste storie, perché spesso ho avuto l'impressione che una parte del Paese - la parte maggiore - non volesse neanche sentirle. Spesso ho avuto la sensazione che, tutto sommato, queste storie vengono considerate storie di meridionali, storie di paesi persi, persi sulla carta geografica e persi tra i loro problemi. Che in fondo queste sono storie di gang, storie di bande che si ammazzano tra loro. Storie che ci sono sempre state, che ci sono adesso e sempre ci saranno, e non sono, in fondo, così gravi. Io, invece, ho cercato - e non so se ci sono riuscito - di raccontarle come storie di tutti, perché in quelle terre, all'apparenza marginali, c'è il cuore pulsante dell'economia del nostro Paese. Quelli che leggerete di seguito sono titoli presi a caso da giornali usciti lo stesso giorno - un giorno qualunque - che riportano la cronaca locale di Napoli e di Caserta: Imprenditore trucidato nel bar a pistolettate, Napoli come Chicago, Allevatore giustiziato con un colpo in faccia, Sparavo ma non lo colpivo, Bombe di Capodanno-.altri 160 anni. E ciò che è stato riportato da questi quotidiani in un solo giorno e, ribadisco, in un giorno qualunque. Mi piacerebbe sapere se soltanto una di queste notizie vi è mai arrivata. Se vi è mai passata davanti, se vi ha mai sfiorato il timpano, se vi è stata raccontata da qualcuno. Chiedo, ma intanto già so che è impossibile. «Sparavo ma non lo colpivo», «Bombe», «Allevatore giustiziato», «Imprenditore trucidato». Cronache di guerra, ogni giorno, ogni singolo giorno. E voi, se non vi ci trovate in mezzo, non ne saprete mai nulla. Questa è la cronaca di una guerra vera, non di una guerra metaforica o morale. E la cronaca di una guerra fatta di sangue, di intimidazioni giornaliere, di battaglie quotidiane. Ma che arriva alle pagine nazionali solo in cronaca nera, con delle brevissime, quel tipo di notizie che a stento si vedono e sicuramente non restano impresse. Così solo gli addetti ai lavori - giornalisti, giudici, avvocati - in qualche modo trattengono queste informazioni, se ne occupano, cercano di tenerle vive. Ma poi tutto passa lo stesso.

Mi sono spesso chiesto se non fosse anche colpa di chi dà queste notizie. Se non fosse anche

colpa del tipo di linguaggio utilizzato. Se la cronaca locale, quella di cui stiamo parlando, non abbia in qualche modo anestetizzato tutti coloro che vivono in quel territorio. E così spesso mi sono trovato a mostrare delle immagini, nelle scuole oppure negli incontri cui mi capita di prender parte, inseguendo questa strana ossessione che hanno gli scrittori quando si mettono in testa che le loro parole possano cambiare qualcosa.

Ho mostrato e commentato non solo titoli di giornali, ma anche una serie di fotografie molto

dure, che però vale la pena vedere, perché sono uno specchio, un frammento di questo Paese. Le foto che porto in giro e di cui vi parlerò, sono foto di funerali.

Parco Verde, Caivano. Due bare bianche: i funerali di due ragazzini: Emanuele e Ciro, uno di

quindici e l'altro di diciassette anni. Emanuele muore perché faceva rapine. Le faceva insieme a un gruppo di persone, sempre le stesse. Anche il tipo di rapine era sempre lo stesso, come la tipologia delle vittime e il luogo. Neanche i rapinatori sapevano fare! Sempre di sabato, sempre alle coppiette, sempre in una piazzola piena di spazzatura che, quando l'ho vista, il primo pensiero è stato: be', bisogna amarsi davvero tanto per venirci in camporella e non vedere tutta la monnezza intorno.

E si vede che quelle coppiette si amavano talmente tanto che erano completamente distratte.

I rapinatori arrivavano, spaccavano il vetro dell'automobile, minacciavano con la pistola e si facevano dare i soldi. Una di queste coppiette, però, alla fine denuncia.

Una pattuglia si apposta nella piazzola piena di spazzatura, i rapinatori arrivano per fare il solito «lavoro» ed Emanuele caccia fuori la pistola; era una pistola giocattolo, ma chi gli è di fronte certo non può saperlo. Gli sparano e lo ammazzano. Ed eccolo qui, il suo funerale. Tutti coetanei, tutti quindicenni, su motociclette che spesso gli vengono regalate. Perché questi ragazzi la camorra neanche li vuole: il massimo che gli dà è un motorino. La camorra non li vuole perché ne ha già troppi. Ne affilia solo qualcuno, ma quei ragazzi sono affamati, vogliono crescere economicamente, vogliono guadagnare. Quindi a volte gli fanno fare i pusher, senza affiliarli. Devono portare l'hashish a Roma, oppure consegnare la coca e in cambio hanno una motocicletta. Nella foto del funerale, tutti gli occhi sono rivolti alla bara di Emanuele.

E mentre la bara usciva dalla chiesa, le moto acceleravano e acceleravano, come se quel rombo

fosse l'unico requiem degno per accompagnare l'ultimo viaggio di Emanuele.

Il prete che celebrò la messa disse: «La morte di Emanuele non è stato un errore. E morto un

ragazzo che sapeva benissimo a cosa andava incontro.

Ma quindici anni è un'età che non bussa alle coscienze con le nocche, ma con le unghie». Disse questa frase che non ho mai più dimenticato.

E poi c'è la foto del funerale di Ciro, diciassette anni. Anche la sua bara la portano ragazzi

giovanissimi. Emanuele e Ciro sono morti nello stesso anno e nella stessa zona. Emanuele ammazzato e Ciro caduto da un'impalcatura mentre lavorava. In questa terra, sia che tu faccia una scelta non giusta, assurda, come quella di Emanuele, sia che tu scelga di svegliarti alle cinque del mattino per andare a lavorare in nero nei cantieri, spesso il tuo destino è lo stesso. Io vengo dal Sud Italia che fornisce operai edili a tutta la penisola. La maggior parte delle imprese che svolgono lavori in subappalto sono del Sud.

La maggior parte degli operaie stiamo parlando delle migliori maestranze d'Europa - vengono dal Sud. La camorra, con le sue imprese capaci di aggiudicarsi un numero altissimo di subappalti, divora il loro lavoro, lo costringe ad abbassarsi di qualità, molto spesso arriva addirittura a renderlo disumano. Fateci caso, quando qualcuno muore in un cantiere, quasi sempre risulterà che sia morto il primo giorno di lavoro, perché quel giorno stesso lo si mette in regola. Gli operai sono sempre presi a lavorare in nero: per avere il diritto di essere assunti, bisogna prima morire.

E poi c'è la storia di Francesco Iacomino, uno dei tanti ragazzi morti sui cantieri. Francesco era

caduto da un'impalcatura, s'era spezzato caviglie e polsi, ma poteva essere salvato. I suoi colleghi, però, hanno avuto paura, l'hanno preso e l'hanno buttato per strada. La persona che è poi passata a raccoglierlo, è arrivata troppo tardi. Francesco Iacomino, buttato per strada, quando è morto aveva trentaquattro anni. Quando lavori nelle condizioni in cui lavorava lui, sai che chi ti è a fianco potrebbe essere il tuo carnefice, perché se ti succede qualcosa non si espone per te. Non farà chiudere un cantiere per te. Non metterà a repentaglio per te soldi, lavoro e velocità di

realizzazione. Queste storie, queste immagini sanno di guerra. Ripeto questa parola ossessivamente, e forse sbaglio, ma non mi viene in mente un altro termine per definire ciò che rappresentano. C'è poi una foto che mi ha molto colpito, ritrae un ragazzo di

Napoli, mani callose, che a sua volta tiene in mano quattro foto, un poker di volti: tutti ragazzi morti

e nessuno che superi i vent'anni. Mi sono spesso chiesto perché l'informazione non si occupa di

queste storie. E mi sono anche chiesto perché noi facciamo credere all'informazione - bisogna forse metterla così? - che queste storie non ci interessano. Le vittime, che siano camorristi o no, sono soprattutto ragazzi, ragazzi giovanissimi.

Nei cimiteri delle mie parti - a San Cipriano, a Poggioreale - ci sono intere aree in cui si concentrano le tombe di persone decedute negli anni delle più sanguinose faide. Passi e vedi l'età dei morti: venti, ventuno, ventidue; venticinque, ventotto, trenta; quindici, diciotto, sedici. A morire sono sempre le nuove generazioni. Ma non si muore solo se colpevoli e non si muore solo sui cantieri, si muore anche per caso, per aver intercettato la traiettoria di un proiettile. E quello che è successo ad Annalisa Durante, la ragazzina ammazzata a Forcella da un proiettile vagante. In queste terre, la morte non è un evento che ti può piombare addosso, una sciagura come può arrivare nella vita di tutti. No, qui si vive la tragedia come una costante quotidiana. L'unico commento possibile è: «E così. E sempre stato così.

E fisiologico che possa accadere. E tu cosa ti stai inventando?

Che balle ci racconti ? E perché vieni a dirci che tutto questo deve farci indignare?» Nel racconto della quotidianità di queste terre, spesso ciò che colpisce di più è proprio il fatto che tutto sia assolutamente messo in conto, è la banalità di questo male. Gli arresti, la morte: tutto normale.

E i poteri criminali che decidono del destino di tutti, in questo dannato Sud, dove la scelta è tra

emigrare o avere la fortuna di trovare qualcuno che ti aiuti - politico, parente, amico, amico di amici

- e che ti possa sistemare. E come se il territorio si spaccasse tra i rassegnati che restano e gli

ambiziosi che vanno via. La famosa «questione meridionale» - parola che farà inorridire i più - non solo non è stata ancora risolta, ma non è stata nemmeno adeguatamente affrontata. Esiste di nuovo un'emigrazione interna enorme. Milioni di persone, in questi ultimi anni, sono andati via dal Sud, anche e soprattutto perché i poteri criminali sono un ostacolo alla loro felicità. Si, è proprio felicità la parola che ho usato, una volta, davanti alle scolaresche di Casal di Principe, quando mi arrovellavo sulle parole da pronunciare di fronte a ragazzi che tutti i giorni vivono questa realtà. Alla fine dissi una cosa semplice, forse un po' retorica: «Combatteteli, combattete questi poteri, perché vi tolgono la felicità». In fondo è proprio così, vivere da camorrista non è bello, fare il camorrista è uno schifo. Niente sabati per divertirti, niente che tu possa decidere liberamente per te stesso.

E togliere la felicità significa proprio indurre le persone a pensare di essere impotenti, di non

poter fare nulla che non passi per l'avallo o per mani altrui. Non poter far nulla significa, per esempio, che quando ero adolescente mi raccontavano che a Castelvolturno c'era stata, un tempo, un'enorme pineta attraversata dal mare, tra le più belle al mondo, con una lunghissima spiaggia. Io ci fantasticavo su quella pineta, e pensavo che sarebbe stato bellissimo poterci andare a fare il bagno. Ma non era più possibile perché l'avevano distrutta tutta e al suo posto era sorto un intero villaggio abusivo. Avevano avvelenato l'acqua e rubato la sabbia preziosa che fa il cemento migliore. Quel cemento viene preso dalle imprese di mafia che, abbattendo i costi, vincono gli appalti nel Nord Italia. Hanno tolto così tanta sabbia da quelle sponde che non è più il fiume Volturno a riversare le sue acque in mare, ma è il mare che entra nel fiume, dove ormai si possono pescare spigole, che sono pesci d'acqua salata. La quotidianità attraverso le fotografie che ritraggono la mia terra, diventa racconto: il racconto di un paese in guerra. Nelle foto di repertorio, che ritraggono morti, spesso sparati e spesso con il

sangue che ancora sta colando, c'è sempre una nota stonata. Prendete a caso la foto di un morto della faida di Scampia e provate a indovinare chi c'è, in prima fila, a guardare la scena. Bambini, tutti bambini. Sono li, normali. E guerra. E se prendete un'altra foto, in prima fila, davanti a un altro cadavere sparato in faccia, vedrete un'altra volta bambini. Io mi domando come si cresca così. Che tipo di paese è un paese che permette che questo sia normale.

E poi ci sono persino i boss che riescono a scrivere dal carcere. Scrivono lettere dal 41 bis.

Sarebbe impossibile perché dal carcere duro non puoi comunicare con l'esterno. E invece no, un modo c'è: tu scrivi e ti pubblicano sui giornali locali. Lo fa Francesco «Sandokan» Schiavone, diventato famoso con questo soprannome perché somigliava a Kabir Bedi che aveva interpretato Sandokan, notissima fiction, quando Francesco Schiavone era giovane. Sandokan scrive delle

lettere e i giornali locali gliele pubblicano. Pubblicano delle lettere in cui lui esprime le sue verità e

dà anche indicazioni su come debbano essere raccontate.

La «Gazzetta di Caserta» titola: Sandokan scrive e difende il boss Bidognetti. E poi addirittura

un messaggio di Sandokan al direttore del quotidiano: «A proposito, Signor direttore, la vita ti chiede sempre ciò che sei capace di affrontare. A questi cosiddetti pentiti la vita gli ha chiesto di affrontare il fango come i porci. Forse più in là scriveremo un libro-verità insieme, sempre se mi fate questo onore. Ci divertiremo molto». In tutta la lettera, Sandokan attacca i pentiti, dice che raccontano idiozie, che lui è un imprenditore e non un criminale.

E la risposta, la prima riga di risposta che il direttore della «Gazzetta di Caserta» gli dà, è questa:

«Signor Schiavone, la ringrazio per la stima». Più avanti il direttore dirà anche: «Be', lei è un boss». Ma la prima frase, quella con cui esordisce, è: «Signor Schiavone, la ringrazio per la stima»!

Rivolgendosi al boss della più grande organizzazione criminale che esiste in Campania, una tra

le maggiori di tutto il Sud Italia.

Mi sono sempre chiesto come sia possibile che questo tipo di comunicazioni possano avvenire

così, tranquillamente, senza suscitare scandalo. Senza che il Paese si indigni. E invece vengono pubblicate, come fossero ordinarie informazioni che la stampa trasmette.

Ma a fare da contraltare a tutto, è un dolore profondo, quello che si prova per la morte dei tanti

innocenti ammazzati.

Dario Scherillo è stato ucciso nel 2004 a Casavatore, un paese del Casertano. Aveva 26 anni e non aveva fatto niente. Veniva da una famiglia di lavoratori, non era un camorrista: si è trovato, come si suol dire, nel posto sbagliato, al momento sbagliato.

Gli sparano e lo ammazzano. Le foto di questa morte sono impressionanti, per via della macchia

di sangue, sempre sulla faccia. Chi uccide, spara sempre in faccia per essere sicuro di raggiungere il

proprio scopo. E il dolore delle persone che circondano il cadavere, credo i familiari, è un dolore che urla: «Ma come è possibile ? E adesso cos'altro dobbiamo aspettarci?» E un dolore che non riesci a mettere a fuoco, che non riesci a contenere. Per uno scrittore è letteralmente impossibile raccontare quel dolore. Non riesci a raccontarlo perché non è solo strazio, è qualcosa in più: è un'enormità, è una condanna.

Poi sei testimone di quel che accade nei giorni successivi: nessun politico va al funerale e nessun

giornale pubblica la notizia in prima pagina. Non leggerai mai: «Dario Scherillo, 26 anni, ucciso. Innocente».

Mai.

E non lo leggerai perché c'è sempre il sospetto.

Capita che alcuni cronisti locali, spesso consultati dai colleghi della stampa nazionale, temporeggino: «Però chissà: forse c'entra. Questi non sbagliano mai», «Ma no, aspettiamo prima di dare la notizia».

E questo aspettiamo che ti blocca se stai per metterti a scrivere un pezzo per il tuo giornale.

aspettereste mai: Tommaso, il dolore dei boss. Vi ricordate Tommy Onofri, il bambino di diciassette mesi rapito a Parma il 2 marzo del 2006 ? Una vicenda terribile, accaduta però a Parma. Che c'entra Parma con Napoli? E che c'entra una notizia del genere su un quotidiano locale che si chiama « Cronache di Napoli»? E invece c'entra. Uno, perché la camorra casertana investe a Parma

nel mercato immobiliare attraverso la famiglia Zagaria, due, ed è questo il motivo principale per cui

a Napoli si racconta questo dolore, perché i boss ci tengono a far sapere che anche loro soffrono per

il rapimento di quel bambino. E che mentre lo Stato non riesce a trovarlo, loro stanno dicendo ai sequestratori: «Se lo fate ritrovare a noi, in carcere non vi succederà niente. Toccatelo, e in carcere vivrete l'inferno». Questo messaggio va su questi giornali.

Questo è il dolore. Non il dolore dei familiari, i familiari di Tommy Onofri, quelli di Dario

Scherillo o di altri, un dolore che, invece, nel migliore dei casi, verrà raccontato solo molto più tardi

e altrove.

Questo è il dolore che va comunicato, il dolore dei boss che cercano di dire alla gente: «Noi siamo la parte sana, noi sappiamo come vanno le cose, noi potremmo metterle a posto».

In realtà, quando capita di avere a che fare con una guerra, con una faida, col passare del tempo

ne basta poco - si impara a capire se la persona ammazzata è innocente o un soldato di camorra. Si capisce da come reagiscono i familiari. E una cosa fondamentale. I familiari di un camorrista - la cui sofferenza, ovviamente, è tutt'altro che finzione - arrivano sul luogo dell'agguato e sanno esattamente quale dovrà essere il codice da adottare per esprimere la propria pena. Molto spesso sarà un comportamento da prefica: urlare, sbracciarsi, stracciarsi i vestiti di dosso. Sarà anche l'occasione per dire a chi ha fatto quell'omicidio: «Fermatevi qui. Avete toccato il fondo. Non ammazzate altri figli, altri parenti. Fermatevi. Il sangue versato è già tutto quello che c'era da versare». E quindi, spesso, grandi sceneggiate - ribadisco, espressione di autentico dolore - che così vanno fatte per dire quel che va detto.

Ma il dolore di chi è vicino a chi muore innocente è un'altra cosa. Quando fu ucciso Attilio Romano, i familiari e gli amici ebbero una reazione del tutto diversa. Di incredulità, di sgomento totale.

Attilio Romano fu ucciso perché lavorava come dipendente in un negozio ascrivibile al lontano parente di un boss. I killer arrivano e non trovando altri che lui, per ritorsione gli sparano addosso.

A Dario Scherillo succede una cosa simile. Indossava magari un vestito che ricordava vagamente

qualcuno. Chissà. Poco importa, l'essenziale è fare sangue. Non è l'obiettivo ciò che conta, quello può persino essere secondario: è il messaggio. Il cadavere è un messaggio, è come un sacco che viene lanciato fuori dalla porta di qualcuno, anche a casaccio. E li, quando arrivano i familiari, assisti a scene strazianti: in quegli attimi, nella tua testa c'è il vuoto. Le tue cellule urlano. Come descrivere quella sofferenza ? Cosa fare ? Come si sta quando succede una cosa del genere ? E il dolore, è la dinamica del dolore, una dinamica che impari guardando molte, moltissime guerre.

Quando si fanno considerazioni di questo tipo, viene spontaneo interrogare la politica oppure domandarsi se in quei territori, la gente, non sia tutta collusa, se non sfugga tutta alle proprie responsabilità. Domande legittime, anche se la realtà, spesso, è molto più semplice: di queste cose, banalmente, è meglio non parlare, perché parlarne è inutile. Nell'ultima campagna elettorale, l'argomento «mafia» è stato sfiorato solo sporadicamente. Quasi nessuno schieramento ne ha parlato. Perché tutti collusi? Forse. Perché nessuno lo era? Forse. Ma in realtà soprattutto perché si aveva l'impressione che la parte maggiore del Paese non fosse interessata. Non c'era un piano, una strategia in questo evitare di parlarne, ma soprattutto disinteresse, indifferenza. Se parlo di criminalità organizzata a Roma, a Bologna, a Udine, in Val d'Aosta, a Milano, a Cagliari, chi mi ascolta penserà che sono storie del Sud, storie di margine, con quei cognomi assurdi e quei soprannomi maledetti, storie che non riguardano la maggioranza. Probabilmente, in quei luoghi che si sentono al riparo, la politica ha persino paura di affrontare l'argomento, perché è un tema non solo rischioso, ma soprattutto perdente. Ma se la politica ignora

le mafie, non è vero il contrario. Le mafie non ignorano affatto la politica, come testimoniano e raccontano i quotidiani locali di cui stiamo facendo conoscenza. E la politica viene raccontata così, con titoli come questo: Sandokan controlla quarantamila voti. La cosa più interessante di questo titolo è il verbo al presente. Sopra, in caratteri minori, c'è scritto:

Ieri il pm Cafiero de Raho ha parlato nella sua requisitoria. La requisitoria cui si fa riferimento è quella del magistrato Federico Cafiero de Raho, rappresentante dell'accusa, nel processo Spartacus. La sua è stata una requisitoria bellissima, un discorso epocale, per il più importante processo di mafia, il cui primo grado non ha avuto un solo rigo sui giornali nazionali. Nel frattempo, invece, la stampa locale, di camorra e politica ne parla eccome, ma non al passato, come ci saremmo aspettati, dal momento che la requisitoria si riferisce a fatti divenuti oggetto d'indagine e di un processo. Sarebbe stato più corretto scrivere « Sandokan controllava quarantamila voti» e non, come invece si è scelto, «Sandokan controlla quarantamila voti». Sandokan dal 41 bis, dal carcere duro, è in grado di controllare adesso - tempo presente quarantamila voti. A ciascuno la sua lettura. Poi, a latere, c'è il racconto di una politica diversa, di una politica che rischia tutto: Sindaco morirai. La camorra alza il tiro. Perché se è vero che al Sud c'è stata una politica di grande, talvolta enorme connivenza con le mafie, è vero anche che è sempre esistita una politica che, con mezzi scarsissimi, strenuamente, vi si è opposta. Perché diverso è fare il politico a Casal di Principe, a Casapesenna, o in qualsiasi parte della Campania, della Calabria, della Locride, della Sicilia che nel resto d'Italia. Sono mondi completamente diversi. Nella mia terra, i politici non corrotti devono fronteggiare un potere criminale che ha la forza di uno stato, che produce il Pil di uno stato, che genera profitti pari a quelli che genera uno stato. Questo semplicemente per dire che, nei rari casi in cui qualcuno volesse amministrare la cosa pubblica senza cedere alle organizzazioni criminali, gli si distruggerebbe la vita, con ogni mezzo. A Renato Natale, sindaco storico di Casal di Principe, che stava lentamente trasformando il paese, scaricarono tonnellate di sterco di bufala davanti alla porta di casa. Ad Antonio Cangiano, vicesindaco di Casapesenna che aveva deciso di non far vincere un appalto, di non far arrivare il clan egemone dove voleva, spararono alla schiena paralizzandolo per sempre e condannandolo a una vita di enormi sofferenze. La politica, in quelle terre, è molto complicata e quello di cui si avrebbe bisogno li è attenzione costante. La cosa più grave che possano fare la politica e l'informazione nazionali, di fronte a queste vicende, è mantenere il silenzio. E la cosa più grave che possano fare gli elettori e i lettori italiani è consentire quel silenzio, assecondarlo. Considerare le vicende criminali storie che non ci riguardano oppure considerarle storie di destra o di sinistra. Sarebbe un errore gravissimo. Da adolescente ho avuto la fortuna di vedere destra e sinistra - spesso nelle loro forme più radicali - partecipare insieme alle stesse manifestazioni contro la camorra. Insieme a far fronte comune, sempre e comunque. La legalità non dovrebbe essere il risultato della lotta politica, ma la sua premessa. Quindi non può esserci una legalità di destra o una legalità di sinistra, così come non può esistere un'illegalità di destra o un'illegalità di sinistra. Non avrebbe senso. Quando mi è capitato di riflettere sul potere delle parole, un potere che mira a trasformare le cose - o almeno io credo profondamente che sia così - ho deciso di eleggermi una persona che in nome di questa convinzione ha perso la vita. Parlo di don Peppe Diana. C'è una sua foto, a cui sono molto affezionato, che lo ritrae mentre fuma il sigaro. Quella foto mi piace per il messaggio che trasmette, un messaggio di semplicità. Perché li don Diana appare

proprio com'era, come io lo ricordo: un prete molto giovane, un prete anticonformista. E poi c'è un'altra foto, che ho avuto solo di recente, in cui don Peppe è ritratto insieme a un carabiniere, Salvatore Nuvoletta.

E la classica foto di paese: carabinieri, il vigilè urbano, il parroco. E come succede spesso a chi

viene dalle mie parti, quando vedi le foto scattate dieci, quindici, vent'anni prima, non ti meravigli

se in quelle foto riconosci persone ammazzate. Salvatore Nuvoletta era un carabiniere di stanza a Casal di Principe e quando è morto aveva vent'anni. Fu ucciso perché c'era stato un arresto. Era stato arrestato un nipote di Francesco «Sandokan» Schiavone, il cui soprannome era

«Menelik», un altro di quei soprannomi che non sai da dove saltino fuori. Un arresto: fin qui, niente

di straordinario. Ma durante l'arresto, avviene una sparatoria e Menelik muore. Così il clan dei

Casalesi, considerando un agguato quello che invece era stato un conflitto a fuoco, chiede la testa del carabiniere che ha ammazzato il nipote del capo. La responsabilità cade su Salvatore Nuvoletta che, il giorno dell'arresto di Menelik, neppure c'era. Salvatore lo viene persino a sapere che danno la colpa a lui e si decide a parlarne con sua madre. Sarà lei a riferire ai magistrati la conversazione che quel giorno ebbe con suo figlio: «Mamma, qua dicono in giro che sono stato io ad avere ucciso Menelik.

Chissà cosa mi succede?» La madre, come è normale, gli risponde: «Salvato' vattene. Vattene, lascia tutto per un bel po' e vai via». E qui accade qualcosa che non so se sarò in grado di descrivere. In quel momento si innesca una sorta di eroismo inconsapevole e Salvatore che ha vent'anni, che si è appena arruolato, che è un ragazzo semplice, senza troppe pretese né ambizioni dice: «Mamma, ma come ? Me ne vado ? Io so' carabiniere ! » Vale a dire: «Come sarebbe a dire che me ne vado? Sono un carabiniere, non me ne posso andare». E poco dopo succede quello che tutti sapevano sarebbe successo. Salvatore sta fuori a un negozio del suo paese, con un bambino in braccio. Arriva il comando di camorra; codardi, che sparano sempre a uomini disarmati. Ci tengono a dare di sé un'immagine di fierezza, di forza e invece sono solo dei codardi, perché ammazzano Salvatore mentre è disarmato e ha un bambino sulle ginocchia. Si sente chiamare Salvatore e quando ti senti chiamare in quel modo, da quelle parti, sai che è l'ultima cosa che sentirai. Allora spinge via il bambino, subito. Lo spinge via e loro lo massacrano. C'è un'altra foto di Salvatore: è un'immagine bellissima in cui si schernisce perché non vuole farsi fotografare. In questa foto si vede chiaramente che Salvatore era solo un ragazzo, un carabiniere giovanissimo. E ora interrogatevi sul perché nessuno vi ha mai raccontato questa storia. Sul motivo per cui non avete mai sentito il nome di questo carabiniere di vent'anni condannato a morte dalla camorra. Riuscite a rendervi conto di cosa significhi non andarsene, pur sapendo di essere condannati?

E non farlo per eroismo. E non farlo forse nemmeno per un senso del dovere astratto, ma perché

così deve essere, perché così è giusto. Il nome di Salvatore non l'avete mai sentito perché quando la camorra uccide non lo fa solo con le pallottole.

La camorra uccide con la diffamazione. Ti elimina distruggendo la tua immagine. Salvatore dopo la morte ha avuto sfortuna: un dettaglio che in realtà non voleva dire niente, perché comune a molti paesi. Aveva un cognome, Nuvoletta, che è identico a quello di una potente famiglia mafiosa. I Nuvoletta di Marano, responsabili dell'assassinio di Giancarlo Siani, giornalista ventiseienne del «Mattino» ucciso nel 1985. I Nuvoletta sono di Marano come Salvatore e portano lo stesso nome. Allora i Casalesi cosa fanno ? Lentamente iniziano a far circolare voci che presto si diffondono

tra i cronisti e i politici locali: «Ma no, questo è un parente», «L'hanno ucciso perché è legato a

» E

così che si infanga un nome, è così che si induce al silenzio. Ovviamente i magistrati non ci credono, la gente che lo ha amato non ci crede, l'Arma non ci crede. Ma nell'ambiente

dell'informazione la diffidenza è stata immediata. E quando la diffidenza dura anche solo un giorno, la calunnia trova un varco attraverso cui passare. Poi arriva un altro morto, e con lui un'altra storia, un'altra inchiesta, un'altra vicenda. E la memoria di Salvatore Nuvoletta è ormai sepolta. Probabilmente questa è la prima volta che si parla di lui; un'ingiustizia gigantesca per un ragazzo che ha fatto una scelta di coraggio. E la prima volta soprattutto perché la stampa locale è impegnata a occuparsi d'altro: Era l'orgoglio di zio Sandokan. Non si tratta di Menelik, ma di un altro nipote di Sandokan. E anche in questo caso, quel che interessa è il dolore del boss. Cosa sarà mai successo al «guaglione» che era l'orgoglio di suo zio? Ce lo spiega il sottotitolo: Il guaglione fermato a Formia mentre cercava di piazzare un chilo di cocaina. E il figlio di Gaetano Corvino eletto consigliere comunale a Casale dieci anni fa. E sopra: Il nipote di Francesco Schiavone arrestato da un maresciallo infiltratosi nel clan. Ecco il sottotesto trasmesso dalla cronaca: il nipote di Sandokan, nonostante fosse l'orgoglio del capo dei capi, si è fatto fregare da un maresciallo infiltrato. E il dolore, ancora una volta, non è certo quello per Salvatore, carabiniere coraggioso e ragazzo innocente, ma il dolore di Sandokan colpito nell'orgoglio. Immagino che in questo momento, chi ha avuto la forza di seguirmi sino a qui, si stia chiedendo come sia possibile che non abbia mai sentito parlare di tutte le persone che ho nominato. Dario Scherillo, Francesco Iacomino, Ciro Leonardo, Salvatore Nuvoletta, nomi che spero non dimenticherete più, storie fondamentali per il Paese in cui a me piace identificarmi. Storie che sono passate sotto silenzio per tanto di quel tempo che non sembrano mai esistite. O addirittura sono state distrutte, diffamate, come quella di Salvatore. Ma perché si arriva a distruggere un morto ? Il motivo è molto semplice, perché se a quella persona si toglie solo la vita, se si permette che di lei resti un'immagine forte, viva, allora quella persona, e la sua storia, possono diventare pericolose. Se fosse stata raccontata, la morte di Salvatore Nuvoletta avrebbe certamente mostrato l'immagine di un paese in guerra, ma in una guerra dove esiste chi si oppone, in cui esistono i margini per contrastare le organizzazioni criminali. E allora è meglio diffamare. E meglio far vedere che siamo tutti uguali, che qui è tutta mota, melma, che è tutto fango, che è tutto schifo. Nessuno si distingue e, anzi, chi si distingue, lo fa per interesse personale. Ed ecco un titolo che vi farà rabbrividire, almeno a me ha fatto quest'effetto: Don Diana a letto con due donne. Quando è stato ammazzato don Diana, io ero un ragazzino di quindici anni e lui, com'è normale per un adolescente, mi sembrava un uomo, un adulto. Solo adesso che sono vicino alla sua età - quando è morto aveva trentacinque anni - mi accorgo che era giovane, che era un ragazzo. Uccisero don Peppe e subito iniziarono a diffamarlo. Questo è il motivo per cui, negli anni, non ne avete sentito parlare, diversamente da come è accaduto per padre Puglisi, un altro eroe dell'antimafia. Don Pino Puglisi era prete al Brancaccio, un quartiere difficile di Palermo e la sua storia, la storia di un prete ammazzato da Cosa Nostra, è stata difesa dal suo quartiere, dalla sua gente e dalla Sicilia che sa farsi sentire, che riesce a far passare verità che la mafia vorrebbe, invece, tenere sotto silenzio. Poi viene girato un film su di lui e i primi libri che raccontano la sua vicenda escono immediatamente. E immediatamente, tutti in Italia possono sapere chi ha ucciso don Puglisi e perché. Anche li, come altrove, si è cercato di raccontare un'altra versione dei fatti. Ma quella verità, fortunatamente, è stata smascherata come diffamazione. Quindi don Peppe Diana viene diffamato subito dopo la sua morte, come è normale per vicende del genere: è la prassi. C'è una frase che mi gira spesso in testa: «Perché il male trionfi, basta che gli uomini del bene non facciano niente». Non dice: «che collaborino col male». No, dice solo che non devono fare niente. Questa è condizione sufficiente per far trionfare certi poteri. Un caso come quello di don Peppe è la palese dimostrazione di questa triste verità, perché quando accade che un uomo si distingua per le scelte che ha fatto e queste scelte le paga addirittura con la vita, gli uomini del bene stanno male. Si sentono male perché comprendono che loro, invece, sono stati fermi.

Allora, per sentirsi un po' meglio, per sentirsi un po' meno in colpa per non aver fatto niente, ci si comincia a dire che don Peppe non era affatto uno che s'era messo contro. Ci si comincia a dire che era un uomo come tanti, che anzi era uno di loro, e che è stato ammazzato quasi per caso. E così diventa facile diffamare perché c'è già, in qualche modo, una predisposizione. Nella fotografia pubblicata a corredo di quell'odioso titolo, don Peppe, semplicemente, abbraccia due ragazze. Due scout, credo, perché lui stesso era uno scout. Una delle due ragazze, che ora è una donna, una moglie e una madre, dirà che quel titolo le è rimasto dentro, quel titolo che la indicava come amante di don Peppe, per diffamarlo.

E sempre il «Corriere di Caserta» pubblica un articolo dal titolo incredibile: Boss playboy. De

Falco re degli sciupafemmine. De Falco è colui che ha ordinato l'esecuzione di don Peppe Diana. Il titolo verte sul fatto che lui sia un grande amatore o, come si dice dalle mie parti, uno sciupafemmine.

E l'articolo è una sorta di classifica dei boss più amati dalle donne. Nello stesso contesto, si tira

in ballo anche un altro boss, che ha partecipato a diversi agguati: Piacenti secondo in classifica, si è sposato cinque volte. Michele Zagaria solitario.

E ancora: O Lupo tra realtà e leggenda. Ha avuto sette mogli e dodici figli. Un modo per

raccontare che i boss sono belli, che piacciono, che hanno tante relazioni e che le donne impazziscono per gli uomini che rischiano e sono capaci di fare grandi affari. Ecco chi è il mandante dell'omicidio di don Diana: «Il re degli sciupafemmine». Don Peppe Diana viene ucciso il giorno del suo onomastico, nella sua chiesa. Lo chiamano per nome, perché il killer, Giuseppe Quadrano, non lo vede in abiti talari e quindi non riesce a riconoscerlo. Allora chiede: «Don Peppe chi è?» Lui si gira e lo massacrano. Don Peppe aveva scritto delle parole forti contro i clan. Don Peppe era stato ucciso perché una parte del clan De Falco voleva dare un segnale forte al clan dominante, gli Schiavone, e dimostrare che non aveva paura di questo prete che continuava a dire che non si può essere preti senza denunciare. Il clan De Falco voleva dimostrare che aveva la forza e il coraggio di ammazzare quel prete che non valeva niente, per sancire, una volta per tutte, la propria superiorità. Lo ammazzano e immediatamente c'è uno scandalo, che però viene subito soffocato. Per anni non ci sono libri, per anni non ci sono servizi su di lui, per anni questo ragazzo di trentacinque anni ammazzato dalla camorra resta nei cuori di chi è li, delle persone che gli hanno voluto bene, dei giornalisti che lo hanno seguito, di qualcun altro cui era giunta la sua storia e che ha voluto proteggerla e ricordarla. Tutto questo silenzio è generato non solo dall'atteggiamento dei camorristi - cosa di cui del resto non possiamo stupirci - ma soprattutto dall'atteggiamento di chi è sempre disposto a credere che pensando al peggio, in genere, non ci si allontana dalla verità. Addirittura si arriva a scrivere: Don Diana era un camorrista. Confesso, di fronte a questo titolo ho avuto paura. Se si può scrivere questo di un uomo di trentacinque anni, ammazzato dalla camorra, di un prete ammazzato in chiesa, cosa si può dire di tutti gli altri, di tutti quelli che osano andare contro ? Don Peppe Diana era un camorrista: così, con la diffamazione, lentamente lo distruggono. Sapete cosa si diceva? Si diceva che era stato ucciso perché toccava le donne, perché si era rifiutato di celebrare il funerale di uno di loro.

Oppure che l'avevano ucciso perché conservava delle armi del clan nemico. Ma la verità è un'altra, anche se qualcuno osa ancora metterla in discussione. La verità è che don Peppe aveva scritto un documento insieme ad altri parroci della forania di Casal di Principe dal titolo meraviglioso: Per amore del mio popolo non tacerò. E questo documento lo condanna a morte, perché scrive che non sarà più possibile essere preti senza raccontare, far conoscere, prendere posizione, distruggere il potere criminale. Hanno detto che era un camorrista, uccidendolo così una seconda volta. Hanno detto che era un camorrista di un uomo che, invece, ci ha consegnato queste parole: «Si muore per un si e per un no. Si dà la vita per un ordine: perché qualcuno l'ha deciso. Fate decenni di carcere per raggiungere un potere di morte. Guadagnate montagne di denaro

che investirete in case che non abiterete. Investite in banche dove non entrerete, in ristoranti che non gestirete, in aziende che non dirigerete. Comandate un potere di morte cercando di dominare una vita che consumate nascosti sottoterra, circondati da guardaspalle. Uccidete e venite uccisi, in una partita a scacchi i cui re non siete voi, ma coloro che da voi prendono ricchezza, facendovi mangiare l'uno con l'altro, fin quando nessuno potrà fare scacco e ci sarà una sola pedina nella scacchiera, e non sarete voi. Quello che divorate qui lo sputate altrove, lontano, facendo come le uccelle che vomitano il cibo nella bocca dei loro pulcini. Ma non sono pulcini quelli che imboccate voi, ma avvoltoi. E voi non siete uccelle ma bufali, pronti a distruggersi in un luogo dove sangue e potere sono i termini della vittoria. Insomma, è giunto il tempo che smettiamo di essere una Gomorra». 25 marzo 2009.

Stampato per conto della Casa editrice Einaudi Presso Mondadori Printing S.p.a., Stabilimento N.S.M., Cles (Trento) nel mese di marzo 2010.