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M A R I O N E V E

Un iv e r s it à di Bologn a

LA MAPPA MUNDI FANTASMA DI LORENZETTI


Un sensorium communis premoderno

Pisa, 23 aprile 2008

Materiali di supporto

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L A M A P PA M U N D I FA N TA S M A D I L O R E N Z E T T I

Premessa1

Non è pensabile lo sviluppo di alcuna comunità umana che prescinda dall’adozione di

tecniche che consentano al gruppo di produrre un proprio milieu 2. Il milieu non va confuso
con ciò che il senso comune intende con il termine ‘ambiente’: come qualcosa di separato,

per quanto influente, rispetto alla comunità umana. Nel suo significato di «mezzo-ambien-

te» [Canguilhem 1976, 192] esso va compreso in un duplice senso: il milieu come l’ambien-

te che qualsiasi essere vivente struttura, compone (non diversamente dunque da piante o
animali); ma anche come ciò che media – in senso tecnico, è un mezzo – creando un vero e
proprio mondo intermedio, quello costituito dagli oggetti tecnici.

L’uomo può dare più soluzioni a uno stesso problema posto dall’ambiente. L’ambiente propone
una soluzione senza mai imporgliela. Certamente, a uno stadio dato di civiltà e di cultura, le
possibilità non sono illimitate. Tuttavia il fatto di considerare a un certo momento come un osta-
colo ciò che, in seguito, si rivelerà forse come un mezzo d’azione, dipende in definitiva dall’idea
e dalla rappresentazione che l’uomo – si tratta, naturalmente, dell’uomo collettivo – si fa delle
sue possibilità, dei suoi bisogni, ciò dipende, in sostanza, da quel che egli si rappresenta come
desiderabile, il che non può essere disgiunto dall’insieme dei valori. [Canguilhem cit., 201]
Il milieu evidenzia il carattere dinamico dei luoghi, non contenitori statici delle cose e degli

esseri ma nodi di tensione delle azioni, dei desideri, dei valori. Un gruppo umano, per vi-
vere in un determinato ambiente, elabora, a differenza delle altre forme di vita, un proprio

mondo in cui lo stesso territorio è il medium tecnico-simbolico che costituisce, allo stesso
tempo, la risposta tecnica alle esigenze del gruppo in rapporto ai fattori ambientali, e la
materializzazione dell’idea che ha consentito di elaborare quella risposta e di svilupparla o
rigettarla in seguito. Il milieu «è il dominio sul quale agiamo, e che porta le tracce di questa

azione, ma è anche il dominio che ci influenza, e al quale in qualche modo apparteniamo


[…] I milieu umani sono una relazione, non un oggetto» [Berque 2000, 89 e 90]. Il luogo, in

1 Per una disamina più ampia della premessa teorica si vedano i due articoli allegati, di cui si danno di seguito i riferi-
menti: M. Neve., «Milieu», luogo e spazio. L’eredità geoestetica di Simondon e Merleau-Ponty, in «Chiasmi Internatio-
nal», vol. 7, 2005, pp. 153 - 170; Id., Geoestetica della scoperta, in «Geotema», vol. 27, 2008, pp. 165 - 176.

2 Su questa nozione di ambiente cfr. G. Simondon, L’individuazione psichica e collettiva, Roma, DeriveApprodi, 2001.
Ho preferito conservare il termine ‘milieu’, a causa della particolare storia di questo termine, che in Simondon, come
lettore di Canguilhem, ha delle risonanze particolari: «A partire da Galilei e da Cartesio, è necessario scegliere tra due
teorie dell’ambiente, cioè, in fondo, dello spazio: uno spazio centrato, qualificato, in cui l’ambi-ente [mi-lieu] è un cen-
tro; uno spazio decentrato, omogeneo in cui l’ambi-ente [mi-lieu] è un campo intermedio» [Canguilhem, cit., p. 213].

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questa prospettiva, è concreto poiché «concretus, in latino, era il participio passato di con-

crescere: crescere insieme. Effettivamente […] le genti, le parole e le cose sono cresciute in-

sieme; hanno una storia comune» [Berque cit., 18-19].

Ogni generazione umana nasce all’interno di un orizzonte tecnologico dato che costituisce
il suo milieu tecnico di riferimento – al modo dell’acqua per i pesci: ambiente vitale eppure

non percepito 3. Componenti fondamentali riscontrabili in quasi tutti i milieu tecnici delle
civiltà conosciute sono i tentativi di raffigurare in maniera sinottica, con un solo colpo
d’occhio dell’immaginazione potremmo dire, lo spazio terrestre: ‘mappe’, radunando in

questa categoria svariati artefatti di cui si sono conservate testimonianze risalenti almeno

al Neolitico4.
Oltre che per il suo ruolo originario come strumento di rappresentazione – in grado di for-
nire ragguagli su come un determinato gruppo umano in una determinata epoca storica

concepiva la propria collocazione geografica nei confronti dell’ambiente e il suo rapporto


con gli altri gruppi – il mapping è salito alla ribalta degli studi dagli anni ottanta del secolo

scorso anche per la sua capacità, altrettanto originaria, di produrre spazio. In questa nuova
prospettiva di studio, la cartografia, è stata interpretata come ciò che fa emergere la strut-

tura d’ordine che soggiace all’apparenza sensibile, preesistendo allo spazio, anzi creandolo
[Jacob, 1992], o anche come il modello di razionalità che caratterizza il Moderno [Farinelli,
2003], rivelando la sua efficacia performativa nei confronti del reale. ARISTOFANE E

PEARL HARBOUR
Mario Neve 15 aprile 2008
01:06 [SLIDE 2] [SLIDE 3] Verso la fine del XVIII secolo Georg Lichtenberg notava come le scoperte fossero state ge-
nerate più da una riduzione dimensionale degli oggetti d’indagine che da un loro ingran-

3 Aristotele, De Anima, B 11 423 a 31- 423 b 1.

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Come fanno notare Harley e Woodward [1987], i riferimenti nelle lingue europee all’oggetto cartografico sono deriva-
zioni del latino tardo ‘charta’, cioè il foglio (spesso di papiro) su cui scrivere. Infatti, sia lo spagnolo [carta], che il te-
desco [Charte, Karte], che l’inglese [chart] o il fiammingo [kaart] alludono al supporto materiale del disegno [Dainville
1964, 28]. Per completezza va però aggiunto che se si esclude l’anglosassone ‘map’ (derivato dal latino medievale
‘mappa’, che in origine era la ‘salvietta’ o il ‘drappo’), resta il termine greco antico ‘pinax’ (che significa ‘tavola’), il
quale rimanda anch’esso ad un supporto scrittorio (ripreso anche nel tedesco ‘Tafel’ e nel vocabolo italiano, ormai in
disuso, ‘tavola’) [Dainville, ibidem].

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dimento 5 Il wit lichtenberghiano era la spia di una sua attitudine critica verso gli strumen-

ti ottici (telescopio e microscopio) e la loro implicita promessa di accesso al duplice infinito

pascaliano. Lichtenberg additava, con grande anticipo, il pericolo derivante da quell’infor-

mation overload oggi imperante, che contraddice e ostacola in maniera eclatante le modalità
conoscitive propriamente umane: vedere sempre di più non vuol dire vedere quel che

davvero conta.
Infatti (e questo vale anche per le società in cui predomina l’oralità) il fondarsi del sapere
umano su un tipo di memoria che lo differenzia dagli altri esseri viventi, che sfugge alle

leggi biologiche e all’imprinting genetico, esige la contrazione 6 dei dati conoscitivi.

L’umano […] è una forma di vita costituita da tre memorie: la genetica e l’epigenetica, comuni a
tutti i viventi sessuati, dotati di un sistema nervoso, ma anche la tecnologica – gli oggetti tecnici
in generale (tra cui il territorio, supporto7 di itinerari, monumenti e cimiteri, strumenti d’orien-
tamento cardinale e di computo calendariale, come il quadrante solare), in quanto supporti del-
la memoria dei fatti e delle gesta delle generazioni anteriori di questo genere di vivente detto
“umano”, e che permettono che l’esperienza individuale si trasmetta di generazione in genera-
zione, trasgredendo le leggi della biologia (in cui il programma genetico “non prende lezioni
dall’esperienza”), e facendo sì che questo genere non sia semplicemente una specie. Ho definito
questo terzo livello di memoria “epifilogenetico”. Ora, l’accumulazione epifilogenetica esige
l’abbreviazione. Come accedere altrimenti al sapere accumulato se bisognasse ripercorrerne una
per una e in ordine tutte le tappe? Sapere è formulare il proprio sapere in una forma condensata
che lo rende ad un tempo trasmissibile e manipolabile, proprio come la formalizzazione e la ge-
neralizzazione sussumono la diversità proliferante nel concetto che la riduce – il che presuppo-
ne sia degli abbreviatori autorizzati (chierici, dottori, professori, ispettori, cioè anche, come fare
altrimenti, censori e poliziotti del pensiero), sia dei criteri di selezione. [Stiegler, 2000, 116-117]
Ai fini della trattazione qui svolta si è focalizzata l’attenzione sul rapporto del mapping con
la memoria collettiva. Non considerando quindi semplicemente la carta come un strumento

di mera registrazione, più o meno fedele, di una realtà preesistente.


Il mapping agisce come la memoria: seleziona, contrae e condensa i dati; e anche se non si
vuole accettare l’idea di una cartografia come espressione, sempre e comunque, di un “po-
tere”, di una “mentalità”, di un “modello di pensiero”, sembra difficile negare il suo ruolo

5 Cfr. H. Blumenberg, Die Genesis der kopernikanischen Welt, Frankfurt a. Main, Suhrkamp Verlag, 1975, engl. tr., The
Genesis of the Copernican World, Cambridge, Mass., MIT Press, 1987, p. 762, n.5.

6 Si noti che in ‘contrazione’ e ‘contratto’ (da ‘contrahere’ e ‘cum trahere’) sono presenti sia l’idea di diminuzione delle
dimensioni, che di raccolta di elementi eterogenei, e di stipula di un patto. Per questo elemento «negoziale» nel ricono-
scimento percettivo si veda Eco, 1997.

7 Il senso del termine ‘supporto’ va qui inteso sia come sostrato materiale che come medium.

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come supporto immaginativo, ruolo che, proprio a causa delle sue modalità di funziona-

mento, analoghe a quelle della memoria umana8, produce allo stesso tempo la traccia di

una certa idea dello spazio raffigurato che un gruppo umano trasmette alle generazioni

successive e lo strumento con cui quel medesimo gruppo umano ha potuto immaginare
quello spazio. Come ricordava Lucio Gambi nell’esordio di un suo celebre saggio:

I paesi della inarcatura alpina, la pianura del Po e la stretta penisola, corsa da una lunga catena
di monti, che si profila a mezzogiorno di essi nel cuore del mare Mediterraneo, dovevano appa-
rire – visti da una altitudine di qualche decina di chilometri – sostanzialmente eguali nel loro
disegno, agli sguardi mitici di Phaeton, qualcosa come da tre a cinquemila anni fa, e agli sguardi
di Aleksej Leonov quando il 18 marzo 1965 fornì dal cosmo la prima descrizione di essi. [Gambi,
1972, 5]

Pensare al mapping come una ‘semplice’ registrazione di una realtà data vuol dire ignorare
che esso è anche stato per lungo tempo l’unico modo per farsi un’idea di uno spazio geo-
grafico non percepibile direttamente (come già ricordava il geografo Tolomeo nel II secolo

d.C.): d’altra parte, chi ha mai potuto immaginare l’Italia come uno ‘stivale’ se non osser-
vando una carta geografica9?

Altro elemento di rilievo di cui tener conto è il rapporto, storicamente determinato, tra
l’idea, socialmente condivisa, di come si debba conoscere e cosa lo permette: il medium, il

supporto10 . Qui poggia infatti la distinzione tra la nozione di conoscenza come percezione
della filosofia antica e la nozione moderna di operazione 11. Ed è in tale rapporto che si svela
il ruolo, tutt’altro che passivo, del supporto.

8 Senza contare che proprio la memoria umana potrebbe essersi formata sul modello del mapping. A questo riguardo val
la pena ricordare la concezione riproduttiva dell’immaginazione secondo Vico: G.B. Vico, De Antiquissima Italorum
Sapientia, VII, III.

9 Quanto meno prima di Aleksej Leonov, appunto. E tuttavia, anche ciò che vide l’astronauta sovietico, come anche le
attuali diffuse immagini satellitari, comporterebbero più di un distinguo, che qui rinunciamo a esplicitare perché ci al-
lontanerebbe troppo dal nostro percorso.

10 Sul supporto si veda G. Bateson, Mind and Nature, New York, Dutton, 1979, trad. it. Mente e natura, Milano, Adelphi,
1984; G.O. Longo, Il nuovo Golem. Come il computer cambia la nostra cultura, Roma-Bari, Laterza, 1998; Id., L’uomo potrà mai
imitare il computer?, in S. Gozzano (a cura di), I volti della mente, Napoli, CUEN, 2000, pp. 119-153; Id., Homo technologicus,
Roma, Meltemi, 2001.

11 Sulla distinzione tra conoscenza come percezione e come operazione, sull’idea di «costruzione» e sull’immaginazione
riproduttiva si veda (oltre a G.B. Vico, De Antiquissima…, cit.): G. Simondon, Cours sur la perception (1964-1965), Chatou,
Les Éditions de la Transparence, 2006; D.R. Lachterman, Vico, Doria e la geometria sintetica, in «Bollettino del Centro di
Studi Vichiani», X, 1980, pp. 10-35; Id., The Ethics of Geometry. A Genealogy of Modernity, New York-London, Routledge,
1989; M. Ferraris, Estetica razionale, Milano, Cortina, 1997, in part. pp. 70-87 e 432-37.

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Nella cultura manoscritta la produzione di immagini che riproducevano gli oggetti de-

scritti nel testo era soggetta a notevoli imperfezioni: i manoscritti riportavano spesso im-

magini inesatte quando non erronee e quindi il rapporto tra testo scritto ed immagine non

era quello, oggi comune, per cui la verbalizzazione e l’osservazione vanno di pari passo
per mezzo dell’esattezza nella riproducibilità dell’immagine. Mentre la copiatura di im-

magini da riprodurre in assenza dell’oggetto porta a progressive alterazioni, la stampa di


un cliché è sempre invariabilmente identica all’originale. Con le parole di William Ivins12
esso produce «asserzioni visive riproducibili con esattezza» [exactly repeatable pictorial sta-

tements]13.

Possiamo considerare una carta geografica come un sensorium communis14, secondo il


concetto aristotelico di koine aisthesis. La koine aisthesis (sensus communis) è, per Aristotele,
quella facoltà rettrice interna che consente la sintesi dei dati sensibili provenienti dai

diversi organi di senso, unificandoli e rendendo possibile il giudizio. Dopo la sua


elaborazione in ambiente medievale, la tematica del sensus communis si ripresenta ai primi

albori della Rivoluzione scientifica, proprio in forma cartografica:

L'animale perfetto, nel quale vi sono sensi e intelletto, è da considerare come un cosmografo che
ha una città dotata di cinque porte, i cinque sensi, attraverso le quali entrano gli ambasciatori da
tutto il mondo che annunciano la disposizione del mondo stesso […] Alla fine, dopo aver
raccolto nella sua città tutti i segni del mondo sensibile, affinché non vadano perduti li fissa in
una mappa bene ordinata e redatta in scala, si volge ad essa, licenzia gli ambasciatori e chiude
le porte. E trasferisce la sua intuizione interiore al fondatore del mondo, il quale non è nessuna

12 W.M. Ivins, On the Rationalization of Sight: With an Examination of Three Renaissance Texts on Perspective, New
York, Metropolitan Museum, Papers, n. 8, 1938, 2nd ed. New York, Da Capo Press, 1973; Id., Art and Geometry: A
Study in Space Intuitions, Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 1946, 2nd ed. New York, Dover, 1964; Id.,
Prints and Visual Communication, Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 1953, 2nd
ed. Cambridge (Mass.) and London, The MIT Press, 1969.

13 W.M. Ivins, Prints and Visual Communication, cit., p. 16. Sul ruolo del supporto nei confronti della durata e stabilità
della memoria collettiva si veda R. Capurro, Stable knowledge?, paper presented at the Workshop Knowledge for the Future -
Wissen für die Zukunft, Brandeburgische Technische Universität Cottbus, Zentrum für Technik und Gesellschaft, March
19-21, 1997, http://www.capurro.de/cottbus.htm; T. Maldonado, Memoria e conoscenza, Milano, Feltrinelli, 2005.

14 Abbiamo sviluppato la nozione di sensorium communis, qui solo accennata per ragioni di spazio, a partire da Arendt
1958 e 1982 e dalle riflessioni di Bernard Stiegler.

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delle cose che egli ha appreso e annotato dagli ambasciatori, ma di tutte è artefice e causa; e
ritiene che è anteriore al mondo universo, proprio come lui, cosmografo, lo è della mappa15.
In seguito, la diffusione e il perfezionamento dei mezzi di registrazione e controllo dei dati

ottenuti, che divengono i testimoni dell’osservazione, renderanno possibile un effettivo sen-

so in comune. E non solo rispetto ai dati contemporanei, ma anche nei confronti dell’elabo-

razione del passato, di quell’immagine del passato – «non vissuto» [Stiegler 1994, 1996,

2001] come esperienza diretta dai contemporanei, ma adottato per il tramite dell’educa-

zione e dello studio – che si sarebbe fissata negli atlanti storici i quali, insieme agli atlanti
nazionali, forgeranno l’eredità temporale degli Stati nazione.

La cartografia medievale

L’artefatto cartografico di cui ci occupiamo ora necessita che si spenda qualche parola sulle
modalità di rappresentazione spaziale nel Medioevo, per evitare di cadere nell’inganno

che Charles Whittaker, con efficace understatement, definisce «il presupposto semplicistico
che i cartografi antichi e medievali fossero come noi ma più stupidi» [Whittaker 2004, 74].
Ci occupiamo in particolare di due generi (potremmo dire i principali) di rappresentazione

cartografica medievale: le carte del mondo (mappaemundi)16 e le carte nautiche allegate ai


portolani (cioè i testi contenenti le istruzioni sulle rotte da tenere e le distanze tra i porti,

eredi dei peripli antichi).


Le mappaemundi sono un prodotto complesso, generato prevalentemente nel chiuso degli
scriptoria monastici, e rispecchiano la necessità di conciliare l’eredità del canone greco-ro-
Mario Neve 14 aprile 2008
20:15 COMMENTA BREVEMENTE mano con il nuovo senso dello spazio e della temporalità della res publica christiana.

15 Nicolai Cusae Cardinalis Opera, I (Parisiis: Officina Ascensiana) 1514, rist. anast. (Frankfurt a. Main: Minerva)
1962, Compendium, VIII, CLXXI-CLXXII. Per le traduzioni di questo passo cfr. N. Cusano, Scritti filosofici (a cura di
G. Santinello), vol. I (Bologna: Zanichelli) 1965 e N. Cusano, Opere filosofiche, a cura di G. Federici-Vescovini (Tori-
no: Utet) 1972.

16 Della sterminata bibliografia su questo tema si veda: D. Woodward, Medieval Mappaemundi, in Harley e Woodward
1987, 286-370; M. Pelletier (éd. par), Géographie du Monde au Moyen Âge et à la Renaissance, Paris, C.T.H.S., 1989;
Jacob 1992; C. Bousquet-Bressolier (éd. par), L'oeil du cartographe et la représentation géographique du Moyen Âge à
nos jours, Paris, C.T.H.S., 1995; Edson 1999; Licini 2006.

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La cartografia medievale europea presenta, come carattere comune, la sua parentela con i

diagrammi, così comuni all’epoca nei testi più disparati17. Ed è tale carattere a sconcertare

l’osservatore odierno che si attende di scorgere e riconoscere le fattezze delle terre rappre-

sentate, riuscendo invece solo a fatica ad intuire alcune figure note , pur se deformate. Il
fatto è che nella cartografia medievale: «la deformazione per uno scopo specifico era con-

siderata legittima e non denota necessariamente ignoranza o un’idea errata della regio-
ne»18. Si tratta di un punto importante che è bene ribadire. Nonostante anche studiosi av-
vertiti inclinino a considerare la rappresentazione spaziale che si affermerà con la prospet-

tiva quattrocentesca il prodotto di una tendenza naturale verso la corrispondenza tra ciò

che è effettivamente visto e ciò che è raffigurato19, il modo di raffigurare tipico dei dia-
grammi che affollano i testi scientifici medievali, si preoccupa soprattutto di convogliare
con la massima chiarezza possibile l'informazione, non preoccupandosi della verosimi-

glianza se questa è d'impaccio20.

Come ha ricordato Catherine Delano Smith, i lettori medievali erano abituati ad utilizzare grafi
mnemonici e diagrammi […] Fu l’ampliamento della cerchia dei lettori, specie con l’introduzio-
ne della stampa, a riportare in auge la forma naturalistica delle mappe e delle illustrazioni in
genere, come veicoli di comprensione e memorizzazione dei testi scritti. [Mangani 2006, 94]

Paradossalmente quindi non è il naturalismo, il ‘realismo’ in sé della cartografia moderna,

a noi familiare, a testimoniare il suo maggior grado di ‘scientificità’, né, per converso,
l’aspetto ‘infantile’ delle mappaemundi, a segnalarne la rozzezza. Al contrario, è proprio il

grado di sofisticazione di queste ultime che ne rende complessa la decifrazione a un pub-


blico di massa, educato da secoli di riproduzioni naturalistiche e seriali d’immagini. Pro-

17 Cfr. J. Franklin, Diagrammatic reasoning…, cit.; S.K. Heninger Jr., The Cosmographical Glass. Renaissance Dia-
grams of the Universe, San Marino (CA), The Huntington Library, 1977, J. E. Murdoch, Album of Science. Antiquity
and the Middle Ages, New York, Scribner's, 1984; M.J. Carruthers, The Book of Memory : A Study of Memory in Medie-
val Culture, Cambridge, Cambridge University Press, 1992; Id., The Craft of Thought : Meditation, Rhetoric, and the
Making of Images, 400-1200, New York, Cambridge University Press, 1998.

18 J.B. Mitchell, Early Maps of Great Britain. The Matthew Paris Maps, in «Geographical Journal», LXXXI, 1933, pp.
28-29.

19 Cfr. S.Y. Edgerton jr., The Heritage of Giotto's Geometry. Art and Science on the Eve of the Scientific Revolution,
Ithaca and London, Cornell University Press, 1991, pp. 1-10. Salvo poi affermare che i diagrammi bidimensionali me-
dievali producevano un’ «informazione non ottenibile nella prospettiva moderna" (Edgerton, cit., p. 33).

20 Cfr. Murdoch, Album of Science, cit., e Franklin, Diagrammatic reasoning…, cit.


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prio come i bambini oggi sono gli utenti più abili nell’uso degli ipertesti che governano le

pagine web, così i fuitori medievali delle mappaemundi si muovevano a proprio agio nel-

l’interfaccia culturale – simbolico, grafico, alfabetico – che rendeva possibile il viaggio sen-

za spostamento materiale attraverso la mappa, la peregrinatio in stabilitate, un «viaggio a


più livelli» [Licini 2006].

I diagrammi sono in grado di rappresentare in uno «spazio astratto di schemi puri» 21 il vi-
sibile e l'invisibile, il sensibile e l'intelligibile. Il ruolo del diagramma non è quello di
schematizzare nel senso di impoverire, bensì di esaltare le forme, le connessioni e le inter-

relazioni che il mondo esibisce in maniera disordinata e, spesso, inattingibile alla semplice

visione.
Le mappaemundi rispecchiano la necessità di conciliare l’eredità del canone greco-romano con il
nuovo senso dello spazio e della temporalità della res publica christiana. La loro struttura più co-
mune è quella detta T-in-O, orientata ad est con l’anello dell’Oceano a racchiudere il mondo tripar-
tito in Asia, Europa e Libia (Africa) con, in più casi celebri, il paradiso terrestre posizionato in alto,
a oriente22 . Mettono in figura un nuovo senso dello spazio, derivato dall’universalitas cristiana, e un
nuovo senso del tempo, in cui sono racchiuse le idee di continuità, l’«identità nel mutamento», e di
comune discendenza genealogica dell’umanità:

Il concetto cristiano del mondo come fenomeno temporale, derivato dalla creazione simultanea
del tempo e dello spazio come descritta nella Genesi, ispirò una cartografia che avrebbe mostra-
to ambedue le dimensioni. La divisione dei continenti fra i tre figli di Noé ne è un esempio […] i
cartografi medievali evidentemente sovrapposero la propria formula tripartita 23 allo schema
esistente dei tre continenti […] L’idea che tutte le razze del mondo nella loro apparente diversità
discendessero da Noé, il solo uomo giusto e fondatore della razza umana rinnovata, era […] at-
traente […] stabilendo un legame in tal modo tra spazio e tempo, la divisione della terra, e la
discendenza della razza umana. [Edson 1999, 15]

21 J. Baltrusaitis, Risvegli e prodigi. La metamorfosi del gotico, Milano, Adelphi, 1999, p. 285.

22
Cfr. A. Scafi, Mapping Paradise: A History of Heaven on Earth, London, British Library, 2006.

23 Che rimandava inoltre allo schema trinitario.


8
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Se osserviamo la mappamundi di Ebstorf24, la circolarità dell’orbis allude alla transustanzia-


Mario Neve 15 aprile 2008
00:13 [SLIDE 4] zione nella forma dell’ostia, ribadita dal corpo del Cristo che abbraccia il mondo (o lo ve-

ste: mappa-velum) e di cui vediamo il capo, le mani e i piedi emergere alle estremità dell’or-

bis in coincidenza delle quattro direzioni cardinali. Il modello del corpo, già presente nel
costituirsi del canone greco, assume qui una valenza diversa, imbevuta della nozione di

corpus mysticum [Kantorowicz 1957, trad. it 166-233]. L’universalismo spaziale è segnalato


dall’inclusione di mirabilia lungo il bordo del continente africano: l’orbis-ostia enfatizza
l’unità del mondo, inclusiva, mentre saranno le carte moderne ad espellere i mirabilia ai

margini di carte non più circolari ma rettangolari. Un esempio invece del senso della tem-

poralità espresso dal nuovo frame medievale si può trovare nella presenza di luoghi storici
scomparsi, come Cartagine, elemento non ospitabile in una carta moderna, ma qui perfet-
tamente logico, nel quadro di una concezione diagrammatica della mappa, in cui «il passa-

to resta un luogo soggetto alla rappresentazione geografica»25.


Nel XIII secolo il viaggio, per motivi religiosi, commerciali o politici, è ampiamente prati-

cato. La scienza nautica produce risultati notevoli sulla base di strumenti a volte rudimen-
tali e di nozioni astronomico-matematiche elementari26 .

Le carte nautiche – tra cui la più antica giuntaci è la cosiddetta Carta Pisana della fine del
Duecento – era di frequente allegata al portolano, cioè il libro che descriveva le coste in ma-
Mario Neve 15 aprile 2008
00:17 [SLIDE 5] niera particolareggiata, con gli approdi e gli eventuali rifornimenti d’acqua. Sia il portola-

no che la carta nautica erano pensati per la navigazione mediterranea. In particolare la car-

24 La mappamundi di Ebstorf (1234 circa) deve il suo nome al monastero benedettino di Ebstorf dove venne ritrovata
nel 1830. Venne in seguito custodita presso l’Historisches Verein für Niedersachsen ad Hannover. In origine la mappa
era costituita da 30 fogli di pergamena e misurava circa 3,58 x 3,56 metri. Durante un bombardamento nel 1943 su
Hannover la mappamundi è andata distrutta, e le riproduzioni esistenti sono basate sulle fotografie che erano state prese
per il restauro ottocentesco.

25 Cfr. K. Hillis, The Power of Disembodied Imagination: Perspective's Role in Cartography, in «Cartographica», vol.
31, n. 3, 1994, p. 4.

26 Cfr. U. Tucci, La carta nautica, in S.Biadene (a cura di), Carte da navigar. Portolani e carte nautiche del Museo
Correr 1318-1732, Venezia, Marsilio, 1990, pp. 9-19; T. Campbell, Portolan Charts from the Late Thirteenth Century
to 1500, in Harley e Woodward 1987, 371-461; J.T. Lanman, On the Origin of Portolan Charts, Chicago, The Hermon
Dunlap Smith Center for the History of Cartography, 1987; M. Mollat du Jourdin et M. de La Roncière, Les portulans,
cartes marines du XIIIe au XVIIe siècle, Fribourg et Paris, Office du Livre, 1984; E. G. R. Taylor, The Haven-Finding
Art: A History of Navigation from Odysseus to Captain Cook, London, Hollis and Carter, 1956.

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ta, non essendo basata su proiezioni di qualche sorta, doveva il suo livello di precisione

alla trascrizione di informazioni tratte dall’esperienza della comunità marinara, pur evi-

denziando il suo carattere diagrammatico. Non utilizza coordinate, ma un sistema estre-

mamente funzionale per calcolare le rotte mediterranee, cioè:

[…] la rete policroma delle semirette, che irradiandosi da una o più rose – ciascuna di sedici
venti principali e mezzi venti, e molte volte di altrettante quarte – suddividono a intervalli rego-
lari l’orizzonte, in rombi rispettivamente di 22°30’ (1/16) o di 11°15’ (1/32). E da ciascuno dei
punti nodali secondari partono altre semirette che – intersecandosi – costruiscono un complesso
reticolato che copre la carta. Queste linee permettevano di tracciare la rotta che la nave doveva
seguire nella direzione indicata dal portolano, fissando il giusto orientamento. La distanza tra il
punto di partenza e quello d’arrivo si misurava con l’aiuto del compasso, utilizzando la scala
riportata a margine27.

In sostanza, le semirette costituiscono una visualizzazione grafica dell’energia base sfrutta-

ta dalla navigazione, quella eolica, un diagramma delle forze cui conformarsi per muovere
l’imbarcazione.
Anche se le carte portolaniche si presentano abbastanza di frequente orientate a nord, a

differenza delle mappaemundi, questo non vuol dire che vi sia la medesima rilevanza data
all’orientamento della carta: nella grande maggioranza delle carte portolaniche, almeno

nel periodo tra la Carta Pisana e l’Atlante Catalano (1375), è impresa vana cercare di reperire
un ‘verso preferenziale’ di orientamento della carta28. Mentre l’orientamento a est delle
mappaemundi si motiva con la rilevanza della direzione da cui sorge il sole – il ‘levante’,

l’oriens – sia per la tradizione greco-romana sia per quella cristiana (che vi localizza il Pa-
radiso Terrestre), sulle carte portolaniche ciò che conta è lo stabilire la direzione da seguire

per andare da un punto all’altro, e, in assenza di un quadro di riferimento assoluto come le


coordinate, risulta indifferente ‘orientare’ la carta: a seconda della posizione relativa del
porto di partenza e di quello di approdo, la carta veniva rigirata in modo adeguato per
consentire di tracciare la rotta. Tale indifferenza ad un orientamento globale della carta era

accentuata inoltre dall’uso di tracciare i toponimi costieri o dei centri in prossimità delle
foci di fiumi navigabili (gli unici ad essere rilevanti per la navigazione, almeno per le carte
nautiche redatte strettamente per la navigazione e non per mostra, come l’Atlante Catalano)

27 U. Tucci, La carta nautica, cit., p. 10.

28 Cfr. T. Campbell, Portolan Charts, cit., 377-8.


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ad angolo retto rispetto all’andamento della costa: in tal modo, i toponimi non avevano

tutti il medesimo verso di lettura.

Ma ora veniamo all’oggetto che ci interessa.

La mappa mundi fantasma e il niente-in-comune

È il 1345. A cinque anni dall’ultimazione del suo celebre ciclo di affreschi, noto come il

«Buon Governo», ubicato al secondo piano del Palazzo Pubblico di Siena nella sala dei
Nove, Ambrogio Lorenzetti realizza e installa nella sala attigua, la Sala del Gran Consiglio,
Mario Neve 15 aprile 2008
00:20 [SLIDE 6] nella parete di fronte alla Maestà di Simone Martini (1312), un oggetto che, se non fosse

andato perduto lasciando solo la traccia della sua antica presenza, affermerebbe con il suo
semplice e perentorio impatto visivo quei legami tra arte e cartografia che al suo tempo

apparivano molto più ovvi di oggi [Rees 1980].


Dopo la pace di Costanza (1183), a seguito della relativa indipendenza acquisita, le città-

repubbliche del centro e nord Italia s’impegnano nei più massicci programmi di edilizia e
arte pubblica dall’antichità.
Con la rivoluzione urbana il rapporto tra luogo e identità si stabilizza, giungendo a identi-

ficare la cittadinanza con l’appartenenza allo spazio urbano:

L’idea che la sorte umana e familiare degli uomini fosse legata alla sorte della Città, che il desti-
no individuale dei cittadini fosse saldamente intrecciato alla politica locale, che il patrimonio, la
posizione sociale, l’identità dipendesse dallo spazio urbano. [Finotto 1992, 87]
In questo senso, il rapporto tra spazio pubblico e privato si presenta sotto una veste pecu-
liare:

Lo spazio medievale della città è fatto di segmenti comuni e particolari. Questi ultimi possono
essere pubblici e privati […] I consumi appartenenti alla categoria del particolare privato vanno
opportunamente regolati, così come prescrive la morale suntuaria; invece quelli classificati nel
versante del particolare pubblico vanno lasciati liberi di ostentare il proprio orgoglio. In questo
campo la gara di rappresentatività non va ostacolata, bensì incoraggiata, perché è l’immagine
stessa della città che ne risulta potenziata. L’individuale non si identifica col privato. Né il pub-
blico con il collettivo […] Mentre il senso delle attrezzature collettive si radica nel sentimento di
cittadinanza, quello dell’apprezzamento estetico si esercita nel confronto di rango. La magnifi-

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cenza e la vastità delle fabbriche private mostrano contemporaneamente la personalità delle


famiglie che le hanno innalzate e il decoro collettivo. [Finotto cit., 85 e 112]
Ora, il fatto che la proprietà, derivante da ‘proprium’29 – ciò che è proprio, specifico, singo-

lare, insomma non condivisibile –, possa fondare l’identità di ciascun cittadino ‘in comune’

con gli altri pone una contraddizione:

Se ci si ferma solo un attimo a riflettere fuori dagli schemi correnti, il dato più paradossale della
questione è che il “comune” è identificato esattamente con il suo più evidente contrario: è co-
mune ciò che unisce in un’unica identità la proprietà - etnica, territoriale, spirituale - di ciascuno
dei suoi membri. Essi hanno in comune il loro proprio; sono i proprietari del loro comune.
[Esposito 1998, XI-XII]

È questo il nodo problematico che sarà al fondo delle tensioni politiche della stagione co-
munale, di cui Siena è un caso paradigmatico.
Siena beneficiava di una posizione geografica favorevole, all’incrocio della Via Francigena

da nord – che dal X secolo era la via principale da e per la Francia – e verso sud della via
da e per la Germania e l’Austria attraverso il passo della Futa e Bologna. Le porte princi-

pali a nord e a sud lungo le tre creste collinari su cui si sviluppavano le vie principali con-
ferivano a Siena la forma di una Y invertita. Le tre parti della città topograficamente distin-

te, corrispondenti ai tre rami della Y, i Terzi, erano i tre principali raggruppamenti politici
rappresentati nei consigli, ognuno suddivisa in unità minori. Nella Piazza del Campo, in

cui convergono le pendenze naturali del terreno e le strade principali, incombeva il Palaz-
zo Pubblico, che ospitava dal 1310 il complesso governo della Repubblica, dominato dal

Concistoro, un aggregato «consiglio di consigli», diviso in quattro «ordini», tra cui i Nove
– i governatori e difensori della repubblica a capo del consiglio di governo della città dal
1287 al 1355 – eletti, principalmente tra i membri della classe mercantile, in tre gruppi di

tre: un gruppo per ogni Terzo, per due mesi a rotazione.


Un sistema di governo che era teso a controbilanciare sia i pericoli di una tendenza alla

concentrazione del potere che le disfunzioni derivanti da una così grande dispersione de-
gli uffici. Ma la preminenza della classe mercantile nel governo della repubblica non pote-
va non alimentare le tensioni derivanti dalla sua natura ancipite: ente astratto che si vuole
corpo unico – «distinto dalla città materiale considerata in un certo momento e staccato sia

29 Si vedano a riguardo le considerazioni di F. Dagognet, Philosophie del propriété. L’avoir, Paris, Puf, 1992.

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dai cittadini viventi di volta in volta entro le mura […] sia dalle pietre che formavano que-

ste stesse mura» [Kantorowicz 1957, cit., 259] – e aggregato d’individui a cui, in ragione

del loro essere proprietari, appartiene la communitas 30 e che vi appartengono.

La repubblica degli interessi e la repubblica dei principi – per la prima volta dall’antichità le cit-
tà-repubbliche d’Italia si confrontavano con i doppi vincoli dell’ideologia repubblicana. Da una
parte, il comune repubblicano era una “mera alleanza”, restrittiva per sovrappiù; dall’altra,
lungi dal rappresentare semplicemente una somma di differenze private, si supponeva che ne
stesse al di sopra. [Starn in Starn e Partridge 1992, 13]

Il problema era reso più complesso dal fatto che l’autonomia comunale, ponendosi al di
fuori di fuori delle gerarchie tradizionali del potere, mancava di una legittimità che non

promanasse dalla sua pura e semplice esistenza.

Le istituzioni comunali sollevavano questioni circa la propria legittimità al di fuori dell’ordine


gerarchico “naturale” delle cose […] In tal modo l’esperimento repubblicano richiedeva l’artico-
lazione e la soppressione dei dubbi sulla propria legittimità, la dimostrazione delle conseguenze
temibili di una disciplina civica inadeguata, l’affermazione e il controllo degli interessi partico-
lari che un regime repubblicano non poteva facilmente soddisfare né di cui poteva fare a meno.
[Starn cit., 21]

Ed è un tale groviglio di temi che Lorenzetti cerca di dipanare, con straordinaria efficacia
visiva, nel suo ciclo del «Buon Governo». All’alllegoria della Tirannide – pericolo sempre
Mario Neve 15 aprile 2008
00:21 [SLIDE 7] incombente sulla repubblica e raffigurato con fattezze demoniache seguendo gli stilemi
medievali – e all’affresco che illustra i nefasti effetti del regime tirannico sulla città e sul
Mario Neve 15 aprile 2008
00:22 [SLIDE 8] contado, fanno da contraltare la complessa allegoria del Buon Governo e il magnifico pano-
Mario Neve 15 aprile 2008
rama che dispiega agli occhi del visitatore i benefici effetti del governo comunale. Nel pa-
00:22 [SLIDE 9]
Mario Neve 15 aprile 2008 norama, in cui si riconoscono dettagli realistici della città, si adombra la tematica del ‘pro-
00:22 [SLIDE 10]
prio’ e del ‘comune’ che costituisce la spina del fianco della Repubblica.

Il fatto che colpisce del grande panorama è che incorpora prospettive molto differenti così come
integra gruppi sociali e attività distinte. Abbiamo qui, se mai esiste da qualche parte, un model-
lo della (e per la) composizione conviviale della diversità immaginata dall’ideologia repubbli-
cana. [Starn cit., 50]

30 Il termine da cui discendono i communia da cui proviene il nostro ‘comune’. L’origine comunale è stata, nell’espe-
rienza europea medievale, conflittuale, aspetto riflesso dall’accezione spesso negativa data a tali termini: «communa,
communia, o communio sono di frequente intercambiabili con communitas. D’altra parte, dall’undicesimo secolo in poi
agli stessi termini viene sempre più conferito il significato specifico, più o meno sinistro, di un’associazione giurata […]
quando impiegato dagli annalisti ecclesiastici per riferirsi ad alleanze contro l’autorità, communa e le sue varianti di-
vengono sinonimi di coniuratio o conspiratio». [C. Stephenson, The French Commune and the English Borough, in
«The American Historical Review», vol. 37, n. 3, (Apr., 1932), p. 454]

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Nella figura del Comune, che campeggia nell’allegoria del Buon Governo, Lorenzetti ha dato
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00:25 [SLIDE 9] corpo, è il caso di dirlo, all’ente astratto comunale rendendo in immagine la traslazione

degli attributi dei corpora della Chiesa e dell’Impero al comune. Tale tentativo di adoperare

simboli del potere tradizionale per conferire legittimità al nuovo ordine è avallato dalla
recente scoperta della prima versione del volto del Comune. Nella prima versione Loren-

zetti avrebbe posto sul capo del Comune non il cappello di vaio da magistrato, ma una lau-
rea, la corona d’alloro noto attributo imperiale31.

L’Allegoria include un’allusione, in chiave imperiale, all’espansione territoriale; e si noterà che la


panoramica della terra felice, sulla parete destra, palesa l’“effetto” del buon governo anche in
termini di estensione – dalla città al mare – e di saldo controllo del territorio: lo domina, appun-
to, Securitas; né manca, a ricordare il capillare presidio del contado, lo stemma senese su un edi-
ficio rurale […] Una pax senensis, insomma, cui fa da contraltare, nel regno di Tirannide, un terri-
torio fuori controllo, straziato da guerre e scorrerie32 .
La ricerca di legittimità da parte della Repubblica si salda quindi all’affermazione del-

l’egemonia territoriale – «a Siena il tema del dominio territoriale, con spiccati accenti ro-
mani e universalistici, è il più tenace nella politica d’immagine del Comune»33 –, sottoli-

neata anche dal fatto che mentre Lorenzetti lavora al ciclo dal 1338 al 1340, negli anni tra il
1337 e il 1339 i Nove fissano il territorio sotto la giurisdizione della Repubblica in un rag-

gio di trenta miglia dalla città. E a coronamento di questo complesso e articolato pro-
gramma iconografico, Lorenzetti realizza l’artefatto cartografico, doppiamente fantasma34,
di cui ci occupiamo: un mappamondo.
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00:27 [SLIDE 11] Il mappamondo circolare 35, delle dimensioni (ricavate dalla traccia lasciata sul muro) di
circa 4,83 metri di diametro – più grande quindi della mappamundi di Ebstorf, la più gran-
de conosciuta – era presumibilmente di tessuto teso su un’intelaiatura di legno sostenuto

31 Cfr. M.M. Donato, Il princeps, il giudice, il «sindacho» e la città. Novità su Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubbli-
co di Siena, in F. Bocchi, R. Smurra (a cura di), Imago Urbis. L’immagine della città nella storia d’Italia, Atti del con-
vegno internazionale (Bologna 5-7 settembre 2001), Roma, Viella, 2003, pp. 394-98.

32 M.M. Donato, Il princeps, il giudice, il «sindacho» e la città, cit., p. 397.

33 M.M. Donato, Il princeps, il giudice, il «sindacho» e la città, cit., p. 398.

34 Phantasma in quanto traccia visiva della legittimità della communitas, come vedremo, e traccia, di cui restano i segni
della sua presenza, che cerchiamo di ricostruire.

35 Le ultime testimonianze dirette della sua presenza, anche se ridotto ad un frammento, risalgono al XVIII secolo.

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al muro da un perno centrale (di cui è visibile il foro sul muro) con dei rulli al di sotto del-

l’intelaiatura lignea per impedire alla struttura d’inclinarsi nel movimento [Kupfer 1996].

Era pensato dunque – caso unico a nostra conoscenza nella cartografia dell’epoca – per

ruotare al tocco della mano. Tale caratteristica lo apparenta ai diagrammi circolari in uso
nei testi medievali: vi sono esempi di diagrammi circolari – rotae – in cui il diagramma era

addirittura costruito materialmente e rilegato con il libro, in modo da poter esser fatto ruo-
tare concretamente 36.
Marcia Kupfer afferma che il mappamondo rappresentava il mondo con al centro, in corri-

spondenza del perno, la città di Siena e il contado. Il movimento rotatorio doveva però

consentire la riconoscibilità delle forme e la lettura delle iscrizioni all’occhio dello spettato-
re. Kupfer suggerisce l’adozione da parte di Lorenzetti dello stile delle carte portolaniche
che erano redatte in modo da non avere un orientamento unico, orientando di conseguen-

za i toponimi rispetto all’andamento delle forme raffigurate. La sua collocazione nella pa-
rete di fronte a quella che ospita la Maestà di Simone Martini lo mette in relazione con
Mario Neve 15 aprile 2008
00:28 [SLIDE 12] l’idea di patria communis, esemplata dalla Vergine, protettrice della città, che alla postura
supplice dei santi senesi risponde nell’iscrizione con toni che anticipano l’ideologia repub-

blicana del ciclo del Lorenzetti.


Nel ciclo del Buon Governo infatti:

[…] modelli retorici tipicamente religiosi vengono applicati […] quasi in maniera “blasfema” a
un argomento laico: la comunità dei cittadini senesi [Mangani cit., 143]

Nella Sala del Gran Consiglio, lungo lo stesso asse ottico, la Maestà e il mappamondo si
rispecchiano: la mutevole fortuna del mondo (la rotazione come nelle Ruote della Fortuna
medievali) non muta la posizione di Siena sotto lo sguardo della Vergine e del Bambino:

identità nel mutamento.


Il mappamondo e l’affresco degli Effetti del Buon Governo sul territorio sono il recto e il ver-
so, sono complementari: il primo è la visione globale, divina, che la Maestà ha del mondo e
della città che protegge, il secondo è la visione interna, locale, del cittadino o del peregri-
nus.

36 Cfr. J. Franklin, Diagrammatic reasoning…, cit..


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Ma l’assenza di orientamento nel mappamondo e la policentricità del panorama segnalano

un’ulteriore complementarità. Se è vero che negando l’orientamento alla mappamundi era

negato l’ordine tradizionale della cartografia medievale a vantaggio dell’immutabilità del

centro – negando al contempo la soggezione ai poteri che si riconoscevano nelle mappae-


mundi tradizionali –, un ordine comunque continuava ad esistere, ed è quello dell’imma-

gine che compone in una totalità visiva immediata attorno a fuoco visivo centrale un mon-
do altrimenti disorientato. Nel panorama, la dialettica proprio/comune, vedeva comporsi in
immagine l’utopia di uno spazio che armonizza le diversità in un tutto, che ne conserva la

policentricità degli interessi e delle attività, in un’identità che risponde, echeggia, il centro

del mappamondo retrostante. Ma questo aspetto, proprio come le mappe che vengono
usate per ricostruire in un’unità visiva i frammenti delle proprietà per garantirne il posses-
so37, segnala come il ‘proprio’ che si vuole ‘comune’ si possa comporre solo in imago. Come

sono soprattutto gli interessi della classe mercantile che trovano rappresentanza prepon-
derante nelle istituzioni di governo, pur volendo la Repubblica, come la figura del Comune

del Lorenzetti, essere al di sopra del particulare e coniugare Iustitia e Concordia, così la
straordinaria efficacia unitaria, totalizzante, del programma iconografico del Lorenzetti

non può nascondere il niente-in-comune su cui poggiava lo spazio civico.


Mario Neve 22 aprile 2008
17:36 [SLIDE 13]
Mario Neve 22 aprile 2008 Con l’età moderna si realizza ciò che era prefigurato qui. Utopia, Parergon. L’Europa di Ortelio
17:36 [SLIDE 14]
Mario Neve 22 aprile 2008
17:43 [SLIDE 15]

37 F. de Dainville, Cartes et contestations au XVe siècle, in «Imago Mundi», t. XXIV, 1970, pp. 99-121, ora in Id., La
cartographie reflet de l’histoire, Genève-Paris, Slatkine, 1986, pp. 177-99..

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